Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. XVIII, Ed. 1937, 878 p.

 

 

 

Prefazione. 3

CAPO I. 6

La vita di Don Bosco nell'Oratorio durante i primi due mesi e mezzo dei 1886. 6

CAPO II. 16

Per la Liguria e per la Francia verso la Spagna. 16

CAPO III. 26

Diario barcellonese. 26

CAPO IV.. 47

Partenza dalla Spagna e ritorno a Torino. 47

CAPO V.. 55

Da Maria Ausiliatrice all'Assunta. Don Bosco nell'Oratorio ed a Pinerolo. 55

CAPO VI. 70

Quarto Capitolo Generale. 70

CAPO VII. 77

S. Giovanni Bosco a Milano. L'ultima vestizione dei chierici a S. Benigno. 77

CAPO VIII. 84

Spedizione missionaria dei 1886. Sguardo alle Case e alle Missioni d'America. 84

CAPO IX.. 100

Trasferimento del noviziato a Foglizzo. 100

CAPO X.. 104

Ultime cose del 1886. 104

CAPO XI. 110

Vita di ritiramento. 110

CAPO XII. 118

Nel terremoto del febbraio 1887. 118

CAPO XIII. 123

Ultimo viaggio del Santo a Roma. 123

CAPO XIV.. 130

Consacrazione della chiesa dei Sacro Cuore. 130

CAPO XV.. 139

Descrizione della chiesa e partenza di Don Bosco da Roma. 139

CAPO XVI. 144

L'ultima festa di M. A. celebrata con Don Bosco. Due settimane a Valsalice. L'ultimo onomastico. 144

CAPO XVII. 148

Un mese a Lanzo. Ultimo compleanno. Ultima dimora a Valsalice. 148

CAPO XVIII. 156

La Prefettura Apostolica di mons. Fagnano. 156

CAPO XIX.. 165

Cinque Repubbliche d'America domandano a Don Bosco i Salesiani. 165

CAPO XX.. 174

In quattro nazioni d'Europa. 174

CAPO XXI. 183

Estremi bagliori crepuscolari. 183

CAPO XXII. 194

I primi undici giorni di malattia. 194

CAPO XXIII. 203

Venti giorni di benigna tregua. 203

CAPO XXIV.. 210

Ultimi smantellamenti della carne. 210

CAPO XXV.. 214

La fine. 214

CAPO XXVI. 220

Pratiche per il seppellimento e onoranze funebri. 220

CAPO XXVII. 224

La salma di Don Bosco a Valsalice. 224

CAPO XXVIII. 227

Opinione di santità in vita e dopo morte. 227

CAPO XXIX.. 233

Testimonianza dei miracoli. 233

CAPO XXX.. 240

APPENDICE DI DOCUMENTI. 250

DOCUMENTI E FATTI ANTERIORI. 375

 


 

Prefazione.

 

                Con questo diciottesimo volume si chiudono le Memorie Biografiche di San Giovanni Bosco. Dalla narrazione della sua vita balzano allo sguardo nettamente distinti tre Periodi. Fino al 1841 sono gli anni della vocazione e preparazione sacerdotale; seguono poi subito i travagliosi inizi della sua missione a pro della gioventù, ai quali si associano successivamente la lenta elaborazione degli elementi che formeranno la Pia Società Salesiana, il progressivo affermarsi di questa Società e il suo definitivo costituirsi mercè la pontificia approvazione delle Regole nel 1874; infine gli ultimi quasi tre lustri vanno dedicati al consolidamento e all'espansione di tutta l’Opera. Don Bosco in morte potè rimettere al successore un’istituzione, a cui nulla mancava di quanto le era essenziale per una vitalità rigogliosa e perennemente feconda.

                Ad arrotondare il numero dei volumi se ne aggiungeranno altri due, uno per dare la storia completa della glorificazione dagli esordi della causa, che si può dire Principiata immediatamente dopo la morte, all'universalità del culto, e un altro Per allestire un indice analitico, che faciliti nel miglior modo possibile le ricerche.

                In volumi sì numerosi e di sì gran mole la vita del fondatore ci si spiega dinanzi con una ricchezza d’informazioni, che nella letteratura agiografica forse non ha riscontro. Tanta profusione di notizie, se letterariamente parlando ha del soverchio, [6] offre però gradito e utile pascolo alla numerosa famiglia del Santo, avida di conoscere a fondo e nei più minuti particolari le vicende paterne. Per i figli di Don Bosco le sue Memorie Biografiche saranno in ogni tempo un tesoro domestico d’incalcolabile valore.

                Negli estranei Può destare meraviglia e fors'anche diffidenza un cumulo così enorme di materiale biografico; ma la cosa è avvenuta nella maniera più naturale del mondo. In mezzo a’ suoi Don Bosco non condusse vita appartata nè svolgeva dietro una cortina impenetrabile la sua attività, ma stava in abituale contatto sia con i giovani che con i confratelli, operando sotto gli occhi di tutti, Parlando loro delle cose sue, ricevendoli con la massima frequenza e familiarità[1].

                Ebbe poi con esterni vicini e lontani, d'ogni classe sociale, infinite relazioni, accordando loro continue udienze e visitandoli Personalmente, beneficandoli nel corpo e nello spirito, mettendoli a parte de' suoi disegni e delle sue imprese, invocandone [7] gli aiuti di cui abbisognava. L’effetto fu che una quantità innumerevole di persone si trovò al corrente di fatti e di detti suoi e in possesso di suoi scritti, sicchè non ci voleva gran fatica per averne copiosi ragguagli. Ad agevolare il lavoro degli storici contribuì ancora la venerazione che fin dai Primi tempi circondò l'uomo di Dio, la qual venerazione fece sì che in casa vi fosse chi prendeva nota delle sue parole e delle sue azioni e che fuori si conservassero gelosamente le sue lettere e si serbasse indelebile ricordo delle relazioni avute con lui. Inoltre egli stesso per ordine superiore lasciò come in eredità a' suoi figli pagine preziosissime su momenti importanti della propria vita. Che più? Allorchè Don Bonetti intraprese nel Bollettino a raccontare la storia dei primi venticinque anni dell'Oratorio, ogni puntata era riveduta da Don Bosco medesimo o in sua assenza da Don Rua[2]. Finalmente il Processo informativo Per la causa di beatificazione e canonizzazione condusse dinanzi al tribunale ecclesiastico di Torino una schiera di testi autorevolissimi e direttamente informati, le cui deposizioni riempiono voluminosi incartamenti. Ben rare volte adunque toccò a un biografo la sorte di poter attingere a fonti così fresche e limpide, così abbondanti e sicure.

                La menzione fatta poc’anzi di Don Rua c’invita a soffermarci un istante Per considerare la Portata e il valore della sua testimonianza. Egli convisse quaranta lunghi anni con Don Bosco; ma qui convivere non dev'essere preso come sinonimo di coabitare: significa invece esattamente dividere insieme la vita. Questa convivenza, com’è naturale, procedette per gradi a seconda dell'età e degli uffici; tuttavia la Parte anteriormente riservata gli si fece in tutto palese nella maturità degli anni. Don Bosco per Don Rua non conobbe segreti, di modo che questi dopo la scomparsa di lui ne era, diremo così, l'archivio vivente. La sagacia dell'ingegno gli aveva permesso di scrutarne oggettivamente [8] il pensiero e l’opera; la sua memoria tenacissima gli rispondeva Pronta e fedele a ogni richiamo; nella sua coscienza poi di uomo santo non trovavano adito mistificazioni e neppure quegli alteramenti del vero che una pietà poco illuminata stima leciti a scopo di edificazione. Un esempio può valere per mille. Il Don Bosco del dottore D'Espiney aveva già riempito la Francia e trovato lettori pressochè in ogni nazione civile, quando nel 1890 sull'undicesima edizione francese si pensò di farne la traduzione italiana. Orbene Don Rua si assunse di rivedere il testo, eliminandone quanto a lui non risultasse vero di scienza propria; nel che andò con estremo rigore. Infatti non esitò a sopprimere anche l'ultima apparizione del grigio, avvenuta nel 1883 sulla strada fra Ventimiglia e Vallecrosia, quantunque ne avesse inteso parlare. L’autore se ne lagnò, perchè ne aveva udito il racconto da Don Bosco stesso a Nizza Mare pochi giorni dopo il fatto; inteso questo, si rammaricò pure Don Rua della soppressione, adducendo semplicemente a propria scusa l’insufficiente notizia avutane. S’immagini di che valido aiuto sia stata allo storico l’agevolezza di poter ricorrere a un informatore così bene informato e così coscienzioso nell'ammannire le sue informazioni.

                Storico tanto fortunato dobbiamo dire Don Giovanni Battista Lemoyne; sebbene questa sua fosse una fortuna aggiunta ad altre fortune, principale fra tutte l'aver avuto agio di controllare la tradizione ancora palpitante intorno a lui consultando Don Bosco in Persona e di potersi annoverare per circa ventitrè anni fra quelli i quali in vista dei loro rapporti con Don Bosco applicavano con ragione a se stessi il nos qui manducavimus et bibimus cum illo. Vogliamo descrivere; qui l'opera meritoria del glorioso figlio di Don Bosco.

                Avanti di accingersi all'impresa di narrare ampiamente la vita del Santo, egli si allestì un enorme zibaldone, dove ammassò i materiali, di cui principalmente si sarebbe servito nella stesura del lavoro. È' una miscellanea che, ordinata cronologicamente e ridotta in bozze di stampa, si compone di tre elementi. Un Primo elemento documentario consiste nella riproduzione [9] di tutti i documenti ufficiali che esistevano allora negli archivi della Congregazione. Il secondo elemento epistolare intercalato nel precedente, comprende centinaia di lettere, giunte a Don Bosco od a Superiori dell'Oratorio da parte di Salesiani, di Missionari, e di Cooperatori e Cooperatrici e di altri, delle quali Però rarissime volte rimangono gli originali per necessari raffronti. Il terzo elemento che potremmo chiamare narrativo risulta dallo smembramento di manoscritti inediti o quasi inediti, i cui brani sono disseminati nei luoghi opportuni del repertorio. Data la natura della raccolta e l’uso a cui era destinata, Don Lemoyne non si credette obbligato d’indicarne le fonti. Fra queste fonti nella Parte da noi studiata abbiamo potuto individuale una Memoria confidenziale stampata e da Don Bosco inviata ai Cardinali circa le sue vertenze con l’Ordinario torinese; una cospicua Cronichetta di Don Barberis; un gruppo di taccuini, nei quali Don Berto pigliava appunti durante i suoi viaggi con Don Bosco a Roma e notava circostanze degne di essere ricordate, sebbene estranee ai viaggi; un lungo Diario di Don Viglietti con una breve appendice di Don Bonetti; e altre scritture di minor conto. Com’è naturale, il nostro racconto, dovunque sia possibile, dipende direttamente dalle fonti, e queste sono citate. Appartengono alla terza serie anche notizie d’incerta origine, provenienti senza dubbio da relazioni orali o scritte, di cui non esistono indicazioni o pezze d’appoggio. Talvolta Don Lemoyne vi parla in nome proprio o vi si rivela abbastanza chiaramente nello stile; allora non abbiamo mai omesso di citarlo, rimettendoci per il rimanente alla sua autorità. Di numerosi particolari siamo debitori a fonti da lui ignorate o a lui posteriori. Messo quindi mano a stendere la narrazione, egli arrivò col nono volume fino al 1870. Il volume porta la data del 1917; ma già dall'anno antecedente sulle elaborate pagine gli era caduta la stanca mano[3]. [10]

Noi siamo persuasi che con l’andare del tempo archivi pubblici e Privati riveleranno, da fondi inesplorati o tuttora chiusi, documenti nuovi sulla multiforme attività di Don Bosco[4]; ma checchè venga ulteriormente alla luce, la figura del Servo di Dio, pure, ricevendone novello splendore, rimarrà sempre fissata ne' suoi inconfondibili lineamenti attuali. Vi è Per altro un punto, nel quale eventuali rivelazioni offriranno forse maggiori chiarimenti pur senza far modificare il giudizio che oggi se ne formano gli studiosi della sua vita; vogliamo alludere all'atteggiamento di Don Bosco in quello che nella storia d'Italia viene dello risorgimento nazionale. La grande entratura del Santo anche presso ambienti governativi potrebbe, a chi lo guardi superficialmente, suggerire apprezzamenti non in tutto conformi al vero. Conviene dunque precisare bene qui le idee.

                Nel risorgimento nazionale italiano bisogna distinguere tre cose: il fatto in sè, gli uomini che ne furono autori, e gli effetti istituzionali che ne derivarono.

                Il fatto in se stesso ci si presenta come la risultante di due moti convergenti, uno politico e l'altro sociale. Pro o contro il moto politico, che andava a sfociare nell'indipendenza e unità d'Italia, Don Bosco nulla fece, nulla disse, nulla scrisse. La sua condotta volutamente negativa in questo campo s'ispira a un principio teorico - pratico, implicito nella categorica risposta da lui data alla categorica domanda di Pio IX, quando lo interrogò quale fosse la sua Politica. Sua politica affermò egli allora essere quella del Pater noster, la politica cioè che milita, sì, per l'avvento di un regno, ma del regno di Dio. Il Principio informatore di questo programma era che il Prete, se vuole assicurarsi l’efficacia del proprio ministero, deve librarsi in alto, al disopra delle divisioni causate dai partiti politici. Si spiegò appunto in tal senso parlando un giorno con monsignor Bonomelli, il grande vescovo di Cremona, il quale ne riferì le seguenti [11] “precise parole”[5]: Nel 1848, gli disse Don Bosco, io mi accorsi che se voleva fare un po’ di bene doveva mettere da banda ogni politica. Me ne sono sempre guardalo e così ho potuto fare qualche cosa e non ho trovato ostacoli, anzi ho trovato aiuti anche là dove meno me l'aspettava”.

                Altra cosa era il moto sociale, mirante all'elevazione intellettuale, civile ed economica del popolo. Don Bosco intravide non solo l’irresistibilità di questa tendenza democratica, ma anche tutto il bene e il male di cui sarebbe stata apportatrice, secondochè la caldeggiata evoluzione si attuasse sotto o senza o contro l'influsso del Vangelo; quindi si consacrò tutto all'educazione cristiana dei figli del popolo nell'intento di preparare all'Italia una riserva di cittadini moralmente sani e spiritualmente capaci di far sentire la loro azione benefica sull'indirizzo dei tempi nuovi[6].

                Quanto agli uomini del risorgimento, Don Bosco si studiò fin da principio di non perderne il contatto, mosso a questo da tre ideali: procurarsi la possibilità di far loro del bene, renderli favorevoli o almeno averli non ostili alla sua opera, e impedir loro di recare troppo danno alla Chiesa. Per ognuno dei quali oggetti le Memorie Biografiche somministrano esempi numerosi atti a provare la giustezza delle sue vedute. Onde colse felicemente nel segno la Civiltà Cattolica là dove, annunziando la morte di Don Bosco, scrisse di lui[7]: In pieno secolo XIX, in mezzo alle convulsioni dei popoli ed ai rivolgimenti politici, egli seppe con l’autorità della parola e dell’esempio suscitare una corrente mirabile di carità ed attirare a sè gli spiriti più ribelli alle serene dolcezze della fede cristiana”. [12]

Riguardo agli effetti da noi chiamati istituzionali, riguardo cioè al nuovo regime nazionale con tutto il complesso de’ suoi pubblici ordinamenti, Don Bosco, anzichè metterli in discussione, badò a Profittarne fin dove fosse possibile e lecito per cavare da essi i maggiori e migliori vantaggi. Quindi non contrariò le autorità costituite, anzi le rispettò e le fece rispettare. Fu consuetudine di certi ambienti e di certa stampa, massime dopo la caduta del potere temporale, svilire la Casa di Savoia, che aveva riunito sotto il suo scettro l'intera penisola; egli invece e a Torino e durante i suoi viaggi deplorò sempre tale maniera di fare, perchè, e la storia dovrà dargli pienamente ragione, ravvisava nella dinastia sabauda l'unico vero sostegno dell'ordine pubblico in Italia. Finalmente auspicò ognora che la conciliazione, temuta dagli uni e deprecata dagli altri, venisse un bel giorno a sanare il calamitoso dissidio apertosi in Italia dopo il 1870 fra il potere ecclesiastico e il potere civile; vagheggiava però una conciliazione che rivestisse le forme lodale da Pio XI in uno storico discorso e dal medesimo Pontefice tradotte in fatto con i patti lateranensi.

                A mo’ di conclusione riassumeremo il nostro pensiero riproducendo l’assennato giudizio di uno strenuo giornale cattolico[8], che in morte del Santo, magnificatane l’operosità e l’umiltà, proseguiva: In anni tanto travagliosi di rimutamenti politici e di difficoltà sociali e di lotte religiose, Don Bosco si tenne sempre e perfettamente fedele ai suoi doveri di prete cattolico, sempre e perfettamente devoto all’autorità ecclesiastica e principalmente al Papa; lavorando sempre a tutt’uomo per la Chiesa e con la Chiesa, combattendo sempre e a tutt’uomo il male; ed insieme evitando nelle parole e nel contegno sito ogni asperità, alieno da litigi, da contese, da contrasti, preferendo l’operare al parlare, studiandosi di mantenere con di gli animi e di rivolgerli e guidarli alle buone opere, a decoro e incremento della religione, a beneficio della società”. [13]

                Siamo dunque le mille miglia lontani dalla tattica di coloro che, presi in mezzo fra forze avverse, mettono la propria abilità nel tenere, come si suol dire, il piede in due staffe. Questi tali, generalmente, fanno la fine di chi vuol servire a due padroni che in ultimo diventano invisi all'uno e all'altro. Di Don Bosco avvenne precisamente il contrario. A convincersene basta dare uno sguardo alla stampa in occasione della sua morte. Si assistette allora a questo edificante fenomeno, che di fronte a lui sembrava scomparsa la distinzione fra giornali buoni e cattivi, tanto si accordavano tutti nel celebrarne il nome. L’unico, il più lividamente settario, non volendone dir bene, e non potendone dir male, si astenne dal parlarne, non comunicando ai lettori nemmeno la notizia della sua morte.

                Il segreto di questa attrazione universale fu la carità, praticata secondo la dottrina del Vangelo; ecco nelle sue mani la possente calamità dei cuori. Un deputato liberale d’allora, poi più volte ministro, uomo di alta levatura, rilevò ed espresse egregiamente da quell'altra riva tale verità in una sua lettera di condoglianza per la morte del Servo di Dio[9]. Nell’ordine del pensiero storico e politico, scrisse egli, troppe cose dividono gli animi in tempo di rinnovamento civile e sociale. Ma anche da lidi diversi piace e giova a tutti ammirare la luce della carità quando si eleva al cielo dopo di avere confortato largamente tante umane miserie. Si può avere un concetto diverso della civiltà; ma vi sono punti nei quali la concordia è perfetta fra tutti coloro che credono nell'infinita virtù della carità e pei quali il lenire gli umani dolori nel nome di Dio, e il rialzare lo spirito di chi soffre, e il rigenerare col lavoro chi è oppresso dalla povertà e dalla sventura, e il dischiudere agli ingegni nuovi campi di prova e alla virtù del sacrificio nuove regioni di pietose vittorie, sembra impresa santa e salutare e feconda di vantaggi morali, economici e civili”.

                Allorchè la malattia di Don Bosco, facendosi ogni dì più [14] minacciosa, dissipava le ultime illusioni, i tanti e tanti che lo amavano, non sapevano capacitarsi che dovesse venire il giorno in cui non avrebbero più potuto vederlo nè udirlo nè comunque comunicare con lui. Ma, morto che fu e calmatasi la loro commozione, videro che egli cominciava proprio allora a essere più vivo che mai. Leggere e sentir parlare di lui piaceva singolarmente a piccoli e a grandi. Gli esempi e gl’insegnamenti da lui, lasciati formavano materia di predicazione, argomento di articoli, oggetto di studio. Il suo ritratto adornava le pareti dei santuari domestici come segno della benedizione di Dio e si portava anche addosso come pegno di celeste assistenza. Grazie innumerevoli e d’ogni genere, attribuite alla sua intercessione, ci si riferivano da paesi disparatissimi. La popolarità del suo nome, già grande in vita, guadagnava ognora in intensità ed estensione. Così avvenne che, quando, a breve distanza dalla sua dipartita, fu annunciato l’inizio della sua causa di beatificazione, parve la cosa più naturale del mondo che per lui si passasse sopra in modo tanto insolito alle leggi dei tempi. Dall’aprirsi poi dei processi un crescendo universale e continuo d'interessamento seguì le varie fasi della procedura romana fino all’apoteosi pasquale del 1934, il cui ricordo commuove tuttora quanti ebbero la fortuna di esserne spettatori e avrà un'eco imperitura nella storia della Chiesa. Oggi l'universalità del culto, richiesta dall'Episcopato cattolico e decretata dalla Santa Sede, è venuta a Porre l'ultimo suggello ufficiale alla glorificazione, che già il Santo riscoteva isolatamente in pressochè tutte le diocesi della terra. Di tanta venerazione si può a motto miglior diritto ripetere quello che un sommo poeta disse della fama di un altro poeta sommo: com’essa al presente dura viva nel mondo, così durerà quanto il mondo lontana.

 

                Torino, 22 agosto 1936.

 

 


CAPO I

La vita di Don Bosco nell'Oratorio durante i primi due mesi e mezzo dei 1886.

 

                SUL principio del 1886 il nostro Santo per due mesi e mezzo non si mosse dall'Oratorio. I giovani durante le ricreazioni, quando lo vedevano passare per il ballatoio del secondo piano uscendo dalla sua camera o recandovisi, interrompevano subitamente i loro giuochi, correvano là sotto e con segni di grande allegrezza gli battevano forte le mani. Egli prima di ritirarsi si fermava un istante, si afferrava alla ringhiera e lasciava cadere qualche buona parola, accolta con riverente attenzione e salutata con un più fragoroso applauso. Una sera Don Francesia nel dare la "buona notte " disse che non era necessario battere così le mani tutte le volte che si vedeva Don Bosco; sapersi già dai Superiori, che essi gli volevano bene. Ma l'avviso non servì a nulla, perchè continuarono a far festa ogni volta che avevano la fortuna di vederlo.

                Quanto alle sue condizioni di salute, Don Lazzero il 10 gennaio scriveva a monsignor Cagliero: “Don Bosco si lagna che non può più occupare la sua testa; per poco che faccia, sente subito un forte mal di capo. Pazienza che non si occupi, purchè esista, o in piedi o seduto, poco importa: per noi basta, per noi è tutto”. E Don Rua in una delle solite circolari mensili comunicava il 27 gennaio queste notizie: “La sanità [16] del nostro caro Padre, grazie a Dio, non peggiora, ma purtroppo non vi è miglioramento considerevole; le gambe rimano sempre di portarlo, la vista è sempre debole, lo stomaco ognora molto stanco. Egli tuttavia ancora confessa e dà udienza quando può, e non sa riposarsi mai ».

                Confessava i Salesiani che andavano da lui in camera, e in camera confessava i giovani della quarta e quinta ginnasiale, che radunava pure di quando in quando per tener loro un discorsetto familiare specialmente sul tema della vocazione. Indimenticabili rimasero alcune di queste riunioni, secondochè ci riferiscono i sopravviventi e si ricava da memorie del tempo.

                Una fu quella del 3 gennai Già il 13;dicembre del 1885, finito di parlare, aveva regalati i giovani di nocciuole; ma ora, volendo, distribuire le rimaste, operò un prodigio non dissimile da altri narrati nel corso di queste Memorie. Fattosi dunque portare il sacchetto, distribuiva con grande larghezza. Il chierico Festa, osservando che ve n'era assai meno della volta precedente, lo avvertì: - Non ne dia tante, perchè non basteranno per tutti.

- Lascia fare a me, gli rispose Don Bosco.

Anche colui che teneva il sacro gli ripetè che, facendo così, i più non ne avrebbero avute. -Tu taci, gl'ingiunse egli. Hai paura di restar senza? - Fra questi il già da noi mento-vato Giuseppe Grossani[10], che durante certe ore del giorno stava in anticamera per introdurre da Don Bosco i visitatori e ricorda che le nocciuole erano state portate dalla signora Nicolini; egli c'informa anche di varie circostanze.

                Sessantaquattro dunque erano i presenti; dandone, come il Santo faceva, una manciata a ognuno e poi addirittura a due mani, le nocciuole sarebbero finite presto. Ma ecco che l'attenzione degli alunni fu attratta da una novità ben singolare. Osservando quante nocciuole erano uscite e quante [17] ne rimanevano ancora, s'avvidero con grande meraviglia che nel sacchetto il livello non si era abbassato e che per quante continuassero a venir fuori, la quantità dentro non diminuiva; sembrava che una mano misteriosa tante ne riponesse quante egli ne estraeva.

                La meraviglia andò al colmo, quando, terminata la distribuzione, si potè constatare che il sacchetto pesava nè più nè meno di prima. Allora i giovani non si tennero dal manifestare a Don Bosco il proprio stupore e gli domandavano come mai avesse fatto. - Oh! io non so, rispose con tutta semplicità sorridendo. Ma a voi che siete miei amici posso fare delle confidenze. Vi conterò quello che avvenne all'Oratorio tanti anni fa. - E prese a narrare fa prodigiosa moltiplicazione delle castagne, e l'altra delle Ostie consacrate.

                Sull'ultimo comparve Don Francesia, il quale, sentendo un insolito chiasso, si avanzava dicendo: - Oh! oh! che c'è? che c'è? - E i ragazzi in coro: - Don Bosco ci ha dato le nocciuole. - E Don Francesia a Don Bosco: - Allora un po' anche a me! - Ma Don Bosco: - Tu non puoi mangiarle, perchè non hai denti.

                In quel mentre salì dal cortile un gran chiacchierio. Erano i cantori che tornavano da Valsalice dov'erano andati per un'accademia. Don Francesia disse a Don Bosco che quelli erano dei più grandi e che non conveniva privarli delle nocciuole. - Falli venir su gli rispose Don Bosco, nell'atto di licenziare gli altri. - Poi ordinò a Grossani di guardare nel cassettone, se mai ve ne fossero rimaste. Il giovane, che prima aveva lasciato il cassettone netto, trasalì al trovarvene una bella quantità. Le raccolse, le mise nel sacchetto e le portò a Don Bosco il quale sempre a piene mani ne diede a una quarantina di ragazzi, cavandone ancora una manata per il portatore.

                Insegnava nel ginnasio superiore anche Don Lorenzo Saluzzo. Il Santo lo desiderava presente sempre alle conferenze degli allievi; ma quella volta mancò. Di lì a poco Don Bosco, [18] incontratolo nella biblioteca, gli disse: - Hai fatto male a mancare questa sera alla conferenza.

 - Perchè, signor Don Bosco?

 - Fatti raccontare da Festa che cosa è accaduto.

 - No, me lo racconti lei: mi faccia questo piacere.

                Intanto, attirati dalla curiosità, si avvicinarono pure Don Finco, Don Luchelli e altri, e Don Bosco narrò la cosa con la semplicità di chi fosse stato nulla più che spettatore.

                Sparsasi per casa la notizia, da ogni parte si dava la caccia alle miracolose nocciuole. “Io, scrive Don Lemoyne, interrogai i giovani e vidi che tutti affermavano d'aver visto la cosa coi propri occhi e in tutti essere ferma la persuasione che fosse avvenuto un miracolo”.

                Undici giorni dopo Don Bosco chiamò di nuovo intorno a sè i medesimi alunni. Nelle loro menti perdurava vivo il ricordo di certe parole dette da lui nel dare la strenna per il 1886 e con filiale confidenza gli avevano fatto pervenire la preghiera che volesse spiegare un po' chiaramente alcune sue predizioni. Il 14 gennaio dunque, avutili in camera, parlò così, e mentr'egli parlava, il chierico Festa scriveva le sue parole.

 

                Siamo nuovamente qui per dirci insieme due parole. Voi direte: Perchè Don Bosco chiama solamente noi per parlarci e non chiama anche i preti, i chierici, gli artigiani, o almeno tutti gli studenti? Naturalmente, che questo eccita nei vostri compagni e negli altri che vedono questa preferenza, un po' d'invidiuzza. Ma dovete sapere che Don Bosco una volta era sempre in mezzo ai giovani, e dai giovani sempre cercato. Egli andava a dar missioni a Chieri, a Castelnuovo, a Ivrea, a Biella, e i giovani, non interni qui dell'Oratorio, ma giovani della città di Torino si radunavano a dieci, a venti, a trenta, una volta fino a cento e trenta e andavano a piedi fin dove era Don Bosco per confessarsi da lui. E Don Bosco amò sempre trovarsi in mezzo ai giovani. Adesso non posso più muovermi, non ho più forza per parlare a tutta la casa; tuttavia se non tutto l'Oratorio, se non tutti gli studenti, almeno una parte desidero dirigerla io: almeno quei di quarta e quinta.

                Ma voi mi avete chiesto qualche cosa di particolare; che vi spiegassi la strenna; e che vi dicessi qualche cosa di quei sei vostri compagni. [19]

                Ecco: dirvi se sia tra di voi qualcuno che debba morire non conviene, ma vi debbo dire che di quei sei quasi tutti sono preparati e se dovessero comparire adesso al tribunal di Dio, speriamo che sarebbero tranquilli e farebbero le cose bene. Gli altri anche si andranno preparando poco per volta. Poichè dovete sapere che vi è chi, senza accorgersene essi, sta loro dietro con gran cura per prepararli bene. Cosicchè quando sarà il loro turno, si può sperare che tutto andrà bene anche per essi. E voi pure state tranquilli, ma tenetevi preparati, e non confidate nella sanità, foste anche i più robusti dell'Oratorio.

                Un giorno, negli anni passati, Don Bosco aveva avvisato che fra dato tempo sarebbe morto uno dei giovani dell'Oratorio. Don Bosco senza dirlo espressamente gli stava dietro, e lo aiutò a far bene la sua confessione generale, e a metter bene tutte le sue cose a posto, e si era pure raccomandato a qualche superiore che stesse attento. E poi debbo dirvi che era un buon giovane, ed era ben preparato, quindi fece le cose bene.

                Tuttavia se c'era un robusto nell'Oratorio, era Milane. Di soprapiù giunse fino all'ultimo giorno del termine prefisso, e già dicevano i compagni: Là, stavolta la scampa... Quando l'ultimo giorno alle nove del mattino egli aveva una piccola indisposizione, ed era seduto nel suo letto attorniato da più compagni, colla sua pagnotta in mano. Tutti allegramente chiacchieravano; quando ad un punto, Milane si volge da un canto e si appoggia al guanciale. I compagni lo chiamano, e non risponde. Lo scuotono ed ei non dà segno d'accorgersi di nulla. Era già cadavere.

                Adesso vi ho solo nominato questo Milane, ma potrei farvi il nome di parecchi altri non meno sani e robusti di lui e che pure ebbero una simile sorte. Dunque state preparati e non confidate nella vostra sanità. Siate divoti molto di Maria Santissima, pregate e state allegri, ma molto allegri.

                M'avevate poi anche chiesto che vi spiegassi quello che ho detto dei disastri pubblici che desoleranno in questo anno i nostri paesi. Io vi dico questo volentieri; e quasi quasi l'avrei anche detto in pubblico dal pulpito. Il Signore ci manderà delle calamità, cioè, pestilenza, siccità e guasti d'innondazione. E voi chiederete: - Perchè il Signore manda questi castighi?

                Questo perchè ci deve essere e c'è senza dubbio. È il vizio della disonestà che attira sopra il mondo le calamità, i castighi del Signore. Vedete che è una cosa delicata, e per questo motivo non ho creduto del tutto a proposito dirlo in pubblico. I puri di cuore vedranno la gloria di Dio. E per puri di cuore s'intendono coloro che non ebbero la disgrazia di cadere nel brutto peccato o se caddero si rialzarono subito.

                Voi sentirete a dire che là c'è il colera, altrove innondazioni ecc. Dite: Sono tutti castighi che manda il Signore agli uomini per punirli dei loro peccati. Ma voi non temete, state allegri, molto allegri. Purchè abbiate al collo la medaglia di Maria: Ausiliatrice, e ne siate molto [20] divoti, io voglio sperare che come altre volte qui nella città di Torino e proprio qui attorno all'Oratorio fuvvi il colera, e i nostri giovani ne furono preservati, così pure sarete preservati voi.

                Queste cose dico a voi in particolare, ma che siano per voi, e non istate neppure a scrivere a casa ai vostri parenti o ad altri: Don Bosco ci ha detto che ci deve venire questo e quest'altro. No, siano per voi, traete dal mio avviso il maggior frutto che potete, ma non ditene nulla con altri.

                Ancora una cosa volevo dirvi. Ho visto che molti stamattina sono venuti qui per le confessioni, a far la comunione e l'esercizio della buona morte. Io sono molto contento: ma naturalmente che questo eccita negli altri un po' d'invidia. E i piccolini possono dire: - E non abbiamo anche noi altri i nostri peccati da confessare a Don Bosco? - Eh sì, ma Don Bosco, come ho già detto, non può più attendere a tutti. Egli perciò si limita a quei di quarta e quinta, perchè essi si trovano nell'ultimo anno in cui debbono deliberare della loro vocazione, da cui quasi sempre dipende la salute eterna di un giovane. Egli è il confessore ordinario di quei di quarta e quinta ginnasiale, ma con ciò non si intende dire che facciano male coloro che andassero da altri confessori. Purchè un giovane frequenti e faccia bene la confessione e comunione! Vi ripeto che mi preme solo di sapere i vostri pensieri sulla vocazione, sia ecclesiastica, come non ecclesiastica, perchè desidero la vostra felicità temporale ed eterna. In quanto a coloro che vengono qui a far la comunione alla messa di Don Bosco ne son contento. Ma intendo che si faccia liberamente. Chi vuol fare la comunione in chiesa, ben fatto, e chi vuol farla alla messa di Don Bosco la faccia pure: ma che nessuno faccia perchè sia comandato. No!

                Noi ci rivedremo altre volte, quando voi non abbiate niente a fare e Don Bosco abbia niente a fare; e vi dirò sempre quello che mi parrà possa farvi maggior bene.

 

Gli accurati registri dell'Oratorio segnano accanto ai nomi le date di sei morti avvenute fra marzo e il settembre del 1886, due di studenti e quattro di artigiani[11].

                Nello stesso mese, la sera del 31, i giovani si radunarono una terza volta. - Ci racconti qualche sogno che riguardi [21] proprio noi, - dissero a Don Bosco. Ed egli rispose: - Si che ve lo racconterò. Alcuni anni sono sognai che dopo la Messa della comunità passeggiavo tra i giovani. Tutti mi stavano attorno e mi guardavano ascoltando le mie parole. Uno però innanzi a me mi voltava la schiena. [Quando in cortile Don Bosco passeggiava coi giovani" quelli che gli camminavano innanzi facendogli corona, procedevano a ritroso senza mai voltare le spalle]. Quel tale aveva in mano un bel mazzo di fiori a vari colori, bianchi, rossi, gialli, violacei... Io gli dissi che si voltasse e guardasse a me; egli allora si voltò per un momento e poi riprese il suo cammino. Io ne lo rimproverai ed egli mi rispose: Dux aliorum hic similis campanae, quae vocat alios ad templum Domini, ipsa autem non intrat in ecclesiam Dei [costui che fa da guida ad altri, è come la campana che chiama altri alla casa del Signore, ma essa non entra in chiesa]. Al suono di queste parole tutto scomparve e io pure mi dimenticai presto del sogno. Giorni sono però vidi fra voi un giovane, che era proprio quello sognato; si è fatto più grandicello, ma è lui. - I giovani domandarono subito:

 - È qui fra noi? chi è?

 - Sì, rispose Don Bosco, è qui fra voi, ma chi sia non è spediente dirlo; tanto più che non saprei neppur io che interpretazione dare al sogno.

                Ciò detto, si fece riportare le nocciuole dell'altra volta. Erano alquanto diminuite, perchè nel frattempo più d'una mano piamente furtiva doveva aver pescato nel sacchetto. Com'era naturale, durante la distribuzione i giovani tenevano gli occhi sbarrati per osservare bene che cosa succedesse; ma allora il sacchetto si vuotava, si vuotava... Nondimeno ve ne fu per tutti, fuorchè per uno dei due che reggevano il sacco, uno sostenendolo su di una mano e l'altro mantenendone aperta la bocca[12]. Ma Don Bosco, frugato per entro: [22]

- Oh! eccone ancora una esclamò. Poi continuando a cercare, ne tirò fuori con aria sorridente una manciata, che diede a quel ragazzo dicendogli: - Tienle preziose. Quindi chiamò il catechista Don Trione, che stava dietro ai giovani, e ne diede pure a lui; chiamò Don Durando, prefetto generale, che aveva l'ufficio là vicino, e anche per lui ne trovò. Voglio darne ancora, disse, a Mazzola e a Bassignana; ed entrambi n'ebbero una manata caduno. I giovani, più che stupiti, riguardavano muti e come presi da sacro terrore.

                Alla fine, introdotta nuovamente la mano nel sacchetto, estrasse altre cinque nocciuole, e mostrandole manifestò il suo rincrescimento, perchè alcuni giovani non ci fossero. In fatti ne mancavano proprio cinque, dei quali tre andati a Valsalice e due fermatisi nello studio. Certo è che in quella semioscurità e data la sua mala vista egli non aveva potuto notare con i propri occhi tali assenze.

                Mentre si usciva, l'alunno Barassi, avvicinatosi a Don Bosco, gli domandò: - Quel tale del mazzo di fiori farà scisma, non è vero?

 - Certo, e darà da pensare - rispose Don Bosco. Ma non ne sappiamo altro.

                Prima di rientrare dall'anticamera nella sua stanza, fermò e prese per mano Calzinari, giovanetto pio, ma che non si lasciava mai vedere da Don Bosco, e gli parlò all'orecchio. Quegli impallidì e rispose: - Va bene.

                Rimasto solo con i segretari, il Santo disse: - Quel giovane del mazzo di fiori l'ho già invitato e chiamato, mi promise di venire, ma non è venuto ancora. Eppure è necessario che io gli parli.

                Quanto bene ricevevano coloro che si accostavano con tutta confidenza a Don Bosco, specialmente in confessione!

                Nel 1888, dopo la morte del Santo, giunse a Don Rua una lettera di carattere molto intimo, ma di cui lo scrivente lo autorizzava a fare qualsiasi uso; per questo fu conservata [23] e riporteremo qui il tratto, che parla di Don Bosco confessore. Quel poveretto, scaltrito troppo presto al male, aveva contratto pessime abitudini, che lo spingevano alla perdizione; ma per divina misericordia fa accettato quale studente nell'Oratorio, dov'egli si abbandonò tutto nelle braccia di Don Bosco, svelandogli ogni settimana con sincerità le sue miserie. La costanza nella pratica della confessione settimanale è un gran mezzo per sollevarsi e riacquistare la libertà dei figli di Dio; nel caso però di cui parliamo, non sarebbe forse bastata così presto senza la carità paziente, dolce, benigna di Don Bosco. Udiamolo dal penitente medesimo: “Solo quella calma sempre serena e tranquilla di Don Bosco, e sto per dire, una certa qual indifferenza a qualunque cosa gli si dicesse; solo quel suo linguaggio, parco, sì, ma condito dalle finezze di un amor santo e d'una compassione viva ad un tempo e soave come balsamo; ed infine quel sentire, senza scomporsi mai, ripetutamente le stesse miserie; questi furono i mezzi salutari, questi gli amorosi lacci, onde l'uomo di Dio riuscì a mettermi ben presto nell'anima non solo l'abborrimento alla colpa, ma il coraggio, la fiducia vivissima che avrei potuto anche una volta spezzare le dure catene della mia schiavitù [ ... ]. Oh quante volte, ripensando alla carità di Don Bosco, all'immenso bene che egli mi ha fatto, corro pur subito col pensiero alla deplorevole condizione di moltissime anime, le quali ancorchè guaste dal vizio si riavrebbero ancora e tornerebbero a salute, se nel confessore trovassero sempre quell'amabilità, quella lieta e consolante accoglienza che era tanto propria del buon Padre!”.

                Due giorni prima della descritta adunanza era stata introdotta nell'appartamento di Don Bosco una novità. Fino allora, ogni volta che non potesse discendere in chiesa, egli celebrava la Messa nell'anticamera, ad un altarino dissimulato da una custodia fatta a mo' di armadio. Il chierico Viglietti non senza difficoltà era riuscito a ottenere che la stanza attigua alla sala d'aspetto fosse trasformata in cappella [24] con il suo bel altare, e la sera di S. Francesco, venuto il cardinale Alimonda a intrattenersi col Servo di Dio, il segretario espose a Sua Eminenza quanto piacere procurerebbe a tutta la casa, se si degnasse di benedire altare e cappella. Il Cardinale vi si prestò di ottimo grado. Sopraggiunti il Vescovo d'Ivrea, alcuni canonici e parecchi illustri signori, tutti assistettero con Don Bosco alla cerimonia. L'Eminentissimo, indossata la stola, recitò con il rituale alla mano le preci liturgiche e benedisse l'altare illuminato a festa e la stanza. In coro gli astanti recitarono il Miserere con gli altri salmi. Fu una graziosa funzioncina, della quale si vede oggi tutta l'opportunità; poichè, diventate le camere di Don Bosco un vero santuarietto, ecco che la cappellina, dov'ei celebrò le sue ultime Messe ne forma come il sancta sanctorum.

                Abbiamo accennato alla solennità di S. Francesco; bisogna che ne diciamo qualche cosa. La precedette una conferenza ai Cooperatori, che “per maggior comodità”, come si leggeva nella lettera d'invito, fu tenuta nella chiesa di S. Giovanni Evangelista. Presiedeva Don Bosco. Il pubblico si aspettava anche di udirlo ed egli desiderava di parlare; ma i medici non vollero. Ne diè dunque incarico a Don Bonetti, al quale assegnò insieme i pensieri da svolgere. Furono questi tre: 1° Alcuni effetti consolanti delle Opere Salesiane mercè la carità dei Cooperatori; 2° bisogno di continuare e di accrescere questi effetti mediante altre opere importanti; 3° mezzi da usare a tale intento[13]. Avrebbe dovuto dare la benedizione monsignor Bertagna; ma, avendoglielo un'altra funzione impedito, la diede Don Bosco, del quale scriveva Don Lazzero, a monsignor Cagliero il 3 febbraio: “Certo che a veder Don Bosco all'altare è cosa che per una parte rallegra tutti, per altra parte poi a tutti fa compassione nel vederlo tanto a stentare montando e discendendo i gradini; egli però lo fa volentieri”. [25]

                A rallegrare Don Bosco arrivarono la stessa sera sani e salvi dall'Uruguay Don Calcagno e Don Rota e dal Brasile Don Borghino. Sbarcati a Bordeaux, erano stati ottimamente ricevuti e cordialmente trattati dal Vescovo, solo perchè li seppe figli di Don Bosco.

                Mai la festa di S. Francesco era stata celebrata con tanta pompa. Monsignor Valfrè, da poco vescovo di Cuneo, disse la Messa della comunione; il Cardinale assistette pontificalmente alla Messa cantata; l'eloquente monsignor Riccardi, vescovo d'Ivrea, pronunciò nel pomeriggio il panegirico, unificando la vita del Sales intorno al programma di amar Dio e farlo amare; il maestro Dogliani eseguì la messa imperiale di Haydn; la benedizione fu impartita dal Cardinale; fece da priore della festa il dottor Fissore. Al pranzo onorarono la mensa di Don Bosco quaranta invitati, fra cui Sua Eminenza, quattro Vescovi e i conti di Franqueville parigini. Sul tardi i giovani recitarono un nuovo dramma di Don Lemoyne intitolato Vibio Sereno, d'argomento romano e cristiano del primo secolo. Anche Sua Eminenza vi si volle trovare. “Don Bosco, scrisse Don Lazzero nella lettera del 3 febbraio, passò assai bene quella giornata e prese parte a tutto anche lui”.

                La notte precedente egli aveva dormito male, svegliando con le sue grida il Viglietti, che al mattino lo interrogò. Vedeva, rispose egli, un giovane grasso con la testa larga che si andava restringendo verso la fronte, piccolo, tarchiato, che mi si aggirava attorno al letto. Io cercava con ogni modo, di allontanarlo; ma cacciato da una parte fuggiva dall'altra e continuava la sua molesta manovra. Io lo rimproverava, lo voleva battere, ma non riuscivo a far cessare quella noia. Finalmente gli dissi: Guarda che, se non ti allontani, mi costringi a dirti una parola che non ho mai pronunciata. E seguitando il giovane i suoi giri, io gli disse forte: Carogna! E mi svegliai. Conchiuse il racconto arrossendo e soggiungendo: - Non ho mai detto questa parola in vita mia; ed ora mi tocca dirla in sogno? - E sorrideva. [26]

                Due sogni, che per il loro carattere si possono classificare col precedente, si compiacque di raccontare il 25 febbraio, conversando con i suoi segretari. Il primo era questo. Entrava egli nella cattedrale di S. Giovanni a Torino, quando vide due preti, uno dei quali stava appoggiato alla pila dell'acqua santa e l'altro ad una colonna, tenendo entrambi con indifferenza il cappello in testa. Avrebbe voluto riprenderli, ma titubava alquanto, scorgendo sulle loro facce l'espressione del più cinico disprezzo. Nondimeno fece forza a se stesso e disse al primo:

 - Scusi, di che paese è lei?

 - Che le importa di saper questo? rispose quegli bruscamente.

 - È solo perchè volevo dirle una cosa che mi preme.

 - Ma io non ho nulla da fare con lei.

 - Allora senta: io non voglio rimproverarla; ma se non ha rispetto per il luogo santo e non le importa della gente che si scandalizza e che ride di lei, abbia almeno riguardo a se stesso. Deponga quel cappello!

 - È vero, ha ragione, fece il prete, e si tolse il cappello.

                Poi Don Bosco andò dall'altro e gli ripetè l'avviso. Quegli pure si scoprì il capo. Don Bosco allora, ridendo di cuore, si destò.

                Ed ecco il secondo sogno. S'imbattè in un tale che gli diceva con insistenza di presentarsi al pubblico e predicare sulla Via Crucis.

 - Predicare sulla Via Crucis? - rispose egli - Vorrà dire sulla Passione del Signore.

 - No, no, ripeteva colui, sulla Via Crucis.

                Così dicendo, lo condusse per una lunga strada, che metteva capo in un immenso piazzale, e lo fece salire sopra un piedestallo. Il luogo era deserto; onde Don Bosco: - Ma a chi debbo predicare, se qui non c'è nessuno?

                Or ecco ad un tratto gremirsi di gente la piazza. Egli parlò allora della Via Crucis, spiegò il significato della parola, enumerò [27] i vantaggi della pia pratica e, come ebbe terminato di parlare, tutti lo supplicarono di proseguire, spiegando le singole stazioni. Don Bosco si scusava affermando che non sapeva più che cosa dire; ma il popolo persisteva ed egli ripigliò la predica e parlò, parlò senza interruzione, dicendo che la Via Crucis è la via al Calvario, la via dei patimenti, che Gesù ha percorso per il primo questa strada e che per la medesima propone a noi di seguirlo con quelle parole: Qui vult Post me venire, abneget semetipsum, tollat crucem suam quotidie et sequatur me. Finalmente nella foga del dire si svegliò.

                Sulla Via Crucis aveva raccontato un altro sogno il 16 novembre dell'anno avanti. Gli pareva di avere attorno a sè una moltitudine di gente che gli dicesse: Faccia una Via Crucis con gli esempi! La faccia, la faccia!

 - Ma che esempi volete che io vi porti? rispondeva egli. La Via Crucis è per se stessa un continuo esempio dei patimenti di nostro Signore.

 - No, no; vogliamo un nuovo lavoro.

                Don Bosco si trovò all'istante con l'opera composta; anzi aveva già in mano le bozze di stampa e cercava con premura Don Bonetti e Don Lemoyne o Don Francesia, perchè gliele correggessero, essendo egli molto stanco. In questa affannosa ricerca il sonno se n'andò.

                Il Santo doveva realmente riprodurre in sè l'esempio della passione di Gesù Cristo, sopportando in unione con lui le dolorose infermità che l'avrebbero ormai accompagnato fino alla morte e offrendosi così quale modello di pazienza a' suoi figli.

                Facciamo ancora luogo a un sogno, che sembra contenere qualche elemento profetico. Lo narrò a Don Lemoyne e al chierico Festa il 1° marzo. Sognò di essere ai Becchi. Sua madre con un secchiello in mano stava presso la sorgente e ne toglieva l'acqua sporca, che versava nel mastello. Quella sorgente prima aveva dato sempre acqua purissima; quindi si stupiva, non sapendo come spiegare la cosa. [28]

 - Aquam nostram pretio bibimus, disse allora mamma Margherita.

 - Sempre col vostro latino! le rispose Don Bosco. Questo non è testo scritturale.

 - Non importa; metti tu altre parole, se ti senti. In queste si comprende tutto: basta studiarle bene. Iniquitates eorum porta... Adesso aggiungivi quello che vuoi.

 - Portavimus? portamus?

 - Quello che vuoi: portavimus, portamus, portabimus. Pensa bene a queste parole, studiale e falle studiare a tutti i tuoi preti, e troverai tutto ciò che deve accadere.

                Quindi lo condusse dietro la fontana in un luogo elevato, donde si distinguevano Capriglio e le sue borgate e le borgate di Buttigliera e Buttigliera stessa e più altre borgate sparse qua e là, e additandogliele disse:

 - Che differenza c'è fra questi paesi e la Patagonia?

 - Ma, rispose, io vorrei, se potessi, fare bene qui e bene là.

 - Se è così, va bene, replicò mamma Margherita.

                Allora gli parve che la madre se ne andasse ed egli, essendosi stancata troppo la fantasia, si svegliò. Dopo il racconto fece questa osservazione: - Il posto nel quale mi condusse mia madre, è molto adatto per farvi qualche opera, essendo centrale fra molte e molte borgate che non hanno chiesa alcuna.

                Don Rua nella circolare citata sopra, oltre alle confessioni, accennava alle udienze. La fatica delle udienze riempiva sempre parecchie ore delle sue giornate; ma di due visite soltanto ci si è conservata la memoria, visite assai differenti fra loro.

                Il 3 gennaio andò a trovarlo un avvocato francese; lo mandavano, come diceva, i Borboni. Fece a Don Bosco un lungo ragionamento per venir a dire che si trattava di restaurare in tutta Europa le antiche monarchie borboniche, cominciando dalla Spagna, e che da parte dei principi di quelle Case chiedeva a lui consiglio e benedizione. Don Bosco [29] lo lasciò parlare finchè volle. Da ultimo il forestiero per istrappargli una risposta domandò:

- Quale sarebbe il parere di Don Bosco in questo affare?

 - Io non sono giudice competente in tali questioni, rispose. Dei pretendenti conosco appena i nomi, e neppure di tutti. Del resto io ho grandi obblighi verso la Francia; colà sono stati innalzati da me vari ospizi, mantenuti dalla carità dei Francesi. Per conseguenza non debbo in alcun modo abusare dell'ospitalità concessami. Io dunque non saprei dare alcun consiglio. Osserverò soltanto che non sarebbe prudenza accingersi a un'impresa, se non si possiedono mezzi sicuri di probabile riuscita.

 - Oh, se si uniscono tutti i Borboni, ripigliò l'avvocato, i mezzi ci sono.

 - Ma badino che se non c'è probabilità, anzi certezza della riuscita, immensi danni verranno alla Francia.

 - E quale sarebbe il suo giudizio circa la riuscita dell'impresa?

 - Che in ogni cosa sia fatta la santa volontà di Dio.

 - Darebbe lei una benedizione ai principi borbonici?

 - E perchè no? Ma solo in questo senso, che sia fatta la santa volontà di Dio in ogni cosa, e niente altro.

 - Mi autorizza a riferire queste sue parole?

 - Non ho nessuna difficoltà.

                Dopo questo dialogo l'avvocato si disse diretto a Venezia per ricevere gli ordini di Don Carlos. Qualcuno dubitò che fosse un agente investigatore della polizia francese, mandato a esplorare quali fossero le idee politiche di Don Bosco. In ogni modo le risposte del Santo non potevano destare sospetti nè offrire appiglio ad accuse. Era stato sempre suo sistema di non entrare mai in politica. L'altra visita che dicevamo, aveva per iscopo di ottenere una guarigione. Un tal signore, fatto fare cavaliere da Don Bosco, gli aveva promessa una somma a benefizio delle sue opere; ma, sebbene potesse, non manteneva mai la parola. [30]

                Ora avvenne che un suo figlio, fortunato factotum negli affari domestici, cadesse gravemente ammalato. Il padre, vista la mala parata, corse da Don Bosco il 19 gennaio, raccomandandoglisi a mani giunte, affinchè pregasse e facesse pregare per la guarigione. - Io ho promesso ben volentieri di pregare, disse poi Don Bosco a chi gli stava da presso, ma il figlio è chiamato da Dio. Bisognerebbe che il cavaliere dicesse a Don Bosco: Alto là, Don Bosco! io ho qui diecimila lire da dare a lei e deve ottenermi questa grazia da Maria Ausiliatrice. Allora sì; ora invece non posso far altro che pregare il Signore che a suo figlio dia presto il paradiso, quando muoia. - Secondo la dottrina del Santo, chi non è generoso con Dio, ha poca speranza di ricevere da lui grazie straordinarie.

                Fece appunto la contraria esperienza un'insigne benefattrice di Don Bosco, la contessa Vanda Grocholska, nata principessa Radziwill. Nel marzo del 1886, il giorno prima che Don Bosco partisse per la Spagna, fu colpita a Cracovia da pleuropolmonite con complicazioni e ridotta ben tosto agli estremi. Sua sorella telegrafò al Santo, scongiurandolo di pregare per l'inferma. Un medico chiamato da Parigi faceva del suo meglio per salvarla; ma poco andò che essa entrava in agonia. Or ecco che il dottore, tastandole il polso, mandò un grido: - È salva! - In seguito passarono alcune settimane e Don Rua scrisse a un'amica della Contessa per sapere notizie; colei però non potè rispondere, sicchè la signora fu creduta morta. Don Bosco era già a Barcellona, quando Don Rua che ve l'accompagnava, gli disse un giorno: - La Grocholska è morta certamente.

 - No, no, rispose egli sorridendo. È guarita e in questo momento fa colazione.

 - Da chi ha ricevuto notizie?

 - M'è arrivato un telegramma dal cielo.

                Le cose stavano precisamente com'egli diceva[14]. [31]

                Appartiene al medesimo tempo un altro caso di conoscenza delle cose lontane. Da Monaco la Superiora di un convento gli aveva scritto per raccomandargli una signorina epilettica, convertitasi dal protestantesimo. Egli rispose: “Sia fedele alle promesse fatte. Finchè sarà fedele, avrà la protezione della Santissima Vergine”. La signorina godette buona salute finchè si mantenne fedele; ma poi, venuta meno, il male la riassalì. Orbene, data quella risposta, Don Bosco proseguiva: “Non avreste in casa una tale così e così? Dite a cotesta figliuola prodiga che torni a prendersi cura della madre cieca e de' suoi figli . La Superiora trasecolata si domandava come mai Don Bosco sapesse una cosa non riferitagli da alcuno; tanto più che anch'essa nutriva già qualche sospetto. Una disgraziata aveva dato a intendere di essere mulatta e pagana, ma vivamente desiderosa di conoscere e di abbracciare la religione di Gesù Cristo. Un padre gesuita, informatone da una confidente di lei, ne fece parola al Vescovo, poi richiese la Madre Superiora che volesse prendere la donna nella comunità per prepararla al battesimo. L'infelice creatura si mostrava impaziente di riceverlo; ma era tutta una commedia, come si scoperse quasi subito; il nostro Santo aveva messo in tempo sull'avviso, poichè mancavano appena due giorni alla sacra cerimonia[15].

                Dalla Francia giungeva pure a Don Bosco una simpatica onorificenza. Ricorderanno i lettori la conferenza da lui tenuta nel 1883 dinanzi alla Società Geografica di Lione sulla Patagonia. In seguito egli inviò anche una memoria intorno al medesimo argomento, giudicata lavoro di pregio. Il Consiglio Direttivo della Società non ebbe davvero fretta a deliberare, se soltanto nel gennaio del 1886 gli comunicava essergli stata decretata una medaglia d'argento per le sue benemerenze nel campo della scienza geografica “quale la s'intende ai giorni nostri”, cioè come “contributo allo studio e al [32] progresso degli uomini e delle cose nei paesi stranieri”. La consegna però doveva farsi in una seduta solenne, che non era possibile tenere se non molto tempo dopo. Una faccia della medaglia si voleva che portasse questa leggenda: Don Bosco - Prêtre Salèsien - Civilisation de la Patagonie, e gli si chiese che indicasse una data da apporvi. Fu risposto che per la data si segnasse il 24 maggio 1879, giorno dell'ingresso dei Salesiani nella Patagonia, e che al nome di Don Bosco si facesse seguire fondateur des Salésiens[16].

                La consegna non si poteva fare se non in una solenne seduta generale da tenersi verso la fine dell'anno. Venuto il dicembre, la Presidenza gli diede avviso per la domenica 19. “Sarebbe per noi un onore e una fortuna, gli si scrisse allora[17], se Ella potesse assistervi; anche la cittadinanza di Lione sarebbe felice di vederla e di acclamarla”. Ma a rappresentare Don Bosco vennero delegati Don Barberis e Don Albera. Introdotti dal presidente Desgrands nell'aula dell'Università, ove la Società soleva tenere le sue adunanze, furono fatti sedere in luogo distinto accanto al seggio presidenziale. Dopo la lettura d'un verbale sui progressi e sui lavori della Società, il Presidente prese la parola. Ricordò in termini di grande elogio il discorso di Don Bosco sull'estrema punta dell'America Meridionale; disse che l'oratore aveva date notizie assai precise e interessanti di quelle inospite regioni, notizie ricavate sia da autori accreditati sia specialmente dalle relazioni de' suoi Missionari, che egli seguiva con la sua mente e col suo affetto; conchiuse avere Don Bosco per tal modo così ben meritato della Società Geografica, che il Consiglio gli aveva decretato una medaglia d'argento. Don Albera allora si avanzò a ricevere questa medaglia fra i più vivi applausi della numerosa assemblea.

                All'estero anche due giornali scrissero alte lodi di Don Bosco. Nel Portogallo la Palavra di Oporto recava nei numeri [33] del 15 e 16 gennaio un lungo ed entusiastico articolo, che celebrava il nostro Santo come l'uomo più benemerito dell'umanità negli ultimi tempi. Un altro giornale inneggiava a lui dalle sponde del Tamigi. Era il Merry England, che, fattane una splendida biografia, esprimeva questo giudizio sui preti di Don Bosco: “I sacerdoti salesiani sono invero uomini di dottrina, ma quel che più monta, sono anche dotati di apostolico zelo e di vera pietà: sono insomma buoni e zelanti pastori, che darebbero volentieri la vita per la salvezza delle proprie pecorelle” . Il nuovo e popolarissimo Eco d'Italia organo dei cattolici genovesi, nel numero del 25 gennaio, rendendo conto dell'articolo, professava dal canto suo la massima stima e venerazione perla Società Salesiana e per il suo Fondatore e terminava con questo fervido appello: “Oh sì! aiutiamo, propaghiamo, favoriamo del nostro meglio l'opera santa del novello Apostolo dell'infanzia abbandonata; noi renderemo con ciò uno dei più grandi e dei più segnalati servizi alla santa causa di Dio e della sua Chiesa”.

                Una voce discorde risonò da Faenza. Il radicale Lamone, ripigliando a sbraitare contro i figli di Don Bosco, nel numero del 17 gennaio denunziava alle autorità l'“Educazione Salesiana”, perchè i Salesiani, nemici della patria, instillavano i loro sentimenti nell'anima dei giovanetti. Ma quale fosse realmente la calunniata educazione salesiana, l'aveva proclamato proprio in quei giorni il nuovo Consigliere Scolastico generale Don Francesco Cerrutti, che inaugurò il suo ufficio dando alle stampe sull'aprirsi dell'anno un suo opuscolo dal titolo: Le idee di Don Bosco sull'educazione e sull'insegnamento e la missione attuale della scuola. L'educazione salesiana era informata precisamente da tali idee, “quelle stesse, scriveva Don Cerruti[18], dei più grandi pedagogisti ed educatori moderni”, rabbrividiti alla vista dell'irreligione e dell'immoralità che minacciavano di travolgere popoli e nazioni.[34]

                Chi vedeva Don Bosco tanto svigorito, non avrebbe potuto immaginare che cosa ruminasse in cuor suo tra il febbraio e il marzo. Egli andava meditando un viaggio nella Spagna. Sentendo di dover fare presto, perchè altrimenti non avrebbe più potuto appagare questo suo desiderio, si studiava di vincere le opposizioni degli affezionati suoi figli, trepidanti per la sua preziosa esistenza. A dir vero nella Spagna c'era già stato, ma alla maniera dei Santi, non per le vie ordinarie. Narreremo qui l'avvenimento, del quale possediamo parecchie relazioni e di cui udimmo più volte il racconto genuino dalla bocca stessa di chi ricevette una visita così inaspettata. Può sembrare strano che questi, parlando del fatto più tardi, non rammentasse bene nelle sue relazioni la notte della prima comparsa, se fosse cioè quella che precedette o che seguì la festa di S. Francesco di Sales; ma è un difetto di memoria che non infirma la credibilità del fatto, sul quale egli depose nei Processi apostolici.

                Don Branda, direttore della casa di Sarrià, dormiva tranquillamente nel suo letto, quando si sentì chiamare. Destatosi, distinse benissimo la voce di Don Bosco che diceva: Don Branda, alzati e vieni con me. - Don Branda pensò: - Oh sì che io voglio sognare! Ho bisogno di dormire! E per liberarsi da quella creduta illusione, si voltò dall'altra parte. Tosto si riaddormentò profondamente e dormì fino al suono della sveglia. Al mattino ricordava la voce udita nella notte, ma non vi fece caso e se ne stette tranquillo fino all'ottava di S. Franesco. Nella notte sul 6 febbraio ecco durante il sonno un'altra chiamata: - Don Branda! Don Branda! - La voce era nuovamente quella di Don Bosco. Si scosse, aperse gli occhi e vide con stupore la camera illuminata come in pieno giorno; anzi, poichè aveva il letto in un'alcova, si trovò di fronte delineato sulla cortina il profilo di un prete, che era tutto Don Bosco. La voce continuò: - Adesso non dormi! Alzati dunque.

 - Vengo subito - rispose. Si alza, si veste e rimossa [35] la tendina, vede là in mezzo alla camera Don Bosco che lo sta aspettando.

                Spirava dal suo volto e dallo sguardo un affetto paterno e confidente. Don Branda gli si avvicinò, gli prese la mano per baciarla, e in quel mentre Don Bosco gli disse: - Vieni con me, conducimi a visitare la casa. Ti farò vedere cose, delle quali tu non sospetti nemmeno. Eppure sono cose che fanno spavento.

                Don Branda, pigliate le chiavi delle camerate e uscito con Don Bosco dalla sua stanza, salì le scale ed entrò con lui nei dormitori. Tutti i giovani dormivano nei loro letti. Don Bosco gliene indicò tre riconoscibilissimi, sebbene avessero i volti bruttamente sfigurati. - Vedi questi tre disgraziati? Li ha guastati uno che tu non crederesti, se non fossi venuto io a dirtelo. E sono venuto perchè c'era bisogno che io ti svelassi questo mistero d'iniquità. Tu te ne sei fidato, tu lo credi buono, e tale sembra all'esterno. È il coadiutore... (e disse nome e cognome). È lui che ha assassinato nell'anima questi giovanetti. Guarda in che stato sono ridotti.

                Don Branda all'udire quel nome restò di sasso. Non avrebbe mai sospettato tanta nequizia. Quel tale passava realmente per buono e all'esterno teneva una condotta inappuntabile. Don Bosco proseguì: - Mandalo subito via dalla casa. Non tollerare che si fermi ancora in mezzo ai giovani. Sarebbe capace di rovinarne altri.

                Intanto continuavano ad andare, passando da una camerata nell'altra e osservando tutti i dormienti a uno a uno. Don Bosco gliene mostrò parecchi che avevano la faccia sconvolta e deforme. Usciti dalle camerate, fecero un giro per tutta la casa. Scale, stanze, cortili erano sempre inondati di luce, come se fosse giorno. Don Bosco camminava speditamente, quasi avesse appena una quarantina d'anni. Si tornò nella stanza di Don Branda. Qui in un angolo, vicino ad una scansia, comparvero i tre poveri giovani nell'atto di nascondersi per isfuggire la vista di Don Bosco; avevano [36] sempre la faccia ributtante. Vicino ad essi stava immobile il coadiutore con la testa bassa, tutto tremante e contraffatto, come un condannato a morte che si avviasse al patibolo. La fisionomia di Don Bosco diventò terribilmente severa e additandolo a Don Branda, gli disse: - È costui che rovina i giovani! - Voltosi poi al

reo, gli gridò con un tono di voce schiacciante: - Scellerato, sei tu che rubi le anime al Signore? Sei tu che tradisci a questo modo i Superiori? Indegno del nome che porti! - Così continuava con accento minaccioso ad apostrofarlo, mettendogli sott'occhio l'enormità della sua colpa, continuata e taciuta per mesi e mesi in confessione. Compariva pure un chierico presso queste figure; era in atteggiamento di umiliato, ma non contraffatto come il coadiutore. Don Bosco guardò anche lui, ma non così severamente come l'altro, e disse a Don Branda: - Anche costui allontana dalla casa; altrimenti, se rimane, farà gravi cadute.

- Ma io non so come fare a eseguire questi comandi, osservò Don Branda. Non so quali ragioni addurre per venire a queste conclusioni; non ho prove: è spinoso l'affare. Non potrebbe lei incaricare qualche altro dell'esecuzione?

                Mentre così parlava, gli sembrò di travedere Don Rua, che ritto vicino a Don Bosco, si metteva l'indice sulle labbra e gli faceva segno di tacere. Don Branda tacque e Don Bosco si mosse per uscire dalla stanza. In quel punto sparve tutta la luce. Don Branda, rimasto là perfettamente all'oscuro, cercò a tastoni il lume sul tavolino, lo accese e si vide solo. Mancavano due ore alla sveglia. Allora, preso il Breviario, cominciò a recitare il divino ufficio. Sonata la campana, scese a celebrare in preda a viva commozione.

                Il pensiero di dover dare lo sfratto a quei due lo turbava. Come chiamarli a sè? come entrare in discorso? quali argomenti addurre per farli confessare la loro colpa? Li sorvegliava continuamente, ma nulla scorgeva in essi meritevole di rimprovero. Sentiva per altro una voce interna che gli ripeteva sempre: - Agisci! agisci! [37]

Chiamati il prefetto e gli assistenti, raccomandò loro che aprissero bene gli occhi per iscoprire i meno buoni fra i giovani; sperava così che qualche indizio del male nascosto sarebbe trapelato. Risoluto di non parlare, credette di essere per queste precauzioni in buona coscienza. Gli parve con ciò d'aver fatto tacere quelle voci interne, che difatti per qualche giorno lo lasciarono in pace. Ogni volta però che andava a celebrare, si sentiva compreso da un certo orrore che lo faceva tremare.

                Mentr'era in tale stato d'animo, gli arrivò da Torino una lettera di Don Rua, che egli conservò a lungo e fece vedere a molti[19]; in essa si diceva: “Stasera io passeggiava con Don Bosco ed egli mi disse che ti ha fatta una visita. Ma forse a quell'ora tu dormivi”.

                Quattro o cinque giorni dopo l'apparizione, recatosi a celebrare in casa della signora Dorotea, si sentì dire dalla mamma dei Salesiani: - Ho sognato Don Bosco, sa; l'ho sognato questa notte.

- Mi perdoni, la interruppe Don Branda, questa mattina vorrei celebrare subito subito.

                Le parole della santa donna gli avevano messo il cuore in subbuglio, nè voleva ascoltare altro. Andò difilato in cappella, si vestì e cominciò la Messa. Ma, recitato l'Introibo e saliti i gradini, mentre si chinava a baciar l'altare, fu invaso da terrore e tremore, e gli risonò dentro una voce che diceva: - Fa' subito quello che ti ha ordinato Don Bosco; altrimenti questa è l'ultima Messa che celebri. [38]

                Tornò a casa risoluto di agire. Avrebbe voluto chiedere consiglio, ma non sapeva a chi; al confessore non ne parlò, temendo che non giudicasse la cosa in buon senso. Tuttavia ruppe gl'indugi. Fatto venire il prefetto Don Aime e raccomandatogli lo stretto segreto su quanto stava per dire, gli narrò solo in parte quello che aveva visto nella notte dell'ottava di S. Francesco, gli palesò i nomi dei tre giovani e gli diede le opportune istruzioni. Li chiamasse separatamente senza che uno sapesse dell'altro, facesse loro intendere francamente di conoscere tutto e imponesse di palesargli il nome dello scandaloso. Se negassero o rifiutassero di parlare, alzasse pure le mani. Interrogato il primo, lo chiudesse nella tale stanza e nessuno potesse parlargli. Quindi, chiamato il secondo, lo trattasse come il primo; poi lo conducesse nella tale scuola e ve lo chiudesse. Interrogato il terzo, lo tenesse nel suo ufficio e venisse a riferire sul risultato dell'inchiesta. - Qui in questo foglio, terminò Don Branda, io scrivo il nome di chi ho visto autore dello scandalo e, ritornando tu dall'interrogatorio, faremo il confronto di questo nome con quello svelato dai giovani. - In così dire prese la penna, scrisse e piegò il foglio.

                Il prefetto eseguì a puntino. Il primo giovane, sbalordito, benchè avesse cominciato a negare, visto che il superiore era risoluto e sicuro, confessò. Il secondo e il terzo, messi egualmente alle strette, diedero la medesima risposta.

                Don Aime tornò dal Direttore a comunicargli il risultato delle sue indagini. Allora Don Branda spiegò il foglio e glielo presentò. Era il nome del coadiutore denunziato dai giovani. Non esisteva più alcun motivo di prudenza, che dovesse trattenere il superiore; perciò fece immediatamente chiamare il colpevole.

                Costui da più giorni viveva in preda a una paurosa agitazione interna. Avutolo alla sua presenza, Don Branda lo investì dicendo: - Sei tu che mi rovini i giovani?

 - Io?... e come? balbettò sbalordito. [39]

 - Sì, tu, così e così.

                Il disgraziato cadde in ginocchio implorando pietà ed esclamando: - Glie l'ha scritto Don Bosco?

 - Don Bosco è venuto in persona a dirmelo.

                Sentendosi poi intimare che uscisse tostamente dalla casa, pianse, supplicò, disse che lo togliessero da quegli uffizi che gli erano di pericolo: lo mettessero anche a scopare, ma gli accordassero almeno due mesi di tempo per provvedere al suo avvenire. Fu esaudito.

                Allorchè poi Don Bosco arrivò alle frontiere della Spagna, Don Branda che gli era andato incontro, lo trasse da parte in una sala e gli disse: - A Sarrià forse non troverà le cose proprio come desidera.

 - Che cosa hai fatto?

 - I tre giovani furono rimandati alle loro case, mettendo alcuni giorni d'intervallo fra le partenze; ma il coadiutore è ancora in casa. Ho ceduto alle sue lacrime e preghiere, accordandogli una dilazione di qualche mese.

 - Va bene. Verrò e vedrò quello che dobbiamo fare.

                Qualche settimana dopo anche il coadiutore veniva congedato definitivamente dalla casa.

 

 


CAPO II

Per la Liguria e per la Francia verso la Spagna.

 

                Nella Spagna i Cooperatori Salesiani, erano, se non ancora numerosi, molto influenti; alte personalità del clero e del laicato ne portavano con vanto il titolo. Il nome di Don Bosco vi echeggiava da un capo all'altro; poichè giornali e riviste richiamavano l'attenzione del pubblico tanto sopra di lui che sopra le sue case di Utrera e di Sarrià. I più insigni benefattori, prima fra tutti donna Dorotea, si sarebbero stimati felicissimi di vederlo; onde secondo le occasioni lo pregavano di recarsi anche nella loro patria. Don Bosco da tempo vi voleva andare; anzi promise formalmente quella visita. Sul finire di febbraio la risoluzione era presa e tosto cominciarono i preparativi.

                Quando dentro e fuori dell'Oratorio si sparse la voce che si sarebbe avventurato a un viaggio così lungo, Salesiani e amici restarono sbigottiti, temendo seriamente che non avesse a soccombere per via. Egli tranquillava tutti appellandosi all'esperienza dei viaggi precedenti, i quali, non che deteriorargli la salute, glie l'avevano migliorata. Diceva per altro che avrebbe prima fatto prova della sua resistenza, percorrendo bel bello la riviera ligure e poi anche la costa francese; se le cose fossero andate bene, avrebbe proseguito: se no, si sarebbe fatto fronte indietro. [41]

                La notizia che Don Bosco era in procinto di visitare la Spagna, si diffuse ben tosto colà, destandovi un'immensa aspettazione; ma l'ansia di conoscere Don Bosco, di udirne la parola, di godere della sua presenza in nessuno poteva essere più viva che in donna Dorotea, poichè nessuno aveva come lei tanta affinità di spirito con Don Bosco e quindi tanta attitudine a comprendere la grandezza della sua missione.

                Lasciò l'Oratorio di Valdocco alle due e mezzo pomeridiane del venerdì 12 marzo, prendendo seco per la prima parte del viaggio, oltre al chierico Viglietti segretario, Don Cerruti e Don Sala. Aveva l'aspetto abbastanza buono; ma traeva a stento la persona, bisognosa di appoggio. Alla stazione di Porta Nuova il corrispondente di un giornale toscano[20] salutandolo mostrò di vederlo con dolore partire per così remote contrade. Gli rispose che ve lo spingeva il bisogno di provveder pane a’ suoi giovanetti.

 - Si raccomandi a Depretis! scappò detto al giornalista.

 - Si, si, a lui! Se sapesse quanto mi costano in sole imposte tutte le case che ho in Italia!

                Senza verun incomodo, anzi con allegre conversazioni si arrivò a Sampierdarena. Là egli trovò due bravi operai di Arenzano che lo aspettavano per consegnargli offerte in riconoscenza di grazie ottenute a intercessione di Maria Ausiliatrice; essi gli dissero che nel loro paese la popolazione aveva in Maria Ausiliatrice una fede ardente.

                La notte passò cattiva per Don Bosco, che fu poi costretto a celebrare la Messa in camera. Vi assistettero però i giovani della quarta e della quinta ginnasiale. Appena fatto il ringraziamento e preso un po' di ristoro, cominciò a ricevere senza interruzione fino a mezzodì. Era quasi tutta gente, com'egli disse, venuta a ringraziare Maria Ausiliatrice per grazie ricevute dopo la sua benedizione dell'anno avanti.

                I Cooperatori genovesi avevano disposto ogni cosa, affinchè [42] fosse tenuta una conferenza in città nella chiesa di San Siro; vi s’incamminò dunque nelle prime ore del pomeriggio. Ci volle essere anche l'Arcivescovo monsignor Magnasco. Parlò Don Cerruti, intrattenendo per mezz'ora l'affollato uditorio accorso a vedere Don Bosco. Al suo passaggio fu un'accalcarsi intorno a lui per baciargli la mano: in qualche momento si temette che restasse schiacciato. Prima e dopo della conferenza ascoltò in sacrestia coloro che gli volevano parlare. L'Arcivescovo alle persone che gli s'accostavano per baciargli l'anello, diceva: - Andate da Don Bosco. - Il coadiutore Enria sentiva tanti che si chiamavano fortunati d'aver ricevuto la benedizione di un santo. Scriveva Don Lazzero a monsignor Cagliero il 28 marzo: “La persona del nostro caro Padre D. Bosco mano mano che invecchia diventa sempre più preziosa. A Genova, ove andò per la conferenza dei Cooperatori, non vi fu mai per Don Bosco tanto entusiasmo come questa volta; e non si dimostrarono mai così generosi, e prova fu la colletta molto abbondante”.

                Intorno al medesimo argomento così scriveva a Don Rua un Cooperatore di Voltri[21]: “Ho passato un'ora circa di paradiso! L'amato Don Bosco pareva che i Cooperatori e le Cooperatrici, perdoni la frase, volessero mangiarselo. Tutti lo volevano vedere, parlargli, baciargli la mano; e lui, il caro, tutto ridente, a tutti dava ascolto e una buona parola; di quelle parole che hanno un'arcana influenza sull'animo”.

                Sull'imbrunire venne accompagnato al palazzo della signora Ghiglini, dove si fece pranzo. Ritornò a Sampierdarena tardi e stanco. Ad un signore era stato udito dire: - Per me, vivo con un po' di meliga; ma ho tanti figliuoli da sfamare, e siccome la carità dei buoni non ha confine, così io ho bisogno di tutti[22]. - A chiusa della giornata il Viglietti scrive nel suo diario: “Don Bosco oggi era allegro, diceva arguzie e aveva la mente chiarissima”. [43]

                Don Belmonte, direttore dell'Ospizio di Sampierdarena, attestò che a S. Siro accadde un fatto meraviglioso. Nella sacrestia Don Bosco distribuiva medaglie di Maria Ausiliatrice; ma, rimastone senza, si rivolse a lui, domandandogli se ne avesse portate. Il Direttore gliene diede una quarantina o fors'anche meno. Allora il Santo ricominciò a distribuire. Il luogo era stipatissimo di gente ed egli dava e dava a quanti sfilando gli stendevano la mano. Don Belmonte e il signor Dufour, che gli stava a fianco, non potevano credere ai loro occhi: di medaglie ne furono certamente distribuite parecchie centinaia, forse più d'un migliaio. Senza una moltiplicazione la cosa non sarebbe stata assolutamente possibile.

                Nel giorno seguente le udienze si succedettero per lunghe ore senza posa. Sul mezzodì, accompagnata dal padre e dalla madre, venne una giovane che non voleva sapere di chiesa e sembrava addirittura matta. Dinanzi a Don Bosco depose il folle orgoglio, s'inginocchiò anch'essa per ricevere la sua benedizione e poi piangendo disse: - Riconosco davvero il mio errore. Il demonio mi ha tenuta finora in inganno. Domani mi andrò a confessare e farò la comunione. - I genitori commossi non si alzavano più da terra nè sarebbero più voluti partire. La scena durò alquanto; finalmente, fatta una bella offerta, uscirono.

                Quella sera si consacrarono solennemente le campane destinate al nuovo campanile di S. Gaetano; il coadiutore Quirino, venuto apposta dall'Oratorio, le inaugurò, sonandole con la sua impareggiabile maestria, notissima ai Torinesi. Finita la cerimonia, Don Bosco riattaccò le udienze, protraendole fino alle otto. “È stanco, si ridice nel diario, ma pare stia assai bene; è tranquillo, allegro”.

                Nonostante gl'impicci d'ogni genere che non gli lasciavano tregua, egli non perdeva di vista l'Oratorio; infatti terminò la giornata ordinando al segretario di scrivere a Don Rua e suggerendogli le cose da dire. Scrisse tosto il Viglietti: “D. Bosco m'incarica di pregarla a voler dare i saluti ai giovani [44] da parte sua; che dica loro che qui a Sampierdarena ha trovato dei giovani di molto buona volontà; che come all'Oratorio quelli di 4° e 5° ieri mattina assistettero in camera alla Messa di D. Bosco e che tutti fecero con molto fervore per sue mani la comunione. Mi incarica di salutare tanto Don Lemoyne, Don Lago, Suttil, Festa e Gastaldi” . Quindi aggiungeva per conto suo il segretario: “Per carità, caro Sig. Don Rua, raccomandi alle preghiere di tutti Don Bosco, poichè la sua salute lascia molto a desiderare” .

                Comparve all'ospizio uno scultore che senz'avere mai veduto Don Bosco ne aveva su fotografie abbozzato la testa e il busto, sperando sempre di poterlo una buona volta avvicinare per farvi gli ultimi ritocchi. Gli si mise dunque ai panni e tanto lo importunò, che il Servo di Dio dovette rassegnarsi a posare. Montando sul palchetto preparatogli dall'artista, rideva e diceva: - Ecco, salgo al supplizio. - Nel vedere poi come quegli gettasse sulla figura una specie di terra impastata per correggere il primo tentativo, bisbigliò al segretario: - Vedi, Viglietti, come m'impiastra bene? - Ma dopo un quarticello d'ora gli venne sonno e s'addormentò. Svegliatosi s'accorse che era passata un'ora, onde scese tosto, perchè molta gente aspettava di potergli parlare.

                Questo fu la mattina del 15. Dopo pranzo le udienze lo stancarono assai; tuttavia a cena raccontò alcuni cari aneddoti. Venendosi infine a discorrere della sensibilità di cuore, disse che nel celebrare la Messa non gli riusciva più di raccomandare i Missionari per la troppa commozione che lo assaliva fino a minacciare di soffocarlo. - Allora io, soggiunse, devo per forza pensare a Gianduia e distrarmi a ogni costo.

                Gran viavai di visitatori anche al mattino del 16, giorno della partenza. All'ultimo momento, ecco il marchese Spinola con gli apparecchi fotografici per ritrattarlo. Il Santo per compiacerlo accondiscese; ma questo causò perdita di tempo, sicchè si dovette fare molto in fretta per raggiungere [45] il treno di Varazze. Alla stazione per altro erano stati avvisati, e il Capo ebbe la bontà di aspettare.

                Ad Arenzano la fermata, anzichè di pochi minuti, sarebbe dovuta essere di qualche ora per contentare tutto quel mondo di gente, che inondò la stazione. La folla irruppe nell'interno, conducendo o portando ammalati. Circondarono il treno, si aggrappavano alle carrozze, vi si cacciavano sopra. C'era già ritardo; il Capo diede ripetutamente il segno della partenza, ma il macchinista non osava mettersi in moto per tema di disgrazie. Una donna inferma, portata nel vagone dove si trovava Don Bosco, e da lui benedetta, risanò all'istante, sicchè fece ritorno a casa camminando speditamente.

                Che dire poi di Varazze? Gl'impiegati non poterono nemmeno ritirare i biglietti dei viaggiatori, perchè coloro che scesero dal treno andarono confusi nella straboccante moltitudine spintasi a viva forza fino al binario. Il parroco della matrice, amicissimo dei Salesiani, aveva annunziato dal pulpito l'arrivo di Don Bosco; inoltre aveva diramato in città e nei comuni limitrofi una circolare con l'avviso di una conferenza per i Cooperatori. L'effetto fu che accorse gente da Savona, da Sestri, da Voltri, da Arenzano; i vecchi affermavano che a Varazze non erasi mai vista tanta affluenza di forestieri, nè un simile slancio di ardore e tale spettacolo di fede.

                La salita che mette capo al collegio richiede pochi minuti; ma Don Bosco v'impiegò tre quarti d'ora, tanta folla gli faceva ressa intorno per baciargli le mani. I giovani che lo attendevano allineati di qua e di là della stradicciuola, si scompigliarono e furono travolti dalla piena.

                Dopo pranzo le adiacenze dell'istituto rigurgitavano di gente. Si tentò bene di trattenerla fuori, ma fu fatica sprecata. Il portone, comunque fosse avvenuto, si spalancò, la fiumana si spandè nel cortile, riempì i corridoi, invase scale e scuole. Chi infrenava quella violenza? Si temette per la vita di Don Bosco, se fosse uscito. Don Viglietti, fermo dinanzi alla camera, predicava a sordi; taluni gli s'inginocchiarono [46] ai piedi gridando che per carità lasciasse loro vedere Don Bosco. La conferenza era fissata per le quattro; ma sonavano già la cinque e Don Bosco stava tuttora in camera, seduto sulla sua sedia e stretto da ogni parte.

                Eppure bisognava liberarlo. A estremi inali, estremi rimedi: si ricorse alle braccia nerborute di pescatori, che, presolo in mezzo col segretario, lo scortarono fino alla casa parrocchiale. Per abbreviare il percorso ve lo fecero entrare da una porta che non si apriva quasi mai, a tergo dell'edifizio e poi lo accompagnarono per una via privata che dava in piazza. Ardua impresa fu rompere la folla accalcata dinanzi alla chiesa; il povero Don Bosco non camminava più, ma si avanzava quasi trasportato dall'ondeggiare del popolo. Viglietti per non essere divelto da lui gli si teneva aggrappato alla sottana. Gruppi di curiosi gremivano finestre, porte, tetti. Alle ore sei si varcava la soglia del tempio. Spalleggiati sempre da quei bravi ominoni, egli e il segretario raggiunsero il presbiterio, dove finalmente Don Bosco si sedè.

                Eseguitosi dai cantori del collegio il Quasi arcus, Don Cerruti trattò della carità, carità di orazioni e carità di opere. Quindi salì in pulpito il parroco, che commosso ed entusiasmato strappò le lacrime. Naturalmente in quel pigia pigia svennero parecchie persone, che furono portate fuori. Dopo la benedizione la chiesa non si sfollava. La piazza era un selciato di teste. Mentre si studiava come risolvere il problema dell'uscita, si avvicinò a Don Bosco un contadino con un braccio al collo e gli disse: - Preghi per me. Mi son fatto male: non posso lavorare, la famiglia stenta.

 - Qual è il braccio ammalato? - chiese Don Bosco.

 - Ma... Oh!!... Non saprei... - Son guarito!

                Don Bosco gli raccomandò di nascondere il fazzoletto e di tacere; ma c'erano troppi testimoni: la voce corse e l'entusiasmo crebbe. Presso la balaustra un popolano, facendosi largo a furia di gomiti, si accostò a lui, come se avesse un gran segreto da confidargli. Parlava in dialetto e Don Bosco [47] non capiva; onde chinò il capo per ascoltarlo meglio. L'altro confuso e non intendendo il perchè della sua mossa, gli scoccò, sulla guancia un bacio e se n'andò.

                Don Bosco moveva verso la porta a passo di formica. A quando a quando si udivano grida di persone in pericolo di essere acciaccate. Egli, sempre calmo e tranquillo, sorrideva a tutti, aveva per tutti una parola e un saluto, massimamente per i fanciulli. Come Dio volle, fra urti e riurti potè raggiungere la cancellata della canonica. Di qui per una gradinata si montava sul pianerottolo dinanzi all'ingresso. Il Santo, fatti alcuni gradini, si volse alla moltitudine. Tanto bastò perchè in un batter d'occhio regnasse un solenne silenzio. Intenerito disse che ringraziava tutti della dimostrazione di affetto; ringraziò il parroco della sua benevolenza; poi si mise in atto di dare la benedizione. Magnifico spettacolo! Era sull'annottare. Don Bosco là in alto, ritto in piedi, tutto raccolto, alzò la destra a formare la croce su quella moltitudine inclinata o prostrata. All’amen scoppiò un grido immenso di Viva Don Bosco, più volte ripetuto ed echeggiante lontano. Le campane sonavano a festa e dinanzi il mare tremolando sembrava fremere nel chiarore delle stelle. Gli anziani non hanno ancora dimenticata l'impressione di quell'attimo suggestivo.

                Nella casa del parroco diede udienza fino alle nove. Tutta questa gente, disse poi al segretario, non sa neppure essa che cosa voglia da me. Vengono taluni e mi dicono: Io ho la moglie inferma, io il fratello, io il marito, vorrei la sua guarigione. Aggiungono: Mi dica quanto fa. Ma, rispondo io, le grazie non si vendono; dite tre Ave a Maria Ausiliatrice per tre giorni. Ma come? ripigliò qualcuno, ci vuol altro che delle Ave Maria per queste cose! Mi dica pure senza esitazione: quanto fa? E Don Bosco bisogna che spieghi come sia necessaria la fede in Dio, la preghiera e la elemosina per ottenere grazie. - Ce n'era veramente della fede. Piovvero offerte non solo pecuniarie, ma in orecchini, anelli e simili gioiellerie. [48]

                Fra i tanti che andarono da Don Bosco vi fu una madre che tutta dolente gli portava innanzi una figlioletta debolissima di gambe e in pericolo di diventare storta. Il rachitismo la deformava sempre più. Don Bosco le diede la benedizione e poi disse alla madre: - Andate, buona donna, non addoloratevi: la vostra figlia si metterà meglio. - Infatti la bambina prese a migliorare, crebbe robusta e vive tuttora: si chiama Carmela Gracchi.

                Possediamo anche la minuta relazione di una grazia spirituale. La signora Maria Bruzzone, nativa di Rossiglione e dimorante a Varazze, aveva un figlio per nome Giuseppe che di obbediente e affettuoso erasi fatto amante di balli e di compagnie sospette. La povera madre non si sapeva dar pace. Alle ammonizioni materne il giovanotto taceva, sorrideva e continuava a fare il comodo suo. Poi si era associato a una combriccola di buontemponi, che se la spassavano in serate di danza. Angosciata la donna piangeva e pregava. La venuta di Don Bosco le allargò il cuore. Andò in collegio per isfogarsi con lui; ma come fare in quel maremagno? Pensò di aspettarlo alla stazione, quando partisse, ma piazzale, atrio, sala d'aspetto formicolavano di gente. Perduta ogni speranza, si rannicchiò in un angolo, chiusa nel suo dolore. Mentre se ne stava là così trambasciata, ecco uno dei preti che accompagnavano Don Bosco alla stazione, farsele da presso e dirle: - O donna, venite con me. - La Bruzzone lo segui macchinalmente e si trovò alla presenza del Santo, che l'aveva mandata a chiamare. Stupita, confusa per sì misteriosa chiamata, gli cadde in ginocchio ai piedi e ruppe in pianto. Don Bosco dopo un istante le disse: - Ora che cosa volete, povera donna?

- Oh padre! ho tante cose da dirle. Ma sono così smarrita che non mi vengono le parole. Ho famiglia numerosa, ma ho un figlio...

- Povera madre! la interruppe Don Bosco, posandole la mano sul capo. Fatevi coraggio. In quello che pensate, [49] non c'è nulla di nuovo. Nel santo sacrifizio della Messa pregherò per voi e presto sarà tutto accomodato. Consolatevi!

                La benedisse e partì. La donna viveva in un continuo martirio pensando che suo figlio fosse invischiato in disoneste relazioni; invece Don Bosco l'aveva rassicurata su questo punto, e le cose stavano proprio com'egli aveva detto. Poi venne il meglio da lui prenunziato. L'ultima domenica del carnevale, in cui la madre aveva più che mai ragione di temere, egli le disse verso sera: - Mamma, andiamo a dormire.

- Tu mi vuoi ingannare per essere più libero! gli rispose ella. Tu fa' quello che vuoi, ma a riposo io andrò o non andrò, secondochè mi parrà.

 - No, mamma, non t'inganno; io vo a dormire.

                Andò difatti. Che cosa fosse avvenuto in lui, non si sa, anche perchè il giovane era di poche parole; ma è certo che da quel punto non frequentò più i luoghi e le persone di prima, benchè avesse sborsato la sua quota di associazione. Si fece serio, attese agli affari, trafficò anche in America qualche anno, ritornò in famiglia e non commise più leggerezza di sorta.

                Il 17 marzo alle undici di notte Don Bosco giunse ad Alassio. Nell'andata per una buona mezz'ora non aveva con Don Cerruti parlato d'altro che di Missionari e di Missioni, specificando i luoghi dell'America', dell'Africa e dell'Asia, dove i suoi nel volgere del tempo si sarebbero spinti e stabiliti. Direte, osservava, che vi sono già altre Congregazioni. È verissimo; ma noi andiamo in loro aiuto e non per pigliare il loro posto, ricordatevene bene! Generalmente esse si occupano piuttosto degli adulti; noi dobbiamo occuparci in special modo della gioventù, massime di quella povera e abbandonata.

                Non ci sono pervenute notizie intorno alla sua dimora nel collegio di Alassio. Da una lettera che Don Viglietti scrisse a Don Rua la sera del 18 si apprende soltanto che nulla valeva a distrarre l'attenzione di Don Bosco dall'Oratorio. [50]

                Diceva infatti il segretario: “Egli m'incarica di tanti saluti a Lei ed al Capitolo e m'incarica pure di dirle che faccia sapere sue notizie ai giovani e faccia tanti saluti a quelli di 4° e 5° ginnasiale, ai quali dirà che Don Bosco li ricorda continuamente e che tutte le mattine dopo la sua comunione gli pare sempre di distribuire ad essi il pane degli angeli”.

                Il 20 era a Nizza, dove pensava di fermarsi fino al termine del mese. La processione delle visite cominciò presto. Il fiore della cittadinanza assistette alla conferenza del 24; vi si unirono anche nobili signori che soggiornavano a Cannes. Il conferenziere, che fu l'abate Bonetti nizzardo, ebbe una geniale perorazione. Disse: “Vi fu un giorno un angelo del paradiso, il quale si beava in Dio e nelle cose di Lui; e mirando sulla terra tante disgrazie, vedendo la società in rovina, l'infanzia abbandonata, si sentì profondamente commosso e presentatosi a Dio, parlò così:

- Io godo quassù di ogni vostro bene, ma ho visto sulla terra le creature vostre che gemono e che invocano da voi soccorso. Io sacrifico volentieri, o mio Dio, ogni bene del cielo per correre in loro aiuto. - E sia! rispose il Signore. Allora quell'angelo del paradiso, libratosi sulle sue ali dorate, scese in Italia, volò nella Francia, nella Spagna: sull'intera Europa largì le sue efficaci benedizioni; volò sino alle estreme Americhe e le ricolmò de' suoi doni, e non mai stanco di beneficare, quest'angelo di pace già affranto dagli anni e dalle fatiche, passa ovunque benedicendo e consolando gli uomini. Quest'angelo, o uditori, voi lo conoscete: l'avete tra voi: è Don Bosco”.

                Anche Don Bosco si alzò a parlare e pieno di commozione attribuì ai Cooperatori tutto il merito del bene che si cercava dai Salesiani di fare. “Fu lucidissimo di mente”, nota il diarista.

                Al pranzo gli faceva corona un bello stuolo di amici, fra cui gl'immancabili e cari signori Levrot, D'Espiney e Michel. Don Bosco aveva aspettato sì lieta occasione per onorare particolarmente il dottore D'Espiney. Per opera sua il Papa [51] l'aveva creato cavaliere dell'Ordine di S. Gregorio Magno; perciò all'ingegnere Levrot, fatto già da lui decorare della medesima onorificenza, affidò l'incarico di darne con acconce parole pubblica comunicazione. L'ingegnere al levar delle mense pronunziò un eletto discorso, in cui la nobiltà dei concetti gareggiava con la squisitezza della forma[23]. Una sola sua affermazione vogliamo qui rilevare, che sorpassa i termini di una semplice cortesia conviviale. Il Levrot per lunga consuetudine conosceva assai bene il nostro Santo e meglio d'ogni altro sapeva misurare la portata delle sue parole, quando disse: “Don Bosco fa bene tutto quello che fa e finisce sempre con aver ragione”. Proprio così! Non poche volte infatti Don Bosco giudicato da prima sfavorevolmente oppure malamente sospettato, al trarre delle partite ne uscì con la sua, riscotendo approvazione e lode. Per un caso solo, che più esattamente fu un complesso di casi, l'incomprensione perdurò a lungo anche dopo la sua morte; ma nel momento predisposto dalla Provvidenza la giustificazione del Servo di Dio  sfolgorò di luce meridiana in faccia a tutta quanta la Chiesa.

                Fra gli applausi dei commensali Don Bosco appuntò la croce equestre in petto al nuovo cavaliere; indi parlò l'abate Bonetti, parlò Don Bosco stesso, parlò l'avvocato Michel. “Fu una bella festa di famiglia”, annotava Don Viglietti.

                Più tardi Don Bosco, accompagnato dal direttore Don Ronchail e da Viglietti, andò a visitare la contessa Braniska, presso la quale trovò pure il Duca di Rivoli e altri nobili signori. Di là si recò da Madama di Montorme. Ritornato a casa, aveva la zimarra crivellata per brandelli portatigli via dalle forbici di persone devote.

                Il mattino seguente le visite si moltiplicarono, sicchè non gli restava un momento di respiro; ma con le visite si moltiplicava anche la carità. Alla sera venne una Contessa inglese, [52] disposta a donare una sua vasta proprietà in Inghilterra, perchè vi si fabbricasse una casa salesiana. La moveva a tanta larghezza il dovere della riconoscenza. Da pochi giorni appena, giacendo inferma si da non poter lasciare il letto, aveva scritto a Don Bosco per implorarne la benedizione, e appena ricevuta la risposta, erasi alzata e allora senza il menomo disagio si recava a fargli visita.

                Notevole fu il caso di una signora Mercier, oriunda inglese, ma da molto tempo domiciliata in Francia. Benchè protestante, aveva scritto a Don Bosco da Nizza il 7 dicembre 1885. Inferma da dieci anni, invocava il soccorso delle sue preghiere tanto per l'anima che per il corpo[24]. Don Bosco le aveva fatto rispondere da Don Ronchail che dopo il 20 febbraio egli sarebbe stato a Nizza e che quindi ella potrebbe rivolgersi a lui in persona. Con Don Albera e col segretario il Santo si recò al suo palazzo la sera del 26. Le ragionò di religione con vero calore; anch'essa discorreva in modo, che all'udire la si sarebbe creduta senz'altro cattolica. Volle la benedizione di Don Bosco; anzi con gran piacere ricevette in dono il Cattolico nel secolo, dicendo che sperava di abbracciare il Cattolicismo. Don Bosco ve la incitava con dire: - Siamo vecchi, signora. Che cosa risponderemo a Dio? Non tardi! - Ma non si convertì.

                Di là passò a visitare due signore ammalate. Rincasando trovò una doppia gradita sorpresa da parte dei giovani. Gli presentarono essi una corona di comunioni da farsi per lui e una lista di duecento nomi d'alunni che, messisi con buona volontà a far bene per amor suo, avevano ottenuto dieci di condotta semestrale.

                Soggiornava a Nizza la Regina del Wurtemberg, sposa del Re Carlo I e sorella dello Czar Alessandro II, caduto vittima dei nichilisti nel 1881. Si chiamava Olga Nicolaiewna. Sebbene appartenesse alla Chiesa scismatica russa, pure bramava [53] di vedere Don Bosco, perchè sentiva a dire che egli era un santo. Mandò quindi una dama di corte a pregarlo, che volesse accondiscendere alle sue istanze; l'avrebbe potuto ricevere soltanto dalle tre e mezzo alle quattro di quel giorno 27.

                Don Bosco rispose affermativamente. Se non che alle tre e mezzo, affacciatosi alla porta della camera, in cui dava udienza, vide alcune persone in attesa di essere ricevute, fra gli altri la contessa Michel e il Barone Héraud, e tranquillamente rientrò. Don Ronchail e Viglietti, saliti per prenderlo, passeggiavano nella sala d'aspetto impazienti di quel ritardo. Quando finalmente lo videro uscire, lo sollecitavano a far presto; ma egli, visto là Don Cerruti e sapendo che avrebbe voluto confessarsi, lo chiamò dentro e gli disse: - Oh, la Regina del Wurtemberg può ancora aspettare un poco e intanto noi possiamo terminare le cose nostre. - Sentita poi la sua confessione, gli disse: - Ora abbi la bontà di confessare anche me. - Fuori quei due stavano sulle spine. Appena l'ebbero seco, si lagnavano dell'ora già trascorsa e: - Facciamo presto, gli ripetevano, chè non arriveremo più a tempo. Anzi è già forse troppo tardi...

 - E ciau! rispose loro in piemontese sorridendo; turnuma a ca (Pazienza, ce ne torniamo a casa).

                Intanto veniva salutando e accarezzando i giovani del collegio che incontrava, e a qualcuno dava anche un buon ricordo. In istrada salì sul cocchio mandatogli dalla marchesa di Constantin. Quel buon umore del barone Héraud, messosi in capo di volergli fare da staffiere, saltò in cassetta. Al palazzo ci doveva essere per le quattro un ricevimento di gala; perciò dame e cavalieri si aggiravano per le sale, curiosi di vedere Don Bosco, che si fermavano a guardare con venerazione.

                Giunti nell'anticamera, un valletto annunziò Don Bosco alla Regina. Fu subito introdotto. La Sovrana gli mosse incontro con dimostrazioni di cortesia e parlandogli con la [54] massima affabilità. Fattolo sedere, gli chiese notizie delle sue case, de' suoi giovani, del suo metodo educativo e con quali mezzi facesse fronte a tante spese; lo pregò pure di occuparsi del Wurtemberg. Interrogando e ascoltando, lo contemplava riverente, finchè da ultimo gli domandò se in quel momento avesse necessità di soccorsi. Don Bosco rispose che, essendo la prima volta che aveva l'onore di vedere Sua Maestà, non voleva intrattenerla su tale argomento. Ma poichè la Regina insisteva e si mostrava desiderosa di fare qualche cosa per lui, le spiegò quello che erano i Cooperatori.

- Questo appunto io voleva da lei! esclamò la Regina. Mi faccia dunque Cooperatrice Salesiana.

                La conversazione durò tre quarti d'ora. Solo quando il Servo di Dio disse che era sulle mosse per andare nella Spagna, la Regina rispose di non volerlo trattenere più a lungo; lo pregava però di tornare a Nizza, e vicina a congedarlo gli disse con viva commozione: - La ringrazio della benedizione che ha portata nella mia famiglia. Quanto prima darò notizia di questo fatto ai parenti e riferirò loro quello che mi ha detto. Prenderò subito nota del giorno e dell'ora di una visita così preziosa.

                Per ritirarsi dalla presenza dei Sovrani bisogna aspettare che facciano essi segno di congedare; ma la Regina sembrava che esitasse a lasciare Don Bosco. Infine, senza chiamare alcun servo, come avrebbe portato l'etichetta, lo accompagnò ella medesima fino alla soglia. Visti Don Ronchail e Viglietti, domandò chi fossero, che ufficio avessero, e ne li complimentò. Al segretario raccomandò con sentimento la persona di Don Bosco e, fatto un saluto, si ritirò. Attraversando le sale, Don Bosco era oggetto di penosa compassione da parte di numerose dame, che lo vedevano camminare a stento e con chiari indizi di sofferenza.

                Doveva partire per Cannes; ma poichè vi era tempo, fece una visita alla casa delle Agostiniane, ritiro di ricche dame, e diede ivi udienza particolare ad alcune signore. Dopo [55] si filò alla stazione, dove un gruppo di signori e signore lo attendeva per augurargli il buon viaggio.

                Prese il treno in compagnia del solo Viglietti. All'arrivo il marchese Gaudemaris gli offerse la sua carrozza, sulla quale lo condusse a pranzo nel suo villino. Accomiatatosi da quell'ottima famiglia, il Santo andò a dormire nel pensionato Montplaisir, tenuto dalle dame Ausiliatrici in una villa sfarzosa presso la stazione; le religiose però abitavano in una casa vicina. Nella loro cappella celebrò il dì seguente; poi cominciarono le udienze, continuate fino a mezzogiorno. Fu a colazione dalla Contessa di Villaroi nella sua villa detta del Gran Pino, e anche qui accordò udienze. Quando fece ritorno alle Ausiliatrici, il cortile era stipatissimo di gente che al suo passaggio s'inginocchiava sulla ghiaia per essere benedetta. Distribuì medaglie e poi ricevette fino a, notte. Don Viglietti la mattina dopo informava Don Rua: “Mi preme darle notizie di Don Bosco, il quale dorme nella camera attigua alla mia, nella gran villa del Pensionato delle Ausiliatrici [ ... ]. Don Bosco è stanco, ma grazie a Dio e alle preghiere dei giovani dell'Oratorio è abbastanza bene in salute. Dice che venga presto a Marsiglia, cioè il 1° o il 2° giorno di aprile, perchè preme la partenza per Barcellona”.

                Molte persone si raccolsero il 29 nella cappella dell'ospedale per ascoltare la sua Messa; poscia egli si ritirò in casa del cappellano monsignor Guigou. Il zelante Cooperatore si vide ben presto in serio impiccio, perchè il piacere di albergare Don Bosco gli fu turbato dall'irrompere dei molti che seguivano dappertutto il Santo e gl'invasero senza riguardi l'abitazione. Venne pure la Principessa di Caserta, sorella di Francesco V, ultimo Re di Napoli. Là gli si portò una giovane stesa sopra un lettuccio e legata, perchè la prendevano facilmente le convulsioni. I genitori afflittissimi lo pregavano di benedirla. Egli li esaudì e poi domandò: - Da quanto tempo tiene il letto questa fanciulla?

 - Da cinque anni, rispose il padre. [56]

- Avete fede in Maria Ausiliatrice? - Sissignore, rispose il padre.

- Se avete fede, sciogliete la fanciulla da quei legami, fatela vestire in questa camera qui accanto e vedrete che si alzerà e camminerà senza bisogno di aiuto.

- Oh, ma questo è impossibile, scattò la madre. I medici non vogliono che la si tocchi. È impossibile; e poi non si può assolutamente muovere.

 - Ma fate come vi dico! ripetè Don Bosco.

                Allora l'inferma stessa disse: - Ma abbiate fede, papà: credete a Don Bosco, provate a obbedirgli: slegatemi, e io guarirò. - Dopo qualche esitanza, il padre la slegò. Poi essa prese le poche vesti che aveva sul letto, se le indossò da sola, si levò su e si mise a camminare, dicendo: - Vedete, papà, vedete, mamma, come cammino bene! Sono guarita.

                La madre poco mancò che svenisse per lo stringimento di cuore prodottole dalla eccessiva gioia e il padre sembrava interdetto; la figlia invece li pregava di aiutarla a portarsi a casa il suo letticciuolo, perchè voleva andarci con le sue gambe. Il padre ne la dissuadeva, pretendendo che si ricoricasse per essere riportata da loro. - Don Bosco, che dobbiamo fare? - domandò la fanciulla. - Ecco, rispose il Santo, andatevene a casa con vostro padre e vostra madre e ringraziate Maria Ausiliatrice.

                È facile immaginare quello che successe fuori, quando si vide uscire dalla camera il letto vuoto e dietro camminare con passo fermo la fanciulla. Subito furono portati altri infermi; ma Don Bosco disse: - Qui è tempo di fermarsi! E prese a ordinare determinate preghiere da recitarsi per lungo spazio di tempo a fine di ottenere la grazia.

                Una signora spettatrice della scena sopra descritta mandò a prendere un suo figlio con tutto il letto e lo fece portare davanti a Don Bosco; ma egli lo benedisse in fretta, gli assegnò alcune pie pratiche per un certo numero di giorni e dando buone speranze di guarigione, si allontanò. [57] A mezzodì accettò di far colazione nella bellissima villa del signor Potron, donde restituitosi presso monsignor Guigou, dovette appagare i desideri a un'infinità di persone. Entravano a gruppi nella sua camera, ricevevano con la benedizione una medaglia e tosto uscivano. Infine si recò a visitare sua Altezza reale la principessa di Hohenzollern Antonia di Braganza, sposa del principe Leopoldo e fervente cattolica, che gradì assai di essere fatta Cooperatrice salesiana. Di là proseguì verso la stazione, ossequiato colà da molti signori, fra i quali spiccavano il Principe e la Principessa di Caserta, che gli baciarono con venerazione la mano. A Cannes ancor più che a Nizza la carità gli era stata larga di sussidi.

                Da Nizza aveva scritto il venerdì 26 ai conti Colle: “Lunedì sera, a Dio piacendo, sarò da loro e potremo comodamente discorrere delle cose nostre. Se possono prepararmi un altare, dirò volentieri la santa Messa in casa; altrimenti starò ai loro ordini”. La sera del giorno stabilito giunse a Tolone. - Cenò con quei cari signori, che secondo il solito, attratti dalla soavità del suo conversare, non si staccarono da lui prima della mezzanotte.

                Nella lettera citata egli aveva pure scritto: “Martedì verranno da Hyères a Tolone per farci una semplice visita il conte Du Boys e sua figlia. Sono benefici e ottimi cattolici e non danno soggezione”. Arrivarono difatti e il conte li invitò a pranzo, come pure il curato di S. Luigi e altri amici. Il Du Boys pregò Don Bosco di dargli alcune medaglie di Maria Ausiliatrice e avutele narrò come ad una medaglia di Maria Ausiliatrice egli andasse debitore della vita. Tre anni avanti, caduto dall'altezza di più metri, si sarebbe dovuto sfracellare, tanto più con il grave peso di 79 anni sopra le spalle; ma, toccato il suolo, non sentì altro male che lo sbalordimento causato dal capitombolo. Il portentoso fatto era da attribuirsi, secondo lui, all'avere in dosso la medaglia di Maria Ausiliatrice.

                Nelle conversazioni con i Colle molto si era discorso della [58] biografia di mamma Margherita, che Don Lemoyne stava preparando. Il Conte aveva tanta impazienza di leggerla che la voleva ad ogni costo veder pubblicata presto; ne avrebbe sostenute lui stesso le spese, ma ne voleva la sollecita pubblicazione. Perciò Don Viglietti scriveva subito all'autore: “Don Bosco mi comanda di scriverle quanto qui segue in lettera espressa ed io ubbidisco”. Ed esposta la volontà del Conte, proseguiva: “Don Bosco dice che: Sia come si vuole, corretta o non corretta, si parli poco o molto di lui, questo non gl'importa, ma vuol avere quanto prima questa soddisfazione. Se non basta un comando, dice che lo supplica come di un favore, che lasci ogni altra occupazione, ma faccia la volontà del padre che lo ama come il più caro a lui di tutti i Salesiani. Questo è quanto Don Bosco vuole ch'io le dica” .

                Un desiderio di Don Bosco valeva per dieci comandi. Infatti Don Lemoyne in una lettera del 23 aprile diceva a monsignor Cagliero: “Sono dietro a finire in furia la vita di mamma Margherita, perchè penso di offrirla a Don Bosco per S. Giovanni” . E in quel giorno gliela offrì[25].

                Lo scrittore vi fa in questa forma la presentazione della madre di Don Bosco: “Non ricca ma con un cuor di regina, non istrutta in scienze profane ma educata nel santo timor di Dio, priva ben presto di chi dovea essere il suo sostegno, ma sicura coll'energia della sua volontà appoggiata all'aiuto celeste, seppe condurre a termine felicemente la missione che Dio aveale affidata”. Il libro incontrò largo favore; rispondeva infatti alla legittima curiosità di quanti desideravano sapere chi e come avesse formato Don Bosco fanciullo.

                Quella biografia piacque moltissimo a Don Bosco, che ne leggeva spesso qualche pagina piangendo, com'ebbe a [59] dire egli stesso un giorno all'autore. E avendogli questi manifestato quanto quelle lacrime di consolazione e di affettuosi ricordi fossero care a lui, che n'era la causa, il buon Padre, stringendogli la mano, gli disse: - Grazie! - nè altro aggiunse.

                Da Tolone Don Bosco partì quella sera per Marsiglia. Nel suo scompartimento viaggiava un povero sofferente, che gemeva in modo da muovere a pietà. Conosciuto Don Bosco, gli si gettò ai piedi, invocandone la benedizione. L'ebbe, si sentì meglio, donò a Don Bosco cento franchi e poi recitò il rosario intero, la qual cosa diceva di non aver più potuto fare da gran tempo. Il Servo di Dio lo assicurò che avrebbe continuato a migliorare.

                Nella stazione di Marsiglia gli diedero il benvenuto la famiglia Olive e il parroco Guiol. Un entusiasmo indescrivibile infervorò il ricevimento nell'oratorio di S. Leone. Sul cader del giorno tutta la casa si raccolse intorno a lui per celebrarne l'arrivo con una festosa accademia[26]. Un bel particolare fu che gli Venne presentata la somma di mille franchi, frutto di piccoli risparmi impostisi dai giovani di Marsiglia, di Parigi, di Lilla e della Navarra per aiutarlo nell'erezione della chiesa del Sacro Cuore a Roma. L'iniziativa della colletta era partita dagli alunni del S. Leone.

                I giornali cittadini annunziarono la presenza di Don Bosco; onde la casa in certe ore del mattino e della sera sembrava presa d'assalto. Il Servo di Dio, benchè stanco, non voleva scontentare nessuno; anzi, per non cagionar pena a quei di casa, dissimulava la sua stanchezza, narrando loro a mensa piacevoli episodi della sua vita[27].

                Per ripigliare il viaggio aspettava Don Rua, che arrivò a sera inoltrata del 2 aprile. D'accordo con lui decise di partire [60] per Barcellona il giorno 7, prendendo posto in un vagone con letti. Nell'attesa Don Rua studiava lo spagnuolo, usando come libro di lettura l'opuscolo del Vescovo di Milo, da noi citato nella Prefazione del volume precedente[28].

                Diciamo qualche cosa di questa operetta. Chi è Don Bosco? quale fondamento ha la sua riputazione di uomo straordinario? che cosa si deve pensare dell'Opera salesiana e del suo autore? Eran queste le domande che si movevano dagli Spagnuoli, dacchè due case di Don Bosco facevano parlare di sè nella loro patria; a queste domande si propose di rispondere l'autore in tre lunghi capitoli che hanno l'andamento e l'orditura di tre vere conferenze. 11 denso volumetto si chiude con la ristampa di tre articoli pubblicati da Monsignore nel 1880 sulla Revista popular di Barcellona[29] sotto il titolo di Don Bosco y los Talleres salesianos. Egli dice d'aver fatto uno studio attento dell'Istituzione salesiana ed è persuaso di rendere con il suo lavoro un segnalato servigio alla Chiesa “a cui appartiene la gloria dell'illustre sacerdote” e un servigio non minore alla società  a cui vantaggio ridonda tutto quello che contribuisce a divulgare e favorire le sante imprese d'un uomo così insigne, autentico rappresentante della carità cristiana”[30]. La freschezza dello stile fa che queste pagine si leggano volentieri anche oggi[31].

                Don Bosco non affettava punto d'ignorare questa e altre simili pubblicazioni, ma le riguardava dall'alto. Don Evasio Rabagliati, in un suo ritorno dall'America, disse al Servo di Dio che aveva letto quel libro e che gli era piaciuto molto.

 - Ebbene, gli rispose Don Bosco, fanne la traduzione. [61] Ormai tu e Don Lasagna fra tutti i Missionari americani siete i soli capaci di scrivere ancora correntemente in italiano. Così lo faremo stampare.

- Ma come, Don Bosco? osservò con tutta confidenza Don Rabagliati. Noi stessi fare le nostre lodi? Non le sembra una sconvenienza?

- Eh no, vedi; se non stampiamo noi, stamperanno gli altri, e il risultato è lo stesso. Non si tratta ormai più di personalità; si tratta di glorificare l'opera di Dio e non quella dell'uomo, perchè è opera sua quanto si è fatto e si fa.

                Una signora, certa Elisa Blanch, affetta da alienazione mentale, condotta il 3 aprile alla presenza di Don Bosco, nell'istante medesimo che era da lui benedetta, ricuperava l'uso della ragione.

                Nemmeno questa volta mancò a Marsiglia qualche caso di guarigione. Un giorno si presentò a Don Bosco una buona donna che soffriva già da parecchi anni per forte mal di capo e lo scongiurava di benedirla e di farglielo cessare. Egli prima di darle la benedizione le suggerì di recitare tre Ave Maria per un dato tempo. In un attimo il dolore sparì; onde la donna felice e contenta promise che prima di notte avrebbe portato un'offerta di cento franchi in segno di gratitudine. Se non che, tornata in famiglia, per la gran gioia dimenticò e la preghiera e la promessa. Ben presto per altro se ne dovette ricordare; poichè, risvegliatosi il male, ci vide il dito di Dio per non aver mantenuta la parola. Quindi qualche giorno dopo era nuovamente da Don Bosco a compiere il suo dovere, partendone risanata.

                La signorina di Gabriac era gravemente inferma di consunzione. Saputo che Don Bosco si trovava a Marsiglia e avendo sentito raccontare di numerose guarigioni da lui operate, gli fece dire che l'avrebbe veduto molto volentieri. Abitava in via Santa Filomena denominata oggi dal dottor Escat, nella villa occupata al presente dalla clinica Blanchard. Il Santo per appagarne il desiderio l'andò a visitare. Essa lo [62] pregò senz'altro di guarirla. - lo non sono mica un guaritore - le rispose egli. Tuttavia soggiunse: - Noi ora pregheremo Maria Ausiliatrice e io le darò in suo nome la benedizione. Fece recitare tre Ave Maria e benedettala si ritirò. Quattro giorni dopo, mentr'egli celebrava per lei la Messa, come le aveva promesso di fare, la malattia fu arrestata e la signorina guarì così bene, che si sposò ed ebbe due figli sanissimi.

                I Santi posseggono il segreto meraviglioso di rappacificare i cuori divisi. Madama Broquier, devota cooperatrice, aveva una figlia, che per cagione di suo marito si era inimicata con lei e col padre; da lungo tempo più non esistevano cordiali rapporti fra le due famiglie. Don Bosco, vedendo come i genitori fossero addolorati per tale discordia, si offerse a fare da paciere. I coniugi Broquier contentissimi diedero un pranzo in suo onore, invitandovi per suggerimento di lui solamente la figlia e il genero. Questi, attratti dal pensiero di potersi trovare a mensa con Don Bosco, accettarono di buon grado l'invito. Era già un gran passo. Durante il pranzo Don Bosco non disse nulla che alludesse agli affari domestici, ma sempre faceto rallegrava tutti con i suoi motti gioviali. Alle frutta però, alzando il bicchiere, fece un brindisi alla pace, alla concordia, all'affetto di famiglia, ma in modo così gentile e insinuante, che tutti rimasero commossi, anzi rapiti; alla fine si abbracciarono e la pace fu fatta.

                Il lunedì 5 aprile monsignor Vescovo cresimò nella cappella dell'oratorio una trentina di ragazzi, dopo la qual funzione s'intrattenne alquanto con Don Bosco. In casa si celebrava quel giorno la festa di S. Giuseppe, occasione propizia per invitare i principali benefattori alla mensa di Don Bosco e per tenere una conferenza ai Cooperatori. Un eletto uditorio di signori e signore ascoltò il conferenziere e vivamente si commosse alle parole che il Santo volle rivolgere loro in fine; giacchè, ricordando la carità dei Marsigliesi, egli s'intenerì a segno, che i singulti gl'impedivano ogni tanto di continuare.

                Dedicò il giorno 6 alle signore del comitato. Celebrata per [63] loro la Messa, le radunò per la prima volta non più presso il parroco di S. Giuseppe, ma nel salone dell'oratorio, “più accessibile, notano i verbali, che non la canonica alle gambe sofferenti del santo fondatore”. Vi si trattò in primo luogo dell'acquisto di un vicino terreno, essendoci vera necessità di ampliare il fabbricato per non dover respingere troppe domande. - Al momento non è cosa possibile, disse Don Bosco. Bisogna anzitutto che si pensi a pagare i debiti. Conosco anch'io le difficoltà dei tempi; molti che vorrebbero fare la carità, non possono. Ringraziamo la divina Provvidenza degli aiuti datici finora. Ho parlato con Don Albera e ho veduto cha la casa ha settanta mila franchi di debito vecchio, proveniente dalle costruzioni eseguite. Pagato questo, si potrà con i soccorsi della carità far fronte alle spese ordinarie. Io vado a Barcellona e là spero di trovar danaro. - Allora l'abate Guiol lo interruppe e ricordando come Don Bosco avesse detto nella conferenza che avrebbe voluto stendere non due, ma tre mani per chiedere la limosina, gli domandò se di quelle tre mani una ne riservasse per l'oratorio di San Leone. - Tutt'e tre rispose prontamente Don Bosco, mostrandosi pieno di fiducia nel buon risultato del suo viaggio. Infatti da Barcellona mandò in una volta sola diecimila franchi a Don Albera.

                A giustificare la sua fiducia narrò un fatto provvidenziale. - Quest'inverno, disse, Don Albera mi pressava a spedirgli danaro. Raggranellato quanto potei, mi trovai appena con millecinquecento franchi, la metà dei tremila che ci volevano. Arriva la posta con lettere dalla Russia, dall'Austria e financo dall'Africa centrale. Le apro, e vengono fuori certe sgorbiature di segni strani, che si sarebbero dette scritture diaboliche. Nessuno di noi le sapeva decifrare; fortunatamente si potè avere un interprete. Una signora pagana scriveva dicendo d'aver sentito nominare una signora che concedeva grazie grandi e si chiamava Santa Vergine; sapere essa che si aveva bisogno di danaro e che Don Bosco non poteva andare [64] dalle sue parti; vi mandasse invece qualche compagno a battezzare lei e altre persone; gli si pagherebbe il viaggio; inviargli intanto un'offerta. Fu difficile il cambio, perchè s'ignorava il valore di quella moneta; ma quando si tirò la somma delle varie offerte di tante provenienze, ecco i millecinquecento franchi precisi che mancavano, e il più consolante si era che tutti mandavano per riconoscenza di grazie ottenute mediante l'intercessione di Maria Ausiliatrice. Ella è che protegge la nostra opera. - Ciò detto, passò a dar notizie sui progressi delle Missioni salesiane in Patagonia e sull'andamento dell'oratorio di S. Leone, conchiudendo così con la sua abituale bonarietà: - Fin d'adesso v'invito tutte a Torino per la mia Messa d'oro nel 1891. Si prevedono per quella festa cose dell'altro mondo. Ci saranno duemila cantori, verrà monsignor Cagliero, primo Vescovo salesiano, a capo d'un coro di Patagoni. - Nei verbali però si soggiunge che Don Bosco lasciò trapelare il dubbio di non potersi trovare presente alla festa. Prima che si togliesse la seduta, il parroco Guiol gli rimise un'offerta di mille franchi.

                Quel giorno Don Bosco andò a pranzo dal signor Olive. Apertasi la porta che dava nella sala dov'era imbandita la mensa, un oh! di meraviglia sfuggì a quanti accompagnavano il Santo: apparvero là entro silenziosi e festanti i novizi della Provvidenza. Il signor Olive, quello del mezzo pollastro per tutti i giovani di Valdocco, aveva procurato a Don Bosco la bella sorpresa[32]. I figli del padrone di casa servirono i convitati. [65]

                Sparsasi in città la notizia che Don Bosco sarebbe partito il giorno 7, crebbe l'affluenza all'oratorio; al momento poi di partire nel cortile dell'istituto s'addensava una massa compatta. Gli fecero ala al passaggio i giovani interni, visibilmente addolorati. Ne aumentò il dolore la parola di addio usata da Don Bosco: - A rivederci in Paradiso. - Don Viglietti scrive che all'udirla quei buoni figliuoli piansero. E ne avevano ben donde; poichè non avrebbero riveduto mai più sulla terra l'amato Padre. Un ricordo indimenticabile che fu l'ultimo aveva lasciato ai Confratelli della casa rivolgendo loro nell'andar via queste parole in italiano: - Rammentatevi che siete fratelli.

                Presso il treno erano convenuti i più intimi amici con le loro famiglie. Il capostazione, che per lui e per i suoi due compagni aveva fatto trovare un bellissimo scompartimento riservato, gli mosse incontro con i principali impiegati della ferrovia a presentargli ossequi e auguri; la sua signora gli offerse un vago mazzo di fiori. Al fischio della locomotiva felicitazioni e applausi si levarono a Don Bosco. Il buon Don Albera, rimasto ivi con in mente la visione della sua figura affranta e con un gran timore che il viaggio gli avesse a far male, si sentì il cuore gonfio e grosse lacrime gli rigarono le gote.

 

 


CAPO III

Diario barcellonese.

 

                ALL'ORATORIO si dubitava sempre fortemente che la salute permettesse a Don Bosco di spingersi fino al di là dei Pirenei. “Se ciò sarà, scriveva Don Lazzero a monsignor Cagliero il 28 marzo, si potrà con tutta verità chiamare un miracolo, giacchè, umanamente parlando, considerato lo stato fisico di Don Bosco, sarebbe cosa da neppur sognare”. Tuttavia, esprimendo il pensiero comune, conchiudeva: “È l'uomo della Provvidenza, e tanto basta”. Ma ad onta di tutti i timori egli non si arrestò a mezza via.

                Port - Bou è la prima stazione spagnuola che il viaggiatore incontra, varcando la frontiera francese dalla parte prospettante il golfo del Leone. Nel tragitto da Marsiglia il treno di Don Bosco impiegò undici ore, essendo partito alle cinque pomeridiane del 7 aprile per giungere ivi alle quattro del mattino seguente. Furono colà solleciti a dargli il benvenuto Don Branda e un signor Suñer di Barcellona. Questo signore era intendente di una ricchissima famiglia barcellonese, che sperava dal Santo una grazia segnalata, come diremo a suo luogo. Egli richiese per sè un'intera vettura a salone e v'introdusse Don Bosco e i suoi due compagni, che vi trovarono ogni comodità immaginabile per ristorarsi e per riposare. Don Bosco per l'estrema debolezza non potè a meno di rompere il digiuno; Don Rua invece, desiderando anche ad ora tarda celebrare la Messa, non toccò cibo nè bevanda. [67]

                La ferrovia, costeggiato un po' il Mediterraneo, s'interna alquanto e dopo un buon tratto riesce nuovamente sulla costa. Qui in una stazione secondaria salì Don Narciso Pascual, genero di donna Dorotea, insieme con un figlio. Padre e figlio conoscevano già Don Bosco, essendo stati a Torino nel 1884.

                Nel cambiare treno si era unito a Don Bosco anche un passeggero messosi in viaggio contemporaneamente a Marsiglia. Mancava poco alla partenza da quella città ed egli stava già seduto al suo posto, quando l'aveva colpito un grande frastuono; affacciatosi allo sportello, aveva inteso che partiva anche Don Bosco. Tante cose sapeva già sul conto suo; onde ardeva del desiderio di avvicinarlo. A Port - Bou fu appagato. Il signor Suñer che lo conosceva, si offerse a presentarlo e lo fece in lingua francese; ma il presentato compiè la presentazione parlando italiano. Allora Don Bosco gli disse: - Ella non si separi da me; ci faremo compagnia nel rimanente del viaggio. - Quegli, contento come una pasqua, non si staccò più dal suo fianco. Dopo un buon tratto di amena conversazione, Don Bosco s'addormentò fino allo spuntare dell'alba. Quel cortese signore, vistagli una scarpa slacciata, si chinò per legargliela; il che eseguì con grande suo piacere, nonostante l'opposizione del Santo. A Barcellona Don Bosco scese dal treno, sostenendosi al suo braccio e nell'accomiatarlo gli disse: - Domattina l'aspetto a Sarrià. Desidero di darle la comunione. - “Non occorre ch'io dica, scrive egli[33], che prima dell'ora fissata me n'andai alla casa salesiana di Sarrià”.

                Con il piccolo stato maggiore sopra descritto Don Bosco, fece dunque il suo ingresso nella capitale della Catalogna. Da alcune settimane i giornali ne avevano annunziata la venuta, accompagnando la notizia con informazioni sulla sua persona e sulle sue opere; quando poi fu noto il giorno del [68] suo arrivo, si mossero anche da Madrid, da Siviglia e da altre principali città nobili personaggi e cospicue rappresentanze tanto del clero che del laicato per recargli l'augurale saluto. I Barcellonesi, fieri dell'onore di accoglierlo in mezzo a loro, gli fecero una di quelle pubbliche manifestazioni con cui avrebbero accompagnato il ricevimento di un sovrano. A migliaia si riversarono verso la stazione, signori e popolani mescolati insieme. In uno spazio riservato si schierarono ordinatamente i capi delle società cattoliche e personalità rappresentative del mondo scientifico, civile, politico e religioso. Il Governatore vi rappresentava la Regina Maria Cristina, reggente per il nascituro Alfonso XIII. Monsignor Vescovo, assente dalla sua residenza, aveva dato incarico al Vicario Generale di fare le sue veci, e questi era là con un imponente corteggio di ecclesiastici. Avanzatosi Don Bosco, gli si parò dinanzi uno spettacolo di straordinaria grandiosità. La quale grandiosità acquistava un carattere assolutamente nuovo dal singolare contrasto fra la solennità dell'accoglimento e l'umiltà dell'accolto, che, atteggiato a modestia, cadente della persona, quasi smarrito al cospetto di siffatta moltitudine, passava con volto placido, rivelando però nel lampo degli occhi quale grande anima si nascondesse in quel misero frale.

                Dimentico della stanchezza che gli opprimeva le membra, si porgeva calmo e cortese a quanti si sforzavano di accostarlo per umiliargli ossequi o per rivolgergli una preghiera. Secondo i casi e gl'incontri rispondeva a ognuno o con un semplice inchino del capo o con uno sguardo amorevole o con una cortese parola, mentre un sorriso grazioso gl'infiorava le labbra. Ma di quel passo non avrebbe mai raggiunto una delle cinquanta e più carrozze che si disputavano il privilegio di portarlo in città attraverso a quel mare di gente. Con l'aiuto di volonterosi vi pervenne alfine dopo circa un'ora. Nella gara per la preferenza la scelta cadde di pien diritto sulla vettura della mamma dei Salesiani, che ne gioì al sommo, [69] lieta già per le parole rivoltele da Don Bosco al primo vederla, poichè le aveva detto: - Oh signora Dorotea! Ogni giorno io pregava Iddio che mi facesse la grazia di conoscere lei prima di morire.

                Condotto al palazzo della nobile dama, si ritirò nella camera assegnatagli, sentendo estremo bisogno di quiete; frattanto Don Rua celebrava la Messa nella cappella domestica con l'assistenza di tutti coloro che avevano fatto fin là scorta d'onore a Don Bosco. Il Servo di Dio comparve poscia nella sala, dove i rappresentanti di parecchie illustri case volevano ossequiarlo. Pranzò poi in quella patriarcale famiglia; indi, ricevute alcune visite, montò in carrozza per recarsi al collegio di Sarrià.

                A Sarrià il nome di lui era benedetto insieme con il nome di Maria Ausiliatrice specialmente per un fatto, che non dal solo popolino si riteneva prodigioso. L'anno innanzi il colera aveva gravemente afflitta Barcellona, mentre Sarrià, distante pochi chilometri e frequentata ogni giorno da migliaia di persone che venivano dal luogo infetto, ne era stata salva. Donna Jesusa de Serra, acquistato gran numero delle medaglie di Maria Ausiliatrice che Don Bosco assicurava essere antidoto contro il morbo, aveva mandato i suoi due figli José e Sebastian a sotterrarle lungo le strade conducenti da Barcellona a Sarrià, e in Sarrià non si dovette lamentare nemmeno una vittima.

                Nel collegio, Don Bosco giungeva aspettato come il Messia. L'anno prima i giovani gli avevano spedito per S. Giovanni un loro disegno con la figura di una locomotiva in corsa e con questa scritta: Da Torino a Barcellona. Il loro sogno era finalmente realtà. Quante novene avevano fatte, quante mortificazioni praticate per ottenere dal Cielo la grazia che Don Bosco arrivasse sano e salvo in mezzo a loro! Quindi, appena udito che la grazia stava per essere concessa, si diedero attorno a fine di preparargli degna accoglienza.

                Il cortile era magnificamente adornato; ma più di tutti [70] i festoni e i fiori attrassero la sua attenzione i visi aperti e sereni dei giovani, che con gli occhi puntati su di lui non si saziavano di rimirarlo. Ecco il padre, pensavano, ecco il santo, ecco l'operatore di miracoli del quale tante cose avevano lette e udite! Un bell'inno accompagnato dalla banda musicale elevò in alto i cuori, vibranti di gioia e di gratitudine. Una folla stipatissima si accalcava dentro e fuori della casa.

                I primi passi furono diretti alla cappella per render grazie a Dio del felice viaggio con tante suppliche impetrato. Vi si cantò un mottetto appositamente composto sulle parole Ego sum pastor bonus; poi Don Bosco impartì ai giovani e a tutti gli altri la benedizione di Maria Ausiliatrice. Diede quindi Don Rua la benedizione col Santissimo, assistendolo il Vicario Generale della diocesi e un professore del seminario teologico. La commozione unita agli effetti degli strapazzi di quella notte e di quel giorno avrebbe finito con sopraffarlo, se il Viglietti, sempre pieno di attenzioni e di premure, non l'avesse dopo alcune brevi udienze sottratto di là e introdotto nella sua camera. Le stanze che dovevano servire per lui e per i suoi due compagni erano state scopate, arredate, ammobiliate, pulite dalla stessa signora Dorotea con l'aiuto delle proprie figlie:

                Il Correo Catalan, uscito la sera, dopo aver descritto l'arrivo, diceva: “L'intera Barcellona, rappresentata da tutte le e lassi sociali, ha ricevuto con gioia la visita d'un sì virtuoso sacerdote, al quale noi diamo il nostro cordiale benvenuto e, se fosse possibile, desidereremmo che la sua permanenza fra noi si prolungasse molto”.

                Il pessimo tempo, durato quasi tutta la mattina seguente, contrariò i Barcellonesi, ma favorì Don Bosco, perchè, non essendovi affluenza di visitatori, egli ebbe agio di riposare alquanto. Non fu più così nel pomeriggio: l'anticamera gli si riempì di signori e di signore, appartenenti alla prima nobiltà. La diversità della lingua non gli dava impiccio alcuno; infatti il Viglietti scrisse nel diario: “Don Bosco parla in [71] italiano e tutti con vera meraviglia lo intendono; egli poi intende assai bene lo spagnuolo”. Don Rua invece, dacchè aveva posto piede nella Spagna, non aveva parlato più se non spagnuolo, e maneggiava con tanta disinvoltura quella lingua da far stupire chi sapeva averla egli appresa in pochi giorni e sopra una di quelle grammatichette da quindici centesimi edite dal Sonzogno di Milano[34].

                Nessuna lontananza, nessun incalzarsi di vicende valeva a distrarre totalmente il pensiero di Don Bosco dall'Oratorio. Ecco quello che verso sera il Viglietti scriveva da parte di lui a Don Lemoyne: “Grazie a Dio Don Bosco sta bene, e mi incarica di dire che quantunque sia in altre terre e fra altre genti, il suo cuore e la sua mente è sempre nel caro nido dell'Oratorio”.

                Nel nostro racconto procederemo da qui innanzi narrando i fatti secondo la successione dei giorni. Sarà il diario barcellonese del viaggio di Don Bosco nella Spagna. È vero che egli soggiornò a Sarrià; ma sebbene questa popolazione, non ancora assorbita come oggi dalla città, formasse un comune a parte, tuttavia si considerava quale vero sobborgo di essa.

 

SABATO 10 APRILE

 

                Nella notte dal 9 al 10 aprile Don Bosco fece un nuovo sogno missionario, che raccontò a Don Rua, a Doli Branda e al Viglietti, con voce rotta a volte dai singulti. Il Viglietti lo scrisse subito dopo e per ordine suo ne inviò copia a Don [72] Lemoyne, affinchè se ne desse lettura a tutti i Superiori dell'Oratorio e servisse di generale incoraggiamento. “Questo però, avvertiva il segretario, non è che l'abbozzo di una magnifica e lunghissima visione”. Il testo che noi pubblichiamo è quello del Viglietti, ma un po' ritoccato da Don Lemoyne nella forma per renderne più corretta la dizione.

 

                Don Bosco si trovava nelle vicinanze di Castelnuovo sul poggio, così detto, Bricco del Pino, vicino alla valle Sbarnau. Spingeva di lassù per ogni parte il suo sguardo, ma altro non gli veniva fatto di vedere che una folta boscaglia, sparsa ovunque, anzi coperta di una quantità innumerevole di piccoli funghi.

Ma questo, diceva Don Bosco, è pure il contado di Rossi Giuseppe[35]: dovrebbe ben esserci!

                Ed infatti dopo qualche tempo, scorse Rossi il quale tutto serio stava guardando da un lontano poggio le sottostanti valli. Don Bosco lo chiamò, ma egli non rispose che con uno sguardo come chi è soprapensiero.

                Don Bosco, volgendosi dall'altra parte, vide pure in lontananza Don Rua il quale, allo stesso modo che Rossi, stava con tutta serietà tranquillamente quasi riposando seduto.

                Don Bosco li chiamava entrambi, ma essi silenziosi non rispondevano neppure a cenni.

                Allora scese da quel poggio e camminando arrivò sopra un altro, dalla cui vetta scorgeva una selva, ma coltivata e percorsa da vie e da sentieri. Di là volse intorno il suo sguardo, lo spinse in fondo all'orizzonte, ma, prima dell'occhio, fu colpito il suo orecchio dallo schiamazzo di una turba innumerevole di fanciulli.

                Per quanto egli facesse affine di scorgere donde venisse quel rumore, non vedeva nulla; poi allo schiamazzo succedette un gridare come al sopraggiungere di qualche catastrofe. Finalmente vide un'immensa quantità di giovanetti, i quali, correndo intorno a lui, gli andavano dicendo: - Ti abbiamo aspettato, ti abbiamo aspettato tanto, ma finalmente ci sei: sei tra noi e non ci fuggirai!

                Don Bosco non capiva niente e pensava che cosa volessero da lui quei fanciulli; ma mentre stava come attonito in mezzo a loro contemplandoli, vide un immenso gregge di agnelli guidati da una pastorella, la quale, separati i giovani e le pecore, e messi gli uni da una parte e le altre dall'altra, si fermò accanto a Don Bosco e gli disse: - Vedi quanto ti sta innanzi?

 - Sì, che lo vedo, rispose Don Bosco. [73]

 - Ebbene, ti ricordi del sogno che facesti all'età di dieci anni? - Oh è molto difficile che lo ricordi! Ho la mente stanca; non ricordo più bene presentemente.

- Bene, bene: pensaci e te ne ricorderai.

                Poi fatti venire i giovani con Don Bosco gli disse: - Guarda ora da questa parte, spingi il tuo sguardo e spingetelo voi tutti e leggete che cosa sta scritto... Ebbene, che cosa vedi?

- Veggo montagne, poi mare, poi colline, quindi di nuovo montagne e mari.

 - Leggo, diceva un fanciullo, Valparaiso.

- Io leggo, diceva un altro, Santiago.

 - Io, ripigliava un terzo, li leggo tutt'e due.

- Ebbene, continuò la pastorella, parti ora da quel punto e avrai una norma di quanto i Salesiani dovranno fare in avvenire. Volgiti ora da quest'altra parte, tira una linea visuale e guarda.

 - Vedo montagne, colline e mari!...

                E i giovani aguzzavano lo sguardo ed esclamarono in coro: - Leggiamo Pechino.

                Vide Don Bosco allora urla gran città. Essa era attraversata da un largo fiume sul quale erano gittati alcuni grandi ponti.

- Bene, disse la donzella che sembrava la loro maestra; ora tira una sola linea da una estremità all'altra, da Pechino a Santiago, fanne un centro nel mezzo dell'Africa ed avrai un'idea esatta di quanto debbono fare i Salesiani.

- Ma come fare tutto questo? esclamò Don Bosco. Le distanze sono immense, i luoghi difficili e i Salesiani pochi.

- Non ti turbare. Faranno questo i tuoi figli, i figli dei tuoi figli e dei figli loro; ma si tenga fermo nell'osservanza delle Regole e nello spirito della Pia Società.

- Ma dove prendere tanta gente?

- Vieni qui e guarda. Vedi là cinquanta Missionari in pronto? Più in là ne vedi altri e altri ancora? Tira una linea da Santiago al centro dell'Africa. Che cosa vedi?

- Veggo dieci centri di stazioni.

- Ebbene, questi centri che tu vedi, formeranno studio e noviziato e daranno moltitudine di Missionari affine di provvederne queste contrade. Ed ora volgiti da quest'altra parte. Qui vedi dieci altri centri dal mezzo dell'Africa fino a Pechino. E anche questi centri somministreranno i Missionari a tutte queste altre contrade. Là c'è Hon - Kong, là Calcutta, più in là Madagascar. Questi e più altri avranno case, studi e noviziati.

                Doli Bosco ascoltava guardando ed esaminando; poi disse: - E dove trovare tanta gente, e come inviare Missionari in quei luoghi? Là ci sono i selvaggi che si nutrono delle carni umane; là ci sono gli eretici, là i persecutori, e come fare?

 - Guarda, rispose la pastorella, mettiti di buona volontà. Vi è [74] una cosa sola da fare: raccomandare che i miei figli coltivino costantemente la virtù di Maria.

 - Ebbene, sì, mi pare d'aver inteso. Predicherò a tutti le tue parole.

- E guardati dall'errore che vige adesso, che è la mescolanza di quelli che studiano le arti umane, con quelli che studiano le arti divine, perchè la scienza del cielo non vuol essere con le terrene cose mescolata.

                Don Bosco voleva ancora parlare; ma la visione disparve: il sogno era finito.

 

                Mentre Don Bosco raccontava, i tre ascoltatori esclamarono a più riprese: - Oh Maria, Maria! - Il Santo, quand'ebbe finito, disse: - Quanto ci ama Maria! - Parlando poi di questo sogno con Don Lemoyne a Torino, prese a dire con tranquillo, ma penetrante accento: - Quando i Salesiani saranno nella Cina e si troveranno sulle due sponde del fiume che passa nelle vicinanze di Pechino!... Gli uni verranno alla sponda sinistra dalla parte del grande Impero, gli altri alla sponda destra dalla parte della Tartaria. Oh! quando gli uni andranno incontro agli altri per stringersi la mano!... Quale gloria per la nostra Congregazione!... Ma il tempo è nelle mani di Dio!

                Il medesimo Don Lemoyne nel mandare copia del sogno a monsignor Cagliero scriveva il 23 aprile a proposito della parte ivi rappresentata da Don Rua, vicario di Don Bosco, e da Giuseppe Rossi, provveditore generale: “Io come interprete noterò: Don Rua è la parte spiriuale sopra pensiero, Rossi Giuseppe la parte materiale pur essa imbrogliata. L'avvenire deve consolare l'uno e l'altro”. E così realmente fu.

                Un buon commento a quel punto del sogno, dove si parla del Cile, balza fuori da quanto si riferisce nel Bollettino di settembre del 1887. Descrivendosi un viaggio compiuto da monsignor Cagliero con monsignor Fagnano nella repubblica transandina, si narra che a Santiago il senatore Valledor pregava i Salesiani di accettare la direzione dell'orfanotrofio governativo, costituendosi padri di tanti fanciulli dai sette ai dieci anni, e che andati essi a visitare l'istituto, si sentirono [75] leggere da un orfanello queste parole in un'accademiola: - Sono due anni che piangiamo e preghiamo, perchè Don Bosco ci dia un padre. - Non basta. Monsignor Fagnano, intrattenutosi con i ragazzi, parlò con alcuni semplicetti che gli dicevano: - Le fanciulle hanno la madre (alludevano alle suore), ma noi non possiamo avere un padre. Nostro padre è Don Bosco, ma finora non è arrivato. - A Valparaiso poi nel giorno del loro arrivo più di duecento fanciulli correvano dietro ad essi gridando: - Finalmente sono arrivati i nostri padri! Domani potremo andare a scuola. Oh che piacere! - Vedendo e udendo queste cose, essi pensavano a quanto avevano letto nel sogno, tanto il fatto rispondeva alla predizione[36].  Nei primi giorni gli alunni di Sarrià fecero gran festa. La prima volta che la banda musicale eseguì alcune sonate dopo il pranzo, Don Bosco a ciascuno dei sonatori diede con le sue mani un dolce. “Questi giovani, scriveva il Viglietti[37], sono fuori di loro dalla gioia per la presenza di Don Bosco, il quale sta assai bene ed è molto allegro „.

                Poichè il flusso e riflusso dei visitatori sarà quotidiano, noi non istaremo a ripetere sempre la medesima cosa. Talora passavano a mo' di corrente che non s'interrompeva mai, ma più sovente inondavano a guisa di piena. La religiosità radicata nell'anima spagnuola si esaltava in vicinanza di un sacerdote che godeva tanta fama di santità.

                Anche a Barcellona come a Marsiglia le Cooperatrici Salesiane avevano costituito un comitato di circa trenta dame, tutte non meno caritatevoli che nobili, e aiutavano con zelo la casa di Sarrià. Le presiedeva donna Dorotea. Ogni quindici giorni regolarmente si riunivano per esaminare i bisogni e avvisare ai mezzi; anzi lavoravano esse stesse con le proprie mani intorno alla biancheria. Don Bosco le convocò e parlò in italiano, ringraziandole della carità con cui si prodigavano [76] a vantaggio della sua opera e predisse che fra non molto la casa di Sarrià, ampliata secondo il bisogno, sarebbe occupata da cinquecento giovani, ai quali esse avrebbero estesa la loro benevola e benefica protezione.

                Donna Dorotea da vera madre pensava a tutto che potesse occorrere a Don Bosco, a Don Rua e al segretario Viglietti. Quindi li provvedeva della biancheria personale, ne visitava le camere, badando che ogni cosa fosse netta e in ordine, e per questi servizi aveva destinata una sua fantesca; mandava pure una sua cuoca per cucinare le vivande, confezionandone talune ella medesima.

                Venne a visitare Don Bosco il marchese Brusi, direttore del Diario de Barcelona, foglio assai diffuso, e uscì dalla camera tutto commosso. Nel numero del giorno pubblicò un articolo con l'esatta e particolareggiata descrizione dell'arrivo di Don Bosco a Sarrià.

 

DOMENICA II APRILE.

 

                Allora, come dicevamo, Sarrià formava un comune autonomo con una popolazione fluttuante, che in certe stagioni raggiungeva la cifra di venticinque mila. L'alcade con la giunta municipale e le primarie autorità si recarono ufficialmente a ossequiare Don Bosco, per il quale manifestarono tutti la più grande venerazione. L'alcade specialmente dichiarò che ringraziava il Cielo d'aver donato a Sarrià una casa salesiana e promise che il municipio l'avrebbe protetta sempre e con tutte le forze. Dal Santo quei signori ricevettero con gradimento una medaglia di Maria Ausiliatrice e poi la sua benedizione.

                Più tardi fu bello vedere con quanto interesse ascoltassero insieme la parola di lui il Direttore del Correo Catalan, uno stuolo di studenti universitari e i rappresentanti delle scuole serali barcellonesi. Partiti questi, entrò il Provinciale dei Gesuiti con alcuni Padri. [77]

                Sull'annottare la banda diede concerto nel cortile illuminato e la giornata si chiuse con i fuochi d'artifizio. Essendosi dovute lasciar aperte le porte per non iscontentare nessuno, accorse una fiumana di gente. Anche Don Bosco volle godere dello spettacolo, ma con riguardo a' suoi occhi, che aperse quasi solamente per mirare un bel pallone elevarsi nell'aria recando scritto a grossi caratteri il suo nome venerato e infine librarsi maestoso sulla città di Barcellona.

 

LUNEDI’ 12 APRILE.

 

                Il Diario suddetto in un secondo articolo tesseva gli elogi dì Don Bosco, della sua opera mondiale e dei Talleres di Sarrià. Nella sua visita del dì innanzi il Direttore del giornale aveva ammirato nella fisionomia di Don Bosco il riflesso, oltrechè della santità, anche di un'intelligenza superiore e di una volontà indomita.

                Quanto gradiva sempre Don Bosco gl'incontri con exallievi dell'Oratorio! Uno di questi, certo Giacomo Gherna, domiciliato a Barcellona, si affrettò a rivederlo e a ribaciargli la mano Egli pativa da anni dolori alle gambe, soffrendo talmente, che gli costò non poco quell'andata a Sarrià. Come fu alla presenza del suo benefattore, gli fece la storia della proprie sofferenze. - Ma lascia un po' andare, gli disse Don Bosco, sta' tranquillo! - E così parlando gli toccò le ginocchia. Quindi presero a rievocare le memorie dei primi tempi dell'Oratorio, ricordando episodi e persone. Il Gherna si rammentava benissimo d'aver detto nel 1860 a Don Bosco nell'atto di congedarsi: - Venga poi a Barcellona! - Al che Don Bosco: - E chi sa? - gli aveva risposto, ma con un tono da lui ritenuto sempre come affermazione di cosa sicura. - Or ecco, esclamava, che quel chi sa si è avverato!

                Di discorso in discorso la mente del vecchio discepolo si veniva popolando di molti cari ricordi, sicchè dopo se ne tornò speditamente a Barcellona senza nemmeno accorgersi di essere guarito, tanto andava assorto nelle dolci rimembranze [78] degli anni trascorsi sotto la direzione paterna di Don Bosco. Avvertì di esser libero dal suo male quand'era già in città; dal momento che il Santo gli aveva posate sulle ginocchia le mani, non aveva sentito più nulla, nè in seguito ebbe più a sperimentare molestie di quella fatta. Altre infermità gli sopravvennero nel corso della vita; ma di quella restò sempre immune. Così attestava Don Rinaldi.

 

MARTEDÌ 13 APRILE.

 

                Una lettera circolare, compilata da Don Lemoyne e firmata dal prefetto generale Don Durando, comunicava a tutte le case della Congregazione le notizie più rilevanti sul viaggio di Don Bosco fino al suo arrivo nel collegio di Sarrià. Una seconda lettera dello stesso genere sarà spedita il 5 maggio.

                Un altro giornalista, il Direttore della Revista popular, dottor Sardà y Salvayan, visitò Don Bosco, che lo volle seco a pranzo. Dalle tre alle sei pomeridiane, secondo calcoli fatti, passarono circa duemila persone. Una giovane sui quindici anni che aveva mano e gamba destra rattrappite, venuta con la madre, domandava a Don Bosco la benedizione. Egli la benedisse e poi la interrogò:

 - Dove vi sentite male?

- Qui, nella mano, rispose; non la posso muovere.

                Così dicendo, non s'avvedeva che la alzava e la mostrava aperta davanti a una trentina di visitatori. Don Bosco sorrideva, mentr'essa confusa provava la sensazione di non averla ancora flessibile; ma il Santo gliele fece giungere tutt'e due, ordinandole di dire con lui: - O Maria, guaritemi! - Poi le ordinò di recitare ogni giorno fino al Corpus Domini, tre Pater, Ave e Gloria non per ottenere la guarigione, ma in ringraziamento della guarigione ottenuta. Infatti anche la gamba doveva avere le sue articolazioni snodate, se la fanciulla potè andarsene senza zoppicare.

                Quel tal soprintendente recatosi con Don Branda a ricevere [79] Don Bosco presso la frontiera gli portò una lettera di Don Jovert, marchese di Gélida, suo signore, che molto umilmente si raccomandava alle sue preghiere[38]. Il Santo gli rispose di proprio pugno, assicurandolo che avrebbe pregato e chiedendogli che si scegliesse un giorno per fare la comunione e che glielo indicasse, perchè nella stessa mattina egli avrebbe celebrata la Messa secondo le di lui intenzioni.

                La lettera del Marchese, conosciuta che fu in famiglia, destò nei parenti viva impressione a motivo dei religiosi sentimenti, ivi manifestati, giacchè da lungo tempo egli più non si confessava. Ma c'era dell'altro. Questo signore, tutto dedito al commercio marittimo, possedeva una grande fortuna; lo travagliava però una manía che formava la sua infelicità. La si potrebbe chiamare coprofobia; facilmente infatti s'immaginava che le cose fossero lorde di sterco. Non mangiava con la famiglia. Saputo che la madre di sua moglie era stata una volta a Sarrià, luogo, secondo lui, pieno di sporcizia, non la voleva più vedere, e guai perciò se essa ardisse toccare la figlia! Egli di tratto in tratto conosceva a pieno la sua condizione, tant'è vero che aveva promesso in voto un milione per edificare un ospedale, se ottenesse la grazia di essere liberato da si morbosa follia. Il male aveva avuto principio dopo una caduta. Anni addietro, mentre andava con la sua signora a Lourdes, il cavallo impennato si era lanciato a pazza corsa, precipitando finalmente in una voragine. La bestia erasi sfracellata, il Marchese invece aveva riportato appena qualche lieve contusione al fianco. Siccome la dirupata balza misurava non meno di duecentocinquanta metri, la gente superstiziosa lo credette indemoniato. Allora i suoi familiari avevano riposto ogni speranza in Don Bosco; egli tuttavia rifiutava di riceverlo, per aver appreso dai giornali che il Santo sarebbe venuto dall'abbominata Sarrià. La sua signora per altro, in compagnia dell'intendente, era [80] già stata di nascosto a vedere Don Bosco, ritornando consolatissima da un lungo colloquio avuto con lui. Le pareva dunque che fosse già una mezza grazia l'avere suo marito scritto così spontaneamente e così piamente al Servo di Dio.

                Un vecchio colonnello nell'impeto della sua fede volle a ogni costo baciare a Don Bosco i piedi. Dopo entrò una famiglia composta di ventidue persone. Allorchè tutti s'inginocchiarono per essere benedetti, egli, rivolgendosi a una signora che stava in mezzo ai presenti, le disse: - Lei non s'inginocchi. - Un incomodo alle gambe non le avrebbe permesso d'inginocchiarsi se non forse con estremo disagio; ma a lui chi l'aveva detto? La cosa non mancò di produrre sorpresa e commozione.

 

MERCOLEDÌ 14 APRILE.

 

                Molti ascoltarono la Messa di Don Bosco, che distribuì circa duecento comunioni. A mezzogiorno donna Dorotea gli procurò un riposante svago nella sua villa, cinta da vasto parco e con un giardino rallegrato dalla varietà di animali rari. Salendosi la scala che metteva negli appartamenti, si passò davanti a un grande specchio sul primo pianerottolo. Don Bosco, rivoltosi a coloro che gli erano venuti incontro, disse: - Bisogna poi ricordarsi d'invitare al pranzo anche quegli altri signori. - E indicava le persone riflesse nello specchio.

                Si rise dello scherzo che gli diede motivo di raccontare piacevolmente un aneddoto accaduto a Marsiglia qualche anno innanzi in un negozio di abiti. Egli aveva condotto con sè l'abate Martiri, curato della parrocchia, dalla quale dipendeva la casa della Navarra. Uomo della più schietta semplicità, trovatosi ivi di fronte a una grande specchiera, confuso e distratto si tolse il cappello al sacerdote che credeva d'aver incontrato e che era invece la sua propria figura. Contemporaneamente l'immaginato forestiere gli aveva naturalmente corrisposto il saluto. Il buon prete, avviatosi [81] verso la porta d'entrata, faceva cerimonie. - Passi lei diceva gestendo. L'altro ripeteva i medesimi segni senza parlare. - Ma no, ripigliava il curato, prego, passi prima lei. La scena durò alcuni minuti, mentre Don Bosco stava collocato in modo che non potesse lo specchio riflettere la sua persona e rideva. Ridevano allora anche quei signori, udendo il piacevole racconto.

                Non lungi dalla villa sorgeva un collegio femminile aristocratico, diretto dalle religiose del Sacro Cuore. Pregatone andò a visitarlo. Tutta la comunità scese a riceverlo nella porteria, mentre le alunne interne attendevano sulla terrazza dinanzi alla sala di studio. Ecclesiastici e persone esterne in buon numero vi si erano riuniti per vederlo da vicino e averne la benedizione. Egli si avanzava a passo lento, sorretto dalle braccia di Don Rua e di Viglietti e conversando affabilmente con la superiora, Madre di Bofarull. Nel giardino lo stuolo delle alunne esterne gli procurò una bella improvvisata, poichè intonarono con molto garbo sul noto motivo popolare la lode torinese a Maria Consolatrice. Posto piede nell'istituto, si sedette per prendere un tantino di riposo.

                Era ivi fra gli astanti la madre di un'alunna, che nel breve giro di due settimane aveva perduto due figli. Profittando di quel momento, si prostrò ai piedi del Santo, gli narrò le sue sventure e lo supplicò di guarirle la figlia maggiore, così ottusa di mente, che, sebbene quattordicenne, non poteva essere ammessa alla prima comunione. Don Bosco, intenerito al dolore della povera signora, chiamò a sè la fanciulla, le diede una medaglia e poi, stendendo la destra sul capo di lei, proferì ad alta voce la formula della benedizione, e promise di domandare la grazia desiderata, se la cosa fosse per tornare a maggior gloria di Dio. Rivoltosi quindi alla madre che si struggeva in lacrime, le disse: - Abbia fiducia; la figlia farà la comunione. - Nè aggiunse altro. La predizione si avverò; infatti la bambina potè finalmente accostarsi alla sacra mensa e pochi mesi dopo Dio la chiamava a sè. [6 - CERIA, Memoriebiografiche, Vol. XVIII.] [82]

                Fra la commozione generale Don Bosco si rimise in cammino verso la terrazza. Sul punto di varcare la soglia, ecco le note della banda salesiana che dal giardino rallegrava la scena. Cessato il suono, due alunne si fecero avanti. Una a nome delle compagne presentò a Don Bosco un'elegante borsa con dentro un'offerta; l'altra gli lesse un indirizzo[39]. Quindi parlò Don Bosco, raccomandando loro di frequentare i sacramenti. Sfilarono infine tutte a una a una per ricevere dalle sue mani la medaglia di Maria Ausiliatrice.

                Fra le convittrici si trovava la piccola Mercedes S. di otto anni, un fiore di giovinetta, ma zoppa dalla nascita. Suo padre, che aveva quell'unica figliuola, che cosa non avrebbe fatto per rimediare a quella fisica imperfezione! Egli sperava allora in un miracolo, e la bimba vi si era preparata con una novena di preghiere. Il Santo, a cui fu presentata per la benedizione, com'ebbe udito di che si trattava, rispose: - No, questo non sarebbe per suo bene[40].

                Nello studio lo aspettavano le Suore, un'ottantina all'incirca, che gli fecero dono di un artistico ostensorio. Ricevettero anch'esse la medaglia e la benedizione. Una delle presenti, da lungo tempo malata senza speranza di guarigione, aveva con uno sforzo sovrumano lasciata l'infermeria ed erasi trascinata fino a Don Bosco per essere benedetta. Pensava fra sè: - Chi sa? A volte le ore disperate sono le ore di Dio. - Il Santo, quasi leggesse nella sua mente, le disse: - Figlia, bisogna amare la croce, che Gesù ci mette sulle spalle. - L'inferma capì, prese coraggio e si abbandonò completamente nelle mani di Dio.

                La Superiora non rifiniva di ringraziarlo della preziosa visita. L'anno precedente essa gli aveva scritto quattro volte a Torino per ottenere grazie speciali da Maria Ausiliatrice e sempre n'era stata esaudita. Mentr'egli poi partendo attraversava [83] il giardino, si dovette permettere alle convittrici che uscissero dallo studio per ischierarsi lungo il suo passaggio e allontanato che fu, si affollarono sul terrazzo e sui poggiuoli più alti, donde, agitando fazzoletti e veli, gridavano: - Viva, viva Don Bosco!

                Un terzo articolo comparso nel Diario de Barcelona inneggiava a Don Bosco e alle sue opere, specialmente alle sue scuole di arti e mestieri. “Un'aureola di santità, vi si leggeva, risplende sul suo volto, riverbero delle sue cristiane virtù e della sua pura fede, mediante le quali ha portato a felice compimento e continua a dirigere con prosperi successi la sua opera di religione e di civiltà”[41].

 

GIOVEDÌ 15 APRILE.

 

                Oltre al già detto Comitato delle dame appartenenti alla nobiltà, un altro ne esisteva di Cooperatrici, il cui ufficio era di questuare per l'opera salesiana di Sarrià. Anche a loro il Santo volle tenere una conferenza, nella quale spiegò in che consistesse il cooperare con Don Bosco.

                Un'adunanza di carattere diverso fu tenuta intorno a lui nelle ore pomeridiane. Fioriva a Barcellona una Società Cattolica, che traeva i suoi membri dal ceto alto della cittadinanza. Il suo Presidente si era trovato alla stazione nel momento dell'arrivo di Don Bosco; poi nel pomeriggio del io gli aveva condotto un gruppo di soci più eminenti, che ebbero dal Santo un'udienza lunga e cordiale; infine si deliberò d'indire una riunione solenne in suo onore. Un biglietto personale d'invito chiamava a raccolta tutto il sodalizio per il 15[42]. La mattina del 14 i soci avevano assistito in corpo alla Messa di Don Bosco, servita dal Presidente e dal Segretario; quindi tornarono alla sera nella sala del teatro per un convegno [84] privato o conferenza religiosa, presente Don Bosco. Ma ben altro apparato ebbe l'assemblea generale del 15.

                Il Presidente con il Consiglio direttivo si portò a Sarrià per prendere Don Bosco e accompagnarlo alla sede sociale. Erano tutti in abito di cerimonia e recavano sul petto le insegne della Società. Tre vetture aspettavano alla porta. Salirono nella prima Don Bosco, Don Rua, il Vicario della diocesi e il provicario; nella seconda il Presidente e il chierico Viglietti; nella terza gli altri. L'Associazione si era fino allora adunata in un vecchio locale divenuto angusto per il numero sempre crescente degli associati; onde se n'era allestito uno nuovo, sontuoso, che si volle appunto inaugurare quel giorno con la visita di Don Bosco. Tre grandi sale furono appena sufficienti a contenere gli accorsi, perchè alquanti di essi vennero con le signore.

                All'entrare di Don Bosco si levarono tutti in piedi, mentre l'orchestra intonava una marcia trionfale. Assiso ch'ei si fu sopra un'alta cattedra, ascoltò il canto di una bella Salve Regina eseguita da una ventina di giovanetti sotto la direzione dell'autore medesimo, il maestro Frigola, salito allora in rinomanza anche fuori della Spagna. Poi il Presidente, professore universitario, pronunziò un discorso nobile ed elevato. Dopo l'intermezzo di una sonatina il segretario lesse l'atto, con cui si dichiarava che l'Associazione, riunita a consiglio, aveva deliberato di decorare Don Bosco delle insegne sociali. Si fecero quindi avanti due distinti cavalieri, che gli appendettero al collo una gran medaglia d'oro recante gli emblemi di S. Giorgio e di S. Giuseppe. Quando sul suo petto brillò la fiammante insegna, un'ovazione entusiastica salutò il novello socio. Anche qui spiccava più che mai il contrasto già notato altrove dello sfarzo circostante e dell'umiltà di Don Bosco nel suo atteggiamento.

                Sentì il dovere di prendere egli pure la parola. La voce gli venne robusta e la parola vibrata; il suo pensiero, benchè espresso in italiano, fu agevolmente afferrato. Disse così: [85]

 

                               Signori,

 

                Vorrei possedere la vostra bella lingua patria per esprimere in essa le mie idee. Non so dirvi ciò che in questi momenti sente il mio cuore; sono estremamente commosso al considerare ciò che questa riunione significa, e principalmente per l'onorificenza da voi assegnatami.

                Prometto di conservare questa medaglia come distintivo onorifico e glorioso; vedendola ricorderò la nobile Associazione di Cattolici ed i cattolici di Barcellona; arrivato a Torino, la mostrerò con orgoglio a miei cari figli, raccomandando loro d'imitare le virtù dei cattolici barcellonesi, e quando andrò a Roma e vedrò il Santo Padre, gli dirò quanto lo ami a Barcellona l'Associazione di Cattolici e tutto quello che essa fa a vantaggio della sana dottrina.

                Rendo le più vive grazie al signor Presidente per le espressioni d'immeritato elogio da lui indirizzatemi nel suo discorso, il cui principale argomento è stato il grati frutto che reca alla società moderna l'istituzione dei Talleres Salesiani

                Ho un grande concetto dell'entusiasmo cattolico che qui regna e mi congratulo con la città di Barcellona, che fu in ogni tempo una città eminentemente pia e godo di credere che tale sarà sempre in avvenire, meritando con questo gloriosi giorni.

                Come popolazione industriale essa ha più interesse d'ogni altra a proteggere i Talleres Salesiani. Da queste case escono annualmente cinquantamila giovani utili alla società, i quali vanno nelle officine e nei laboratori a diffondere le buone massime; così stanno lontano dalle carceri e dalle galere e si cambiano in esempi viventi di salutari princípi.

                Il giovane che cresce per le vostre strade, vi chiederà da prima una limosina, poi la pretenderà e infine se la farà dare con la rivoltella in pugno.

                Come risultato della missione incivilitrice dei Talleres, posso citare il frutto che ottengono le Missioni Salesiane in Patagonia, dove la religione di Gesù Cristo è già conosciuta e praticata da più di quattordicimila indigeni.

                Termino supplicando questa onorevole adunanza dell'aiuto delle sue preghiere, affinchè Dio benedica i Talleres stabiliti nella vicina Sarrià, destinati senza dubbio a migliorare la condizione degli orfani poveri e abbandonati.

 

                Tre volte lo interruppero gli applausi; ma più frequenti furono i segni di viva commozione. Fattasi una colletta in favore dell'opera salesiana, egli benedisse gli astanti e la seduta fu tolta. Ma allora cominciò per lui la fatica più opprimente, perchè l'intera assemblea si mosse e lo prese d'assalto, [86] Non trattavasi di una folla qualunque, ma era un'eletta di persone aristocratiche, le quali sapevano rispettare le convenienze; tuttavia, considerato il gran numero, lo stancarono assai, perchè per contentare ognuno, dava a chi la mano da baciare, a chi il conforto di una buona parola, a chi una speciale benedizione.

                Fino a Sarrià lo scortò il medesimo seguito di prima. Non ne poteva proprio più; si mostrava per altro di buon umore. Al Viglietti disse che, mentre lo colmavano di tanti onori, egli fra sè e sè andava ruminando il celebre motto[43]: Quam parva sapientia regitur mundus!

                La memoria dell'avvenimento è consacrata in un elegante opuscolo che contiene, oltre il resoconto della straordinaria seduta, il discorso presidenziale e tradotta in spagnuolo la breve parlata di Don Bosco[44]. 1 giornali si occuparono diffusamente del fatto.

 

VENERDÌ 16 APRILE.

 

                Venne condotto a Don Bosco un ragazzino, che portava al collo un braccio così distorto da non poterlo nè alzare nè muovere; l'aveva in quello stato fin dall'infanzia. I genitori si raccomandavano a Don Bosco, perchè benedicesse il loro figliuolo. Don Bosco lo benedisse; poi gli ordinò di sciogliere il braccio, di battere le mani palma a palma e di giungerle dicendo: - Maria, aiutatemi! - Il fanciullo obbedì. Era il principio della guarigione completa.

                Già per la terza volta il cappellano della Suore di Loreto ritornava a pregare Don Bosco, che volesse andar a consolare la Superiora del monastero afflitta da un cancro nè d'altro desiderosa [87] che di vedere lui prima di morire. Egli aveva fatto subito rispondere che potendo sarebbe passato a visitarla e che intanto le mandava una medaglia di Maria Ausiliatrice.

                Il giovanetto Medina, barcellonese e povero, aveva un dito in cancrena e i medici si disponevano a farne l'amputazione. Presentato a Don Bosco e da lui benedetto, non sperimentò lì sul momento nulla di nuovo; ma durante la notte gli si essiccò la piaga e il dito guarì del tutto. Poco tempo dopo Don Branda lo accettò nel collegio, dov'egli rimase soltanto alcuni mesi, perchè entrò fra i Maristi e nel 1890, quando il Direttore narrò il fatto a Don Lemoyne, studiava teologia.

 

SABATO 17 APRILE.

 

                Gran banchetto in onore di Don Bosco presso Don Narciso. I convitati erano tutti e soli parenti. Uno zio del padrone di casa gli lesse un sonetto da lui composto[45]. Al suo ritorno un mondo di gente lo aspettava.

 

DOMENICA 18 APRILE.

 

                Migliaia di persone ingombravano la strada, il cortile, la sala d'aspetto e le camere attigue. Bisognò affiggere alla porta della chiesa un cartello indicante le ore in cui Don Bosco avrebbe dato la semplice benedizione. “Don Bosco è stanco e non troppo bene in salute” , scrisse il Viglietti nel diario.

 

LUNEDÌ 19 APRILE.

 

                Don Bosco pensava alla casa di S. Benigno, vivaio della Congregazione, e fece scrivere che pregava per quei chierici e che sperava di rivederli presto. Udienze da mane a sera. Telegrafò a Rossi di spedirgli medaglie in grande quantità e a grande velocità. [88]

 

MARTEDÌ 20 APRILE.

 

                “Don Bosco è senza fiato e senza forze, nota il diarista, soltanto a forza d'impartire benedizioni e di dire: Dios os bendiga”. Ormai era costretto a benedire gente in massa. Ogni mattina, finito di celebrare, benediceva coloro che riempivano la chiesa; usciti quelli, ve ne entravano altrettanti per lo stesso fine. Quindi, raggiunta a fatica la camera, dava subito principio alle udienze. L'amministrazione della linea ferroviaria dovette moltiplicare a dismisura le corse da Barcellona e viceversa.

                Giunse il Vescovo di Vich, monsignor Morgadez y Gili, venuto appositamente per vedere Don Bosco. Accolto al suono della marcia reale spagnuola, si fermò a pranzo con due canonici che lo accompagnavano. Si susseguirono parecchie illustri famiglie di Barcellona, fra cui quella del Governatore. Arrivò pure il Vescovo della diocesi, monsignor Català y Albosa. Data la mentalità del tempo, fu giudicato colà atto di gran degnazione l'essere andato per il primo a visitare Don Bosco, che non l'aveva preceduto, sapendolo fuori della sua residenza. Monsignore gli dimostrò vero affetto e conversò con lui per più di un'ora. In presenza sua fu letta la lettera di cui era latore il segretario del ministro Silvela per l'affare dell'istituto madrileno, come abbiamo narrato nel volume precedente. Le premure di tanti personaggi nell'onorare Don Bosco accrescevano a mille doppi verso di lui la venerazione del popolo che vedeva.

                Descrivendo il viaggio parigino avemmo occasione di menzionare la signora di Cessac, calda ammiratrice e generosa benefattrice di Don Bosco. Orbene il giorno 20 egli ricevette da Parigi un telegramma che diceva: Viscomtesse de Gessac très malade. Viscomte de Cessac. Dolente della notizia, fece rispondere da Don Rua promettendo preghiere. Prima però che la lettera partisse, un secondo telegramma annunziava: [89]

 

                Hier instantainement dans la soirée j’ai été guérie, ie mange et je bois; merci pour vos prières. Viscomtesse de Cessac. In una lettera confidenziale del 30 aprile il marito descrisse poi a Don Rua la malattia della consorte e il modo della guarigione, avveratasi, a quanto parve, nel tempo in cui Don Bosco aveva pregato per l'inferma. Non fu però cosa molto durevole. Il quadernetto, in cui Don Bosco nel 1884 scrisse le lettere da copiare e inviare ai principali benefattori dopo la sua morte, ne contiene una anche per la di Cessac; ma il Santo stesso vi appose due anni appresso questa annotazione, preceduta da croce: “Requiescat in pace - 1886. Morì infatti la signora nell'autunno di quell'anno.

 

MERCOLEDÌ 21 APRILE.

 

                Don Bosco si era mosso per recarsi a celebrare la Messa in casa della marchesa di Comillas, quando nel discendere le scale gli si menò davanti un'ossessa, che, appena lo vide, si gettò a terra e parve svenire, mandando spuma dalla bocca e dibattendosi e scontorcendosi come una serpe. Egli le diceva d'invocare Maria, essa invece urlava: - No, no! - E poi per bocca sua lo spirito maligno ripigliava: - No, non voglio uscire, non voglio partire. - Siccome la disgraziata aveva nome Maria, Don Bosco la chiamava: - Maria, prendi questa medaglia. - Ma essa non dava segno d'intendere. Finalmente Don Bosco la benedisse. S'alzò allora la giovane, prese la medaglia che Don Bosco le offriva, la baciò, entrò in chiesa e udì la Messa. Sembrava guarita; infatti fece colazione tranquillamente, e tutto questo alla presenza di molte persone. Coloro che l'accompagnavano, dicevano di non averla vista da gran tempo così calma e n'erano stupefatti. Per allora se ne tornò consolata a casa sua.

                Fuori due vetture elegantissime stavano in pronto per portare il Santo dalla Marchesa, che lo onorò come se fosse un Cardinale. Qui cediamo la penna al Viglietti che scrive: [90] “Giungemmo al palazzo della Marchesa che davvero si può chiamare una reggia. Vi sono grandi ricchezze, massime in capolavori di arte, e saloni immensi. Ogni volta che qualche Principe o Re viene a Barcellona, alberga presso la Marchesa. Tutto il servizio dell'altare privato era splendidissimo; il messale era tutto foderato in oro e argento cesellato e con incastri di perle preziose; il calice come la pisside erano in oro massiccio, adorni di diamanti e smeraldi e topazi”.

                Durante il divino Sacrifizio vi fu canto con accompagnamento di armonio e di pianoforte; ma tutta musica italiana. Vi assistevano circa duecento invitati fra parenti e amici della Marchesa. Don Bosco dovette poi fare la conoscenza di ciascuno, ricevendoli separatamente o a piccoli gruppi fino alle undici. Di là andò a rendere la visita al Vescovo, che lo accolse con vivo trasporto. Don Bosco vagheggiava il disegno di fondare, come a Marsiglia, anche a Barcellona un noviziato o meglio un collegio missionario nazionale e ne fece parola a Monsignore che promise protezione e aiuto, dicendosi d'accordo con lui nel darvi principio a Sarrià con un ginnasio che servisse a coltivare le vocazioni ecclesiastiche. Sembrava che non volesse più lasciarlo partire. Lo accompagnò, cosa inaudita, fino allo scalone. A pranzo Don Bosco andò dalla marchesa di Moragas, suocera del signor Jobert.

                Uscito di là si soffermò al convento delle Suore loretane per confortare, come aveva promesso, la Superiora, ridotta ormai in fin di vita da un'ulcere maligna. Le disse parole di grande consolazione e la benedì. Quindi da tutta la comunità e dal cappellano gli fu presentata una religiosa che da molto era condannata a stare con le gambe accavalcate senza mai poter fare un passo nè muoversi. Il giorno avanti, avvertita che Don Bosco sarebbe passato dinanzi alla porta del convento, il quale dava stilla strada che mena da Barcellona a Sarrià, si era fatta portar fuori sopra una barella per essere da lui benedetta. A quella benedizione data così in passando erasi sentita guarire, sicchè, alzatasi, camminava da sola con [91] grande meraviglia di tutte le consorelle. Anche allora, alla presenza di Don Bosco, si diede a correre e a spiccar salti con non ancora vinto stupore di tutte, abituate da gran pezza a vederla sempre immobile. Suor Candida, chè tale è il nome della graziata, vive tuttora [1935] in un paesello vicino a San Sebastiano, inchiodata per vecchiaia nel suo letto.

                Fatto ritorno al collegio, vi trovarono strada e cortile ingombri di gente e di vetture. Dentro stavano in attesa duecentocinquanta signori della Società di S. Vincenzo de' Paoli. Don Bosco si presentò subito a loro e li salutò affettuosamente, rallegrandosi della loro fede e pietà. Disse dell'Opera Salesiana e dell'Opera loro, mostrando come questa armonizzasse molto bene con quella. Seduta stante, si fece una colletta, secondochè si costumava e si costuma nelle singole riunioni dei soci formanti le varie conferenze. Infine Don Bosco li benedisse e, donata a ognuno la medaglia di Maria Ausiliatrice, si ritirò nelle sue stanze a ricevere quanti più poteva dei moltissimi che erano impazienti di parlargli. “Sono moltissime le grazie, scrive il Viglietti, che ogni giorno si ricevono con la benedizione di Maria Ausiliatrice impartita da Don Bosco, ed ogni giorno abbiamo relazione di questi benefici effetti. Ma ormai è impossibile tener nota di tutte”.

 

GIOVEDÌ SANTO 22 APRILE.

 

                Nella Spagna i tre ultimi giorni della settimana santa erano interamente consacrati a opere di pietà, soprattutto alla ricordanza dei misteri della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo. Si sospendeva qualsiasi altra occupazione: non più visite, se non per grave necessità; le corse ferroviarie e tramviarie ridotte ai minimi termini; chiusi i negozi e le officine; affollatissime le chiese. Furono dunque tre giorni di gran sollievo per lo stanco Don Bosco, che potè godere un po' di quiete e trattenersi con i suoi figli di Sarrià.

                Ogni regola però ha la sua eccezione; infatti, nonostante [92] le sospensioni delle visite, egli ricevette il signor Mas con la moglie e il figlio. Questo signore dirigeva un rinomato cotonificio, il più importante di Barcellona, là dove oggi ha sede l'Università industriale. Uomo assai stimato e cattolico zelante, voleva una benedizione speciale da Don Bosco per sè e per i suoi. Ricevuti non senza difficoltà, stettero con lui nella sua stanza più di un'ora e nell'accomiatarli il Santo tenne il signor Mas per qualche secondo fortemente abbracciato, dicendogli all'orecchio certe parole non mai rivelate interamente a nessuno. Soltanto due anni dopo, venuto in punto di morte, chiamò la consorte e le disse di prepararsi anch'essa, perchè di lì a poco tutt'e due, come gli aveva detto Don Bosco, si sarebbero trovati all'eternità. La moglie infatti morì un mese dopo.

                Il defunto aveva lasciato al figlio Giuseppe un grande Crocifisso donatogli dal Servo di Dio. Questo figlio che ora (1935) ha 73 anni, nel 1934, colto da gravissima polmonite, da cui i medici non speravano più di salvarlo, si mise quel Crocifisso al collo e in pochi giorni con grande sorpresa dei sanitari perfettamente guarì.

                Nel pomeriggio del giovedì santo Don Rua e il chierico Viglietti furono accompagnati da Don Narciso alla città per la visita delle sette chiese. A documento della tradizionale pietà spagnuola ancor viva allora riproduciamo una pagina della corrispondenza del Viglietti con Don Lemoyne. “Quando ritornammo a Sarrià, scriveva egli, abbiamo avuto un mondo di cose da raccontare a Don Bosco, perchè davvero noi non credevamo che in Ispagna vi fosse tanta religione. Avevamo veduta la truppa in grande uniforme andare ordinatamente guidata dagli ufficiali alla visita dei sepolcri, le bandiere sui palazzi di città e su quelli governativi velate a lutto: non una vettura per le vie, non un rumore di voce e d'istrumento; ma tutte le strade stipate di gente che con edificante pietà e con il rosario e il libro di divozione in mano si recava alle chiese. Per questi tre giorni in Barcellona non si trovano vetture, [93] sono fermi i treni nelle stazioni. Oggi neppure alla posta si dà corso alle lettere e tutte le fabbriche e botteghe sono chiuse. Solo al mezzogiorno del sabato santo si rompe questo religioso, silenzioso incanto. Il soldato spagnuolo ha obbligo di ascoltare ogni domenica la santa Messa”.

                Ricomparve l'ossessa del giorno 21. Smaniava come un demonio; ma nuovamente, ricevuta la benedizione, si riebbe, si strinse al petto e ripetute volte baciò l'immagine della Madonna e ringraziava Doli Bosco.

 

VENERDÌ SANTO 23 APRILE.

 

                Don Bosco trascorse la giornata nell'intimità con i suoi figli. I giovani la mattina stettero fuori; ma nel pomeriggio fecero lungamente compagnia a Don Bosco, che scherzava e passeggiava con loro nel cortile. Poi andò nei due giardini attigui, percorrendoli in lungo e in largo. Dopo visitò tutto il collegio, sempre accompagnato da alunni. S'informò così d'ogni cosa e fece vari progetti di costruzioni, proponendo la compera di un nuovo terreno adiacente.

 

SABATO SANTO 24  APRILE.

 

                Don Bosco celebrò nell'oratorio privato di Don Narciso. Stando in quella casa, udì i colpi di cannone che annunziavano l'alleluia pasquale. Fu quasi il segnale per la ripresa dell'affollamento. Già centinaia di persone lo aspettavano al ritorno, nè egli smise di ricevere se non alle tredici e mezzo.

                In seguito venne a conferire con lui un comitato di signori, che si occupavano dei preparativi per una conferenza salesiana. Ragionò con loro a lungo dell'Opera sua e del modo di sostenerla. Anche le signore del comitato femminile, radunate in una sala a parte, avevano desiderio di rivederlo; il Santo vi andò e le infervorò a perseverare nella loro caritatevole attività. Nel frattempo la fiumana della gente aveva inondato [94] il recinto e i pressi del collegio; parecchie migliaia di persone vi stavano agglomerate. Il riposo dei giorni antecedenti gli rese possibile prolungare le udienze fino a tarda ora.

 

PASQUA 25 APRILE.

 

                Una graziosa festicciuola accrebbe letizia alla Messa pasquale di Don Bosco: faceva la sua prima comunione una nipotina di Don Narciso  figlia di Don Emanuele Pascual. Quest'altro dovizioso e fervoroso cristiano amava molto i Salesiani, sicchè godeva di mettere a loro profitto la sua grande influenza e largheggiava con essi in carità. Contento che Don Bosco gli avesse comunicata la figlia, volle far stare allegri tutti i giovani della casa, regalandoli di chicche.

                Fra gl'invitati alla cerimonia vi era quel signor Montobbio, che aveva viaggiato con Don Bosco. Dopo la Messa prese parte egli pure alla refezione. Don Bosco sedeva al posto d'onore. A un certo punto trasse di tasca il fazzoletto da naso. Il signor Montobbio, usando della confidenza che il Santo gli dava, lo pregò di regalarglielo. Rispose: - Si, ma a patto che mi dia un pezzo di carta. Quegli comprese di quale carta parlasse; ma non avendo seco la somma che intendeva donargli, promise che sarebbe tornato da lui un altro giorno con la carta: intanto però gli lasciasse il fazzoletto. Don Bosco lo contentò. Il fazzoletto è oggi religiosamente custodito quale reliquia.

                Anche in sogno Don Bosco rivedeva l'Oratorio. Nella notte sul 25 gli era parso di essere presente a una conferenza tenuta da Don Lemoyne agli alunni della quarta e della quinta, e aveva notato come ne mancassero molti; sceso poi in Maria Ausiliatrice durante la Messa della comunità, aveva osservato una diminuzione considerevole nel numero delle comunioni; appresso, ricevuto il rendiconto dei giovani suddetti, aveva dovuto lamentare l'assenza di non pochi. Ordinò [95] di scrivere queste cose a Torino e di far sapere che al suo ritorno avrebbe palesato a ciascuno la parte da lui rappresentata nel sogno.

 

LUNEDÌ 26 APRILE.

 

                Alla Messa Don Bosco distribuì gran numero di comunioni, finchè, non potendo più reggere alla fatica, rimise la pisside ad un altro sacerdote, il quale dovette lasciare la balaustra e inoltrarsi nella chiesa fra la moltitudine, essendosi resa impossibile ai comunicandi la circolazione. Dopo vi fu un'invasione vera e propria. Basti dire che nel breve giro di un'ora egli vuotò sette grossi pacchi di medaglie, non dandone più di una sola a ciascuno.

                Che momento critico allorchè fece per salire in camera! Una barriera umana gli sbarrava il passo. Quei di casa si guardavano attoniti, non sapendo come venirgli in aiuto. Egli tuttavia sembrava la tranquillità in persona. Unico spediente parve il dare tanto di catenaccio al portone, affinchè almeno non s'entrasse più; quindi in parecchi si lavorò di mani e di piedi per aprirgli un varco. Bisognò armeggiare dalle dieci alle undici. Chiusolo poi in camera, vi s'introducevano le persone a quaranta o cinquanta per volta. Egli benediceva tutti in massa, dava a ognuno la medaglia, e via per lasciare il posto a un altro gruppo eguale. A dodici riprese si ripetè quella manovra, tanto da far passare coloro che si stipavano nell'interno del collegio; ma fuori rumoreggiava una moltitudine assai maggiore, di cui più tardi si regolò l'ingresso a fiotti, finchè scese la notte. Nella cappella Don Rua faceva ai giovani la sua prima predica in lingua spagnuola.

 

MARTEDÌ 27 APRILE.

 

                Un forte raffreddore interruppe bruscamente il relativo benessere di Don Bosco; tale incomodo però non lo distolse dal ricevere i seminaristi di Barcellona. Altro di notevole non [96] abbiamo da registrare per questo giorno se non la firma da lui apposta sotto una circolare invitante a conferenza Cooperatori e amici per il 30 nella chiesa parrocchiale di Belén[46].

 

MERCOLEDÌ 28 APRILE.

 

                Dovunque andasse, non mancavano mai a Don Bosco occasioni di farsi consolatore degli afflitti. Il signor Ramón de Ponsich, venerando vegliardo, ricco e senza figli, aveva perduto ai primi del mese la compagna della sua vita; onde non faceva che piangere. Ricusava di prender cibo e sonno, e si temeva che soccombesse a tanto dolore. Da lui medesimo, non che dai parenti, si sperava che una visita di Don Bosco gli avrebbe ridonato la pace. E Don Bosco si recò alle sette e mezzo del mattino nel suo superbo palazzo, non molto distante dal collegio di Sarrià. Ivi giunto, confessò il buon signore, disse per lui la Messa e gli diede la santa comunione. Dopo se ne stette a discorrere insieme per circa tre ore e pranzò con i suoi parenti. Quegli durante la giornata non pianse più e in seguito la sua afflizione era calma e rassegnata. Don Bosco gli scrisse poi da S. Benigno il 31 agosto, facendogli auguri per il suo onomastico e ricordandogli il suo proposito di favorire i Missionari della Patagonia. L'autografo è oggi molto logoro e quasi illeggibile, per essere stato usato come reliquia su molti infermi.

                È da contare anche un incontro un po' sui generis. Alcuni giorni prima era stato da Don Bosco un prete a dirgli in gran confidenza che la notte seguente sarebbe forse morto il parroco di S. Maria del Pino; aver egli già ricevuto il Viatico e versa  re in extremis. Essere la sua parrocchia più ricca di tutte le altre, anzi la migliore sotto qualunque aspetto. Chiedergli quindi una speciale benedizione che facesse riuscire lui al concorso. Don Bosco gli rispose: - Eppure questo parroco [97] mandò a me persone, le quali mi dicessero che, se io gli avessi fatta una visita, egli sarebbe guarito. Sento che è un eccellente sacerdote, uno di quelli dei quali la Chiesa presentemente ha gran bisogno. Io pregherò per lui e solo da pochi istanti gli ho mandato una medaglia di Maria Ausiliatrice. Sicchè facciamo così: ella pure unisca le sue alle mie orazioni, affinchè Dio faccia di lei e di questo parroco ciò che è meglio per la gloria sua.

                Per il concorso alla parrocchia si erano inscritti molti preti e parroci; ma rimasero tutti burlati, perchè il 28 aprile si seppe che, appena la medaglia toccò l'ulcere dell'infermo, egli, già spedito dai medici e con i suoi momenti contati, era uscito di pericolo e andava sensibilmente migliorando.

                Da indagini fatte nell'archivio parrocchiale della chiesa del Pino risulta che quel parroco si chiamava Francesco di Paola Esteve Nadal. Ora nei giornali dell'aprile 1886 si legge che il parroco del Pino Don Francesco Esteve era stato viaticato e nei registri dei morti presso la medesima parrocchia il suo nome compare sotto l'11 aprile 1889. Campò dunque ancora tre anni dopo la miracolosa guarigione.

                Un bel colpo di scena accadde quella sera. Nella camera di Don Bosco quaranta persone, benedette tutte insieme, gli sfilavano dinanzi per ricevere la medaglia, quando si levò un grido generale. Una donna rientrava ridendo in guisa da parere mentecatta e diceva: - Si facciano raccontare da queste qui il mio caso; io dall'emozione non posso parlare. Le indicate da lei erano due donne che l'avevano trasportata da Barcellona a Sarrià, perchè ricevesse da Don Bosco la solita benedizione. Precipitata per la scala di casa sua, erasi rotto un piede, che i medici disperavano di poterle curare. Allora invece, benedetta dal Santo mentr'egli andava su in camera, si era pochi minuti dopo rizzata in piedi senza bisogno di chi la sostenesse. Passato il primo stupore, pazza dalla gioia veniva gesticolando e gridando a quella maniera fra gli oh! e gli ah! di quanti l'avevano commiserata pocanzi. Il [98] Viglietti volò a chiamare Don Rua e altri, perchè fossero testimoni del fatto. Il suo nome era Rosa Tarragona y Doret, figlia di Giuseppe e Serafina de Pons de Orbyod, nativa questa di Urgel. Se n'andò a piedi e la dimane tornò ad ascoltare la Messa di Don Bosco, sentendosi benissimo, come se per l'addietro non avesse avuto alcun male.

 

GIOVEDÌ 29 APRILE.

 

                Don Bosco insieme con Don Rua e Viglietti si recò dal presidente del Banco di Barcellona, signor Oscar Pascual. Mentr'egli stava in quella casa, venne introdotta una signora per avere la sua benedizione. Da gran tempo le sue gambe erano irrigidite a segno che la poveretta non poteva fare un passo. Don Bosco le assegnò una preghiera da recitarsi fino a gennaio. Essa obbedì e al cominciare del nuovo anno cominciò a uscire e a camminare. Cosi scrisse a Don Viglietti il I° gennaio 1887 la signora Consuelo Pascual de Martí[47].

                Nel ritorno diceva: - Se io volessi aprire non solo i cuori, ma anche le borse e avere danaro quanto voglio, non avrei che da pronunziare queste vere parole: Se volete grazie da Maria Santissima Ausiliatrice, date e certamente riceverete; e chi più dà, più riceve. Ma questo non lo dico chiaramente per non spaventare e non indisporre le autorità tanto governative che ecclesiastiche.

                Le vicinanze del collegio somigliano a un gran campo di fiera. “Giungono a Sarrià, scriveva il Viglietti a Don Lemoyne, vengono al collegio e non trovando posto in casa, si seggono lungo i viali della strada e pei rivacci di questa fanno la loro colazione il loro pranzo e aspettano giorni interi per vedere Don Bosco. E dico vedere, perchè introdotti cinquanta o [99] sessanta per volta nella camera di Don Bosco per prendervi la benedizione e ricevere dalle sue mani una medaglia, poi non vogliono più allontanarsi. Io mi affanno, mi spolmono per far loro intendere che se ne vadano e lascino ad altri il posto. - Ma che cosa fanno qui? - domando. - Oh! vogliamo guardarlo, mi rispondono. È un santo! è un santo! - Lo contemplano, piangono e intanto al solo baciare i suoi abiti o ricevere la sua benedizione ottengono molte grazie di guarigioni. Oramai non posso più tener conto di tutto.

                Una donna il 28 dolorava per un cancro; i medici le consigliavano di tentare l'operazione. Avuta la benedizione di Don Bosco e il dì seguente sottoposta a nuova visita, fu dichiarata fuori di pericolo, poichè l'ulcere si cicatrizzava. Fatti di tal natura si divulgavano in un baleno. “Ne parlano i giornali nelle loro colonne, continuava il Viglietti; il Vescovo con quelli che lo visitano, il clero coi fedeli, le famiglie coi parenti; ne parlano gli impiegati, i militari, gli operai. Di qualunque affare si tratti, il discorso finisce sempre per cadere lì”. Molti lo fotografavano, ritraendolo chi seduto nella sua camera, chi nel discendere sorretto le scale, chi all'altare nell'atto di distribuire la comunione. Nessuna meraviglia pertanto che il Vescovo, punto facile a infervorarsi soverchiamente, dimostrasse per l'Opera di Don Bosco un'ammirazione da far stupire. In una conferenza al suo clero si dichiarò tutto per Don Bosco.

                Questo stato degli animi era il miglior preparativo che si potesse desiderare per la conferenza, al cui allestimento si adoperavano i signori del Comitato. Divisi in più sottocomitati, visitavano le singole famiglie, raccoglievano offerte, inscrivevano nuovi Cooperatori e invitavano tutti all'adunanza. Don Manuel Pascual aveva dato loro una parola d'ordine, con la quale si salutavano a vicenda incontrandosi per via. Uno diceva: A solis ortu usque ad occasum. L'altro rispondeva: Salesiani sumus. [100]

 

VENERDÌ 30 APRILE.

 

                Quindici giorni di siffatta preparazione sortirono il loro effetto; fu anche una splendida dimostrazione di fede al cominciare del mese mariano.

                Benchè la conferenza fosse fissata per le quattro pomeridiane, il parroco di Belén dovette aprire al tocco, se non voleva che gli atterrassero la porta, e alle due e mezzo per evitare disgrazie bisognò chiudere. Migliaia di persone strepitavano inutilmente nella piazza e per le vie attigue. Nella chiesa, abbastanza vasta e fornita dì ben trenta capaci tribune, la gente stava pigiata oltre ogni dire.

                Don Bosco, che aveva pranzato in casa di donna Dorotea, giunse con la di lei carrozza. Non essendo possibile inoltrarsi per la navata, gli si aperse un'entrata dalla parte della sacrestia. Si assise nel presbiterio dal lato del vangelo, a destra del Vescovo, che aveva alla sua sinistra Don Candido, abate della Trappa francese di S. Maria del Deserto a Tolosa[48] e tutto intorno sedevano i dignitari del clero diocesano. In cornu episiolae presero posto le autorità civili e militari con parecchi Direttori di Società e di giornali. I Comitati dei signori e delle signore occupavano nella chiesa posti distinti; i primi portavano al petto le decorazioni. La Guardia cittadina a cavallo non resistette all'urto esterno: un'ondata di popolo ruppe una cancellata, oltre la quale però la porta rimase di bronzo.

                 La cerimonia sì svolse more solito, compresa la lettura preliminare di un capo della vita di S. Francesco di Sales. Il conferenziere, dottor Giuseppe Julià, nel prendere la benedizione del Vescovo, gli domandò: - Su qual pensiero dovrò maggiormente insistere? [101]

- Parlate, rispose Monsignore, della grande Opera di quest'uomo di Dio e fate comprendere bene la sua missione.

 - Che gliene pare, Don Bosco? chiese poi al Santo.

- Io, rispos'egli, non ho che da esclamare: Deo gratias!

                L'oratore rappresentò in Don Bosco l'inviato della Provvidenza alla Chiesa per i bisogni speciali del tempo, esaltò l'istituzione dei Talleres Salesianos e illustrò il bene che facevano i Talleres di Sarrià. Si cantò quindi la Carità del Rossini; poi Don Bosco volle far udire la sua voce. Fattosi alla balaustra, disse che avrebbe voluto avere la voce delle trombe di cui si parla nella sacra Scrittura per ringraziare i barcellonesi delle loro dimostrazioni di fede, di religione, di carità e di simpatia; annunziò che la mattina dopo nella medesima chiesa avrebbe celebrato la Messa per tutti gli astanti; comunicò d'aver ricevuto in giornata telegraficamente da Roma una speciale benedizione del Santo Padre per tutti i benefattori della sua Opera e per i presenti alla conferenza. Da ultimo il Vescovo, sceso dalla sua cattedra e postosi a fianco di Don Bosco, ripetè con robustissima voce in castigliano quello che il Santo aveva detto nella propria lingua. Donna Dorotea, presidente del Comitato femminile, e donna Antoñita de Oscar Pascual, tesoriera, stavano ad un tavolo riunendo tutte le limosine, che i giovani della Società Cattolica e le Cooperatrici con ordine ammirabile avevano raccolte nei vari punti della chiesa a ciascuno assegnati.

                Quando tutto fu terminato, si riapersero i battenti. Il Viglietti descrive: “La moltitudine invece di uscire si riversò smaniosa su Don Bosco. Ognuno voleva vederlo, toccarlo, avere un suo sguardo, udire una sua parola; vi fu perfino chi per toccarlo si gettava per terra allungando il braccio con pericolo di restare calpestato; ma coll'aiuto di poderose braccia presto si potè involare Don Bosco alla quasi indiscreta pietà dei presenti, perchè altrimenti chi sa che cosa ne avrebbero fatto. Salito in vettura con i suoi, questa, per soddisfare [102] alla volontà della gente, passava avanti alla chiesa, dove una folla immensa stava a capo scoperto attendendo il suo passaggio. E pensare che pioveva della meglio!”.[49].

 

SABATO I° MAGGIO.

 

                Il concorso alla Messa di Don Bosco nella chiesa di  Belém non fu minore che alla conferenza. Nell'atrio donna Dorotea e altre dame vendevano libri e oggetti di divozione a conto di Don Bosco e raccoglievano offerte. Finita la Messa, si ripetè la questua; poi Don Bosco benedisse gli astanti, ringraziando commosso i Barcellonesi di quanto avevano fatto per lui ed encomiandone l'edificante pietà. Il parroco si provò a dire qualche cosa; ma, proferite le prime frasi, si lasciò vincere dalla commozione e si limitò ad esclamare con uno sforzo di voce: - Abbiamo qui fra noi un santo, un inviato del Cielo! - La moltitudine andò in delirio, sicchè, spinto con violenza il cancello della balaustra, la piena traboccò dentro, mandando sospiri e grida che parevano il rumoreggiare delle onde del mare in tempesta. Don Bosco fu tratto in salvo a gran fatica e rinchiuso nella sacrestia.

                Per mezzogiorno accettò l'invito di Don Manuel Pascual. Durante il banchetto che non poteva essere più sontuoso, gli fece la proposta di dedicare una campana della chiesa del Sacro Cuore in Roma al ricordo della prima comunione ricevuta nel dì di Pasqua dalla sua figliuola. Per questo scopo egli aveva già pronta e lesse l'iscrizione, da lui composta[50]. Là, come in altre case patrizie, tutto quello che Don Bosco [103] usava o toccava, era considerato come preziosa reliquia; quindi è che si mettevano in disparte e religiosamente si conservavano bicchieri, posate, tovaglie e simili.

 

DOMENICA 2 MAGGIO.

 

                La moltitudine affollatasi ai Talleres salesiani era senza numero. Incominciò a giungere alle tre del mattino e continuò fino alle otto di sera, rimanendo non pochi digiuni tutto il giorno. Nei cortili e per le strade era un pienone. Fu impossibile dare subito udienze particolari; quindi Don Bosco andò sui poggiuoli delle camere attigue alla sua e lanciò la benedizione a migliaia e migliaia di fedeli. Sono spettacoli che è impossibile descrivere; bisognava vederli. Si piangeva, volere o no, alla vista di tanta fede, di tanta carità, di tanta religione! Ovunque poi Don Bosco andasse, già stava in pronto la lapide o il bronzo, sul quale scolpire a perpetua memoria del fatto la data della sua venuta.

                Per fare il breve tratto dalla camera alla chiesa andando a celebrare ci mise una buona mezz'ora. Sceso poi dall'altare, non potè nemmeno deporre la pianeta, chè la folla accalcata nel presbiterio lo bloccò, tirandolo in tutte le direzioni per baciargli la mano e i sacri indumenti. “Il male si è, dice il diario del Viglietti, che nella confusione e nell'entusiasmo rimane talvolta Don Bosco assai malconcio. Lo tirano, lo graffiano, lo portano via di peso; eppure Don Bosco conserva la sua tranquillità, anzi ride di questi entusiasmi e dice talvolta: - Mi fanno male, ma non importa, il pezzo più grosso rimane sempre attaccato” .

                Non sospese le udienze fino al tocco, quando il Vescovo e una quarantina di ragguardevoli invitati lo aspettavano per un'agape familiare. Le mense erano apparecchiate nel salone del teatro. Durante la sera più volte si ripresentò dall'alto a benedire la folla strabocchevole ammassata all’intorno. [104] Calata la notte, assistette ai fuochi d'artifizio. Fra le altre geniali sorprese apparve luminoso un suo ritratto con il vestito alla spagnuola.

 

LUNEDÌ 3 MAGGIO.

 

                La mattina del 3 maggio Don Bosco per quella bontà inesauribile che lo portava a fare sempre cosa grata a chicchessia, aderì ad un invito che dovette causargli qualche incomodo. Il signor Suñer, il sopraintendente della marchesa Moragas, già musico di camera alla corte di Napoleone III, era autore di varie composizioni musicali sacre e profane, che faceva eseguire da una schola cantorum da lui creata e diretta. Ora, egli desiderava che Don Bosco lo onorasse della sua presenza durante la prova di una sua Messa. Il Santo non seppe dirgli di no e sceso in cappella, assistette a tutta l'esecuzione. Don Viglietti scrive nel suo diario che l'esito fu felicissimo; ma si può ritenere che Don Bosco avesse la mente ad altro che non erano le melodie del canto.

                Quel giorno Don Luis Martí - Codolar diede nella sua villa un banchetto per festeggiare e onorare Don Bosco. Veline in persona a prenderlo verso le II con un cocchio tirato da sei splendidi cavalli e con cocchieri in livrea. Lungo il percorso fu un'ovazione continua.

                Quella villa era una sontuosità. I forestieri la visitavano per ammirarne le bellezze, e frequenti iscrizioni ricordavano la venuta di Principi e di Re. Vi si vollero anche i giovani del collegio. Sulle torri, poichè l'edifizio aveva l'aria di un gran castello, sventolavano bandiere con lo stemma del casato.

                Al suo arrivo gli mossero incontro la numerosa famiglia e i parenti. Gli alunni stavano raggruppati intorno alla loro banda musicale, che sonava la marcia reale italiana. Sulla porta d'entrata una grande scritta a fiori diceva: Viva Don Bosco. Ma il Santo stava a testa bassa nè vedeva l'apparato. - Veda, veda, Don Bosco, quello che hanno fatto [105] per lei, gli sì disse. Egli alzò il capo, guardò, sorrise e tornò a raccogliersi in se stesso.

                Nella sala dei concerti le figlie di Don Luis con una loro cugina lo salutarono al suo giungere con un'allegra esecuzione di violino, violoncello e pianoforte. Nel giardino una lunga tavola accolse i giovani, presieduti dai figli di Don Luis e dai loro cugini, nella sala da pranzo a una mensa con cinquanta coperti sedettero gli altri. Vi regnò tanta cordialità, che Don Bosco e i suoi avevano l'illusione di trovarsi come in famiglia.

                Uno dei commensali disse a Don Bosco: - Oh Don Bosco, bisogna che lei preghi, affinchè noi ci ritroviamo tutti uniti nel cielo, come siamo ora qui. - Il Santo, fattosi serio, lasciò cadere nel silenzio generale queste parole: - Io lo vorrei, ma non sarà così. - Queste parole causarono in tutti un visibile disagio. Ma Don Bosco per rasserenare gli animi riprese l'abituale sorriso e disse: - Ebbene, pregheremo la Madonna, che è tanto buona, ed essa aggiusterà le cose [51].

                Dopo il pranzo Don Bosco si ritirò in una camera per riposare. Più tardi vennero parenti di Don Luis per avere udienza da lui. In ultimo entrarono Don Luis e la sua consorte. Quello che colà passasse, nessuno lo seppe; ma quando i due coniugi uscirono dalla stanza, pareva che non potessero darsi ragione di quello che loro era accaduto e avevano gli occhi gonfi di lacrime; il Viglietti li udì esclamare: - È un santo! È un santo!

                Alle quattro Don Bosco discese con gli altri nel giardino, dove Don Joaquin Pascual, nipote di Don Luis, dispose un bel gruppo di tutti insieme per una fotografia a ricordanza di si felice giorno. In pochi minuti furono prese dieci fotografie differenti. [106]

                I ritratti di Don Bosco formano oggi una collezione numerosa e varia. Ve ne sono di tutte le età del suo sacerdozio e nei più diversi atteggiamenti. Orbene si è giustamente osservato[52] che in nessuno mai si, sorprende il menomo indizio, non che di orgoglio, ma di una tal quale sufficienza o di semplice vanità. La sua faccia “quadrata, energica, rude, franca e profonda”  appare negli ultimi anni “affinata dalla sofferenza” ; ma anche nel pieno del vigore spira sempre “bontà semplice e soave”. E poi “che autorità! che intelligenza! che fascino segreto!”.

                Come quell'operazione fu terminata si svolse una scenetta interessante. Quell'abate mitrato dei Trappisti che abbiamo incontrato alla conferenza nella chiesa di Belém, era in quei giorni ospite della famiglia di Don Narciso Pascual e fu tra gl'invitati; nel gruppo fotografico sedeva alla destra di Don Bosco. Si alzò dunque e parlò con tanto entusiasmo di Don Bosco e della sua missione che commosse tutti gli astanti. Toltosi poi dal dito l'anello e dal collo la croce abbaziale: Qui, esclamò, innanzi a questo uomo di Dio, non c'è autorità che valga. - E inginocchiatosi a' suoi piedi, ne implorò per sè e per tutti i presenti la benedizione. Tutti s'inginocchiarono e furono benedetti. Infine l'abate, come attesta Don Rua nei processi, fece tante e tali istanze per avere il zucchetto portato in capo dal servo di Dio, che, vintane la riluttanza, riuscì a strapparglielo. Egli si era fermato tre giorni a Barcellona espressamente per godere della presenza di Don Bosco. Il già suo segretario[53] ospite anche lui della nobile famiglia, scriveva al canonico Tournier di Tolosa nell'anno della beatificazione[54]: “Furono giorni preziosi quelli nei quali potei vedere il santo, parlargli, mangiare alla sua mensa. In un giro per il giardino ebbi la soddisfazione di [107] dargli il braccio, il che mi apportò tante benedizioni, senza contare la benedizione datami da Doti Bosco mentre stavo prostrato a' suoi piedi”.

                Don Bosco volle anch'egli vedere e visitare la sì decantata villa. Perciò, accompagnato da tutti quei signori, seguito dai giovani di Sarrià e sostenuto da Don Luis, percorse gran parte del giardino, soffermandosi a guardare la magnifica raccolta di uccelli acquatici e terrestri, e poi cammelli, cervi, orsi, elefanti, coccodrilli e altri animali esotici..

                Verso il tramonto prese commiato. “Parrà cosa singolare, scrive il Viglietti nel suo diario, eppure credo di non esagerare dicendo che in nessun luogo noi abbiamo incontrato tanto affetto e tanta venerazione per Don Bosco, quanto in codesta famiglia. Gli è Don Bosco stesso che oggi me lo diceva” . Prima di partire dovette assistere allo scoprimento di una lapide, destinata a ricordare l'onore della sua visita[55].

                Era facilmente previdibile che durante il giorno molta gente avrebbe cercato di Don Bosco nel collegio; si era quindi concertato la mattina che, a chiunque venisse, fosse presentato un foglio dove apporre la propria firma e che si dicesse come Don Bosco al ritorno, benedicendo quelle sottoscrizioni, intenderebbe di benedire i soscrittori, i loro parenti e le loro particolari intenzioni. Orbene, quand'egli rincasò, gli fu recato un voluminoso incartamento con non meno di settemila firme[56]. Questo però non valse a esimerlo dal presentarsi al balcone per benedire la moltitudine di coloro, che erano rimasti là in attesa.

                Per trasportare a Sarrià i tanti barcellonesi che vi affluivano, non bastavano certo le corse ordinarie del treno; negli ultimi giorni si triplicarono le partenze e talora attaccando due macchine, tanto era il carico. [108]

 

SENZA DATA.

 

                Vi sono alcuni fatti straordinari che non sappiamo a quale giorno assegnare, essendosene avuto contezza da relazioni assai posteriori; li presenteremo perciò qui tutti di seguito.

                Anzitutto, tre guarigioni. Una povera madre condusse alla presenza di Don Bosco una sua figliuola, che andava soggetta alla corea, volgarmente detta ballo di S. Vito, e lo supplicava di volergliela guarire. - Non sarò io a guarirla! rispose il Santo. Poi, fissando l'ammalata, le disse: - Sii molto divota della Santissima Vergine, recita ogni giorno un’Ave Maria, e non soffrirai più di questo male. - Una signora presente alla visita pregò nell'uscire quella madre che, se la fanciulla guarisse, gliene desse avviso. Passato qualche tempo, andò la madre stessa in persona a dirle tutta contenta che d'allora in poi la figlia era stata sempre benissimo.

                La medesima signora, tornando quel giorno a casa, fece visita a una famiglia Figueras, nella quale sapeva esserci una figlia a letto in gravi condizioni per frequentissime emorragie. Raccontò ivi quanto aveva visto e udito di Don Bosco e diede alla madre dell'ammalata una medaglia donatale dal Servo di Dio, raccomandandole di aver fede e di metterla al collo dell'inferma. Orbene da quell'istante le emorragie cessarono per sempre.

                Una cugina della stessa signora soffriva pure da più anni abbondanti perdite di sangue. Sentendo le meraviglie di Don Bosco, un giorno, piena di fede, disse a chi gliene parlava: - Io non ho bisogno di andare da lui; mi basterebbe ascoltare la sua Messa. - Infatti, ascoltata che l'ebbe, guarì completamente[57].

                Due altri fatti furono riferiti a Don Lemoyne da Don Filippo Rinaldi, che li aveva uditi da persone degne di fede, [109] quand'era Ispettore nella Spagna. Una signora, desolatissima per continui aborti, sfogò con Don Bosco il suo dolore. Il Santo la confortò e le disse: - Stia tranquilla. Da qui innanzi non sarà più così. - Cosa singolare! Ebbe ancora sette figli e tutti quanti vitali e vissuti.

                Un professore Dalman andò da Don Bosco in compagnia della moglie e dei figli. La signora portava in braccio un bimbo di uno o due anni. Padre e madre gli chiesero la benedizione e si raccomandarono alle sue preghiere, affinchè i loro figli divenissero perfetti cristiani. Don Bosco, alzati gli occhi al cielo, stette un minuto in raccoglimento; quindi, accennando ai più grandicelli, disse sorridendo: - Questi li faremo tutti religiosi. - Poi, voltosi al bambinello, ripigliò: - E questo per Don Bosco! - I genitori non fecero mai motto con alcuno di quelle parole, ma aspettavano gli eventi. Orbene uno dopo l'altro i figli più grandi si fecero religiosi in diversi istituti, fra gli altri, uno entrò nella Compagnia di Gesù, il più piccolo si fece salesiano.

                Un'altra predizione di Doli Bosco si avverò esattamente Si sentiva a Sarrià il bisogno che venissero le Figlie di Maria Ausiliatrice; egli pure ne riconobbe sul posto tutte le convenienze. Ora un giorno vide a breve distanza dalla casa una villa ben cintata e disse a Don Branda: - Quello è il luogo che dovrà servire per le nostre Suore. - Ma tutto sembrava congiurare in senso contrario. Le pretese erano così esorbitanti che dopo vani tentativi per farle ridurre si rinunziò a quell'idea e si pensava di provvedere altrimenti. Don Bosco insisteva sempre con il Direttore, perchè le Suore potessero andare presto a Sarrià. Ogni speranza pareva svanita, quando il proprietario improvvisamente morì e suo figlio, unico erede, risoluto di abbandonare un luogo la cui vista gli rinnovava del continuo l'acerbo dolore, di sua spontanea volontà offerse la casa a un prezzo mitissimo; inoltre si trovò subito chi sopperì alle spese di acquisto, sicchè le Suore non tardarono a prenderne possesso. [110]

                Un giorno ricevette un gruppo di signori sconosciuti, ai quali sul finire dell'udienza distribuì una medaglia; Ne aveva presa una manata a caso e l'ultimo rimase senza. Questi lo pregò di non volernelo privare. Don Bosco gli disse: - Lei ha abbandonato la vita religiosa. - Infatti egli era uscito dalla Compagnia di Gesù.

 

MARTEDI' 4 MAGGIO.

 

                Il giorno della partenza si approssimava e gli amici di Don Bosco sentivano già il dolore del distacco. Una cara dimostrazione commosse quanti vi si trovarono presenti. I nipotini di Donna Dorotea e i figli di Don Luis Marti - Codolar, una quarantina in tutto, sacrificando i loro piccoli peculii, portarono e consegnarono con le loro mani a Don Bosco chi cento, chi duecento lire e chi anche più. Egli riceveva sorridendo e dicendo a ognuno qualche parolina; infine invocò sopra di essi le benedizioni del Signore.

                Celebrò in casa Pons, dove prese anche la refezione dei mezzodì; quindi visitò le suore Ausiliatrici e il collegio dei Gesuiti. Con i Padri s'intrattenne per più di mezz'ora edificando a todos con su santa conversación, su dulzura y su humildad, scriveva a noi il padre Antonio Viladevall da San Miguel nell'Argentina il 25 giugno 1933. Quand'egli si accingeva a lasciarli, tutti quei religiosi gli baciarono la mano.

                Il venerando padre Viladevall ha un motivo personale per non dimenticare mai quella visita. Nel collegio egli insegnava matematica; ma un'ostinata laringite da alcuni mesi lo rendeva afono, sicchè invece di fare scuola era obbligato a far ripassare le cose già spiegate o a valersi di un alunno assai intelligente, che, standogli vicino pi esso la cattedra, ripetesse forte ai condiscepoli quanto il professore gli bisbigliava all'orecchio. Tutte le cure non davano il menomo risultato; ma il suddetto alunno fu lo strumento della Provvidenza. Si chiamava Giuseppe de Salas, di nobile famiglia. Parlò del [111] maestro alla madre e la madre espose il caso a Don Bosco, implorando, il suo aiuto. Don Bosco le diede una medaglia di Maria Ausiliatrice, perchè gliela portasse e gli dicesse di metterla in un po' d'acqua e di bere questa, pregando la Madonna di guarirlo. - Spero che lo guarirà - conchiuse. Il Padre seguì il consiglio, sebbene sin gran fe, come confessa oggi. Eppure la voce subito gli tornò nè avvertì mai più alcun residuo o sintomo del male. Perciò conserva tuttora la medaglia como oro en pano.

                Partito dal collegio dei Gesuiti, andò a confortare una contessa inferma e in seguito fece una visita all'ospedale fondato da donna Dorotea. A  Sarrià una marea di gente lo aspettava fin dal mattino. Passando in carrozza, vedeva molti saliti sui tetti delle case, altri sui muri di cinta e sugli alberi della strada. Secondo il consueto si affacciò al balcone e indirizzò alcune parole a quella turba, che applaudiva, gridava Viva Don Bosco e si prostrava al suolo per essere benedetta. La porta di casa si teneva saldamente chiusa, perchè sarebbe stato impossibile regolare l'afflusso e chi sa di quali vandalismi pii si sarebbe stati spettatori impotenti! Qualche sottrazione però non si potè evitare da parte di alcuni privilegiati, ai quali per debiti riguardi si concesse di entrare da Don Bosco. Quante volte in quegli ultimi giorni il segretario rifornì di nuova penna il calamaio o restituì al letto nuovi capi di biancheria!

 

MERCOLEDI' 5 MAGGIO.

 

                Don Bosco disse la Messa in casa di donna Dorotea, indu­giandosi fin dopo il mezzogiorno con la famiglia; poi visitò la  marchesa di Comillas. Là venne a prenderlo Don Luis Martí per condurlo alla chiesa di Las Mercedes. È questo un celebre santuario della Madonna, molto caro ai barcellonesi e meta di frequenti pellegrinaggi. Qualunque forestiero che sia credente, capitando a Barcellona, non parte senza recarsi a salutare Nostra Signora della Mercede; ecco perchè anche [112] Don Bosco alla vigilia di lasciare la città aveva divisato di andare colà a pregare e a ringraziare la Beata Vergine. Conosciutasi la sua intenzione, molta gente ne attese il passaggio per le vie, dalle verande e nella chiesa. Ricevuto all'ingresso da un folto stuolo di nobili signori, fu da essi accompagnato nel presbiterio e invitato ad accomodarsi in un posto speciale. Di fronte a lui un coro di giovanetti cantò con accompagnamento d'orchestra una Salve Regina; poi si compiè un atto che ben possiamo chiamare storico. Dobbiamo esporre prima gli antecedenti.

                Fra le amene e fertilissime colline, che cingono di splendida corona la metropoli catalana, una si aderge più alta di tutte, dominando non solo le circostanti valli e pianure, ma anche le città vicine. Non sarebbe facile immaginare un panorama più incantevole di quello che di lassù si gode; onde fu sempre luogo di gradito ritrovo ai cittadini e ai forestieri. La collina porta un nome ben singolare, poichè la si chiama monte Tibidabo. La sua altezza e la straordinaria amenità del sito hanno fatto sì che l'immaginazione popolare localizzasse ivi la terza tentazione di Gesù, dando corso alla leggenda che il demonio trasportasse lassù il Salvatore e mostrandogli tutti i regni del mondo, dicesse proprio su quella vetta: Haec omnia TIBI DABO, si cadens adoreveris me[58].

                Da pochi anni tutta la sommità dell'altura era venuta in possesso di uomini spregiudicati, che macchinavano di crearvi un lussuoso albergo che fosse allettante richiamo a gaudenti e vitaioli cosmopoliti ovvero di favorirvi l'erezione di un tempio protestante. A tali minacce sette buoni signori nel 1885 si erano accordati fra loro di farne acquisto per impedire che un luogo sì bello cadesse davvero in mano al demonio; compratolo, si sarebbe quindi studiato quale ne potrebbe essere l'uso migliore. Provvisoriamente intanto vi avevano eretta una cappella dedicata al Sacro Cuore di Gesù. [113]

                Or eccoci a Don Bosco. La sua presenza a Barcellona aveva fatto nascere l'idea di fargliene un presente, affinchè a tutti i mal intenzionati egli rispondesse con parole del Signore: Vade retro, Satana[59]. Uno dei proprietari vi si era opposto, dicendo di non sapere nemmeno chi fosse quel Don Bosco; ma Don Manuel Pascual gliene parlò con tanta eloquenza di particolari, che quegli fu preso da un arcano timore e rimase non solo senza parola, ma quasi senza respiro.

                Mentre dunque Don Bosco stava là in preghiera, si avanzarono verso di lui i detti signori, fecero dare lettura di un atto col quale gli cedevano la proprietà della montagna e rassegnarono nelle sue mani le carte relative. Il documento di cessione era scritto e ornato da valente calligrafo[60]. Glielo presentò a nome della Commissione il Presidente della Società di g. Vincenzo de' Paoli con queste parole: - A perpetuare il ricordo della sua venuta in questa città, i signori qui presenti si sono consigliati e di comune accordo hanno deliberato di cederle la loro proprietà del monte Tibidabo, affinchè la sua cima, che minacciava di cambiarsi in un semenzaio d'irreligione, sia consacrata con un santuario al Sacro Cuore di Gesù, per mantenere ferma e incrollabile quella religione che con tanto zelo ed esempio Ella ci ha predicata e che è nobile retaggio dei padri nostri.

                Allora Don Bosco, profondamente commosso, rispose: - Sono confuso dell'inaspettata e novella prova che mi date della vostra religione e pietà. Ve ne ringrazio; ma sappiate che in questo istante voi siete strumenti della divina Provvidenza. Quand'io lasciava Torino per venire nella Spagna, pensavo tra me: Ora che la chiesa del Sacro Cuore a Roma è quasi terminata, bisogna studiare qualche altro mezzo per onorare il Sacro Cuore e propagarne la divozione. Ed una voce intera mi rendeva tranquillo, assicurandomi che avrei [114] potuto qui soddisfare al mio voto. Quella voce mi ripeteva: Tibi dabo, tibi dabo! , o signori voi siete strumenti della divina Provvidenza. Col suo aiuto sorgerà presto su quel monte un santuario dedicato al Sacro Cuore di Gesù; là avranno tutti comodità di accostarsi ai saliti Sacramenti e si ricorderà in eterno la vostra carità e la fede di cui mi avete date tante e sì belle prove.

                Commosse erano le sue parole e grande fu la commozione di coloro che le udirono. Benedetta la moltitudine e accompagnato nella sacrestia, scrisse il suo nome in un registro destinato a raccogliere le firme dei più ragguardevoli visitatori del santuario[61].

                Uscì da quel sacro luogo consapevole di essersi addossata un'impresa, della cui attuazione egli non avrebbe potuto vedere nemmeno il principio; ma quanto questa gli stesse a cuore lo diede a vedere subito fin dalla prima adunanza capitolare che si tenne dopo il suo ritorno la mattina del 26 maggio. Ricordati vari impegni assunti nella Spagna, proseguì: - Sul monte Tibidabo si potrebbe mettere il noviziato dei giovani spagnuoli destinati alle Missioni I Vescovi approvano, anzi sono entusiasmati del progetto. Intanto le cose procedono; il monte è donato. - Del voto di Don Bosco raccolsero religiosamente l'eredità i suoi successori Intanto prima che il mese di maggio fosse al termine, in vetta al Tibidabo sotto la direzione dei Salesiani e mercè il contributo di persone divote, spuntava dal suolo una cappelletta gotica, con la quale il divin Cuore avrebbe cominciato a prendere possesso del luogo[62].

                Da Barcellona Don Luis la riaccompagnò a Sarrià con la sua vettura. Gente alla partenza, gente per istrada, gente all'arrivo: scene commoventi in ogni dove, grida e applausi [115] da tutte le parti. La calma imperturbabile del Servo di Dio dava ansa alle folle, che mettevano a duro cimento il buon volere e l'energia di chi lo scortava.

                Dopo cena giunsero al collegio tutte le famiglie Pascual. Erano quattro e sembrava che gareggiassero in manifestare la loro affezione per Don Bosco. Le aveva spinte là il pensiero della sua imminente partenza. “Quelle famiglie erano tutte in lacrime”, scrive il Viglietti nel suo diario.

 

GIOVEDÌ 6 MAGGIO.

 

                Era l'ultimo giorno. Don Bosco celebrò al nuovo altare eretto nella cappella del collegio. Dopo la Messa, risalito in camera, benedisse la moltitudine che ad alte grida lo chiamava fuori. Fe' cenno di voler parlare. Succedette un movimento generale, un urtarsi alle spalle, un pigiarsi per arrivar ad afferrare quello che direbbe. Disse: - Spero di rivedervi tutti in Paradiso... Lassù non più l'udienza di un povero prete, ma di Maria Santissima in persona, del suo divin Figlio Gesù, e non più per pochi minuti, ma per tutta l'eternità.

                Le ultime udienze furono per le famiglie Pascual, che, nonostante i commiati della sera innanzi, non seppero resistere al desiderio di godere ancora una volta della sua amabile conversazione. “Commoveva, dice il diarista, vedere quei poveri signori e quelle signore aggirarsi per le camere, salutarci singhiozzando e non sapere come allontanarsi. Andavano sino alla porta, poi ritornavano addietro, rientravano, baciavano gli oggetti usati da Don Bosco. Ci risalutavano e, poveretti, non sapevano darsi conto di ciò che loro accadeva” .

                Don Bosco non aveva mai potuto parlare a tutti i giovani riuniti perciò dopo pranzo, all'ultimo momento, entrò in chiesa dove stavano raccolti per ricevere i suoi ricordi e disse loro poche parole, li benedisse e li salutò. Quei ragazzi si struggevano in lacrime. [116] Gl'impiegati ferroviari della linea di Sarrià desideravano anch'essi l'onore di averlo sul loro treno, essendo egli sempre andato e venuto in carrozza; perciò gli avevano preparato un vagone speciale e insieme con le loro signore, quando giunse, lo colmarono di gentilezze. Salirono con lui le maggiori autorità del luogo, non che vari Cooperatori e amici. Non c'erano Don Luis e Don Oscar Pascual. Sapendo che un visibilio di gente inondava la stazione di Barcellona, si fecero trovare con le carrozze alla penultima fermata, ricevettero Don Bosco e i suoi compagni e lo portarono per riposto cammino al treno di Francia, risparmiandogli così strapazzi ed emozioni.

                Presso il treno di Francia Don Bosco incontrò donna Dorotea con uno stuolo di signore e signori, convenuti per l'estremo commosso addio. Parecchi montarono con lui sul treno per scendere poi a una stazione distante circa due ore dalla loro città.

                Donna Dorotea, ritornando a Barcellona, riandava seco stessa le sante parole udite e le sante cose vedute in quelle settimane, nelle quali aveva fatto veramente da Maria e da Marta. Semprechè le era stato possibile, aveva ascoltato con serafica pietà la Messa del Servo di Dio e aveva accudito anche con le proprie mani ai servizi riguardanti la sua persona. Aveva financo chiamato pittori che adornassero la sala del suo palazzo, nella quale intendeva accogliere un tanto ospite, e partito ch'ei fu, la conservò come una reliquia, convertendola in cappella e rinchiudendovi in grandi armadi i mobili e gli oggetti da lui adoperati. Era poi stata cosa edificantissima vedere come la buona signora, che tutta Barcellona ammirava e venerava per l'eroismo della sua carità, se ne stesse davanti a Don Bosco umile come una bambina che non sapesse parlare.

                Due volte, in aprile e in maggio, Don Durando, come Prefetto Generale, inviò alle case salesiane relazioni sommarie del viaggio di Don Bosco nella Spagna. Della prima scriveva [117] monsignor Cagliero[63]: “La lettera di Don Durando fu letta e divorata dall'attenzione di tutti; e malgrado soffiasse un vento freddissimo, ci scaldò tutti di un santo entusiasmo, di nobile orgoglio per essere figli di un tanto padre”.

                Don Bosco dal canto suo in che pensieri avrà occupato la mente, allorchè fu solo, scorrendo fra sè e sè le vicende di quelle ventinove giornate così campali e così trionfali? A lecito argomentarlo da due parole sfuggitegli dalle labbra[64]. Un giorno a mensa uno dei convitati commentava dinanzi a lui quel ripetersi quotidiano di affollamenti, ed egli con tutta pacatezza e semplicità gli susurrò per tutta risposta: - Io non so perchè venga a vedermi tanta moltitudine di persone! - Quando poi nel seguito della conversazione il discorso cadde sull'opera salesiana di Sarrià, asserì con l'aria di dire una cosa da nulla: - I Talleres Salesianos daranno istruzione ed educazione a cinquecento fanciulli. - Obliare se stessi e intendere con salda fede allo svolgimento delle opere volute da Dio, ecco gli abituali pensieri dei Santi.

 

 


CAPO IV

Partenza dalla Spagna e ritorno a Torino.

 

                Più d'un lettore salesiano; giunto al termine del capo precedente, si sarà domandato perchè mai nel racconto del soggiorno barcellonese di Don Bosco, come del resto anche in quello della dimora parigina, non si sia fatta quasi menzione di Don Rua, che pure non dovette essersene stato ozioso a fianco del Servo di Dio. La colpa è in gran parte delle nostre fonti, ne' suoi riguardi pressochè mute. Bisogna però anche aggiungere che era suo costume eclissarsi e scomparire accanto a Don Bosco sì da non distrarre menomamente l'attenzione di chicchessia dalla persona del santo fondatore. Noi possiamo con tutta ragione ritenere che egli attendesse al disbrigo della stragrande di lui corrispondenza; che lo rappresentasse in atti di cortesia ed anche in faccende di rilievo, ma sempre a guisa di umilissimo segretario; che nella sua qualità di Vicario per il governo della pia Società si tenesse in quotidiana relazione d'affari con i membri del Capitolo Superiore, la quale attività si svolgeva naturalmente nell'ombra senza che nulla ne trapelasse ai vicini; che esercitasse il sacro ministero a pro dei confratelli e dei giovani della casa di Sarrià, specialmente confessando: ma la verità è che noi non ne sappiamo niente in modo positivo. E niente ne sapremo per il viaggio di ritorno.

                Accadde però negli ultimi giorni a Sarrià un fatto, che, ricordato allorchè Don Rua assunse la successione di Don [119] Bosco, servì a conciliargli la venerazione dei Cooperatori spagnuoli. Un bambino, spedito dai medici, non doveva più tardare molto a rendere l'ultimo respiro. I genitori, in uno slancio di amore e di fede, lo portarono a Don Bosco. Il Santo che non ne poteva proprio più, fece rispondere che andassero da Don Rua. Questi lo benedisse, e il moribondo guarì all'istante. Sul momento si considerò la benedizione di Don Rua come data in nome di Doli Bosco, al quale per conseguenza fu attribuita l'efficacia dell'intercessione; ma poi, diffusasi la notizia e ponderato il caso, si credette di dover riconoscere anche a Don Rua la sua parte di merito.

                I nostri viaggiatori non andarono la sera del 6 maggio oltre Gerona. Don Bosco aveva estremo bisogno di riposo e di quiete prima di esporsi a nuovi disagi e trovò un nido di pace nella casa del magnifico signor Gioachino de Carles, che con i suoi figli fu ad attenderlo alla stazione. Una folla sterminata circondava l'edifizio della ferrovia; ma il Santo, rivolto un saluto alle autorità religiose e civili che gli furono presentate appena smontò dal treno, venne fatto salire tostamente in carrozza e sottratto agli assalti della moltitudine. Il palazzo che lo accolse aveva ospitato già quattordici Sovrani, fra cui Amedeo di Savoia durante il suo breve regno nella Spagna. La famiglia, ammiratrice di Doli Bosco, stimò gran dono del cielo l'averlo anche per poco tempo nel proprio grembo. La camera assegnatagli è tenuta ancora oggi in venerazione, sebbene il palazzo abbia cambiato proprietario. Donato al Vescovo di Gerona, diventò sontuosa sede dell'Azione Cattolica.

                Come mai Don Bosco potè godere di sì aristocratica ospitalità lungi da Barcellona? A questa domanda risponde un testimonio vivente [1936], il vecchio parroco di Lloret de Mar, reverendo Giovanni Ferrès y Puntones, che allora aveva una mansione presso la nobile famiglia[65]. Don Gioachino, [120] primogenito di Gioachino de Carles, saputo che a Barcellona era arrivato un religioso in concetto di santo, pensò di andarlo a visitare. Il 24 aprile dunque, preso con sè il giovane Ferrès e recatosi alla casa salesiana di Sarrià, ottenne presto udienza da Don Bosco. Il loro colloquio durò a lungo. Nulla si sa di quello che si dissero; ma il Carles fu visto uscire contentissimo. La dimane questi ascoltò la Messa di Don Bosco nella cappella dell'istituto e ricevette da lui la comunione. Dopo una seconda udienza partì raggiante di gioia, perchè Don Bosco gli aveva fatto sperare una fermata in casa sua durante il viaggio di ritorno. La speranza divenne realtà. Allorchè un biglietto avvertì i signori Carles che il Santo sarebbe stato a Gerona la sera del 6 maggio, tutta la famiglia provò maggior contentezza che si se fosse trattato dei Reali di Spagna. Quindi palazzo messo a gala, gran banchetto nel più bel salone, camera di prim'ordine per l'ospite. Il nostro parroco descrive così l'impressione sua d'allora: “Don Bosco aveva statura media, occhi vivissimi, sguardo penetrante, il sorriso sulle labbra, una straordinaria attrattiva. Poseia el don de gentes. Bastava vederlo per dire che era un Santo. L'effetto sperimentato da me alla sua presenza era che, guardandolo, mi sentivo forzato a ripiegarmi sopra di me e a esaminare come stessi di anima”. Al suo partire lo vollero accompagnare fino a Cervere i signori Gioachino de Carles padre e figlio con i due figli minori Emilio e Edoardo. Breve fu la visita, ma durevole la corrispondenza epistolare.

                Data questa brevità della dimora, egli non potè fare nè ricevere molte visite. Ricevette fra gli altri il Vescovo monsignor Tommaso Sivilla, venuto il giorno appresso di buon mattino, tanto vivo desiderio aveva di vederlo. Osservando il sontuoso appartamento assegnatogli: - Come! esclamò al signor Carles che ve lo accompagnava. Per Don Bosco questo appartamento? - A cui quegli rispose: - Eccellenza, se ne avessi avuto uno migliore, glie l'avrei assegnato. - Partì alle otto e mezzo antimeridiane. Tutta la [121] famiglia de' suoi ospiti lo volle accompagnare fino a Port - Bou, accomiatandosi da lui con le più squisite significazioni di riverenza e di affetto. Rimasto solo con Don Rua e con Viglietti (anche Don Branda che l'aveva seguito fin là, era dovuto ritornare indietro) accettò con grato animo il pranzo preparatogli ivi da una buona signora, riprendendo poi nelle ore pomeridiane il treno di Montpelier, donde intendeva per la linea più corta far ritorno in Italia. Gli premeva di giungere presto a Torino, approssimandosi la novena di Maria Ausiliatrice; un presto relativo però, essendosi stabilito che egli procedesse per tappe, come consigliavano le sue condizioni di salute.

                Previa la fermata di un'oretta a Cette, della quale approfittò per salutare una ricca famiglia, compiè alle sei e mezzo l'itinerario della giornata, avente per meta Montpellier. Qui lo aspettavano a braccia aperte il Rettore del Seminario grande e gli altri superiori, che lo condussero a cena con i Seminaristi.

                La mattina dopo, 8 maggio, celebrò la Messa della comunità; poi diede udienza a numerose persone che dalle prime ore del giorno facevano ressa alla porta del Seminario.

                Verso le undici, invitato dalla Superiora, andò a visitare le religiose del Sacro Cuore. Vi era aspettatissimo. “Tout était en joie ce jour - là; on allait voir un Saint”, ci scrisse il 25 febbraio 1934 una delle superstiti, la quale proseguiva: “Molto si era pregato per ottenere quella visita, considerata come una grazia grande. E tale era in realtà il vedere e l'udire quel venerando vegliardo, i cui lineamenti, il cui accento portavano l'impronta di un'anima intimamente unita a Dio”. Stette là un quarto d'ora, assiso in un seggiolone e circondato dalla comunità, dalle educande e da un gruppo di signore. Parlò alcuni minuti; quindi cominciarono ad avvicinarglisi varie persone, che una a una gli confidavano le loro pene o gli chiedevano preghiere. Egli le ascoltava tutte con [122] bontà. Gli si appressò anche una fanciullina  che con le manine giunte e con gli occhi lacrimosi lo supplicò dicendo:

 - Padre, mi faccia tornare la mamma!

- Dov'è? le chiese il Santo.

- È morta, rispose la piccina.

- Lascia che se ne stia col Signore, le disse Don Bosco. Sta molto bene lassù.

                Facendosi tardi, avvertì a voce alta in modo da essere udito: - Non posso più ascoltarvi tutte. Vi darò la benedizione e pregherò che vi siano concesse le grazie da voi desiderate.

                La religiosa che ci fornì queste notizie, era ancora secolare. Un po' di vocazione la sentiva, ma quasi più in astratto per fede che per via d'inclinazione. Si trovava a passare qualche giorno nel convento, non punto decisa a rimanervi; la Superiora invece, per metterla al sicuro, avrebbe voluto che andasse quella sera stessa al noviziato. Allontanarsi così di botto dalla famiglia, senza far avvertiti i genitori, senza nemmeno salutarli, senza poter più godere neppure un giorno di quella vita da zitella che tanto le piaceva, era cosa che le scombussolava il cervello. In tale stato d'animo, allorchè Don Bosco, passandole vicino, la riunirò, si mantenne indifferente. La Superiora le fe' cenno di seguirla. Obbedì, scese lentamente la scala dietro il Santo e quando si fu nel giardino, la Madre la trasse dinanzi a Don Bosco, indicandole d'inginocchiarsi per ricevere una benedizione da lei non chiesta nè desiderata. Tuttavia obbedì ancora. Egli le pose paternamente la mano sulla testa che bolliva, e premendo forte le disse: - Povera figliuola, abbiate fiducia. Avrete molto da lottare, sì, molto... ma... - Il turbamento che la assalse in quell'istante, non le permise di udire le parole che tennero dietro a quel ma. Ebbene tutto si avverò alla lettera: lotte, contrasti, difficoltà personali ed estrinseche congiurarono a strapparle la vocazione; ma a quarantasette anni da tale incontro essa, chiamandosi felice della sua vita religiosa, attribuiva [123] questa felicità all'efficacia della benedzione e delle preghiere di Don Bosco.

                L'Eclair, organo cattolico del luogo, nel numero del sabato 8, rievocando le impressioni prodotte anche a Montpellier dalle cose che nel 1883 si narravano della visita di Don Bosco a Parigi, dava a' suoi lettori la notizia che le célèbre prêtre italien si trovava nella loro città e che la dimane avrebbe celebrato la Messa delle otto nella cattedrale. Questo annunzio mise in movimento la cittadinanza; una folla mai vista riempì assai prima del tempo la vasta chiesa. Al suo arrivo gli mosse incontro tutto il capitolo e il clero. Al vangelo il Vicario Generale parlò dal pulpito, raccomandando la questua a favore delle opere salesiane. Don Rua e Viglietti andarono in giro con il vassoio e ringraziavano gli oblatori con la frase rituale di Don Bosco: Que Dieu vous le rende. Finita la Messa, il Servo di Dio disse alcune parole alla moltitudine. “La sua voce lenta e debole, scrisse il citato foglio nel numero del 10, non domina l'uditorio; l'accento straniero lo mette fra noi a disagio, appare esitante nel suo dire”; ma “basta vederlo per sentire come un’emanazione soprannaturale che s’irradia da tutta la sua persona”.

                Preso un po' di ristoro nella canonica, si portò al monastero della Visitazione, dove s'intrattenne alquanto con le Suore radunate in una sala. Era gravemente inferma una suora, molto cara a tutta la comunità per le sue belle virtù. Le religiose lo pregarono di farle una visita, sperando un miracolo. Il Santo andò a trovarla; ma, raccoltosi alcuni istanti in atto di consultare la volontà di Dio, alzò il dito e mostrando all'ammalata il cielo: - Al cielo, al cielo! - esclamò. Infatti poco dopo rese l'anima al Signore[66].

                Prima di partire il Santo diede ivi stesso molte udienze. Per le dodici ritornò nel Seminario. Lo dirigevano i figli di S. Vincenzo de' Paoli, che avevano scelto quel giorno per [124] festeggiare il loro santo Patrono, stimando la presenza di Don Bosco il più bel numero del programma.

                Nel pomeriggio cominciò la processione dei visitatori; ne vennero tanti, che non fu possibile contentare tutti, e non si doveva turbare l'orario della comunità. Accadde un prodigio, del quale furono molti i testimoni. Una signora inferma, portata quasi di peso davanti a Don Bosco, ne ricevette la benedizione e guarì all'istante, sicchè tornò a casa facendo da sè la strada. Dalla sala delle udienze passato nella sua camera, egli per prima cosa si alleggerì delle monete d'oro e d'argento che gli sfondavano le tasche; onde in seguito disse scherzando: - A Montpellier se non accettavamo il danaro, ce lo tiravano dietro e stimavano che facessimo loro una grazia accettandolo.

                Rivide a Montpellier una sua cara conoscenza, il dottore Combal, che vi aveva la sua residenza[67]. Appena informato della venuta di Don Bosco, si affrettò a visitarlo fin dalla prima sera, rinnovando poi ancora la visita nelle due sere successive. L'ultima volta menò pure seco la famiglia, nè volle separarsi da lui senza esaminare ben bene le sue condizioni di salute. Uscito dalla stanza e incontrati Don Rua e Viglietti, confermò la diagnosi di due anni addietro. Don Bosco, ripetè egli, non ha altra malattia che un'estrema prostrazione di forze. Se Don Bosco non avesse mai fatto nessun miracolo, io crederei il maggiore di tutti la sua stessa esistenza. È un organismo disfatto. È ­un uomo morto dalla fatica e tutti i giorni continua nel lavoro, mangia poco e vive. Questo è per me il massimo dei miracoli.

                I chierici manifestavano per Don Bosco un'affettuosa ammirazione; a dar loro ascolto, avrebbero vuotato il seminario per correre dietro a lui. Dopo la cena si presentò ad essi in una sala. Non si reggeva più in piedi. Avrebbe desiderato parlare; ma la spossatezza era tanta, che dovette rinunziarvi [125] e limitarsi a benedirli tutti insieme. Nondimeno la sua semplice vista fu più eloquente ed efficace di qualsiasi discorso.

                Che una parente di Don Bosco vivesse a Montpellier, forse neppure gli era noto o fors'anche non se ne rammentava. Espatriato non sappiamo per qual motivo con la moglie, una Zagna, Francesco Bosco, figlio di Giovanni, zio paterno del Santo, aveva terminato prematuramente la vita a Marsiglia nel 1870, lasciando due figlie ancora bambine. Queste furono allevate a Montpellier nell'orfanotrofio delle suore di Nazaret  dove appunto si trovavano, quando arrivò il loro grande cugino. La maggiore, nata nel 1867, era ormai in età da dover decidere sul suo avvenire. Visitò Don Bosco nel Seminario. Non lo vedeva allora per la prima volta; poichè su gli otto anni la madre, andata a Castelnuovo, l'aveva condotta a lui in Torino[68]. Egli dunque, ricevutala con bontà commovente, le domandò che cosa intendesse di fare e n'ebbe in risposta che voleva farsi religiosa. - Sì, va bene, le diss'egli, guardandola con i suoi occhi penetranti. M'interesserò di te. - Quindi alla suora che la accompagnava, soggiunse: - Io assistetti negli ultimi momenti suo nonno, fratello di mio padre. Se tutti vivessero come lui, la morte sarebbe sempre bella come la sua. - La giovane entrò fra le Benedettine del Sembel presso Miols nel dipartimento dell'Héraut, professandovi nel 1893 e cambiando il suo nome di Paola in quello di Maria Eleonora[69]. Vi divenne poi Superiora e mentre scriviamo si trova nella badia di Pradines, nel dipartimento della Loire[70]. [126] La piena della gente aumentava d'ora in ora, turbando seriamente la tranquillità del pio luogo; onde il Santo decise di non prolungarvi di più la sua dimora. Perciò la mattina del io, fatto un po' di déjenner dalle Suore della Carità, che per mezzo dei loro Confratelli avevano potuto ottenere quel favore, partì per Valenza.

                Quell'ospitalità offertagli tanto cordialmente nel Seminario di Montpellier ebbe un seguito, del quale non potremmo non fare parola. Al signor Dupuy, superiore del Seminario, Don Bosco aveva mandato da Torino con i suoi ringraziamenti anche alcune pubblicazioni sue, fra le altre la Vita di S. Vincenzo de' Paoli. Quegli rispondendo il 2 luglio, dopo averlo ringraziato gli diceva: “Il Seminario di Montpellier serba ancora la più gradita impressione della sua visita; i buoni abitanti della città, che le fecero sì bella accoglienza, sarebbero disposti a rinnovargliela e io mi offrirei nuovamente a sorreggerla e a ripararla dall'assalto della folla. E sì che dovetti sudare un bel poco a contenere l'impeto del popolo, che voleva baciare la mano a un prete povero fra i poveri e pieno di acciacchi”. Ma tuttavia era rimasto con un grave rammarico. Avendolo lasciato interamente a disposizione degli altri, non erasi mai potuto procurare la comodità di discorrere con lui da solo a solo, mentre avrebbe avuto un gran desiderio d'interrogarlo sul metodo da lui usato per portare le anime a Dio. Gli aveva bensì domandato come facesse con sì scarso numero di aiutanti a governare tanti giovani, e Don Bosco gli aveva risposto che tutto il segreto stava nell'infonder loro il santo timor di Dio; ma di questa sua risposta il Superiore non era pago. “Il timor di Dio, osservava nella medesima lettera, è soltanto il principio della sapienza; io invece vorrei sapere quale sia il suo metodo per guidare le anime al sommo della sapienza, che è l'amor di Dio.

                Quando gli si lesse la lettera[71], Don Bosco esclamò: [127] Il mio metodo si vuole che io esponga. Mah!... Non lo so neppur io. Sono sempre andato avanti come il Signore m'ispirava e le circostanze esigevano[72]. - Che cosa rispondesse o facesse rispondere, non si sa; ma certo queste parole nella loro semplicità vogliono dire molto. Esse non significano già che fosse suo costume come nota Don Fascie[73], andare senza saper dove, ma che non si era irrigidito in un sistema stereotipato, il quale “gli troncasse la libertà dei movimenti di fronte a nuove iniziative o a nuove esigenze”. Infatti il suo spirito eminentemente pratico rifuggiva dalle astrattezze. Un metodo veramente Don Bosco fece suo, il così detto metodo preventivo, ma traendone gli elementi dalla  “tradizione umana e cristiana” e dallo studio sull'animo dei giovani, lungi perciò dal campo della Pedagogia teorica.

                Sulla linea da Montpellier a Valenza s'incontra Tarascona, dove bisognava cambiare treno. In quell'attesa di circa mezz'ora, sparsasi ivi intorno la voce che quel prete vestito all'italiana era Don Bosco, la sala d'aspetto si riempì dì gente. Gli uni si vedeva che erano attratti da semplice curiosità, altri al contrario gli venivano a chiedere divotamente la benedizione.

                S'arrivò a Valenza verso le quattro pomeridiane. Il parroco della cattedrale, tutto affetto per Don Bosco e per i Salesiani, si trovò a riceverlo nella stazione e lo condusse a casa sua. Alla cena sedeva a mensa anche l'economo della grande Certosa di Grenoble, che conversò lungamente col Servo di Dio. Quel buon monaco sapeva pochissimo di Don Bosco e meno ancora della sua opera; ma il Viglietti riuscì in breve a catechizzarlo così bene, che egli partendo promise di ricordarsene e abbracciò tutti con la più schietta cordialità. Quel ricordarsene voleva dire che nelle rilevanti beneficenze largite ogni anno dal dovizioso monastero, ci sarebbe stato margine [128] anche per Don Bosco. Nè furono parole lanciate al vento. Infatti il 31 maggio si presentò all'Oratorio un monaco di quella Certosa che a nome del Priore portava a Don Bosco in dono cinquantamila franchi con una lettera piena di benevolenza per lui, nella quale il Superiore si dichiarava pronto a prestargli ogni servizio e a somministrargli ogni soccorso.

                Un pranzo d'onore fu imbandito dal parroco il giorno dopo, con larghi inviti di signori della città, fra i quali menzioneremo il Du Boys, biografo di Don Bosco, incontrato già da noi a Tolone[74]. In seguito Don Bosco fece visita alle Suore della Visitazione, alle Trinitarie e alle signore che lavoravano per i Missionari, dappertutto spargendo consigli, conforti e benedizioni. Alle otto della stessa sera vi fu conferenza nella cattedrale, che, sebbene vastissima, si gremì di popolo; ma Don Bosco cedette la parola a Don  Rua, il quale narrò la storia dell'Oratorio e poi con Viglietti andò per la chiesa a raccogliere limosine.

                Il giorno 12, come già il mattino antecedente, celebrò nella cattedrale. Dopo il vangelo, postosi a sedere, parlò a un uditorio numerosissimo, toccando in particolar modo della chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Roma; quindi si ripetè la questua, mentre Don Rua dalla balaustra distribuiva in grande quantità medaglie di Maria Ausiliatrice. Date udienze quante potè, Don Bosco si ritirò perchè era imminente l'ora di partire. Scoccavano le dodici, quando si lasciò Valenza per Grenoble, ultima tappa di Don Bosco in terra di Francia: ultima diciamo non solamente nel lungo viaggio fin qui descritto, ma oramai anche per il rimanente del vivere suo.

                A Grenoble la fama era precorsa. Sacerdoti e signori andati a riceverlo, vista l'aspettazione del pubblico, avevano divisato di condurlo dalla stazione alla chiesa di S. Luigi. Le vie e le piazze vicine riboccavano di gente, e dentro la [129] folla si accalcava in ogni angolo. Il parroco, vestito di rocchetto, gli venne incontro con tutto il suo clero fino alla porta e ad alta voce lo invitò a benedire i suoi parrocchiani ed a fare per loro una preghiera. Don Bosco accondiscese. Allora non ci fu più ritegno che valesse: la moltitudine, trasportata da una specie di frenesia, si gettò sopra di lui, sicchè bisognò circondarne vigorosamente la persona, affinchè non rimanesse schiacciato, ma potesse in qualche modo raggiungere l'altare. Per questo, non riuscendosi più a toccargli la mano o la veste, si vibravano da lungi le corone del rosario, tempestandolo di colpi sulle spalle, sul collo, sulla testa, sulle braccia; cosicchè tanto nell'entrare che nell'uscire fu assoggettato a una “pia flagellazione”, come si esprime nei Processi Don Rua, che gli stava daccanto[75]. Infatti alla sera aveva le mani tinte di sangue, gli doleva la faccia e accusava un dolore al braccio destro.

                Quando col tempo e con la pazienza s'arrivò a chiuderlo in carrozza, venne condotto nel Seminario maggiore con un seguito di ecclesiastici e di laici. I veicoli entrarono per la porta carraia, mentre i seminaristi stavano tutti affacciati alle finestre, ansiosi di vedere il Santo. Il Superiore, attorniato dal suo personale, lo ricevette a pie' dello scalone. Vedendolo affaticato e ansante gli disse:

- O Padre reverendo, lei sembra molto sofferente... Ma nessuno meglio di lei sa quanto la sofferenza santifichi.

- No, no, signor Rettore, gli rispose prontamente Don Bosco, quella che santifica non è la sofferenza, ma la pazienza.

                Sonata poco dopo la cena, entrò con tutti i superiori nel refettorio dei chierici, che, levatisi in piedi, applaudirono con entusiasmo, ed egli, giunto al suo posto, disse a voce alta ed in italiano: - Buon appetito! - Cosi fece poi anche tutte le altre volte.

                Servivano per turno alle mense quattro chierici. I quattro [130] di quella sera complottarono di trafugare e dividersi fra loro le stoviglie e le posate di Don Bosco; ma a coonestare il furtarello si quotarono un tanto ognuno per fare acquisto di un servizio nuovo uguale al trafugato. Così, al momento opportuno, piombarono sulla preda e si ripartirono la refurtiva.

                La prima giornata di Grenoble, 13 maggio, fu assai laboriosa. Infra Missam, celebrata nella cattedrale con l'assistenza del Capitolo che l'aveva ricevuto in corpo con la solennità del cerimoniale vescovile, Don Bosco parlò piuttosto lungamente al folto uditorio, mostrando come la sua opera rispondesse alle esigenze dei tempi. Seguì la solita questua.

                Dopo la Messa, mentre a piedi attraversava la piazza piena di gente e si dirigeva alla canonica, ecco un canuto vegliardo fendere la folla, raggiungerlo, gettarglisi in ginocchio davanti e supplicarlo di benedire lui e di pregare per la sua consorte. Tutta la città lo conosceva e l'aveva in venerazione; era il signor Paolo Lamache, uno dei sette che con l'Ozanam istituirono a Parigi nel 1833 la Società di S. Vincenzo de' Paoli, più nota sotto il nome di Conferenze. Stabilitosi già vecchio a Grenoble, aveva da più anni la moglie gravemente inferma; allora anzi la povera ammalata non poteva più ingerire alimento di sorta e i medici non davano più alcuna speranza. Il marito, uomo di fede, saputo che Don Bosco era là, veniva a tentare la prova estrema. Don Bosco, udita la sua accorata invocazione, si raccolse alcuni istanti in se stesso, come per consultarsi con Dio, e poi disse:

- Faccia per i poveri qualche cosa che le costi sacrifizio e sue figlie non hanno gioielli di famiglia, ai quali siano molto attaccate?

 - Sì, ne hanno, rispose.

- Ebbene, ripigliò Don Bosco, li offrano a Maria Ausiliatrice per le opere salesiane.

                La privazione era ben dura; tuttavia pochi giorni dopo quei tesoretti domestici prendevano la via di Torino. Don Bosco ricevutili fece telegrafare: “Otterrassi guarigione, se [131] utile alla salvezza eterna” . L'effetto fu che la signora Lamache guari e campò altri venti lunghi anni.

                Nella casa parrocchiale convennero i membri della Società di S. Vincenzo per rendergli omaggio ed esserne benedetti. Dopo, recatosi a visitare una benefattrice, vi si fermò a dare molte udienze. Per il pranzo s'andò fuori di città, nella villa del Seminario con tutti i chierici. Nel ritorno egli passò dalle religiose del Sacro Cuore; poi, rientrato nella sua dimora, continuò fin tardi a ricevere chi volle parlargli. Nell'ora della lettura spirituale che precedeva immediatamente la cena, non permettendosi più l'ingresso a estranei, si uni ai seminaristi per il pio esercizio; ma quella volta il leggere venne sostituito da una esortazione di Don Rua. Questi prese a ragionare sul tema dell'amor di Dio per noi. Scrive uno che fu presente: “Le sue ardenti parole rivelano in lui un'anima infocata. Più che meditazione era contemplazione, ma per il Santo diventò estasi. Grosse lacrime gli rigavano le guance e il Superiore, come se n'avvide, con la sua voce dolce e simpatica disse forte: - Don Bosco piange. -

                È impossibile esprimere l'emozione prodotta nelle nostre anime da quella semplice parola. Le lacrime del Santo furono ancor più possenti che gl'infiammati sospiri di Don Rua. Noi ci sentimmo profondamente scossi e riconoscemmo la santità al segno dell'amore, nè avevamo più bisogno di miracolo per manifestare al Santo la nostra venerazione, mentre di là s'andava nel refettorio”.

                Ed ecco che fecero. I seminaristi erano centoventi, e ognuno volle baciare la mano a Don Bosco. In un batter d'occhio s'intesero fra loro. Due gli si piantarono ai fianchi e gli presero le braccia per sostenerle; così lungo il portico fino al refettorio si succedevano due a due di qua e di là a baciargli le mani. Ora si noti che in Francia non si usa generalmente baciare, come costumiamo in Italia, le mani ai preti; il farlo è colà un atto che riveste il carattere di alta venerazione personale.

                Nacque appresso una gara per potergli parlare in privato. [132]

                Ecco un episodio. Il mattino seguente per tempo un chierico Edoardo Jourdan, sgusciando non si sa come dalle file, corse dov'era l'appartamento di Don Bosco e picchiò all'uscio della sua camera. Nessuno rispose, ma si fece innanzi il Viglietti, il quale gli disse che Don Bosco stava nella sala di lettura. Senza dire nè un nè due il chierico si volse da quella parte, seguìto da un compagno sopraggiunto lui pure non si sa come. In quel punto si apre la porta e Don Bosco viene fuori. Entrambi spiccano un salto e si gettano in ginocchio. Parlò per primo il Jourdan dicendo:

- Padre, io sono indeciso circa la mia vocazione. Mi dica lei che cosa debbo fare.

- Voi, amico mio, bisogna che veniate con me, rispose Don Bosco. Voi sarete salesiano.

                Anche l'altro lo interrogò sulla via da scegliere e ne ricevette per tutta risposta un gesto negativo della destra che voleva significare: - Voi no, non vi voglio. - Tanto nel dire al primo che nel fare no al secondo egli si espresse in modo egualmente categorico.

                Un'altra smania prese quei buoni seminaristi: tagliargli pezzetti della sottana o ricci dei capelli. I tentativi si facevano quando il Superiore presentava a Don Bosco le singole camerate. Parecchi vi andavano armati di forbici, ma all'atto pratico veni va loro meno il coraggio di adoperarle. Qualcuno tuttavia vi s'arrischiò; ma uno sguardo fulmineo del Santo incuteva timore. Vi fu uno più fortunato degli altri, al quale il colpo riuscì; ma Don Bosco se n'accorse e disse sorridendo al Superiore: - Signor Rettore, ella ha dei ladri qua entro. Il Rettore sbarrò gli occhi; ma fu l'allarme di un istante. Bella è l'osservazione di colui che abbiamo citato poc'anzi a proposito del lacrimare di Don Bosco; egli concilia ingegnosamente due cose tanto diverse, quali la severità di quelle occhiate e l'amabilità di questo sorriso. “Io sguardo severo, scrive, ante factum e il sorriso post factum. Nei Santi come in Dio la giustizia e la misericordia si danno un bacio ineffabile”. [133]

                Chi così commenta, è il chierico che ricevette da Don Bosco il no, dopochè al suo compagno era toccato il . A quest'ultimo nell'udienza della sua camerata il Santo replicò l'invito, nè parlava a sordo; infatti, recatosi per il noviziato a Marsiglia, egli divenne sacerdote e visse da ottimo Salesiano fino al 1923. L'altro, esercitato per più anni il ministero pastorale in diocesi, entrò nella grande Certosa di Grenoble, dove rimase fino alla cacciata dei religiosi dalla Francia. È il padre Pietro Muton, oggi vicario della Certosa di Motta Grossa in quel di Pinerolo; la sua relazione sulla dimora di Don Bosco nel Seminario di Grenoble contiene tante altre coserelle che si possono leggere in fondo al volume[76]. Ei vi tace però una particolarità, che raccontò nel nostro noviziato di Monte Oliveto[77]. Quand'era nel Seminario, correva pericolo di perdere la vista o per lo meno di non averne a sufficienza per continuare gli studi. Orbene, la prima volta che potè afferrare la mano del Santo, se la appoggiò, pieno di confidenza, su gli occhi, i quali come per incanto si rinvigorirono e ogni sua apprensione fu per sempre dileguata.

                La terza giornata di Don Bosco a Grenoble passò su per giù come la prima, con la differenza della pioggia, che, pur cadendo a catinelle non rattenne una fiumana di popolo dall'invadere la chiesa di S. Luigi, dove andò a celebrare, e poi la piazza e le vie adiacenti. Ricevuto al solito dal parroco e dal clero sulla porta, al vangelo fece un po' di storia della chiesa del Sacro Cuore a Roma. Dopo la Messa, udienze nella canonica, udienze presso la chiesa di S. Lorenzo da lui visitata, udienze nel Seminario. Alle otto di sera s'andò a S. Andrea per la pia pratica del mese mariano. Si faceva già scuro e una marea di gente rumoreggiava nella piazza, perchè in chiesa non poteva più entrare nessuno. Temendosi di qualche [134] disgrazia in tanto tramestio, Don Bosco scese dalla vettura e parecchi signori con a capo l'erculeo coadiutore Graziano, venutogli incontro dall'Italia, lo circondarono e gli apersero alla meglio un po' di passaggio. Il Servo di Dio era stanco da non poterne più; eppure volle dire al popolo qualche parola dalla balaustra e gli diede la sua benedizione.

                Se l'entrare nella chiesa non fu senza apprensioni, l'uscire diventò una paurosa impresa; con tanta e tale moltitudine irrequieta potevano succedere grossi guai. “Tanto Don Bosco quanto noi che gli eravamo insieme, scrive il Viglietti, non dimenticheremo mai quella sera. Io aveva i piedi pesti che mi sanguinavano; per non essere allontanato da lui dovetti aggrapparmi alle sue vesti. Il povero nostro padre, oltre all'essere stanco e pesto e malconcio dall'indiscreta pietà dei fedeli, aveva le mani livide. Lo hanno morso, gli hanno strofinato sul volto e sulle mani corone, crocifissi e medaglie” . Tuttavia per chi era au - dessus de la mêlée dovette essere un commovente spettacolo di fede.

                L'ultimo giorno, 15 maggio, non uscì dal Seminario se non quando fu l'ora della partenza. Celebrò la Messa della comunità e salutò i chierici. Non vide il Vescovo della diocesi monsignor Fava, perchè assente dalla città; Don Bosco però nel giungere si era fatto un dovere di recarsi all'episcopio in segno di devoto omaggio. Finalmente verso le nove col diretto d'Italia lasciò Grenoble, dando l'addio in perpetuo a quella Francia, della quale per tante guise aveva sperimentato la benevolenza e la generosità.

                Don Lemoyne raccolse la notizia di un fatto prodigioso avvenuto a Grenoble prima ancora che vi giungesse Don Bosco. Un tal signor Darberio aveva un figlio malato di male incurabile e, cosa più affliggente per la cristiana famiglia, restio a ricevere i sacramenti; si era perciò il padre rivolto per lettera a lui, supplicandolo di pregare Iddio che almeno toccasse il cuore a quel disgraziato. Don Bosco gli aveva risposto che suo figlio non solamente sarebbe guarito, ma al [135] suo passaggio per Grenoble gli avrebbe servito la Messa.

                E così avvenne.

                Si riferiscono al medesimo passaggio due lettere scritte a Don Bosco nel gennaio del 1888 da chi doveva ignorare in quali condizioni si trovasse allora il Servo di Dio. Nella prima, che è del 16, la signora Susanna della Brosse chiede un favore spirituale; ma per aprirsi la via alla domanda gli rammenta un favore temporale già da lui ottenutole. “Quand'ella, scrive la richiedente, passò due anni fa da Grenoble, mio padre soffriva per grave mal d'occhi. La S. V. si degnò di pregare per lui Maria Ausiliatrice, e nel giorno stesso gli occhi di mio padre erano guariti”.

                La seconda lettera con la data del 25 è di un giovane povero povero per nome Mario Faure, che gl'invia in offerta l'obolo di un franco e venticinque centesimi e che, uscito d'infermità, si raccomanda alle sue preghiere, perchè possa trovar lavoro. Orbene per richiamarglisi alla memoria, gli ricorda parecchie circostanze di un'udienza accordatagli a Grenoble, che cioè egli è quel tal povero giovane gobbo da lui ricevuto nella sua camera in seminario prima di andar a celebrare nella chiesa di S. Luigi e che aveva la madre inferma, e che il Servo di Dio gli donò una medaglia per essa, raccomandandogli di fare sino alla fine dell'anno questa preghiera al Sacro Cuore di Gesù: “Gloria al Sacro Cuore di Gesù ora e sempre e in tutti i secoli. Così sia”. Giaculatoria molto facile a ricordarsi, consigliata forse dal vedere la poca levatura del soggetto. Egli assicura d'aver fatto sempre la preghiera, ma nulla aggiunge sullo stato della madre. Piuttosto noi vorremmo che fosse rilevato il singolare tratto di bontà, con cui Don Bosco in un momento così intempestivo ricevette, ascoltò e confortò quel poveretto come se fosse un gran personaggio.

                Ed ora veniamo all'epilogo. L'II maggio da Valenza il Viglietti aveva scritto a D. Lemoyne: “Don Bosco al cui fianco mi trovo in questo momento, m'incarica di salutarla tanto [136] e di salutare tutti i Superiori dell'Oratorio e tutti i giovani e dir loro che sabato alle sei di sera spera di rivederli tutti in buona salute”. Questa comunicazione dopo sì lunga assenza e dopo la trepidazione comune per la sua preziosa salute durante un viaggio così faticoso mise in gran festa tutto l'Oratorio. Giunse quando mancava poco alle sette. Chi può de scrivere l'entusiasmo al vederlo comparire dalla porteria? Il primo entusiasmo per altro si cambiò tosto in commossa tenerezza all'osservare quanto si andasse incurvando sempre più nella persona[78]. Mentr'egli attraversava lento lento il cortile in mezzo a due ale compatte dei giovani che gli afferravano le mani per baciarle, uno dei segretari, vedendolo affaticato, volle por termine a quel movimento, respingendo i ragazzi; ma Don Bosco, che avvertì l'improvvisa pena dei più vicini, gli diede uno schiaffetto sulla guancia dicendo: - Perchè non vuoi che vengano a baciare la mano? Lasciali venire. - Così tutti ebbero quella soddisfazione, accompagnandolo poi con grida di gioia e con applausi, mentr’egli percorreva il ballatoio per andare alla sua camera. Dopo la cena una bella luminaria e grandi iscrizioni esprimevano il generale tripudio.

                Cadeva ai 16 di maggio il Patrocinio di S. Giuseppe, festeggiato nell'Oratorio specialmente dagli artigiani. Don Bosco per ringraziare la Madonna dei benefizi ricevuti nel suo viaggio volle non senza gran disagio celebrare la Messa in Maria Ausiliatrice al solito altare di S. Pietro durante la Messa della comunità, sicchè tutti ebbero la consolazione di vederlo a loro agio; poi a mezzogiorno per il pranzo scese nel refettorio dei Confratelli, dove gli si lessero da giovani e da superiori complimenti in prosa e in versi. Poichè Don Bosco parlava assai bene e gustava il piemontese, Don Fran­cesia, direttore degli studenti, lo salutò gaiamente in quel dialetto[79]. Alla fine Don Lazzero, direttore degli artigiani, annunziò che dopo le funzioni della sera i suoi avrebbero fatto [137] un'accademia da potersi intitolare: San Giuseppe e Don Bosco, pregava quindi i presenti a volerla onorare, ma a Don Bosco disse che non osava fargli l'invito, tanto più che il trattenimento si sarebbe fatto nel cortile; dover tuttavia essere un prezioso regalo per gli artigiani poterlo contemplare anche solo pochi istanti in mezzo a loro. Don Bosco rispose: - Se il tempo è bello e se l'aria non sarà troppo fredda, ci verrò.

                Ci andò difatti. Il Viglietti aveva avuto l'idea di mettergli prima al collo la medaglia datagli a Barcellona dalla Società Cattolica; la qual novità fu salutata da tutti con segni di grande allegrezza. Con le lodi a S. Giuseppe s'intrecciarono gli accenni ai viaggi di Don Bosco, al bene da lui operato, alla decorazione barcellonese e a tante altre cose che lo intenerirono fino alle lacrime. Anche gli operai cattolici di Borgo Dora, dei quali Don Bosco era presidente onorario, avevano mandato una rappresentanza con un affettuoso indirizzo da leggersi in pubblico[80]. Il Santo rimase così contento, che ordinò di copiare in pulito le cose lette, formarne un fascicoletto decoroso e mandarlo nella Spagna alla nobile famiglia Marti Codolar. “Così terminava, scrisse l'indomani Don Lazzero nella lettera citata, il bel giorno di ieri, bello per l'arrivo di Don Bosco fra noi, bello perchè Patrocinio di S. Giuseppe, bello perchè nella novena della nostra festa di Maria Ausiliatrice, bello ancora pel cielo limpido e chiaro dopo molto tempo che non avevamo più avuto giorno di così bel sereno”.

                Chi più d'ogni altro in Torino godeva del felice ritorno di Don Bosco era il cardinale Alimonda. Lasciati passare alcuni giorni, quando credette che Don Bosco si fosse rimesso abbastanza dagli strapazzi di quel viaggio, che fu giudicato da taluni “pia e sorprendente temerità”[81], la mattina del 18 maggio venne improvvisamente all'Oratorio per vederlo. Non fu la sua una vista di mera convenienza, ma di cordiale [138] amicizia, tanto che la protrasse per più di un'ora. Egli trovò purtroppo il Servo di Dio quale lo descriveva il 20 maggio Don Lazzero al Vicario Apostolico della Patagonia, “Mi domanderai: Ma come sta Don Bosco? Non istà male, ma ognor più diventa pesante, cioè le gambe s'indeboliscono sempre più e pare che il suo corpo pesi il triplo, non potendolo più reggere le sue gambe; a stento si trascina avanti a passo di formica. Di testa va ancor bene, di stomaco passabilmente; solo che giorno per giorno va diminuendo in lui la volontà di parlare; gode nel sentire gli altri a discorrere, e specialmente quando si espongono cose riguardanti le missioni, allora sta molto attento, e generalmente in queste cose prende la parola anche lui. Del resto noi ci auguriamo che possa andar avanti così ad multos annos”.

                Anche questa volta dunque Don Bosco, sebbene sembrasse in tale stato da non poter raggiungere la meta prefissa, nondimeno, secondando una sua persistente idea, senza consultare le proprie forze, senza tener conto della più ordinaria prudenza umana, si era spinto così lontano, e la Provvidenza l'aveva, come sempre, visibilmente assistito, facendogli superare ostacoli a comun giudizio insormontabili. Quanto bene spirituale operò nelle anime con l'efficacia della sua parola! Ma prescindendo da questo, noti che dagli aiuti materiali di cui pur tanto abbisognava, e dalla grandiosa offerta del Tibidabo destinato a essere il voto nazionale della Spagna al Sacro Cuore di Gesù, la sua presenza nella cavalleresca nazione fece sì che, come già in Francia, l'opera sua vi fosse universalmente conosciuta, acclamata e desiderata e vi prendesse poi in breve volgere di anni ampio e solido sviluppo, sì da uscire perfino incolume dai truculenti furori della rivoluzione comunistica che nel 1934 sconvolse e insanguinò tutto il paese[82].

 

 


CAPO V

Da Maria Ausiliatrice all'Assunta. Don Bosco nell'Oratorio ed a Pinerolo.

 

                LA festa di Maria Ausiliatrice acquistava d'anno in anno una popolarità sempre maggiore e sempre più estesa. Nel 1886 grande fu il concorso dei fedeli durante la novena, grandissimo alla vigilia, straordinario nel giorno della solennità. Con il numero c'era anche la vera divozione. Il salernitano Don D'Antuono, predicatore del mese mariano e della novena, disse d'aver predicato in chiese più vaste e dinanzi a maggior folla di popolo, ma di non aver mai visto tanto raccoglimento e tanta pietà.

                La presenza di parecchi Vescovi a Torino, recentemente consacrati, favori lo splendore delle sacre Funzioni, che per tutto il 23 si svolsero così solenni da sembrare che fosse il dì della festa; i pontificali del mattino e della sera contribuirono a creare quella illusione, tanto più essendo la domenica. Don Bosco celebrò all'altare di S. Pietro. Assistette alla sua Messa una serrata moltitudine di persone e gliela servirono il Presidente generale dell'Unione Cattolica Operaia torinese e il Presidente della sezione di S. Gioachino. I Soci di quest'ultima erano venuti in corpo a ringraziare Maria Ausiliatrice per il felice viaggio del loro Presidente onorario. Nel pomeriggio, due ore prima dei vespri, si tenne la conferenza salesiana. Don Bosco aveva lasciato sperare che avrebbe parlato; [140] ma all'ultimo gli mancarono le forze e ne die' incarico a Don Bonetti. Egli se ne stette ad ascoltare dal presbiterio, mirato e rimirato con commozione dagli uditori in quel suo atteggiamento composto e accasciato. Mentre poi si faceva la questua, accadde un episodio veramente singolare. Un operaio, che a furia di gomitate era giunto fino a lui, gli depose nelle mani dieci scudi dicendo: - Sono sei mesi che metto da parte questo po' di risparmio. Se lo abbia per i suoi poveri fanciulli.

                Quando il Servo di Dio uscì nel cortile dell'Oratorio, i Cooperatori lo attorniarono in gran numero con un affetto indicibile. “Chi non vide Don Bosco fra i suoi, fu scritto allora[83], non può farsi un'idea che cosa sia entusiasmo”. Che pena tuttavia vedendolo così lento a muoversi e così curvo nella persona! - Com'è invecchiato! - si esclamava. Il Viglietti scrive nel suo diario: “Don Bosco impiegò tre quarti d'ora per risalire in camera sua. Quanta gente! I più sono forestieri che vengono a ringraziare Maria Ausiliatrice pei favori ottenuti. Due volte Don Bosco diede la sua benedizione colle lacrime agli occhi a quella turba. È stanco, è senza fiato, è sfinito che cade; eppure vuole contentare tutti, parlare con tutti, a tutti chiedere notizie. È un martire”.

                Alla festa, benchè in giorno feriale, vi fu tanto concorso, quanto non se ne era mai visto nell'Oratorio. Il cardinale Alimonda fece assistenza pontificale alla Messa cantata da un Vescovo, e ritornò alla sera per la benedizione. Nell'interno dell'Oratorio convennero successivamente centinaia di sacerdoti e di laici, amici di Don Bosco, per rallegrarsi con lui e tenergli lieta compagnia. A mensa fecero corona da un lato all'Arcivescovo parecchi Vescovi e dall'altro a Don Bosco i conti Colle e vari Cooperatori italiani. Fin dal mattino si aggiravano per l'Oratorio e presero parte alle funzioni tutti i novizi di S. Benigno, condotti a visitare Don Bosco in sì bel giorno. Egli li volle vedere tutti assieme e nell'accomiatarli [141] disse loro: - Siete già molti, ma il noviziato sarà ancor più numeroso. Vi dò due medaglie, una per voi e una per chi volete. Ve la dò piccola, affinchè, se la mandate per lettera, non passi il peso. Vi dò anche la benedizione, affinchè come chierici e come preti possiate fare tanto del bene, e la dò pure a quei della vostra famiglia. Io mi ricorderò sempre di voi. - A sera avanzata il Santo s'intenerì tutto all'udire dalle sue, camere un grido immenso di Viva Maria Ausiliatrice che più migliaia di petti emisero ripetute volte dalla piazza del santuario, dinanzi allo spettacolo della cupola illuminata.

                Due giorni dopo la festa di Maria Ausiliatrice il Santo presiedette un'importante adunanza capitolare, a cui partecipò anche il procuratore generale Don Dalmazzo. Questi a nome del Ministro degli Esteri conte di Robilant, che ne aveva trattato con lui in via confidenziale per mezzo del commendatore Malvano, propose a Don Bosco la fondazione di una casa salesiana al Cairo. Il Vicario Apostolico monsignor Sogaro e il Delegato Apostolico monsignor Chicaro aver scritto al Ministro chiedendo i Salesiani; il Governo italiano aver già antecedentemente pensato a Don Bosco per questo oggetto, conoscendo benissimo quello che egli faceva e sapendo per esperienza che qualunque impresa egli si assumesse la conduceva a compimento; il Governo darebbe una grossa somma brevi manu, conservando sopra ogni cosa il più alto silenzio e lasciando ai Salesiani piena libertà di azione senza che dovessero dipendere da chicchessia; chiedere il Ministro l'apertura di una scuola al più presto possibile, cioè al principio del prossimo anno scolastico o al più tardi nel febbraio del 1887.

                Ma Don Bosco, dopo aver fatto notare che il Governo, quando si erano aperte le trattative per la Patagonia, non aveva mantenute le sue promesse, concluse: - Ora si dice che è cosa sicura. Ma non c'è pericolo che Di Robilant cada dal Ministero? Se ciò fosse, tutto andrebbe in aria.

                Don Dalmazzo rispose non esservi probabilità di mutamenti riguardo a quel disegno; darne assicurazione il Malvano, [142] che sarebbe sempre rimasto Direttore generale degli affari esteri nonostante il cambiamento del Ministro; e poi essere cosa conforme alle vedute del Governo, e non di un solo Ministro.

                Don Bosco disse: - Sono inclinato ad accettare e manderò al Cairo alcuni Salesiani, appena potrò. Bisogna per altro cercare un lestofante[84] che vada al Cairo, veda e faccia le trattative. Si dica che cercheremo di abbreviare il tempo per la nostra andata; che non dobbiamo però urtare con la Propaganda Fide, dalla quale non possiamo staccarci. Non faremo tuttavia parola dei sussidi che il Governo ci darebbe. Io intanto vi dico schiettamente che questa Missione è un mio piano, è uno de' miei sogni. Se io fossi giovane, prenderei con me Don Rua e gli direi: "Vieni, andiamo al Capo di Buona Speranza, nella Nigrizia, a Kartum, nel Congo; o meglio a Suakin, come suggerisce monsignor Sogaro, perchè c'è l'aria buona ". Per questo motivo si potrebbe mettere un noviziato dalla parte del Mar Rosso. Ma bisogna che la Propaganda non sia contraria ai Salesiani. Don Dalmazzo faccia sentire al commendatore Malvano, parlandogli accademicamente, quanti Italiani, abbandonati a certa immoralità, siano nell'America del Sud, in Patagonia, nelle Pampas, nell'Argentina, nel Chilì, nelle isole Ancud[85], e ciò per dimostrare quello che facciamo e quindi le necessità di sussidi.

                Il Capitolo non senza discussione accettò la proposta del Di Robilant, ma a patto che si facessero le cose a poco a poco, appena si potesse.

                Il cardinale Simeoni, nuovo Prefetto di Propaganda, sembrava che avesse ereditato dal cardinale Franchi, suo predecessore, la diffidenza verso le capacità missionarie dei Salesiani. Egli baciava perfino le mani a Don Bosco e gli dava familiarmente del tu; ma l'essersi opposto al desiderio di monsignor Sogaro di farsi salesiano pareva a Don Bosco un [143] indizio di quella scarsa fiducia. Era però “vero nostro amico, tutto per noi” , come si espresse allora Don Bosco, monsignor Domenico Jacobini, segretario di detta Congregazione, e a lui si deve se il Cardinale Prefetto scrisse il 26 febbraio 1887 a Don Bosco: “Con molto piacere ho sentito che V. S. è disposto di mandare in Egitto i Sacerdoti del suo Istituto per aprire una scuola la quale provveda all'istruzione ed educazione Cattolica della gioventù della colonia italiana. E desiderando che il progetto vada a realizzarsi quanto più presto sarà possibile, interesso V. S. di mettersi in diretta relazione col Vicario Apostolico Mons. Anacleto Chicaro, il quale ha sempre avuto il più grande impegno per questa scuola, onde togliere la gioventù italiana dall'ozio e dal pericolo di corruzione, che ivi incontra ad ogni passo”.

                Così le due Autorità, una per estendere l'influenza italiana all'estero e l'altra per dilatare il regno di Dio, s'incontrarono nella medesima opera buona; ma, dato il dissidio che divideva i due poteri, il tutto erasi svolto senz'alcuna intesa reciproca, e dalla parte italiana non per iniziativa del Governo, ostile alla Chiesa, ma per l'illuminato buon volere del Ministro piemontese. Questi aveva sui fondi segreti stanziato un milione per sussidio missionario; se non che, come si seppe più tardi da fonte sicura della famiglia Di Robilant, il Crispi, fatto cadere il Ministro, dispose di quella somma. Nell'Egitto inviò Don Rua i Salesiani dieci anni dopo, fondando l'istituto di Alessandria; per il Cairo bisognò aspettare fino al 1925.

                Un'altra circostanza ci richiama a Roma verso questa fine di maggio. Durante l'assenza di Don Bosco da Torino una lieta notizia aveva rallegrato i Salesiani. La Congregazione, per la morte dell'Eminentissimo Nina avvenuta il 25 luglio 1885, era rimasta senza Cardinale Protettore. Don Bosco fece istanza al Santo Padre perchè si degnasse affidare quest'ufficio al cardinale Laurenzi, al quale rese noto il suo desiderio e la sua domanda. Ma il Cardinale, manifestata al Papa la sua risoluzione di non accettare, ne informò il [144] Santo con una lettera piena di umiltà per la propria persona e di stima per lui e per la sua Congregazione[86]. Finalmente dopo otto mesi il Santo Padre con biglietto della Segreteria di Stato in data 17 aprile aveva nominato a quell'ufficio il cardinale Parocchi, suo Vicario in Roma. Al fausto annunzio il prefetto generale Don Durando telegrafò in nome di Don Bosco a Sua Eminenza ringraziamenti e promesse. Il Cardinale gli rispose telegraficamente che ai “nobilissimi sentimenti” espressigli avrebbe corrisposto con “sollecitudini degne di Don Bosco”. Il Santo a sua volta, appena ne fu informato, scrisse da Barcellona a Sua Eminenza, manifestando la propria gratitudine e il proprio giubilo, e ne ricevette questa risposta.

 

                                Superiore generale Rev.mo,

 

                Alla carità di V. R. ed a quella degli amati suoi figli attribuisco la loro consolazione per la mia nomina a Protettore della Congregazione Salesiana e ne li ringrazio.

                Veramente il succedere ad un Cardinale di tanti pregi quanti adornarono il compianto Em.mo Nina, succedergli gravato da tanti altri pesi, è affare non lieve e ben altri petti scoraggerebbe oltre il mio.

                Ma le preghiere del Venerando Don Bosco, quelle degli esemplarissimi ecclesiastici da lui radunati intorno al vessillo del Sales, mi affidano che per la debolezza del Protettore non sarà recata in compromesso la causa, non isvantaggiata l'utilità de' protetti.

                E con questa fiducia, di nuovo mi sobbarco all'onere lietamente, alle comuni orazioni del Superiore e dei sudditi raccomandandomi.

                Roma, 29 aprile 1886.

Umil.mo per servirla

L. M. PAROCCHI

Card. Protettore[87].

 

                Al Rev. Sup. Gen. dei Salesiani Don Giovanni Bosco (Spagna) Barcellona, Sarrià. [145]

 

                Dopo il ritorno di Don Bosco il cardinale Alimonda ebbe occasione in una sua corrispondenza con il cardinale Parocchi di toccare tale argomento, e questi gli scrisse molto amabilmente il 29 maggio: “Di questo Protettorato tanto più vado lieto, in quanto mi rende, in certa guisa, partecipe delle preziose fatiche di quell'uomo veramente apostolico, di quel portento di carità, che è il Superiore dei Salesiani Don Bosco”. Nello stesso mese il nuovo Protettore diede a divedere pubblicamente quali sentimenti lo animassero verso Don Bosco e i Salesiani nella conferenza da lui tenuta per Maria Ausiliatrice ai Cooperatori romani presso le nobili Oblate di Tor de' Specchi. Lamentato che all'adunanza mancasse “la gemma, più fulgida” che vi soleva riplendere altre volte e dar lustro alla Conferenza salesiana: che vi mancasse la “veneranda persona di quell'apostolo della carità moderna”, l'“ottimo e infaticabile Don Bosco” che avrebbe risposto a tante domande “con quell'amabile suo sorriso di fratello e di apostolo, con quell'accento di amico e di padre a tutti sempre propizio”: si addentrò nello studio dell'Opera salesiana, dimostrando coma la sua nascita e il suo svolgimento si dovesse attribuire alla fede e alla carità dell'Uomo di Dio. Illustrati questi due punti, si rivolgeva alle madri di famiglia, perchè con la carità ispirata dalla fede cooperassero a tanto bene, concorrendo specialmente all'erezione dell'ospizio del Sacro Cuore in Roma e al mantenimento dei giovanetti che crescevano su, speranze della religione e del Cielo[88].

                L'inferma salute non distoglieva Don Bosco da uno de' suoi obiettivi prediletti, qual era l'accrescimento della cooperazione salesiana. Nell'ultimo decennio della sua vita uno [146] de' suoi pensieri dominanti fu di moltiplicare i Cooperatori e rassodare la pia Unione con l'attirarvi autorevoli personaggi. Così nel mese di maggio fece spedire a tutti i Vescovi d'Italia che non l'avessero ancora, il diploma di Cooperatori, accompagnandolo coli, la collezione del Bollettino Salesiano. Parve quasi l'estremo suo saluto all'Episcopato italiano, per il quale in momenti critici erasi cotanto adoperato e al quale voleva che la sua Congregazione procedesse indissolubilmente unita. Dal 14 maggio al 19 luglio gli pervennero cinquanta risposte, di cui tre dai cardinali Melchers, Lodovico Jacobini e Capecelatro. Il pio Vescovo di Capua e dotto Bi­bliotecario di Santa Romana Chiesa considerava l'essere annoverato fra i Cooperatori salesiani “non solo come un onore ma come un vero benefizio spirituale”. I sacri Pastori ringraziavano, si raccomandavano alle preghiere di Don Bosco e spesso facevano voti, perchè i figli di Don Bosco andassero a lavorare nelle loro diocesi, delle quali descrivevano le lacrimevoli condizioni religiose[89].

                Il 2 luglio, essendosi discusso nel Capitolo Superiore sul modo migliore di allestire la spedizione del Bollettino e sull'ordinamento da dare ai Cooperatori, il nostro Santo parlò così: - Il Bollettino non è solo il mezzo principale, ma:il necessario per la Congregazione. I Cooperatori sono per noi un puntello incrollabile. Bisogna perciò pensare a organizzarli. Non correre però, ma aver pazienza in queste cose. Dallo stabilire i Decurioni al mettere in pratica tutta l'organizzazione ci corre un gran divario. Bisogna andare adagio. Se si promuoverà con ordine e regolarità il Bollettino e la Società dei Cooperatori, la nostra Congregazione non mancherà di mezzi materiali. - Il Bollettino aveva allora una tiratura di quarantamila copie: la spesa annuale per stampa e francobolli, senza tener conto del mantenimento del personale, ammontava a venticinquemila lire. In quel decennio risultavano [147] entrate per il Bollettino lire novecentomila. Il primo passo per l'organizzazione dei Cooperatori doveva consistere nel costituire le Decurie in ogni parrocchia pregando i parroci a indicare l'individuo da potersi eleggere a decurione e nel nominare per le grandi città, dove abbondassero le decurie, un Direttore che fosse un canonico delegato dal Vescovo. Nel fare tutto questo bisognava evitare due scogli, di apparire troppo invadenti e di stornare la carità locale; ecco perchè Don Bosco raccomandava di agire con calma e con prudenza.

                I Prelati anzidetti, appartenendo quasi tutti a diocesi assai remote da Torino, scrivevano a Don Bosco persuasi che egli godesse tuttora buona salute e quindi continuasse ad agire nella piena efficienza della sua attività personale; ma noi: sappiamo quanto le sue forze andassero declinando. In certi momenti si sentiva talmente oppresso da non poter più articolar parola. Tuttavia la sua presenza di spirito non lo abbandonava mai. Una volta che aveva il respiro molto affannoso disse ridendo: - Chi sa se si potrebbe trovare in Torino un buon fabbricante di mantici.? Ne avrei bisogno per respirare. - Nel giorno di - - Varia Ausiliatrice, mentre, oppresso dalla folla, era quasi senza fiato e stentava a reggersi in piedi, volto al segretario, gli sussurrò all'orecchio con affettata aria di mistero: - Chi sa se due pugni per divozione si potrebbero dare? - Una sera il Viglietti, accompagnandolo in camera all'ora del riposo, gli manifestò il timore di avergli alleggerite soverchiamente le coperte e che perciò nella notte egli potesse aver freddo. - Oli, bene, gli rispose, potrai mettermi per copripiedi le scarpe. - Sono piccole cose, se si vuole, ma che rivelano l'abituale sua tranquillità interiore, non sopraffatta mai da incomodi fisici o da molestie esterne.

                Nel pomeriggio del 7 giugno ordinò a Viglietti di far preparare la vettura, perchè voleva ripigliare le sue passeggiate giornaliere, impostegli dai medici. S'andò quella sera sul viale di Rivoli e, passato il dazio, scese per fare un po' [148] di strada a piedi. Parlò di varie cose, fra le altre di coloro che nelle Congregazioni religiose tengono l'ufficio di tesorieri, hanno cioè, com'egli si espresse, la parte di Giuda nel sacro collegio, e notò, come troppo spesso questi tali finiscano male prevaricando. Era di quei giorni il triste esempio dato dall'Economo dei Fratelli delle Scuole Cristiane. - È per questo, proseguì, che io fili da principio della mia carriera feci voto di non tenermi danaro in tasca. Subito, mali mano che viene, so dove impiegarlo. Sono sempre carico di debiti, eppure si va innanzi.

                Un'altra sera, tornando a parlare di amministrazione materiale, fece questa osservazione: - Quando si ricevono in casa di quei signori che furono prima ricchi o nobili di famiglia, o ebbero qualche grado o impiego in società e che sono scaduti dal loro primo stato, non si adoperino mai come amministratori nelle cose nostre, ma come servitori o semplici segretari.

                Anche nella vita di Don Bosco ci sono casi di creature irragionevoli che entrano in dimestichezza col Salito. In una di quelle passeggiatine, camminando egli fra Don Lemoyne ecco un passerotto volare innanzi a lui e saltellare sul suolo. Quindi spiccò un  volo e gli sì posò sulla spalla destra. Poi spiccò un secondo volo, fece un giro per l'aria e ridiscese fermandosi sulla spalla sinistra. Finalmente si sollevò in alto e disparve.

                Egli pure, come si legge di altri Santi, guardava con occhio di bontà le creature di Dio. Nel novembre del 1887 un giorno durante il pranzo si sentì il ronzio di una mosca. Don Bosco chiese che cosa ci fosse. Alcuni, avvicinatisi alla finestra per vedere, gli risposero che un ragno, piombato sopra una mosca, la legava con i suoi fili.

- Liberatela, liberatela, poveretta! esclamò con viva ansietà

- Oh lasci un po' che vediamo come vada a finire, rispose uno. [149]

 - Ma no, ma no!... Non mi piace così... Se non la liberate voi, vengo io. Mi fa troppo pena.

                E benchè così stremato di forze da aver bisogno di chi lo sorreggesse, fece atto di alzarsi. Ma per contentarlo fu subito liberata la mosca.

                Egli pativa disturbi anche durante il sonno. Certe notti sognava mostri che lo assalivano e vedeva gatti diventar leoni, e serpenti cambiarsi in demoni. Una notte gridò a lungo, chiamando talora Viglietti. Questi che riposava nella stanza vicina, da prima esitava a svegliarlo; ma poi, temendo che tali grida e agitazioni potessero causargli nocumento, entrò nella sua camera e lo destò. - Grazie, caro Viglietti, gli disse allora; mi hai reso un bel servizio. Ho sogni che mi spaventano e mi stancano tanto!

                Una cara visita gli fecero il 21 giugno i dugentotrenta giovani del collegio di Borgo S. Martino, condotti dai propri superiori a premio della lodevole condotta che in generale avevano tenuta nel corso dell'anno scolastico. Attraversarono le vie della città in colonna per quattro, ammirati per il buon ordine e il buon contegno. Nell'Oratorio fu notata la loro grande docilità e compostezza. Don Bosco li vide tutti riuniti nello studio, dove ascoltò la lettura di qualche indirizzo. Alle loro testimonianze di affetto rispose con molta tenerezza, dicendo che egli portava sempre un grande amore alla sua casa secondogenita. Accennando a questa gita, Don Lazzero scriveva[90]: “Il Collegio di Borgo S. Martino è sempre florido”.

                Se il giovedì seguente 24 non fosse stato Corpus Domini, il collegio di Borgo avrebbe scelto quel giorno per il suo viaggetto; d'altra parte quella ricorrenza non impedì all'Oratorio di festeggiare l'onomastico di Don Bosco. Era parso ai Superiori d'intendere esser desiderio di Don Bosco che quell'anno si facesse una festa di S. Giovanni più bella del solito. Di una [150] ragione si resero conto da sè, un'altra la compresero dopo. Le cose dell'Oratorio, dacchè vigeva il nuovo sistema della doppia direzione, non camminavano come si sarebbe sperato, massime nella sezione degli studenti; a rialzare il tono della vita domestica avrebbe giovato certamente una bella festa di famiglia, che avvicinasse ognor più i giovani a Don Bosco e ai loro superiori. L'altra ragione era la presenza di personaggi stranieri, che avevano già assicurato a Don Bosco il proprio intervento; anche per riguardo ad essi conveniva dare alla festa un apparato di solennità che piacesse agli ospiti, li edificasse e mostrasse in atto una caratteristica della vita salesiana, che è gioconda vita di famiglia. Conoscendosi dunque l'intenzione del Santo, nulla si risparmiò per ben secondarla e a detta dei presenti le cose riuscirono a meraviglia e tornarono di compiuta soddisfazione.

                Un personaggio che nessuno aspettava, arrivò improvvisamente all'Oratorio verso le due pomeridiane della vigilia, quando già la casa presentava il gaio aspetto della circostanza: il Presidente della repubblica peruviana con suo figlio. Essendo in viaggio per Parigi, volle impiegare il breve tempo di una fermata a Torino per visitare Don Bosco e l'Oratorio. Il chierico Viglietti, - che parlava speditamente lo spagnuolo, gli fece da cicerone. Padre e figlio si mostrarono entusiasmati e si dissero desiderosi di ritornare per osservare tutto a miglior agio; intanto pregarono con affettuosa insistenza Don Bosco, che pensasse a una sua fondazione nel loro paese. Nel Perù il nostro Santo era conosciuto attraverso la Biografia scritta dal D'Espiney e tradotta nel 1884 dal padre Luigi Torra. L'attenzione generale nel Perù, come in genere presso le repubbliche americane, era attratta specialmente dalle scuole professionali per i figli del popolo. I Salesiani andarono a Lima tre anni dopo la morte del Santo.

                Partiti i Peruani, ecco giungere due altri ospiti, che erano vivamente attesi: il signor Gioachino de Font, segretario dell'Associazione cattolica barcellonese, e il conte di Villeneuve [151] Flayosc, presidente di società agricole nella Francia meridionale. Alla consueta accademia della vigilia, quali rappresentanti dei loro paesi, quei due signori sedettero ai fianchi di Don Bosco. Del programma il numero più notevole fu la presentazione della vita di Mamma Margherita, scritta da Don Lemoyne. L'autore accompagnò quell'atto con un suo sonetto, nel quale definiva il libro come il più bel mazzo di fiori che si potesse offrire a Don Bosco nel suo onomastico un mazzo cioè formato con le sempre olezzanti virtù della sua santa genitrice[91].

                Il 24 disse la Messa all'altare di S. Pietro. Ricevette nella mattinata la rappresentanza degli ex - allievi, che gli offersero un paramentale rosso broccato in argento. Interprete dei comuni sentimenti fu il geometra Giacomo Belmonte. Nel suo discorsetto, che venne dato alle stampe[92], il caro ricordo dei tempi lontani ci è fatto rivivere da questi periodi: “Ognuno degli antichi allievi conserva una cara memoria dei giorni trascorsi sotto la paterna direzione del nostro amatissimo Don Bosco. Ora adulti, se nelle molteplici loro occupazioni si sentono talvolta affranti dalle difficoltà, contrastati dalle circostanze, loro viene in aiuto la memoria benedetta di Don Bosco, che a tempo seppe loro insegnare colla parola e coll'esempio la costanza nel lavoro, nei propositi, e la cristiana magnanimità. Quanti, per non dir tutti, contano i giorni trascorsi in quest'aura di pace e di religione, di studio e di lavoro, tra i più belli della lor vita! La memoria della loro giovinezza va congiunta sempre colla immagine del Superiore affettuoso che lasciò traccia incancellabile di sè nella loro esistenza. E il numero di quelli che, adulti, rimpiangeranno i giorni felici passati sotto la cura di così buon Padre va ognor crescendo. Gli allievi che ogni anno, finiti i loro studi o appresa la loro arte, si diffondono pel mondo fan sì che oramai [152] non vi è paese ove non si senta parlare di Don Bosco”.Don Bosco rispose con grande affetto e con lacrime di paterna riconoscenza.

                Seguìto dagli ospiti e dai membri del Capitolo Superiore, scese per il pranzo nel refettorio comune. L'ultima dimostrazione, la seconda accademia dinanzi a un pubblico numeroso, fu amenissima per canti, suoni e letture. L'Unione Cattolica Operaia torinese vi proclamò suoi soci onorari i signori di Villeneuve e di Font[93]. Un'imponente corona di lauro fantasticamente illuminata recava intrecciati in tanti rami i nomi di tutte le case di Don Bosco. Alla fine il Santo dovette limitarsi a ringraziare e salutare con un ampio gesto delle braccia e con un sorriso pieno d'ineffabile tenerezza.

                Il Cardinale questa volta non potè intervenire pubblicamente, anche perchè le cerimonie del Corpus Domini lo tennero occupato; ma verso le diciassette volle visitare Don Bosco, rimanendo con lui due ore.

                I Confratelli d'America, misurato bene il tempo, arrivarono con le loro lettere al momento opportuno. È cosa che intenerisce il leggere quelle espressioni veramente filiali; per darne un saggio dovremmo ripetere il già detto altrove. Come si vede che il ricordo di Doli Bosco viveva perenne nei loro cuori, bastando da solo a mantenerli uniti, a incoraggiarli nella difficoltà, a suscitare fra essi una santa gara di apostolato! Certi uomini provvidenziali Dio li ha resi non solo potenti in opere e in parole, ma ricchi anche di attrattive per cattivarsi l'amore dei loro soggetti e ausiliari.

                Parve che perfino Maria Ausiliatrice dal cielo si compiacesse di allietare maggiormente un sì fausto giorno. Don Confortóla, già Direttore della casa di Firenze e allora trasferito a Roma, stava per soccombere vittima del vólvolo. Un telegramma del 23 implorava per l'infermo benedizione [153] e preghiere. Doli Bosco rispose telegraficamente che pregava e faceva pregare. La mattina del 24 un secondo telegramma di Don Dalmazzo era così concepito: “Viva S. Giovanni. Don Confortóla dopo benedizione sua come risuscitato. Buona festa”. Il medico che lo credeva già morto, vedendolo in piedi presso il suo letto, esclamò - Ecco un fenomeno che la scienza non sa spiegare.

                Di un altro fatto, nel quale sembrò doversi scorgere la mano di Maria Ausiliatrice, giunse notizia a Don Bosco nei medesimi giorni. Una spaventosa eruzione dell'Etna aveva gettato il terrore nelle dense popolazioni che vivevano tranquille lungo le falde del famoso vulcano. Il paese più minacciato fu Nicolosi, comune di circa quattromila anime. Si calcolava che da quel versante la lava percorresse da cinquanta a settanta metri all'ora. Pinete, castagneti, terreni coltivati ne erano investiti arsi e distrutti. Gli abitanti avevano abbandonato le loro case. Nel terribile frangente le Figlie di Maria Ausiliatrice da Catania e da Agira scrissero a Don Bosco, pregandolo di suggerire qualche mezzo per iscongiurare il pericolo. Don Bosco rispose che si spargessero subito sul luogo medaglie di Maria Ausiliatrice e che intanto egli benediceva e pregava. Il parroco, avute dalle Suore le medaglie, le andò a seminare il più in su che potè. Cosa mirabile! Quelle medaglie segnarono come il limite estremo al torrido elemento, che cessò di avanzare. Quando le Suore con qualche ritardo comunicarono a Don Bosco la notizia del fatto, si era già potuto leggere nei giornali un telegramma della Stefani che diceva: “La lava è giunta a trecento metri ed è rimasta sospesa in declivio sovrastante al paese”. Ora si noti che la corrente ignea “sospesa in declivio”  era tuttora nello stato, diremo così, liquido e l'eruzione continuava ad alimentarla. Gli uomini della scienza davano Nicolosi come irremissibilmente perduta. Persino l'anticlericalissima Gazzetta di Catania diede pubblicità a un dispaccio che, precisando il punto dell'arresto e chiamando il fenomeno con il suo vero nome, [154] si esprimeva così: “Ad Altarelli lava biforcossi, lasciandoli incolumi. Miracolo”. Oggi quella massa accumulata su se stessa e pietrificata è là a perennare la memoria del prodigio[94].

                Gli amici di Barcellona non dimenticavano Don Bosco; se n'ebbe novella prova, trascorso che fu l'onomastico. Tra le famiglie a lui più affezionate vi erano quelle dei fratelli Pascual. Ora il più giovane di essi, Policarpo, dopo la partenza del Santo, aveva celebrato il suo matrimonio e intrapreso il viaggio di nozze. Nel ritorno passò per Torino e il 26 giugno procurò a Don Bosco la gradita sorpresa di una sua visita in compagnia della sposa. Celebrandosi poi il giorno seguente nell'Oratorio la festa di 8. Luigi, partecipò al pranzo insieme con parecchi altri signori. Gli si fece sentire un po' di musica dell'Oratorio e la ripetizione dell'inno, composto per l'ono - mastico da Don Lemoyne e musicato dal maestro Dogliani. Partì da Torino il 29, salutato alla stazione dal Viglietti in nome di Don Bosco e di Don Rua. Dalla Spagna arrivavano allora quotidianamente a Don Bosco da otto a quindici lettere.

                Per non scontentare centocinquanta bravi lavoratori egli il 29 si rassegnò a un disturbo non leggiero, dati i suoi incomodi. La sezione di 8. Secondo dell'Unione Cattolica Operaia torinese celebrava il decimo anniversario della sua fondazione e ottenne che l'agape fraterna si facesse nell'Oratorio. Naturalmente fu invitato Don Bosco a presiedervi. Benchè il caldo gli aumentasse le sofferenze, pure non seppe dire di no; anzi, dissimulando i suoi disagi, lasciò nei commensali l'impressione che stesse benino. Alla fine si diede la stura ai brindisi; Don Bosco ascoltò sereno, ma non ebbe forza di rispondere in pubblico; tuttavia, terminato il banchetto, i soci lo avvicinarono e poterono avere da lui individualmente qualche buona parola.

                Nell'anno della canonizzazione si discusse da varie parti si discusse da varie parti se Don Bosco fosse stato o no Terziario francescano. Il suo [155] nome compariva bensì in un vecchio elenco, ma non nei registri ufficiali, forse perchè inavvertentemente omesso; quindi nel 1886 i Francescani di S. Antonio in Torino stimarono opportuno di rimediarvi, mandandogli il diploma di ascrizione con la data del I° luglio e qualificandolo per Patriarca dei Salesiani. Il documento era accompagnato da una lettera con la data del 28 giugno, nella qual lettera il padre Candido, “direttore del Sacro Terzo Ordine” gli diceva: “Eccole la carta che lo dichiara formalmente fratello Terziario Francescano della Congregazione di S. Tomaso. M'immagino che Ella si ricorderà d'aver fatto veramente la vestizione e professione regolare, abbenchè non ricordi il tempo preciso; ma in caso che non fosse certo, sarebbe bene farla anche adesso, essendo tale vestizione e professione indispensabile per godere di tutti i vantaggi spirituali. In questo caso ad un cenno della S. V. Rev.ma mi recherei volentieri nella sua stessa stanza allo scopo”. Il Padre doveva aver avuto prima un colloquio con Don Bosco sull'argomento, perchè soggiungeva: “Intanto la ringrazio di cuore della paterna accoglienza fattami e dell'adesione al nostro serafico sodalizio”. È chiaro che egli aveva affermata la sua appartenenza all'Ordine ab immemorabili[95].

                Una visita assai importante ricevette la sera del 5 luglio. Annunziatisi all'Oratorio il giorno stesso del loro arrivo in Torino, vennero da lui i principi Czartoryski padre e figlio, che accettarono l'invito al pranzo delle dodici per il dì appresso. A onorare gli ospiti Don Bosco chiamò alcuni signori dell'aristocrazia torinese, fra gli altri il conte Prospero Balbo. Questi si schermiva, allegando a scusa la sua durezza d'udito che gl'impediva di prendere parte alla conversazione. - Eppure io ho bisogno di lei, insistette Don Bosco, per tenere compagnia ai principi Czartoryski. [156] A quel nome si risvegliò nel vecchio Conte il ricordo dell'antico camerata d'armi. Nel 1848 all'assedio di Peschiera combatteva accanto ai Piemontesi una legione di volontari polacchi, nella quale aveva un comando il principe Ladislao Czartoryski, padre di Augusto. Là appunto si erano essi incontrati con il grado entrambi di tenenti d'artiglieria. Il desiderio di rivedere un sì ragguardevole commilitone fece dimenticare al Conte la stia sordaggine. E l'incontro non poteva essere più cordiale ed espansivo. A mensa lo scambio dei ricordi e l'evocazione di fatti gloriosi alimentò per buon tratto la generale conversazione. Don Bosco stette in ascolto, finchè, colto il momento opportuno, prese lo spunto per parlare anche lui di sue lotte, ma di lotte sostenute contro gli avversari delle sue opere, contro il nemico delle anime e con i creditori. Augusto che lo ascoltava con interesse, gli domandò se avesse in animo di mandare i Salesiani anche in Polonia.

- Bisogna fare qualche cosa, osservò il principe Ladislao, per impedire la corruzione della gioventù. Coli la moralità se ne va pure lo spirito nazionale.

- Certo, riprese il figlio, Don Bosco sarà contento della Polonia e vi troverà molte vocazioni.

- Verremo, verremo anche da voi, affermò Don Bosco con accento fermo, dopo essersi fermato un  tantino a riflettere.

 - Ma quando? gli fu chiesto.

- Appena avremo personale adatto, rispose. La difficoltà della lingua non sarà leggiera; ma anche a questo si provvederà.

                Dopo un momento di silenzio, Don Francesia con la sua semplicità e in tono faceto disse al principe Augusto: - Veda, signor Principe, venga lei a farsi salesiano e Don Bosco aprirà subito una casa in Polonia.

                Si sorrise, si scambiò ancora qualche paroletta sull'argomento e poi si passò ad altro. Ma tre commensali continuarono a pensarvi: Don Bosco, il principe Ladislao e suo figlio. Il padre aveva conosciuto Don Bosco a Parigi nel palazzo [157] Lambert come abbiamo narrato; ma non aveva mai visto una casa salesiana e aveva in mente che la Congregazione sale­siana fosse un'istituzione troppo umile. Irremovibile nel pro­posito di negare al figlio il chiestogli consenso di farsi sale­siano, aveva aderito alla sua proposta di recarsi cori lui a Torino per conferire con Dori Bosco e osservare da vicino le sue opere, non certamente per trattare di vocazione.

                Dopo pranzo essi tre si appartarono e si riunirono a intimo colloquio. Il padre espose i disegni della famiglia sull'avvenire di Augusto e pregò il Santo del suo illuminato parere. Don Bosco, pur non avendo dubbi sulla vocazione del giovane signore, non fece altro che ripetere quanto più volte gli aveva già raccomandato per iscritto: si preparasse all'avvenire in modo da corrispondere alle legittime speranze della famiglia e della sua Polonia. Soggiunse però:

- Credo tuttavia che se in modo evidente la volontà di Dio si manifestasse contraria al volere di Vostra Eccellenza, Ella non vi si dovrebbe opporre.

- Senza dubbio, disse il padre; anzi amerei di avere un altro figlio nello stato ecclesiastico.

- Sarebbe un'ottima cosa,  conchiuse Don Bosco. Un membro di famiglia così influente potrebbe fare gran bene alla Chiesa e alla patria. Ad ogni modo sia fatta in tutto e per tutto la santa volontà di Dio.

                Padre e figlio si separarono contenti da Don Bosco. Il primo si era formato un alto concetto di lui e si teneva sicuro che finalmente il suo Augusto si sarebbe piegato ai disegni paterni; il secondo fu lieto che il genitore avesse mutato sentimento sul conto di Don Bosco e se ne andò deciso di seguire i consigli del Santo. Infatti a Sieniawa, applicatosi agli affari, compiè operazioni finanziarie di gran valore, rappresentando benissimo il padre e mantenendo degnamente le tradizioni del casato. Il principe Ladislao era al colmo della gioia. Ma quante volte a questo mondo riguardo alla sorte dei figli il padre propone e Dio dispone! [158]

                I calori estivi sfibravano ogni dì più Doli Bosco; un principio di dissenteria lo molestava non poco. Accettò quindi il suggerimento di andare a Valsalice, dove, se si eccettuano le ore meridiane, la temperatura anche nel cuor dell'estate è refrigerante. Vi si recò la sera del 7 luglio insieme con Viglietti. Veramente si sarebbe voluto che ritornasse a Pinerolo, come due anni addietro, e il Vescovo si diceva felice di accoglierlo nella sua villa; ma da prima titubava alquanto e poi, quando vi si decise[96], stabilì di attendere a Valsalice fino al 15, perchè gli rincresceva privare della sua presenza i due annuali convegni degli ex - allievi.

                A Valsalice ricevette da due Prelati francesi due buone lettere. In quell'anno era uscita dalla tipografia salesiana di Nizza la traduzione francese del suo Cattolico nel secolo[97]. Monsignor Dabert, vescovo di Périgueux e di Sarlat, ricevutane una copia in omaggio, gli scriveva d'aver trovato il libro eccellente sotto ogni aspetto, sia cioè per solidità dimostrativa e per sicurezza storica che per una tal quale semplicità e talora familiarità di stile, della quale si avvantaggiavano la forza delle prove e l'esattezza della dottrina. L'altra lettera veniva da Rennes. Quell'arcivescovo monsignor Place, già vescovo di Marsiglia al tempo dell'andata dei Salesiani, era stato fatto cardinale da Leone XIII nel Concistoro del 7 giugno. Don Bosco gli aveva scritto una lettera di congratulazione. Sua Eminenza nella risposta, chiamando il nostro Santo suo amico e scusandosi d'aver tardato a rispondere, gli diceva: “Ella conosce abbastanza i miei antichi sentimenti, che sono sempre quelli, riguardo alla sua persona e alla famiglia salesiana, e quindi ritenga pure che fra tutti gli attestati di simpatia che ho avuto la consolazione di ricevere, il suo mi è tornato particolarmente caro”. Si raccomandava infine con termini deferentissimi alle sue orazoni[98]. [159]

                Al breve soggiorno valsalicese si collega pure la memoria di un fatto, che ha del prodigio e del quale esiste nei nostri archivi autentica relazione. Un agiato agricoltore di Rosignano Monferrato per nome Giorgio Caprioglio aveva una figlia da parecchi mesi internata nel manicomio di Alessandria. Il 10 luglio sì presentò a Don Bosco nel collegio di Valsalice, gli espose il caso e implorò il suo aiuto. Doli _Bosco gli prescrisse alcune preghiere da recitarsi ogni giorno nella famiglia fino alla solennità d'Ognissanti. Il buon uomo così fece e diceva a tutti: - Don Bosco ha promesso che la grazia non mancherà. - Nonostante questa fiducia, egli, impaziente di sapere l'esito del lungo pregare, verso il 22 ottobre si portò ad Alessandria per avere notizie certe della figliuola; ma ne tornò tutto addolorato, perchè non aveva potuto ottenere dal dottore una parola rassicurante. Tuttavia, persuaso che Don Bosco era la bocca della verità, continuò a pregare come prima. Ed ecco il 29 ottobre una lettera che annunziava la perfetta guarigione dell'alienata e invitava ad andarla subito a prendere per ricondurla a casa. Il padre accorse e la trovò in normalissime condizioni, tanto che la vigilia d'Ognissanti essa volle ricevere in Alessandria i sacramenti per rendere grazie a Dio della ricuperata salute.

                Il cambiamento di dimora produsse ben presto i suoi benefici effetti; tant'è vero che il Servo di Dio, sceso all'Oratorio l'II e il 15 luglio per trovarsi con gli ex - allievi, potè l'una e l'altra volta parlar loro al levare delle mense. Fortunatamente le sue brevi allocuzioni furono conservate e costituiscono il solo ricordo della doppia festa. Al pranzo degli ex - allievi laici parteciparono anche alcuni signori francesi. Don Bosco parlò così:

 

                Desidero di indirizzarvi alcune parole, anche perchè non sono certo di potermi ancor trovare un altro anno in mezzo a voi. Sarei ben contento di passare ancora una e più volte questo bel giorno in vostra compagnia, ma gli incommodi della vecchiaia mi avvertono di non lusingarmi. Io vi ringrazio adunque d'essere venuti a pranzo con me, e con voi anche questi signori che l'amicizia ci condusse qui [160] dalla Francia. Oggi non convennero qui tutti i miei buoni amici, i cari figliuoli, perchè non era possibile per la lontananza e per i molteplici affari. Ma voi incontrandoli dite loro che venendo voi, in voi ho visto essi, ringraziando voi ho ringraziato essi pure dell'affetto che continuano a portarmi: dite che Don Bosco è sempre pronto a dividere con essi il suo pane, perchè non è pane di Don Bosco, ma è il pane della Provvidenza. Don Bosco vi ama tutti in Gesù Cristo, perchè voi lo amate, e spero che Nostro Signore ci darà la grazia di vedere tempi migliori. Don Bosco pregherà sempre per voi, e voi aiutatemi colle vostre preghiere perchè possiamo dar mano a nuove opere, e continuare le incominciate. Guardate quanto fu buona la Provvidenza con noi! Oggigiorno sono migliaia e migliaia i ricoverati nelle nostre case, i quali certo non si nutriscono di grilli e di fiori, eppure dal principio dell'Oratorio fino ai giorni nostri il pane non mancò mai una sola volta, anzi coi bisogni andarono sempre crescendo i mezzi. Ed io vi assicuro che le cose nostre continueranno a crescere sotto le ali di questa divina e amabile Provvidenza. Voi, e i vostri figli e i figli dei figli vostri vedrete e godrete prendendo parte alle nostre sorti, alle nostre fortune. Siamo fedeli alla nostra santa religione e tutti saranno costretti a stimarci e amarci, nessuno potrà detestarci perchè la carità è il vincolo che lega i cuori. Io vi prometto che continuerò ad amarvi, come fratello, come padre, finchè il nostro amore sarà coronato in quel giorno nel quale udremo quelle soavi parole: Entrate nel gaudio del Signore, poichè avete osservata la mia santa legge.

 

                Con gli ex - allievi sacerdoti si unirono anche una ventina di laici, che non erano potuti venire la domenica precedente. Dalle parole di Don Bosco è facile arguire gli argomenti toccati prima in vari brindisi. Le idee da lui espresse sono assai notevoli.

 

                Io godo molto delle parole che furono dette. Ho intese, ho gustate le vostre espressioni, le vostre proteste. Il signor Curato della Gran Madre di Dio ha detto che nessuno supera in amore verso di me i giovani antichi dell'Oratorio. Il signor ingegnere Buffa asserisce che gli amici cooperatori non sono secondi a nessuno nel portarmi affezione e che questa affezione di mille e mille è senza limiti. Ora tocca a me rispondere chi sia da me più amato. Dite voi: questa è la mia mano; quale di queste cinque dita è più amato da me? Di quale fra queste mi priverei? Certo di nessuno perchè tutte e cinque mi sono care e necessarie egualmente. Or bene io vi dirò che vi amo tutti e tutti senza grado e senza misura. Molte cose io vorrei dire in questo momento che riguardano i miei figli ed i Cooperatori Salesiani.

                La proposta del Curato della Gran Madre di eccitare ciascuno di voi all'incremento dell'Opera dei Cooperatori Salesiani, è una [161] proposta delle più belle, perchè i Cooperatori sono il sostegno delle opere di Dio, per mezzo dei Salesiani... Il sommo Pontefice Leone XIII è non solo il primo cooperatore, ma il primo operatore. Vi basti osservare la facciata della chiesa del Sacro Cuore! Essa vi dice che l'opera dei Cooperatori, l'opera del Papa, è fatta per scuotere dal languore, nel quale giacciono, tanti cristiani, e diffondere l'energia della carità. Essa è l'opera che in questi tempi appare eccezionalmente opportuna, come ha detto lo stesso Sommo Pontefice. Un uomo poteva fax ciò che si è fatto da noi? Un uomo poteva portare il vangelo in tanti luoghi e a tanta distanza? No che un uomo non lo poteva! Non è Don Bosco, è la mano di Dio, che si serve dei Cooperatori! Ascoltate! Voi avete detto in questo momento che l'opera dei Cooperatori Salesiani è amata da molti. Ed io soggiungo che questa si dilaterà in tutti i paesi, si diffonderà in tutta la cristianità. Verrà un tempo in cui il nome di Cooperatore vorrà dire vero cristiano! La mano di Dio la sostiene! I Cooperatori saranno quelli che aiuteranno a promuovere lo spirito cattolico. Sarà una mia utopia, ma pure io la tengo. Più la Santa Sede sarà bersagliata, più dai Cooperatori sarà esaltata; più la miscredenza in ogni lato va crescendo e più i Cooperatori alzeranno luminosa la fiaccola della loro fede operativa...

 

                Licenziatosi da quei cari amici, partì quella sera per Pinerolo con Don Lemoyne e con Viglietti. Era venuto da Pinerolo a prenderlo il Rettore del Seminario. All'arrivo lo attendeva il Vescovo con una vettura padronale favorita da un signore della città. Monsignore, tutto contento di riavere con sè il Servo di Dio, aveva fatto preparare nella villa vescovile di S. Maurizio l'alloggio per lui e per i suoi due segretari. Balzato d'un tratto a quell'altezza, Don Bosco passò la prima notte un po' agitata. Fece un lungo sogno, del quale però null'altro ricordava la dimane fuorchè di essere stato chiamato in gran fretta alla ferrovia e di essere arrivato appena in tempo a prendere il treno; giunto poi in un luogo, dove si combatteva una grossa battaglia, essersi trovato improvvisamente nel mezzo della zuffa.

                 Un sogno d'altro genere, non fatto da lui, ma nel quale egli pure entrava, operò pochi giorni dopo salutari effetti in un'anima buona, come ne lo informava il degno parroco. La signora Geronima Verdona di Gavi, antica benefattrice, aveva per molti anni albergato con materna carità Salesiani e [162] Figlie di Maria Ausiliatrice, quando nell'andare o venire da Mornese passavano per di là. Ora, presentendo non lontana la sua fine, aveva pregato Doti Bosco di mandargli un Salesiano, al quale far note le sue ultime volontà. Fu mandato Don Cerruti. Di lì a poco essa infermò non solo di corpo, ma anche di spirito. I medici la dichiararono maniaca. Non voleva più nemmeno comunicarsi, divenne taciturna e con le rare parole che proferiva, esprimeva dolore e prostrazione. Inoltre non istava cinque minuti soli ferma o seduta in un posto. Da circa due mesi versava in sì triste condizione, quando persone amiche la raccomandarono alle preghiere di Don Bosco. Orbene la sera del 19 luglio, coricatasi, prese placidamente sonno, cosa che non le avveniva più da tempo, e sognò di vedere appressarsi a lei Maria Ausiliatrice e Don Bosco per consolarla. Appena svegliata, ordinò alla domestica di chiamarle il prete, perchè voleva fare la comunione. Trascorse ancora alcuni giorni migliorata nel fisico e libera nel morale, attendendo divotamente alle sue pratiche religiose, finchè, serenamente spirando, andò a ricevere il premio delle sue opere buone.

                Le lettere, talora lunghette, che scrisse dalla villa del Vescovo, dimostrano chiaramente quanto conferisse alla sua salute il clima di Pinerolo. Una è indirizzata ai benefattori di S. Nicolás de los Arroyos e il suo originale si conserva religiosamente colà nella casa degli ottimi signori Montaldo.

 

Ai miei benemeriti e caritatevoli cooperatori e cooperatrici,

a tutti i loro parenti ed amici abitanti nella città e nei paesi

vicini di S. Nicolás de los Arroyos in America.

 

                La vostra religione e la vostra carità, amici benevoli, cooperatori e cooperatrici, è assai nota in America ed in Europa specialmente per la continua protezione che prestate ai nostri cari figli che abitano tra voi. Essi lasciarono questi nostri paesi assai volentieri per recarsi ad occupare il sacro loro ministero a gloria di Dio ed a vantaggio spirituale delle anime vostre ed in modo particolare della gioventù. [163]

                Questo fu assai loro raccomandato prima di partire da chi tanto li amò in nostro Signor Gesù Cristo.

                So che voi li aiutate, e quel poco che hanno già fatto è tutto dovuto alla carità vostra. Continuate l'opera vostra, ed io continuerò a pregare per voi il Signore affinchè le sue grazie si moltiplichino sopra tutti i vostri affari e sopra le vostre famiglie. Le vostre buone opere furono narrate al nostro Santo Padre Leone XIII, che provò grande consolazione a tale racconto. “Voi, egli mi disse, comunicherete la speciale mia benevolenza, direte che io li benedico tutti di cuore, concedendo una particolare indulgenza, ma plenaria che si ottenga da tutti i cooperatori, dalle loro famiglie, dai loro parenti defunti che avessero bisogno di suffragio nelle pene del Purgatorio”.

                Voi sapete che questi miei Salesiani non possedono sostanze temporali; il loro patrimonio è la vostra pietà, è la vostra carità. Monsignor Aneyros vostro veneratissimo Arcivescovo, Monsignor Ceccarelli Pietro Curato e Vicario di San Nicolás sono quelli che ci animarono a recarci tra voi, e la nostra confidenza è tutta in loro ed in voi.

                Se Dio mi conserva in vita spero di scrivervi altra mia lettera, ma non è cosa sicura perchè essendo di molto invecchiato, a stento posso scrivere e più difficilmente posso essere inteso. Ho però grande speranza nelle vostre preghiere e nelle buone notizie che spero ricevere di voi che amo in G. C. e per cui ogni giorno fo speciale memoria all'altare del Signore. Dio ci benedica, e la Santa Vergine Ausiliatrice ci guidi tutti sicuri per la via del Cielo.

 

                Torino, 25 luglio 1886.

 

Aff.mo amico

Sac. GIO. BOSCO.

 

                Nel giorno di S. Vincenzo ricordò l'architetto Levrot, il generoso benefattore di Nizza Mare, e gl'inviò i suoi auguri di buon onomastico.

 

                                Car.mo Sig. Cav. Vincenzo Levrot,

 

                La S.ta Vergine Aus. in questo suo giorno onomastico porti una speciale benedizione sopra di Lei, sopra tutta la sua famiglia, sopra tutti i suoi affari. Ricompensi largamente la carità che Ella ha già fatto e continua a fare ai Salesiani.

                Maria sia a tutti di guida sicura al Cielo.

                Preghino anche per questo povero ma a voi

 

                Torino [Pinerolo], 19 luglio 1886.

 

Aff.mo in G. C.

Sac. GIO. BOSCO. [164]

 

                Il Levrot rispondendo gli fece sapere che teneva a sua disposizione mille franchi offerti dalla vedova Montbrun [99] per le sue opere. Doli Bosco, usando questa volta il francese, lo pregò di ringraziare la signora e lo autorizzò a rimettere la somma a Don Cibrario, perchè la casa di Vallecrosia nel suo piccolo aveva bisogno di tutto, come del resto anche le altre case salesiane che, diceva egli, abbondavano solo di debiti e di creditori. Dandogli infine notizie di sè, scriveva: “La mia salute, grazie a Dio, va lui po' meglio, ma è accompagnata da mille indisposizioni”[100].

                Da Pinerolo aveva scritto al cardinale Parocchi, dandogli notizie della sua salute e pregandolo di ottenergli una speciale benedizione dal Santo Padre; nel medesimo tempo, per il rispetto che professava verso l'Eminentissimo Protettore, gli chiedeva se in altre lettere potesse ancora far uso della sua difficile scrittura o dovesse ricorrere alla mano del segretario. Ne ricevette questa risposta, che senza dubbio gli fu di grande consolazione:

 

                                Don Bosco Rev.mo,

 

                Ho annunziato al Santo Padre le felici notizie di V. R. e Sua Santità, rallegrandosene vivamente, mi incaricò d'inviarle una specialissima benedizione.

                Nell'adempiere i comandi Apostolici, sono lieto di soggiungere l'espressione de' miei sentimenti a V. P. Rev.ma noti da sì gran tempo, che rivelarli di nuovo è portar vasi a Samo.

                La prego, Rev.mo, se non è soverchio il disagio, di scrivere da sè, intendendo io benissimo il suo carattere, quanto Ella intende il cuore di chi le si professa con riverente affezione, implorando la grazia dei suoi mementi.

 

                Roma, 27 luglio 1886.

Div.mo Aff.mo in G. C

L. M. Card. Vicario.

 

                Ancor più affettuosa fu una lettera del suo Cardinale Arcivescovo. Don Bosco aveva incaricato Don Lemoyne di [165] scrivere a Sua Eminenza una bella lettera in occasione dell'onomastico e n'ebbe questa espansiva risposta:

 

                                Rev.mo e Car.mo Don Giovanni,

 

                Quanto mi furono grati gli augurii che Ella, ottimo Don Giovanni, mi fa presentare in occasione del mio onomastico! Il Rev.do e bravo Sac. Lemoyne il quale così bene seppe interpretare tutto l'affetto che i Salesiani hanno per me poveretto, aggiunge cosa che grande­ mente consolami: dice che in tutte le case tenute dai Salesiani si prega sempre pel vecchio Arcivescovo di Torino. Questo è conforto e caparra di lieto avvenire.

                Allorchè i buoni mi aiutano di loro preghiere ho fiducia anche nella mia debolezza e posso sperare che del tutto infruttuosa non sarà l'opera mia.

                E per Lei venerando Don Bosco, io prego pure tutti i giorni. Che i giorni suoi preziosissimi siano conservati a lungo. Che la Congregazione Salesiana possa sentire per molto tempo ancora quell'influsso di carità e di operosità, di sacrifizio che tanto scalda il cuore di Lei fondatore benemerito e provvidenziale.

                Le auguro vantaggi preziosi da coteste balsamiche aure alpine di S. Maurizio, mentre a Lei, ai preti che le fanno corona, di tutto cuore benedico e mi protesto

                Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

 

                Torino, 7 agosto 1886.

 

Affezionatissimo in G. C.

GAETANO Card. Arcivescovo.

 

                Ai primi di giugno una nuova nube di tristezza si era levata in Italia e si andava lentamente stendendo sii tutta la penisola. Mentre l'eruzione dell'Etna teneva in angoscia la provincia di Catania, nel Piemonte nel Veneto, nelle Puglie, nell'Emilia e in Toscana mieteva vittime il colera. Era meno intenso che nelle precedenti invasioni, ma durò più a lungo. Ora si sapeva che Doli Bosco due anni prima aveva per antidoto raccomandato di portare al collo la medaglia di Maria Ausiliatrice e di fare certe pratiche; perciò le richieste della pia immagine fioccavano all'Oratorio e innumerevoli furono le attestazioni di grazie ottenute. La lettera seguente, scritta da Pinerolo alla signora Maggi Fannio di Santa Maria Iconia [166] nel Padovano, è documento dei consigli che Don Bosco ripeteva ai Cooperatori durante il pericolo.

 

                                Ill.ma Signora,

 

                Ricevetti la pregiata sua del 25 corr. coll'acclusa offerta di cui ringrazio la S. V. vivamente, e mi affretto assicurarla che io con tutti i miei giovani prego di tutto cuore per Lei, pe' suoi cari, e per tutta codesta buona città. Sì, che Maria Ausiliatrice stenda il suo manto sopra di tutti, li benedica e li preservi da ogni male nel tempo e nell'eternità.

                Diedi ordine sieno subito spedite le medaglie: se non le riceve tra qualche giorno favorisca avvertirmene.

                Gradisca i miei ossequi, mentre io la benedico con tutti i suoi nel nome del Padre, e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Amen.

                Della S. V. Ill.ma

 

                [Pinerolo], Alli 27 luglio 1886.

 

Umile Servitore

Sac. GIO. BOSCO.

 

                PS. - Per essere preservati dal cholèra è necessario:

 

                I) Portare la medaglia al collo oppure sempre con sè.

                2) Invocare sovente Maria Ausiliatrice (Maria Ausil.ce pregate per noi).

                3) Frequentare con grande assiduità i SS. Sacramenti della Confessione e della Comunione.

 

                Come altre volte, la medaglia di Maria Ausiliatrice operava prodigi. A Rimini nel mese di settembre, il figlio di una pia Cooperatrice le tornò a casa colpito dal terribile morbo. La madre corse subito col pensiero a Maria Ausiliatrice, e prima di porlo a letto, senza dir nulla, gli mise sotto il guanciale una medaglia benedetta da Don Bosco. Orbene appena il povero coleroso posò il capo nell'origliere, esclamò pieno di allegrezza: - Oh come sto bene! Non ho più niente. Mi pare di tornare da morte a vita. - Infatti balzò dal letto e mentre prima non si reggeva sulle gambe, prese a camminare franco per la camera senza che si scorgesse più in lui verun sintomo del male[101]. [167]

                Le Figlie di Maria Ausiliatrice dovevano nell'agosto del 1886 tenere il loro Capitolo Generale per l'elezione delle Superiore. Impedito egli di presiederlo, vi delegò Don Rua, il quale dopo l'elezione di Doti Bonetti a Catechista generale aveva assunto nuovamente l'incarico della direzione generale delle Suore. Don Bosco gli comunicò tutte le necessarie facoltà con questa bella lettera.

 

                                Car.mo D. Rua,

 

                Pel solo motivo della cagionevole mia sanità, non posso recarmi a Nizza per la elezione della superiora Generale e delle altre Superiore; perciò ti concedo tutte le facoltà necessarie per questa e qualunque altra deliberazione si debba prendere a questo uopo per l'Istituto delle Figlie di M. A. Ho già pregato e continuerò pregare affinchè ogni cosa riesca a maggior gloria di Dio.

                Coraggio: Dio è con noi. Io vi attendo tutti al Paradiso, mediante l'aiuto di Dio e la sua infinita misericordia.

                Coraggio, ripeto, molte cose il Signore ci ha preparato; adoperiamoci per mandarle ad effetto.

                Io sono mezzo cieco e cadente di sanità; pregate eziandio per me, che per tutti e per tutte vi sarò sempre in G. C.

 

                Pinerolo, Villa Vescovile, 8 agosto 1886.

 

Aff.mo Amico e Padre

Sac. GIO. BOSCO.

 

                Delle Suore Don Bonetti scrisse il 26 dello stesso mese a monsignor Cagliero: “Don Bosco desidera che si propaghino molto, poichè ne ebbe avviso in proposito ex alto”. Il loro Capitolo Generale rielesse tutte le Superiore uscenti[102].

                L'8 agosto il Circolo Cattolico Operaio di Bergamo festeggiava il decimo anniversario di vita. La Presidenza, dandone antecedentemente notizia a Don Bosco, l'aveva pregato d'una particolare benedizione, ed egli scrisse al Presidente questa bella lettera che fu con altre di sommi personaggi stampata in un numero unico intitolato CARITÀ. [168]

                Ringrazio e benedico di cuore la bontà del Signore che nei nostri difficili tempi abbia fatto nascere e propagare la pia Società Cattolica Operaia. I frutti consolanti riportati dalla città di Bergamo ce ne danno luminoso esempio di incoraggiamento a promuoverla.

                Io pregherò ben di cuore il nostro Signore Iddio che voglia benedire e proteggere tutti coloro che vi prendono parte ed in qualche modo la promuovono.

                In questa bellissima occasione mi faccio animo di raccomandare a Lei e a tutti gli associati, affinchè nella loro grande carità vogliano anche pregare per me e per li miei orfanelli che in questo momento oltrepassano il numero di duecento diecimila.

                Maria ci protegga tutti ed in ogni pericolo sia nostra sicura guida per la strada del paradiso. Così sia.

 

                Torino [Pinerolo], 22 luglio 1886.

 

Sac. GIO. BOSCO.

 

                PS. Sono vecchio, semicieco, perciò legga con pazienza questo povero scritto.

 

                Già più volte in questo e in altri volumi ci è avvenuto di narrare come Società Operaie Cattoliche volgessero lo sguardo a Don Bosco, reputandolo grande antesignano nell'attività a favore della classe lavoratrice. Questa opinione faceva sì che, dove ci fossero case salesiane, le medesime Associazioni le considerassero come luoghi per esse di naturale ritrovo. Così il 3 giugno a La Spezia la Società Cattolica Operaia della città andò i festeggiare nell'Istituto S. Paolo la benedizione della bandiera, con l'intervento del noto cooperatore genovese Maurizio Dufour. Durante il banchetto sociale, allestito nel cortile, dopo gli evviva al Papa, al Re, alla Regina, al Vescovo, si gridò evviva a Don Bosco. Quel nome elettrizzò i convitati, che lo ripeterono varie volte freneticamente. A tali voci i giovani, che erano nello studio, scattarono e corsero fuori acclamando e gridando anch'essi su tutti i toni: Evviva, evviva Don Bosco[103].

                Nel seguente mese a La Spezia non più dal popolo spezino, ma dal Re d'Italia veniva reso onore a Don Bosco. Il Re Umberto, recandosi il 17 luglio a Genova per assistere all'inaugurazione [169] del monumento di Vittorio Emanuele II, suo augusto genitore, si fermò un paio d'ore nella città marinara. L'autorità municipale aveva invitato anche il collegio al ricevimento e il Re gradì che gli fosse presentata una commissione dell'Istituto per fargli omaggio. Egli aveva già all'arrivo notato quella schiera di giovani disposti in due ale davanti all'albergo e aveva chiesto chi fossero. Don Angelo Caimo, consigliere scolastico, avrebbe dovuto leggergli un indirizzo; ma la brevità del tempo non lo permise. Sua Maestà gli domandò varie informazioni; quindi, rivolto al Prefetto della provincia ed agli ufficiali che gli stavano attorno, disse: - È, una cosa davvero sorprendente. Questo Don Bosco ha un'attività straordinariamente feconda, ormai i suoi istituti sono sparsi in molte parti del mondo. E come fa bene! A Torino ha messo su un istituto modello, che può stare a confronto con i migliori. - Infine manifestò il desiderio di vedere nuovamente, partendo, tutti i giovani. Allora il generale Pasi, suo primo aiutante di campo, mandò l'ordine che venissero schierati presso l'uscita davanti alle truppe e che soltanto la loro banda sonasse in quel momento Il Re passò in mezzo ad essi, osservandoli con affetto e salutando con inchini i superiori. Il dì appresso fu dal Sindaco rimessa al direttore la caritatevole largizione sovrana di lire quattrocento.

                D'ora innanzi non avremo più sogni importanti da narrare. Il sogno di Barcellona fu l'ultimo dei grandi sogni di Don. Bosco. Altri ne narrò in seguito, ma di ordine meramente naturale e a scopo di ricreamento. Uno ne raccontò il 9 agosto. Aveva visto tanti contadini salire sopra un fienile e osservare di qua e di là se vi fosse fieno, ma non ne trovavano. Discesero nella stalla, guardarono nelle greppie e ne rinvennero qualche rimasuglio.

- Ma come faremo? dicevano fra loro. La primavera è alla fine e siamo senza fieno.

 - Non ci rimane altro, borbottava uno, che uccidere le vacche e mangiarci le loro carni. [170]

- Ma e poi? ripigliava un altro. Faremo anche noi come fecero le vacche di Faraone, che si mangiavano fra loro.

                Appresso vide tante belle valigie chiuse, che nessuno apriva. Egli si avvicinò e le aperse; erano piene di soldoni di rame.

 - Che vuol dire questo? chiese Don Bosco alla sua guida.

- I ricchi, gli fu risposto, avranno queste monete, mentre diamanti, oro, argento, gemme, tutto passerà in mano dei poveri. I ricchi saranno spodestati e spogliati.

                Dalla villa del Vescovo Don Bosco usciva di quando in quando per recarsi al vicino santuario di S. Maurizio, in compagnia del segretario vescovile. Un mattino sull'alto del colle denominato dal Martire della legione tebea si fermò a contemplare il bellissimo panorama e vedendo di fronte sopra un poggio isolato un caseggiato cospicuo, disse: - Oh come è bello e incantevole quel monticello con quel magnifico fabbricato! Come sarebbe adatto per un collegio salesiano! Era Monte Oliveto, dove sorgeva un edifizio appartenuto già ai Gesuiti e più tardi al Certosini, ma allora proprietà demaniale Don Albera vi aperse nel 1915 un asilo per orfani della grande guerra e il suo successore, venuto col tempo a cessare lo scopo primitivo, v'istituì un noviziato salesiano[104].

                Giacchè ormai si sentiva discretamente in forze, risolvette di tornare a Valdocco per assistere alla premiazione finale dei giovani. Partì dunque la mattina del 13 agosto. Volle dare un po' di mancia alle persone di servizio, che tante premure avevano avuto per lui; ma esse non solo non accettarono, ma lo pregarono di gradire una sommetta raccolta fra di loro per i suoi ragazzi poveri. Egli intenerito li assicurò che li avrebbe ricordati sempre nelle sue preghiere. - Non potrebbe darci nulla di meglio, gli risposero. Per noi è un regalo il poterla servire. Potessimo darle un po' più di salute!

                Il Vescovo lo accompagnò fino alla stazione. Chi avrebbe [171] detto che non si sarebbero più riveduti in questo mondo? La Santa Sede aveva trasferito monsignor Chiesa a Casale, dov'era morto monsignor Ferré: a un amico di Don Bosco succedeva un altro amico. Ma Dio lo chiamò repentinamente a sè il 4 novembre.

                Benchè l'assenza non fosse stata troppo lunga, nè egli fosse andato lontano, tuttavia i suoi figli grandi e piccoli ne salutarono festosamente il ritorno. Era l'ora del pranzo. Sapendosi quanto gradisse le notizie delle Missioni, gli si lessero a tavola alcune lettere di monsignor Cagliero. Il Vicario Apostolico diceva che fra breve si sarebbe inoltrato nel centro della Patagonia, dove aveva saputo esistere un numero considerevole di selvaggi. Doli Bosco udiva piangendo. Anni addietro, alla sua proposta di aprire Missioni nella Patagonia c'era stato anche a Roma chi aveva riso; infatti le statistiche delle popolazioni di laggiù davano per deserte quelle plaghe. - Don Bosco vuol andar ad evangelizzare l'erba! - dicevano taluni. Ed ecco allora Monsignore confermare quanto Don Bosco aveva visto in sogno. Tale fu il motivo della sua commozione.

                Anche la Provvidenza sembrò volergli dare a modo suo il benvenuto. La mattina seguente il prefetto generale Don Durando per urgenti necessità gli aveva portato via tutto il danaro ricevuto in quei giorni. Appena uscito Don Durando, entrò in camera un signore che da qualche tempo attendeva nella stanza d'aspetto. Don Bosco, quasi a tentarne la carità, gli disse:

- Scusi se l'ho fatto aspettare. Il Prefetto della Congregazione è venuto a prendermi tutto il danaro che avevo, ed ecco Don Bosco povero, senza un quattrino.

- Ma, signor Don Bosco, gli rispose egli, se in questo momento ella avesse urgente necessità di una somma, come farebbe?

- Oh la Provvidenza... la Provvidenza! esclamò Don Bosco. [172]

- Sì, Provvidenza... Provvidenza... va tutto bene; ma ora ella è senza denaro e se ne abbisognasse subito, non saprebbe come fare.

- In tal caso direi a lei, mio buon signore, che vada nell'anticamera e troverà una persona che reca un'offerta a Don Bosco.

- Come?... dice davvero?... Ma di là non c'era nessuno, quando io sono entrato. Chi le ha detto questo?

- Nessuno me l'ha detto. Io lo so, e lo sa Maria Ausiliatrice. Vada, vada a vedere.

                Quel signore si portò nell'anticamera, dove infatti c'era un altro signore, e:

 - Signore, gli disse, lei viene da Don Bosco?

- Sì, rispose colui, vengo a portargli un'offerta.

                Invitato a entrare, consegnò al Servo di Dio trecento lire.

                Nel dì dell'Assunta presiedette alla solenne premiazione degli artigiani e degli studenti, che il giorno dopo sarebbero partiti per le vacanze. Nel più bello del trattenimento un colpo di scena mise sossopra tutti i presenti: apparve all'improvviso Doli Lasagna, che veniva dall'Uruguay. Si diresse al caro Padre e fra la commozione generale lo abbracciò con tutto l'affetto di un figlio; poi si assise al suo fianco. Terminata l'accademia prese lui la parola. Nonostante l'impazienza che suol assalire i giovani in tali momenti il suo dire infiammato ne incatenò l'attenzione. Una cosa piacque specialmente a Don Bosco. Un giorno del mese di maggio Don Lasagna era stato chiamato al telefono da Montevideo. Il padre Superiore dei Gesuiti gli comunicava che una gran signora di Santiago del Cile voleva i Salesiani nella sua città, dicendosi pronta a pagar loro il viaggio dall'Europa e a provvederli di tutto il necessario. Lì per lì Don Lasagna non aveva fatto molto caso di quella comunicazione, troppo frequenti essendo ormai tali offerte; ma cinque minuti dopo ricevette da Torino una copia del sogno di Barcellona, nel quale si parlava appunto di una casa a Santiago del Cile. [173]

                Al 15 di agosto erasi commemorato, come di consueto, il compleanno di Don Bosco. Per questo il cardinale Alimonda aveva voluto portargli personalmente i suoi auguri, rimanendo un'altra volta un buon paio d'ore a colloquio con lui.

                La contessa Balbo, che l'aveva complimentato per lettera, dovette sentirsi ben lieta di ricevere da lui questa risposta.

 

                                Ill.ma Sig. Contessa,

 

                Ricevetti la gentilissima sua del 14 corrente e mi è caro riscontrarla.

                La ringrazio degli auguri che mi fece in occasione del mio compleanno e glieli ritorno centuplicati. In tale occasione dissi la Santa Messa all'altare di S. Pietro e lascio a Lei il pensare con quanto stento e fatica, e pregai, pregai tanto per tutti coloro che mi diedero e danno mano nel portare a compimento la Missione che per sua bontà mi affidò il cielo: per la S. V, poi e per tutti i suoi più cari nelle mie orazioni mi ricordai in singolare modo desiderando ad essi la pienezza d'ogni grazia e favore spirituale e temporale.

                Ill.ma Sig. Contessa, aggradisca i miei sinceri ossequi e mi creda sempre qual godo ripetermi in G. C. N. S.

Della S. V. Ill.ma

 

                Torino, 18 agosto 1886.

 

Devot.mo ed oblig.mo Servitore

Sac. GIO. BOSCO.

 

                Oggi tutti sappiamo che Don Bosco nacque non il 15, ma il 16 agosto; ma allora egli pure l'ignorava. Bella è l'osservazione che fa a tal proposito un recentissimo biografo del Santo[105]. Dopo aver immaginato che Mamma Margherita passasse la festa dell'Assunta in gioconda unione con la Madre di Dio, alla quale offerse il suo nascituro, soggiunge: “Don Bosco ha ragione di scrivere: Son nato il 15 agosto. Sì, spiritualmente. Poichè due madri egli ebbe, una in cielo e l'altra sulla terra, e ad entrambe fece onore”.

 

 

 


CAPO VI

Quarto Capitolo Generale.

 

                LA vita di Don Bosco, obbligato ormai dal peso dell'età e dagli acciacchi, a trascorrere le sue giornate seduto nella propria cameretta con il solo svago di qualche passeggiatina serale in carrozza, doveva essere, umanamente parlando, monotona, massime per lui avvezzo a incessante attività. A rompere la stucchevole uniformità vennero negli ultimi mesi del 1886 quattro fatti, che, pur causandogli inevitabili disagi, gli procurarono tuttavia anche vere consolazioni; vogliamo dire il quarto Capitolo Generale, un viaggio a Milano, una spedizione missionaria e l'inaugurazione della nuova sede per il noviziato a Foglizzo.

                Il quarto Capitolo generale era l'ultimo che si dovesse svolgere sotto la presidenza del santo Fondatore. La lettera di convocazione porta la data del 31 maggio. In essa si notifica va pure che, compiendosi prossimamente un sessennio dall'ultima elezione del Capitolo Superiore, se ne sarebbe nella medesima circostanza rinnovata l'elezione. Luogo dell'assemblea, il collegio di Valsalice; tempo, dal io di settembre. Secondo le Costituzioni[106], avevano diritto di prendervi parte, oltre ai membri del Capitolo Superiore, agli Ispettori e al Procuratore generale, tutti i Direttori delle case; a tenore poi delle medesime Costituzioni[107], essendovi le elezioni, [175] ogni Direttore doveva condurre seco mi socio professo perpetuo, eletto all'uopo dai Confratelli della propria casa.

                Ai singoli Direttori venne contemporaneamente spedito lo schema degli argomenti da trattarsi, affinchè li portassero a conoscenza dei loro dipendenti, i quali erano tutti invitati a farvi sopra serio studio e a porre per iscritto proposte e riflessi che giudicassero opportuni, inviandoli poi in tempo al Consigliere scolastico Don Cerruti, nominato Regolatore del Capitolo Generale Detto schema era formulato in questi brevi termini.

 

MATERIE DA TRATTARSI NEL CAPITOLO GENERALE

IN SETTEMBRE 1886

 

                Si ripasseranno brevemente gli argomenti trattati nell'ultimo Capitolo Generale, e specialmente:

                I. Il num. III dello schema allora proposto, cioè il Regolamento per le parrocchie dirette e dirigende dai Salesiani.

                II Il num. V: indirizzo da darsi alla parte operaia nelle case salesiane e mezzi di sviluppare la vocazione dei giovani artigiani.

                Si propongono inoltre allo studio dei Confratelli queste nuove materie:

                III. Modo di eseguire il decreto della F. M. di S. S. Pio IX Regulari disciplinae.

                IV. Sistema da seguirsi nel promuovere alle sacre ordinazioni.

                V. Modo e mezzi d'impiantar case di studentato pei chierici nelle varie ispettorie.

VI. Modo di provvedere all'esenzione della leva militare.

                VII. Modificazioni da introdursi nel Catalogo della nostra Società. Proposte da farsi dai Confratelli.

 

                S'ingiungeva finalmente ai Direttori e ai Confratelli designati per le elezioni di riunirsi il 25 agosto a S. Benigno Canavese e di fare ivi un corso preparatorio di esercizi spirituali. A quegli esercizi si trovò presente anche Don Bosco, che stava già colà dal 21 durante la muta degli aspiranti[108]. [176] Mai erasi veduta riunione di Salesiani così imponente. Con il Capitolo superiore facevano corona a Don Bosco tre Ispettori, ventinove Direttori[109] con egual numero di soci eletti nelle singole case, più alquanti altri sacerdoti estranei al Capitolo Generale. Predicatori furono Doti Bertello, “che fa delle meditazioni veramente classiche”, scrisse Don Lazzero, e Don Lasagna “che fa istruzioni con zelo veramente da missionario e con spirito salesiano”, soggiungeva il medesimo[110].

                Per motivi finanziari dall'America intervenne il solo Don Lasagna; la qual cosa increbbe; perchè, nonostante tutto, si sarebbe desiderata una più larga rappresentanza da quelle remote contrade[111]. Monsignor Cagliero volle farsi presente con alcune proposte, da svolgersi in una speciale conferenza ai Direttori, le mandava a nome anche di quei Confratelli[112]. [177]

 

                Durante gli esercizi Don Bosco si sentiva ogni dì più spossato a cagione del caldo; perciò si limitava a dare qualche poco di udienza ai Direttori nè poteva assolutamente fare altro. Diceva però in generale: - Se mi volete parlare dell'anima, venite, e troverete sempre Don Bosco pronto ad ascoltarvi. Ho più poco fiato e lo adopero volentieri a benefizio de' miei figli. - Al vedere poi tutti gli esercitandi stringersi intorno a lui durante qualche ricreazione per ascoltarlo, mescolati insieme superiori e inferiori, diceva contento: In questo vi riconosco tutti miei figli. Siate sempre senza gare di preferenza. Qui vedo Direttori, predicatori degli esercizi, membri del Capitolo Superiore, ma tutti riuniti come in una sola famiglia. Vorrei dirvi tante cose, ma i miei polmoni non vogliono più soffiare. Le dirò a Don Rua, ed egli ve le ripeterà. Intanto pregate per Don Bosco. - Così dicendo, si allontanava, mentre i presenti commossi si affrettavano a baciargli la mano[113]. Infine, debilitato all'eccesso e pieno di sofferenze, lasciò quella casa la mattina del 31. Trascorso il rimanente della giornata nell'Oratorio, partì alle dieci del 10 settembre per Valsalice. Passando dinanzi alla casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice dov'erano radunate molte Suore per i loro esercizi spirituali, volle soffermarsi. Entrato diede a tutte in cappella alcuni ricordi, le benedisse e, rimontato in vettura, proseguì il suo cammino.

                Lo aspettavano a Valsalice tutti i componenti il  Capitolo Generale. Verso sera vi fu adunanza nella chiesa. Don Bosco [178] si assise nel presbiterio, fra i membri del Capitolo Superiore che scadeva. Dopo il canto del Veni Creator, Don Rua a nome di lui dichiarò aperto il Capitolo Generale e lesse gli articoli del Regolamento riguardanti tale oggetto. Quindi, invocata la protezione di Maria Vergine col canto dell'Ave maris stella e ricevuta la benedizione di Gesù in Sacramento, si passò nella sala delle riunioni per la sessione preparatoria.

                Quivi, fattasi una succinta relazione circa gli uffici da affidarsi agli eligendi, fu stabilito che all'elezione si procedesse il mattino seguente e che nel pomeriggio si tenesse la prima seduta per trattare del quinto e settimo tema, riferentisi agli studentati dei chierici nelle diverse Ispettorie e la compilazione del Catalogo della nostra Società: due argomenti di secondaria importanza, ma che nella mente del regolatore dovevano servire soprattutto all'affiatamento dei capitolari e ad avviare le discussioni.

                Era la prima volta che il Capitolo Superiore si presentava al Capitolo Generale con un suo segretario nella persona di Don Lemoyne. Il segretario non è propriamente uno dei Superiori del Capitolo, del quale è semplice officiale; non poteva quindi allora essere compreso fra gli elettori nè in forza della regola che attribuiva al Capitolo Superiore il diritto elettorale, nè in forza del giure comune; l'assemblea pertanto, valendosi de' suoi poteri, prima che si sciogliesse l'adunanza preliminare, deliberò ad unanimità che il segretario generale del Capitolo superiore fosse elettore.

                Venne per ultimo distribuito un elenco dei Soci eleggibili, non esclusi gli scadenti dall'ufficio. Sommavano a settantuno, senza il Rettor Maggiore che durava a vita, il suo Vicario che stava ad nutum Rectoris, i monsignori Cagliero e Fagnano, aventi una destinazione speciale dalla Santa Sede. A quel tempo bisognava fare l'elezione anche del Maestro dei Novizi, poichè la regola tassativamente [179] prescriveva: Novitiorum Magister eligatur in Capitulo Generali[114].

                L'elezione, svoltasi senza incidenti[115] il mattino del 2, diede questi risultati.

 

Prefetto. Don BELMONTE DOMENICO.

Direttore Spirituale. Don BONETTI GIOVANNI.

Economo Don SALA ANTONIO.

Consigliere scolastico. Don CERRUTI FRANCESCO.

Consigliere professionale. Don LAZZERO GIUSEPPE

Consigliere. Don DURANDO CELESTINO.

Maestro dei Novizi. Don BARBERIS GIULIO.

 

                Monsignor Cagliero fu proclamato Catechista onorario. A cose fatte, si lesse a Don Bosco un indirizzo, col quale tutti i presenti dichiaravano essere loro comune pensiero che riguardo all'elezione Egli potesse fare come crederebbe meglio nel Signore, confermando o mutando. Don Bosco ringraziò i congregati per quell'atto di fiducia, espresse la sua soddisfazione e invitò a ringraziare Iddio. A mò di conclusione annunziò con parole piene di carità e con dolore la perdita fatta quella mattina medesima del carissimo confratello Don Nespoli, augurando alla Congregazione tanti buoni Salesiani quale era stato il testè defunto.

                Don Nespoli meritava veramente una sì bella commemorazione. L'immaturità della sua fine faceva piangere più dolorosamente la perdita di un sì robusto ingegno e di una sì maschia virtù, una virtù conquistata a forza di eroici sacrifizi, [180] data la sua indole naturalmente sdegnosa e schiva. Rimasto orfano del padre a nove anni, visse ancora un biennio presso i suoi, quando una pia signora, alla cui carità il genitore morente aveva raccomandato la povera famiglia, s'interessò per farlo accettare all'Oratorio. Qui egli fece le cinque classi ginnasiali; ma nel ginnasio superiore, ingolfato nella lettura dei classici e non trovando nella scuola chi comprendesse i bisogni del suo spirito e lo illuminasse sufficientemente nelle cose della fede, si raffreddò assai nella pietà. Per sua fortuna, la santità di Don Bosco e di Don Rua, da lui nettamente scorta, fu la doppia calamita che lo attrasse e lo ritenne. Nel 1876 passò al noviziato, che allora costituiva un reparto a sè nell'Oratorio. In quell'anno sotto la direzione di Don Barberis cominciò il lavorio della sua ricostruzione spirituale, alquanto rallentata appresso nei tre anni, che seguirono la professione temporanea, finchè, mandato ad Alassio, trovò in Don Cerruti il Direttore che faceva per lui. Da quel punto le sue ascensioni non ebbero più arresto. Studio e pietà, scuola e assistenza erano la sua vita di tutti i giorni. Insegnando nel liceo, voleva riserbata a sè l'ora settimanale di religione, alla quale si preparava con la massima serietà, ottenendo eccellenti risultati. Da Alassio s'inserisse all'Università di Genova; ma, poco dopo aver conseguita la laurea in lettere, ammalò a morte. Contava appena ventisei anni di età.

                Il suo nome è raccomandato a una sua pubblicazione postuma, frutto dell'amore intenso con cui erasi dedicato allo studio dei Santi Padri[116]. Il suo amico e collega d'insegnamento Don Fascie, allora laico, oggi Consigliere scolastico generale, vi premise un'interessante prefazione sulla vita del traduttore. Del suo carattere scrive: “Vi era in lui un'impronta di stabilità, una posa così energicamente costante, che io, in qualunque atteggiamento mi venisse davanti o [181] lo scontrassi da me, poteva sempre raffigurarlo, e dirmi: è lui. E v'era un posto, dove questo suo tratto, al quale si riconosceva, spiccava proprio tutto e solo, ed era la scuola. Là Don Nespoli ci era proprio tutto, senza mistura di sorta”. Della sua attività intellettuale egli osserva: “Per lui il sapere era solo un mezzo; il fine non era esser dotto, ma buono ed aiutare gli altri ad esser buoni” . Don Nespoli prestava questo aiuto con il rendersi buon maestro, e il suo lodatore fa vedere com'egli sentisse di essere maestro nel dir Messa, nel recitare il Breviario, in ricreazione, nel condurre i giovani a passeggio e naturalmente nel fare lezione. “Quell'indole, dice Don Fascie, così fiera si ammansiva coi giovani, si faceva tutto per loro, sapeva compatirli, pigliava sul serio tutte le loro difficoltà od obbiezioni e le risolveva, si piegava anche un poco al loro carattere. Era sempre serio però: e di più v'era una categoria coi quali era inesorabile, e non ebbe mai tregua: quella volontà così energica non potè mai piegarsi a compatire, che dico? a soffrire i poltroni in iscuola” . L'energia della volontà lo accompagnò e sorresse per tutta la vita. “Era tanto deciso nelle cose sue, ricorda Don Fascie, che si meravigliava forte, quando il suo direttore gli chiedeva, se gli fossero mai venuti dubbi sulla propria vocazione. Non poteva capire, e non gli entrava, che ci fosse della gente, che dopo aver preso una decisione di tal sorta, potesse ancora pensare ad avere dei dubbi; e mi ci volle del bello a capacitarlo” . Amava la famiglia, gli amici, gli scolari; ma, è sempre Don Fascie che parla, “primo fra tutti Don Bosco, che aveva preso nel suo cuore il posto di suo padre e che nel riamarlo faceva sentire, quanto quel posto gli fosse caro”[117].

                Rientriamo nell'argomento del Capitolo Generale. La seduta pomeridiana del 2 settembre, in cui, come abbiamo [182] detto, si trattò del catalogo e degli studentati, non ci presenta nulla di notevole, tranne qualche osservazione di Don Bosco. Egli approvò la proposta d'inviare alle scuole superiori pontificie di Roma alcuni dei più segnalati fra i chierici per completarvi i loro studi; solo fece rilevare che allora gli sembrava troppo presto, attesa la necessità dì personale per le opere in corso. I due primi chierici salesiani Festa e Giuganino furono mandati all'Università Gregoriana per la teologia nell'autunno del 1888. Il Salito raccomandò inoltre che si mantenessero le denominazioni in uso, come ascritti e anno di Prova invece di novizi e noviziato. - Questo, diss'egli, non è nè necessario nè utile. - Sopra una terza cosa verremo più avanti, quando si parlerà di Foglizzo. La tornata non diede luogo a formali deliberazioni.

                La mattina del 3 si discusse in primo luogo sul modo di esentare i chierici dalla leva militare. In quegli anni stavano ancora aperte parecchie vie di scampo, che in anni successivi si vennero chiudendo. - In tutte queste cose, notò Don Bosco, è di somma importanza l'avere a conoscitore delle leggi e delle persone qualcuno che sia buon amico e che voglia aiutarci. E se non si ha nessuno, conviene ricorrere con fiducia a chi sia al caso di potersene occupare invitandolo e pregandolo di aiutarci a far valere nella leva o nella visita i diritti che possono competere al coscritto. Generalmente accettano e s'impegnano presso altri. - Assai notevole è quello che pronosticò dopo d'aver accennato alle leggi della Francia e della Spagna in materia di servizio militare. Disse: - In quanto all'Italia, ebbi comunicazione che si sta studiando come esentare quelli che vorranno consacrarsi alle Missioni estere. E ciò servirà molto alla esenzione dei nostri. Non tarderà il giorno che il clero sarà esentato tutto in Italia con qualche restrizione. Ma intanto fino a che questo non sia, si procuri l'esenzione con tutti i modi onesti e legali[118]. - [183]

                Nulla poteva allora far sperare l'esenzione generale del clero, anzi lo spirito dei Governo moveva in direzione opposta; oggi invece dopo i Patti del Laterano è un fatto compiuto: la restrizione si prospetta per il caso di una mobilitazione generale, in cui però quelli in sacris devono attendere a uffici sacerdotali o sanitari.

                Esaurito questo tema, si esaminò la procedura da seguire nel promuovere i chierici alle sacre ordinazioni. Sull'andamento della discussione, continuata nel pomeriggio, i verbali sono muti; ma lo studio dovette essere condotto ben a fondò, come ne fanno fede i quindici articoli deliberati[119].

                Nella seduta pomeridiana fu elaborato un regolamento per le parrocchie. Il relatore Don Lasagna usufruì anche di lavori del Capitolo Generale terzo intorno a questo oggetto. Egli premise alcune considerazioni, che sembravano sconsigliare la facile accettazione di cure parrocchiali. Molte difficoltà si sollevarono sul modo di conciliare fra loro le due autorità, dove alla parrocchia andasse unito un ospizio. Dopo vivo dibattito la questione fu troncata col rimettere al Rettor Maggiore il determinare volta per volta, se il Direttore dell'ospizio dovesse essere superiore di tutta la casa ovvero il Parroco dovesse tenere anche la direzione. Restò per altro fermamente deciso che le due amministrazioni stessero affatto distinte. Il tempo dacchè i Salesiani governavano parrocchie, era ancora troppo breve, perchè si potesse fare appello all'esperienza a fine di beli regolamentare questa materia; tuttavia quel secondo tentativo segnò un progresso sul primo, dando luogo a formulare un complesso di norme degne della nostra considerazione, non foss'altro perchè furono il punto di partenza alle definitive deliberazioni posteriori e poi perchè furono discusse vivente Don Bosco[120].

                Don Bosco entrò nell'aula ed assunse la presidenza, tenuta fino allora da Don Rua, quando si studiava la maniera di rendere [184] il Parroco amovibile ad nutum Superioris, e, informatosi sommariamente delle cose discusse, prese a parlare così: - Io sono di parere che, trovandoci ora in tempi calamitosi per la divisione del potere civile dall’ecclesiastico, convenga tirare innanzi come meglio si può, regolandoci secondo gli eventi per le parrocchie che già esistono. Per quelle che verrà il caso di accettare, il Capitolo Superiore penserà al migliore modo per ottenere l’inamovibilità.

                Un altro tentativo interessante fu quello di disciplinare meglio le scuole professionali. Il paragrafo secondo dello schema diramato ai Confratelli, presentava un duplice oggetto, indirizzo cioè da darsi agli artigiani e mezzi per svilupparne la vocazione religiosa. Partecipò alla discussione anche il coadiutore Rossi. Le deliberazioni prese meritano di non giacere sepolte negli archivi, sia perchè rispecchiano il pensiero di Don Bosco che certamente le fece sue, sia perchè segnano il primo passo da un periodo basato sulla tradizione a un periodo regolato da leggi scritte circa l'indirizzo intellettuale, tecnico e religioso delle nostre scuole professionali. Era il frutto di una trentennale esperienza[121].

                Il 5 settembre, giorno di domenica, si tenne soltanto la seduta serale, in cui il Capitolo determinò la maniera di osservare i decreti sull'accettazione degli ascritti e il metodo da seguire nell'ammettere ai voti. - Con questi decreti, disse Don Bosco, Pio IX ebbe più che altro in mira di dare agli Ordini religiosi un'arma per respingere coloro che domandano d'entrare in religione e non ne siano degni. Ecco anche il motivo per cui questa disposizione fu ristretta solamente all'Italia. Tale è lo spirito dei decreti.

                Diciamo una parola sull'origine e la natura di questi decreti. Pio IX un anno dopo ascesa la cattedra di Pietro, il 17 giugno 1847, diresse ai Superiori generali, Abati, Provinciali ed altri Superiori regolari l'Enciclica Ubi primum arcano, [185] nella quale dichiarava che, appena eletto al pontificato, aveva concepito il disegno di difendere, confortare ed abbellire gli Ordini religiosi. Poi prometteva loro di volersi adoperare singolarmente perchè in essi “la santità dei costumi, l'insegnamento spirituale e la disciplina regolare, secondo gli statuti di ciascuno, rivivessero e fiorissero sempre meglio”. Faceva noto infine che a promuovere e a sostenere tale riforma egli aveva costituito la Congregazione de statu regularium ed invitava i Superiori regolari a vigilare attentamente sui loro sudditi ed a mantenersi in buon accordo tanto fra di loro quanto coi Vescovi e col clero secolare, per contribuire tutti viribus unitis all'edificazione del corpo di Cristo, cioè della santa Chiesa. A compier l'opera della riforma emanò poi il 25 gennaio 1848 per l'organo di detta Congregazione il decreto Regulari disciplinae instaurandae, ove s'impartivano salutari prescrizioni sull'ammissione dei novizi all'abito e alla professione religiosa.

                A tenore dell'ordinanza pontificia bisognava eleggere una Commissione esecutrice generale e sette esaminatori provinciali. Procedutosi all'elezione, risultarono eletti per la prima i membri e il segretario del Capitolo Superiore e per esaminatori provinciali Don Francesia, Don Marenco, Don Bianchi, Don Nai, Don Rinaldi Filippo[122], Don Tamietti, Don Guidazio[123].

                Le proposte varie dei Confratelli vennero presentate all'assemblea nelle due sedute del giorno 6. La discussione di maggiore importanza è per noi quella aggiratasi intorno al Bollettino Salesiano. Vi si affermò in questi termini il concetto generale: “Il Bollettino Salesiano ha per iscopo di mantenere vivo lo spirito di carità fra i Cooperatori, di portare a loro conoscenza le opere compiute o da compirsi dalla pia nostra [186] Società, e di animarli a prestarle aiuto opportuno. Pertanto si deve riguardare come l'organo della Società medesima”[124].

                E affinchè il periodico si mantenesse fedele allo scopo, per cui Don Bosco ne aveva intrapresa la pubblicazione, il Capitolo generale deliberò quanto segue.

 

I. Il Bollettino sia redatto e stampato sotto l'immediata sorveglianza del Capitolo Superiore il quale farà sì che venga tradotto nelle diverse lingue, e incaricherà mi Direttore - Redattore in capo, che abbia cura di rivedere e ordinare gli articoli e le notizie, che vengono dai vari paesi, e provvegga alla sollecita sua pubblicazione e spedizione.

2. Acciocchè il Bollettino corrisponda anche ai bisogni regionali, lasciando sempre invariato il testo delle varie traduzioni, si riserberanno le ultime pagine per pubblicare le notizie particolari di quelle case, che trovansi nei diversi Stati.

                In America avendosi a pubblicare qualche articolo di urgenza gli Ispettori potranno far stampare un supplemento straordinario, di cui nel successivo numero si darà riassunta la sostanza.

3. Ciaschedun Ispettore incaricherà uno della sua Ispettoria, che sia idoneo ed abbia comodità di raccogliere un mensuale riassunto delle notizie più importanti dell'Ispettoria, e le trasmetta al Direttore del Bollettino prima del 15 del mese, affinchè possano essere inserite nella prossima dispensa.

4. Le offerte che sono fatte dai Cooperatori per venire in aiuto alle opere salesiane, come corrispondenza col Bollettino siano tenute in conto a parte e da ogni casa si mandino al Rettor Maggiore.

                Si possono ritenere negli Ospizi le offerte che designatamente vengono fatte ad essi, purchè se ne dia avviso al Rettor Maggiore. In ogni caso si eseguiscano sempre le intenzioni degli offerenti.

 

                Durante le due sedute Don Bosco prese più volte la parola. Una volta per incidente raccomandò a tutti di conoscere bene l'Opera di Maria Ausiliatrice e di favorire le vocazioni degli adulti; poi aggiunse: - Quando il cardinale Berardi, riferì al Santo Padre Pio IX su quest'Opera, il Papa disse: "Se i frati vorranno frati, dovran ricorrere a questa via; così anche i Vescovi, se vorranno preti ". La ragione è che talora i giovani fanno naufragio nell'adolescenza, ma poi ritornano in sè all'età di sedici o diciotto anni od anche a venti. [187]

                Parlandosi delle raccomandazioni fatte da Leone XIII per sottrarre la gioventù alla Massoneria, Don Bosco osservò: Basterà che si raccomandi ai giovani più adulti di non ascriversi a società alcuna senza il consenso dei genitori e del parroco; ma noti se ne parli di proposito nè in casa nè per le stampe. Sarebbe un risvegliare le ire dei nemici senza alcun profitto.

                Sulle visite degli Ispettori e dei Superiori maggiori alle case Don Bosco raccomandò che si andasse sempre in nome del Superiore e che si richiamassero i Confratelli all'osservanza delle Regole noti in forza dell'Io voglio ma in forza del dovere dalle Regole imposto. - L'Io guasta tutto - conchiuse. A rincalzo della quale raccomandazione cadono qui in acconcio alcune parole da lui pronunziate il 14 febbraio 1887 nel Capitolo Superiore. Proponendosi di dare maggiore sviluppo a certi articoli del Regolamento, egli disse: - Non si cerchi di rendere troppo prolissi e specificanti i nostri Regolamenti, quando sembrino tiri po' concisi. Ove non vi sia necessità di regola, si proceda con una bontà paterna, e i sudditi aiutino il Superiore pel buon andamento della Casa. - Ed ecco un bel tratto di questa bontà, della quale egli era vivente esempio. Un ordine improvviso di Don Cerruti sbalestrava, Don Borio da Lanzo a Randazzo. Al buon piemontese l'andare in Sicilia sembrò che fosse un andare in capo al mondo e gli seppe duro e se ne aperse per lettera con Don Bosco, che paternamente gli rispose:

 

                                Caro D. Borio,

 

                Parti pure tranquillo a mia benevolenza e la mia benedizione ti accompagnerà ovunque andrai. Prendi teco la pazienza e la prudenza. Sii luce a' tuoi compagni. Dio farà che ci possiamo vedere forse fra non molto tempo.

                Maria ci guidi nei pericoli e sia di tutti i Salesiani di vera guida al cielo.

                Continua pregare per questo tuo amico che ti sarà sempre in G. C.

 

                Torino, 6 febbraio 1886

 

Aff.mo

Sac. GIOV. BOSCO. [188]

                Ragionandosi del sistema preventivo, comunicò d'aver cominciato un opuscolo su tale argomento e che sperava di poterlo o per sè o per altri condurre a termine. Ma purtroppo non solamente il lavoro non fu terminato anzi del suo cominciamento non rimase traccia fra le carte del Santo[125].

                Nella mattina del 7 il Capitolo si radunò per l'ultima volta. Doli Bonetti vi lesse una relazione intorno a cinque cose da osservarsi nel trattare con le Figlie di Maria Ausiliatrice, e cioè: I° Non accompagnare il medico, quando visita le inferme. 2° Contentarsi del loro servizio nella cucina e nei refettori. 3° Non opporsi al trasloco di qualche suora. 4° Non dare mai loro del tu ed evitare ogni atto di confidenza. 5° Al quesito se oltre al Santo Padre, al Rettor Maggiore, alla Madre Generale fosse da permettere che le Suore scrivessero liberamente al Direttore locale, agli antichi direttori e al confessore, il relatore espresse parere contrario; soltanto a quelle che dimoravano in America potersi concedere che per la ragione della distanza scrivessero all'Ispettore.

                Finalmente Doli Rua richiamò alcune parti della Regola, delle quali importava inculcare l'osservanza. I° Rispondere con prontezza e sollecitudine alle lettere mensuali degli Ispettori; così facessero gli Ispettori per le domande loro rivolte dal Capitolo Superiore. 2° Mettersi tutti d'accordo Ispettori e Direttori sull'osservanza della povertà. 3° I Direttori non tenessero in camera bibite, liquori per se e per altri. 4° I Direttori nella qualità e quantità del vitto stessero al regolare. 5° Il vestiario si tenesse pulito, ma non si avesse premura di mutarlo oltre la Regola; così le calzature. 6° Non [189] viaggiare per piacere, e non prendere senza necessità la seconda classe. 7° Fare l'esercizio della buona morte secondo le Deliberazioni e separatamente dai giovani. 8° Si facessero regolarmente i rendiconti; il praticarli con diligenza far procedere bene le case. 9° Il Direttore anche prima che occuparsi dei giovani, curasse i confratelli. Si facesse la scuola di teologia e quella di cerimonie; servire queste a conservare lo spirito religioso. 10° Aiutare i giovani chierici provenienti dal noviziato. Fomentare in loro lo spirito di pietà e formarli alla pratica del lavoro. Si avvisassero specialmente di non affaticarsi vociferando, allorchè incominciavano ad insegnare. Tenersi informati dei loro portamenti nella scuola. Avvisarli con carità e sincerità. II° Leggere in principio d'anno il sistema preventivo e spiegarlo, com'erasi già determinato. 12° Badare ai princípi, quando alcuno trovasse difficoltà, per aiutarlo opportunamente.

                Dopo questo il Regolatore lesse l'atto di chiusura del Capitolo Generale, che venne subito da tutti firmato. Il documento terminava con la seguente dichiarazione: “Come le nostre Regole danno al Rettor Maggiore la più ampia facoltà su tutto quello che riguarda il benessere e la prosperità della Pia Società Salesiana, così i membri del Capitolo Generale prima di separarsi, mentre ringraziano cordialmente l'Amatissimo loro Don Bosco della bontà paterna usata nell'assisterli e fanno caldi voti per la sua carissima conservazione, dichiarano unanimemente di lasciargli pieni poteri di sviluppare maggiormente quello che non fosse stato abbastanza largamente trattato e aggiungere o modificare tutto quello che fosse da aggiungere o modificare al bene e progresso della Pia Società Salesiana ed in conformità delle nostre Costitu­zioni”.

                Abbiamo riferite qua e là cose dette da Don Bosco durante le tornate; ma a giudicare da quanto scrisse Don Albera, le sue parole non furono tutte raccolte dai segretari del Capitolo Don Lemoyne e Don Marenco. Dice infatti il secondo [190] successore del Santo[126]: “Ciascuno esponeva con calma e delicatezza il proprio modo di vedere e, finita la discussione, si aspettava che D. Bosco sciogliesse le difficoltà, decidesse le questioni, e con sicurezza e precisione indicasse la via da tenersi. Quelle assemblee erano altrettante scuole, ove il venerato Maestro, sentendo vicino il giorno in cui avrebbe dovuto lasciare i suoi amati discepoli, pareva volesse condensare in poche parole i suoi insegnamenti e tutta la sua lunga esperienza”.

                Allorchè sul principio del nuovo anno scolastico il personale delle case si trovava tutto al proprio posto e le cose vi avevano preso il loro andamento regolare, Don Bosco con una circolare del 21 novembre stesa da Don Lemoyne comunicò ufficialmente ai Confratelli il risultato delle elezioni, unendovi le raccomandazioni seguenti.

 

                Ora non rimane che a prestare dal canto vostro piena obbedienza al nuovo Capitolo, secondochè venne dal Signore per mezzo vostro ordinato. Questa obbedienza sia pronta, umile ed ilare quale ce la prescrivono le Regole. Riguardiamo i nostri Superiori come fratelli, anzi come padri amorosi, che null'altro desiderano che la gloria di Dio, la salvezza delle anime, il nostro bene ed il buon andamento della nostra Società. Ravvisiamo in essi i rappresentanti di Dio stesso, abituandoci a considerare le loro disposizioni come manifestazioni della divina volontà. E se qualche volta avverrà che diano ordini non conformi ai nostri desideri, non rifiutiamoci perciò dall'ubbidienza, pensiamo che anche a loro torna penoso il comandare cose gravi e spiacevoli, e ciò fanno solo perchè riconoscono tali ordini come richiesti dal buon andamento delle cose, dalla gloria di Dio e dal bene del prossimo. Si faccia pertanto volentieri sacrifizio dei proprii gusti e delle proprie comodità per sì nobile fine e si pensi che tanto più sarà meritoria presso Dio la nostra ubbidienza, quanto più grande è il sacrifizio che facciamo nell'eseguirla.

                Guardiamoci poi, o miei cari figliuoli, dal cadere nel grave difetto della mormorazione che tanto è contraria alla carità, odiosa a Dio e dannosa alle comunità. Fuggiamo la mormorazione riguardo a qualsiasi persona, fuggiamola specialmente riguardo ai nostri confratelli, sopratutto se superiori. Il mormoratore, come dice lo Spirito Santo, semina la discordia, porta il malumore e la tristezza là dove regnerebbe la pace, l'allegria insieme colla carità. Procuriamo perciò coll'ubbidienza, [191] rispetto e affezione di portarci in modo che, come dice San Paolo[127], i Superiori cum gaudio hoc faciant et non gementes, con gaudio abbiano essi a compiere l'ufficio loro e non sospirando.

                Ma l'ubbidienza e la carità non sono le sole cose che desidero raccomandarvi in questa circostanza; una terza cosa mi preme anche assai ed è l'osservanza perseverante del voto di povertà. Ricordiamoci, o miei cari figliuoli, che da questa osservanza dipende in massima parte il benessere della nostra Pia Società e il vantaggio dell'anima nostra. La Divina Provvidenza, è vero, ci ha finora aiutato e, diciamolo pure, in modo straordinario in tutti i nostri bisogni. Questo aiuto, siamo certi, vorrà continuarcelo anche in avvenire per l'intercessione di Maria Santissima Ausiliatrice, che ci ha sempre fatto da Madre. Ma questo non toglie che noi dobbiamo usare dal canto nostro tutta quanta la diligenza sì nel diminuire le spese, ovunque si possa, come nel far risparmio nelle provviste, nei viaggi, nelle costruzioni ed in generale in tutto quello che non è necessario. Credo anzi che per questo noi ne abbiamo un dovere particolare e innanzi alla Divina Provvidenza e innanzi ai nostri stessi benefattori. Perciò, o miei cari figliuoli, vi raccomando caldamente la pratica di quanto è stabilito nelle nostre deliberazioni (Distinz. V) riguardo all'economia, soprattutto nei lavori e nelle costruzioni, nelle provviste e nei viaggi.

                Il Signore, siatene persuasi, non mancherà di benedire largamente la nostra fedeltà ed esattezza nell'osservanza di questi tre punti di tanta importanza, quali sono l'ubbidienza, la carità e la povertà.

 

                Le Deliberazioni comparvero stampate nel 1887. Del Capitolo Generale terzo non erasi pubblicato nulla; perciò, rivedute le cose allora deliberate, le si fusero con quelle deliberate di recente[128]. Di interamente nuovo, cioè non toccato nel 1886, vi è il capo quarto su gli oratorii festivi[129]. Don Bosco avrebbe desiderato offrire raccolte in un solo volume tutte le Deliberazioni dei quattro Capitoli Generali; ma, richiedendosi a questo lavoro un certo spazio di tempo, amò meglio presentare senza indugio le sole Deliberazioni degli ultimi due. La pubblicazione da lui vagheggiata vide la luce nel 1902 col volumetto, in cui le Deliberazioni dei primi sei Capitoli Generali fanno seguito alle Regole.

 

 


CAPO VII

S. Giovanni Bosco a Milano. L'ultima vestizione dei chierici a S. Benigno.

 

                MENTRE a Valsalice si succedevano le tornate del Capitolo Generale, i cantori dell'Oratorio, guidati dal maestro Dogliani, partivano per Brescia. Si era ivi alla vigilia di solenni feste per l'incoronazione della Madonna venerata nel santuario delle Grazie, ed essi dovevano soste­nere una parte notevole del grandioso programma musicale. Per i buoni uffizi di Don Elena, valente predicatore bresciano e zelante cooperatore, Don Bosco aveva concesso ben volentieri i suoi giovani a quei fervorosi cattolici. Oltre ai cittadini accorsero colà migliaia di fedeli da tutte le diocesi lombarde; v'intervennero parecchi Prelati, fra i quali monsignor Sarto, vescovo di Mantova, e il cardinale Canossa, vescovo di Verona. Delle prove generali l'autorevole maestro Remondi esprimeva questo giudizio[130]: “Una lode speciale va data al coro degli allievi dell'istituto salesiano di Don Bosco ed al loro egregio maestro signor Dogliani, che con pazienza pari all'intelligenza seppe istruire quella squadra di cari fanciulli in modo da ottenere un affiatamento ammirabile”. Dalle lodi poi per “l'ammirabile loro esattezza” nell'esecuzione finale un altro ragguardevole personaggio prendeva argomento a magnificare il metodo e gli effetti dell'educazione [193] impartita negli istituti di Don Bosco. “Urlo dei pregi, scriveva[131], e dirò dei segreti delle case d'educazione di quest'uomo prodigioso e provvidenziale, è l'allevare la gioventù al bene senza imporlo, ma in modo che i fanciulletti stessi lo amino, lo cerchino, lo seguano spontaneamente. Come effetto di questo difficilissimo sistema, ieri mattina tutti i giovanetti cantori, senza il più piccolo avvertimento da chicchessia, ma spontaneamente si accostarono ai santissimi sacramenti. Oh! Don Bosco sa dare buoni cristiani alla Chiesa non meno che ottimi cittadini e bravi cultori delle arti e delle scienze alla patria”.

                La presenza dei giovani a Brescia produsse un senso così vivo e generale di soddisfazione nella cittadinanza, che la Commissione per i festeggiamenti scrisse a Don Bosco: “Abbiamo visto e ammirato fin da questi primi giorni non solo la maestria dei suoi cari giovani nell'arte del canto, ma altresì il loro contegno sopra ogni dire lodevole ed edificante; e compresi della più viva riconoscenza pel generoso regalo che Ella ha fatto alla nostra città e alla nostra Madonna coll'inviarli, non possiamo a meno che rendergliene subito sincerissime grazie anche a nome del nostro Veneratissimo Vescovo[132]. Don Bosco è proprio una benedizione per tutto e per tutti”[133]. Siccome poi si credeva che Don Bosco si trovasse già a Milano, quei signori proseguivano: “In questa occasione però lo potrebbe essere anche di più se, trovandosi, come sentiamo, a Milano, onorasse anche d'una brevissima sua visita la nostra cara Madonna delle Grazie e mettesse così la corona alla nostra festa. Ce la faccia, Rev.mo Don Bosco, questa bella improvvisata e si vedrà attorno un popolo [194] pieno di fede e di divozione, che consolerà dolcissimamente il piissimo di Lei cuore”.

                A Milano Don Bosco doveva giungere fra breve. La metropoli lombarda aveva uno stuolo di Cooperatori numeroso, scelto e attivo. Anima dell'Associazione era Don Pasquale Morganti, già alunno dell'Oratorio ed elevato poi alla sede arcivescovile di Ravenna. Quei buoni amici facevano a voce e per iscritto ripetute istanze, affinchè anche nella loro città si tenesse una conferenza pubblica, che servisse a divulgare sempre più la conoscenza delle opere salesiane; ma vi si voleva l'intervento di Don Bosco. Valido, sostenitore della proposta fu Don Angelo Rigoli, ex - alunno egli pure e dei più anziani, che dopo sperava una visita di Don Bosco alla sua parrocchia di Casale Litta. Don Bosco decise di secondare l'invito, incaricando della conferenza Don Lasagna.

                Sulla possibilità e opportunità di quell'andata erasi protratta a lungo l'incertezza, poichè Don Rua e gli altri Superiori trepidavano per la vita  di Don Bosco. Avrebbe egli potuto sostenere la fatica del viaggio? I prevedibili disagi non avrebbero dato il tracollo alla sua inferma salute? E se, data la sua estrema debolezza, un malore improvviso l'avesse colto lontano dall'Oratorio? Finalmente dopo tanto tergiversare in un supplemento del Bollettino di settembre Don Bosco stesso, annunziando ai Cooperatori lombardi la conferenza milanese per la domenica 12 del mese, diceva[134]: “Nonostante gli incomodi della vita, nutro la più viva fiducia di poter ancor io intervenire alla conferenza, perchè desidero di fare e rinnovare la conoscenza di un buon numero di persone del Clero e del Laicato Lombardo, le quali in più occasioni diedero segni di generosa carità a pro delle opere, che la divina Provvidenza ha posto nelle povere mie mani”[135]. [195]

                In questa determinazione un motivo personale ebbe gran peso. Egli sentiva quante obbligazioni lo legassero all'arcivescovo Calabiana per i benefizi dal medesimo ricevuti durante il suo episcopato casalese ed era contento di avere un'occasione per rendergli un pubblico attestato della propria riconoscenza prima di lasciare questa terra.

                Partì dunque la mattina dell'II settembre in compagnia del milanese Don Rocca, direttore del collegio di Alassio, e assistito da Don Viglietti. Venne a prenderlo nell'Oratorio e lo condusse alla stazione con un magnifico cocchio un signore di Barcellona, Don Leandro Suner, l'amministratore del marchese Jovert[136]. Era giunto il dì innanzi dalla Germania, scortando la marchesa Jovert con la costei dama di compagnia, e tutti insieme avevano subito fatto visita a Don Bosco nel collegio di Valsalice, ascoltandone la Messa e quindi accettando graziosamente di prendere con lui il caffè. La Marchesa licenziandosi gli aveva rimesso un'offerta di mille lire.

                S'arrivò a Milano un'ora dopo il mezzodì. Il viaggio era stato felice. Il cocchio dell'Arcivescovo lo aspettava per condurlo al palazzo, dove Sua Eccellenza lo voleva suo ospite. Alla stazione molti signori e signore e numerosi sacerdoti gli porsero con ambrosiana cordialità il benvenuto. Don Lasagna, precedutolo il giorno avanti, era là con Don Veronesi, direttore del collegio di Mogliano Veneto. Sul piazzale esterno stava assembrata una folla di gente, che, al vederlo camminare con pena e curvo della persona, ma sorridente, fu presa da commozione e si udiva esclamare: - Ecco un santo!... Un gran santo!... Il santo di Torino. - Molti al suo passaggio piegavano il ginocchio per averne la benedizione.

                Nell'atrio dell'episcopio incontrò i sacerdoti della Curia arcivescovile, che gli fecero scorta d'onore fino all'Arcivescovo. Salì lo scalone molto a rilento, sostenuto e quasi portato [196] da vigorose braccia; ma erano oggetto di commenti la vivacità de' suoi occhi e la lucidità dello spirito. Il venerando Prelato pressochè ottuagenario, mossogli incontro, lo abbracciò con tenerezza e lo ricevette con ogni dimostrazione di stima e di cordiale amicizia. - Eccellenza, erasi affrettato a dirgli Don Bosco, prima di morire io voleva rivederla ancora una volta e ricevere la sua benedizione.

                Monsignore si mostrò affabilissimo anche con i Salesiani che accompagnavano Don Bosco e prese tosto a parlare in dialetto, ricordando il natio Piemonte e le proprie relazioni con Don Bosco e con i suoi figli. Il Servo di Dio appariva stanco; perciò dopo una breve refezione fu condotto a riposare nella camera a lui assegnata. Alle cinque e mezzo, ora del pranzo, egli aveva ripigliato vigore, sicchè tenne animata la conversazione fra gli invitati. Dopo ricevette alcune visite. Quando, verso le dieci, s'andò a letto, l'Arcivescovo volle prima la benedizione di Don Bosco; perciò ben prevedendone le resistenza, gli s'inginocchiò di botto davanti con atto divotissimo e appresso lo riabbracciò con affetto e lo accompagnò nella sua stanza.

                Il pensiero del Santo erasi portato a Valsalice, dove si faceva un corso di esercizi spirituali; onde per suo ordine Don Viglietti nella serata aveva scritto a Don Rua: “Don Bosco m'incarica di pregarla che Ella dica a tutti coloro che stanno costì agli esercizi dolergli tanto di essere lontano d a essi, e questa essere la pena maggiore che egli soffra; che però gli sono tutti molto presenti nelle sue orazioni. Manda saluti a tutti, e a tutti copiose benedizioni”.

                La conferenza salesiana era stata preparata molto bene. La si tenne la mattina del 12 alla Madonna delle Grazie. All'Arcivescovo spiaceva che quella non fosse la stagione migliore, stante l'assenza di tutta la nobiltà milanese, la quale per solito vi fa ritorno verso Ognissanti; pure la riunione ebbe qualche cosa d'imponente. I giovani dell'Oratorio, venuti là da Brescia, eseguirono meravigliosamente alcune [197] parti della Messa cantata; il Sancta Maria succurre miseris del Cagliero rapì anche i giornalisti profani, come si vede dai loro articoli. Terminata la Messa, fece il suo ingresso nella chiesa l'Arcivescovo, precedendovi di alcuni minuti Don Bosco, che giunse con Don Lasagna e Doli Viglietti. Per via la gente l'aveva salutato con grande riverenza. Appena si affacciò alla porta del tempio, i più vicini si accalcarono intorno a lui, sicchè ci volle tempo e fatica per trascinarlo (è qui la parola più acconcia) al presbiterio accanto a Monsignore. La moltitudine che gremiva il vasto santuario, lo contemplava silenziosa e devota. Anche lo storico Cesare Cantù gli si era appressato nel suo passaggio, seguendolo un tratto da vicino[137].

                Dopo un mottetto cantato dai giovani, Doli Lasagna, presa la benedizione dall'Arcivescovo, montò in pulpito. Al primo vederlo fu una grave delusione, perchè tutti si aspettavano che avrebbe parlato Don Bosco; ma fili dall'esordio il conferenziere si cattivò l'attenzione e la simpatia del pubblico, composto di almeno ottomila persone, che pendettero dal suo labbro per un'ora e più. Chiunque l'abbia ascoltato qualche volta a predicare, non troverà esagerato il giudizio che della sua eloquenza ha dato il suo biografo. “Aveva, scrive Don Albera[138], un'arte finissima per insinuarsi nel cuore de' suoi uditori, e poi tale ricchezza di fatti e di ragioni, una parola sì efficace da comunicare a tutti le sue idee e il medesimo suo entusiasmo”.

                Egli sciolse da prima un inno di riconoscenza all'Arcivescovo, che vent'anni addietro a Casale in quello stesso giorno l'aveva ammesso a vestire l'abito chiericale. Fece quindi un quadro di tutta l'Opera di Don Bosco nei due mondi estendendosi alquanto a descrivere pittorescamente la vita missionaria dei Salesiani e in particolare la loro attività a favore degli emigrati d'Italia. Il corrispondente di un giornale [198] torinese[139] scrisse che se la conferenza, anzichè in chiesa, fosse stata tenuta in luogo privato, più e più volte gli applausi dell'uditorio avrebbero interrotto l'oratore, massime quando dimostrò che le Missioni non sono soltanto un'opera di religione, ma anche di patriottismo, sicchè i governanti avrebbero obbligo e interesse a favorirle, esentando dalla leva militare i chierici a quelle destinati. Scosse poi fortemente l'uditorio, quando con tutta la foga del suo dire rappresentò il Papato come la più splendida e pura gloria d'Italia. La digressione, voluta forse a buon fine, tornò opportunissima per vari motivi[140].

                Quando tutto era finito, Don Bosco per condiscendere alle preghiere di autorevoli persone attraversò la lunga navata della chiesa. I Milanesi, come già i Parigini e i Barcellonesi, si spingevano innanzi sul suo passaggio e chi gli baciava le mani, chi gli toccava divotamente gli abiti, chi faceva il segno della croce, chi gli chiedeva la benedizione. Gli altri che non si potevano avvicinare, lo rimiravano da lungi inteneriti al vederlo sofferente e sorridente, e la commozione cresceva osservando come a sorreggerlo vi fosse anche il venerando Arcivescovo. Fuori della chiesa la folla che occupava la piazza e le vie attigue proruppe in un immenso: Evviva Don Bosco! Evviva Monsignore! - Al trascorrere della carrozza che portava i due personaggi, queste acclamazioni di tratto in tratto si ripetevano con tutto lo slancio del popolare entusiasmo.

                Egli smontò al seminario di S. Carlo, dove albergavano i cantori dell'Oratorio e molta gente era convenuta per vedere Don Bosco e parlargli. Quei giovani gli fecero tripudiando mille feste. Il Santo passò in mezzo a loro dispensando sorrisi, [199] parolette e facezie. Gli spettatori, commentando la scena, ammiravano quella paterna e filiale corrispondenza d'affetto.

- Salutati i ragazzi, Don Bosco si ritirò in una sala per dare udienze. Ma come ascoltare uno a uno tanti visitatori? E poi in un attimo la sala si riempì talmente di persone, che man­cava la necessaria libertà di conferire. Un fatto provviden­ziale, richiamando l'attenzione di tutti, offerse una via di scampo. Era là in mezzo alla confusione una signora, che con­duceva una sua figlia sorda. Com'essa potè a gran fatica avvi­cinarlo, il Santo diede la benedizione alla fanciulla e le ordinò di recitare una certa preghiera. Quella, come chi ode e intende, si ritirò in un angolo, pregò nel modo indicatole, e tornata a lui, gli disse: - Vede, Don Bosco? Io sono bell'e guarita. Ora sento tutto. - Lo stupore dei presenti andò al colmo e in un batter d'occhio la notizia della guarigione si sparse per la città[141]. Durante quella specie di parapiglia Don Bosco fu fatto uscire di là; quando poi lasciò il seminario per restituirsi all'Arcivescovado, i passanti ravvisandolo si fer­mavano, salutavano e talora si raggruppavano ad applaudire.

                La generosità ambrosiana non si smentì nè alla conferenza nè dopo di essa. I parroci urbani apersero una sottoscrizione in favore dei Missionari, perchè si avesse agio di soddisfare alla propria carità anche da quelli che o non erano potuti intervenire alla Madonna delle Grazie o intervenuti non erano per la soverchia piena riusciti a versare il loro obolo.

                Quella sera al pranzo l'Arcivescovo per onorare Don Bosco invitò alcuni parroci e vari nobili signori. Levatosi da mensa, il Santo cominciò a ricevere e ne ebbe fino a notte. Dopo Monsignore per sollevarlo alquanto e ricrearlo tenne circolo prima della cena, procurandogli un'amena e allegra conversazione. Venuta l'ora del riposo, il Servo di Dio ingiunse a [200] Don Viglietti di prendere tutte le misure, perchè si potesse partire al più tardi nel pomeriggio del giorno seguente. Durante gli ultimi due anni della sua vita nel povero Don Bosco ai vecchi incomodi si erano aggiunti nuovi disturbi funzionali, che gli rendevano molesto il viaggiare, molestissimo il dimorare a lungo fuori di casa.

                La mattina del 13 celebrò nella cappella arcivescovile, gremita di assistenti. Gli servirono la Messa il presidente del Circolo dei Santi Ambrogio e Carlo e un membro del Consiglio Superiore della gioventù cattolica. Comunicò i giovani dell'Oratorio e molti degli astanti. Il resto del tempo andò tutto nelle udienze, che, ripigliate dopo la colazione, continuarono fino alle quattro. Approssimandosi il momento della partenza, Monsignore si pose di bel nuovo in ginocchio per ricevere la sua benedizione e nel congedarsi lo abbracciò piangendo, baciandolo teneramente nelle mani e cordialmente ringraziandolo di una visita così cara e indimenticabile. Molti signori, appreso dai giornali che Don Bosco trovavasi a Milano erano accorsi dalle loro ville; ma egli doveva partire nè poteva riceverli. Anche il duca Scotti, suo grande amico e benefattore, giunse troppo tardi per intrattenersi con lui a suo piacere, ma dovette contentarsi con altri signori e signore di salutarlo alla stazione[142].

                Partì da Milano con il solo Don Viglietti. Era proprio affranto. All'arrivo il ronzino dell'Oratorio lo portò sull'umile carrozzella da Porta Susa direttamente a Valsalice, dove il Santo fece una bella improvvisata agli esercitandi, poichè inaspettato entrò senz'altro nel refettorio, mentre si stava per finire la cena. Nella tranquillità di quella dimora si riebbe a poco a poco discretamente.

                Don Lasagna non si era unito con Don Bosco nel suo viaggio di ritorno, perchè doveva andar a parlare ai Cooperatori [201] di Busto Arsizio e di Casale Litta Ve lo accompagnarono i trenta cantori dell'Oratorio. Il prevosto Don Tettamanti e il parroco Don Rigoli, due nomi tanto cari ai Salesiani, non avrebbero potuto fare di più, se avessero dovuto accogliere Don Bosco in persona[143]; nel che furono secondati largamente dalle rispettive popolazioni ed anche dal clero e dai fedeli di vari paesi vicini[144].

                Giornali d'ogni colore si occuparono di Don Bosco prima del suo arrivo, durante il suo soggiorno a Milano e dopo la sua partenza. L'organo massimo del liberalismo italiano si limitò in antecedenza ad annunziarne la venuta; era già più che qualche cosa per quei tempi. Diede appresso in un lungo articolo, sono sue parole, “la relazione imparziale di quell'avvenimento cittadino” , non senza prendere in giro la questura, che, troppo credula a voci di una ideata contro dimostrazione anticlericale, aveva oltrepassato il segno nelle misure preventive. Parlando della musica scriveva: “Davvero non crediamo possibile ottenere da giovanetti maggiore intonazione, miglior fusione e più bei coloriti di quelli gustati ieri”. Si diffondeva poi a dire della conferenza e del conferenziere, sebbene con qualche pizzico di assai discutibile umorismo, conforme allo spirito del giornale e del giorno, ogni qualvolta accadesse ai liberali di parlare della Chiesa o del Papa. Infine, data felicemente in pochi periodi un'idea di Don Bosco e delle sue benemerenze, terminava così: “Un nostro amico, il prof. Rayneri di Montevideo, ci diceva un giorno che laggiù il migliore collegio femminile è quello stabilito da Don Bosco, dove sono in educazione anche le figlie del Presidente della Repubblica”[145].

                La moderata Perseveranza descrisse con simpatia tutta la cerimonia del 12. Il liberalissimo Caffè, annunziata in un primo numero la venuta di Don Bosco, “uno fra i più colti dei capi influenti del partito clericale”, tornò nel numero [202] seguente a parlare della conferenza. Ecco l'impressione provata dal redattore alla vista del Servo di Dio: “Don Bosco è un simpatico vecchio, dai lineamenti marcati, sorridente. Il suo aspetto non dimostrerebbe la tarda età, che purtroppo manifestano le sue forze quasi annichilite affatto”. Così poi ne giudicava l'opera e la vita: “L'opera benefica di Don Bosco prende ogni giorno un'estensione maggiore e benchè la sua parola chiedente soccorso venga sempre ed ovunque esaudita, egli, malgrado la sua tarda età, mena una vita stentata, preoccupato da un solo pensiero "umanità e religione ", nemico acerrimo della manifesta prepotenza dei clericali arrabbiati. Questo è un vero ministro della religione di Cristo, purtroppo imitato da pochi!”. La non men liberale Italia, rallegratasi che Don Lasagna avesse parlato bene ~~ senza insultare nè persone nè le solite istituzioni”, riassunse la conferenza e accennò alla folla che vi assistette e a quell'altra che assediava Don Bosco all'uscita. Il Pungolo, liberalone anch'esso, lodò la musica e riferì distesamente sulla conferenza. La cattolica conciliatorista Lega Lombarda illustrò in due articoli la vita e le istituzioni del Santo[146]. La Settimana religiosa di Milano uscì il 16 settembre con un articolo ampio ed enfatico. Anche l'Eco d'Italia a Genova e il Corriere di Torino pubblicarono con la stessa data corrispondenze milanesi intorno al fatto.

                Tre giornali non vollero smentire in parte o in tutto il loro programma anticlericale a oltranza. Il Secolo, annunziata una prima volta la presenza in Milano di “uno dei capi influenti del partito clericale italiano, Don Giovanni Bosco”, soggiungeva: “È questi fra i più attivi propagatori delle dottrine clericali e fra i più intelligenti, perchè non si limita a predicare, ma opera senza posa, creando istituti d'ogni sorta, opifici, missioni, raccogliendo i poveri, facendo tutto quello che dovrebbero fare i liberali. Noi lo consideriamo come un esempio per tutti i partiti, perchè il tempo nostro non vuol [203] chiacchiere ma fatti, e don Bosco dà i fatti”. Ma una seconda volta, discorrendo della conferenza, si contenne entro più giusti limiti di cortesia, mostrandosi oggettivo verso il conferenziere e facendo l'elogio dei giovani cantori. La Lombardia sotto un titolo di battaglia “La conferenza clericale di ieri” non uscì di tono fin là dove, incitando il Governo a indirizzare e proteggere liberalmente l'emigrazione, gli agitava dinanzi a guisa di spauracchio “la strapotenza dei Missionari cattolici, la cui azione, se può essere da principio vantaggiosa alla civiltà, si fa poi ostile alle istituzioni liberali della madre patria”. Per altro circa il punto allora più scottante, costituito dai rapporti fra Chiesa e Stato, attestò: “Per la verità dobbiamo dire che l'oratore fu assai temperato e guardingo nelle allusioni politiche”. Non così misurata fu da Roma la Riforma del Crispi, la quale diede ricetto a una corrispondenza milanese piena di veleno contro  la “carità clericale” di Don Bosco, contro le sue “scuole clericali”, contro la concorrenza de' suoi “ricoveri clericali” al lavoro di quelli “che si affaticano nella vita vera”. Pur rendendo omaggio alle alte doti personali dell'uomo, deplorava che si avesse “l'ardire di chiamarlo in una città civile l'Angelo della carità”, come si leggeva nella lettera d'invito alla conferenza[147].

                La nota giusta vibrò naturalmente nelle colonne del pugnace Osservatore Cattolico di Milano, letto allora per tutta la penisola. Nel secondo di due articoli[148] vi si leggeva: “La venuta di Don Bosco a Milano ha preso le proporzioni d'un vero avvenimento, grazie alla venerazione che qui si nutre verso questo Apostolo della carità e grazie un poco all'intemperanza di certi giornali liberali, che invasi già in questi giorni da antichi odi anticattolici tentarono presentare la venuta di Don Bosco come una provocazione clericale e procurarono del loro meglio per suscitare qualche disordine. Noi abbiamo [204] visto qualche cosa di simili tentativi nelle precedenti citazioni tolte da giornali più o meno ostili alla Chiesa; ma fortunatamente la cittadinanza milanese non diede retta alle sobillazioni, volgendo il poco pio desiderio dei politicanti in una loro solenne sconfitta”. L'articolista, trovatosi presente all'ingresso di Don Bosco nell'arcivescovado, manifestava così la sua impressione: “Il venerando Don Bosco faceva pietà a vederlo salire lo scalone del palazzo, con le gambe così acciaccate che quasi non lo sorreggono più. Tuttavia egli ha la mente ancor limpida, l'occhio vivace, ferma la memoria”. Narra poi così la scena dell'incontro con Monsignore: “Allorchè si trovò dinanzi all'Arcivescovo, questi con un atto di umiltà e di quell'animo squisito che lo distingue, con industrioso stratagemma si inginocchiò ai piedi di Don Bosco e volle Lui esserne benedetto”. Detto quindi della conferenza, descrive così l'uscita dal tempio: “Avvenne una scena pietosa e commovente. Don Bosco doveva attraversare il nostro tempio gremito di gente ed era sopra pensiero di doversi trascinare fino alla porta in mezzo a tanta folla, che voleva ammirarne le sembianze. Allora il venerando Arcivescovo si prese lui sotto il braccio Don Bosco e coadiuvato da altre persone s'accinse all'impresa della traversata, che credo abbia durato non meno di un'ora, fra mezzo ai più edificanti episodi di pietà e venerazione per i due vegliardi, stretti in quel fraterno abbraccio”. Fra le persone che si stimarono fortunate di aiutare l'Arcivescovo nell'aprire il passo a Don Bosco, vi era il celebre storico Cesare Cantù, che fin dal 1878 aveva gradito il diploma di cooperatore salesiano, inviatogli dal Santo[149].

                Sebbene la tristizia dei tempi non consentisse alle autorità civili e politiche di secondare il sentimento popolare col rendersi presenti in qualche modo a sì solenne manifestazione, tuttavia si sa che guardavano di buon occhio quel movimento [205] della folla, così insolito allora intorno a un prete. La correttezza abituale di Don Bosco verso i poteri dello Stato fu sempre apprezzato a dovere in alto, talchè diede luogo qualche volta a sospetti e malignazioni in chi non conosceva abbastanza il suo irreprensibile spirito sacerdotale. Che carattere avessero simili rapporti, si è veduto già in troppe occasioni, perchè sia necessario ancora tornarvi sopra, se non fosse per aggiungervi un fatto di più ai tanti altri. Festeggiandosi in settembre al Nichelino presso Torino la distribuzione dei premi nelle scuole delle Figlie di Maria Ausiliatrice, assisteva al saggio anche il conte di Robilant, Ministro degli Esteri. Don Tamietti, presentatosi a salutarlo in nome di Don Bosco: - Oh Don Bosco! esclamò con vivo sentimento il Ministro. Lo ringrazi tanto da mia parte, e gli dica che voglio che si serva di me e che io sono tutto a' suoi ordini. Ma glielo dica, sa, glielo dica davvero. - Alla fine del trattenimento gli ripetè ancora: - Si ricordi belle, dica a Don Bosco che io lo voglio servire.

                Il Santo non aveva tardato a ringraziare l'Arcivescovo di Milano della straordinaria bontà, con cui si era compiaciuto di trattarlo. Monsignore gli rispose il 25 settembre con un biglietto di visita il quale recava scritte queste parole: “Con molti e vivi ringraziamenti al venerato e caro Don Giovanni Bosco pella sua lettera autografa e pel libro che la seguiva. La sua visita in Milano è ricordata da tutti con grata riconoscenza e particolarmente dallo scrivente che si augura di potergli altre volte offrire la ospitalità. Preghi, preghi per l'Arcivescovo di Milano”.

                Egli dimorava ancora a Valsalice, quando il 21 settembre, indirizzato al “Superiore della Congregazione Salesiana”, giunse nell'Oratorio un telegramma della Croix parigina, nel quale il Direttore del giornale diceva: “Prendo viva parte alla sciagura toccata. Preghiamo telegrafare pronte notizie di Don Bosco”. Grande fu la sorpresa di tutti, ma tosto si comprese essersi in Francia annunziata la morte di Don [206] Bosco. Rispose Don Bosco stesso: “Sto bene. Non so spiegarmi la loro ansietà. Tuttavia ringrazio attenzione”. Infatti egli stava tanto bene, che ricevette subito dopo il conte e la contessa Donato, intrattenendosi a lungo con loro, venuti a prendere da lui congedo prima di partire per Costantinopoli a reggervi l'ambasciata del Re d'Italia presso il sovrano turco.

                Ciò non ostante anche giornali italiani il dì appresso pubblicarono di una grave infermità del Santo. Allarmato da tali notizie, il teologo Margotti volò a Valsalice per accertarsi de visu; ma lo trovò seduto al tavolino con ottimo aspetto e con la consueta ilarità. Richiesto della sua salute, rispose che, a parte gli anni e l'infermità delle gambe, non sentiva altro malore; del che benediceva la divina Provvidenza. Seguì una lunga conversazione intorno alla Patagonia. Interrogato dal Margotti sulle miniere aurifere che allora si dicevano scoperte laggiù, Don Bosco tagliò corto dicendo che per volere del Papa egli aveva mandato i Salesiani a guadagnare anime a Gesù Cristo e non a cercar miniere d'oro o d'argento. Nel numero del 24 l'Unità Cattolica sfatava le false voci sulla salute di Don Bosco.

                Ridiscese all'Oratorio la sera del 27; ma vi rimase poco, perchè il 29 partì per S. Benigno, dov'erano in corso gli esercizi spirituali degli ascritti, che si preparavano all'emissione dei voti. Ai 3 di ottobre, festa del Rosario, celebrò la Messa della comunità; essendo però stanchissimo, potè distribuire la comunione soltanto a quelli che servivano all'altare. Più tardi ricevette cinquantatre professioni. Compiuto il sacro rito, volle indirizzare a tutti la sua parola e affinchè non dovesse affaticarsi di soverchio, fu portato per lui nel mezzo della cappella un seggiolone, intorno al quale si raccolsero i chierici. La cronaca della casa ha un riassunto fedele del suo discorso, che noi pure udimmo. Il Santo manifestò anzitutto la contentezza da lui provata in quell'istante, contentezza ch'ei disse tale quale non si può goder maggiore su questa terra. Passò quindi a raccomandare la carità. Carità verso [207] i Superiori, obbedendo loro sempre in modo da non farli gemere e sospirare. - P, sacrilegio, esclamò, fare il voto di obbedienza e poi regolarsi come certuni, che obbediscono solo quando loro piace. - Carità verso i Soci, non criticandosi mai gli uni gli altri in nulla, nemmeno in quello che riguarda le nostre pubblicazioni. Espresse il suo biasimo contro i  critici, proferendo questa parola con energica vivacità. Lì sopra insistette molto, ripetendo più volte la sentenza che del prossimo bisogna o parlare bene o tacere; manifestava in ciò un tal desiderio di essere inteso e obbedito e accompagnava il suo dire con tale espressione di dolore, che si mise a piangere e la sua voce tremola e fioca assunse un tono così forte e severo, che pareva volesse maledire a quelle lingue d'inferno che non si muovono se non per criticare. A un certo punto proseguì in questi termini: - E se Don Bosco ebbe dei dispiaceri... questo fu per la mancanza di carità fra i Confratelli. - Nel passaggio dalla prima alla seconda f rase una subita commozione lo assalse, i suoi occhi si riempirono di lacrime e ripigliò con un singulto represso. Indi cambiò argomento. Assicurò a comune conforto che la Società Salesiana si trovava allora in ottime condizioni riguardo alle finanze e che la Congregazione si sarebbe dilatata in modo maraviglioso e che ai Salesiani non sarebbe mancato nulla, finchè si fossero tenuti all'educazione della gioventù povera, essendo quella la missione affidata loro dalla Madonna. Se tutti voi, affermò, foste già in grado di fare da Direttori, io saprei dove collocarvi subito dal primo all'ultimo. - Infine si raccomandò alle nostre preghiere, protestando ripetute volte che egli, finchè gli rimanesse un filo di vita, avrebbe pregato e si sarebbe sacrificato per i suoi carissimi figli.

                Mentre Don Bosco accoglieva così le novelle speranze della sua famiglia religiosa e si studiava di formare in loro l'anima dell'apostolato, altri apostoli si riunivano lo stesso giorno a comizio in Torino per “combattere e scongiurare i pericoli che nel vigoroso risveglio del clericalismo intransigente [208] e del gesuitismo si preparavano a danno della patria”, come proclamava un deputato liberale[150]. Don Bosco a chi gliene parlò disse quel comizio un tentativo della Massoneria per portare in pubblico l'empia istituzione e assuefare la gente a considerarla come un'associazione rispettabile e benemerita.

                Quello che maggiormente scottava la setta era il rifiorire delle scuole private. In un opuscolo distribuito a quanti uscivano dal Comizio, Torino veniva rappresentata come la città, in cui il nuovo movimento clericale, massime per mezzo dell'istruzione, rivelava una più sapiente abilità di strategia. Di quest'opera condotta con tanto buon successo si additava in Don Bosco il massimo animatore. “L'anima di questa vasta congiura, vi si leggeva[151], è il santo ispirato di Valdocco, Don Bosco, uomo singolare per intelligenza e per audacia, gesuita come Ignazio da Lojola, diplomatico fine, umile nella propria grandezza, onnipotente per valore proprio e per debolezza altrui, pronto a tutto, attivissimo, capace d'ogni cosa: d'impiantare in un attimo collegi in ogni parte del mondo, di creare opifizi industriali, di fabbricare chiese e di scrivere libercoli rugiadosi. Don Bosco è una potenza che agisce forse coll'aiuto di altri, col sostegno di una società che spera in lui più che nel Papa nero[152], è una potenza che regna e governa senza apparenze e senza fasti, con un aspetto di sordida umiltà, con una compunzione astuta, con un'anima dentro alla quale ruggono impeti di odio implacabile per tutto quanto è luce, è verità ed è progresso. Don Bosco è l'incarnazione del nuovo clericalismo torinese, come ne è l'anima, ne è la forza e ne è la mente”.

                Ecco una caricatura di Don Bosco guardato attraverso la lente anticlericale del tempo. Ma per noi oggi questa deformazione [209] volontaria nasconde una testimonianza indiretta del quanto sia stata efficace e provvidenziale l'opera sua preservatrice in Italia. I nemici della Chiesa lo sentivano e ne fremevano; ma, movendosi egli nell'ambito delle leggi, poco potevano contro di lui. Questa sua deferenza alle istituzioni dello Stato fu talvolta fraintesa anche da - uomini di buone intenzioni; egli però sapeva fin dove la sua coscienza di cattolico gli permettesse di andare nè uscì mai d'un pollice dalla via della rettitudine. Non sembrò anche a taluno che si mostrasse troppo ligio a Casa Savoia, quasi dimenticando i torti della Monarchia Sabauda verso la Chiesa? A Milano c'era bene chi la pensava così; ma Don Bosco guardava più alto e più lontano. Il 29 novembre del 1881 il Bismark aveva pronunziate dinanzi al Reichstag le seguenti parole: “- Quale garanzia potete voi assumere per l'avvenire d'Italia, specialmente se Dio non conservasse la dinastia che si erge con pochi rampolli?”. Orbene Don Bosco, sentendosi leggere queste parole nell'Unità Cattolica che le citava nel numero del 12 ottobre 1886, disse: - Da anni e anni io vado ripetendo la medesima idea, discorrendo delle cose d'Italia. - In tanto dilaceramento di partiti egli scorgeva nella storica Monarchia il fulcro dell'ordine e la guarentigia di un miglior avvenire. La storia conferma la giustezza delle sue vedute[153].

 

 


CAPO VIII

Spedizione missionaria dei 1886. Sguardo alle Case e alle Missioni d'America.

 

                LE case e Missioni Salesiane d'America versavano in gravi strettezze finanziarie nè sul luogo si trovava modo di porvi rimedio; perciò monsignor Cagliero ricorreva insistentemente a Torino, esponendo i bisogni e invocando soccorsi. Don Bosco il 18 settembre 1885 aveva detto in Capitolo: - Per soccorrere i Missionari sto pensando a una circolare non ancora ben formulata. Ho ancora bisogno di pregare e poi parlerò. - La circolare, compilata su traccia del Santo e da lui riveduta, era pronta nell'ottobre del 1886. Vi si facevano conoscere lo stato presente delle Missioni, i disegni per l'avvenire e le stringenti necessità del momento; quindi si dava notizia di una prossima spedizione missionaria; finalmente sia per sostenere le opere incominciate e per poter mettere mano a nuove imprese, sia per avere gl'ingenti mezzi indispensabili al divisato invio di altri operai evangelici s'implorava la carità dei Cooperatori e delle Cooperatrici.

                Ma l'appello non fu rivolto ai soli membri della pia Unione. Tradotta in francese, spagnuolo, inglese e tedesco, la circolare venne spedita pure in ogni parte d'Europa a Principi e a Ministri, non che a Direzioni di giornali di qualsiasi colore. Se ne mandò copia financo all'Imperatore della Cina e allo Scià di Persia. Occorreva scrivere non meno di centomila [211] indirizzi; nel qual lavoro furono impiegati molti giovani dell'Oratorio, un gruppo di chierici fatti venire da S. Benigno e una dozzina di suore chiamate da Nizza Monferrato. Lo scopo di Don Bosco non era solo di raccogliere elemosine, ma di rendere nota la sua Opera universalmente nel mondo. Lo diceva egli stesso. - Non è solo il frutto presente che io aspetto, ma tendo l'occhio al frutto avvenire. Chi ora non fa nulla per noi, si ricorderà più tardi della nostra domanda e farà. Quindi anche dopo passati anni e anni verranno lasciti, eredità, offerte per motivo di queste circolari[154].

                La stampa diede alla circolare larga pubblicità, riproducendola per intero o riassumendola e commentandola. Tuttavia anche in questa circostanza si rivelò la mentalità di certi liberali italiani, chiusi, come sempre, nel loro meschino e astioso anticlericalismo. Quegli uomini erano così indracati contro tutto quanto sapesse di cristiano, che trattandone perdevano persino il buon senso e il senso comune; gli odi antichiesastici che covavano nell'animo non lasciavano lor comprendere neppure i solidi vantaggi, da altri governi laicisti apprezzati senza riserva, che i Missionari procuravano alla madre patria. Ciò nonostante delle pubblicazioni da essi ispirate si può ripetere quello che di una velenosa tiritera sfoderata a Roma dalla Riforma del Crispi osservava un giornale cattolico di Genova, che cioè la conoscenza di siffatta prosa era “il miglior mezzo per eccitare i buoni ad aiutare sempre maggiormente il venerando fondatore delle Congregazioni Salesiane”[155].

                E le offerte affluivano numerose e talora generose. Ce [212] ne porge una prova lampante Don Bosco medesimo. Infatti già il 2 novembre in un'adunanza capitolare, studiandosi qual fosse la maniera più sicura per mandar denari alle case di America imploranti aiuto, egli disse: - Adesso noi abbiamo in mano somme enormi da pagare. Abbiamo emanato le circolari per le Missioni. La Provvidenza non manca. Mettiamoci dunque su d'un piede sicuro. Per regolare i debiti delle nostre case oltre l'Oceano, Don Lasagna rechi colà l'ordine di radunare un Consiglio Americano, composto dei Direttori e degli Ispettori: questo studi il modo di regolare il passato con i suoi deficit, combini certe formalità, senza le quali nessun Direttore possa arbitrarsi di contrarre nuovi debiti. Prima di partire Don Lasagna studi un sistema di economia. In questi momenti la Provvidenza ce ne dà per noi e per l'America. Don Fagnano sia solamente in spiritualibus e un economo amministri la Missione temporalmente. In America non abbiano paura dei debiti; questi siano addebitati al Capitolo Superiore, ma si faccia ogni sforzo per regolarizzare le cose.

                Agli oblatori ordinari si rispondeva con letterine di ringraziamento litografate su originali di Don Bosco; ma il Servo di Dio in certi casi rispondeva personalmente, tanto per modeste che per vistose oblazioni, come si vede da due lettere, delle quali abbiamo copia. La prima è al canonico Biagio Rumiano di Susa, già suo compagno al Convitto Ecclesiastico.

 

                                Can.co mio carissimo,

 

                Voglio scrivere io stesso per assicurarti che la tua lettera e la tua offerta mi furono carissime. Se tu non hai il merito dei disturbatori, hai quello dei donatori, come fai tu. Ma perchè non vieni più a vedere questo povero amico? Fa i miei ringraziamenti al comune amico canonico Bermond. Saluta in Domino tua sorella, se Dio non l'ha ancora collocata nel posto che Maria le aveva preparato al paradiso.

                Dio ci benedica e tu credimi sempre in G. C.

 

                Torino, 30 novembre 1886.

 

Aff.mo amico

Sac. G. BOSCO. [213]

 

                Un Cooperatore che non faceva mai il sordo agli appelli dì Don Bosco era il caritatevolissimo conte Eugenio De Maistre, il quale anche questa volta mise mano generosamente alla borsa e n'ebbe la seguente risposta.

 

                               Carissimo Sig. Conte Eugenio De Maistre,

 

                Aveva tra mano una lettera a Lei diretta con cui l'assicurava che in questi giorni avremmo fatto nell'Oratorio speciali preghiere per Lei e per tutta la sua famiglia; quando ad un buon punto giunse il signor Vergan portandomi la generosa carità di f. 2 m. da parte sua.

                Dio sia sempre benedetto, e Lei, caro sig. Eugenio, sia sempre ringraziato. Ho piena fiducia che Maria Ausiliatrice otterrà largo compenso alla sua carità. Io dimando al Cielo che siano molto abbondanti i frutti delle sue campagne, buona salute in tutta la sua famiglia e la consolazione grande di vederli tutti camminare di virtù in virtù, finchè li possa tutti vedere radunati intorno a Lei in Paradiso. Noi dimostreremo la nostra gratitudine nel modo migliore che possiamo. Perciò i tre ultimi giorni dell'anno i nostri orfanelli faranno preghiere, comunioni a queste intenzioni: 29 dicembre per papà conte De Maistre; 30, contessa di Lei genitrice; 31 per suffragio dell'anima della signora contessa di Lei moglie defunta.

                Voglia fare i miei rispetti a tutta la sua famiglia, si degni anche pregare per me e per questa mia famiglia di 240 mila orfanelli che tutti le professano la più sincera gratitudine, mentre a nome di tutti i Salesiani ho il bello onore di potermi ora e sempre professare di Lei

                (Manca la data).

Obb.mo Servitore

Sac. GIOV. BOSCO.

 

                Nel 1886 vi fu una piccola e una grande spedizione. Abbiamo narrato nel volume precedente come nel 1885 venissero in Italia Don Borghino dal Brasile e Don Calcagno e Don Rota dall'Uruguay. Questi tre, senz'attendere la partenza più numerosa, s'imbarcarono per l'America in aprile conducendo seco i tre chierici Fia, Giudici e Zanchetta, nomi divenuti poi noti nel corso degli anni. Erano costoro semplici chierici; ma avevano raggiunto il vigore dell'età e delle forze, provenendo dalla classe dei Figli di Maria. Si toccò Barcellona, dove tutto faceva sperare che avrebbero veduto ancora una [214] volta Don Bosco; videro invece soltanto i preparativi dei Confratelli e dei Cooperatori per riceverlo due giorni appresso. Dei tre sacerdoti, il cui ricordo vive fra noi in benedizione, Don Lazzero alla loro partenza rinnovava una testimonianza già resa poco dopo il loro arrivo in Italia, scrivendo[156]: “Tanto Don Borghino che gli altri due meritano un attestato di ottima condotta pel tempo che furono tra noi; e come dissi già altra volta, dimostrarono proprio buono spirito e attaccamento a Don Bosco ed alla Società nostra. Speriamo che il Signore li conserverà sempre tali ed essendo essi nel fior dell'età avranno tempo a fare un gran bene”.

                Quando si avvicinava il tempo della spedizione maggiore, Don Bosco diramò come supplemento del Bollettino di novembre una circolare ai Cooperatori di Torino e dei dintorni, stampata in quattromila esemplari, per invitarli alla cerimonia dell'addio. Una precedente sua circolare simile in francese era stata unita all'appello di ottobre soltanto allorchè questo fosse diretto a persone notoriamente amiche[157].

                Ventisei Salesiani e sei Figlie di Maria Ausiliatrice dovevano passare l'Atlantico, scortati da Don Lasagna. Questi nella prima metà di novembre andò a Roma. Ivi dal conte Di Robilant, Ministro degli Esteri, ottenne promessa di protezione e un sussidio di millecinquecento lire. Entrò in tanta confidenza con lui che fu dal medesimo assicurato non essere egli massone, come si vociferava. Venne ricevuto in privata udienza dal Santo Padre, che subito volle essere informato della salute di Don Bosco e gli fece molte domande sulle Missioni. Uditi i bisogni del Brasile e inteso che Don Bosco, [215] mosso unicamente dalla carità di Gesù Cristo, aveva preparato una falange di Missionari, il Papa proruppe in queste parole: Annunziatelo per l'onore di Torino e per la gloria della Congregazione Salesiana. Questo fatto mi empie il cuore di contentezza e di speranza. Io mi riprometto grandi cose per la Chiesa e per la società dall'Istituto Salesiano.

                Don Lasagna, recatosi poi a Casale per salutare il fratello nel Seminario ed altri parenti e amici, fu a un pelo di dover rinunziare per sempre alle sue sante imprese missionarie; poichè ad alcuni distinti ecclesiastici e laici, ammirati delle sue belle doti, balenò l'idea di chiederlo alla Santa Sede per loro Vescovo, essendo la diocesi vedovata del suo Pastore per la recente morte di monsignor Ferré. Dall'idea si passò ai fatti, e due canonici portarono a Don Bosco una supplica in tal senso, pregandolo che la trasmettesse egli stesso al Santo Padre con una sua parola di raccomandazione. “Così il nostro carissimo Don Bosco, gli scrivevano due dei promotori[158], aggiungerà un nuovo titolo, ai tanti che già ha, alla benevolenza e riconoscenza della Diocesi Casalese” . Don Bosco rimise la supplica al cardinale Alimonda, affinchè ne facesse quello che crederebbe meglio nel Signore. Il Cardinale gli domandò quale fosse il suo pensiero. Don Bosco rispose di non volere per nulla influire in simile negozio, ma di restare affatto indifferente. La pratica fu avviata; se non che ormai era troppo tardi, avendo già Leone XIII designato un altro. La Provvidenza aveva disposto che Don Lasagna diventasse Vescovo senza cessare di essere missionario.

                Quando questo disegno della Provvidenza ebbe effetto, e fu nel 1893, si avverò una tacita predizione fatta da Don Bosco a Don Lasagna nel giorno dell'addio. In quel 2 dicembre, nell'ora che precedette la sacra cerimonia, Don Lasagna, terminato il suo ultimo colloquio con il caro Padre, si fece dare medaglie da lui benedette per regalarle poi agli amici, e [216] ottenutele si congedò. Era appena giù per le scale, scendendo in chiesa a fare la conferenza, che lo raggiunse di corsa il chierico Festa e gli consegnò una scatoletta dicendogli: Don Bosco le manda questa scatola e dice che il resto è per gli altri, ma questo è per lei, proprio per lei. - Dal suono gli parvero medaglie. Se la mise in tasca, volò in chiesa e non ci pensò più. In alto mare se ne ricordò, la aperse e vi trovò una catena d'oro a filigrana sopra un po' d'ovatta. Rimase stupito a tal vista e, non comprendendo niente, rimise il coperchio alla scatolina e la ripose. Arrivato alla mèta, la chiuse senz'altro nella scrivania né più la tirò fuori fino al giorno in cui il telegrafo gli portò il triste annunzio della morte di Don Bosco. Allora nella desolazione generale tutti in casa si diedero a cercare ogni oggetto che parlasse loro del Padre estinto: scritti, medaglie, ricordi e simili. Durante questa ricerca il segretario di Don Lasagna trovò la scatoletta. Estrat­tane la catena, sollevò l'ovatta ed ecco un bigliettino, nel quale un benefattore dì Chiavari diceva di mandare la catena a Don Bosco, perchè servisse al secondo Vescovo salesiano missionario in America. - Vuol dire, pensò Don Lasagna, che la consegnerò da parte di Don Bosco al secondo Vescovo salesiano. - Non immaginava allora che cinque anni dopo quel Vescovo sarebbe stato egli stesso[159].

                La mattina del 2 dicembre Doti Bosco nella sua cappella privata ricevette per l'ultima volta professioni religiose. Eravamo un gruppo di giovani chierici, che o per difetto d'età o per non completo anno di noviziato non avevamo potuto fare i voti con i nostri compagni in ottobre a S. Benigno. L'esortazione del Santo versò dopo sull'obbedienza.

                Durante la funzione serale di addio nella chiesa di Maria Ausiliatrice nè l'affascinante discorso di Don Lasagna nè la suggestione del sacro rito nè l'alata parola del cardinale Alimonda valsero a distogliere l'attenzione dei fedeli da Don [217] Bosco. Stavasi il santo Vegliardo umile e raccolto in cornu evangelii fra monsignor Manacorda, vescovo di Fossano, e monsignor Leto vescovo titolare di Samaria. Tutti istintivamente sentivano che quella grande vita declinava al tramonto. Abbracciato l'ultimo dei partenti, che per la navata centrale sfilavano verso la porta, egli, sorretto a braccia dai due Presuli, si trascinava fino alla sacrestia, dove il Cardinale erasi degnato di aspettarlo e, fattosegli incontro, gli espresse i suoi sentimenti di calda benevolenza.

                Uno dei vantaggi che derivavano dal circondare di tanta solennità simili partenze era che la stampa ne prendeva motivo per esaltare, diffondere e rendere ognor più popolare in Italia l'idea missionaria. Questa allora anche in città che come Torino avevano nell'anno periodici richiami alle Missioni, era ben lungi dal godere la notorietà e la simpatia che oggi la circondano in ogni dove. Per quella circostanza nei maggiori e minori centri della penisola giornali e periodici cattolici diedero particolareggiate relazioni dell'avvenimento torinese. L'Osservatore Cattolico di Milano uscì con una corrispondenza del 2, che cominciava così: “L'Istituto Salesiano ha scritto oggi la più bella pagina della sua storia”. Poi il corrispondente confessava: “Oggi vedendo quel venerando prete, soave e modesto nel volto, circondato dalla venerazione filiale delle più cospicue autorità ecclesiastiche, ho sentito intenerirmi il cuore e appassionarmi l'anima per lui” . Nell'Unità Cattolica del 4 dicembre un anonimo qualificato dal giornale per “anima bella e pia”  e dal Bollettino del gennaio 1887 per “altissimo personaggio” chiudeva la sua ampia relazione sciogliendo a Don Bosco e a' suoi un inno d'amore e di fede. “A te, scriveva, venerando Don Bosco, grazie. Si, grazie sincere per avermi invitato a riunione così tenera e cara. Nella vasta chiesa di Valdocco ho visto tutta la bellezza della religione cristiana che affratella i popoli. Il tuo Oratorio mi diede l'immagine di una Propaganda Fide. Mai come giovedì sera mi apparvero i tuoi ottocento fanciulli [218] così cari e pietosi: io li vedevo prostrati a pregare pei loro fratelli Missionari, che forse non vedranno più. Mai come giovedì sera mi apparvero venerabili le tue Suore ausiliatrici, che dai molti coretti assistevano, pregando, alla pietosa cerimonia. E mai, oso dirlo, mai note così poetiche e solenni non fecemi gustare il numeroso coro de' tuoi cantanti! Oh! anima squisitamente musicale di monsignor Cagliero! Possa tu ai miseri selvaggi delle Pampas sollevare con le tue armonie religiose la mente ed il cuore alla luce del sovrannaturale, come sollevi quelle de' tuoi compatrioti: possano gli alunni dei collegi americani, battezzati nella fede di Cristo, moltiplicarsi rapidamente e formar un coro immenso per lodare e benedire il Signore”.

                I viaggiatori andarono per l'imbarco a Marsiglia; li accompagnavano Don Lazzero e Don Barberis. Di là Don Gastaldi, uno dei ventisei, nel dare a Don Bosco ragguaglio del viaggio, gli manifestava i sentimenti suoi e degli altri scrivendo[160]: “Provo una grande consolazione ed un vero conforto nel poterle indirizzare queste due parole, supplendo esse in qualche modo alla lontananza che già ci separa da Lei, Amatissimo Padre. Non può immaginarsi quanto ci costò e quanto doloroso trovammo l'addio e il distacco. Solo il pensiero che Ella prega sempre per noi, ci benedice, ed il motivo per cui partiamo, ci rende meno duro questo addio, Carissimo Padre. Già sentivamo tutti di amarla, ma ora più che mai noi lo sentiamo, specialmente quando penso a quei giorni felici in cui potevo, per sua bontà, vederla e sentirne la paterna voce. Oh il Signore faccia sì che possiamo ancor altre volte godere tal fortuna!”. Recatisi in pellegrinaggio alla Madonna della Guardia, dopochè ebbero celebrato e fatto le loro divozioni, furono avvicinati da un pellegrino, il quale chiese loro se fossero i Missionari di Don Bosco. Udito che sì, lo sconosciuto pose in mano a uno di essi una [219] bella offerta e poi diede al custode del santuario una somma conveniente per A disturbo. Seppero soltanto che egli era membro della Società di S. Vincenzo de' Paoli.

                Celebrata da tutti la festa dell'Immacolata nel noviziato di S. Margherita, Don Lazzero ne riferì a Doli Bosco in questi termini, che giova conservare[161]: “Riuscì una cara festa dì famiglia, una vera riunione, fusione o, per esprimermi alla francese, una fratellanza di spiriti francesi e italiani, che cercavano di esprimere uno spirito solo, un'indole sola, quella del loro padre Don Bosco. Si fecero letture allusive alla partenza dei Missionari, nelle quali veniva intrecciato il nome di Don Bosco in modo da far conoscere in quali ottimi princípi siano educati quei buoni giovani ascritti”.

                Don Lasagna ebbe agio di fare una visita ai conti Colle. Dalla camera che quei signori chiamavano di Don Bosco, egli scrisse il 12 al buon Padre: “Oh! quanto sono felici queste due creature di conoscere Doli Bosco, di essere stimate e amate da lui; quanto godono di deporre nelle sue mani la loro fortuna, affinchè l'impieghi a maggior gloria di Dio e a bene delle anime Essi stessi confessano di essere strumenti benedetti della Provvidenza divina nelle mani di Don Bosco”. E più innanzi continuava: “E d ora che direi a Lei, veneratissimo Padre, alla vigilia della partenza? Domani sera o al più tardi dopo domani, martedì, noi saremo già tutti a bordo del Tibet, che ci porterà lungi lungi da Lei. Oh! come lo sente il nostro cuore, come se ne attrista in certi momenti! Ma ci conforta il pensare che Ella ci accompagna colle sue benedizioni e preghiere, che ci accompagna con tutto il suo affetto paterno. Noi non abbiamo altro desiderio ed ambizione se non quella di mostrarci degni figli di un padre si buono e sì Santo! Oh! se il Signore ci aiuta a mantenere i nostri propositi, vedrà, o veneratissimo Padre, che a costo di qualunque stento e sacrificio non le daremo che consolazioni, grandi consolazioni”. [220] Salparono la sera del 14 La navigazione fu tragicamente procellosa. “Poveri miei compagni di Missione! esclamava Don Lasagna in una lettera a Don Bosco[162]. Essi non si scorderanno mai più di quanto soffersero nelle due terribili giornate del 19 e 20 dicembre di quest'anno”[163]. E delle sei Suore: “Davvero non mi sarei mai creduto di trovare in queste giovani in queste povere Suore, tanta securità, tanta intrepidezza. Ne sia lodato Iddio e ringraziato anche Lei, o caro Padre, che ha saputo trasfondere sì eccellente spirito tra i suoi figliuoli”.

                Giunsero sani e salvi nel porto di Montevideo il 6 gennaio; ma le dolorose peripezie non erano ancora finite. In città serpeggiava il colera; il colera menava strage a Buenos Aires[164]; il colera aveva visitato l'Italia: tutto questo aveva già creato difficoltà e indugi per l'imbarco. Peggio fu all'arrivo. Sebbene a bordo non vi fosse stato nessunissimo caso, tuttavia non ci fu verso che si volesse concedere l'approdo, ma bisognò virare di bordo e andare a raggiungere l'isola di Flores per starvi in quarantena. Fortunatamente la contumacia durò appena cinque giorni, con non lieve dispendio però, sicchè il 14 erano tutti a Villa Colon, festeggiatissimi da quei Confratelli.

                Se a Torino sembrava un bel numero quello dei partenti, si vide sul posto che era ben poca cosa di fronte al bisogno: ci sarebbe voluto almeno il doppio soltanto per rifornire in misura sufficiente le tre case uruguaiane di Villa Colon, Las Piedras e Paysandù. Pure si dovette cederne una parte all'Ispettoria Argentina, le cui opere si moltiplicavano, obbligando a maggiore intensità di azione. [221] Don Lasagna, venendo in Italia, aveva portato a Don Bosco una lettera del Vescovo di Montevideo, che, mentre raccomandava alle sue preghiere la propria diocesi assai tribolata, chiedeva per Las Piedras una scuola di arti e mestieri. Don Bosco ordinò a Don Lasagna di rispondergli: I° ringraziando della benevolenza per i Salesiani e le Suore dell'Uruguay, 2° promettere preghiere per le sue tribolazioni e quelle della sua diocesi perseguitata; 3° dire impossibile un ospizio di artigiani a Las Piedras; 4° prometterlo per Montevideo colla speranza della sua licenza e del Jackson a cui aveva già scritto in proposito; 5°Don Lasagna sarebbe ritornato con buoni compagni per dare esecuzione a questo disegno di Don Bosco, che stava pure sommamente a cuore di Gesù e di Maria; 6°che da quell'opera egli prevedeva dover scaturire un gran bene alle anime ed alla religione in tutta la repubblica dell'Uruguay e forse in tutta l'America del sud e che per quest'opera interessava lo zelo di Monsignore e dei buoni. Su questi appunti, che nell'originale erano più laconici, Don Lasagna compose la sua risposta, della quale teniamo copia[165].

                L'Ispettoria di Don Lasagna abbracciava anche le due case del Brasile. Qui l'avvenire si annunziava lieto di belle promesse, ma il presente era molto duro. La casa di Nicteroy lottava coi protestanti e coi debiti; pure allargava la sua sfera d'azione. Quella incipiente di S. Paolo scarseggiava troppo di operai. Da ogni parte i Vescovi supplicavano continuamente per avere Salesiani nelle loro diocesi[166]. Don Bosco, presago dei progressi che la Congregazione avrebbe fatti tra le popolazioni civili e le tribù selvagge di quell'immenso Stato, aveva scritto per Don Borghino e i suoi tre: “Voglio che siate luce. Quando andrete nel Brasile e troverete i vostri [222] confratelli, dite loro che siete venuti a portare luce, non perchè vi siano colà tenebre, ma per giungere luce a luce, affinchè i raggi risplendano fino nei selvaggi e nei moretti”. Al medesimo Don Borghino affidò l'incarico di far recapitare una sua lettera alla principessa Isabella d'Orleans - Braganza, figlia dell'ultimo Imperatore Don Pedro II e maritata al Conte d'Eu[167].

 

                                Altezza Imperiale,

 

                La Divina Provvidenza dispose che due case salesiane fossero stabilite nell'Impero del Brasile. Una a Nicteroy, l'altra a S. Paolo, ambedue consacrate ad accogliere gli orfanelli più poveri ed abbandonati.

                Alcuni di questi miei religiosi ritornati temporaneamente in Italia mi hanno parlato assai della bontà e della carità di V. A. Imp. e per questo io raccomando a Lei ed a sua Maestà l'Imperatore tutti questi miei salesiani che non altro desiderano che guadagnare anime al cielo e diminuire il numero dei discoli. Ma essi pregano molto e fanno eziandio pregare i loro allievi per la sanità e prosperità di tutta la sua famiglia e di sua Maestà Imperiale l'augusto di Lei Genitore.

                Maria SS.ma protegga codesta memorabile dinastia per cui i nostri orfanelli in numero di oltre a duecento mila, fanno particolari [preghiere] a Dio.

                Io poi mi faccio stretto dovere nella santa messa invocare le benedizioni celesti sopra tutti i sudditi Brasiliani, mentre con gratitudine somma ho l'alto onore di potermi umilmente professare

                Torino, marzo 1886.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. GIO. BOSCO.

 

                La raccomandazione di Don Bosco non restò lettera morta. Il 15 novembre l'Imperatore e l'Imperatrice, accompagnati dal Ministro dell'Agricoltura e da altri personaggi, visitarono minutamente la casa di S. Paolo, chiedendo al Direttore informazioni sui giovani e sul metodo d'insegnamento. L'Imperatore disse che amava molto l'opera e che conosceva Don Bosco e la sua Congregazione. Un giovanetto recitò con garbo un piccolo complimento, presentando alle loro Maestà il volume delle osservazioni meteorologiche di Colon, preparato all'uopo con la fotografia dei giovani di [223] quel collegio e si cantò un inno semplice, ma di gradevole effetto. Il Direttore poi offrì ai Sovrani il Diploma di Cooperatori, che ricevettero riconoscenti. Partirono lasciando non dubbia prova di simpatia con una buona elemosina.

                Nel novembre dell'anno seguente l'Imperatore si trovava di passaggio a Cannes. Don Cartier, direttore della casa di Nizza, volle andargli a presentare gli omaggi di Don Bosco. Fu ricevuto con molta affabilità. L'Imperatore, stringendogli la mano, gli domandò anzitutto notizie di Don Bosco. - Come sta Don Bosco? È a Nizza? È un grand'uomo... un santo... Io gli voglio molto bene... Fa un gran bene... Le sue opere mi piacciono assai, specialmente la casa di S. Paolo dove si fa un bene grande. - Don Cartier si rese interprete del rincrescimento di Don Bosco per non poter raccomandare personalmente a Sua Maestà i suoi figli del Brasile e di Nizza. Egli manifestò il suo dispiacere, che, dovendo partire presto da Cannes, non poteva visitare la casa di Nizza. Anche l'Imperatrice lo trattò con amabilità, esprimendogli tutta la sua venerazione per Don Bosco e un'alta ammirazione per le sue opere; in particolar modo raccomandò di fargli dire che pregasse per l'Imperatore e per lei. Il dì appresso Don Cartier mandò a Cannes il prefetto Don Fasani con una lettera di ringraziamento e con alcuni doni da presentare al Sovrano. Erano due copie del Don Bosco del D'Epiney, tre grandi fotografie del Santo e un esemplare dell'opuscolo di Don Cerruti Le idee di Don Bosco sull’insegnamento. L'Imperatore del Brasile coltivava molto la letteratura italiana, prediligendo le opere del Manzoni, col quale aveva avuto molta familiarità. Gradi ogni cosa e fermandosi a guardare il ritratto di Don Bosco, disse: - Non mi contento di vederlo in effigie; lo voglio vedere in persona... Sì, andrò a trovarlo. Cosi diceva il 26 novembre; due mesi dopo Don Bosco era alle porte dell'eternità[168]. [224]

                Parlando degli accrescimenti che nonostante tutto s'imponevano nel Brasile, nell'Uruguay, nell'Argentina e nelle Missioni patagoniche, Don Lasagna aveva scritto fin dall'8 gennaio a Don Rua: “Che vuole? Sono gli eventi che ci portano o, per meglio dire, è la Divina Provvidenza che ci conduce: e bisogna seguirla”. Era quella medesima Provvidenza che intorno a Don Bosco aveva fatto crescere uomini quali un monsignor Cagliero, un monsignor Fagnano, un monsignor Lasagna, e altri parecchi spiriti alacri ed aperti alle grandi iniziative. Tali dovevano essere i pionieri: non pavidi nè gretti ma ardimentosi e dalle larghe vedute.

                Sull'Argentina abbiamo in una lettera di monsignor Cagliero una messe d'informazioni, che ci rappresentano al vivo lo stato delle cose locali durante il periodo delle ferie estive, dal dicembre cioè al marzo. Monsignore, lasciata la Patagonia il 5 gennaio, stette fuori della sua residenza fino all'8 maggio. Il 22 febbraio era a S. Nicolas, donde scrisse a Don Bosco.

 

                               Rev.mo ed aff.mo Padre in G. C.,

 

                È tempo che le scriva io personalmente per darle conto esatto di tutto ciò che passa nelle nostre case per dove transitai a dare i santi Esercizi Spirituali.

                Si diedero in Patagones, in Buenos Aires, in Colon e in S. Nicolas. Contemporaneamente a quelli dei Salesiani corsero quelli delle suore in tre punti, ed ebbi tre compagni. Cambiava sentinella, ma era sempre il medesimo caporale che conduceva, guidava e comandava la pattuglia.

                Furono per me una fatica non indifferente, ma pensando a quelle più serie sostenute da Don Bosco in queste occasioni ed al bisogno di essere al corrente di tutto e di tutti, l'ho considerata di poca importanza e la superai con facilità.

                In tutte le case ho trovato una volontà forte, risoluta, e decisa di essere buoni e santi Salesiani. Si stimolarono i troppo tardi, si frenarono i troppo veloci, e si scossero i sonnolenti. Don Bosco, l'Oratorio ed i suoi primi tempi entravano in tutte le prediche; e lo dico francamente che quei fortunati ricordi facevano del bene a tutti, predicanti e predicati, dandoci un'idea chiara ed una guida sicura dello spirito salesiano.

                Nei rendinconti e nelle conferenze particolari ho potuto parlare con molto profitto dello spirito di povertà non solo, ma della economia, tanto necessaria per pagare i debiti, dai quali non va esente nessuna [225] delle nostre case. Come pure ha preso intiero possesso, dove ve ne era bisogno, il sistema preventivo e la gran molla della dolcezza e carità nella educazione dei nostri alunni.

                E la confidenza, l'amor fraterno, paterno, figliale tra Superiori ed inferiori vi regnano su tutta la linea, cosicchè dovetti f are poco o nessun cambio di personale.

                Per le vocazioni si lavorò e si lavorerà di più in avvenire, ma esse sono scarse perchè il terreno è ingrato. Abbiamo fatto sette vestizioni di chierici novizii, tra quali quella di Caprioglio che è un veterano e valoroso salesiano. Professarono in dieci i voti triennali e perpetui e quasi tutti americani.

                Le suore fecero esse pure io vestizioni e altrettante professioni e quasi tutte italiane o figlie di italiani; cioè di quelli coi quali abbiamo più relazioni.

                In S. Nicolas però mi lusingo di un avvenire consolante. I numerosi cooperatori che vi sono già trattano di affidare a noi la numerosa turba di ragazzetti e ragazzette per educarla non solo, ma consecrarla al Signore se tale sarà la loro vocazione. Regna in queste famiglie il primitivo spirito cristiano e sono affezionatissimi ai Salesiani. Li ho visitati quasi tutti nelle loro ricche chacras ed ho invitati ad una modesta agape i principali, ieri che abbiamo fatta la festa di S. Francesco di Sales e conferenza dei cooperatori. Tra essi figurava Mons. Ceccarelli sempre ben affetto ai Salesiani e mio buon amico.

                Presero le sacre ordinazioni del presbiterato Don Solari e Don Giovannini in Colon, Don Rinaldi, Don Patrizio O’ Gradi, Don Zaninetti Guido a S. Nicolas e tre minoristi; mentre molti altri si preparano collo studio e colla virtù a ricevere la stessa grazia per gli anni venturi.

                Queste, o Veneratissimo Padre, sono le notizie od operazioni ad intra; ora passo a darle quelle che sono ad extra. In Patagonia i nuvoloni sinistri che offuscavano l'orizzonte scomparvero. Il sig. Governatore, il generale Winter, con motivo del battesimo di una sua bambina volle ad una refezione di famiglia quattro dei nostri Salesiani sacerdoti; tra cui Don Fagnano contro il quale ardevano di preferenza le sue biliose animosità. E la conciliazione è fatta per opera e grazia di Maria Ausiliatrice, alla quale ho raccomandato speciali modo la Patagonia ed i suoi interessi, appena sbarcato sul Rio Negro.

                Le Missioni che erano ferme da un anno, ripigliarono il loro cammino e Don Milanesio che prima era stato arrestato dai soldati, è ora dai soldati guidato ed aiutato in caso di bisogno nella sua escursione alle Cordigliere. Ed ho speranza che il Governo ci aiuti col dare il soldo di Cappellani a non pochi di noi. Don Savio in Santa Cruz gode il soldo di agrimensore in 54 scudi al mese, Don Beauvoir gode quello di Cappellano militare in 64 scudi pure mensili. Ed ho bisogno che tale risorsa la ottengano alcuni di noi in Patagonia, dove abbiamo debiti serii per le due chiese che abbiamo dovuto costruire. [226] In Buenos Aires ho potuto avere un medium per avvicinare il Presidente, ma temo che la politica lo scalzi tra pochi mesi e se verrà un presidente nuovo e migliore, meglio per noi. Aspettiamo quindi gli avvenimenti.

                In Montevideo invece la tempesta scoppiò e terribile! E che Dio ce la mandi buona. Il Governo col suo Presidente si sono meritati il disprezzo universale; e tutti i migliori cittadini coi migliori generali e capitani d'esercito si sono uniti per spazzarli via colla polvere di cannone. Il nostro collegio di Paysandù è in pericolo di essere convertito in quartiere generale delle truppe del Governo per la sua posizione e solida costruzione. Ma speriamo: il reclamo del Ministro Italiano e le corazzate che tiene a disposizione nelle acque di Montevideo lo faran desistere da tale proposito; ma intanto i giovani non vengono fino a causa finita[169].

                Preghi adunque, o carissimo Don Bosco, per questi sventurati paesi, sempre in agitazione e sempre in armi tra loro. La nostra condizione di stranieri ci consola in questi terribili frangenti, ma assai più ci consola il pensiero che siamo anche stranieri a questa terra di triboli e spine. Noi confidiamo nelle sue preghiere ed in quelle dei nostri cari confratelli e cooperatori.

                Si, preghi, chè ne abbiamo bisogno in questi momenti.

                Dal Brasile alla Terra del Fuoco i suoi figli la salutano e pregano per la sua preziosa salute. Dalle Alpi al Libero sappiamo che vi sono dei nostri fratelli che l'amano; ma non sono inferiori a questi quelli che qui l'amano con l'intensità dei due più grandi oceani l'Atlantico ed il Pacifico; meschini perciò al paragone il Mediterraneo e l'Adriatico.

                Riceva i saluti di tutti e tutti ci benedica nel Signore.

                Al venerando Capitolo ed ai suoi più venerandi soggetti, l'attestato della nostra umile sommissione e la mia pastorale benedizione. Amen.

        

                S. Nicolas, 22 febbraio 1886.

 

In G. C. aff.mo figlio

 GIO. Vescovo di Magida.

 

                PS. - Da Roma ho ricevuto insieme alla facoltà di autorizzare i Matrimonii misti cum cautelis, una lettera del Card. Simeoni in risposta alla mia prima relazione fatta alla Propaganda, ed è laudatoria.

                Ora sto preparandone una seconda che manderò a Don Dalmazzo ed un duplicato a Torino.

                Similmente preparo una consimile relazione per la Propagazione della fede e della S. Infanzia[170]. [227] Monsignor Cagliero, a cagione dei debiti che gravavano sull'Ispettoria Argentina, aveva deciso di non aprire più case almeno per un anno, ma circostanze provvidenziali lo fecero deflettere dal suo proposito. Nel 188, 5 il Governo di La Plata aveva promesso ai Salesiani un bel terreno, a condizione però che, se non vi fabbricassero un collegio, il contratto da stipularsi rimanesse privo di effetto. I Salesiani avevano una gran voglia di andare a La Plata, anche perchè la popolazione era per più di metà italiana. Ma con tanti debiti come arrischiarsi a fabbricare? Si lasciò dunque cadere la cosa. Tosto sottentrarono i protestanti, che stavano alla vedetta e ottennero le stesse agevolazioni governative. Se non che, edificato ivi un loro tempio e costruite due abitazioni, dovettero, non si seppe mai il perchè, sloggiare. All'ora il canonico Carranza, parroco nella città, acquistò edifizi e terreno e poi con pressanti raccomandazioni dell'Arcivescovo e di altre autorevoli persone si presentò ai Salesiani per offrir loro ogni cosa. Dopo quanto era accaduto, si credette di non poter rifiutare. Diedesi così principio a una nuova opera, che in breve fiorì e tuttora fiorisce[171].

                Una seconda relazione di monsignor Cagliero abbonda dì tali particolarità, che, quantunque lunghetta, viene molto a proposito in questo luogo.

 

                                Amatissimo sig. Don Bosco e carissimo Padre,

 

                Sono di partenza per ritornare alla mia cara Patagonia. Due mesi ci ho dovuto impiegare per dare i santi spirituali esercizi nelle diverse nostre case; ed un mese me lo sono goduto qui in Buenos Ayres. Ed era necessario questo poco di riposo per visitare ed essere visitato, per fare nuove relazioni e per cercare quattrini.

                Per mezzo del Cappellano maggiore dell'Esercito, ho fatto relazione col Ministro della guerra il quale si dimostrò favorevolissimo alle nostre Missioni, in ciò che riguarda al bene dei soldati che sono di guarnigione lungo le sponde del Rio Negro. E da lui ho potuto avere gratis otto passaggi da Buenos Ayres a Patagones. Ciò mi risparmiò [228] la spesa di 500 scudi; e come sogliamo dire noi, questo vale più che un pugno sulla schiena.

                Ma intanto i 300 scudi mensuali che il governo passava per le missioni nostre da due anni furono sospesi e noi tiriamo avanti come possiamo. Tra elemosine di messe ed oblazioni ho potuto radunare un mille scudi. Poca cosa atteso il poco valore del danaro in queste regioni.

                Visitando gli Istituti ho preparato il terreno per una specie di piccoli cooperatori salesiani, (per non confondere quest'opera con quella della S. Infanzia) e che spero darà alcune migliaia di scudi all'anno, senza però dare alcuna pubblicità.

                Ho fatto dare all'Arcivescovo una relazione delle nostre missioni durante l'anno 1885, perchè la passi, come era di costume gli anni andati, al Governo, il quale ci darà, o non ci darà soccorsi.

                Ho pure reclamato aiuti da alcune società di beneficenza e mi hanno promessa alcuna cosa.

                Si dice che quando il lupo ha fame esce dalla tana; così ho fatto io; e mi ci hanno spinto i debiti che abbiamo contratto col Banco per innalzare le due chiese che sa.

                Ora passo a darle notizia dei nostri crediti che abbiamo col Padre Eterno, se ci vorrà usare della sua bontà e parte della sua infinita misericordia.

                Don Savio e Don Beauvoir con un coadiutore (Fossati) sono stabiliti sulla sponda del Rio S. Cruz ed a cinque giorni di mare distanti da noi. Essi sono in buonissima relazione col Governatore al quale ho parlato prima che partisse per quelle terre. E non è improbabile che si trasferiscano più in giù al Cabo de las Virgines dove, come avrà saputo dai giornali, si dice che un fiumicello invece di arena trarrebbe al mare niente meno che sabbia di oro!!! E mentre noi scherziamo su questa nuova California, gli inglesi lavorano sul serio ed a più non posso per trovare il loro Dio che non è il nostro.

                Don Milanesio, Don Panaro con un catechista ed un guarda cavalli sono in missione dal mese di dicembre e da una stia lettera che ho avuto, rilevo che al fine di aprile lascierà le Cordigliere coperte di neve e se ne verrà a Patagones, dove stenderemo verbale delle sue escursioni. Questi bravi Salesiani hanno percorso la bagatella di 300 leghe nella sola andata e superando mediante la divina provvidenza un gravissimo pericolo nel viaggio: poichè il povero Don Milanesio colpito dal solione cadde ammalato in mezzo al deserto e con diarrea di sangue. Lontani 40 e più leghe dagli esseri viventi e senza provvigioni, venne loro meno l'alimento. Allora il poon, o arriero dei cavalli datosi a correre per tutte le parti per trovare almeno caccia, incontrò una vacca bagual, ossia smarrita pel deserto; le diede la caccia e fu quella che li sfamò durante otto giorni, quanti furono necessarii perchè il povero Don Milanesio potesse proseguire a cavallo il suo viaggio. [229] Alle falde delle Cordigliere un cavallo, come sovente succede, impennatosi scavalcò la carica e si ruppe la pietra sacra dell'altare. Secondo le facoltà dalla santa Sede concesse egli avrebbe potuto celebrare con la pietra rotta od anche senza questa, ma amò meglio attraversare a cavallo tutta la catena delle montagne e passare al Chili solo, Impiegò due giorni girando come gira la gola di quelle roccie e si trovò nel primo paese alla vista del Pacifico, chiamato Los Angeles. Fu ben ricevuto dai Padri Francescani dai quali ebbe anche aiuti pecuniarii. Essi conoscono Doli Bosco per fama ed i Salesiani, e sono ansiosi di vederci da quelle parti. In un secondo viaggio, o meglio in una seconda scavalcata a traverso los Andes passò a Chillian ed alla Concezione sulle spiagge del mare. Ivi fu ricevuto con indicibile giubilo dal Vicario Capitolare Don Domingo Cruz e dal suo segretario e gli mostrarono la casa che stanno edificando per noi. Di lì invierebbonsi i Salesiani nella immensa regione degli Araucani privi ancora di sacerdoti ed in una necessità estrema di aiuti spirituali.

                Caro Don Bosco, abbiamo tutte le case stremate di personale e se come desidera la Paternità vostra ed io lo desidero e tutti lo desideriamo, di stabilirci nel Chili, prepari una bella carovana di Missionarii e lire la mandi alla Patagonia. Di qui abbiamo trovato il passo che in una cavalcata di 1.500 chilometri ci porta alle Cordigliere ed in un'altra di 2oo e per la strada dei camosci ci dà stanziati nel territorio chileno.

                La messe raccolta in questa Missione dai nostri coraggiosi missionari fu di 100 Comunioni, venticinque o trenta matrimoni e circa 800 battesimi, seicento dei quali sono di Indi. Essi, stanno bene di salute malgrado i disagi, le fatiche e le vitaccie che debbono fare per quelle immense solitudini, percorse solo da animali silvestri e domestici ed abitate dagli Iridi Araucani passati al territorio Argentino.

                Giungendo io a Patagones saprò se continueranno il loro cammino di ritorno oppure se pensano fermarsi a metà strada dove sono intesi col Cacico Namuncurà e con Sayuheque, per istruire le due loro tribù nella nostra Santa Religione e battezzarli in numero di 2500 Vedremo se faranno a tempo perchè il Ministro della guerra mi disse che vorrebbe farli passare a Buenos Aires. La ragione si è che non essendo stati abilitati in tempo al lavoro di agricoltura ed amando essi l'ozio piuttosto che la fatica, teme una sollevazione. Sarà di loro adunque quello che vorrà la Divina Provvidenza.

                Come le avranno scritto sono nove i novelli sacerdoti Salesiani ordinati extra tempora. E come se fossero mele o ciliege se li partirono le diverse case che ancora si lamentano per essere troppo pochi. Però non sarà sempre così, perchè avendo in casa la fabbrica ed il fabbricante se ne faranno più sovente.

                Ma lei, o carissimo Doli Bosco, deve almeno mandarmi da S. Benigno la stoffa e questa sia roba buona e di lunga durata. S. Giuseppe alcuni giorni precedenti la sua festa ci ha regalato una nuova casa [230] nella nuova e bella città della Plata. Non volevamo, non potevamo accettarla e ciò non pertanto ci cadde sulle spalle, perchè così vollero l'Arcivescovo, il Vicario Foraneo di quella ed una moltitudine di Italiani che si trovano senza soccorso spirituale e senza istruzione religiosa. Il terreno, la casa di legno, e la bellina chiesa pure (di questo marmo dolce) venuta bella e fatta dalla Svizzera, ce la dà il Governo della Provincia. Ed intanto noi che avevamo deciso di non aprire più casa alcuna nell'Argentina e volgevamo risoluto lo sguardo al Chili, eccoci ancora seduti qui, vittima dell'educazione di non dire mai di no quando altri vuole . Però se Don Durando tiene fermo, non ne apriremo davvero più nessuna da queste parti, no, davvero davvero! Se sarà vero! Come spero ed è mio desiderio.

                Nelle case tutte si gode di buona salute e migliore volontà di lavorare e farci santi[172].

                E la Paternità vostra ci aiuti con le sue sante orazioni e riceva dal suo affezionatissimo figlio ogni felicità e benedizione

                Buenos Aires, 10 - 4 - 1886.

 

 

GIOVANNI Vescovo di Magida.

 

                Proprio mentre la riferita lettera andava alla posta, si annunziò per telefono a Monsignore che il Presidente della Repubblica Roca, al quale aveva chiesto udienza, volentieri l'avrebbe ricevuto. Senza frapporre indugio il Vicario Apostolico si recò quella sera dal Generale in casa stia. Lo accompagnava Don Costamagna. Suo scopo era di ringraziarlo della lettera di raccomandazione datagli l'anno innanzi per il Governatore del Rio Negro. Accettati i ringraziamenti, il Roca con rudezza militare rimise ex abrupto sul tappeto la questione giurisdizionale. - Lei è Vescovo, gli disse, e non è argentino. Non può esercitare nella Repubblica. Il Papa non ha diritto di arbitrare qui senza il permesso del Governo. [231] Monsignore schivò di nuovo abilmente il colpo rispondendo che nella Repubblica egli non aveva giurisdizione ordinaria, ma era soltanto Vescovo Missionario, visitatore delle case salesiane, specialmente in Patagonia; nelle questioni o negli atti che potessero interessare le viste del Governo, egli si riferirebbe all'autorità dell'Arcivescovo di Buenos Aires.

                La risposta evasiva valse una spiegazione e il Presidente ne rimase soddisfatto. S'entrò quindi a discorrere dei progressi fatti dalla Missione, di scuole, di due chiese costrutte, delle ultime escursioni compiute da Monsignore e dai Missionari salesiani, delle molte conversioni, dei mille e più battesimi amministrati dopo il suo arrivo a Indi adulti e bambini. Più di tutto si ragionò dei tanti debiti contratti per l'erezione delle due chiese, delle case e delle scuole in Patagonia. Il Vescovo, ringraziatolo dì ottocento scudi rimessigli per le mani dell'Arcivescovo, lo pregò di non dimenticare le Missioni e di aiutare sempre i Missionari. Quegli promise. Poi volle essere informato della Congregazione Salesiana e della sua organizzazione di fronte alle leggi e lodò la saggezza di Don Bosco.

                Monsignore trovò modo di lamentare la rottura intervenuta fra la Repubblica e la Santa Sede. - Non esiste rottura, ribattè il Presidente; è solamente una questione personale con Monsignor Matera. È mia intenzione riannodare le relazioni quanto prima. Anzi si serva pure di quanto le dico, può far note queste mie disposizioni, officiosamente s'intende, al Segretario di Stato e al Papa.

                Monsignor Matera, Arcivescovo di Irenopoli e Delegato Apostolico e Inviato Straordinario per l'Argentina, Uruguay e Paraguay, che monsignor Cagliero, come vedemmo, incontrò nel 1885 a Montevideo, non godendo più la fiducia del Governo argentino, era stato costretto a uscire dal territorio della Repubblica, senza previa intesa con la Santa Sede; onde la rottura con Roma. Ora la questione posta nei termini significati dal Presidente veniva a essere di molto semplificata, sicchè non fu più difficile arrivare a una soluzione, [232] Quel colloquio segnò il pulito di partenza a riallacciare le relazioni diplomatiche; in vista di che Monsignore ne fece relazione al procuratore generale Don Dalmazzo, affinchè ne informasse il cardinale Lodovico Jacobini, Segretario di Stato.

                Monsignor Cagliero aveva ormai saputo trarre dalla sua le massime autorità governative, il che gli tornò utile a rassodare la propria autorità nella stia sede di Patagones, come si vide al suo ritorno dopo la non breve assenza. Noli furono soltanto i Salesiani e le Suore con le loro scolaresche di ambe le sponde del Rio Negro a riceverlo; ma un popolo vario e numeroso gremiva la spiaggia: signori e signore, marinai e militari, indi e gauci lo attendevano con vero entusiasmo. Le principali autorità salirono a bordo per ossequiarlo. Il Governatore, da alcuni giorni indisposto, benchè anticlericale e personalmente ostile, non potè esimersi dal mandare prontamente un ufficiale superiore a rappresentarlo, dicendosi lieto del suo arrivo. Tutto questo rallegrò assai il Vicario Apostolico, persuaso che tanto mutamento di animi nel centro del Vicariato gli avrebbe spianato la via all'esercizio sempre più fruttuoso del suo santo ministero. Certo è che il suo modo di agire contribuiva a guadagnargli stima e fiducia. “La sua persona, scriveva Don Piccono[173], diffonde intorno a sè la soavità e la letizia, e nelle sue azioni vanno unite la semplicità e la prudenza, la dolcezza e l'energia di un vero primogenito di Don Bosco”. Appena sbarcato, mosse verso la chiesa, dove, fatta breve orazione, ringraziò tutti della splendida accoglienza. Ala quel ringraziamento collettivo non poteva bastare: cortesia voleva che andasse poi facendo visite alle persone di maggior riguardo, la qual cosa gli porse il destro di conoscere da vicino le primarie famiglie, tanto bisognose di religiosa istruzione.

                Sotto quelle remotissime latitudini nè per l'immensa lontananza nè per le sfibranti fatiche si affievoliva nei cuori [233] il ricordo di Don Bosco. Ne discorrevano fra loro, ne parlavano ai giovani, non c'era ricorrenza che passasse inosservata. Così il 19 maggio i giovanetti del collegio di Patagones gli scrissero ciascuno la propria letterina per il prossimo onomastico. “Carissima, dice don Viglietti nel suo Diario, era quella del bravo giovane Luis Villanueva, artigiano indo puro sangue, da due anni entrato in collegio” . Quanto godesse Don Bosco nel leggere quei fogli, noti è chi non sappia immaginare[174].

                Si è conservato pure buon numero di lettere scritte per la medesima circostanza da Confratelli. Ci usino indulgenza i lettori, se nuovamente ricerchiamo in esse i sentimenti che quegli antichi Salesiani nutrivano per Don Bosco. Ci pare che a lumeggiare la figura del nostro Salito torni di non poco giovamento il vedere qual vivo affetto egli suscitasse ne' suoi e di qual confortò nei travagli della vita, di quale stimolo a ben operare riuscissero in tutti siffatte disposizioni d'animo. Indubbiamente Doli Bosco possedette in grado sovrumano il dono di farsi amare, e di quell'amore sincero, costante e operativo che è l'amor filiale.

                Cominciamo dall'Uruguay la nostra rassegna. Da Paysandù il chierico Grando così gli apriva il suo cuore: “Le assicuro, amato Padre dell'anima mia, che solo colla vita cesserà in me la preghiera ispirata dalla gratitudine verso chi per darmi la vita mi tolse dai pericoli di perderla. Inoltre la assicuro che le nostre sante Regole e i suoi saliti avvisi, che conservo scritti in una immagine di Mamma Ausiliatrice, che Ella mi diede con sua firma, saranno norma della mia condotta. Veggo che finora, solo così facendo, provo tranquillità non provando malinconia o malumore se non quando mi apparto da tale norma”. Dal medesimo collegio il chierico Soldano dà sfogo in questo modo a' suoi sentimenti: È questa un'occasione di più che mi si presenta per manifestarle i miei sentimenti [234] di gratitudine, di fedeltà, d'amore; è questa una nuova occasione che ci concede il Signore per onorare, per quanto far si possa in questa terra di miserie, il merito suo, l'eroiche sue virtù; è questa una nuova occasione che ci si offre per festeggiar Colui che lo merita oltre ogni dire Grazie, infinite grazie vi rendo, o mio Dio, che mi abbiate dato un tal Padre. Sì, carissimo Don Bosco, Ella è mio Padre, che mi diede la vita, non materiale, ma morale e spirituale. Ella è il mio più insigne Benefattore, che abbia sulla terra, [...]  Ella è il mio Salvatore, dopo di Gesù [ ... ]. Ella è il mio Maestro, che mi predica colle parole e mi muove coll'esempio” .

                Don Rota dal Collegio Pio di Villa Colon umilmente e sentitamente scrive: “Ultimo fra tanti figli mi presento anch'io ed anch'io voglio unire il mio Viva Don Bosco ai mille e mille Viva che in questi giorni si udiranno tra le mura dell'Oratorio. Forse il mio non arriverà fili là, ma il di Lei cuore così delicato lo udirà egualmente, perchè esce proprio da un cuore che lo ama con amore figliale”. Da Colon Don Calcagno, che si sente venir meno con la salute la vita, si consola al pensiero di una vita migliore sempre con Don Bosco. “Temo, dice, che questa mia non Le giunga pel suo giorno onomastico. Guarderò tuttavia di accompagnare con tutti gli affetti del mio cuore le espressioni di amore e di riverenza che le manifesteranno in quel giorno i miei cari fratelli dell'Oratorio [...]. Caro Padre! si ricordi di questo suo povero figliuolo d'America, che più non lo vedrà su questa terra! Oh preghi tanto per me, affinchè possa un giorno, dopo aver praticate con tutte le forze mie le sante Regole salesiane, possa un giorno gettarmi ai suoi piedi lassù nel paradiso” . Di là pure due Hijos americanos, i chierici Echeverry e Canessa, usando entrambi la loro lingua, lamentano di non averlo mai veduto, dicono di conoscerlo attraverso le narrazioni dei Superiori e si raccomandano alle sue preghiere.

                Scendendo poi a Buenos Aires, ecco Don Durando, direttore della recente casa di S. Caterina, unire agli auguri filiali [235] per il suo “caro Padre Don Bosco” una bella relazione sull'andamento del nuovo collegio; ecco Don Costamagna in lettera firmata da tutti i Confratelli protestargli enfaticamente a nome di tutti: “Oh Don Bosco, nostro carissimo Don Bosco! tutti delle case di S. Carlo, della Misericordia, della Boca, di Santa Caterina e della Plata, che andiamo vieppiù conoscendo il gran favore che il buon Dio ne fece, quando ci diede figli a Doli Bosco, lieti fuor di misura, perchè anche quest'anno vediamo arrivare tutto splendido il giorno onomastico del carissimo Papà, inviando un Evviva Don Bosco all'unisono, che passi l'Oceano e piombi nel cortile di cotesto felice Oratorio ad allietare il più bel giorno del Padre della gioventù dei due mondi, desideriamo che il benedetto nostro Vegliardo si persuada ognora più che gli vogliono un bene grande grande tutti i suoi figli della Provincia Argentina e che intendono tutti senza eccezione essere degni figli di un tanto Padre” .

                Da S. Nicolàs due figli affezionati manifestano in lunghe lettere la loro  affezione, narrando con gran calore episodi dì bene, nei quali hanno avuto parte. Don Rabagliati, che sarà il primo Ispettore salesiano nella Colombia, protesta: “Sia che l'obbedienza mi trattenga qui o mi chiami altrove, porterò con me l'immagine del carissimo padre Don Bosco e questa mi sarà sprone a lavorare senza posa nel campo che l'obbedienza mi segnala, affine di mostrarmi degno figlio di tanto Padre e di assicurarmi un posto al suo fianco nel paradiso. Oh che bel giorno quello, o carissimo Padre!”. Il collegio di S. Nicolas aveva un buon numero di ragazzi irlandesi, che provenivano da una vicina numerosissima colonia di quella nazione. Se ne occupavano dentro e fuori Don Rabagliati, che parlava un po' inglese, e specialmente Don O' Grady, venuto all'Oratorio dall'Irlanda. Questi scrisse a Don Bosco in francese. “La sua festa, gli diceva, o amatissimo Padre, così bella e così cara, benchè io abbia avuto il fortunato privilegio di assistervi una sola volta, mi ha lasciata una deliziosa e durevole impressione nel cuore e ancora [236] adesso il solo pensarvi mi fa trasalire dalla gioia [...]. Se Lei amato Padre, ama questi buoni Irlandesi, essi pure amano Lei, Molti di loro già conoscono l'amore che porta alle anime e le sue numerose opere sante; la amirano, la benedicono e quelli che seppero che io le avrei scritto per offrirle i miei voti e auguri in occasione della sua festa, si uniscono di tutto cuore con me per fare altrettanto”.

                Ed ora riportiamoci nella Patagonia, donde ci eravamo dipartiti. Il segretario di Monsignore, pensando alla festa di S. Giovanili, voleva fare a Doli Bosco un presente, se non per l'onomastico, almeno per il natalizio. Ne manifestò l'idea a Don Lazzero. Fra i giovani artigiani di Patagones uno ve n'era indio, calzolaio, quindicenne, già capace di lavorare da sè abbastanza bene. Chiedeva pertanto Don Riccardi la misura per fargli fare un paio di scarpe da mandare a Don Bosco, che certo avrebbe gradito un simile dono del primo Indio accettato in Patagonia da' suoi figli. Ala egli pure scrisse direttamente e lungamente a Doli Bosco il 5 giugno, dicendogli con effusione: “Sappia che noi tutti l'amiamo immensamente nel Signore, e in tutte le nostre azioni, siano sacre siano profane, sempre ed ovunque abbiamo presente alla mente e più al cuore la carissima persona di V. S. nostro Amatissimo Padre. Oh quanta festa faremo noi pure il 24 prossimo! Quel dì lo spirito nostro sarà costi nell'Oratorio, vagando intorno intorno a quella cameretta che in sè racchiude il nostro tesoro, il Padre nostro. Più arditi ancora saremo noi! Ed in ispirito ci avvicineremo a Lei, Carissimo Padre, e le diremo: - Oli Padre! oh Dori Bosco! quanto ti amano i figli tuoi di Patagonia! Benedicili. - E Lei ci benedirà di cuore e noi ripiglieremo con nuova lena e più vivo ardore le nostre fatiche a pro di questi cari giovanetti che pure sono i figli suoi, carissimo Don Bosco”.

                Finalmente anche Monsignore espresse i propri sentimenti prima a Doli Lazzero e poi a Don Bosco. A Doli Lazzero diceva il 26 maggio: “Va con questa un mondo di auguri per [237] il nostro amato Don Bosco che salutiamo affettuosissimamente e cordialissimamente e indimenticabilissimamente. Dominus custodiat eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra. Amen, amen, amen”. A Don Bosco aveva con gli auguri presentato un bel regalo, offrendogli il raccolto dì tutto un anno fatto da' suoi figli nel nuovo campo evangelico della Patagonia, ed erano 1300 battesimi di Indi e di indigeni del Rio Negro, 1000 comunioni di neofiti, 3000 comunioni di persone divote, 200 comunioni mensili dei ragazzi e delle ragazze che frequentavano le scuole. “Sono, spiegava egli, i frutti raccolti dopo il mio arrivo in questo finora sterilissimo deserto. Formatane una corona di preziosissimi gigli, intrecciata di olezzantissimi fiori e tempestata di brillanti ricchissimi gliela pongo sul venerando suo capo dicendo: Copre i figli la gloria del padre. Gloria filiorum Pater eorum [175]„.

                Non possiamo non raccogliere anche la voce che parte da Santa Cruz. Data la lontananza e le rare comunicazioni marittime con le altre parti del continente sudamericano, Don Beauvoir aveva pensato a scrivere già il 28 aprile. Da una sua diffusa esposizione spicchiamo alcuni pochi periodi che fanno al caso nostro. “Questo ultimo inutile, per non dire gravoso fra i suoi figli non si dimentica, no giammai, del Padre suo, per quanto lontani da lui trascorrano i giorni della sua vita, e remote siano le contrade che lo separano dall'oggetto della sua più viva affezione. Il pensare che Don Bosco si ricorda di me, è un dolce ristoro, ma non è tutto. Meditando talora gli anni della mia giovinezza passati ai suoi fianchi, una lacrima mi solca le guance. - E perchè non posso ancora una volta vederlo, parlargli, baciare la mano che tante volte mi benedisse? Un breve momento che possa bearmi della stia amabile presenza, una volta sola che veda ancora il suo volto ridente, che possa essere rallegrato dall'espressivo, affabile suo sguardo, e poi morirei contento nel volontario, lontano, [238] deserto esilio. - Sì, lo spero, il Signore mi concederà ancora questa desiderata fortuna”. Don Bosco gli rispose: infatti il 7 settembre Don Beauvoir scrisse a Don Rua: “Ineffabile fu il mio contento per aver ricevuto l'amata lettera del Venerando nostro e Carissimo Babbo Don Bosco. Leggendola ritornai collo spirito a quei tempi e a quei luoghi felici in cui passai i bei giorni della fanciullezza e giovinezza mia”.

                Chi non vede che leva potente fosse nelle mani esperte di Don Bosco un sì profondo e tenace affetto de primi Salesiani verso la sua persona?

                Nella lettera di Don Beauvoir c'era anche una notizia poco lieta. Un povero coadiutore dava indizio di pervertimento. Don Bosco ordinò di scrivere immediatamente che quel coadiutore fosse mandato in Europa. Gli si fece bensì notare e la speranza del ravvedimento e l'ingente spesa del viaggio. Non importa, esclamò addoloratissimo il Santo. Costi quel che si vuole, ma lo si rimandi subito. È un'anima che si perde, e bisogna salvarla. - Ma purtroppo era già tardi. Il disgraziato fece poco dopo a Santa Cruz una morte assai infelice.

                Monsignor Cagliero aveva compilato una relazione generale sullo stato della Missione patagonica, traendone tre copie, di cui una per il Santo Padre umiliatagli a mezzo del Cardinale Protettore[176], l'altra per Propaganda [239] Fide [177] e la terza per l'Opera della Propagazione della Vede; il suo segretario ne cavò quindi un riassunto, che fu spedito a DON BOSCO[178]. A dare completo ragguaglio intorno a questo primo periodo dell'attività missionaria salesiana sotto la guida illuminata di monsignor Cagliero, resta che mettiamo innanzi ancora una sua lettera, ricca d'importanti notizie e piena di vita.

 

                                Rev.mo ed amatissimo Padre,

 

                Tardai alquanto a scriverle perchè aspettavo l'arrivo dei nostri missionari che da sette mesi si trovano alle falde delle Cordigliere.

                Essi sono felicemente giunti, assistiti in modo provvidenziale dal Signore e da lui benedetti nelle loro escursioni apostoliche.

                Il nostro Don Milanesio è una vera provvidenza per tutti gli abitatori del Rio Negro: accompagnato dal nostro bravo Don Panaro e dal coadiutore catechista Forcina, con due uomini per i cavalli, percorsero a cavallo l'immensa distanza di 555 leghe, ossia di 2500 chilometri. Valicando per ben due volte sopra muli los Andes, o Cordigliere, si portò nelle pianure del Chilì toccando Antuco, Angeles, Concepcion e Chillan, dove raccolse elemosine ed altri aiuti per la Missione di Malbarco che si trova nel versante orientale dei monti che formano il Rio Neuquen, confluente del Rio Negro.

                Diedero la missione in trenta stazioni, ossia centri di popolazione, più o meno numerosi. Battezzarono 1117 tra indigeni e figli di famiglie cristiane, celebrarono 60 matrimoni e prepararono alla santa Comunione 1836 neofiti.

                Con questa missione resta esplorata tutta la valle del Rio Negro sino ai confluenti Umay e Neuquen e tutta la valle destra e sinistra del Neuquen co' suoi dieci o dodici confluenti, sino ai confini del Chili e della provincia di Mendoza. Perciò la parte della Patagonia settentrionale più importante e più popolata è da noi già tutta conosciuta, visitata, e si può dire catechizzata, se si eccettuano quattro o cinque tribù, i cui Cacichi si pronunziarono in senso favorevole alla loro conversione[179].

                Stiamo preparando una carta etnografica di tutta la zona compresa tra il Rio Negro ed il Rio Colorado, segnalando le stazioni e centri di [240] popolazione, colonie e tribù, notando le distanze da una stazione all'altra, mancando i fiumi principali ed il luogo dove si possono passare a nuoto coi cavalli e accennando alle valli e ai monti più importanti[180].

                Di qui si manderà un abbozzo il più preciso che si possa, e di lì il nostro geografo torinese farà scorrere le acque dei fiumi, sorgere le piante dei monti, crescere l'erba dei prati popolati di cavalli, di pecore, vacche, guanachi, struzzi ed altri infiniti esseri carnivori ed erbivori.

                Mando pure alla Paternità Vostra un prospetto minuto dei luoghi dove passarono i nostri Missionari, col nome loro e con una particolareggiata statistica dei battesimi, comunioni e matrimoni fatti.

                Qui in Patagones e Viedma continuiamo a coltivare con frutto le tenere pianticelle che crescono vigorose e cariche di fiori e frutti.

                Abbiamo fatto una predicazione straordinaria pel santo Giubileo[181], prendendo l'occasione dalla novena di N. S. del Carmine, patrona del Pueblo, e predicando tre volte al giorno. Si raccolsero molte comunioni di signore e di tutti i giovanetti e ragazze dei nostri collegi... ma di uomini... zero!!!

                Spero assai nell'Associazione dell'Apostolato di orazione inaugurato con prospero successo e con quindici zelatrici, le principali del paese, che hanno fatto prodigi per attirare tutte le madri di famiglia, e vi riuscirono.

                Così, mediante la divozione, l'amore ed appoggio del Sacro Cuore di Gesù ho potuto ottenere che molte famiglie compissero il precetto pasquale e si uniformassero allo spirito cristiano. Naturalmente questo movimento alla pietà e divozione suscitò fermento nei maligni, i quali già stridono di convulsione e rabbia satanica. Ma noi zitti, calmi e prudenti tiriamo innanzi finchè qualche santo ci aiuti a guadagnare anche gli uomini, schiavi molti del rispetto umano, dell'interesse altri e delle passioni i rimanenti.

                Da oltre un mese è con noi Don Savio, il quale ci dà molte buone notizie della sua missione della Patagonia centrale e meridionale. Egli ha potuto sapere dagli Indii Tehuelches, che vi sono molte Tolderie sparse nelle immense pianure del deserto centrale e lungo le sponde dei fiumi. Passato l'inverno farà ritorno a S. Cruz e tenterà una importante escursione in quei dintorni. In questa escursione lo accompagneranno alcuni Indii Tehuelches da lui già catechizzati e battezzati, e tra questi il fotografato qui in Patagones, che la Vostra Paternità può vedere alla sinistra del barbuto missionario. [241]

Don Beauvoir intanto attende alla missione con Fossati, fino all'arrivo di Don Savio.

                Don Fagnano è da alcun tempo in Buenos Aires in cerca di danaro presso il governo e presso i privati, ma, come mi scrive, trova poca fortuna: ed è questione capitale perchè non può partire per la sua prefettura sino a che non abbia soddisfatto il banco degli imprestiti fatti per inalzare la Chiesa. Le case di S. Carlos, Colon e Paysandù sono pur esse gravatissime di debiti per le costruzioni fatte e non possono, anche volendo, aiutare noi poveri abitanti del deserto. E quello che più mi dispiace è che i nostri sudori distillano appena il necessario a pagare gli interessi dei debiti.

                Io sono tempestato da lettere che mi giungono dal Chilì, da Santiago, da Valparaiso, da Talca e da Concepcion, e rispondo promettendo e che pazientino. Ma col personale che ho non posso nemanco fare un passo ed il solo Don Rabagliati, che me lo disputa ancora il collegio di S. Nicolas, mi potrà essere utile ad incominciare qualche cosa nel Chili.

                Quanto prima dovrò pensare a stabilire almeno due centri lungo il Rio Negro, ma senza mezzi e persone non mi slancio a tale impresa ed aspetto l'opportunità. Intanto preparo una lunga relazione da mandare a Propaganda, ed una lettera per Lione e Parigi.

                Oh ne piovessero dei luigi!

                Abbiamo saputo della sua gita a Barcellona e che commota fuit tota civitas. Anzi che le furono offerti omnia regna mundi e che la Vostra Paternità li accettò tutti insieme collo stesso niente Tibi dabo, per offrirli al suo vero padrone il Signore.

                Con questo viaggio avrà contentati i Catalani ma non gli Andalusi, che ne furono delusi e meno gli Americani i quali vorrebbero inventare una ferrovia aerea per avere l'onore di una sua visita,

                Con le autorità civili e militari andiamo sempre belle, perchè tengo anche sempre i guanti nelle mani. Ma non mi fido di loro, nè in loro confido. Il povero Don Milanesio non appena era arrivato dalla sua faticosissima missione che il generale gli fece sequestrare tutti i cavalli col pretesto che erano del governo. Egli provò con i documenti chiari e scritti che erano suoi, cioè della Missione. A nulla valse. Allora discesi io a fargli visita e subito gettò la colpa addosso ai vigilanti che avevano corso troppo. Io feci apparenza di crederlo, mentre in Viedma non si muove foglia senza che egli lo voglia; e soggiunse che già aveva dato l'ordine fossero restituiti i nostri cavalli. Era con me Don Piccono, e mentre ci fece servire il thè, io gli raccontava la protezione che l'Inghilterra presta ai missionarii e varie altre cosette del caso che ha ben capito. Ma sono militari e tanto basta. Sono sei anni che i Salesiani hanno preso possesso della Patagonia e furono sei anni di battaglie, di calunnie e di vittorie riportate, però a costo di sacrifizi e dispiaceri. [242]

                Ma se non fosse così non sarebbe vita di missionari la nostra. Quanto a me poi, dopo la visita al Presidente, vivo di timori e di speranze e Colui che mi ha mandato qui, ci pensi Lui a sostenermi. Con la venuta del nuovo Presidente verranno guai sopra guai alla Chiesa in questo disgraziato paese.

                Io però ho la parola del presidente Roca, ma come gli manca un c per fare rocca, quindi nulla mi prometto; e tiriamo innanzi alla guardia di Dio. E se non mi disturbano continua il miracolo, dicono i buoni argentini. Guai però se parlo di Vicariato o di Vicario, chè mi regalerebbero l'esiglio immantinente. Perciò sono sempre vescovo Salesiano e Missionario apostolico, cioè un mistero che essi non comprendono e che non conviene spiegare a nessuno. E così andiamo innanzi ed il bene si fa intanto a las barbas de gualicho come dicono gli Indii.

                Ho quindi bisogno di preghiere, e come è la V. Paternità che mi gettò nel ballo, mi insegni a ballare perchè io so soltanto suonare. Nei confratelli sacerdoti, chierici e coadiutori v'è abbastanza impegno per osservare la S. Regola e per avanzare nelle virtù proprie di un salesiano. Ogni giovedì ci troviamo insieme colle due Case per una conferenza che versa o sulla morale casistica o sopra alcuni punti di ascetica o su un punto disciplinare per la buona marcia della nostra missione.

                Sono coltivati assai gli oratorii festivi dei ragazzi e delle fanciulle e da qualche tempo a questa parte sono anche assai frequentati. Andiamo pure raccogliendo le spighe perdute, ossia giovinetti ed adulti indii od indie, sparsi nelle varie famiglie cristiane. Ed a forza di instare sollecitando e raccomandando, otteniamo che ce li mandino per istruirli e battezzarli; e i già battezzati prepararli alla prima comunione.

                Una buona parte però che vivono male coi cristiani, non possiamo ridurli ad alcun bene; sono spighe calpestate dai cavalli e dai muli quibus non est intellectus.

                Il nostro missionario della Patagonia centrale Doli Beauvoir ha fatto un'escursione sino al Cabo Virgines, dove si va radunando gente da tutte parti, tutta alla luce dell'oro![182]. E veramente quelle sabbie sono ricchissime per l'oro che contengono, e gli esploratori dicono che in certi luoghi è più ricco ed abbondante che in California. Oh fosse vero che ci trovassimo ancor noi nell'età dell'oro! Eppure le galline stesse non lo guardano, preferendo invece un insetto che non i grani auriferi.

                Riceva, amatissimo Padre, i saluti, i cuori e l'affetto di tutti i suoi [243] figli della Patagonia. Preghi per noi, ed invochi sopra la nostra Missione la protezione e le benedizioni di Maria SS. Ausiliatrice.

                Le suore, ancor esse zelantissime, domandano con me la sua paterna benedizione.

 

                Patagones, 28 luglio 1886.

 

Suo in G. C. aff.mo figlio

GIOVANNI, Vescovo.

 

                Non isfugga all'attenzione di chi legge la cura che si prese subito Monsignore di trapiantare laggiù l'Associazione dell'Apostolato della preghiera e si noti la fiducia ch'ei riponeva nell'efficacia di tale istituzione per la fecondità dell'ardente e indefesso suo zelo. È da credere che la cosa gli sia riuscita non senza difficoltà; ma l'averla tentata sarebbe già stato di per sè sicuro indizio che il suo zelo era di buona lega. I discepoli di Don Bosco avevano appreso dal loro impareggiabile Maestro non solamente a lavorare, ma ben anche a pregare,

                Al suo caro primogenito il Padre lontano volle mandare per il nuovo anno una strenna che dovette tornargli molto cara. Sì, cara per l'intervento finanziario paternamente generoso; cara per l'affetto che traluceva dallo scritto con cui gliene dava comunicazione cara infine per lo scritto stesso, che riempiva due discrete pagine e che rivelava in ogni riga la fatica dello scrivente. Afa in eo quod amatur, aut non laboratur aut et labor amatur[183].

 

                               Carissimo II., gnor Cagliero,

 

                Doti Lasagna Parte e ti darà nostre notizie. La tua cambiale fu ricevuta, e sarà scontata in f. 15 m. il 19 corrente Dicembre. Don Lasagna non parte colle mani vuote. I passaggi, tutti i debiti fatti in passato esistenti in f. circa 200 in. restano tutti pagati, saldati da Don Bosco. Evviva l'abbondanza . Spero sarai efficacemente aiutato dai novelli, confratelli. Fa in modo che pervengano minuti ragguagli alla Propaganda, al capitolo, propagazione della Fede, della santa infanzia: io Sullo sviluppo delle nostre Missioni. 20 Concessione nel Kily. 3° Se il passo dai Rio Negro ad Ancud è già attivato. [244]

                In questo momento avvi notabile aumento di preti, aspiranti, chierici e novizi.

                Risparmia niente per diffondere il Cristianesimo all'occidente della Patagonia, nelle terre del fuoco e di S. Diego.

                Umili saluti all'amato nostro Arcivescovo Aneyros ed un millione di omaggi. Tu poi prepara il coro di pagani che venga a cantare alla mia messa cinquantenaria!?

                Sta attento, stasera, dal luogo dell'antica montagnetta farò lui discorsetto, Deo dante, ai nostri Salesiani.

                Non dimenticare il Sig. C.te Colle e C.ssa Sofia di Lui moglie.

                Cordialissima benedizione a tutti i miei figli. Raccomanda a tutti: Cura grande della sanità, lavoro, temperanza e tutto riuscirà bene. Amen.

                Maria ci guidi al Cielo.

 

Aff.mo amico

 Sac. GIO. BOSCO.

 

                Domine, retribue nobis bona facientibus in vitam aeternam.

                2° Occorrendoti fa ricorso alla provisione del Buon Pastore di Valparaiso o di S. Santiago; mi promise di somministrare quanto abbisogna in danaro.

 

                Ultimo giorno dell'anno 1886.

 

                Il cenno alle cambiali richiede una spiegazione. Da lettere di Missionari vediamo che essi in momenti critici si facevano rilasciare da Banche Americane cambiali tratte sul nome di Don Bosco e che le Banche le rilasciavano loro senza mai richiedere il consenso da Torino. Anzi cambiali siffatte scadute e per dimenticanza non protestate venivano accettate dai banchieri con meraviglia di quelli che le possedevano, sentendosi dire che valevano tant'oro. Don Sala nei processi asserisce che si faceva così in tutta l'Europa; la qual cosa egli depone per dimostrare quanto fosse il credito goduto generalmente da Don Bosco.

                Una circolare di Don Rua, recante la data del 31 dicembre e diretta ai Direttori delle case d'America, contiene un punto che illustra l'atto paterno di Don Bosco. Il Vicario di Don Bosco scriveva: “Col primo gennaio, cioè dimani qui nell'Oratorio si principierà per tutte codeste case di America un conto nuovo, notando come saldati tutti i conti passati. Sebbene [245] le offerte ricevute dietro la circolare di Don Bosco del mese di ottobre non abbiano raggiunto la somma complessiva dei vostri debiti, Don Bosco tuttavia desidera si faccia conto nuovo e così si farà. Questo serva ad accrescere in ciascuno la riconoscenza al nostro amato Padre e di stimolo ad essere sempre più attenti all'economia, essendo questo il vivo desiderio tante volte dimostrato dal medesimo” .

                Da quanto abbiamo in succinto narrato qui sopra, i lettori han potuto formarsi il convincimento che la missione patagonica, sospiro del cuore apostolico di Don Bosco, doveva dirsi ormai organizzata in modo da far concepire le più liete e fondate speranze per il suo avvenire.

 

 


CAPO IX

Trasferimento del noviziato a Foglizzo.

 

NON soltanto il crescente numero dei chierici consigliava di separare gli ascritti dai professi, ma tale separazione era imposta anche dalle esigenze canoniche. Al Capitolo Generale nella seduta pomeridiana del 2 settembre Don Bosco aveva ricordato come, allorchè fra Pio IX e il Segretario dei Vescovi e Regolari si trattava dell'approvazione delle Regole, si fosse parlato della necessità di dividere i novizi dagli studenti e gli studenti dai soci. Avere egli in tale circostanza fatto semplicemente osservare che c'era ancora bisogno di case, di persone, di novizi, di tutto; al che esserglisi risposto dal Papa. - Andate e fate come potete. Quindi il Santo proseguì conchiudendo: - Ora a misura che si può, si venga a queste divisioni, che sono indicate come utili e necessarie.

                Egli avrebbe potuto dire di più, che cioè in vista di tale separazione si stava già allestendo un edifizio apposito. Infatti a Foglizzo, cospicuo comune rurale distante sei chilometri da S. Benigno, aveva acquistato dai conti Ceresa di Bonvillaret un palazzo con le sue adiacenze, che mediante adattamenti poteva contenere, certo senza troppe comodità, anzi con non pochi nè piccoli disagi, un centinaio di persone; ma non credette bene in quel momento parlarne, probabilmente perchè non aveva ancora deciso se mandarvi i chierici professi ovvero i novizi. Argomentiamo così da quanto aveva [247] detto in agosto a chi, nell'urgenza di conoscere la destinazione della nuova casa per aver agio di provvedere con risparmio i materiali occorrenti alle modificazioni da introdurvi, aveva risposto: - Lasciamo stare per ora; aspettiamo la festa della Presentazione di Maria Vergine al tempio. Allora il Signore e la Madonna ci ispireranno il da farsi. - Quella festa cade al 21 novembre. Forse era sua abitudine aspettare nelle feste della Madonna lumi speciali dal Cielo. Non indugiò tuttavia fino a quella data per risolvere; poichè Don Barberis accompagnò gli ascritti nella nuova sede il 14 ottobre. Per lo studentato filosofico la Provvidenza destinava, come vedremo, il collegio di Valsalice.

                Quando i novizi ne presero possesso, la casa non aveva ancora ricevuto la sua denominazione e il suo santo protettore. Solo ai 20 di ottobre il Capitolo Superiore, su proposta di Don Barberis, deliberò d'intitolarla a S. Michele Arcangelo. I verbali non aggiungono altro; ma quella deliberazione dovette essere ispirata dal desiderio di onorare così il Vicario di Don Bosco, dedicando al suo Santo la prima casa, e casa sì importante, aperta in Italia dopo la sua designazione all'alto ufficio.

                La cerimonia della solenne inaugurazione, fissata al 4 novembre, fu rallegrata dalla presenza di Don Bosco. Egli partì dall'Oratorio in compagnia di Don Rua e di Don Viglietti. Viaggiò in treno fino a Montanaro, la cui stazione dista circa cinque chilometri da Foglizzo. Là gli era venuta incontro in massa tutta la popolazione, preceduta dal clero locale e viciniore. Uno sciame di ragazzi gli si affollò intorno ed egli scherzava con loro, invitandoli tutti all'oratorio. Quando montò in carrozza e il cavallo si mise al trotto, quei fanciulli, con i loro zoccoli in mano o sotto il braccio, si diedero a correre dietro, e corsero finchè non vennero loro meno le forze.

                A mezzo cammino ecco i ragazzi di Foglizzo che lo attendevano agglomerati ai due margini dello stradone; anch'essi [248] a piedi nudi accompagnarono, di gran corsa la vettura fino all'ingresso del paese, senza curarsi dei sassi franti che formavano uno strato scaglioso sotto le loro tenere piante. Gli abitanti del paese stavano ammassati qua e là da dove cominciavano le case fino alla chiesa parrocchiale. Alle prime case la vettura si fermò. Tosto si fece innanzi il Sindaco circondato dalla Giunta municipale e lesse a capo scoperto un suo discorsetto, nel quale si compiaceva della fortuna di poter accogliere un sì grand'uomo nel suo tanto piccolo paese. Udita la lettura, Doti Bosco lo invitò a sedergli allato; si procedette così a lento passo, dietro la banda musicale, per la via grande fra gli applausi di tutta la popolazione. Il festoso tintinnio delle campane e lo scoppio fragoroso di mortaretti aggiungevano quel che di stravolgente che nelle grandi occasioni manda in delirio i buoni terrazzani. “È poi impossibile, riferiva l'Eporediese del 10, descrivere la gioia entusiastica, che la vista di Don Bosco destò negli ottanta giovanetti già raccolti in questa casa e nei degni lor superiori. Chi scrive queste linee vide egli stesso personaggi ragguardevoli, già attempati, piangere a tale spettacolo per viva commozione e farsi anch'essi un onore ed una premura di baciar le mani all'Uomo di Dio. Era infatti una tenerezza il veder Don Bosco sorretto e quasi portato di peso dai suoi Salesiani, mentre dal suo stabilimento recavasi alla casa parrocchiale, e rispondente ad ogni istante a chiunque gli volesse parlare, fosse un ragazzo od un adulto, un povero od un signore, almeno con uno sguardo o un sorriso. Il buon Prete non si regge più sulle sue gambe; epperò naturalmente si mostra un po' stanco: ma in tutto il resto è sempre giovane: faccia ridente, fronte serena, occhi vivaci e scintillanti, mente chiara, memoria tenace, conversazione amena; è amabilissimo. Appena i capelli cominciano a inargentarsi un poco”.

Il prevosto Don Ottino offerse il pranzo nella canonica, invitando oltre alle autorità municipali anche i parroci dei dintorni. Rispondendo ai brindisi dei commensali Don Bosco [249] dichiarò fra l'altro che, venendo a fondare una sua casa a Foglizzo, era animato dalle più sincere intenzioni di fare per i giovanetti del luogo il maggior belle possibile. Questo disse con speciale riferimento alle parole di un sacerdote che aveva ricordato d'averlo visto tanti anni avanti attorniato da poche dozzine di ragazzi e con nessun altro aiutante all'infuori di sua madre, la quale faceva da cuoca, da cameriera, da custode, insomma un po' di tutto, mentre allora quei ragazzi eran divenuti legione e i suoi coadiutori si moltiplicavano ogni anno più nel vecchio e nel nuovo continente.

                Nel pomeriggio Doli Bosco passò un paio d'ore fra i suoi ascritti. Prima benedisse la loro cappella: cappella decente, ma povera; basti dire che era l'antica rimessa. Poi vestì dell'abito chiericale un centinaio di giovani, in mezzo ai quali spiccava nell'abituale suo umile atteggiamento il Servo di Dio Andrea Beltrami. Al termine della funzione si assistette ad una curiosa scena. Tutti i novelli chierici, uscendo dal sacro luogo, sfilavano attraverso al cortile, recando ognuno la sua sedia. Fu una sorpresa anche per Don Bosco, il quale domandò al direttore Don Bianchi la spiegazione del fatto. Questi gli rispose non esservi che una sola sedia per ciascuno in tutta la casa e doversela quindi i chierici portare seco in cappella, in istudio, in refettorio, in camera. Il Santo disse sorridendo: - Oh così mi piace! Questa casa incomincia bene.

                Il Servo di Dio, come abbiamo riferito altrove, aveva detto un giorno: - Don Barberis ha compreso bene Don Bosco. Per questo motivo Don Barberis fu da lui preposto ai novizi nell'Oratorio e a S. Benigno, sicchè divenne il Maestro ideale dei novizi salesiani. Affinchè dunque nel nuovo noviziato l'educazione religiosa fosse continuata a dovere, Don Bosco volle che Don Barberis ne tenesse l'alta direzione. La casa venne affidata a Don Bianchi, che per parecchi anni era stato a S. Benigno coadiutore fedele del Maestro e meritava tutta la fiducia; ma per conservarvi integro lo spirito voluto dal Fondatore, [250]

 

Don Barberis vi si recava il più sovente possibile, non mancandovi mai soprattutto nei mensili esercizi della buona morte.

                Il Santo ripigliò la via del ritorno nel pomeriggio del 5 fra le dimostrazioni più cordiali dei Foglizzesi e dei Montanaresi, ai quali ultimi, convenuti sulla piazza, dovette dare la sua benedizione. Della vestizione fatta rese conto, appena rientrato nell’Oratorio, alla signora Teodolinda Pilati di Bologna, come le aveva promesso prima di partire[184].

 

                                     Ill.ma Signora,

 

Sono di ritorno dalla funzione di Foglizzo. Ho benedetto l'abito a cento dieci leviti, che si aggiunsero alla schiera di altri circa 500 che tutti si preparano a fine di recarsi a lavorare fra i selvaggi. Li raccomando tutti alla carità sua e a quella della Sig. sua sorella affinchè crescano nella scienza e santità e così possano guadagnare molte anime al cielo.

                Non solo fo di tutto buon grado la novena che piamente desidera, ma è mia ferma intenzione di fare ogni mattino un memento speciale nella Santa Messa a sua intenzione e per tutte quelle cose che formano oggetto della sua carità e che sono tutte dirette ai vari bisogni di Santa Chiesa.

                Dio benedica Lei, i suoi parenti ed amici, e compatisca questo povero vecchio e semicieco che le sarà sempre in Gesù e Maria

 

[Manca la data].

Ob.mo Servitore

Sac. GIOV. BOSCO. [251]

 

                Il Cielo sembrò voler mostrare cori i fatti che la casa di Foglizzo era oggetto di una speciale provvidenza. Il 6 dicembre Don Bosco medesimo a Don Marenco e a Don Viglietti, che lo accompagnavano nella solita passeggiata pomeridiana, raccontò un tratto singolare della divina Bontà verso quel noviziato. Il Direttore, avendo assoluta necessità di una certa somma, venne a picchiare alla porta di Don Durando.

                Apriamo qui una parentesi. Perchè di Don Durando e non di Don Belmonte? Fallito l'esperimento della doppia direzione non tanto per difetto del sistema, quanto perchè Don Francesia si mostrò impari al bisogno[185], urgeva riordinare le cose dell'Oratorio sii altra base[186]. Si tornò dunque alla direzione unica, la quale venne affidata all'autorità di Don Belmonte. Ma questo importava tale peso di responsabilità, che il nuovo Prefetto Generale avrebbe avuto bisogno della bilocazione per attendere contemporaneamente alle due mansioni; perciò Don Bosco volle che Don Durando continuasse di fatto a reggere la prefettura generale; il che permise a Don Belmonte di dedicare per due anni all'Oratorio la maggior parte della sua attività[187].

                Don Bianchi pertanto, presentatosi a Doli Durando, gli disse che gli mancavano 1960 lire per far fronte a liti impegno di somma urgenza. - Che vuole? gli fu risposto. Vengo adesso da Doli Bosco, il quale che ha dato tutto il danaro che era in casa. Non c'è altro. - Allora Doli Bianchi, messo tra l'incudine e il martello, infilò la porta di Doli Bosco, che, udito il caso, rispose: - Mali! non so proprio come fare a contentarti. Ho dato tutto or ora a Doli Durando. Però dev'essere giunta [252] qualche cosa dopochè. egli è stato qui. Tuttavia non vi sarà, credo, tanto che basti. - Accostatosi al tavolino, tirò a sè il cassetto e ne trasse del danaro. Lo contarono; erano esattamente lire 1960!

                Di ben altro genere, Ma ancor più sorprendente è un secondo fatto, accaduto un Mese dopo. Nella vestizione del 4 novembre aveva ricevuto l'abito da Don Bosco anche il giovane marsigliese Lodovico Olive, che noi già conosciamo[188]. Orbene in dicembre egli ammalò gravemente di tifo. Poichè il male destava serie inquietudini, ne f u avvertito Don Albera, che venne subito da Marsiglia e per agevolarne la cura lo fece trasportare all'Oratorio. La vigilia di Natale Don Bosco andò verso sera a visitare l'infermo e alla presenza del salesiano Don Roussin gli disse. -  Ti assicuro che la Madonna ti guarirà. - Eppure i medici davano beli poche speranze di vita.

                Il 28 arrivò il padre, che edificò quanti lo avvicinarono, con la sua rassegnazione al volere di Dio e piena confidenza in Lui Della Bontà divina egli aveva avuto di recente una prova in famiglia. Una sua figliuola sembrava non dover più vivere. Il 9 dicembre la giovinetta, sentendosi oltremodo sfinita, domandò che le si ponesse sul capo una berretta di Don Bosco, conservata in casa. Presa la berretta e piegatala, gliela posarono sulla testa. Pochi minuti dopo disse alla mamma che stava meglio e che le togliesse pure la berretta. Infatti s'addormentò, riposando alcune ore; del qual benefizio non aveva più potuto godere dacchè teneva il letto. Il giorno 18 suo padre telegrafava a Don Bosco per ringraziarlo delle preghiere fatte, aggiungendo: “Clara da alcuni giorni va molto meglio. Domandiamo preghiere per buona convalescenza”. Quand'egli partì per Torino, la convalescenza faceva il suo corso normale. Quivi poi, pranzando con Don [253] Bosco, gli fece alla fine un complimento, al quale il Santo rispose: - Faremo un brindisi in Marsiglia, quando in capo alla tavola ci sarà Lodovico bell'e guarito.

                Non è a dire quanto conforto recassero queste parole al cuore del padre. Tuttavia i dottori Vignolo, Gallenga, Fissore, Albertotti e un altro dichiararono suo figlio spedito. Ma quello che non potevano i medici, lo poteva bene Colei che è salus infirmorum. Nella notte dal 1, al 4 gennaio Don Bosco fece un sogno, descritto da lui medesimo nella forma seguente.

 

                Non so se fossi sveglio o nel sonno, nemmeno potei accorgermi in quale camera od abitazione mi trovassi, quando una luce ordinaria cominciò a rischiarare quel luogo.

                Dopo una specie di rumore prolungato apparve una persona intorniata da molte e da molte altre che si andavano avvicinando. Le persone, i loro ornamenti, erano così luminosi, che ogni altra luce restò come tenebre, a segno che non si poteva più tenere il guardo fisso sopra nessuno degli astanti.

                Allora la persona che pareva alle altre di guida si avanzò alquanto e incominciò in latino a parlare così: Ego sum humilis ancilla quam Dominus misit ad sanandum Ludovicum tuum infirmum. Ad requiem ille iam erat vocatus; nunc vero ut gloria Dei manifestetur in eo, ipse animae suae et suorum curam adhuc habebit. Ego sum ancilla cui fecit magna qui potens est et sanctum nomen eius. Hoc diligenter perpende et quod futurum est intelliges. Amen[189].

                Dette queste parole l'abitazione ritornò nella prima oscurità ed io rimasi tutta la notte tra veglia e sonno, ma senza forza e come privo di cognizione. Al mattino mi sono dato premura di avere novella del giovane Ludovico Olive e mi venne assicurato che dopo una buona notte egli era entrato in reale miglioramento. Amen.

 

                Torino, 4 - 1887.

 

                La notte appresso rivide la medesima apparizione, che in lingua latina gli diede per il bene della Congregazione e dei giovani, parecchi avvertimenti da lui così riferiti. [254] Continuatio verborum illius, quae se dixerat anciliam Domini: - Ego in altissimis habito ut ditem filios diligentes me et thesauros eorum repleam. Thesauri adolescentiae sunt castimoniae sermonum et actionum. Ideo vos ministri Dei clamate nec unquam cessate clamare: Fugite partes adversas, sive malas conversationes. Corrumpunt bonos mores colloquia prava. Stolta et lubrica dicentes difficillime corriguntur. Si vultis mihi rem pergratam facere custodite bonos sermones inter vos et praebete ad invicem exemplum bonorum operum. Multi ex vobis p mittunt flores et porrigunt spinas mihi et Filio meo.

                Cur saepissime confitemini peccata vostra et cor vestrum semper longe est a me? Dicite et operamini iustitiam et non iniquitatem. Ego sum mater quae diligo filios meos et eorum iniquitates detestor. Iterum veniam ad vos ut nonnullos ad veram requiem mecum deducam. Curam eorum geram uti gallina custodit pollos suos.

                Vos autem, opifices, escote operarii bonorum operum et non iniqui­tatis. Colloquia prava sunt pestis quae serpit inter vos. Vos qui in sortem Domini votati estis, clamate, ne cessetis clamare, donec veniat qui vocabit vos ad reddendam rationem villicationis vestrae. Deli Delictae meae esse cum filiis hominum, sed osane tempos breve est: agite ergo viriliter dum tempos habetis etc.[190].

                Die 5 Ianuarii 1887.

 

                Quella mattina del 5, fatto chiamare Don Lemoyne, gli manifestò ogni cosa, dando luogo a un dialogo, di cui il suo interlocutore ci lasciò memoria. Com'ebbe esposto quanto aveva veduto e udito, proseguì: - E ora ti ho chiamato, [255] perchè tu mi dia consiglio. Debbo far sapere alla famiglia Olive quello che ho sognato?

- Lo sa meglio di me, rispose Don Lemoyne, che la Madonna è sempre stata tanto buona con lei.

 - Oh sì, è vero.

- E che tanti di questi suoi sogni si sono avverati a puntino.

- È vero.

- E quindi, se mi permette, e per darne gloria a Dio, li chiamo visioni, perchè tali sono.

 - Hai ragione.

- Dunque noi abbiamo ogni ragione di credere che anche questo sogno sia cosa soprannaturale che si avvererà e che Olive, benchè disperato dai medici, guarirà.

 - E quale sarebbe dunque il tuo consiglio?

- Per usare, se lei crede, un po' di prudenza umana, io direi di cominciare a far correre la voce che Don Bosco ha sognato di Olive e che nel sogno gli parve di aver concepito liete speranze.

 - Ebbene, si faccia così.

- Ma lei, Don Bosco, faccia il piacere, scriva questo sogno. So che stenta molto a scrivere, ma si tratta della Madonna. Se il fatto si avvera, ecco un documento della materna bontà di Maria.

 - Ebbene scriverò. - E scrisse così come qui sopra abbiamo riferito.

                Crediamo di non dover tacere un'altra circostanza. In una di quelle notti il chierico Olive, quando stava malissimo, aveva sognato che Don Bosco era entrato nella sua camera a visitarlo, dicendogli: - Sta' tranquillo, fra dieci giorni verrai tu a trovarmi in mia camera. - La vivezza del sogno lasciò nell'infermo la persuasione che Don Bosco in persona fosse stato da lui e rifiutava di prestar fede a chi gli asseriva il contrario. Il 10 gennaio le cose andavano tanto bene, che il padre ripartì per la Francia. Il 12 Lodovico si alzò; il 24 [256] comparve nel refettorio del Capitolo durante il pranzo, accolto dai Superiori con grandi manifestazioni di gioia. Ristabilitosi completamente in salute, non fece più ritorno a Foglizzo, ma andò per volere di Don Bosco a continuare il suo noviziato in patria[191]. La sua salute si mantenne così buona che gli permise di prendere parte nel 1906 alla prima spedizione di Missionari salesiani per la Cina, dove fino al 1921, anno della sua santa morte, esercitò un fecondo apostolato.

 

 


CAPO X

Ultime cose del 1886.

 

                A autunno avanzato, quando la vendemmia è da tempo finita, piace andare in cerca di racimoli sfuggiti all'occhio dei vendemmiatori e trovatine si piluccano con particolare diletto. Così faremo ora noi, racimolando dagli ultimi quattro mesi del 1886 detti e fatti di Don Bosco, che non poterono trovare luogo nelle pagine precedenti, ma che pure hanno qualche valore.

                A ottobre furono riprese le uscite pomeridiane in vettura. Giunto all'aperta campagna, discendeva e ora sorretto da Don Viglietti, ora senza appoggi avanzava passo passo, discorrendo intanto di molte cose. Era questo per lui un vero riposo. Una sera ritornando s'imbattè nella carrozza del Cardinale, che riconosciutolo fece fermare, balzò a terra e si avvicinò a Don Bosco, chiedendogli premurosamente sue nuove e dicendogli affettuose parole. Allontanato ch'egli si fu, Don Bosco, avviandosi a casa, magnificava la bontà del grande Prelato.

                Un'altra volta nel ritorno visitò le Suore del Buon Pastore, presso le quali fin dai primi anni della sua dimora a Torino aveva esercitato a lungo il sacro ministero. Si compiacque di conversare familiarmente un'oretta con le religiose, riandando quei tempi lontani e le vicende per la fondazione dell'Oratorio. Infine benedisse Suore e ricoverate, lasciando di quell'ultima sua visita caro e Imperituro ricordo. [258]

                Ripigliò pure le sue settimanali conferenze agli alunni delle classi superiori, tenendoseli attorno talvolta anche per un'ora intera. Prima diceva loro qualche buona parola e poi chi voleva, si confessava. Certe volte gli costava molto udire quelle confessioni, data la prostrazione delle sue forze. Un giorno Don Viglietti per suggerimento del medico lo pregò di desistere da tale fatica. - Già, già! gli rispose ridendo. Tu ne hai fatto qualcuno di quei grossi e non vuoi venirti a confessare, non è così? - Poi, prendendolo per mano: - Eh, caro Viglietti, continuò, se non confesso almeno i giovani, che cosa farò io ancora per essi? Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani.

                Con siffatte adunanze egli mirava soprattutto a illuminarli circa la scelta dello stato. Per essi e per tutti i giovani che si trovavano nelle medesime condizioni aveva fatto tradurre dal francese e stampare l'opuscoletto intitolato: Sentimenti di S. Tommaso d'Aquino e di S. Alfonso Maria de' Liguori intorno all'entrata in religione[192]. Migliaia di copie ne furono spedite ai parroci delle diocesi pedemontane ed a Cooperatori salesiani, affinchè, quanti ignoravano l'importanza dello stato religioso, v'imparassero a non porre ostacoli alle vocazioni[193].

                Per consultare Don Bosco sulla sua vocazione venne a Torino una giovane francese che doveva diventare una colonna dell'Istituto fondato in Africa dal cardinale Lavigerie. Era essa in dubbio se farsi religiosa nelle Missioni del Cardinale o claustrale in Francia o figlia di Maria Ausiliatrice. Sapendola ricchissima, il Santo usò grande cautela di linguaggio; non bisognava dare appiglio ad accuse ch'egli mirasse a carpire [259] eredità e doti. Due cose in ogni modo sono certe: che la giovane si sarebbe fatta suora di Maria Ausiliatrice, se Don Bosco ve l'avesse consigliata, e che Don Bosco ve l'avrebbe consigliata, se tale gli fosse apparso il volere di Dio. Le parlò dunque così: - Se le piace conservare un po' del genere di vita condotto finora presso i suoi parenti, entri in una comunità di Francia, dove di buone ce ne son tante. Invece se cerca solamente Gesù e la sua croce, se vuole veramente soffrire con Gesù, vada nelle Missioni. - In queste ultime parole essa intese la divina chiamata. Nel discorso della vestizione il Cardinale fece menzione del fatto, che ricordò poi nuovamente in una conferenza sulla tratta degli schiavi, da lui tenuta l'anno seguente nella chiesa di S. Giuseppe a Marsiglia; poichè in tale conferenza parlò pure della necessità di avere suore e diede notizia della sua fondazione. La prima volta accennò genericamente a un “grande uomo di Dio, consultato a Torino”[194]; ma la seconda volta, come i nostri Confratelli udirono, pronunziò il nome di Don Bosco, aggiungendo nuove particolarità.

                La signorina erasi prima rivolta al Cardinale per consiglio. In essa egli aveva riscontrato la stoffa di una suora, quale si augurava di trovare per il buon avviamento della sua recente fondazione africana. La madre però si opponeva risolutamente alla vocazione della figlia e l'opposizione era sostenuta da motivi non disprezzabili. Il Cardinale, non sapendo che cosa decidere, prima di dire l'ultima parola pensò di non fidarsi del suo giudizio, ma decise di rimettersi ad un altro che giudicasse di quella vocazione. “Mi rimisi” diss'egli, “ad uno che non è in Francia, ma fuori, ad un sacerdote la cui esistenza è tutta consacrata al bene delle anime, che arde tutto di divozione per Maria Santissima, dalla quale è continuamente protetto in modo visibile, fondatore di una Congregazione religiosa che ormai si estende in ogni parte della terra, [260] dotto, umile, la cui lunga esperienza dei cuori dà ogni fiducia nella rettitudine de' suoi consigli, i cui miracoli non si contano più perchè continui”. Consigliò pertanto madre e figlia a recarsi da lui perchè decidesse. Elleno obbedienti vennero da Don Bosco, che le ascoltò separatamente e poi disse loro:

 - Non si potrebbero accomodare le cose con una transazione?

- Quale? risposero.

 - Che anche la madre si faccia suora insieme con la figlia! Alla madre parve quella una voce del cielo. Ritornata al Cardinale, gli offerse tutta se stessa, perchè la consacrasse al Signore. Allora si trovava in Africa con la figliuola[195].

                Venne da Don Bosco per consiglio anche un parroco di Torino, il teologo Domenico Muriana, curato di S. Teresa e già allievo dell'Oratorio. Egli si trovava in grossi guai per i debiti lasciati dal suo antecessore. Subito dopo la nomina a quell'ufficio era stato dal Santo perchè gli dicesse come doveva regolarsi per ben esercitarlo, e n'aveva avuto i tre consigli ch'ei soleva dare in casi simili: aver cura dei fanciulli, degl'infermi e dei vecchi. Allora il Santo gli domandò se li avesse praticati. Don Muriana gli rispose di sì e che n'era contentissimo, vedendosi circondato dall'affetto della popolazione. - Ebbene, riguardo ai debiti, ripigliò Don Bosco, c'è un rimedio facilissimo.

 - Quale sarà mai questo rimedio?

- Giuoca al lotto.

 - Ma vincerò?

- Vincerai sicuramente.

 - Se è così, compia l'opera e mi dia i numeri.

- Eccoli. Sono tre; ma ascolta e intendi. Fede, Speranza, Carità. Non fare però come ha fatto qualcuno che, strappatemi le tre parole, andò da un cabalista a farsi dare i numeri relativi. [261]

 - Sono poi usciti quei numeri?

- Neppur uno! Tu giuoca bene queste tre virtù e pagherai tutti i tuoi debiti.

                Il giovane parroco nel 1891, raccontando il colloquio al pranzo dell'Oratorio per la festa dell'Immacolata, disse che in tempo relativamente breve aveva pagato tutti i suoi debiti. Nessuno più di Don Bosco avrebbe potuto dare simile consiglio, avendone fatta in tutta la sua vita una sì lunga e felice esperienza.

                La sua fede infatti non otteneva miracoli? Alle tante grazie straordinarie narrate fin qui aggiungiamo queste due, attribuite alle sue preghiere. La comunità delle Orsoline addette al loro collegio di Piacenza, trovandosi in una gravissima angustia, avevano invocato le preghiere e la benedizione del Santo. Egli rispose loro: “Il Signore accorderà la grazia, ma nella maniera che sarà più proficua alle anime”. Iddio lo esaudì al disopra delle speranze[196]. L'altra grazia fu concessa al francese Girolamo Suttil, che da più anni dimorava nell'Oratorio, occupandosi di cose librarie. Da vari mesi soffriva tanto ad una gamba, che dovette essere trasferito all'ospedale; un'infezione causata dallo scambio di una medicina per un'altra, sembrava esigere l'amputazione. Un mattino con sorpresa sua e dei medici la gamba fu trovata in ottimo stato. Quando l'infermo almanaccava per indovinare il perchè di così subito mutamento, ecco giungere a lui il chierico Festa per annunziargli da parte di Don Bosco la salute. Il miglioramento erasi verificato fra le sette e mezzo e le otto, nel tempo cioè che il Santo celebrava la Messa. La guarigione venne completa[197].

                A proposito di miracoli è da ricordare un episodio occorso a Don Trione. Il zelantissimo salesiano, allora catechista degli studenti nell'Oratorio, di ritorno da una breve missione, riferì a Don Bosco i frutti mirabili delle sue prediche. Il [262] Santo gli disse sorridendo: - Ti voglio ottenere da Dio il dono dei miracoli. - Ed egli intrepido come sempre nella sua semplicità: - Niente di meglio! Così potrò più facilmente convertire i peccatori. - Allora Don Bosco si fece serio in volto e riprese con gravità: - Se tu avessi questo dono, ben presto, piangendo, pregheresti Dio che te lo togliesse. - il Servo di Dio dovette pensare in quel momento alla tremenda responsabilità che ha dinanzi al Signore chi riceve da lui doni sì straordinari.

                Tra i miracoli di Don Bosco bisognerà mettere anche l'eroica fortezza, con cui sostenne lunghe e fiere contraddizioni e la sua pazienza invitta nel sopportare diuturne e penose infermità.

                Quante e quali vicende per ottenere la comunicazione dei privilegi! A cose fatte, commise a Don Berto di riunire e ordinare tutti i privilegi ottenuti, lavoro lungo e difficile, che i nostri archivi custodiscono in un incartamento assai voluminoso. Allorchè la compilazione era quasi al termine, il compilatore ne diede notizia a Don Bosco, dicendogli che s'aveva motivo di andar lieti della comunicazione, che toglieva di mezzo per l'avvenire molte difficoltà. Il Santo con profondo sentimento gli rispose: - Ma per giungere a questo punto, abbiamo dovuto passare il mar Rosso.

                Del suo stato di salute in quei due ultimi anni Don Cerruti depose nel, processo informativo[198]: “Quando e il mal di capo e il petto affranto e gli occhi semispenti non gli permettevano più affatto di occuparsi, era doloroso e confortante spettacolo vederlo passare le lunghe ore seduto nel suo povero sofà, in luogo talvolta semioscuro, perchè i suoi occhi non pativano il lume, pure sempre tranquillo e sorridente con la sua corona in mano, le labbra che articolavano giaculatorie e le mani che si alzavano di tratto in tratto a manifestare nel loro muto linguaggio quella unione e intiera conformità alla [263] volontà di Dio, che per troppa stanchezza non poteva più esternare con parole. Quanto a me sono intimamente persuaso che la sua vita negli ultimi anni soprattutto fu una preghiera continua a Dio. Così opinano anche gli altri. Tanto è vero che entrati in sua camera per vederlo e parlargli, lo trovavamo sempre come uno che attende alla più profonda meditazione, pur senza darne segno esteriore, chè il suo volto era sempre lieto, sereno e tranquillo, com'erano di pace, di carità e di fede le parole che gli uscivano di bocca”.

                Così Don Cerruti. Una sera di quell'autunno Don Berto, andato da Don Bosco verso le cinque, lo trovò che passeggiava nella sua galleria strascinandosi con grande stento. Il Santo vedendolo gli disse ripetutamente: Iam delibor, iam delibor[199]. Poi, fissandolo in volto, aggiunse mesto e commosso: Tempus resolittionis meae instal. Cursum consummavi[200]. Allora il segretario ripigliando: - Ma S. Paolo dice pure: Bonum certamen certavi, fidem servavi. In reliquo reposita est mihi corona iustiliae, quam reddet mihi Dominus in ila die iustus iudex[201]. Il Servo di Dio cambiò discorso.

                Abbiamo menzionato Don Cerruti. A lui come Consigliere scolastico della Congregazione Don. Bosco indicò un compito importante e urgente, dicendo in Capitolo il 19 novembre: - Bisogna l'anno venturo pensare al modo di avere maestri patentati e fare iscrivere una decina dei nostri chierici a qualche Università. È vero che si è stabilito di mandare i soli preti alle Università, per il guasto che queste scuole producono nelle anime inesperte, e per le defezioni che cagionano; ma se fra questi chierici vi fosse qualche sacerdote [264] serio, si potrebbe sperare che servirebbe di antidoto e di guardia. Si studierà il modo, ma bisogna assolutamente darci d'attorno e provvedere insegnanti legali. Oggi bisogna combattere il nemico più con lo scudo che con le armi. A questa incalzante spinta di Don Bosco la parola incitatrice di Don Cerruti fece sì che numerosi Confratelli, anche quando era già trascorso per essi il tempo più confacente, si dedicassero a laboriosi studi per mettersi in grado di conseguire i titoli legali indispensabili a poter impartire l'insegnamento negli istituti privati.

                Torna a sua vera e grande lode l'aver sistemato gli studi e le scuole della nostra Società. Non già che prima non si fosse fatto nulla questo riguardo. “S'era fatto molto, moltissimo, scrive Don Luchelli, buon testimonio di quel periodo anteriore[202], e il nome di Don Celestino Durando resterà scritto a caratteri d'oro nei nostri annali. Ma era quello ancora il periodo a dir così eroico della nostra storia. La Pia nostra Società contava pochi anni di vita. Vasto, sconfinato era il campo che si apriva all'azione: esiguo, ristrettissimo, impari affatto al bisogno, il numero degli operai. Il tempo dunque a mala pena bastava al lavoro della giornata, obbligato ciascuno a moltiplicare se stesso, compiendo da solo gli uffici di parecchi. E intanto Dio arrideva benedicendo agli animosi che pieni di buona volontà, infiammati dallo zelo che attingevano al contatto di Don Bosco, affrontavano le fatiche dell'apostolato coi santi ardimenti con cui il pastorello Davide, armato di fionda, aveva affrontato il gigante Golia; nè mai forse vi fu lavoro più fecondo di frutti”. Non si poteva però durarla sempre così; si facevano anzi voti per una  regolare formazione dei maestri e degli educatori salesiani. Alla nobile impresa Don Cerruti dedicò tutta la sua energia[203]. [265]

                Don Cerruti fu uno di quegli uomini provvidenziali, che Don Bosco, cresciutili fin da piccoli nell'Oratorio, si trovò ai fianchi nell'ora opportuna, allorchè in sul declinare egli abbisognava per la sua opera di potenti ausiliari, che la reggessero con mano ferma, la organizzassero saldamente e provvedessero alla sua espansione. Dotato di spirito metodico, di forte volontà e di senno pratico, portò nel disimpegno del trentennale suo ufficio somma prudenza, calma e costanza. Il quale ufficio si estendeva pure all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e alla direzione della stampa salesiana. In ogni suo campo egli fu un suscitatore di energie, possedendo in alto grado l'arte d'inanimire all'azione. In tutto poi il suo operare nulla ebbe più a cuore che tener vivo tra i Confratelli lo spirito del Fondatore. Festeggiandosi il venticinquesimo anniversario della sua elezione a Direttore generale degli studi, scrisse in un pubblico ringraziamento ai Soci: “Ogni giorno che passa mi persuade ognor più della necessità, che per noi è dovere, di stare attaccatissimi agli insegnamenti di Don Bosco anche in fatto di istruzione e di educazione, e da questi insegnamenti non dipartirci mai, neppur d'un punto. Lungi da noi i novatori!”.

                Una bella giornata si trascorse intorno a Don Bosco il 30 novembre nel collegio di Valsalice. Vi si festeggiava la distribuzione dei premi ai nobili convittori. Il cardinale Alimonda e il teologo Margotti passarono alcune ore del mattino e della sera con il Santo. Al saggio Sua Eminenza fece sul valore e sull'efficacia della disciplina una delle sue affascinanti improvvisazioni. Verso le diciotto Don Bosco ritornò all'Oratorio[204]. La sera di quel giorno il Cardinale scrisse a monsignor Cagliero: “Oggi ho passato quasi tutta la giornata al Collegio di Valsalice: era la distribuzione dei premi, [266] e riuscì bella, interessante come tutte le feste salesiane. Ma nulla ci interessa quanto il carissimo Don Bosco il quale era con noi, sempre gioviale, sempre sereno e contento, non peggiorato di salute, benchè soggetto ai soliti incomodi. Il Signore vorrà riservarlo a molte belle imprese ancora, tra cui non è a trascurare la partenza di un bel drappello di missionari stabilita per posdomani. Non voglio privarmi della consolazione di assistervi e di pregare sull'eletta schiera tutte le benedizioni del Cielo”[205]. Ben a ragione Don Cerruti aveva scritto a Monsignore[206]: “Il Cardinale Alimonda è sempre il nostro affettuosissimo protettore e certo uno dei più grandi conforti e sostegni all'amatissimo Don Bosco”.

                Sul principio dell'anno Don Bosco aveva fatto litografare i ricordi confidenziali scritti da lui e mandati ai Direttori delle case nel 1871, ponendovi con la firma la data seguente: “Torino, 1886. Festa dell'Immacolata Concezione di Maria SS. 450 anniversario della fondazione dell'Oratorio”. Ne inviò copia a tutti i Direttori, premettendovi per intestazione: “Strenna natalizia”[207].

                Due salesiani, da lui mandati a predicare una missione nella parrocchia di S. Antonio a Bra, dov'era Vicario il suo ex - allievo Don Luigi Pautasso, tornarono narrando mirabilia di quei buoni cristiani. Il Santo, ciò udito, scrisse al Vicario questa letterina.

 

                                Carissimo Sig. Vicario,

 

                Con somma consolazione ricevo la notizia del buon successo ottenuto dagli Esercizi che i nostri Sacerdoti hanno dettato in questa tua Parrocchia. Dio sia sempre benedetto in tutte le cose, e Maria A. ci aiuti e sempre ci protegga per conservare il frutto. Di tutto buon [267] cuore benedico te, tutti i tuoi parocchiani, e la misericordia divina ci assista sempre a vivere e morire tutti nella sua santa grazia.

                Pregate anche per me che sarò sempre in G. C.

                Torino, 19 dicembre 1886.

Aff.mo amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                Il 20 dicembre cessò di vivere a Torino il venerando barone Manuel in età molto avanzata, Gentiluomo assai benefico avrebbe voluto da vecchio ritirarsi dalla Società di S. Vincenzo de' Paoli e da altre Opere pie; prima però di far questo, pensò di prendere consiglio da Don Bosco. - Continui, gli rispose il Santo. Lavoriamo fino all'ultimo della vita a fare tutto il bene possibile. - “E così ho deciso di fare” , lasciò egli scritto nelle sue memorie.

                Quel giorno vi fu adunanza capitolare, nella quale Don Bosco prese più volte la parola, dicendo cose interessanti e utili, che trarremo alla luce dai verbali della seduta. Assisteva anche Don Albera, perchè si doveva trattare di vari cambiamenti del personale nelle case di Francia; fra gli altri, Don Cartier, direttore a S. Margherita, sarebbe dovuto passare come vicedirettore in quella di Nizza, per poi occuparvi il posto del direttore Don Ronchail, destinato per l'anno seguente a Parigi. Ma si affacciò una difficoltà. - Nizza Marittima, osservò taluno, è centro di Cooperatori non solo della Francia, ma dell'Europa intiera e dell'America, perchè in questa città convengono forestieri da ogni parte del mondo, e qui appunto si fanno ascrivere, qui si stringono con essi relazioni, qui si procura che facciano poi proseliti nelle loro patrie. Ora non sembra che il naturale di Don Cartier e la sua poca attitudine a questuare sia quello che potrà maggiormente giovare alla nostra Pia Società.

                Don Bosco rispose: - Perchè il naturale concentrato di Don Cartier non sia di ostacolo alle relazioni con i Cooperatori, Don Ronchail lo accompagni e lo presenti a tutte le case dei benefattori. Certo è che il saper questuare non è [268] un dono che abbiano tutti. Ci vuole franchezza, umiltà prontezza nell'assoggettarsi a sacrifizi, saper parlare accaparrandosi gli animi ed essere misurati nelle parole per non offendere le suscettibilità. Per far conoscere il nuovo direttore servirsi del Bollettino che ne dia l'annunzio[208]. Pubblicare una lettera circolare, in cui si dica: “Le convenienze hanno chiamato Don Ronchail a direttore della casa di Parigi. I Superiori han giudicato che io, Don Cartier, venissi a fare le sue veci. Mentre ho l'onore di annunciarle la mia scelta, mi raccomando alla loro carità e ai loro consigli ecc. ecc.”. Lo stesso Ronchail, giunto a Parigi, scriva una circolare somigliante ai Cooperatori di quella metropoli. - Oggi, quanti conoscono Don Cartier, sanno che egli è diventato a Nizza un questuante insuperabile; per questo negli ultimi anni di crisi economica generale è riuscito a innalzare in breve tempo una chiesa a Maria Ausiliatrice, spendendovi parecchi milioni. A proposito di Parigi, Don Rua disse che Don Bellamy, girando tutto un giorno per la città, non aveva raccolto che sette franchi. Don Bosco replicò: - In questi casi di bisogno il Direttore faccia litografare un centinaio di lettere che dicano: “La casa di Ménilmontant si trova in grave bisogno; manca della tale e tal altra cosa. Nel tal giorno passerò per ricevere l'obolo della sua carità ecc. ecc.”. In questo modo si raccoglierà qualche somma; altrimenti, se si va a fare una visita inaspettati, all'improvviso, non conosciuti senza dimostrare il proprio titolo e autorizzazione, non si fa nulla. Potrebbe anche farsi un biglietto di visita, facendovi stampare sotto il proprio nome questa riga: Raccomando al Signor (il nome in bianco per poi scriverlo a penna) i poveri giovani della casa tale di cui sono Direttore, pregandolo che voglia tenermi a memoria nella sua carità. Questi biglietti di visita [269] potrebbero stamparsi per tutti i Direttori di quelle case che vivono di beneficenza. Vi si potrebbe anche mettere il motto: Chi dà ai poveri sarà largamente ricompensato dal Signore.

                Don Albera chiese di poter comprare un terreno che rinquadrava il cortile della casa di S. Leone; si sarebbero dovuti pagare ventimila franchi in rogito. Il Capitolo approvò, e Don Bosco disse: - Anche in questo caso si potrebbe scrivere una circolare dopo fatto il compromesso col proprietario e formularla così: “Abbiamo in casa tanti giovani: ci sarebbe necessità di nuove costruzioni e allora ritireremo tanti altri fanciulli di più (50, 80 100 ecc.). Ci vorrebbe la tale somma. La Signoria Vostra è pregata di firmarsi per quella somma di danaro che crederà, acciocchè noi possiamo sapere su quali capitali ci sia dato di contare” . E si va oggi da un benefattore, domani da un altro con un quaderno nel quale raccogliere le firme.

                Il Capitolo rise nel vedere con quanta facilità Don Bosco escogitava mezzi pratici per avere elemosine. Ed egli riprese a dire: - Una volta poteva io lavorare andando attorno in cerca di soccorsi; ma ora mi limito a lavorare di continuo con la mente. Formato un progetto, esamino il pro e il contro, lo determino, lo stabilisco... Ora si tratta della compera di quel terreno. Ebbene Don Albera mi mandi la nota dei principali signori della città di Marsiglia; io scriverò loro. Qualche grazia di Maria Ausiliatrice farà il resto.

                Altra volta si era già trattata la compera di una tipografia, che il signor Mingardon marsigliese voleva cedere a condizioni favorevolissime; ma non si era concluso nulla. Don Albera rinnovò la proposta. Don Bosco disse: - Ci vorrà un'amministrazione, perchè si possa da noi ricavare vantaggio con simile contratto; ma ciò che ha anche solamente ombra di commercio fu sempre fatale agli Ordini religiosi.

                A Natale fu inaugurato il nuovo refettorio del Capitolo Superiore al secondo piano, attiguo alla biblioteca e vicinissimo all'appartamento di Don Bosco, che così vi si sarebbe [270] potuto recare senza difficoltà[209]. Nella medesima circostanza venne festeggiata la prima Messa di Don Viglietti.

                Dopo Natale accadde nell'Oratorio una novità. Nel giorno di S. Giovanni Evangelista per la prima volta tutti gli artigiani si accordarono per celebrare il vero onomastico di Don Bosco; quindi ogni laboratorio gli mandò il suo indirizzo firmato dai singoli giovani, non che dai rispettivi capi e assistenti. Ognuno prometteva comunioni, visite a Gesù Sacramentato e a Maria Ausiliatrice e preghiere[210].

                Pregavano per Don Bosco anche tanti Vescovi d'Italia, come ci tenevano ad assicurarlo rispondendo al suo appello di ottobre. Uno di essi che da quando era canonico a Vercelli aveva pei lunghi anni sempre teneramente venerato e aiutato il Santo, monsignor Degaudenzi; vescovo di Vigevano, scriveva a Don Rua il 4 gennaio 1887: “Unisco a questa mia una tenuissima offerta per le missioni dei Salesiani di Don Bosco[211]. Quanto sono spiacente di non potere di più! Faccio questa piccolissima offerta anche per ottenere che ci conservi il Signore codesto uomo di Dio che è il Sig. Don Bosco. Gli faccia animo per parte mia. L'assicuri che qui si prega, si prega al Seminario, alle case religiose per la sua salute. E nel triduo che nei due ultimi giorni dell'anno precedente e nel primo del corrente si fece in tutte le chiese della Diocesi pel Santo Padre in onore del SS. Cuore di Gesù, io alla Benedizione del SS. che diedi in Duomo, feci pregare pubblicamente pel caro e venerato Don Bosco. Benedico all'ammirabile uomo che scorre la sua vita beneficando” .

                La menzione fatta pocanzi degli artigiani ci porta a ricordare un fatto che li riguarda. Nel 1886, per poter esaudire maggior numero di domande, Don Bosco aveva fatto costruire tre vasti ambienti lunghi circa venticinque metri e [271] larghi sette nell'angolo del primo cortile, dove sorge presentemente la casa capitolare. Il nuovo locale non era ancora bene asciutto, quando i superiori dell'Oratorio vi misero una cinquantina di alunni. Il catechista Don Ghione, che li visitava mattino e sera nell'ora della levata e del riposo, vedeva i loro letti pieni di umidità gocciolata dalle travi del soffitto; perciò, temendo che si ammalassero tutti, espose a Don Bosco il caso. Il buon Padre gli domandò, se fosse possibile trasportare i letti altrove; Don Ghione gli rispose che si era pensato, ma senza poter trovare dove. Allora egli si raccolse un istante in silenzio, poi disse - Eh!... lasciali dove sono.

- Ma quest'inverno ammaleranno tutti, replicò il catechista; anzi le dirò che l'assistente è già ammalato, da tre giorni.

- Sta' tranquillo, ripigliò il Santo; neppure un ammalerà.

                Infatti, neppur uno in tutto l'inverno cadde ammalato; anzi l'assistente in breve guarì[212].

                Frattanto s'era giunti all'ultimo dell'anno. Che Don Bosco fosse per discendere in Maria Ausiliatrice dopo le orazioni della sera, nessuno osava pensarlo. Che si fece dunque? Tutti, artigiani, studenti e Confratelli si radunarono poco prima del tramonto sotto le sue finestre e là cantarono in coro con entusiastico slancio la nota canzoncina:

 

Andiamo, compagni,

Don Bosco ci aspetta:

La gioia perfetta

Si desta nel cuor.

 

                Il Santo Vegliardo, sorretto da due sacerdoti, si affacciò commosso, si appoggiò alla ringhiera del ballatoio e sporgendosi quanto poteva, ringraziò e augurò a tutti buona fine e buon principio con la benedizione del Signore e della Madonna.

 

 


CAPO XI

Vita di ritiramento.

 

                L’inverno, e inverno piemontese, grave per tutti i vecchi, aggiungeva per Don Bosco incomodi a incomodi, forzandolo ad una vita interamente chiusa nel suo modesto appartamento; cosicchè i giovani non lo vedevano più all'infuori dei fortunati della quarta ginnasiale, che di quando in quando erano ammessi a visitarlo e a confessarsi da lui. Si ricordi che era cominciata nel 1886 la soppressione della quinta. Il 22 gennaio li confessò per oltre due ore. Vi passarono tutti, meno uno, che non si fece vedere; ma la sua assenza non fu notata, perchè da qualche tempo molti di essi o per aver scelto un altro confessore o per essere impediti in quell'ora dallo studio o per altri motivi non andavano più o andavano di rado a confessarsi da Don Bosco.

                Quella volta però il Santo se ne addiede; infatti la sera appresso mandò a chiamare quel tale. Fattolo sedere accanto a sè, dopo aver discorso di varie cose, gli domandò: - Perchè da parecchi mesi non vai più ai sacramenti? - Il giovane, abbassato il capo, non gli rispondeva. Allora Don Bosco, rotto il silenzio, lo interrogò:

 - Vuoi che te lo dica io il perchè?

- Sì, me lo dica, rispose.

- Ecco, è per questo e per questo. - E in così dire gli svelò con tono paterno i peccati, per i quali il poverino si vergognava di andarsi a confessare. Quegli sbalordito lo [273] guardava senza più sapere come raccapezzare le idee, finchè cadde in ginocchio e si confessò. Uscito dalla stanza e incontrato Don Viglietti, gli disse con la confidenza che i giovani avevano con lui: - Don Bosco mi ha detto così e così e ha indovinato tutti i miei peccati.

                In altra occasione, parlandosi delle grazie che la Madonna faceva all'Oratorio, Don Bosco disse al medesimo segretario: - Maria ci vuole troppo bene. È inutile che i nostri giovani tentino di nascondere quello che hanno in cuore; io lo vedo e lo rivelo.

                Le udienze degli esterni continuavano, ma assai meno di prima, perchè i segretari avevano ordine dai medici e dai superiori di limitarne il numero e la durata. Il 2 gennaio venne a visitarlo il cardinale Alimonda, intrattenendosi con lui per lo spazio di un'ora. Venne il giorno 5 monsignor Ordonez, vescovo di Quito, per chiedergli in nome del Presidente della Repubblica equatoriana almeno quattro Salesiani; andato quindi a Roma, ripassò nel ritorno e ottenne formali promesse. Ma già il 10 gennaio Don Bosco aveva detto a Don Viglietti, che lo riferisce nella sua cronaca: - Adesso ho il grillo di provvedere quanto più presto ad una partenza di Missionari per Quito e la Repubblica dell'Equatore. Là è un centro di Missione, dove si possono trovare anche vocazioni.

                Venne fra gli altri anche Don Guanella. Dopo essersi nel 1878 allontanato dall'Oratorio, egli non aveva più ardito ricomparirvi; Solo il 22 gennaio del 1887 si fece animo e visitò Don Bosco. Dopo la morte del Santo, scrivendo di quella visita, esprimeva così l'impressione prodottagli da Don Bosco: “Mi parve trasformato. Nel diafano di quel volto mi pareva scorgere un raggio della divina grazia. Benedisse di gran cuore a me genuflesso ai suoi piedi, e alle minime opere mie”.

                Venne da Nizza Mare il giovane sacerdote Don Raimondo Jara, più tardi Vescovo di Ancud nel Cile. Egli viaggiava per la Francia in cerca di mezzi per fondare un'Università cattolica [274] a Santiago. Presentò a Don Bosco da benedire medaglie, immagini e fra queste il ritratto di mamma Margherita. Il Santo, veduto questo, ne fu scosso, lo contemplò qualche istante e poi mostrandolo al visitatore: - Amatela! - gli disse. Traversando con Don Bosco il corridoio davanti agli uffici e vedendolo così stretto, disse rispettosamente: - Se non è baldanza la mia, vorrei chiederle una spiegazione.

 - Parli pure.

- Se ci fosse nella sua Congregazione un padre un po' corpulento, come farebbe a passare in questo corridoio? Perchè l'ha fatto così stretto?

- Perchè... perchè... per combattere le tentazioni.

                Don Jara capì. Ritornato nel Cile, costrusse un grande edifizio diviso in tanti appartamentini per accogliervi in pensione cento ottanta studenti universitari della provincia, e durante i lavori, rammentando le parole di Don Bosco, vi fece corridoi strettissimi con la porta molto bassa. Orbene nel 1891 durante la guerra civile provocata dal Presidente Balmaceda la casa fu sequestrata e messa all'incanto. Situata com'era nel punto più centrale della città, fece venire a parecchi la voglia di acquistarla; ma quei corridoi, quelle porte spoetizzavano chiunque la vedeva e mandavano via la tentazione, sicchè essa tornò all'uso primitivo con soddisfazione dei professori che ne sperimentavano la necessità.

                Nella quiete della sua stanzetta dedicava gran tempo al disbrigo della corrispondenza. All'Oratorio arrivavano quotidianamente in quantità' incredibile lettere per affari, per grazie di Maria Ausiliatrice, per le Letture Cattoliche, per il Bollettino, per riscontro a circolari, provenendo dall'Italia, dalla Francia, dalla Svizzera, dal Belgio, dalla Polonia, dalla Russia, dall'Asia Minore, dalle Indie, dalle Americhe. Di queste lettere moltissime erano indirizzate a Don Bosco. Terminatone lo spoglio, il Santo si' faceva leggere da persone fidate quelle che lo riguardavano personalmente; allora, non potendo più rispondere sempre egli stesso, il più [275] sovente incaricava altri della risposta. Prendiamo conoscenza di qualche scambio epistolare, di cui ci è rimasta copia.

                Due lettere sui generis giuntegli dalla Francia si aggiungono alle tante prove della straordinaria opinione di santità, in cui vi era universalmente tenuto Don Bosco. Un tale, che già più volte l'aveva consultato intorno a cose di coscienza e specialmente circa un suo partito di matrimonio, alla vigilia del fidanzamento lo supplicava di dirgli se, da buon cristiano, faceva bene a sposare una  certa signorina. Il Santo gli rispose: “Ella può con tutta tranquillità sposare quella persona, che formerà la felicità sua, se entrambi frequenteranno la santa comunione. Raccomando alla sua carità i miei orfanelli. Preghi per me e Dio la benedica e la Santa Vergine sia sempre la sua guida”. Un altro non conosceva affatto Don Bosco; ma, inteso da chi l'aveva visto a Parigi essere egli uomo di gran fede, si faceva ad esporgli il proprio caso. Da alcuni anni pensava di sposare una tale; ma questioni d'interesse avevano portato a rompere le trattative.

                Nondimeno egli avrebbe voluto riannodare le relazioni; perciò lo pregava di esaminare la cosa davanti a Dio e di comunicargli poi il risultato della sua pia e caritatevole meditazione. “Troverò io, domandava, nella vagheggiata unione gli elementi della felicità terrena e celeste? Il crollo delle mie speranze non sarebbe indizio che il Signore mi chiama per altra via?”. Ecco la risposta di Don Bosco: “Senta il parere del suo direttore spirituale. Se sarà affermativo, procuri solamente che la persona di cui mi scrive, frequenti la santa comunione. Per il resto stia tranquillo. Io prego per Lei e la raccomando a' miei orfanelli. Dio la ricompensi largamente della sua carità”.  Quel signore aveva accluso nella sua lettera una caritatevole offerta[213].

                Letterine o biglietti di ringraziamento per oblazioni ricevute dovevano essere assai frequenti. [276]

Per il capo d'anno il principe Augusto Czartoryski gli aveva spedito un'offerta, manifestandogli insieme quanto i Cooperatori Polacchi fossero sempre affezionati al fondatore dei Salesiani. Ringraziandolo della carità e della buona notizia, egli non toccò della vocazione, certo per riguardo al padre, ma si contentò di scrivere: “In ogni caso creda pure che noi non cesseremo di pregare Dio per Lei e per tutti i suoi interessi”[214].

                Alla Contessa Alessandra di Camburzano scriveva:

 

                                Benemerita Signora Contessa,

 

                Mi rincresce assai che Ella sia sofferente. Pregherò e farò eziandio pregare per la sua sanità. Comprendo benissimo che Ella ha delle croci: ma ne abbiamo tutti qualcheduna, ad eccezione di Don Bosco, che non ne ha alcuna.

                Le cose di questo mondo pare che si avvicinino alla crisi: ma Dio è Padre infinitamente buono, ma infinitamente potente, perciò lasciamolo fare.

                La ringrazio per la strenna che mandami pei nostri orfanelli. Dimani essi faranno la santa Comunione per Lei ed io coll'aiuto di Dio celebrerò la santa Messa. Maria sia nostra guida al cielo.

                9 - 1887, Torino.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. G. Bosco.

 

                Alla baronessa Azeglia Ricci, nata De Maistre e da lui conosciuta piccina, mandò nel giorno di S. Francesco di Sales un'immagine con queste righe: “Signora Baronessa Ricci. Dio vi benedica e ricompensi largamente della vostra carità. I nostri preti, missionari, orfanelli si uniscono a me a pregare ogni giorno per voi”[215].

                Ricorrenze, nomine, eventi lieti di personaggi, a cui lo [277] legavano vincoli di sudditanza o di gratitudine, non lo lasciavano mai indifferente.

                Nel 1887 il mondo cattolico celebrava il giubileo sacerdotale di Leone XIII. In suo onore sul principio dell'anno a Bassano Vicentino si preparava un Numero Unico intitolato Exultemus, per il quale i compilatori chiedevano agli uomini più ragguardevoli del campo cattolico scritti adatti all'occasione. Non potevano dimenticare Don Bosco. Egli il 18 gennaio, dicendosi nell'impossibilità di fare un articolo, formulò la seguente dichiarazione: “Quello che tuttavia posso compiere si è di confessare, come confesso altamente, che fo miei tutti i sentimenti di fede, di stima, di rispetto, di venerazione, di amore inalterabile di S. Francesco di Sales verso il Sommo Pontefice. Ammetto con giubilo tutti i gloriosi titoli che egli raccolse dai Santi Padri e dai Concili, e dei quali, formata come una corona di preziosissime gemme, adornò il capo del Papa, quali sono tra gli altri: di Abele pel Primato, di Abramo pel Patriarcato, di Melchisedecco per l'ordine, di Aronne per la dignità, di Mosè per l'autorità, di Samuele per la giudicatura, di Pietro per la Potestà, di Cristo per l'unzione, di pastore di tutti i pastori, e più di quaranta altri non meno splendidi ed appropriati. Intendo che gli alunni dell'umile Congregazione di S. Francesco di Sales non si discostino mai dai sentimenti di questo gran Santo, nostro Patrono, verso la Sede Apostolica; che accolgano prontamente, rispettosamente e con semplicità di mente e di cuore, non solo le decisioni del Papa circa il dogma e la disciplina, ma che nelle cose stesse disputabili abbraccino sempre la sentenza di lui anche come dottore privato, piuttosto che l'opinione di qualunque teologo o dottore del mondo. Ritengo inoltre che questo si debba fare non solo dai Salesiani e dai loro Cooperatori, ma da tutti i fedeli, specialmente dal Clero; perchè oltre il dovere che hanno i figli di rispettare il Padre, oltre i doveri che hanno i cristiani di venerare il Vicario di Gesù Cristo, il Papa merita ancora ogni deferenza, [278] perchè scelto di mezzo agli uomini più illuminati per dottrina, più accorti per prudenza, più cospicui per virtù, e perchè nel governo della Chiesa è in modo particolare assistito dallo Spirito Santo”.

                Il Cardinale Di Canossa, vescovo di Verona, gli aveva scritto il 26 dicembre raccomandandogli il suo fratello Ottavio e dicendogli: “Ella benedica lui, me e tutta la nostra famiglia. Mi raccomando di nuovo alle sue fervide orazioni, specialmente per un affare, che sto da tempo chiedendo al Signore. Mi comandi se valgo”. Infine gli professava la sua “illimitata stima e devozione”. Don Bosco tre settimane dopo gli rispose:

 

                Eminenza Reverendissima,

 

                Ho ricevuta colla massima consolazione i saluti e la benedizione di V. E. R.ma ed ho avuto il piacere di ossequiare il Sig. suo fratello C.te Canossa. Al presente tutte le nostre preghiere sono dirette alla Santa V. A. affinchè conservi ancora ad multos multos iubilares dies la E. V. a gloria della Chiesa, a sostegno dei bisognosi, specialmente dei poveri Salesiani che umilmente, ma caldamente si raccomandano alla carità delle preghiere di V. E.

                Ci benedica tutti e si degni considerarci suoi poveri, ma affezionatissimi figli e servitori.

 

                Torino, 14, 1887.

Per tutti

Sac. Gio. Bosco.

 

                Compatisca questo scritto cattivo.

 

 

                A giro di posta il Cardinale gli manifestò per queste righe la sua vivissima gioia. Questo scritto è un documento prezioso che fa vedere in quale alto concetto un sì grande luminare della Chiesa avesse Don Bosco e la sua Opera. Verona si preparava a festeggiare prossimamente il giubileo d'argento episcopale del suo Vescovo. Leone XIII ne aveva preceduto i diocesani con una lettera gratulatoria, a cui qui si fa allusione. [279]

 

                               Ven.mo e Car.mo Don Bosco

 

                Dopo la stupenda lettera del nostro Santo Padre Leone XIII, nessun'altra delle ricevute in questi giorni, mi ha recato tanta gioia e consolazione, quanto la affettuosissima sua ricevuta stamane! Mille e mille grazie! Fra tante occupazioni sante. Ella ricordarsi della umile persona mia non solo, ma prendersi il disagio di scrivermi Ella stessa di propria mano? Gliene sono tenuto di cuore; ed altro non potendo, pregherò vieppiù del solito il Signore a benedire Lei e le salutifere di Lei imprese. Dissi vieppiù giacchè li stimo e li amo, sì, i suoi Salesiani, e sebbene indegnamente nella Santa Messa ogni mattina fo un memento per le Missioni, ed in ispecie per l'Africa, per la Patagonia e per la Cina, ove le Canossiane fanno gran bene.

                Povera Africa! Oh faccia Ella la carità di pregare prima per me (che ne ho sì grande il bisogno; il so io), e poi per quella sventurata Missione! Sappia che un dì io dissi ai Superiori di questo piccolo Seminario per l'Africa centrale: - Se ci accetta, passiamo tutti sotto Don Bosco con armi e bagagli e andiamo in America che è altro paese. Ma ad essi parve di dover rispettare la memoria e l'opera del lacrimato Mons. Comboni e di dover aspettare se piaccia al Signore di riaprire la via fra i negri. Ed io non volli insistere.

                Frattanto la ringrazio cordialmente di tutto e con Lei ringrazio assai gli ottimi suoi Salesiani, dei quali Ella mi promette la maggiore delle grazie per me, le loro preghiere. E la prego a benedirmi; ed a credermi sempre di tutto il cuore

                Di Lei

 

                Il 15 del 1887

 

Dev.mo obbl.mo aff.mo

L. Card. di Canossa Vescovo.

 

                Il Servo di Dio, commosso, accusò ricevuta con la cordiale semplicità dei Santi, inviandogli un'immagine di Maria Ausiliatrice, a tergo della quale aveva scritto una tenera invocazione: “Eminentissimo Card. Canossa. O Maria, guidate questo vostro caro e zelante figlio in tutte le sue imprese costantemente per la via del cielo. - 23 gennaio 1887. Sac. Gio. Bosco” .

 

                Se Verona aveva per Vescovo un Porporato, ne doveva saper grado a Don Bosco. Trasferito da Leone XIII a Bologna, il pio e umile Prelato andò a scongiurare il Pontefice di lasciarlo a Verona. Caso volle che a Roma s'incontrasse [280] con Don Bosco, al quale con le lacrime agli occhi si raccomandò che dicesse una parola in suo favore. Il Santo nell'udienza condusse il discorso sull'argomento e quando comprese che il Pontefice non era alieno dal far pago il desiderio del Vescovo, trovò modo di manifestargli un'idea. Giacchè Bologna era sede cardinalizia, non si sarebbe potuto accettare la rinunzia all'Arcivescovado, ma riserbare al rinunziante il Cardinalato? La proposta arrise al Santo Padre; onde Don Bosco, rivedendo Monsignore, gli disse:

 - Arcivescovo no, ma Cardinale sì!

                Da un altro alto Prelato gli giunsero benevoli significazioni. Sui primi di febbraio era stato preconizzato alla Porpora monsignor Camillo Siciliano di Rende, arcivescovo di Benevento e Nunzio Apostolico a Parigi. Nella metropoli francese Don Bosco l'aveva incontrato quattro anni prima, ricevendo da lui e da sua madre manifestazioni di profonda riverenza. Stimò pertanto suo dovere congratularsi subito con lui della nuova dignità; in pari tempo gli raccomandava la recente fondazione di Mènilmontant. Il Cardinale aspettò, come di regola, il Concistoro e poi gli rispose da Parigi il 24 marzo: “Le sono gratissimo per le affettuose felicitazioni che la S. V. ha voluto con tanta gentilezza offrirmi per la mia elevazione alla porpora romana. Io ne la ringrazio di tutto cuore e spero che Ella con le sue orazioni vorrà dal cielo ottenermi gli aiuti necessari a compire i doveri che la nuova dignità m'impone. Non conosco la casa dei Salesiani qui esistente, ma posso assicurarla che mi reputerò fortunatissimo di poter rendere qualunque servizio alla sua Congregazione”.

                Un altro neocardinale era il Nunzio Apostolico di Madrid, che aveva avuto relazioni epistolari con Don Bosco allorchè si trattava della fondazione madrilena[216]. Anche a lui Don Bosco fece le sue congratulazioni, alle quali il Rampolla [281] rispose con vivi ringraziamenti e con queste particolari espressioni[217]: “Mi è grato in questa occasione confermarle il mio speciale affetto alla Congregazione Salesiana, rallegrandomi con Lei del molto bene che fanno i suoi figli nelle diocesi della Spagna dove sono stabiliti; non è guari che ne ho inteso fare ampi elogi da insigni prelati. Piacesse al Signore che potessero moltiplicarsi anche più in questa Nazione, oggi tanto bisognosa di chi la preservi dagli inganni dei tristi” .

                Nel mese di marzo, essendo stato eletto sindaco di Torino l'avvocato Melchior Voli, Don Bosco gl'inviò una sua lettera gratulatoria. Rendendogliene vive grazie e pregandolo di gradire i suoi riverenti omaggi, il primo magistrato cittadino diceva di ricordare con piacere i giorni della sua prima gioventù, quando aveva avuto “la fortuna di conoscere il Rev. Benemeritissimo Don Bosco in casa Roasenda”. Presso questa nobile famiglia il signor Voli aveva aiutato Don Bosco nel copiare la sua Storia d'Italia.

                Conversazioni propriamente dette Don Bosco non era in grado di tenerne; ma si compiaceva assai a sentir parlare delle Missioni e gioiva al sommo quando gli si leggevano lettere de' suoi Missionari. Il suo parlare consisteva per lo più in brevi motti, talora conditi di arguzia. Osservando l'effigie di Napoleone III sopra una moneta, esclamò: - Sic transit gloria mundi. Più nessuno parla di lui. - quando non se ne parli male. - Interrogato dal signor Olive se, scrivendo alla sua signora, dovesse dirle che Don Bosco stava bene, rispose: - Dica che Don Bosco è colto da pigrizia. - Rise quegli, protestando essere tutto il contrario. Ma Don Bosco soggiunse: - È la bontà di monsieur Olive che mette in dubbio la verità detta da Don Bosco. - Un giorno ricevette dalla lionese signora Quisard un'immagine recante queste parole in francese: “Sii con Dio come l'uccello che sente tremare il ramo e continua a cantare, sapendo di aver le ali”. Egli [282] lesse attentamente, poi disse di portarla a Don Berto, osservando: - Chi sa che cosa si penserà Don Berto al ricevere questa immagine! - Don Berto pensò il vero. Comprese essere un paterno avvertimento per quando fra non molto Don Bosco, suo unico sostegno al mondo, gli fosse venuto a mancare. A tavola rompeva di rado il silenzio, ma sembrava in continua meditazione. Un giorno, mescendo acqua con vino, disse: - Anche Gesù in croce volle che il suo sangue fosse mescolato con acqua.

                Al suo grande confidente Don Lemoyne, che nelle ore della sera gli sedeva vicino per alleviargli la solitudine forzatamente inoperosa perchè la luce artificiale gli offendeva la vista, una volta fece una predizione. Di botto, senza che prima si fosse parlato di cosa riferentesi a tale argomento, uscì in queste parole: - Tu arriverai a un'età molto avanzata. - Un'altra sera, mentre Don Lemoyne lo seguiva silenzioso su per la scala, Don Bosco si fermò all'improvviso e nell'atto di chi svela un segreto, gli mormorò sottovoce: - Ti aspetta un avvenire molto glorioso. - Quindi dopo breve reticenza ripigliò: - Quello che hai sofferto è nulla in confronto di quello che devi soffrire. Ma fatti coraggio, tutto passa a questo mondo... e poi... e poi il paradiso. - Don Lemoyne campò settantasette anni. La sua memoria vive e vivrà benedetta nella Congregazione e il suo nome risuona anche fuori sulle labbra di molti massime per quello che scrisse su Don Bosco. L'ultimo periodo della sua vita fu realmente travagliato da incomodi fisici, ma più ancora da paterni d'animo, che a lui, dotato di vivida immaginazione e di cuore sensibilissimo, provennero da varie cause. È probabile che gemesse sotto il peso di afflizioni spirituali allorchè una volta, imbattutosi in un giovane sacerdote salesiano, proferì questi accenti: - Un tempo nell'Oratorio si mangiava polenta, ma c'era Don Bosco!

                Certe volte ai più giovani segretari che abitualmente gli stavano attorno, raccontava sogni fatti nella notte; sogni [283] che, ad eccezione di due, fra cui quello riguardante il chierico Olive già da noi riferito, non avevano niente di straordinario. Per altro la sera del 13 febbraio disse a Don Viglietti, che ne prese nota nella sua cronaca: - Voglio scrivere molte cose importanti che mi furono rivelate in sogno sul principio dell'anno. Propongo sempre di farlo, e poi mi dimentico. Vedi tu di ricordarmelo; io te le consegnerò, perchè le registri. Ma forse per risparmiargli la troppo gravosa fatica dello scrivere Don Viglietti non si diè pensiero di richiamarglielo alla mente.

                Non di rado sognando emetteva alte grida, che svegliavano e spaventavano Don Viglietti, facendolo accorrere dalla camera vicina. Così accadde nella notte dal 2 al 3 marzo. Il segretario gli domandò la mattina dopo che cosa avesse sognato. Rispose che era un pasticcio qualsiasi, a cui non dava nessuna importanza e del quale una sola particolarità ricordava. Gli sembrava di aggirarsi per un terreno incolto e che una persona gli dicesse: - Tu ti affanni a coltivare terreni sulle rive del Rio Negro, mentre hai qui campi incoltissimi.

- Oh, rispose Don Bosco, io lascerò crescere in questi l'erba, riducendoli a prati, che serviranno per dar da mangiare alle bestie.

                Intanto vedeva un bel ciliegio carico di frutti e sollecitava l'agricoltore a coglierne. Quegli obbedì; ma nello staccarle quelle ciliegie apparivano appassite e guaste.

                Un'altra notte, sul 24 marzo, sognò di trovarsi in mezzo ad una vigna, nella quale si vendemmiava. - Come mai? diceva Don Bosco. Siamo in primavera e già si vendemmia? Eppure che abbondanza di grappoli! Com'è bella quest'uva! Oh! quest'anno avremo un gran raccolto.

- Sì, sì, gli rispondevano suo fratello Giuseppe e Buzzetti, che si trovavano fra i vignaiuoli. Bisogna raccogliere molto, mentre ce n'è, perchè a questo anno di abbondanza succederanno anni di carestia. [284]

- Perchè avremo carestia? chiese Don Bosco.

- Perchè il Signore vuol punire gli uomini dell'abuso che si fa del vino.

- Bisogna dunque, esclamò Don Bosco, fare larghe provviste per i nostri giovani.

                Anche a questo sogno egli raccontandolo mostrò di non dare importanza, ma concluse sorridendo: - È un sogno!

                La mattina del 3 aprile disse a Don Viglietti che nella notte precedente non aveva potuto prendere riposo, ripensando a un sogno spaventoso fatto nella notte del 2. Tutto questo aveva prodotto in lui un vero esaurimento di forze. - Se i giovani, gli diceva, udissero il racconto di quello che vidi, o si darebbero a una vita santa o fuggirebbero spaventati per non ascoltare sino alla fine. Del resto mi è impossibile descrivere ogni cosa, come sarebbe difficile rappresentare nella loro realtà i castighi riserbati ai peccatori nell'altra vita.

                Egli aveva veduto le pene dell'inferno. Sentì prima un gran rumore come di terremoto. Lì per lì non vi fece gran caso; ma il rumore andava gradatamente crescendo, finchè udì un rombo prolungatissimo, terrificante, misto a grida di orrore e di spasimo, voci umane inarticolate che confuse col fragore generale producevano un fracasso pieno di spavento. Sbigottito osservò intorno a sè qual potesse essere la causa di quel finimondo, ma non iscorse nulla. Il rumore ognor più assordante si avvicinava, nè più si poteva con gli occhi o con le orecchie distinguere ciò che avvenisse. Don Bosco continuò così a descrivere: - Vidi dapprima come una massa, un volume informe che man mano prese la figura di una formidabile botte di favolose dimensioni: di là uscivano le grida di dolore. Domandai spaventato che cosa fosse, che cosa significasse quanto io vedeva. Allora le grida, fino a quel punto inarticolate, si fecero più forti e più distinte, sicchè percepii queste parole: Multi gloriantur in terris et cremantur in igne. Poi vidi per entro a quella specie di botte [285] persone d'indescrivibile deformità. Gli occhi uscivano dalle orbite; le orecchie quasi staccate dal capo pendevano all'ingiù; le braccia e le gambe erano slogate in modo raccapricciante. Ai gemiti umani si univano sguaiati miagolìi di gatti, rabbiosi abbaiamenti di cani, ruggiti di leoni, urli di lupi, voci di tigri, di orsi e di altri animali. Osservai meglio e fra quegli sventurati ne riconobbi alcuni. Allora sempre più esterrefatto domandai nuovamente che cosa volesse significare si straordinario spettacolo. Mi fu risposto: Gentitibus inenarrabilibus famem Palientur ut canes.

                Intanto col crescere del rumore cresceva innanzi a lui più viva e più distinta la vista delle cose; meglio conosceva quegli infelici, più chiare gli giungevano le loro strida, più opprimente si faceva il suo terrore. Interrogò gridando: Ma non vi potrà dunque essere rimedio nè scampo a tanta sventura? È proprio per noi tanto apparato di orrore, sì tremenda punizione? Che cose debbo fare io?

 - Sì, gli rispose una voce, vi è un rimedio, un rimedio solo. Affrettarsi a pagare i propri debiti con oro e argento.

 - Ma queste sono cose materiali.

                - No; aurum et thus. Con la preghiera incessante e con la frequente comunione si potrà rimediare a tanto male.

                Durante questo dialogo più strazianti si facevano udire le grida, più mostruosi comparivano dinanzi a lui gli aspetti di coloro che le emettevano, sicchè, preso da mortale terrore, si svegliò. Erano le tre del mattino, nè gli fu più possibile chiudere occhio. Nel corso del suo racconto un tremito gli agitava le membra aveva il respiro affannoso e lacrimava.

                Don Bosco non lasciava di presiedere le adunanze capitolari. Queste si tenevano di consueto nella sua camera. Durante il tempo di cui discorriamo ve ne furono solamente quattro. Spigoleremo nei verbali per trarne quanto possa riferirsi al Servo di Dio.

                Nella prima seduta che è del 14 febbraio, si trattò di un argomento importante, in qual modo cioè fossero da regolarsi [286] le relazioni fra l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e la Pia Società Salesiana. La questione era già stata oggetto di studio in altra seduta lontana, ma senza che si addivenisse a una conclusione per l'assenza di alcuni capitolari. Urgeva intanto risolvere, affinchè le Suore sapessero a chi rivolgersi nelle varie circostanze, nè avesse a soffrire danno l'Istituto e la regolare osservanza. Perciò Don Bosco aveva dato incarico a Don Lemoyne di esaminare la cosa a fondo per poi riferire. Don Lemoyne studiò, interrogò e il 14 febbraio lesse la sua relazione. In questa egli esponeva partitamente le opinioni manifestate al riguardo in diversi tempi da singoli membri del Capitolo Superiore. Tre cose basterà conoscere per la nostra storia: il fondamento della questione, un'opinione radicale sulla maniera di risolverla, e la deliberazione presa da Don Bosco, assenziente il Capitolo.

                Superiore dell'Istituto era allora il Rettor Maggiore e per conseguenza il suo Vicario; infatti le Regole, scritte da Don Bosco e stampate, nel titolo II, articolo I dicevano: “L'Istituto è sotto l'alta ed immediata dipendenza del Superiore generale della Società di S. Francesco di Sales, cui danno il nome di Superior Maggiore. In ciascuna casa egli potrà farsi rappresentare da un Sacerdote col titolo di Direttore delle suore. Direttore generale sarà un membro del Capitolo Superiore della Congregazione Salesiana”. Perciò qui non era questione di Superiorità autonoma dell'Istituto, ma della Direzione generale dipendente dal Rettor Maggiore e dal suo Vicario. Questa direzione fu esercitata in principio da Don Domenico Pestarino, indi da Don Costamagna direttore a Mornese. Quando l'Istituto pigliò maggiore sviluppo, si credette bene di lasciare la direzione particolare al Direttore locale della casa madre prima in Mornese, poi in Nizza Monferrato; ma contemporaneamente cominciò per incarico avutone da Don Bosco ad esercitare la cura e sorveglianza generale Don Cagliero, catechista generale dei Salesiani che la tenne fino al 1884, allorchè andò Vicario Apostolico nella Patagonia. Dopo la sua partenza [287] la direzione generale delle Suore passò a Don Giovanni Bonetti, consigliere del Capitolo Superiore. Essendo egli stato nel Capitolo generale del 1886 eletto Catechista, nacque la questione, chi dovesse in seguito esercitare la direzione delle Suore. Ecco perchè si era trattato già di questo, come dicevamo, in un capitolo tenuto a Valsalice, ma senza nulla risolvere. Ora a Don Bosco premeva che si giungesse a una soluzione.

                Il miglior partito non sarebbe stato di fare in modo che le Suore si abituassero a fare da sè, non obbligando più il Superiore a intervenire nelle deliberazioni ordinarie, nella direzione e nell'amministrazione? Questo avrebbe recato senza dubbio una semplificazione grandissima alle occupazioni di chi fosse incaricato di dirigerle. Tale fu la quinta opinione raccolta, presentata e discussa dal relatore[218], che la confutò al pari delle precedenti. Riportiamo il suo ragionamento. “La donna, diss'egli, ha bisogno di continuo appoggio anche in tante cose che sembrano di poca importanza, e bisogna che senta col fatto la necessità di questo appoggio. Se la si lascia indipendente, cercherà l'appoggio in persone estranee, ed il confessore locale, interessato ad accondiscendere alle loro confidenze, impronterà in esse il suo spirito particolare. La donna poi in Congregazione tende ad esimersi talora da una sudditanza che il volere del Superiore le impone, quando questo volere fosse contrario alle viste di una Superiora influente. La storia ecclesiastica ce ne dà esempi molteplici. Le nostre Suore non mancano di risorse materiali, ed è naturale che antepongano le loro Superiore ai Superiori Salesiani, e quindi il bisogno di avvicinarle con visite, conferenze, corrispondenze, e per ogni singola casa. [288] La donna trascurata, o che si creda trascurata, saprà sempre trovar modi di rivendicare il proprio posto o si abbandona ad uno scoraggiamento fatale. Chi fu in mezzo a loro per sei anni, sa per prova che non la Regola, ma l'affetto e la confidenza lega le Suore alla nostra Congregazione. Non è senza senso quel proverbio: un sol gallo nel pollaio. Don Chicco prima di lasciare la direzione di Nizza, Don Cagliero prima di partire per l'America, Suor Maria Mazzarello prima di morire insistettero su questo punto di stringere sempre più le relazioni e la direzione. Basta l'aver toccata questa quinta opinione perchè sia dimostrata completamente erronea”.

                Scartate dunque tutt'e cinque le opinioni, il relatore formulò nei seguenti termini il suo modo di vedere: “Sia affidata la direzione generale dell'Istituto delle suore al Vicario e al Catechista in modo che al primo sia devoluta di preferenza la parte materiale e finanziaria e al secondo la parte morale e spirituale”. Questa opinione si appoggiava ai seguenti riflessi: I° Maggior facilità d'intendersi per conservare l'unità di direzione. 2° Possibilità di aiutarsi a vicenda, essendo tra due, nell'esercizio della direzione, senza scapito del proprio ufficio verso i Salesiani. 3° L'essere ambidue Superiori darebbe maggior peso alle proprie disposizioni, concilierebbe loro maggior autorità e rispetto e nel tempo stesso permetterebbe all'uno e all'altro di farsi aiutare in più casi sia dagli altri membri del Capitolo sia dal Direttore locale di Nizza. 4° Sarebbesi pure osservata la Regola prescrivente che la decisione dovesse dipendere dal Vicario, essendo il decidere nel caso prerogativa del Superiore. Allora Don Rua nominò Don Bonetti, catechista della Congregazione, Direttore generale insieme con lui. Così dunque rimase stabilito.

                Per un mese, fino al 14 marzo, non si tenne altra adunanza. Vi si trattò specialmente della destinazione da darsi alla casa di Valsalice, sul qual tema si tornò nella quarta del 19 aprile; ne parleremo più avanti. Nella terza del 28 marzo Don Bosco assiste, ascolta, intercala qualche sua parola, ma senza dire [289] nulla di rilevante, se non fosse l'augurio che si presentassero circostanze favorevoli per l'apertura di una casa salesiana nella città di Cuneo.

                Nonostante gl'incomodi che sconsigliavano le uscite, volle andar fuori parecchie volte nel mese di febbraio. Il 3 si recò alla chiesa di S. Giovanni Evangelista, dove si fece ai Cooperatori la conferenza di S. Francesco. In una corrispondenza a un giornale di Venezia [219] si leggeva: “Si sperava che il sant'uomo parlasse, come già un tempo avveniva, ma gli anni, le fatiche, le prove durissime hanno stremata quella fibra gagliarda. Don Bosco oggidì non si regge più sulle gambe, soffre d'oppressione di petto che gl'impedisce di favellare in pubblico e sente il peso d'una vita maravigliosamente operosa. Serba tuttavia lucida come ne' suoi trent'anni la mente, serba sempre in cuore gli entusiasmi giovanili per le opere di Dio ed ha per i giovani più che affetto una specie di culto, perchè in essi vede e cerca le speranze religiose dell'avvenire”. Parlò invece il rettore della Chiesa Don Giovanni Marenco. Dopo la funzione i cooperatori attorniarono Don Bosco, bramosi, come sempre, di vederlo da vicino, di salutarlo e di udirne una buona parola.

                Pochi giorni dopo si occupò di Don Bosco anche un settimanale milanese diretto da Don Albertario[220]. In prima pagina, attorno a un suo ritratto somigliatissimo, si svolgeva un lungo articolo riboccante di ammirazione. “Il nome di Don Bosco, vi si diceva, riassume una vera epopea cristiana. A nessuno in Italia è sconosciuto, e milioni di bocche lo ripetono con accento di commozione, di venerazione, di fiducia, di riconoscenza”. Fatto quindi un garbato profilo di questo “uomo - miracolo”, di questo “vero eroe del sacerdozio”, si terminava così: “Egli è una vera potenza, sebbene umilissimo e affabilissimo; egli è un gigante di carità e di zelo, ed ogni encomio è inferiore al suo merito”. [290]

                Era gravemente inferma una pia matrona, assai benemerita delle opere salesiane, la signora Maria Pelissero. Don Bosco, spinto dalla gratitudine, volle farle una visita. Ve lo accompagnò Don Viglietti il 12 febbraio. Tutta la numerosa famiglia gli venne incontro piangendo e scongiurandolo di conservar loro la cara ammalata. Una nipote della signora, che gli presentava i parenti: - Veda questa giovane, gli disse. Era corpo morto dalle reni in giù. Ella l'ha benedetta vari anni sono ed ora eccola sanissima. Quest'altra piccolina era cieca del tutto ed ora vede ottimamente. Oh ci guarisca anche la zia! - Don Bosco, fermatosi alquanto con loro, parlò di paradiso e di rassegnazione alla volontà divina; poi li benedisse e distribuì a tutti una medaglia di Maria Ausiliatrice. Entrò finalmente nella camera dell'inferma. Doveva essere proprio una santa donna, tanto bene parlava del paradiso e della rassegnazione cristiana. Ricevette con vero trasporto la benedizione di Don Bosco, il quale le disse che, se andasse in paradiso, facesse le commissioni sue alla Vergine Santissima, mentre intanto egli ed i suoi giovani pregherebbero Iddio affinchè si facesse il meglio per l'anima sua. Non andò guari che la signora chiuse con una santa morte la sua lunga e virtuosa esistenza.

                Cessò di vivere l'8 aprile una di quelle benefattrici che si stimavano fortunate di sentirsi chiamare da Don Bosco mamme sue e de' suoi giovanetti, la contessa Gabriella Corsi. Il Santo l'aveva visitata nei primi giorni della sua infermità e le aveva detto: - Ah, signora Contessa! Lei mi manca di parola! Mi aveva promesso di regalare ai giovani dell'Oratorio due vitelli, perchè potessero star allegri nel giorno del mio giubileo sacerdotale, Lei manca di parola e mancherò anch'io. - Poi, per S. Gabriele, suo onomastico, le aveva mandato un'immagine con questa invocazione alla Madonna, scritta di suo pugno: “Contessa Corsi Gabriela. O Maria, portate un felice onomastico alla vostra Figlia, proteggetela in tutti i pericoli. Guidate Lei e tutta la sua famiglia per la strada [291] del paradiso, e fate che tutti dopo una santa vita vadano tutti seco a tenerci compagnia eternamente in cielo. Amen”.

                Un'altra mamma che egli avrebbe desiderato tanto di visitare e di benedire, si era spenta il 13 febbraio a Genova, la nobile signora Ghiglini, da noi più volte menzionata, la sua carità multiforme la fa annoverare fra le più benemerite cooperatrici salesiane; questa sua carità fu sperimentata specialmente dalla casa di Sampierdarena.

                Le dipartite di queste anime buone, che tanta parte avevano avuto nelle opere del Santo, sembravano preludere alla sua prossima fine.

 

 


CAPO XII

Nel terremoto del febbraio 1887.

 

                IL 22 febbraio, ultimo giorno di carnevale, Don Bosco volle ancora assistere dal suo ballatoio ai divertimenti che, secondo il consueto, si facevano dai giovani nel cortile; anzi prima di ritirarsi in camera prese a lanciare manate di nocciuole, che i ragazzi, dimentichi dei loro giuochi, corsero a raccogliere con molta avidità, perchè eran nocciuole di Don Bosco. Più tardi, radunati gli alunni della quarta ginnasiale, fece loro una distribuzione di medaglie, che ebbe del misterioso per il modo come raccomandò che le tenessero care, dicendo loro che ne sarebbero preservati da qualsiasi disastro. E un disastro accadde subito la mattina seguente: un terremoto spaventevole che colpì fieramente la Liguria, ripercotendosi forte anche nel Piemonte. Don Bosco aveva parlato a caso o presagiva qualche cosa? Don Viglietti scrive essergli stato detto da lui il 4 marzo che aveva dato le medaglie per il disastro del terremoto, ben sapendo quello che doveva accadere la dimane. A queste sue parole si credette di poterne connettere altre dette il 5 gennaio. Interrogato perchè al principiare del nuovo anno avesse taciuto di futuri avvenimenti per il 1887, aveva risposto: - È meglio che io taccia, perchè sarebbe un allarmare troppo gli animi. Si spaventerebbero tutti e vivrebbero inquieti.

                A Torino la scossa fu violenta. I giovani dell'Oratorio, [293] che si erano alzati da appena un quarto d'ora, fuggirono a precipizio dalle camerate nel cortile. Coloro che stavano in chiesa, scapparono fuori. Nel gran panico si tendevano le braccia verso la statua di Maria Ausiliatrice ritta sulla cupola. In quel momento Don Viglietti entrava nella camera di Don Bosco. Lo trovò che rideva e diceva: - È un ballo involontario. Ero qui per alzarmi; ma, aspettando che l'ondulazione finisse, mi sentii freddo alle spalle e mi sono di nuovo coricato.

                Scene di terrore si ebbero nei collegi della riviera, dove le scosse si ripetevano a intervalli più o meno lunghi. Per alcune notti i giovani dormirono attendati all'aperto. Il Direttore del collegio di Varazze dopo alcuni giorni domandò a Don Bosco che cosa si dovesse fare, se fosse cioè da rientrare in casa o no. Il Santo fece rispondere: - Ritiratevi in casa. Il terremoto non vi recherà danno. - E così fu.

                Il centro della massima attività era stato nel golfo di Genova, lungo la linea che da Savona si protende a Mentone. Le vittime ascesero a parecchie migliaia. Dappertutto case diroccate o pericolanti; alcune chiese crollate; in tutta la regione immensi disastri. Tanta sventura commosse i cuori italiani. Le sottoscrizioni aperte dai giornali dimostrano che quella catastrofe era considerata come calamità nazionale. Don Bosco, resosi conto dell'entità dei danni, fece scrivere ai Direttori delle case salesiane liguri che si prestassero al soccorso con ogni aiuto possibile, materiale, personale e morale. Poi per suo incarico Don Cerruti scrisse ai Vescovi di Savona, Albenga e Ventimiglia[221]: “Il mio amatissimo superiore Don Bosco, profondamente commosso del disastro che desolò tanta parte di questa Diocesi, desidererebbe venire anch'egli in aiuto per alleviare in qualche modo le conseguenze terribili del terremoto. Mentre pertanto ha raccomandato al Direttore della Casa salesiana di Varazze di prestarsi con [294] tutti i mezzi possibili a sollievo degli infelici, m'incarica pure di partecipare all'Eccellenza Vostra che egli riceverà volentieri gratuitamente qui a Torino ed, occorrendo, a Sampierdarena, quattro giovanetti tra i più miserabili rimasti abbandonati in causa del terremoto”. Erano dunque dodici giovanetti che Don Bosco si proponeva di educare e mantenere.

                Parve grazia singolare della Madonna che i Salesiani e i loro alunni fossero andati esenti da disgrazie personali, non essendosi avuti nè morti nè feriti nè contusi; ma i danni materiali furono rilevanti. In Piemonte gli edifizi soffersero lesioni facilmente riparabili; non così nella Liguria, dove alcune delle nostre case restarono molto malconce, più di tutte quella di Vallecrosia, che bisognò sgombrare interamente; quindi chiuse le scuole esterne, inviate alle loro famiglie le educande, trasferite a Nizza Monferrato le rimaste orfane di genitori o prive di abitazione.

                Ricevute le relazioni dei singoli Direttori, Don Bosco diramò tosto due circolari. Con una ingiunse ai Salesiani di destinare in ogni casa un giorno, nel quale innalzare a Dio preghiere di suffragio per le vittime e celebrare una funzione di ringraziamento per l'incolumità concessa a tutti gli abitatori delle case salesiane; inoltre per poter sopperire agl'imprevisti bisogni raccomandava di non mettere mano durante un anno a fabbriche, a riparazioni, a lavori, ad acquisti non richiesti dalla necessità e di sopportare volentieri sacrifizi e privazioni voluti dalla circostanza. Con l'altra circolare informava i Cooperatori dei danni patiti e delle conseguenti spese, domandando loro umilmente la carità[222].

                Di tutte le case lesionate quella di Vallecrosia preoccupava maggiormente Don Bosco, non solo perchè essa aveva patito più d'ogni altra, ma anche perchè la forzata sospensione dell'attività salesiana andava troppo a vantaggio dei protestanti. Subitamente quindi mandò sul posto l'impresario [295] Giosuè Buzzetti, affinchè vedesse il da farsi e la spesa occorrente. Questi dopo diligente esame scrisse che per rendere l'edifizio provvisoriamente abitabile bastava una somma di circa seimila lire, mentre per eseguire gli altri lavori indispensabili ci voleva assai più. La lettera fu letta a Don Bosco durante il pranzo. Egli disse: - Il Signore ci penserà, stiamo tranquilli. E presa la lettera, se la pose accanto al piatto. Sul finire del pranzo entrò il conte Eugenio De Maistre, che, fatti i convenevoli, chiese a Don Bosco: - Caro Don Bosco, ha bisogno di danaro?

- È domanda da farsi questa a Don Bosco? rispose. Pensi un po': ho da finire la chiesa del Sacro Cuore a Roma, ho tanti giovani da mantenere e tante altre spese a cui fare fronte.

- Bene, ripigliò il Conte; sappia che una mia vecchia zia voleva lasciarle qualche somma per testamento; ma poi, sapendo essere meglio un lume davanti che due di dietro, mi ha incaricato di portarle senz'altro questo piego.

                Così dicendo, lo rimise a Don Bosco, pregandolo di osservare il contenuto. Doli Bosco lo passò a Don Rua, invitandolo a guardare. Don Rua estrasse e contò sei biglietti da mille.

                Il fatto fu narrato da Don Rua stesso a Don Lemoyne, che ne prese nota e il suo appunto si conserva nei nostri archivi. Dall'insieme non risulta che Don Bosco dicesse al Conte quale uso avrebbe fatto di quel danaro; è anzi cosa da escludere, come si fa manifesto dalla seguente lettera, destinata a servire di ricevuta nei riguardi dell'oblatrice.

 

                                Carissimo Sig. Conte Eugenio,

 

                Nel suo passaggio a Torino si compiacque di venirci a fare una visita, visita veramente di carità.

                Noi ci trovavamo con una scadenza di 6 mila franchi ricevuta alcuni minuti prima ed era appunto uno dei debiti lasciatimi dai nostri Missionari nel partire per la Patagonia; ieri alle 10 del mattino fu saldato quel debito con un'ammirazione del creditore e con meraviglia di me stesso che non credeva poter ancora fare quel pagamento, [296]

                Dio benedica Lei, caro Sig. Eugenio, che ne fu benemerito portatore e benedetta la caritatevole zia che ne fu la generosa donatrice

                Tutti i nostri missionari, tutti i nostri duecentocinquanta mila orfanelli pregheranno che largamente si degni Iddio di compensarli tutti nel tempo e nella eternità.

                In questa medesima occasione debbo compiere un mio dovere quale si è di ringraziarla delli benefizi che fece a tutta la Congregazione Salesiana e ai loro allievi in più circostanze. Noi sentiamo in questo momento la grandezza dei suoi favori per le strettezze in cui versiamo e per la moltitudine di orfanelli che da ogni parte ed incessantemente dimandano salvezza.

                Dio la benedica, sig. Conte Eugenio, e con Lei la Vergine protegga tutta la sua famiglia, li guidi tutti costantemente pel cammino della virtù, fino al Paradiso, ma con Lei e con questo povero scrivente insieme

                È un tempo notabile che non ho più scritto lettere, perciò mi compatisca la mala scrittura ed i pensieri poco ordinati; ciò mi servì d grato trattenimento con chi grandemente amo nel Signore ed ogni giorno faccio un memento particolare nella Santa Messa.

                Sempre contenti quando possiamo vederla o poterla in qualche cosa servire ho l'onore ed il piacere di potermi professare.

                Di V. S. Car.ma

                Torino, 6 Marzo 1887.

 

Umilis.mo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

                L'offerta riuscì dunque doppiamente provvidenziale, perchè servì a saldare un debito urgente che ammontava per l'appunto a seimila lire e rese quindi possibile disporre a suo tempo di egual somma per i primi lavori di Vallecrosia.

                In un frangente di tal natura non poteva Don Bosco non sollecitare la carità delle persone più atte a comprenderlo e più disposte ad aiutarlo. Ecco infatti alcune delle lettere da lui indirizzate allora a benefattrici e a benefattori. Scrisse alla marchesa Enrichetta Nerli fiorentina, una anch'essa delle mamme.

 

Ill.ma Sig.a Marchesa e Car.ma come Madre,

 

                Ho ricevuto in buono stato la importante e grossa cassa di bottiglie di rarissimo ed eccellente vino. Sono un po' mortificato perchè, suo figlio affezionato, come lo voglio essere, dovrei io medesimo offerirlo alla caritatevole madre mia. È di ottimo gusto e di ottima qualità. [297]

                La vita che questo liquore prezioso mi prolunga è senza dubbio fra gli altri doni che mi fa. Dio sia in ogni cosa benedetto, e benedetta la sua grande carità, specialmente in questi calamitosi momenti, che certamente non avrei osato a farne spesa. Le case di Liguria, parecchie orfanelle ed orfanelli colle nostre suore disperse, mi riducono in istrettezze tali che finora non ho mai provato. Ma Dio ci ha sempre sostenuti, Maria ci ha sempre protetti e la nostra fiducia non verrà mai meno. Ella però ci voglia aiutare colle sue sante preghiere; e così le professiamo in tutte le cose la più sincera gratitudine, e nella speranza di poterla ossequiare personalmente reputo a prezioso momento potermi dire ora e sempre suo

                Torino, 3 marzo 1887.

 

Umil.mo figlio

Sac. Gio. Bosco.

 

                In risposta la Marchesa gli mandò cinquecento lire. Il Santo, accusandone ricevuta, la ammonì di far presto a stendere il suo testamento: non tardasse di un sol giorno, perchè altrimenti sarebbe rimasta come Giobbe e morrebbe abbandonata da tutti senza poter più disporre di nulla. La signora non prese alla lettera il consiglio; perciò avvenne che, caduta inferma verso la fine di marzo, i servi e il medico la isolarono da ogni genere di persone. Anche al Direttore della casa di Firenze, che voleva visitarla, fu vietato l'accesso. Morta che fu, l'abbandonarono interamente, sicchè dovette Don Febbraro fare la guardia al cadavere. Di valori nulla si trovò o meglio nulla si seppe; la pingue eredità, della quale essa intendeva che beneficiassero opere pie, andò a finire nelle mani di parenti remotissimi.

                Benefattore costante e generoso era sempre il genovese Oneto Dufour. Anche a lui scrisse con la sua consueta semplicità:

 

                                Stimat.mo Sig. Oneto Dufour,

 

                Non le cagioni meraviglia se questo povero prete fa eziandio ricorso alla sua carità che mi è assai conosciuta. Io mi trovo di averne grande bisogno. Le nostre case furono in Liguria tutte più o meno danneggiate dal disastro del terremoto: ma l'istituto delle orfanelle, le scuole, la casa e la chiesa di Valle Crosia presso Ventimiglia furono [298] rovinate e dimandano di essere riparate e rifatte prontamente. In questo momento io sono privo di mezzi pecuniarii, e se Ella può venirmi in aiuto, mi raccomando per amor di Dio. Certamente Maria la ricompenserà con grazie speciali che spanderà copiose sovra di tutta la sua figliuolanza e sovra il resto di sua famiglia.

                Dio la benedica e la conservi in buona salute, mentre ho l'onore di professarmi con gratitudine.

                Di V. S. Stimat.ma

 

                [Senza data].

 

Obb.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Sono vecchio e semi - cieco, perciò compatisca la cattiva scrittura.

 

                A Genova era pure il signor Raffaele Cataldi, ricco banchiere e caritatevole cristiano. Teatro del disastro essendo stata la Liguria, il Santo vide in questa particolarità un motivo di più per invocarne il soccorso[223].

 

                                Car.mo Sig. Raffaele Cataldi Banchiere,

 

                È già passato buon tratto di tempo senza che avessi l'onore di poterla riverire personalmente, ma non ho mai dimenticato di pregare ogni giorno per lei e per tutta la sua famiglia. Ora un motivo assai grave mi fa ricordare Lei e la sua carità. Il testè avvenuto disastro del terremoto ha più o meno danneggiato tutte le nostre case di Liguria; ma il nostro Ospizio, Chiesa, scuole di Valle Crosia presso Ventimiglia furono rovinate. Esse dimandano pronta riparazione e nuove costruzioni. Io non posso provvedere a questi bisogni in questo momento di tante miserie. Ella, potrebbe venirmi in aiuto? lo mi raccomando per amor di Dio che certamente la ricompenserà largamente.

                Io sono divenuto vecchio e semi - cieco, perciò compatisca questa mia mala scrittura,

                Io ricordo la sua famiglia e il santo di Lei genitore. Pregherò ben di cuore la Santa Vergine, affinchè tutti li protegga e li guidi sempre per la via del Cielo. Amen.

                Con somma gratitudine le sarò sempre in G.

 

                [Senza data].

 

Obb.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.[299]

 

                Don Varettoni, prevosto di Rio S. Martino nel circondario di Mirano, provincia di Venezia, gli aveva spedito spontaneamente una buona offerta; onde così lo ringraziava.

 

                                Car.mo Sig. Prevosto,

 

                Io non posso ammirarne abbastanza la sua carità ed il distacco con cui la fa.

                Nei bisogni gravi ed urgenti in cui mi trovo la sua offerta sarà in modo speciale ricompensata. Il suo nome è già registrato fra gli insigni benefattori dei nostri orfanelli. Io benedico Lei e la sua carità: ma lodo altamente il suo coraggio, perchè Ella stessa fa le opere, senza aspettare che altri le faccia dopo di Lei come fanno taluni, che per lo più restano ingannati.

                Noi pregheremo tanto per Lei ed Ella mi ami in Gesù e Maria. Non avremo la consolazione di vederla almeno una volta fra noi?

                Maria ci guidi tutti al Cielo.

                [Senza data].

 

Obb.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Ad una marchesa Taliacarne, Figlia della Carità, nell'ospedale torinese di S. Giovanni, fece umile istanza di qualche soccorso. Dal contesto si vede che essa aveva la possibilità e la buona volontà di largheggiare in beneficenza.

 

                (Senza intestazione),

 

                Permetterà, o Signora Marchesa, che anche questo povero prete faccia ricorso alla sua carità in favore de' suoi orfanelli. Le case nostre furono tutte o più o meno danneggiate dal disastro testè avvenuto pel terremoto; ma quelle di Valle Crosia presso Ventimiglia furono rovinate. Chiusa la chiesa, sospese le scuole, disperse le orfanelle dell'ospizio e le nostre suore inviate in altri paesi. Si richiede o pronta riparazione o nuova costruzione. In questo [momento] sono privo affatto di mezzi pecuniari. Potrebbe colla sua grande bontà venirmi in aiuto per amor di Dio? Io pregherò di cuore per Lei e farò eziandio pregare questi miei orfanelli affinchè sia largamente ricompensata e Maria SS.ma la guidi sicura per la strada del Cielo.

                Con somma gratitudine ho l'onore di potermi professare

                Di V. S. Ill.ma

 

                Torino, 30 marzo 87.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco. [300]

 

                La religiosa gl'inviò qualche giorno dopo un'offerta di cento lire. Don Bosco le rispose con questa lettera di ringraziamento.

 

                                Ill.ma e Ben.ta Sig.a Marchesa,

 

                Ho ricevuta con vera gratitudine la generosa offerta di L. 100 che V. S. nella sua grande carità degnossi di fare pei nostri orfanelli.

                Io le sarò ognora riconoscentissimo e pregherò sempre il Signore per Lei e secondo tutte le pie sue intenzioni. Intanto i nostri orfanelli da V. S. soccorsi in questi critici momenti hanno subito cominciato preghiere speciali e fervorose comunioni nel Santuario di Maria Ausiliatrice secondo il di Lei desiderio. Ed io ho piena fiducia che saremo esauditi. Dio la benedica, benemerita Sig.ra Marchesa, e la ricompensi largamente di quanto fa pei nostri orfanelli.

                Mi raccomando ancora alla carità delle sue sante preghiere, mentre con la più viva riconoscenza mi professo

                Di Lei

                Addì 4 aprile 1887.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Dopo un cataclisma così vicino le oblazioni ordinarie diminuirono necessariamente di molto all'Oratorio. Dalla Liguria non veniva più nulla; dalle altre parti della penisola veniva poco, essendo la carità pubblica rivolta a lenire le sofferenze dei danneggiati. Don Bosco, meditando sul come trovare i mezzi per sostenere le sue opere, fece conoscere a tutti i superiori della casa il suo desiderio che ognuno s'ingegnasse di ottenerne da amici, benefattori e conoscenti, rappresentando loro in quali angustie versasse Don Bosco. Questo però non gli aveva impedito, come dicevamo, di aprire le sue case a una dozzina di poveri ragazzi abbandonati. Anche allora si ammirarono tratti speciali della Provvidenza. Il 4 marzo egli disse a Don Viglietti: - Stamane occorrevano duemila lire, ed ecco arrivare da persona ignota un vaglia di mille; le altre mille prima di notte arriveranno. - Arrivarono difatti verso sera.

                Quel giorno il savonese signor Martinengo, prete della Missione, si presentò a lui per domandargli se potesse recarsi [301] senza pericolo presso la sua famiglia. Don Bosco gli rispose che andasse pure tranquillamente, purchè portasse con sè medaglie di Maria Ausiliatrice da distribuire fra i parenti con la raccomandazione che frequentassero i sacramenti; a questa condizione nessun danno avrebbero più ricevuto dal terremoto. La medesima cosa fece raccomandare ai collegi della Liguria.

                Con tante preoccupazioni non c'è da stupire che l'addolcirsi della stagione, anzichè lenirgli le sofferenze, sembrasse da prima acuirgliele. La sera del 5 aprile stette assai male. Rimase affatto senza parola, respirava affannosamente, non poteva muovere le membra. Fu subito svestito e messo in letto come un bambino. La mattina seguente non potè celebrare. Alzatosi tardi, prese un tantino di ristoro; ma non lo ritenne. Verso mezzogiorno ripigliò alquanto le forze, sicchè, facendosi coraggio e dicendo di sentirsi meglio, andò a tavola con gli altri; ma poi fu costretto a coricarsi molto per tempo. Il 7, giovedì santo, celebrò nella sua cappella privata, dove, comunicati i segretari, conservò sacre specie, perchè voleva fare il dì appresso la santa comunione.

                Alla metà di aprile si trovava a Torino il principe Augusto Czartoryski. Accortosi che la salute di Don Bosco andava sempre più declinando, aveva stabilito di fare sotto la  sua direzione un ritiro spirituale per poter decidere definitivamente sul proprio avvenire. Nei numerosi abboccamenti avuti con lui moltiplicò le insistenze per essere accettato subito fra i Salesiani. Don Bosco, sempre lodando il suo proposito di abbandonare il mondo per abbracciare la vita religiosa, lo invitava a considerare se non gli convenisse meglio entrare nella Compagnia di Gesù o nell'Ordine del Carmelo; ma il giovane signore, che aveva visitato molte comunità religiose, diceva che in nessun luogo fuorchè nella Congregazione Salesiana gli sembrava di poter trovare la pace da gran tempo sospirata. - La Congregazione Salesiana non è fatta per lei  gli veniva ripetendo il Santo. Era l'ultima prova, [302] alla quale Dio sottoponeva quell'anima eletta. Fedele alla grazia e sostenuto da una fiducia incrollabile nel divino aiuto, egli in ogni colloquio tornava sempre al medesimo punto. Finalmente, imploratane la benedizione, partì per Roma, precedendovi di alcuni giorni l'arrivo del Servo di Dio, presso il quale noi lo ritroveremo; poichè Don Bosco era ormai risoluto di affrontare quel viaggio per assistere alla consacrazione della chiesa del Sacro Cuore.

 

 


CAPO XIII

Ultimo viaggio del Santo a Roma.

 

                Non è punto inverosimile che Don Bosco, tanto malandato in salute, pensasse di poter confidare sicuramente in uno speciale aiuto della Provvidenza Divina, esponendosi ai disagi di sì lungo viaggio; ci conferma in questa ipotesi il vedere com'egli non intendesse di compiere il percorso nel più breve tempo, ma divisasse di moltiplicare le fermate per profittarne secondo i bisogni della sua Opera. Infatti ancor prima di partire da Torino indisse ai Cooperatori Liguri una conferenza in Sampierdarena, invitandoli colà mediante una circolare che fu spedita dall'Oratorio il 18 aprile[224].

                La partenza avvenne la mattina del 20. “Partì da casa, scrisse Don Lazzero[225], che pareva non potesse resistere al viaggio nemmeno sino a Moncalieri”. Accompagnato da Don Rua e da Don Viglietti, si lasciò adagiare in una carrozza di prima classe. Il capostazione di Torino fece ancora di più, conducendolo in uno scompartimento riservato e ingiungendo al personale viaggiante di usargli ogni riguardo. Tanta cortesia era dovuta al commendatore Stanzani, direttore generale delle ferrovie, che gliene aveva fatta calda raccomandazione.

                A Sampierdarena giunse felicemente. I giovani dell'ospizio, che lo aspettavano ansiosi, lo accolsero con filiali dimostrazioni di affetto. Il buon Padre non solo non si mostrava [304] stanco delle tre ore e mezza di viaggio, ma sembrava rinvigorito, a segno che passò in mezzo agli alunni lieto e sorridente e, condotto nel refettorio, pranzò con buon appetito, mostrandosi di ottimo umore. Fu una vera gioia per tutti.

                Ma il giorno dopo le cose cambiarono alquanto, come si vide durante la celebrazione della Messa, che gli costò molta fatica; tuttavia diede udienza finchè potè alle persone che riempivano la casa. Nel pomeriggio una superba carrozza a due cavalli mandatagli dal signor De Amicis, cooperatore salesiano, lo portò a Genova. Gran moltitudine di gente stava affollata sul suo passaggio lungo la via che scende alla chiesa di S. Siro, scelta anche questa volta per la riunione. Il vasto tempio divenne angusto a contenere i tanti che fecero a gara per conquistarvi un posto.

                Quando il Servo di Dio apparve nel presbiterio fra uno stuolo di ragguardevoli personaggi, un lieve mormorio corse per le navate e tutti gli sguardi erano fissi là dov'egli si assise ad ascoltare il discorso. Passarono pochi minuti, ed ecco arrivare l'Arcivescovo con le primarie notabilità del clero diocesano. L'incontro dei due venerandi uomini sollevò negli astanti un'onda di commozione.

                Tosto ebbe principio la cerimonia. Un alunno dell'ospizio di Sampierdarena lesse un tratto della vita di S. Francesco di Sales, poi salì sul pulpito monsignor Omodei Zorini, uno dei più eloquenti oratori sacri di quel tempo. Egli che amava teneramente Don Bosco, spiegò tutta la sua facondia a descriverne e magnificarne l'opera. Non poteva non parlare del recente disastro che aveva colpito la Liguria e danneggiato cotanto gl'istituti salesiani della riviera. La questua fatta dai giovani cattolici del Circolo Beato Carlo Spinola fruttò milletrecento lire, oltre alle somme raccolte alla porta della chiesa prima della conferenza o recate in seguito da pie persone a Don Bosco stesso. Finita la cerimonia, egli impiegò [305] quasi un'ora per raggiungere la sacrestia, tanta era intorno a lui la ressa dei devoti. “Quel caro Don Bosco, scriveva l’Eco d'Italia del 22 aprile, con quel suo volto bonario, con quel suo riso di santo, chi, chi non andò ieri a vederlo? Egli è vecchio, è affranto nel corpo e non cammina più se non sorretto, ma quanta giovinezza in quella sua mente che pare preoccupata di dover pensare a tante cose, di dover stare alto alto per poter guardare quanto più può lontano! [...]. Tutti volevano sentire una sua parola, tutti baciargli la mano o per lo meno la veste, ed egli abbadava a contentar tutti leggermente sorridendo e tranquillo. - Egli è un santo - si diceva da tutti” .

                Prolungò ancora di un giorno e mezzo la sua dimora a Sampierdarena, nel qual tempo le udienze si succedettero per ore e ore. “Poverino! esclama Don Viglietti nel diario sotto il 22. È stanco! Vi furono dei momenti nei quali rimase quasi senza respiro”. Due volte la moltitudine impaziente, aperta la porta della sua camera, irruppe su di lui, gettandosi poi in ginocchio. Si assalivano qua e là nelle scale e nei corridoi le persone di casa per ottenere di essere ammessi a vederlo.

                L'entusiasmo popolare veniva alimentato da voci che riferivano straordinarie grazie temporali e spirituali. Un'ammalata, ricevuta la benedizione, si riebbe d'un tratto, dicendosi guarita. Un tal Pittaluga fu Giuseppe di Sampierdarena non si accostava più da trent'anni ai sacramenti. Benchè allora fosse in punto di morte, non dava segno di resipiscenza. I suoi familiari lo raccomandarono a Don Bosco, che promise di pregare secondo la loro intenzione. Ebbene l’infermo, deposta la sua ostinatezza, si confessò e ricevette la santa comunione. Don Viglietti aveva visto l'anno precedente portare a Don Bosco un ragazzo in pessime condizioni di salute; lo rivide allora venire da sè a ringraziarlo, in ottimo stato. Una signora gli presentò un suo figlio, dicendo che era un gran discolo e che formava la disperazione della famiglia, nè voleva sapere di sacramenti o pratiche religiose. Don Bosco lo be nedisse. [306] Oh mirabile effetto! Il giovane, uscito di là come un agnellino, la dimane tornò sereno in volto e pieno di contentezza dopo essersi confessato e comunicato. La madre chiese per lui una seconda benedizione, che gli ottenesse il dono della perseveranza.

                Porremo qui il racconto di una curiosa profezia, della quale non abbiamo potuto accertare la data, ma riferentesi a Sampierdarena. Una cognata del salesiano Don Borio in un suo incontro con Don Bosco erasi sentita dire da lui: - Voi, quando sarete vecchia, verrete ad abitare nella nostra casa di Sampierdarena, dove avrete per compagna una Capra... Non mica, veh, di quelle che mangiano l'erba, ma una Capra con due gambe... Vi farete compagnia anche in morte. - La signora, essendo stata sempre benefattrice dei Salesiani, allorchè in vecchiaia restò sola al mondo, ottenne facilmente di ritirarsi colà presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, con le quali visse gli ultimi dieci anni. Una suor Olimpia era la sua compagna prediletta; chiamandola sempre suor Olimpia, non sentì mai il bisogno di conoscerne il cognome fin verso il termine de' suoi giorni. Orbene suora e signora ammalarono entrambe ai primi di gennaio del corrente anno 1936, entrambe peggiorarono in un batter d'occhio, si spensero entrambe a sole quattro ore di distanza nel dì dell'Epifania. Suor Olimpia aveva cognome Capra.

                Nel pomeriggio del 22, salito in carrozza con Don Belmonte e Don Viglietti, andò a Sestri Ponente per fare visita alla benefattrice Luigia Cataldi. Sul punto di congedarsi la signora gli domandò: - Mi dica, Don Bosco, che cosa debbo fare io per assicurarmi la salvezza eterna? - È molto probabile che ella si aspettasse qualche consiglio spirituale di vita ascetica o fors'anche una parola rassicuratrice; ma Don Bosco, con aspetto sostenuto, le rispose: - Lei per salvarsi dovrà diventare povera come Giobbe. - Sotto forma iperbolica egli ripeteva il suo noto concetto sulla misura dell'elemosina che i ricchi sono tenuti di fare, se non vogliono venir [307] meno alla missione sociale affidata loro dalla Provvidenza. La buona signora a quell'uscita rimase sconcertata, sicchè lì per lì non sapeva più che fare nè che dire. Quando furono fuori del palazzo, Don Belmonte che era stato nell'antisala e all'aprirsi della porta aveva afferrato le ultime parole di Don Bosco, gli chiese come mai gli fosse bastato l'animo di tenere un simile linguaggio con una persona che pure faceva tanta elemosina. - Vedi, gli rispose Don Bosco, ai signori non c'è nessuno che osi dire la verità.

                A ribadire e a chiarire sempre meglio il pensiero di Don Bosco in tema di elemosina, non sarà fuori di proposito prendere nota qui di una sua manifestazione ricordata recentemente a Marsiglia. In un discorso tenuto ivi per la distribuzione dei premi agli alunni dell'oratorio di S. Leone, il signor Abeille, presidente della Società marsigliese per la tutela del commercio, narrò un episodio, del quale era stato testimonio da giovinetto. Una delle volte che Don Bosco, visitando la casa della Navarra, si recò alla vicina Hyères, godette dell'ospitalità offertagli dall'Abeille padre. Questi la sera a tavola si mostrava meravigliato della pesca miracolosa fatta dal Santo nella chiesa parrocchiale dopo un suo sermoncino ai fedeli; poichè, mentr'egli si aggirava fra l'uditorio con il vassoio in mano, i signori vi vuotavano dentro i portafogli e tante signore, non avendo altro da dare, vi deponevano ornamenti preziosi. Don Bosco, non che condividere quelle meraviglie, trovava la cosa naturalissima, dovendo il superfluo andare tutto in carità. Anzi giunse a dire: - Veda, signor Abeille, quando Ella abbia messo da parte cento franchi al mese, e cento franchi al mese sono molto, il resto lo deve dare a Dio.

- Con milleduecento franchi all'anno di risparmio, rispose quegli, non si tira avanti, quando ci sono otto figli da allevare.

 - Io ne ho migliaia da allevare, soggiunse Don Bosco.

 - Oh, a questo modo, replicò l'altro, il Papa ne ha molti più di lei: non a migliaia li conta, ma a milioni. [308]

- È vero, confermò Don Bosco, ma il Papa non li mantiene[226].

                A taluno potrà sembrare dura la dottrina del Santo in materia di ricchezze[227]; ma c'è in proposito una dottrina evangelica, la quale non dà ansa a facili accomodamenti. Dice il Signore[228]: In verità vi dico, che un ricco malagevolmente entrerà nel regno dei cieli. E da capo vi dico: E più facile che un camello passi per la cruna di un ago di quello che un ricco entri nel regno dei cieli. Commenta il Curci, seguendo S. Giovanni Crisostomo: “Qui Gesù ha voluto rivelare ai suoi il tremendo, insormontabile ostacolo, che frappongono alla salute le ricchezze per loro medesime, di loro natura, senza alcun riguardo alle peculiari disposizioni di coloro, che le posseggono”. Don Bosco che mirava in tutto e soprattutto alla salvezza delle anime, ricambiava santamente i benefizi, aiutando i suoi benefattori ricchi a sormontare il tremendo ostacolo.

                Lasciava Sampierdarena verso il tocco del 23, senza che per l'opprimente stanchezza potesse confortare di qualche alimento lo stomaco. Attraversò il cortile pieno di forestieri, che s'inginocchiarono coi giovani per ricevere la sua benedizione; altri molti lo attendevano alla ferrovia. Anche qui, grazie alle premure, di cui gli si mostravano larghi gl'impiegati, potè godere con i suoi due compagni di uno scompartimento riservato nella prima classe.

                Era diretto alla Spezia. Ivi giunto, benchè fosse ancora digiuno, si prestò con la inalterabile sua amabilità alle cortesi manifestazioni di cittadini venutigli incontro e poi alle festose accoglienze dei giovani. Fu visitato la sera stessa dal comandante dell'arsenale marittimo. Il dì appresso visitò il Vescovo di Sarzana, monsignor Rossi dei Predicatori. Dopo si succedettero senza interruzione a porgergli il loro saluto sacerdoti [309] e laici, fra i quali ultimi si videro numerosi ufficiali. Il Direttore diede un solenne pranzo, a cui parteciparono autorità di ogni categoria, ecclesiastiche, civili, militari. “Fu veramente una bella giornata, scrisse Don Viglietti. Tutte le autorità della Spezia vennero a ossequiare Don Bosco e pranzarono con lui. Erano proprio tutti entusiasmati di lui, ne parlavano con venerazione e amore [...] e partirono tardi a malincuore, proferendoglisi umili servi in tutto  che fossero capaci. Ritornarono la più parte a fargli visita”. A mensa egli aveva parlato stupendamente, lasciando ammiratissimi i convitati, che lo proclamarono uomo veramente grande. La  mattina del 25 fu dedicata ai Cooperatori, che però non accorsero soli a udire la parola di Don Rua, ma in compagnia di altri distinti signori e di graduati della marina militare. Terminata la conferenza, Don Bosco impartì la benedizione di Maria Ausiliatrice; indi si sedette là per contentare la gente che voleva accostarsi a lui, baciargli la mano e dirgli una parola. Gli si avvicinarono ivi fra gli altri il commendatore Polino, comandante generale dell'arsenale, e i colonnelli Castellaro e Scapparo; cosa affatto inaudita a quei tempi in Italia, che alti ufficiali e impiegati rendessero così pubblicamente onore a un prete.

                Verso le sedici si partì per Pisa. L'Arcivescovo monsignor Capponi mandò alla stazione il segretario perchè lo conducesse direttamente nell'episcopio, dove lo voleva suo ospite; ma Don Bosco si scusò a motivo della premura che aveva di trovarsi in giornata a Firenze. Erano là anche i confratelli di Lucca, che poterono scambiare con lui appena qualche parola. Sul nuovo treno incontrò il Vescovo di Arezzo, monsignor Giuseppe Giusti, che gli si accompagnò sino a Firenze, dove, prima di proseguire, gli strappò la promessa di una fermata nella sua città alla ripresa del viaggio per Roma.

                A Firenze i Salesiani pensavano di portarlo senz'altro nella loro casa; ma dovettero fare i conti con la mamma fiorentina, la contessa Uguccioni, che, impedita di muoversi, [310] aveva mandato alla stazione alcuni parenti con l'ordine di condurlo al suo palazzo in via degli Avelli. Paralizzata alle gambe, essa non poteva più fare un passo; tormentata inoltre da angustie di spirito, riceveva sempre intimo conforto dalle lettere di Don Bosco, ma assai più dalla sua viva voce.

                Nei tre giorni passati presso di lei celebrò ogni mattina nella sua cappella privata. A servirgli la Messa venivano dal collegio due ragazzi accompagnati da Don Filippa, che quindi si trovava presente quando le due venerande persone s'incontravano e si davano il buon giorno dinanzi alla soglia del santuarietto domestico, l'uno sorretto da Don Viglietti e l'altra spinta su d'una carrozzella. La prima volta la Contessa sembrava un'anima in pena; le si leggeva la malinconia sul volto.

- Buon giorno a lei, signora Contessa, le disse festevolmente Don Bosco. S'ha a fare un balletto?

- Oh Don Bosco! rispose ella. Come lei vede!... Poverina me!...

- Bene, bene, riprese il Santo, non si sgomenti, signora Contessa... Si farà poi in paradiso...

                Fortunatamente le giornate fiorentine di Don Bosco non furono disturbate da straordinari incomodi, il che permise udienze in buon numero. Il Direttore aveva disposto benino le cose, scrivendo lettere d'annunzio alle primarie famiglie della città; perciò o nella dimora opistale o nell'istituto di via Fra Angelico era un continuo giungere di carrozze, che conducevano signori e signore dell'aristocrazia e ragguardevoli prelati. Anche l'Arcivescovo monsignor Cecconi ebbe la grande bontà di prevenirlo, recandosi sollecitamente da lui nel collegio. Monsignor Velluti - Zati, duca di S. Clemente e vescovo titolare di Orope, mise a sua disposizione il proprio cocchio per tutto il tempo che egli stette a Firenze.

                L'ultimo giorno, 28 aprile, Don Bosco non pranzò, come di solito, nella casa dell'Immacolata, ma dalla Contessa, per essere più vicino alla stazione. A tavola essa ricordò con tutti [311] i particolari ai commensali il fatto del figlioccio richiamatole in vita da Don Bosco venti anni prima. Mentr'ella parlava, Don Bosco stette sempre a fronte bassa, arrossendo e tacendo. La caritatevole signora, persuasa che non l'avrebbe mai più riveduto, fece tutto il possibile per trattenerlo ancora a Firenze, promettendogli financo mille lire per ogni giorno di ulteriore dimora. - Ella conosce la mia povertà, le disse egli, e i molti bisogni de' miei giovanetti. La ringrazio di sì buone disposizioni del suo cuore caritatevole. Il povero Don Bosco non può in questo momento fare come vorrebbe. Ha un impegno che non ammette dilazione, la consacrazione della nostra chiesa a Roma; devo necessariamente trovarmi là qualche giorno prima. - Generosa come sempre, la Contessa fece un grande atto di rassegnazione, rendendolo ancor più meritorio con una bella offerta[229].

                L'invito del Vescovo di Arezzo offriva a Don Bosco un doppio vantaggio. Primieramente gli dava modo di non fare tutto d'un fiato il resto del viaggio, il che l'avrebbe stancato di soverchio; poi, non essendo guari conosciuto in quella città, sperava di prendersi qualche riposo prima di arrivare a Roma, dove prevedeva di non poter più avere una giornata di libertà. Per tali motivi fece assai volentieri quella fermata.

                Alla stazione di Arezzo egli ebbe un commovente incontro. Il capostazione, appena lo vide e lo riconobbe, corse verso di lui, lo abbracciò, poi piangendo dalla gioia disse agli astanti: - Io era un ragazzaccio a Torino per le strade senza babbo e senza mamma. Questo santo prete mi raccolse, mi educò, m'istruì in modo che io ho potuto raggiungere il posto che presentemente occupo e dopo Dio devo a lui solo, se ora mangio un pane onorato. - Quanti udirono le sue parole, ne rimasero così tocchi, che vollero tutti baciare la mano del Santo[230]. [312] Il Vescovo, uomo tutto di Dio e morto povero sebbene avesse una mensa largamente provvista, colmò Don Bosco d'onori e di riguardi. Lo mandò a prendere con un superbo cocchio, favoritogli da una nobile famiglia cittadina. Nel palazzo vescovile radunò tutto il seminario per dargli il benvenuto. Cenò con lui e con i suoi compagni e verso la mezzanotte lo condusse egli stesso nella camera detta di Pio VII e tenuta sempre chiusa, dopochè il grande Pontefice nel suo trionfale ritorno alla città eterna vi aveva passato la notte. Un giovane prete, sorpreso per tale trattamento, disse a Monsignore: - Perchè tanti onori? Se fosse vescovo o cardinale, transeat; ma un semplice prete...

 - È più che un vescovo, più che un cardinale, gli rispose; è un santo.

                Quel prete, che si chiamava Angelo Zipoli, non poteva allora immaginare che quindici anni dopo, sospinto dalla memoria dell'antico santo ospite del suo Vescovo, avrebbe rinunziato a onorifiche mansioni per venire a far parte della sua famiglia religiosa.

                Ad Arezzo Don Bosco trascorse in perfetta quiete tutto il 29 aprile; una passeggiata fatta nelle ore vespertine col Vescovo per le ridenti campagne circostanti, un po' camminando a piedi, un po' andando in carrozza, gli recò notevole sollievo. Rientrato che fu, il suo pensiero lo richiamò all'Oratorio. Essendo imminente il mese di maggio, volle che Don Viglietti scrivesse a Don Lemoyne, esprimendogli il suo desiderio che radunasse a conferenza i giovani della quarta ginnasiale e dicesse loro che Don Bosco pensava ad essi, che li salutava, che li esortava a far bene il mese di Maria, e aggiungesse quanto altro di buono quel sì fedele interprete del cuore di Don Bosco sapesse escogitare.

                Quattro rappresentanti del clero diocesano vennero a rendergli omaggio. Don Bosco, uditi i loro complimenti, li invitò a iscriversi fra i Cooperatori, della quale istituzione essi ignoravano l'esistenza. Egli, spiegato che cosa fossero, chiamò [313] Don Rua e gli dettò i nomi dei presenti[231]. Uno di loro, presa confidenza, gli domandò perchè mai egli, così sofferente come appariva, si fosse azzardato a fare un viaggio tanto lungo. Rispose: - Che volete? È un comando del Papa, e al Papa non si può dire di no. Fra pochi giorni avremo la consacrazione della chiesa del Sacro Cuore al Castro Pretorio. Il Papa, saputo ciò, disse al nostro superiore locale. - "È Don Bosco viene alla consacrazione? ". Avendogli quegli risposto che le mie condizioni dì salute non me lo avrebbero permesso: "No, disse il Papa. Voglio che venga. Scrivetegli che se non viene, non gli firmo il passaporto pel paradiso ". Vedete bene che è anche mio interesse andar a prendere un documento così prezioso, di cui avrò bisogno certamente e fra non molto. L'Arciprete di Capannole, che ci descrive questa visita, afferma che le parole di Don Bosco sono da lui riferite “testualmente”. Dunque, cosa che non avremmo saputo da altra fonte, il penoso viaggio fu in sostanza per Don Bosco un atto di obbedienza al Papa.

                Partì per Roma la mattina del 30, giungendo alla stazione di Termini poco dopo le 15. Mentre sorretto moveva a stento i passi verso l'uscita, dispensava buone e talora lepide parole a tutti quelli che gli erano venuti incontro. Gli si presentarono pure due sorelle ch'ei riconobbe, e gli dissero che, se permetteva, sarebbero andate a visitarlo. Don Bosco sorridendo rispose: - Per far visita a Don Bosco in Roma ci vogliono da dieci a dodici mila lite. - Ma tosto ripigliò: - A loro tuttavia darò udienza anche gratuitamente.

                Entrò in casa da via Magenta. La porta era adorna di festoni, le colonne dell'atrio vestite di fiori, e dalla parete esterna dell'abside pendeva un'epigrafe che diceva: Roma si allieta e si esalta nell'accogliere tra le sue mura il nuovo Filippo,  [314] Don Giovanni Bosco. Sotto il porticato lo aspettavano i giovani e i superiori. Egli, seduto sopra un'umile scranna, permise a tutti di baciargli la mano; quindi ascoltò amorevolmente canti e letture. Alla fine del trattenimento, mentre saliva i primi gradini per avviarsi al piano superiore, disse in tono faceto a quelli che lo attorniavano: - Mi avete lette delle composizioni parlandomi di tante cose, ma del pranzo non mi avete detto ancora nulla. - Tutti risero e gli si rispose che il pranzo era apparecchiato. Si misero a mensa con lui alcuni signori, fra i quali spiccava l'alta figura del principe Augusto Czartoryski.

                Don Dalmazzo gli presentò anche un ex - allievo dell'oratorio festivo di Torino per nome D'Archino, che, fattosi più tardi coadiutore, morì novantenne nell'ospizio del Sacro Cuore. Il presentato gli disse: - Sono diciotto anni che non ho avuto più la fortuna di vederla. L'ultima volta fu il 28 dicembre 1869, festa di S. Giovanni Evangelista; allora mi confessai da lei nella chiesa di Maria Ausiliatrice.

- E dopo d'allora, gli chiese subito Don Bosco, non ti sei più confessato?

- Sissignore, e più volte, ma non più da lei, perchè stavo troppo lontano.

                Qui, a proposito di confessione, Don Bosco narrò una cosa che noi già conosciamo[232], ma che fu messa in dubbio da taluno e da altri negata come inverosimile. Conviene pertanto che noi riferiamo le sue parole nella forma in cui le udivamo ripetere dal D'Archino, e quali le raccolse dalle sue labbra e le scrisse anche Don Lemoyne. Disse adunque Don Bosco: - La stessa domanda, vedi, l'ho fatta a Sua Eccellenza il Ministro Crispi. Un giorno, dovendo per alcuni affari conferire con lui, andai a trovarlo e appena giunto nell'anticamera, gli uscieri, chiestomi il nome, gli portarono l'imbasciata. Il Ministro, appena udì il mio nome, venne sulla porta del gabinetto, [315] dicendo: "Venga, o caro signor Don Bosco, venga pure avanti; per lei non c'è anticamera ". E appena fui nel gabinetto, continuò: " Non si ricorda quando io in Torino veniva a trovarla in quel bugigattolo e a confessarmi? Oh, lei non mi faceva mai fare anticamera ". Ed io: " Scusi, Eccellenza, dopo di allora non si è più confessato? ". - Don Bosco naturalmente non riferì in quel momento la risposta datagli dal Ministro. Parve inverosimile che il Crispi avesse detto “a confessarmi” e si volle che la sua frase fosse invece “a confidarmi”, non potendosi credere che il celebre esule politico pensasse allora a confessarsi; ma la testimonianza che abbiamo riferita, non si può ragionevolmente infirmare.

                Umanamente parlando, vi era da temere che questa volta Don Bosco a Roma dovesse starsene fra quattro pareti, senza fare nè ricevere visite, confortando i suoi con la pura e semplice presenza, ma la Provvidenza dispose diversamente. Sembrò che gl'incomodi di Don Bosco fossero passati in Don Rua, il cui stato destava inquietudini, perchè colto da fiera lombaggine e travagliato da altri inali. “Chi sta meglio di noi tutti, scriveva Don Viglietti[233], è Don Bosco, che è in faccende per i suoi figli. Scrive lettere, dà udienze ed è pieno di vita”. Mettiamo pure che in questo ottimismo del segretario ci sia dell'esagerazione; ma certo è che potè subito nei primi giorni ricevere illustri visitatori, come il suo grande amico l'arcivescovo Kirby, l'arcivescovo Dusmet di Catania, la marchesa Vitelleschi, il conte Antonelli, il nipote del Papa conte Pecci, i cardinali Ricci Parracciani, Mazzella, Aloisi Masella, Rampolla, Bartolini, Laurenzi, Verga. Il futuro cardinale monsignor Cagiano de Azevedo gli portò tremila lire per l'altare di Maria Ausiliatrice da erigersi nella chiesa del Sacro Cuore. Tutti questi personaggi non si limitavano a spiccie visite di convenienza; ma, accolti con molta cordialità, godevano d'intrattenersi con lui talvolta anche più di [316] un'ora. Più tardi affluirono camerate di seminaristi e gruppi di religiosi.

                Assiduo presso Don Bosco era il Czartoryski, il quale sperava di trovare a Roma la via per raggiungere il suo ideale di vita religiosa. Partito da Torino senz'aver ottenuta una parola decisiva e fermo nel proposito di non lasciare l'Italia senza conchiudere l'affare, pensava di mettere la sua sorte nelle mani del Papa. Con questo intendimento non gli parve troppo lungo l'attendere per un buon mese l'opportunità e l'onore di un'udienza pontificia. Non fu ricevuto se non dopo la consacrazione della chiesa, allorchè Don Bosco era già a Valdocco. Anche Leone XIII, avuto riguardo alla sua alta condizione, gl'insinuò di preferire la Compagnia di Gesù, come più adatta; ma, udito che nessun ordine appagava i suoi desideri quanto la Società Salesiana, non solo non insistette, ma approvò il suo disegno. Sentendo poi che Don Bosco esitava ad accettarlo, riflettuto un momento, gli disse: - Ritornate a Torino, presentatevi a Don Bosco, portategli la benedizione del Papa e gli direte essere desiderio del Papa che vi accetti fra i Salesiani. Siate perseverante e pregate. Avendo il Principe accennato anche a difficoltà provenienti dalla famiglia, il Papa tagliò corto dicendo: - Prima di tutto si faccia la volontà di Dio. - Confortato dalla parola del Vicario di Gesù Cristo, volò a Torino, rivide Don Bosco, il quale più che altro aveva inteso di mettere alla prova la sua vocazione, e tostamente partì per Parigi, dove lo aspettava prova ben più difficile da parte del padre.

                Prima di por termine alla narrazione del viaggio e dell'arrivo di Don Bosco a Roma, un'improvvisa e dolorosa perdita ci richiama momentaneamente a Torino. Mancavano pochi giorni a questo viaggio, quando, presagendo che l'assenza di Don Bosco non sarebbe stata breve, era venuto a fargli visita di saluto e di augurio il teologo Margotti, che dopo un lungo e familiarissimo colloquio gli aveva rimessa un'offerta per la chiesa del Sacro Cuore. Chi avrebbe mai [317] detto che non si sarebbero più riveduti su questa terra? Un malore fulmineo condusse il Margotti alla tomba il 6 maggio fra il compianto dei molti amici e il rispettoso omaggio dei non pochi avversari. Di un così sincero amico e costante benefattore del nostro Santo è giusto e doveroso affidare a queste Memorie un cenno, che ne tramandi il ricordo ai Salesiani delle età venture; tanto più che un oblio generale si è addensato intorno al suo nome, sicchè i giovani di oggi o lo ignorano o lo conoscono male.

                Il Margotti era un ligure di S. Remo. Giornalista nato, fondò a Torino nel 1848 con altri ecclesiastici e laici l'Armonia, dalla quale si separò nel 1863 per creare quell'Unità Cattolica che sotto la sua direzione tenne lungamente il campo nella lotta per la difesa della Chiesa e del Papa conto i liberali di varia tinta, tutti più o meno ostili all'una e all'altro. Con una biblioteca ben fornita e ordinata, con schedari, indici e rubriche, e, quel che più valeva, con una memoria formidabile, con inesorabile copia di fatti e di argomenti che colpivano come frecce, la sua polemica non conosceva esitazioni o mezzi termini, ma vibrava colpi spietati dovunque si annidava un'insidia e contro chiunque movesse attacchi alla fede e alla morale cristiana o alla gerarchia cattolica. In quello scrivere d'impeto oggi si può ben trovare qualche volta da ridire; ma per giudicare equamente bisogna riportarsi a' suoi tempi. In un periodo storico, in cui generose aspirazioni venivano furiosamente o subdolamente attraversate o travisate e l'anticlericalismo settario sembrava etichetta indispensabile del patriottismo, lo sbandamento dei cattolici sarebbe stato assai più disastroso senza l'opera energica di una  stampa quotidiana che senza paura e senza compromessi levasse in alto l'idea papale, stringendo intorno ad essa manipoli di coraggiosi pronti a tutto per la tutela della libertà religiosa. È naturale quindi che egli fosse carissimo ai Pontefici Pio IX e Leone XIII e che l'Episcopato italiano lo riguardasse come il suo miglior paladino. [318] I suoi antagonisti amarono rappresentarlo come acerrimo nemico del risorgimento italiano e i loro epigoni o altri male informati ripetono ancora di tratto in tratto una così sommaria condanna; ma quali fossero i suoi genuini sentimenti, traspare da tre periodi d'una lettera da lui scritta a un amico banchiere il 12 aprile 1876 e posseduta dal senatore Alfredo Baccelli[234]: “Sette s