| Home | Opere Edite - Don Bosco | Altri scritti di Don Bosco | Memorie biografiche | Letture Cattoliche| Bollettino Salesiano | Francesco di Sales | Scritti salesiani | Info sito |



1872-1875 Il Galantuomo pel 1873 Vita di S. Pancrazio [quarta edizione] Regulae Societatis S. Francisci Salesii Le maraviglie della Madonna di Lourdes Belasio Antonio Maria, Della vera scuola per ravviare la società Il Galantuomo pel 1874 Societas S. Francisci Salesii. De Societate S. Francisci Salesii brevis notitia Massimino Cenno istorico sulla Congregazione di S. Francesco di Sales Regulae Societatis S. Francisci Salesii [Typis de Propaganda Fide, I] Regulae Societatis S. Francisci Salesii [Typis de Propaganda Fide, II] Congregazione particolare dei Vescovi e Regolari, Torinese sopra l’approvazione delle Costituzioni della Società Salesiana [marzo 1874] Sagra Congregazione de’ Vescovi e Regolari, Consultazione per una Congregazione particolare [marzo 1874] Unione cristiana Regulae seu Constitutiones Societatis S. Francisci Salesii juxta approbationis decretum die 3 aprilis 1874 [Augustae Taurinorum 1874] Società di S. Francesco di Sales. Anno 1874 Il Galantuomo pel 1875 Associazione di opere buone [Unione cristiana]
1881-1882 Breve notizia sullo scopo della Pia Società Salesiana Biografie. Confratelli chiamati da Dio alla vita eterna nell’anno 1880 Eccellentissimo Consigliere di Stato Esposizione del sacerdote Giovanni Bosco agli eminentissimi Cardinali della Sacra Congregazione del Concilio Favori e grazie spirituali concessi dalla Santa Sede alla Pia Società L’aritmetica ed il sistema metrico [settima edizione] Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre sulla passione sulle feste principali e sui novissimi Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre in onore dei santi e delle sante Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre in onore di Gesù Cristo, di Maria Santissima e dei santi Arpa cattolica o raccolta di Laudi Sacre in onore del S. Cuor di Gesù e del SS. Sacramento Biografie 1881 Biographie du jeune Louis Fleury Antoine Colle
 


 

  San Giovanni Bosco - Opere Edite.

LA STORIA D'ITALIA RACCONTATA ALLA GIOVENTÙ DA' SUOI PRIMI ABITATORI SINO AI NOSTRI GIORNI

corredata di una Carta Geografica d'Italia dal Sacerdote Bosco Giovanni

 

TORINO

TIPOGRAFIA PARAVIA E COMPAGNIA

1855. {1 [1]}

PROPRIETÀ LETTERARIA. {2 [2]}

 

 

 

 

INDEX

Scopo e divisione di questa Storia  5

Epoca Prima. L’Italia pagana. 6

I. L’Italia antica. 6

II. Primi abitatori dell'Italia  7

III. L'idolatria. 8

IV. Romolo primo re di Roma. 9

V. Il filosofo Pitagora. 11

VI. Numa Pompilio legislatore. Il re di Roma. 12

VII. Due re guerrieri. 13

VIII. Tarquinio primo e la prima invasione dei Galli. 15

IX. Servio Tullo e Tarquinio il superbo, ultimi re di Roma. 16

X. L'Italia ai tempi della Repubblica Romana. 17

XI. Porsenna a Roma. 18

XII. I dittatori e i tribuni del popolo. 19

XIII. Coriolano e Tullo Azio. 20

XIV. Cincinnato l'agricoltore. 21

XV. I tiranni di Siracusa. 22

XVI. Veio presa dai romani, Roma presa dai galli. 24

XVII. I romani alle Forche Caudine. 26

XVIII. Pirro e Fabrizio. 26

XIX. I romani a Cartagine o la prima guerra punica. 28

XX. Annibale in Italia o la seconda guerra punica. 30

XXI. Scipione in Africa e fine delia seconda guerra punica. 31

XXII. Archimede il matematico. 33

XXIII. La rovina di Cartagine o la terza guerra punica. 33

XXIV. Rivoluzione dei gracchi. 34

XXV. Mario a Vercelli. 35

XXVI. Alleanza degli italiani contro Roma. Mario e Silla. 36

XXVII. Il primo triumvirato. Pompeo, Cesare e Crasso. 38

XXVIII. Il secondo triumvirato. 40

Epoca Seconda. L'Italia cristiana  42

I. L'impero d'Augusto. 42

II. Avversità di Augusto. 44

III. Crudeltà di Tiberio e di Caligola. 44

IV. I primi martiri. 46

V. La battaglia di Bebriaco. 47

VI. Vespasiano. 48

VII. Eruzione del Monte Vesuvio. 49

VIII. Domiziano e Apollonio il mago. 50

IX. Quattro imperatori buoni. 51

X. La legione fulminante. 52

XI. Quattro imperatori malvagi. 53

XII. Alessandro Severo. 55

XIII. I goti. 56

XIV. Scompiglio del Romano Impero. 57

XV. L'era dei martiri. 59

XVI. La battaglia di Torino. 59

XVII. Regno di Costantino il Grande. 61

XVIII. Giuliano l'apostata. 62

XIX. L'Impero di Oriente e l'Impero d'Occidente. 63

XX. Teodosio il Grande. 64

XXI. Saccheggio di Roma. 66

XXII. Ezio ed Attila re degli unni. 68

XXIII. Ultimi imperatori d'occidente. 70

Usi e costumi degli antichi italiani. 71

Ordine religioso. 72

Ordine del tempo. 73

Ordine delle milizie. 74

Altri usi e costumi degli antichi italiani. 76

Abiti, abitazioni, vitto e funerali. 77

Epoca Terza. L'italia nel Medio Evo  80

I. Odoacre primo re d'Italia. 80

II. Segno di Teodorico. 81

III. Vitige, Belisario, e Totila. 82

IV. Totila e Narsete. 84

V. Invasione dei longobardi. 85

VI. Autari e Teodolinda. 86

VII. Agilulfo e Teodolinda. 87

VIII. Re longobardi da Adaloaldo alla morte di Liutprando. 88

IX. Dei beni temporali della Chiesa e del dominio del Sommo Pontefice. 90

IX. Ultimi re longobardi. 92

X. Il secondo impero d'occidente. 93

XI. I successori di Carlomagno. I saraceni in Italia. Sacrilegio di Lottario. 95

XII. L'italia cade sotto ai re di Germania. 97

XIII. Venuta dei normanni in Italia. 99

XIV. Papa Leone in mezzo a' normanni. 101

XV. Gregorio VII. 103

XVI. Le crociate. 105

XVII. Gerusalemme liberata. 107

XVIII. Saccheggio di Amalfi nel 1135. 109

XIX. Federico Barbarossa. 110

XX. Ultime azioni di Federico Barbarossa e la Lega Lombarda. 112

XXI. Dandolo di Venezia. 114

XXII. I guelfi ed i ghibellini. 116

XXIII. Carlo d'Angiò ed i vespri siciliani. 118

XXIV. La Repubblica di Genova e la battaglia della Meloria. 120

XXV. Cimabue e Giotto pittori. 122

XXVI. Dante e la lingua italiana. 123

XXVII. Corso Donato. Il duca d’Atene. La gran compagnia. 125

XXVIII. I papi in Avignone. 126

XXIX. Il decamerone del Boccaccio e l'incoronazione del Petrarca. 128

XXX. Il ritorno dei papi a Roma. 129

XXXI. I conti di Savoia. 131

XXXII. Il conte Verde. 133

XXXIII. Il conte di Carmagnola e il duca Amedeo di Savoia. 134

XXXIV. La banda si Braccio di Montone. 137

XXXV. I turchi in Italia. 139

XXXVI. La congiura de' Pazzi. 141

XXXVII. Curiose scoperte e l'invenzione della stampa. 142

Epoca Quarta. Storia Moderna. 145

I. La scoperta del Nuovo Mondo. 145

II. Colombo in America. 147

III. Altri viaggi di Colombo in America. 149

IV. Ludovico il Moro e Carlo VIII. 150

V. La Lega di Cambrai, la battaglia di Agnadello, di Ravenna, di Novara e di Marignano. 152

VI. Il secolo di Leone X. Tartaglia, Bramante, Buonaroti, Leonardo da Vinci. 154

VII. buonaroti, Raffaele ed altri uomini celebri del pontificato di Leone X. morte di questo pontefice. 156

VIII. Battaglia di Pavia. 158

IX. Saccheggio di Roma. 159

X. Andrea Doria e la congiura dei fieschi. 161

XI. I duchi di Toscana e la pace di Cambrese. 162

XII. La battaglia di Lepanto. 163

XIII. La peste in Milano. 164

XIV. L'interdetto di Venezia e gli uscocchi. 166

XV. Venezia liberata. 167

XVI. Carlo Emanuele il Grande. 169

XVII. Galileo Galilei ed altri uomini illustri. 171

XVIII. Masaniello Pescivendolo. 173

XIX. Vittorio Amedeo ii e la guerra per la successione di Spagna. 175

XX. L’assedio di Torino e la pace di Rastadt. 176

XXI. Gli ultimi anni di Vittorio Amedeo II. 178

XXII. La battaglia dell'Assietta e la liberazione di Genova. 179

XXIII. Uomini celebri di questo secolo Alberoni, Tanucci, Muratori. 181

XXIV. Metastasio e Parini. 183

XXV. L'Italia invasa dai francesi. 185

XXVI. Napoleone imperatore. 188

XXVII. Caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna. 189

XXVIII. Antonio Canova. 191

XXIX. Rivoluzione di Napoli e di Sicilia. 194

XXX. La rivoluzione in Piemonte. 195

XXXI. La guerra dell'indipendenza italiana. 196

XXXII. L'assassinio del Come Rossi. 199

XXXIII. La Repubblica Romana. 201

XXXIV. Roma liberata. 204

XXXV. Il ritorno di Pio IX. 207

XXXVI. Assassinio del duca di Parma ed altre cose contemporanee. 208

XXXVII. La guerra d'Oriente. 210

XXXVIII. Conclusione. 212

Geografia dell’Italia antica comparata coi nomi moderni. 213

Indice e sommario  226

Mappa Italia  242

 


Scopo e divisione di questa Storia

 

            Egli è un fatto universalmente ammesso che i libri debbono essere adattati all'intelligenza di coloro a cui si parla, in quella guisa che il cibo deve essere acconcio secondo la complessione degli individui. A seconda di questo principio divisai di raccontare la Storia d'Italia alla gioventù, seguendo nella materia, nella dicitura e nella mole dei volumi, le medesime regole già da me praticate per altri libri al medesimo scopo destinati.

            Attenendomi perciò ai fatti certi e più fecondi di moralità e di utili ammaestramenti, tralascio le cose incerte, le frivole congetture, le troppo frequenti citazioni di autori, come pure le troppo elevate discussioni politiche, le quali tornano inutili e talvolta dannose alla gioventù. Posso nonpertanto {3 [3]} accertare il lettore, che non ho scritto un periodo senza confrontarlo coi più accreditati autori, e per quanto mi fu possibile, anche contemporanei, od almeno più vicini al tempo cui si riferiscono gli avvenimenti. Nemmeno ho risparmiato fatica nel leggere i moderni scrittori delle cose d'Italia, ricavando da ciascuno quanto parve convenire al mio intento.

            Questa storia è divisa in quattro epoche particolari; la prima comincia dai primi abitatori d'Italia e si estende fino al principio dell'Era volgare, quando tutto l'impero Romano passò sotto la dominazione di Augusto. Quest'epoca si può denominare l’Italia antica o pagana.

            La seconda dal principio del Romano impero fino alla caduta del medesimo in Occidente nel 476, e la chiameremo l’Italia cristiana, perchè appunto in tale spazio di tempo il Cristianesimo fu propagato e stabilito in tutta l'Italia.

            La terza dalla caduta del Romano impero in Occidente fino alla scoperta dell'America fatta da Cristoforo Colombo nell'anno 1492, ed è la Storia del Medio Evo.

            La quarta comprende il resto della Storia sino ai nostri tempi, comunemente appellato Storia Moderna. {4 [4]}

            Ho fatto quello che ho potuto perchè il mio lavoro tornasse utile a quella porzione dell'umana società che forma la speranza di un lieto avvenire, la gioventù. Esporre la verità storica, insinuare l'amore alla virtù, fuga del vizio, rispetto alla religione, fu lo scopo finale di ogni pagina.

            Le buone accoglienze fatte dal pubblico ad alcune mie operette altra volta pubblicate mi fanno pure sperar bene di questo comunque siasi lavoro. Se a taluno riescirà di qualche vantaggio, ne renda gloria al Dator di tutti i beni, cui intendo di consacrare queste mie tenui fatiche. {5 [5]} {6 [6]}

 


Epoca Prima. L’Italia pagana.

Dai primi abitatori d'Italia fino al principio dell'Era volgare.

 

 

I. L’Italia antica.

 

            Allorchè, miei cari giovani, leggeste la Storia Sacra, avrete senza dubbio notato che i prodi Maccabei mandarono ambasciadori a Roma per fare alleanza coi Romani già divenuti padroni di tutta l'Italia. È quella la prima volta che nei libri santi si parla dei nostri paesi, sebbene fossero già lungo tempo prima abitati. Ora siccome io credo che non vi sia paese del nostro più fecondo di avvenimenti, e più ricco d'uomini illustri per coraggio e per ingegno, così giudico di farvi cosa piacevole col narrarvi distintamente i fatti più luminosi che nei passati tempi in questi paesi avvennero.

            Prima però di cominciare i racconti, e nominarvi i personaggi celebri, i quali ci precedettero, sarebbe necessario che imparaste a conoscere in una carta geografica i fiumi principali, le catene delle montagne, le città più importanti, affine di poter meglio essere in grado di {7 [7]} comprendere i molti fatti di cui l'Italia fu campo glorioso.

            I monti più famosi d'Italia sono le Alpi e gli Apennini.

            Si è dato il nome di Alpi a quella catena di montagne che, cominciando da Nizza, corre verso settentrione sino al lago di Ginevra, quindi piegandosi verso levante, si stende sino al mare Adriatico, e quasi baluardo naturale separa l'Italia dalla Francia, dalla Svizzera e dall'Alemagna. Il primo tratto d'Italia che da Nizza si prolunga sino a Venezia, è bagnato a mezzodì dal mare Mediterraneo. Il secondo tratto che da Venezia si piega verso mezzodì, quasi gamba umana, è bagnato a levante dal mare Adriatico, a ponente dal Mediterraneo.

            In quella parte delle Alpi che sovrasta al Piemonte sorge il Monviso. Ivi ha sorgente il fiume che anticamente denominavasi dai Latini Pado e dai Greci Eridano, da noi detto Po. È chiamato dai poeti re dei fiumi, perchè maggiore di tutti gli altri fiumi d'Italia; passa presso la città di Torino, capitale del Piemonte, riceve il Ticino a poca distanza da Milano, capitale della Lombardia, e va a scaricare le sue acque nel mare Adriatico, vicino alla famosa città di Venezia.

            Parecchi fiumi d'Italia oltre il Ticino concorrono ad ingrossare la corrente del Po, tra cui la Dora Riparia, che nasce alle falde del Monginevro, e si congiunge al Po presso a Torino. La Dora Maggiore ossia Baltea, che scende da quel tratto delle Alpi detto il piccolo S. Bernardo, e si scarica nel Po nelle vicinanze di Crescentino. L'Adda, il Mincio e l'Adige alla sinistra ed il Tanaro alla destra del Po, sono i principali affluenti, i quali traendo origine dalle Alpi, mettono foce in questo fiume. {8 [8]}

            Vicino a Nizza, dove cominciano le Alpi, comincia pure un'altra giogaia di monti detti Apennini, la quale staccandosi dalle Alpi medesime, segnano un semicircolo intorno a Genova, capitale degli antichi Liguri, poi sotto a Bologna si piega verso mezzodì, attraversando e dividendo l'Italia fino all'estremo confine del regno di Napoli.

            Molti fiumi traggono la loro sorgente dagli Apennini; il Rubicone nasce dalle parti orientali dell'antica Etruria, oggidì Toscana, e passando vicino alla città di Rimini va a scaricarsi nell'Adriatico. Sulle medesime vette degli Apennini d'Etruria, ma un po' più al mezzodì, trae la sua sorgente il gran fiume Tevere, il quale passa nel mezzo di Roma, e va a scaricare le sue acque nel mare di Toscana, vicino al porto d'Ostia.

            Sarà bene altresì, per chiarezza della storia, il ricordarsi che anticamente questa nostra Italia fu appellata con varii nomi. Fu detta Saturnia da Saturno, che le memorie antiche ci danno per primo legislatore dei nostri paesi, e che visse circa mille e dugento anni prima della venuta di Cristo.

            Fu dipoi nominata Enotria dagli Enotri, antichi abitanti d'una parte d'Italia: Esperia, ovvero occidentale dai Greci, perchè appunto ha tale posizione rispetto alla Grecia. Talora è nominata Tirrenia dai Tirreni, che sono i più antichi abitatori d'Italia di cui ci sia rimasta memoria.

            La parte più meridionale, che corrisponde all'odierno regno di Napoli, fu appellata Ausonia e talora Magna Grecia, nome che derivò dagli Ausonii popoli della Grecia, i quali vennero ivi a stabilire la loro dimora. Gallio Cisalpina fu per qualche tempo nominata la parte {9 [9]} compresa tra la catena delle Alpi e la Toscana fino a Venezia. Ebbe un tal nome dai Galli, antichi invasori del nostro paese, di cui avrò più cose da raccontarvi.

            Ma il nome che a tutti prevalse fu quello d'Italia, nome che gli eruditi fanno derivare da Italo re dell'Enotria, oggidì Calabria, il quale, avendo grandemente promosso la civiltà nelle nostre contrade, meritò che fosse col suo nome appellato tutto quel paese che oggidì si nomina Italia.

            Premessa la cognizione di questi nomi, miei cari amici, voi potete mettervi a leggere la Storia d'Italia. Tuttavia potendovi occorrere nomi di città o paesi da voi non ancora conosciuti, o ai nostri tempi altrimenti nominati, per togliervi questa difficoltà ho stimato cosa utile mettervi in fine di questo libro un piccolo dizionario con una carta geografica moderna, mercè cui voi potete con un semplice colpo d'occhio confrontare i nomi antichi con quelli di oggidì.

 

 

II. Primi abitatori dell'Italia

 

            Dall'anno 2600 al 900 avanti Cristo.

 

            Parecchi anni erano già trascorsi dopo il diluvio, e niun popolo era ancora venuto nel fertile paese, nell'ameno clima dell'Italia. Sicchè i fiumi si versavano ovunque senza alcun letto regolare; le colline e le montagne erano ingombre da folte selve, da oscure foreste; la superficie delle valli e delle pianure era coperta da acque stagnanti, da paludi e da fanghiglia. Non prati, non campi, giardini o vigne. Niuna città, borgo, villaggio echeggiava di voci umane. Quando un popolo discendente da Tiras, figlio di Giafetto, venne a stabilirsi {10 [10]} nella Toscana, anticamente detta Tirrenia, onde Tirreno si appella quel mare che bagna le coste occidentali della Toscana. Ciò credesi avvenuto l'anno duemila prima del Salvatore.

            Ora immaginatevi quante fatiche abbiano dovuto sostenere quei nostri antenati affine di rendere fruttifero il terreno! Colla massima premura gli uni si diedero a formare argini e rive per far prendere ai fiumi un corso regolare; gli altri a scavare canali in mezzo alle paludi perchè avessero il libero scolo. Altri a sradicare alberi e selve onde poter utilmente seminar campi, piantar vigne, raccogliere frutti. Mentre costoro si occupavano con alacrità a coltivare le terre, molti altri si diedero a costruire case, donde cominciarono a sorgere borghi, villaggi e città.

            Debbo premettere con grande mio rincrescimento come le memorie riguardanti a quei primi abitatori dei nostri paesi, andarono in gran parte perdute, e quelle che si conservarono vennero mischiate con molte favole. Ciò che si può sapere con qualche certezza si è che i Tirreni crebbero ben tosto in gran numero, perciò si divisero in tre popoli dagli antichi conosciuti sotto il nome di Taurini, Etrusci, Osci.

            I Taurini, quasi provenienti dal Tauro che è una lunga ed alta catena di montagne dell'Asia, andarono ad abitare tra le Alpi ed il Po e da loro fu appellata Torino la capitale del Piemonte. Etrusci furono detti quelli che restarono nel primiero lor paese. Gli Osci poi andarono ad abitare l'Italia meridionale. Sparsasi intanto la fama della bellezza e della fertilità dell'Italia vennero a stabilirvisi successivamente altri popoli stranieri, circa l'anno 1700 av. C. {11 [11]} I Pelasgi, così detti da Phaleg quarto discendente dopo Noè, sotto il nome di Ombri, vennero ad abitare l'Umbria che forma oggidì una parte degli stati Romani. Ceth nipote di Noè diede nome alla grande Nazione dei Celti che scesero ad abitare intorno all'Adriatico, nella Germania e nella Francia verso l'anno 1300 av. C.

            Tutti questi popoli figli d'un Dio Creatore, tutti discendenti dal comun padre Adamo, avrebbero dovuto amarsi come fratelli; ma non fu così. Fosse per motivo di commercio, fosse a cagione di possesso, nacquero discordie e fin d'allora si cominciò a far guerra. I Tirreni, degli altri meglio ammaestrati, ordinavano i loro eserciti, e a suon di tromba li guidavano alla pugna in modo tale, che mettevano in fuga chiunque avesse osato assalirli, facendo continue conquiste sopra i lor nemici e per mare e per terra. La grande isola di Sardegna, fu conquistata dai Tirreni. Dopo molto spargimento di sangue ben conoscendosi che la guerra non apporta verun bene alle nazioni, gli Etruschi deposero le armi, e stretta alleanza coi loro vicini si diedero indefessamente a coltivare la terra, a costruire città, a far fiorire il commercio. Fondarono Veio, Mantova con moltissime altre città tra loro confederate ed amiche. Avevano un sistema di monete e di pesi; praticavano cerimonie religiose, avevano riti e sacerdoti. Lavoravano con maestria 1'oro e l'argento in filigrana e col cesello. Eranvi tra di loro abilissimi scultori in marmo ed in bronzo.

            Dalla qual cosa apparisce quanto quegli antichi Italiani fossero dati al lavoro, facendo consistere la loro prima gloria nel guadagnarsi il pane colle loro fatiche. {12 [12]}

 

 

III. L'idolatria.

 

            Dal 900 al 752 avanti Cristo.

 

            La Religione, o giovani, è quel vincolo che stringe l'uomo a riconoscere e servire il Creatore. Gli uomini essendo tutti creati da un medesimo Dio, tutti discendenti da un medesimo padre, in principio avevano tutti la medesima religione; praticavano le stesse cerimonie, gli stessi sacrifizi con un culto puro e scevro di errore.

            Ma dopo il diluvio universale si può dire che la vera religione siasi soltanto conservata tra' discendenti d'Abramo detti Ebrei. Le altre nazioni sparsesi a popolare le varie parti del mondo, di mano in mano che si allontanavano dal popolo Ebreo confusero l'idea di un Dio creatore, e si diedero all'idolatria; cioè cominciarono a prestare alle creature quel culto che a Dio solo è dovuto. Di questo errore erano pure miseramente imbevuti gli antichi abitatori d'Italia.

            Convien però notare che l'idolatria degli Italiani fu sempre meno mostruosa di quello che fosse presso alle altre nazioni, e parecchie istituzioni, almeno nella loro origine, parvero assai ragionevoli. Persuasi che tutto dovesse aver principio da un Essere Supremo consideravano Giano come il maggiore di tutti e Reggitore del mondo, che aveva due faccie per indicare ch'Egli vedeva il passato e l'avvenire.

            Come poi i Romani ebbero maggiori relazioni coi Greci, ne adottarono tutte le divinità. Giove era riconosciuto per padre degli Dei e degli uomini e lo chiamavano {13 [13]} Giove Statore, Salvatore, secondochè a quella buona gente pareva di aver ricevuto questo o quell'altro beneficio.

            Giunone, sposa di Giove, era la Dea sovrana ed universale cui davasi talvolta il nome di Giunone Sospita o Salvatrice, Moneta o Consigliera.

            Nettuno presiedeva al mare, Cerere all'agricoltura, Vulcano al fuoco, Marte alla guerra, Diana alla caccia, Minerva alle scienze, Apollo alla poesia ed alla musica. Che più? La Pudicizia, la Gioventù, la Virtù, la Pietà, la Mente, l'Onore, la Concordia, la Speranza, la Vittoria erano altrettante divinità cui s'innalzavano templi ed altari.

            Credo che voi di leggieri scorgerete ove stesse l'errore riguardo a queste divinità: gli uomini invece di praticare queste virtù per amor di Dio creatore, adoravano le virtù medesime.

            I Sabini poi veneravano la Dea Tellure o Vesta che vuol dire terra, la quale riconoscevano come larga produttrice di tutte le cose necessarie alla vita umana, e in queste guisa gli uomini erano eccitati alla coltura dei campi per motivo di religione. I Latini ed anche i Sabini, i quali abitavano le spiagge del Tevere, adoravano la Dea Matuta che vuol dire aurora; divinità non per altro immaginata che per animare i popoli a mettersi di buon mattino al lavoro; onde l'uso di far passare i soldati a rassegna avanti al levar del sole.

            Numa Pompilio primo legislatore religioso dei Romani propose all'adorazione la Dea Fede affinchè tutti fossero eccitati a mantenere la parola data in ogni genere di contratti.

            Lo stesso Numa voleva che fosse tenuto in grande {14 [14]} venerazione il Dio Termine affine di avvezzare i suoi popoli a non invadere i poderi dei vicini. Laonde questo Dio non solo era adorato con feste particolari dette terminali, ma di più quelli che avevano terreni limitrofi, si radunavano sui confini e presso ai segni divisori dei loro poderi facevano offerte e sacrifizi, ed amichevolmente banchettando riconosceva ciascuno i termini del suo campo.

            Altri popoli pur dell'Italia prestavano culto ad altre divinità più ridicole, ma sempre con una certa ragione. Per es. adoravano il bue, perchè quest'animale serve a condur carri, a coltivar la terra. Rendevano omaggio al cane, perchè custodisce la casa; ossequiavano il gatto, perchè distrugge i sorci e così le altre divinità.

            Ma questa superstizione o idolatria, che in mezzo all'errore presentava un'apparenza di ragionevolezza, in progresso di tempo degenerò e giunse a deplorabili eccessi. Chiunque si fosse distinto con qualche azione, anche malvagia, aveva dopo morte gli onori divini. Animali immondi e talora i più ributtanti ricevevano quell’onore che solamente a Dio onnipotente si deve rendere. Fra i sacrifizi e le offerte alcune erano ridicole, altre esecrande a segno, che in qualche luogo si giunse fino ad offrire vittime umane alle insensate divinità.

            Voi farete certamente le maraviglie, o giovani miei, in vedere tante divinità adorate dagli antichi abitatori di questa nostra Italia e che solo siasi costantemente ricusato di riconoscere il Dio degli Ebrei e dei Cristiani. Perchè mai? Le altre religioni si limitavano a prescrivere sacrifizi e mere cerimonie, senza imporre alcun obbligo o di verità da credersi o di virtù da esser praticate. {15 [15]} Tutti erano padroni di credere ciò che volevano e molti negavano una vita avvenire; tutti si abbandonavano alle più brutali passioni, delle quali avevano molti esempi nella vita degli Dei incontinenti, ladri, vendicativi, ingannatori. Laddove la religione degli Ebrei frenava l'orgoglio dell'intelletto con dogmi da credersi, e regolava la condotta della vita colle virtù da praticarsi; senza la fede, e senza la morale le cerimonie servivano a nulla.

            Bensì i filosofi, ossia i dotti, negavano fede alla religione pubblica, anzi ne ridevano; e vollero provarsi ad introdurre qualche credenza, e qualche esercizio di virtù, ma niun effetto ottennero. Discordavano fra loro anche sulla natura di Dio, e sull'esistenza della vita futura: le poche virtù che ostentavano, nascevano da uno spirito d'orgoglio e non dall'amor di Dio e del bene. Platone, il più dotto di questi filosofi, riconobbe che bisognava aspettare un Dio che venisse ad insegnare al mondo la vera religione.

 

 

IV. Romolo primo re di Roma.

 

            Dall'anno 752 al 714 avanti Cristo.

 

            Vi ricorderete, cari amici, della famosa visione di Nabuccodonosor colla quale Iddio prenunziava quattro grandi monarchie. Una fu quella degli Assiri, l'altra dei Persiani, la terza dei Greci, la quarta dei Romani. Di quest'ultima io voglio ora parlarvi. Essa fu la più vasta e di maggior durata delle altre tre: eccone l'umile sua origine.

            Circa l'anno 750 avanti la venuta di Gesù Cristo, {16 [16]} viveano due fratelli, uno di nome Remo, l'altro Romolo nella città di Alba situata nelle vicinanze del Tevere a poca distanza dal mare Mediterraneo.

            È bene però ch'io vi faccia notare che la storia della stirpe e della nascita di questi due fratèlli è mischiata con molte favole. Dicesi che quattrocento anni prima della fondazione di Roma, un principe di nome Enea, dopo la distruzione d'una città dell'Asia Minore chiamata Troia, venisse in Italia, e fondasse la città ed il regno di Alba, e che da uno dei discendenti di Enea nascessero Remo e Romolo. Appena nati, essi furono gettati nel Tevere donde furono dalla corrente rigettati sulla riva. Allattati da una lupa vennero poi trovati da un pastore di nome Faustolo che li allevò come suoi proprii figli. Cresciuti in età ed informati della loro origine reale si unirono ad altri pastori ed assalirono improvvisamente il Re di Alba detto Amulio, che era appunto colui, il quale aveva dato ordine che appena nati fossero affogati nel Tevere. Riuscirono a cacciarlo dal regno, e quindi diedero principio alla fondazione di Roma in quel medesimo luogo ove erano stati salvati.

            Ma quello che si può credere con qualche certezza, si è che Faustolo vedendo questi due fratelli bizzarri, rissosi, incorreggibili, pensò di licenziarli da casa sua lasciando che si andassero a cercar fortuna. Abbandonati così a se stessi quei due fratelli, si associarono ad una quantità d'uomini al par di loro vagabondi e andarono a gettare le fondamenta d'una città sopra un angolo del Tevere al confine degli Etruschi, dei Sabini e dei Latini, popoli dell'Italia centrale.

            Nella costruzione della novella città nacquero gravi {17 [17]} discordie fra i due fratelli. Dicesi che venissero a contesa tra loro per decidere a chi dei due toccasse di dare il nome alla novella città. A tal fine consultarono gli auspizi, vale a dire il volo degli uccelli. Remo vide il primo sei avoltoi, Romolo ne vide dodici. Derivò quindi la contesa, pretendendo l'uno la superiorità per averli veduti prima; l'altro per averne veduti di più. Nel bollore della rissa Romolo, trasportato dalla collera, gettò sul capo di Remo uno strumento di ferro di cui era armato, e l'uccise sull'istante. Così la regina delle città veniva fondata da un'orda di avventurieri. Romolo fratricida le diede il suo nome, la chiamò Roma e facendone ricettacolo di ogni sorta di masnadieri si costituì loro Re.

            Roma fu fondata alle falde di un colle detto Palatino, e coll'andare del tempo ampliata, venne a rinchiudere fino a sette colli. In mezzo al recinto della città v'era una vasta piazza detta Foro, dove il popolo si radunava per deliberare intorno agli affari pubblici. L'adunarsi del popolo nel Foro veniva significato con questa frase: tenere i comizii. Nel foro s'innalzava la ringhiera, specie di cattedra su cui salivano quelli che dovevano parlare al popolo.

            Sebbene molti abitanti fossero corsi a popolare la nuova città, tuttavia in niun modo i paesi vicini volevano maritare le loro figliuole con quei malfattori. Perciò Romolo studiò di ottenere coll'inganno quello che non poteva ottenere per amicizia. Finse egli di voler celebrare in Roma una gran festa, e la fece annunziare a suon di tromba, invitando i popoli vicini ad intervenirvi. Gli abitanti d'Alba, i Sabini accorsero in folla a Roma; ma in breve ebbero a pentirsi della {18 [18]} loro curiosità; perciocchè nei grandi spettacoli vi sono grandi pericoli. Mentre stavano attenti a guardare i giuochi che si celebravano, i Romani, ad un segno convenuto, tradita l'ospitalità, a mano armata piombarono addosso ai Sabini, e loro rapirono le fanciulle, malgrado la resistenza dei loro padri e dei loro fratelli. I Sabini erano a que' tempi i più forti e i più rinomati popoli d'Italia in fatto d'armi. Tito Tazio loro re passava pel più valoroso guerriero del suo tempo. Perciò altamente sdegnato per l'oltraggio fatto a' suoi sudditi, si pose alla testa di un formidabile esercito, e marciò contro ai Romani che in breve costrinse a rinchiudersi dentro le mura di Roma.

            Difficilmente però i nemici avrebbero potuto entrare in città, se una donzella di nome Tarpea non ne avesse con perfidia aperta una porta. Ma quella donzella avendo poi chiesto ai Sabini, in premio del suo tradimento, che le dessero ciò che ognuno di essi portava nel braccio sinistro; volendo intendere un braccialetto d'oro o d'argento, coloro fingendo di non comprenderla, le gettarono tutti insieme adosso certi arnesi di ferro, grandi e rotondi che portavano eziandio al braccio sinistro i quali si chiamano scudi. Tarpea morì in tal modo a piè di una rupe che dal suo nome fu detta rupe Tarpea. Entrati così i Sabini in città appiccarono tre sanguinose battaglie in Roma medesima, ed i Romani sarebbero forse stati interamente distrutti se le zitelle dei Sabini, divenute spose dei Romani, non si fossero colle lor preghiere interposte per far cessare le ostilità. Allora fu conchiusa la pace a queste condizioni i Sabini lasciando la loro città detta Curi o Quiri, verranno a porre le loro stanze in Roma; Tazio regnerà congiuntamente a Romolo sui due popoli uniti. {19 [19]}

            Infatti i Sabini vennero a stanziarsi sul colle Capitolino e sul Quirinale, e chiamaronsi Quiriti dal nome della loro antica città, nome che col tempo si accomunò pare ai Romani, dopochè i due popoli vie più si mischiarono tra loro.

            Due re di egual potere non possono alla lunga andar d'accordo, e trascorsi appena cinque anni, Tazio fu ucciso nell'occasione di una festa, non si sa da chi, ma probabilmente Romolo vi ebbe parte.

            Romolo, rimasto solo, divise tutto il popolo in tre tribù; la tribù comprendeva dieci Curie, ed ogni Curia si suddivideva in dieci Decurie. Alla testa di ciascuna di queste divisioni Romolo aveva preposto capi, che però chiamavansi Tribuni, Curioni, e Decurioni. Tutti questi capi formavano una nobiltà ereditaria, detta Patrizi, ossia Padri. Cento di questi patrizii furono scelti da Romolo per formare il Senato, ossia il Consiglio supremo dello Stato, a cui furono aggiunti cento Sabini, dopo che questi si unirono coi Romani: appellavansi senatori, ossia vecchi, perchè appunto vecchi per età, per esperienza e per senno. Eravi dunque un senato che proponeva le leggi e consigliava quanto fosse a farsi. Eravi l'assemblea composta dei soli Patrizi detta Curiata; questa sanciva le leggi, decideva su tutte le proposte del Senato, e nominava i magistrati presi dal suo seno. Il restante popolo, cioè l'infima plebe non aveva pressochè alcun diritto; era bensì convocato nel foro, ma non dava quasi mai voto alcuno, solamente udiva ad esporre i partiti presi dai patrizi, serviva nella milizia, esercitava le arti ed i mestieri. Romolo così ci insegnò, che ad occuparsi dello Stato sono inabili tutti coloro che o per età o per occupazione non hanno acquistata {20 [20]} la scienza che è indispensabile nel governo dei popoli.

            Siccome perprofessare una scienza bisogna attendervi esclusivamente, così i patrizi dovevano occuparsi della sola scienza dello Stato, ed erano proibiti di esercitare qualunque commercio od arte, esclusa però l'agricoltura.

            Ogni cittadino era soldato; ma fra i cittadini Romolo ne prese cento di ciascuna tribù, i quali servissero a cavallo, epperò furono denominati Cavalieri. Il loro numero da trecento crebbe ben presto a mille ed ottocento; e col tempo formarono un ordine intermedio tra i patrizii ed il popolo. Altri del popolo servivano in qualità di littori. Dodici di questi armati di un fascio di verghe con entro una scure accompagnavano il Re, ne eseguivano i comandi, e punivano i malfattori.

            Romolo oltre ad aver ordinato lo Stato, lo ampliò movendo guerra ai Veienti, popoli dell'Etruria, li sconfisse, e fermò con essi la pace obbligandoli a cedere sette dei loro borghi. Stava egli passando in rivista le schiere, quando levossi un fiero temporale accompagnato da tenebre; cessato questo, Romolo più non si vide. Altri raccontarono che i senatori non potendo più sopportare i modi altieri di Romolo, lo tagliarono a pezzi e lo dispersero fra le tenebre del temporale.

            Dopo la morte di Romolo un uomo di nome Proculo si presentò al popolo, indi al senato, dicendo che aveva veduto Romolo a salire al cielo, e gli aveva detto che voleva essere adorato dai Romani sotto il nome di dio Quirino. Si prestò fede al racconto e gli fu innalzato un tempio sul vicino monte, detto perciò monte Quirinale, ove presentemente sorge il palazzo dei pontefici Romani con tal nome appellato. La vita di Romolo deve ammaestrarci {21 [21]} a non esser superbi e crudeli verso i nostri simili, perchè avvi un Dio giusto che a tempo e luogo rende il meritato castigo: chi di spada ferisce, di spada perisce.

 

 

V. Il filosofo Pitagora.

 

            Verso il 712 avanti Cristo.

 

            Nel vedere quei primi Romani tanto rozzi e feroci, non pensatevi che così fossero pure gli altri Italiani. Imperocchè anche in quei remoti tempi nelle altre parti d'Italia alcuni davansi con tutta sollecitudine alla coltura della terra, altri attendevano alle arti ed ai mestieri, e sappiamo che fin d'allora le arti erano floridissime[1]. Presso gli Etruschi sono particolarmente menzionati gli amatori della musica, detti trombettieri, gli orefici, i fabbri, i tintori, i calzolai, i cuoiai, i metallieri e vasellai. La pittura e l'architettura degli antichi offrono ancora oggidì monumenti degni di alta ammirazione.

            L'oro, l'argento erano lavorati con gran maestria. Con queste arti e mestieri l'Italia estendeva il suo commercio sopra tutte le nazioni vicine; da lontano paese venivano a far acquisto dei magnifici prodotti dell'industria italiana.

            Lo credereste, o giovani miei, che in mezzo a tanto commercio, le scienze erano col più vivo ardore coltivate? Ci assicura la storia che molte scuole erano stabilite per l'istruzione della classe alta, ed anche della classe bassa del popolo. Perchè fu sempre conosciuto che {22 [22]} senza la coltura delle arti belle, il commercio illanguidisce e vien meno.

            Fra le scuole rinomate nell'antichità fu quella di Pitagora, soprannominato il filosofo, parola che vuol dire amante della scienza. Egli amava veramente la scienza, ed affinchè gli altri fossero istrutti nella sapienza fondò una scuola detta Itala, che fu modello di tutte le altre scuole che ne' tempi posteriori vennero stabilite in Italia, nella Grecia, e nelle altre parti del mondo. Questo uomo meraviglioso dopo essersi profondamente istruito in tutte le scienze degli antichi Etruschi (toscani), e degli altri popoli più eruditi d'Italia, spinto da desiderio di ulteriori cognizioni, viaggiò in Grecia, in Egitto, ed ovunque trattò coi più dotti personaggi di quei tempi. In simile guisa fecesi un nobile corredo di cognizioni, e ritornato in Italia aprì scuole per la gioventù con certi metodi di disciplina ne' maestri, di tanta puntualità e docilità negli alunni, che potrebbero in più cose proporsi per esemplari ai collegi dei nostri giorni.

            Ma lo studio torna inutile ove si perda in minute sottigliezze, senza che vada unito all'operosità. Pitagora mentre da un canto occupavasi indefessamente di promuovere le scienze letterarie amministrava alte cariche a pubblico vantaggio. Egli si rese assai benemerito in una guerra mossa agli abitanti di Crotone, città posta a mezzodì dell'Italia. Mercè le opere e le sollecitudini di Pitagora fu impedito il saccheggio della città, risparmiato molto sangue dei cittadini. Così il gran Pitagora nel mezzo dell'idolatria, ravvisava il divino ammaestramento per cui gli uomini debbono amare la scienza e la virtù, e procurare nel tempo stesso di adoperarsi in {23 [23]} quelle cose che possono tornare al nostro simile di giovamento.

            Da tutte parti si correva in folla a Pitagora, ed i più nobili personaggi ambivano di essere suoi discepoli.

            Malgrado tante belle doti di questo filosofo egli cadde nell'invidia di alcuni malevoli i quali mossero contro di lui una persecuzione tale, che un giorno fra gli urli, schiamazzi e tumulti fu ucciso. Fatto abbominevole che ci dimostra come anche gli uomini più pii e benemeriti talvolta cadono vittima dei malvagi.

 

 

VI. Numa Pompilio legislatore. Il re di Roma.

 

            Dall'anno 712 al 670 avanti Cristo.

 

            Dopo la morte di Romolo i Sabini ed i Romani disputarono due anni per sapere chi avrebbero nominato per loro Re. Finalmente prevalse il partito dei Sabini e fu eletto un uomo di lor nazione, conosciuto per la sua bontà e giustizia, chiamato Numa Pompilio. Egli era molto erudito nella dottrina degli Etruschi, e da questa aveva imparato ad essere benefico e giusto verso di tutti, ond'era da tutti amato.

            Egli era nel quarantesimo anno della sua età quando si presentarono due messaggieri ad offerirgli la dignità reale a nome del popolo e del senato di Roma. Esso amava più vivere col vecchio suo padre, che indossarsi una dignità tanto pericolosa; perciò rispose agli ambasciadori: «perchè volete che io lasci mio padre, la mia casa, per accettare una corona che offre tanti pericoli? A me non piace la guerra, poichè essa non reca {24 [24]} agli uomini se non danno: io amo e rispetto gli Dei che i Romani non conoscono e che dovrebbero temere ed onorare. Lasciatemi adunque vivere tranquillo nella mia dimora, e tornate a Roma senza di me.» Gli ambasciadori rinnovarono le loro istanze, e Numa non accondiscese se non quando gli fu comandato da suo padre, a cui egli prontamente obbedì. Fu estrema la gioia in Roma, allorchè si seppe che Numa era Re dei Romani.

            Invece di tenere i Romani continuamente occupati in giuochi ed in esercizi militari, come aveva fatto Romolo, egli distribuì a tutti i suoi sudditi campi da coltivare, strumenti per lavorare la terra, perchè l’agricoltura ossia la coltivazione delle campagne deve essere reputata la prima di tutte le arti, come quella che procaccia il nutrimento agli uomini e contribuisce assai a renderli robusti ed onesti.

            Numa per ben governare il popolo fece molte leggi utilissime per l'amministrazione della giustizia e favorevoli alla religione. Egli era persuaso essere impossibile frenare i disordini senza di essa. A tal fine trasferì a Roma il culto di parecchie divinità che erano venerate in altri paesi d'Italia. Fece innalzare un tempio a Giano, le cui porte rimanevano sempre aperte in tempo di guerra, e solo chiudevansi quando vi era la pace. Stabilì pure sacerdoti, cui diede l'incarico di servire agli Dei. Il primo di essi chiamavano Pontefice Massimo. Gli altri sacerdoti inferiori prendevano varii nomi, secondo la parte del ministero che esercitavano.

            Dicevansi Auguri quelli che studiavansi di presagire l'avvenire dal volo, dal canto, e dal modo di mangiare degli uccelli. Per es. se i polli trangugiavano di buon appetito il grano, annunziavano qualche lieto avvenimento, {25 [25]} se rifiutavano di mangiare, si teneva qual presagio di qualche disastro. Aruspici erano quelli che esaminavano attentamente le viscere delle vittime immolate ne' sacrifizii, sempre nella ridicola persuasione di prevedere da esse l'avvenire.

            Numa instituì molte cose vantaggiose al suo popolo, e mentre inculcava a tutti i suoi sudditi di coltivare la terra, adoperavasi per promuovere il commercio, perfezionare le arti ed i mestieri. Approfittò delle scienze imparate, e l'anno che Romolo aveva solo diviso in dieci mesi, egli lo corresse dividendolo in dodici, quasi nel modo che noi presentemente l'abbiamo. Stabilì in ciascun mese giorni festivi, in cui il popolo doveva cessare da ogni lavoro per occuparsi nelle cose riguardanti la religione: ad sacrificia Diis offerenda.

            Numa morì in età d'anni 84 dopo aver fatto molto bene al suo popolo, e fu molto compianto perchè era giusto e benefico. Come egli aveva ordinato, il suo corpo fu deposto entro un'urna di pietra, ed a fianco suo in un altro sepolcro furono collocati 24 grossi libri, i quali contenevano la storia delle cerimonie instituite in onore degli Dei, ai quali aveva innalzati templi.

            Di certo a voi rincrescerà, giovani cari, che un uomo così pio non abbia conosciuta la vera religione; e senza dubbio egli che aveva un cuore sì buono, che adorava e faceva adorare tante ridicole divinità, che cosa non avrebbe fatto se avesse conosciuto il vero Dio Creatore e supremo padrone del cielo e della terra?

 

            V. PLUTARCO, Vit. di Numa. {26 [26]}

 

 

VII. Due re guerrieri.

 

            Dall'anno 670 all'anno 614 avanti Cristo.

 

            La Provvidenza che destinava Roma ad essere dominatrice di tutta l’Italia, dispose che al pacifico Numa succedessero l'un dopo l'altro due re coraggiosi e guerrieri, i quali dilatarono assai i confini della potenza Romana sopra gli altri popoli d'Italia.

            A Numa succedette immantinente Tullo Ostilio, il cui regno fu segnalato particolarmente da una guerra contro gli Albani. Dopo molto spargimento di sangue da ambe le parti, si venne ad un fatto unico nella storia delle nazioni. Fu deciso che fossero scelti tre Romani e tre Albani a combattere insieme, con patto che il popolo di quelli, i quali riportassero vittoria, darebbe leggi all'altro popolo. Erano in Roma tre giovani fratelli, forti, robusti e guerrieri detti i tre Orazi, e questi furono scelti dai Romani per quella decisiva tenzone. Gli Albani dal canto loro scelsero pure tre fratelli detti i tre Curiazi, sicchè erano tre fratelli contro a tre fratelli.

            Si combattè risolutamente. Due Orazi furono uccisi nel primo scontro, ed i tre Curiazi feriti. Allora l'ultimo Orazio, fingendo di fuggire, assalì separatamente ed uccise l'un dopo l'altro i Curiazi che gli tenevan dietro. Perciò gli Albani divennero sudditi dei Romani. Gli Albani non durarono a lungo nella giurata fede. Tullo avendo mossa guerra ai Fidenati, chiamò gli Albani in aiuto. Mezio Fufezio, loro dittatore, credette essere quella una favorevole occasione per iscuotere il giogo {27 [27]} romano; laonde invece di tener il luogo assegnato nella pugna, si ritirò, aspettando di vedere da qual parte i pendesse la fortuna. Si accorse Tullo del tradimento; ma affinchè i suoi non si perdessero d'animo disse che Mezio ciò faceva per suo ordine, a fine di sorprendere i nemici alle spalle. In tal modo incoraggiati i Romani raddoppiarono i loro sforzi e furono vittoriosi. Allora Mezio si avanzò co' suoi per rallegrarsi con Tullo della vittoria. Tullo senza mostrare d'essersi accorto del tradimento fece attorniare Mezio e i suoi Albani dall'esercito Romano. Quindi così parlò a Mezio: Poichè ìa tua fede fu dubbia tra i Romani e i Fidenati, il tuo corpo sia diviso a somiglianza di quella. E fattolo attaccare pei piedi a due carri, rivolti a due parti opposte, fu da quelli squarciato. Dopo di che Tullo decise di distruggere la città d'Alba, e ne diede incarico al famoso Orazio, che era rimasto superstite nella tenzone contro ai Curiazi. Giunto esso in quella sventurata città con una truppa di soldati Romani, ordinò a tutti gli abitanti di uscire dalle lor case. Allora i Romani spianarono al suolo la magnifica città d'Alba, detta la Lunga, perchè posta lungo le radici d'un monte, e le rive di un lago detto oggidì lago Albano. Gli Albani furono condotti a Roma, dove per grazia si permise di fabbricarsi le loro abitazioni sopra un colle detto monte Celio, e così la nazione degli Albani divenne Romana. Lo stesso Tullo intimò la guerra ai Fidenati ed ai Vejenti, tutti popoli guerrieri abitanti non lungi da Roma; ma dopo sanguinose battaglie dovettero tutti arrendersi alla crescente potenza dei Romani.

            Questo re bellicoso avendo trascurate le cerimonie religiose instituite da Numa, fu colpito da una malattia {28 [28]} contagiosa che allora serpeggiava nel Lazio; e sebbene abbia tentato di liberarsene con mezzi empi, perì nel suo palazzo colpito dal fulmine. Così credettero i Romani, persuasi che Dio punisce l'irreligione anche nei personaggi i più elevati.

            Anco Marzio nipote di Numa, quarto re di Roma, diede principio al suo regno col ristabilire le sacre cerimonie ed il culto degli dei, trascurato dal suo antecessore.

            Malgrado il suo amore per la pace, Anco fu costretto a prendere le armi contro ai Latini, popoli dimoranti a poca distanza da Roma. Costoro avevano fatto grave oltraggio ai Romani. Marzio per sostenere l'onore dei suoi sudditi inviò alcuni araldi, cioè nunzii di guerra, detti feciali, a dichiararla ai suoi rivali. Giunti sulla frontiera del paese dei Latini si fermarono e presero a gridare ad alta voce: «Udite, o dei del cielo, della» terra e degli inferni, noi vi chiamiamo in testimonio» che i Latini sono ingiusti, e siccome essi oltraggiarono» il popolo Romano, così il popolo Romano e noi» dichiariamo loro la guerra.» Dette queste cose gettarono alcune freccie, la cui punta era stata intrisa di sangue, sul territorio nemico, e si ritirarono senza che nessuno osasse arrestarli. Tale modo di dichiarare la guerra fu in uso presso quegli antichi Romani.

            Allestito colla massima prestézza un esercito, Anco attaccò i Latini, li sconfisse e distrusse Pulini loro capitale con altre città. Tuttavia egli seppe usare generosità verso i vinti, e loro impose soltanto di venire ad abitare in Roma, permettendo di costruirsi case sopra un colle detto monte Aventino. Anco non si limitò ad aumentare con le sue conquiste il numero de' sudditi {29 [29]} e a fortificare le città, egli fece altresì scavare alla foce del Tevere, cioè nel luogo in cui quel fiume si scarica nel Mediterraneo, un porto profondo per accogliere le navi che portassero in Roma le provvisioni necessarie alla sussistenza. Quel porto fu appellato Ostia da una parola latina che vuol dire foce. Quel principe dopo aver regnato 24 anni morì lasciando due figliuoletti, i quali finirono infelicemente, perchè affidati ad un cattivo educatore di nome Lucumone, e soprannominato Tarquinio.

 

 

VIII. Tarquinio primo e la prima invasione dei Galli.

 

            Dal 614 al 576 avanti Cristo.

 

            Un cittadino di Corinto, per nome Demarato, era venuto a stabilirsi in Tarquinia città dell' Etruria, donde il suo figliuolo non tardò a recarsi a Roma cangiando il suo primo nome di Lucumone in quello di Tarquinio. Venutovi colle sue grandi ricchezze e con gran numero di servi acquistò la riputazione d'uomo magnifico e generoso. Anco Marzio che lo amava assai, morendo lo lasciava tutore dei suoi figliuoletti; ma egli in cambio di proteggerli li mandò in villa, e si fece nominare re dal Senato.

            Tarquinio abbellì la città con portici e con un circo per gli spettacoli, ma soprattutto la risanò dalle acque, che stagnavano nel fondo delle valli interposte fra i varii colli. Per tal fine fece scavare canali sotterranei, guerniti di muratura detti cloache, i quali dessero scolo alle acque paludose; e dopo ventiquattro secoli dura ancora oggidì una parte del maggior canale, chiamato {30 [30]} cloaca massima. A tali ingenti spese sopperì non poco col bottino raccolto nelle varie guerre da lui condotte felicemente contro ai Sabini ed ai Latini.

            Già da 30 e più anni Tarquinio regnava, quando i due figliuoli di Anco mal sofferendo di essere stati privati del regno dal loro tutore, pagarono due pastori i quali fingendo di aver querela fra loro, si presentarono al Re per ottener giustizia. Mentre il Re badava ai discorsi dell'uno, l'altro colla scure lo percosse nel capo e l'uccise. Ma Tunaquilla moglie di Tarquinio, fatte chiudere le porte del palazzo, diede voce che il Re fosse solamente ferito ed incaricò frattanto il genero Servio Tullo di prendere in sua vece le redini del governo. Quando poi fu conosciuta la morte, Servio già regnava di fatto.

            Mentre regnava Tarquinio, un numero straordinario di forestieri invasero l'Italia e la riempirono di terrore. Erano costoro una colonia di que' Celti che andarono ad abitare di là dalle Alpi, e diedero il nome di Gallia a quel vasto regno che oggidì appelliamo Francia. Questi Galli soliti a vivere nelle foreste e nelle tane erano barbari e feroci a segno, che con vittime umane facevano sacrifizi alle lor divinità, uccidevano con gioia i loro inimici e qualsiasi forestiero che fosse capitato nelle loro mani; e mangiandone con gusto la carne, ornavano coi teschi le capanne e l'entrata delle loro caverne.

            La battaglia era loro supremo diletto, e tanto erano bramosi di vincere l'avversario col solo valor personale, che spesse volte nel calor della mischia gittavano l'elmo e lo scudo e combattevano nudi. Vivevano di frutti di alberi e di bestiami: non conoscevano diritto se non {31 [31]} quello della forza; non avevano città; i luoghi delle loro adunanze erano aperte campagne od attendamenti. Questa era la nazione cui la sventurata Italia con immenso suo danno doveva dar ricetto.

            Circa sette secoli avanti l'era volgare, questi barbari moltiplicati a sterminato numero, non avendo più di che campare nei proprii paesi, stabilirono una migrazione verso l'Italia, vale a dire una parte di quella nazione risolse di trasferirsi dal proprio paese in Italia. Vecchi e fanciulli, mariti e mogli con equipaggio da guerra, con carri e bestiami in numero sterminato guidati dal loro Re di nome Belloveso, si avviarono verso le Alpi che si drizzavano scoscese ed altissime ad impedir loro il passo. Valicati con immensi sforzi questi alti monti cominciarono ad impadronirsi del paese de' Taurini; quindi si spinsero innanzi fra i Liguri e più in là contro gli Etruschi. Costretti a combattere per salvare la vita propria e quella dei figli e delle mogli in battaglia parevano lioni; e spargendo ovunque lo spavento si fermarono nelle pianure poste tra il Ticino e il fiume Adda occupando la sinistra del Po, dove fondarono la florida città di Milano. An. av. C. 600.

            Parecchie altre migrazioni si fecero in Italia dai barbari provenienti dalla Gallia i quali fermarono le loro stanze gli uni qua gli altri là. I Boi ed i Lingoni venuti traversando le Alpi Pennine, cacciarono gli Etruschi e parte degli Umbri occupando la destra del Po, e qualche tempo dopo vi fondarono Parma, Piacenza e Bologna. Così nello spazio di dugent'anni mezza la Gallia si versò nell'Italia, e una gran parte di quel paese che si proponeva a tutte le altre nazioni per modello di civiltà ricadde nella barbarie; la sola forza brutale teneva {32 [32]} luogo della ragione, e quindi i costumi decaddero nella condizione la più deplorabile.

            Tuttavia que' pochi Italiani che sfuggirono alle spade nemiche, e che rimasero confusi coi barbari, a poco a poco mansuefecero la rozzezza degli .stranieri. Però gran parte dell'Etruria si serbò illesa da questa peste, onde quando i Romani cominciarono a stendere sopra l'Italia le loro conquiste, agli Etruschi non mancavano savie leggi, florido commercio, ed avevano già fatto gran progresso nelle arti e nelle scienze. La qual cosa mentre ci mostra essere pericolosissimo il mescolamento de' buoni coi cattivi, ci ammaestra altresì che i buoni fermi nella virtù possono spargere ottimi principii di moralità ne' cuori rozzi e disordinati, e procurare gran bene alla società.

 

 

IX. Servio Tullo e Tarquinio il superbo, ultimi re di Roma.

 

            Dal 576 al 509 avanti Cristo.

 

            I figliuoli di Anco non poterono conseguire il trono come si aspettavano, ed in loro vece ottenne la corona Tullo detto Servio perchè figlio di una serva. Servio divenuto re attese con grande zelo a migliorare la sorte del popolo di Roma, ingrandì considerevolmente quella città, riformò gravi abusi nell’amministrazione della giustizia togliendo al popolo i mezzi di sentenziare intorno agli affari di grande importanza a pluralità di voti. Perciocchè secondo le leggi di quel tempo avveniva che uomini rozzi e senza lettere profferivano sentenza intorno a questioni complicatissime; per lo che {33 [33]} spesso assolvevano quelli che dovevano condannare, e talora condannavano quelli che dovevano assolvere. Stabilì una legge, la quale obbligava ciascun cittadino a presentarsi ogni cinque anni nel campo di Marte a dare ragguaglio della propria famiglia e dei proprii beni, dal che si poteva avere un giusto computo delle persone atte alla guerra. Questo censimento ossia registro di cittadini fu chiamato Lustro, la qual parola fu indi in poi usata ad esprimere lo spazio di cinque anni.

            Quest'ottimo principe dopo parecchie guerre terminate gloriosamente, e dopo aver fatto gran bene a' suoi sudditi, fu vittima di un tradimento tramatogli dalla snaturata sua figlia chiamata Tullia, ed effettuato da Tarquinio di lei marito. Questa malvagia donna, volendo porre sul trono Tarquinio suo marito, procurò di guadagnarsi il favore del Senato, indi fece barbaramente massacrare il vecchio re suo padre, per avere la soddisfazione di veder il marito sul trono. Tarquinio soprannominato il Superbo, a cagione della grande sua crudeltà e superbia, dopo questo orrendo assassinio, regnò con una serie di misfatti. Egli si circondò di guardie, si stabilì solo giudice di tutti gli affari; perseguitò, esiliò, mise a morte parecchi senatori e molti fra i ricchi, confiscandone i beni. Faceva la guerra, la pace, l'alleanza senza più consultare il Senato.

            Ma egli senza saperlo aveva nella propria casa lo istromento con cui la Provvidenza voleva punire tante scelleratezze.

            A quel tempo vivea in Roma un giovanetto chiamato Giunio di cui Tarquinio aveva fatto morire il padre e il fratello spogliandoli di tutti i loro beni. Giunio per {34 [34]} isfuggire alla sventura de' suoi parenti si finse pazzo, e gli fu dato il soprannome di Bruto, il che voleva dire bestia. Tarquinio credendo aver nulla a temere dal povero Bruto permise che fosse tenuto in sua casa per servire di trastullo ai fanciulli ed agli schiavi; ma presto vedrete che sotto a quella vile apparenza stava nascosto un animo forte e coraggioso.

            Intanto Tarquinio per cattivarsi in qualche maniera l'animo dei Romani cominciò la costruzione di un magnifico tempio sul monte Tarpeo. Mentre si scavavano le fondamenta fu trovata la testa di un romano detto Tolo, morto da alcuni anni ed ivi sepolto; onde quel tempio ricevette il nome di Capitolium vale a dire testa di Tolo che noi voltiamo in italiano Campidoglio, il qual nome fu poi dato a quel monte che ancora oggidì è così appellato. La fortezza del Campidoglio era fabbricata nel centro di Roma per servire a difesa della città. Dietro al Campidoglio eravi la rocca Tarpea, così detta da quella fanciulla che sotto questa rupe era stata uccisa, e donde venivano precipitati i traditori della patria.

            Tarquinio tutto intento alle cose che sollecitavano la sua ambizione trascurava indegnainente l'educazione di Sesto e di Arunte suoi figliuoli; i quali perciò divennero malvagi quanto il loro padre. Ma ricordatevi che spesso Iddio punisce nella vita presente i figli indisciplinati e la negligenza dei genitori.

            Il peggiore de' figli di Tarquinio era Sesto. Un giorno avendo egli veduto una sua cugina di nome Lucrezia ebbe la sfacciataggine di farle una grave ingiuria. Ma Lucrezia fece chiamare Collatino suo marito, il quale condusse seco Bruto suo amico. Lucrezia {35 [35]} espose loro l'insulto ricevuto e nell'eccesso del suo dolore piangendo e chiedendo che le fosse riparato l'onore, quasi fuor di senno si trafisse con un pugnale.

            Allora Bruto, deposta l'apparente stupidità, fece giurare al padre ed al marito di Lucrezia di sterminare Tarquinio e tutta la sua famiglia: prese quindi le armi, si diè a correre per Roma gridando; «chi ama la patria a me si unisca per iscacciare Tarquinio e gl'infami suoi figli autori di tanti mali.» La sollevazione fu generale e Tarquinio, il quale allora trovavasi all'assedio di Ardea città del Lazio, s'avviò tosto verso Roma, che gli chiuse le porte in faccia. A quel punto scorgendo inutile ogni ulteriore attentato risolse di prendere la fuga per ricoverarsi colla sua famiglia presso gli Etruschi. Ecco, miei cari, una storia la quale deve insegnarci che i malvagi sono sempre puniti del male che fanno, e tanto più severamente quanto più sono ricchi e potenti.

            Sette re governarono Roma nello spazio di 240 anni; l'ultimo fu Tarquinio detto il superbo per distinguerlo dall'altro Tarquinio soprannominato il vecchio.

 

 

X. L'Italia ai tempi della Repubblica Romana.

 

            Di mano in mano che i Romani crescevano in numero ed in potenza, estendevano il loro dominio sopra molti paesi d'Italia, di modo che i più vicini ai Romani o spontaneamente o per forza si erano con loro uniti. Però il dominio dei Romani si estendeva solo sopra una piccola parte della nostra penisola, il resto dell'Italia era in pace, si coltivavano le campagne, promuovevansi il commercio e l'industria: i popoli erano {36 [36]} governati da un capo , cui davano il nome di Re. Erano però guerrieri, coraggiosi, forti; e combattevano con incredibile ardore. Da ciò potete facilmente comprendere quali grandi fatiche e quanto tempo i Romani abbiano dovuto impiegare per rendersi padroni di tutto questo paese.

            Intanto cacciato Tarquinio, dichiarato reo di tradimento chiunque ardisse proteggere il ritorno di lui, i Romani decisero di governarsi a repubblica, la quale forma di governo differiva solo dal monarchico in questo, che i re governavano a vita, e nella repubblica erano eletti due magistrati con autorità suprema, la quale poteva conservarsi solamente un anno.

            I due magistrati prendevano il nome di Consoli da una parola latina, che significa provvedere, poichè il loro uffizio era appunto di provvedere alla salute della repubblica, parola che significa gli affari pubblici o comuni.

            Giunio Bruto e Collatino autori della cacciata di Tarquinio furono i primi ad essere investiti della nuova carica consolare; ma Collatino, come parente de' Tarquinii, divenne sospetto al popolo, e dovette rinunciare il consolato a Valerio Pubblicola, uomo tenuto da tutti in grandissimo credito.

            I Tarquinii, avendo invano provato la via delle negoziazioni per risalire sul trono, tentarono una nuova rivoluzione in Roma. I due figli di Bruto degeneri in ciò dalla virtù paterna, si lasciarono adescare a quella rivolta. Ma scoperti e condotti in Senato furono condannati a morte dallo stesso Giunio Bruto, il quale, obbligato dalle leggi, dovette con grande suo dolore condannare a morte i suoi due figliuoli di molto buona speranza, ed essere spettatore del loro supplizio. {37 [37]}

            Tarquinio vedendosi fallito questo colpo suscitò altri popoli ad aiutarlo, e si venne ad un'accanita battaglia. Bruto avendo ravvisato nelle schiere nemiche Arunte, secondo figlio di Tarquinio, si gittò contro di lui; lo stesso pure fece Arunte contro di Bruto, onde si scontrarono insieme con tale impeto, che ambidue caddero morti nel medesimo istante l'uno dall'altro trafitti. Tutti piansero Bruto, e la morte di lui fu riguardata come una calamità pubblica.

 

 

XI. Porsenna a Roma.

 

            Dall'anno 507 al 493 avanti Cristo.

 

            Tarquinio respinto dai Romani eccitò l'Italia tutta contro di Roma. Porsenna, re di Chiusi, città dell'Etruria, fu il primo a porgergli aiuto, non perchè amasse l'iniquo Tarquinio, ma per avere occasione di dichiarar guerra ai Romani, i quali divenendo ogni giorno più potenti e formidabili, destavano la sua gelosia. Porsenna pertanto con un esercito numeroso e munito di ogni sorta di macchino da guerra venne ad assediare la città di Roma, persuaso di poter costringere i cittadini ad assoggettarsi alle sue armi. L'entusiasmo della libertà spinse i Romani a varii atti eroici. Io accennerò i principali.

            Trovavasi sul Tevere un ponticello di legno, pel quale era facile penetrare nella città. Porsenna se ne accorse e spedì tosto un gran numero di soldati per impadronirsene. Quelli che stavano alla guardia di quel ponte fuggirono, e soli rimasero a contrastarne il passo tre romani, uno dei quali appellavasi Orazio, soprannominato Coclite, perchè era cieco d'un occhio. {38 [38]}

            Quésto valoroso cittadino, quando vide gli stranieri avanzarsi sopra quel ponte, ordinò ai due compagni di tagliarlo prontamente dietro di lui, ed egli solo rimase dall'altra parte a combattere contro un intero esercito. Come poi si accorse che era tagliato il ponte, si gettò nel Tevere, e fra i dardi dei maravigliati nemici passò nuotando all'altra sponda.

            Stupì Porsenna a tanto coraggio, e risolvette di soggiogare i Romani colla fame, vale a dire facendo sì che niuna sorta di commestibili potesse entrare in Roma. Per la qual cosa la scarsezza de' cibi si fece in breve sentire a segno, che un cittadino di nome Muzio, deliberò di sacrificare la propria vita per liberare la patria. Si travestì da soldato etrusco, si avanzò fino alla tenda del re per ucciderlo, ed invece uccise il segretario, credendo che fosse il re.

            Arrestato e condotto alla presenza di Porsenna, ed interrogato che cosa lo avesse indotto a un tanto misfatto; rispose: «Il desiderio di salvare la mia patria, e sappi che trecento giovani romani hanno giurato al par di me di uccidere il tiranno.» E in ciò dire corse a porre la sua destra sopra un ardente fuoco, lasciando che si abbruciasse per castigare quella mano, la quale erasi ingannata nell'uccidere il segretario in luogo del re. Porsenna stupefatto a tanto coraggio, rimandò Muzio libero a Roma, il quale in memoria di quella coraggiosa azione ricevette il soprannome di Scevola, cioè monco.

            Fu pure in questa occasione che si segnalò una giovane Romana di nome Clelia. Costei, fatta prigioniera dai nemici, ardì gettarsi a nuoto nel Tevere e tornarsi fra i suoi. Porsenna ammirando l'eroico {39 [39]} valore di tanti prodi, amò meglio esser loro alleato che nemico. Conchiuse perciò un trattato di pace co' Romani, e visse sempre con loro in buon accordo, e n'ebbe da loro segni di gratitudine. Poichè suo figlio Arunte essendo stato sconfitto presso la città di Aricia, le sue genti fuggiasche vennero con bontà accolte dai Romani.

            Porsenna, ritornato nella città di Chiusi, si occupò a far rifiorire ne' suoi stati le scienze e le arti finchè visse. Tarquinio vedendosi da Porsenna abbandonato, andò a cercare ai Romani nuovi nemici, i quali non ebbero miglior riuscita dei primi. Finalmente scorgendo inutile ogni tentativo, si ritirò a Cuma, ove morì di rammarico. In quel frattempo morì Valerio soprannominato Pubblicola, cioè amico del popolo; egli morì così povero, che si dovette fargli la sepoltura a spese del pubblico. Tale deve essere il pensiero di chiunque amministra le cose pubbliche: pensare a dirigere tutto con rettitudine e con giustizia, e non solo ad accumularsi ricchezze.

 

 

XII. I dittatori e i tribuni del popolo.

 

            Dall'anno 493 al 488 avanti Cristo.

 

            Roma, divenuta repubblica, lungi dal provare le felicità di un buon governo, si accorse che in luogo di un padrone, doveva sopportarne molti, i quali la facevano da tiranni. Si professavano amici del popolo, ma giunti al potere non badavano che a farsi ricchi ed opprimere il povero popolo, che carico di debiti vedeva i suoi campi, le sue case e la propria vita posta in vendita. Spesso benemeriti cittadini erano maltrattati, {40 [40]} imprigionati e talvolta battuti fino a sangue. Le quali prepotenze, usate da chi vantavasi benefattore dell'umanità, cagionarono un malcontento generale, e tra breve si venne ad un'aperta ribellione.

            Il Senato, volendone prevenire le conseguenze, stabilì una nuova carica appellata dittatura, da una parola latina che significa dettare, perchè appunto il dittatore aveva diritto di dettar leggi. Esso era eletto dai due consoli, e la sua carica non poteva protrarsi oltre sei mesi.

            Primo dittatore fu un senatore di nome Larzio, il quale colla sua prudenza riuscì ad acquetare il popolo, ristabilire l'unione dei patrizi, che erano i più ricchi, coi plebei, ossia col basso popolo. Ma appena Larzio uscì di carica, le oppressioni ricominciarono così violente, che alzatosi un grido d'indignazione la maggior parte della plebe uscì di Roma e si ritirò sopra un vicino monte, donde fece sapere ai senatori che non voleva più star soggetta a padroni più spietati di Tarquinio medesimo.

            I patrizi, rimasti quasi soli in città, si trovarono in grave imbarazzo, perchè non avevano più chi li servisse e chi li difendesse. Anche la plebe si trovò pentita, perciocchè priva di danaro, fu ben presto ridotta a grave miseria. Intanto i nemici di Roma si apparecchiavano ad assalirla, profittando delle discordie dei cittadini. In questa circostanza un cittadino detto Menenio Agrippa, da tutti amato per le sue belle maniere di trattare, si avanzò in mezzo ai ribelli, ed osservando tutta quella moltitudine esacerbata, pensò di parlarle con un apologo, ovvero una bella similitutudine. «Un tempo, egli disse, le membra dell'uomo {41 [41]} si ribellarono al ventre e ricusarono di servirlo. I piedi non volevano più camminare; le mani, non più operare; la bocca rifiutava ogni sorta di cibo; nè i denti volevano masticare. Che avvenne? non ricevendo più un membro conforto dall'altro, il ventre giunse presto ad un'estrema debolezza, e gli altri membri egualmente.

            «Allora questi conobbero che, mentre essi servivano al ventre, esso dava loro la vita, perciò si riconciliarono.

            «Simile relazione è tra voi ed il Senato, disse alla plebe; voi siete le membra, egli è il ventre; voi gli dovete somministrare l'alimento, ma questo alimento è quello stesso che dà pure a voi la vita. Niuno dei due può sussistere senza l'altro.»

            A queste parole il popolo fece vivi applausi ad Agrippa, e risolse di rientrare in città, a patto che fossero aboliti i debiti, e messi fuor di carcere i debitori. Inoltre per avere un appoggio contro la tirannia dei grandi, volle che si stabilissero fra plebei ogni anno due magistrati i quali dovessero sostenere gl'interessi del popolo, e furono detti tribuni. Essi duravano un anno nella loro carica; la loro persona era inviolabile, ed avevano il potere di modificare le deliberazioni dei consoli e del Senato, di approvare o rigettare qualunque legge.

            In quel tempo medesimo furono instituiti gli edili, i quali, siccome a' nostri dì, erano incaricati della sicurezza delle case pubbliche e private, dovevano altresì presiedere alla fabbricazione degli edifizi pubblici, e invigilare alla pulizia della città.

            In questa maniera Roma mitigando la sua ferocia raccoglieva dagli Etruschi e da altre nazioni vicine il mezzo di promuovere le scienze e le arti, in modo che {42 [42]} gli uni potessero attendere al commercio ed alla coltura dei campi, gli altri pensare all'amministrazione dello Stato e alla difesa della patria.

 

 

XIII. Coriolano e Tullo Azio.

 

            Dall'anno 488 al 485 avanti Cristo.

 

            Dove noi vediamo ora la Campagna di Roma, era anticamente paese dei Volsci, popoli che furono lungo tempo formidabili ai Romani, e fecero loro toccare molte sconfìtte. In una di quelle battaglie si segnalò un cittadino di nome Marzio. Vedendo questi che il romano esercito era quasi interamente disfatto, con ammirabile prodezza si oppose al nerbo dell'esercito dei Volsci, li sconfìsse e s'impadronì di Coriolo loro capitale, onde gli venne dato il glorioso nome di Coriolano.

            Era questi un giovane amante della patria, e segnatamente conosciuto pel grande rispetto che egli aveva per sua madre. Tuttavia dopo molti servigi resi alla patria, cadde in sospetto ai Romani, quasi che egli ambisse diventare re, e fu costretto ad uscire di Roma e andarsene in esilio. Il dolore che provava per l'ingratitudine de' suoi cittadini, il rincrescimento per dover vivere lontano dalla madre, dalla moglie e da' suoi figliuoli, lo posero talmente fuori di sè, che andò ad unirsi ai Volsci, a danno di Roma. Giunto ad Anzio, città principale dei Volsci, andò direttamente alla casa di Azio Tullo loro re, e col capo coperto, senza parlare si pose a sedere nel luogo più distinto della casa. I domestici corsero ad informare il loro padrone, il quale da alto stupore compreso, si avanzò chiedendo {43 [43]} allo straniero: Chi sei? In quel momento Coriolano si scopre. Io son Coriolano, disse, oggetto del tuo odio e della tua stima. Bandito da Roma mi offro a te: e se la tua repubblica non vuole servirsi di me, io ti abbandono la mia vita. Non temere, rispose Tullo, stringendogli la mano, la tua confidenza è pegno di sicurezza; nel darti a noi ci hai dato più di quello che ci togliesti. Condottolo poscia nel palazzo, concertarono, insieme è allestito un esercito, marciarono tosto contra Roma.

            Alla nuova che Coriolano veniva alla volta di Roma alla testa di un forte esercito di Volsci, il terrore invase l'animo di tutti i cittadini; nè eravi generale tanto abile che potesse stare a petto di Coriolano. Per la qual cosa senza neppur pensare a difendersi, gli mandarono l'una dopo l'altra varie ambasciate, le quali non ebbero che una fiera e minacciosa ripulsa. Allora pensarono ad uno spediente che riuscì bene ai Romani e funesto a Coriolano. Gli inviarono sua madre Veturia, sua moglie co' suoi due figliuoletti, persuasi che l'amor materno e l'affetto di marito e di padre ne avrebbero placato lo sdegno. Coriolano al vedere la madre accompagnata da sua moglie e da' suoi due figliuoletti, non potè più contenere le interne commozioni. Corse loro incontro per abbracciarle, quando Veturia fermatasi gli disse: prima di abbracciarti dimmi, se io son venuta a stringere al seno un figlio, oppure un nemico. Sono io schiava o libera in questi tuoi alloggiamenti? Forse il destino mi riserbò ad una sì lunga vecchiaia per vedermi un figlio prima esiliato, poi nemico? Come mai ti resse l'animo di mettere a sangue e fuoco quel terreno stesso in cui fosti allevato e nutrito? Me infelice! {44 [44]} Se io non ti avessi generato; Roma non sarebbe saccheggiata. Se io non fossi madre, tua moglie e i tuoi figliuoli non sarebbero schiavi. A tali parole Coriolano profondamente commosso, colle lagrime agli occhi corre, abbraccia sua madre, sua moglie, suoi figli, dicendo: Andate, voi salvate Roma ma perdete il figlio. Prevedo la mia sorte, ciò non ostante appago i vostri desiderii, e non sia mai che una madre abbia pianto invano ai piedi d'un suo figlio.»

            Al ritorno di Veturia Roma si colmò di gioia e fu fatta una gran festa.

            Coriolano dovette pagare cara la condiscendenza usata verso la patria. Imperciocchè i Volsci indispettiti, perchè costretti ad abbandonare una vittoria che riputavasi certa, si volsero contro di lui e l'uccisero.

            Questa storia c'insegna che dobbiamo guardarci dalla collera e dallo spirito di vendetta, perchè queste due passioni spesso ci conducono in tali cimenti, che più non è possibile ritrarre il piede, se non con gravissimo danno.

 

 

XIV. Cincinnato l'agricoltore.

 

            Dal 485 al 449.

 

            Nel raccontare le segnalate vittorie dei Romani non debbo tacervi le sconfitte che talvolta loro toccavano, giacchè avevano a combattere contro a repubbliche italiane governate da uomini peritissimi nell'arte militare. In una occasione che i Veienti marciavano minacciosi sopra Roma, una famiglia detta Fabia, composta di trecento uomini, pensò di affrontare quegli assalitori. Ma dovettero soccombere allo smoderato {45 [45]} loro coraggio, perciocchè colti dai nemici in un'imboscata, que' trecento prodi perirono fino ad uno.

            Gli Equi ed i Volsci, popoli essi pure non molto distanti da Roma, vennero a dichiarare la guerra ai Romani. Un console di nome Minuzio, andò loro incontro, con poderoso esercito, combattè con valore, ma si lasciò rinchiudere co' suoi fra due colli, donde non si poteva più uscire che dalla parte occupata dal nemico, nè altro scampo avevano che morir di fame o rimaner trucidati. Tale trista novella pose tutta Roma nella più grave costernazione, nè eravi chi ardisse portar soccorso al pericolante esercito.

            Fu allora che si sovvennero di un povero ma valoroso contadino, di nome Cincinnato, il quale per lo addietro aveva già prestati grandi servigi alla patria. Tosto il Senato gli mandò ambasciatori a pregarlo di accettare la carica di dittatore, e venire a salvare la patria. Fu trovato nel campo che arava, e lasciati a malincuore i lavori della campagna, prese le insegne della dignità offertagli. «Io temo, cara Attilia, disse a sua moglie partendo, io temo che i nostri campi siano in quest'anno mal coltivati per la mia assenza.»

            Giunto a Roma allestì colla massima prestezza un esercito, e quasi prima che i nemici potessero avvedersene, piombò loro addosso. Assalirli, sbaragliarli, vincerli e farli passare sotto al giogo, fu una cosa sola. Voi mi domanderete che cosa vuol dire passare sotto al giogo? Passare sotto al giogo era una pena umiliantissima che si dava a quei prigionieri di guerra che avessero vilmente cedute le armi. Si obbligavano a passare a testa nuda sotto un'asta sostenuta alle estremità da due altre elevate in forma di porta. {46 [46]}

            I Romani, riconoscenti a Cincinnato, che aveva salvato la patria e l'esercito, gli concedettero l'onore del trionfo, la qual cerimonia compievasi con una solennità straordinaria, che voglio ingegnarmi di descrivervi.

            Era il trionfo l'onore più grande che si potesse dare ad un generale. Montava egli sopra un carro magnifico tirato da quattro cavalli, vestito di porpora ricamata d'oro, tenendo in mano uno scettro d'avorio, cinto il capo d'una corona d'alloro. Dinanzi al carro camminavano i prigionieri vinti in guerra, ed alcuni soldati portavano le spoglie dei vinti con grandi cartelli su cui erano scritti i nomi delle città e dei popoli conquistati. Da ogni parte i fanciulli bruciavano preziosi profumi. Tutto il popolo, i senatori, i sacerdoti, tutti gli altri magistrati vestiti delle insegne della loro dignità, fra i più clamorosi applausi accompagnavano il trionfatore.

            Pure in mezzo a tanta gloria, sul carro dello stesso trionfatore, stava assiso un povero schiavo, il quale a bassa e cupa voce andava ripetendo: ricordati che sei uomo, per avvisarlo che nulla sono le grandezze del mondo senza la virtù, perciò si guardasse bene dal lasciarsi entrare in animo punto d'orgoglio nell'ebbrezza dell'onore.

            Cincinnato riportò due volte l'onore del trionfo, perchè due volte liberò la patria. Però terminala la guerra fuggiva i pubblici applausi e ritornava immediatamente a condur vita privata in seno alla propria famiglia. Condusse onoratamente il resto de' suoi giorni, ascrivendosi a vera gloria l'attendere a coltivare i suoi terreni e guadagnarsi il pane col sudore della fronte.

            Sedate le guerre esterne, per alcuni disordini che {47 [47]} spesso avvenivano nell'amministrare la giustizia, nacquero dissensioni interne. I Romani di quei tempi avevano bensì alcuni decreti, alcune costituzioni, ma non avendo alcuna legge, spesso avveniva che la giustizia dipendeva dal capriccio di chi giudicava. Furono pertanto scelti tre nobili personaggi, i quali viaggiarono nelle principali città dell'Italia e della Grecia per raccogliere quanto di meglio fossesi potuto trovare negli usi e nelle leggi de' varii paesi.

            Ritornati que' tre personaggi a Roma, fu affidato a dieci magistrati l'incarico di esaminare quelle leggi e ridurle a forma di codice civile, che fecero scolpire sopra dodici tavole di bronzo. Que' magistrati duravano un anno nella loro carica, e si dissero decemviri dal loro numero. Ma questo magistrato avendo abusato del suo potere, ed essendo degenerato in tirannide, dopo due anni fu abolito dal popolo.

 

 

XV. I tiranni di Siracusa.

 

            Dal 425 al 396.

 

            L'isola più grande e considerevole d'Italia è senza dubbio la Sicilia, posta nella parte più meridionale della penisola, separata dal resto dell'Italia da uno stretto oggidì appellato il Faro. Dicono che anticamente la Sicilia fosse unita all'Italia, e che tale stretto sia stato cagionato da un gran terremuoto, a cui diffatti va molto soggetta quell'isola.

            Anticamente appellavasi Trinacria perchè ha figura di un triangolo; e fu poi detta Sicilia dai Siculi, i quali ne furono antichissimi abitatori. Le sue campagne sono {48 [48]} fertilissime, ed i Romani ne traevano tanti prodotti, che fu molto tempo appellata il granaio di Roma.

            Gli antichi Re di quest'isola solevano appellarsi tiranni, nome che in quel tempo non significava crudele come suona oggidì, ma semplicemente un uomo valoroso che coll'armi o coll'industria fosse venuto al sovrano potere in una città prima libera. Debbo però confessarvi che la più parte di quegli antichi sovrani erano veri tiranni; ingiusti, vendicativi, crudeli e stravaganti. La qual cosa ben comprenderete dalle stravaganze che io voglio raccontarvi di un certo Dionigi tiranno di Siracusa, città principale della Sicilia.

            Dionigi non era nato per essere Re, ma a forza di astuzie e di frodi riuscì a farsi obbedire da tutti, or facendo morire segretamente coloro che gli resistevano, or accarezzando quelli che potevano favorirlo.

            Poco geloso di farsi amare, purchè fosse temuto, quando compariva in pubblico era sempre accompagnato dalle feroci sue guardie, le quali, attente ad ogni suo cenno, trucidavano senza pietà gl'infelici che avevano la mala sorte di cadere in disgrazia di lui. Guai a chi non l'avesse lodato o meglio adulato in tutte le sue capricciose azioni. Perciò avvenne che in breve egli si trovò circondato da un numero grande di vili adulatori, i quali applaudivano ad ogni suo detto, e lodavano quanto gli fosse tornato a capriccio di fare.

            Dionigi aveva altresì la mania di voler comparir dotto letterato; a tal fine soleva preparare alcune composizioni che leggeva in pubblico onde riscuotere applausi. Un giorno chiamò a sè uno che non era adulatore, di nome Filossene, e lo richiese del suo parere intorno ad alcuni versi che egli pretendeva esser bellissimi. {49 [49]} Filossene colla solita sua schiettezza non gli potè nascondere che essi a lui parevano pessimi. Allora il tiranno montato in collera ordinò alle guardie di afferrare l'audace Filossene e cacciarlo in oscura prigione.

            Gli amici di Filossene spaventati dalla sorte che gli sovrastava, si recarono dal tiranno e tanto lo supplicarono, che gli volle perdonare con patto che il prigioniero acconsentisse di andare la sera medesima a cenare alla sua tavola.

            Durante la cena, Dionigi, il quale non poteva ancora darsi pace della franchezza di Filossene, lesse di nuovo alcuni versi, cattivi come i primi, colla speranza che quegli non osasse questa volta negargli le sue lodi. Ma quanto rimase confuso allorchè Filossene invece di applaudire come gli altri cortigiani, si volse alle guardie e loro disse ad alta voce: riconducetemi in prigione; con che dimostrava quell'uomo dabbene ch'ei preferiva la prigione piuttosto che parlare contro coscienza. Dionigi il comprese benissimo, ed in luogo di adirarsi ammirò la nobile indole di lui e gli permise di dire qualche volta la verità in sua presenza. Mentre regnava Dionigi vissero Damone e Pizia tanto celebrati per la loro amicizia.

            Per una certa sua imprudenza Damone fu dal crudele Dionigi condannato a morte, e soltanto per somma grazia ottenne di potersi recare in patria per assestare alcuni affari domestici, ed abbracciare per l'ultima volta la vecchia sua madre, a condizione però che il suo amico si desse in sicurtà e fosse disposto a subire la morte se Damone non fosse ritornato. Era giunto il giorno fissato pel ritorno di Damone, e niuno il vedeva comparire. Alcuni biasimavano l'imprudente confidenza {50 [50]} di Pizia, ma esso rispondeva: Io sono sicuro, che Damone verrà e mi toglierà la gloria di poter morire per lui. Infatti Damone mantenne la parola, e pel tempo fissato ritornò. Qui sorse una gara per cui uno voleva andare alla morte per l'altro. Dionigi, sebbene di cuore malvagio, rimase commosso all'azione magnanima di Pizia, li graziò ambidue, e li colmò di elogi e di doni, e li scongiurò di voler pure associare lui stesso alla loro amicizia. Tanto è vero che gli stessi malvagi sono costretti ad ammirare la virtù de' buoni.

            Fra i cortigiani del Re uno distinguevasi di nome Damocle, il quale magnificava del continuo le ricchezze, la sapienza e la felicità del tiranno. Dionigi sebbene si compiacesse di queste adulazioni, tuttavia volle con fatti dimostrare che le grandezze mondane non rendono gli uomini felici. Disse pertanto a Damocle: «io ti cedo il mio posto per tutto quel tempo che vorrai, nè alcuna cosa voglio che ti manchi per farti godere della mia felicità.»

            Damocle fu da prima collocato sopra un letto d'oro coperto di panni doviziosamente ricamati; intorno a lui sorgevano credenze cariche di vasi d'oro e d'argento; molti domestici magnificamente vestiti lo circondavano, attenti a servirlo ad ogni suo cenno; da ogni parte gli aromi spandevano i loro odori, ardevano squisiti profumi. Infine fu servito di un superbo pranzo, in cui si trovava raccolto tutto ciò che un gran ghiottone avrebbe potuto bramare.

            Damocle era fuor di sè per la gioia, e sembravagli trovarsi in un vero paradiso, quando alzando gli occhi vide sopra il suo capo la punta di una spada, la quale, attaccata al soffitto da un tenue crine di cavallo, al più leggiero urto sarebbe caduta sul suo capo. A tal vista, {51 [51]} compreso da terrore, dimenticò tutta quell'apparente felicità, si alzò da tavola a precipizio, nè volle più fermarsi un istante in quel posto che tanto aveva invidiato. In questa maniera conobbe che molte persone sembrano felici e intanto hanno segrete pene che a guisa di pungenti spade trafìggono quelli che paiono i più fortunati.

            Intanto Dionigi agitato da continui rimorsi cagionati dalle persecuzioni esercitate contro a' suoi sudditi, di cui molti erano stati uccisi o spogliati a profitto del Re, conduceva giorni i più infelici. Diffidente e sospettoso portava sempre sotto l'abito una corazza di ferro per timore di essere ferito, e faceva visitare dalle guardie tutti quelli che entravano nel suo palazzo per assicurarsi che non avessero armi nascoste. Il barbiere un giorno disse essere la vita del Re fra le sue mani, e Dionigi lo fece tosto morire per timore che un giorno o l'altro volesse tagliargli la gola radendogli la barba.

            Allora egli volle che la Regina sua moglie e le principesse sue figlie gli rendessero quel servigio; ma in breve diffidò anche della sua propria famiglia, e fu ridotto a radersi la barba egli stesso affinchè nissuno gli prestasse sì pericoloso servigio. Le crudeltà che aveva esercitate facevangli vedere da per tutto nemici pronti a trucidarlo; nè avrebbe potuto prender riposo se non avesse dormito in un letto circondato da una fossa larga e profonda, la quale non si poteva traversare se non per un ponticello, che egli aveva gran cura di alzare prima di addormentarsi.

            Tuttavia non potendo calmare le sue noie ed i suoi terrori provò di abbandonarsi agli eccessi del mangiare e del bere, sicchè fatta una grave indigestione morì in età di 63 anni nell'anno 360 prima dell'era volgare. {52 [52]}

            Allo, sciagurato Dionigi succedette suo figlio detto Dionigi il giovane per distinguerlo dal padre. Egli non era tanto malvagio come suo padre; ma era tanto indolente ed incostante che ogni giorno cangiava i suoi progetti. Un suo cognato di nome Dione, persuaso del gran vantaggio che avrebbe procurato un maestro savio a quel sovrano, indusse Dionigi a far venire da Atene un uomo dottissimo chiamato Platone.

            Dionigi era impaziente dell'arrivo di quel filosofo, e per alcuni mesi provò sommo diletto nell'udirne le lezioni, e parve che volesse adottare le massime di saviezza di quell'illustre maestro. Se non che i suoi cortigiani, cioè i suoi adulatori, più amanti della crapula che della scienza fecero cangiar proposito al Re e lo consigliarono di allontanar dalla corte Platone, ed esiliare Dione che ve lo aveva chiamato.

            Ma guai a chi disprezza gli avvisi degli uomini savi! Alle scienze sottentrarono nuovamente lo stravizzo e la licenza nel palazzo del tiranno, ed ecco di nuovo la crudeltà e l'oppressione verso i suoi sudditi. Tante barbarie decisero Dione a prendere le armi per liberare la patria dall'oppressore. Allestì un esercito di prodi amici, di Grecia venne in Siracusa, e costrinse Dionigi a fuggire in altri paesi. Dieci anni dopo tentò nuovamente d'impadronirsi di Siracusa, e cacciatone per la seconda volta si riparò a Corinto dove per più anni menò una vita abbietta, abbandonandosi a tutti quei vizi che lo avevano disonorato sul trono. Ma ridotto a terribile miseria, fu costretto di aprire una scuola ed insegnar grammatica ai fanciulletti per campare la vita. Si dice che quando passava per le vie di Corinto, coperto di un mantello di grosso panno, egli {53 [53]} che prima aveva portato abiti splendenti d'oro e di gemme, il popolo il beffeggiava ed ingiuriavalo, non già perchè era povero, il che sarebbe stato biasimevolissimo, ma perchè è degno di disprezzo chi pe' suoi vizi è cagione della sua miseria.

 

 

XVI. Veio presa dai romani, Roma presa dai galli.

 

            Dall'anno 396 al 321 avanti Cristo.

 

            In quei tempi i Veienti erano i nemici di Roma meglio esercitati alle armi che tutti gli altri popoli d'Italia. Essi avevano sempre dato che fare ai Romani, e Veio loro capitale primeggiava sopra la stessa Roma per grandezza, ricchezza e potenza.

            I Romani perciò gelosi risolsero d'assalirli e andarono a cingere d'assedio la stessa città di Veio. Accanite e feroci erano ambe le parti: gli uni per assalire, gli altri per difendersi. L'assedio durò dieci anni con esito incerto. Le sortite degli assediati, i frequenti attacchi dei contadini diradarono a segno le file degli assediami, che già erano in procinto di ritirarsi.

            In questo estremo fu nominato Dittatore Camillo, e a lui fu affidata la difficile impresa dell'assedio di Veio. Questo coraggioso generale, dopo aver più volte tentato invano l'assalto della città, fece scavare una via sotterranea la quale conduceva nella fortezza. In simile guisa, primachè i Veienti se ne avvedessero, i Romani riuscirono a penetrare nella città. Dato un generale assalto, Veio cadde in potere dei Romani, i quali ne riportarono ricco bottino. Per questa gloriosa conquista Camillo fu condotto in trionfo per la città di Roma. {54 [54]}

            Ma quanto mai è fugace la gloria del mondo! sovente accade che quelli i quali oggi gridano evviva, domani gridano morte. Ciò avvenne a Camillo: alcuni malevoli mossi da invidia per gli onori da quel prode conseguiti, lo accusarono quasi che ambisse di farsi Re; e fu costretto ad andarsene in esilio. Ma i Romani non tardarono a pentirsi della loro ingiustizia verso Camillo, quando si videro i Galli alle porte di Roma.

            Vi ho già parlato di un'invasione di Galli, i quali ai tempi di Tarquinio il Vecchio vennero a stabilirsi in varie parti d'Italia. Un gran numero di quelli detti Seno-Galli si stabilirono vicino agli Umbri, dove costrussero una città che da loro fu appellata Sinigallia. Costoro, guidati da Brenno loro re, invasero varie parti d'Italia, e penetrati nella Toscana andarono ad assediare la città di Chiusi alleata dei Romani.

            Erano i Galli uomini di alta statura, coraggiosi oltre ogni credere, d'indole brutale e feroce. I cittadini di Chiusi spaventati da que' formidabili conquistatori mandarono a Roma perchè fosse loro recato soccorso. Il Senato mandò tre ambasciatori per invitare i Galli a rispettare gli amici di Roma. Le accoglienze di Brenno furono piene di cortesia, e domandò per qual cagione si fossero condotti a lui. «Noi, gli risposero, siamo venuti per sapere in che cosa i Chiusini hanno offeso il re dei Galli; poichè in Italia non si muove guerra senza giusto motivo.» Brenno ripigliò: «non sapete che il diritto dei valorosi sta nella spada? i Romani medesimi con quale diritto si sono eglino usurpate molte città? altronde il re di Chiusi ha negato di far parte ai Galli delle terre deserte, le quali i suoi sudditi non possono coltivare.» {55 [55]}

            I legati Romani accolsero freddamente le ardite parole del conquistatore, ed essendo seguita una battaglia tra i Galli e quelli di Chiusi, i legati non dubitarono di prendervi parte, ed uno di loro uccise un Gallo e lo spogliò delle sue armi. Questi indegni modi di operare accesero Brenno di sdegno, e mandò a farne lagnanze a Roma. I Romani giudicando aver nulla a temere da quei barbari, si degnarono nemmeno di rispondergli. Per la qual cosa montato in gran furore Brenno risolse di marciare coll'esercito contro a Roma per farne vendetta. I paesi pei quali passava tremavano di terrore. Giunto alle sponde del fiume Allia incontrò l'esercito Romano spedito contro di lui. La battaglia fu accanitissima, ma funesta ai Romani; quarantamila di questi restarono sul campo, il resto fu messo in fuga. Allora Brenno senza alcuna resistenza con incredibile prestezza pervenne alle porte di Roma, la quale trovò vuota di abitanti: perciocchè all'avvicinarsi di quei formidabili nemici erano per la maggior parte fuggiti, ad eccezione di quelli i quali dalla vecchiezza o dalle infermità erano stati impediti.

            I Galli entrando trionfanti in Roma, trovarono i vecchi senatori, che imperturbabili sedevano sulle loro sedie di avorio. Uno de' Galli stese la mano e tirò la barba di uno di questi senatori per nome Papirio, il quale giudicando essere quello un affronto da non tollerarsi gli diede un tal colpo col suo scettro d'avorio sul capo che l'uccise sull'istante. Questo fu causa di una grande strage; Papirio fu ucciso il primo; non si risparmiarono nè donne, nè vecchi, nè fanciulli. Fu appiccato il fuoco alle case, le quali tutte furono incenerite, sicchè Roma divenne un mucchio di rovine.

            I più prodi Romani eransi ritirati nella fortezza del {56 [56]} Campidoglio, che fu tosto assediata dai Galli. Mentre Brenno incalzava l'assedio, intese che il valoroso Camillo invitato da' suoi veniva per salvare la patria e che con forte esercito era giunto alle porte di Roma. Allora i Galli stimarono bene far la pace coi Romani, e costrettili a pagar loro una grossa somma di danaro, carichi di spoglie abbandonarono la rovinata città e corsero a difendere le terre loro assalite dai Veneti, altri antichi popoli che abitavano le rive dell'Adriatico, in vicinanza del sito ove più tardi fu edificata Venezia. Si racconta da altri che i Romani assediati nel Campidoglio avevano pattuito di dare mille libbre d'oro ai Galli, perchè questi si ritirassero. Mentre si pesava l'oro, i Galli non solo usarono pesi falsificati, ma alle lagnanze dei Romani aggiunsero l'insulto. Brenno pose sulla bilancia ancora la sua spada gridando: Guai ai vinti. Intanto sopraggiunto Camillo co' suoi, interruppe tale alterco, dicendo: col ferro e non coll'oro debbono i Romani redimere la loro patria. E venuto quindi alle mani costrinse l'esercito nemico ad allontanarsi da Roma[2].

            Partiti i Galli, Camillo dimenticando l'ingiuria fattagli da' suoi concittadini nel mandarlo in esilio, divenne padre del popolo, soccorrendo gli uni, incoraggiando gli altri a risarcire i danni cagionati dai nemici. Già Roma risorgeva dalle site rovine, allorchè un'orribile pestilenza dopo aver desolato molti paesi dell'Italia si dilatò fino a Roma. Gran numero di cittadini perirono di quella malattia, e lo stesso Camillo, colto da quel morbo, morì. {57 [57]}

 

 

XVII. I romani alle Forche Caudine.

 

            Dal 321 al 280 avanti Cristo.

 

            Avevano i Romani appena ristorata la città e riparati i mali che i nemici avevano cagionati quando, insorsero nuove guerre, e non meno delle antecedenti, accanite.

            Lunga e funesta fu quella che i Romani dovettero sostenere contro ai Sanniti. Ecco quale ne fu la cagione. I popoli della Campania mandarono ad implorare la protezione dei Romani contro alle infestazioni dei Sanniti; ed il senato di Roma ordinò a questi che cessassero dalle ostilità. Costoro rifiutarono superbamente di accondiscendere, e la guerra fu dichiarata.

            Guidava l'esercito romano il console Postumio, uomo di gran valore. Egli teneva per certa la vittoria, ma questa volta avvenne il contrario; imperciocchè colto da uno stratagemma si lasciò condurre tra due montagne in un passo sì angusto che era impossibile ad un esercito muoversi e combattere. Postumio avviluppato in quella gola fatale, si vide assalito da una gran quantità di nemici che gli attraversavano la strada, mentre dall'alto delle rupi i Sanniti scagliavano freccie addosso ai Romani e facevano rotolare sopra di essi enormi sassi.

            Quei miseri non potendo più opporre ai nemici alcuna resistenza, sfiniti dalla fatica, e dalla fame si videro costretti a chiedere per grazia la vita. Ponzio capitano dei Sanniti fu loro generoso di concederla a condizione che i Romani consegnassero le armi e passassero sotto al giogo, e giurassero di non più combattere contro ai Sanniti ed ai loro alleati; condizioni {58 [58]} umiliantissime, cui tuttavia Postumio stimò bene di sottoporsi per conservare quell'esercito alla repubblica. Egli primo di tutti spogliato del suo manto consolare e delle sue armi, passò sotto il giogo alla presenza dei Sanniti.

            Questo avvenimento è famoso sotto il nome di forche caudine da Gaudio (ora Ariola), città situata tra Capua e Benevento nel regno di Napoli, vicino al qual luogo i Romani furono sottoposti a tale ignominia. È questa l'unica volta che i soldati Romani siano stati costretti a passare sotto il giogo, e ne furono sì pieni di vergogna, che camminarono in silenzio verso Roma, nè vollero entrarvi se non di notte, e ciascuno andò a nascondersi nella propria casa.

            Mentre i Sanniti stavano tranquilli sulla parola data dai Romani, costoro violando la promessa, mettono in piedi un numeroso esercito, e li assalgono all'impensata. Si opposero essi arditamente agli iniqui assalitori, ma questa volta toccò loro la peggio; in due battaglie campali perdettero 60,000 soldati, e Ponzio loro capitano con sette mila de' suoi fu pure condannato a passare sotto al giogo.

            Stanchi i Sanniti per tante sanguinose battaglie, si sottomisero finalmente ai Romani, ed i Toscani ed i Galli detti circumpadani, perchè abitavano le sponde del Po, si piegarono essi pure alla potenza romana.

            Da questi fatti, teneri amici, non vorrei che imparaste ad esempio dei Romani a non mantenere la fede data quando vi torni a conto di fare il contrario; anzi abbonite la mala fede, perciocchè l'uomo onesto, quando in cose giuste impegna la parola, deve a qualunque costo mantenerla. {59 [59]}.

 

 

XVIII. Pirro e Fabrizio.

 

            Dal 280 al 263 avanti Cristo.

 

            Un fatto in apparenza di poco rilievo produsse funestissime conseguenze ai Tarantini, popoli che abitavano la parte più meridionale d'Italia, che fino allora non avevano avuto che fare coi Romani. Ciò avvenne per un insulto fatto dai cittadini di Taranto ad alcune navi romane venute a rifuggiarsi nel loro porto. Furono mandati da Roma ambasciadori a chiedere soddisfazione, ed eglino stessi vennero gravemente oltraggiati. Per la qual cosa i Romani risolsero di far valere le loro ragioni colle armi. I Tarantini conoscendosi incapaci di combattere con un popolo, il cui nome faceva ormai tremare tutta Italia, ricorsero ad un principe straniero di nome Pirro, re di Epiro, paese della Grecia. Giovane intrepido, ma vago di gloria, Pirro erasi già segnalato con molte vittorie; ed era sommamente ansioso di misurare le sue forze con quelle dei Romani. Postosi alla testa di un formidabile esercito venne in Italia, ed unitosi ai Tarantini, andò a scontrare l'esercito romano sulle sponde del Liri, oggidì Garigliano.

            Guidava l'esercito romano un console chiamato Levino, capitano valoroso, il quale assalì con tale impeto i nemici che ben sette volte ruppe le loro file, ma sette volte ne fu dagli Epiroti respinto, sicchè dubbiosa rimaneva la vittoria; quando Pirro fece avanzare un gran numero di elefanti che seco aveva condotti. Questi animali sostenevano sopra la loro schiena certe piccole torri di legno, dall'alto delle quali alcuni soldati scagliavano {60 [60]} frecce sui nemici. Quelli poi che restavano feriti mandavano urli spaventevoli, correvano furiosi atterrando e calpestando gli uomini « i cavalli che loro si facevano incontro.

            I Romani che non avevano mai veduto elefanti ne furono così spaventati, che si diedero a precipitosa fuga, e lo stesso Levino dovette la propria salvezza alla celerità del suo cavallo. Quindici mila romani caddero morti, ottomila furono fatti prigionieri. Anche Pirro ebbe a deplorare grave perdita. Egli stesso fu ferito, tredici mila de' suoi mietuti dalle spade nemiche.

            Alla vista di tanti morti e feriti, dicesi che Pirro esclamasse: Se ottengo un'altra vittoria simile a questa, io sono perduto. Egli si mostrò valoroso in battaglia, e seppe usare nobilmente della sua vittoria. Fece curare i feriti, seppellire i morti, lodò il coraggio dei Romani, e mirando que' prodi estinti, ma tutti colpiti davanti, indizio che non avevano mai voltato le spalle al nemico, andava esclamando: Mi sarebbe facile conquistare tutto il mondo, se io fossi re dei Romani.

            Questo principe si affezionò tanto ai Romani, che, sebbene vincitore, mandò Cinea suo ministro con doni magnifici per offerir loro una pace onorevole. I Romani non potevano darsi pace della battaglia perduta, e incoraggiti dal senatore Fabrizio rifiutarono i regali e le proposte di Pirro dicendo, che avrebbero trattato di pace quando egli avesse sgombrato l'Italia.

            Gaio Fabrizio era povero, ma commendevolissimo per probità, frugalità e valore. I Romani specchiavansi in lui come in un modello di virtù. Si cibava di soli legumi e di frutti di un orticello che egli coltivava colle proprie mani. Per la grande sua prudenza fu mandato {61 [61]} a Pirro per riscattare gli ottomila Romani rimastigli prigionieri.

            Pirro, che aveva più volte udito a parlare, di lui, provò gran piacere in vederlo, e si studiò di farselo amico con doni e con promesse. Ma egli da magnanimo francamente rispose: «Se mi reputate uomo onesto, perchè tentate di corrompermi? Se mi credete capace di tradire i miei doveri, che volete far di me?» Il Re pieno di stupore, volendo mettere ad esperimento il coraggio di Fabrizio, gli fece venire vicino un elefante che minacciava di percuoterlo; pose in opera altri artifizi per atterrirlo. Ed egli senza muoversi nè punto sbigottirsi, sorridendo disse al re: «Questi terrori possono sopra di me nè più nè meno dei regali che ieri mi offriste.» Attonito Pirro a tanta nobiltà e fermezza d'animo, appagò i desiderii di lui, e gli diede i prigionieri da condursi a Roma sopra la sola sua parola, che li dovesse nuovamente a lui condurre a semplice richiamo.

            Intanto i Romani ristorate le loro perdite, crearono console il valoroso Fabrizio, il quale di buon grado si pose alla testa di un nuovo esercito per tentare un'ultima volta di respingere Pirro. I due eserciti stavano a fronte presso Benevento, gli apparati erano formidabili da ambe le parti, quando il medico di Pirro scostatosi dal campo, si recò celatamente dal console, e gli offerse di avvelenare il suo padrone, se gli dava una generosa ricompensa.

            La proposizione di quel traditore mosse a sdegno lo intemerato Fabrizio, che scrisse immediatamente una lettera a Pirro per avvisarlo di non fidarsi di quell'uomo malvagio, e conchiudeva: «punisci questo traditore, {62 [62]} e da questo fatto impara quali siano i tuoi amici, e quali i nemici.» Il re si accertò del fatto, e scoperta la verità, nell'eccesso dello stupore «ammirabile Fabrizio, esclamò: è più facile far cangiare direzione al sole, che deviar te dalla via dell'onore.» Volendo poi in qualche maniera compensare la generosità di Fabrizio, gli mandò tutti i soldati che poc'anzi aveva fatti prigionieri.

            Finalmente si venne a battaglia campale, e questa volta la vittoria fu dei Romani. Essi a poco a poco assuefatti alla vista degli elefanti, anzi trovato il modo di ferirli e rivolgerli contro agli stessi Greci ed Epiroti, piombarono con tale impeto sui nemici, che ventitrè mila ne uccisero sul campo, e gli stessi alloggiamenti caddero nelle loro mani.

            Pirro forzato dai Romani ad abbandonare l'Italia, passò prima in Sicilia, ma poco tempo dopo alcune turbolenze il richiamarono in Epiro, dove morì colpito da una pietra lasciatagli cadere sul capo da una vecchia, di cui aveva fatto morire il figliuolo. Nel che si vede che talvolta Iddio si serve dei più deboli istrumenti per punire eziandio i potenti. Dicesi che Pirro prima di lasciare la Sicilia abbia con dolore esclamato: «Che bel campo lasciamo ai Romani ed ai Cartaginesi.»

            Questa guerra fruttò ai Romani il dominio quasi sopra tutta l'Italia meridionale, e la fama del loro valore cominciò a dilatarsi presso alle nazioni straniere.

 

 

XIX. I romani a Cartagine o la prima guerra punica.

 

            Dal 263 al 218 avanti Cristo.

 

            Le conquiste fatte dai Romani nello spazio di cinque secoli erano limitate nei soli paesi d'Italia, e sebbene {63 [63]} fossero prodi nelle armi, incontravano gravissime difficoltà ad uscire d'Italia perchè affatto inesperti delle cose di mare.

            Credo che vi farà piacere di conoscere il modo con cui si fanno viaggi lunghissimi sopra il mare, ond'io voglio ingegnarmi di porgervene una idea. Per camminare sopra il mare si fa uso di vascelli, che rassomigliano a quelle barche le quali vediamo galleggiare sopra i nostri fiumi, ma grosse in modo che vi si possono formare parecchie camere per mangiare, dormire e collocare gran quantità di merci. I vascelli hanno lunghi travi detti alberi, elevati nella parte superiore di essi, a' quali si attaccano pezzi di tela grossa detti vele, che gonfiate dal vento fanno camminare le navi, o vascelli detti anche bastimenti, con gran velocità. Per dare movimento alle navi si fa anche uso di remi, che son fatti a guisa di lunghe stanghe, colle quali i marinai da ciascun lato del naviglio fendono l'acqua e lo spingono avanti. I bastimenti che andavano a vele ed a remi nominavansi galere; e prendevano il nome dal numero degli ordini dei rematori. Dicevansi pertanto triremi, quadriremi, e fino a settiremi, secondochè avevano tre, quattro o più ordini di rematori. Ciascuna nave era armata di uno sperone di ferro o di rame detto Rostro (parola latina che significa becco), il quale ne' combattimenti talvolta serviva a squarciare con un urto violento le galere nemiche.

            Abilissimi nella nautica, vale a dire nell'arte di navigare, erano i Cartaginesi, popoli che erano padroni di quasi tutta la parte dell'Africa bagnata dal Mediterraneo. La loro capitale era Cartagine, città fondata due secoli prima di Roma: ricca, potente, guerriera, {64 [64]} floridissima pel suo commercio, per le arti ed i mestieri, posta dirimpetto all'Italia e da essa divisa soltanto per un tratto del Mediterraneo, era considerata quasi come la padrona del mare. I Romani, come già vi dissi, divenuti padroni di quasi tutta l'Italia udivano con invidia a parlare della magnificenza di Cartagine e della prodezza dei Cartaginesi, e aspettavano soltanto un'occasione che servisse di pretesto per condurre le loro legioni contro a quella formidabile rivale. L'occasione non tardò molto a presentarsi.

            In Siracusa era salito sul trono un re chiamato Gerone, successore di Dionigi il tiranno, il cui nome credo che non avrete ancora dimenticato. Quel principe essendo stato assalito dai Mamertini, altro popolo della Sicilia, chiese soccorso ai Cartaginesi, già padroni della maggior parte di quell'isola. I Mamertini dal canto loro, certi di non poter far fronte a quei formidabili nemici ebbero ricorso ai Romani, i quali volevano bensì accondiscendere loro, ma non avendo navi non salvano come spedire soldati in Sicilia. Tuttavia presa una galera dei Cartaginesi, che la tempesta aveva gettato sulle spiaggie d'Italia, in poco tempo costrussero ad imitazione di quella cento venti navi, col mezzo delle quali parecchie legioni romane poterono passare lo stretto di Sicilia.

            I Romani fatti arditi per alcune vittorie riportate sopra i Cartaginesi allestirono altre galere e li assalirono anche per mare. Il combattimento fu lungo ed accanito, la strage grande da ambe le parti. Finalmente la vittoria fu pei Romani. Duilio console e generale dell'esercito Romano conseguì gli onori di un trionfo navale, in cui si portarono dinanzi a lui i rostri delle galere prese ai nemici; e in memoria di quel trionfo {65 [65]} s'innalzò una colonna, detta Rostrale perchè ornata di rostri di navi.

            Animati i Romani da questi prosperi successi deliberarono di portare le loro armi in Africa. Era questa la prima volta che le armi Romane uscivano dai confini d'Italia. Capo di quella spedizione era il console Regolo, uomo abile, coraggioso, e assai commendato per probità. Egli da prima riportò una strepitosa vittoria sopra i Cartaginesi, loro togliendo più di cento navi, e giunto in Africa riuscì ad impadronirsi di molte città.

            I Cartaginesi vedendosi vinti per mare e per terra chiesero pace; ma Regolo non volendola concedere, se non se a durissime condizioni, ebbe presto a pentirsene; perciocchè i Cartaginesi ridotti alla disperazione si accinsero a difendersi con indicibile ardore. Sotto agli ordini di Santippo, generale Spartano di somma capacità, raccolsero gran numero di soldati e sopra tutto molti elefanti (poichè l'Africa abbonda di questi animali), con innumerevole cavalleria fatta venire dalla Numidia e dalla Spagna.

            Regolo pieno di baldanza, in vece di protrarre l'attacco, volle accettare la battaglia in luogo a lui svantaggioso. Perciò l'esercito fu quasi interamente distrutto, egli stesso fatto prigioniero, e mandato a Cartagine carico di catene.

            Dopo questa sconfitta i Romani non mancarono di fare nuovi tentativi per rifarsi delle loro perdite; ma invano, poichè le cose loro andarono e per mare e per terra di male in peggio. Onde i Cartaginesi lieti di queste prospere imprese, entrarono in isperanza di ottenere la pace dai Romani a condizioni migliori. A {66 [66]} tale effetto mandarono a Roma ambasciatori, e con essi lo stesso Regolo già da quattro anni rinchiuso in una oscura prigione, persuasi che avrebbe sollecitato il Senato ad accondiscendere; con giuramento però che ove le cose non si fossero accomodate egli sarebbe ritornato a Cartagine.

            Giunti gli ambasciatori a Roma furono accolti in Senato, e ciascuno era disposto a dare il voto per la pace; soltanto Regolo rinunziando all'utile proprio, pieno di amor di patria, asserì che non dovevasi accettare alcuna condizione di pace se non quando Cartagine avesse ceduto a Roma. Il Senato aderì al consiglio di Regolo, ma lo consigliò a non più partire da Roma perchè i Cartaginesi l'avrebbero fatto morire. Sua moglie, i suoi figliuoli piangenti il supplicavano a non più partire da loro. Ma egli aveva giurato di ritornare a Cartagine, e preferì di tornare presso a' suoi nemici, sebbene fosse certo che gli avrebbero fatto soffrire crudelissimi tormenti e la morte, piuttosto che rendersi colpevole di uno spergiuro. E in fatti i Cartaginesi sdegnati per questo fatto, presero Regolo, gli tagliarono le palpebre, lo esposero alla sferza di ardente sole, e per saziare la loro barbarie, il misero in una cassa orrida di acute punte di ferro, le quali, ovunque il misero si volgessero trafiggevano; e quivi morì.

            Ripresero tosto le armi Cartaginesi e Romani, si combattè con accanimento e con perdite gravissime da ambe le parti, ma infine i Romani prevalsero, e i Cartaginesi chiesero nuovamente, la pace. Roma stanca anch'essa la concedette alle stesse condizioni già proposte da Regolo cioè:

            1° Che i Cartaginesi pagassero mille talenti d'argento spesi in guerra, e in dieci anni altri duemila e dugento. {67 [67]}

            2° Sgombrassero da tutta la Sicilia e da tutte le altre isole poste tra l'Italia e l'Africa.

            3° Non potessero mover guerra agli alleati di Roma, nè condurre alcun legno da guerra in paese romano.

            4° Fossero immediatamente spediti a Roma i prigionieri ed i disertori senza verun riscatto.

            Cartagine indebolita come era accettò queste dure condizioni, e così dopo 24 anni di combattimenti ebbe termine la prima delle tre grandi guerre de' Romani co' Cartaginesi, dette guerre puniche da una parola latina che vuol dire Cartaginesi.

 

 

XX. Annibale in Italia o la seconda guerra punica.

 

            Dal 218 al 211 avanti Cristo.

 

            Amilcare famoso generale Cartaginese, il quale aveva già combattuto da prode contro ai Romani, essendo stato sconfitto in una battaglia navale, fece giurare ad Annibale suo figlio ancor fanciullo di voler essere loro nemico per tutta la vita, promessa che egli non dimenticò mai finchè visse.

            Malgrado il trattato di pace conchiuso tra Roma e Cartagine, Annibale si risolse di attaccare i Romani, e con un esercito di cento cinquanta mila uomini traversò il Mediterraneo, penetrò nella Spagna, assalì e distrusse Sagunto, città alleata dei Romani, e ciò per farsi strada a venire in Italia. Quindi valicò i Pirenei, monti che dividono la Francia dalla Spagna, attraversò la Gallia Transalpina; ma giunto ai pie delle Alpi vide che esse innalzavansi ai suoi occhi a guisa di muro altissimo, ove niente altro scorgevasi che neve, {68 [68]} ghiaccio, sassi enormi, altezze inaccessibili, nessuna strada, anzi neppure traccia di sentiero. Però nulla potè rallentare il corso di quell'ardito conquistatore. Con gran fatica e colla perdita di trenta mila de' suoi varcò le Alpi, e come fu sopra una delle più alte cime, donde si potevano vedere le belle e ricche campagne d'Italia, le additò a' suoi soldati. Giunto in Torino venne a zuffa coi cittadini, che pienamente sconfisse, distruggendo quasi affatto questa forte città.

            Presso al Ticino, (fiume che scendendo dalle Alpi, passa nel mezzo del Verbano, oggidì Lago Maggiore e si scarica nel Po vicino a Pavia ) in un luogo detto Clastidio, ora Costeggio, incontrò il primo esercito romano guidato dal console Scipione, che cercava di porre un argine a' suoi progressi; ma Scipione fu vinto e ferito, e tutto l'esercito sbaragliato.

            Il console Sempronio si arrischia e tenta nuova battaglia presso la Trebbia, fiume che nasce negli Apennini e mette nel Po vicino alla città di Piacenza. Colà l'esercito Romano, a cagione del luogo svantaggioso, toccò una sconfitta ancor più funesta di quella del Ticino. Penetrato Annibale nell'Italia centrale ebbe a fronte il console Flaminio. Presso al lago Trasimeno, ora lago di Perugia, si diede principio da ambe le parti ad un ferocissimo combattimento, ma nulla potè resistere alle spade Cartaginesi. Flaminio cadde morto nella mischia; gli uni incalzati da' nemici si precipitarono nel lago, gli altri preso il cammino dei monti, ricaddero in mezzo ai Cartaginesi, da cui volevano fuggire. Insomma quasi tutto l'esercito Romano fu fatto a pezzi.

            Si accorsero allora i Romani che queste tre sanguinose sconfitte provenivano da mancanza di abile capitano, {69 [69]} e si giudicò che la prudenza del dittatore Fabio Massimo potesse riparare le perdite de' suoi antecessori. Esso fu soprannominato il Temporeggiatore, perchè solo pose termine alle vittorie di Annibale col tendergli agguati, e coll'assalirlo alla spicciolata.

            Esso riuscì a chiudere l'esercito Cartaginese in una gola di montagne presso Falerno, città del regno di Napoli. Ma Annibale capitano non men accorto che coraggioso, seppe trarsi da quel pericolo con uno strattagemma. Fece legare grossi fastelli di sarmenti secchi alle corna di duemila buoi, e appiccatovi il fuoco sul far della notte cacciò quegli animali verso le alture occupate dai Romani. Costoro impauriti a tale spettacolo abbandonarono i loro posti. Annibale colse il momento favorevole, e nel silenzio della notte uscì co' suoi dallo stretto, onde al venir del giorno Fabio non trovò più nemici da combattere.

            Annibale indispettito che perdeva tempo e fatica senza poter venire a campale battaglia, mandò a dire a Fabio: «Se tu sei quel gran capitano, quale si dice, vieni nelle pianure ed accetta la battaglia.» Fabio gli fece rispondere: «Se tu sei quel gran capitano, quale ti credi, forzami a darti battaglia.»

            Mentre Fabio teneva a bada i Cartaginesi, i Romani ebbero tempo di radunare nuove genti e di mettere in piedi un esercito il quale, se fosse stato capitanato da Fabio, avrebbe avuto miglior fortuna. Ma i sei mesi della sua dittatura erano trascorsi, e gli sottentrarono i consoli Paolo Emilio, valente capitano, e Varrone, uomo impetuoso e poco esperto di guerra.

            Costui insuperbitosi per alcuni vantaggi ottenuti sopra Annibale gli presentò battaglia in una pianura {70 [70]} presso un villaggio detto Canne, dove l'esercito romano fu compiutamente sconfitto. Emilio morì combattendo, Varrone dovette la sua salvezza alla velocità del suo cavallo. Ottanta senatori, gran numero di cavalieri, cinquantamila soldati restarono sul campo.

            Un uffiziale di Annibale il consigliava di correre immediatamente a Roma, e come venne rifiutato il consiglio, soggiunse: generale, voi sapete vincere, ma non profittare della vittoria. Diffatto se dopo la sconfitta di Canne Annibale fosse andato a Roma, la guerra sarebbe stata finita, e la gloria dei Romani abbattuta per sempre.

            Pervenuta a Roma la notizia del disastro di Canne, la costernazione fu universale: grida e gemiti da tutte parti; niuno sapeva a che partito appigliarsi. In mezzo all'universale costernazione, quel Fabio, che aveva combattuto Annibale con tanto vantaggio, conservò solo il consueto buon giudizio. Ei convocò i senatori che il terrore aveva dispersi, e inspirò in tutti tale ardire e speranza, che ogni cittadino volle essere soldato. Si arruolarono fino gli schiavi, cosa fino allora non mai veduta.

            Annibale credendo aver fatto abbastanza coll'aver così umiliata e scompigliata la repubblica romana si arrestò col suo esercito nella città di Capua, dove dandosi co' suoi soldati alle delizie ed ai piaceri, passò tutto l'inverno. Quando però volle riporsi in viaggio e marciare su Roma, si accorse, ma troppo tardi, che i soldati avevano perduto l'abitudine delle fatiche e dei disagi. La qual cosa deve insegnarci che l'ozio trae seco i vizi, e che soltanto un lavoro assiduo rende gli uomini forti e coraggiosi. {71 [71]}

            Annibale, perduta ogni speranza di poter abbattere Roma, si allontanò da quella città dopo di averla appena veduta, e pieno di dispetto andò a nascondersi vicino a Taranto, all'estremità dell'Italia.

 

 

XXI. Scipione in Africa e fine delia seconda guerra punica.

 

            Dal 211 al 200 avanti Cristo.

 

            Tuttavia Roma mancava ancora di un capitano da mettere a fronte di Annibale, e le perdite da loro sofferte coi Cartaginesi si attribuivano all'inabilità dei generali. Un rivale degno di Annibale fu Scipione soprannominato l'Africano, per le grandi conquiste da lui fatte nell'Africa. Alle prerogative di un gran capitano Scipione accoppiava un'insigne onestà, ed era così affabile e benevolo, che vinceva colla dolcezza quelli che non poteva vincere colla forza. Il padre eragli stato ucciso dai Cartaginesi nella Spagna, e ciò eragli sprone al coraggio. Emulo del generale cartaginese, il quale per battere i Romani in Italia aveva cominciato ad assalirli e debellarli nella Spagna, egli pure colà all'età di soli ventiquattro anni assalì i Cartaginesi già fattisi padroni di quel vasto regno. Scipione guidando ogni cosa con prudenza e con valore sconfisse i Cartaginesi, e ridusse la Spagna a provincia Romana.

            Tornato a Roma e fatto console, per costringere Annibale ad uscire dall'Italia, reputò miglior consiglio passare coll'armata in Africa e portare lo spavento alle porte di Cartagine, nel tempo stesso che essa aveva un esercito vicino a Roma. I Cartaginesi opposero due potenti eserciti a Scipione, il quale colle armi e con istratagemmi {72 [72]} pienamente li sconfisse. Quarantamila Cartaginesi furono uccisi e seimila fotti prigionieri.

            Atterriti da queste vittorie, i Cartaginesi richiamarono dall'Italia Annibale, perchè venisse a salvar la patria in procinto di cadere in mano ai nemici. È impossibile esprimere il rincrescimento di Annibale a questi ordini della patria. Amaramente pentito di non essere marciato su Roma dopo la battaglia di Canne, versando lagrime di dolore, abbandonò le bellissime contrade d'Italia, che egli aveva occupate con le armi sedici anni.

            Giunto in Africa, alla vista della patria indebolita dalle guerre e atterrita dal nome di Scipione, sebbene avesse in piedi un forte esercito, tuttavia chiese un colloquio a Scipione per trattare della pace. Scipione facilmente acconsentì, ansioso di vedere quel grand'uomo, che formava la maraviglia del suo tempo. I due illustri capitani si abboccarono al cospetto de' due eserciti, e rimasero alquanto in silenzio guardandosi l'un l'altro con iscambievole ammirazione. Annibale parlò il primo, e propose condizioni che Scipione non potè risolversi di accettare. Narrasi che prima di separarsi Scipione dicesse ad Annibale: chi pensi tu che sia il più gran capitano finora vissuto?

            Annibale rispose: Alessandro.

            - E dopo Alessandro chi è il maggiore?

            - Pirro.

            - Dopo Pirro?

            - Io stesso.

            - Olà che saresti tu se vincessi Scipione?

            - Io sarei al disopra di Alessandro e di Pirro[3]. {73 [73]}

            Ciò detto si separarono per annunciare ai propri soldati che bisognava venire alle mani.

            Il giorno seguente si venne a battaglia, i soldati di Annibale fecero prodigi di valore, ma la fortuna avea voltate le spalle ai Cartaginesi. Il suo esercito fu disfatto interamente, egli stesso con alcuni cavalieri si ritirò a Cartagine, ove da trentasei anni non avea più posto piede. In simile guisa i Cartaginesi ridotti alla disperazione chiesero pace al senato Romano, che la concedette a condizioni ancor più dure di quelle imposte nella prima guerra punica. In questo modo ebbe fine la seconda guerra punica.

            Lo sfortunato Annibale dopo aver sacrificato tutto sè stesso al bene della patria cadde in gelosia, poscia in odio a' suoi cittadini. Esiliato dall'ingrata sua patria, non avendo più sicura la vita, cercò asilo prima presso Antioco re di Siria e nemico dei Romani, e quindi presso Prusia re di Bitinia. Costui ebbe la viltà di proporre ai Romani di dar loro nelle mani un uomo che egli aveva promesso di proteggere.

            Annibale saputo tale tradimento si diè la morte col veleno prima che cadesse nelle mani dei soldati spediti a prenderlo.

            Più avventuroso fu Scipione vincitore di Annibale, domatore di Cartagine. Egli fu ricevuto in Roma cogli onori del trionfo, e per ricordare ai posteri la memoria delle sue grandi vittorie gli fu dato il soprannome di Scipione Africano.

            Questo grand'uomo dopo aver prestato molti servigi alla patria, passò il resto della vita nell' amore de' suoi cittadini. Siccome però egli amava molto lo studio, così volle ritirarsi con sicuri amici in una campagna vicino {74 [74]} alla città di Linterno, ove attese unicamente alle scienze, che egli aveva sempre coltivato anche in tempo delle sue imprese militari.

            Giovani cari, tutti i grandi uomini, anche in mezzo alle gravi loro occupazioni, attesero colla massima cura allo studio, perchè l'uomo costituito in ricchezze e in dignità, se è ignorante per lo più è disprezzato.

 

 

XXII. Archimede il matematico.

 

            Mentre infieriva la seconda guerra Punica nella città di Siracusa avvenne un fatto, che io non voglio passarvi sotto silenzio. Gerone re di quella città era morto, ed alcuni Siracusani uccisero Geronimo suo nipote. Per la qual cosa Siracusa cadde di nuovo nelle mani dei Cartaginesi. I Romani mandarono Marcello per assediarla, e se ne sarebbe prestamente impadronito se non fosse stato colà un dotto meccanico di nome Archimede, uomo pregiato in tutta l'antichità, specialmente per lo studio che aveva fatto delle matematiche.

            Egli aveva inventato alcune terribili macchine, le quali calandosi in mare, aguisadi un gran braccio, levavano in alto una galera, e rovesciandola come si farebbe di un guscio di noce la sommergeva. Aveva altresì fabbricato certi specchi detti ustorii, ossia ardenti, coi quali raccogliendo i raggi del sole e facendoli riflettere sopra le navi degli assedianti, le incendiava a gran distanza.

            Inoltre avea fatto una sorprendente scoperta, quella cioè d'una specie di fuoco, che ardeva nell'acqua e nulla il poteva smorzare. Finalmente inventò una macchina di considerevole grandezza, con cui si lanciavano pietre, giavellotti, travi, macigni con tanta forza e sì aggiustatamente {75 [75]} che gli assedianti dovevano stare molto lontani dalle mura per non esserne colpiti. In questo modo l'industria di un uomo solo impediva ad un esercito numeroso di entrare in quella città.

            Tutto questo però non potè impedire che fosse presa dopo un lungo ed ostinato assedio; ed i Romani trucidarono barbaramente tutti i Siracusani che caddero nelle loro mani. Marcello, che onorava le scienze, desiderava di salvare il famoso Archimede, e raccomandò a' suoi soldati, che si guardassero dal fargli alcun male. Questi durante il saccheggio, mentre la città era tutta a ferro ed a fuoco, stava inteso con tutto l'animo a considerare alcune figure di geometria, quando d'improvviso gli si fa innanzi un soldato ordinandogli di seguitarlo e di recarsi dal generale Romano. Archimede lo pregò di attendere un istante, finchè fosse sciolto il suo problema; ma il soldato che non curavasi nè di problemi nè di figure, interpretò l'indugio di Archimede per un rifiuto, e lo trapassò colla spada.

            Un uomo di tanta virtù meritava sorte migliore. Marcello rimase afflittissimo, allorchè gli fu recato l'annunzio della morte di quel grand'uomo; ordinò che gli si facessero magnifici funerali, e gli fosse eretto un monumento.

            L'uomo virtuoso è stimato da tutti anche dai proprii nemici.

 

XXIII. La rovina di Cartagine o la terza guerra punica.

 

            Dall'anno 182 all'anno 146 avanti Cristo.

 

            Viveva in quel tempo in Roma un uomo di vita rigida ed austera di nome Porzio, soprannominato Catone, vale {76 [76]} a dire astuto, nome che assai gli conveniva, perchè passava pel più scaltro degli uomini del suo tempo. Egli ottenne le più insigni cariche di Roma, e finalmente fu creato Censore.

            Questa carica durava cinque anni; l'uffizio annessovi era di tener il registro dei cittadini romani, del loro patrimonio e inoltre il registro de' cavalieri, e de' senatori. Egli aveva l'autorità di cancellare dal numero dei cavalieri e de' senatori quelli che colla loro condotta si rendevano indegni di tal grado.

            Catone siccome uomo frugale si opponeva con tutto il rigore al lusso ed alla mollezza, vizii dannosissimi alla società e che cominciavano ad introdursi presso ai Romani. Egli andava sempre ripetendo che bisognava distruggere Cartagine, altrimenti Roma avrebbe sempre avuto una formidabile rivale. A forza di udir a ripetere tal cosa i Romani risolvettero di effettuarla, e spedirono in Africa un console di nome Censorino. Questi al suo arrivo comandò ai Cartaginesi che gli dessero in mano trecento personaggi, e gli consegnassero tutte le galere, le spade e gli scudi che si trovavano a Cartagine. I Cartaginesi furono costretti ad accondiscendere, perchè non erano in caso di sostenere la guerra. Ma quando quel console diede ordine di uscire dalla città dicendo francamente che egli era venuto per abbruciarla e distruggerla, i Cartaginesi montarono in tanto furore che risolsero di difendersi sino alla morte. Mancava ferro per fabbricar armi, e l'oro e l'argento servì di materia. I fanciulli lavoravano per aiutare i loro padri, e le donne si tagliarono i capelli per far corde per le navi che si stavano costruendo. A segno che tutti gli assalti dei Romani tornavano vani. {77 [77]}

            Sono indicibili i gagliardi sforzi degli assediane, e già i Romani stavano per levare l'assedio quando venne loro in soccorso il tradimento di un certo Farneade generale della cavalleria cartaginese. Questo traditore della patria, adescato dalle promesse del generale Romano, mostrò agli assedianti un luogo segreto per entrare nella città. Dopo una resistenza inutile, ma accanita, la città intera cadde in poter dei Romani, i quali abusando della vittoria distrussero la più grande, la più ricca, la più florida delle città, fondata anticamente dai Fenicii molti anni prima di Roma. Questa guerra che finì colla rovina di Cartagine, nella storia è appellata terza guerra punica.

            Intanto le vittorie luminose che i Romani avevano riportate sopra le più potenti nazioni della terra, trassero in ammirazione i popoli che abitavano in luoghi lontanissimi da Roma, e tutti si davano premura di fare alleanza coi Romani.

            Lo stesso Giuda Maccabeo, quell'uomo valoroso, di cui a lungo vi ho parlato nella Storia sacra, stordito dalle gloriose imprese che i Romani compievano in pace ed in guerra, mandò a Roma due illustri personaggi per conchiudere con loro un trattato d'amicizia. Giunti in quella metropoli del mondo, furono introdotti nel senato, dove parlarono così: Giuda Maccabeo ed i fratelli suoi ed il popolo Giudaico ci mandarono a stabilire con voi alleanza e pace, affinchè ci scriviate tra i vostri alleati ed amici.

            Questo discorso semplice, ma espressivo piacque molto al senato Romano, il quale fece scrivere la risposta sopra tavole di bronzo, affinchè restasse presso a quel popolo in perpetuo monumento di pace ed amicizia; {78 [78]} era del tenor seguente: Vengano tutti i beni ai Romani, alla nazione dei Giudei, per mare e per terra in eterno: le armi nemiche siano sempre da loro lontane. Chi fa guerra ai Giudei, la fa altresì ai Romani; questi due popoli saranno tra di loro perfetti amici, e si presteranno reciprocamente soccorso qualora ne sia il bisogno.

            In questa maniera quel popolo di Dio cominciò ad unirsi ai Romani, coi quali fra poco lo vedremo congiungersi per formare un popolo solo con una legge sola, colla medesima religione cristiana.

 

 

XXIV. Rivoluzione dei gracchi.

 

            Dal 146 al 121 avanti Cristo.

 

            Con grande mio rincrescimento debbo ora raccontarvi una guerra, non più dei Romani con popoli stranieri, ma una guerra civile cioè tra' Romani medesimi.

            Non avendo più nazioni potenti a combattere quel popolo si diede in preda all'ozio ed ai passatempi. Abbandonato così alla disoccupazione, la plebe cominciava ad invidiare la sorte dei ricchi, desiderosa di porre le mani sopra i loro averi, il che era un vero ladroneccio; perchè colui, il quale con giusti mezzi e titoli ha acquistato sostanze, è giusto che se le goda.

            Due giovani fratelli noti sotto il nome di Gracchi, chiamati uno Tiberio, l'altro Caio, diedero l'uno dopo l'altro mano ai malcontenti.

            Cornelia loro madre amava molto i suoi due figli quando erano piccini a cagione della loro saviezza ed obbedienza. Ma fatti adulti le furono causa di grandi affanni. {79 [79]}

            Tiberio Gracco divenuto tribuno del popolo propose una legge che obbligava i ricchi a dare ai poveri una parte delle loro terre. Siccome questa legge riguardava alla divisione delle campagne fu detta legge agraria. Dispiacque tale proposta al senato e la rifiutò ma Tiberio radunò una folla di popolo per eccitarlo alla ribellione. Il console Minuzio Scevola si sforza invano di calmare gli spiriti. Si viene alle mani ed il sangue cittadino scorre per le vie di Roma. Tiberio con più di trecento de' suoi amici cadono estinti. Fu questa la prima volta che Roma nelle sedizioni interne vide scorrere il sangue de' suoi figli: trista conseguenza cagionata da chi ricusa di sottomettersi al legittimo governo.

            Caio Gracco dissimulò per qualche tempo il dolore che provava per la morte di suo fratello che amava teneramente, finchè divenuto anch'esso tribuno della plebe, mise in campo le medesime leggi già proposte dal fratello. Perciò egli pure, qual ribelle, fu condannato a morte, ed a chi gli avesse recisa la testa furono promesse tante libbre d'oro quante quella ne avrebbe pesato.

            A tale notizia Gracco fuggì di Roma, ma vedendosi vicino a cadere nelle mani de' suoi nemici, si fece uccidere da un suo schiavo. Un uomo avendo trovato il corpo di Gracco, gli tagliò la testa, ne trasse le cervella, la empiè di piombo fuso, perchè pesasse di più, indi la presentò al Senato e n'ebbe in dono diciassette libbre d'oro, senza che fosse scoperto l'inganno.

            Così perirono i due Gracchi, i quali sarebbero stati amati come buoni ed onesti giovani, se non avessero voluto conseguire colla forza e colla violenza ciò che un buon cittadino non deve pretendere. {80 [80]}

 

 

XXV. Mario a Vercelli.

 

            Dal 120 al 100 avanti Cristo.

 

            Vi ho già fatto notare come i Romani non essendo più occupati con assiduità nell'esercizio delle armi, si diedero all'avarizia, vizio abbominevole che conduce l'uomo alle più vili azioni. Il senato Romano già tanto glorioso per la sua probità, degenerò e giunse fino a vendere la giustizia. Mentre i Romani andavano perdendo il loro antico valore, molte nazioni barbare, allettate dalle delizie de' nostri paesi, partivano da lontane contrade per venire in Italia. Un generale, di nome Mario, si segnalò in queste guerre contro ai barbari, e ridonò non poco splendore al nome Romano, facendo però gran bene e gran male alla sua patria. Di aspetto feroce, alto della persona, bruttissimo nella faccia, era di complessione forte e robusta, siccome quello che aveva passato la gioventù nei lavori della campagna. Egli erasi già segnalato in parecchie guerre nella Spagna, e particolarmente nella guerra sostenuta contro un re di Numidia, di nome Giugurta nell'Africa, dove ebbe molte occasioni di far prova del suo valore e della sua perizia nell'arte del guerreggiare. Ma le sue prodezze si manifestarono specialmente nella guerra contro ai Cimbri e contro ai Teutoni (tedeschi), popoli barbari venuti dal settentrione dell'Europa.

            Quegli uomini in numero di trecento mila, traendosi dietro su grandi carri i vecchi, le donne ed i fanciulli di lor nazione, cominciarono a spargersi nelle Gallie, oggidì Francia. Due eserciti di Romani ardirono affrontarli {81 [81]} e furono talmente dai barbari disfatti, che questi in un sol giorno diedero alle fiamme le tende dei Romani, trucidarono gli uomini ed i cavalli che vi trovarono. Non conoscendone la preziosità, gettarono nel Rodano, uno de' fiumi principali delle Gallie, tutto l'oro e l'argento che cadde nelle loro mani. Si disponevano a continuare le loro stragi, allorchè Mario quasi altrettanto feroce, ma più perito dei barbari, si avanzò contro di loro fino alle acque Sestie oggidì Aix di Provenza, ove seppe avviluppare sì bene i barbari in una imboscata, che quasi tutti i Teutoni rimasero ivi sepolti.

            Questa vittoria procurò la salvezza dell'Italia, e Mario fu eletto console per la quinta volta. Ma i barbari erano soltanto vinti per metà, perciocchè i Cimbri, forzato il passaggio delle Alpi e cacciatisi innanzi ai Romani, si avanzarono fino a Vercelli, insigne città del Piemonte. Mario vi accorse alla testa delle vittoriose sue genti, e si accampò nelle pianure che si estendono tra Vercelli ed il Ticino.

            I Cimbri, che ignoravano ancora la sconfitta dei Teutoni, mandarono deputati al Console intimandogli di cedere loro ed ai loro fratelli alcune terre dell'Italia per istabilirvisi. Quegli ambasciatori mezzo nudi, con elmetti in testa sormontati da penne di pavoni, vestiti di pelli con aspetto feroce al par delle bestie cagionarono maraviglia e stupore ai Romani. Mario si avanzò e disse loro: «Chi sono questi vostri fratelli di cui parlate? Sono i Teutoni, risposero.» A tale risposta tutta l'assemblea si mise a ridere; «non vi date pensiero de' vostri fratelli, disse Mario, essi posseggono la terra che noi abbiamo loro dato e l'occuperanno eternamente.» {82 [82]}

            I deputati punti da tale ironia risposero che si pentirebbe dell'insulto, e che ne sarebbe punito prima dai Cimbri quindi dai Teutoni appena fossero arrivati. «Sono arrivati, soggiunse Mario, eccoli per appunto. E prima di partire voglio che li abbracciate e li salutiate.» Nello stesso tempo fece condurre al loro cospetto i re Teutoni carichi di catene. A tal vista quei legati si ritirarono coperti di confusione.

            Tre giorni dopo si appiccò la battaglia, e in un sol giorno i Cimbri rimasero distrutti. Ma quando Mario volle impadronirsi dei loro alloggiamenti li trovò occupati dalle donne barbare. Quelle donne scorgendo i loro figli in procinto di cadere in poter de' vincitori li strangolarono colle trecce de' loro lunghi capelli; poi vedendo accostarsi i soldati Romani, nè più potendo combattere, s'appiccarono tutte ai timoni dei loro carri; niuna volle sopravvivere alla disfatta della loro nazione. I medesimi cani, dopo la morte de' loro padroni, ne difesero i corpi con tanta rabbia, che non potendosi evitare i loro morsi fu necessità ucciderli a colpi di freccia. Così l'Italia fu liberata da quella invasione di barbari, i quali sarebbero stati invincibili, se avessero avuto la disciplina degli eserciti Romani; ma essi sapevano soltanto combattere furiosamente e con coraggio.

            Mario ricevette dai Romani i più grandi onori, e fu considerato come il fondatore di Roma e il salvatore dell'Italia. Fortunato lui se si fosse dimostrato in pace quale fu in guerra; ma egli si lasciò trasportare dalla superbia, e la superbia è la rovina degli uomini. {83 [83]}

 

 

XXVI. Alleanza degli italiani contro Roma. Mario e Silla.

 

            Dal 100 all' 88 avanti Cristo.

 

            La distruzione di Cartagine, l'assoggettamento della Spagna, le conquiste fatte nell'Asia, il dominio esteso sopra tutta l'Italia, la sconfitta data da Mario ai Cimbri e ai Teutoni lasciarono i Romani senza competitori. Tanta fortuna fece loro presto svanire ogni idea di moderazione e di virtù, ed alla frugalità, alla generosità degli antichi sottentrò la gozzoviglia, l'avarizia, l'oppressione, la tirannia. Tutti coloro, che non godevano del diritto di cittadinanza, erano dai Romani tenuti come schiavi.

            Il diritto di cittadinanza Romana era una qualità di gran pregio. I cittadini erano quelli che nominavano i consoli e gli altri magistrati; niuno aveva il diritto di condannarli a morte, nemmeno di percuoterli con verghe senza ordine espresso del popolo Romano radunato.

            Questo titolo fece inorgoglire i Romani a segno che, tenendo come schiavi tutti gli altri popoli d'Italia, s'impadronivano dei loro beni; e si giunse fino a stabilire con legge che niun forestiere potesse più fermarsi in Roma. Un'irriverenza, un risentimento verso un cittadino Romano costava talvolta la vita ad un Italiano[4].

            Or accadde in quel tempo che tutti i popoli dell'Italia stanchi di tanta oppressione ricorsero a Roma chiedendo al Senato di poter anch'essi godere del diritto di {84 [84]} cittadinanza, poichè essi pure dovevano pagare i tributi e concorrere alle occorrenze della guerra con danaro e con soldati. Il Senato rifiutò tal dimanda, e questa fu la cagione che da tutte le parti d'Italia levossi un grido solo: alle armi, alle armi. Questa guerra fu detta la guerra sociale, cioè di più popoli uniti insieme.

            I Marsi furono alla testa della lega, e Pompedio Silone uomo valorosissimo fu creato generale in capo di tutte le loro forze. Il centro dei confederati era la città di Corfìnio ora S. Pellino situata tre miglia alla destra del fiume Aterno o Pescara. I Romani spaventati da questa sollevazione universale posero in piedi quante genti poterono, armando gran numero di schiavi, e ricorrendo alle nazioni estere loro alleate.

            Fomentavano il timore dei Romani alcuni funesti segni che gli autori antichi riferiscono essersi in quel tempo veduti. Una corona solare comparve subitamente a vista di Roma; il Vulcano che è presso Napoli fece una straordinaria eruzione, vale a dire mandò fuori una gran quantità di fuoco; i simulacri di bronzo stillarono sudore dal volto, i topi corrosero parecchi scudi d'argento; i cani ulularono a guisa di lupi; l'idrofobia, malattia volgarmente detta rabbia, si spiegò negli armenti; si videro animali a piangere, si udirono voci sotterranee e simili, le quali cose sebbene fossero prive di significato in rapporto alla guerra, tuttavia i Romani le ebbero come indizi delle loro sventure.

            Essi tentarono di reprimere la rivoluzione e si diedero battaglie sanguinosissime; ma il Senato accortosi essere le cose ridotte a tristo partito stimò di accondiscendere alle giuste richieste degli Italiani. Cominciò a concedere la cittadinanza ai popoli rimasti fedeli ai {85 [85]} Romani, quindi alle città che vollero deporre le armi e finalmente a tutti indistintamente.

            Questo fatto è notevolissimo nella storia perchè tutta l'Italia si unì con Roma e ne divenne un popolo solo. D'allora in poi quando si radunavano i comizii, la folla del popolo che accorreva da tutte le parti dell'Italia era sì grande, che, non potendo essere contenuta nel campo di Marte o nel Foro, un gran numero di que' nuovi Romani salivano sui tetti dei templi e delle case, per veder almeno da lontano ciò che si faceva.

            Nella guerra centra gli alleati ebbe gran parte un uomo che stimo bene di farvi conoscere. Era costui Giunio Cornelio Silla d'indole ostinata ed audace, e nemico implacabile di Mario. Divenuto console cominciò col mettere a prezzo la testa di quel prode capitano, che egli odiava mortalmente sotto pretesto che egli avesse favorito gl'Italiani contro al Senato; accusa priva di fondamento, perchè Mario aveva condotto gli eserciti Romani contro gli alleati durante la guerra.

            Tuttavia l'accusa di Silla fu creduta giusta da molti, e Mario di età già avanzata, di sanità cagionevole, fu costretto a fuggire e nascondersi in una palude, donde fu tratto e condotto in prigione.

            Quivi fu mandato per ucciderlo uno schiavo, uno de' Cimbri da lui vinti. Il prigioniero guardatolo con fierezza gli disse: hai coraggio di uccidere Mario? Il barbaro costernato si diede alla fuga, gettando la spada e lasciando il carcere aperto. Così Mario potè uscire liberamente e rifuggirsi nell'Africa.

            Trovò colà un questore Romano incaricato d'invigilare sopra il litorale di Cartagine. Costui alla vista di un vecchio di tetro aspetto, con capelli irti e bianchi, {86 [86]} gli chiese chi fosse. Questore, rispose: va a dire ai tuoi padroni che hai veduto Mario assiso sulle rovine di Cartagine. Colle quali parole egli paragonava la sua sventura col disastro di quella gran città.

            Intanto un avvenimento inaspettato obbligò Silla a portare la guerra contro a Mitridate, padrone di un regno dell'Asia Minore, detto Ponto. Per odio contro ai Romani egli aveva fatto trucidare centomila italiani che abitavano nel suo regno. A tale annunzio Silla marciò con un esercito per punire l'atrocità di quel barbaro. Mario credendosi sicuro tornò senza indugio a Roma alla testa di una truppa di schiavi e pastori, ed unendosi al console Cinna, malvagio al par di lui, commisero la più infame azione, facendo morire senza pietà tutti gli amici di Silla. Ma la vendetta del cielo non tardò molto a piombare sopra que' due carnefici della patria. Mario morì di una malattia che egli stesso si cagionò colla crapula, vale a dire con eccessi nel mangiare e nel bere; Cinna fu trucidato per mano dei suoi soldati. A tale notizia Siila ricondusse in Italia il suo esercito vittorioso, non già per difendere la patria, ma per esserne il flagello. Trasportato dall'odio e dal furore entra in Roma, comanda che siano messi a morte tutti i partigiani di Mario, e per compiere più presto la desiderata strage, fa un elenco di questi, detto tavola di proscrizione; e coloro che erano ivi registrati, furono detti proscritti, ovvero condannati, perchè ognuno aveva ordine di ucciderli ovunque gl'incontrasse.

            Silla, sazio di sangue cittadino, si abbandonò a due vizi turpissimi, all'intemperanza e alla dissolutezza, la quale cosa gli cagionò una malattia assai crudele, e finì coll'essere rosicato vivo dai vermi. {87 [87]}

            Così finirono Mario e Silla, ambidue salvatori, flagelli e carnefici della patria. Questi due generali furono uomini di gran valore, ma loro mancò la religione che temperasse la loro ferocia.

 

 

XXVII. Il primo triumvirato. Pompeo, Cesare e Crasso.

 

            Dall'88 al 61 avanti Cristo.

 

            Mentre tutte le parti d'Italia si univano alla repubblica Romana, e la guerra degli alleati si andava estinguendo, non mancavano altre turbolenze: ciò fu una rivoluzione d'uomini fatti prigioni in battaglia e condotti a popolare l'Italia. Costoro non erano ammessi ai diritti civili, che anzi nelle fiere e nei mercati erano comprati e venduti a guisa di giumenti, e dicevansi servi, ossia schiavi, onde la loro ribellione suol denominarsi la guerra servile.

            Spartaco, nativo di Tracia, era schiavo nella città di Capua, donde fuggito, si mise alla testa di altri uomini audaci e risoluti al par di lui, e in breve si trovò capitano di oltre sessantamila combattenti. Quattro eserciti romani spediti contro di loro furono sbaragliati e posti in fuga. Finalmente un generale di nome Crasso con buon numero di prodi li assalì, e dopo molti ostinati combattimenti li vinse. Essi furono compiutamente battuti, e lo stesso Spartaco morì combattendo in Sicilia. Tuttavia parecchie squadre di quegli schiavi, fuggiti alle spade romane, andavano qua e là saccheggiando i paesi e le città d'Italia, finchè vennero totalmente sterminati da Pompeo, generale egualmente rinomato per la sua militare abilità, che per altre splendide doti, le quali gli avevano meritato il favore del popolo Romano. {88 [88]}

            Egli fu pure mandato contro ad un gran numero di corsari, vale a dire assassini di mare, i quali infestavano i navigatori e le spiagge del Mediterraneo, e ne riportò compiuta vittoria.

            Mentre queste cose succedevano, avvenne che Mitridate, re del Ponto, già stato sconfitto da Silla, tentò nuovamente la sorte delle armi contro ai Romani. Pompeo fu mandato contro di lui; Mitridate fu vinto e costretto a prendere la fuga cogli avanzi del suo esercito. Ritornato trionfante a Roma, Pompeo godeva in pace la gloria de' suoi trionfi nell'amore e nell'amicizia di tutti i buoni.

            Era appena terminata la guerra di Mitridate, allorchè Catilina, nobile romano, pose a rischio la patria medesima. Questo indegno cittadino, carico di debiti e di delitti, erasi posto alla testa di un gran numero di giovani sfaccendati, i quali avendo nulla a perdere, aspettavano soltanto un capo che li guidasse nelle ribalderie. Il loro disegno era di uccidere i consoli, la maggior parte dei senatori, impadronirsi dell'erario pubblico, appiccare il fuoco a' quattro angoli della città, e così, sotto il pretesto di libertà, mettere Roma a sangue e a fuoco.

            Ma il console Marco Tullio Cicerone, uomo dotto e virtuoso, scoprì la congiura, e fece condannare a morte i congiurati. Catilina uscito precipitosamente da Roma corse nell'Etruria, dove unitosi con altri ribelli, combattè accanitamente fino all'ultimo respiro.

            Quel Marco Tullio Cicerone fu il più celebre oratore latino. Egli era nato in Arpino, città del regno di Napoli, e ancor giovane fu fatto questore, quindi edile e pretore, e finalmente console, e sotto al suo consolato {89 [89]} scoprì e dissipò la congiura di Catilina. Del che i Romani riconoscenti gli diedero il soprannome di padre della patria.

            Un terzo personaggio che si rese più celebre di Cicerone e di Pompeo, fu Giulio Cesare. Egli era d'intrepido coraggio, parlava con somma eleganza, ma era ambizioso e desiderava di far parlare di sè, e di acquistarsi onore e gloria.

            Giunto al consolato ottenne il governo delle Gallie per cinque anni, e portò la guerra nella Gallia Transalpina, oggidì Francia, e fino nell'isola di Bretagna, oggidì Inghilterra, dove le armi romane non erano ancora mai penetrate.

            Amico di Cesare e di Pompeo era Crasso, celebre per le sue ricchezze, e già conosciuto pel valore dimostrato nella guerra degli schiavi. Questi tre personaggi per aver liberato Roma e l'Italia dalle invasioni dei nemici e dalle guerre intestine, furono riconosciuti per veri padroni della repubblica. Eglino si unirono insieme di buon accordo per governare l'impero Romano, che si estendeva omai a tutti i paesi in quel tempo conosciuti: questo governo fu chiamato triumvirato, perchè composto di tre uomini. Crasso era bensì un valente capitano, ma il più avaro dei Romani. L'avidità del bottino lo impegnò in una guerra contro ai Parti, popoli bellicosi che abitavano al di là di un paese detto Mesopotamia, oggidì Diarbek. Malgrado il loro valore e la loro intrepidezza i Romani furono battuti e vinti. Si narra che il re dei Parti, quando gli fu presentata la testa di Crasso, ordinasse che gli fosse riempiuta la bocca d'oro fuso, dicendo: «conviene saziare dopo morte quest'uomo con quel metallo, di cui fu insaziabile durante la vita.» {90 [90]}

            Rimasti così Cesare e Pompeo i soli padroni dell'impero, vennero anche essi in discordia, poichè ciascuno voleva solo comandare. In quel momento Cesare trovandosi nelle Gallie si mosse col suo esercito contro di Pompeo, il quale trovavasi in Roma. Vi stupirete, o giovani cari, come due amici così intimi siano così presto divenuti rivali enemici: ma ciò avvenne da questo, che la loro amicizia era solamente appoggiata sull'ambizione, e voi dovete ritenere, che la vera amicizia non può durare, se non è fondata sulla virtù.

            Pompeo, all'accostarsi del suo avversario, non osando affrontarlo, uscì di Roma seguito da molti soldati e dalla maggior parte dei senatori, e si ritirò nella Grecia.

            Cesare inseguendo l'esercito di Pompeo, lo raggiunse in una pianura della Macedonia, detta Farsaglia. Colà seguì un tremendo combattimento: erano Romani contro Romani, Italiani contro ad Italiani; il sangue scorse orribilmente; ma la fortuna fu per Cesare, e Pompeo a stento potè salire sopra una nave per fuggire in Egitto. Colà un re traditore, per nome Tolomeo, niente commosso dalla sventura di quel gran capitano, gli fece barbaramente tagliare la testa per farne dono a Cesare. Questi a quel miserando spettacolo non potè trattenersi dal piangere, e mandò chi facesse prigione il crudele Tolomeo, il quale, tentando di fuggire, nel varcare il Nilo si annegò.

            Ritornato Cesare a Roma e divenuto il solo padrone dell'impero, quelli che avevano sostenuto la parte di Pompeo si aspettavano una tremenda vendetta, ma egli invece di vendicarsi concedette una generale amnistia, vale a dire un generoso perdono a tutti quelli che si erano uniti a Pompeo per combattere contro di lui. {91 [91]} Solamente un illustre romano per nome Catone non volle affidarsi alla clemenza di Cesare. Per timore di cadere nelle mani di lui, egli si uccise volontariamente in Utica (oggidì Biserta), dove si erano riuniti i partigiani di Pompeo. Dal luogo ove morì fu detto Catone di Utica, per distinguerlo da Catone il vecchio detto anche il Censore.

            Cesare non solo perdonò a' suoi nemici, ma per rendersi grati i cittadini fece eziandio loro distribuir grano e danaro, terre a veterani, vale a dire a que' soldati, che venuti vecchi nel mestiere delle armi, erano incapaci di sostenere le fatiche militari. Prese poscia il titolo di dittatore perpetuo, che è quasi lo stesso che quello di re assoluto. Egli si faceva amare dal popolo per la sua dolcezza e per la sua beneficenza, e ovunque passava, riscuoteva vivi applausi. Ma gli eccessi per lo più non durano; perchè coloro i quali oggi van schiamazzando per le vie delle città colle grida di evviva, domani si arrogano il diritto di gridare muoia. Una moltitudine di malcontenti, quelli stessi a cui Cesare aveva perdonato la vita, tramarono la morte di quel dittatore. Cassio e Bruto, figliuolo adottivo di Cesare, erano capi dei ribelli.

            Questi due scellerati risolvettero di uccidere Cesare appena si fosse recato in Senato. Cesare non faceva male ad alcuno, e non credeva che altri osasse farne a lui; e benchè sospettasse della congiura tramatagli, volle condursi secondo il solito in Senato. Egli era appena entrato, quando parecchi senatori si gettarono sopra di lui e lo trafissero coi loro pugnali. Quel grand'uomo tentò sulle prime di difendersi, ma nel vedere Bruto avanzarsi per ferirlo gli disse: anche tu, o Bruto, figliuol {92 [92]} mio! Quindi osservando che era attorniato da nemici armati, si coprì il volto colla toga e cadde morto dopo di aver ricevuti ventitre colpi di pugnale.

            Gli uccisori di Cesare credevano che tutti i Romani fossero per applaudire al loro delitto, e fu l'opposto. Da tutte le parti il popolo chiedeva perchè il Dittatore fosse stato messo a morte. Marco Antonio, grande amico di Cesare, valorosissimo soldato dell'esercito di lui, nell'amarezza del suo dolore, fece portare il corpo di Cesare sulla pubblica piazza, e convocò il popolo a rimirare ancor una volta quel grand'uomo che si poteva a diritto chiamare il benefattore della patria. Le lagrime e i sospiri risuonarono per tutta la città, finchè il dolore cangiandosi in furore, si corse alle armi per uccidere gli autori di quel misfatto.

            Bruto e Cassio fuggirono da Roma, e noi fra poco Vedremo a quale sventura li abbia condotti il loro delitto.

 

 

XXVIII. Il secondo triumvirato.

 

            Dal 61 all' anno 1 dell'era volgare.

 

            Ottaviano, nipote e figliuolo adottivo di Cesare, dimorava in Grecia quando ne seppe la morte. Aveva appena diciassette anni, quando venuto in Italia, gli fu significato che il Dittatore lo aveva istituito suo erede. Le belle sue maniere, la memoria di suo zio, le ricchezze di cui faceva parte agli altri, servirono per cattivargli il favore di tutto il popolo.

            Antonio luogotenente di Cesare era allora console, e dopo la morte di questo, per tutto il tempo del suo consolato esercitò in Roma un'assoluta autorità. Deposta {93 [93]} che ebbe questa dignità, non volendo esso deporre il comando dell'esercito, il Senato, per opera specialmente di Cicerone, gli oppose il giovine Ottaviano con un forte esercito di veterani. Antonio fu vinto da questi presso Modena, e il suo esercito fu sbaragliato. Egli allora ricorse ad un certo Lepido il quale aveva sotto il suo comando un florido esercito, uomo ricco, ma inabile al maneggio degli affari, e di cui nulla avevasi a temere. Questi due capitani uniti insieme, marciarono alla volta di Ottaviano, con cui vennero a parlamento in un'isoletta del Ticino, dove convennero di associarsi per governare a modo loro la repubblica. Questa unione di potere in tre persone fu detto il secondo Triumvirato.

            I nuovi triumviri protestarono dapprima che non volevano far male ad alcuno, ma poi segnarono un editto di proscrizione, pel quale erano condannati a morte parecchi cittadini, e tra questi anche alcuni loro amici, benefattori, parenti e fratelli. Il gran Cicerone fu compreso fra i proscritti, e gli fu troncata la testa, e posta su quello stesso luogo, donde quell'intrepido oratore aveva sostenuta la maestà delle leggi, repressa l'audacia dei malvagi.

            Mentre il sangue cittadino scorreva per le piazze di Roma e delle altre città d'Italia, Bruto e Cassio avevano raccolto in Grecia un grande esercito per opporsi ad Antonio ed Ottaviano. Lo scontro dei due eserciti fu a Filippi città della Grecia, anticamente fondata dal padre di Alessandro il Grande. La battaglia fu terribile; Cassio si uccise nella zuffa, e Bruto per non cader vivo nelle mani dei nemici si diè anch'esso volontariamente la morte. {94 [94]}

            Si narra che qualche tempo prima di questa battaglia, una notte mentre Bruto stava leggendo, ei si vide al fianco un'ombra, la quale da lui interrogata chi fosse, gli rispose: io sono il tuo genio cattivo; ti attendo a Filippi; e che la notte precedente alla pugna, questa di nuovo gli comparve per annunziargli il prossimo suo fine. Creder si può che i rimorsi da cui era agitato Bruto per l'uccisione del suo amico e benefattore, gli rappresentassero all'immaginazione siffatti fantasmi, poichè i rimorsi sono i più crudeli carnefici dei malvagi.

            Voglio qui farvi notare un errore commesso da molti eroi del paganesimo. Pensavano essi di trovare in una volontaria morte un rimedio ai mali della vita. Ma la religione, il buon senso, le leggi e gli stessi filosofi pagani, condannarono il suicidio, vale a dire l'uccisione di se stesso, perchè la vita essendoci donata dal Creatore, egli solo n'è il padrone. La cristiana religione poi reputa un grande eroe colui che sa reggere al peso delle sventure.

            Dopo la battaglia di Filippi Ottaviano ed Antonio si divisero tra loro l'impero senza avere alcun riguardo a Lepido. Ottaviano ebbe l'occidente, vale a dire l'Italia, le Gallie, la Spagna, con tutti gli altri paesi vicini a questi, e già sottomessi ai Romani; Antonio scelse l'oriente, cioè la Grecia, l'Egitto e tutti i paesi dell'Asia già soggiogati dai Romani.

            Intanto l'ambizioso Ottaviano più astuto, ed anche più virtuoso del suo collega, prepara vasi ad invadere l'impero del mondo. Contribuì assai a far risplendere le virtù di Ottaviano la cattiva condotta di Antonio. Costui invece di occuparsi del governo de' suoi popoli {95 [95]} si abbandonò all'ozio ed alla crapula, lasciandosi affascinare dai vezzi di una regina d'Egitto chiamata Cleopatra. Questi vizi disonorano gli uomini, e li fanno cadere in dispregio presso tutti i buoni.

            Ottaviano all'opposto si occupava a distruggere i partigiani di Bruto, che non erano morti a Filippi. Attendeva con tutte le sue forze a promuovere l'ordine, ed a procacciarsi coi benefizii l'amore de' Romani. Quando poi s'accorse che Antonio per la disonorevole sua condotta era caduto in dispregio presso ai Romani, marciò contro di lui conducendo una flotta, vale a dire un'armata navale, di circa trecento galere. Antonio scosso dal pericolo risvegliò l'antico suo animo e raccolte tutte le sue forze si mosse ad incontrare Ottaviano. Lo scontro delle due armate fu nella Grecia presso al promontorio di Azio, e perciò questo fu detto battaglia d'Azio, avvenimento assai notevole, perchè da esso fu deciso il destino di tutto il Romano impero.

            La battaglia fu con vigore sostenuta per poco da ambe le parti, finchè Antonio, vedendo Cleopatra a fuggire, abbandonò il suo esercito per tenerle dietro. Ottaviano riportò compiuta vittoria, e quelli che non furono vinti, vedendosi abbandonati dal loro generale, si arresero spontaneamente. L'infelice Antonio dopo essere andato vagando per qualche tempo, venuto in Alessandria, si diede volontariamente la morte. Cleopatra alla notizia della morte di Antonio procurò di farsi mordere da un aspide, specie di serpe molto velenoso, e poco dopo spirò. Tremende conseguenze della disonestà!

            Ottaviano, giunto in Roma, depose ogni pensiero di guerra, e tutto si occupò nel consolidare il suo governo {96 [96]} e rendere la pace al mondo già da tanti anni dalle guerre agitato e sconvolto. Siccome il nome di Dittatore era venuto in dispregio, egli prese il modesto titolo d'Imperatore, vale a dire comandante; titolo col quale i soldati per ordinario salutavano i loro capi dopo la vittoria. Aggiunse pure al nome di Ottaviano quello di Augusto, e con questo nome parve altresì prender nuovi costumi. Alle guerre civili, alle proscrizioni, alle stragi sottentrò l'ordine, la sicurezza e l'abbondanza. La pace che in quel tratto di tempo tutto il mondo godeva, l'universale aspettazione, in cui vivevano tutte le nazioni della terra, di un maestro che dal cielo venisse ad ammaestrare gli uomini, indicavano prossimo il sospirato momento predetto ne' libri santi; vale a dire che tutti i popoli della terra per mezzo di un Salvatore dovevano essere chiamati alla conoscenza del vero Dio.

            Pertanto circa l'anno del mondo 4000, di Roma 752, del regno di Augusto 45 nacque il Messia. Augusto senza saperlo concorse all'adempimento de' divini decreti, poichè egli ordinò un censo, ossia numerazione di tutti i sudditi del vastissimo Romano impero; la qual cosa obbligò Maria SS. e S. Giuseppe a recarsi in Betlemme città della Giudea. Quivi secondo le profezie nacque Gesù Cristo Salvator del mondo.

            D'ora innanzi noi computeremo gli anni dall'era volgare la quale comincia quattro anni prima della nascita di Cristo. {97 [97]}

 


Epoca Seconda. L'Italia cristiana

Dal principio dell'Era volgare fino alla caduta del Romano impero in Occidente nel 476.

 

I. L'impero d'Augusto.

 

            Dall'anno l all'anno 13 dopo Cristo.

 

            Finora abbiamo considerato l'Italia nel suo rapporto colla repubblica Romana, e abbiamo veduto questa potenza sorgere da umili principii, e crescere a segno che ai tempi di cui qui intendo di parlarvi era divenuta padrona di quasi tutto il mondo in que' tempi conosciuto.

            Voglio però che voi, miei cari amici, notiate bene lo straordinario ingrandimento di questa potenza non essere tutto dovuto ai Romani, perchè noi potemmo osservare che la maggior parte di que' prodi, i quali si segnalarono nella gloria Romana, erano corsi a Roma dalle varie parti d'Italia. Laonde Roma si può meglio appellare centro ove concorsero gli eroi, anzichè esserne la patria.

            Ora intrapendiamo la storia dell'impero Romano, che vi tornerà forse più piacevole di quanto abbiamo finora narrato, sia perchè abbiamo più certe e copiose notizie, sia perchè gli avvenimenti sono più dilettevoli e di maggior importanza. {98 [98]}

            Primo imperatore dei Romani, come vi ho già raccontato, fu Ottaviano Cesare, il quale ritornato a Roma vittorioso di Antonio fu accolto con indicibile applauso dal popolo e dal Senato. Andò egli stesso a chiudere le porte del tempio di Giano, segno che tutte le guerre erano terminate. Egli fu soprannominato Augusto, vale a dire Grande: ed agosto fu in suo onore appellato il mese dell'anno che prima dicevasi sestile. Gli furono decretati i titoli d'imperatore, di console, di tribuno, di censore, e di padre della patria. Il popolo voleva obbligarlo ad accettare la dittatura perpetua, ed egli il pregò a non volergli addossare tale dignità e proibì rigorosamente di essere chiamato Dittatore.

            Da quel tempo Augusto si applicò unicamente al bene de' suoi sudditi, e si mostrava cortese ed affabile verso i suoi medesimi nemici. Un giorno egli trovò un suo nipote che leggeva un volume di Cicerone, di cui egli aveva permessa la morte. Il fanciullo sorpreso tentava di coprirlo colla veste. Augusto prese il libro e, lettane qualche pagina, lo restituì al nipote dicendo: costui, figliuol mio, fu un uomo dotto e amante della patria.

            Spesso camminava a piedi per Roma, trattava famigliarmente con tutti e accoglieva con bontà chi a lui ricorreva. Ad un uomo nel porgergli una supplica tremava tanto la mano che ora la offeriva, ora la ritirava; pensi tu forse, disse scherzando Augusto, di dare una moneta ad un elefante? Questo diceva alludendo a quegli elefanti che si facevano vedere al popolo, i quali raccoglievano essi medesimi colla tremenda loro proboscide il danaro che davasi per vederli. Indi subito accolse la supplica e favorì la dimanda.

            Un vecchio soldato citato in giudicio correva grave {99 [99]} pericolo della vita, per la qual cosa si recò da Augusto affinchè lo aiutasse. Egli tosto scelse un buon avvocato perchè prendesse la difesa dell'accusato. Allora il soldato scoprendosi le cicatrici esclamò: «quando tu eri nel pericolo alla battaglia d'Azio, non ho mandato uno a far le mie veci, ma io stesso ho combattuto per difendere la tua vita.» Arrossì Augusto, assunse egli stesso la difesa dell'accusato con tanto calore, che il medesimo andonne assolto.

            Passeggiando un giorno per Roma incontrò un artefice che aveva ammaestrato un corvo a dire: ti saluto, o Cesare vincitore, imperatore. Augusto maravigliatosi diede una grossa somma per avere quell'ingegnoso uccello.

            Un altro artefice instruì egli pure un corvo a proferire lo stesso saluto, ma quell'uccello, simile a certi giovani, che si annoiano dello studio, non faceva alcun profitto, onde il suo maestro andava dicendo: ho perduto il tempo e la fatica. Tuttavia gli riuscì finalmente di fargli apprendere il desiderato saluto, il quale udendo Augusto soggiunse: ne ho abbastanza di questi salutatori in casa. Allora il corvo aggiunse le parole colle quali il padrone soleva lagnarsi: ho perduto il tempo e la fatica; al che Augusto si mise a ridere e comprò 1'uccello a gran prezzo.

            Molti altri aneddoti di simil genere si raccontano di Augusto. Non v'incresca che ve ne narri ancora alcuni. Un maestro di grammatica faceva versi in onore di Augusto, e quando quel principe usciva di palazzo glieli offeriva, sperando qualche ricompensa, ma sempre invano. Augusto vedendo ripetersi più volte la cosa medesima scrisse egli pure alcuni versi in greco e li diede a quel {100 [100]} maestro. Egli nel leggerli cominciò a farne le maraviglie colla voce, col volto e col gesto. Quindi avvicinandosi al cocchio di Augusto trasse fuori i pochi danari che aveva nella borsa per darli al principe; e disse che avrebbe dato di più, se più avesse avuto. Alle quali parole tutti si misero a ridere, ed Augusto chiamato il maestro gli fece contare una competente somma di danaro.

            Egli andava guardingo a contrarre amicizie, ma contrattene le conservava fedelmente. Suo intimo amico fu un cavaliere romano chiamato Mecenate, il quale colla sua prudenza e co' suoi consigli impedì ad Augusto di far male ad altri, e lo consigliò a far molte buone opere. Fortunato colui che ha un buon amico e che sa valersi de' suoi consigli. Augusto lo esperimentò. In un trasporto di zelo un giorno era in procinto di proferire una sentenza, con cui parecchi cittadini erano condannati a morte. Era anche presente Mecenate, il quale tentò di avvicinarsi a lui per fargli cangiar proposito; e non potendosegli avvicinare per la gran quantità di gente, scrisse in un biglietto: alzati, o manigoldo, e lo gettò ad Augusto. Questi appena lo ebbe letto tosto si alzò e niuno più fu condannato.

            Mentre si applicava al bene de' suoi sudditi con liberalità e giustizia, spendeva assai tempo nello studio. Non dormiva più di sette ore e nemmeno intiere, e se avveniva che si svegliasse in quel frattempo, chiamava alcuni giovanetti che gli facessero lettura finchè ripigliasse il sonno.

            Tuttavia non pensatevi che Augusto fosse amato da tutti; ci sono uomini tanto scellerati da attentare alla vita di quelli medesimi che l'hanno data a loro stessi. {101 [101]} Fu pertanto tramata una congiura che tendeva a dare la morte all'imperatore, e ne era capo un certo Cinna già condannato a morte e graziato dallo stesso Augusto.

            L'imperatore essendone stato informato, mandò a chiamar Cinna, e trattolo nella camera più segreta di sua casa, se lo fece sedere accanto. Quindi fattosi promettere che non l'avrebbe interrotto, gli raccontò ad una ad una le grazie ed i favori che gli aveva fatti; tu, o Cinna, sai tutto questo, conchiuse, e vuoi assassinarmi? A questi detti Cinna esclamò che non aveva mai immaginata tale scelleratezza; tu non attendi la parola, ripigliò Augusto: eravamo intesi che non mi avresti interrotto. Sì, te lo ripeto, tu vuoi assassinarmi.

            Dopo di ciò gli espose tutte le circostanze, gli nominò i complici della congiura, al che Cinna fu sì ripieno di terrore, che non poteva più profferir sillaba. Augusto gli fece i più vivi ed i più affettuosi rimproveri della sua perfidia, e conchiuse dicendo: «O Cinna, ti fo grazia della vita una seconda volta, te l'accordai quando eri mio dichiarato nemico, te l'accordo ancora oggi che vuoi renderti traditore e parricida. D'ora innanzi siamo amici, e porgiamo al popolo Romano un grande spettacolo; io quello della generosità, tu quello della riconoscenza

            Augusto volle inoltre che Cinna fosse console per l’anno seguente, e ne fu ben ricambiato della sua clemenza. Cinna divenne l'amico più fedele del suo principe; nè più si ordirono cospirazioni contro di lui.

            Intorno a questo tempo venne a Roma Archelao per succedere a suo padre Erode il Grande nel regno della Giudea, e l'ottenne. Ma invece di essere il padre del popolo, come deve essere un buon sovrano, ne divenne {102 [102]} l'oppressore; perciò fu citato a Roma. Convinto di misfatto, venne mandato in esilio a Vienna nel Delfìnato. Allora il regno di Archelao fu ridotto ad una provincia Romana, governata dagli uffiziali dell'imperatore.

            Così lo scettro, ossia la sovrana autorità, cominciò a cessare di diritto, allorchè Erode il Grande fu creato re dai Romani; cessò di fatto in questo tempo che la Giudea fu fatta provincia Romana ed unita alla Siria, le quali cose, secondo la profezia di Giacobbe, dovevano avverarsi alla venuta del Salvatore[5].

 

 

II. Avversità di Augusto.

 

            Augusto, prima di finire i suoi giorni, ebbe a sopportare gravissime avversità. Molti parenti ed amici da lui colmati di grandi benefizii, lo pagarono colla più mostruosa ingratitudine; ed è una gran ferita al cuore il vedersi mai corrisposti da quelli a cui noi abbiamo fatti benefizii.

            Anzi, fra le stesse vittorie riportate da' suoi generali, ebbe pure una terribile perdita cagionata da un generale chiamato Varo. Quest'uomo ambizioso ed ingordo di danari fu mandato al governo della Germania. I Germani, nome che significa uomini di guerra, abitavano la parte orientale dell'Europa dal Reno (fiume che nasce nel monte S. Gottardo e va a scaricarsi nel mare Atlantico) fino ad un altro fiume detto Vistola, che trae sorgente nell'Austria, e versa le sue acque nel Baltico. Eravi nel paese compreso tra questi due fiumi un'immensa foresta, nota sotto il nome di Ercinia o {103 [103]} Selva Nera, a cagione della sua estensione e densità.

            Varo non potendo facilmente ammassare tesori presso quei poveri popoli, aggravavali colle più dure imposizioni. Finchè un capo di que' barbari chiamato Arminio, uomo feroce, ma di gran coraggio, tirò in agguato tutto l'esercito Romano. Egli si finse amico di Varo, e colla promessa di dargli in mano certi tesori, che diceva sapere egli solo dove erano nascosti, lo attirò colle sue legioni in mezzo alla Selva Nera.

            Colà il Romano esercito, nel buio della notte, venne improvvisamente assalito dai Germani, e senza nemmeno poter far uso delle armi, fu quasi interamente trucidato. Allora Arminio condannò ad orrendi supplizi quei soldati che erano caduti vivi nelle sue mani, e per eccesso di barbarie proibì sotto pene le più severe, che loro si desse sepoltura.

            Sparsa tale notizia, tutta l'Italia fu presa dal maggiore spavento, e ognun temeva che i barbari si movessero verso l'Italia innanzi che alcuno potesse loro opporsi. Tutta Roma trovavasi nella massima costernazione, e lo stesso Augusto profondamente addolorato, si vestì a lutto, si lasciò crescere la barba ed i capelli, il che era il maggior segno di cordoglio che dar potesse un Romano; e qua e là correndo come un forsennato, esclamava: Varo, rendimi le mie legioni.

            Finalmente Augusto indebolito dall'età, dalle fatiche e dal dolore cagionatogli dalla sconfitta della Selva Nera, abbandonò Roma per ritirarsi in campagna e godere alquanto di quiete. L'ultimo giorno di sua vita chiesto uno specchio, fecesi acconciare i capelli e sontuosamente vestito si volse ai suoi amici dicendo: non ho fatto bene la mia parte? Risposero di sì. Or bene, {104 [104]} ripigliò Augusto, la commedia è finita, battete le mani. Egli morì in Nola, città della terra di Lavoro, in età di anni 76, nei 57mo del suo regno, 13mo di G. C.

            Questo imperatore fu nei primi anni del suo regno crudele, ma le buone azioni fatte negli anni posteriori lo fecero avere in grandissima venerazione presso ai suoi sudditi anche dopo morte.

 

III. Crudeltà di Tiberio e di Caligola.

 

            Dal 44 al 41 dell'Era volgare.

 

            Al pacifico Augusto succedette nell'impero il crudele Tiberio. Costui seppe nascondere la ferocia del suo cuore finchè fu giunto al potere. Quando poi se ne trovò in possesso, non ci fu crudeltà che non commettesse. Un generale di nome Germanico, nipote di Tiberio, combatteva vittoriosamente i Germani, e Tiberio geloso della gloria di lui, lo chiamò a Roma sotto lo specioso pretesto di fargli godere la gloria del trionfo. La grazia di Germanico, la sua affabilità, le replicate vittorie da lui riportate, lo avevano reso l'idolo del popolo Romano.

            Tiberio vie più ingelosito, lo mandò nelle parti di Oriente contro ai Parti, perchè sedasse nuovi tumulti, ma intanto erasi accordato segretamente con Pisone e sua moglie Plancina, perchè avvelenassero al più presto possibile quell'uomo valoroso. Egli pertanto dopo aver riportate molte vittorie cadde ammalato nella città di Antiochia, e in breve s'accorse che gli era stato dato il veleno. Tutto il popolo romano pianse amaramente questo giovane eroe. Le ceneri di lui vennero portate a Roma, e quando furono deposte nel sepolcro di Augusto, si fece d'improvviso un cupo silenzio, ed i magistrati, i {105 [105]} soldati e il popolo, si posero a gridare che la repubblica era perduta.

            Seiano, prefetto della guardia pretoriana, cioè di quei soldati che erano incaricati di invigilare alla sicurezza dell'imperatore e della città, e strumento di gran parte delle sue crudeltà, cadde in sospetto a Tiberio, che lo fece subito condannare a morte insieme con la moglie, figli ed amici.

            Un detto, un gesto, uno sguardo che non avesse piaciuto all'imperatore, erano delitto di morte. Se non che annoiatosi a poco a poco di quelle condanne particolari, ordinò che fosse fatto morire senz'altro processo, chiunque venisse accusato. Allora tutta l'Italia fu piena di lamenti, il terrore regnava da ogni parte. Ma quel Dio che invigila sopra il genere umano, può, quando il vuole, metter fine alle scelleratezze degli uomini. Per darsi in preda ad ogni sorta di stravizi, negli ultimi anni di sua vita, Tiberio ritirossi nell'isola di Capri, dove alfine indebolito dalle sue infami dissolutezze, essendo svenuto, un certo Macrone, abituato ne' delitti, gli gettò un guanciale sulla faccia, e lo soffocò nell'anno 37 dell'era volgare. Nell'anno diciottesimo del regno di Tiberio, mentre in Italia avevano luogo tante inaudite barbarie, compievasi nella Palestina un avvenimento che doveva far cangiare faccia all'universo. Gesù Cristo, Salvatore del mondo, dopo aver predicato il Vangelo in tutto la Palestina, con una morte volontaria e con una gloriosa risurrezione, consumò l'opera della redenzione del genere umano. Pilato, governatore della Giudea, riferì a Tiberio la storia della passione, del risorgimento e dei miracoli di Gesù Cristo. Tiberio ne informò il Senato e propose che Gesù Cristo fosse dai Romani posto {106 [106]} nel novero degli dei. Ma il Signore del cielo e della terra non doveva essere confuso colle ridicole divinità dei Pagani. Il Senato, offeso perchè non era stato il primo a fare questa proposta, rigettò la dimanda del principe.

            I tristi esempi di Tiberio furono seguiti da Caligola, di lui successore. Esso era figliuolo del prode Germanico, ma era privo affatto della virtù del padre. Non havvi stranezza, non delitto, in cui non siasi bestialmente immerso. Ascoltate, ma con ribrezzo.

            Nelle sue stravaganze volle che gli fossero resi onori divini, perciò diede a se stesso il nome di varie divinità. Ora prendeva il nome di Marte, talvolta di Giove, di Giunone, di Venere, e vestito degli abiti di queste divinità, riceveva adorazioni e sacrifizii. Si fece fabbricare un tempio in cui fu riposta una sua statua d'oro magnificamente vestita; dinanzi a quella dovevano prostrarsi i suoi adoratori; gran numero di sacerdoti ogni giorno a lui sacrificavano. La dignità di pontefice era tra le prime di Roma. Egli volle che sua moglie, e di poi il suo cavallo, fossero sommi pontefici. Voi fate senza dubbio le maraviglie a tali sciocchezze, pure voi vedrete ancor di peggio.

            Per quel suo cavallo nudriva una passione sì strana, che ordinò che gli fosse costrutta una stalla di avorio ed una mangiatoia d'oro, e che fosse coperto con una gualdrappa (ossia coperta) di porpora, e che portasse al collo un monile di gemme preziose. Affinchè poi nessuno strepito turbasse il sonno di quella bestia preziosa, faceva stare guardie intorno alla stalla lungo la notte; aveva destinati parecchi servi e domestici, i quali erano incaricati di provvedere quanto poteva occorrere al magnifico Incitato; tale era il nome dato dall'imperatore {107 [107]} a quell'animale. Qualunque personaggio fosse andato a fargli visita, era lautamente trattato.

            Tenete il riso se potete: un giorno l'imperatore invitò quel cavallo alla sua tavola, ove era apparecchiato un sontuoso pranzo; gli fece porre innanzi dell'orzo dorato, che probabilmente non gli piacque tanto quanto il suo solito cibo; gli versò egli stesso del vino in una coppa d'oro, nella quale bevette poi egli stesso. Quel pazzo principe aveva stabilito di conferire a quella bestia la dignità di console, se fosse vissuto quanto ei sperava.

            Le follie, le stravaganze conducono naturalmente alla crudeltà, e Caligola fu altresì uno dei principi più crudeli. Non avendo più danaro a scialacquare, faceva mettere a morte i più onesti cittadini, affine di appropriarsi i loro beni. Nè potendo tuttavia saziarsi del sangue umano, andava bestialmente esclamando: «Ah! vorrei che il popolo Romano avesse una sola testa per tagliarla con un sol colpo.» Io passo sotto silenzio molte altre scelleratezze di questo principe, perchè fanno troppo ribrezzo. Vi basti il dire che egli non aveva più un amico; perciò da tutti abborrito, fu da un certo Cherea finalmente trucidato in occorrenza di una solennità, mentre andava al teatro, nell'anno 41, dopo quattro anni di regno.

            Così morirono Tiberio e Caligola, principi da tutti maledetti, perchè i malvagi sono temuti in vita, ma odiati dopo morte. {108 [108]}

 

 

IV. I primi martiri.

 

            Dal 42 al 68 dopo Cristo.

 

            A Caligola succedette nell'impero Claudio, primo di tal nome, il quale a danno di suo figliuolo volle adottare Nerone e stabilirlo successore al trono.

            Se io volessi raccontarvi ad una ad una le nefandità di questi imperatori, o meglio di questi oppressori del genere umano, dovrei ripetervi quanto di più empio e di più crudele si trova in tutte le storie delle altre nazioni. Era pertanto di somma necessità che venisse un maestro, che colla santità di sua dottrina insegnasse ai regnanti il modo di comandare, ai sudditi quello di ubbidire. Questo fece la religione di Gesù Cristo. Richiamatevi qui a memoria la famosa visione di Nabuccodonosor, con cui Dio rivelava a quel principe quattro grandi monarchie, delle quali l'ultima doveva superare tutte le altre in grandezza e magnificenza; questa era l'impero Romano.

            Ma una piccola monarchia, raffigurata in un sassolino, doveva atterrare questa grande potenza, e sola estendere le sue conquiste per tutto il mondo, per durare in eterno. Questa monarchia eterna da fondarsi sopra le rovine delle quattro antecedenti, era la Religione Cattolica, la quale doveva dilatarsi per tutto il mondo, per modo che la città di Roma, già capitale del Romano impero, diventasse gloriosa sede del Vicario di G. C. del Romano Pontefice.

            Primo a portare questa santa religione in Italia fu san Pietro Principe degli Apostoli, stabilito Capo della Chiesa dal medesimo Salvator nostro. Egli aveva già {109 [109]} tenuto sette anni la sede apostolica nella città di Antiochia: l'anno quarantesimo secondo dell'Era Cristiana venne a stabilirsi in Roma, città in quel tempo data in preda ad ogni sorta di vizi, perciò niente disposta a ricevere una Religione che è tutta virtù e santità.

            Tuttavia Dio che è padrone del cuore degli uomini fece sì, che il Vangelo fosse ricevuto in molti paesi d'Italia, in Roma e nella stessa corte dell'imperatore. Ma una furiosa persecuzione mossa dall'imperatore Nerone insorse contro alla novella Religione.

            Questo principe aveva già fatto condannare a morte migliaia di cittadini. Britannico suo fratello, Agrippina sua madre, sua moglie l'imperatrice Ottavia, il dotto filosofo Seneca di lui maestro, furono vittima di quel mostro di crudeltà. Egli fece appiccare il fuoco a parecchi quartieri della città, vietando severamente che l'incendio si smorzasse; e mentre globi di fiamme e di fumo s'innalzavano da tutte le parti, Nerone vestito da commediante salì sopra una torre d'onde vedendo tutta Roma in combustione se ne stava cantando sulla cetra l'incendio di Troia, cioè quel famoso avvenimento di cui si parla nella Storia Greca.

            Accortosi poi Nerone che quel disastro metteva il colmo all'indignazione dei Romani contro di lui, negettò tutta la colpa sopra i Cristiani. Non potrei qui ridirvi, o giovani cari, a quali spaventosi supplizi i generosi Cristiani furono condannati. Alcuni coperti di pelli di bestie erano divorati da cani; altri rivestiti di tuniche intonacate di pece e di zolfo erano accesi a modo di fiaccole per far lume durante la notte. Parecchi crocifissi dai carnefici, altri lapidati dalla plebaglia.

            Tali tormenti, non è vero? atterriscono gli uomini {110 [110]} più intrepidi; pure tanto coraggio Iddio infondeva nel cuore di quei Cristiani, che si videro deboli donne, vecchi, ed anche fanciulli andar incontro alle torture, impazienti di morire per la fede. A coloro che sopportarono tali tremendi tormenti si diede il nome di Martiri che vuol dire testimoni perchè davano la loro vita per testificare in mezzo ai tormenti la divinità della Religione di Gesù Cristo.

            S. Pietro primo Papa subì il martirio in questa prima persecuzione e fu crocifisso col capo all'in giù sul monte Gianicolo. Il giorno stesso S. Paolo fu condotto tre miglia distante da Roma nel luogo detto le acque Salvie dove gli fu troncata la testa.

            Ora che vi ho raccontato i tormenti che Nerone fece patire ai martiri della fede, voglio narrarvi quale fine abbia fatto egli stesso. Dopo di aver esercitato ogni sorta di crudeltà si mise a fare il cocchiere, vale a dire a guidare cavalli nei giuochi del circo, ed esercitare il basso mestiere di commediante, e giunse fino a farsi capo di una squadra di libertini coi quali notte tempo assaliva e maltrattava i passeggieri.

            Tante follie unite a tante crudeltà gli tirarono addosso l'odio e il disprezzo di tutti, sicchè fu proclamato nella Spagna un altro imperatore di nome Galba. A tale notizia Nerone dalla paura parve tratto fuor di senno. Gettò a terra con violenza la tavola sopra cui pranzava, ruppe in mille pezzi due vasi di cristallo di gran prezzo, batteva la testa nelle muraglie. Frattanto gli viene recata la nuova che il Senato l'aveva condannato a morte; allora fra l'oscurità della notte esce dal palazzo, corre di porta in porta ad implorare soccorso da' suoi amici, i quali tutti lo fuggono: perchè i malvagi {111 [111]} hanno solo cattivi amici che li abbandonano appena si accorgono delle loro sventure.

            Tuttavia per tentare di salvarsi in qualche modo monta sopra un cavallo, si fa coprire con un vile mantello, e fra le maledizioni e sconosciuto passa in mezzo a' suoi nemici che gli gridano morte da tutte parti. Oppresso nella fuga da ardente sete, costretto a bere acqua limacciosa nel cavo della mano esclamò: Sono questi i liquori di Nerone!

            Giunto alla casa villereccia di un suo servo di nome Faonte tentò di nascondersi. Se non che subito s'accorse che il suo asilo era intorniato dai soldati che lo cercavano a morte. Allora non sapendo più a che partito appigliarsi andava a tutta voce gridando: «non è egli peccato che un sì buon cantante perisca?» Ciò detto, per iscansare il pubblico supplizio, si trapassò da se stesso con un pugnale la gola. Fine degna di questo mostro che in soli tredici anni di regno trovò modo di far inorridire del suo nome i tiranni medesimi (anno di Cristo 68). Nerone morì il giorno che aveva fatto uccidere sua madre in età d'anni trent'uno: egli fu l'ultimo imperatore della famiglia di Augusto.

 

 

V. La battaglia di Bebriaco.

 

            Dal 68 al 71 dopo Cristo.

 

            Galba erasi già avanzato fin nelle Gallie quando il senato ed il popolo il proclamarono imperatore. A questa notizia egli venne a Roma, e al proprio nome aggiunse il titolo di Cesare, col quale si contraddistingueva il capo dell'Impero. Ma potè soltanto tenere il trono otto mesi, poichè gli fu troncata la testa in {112 [112]} una sommossa eccitala per alcune sue crudeltà da un certo Ottone compagno de' misfatti di Nerone, che allora ambiva l'impero.

            Ottone innalzato all'impero da una sedizione militare non potè acquistarsi l'amore de' suoi sudditi, perciocchè troppo erano conosciuti i disordini della sua gioventù. Di più l'esercito Romano che militava nella Germania scelse un suo generale di nome Vitellio e lo creò imperatore.

            Allora si videro due imperatori a contendersi il supremo dominio. I partiti erano ambidue terribilmente forti, e da numerose soldatesche sostenuti. Quando Ottone udì che Vitellio si avanzava verso Roma colle sue genti gli andò incontro e si scontrarono a Bebriaco ora Cividale fra Mantova e Cremona. Sì grande era il desiderio di combattere che in tre giorni seguirono tre grandi battaglie sempre vantaggiose ad Ottone, finchè Valente e Cecina famosi generali di Vitellio, unendo insieme le loro forze, diedero nel tempo stesso un generale attacco alle genti nemiche. L'esercito di Ottone fu disfatto, ed egli stesso, degno seguace di Nerone, si ritirò nella sua tenda e disperatamente si die la morte. Così Vitellio senza alcun contrasto potè entrare trionfalmente in Roma e salire sul trono de' Cesari.

            Dopo il fatto d'armi di Bebriaco, mentre una parte dell'esercito di Vitellio doveva partirsi da Torino e ricondursi in Bretagna, accadde che un soldato Batavo insolente prese ad insultare con parole ingiuriose un artefice Torinese per causa del prezzo di un suo lavorio. Un Britanno alloggiato in casa dell'artefice ne prese vivamente la difesa. In breve si aumentò il numero dei tumultuanti e i Britanni (inglesi) prendendo le parti del {113 [113]} loro legionario venivano già alle mani coi Batavi che difendevano il loro milite; quando due coorti pretoriane si interposero prendendo le parti dei Britanni. Parecchi rimasero uccisi da ambe le parti; e i Batavi vedendosi costretti a partirsene appiccarono il fuoco alla città di Torino e in gran parte la incenerirono. Ciò non ostante i Torinesi continuarono a mantenersi fedeli ai Romani imperatori.

 

 

VI. Vespasiano.

 

            Dal 70 al 79 di Cristo.

 

            Fate pure le maraviglie: or giungiamo finalmente alla storia di un principe, che posso accertarvi non essere stato il flagello dell'umanità, anzi tanto Vespasiano quanto suo figlio Tito procurarono tempi più tranquilli all'Italia. Vespasiano fin dai tempi di Nerone era stato spedito in Palestina per acquetare alcuni tumulti insorti tra i Giudei, i quali or per un motivo or per un altro ribellavansi contro ai Romani. Da abile generale egli aveva già soggiogato colle armi tutto quel paese; solo rimanevagli ad impadronirsi di Gerusalemme, quando gli eserciti Romani di Oriente sdegnosi di servire ad un crapulone quale era Vitellio, veggendo che Vespasiano era uomo coraggioso, abilissimo in fatto d'armi, affabile e cortese con tutti, perciò amato da tutti quelli che lo conoscevano, lo proclamarono imperatore. Quando fu annunziato a Vitellio che i soldati di Vespasiano erano già penetrati nel campo di Marte ed in Roma stessa, egli non pensò che a mangiare e a bere fino ad ubbriacarsi.

            Intanto mentre da tutte le parti risuonavano grida di evviva pel novello imperatore, lo stupido Vitellio si {114 [114]} andava strascinando come meglio poteva per le sale del suo palazzo gridando ad alta voce: soccorso, soccorso: niuno gli rispondeva perchè i servi, anche più infimi erano fuggiti.

            Erasi poi appiattato in un canile, quando i soldati, che andavano in cerca di lui, trattolo fuori del suo nascondiglio lo misero a morte.

            In simile guisa Vespasiano, divenuto tranquillo possessore dell'Impero, adoperò tutte le sue sollecitudini per riparare i gravi disordini introdotti da tanti malvagi imperatori che lo precedettero. Scacciò dal senato quelli che lo disonoravano coi loro vizi, riformò varii abusi ne' tribunali e nelle milizie.

            Egli abborriva sommamente la mollezza, ed un giovane nominato ad una carica essendo andato tutto profumato per ringraziamelo, l'imperatore persuaso che colui il quale si occupa della coltura del corpo, per lo più manca delle virtù dello spirito, lo rimproverò dicendogli: invece di profumi, amerei meglio che mandaste odore di aglio. Quasi dicesse che egli amava più un giovane rozzo e incivile, che un vano damerino, e lo licenziò dall'impiego.

            Quando Vespasiano lasciò Gerusalemme affidò l'assedio di quella città al valoroso Tito suo figlio. Quella nazione ostinata resistette al nemico fino agli estremi. I Giudei persuasi che quello era il secolo, nel quale secondo le profezie doveva venire il Messia, e credendo eziandio che il regno di quell'aspettato Liberatore fosse temporale, si ostinavano a difendersi contro ai Romani. Inoltre prestavano fede a varii impostori che di quando in quando si andavano spacciando per Messia, e quando udivansi a dire che il Messia era già venuto e che era Gesù {115 [115]} Cristo da loro condannato e messo in croce, vie più si sdegnavano. Intanto crescevano i disordini tra di loro e le dissensioni erano fomentate dalle varie sette e da quegli impostori che si qualificavano per Messia. Nelle ostilità antecedenti erano già periti trecentomila Giudei, e nel lungo assedio per ferro, fuoco e fame ne morirono più di un milione!

            Tito finalmente espugnò Gerusalemme, mandò a vendere centomila ebrei come schiavi; la città ed il tempio furono arsi e distrutti. Così fu avverata la minaccia del Salvatore fatta alcuni anni prima ai depravati ebrei quando disse: di Gerusalemme e del famoso suo tempio non rimarrà più pietra sopra pietra. Molte curiose particolarità di questo memorabile avvenimento avete già lette nella storia ecclesiastica, che giudico non abbiate ancora dimenticate.

            Vespasiano aveva molte buone qualità, ma gli si rimprovera il difetto di avarizia; il che dimostrò particolarmente nell'occasione che alcuni deputati di una città andarono a partecipargli che avevano raccolta una grossa somma di danaro per innalzargli una statua d'oro: «collocatela qui, loro rispose, presentando il concavo «della mano, ecco qua la base della statua bella e «pronta.» Infatti eglisi fece dare quella somma, azione poco onorevole per un imperatore. Egli esercitò pure alcuni atti di crudeltà condannando alla morte più illustri personaggi di Roma. Per la qual cosa essendo poco dopo caduto gravemente ammalato, molti riguardarono tale avvenimento come gastigo del rigoroso supplizio fatto patire agli altri. Morì d'anni settantanove dopo averne regnato dieci: egli fu il primo imperatore che topo Augusto morisse di morte naturale. {116 [116]}

 

 

VII. Eruzione del Monte Vesuvio.

 

            Dal 79 all’81 dopo Cristo.

 

            Tito figlio e successore di Vespasiano fu di gran lunga migliore del padre. Gli storici lo sogliono chiamare la delizia del genere umano. Egli desiderava essere da tutti amato, anzichè temuto; fu così clemente e buono verso i suoi sudditi, che durante il suo regno niuno fu condannato a morte.

            Sempre intento a far del bene era grandemente afflitto quando non aveva occasione di far qualche buona azione. Una sera richiesto da' suoi amici perchè fosse malinconico: cari amici, rispose sospirando, ho perduto una giornata! Perchè? ripigliarono. Perchè oggi non ho fatto opera buona.

            Il regno di Tito fu segnalato da grandi calamità. Una violenta peste devastò una parte dell'Italia; un nuovo incendio ridusse in cenere parecchi quartieri di Roma, la quale dopo l'incendio di Nerone cominciava a ripigliare 1'antico suo splendore. Ma 1'avvenimento più d'ogni altro deplorabile fu un'eruzione del monte Vesuvio vale a dire di quel vulcano che manda fuoco anche al presente a poca distanza da Napoli. Forse voi non avete ancora una giusta idea de' vulcani, perciò voglio dirvi quello che gli eruditi asseriscono di questi monti spaventevoli.

            Un vulcano è una montagna la quale contiene gran quantità di materie bituminose e sulfuree. Allorchè quelle materie sono poste in moto da un fuoco sotterraneo, e che arde naturalmente in seno alla terra in modo a noi sconosciuto, esse producono scoppii terribili, {117 [117]}

mandano fuori da ogni parte turbini di cenere, pietre calcinate, bitume bollente, il quale raffreddandosi diventa duro al par della pietra e si appella comunemente lava. Nell'Italia noi abbiamo due di questi vulcani, il monte Etna nella Sicilia ed il Vesuvio vicino a Napoli.

            L'eruzione del Vesuvio che seguì ai tempi di Tito fu certamente un gran disastro. Cominciarono a farsi sentire violente scosse di terremoto, fragori sotterranei somiglianti al tuono; all'intorno il terreno pareva arso ed infuocato; l'acqua del mare agitata da cima a fondo minacciava di uscire dal suo letto; tutto spirava costernazione e terrore, quando in pieno mezzodì cominciarono ad uscire da quella infuocata montagna neri e densi globi di fumo misto con cenere, e nel tempo stesso si videro lanciate in aria enormi pietre, che con tremendo fracasso dall'alto precipitavano giù pei fianchi della montagna. Dopo di ciò apparvero fiamme mescolate con cenere e fumo, a segno che facendo velo al sole cangiarono il giorno in tetra notte.

            Un uomo coraggioso chiamato Plinio, soprannominato il naturalista, (per distinguerlo da un altro Plinio suo nipote detto il giovane), comandava la flotta Romana nella città di Miseno distante nove miglia da quel luogo. Per osservare da vicino quel terribile fuoco, mentre tutta la gente fuggiva, egli si avanzò verso il luogo ove maggiore era il pericolo, ma la sua curiosità gli costò la vita, e rimase soffocato dall'odore del zolfo e dalle ceneri.

            Plinio il giovane di lui nipote corse pure un gravissimo rischio in quella città. Sua madre gli diceva «fuggi, mio figlio, io sono vecchia ed inferma, avrò {118 [118]} «cara la morte, qualora io sappia che tu sei in luogo «sicuro. Madre, rispondeva il generoso figliuolo, io son «risoluto di perire o di scampare con voi, non vi «abbandonerò giammai.» Più volte essi vennero coperti dalla cenere, ma fortunatamente poterono salvarsi. Così la pietà del figlio era dalla Provvidenza ricompensata colla salvezza della madre e del figlio medesimo.

            Durante quest'eruzione due famose città appellate Ercolano e Pompei restarono sepolte sotto altissimi mucchi di cenere, e il loro sito giacque sconosciuto fino al 1710; tempo in cui vennero scoperte sotto al villaggio di Portici presso a Napoli a grande profondità.

            Vi si trovarono pitture preziose, utensili di casa, di toeletta, statue, monete, noci, uve, olivi, grano, pane, ed in una prigione si vide persino il cadavere di un infelice cinto ancora dalle catene. Queste cose poterono per sì lungo spazio di tempo conservarsi, perchè non erano esposte all'influenza dell'aria e delle stagioni, altrimenti sarebbero state di leggieri guaste e rovinate.

            Il medesimo villaggio di Portici è fabbricato sulla lava che coperse la città di Ercolano.

            Tito afflitto per tante calamità, cui i suoi sudditi andarono soggetti, si occupava indefessamente nel ristorare i loro mali; ed avrebbe senza dubbio fatto gran bene se una morte immatura non lo avesse tolto di vita dopo soli due anni di regno. Dicono che egli sia stato avvelenato da suo fratello Domiziano, il quale ambiva di succedergli nel trono; e di fatti ne fu il successore. {119 [119]}

 

 

VIII. Domiziano e Apollonio il mago.

 

            Dall'anno 81 al 96 dopo Cristo.

 

            A fatica si può concepire come Domiziano, figlio di Vespasiano, fratello dell'ottimo Tito, sia stato d'indole sì perversa. In lussuria e crudeltà fu un secondo Nerone, rassomigliando piuttosto ad un carnefice che ad un imperatore. Ordinò che non gli si potessero innalzar statue se non d'oro e d'argento; pretese di essere adorato come un Dio. La qual cosa sdegnando di fare molti illustri senatori ed altri ragguardevoli cittadini, furono fatti morire. Parecchi de' suoi più valorosi capitani, solo perchè gli cagionavano invidia col loro valore, furono condannati a morte. Presiedeva egli stesso ai supplizii, e metteva ogni studio per aggiugnere pene e spasimi ai condannati.

            L'anno secondo del suo regno pubblicò un editto che condannava a morte tutti i cristiani, e d'allora in poi volse tutto il suo furore nel perseguitarli e farli morire. Il console Flavio, suo cugino, abbracciò la fede cristiana con tutta la sua famiglia, e per questo solo motivo fu condannato a morte, e la stessa sua moglie Domitilla, parente dell'imperatore, fu mandata in esiglio. S.Giovanni l'Evangelista dall'Asia fu condotto a Roma, e presso la porta Latina per sentenza dell'imperatore fu immerso in una caldaia d'olio bollente, da cui però venne prodigiosamente liberato.

            Tante barbarie suscitarono da tutte parti congiure contro Domiziano. Un uomo straordinario di nome Apollonio, della città di Tiano, comunemente detto il mago, omentava egli pure una congiura a favore di un generale {120 [120]} chiamato Nerva. Lo seppe l'imperatore, e comandò che fosse arrestato e condotto a Roma. L'imperatore nel rimirare il sembiante di lui, lo strano vestito, la lunga barba, i bianchi capelli, si spaventò. Egli è un demonio, esclamò. Io ben veggo, rispose freddamente Apollonio, che gli dei non ti sono cortesi, perchè tu non sai distinguere i mortali dagli immortali. Interrogato poscia intorno alla congiura, egli negò tutto. Nonostante in pena della sua arroganza gli fu recisa la barba, i capelli, e venne messo in carcere. Di che niente intimorito, disse al suo confidente Dami: il mio destino è superiore a quello del tiranno, egli non potrà farmi alcun male.

            Diffatti egli trovò mezzo di fuggire, e si ritirò in Efeso, città dell'Asia Minore. Un di che egli faceva un discorso in presenza di molto popolo, fra le undici ed il mezzodì, repentinamente ruppe il ragionamento, e tramutato nell'aspetto e quasi convulso: percuoti, esclamo, percuoti il tiranno! Stato alcuni istanti in profondo silenzio soggiunse: il tiranno è spento, io ve lo giuro. Fu creduto pazzo dagli astanti, ma la cosa era proprio avvenuta così. Domiziano era stato trucidato nel proprio palazzo.

            Mi accorgo che più cose vi arrecano maraviglia, e che perciò vorreste dimandarmi: che cosa sono i maghi? Apollonio disse la verità?

            Vi risponderò in breve: anticamente i maghi erano filosofi, vale a dire uomini che si davano grandissima premura per lo studio della scienza. Più tardi questa parola fu usata a significar certi uomini che si vantavano di far miracoli, predir l'avvenire, ma che in sostanza erano veri ciarlatani. Perciocchè i veri miracoli {121 [121]} e le vere profezie possono soltanto venire da Dio, il quale non le permette giammai in conferma della menzogna.

            In quanto poi ad Apollonio, io credo ch'egli abbia benissimo potuto, anche di lontano, sapere l'ora della morte di Domiziano, perchè consapevole e forse complice della tramatasi congiura, informato del giorno e dell'ora in cui doveva effettuarsi. Sicchè nulla di soprannaturale avvenne sui fatti del mago Apollonio.

 

 

IX. Quattro imperatori buoni.

 

            Dal 96 al 161 dopo Cristo.

 

            Quando vi dico esserci stati degli imperatori buoni, uopo è che intendiate soltanto quella bontà che può avere un uomo pagano. Imperciocchè quasi tutti gli uomini virtuosi del paganesimo andarono soggetti ai vizii della crapula, della lussuria e dell'ambizione. La sola cattolica religione, perchè divina, è capace di sollevare l'uomo a portare vittoria sopra questi vizii, e a praticare la temperanza, l'onestà e la modestia.

            I quattro imperatori, di cui voglio ora parlarvi, sono Nerva, Traiano, Adriano e Antonino, dei quali vi racconterò le principali azioni. Al feroce Domiziano succedeva Nerva, uomo di provata bontà, il quale ne' due anni del suo regno si occupò a riparare i mali che Domiziano aveva cagionati all'impero. Alla sua morte designò Traiano per successore.

            Traiano, nato nella Spagna, primo tra i Romani imperatori di nascita non italiana, fu uno dei migliori sovrani che abbia avuto Roma pagana. Il suo regno è distinto per le vittorie riportate contro i Daci, oggidì Transilvani {122 [122]} e Moldavi, e ridusse quei paesi in provincia Romana. Tali vittorie ritornarono di gran vantaggio, perchè così liberava, l'impero da un gran tributo, cui il debole Domiziano erasi obbligato verso quei barbari, affinchè lo lasciassero in pace. Fece anche molte conquiste nelle parti di Oriente, e finì di vivere in Selinonte, città dell'Asia Minore, detta di poi Traianopoli, vale a dire città di Traiano. Anno 117.

            Sebbene in questo principe si ammiri la bontà del governo, tuttavia gli si rimprovera il disordine della ubbriachezza e molti altri difetti. Anzi è annoverato fra i persecutori della religione cristiana, ed appunto nell'anno ottavo del suo regno fu suscitata la terza persecuzione, in cui parecchi illustri personaggi furono condannati a morte, perchè erano cristiani.

            Adriano, successore di Traiano, è altresì annoverato tra i più chiari imperatori romani. Egli amava la pace, la giustizia e la sobrietà; coltivava molto le scienze. La sua memoria era così prodigiosa, che letto un libro, di subito ripetevalo da un capo all'altro. Egli riedificò la città di Gerusalemme sotto il nome di Elia, ma proibì per sempre agli Ebrei di andare colà per abitarvi.

            Si racconta di questo principe un bel tratto di bontà che io non voglio ommettere. Mentre passava per una pubblica piazza, una donna si era rivolta a lui per ottenere un favore che credeva giusto, ed essendo stata aspramente ributtata dall'imperatore, arditamente ella esclamò: perchè dunque siete nostro principe? Tali parole fermarono Adriano, il quale tornando indietro, ascoltò con pazienza la buona donna, e le concedette quello che dimandava. Adriano morì dopo venti anni di regno. Anno 137. {123 [123]}

            Antonino, figliuolo adottivo di Adriano, fa il migliore di questi quattro imperatori. Egli è soprannominato il pio per la sua bontà, e fu il primo imperatore che conoscendo la ragionevolezza della cattolica religione, lasciasse libero ai cristiani di professarla, perciò il primo che non abbia perseguitato i Cristiani. Questo pacifico intervallo diede campo ai ministri del Vangelo di far conoscere la religione di Gesù Cristo, la cui luce si andava spandendo per ogni luogo.

            Antonino morì nell'età di anni 73, dopo averne regnati 20, e la morte di lui fu riguardata come una pubblica calamità non solo per l'Italia, ma per tutto il romano impero. Gli fu innalzato un monumento che esiste ancora oggidì, e porta il nome di colonna Antonina, e Marc'Aurelio di lui successore, nell'occasione che fu inaugurata quella colonna, fece coniare una medaglia, la quale rappresenta da una parte l'immagine di Antonino, e dall'altra la colonna stessa con quest'iscrizione: Divo Pio, vale a dire al divino pio.

            Così mentre i malvagi sono tenuti in esecrazione presso ai posteri, i buoni si conservano in grata memoria tra le lodi e le benedizioni.

 

 

X. La legione fulminante.

 

            Dall'anno 161 al 180 dopo Cristo.

 

            Marco Aurelio era degno successore del saggio Antonino di cui era figlio adottivo. Fin dall'infanzia egli erasi applicato allo studio della filosofia, vale a dire di quella scienza che insegna all'uomo la pratica della virtù e la fuga del vizio. Egli si considerava come un padre, di cui erano figli tutti i suoi sudditi; perciò {124 [124]} impiegava tutte le sue cure per la pace e tranquillità del Romano Impero. Sotto al suo regno l'Italia godette perfetta tranquillità. Una cosa però che riuscì di gran danno all'Italia fu l'avere associato all'impero un suo fratello di nome Lucio Vero, principe dispregevole, privo di valore e di virtù; e rotto ad ogni sorta di vizi. Si videro per la prima volta nel tempo stesso due sovrani nel Romano Impero, il che avrebbe fin d'allora prodotto gravi perturbazioni; ma dopo alcuni anni Lucio Vero morì pe' suoi stravizzi. Sebbene più maiale che uomo, tuttavia Marco Aurelio lo fece annoverare fra gli déi.

            Questo imperatore riportò molte vittorie contro ai barbari ed estese le sue conquiste sino al di là del Danubio presso alle montagne di Boemia. Mentre colà accanitamente si combatteva, avvenne che 1'esercito Romano si lasciò cogliere nelle insidie dei barbari. I Romani erano chiusi nella gola di due montagne; davanti avevano il nemico di gran lunga in numero superiore; di più essendo nel bollor della state in breve la sete divenne tra loro sì crudele che' uomini e cavalli cadevano a terra sfiniti od arrabbiati.

            Per buona ventura era in questo esercito una legione di cristiani, vale a dire un reggimento di circa seimila soldati cristiani. Costoro instruiti nelle verità del Vangelo che insegna a ricorrere a Dio ne' bisogni della vita, in quelle strettezze abbassarono le armi, e postisi ginocchioni innalzarono a Dio fervorose preghiere dirimpetto al nemico che li motteggiava.

            Si vide allora ad un tratto coprirsi di nuvole il cielo, ed una dirotta pioggia cadere nel campo romano. A questo inaspettato prodigio tutti levarono la faccia {125 [125]} all'insù ricevendo così l'acqua a bocca aperta; tanto era ardente la loro sete. Dipoi empierono i loro elmi e bevettero essi ed i cavalli.

            I barbari giudicarono quel momento favorevole per attaccare i nemici, ma il cielo armandosi a pro' dei Romani scaricò sopra di quelli una terribile grandine, la quale mischiata con tuoni e fulmini rovinò tutti i loro battaglioni, in modo che rimasero vinti. Le truppe cristiane, alle cui preghiere era attribuito questo celeste favore, ricevettero il nome di legione fulminante. In memoria di questo fatto s'innalzò in Roma un monumento, che sussiste ancora ai nostri dì, in cui si vede scolpito in bassorilievo questo avvenimento così glorioso al cristianesimo.

            Ora dovete notare che Marco Aurelio aveva prestato fede a molte accuse che uomini malvagi avevano fatte contro ai cristiani, perciò fin dal principio del suo regno aveva mosso contro di loro la quarta persecuzione in cui fu sparso molto sangue cristiano. Dopo il prodigio della pioggia, pieno di riconoscenza verso ai cristiani, scrisse in loro favore al Senato, affinchè non fossero più perseguitati. Tuttavia tre anni dopo si riaccese la persecuzione, ond'è che Marco Aurelio è annoverato fra i persecutori del cristianesimo.

            Questo imperatore morì nel 180 in età d'anni 59. Raccontano che sia stato avvelenato da Comodo suo figliuolo, il quale ambiva di succedergli nel trono. A questo principe tenne dietro una lunga serie di altri imperatori, i quali tutti coi loro vizi disonorarono se stessi e il trono. {126 [126]}

 

 

XI. Quattro imperatori malvagi.

 

            Dal 180 al 222 dopo Cristo.

 

            Vi ho poc'anzi raccontata la vita di quattro imperatori buoni, ora debbo esporvi le azioni di quattro imperatori malvagi, che furono veri flagelli dell'Italia. Io mi limito a raccontarvi soltanto alcuni tratti della loro barbarie, affinchè ne abbiate grande orrore. I loro nomi sono Comodo, Settimio Severo, Caracalla, Eliogabalo. Comodo era figlio di Marco Aurelio e gli succedette nel trono. Più mostro che uomo prese ad imitare le crudeltà degli antichi tiranni. I suoi furori gli affrettarono la morte. In un eccesso di collera avendo condannato a morte sua moglie, essa il prevenne, e lo fece strangolare nel proprio palazzo. Così la crudeltà tornò a danno di chi n'era l'autore. Anno 193.

            Gli uccisori di Comodo tosto offrirono l'impero a Pertinace, nativo d'Alba, città del Piemonte. Egli si era pe' suoi meriti sollevato ai primi gradi della milizia. Presentatosi ai Pretoriani (così chiamavansi i soldati che formavano la guardia del corpo degli imperatori, stavano sempre nel loro campo dentro Roma, e sommavano almeno a 16 mila uomini) promise di dare a ciascuno di loro una somma corrispondente a 2300 fr. A tal patto i Pretoriani lo proclamarono imperatore, presentandolo al Senato, che non potè a meno di riconoscerlo. Ma non andò molto che tutti divennero malcontenti di lui. Quelli, che gli avevano offerto l'Impero, non si credevano sufficientemente ricompensati. I Pretoriani poi in grazia del danaro ricevuto datisi ai bagordi, nè più volendo ubbidire, si sollevarono, corsero al palazzo, e lo trucidarono dopo 87 giorni di regno. {127 [127]}

            Appena morto, due ricchi personaggi, Didio e Sulpiciano, si recano al campo dei Pretoriani, e là amendue a gara offrono danaro. I soldati ridevano di tal incanto, e Didio, che superò Sulpiciano col promettere ad ogni Pretoriano franchi 4800, fu acclamato imperatore. Ma il popolo sdegnato al vedere posta all'incanto in favore dei Pretoriani la dignità imperiale odiava Didio, lo insultava pubblicamente, donde nascevano risse coi Pretoriani. Finalmente prese le armi, sfidò a battaglia i Pretoriani, che non osarono uscire dal campo; allora si rivolse agli eserciti che militavano nelle varie parti dell'impero e li incaricò della cura di salvar Roma dai Pretoriani e dall'imperatore.

            Tre pretendenti all'impero si presentarono, Pescennio capitano dell'esercito della Siria in Oriente, Clodio Albino comandante delle legioni nella Britannia (oggi Inghilterra) e Settimio Severo capo delle legioni della Pannonia (oggidì Ungheria). Questi siccome più vicino a Roma vi giunse prima de' suoi due rivali. Il Senato depose Didio, ed i Pretoriani lo ammazzarono dopo 66 giorni di regno. Quindi Severo, dopo avere sconfitto Pescennio e Clodio, rientrò in Roma, mandò in esilio, mise in prigione ed anche a morte una gran parte degli amici de' suoi rivali; riordinò i Pretoriani introducendovi molti de' suoi più fidi soldati, e sicuro di essi regnò col terrore.

            Geta figliuolo di lui, giovanetto di ottimo cuore, di soli sette anni, al vedere ventinove senatori condannati a morte atroce, se ne mostrava col padre afflittissimo. Severo se ne accorse, e gli disse accarezzandolo: figlio mio, questi sono altrettanti nemici da cui vi libero. Geta replicò: questi infelici non hanno figliuoli, parenti {128 [128]} od amici? Ne hanno moltissimi, gli fu risposto. Allora Geta sclamò: «saranno adunque in maggior numero quelli che piangono le nostre vittorie, che quelli che parteciperanno della nostra allegrezza.»

            Questo savio riflesso non valse a moderare la crudeltà di Severo, anzi vi aggiunse la ferocia contra ogni sorta di sudditi. Fra le altre cose ordinò che fossero messi a morte tutti i cristiani, e cosi ebbe luogo la quinta persecuzione che fu violentissima. Migliaia di cristiani fra i più atroci tormenti furono condannati a morte; migliaia furono privati d'impieghi, di sostanze e rinchiusi in oscure prigioni; migliaia mandati in esiglio. Il tiranno follemente si pensava di distruggere il cristianesimo, e all'opposto ne moltiplicava i fedeli, perchè il sangue de' martiri era feconda semente di novelli cristiani.

            Intanto Severo giunto al colmo della sua empietà in una spedizione contro ai Britanni lasciò la vita nella città di Jork nell'Inghilterra. Caracalla suo figliuolo tentò di assassinarlo, e fallitogli il colpo dicono che gli procurasse col veleno la morte. Anno 208.

            Caracalla, assiso sul trono del genitore, nulla ebbe di umano eccetto le sembianze. Cominciò dall'uccidere suo fratello Geta, e lo trucidò di propria mano tra le braccia della madre accorsa per impedire l'orrendo fratricidio; ed ella stessa restò intrisa del sangue dell'infelice figliuolo.

            Dicono che abbia ucciso più di ventimila persone, perchè erano amici di Geta. Mettete insieme quanto fecero Nerone, Caligola, Tiberio, ed avrete giusto concetto degli orrori e delle infamie di Caracalla. Ma le empietà degli uomini hanno il loro termine. Egli aveva {129 [129]} condannato a morte il prefetto delle guardie pretoriane, di nome Macrino, il quale accertato che era destinato a morte spietata, fece trucidare lo stesso Caracalla in età di anni ventinove.

            Poco tempo Macrino potè godere dell'impero, perciocchè fu dagli stessi suoi soldati ucciso, e venne posto sul trono un giovanetto chiamato Bassiano, più conosciuto sotto il nome di Eliogabalo, ossia sacerdote del sole, così denominato, perchè introdusse in Italia il culto del sole, di cui esso era gran sacerdote, il che in lingua siriaca dicesi Elagabalo.

            Questo monarca, dato ad ogni sorta di vizi e di stravaganze, creò un senato di donne, egli stesso vestiva da donna e lavorava nella lana. Volle che in tutta l'Italia si celebrassero le nozze del sole colla luna, facendone pagar le spese ai sudditi. Intanto abbandonava il governo dello Stato a' suoi cuochi, ai cocchieri ed ai buffoni. Accortosi che i suoi disordini l'avevano fatto cadere in abborrimento a' suoi sudditi, egli attendendosi da un momento all'altro la morte, teneva in pronto una provvista di cordoni di seta per istrangolarsi, e un gran numero di spade con lamine d'oro, per trafiggersi in qualsivoglia occorrenza. Aveva altresì fatto costruire una torre, ai cui piedi era un pavimento di pietre preziose, acciocchè, occorrendo, avesse la soddisfazione di precipitarsi giù e rompersi il capo nella più splendida maniera che gli fosse possibile.

            Ma tutte queste precauzioni riuscirono vane, poichè stanchi i suoi sudditi di un tal mostro il trucidarono, e in segno di abborrimento il Senato decretò che il suo corpo fosse gettato nel Tevere, e la sua memoria condannata ad infamia eterna. {130 [130]}

            Tale fu la vita dei quattro imperatori malvagi, i quali introdussero tali disordini nell'impero, che si può dire aver essi grandissimamente contribuito a precipitarlo sempre più nell'abisso dell'immoralità e del disordine.

 

 

XII. Alessandro Severo.

 

            Dall'anno 222 al 238 dopo Cristo.

 

            Un regno di pace e di prosperità per l'Italia e per tutto il Romano impero fu quello di Alessandro Severo. Eliogabalo avevalo adottato per successore, ma perchè era di ottimi costumi e da tutti amato, ne ebbe gelosia e tentò di farlo ammazzare. La qual cosa per buona sorte non gli riuscì. Ucciso Eliogabalo, esso fu con gioia universale proclamato imperatore.

            La mansuetudine e la giustizia erano virtù proprie di questo imperatore. Persuaso che la sola religione è sostegno degli imperi, la sola che possa formare la felicità dei popoli, si mise a praticarla egli stesso, e a farla rispettare universalmente. Nel suo palazzo aveva fatto costruire un tempietto, in cui ordinò che fossero riposte le immagini de' benefattori più insigni dell'umanità.

            Colà vedevasi Alessandro il Grande, Abramo, Orfeo, Gesù Cristo; mescolanza al tutto bizzarra, ma che dimostra la buona intenzione di quel principe. Amava il cristianesimo, udiva volentieri a parlare del Vangelo, e aveva fatto scrivere a grandi caratteri nel suo palazzo queste belle parole del Salvatore: Non fate agli altri ciò che non vorreste che fosse fatto a voi. Massima questa che i cristiani non dovrebbero mai dimenticare. {131 [131]}

            Egli era affabile con tutti, e perdonava facilmente a chiunque lo avesse personalmente offeso. Un senatore per nome Ovinio fu accusato di aver aspirato all'impero, e il delitto si provò chiaramente. Alessandro lo fece venire alla sua presenza, e gli disse: Ovinio, io vi sono obbligatissimo della buona volontà, colla quale eravate disposto di alleggerirmi di un peso che molto mi opprime. Dopo di ciò lo condusse in senato, lo associò all'impero, volle che gli fosse dato albergo nel suo medesimo palazzo. Inoltre in una guerra accorgendosi che Ovinio era stanco, gli offerì il proprio cavallo, camminando egli stesso a piedi. Confuso Ovinio da tanta generosità, dimandò di ritirarsi e menare una vita del tutto privata, ed Alessandro acconsentì, pago di aver colmato di benefizii un suo nemico.

            Il regno di Alessandro è segnato da un avvenimento notevolissimo. Un semplice soldato persiano, di nome Artaserse, fecesi proclamare re di Persia. Egli mandò a Roma una pomposa ambasciata di quattrocento giovani persiani dei più ben fatti e con tutta eleganza vestiti. Presentatisi costoro ad Alessandro, gl'intimarono baldanzosamente che cedesse sull'istante i paesi che i Romani possedevano in Asia.

            Severo fu sdegnato di quell'arrogante comando, e postosi egli stesso alla testa di un esercito, si portò nella Mesopotamia, quella provincia di cui parla spesso la Storia Sacra, e che oggidì si appella Diarbek. Dopo molte sanguinose battaglie, Alessandro riuscì a forzare i Persiani a rispettare le frontiere dell'impero, e ritornò a Roma a ricevere gli onori del trionfo.

            Una cosa che vi debbo notare di questo principe si è il grande amore e rispetto che professava verso di {132 [132]} Mammea sua madre. La venerava egli stesso, e voleva che dagli altri fosse rispettata; nelle feste, nei pubblici spettacoli la voleva sempre con lui; anzi in tempo di guerra, nelle più pericolose battaglie, erale sempre accanto, ed ella era abbastanza coraggiosa e virtuosa da non iscostarsi mai dall'amato figlio.

            Era allora nel Romano esercito un soldato barbaro, chiamato Massimino, di una statura gigantesca. Egli aveva più di sei piedi, ossia tre metri d'altezza: quaranta libbre di carne appena bastavano a soddisfare il vorace suo appetito, e un grosso barile di vino non poteva estinguere la sua sete. Dicono che egli corresse velocemente come un cavallo.

            Nella sua gioventù era stato pastore sulle montagne della Tracia, oggidì Romania, ed aveva dato saggio d'incredibile valore contro alle bestie feroci, e contro ai masnadieri. Questa fortezza straordinaria lo portò in breve ai primi gradi della milizia romana. Severo stesso gli aveva conferito il grado di generale con altri titoli onorevoli. Ma quell'ingrato, invece di servirsi dei favori ricevuti a pro del suo benefattore, gli suscitò contro una ribellione, nella quale Alessandro fu trucidato insieme con sua madre. Allora Massimino si proclamò imperatore, ed è il primo tra i barbari che abbia occupato l'impero. Il suo regno fu un complesso di barbarie e di crudeltà. Bastava che alcuno parlasse della sua origine, perchè fosse tosto condannato a morte crudele. Egli mosse contro ai cristiani la sesta persecuzione, e si annovera tra i più feroci nemici del Cristianesimo.

            Ordinò che fossero spogliati i templi degli déi e tutte le ricchezze fossero per lui e pe' suoi soldati, la maggior {133 [133]} parte de' quali arrossivano di trar profitto da quei sacrilegi. Questo disprezzo per la religione lo fece cadere in un abbonimento universale.

            Una sollevazione scoppiò in Àfrica, e Gordiano vi fu salutato imperatore. Il Senato lo riconobbe e gli associò il suo figliuolo Gordiano II. Ma poco appresso i due Gordiani furono sconfitti ed uccisi dall'esercito di Massimino. Il Senato allora conferì la dignità imperiale a due senatori Claudio Pupieno, e Decimo Celio; ma il popolo li ricusò ambidue e volle per imperatore Gordiano III figlio di Gordiano II. Massimino a tale notizia correva furioso verso Roma, se non che giunto in Aquileia, città posta sulla sponda dell'Adriatico, fu trucidato dai medesimi suoi soldati in un col figlio.

            Cominciava Gordiano appena a regnare, quando dovette andare in Oriente contro ai Persiani. Colà Filippo, capo dei pretoriani, fece assalire Gordiano, e venne egli stesso proclamato imperatore dai soldati.

            Al vedere, o giovani, l'imperatore nominato ora dai pretoriani, ed ora dagli eserciti; quando dal senato e quando dal popolo, forse direte: non vi era una legge che determinasse la successione all'impero e così prevenisse tanti mali? Presso ai Romani mancava proprio una tal legge: presso di noi è legge che il figlio primogenito succeda nel regno al padre defunto; questa successione si chiamò legittima: imparate a rispettarla.

 

 

XIII. I goti.

 

            Dal 240 al 251 dopo Cristo.

 

            Dopo Gordiano III, salì sul trono Filippo che governò lodevolmente l'impero. Regnando questo principe fu {134 [134]} celebrato con indicibile festa l'anno millesimo della fondazione di Roma, solennità che aveva luogo ogni cento anni; e il centinaio che seguiva dicevasi secolo nuovo. Oltre all'anno detto secolare, cioè che dava principio ad un altro secolo, occorreva pure l'anno millesimo dalla fondazione di Roma, perciò vi fu una solennità straordinaria con innumerevole concorso di gente.

            L'anno ducente quarantanove un certo Marino erasi fatto proclamare imperatore dall'esercito nella Pannonia oggidì Ungheria. Filippo spedì un generale di nome Decio per sedare il tumulto, il quale invece fu egli stesso dall'esercito proclamato imperatore. A tale annunzio Filippo corre con un altro esercito, viene alle mani con Decio vicino a Verona, dove perde la vita. Il figlio poi rimasto a Roma vi fu ucciso dai pretoriani.

            L'impero di Decio è segnato da una crudele persecuzione da lui eccitata contro ai cristiani, ed è la settima tra le dieci persecuzioni sanguinose suscitate nei tre primi secoli dell'era volgare contro alla religione cristiana. Fu pure sotto al regno di Decio che comparvero sulle frontiere dell'Italia innumerevoli squadre di barbari detti comunemente Goti. Siccome ci accadrà più volte di parlare di questi popoli nel progresso di questa storia, così sarà bene che ve li faccia conoscere.

            Nel raccontarvi la spedizione di Varo in Germania vi ho già fatto osservare che quel paese era nella maggior parte coperto da folte selve, e che parecchi uomini abitavano, altri in mezzo alle selve, nelle tane come le volpi, altri nelle spelonche delle montagne a guisa di orsi, altri poi dimoravano in capanne sulle riviere dei laghi e dei fiumi. Quelli che invasero le provincie romane al tempo di Decio abitavano quel tratto di paese ch'è tra {135 [135]} la Vistola fiume che nasce sulle montagne della Slesia e va a scaricarsi nel Baltico, e l'Elba, il quale ha sorgente nel monte de' Giganti nella Boemia e mette le sue acque nell'Oceano. Osservate questi luoghi sopra una carta geografica e vi tornerà di non poco aiuto a ritenere i fatti che sono per raccontarvi.

            Que' barbari erano divisi in cinque gran tribù ovvero gran famiglie, conosciuti sotto al nome di Vandali, Longobardi, Gepidi, Ostrogoti o Goti d'Oriente, Visigoti o Goti d'Occidente. Ciascuna tribù aveva un capo da cui tutti dipendevano, ed al primo segnale di lui si mettevano in cammino ordinati in grandi colonne, traendosi dietro le mogli ed i figli su carri, coi quali facevano lunghissimi tratti di strada.

            Appena Decio seppe che que' barbari avevano traversato il Danubio, e si avanzavano nelle provincie Romane con orrendi guasti, si affrettò a marciare contro di essi alla testa di parecchie legioni. In sul principio ebbe molti vantaggi sopra di quelli e giudicava già quasi sua la vittoria, ma essendosi inconsideratamente inoltrato in una palude, fu oppresso dalla folla dei combattenti e perì insieme con la maggior parte delle sue genti.

            Allora le legioni sparse qua e là si radunarono ed elessero imperatore un generale chiamato Gallo. Questi desideroso di por fine alla guerra co' barbari conchiuse con loro un trattato di pace, in forza di cui: 1° permetteva che i barbari portassero seco tutto il bottino che avevano fatto, e conducessero in ischiavitù tutti i prigionieri; 2° si obbligava di pagare loro ogni anno una grossa somma di danaro. A tali condizioni i Goti {136 [136]} soddisfatti acconsentirono di ritirarsi dall'altra parte del Danubio.

            Ma non tardarono molto a ritornare nelle provincie romane a cagionarvi gravissimi disastri.

 

 

XIV. Scompiglio del Romano Impero.

 

            Dal 252 al 282 dopo Cristo.

 

            Di mano in mano che il Vangelo spandeva la benefica sua luce nelle varie parti del mondo, il romano impero andavasi sfasciando e si stabiliva così il cristianesimo sulle rovine dell'idolatria. Roma, la quale per tanto tempo era stata capitale del vastissimo romano impero, si preparava a divenire la città eterna e la capitale del mondo cattolico.

            Da Gallo a Diocleziano avvi una rapidissima successione d'imperatori, il cui regno fu di breve durata, perchè l'un dopo l'altro trucidati. Gallo fu ucciso da Emiliano, trucidato il quale, venne proclamato imperatore Valeriano.

            Valeriano si adoperava per istabilire la disciplina ne' soldati, ma si lasciò ingannare dai sacerdoti de' falsi déi, i quali lo persuasero a distruggere il cristianesimo se voleva vincere in una guerra coi Persiani. È questa l'ottava persecuzione, in cui, fra molti altri, riportarono glorioso martirio il diacono s. Lorenzo, che fu bruciato vivo sopra una graticola, e s. Sisto papa il quale fu decapitato l'anno 258.

            Valeriano intanto intraprese la guerra, ma con esito infelicissimo, perciocchè in una battaglia ebbe la peggio e cadde in mano di Sapore re di Persia, il quale poselo in catene e lo sottomise alle maggiori umiliazioni. {137 [137]} Quando montava a cavallo lo costringeva a curvarsi dinanzi a lui, e ponendogli il piede sul dorso se ne serviva come di stami per montare in sella. Per ultimo ordinò che fosse scorticato vivo, provando così prima di spirare in gran parte i tormenti che egli aveva fatto patire ai cristiani.

            Gallieno figlio di Valeriano assunse l'impero dopo il padre. Questo principe dissoluto invece di occuparsi dell'impero, davasi tutto al lusso ed ai passatempi; perciò i Persiani, i Goti ed altri barbari poterono assalire da varie parti il romano impero. In que' tempi disastrosi molte provincie non potendo altrimenti provvedere alla loro difesa, pensarono di eleggersi per capo qualche nobile personaggio, cui diedero pure il nome d'imperatore, e, cosa non mai udita, si videro trenta imperatori contemporanei, ai quali la storia diede il nome di trenta tiranni. L'indolente Gallieno governò l'Italia per mezzo di un suo rappresentante di nome Tetrico.

            Immaginatevi a quanti disastri andò soggetto il Romano impero in questo scompiglio di cose! Tuttavia quei mali non durarono lungo tempo; Gallieno fu ucciso in Milano, e i trenta tiranni, senza venire a spargimento di sangue, cessarono l'un dopo l'altro di vivere. A Gallieno succedeva Claudio II, principe buono, il cui regno fu assai breve, e morì di peste, lasciando la corona ad Aureliano. Questo imperatore si adoperò per ristorare i mali da tutte parti piombati sopra i suoi sudditi. Diede grandi esempi di valore nel combattere i Vandali ed altri barbari che erano penetrati in Italia. Portò le sue armi in Oriente contro ai Persiani; assalì Palmira, città famosa nell'antichità, fondata dal re {138 [138]} Salomone, sotto al nome di Tadmor. Questa città era la sede di Zenobia, donna di eroico valore, la quale per molte conquiste da lei fatte, si gloriava del titolo di regina d'Oriente. Questa regina era di nascita e di religione ebraica, e quando ebbe cognizione del Vangelo, favorì molto il cristianesimo, e desiderava di farsi istruire per abbracciarlo; ma sgraziatamente cadde in cattive mani, cioè ebbe a maestro un eretico, il quale invece di guidarla alla verità, la condusse all'errore.

            Dopo lunga resistenza i cittadini di Palmira dovettero arrendersi, e Zenobia fatta prigioniera, fu condotta dinanzi ad Aureliano. Questi le dimandò con piglio severo, come mai avesse osato muover guerra agli imperatori Romani. Zenobia diede questa schietta risposta: «in voi, ella disse, io ravviso un imperatore, perchè sapete pur vincere, ma i vostri predecessori non mi sembravano degni di questo titolo augusto.» L'imperatore trattò quella regina con tutti i riguardi dovuti ad un grande infortunio. Le assegnò per dimora una casa di campagna vicino a Tivoli, dove ella terminò tranquillamente i suoi giorni come dama romana.

            Aureliano nei primi anni del suo regno non era contrario ai cristiani, ed aveva gran rispetto pel sommo pontefice. I cristiani d'Antiochia ricorsero a lui perchè desse il suo parere intorno alla dottrina dell'eretico maestro di Zenobia, che turbava quella città. Il principe ordinò che ognuno dovesse stare a quanto avesse giudicato il vescovo di Roma, fin da quei tempi riconosciuto capo della cristianità. Ma qualche tempo dopo Aureliano sottoscrisse un terribile editto, col quale fulminava pena di morte contro a tutti quelli che fossero conosciuti per cristiani. Questa fu la nona persecuzione, {139 [139]} la quale però non fu molto lunga, perciocchè Aureliano fu dal proprio segretario ucciso nel 275.

            Dopo la morte di Aureliano, niuno più osando assumersi il peso dell'impero, il Senato elesse un senatore chiamato Tacito, il quale di mal animo accettò una dignità divenuta tanto pericolosa, e in fatti in capo ad alcuni mesi fu ucciso. 275.

            Allora l'esercito proclamò imperatore Probo, generale veramente degno di tal nome. Durante il suo regno, che fu di sei anni, tenne lontani i barbari e gli altri nemici dalle provincie Romane. Egli morì, come quasi tutti i suoi antecessori, ucciso dai soldati. 281.

            Caro parve degno di succedergli nel trono, ma poco dopo la sua esaltazione fu colpito dal fulmine. Carino e Numeriano, di lui figliuoli, appena riuscirono a salire sul trono, che furono trucidati.

            Vedete, miei cari giovani, quanto sia vero, che le dignità del mondo, non fanno la vera felicità. L'uomo può soltanto chiamarsi felice quando pratica la virtù.

 

 

XV. L'era dei martiri.

 

            Dal 284 al 312 dopo Cristo.

 

            Erano ormai scorsi tre secoli da che il cristianesimo era da tutte le parti del Romano impero terribilmente combattuto. Diocleziano mosse contro ai cristiani la decima persecuzione, che di tutte le precedenti fu la più sanguinosa. Questo principe nato di bassa condizione, solo per via delle armi giunse a conseguire il trono. Non potendo da solo governare l'estesissimo suo impero, creò Augusto Massimiano, e gli affidò il {140 [140]} governo dell'Italia e di altri paesi, riserbando a sè stesso il governo dell'Oriente, cioè la Grecia, la Macedonia, l'Asia fino al Tigri e l'Egitto, e stabilì la sua dimora in Nicomedia (oggidì Isnik-mid) città dell'Asia Minore. Massimiano poi andò a stabilirsi in Milano. Questi imperatori, ambidue chiari per valor militare, non avevano altro di mira, che l'ambizione e la vana gloria. D'indole barbara, dissimulatori, crudeli, si adoperarono di comune accordo per distruggere i cristiani, da loro considerati come nemici dell'impero, solo perchè rifiutavansi di adorare le false divinità, per adorare unicamente il vero Dio, creatore del cielo e della terra. Città intere, i cui abitanti erano riconosciuti per cristiani, furono arse e distrutte. Una legione detta Tebea, composta di oltre seimila uomini, fu tutta passata a fil di spada nel Vallese, vicino a quel monte che al presente si appella il gran S. Bernardo. Questi martiri avevano alla testa S. Maurizio, lor generale, il quale fino all'ultimo respiro animò i suoi compagni a dare coraggiosamente la vita per la fede di Cristo.

            Mentre l'Italia era bagnata di sangue cristiano, l'impero fu assalito dai barbari, e perturbato da sollevazioni di parecchi sudditi; perciò furono creati due Cesari, cioè due eredi dei due imperatori. Il primo fu Costanzo Cloro, principe commendevole e degno per le sue virtù di essere il padre di Costantino il Grande; il secondo fu Galerio, uomo superbo, intrattabile e di pessima condotta.

            Galerio fece tutto quel male che potè alla religione cristiana, obbligò Diocleziano a rinunziare all'impero e darsi a condur vita privata. Diocleziano si ritirò a Salona, piccola città sulle sponde del mare Adriatico, {141 [141]} dove fu assalito da una malattia che lo faceva dare nelle più violente smanie. Si percuoteva da se medesimo, si voltolava per terra, mettendo spaventevoli grida; alfine bramando di terminare una vita così infelice si lasciò morir di fame.

            Non meno funesta è la morte di Galerio. Egli aveva costretto Massimiano ad abdicare egli pure l'impero, e così potè liberamente fare alla nostra Italia tutto il male che un tiranno può immaginare. Ma la vendetta del cielo venne pure a colpire questo scelerato con orribile malore.

            Mi è impossibile il dirvi gli eccessi di rabbia e di collera in cui dava il feroce Galerio. Il suo corpo era una sola piaga che gettava vermi continuamente, e nell'eccesso del suo furore faceva strozzare tutti i suoi medici. Tuttavia ve ne fu uno il quale coraggiosamente lo avvisò, che quella malattia non poteva guarirsi con rimedii ordinarii: vi ricordi, o principe, gli disse, quanto faceste patire ai Cristiani, e cercate il rimedio dei vostri mali in ciò che ne fu la cagione.

            Allora Galerio confessò per vero il Dio dei Cristiani, e andava gridando che farebbe cessare la persecuzione. Ma le sue promesse non erano sincere, e non fu esaudito. Laonde fra i rimorsi e la disperazione spirò dopo un supplizio di ben diciotto mesi.

            Così la divina Provvidenza faceva provare a quei persecutori gran parte dei tormenti, coi quali eglino stessi avevano perseguitato i Cristiani. Ma le morti funeste di quei tiranni fecero sì, che più bello e più luminoso comparisse l'impero del Grande Costantino, per la cui opera il cristianesimo doveva godere una pace non mai per lo innanzi provata. {142 [142]}

 

 

XVI. La battaglia di Torino.

 

            L'anno 312 dopo Cristo.

 

            Costanzo Cloro governava col suo coraggio e colle sue virtù la Gallia, la Spagna e la Gran Bretagna. Invece di perseguitare i Cristiani, come Galerio e Diocleziano, egli si era loro mostrato sempre favorevole, animato a ciò da sua moglie Elena. Questi due coniugi si diedero ogni cura per far ben allevare il loro figlio Costantino, e lo affidarono ad un savio maestro cristiano, chiamato Lattanzio. Questo giovane principe educato così nella mansuetudine del Vangelo, acquistò fermezza di carattere; un cuor grande e liberale, costumi puri ed illibati. Queste doti presero sempre maggiore incremento in Costantino, attesochè avendo egli fin dalla giovinezza avversione all'ozio, con assiduità erasi applicato allo studio, seguendo le massime del suo maestro. Suo padre morendo lo aveva eletto successore, e tutto l'esercito con unanimi applausi approvò e riconobbe il novello imperatore in età d'anni 32.

            Mentre i vari imperatori guidavano i loro eserciti dispersi nelle varie parti dell'impero, Massenzio, figliuolo di Massimino, si fece in Roma proclamare Augusto dal popolo.

            Nè guari andò che per la sua crudeltà incontrò l'odio dei Romani, i quali perciò si volsero a Costantino, che allora stava nelle Gallie. La pietà ch'egli sentiva pei Romani, ed il sapere che Massenzio disegnava di muovergli guerra, indussero Costantino a calare in Italia, traversando il Monginevro. Giunto a Susa, la trovò ben fortificata e guernita di difensori; non volendo perdere {143 [143]} il tempo nell'assediarla, comandò che le si appiccasse il fuoco alle porte e si desse la scalata alle mura. Vi entrò vittorioso, ma clemente ne impedì il saccheggio. Poi si avviò verso Torino. Vicino a Rivoli incontrò possenti schiere nemiche, ed egli dividendo in due parti il suo esercito, le prese in mezzo, le assalì e sconfisse. Invano i fuggiaschi cercavano di ricoverarsi in Torino, questa città loro chiuse le porte, e non le aprì che a Costantino.

            Questi primi successi mossero altre città a spedirgli deputati per protestargli ubbidienza, talchè senza ostacolo alcuno entrò in Milano, donde si condusse a Verona. In questa città si erano raccolte quelle soldatesche di Massenzio, che andavano ritirandosi a misura che Costantino si avanzava. Pompeiano generale di Massenzio ne uscì per opporsegli, ma fu pienamente sconfitto e vi perdette la vita. Costantino allora s'inoltrò sin sotto Roma, donde Massenzio non si era mai attentato di uscire, perchè i suoi astrologhi gli avevano predetto che, se ne usciva, sarebbe perito. Egli confidava nel suo esercito di gran lunga superiore a quello del rivale, confidava che coll'oro avrebbe corrotte le genti di Costantino; ma erano differenti i disegni di Dio, che voleva omai liberare la sua Chiesa dalle persecuzioni.

            La battaglia era inevitabile, e doveva decidere a chi rimarrebbe l'impero. Posto in tal cimento Costantino, che più non credeva alla follia del paganesimo, ma non era ancora fermo credente in Cristo, si rivolse, come egli disse dappoi, al Dio creatore del cielo e della terra con vivo desiderio di conoscerlo. Fu esaudito. In sul mezzodì egli non meno che l'esercito tutto vide in aria una Croce splendida, sulla quale stavano scritte queste {144 [144]} parole con questo segno vincerai. Perplesso dubitava ancora, quando nella seguente notte Cristo gli apparve in sogno dicendogli che con quella bandiera vincerebbe. Tosto Costantino fece porre sopra uno stendardo il monogramma, ossia la cifra, di Gesù Cristo, e con questo animosamente ingaggiò battaglia centra il tiranno. I soldati Romani ed Italiani, ansiosi di essere liberati dalla tirannia di Massenzio tosto piegarono, gli altri combatterono valorosamente, ma in fine, rotta la cavalleria, tutto il campo voltò le spalle per rifuggirsi in Roma. I più si annegarono nel Tevere, e lo stesso Massenzio vi precipitò dentro col cavallo e miseramente perì.

            Per questa vittoria il Senato ed il popolo Romano innalzarono un arco trionfale, che tuttora sussiste, in onore di Costantino; e l'iscrizione ivi apposta dice precisamente che la vittoria è dovuta alla potenza di Dio. Costantino fece inoltre innalzare una statua ordinando che fosse posta nel luogo più bello di Roma. In mano alla statua era vi una gran croce con questa iscrizione: «per questo segno di salute, stendardo della vera potenza, ho liberato la vostra città dall'oppressione dei tiranni e ristabilito il Senato ed il popolo nell'antico loro splendore.» Finalmente abolito il supplizio della croce, volle che invece di essere segno di infamia, fosse segno ili onore sul diadema imperiale.

 

 

XVII. Regno di Costantino il Grande.

 

            Dal 312 al 337.

 

            Costantino fu uno di quegli uomini singolari, che rare volte compariscono al mondo. Il suo lungo regno {145 [145]} si può dire una serie non interrotta di vittorie. Quante volte sguainò la spada in guerra, altrettante furono le vittorie. Egli cominciò dal pubblicare un editto, in forza di cui era proibito di perseguitare i cristiani; richiamò quelli che erano stati mandati in esiglio per la fede, e fece loro restituire i beni, di cui erano stati spogliati.

            A sue spese fece costruire molte chiese procurando che fossero addobbate magnificamente. Trattava con massimo rispetto i ministri del Santuario; rendeva loro grande onore, provava gran piacere nell'averli seco, riguardando in loro la maestà di quel Dio di cui erano ministri. Trattò con modi i più rispettosi i Romani Pontefici che per lo innanzi orano sempre stati più d'ogni altro perseguitati, e considerando le molte spese che dovevano fare come capi della Chiesa, fece loro molte donazioni affinchè sostenessero con decoro una sì gran dignità.

            Avvenne un giorno che parecchi malevoli sforzavansi per fargli condannare alcuni Vescovi; ma egli loro rispose: come volete mai che io osi giudicare i ministri di quel Dio da cui dovrò io stesso essere giudicato? e stabili per legge che niuno ecclesiastico potesse citarsi in giudizio davanti ai giudici secolari.

            Sotto al regno di questo pio imperatore si manifestò l'eresia degli Ariani, i quali negavano la divinità di G. Cristo, e costoro nel seminare i loro errori perturbavano la Chiesa cattolica. Costantino si accordò con S. Silvestro Papa perchè fosse convocato un concilio ecumenico, ossia generale, ch'è una grande assemblea di Vescovi Cattolici assistiti dal Papa. Costoro difesero la verità e condannarono l’errore. Questa gloriosa assemblea {146 [146]} è nota nella storia sotto il nome di Concilio Niceno, perchè fu convocato in Nicea città dell'Asia minore, oggidì Isnik nella Natolia.

            In mezzo a queste opere di beneficenza ebbe anche molti disgusti, poichè la Divina Provvidenza dispone che le dolcezze della vita presente siano sparse di amarezza. L'imperatore Massimiano suocero di Costantino, il quale era stato costretto da Galerio a rinunciare al trono, tentò più volte di ritornarne al possesso con aperte ribellioni. Non potendovi riuscire altrimenti, aveva deliberato in vano di assassinare Costantino suo genero. Per questo atroce attentato venne condannato a morte. Il feroce Massimiano volle far da carnefice a se medesimo strangolandosi colle proprie mani.

            Un altro competitore di Costantino era Licinio, il quale governava l'impero nelle parli d'Oriente. Costui contro la fede data non cessava di perseguitare i cristiani. Costantino gli mosse guerra e lo sconfisse. In pena della sua tirannia fu messo a morte e la sua memoria dichiarata infame, come quella de' più malvagi imperatori.

            Malgrado tante buone qualità, Costantino era tacciato d'indole impetuosa, la qual cosa gli fece commettere azioni di cui fu dolentissimo per tutta la vita. L'imperatrice Fausta sua seconda moglie accusò Crispo figliuolo di lui e della prima sua moglie Minervina di aver tentata la sua onestà, e colori il fatto con tali calunnie che nell'impeto della collera l'imperatore fece mettere a morte il proprio figlio. Ma poco dopo avendo scoperta l'innocenza di Crispo e la perfidia di Fausta, nel trasporto del suo sdegno la fece immergere in un bagno bollente, nel quale fu soffocata. Questi fatti, miei teneri amici, dimostrano {147 [147]} che i più grandi uomini cadono talvolta in grandi falli se non sanno frenare gl'impeti del loro sdegno.

            Il senato medesimo nella maggior parte composto di uomini idolatri, lo stesso popolo abituato a deliziarsi di sangue cristiano, vedeva di mal animo un imperatore che pubblicamente professava il cristianesimo, e mirava con disprezzo le assurde pratiche degl'idolatri.

            Tutte queste avversità resero a Costantino fastidiosa la dimora di Roma, e lo risolsero a stabilire altrove la capitale dell'impero. Il luogo scelto fu l'antica città di Bisanzio costrutta in uno stretto tra l'Europa e l'Asia minore. L'essere stata questa città riedificata con grande magnificenza da Costantino le fece cangiare l'antico nome in quello di Costantinopoli, vale a dire città di Costantino.

            Queste cose, che pareano avvenire a caso, erano l'adempimento dei divini voleri. Costantino trasportando la sede imperiale a Costantinopoli lasciò libero il primato di Roma al sommo Pontefice. In questa guisa il sassolino veduto da Nabucodonosor, vale a dire l'umile religione di Gesù Cristo atterrava la grande statua che raffigurava l'impero Romano, la cui magnificenza doveva passare nella cristiana religione, e Roma capitale del romano impero divenire capitale del mondo cristiano.

            Costantino, compiuto il gran lavoro della nuova capitale, chiamò da ogni parte gli uomini più dotti. Così in breve quella città divenne la più commerciante, la più ricca e la più abbondante d'insigni personaggi. Ma quel principe non potè godere lungo tempo le delizie del novello soggiorno, e mori in età di anni 64 nel 337.

            Prima di spirare chiamò i suoi uffìziali intorno al {148 [148]} letto, e nel rimirarli afflitti e piangenti, con aria di tranquillità loro disse: «vedo con occhio diverso dal vostro la vera felicità, e ben lontano dall'affliggermi godo assai perchè son giunto al momento in cui spero di andarne al possesso.» Diede poscia quegli ordini che giudicò opportuni per mantenere la pace nel suo impero, fecesi dar giuramento solenne dai militari che non dovessero intraprendere cosa alcuna contro alla chiesa, e mori placidamente.

            La sua morte fu universalmente compianta lamentando ognuno nella perdita del suo monarca quella di un tenero padre.

 

 

XVIII. Giuliano l'apostata.

 

            Dal 337 al 662.

 

            Dopo la morte di Costantino i suoi tre figli Costante, Costanzo e Costantino il giovane seguendo la volontà del padre divisero tra di loro l'impero. A Costante toccò l'Italia cui governò colla massima moderazione e giustizia quattordici anni, fissando la sua ordinaria dimora a Milano. Costantino mal contento della prefettura delle Gallie toccatagli in sorte nella divisione dell'impero, mosse guerra al fratello e peri in un'imboscata. Costante rimasto così solo padrone di tutto l'impero d'occidente fu ucciso da un suo generale di nome Magnenzio, cui lo stesso imperatore aveva salvato da morte in una sedizione.

            Allora Costanzo che regnava in Oriente mosse le armi contro a questo usurpatore, e vintolo, tutto l'impero cadde nelle sue mani. Quindi creò Cesare il giovanetto Giuliano nipote del gran Costantino. Ma ingelosito per le {149 [149]} vittorie riportate dal novello Cesare se gli mosse contro a fargli guerra; se non che nell'impazienza e nello sdegno di non poter tosto raggiungere il suo nemico fu colpito da violentissima febbre per cui in breve mori. Prima di spirare ricevette il battesimo, e dimostrò di essere sommamente pentito di aver favorito gli ariani e la loro perversa dottrina, e di aver fatto Cesare l'empio Giuliano, di cui debbo più cose raccontarvi.

            Questo Giuliano è comunemente detto l'Apostata, perchè dopo aver ricevuto il Battesimo rinunziò al Vangelo per abbracciar nuovamente il Paganesimo. Fin da' fanciullo egli aveva mostrato un umore collerico, superbo, ambizioso, sguardo truce, a segno che s. Gregorio di Nazianzo allorchè lo Aide studente in Atene esclamò: che mostro nutre mai l'impero; guai ai cristiani se costui verrà imperatore! Tanto è vero che una buona o cattiva apparenza è talvolta presagio di una buona o cattiva vita.

            Infatti giunto Giuliano all'impero divenne un feroce persecutore dei cristiani, e ne' suoi delirii giurò di estinguere la religione di Gesù Cristo. Per riuscire nell'intento egli cominciò a seminare discordie tra i cattolici, vale a dire tra quelli che seguivano la vera fede, e gli eretici, cioè quelli che seguivano massime contrarie al Vangelo; poscia si diede a spogliare gli ecclesiastici de' loro beni e privilegi, dicendo con derisione, voler loro far praticare la povertà evangelica.

            Imponeva grosse somme ai cristiani per costruire ed abbellire i templi degl'idoli; non dava cariche a verun cristiano, nè loro permetteva potersi difendere davanti ai tribunali. La vostra religione, diceva, vi proibisce i processi e le querele. Finalmente persuaso che la cattolica {150 [150]} religione è sì pura e santa che basta il conoscerla per amarla, egli proibì a tutti i cristiani di poterti istruire nelle scienze adducendo che essi dovevano vivere nell'ignoranza, credere senza ragionare.

            La maggiore poi delle sue stravaganze fu che voleva far menzognera la cristiana religione, e siccome Gesù Cristo aveva detto nel Vangelo che del tempio di Gerusalemme non sarebbe più rimasta pietra sopra pietra. Giuliano si propose di volergli dare una mentita col rialzare quel famoso edifizio. Ma appena scavava le fondamenta, che cominciarono ad uscire globi di fuoco, i quali colla rapidità del fulmino incenerirono tutti i materiali preparati, rovesciarono i lavoranti e molti furono dalle fiamme consunti. Allora scornato Giuliano desistette dall'impresa.

            Confuso, ma non ravveduto quel pazzo giurò che appena ritornato da una guerra contro ai Persiani avrebbe distrutto il Cristianesimo; e per l'opposto incontrò la morte. Poichè quando pensavasi di aver quasi riportato vittoria fu colpito nel cuore da una saetta. Portato fuori della mischia gli si medicò la ferita, ma i dolori divenivano più acuti e gli facevano mettere grida da disperato. Allora fu che egli cavandosi colle mani il sangue dalla ferita lo gettava rabbiosamente in aria dicendo; Galileo hai vinto, Galileo hai vinto. Colle quali parole intendeva d'insultare ancora alla Divinità di Gesù Cristo, detto Galileo, perchè nato in Betlemme città della Galilea. Così ostinato nella sua empietà morì d'anni 31 lasciando un terribile esempio a quelli che intraprendono a far guerra alla Religione. Anno 365. {151 [151]}

 

 

XIX. L'Impero di Oriente e l'Impero d'Occidente.

 

            Dal 365 al 378.

 

            Per la morte di Giuliano l'esercito Romano si trovò in cattivissima condizione coi Persiani, e per liberarsi da quel gran pericolo elessero imperatore un prode e pio officiale chiamato Gioviano, il quale aveva meritato il titolo di confessore per la gloriosa fermezza mostrata nel tempo delle persecuzioni. Fervoroso cristiano e valoroso capitano appena proclamato imperatore chiamò intorno a sè l'intiero esercito e disse, che egli era cristiano, nè voleva comandare se non a soldati cristiani. Alle quali parole tutti ad una voce risposero: «Non temete, o principe, voi comandate a cristiani, i più vecchi tra noi sono stati ammaestrati dal gran Costantino, e gli altri da' suoi figli. Giuliano ha regnato poco e non potè radicare l'empietà, e quelli che gli credete fero furono sedotti.» Con sì fausti principii Gioviano dava di sè le più belle speranze: conchiuse una pace onorevole coi Persiani, fece chiudere i templi dei Gentili, e molte altre cose rivolgeva nell'animo a bene dei suoi sudditi, allorchè giunto in Bitinia, fu soffocato dal vapore del carbone, acceso nella sua stanza per asciugarla, dopo appena otto mesi di regno.

            Sparsa la notizia della morte dell'imperatore le legioni elessero due fratelli chiamati Valentiniano e Valente, i quali si divisero le provincie e ne formarono due vasti Stati sotto il nome d'impero d'Oriente e impero d'Occidente. L’impero d'Oriente toccò a Valente ed aveva per capitale Costantinopoli stendendosi dalle sponde del Danubio fino all'Eufrate. L'impero d'Occidente {152 [152]} si estendeva dalla riva sinistra del Danubio fino alla Gran Bretagna ed aveva per capitale la famosa città di Milano; quest'ultimo impero toccò al virtuoso Valentiniano.

            Al valore guerriero egli accoppiava la fede di buon cattolico. La puntualità nel premiare, e la severità nel castigare facevano si che egli fosse amato dai buoni e temuto dai malvagi. Egli non aveva temuto d'incorrere la disgrazia di Giuliano per amore della religione. Un giorno che quell'apostata entrava in un tempio degli déi accompagnato da Valentiniano, capitano della sua guardia, avvenne che il sacerdote pagano secondo il rito de' gentili avendo asperso di acqua lustrale l'imperatore ed il suo seguito, ne cadde qualche goccia sulle vestimenta di Valentiniano. Questi preso da impeto d'indignazione alla presenza dello stesso Giuliano tagliò il pezzo che era stato bagnato dall'acqua, e diè una ceffata al sacerdote. Questo trasporto di zelo gli cagionò l'esiglio.

            Egli governava con somma giustizia; risiedeva ora in Milano, ora in Treviri città di Germania, a fine di poter meglio difendere le frontiere de' suoi Stati continuamente minacciati dai barbari.

            Malgrado le buone qualità di buon cristiano e di ottimo guerriero egli aveva un difetto assai dannoso, lasciandosi talvolta trasportare a smoderati impeti di collera, vizio che gli costò la vita. Imperciocchè mentre rimproverava alcuni barbari colpevoli di tradimento, si lasciò trasportare a tal furore che gli si ruppe una vena e mori quasi sull'istante. Graziano di lui figlio gli succedette nell'impero.

            Valente regnava nell'Oriente e per molti anni erasi {153 [153]} occupato assai nello spargere il sangue dei cattolici anzichè quello dei nemici. Ma alla nuova che i Goti traversato il Danubio depredavano le sue terre, si pose alla testa di un esercito per andarli a combattere e andò a ricevere il castigo delle sue crudeltà. Il suo esercito fu fatto a pezzi nelle vicinanze di Adrianopoli, città della Romania; egli stesso, ferito da un dardo essendo stato portato in una casa vicina, vi perì consumato dalle fiamme che i vincitori vi appiccarono.

            Rimasto Graziano solo padrone dell'impero si mostrò adorno delle più belle virtù. Chiaro in pace formava la delizia de' suoi sudditi, e valoroso in guerra seppe difendere i suoi Stati. Egli riportò una segnalatissima vittoria contro i Germani, di cui trenta mila rimasero sul campo di battaglia.

            La cosa, che procacciò maggior gloria a questo principe, fu la promulgazione d'una legge quanto contraria al paganesimo, altrettanto favorevole alla religione di Cristo. In forza di questa legge stabiliva, che la sola religione cattolica fosse riconosciuta per religione dello Stato. Ordinava inoltre che dalla sala del Senato Romano fosse tolta la statua e l'altare della Vittoria, sul quale si facevano i giuramenti, e si offerivano sacrifizi. Che fossero confiscate tutte le rendite destinate al mantenimento dei sacrifizi e dei ministri gentili. Che cessassero i privilegi conceduti ai sacerdoti pagani. Gran rumore innalzarono contro a questa legge i senatori, buona parte ancora pagani, e mandarono uno di loro che presentasse a Graziano un memoriale pieno di doglianze. Ma altri senatori, che erano cristiani, fecero una protesta in contrario, dichiarando ch'essi non interverrebbero più al Senato, ove vi si ristabilisse l'obbrobrio {154 [154]} della statua e dell'altare della Vittoria. Graziano, che stava a Milano, dove era vescovo S. Ambrogio, mantenne l'editto, mosso a ciò anche dall'eloquenza del Santo.

            Allora l'Italia cominciò ad apparire veramente cristiana, e si potè stabilire quel maraviglioso centro di unità, onde i cattolici di tutto il mondo cominciarono liberamente a ricorrere al Sommo Pontefice Capo della Chiesa universale. Queste cose per lo avanti avevano bensì luogo, ma prima per le persecuzioni, e di pei per le dissensioni civili, non potevano farsi con tutta libertà come in seguito.

            In quel medesimo tempo parecchie nazioni barbare varcarono le frontiere dell'impero, molestandolo da tutte parti; sicchè Graziano non potendo sostenere solo quell'immenso carico, associò all'impero certo Teodosio, prode uffiziale, e gli offerse l'impero d'Oriente.

            Sebbene questo imperatore abbia avuto a sua special custodia l’impero d'Oriente; tuttavia le belle azioni che si raccontano di lui, avvenute la maggior parte in Italia, vi saranno senza dubbio di gradimento.

 

 

XX. Teodosio il Grande.

 

            Dal 378 al 395.

 

            Teodosio, soprannominato il Grande, aveva solo diciotto anni quando, collocato da Graziano alla testa di un esercito, liberò l'impero dai barbari, e li costrinse a ripassare il Danubio. Splendide vittorie lo accompagnavano da ogni parte, sicchè le barbare nazioni atterrite dal solo di lui nome, domandarono la pace.

            Teodosio era cristiano, ed in sè univa le più belle {155 [155]} doti di cui un uomo possa essere adorno. Egli vide con rincrescimento che gli eretici ariani, favoriti da Valente suo antecessore, turbavano la Chiesa coi loro errori; e perciò volle che tutti i suoi sudditi seguissero la vera dottrina del Vangelo, professata dal concilio di Nicea; scacciò i vescovi ariani dalle loro sedi, e ordinò che i veri cristiani portassero il nome di Cattolici, che vuol dire universali. Ancora oggidì sono chiamati cattolici i veri cristiani che professano la dottrina del Vangelo e sono governati dal Romano Pontefice capo della Chiesa di Gesù Cristo.

            Teodosio fece molte savie leggi: proibì gli spettacoli de' gladiatori, nei quali combattevano uomini con bestie, o uomini tra di loro finchè un gladiatore ovvero combattente rimanesse dall'altro ucciso, senza che tra di loro fosse avvenuta offesa alcuna: cose veramente barbare, e affatto contrarie alla carità del Vangelo.

            In quel medesimo tempo Teodosio diede al mondo un ammirabile esempio di generosità e di clemenza. Il popolo di Antiochia erasi mosso a ribellione, e in disdoro dell'imperiale dignità aveva sprezzate e tratte nel fango le statue dell'imperatore. Teodosio sdegnato contro a quella città, da lui ricolma di benefizii, spedì due commissarii con ordine di condannare a morte tutti i colpevoli. Pubblicata quella fatal sentenza, non si udivano più che gemiti lamentevoli e grida per tutta la città.

            I colpevoli furono condannati, e già erano in procinto di essere giustiziati, quando S. Flaviano vescovo della città, ottenne a forza di preghiere che l'esecuzione del supplizio venisse differita finchè fosse andato a Costantinopoli per dimandar grazia all'imperatore. Giunto in {156 [156]} quella gran città, il venerando prelato fu ammesso all'udienza, e fermatosi a qualche distanza da Teodosio, stavasi cogli occhi bassi, e mutolo come soffocato dal dolore. Teodosio tutto confuso ed attonito gli si avvicinò, e fecegli vivi ma teneri rimproveri sull'ingratitudine di que' cittadini.

            Allora Flaviano con franchezza evangelica: «principe, gli disse, noi meritiamo ogni sorta di supplizi, e se voi ridurrete in cenere la nostra città, noi non saremmo bastevolmente puniti. Voi potete però aggiungere un novello splendore alla vostra gloria, col perdonare ai colpevoli, ad imitazione di quel Dio che tutti i giorni perdona i peccati degli uomini. Egli dunque a voi mi manda per dirvi: se voi rimetterete le offese altrui, saranno parimenti rimesse le vostre. Ricordate, o principe, quel giorno terribile, in cui principi e sovrani compariranno dinanzi al tribunale del Giudice supremo, e riflettete che i vostri falli saranno cancellati dal perdono che avrete agli altri accordato.»

            A queste parole Teodosio s'intenerì, versò lagrime, e: andate, gli rispose, andate mio buon padre, affrettatevi di mostrarvi al vostro gregge, restituite la calma alla città di Antiochia, annunziando il mio perdono. Tosto Flaviano si diresse alla sua città ove fu accolto come un angelo di pace fra le acclamazioni, e in tutte te Chiese di Antiochia risuonarono inni di grazie all'Altissimo Iddio. An. 387.

            In un'altra occasione la clemenza di Teodosio venne meno, poichè mentre esso era in Milano, gli abitanti di Tessalonica, città dell'Illirio, si rivoltarono contro al governatore, lo uccisero, atterrando in pari tempo una statua che Teodosio aveva fatto innalzare a suo padre. {157 [157]} Al primo annunzio di quella rivolta, Teodosio si lasciò andare a tal eccesso di sdegno, che sull'istante medesimo, spedì contro ai ribelli una truppa di soldati, i quali trucidarono senza pietà donne, vecchi e fanciulli, talchè settemila cittadini furono barbaramente scannati.

            Sant'Ambrogio, allora vescovo di Milano, aveva tentato invano di placar l'ira dell'imperatore; ma pochi giorni dopo, quel monarca agitato dai rimproveri della coscienza, volendo entrare in Chiesa, il santo Vescovo con fermezza apostolica, «fermatevi, principe, gli disse, voi non sentite ancora il peso del vostro peccato, come entrerete voi nel santuario del Dio terribile? Come ricever potrete, il corpo del Signore colle mani tuttora fumanti di sangue innocente? ritiratevi, e non aggiungete il sacrilegio a tanti omicidii.»

            Dovete qui notare, che simili atti di barbarie erano puniti con una pena ecclesiastica, in forza di cui i colpevoli erano reputati indegni di unirsi cogli altri fedeli in chiesa ed erano obbligati a vivere separati dagli altri cristiani, specialmente nelle sacre funzioni. Perciò l'imperatore, buon cristiano e buon cattolico, ben lungi dallo sdegnarsi contro a S. Ambrogio, confessò il proprio peccato, ne fece una pubblica penitenza di parecchi mesi, e dopo fu ricevuto in chiesa cogli altri fedeli.

            lo vi assicuro, o giovani cari, che ammiro grandemente tale religiosa sommessione di un imperatore, il quale con una parola sola avrebbe potuto fare la più terribile vendetta; ma egli riconobbe nella persona del Vescovo un ministro di Dio, e a lui volle rendere un solenne omaggio di esemplare sommessione. Felice sant'Ambrogio per la sua fermezza, non meno felice Teodosio per la sua umiltà! {158 [158]}

            Mentre queste cose accadevano in Italia, un generale chiamato Massimo erasi fatto proclamare imperatore nella Bretagna, e in una sanguinosa battaglia, ucciso il giovane Graziano, s'incamminava verso Milano, per forzare Valentiniano II a dividere seco lui l'impero. Questo Valentiniano era fratello del pio Graziano e trovavasi allora in assai giovanile età per opporsi a quel ribelle generale.

            Teodosio, che da alcuni affari era stato chiamato a Costantinopoli, a queste notizie, raccoglie un esercito, e dall'Oriente ritorna in Italia contro di Massimo. In una battaglia data presso la città di Aquileja, Massimo fu vinto e fatto a pezzi, e Valentiniano restituito sul pacifico suo trono. Se non che, un altro de' suoi generali, detto Arbogasto, per ambizione del trono gli tramò un'altra congiura, e lo fece barbaramente trucidare.

            Ma nemmeno l'iniquo assalitore potè godere a lungo il frutto del suo delitto, perciocchè assalito da Teodosio, fu sconfitto insieme con un altro tiranno, di nome Eugenio, complice della stessa rivolta. In quella circostanza Teodosio stabilì suo figlio Onorio, giovane di soli undici anni, imperatore d'Occidente, e riserbò l'Oriente al suo primogenito chiamato Arcadio.

            Teodosio sopravvisse soltanto alcuni mesi a questa sua vittoria, e morì pacificamente in Milano fra le braccia di sant'Ambrogio nel 395. Questo principe meritò il nome di Grande per la sua fermezza nella fede cattolica, per l'eroico suo valore in guerra, ed in modo particolare, per la rara sua abilità nel maneggio di grandi affari ecclesiastici e civili, le quali cose ritardarono alquanto la rovina del Romano impero. {159 [159]}

 

 

XXI. Saccheggio di Roma.

 

            Dal 395 al 410.

 

            Sul finire del terzo e sul principiar del quarto secolo dell'era cristiana la nostra Italia fu invasa da un grandissimo numero di barbari, i quali la ridussero ad uno stato deplorabile forse non mai veduto. Quei Goti, di cui vi ho già in tante circostanze parlato, sebbene siano stati più volte respinti, tuttavia allettati dall'amenità e dolcezza del nostro clima, e assai più dalle ricche spoglie, che ne avevano riportate, di quando in quando facevano terribili scorrerie, guidati ora dall'uno ora dall'altro dei feroci loro capitani.

            Segnalatissima fu quella fatta da Alarico re dei Visigoti, cioè dei Goti d'Occidente. Questo principe erasi posto alla testa di un formidabile esercito, e dopo aver l'atto immenso guasto nella Grecia e nell'Illirio, provincia bagnata dalle onde del mar Adriatico, superò il passaggio delle Alpi Giulie, e minaccioso si diede coi suoi a scorrere l'Italia.

            Il giovane Onorio, imperatore d'Occidente, risiedeva in Milano, principe di gran pietà, ma poco abile nelle rose di Stato e di guerra. Perciò al rumore della venuta di quei barbari, fu preso da tale spavento che fuggì da Milano, e venne a rinchiudersi in Asti, antica e forte città del Piemonte.

            Alarico impadronitosi di Milano, si condusse celeremente a stringere d'assedio la città in cui erasi rifuggiate Onorio, e l'avrebbe costretto ad arrendersi, se Stilicone, famoso generale di Onorio, non fosse corso a difenderlo. {160 [160]}

            Dopo molti parziali attacchi si venne ad una campale battaglia presso la città di Pollenzo (oggi villaggio della provincia di Alba) sulle rive del fiume Tanaro. Il combattimento fu ostinatissimo, ed i barbari ebbero la peggio; in grandissimo numero furono uccisi, gli altri posti in fuga.

            Onorio, per ricompensare Stilicone, il fece montare con lui sopra un magnifico carro, e gli fece godere gli onori del trionfo, entrando in Roma fra un'immensa popolazione che lo applaudiva. Questo è l'ultimo trionfo che vide Roma.

            I barbari avevano incusso tanto terrore ad Onorio, che, non giudicandosi più tranquillo in Milano, trasferì la sede imperiale nella città di Ravenna, posta all'estremità del Golfo Adriatico, e circondata a gran distanza da paludi quasi impraticabili.

            Il famoso Stilicone riportò pure una gloriosa vittoria contro ai Vandali, popoli che venivano dal settentrione della Germania. Radunatisi costoro sulle sponde del Danubio, e della Vistola, fiumi a voi noti, discesero in Italia, guidati da un loro capitano nomato Radagasio, e s'incamminarono verso Roma. Stilicone li andò ad incontrare a Fiesole vicino a Firenze, città di Toscana, e tra la fama del suo nome, il valore de' suoi soldati, e la sua perizia strategica, sconfisse pienamente i barbari, i quali furono parte uccisi, e parte dispersi nelle varie Provincie Romane. Radagasio caduto vivo nelle mani del vincitore ebbe tronca la testa.

            Mentre Stilicone meritava così due volte il titolo di salvator dell'Italia, i cortigiani, vale a dire gli adulatori di Onorio, mossi certamente da invidia, lo persuasero che quel capitano congiurasse contro di lui, per mettere {161 [161]} sul trono Eucherio suo figlio. L'incauto imperatore credette a questa imputazione, e tosto il fece perire con suo figlio e col resto di sua famiglia. Ma egli stesso e gli altri accusatori di Stilicone non tardarono molto a pentirsi del loro misfatto; imperciocchè Alarico, udita la morte di quel valoroso capitano, si affrettò di ricondurre in Italia un nuovo esercito di Goti, impazienti di riparare la disfatta di Pollenzo.

            Il timido Onorio, non avendo più alcun abile generale da opporre ai barbari, implorò la pietà di Alarico, facendogli molte promesse, le quali però non mantenne. Per la qual cosa Alarico montato in furore si pose a devastare l'Italia, marciando verso Roma per impadronirsene.

            Quella gran capitale, miei cari, dal tempo in cui era stata saccheggiata dai Galli guidati da Brenno, non aveva più veduto alcun nemico alle sue porte, perciò tutti i cittadini furono immersi nella più grave costernazione. Roma assediata al di fuori, agitata da parecchi barbari che quali schiavi si trovavano nell'interno della città, era sul punto della sua rovina. La fame si fece sentire tanto orribilmente che i cittadini non avendo più di che cibarsi furono costretti a pascersi di carne umana.

            Alfine una notte gli schiavi Goti aprirono le porte ad Alarico e diedero 1'antica Roma in balìa degli assediane. Allora quella città superba espiò con disastri senza numero l'abuso che aveva fatto della sua passata grandezza. Il vincitore l'abbandonò alla discrezione dei soldati quasi tutti pagani od ariani. La notte del 24 agosto del 410 la città fu illuminata dalle fiamme del proprio incendio.

            Il saccheggio fu spaventevole; gl'insulti, il ferro, il fuoco, i supplizi d'ogni genere facevano si che tutto {162 [162]} spirava terrore e spavento; e come se il cielo si fosse unito a punire quell’orgogliosa regina del mondo, una furiosa tempesta, una folgore continuata accrebbe la devastazione; abbattè varii templi, e ridusse in polvere quegl'idoli altra volta adorati, e dagli imperatori cristiani conservati ad abbellimento della città.

            Tuttavia Alarico ebbe gran rispetto per la cristiana religione, e barbaro qual era comandò a' suoi soldati di non inseguire quelli che si fossero nelle chiese ricoverati. In mezzo a quel disordine un capitano goto essendo entrato in una casa per ispogliarla, vi trovò una nobile romana, cui ordinò aspramente di consegnargli tutto ciò che possedeva di prezioso. Quella matrona cristiana, senza rispondergli, lo condusse in un sito appartato della casa, dove gli fece vedere un'immensa quantità di oggetti d'oro e d'argento del più magnifico lavoro.

            Voleva tosto il barbaro impadronirsene; «guardati, ripigliò quella coraggiosa donna, guardati di far ciò: questi vasi non sono miei; essi appartengono ai Ss. Apostoli Pietro e Paolo, ai quali furono consacrati. Io non ho forza da difenderli dalla tua violenza, ma se mai li tocchi la pena del sacrilegio ricadrà sopra di te.» A queste parole il capitano compreso di religioso rispetto richiuse tosto con gran cura la sala che conteneva quel tesoro, e si affrettò d'informare Alarico di quanto gli era successo.

            Quel principe per rispetto al Cristianesimo ordinò sull'istante che quei sacri oggetti fossero riportati presso la tomba degli Apostoli. Si vide allora in mezzo a quella desolata città una lunga processione di soldati barbari a portare divotamente i vasi sacri sul capo fino alla chiesa di S. Pietro, mentre i Romani pieni di stupore {163 [163]} si univano affollati alla processione dei barbari e s'inginocchiavano umilmente, confondendo in certo modo le grida di guerra coi cantici religiosi.

            Roma in questa maniera umiliata da Alarico perdette tutto il suo antico splendore, e divenne il bersaglio dei barbari, e la maestà del nome romano cadde irreparabilmente. Alarico fece all'Italia tutto quel male che gli fu a grado. Proponevasi di passare in Africa per ivi stabilire un vasto impero, ma mentre stringeva d'assedio la città di Reggio nel Napolitano improvvisamente mori quando egli giudicavasi all'apice della potenza e della gloria. All'inerte Onorio succedette un nipote del gran Teodosio detto egli pure Teodosio, e terzo di questo nome. Sebbene sia stato nemico dell'eresia, nulladimeno egli condusse una vita molle dandosi alla crapula senza curarsi gran fatto degli affari dell'impero.

            In questo tempo uno sciame di barbari invase l'impero d'Occidente, e non trovandosi più alcuno di quei prodi antichi che lo difendessero venne tra loro smembrato ed in breve annullato.

 

 

XXII. Ezio ed Attila re degli unni.

 

            Dal 410 al 455.

 

            I Romani di quel tempo, cari giovani, erano affatto degenerati dal valore degli antenati. Il lusso, vale a dire, la smodata magnificenza delle vesti, delle abitazioni, e delle mense; splendidi palazzi, giardini deliziosi, immensa ed mutile quantità di servi, ed ogni sorta di mollezze erano sottentrate alla semplicità e al marziale coraggio di que' gran capitani, i quali spesso lasciavano l'aratro per mettersi in capo all'esercito e liberare {164 [164]} la patria. Ciò non ostante vi furono alcuni generali che si segnalarono per valore e coraggio tra i quali uno di nome Ezio, l'altro Bonifacio.

            Ezio era un gran capitano e profondo politico che ritardò alquanto la caduta dell'impero d'Occidente. Ma egli era d'indole altera, e molto dominato dall'invidia, perciò voleva dominar solo.

            Bonifacio era al par di lui abile e valoroso, però più giusto, più moderato, più generoso, e per questo appunto venne in invidia al suo rivale che tentò di perderlo. Ezio lo accusò di tradimento presso a Placidia imperatrice, madre del giovane Valentiniano, quindi per non rimaner vittima della calunnia di Ezio ei fu costretto a chiamare in Africa i Vandali dalla Spagna.

            Questi barbari, ariani di religione, sotto il comando di Genserico, principe prode, ma fiero nemico dei Cattolici, si diffusero a guisa di torrente nell'Africa, e la inondarono di sangue e di stragi.

            Mentre queste cose avvenivano si avanzava verso l'Italia un nemico che minacciava di riuscire ai Romani più funesto degli stessi Vandali; questi fu il feroce Attila re degli Unni. Questo barbaro aveva esteso le sue conquiste dal mar Baltico al Ponto Eusino, ossia Mar Nero, e prolungavansi fino al di là del'mar Caspio, paese detto oggidì Gran Tartaria. Godeva egli in farsi soprannominare il flagello di Dio, nome a lui ben dovuto a motivo delle devastazioni, onde il suo cammino era dapertutto segnato. Testa grossa, larghe spalle, occhi piccoli e scintillanti, naso grosso e schiacciato, colore fosco, andamento minaccioso, ecco il ritratto di quell’orribile mostro.

            Quel formidabile guerriero alla testa di cinquecento {165 [165]} mila soldati come impetuoso torrente attraversò tutte le Provincie bagnate dal Danubio e abbattendo eserciti, ed atterrando città penetrò nelle Gallie spargendo ovunque il terrore.

            Il valoroso Ezio non istava inoperoso; egli mise in armi i più prodi soldati che potè avere, e con un potente esercitò andò ad incontrare Attila allorchè dava il saccheggio alla città d'Orleans. Quella parte dell'esercito di Attila sorpreso così all'impensata toccò grave sconfitta; quanti Unni erano in quella città furono fatti prigioni, uccisi, o precipitati nella Loira.

            Attila fremendo di rabbia rannodò i suoi e si portò nelle pianure che si distendono tra la Senna e la Marna. Ezio lo inseguì in quelle vastissime pianure e si venne ad una battaglia di cui non leggesi la somigliante nelle istorie. Due eserciti agguerriti e numerosissimi erano a fronte; le campagne, irte di ferri per uno spazio che potevasi difficilmente misurare coll'occhio, presentavano un fiero spettacolo, che ben presto divenne ancora più spaventevole pel furore della pugna.

            Gli Unni ebbero la peggio ed Attila stesso si trovò in grave pericolo, e forse per la prima volta intimorito abbandonò ai Romani il campo di battaglia ingombro di circa cento ottanta mila cadaveri de' suoi. Raccontasi, che i soldati di Ezio stanchi dalle lunghe fatiche andarono ad un vicino ruscello per dissetarsi, e al vedere la corrente rigonfia di sangue umano pieni di orrore se ne allontanarono.

            Attila vedendo essergli impossibile l'intraprendere alcun'altra guerra si affrettò a ritornare ne' suoi Stati. Ma nell'anno appresso raccolse un altro poderoso esercito e ritornò sopra l'Italia per vendicarsi della ricevuta {166 [166]} sconfitta. Non si può esprimere il guasto da lui fatto. Nell'universale spavento molti Italiani fuggirono in alcune deserte isolette dell'Adriatico, e vi fondarono una città cui diedero il nome di Venezia, di cui avrò più cose interessanti a raccontarvi.

            Dopo aver saccheggiata Milano, Attila colle sue genti si avanzava minaccioso verso Torino, i cui abitanti atterriti si apprestavano alla fuga. In sì terribile frangente S. Massimo Vescovo di questa Capitale radunò i cittadini, e con autorità ed affetto di padre ravvivò in tutti il coraggio, esortandoli a riporre in Dio una piena confidenza. «Afforzate le mura, egli diceva, ma la maggior vostra cura sia nel placare lo sdegno di Dio colla preghiera e colla penitenza. No, Torino non cadrà sotto le armi di Attila, se voi piangendo le vostre colpe placherete l'ira divina eccitata dai peccati degli uomini.» Le parole di Massimo si avverarono ed Attila invece di venire a Torino si volse verso Roma oggetto primario delle sue brame.

            Ezio non aveva potuto mettere in piedi genti bastanti per opporsi a sì potente nemico; l'imperatore co' suoi generali tremavano di spavento. L'Italia però ebbe un uomo che solo la salvò; egli fu S. Leone Papa. Questo grande Pontefice alla vista dei mali che Attila aveva fatto e si preparava di fare a tutta l'Italia, fidato nella protezione del cielo si vestì pontificalmente e 1'andò ad incontrare vicino a Mantova dove il Mincio scarica le sue acque nel Po.

            Il superbo Attila alla maestà di quel sant'uomo compreso da profonda venerazione lo ricevette cortesemente, e come l'ebbe inteso, accettate senz'altro le condizioni proposte, ripassò le Alpi lasciando tutta l'Italia {167 [167]} in pace. I soldati di Attila stupiti chiesero come tanto si fosse umiliato avanti ad un uomo solo, quando i più potenti eserciti non gl'incutevano alcun timore. Egli rispose, che mentre parlava col romano Pontefice aveva sopra di lui veduto un personaggio di abito sacerdotale vestito, che vibrava una spada sguainata minacciando colpirlo se non obbediva a Leone.

            Di là a poco il tremendo conquistatore, per buona fortuna del genere umano, ritornato ne' suoi Stati morì per un eccesso di crapula; e il vasto impero da lui fondato, al suo morire, sparì.

            Ezio lo seguì nella tomba, vittima d'una congiura simile a quella che egli aveva più volte ordito ai propri nemici. Egli fu accusato come ribelle presso a Valentiniano, il quale, fattolo venire alla sua presenza, senza che ne avesse il minimo sospetto, gli immerse egli stesso la spada nel petto.

            Con questo omicidio Valentiniano si privò dell'unico capitano, che potesse opporre a suoi nemici, e alcuni mesi dopo perì egli medesimo ucciso da uno de' suoi ufficiali, per nome Massimo che egli in un istante di collera aveva maltrattato. Anno 455.

            Questi assunse il titolo d'Imperatore, e regnò per soli due mesi, durante i quali Roma fu un'altra volta saccheggiata da un barbaro chiamato Genserico, re de' Vandali. Questo saccheggio durò quattordici giorni; in cui però furono risparmiate le persone e gli edifizi ad istanza del Pontefice S. Leone. {168 [168]}

 

 

XXIII. Ultimi imperatori d'occidente.

 

            Dal 455 al 476.

 

            L'Impero d'Occidente che prima comprendeva la metà del mondo, al tempo di cui vi parlo era quasi affatto caduto in mano de' barbari che lo divisero in una quantità di piccoli regni. Italia sola conservava ancora un'ombra del vecchio impero, ma i suoi imperatori appena potevano salire sul trono, che quasi a guisa di fantasmi sparivano.

            Morto Valentiniano III ottenne l'impero un famoso generale per nome Avito, che riportò molte vittorie contro ai barbari, e sarebbesi acquistato gloria se non avesse avuto a fare con uno de' suoi generali di nome Ricimero. Costui, goto di nascita, fin dalla sua prima gioventù si rese celebre per valore e giunse rapidamente ai primi gradi della milizia.

            Ambizioso, senza fede, senza onoratezza, egli non voleva alcuno a lui superiore. Obbligò Avito a rinunziare all'impero, ed in vece di lui elesse Maggiorano uno de' suoi compagni d'armi. Il novello imperatore si segnalò contro a Genserico e lo costrinse ad una pace vantaggiosa. Al senno politico esso accoppiava i talenti di gran capitano, e forse sarebbe riuscito a raffermare il vacillante trono dei Cesari, se Ricimero temendo di veder la sua gloria oscurata non lo avesse fatto mettere a morte.

            Il barbaro Ricimero diede poscia il trono a Libio Severo la cui inabilità non gli poteva dar ombra di sorta. Sotto a questo fantasma di sovrano Ricimero la fece da tiranno; accumulò tesori, ebbe un esercito suo proprio, {169 [169]} conchiuse trattati particolari ed esercitò in Italia un'autorità indipendente.

            L'Italia gemeva da sei anni sotto la tirannide di Ricimero, quando Leone I imperatore d'Oriente collocò sul trono di Roma un generale famoso appellato Antemio. Malgrado gli onori onde era colmo l'ambizioso Ricimero non poteva vedere l'Italia in pace e tentò di muovere i barbari a tumulto. Antemio gli manifestò il suo disgusto, ed egli subito si rivolse contro al suo sovrano preparandosi a combatterlo.

            I Liguri o Genovesi temendo le conseguenze di una guerra civile spedirono un'ambasciata a Sant'Epifanio Vescovo di Pavia perchè interponesse la sua mediazione, e riconciliasse il ribelle col suo legittimo sovrano. Finse Ricimero di sottomettersi, e intanto si mosse colle sue genti contro ad Antemio, il quale rimase trucidato. Ma Ricimero non potè godere il frutto di questo nuovo delitto, e pochi giorni dopo morì egli pure fra gli spasimi di una dolorosissima infermità nel 474.

            In questo tempo venne in Italia un uomo di nome Odoacre il quale doveva estinguere affatto il cadente impero d'Occidente. Di nazione barbaro egli era già stato ministro del feroce Attila. Aveva passato la sua giovinezza in una vita errante raccogliendo intorno a sè parecchi compagni, ch'egli procurava di affezionarsi conducendoli a ruberie.

            Dal Norico, che è una vastissima provincia della Germania, che oggi dicesi Austria, scese in Italia alla testa di que' venturieri, e annoiatosi nelle guardie imperiali in breve pervenne ai primi gradi della milizia. Le guardie imperiali, miei teneri amici, come quasi {170 [170]} tutto il romano esercito, non erano più altro allora che un miscuglio di barbari e di stranieri.

            L'imperatore Leone fece l'ultimo sforzo per ritardare la caduta dell'impero d'Occidente, e mandò un generale per nome Nepote, il quale alla testa di poderoso esercito depose un certo Glicerio, che aveva usurpato il trono, e si fe' egli stesso proclamare imperatore.

            Ma tosto un prode generale chiamato Oreste, mosso dal desiderio di porre sul trono suo figlio, sollevò le guardie contro Nepote e riuscì a detronizzarlo e a far proclamare imperatore Romolo Augusto, che i Romani o per la giovanile sua età, o per disprezzo dissero Augustolo. Le guardie però che avevano cooperato all'elezione di Augustolo pretendevano che in compenso fosse loro data una parte delle terre d'Italia; al che Oreste non volle acconsentire, perchè era un vero latrocinio.

            Odoacre saputo questo si offerse per capo ai malcontenti, e promise di soddisfarli purchè fossero disposti ad obbedirgli. Tutti i barbari dispersi per l'Italia tosto si unirono sotto a' suoi vessilli. Pavia fu presa d'assalto e il prode Oreste, che la difendeva, messo a morte.

            Allora lo sfortunato Augustolo vedendosi da tutti abbandonato si spogliò della porpora, e il vincitore Odoacre mosso a compassione della sua giovinezza gli lasciò la vita e gli assegnò un luogo sicuro nel regno di Napoli dove potè tranquillamente finire l'inutile vita in una deliziosa casa di campagna sulle spiagge del Mediterraneo.

            Roma si sottomise al nuovo padrone, e i barbari spargendosi per tutta l'Italia, l'assoggettarono interamente 1'anno 476. Con questa mutazione di cose fu spento l'impero d'Occidente dopo aver durato 507 anni dalla battaglia d'Azio, e 1229 dalla fondazione di Roma. {171 [171]}

            Finì sotto Romolo Augustolo, il quale per un tratto di somiglianza tutto singolare aveva il medesimo nome del fondatore di Roma e quello del fondatore del romano impero. La sua rovina si andava da lungo tempo preparando, perciò fu appena sentita nel mondo: cadde egli senza fragore, simile ad un uomo attempato che privo di forze, e dell'uso delle membra renda l'ultimo fiato spossato dalla vecchiezza.

 

 

Usi e costumi degli antichi italiani[6].

 

            ORDINE CIVILE.

 

            Gli antichi popoli d'Italia per lo più erano governati da un capo, cui davano il nome di re, che vuol dire reggitore. Il suo potere era a vita, e alla morte di lui il Senato ne eleggeva un altro, ed il popolo lo riconosceva. Siccome però gli usi ed i costumi degli antichi italiani ci sono in gran parte sconosciuti e quel poco che ne sappiamo ha strettissima relazione colla Storia Romana; così noi ci limiteremo a notare l'ordine civile de' romani fin dai primi tempi di Roma.

            Senato. La prima dignità dello stato instituita dallo stesso Romolo e conservata fino alla caduta del romano impero, era il senato, così detto dalla parola latina senex che vuol dire vecchio, perchè quelli che lo componevano dovevano essere di gran senno, e non vi erano ammessi se non ad un'età alquanto avanzata. Il numero dei Senatori fu da Romolo stabilito a cento; ma per l'unione dei Sabini questo numero fu portato a duecento, e più tardi fino a quattrocento. Riempievano i posti che restavano vacanti nel senato quelli, che avevano esercitato le principali cariche dello Stato. L'unione de' cento Senatori sabini coi cento Senatori romani inscritti nello stesso catalogo diede luogo al titolo di patres conscripti solito a darsi a tutti i Senatori insieme radunati. Il Senato era il consiglio supremo dello Stato i Senatori avevano il potere di far le leggi, e di deliberare intorno ai più gravi affari. Tra i Senatori erano scelti i principali magistrati, i capitani degli eserciti, i consoli, gli ambasciatori. {172 [172]}

            Cavalieri. Da principio i cavalieri erano tra carpo di guardie, ebe combattevano a cavallo, le quali coll'andare del tempo formarono il nerbo degli eserciti romani; e da questo derivo un ordine intermedio tra il patrizio ed il plebeo. Niuno era annoverato tra i cavalieri, se non constava che egli avesse un determinato reddito per mantenersi un cavallo.

            Patrizi e plebei. Formavano 1'ordine patrizio ì discendenti dei primi senatori. Il resto del popolo romano dicerasi plebe. Ma siccome avveniva talvolta che i plebei fossero oppressi da alcuni de' patrizi, ciascuna famiglia plebea si sceglieva tra i senatori un prolettore cui dava il nome di patrono, così detto dal latino patronus, quasi qui patris onus gerit, che fa le veci di padre, perchè egli aveva obbligo di assistere il suo cliente e di fare ciò che un buon padre fa per la sua famiglia.

            Il popolo romano dividevasi pure in tre altri modi; in tribù, che da tre giunsero sino a trentacinque, in curie che erano trenta, in centurie che erano cento novanta tre.

            I Comizi erano radunanze popolari che si tenevano qualche volta nel foro, o piazza pubblica, ma più spesso in una pianura vicino al Tevere detta campo Marzio. Esse avevano per iscopo di ratificare le nuove leggi, di confermare i trattati di pace, di eleggere i principali magistrati, vale a dire i principali impiegati del governo. In questo caso il popolo doveva dare il voto per centurie. Le principali magistrature ovvero cariche dello Stato erano la Dittatura, il Consolato, la Censura, la Pretura, 1'Edilità, la Questura ed il Tribunato.

            Dittatura. Era questa una dignità che conferivasi in circostanze straordinarie e soltanto per sei mesi. Il Dittatore veniva investito di un'autorità assoluta senza dipendenza alcuna da altri, come se fosse re. Il dittatore aveva un luogotenente detto magister equitum, ossia generale della cavalleria.

            Il Consolato era una carica che durava un anno. I consoli erano due, e si chiamavano così dalla parola consulere che vuol dire provvedere, perchè loro apparteneva il sopraintendere al Senato, far eseguire le leggi, guidare gli eserciti in battaglia, in somma il provvedere ai bisogni della repubblica.

            La Censura . Due erano i Censori, i quali avevano l'incarico di tenere un esatto registro de' cittadini romani: essi vigilavano pure alla repressione del lusso e alla conservazione dei buoni costumi. Ogni cinque anni facevano il censo, ossia enumerazione del popolo romano, e notavano d'infamia coloro che secondo il loro giudizio l'avevano meritata col vivere disordinatamente. Il censo terminavasi con una cerimonia religiosa, chiamata lustrazione, onde fu detto lustro un periodo di cinque anni.

            La Pretura . Il numero dei pretori non era fisso; il loro principale incarico era di rendere giustizia, e fare le veci dei consoli, quando questi si trovavano alla testa degli eserciti.

            L'Edilità. Gli edili erano due, e loro si affidava il deposito delle {173 [173]} leggi con obbligo di sovraintendere alla conservazione degli edifizi e dei pubblici monumenti.

            La Questura. Fra i questori gli uni avevano la custodia del tesoro pubblico e la cura di esigere le imposte; gli altri tenevano dietro agli eserciti, e provvedevano al loro mantenimento.

            Il Tribunato. I tribuni, vale a dire i capi delle tribù, erano dapprima in numero di cinque, poi di dieci. Essi furono stabiliti per la tutela dei privilegi del popolo. La loro persona era sacra ed inviolabile, e avevano il diritto di sospendere colla semplice parola veto proibisco, le ordinanze e i decreti del senato.

            Gli aspiranti alle cariche dicevansi candidati dalle vesti bianche colle quali si presentavano ai comizi il giorno della elezione.

 

 

Ordine religioso.

 

            La religione dei romani e degli antichi italiani fu l'idolatria fino alla predicazione del Vangelo. L’idolatria consisteva nell'ammettere una moltitudine infinita di divinità, prestando eziandio alle creature e alle cose insensate quel culto che è dovuto al Supremo Dio. La prima tra esse era Giove, al quale si sacrificavano diverse specie di animali. I principali ministri del culto religioso erano i Pontefici, i Flamini, i Feciali, gli Auguri, gli Aruspici, i Salii, i Curioni e le Vestali.

            I Pontefici. Capo della gerarchia del Paganesimo era il pontefice, la cui persona era sacra ed aveva autorità sopra tutte le cose di religione. Il capo dei medesimi pontefici era chiamato Pontefice Massimo. La dignità dei Pontefici era in si grande venerazione che loro si dava la precedenza sopra tutti gli altri magistrati e non davano conto ad alcuno delle loro azioni in cose di religione. Nel primo giorno di ciascun mese annunziavano al popolo il giorno in cui cadevano le none, ovvero le fiere, e i mercati, e tutte le feste che occorrevano nel corso di quel mese.

            Flamini. I Flamini erano destinati al culto di alcune speciali divinità ed erano in numero di quindici. I tre più distinti presiedevano uno, col titolo di Flamen Dialis, al culto di Giove, il secondo dedicato a Marte dicevasi Martilis, il terzo a Romolo, dicevasi Quirinalis.

            Feciali. I Feciali erano sacerdoti depositari della legge della guerra. Non si faceva mai guerra senza prendere da loro consiglio; ad essi apparteneva il conchiudere i trattati di pace e di guerra.

            Salii. I Salii erano sacerdoti che presiedevano al culto di Marte, dio della guerra.

            Curioni. I Curioni amministravano il culto nelle loro curie. Romolo avendo diviso il popolo in tre tribù ed in trenta curie, ordinò che ciascuna avesse il suo tempio per fare i sacrifizi e celebrare le sue feste. I Curioni erano in numero di trenta, il primo di loro era detto Curione Massimo, ed eleggevasi dal popolo radunato.

            Auguri. Gli Auguri così detti da Avium garritus, canto degli uccelli, {174 [174]} erano sacerdoti, i quali avevano incumbenza di notare il canto, il volo, il maggiore o minore appetito degli uccelli onde conoscere da ciò l'avvenire.

            Aruspici. Gli Aruspici erano altri indovinatori i quali pretendevano di leggere l'avvenire nelle viscere degli animali cbe sacrificavano.

            Vestali. Le Vestali, ossia sacerdotesse della dea Vesta, erano vergini destinate a conservare un fuoco sacro che doveva ardere notte e giorno sopra l'altare di questa dea. L'estinzione di questo fuoco riguardavasi quale cattivo presagio. Le vestali facevano voto di castità, e quando lo violavano, venivano rinchiuse in una profonda caverna ove si lasciavano morir di fame, oppure erano abbruciate vive. Allo stesso supplizio eran condannati coloro che le avevano indotte a violare il loro voto. Le vestali erano tenute in grande venerazione, e quando passavano per istrada i magistrati loro cedevano la diritta, ed accordavasi il perdono a quei delinquenti, che, mentre erano condotti al supplizio, si fossero per caso incontrati in qualche vestale.

            Sebbene i romani avessero un gran numero di divinità, e a tutte prestassero un cullo particolare, tuttavia le loro feste si passavano per lo più in gravi disordini. Tra le feste era celebre quella di Saturno che celebravasi nel mese di dicembre. Essa durava tre giorni detti Saturnali, e si passavano in un continuo stravizzo; e gli schiavi la facevano da padroni. Durante i pranzi si facevano sacrifizi detti Libazioni, che consistevano nello spargere sopra la tavola vino o altro liquore in onor degli déi.

 

 

Ordine del tempo.

 

            Nei primi tempi di Roma Romolo divise l’anno in dieci mesi cominciando da marzo, indi aprile, maggio, giugno, quintile, sestile, settembre, ottobre, novembre, dicembre; i quali mesi componevano un anno di 304 giorni. Ma Numa Pompilio introdusse tra' romani molti usi praticati dagli Etruschi, e fra le altre cose aggiunse il mese di gennaio e febbraio e così 1'anno divenne più regolate composto di 365 giorni, e il numero dei mesi cominciò da gennaio come si pratica ancora oggidì. Questi mesi dicevansi gennaio perchè dedicato a Giano; febbraio perchè in questo mese si facevano sacrifizi espiatorii pei morti, i quali dicevansi in latino Februa; marzo perchè dedicato a Marte; aprile, perchè in questo mese la terra si apre per le sue produzioni; maggio perchè dedicato ai maggiori, ossia ai più vecchi; giugno perchè dedicato alla gioventù. Gli altri mesi furono chiamati col loro nome di ordine progressivo, ad eccezione di quintile che fu poi dal Senato dedicato a Giulio Cesare, epperciò detto luglio e sestile consacrato a Cesare Augusto, e detto agosto.

            Per indicare i giorni dei mesi usavansi tre nomi, calende, none, ed idi. Le calende erano il primo giorno di ciascun mese, le none erano il settimo giorno pei mesi di marzo, maggio, luglio, ottobre; ed il quinto per gli altri otto mesi. Gli idi cadevano otto giorni dopo le none. {175 [175]}

            Per un'usanza altrettanto incomoda, quanto bizzarra, i giorni si indicavano contando non già quanti giorni del mese erano passati, come si fa presso di noi, ma quanti giorni rimanevano per arrivare ad uno dei sopraddetti giorni, cioè calende, none e idi; laonde per indicare il 20 gennaio per es, dicevasi il dodicesimo avanti le calende di febbraio, perchè il 20 di gennaio trovavasi dodici giorni innanzi al primo di febbraio, che era il giorno delle calende; per indicare il 2 di febbraio dicevasi il quarto avanti le none di febbraio; il 9 di marzo il settimo avanti gli idi di marzo. I giorni prendevano vari nomi secondo le cose che in quelli venivano comandate o proibite. Dicevansi giorni festivi, dies festi, quelli in cui era proibito ogni lavoro, e tutti dovevano esclusivamente occuparsi in opere di religione: ad sacrificia diis offerenda. Giorni di lavoro, dies profesti, quelli in cui era permesso anzi comandato il lavoro. Giorni di radunanza, dies comitiales, erano quei giorni nei quali solevasi far radunare il popolo. Nundinae o giorni novesimi, erano chiamate le pubbliche fiere e mercati che si tenevano in Roma di nove in nove giorni, e dove le genti di campagna venivano per vendere e provvedersi quanto loro faceva di bisogno. Il giorno dividevasi in dodici ore più o meno lunghe secondo la stagione, nel modo che era praticato dagli Ebrei. L'ora prima cominciava al levar del sole; la terza terminava verso le ore nove del mattino, la sesta a mezzogiorno; la nona verso le tre della sera; la duodecima verso il cader del sole. La notte scompartivasi in quattro veglie di tre ore ciascuna, la prima cominciava al cader del sole; la seconda verso le nove di sera; la terza a mezzanotte; la quarta verso le tre del mattino. Nei primi tempi di Roma non eravi misura fissa del tempo; solamente verso la fine della prima guerra punica, cioè dugento cinquanta anni prima dell'era volgare, fu recato a Roma dalla Sicilia il primo orologio a sole, che era una specie di meridiana. Un secolo dopo cioè cento cinquant’anni prima dell'era volgare comparvero le clessidre che sono orologi ad acqua od a polvere.

 

 

Ordine delle milizie.

 

            Presso gli antichi italiani e specialmente presso ai Romani tutti erano soldati ad eccezione di quelli che erano destinati al culto degli déi. Il servizio militare cominciava a diciassette anni, e ciascuno poteva esservi chiamato sino all'età di 46, se pure non fosse già pervenuto a qualche magistratura. Quando i consoli volevano levar truppe, pubblicavano un editto e inalberavano uno stendardo sul Campidoglio. A quel segnale, ammogliati e senza moglie, purchè fossero in istato di portar armi, si assembravano divisi in tribù nel luogo a bella posta indicato, che d'ordinario era il campo Marzio. Là erano chiamati quelli che si stimavano acconci al bisogno, e chi avesse opposto difficoltà correa pericolo di vedere i suoi beni confiscati e sè stesso ridotto alla condizione di schiavo.

            L'esercito dividevasi in legioni. La legione era composta di circa {176 [176]} cinque mila uomini di fanteria e di trecento a cavallo. Fatta la leva dei soldati, ne toglievano uno da ciascuna legione per pronunziare ad alta voce la formola del giuramento militare che tutti gli altri ripetevano dopo di lui. La legione era divisa in dieci coorti ossia compagnie di circa 500 uomini, e comandata da sei tribuni militari che davano gli ordini per turno: i subordinati ai tribuni erano i CENTURIONI, che erano ufficiali di una compagnia composta di 100 uomini.

            L'arma comune a tutti i soldati romani era una corta spada a due tagli, e ben aflilata. Il soldato romano armato alla leggera aveva, oltre la spada, sette giavellotti o freccie lunghe tre piedi almeno, un piccolo scudo di legno ed un elmo di cuoio. Il soldato di arma pesante portava, oltre i giavellotti ordinarii, altri giavellotti di cinque o sei piedi di lunghezza, aventi il ferro uncinato, i cui colpi erano pericolosissimi. Coprivagli il capo un elmo di bronzo che lasciava la faccia scoperta; vestiva una corazza di maglie o piccole lamine di bronzo, ed attaccava al braccio sinistro per mezzo di striscie di cuoio lo scudo largo due piedi e mezzo, alto quattro; per modo che il soldato abbassandosi un poco poteva mettersi intieramente al coperto. Le armi offensive della cavalleria consistevano in una lunga spada, in una picca, e qualche volta in alcuni giavellotti. Usavansi pure diverse macchine che tenevano loro luogo di artiglierie. Oltre l'ariete e le torri movibili, impiegavano le baliste e le catapulte per lanciare grossi giavellotti, pietre, fiaccole ardenti. La forza di queste macchine era meravigliosa. Un giorno una pietra d'una catapulta essendo stata mal collocata, andò a colpire uno dei sostegni e di rimbalzo colpi l'ingegnere che la regolava; il colpo fu così violento che fece a brani e disperse tutte le membra dell'ingegnere. Per formare la così detta testuggine, i soldati romani imbracciavano certi scudi quadrati solidissimi, li sospendevano sopra il loro capo e li congiungevano per modo da comporre una specie di tetto sul quale rotolava quanto i nemici vi avessero gettato.

            Così ordinati avvicinavansi alle muraglie che volevano atterrare; per rompere quel tetto di scudi ci volevano travi e pesanti macigni. I romani usavano pur certe gallerie di legno, costrutte di grossi travi e rivestite di terra e di pelli fresche di bue, per preservarle dal fuoco; al coperto di queste gallerie si accostavano senza grave pericolo al muro o alla torre che volevano atterrare.

            Le primitive insegne militari dei romani non erano altro che un fascetto di fieno legato alla cima di un'asta. Più tardi vi piantarono invece alcune tavolette rotonde sovra delle quali erano effigiate le divinità, con sopra una mano o qualche altro emblema d'argento. Da Mario in poi ciascuna legione ebbe per insegna un'aquila d'oro. Il tamburo non era conosciuto; usavano soltanto delle trombe di bronzo di differente grandezza.

            I Romani in paese nemico non mancavano mai di fortificare il loro campo, fosse pure per una sola notte. Intorno al campo girava una fossa profonda di nove piedi, ed una palizzata formata di travicelli { [177]177} insieme incrocicchiati. Fra le tende ed i trincieramenti passava una distanza di 200 passi, per cui, in caso di attacco, le tende rimanevano al sicuro dai dardi e dalle fiaccole dei nemici. Nelle marcie i soldati oltre a tre o quattro travicelli per la palificata del campo, portavano viveri per più giorni, i quali consistevano in una certa quantità di grano che essi tritavano con una pietra, quando volevano farne del pane: più tardi fu provveduto il biscotto. I soldati dovevano inoltre portare varii altri utensili. Per essi le armi non erano un carico; ma le riguardavano in certo modo come lor proprie membra.

            Le leggi della disciplina militare erano severissime. Chiunque in una marcia si fosse allontanato a segno di non udire il suono della tromba, era considerato come disertore. Abbandonare il proprio posto stando in sentinella, combattere fuor di linea senza permissione, rubare la più piccola moneta, erano altrettanti delitti che meritavano la morte. Falli più lievi erano puniti col bastone, con la privazione del soldo, con comparire in pubblico sotto vestimento donnesco; e quest'ultimo castigo era riservato ai vili. Nessuno poteva mangiare avanti il segnale che se ne dava; nè davasi fuorchè due volte al giorno. I soldati pranzavano ritti in piedi e assai frugalmente; la loro cena era un poco migliore, e negli ultimi tempi della repubblica furono provvisti di sale, di legumi e di lardo. Ordinariamente bevevano acqua pura o temperata con qualche goccia, d'aceto.

            I soldati romani non erano mai lasciati oziosi. Indurati dall'infanzia ai lavori dell'agricoltura, continuavano sotto le bandiere militari ad esercitarsi nella fatica. Erano avvezzati a lunghe marcie carichi del peso di sessanta libbre, e a correre ed a saltare tutti armati. Negli esercizi si facevano loro prendere armi di doppio peso di quello delle ordinarie, e siffatti esercizi non erano mai interrotti. In tempo di pace erano occupati a dissodare terreni incolti, a innalzare fortezze, a scavar canali, a costruire città, a formare strade, che talvolta da Roma prolungavano a remotissime distanze. Or qual maraviglia, se soldati di quella tempra riportavano sì segnalate vittorie e soggiogavano tante nazioni?

            Le principali ricompense militari erano la corona ossidionale aggiudicata a chi avesse liberata una città o un campo assediato, la corona civica concessa a chi avesse salvata la vita di qualche cittadino, la corona murale accordata a chi pel primo fosse giunto sulle mura nemiche nell'occasione di un assalto. Ciò che faceva pregiare ai Romani queste corone era la solennità della distribuzione che facevasene dal generale alla presenza di tutto l'esercito.

            Le ricompense riserbate al generale dopo una vittoria consistevano nel titolo d'imperatore o di generale vittorioso, e nel grande o piccolo trionfo secondo la maggiore o minore importanza delle sue imprese. {178 [178]}

 

 

Altri usi e costumi degli antichi italiani.

 

            Monete. Le monete più antiche di cui si abbia cognizione sono l'asse o soldo romano di rame e del valore di un decimo del denaro corrispondente a cinque centesimi.

            Il denaro era d' argento e valeva cinque decimi di franco ossia cinquanta centesimi.

            Il sesterzio era la quarta parte del danaro, corrispondente a due assi e mezzo ossia due soldi e mezzo.

            Gli antichi non facevano uso di monete coniate, ma trafficavano fra di loro scambiando le mercanzie, ovvero pagandole con metalli valutati a peso. Servio Tullo, sesto re di Roma, fu il primo a far coniare il rame: vi fu impressa la figura di una pecora onde venne il nome di pecunia.

            Pesi. Il peso ordinario era la libbra, che valeva dieci oncie e mezzo delle nostre corrispondente a 323 grammi.

            Misure. La principal misura pei liquidi era l'anfora, che conteneva ottanta libbre di acqua o di vino che corrispondono a 25 litri. L'anfora conteneva otto congii, circa tre litri e tre decilitri ciascuno. Il congio dividevasi in quarant'otto ciati, il ciato conteneva quasi un decilitro di vino, ed è quel tanto che ordinariamente un uomo moderato può bere in un fiato. La principal misura pei solidi era il moggio o staio la cui capacità era il terzo dell'anfora, poco più di otto litri.

            Le misure di distanza erano il miglio formato di mille passi geometrici, corrispondenti a mille settecento venti metti, circa due terzi di miglio piemontese. Il passo era lungo cinque piedi: il piede quattro palmi; il palmo quattro dita. Il piede romano corrispondeva ad otto oncie di piede piemontese, circa trentaquattro centimetri.

            Gli antichi misuravano la distanza a miglia.

            Ogni miglio era indicato sulle strade da una pietra su cui era scritto la distanza di quel luogo dalla capitale del regno. Quando i Romani divennero i soli padroni dell'Italia, le pietre delle strade portavano scritta la distanza di quel punto da Roma. Lo stadio greco altresì usato in Italia equivaleva a cento venti passi: circa duecento quattro metri.

            Giuochi. Gli antichi erano amantissimi dei pubblici giuochi. I principali di essi erano la lotta, la corsa a piedi e a cavallo, la corsa dei carri, il combattimento navale, il combattimento delle bestie feroci. Questi giuochi si facevano ordinariamente in un luogo detto circo, che era un vastissimo recinto intorno a cui potevano stare molte migliaia di spettatori. Talvolta il loro numero ascendeva a trecento mila, e tutti dalle gallerie, che mettevano nel circo, potevano partecipare di quei pubblici divertimenti. Pei combattimenti navali l'acqua era portata nell'interno del circo da acquedotti a bella posta scavati e vi formavano una specie di lago. Pei combattimenti delle bestie feroci ne veniva condotta a Roma un'incredibile quantità. {179 [179]} Pompeo in un solo giorno fece comparire nel circo seicento leoni. Alle volte gli spettatori medesimi uccidevano le fiere a colpi di freccia; talora le facevano azzuflare le une contro alle altre, ovvero contro ad uomini che esercitavano quel mestiere di propria elezione, o vi erano stati condannati come spesso lo furono i cristiani; ma questi non si difendevano, e aspettavano con animo quieto e generoso di essere sbranati, ascrivendosi a gloria di morire per la fede.

            I Gladiatori. Un altro genere di spettacolo non meno atroce e non meno gradito al popolo romano era quello dei gladiatori. In origine i gladiatori erano prigionieri di guerra o malfattori condannati a morte. Vi fu di poi chi fece il gladiatore per mestiere, o mosso dal guadagno o dal piacere di battersi; quando un gladiatore rimaneva ferito gli spettatori gridavano (habet) è ferito, ed essi erano arbitri della sua vita. Se volevano salvarlo premevano il pollice, se volevano che egli morisse sotto ai colpi del vincitore, rovesciavano il pollice e l'infelice doveva sottoporsi alla fatal sentenza. L'imperatore Traiano diede una festa nella quale vennero nell'anfiteatro dieci mila gladiatori. Questi atroci spettacoli non cessarono fino al regno di Onorio nell'occasione che un santo solitario, chiamato Telemaco, essendosi slanciato fra i gladiatori per separarli, cadde egli stesso morto ucciso da uno di costoro. Un così eroico sacrifizio della carità cristiana fu cagione che finalmente si proscrivessero quei giuochi che da più d'800 anni disonoravano l'umanità. L'anfiteatro costruito da Vespasiano e da Tito, bagnato le molte volte dal sangue de' martiri, esiste ancora in parte al giorno d'oggi conosciuto sotto il nome di colisco o colosseo.

            Giuochi scenici. Una terza specie di spettacolo erano i giuochi scenici, i quali consistevano in tragedie, commedie mimiche, rappresentate su teatri di straordinaria ampiezza. Il più bel teatro di Roma poteva capire sino a 80,000 spettatori ed era costrutto di marmo all'aria aperta.

            Leggi. Le antiche leggi degli italiani non sono molto conosciute. Le leggi romane erano in assai picciol numero, ed erano severissime. Esse davano al padre la facoltà di battere, vendere ed anche uccidere i proprii figliuoli senza altro motivo che la sua volontà. Eravi una legge che vietava l'uso del vino alle donne, ed una donna che aveva violata una tal legge fu condannata dalla sua famiglia a morir di fame.

            Un'altra legge metteva la persona del debitore in balìa del creditore, che poteva caricarlo di catene, batterlo quanto gli piacesse finchè avesse saldato il suo debito. I vinti in battaglia erano tenuti siccome schiavi. Costoro si compravano e si vendevano a guisa di bestie da soma; il padrone poteva aggravarli di lavoro, straziarli, ucciderli quando gli fosse venuto a capriccio. Se la vecchiezza o l'infermità rendeva lo schiavo inetto al lavoro, poteva sbrigarsene facendolo gettare in qualche isola del Tevere ove l'infelice periva di stento. Questi e molti altri tratti d'inumanità, che sovente leggonsi nella storia de' popoli antichi, dimostrano quanto fosse necessaria la luce del Vangelo, la sola atta a diradare le folte tenebre della barbarie in cui i popoli dell'antichità, anche i più inciviliti, erano involti. {180 [180]}

            Arti. Gli antichi Etruschi erano i più avanzati nelle arti e nel commercio. La scultura, l'architettura erano molto coltivate; l'oro e l'argento erano maestrevolmente lavorati. Presso i Romani non era così: sempre occupati in guerre poco badavano alle arti ed al commercio. Sul principio della guerra punica non conoscevano ancora l'uso delle navi. Le stalle da cavallo erano loro sconosciute e nelle strade eranvi pietre a bella posta collocate sopra cui salivano i cavalieri per montare a cavallo.

            Scienze. La lingua degli antichi Italiani non è affatto conosciuta. I primi scrittori latini comparvero sul cominciare della seconda guerra punica. Ma il tempo che diede i grandi scrittori, che fecero chiamare quell'epoca il secolo d’oro, fu il secolo d'Augusto.

            La maggior parte delle opere latine classiche, le quali usiamo nelle nostre scuole, e che formeranno mai sempre la gloria dell'umano ingegno, furono scritte in quel secolo. È attribuita a Cicerone l'invenzione della stenografia, parola che vuol dire scrivere in fretta, ed è l'arte di scrivere in cifre con cui si può esprimere colla penna ciò che si dice, e con la medesima velocità con cui si parla.

 

 

Abiti, abitazioni, vitto e funerali.

 

            Abiti. L'abito dei Romani era indusium o camicia, la tunica ossia sopraveste e la toga. La tunica era una veste corta che scendeva fino al ginocchio che serravano alla vita con una cintura quando volevano camminare. La toga era una veste lunga da ogni parte chiusa, senza maniche, la quale avviluppava tutto il corpo, lasciando solamente scoperto il capo e il braccio destro. Quando il fanciullo era giunto ad una certa età, specialmente se di nobile condizione, era vestito di una toga detta pretesta orlata di rosso. A diciassette anni deponeva la pretesta per indossarne un'altra detta toga virile. Quel giorno il giovane era condotto da un gran numero di amici sulla pubblica piazza; e da quel giorno cominciava ad essere considerato quale cittadino romano. Alla guerra i cavalieri si spogliavano della toga per vestire un manto detto clamide. L'abito del soldato di fanteria ed anche del viaggiatore era il sago, sagum; per ripararsi dalla pioggia portavano un cucullus ossia cappuccio che copriva la testa e le spalle. Non usavano calze: ma le persone delicate od infermiccie coprivansi le gambe con fasce di stoffa o con stivaletti.

            Abitazioni. Le città degli antichi Italiani non erano altro che un ammasso di capanne che talora si trasportavano da un luogo all'altro. Ai tempi della fondazione di Roma vi erano già moltissime città costrutte con pietre e con mattoni e ben fortificate. E molto antico l'uso del vetro e del cristallo, e l'impiegavano in ogni sorta di lavori facendone perfino colonne; ma non sapevano formare lastre per finestre, cui supplivano i poveri con tele o pergamene, i ricchi con pietre trasparenti tagliate a sottilissime lastre. Le invetriate furono conosciute soltanto ai tempi di Teodosio il grande. Presso gli antichi {181 [181]} non usavansi chiavi, nè serrature per chiudere le case: le porte degli appartamenti di dentro erano chiuse da una sbarra di ferro; i cancelli e le credenze erano sigillate col marchio, ovvero castone dell'anello destinato a suggellare le lettere, ed ogni volta che le aprivano dovevano ripetere l'operazione.

            Gli antichi si nutrirono per molto tempo di farinata d'orzo invece di pane. Fino al tempo della seconda guerra punica ignorarono l'uso dei molini, e perciò tritavano il frumento con due pietre. I Romani furono i primi che introdussero in Italia il lusso nei banchetti. A mensa stavano adagiati sopra letti, disposti intorno a certe tavole aggiustate nel triclinio che era la sala da pranzo, così chiamata perchè intorno alla tavola ordinariamente erano tre di questi letti, (tre-clini, ossia letti). I conviti componevansi di tre portate; alla prima si portavano cinghiali tutti intieri circondati da altri cibi atti a stuzzicare l'appetito, de' quali facevano sempre parte le uova, onde venne il proverbio ab ovo usque ad malum, vate a dire dall'uovo che indicava il principio della mensa fino alle frutta che solevansi portare in fine. Nella seconda portata eravi ogni sorta di pasticcieria e di manicaretti, ed in questi consisteva il miglio del pranzo. Studiavansi di presentare i volatili più rari, e più difficili a trovarsi, come la grù, il pavone, il pappagallo e simili.

            Nell'ultima portata venivano le frutta ed i confetti come si usa fra di noi. Al vino melato della prima portata succedevansi altri vini così gagliardi da non potersi bere puri. Si tirava a sorte chi dovesse regolare il pranzo, e colui che veniva scelto chiamavasi re del convito. Costui ordinava le libazioni, i brindisi, il numero di tazze che ciascuno doveva vuotare, e chiunque non adempiva quegli oidini era condannato a tracannarne una tazza di più.

            Chi avesse preso fiato nell'atto di bere era condannato a berne una altra tazza fosse pure già alterato dal vino od anche ubbriaco. Durante il pasto si facevano concerti musicali, talora danze ed anche combattimenti di gladiatori. Presso i Romani il pasto principale era la cena, la quale facevasi verso il tramonto del sole. I loro pranzi non erano che una seconda colezione; poi s'introdusse l'uso della merenda, e finalmente la gente di buon tempo mangiava un'ultima volta dopo cena.

            Questi divoratori di professione per reggere a tanti pasti non avevano altro mezzo fuorchè il rigettare, e ciò che reca meraviglia è che quei medesimi filosofi i quali avevano fama di sobrii e di onesti, non si vergognavano di provocarsi anche essi al vomito dopo cena a fine di poter nuovamente mangiare.

            Tale era la vita de' romani degenerati. In questo tempo di corruzione ogni sorta di vizio prese forza tra i popoli italiani. Non si dimandava più altro in Roma, non si parlava più d'altro tra i Romani che di lauti pranzi, di giuochi o di spettacoli, le quali cose accelerarono grandemente la rovina del romano impero. Solamente la santità del cristianesimo riusci a porre un freno ai tanti vizi che avvilivano l'umanità. {182 [182]}

            Funerali. In ogni tempo e presso a tutte le nazioni i doveri della sepoltura erano riguardati come cosa sacra. Quando un Romano era per esalare l'ultimo fiato, i parenti più prossimi stavano intorno al suo letto per ricevere l'ultimo suo respiro e chiudergli gli occhi. Appena morto, lo chiamavano tre volte per nome, e gli mettevano un obolo nella bocca perchè potesse pagare il tragitto del fiume Stige, il quale credevano che tutti dovessero passare per andare ai Campi Elisi, che erano il paradiso immaginato tra le favole dei pagani.

            I funerali non si celebravano prima dell'ottavo giorno. Un suonatore di flauto apriva la marcia, seguivano le trombe, quindi una schiera di prefiche, che erano donne pagate perchè piangessero l'estinto. Portavansi rovesciate tutte le insegne onorifiche dell'estinto, quindi le immagini di cera de' suoi antenati; venivano appresso i figliuoli del defunto e gli altri parenti. Tutto il corteggio vestiva a lutto portando le chiome scarmigliate.

            Il cadavere era processionalmente portato sopra un feretro pomposo e circondato da gran numero di fiaccole accese e deponevasi nel foro, dove il figliuolo del morto o qualche altro de' suoi più stretti parenti saliva sulla tribuna e ne recitava l'orazione funebre. Nei tempi più antichi si sotterravano i cadaveri; più appresso si abbruciavano. I parenti più prossimi volgendo altrove la faccia appiccavan il fuoco al rogo. Consumato dalle fiamme il cadavere, le ceneri e le ossa, versandovi sopra latte e vino, erano chiuse dentro di un'urna, e l'urna era collocata in una tomba. Prima di chiudere la tomba solevasi dar e ad alta voce all'estinto l'ultimo saluto con queste parole: addio per sempre: noi tutti ti seguiremo secondo l'ordine della natura. {183 [183]}


Epoca Terza. L'italia nel Medio Evo

 

            Dalla eadula dell'impero Romano in occidente nel 476 alla scoperta del nuovo mondo nel 1492.

 

 

I. Odoacre primo re d'Italia.

 

            Dal 476 al 493.

 

            La storia che intraprendo a raccontarvi, miei teneri amici, dicesi del medio evo ossia dell'età di mezzo, sotto il qual nome s'intende comunemente quella serie d'avvenimenti succeduti dalla caduta dell'impero Romano in occidente fino alla scoperta del nuovo mondo fatta da Cristoforo Colombo nel 1492.

            In questo lungo spazio di tempo l'Italia fu quasi continuamente il ludibrio de' barbari, i quali in varii tempi e da vari paesi la vennero ad assalire e con danno immenso degli italiani la fecero loro preda. Erano i barbari uomini senza leggi, senza politica e quasi senza religione. In ogni loro questione la forza teneva luogo di ragione, che valeva per ogni diritto.

            Vi ho già raccontato come Odoacre, quell'antico ministro del feroce Attila, era venuto in Italia con molte schiere di barbari, ed erasi fatto riconoscere per primo re d'Italia nel 476, e poichè il nome d'imperatore era caduto in discredito in occidente, egli si contentò del titolo di re, dignità che corrisponde a quella di dittatore. {184 [184]}

            Sebbene barbaro di nazione, Odoacre mostrò talenti e virtù degne del grado a cui aveva saputo innalzarsi. Egli è però tacciato di essersi usurpate le proprietà dei vinti, per darle a' suoi soldati. Egli aveva loro promesso la terza parte delle terre d'Italia affinchè lo eleggessero re, la qual promessa adempì appena salito sul trono. Questo fatto sarebbe reputato vera ingiustizia, se non fosse stato in certa maniera giustificato dallo scarsissimo numero d'uomini che abitavano l'Italia, e dal gran bisogno di avere nuove braccia per coltivare le campagne.

            Nello spazio di pochi anni che Odoacre passò in Italia, depose la gran fierezza, propria di tutti i barbari, e sebbene professasse l'eresia degli ariani, tuttavia si mostrò molto propenso a favorire il cattolicismo. La moderazione di questo re è dovuta alla relazione ch'egli mantenne con un santo solitario di nome Severino, il quale abitava sulla sponda del Danubio vicino alla città di Vienna.

            Mentre Odoacre veniva co' suoi in Italia, fu rapito dalle maraviglie che da tutte parti si raccontavano di questo solitario, e volle andare in persona a visitarlo. Egli andò a lui sotto le più modeste sembianze, penetrò nella grotta, dove il santo era come sepolto. L'entrata ne era tanto bassa, che il principe barbaro, di altissima statura, fu astretto a starvi a capo chino per non urtare nella volta.

            Odoacre non aveva cosa nelle sue vesti che potesse manifestare chi egli fosse; tuttavia nel licenziarlo Severino lo salutò per nome, e gli predisse tutta la serie delle sue imminenti vittorie. Tu vai in Italia, gli disse, e vai vestito di povere pelli, ma in breve sarai padrone di grandi ricchezze; il tuo regno sarà di 14 anni. {185 [185]}

            Allorchè Odoacre si trovò difatto re d'Italia, si rammentò dell'uomo di Dio, e gli scrisse di domandargli qual cosa avrebbe potuto fare che fosse di maggior suo gradimento. L'umile Severino non volendo rifiutare la liberalità di un principe, lo richiese del richiamo di un bandito, e ne fu immediatamente appagato.

            Odoacre era divenuto pacifico re dell'Italia, quando un capo barbaro, di nome Teodorico, con gran moltitudine di Ostrogoti, andando in cerca di paesi da conquistare, minacciava le frontiere. Debbo qui, miei cari, farvi notare, che gli Ostrogoti erano una parte di quei Goti, di cui ebbi già altre volte occasione di parlarvi. Essi venivano da una regione della Scandinavia, che oggidì si appella Svezia e Norvegia, e giunti al Danubio si divisero tra loro, recandosi altri verso l'oriente, altri verso l'occidente. I primi furono detti Ostrogoti, cioè Goti orientali, gli altri Visigoti, cioè Goti occidentali.

            Per meglio comprendere con quanto facilità gli Ostrogoti abbiano potuto rendersi padroni d'Italia, è bene che io vi faccia notare altresì che alla caduta dell'impero romano in occidente, gl'imperatori d'oriente non essendo più in grado di difendere l'Italia, l'avevano abbandonata, e lo stesso imperatore Zenone acconsentì volentieri a Teodorico che venisse a conquistarla.

            Odoacre alla notizia di quell'innumerevole turba di nemici, radunò le sue genti, e andò ad accamparsi sulle rive dell' Isonzio (fiume dell'Illiria) per difendere i suoi stati. Il suo esercito era numeroso, ma dopo le conquiste lo aveva lasciato in ozio, da cui nacquero molti vizi, onde i soldati di Odoacre furono piuttosto pronti a fuggire, che a combattere. Toccata colà una grave sconfitta nell'agosto del 489, Odoacre raccolse un secondo {186 [186]} esercito, e andò ad affrontare il nemico sulle rive del fiume Adige, vicino alla città di Verona, dove seguì la gran battaglia che doveva decidere della sorte di Odoacre e di Teodorico.

            Dicesi che nella mattina di quel giorno memorando Teodorico si recasse sotto la tenda in cui sua madre e sua sorella si erano ritirate colle donne del loro seguito, e le pregasse di dargli per quel giorno la più bella delle vesti che esse avessero fatte colle loro mani, perciocchè presso gli antichi popoli, le donne di qualunque grado, usavano occuparsi a filare la lana, ed a tessere panni per gli abiti dei loro mariti e figli. Teodorico rivolgendo poscia un pietoso sguardo alla genitrice, «signora, le disse, la vostra gloria è legata colla mia; si sa che siete la madre di Teodorico, e tocca a me di mostrare che son degno vostro figlio.»

            Dette queste parole, andò a porsi alla testa de' suoi soldati ed appiccò una terribile battaglia, l'esito della quale fu con gran vigore contrastato. Vi fu anzi un momento in cui gli Ostrogoti quasi disfatti, avvolgendo nella ritirata il medesimo loro re, tentavano di andarsi a cercare salvezza ne' loro quartieri, quando la madre di Teodorico movendo incontro ai soldati gridò ad alta voce: «Dove correte? se fuggite quale scampo vi rimane ancora, volete che i nemici possano dire che i soldati di Teodorico si siano dati a vergognosa fuga?»

            Queste parole riaccesero il coraggio nell'animo dei fuggenti, i quali radunatisi intorno al loro re, ritornarono alla pugna, e riportarono una compiuta vittoria. Odoacre venne ancora altre volte alle mani co' nemici, ma ne fu sempre sconfitto. Ciò non ostante si fortificò nella città di Ravenna, ove sostenne un lungo assedio {187 [187]} con raro valore. Finalmente per la mancanza de' viveri fu costretto a capitolare, ma a condizione che egli e Teodorico regnassero ambidue insieme in Italia. Teodorico gli accordò quanto gli era chiesto, promettendo di dividere con lui l'impero d'Italia. Ma il perfido avendolo invitato ad un banchetto, fece trucidare lui, suo figlio e tutti quei del suo seguito.

 

 

II. Segno di Teodorico.

 

            Dal 493 al 526.

 

            Teodorico divenuto re per via d'un assassinio, come vi ho testè raccontato, faceva temere assai pei poveri italiani, che ora per un motivo, ora per un altro, erano perseguitati ed oppressi. Pure in breve tempo l'amenità del nostro clima, e qualche resto dell'antica civiltà italiana gli fece deporre gran parte di sua fierezza e si occupò con molto zelo a ristorare le città e a riparare la miseria in cui molti de' suoi sudditi erano caduti.

            Conquistò pure diversi paesi confinanti con l'Italia; cacciò varie torme di barbari che cercavano d'invadere i suoi stati; l'agricoltura, il commercio, la pubblica tranquillità ricomparvero in questo paese, già da un secolo divenuto teatro delle invasioni nemiche; per le quali cose l'Italia era divenuta molto scarsa d'abitatori e perciò incolta. Per ripopolarla egli spedì S. Epifanio vescovo di Pavia a riscattare i romani che giacevano schiavi fuori d'Italia, e invitò gli esiliati a far ritorno in patria.

            Egli era ariano, ma rispettava molto i papi e la cattolica religione; sicchè i cattolici durante quasi tutto il {188 [188]} suo regno godettero pace, e poterono liberamente professare la loro religione.

            Ma siccome un re che non ha la vera religione, nemmeno può avere la vera moralità, così Teodorico nel fine della sua vita divenne sospettoso e crudele.

            Obbligò papa Giovanni I ad andare a Costantinopoli per chiedere a Giustino imperatore che gli ariani suoi sudditi potessero liberamente professare la loro religione, e fossero ristabiliti nelle loro chiese state chiuse; minacciando che egli tratterebbe i cattolici d'occidente in quella guisa che Giustino avrebbe trattato gli ariani in oriente. Al papa Giovanni aggiunse quattro senatori. Si appressava il sommo Pontefice a Costantinopoli, e tutta la città colle croci e con doppieri venne ad incontrarlo alla distanza di dodici miglia. Giustino stesso inginocchiato ai suoi piedi gli prestò quell'onore che si conviene al Vicario di Gesù Cristo. Il Pontefice espose all'imperatore le intenzioni di Teodorico, il quale considerato il pericolo dei cattolici d'occidente, promise di lasciare in pace gli ariani d'oriente, ed accomiatò il Pontefice facendogli ricchi doni per le chiese di Roma. Giovanni rientrato in Italia si recò a Ravenna per ragguagliar Teodorico dell'esito felice della sua ambasciata; ma Teodorico, fosse per gelosia degli onori fatti al Papa, o fosse perchè il Papa non avesse chiesto (e chiedere non lo poteva) che fossero restituiti all'arianesimo coloro che lo avessero abbandonato per farsi cattolici, fece imprigionare il Pontefice, il quale poco stante morì di stento in carcere.

            Era a quei tempi insigne in Italia Severino Boezio, uomo dedito alle lettere, alla filosofia, ed alla teologia, il quale applicando alla verità cattolica i suoi studi filosofici {189 [189]} aveva scritto contro le eresie di Ario e di Eutiche. Creato console da Teodorico si era lealmente adoperato a vantaggio del regno; ma poi accusato di tener segrete pratiche con Giustino per ridonare la libertà ai Romani, incontrò, sebbene innocente, lo sdegno del sospettoso Teodorico e fu per ordine di lui posto in carcere, dove capo a sei mesi venne ucciso.

            Suocero di Boezio era Simmaco, uomo patrizio, senatore, e venerato per le sue virtù e pel suo sapere. Teodorico sospettando che Simmaco, addolorato per la morte del genero, potesse tramare contro di lui, lo invitò a venir a Ravenna, dove sotto colore di finti reati lo privò di vita.

            Siccome Boezio e Simmaco erano e vivevano da buoni cattolici, perciò Teodorico divenneabbominevole presso i cattolici, tanto più ch'egli aveva ordinato che si dessero agli ariani le Chiese dei cattolici. Ne aveva egli sottoscritto il decreto, quando colto da un flusso di ventre, nel termine di tre giorni e nel dì stesso destinato alla occupazione delle chiese, perde la vita e il regno. Fama correva, che portatogli in tavola il capo d'un grosso pesce gli parve di mirar quello di Simmaco ucciso, che coi denti e con gli occhi torvi lo minacciasse.

 

 

III. Vitige, Belisario, e Totila.

 

            Dal 526 al 550.

 

            Teodorico prima di sua morte fece riconoscere re d'Italia suo nipote Atalarico di soli otto anni, sotto la tutela di sua madre Amalasunta. Costei affine di assicurarsi un appoggio invocò la protezione dell'imperatore di Costantinopoli, e tutta si adoperò per dare una buona {190 [190]} educazione al giovane re. Ma i barbari annoiati di vedere il loro re più occupato nelle lettere che nelle armi lo tolsero di mano alla madre, e lo diedero compagno ad alcuni giovani scostumati. Il misero Atalarico fatto così preda di malvagi consigli diedesi alla crapula e ad altri vizi, i quali in breve il condussero alla tomba nell'anno diciottesimo di sua età.

            Amalasunta addolorata per la morte del figlio, e desiderosa di provvedere un novello appoggio alla sua autorità sposò un principe Toscano suo cugino di nome Teodato; il quale per governare liberamente fece strangolare Amalasunta in un bagno. Allora l'imperatore Giustiniano per vendicare la morte di una sua alleata mandò in Italia Belisario generale di alto grido, e già segnalato in una guerra gloriosamente terminata nell'Africa. Come si fece vedere in Italia molte città gli aprirono le porte, e venne difilato a Roma in cui entrò pacificamente senza il minimo contrasto.

            Ciò vedendo i Goti, accorgendosi che Teodato era incapace di governarli, si crearono re un altro valoroso capitano di nome Vitige, e misero a morte Teodato. Il novello principe corse tosto a cingere d'assedio la città di Roma, donde fu costretto ad allontanarsi dalle genti di Belisario. Dopo molte sanguinose battaglie Vitige disperando di potere più oltre resistere in campo aperto andò a fortificarsi in Ravenna. Belisario sollecitamente lo inseguì, e andò a cingere d'assediò quella città, cui riuscì a sottomettere colla fame. Lo stesso Vitige tratto in inganno cadde nelle mani di Belisario.

            Allora i Goti per assicurarsi di essere governati da un uomo valoroso offerirono lo scettro a Belisario. Questi non volle tradire la causa del suo sovrano, e rifiutò, {191 [191]} assicurando che egli voleva governare a nome dell'imperatore. Caricò pertanto molte barche delle spoglie d'Italia e conducendo prigionieri Vitige, la moglie, i figli di lui ed i più nobili de' Goti, fece gloriosamente ritorno a Costantinopoli per condurre quell’esercito contro ai Persiani.

            Dopo la partenza di Belisario i Goti si radunarono ed elessero re d'Italia un generale per nome Ildebaldo il quale fu ucciso dopo un anno di regno. A costui succedette Erarico che in breve fu pure ucciso da' Goti.

            Totila solo era l'uomo capace di regnare e di sostenere alquanto il vacillante trono dei Goti. Egli era duca di Frioli, vale a dire di quella provincia della Venezia posta tra le alpi Giulie e l'Adriatico, ed erasi già segnalato in molti fatti d'armi sotto al regno di Ildebaldo, suo zio, e di Erarico.

            Totila (541) era giovane prudente e coraggioso; niun pericolo rallentava le sue imprese; ma per le vittorie di Belisario e per le intestine discordie il suo regno era ridotto ai paesi racchiusi tra le Alpi ed il Po. Inoltre egli si trovava alla testa di una nazione degenerata ed abbattuta dalle sconfitte; perciò se riportò molte vittorie ne fu piuttosto debitore alla fortuna e ai falli dei generali Greci, che non alla forza del suo esercito. Tuttavia molti per la fama del suo valore unendosi a lui ingrossarono ognor più il suo esercito, ed egli potè avanzarsi al mezzodì dell'Italia, impadronirsi di molte città, ed occupare Benevento, Cuma e Napoli.

            L'imperatore di Costantinopoli qualificava Totila di tiranno e di barbaro, tuttavia presso ai Romani egli ebbe vanto di umanità e di generosità.

            Entrato in Napoli fece distribuire de' viveri a quel {192 [192]} povero popolo che moriva di fame; ma colla tenerezza e con le cure di un padre che solleva gli ammalati suoi figli, e non coll'ostentazione di un vincitore, il quale si occupa solo della sua gloria. Fornì ben anche del danaro e delle vetture ai soldati nemici perchè potessero andare dove volessero, facendoli accompagnare dalle sue soldatesche infino a che non avessero più nulla a temere.

            L'esatta disciplina dei Goti, la generosità di Totila fecero che di buon animo le città d'Italia gli aprissero le porte.

            Alla nuova delle gloriose vittorie di Totila l'imperatore Giustiniano spedì nuovamente Belisario in Italia, ma con sì pochi soldati e danari, che non potè impedire al re Goto d'impadronirsi di quasi tutta l'Italia e della città stessa di Roma, la quale fu più volte presa dai barbari e ripresa dai Greci. Si afferma che Totila volesse pure atterrare le mura e parecchi altri belli edifizi di quella superba città, per timore che i Greci potessero ancora aver modo di fortificarsi contro di lui; ma che essendo stato supplicato da Belisario di rispettare quei monumenti delle antiche glorie romane egli preferisse al proprio interesse la riverenza dovuta a quelle memorie.

            Non voglio qui ommettervi un fatto che dimostra come questo principe barbaro rispettasse la religione. Nel corso delle sue vittorie capitò nel regno di Napoli vicino al monte Cassino. Avendo ivi udito a raccontare le maravigliose virtù di S. Benedetto, volle egli far prova se quel santo uomo avesse il dono della profezia. Si fece annunziare, e in vece di andar egli stesso mandò uno de' suoi uffiziali in abito regio, e con tutto il corteggio {193 [193]} di un sovrano. S. Benedetto come vide di lontano quell'uffiziale, figliuol mio, gli disse, deponi quell'abito, esso non è tuo. L'ufficiale e tutti quelli che lo accompagnavano si prostrarono riverenti al santo, e non si rialzarono se non per correre ad annunziare al re quanto era accaduto.

            Vi andò Totila stesso, e appena da lungi vide il santo abate si prostrò egli pure, e sebbene S. Benedetto gli dicesse per tre volte di levarsi, egli non osò farlo, sicché il santo fu costretto rialzarlo. Allora S. Benedetto colla libertà di un profeta gli rappresentò i suoi doveri e i suoi falli, e dopo avergli presagito le sue vittorie e insieme ogni altro più notevole avvenimento aggiunse che morrebbe l'anno decimo del suo regno. Preso da estremo spavento il re si raccomandò alle sue orazioni, poi si ritrasse in silenzio[7].

            Tornando ora a Belisario dico, ch’egli riconoscendo la superiorità delle forze di Totila, e da Costantinopoli non ricevendo più alcun rinforzo di soldatesche si vide costretto a partire d'Italia. Ritornò a Costantinopoli dove finì la vita nell'oblìo.

 

 

IV. Totila e Narsete.

 

            Dal 550 al 568.

 

            Per la partenza di Belisario Totila rimasto tranquillo possessore d'Italia estese le sue conquiste in altri paesi. Pose in piedi una possente armata, s'impadronì della Corsica, della Sardegna e della Sicilia; e già si avanzava vittorioso nella Grecia, quando l'imperatore si {194 [194]} risolse di fare l'ultima prova per riacquistare quello che Belisario aveva perduto. Quest'ardua impresa fu affidata ad un vecchio generale ottuagenario di nome Narsete, accortissimo e peritissimo capitano. Costui ben fornito di danaro dopo di aver radunato un numeroso esercito costeggiando per terra l'Adriatico, entrò in Italia e andò ad incontrare Totila in Toscana ai piè dei monti Appennini. Narsete mandò a Totila un araldo, ossia messaggero, per invitarlo ad arrendersi, offrendogli il perdono da parte dell'imperatore. Totila rispose che non accettava altro che la guerra, e che era preparato a vincere o morire. E qual tempo fissi tu alla pugna, gli disse l'araldo? L'ottavo giorno, rispose Totila.

            Al giorno stabilito si venne ad una battaglia campale che riuscì funesta ai Goti. Dopo moltissime prove di valore e spargimento di sangue da ambe le parti perì Totila insieme col fior delle sue schiere. I Goti scampati dalla battaglia si ridussero in Pavia e crearono loro re Teja, il più valoroso dei loro uffiziali, ma assalito da Narsete perì in una sanguinosa battaglia dopo aver fatto prodigi di valore. Nonostante la morte del loro re, i Goti continuarono a combattere vigorosamente, sicchè la battaglia durò ancora tre giorni. Ritiratisi finalmente, e radunato il consiglio, mandarono a dire a Narsete, che erano pronti a deporre le armi, ma che non volevano rimanere sudditi dell'impero. «Noi, dicevano, vogliamo uscire dall'Italia, e andarcene a vivere con altri nostri fratelli. Perciò fateci libero il passo, dateci i viveri necessari, lasciandoci portar via il danaro che abbiamo nelle nostre case.» Narsete esitò alquanto, poi accondiscese. In simil guisa finì la monarchia de' Goti in queste nostre contrade dopo d'aver {195 [195]} durato 78 anni. Que' barbari che rimasero ancora nei nostri paesi a poco a poco deposero la loro ferocia e divennero italiani.

            Mentre ardeva la guerra tra i Greci ed i Goti vennero i Franchi ad assalire l'Italia settentrionale. Erano costoro popoli della Germania, i quali in antico abitavano le sponde del Reno. Alla decadenza del romano impero in occidente invasero le Gallie, e dopo esserne stati più volte cacciati riuscirono a stabilirvisi definitivamente nel 451. Farete bene a non dimenticare che dai Franchi si denominò poi Francia, e non più Gallia il paese che presero per loro dimora.

            Questi Franchi tentarono pure d'impadronirsi dell'Italia, ma ne furono respinti dal valoroso Narsete, il quale appunto venne dichiarato esarca cioè governatore generale d'Italia, ed aveva la sua sede in Ravenna. In mezzo alle guerre, che imprese questo pio generale non dimenticò mai i doveri di cristiano mostrandosi tuttora affezionato alla cattolica religione.

            Egli conservò la pace in Italia per lo spazio di anni quattordici amato dai buoni e temuto da' suoi nemici. Egli è però tacciato di avarizia; dopo aver accumulato immense ricchezze morì in età d'anni 95 nel 567. Vuolsi che Sofia imperatrice di Costantinopoli invidiosa della gloria di Narsete lo richiamasse alla corte con parole ingiuriose, dicendogli, che qual vecchio non era più buono ad altro che a filare con le donne, e che Narsete le rispondesse che col suo filo avrebbe ordito una tela, da cui difficilmente ella avrebbe saputo sbarazzarsi; e che perciò invitasse i Longobardi a discendere in Italia. {196 [196]}

 

 

V. Invasione dei longobardi.

 

            Dal 568 al 573.

 

            Alla morte del pio Narsete l'Italia rimase quasi senza governo, sicchè parecchi popoli barbari ambivano di venire ad impadronirsene. Uno di quei popoli, che abitava sulle rive del Danubio, si dispose per primo ad invadere le nostre contrade. Costoro dicevansi Longobardi e diedero il loro nome a quel paese che oggidì chiamasi Lombardia. Questi Longobardi, allettati dai racconti che parecchi venturieri di lor nazione avevano fatto della dolcezza del clima e della fertilità delle nostre terre, scesero dalle Alpi conducendo seco mogli e fanciulli e vecchi, carri, buoi e giumenti. Essi erano riputati i più valorosi ed i più crudeli di tutti i barbari. Il loro re era un guerriero feroce ed intrepido di nome Alboïno. Egli apparve sulle Alpi Giulie che chiudono l'ingresso dell'Italia dal lato dell' oriente, e dall'alto di quelle montagne salutò con un grido di gioia quel paese che intendeva di conquistare. Senza combattere egli s'impadronì di tutta l'Italia sino alle porte di Roma e di Ravenna. Il terrore precedeva il suo esercito, i popoli fuggivano al suo avvicinarsi, e per cercar qualche scampo, pigliando ciò che avevano di più prezioso, andavano a nascondersi nei boschi e nelle montagne.

            La sola città di Pavia osò opporre ai conquistatori una lunga e vigorosa resistenza. Gl’intrepidi abitanti sperando di essere soccorsi dall'esarca di Ravenna, per tre anni respinsero gli assalti de' barbari; onde Alboïno tutto pieno di furore giurò che in quella sciagurata città {197 [197]} non avrebbe risparmiato nè uomini, nè donne, nè vecchi, nè fanciulli, e che tutti coloro i quali non fossero periti per la fame, sarebbero sterminati dalla spada. Potete quindi immaginarvi qual fosse il terrore di quegl'infelici, quando si videro costretti ad aprire le loro porte ai vincitori. Niuno dubitava non essere giunto per lui l'ultimo giorno,e già il principe Longobardo tutto furioso trovavasi alla porta della città quando gli cadde il cavallo improvvisamente. Le grida, le spronate, le battiture a nulla giovavano per farlo rizzare. Frattanto sentesi una voce a gridare: che fai? rinuncia al tuo giuramento; ricordati che questo popolo è cristiano; perdonagli e andrai avanti.

            Tale imprevisto accidente produsse un felice cangiamento nell’animo del conquistatore, il quale confuso e commosso rientrò in se stesso, calmò il suo sdegno e perdonò appieno a quella popolazione, col solo patto che si assoggettasse al suo dominio. Essendosi quindi recato al magnifico palazzo, che Teodorico aveva fatto edificare, ne fu talmente rapito dalla bellezza e magnificenza, che lo scelse per suo soggiorno dichiarando Pavia capitale del regno de' Longobardi.

            Tuttavia malgrado tale moderazione, miei teneri amici, non credetevi che l'indole di quel principe barbaro divenisse più mite; perchè cessando i pericoli della guerra, egli si diede in preda alle più brutali passioni. La crapula, vizio comune a quei barbari, divenne il suo passatempo più aggradito, e, come or vi racconterò, la causa della sua morte. Dovete sapere che i Longobardi ne' loro paesi adoravano una divinità detta Odino, ed erano persuasi che la ricompensa de' guerrieri in paradiso dovesse essere il bere uno squisito liquore ne' cranii {198 [198]} de' loro nemici; perciò ne' grandi conviti solevano servirsi di quelle orrende tazze, se lor veniva dato di poterne avere.

            Alboïno prima di venire in Italia aveva ucciso il re de' Gepidi, chiamato Cunegondo, il quale era padrone di una parte della Germania, e poi aveva sposato Rosmonda figliuola di lui. Or avvenne che Alboïno, avendo un giorno dato un gran banchetto a' capi del suo esercito, divenuto mezzo ubriaco, ordinò che gli venisse recato il cranio di Cunegondo ch'egli riguardava come il più prezioso ornamento della sua tavola, poscia empiendolo di vino squisito, in mezzo alle urla forsennate de' suoi compagni di stravizzi, ebbe il diabolico pensiero di porgerlo a Rosmonda, che sedeva alla stessa mensa, affinchè, egli diceva, la regina bevesse con suo padre. Rosmonda a tal vista e a tal proposta toccando colle labbra quell'orribile vaso, disse tra sè: sia fatta la volontà del Re. Ma giurò di farne atroce vendetta.

            In fatti pochi giorni dopo introdusse due uffiziali negli appartamenti del re e nel momento che Alboïno oppresso dall'ubriachezza giaceva in profondo sonno, lo fece uccidere con cento colpi. Ecco a quali strani eccessi conducono i vizi della crapula e del libertinaggio. Notate però, che Rosmonda e quei due uffiziali fecero una malvagia azione, perchè essi non erano i padroni della vita del loro Re; perciò con tale uccisione commisero un grave misfatto, che fu pure terribilmente punito dal cielo; imperciocchè non passò molto tempo, che ad uno di quegli uccisori furono cavati gli occhi; Rosmonda e l'altro cooperatore morirono di veleno.

            I malvagi non godono molto a lungo il frutto del loro delitto. {199 [199]}

 

 

VI. Autari e Teodolinda.

 

            Dal 573 al 590.

 

            Morto Alboïno i Longobardi si radunarono in Pavia ed elessero per loro re uno de' più illustri dell'esercito per nome Clefi. Il regno di costui durò solo due anni, e fu ucciso da un suo cortigiano. Dopo Clefi ebbe luogo un interregno di dodici anni: cioè per lo spazio di dodici anni non fu più eletto alcun re. Allora ciascun capo di provincia governò i sudditi compresi nel suo distretto, sotto il nome di Duca, i quali si divisero i beni della corona e si moltiplicarono fino al numero di trentasei. La qual cosa cagionò gravi disordini, e gravi mali all'Italia, perciocchè ciascuno voleva essere indipendente; e non sapevasi a chi ricorrere in occasione di litigi. Laonde per assicurare la pace interna, e per avere un capo che li difendesse contro ai Greci che minacciavano di togliere loro l'Italia, i Duchi medesimi si radunarono e restituendo alla corona i beni che ne aveano tolti, elessero Autori figliuolo di Clefi. Fu questi uno de' più famosi re Longobardi, il cui senno e valore potè consolidare la vacillante monarchia de' Longobardi, mercè le molte vittorie riportate contro a' suoi nemici, e dilatando i confini del suo regno. Essendo trascorso coll'esercito sino a Reggio, città di Calabria, spinse il cavallo verso una colonna che sorgeva in mare, e toccandola coll'asta, fin qui, esclamò, saranno i confini dei Longobardi.

            L'avvenimento più notevole del suo regno fu il matrimonio celebrato con Teodolinda figliuola di Garibaldo re di Baviera. {200 [200]}

            Autari desiderava di conoscerla prima delle nozze; perciò invece d'inviare altri si travestì e accompagnò egli stesso l'ambasciatore spedito per dimandare la mano della donzella.

            Giunto l'ambasciatore al cospetto del duca di Baviera, espose il motivo della sua ambasciata; e Garibaldo, cui erano già note le prodezze del re d'Italia, di buon grado acconsentì. Ma Autari per vedere Teodolinda prima di partire, rivoltosi al duca: fa, gli disse, che noi veggiamo quella tua figliuola, che deve essere nostra regina; perchè tengo commissione particolare dal nostro re di dargliene contezza. Garibaldo fece venire la fanciulla, la cui semplicità ed avvenenza palesavano le luminose virtù dell'animo. Autari allora voltosi al duca, posciachè, soggiunge, noi la vediamo tale da stimarla veramente degna di essere nostra regina, fa che riceviamo dalla sua mano, come è in uso presso di noi, un bicchier di vino.

            Il duca acconsentì, e Teodolinda versò il vino prima all'ambasciatore, poscia ad Autari, ed appunto in quella circostanza poco mancò che Autari fosse conosciuto; perciocchè l'età sua giovanile, la bella statura, il biondo crine e l'elegante aspetto diede a sospettare che egli stesso fosse il re d'Italia di cui fingevasi ambasciatore.

            Ritornando egli nel suo regno fu accompagnato da un nobile corteggio di Bavari fino al confine delle Alpi, e nell'atto che costoro volevano prendere congedo per tornare al loro paese, Autari piantando con un gran colpo un'azza ossia scure nel tronco di un albero , esclamò: «Così colpisce Autari re dei Longobardi.»

            Teodolinda divenuta regina de' Longobardi ebbe una grande e benefica parte nelle vicende d'Italia. Essa era {201 [201]} cattolica; i Longobardi altri erano ariani, vale a dire seguaci dell'eresia di Ario, altri erano pagani; pure tre anni da lei passati con Autari bastarono a conciliarle gli animi di tutti; sicchè Autari essendo morto in Pavia nel cinquecento novanta senza lasciar prole, i Longobardi proposero a Teodolinda, che si eleggesse un marito quale a lei gradisse, ed eglino l'avrebbero tenuto per loro re. Ella scelse Agilulfo, duca di Torino, principe fra gl'Italiani il più ammirato per valore e virtù, e parente del re defunto.

 

 

VII. Agilulfo e Teodolinda.

 

            Dal 590 al 625.

 

            Quando la virtuosa Teodolinda decise di scegliersi a marito e re Agilulfo, aveva taciuto tale suo divisamente; e fattolo pregare di venire alla sua corte, da Pavia andò ad incontrarlo fino alla terra di un certo Lomello, onde derivò di poi il nome di Lomellina.

            Quivi dopo cortesi accoglienze ella fece recare un nappo; bevette ella prima, poi l'offerì ad Agilulfo, perchè esso pure bevesse. Questi nel restituirle il nappo le baciò la mano, secondo l'uso de' Longobardi. «Non è questo, disse allora Teodolinda, il bacio che io debbo attendere da quello che io destino per mio marito e per mio re. La nazione Lombarda mi concede il diritto di darle un re, ed ella per bocca mia t'invita a regnare sopra di noi.» Allora i Longobardi si radunarono in un campo vicino a Milano, fecero montare Agilulfo sopra uno scudo ed elevandolo alla vista di tutto il popolo lo acclamarono re d'Italia.

            Una cosa che segnalò l'esaltazione di Agilulfo al trono, {202 [202]} fu la sua consacrazione con una corona, comunemente detta corona di ferro, la cui storia vi farà certamente piacere di sentirla a raccontare.

            Nell' anno 327 Sant'Elena, madre dell' imperatore Costantino, trovò sul monte Calvario la croce ed i chiodi, con cui fu crocifìsso il nostro Salvatore; con due di essi fece formare un diadema, ossia una corona, e un freno, mandando l'uno e l'altro in dono a suo figlio.

            Il chiodo che aveva servito pel freno o morso, fu poscia donato da S. Ambrogio al Duomo di Milano ove tuttora si venera come preziosa reliquia. Il diadema passò da Costantino ai Romani Pontefici e S. Gregorio Magno papa ne fece dono alla pia Teodolinda, e costei la presentò alla Basilica di S. Giovanni Battista in Monza. Questo diadema chiamato corona di ferro è tutto d'oro, solamente nell'interno gira una lamina sottilissima di ferro formata col santo chiodo. L'altezza di questa corona è di cinque centimetri, il diametro, cioè la larghezza interna, è di centimetri quindici.

            Colla corona di ferro s'incoronarono i re Longobardi; poi quasi tutti i sovrani che si chiamarono re d'Italia. Questa corona si conserva gelosamente in Monza, città distante dieci miglia da Milano. Primo ad essere incoronato colla corona di ferro fu Agilulfo.

            Un altro avvenimento, che merita di non essere dimenticato, fu che, nel medesimo giorno in cui Agilulfo venne incoronato re de' Longobardi, S. Gregorio Magno ossia il Grande fu innalzato alla dignità di Sommo Pontefice. Vi ho già raccontato nella Storia ecclesiastica le grandi cose operate da questo pontefice a prò dell'Italia, e di tutta la cristianità. Ora accennerò soltanto quello ch'egli fece riguardo ai Longobardi. {203 [203]}

            Vedeva egli con cuore addolorato le persecuzioni che quei barbari muovevano contro ai cattolici, e concepì il disegno di adoperarsi efficacemente per convertirli. Si portò in persona alla corte di Agilulfo, ed unitamente colla pia Teodolinda, ne ottenne la conversione. Questa principessa seppe guadagnarsi talmente l'affetto del marito e fargli comprendere le bellezze della cattolica religione, che abiurò pubblicamente l'arianismo; esempio che fu seguito dai capi dell'esercito. Fu allora che i Longobardi andavano a schiere a schiere a rinunciare ai loro errori per abbracciare la religione degl'Italiani, cominciando in pari tempo ad imitarne i costumi. Così la Chiesa favorita dall'autorità civile faceva vere conquiste, e diradava le folte tenebre della barbarie.

            In quello stesso tempo S. Colombano, di nascita Irlandese e fondatore di un novello ordine di monaci, dopo di aver aperti molti monasteri in patria e nella Francia, venne in Italia. Agilulfo lo accolse favorevolmente, e gli assegnò una cappella, dove ora è la città di Bobbio; di più gli diede una estensione di terreno lungo e largo cinque miglia. Il Santo vi fondò un monastero dove i monaci attendevano alla pietà, allo studio e a dissodare i terreni incolti della valle della Trebbia.

            Questo re poco prima della sua morte radunò in Milano i capi della nazione; e in loro presenza in maniera solenne fece coronare successore suo figlio Adaloaldo. La morte di Agilulfo avvenne nel 615.

            Ma Adaloaldo dopo dodici anni di regno divenuto pazzo fu deposto, e Teodolinda continuò ad essere il sostegno del trono, dalla morte di Agilulfo al 625, quando con rincrescimento universale cessò di vivere. {204 [204]}

            Non fu mai donna che abbia avuto tanta influenza negli affari politici d'Italia quanto Teodolinda. Essa beneficò i suoi sudditi; per sua cura quasi tutti i Longobardi abbracciarono il Cristianesimo, e visse da buona cattolica affezionatissima alla Santa Romana Chiesa.

 

 

VIII. Re longobardi da Adaloaldo alla morte di Liutprando.

 

            Dal 625 al 744.

 

            Morto Adaloaldo, i Longobardi venerando le virtù di Teodolinda, nell'anno 625 acclamarono re Ariovaldo, genero di lei. A lui succedettero altri ed altri re, che non nomino perchè nissuno fece illustri imprese, ma tutti pigri ed oziosi attendevano solo a godere, trascurando intanto gli affari del loro regno; così fu sino a Liutprando che cominciò a regnare nel 712.

            In maggior trascuranza delle cose d'Italia erano caduti gl'imperatori d'Oriente. Quanto più essi occupavansi dei loro affari d'Oriente per combattere i Persiani, i Saraceni, ed altri loro nemici di quelle parti, tanto meno badavano agli affari d'Occidente e di quella parte d'Italia che loro ancora ubbidiva, la quale lasciavano governare dai prefetti che vi mandavano; anzi avvenne che, morto un prefetto, non si davano neppur pensiero di nominargli il successore, così che gl'italiani cominciarono a nominarli essi stessi.

            Per la noncuranza dei Greci, e per quella dei Longobardi, accadde che parecchi si crearono duchi indipendenti nelle provincie che governarono, ed altre città cominciarono a non più ubbidire nè agli uni, nè agli altri. {205 [205]}

            Fra queste città si novera Roma. Essa era bensì sottomessa a un governatore Greco, ma questo nè per dignità, nè per ricchezze, nè per soccorsi poteva competere col sommo Pontefice. Laddove in Roma il Papa sovrastava per la sua dignità spirituale, e pei continui benefizi che compartiva al popolo. Egli lo aveva alcune volte felicemente difeso dai barbari, egli procurava che a Roma affluissero le elemosine della cristianità, e le spendeva in opere pubbliche ed in soccorso dei poveri. Epperò la città, tenendo in poco conto il rappresentante del greco imperatore, si consultava e si reggeva secondo il parere del supremo Gerarca, suo vero benefattore. Il governatore imperiale aveva il nome, il Papa aveva la realtà del comando. Questa storica verità apparirà vie più evidente nel periodo seguente.

            Liutprando cominciò il suo regno coll'aggiungere nuove leggi al codice Longobardo, e Gregorio II cominciò il suo pontificato col provvedere alla sicurezza di Roma, rifacendo a sue spese una parte delle mura della città.

            Però questo periodo di tempo è assai celebre per la nuova eresia introdotta da Leone Isaurico imperatore di Oriente. Egli creandosi giudice delle cose di fede pubblicò un editto, ordinando che quindi innanzi sarebbero vietate, e si dovessero togliere tutte le sacre immagini esistenti nelle terre soggette all'impero; per questa eresia egli ebbe il soprannome di Iconoclasta che vale spezzatore di immagini.

            All'esecuzione di tal editto si oppose in Roma il pontefice Gregorio, scrivendo anche lettere risentite all'imperatore, ma questi rispose insistendo con più calore, {206 [206]} e minacciando di deporlo dal trono pontificale. Allora Gregorio diramò nella cristianità una lettera che comandava di conservare le imagini divote, e di opporsi all'empio disegno del sovrano. Sdegnato per tale opposizione l'imperatore, mandò più e più volte sicarii a Roma incaricati di uccidere Gregorio; ma il popolo, come seppe insidiata la vita di lui, si sollevò ed uccise anche alcuni dei sicarii. Inviperito vie più Leone, ordina che i pochi soldati imperiali esistenti in Italia si rechino a Roma per arrestare il Papa; ma il popolo Romano ed altre provincie italiane si armano, e pongono in fuga gli imperiali.

            Nuove forze raccoglie Esilarato, duca di Napoli, e si avvia contro Roma, ed il popolo le sconfigge, prende Esilarato col figliuolo, e li mette a morte; poi caccia di Roma il governatore imperiale. Gl'italiani si erano accesi di tanto sdegno contro Leone, che già disegnavano di nominarsi un altro imperatore; ma Gregorio vi si oppose.

            Di quest'odio universale contro ai Greci si valse Liutprando per assalire molte città e terre dipendenti dall'impero, e già aveva incominciato ad occupare quelle del ducato Romano, quando Gregorio prese a proteggere queste ultime; ondechè Liutprando ne fece dono al Pontefice affinchè non più ricadessero sotto il dominio imperiale.

            Leone accortosi omai che così andava perdendo quella parte d'Italia che era sua, offrì a Liutprando di cedergli molti castelli e terre, a patto ch'egli movesse contro Roma, per ristabilirvi il dominio imperiale. Già si appressava alla città il re Longobardo, quando Gregorio uscì ad incontrarlo, e gli mostrò il grave suo torto. Alle {207 [207]} paterne ammonizioni del Pontefice rimase Liutprando così commosso, che gli si gittò ai piedi invocando perdono; poi solo entrò in Roma, e sopra il sepolcro del principe degli Apostoli depose il manto reale e quanto aveva di prezioso, facendone dono a S. Pietro.

            Poco stante morì Gregorio II, al quale succedette Gregorio III, che in un concilio di 93 vescovi scomunicò gl'Iconoclasti. Quindi a poco passò pure da questa vita Leone Isaurico, ch'ebbe per successore Costantino Copremmo suo figliuolo, peggiore del padre. Ad istigazione di questo si muove nuovamente Liutprando contro Roma, e contro alle terre da essa dipendenti; allora il Pontefice vedendosi quinci assalito dai Longobardi, e quindi insidiato dagl'imperiali, ricorse per soccorso a Carlo Martello, re di Francia. L'autorità di questo sovrano bastò perchè il re Longobardo rinunziasse alla sua impresa; se non che Liutprando dovette poco stante rinunziare alla vita.

            Prima però di esporvi i fatti di Carlo Martello e de' suoi successori, allorchè vennero in Italia, stimo bene di darvi un cenno del dominio temporale de' papi che si andò formando e consolidando in que' tempi all'Italia tanto calamitosi.

 

 

IX. Dei beni temporali della Chiesa e del dominio del Sommo Pontefice.

 

            Dal 700 al 750.

 

            Cari giovani, voi udiste sovente ora in biasimo, ed ora in lode a parlare dei beni temporali della Chiesa, e del dominio del sommo Pontefice; giova ora darvene una giusta idea. {208 [208]}

            La Chiesa è la società dei credenti, governata dai proprii pastori sotto la direzione del Sommo Pontefice. L'interrogare se questa società abbia diritto di sussistere e vivere, sarebbe lo stesso che interrogare se la verità abbia diritto di vivere e diffondersi sulla terra. Ma per vivere è necessario il pane quotidiano, che ogni dì domandiamo al Signore; ed a questo pane hanno diritto quei pastori che si consacrano al bene delle anime.

            D'onde mai la Chiesa ritraeva questo pane?

            Dalle oblazioni spontanee dei fedeli, i quali erano padroni di impiegare le loro sostanze come volevano. Nei primi tempi della chiesa si facevano collette nelle chiese ed i Cristiani offerivano i loro doni agli Apostoli ed ai loro successori. L'uffizio di distribuire queste oblazioni fu commesso ai Diaconi, i quali così provvedevano pure alle vedove, agli orfani e generalmente ai poveri. Se si offerivano beni stabili questi si solevano vendere sì per provvedere ai bisogni urgenti, e sì perchè non fossero involati dal governo pagano, il quale non che i beni, ma la vita stessa toglieva ai cristiani.

            Quando poi Costantino riconobbe la verità della religione cristiana, egli stesso, come nuovo e ricco fedele, faceva del proprio edificare sacri templi, li ornava e donava copiose limosine. Frattanto la chiesa cominciò ad accettare in dono ed a ritenere, senza più venderli, beni stabili, perciocchè gl'imperatori avendola conosciuta per vera ed esistente non le potevano negare quei diritti e quei mezzi di sussistere, che un governo non può negare ai privati, dovendola piuttosto proteggere contro agli usurpatori.

            Ma la Chiesa dee inoltre esser libera, epperò indipendente nell'esercizio dei suoi doveri spirituali. Chiamata {209 [209]} a diffondere il Vangelo nel mondo non può cambiarlo per accondiscendere alle voglie dei principi terreni, ma dee predicarlo quale fu predicato da Cristo Signore. Gesù Cristo, perchè lo annunziava con piena libertà, fu posto in croce; gli Apostoli, perchè lo bandivano con tutta franchezza, sostennero tutti il martirio. Ed i Papi? Di trentadue, che si contano anteriori a Costantino, trentadue morirono per la fede, di cui ventinove soffrirono il martirio, e martiri furono molti vescovi e sacerdoti. La chiesa adunque ed il suo Capo Supremo fu libera ed indipendente nei primi secoli, ma a costo della vita.

            Viene Costantino e riconosce la religione cristiana come discesa da Dio per la salvezza degli uomini; ad un tempo riconosce e venera S. Silvestro come principe dei pastori, e centro della religione, e supremo monarca del regno spirituale. Quindi per uno di quei consigli, che non si spiegano secondo il mondo, trasporta il suo trono ai confini dell'Europa nella città di Bisanzio, rinunziando alla splendida Roma per la povera Bisanzio, che volle denominata Costantinopoli. Ciò fatto, niun imperatore ebbe di poi residenza in Roma, e quando Teodosio creò due imperi, quello d'occidente e quello d'oriente, Milano, e non più Roma, fu la capitale dell'impero Occidentale. Vennero di poi i barbari a fondare un regno in Italia, ma gli uni risiedettero a Ravenna, ed altri a Pavia. Cosicchè da Costantino in poi gl'imperatori, i re, i principi non vennero più a Roma se non come viaggiatori, e Roma divenne la sede del Sommo Pontefice, la stanza del principe dei cattolici. Ciononostante i Papi non possedevano ancora su Roma un dominio temporale. come già lo ottenevano sopra le cinque città di Ancona, di Umana, di Pesaro, {210 [210]} di Fano e di Rimini, dette Pentapoli; tuttavia vi godevano una sovranità morale, che presto si converti in vero dominio.

            Infatti Leone lsaurico, come abbiam detto, imperatore d'oriente avendo dichiarato guerra alle sacre immagini pretendeva che il papa Gregorio II le spezzasse in Roma, sperdesse le reliquie dei Martiri e così negasse l'intercessione dei Santi presso Dio. Gregorio risolutamente negò di ubbidire, e Leone perfidiando mandò poi ministri per deporre il Papa, mandò sicarii per ucciderlo a tradimento, mandò soldatesche per arrestarlo a viva forza, e per ispogliare le chiese. Ed il popolo? I romani sempre difesero la persona e la vita di Gregorio, e colle armi respinsero i soldati imperiali. Finalmente il senato ed il popolo si dichiararono indipendenti da un tiranno eretico e persecutore. Roma allora si diede al Papa come molte altre città già si erano date ai pontefici, perchè sotto il loro governo trovavano pace, giustizia e soccorsi dove che i principi laici riponevano il diritto nella spada. Pipino e Carlo Martello re di Francia, siccome presto sono per raccontarvi, avevano pur fatto dono ai papi di varie città, e Carlomagno solennemente riconobbe e confermò tali donazioni.

            Così Roma fu evacuata del trono imperiale per dar luogo al trono pontificale: così Roma divenne indipendente dall'impero e propria dei Pontefici, senza che questi la conquistassero coi raggiri o colle armi. Così i pontefici acquistarono una città ed un territorio abbastanza grande per essere liberi ed indipendenti a casa loro, ma abbastanza piccolo da non divenire mai potentati tremendi come quelli della terra. {211 [211]}

            Gli antichi Greci colla loro autorità vengono a confermare le tre massime, che un oracolo religioso dee esser libero ne' suoi giudizi, che per esser libero abbisogna dell'indipendenza, e che per essere indipendente dee abitare in città propria ed in proprio territorio. Infatti l'oracolo di Delfo, rinomatissimo in tutta l'antichità, era Cattolico presso i greci, perchè da tutti venerato, e da tutte le parti andavano a visitarlo, a consultarlo; ma affinchè fosse libero, i Greci vollero che la città ed il contado di Delfo fossero indipendenti dagli stati della Grecia, epperò che l'oracolo risiedesse in paese suo. Per ottenere vie meglio tale intento i vari stati greci mantenevano a Delfo ambasciadori che formavano il così detto consiglio Amfizionico incaricato di tutelare l'indipendenza e il dominio dell'oracolo e della città contra le usurpazioni e gl'insulti sì dei privati e sì delle repubbliche. Avvenendo un'usurpazione, il consiglio giudicava e condannava il reo; se questi ricusava di ubbidire era scomunicato, e tutti lo potevano ammazzare. Ove poi contro al reo bisognasse venire alle armi, il consiglio invitava gli stati fedeli, si faceva la guerra, e la guerra si chiamava Sacra.

            Come l'oracolo religioso era cosa cattolica, ossia universale per tutti i Greci, così la città, il contado, il tempio e le ricchezze di Delfo non appartenevano ai cittadini di Delfo, ma all'intera nazione greca. Così la pensavano i Greci rispetto all'oracolo di Delfo, e così voi, o giovani, pensar la dovete rispetto all'oracolo cattolico del Vicario di Cristo.

            Sebbene questo regno non sia molto vasto, tuttavia perchè ne è sovrano il Romano Pontefice capo di tutto il cattolicismo, le potenze cattoliche si diedero sempre {212 [212]} massima premura per conservarlo; perciò sì mantenne ognora florido, e come tale da oltre 1200 anni si conserva.

            A nostri giorni a taluno pare che sia incompatibile che il Papa, capo della religione, sia anche re temporale, il che tuttavia non sembrerà a voi cosa strana, se richiamerete alla memoria come gli antichi patriarchi Abramo. Isacco, Giacobbe, Mclchisedecco, Eli e Samuele e moltissimi altri siano stati capi della religione e principi delle cose temporali.

            Altronde tanto l'autorità spirituale, quanto l'autorità temporale vengono ambedue da Dio ; perchè dunque non si potranno conciliare insieme? tanto più che ogni potere temporale per camminare con giustizia deve regolarsi in modo da non fare cosa alcuna contro al potere spirituale stabilito da Dio.

            Che se per supposizione in questi tempi il Romano Pontefice non fosse re, e ch'egli, come capo del cattolicismo, dovesse comandare qualche cosa contraria ai voleri di quel sovrano, di cui fosse suddito, potrebbe forse avere libera relazione co' re cattolici di tutto il mondo, quando, come per disavventura potrebbe accadere, diventasse suddito di un re eretico o persecutore del cristianesimo?

            Riguardo ai beni temporali della chiesa, ed al dominio del Sommo Pontefice noi possiamo fare alcuni riflessi che vi prego di non dimenticare. Primieramente è di vera necessità che il Papa dimori in un paese libero e indipendente, onde possa liberamente giudicare le cose di religione. 2° Tale dominio temporale non solamente appartiene ai sudditi degli Stati Romani, ma si può chiamar proprietà di tutti i cattolici, i quali come figli {213 [213]} affezionati, in ogni tempo concorsero e devono tuttora concorrere per conservare la libertà e le sostanze del capo della cristianità. 3° Nella stessa guisa poi che un figlio deve amare l'onore di suo padre, rispettare, e farne rispettare le sostanze, così noi cattolici tutti figli del medesimo Iddio, nati ed educati nella medesima religione, tutti dobbiamo professare il medesimo interesse per la libertà, per l'onore, per la gloria e per le sostanze del nostro padre spirituale, il Vicario di Gesù Cristo, il Romano Pontefice.

            Nel progresso di questa storia non mancherò di accennarvi le principali vicende, a cui i beni della chiesa ed il dominio temporale del Sommo Pontefice andarono soggetti.

 

 

IX. Ultimi re longobardi.

 

            Dal 744 al 773.

 

            Gregorio terzo, Leone iconoclasta e Carlo Martello morirono nell'anno 741, e Liutprando nel 744. Quando il re Franco prese parte alle cose degli Italiani, conchiuse con Liutprando una tregua di 20 anni. A costui succedette il duca del Friuli, di nome Rachi, il quale nel 749 ruppe la tregua e minacciava nuove vessazioni in Italia, sicchè il papa Zacaria andò a rimproverargli l'ingiustizia del suo procedere, esponendogli in pari tempo la tregua fatta col suo antecessore, e che egli aveva violata. Quel re, sebbene barbaro, depose il suo furore, e sinceramente pentito del male che aveva fatto, rinunciò al trono e si fece monaco.

            Astolfo, uomo ambizioso, capace di cominciare le {214 [214]} cose, non di continuarle, gli fu successore. Ruppe di nuovo la tregua giurata da' suoi predecessori, andò ad impadronirsi di Ravenna, e assalì la stessa città di Roma. Di bel nuovo il Romano Pontefice, Stefano secondo di questo nome va ad incontrarlo, alle porte della città, gli si avvicina, e lo prega a ritirarsi; egli accondiscende e giura altra tregua che doveva nuovamente durare 20 anni.

            Ma chi comincia a mentire una volta, mentisce quando che sia. Il Re de' Longobardi violando la data parola non mancò d'assalire Roma un'altra volta e dopo di averle cagionato gravi mali la sottopose ad un grave tributo. In quella dolorosa circostanza il Romano Pontefice non sapendo più a chi rivolgersi per sollevare le calamità de' suoi popoli, ordinò pubbliche preghiere e digiuni universali. Egli intanto, nudi i piedi, portando un gran crocifisso sopra le spalle percorre in processione le vie di Roma seguito dal clero e dal popolo asperso di cenere, rompendo in lagrime e facendo portare innanzi appesa ad una croce la carta della tregua infranta dal re. Quindi senza che alcuno osasse insultarlo, col corteggio di molti prelati ed altri sacerdoti, traversa l'Italia, e frettolosamente pel Gran S. Bernardo si reca in Francia.

            Pipino, figliuolo di Carlo Martello, era succeduto a suo padre nel governo de' Franchi, e dimorava in campagna quando gli venne annunziato essere giunto il Pontefice a visitarlo. Alla vista d'un Papa coperto di cenere e di cilicio che umilmente lo scongiura di portare soccorso agli oppressi Italiani, Pipino tutto commosso lo abbraccia, lo bacia, e gli promette di soccorrerlo efficacemente. {215 [215]}

            Raduna in breve un numeroso esercito e s'incammina verso l'Italia, i cui confini allora giugnevano fino a quella linea ove è al presente la Sacra di S. Michele. Quivi trovò chiusa la strada da due ordini di trinceramenti, detti le Chiuse, da cui derivò il nome di Chiusa che un villaggio colà vicino conserva ancora oggidì. Da una parte vi erano i Longobardi che si estendevano nelle pianure di Torino, dall'altra i Franchi accampati nella gola che tende verso Susa. Il re Astolfo confidando nel suo coraggio pensò di assalire i nemici per allontanarli dai loro trinceramenti, ma ne fu respinto per modo che i Franchi, oltrepassati i trinceramenti de' Longobardi, si misero ad inseguire i nemici col massimo ardore, e li costrinsero a indietreggiare per andarsi a chiudere col loro re in Pavia.

            Ridotto a strettezze, Astolfo dimandò pace al re dei Franchi con promessa di restituire le città prese al Papa, e compensarlo de' danni che i suoi sudditi avevano ricevuto.

            Pipino accondiscese alle proposte di Astolfo, e persuaso della sincerità di lui ricondusse in Francia il suo esercito.

            Ma Astolfo pareva propriamente un uomo nato per rovinare l'Italia e compiere la caduta del trono dei Longobardi. Egli mentitore e spergiuro violò le promesse fatte al re di Francia e Pipino marciò di nuovo sopra l'Italia, e sottopose Astolfo a dure condizioni una delle quali fu di sborsargli una grossa somma di danaro per ricompensarlo delle spese della guerra.

            Se non che i giorni di Astolfo volgevano al fine; andando egli un giorno alla caccia cadde di cavallo, e tal caduta fu cagione della sua morte, lasciando un trono {216 [216]} disonorato e vacillante. I Longobardi elessero per successore un chiaro capitano per nome Desiderio, il quale pure continuò a molestare i Papi e gli altri principi d'Italia che da lui non dipendevano; la qual cosa diede motivo ad un figlio di Pipino, detto Carlomagno, di mettere in piedi due poderosi eserciti e spedirli in Italia facendone marciare uno pel gran S. Bernardo, l'altro, guidato da lui stesso, per la solita via del Moncenisio e della Novalesa. Giunto tra il monte Caprario e il Pirchiriano, oggidì Sacra di S. Michele, incontrò il re Desiderio e suo figlio con agguerrito esercito, e difeso da alte fortificazioni innalzate a sbarrargli il cammino.

            Quivi si combattè prodemente da ambe le parti. Adelchi, (era questo il nome del figliuolo di Desiderio) con una mazza in mano correva a cavallo in mezzo ai nemici facendo terribile strage di Franchi. Dicesi che Carlomagno volesse trattare di accordi ed anche ritornarsene indietro, allorchè gli fu additato un luogo verso Giaveno non difeso dai Longobardi.

            In tal guisa Carlomagno potè prendere i Longobardi alle spalle, sbaragliarli e metterli in fuga. Tuttavia i Longobardi si raccolsero presso Pavia e vennero ad una seconda decisiva battaglia, l'esito della quale fu una compiuta vittoria pei Franchi. Dicesi che dal gran macello fattosi colà di Longobardi, quel luogo sia di poi stato denominato Mortara, cioè mortis ara, monte di morte.

            Dopo questo fatto d'armi Desiderio e suo figlio fecero ancora alcuni sforzi, ma tutto invano; lo stesso Desiderio e sua moglie caddero nelle mani di Carlomagno, il quale usò loro molti riguardi, limitandosi a mandarli in Francia, dove con agio e con comodità finirono i loro giorni in opere di cristiana pietà. {217 [217]}

            Così cadde il regno de' Longobardi dopo di aver durato circa 200 anni da Alboïno fino a Desiderio. Esso cominciò con un barbaro che lo acquistò con prodezze di valore, e fini con poca gloria; e possiamo dire che la mala fede e gli spergiuri di quei sovrani, e la loro avversione ai Romani Pontefici ne cagionò la rovina.

 

 

X. Il secondo impero d'occidente.

 

            Dal 774 all’814.

 

            La caduta de' Longobardi e la venuta di Carlomagno in Italia, miei cari giovani, è una delle più importanti epoche della storia, perchè con essa venne a stabilirsi un nuovo Impero d'Occidente. Sarà facile il richiamarvi alla memoria come dalla caduta dell'impero Romano in Occidente, avvenuta nel 476, la povera Italia fosse continuamente vittima di nazioni barbare, le quali a nulla altro attendevano che a signoreggiarla e predarla, e che mentre una parte di quei barbari invadeva l'Italia, altri si diffondevano in diverse parti meridionali d'Europa, onde quei paesi, i quali facevano anticamente parte dell'impero Romano, erano tutti passati l'uno dopo l'altro sotto il dominio di alcuna delle nazioni barbare che l'avevano invaso.

            Perciò l'Italia era quasi tutta occupata dai Longobardi, la Gallia dai Franchi, la Spagna dai Visigoti e poi dagli Arabi, tutti popoli barbari, ma forti guerrieri, che studiavano di fondare stabili regni nei paesi conquistati colla forza. Eranvi pure altri popoli del pari barbari e feroci, che minacciavano di uscire dalla Germania per invadere que' medesimi paesi che i loro antichi fratelli avevano già prima conquistati. {218 [218]}

            Da ciò, miei cari, voi potete facilmente comprendere come l'Europa Occidentale si trovasse nella più trista condizione, quando Carlomagno, di cui vi ho poco fa parlato, figlio di Pipino re de' Franchi, fu suscitato dalla Provvidenza a ristabilire l'ordine in questi paesi. I pericoli erano grandi, ed avrebbero potuto spaventare qualsiasi principe valoroso e guerriero, fuori di Carlomagno. Quel grand'uomo era degno di far cangiare l'aspetto al mondo, ed il suo regno che fu lungo e glorioso, è certo il più ragguardevole di tutto il medio - evo, poichè in esso prese principio la maggior parte degli stati che vediamo presentemente in Europa. Dopo le gloriose vittorie riportate sopra i Longobardi, egli restituì al Papa tutte le città e paesi che gli avevano tolto i barbari, ed essendosi portato a Pavia prese il titolo di re dei Franchi e d'Italia, ponendosi sul capo la corona di ferro, che aveva servito ad incoronare i re de' Longobardi.

            Se non che, mentre Carlomagno aggiungeva quasi tutta l'Italia al suo regno, ed era intento a rendere stabile la potenza de' Papi, altri nemici più formidabili dei Longobardi tentarono di scacciare i Franchi dalla Germania, di cui erano antichi abitatori. Costoro dicevansi Sassoni, e da loro fu poi detta Sassonia quella regione della Germania, che oggidì chiamasi ancora con tal nome. Questi Sassoni, sotto alla condotta del terribile loro capo Vitichindo, avevano già devastato parecchie province della Francia, e specialmente quelle poste sulle sponde del Reno. Dessi avevano fino allora ostinatamente rifiutato d'istruirsi nella religione cristiana, anzi avevano fatto morire in mezzo ai supplizi diversi coraggiosi missionari che avevano ardito inoltrarsi fra le loro selvagge tribù per predicare il Vangelo. Carlomagno {219 [219]} marciò loro incontro, e diede loro molle sanguinose rotte, in cui egli fece prodezze da grande eroe, e dopo lunga ed ostinata lotta riuscì a soggiogarli tutti. Finalmente illuminati dalle verità del Vangelo ricevettero il battesimo.

            La stessa fortuna che aveva favorito il figlio di Pipino nelle sue spedizioni contro i Sassoni, non l'abbandonò contro agli altri popoli della Germania, i quali tutti furono vinti da lui e forzati a lasciarsi governare da ufficiali che egli mandava a fare le sue veci ne' varii paesi. Le nazioni Slave, popoli pure della Germania, avevano osato minacciare l'Italia mentre Carlomagno era occupato a combattere i Sassoni, ma soggiacquero alla medesima sorte, e furono costretti a venerare la fede cristiana, e a rispettare la potenza di Carlomagno.

            Carlo, giunto ad un'età avanzata, pareva all'apice della gloria e della potenza, poichè regnava ad un tempo sulla Germania fino al fiume Elba, su tutta la Gallia, su gran parte della Spagna, su parecchie isole del Mediterraneo e sull'Italia; solo gli mancava ancora il titolo di imperatore, che si riguardava in quel tempo come superiore a quello di tutti i re della terra, tanto era ancora viva la memoria degli imperatori romani, che furono per si lungo tempo i padroni del mondo. Questa gloria toccò pure a Carlomagno. Chiamato egli in Italia da Leone III sommo Pontefice per sistemare alcuni affari che riguardavano al bene della Chiesa ed alla pace d'Italia, egli si arrese prontamente all'invito, e ridotta tutta l'Italia in pace andò a Roma.

            Era il giorno di Natale, che, come sapete, è una delle più grandi solennità della Chiesa Cattolica; il {220 [220]} Pontefice celebrava la messa, e Carlomagno l'assisteva co' due suoi figli Carlo e Pipino. Finita la sacra funzione il Papa si volge al re, gli pone sul capo la corona imperiale gridando ad alta voce: «A Carlo piissimo Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria.»

            A quelle parole il popolo e i sacerdoti Franchi e Romani, che empievano la Chiesa, lo salutarono con mille applausi col titolo d'imperatore; ed i suoi vasti stati presero il nome d'impero di Occidente, già abolito dal tempo in cui Odoacre, vinto Romolo Augustolo, erasi fatto re d'Italia.

            D'allora in poi il gran nome di Carlomagno fu conosciuto e venerato ne' più lontani paesi; ed i Greci medesimi che a buon diritto riguardavano i popoli dell'Europa come barbari, cominciarono a parlarne con rispetto. Una imperatrice chiamata Irene, che regnava a Costantinopoli, fu sollecita di stringere alleanza con lui. I medesimi popoli barbari, Arabi ed altre nazioni andavano a gara per dare segni di stima e di venerazione al novello imperatore d'Occidente.

            Carlomagno dopo essere giunto al colmo di sua gloria, amato da' suoi sudditi morì nell'814 in età d'anni 72 dopo averne regnato 47 e 14 come imperatore.

            Egli fu ammirabile in tutto: rimunerava la virtù, puniva il vizio qualora ne fosse mestieri.

            Era intrepido in guerra, ed amava la religione. Nelle battaglie più pericolose faceva fare grandi preghiere; e spesso avveniva che i cappellani dell'esercito passassero l'intera notte per udire le confessioni dei soldati che il giorno seguente dovevano venire alle mani coi nemici. {221 [221]}

            Era semplice di costume, sobrio, instancabile; in tempo di mensa si faceva leggere le storie antiche, oppure un libro di S. Agostino intitolato la Città di Dio. Egli pose ogni cura per ravvivare fra noi le arti, le scienze, la civiltà, la virtù. Tutte queste belle qualità gli procurarono il soprannome di Grande, che la storia gli ha conservato in tutti i secoli.

 

 

XI. I successori di Carlomagno. I saraceni in Italia. Sacrilegio di Lottario.

 

            Dall'814 al 888.

 

            Carlomagno fin dall'anno 806, sentendo aggravarsi il peso degli anni, aveva voluto provvedere all'avvenire col dividere fra i tre suoi figliuoli la sua vasta monarchia. A Carlo suo primogenito assegnò la Francia settentrionale e quasi tutta la Germania. A Ludovico il più giovane diede la Francia meridionale e quanto possedeva nella Spagna e la valle di Susa. A Pipino lasciò l'Italia, quasi tutta la Baviera, ed una porzione della Germania. Se non che Pipino moriva nell'810, lasciando un solo figliuolo per nome Bernardo, il quale gli succedette nel regno d'Italia. Nell'anno appresso moriva anche Carlo senza prole. Cosicchè nell'814, quando morì Carlomagno, non rimaneva più della sua discendenza altri, che Ludovico e Bernardo. Il primo avendo ereditato la parte di Carlo, rimase il vero imperatore; Bernardo era re d'Italia, ma vassallo, ovvero dipendente dell'imperatore.

            L'Italia allora abbracciava quattro Stati, cioè:

            Il dominio dei Greci, che comprendeva la Sardegna, {222 [222]} la Sicilia, ed il paese che dalla Calabria Inferiore si stende sino al fine dell'Italia.

            Lo stato della Chiesa comprendeva presso a poco quei medesimi paesi e città d'oggidì.

            Il ducato di Benevento corrispondeva quasi all'odierno regno di Napoli, eccetto i paesi posseduti dai Greci.

            Il resto della penisola formava il regno d'Italia spettante a Bernardo.

            Lodovico, che per la sua bontà, altri dicono dabbenaggine, era soprannominato il Bonario, aveva nella Dieta ovvero adunanza generale de' suoi Stati, e nell'anno 817, dichiarato Imperatore e suo collega nello impero Lottano suo figliuolo primogenito. Aveva pure mandato gli altri due suoi figliuoli Pipino e Lodovico 1'uno in Aquitania, e l'altro in Baviera, che erano i regni destinati per la loro porzione. Siccome l'essere imperatore portava superiorità di comando e di giurisdizione sopra tutti i re, perciò Bernardo se l'ebbe a male. Diceva che a sè, siccome a figliuolo del secondogenito di Carlomagno, sarebbe toccato il grado d'Imperatore, e non a Lodovico il Bonario figlio terzogenito, e tanto meno a Lottario. Fisso in questo ambizioso pensiero mise in piedi un esercito e si volse coraggiosamente contro a' suoi rivali. Ma abbandonato da quegli stessi che l'avevano eccitato alla rivolta, egli cadde nelle mani del suo zio Lodovico, che gli fe' cavare gli occhi, e l'infelice Bernardo morì fra gli spasimi di quella barbarie.

            Di tal misfatto Lodovico provò i più vivi rimorsi, e cercò di espiarlo con molti digiuni e penitenze.

            Lottano era il quarto re d'Italia di stirpe Franca, {223 [223]} dopo Carlomagno, Pipino e Bernardo, e poichè era primogenito di Lodovico ricevette il titolo d'Imperatore; gli altri due fratelli presero solamente quello di Re. Lottario credendosi potente al pari di suo avo Carlomagno, perciocchè portava il medesimo titolo, ordinò a' suoi fratelli di ubbidire a lui come legittimo padrone. Essi all'opposto, sdegnati che egli osasse comandar loro con tanta alterigia, fecero gran leva di genti, e gli mandarono a dire che fra pochi giorni si sarebbero appellati al giudizio di Dio.

            Appellarsi al giudizio di Dio, miei cari, in que' tempi voleva dire ricorrere alla forza delle armi, perchè si credeva che in battaglia la Provvidenza non mancasse di dare la vittoria a colui, che avesse avuto causa più giusta. La qual cosa sebbene Iddio possa farla, come l'ha fatta molte volte, tuttavia per via ordinaria la vittoria appartiene a colui, che ha maggior numero di soldati od un esercito meglio agguerrito.

            Comunque ciò sia, questa volta la Provvidenza favorì i fratelli di Lottano: perciocchè appiccatasi una sanguinosa battaglia, l'imperatore rimase pienamente sconfitto. Lottario allora stimò bene di lasciare in pace i suoi fratelli e si fece un trattato di pace noto nella storia sotto il titolo di trattato di Verdun, perchè fu conchiuso in una città di Francia che ha questo nome.

            Mentre regnava Lottario alcuni popoli dell'Arabia, noti sotto al nome di Saraceni, vennero in Italia a farle gran guasto. Costoro, dopochè Maometto ebbe propagato la sua religione, si erano sparsi in varie parti del mondo e in gran numero nell'Africa sulle coste del Mediterraneo. Ecco come furono invitati a venire in Italia. {224 [224]}

            Nel tempo di cui parliamo la Sicilia era ancora governata da' Greci. Or avvenne che un giovine di nome Eufemio per la sua scostumatezza meritò di essere inquisito e condannato a gravi pene. Ma che? Un delitto conduce ad un altro; egli invece di emendarsi raccoglie intorno a sé buon numero di scapestrati, assale il governatore, lo uccide, e per liberarsi dalla pubblica esecrazione fugge nell'Africa. Per colmo di sciagura invita i Saraceni a venire in Sicilia promettendo loro tesori ed aiuto. Conduce gli Arabi in Sicilia, ma invece di poter assassinare la sua patria, fu egli stesso ucciso da un assassino sul principio de' suoi trionfi. Morto Eufemio, i Saraceni continuarono la guerra per proprio conto, e in poco tempo s'impadronirono di tutta la Sicilia. Invitati dal duca di Benevento a ritornare ne' loro paesi, non gli diedero ascolto; presero le armi e recarono il saccheggio e la strage fin sotto Roma, senzachè cosa alcuna sacra o profana potesse fuggire alle loro rapine.

            Temendo il Pontefice che que' barbari giugnessero a saccheggiare la Basilica de' Ss. Pietro e Paolo, fece cingere di forti mura il sobborgo detto Vaticano, per metterlo in sicuro. Il novello quartiere così fortificato servì di potente difesa contro ai barbari e fu unito all'antica Roma sotto al nome di città Leonina, vale a dire borgo di Leone dal pontefice Leone IV che ne fu il fondatore.

            Mentre i Saraceni si spandevano in varii paesi di Italia, Lottario occupavasi di cose affatto indegne di un imperatore. La crapula e la disonestà l'avevano condotto ad eccessi così gravi, che meritò di essere dal romano Pontefice scomunicato, vale a dire {225 [225]} non più considerato fra i fedeli cristiani. L'imperatore che temeva la conseguenza della scomunica, si portò a Roma per ricevere dal Papa l'assoluzione dimostrandosi pentito e disposto a fare la debita penitenza. Ma Lottano fingeva; perciò aggiunse il più enorme sacrilegio a' delitti che aveva già commesso. Chiede di fare la comunione dal Papa e gli è concessa. Al giorno stabilito sul terminare della messa il Pontefice pigliando in mano il corpo di G. C. e volgendosi al Re con voce alta e distinta gli disse: «principe, se voi siete veramente pentito, e se voi avete ferma risoluzione di non più commettere i delitti per cui foste scomunicato, avvicinatevi pieno di confidenza e ricevete il sacramento della vita eterna: ma se la vostra penitenza non è sincera, non siate così temerario di ricevere il Corpo e il Sangue del vostro Signore, e ricevere così la vostra propria condanna.» Le medesime parole furono indirizzate a tutti quelli che accompagnavano l'imperatore.

            L'orrore del sacrilegio ne fece ritirare alcuni; molti però si comunicarono ad esempio del sacrilego Lottario, il quale desiderava solo di far presto ritorno nella sua capitale per commettere nuovi disordini. Ma giunto appena a Lucca, città di Toscana, egli e quasi tutto il suo corteggio furono presi da una febbre maligna, la quale produceva gli effetti più strani e spaventevoli. I capelli, le unghie, là pelle medesima cadevan loro, mentre un fuoco interno li divorava.

            La maggior parte morirono sotto agli occhi del Re; tuttavia egli non tralasciò di continuare il suo viaggio fino alla città di Piacenza, dove straziato da acutissimi dolori morì senza dare segno alcuno di pentimento. Si notò, che quelli fra' suoi, i quali avevano con lui profanato {226 [226]} il corpo del Signore, morirono nella guisa medesima. Coloro invece che si erano ritirati dalla santa mensa furono i soli che camparono, prova sicura della vendetta del Cielo[8].

            A Lottario succedettero due re suoi parenti, Ludovico e Carlo, soprannominato il Calvo; a costui succedette Carlomanno, dipoi un altro Carlo detto il Grosso.

            Questi fu l'ultimo imperatore e re d'Italia de' discendenti di Carlomagno; ma egli era piuttosto capace di rovinare un regno anzi che governarlo; perciò popoli e signori tutti si volsero contro di lui, e lo deposero l'anno 888. Così finiva la dominazione Franca in Italia dopo di aver durato 115 anni, dacchè Carlomagno l'aveva tolta dalle mani dei barbari.

 

 

XII. L'italia cade sotto ai re di Germania.

 

            Dall'888 al 961.

 

            Nello scioglimento dell'impero d'Occidente nacquero varii regni, alcuni piccoli, altri più grandi, e mentre tali regni si andavano formando cogli avanzi dell'impero de' Franchi, ciascuno di questi regni era diviso in piccoli stati, che si distinguevano col titolo di ducati o contee secondochè appartenevano a duchi o a conti.

            Da principio cotesti signori altro non erano che antichi capi guerrieri, a' quali gl'imperatori od i re avevano affidato il governo delle loro province, e che col loro consenso se ne erano resi possessori; talora altresì erano vescovi od abati de' monasteri, possidenti a nome {227 [227]} della Chiesa le terre e le case, che i principi e gli uomini potenti di quel tempo erano soliti a donare alle chiese ed alle abbazie, in espiazione de' lor peccati. Ma in breve tutti coloro che possedevano un piccolo castello, fabbricato sopra una collina, sormontato da torricelle, e circondato da grosse muraglie o da un fosso profondo, divennero i padroni delle campagne, e si riguardavano come i veri sovrani de' paesi circostanti. Un'abitazione di tal genere bastava a rendere un signore formidabile per uno spazio di ben dieci leghe all'intorno, perchè di là egli poteva a piacer suo far devastare da' suoi soldati tutti i luoghi circostanti.

            Quindi i contadini, per farsi amico un sì terribil vicino, spesso andavano ad offrirgli umilmente una parte del loro podere affinchè non fossero da lui molestati, ed impedisse che altri andasse a guastar loro le campagne ed i raccolti o abbruciar loro la casa.

            Perciò i contadini ignoranti ed incapaci di farsi capi di squadra si sottomettevano volentieri al dominio di questi signori che erano o conti, o marchesi, o duchi, i quali possedevano qualche città oppure castello difeso da alcuni uomini armati. In simile guisa i più deboli rivolgendosi a' più forti che in caso di bisogno loro potessero dar soccorso, ne provenne quel titolo di sovranità, il quale in breve si estese in tutta l'Italia e in quasi tutti i paesi d'Europa.

            Questo nuovo ordine di cose ebbe il nome di feudalismo o feudalità, vale a dire fede data, perchè era strettissimo dovere di ciascuno di mantenersi fedele agli obblighi scambievoli. Così le città, i villaggi, i castelli dell'Italia furono divisi fra una quantità di signori grandi e piccoli, i quali si occupavano per mantenere {228 [228]} la tranquillità tra que' mercanti e coltivatori de' lor dominii, alle cui spese vivevano qualificandosi loro padroni, e dando il nome di servi o schiavi ai loro sudditi. Il conte o il duca, potente abbastanza perchè altri signori andassero ad implorare il suo soccorso portava il titolo di sovrano o superiore, e gli altri che erano a lui sottomessi dicevansi vassalli vale a dire beneficati.

            Quando un vassallo andava a rendere omaggio al suo signore, vale a dire ad obbligarsi a servirlo ed aiutarlo secondo il costume feudale, piegava il ginocchio dinanzi a lui in segno di sommissione, e poneva le mani nelle sue, per far conoscere che egli rinunziava di far uso delle sue forze senza la permissione di lui.

            Mentre i costumi feudali si radicavano, avvenne un fatto assai calamitoso per l'Italia. Se vi ricordate ancora, o giovani cari, un popolo barbaro sotto il nome di Unni, condotti da Attila, avevano fatto grandi stragi nell'impero romano. Ora nuove truppe di barbari della medesima origine, a cui si dava allora il nome di Maggiari o di Ungheresi, invasero la Germania e l'Italia ove fecero orribili guasti. Tutti gli sforzi per combatterli riuscirono vani, ed eransi già avanzati fino al Ticino quando i sovrani ed i vassalli per arrestarli dovettero offrir loro ricchezze d'ogni specie. Quei barbari le accettarono, ma non cessarono dalle loro devastazioni.

            Oltre le scorrerie e le invasioni de' barbari erano in Italia gravi sconvolgimenti e guerre intestine. Mentre Carlomagno ancor viveva, aveva scelto alcuni generali e loro aveva affidata la guardia degli Stati posti sulla frontiera della Germania e dell'Italia sotto {229 [229]} al titolo di marchese, giacchè i paesi di frontiera si chiamavano Marche.

            Ora i signori d'Italia cioè i conti, marchesi e baroni per avere un capo che li guidasse contro ai barbari, e sedasse le discordie che ognor più crescevano, si radunarono a Pavia, e nell'anno 888 elessero un parente di Carlomagno chiamato Berengario, duca del Friuli, che prese il titolo di re e d'imperatore d'Italia. Ma egli era appena stato coronato a Monza colla corona di ferro, che fu gridato re un altro famoso guerriero di nome Guido, duca di Spoleto.

            Tuttavia Berengario venne a battaglia contro agli Ungheri sulle rive del fiume Brenta, e riportò una gran vittoria. Sicchè gli Ungheri passato il fiume Adige, chiesero di poter ritornare nel loro paese; ma i baroni italiani, divenuti orgogliosi per la riportata vittoria, non consentirono a Berengario che ciò permettesse. Gli Ungheri offersero nuovamente di ritirarsi e di restituire tutta la preda e i prigionieri; ma non bastava. Allora i barbari preso consiglio dalla disperazione si avventarono sopra gl'Italiani, decisi di vincere o di rimanere trucidati in campo. Gl'Italiani colti all'impensata, mentre giacciono sepolti nel sonno e nella crapula, furono tagliati a pezzi. Da cotesto punto non fu più possibile tener quei barbari lontani dall'Italia.

            Gli Italiani avrebbero dovuto dimostrare la loro gratitudine verso Berengario che cotanto erasi adoperato per liberarli dall'oppressione de' barbari; ma ne fu corrisposto nel modo più indegno. I signori d'Italia si ribellarono contro di lui, e lo costrinsero a fuggire presso al re di Àlemagna. Ma nuove sciagure fecero che Berengario fosse richiamato al trono. {230 [230]}

            Trattandosi del bene di sua patria, egli dimenticò tutti gli oltraggi che gli avevano fatto, ritornò in Italia e combattè vittoriosamente contro ad un re francese di nome Lodovico, e quindi ebbe 16 anni di pace. Di poi ebbe a fare con un altro re eziandio francese di nome Rodolfo, con cui venuto a battaglia fu vinto e costretto a chiudersi in Verona, unica città rimastagli fedele.

            Berengario era valoroso ed accorto guerriero, e di cuore molto generoso, e assai propenso a perdonare qualsiasi grave ingiuria. In una battaglia contro Rodolfo un capo di quelli che avevano congiurato contro di lui cadde nelle mani de' suoi soldati, e gli fu condotto innanzi seminudo e tutto intriso del sangue dei suoi compatriotti uccisi. Berengario lo perdonò, lo fece rivestire lasciandolo in libertà senza nemmeno esigere da lui alcun giuramento.

            Ma sebbene la generosità di Berengario nel perdonare torni a somma lode di un principe cristiano, tuttavia egli fu corrisposto colla massima ingratitudine; anzi come or ora vedrete, ei perì vittima della sua generosità.

            Un signore lombardo chiamato Flamberto, che era stato ricolmo di favori da Berengario, e il quale aveva tenuto un figliuolo di lui al fonte battesimale, corrotto da' nemici di quel principe, per eccesso d'ingratitudine e di nefandità, giunse a concepire il reo disegno di dargli la morte.

            L'imperatore consapevole della trama ordita da quel ribaldo avrebbe potuto con una sola parola farlo uccidere; ma egli credendo di potersi guadagnare il cuore di Flamberto con un generoso perdono, lo fece chiamare in un gabinetto del suo palazzo di Verona, ove {231 [231]} allora abitava, e dopo avergli rammentato la loro antica amicizia, e i molti lavori che gli aveva compartito, gli fece inoltre vedere quanto fosse orrendo il misfatto che aveva macchinato; poi gli presentò una tazza d'oro, lo costrinse ad accettarla dicendogli: «questa tazza sia fra noi il pegno di una riconciliazione sincera; ogni qualvolta ne farete uso, vi rammenti l'affezione del vostro imperatore, ed il perdono ch'egli vi ha conceduto.». Flamberto rimase confuso; ma era troppo scellerato perchè facesse la debita stima di tanta generosità.

            La sera medesima di quel giorno invece di ritirarsi, come era solito, nelle stanze del suo palazzo, dove per ordinario dormiva attorniato dalle sue guardie, l'imperatore volle andare a passar quella notte in un padiglione isolato in mezzo a' suoi giardini, da cui allontanò anche le solite guardie, per far vedere a tutti che non serbava la minima diffidenza. Ma gli uomini scellerati, capaci di progettare un misfatto, sono altresì abbastanza audaci di mandarlo ad effetto, malgrado ogni perdono, ogni benefizio ricevuto. Sul far del giorno di quella medesima notte quando Berengario era per uscire dal suo padiglione per recarsi in chiesa, Flamberto si presentò a lui accompagnato da una frotta di armati, e nel momento in cui il principe si avanzava per abbracciarlo amorevolmente, il ribaldo lo trafisse con una pugnalata, e lo stese morto al suolo.

            Un delitto sì atroce non rimase impunito e l'omicida perì miseramente poco tempo dopo. Ma non si tardò a comprendere quanto grande sventura fosse per gl'Italiani l'aver perduto Berengario.

            In sua vece fu nel 926 eletto re d'Italia Ugo, marchese e duca di Provenza. Aveva egli promesso di {232 [232]} ricondurre in Italia il secolo d'oro, ma la cosa andò diversamente. Le molte iniquità da lui commesse, il tirannico suo governo, l'avarizia per cui aggravava enormemente i suoi popoli, il non fidarsi degl'Italiani, ed il conferire le dignità agli stranieri, gli concitarono contro gli animi. Calò dalla Trebbia in Italia un altro Berengario marchese d'Ivrea con poche genti, che furono di poi ingrossate da quelle degli altri italiani che presto a lui si unirono. Ugo non potendo resistere a tanti nemici, tornò in Provenza dove morì nel 947. Poco stante morì pure Lottario suo figliuolo. A lui con facilità potè succedere Berengario detto il Secondo, che già aveva nelle mani il dominio delle cose, e fu coronato nel 950 in Pavia con Adalberto suo figliuolo associato al regno. Però i suoi barbari trattamenti contro Adelaide vedova di Lottario, cacciata nel fondo di una torre, mossero a pietà Ottone I imperatore di Germania, desideroso eziandio di ricuperare l'Italia che pretendeva e bramava di far sua. Calato pertanto in Italia liberò Adelaide, la fece sua sposa, ed, assunto il titolo di re di Italia, ritornò in Germania. In questo intervallo Berengario II si era rifuggiate nel suo marchesato d'Ivrea, ma poi determinato di riconciliarsi con Ottone si recò in Germania col figlio Adalberto, ed alla presenza dei signori di Germania e d'Italia entrambi inginocchiati davanti ad Ottone, lo riconobbero come vero e solo re d'Italia, e come tale prestarono il dovuto omaggio, ricevendo da lui l'investitura di questo regno. Mediante tale atto l'Italia ritornò feudo ovvero dipendente della corona Germanica.

            Berengario tornato in Italia, e pentito di quanto avea fatto, ribellatosi dall'imperatore, già aveva preparato {233 [233]} un esercito di 60 mila uomini; ma all'arrivo di Ottone tutti si sbandarono, cosicchè Ottone si avanzò senza ostacolo. Giunto a Milano, quasi in compenso delle discordie che andava sedando, fu coronato re di Lombardia dal Papa di quel tempo detto Giovanni XII, di poi insignito a Roma della dignità imperiale, che d'allora in poi non fu più disgiunta dalla corona di Germania.

            Per tal modo Ottone fu anche riconosciuto re d'Italia dagli Italiani, e l'Italia che dal fine de' Carolingi nel 888 sino al 951 fu governata da re Italiani, cadde sotto l'impero.

 

 

XIII. Venuta dei normanni in Italia.

 

            Dal 961 al 1030.

 

            In mezzo agli avvenimenti che vi ho poco fa raccontato, o giovani cari, la città di Roma, che fu in ogni tempo il bersaglio delle vicende politiche, andò pure soggetta a gravi turbolenze. Da più di tre secoli i papi ne erano legittimi padroni, ma spessissimo risorgevano rivoluzioni, per cui il Papa stesso era talvolta costretto a fuggire dalla sua capitale.

            Fra gli altri turbolenti fu Crescenzio console di Roma, e capo di quel senato, che aveva in suo potere il castello di S. Angelo.

            Prese questi a perseguitare il Papa Giovanni XV così che esso dovette fuggirsene di Roma e ricoverarsi in Toscana: ma Crescenzio temendo la venuta dell'imperatore mandò a pregare il Papa che tornasse alla sua sedia, e col senato gli dimandò perdono. Venne infatti in Italia l'imperatore Ottone III, ed {234 [234]} avendo processato Crescenzio lo condannò all'esilio, ma il Papa Gregorio V, successore di Giovanni, intercedette per lui, cosicchè rimase in Roma. Aveva Ottone riconfermato al Papa il temporale suo dominio sugli Stati della Chiesa, Crescenzio di ciò irritato avendo aspettato che Ottone fosse tornato in Germania, di nuovo prese a tribolare il Papa Gregorio, e nell'anno 997 lo costrinse a fuggire di Roma, e fece investire se stesso del dominio temporale. Sdegnato di ciò Ottone cala nuovamente in Italia, ed assedia Crescenzio nel castello S. Angelo, che dopo ostinata resistenza si arrese sotto promessa che avesse salva la vita. Ma l'imperatore non mantenne la parola e fece tagliare la testa al misero Crescenzio e a dodici dei suoi più segnalati compagni.

            Debbo dirvi, miei cari, che l'azione di questo imperatore è altamente riprovevole, perchè sebbene Crescenzio si meritasse un tal castigo, data la parola il re doveva mantenerla, ed egli stesso ne provò i più amari rimorsi, che cercò di acquetare con austere penitenze. Si coperse di cilicio, andò a pie nudi da Roma fino al Santuario di S. Michele sul monte Gargano nel regno di Napoli; passò quaranta giorni dormendo sopra una stuoia e in rigoroso digiuno. Ciò non ostante non potè acquietare le interne sue agitazioni, finchè morì avvelenato dalla moglie di Crescenzio nel 998.

            Morto Ottone senza successione, molti signori italiani si radunarono in Pavia e nel 1002 elessero re d'Italia un famoso guerriero di nome Ardoino, marchese d'Ivrea, che, come vi è noto, è una città considerevole alla sinistra della Dora Baltea, ventiquattro miglia distante da Torino. {235 [235]}

            Il novello Re invece di occuparsi nel migliorare la sorte de' suoi sudditi, mosse gravi persecuzioni centra ai vescovi e segnatamente contro a quello d'Ivrea e quello di Vercelli; epperciò venne dal sommo pontefice scomunicato. La condotta violenta e irreligiosa di Ardoino indusse l'Imperatore di Germania a venire in Italia. Era questi Enrico secondo, successore di Ottone, e detto il Santo per la sua grande pietà, e perchè come tale è venerato dalla Chiesa.

            Giunto Enrico in Italia venne a battaglia con Ardoino, che da' suoi medesimi seguaci abbandonato dovette ritirarsi nel marchesato d'Ivrea. Ma partito Enrico, egli uscì di nuovo dalle sue fortezze, e continuò a molestare i paesi vicini per dieci anni. Finalmente stanco dalle fatiche della guerra, e vedendo che le umane grandezze non possono procacciare all'uomo la vera felicità, si ritirò nel Canavese nel Monastero di S. Benigno, persuaso di trovare colà quelle dolcezze, che invano si cercano in mezzo agli affari del mondo. Entrato appena in detto monastero, deposte sull'altare le insegne regie, si fece radere la barba, si vestì da povero e dopo un anno di rigida penitenza morì nel 1015.

            Mentre queste cose avvenivano un popolo di barbari conosciuti sotto il nome di Normanni vennero a stabilirsi in Italia.

            La parola Normanni non vuol dire altro che uomini del Nord ossia del Settentrione. Costoro dalla Germania andarono ad abitare un paese della Francia, cui diedero il nome di Normandia, cioè paese de' Normanni. Sebbene rozzi e feroci ricevettero volentieri il battesimo e si davano grande premura per le pratiche religiose. {236 [236]} Il loro capo era nominato barone, il che voleva dire uomo libero.

            Era in quel tempo una credenza generalmente diffusa nel Cristianesimo, che col finire del secolo decimo dovesse avvenire la fine del mondo, ed ognuno pensavasi di far cosa a Dio sommamente gradita, andando a visitare la Palestina ed i luoghi santi, ove Gesù Cristo era morto sulla croce per espiare i peccati degli uomini. Ciò era più che bastante per destare nei Normanni il genio delle avventure e de' viaggi lontani, ed in breve si videro drappelli d'uomini di quella nazione, con indosso un abito lungo, in mano un bastone, lasciar le loro belle campagne per incamminarsi verso Gerusalemme. La foggia con cui quei viaggiatori vestivano dicevasi abito di pellegrino, onde i loro viaggi furono detti pellegrinaggi. Ora per far fronte a' pericoli che i pellegrini incontravano traversando le contrade dell'Europa e dell'Asia, la maggior parte devastate allora dagli Ungheri, da' Saraceni e da' Turchi, i Normanni solevano portare sotto al loro abito una forte spada di cui per lo più avevano occasione di far uso contro a' Musulmani, da loro riguardati come i più odiosi nemici, perchè si erano impadroniti della Palestina e del sepolcro di Gesù Cristo.

            Or avvenne che quaranta Normanni, ritornando dalla Terra Santa, approdarono in un porto vicino a Salerno, per recarsi nella Puglia sul monte Gargano a venerare l'arcangelo S. Michele verso cui i Normanni nutrivano particolar divozione.

            Ivi strinsero amicizia con un certo Melo potente e savio cittadino della città di Bari nel regno di Napoli. Innamoratisi que' Normanni dell'aria dolce, dell'amenità {237 [237]} e ricchezza del suolo, dimandarono a Melo che loro permettesse di stabilire la loro dimora colà vicino.

            In quel medesimo tempo avvenne che un gran numero di navi, cariche di Saraceni venuti dall'Africa, minacciavano di assalire la città di Salerno, metterla a sacco e condurre gli abitanti in ischiavitù secondo l’uso di quei barbari. Grande fu la costernazione dei Salernitani all'udire quella notizia, e già parecchi parlavano di andare ad offerire grosse somme di danaro agli assalitori purchè si ritirassero. I quaranta Normanni udita tale notizia l'accolsero come favorevole occasione di far prova del loro valore. Pertanto si presentarono intrepidi al principe della città chiedendogli solo armi e cavalli. Con facilità ogni cosa fu loro concessa, e non badando al loro piccolo numero piombano nottetempo sugli assalitori e ne fanno sì grande carnificina, che tutti quelli i quali riuscirono a salvarsi si diedero a precipitosa fuga per ricoverarsi nelle barche. Pareva incredibile che quaranta soli guerrieri avessero riportato tale vittoria; per questo i Salernitani, pieni di gratitudine pe' Normanni, li proclamarono loro liberatori.

            Il principe di Salermo si avvide tosto che, qualora avesse con sè uomini di tal fatta, non avrebbe avuto più nulla a temere de' suoi nemici, ed offerse loro generose ricompense perchè rimanessero al suo servigio.

            Andarono i quaranta pellegrini nel loro paese, raccontarono le loro prodezze, e le ricchezze dell'Italia, posero sott'occhio de' lor concittadini limoni, datteri, aranci, ed altri frutti squisiti, che avevano portato con sè, e che non si raccolgono, se non ne' climi caldi del mezzodì dell'Italia. {238 [238]}

            A tali notizie parecchie truppe di avventurieri si recarono presso i principi di Salerno e di Capua, ed il loro numero si accrebbe talmente nella Puglia, nella Calabria e nel ducato di Benevento, che in breve poterono impadronirsi di una piccola fortezza detta Aversa, situata a poca distanza dal Mediterraneo.

            Il maneggio delle armi, l'obbedienza ai loro capi, e la vita austera avevano reso i Normanni forti e valorosi in guerra; la qual cosa loro giovò per procacciarsi molti amici.

 

 

XIV. Papa Leone in mezzo a' normanni.

 

            Dal 1030 al 1073.

 

            È bene, miei teneri amici, che io vi faccia notare che mentre gl'imperatori di Germania si adoperavano per sedare le discordie dell'Italia settentrionale, gli imperatori di Costantinopoli non avevano rinunziato alle pretensioni sopra una parte di questa penisola. In forza di tali pretese continuavano ad esigere obbedienza e tributi dalle città dell'Italia meridionale; in cui perciò mantenevano piccoli presidii o guarnigioni di soldati. Ma que' lontani padroni, avari e deboli, erano unicamente intesi a smungere gl'Italiani d'ogni bene; senza darsi cura alcuna d'impedire che i Saraceni, gli Ungheri, i Normanni ed altri popoli feroci scorressero l'Italia e ne saccheggiassero i campi e le città. Per questo i Normanni non trovarono gravi ostacoli a fondare una novella monarchia nel modo che io sono per raccontarvi.

            Fra i Normanni, che vennero in Italia, furono dieci fratelli figli di un certo Tancredi, barone d'Altavilla, {239 [239]} che abitava in Francia in un piccolo castello di tal nome. I più celebri di quelli erano Guglielmo soprannominato braccio di ferro, a cagione della sua torta prodigiosa ne' combattimenti, e Roberto cognominato Guiscardo ossia intrepido. Quei valorosi avventurieri entrarono al servigio del principe di Salerno, che allora chiamavasi Guaimaro il giovane, e s'impegnarono a secondarlo in tutte le imprese che volesse tentare contro a' suoi vicini.

            A poca distanza da Salerno e sulle sponde del Mediterraneo era una città detta Amalfi, i cui abitanti erano allora assai noti pel loro genio al commercio ed all'industria. Mentre 1'Europa era quasi interamente occupata a respingere le invasioni dei barbari, gli Amalfitani avevano approfittato della situazione del loro porto per allestire vascelli, co' quali andavano a Costantinopoli, in Palestina e in Egitto a cangiare le biade, i vini, le tele d'Italia co' preziosi tessuti dell'Asia, colle gemme della Persia e cogli aromi dell'Arabia.

            Quindi Amalfi conteneva a quel tempo una gran quantità d'oro, d'argento e di ricchezze d'ogni genere; le quali cose allettavano il principe di Salerno a tentare d'impadronirsi di quella città; i Normanni non aspettavano altro.

            Tale impresa, miei cari giovani, era ingiustissima, come voi medesimi potete giudicare; perciocchè l'assalire gente che vive in pace è un'azione da ladro e da assassino. Tuttavia que' cittadini acconsentirono di cedere una parte di ciò che possedevano all'avido Guaimaro, ed a conferirgli il titolo di duca di Amalfi. Ma l'iniqua azione di quel principe non gli {240 [240]} lasciò godere a lungo quella fortuna che aveva tanto desiderata, poichè in capo a pochi mesi morì trafitto di pugnale in un agguato tesogli sulla riva di un fiume che separa il territorio di Amalfi da quello di Salerno.

            La morte di Guaimaro lasciò i Normanni in libertà di adoperare a lor talento la formidabile loro spada; e Guglielmo braccio di ferro co' suoi fratelli ed altri in numero di trecento assalirono Manface, generale greco che comandava nell'Italia meridionale a nome del suo imperatore. Ad essi si unirono altri della medesima fatta, cioè vagabondi ed avventurieri, e così scacciarono Manface dall'Italia, posero in fuga i Saraceni e si resero padroni della città della Puglia, ove posero soggiorno dodici capi Normanni col titolo di conti, vale a dire compagni nel governo.

            Quell'accasamento de' Normanni nella Puglia è un fatto notevolissimo, perciocchè allora appunto si tolse per sempre ai Greci di Costantinopoli tutto ciò che gl'imperatori d'Oriente possedevano in Italia. I Normanni però sebbene accasati presso ai loro conti non poterono rinunziare alla passione di fare qua e là scorrerie, saccheggiando borghi, villaggi, chiese, monasteri, e uccidendo chiunque faceva loro resistenza.

            In poco tempo le loro rapine divennero sì spaventose che il papa Leone IX li fece avvisare di allontanarsi sotto pena della scomunica. Que' barbari, sebbene temessero assai tale minaccia e gli effetti che ne sarebbero seguiti, tuttavia non vollero ubbidire. Perciò il Papa supplicò l'imperatore Enrico III, che allora regnava in Germania, di spedirgli de' soldati {241 [241]} della sua nazione, i quali godevano fama di forti guerrieri. Un grandissimo numero d'Italiani contadini ed artieri si unì ai Tedeschi, ed in breve i Normanni si videro circondati da formidabile esercito.

            Il Papa desideroso di allontanare quei masnadieri dall'Italia, volle in persona seguire 1'esercito nel campo. I due eserciti non tardarono ad affrontarsi e il 14 giugno 1053 si azzuffarono presso la città di Civitella nella provincia di Capitanata, dove seguì una terribile battaglia nella quale i Normanni riuscirono vincitori. L'esercito del Papa fu sbaragliato e lo stesso Pontefice fatto prigioniero.

            Ma ammirate, vi prego, la riverenza che quegli uomini feroci e sì tremendi nella pugna avevano pel principe del cristianesimo. Appena i capi ed i soldati si trovarono al cospetto del santo Padre, di cui poco prima avevano ucciso i difensori, pieni di ammirazione corsero a baciargli i piedi e chiedergli perdono e 1'assoluzione della scomunica e degli altri peccati, pregandolo altresì di volergli accettare per suoi servitori.

            Il Pontefice fu commosso da quei segni di rispetto e di pentimento, e loro perdonando di buon cuore tutto il male che avevano fatto, accordò loro di stabilir dimora nella Puglia a condizione che cessassero dai ladronecci e promettessero di essere per l'avvenire i difensori della Chiesa. A tal convenzione fra il Papa ed i conti Normanni si diede nome d'investitura, ossia dotazione, in forza di cui i principi temporali riconoscevano i loro dominii come dati dal Papa.

            Fra quelli che si erano segnalati in quella gran {242 [242]} giornata fu Roberto Guiscardo ossia l'intrepido. Costui oltre la bellezza del volto, la maestà dello sguardo ed una forza prodigiosa, aveva di più una voce così sonora, che nel più forte d'una battaglia dominava il fragor delle armi e le grida dei combattenti facendosi udire da una parte all'altra dell'esercito. Dopo quella giornata i Normanni lo elessero per loro capo, ed i mercanti di Amalfi per cattivarsi l'amicizia di un vicino sì formidabile, gli diedero il titolo di duca della loro città, a patto che il suo esercito non avesse a penetrare mai nelle mura di essa. Coll'aiuto de' loro vascelli egli s'impossessò di Salerno, poi del ducato di Benevento; e tale conquista pose fine a quel principato, che era stato fondato cinquecent'anni prima.

            Intanto Guiscardo vedendo che i Saraceni, nemici de' Cristiani, continuavano ad infestare i paesi occupati dai Normanni, volse le sue armi contro di loro; ne uccise molti, e scacciò gli altri dalle coste della Puglia e della Sicilia. Per questo motivo il Papa Nicolò II, successore di Leone, estese maggiormente il dominio de' Normanni dando loro anche 1'isola di Sicilia.

            Guiscardo ebbe un figliuolo che fece educare negli studii, negli esercizi militari e in ogni virtù cristiana con grandissima cura. Queste virtù crebbero nel suo cuore col crescere dell'età, e quel giovane principe riuscì a guadagnarsi tanto bene 1'affetto e la stima dei Normanni, che lo riconobbero per loro capo sotto al nome di Ruggero I. Egli governò il popolo saviamente in pace e in modo così stabile, che si può considerare come fondatore del regno delle Due Sicilie, {243 [243]} quale ancora si conserva oggidì, e che comprende il regno di Napoli e l'isola di Sicilia.

            Nell'armeria del re di Napoli si conserva ancora la armatura di ferro di Guiscardo e del suo cavallo. Sembra impossibile che un corpo umano fosse capace di portare indosso tanto peso! I giovani di quei tempi abituandosi fin da fanciulli alla fatica, crescevano uomini robusti, vestivano corazze, gambiere, elmi di acciaio; e tuttavia facevan prodigi di destrezza in guerra e negli esercizi ginnastici e militari, che avevano luogo in tempo di pace.

 

 

XV. Gregorio VII.

 

            Dal 1073 al 1085.

 

            La venuta dei Normanni, miei cari giovani, si può considerare come 1'ultima invasione dei barbari in questa nostra patria, perciò avvenimenti di altro genere ci prepara la storia; e fra gli altri io voglio raccontarvi la vita di un Papa che fu uno de' più illustri benefattori dell'Italia. Ma perchè meglio comprendiate i fatti che io sono per raccontarvi dovete osservare che da molto tempo i papi unitamente ai vescovi ed ai preti erano quasi i soli nell'Italia e direi in tutto il mondo, i quali conservassero in fiore le scienze e difendessero i popoli dall'oppressione dei barbari; la qual cosa non potendo fare da soli in alcuni gravi casi ricorsero alla protezione di qualche insigne capitano, re o imperatore, per avere appoggio ed aiuto.

            I re di Francia e segnatamente Carlomagno reputavano a loro grande ventura il poter fare qualche {244 [244]} favore al Vicario di Gesù Cristo; quindi oltre il difendere e proteggere il romano Pontefice e tutti gli Italiani, fecero grandi donazioni al Papa, ai vescovi, ai preti, alle chiese, ai monasteri e ad altri luoghi pii. Da queste donazioni nacquero gravi abusi. Poco per volta gl'imperatori e re di Francia e di Germania sotto al pretesto di donazioni cominciarono ad introdursi nelle cose di chiesa, e volevano conferire i benefizi ecclesiastici a chi più tòro piaceva. La cosa andò tant'oltre che i re non solo pretendevano di avere diritto di conferire poteri temporali agli ecclesiastici, ma di scegliere e d'innalzare chi loro piacesse al possesso di un impiego ecclesiastico. A tale atto di donazione si dava il nome d'investitura; mercè la quale certe persone erano per dir così investite di un diritto al potere spirituale e temporale di un benefizio.

            Non è a dire, o miei cari, quanto gravi disordini cagionassero nella Chiesa le investiture esercitate dai principi temporali senza dipendere dall'autorità ecclesiastica. Talora avveniva, che uomini rozzi, ignoranti, i quali avevano passata la loro vita nel mestiere delle armi, venissero innalzati alle prime cariche ecclesiastiche con grave scandalo de' cristiani.

            La cosa poi che mise il colmo agli eccessi fu il pretendere che i medesimi papi non potessero più essere eletti senza 1'approvazione dell'imperatore. Toccava a Gregorio VII a porre rimedio a mali così gravi.

            Questo Pontefice era nato in Toscana da un legnaiuolo, e chiamavasi Ildebrando. Fatto adulto conoscendo i molti pericoli che un giovane ben costumato {245 [245]} incontra nel mondo, abbracciò la vita monastica. Ma le sue grandi virtù, la profonda e straordinaria sua sapienza fecero, che i papi lo chiamassero dal chiostro, e se ne servissero negli affari di maggiore importanza durante il regno di cinque pontefici.

            Nel 1073 fu eletto Papa, e siccome egli non voleva accettare tale dignità specialmente perchè aveva da fare con un imperatore di Germania, di nome Enrico IV, uomo vizioso ed oppressore della Chiesa; così mandò immediatamente ad avvertirlo della sua elezione pregandolo di non acconsentire, perchè, diceva, se io rimarrò Papa, le vostre colpe non rimarranno impunite.

            Ciò non ostante Enrico approvò tale elezione nella speranza di avere il Papa favorevole. E intanto dilapidava le rendite ecclesiastiche servendosene per secondare i vizi della crapula e della disonestà; i benefizi delle chiese erano convertiti in paga de' suoi soldati; pretendeva che il Papa sciogliesse il suo matrimonio affine di potere sposare un'altra moglie; inoltre faceva imprigionare ed uccidere que' sacerdoti e vescovi che si fossero opposti alla sua perfidia e ai suoi sacrilegi.

            Contro di lui si volse intrepido Gregorio; scrisse allo stesso Enrico IV minacciandolo della scomunica se non cessava da suoi disordini. Intanto radunò un concilio in cui di nuovo fu proibito a tutti gli ecclesiastici di ricevere l'investitura da un secolare.

            Alle minacce del Pontefice Enrico finse di volersi assoggettare, ma tosto ricadde nei vizi di prima; e perciò fu realmente scomunicato.

            Dovete notare, o miei cari amici, che la scomunica {246 [246]} produce un terribile effetto tra i fedeli cristiani; uno scomunicato non è più ammesso alle sacre funzioni, e se muore in tale stato non viene più seppellito in luogo sacro. Di più in quei tempi era pure massima universalmente considerata giusta e necessaria[9], che la scomunica privasse il sovrano della sua autorità, e dispensasse i sudditi dall'obbedienza.

            Per questo motivo Enrico si vide abbandonato da tutti e minacciato delle più gravi sciagure, onde risolse di umiliarsi al Papa ed a tal fine si portò in Italia pel Moncenisio. Giunto alla fortezza di Canossa, vicino a Reggio, dove trovavasi il Papa, stette tre giorni vestito da penitente; finalmente Gregorio lo accolse e persuaso che fosse pentito de' suoi misfatti, assolvendolo dalla scomunica, celebrò la messa alla sua presenza.

            Fu un bel momento quello, in cui il Papa, con in mano 1'Eucaristia, ricordando a quel principe i delitti che a se erano imputati, pronunziava queste parole: «Per togliere ogni ombra di scandalo, voglio che il corpo di nostro Signore, che ora prenderò, sia oggi una prova della mia innocenza, e che se io son colpevole Dio mi faccia subitamente morire.»

            Consumata quindi una parte dell'ostia, si volse ad Enrico e gli disse: «Fate altrettanto, mio figlio: prendete quest'altra parte dell'ostia santa, e questa prova della nostra innocenza imporrà silenzio ai nostri nemici.»

            II re sbigottito e attonito a questa inaspettata proposta se ne scusò pregando il Pontefice a differire tale sperimento. {247 [247]}

            Tutti si accorsero che il re fingeva di essere ravveduto; infatti pochi giorni dopo violò le promesse fatte al Papa, e il Papa lo scomunicò nuovamente. Allora Enrico montato in furore, e lasciandosi trasportare ad ogni eccesso perseguitò accanitamente la Chiesa, cercò uno scomunicato al par di lui, lo creò egli stesso Papa, e a mano armata lo condusse in Roma, e costrinse Gregorio a ritirarsi nella fortezza di Castel S. Angelo.

            Ma era ancora in vita il Normanno Guiscardo e fedele alle fatte promesse, come ebbe notizia della calamità, cui era ridotto il Romano Pontefice, si mosse in soccorso di lui, e obbligò l'imperatore a tornare in Germania lasciando l'Italia in disordine. Tuttavia i partigiani di Enrico tessendo continue trame contro di Gregorio, esso stimò bene di ritirarsi a Salerno per essere più sicuro. Colà sorpreso da una grave malattia morì nel 1085 dopo 13 anni di luminosissimo pontificato. Prima di morire pronunziò queste parole: «ho amato la giustizia, ho odiato la iniquità, per questo muoio in esilio.»

            Lo sventurato Enrico anche nella vita presente dovette provare la punizione del Cielo l'antipapa, ossia quel falso papa che aveva egli eletto, finì miserabilmente la vita; tutti i seguaci di Enrico morirono di morte spaventosa; lo stesso Enrico, da tutti abbandonato e dal proprio figlio spogliato dell'impero, dovette campare la vita mendicando, finchè cessò di vivere di morte improvvisa, senza nemmeno avere chi seppellisse il suo cadavere.

            La giusta fama di Gregorio VII difensore della libertà della Chiesa fu per lungo tempo contrastata {248 [248]} dai sovrani d'Europa, ai quali non piaceva la dottrina che un Papa possa scomunicare un regnante; ma i più dotti scrittori riconoscono in questo Papa uno dei più illustri romani pontefici. Anzi un autore tedesco, e quel che è più, protestante, di nome Voit, or sono venticinque anni, pubblicò una vita di questo Papa corredata di tutti i documenti possibili, con cui chiaramente dimostra la ragionevolezza della sua condotta, e non dubita di chiamarlo energico difensore dell'Italia contro all'influenza straniera.

            Pertanto noi Italiani dobbiamo avere questo sommo pontefice in grande ammirazione sia perchè rese, in certa maniera, l'Italia indipendente dagli stranieri, sia perchè d'allora in poi gl'imperatori e i re non ebbero più alcuna influenza sulla elezione dei Romani Pontefici, anzi possiamo dire che dopo Gregorio VII cessò interamente l'influenza straniera sopra gl'Italiani, e fu posto un argine alle invasioni dei barbari.

 

 

XVI. Le crociate.

 

            Dal 1085 al 1099.

 

            Un curioso avvenimento del medio evo, che mise in movimento quasi l'Europa intiera, furono le Crociate, vale a dire una grande spedizione di principi e di soldati Europei nella Terra santa per liberare la città di Gerusalemme dalle mani dei Turchi. Per molti secoli i luoghi santi erano stati in custodia dei cristiani, e ciascuno era libero di andar a visitare il santo Sepolcro del Salvatore.

            Ma dopochè i Turchi ed i Saraceni s'impadronirono {249 [249]} della Palestina, i luoghi santi erano in mille guise profanati. Per molto tempo fu permesso ad un sacerdote cristiano di custodire il santo Sepolcro, ed alcuni ricchi mercatanti di Amalfi poterono eziandio fondare uno spedale in Gerusalemme per accogliere i poveri pellegrini ammalati. Dopo fu proibito l'ingresso a chicchessia, e difficilmente, anche pagando, potevansi visitare que' santi luoghi, senza pericolo di essere assassinato.

            Fra i pellegrini coraggiosi che poterono giungere fino al santo Sepolcro, fu un prete francese della diocesi di Amiens, di nome Pietro, soprannominato l'eremita, a motivo della vita solitaria che santamente menava.

            Alla vista delle profanazioni di quei santi luoghi, al vedere stalle fabbricate in quello stesso luogo dove era stato collocato il santo Corpo del Salvatore, Pietro fu vivamente commosso, e come giunse in Italia si presentò al Romano Pontefice, che allora era Urbano II, e prostrandosi a' suoi piedi gli fece così viva pittura dello stato deplorabile di quei santi luoghi, che il Papa intenerito fino alle lagrime gli permise di eccitare i popoli dell'Europa ad intraprendere la liberazione di Gerusalemme. Lo stesso Sommo Pontefice incoraggiva i re e sudditi a volervisi adoperare.

            Gli eccitamenti indefessi di Pietro 1'eremita, il quale predicando la crociata percorse 1'Italia, la Francia e la Germania; 1'autorità di Papa Urbano, che colle parole e coll'indulgenza plenaria promessa eccitava principi e popoli alla santa impresa, il desiderio di vedere quei sacri luoghi, suscitarono un {250 [250]} tale entusiasmo, che da tutte parti d'Europa si andava gridando: andiamo. Dio lo vuole! Dio lo vuole! Persone di ogni condizione, principi, baroni, preti, contadini, donne, fanciulli, dimandavano di essere arruolati e insigniti di una croce di stoffa rossa benedetta, che ciascuno si appendeva sopra la spalla destra, e che diede il nome di crociati a tutti coloro che si posero addosso quel segno, e l'impresa, a cui si accingevano, fu detta crociata.

            Raccoltisi in numero stragrande d'Italiani, Francesi, Inglesi, Tedeschi, si misero in viaggio per quella straordinaria e non mai udita spedizione. I più ardenti e desiderosi di pervenire alla meta de' loro desiderii precedettero gli altri, ma senza disciplina militare e in disordine; perciò giunti nell'Asia minore caddero nelle mani dei Turchi, i quali ne menarono la più terribile e spaventevole strage. Di cento mila crociati soltanto pochi fuggiaschi poterono salvarsi e cercar un asilo nelle vicine montagne.

            Se non che dietro a quelle torme indisciplinate si avanzavano veri eserciti condotti da principi e da signori che avevano preso la croce, tutti indirizzati verso Costantinopoli, capitale dell'imperio d'Oriente.

            Alla testa di quelle formidabili soldatesche eravi Goffredo di Buglione conte di Lorena, e dopo di lui Baldovino suo fratello conte di Fiandra, Roberto soprannominato coscia corta, duca di Normandia, Raimondo conte di Tolosa: ma quelli che tiravano sopra di sè tutti gli sguardi de' crociati, erano due prodi Italiani Tancredi e Boemondo. Boemondo era figlio di Roberto Guiscardo, duca della Puglia e della Calabria, uomo di un'abilità e di un coraggio {251 [251]} impetuoso, e che alcune volte degenerava in ferocia, ma veramente adatto a somiglianti imprese di ventura. Tancredi era Siciliano e cugino di Boemondo. Fin dalla sua fanciullezza egli aveva saputo accoppiare al più intrepido coraggio la moderazione, la generosità, la modestia, la religione e tutte le virtù che possono adornare un eroe cristiano. Egli sentiva quasi rimorso delle sue gesta guerriere perchè gli sembravano condannate dalle leggi del Vangelo, e la tema di spiacere a Dio frenava talvolta il suo coraggio. Queste rare qualità facevano riguardare Tancredi come il modello de' cavalieri del suo tempo, e 1'ammirazione di tutti i crociati.

            Quel maraviglioso esercito era composto di parecchie centinaia di migliaia d'uomini, parte de' quali combattevano a piedi, armati di lancie, di spade, di pesanti mazze di ferro, di cui un solo colpo bastava ad accoppare un uomo; altri erano armati di fìonde colle quali scagliavano molto destramente pietre o palle di piombo; alcuni portavano balestre, specie d'archi, che lanciavano a gran distanza acute frecce, la cui ferita spesso era mortale; finalmente la maggior parte dell'esercito era un buon numero di prodi cavalieri, tutti eccellenti per forza, virtù e coraggio, i quali si erano legati a Dio con voto di dare la propria vita per liberare quei santi luoghi dalle mani degl'infedeli.

            Tutte queste numerose schiere giunte nell'Asia Minore, oggidì Anatolia, si videro venire incontro alcuni sventurati crociati, i quali fuggiti quasi per prodigio dalle mani dei Turchi, raccontavano piangendo i loro infortunii: ad ogni passo si vedevano {252 [252]} avanzi di bandiere o di armature spezzate, e l'orrendo spettacolo di monti d'ossa umane già imbiancate dal sole che i barbari avevano lasciato sulla strada insepolte, per incutere spavento ai cristiani, i quali osassero inoltrarsi.

            A quella vista tutti i guerrieri latini fremettero di sdegno. E come seppero che il sultano, ossia il re de' Turchi, aveva radunato il suo esercito intorno alle mura di Nicea (quella città, dove si celebrò il primo concilio ecumenico), lo andarono ad assalire. Colà si appiccò una sanguinosa battaglia, e malgrado gli sforzi de' Musulmani, la vittoria rimase ai Cristiani.

            Allora i Turchi radunarono le loro forze in una altra città dell'Asia minore detta Iconio, celebre per la dimora e la predicazione ivi fatta dall'apostolo Paolo. Colà il sultano alla testa di una grossa schiera di cavalieri Arabi devastò il paese ove dovevano passare i crociati, i quali di mano in mano che si avanzavano, trovavano distrutte le messi, arse le città ed i villaggi, otturati i pozzi, sicchè andarono ben tosto soggetti alla fame, alla sete, ai disagi, alle malattie d'ogni genere. Intanto giungono dinanzi ad Antiochia, quella gran capitale della Siria di cui vi ho più volte parlato nella Storia sacra ed ecclesiastica. I Latini per andare in Palestina dovevano impadronirsi di quella città. È incredibile e quasi impossibile il raccontarvi le fatiche e i patimenti che i crociati vi soffrirono, e le prodezze che fecero, mercè cui riuscirono ad impadronirsene.

            I crociati si accostavano alla Palestina, oggetto di tutti i loro desiderii, e i disagi sempre crescenti aumentavano più ancora la loro impazienza. Gerusalemme, {253 [253]} la città santa, la città ove Gesù Cristo aveva patito la morte per riscattare i peccati degli uomini, pareva il termine ed il rimedio di tutti i loro mali. Finalmente dopo la perdita d'innumerevoli compagni d'armi, dopo i più duri stenti, dopo aver valicato fiumi, valli e montagne, dopo aver consumato le loro ultime forze per camminare, si sparse una sera d'improvviso una voce nel campo cristiano, che col tornare dell'aurora avrebbero potuto contemplare la desiderata Gerusalemme. La notte passò in pio raccoglimento; un religioso silenzio regnò fra tutti, ed ognuno si preparava colla preghiera ad accostarsi con rispetto al luogo del martirio di Gesù Cristo.

 

 

XVII. Gerusalemme liberata.

 

            L'anno 1099.

 

            Le azioni de' crociati, miei teneri amici, non appartengono propriamente alla storia d'Italia, ma poichè sono cose molto curiose, cui gl'Italiani e gli stessi nostri principi di Savoia presero parte, così io voglio appagare la vostra curiosità col darvi un ragguaglio dell'entrata de' crociati in Gerusalemme. Era nella massima impazienza l'esercito latino che spuntasse l'aurora di quel giorno, che doveva appagare i loro lunghi desiderii, quando sul far del giorno, dall'alto delle montagne su cui si erano fermati, videro sorgere dinanzi ai loro occhi quella città, per cui avevano affrontato tanti pericoli. Un solo grido uscì ad un tempo da tutte le bocche: Gerusalemme! Gerusalemme! Dio lo vuole! Dio lo vuole! {254 [254]}

            A quella vista gli uni escono in trasporti di allegrezza, altri stemprandosi in pianto si gettano ginocchioni e baciano divotamente la polvere su cui pose i piedi il Salvatore; questi si avanzano a piedi nudi per rispetto a quella Terra santa; quelli mandano gemiti e sospiri pensando che la tomba di Cristo è in potere degl'infedeli.

            Mentre ciascuno lasciavasi dominare da affetti sì ardenti e diversi, un solo cavaliere si arrampicava con fatica sul monte degli ulivi, vicino a Gerusalemme, quel celebre monte ove Gesù Cristo passò la notte in orazione prima di esser dato nelle mani dei carnefici. Era egli il pio ed intrepido Tancredi, il quale dalla cima di quella santa montagna, contemplava a' primi chiarori dell'alba il monte Golgota o Calvario, e la cappella del santo Sepolcro.

            Il guerriero tutto immerso nella sua ammirazione era ancora prostrato dinanzi la città santa, allorchè cinque soldati Musulmani, i quali stavano a guardia della montagna, l'assalirono d'improvviso e gagliardamente: ma il suo braccio non aveva perduto nulla di vigore, e mentre coloro si tenevano sicuri di dargli la morte, egli coraggioso li assale, tre ne uccide e costringe gli altri a fuggire. Cotesto esempio di valore non era, che il foriere di quei fatti gloriosi, che l'esercito cristiano doveva compiere sotto le mura di Gerusalemme. Riesce difficile il descrivervi le prodezze e gli sforzi fatti da' Cristiani per impadronirsi di quella famosa città, di cui i Turchi contrastarono il possesso con tutto il coraggio della disperazione. Vi basti il sapere che dopo 40 giorni di sanguinosa pugna, i crociati avevano presso che perduta ogni {255 [255]} speranza, e già pareva che volessero rinunziare allo scopo tanto desiderato.

            Quando un eremita, il quale da molti anni viveva sopra una montagna vicina, scese in mezzo al campo ove già regnavano il disordine e lo scoramento, per indurli a dare un ultimo assalto e ricorrere a Dio colla penitenza e colla preghiera. Le esortazioni di quell'uomo di Dio non furono senza effetto; i crociati, tanto i soldati, quanto i loro capi, vestiti da penitenti fecero più volte processionalmente il giro delle mura di Gerusalemme cantando inni di lode ed invocando l'aiuto del Cielo.

            Quella processione in cui principi e cavalieri davano il più bell'esempio di pietà e di raccoglimento, produsse un grande effetto sul restante dell'esercito, per modo che in tutti regnava un solo desiderio di assalire i nemici e di combattere. Il dì seguente allo spuntar dell'alba si diede un gagliardissimo assalto; da più lati si portavano lunghe scale per cui salivano le mura ed entravano in città, a ciò incoraggiti dall'esempio di Goffredo e di Tancredi.

            I Turchi assaliti da tutte parti si videro costretti ad abbandonare i bastioni e ritirarsi nell'interno della città, dove i vincitori animati dalla vittoria ne fecero terribile sterminio. Il sangue scorreva a rivi in Gerusalemme, in cui non furono risparmiati nè giovani, nè vecchi, nè donne, nè fanciulli.

            Mentre noi ammiriamo le prodezze de' crociati, disapproviamo il furore con cui misero a morte tante vittime innocenti, nè si potrebbe altrimenti loro condonare se non al furore dei barbari, di cui in gran parte componevasi l'esercito. {256 [256]}

            Frattanto il pio Goffredo, che non aveva voluto spargere senza necessità neppure una goccia di sangue umano, entrato appena in città si era spogliato delle sue armi e co' piedi scalzi seguito da tre soli servi, si era recato nella cappella del santo Sepolcro, ove si prostrava col maggior rispetto. La voce della divozione del loro capitano si spande fra tutto l'esercito e fu allora che si cessò dal versare sangue umano, cangiando l'ardore della pugna in affetti di divozione.

            Pochi giorni dopo la presa di Gerusalemme i crociati risolvettero di comune accordo di rialzare il trono che era stato un tempo occupato da David e da Salomone. La scelta di tutti i baroni cadde su Goffredo di Buglione.

            Qualche tempo dopo sembrando cessato ogni pericolo pel regno di Palestina, il maggior numero dei crociati, paghi di un trionfo a sì caro prezzo riportato, si posero in cammino per ritornare in Europa carichi delle spoglie di Oriente. Non rimasero presso Goffredo per la custodia della Terra santa se non trecento cavalieri e duemila soldati, col valoroso Tancredi.

            Questo virtuoso guerriero coll'ammirabile sua pazienza e col generoso disinteresse contribuì non poco ad acquetare gli spiriti dei crociati esacerbati per la penuria dei viveri. Egli fu il primo ad assalire i Musulmani intorno a Gerusalemme; primo a piantare lo stendardo dei Latini in Betlemme sul luogo della nascita del Salvatore; primo che scoprì una foresta onde i crociati presero i legni necessarii per le scale e per le macchine da guerra; ed in mezzo alle stragi, onde si contaminarono i Cristiani, fu un modello di {257 [257]} moderazione e di umanità. Dopo aver riportato molte altre e segnalate vittorie contro ai Musulmani e contro ad altri infedeli, finì pacificamente i suoi giorni in Antiochia nel 1112, lasciando una memoria illustre pe' suoi fatti militari, per la saviezza del governo, per le sue limosine ed opere di pietà.

            Tale fu l'esito della prima crociata; ma cent'anni dopo la fondazione del nuovo regno di Gerusalemme, essendo quella città ricaduta in potere de' Musulmani, tutti gli sforzi tentati dappoi da alcuni sovrani di Italia, di Francia e di Germania, rimasero senza effetto, e benchè la maggior parte di quei principi vi abbia acquistato grande gloria, dopo tre secoli di tentativi infruttuosi, i popoli dell'Europa rinunziarono affatto a quelle spedizioni lontane e pericolose. Tuttavia da quel tempo in poi fu sempre lasciato libero a ciascun cristiano di potersi recare a visitare i luoghi santi; e sebbene alcuni di quei sacri luoghi siano oggidì nelle mani degli eretici e degl'infedeli, sono però da loro medesimi tenuti in grande venerazione.

            La liberazione di Gerusalemme fu nobilmente illustrata da un poeta italiano di nome Torquato Tasso, il quale compose un prezioso poema intitolato: - Gerusalemme liberata, che voi imparerete a conoscere se proseguirete nella carriera degli studi.

 

XVIII. Saccheggio di Amalfi nel 1135.

 

            Amalfi, miei cari, fu per molto tempo una città floridissima del regno di Napoli. La sua posizione vicino al mare Mediterraneo e l'industria de' suoi {258 [258]} abitanti attraevano commercianti da tutte le parti del mondo. La qual cosa destava grande invidia ad una altra città, non meno ricca, potente e desiderosa di signoreggiare. Era questa la città di Pisa in Toscana, famosa per un porto che allora aveva sul Mediterraneo ed in ispecie per la sua magnifica torre inclinata, abbellita da più che trecento colonne di diverso colore, assai mirabile a motivo della sua inclinazione straordinaria, la quale fa parere a coloro che la vedono, che ella sia vicina a cadere.

            Quelle due città si erano erette in repubbliche, cioè si governavano indipendenti, senza più essere soggette agl'imperatori greci e germani; e sebbene fossero tra di loro rivali, tuttavia comunicavansi i prodotti della loro industria e facevano quasi un comune commercio ne' più remoti paesi.

            Se non che i Pisani ingelositi per la prosperità degli Amalfitani colsero motivo per muovere loro guerra nell'occasione che quelli di Amalfi eransi dichiarati contro a Ruggero re di Sicilia, di cui Pisa era alleata.

            Approfittando i Pisani di tal congiuntura spedirono contro di Amalfi un gran numero di soldati, imbarcati sopra vascelli da guerra, a' quali si dava il nome di galere. Egli fu un doloroso spettacolo il vedere uomini della medesima nazione, fino allora amici, esercitando il medesimo commercio e la medesima industria, compagni di viaggi nelle lunghe loro spedizioni, ciò nonostante venire a battaglia, e fare da una parte e dalla altra orribile carnificina! Dopo ostinatissimi combattimenti i Pisani, impadronitisi di quella sventurata città, la saccheggiarono per modo che d'allora in poi non potè più riaversi da quel disastro. {259 [259]}

            I mercanti di Amalfi, i cui magazzini erano stati dati in preda alle fiamme ed al saccheggio, abbandonarono un soggiorno, che la gelosia aveva reso loro insopportabile, e andarono a portare nelle altre città d'Italia la loro industria e gli avanzi delle loro ricchezze. Mentre i Pisani sfogavano la loro rabbia contro ai vinti, e assetati di rapine portavano via quanto vedevano di prezioso, un soldato trovò a caso un rotolo di pergamena scritta (specie di carta fatta di pelle), e lo raccolse senza neppure darsi la briga di esaminare ciò che quello contenesse. Passando quel pacco di mano in mano, venne finalmente in quelle di un Pisano erudito, il quale svolgendo con gran cura il manoscritto osservò che conteneva le pandette di Giustiniano.

            Questo imperatore dopo di aver raccolte le leggi dei principi suoi antecessori in un volume che chiamò codice, aveva pure ordinato, che da tutte le opere degli antichi giureconsulti ovvero avvocati si ricavasse quanto si giudicava di meglio delle leggi romane a fine di servire ad un secondo volume di leggi positive, che furono dette pandette.

            Da molto tempo questo volume era andato smarrito, come accadeva spesso in quelle frequenti invasioni di popoli barbari, per cui un gran numero di libri rari furono smarriti o distrutti. Il dotto che aveva scoperte le pandette si affrettò a portarle a' magistrati di Pisa, i quali, avendone fatto fare parecchie copie, diffusero quel codice prezioso tra' popoli dell'Italia e il fecero poi conoscere in Francia ed in Germania, la qual cosa contribuì assai a diffondere i veri principii della giustizia e ad ingentilire i costumi che i barbari avevano ntrodotti in quei varii paesi. {260 [260]}

            Per farvi conoscere l'importanza di quella scoperta sarà bene che io vi faccia notare il modo strano con cui era amministrata la giustizia presso a quei popoli d'origine Germanica o Tedesca, Franchi, Goti, Sassoni, Lombardi, che alla caduta dell'impero romano in occidente erano successivamente venuti in Italia.

            Quando costoro calarono in Italia, tutti avevano fatto e pubblicato le loro leggi; ma permettevano a ciascuno di vivere ed essere giudicato secondo quella legge, che più gli piacesse. Quindi avveniva, che nella stessa città gli uomini si attenevano a legislazioni diverse, il che produceva una vera confusione. Perciò la scoperta delle pandette avendo agevolato la cognizione del diritto romano, fece sì che le altre leggi barbare cadessero e sola regnasse la legislazione romana.

            Inoltre i barbari per determinare il diritto sovente ricorrevano alla forza. Così quando due uomini credevano di avere motivo di lagnarsi 1'uno dell'altro, si presentavano dinanzi al loro barone per far valere le proprie ragioni, ed assoggettarsi al suo giudizio; ma quel signore, che il più delle volte non era altro che un gagliardo guerriero e non sapeva nè leggere nè scrivere, ordinava che i due litiganti venissero a battaglia in sua presenza, finchè uno di essi rimanesse morto sul campo o si confessasse vinto; persuasi che la ragione dovesse essere dalla parte del vincitore.

            A questa crudel maniera di rendere giustizia si dava il nome di duello giudiziario perchè egli era ordinato dal giudice. I baroni ed i cavalieri si battevano in tali incontri colla lancia e colla spada come in guerra; ma i servi ed i contadini non dovevano servirsi d'altre armi che del bastone, con cui si davano colpi spesso mortali. {261 [261]}

            La scoperta delle pandette di Giustiniano distrusse quasi affatto quei costumi barbari, e solamente presso ad alcuni si tenta di rivocare in vigore il barbaro uso del duello, il quale dà una ragione brutale agli offesi, vale a dire dà la ragione non a chi l'avrebbe, ma a chi è più addestrato nelle armi. Le quali cose sono proibite dalle leggi romane, sono contrarie al Vangelo, alle leggi civili ed alla medesima ragion naturale.

            Reca maraviglia che gli uomini mondani d'oggidì, mentre parlando dell'antico duello giudiziario lo giudicano assurdo, e ne ridono, essi tuttavia approvino l'odierno duello volontario, per cui una persona stata insultata da un'altra, anche con una sola minima parola, lo sfida a battersi colla spada o colla pistola. L'uccisore od il feritore avrà forse egli fondata ragione sull'ucciso o sul ferito, perchè egli ebbe miglior vista, miglior braccio, miglior destrezza, ed anche miglior fortuna? Il duello d'oggidì è tanto barbaro e contrario al senso comune quanto l'antico; eppur si pratica ad onta che sia proibito dalla ragione, dal Vangelo, e dalle leggi civili. Badiamo a diffidare de' giudizi del mondo.

            Simile al duello è la cattiva usanza di certi giovani, i quali, dopo aver per poco disputato fra loro, vengono alle mani, si accapigliano e si battono. Perchè l'uno è più forte dell'altro avrà egli ragione? Egli la perde dal momento che ricorre alla forza. {262 [262]}

 

 

XIX. Federico Barbarossa.

 

            Dal 1154 al 1162.

 

            Erano scorsi più di settant'anni dacchè gl'imperatori di Germania non avevano più cercato di mischiarsi nelle cose d'Italia, quando fu incoronato il famoso Federico, soprannominato Barbarossa dal colore di sua barba. Egli era un giovane di belle forme, prode, magnanimo, ed anche prudente, qualora non si abbandonava agli impeti di quell'orgoglio che lo fecero abbonito in tutta l'Italia.

            Egli accusava di viltà i suoi antecessori, perchè avevano ceduto all'intrepidezza di Gregorio VII, e si erano lasciati strappare le redini del governo d'Italia. Perciò fisso di voler a qualunque costo riacquistare i diritti che credeva competere a sè, nell'anno 1154 discese in Lombardia con numeroso esercito.

            Ma accortosi che gl'Italiani erano pronti a fargli resistenza, stimò bene di entrare solamente nelle piccole città incapaci di opporsegli. Quelle fra esse che ebbero cuore di serrare le porte in faccia al suo esercito, vennero orribilmente saccheggiate e ridotte in cenere; tale fu la sorte che toccò alle città di Chieri, Asti, Tortona e Spoleto.

            Il Romano Pontefice, al sentire le stragi che quel terribile principe menava ovunque, si studiò di calmarne il furore con buone accoglienze e gli offrì di incoronarlo imperatore. Questa accondiscendenza del romano Pontefice appagò Federico, il quale senza più lasciò Roma in libertà e ritornò in Germania. {263 [263]}

            I Milanesi però avevano saputo farsi rispettare; tutta la gioventù era corsa all'armi; e poichè i preparativi di guerra avevano vuotato le casse pubbliche, si videro con una specie di entusiasmo a somministrarsi da ogni ordine di cittadini quanto faceva bisogno. In questa guisa i Milanesi provvidero non solo alla sicurezza della propria città, ma furono altresì in grado di venire in soccorso delle popolazioni vicine.

            La resistenza che parecchie città italiane avevano fatto all'imperatore l'avrebbe dovuto consigliare a non più ritornarvi; ed al contrario egli si era ostinato di volerle a qualunque costo soggiogare. Tre anni dopo scende di nuovo in Lombardia seguito da infinita soldatesca; minaccia Milano e costringe i cittadini a venire ad un trattato, e abusando di quella convenzione si attribuisce l'autorità di eleggere il podestà, vale a dire il governatore della città di Milano. Tale violazione dei patti recentemente conchiusi irritò altamente i Milanesi, e nel loro furore scacciarono il podestà, diedero di piglio alle armi, pronti ad affrontare l'ira dell'imperatore e morire per la salvezza della patria.

            A tale notizia Barbarossa corre contro a Milano con tutto quanto il suo esercito; ma i forti cittadini ne chiudono l'entrata. Gli assalitori in simile maniera respinti guastano le raccolte della campagna, scortecciano gli alberi, e cagionano mille altri guasti. Una guerra sì crudele infondeva gravissimo timore negli abitanti delle terre vicine; ciò non ostante la città di Crema alleata dei Milanesi non abbandonò i suoi fratelli nel momento del maggiore infortunio. {264 [264]}

            Federico intimò severamente ai Cremaschi di separarsi dai Milanesi e di sottoporsi a lui; cui intrepidamente risposero: «noi siamo pronti a seppellirci piuttosto sotto alle rovine delle nostre case, che mancare all'amicizia giurata ai nostri fratelli di sventura.» Questa coraggiosa risposta non era a tempo, e non fece altro che indispettire vie più l'irritato sovrano. Dopo una difesa eroica, gli assediati in Crema dovettero cedere non vinti, ma traditi da un loro concittadino. Gli abitanti squallidi e sfiniti per la sofferta carestìa, ebbero licenza di ricoverarsi in Milano, ove furono accolti cogli onori dovuti a fedeli alleati. Allora Crema fu dal crudele Federico abbandonata al saccheggio ed alle fiamme. Correva l'anno 1160.

            Ridotta la città di Crema ad un mucchio di ruine, i soldati di Barbarossa si portarono di nuovo intorno a Milano, volendo costringere la città ad arrendersi per la fame. Perciò oltre all'avere distrutte le raccolte delle campagne circostanti, quei barbari tagliarono le mani ai contadini che tentavano introdurre grani o frutta in città. Non minore era l'orrore dell'interno della città; nelle strade, nelle piazze si vedevano persone e bestie morte di fame; solo campava chi sapeva procurarsi coll'astuzia o colla violenza qualche cibo grossolano.

            Il popolo ridotto alla disperazione ricusava di obbedire ai magistrati e chiedeva ad alta voce che si dovesse rendere la città; i consoli in vece esortavano i cittadini alla difesa dipingendo loro la vendetta che farebbe un imperatore offeso ed implacabile. Fu inutile ogni consiglio: la plebaglia scorgendo vana ogni resistenza si ammutinò, e minacciava la vita dei consoli {265 [265]} se persistevano nella difesa. Allora fu risoluto di sottomettersi a Federico.

            Il dì sette marzo 1162 i Milanesi s'avviavano a Lodi per giurare d'essere fedeli all'imperatore. La gente camminava divisa in turbe, secondochè erano divisi i quartieri della città; gli uni seguivano gli altri in silenzio, ed in mezzo di essi conducevano IL CARROCCIO.

            Era il carroccio un carro sacro a somiglianza dell'arca degli Ebrei che un vescovo di Milano, di nome Ariberto, nel 1039 aveva inventato affinchè servisse di centro di riunione, e tenesse in ordine la milizia specialmente in tempo di guerra. Il carro era pesante, tirato da buoi coperti di gualdrappe, sulle quali vedevasi dipinto o tessuto lo stemma della città. Egli era sormontato da un'antenna, che aveva sulla cima un pomo dorato con due stendardi, sicchè si poteva vedere da tutto un esercito. Nel mezzo era l'immagine del crocifisso. Nell'alto di quel carro sedeva un trombettiere che dava segno di assalto, di ritirata o di altro. Uno stuolo dei più forti soldati stava attorno al carroccio per fargli la guardia. Ogni guerriero riponeva il suo onore e la salvezza nel carroccio; nelle marcie e sul campo di battaglia il carroccio era in mezzo alle file de' combattenti, e si diceva che 1'onore era salvo, se il carroccio non cadeva nelle mani dei nemici.

            Giunto pertanto il sacro carro de' Milanesi dinanzi a Federico, le trombe sonarono per 1'ultima volta. La bandiera si chinò innanzi al trono imperiale, e il carroccio con novantaquattro stendardi fu consegnato al vincitore. Tutta la moltitudine prostrata chiedeva misericordia.

            Il conte di Biandrate, uno de' signori italiani della {266 [266]} corte di Federico, tutto amore pe' suoi cittadini, nella speranza di calmare lo sdegno di quel monarca, prese in mano un crocifisso, si fece avanti, e inginocchiato sui gradini del trono in nome di Dio pregò l'imperatore di avere pietà di quella città e de' suoi cittadini. Tutti erano commossi fino alle lacrime; solamente Federico nulla rispose; e senza dar segno di commozione ricevè il giuramento di fedeltà, scelse quattrocento ostaggi; di poi comandò al popolo di ritornare a Milano e di atterrarne le porte e le fortificazioni.

            I Milanesi incerti del futuro loro destino si restituirono trepidanti alle loro case. Erano già scorsi nove giorni e non vedevano a comparire Barbarossa, perciò cominciavano a concepire qualche speranza che l'imperatore avesse loro perdonato; quand'ecco giungere l'ordine ai consoli di far uscire gli abitanti dalle mura. Non è a dirsi con quante lacrime e strida fosse ricevuta la fatale sentenza ... lamenti inutili ai vinti!

            Bisognò abbandonare il luogo natìo. Avreste veduto, miei cari amici, torme d'uomini, donne, fanciulli vagare più giorni come bestie fra le campagne. Quindi badando ciascuno a mitigare la propria infelicità si procurarono un ricovero chi a Pavia, chi a Bergamo, chi a Tortona. La città di Milano divenne allora muta e squallida come se fosse un vasto cimitero.

            Intanto giunse a Milano l'imperatore coll'esercito, e condannò la città ad essere distrutta, volendo per tal modo che fosse cancellato dal mondo il nome dei Milanesi.

            Sei giorni durò quel guastare e distruggere; Milano divenne un mucchio di pietre. Dicesi che fra le rovine si conducesse l'aratro e che vi fosse sparso il sale in {267 [267]} segno di perpetua sterilità e maledizione. La milizia delle città italiane alleate di Federico lo aiutarono a compiere la crudele vendetta dell'imperatore, e colsero quell’occasione per isfogare l'odio loro contro quella città, la quale negli anni addietro aveva cagionato molto male, e che aveva quasi intieramente rovinato le città di Lodi e di Como.

            Debbo però dirvi che furono stolti e scellerati quegli Italiani che per vendetta si prestarono a distruggere Milano. La vendetta è sempre biasimevole. Fu quello per altro un terribile avviso agli uomini di non mai abusare della propria forza o della propria autorità per opprimere i deboli, perchè havvi una Provvidenza la quale dispone delle cose degli uomini e per lo più permette che gli oppressori dei deboli paghino il fio della loro iniquità coll'esser da altri oppressi.

 

 

XX. Ultime azioni di Federico Barbarossa e la Lega Lombarda.

 

            Dal 1162 al 1190.

 

            Alla disfatta di Milano succedette l'oppressione dell'Italia ridotta in servitù da Federico, e oppressa dalle continue imposte de' suoi ministri. Questo stato violento non poteva durare. Le città di Verona, di Vicenza, di Padova e di Trevigi cominciarono a stringersi in lega fra loro per far testa agli ordini di Federico e de' suoi ministri. Per soffocare questo principio di ribellione Federico si mosse da Pavia con buon numero di soldati, ma giunto presso Verona vide schierato contro di sè l'esercito delle città collegate assai più {268 [268]} numeroso del suo. Non osando venir a battaglia si ritirò, e poco dopo partì nuovamente per la Germania. L'esempio dei Veronesi infuse coraggio ad altre città, e Cremona, Bergamo, Mantova, Brescia e Ferrara entrarono anch'esse nella lega, giurando di difendersi le une le altre contra la tirannia imperiale, e spezialmente convennero di riedificare Milano riconducendovi gli abitatori dispersi nei borghi vicini, talchè quella città risorse in breve dalle sue rovine. Mentre nuove città andavano associandosi alla lega lombarda, la città di Pavia si manteneva nella fede dell'imperatore. Per angustiare questa città i collegati determinarono di fabbricare di pianta una nuova città, che non fosse molto distante, e di fortificarla con ogni arte. Per tal fine scelsero una bella e feconda pianura circondata da tre fiumi, ed obbligando gli abitanti delle vicine terre di Gamondio (ora Castellazzo) Marengo, Solerò ed Ovilio a trasferire colà la loro abitazione, fabbricarono nel 1168 la città, che in onore di Papa Alessandro IV vollero chiamata Alessandria. Siccome la fretta era grande, e mancavano i materiali, furono i tetti di quelle case coperti in gran parte di paglia, talchè alla città venne il nome di Alessandria della paglia. Fu essa ad un tempo fortificata di buoni bastioni e.di profonde fosse; e tal fu il concorso della gente a prendervi dimora, che poco tempo dopo mise insieme quindici mila armati.

            Avvertito Federico della formazione della lega lombarda e degli apparati di guerra che si stavano facendo, raccolse un numerosissimo esercito, e precipitò in Italia. Tutti i passaggi che di Germania conducevano in Italia erano valorosamente difesi dagli Italiani; nè gli {269 [269]} era aperto il passo che dalle parti di Susa. Traversò il Moncenisio, arse la città di Susa, sottopose Asti, che già risorgeva dalle sue rovine, e si portò verso Alessandria. La novella città si difese fortemente quattro mesi, senza che gli alleati le portassero alcun soccorso. Finalmente la lega mandò un forte sussidio agli assediati, e Federico fu costretto a levare l'assedio.

            Invano Federico per cinque anni combattè e si affaticò per soggiogare i coraggiosi Italiani. Erano troppi ed ostinati gli avversari che aveva a combattere qua e là. Spesso avveniva che egli un giorno vinceva il nemico, e l'indomani ne era egli medesimo sconfitto. Finalmente giunse un nuovo esercito di Tedeschi in aiuto dell'imperatore. Allora i Milanesi, aiutati da un numero di scelti alleati, lo andarono ad incontrare a Legnano sulla via che da Milano conduce al lago di Como.

            Quei prodi Italiani vedendo avanzare i nemici, s'inginocchiarono per chiedere a Dio la vittoria, indi si rialzarono risoluti di vincere o morire. Dopo ostinatissimo combattimento, la vittoria fu compiuta a favore degli alleati. Lo stesso Federico cadde combattendo presso al carroccio, e a stento potè fuggire solo e sconosciuto fino a Pavia, dove già era creduto morto.

            Questi colpi di avversa fortuna fecero conoscere a Federico che sarebbero tornati inutili tutti i suoi sforzi, sicchè decise di conciliarsi a qualunque costo col romano Pontefice, e venire a trattative colla lega lombarda; perciò spedì deputati al Papa per dimandargli pace e assoluzione della scomunica, promettendo che sarebbesi allontanato dall'antipapa, che egli follemente si era creato. {270 [270]}

            Il Papa, accertatosi delle disposizioni dell'imperatore, di buon grado si trasferì a Benevento, ove il re di Sicilia mandò un buon numero di soldati per difenderlo, ove ne fosse stato il bisogno, e fargli onorevole corteggio fino a Venezia, luogo delle conferenze, che si dovevano tenere tra l'imperatore e gli alleati. Il Papa non volle conchiudere cosa alcuna senza parteciparla alle altre città della lega lombarda; e a tal fine si portò nella città di Ferrara. Ivi radunò il patriarca di Venezia, gli arcivescovi di Ravenna e di Milano con molti altri vescovi, marchesi, conti e tutti quelli che erano costituiti in autorità civile od ecclesiastica.

            Il Papa avendoli tutti radunati nella chiesa di S. Giorgio, ove accorse pure innumerevole popolo, tenne loro il seguente discorso: «Ben vi è nota, cari miei «figli, la persecuzione che la Chiesa ha sofferta per «parte del principe, che più d'ogni altro era obbligato «a difenderla; e senza dubbio voi gemete sul saccheggio «e sulla distruzione delle chiese, sugli incendii, «sugli omicidii, sul diluvio dei delitti che sono la «inevitabile conseguenza della discordia e dell'impunità. «Ha dato il cielo un libero corso a queste spali ventose sciagure pel lungo spazio di diciotto anni; «ma oggi finalmente calma questa orribile procella; «ha toccato il cuore dell'imperatore, è ridotta la «fierezza di lui a domandarci la pace. È egli possibile «non riconoscere un miracolo dell'Onnipotenza «divina, allorchè si vede un sacerdote disarmato «e curvo, come io sono, sotto al peso degli anni, «trionfare della germanica durezza e vincere senza «guerra un principe formidabile?» Disse poscia come egli non aveva voluto accettare condizioni di pace {271 [271]} senza parteciparle agli alleati, è lodò il religioso coraggio con cui avevano difeso la Chiesa.

            Gli alleati rapiti dalle eloquenti espressioni del Pontefice proruppero in lunghi e replicati applausi, lodando i disegni che aveva il Pontefice di pacificare la loro patria, e promisero di secondarlo.

            Il Pontefice da Ferrara ritornò a Venezia ove la pace venne solidamente conchiusa. L'imperatore dopo di aver renduto i debiti onori al sommo Pontefice, pubblicamente dichiarò, che ingannato da cattivi consiglieri aveva combattuto la Chiesa credendo di difenderla; che ringraziava Dio d'averlo tratto di errore; perciò sinceramente abbandonava l'antipapa e i suoi seguaci, e riconosceva Alessandro per legittimo Pontefice, successore di S. Pietro e vicario di Gesù Cristo. Allora Federico fu assolto dalla scomunica e dagli altri suoi peccati, e ricevette la santa comunione dalle mani del Pontefice.

            Stabilite queste cose Federico si ritirò dall'Italia per non ritornarvi mai più; nell'anno 1189 la Palestina essendo di nuovo caduta nelle mani de' Turchi, fu predicata un'altra crociata, e Federico giudicò quella un'occasione per lui propizia onde espiare i suoi peccati e dare un pubblico segno di ravvedimento. Prese la croce, mise in piedi un numerosissimo esercito e partì alla volta della Palestina per combattere gl'infedeli. In quel lungo cammino dovette venire più volte a battaglia, e ne fu sempre vittorioso. Finalmente giunto vicino alla Palestina volle che le sue genti prendessero riposo in una ricca e ridente valle irrigata dal fiume Cidno.

            Anticamente un famoso capitano di nome Alessandro {272 [272]} il Grande, volle bagnarsi in questo fiume, e corse gravissimo rischio della vita. Federico sfinito pel caldo estremo, volle pure prendere un bagno nello stesso luogo. Come entrò nel fiume, quelle acque, le quali erano straordinariamente fredde, gli fecero immediatamente perder la cognizione. Ne fu tolto fuori all'istante ma egli non potè più dire altro che queste parole: Ringrazio di cuore il Signore di avermi fatto la grazia di compiere una parte del mio voto, e di morire per la sua causa. Dopo di che spirò nel 1190 in età d'anni settanta.

 

 

XXI. Dandolo di Venezia.

 

            Dal 1190 al 1207.

 

            La città di Venezia, miei teneri amici, di cui vi ho già qualche volta parlato, è tutta quanta fabbricata sul Mare Adriatico. Essa è composta di una gran quantità d'isolette sparse per mezzo a quelle acque, e congiunte insieme per mezzo di ponti. Le mura delle case, de' palazzi, delle chiese e degli altri edifizi sono per la maggior parte battute dall'onde tranquille de' canali, che dividono le sopra indicate isolette, e sopra i quali si vedono scorrere certe leggiere barchette chiamate gondole.

            Or bene quella Venezia, a cui non si poteva giungere da alcuna parte se non in barca, divenne in breve tempo per la sua industria e pel suo commercio una delle città più ricche e più floride del mondo. Da più secoli reggevasi a forma di repubblica, governata da un capo a cui si dava il nome di doge ovvero duca. Tra questi dogi uopo è ch'io vi parli di uno chiamato {273 [273]} Enrico Dandolo, uomo segnalatissimo pel suo valore in guerra e per la sua probità in tempo di pace.

            Sebbene Enrico fosse vecchio, semi cieco ed aggravato dal peso di oltre ottant'anni, tuttavia conservava ancora l'ardore della gioventù unito al vigore della virilità. I Veneziani, pieni di fiducia nella sua esperienza e nel suo coraggio, lo riguardavano come il più saldo sostegno della loro repubblica.

            Un giorno in cui il doge Dandolo aveva convocato una grande assemblea di popolo, sei cavalieri francesi coperti delle loro armature e colla croce rossa sulle spalle, si presentarono in mezzo all'adunanza, si posero in ginocchioni, e piangendo, uno di loro prese a parlare ad alta voce così: «signori Veneziani, noi siamo venuti qui in nome de' principi e de' baroni più possenti della Francia, per supplicarvi ad aver pietà di Gerusalemme, la quale è ricaduta in mano de' Turchi. Sanno i Francesi che voi siete i sovrani del mare e ci hanno ordinato di venir a gettarci a' vostri piedi e non rialzarci se prima non ci abbiate promesso di aiutarli a liberare la Terra Santa dal giogo degli infedeli.»

            Terminando queste parole, i sei cavalieri cominciarono di nuovo a sciogliersi in lagrime e in tutta l'assemblea risuonò questo grido: vel concediamo! vel concediamo!

            Il Papa, che allora regnava a Roma, chiamato Innocenzo III, aveva egli pure invitato tutti i sovrani di Europa a prendere la croce; ma soltanto un buon numero di signori francesi ed italiani s'accinsero a quella nuova guerra santa. I Veneziani pel desiderio di cooperare alla santa impresa accettarono l'offerta, e Dandolo {274 [274]} stesso malgrado la sua vecchiezza volle prendere la croce e far allestire un numero sufficiente di galere per quella grande spedizione.

            La flotta veneziana aveva già sciolto le vele per la Palestina, e strada facendo aveva ridotto ad obbedienza Zara, città della Dalmazia, che si era ribellata alla repubblica, quando un principe greco, chiamato Alessio e soprannominato l’Angelo, in età di soli dodici anni, andò a presentarsi ai crociati supplicandoli a dargli aiuto.

            Quel giovane Alessio, miei cari, era figlio di un imperatore di Costantinopoli detto Isacco l'Angelo, cui un crudele fratello aveva avuto la barbarie di far cavare gli occhi, chiuderlo in una profonda prigione, per mettersi egli stesso al possesso del trono. Fortunatamente Alessio potè fuggire dalla reggia travestito, e gli riuscì di giungere a Zara, dove era allora raccolto 1'esercito de' crociati.

            La gioventù di Alessio, le sue grazie, il dolore che egli dimostrava pel suo infortunio e per quello del suo genitore, trassero a pietà i buoni crociati; e poichè quel coraggioso fanciullo, dotato di una ragione affatto superiore alla sua età, promise grandi ricompense se avessero voluto recarsi a Costantinopoli per discacciare 1'usurpatore dal trono, e riporvi il cieco Isacco, tutti acconsentirono con premura a porgergli aiuto, per non permettere che un sì orrendo misfatto rimanesse impunito.

            Pochi giorni dopo l'intera flotta de' Veneziani, che il vecchio Dandolo comandava, veleggiò verso Costantinopoli, e dopo parecchi mesi di tragitto assai pericoloso per un sì gran numero d'uomini e di cavalli, la {275 [275]} flotta dei crociati giunse ad un mare detto Propontide, oggidì mar di Marmara. Colà si offerse Costantinopoli ai loro occhi maravigliati, e a quella vista un grido di ammirazione uscì da tutte le bocche.

            Ma quando le navi si accostarono alla città e si potè distinguere i suoi bastioni coperti di un'immensa quantità di soldati, non ci fu tra i Latini neppur un guerriero, il quale non gettasse lo sguardo sulla sua spada e sulla sua lancia, e non fremesse vedendo il numero de' nemici con cui avrebbe avuto a combattere, poichè in Costantinopoli v'erano ben venti soldati contro ad ogni soldato francese e veneziano. Però dopo quel primo momento di sorpresa da cui i più intrepidi non avevano saputo guardarsi, ognuno rinfrancato dalla presenza e dalla perizia di Dandolo, ripigliò coraggio, e si preparò coraggiosamente a combattere nel tempo stesso e per mare e per terra.

            L'usurpatore di Costantinopoli che si chiamava eziandio Alessio Angelo, quel principe crudele che non avea esitato di far accecare il proprio suo fratello, volle provarsi a combattere coi crociati; ma al solo aspetto di quegli uomini saldi come muraglie, i Greci fuggiron vergognosamente senza pugnare, ed abbandonarono ai Latini le torri, le mura ed i principali quartieri della città.

            Dandolo ed i baroni francesi non avevano più se non un passo a fare per rendersi padroni della città, quando l'imperatore Alessio, atterrito al vedersi attorniato da tanti guerrieri, ordinò che fosse apparecchiato un piccolo naviglio carico d'oro e di ricchezze, e sopra quello montando, col favor dell'oscurità della notte, riuscì ad ingannare la vigilanza de' Veneziani e a fuggire. {276 [276]} Alcuni uffiziali del palazzo volendosi fare un merito del loro attaccamento ad Isacco, lo tolsero di prigione e lo vestirono della porpora imperiale, lo riposero sul trono, e invitarono suo figlio ad andarsi a gettare fra le sue braccia. I Veneziani ed i Francesi stupefatti di quell'inaspettata rivoluzione, deposero le armi, e lasciarono in libertà il giovane Alessio, il quale giurò di compiere senza indugio la sua promessa, vale a dire di dare ai crociati grosse somme di danaro ed un buon numero di soldati e di vascelli per conquistare la Terra santa.

            Ma la storia ci ammaestra come i Greci fossero quasi sempre di mala fede, ed Isacco, udendo l'impegno che suo figlio si era preso coi Latini, rifiutò di mantenere promesse cotanto sacre. A tal notizia i crociati furono pieni d'indegnazione, e pensando ai loro servigi rimeritati sì male, al sangue sparso per quella causa straniera, a tante fatiche rimaste infruttuose per la conquista di Gerusalemme, ricorsero alle armi.

            Ma tosto Isacco ed il figlio furono puniti della loro ingratitudine. Un uflìziale del palazzo imperiale uccise a tradimento il cieco Isacco con suo figlio e fece proclamare sè stesso imperatore.

            Allorchè la nuova di queste cose giunse a Dandolo ed ai capitani francesi, non poterono trattenersi dallo spargere lacrime sul destino del giovane Alessio. Un giusto sdegno rapidamente passa da' baroni nelle schiere de' loro soldati; e tosto dando un gagliardo assalto entrano nella città e in poco tempo se ne rendono padroni.

            Murzulfo, (tale era il nome dell'omicida usurpatore), scorgendo inutile ogni resistenza si dà alla fuga. Allora {277 [277]} i crociati vedendosi padroni della gran città di Costantino, proposero a Dandolo di salire sul trono imperiale, ma il vecchio doge se ne scusò a cagione della sua grave età, asserendo che amava meglio essere doge di Venezia e finire i suoi giorni nell'amore de' suoi cittadini, che venire imperatore di Costantinopoli, e in sua vece fu eletto Baldovino conte di Fiandra, provincia di Francia.

            Il venerando Dandolo dopo di aver rifiutato il trono imperiale per fare ritorno a' suoi, prima di partire di Costantinopoli, assalito da grave malattia, conseguenza delle ferite riportate in battaglia, finì i suoi giorni fra quelle mura che erano state testimoni delle gesta della sua vecchiezza. Egli morì nel 1205.

 

 

XXII. I guelfi ed i ghibellini.

 

            Dal 1205 al 1240.

 

            Di mano in mano che i Barbari dimoravano in Italia e deponevano la loro ferocia, cessava l'influenza degli stranieri ne' nostri paesi, e questa nostra penisola si andava consolidando in parecchi Stati diversi. Se voi, miei teneri amici, portate gli occhi sopra una carta geografica dell'Italia del medio evo, vedrete che i principali regni di quel tempo erano quello di Napoli, fondato dai figli di Tancredi d'Altavilla, il Patrimonio di San Pietro, di cui vi è nota 1'origine, e considerevolmente aumentato dalla eredità di una contessa di Toscana, chiamata Matilde; ed infine le repubbliche di Venezia, di Genova e di Pisa, le quali per la estensione del loro {278 [278]} commercio e pel numero de' loro vascelli erano divenute potenze assai considerevoli.

            In capo all'Italia vedevasi la Lombardia, quella ricca provincia, ove sorgeva un gran numero di città importanti, come Milano, Pavia, Bologna, Piacenza, Cremona, e la Toscana di cui Firenze e Lucca erano le principali. Quelle città per la maggior parte ricche e popolate situate sotto al più bel clima del mondo erano circondate da bastioni, sormontate da alte torri e difese da profonde fosse; delle quali cose se ne scorge ancora traccia in parecchie città, e quelle vecchie torri che vediamo in Torino ce ne somministrano una rimembranza.

            Mentre le città italiane andavano così consolidando il loro governo, spesso erano molestate da' re ed imperatori stranieri che pretendevano qualche diritto sopra l’Italia. Intanto che si discutevano i diritti colle ragioni e colle armi alla mano, gli uomini più religiosi d'Italia e di Germania pigliarono la parte del Papa, ed altri presero la parte di alcuni sovrani. Dal nome di due illustri famiglie tedesche i partigiani di quei re e di quegli imperatori si denominarono Ghibellini, quelli del Sommo Pontefice Guelfi. Ogni città, ogni provincia, ogni terra, e per poco ogni famiglia conteneva nel suo seno Guelfi e Ghibellini, che si odiavano a morte. Queste maledette discordie durarono più secoli e fecero spargere molto sangue.

            Durante le lunghe contese tra i papi e gli imperatori di Germania, Enrico sesto, figlio di Federico Barbarossa, prendendo in moglie la figlia di Guglielmo re delle due Sicilie, aveva unito tutto quel regno all'impero di Germania.

            Enrico sesto dopo un regno poco onorevole morì lasciando {279 [279]} un figlio di quattro anni conosciuto sotto il nome di Federico Secondo. Costanza di lui madre, trovandosi al punto di morte, affidò la cura del giovane Federico al Sommo Pontefice Innocenzo Terzo. Fatto adulto mandò a vuoto ogni sollecitudine del Sommo Pontefice, e malgrado ogni promessa e giuramento di proteggere la religione, egli volse tutte le sue mire ad estendere i suoi domimi e a soggiogare le varie città d'Italia che governavansi indipendenti a guisa di repubbliche.

            Per opporre una valida resistenza al comune oppressore le città di Torino, Alessandria, Vercelli, il Marchese di Monferrato, Milano, Bologna, Brescia, Mantova, Piacenza, Vicenza, Padova, Ferrara, Treviso e Crema, formaron una convenzione nota sotto al nome di seconda lega lombarda. E poichè comune era il pericolo, comune fu altresì giudicata la difesa: ma il Papa vedendo che trattavasi di venire a grave spargimento di sangue tra soldati e soldati italiani, si adoperò per modo che riuscì a sedare gli animi a condizioni vantaggiose e per l'imperatore e per le città alleate.

            Se non che Federico solito a violare le promesse, corrispose al papa colla massima ingratitudine. Diedesi a perseguitare gli ecclesiastici spogliandoli ed esiliandoli, impose alle chiese ed ai monasteri gravissime contribuzioni, e giunse fino a sollevare i Ghibellini di Roma contro alla persona del Papa. Allora il papa si unì alla lega lombarda, e fatta causa comune coi Veneziani e coi Genovesi, tutti si prepararono contro al comun nemico.

            Federico si risolse di combatterli e opprimerli tutti, e a tale fine si pose alla testa di forte e numeroso {280 [280]} esercito composto di Tedeschi, di Saraceni e di fuorusciti Ghibellini, che in gran numero andavano a congiungersi colle sue genti. Così per la prima volta fu veduta guerra aperta tra Guelfi, rappresentati dalla lega lombarda, dal Papa, dai Veneziani e dai Genovesi, e tra Ghibellini sostenuti dal formidabile Federico. Riesce difficile il descrivere i saccheggi, le oppressioni, le stragi, le carnificine e lo spargimento di sangue, di cui questa guerra fu cagione da ambe le parti. Finalmente l'imperatore ora vittorioso, ora vinto marciò con tutte le sue forze contro alla città di Parma, dove i suoi avevano toccato una grave sconfitta.

            I Parmigiani si opposero valorosamente agli assalitori. La città fu stretta di assedio: terribili furono gli assalti accompagnati da orrende barbarie; terribile ne fu la difesa per due anni. Ciò non ostante quel popolo, minacciato dagli orrori della fame, mirava avvicinarsi il fatal momento di doversi arrendere. Quando un mattino soppraggiugne un gran numero di alleati. Allora facendo una sortita i Parmigiani assalgono improvvisamente l'esercito imperiale, di cui fanno tal macello, che quelli i quali non sono uccisi, sono costretti a darsi a precipitosa fuga.

            Dopo questo memorabile avvenimento Federico pieno di vergogna si ritirò nel suo regno di Napoli, dove pel rammarico delle toccate sconfitte, pel rincrescimento che suo figlio Enzo fosse caduto prigioniero in mano dei Bolognesi, agitato dai rimorsi di essersi ribellato contro alla propria religione, miseramente finì di vivere.

            Dopo Federico, Corrado quarto, di lui figlio e successore, sostenne qualche tempo la causa de' Ghibellini, finchè venne avvelenato per arte di suo fratello Manfredi, {281 [281]} che ambiva succedergli. Corrado lasciò per solo erede dell'impero e del regno di Sicilia un fanciulletto di tre anni di nome Corrado, e per la sua giovanile età chiamato Corredino.

            Credo che non abbiate ancora dimenticato come i Normanni nello stabilirsi in Italia eransi dichiarati vassalli del Papa, la qual cosa rendevali da lui dipendenti, e nessun altro poteva entrare al possesso di quel regno senza il consenso del Papa medesimo. Innocenzo IV, che allora regnava a Roma, vedendo il regno di Napoli senza legittimo sovrano, offerì di cederne il possesso a quello tra i principi dell'Europa, che volesse riconoscersi suddito e protettore della Chiesa, come aveva fatto Roberto l'Intrepido.

            Uno zio di Corradino, di nome Manfredi, quel medesimo che aveva procurato la morte a Corrado quarto, gran guerriero, ma d'indole feroce ed irreligioso, sotto al pretesto di sostenere i diritti del nipote, sostenne altresì accanitamente il partito dei Ghibellini per aprire a se medesimo una strada di giungere al trono. Il giovane Corradino poi era allevato in Germania e viveva tuttora sotto gli occhi di sua madre, quando si sparse la voce che il real fanciullo era morto di malattia.

            A tal notizia i Ghibellini incoraggirono Manfredi a prendere il titolo di re delle due Sicilie; ed egli, che sommamente desiderava quel titolo pomposo, vi acconsentì; ma appena fu incoronato, ebbe notizia che la voce sparsa della morte di Corradino era falsa, ed anzi erano giunti ambasciatori in Napoli, chiedendo istantemente che a Corradino fosse restituito lo scettro che aveva appartenuto a suo padre. Ma i superbi colgono volentieri le occasioni che possono esaltarli, e rifuggono {282 [282]} tutto ciò che potrebbe umiliarli; perciò Manfredi fece venire gli ambasciatori tedeschi al suo cospetto e rispose che egli era salito sul trono, e non voleva più discenderne per cedere il posto a suo nipote; che però dopo la sua morte avrebbe lasciato Corradino unico erede de' suoi stati.

            Tale risposta indispettì l'imperatrice, e lo stesso romano Pontefice minacciò Manfredi della scomunica se non rinunciava a quel trono che per nessun titolo gli apparteneva. In tale frangente essendo l'Italia minacciata dai Tedeschi di fuori, da Manfredi e da' suoi seguaci al di dentro, il papa giudicò bene di ricorrere ad un principe francese di nome Carlo, conte d'Angiò, fratello di S. Luigi re di Francia.

 

 

XXIII. Carlo d'Angiò ed i vespri siciliani.

 

            Dal 1268 al 1285.

 

            Carlo d'Angiò era un principe valoroso, che desiderava acquistarsi gloria, perciò di buon grado deliberò di trasferirsi in Italia per sedare il tumulto cagionato dai Ghibellini, e così impadronirsi del regno di Napoli.

            Viene pertanto in Italia con numerosa cavalleria e fanteria, entra nel regno di Napoli e va ad incontrare Manfredi, il quale erasi pure ben apparecchiato a fargli fronte. Ma l'avvicinarsi dei Francesi avea sparso il terrore ne' suoi baroni, e quando Manfredi intimò a' suoi di porsi in atto di battaglia, si accorse con dolore che molti di essi tremavano di spavento.

            Tuttavia i due eserciti vennero a fronte, e si incontrarono sulle rive del fiume Calore che separa gli Stati {283 [283]} del Papa dal regno di Napoli, a poca distanza della città di Benevento. Qui si appiccò un sanguinoso conflitto nel quale Manfredi fece prodigi di valore; ma egli, ribellandosi contro al Vicario di Gesù Cristo, erasi reso indegno della protezione del cielo, perciò ogni suo sforzo tornò vano; i suoi baroni lo abbandonarono, quasi tutto il suo esercito sbandato si diè alla fuga. Allora egli disperato si getta dove più ferve la mischia, e cade sotto a' colpi dei Francesi, i quali attoniti di trovare tanto coraggio in un semplice cavaliere, lo uccisero senza conoscerlo.

            Il partito dei Ghibellini, indebolito per la morte di Manfredi, si rivolse al giovane Corradino, il quale nell'età di sedici anni appena dava già indizio di possedere sublimi qualità. I Ghibellini lo riguardavano come l'unico loro sostegno, e lo invitarono a venire in Italia. La madre di Corradino era desiderosa di vedere un giorno più corone sul capo di suo figlio. Corradino stesso era ansioso di assicurarsi il regno, cui giudicava avere diritto.

            Inoltre i più illustri Ghibellini di Pisa, di Napoli e di altre città d'Italia sollecitavano Corradino a venire presto in Italia, assicurandolo, che al suo avvicinarsi tutti sorgerebbero per esterminare i Guelfi.

            Corradino acconsentì, e i più potenti signori della Germania corsero sotto le sue bandiere ed un gran numero di guerrieri a circondarlo de' loro formidabili squadroni; ma fra tutti era distinto Federico duca di Austria, già segnalato in molte guerresche imprese.

            All'avvicinarsi dell'esercito tedesco, i Saracini di Sicilia, quei medesimi che avevano già fatto tanto male all'Italia, fedeli amici di Manfredi, tutti i Ghibellini {284 [284]} della Lombardia, presero le armi per unirsi a lui. La notizia di quella immensa rivolta empiè di spavento Carlo d'Angiò, il quale era stato colto quasi all'improvviso, essendosi eseguiti tali preparativi di guerra colla massima segretezza.

            Corradino si avanzò a Roma, d'onde il Papa era partito a precipizio per ricoverarsi in una città vicina. Allora i Ghibellini di Roma offersero al principe tedesco un buon numero di soldati e tutti quei tesori, che il Papa nella sua fuga aveva dovuto abbandonare nelle Chiese. Questo disprezzo per la religione, miei cari giovani, era un tristo presagio; e vorrei che stesse ben impresso nelle vostre menti come il disprezzo della religione ci tira addosso l'ira del cielo. Corradino adunque, giunto ai confini del regno di Napoli, seppe che Carlo gli veniva incontro con un esercito più debole del suo, e si rallegrò nella speranza dell'esito felice di un avvenimento, che doveva decidere del suo destino. Ma furono deluse le sue speranze.

            I due eserciti non tardarono a trovarsi a fronte in una vasta pianura che si estende intorno ad una città detta Aquila a poca distanza del mare Mediterraneo. Colà si agitarono per l'ultima volta le sorti degli imperatori di Germania tra i Guelfi e i Ghibellini. L'ardente valore di Corradino non valse contro alla consumata esperienza del principe francese. Egli ebbe il dolore di vedere il suo esercito posto in rotta e distrutto dai soldati di Carlo; ed egli stesso, avviluppato dai fuggiaschi col valoroso Federico d'Austria, cadde nelle mani del suo rivale.

            Egli è certamente, miei cari, una gloria grande per un guerriero il saper vincere, ma è da uomo glorioso e {285 [285]} magnammo il valersi con moderazione della vittoria. La qual cosa non fece Carlo d'Angiò. Egli invece di tenere rinchiusi quei due guerrieri, o assicurarsi altrimenti della loro persona, fece radunare alcuni giudici cui indusse a pronunciare la sentenza di morte contro a quei due valorosi sventurati.

            Il giovane Corradino giuocava agli scacchi col duca Federico, quando si andò ad annunciare loro la sentenza che li condannava a perdere la vita. La qual sentenza fu immediatamente eseguita. Giunto Corradino sul palco del patibolo, si tolse da se stesso il manto reale; e dopo aver fatto in ginocchioni una breve preghiera, si rialzò esclamando: o madre mia! mia povera madre! che triste nuova stai per ricevere!

            Ma nemmeno Carlo d'Àngiò appagò la comune aspettazione; e appena si vide tranquillo possessore del suo regno ne divenne in mille maniere l'oppressore, disprezzando lo stesso Romano Pontefice che lo aveva invitato a portare soccorso ai popoli di Sicilia e di Napoli, e di cui erasi costituito rispettoso vassallo. Per 17 anni aveva regnato Carlo sugli abitanti delle due Sicilie, e per altrettanti anni quei popoli erano stati avviliti o spogliati dai commissarii reali; cosicchè il giogo straniero era divenuto insopportabile.

            Il malcontento divenne generale a segno, che scoppiò una ribellione in Palermo per un accidente che sono per raccontarvi.

            Fra i molti che furono oppressi da Carlo, fuvvi un certo Giovanni di Procida, cui erano stati confiscati i beni per ordine del re. Egli era un dotto e nobile cittadino di Palermo, il quale, sdegnato di vedere i popoli di Sicilia oppressi dalla tirannia dei Francesi, eccitò {286 [286]} Pietro re di Aragona, che aveva sposato una figlia del famoso Manfredi, e lo risolse a venire alla conquista del regno di Sicilia. Molti baroni ed altri nobili personaggi aspettavano solamente qualche novella occasione per dar principio alla rivolta, e non tardò molto a presentarsi.

            Nel giorno 30 marzo del 1281 nella seconda festa di Pasqua, un soldato francese fu tanto insolente e villano da porre le mani addosso ad una fanciulla, che si avviava modestamente alle nozze. Il fidanzato, ossia lo sposo, venne alle mani col francese e nel trasporto del suo sdegno 1'uccise. Tale insulto infiammò gli animi già commossi dei Siciliani, e il desiderio di vendicarlo si propagò in un momento fra i molti parenti degli sposi. Da tutte le parti si grida: muoiano i Francesi. Palermo intera levossi in armi; il popolo si precipitò sui Francesi e ne fece orribile strage. Lo stesso fecero altre città della Sicilia. Quella strage fu denominata i Vespri Siciliani, perchè quando la gente cominciò a gridare alle armi! alle armi! suonava appunto la campana del vespro.

            Alla notizia di questa sommossa il re Carlo corse con buon esercito per acquetare i tumulti, ma essendovi sopraggiunto Pietro d'Aragona, i Siciliani si diedero a lui, e Carlo dopo molti infortunii col dolore di aver interamente perduto il regno di quell'isola, si dice che abbia finito col darsi volontariamente la morte l'anno 1285.

            Pietro di Aragona venne riconosciuto re della Sicilia, e con un regno paterno riparò in parte ai mali che i re antecessori avevano cagionato a quel paese. In mezzo a quelle terribili stragi un solo francese di nome Guglielmo, governatore di una città, scampò all'eccidio {287 [287]} de' suoi cittadini; esso aveva sempre operato con umanità e giustizia; e per questi suoi meriti salvò la vita a se stesso e alla sua famiglia. Ricordatevi, giovani miei: chi fa male trova male; al contrario gli uomini dabbene sono sempre rispettati anche fra i maggiori disordini; perchè chi fa bene trova bene.

 

 

XXIV. La Repubblica di Genova e la battaglia della Meloria.

 

            Dall'anno 1268 al 1288.

 

            La città di Genova, miei cari, era già molto rinomata al tempo dei Romani. E mediante 1'operosità de' suoi cittadini essa divenne poco per volta una città importantissima. In mezzo alle varie invasioni dei barbari i Genovesi eransi quasi sempre conservati indipendenti. Quando poi Carlomagno venne ad impadronirsi della Italia, anche Genova se gli sottopose, ma dopo la morte di quell'imperatore continuò a reggersi in forma di repubblica siccome facevano le città di Venezia e di Pisa. Perlo spazio di cinquantaquattro anni, Genova rimasta libera da ogni influenza straniera, potè divenire rinomatissima pel suo commercio e per l'industria de' suoi abitanti. Siccome non sapete forse ancora bene che cosa sia commercio, tenterò di darvene un'idea. Nei tempi antichi non era ancora inventato l'uso delle monete, ma fra i primi uomini, come vi ho raccontato nella storia sacra, gli uni si diedero a coltivare la terra, altri a custodire le greggi, od alla caccia degli animali selvaggi.

            L'agricoltore, che non aveva abito per coprirsi, andava a trovare il cacciatore od il pastor suo vicino, e gli {288 [288]} offeriva di cangiare una certa quantità di grano contro una pelle di bestia, od alquanta lana di pecora o di montone, a fine di avere una veste per l'inverno. Di buon grado corrispondevano il cacciatore od il pastore perchè con quel poco di grano si provvedevano di cibo per una parte dell'anno. Questo cambio di prodotti, che primieramente si faceva da ognuno al minuto per sue particolari necessità, prese a poco a poco a praticarsi in grande da alcune persone per professione e per amore di guadagno, e quindi anche nazioni intere ne fecero la loro principale occupazione. Converrà adunque che riteniate a mente, che colui il quale cangia i prodotti delle sue terre, delle sue mandre o della sua caccia con altre robe, egli esercita il commercio e si chiama mercante. Ma guari non andò che l'oro fu scelto come rappresentante generale di tutte le merci. Già dai tempi di Abramo 1'oro si adoperava ridotto a verghe e lamine, delle quali si tagliavano pezzi più o meno lunghi che si pesavano sulle bilancie, secondo la maggiore o minor somma che si doveva sborsare; solamente al tempo de' Maccabei il popolo ebreo cominciò ad usare monete coniate. Dopo che fu inventato l'uso delle monete, si ebbe molta agevolezza nel commercio, perciocchè esse facilmente si cangian con qualsiasi merce.

            Gli abitanti di Genova, per la maggior parte marinai od artigiani, favoriti dalla loro posizione sul Mediterraneo, portavano i loro prodotti ne' più lontani paesi, e ne riportavano in cambio seta, gemme, incenso, pepe, canella ed altri aromi dell'India o dell'Arabia. La coltura del gelso bianco, che Roggero Guiscardo portò in Sicilia, fu altresì una sorgente di ricchezze per Genova {289 [289]} e per tutta l'Italia, perciocchè l'introduzione di quel utile albero e l'educazione del baco da seta resero comuni i prodotti preziosi, che prima si andavano a cercare con grandi spese in varie regioni dell'Asia. Però in mezzo alle sollecitudini del commercio i Genovesi non tralasciavano d'impugnare le armi e dar segni di prodezza e coraggio qualora fossene il bisogno.

            Poco lungi dal Genovesato stava la città di Pisa, emula di Genova sì nel commercio per mare, e sì nel procacciar di assoggettare al suo dominio altre città e terre. Eransi i Pisani appropriate alcune tene possedute dai Genovesi nell'isola di Corsica. I Genovesi, i quali non potevano vedere senza invidia le prosperità sempre crescenti dei Pisani, colsero questa occasione per dichiarare loro la guerra. Spedirono una flotta per impadronirsi della loro città; ma questi, che da gran tempo desideravano di misurarsi coi Genovesi, apparecchiarono un numero quasi eguale di galere, sulle quali imbarcarono una gran quantità di soldati e di marinai.

            I Genovesi avevano per capi due dei principali signori della loro repubblica, chiamati Doria e Spinola, ambidue illustri pel loro coraggio e per l'importanza delle loro famiglie. Fra i Pisani si distinguevano il Podestà Morosini, ed il conte Ugolino, che divenne prestamente celebre nella storia. Le due flotte s'incontrarono nel mare vicino ad un'isoletta chiamata Meloria, a poca distanza da Pisa, dove si appiccò fiera battaglia fra quelle armate composte di marinai famosi del pari pel loro coraggio e per la loro perizia nell'arte di navigare.

            Egli fu, miei cari, terribile a vedersi quel combattimento fra due popoli i più pratici del mare in quel {290 [290]} tempo, i quali pugnavano con valore eguale, e con eguale abilità. Per un buon pezzo la vittoria rimase incerta, ed i Genovesi cominciavano già a disperare dell'esito di quella lotta accanita, allorchè il conte Ugolino, come se fosse stato atterrito dagli sforzi dei nemici, lasciò a precipizio il campo di battaglia, traendo con sè la maggior parte delle galere pisane. I capitani di Pisa, i quali, ad esempio di Morosini, continuarono a combattere contro ai Genovesi, trovatisi a fronte di nemici, di gran lunga superiori pel numero, non lardarono ad essere sopraffatti per modo, che tutti coloro, i cui vascelli non furono mandati a fondo, caddero in mano dei vincitori insieme con Morosini medesimo e con lo stendardo della repubblica.

            I Genovesi condussero nel loro porto più di diecimila prigionieri ed il mare rigettò sulle rive vicine i cadaveri di un gran numero d'infelici che erano morti in battaglia. La disfatta della Meloria, cari giovani, è un avvenimento ragguardevolissimo, perchè esso fu il primo crollo dato alla potenza di Pisa, di cui i proprii cittadini colle loro discordie affrettarono la rovina.

            Pisa era al colmo dei mali. Priva di uomini, di navi, di danaro e di commercio aveva eccitati contro di sè tutti i Guelfi di Toscana, cioè i Fiorentini, i Pavesi, i Lucchesi ed altri popoli istigati massimamente dai Genovesi. Essendo Pisa una città Ghibellina, che aveva maltrattati alcuni cardinali e vescovi, non poteva ricorrere agli aiuti del sommo Pontefice, laonde si rivolse direttamente a Genova chiedendo pace. Ma le condizioni ne erano talmente dure, che gli stessi Pisani tenuti colà in prigione sconsigliarono di conchiudere una pace cotanto vergognosa. {291 [291]}

            Respinta dai Genovesi Pisa si indirizzò ai Fiorentini, e questi promisero di proteggerla a patto, che per l'avvenire seguisse la parte Guelfa, cedesse loro alcune terre, e li lasciasse padroni di Porto-Pisano, che oggidì chiamiamo Livorno.

            Il conte Ugolino, Guelfo di professione, che aveva trattati questi affari, seppe approfittarne per sè, e dopo di aver cacciato i Ghibellini da Pisa, ottenne di essere fatto padrone della città per anni dieci. Siccome colle dubbiezze e colle iniquità aveva occupato il dominio di Pisa, così con eguali arti si guadagnò l'amicizia dei Fiorentini e dei Lucchesi cedendo loro alcuni castelli ed alcune terre; e così invece di difendere la patria, ne diveniva il traditore.

            Il podestà tentò di frenare quell'abuso di potere, ma non fu più a tempo, perciocchè Ugolino lo mandò tosto in esilio, e così divenne padrone assoluto della repubblica.

            Volgendosi un dì con animo temerario a non so qual cittadino, gli disse: ebbene che cosa mi manca adesso? Nulla, rispose l'altro, fuorchè la collera di Dio.

            Ugolino colle sue prepotenze s'era inimicato i più ragguardevoli Pisani, fra cui 1'arcivescovo Ruggieri. Nemmeno curavasi di affezionarsi i minori cittadini; i quali opprimeva con insopportabili gabelle. Un suo nipote fu abbastanza coraggioso di esporgli i lamenti e la miseria del popolo. Sapete qual fu la risposta di Ugolino? ... Una pugnalata. Un parente dell'arcivescovo, accorso per difendere quello sventurato da nuovi colpi, fu sul medesimo istante trucidato. Era impossibile che un uomo reo di tante nefandità potesse regnare, anzi potesse vivere. Infatti non passò molto {292 [292]} tempo, che i Pisani si sollevarono, combatterono i seguaci del tiranno, appiccarono il fuoco al palazzo ove egli risiedeva, e presero Ugolino con due suoi figliuoli e due piccoli nipoti, e li chiusero in una prigione.

            Sebbene il conte Ugolino fosse colpevole di molti misfatti, tuttavia i suoi figliuoli e nipoti erano innocenti, ed avrebbero dovuto essere risparmiati. Ma quei cittadini nel trasporto del loro sdegno gettarono le chiavi della prigione nel fiume Arno, e li fecero perire tutti cinque di fame. Ugolino però fu prima straziato dal miserando spettacolo de' figliuoli e nipoti, i quali ad uno ad uno sfiniti dall'inedia, gli caddero morti a' piedi. Questa orrenda scena ci è narrata in sublimi versi da un poeta Fiorentino detto Dante Alighieri, di cui presto avrò a parlarvi.

            Ne' fatti, che vi ho di sopra esposto, o miei giovani, dobbiamo fare un profondo riflesso sopra quella grande Provvidenza che veglia sul destino, e sulle azioni degli uomini. Fu già un tempo che i Pisani soggettaron Amalfi ad orribile saccheggio; ed ora sono eglino stessi costretti a vedere la loro città in preda ai maggiori disastri. Il conte Ugolino fu crudele verso la patria ed aveva fatto perire in carcere molti suoi concittadini; ed egli stesso prima di morire dovette provare tutti gli orrori di rabbiosa fame. Quanto sono terribili i giudizi di Dio!

 

 

XXV. Cimabue e Giotto pittori.

 

            Dal 1276 all'1320.

 

            Le belle arti, miei cari amici, cioè la pittura, la scultura e l'architettura, che dopo Costantino erano andate in decadimento, cominciarono a ristorarsi in Roma, {293 [293]} grazie ai bisogni che occorrono pel culto religioso. Firenze pure essendo ricca contribuì assai al progresso di queste scienze.

            Il ristoratore della pittura ed architettura fu un Fiorentino chiamato Gioanni Cimabue, il quale visse ai tempi di Carlo d'Angiò, re delle due Sicilie, di cui ebbi già occasione di parlarvi. Questo principe benchè avesse molti difetti, amava però assai le scienze; passando per Firenze visitò i lavori di Cimabue e lo ricolmò di elogi. In quella medesima occasione il pittore avendo terminata una Vergine destinata ad una chiesa di quella città, il popolo, come per celebrare l'arrivo del re e il termine della immagine, si affollò intorno alla casa del pittore, prese il quadro e fra il suono di musicali strumenti e le grida di gioia, lo portò sino a quel luogo in cui doveva essere collocato.

            Cimabue coltivava anche con buon successo la pittura sul vetro, e i lavori a fresco sopra le mura, vale a dire sapeva adattare i colori sopra le mura quando è ancora umida la calce.

            Fra gli allievi di Cimabue fuvvi il famoso Giotto, che è diminutivo di Angiolotto, rinomatissimo pittore, scultore e architetto. Egli era di Vespignano, villaggio non molto distante da Firenze. Suo padre, che era contadino, mandava Giotto all'età di dieci anni a pascere le pecore; e il buon fanciullo le conduceva qua e là nei prati; ma invece di starsene oziosamente sdraiato come pur troppo mal usano molti pastorelli, prendeva diletto a delineare sull'arena o sulle pietre i contorni delle cose naturali che più gli ferivano la fantasia.

            Un dì mentre con un sasso appuntato stava disegnando una sua agnellina su d'una lastra pulita, passò {294 [294]} colà il Cimabue, e stupì egli vedendo, come un fanciullo, senza studio alcuno, sapesse figurare sì bene una pecora. Allettato dalla manifesta disposizione per l'arte, e dalle pronte risposte di Giotto, gli domandò se voleva venire a stare con lui. Giotto, che rispettava soprattutto i suoi parenti, gli rispose: «volentieri, o signore, ma prima è necessario che se ne contenti mio padre; cui per nessuna cosa del mondo io disubbidirei.»

            Il padre accondiscese di buon grado, e Cimabue condusse Giotto a Firenze, ove prese ad istruirlo con amore nella pittura.

            Il giovane era così attento e docile agli ammaestramenti di Cimabue, che presto diventò il primo pittore de' suoi tempi. Gli uomini più ragguardevoli della città, e tra questi l'insigne poeta Dante Allighieri, trattarono con lui domesticamente ed era universalmente ammirato per 1'acutezza e piacevolezza del suo ingegno. Una volta essendo Cimabue uscito fuor di bottega, Giotto dipinse una mosca così al naturale su di un ritratto colorito dal maestro, che tornando a casa Cimabue, e mirando la mosca, si mise a scacciarla colla mano, persuaso che fosse veramente viva: del che molto risero i garzoni e quelli che erano allora nella bottega.

            Accadde a quei tempi che il Papa volendo ornare con magnifiche pitture la chiesa di S. Pietro, mandò una persona intelligente a visitare i più valenti maestri, acciocchè ne ponderasse il merito, e gli riportasse le prove dei migliori. Quell’inviato raccolse i più bei disegni che potè avere dai pittori da lui visitati; i quali tutti avevano sfoggiato nella perizia loro, colla speranza di venire eletti ad eseguire le pitture di S. Pietro di Roma. {295 [295]}

            Il gentiluomo, giunto in Firenze, andò una mattina nella bottega di Giotto, e gli espose la mente del Papa, ed in ultimo gli chiese qualche suo disegno per mandarlo a Sua Santità. Giotto, che era garbatissimo, prese un foglio, ed in esso con un pennello tinto di rosso, fece senza compasso un tondo perfetto. Pareva che poco provasse quel semplice tondo; perciò tenendosi quasi per beffato, disse: non ho io ad aver altro disegno che questo? Cui rispose Giotto: «Egli è anche troppo, mandatelo a Roma insieme con gli altri, e vedrete che ben sarà conosciuto.»

            Così fu; perciocchè il Sommo Pontefice e molti valenti artisti conoscendo la gran difficoltà di segnare un circolo perfetto senza aiuto di strumenti, giudicarono che Giotto superava tutti i pittori del suo tempo. Laonde il Papa chiamò lui con onori e buoni stipendii a dipingere nella tribuna e nella sagrestia di S. Pietro. Da questo fatto nacque il detto che si usa riguardo agli uomini di poco ingegno: sei più tondo dell'O di Giotto.

            Salito al soglio pontificio Clemente V, il nuovo papa ebbe sì caro Giotto, che la sede pontificia essendosi trasferita in Avignone città di Francia, egli fu invitato a seguirlo. Giotto andò col Santo Padre in Francia, e in molte città di quella lasciò bellissime pitture.

            Nell'anno 1316 Giotto si restituì alla patria carico di doni preziosi e d'onori. Ma non gli fu possibile di fermarsi molto in Firenze; perchè in tutte le grandi città d'Italia eravi chi invitavalo per avere a qualunque prezzo de' suoi lavori. Lo stesso re di Napoli il chiamò in Santa Chiara e nella Chiesa reale. Tanto piaceva al re l'ottimo artista, che spesso si tratteneva famigliarmente con lui, mentre egli stava facendo i suoi disegni. {296 [296]}

            Ma l'anno 1336, poco dopo essere venuto dalla Lombardia a Firenze, passò munito de' soccorsi divini, da questa a miglior vita. Fu egli pianto da ogni ordine di persone, seppellito in una chiesa consacrata alla santa Vergine, ed egli stesso prima di morire aveva dimostrato vivo desiderio di essere sepolto in quella chiesa, che aveva tanto, abbellita co' suoi lavori.

            Giotto era nato contadino, eppure collo studio e colla virtuosa sua condotta si acquistò molti onori in vita ed una fama immortale.

 

 

XXVI. Dante e la lingua italiana.

 

            Dal 1265 al 1321.

 

            L'Italia finchè fu soggetta ai Romani adoperava la lingua latina, ma questa si andava a poco a poco corrompendo. Alla venuta dei barbari, che usavano i loro barbari dialetti, questa lingua si guastò sempre più; giacchè essi per adattarsi all'intelligenza generale, volendo dettare le loro leggi in latino (che tuttavia esistono) lo guastavano orrendamente introducendo nuovi vocaboli e non curando punto i casi che soglionsi chiamar genitivo, dativo ecc. Sentivano per esempio le persone che più volte parlando latino dicevano: da mihi illum pattern; i barbari volendo dire lo stesso corrompevano le parole dicendo: da mi il pane, che è quanto dire: dammi quel tozzo di pane. Vennero le crociate, e perchè le nazioni di Europa si mescolarono tra loro per quella grande impresa, e tutti udirono i nuovi linguaggi d'Oriente, il guasto si aumentò ognora più. Erano pertanto in Italia due lingue, la latina usata {297 [297]} nelle leggi, negli atti notarili e nelle prediche; eravi poi la lingua del volgo detta perciò volgare, nata da tutte le anzidette corruzioni.

            Siccome il volgo stentava a capire il linguaggio latino, così S. Francesco d'Assisi, per meglio giovare al prossimo, cominciò a scrivere in lingua volgare un libro divoto. Altri scrittori presero pure a servirsi della lingua volgare in argomento di solazzo, come in poesia, sonetti e simili, e già veniva usata nei discorsi che facevansi pubblicamente nelle repubbliche per trattare gli affari di generale interesse. Sorse finalmente Dante Allighieri fiorentino, il quale pigliandola dalla bocca del popolo, la sottomise a certe regole grammaticali. Fin dalla sua fanciullezza egli profittò molto dell'assistenza e dei lumi di certo Brunetti suo maestro, che gli portava grande amore. Con uno studio indefesso e colla forza della sua gran mente, giunse a guadagnarsi una celebrità universale.

            Giunto a quell'età in cui ognuno deve contribuire all'utile della patria, volle abilitarsi alla carriera dei pubblici impieghi. Ma poichè in quel tempo niuno potea aspirare ad un pubblico impiego, se prima non facevasi ascrivere a qualche classe di artigiani; così Dante si fece ascrivere all'arte degli speziali.

            In quel tempo in cui quasi tutte le città d'Italia erano divise nei due partiti de' Guelfi e Ghibellini, egli aveva avuto un maestro Guelfo, ed egli pare si rese illustre in molte imprese, combattendo valorosamente contro ai Ghibellini.

            Generalmente chiamavansi Ghibellini quelli che desideravano in Italia il dominio dell'imperatore di Germania; e dicevansi Guelfi quelli che favorivano in Italia la dominazione del Papa. {298 [298]}

            Dante dimostrò pure il suo grande ingegno e valore in quattordici missioni politiche, le quali avevano lo scopo di porre un termine a quelle antiche sanguinose contese. In premio degli importanti servigi prestati alla patria meritò di essere innalzato ad una delle prime cariche di Firenze; la qual carica però lo espose a fiere inimicizie ed a gravi pericoli per le discordie cagionate dalla fazione così detta dei bianchi e dei neri, la cui origine io voglio farvi conoscere.

            In Pistoia, città non molto distante da Firenze, nacque casualmente una rissa fra Lore e Geri, che erano due giovani di due illustri famiglie. Nella rissa Geri fu leggermente ferito. Il padre del feritore dolente di tale offesa obbligò suo figlio a portarsi in casa di quel giovane per fargli scusa. Tale atto invece di essere gradito, come di certo meritava, irritò maggiormente 1'animo feroce del padre di Geri; il quale ordinò a' suoi servi di afferrare Lore e di tagliargli una mano. Poscia lo rimandò dicendogli: torna a tuo padre, e digli che le ferite si medicano col ferro e non colle parole.

            Affronto sì barbaro produsse in tutti la più viva indegnazione! I parenti e gli amici di Lore al vederlo privo di una mano e grondante di sangue montarono in furore, presero le armi e raccolsero seguaci. Quelli della parte avversaria si prepararono alla difesa e così dall'unione di quelle famiglie si formarono due fazioni una chiamata dei bianchi, perchè uno dei principali loro capi apparteneva ad una famiglia di tal nome; l'altra si nominò dei neri, per avere un nome contrario a quello dei bianchi. Vennero tra loro alle mani, e dopo alcune zuffe e l'una parte e l'altra implorarono l'aiuto dei Fiorentini. Alcune famiglie di questi si dichiararono {299 [299]} per un partito, altre per l'altro ... ed i bianchi trovarono un saldo appoggio nella persona di Dante.

            Ma in quel momento Firenze detestava le discordie e lo spargimento del sangue; i bianchi sostenuti dai Ghibellini furono vinti; e Dante che aveva avuta gran parte in quelle discordie, mentre trovavasi in Roma per una ambasceria presso il Pontefice, venne condannato ad essere arso vivo. Allora egli si unì apertamente coi Ghibellini ed altri ribelli, e tentò di rientrare a mano armata nella sua patria. Ma il cielo non benedice i ribelli della patria, perciò Dante da quel momento in poi dovette sempre andar errando di paese in paese. Però il suo grande ingegno gli trovò presto amici e protettori prima in Verona, quindi presso al conte Guido di Ravenna. In questo suo esiglio compose la maggior parte del suo famoso poema intitolato: la Divina Commedia, nella quale prese a descrivere, secondo la sua fervida fantasia, il paradiso, il purgatorio e l'inferno; opera maravigliosa, che formerà mai sempre la gloria della poesia italiana. Sebbene Dante avesse un'indole bizzarra e vendicativa, aveva però molte buone qualità. Era dotato d'ingegno riflessivo, parlava poco, ma diceva parole pesanti. Poneva nello studio grandissima attenzione; e nessuna cosa valeva a distorlo quando era assorto in esso. Racconta il Boccaccio, altro celebre letterato vissuto nel secolo di Dante, che questo illustre poeta trovò un giorno nella bottega d'uno speziale certo libro, che desiderava di conoscere. Si pose tosto a leggerlo con avidità, e vi studiò sopra per sei ore continue senza mai alzare gli occhi e senza nemmeno sentire lo strepito di una brigata di nozze, che passò dinanzi alla bottega ove egli stava leggendo. {300 [300]}

            Questo uomo straordinario morì in Ravenna in età di 66 anni; e morì addolorato per non aver più potuto rivedere l'amata patria, siccome aveva costantemente desiderato.

 

 

XXVII. Corso Donato. Il duca d’Atene. La gran compagnia.

 

            Dal 1321 al 1343.

 

            Ora che vi ho raccontata la vita del padre della lingua italiana, Dante Allighieri, giudico bene narrarvi alcuni fatti particolari, che nel medesimo tempo accaddero. Nelle sanguinose gare fra i bianchi ed i neri, si rese celebre un uomo superbo ed ambizioso di nome Corso Donato. Costui asolo fine di rendersi padrone della città di Firenze erasi posto di buon grado dalla parte dei neri, cui eransi congiunti i Guelfi. Non ostante la scaltrezza con cui conduceva le sue macchinazioni, il popolo, scoperte le trame di Donato, lo assediò nel proprio palazzo, ove non potendosi più difendere tentò di fuggire; ma fu raggiunto e ucciso appena uscito di città. La superbia e la prepotenza condussero Donato a fine sì miserabile. Molti suoi seguaci finirono del pari miseramente.

            I disordini crescendo ogni giorno più nella misera repubblica di Firenze, quei cittadini stanchi dai lunghi e continui disastri ricorsero al duca di Calabria, affinchè mandasse loro un personaggio capace di proteggere i buoni, e acquietare i ribelli. Il duca di Calabria ascoltò quelle suppliche e spedì ai Fiorentini un certo Gualtieri, soprannominato il duca d'Atene.

            Era costui un furbo scellerato, che fingeva di amare il popolo, e in realtà non cercava che di opprimerlo per {301 [301]} arricchire se stesso. Appena egli giunse al potere, ne fece il più tristo abuso.

            Abbattè e mandò in esilio i nobili, che egli chiamava oppressori della patria; levò le armi a tutti, depose quelli che erano in autorità, e vi sostituì alcuni suoi amici e compagni di ventura; diede la libertà a tutti i prigionieri; accrebbe le imposte e ne creò delle nuove. A tale abuso di autorità il popolo cominciò a lagnarsi e si accorse, che colui, il quale era venuto per difenderlo, era divenuto un vero e crudele tiranno. Quel superbo invece di ascoltare i lamenti de' Fiorentini si mise a far peggio; pronunciò sentenze ingiuste; fece carcerare, battere ed uccidere persone innocentissime. Quindi nessuna maraviglia, se vi furono di quelli, che pensarono in segreto a liberarsi da un uomo sì malvagio.

            Il duca, come ebbe sentore della congiura ordita contro di lui, pensò di sopraffare ed opprimere i suoi nemici, ma i migliori cittadini uniti col popolo pigliarono le armi e si sollevarono. Gualtieri con alcuni soldati ritiratosi in un palazzo tentò difendersi; ma i suoi amici lo abbandonarono, perchè i perfidi non hanno veri amici: e nemmeno questi compagni di scelleratezze poterono salvarsi, imperocchè furono tutti trucidati in mezzo al furore della plebaglia. II duca medesimo a stento ottenne di poter uscire dalla città fra l'esecrazione e il disprezzo universale, dopo aver tiranneggiato dieci mesi la città di Firenze.

            Mentre succedevano questi fatti particolari, una grave calamità venne a funestare l'Italia. Un certo Guarnieri, duca tedesco, capitano di ventura, bramoso di gloria e di ricchezze, propose ad alcuni avventurieri di andarsi a cercare fortuna colla forza. Tale proposta piceque {302 [302]} molto, e subito una squadra di sfaccendati unendosi a Guarnieri, lo elessero per loro capo. Molti Italiani turbolenti danno loro segretamente danari; e molte squadre dalla Toscana e dalla Lombardia corrono ad ingrossare quella truppa, che prese il titolo di grande compagnia.

            Ad ogni passo soldati, donne, ragazzi e tutta la feccia d'Italia loro si aggiungeva portando così ovunque il terrore e io spavento. Il loro capo portava sul petto una piastra d'argento, sulla quale si leggeva Duca Guarnieri, Signore della gran compagnia, nemico di Dio, di pietà e di misericordia.

            Questi terribili masnadieri traversarono la Toscana, parte di essa mettendo a ferro ed a fuoco, parte costringendo a pagare enormi somme di danaro per non essere saccheggiata. Quasi il medesimo fecero nella Romagna, ma rivolgendosi verso la Lombardia, trovarono le città di Ferrara, di Bologna, di Ravenna, di Piacenza e di Imola armate e pronte ad opporsi al loro cammino. Dopo alcuni combattimenti, scorgendo inutile ogni sforzo, Guarnieri ottenne di poter passare liberamente; indi entra in Lombardia, saccheggia e diserta il ducato di Modena e di Reggio, e al fine carico di danaro e di prede, a squadra a squadra co' suoi fa ritorno in Germania per divorare nei bagordi le spoglie rapite all'Italia.

            Fu questo uno dei primi segnalati esempi delle compagnie di ventura, cioè di quelle compagnie che facevano guerra non per obbligo, ma per cercare onore e fortuna. Noi vedremo nel progresso di questa storia, molti esempi di simil fatta.

 {303 [303]}

 

 

XXVIII. I papi in Avignone.

 

            Dal 1307 al 1367.

 

            Allorchè vi ho parlato dello stabilimento della sede pontificia nella città di Roma, abbiamo altresì potuto osservare come questa città da capitale dell'impero Romano sia divenuta capitale del cattolicismo. Pareva che il Papa, vescovo di questa città, non dovesse cangiare la sua dimora. Pure per una serie di tristi avvenimenti dovette abbandonare la sede di Roma, e trasferirsi ad Avignone, grande e bella città della Francia, situata sulle rive del fiume Rodano.

            La cagione di questa transazione derivò dalle oppressioni fatte da Filippo il bello re di Francia e di Napoli. Costui favorì molto i ribelli di Roma, e specialmente la famiglia detta dei Colonna e degli Orsini, i quali erano tutto rabbia contro al Romano Pontefice. Filippo mandò un suo generale chiamato Nogaret, il quale, dopo aver costretto il Romano Pontefice a fuggire nella città di Anagni, si portò colà armata mano alla testa di iniqua sbirraglia, la quale mandava insane grida contro al Papa. Se gli presenta il generale francese e in tuono minaccioso a nome della corte di Francia impone a Bonifacio o di accondiscendere a quanto desiderava il re (che pretendeva cose illecite), o sarebbe stato condotto in Lione per essere deposto, n pontefice pacatamente rispondeva: «per la fede di Cristo e per la sua Chiesa son disposto a soffrire volentieri qualsiasi cosa, ed anche la morte.»

            Per tre giorni il Papa restò come prigione nel proprio {304 [304]} palazzo ove soffrì mille insulti ed abiezioni specialmente per parte di un romano chiamato Sciarra Colonna, il quale giunse a tale scelleratezza sino a dargli un forte schiaffo e lo avrebbe pur anche ucciso, se non fosse stato rattenuta dallo stesso Nogaret meno feroce di quella belva. Intanto la prigionia del Pontefice dispiaceva oltremodo a quei di Anagni, i quali prima mossi a compassione, indi a furore, impugnarono le armi, cacciarono via i sacrileghi, ed uniti a quelli che da Roma erano accorsi a liberare il loro padre e sovrano lo condussero sano e salvo nella sua sede tra le acclamazioni e gli applausi della fedele città.

            Ma fu di breve durata il contento di Roma; imperciocchè trentatrè giorni dopo il suo ritorno il Papa morì consumato dagli anni e sfinito dalle oppressioni. Dopo questo avvenimento i Papi non ebbero più libertà in Roma, anzi i cardinali incontravano gravissime difficoltà per radunarsi ad eleggere un successore al defunto Pontefice. Per questi motivi il Pontefice Clemente V, vedendo l'Italia insanguinata da orribili fazioni, e da inimicizie spietate ed implacabili, scorgendo essere impedita la libertà della Chiesa, se continuava a dimorare in Roma, trasportò la Romana Sede in Avignone, amando meglio accomodarsi a volontario esilio, che assistere a tante stragi e rovine. In tal guisa Avignone divenne la stanza dei Papi per circa 70 anni, e Roma e l'Italia restarono prive del loro principale ornamento.

            Io non posso enumerarvi ad una ad una le tristi vicende, cui andò soggetta Roma e direi tutta l'Italia nel tempo che i Romani Pontefici dimorarono in paesi stranieri. Cessò quel numero straordinario di forestieri, che in varii tempi dell'anno si recano in quella grande {305 [305]} città per visitare il Capo visibile di tutta la cristianità, la qual cosa era sorgente di molte ricchezze.

            Le scienze, le arti ed i lavori di Roma, che avevano servito di modello a tutte le altre nazioni, cessarono quasi interamente, anzi all'ordine, alle scienze, alle arti sottentrarono il disordine, la guerra civile e lo spargimento di sangue.

            La storia ci fa perfettamente conoscere che l'Italia senza Pontefice diventa un paese esposto alle più tristi vicende. I Ghibellini fatti arditi per l'assenza del Papa invitano un re di Alemagna di nome Enrico Settimo; e questo sotto al pretesto di riacquistare i diritti de' suoi antecessori viene in Italia, sottomette molte città; impone gravi tributi, si fa incoronare re in Milano; va difilato a Roma per cingersi la corona imperiale.

            Ma in Roma vi erano gli Angioini, cioè i partigiani di Roberto d'Angiò, che sostenendo le parti dei Guelfi, costringono il novello imperatore a ritirarsi in Toscana nella città di Pisa, dove poco dopo sorpreso da improvvisa malattia muore.

            Nella stessa Roma i seguaci dei Colonna, ostinati nemici del Papa, tentano farla da padroni, altri si oppongono, e si viene a sanguinosa battaglia tra i medesimi cittadini. In quel momento un figliuolo di un oste, di nome Cola di Rienzo, uomo ardito ed intraprendente, col disegno di liberare la patria da quelle oppressioni, si unisce al dotto letterato Francesco Petrarca e vanno insieme dal Papa in Avignone per supplicarlo a ritornare a Roma per istabilire l'ordine e la tranquillità. Il Papa non giudicò a proposito tale impresa, e Rienzo riputandosi capace di far grandi cose si mette egli stesso {306 [306]} alla testa di un gran numero di cittadini, e muove una rivolta, facendosi capo di una nuova repubblica sotto il nome di stato buono. Combatte i nobili e tutti quelli che erano al potere; ma invece di adoperarsi pel bene della patria, egli combatte, uccide gli uni, opprime gli altri, impone enormi gabelle, diviene vero tiranno della patria. Come tale viene a furia di popolo cacciato di Roma. In tale scompiglio di cose si eccitò una guerra generale in tutta l'Italia. Tutto era in rivolta; discordie e guerre le più accanite ardevano tra città e città e tra cittadini della medesima città. Per tanti mali che l'Italia patì in quel tempo, i settant'anni passati dai Papi in Avignone, soglionsi chiamare i settant’anni di schiavitù babilonica, sia per i gravi danni che ne avvennero all'Italia, sia perchè il Romano Pontefice che è vescovo di Roma, dovendo vivere lontano dalla sua sede, ne seguivano eziandio gravi sconcerti a tutta la cristianità.

 

 

XXIX. Il decamerone del Boccaccio e l'incoronazione del Petrarca.

 

            Dall'anno 1340 al 1374.

 

            Vi ho già raccontato, o giovani, come Dante Alighieri fu il padre della lingua italiana, specialmente per quell'opera, la quale si nomina la Divina Commedia. Ora spero di farvi cosa grata col raccontarvi le principali azioni di due altri letterati, che si possono altresì considerare come due padri della lingua italiana: i loro nomi sono Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca.

            Boccaccio nacque a Certaldo piccolo castello in Toscana, e si applicò nella sua fanciullezza agli elementi {307 [307]} grammaticali della lingua latina. Già in quelle prime scuole, per la molta assiduità allo studio, prometteva di farsi un grand’uomo.

            Il Boccaccio aveva ventitrè anni, e viaggiava per cose di traffico, quando capitato a Napoli andò a visitare la tomba di un famoso poeta latino chiamato Virgilio, ove si sentì ardere da vivo desiderio di coltivare la poesia. Allora il padre acconsenti, che egli si dedicasse totalmente allo studio, e Giovanni dopo avere imparato la legale e la filosofia, si pose ad imparare la lingua greca in Firenze. Sin dalla sua giovinezza aveva atteso alla poesia e sperava di ottenere il secondo posto fra i poeti, non permettendogli la sua ammirazione per Dante di poterlo superare. Ma tosto che conobbe le poesie italiane di Francesco Petrarca suo amico, perdette ogni speranza di potersi acquistar gloria colla poesia e diede alle fiamme la maggior parte dei versi che egli aveva composto.

            Intanto per la sua erudizione e per la sua destrezza nel maneggio di grandi affari meritò la carica di ambasciatore della repubblica Fiorentina presso a molte corti d'Europa; ma l'uffizio che gli andò più a sangue, fu quello di spiegare alla gioventù la Divina Commedia di Dante.

            Mentre viveva il Boccaccio e precisamente nell'anno 1348 prese ad infierire una terribile peste in tutta Italia e segnatamente nella città di Firenze. I cittadini morivano in quantità, e molti fuggivano per evitare la malattia contagiosa. Ciò non di meno si videro in quella congiuntura bellissimi esempi di coraggio e di cristiana carità; poichè parecchi uomini virtuosi si esposero al rischio di essere vittima di quel morbo attaccaticcio per {308 [308]} assistere e soccorrere i poveri ammalati, far seppellire i morti, e per impedire la diffusione del male.

            Il Boccaccio si servì di questa pestilenza per supporre che dieci giovani persone volendo schivare il morbo e darsi sollazzo si erano di Firenze ritirate in un'amena villa, dove ciascuno narrava ogni dì una piacevole novella. Così le novelle raccontate ascendevano a dieci per giorno, e siccome la brigata passò dieci giorni in quella villa, perciò egli intitolò il suo libro decamerone parola greca, che significa dieci giornate. Questo libro divenne famoso come testo di lingua italiana, ma pur troppo contiene molte sconcezze, per le quali meritamente fu proibito dalla Chiesa, giacchè per imparare purità di lingua non si dee perdere la purità del cuore. Dall'intero libro fu trascelto un ragguardevol numero di novelle che non offendono la modestia, e queste si possono leggere dai giovani studiosi. Lo stesso Boccaccio nella sua vecchiezza si pentì del suo libro, voleva annullarlo, ma troppe copie già se ne eran fatte. Egli morì nel 1375.

            Amico di Dante e di Boccaccio era Francesco Petrarca nato in Arezzo di Toscana. Mediante uno studio indefesso venne ad essere annoverato tra i primi genii dell'Italia fin dall'età giovanile.

            Si rese celebre nella filosofia, nella teologia, nella letteratura, ma ciò che gli procacciò maggior lode fu la poesia. Di mano in mano che scriveva dei versi venivano trascritti e cantati alle corti d'Italia e di Francia; perciò i principi, i papi, i re, lo invitavano alle loro reggie e lo ammettevano alle loro feste e alle loro mense.

            Divolgatasi la fama del suo grande ingegno, molti illustri personaggi italiani stabilirono di dargli un attestato {309 [309]} pubblico di stima offerendogli di coronarlo in Roma con un serto d'alloro. L'incoronazione d'alloro, miei cari, era la più gran dimostrazione di stima e di onore che si potesse dare ad un uomo; e corrispondeva quasi al trionfo degli antichi Romani. Ed io voglio darvi un cenno sopra questa solenne cerimonia.

            Prima che un poeta fosse incoronato, gli scritti di lui dovevano essere formalmente esaminati, per giudicare se ne era degno. A tal fine il Petrarca fu spedito a Roberto re di Napoli, riputato il più dotto del suo tempo e gran protettore dei coltivatori delle scienze. Quel principe dopo di aver esaminato e considerato i dottissimi discorsi di lui in ogni parte di letteratura e di scienza, ne fu tanto maravigliato, che voleva egli stesso incoronarlo a Napoli. Ma il Petrarca amò meglio di cingersi l'alloro in quella Roma in cui erano entrati in trionfo gli eroi dell'Italia antica.

            Nel giorno di Pasqua dell'anno 1344 le persone deputate ad eseguire quella gloriosa cerimonia si recarono al palazzo ove dimorava il Petrarca. Inchinatolo rispettosamente gli posero in dosso una veste elegante di velluto, tempestata di pietre preziose: in capo una mitra d'oro, al collo una catena con appesa una lira, strumento musicale; in un piede il coturno, calzatura dei tragici antichi e molti altri ornamenti bizzarri, ma che avevano qualche onorevole significato.

            Quando il poeta fu così vestito venne accompagnato nel corteo ove stava apparecchiato un carro con intorno un finissimo drappo d'oro. Salito il Petrarca sopra quel carro, cominciò la marcia trionfale. Avanti al carro precedevano varie persone vestite ed atteggiate in modo da rappresentare varie virtù. Prima precedeva la Fatica. {310 [310]} specie di divinità, poi veniva la Pazienza, avanti camminavano la Povertà e la Derisione, che tentavano invano di salire sul carro: seguiva torva e pallida la Invidia. Due cori, uno di voci e l'altro di strumenti facevano echeggiar l'aria di armoniosi concenti. Quando le sinfonie suonavano, alcuni giovanetti cantavano versi in lode del Petrarca.

            Le strade per cui passava il poeta erano sparse di fiori; le chiese per onorarlo stavano aperte, e dalle finestre ornate di tutte le case si gettavano rose, gelsomini, gigli al trionfatore. Giunto al Campidoglio in mezzo agli applausi di un immenso popolo, entrò nella sala di giustizia, dove disse una bella orazione, nella quale, secondo il costume, chiedeva l'alloro. Non appena finì di parlare, che gli furono consentite tre corone, una di alloro, l'altra di edera, la terza di mirto. Allora il Petrarca esclamò! Iddio conservi il popolo Romano, il Senato e la Libertà! Poi inginocchiatosi avanti al senatore Orsini, da lui ricevette la corona fra le grida ripetute di viva il Petrarca! Ebbe ancora preziosi doni, tra i quali il diploma di cittadino Romano.

            Risalito poscia sul carro andò in Vaticano e smontando al tempio di San Pietro, assistette ai Vespri, che per lui si cantarono solennemente. Quivi depose sopra 1'altare il suo alloro che divenne ornamento di quel tempio. Di là tornò a casa Colonna, ove era apparecchiata una lauta cena.

            Tuttavia in mezzo a tanta gloria il Petrarca era sempre afflittissimo, e per i mali cui andava soggetta la sua patria, e perchè i Papi erano tuttora costretti a dimorare nella città di Avignone siccome vi ho raccontato. Divenuto vecchio si ritirò in Arquà vicino a {311 [311]}

Padova. Ivi una mattina dell'anno 1374, stava seduto fra i suoi libri svolgendo con la mano i fogli del poeta. Virgilio, quando inchinato il capo su quelle carte spirò. In Arquà si vede il suo sepolcro, e conservasi tuttora la sua casa. In Firenze gli fu innalzata una statua di marmo.

 

 

XXX. Il ritorno dei papi a Roma.

 

            Dal 1367 al 1377.

 

            Erano sessant'anni dacchè i Papi sedevano in Avignone, a ciò costretti dalle continue turbolenze che agitavano l'Italia, ed anche allettati dai molti segni di stima e di venerazione loro usati dai re di Francia. Ma il pontefice Urbano V desiderava ardentemente di ristabilire in Roma la residenza dei sommi Pontefici, desiderio vivamente dimostrato da tutta la cristianità. Molti personaggi chiarissimi per virtù e santità fecero vive instanze per questo sospirato ritorno. Petrarca Francesco scrisse egli pure una bellissima lettera, della quale, perchè piena di sublimi e cristiani sentimenti, io stimo bene di porvene alcuni tratti sott'occhio.

            «Considerate, egli diceva al Papa, che la Chiesa di Roma è vostra sposa. Taluno potrà dire che la sposa del Romano Pontefice è la Chiesa universale, non già una sola e particolare. Questo io ben so, santissimo Padre; e a Dio non piaccia che io restringa la vostra autorità, anzi io vorrei piuttosto dilatarla, se fosse possibile; ma godo nel sapere non aver essa alcun confine. Benchè però la vostra sede sia per tutto ove Gesù Cristo ha degli adoratori, Roma ha con voi particolari {312 [312]} legami. Siccome ciascuna delle altre città possiede il suo Vescovo, così voi siete il vescovo di quella regina di tutte le città. Vi torni a mente, o santo Padre, l'ingiuria che i masnadieri fecero poco fa al luogo dove voi abitate, ed alla vostra sacra persona. L'Italia offrì mai l'esempio di cotali enormità e delitti?»

            Espone quindi il Petrarca molti mali dai Pontefici sofferti in Avignone, poi continua così: «non è dunque ormai tempo di rasciugare le lagrime della sposa di Gesù Cristo e farle dimenticare i suoi patimenti con un pronto ed amorevole ritorno? Voi, supremo Pastore e Vescovo della Chiesa universale, a Voi la terra, il mare e il mondo intero altamente sospira, ed invoca le vostre cure e la vostra tutela. In fine della vita quando voi apparirete dinanzi al tribunale di Gesù Cristo, che risponderete al principe degli Apostoli, quando dimanderà a voi d'onde venite? Considerate, se in quel momento vi piacerebbe scontrarvi ne' vostri provenzali, o negli apostoli Pietro e Paolo! Oh Iddio concedesse che in questa medesima notte che io vi scrivo, (era la vigilia di S. Pietro) foste presente ai divini uffizi nella Basilica del santo Apostolo, di cui tenete il seggio! Quale dolcezza non sarebbe per noi! quali momenti a voi deliziosi! Non mai di simile ve ne procurerà il vostro soggiorno in Avignone: perocchè non il godimento dei sensibili diletti, ma l'unzione della pietà conduce alla suprema letizia.»

            Urbano mosso da tali motivi e dai caldi inviti degli Italiani, d'altro canto temendo che sopravvenissero altri ostacoli ad arrestarlo, si affrettò ad effettuare la partenza per Roma. Il giorno ultimo di aprile 1367 si partì da Avignone, e si recò a Marsiglia. Colà stavano {313 [313]} apparecchiate ventitrè galere con molti navigli spediti dalla regina di Sicilia, dalle repubbliche di Venezia, di Genova e di Pisa, per condor con sicurezza il capo della Chiesa e fargli onore. Salito il Papa sopra una galera veneziana, furon tolte le àncore, e il vento secondando l’ardore del Pontefice, in poche ore si perderono di vista i lidi di Francia. Si fermò quattro mesi in Viterbo per ricevere le dimostrazioni più solenni del rispetto, della gratitudine e della allegrezza di tutta l'Italia.

            Fin dal primo momento che sbarcò a terra tutti i personaggi illustri e costituiti in qualche dignità, corsero a fargli omaggio, e i deputati di Roma andarono a consegnargli la intera signoria della loro città colle chiavi della fortezza di Castel sant'Angelo, che sino allora avevano conservate.

            Alla perfine fece il suo ingresso nella città accompagnato da duemila cavalieri, in mezzo al clero e al popolo Romano che gli erano venuti incontro, e che lo accolsero con tali solennità e trasporti di gioia, che niuno ricordava esserne stato esempio.

            Alcuni anni dopo Urbano V con animo di sedare una guerra insorta tra i Francesi e gl'Inglesi, si portò nuovamente in Avignone, dove appena giunto, nell'universale rincrescimento, finì di vivere nel 1370. Ma il suo successore, di nome Gregorio XI, ritornò a stabilire la sua Sede in Roma nel 1377, e da allora in poi Roma non è più stata senza Papa.

            Gregorio fece il suo ingresso a cavallo, e attraversò tutta la città in compagnia di tredici cardinali, e seguito da un popolo innumerevole che non sapeva come esprimere.la sua esultanza: solamente a sera giunse nella chiesa di san Pietro, al cui ingresso era aspettato {314 [314]} con immenso numero di fiaccole e dentro cui si erano accese più di ottomila lampade[10].

            Voi intanto, o miei teneri amici, ritenete ben a memoria questo grande avvenimento, e notate che quando i disordini e le discordie costringono il Romano Pontefice ad allontanarsi da Roma, egli è per l'Italia e per la religione un presagio di gravi mali.

 

 

XXXI. I conti di Savoia.

 

            Dal 1040 al 1340.

 

            Una lunga successione di uomini illustri, che ebbero gran parte negli avvenimenti d'Italia, certamente è quella dei principi di Savoia, ed io giudico di farvi cosa utile e piacevole col farvi conoscere il principio ed il progresso di questi nostri amati monarchi, da cui siam governati da oltre ottocent'anni.

            Fissate pertanto lo sguardo sopra una carta geografica, e vedrete, o miei cari, una parte dell'antica Gallia meridionale stendersi lungo il fiume Rodano e l'Isera fino al lago Lemano vicino alla città di Ginevra. Questo tratto di paese, che oggidì è chiamato Savoia, anticacamente era abitato da popoli conosciuti sotto il nome di Allobrogi.

            Questo paese servì sempre di passaggio tra l'Italia e la Gallia, e alla caduta dell'impero romano in occidente, quando uno sciame di barbari invase l'Italia e la Gallia, una parte di costoro cacciarono gli Allobrogi, e cominciarono {315 [315]} a fondarvi gran numero di borghi, detti perciò Borgognoni, vale a dire abitatori dei borghi.

            Nel secolo nono la Savoia, essendo stata conquistata da Rodolfo re di Borgogna, passò a far parte di quel regno, al quale per altre posteriori conquiste fu poi aggregata anche la valle d'Aosta. Se non che lo scettro della Borgogna essendo nell'anno 993 venuto in mano di altro Rodolfo soprannominato l’Ignavo, perchè imbecille ed incapace di governare, ed essendo egli morto senza prole, quel vasto regno fu smembrato in molte parti, giacchè i diversi conti che a nome del re reggevano con diritto ereditario le varie province, si costituirono padroni indipendenti.

            Era fra questi Umberto, detto Biancamano, il quale era conte della Svizzera vicino al lago Lemano, ed inoltre della Savoia e della valle d'Aosta. Anch'egli allora cominciò ad esercitare una signoria sovrana su questi Stati, che già governava come cosa ereditaria. Questo è il più certo stipite della Real casa di Savoia.

            Ad Umberto succedette Amedeo I suo figlio primogenito; morto questo senza prole, lo Stato venne in mano del suo fratello Oddone. Questi avendo menato in moglie Adelaide, signora di Susa e di Torino, cominciò ad estendere il suo Stato oltre le Alpi in Italia. E perchè allora Oddone ebbe titolo di marchese, giova qui dichiarar il valore di questo vocabolo. Le province situate ai confini d'un regno si chiamavano marche, ed il conte, che le governava e le difendea dalle straniere invasioni, prendeva il titolo di marchese. Ma col progresso del tempo ogni signore che esercitasse dominio sopra molte contee usurpava il titolo di marchese, sebbene il suo stato fosse distante dalla frontiera. La valle {316 [316]} di Susa anticamente era una vera marca, perchè posta ai confini d'Italia, e quindi il conte era veramente un marchese; ma pel matrimonio di Adelaide con Amedeo I, la marca di Susa essendosi aggregata alla Savoia, il titolo di marchese, trapassò nei conti di Savoia, anche dopochè il paese cessò d'essere una marca.

            S. Pier Damiano, che a quei tempi era venuto a Torino come legato del Papa, ci conservò nelle sue lettere memorie della pietà di Adelaide, e singolarmente si compiacque di registrare le seguenti parole di mirabile umiltà, che udì dalla bocca della marchesa: che maraviglia, o padre, che Iddio a me sua vilissima ancella abbia dato una qualunque podestà fra gli uomini, egli che, in uno spregevole fil d'erba ripone spesso miracolosa virtù. La pietà di Adelaide è altresì confermata dalle molte sue liberalità che andava facendo alle Chiese. In Pinerolo fondò e dotò il monastero di S. Maria chiamandovi i padri Benedittini; alla chiesa vescovile di Asti cedette molti castelli, e le chiese di Torino, di Susa, di Caramagna, di Revello ed altre provarono gli effetti della sua pia munificenza. Rimasta vedova per tempo ebbe cura de' due suoi figliuoli Pietro I ed Amedeo II, i quali regnarono l'un dopo l'altro, ed ambidue morirono prima della madre, talchè gli Stati passarono ad Umberto II, detto il Rinforzato, figlio d'Amedeo II.

            Aveva Umberto II divisato di accompagnare i crociati nel conquisto della terra santa, ma ne fu impedito da varie minute guerre che ebbe a sostenere per difendere il retaggio paterno. S. Anselmo nativo di Aosta ed arcivescovo di Cantorberì indirizzò ad Umberto una lettera, nella quale, dopo aver lodato l'ereditaria sua divozione, lo prega di non darsi a credere che le chiese {317 [317]} del suo principato gli fossero date in ereditario dominio, ma bensì in ereditaria riverenza e protezione.

            Ad Umberto il Rinforzato, morto nel 1103, succedea Amedeo III in età ancor fanciullesca sotto la tutela di sua madre. Ad esempio di molti principi di quel secolo, prese egli pure la croce mosso a compassione dal lacrimevole stato in cui si trovavano i luoghi santi ricaduti in potere dei Turchi. Vi ho già altrove notato l'esito infelice di questa seconda crociata, la quale e per la perfidia dei Greci e per la mala condotta dei crociati rese inutili tutti gli sforzi dei latini. Per ciò che riguarda ad Amedeo, dopo vani tentativi obbligato a tornarsene in patria, salì sopra una nave; ma giunto all'isola di Cipro fu sorpreso da grave morbo che lo tolse di vita nella città di Nicosia, capitale di quella isola.

            Tra le belle opere di questo principe merita d'essere menzionata la fondazione della badia di Altacomba, che egli donò al celebre abate di Chiaravalle san Bernardo.

            Più luminoso fu il regno di Umberto III detto il Santo per la virtù cristiana, che in modo eroico praticò in tutto il corso della sua vita. Egli visse ai tempi calamitosi (dal 1146 al 1188) dell'imperator Barbarossa. Questo oppressore degli Italiani pose pure a conquasso gli Stati di Umberto. Nella circostanza che Federico fu costretto a fuggire dall'Italia, Umberto avrebbe potuto di leggieri vendicarsi dei danni ricevuti; ma egli di un cuore troppo buono trattò umanamente questo comun nemico e gli concedette il passaggio sulle sue terre. Ma il perfido Federico ritornando qualche tempo dopo in Italia con numeroso esercito, mise a ferro ed a fuoco il castello di Susa. Tuttavia Umberto mercè la sua fermezza {318 [318]} ed il suo coraggio riuscì di nuovo ad acquistarsi quelle città e terre che l'avido imperatore gli aveva tolto. Nella storia fu sempre qualificato col nome di Santo, e nel 1838 il suo culto venne solennemente approvato dal Sommo Pontefice.

            Mentre le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, come vi ho raccontato, si facevano guerre sanguinose, la potenza dei conti di Savoia si andava consolidando, e Tommaso I (1188-1233 ) per dare al suo Stato una capitale degna di un principe, fece abbellire e fortificare la città di Ciamberì, la quale prima era un piccolo borgo.

            Mentre Tommaso si occupava per la Savoia, i Torinesi annoiati di un principe che dimorava da loro troppo lontano si ribellarono. Tommaso non tardò ad accorrervi con buon nerbo di armati; ma i Torinesi aiutati dai Monferrini e dagli Astigiani opposero tanta resistenza, che il conte fu costretto a ritornare in Savoia per rifornirsi di genti.

            Amedeo IV gli succedette (1233-1253) e dopo venti anni di avventuroso regno, morì lasciandovi erede suo figlio Bonifacio in età di anni otto circa. Tommaso suo zio prese a reggere lo Stato. La città d'Asti allora reggevasi in modo indipendente, e a tal libero governo aspirava pure Torino, sebbene suddita dei conti di Savoia. Fra questi e la città d'Asti si era a quel tempo accesa la guerra e gli Astigiani erano con tutto il loro sforzo venuti presso Moncalieri dove sconfissero i Ghieresi alleati del conte, e quindi disegnavano d'inoltrarsi verso Torino nella quale avevano partigiani. Tommaso andò ad incontrarli, ma rimasto sconfitto si salvò dentro Torino, dove il partito favorevole agli Astigiani lo {319 [319]} prese e rinchiuse in carcere. Di tal tradimento essendosi risentiti vani sovrani d'Europa, e massimamente il papa Alessandro IV, ne ottennero la liberazione, ma egli poco stante mori nel 1259; talchè la tutela di Bonifacio passò a due altri suoi zii, insino a che lo stesso Bonifacio passò ad altra vita nel 1263.

            Venne allora lo stato nelle mani dello zio Pietro, soprannominato il piccolo Carlomagno pel suo valore nelle armi e per la sua prudenza nel governo dello stato. Le sue conquiste furono specialmente nella Savoia e nella Svizzera, mentre la maggior parte delle città e delle terre poste al di qua delle Alpi erano o possedute da' suoi cugini per divisioni ereditarie, ovvero invase dagli Astigiani; parecchie città eransi pure ribellate, ma molte altre, principalmente i castelli di Rivoli, di Avigliana e di Susa si tenevano per lui.

            Morto Pietro nel 1268, gli succedette Filippo I, che assalito da una pertinace idropisia trasse una misera vita fra molti patimenti e fra le cure de' suoi Stati in Savoia. Mancando di prole, gli succedette nel 1285 il nipote Amedeo V, soprannominato il grande possessore di ragguardevole stato in Piemonte. Oltre alle guerre che dovette sostenere al di là dei monti contro Ginevra, ed i signori del Delfinato, merita di essere rammentata quella contro il marchese di Monferrato per nome Guglielmo. Mentre i conti di Savoia stavano occupati nella Savoia, e ciascuno dei loro cugini stante le avvenute divisioni e suddivisioni di eredità non possedeva che poche terre in Piemonte epperò poche forze, Guglielmo da Casale sua metropoli del Monferrato aveva esteso le sue conquiste su Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba, Ivrea, e persino sulle terre adiacenti a Torino. Essendosi {320 [320]} però contro lui collegate Genova, Asti, Chieri e Milano, invitarono pure il conte Amedeo. Passò egli in Piemonte, e dopo la sconfitta e la morte di Guglielmo ricuperò molte terre, ed altre ne acquistò. Ma poi occupatissimo nelle cose di Savoia e di Svizzera, e volendo far cessare le pretese di Filippo suo nipote, nel 1294 si accordò con lui ai seguenti patti: Filippo rinunzierebbe ad ogni sua ragione sulla contea di Savoia e sul ducato di Aosta; Amedeo dismetterebbe a lui il Piemonte a titolo di feudo, esclusa la valle di Susa. Filippo pose la sua sede in Pinerolo, sposò quindi a poco Isabella che gli portò in dote il principato d'Acaia nella Grecia, donde venne il ramo dei principi d'Acaia cugini dei conti di Savoia, ed investito a solo titolo di feudo degli Stati del Piemonte. Amedeo tuttavia non aveva rinunziato a fare nuovi acquisti in Piemonte, quindi dall'imperatore Enrico VII ebbe in dono Ivrea ed il Canavese. Morì nel 1323.

            Il suo figliuolo primogenito Edoardo prese tosto le redini del governo. Egli si segnalò in molte guerre contro ai nemici della Savoia, ed anche a prò del re di Francia, con un valore a tutta prova, ma troppo bollente ed arrischiato. Generoso e largo donatore così che sovente si trovò ridotto a grandi strettezze, fu soprannominato il Liberale. Morì nel 1329 senza prole maschia, epperò gli succedette il fratello Aimone, il quale pose gran cura nel riparare i mali che derivarono dai debiti, in cui Edoardo si era profondato. Passato ad altra vita nel 1343 lasciò lo stato al suo figlio primogenito Amedeo VI, soprannominato conte Verde.. {321 [321]}

 

 

XXXII. Il conte Verde.

 

            Dall'anno 1340 al 1390.

 

            Amedeo VI in età di soli 14 anni comparve ad una giostra solenne bandita in Ciambery per far anch'egli prova della sua destrezza. Vestiva allora di verdi panni, colore che egli non più dismise, talchè il popolo gli pose il nome di Conte Verde. In Piemonte sostenne più guerre contro al marchese di Monferrato ed al principe d'Acaia, ricuperando molte terre stategli tolte. Instituiva l'ordine del collare di Savoia, ora detto della SS. Annunziata, il quale componevasi di quindici cavalieri ad onore dei quindici misteri del Rosario. La più celebre delle sue imprese fu una spedizione in Oriente. Sedeva in Costantinopoli imperatore d'Oriente Giovanni Paleologo, travagliato dai Turchi, anzi obbligato a contrarre lega con essi. Disperato d'ogni altro aiuto, mandò ambasciadori a papa Urbano V supplicandolo d'aiuti, e lusingandolo che avrebbe riunito alla santa Sede la chiesa scismatica greca. Il sommo Pontefice tremando al pericolo che i continui progressi dei Turchi minacciavano alla fede cristiana procacciò d'indurre il re di Francia, il re di Cipro, l'Imperatore, Amedeo VI ed altri potentati a riunire le loro armi per respingere i Turchi già prossimi a Costantinopoli. Ma tutti fallirono, a chi mancavano genti, a chi danari, ad altri il coraggio. Amedeo VI fu il solo soccorritore del greco impero. Radunò galere, accattò danaro, raccolse genti, e nel 1366 salpò con tutta la sua armata da Venezia.

            Ma siccome i Turchi possedevano la città di Gallipoli {322 [322]} che guarda lo stretto dei Dardanelli, (che è un canale, anticamente detto Ellesponto, e che unisce l'Arcipelago al mare di Marmara, il quale dagli antichi appellavasi Propontide) Amedeo si accinse ad espugnarla, e dando l'assalto alle mura la ebbe. Così la sua armata entrando nello stretto giunse a Costantinopoli, dove fu accolto come liberatore. In quel mentre Giovanni Paleologo desideroso di sollecitare in persona i soccorsi del re d'Ungheria erasi da lui recato, ma nel ritorno il re dei Bulgari, favorevole ai Turchi, lo aveva sorpreso, e tenevalo prigioniero in Varna. Tosto Amedeo conduce i suoi sotto questa città, e la stringe d'assedio. Il Re dei Bulgari impaurito dalle forze e dalla fama militare dei Savoini viene agli accordi, e rimette in libertà il Paleologo. Fredde furono le imperiali testimonianze di gratitudine verso il liberatore, e più di parole che di fatti; ei non pensò a ristorarlo dalle spese in suo prò sostenute. Continuò il conte ad espugnare alcune piccole fortezze occupate dai Turchi; poi come spirava l'anno per cui eransi stipulati gli accordi delle navi e delle milizie, il conte fece di nuovo accatti di danari per pagare le une e l'altre, partì di Costantinopoli, e ritornò in patria. Per conservare la memoria di questa onorevole spedizione fu nell'anno 1853 innalzata in Torino davanti al Palazzo municipale la statua in bronzo del Conte Verde, che colla spada in alto si avventa contro ai nemici mentre calpesta i già prostrati.

            Giunto in Italia non depose per anco la spada, e la dovette impugnare contro ai Visconti di Milano. Questa città, miei cari amici, fin dal 1250 non era più governata in forma di repubblica. Una famiglia detta Visconti la dominò per lo spazio di trecent'anni. La maggior {323 [323]} parte però di quei Visconti, per mantenere la loro sovranità, usarono prepotenze ed oppressioni, ed uno di essi radunò buon numero di soldati con animo di estendere il suo dominio sul Monferrato, che è una parte del Piemonte a voi molto nota per la sua fertilità e per la squisitezza de' suoi vini. Amedeo non tardò a marciargli incontro, e dopo alcuni sanguinosi attacchi mise in fuga i Milanesi, e cosi rimase pacifico possessore di quella bella provincia.

            La rinomanza, a cui questo principe era salito, lo rese arbitro d'intricatissime contese insorte tra vari principi d'Europa. I Veneziani da molto tempo erano in guerra co' Genovesi. Ora erano vincitori gli uni, ora gli altri, ma sempre con immenso danno e con grande spargimento di sangue da ambe le parti. Infine quelle due repubbliche stanche di distruggersi i propri cittadini, ricorsero al Conte Verde, lasciandolo arbitro dei loro litigi. Esso pose fine a quella guerra micidiale con un trattato formolato in Torino nel 1381.

            Acquetò pure le discordie suscitate tra Ludovico II d'Angiò, il quale contendeva colle armi il regno di Napoli, e tra Carlo Durazzo. In quella occasione gli Angioini, vale a dire i discendenti di Carlo d'Angiò, i quali dopo la morte di quel principe avevano continuato a regnare in Napoli, ed erano anche padroni di una parte del Piemonte, cedettero questo paese al Conte Verde, che cosi estese considerevolmente il suo dominio.

            Finalmente nell'anno 1383 questo gran guerriero essendo andato con duemila soldati in soccorso di Ludovico per aiutarlo a rappacificar le cose di Napoli, giunto nel paese degli Abruzzi fu colto da grave malore, che {324 [324]} in pochi giorni lo tolse di vita. Egli era un buon principe, e perciò alla sua morte fu compianto da tutti; era valoroso, ma pio assai, e nutriva special divozione verso la Beata Vergine.

            L'ultimo conte di Savoia fu Amedeo VII, degno figliuolo del Conte Verde. Durante il suo governo continuò la guerra tra Ludovico d'Angiò e Carlo Durazzo, padrone del contado di Nizza marittima. I Nizzardi stanchi per quelle interminabili discordie, passarono sotto al paterno e soave dominio dei conti di Savoia.

 

 

XXXIII. Il conte di Carmagnola e il duca Amedeo di Savoia.

 

            Dal 1400 al 1450.

 

            In una fertile pianura a distanza di undici miglia da Torino, e due dalla destra del Po, avvi una rinomata città detta Carmagnola. Questa città era già stata eretta in marchesato sul principio del secolo XIII, e fu patria di molti personaggi illustri per virtù, scienza e valore guerriero, tra cui si annovera Francesco Bussone, più conosciuto nella storia sotto al nome di conte Carmagnola.

            Nacque egli nel 1390 da genitori poveri e guardiani d'armenti, i quali ben presto destinarono il loro figlio al mestiere di guardiano di porci. Crescendo negli anni si mostrava di aperto ma terribile ingegno. Egli si distinse fra la gioventù carmagnolese allorquando il governatore di Genova, detto Bucicaldo, collegato coi francesi, voleva opprimere la patria di Bussone, e per cura specialmente di lui i nemici ebbero la peggio e dovettero allontanarsi. {325 [325]}

            Un capitano di ventura passato per questa città incontrò Francesco, e visto il fiero aspetto, e conosciutane l'indole guerresca, il condusse con lui in qualità di fante, ossia garzone d'armi. A ventidue anni entrò come semplice soldato nell'esercito del duca di Milano detto Filippo Visconti.

            Francesco dopo aver esercitate le cariche più basse della milizia, giunse presto al grado di generale di un esercito, in seguito fu posto da quel duca alla testa di diecimila fanti e quattrocento cavalli. Con questo esercito egli vinse tutti i nemici del duca e gli acquistò molte città in Toscana ed in Lombardia. In premio del valore e dei servigi prestati il duca gli conferì la carica di Consigliere di stato con titolo di maresciallo, e di conte di Carmagnola, dandogli eziandio per moglie una sua parente. Ridotta così la Lombardia sotto al dominio del duca Filippo, Francesco vago di maggior gloria radunò una forte banda di fuorusciti e si mosse verso Genova che passava per la più potente repubblica di quei tempi. Nel suo cammino passò per Savona, città non molto distante da Genova, e posta pure sulle rive del Mediterraneo. Si affaticò per prenderla, ma era così valorosamente difesa da' suoi cittadini, che tutti gli sforzi riuscirono inutili.

            Partitosi di là andò a porre l'assedio a Genova, e battendola da tre lati con grosse artiglierie, costrinse il doge ad arrendersi e ritirarsi col senato in Sarzana, città posta sui confini del Genovesato verso Toscana. Allora il Carmagnola restò governatore di Genova e vi abitò alcun tempo con riputazione non meno di eccellente politico che di egregio capitano. Quivi a nome del duca di Milano vi fece allestire una flotta a favore del {326 [326]} Papa contro al re di Sicilia e di Aragona. Ma la fortuna del Carmagnola dovea ricevere una violenta scossa dagli invidiosi.

            Alcuni capitani mossi da invidia, che è un vizio perniciosissimo, si diedero a screditare il Carmagnola, rappresentando al duca come la fama di quel capitano avrebbe oscurata la gloria di lui. Così invece di porre Bussone alla testa di quella flotta, fu spedito un altro capitano di nome Guido per comandarla. Poco dopo vide un altro mandato a governare la città di Genova in sua vece, ordinando al Bussone, che licenziasse le trecento lancie della sua compagnia. Erano questi i più cari compagni del Carmagnola, che combattendo sotto i suoi ordini lo avevano sollevato ad alto grado, e che egli teneva per sua guardia.

            Immaginatevi lo sdegno di un capitano che si vede rimosso dalla carica, interrotto a metà delle sue guerresche imprese, separato dai proprii soldati, da cui era teneramente amato! Partì egli immediatamente per Milano per abboccarsi col duca e discolparsi. Ma per quanto egli si adoperasse, non potè nemmeno avere udienza; laonde pieno d'ira e di rammarico viene in Piemonte, si presenta al duca di Savoia, chiamato Amedeo VIII, e dimostrandogli i pericoli che gli sovrastano dall'ambizione del duca di Milano, lo persuade della opportunità di unirsi con Venezia e Firenze a fine di opporsegli e di atterrarlo.

            Il conte Amedeo era nipote del Conte Verde; prode della persona e savio reggitore dei suoi popoli. Egli venne onorato dall'imperatore Sigismondo, il quale nel 1416, passando per Ciamberì, eresse in ducato la contea {327 [327]} di Savoia; così Amedeo fu il primo a portare il nome di duca, che passò di poi ne' suoi successori.

            Il conte di Carmagnola prima di partire volle andare ad abbracciar il vecchio suo genitore, e in quella occasione dimostrò che era un buon cittadino pieno del vero amor di patria. Fra le altre sue belle opere si annoverano copiose largizioni fatte per costruire la chiesa degli Agostiniani di Carmagnola. Diede pure molti segni di filiale affezione al suo buon genitore, a cui comprò alcuni campi, acciocchè in compagnia dei figli e di altri parenti li coltivasse e se li godesse tranquillamente. Dopo avere così dato sfogo alle tenerezze di figlio ed alla carità di cittadino, di consenso col duca di Savoia, superando nel cammino i più gravi pericoli andò a Venezia.

            Da prima i Veneziani esitavano a fidarsi delle proferte del Carmagnola, ed erano sul punto di ricusare ogni suo servigio; quando poi si seppe che il duca di Milano l'aveva deposto dal suo grado, e l'aveva condannato a morte, tentando perfino di farlo avvelenare, non fu più alcun dubbio della sincerità della sua missione. Pertanto nella primavera del 1425 mentre il duca Amedeo si preparava a marciare colle sue truppe verso Milano, il Carmagnola fu creato generale in capo degli eserciti della repubblica di Venezia e di Firenze. Sparsa la voce che esso si avanzava verso Milano, il duca Filippo si pentì, ma tardi della sua ingratitudine. Per opporre una valida resistenza a sì formidabile rivale, concentrò le sue truppe in una pianura vicino a Maclodio.

            Il Carmagnola sebbene assai inferiore di forze assalì Brescia, s'impadronì di tutte le fortezze che i Milanesi {328 [328]} avevano nel Bresciano, e venne a battaglia campale con quattro dei più celebri generali che fossero a quei tempi in Italia, e che uniti combattevano a difesa del duca. Il nome di que' prodi era Francesco Sforza, Piccinino, Angelo della Pergola, e Guido Rorello. Si fecero prodigi di valore da una parte e dall'altra, ma il Carmagnola riportò compiuta vittoria. Questo avvenimento è noto nella storia sotto al nome di battaglia di Maclodio, la quale fu illustrata con eleganti versi da un pio e dotto nostro italiano di nome Alessandro Manzoni.

            La pace ottenuta per questa vittoria assicurò alla repubblica di Venezia il conquisto di Brescia, di Bergamo e di una metà del Cremonese.

            Ma quivi doveva finire la gloria di Francesco. Egli nel trasporto della gioia per la riportata vittoria diede la libertà a tutti i prigionieri che aveva fatto. Di più in una guerra nuovamente insorta non impedì, forse potendolo, una sconfitta che toccò la flotta veneziana; nè procacciò di riparare quel danno. Queste cose fecero sospettare al senato di Venezia, che il Carmagnola avesse tradito i Veneziani. Perciò sotto apparenza di volerlo consultare in cose di guerra fu chiamato a Venezia. Venne accolto con pompa straordinaria; nel senato gli fu dichiarata l'affezione e la gratitudine della repubblica ma appena i soldati di lui partirono, egli fu messo in ferri, e gittate in oscura prigione e un mese dopo gli fu tagliata la testa nella pubblica piazza. Sul luogo del patibolo voleva parlare, ma gli misero un bavaglio in bocca affinchè non potesse rimproverare l'ingiustizia del sospettoso senato innanzi alla moltitudine che si trovò presente al miserando spettacolo.

            Più felice sorte toccò al duca Amedeo. Dopo la battaglia {329 [329]} di Lombardia l'ambizioso Filippo fu costretto a dimandargli pace, e fra le altre cose fu obbligato a cedergli tutto il Vercellese. Questo monarca dopo di aver considerevolmente ampliati i suoi Stati, rivolse la sua cura alla formazione di buone leggi; e compilò un codice noto sotto il nome di Statuta Sabaudioe cioè costituzioni della Savoia. Questo codice, o miei cari, è riputato un capo d'opera, e meritò al suo autore il soprannome di Salomone.

            Ma le prosperità mondane non valgono a soddisfare pienamente l'uomo virtuoso. Amedeo, felice in ogni impresa, vincitore d'ogni suo nemico, volle pur vincere se stesso. Nel desiderio di procacciarsi gloria dinanzi a Dio si ritirò nel monastero di Ripaglia vicino a Ginevra, e rinunziando ad ogni umana grandezza si vestì da romito per passare il rimanente de' suoi giorni con sei cavalieri decisi come lui di menar vita solitaria.

            Se non che un curioso avvenimento venne a turbare la quiete di questo principe. La Chiesa cattolica era allora travagliata da gravi discordie a segno che molti prelati e cardinali, radunati a concilio in Basilea, città della Svizzera, elessero sommo Pontefice il duca Amedeo mentre un altro papa di nome Eugenio IV regnava a Roma. Pertanto dopo cinque anni di vita romitica, nel desiderio di poter sedare le discordie che agitavano la Chiesa, accettò la carica offerta e fu salutato Papa sotto il nome di Felice V. In seguito a tale elezione gli furono conferiti gli ordini sacri, e celebrò la sua prima messa servita da' suoi proprii figli (1446).

            Frattanto morì Eugenio IV, ed essendo stato eletto suo successore Nicolò V, che già senza contrasto teneva la Sede pontificia, Felice con spontanea rinunzia volle por {330 [330]} fine ad una divisione che cagionava alla Chiesa cattolica grave danno ed afflizione. Fatto perciò radunare un altro concilio di prelati, depose le insegne pontificie, rinunziò al pontificato, e fece ritorno alla diletta solitudine di Ripaglia. Colà unicamente intento alle cose di spirito, passò ancora un anno e mezzo finchè cessò placidamente di vivere nel 1450.

 

 

XXXIV. La banda si Braccio di Montone.

 

            Dall'anno 1400 al 1475.

 

            Specialmente nel tempo che i Papi dimoravano in Avignone, molti guerrieri da luoghi lontani facevano scorrerie in Italia per saccheggiarla ed arricchirsi dei suoi tesori, e dipoi ritornarsene ne' loro paesi. Fu pertanto mestieri che gli Italiani si accogliessero essi pure in compagnia per difendersi dagli iniqui assalitori. Questi avventurieri combattevano pel danaro e per l'onore, perciò chi lor porgeva maggior danaro o speranza di gloria li aveva a suo servizio.

            È celebre la banda di Andrea soprannominato Braccio di Montone, nato in Perugia, città dello Stato Romano.

            Braccio di Montone aveva appena 18 anni quando cominciò a militare con quindici cavalieri. In occasione di sommossa avvenuta in sua patria egli fuggì, e andò sempre combattendo ora pel re di Napoli, ora pei Milanesi o per altri che lo avessero chiamato, segnalandosi ovunque per valore e per coraggio. Ma egli ebbe la viltà di combattere contro la propria sua patria, la quale soggettò e fece capitale di un suo dominio.

            Per estendere maggiormente il suo potere portò le {331 [331]} armi contro di Aquila, città forte dei regno di Napoli. La città era ben difesa da altri condottieri di ventura, tra i quali un certo Muzio soprannominato Sforza venuto in soccorso di quella. Costui ancora giovanetto stava lavorando le poche terre di suo padre presso Cotignola, città di Romagna, quando alcuni soldati di ventura passando colà gli proposero di arruolarsi con loro. Muzio, presa la vanga di cui servivasi, la gittò tra i rami di un albero dicendo: se rimane sospesaci andrò. La vanga vi rimase ed egli tosto partì. I suoi modi violenti, il suo coraggio, la sua gagliardia gli acquistarono il soprannome di SFORZA che passò a suoi figli; e quel Francesco Sforza che erasi segnalato nella battaglia di Maclodio contro al conte di Carmagnola, era figlio di Muzio.

            Il suo ingegno, il suo valore lo condussero presto ai primi gradi della milizia, e quindi a divenire gran contestabile del regno di Napoli, cioè capo delle truppe di quel regno. Egli a nome di Giovanna regina di Napoli marciava contro di Braccio; ma nel guadare il fiume Pescara, cadde nell'acqua e si annegò.

            Per questo fatto Braccio di Montone reputavasi quasi certo della vittoria, quando, venendosi a battaglia, gli assediati fecero una sortita ed assalirono con grande impeto i nemici. Braccio colla voce e coll'esempio fece quanto può farsi da un uomo di gran forza e di grande coraggio, finchè ravvisandolo un fuoruscito di Perugia, si pose tosto a gridare: tu dunque mi priverai per sempre della patria! Così dicendo con un colpo di spada il getta mortalmente ferito a terra; e poco dopo spirò. Un compagno di Braccio di Montone, quel Giacomo Piccinino, che erasi pure già molto segnalato nella {332 [332]} battaglia di Maclodio, raccolse i soldati qua e là dispersi, e scorgendo impossibile il condurre a buon esito quella guerra andò ad arruolarsi sotto gli ordini del duca di Milano.

In quel tempo continuava la guerra tra i Veneziani ed i Milanesi; e mancando ai Veneziani il famoso Bussone, che avevano fatto decapitare, affidarono il governo delle loro genti ad un certo Bartolomeo Colleoni già compagno d'armi di Braccio di Montone, che da lui era passato al servizio di un altro generale assai reputato, di nome Giacomo Caldora.

            Tutti lodarono in quella guerra la sapienza del Colleoni, il quale per soccorrere la città di Brescia assediata dai Milanesi, con nuovissimi ordigni fece trasportare le barche dal fiume Adige sulla cima di un monte, e di là con universale ammirazione le fece di poi calare nel lago di Garda. Ivi le allestì e le armò. Con questa flottiglia creata all’improvviso, costeggia, difendete terre amiche, assicura a Brescia il passaggio dei viveri; e così la salva dal cadere in mano alle soldatesche del duca di Milano.

            Ciò non ostante per lo scarso numero de' suoi combattenti fu costretto a chiudersi in Verona; donde potè tener fronte ad un numero assai maggiore di Milanesi ed a Giacomo Piccinino loro esperto condottiero. Questi, siccome era arditissimo, un bel dì s'inoltrò fra le prime squadre venete, che stavano a guardia delle mura, e colla lancia alla mano alcuni ammazza, altri pone in fuga, e s'apre strada fin dentro la città. Invano si tenta di pigliarlo, che egli ben sa col valor suo allontanare ogni nemico. Ma nel calarsi di una cataratta, ovvero di una serratura di legname, gli fu chiuso il passaggio, e Piccinino resta in mano dei nemici. {333 [333]}

            L'ardimento del soldato incognito e la stranezza del caso andavano di bocca in bocca, e lo stesso Colleoni accorse sul luogo del fatto. Giacomo Piccinino conosciuto nel Colleoni il generale in capo invocò la sua magnanimità, perchè non dal valore dei soldati, ma dalla sorte era stato preso. «Il tuo ardire, i tuoi fatti, rispose il «Colleoni, ti fanno degno del mio rispetto; il valor tuo «ti merita la mia amicizia. Nessun uomo ti ha vinto, «nè io oso prenderti. Perciò rimani libero, e torna al «tuo campo.»

            Il Piccinino commosso a sì benigne parole vuol baciar la mano al Colleoni in segno di gratitudine; ma questi generoso lo bacia in volto; poi datagli una spada: «prendi, gli dice, accetta il premio del tuo coraggio. «Uomo meritevole di miglior fortuna, possa tu eseguir «imprese che onorino te e l'Italia!» Colleoni fece accompagnar sano e salvo Piccinino fino al campo dei Milanesi, poscia voltosi ad un ufficiale, esclamò: «Piacesse al cielo che io avessi 1000 soldati simili a costui!»

            Noi dobbiamo, miei cari, ammirare la virtù del Colleoni, che trattò con tanta generosità un suo nemico sfortunato.

            I Milanesi accortisi che sarebbero tornati inutili tutti i loro sforzi contro ai Veneziani, finchè non fossero guidati da Colleoni, gli fecero vantaggiose proposte; ed il Colleoni passò al servizio di Filippo Visconti duca di Milano. Ma per una calunnia impostagli fu messo in prigione ove languì un anno intero, sempre incerto della sua vita. Intanto venuto a morte il duca, Colleoni fu tosto messo in libertà e fatto generale delle genti milanesi. Segnalò il suo valore vicino alla città di Alessandria, {334 [334]} dove per due volte venne a battaglia e per due volte sconfisse i nemici. Questo accadde nel 1448.

            Narrano alcuni storici, il Colleoni esser stato il primo che sapesse usar bene in campo aperto le artiglierie; le quali erano allora d'invenzione recente, e si tenevano solo appostate nelle fortezze. Furono poscia adottate le colubrine, le spingarde, i moschetti, gli archibugi, e le altre armi da fuoco.

            Avanzandosi in età, stanco dal lungo guerreggiare, risolse di ritirarsi in un castello vicino a Brescia per condurre il rimanente de' suoi giorni nella tranquillità e lontano dal rumore delle armi. Colà per esercizio di corpo camminava due ore ogni mattina, e ancorchè vecchio non dormiva giammai dopo sorto il sole; il suo vitto era totalmente frugale. La sua casa era sempre aperta ai poverelli, e si compiaceva molto nel conversare con loro. Visse egli in onorata vecchiaia fino alla età di settantaquattro anni e morì nel 1475. La città di Bergamo, patria di lui, gli innalzò per monumento una cappella magnifica, la quale ancora oggidì rende testimonianza di quel valoroso guerriero.

            Non così fortunata fu la fine del suo rivale Giacomo Piccinino. Dopo aver resi importanti servigi al duca di Milano, egli fu innalzato ai più grandi onori ed ebbe in moglie la figlia del medesimo duca. Ma egli fu vittima di un tradimento siccome sono per raccontarvi. D'accordo col duca si trasferì a Napoli per sistemare alcuni affari, e conchiudere gli accordi della pace col re di Napoli, di nome Ferdinando. Vi fu ricevuto come l'eroe dell'Italia, e il suo arrivo fu celebrato con una solennità che durò ventisette giorni, ma il ventesimo ottavo giorno quel re, con pretesto di volergli conferire {335 [335]} speciali onori, il condusse nel suo palazzo ove lo fece arrestare con suo figlio; e poco dopo fu strangolato nella prigione.

            Dopo la morte di Giacomo Piccinino avvenuta nel 1465, le sue milizie si disciolsero per non riunirsi mai più. Così ebbe fine la famosa compagnia Braccesca, così detta, perchè in origine era stata ordinata e capitanata da Braccio conte di Montone.

 

 

XXXV. I turchi in Italia.

 

            Dal 1453 al 1481.

 

            Un nuovo genere di combattere i nemici in guerra e di atterrare le più robuste mura fu in questo tempo ritrovato mercè l'uso della polvere da fuoco. Un monaco di Magonza città della Germania, chiamato Roggero Bacone, trovò che questa polvere già in uso presso alcuni popoli era composta di zolfo, di carbone e di salnitro (specie di sale grigiastro che si forma sulle muraglie dei luoghi umidi), e vide, che questa faceva un combustibile atto a produrre effetti maravigliosi. Erano già scorsi oltre trecent'anni da che alcuni popoli facevano uso della polvere; ma solamente sul finire del secolo decimo quarto fu scoperto come una certa quantità di polvere racchiusa in un lungo e stretto tubo di metallo, accesa da una scintilla di fuoco, ne usciva fuori con violenza e con terribile strepito, e poteva scagliare da lontano palle di ferro o di pietra di un peso sufficiente per rovesciare anche forti mura. A quei tubi di ferro o di bronzo si dà il nome di cannoni; e tutto il corredo necessario per valersi di quelle macchine micidiali si appella artiglieria. {336 [336]}

            L'ingegnosa applicazione della polvere al cannone, o miei cari, è dovuta agli Arabi, i quali unitisi ad altri popoli sotto la condotta di Maometto, fondatore della religione, detta Maomettismo, furono poi appellati Turchi. Costoro poco per volta eransi già resi padroni di parecchi regni, e quasi tutto l'antico impero romano di Oriente era caduto nelle loro mani. Ma non potevano avanzarsi verso l'Europa, senza prima impadronirsi di Costantinopoli, quella famosa e forte città fondata da Costantino il grande.

            Un principe de' Turchi chiamato Maometto secondo, acceso di sdegno che una città cristiana (i Turchi erano mimicissimi del cristianesimo) sorgesse ancora quasi in mezzo ai suoi stati, decise di volersene a qualunque costo impadronire. Terribili ne furono gli apparati; un esercito di trecento mila combattenti, di cui cento mila di cavalleria; immense macchine da guerra, straordinario numero di cannoni, marciavano contro a Costantinopoli.

            Dal canto suo l'imperatore di Costantinopoli, che si chiamava Costantino Paleologo, si preparava pure alla più valida difesa. Quell'imperatore aveva invocato l'aiuto de' principi d'Europa, ma da più secoli l'impero greco viveva nello scisma, cioè separato dalla Chiesa Cattolica. È vero che i prelati greci col loro imperatore in concilio generale radunato nella città di Firenze, professarono di volersi tenere uniti al Romano Pontefice; ma tornati in Grecia ricaddero quasi tutti negli errori di prima. La qual cosa fu cagione che non si eccitò alcun entusiasmo per andar a soccorrere Costantinopoli.

            Tuttavia i Veneziani e più ancora i Genovesi mandarono parecchie galere capitanate da un famoso loro {337 [337]} generale di nome Giovanni Giustiniani, che segnalò il suo coraggio con prodezze degne di tempi migliori. Ma fosse lo sterminato numero de' Turchi, fosse il piccolo numero dei Greci, fosse il timore da cui fu sorpreso il Giustiniani che non ardì più combattere, oppure (come pare più certo) fosse scritto negli immutabili divini decreti che quell'impero pagasse la pena meritata per tanti misfatti commessi contro alla santa religione di Gesù Cristo; il fatto fu che dopo cinquantacinque giorni di sanguinosi ed accaniti combattimenti la vittoria fu pei Turchi. L'imperatore da mille colpi trafitto cadde sopra un mucchio di cadaveri da lui uccisi; tutta la città cadde in mano de' Turchi; tutto fu messo a fuoco, a sangue, a strage.

            Così nell'anno 1453, duemila cento cinquanta cinque anni dalla fondazione di Roma, mille cento ventitre dacchè Costantino il Grande vi trasferi la sede dell'impero, mentre regnava un altro Costantino cadde la città di Costantinopoli: caduta terribile che trasse le più belle nazioni del mondo in tetra barbarie, sicchè coloro i quali non vollero conoscere la legittima autorità del successore di s. Pietro dovettero sottomettersi alla barbara oppressione ed alla dura schiavitù degli infedeli che la fecero da tiranni.

            Maometto secondo, fatto ardito di questi prosperi successi, deliberò di ridurre tutto il cristianesimo alla credenza ed in potere de' Turchi. S'impadronì con facilità di tutta la Grecia, della Macedonia, della Dalmazia, e si avanzava a gran passi verso l'Italia. Tutti tremavano. Il Papa pubblicò una crociata contro a quei nemici del genere umano, e si pose egli stesso alla testa, ma giunto in Ancona cadde infermo e poco dopo morì. {338 [338]}

            Intanto i Turchi stavano per versarsi in Italia dalla parte del Friuli e della Cambia, province poste alla estremità del Golfo Adriatico, ove il passaggio delle Alpi avrebbe spaventato chicchessia fuori di Maometto. Ma egli aveva comunicato il suo furore e la sua ferocia a tutti i suoi compagni d'armi. Trascinati che ebbero carri, cavalli e bagagli alla cima delle Alpi, per discendere al piano, non vedendo altro mezzo che orridi precipizi, punte di scogli, enormi macigni, anzichè inorridire e tornare indietro si affrettarono di precipitarsi giù in qualunque maniera. Sospendono i loro cavalli a funi e dalle cime delle montagne li calano sui primi scaglioni di quell'anfiteatro, e così via via fino al fondo. Colà rimontano a cavallo precipitandosi ancora giù per tali declivi, a cui i più esperti montanari non potevano ascendere se non aggrappandosi ai sassi od ai virgulti.

            Alla vista di quell'immensa folla di sterminatori che parevano piovere giù dal cielo, i soldati italiani, posti a custodia dei passaggi si diedero alla fuga, e da tutte parti si mandavano grida di terrore e di desolazione. Tuttavia ci fu un guerriero abbastanza coraggioso da opporsi a quei feroci assalitori. Certo Carlo di Montone, capitano de' Veneziani, mediante prudenza e coraggio riuscì a metterli in confusione costringendoli a ritirarsi al di là delle Alpi. Ma tutti sapevano che tale fuga era un presagio di nuova invasione e che in maggior numero sarebbero presto ritornati ad invadere quei paesi, donde erano stati cacciati; sicchè ognuno tremava per l'incertezza del futuro suo destino. Questo timore era accresciuto da segni insoliti che {339 [339]} or qua or là si rendevano manifesti, e parevano presagire qualche terribile flagello. Oragani terribili e terremoti spaventosi facevansi orribilmente sentire. Fra Siena e Firenze neri ed orrendi nugoloni agitati dai venti portavano altrove i tetti delle case, radevano le muraglie, estirpavano i più grossi tronchi avvolgendo in aria uomini ed animali. In tutto il regno di Napoli la terra tremò in sì violenta guisa che gran numero di case e di chiese furono atterrate. Vicino alla città di Rosano la terra sì spalancò in voragine profonda, e tosto comparve un vasto lago, dove prima erano verdeggianti campagne. Molte migliaia di persone morirono per quel flagello; se ne contano trenta mila nella sola città di Napoli.

            Intanto Maometto fortemente irritato della sconfitta ricevuta nella Lombardia e più ancora per la resistenza e perdita toccata nell'assedio di Rodi decise di volersi a qualunque costo impadronire dell'Italia, venire a Roma, cacciare il Papa, e della capitale del cattolicismo fare la sede del Maomettismo. Con immenso numero di soldati si porta al mezzodì dell'Italia e assale la città di Otranto. Assalirla, impadronirsene, mettere tutto a ferro e fuoco, sbranare, calpestare uomini, donne e fanciulli fu cosa di pochi giorni.

            Allora la costernazione fu universale; non vi era più chi ardisse opporsi a sì formidabile nemico. Ciascuno pensava di portar seca quel che aveva di più prezioso e andare altrove a cercare salvezza. Lo stesso romano Pontefice voleva prepararsi a fuggire in Francia, quando il cielo venne in soccorso dell'Italia e della religione, togliendo dal mondo chi era la cagione di tanti mali. Mentre preparava maggior numero di genti per invadere {340 [340]} l'Italia da tutte parti, Maometto fu colpito da una terribile cancrena che in pochi giorni il tolse di vita nel 1481, in età d'anni cinquantatre. Sparsasi la voce della morte di quel feroce conquistatore le sue genti si ritirarono verso Costantinopoli, e l'Italia fatta libera da quel flagello respirò. Da tutte parti si resero a Dio grazie solenni.

 

XXXVI. La congiura de' Pazzi.

 

            Dal 1464 al 1492.

 

            Di mano in mano che si andavano estinguendo le guerre civili, cresceva ogni dì più l'ardore pel commercio, per l'industria, per le scienze, arti e pei mestieri. In mezzo alle opulenze della Toscana vivevano due ricchissime famiglie di mercanti, una detta degli Albizzi, l'altra de' Medici, i quali si gloriavano di poter impiegare le proprie ricchezze per rendere la loro patria florida e commerciante. Ma le rivalità insorte tra queste due famiglie turbarono gravemente la quiete di Firenze, finchè il popolo stanco di quelle interminabili contese, scacciò gli Albizzi dalla città, e da quel momento i Medici divennero capi della repubblica.

            Il primogenito della famiglia de' Medici si chiamava Cosimo ed era un uomo affabile cogl'inferiori, gentile verso gli eguali, benigno e generoso con tutti coloro a' quali poteva fare servigi. Sì belle qualità lo resero caro a tutti i suoi concittadini. Possessore d'immense facoltà, ei non ne faceva uso se non per l'utile e l'abbellimento della sua patria. A sue spese costrusse acquedotti e granai per assicurare l'alimento al popolo; {341 [341]} innalzò chiese ed ospedali per i poveri; fondò una libreria pubblica facendo comperare in molti paesi i manoscritti più rari e preziosi; accolse con onore tutti i sapienti, pittori, scrittori, architetti e letterati in qualsiasi genere; a segno che Firenze giunse a superare nella prosperità e magnificenza tutte le città d'Italia.

            Queste belle azioni, senza che Cosimo pretendesse alcuna dignità, lo fecero divenire capo della repubblica, e rifiutando egli il titolo di sovrano, i Fiorentini di comune accordo gli conferirono il titolo di padre della patria.

            Cosimo trovavasi sul fine della vita, ed i suoi figli l'avevano tutti preceduto nella tomba ad eccezione di uno, il quale era sì gracile ed infermo, che prometteva brevissimo tempo di vita. Tuttavia la Provvidenza dispose che Pietro, tale era il nome del superstite figlio di Cosimo, governasse la repubblica con onore dopo la morte del padre. Gli successero nel governo due suoi figli Lorenzo e Giuliano, i quali seguirono l'esempio del loro padre e del loro avo. Lorenzo poi per le grandi cose che fece per decoro ed ornamento della sua patria fu soprannominato il magnifico.

            Ora, miei cari, dovete sapere che fra le famiglie riguardevoli che nutrivano in cuore odio e gelosia contro ai Medici una era quella dei Pazzi, che Cosimo aveva trattato sempre coi riguardi dovuti ad una delle più antiche e più rispettabili case della repubblica. Ma il primogenito della famiglia de' Pazzi, chiamato Francesco, era vivamente roso da invidia perchè vedeva primeggiare la famiglia de' Medici, e piuttosto di rimanere in patria andò ad accasarsi a Roma, ove il seguì la maggior parte de' suoi parenti. {342 [342]}

            In quei tempi, cari giovanetti, nulla era tanto ordinario in Italia quanto il vedere odii profondi e scambievoli durare per anni ed anni tra due famiglie e loro aderenti e sfogarsi d'improvviso con qualche atto terribile di vendetta e di furore, il che era contrario alla santa legge del Vangelo. Ora vedrete a quali eccessi l'invidia e la gelosia abbia condotto i Pazzi. Meditando essi il modo di rientrare nella loro patria, di opprimere i Medici loro rivali, indussero parecchi nobili Fiorentini a secondare i loro disegni di vendetta. Fu tramata una congiura mercè cui fu stabilito di ritornare di nascosto in Firenze e segnalare il loro ritorno coll'uccisione di tutti quanti i loro nemici.

            Francesco Pazzi capo di quella congiura era persuaso che, quando i Medici fossero trucidati, il popolo applaudirebbe alla loro morte e si unirebbe co' loro uccisori, poichè i ribelli si pensano e si adoperano sempre di avere il popolo nel proprio partito. Ma il popolo non poteva dimenticare i grandi beneficii che i Medici avevano fatto a' Fiorentini.

            I congiurati, fra i quali si trovavano alcuni nobili, cui Lorenzo e suo fratello credevano amici, immaginarono sulle prime di trarli in qualche casa sotto pretesto di dar loro un banchetto, e di farli trucidare da uomini posti in agguato; ma i Medici sospettando forse qualche reo disegno, rifiutarono di recarsi alle feste a cui erano invitati. Quella giusta diffidenza lungi dal distogliere i congiurati dalla colpevole risoluzione, altro non fece che indurli ad accelerarne l'adempimento. Fu tra essi risoluto che quel doppio omicidio dovesse compiersi nella chiesa medesima ove i Medici si conducevano per ascoltare la S. Messa; poichè quei tempi erano {343 [343]} così sciagurati, che per soddisfare alla passione della vendetta, non erano neppure trattenuti dall'idea di un sacrilegio, e non si esitava di offendere nella medesima sua casa quel Dio, che comanda agli uomini di amarsi scambievolmente come fratelli. Quell'attentato da commettersi dinanzi agli altari parve sì orribile ai medesimi congiurati, che parecchi di essi rifiutarono di prendervi parte; ma Francesco Pazzi, spinto da odio implacabile contro ai Medici, accelera quanto gli è possibile l'esecuzione di quel misfatto. Il giorno è fissato, l'esecuzione è stabilita. In giorno di festa solenne, mentre Lorenzo e Giuliano erano al tempio accompagnati da un grande numero di signori, parecchi dei quali portavan pugnali sotto le vesti, e la folla degli astanti attendeva con raccoglimento al rito divino, nel momento in cui il campanello dava il segno dell'elevazione, i congiurati, i quali non aspettavano se non l'istante in cui le loro vittime chinassero il capo per l'adorazione dell'ostia santa, si gettarono con violenza sui due principi e trafissero a pugnalate Giuliano, che cadde morto sul fatto.

            Lorenzo non aveva ricevuto se non una leggera ferita, la quale gli lasciò campo di sfoderare la spada, di cui si servì con tanto coraggio ed intrepidezza, che riuscì a farsi strada fra' suoi aggressori, ed a ritirarsi con alcuni servi fedeli nella sacristia della chiesa, le cui porte di bronzo tosto chiudendosi lo posero in salvo.

            Ma nel tempo che quel principe quasi per prodigio si sottraeva al furore de' Pazzi, gli amici de' Medici spargendosi per tutta la città e correndo all'armi chiamarono tutto il popolo contro gli assalitori, accusandoli di omicidio e di sacrilegio. Il popolo ben lungi dal fare causa comune coi congiurati, li assalì in folla e scagliandosi {344 [344]} addosso a tutti quelli che si paravano innanzi mise a pezzi la maggior parte di quegl'infelici.

            Lo stesso Francesco Pazzi, principale autore di quel misfatto, rimasto ferito nella zuffa, venne strappato dal suo letto ed impiccato ad una delle finestre del palazzo de' Medici. Di tutti i congiurati soltanto un piccolo numero potè uscir di Firenze travestito e rifuggirsi altrove. In questa maniera quei ribelli e profanatori del tempio santo pagarono il fio del loro delitto.

            Benchè quel terribile avvenimento avesse privato Lorenzo di un fratello, esso riuscì tuttavia più favorevole ai Medici che non sarebbero state parecchie vittorie riportate sui loro nemici; poichè da quel momento niuno più osò di opporsi alla grandezza di quella casa, che pareva essere state in quell'incontro protetta dal cielo. E Lorenzo il Magnifico, fatto accorto che solamente l'amore e il ben fare rende affezionali e docili i sudditi, raddoppiò il suo zelo per la felicità e per la gloria dei Fiorentini.

            Dopo questo tragico avvenimento Lorenzo de' Medici esercitò il paterno suo dominio per molti anni a prò della repubblica di Firenze. Merita però special menzione la sollecitudine con cui quel principe favorì le scienze e le arti chiamando in quelle città i personaggi più dotti e gli artisti più insigni da tutte le parti d'Italia. Circondato di continuo da quegli uomini cospicui per ingegno e dottrina egli diede il suo nome alla preziosa libreria che il suo illustre avo avea cominciata, e fondò egli stesso ne' suoi giardini di Firenze una scuola di pittura sotto il titolo di accademia, dalla quale uscì poi un gran numero di pittori che formano ancora oggidì la gloria dell'Italia. {345 [345]}

            Fra gli uomini illustri famigliari a Lorenzo dei Medici debbo citarvi Pico della Mirandola, l'uomo più straordinario che sia mai vissuto al mondo, per la varietà delle sue cognizioni, la vivacità della sua mente e la sua maravigliosa memoria.

            Lorenzo de' Medici dopo di aver governato la repubblica di Firenze, come un padre governa la propria famiglia, fu tolto all'amore de' suoi concittadini nel 1492.

 

 

XXXVII. Curiose scoperte e l'invenzione della stampa.

 

            La storia del Medio Evo sebbene sia ripiena di avvenimenti guerreschi, tuttavia l'acccomunarsi di varie nazioni, il comunicarsi a vicenda i prodotti dell'industria e del commercio furono causa di molte utili scoperte. Di alcune vi ho già parlato nel decorso di questa storia; di altre voglio darvi qui un cenno.

            Nel secolo V s. Paolino vescovo della città di Nola, introdusse l'uso delle campane. Nel 553 la semenza dei bachi da seta dalle Indie fu trasportata in Europa, la qual cosa, mercè le foglie del gelso, fu per gli Italiani sorgente di molte ricchezze. L'anno medesimo si conobbe l'uso delle penne da scrivere, in luogo di cannuccie che prima si usavano con grave incomodo.

            Verso l'anno ottocento un principe Maomettano regalò un orologio a ruote all'imperatore Carlomagno; ed un prete Veronese, di nome Pacifico, l'introdusse in Italia e lo condusse a molta perfezione.

            Nell'anno 990 furono in Italia introdotte le cifre arabiche, {346 [346]} cioè i numeri di cui ci serviamo presentemente a fere i calcoli.

            Nell'anno mille ventotto un frate di nome Guido, della città di Arezzo inventò le note della musica, ritrovato che rese assai facile lo studio di questa scienza. Poco dopo furono inventati i mulini a vento; fu conosciuto l'uso del vetro che venne applicato alle finestre; ed i Veneziani lo usarono a far occhiali e specchi; la carta di cenci, l'uso del carbon fossile; furono tutte invenzioni di quel tempo.

            Inoltre nel 1260 un monaco di Magonza, città di Germania, di nome Roggero Bacone, scoprì di quali sostanze era composta la polvere da cannone, e poco dopo vennero in uso le bombe e mortari.

            Nel 1300 un cittadino di Amalfi, chiamato Gioia Flavio, scoprì l'uso della bussola ossia dell'ago calamitato, mercè cui i marinai possono camminare con sicurezza qualunque ora del giorno e della notte, e conoscere la direzione che seguono in mezzo all'onde.

            Ma niuna invenzione fu così maravigliosa e nel tempo stesso tanto utile come la stampa. Prima del secolo decimo quinto tutti i libri erano scritti a mano, e potete facilmente immaginarvi quanta fatica e quanto tempo si dovesse spendere qualora si fossero dovuto fare più copie di qualche grosso volume.

            Già da più di cent'anni erasi trovato il modo d'improntare sul cartone (specie di carta grossa) l'immagine di figure rozzamente scolpite sul legno, e per lo più rappresentanti l'effigie di santi o sante. Il più delle volte queste immagini erano accompagnate da alcune linee di spiegazione, le cui parole erano intagliate nel {347 [347]} medesimo pezzo di legno, affine di risparmiar la fatica di scriverle in fondo a ciascuna.

            Un certo Giovanni Guttemberg concepì l'ingegnosa idea di formare caratteri mobili di piombo fuso, simili a quelli intagliati nel legno, in guisa che si potessero disporre a volontà secondo il bisogno, e annerendoli con un inchiostro assai denso, riproducessero esattamente sulla carta le lettere dell'alfabeto da essi caratteri rappresentate.

            Tale fu, miei cari, l'origine della tipografia, quella arte preziosa, con cui formandosi delle parole con piombo fuso e con un un'altra sostanza detta antimonio, e sottoponendosi all'impressione della carta, si formano stampe e libri. L'utilità di questa invenzione è grandissima, perchè oggidì due operai fanno in un giorno maggior lavoro, che non farebbero duemila scrittori nel medesimo tempo; lo stesso stampato si legge assai più comodamente che il manoscritto: e di più quel libro che oggidì può comprarsi con cinquanta centesimi, prima della stampa costava oltre cinquanta franchi. In pochi anni l'invenzione di Guttemberg (a cui si associarono tosto due compagni chiamati Fust e Scheffer), si propagò in tutta l'Europa. Roma, Venezia, Parigi ebbero i loro tipografi. Così per mezzo della stampa, i manoscritti degli antichi Greci e Latini, e dei dotti d'ogni nazione, i quali fino allora erano stati riserbati ai soli dotti e ai soli ricchi, poterono con poco costo andare per le mani di chiunque voglia erudirsi.

            Intanto noi, miei teneri amici, siamo giunti al fine della storia del Medio Evo. Quest'epoca importantissima si compiè con tre gravi avvenimenti. La scoperta della stampa fatta nel 1438. La presa di Costantinopoli fatta da {348 [348]} Maometto II nel 1453, e con essa finì l'ultimo avanzo dell'antico impero Romano. Finalmente la scoperta dell'America fatta da Cristoforo Colombo nel 1492. E poichè gli avvenimenti che seguono hanno, per così dire, cagionato un rinnovamento universale, che dura tuttora ai tempi nostri, perciò soglion chiamarsi Storia moderna. {349 [349]}

 


Epoca Quarta. Storia Moderna.

 

Dalla scoperta del nuovo mondo nel 1492 fino ai tempi nostri 1856.

 

I. La scoperta del Nuovo Mondo.

 

            L'anno 1492.

 

            La serie degli avvenimenti che io intraprendo a raccontarvi, miei cari, dicesi storia moderna, sia perchè abbraccia i tempi a noi più vicini, sia perchè i fatti che ad essa si riferiscono non hanno più quell'aspetto feroce e brutale, siccome quelli del Medio Evo. Quivi è quasi tutto progresso, scienza ed incivilimento. Perciò ho motivo a sperare che le cose che io vi andrò raccontando dovranno di certo riuscirvi piacevoli e nel tempo stesso di utilità.

            La scoperta dell'America è l'avvenimento che dà cominciamento a quest'epoca; avvenimento il più strepitoso di cui si abbia notizia nella storia de' popoli della terra. Prima del 1492 le parti del mondo conosciute erano soltanto tre, vale a dire l'Europa, di cui fa parte l'Italia; l'Asia, dove vissero i primi uomini del mondo; e l'Africa, che è una vasta estensione di paesi al nostro mezzodì al di là del Mediterraneo.

            Fino al 1492 non si ebbe notizia di una parte del mondo, la quale in estensione uguaglia quasi le tre altre {350 [350]} parti già conosciute. La gloria di questa maravigliosa scoperta è dovuta ad un nostro italiano di nome Cristoforo Colombo. Ascoltate le belle cose che ho a raccontarvi di lui. Egli era nato in un villaggio vicino a Genova da uno scardassiere di lana, e suo padre voleva ammaestrarlo nell'arte che egli stesso esercitava[11]. Ma Colombo era dalla Provvidenza destinato a cose più grandi; e all'età di soli 14 anni diede prova di essere un bellissimo ingegno. Il buon genitore osservando la buona condotta del figlio gli somministrò mezzi e tempo onde potersi applicare allo studio dell'Aritmetica, della Geometria e di altre scienze, che giovano alla navigazione.

            Le scoperte di varie terre ed isole fatte poco prima dai Portoghesi formavano il soggetto delle conversazioni, ed avevano acceso l'animo del giovanetto Cristoforo. Nato esso in un paese marittimo sentiva ardersi della brama di acquistar anch'esso gloria sul mare. Perciò mettendo a parte i pettini della lana, studiò con impegno la nautica sia coi libri, sia viaggiando per mare. Intanto postosi agli stipendi di un Genovese, famoso capitano di mare, andò con lui a combattere contro ai Turchi e contro ai Veneziani. Sostenne fieri combattimenti, arrischiò la vita fra le burrasche, e si acquistò qualche po' di danaro, cognizione e fama di giovane valorosissimo. Avvenne sulle coste del Portogallo, che il suo capitano avendo attaccato una zuffa con alcune galee veneziane, nel furor della mischia s'appiccò il fuoco al vascello genovese. Colombo scorgendo ogni cosa fatta preda delle fiamme, si gettò in mare e nuotando a grande stento giunse alla riva. {351 [351]}

            Si ricoverò a Lisbona senza un soldo e senza robe. Ma gli uomini dotti e virtuosi trovano presto benefattori. Le sue belle maniere e le sue cognizioni gli procacciarono l'amicizia di alcuni mercanti suoi paesani, i quali lo provvidero di quanto era necessario per dimorare in quella città. Allora egli si diede col massimo ardore allo studio e tanto progredì nelle scienze che giunse a congetturare esservi ancora moltissime terre lontane da scoprire. Questa idea, vaga da principio, divenne per lui a poco a poco una certezza, sicchè andava dicendo con tutti: «V’è un nuovo mondo e voglio scoprirlo io.»

            D'allora in poi Cristoforo non provò più pace, finchè non ebbe i mezzi d'introdursi in mari non ancor navigati. A tal fine chiese navi da prima alla repubblica di Genova sua patria; poi al Portogallo; ma parendo a tutti che il pensiero di Colombo fosse senza fondamento, niuno gli diede ascolto.

            Il credereste? tante ripulse non avvilirono l'animo di Colombo. Saldo nella sua idea s'avvia in Ispagna e va a presentarsi al Re di nome Ferdinando, soprannominato il Cattolico. Gli propone di scoprire nuove terre, purchè esso gli fornisca i bastimenti necessari. Anche qui Colombo sulle prime fu tenuto per un visionario; e come tale fu dalla corte congedato. Il peggio si è che il popolo vedendo Colombo aggirarsi per la città sempre immerso in profonde meditazioni lo riputava un pazzarello.

            Cinque anni aveva egli speso in viaggi, in preghiere, in raccomandazioni per far adottare il suo progetto. Fatiche inutili, parole sparse al vento! Disperando di ottenere le navi richieste, si preparava ad uscire dal regno per recarsi di nuovo in Inghilterra, quando un {352 [352]} dotto monaco, di nome Perez, riuscì ad ottenere dal re le navi e le provviste necessarie per quella singolare spedizione.

            Colombo tutto pieno di giubilo promise al re che le nuove terre, di cui sembravagli sicura la scoperta, apparterrebbero alla Spagna. Dal canto suo Ferdinando promise al coraggioso Genovese che egli e i suoi eredi le governerebbero in qualità di vicerè.

            Quindi colla massima prestezza raccolti i legni e la sua gente nella città di Palos, sciolse le vele con tre navi andando in cerca del nuovo mondo il dì 3 agosto 1492. Dopo due mesi di viaggio per mari sconosciuti fra le tempeste e in nuovi climi; nè ancora scorgendosi spiaggia alcuna, il timore di morir di fame invase l'animo di tutti.

            I lamenti ripetuti tra gli stessi marinai si cambiarono a poco a poco in imprecazioni e combriccole. Alfine crescendo ogni giorno i pericoli, quella gentaglia si ammutinava. Morte, gridavano inferociti, morte a chi ha voluto pazzamente sacrificare tanti bravi. Colombo non si smarrì a queste voci da forsennati, ma indusse i meno temerari a star cheti; punì i pertinaci, placò tutti; e con un coraggio irremovibile andò incontro a' maggiori disastri.

            Anzichè tornar indietro in Ispagna, come volevano i marinari e i soldati volontari, spinse le navi innanzi nell'Oceano. Viaggiarono ancora un mese e mezzo e continuavano a non vedere che cielo e acqua. Ben sapevano e Colombo e i suoi compagni che essi eran divisi dalla patria per un immenso tratto di mare; questi ultimi piangevano disperando di riveder i loro parenti. Colombo li confortava e andava innanzi. {353 [353]}

            Per buona sorte non passarono molti giorni che egli vide volare uccelli di una specie nuova e sconosciuta, poi scorse un insetto vivo fra alcune erbe galleggianti: erano sicuri indizi che la terra non poteva esser molto discosta. Tutto allegro additò l'insetto e gli uccelli ai malcontenti, e parvero alquanto rincorati. Ma scorsa una settimana e non vedendosi ancora altro che cielo ed acqua, le doglianze si cambiarono in minacce, la ciurma passando dai detti ai fatti era in procinto di gettar nel mare il condottier ostinato per rivolgere la prora verso la Spagna.

            Colombo allora aduna intorno a sè i più rivoltosi: ebbene, egli dice, se fra tre giorni non iscopriamo terra vendicatevi pure, gettatemi in mare. A queste parole, pronunciate con un'aria mirabile d'intrepidezza e di fiducia, quegli uomini rozzi stupirono e si acquetarono; e il viaggio fu proseguito.

            Passò un giorno e la terra non si scopriva. Venne la sera e molti vegliavano, agitati dalla speranza e dal timore. Non era ancora giunta la mezzanotte quando parve a Colombo di scoprire di lontano un lumicino, e lo accennò a due ufficiali spagnuoli che gli stavano dappresso. Tutti e tre infatti videro che il lume si andava movendo come fiaccola che alcuno portasse di luogo in luogo. Erano in queste congetture quando dalla nave più avanzata udirono gridare lietamente terra, terra. E invero allo spuntar dell'alba si mostrò alla distanza di cinque miglia un'isola verdeggiante di boschi e praterie. I marinai e i volontari spagnuoli che avevano minacciata la vita del condottiero si gettarono a' suoi piedi chiedendogli perdono. Quell'Italiano a cui poco innanzi non volevano ubbidire e che trattavano con {354 [354]} disprezzo, ora pareva loro il più grand'uomo del mondo; sicchè l'eccesso della gioia li portava ad una specie di adorazione verso di lui.

            Era venerdì il giorno 12 ottobre 1492. Colombo discese ne' battelli co' soldati, fece spiegare le bandiere, e precedere la banda militare. In bella ordinanza e a remi forzati gli Spagnuoli si avvicinarono alla costa. Uno stuolo d'isolani copriva quella spiaggia ivi attirati dalla novità della cosa. Colombo fu il primo che mise piede a terra, tenendo in mano la spada sguainata. Dietro lui venivano i suoi compagni a schiera a schiera.

            Appena toccata quella terra gli Spagnuoli innalzarono un crocifisso; tutti caddero ginocchioni davanti alla sacra immagine, e ringraziarono Iddio pel felice termine del loro pericoloso viaggio, e per avere conceduto loro d'essere guidati dal glorioso Colombo a scoprire nuove terre e nuovi popoli.

            Stupivano gli Spagnuoli nel vedersi intorno piante, erbe, frutti, animali diversi affatto da quelli d'Europa. Gli abitanti dell'isola erano selvaggi nudi, di color di rame e quasi senza barba; avevano la faccia e le membra dipinte di vivaci colori. Ancor più attoniti erano cotesti isolani; essi non avevano mai veduto approdare a quei lidi straniero alcuno. La carnagione bianca degli Europei, i lunghi baffi, le vesti a vario colore, le armi lucenti, i cavalli e i cani, bestie quivi ignote, tutto faceva una strana impressione nell'animo loro. Quei semplicioni credevano che le navi colle vele spiegate fossero mostri marini. Taluni de' selvaggi credettero che i cavalli e i cavalieri fossero un corpo solo. Essi chiamavano i seguaci di Colombo figliuoli del sole discesi in terra. {355 [355]}

 

 

II. Colombo in America.

 

            Dall'1492 al 1493.

 

            Quando Colombo ebbe finite le cerimonie religiose e date le disposizioni militari, si fece incontro amichevole agli isolani, i quali eransi tenuti in disparte sulle vicine collinette a vedere lo sbarco e le mosse della piccola squadra. I selvaggi intimoriti all'avvicinarsi di queste nuove figure d'uomini in sulle prime fuggirono. Ma Colombo gettò loro in dono dei sonagli, degli spilli, dei coltelli, degli specchietti di vetri ed altre cose fino allora sconosciute in que' luoghi. Essi le andavano raccogliendo a gara; ed erano maravigliati della bellezza di siffatte bagatelle. A poco a poco, come accade ne' fanciulli, nacque in tutti il desiderio di possederne. Laonde i più animosi si appressarono agli Spagnuoli, domandando alcune di quelle cosucce e offrendo in cambio frutti e tele del paese. Così incominciarono le prime relazioni fra gli Europei e gli abitanti del nuovo mondo. Sull'imbrunire di quel giorno memorabile, Colombo salì in una barchetta e tornò alle sue navi, e molti selvaggi onorevolmente lo accompagnarono co' loro canotti, specie di navi fatte con tronchi di grossi alberi scavati in modo da navigare entro essi.

            L'isola a cui approdò Colombo per la prima e che si può dire essere stata per lui la sua salvezza, fu nominata San Salvatore. Dopo aver colà ristorato le sue genti andò in traccia de' luoghi giudicati ricchi in oro. Approdò a più isole, e alcun tempo dimorò in quella di Cuba. Ivi gli abitanti credendo gli Spagnuoli esseri {356 [356]} divini, portarono ad essi cibi preziosi e si prostrarono per baciar loro i piedi.

            Sbarcò poscia all'isola di S. Domingo. Da prima quei timidi abitanti fuggirono nelle selve all'approssimarsi degli Spagnuoli. Avendo questi presa una donna e condottala a Colombo, egli comandò che gli si mettessero indosso bellissime vesti; e con abiti fatti alla nostra maniera, la rimandò fra i selvaggi che erano nudi. Chi sa qual maraviglia parve a coloro la donna vestita con una ricca gonnella? Chi sa che cosa narrò colei dei costumi spagnuoli? Il fatto sta che il dono e le cortesie compartite da Colombo a quella donna gli giovarono assai; poichè il giorno dopo vennero in fretta i selvaggi a cambiar l'oro con le palline di vetro ed altre bagatelle degli Spagnuoli. Alcuni di quegli isolani portavano sulle spalle la donna cui erano stati regalati gli abiti; è presso di lei stava il marito, il quale veniva a ringraziare il condottiero delle navi.

            Un Cacicco, ossia principe del luogo, volle vedere i viaggiatori spagnuoli. Dugento uomini lo accompagnavano portandolo sotto una specie di baldacchino. Desiderò di salire sulle navi; e subito Colombo lo accolse con onori e gli offerì rinfreschi. Il Cacicco non fece che appressarli alle labbra senza bere alcun liquore. Anche egli credeva che quegli stranieri scendessero dal cielo.

            Colombo che già cominciava ad intendere la lingua che parlavano i selvaggi, ebbe di poi un abboccamento col maggiore de' cacicchi dell'isola. Dopo avere stretta amicizia con esso lui, prese a costeggiare l'isola in cerca di miniere d'oro.

            In quel viaggio essendosi addormentato il pilota, la nave investì in uno scoglio e si ruppe. Tutto vi andò a {357 [357]} soqquadro. Colombo dovette gittarsi in mare e salvarsi a nuoto. Quei buoni selvaggi, appena fatti consapevoli del naufragio, corsero a prestar aiuto agli Spagnuoli e nessuno perì.

            Di tre navi che Colombo aveva condotto dalla Spagna due erano perdute. Il bastimento che rimaneva non era più capace di portar tutta la sua gente.

            Fu perciò costretto a dividere gli Spagnuoli in due compagnie. Ordinò ad una che dovesse rimanere nella isola; annunziò all'altra che sarebbe ritornata in Ispagna con lui. Ma prima di partire Colombo, chiamati intorno a sè gli Spagnuoli che dovevano fermarsi tra i selvaggi, comandò loro di essere costumati e religiosi, di studiare il linguaggio degli abitanti del paese, di non far torto ad alcuno. Invitò il primo Cacicco a conchiudere un trattato in forza del quale gli Spagnuoli si obbligavano a difendere il paese dalle scorrerie di non so quali crudeli vicini, e gli isolani dal canto loro promettevano di somministrare agli Spagnuoli vivande e braccia, quante ne abbisognassero.

            Per obbligar meglio i selvaggi all'osservanza dei patti, Colombo fa schierare i suoi Spagnuoli armati di tutto punto. Il veder lance, spade, archibugi, balestre e cannoni fu uno strano spettacolo per genti accostumate a maneggiare in guerra soltanto spine di pesci e rami d'alberi. Ma qual fu poi il loro sbigottimento, allorquando conobbero l'uso delle armi e udirono gli spari degli archibugi e delle artiglierie? A quei fuochi, a quel rimbombo, uomini e donne si buttarono a terra coprendosi colle mani il viso e poi si rialzarono tremanti per adorare gli dei armati, come essi dicevano, di lampi, tuoni e saette. {358 [358]}

            Ciò fatto Colombo imbarca i più curiosi prodotti del luogo e alcuni selvaggi. Carico di queste maraviglie scioglie le vele per l'Europa.

            Sorge nel viaggio una furiosa burrasca, e Colombo stesso vedesi parata innanzi la morte; ma tranquillo in mezzo al pericolo si dispone a morire da buon cristiano. Comanda poi che gli si rechi della cartapecora; scrive su di essa la storia del suo viaggio; chiude il foglio in un barile, e lo getta sui flutti, acciocchè galleggiando possa un dì venire raccolto da qualche navigatore, e manifestare l'esistenza delle isole da lui scoperte.

            Sette mesi erano scorsi dacchè Colombo aveva lasciata la Spagna; e niuno in Europa aveva avuto notizia di lui. Cominciava a nascere il dubbio, che fosse perito nell'impresa arrischiata ... quand'ecco la sua nave comparisce inaspettata innanzi a Lisbona, ove fu costretta da una tempesta a ricoverarsi. Di là Colombo spedì un corriere al redi Spagna, ed egli intanto si mosse alla volta di Palos.

            Prima che il famoso navigatore arrivasse in Ispagna; si sparse la novella dell'esito felice della spedizione. Quando poi sbarcò a Palos, la città intera accorse a ricevere lo scuopritore del nuovo mondo. Trasecolavano tutti nel mirare le produzioni e gli animali da lui recati; ma ancora più alla vista di quelle strane figure di uomini, presi a Cuba e a s. Domingo. - Intanto Colombo quasi trasportato dalla folla, tra gli evviva del popolo e il suono delle campane si avvia al tempio a ringraziare il Signore. Da Palos si trasferisce per terra a Barcellona. Tanta gente si affrettava sul cammino per vedere sì raro uomo, che tutto quel viaggio sembrò a Colombo una via trionfale. Alla metà di aprile {359 [359]} entrò in Barcellona, ove il re e la regina lo accolsero con pompa solennissima. L'udienza fu pubblica; si eresse a questo effetto un trono fuori del palazzo, ed ivi i sovrani accolsero l'ardito navigatore.

            Ognuno aveva fissi gli occhi in Colombo. Il re e la regina, fattolo sedere, lo invitarono a narrare il viaggio e la grande scoperta. Colombo si fece allora ad esporre in semplici parole le sue avventure, e queste parevano miracoli ai circostanti. Tale fu l'ammirazione eccitata da quel fedele racconto di onorate fatiche, che i grandi della corte lo trattarono come persona principesca. Il re di Spagna fu generoso di molti regali a Cristoforo e alla sua famiglia: i dotti non trovavano lodi bastevoli al suo merito; il più degli Spagnuoli lo chiamavano Mago, e i popoli dell'Europa stupiti pronunziavano con entusiasmo il nome del sapiente e coraggioso italiano.

 

 

III. Altri viaggi di Colombo in America.

 

            Dal 1493 al 1505.

 

            Le azioni di Cristoforo Colombo mi paiono tanto importanti e curiose, che io stimo bene di raccontare altri suoi viaggi in America. Quattro volte Colombo intraprese il pericoloso viaggio per quei lontani e sconosciuti paesi.

            Dopo tante traversie un uomo volgare avrebbe desiderato godersi in pace gli onori e le ricchezze acquistate. Ciò non fece Colombo: nemico d'ogni ozio, e avido sempre di gloriose fatiche, invece di pregare il re acciocchè gli conferisse cariche e principali in Ispagna, lo supplicò di somministrargli diciassette navi. {360 [360]} perchè egli desiderava correre sui mari verso regioni tuttavia sconosciute agli Europei, è fu esaudito.

            Non c'è fatica o pericolo che vaglia a intimidire chi è avido dell'onore e della gloria. Colombo va errando ancora fra que' mari in traccia di nuove terre: scogli, tempeste, fulmini, pioggie, carestie non lo smuovono dal suo proposito. Ma l'uomo vale per un uomo e tanti disagi lo fecero cadere in grave e pericolosa malattia.

            Mentre giaceva infermo, erano scoppiati alterchi fra gli Spagnuoli e i selvaggi. Ed ecco in conseguenza di quei contrasti si raccolgono all'improvviso centomila selvaggi, i quali minacciano di avviluppare e di uccidere tutte le genti di Colombo. Ma questo grand'uomo sebbene sfinito di forze non si impaurisce. Giudicando inevitabile una battaglia, fa la rassegna de' proprii soldati, che appena sommavano a duecentoventi.

            Ducentoventi uomini contro centomila ! - Pure coll'ordine, colla disciplina, colla scienza di Colombo, i suoi pochi soldati assaltano di notte i nemici, e colle armi da fuoco, e col coraggio mettono presto in fuga quello sciame di selvaggi. Dopo questa gloriosa vittoria Colombo giudicò bene di ritornare nella Spagna.

            Fu dopo questo secondo ritorno, che egli confuse alcuni de' suoi nemici con una ingegnosa risposta divenuta celebre. Gli contendevano essi il merito delle sue scoperte, dicendo che nulla era vi di più facile mediante un poco di audacia e molta fortuna. Egli propose loro di far stare un uovo dritto sulla sua punta. Al che niuno avendo potuto riuscire, egli ruppe la punta dell'uovo, e sì lo fece stare. «Che bel mezzo! esclamarono gli altri; senza dubbio, replicò Colombo, il mezzo è semplice: ma niuno di voi si avvisò di usarlo: ed è {361 [361]} appunto così, che io designai la scoperta di un nuovo mondo.» La sua presenza, e le sue parole avendogli fatta riacquistare tutta la confidenza del re, Colombo parta pel suo terzo viaggio: e in questo egli scoprì quel vasto continente, della cui scoperta gli fu rapito l'onore da Americo Vespucci, il quale gl'impose il suo nome.

            Il re e la regina, prestando ancora troppo facile orecchio ai suoi calunniatori, spedirono a S. Domingo Francesco Bodavilla perchè esaminasse e sentenziasse l'imputato. Questo infame Bodavilla, che voleva comandar egli, e voleva per sè tutto l'oro di quei luoghi, appena mette piede nell'isola, s'impadronisce a forza della casa di Colombo; lo fa incatenare, e lo condanna a morte. Non osando per altro eseguire l'iniquissima sentenza, allestisce un vascello per ispedire in Ispagna Colombo con due suoi fratelli. Colombo soffre, tace, ubbidisce, non si sgomenta: - Egli era puro di ogni delitto.

            Quando Alfonso da Valleio, capitano della nave destinata a recare i tre fratelli genovesi in Ispagna, ricevette a bordo Colombo, tutto compreso di rispetto per l'illustre prigioniero, voleva fargli spezzare le catene che trascinava. «No, disse Colombo, chi sa comandare in un giorno, sa ubbidire in un altro.» Virtuoso esempio d'ubbidienza all'autorità pubblica della patria!

            Compiuto in sì misero stato quel lungo viaggio, appena Colombo giunse in Ispagna, il re comandò che gli fossero tolti i ferri, e gli si dessero danari e vesti onde comparisse alla corte a sgravarsi delle imputazioni. Colombo venne in fatti al cospetto dei Sovrani di Spagna, e parlò eloquentemente in sua difesa, perchè era uomo istruito e sapeva far valere la sua ragione. Persuasi il re e la regina della sua innocenza, rovesciarono {362 [362]} su Bodavilla la colpa de' maltrattamenti usatigli. Ciò saputosi, il popolo accompagnò Colombo a casa con una furia di evviva!

            Due anni per altro visse Colombo trascurato dalla corte dimandando invano di essere investito della dignità di vicerè delle terre scoperte, com'era stato pattuito. Intanto fu permesso ad Americo Vespucci, viaggiatore fiorentino, d'inoltrarsi nelle terre che dietro le tracce segnate da Colombo, si andavano scuoprendo. Dal nome di Americo venne allora dato a quella parte di mondo il nome di America.

            Colombo intraprese ancora un quarto viaggio nella America, in cui dovette anche patire assai per mare e per terra. In una burrasca essendo rigettato sulle rive di un'isola selvaggia, egli ed i suoi andarono soggetti a molte privazioni. I cibi erano consumati, e quegli isolani essendo stati poco prima maltrattati dagli Spagnuoli, erano risoluti di lasciarli morir tutti di fame. Un lepido incidente liberò Colombo ed i suoi compagni dalla morte. Egli era istrutto nell'astronomia, vale a dire conosceva il moto ed il corso degli astri, e la relazione che essi hanno colla terra; e dovendo in quel tempo succedere un'ecclissi della luna, predisse che fra breve sarebbe avvenuto un terribile oscuramento. Quei selvaggi da prima non diedero ascolto alla predizione, ma quando videro che la luna cominciava proprio ad oscurarsi, tanto s'impaurirono che corsero a Colombo, gettandosegli a' piedi, e lodando la sua gran sapienza si facevano premura di recargli quanto occorreva per lui e pei suoi compagni.

            Ma nuovi guai sorsero ad interrompere le imprese di quel grande uomo; sicchè egli vittima dell'invidia e {363 [363]} delle maldicenze di alcuni malevoli spagnuoli, stimò bene di ritornare in Ispagna.

            Finalmente l'anno 1505 morì ne' disgusti e nella povertà. Terribile esempio che ci deve ammaestrar a non far conto delle umane grandezze. Morì povero colui che aveva scoperto il nuovo mondo donde provenne alla Europa oro immenso. Ciò che renderà sempre glorioso il nome di Colombo si è la sua religione, la sua carità, e la scoperta dell'America.

 

 

IV. Ludovico il Moro e Carlo VIII.

 

            Dal 1495 al 1510.

 

            Mentre Cristoforo Colombo acquistava nuova gloria all'Italia colla scoperta del nuovo mondo, molti bellicosi avvenimenti agitavano i popoli italiani.

            Vi ricorderete che nella vittoria riportata dal conte di Carmagnola a Maclodio fu vinto altresì un famoso generale di nome Francesco Sforza, figliuolo di un povero contadino chiamato Attendolo. Or avvenne che in quei tempi la guerra ardeva in vari paesi d'Italia, e Francesco Sforza, il quale avea sposato la figliuola dell'ultimo duca Filippo Maria Visconti, dopo essersi acquistato il nome di famoso guerriero, approfittò dell'occasione in cui i Milanesi erano in rivolta per presentarsi alle porte della città alla testa della formidabile sua banda. In breve si rese padrone della città, e assunse il titolo di duca che nessuno osò contendergli.

            Francesco Sforza ebbe un lungo e glorioso regno, durante il quale seppe farsi onorare e temere dai suoi sudditi. Alla morte lasciò la corona ducale a suo figlio {364 [364]} Galeazzo Maria. Erano già cinquant'anni che quella stirpe di avventurieri stava al possesso del ducato di Milano, allorchè Giovanni Galeazzo, figlio di Galeazzo Maria, fu chiamato al trono dopo di lui essendo appena in età di otto anni. Uno zio di quel giovane principe, detto Ludovico il Moro, a cagione della sua pelle abbronzata, che gli dava aspetto di un Africano, si offerì di governare il Milanese finchè suo nipote fosse in istato di regnare da sè.

            Ma quel Ludovico il Moro era un uomo ambizioso e crudele. Geloso di vedere il titolo di duca portato da un fanciullo, egli formò il disegno di rapire il trono al giovane Galeazzo, e di salirvi in sua vece. E poichè non ignorava quanto i Milanesi amassero il loro principe a cagione della sua innocenza e della sua gioventù, onde non avrebbero tollerata una tale ingiuria, cercò di suscitare turbolenze in Italia. Per riuscire poi nei suoi perversi disegni, fece segretamente proporre al re di Francia, che si chiamava Carlo VIII, di venire a conquistare il regno di Napoli, su cui i re di Francia pretendevano avere alcuni diritti.

            Il re di Francia accettò con premura tale offerta; tanto più che il Moro prometteva di aiutarlo a conquistare il regno di Napoli, ove allora regnava un principe di nome Ferdinando I. Ed ecco tra breve un ben agguerrito esercito francese, traendosi dietro gran numero di cannoni, l'uso dei quali era divenuto assai praticato in guerra, guidato dal medesimo Carlo VIII giunse in pochi giorni alle porte di Milano, ove era aspettato con impazienza. Ludovico avea fatto disporre tappezzere e fiori lungo tutte le strade per cui il monarca francese doveva passare, ed egli stesso si mosse {365 [365]} incontro per complimentarlo alla testa dei principali baroni di Milano.

            Quell'uomo malvagio avrebbe voluto che suo nipote Giovanni Galeazzo non si fosse abboccato con Carlo, e a tal fine lo teneva in certo modo prigioniero in Pavia, ove giaceva ammalato; ma il rè andò egli stesso a visitarlo, e in questa occasione il duca raccomandò al Rese stesso ed i suoi figliuoli,e la duchessa gittataglisi ai piedi, lo supplicò ad aver pietà dell'infelice suo marito e di tutta la sua famiglia. Carlo parve commosso dalle sue lacrime, la rialzò con bontà, e promise di non abbandonarli. Ma per mala sorte quel re era leggiero e cupido solamente d'oro, perciò appena uscito di Pavia, dimenticò le promesse, e nel giorno seguente si sparse la voce che Giovanni Galezzo era morto, avvelenato da suo zio che fecesi promulgare sul medesimo istante duca di Milano. Quella morte improvvisa cagionò gran dolore al re Carlo, il quale malgrado la sua storditezza non potè nascondere la sua avversione per Ludovico il moro creduto autore di quell'abbominevole delitto.

            Il re di Francia per andare a Napoli doveva passare per la Toscana. Ivi incontrò gravissime difficoltà; e se fosse ancora stato in vita il valoroso Lorenzo de' Medici forse avrebbero avuto la peggio. Ma a lui era succeduto suo figlio di nome Pietro, il quale attonito dalle crudeltà che i Francesi esercitavano, diede loro gran somma di danaro facendoli padroni delle fortezze dello Stato.

            Così i Francesi entrarono vittoriosi nella città di Firenze. Entrato nella città il re fece convocare i primari cittadini, e loro manifestò le dure condizioni {366 [366]} di pace. Mentre il segretari del re leggeva quello scritto umiliante, un certo Pietro Capponi, trasportato dall'amor di patria, strappò di mano al segretaro la carta e la lacerò esclamando: «ebbene quando è così, suonate pure le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane.» Stordito il re a tanto coraggio e da questo tratto argomentando la risoluzione degli altri, venne a più miti condizioni, e se ne partì contentandosi di alcuni sussidi.

            Quasi senza contrasto riusci a cacciare dal trono il re Ferdinando ed impadronirsi del Regno di Napoli. Ma la cattiva condotta dei Francesi eccitò una indegnazione universale. Parecchi principi italiani, il papa, i Veneziani, Massimiliano re di Germania, Ferdinando il cattolico, quel benefattore di Cristoforo Colombo, lo stesso Luigi il Moro, si collegarono insieme per cacciar i Francesi d'Italia. Carlo VIII come seppe tal cosa risolse immediatamente di ritornare in Francia. Giunto a Fornovo incontrò l'esercito degli alleati. Ivi fu ingaggiata fierissima battaglia, che fu assai funesta ai Francesi. Il re dei Francesi subì gravissime perdite e solo riuscì a farsi strada in mezzo a' nemici, e condursi con una parte de' suoi soldati in Asti, poscia in Francia.

            Le cose furono per qualche tempo tranquille in Italia finchè un altro re di Francia di nome Luigi XII, successore di Carlo VIII, passò di nuovo le Alpi con altro più formidabile esercito per vendicare le perdite del suo antecessore. Egli potè avanzarsi in Italia quasi senza contrasto; soltanto il duca di Savoia, di nome Carlo II, avrebbe forse potuto impedire il passo a quel re straniero, ma o perchè giudicasse di non aver {367 [367]} forze bastanti, o perchè desiderasse mantener la pace tra i suoi sudditi, o forse perchè il re di Francia gli avesse promesso di dargli una parte della Lombardia, egli lasciò pienamente libero il passaggio delle Alpi. Si aggiunse che Lodovico il Moro, per l'uccisione di Giovanni Galeazzo, era divenuto in odio a' suoi sudditi; perciò quasi abbandonato da' suoi, tentò invano di difendere il suo ducato. Egli fu vinto e fatto prigioniero nel momento medesimo in cui, travestito da fantaccino, sperava di scappare loro dalle mani. Così la città di Milano cadde in potere dei Francesi, e lo stesso Lodovico, che per ambizione era divenuto sì colpevole, fu mandato in Francia. Colà fu tenuto dieci anni in penosa prigione, dove morì miserabilmente. Così quel principe, il quale aveva chiamato gli stranieri in Italia, e che aveva barbaramente fatto perire un suo nipote in prigione, dovette egli pure finire i suoi giorni fuori della patria, lontano da' suoi parenti, chiuso in una prigione.

            Durante le vicende tra i re di Francia e Lodovico il Moro, visse un uomo che per la singolarità delle sue azioni merita di essere conosciuto nella storia. È costui Girolamo Savonarola frate domenicano a Firenze. Nell'occasione che nacquero discordie in quella città egli erasi posto a predicare la libertà, la riforma dei costumi e l'odio contro ai Francesi protestando, che quei forestieri sarebbero venuti in Firenze se non seguivansi i suoi consigli. Gran folla di gente lo seguiva ovunque, e da molti era proclamato uomo santo e profeta.

            Ma dalla riforma dei costumi passando a volere la riforma della medesima Chiesa, il Papa lo proibì di predicare. Egli tacque per qualche tempo, ma nella sua calda immaginazione pensando di essere divenuto un {368 [368]} uomo straordinario, invece di ubbidire si pose a predicare contro al Papa.

            Fu avvisato più volte, ma tutto invano, perchè gli uomini quando si lasciano dominare dalla superbia, difficilmente si mostrano sottomessi. Siccome il Savonarola protestava d'essere innocente, così fu invitato al giudizio di Dio per dimostrare la sua innocenza colla prova del fuoco. La prova del fuoco, miei cari, consisteva nell’accendere un gran rogo ossia un gran fuoco, in mezzo a cui offerivasi di passare l'accusato; il quale se veniva risparmiato dalle fiamme, era reputato innocente. Questa maniera di giudicio fu da molto tempo abolita, e proibita dalla Chiesa, perchè con essa si viene in certa maniera a tentar Dio, quasi obbligandolo ad operare un miracolo ove non apparisce il bisogno.

            Venuto il giorno stabilito per provare l'innocenza del Savonarola, immensa folla di popolo riempiva la piazza destinata a quel pubblico spettacolo. Se non che alla vista di quell'ardente rogo, di quelle fiamme avvampanti, di tanto popolo accorso per essere spettatore di quel fatto maraviglioso, egli si spaventò, e sotto a frivoli pretesti si rifiutò di passare tra le fiamme. Allora la plebaglia si rivoltò contro al Savonarola, il fece trarre dal suo convento, e dopo avergli fatto patir molti tormenti, il condannarono a morte e fu arso. Se il Savonarola fosse stato sottomesso a suoi superiori non gli sarebbero avvenuti quei mali. {369 [369]}

 

 

V. La Lega di Cambrai, la battaglia di Agnadello, di Ravenna, di Novara e di Marignano.

 

            Dal 1509 al 1514.

 

            Venezia, miei cari, in quel tempo era divenuta la più famosa repubblica dell'Italia, perchè era sempre stata governata dagli ottimati e non era mai caduta nelle mani del popolo; siccome avvenne alle repubbliche di Firenze e di Genova. Ma come avviene che chi trovasi fra le grandezze facilmente levasi in orgoglio, così i Veneziani nella loro ambizione vollero impadronirsi di parecchie città che appartenevano ad altri Stati. S'impadronirono di Rimini, Faenza, Cesena e Ravenna, spettanti alla s. Sede; occuparono la Dalmazia spettante al patriarca d'Aquileja; presero l'isola di Cipro che apparteneva al duca di Savoia. Di più eransi uniti coi Francesi per combattere contro a Lodovico il Moro con patto che loro fosse ceduta una parte della Lombardia. In somma minacciando i Veneziani di estendere il loro dominio oltre i loro diritti si appropriarono città, paesi e province. Per la qual cosa i principali potentati di Europa, l'imperatore di Germania, il re di Francia, il re di Spagna ed il Sommo Pontefice Giulio II, a cui si unirono di poi i Fiorentini, i duca di Mantova, di Ferrara e lo stesso duca di Savoia, si radunarono insieme e stabilirono una lega, vale a dire fecero un patto di difendersi a vicenda e combattere a forze unite contro ai Veneziani. Il luogo destinato per tale adunanza fu la città di Cambrai posta nei Paesi Rassi, onde quella convenzione prese il nome di lega di Cambrai. {370 [370]}

            I Veneziani non s'impaurirono nel vedersi assaliti dagli eserciti di quasi tutta l'Europa.

            Bartolomeo Alviano, generale della repubblica, sconfisse i Tedeschi, e venne ad incontrare l'esercito francese guidato da quel medesimo Luigi XII, che alcuni anni prima i Veneziani avevano aiutato ad impadronirsi di Milano. I due eserciti si incontrarono ad Agnadello, che è un villaggio del Milanese vicino al fiume Adda. La battaglia fu sanguinosa, e i Veneziani furono vinti. Allora parecchie città della Lombardia si sottomettono ai Francesi, e le città della Romagna aprono le porte al primitivo loro padrone, al Romano Pontefice; la Puglia si dà agli Spagnuoli. Ma l’invasione degli stranieri è sempre un flagello dei paesi invasi. Così i Francesi abusando della vittoria, invece di sollevare gl'Italiani, ne divennero gli oppressori, rubando, uccidendo e dando il saccheggio alle case. Il Sommo Pontefice vedendo cotanta oppressione, e considerando che tale ingrandimento di potentati stranieri nuoceva all'Italia e troppo abbassava la potenza veneta, reputata come il sostegno dell'Italia contro ai Turchi, si staccò dalla lega di Cambrai, e si unì coi Veneziani, col re di Spagna e con altri principi italiani contro a quelli stranieri divenuti i comuni nemici.

            Dopo varii attacchi parziali si venne ad una battaglia campale alle porte della città di Ravenna. I Francesi dopo di aver toccato gravissime perdite e perduto anche il loro generale in capo, di nome Gastone di Fois, finalmente ottennero vittoria, senza però riportarne alcun fratto. Imperciocchè il duca di Milano, detto Massimiliano Sforza, figliuolo di Lodovico il Moro, aiutato da 20,000 Svizzeri, scacciò i Francesi dalla Lombardia. {371 [371]} Intanto sopraggiungendo nuove forze ai Francesi e nuovi aiuti ai Veneziani, il duca di Milano e gli Svizzeri si videro costretti a rinchiudersi nella città di Novara, dove furono strettamente assediati.

            Quegli Svizzeri, miei cari, erano uomini prezzolati, vale a dire combattevano per quelli che loro davano miglior paga, ma erano valorosi, e facevano prodigi di valore, quando si trovavano a fronte del nemico. Al vedersi colà assediati, sul punto di mezzanotte, un picciol numero, senza cavalli e senza cannoni, escono in gran silenzio dalla città e marciano difilato contro le batterie del nemico. Erano queste difese da soldati tedeschi arruolati all'esercito francese. Tra il buio della notte interrotto solo dal fosco chiarore delle cannonate, l'assalto è furioso, furiosa la resistenza. Alfine gli Svizzeri giungono ad impadronirsi delle artiglierie e le rivolgono contro agli stessi Francesi e Tedeschi, i quali sbaragliati e confusi fuggono al di là delle Alpi. In questa guisa Novara fu liberata e la Lombardia ritornò in potere di Massimiliano Sforza. I Francesi non potevano darsi pace di tali sconfitte, ed il successore di Luigi XII, che si chiamava Francesco I, uomo audace e cavalleresco, allestì un nuovo esercito per venire a ricuperare la Lombardia. Ma giunto alle Alpi, trovò i più importanti passi occupati dagli Svizzeri, che vantavano di voler fare grandi prodezze contro ai Francesi. Allora Giovanni Trivulzio, milanese, che da gran tempo serviva la Francia, essendo pratico di quelle, varcò le Alpi al colle detto dell'Argentera, e calando per la valle di Stura giunse a Cuneo ed a Saluzzo, mentre gli Svizzeri stavano guardando invano tutti i passaggi che menano a Susa. {372 [372]}

            Prospero Colonna generale del duca di Milano stava con molte squadre senza alcun sospetto a Villafranca, poco distante da Saluzzo, quando sorpreso dal Trivulzio, fu fatto prigioniero con tutte le sue genti. Gli alleati allora indietreggiarono fino a Milano, e il re tenendo loro dietro andò a piantare il suo campo vicino ad un villaggio detto Marignano sulla strada di Lodi.

            Gli alleati giudicando pericoloso ogni indugio escono di Milano, si dispongono a squadre, e fra grida festose assalgono il nemico.

            Quell'assalto inaspettato divenne il segnale di un combattimento più micidiale. Per due interi giorni si pugnò con eguale accanimento da una parte e dall'altra, e la sola oscurità della notte concesse ai due eserciti alcuni istanti di riposo. Il combattimento di Marignano, miei cari, fu detto la battaglia dei giganti, a motivo degli incredibili sforzi che vi fecero i due eserciti, i quali parvero talmente superiori al potere degli uomini ordinarii, che i più valorosi cavalieri francesi, che si erano trovati alle pugne di Agnadello, di Ravenna e di Novara, assicurarono di non avere nulla veduto di simile.

            La vittoria, che si dichiarò alla fine pei Francesi, costò la vita a quindicimila Svizzeri; e gli avanzi del loro esercito guadagnarono a precipizio le loro montagne, senza che i vincitori si dessero briga d'inseguirli, giacchè il loro esercito era pure quasi disfatto. Pochi giorni dopo quella splendida vittoria, che ripose il milanese sotto al dominio della Francia, Massimiliano Sforza, trovandosi nell’impossibilità di poter resistere ai nemici, acconsentì di uscire dalla cittadella di Milano e si diede egli stesso al re francese. Questi usando degnamente {373 [373]} della vittoria permisegli di ritirarsi in Francia, ove il lasciò godere della libertà e di un grado onorevole finchè visse.

            La battaglia di Marignano, giustamente celebre pel valore dei Francesi e degli alleati, fu l'ultimo combattimento memorabile a cui diede motivo la famosa lega di Cambrai. Un trattato di pace, conchiuso in una piccola città di Francia detta Noyon, pose fine alle calamità senza numero cui le discordie fra il Sommo Pontefice e Venezia avevano per otto anni tirate addosso all'Italia.

            Quella lunga e sanguinosa lotta non produsse altro effetto se non quello di dare per un momento il Milanese al re di Francia, il quale non dovea a lungo conservarlo, e di restituire alla s. Sede le città che le erano state tolte. Il regno di Napoli restò a Ferdinando il Cattolico, re di Spagna. Quanto a Venezia, la cui prosperità ed ambizione aveva destata la gelosia di tanti re, ella continuò ad essere una delle repubbliche più ricche e più commercianti dell'Europa. In grazia della moltitudine delle sue navi, del ricco suo arsenale, e dell'attivo commercio de' suoi cittadini, colà si portavano le merci dell'Oriente, e soprattutto le spezierie che si distribuivano di poi per la maggior parte delle città d'Italia, di Germania e di Francia.

 

 

VI. Il secolo di Leone X. Tartaglia, Bramante, Buonaroti, Leonardo da Vinci.

 

            Nel vedere l'Italia divenuta campò di tante guerre e di tanti disastri, si direbbe, miei cari, che le belle {374 [374]} nostre contrade fossero per ricadere in una barbarie simile a quella che aveva invasa tutta l'Europa dopo la caduta dell'impero romano. Pure in mezzo a quelle lotte sanguinose, in mezzo a quei disordini interminabili, la Provvidenza suscitò un uomo, che la storia chiama a buon diritto il rigeneratore delle scienze, delle arti nell'Italia e possiamo dire in tutta l'Europa.

            È questi un figlio di Lorenzo il Magnifico, quel gran benefattore della Toscana. Avendo presa la carriera ecclesiastica fu eletto Papa sotto al nome di Leone X. Egli amava molto le scienze e le arti; perciò incoraggiva con premii e con onori gli artisti e i letterati. Coi poverelli era benefico, affabile con tutti. Egli desiderava molto la gloria e la felicità dell'Italia; perciò mentre si studiava di promuovere le belle arti adoperavasi di tener da essa lontani i flagelli della guerra. Allora una gran quantità di uomini illustri coprirono di gloria l'Italia coi frutti del loro vario ingegno, con capolavori immortali, che formano anche al presente la nostra ammirazione.

            Mentre l'intera Europa era ancor rozza ed ignorante, gli artisti italiani, protetti dal romano Pontefice, producevano quadri, statue e monumenti, i quali doveano servire di modello a tutte le altre nazioni del mondo. Io giudico di farvi cosa piacevole col raccontarvi la vita di alcuni dei più celebri personaggi che fiorirono nel secolo di Leone X. Comincio da un famoso matematico bresciano detto Tartaglia; quel medesimo che spesso è personificato nelle rappresentazioni drammatiche o sceniche, onde avrete già più volte avuto occasione di riso e di trastullo.

            Durante la crudel guerra tra i Francesi ed i Veneziani {375 [375]} la città di Brescia dopo ostinata resistenza fu presa di assalto dai Francesi, saccheggiata, messa a sangue, a fuoco. Fra le vittime di quel disastro, si trovò un fanciullo appena di 10 anni, il quale, avendo ricevute profonde ferite nel capo, era rimasto per morto sulla soglia della casa, ove i suoi parenti erano stati tutti sgozzati. Una persona caritatevole passando colà si accorse che il miserello viveva ancora, ed avendolo portato in casa propria, gli profuse tante cure che l'orfano guarì perfettamente. Per mala sorte un largo taglio riportato nelle labbra non gli permise più di parlare speditamente, e a cagion di questo gli fu dato il nome di Tartaglia, ossia balbettante, che egli sostituì a quello dei genitori che aveva perduti.

            Il giovane Tartaglia, miei cari, salvato come per miracolo da una morte che pareva certa, divenne col crescere dell'età un uomo studioso e profondamente erudito, e fu il primo in Italia, che, essendosi applicato alla geometria ed alla meccanica, fece risorgere nella Europa quelle scienze utili, lasciate in abbandono da lunghi anni, e che forse avrebbero potuto andar affatto perdute se l'orfanello di Brescia co' suoi studi non avesse loro dato lustro novello.

            Un altro uomo che in particolare maniera si segnalò sotto il pontificato di Leone, fu Michelangelo Buonaroti. Egli nacque in Caprese, villaggio di Toscana, da povero padre, il quale per guadagnarsi il vitto andava istradando i suoi figliuoli nell'arte di lavorare la lana e la seta. Osservando nel figlio una particolare attitudine allo studio, gli fece frequentare le scuole. Michelangelo secondando le sue inclinazioni allo studio consumava molto tempo nello schiccherare sulla carta figure d'uomini, {376 [376]} di bestie, di case; e per questo veniva dal padre o dai maestri spesso ripreso e talvolta castigato. Tuttavia il padre di lui volendo secondare il genio del figliuolo, risolse di porlo a studiare la pittura sotto ad un maestro chiamato Grillandio, che era il pittore più stimato in Firenze. Lo scolaro vi faceva tali progressi, che il maestro medesimo era stupito. Un giorno essendo assente il Grillandio, Michelangelo ritrasse al naturale il ponte su cui lavoravano i pittori, e su quello gli sgabelli e gli arnesi dell'arte, e i giovani che dipingevano. Tornato il maestro, e visto quel disegno, rimase sbalordito della perfetta imitazione, e disse: costui ne sa più di me.

            La prima opera che veramente diede nome a Michelangelo, fu un dipinto che rappresenta i diavoli che tentano Sant'Antonio. Poco di poi gli fu data a copiare una testa di un pittore antico: e Michelangelo la seppe imitare così esattamente, che per celia restituì al padrone della testa la sua copia come se questa fosse l'originale; e nessuno si accorse dell'inganno.

            La grande abilità e lo straordinario ingegno di Michelangelo furono in breve conosciuti in tutte le parti della Italia; e nell'età di soli 15 anni Lorenzo il Magnifico, che allora viveva ancora, lo ricevette in sua casa, provvedendolo di quanto gli era necessario come se fosse stato suo figlio.

            Intorno a quel tempo medesimo l'antecessore di papa Leone, che si chiamava Giulio II, nel desiderio di rendere Roma la più bella città del mondo, come essa era già la più celebre, determinò di fare un grande edifizio. A tale effetto egli chiamò a Roma un celebre architetto fiorentino, detto Bramante, e lo incaricò di fare del {377 [377]} palazzo Vaticano, ove dimoravano i papi, il monumento più vasto e magnifico che fosse mai stato al mondo.

            Mentre il Bramante eseguiva gli ordini del Papa, e dirigeva i lavori del Vaticano, si accorse che la sua avanzata età non gli avrebbe dato campo a terminare l'opera che aveva intrapreso; laonde supplicò il Papa di chiamare il Buonaroti a Roma. Come il Papa fu in grado di valutare il gran merito di quel giovane, preso da ammirazione, lo incaricò di incominciare per lui un mausoleo, vale a dire un edifizio che egli voleva destinare per sua tomba. In pari tempo Michelangelo si accinse a dipingere parecchi quadri sulle pareti della cappella papale, detta Sistina, perchè fabbricata per ordine di un papa chiamato Sisto. Colorì ancora la gran volta della cappella rappresentandovi varii fatti della Sacra Scrittura. Ritrasse pure in una statua di bronzo il papa medesimo in abiti pontificali, che Giulio II donò alla città di Bologna, sua patria.

            Mentre il Bramante e il suo compagno Buonaroti continuavano con alacrità i lavori del Vaticano, fioriva a Milano un altro uomo in cui la natura aveva adunato un gran numero di talenti, detto Leonardo da Vinci; così chiamato perchè nacque in Toscana nel castello di Vinci. Esso era un genio affatto maraviglioso: era pittore, poeta, architetto, scultore, geometra, meccanico, ballerino e musico; era peritissimo in tutti gli esercizi del corpo e dello spirito, ed era ugualmente abile a domare il più focoso cavallo, quanto a scolpire in marmi una statua, od a rappresentare sulla tela un quadro dipinto coi più vivi colori. Per questi suoi rari talenti Leonardo era ricercato da tutti i principi e signori d'Italia. Giulio II non ebbe pace, finchè non l'indusse a recarsi a Roma {378 [378]} per dedicare il suo ingegno all'abbellimento del Vaticano, che il Bramante andava facendo.

            Egli continuò i suoi lavori a Roma per quasi tutto il pontificato di Leone X; ma insorti alcuni dispareri tra lui e Buonaroti, egli partì da Roma, e passò in Francia, ove sapeva che il re lo teneva in gran conto. Giunto in Parigi, fu accolto con onore da quel sovrano, che era quel Francesco I, di cui poc'anzi ho parlato; e visse colà fino ad una onorata vecchiaia.

            Essendosi ammalato chiamò tosto i soccorsi della cattolica religione, vale a dire i SS. Sacramenti, e si dispose alla morte. Egli viveva nel palazzo reale, e il re lo soleva amorosamente visitare durante la sua malattia. Un giorno che egli si recò al letto dell'infermo, questi per riverenza si rizzò a sedere sul letto. Or mentre andavagli esponendo il suo rincrescimento per non esser vissuto con abbastanza di timor di Dio e carità verso il prossimo, fu colto da un accesso di febbre. Il buon re prontamente si alzò, e resse la testa dell'infermo come per alleggerirgli il male. Leonardo spirò in quell'istante fra le braccia del re. Egli morì in età d'anni 75, colla gloria di esser stato il primo a far conoscere ai Francesi i maravigliosi prodotti del genio e delle arti degli Italiani.

 

 

VII. buonaroti, Raffaele ed altri uomini celebri del pontificato di Leone X. morte di questo pontefice.

 

            Dal 1513 al 1521.

 

            Compiute le pitture del palazzo Vaticano, Buonaroti cominciò ad attendere alla già incominciata fabbrica {379 [379]} della Basilica vaticana. Costantino imperatore, sino dall'anno 324, avea innalzata una chiesa in onore del principe degli apostoli. Questa minacciando rovina, il papa Nicolò V verso la metà del XV secolo la demolì, e prese ad edificarne una nuova. Morto lui, Giulio II al principio del secolo XVI come vi ho accennato concepì l'idea di un più vasto disegno, e ne affidò la cura a Bramante. Progredirono i lavori sotto il Pontificato di Leone X, ma sotto Paolo III il Buonaroti cambiò in gran parte il disegno, e concepì solo la vasta e ardimentosa idea di innalzarvi quell'immensa ed alta cupola, che ora forma l'ammirazione universale. La Basilica vaticana, appunto perchè è il tempio più vasto per le sue gigantesche proporzioni, il più ricco di marmi, di dipinti, di statue, di monumenti, e d'ogni maniera d'ornati, richiese meglio d'un secolo per essere condotta a fine, esercitò lo zelo di parecchi pontefici, ed ebbe più architetti, fra i quali primeggiano Bramante e Buonaroti, ed ebbe più pittori e scultori, sicchè essa può meritamente chiamarsi il primo tempio della Cristianità.

            Sebbene il Buonaroti godesse tutta la fiducia del Pontefice, non mancarono maligni ed invidiosi, che si adoperassero per iscreditare lui ed i suoi lavori. Dicevano che i più belli capi - lavori di Michelangelo erano di gran lunga inferiori alle statue spezzate e monche, le quali si andavano scoprendo fra le rovine dell'antica Roma. Michelangelo usò una curiosa astuzia per confondere i suoi detrattori.

            Fece egli una statua di bel lavoro, e come l'ebbe terminata le ruppe un braccio e l'andò a nascondere secretamente in quei luoghi medesimi dove si scavavano le rovine per trovare qualche antica rarità. Poco tempo {380 [380]} dopo si dissotterrò quella statua. Tutti si raccolsero intorno a quella in gran folla dicendo che avevano trovato una maraviglia, sepolta in quel sito da parecchi secoli.

            I nemici di Michelangelo si recarono pur essi a vederla, e andavano spacciando che lo scultore fiorentino non aveva un solo lavoro il quale avesse alcun pregio dell'arte antica. Allora il Buonaroti palesò l'astuzia che aveva usata: «voi, disse a' suoi detrattori, voi siete altrettanti gelosi e bugiardi. Questa statua, che tanto ammirate, è l'ultima delle mie opere. Io stesso l'ho nascosta in questo luogo; e affinchè nessuno dubiti di ciò che dico, ecco qua un braccio, che ho spezzato io medesimo per confondere la vostra malignità.»

            Immaginatevi di qual vergogna siano stati coperti gli invidiosi del grande artista. Da quel tempo nessuno più osò disprezzare in pubblico le opere di un uomo, che eglino stessi avevano riputato superiore a tutta l'antichità.

            Pervenuto all'età di 90 anni, sentendosi avvicinare la morte, fece testamento con queste poche parole: raccomando l'anima mia al Signore, lascio il corpo alla terra, e la roba ai parenti più prossimi.

            Ma fra gli uomini celebri, di cui Leone X si compiaceva di circondarsi, si dee annoverare Raffaele Sanzio, nativo di Urbino, città non molto distante da Roma. Ancora in giovanile età si era acquistato nome tra i migliori artisti, epperciò fu invitato dal papa Leone ad ornare con pitture e stucchi le loggie che attorniano un cortile del palazzo Va ticano, detto il cortile di S. Damaso. Raffaele disegnò su cartoni quei cento e più quadri di soggetti sacri, poi egli stesso, coll'aiuto de' suoi più periti scolari, li eseguì a fresco su quelle pareti, e sono {381 [381]} oggidì visitati con ammirazione. Ma fra i quadri che egli dipinse, l'ultimo ed il più pregiato fu quello della Trasfigurazione di G. C. sul monte Tabor. Questo quadro riputato come il primo del mondo era stato dai Francesi nel 1797 trasportato in Francia, ma dopo il 1814 fu restituito a Roma.

            Il gran Raffaele era giunto all'età migliore della vita umana, quando cadde in grave malattia, che presto fece temere di sè. Senza affannarsi egli domandò di ricevere i soccorsi della religione, fece testamento; ordinò che colle sue facoltà fosse ristorato un tabernacolo in Santa Maria Rotonda, ivi fosse eretto un altare nuovo, ed una statua alla Beata Vergine, dichiarando che desiderava essere sepolto in quella chiesa. Morì il venerdì santo nel 1520, il dì stesso in cui era nato, in età d'anni 37.

            Il papa, che spesso andava a visitarlo durante la malattia, ordinò che vicino al letto sul quale fu adagiato dopo morte, venisse posto il magnifico quadro della Trasfigurazione rappresentante G. C. che s'innalza al Cielo entro un mare di luce. Tutti quelli che accorsero per vedere l'ultima volta il maravigliosoRaffaele quando erano nella sala funebre, si sentivano scoppiare il cuore scorgendo morto l'artefice di un'opera immortale, siccome appunto era quell'incomparabile dipinto.

            Nè questi furono i soli uomini che resero celebre il Pontificato di Leone; si segnalarono due ingegni, uno di nome Sadoleto, l'altro Bembo, ambedue insigniti della dignità cardinalizia. Essi furono il sostegno ed i ristauratori della letteratura italiana nel secolo XVI. Insieme con questi vissero Tommaso, Gaetano e Lorenzo Campeggi, personaggi veramente illustri nelle scienze delle cose ecclesiastiche. Il gran favore che Leone prestava a {382 [382]} tutti gli artisti, e le sollecitudini con cui promoveva ogni genere di scienze e di arte, meritarono che quel periodo memorabile di tempo fosse appunto chiamato il secolo di Leone X, o del risorgimento delle arti, perchè difatti esse giunsero in quel tempo alla loro perfezione in Italia, e cominciarono a spandersi negli altri paesi d'Europa.

            Leone X in mezzo alle consolazioni che provava per la gloria d'Italia, ebbe molto a soffrire per l'eresia di Martino Lutero. Era questi un frate, il quale uscì dalla religione per secondare i suoi vizi. Vestitosi da secolare si ribellò alla Chiesa Cattolica. Il papa si adoperò per farlo rientrare in se stesso, ma egli seguito da alcuni libertini, sostenuto da alcuni sovrani, ai quali permetmetteva di farsi una religione come più loro gradiva, divenne ostinato, e fu causa che tanti cristiani si separassero dalla Chiesa Cattolica, unica vera chiesa di G. C. Così ebbe origine quella eresia che si suole nominare protestantismo, perchè quelli che la professavano protestarono di non sottomettersi all'editto di un imperatore di nome Carlo V, di cui avrò presto a parlarvi. Questa eresia fu anche detta riforma, perchè i suoi seguaci pretesero di riformare la Chiesa Cattolica.

            Leone X morì nel 1521. Il senato ed il popolo romano gratissimi pei beneficii ricevuti da lui, gl'innalzarono una statua in Campidoglio, ed un'altra nel tempio detto della Minerva. I coltivatori degli studi e delle arti, i suoi sudditi e tutti i buoni piansero la sua morte. E avevano ragione di sentirne così amaro dolore, perchè nessun principe avea più di lui onorato le belle arti[12]. {383 [383]}

 

 

VIII. Battaglia di Pavia.

 

            Dal 1515 al 1521.

 

            Intanto che le arti e le scienze facevano in Italia maravigliosi progressi, molte sciagure si apparecchiavano dagli stranieri, che a guisa di torrente dovevano versarsi sopra questi nostri paesi. Alla morte dell'imperatore di Germania Massimiliano I, la dieta di Francoforte, vale a dire i principali signori della Germania, si radunarono in quella città per eleggere un novello monarca.

            La scelta cadde sopra un re già possessore del regno di Spagna, di Napoli, di Sicilia,dei Paesi Bassi e di tutta l'America allora conosciuta.

            Allorchè ricevette la corona imperiale, assunse il nome di Carlo V, perchè egli era infatti, da Carlomagno in poi, il quinto principe di tal nome che fosse stato imperatore. In simile guisa Carlo V aggiunse ai suoi regni tutta la Germania.

            Ora convien che sappiate come Carlo V aveva un rivale nel re di Francia Francesco I, il quale ambiva la corona imperiale al par di lui. Quando vide Carlo V preferto a sè, ne provò tale sdegno, che risolse di muovergli guerra. Terribili apparati si fecero da ambe le parti; e l'Italia fu il teatro di quelle sanguinose rivalità. Il primo scontro dei Francesi cogl'imperiali (con tal nome si chiamavano i soldati dell'imperatore) fu presso ad un castello o borgo detto della bicocca, luogo vicino a Novara, e fatalmente celebre per la battaglia combattuta dai Piemontesi in questi ultimi tempi nella guerra contro gli Austriaci. {384 [384]}

            Colà si appiccò una zuffa in cui i Francesi, sopraffatti dal numero dei nemici, vennero sconfitti e costretti ad abbandonare l'Italia. In seguito a questo avvenimento Carlo V donò il ducato di Milano a Francesco Sforza, fratello di quell'indolente Massimiliano, alcuni anni prima caduto prigioniero in mano dei Francesi, i quali sei condussero in Francia, e lo lasciarono vivere come semplice privato.

            Tali furono le prime prove di guerra tra Carlo V e Francesco I. Questi due principi non si erano ancora misurati personalmente l'uno coll'altro in battaglia, allorchè il re di Francia, sdegnato dei disastri della Bicocca, risolvette di condursi egli stesso con numerosissimo esercito in Lombardia per iscacciare gl'imperiali dal ducato di Milano. Il monarca francese alla testa de' più prodi e famosi capitani del suo tempo era già pervenuto al passaggio delle Alpi, quando scoperse che il duca di Borbone, di nome Carlo, suo strettissimo parente, avevagli tramato una congiura. Egli era Contestabile del regno, vale a dire generale in capo di tutti gli eserciti francesi. Francesco I, o che non credesse alla verità del racconto, o che non facesse gran caso del tradimento di quel generale, fatto sta che continuò il suo cammino.

            Il duca di Borbone, il quale per non seguire il re erasi finto ammalato, si levò tosto e per vie segrete giunse ad unirsi all'esercito imperiale. Pochi giorni dopo la fuga di quel generale, Francesco I giunse nel Milanese ove trovò il suo esercito raccolto in atto di battaglia sotto gli ordini del generale francese chiamato Bonnivetti.

            Il re avendo saputo che in Pavia contenevasi gran quantità d'armi e di provvigioni depositate dai nemici, {385 [385]} risolvette d'impadronirsene e andò ad assediare quella città con tutta la sua soldatesca. Ma siccome Pavia era valorosamente difesa da' suoi cittadini, così l'esercito imperiale condotto da un generale di nome Lanoia, e dal traditore Borbone, ebbe il tempo di giungere in suo soccorso. La battaglia fu appiccata sotto le mura di Pavia; prodezze di valore, grandi stragi furono da ambe le parti, ma la vittoria si dichiarò per gli Spagnuoli. Francesco I, al vedersi morire attorno i più prodi capitani, si getta in mezzo ai nemici e combatte con intrepidezza, risoluto di lasciare la vita sul campo di battaglia; e combatte sino a tanto che cade nelle mani del nemico. È cosa difficilissima il descrivere quale sia stata la costernazione della Francia, allorchè fu recato l'annunzio della disfatta dell'esercito e della prigionia del medesimo Francesco. Quel monarca dovette starsene più di un anno prigione, e solo potè ottenere la libertà a condizione che cedesse il regno di Borgogna a Carlo V, e gli desse dodici ostaggi, vale a dire dodici dei principali signori di Francia, i quali servissero di pegno pel mantenimento della promessa.

            Se il re Francesco I non fosse stato guidato dall'ambizione, e non fosse uscito dal suo regno, non avrebbe certamente dovuto incontrare una pena sì dura, e per un re così umiliante.

 

 

IX. Saccheggio di Roma.

 

            Dal 1524 al 1527.

 

            Le battaglie della Bicocca e di Pavia avrebbero certamente dovuto umiliare il re di Francia ed i Francesi; {386 [386]} pure appena Francesco I ebbe ricuperata la libertà, si riaccese più che mai il desiderio di vendetta; quindi nuove guerre insorsero nella Germania e nell'Italia. Gli Italiani formarono una nuova lega per opporsi agl'imperiali, e liberarsi dal loro giogo. Fino allora Carlo V aveva rispettato la religione, ma il Papa, che chiamavasi Clemente VII, essendosi rifiutato di concedere cose che egli riputava contro coscienza, Carlo ne fu sdegnato e per far vendetta ordinò al Contestabile di Borbone, il quale comandava gli eserciti spagnuoli in Lombardia, di marciare contro di Roma, impadronirsi della città e della persona del pontefice. Egli obbedì puntualmente a quell'ordine severo; imperciocchè colui che aveva tradito il suo re, era certamente capace di tradire la propria religione e dare al mondo lo spettacolo di un principe cristiano che minacciava il successore di San Pietro.

            Ora convien che vi dica come l'esercito spagnuolo era divenuto a guisa di quegli avventurieri, i quali posti in ozio si danno in preda a mille disordini, e disonorando la nobile professione delle armi fanno dell'uomo di guerra un vero masnadiere. Il duca di Borbone con una turba di soldati mercenarii, tra cui tredicimila Tedeschi luterani, le cui brame nulla poteva saziare, si pose in marcia alla volta di Roma. Da per tutto contrassegnava il suo passaggio con guasti e rapine: niente era sacro per quei ribaldi; le città, i villaggi e le più povere capanne venivano saccheggiate,e gl'infelici abitanti ne erano infamemente trucidati.

            In breve quella marmaglia giunse negli Stati pontificii, ed il Papa fu colto all'improvviso, perciocchè non s'immaginava che un principe cristiano volesse voltare {387 [387]} le armi contro al capo della propria religione; ma ne fu tristamente disingannato, allorchè furono vedute le soldatesche spagnuole alle porte della città. Quel giorno, il Contestabile, per essere meglio veduto dalle sue genti, si era indossata un'armatura bianca, e non cessava di incitare i soldati a combattere, promettendo loro il saccheggio di quella gran capitale.

            In quel momento, miei cari, nacque in Roma un tale scompiglio che non si può descrivere. Il sommo Pontefice chiese danaro ai più ricchi cittadini per fare i necessari preparativi, e resistere almeno al primo furore delle masnade forestiere; ma quasi tutti, fossero stolti o perfidi, ricusarono qualsiasi soccorso per provvedere alla salvezza della patria, mentre per essa erano in dovere di dare l'ultimo quattrino ed anche la vita. Non pertanto il Papa aveva ordinato di chiudere le porte e preparare le maggiori difese. Gl'imperiali non potendo liberamente entrare in città, come desideravano, assalgono i bastioni, ma vengono ributtati giù nelle fosse dal valore di alcuni prodi Romani. Ciò veduto il Contestabile piglia egli stesso una scala, l'appoggia alle mura e animosamente vi sale; ma colpito da uno sparo di moschetto cade al suolo e muore, pagando il fio di avere tradito il suo re e la sua religione.

            Questo fatto irrita per modo l'esercito nemico, che si slancia da tutte le parti e dopo di aver superata l'ostinatissima resistenza degli assediati, riescono a sorpassare le fortificazioni, calano nelle vie, occupano la città e si danno a saccheggiarla. È impossibile descrivere la crudele rapacità dei soldati, le morti e gli orrori di quella fatale giornata. Per tre mesi la misera Roma è data in preda alla rabbia di quella sfrenata soldatesca. {388 [388]} Nè case, nè chiese sono rispettate da quei forsennati, che hanno nè patria, nè religione; il medesimo Pontefice, dopo essersi rifuggiate in Castel S. Angelo, cade nelle loro mani e viene esposto ad ogni sorta di oltraggi.

            Lo stesso Carlo, che allora era in Spagna, quando fa informato dell'infamia di cui i suoi soldati macchiavano le sue bandiere, non potè trattenersi dall'arrossire degli enormi delitti, che avevano commesso in suo nome. Pigliando abiti da lutto egli finse profondo dolore pei mali che il Papa aveva patito, e si condusse in persona a Roma. Ostentando di essere inconsolabile pei delitti commessi in quella città, si presentò al Papa, gli rese la libertà, lo supplicò di perdonargli le offese, dando tosto opera a riparare a' suoi torti.

            Il Pontefice credendolo realmente pentito dimenticò tutto il male di cui egli era l'autore e ingannato dalle sue promesse, lo accolse nuovamente in grembo della Chiesa. Ma l'astuto Carlo V si trovava nella necessità di conciliarsi col Papa per le molte discordie che si andavano suscitando in varie parti del suo regno; nè passò molto tempo che egli volle di nuovo mischiarsi in cose di religione, dando così gravi disgusti al romano Pontefice. Intanto gli anni di Carlo si avanzavano ed egli si accorse che le grandezze e il vastissimo suo impero non potevano acquietare i rimorsi che gli cagionavano i suoi passati trascorsi, perciò prese una determinazione senza esempio nella storia degl'imperatori.

            Egli convocò a Bruxelles i più grandi signori de' varii suoi regni, e annunziò loro pubblicamente che, stanco dalle cure del mondo, aveva risoluto di andarsi a cercare in un monastero il riposo, che non poteva più sperar di godere sul trono. Raccomandò a' suoi uffiziali {389 [389]} di ubbidire fedelmente a suo figlio come avevano sempre ubbidito a lui stesso. Ciò detto, egli discese dal trono, e si pose in cammino per andare in un convento di Agostiniani, situato in una provincia di Spagna, chiamata Estremadura. Giunto in quel monastero, i monaci l'accolsero col massimo rispetto, sorpresi di vedere un re, il quale da più di cinquant'anni aveva governati tanti milioni d'uomini, e che preferiva la loro povera cella allo splendore di tante corone. «Io vengo qui, diceva a quei monaci, povero e nudo come nel giorno della mia nascita, e tra voi, fratelli miei, spero trovare la pace che ho cercato invano sul trono.» Egli passava colà il suo tempo unicamente occupato negli esercizi di pietà e in opere di rigida penitenza.

            Un piacere per quel monarca, che non poteva rimanere in ozio neppure un momento, era quello di raccogliere nella sua stanza gran quantità di orologi da tasca, che allora appunto si cominciavano a fabbricare in varii paesi dell'Europa, e di esaminare se il loro movimento fosse in tutti perfettamente uguale. Quando poi si avvedeva ch'essi differivano alquanto l'un dall'altro nel segnare le ore, esclamava: «debbo forse maravigliarmi «se non ho mai potuto accordare fra loro gli «uomini, mentre neppure posso regolare nel medesimo «modo questi orologi, i quali non sono altro che «macchine?»

            Carlo V dopo aver passato alcuni anni di vita penitente, morì in quel medesimo monastero, ed ivi stesso fu sepolto. {390 [390]}

 

 

X. Andrea Doria e la congiura dei fieschi.

 

            Dal 1530 al 1547.

 

            Non avete certamente dimenticato, miei teneri amici, come il conte di Carmagnola, generale di Filippo Visconti, duca di Milano, gli aveva acquistata la città di Genova. D'allora in poi per lo spazio di oltre 100 anni quella repubblica andò soggetta a varie vicende, ed ebbe molto a soffrire per discordie interne, per guerra sostenuta contro agli stranieri, e per mutamenti di principi sotto la cui protezione si metteva; perciocchè ora ubbidiva alla Francia, ora ai Tedeschi, o ai duchi di Milano. Nelle lunghe turbolenze tra l'imperatore Carlo V e Francesco I, i Genovesi nella speranza di avere qualche stabile protezione si diedero ai Francesi, e affidarono il governo della loro repubblica ad un abilissimo genovese, di nome Andrea Doria. Questo benemerito cittadino aveva di già affrontato i più gravi pericoli e sostenuto molte guerre pel bene della patria; perciò si meritava proprio la carica di doge. Ma egli non volle accettare alcuna dignità; e si contentò d'esser detto il primo cittadino, sempre pronto ad ogni cosa che tornasse utile alla patria. In breve egli potè accorgersi che i Francesi invece di difendere la repubblica, la opprimevano riducendola a grave povertà con molte imposte. Pregò pertanto il re, affinchè in premio dei lunghi servizi che gli aveva prestato in molte guerre, volesse purgare la repubblica da ogni soldato straniero e le rendesse il suo libero governo. {391 [391]}

            Francesco rigettò la dimanda, e il Doria voltò bandiera, lasciò i Francesi e si pose agli stipendi di Carlo V. Il Doria fatto ammiraglio, ossia capitano generale delle armate navali dell'imperatore, si avvicinò colle sue navi a Genova, e la fece sollevare contro ai Francesi, epperò fu di nuovo liberamente proclamata la repubblica. I suoi concittadini grati al benefizio ricevuto gli eressero una statua e gli affidarono il governo delle cose pubbliche. Governò saviamente più anni la sua patria e nella sua vecchiaia non potendo più sopportare gravi fatiche, affidò il comando dell'armata navale ad un suo nipote di nome Giannettino Doria, che lo zio medesimo aveva ammaestrato nella nautica, vale a dire nell'arte di correre i mari, e in tutto ciò che può fare un valente militare. Ciò fatto, il Doria erasi ritirato in una villa poco distante da Genova.

            Ma comunque siano regolate le cose del pubblico, ci sono sempre degl'invidiosi edei malcontenti. Tra quelli che aspiravano al potere, fu il conte Fieschi. Per suscitare tumulti egli andava dicendo che i nobili ed i potenti, come era il Doria, erano gli oppressori del popolo. A poco a poco, come è solito nelle discordie, le inimicizie crebbero, gli animi s'inviperirono, ed il Fieschi tramò una congiura, con cui intendeva di abbattere il Doria per liberare, egli diceva, la patria dalla prepotenza dei signori.

            Tutti quelli che favorivano i Francesi presero parte alla nuova congiura. Fu stabilita la notte del 2 gennaio 1547 per mettere in esecuzione quel progetto che si sperava dovesse rendere il Fieschi padrone della repubblica sotto alla protezione di Francia.

            Era eziandio dai ribelli fatta promessa di dare il ducato {392 [392]} di Milano a Pier Luigi Farnese duca di Parma e Piacenza. Le armi e gli armati erano pronti: un gran numero di congiurati non altro aspettava che il segno per chiamare il popolo alla rivolta, e introdurre in Genova milizie forestiere, e trucidare i Doria e i loro partigiani. Però, come avviene in tutte le congiure, un complice non tenne il secreto, e la trama si fece palese anzi tempo. Appena fu ciò riferito a Giannettino Doria, corse egli tosto in fretta sul posto con quelle poche genti che potè raccogliere; ma per istrada venne assalito dai faziosi e fu ucciso. Dopo questo primo successo, i ribelli poterono facilmente impadronirsi delle navi; non rimaneva più altro a compiersi che la morte di Andrea Doria, il quale, ignaro di quanto avveniva, dimorava fuori di Genova senza alcun sospetto.

            Da tutte parti i ribelli gridavano: viva Fieschi e la libertà! Intanto il Fieschi persuaso di un esito felice della sua impresa, saltava da una barca all'altra per farsi vedere e inspirare coraggio a tutti; quando nell'atto che da una barca saltava in un'altra, mise un piede in fallo, e caduto nell'acqua subito sprofondò nelle onde trascinato dal peso della armatura di ferro di cui era vestito. Prima che fosse pervenuta ai congiurati la notizia della morte del conte Fieschi, per tutta Genova sapevasi già la trista sorte toccata a Giannettino, sicchè Andrea Doria, avvertito solo del primo assalto, stava per ritirarsi coi suoi pochi aderenti. Ma come fu conosciuta la misera fine del conte Fieschi, i ribelli deposero le armi e si arresero ad Andrea Doria che loro promise un generoso perdono, sebbene abbia poi fatto vendetta di varii suoi nemici. Andrea Doria morì 13 anni dopo in seno della propria famiglia. {393 [393]}

 

 

XI. I duchi di Toscana e la pace di Cambrese.

 

            Dal 1520 al 1559.

 

            In questo tempo, miei cari, una grande sciagura cadde sopra la città di Firenze. Dovete ancora ricordarvi come Pietro de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, di cui vi ho parlato nel raccontare la congiura dei Pazzi, fu cacciato co' suoi parenti da Firenze. Dopo 18 anni di esilio i Medici riuscirono a rientrare in patria e assumere le redini del governo. Ma nel 1527 i Fiorentini cacciarono nuovamente i Medici e si ressero a repubblica; perciò nuove guerre e nuovi mali ai cittadini. Carlo V dopo essersi rappacificato col Papa mandò quel medesimo esercito, che aveva saccheggiato Roma, a cingere d'assedio Firenze, e così costringere quella città a ricevere quel sovrano, che poco prima aveva cacciato, chiudendogli in faccia le porte.

            I Fiorentini non erano in numero bastante per opporsi ad un agguerrito esercito, tuttavia appoggiati alla giustizia della loro causa, determinarono di difendersi fino agli ultimi istanti. Ma siccome un governo non può reggersi senza capo, così nella loro confusione vennero a fare un'elezione, cui niuna pari fu mai. Sorse uno dal mezzo della turba e disse che per rendere la repubblica invincibile, dovevasi proclamare Gesù Cristo re di Firenze. Chi lo crederebbe? ognuno aderì a quella strana proposta e sulla porta del palazzo municipale fu immediatamente scritto a grossi caratteri: Gesù Cristo re dei Fiorentini, eletto con decreto del popolo e del senato. Quei miseri erano illusi, e non badavano che G. C. Essendo {394 [394]} padrone del cielo e della terra non aveva bisogno di essere eletto re dai Fiorentini.

            L'assedio durò un anno, dopo il quale si cominciò a patire fame, sete e penuria di soldati. Inoltre gran parte dei bastioni erano stati diroccati dalle artiglierie nimiche. Allora fu forza di venire agli accordi, e si convenne coll'imperatore Carlo V che i Fiorentini dovessero riconoscere i Medici come loro legittimi sovrani, e che Alessandro de' Medici fosse riconosciuto duca di Toscana con diritto di trasmettere la sovranità a' suoi eredi. Debbo però dirvi che quell'Alessandro de' Medici non era degno di quella dignità; egli fu un principe avaro e crudele; perciò venne trucidato da un suo parente nel 1537. Dopo lui fu creato duca di Firenze Cosimo de' Medici figliuolo di Giovanni dalle bande nere. Così ebbe origine la lunga serie dei duchi di Toscana, i quali più tardi presero il nome di Granduchi, siccome soglionsi ancora chiamare presentemente.

            Intanto noi siamo pervenuti al 1559, epoca molto celebre pei gravi fatti che qui ebbero il loro compimento e che compie il periodo di 67 anni dalla scoperta del nuovo mondo. In questo spazio di tempo fiorirono in Italia le arti, le scienze ed il commercio; in quanto poi alle vicende politiche, noi siamo stati il bersaglio dei re di Spagna e di Francia. Quando Carlo V abdicò l'impero, dovette cedere la Germania a suo fratello, che fu eletto imperatore col nome di Ferdinando I. Diede poi la Spagna, l'America, i Paesi Bassi, Borgogna, Sardegna, Due Sicilie e Milano a suo figlio Filippo II; e così l'impero d'Austria tornò ad essere diviso dal regno di Spagna. Il re di Francia di nome Enrico II sempre invidioso della grandezza di Spagna, {395 [395]} approfittò di quella separazione di regni per muovere nuovamente guerra al novello sovrano Filippo II. La Fiandra divenne il teatro di quella sanguinosa guerra. Dopo molti attacchi parziali si venne ad una battaglia campale presso ad una città dei Paesi Bassi detta San Quintino. Colà succedette una delle più sanguinose battaglie. Il duca di Savoia di nome Emanuel Filiberto, capitano dell'esercito spagnuolo, fece prodigi di valore e riuscì a superare i Francesi e riportarne compiuta vittoria. Se voi, cari amici, camminando per la città di Torino passerete nella piazza di S. Carlo, vedrete in bronzo la statua di un capitano assiso sopra un destriero in atto di riporre la spada nel fodero, quel capitano è l'eroe di S. Quintino, Emanuel Filiberto, che con tale vittoria ricuperò i suoi Stati, e loro diede la pace.

            Dopo la battaglia di S. Quintino quei monarchi tutti stanchi dalle lunghe guerre, si unirono alle altre potenze d'Italia, si radunarono in una città di Francia chiamata Cambrese, e conchiusero un trattato di pace, in forza del quale le potenze belligeranti deposero le armi per riparare ai molti mali cagionati dalle guerre passate (1559).

            Quel trattato di pace diminuì molto l'influenza della Francia sull’Italia; e d'allora in poi per lo spazio di circa 140 anni, possiamo dire che gli Spagnuoli ne rimasero gli assoluti padroni, ad eccezione di alcuni Stati che procurarono di mantenersi alleati cogli Spagnuoli. {396 [396]}

 

 

XII. La battaglia di Lepanto.

 

            Dal 1560 al 1576.

 

            Cessate alquanto le guerre in Italia, subito ritornarono a fiorire le scienze, l'industria, il commercio; la città poi di Venezia per le molte isole che possedeva nel Mediterraneo, si poteva ancora considerare come la regina del mare; sebbene avesse alquanto perduto del suo splendore da che gli Spagnuoli divennero padroni dell'America, ove aprirono larga via al commercio per quei lontanissimi paesi. I Turchi poi, da oltre cento anni stabiliti a Costantinopoli, vedevano con rincrescimento che i popoli d'Italia, e segnatamente i Veneziani possedessero isole e città in mezzo al vasto loro impero. Cominciarono essi col chiedere ai Veneziani l'isola di Cipro. La qual cosa essendo loro stata costantemente rifiutata, misero in piede un esercito di ottantamila fanti e tremila cavalli e formidabile artiglieria. Con questo nuvolo di barbari l'imperatore dei Turchi, che si chiamava Selimo Secondo, assediò Nicosia e Famagosta che erano le città più forti dell'isola. Nicosia cadde dopo una valorosa difesa; Famagosta, in cui comandava un illustre guerriero veneziano di nome Bragadino, respinse per sei volte i Turchi e ne uccise sì gran numero che più volte dovettero rinnovare l'esercito.

            Se non che la flotta turca impediendo agli Italiani di portare soccorso agli assediati di Famagosta, presto Bragadino si trovò all'estrema penuria d'uomini e di vettovaglie. I Veneziani allora ricorsero al Papa affinchè volesse in qualche maniera venire in loro soccorso per {397 [397]} respingere, e abbassare l'orgoglio degli Ottomani, feroci nemici del Cristianesimo. Il Romano Pontefice, che si chiamava Pio V, di nazione piemontese, ricorse al re di Spagna Filippo II, e al duca Emanuele Filiberto. Il re di Spagna, messo in piedi un poderoso esercito lo affidò ad un suo fratello minore detto D. Giovanni d'Austria. Il duca di Savoia mandò di buon grado un scelto numero di forti soldati, i quali, unitisi al rimanente delle forze che si poterono radunare in Italia, andarono a congiungersi cogli Spagnuoli vicino alla città di Messina. L'anima di quella grande impresa era un veneziano di nome Sebastiano Venieri. Alla vista di tanti guerrieri tutti animati per quella giusta impresa, ognuno riputava che la spedizione avrebbe avuto un esito il più felice. Già spiegavano le vele per Cipro, quando giunse la trista nuova che l'eroe Bragadino dopo di aver fugato, vinto, ucciso centocinquantamila Turchi, ridotto senza cibi, e quasi senza soldati, era caduto nelle mani dei Turchi, i quali contro alla fede data lo scorticarono vivo. In mezzo ai più orrendi strazi Bragadino non fece un lamento: «Mi è cosa gloriosa, andava dicendo, morire per la patria e per la «religione.»

            Inorgogliti i Turchi di quel felice successo, con uno spaventoso apparato diressero le vele verso l'Italia. Tosto gli alleati si volsero contro al feroce nemico. I due eserciti vennero a scontrarsi vicino a Lepanto, città della Grecia. Cent'anni prima i Turchi, dopo ostinato assedio di quattro mesi, aveanvi toccata una grave sconfitta con perdita di trentamila soldati; perciò erano ancora molto ansiosi di riparare alla vergogna di quella disfatta. I cristiani dal loro canto smaniosi di vendicare {398 [398]} la morte del gran Bragadino, ed impazienti di misurarsi con quei nemici di Dio e degli uomini assalgono ferocemente i Turchi; questi fanno gagliardissima resistenza. Allora, miei cari, si vide un terribile spettacolo. Quei due eserciti s'avventarono l'unocontro l'altro; ogni vascello volgendosi d'improvviso tra' vortici di fiamme e di fumo pareva che vomitasse il fulmine da cento cannoni di cui era armato. La morte pigliava tutte le forme, gli alberi e i cordami delle navi spezzati dalle palle cadevano sopra i combattenti, e li stritolavano. Le grida strazianti dei feriti si frammischiavano al rumoreggiare dei fluiti e dei cannoni.

            In mezzo a quello spaventoso sconvolgimento di cose l'avveduto Venieri s'accorge che la confusione cominciava ad entrare nelle navi turche. Subito egli fa mettere in ordine alcune galere basse e piene di artiglieri destrissimi, cinge gli alti bastimenti nemici, e a colpi di cannoni li squarcia e li fulmina. In quel momento crescendo la confusione fra i nemici, si eccita un entusiasmo fra i cristiani, e da tutte le parti si leva un grido di vittoria, vittoria! e la vittoria è con loro. Le navi turche fuggono verso terra, i Veneziani le inseguono e le fracassano: non è più battaglia, è un macello. Il mare è sparso di vesti, di tele, di frantumi di navi, di sangue e di corpi sbranati; trentamila Turchi sono morti; ducente delle loro galere vengono in potere dei cristiani.

            Quando la notizia della vittoria giunse nei paesi cristiani, fu una gioia universale. Il senato di Genova e di Venezia decretarono che il dì 7 ottobre fosse giorno solenne e festivo in perpetuo, perchè in tal giorno nell'anno 1571 era succeduta quella grande battaglia, di {399 [399]} cui non erasi mai veduta alcuna nè più grande, nè più sanguinosa.

            Il santo Pontefice Pio V, principale motore di quella gloriosa spedizione, e che colle sue preghiere aveva preparato quel luminoso trionfo delle flotte cristiane, al primo annunzio della riportata vittoria, non potè trattenersi dal ripetere in onore di D. Giovanni d'Austria quelle parole del Vangelo: ci fu un uomo mandato da Dio, che si chiamava Giovanni. Diffatti D. Giovanni aveva contribuito assai alla vittoria di Lepanto. Avendo egli veduto in mezzo alla mischia il vascello dell'ammiraglio turco, mosse il primo ad assalirlo, e salitovi uccise l'ammiraglio di propria mano; indi fatta porre la testa di lui in cima ad una picca, annunziò ai musulmani che non avevano più capo.

            Quando la notizia della vittoria di Lepanto giunse a Filippo II, invece di rallegrarsi della gloria che a lui ne ridondava, egli ne fu tutto ingelosito per suo fratello, e non manca chi dica, che gli abbia procurato la morte col veleno.

            Non così fecero i Veneziani verso il famoso Venieri; pieni di riconoscenza lo elessero doge di Venezia nel 1576.

            In memoria di questo straordinario avvenimento, venne dalla Chiesa istituita la festa del SS. Rosario, che in tutta la cristianità si celebra la prima domenica di ottobre. {400 [400]}

 

 

XIII. La peste in Milano.

 

            Dal 1576 al 1584.

 

            Ebbi già qualche occasione di parlarvi di vari flagelli, che cagionarono massima desolazione alla misera umanità; ma niuno è tanto formidabile quanto quello della peste. Questo morbo per lo più si comunica da un uomo ad un altro in molte guise; perciò i più timidi sogliono fuggire lontano quanto più possono dal luogo del male. Quando poi infierisce gravemente, niun rimedio, nessuna fuga, niun preservativo può recare vantaggio all'ammalato. Questo morbo, miei cari, cui si dà il nome di peste, pestilenza, contagio ed anche epidemia dopo di aver menato grande strage nelle varie parti d'Italia, prese ad infierire orribilmente in Milano. Questa città aveva già dovuto tollerare guerre micidiali ed ubbidire a padroni quasi unicamente intenti ad opprimerla per arricchire se stessi.

            Gli scrittori di quei tempi parlano della peste di Milano, come di una delle più grandi calamità. Quel morbo dapprima si manifestò negli ospedali, poscia cominciò ad assalire le persone malsane, mal nudrite e segnatamente quelli che si davano alla crapola, che è l'eccesso nel mangiare e nel bere; finalmente invase senza distinzione tutte le classi di cittadini. Si costrussero lazzaretti, cioè case alquanto separate dalla città, destinate unicamente per accogliere gli appestati. Queste case in breve furono piene. Era un lacrimevole spettacolo! Spesso avveniva che una brigata di amici si mettessero insieme a tavola, e nel meglio del pranzo {401 [401]} parecchi rimanevano colti dalla peste, cangiando così quell'allegria in funerale. Spesso i padri e le madri al mattino andavano a chiamare i lor figliuoli, e li trovavano morti o moribondi. Nelle vie della città si vedevano uomini a cadere or qua or là, e talvolta coloro stessi che correvano per porgere aiuto agli altri erano colpiti dal morbo, e cadevano sul medesimo istante. Quanti bifolchi lavorando ne' campi cadevano alla metà dei loro solchi! Quanti servi nell'aprire le vetture dei loro padroni dopo una qualche passeggiata li trovavano morti o moribondi!

            I cittadini atterriti da quella sciagura fuggivano ove potevano, e in breve rimasero la città ed i lazzaretti pieni di morti e di malati senza che ci fosse chi loro porgesse soccorso nè spirituale, nè temporale. Ma la Provvidenza divina, che vigila sopra il destino degli uomini, suscitò un uomo che col suo coraggio, zelo, e colla sua carità venisse in aiuto a quegli infelici; egli è s. Carlo Borromeo.

            Quest'uomo straordinario fin dalla sua fanciullezza aveva condotta una vita la più pura e la più innocente. La sua educazione, la sua assiduità allo studio, congiunta ad una singolare prudenza; il suo sapere e la grande sua accortezza nel maneggiare grandi affari, lo avevano innalzato alla dignità di cardinale all'età di soli 23 anni, e tre anni dopo venne consacrato arcivescovo di Milano, poco prima che scoppiasse il fatal morbo. Egli aveva dovuto sostenere gravi persecuzioni da parte del governatore di quella città, perchè volendosi costui immischiare in cose di religione, il santo vescovo gli si oppose, ed era già sul punto di doversi allontanare dalla sua diocesi, quando si manifestò la peste. Il governatore, {402 [402]} sebbene valoroso capitano di eserciti, insieme coi primari signori abbandonò Milano senza più occuparsi dell'arcivescovo.

            Fu allora che si vide qual cosa possa un vero pastore a sollievo degl'infelici! Circondato da una folla di sciagurati che chiedevano per pietà i soccorsi spirituali e temporali, decise di dare la vita pel suo popolo, come aveva fatto il Salvatore, e andò egli stesso nelle case private a servire gli appestati. Anzi tutto egli fece testamento, lasciando ogni suo avere a benefizio dei poveri. Oro, argento, mobili di casa, tappezzerie, biancheria, guarniture, e perfino le proprie vesti, tutto usò a soccorrere e servire i poveri e gl'infermi. Tuttavia quella carità maravigliosa non potendo bastare ai gravi bisogni in cui la città e tutta la Lombardia si trovava, molti signori, spinti dall'esempio di s. Carlo, si davano grandissima sollecitudine per mandargli soccorsi; e le donne si privavano dei loro diamanti, e dei loro gioielli, e li inviavano al santo prelato, perchè fossero convertiti in limosine.

            Ma l'epidemia era così crudele ed incuteva tanto terrore, che il santo rimase fin privo di persone di servizio. Nell'impossibilità di potere accorrere a tanti bisogni, egli fu inspirato di disarmare il braccio di Dio sdegnato pei delitti degli uomini, e ciò con atto di penitenza sì commovente, che Milano ne serba ancora tutta viva la memoria. Egli ordinò delle processioni generali, in cui seguito da quei pochi cittadini ch'erano rimasti in città, coperto con una cappa di color lugubre, con un cappuccio sopra gli occhi, con una grossa fune al collo, portando in mano un gran crocifisso procedeva a piè nudi per la città, camminando sui ghiacci e sulle {403 [403]} nevi, di cui le vie erano piene. In una di quelle processioni gli avvenne di porre il piede sopra un chiodo che gli entrò tanto profondo nel pollice del piede, che ne perdette l'unghia, e lo fece quasi cadere di spasimo. Ciò non ostante egli non volle fermarsi, nemmeno permise che gli fosse medicata la ferita prima che fossero recate a termine le sacre cerimonie. Mosso Iddio a compassione dalle preghiere di tanti infelici, volse loro uno sguardo pietoso, e il morbo fatale cominciò a rallentare la sua fierezza; e di lì a poco scomparve affatto dopo di avere imperversato diciotto mesi. Immaginatevi, o miei cari, quali ringraziamenti avranno fatto al santo Vescovo!

            Fra le molte cose che si raccontano di questo prelato fu un pellegrinaggio fatto da Milano a Torino a pie scalzi per visitare la SS. Sindone, cioè il lenzuolo in cui era stato avvolto il corpo del Salvatore dopochè fu deposto dalla croce. In quella medesima congiuntura il duca Carlo Emanuele I, essendo gravemente ammalato, ebbe la consolazione di ricevere il viatico dalle mani di quell'illustre prelato.

            Finalmente quest'uomo straordinario, benedetto da Dio e dagli uomini, morì in Milano in età di anni 46 nel 1584. In memoria delle grandi sue azioni gli fu innalzata una statua colossale di rame sopra un monticello vicino ad Arona, luogo di sua nascita. Quella statua si conserva ancora oggidì e forma l'ammirazione dei viaggiatori. È alta settanta piedi, circa trentacinque metri. Nel solo interno del capo ci potrebbero star più uomini comodamente seduti ad un tavolino. In questi medesimi tempi governava la Sede Romana un Papa, di nome Gregorio XIII, il cui pontificato è assai memorabile {404 [404]} per la riforma del calendario, ossia del modo di computare i giorni dell'anno. Il calcolo dei giorni prima di lui si faceva giusta il calendario ordinato e corretto da Giulio Cesare dittatore dei Romani, pochi anni prima della nascita del Salvatore. In questo calendario si calcolava che il sole percorresse il suo corso annuo in giorni 365 e 6 ore; perciò ogni quattro anni doveva esserci l'anno bisestile, vale a dire accresciuto di un giorno. Ma più esatte osservazioni fecero conoscere che mancano 11 minuti a compiere il suddetto numero di 365 giorni e 6 ore; il quale divario produce un giorno di più nello spazio di 130 anni; perciò col giro dei secoli era già avvenuto che le stagioni e le solennità dell'anno si anticipassero di dieci giorni. Gregorio si accorse di tale inconveniente, e nel desiderio di ripararlo radunò in Roma i più rinomati astronomi di quel tempo, cioè quegli uomini che in maniera particolare si erano dedicati a studiare il corso del sole e delle stelle, e i varii loro movimenti, e d'accordo con essi stabilì che ogni quattro secoli ci fosse un giorno bisestile di meno, il quale periodo di tempo giunge appunto a formare un giorno pell'accumulazione degli undici minuti di ciascun anno. Per formare e regolarizzare le stagioni si convenne che nell'anno 1582 fossero tolti dieci giorni al mese di ottobre; sicchè dopo il 4 si cominciò a contare 15 di ottobre. Tutti i principi d'Europa, eccetto l'imperatore di Russia, adottarono tale riforma, che dal nome del papa si chiamò gregoriana. {405 [405]}

 

 

XIV. L'interdetto di Venezia e gli uscocchi.

 

            Dal 1600 al 1616.

 

            La repubblica di Venezia, miei cari, possiamo dire essere stata in ogni tempo molto affezionata alla cattolica religione, e di buon accordo col Romano Pontefice; e mentre quasi tutta l'Europa era inaffiata di sangue umano sparso per le guerre eccitate dai protestanti, i Veneziani vivevano in pace, solo badando a promuovere il commercio e portare i prodotti della loro industria nelle varie parti del mondo.

            Ma un uomo turbolento ed apostata di nome Fra Paolo Sarpi, invece di predicare e sostenere quella religione cui con voto speciale erasi consacrato, si adoperò per introdurre l'eresia nell’Italia e specialmente in Venezia sua patria. Era questa un'azione da riprovarsi altamente: in tal modo operando egli cagionava, come di fatto avvenne, grave danno alla sua patria. Per riuscire nel suo intento, stabilì una corrispondenza con alcuni ministri protestanti, ed intanto preparava i Veneziani a ribellarsi al Papa come capo della cristianità. Il senato seguendo i suoi consigli aveva stabilito molte leggi contrarie alla Chiesa ed alla consuetudine in ogni tempo praticata dai cattolici. Quel senato aveva con legge proibito agli ecclesiastici l'alienazione dei loro beni, e la costruzione di nuove chiese; nemmeno era loro permesso di vendere i loro stabili a persone del clero; e quindi fece mettere in prigione alcuni ecclesiastici senza alcuna partecipazione all'autorità della Chiesa. {406 [406]}

            Questo procedere era anticattolico, perciocchè i buoni cattolici non stabiliscono leggi intorno a cose ecclesiastiche, senza l'accordo colle autorità della Chiesa, il coi capo è il Romano Pontefice. Il Papa, di nome Paolo V, successore di Gregorio decimoterzo, ne fu gravemente inquieto, ed avvisò più volte i Veneziani che non volessero degenerare da' loro maggiori nelle massime di religione; venissero con lui ad un pacifico accordo senza costringerlo ad usare le censure che sono le punizioni di cui la Chiesa suole servirsi in casi estremi.

            Il senato di Venezia sempre instigato dall'ostinato Paolo Sarpi non diede ascolto alle paterne ammonizioni del Papa: e come una cosa ottima se si corrompa diventa pessima: così il Sarpi, uomo d'ingegno, ribellandosi al capo della propria religione, era divenuto un vero istrumento di iniquità.

            Allora il Papa scomunicò il doge, il senato, e mandò l'interdetto sul dominio veneto. L'interdetto, miei cari, è una pena terribile della Chiesa Cattolica; perciocchè un paese colpito dall'interdetto deve immediatamente sospendere l'esercizio del culto religioso. I Veneziani in luogo di cercare di riconciliarsi col papa divennero più ostinati. Comandarono al clero di fare egualmente le sacre funzioni, al che rifiutandosi i veri ecclesiastici, perchè era un tradire la propria coscienza, si venne ad un'aperta persecuzione, e molti sacerdoti e varie corporazioni religiose rifiutandosi di ubbidire furono mandati in esiglio (1616).

            Ma i principi cattolici, tra i quali il re di Francia e il duca di Savoia, mossi da' mali e dallo scandalo di tale ostinazione dei Veneziani si interposero, ed avendo ottenuto {407 [407]} la riparazione dei torti fatti alla chiesa, fu tolto l'interdetto, si aprirono le chiese, i religiosi ritornarono ai loro chiostri, e ciascuno potè liberamente praticare la cattolica religione.

            Solamente Fra - Paolo rimase ostinato; egli si sforzò ancora diciassette anni con prediche e con iscritti per introdurre il protestantismo in Venezia, in capo a' quali morì senza dare alcun segno di ravvedimento.

            Terminate le discordie religiose, i Veneziani si trovarono in nuovi disastri cagionati da una banda di assassini noti sotto il nome di Uscocchi. Costoro abitavano gli scogli dell'Adriatico dalla parte della Dalmazia; donde facevano terribili scorrerie sopra i Veneziani, spogliandoli e trucidandoli. Qualora venissero inseguiti si ricoveravano negli Stati austriaci, e il duca d'Austria, che si chiamava Ferdinando, li proteggeva. Anzi dichiarò aperta guerra ai Veneziani per sostenere i ladronecci degli Uscocchi.

            Gli Spagnuoli si unirono al duca d'Austria e la repubblica dovette sostenere una guerra micidiale per mare e per terra durante tre anni; finchè fu conchiuso un trattato di pace, in forza del quale si obbligò il duca di trasferire altrove la pericolosa masnada degl'Uscocchi.

 

 

XV. Venezia liberata.

 

            Dal 1616 al 1618.

 

            Niuna cosa fece maggiormente temer della sorte di Venezia, quanto il fatto che sono per raccontarvi. Il re di Spagna, il vicerè di Napoli, il governatore di Milano, {408 [408]} gelosi delle prosperità di quella repubblica ordirono una trama veramente infernale.

            Fin da quel tempo, miei cari, si usava, come si usa oggidì, che ogni potenza tenesse un ambasciatore presso a quelli stati, coi quali era in pace. Tali ambasciatori sono per ordinario scelti fra i personaggi più ragguardevoli d'ogni regno, si rendono loro tutti gli onori dovuti ai sovrani che rappresentano, e la loro persona è inviolabile e sacra come quella del rispettivo re. A quell'epoca, l'ambasciatore di Filippo III re di Spagna, era un uomo scaltro e di perduta coscienza, chiamato il marchese di Bedmar.

            Il governatore di Milano e il vicerè di Napoli si accordarono con questo Bedmar di volere a qualunque costo umiliare Venezia e assoggettarla alla Spagna; e poichè quella repubblica possedeva gran numero di vascelli ed un'armata ragguardevole, Bedmar risolvette di eseguire il suo disegno senza che il re di Spagna ne apparisse informato, usando mezzi tanto più segreti, quanto erano più pericolosi.

            Fra gli stranieri, che per fine di spasso, o per cagione di commercio si recavano sempre in gran numero a Venezia, v'era un vecchio capitano francese, chiamato Renault, il quale aveva fama di essere un uomo capace delle imprese più ardite e rischiose. Bedmar lo chiamò a sè un giorno e gli disse: «Veggo, Renault, che la vita misera che tu meni è indegna di un par tuo. Tu avresti onori e ricchezze se volessi secondarmi ne' miei disegni.» Quindi dopo larghe promesse ordirono una congiura per abbattere il senato di Venezia, dare in mano agli Spagnuoli quella repubblica, il suo arsenale, i suoi vascelli e tutte le dovizie ch'essa possedeva. {409 [409]}

            In tutte le città, miei teneri amici, è cosa ordinaria trovare un gran numero di ribaldi, i quali, ridotti alla miseria dalla dissolutezza o dal delitto, sono pronti a qualsiasi malvagia azione, purchè riescano a cagionare tumulto, nella speranza che il disordine dia loro qualche mezzo di appropriarsi le spoglie di coloro che la fortuna ha favorito de' suoi beni. L'unione di tali uomini fu sempre perniciosa e nocevole; ed il loro numero era assai più abbondante a Venezia, dove accorrevano stranieri d'ogni parte. Renault radunò una considerevole quantità di quegli sfaccendati, ed esponendo il progetto indicato, fece loro sperare grande fortuna dal saccheggio di quella città.

            Niuna rea impresa era mai stata ideata con tanta scelleratezza e temerità. Trattavasi di eccitare un vasto incendio in Venezia, di uccidere i senatori ed i membri del consiglio de' Dieci, che erano i dieci capi del governo, e di mescolare rivi di sangue colle onde dell'Adriatico e intanto col favore delle tenebre della notte e del tumulto alcuni soldati spagnuoli, che l'ambasciatore dovea introdurre in città travestiti, s'impadronirebbero del palazzo del doge e dell'arsenale, mentre altri congiurati che servivano nella flotta veneziana, e che Renault avea corrotto, avrebbero pugnalato i capi, e forzato i marinai ad appiccare il fuoco alle navi.

            Tutto era pronto, già era fissata la notte stessa in cui la congiura doveva essere effettuata. Renault aveva preparato i mezzi di esecuzione con tanto mistero e tale scaltrezza, che i più zelanti agenti della polizia non giunsero ad averne alcun sospetto.

            Il giorno antecedente a quella gran notte Renault, per confermare i suoi nella presa risoluzione, radunò i {410 [410]} principali capi di quella fatale impresa in una casa appartata, per assegnare a ciascuno il posto che doveva occupare nel momento decisivo. Chi doveva essere incaricato di forzare le porte del palazzo ducale, e chi distribuire armi ai prigionieri rinchiusi nelle carceri; un altro aveva l'incumbenza di appiccare fuoco all'arsenale, per gettare lo spavento nella città; mentre parecchi dovevano assalire all'improvviso ne' loro palazzi i senatori, i membri del consiglio dei Dieci e gl'inquisitori e trucidare i nobili prima che sapessero per quali mani perivano; alcuni infine dovevano recarsi nei quartieri più popolati di quella grande città, per incitare la plebaglia al saccheggio e ad aumentare il disordine con tutti i mezzi possibili.

            Ognuno dei congiurati pareva impaziente di giustificare colla sua audacia e colla sua scelleratezza la fiducia de' suoi compagni. A tali disposizioni quei forsennati applaudirono con furibondo entusiasmo, dimostrando con grida di rabbia, quanto sarebbero stati fedeli esecutori dell'orrendo misfatto.

            Ma fra i congiurati, che Renault riputava tutti egualmente fedeli e devoti, trovavasi un altro francese di nome Giafieri, il quale, vedendo quell'uomo crudele a parlar freddamente di tanti disastri, non potè a meno di provare un involontario terrore; e benchè neppure egli mancasse di coraggio e di ferocia, tuttavia non potò risolversi a lasciar perire un sì gran numero d'innocenti, mentre con una sola parola avrebbe potuto impedire quell'orrenda calamità.

            Da quel momento la terribile immagine che Renault ha posto dinanzi a' suoi complici, non esce più dalla mente di Giafieri; egli altro più non vede che palazzi {411 [411]} cadenti, donne e fanciulli sgozzati, che tendono le loro mani supplichevoli verso di lui: e nel camminare gli sembra che tutti quelli che lo circondano, lo riconoscano per un assassino. Nulla può distrarre la sua mente da quell'idea, che l'assedia come un rimorso. Finalmente oppresso da quella penosa lotta prende la risoluzione di andar a dichiarare al consiglio dei Dieci qual pericolo sovrasti a Venezia.

            Mentre però ubbidisce al grido della coscienza, a cui i più grandi scellerati non possono imporre silenzio, Giafieri vuole che il suo tradimento non torni funesto a' suoi amici. Prima di manifestare il suo secreto al consiglio dei Dieci, si fa promettere che sia risparmiata la vita di venti persone che denunzierà per quanto colpevoli esse possano essere. I magistrati acconsentono a tutto ciò che ei domandava per sapere il suo secreto; ma appena la trama è rivelata, essi fanno mettere in prigione Giafieri, mandano ad incarcerare Renault ed i suoi complici, prima che nissun indizio faccia sospettar che sono scoperti.

            Tuttavia alcuni congiurati vennero avvertiti in tempo e poterono fuggire gettandosi sopra barche da pescatori; ma Renault non volle fuggire, e si diede volontariamente nelle mani di quelli che andavano per incarcerarlo. Nel medesimo istante tutti gli stranieri sospetti che si trovavano nascosti nei vari quartieri della città vennero disarmati, posti in prigione e fra breve strangolati, annegati o decapitati. Renault promotore di quella trama venne strozzato in prigione, ed il suo corpo appeso al palazzo del doge per incutere terrore ai ribelli.

            Giafieri poi vedendosi sgozzare sotto i proprii occhi i compagni, di cui eragli stata promessa la vita, rifiutò {412 [412]} ogni ricompensa, e andò ad unirsi ad alcuni congiurati, alla cui testa combattè finchè fu steso a terra morto da un colpo.

            Bedmar principale autore della rivolta, che era riuscita così funesta a tutti coloro che vi avevano preso parte, protetto dalla qualità d'ambasciatore di Spagna, potè liberamente partire dalla città e ritornare al suo re. (V. Lamé Fleury, St. mod.)

            Eccovi, miei cari, come Venezia fu liberata da tre gravi pericoli. Dall'interdetto provocato particolarmente da Paolo Sarpi, dal flagello degli Uscocchi, e soprattutto dalla trama ordita da Bedmar, che pose quella città nel pericolo il più grave che le sia sovrastato dalla lega di Cambrai in poi. Dopo questi avvenimenti quell'opulenta repubblica divenne florida come prima e tale si mantenne sino al momento, in cui, pel comun destino delle cose umane, ella dovette perire, come vi farò vedere nel progresso di questi racconti.

 

 

XVI. Carlo Emanuele il Grande.

 

            Dal 1580 al 1630.

 

            Il duca Emanuele Filiberto, l'eroe di S. Quintino, prima di spirare chiamò al letto suo figlio ereditario, cioè che gli doveva succedere nel trono, e gli disse: «Impara, o mio figlio, dalla mia morte, quale esser debba la tua vita. L'età ti fa abile al governo. Conserva a' tuoi successori gli Stati che io ti lascio. Se temi Iddio e lo servirai, egli sarà il tuo protettore.»

            Questo figlio chiamavasi Carlo Emanuele, e fu soprannominato il Grande per la lunga durata del suo {413 [413]} governo, che fu di cinquant'anni, e per le grandi imprese che egli compiè in pace ed in guerra. Aveva solo diciassette anni quando cominciò a regnare, ma fortunatamente ebbe buoni ministri e buoni consiglieri, la cui sagacità e prudenza contribuì molto al buon esito delle sue imprese.

            Egli ebbe a sostenere una lunga e sanguinosa guerra coi Francesi. Eransi costoro pochi anni prima impadroniti del marchesato di Saluzzo, e in tempo che la Francia era agitata dalla guerra cagionata dagl'Ugonotti, ovvero protestanti, contro ai cattolici, pensò di poter riacquistare quella parte di dominio, di cui suo padre era stato spogliato. Il re di Francia, che chiamavasi Enrico III, non volle arrendersi alle giuste dimande del Duca, onde egli risolse di acquistare colle armi ciò che non poteva acquistare colle ragioni. La guerra fu lunga e micidiale da ambe le parti, ma terminò col lasciare Carlo Emanuele tranquillo possessore del Saluzzese, mediante un trattato conchiuso in Parigi nel 1601, in forza del quale il Duca cedeva alcune terre de' suoi dominii al di là delle Alpi. Quel trattato fu molto vantaggioso per la Casa di Savoia, ed un famoso generale del re di Francia, chiamato Ladighera, ebbe a dire che il re di Francia Enrico IV aveva operato da mercante, mentre il duca di Savoia l'aveva fatta da Sovrano. La ragione si era che il Saluzzese, oltre all'essere un paese sommamente fertile, univa con sè la barriera delle Alpi, restando così impedito il passaggio per cui i Francesi solevano passare per venire in Italia.

            Acquetate alquanto le cose di guerra ebbe a far molto per sedare le discordie suscitate dagli eretici e specialmente dai Valdesi. Erano costoro seguaci di certo Pietro {414 [414]} Valdo negoziante di Lione, il quale messe da parte le cose di commercio, si pose a fare il predicatore e l'apostolo sul finire del secolo decimosecondo. I suoi seguaci, perchè turbolenti, cacciati dal Lionese andarono in buon numero a stabilirsi nella valle di Luserna a poca distanza da Pinerolo. In mezzo a quelle montagne si stettero colà nascosti qualche tempo, ma, siccome è proprio di tutti gli eretici, cominciarono a molestare i paesi vicini, ed a perseguitare i cattolici. Fin al 1555 i Valdesi non esercitarono alcun culto pubblico; solo in quest'anno essendosi uniti ai fanatici discepoli di Calvino e di Lutero edificarono il loro primo tempio nella valle di Angrogna. Avanti quell'epoca eglino assistevano agli uffizi della Chiesa Cattolica e non tenevano adunanze se non in segreto.

            I Valdesi per l'unione loro coi protestanti divennero audacissimi, e non solamente molestarono i Cattolici nella dottrina, ma presero le armi e si ribellarono apertamente. Invano si mandarono missionari per convertirli, invano i vescovi e lo stesso Romano Pontefice usarono loro bontà e clemenza. Il duca Emanuele Filiberto dovette marciare contro di loro colle sue genti, e si sparse molto sangue. Ma il duca Carlo Emanuele dopo aver usato tutti i mezzi pacifici per ridurli a buoni sentimenti, si appigliò egli pure alla forza, impose a tutti i protestanti di uscire da' suoi Stati; e con decreto del mille seicento e due circoscrisse il luogo di dimora dei Valdesi, e loro proibì sotto a gravissime pene di valicarli.

            Aggiustate le cose che riguardavano al marchesato di Saluzzo ed ai Valdesi, Carlo Emanuele dovette portare le sue armi ne' paesi stranieri. Combattè a favore {415 [415]} del re di Francia e del re di Spagna, ed in ogni luogo, egli e i suoi si segnalarono con fatti d'armi che onorarono molto il loro valore.

            Fra le altre egli dovette sostenere una lunga guerra pel Monferrato. Francesco Gonzaga, duca di Mantova e di Monferrato, era morto senza erede; e il duca di Savoia per motivi di parentela pretendeva di avere quell'amena e vasta provincia. Ma dopo due anni di trattative inutili, il duca uscì in guerra aperta, e prima che i suoi rivali potessero opporsi egli potè impadronirsi del Monferrato ad eccezione di Gasale e Ponte - Stura.

            La Spagna che pretendeva di essere arbitra in Italia, perchè vi possedeva molte province, portò pure le pretese sul Monferrato. Gli Spagnuoli reputando la cosa di poca importanza, vennero tosto alle mani col duca di Savoia, ma quando videro le loro genti in fuga e in gran numero trucidate, conobbero di aver a fare con un rivale formidabile. Fecero pertanto tale apparecchio di fanti, di cavalli e di cannoni, che pareva la Spagna volersi versare sopra il Monferrato.

            Ma Carlo Emanuele che aveva già tante volte condotto i suoi soldati alla vittoria in paesi stranieri, non si sgomentò in questo caso che trattavasi di sostenere i proprii diritti. Cinque volte si venne a battaglia campale, cinque volte la vittoria fu del duca di Savoia, il quale dopo avere, si può dire, quasi interamente distrutti gli eserciti spagnuoli, riunì al Piemonte il possesso del Monferrato.

            Le gloriose vittorie del duca di Savoia ingelosirono i Francesi, e si determinarono di tentare la sorte delle anni per impadronirsi eglino stessi del Monferrato. {416 [416]} Con immenso numero di soldati i Francesi vennero ad assalire Carlo Emanuele in un momento che non se lo immaginava, perchè poco prima nell'aggiustore le cose di Saluzzo aveva conchiuso coi Francesi un trattato di pace. Malgrado il suo volere Carlo fu sopraffatto dal numero dei nemici, e dovette ritirarsi dal Monferrato. Venne di nuovo a battaglia vicino a Rivoli, e fu nuovamente sconfìtto.

            Forse il duca di Savoia avrebbe riparate le sue perdite se non fosse sopraggiunta una terribile pestilenza, che dopo aver fatta gravissima strage nella Francia, si sparse in tutta l'Italia. Il duca medesimo fu colto da quel malore e morì nella città di Savigliano nel 1630. Egli morì lasciando il regno agitato dalla peste e dalla guerra; ma morì consolato di aver impiegata la vita a difendere i suoi Stati, e colla gloria di essersi costantemente adoperato a beneficare i suoi sudditi. Era solito a dire: «Le più belle prerogative di un principe sono dare e perdonare

            A Carlo Emanuele succedette Vittorio Amedeo I. In mezzo a tanti mali cagionati dalla guerra e dalla peste era vi necessità di una tregua, con cui i popoli potessero ristorare le loro forze, ripigliare la coltivazione delle campagne, e risarcire l'erario. In questo bisogno universale i Francesi, gli Spagnuoli e i principi italiani si radunarono in Cherasco, piccola città situata presso il confluente del fiume Stura e del fiume Tanaro. Ivi fu conchiuso un trattato, in forza di cui l'Italia agitata da una lunga serie di mali potè respirare e provvedere ai proprii bisogni. {417 [417]}

 

 

XVII. Galileo Galilei ed altri uomini illustri.

 

            Dal 1564 al 1642.

 

            In mezzo alle guerre ed alle pestilenze che afflissero il Piemonte ed alcune altre province d'Italia, fiorirono parecchi illustri personaggi, che innalzarono la nazione italiana al più alto grado di gloria nelle scienze, nelle lettere e nelle arti. Oltre a quelli di cui vi ho già parlato, fiorì un illustre poeta di nome Ludovico Ariosto, nato nella città di Reggio. Da fanciullo egli fu studiosissimo, ed avendo sortito dalla natura molta propensione alla poesia, dopo avere studiato i Classici antichi, compose un poema intitolato Orlando furioso, libro assai pregevole, ma che vi esorto a non leggere senza accertarvi che sia depurato da parecchie cose, che tornerebbero assai nocevoli ai vostri costumi. Nacque nel 1474 morì nel 1532.

            Un altro poeta illustre fu Torquato Tasso, assai celebre per un suo poema intitolato Gerusalemme liberata, in cui prende a descrivere le prodezze ed il coraggio dimostrato dai crociati quando s'impadronirono di Gerusalemme. Egli visse gran tempo nella città di Ferrara. Dotato di grande ingegno, egli aveva un difetto notevolissimo, e si è che non sapeva frenare l'impeto della collera. Per cagione di questa, tratto una volta in prigione, vi dovette rimanere più anni finchè il Papa venuto a notizia della disgrazia di un sì gran poeta, ottenne dal duca di Ferrara che fosse lasciato in libertà. I letterati e molti principi d'Italia decretarono d'incoronarlo di alloro come si era fatto del Petrarca. A tal fine egli si {418 [418]} recò a Roma ove fu solennemente ricevuto dal Sommo Pontefice; tutto si apparecchiava per quella gran cerimonia, se non che ben diverse erano le disposizioni del cielo. Infermatosi tosto gravemente, egli chiese di essere portato al monastero di S. Onofrio, ove tranquillamente spirò in età di 51 anni nella vigilia del giorno destinato al suo trionfo. Il suo corpo nobilmente vestito, e con la chioma cinta d'alloro, fu portato con solenne pompa per le vie di Roma al sepolcro.

            Un altro uomo che formerà mai sempre la gloria d'Italia fu Galileo Galilei. Nato a Pisa nel 1564, egli studiò con gran successo la musica, il disegno, la pittura e le scienze e le lettere, e si segnalò particolarmente nella fisica. Contribuì assai al suo avanzamento negli studi la generosità di Ferdinando I gran duca di Toscana.

            Non avrete certamente dimenticato come i sovrani di Toscana da prima ebbero semplicemente il nome di duchi sino all'anno 1570, quando il Papa Pio V mutò il nome di ducato di Toscana in quello più magnifico di granducato. D'allora in poi il sovrano fu sempre chiamato Granduca.

            Quei granduchi, miei cari, favorivano molto le scienze, e se Galileo progredì tanto ne' suoi studi, lo dovette in gran parte alla generosità di quei principi. Imperciocchè il granduca lo nominò professore all'università di Pisa quando aveva appena 26 anni.

            Mentre colà dimorava, stando un giorno in chiesa, osservò la oscillazione di una lampada sospesa, e notò che essa andava e veniva dondolando e percorrendo un bel tratto, poi un altro più piccolo, quindi un piccolissimo; ma quella lampada compiva uno di quei {419 [419]} tratti o grandi o piccoli nella stessa durata di tempo. Tornato a casa volle ripetere quell'esperienza con una cordicella e con un piombino formato a modo di pendolo. Il fece dondolare, e verificò che le oscillazioni maggiori e le più piccole si compieano sempre in eguale spazio di tempo. Galileo conchiuse da ciò che un pendolo sarebbe uno strumento da aggiungersi agli orologi, per regolare il giro delle ruote in modo che non corrano nè più nè meno di quanto è necessario per avere un moto regolare e costante.

            Passò pure ad insegnare la filosofia a Padova dove inventò il telescopio che è un maraviglioso cannocchiale con cui si vedono gli oggetti mille volte più grandi di quel che si vedrebbero ad occhio nudo. Con esso osservò la luna e pel primo riconobbe che le macchie, le quali si scorgono ad occhio nudo nel disco lunare, non altro sono che valli e montagne di cui seppe finanche misurare l'estensione. Scoprì eziandio molte stelle fino allora sconosciute, e pel primo asserì, che quella striscia bianca, la quale si vede in cielo quando il tempo è sereno, e che si chiama via lattea, è uno spazio tutto seminato di stelle da noi lontanissime.

            La fama dell'ingegno del Galileo crebbe tanto che il granduca e i Fiorentini desideravano che egli ritornasse in patria. Ritornò egli di fatto, e il granduca gli assegnò cinquemila franchi all'anno con piena libertà di occuparsi ne' suoi profondi studi. Questo grand'uomo era d'indole focosa e proclive alla collera come il Tasso; ma egli sforzavasi di vincerne gli impeti senza lasciar trascorrere la lingua ad ingiurie. Era religioso e caritatevole assai; perciò istruiva con ammirabile pazienza i giovani volonterosi di studiare, e col suo proprio {420 [420]} denaro sovveniva gli scolari poveri acciocchè potessero continuare i loro studi. Costoro gli erano così grati ed affezionati, che l'obbedivano e l’amavano come loro padre.

            Ma il fatto più luminoso, e che fece parlare molto nella storia di Galileo, fu un suo libro scritto sul movimento della terra. Pretendeva egli, siccome ora generalmente si crede, che non già il sole girasse intorno alla terra, ma che la terra girasse intorno al suo asse ogni ventiquattro ore, e che intanto nello spazio di un anno compisse un vasto giro intorno al sole. Quest'opinione era già stata manifestata ed insegnata cent'anni prima da un filosofo prussiano di nome Copernico (canonico); nè mai se gli era fatto rimprovero, perchè egli insegnava tali cose come ipotesi ovvero supposizioni sue proprie senza mischiarvi cose di religione.

            Galileo però volle andare più avanti, e pretese di provare che il suo sistema era fondato sulla Bibbia, la qual cosa veniva a conchiudere essere tale la mente del Creatore nel creare questi astri: onde cangiava in verità di fede una semplice opinione. Il che non mai si potè nè si potrà asserire. Perciò fu avvisato per ordine del Papa Paolo V a non voler fare un domma di fede di cose solamente probabili; che insegnasse pure il suo sistema, ma non lo mischiasse colla Bibbia. Questa volta l'indole bizzarra del Galileo non seppe moderarsi. Si persuase che tutti la sbagliassero e che egli solo vedesse la verità, e giunse fino a dire che la Chiesa doveva definitivamente approvare il suo sistema. Era vi in quei tempi un tribunale ecclesiastico detto inquisizione, da una parola latina, che vuol dire cercare, perchè aveva per iscopo di cercare ed esaminare quelli che dicevano {421 [421]} o scrivevano cose contrarie alla religione. Trovato qualcuno che fosse colpevole, e che non si volesse emendare veniva denunziato alle autorità civili da cui era giudicato secondo le leggi penali di ciascuno stato. Molti sovrani chiesero al Papa di poter aprire ne' loro regni uno di questi tribunali, il cui scopo non fu mai di condannare, ma solo di denunziare i colpevoli di delitti contro alla religione.

            Desideroso che il suo sistema fosse approvato dalla Chiesa, Galileo andò a Roma, e vi riscosse grandi applausi per le nuove sue scoperte. Nel trasporto della sua gloria dimandò che il Papa e l'inquisizione dichiarassero il suo sistema fondato sulla Bibbia. Il giudizio proferito non fu quale Galileo si aspettava; fu conchiuso che non si poteva con certezza definire che il sistema di Copernico fosse conforme alla Bibbia. Laonde fu imposto a Galileo di non più mischiare le verità certe della Bibbia colle sue private opinioni; lasciandolo in libertà di fare altrimenti tutte le congetture che egli desiderava.

            Ma gli uomini grandi, miei cari, si lasciano talvolta inebriare dalla superbia, e spesso non sanno umiliarsi e confessare la miseria umana: tale fu Galileo. Egli rifiutò di assoggettarsi al giudizio dell'inquisizione, e solamente si sottomise quando fu minacciato di essere consegnato alle autorità civili; ed era già in procinto di doverne subire la pena se avesse protratto più a lungo la sua emendazione. Ecco come egli parla di questo affare scrivendo ad uno de' suoi discepoli. «Il Papa, «egli dice, mi trattò come uomo degno della sua stima: «per luogo di arresto io ebbi il delizioso palazzo della «Trinità. Quando arrivai al santo uffizio, fui cortesemente accolto dall'assessore. Io sono stato costretto a {422 [422]} «ritrattare la mia opinione, e in punizione mi furono «proibiti i miei dialoghi, e venni congedato dopo sei «mesi di dimora in Roma. Siccome la peste regnava a «Firenze, mi fu assegnato per soggiorno il palazzo del» migliore mio amico l'arcivescovo di Siena, e vi ho «goduto la più dolce tranquillità.»

            Vi ho parlato alquanto a lungo di questo fatto perchè molti storici avversi alla Cattolica Religione sogliono travisarlo in maniera assai diversa: ma voi ritenete che chi vi dice diversamente di quanto vi ho raccontato non espone la verità.

            Galileo fece moltissime altre scoperte senza più mischiarsi in cose di religione. Finalmente in età di settant'otto anni, cadde ammalato e accortosi che era alla fine de' suoi giorni, qual uomo savio e buon cristiano, chiese di ricevere i conforti della cattolica religione, indi spirò nel 1642.

 

 

XVIII. Masaniello Pescivendolo.

 

            Dall'anno 1642 al 1660.

 

            Dopo la pace di Cambresi e più ancora dopo il trattato di Cherasco, gli Spagnuoli rimasero padroni di molti Stati italiani. Lombardia, Sicilia, Sardegna, Napoli, erano governate da un duca o da un vicerè a nome del re di Spagna. E siccome la Spagna figurava in quei tempi qual prima potenza d'Europa, così tra il dominio che aveva in Italia, e l'influenza che aveva sopra gli altri Stati, si può dire che quasi tutta l'Italia divenne spagnuola. Noi abbiamo molte usanze che ci rammentano tale epoca di storia. Per esempio le brache stringate {423 [423]} che in alcuni luoghi si portano ancora oggidì, sono state introdotte dagli Spagnuoli in luogo dei calzoni lunghi e larghi che prima si usavano. Gli Italiani alle persone di riguardo davano del messere e del signore, ed a questo nome venne surrogata la voce don, che deriva dalla voce latina dominus, signore. Per centoquaranta anni, cioè dal 1560 al 1700, sebbene in Italia ci siano stati pochi moti di guerra, ad eccezione delle discordie insorte tra i Francesi e il duca di Savoia, nulladimeno l'Italia ebbe molto a soffrire sotto al governo di padroni così lontani, siccome erano gli Spagnuoli. Il re di Spagna mandava bensì uomini chiari per senno e per valore a governare i vari paesi che egli possedeva tra noi. Ma per lo più essi attendevano a dilatare il dominio spagnuolo, e a far danaro da spedir nella Spagna. Fra costoro deggio farvi menzione particolarmente di un generale chiamato marchese di Leganez, governatore di Milano. Esso ebbe gran parte nelle guerre che agitarono il Piemonte dal 1630 al 1644. Per conquistare il Piemonte al suo sovrano egli erasi recato con poderoso esercito nel Monferrato e pose strettissimo assedio alla città di Casale.

            Questa città apparteneva al duca di Savoia, il quale essendo ancora in tenera età, ne reggeva gli Stati sua madre chiamata Maria Cristina.

            Questa principessa vedendo l'impossibilità di potere resistere agli spagnuoli, fece lega col re di Francia. Questi inviò un famoso generale di nome Arcour, con molti soldati in soccorso ai Piemontesi.

            I due valorosi capitani fecero le loro prime pruove di valore sotto le mura di Casale, dove gli Spagnuoli toccarono una fierissima rotta. Piacevole ed arguta fu {424 [424]} la risposta del generate francese dopo questa vittoria. Leganez pieno di dispetto gli mandò a dire: «Se io «fossi re di Francia, vi farei tagliare la testa per avere «azzardata la battaglia con forze così deboli.» Ed io, rispose Arcour, «se avessi l'onore di essere re di Spagna, farei decapitare il marchese Leganez per essersi «lasciato vincere da un pugno di gente.»

            Dopo la battaglia di Casale il Leganez raccolse le sue genti, e fatta nuova leva di soldati, si portò ad assediare Torino. Dopo inutili sforzi per impadronirsi di questa capitale depose il pensiero di conquistare il Piemonte, e coll'avanzo del suo esercito ritornò a Milano.

            Assai più trista era la situazione dei Napolitani per la grande smania che il vicerè spagnuolo aveva di far danaro per arricchire se stesso e mandarne in Spagna. Le somme estratte dal regno di Napoli nello spazio di pochi anni montano oltre a cinquecento milioni di franchi. Per accumulare sì enormi somme erano indispensabili gravi imposte. Campi, case, suppellettili, persone, ogni sorta di animali, ogni sorta di commestibili era aggravata da tali pesi, che quasi tutto il provento delle terre cedevasi ai gabellieri. In quei tempi molte famiglie non potendo procacciarsi i necessari alimenti, lasciarono i loro paesi nativi per andare a cercarsi ospitalità presso a gente straniera. Anche la popolazione di Milano, che ducent'anni prima sommava a trecentomila, fu ridotta a centomila; la qual cosa faceva che molti tratti di terreno andassero incolti per mancanza di contadini; ed il commercio fosse privo di avventori. Il malcontento in Italia allora divenne universale, e nulla mancava se non un capo per venire ad un'aperta ribellione.

            Certo Alessio di Salerno, capitale della Sicilia, di {425 [425]} professione battiloro, cioè artefice che riduceva l'oro e l'argento in foglie molto sottili, aveva tentato di scuoter il grave giogo, ed era riuscito a guadagnarsi il popolo, i nobili ed essere proclamato primo capitano e re di Sicilia. Ma sorpreso dagli spagnuoli fu condotto al patibolo insieme co' suoi compagni. Casi più gravi avvennero a Napoli, che non si poterono così facilmente sedare e che ebbero funestissime conseguenze. Il vicerè di Napoli, chiamato conte Arcos, uomo insaziabile, per avere una grossa somma da spedire nella Spagna, siccome eragli stato richiesto, non sapendo a qual cosa aggiungere imposte, stabilì una tassa particolare sulle frutta, che colà sono principal cibo della povera gente.

            Un certo Tommaso Aniello di Amalfi, comunemente detto Masaniello, pescivendolo, cioè venditore di pesci, non potendo più vivere esercendo il solito mestiere, si era posto a fare il fruttaiuolo ossia venditore da frutta nella città di Napoli. Égli e tutti gli altri suoi compagni di piazza rimasero sbalorditi alle novelle imposte. Il mal contento cresceva ognor più pel rigore e pei modi villani con cui i gabellieri facevano le esazioni.

            Una domenica mattina (7 luglio 1642), nacque un tumulto nella piazza, e questa fu la scintilla che accese il fuoco della ribellione. Chi grida da una parte, chi grida dall'altra, uomini e donne, vecchi e fanciulli si radunano intorno a Masaniello. Era questi un bel giovane, gagliardo e di forza tale che con un sol pugno gettava a terra un uomo dei più robusti. Corrono i gabellieri per frenare il tumulto, ma furono malconci di bastonate e costretti a ritirarsi. Accorrono a squadre i soldati armati, ma non sono più a tempo, perchè il numero degl'insorti era divenuto immenso, e da tutte {426 [426]} parti acclamano Masaniello per loro capo, e arditamente respingendo i soldati reali, in poche ore diventano padroni della città.

            Quel Masaniello, miei cari, era un rozzo negoziante, privo di lettere, senza pratica di milizia o di governo, tuttavia il suo genio, la sua probità, il suo disinteresse e il desiderio di fare del bene, di sollevare la povera sua patria, fecero che egli seppe sostenere le parti di principe e di capitano trattando con maravigliosa attitudine i più gravi affari.

            Il vicerè provò a combattere Masaniello colla forza, ma scorgendo inutile ogni tentativo, pensò di venire ad un accordo. Riconoscendolo capitano generale di Napoli gli promise l'abolizione di tutte le imposte, gli offerì una ricca collana d'oro, grandi onori e pingui pensioni. Masaniello dubitando della lealtà del vicerè rifiutò tutte le proposte e continuò ad essere il difensore del popolo, se non che Masaniello e per gli onori offerti dal re che a lui in certa maniera si sottometteva, e per gli applausi universali che gli faceva il popolo, levatosi in superbia, dimenticò la naturale sua modestia, e invece di continuare ad essere il benefattore della sua patria, divenne avverso al re, spregiatore di tutti i suoi compagni. Queste nuove maniere lo resero odioso a' suoi compagni, i quali per avere una ricca mancia promessa dal re lo fecero perire sotto ai pugnali.

            Allora in Napoli vi fu un disordine universale: chi teneva la parte del re, chi quella di Masaniello. I cittadini non sapevano più a chi ubbidire. In mezzo a quel guazzabuglio di cose fu proclamata la repubblica. Intanto altri capi continuarono a sostenere le parti di Masaniello, finchè alcuni malcontenti chiamarono in {427 [427]} soccorso il duca di Guisa, famoso capitano francese, discendente da Carlo d'Angiò. Venne il generale francese, e quando era già quasi assoluto padrone di Napoli, sopraggiunse un forte esercito di Spagnuoli, i quali entrando in città se ne impadronirono. Molti abborrendo il giogo degli stranieri ricusarono ostinatamente di sottoporsi al dominio spagnuolo, perciò furono miseramente condannati alla morte, o mandati in esiglio. Insomma la ribellione di Masaniello non produsse altro effetto che spargimento di sangue, un governo tirannico, morte ed esiglio. Tant'è vero che le rivoluzioni non fanno mai la felicità dei popoli!

 

 

XIX. Vittorio Amedeo ii e la guerra per la successione di Spagna.

 

            Dal 1675 al 1700.

 

            La Francia e la Spagna vissero qualche anno in amichevole relazione. Ma queste nazioni possedevano ambedue alcuni paesi in Piemonte, perciò i Francesi volendone possedere in altre parti d'Italia, quando vedevano gli Spagnuoli a dilatare il loro dominio, cercavano di opporsi in tutte guise, e qualora i Piemontesi venissero attaccati dagli Spagnuoli, i Francesi venivano in aiuto dei primi per combattere i loro rivali. In mezzo a quelle vicende un re di Francia, per nome Luigi XIV, sdegnato per le gravi discordie cagionate dai protestanti, giudicò di non poter più sedare i tumulti se non allontanando tutti gli eretici da' suoi Stati. Di più temendo che quegli spiriti inquieti ritornassero a turbare la pace nei {428 [428]} suoi paesi, comandò al duca di Savoia Vittorio Amedeo II, che seguisse il suo esempio. Vittorio Amedeo non ricusava pubblicamente di ubbidire, ma eseguiva gli ordini con tale indolenza, che il re di Francia si determinò di muovergli guerra.

            II duca di Savoia era un buon principe, amava molto i suoi sudditi, da cui era del pari amato. Malgrado ogni sua resistenza non potè impedire che i Francesi invadessero i suoi Stati e vi facessero immensi guasti. Raccontasi che da Torino vedendo il suo castello di Rivoli ridotto in fiamme dai Francesi esclamasse: «voglia il «cielo che sia incendiato ogni mio castello, ogni mio o palazzo, purchè sieno salve le capanne de' miei contadini.» Altra volta si presentarono a lui alcuni contadini, le cui abitazioni erano state incenerite dai Francesi, e gettandosi a' piè di lui gli esposero la loro miseria. Vittorio tutto compassione ed amore pe' suoi sudditi, distribuì quel denaro che gli restava, poi trattosi una collana d'oro tempestata di gemme (era il collare della SS. Annunziata), la spezzò e la diede a quei poveri contadini.

            Il duca vedendo le cose del Piemonte ridotte a pessimo stato pensò di venire ad un accomodamento colle potenze straniere, e per mezzo di un trattato stipulato a Torino nel 1696, ridonò la pace al Piemonte e a tutta l'Italia. Ma la morte di Carlo II re di Spagna venne a turbare la tranquillità di tutta l'Europa, siccome intraprendo a raccontare.

            Quel re aveva lasciato suo erede un principe francese di nome Filippo, nipote del re di Francia. Luigi XIV, a nome di suo nipote, con un esercito francese invase la Spagna, esenza contrasto pose Filippo in possesso di quel {429 [429]} trono, il quale divenne così re di Spagna,della Lombardia, di Sardegna, Napoli e Sicilia. Ma Leopoldo I imperatore di Germania ambiva pure la corona di Spagna; anche il duca di Savoia vantava qualche diritto a quella corona, e a tal fine si unì all'imperatore di Germania come più forte, e che nel tempo stesso gli faceva più larghe promesse. In breve fu dichiarata la guerra, la quale sebbene non sia stata molto lunga di tempo, fu assai atroce pel grande spargimento di sangue. Questa guerra fu detta guerra per la successione di Spagna, perchè ebbe origine dalle pretese che diversi monarchi vantavano per ottenere quel trono.

            Allora seguì uno sconvolgimento in tutta l'Europa. Da una parte era la Francia, la Spagna e quella parte d'Italia che apparteneva al re di Spagna; dall'altra vi era l'imperatore di Germania, l'Inghilterra, il Portogallo, il duca di Savoia con altri regni di Alemagna. Lungo sarebbe il raccontarvi tutti gli avvenimenti di quella guerra, io voglio soltanto trasceglierne alcuni dei più luminosi e accaduti nei nostri paesi.

            Come si seppe che il duca di Savoia erasi unito all'imperatore, subito un numeroso esercito composto di Francesi e di Spagnuoli invase i suoi Stati. Vittorio Amedeo mise pure i suoi Stati in pie di guerra; e si dispose a forte resistenza; tuttavia non potè impedire che la Savoia, Nizza, Susa, Aosta, Ivrea, Vercelli non cadessero nelle mani dei nemici. Incontrarono gravi ostacoli nella fortezza di Verrua, che sostenne per sei mesi gagliardi attacchi da parte dei nemici: nè si sarebbe arresa se i difensori non rimanevano privi di alimenti per la vita e di munizioni per la guerra, colle mura smantellate e rovinate. Superata la fortezza di Verrua i nemici volsero i loro passi alla volta di Torino. {430 [430]}

 

 

XX. L’assedio di Torino e la pace di Rastadt.

 

            Dal 1700 al 1714.

 

            Vittorio Amedeo aveva concentrate le sue forze in questa sua capitale, che era assai ben fornita di munizioni. Gli assedianti erano in numero di ottantamila, provvedutissimi di ogni stromento atto a rovinare e distruggere. Per proseguire l'assedio con sicurezza avevano cinto la città di due trincee, una delle quali serviva per difenderli dai colpi degli assediati, l'altra per tenere lontano chiunque tentasse di portar a quelli soccorso. Per qualche settimana lavorarono in silenzio nelle trincee, avvicinandosi passo passo alle fortificazioni. Ma quando vi furono dappresso, tentarono un fierissimo assalto colle armi, colle artiglierie e colle mine. Alla vista di sì terribili attacchi non si perdettero di animo gli assediati. Erano in città 8,500 militi Piemontesi, e 1,500 Tedeschi. Un famoso ingegnere di nome Bertola regolava i lavori di difesa, il conte Solaro dirigeva le artiglierie. In quel momento supremo ogni età, ogni sesso si affaticava a recar terra e fascine. I cavalli dei privati adoperavansi a portare pesi e trar carrette. Tutti i cittadini erano soldati e tutti erano pronti a fermissima resistenza. Si erano messi qua e là grossi vasi pieni d'acqua per ispegnere gl'incendii: erasi levato il lastrico alle vie, le case erano pontellate e coperte di terra perchè potessero reggere al continuo scoppio delle bombe nemiche. In tali pericoli il popolo trovava conforto nella religione, nell' affezione al principe, nella speranza dei soccorsi. {431 [431]}

            Non cessava il concorso alle chiese ove stava di continuo esposto il SS. Sacramento. I fanciulli andavano a squadre a lavorare nelle mine; e qualora accadeva che taluno di loro rimanesse estinto, essi medesimi ne traevano fuori con istento il piccolo cadavere e lo portavano a seppellire. I parroci giravano per le piazze ad assistere i feriti e confortare i moribondi.

            II duca Vittorio considerata l'immensa superiorità dei nemici, quando vide che il nemico aveva investita la città e la cittadella dalla banda di Porta Susina, risolse di fare una sortita per sorprendere il nemico e interrompergli i lavori d'assedio. Dispose egli ogni cosa, incoraggi tutti a stare forti contro al nemico e fedeli agli ordini suoi, quindi uscì dalla città accompagnato da una scelta di prodi. Con essi andava attaccando or qua or là i Francesi, i quali più volte tentarono di sorprenderlo, ma egli o colla prestezza o coraggiosamente combattendo sfuggiva dalle loro mani.

            Malgrado però l'attività e la accortezza del duca ed il coraggio degli assediati, le cose erano giunte ad uno stato lacrimevole. Gran parte delle case erano spianate al suolo; molti cittadini avevano lasciata la vita o sotto ai colpi dei nemici o sotto alle rovine delle case; le munizioni da guerra cominciavano a mancare, e la fame già facevasi sentire. L’unica speranza del duca e dei cittadini stava riposta in un cugino del duca di Savoia di nome Eugenio, principe di gran valore, che alla testa d'un esercito tedesco marciava in soccorso dei Torinesi. Nella sua prima età questi aveva vestito l'abito ecclesiastico. La lettura delle guerre antiche lo innamorò della gloria militare, e a tal fine si presentò al re di Francia Luigi XIV chiedendogli il comando di un reggimento. {432 [432]} Il re sogghignò a tale dimanda e chiamandolo buon abatino lo mandò via dalla sua presenza con dirgli che andasse a recitare il breviario. Della qual cosa Eugenio indispettito andò a prendere servizio in Austria come semplice volontario. Colà egli fece tali progressi che all'età di 34 anni fu creato generale in capo in una guerra contro ai Turchi. I vecchi soldati veggendolo piccolo di statura, vestito di una semplice tunica, senza altro fregio che bottoni di metallo, dicevano tra loro: questo piccolo cappuccino non istrapperà molti peli alla barba dei Turchi. Ma dopochè egli ebbe vinto una grande battaglia succeduta vicino alla città di Zenta, lo amarono come padre e sotto di lui si credevano invincibili.

            Il re di Francia si pentì troppo tardi del suo rifiuto, e per indurlo a passare sotto alle sue bandiere, gli fece offerire la qualità di maresciallo col governo della Sciampagna. Ma il principe Eugenio aveva un animo grande, e niuna cosa potè indurlo a tradire il suo sovrano per unirsi ad un suo nemico, e rimase fedele alla casa d'Austria. Sia per vendicare l'affronto che avea ricevuto dal re di Francia, sia per venire in aiuto di Vittorio Amedeo suo cugino ed alleato, egli corse a grandi giornate alla volta di Torino. Il re di Francia inviò contro di lui prima un generale chiamato Catinat, poi un altro chiamato Villeroi, e finalmente il duca di Vandomo che erano i più celebri capitani di quel tempo. Eugenio li superò e li vinse tutti e tre in tre distinte battaglie campali. Cioè una all'Adige, l'altra al Mincio, la terza al Po. Passata quindi la Bormida e il Tanaro si avvicinava rapidamente a Torino.

            Vittorio andò ad incontrarlo a Carmagnola con seimila {433 [433]} cavalli e mille fanti. Si abboccarono in un prato presso a questa città alla presenza di tutta la soldatesca. Di là sentendo il rumoreggiare continuo delle artiglierie che battevano Torino, e pensando alle strettezze a cui erano ridotti i difensori, presero tutte le necessarie disposizioni contro a sì formidabili nemici. Per distinguere meglio i siti occupati dai nemici, i due principi salirono sul colle di Superga. Il duca alla vista dei guasti fatti sopra la città e la cittadella, alla vista dei terribili apparati dei nemici e dell'immenso loro numero, conobbe essere per lui impossibile conseguire la vittoria senza una speciale protezione del cielo. Stava sulla sommità di quel monte una cappelletta dedicata alla B. Vergine. Amedeo si volge a quella, s'inginocchia e dice: se tu, o gran Madre di Dio, concedi che io disperda i miei nemici, io ti farò quivi innalzare un magnifico tempio in riconoscenza della tua grazia. Ciò detto si alza, e accompagnando il principe Eugenio vengono insieme ad unirsi alle loro schiere, passano il Po, e facendo un lungo giro verso la Dora e la Stura, tentano di pigliare i Francesi alle spalle.

            Mentre queste cose avvenivano, la cittadella era al punto di cadere in mano ai Francesi ; e già una schiera di granatieri francesi di notte tempo erano riusciti ad aprirsi un passaggio nel fosso della cittadella senza essere nè veduti nè osservati, e pian piano si avvicinavano alla porta di un sotterraneo che metteva nell' interno della fortezza. Niun soldato era in quello; un solo minatore biellese per nome Pietro Micca stava con un ufficiale attendendo colà ad apparecchiare una mina. Non potendo opporre valida resistenza ai nemici, si risolve ad una magnanima azione. Vedendo già apparecchiata {434 [434]} la mina, si decide a darle fuoco. Ma quella non era ancora fornita dell'artifizioso apprestamento, onde l'accenditore avesse tempo di scampare. Non importa. Pietro riputando essere quella favorevole occasione di dare la vita pel bene della patria, raccomanda la povera sua famiglia all'uffiziale testimonio della sua generosità e soggiunge: scostatevi e salvatevi, io do la vita, ma spero di salvar la patria. Dato poscia di piglio ad una miccia, pone fuoco a quella mina, e coi granatieri francesi resta egli stesso sepolto sotto a quelle rovine. Questo fatto seguì la notte del 29 agosto nel 1706.

            Il mattino del 7 settembre Eugenio e Vittorio assalgono i nemici, i quali dal canto loro fanno prodigi di valore. Non ostante l'immenso lor numero e gli acquisti già fatti verso la città e la cittadella sono costretti di venire a combattere a corpo a corpo. Gli assediati, accortisi dei soccorsi del principe Eugenio, fanno una sortita, e unendosi loro insieme contro ai nemici ne menano tale strage, che circa 40,000 Francesi rimasero estinti in battaglia o fatti prigionieri. La vittoria fu compiuta, tutte le artiglierie e le provvigioni caddero in mano dei vincitori. Il duca col valoroso Eugenio fecero ingresso nella città in mezzo alle acclamazioni del popolo, e ne andarono alla cattedrale dove fu cantato un solenne Te Deum in rendimento di grazie per la vittoria riportata.

            Lieto di questo avvenimento, e fermo nella sua promessa, il duca stabilì che ogni anno al giorno 8 di settembre fosse fatta grande solennità; e fece innalzare il magnifico tempio di Superga. Così voi, o miei teneri amici, quando alzerete lo sguardo a rimirare quel prezioso monumento, ricorderete la grande vittoria riportata {435 [435]} sui Francesi, e nel tempo stesso la manifesta protezione del cielo a favore dei Torinesi. In seguito a quella famosa giornata i Francesi sgombrarono l'Italia, ed il Piemonte risorse dalle sue calamità.

            Dopo la battaglia di Torino la guerra per la successione di Spagna durò ancora sette anni fuori d'Italia. Ma le nazioni erano stanche pei gravi mali che sempre porta seco la guerra, perciò dopo dodici anni di sconvolgimento fu tenuto un congresso in Utrecht città del Belgio. Colà fu cominciato un trattato di pace, che fu poi conchiuso in Rastadt città d'Alemagna. In forza di questo trattato il governo di Spagna fu confermato al nipote del re di Francia detto Filippo V. La Lombardia, il regno di Napoli e la Sardegna furono uniti all'impero d'Austria. D'allora in poi per lo spazio di cent'anni la Francia e la Spagna perdettero quasi tutta la loro influenza sopra l'Italia, e si può dire che l'Italia divenne austriaca.

            L'anno 1714 è altresì memorabile per tre morti importanti; quella di Luigi XIV re di Francia; la morte della regina d'Inghilterra di nome Anna; e infine per la morte della regina di Spagna chiamata Maria Luisa, figlia del duca di Savoia.

 

 

XXI. Gli ultimi anni di Vittorio Amedeo II.

 

            Dall'anno 1714 al 1731.

 

            La vittoria di Torino dovuta piuttosto alla protezione del cielo che al valore delle armi portò la pace in Piemonte e possiamo dire a tutta l'Italia. In forza poi del trattato di Rastadt il duca di Savoia ingrandì molto i {436 [436]} suoi Stati. Acquistò l'intero Monferrato, Alessandria, Valenza, Lomellina, Val di Sesia e tutto quello che possedevano i Francesi al di qua delle Alpi. In virtù di questo medesimo trattato fu data la Sicilia a Vittorio Amedeo col titolo di re; onde noi d'allora in poi chiamiamo con tal nome i principi sabaudi.

            Vittorio Amedeo, divenuto tranquillo possessore di nuovi Stati, si occupò con paterna sollecitudine a riparare i gravi mali che le lunghe guerre avevano cagionato, e diede molte utili disposizioni affine di promuovere le scienze e le arti. Ma egli volle mischiarsi in cose di religione, cui un principe deve solo attendere per istruirsi, e non mai per amministrarle. E se il favore accordato ai protestanti eragli stato cagione di lunga guerra, avendo voluto di bel nuovo ingerirsi di troppo in affari ecclesiastici, (quasi che la spada sia giudice competente a spiegare i misteri della fede, non altrimenti che a ribattere gli assalti nemici), tali cose gli cagionarono grandi rimorsi sul finire di sua vita; e solo giudicò di poter avere la pace del cuore, rinunciando la corona a suo figlio Carlo Emanuele, con seguire in ciò l'esempio di alcuni suoi antecessori. Se non che, non avendo le loro virtù, dopo di aver passato due anni in Savoia, bramava di riprendere il suo regno. A tal fine venne a Torino; ma trovando tutta la città in festa per onorar suo figlio, egli giudicò di ritirarsi a Moncalieri. Le inquietudini crescevano ed egli volle provar di andare nella cittadella di Torino, persuaso di essere ben accolto in un luogo da cui aveva egli allontanato i nemici con tante fatiche e tanti pericoli. Ma dal governatore gliene fu proibita l'entrata. In questo frangente Carlo Emanuele informato di questo tentativo del padre, non {437 [437]} vedendo più altra via per calmare l'inquieto genitore, ed assicurare la pace al suo Stato, prese una deliberazione quasi inudita nella storia. Diede ordine che il vecchio monarca fosse preso e custodito qual prigioniero. Era questo un fatto ripugnante alla natura, e lo stesso Carlo tremava nel sottoscrivere il decreto che condannava il proprio padre alla prigione, nè mai vi si potè arrendere, se non quando tutti i suoi ministri gli fecero conoscere essere questo l'unico mezzo per impedire gravi disordini nel suo regno. Vittorio Amedeo languì quasi due anni imprigionato prima nel castello di Rivoli, poi in quello di Moncalieri, ove oppresso dal dolore e dai patimenti morì nel 1731.

            Questo sovrano è assai commendevole pel suo valore militare, e per molti provvedimenti politici. Egli fu il primo di Casa Savoia a portare il titolo di re. Ma in seguito a nuove turbolenze egli cedette il regno di Sicilia all'imperatore di Germania, ed ebbe in luogo di quella l'isola di Sardegna. D'allora in poi (1720) i duchi di Savoia furono sempre qualificati nella storia col nome di re di Sardegna.

 

 

XXII. La battaglia dell'Assietta e la liberazione di Genova.

 

            Dal 1731 al 1748.

 

            Mentre regnava Carlo Emanuele succedettero due avvenimenti che cagionarono grandi guerre in tutta l'Europa e nella stessa nostra Italia. Questi avvenimenti sono la guerra di Polonia e la successione d'Austria.

            In Polonia, gran regno posto tra l'Alemagna e la Russia, era vi consuetudine che i re fossero fatti per {438 [438]} elezione. Perciò alla morte del re di quella nazione non succedevano i figli del defunto, ma si radunavano i principali signori del regno, che dicevansi elettori, ed eleggevano per loro re colui, che riputavan più capace di governare, fosse anche uno straniero.

            Nel 1733 era morto il re di Polonia di nome Federico, e i grandi del regno erano discordi per la elezione di un successore. La Francia pretendeva che fosse rieletto un certo Stanislao che era già stato re nel principio di quel secolo. Ma l'Austria e la Russia volevano che fosse eletto Augusto di Sassonia figlio del defunto Federico. Quindi si venne ad una guerra di Francia e Spagna contro Austria e Russia. Il teatro di quella lunga guerra fu specialmente l'Italia, e il re di Sardegna ora si univa agli uni, ora agli altri, usando sempre accortezza e coraggio