Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. XVI, Ed. 1935, 724 p.

 

 

Prefazione  2

CAPO I 5

Nel gennaio del 1883: stato della Congregazione e sogno di Don Alasonatti; Cooperatori e conferenze; preparativi per il viaggio in Francia. 5

CAPO II. 14

A Nizza, a Marsiglia, a Lione e in altre minori città vicine. 14

CAPO III. 29

La morte di monsignor Gastaldi. Sguardo retrospettivo. 29

CAPO IV. 38

A Parigi: accoglienze. 38

CAPO V   47

A Parigi: udienze. 47

CAPO VI. 59

A Parigi: visite. 59

CAPO VII. 80

A Parigi: conferenze. 80

CAPO VIII. 91

Da Parigi verso il nord e verso l'est. 91

CAPO IX. 98

Sette mesi di Don Bosco nell'Oratorio: feste e fatti. 98

CAPO X. 111

Visita illustre e visita storica: un Cardinale francese e un futuro Papa. 111

CAPO XI. 115

S. Giovanni Bosco e il Conte di Chambord. 115

CAPO XII. 124

Il nuovo Arcivescovo di Torino. 124

CAPO XIII. 128

E Salesiani entrano nel Brasile. Vicariato e Prefettura Apostolica In Patagonia. Grande sogno missionario. 128

CAPO XIV. 141

In alcune case d'Italia. Vicende della casa di Faenza. Proposta per Boston. 141

CAPO XV. 145

Pensieri e lettere di Don Bosco. 145

APPENDICE DI DOCUMENTI 156

DOCUMENTI E FATTI ANTERIORI 231

TRE PREDICHE DI DON BOSCO.. 231

 

 


 

Prefazione

 

                Il viaggio di S. Giovanni Bosco a Parigi fu nel corso della sua vita un avvenimento di prim'ordine; quindi è che, per darvi tutto il conveniente risalto, questo volume XVI non andrà oltre il 1883. Nella capitale della Francia Don Bosco diede infinite udienze a ogni qualità di persone; fece visite senza numero a famiglie private, a comunità religiose, a chiese; parlò più volte da pergami a folle immense; riscosse per le vie e sulle piazze frenetiche ovazioni popolari. Nessuno avrebbe mai immaginato che in pieno secolo decimonono la cittadinanza parigina si potesse commuovere a tal segno sotto il lascino della santità; tanto più che vedeva dinanzi a sè un povero prete, umile di natali, dimesso della persona, sfornito di eloquenza, mal pratico della lingua, italiano di origine. Parrà di leggere scene della Leggenda Aurea, cose di un tempo in cui per la Cristianità intera un uomo in fama di santo, da qualunque parte venisse, suscitava le più vaste ed entusiastiche dimostrazioni; eppure in quello che qui si narra, nulla vi è che non sia debitamente documentato. E pensare che il tanto che si dirà non è tutto! Molto purtroppo si sottrae ormai per sempre alle nostre ricerche; giacchè d'allora in poi nessuno intraprese tempestivamente indagini metodiche per assicurare alla storia tutta la messe possibile di particolari che in quattro mesi di peregrinazioni sul suolo francese fiorirono intorno al nostro Santo; spigolature tardive ci hanno ancora procurato un insieme di notizie, [6] che ci fanno intravedere e rimpiangere la gran quantità di altre disperse senza speranza dal turbine del tempo[1]. Non sono poche tuttavia quelle confluite cinquant'anni fa nei nostri archivi per via di lettere, di giornali e di opuscoli, che ci hanno messi in grado di tessere una narrazione abbastanza ampia e sicura.

                A Parigi sopravvivono tuttora tenaci rimembranze, le quali sono prova evidente che nella grande metropoli il passaggio di Don Bosco non sollevò soltanto una fiammata momentanea di ammirazione popolare; il che per altro sarebbe già stato un fenomeno di non lieve importanza. Nella città cosmopolita una novità dev'essere ben singolare, perchè attiri anche per brev'ora l'attenzione del pubblico. Che diremo dunque di una novità che lasciò dietro di sè tracce così profonde e durevoli nella memoria di coloro che ne furono testimoni? È un fatto che anche al presente si ricevono lettere, in cui vengono riferiti episodi ignorati, e che s'incontrano tuttodì persone ecclesiastiche e laiche, nobili e borghesi, le quali con freschezza di ricordi e con sincero trasporlo rifanno il racconto di quel lontano avvenimento nella parte loro nota. Sono cose che muovono a esclamare: Oh davvero in memoria aeterna erit iustus!

                L'andata di Don Bosco a Parigi si può ben dire provvidenziale sotto più di un aspetto. A molti apportò il benefizio della salute corporale; a moltissimi luce di consiglio nei dubbi, cristiana fortezza nei casi avversi della vita o spirituale mutamento di condotta. A lui piovvero inoltre nelle mani copiosi soccorsi pecuniari, che gli permisero di spingere innanzi i rallentati lavori per l'erezione della chiesa del Sacro Cuore in Roma, di consolidare le suo opere in Francia e fuori e di aprirsi la via a una fondazione parigina. E delle sue opere in genere, attraverso la stampa quotidiana e per il tramite delle molteplici corrispondenze private, si propagò in tale congiuntura l'eco fin nelle più remote parti del mondo civile; la qual [7] pubblicità veniva in sostanza ad agevolare la sua missione, non ristretta a poche nazioni europee, ma destinata a varcare le frontiere di tutti gli Stati del vecchio e del nuovo continente.

                Un mese e mezzo era appena trascorso dal suo ritorno in Italia, che un episodio clamoroso richiamò di bel nuovo su Don Bosco l'attenzione della Francia e per rimbalzo quella del mondo: la vicenda del Conte di Chambord. Si svolse essa rapida e in terra austriaca; ma fu in sommo grado avvenimento francese. La stampa internazionale se ne impossessò, contribuendo non poco ad aumentare la rinomanza del Servo di Dio. Il fatto è ben documentato, sicchè noi abbiamo potuto dedicarvi un intero capo che sarà letto non senza interesse.

                Anche prescindendo da sei lunghi capi aggirantisi unicamente intorno al viaggio di Don Bosco in Francia, la Francia la capolino un po' dappertutto nel seguito del volume. Nondimeno le cose francesi non assorbirono completamente nel 1883 l'attività del nostro Santo; poichè egli attese pure in quell'anno a imprese di grande rilievo. Tali furono l'invio di suoi figli nell'impero del Brasile e le pratiche, coronale finalmente da lieto successo, per addivenire da parte della Santa Sede alla sistemazione canonica delle Missioni Salesiane nell'estremo sud dell'America meridionale. Nè mancarono altre faccende minori delle quali pure, secondo il consueto, questo volume renderà fedelmente conto.

 

***

 

                E ne renderà conto senza discostarsi nè punto nè poco dal metodo finora tenuto. A mostrare che la via prescelta è buona ecco venire dopo altre e altre un'approvazione del massimo peso. Il Cardinale Schúster, Arcivescovo di Milano ed eminente studioso, dopo aver letto il volume precedente scriveva[2]: È un monumento unico nel suo genere, perchè, senza pretese bibliografiche, [8] l'autore ci dà più che il ritratto che è qualche cosa di statico, la cinematografia di Don Bosco, così come egli veramente la visse e vi si santificò”. Questo appunto è stato fin da principio l'intendimento nostro.

                E, a Dio piacendo, verrà pure a suo tempo, entro debita cornice, il ritratto vero e proprio, che nel modo più aderente alla realtà storica fissi la gigantesca figura del nostro Eroe. Quanto alle pretese bibliografiche” non potevamo averne, sia perchè qui si lavora su documenti d'archivio e di prima mano, sia perchè dalla lussureggiante fioritura di Vite non vengono alla luce reali contributi biografici, attingendosi generalmente ad un'unica fonte, a Don Lemoyne[3]. Le biografie contemporanee a Don Bosco sono sempre dar noi segnalate, ma piuttosto come fatti che come fonti, derivando esse dai Cinque lustri dell'Oratorio, opera di Don Bonetti, che uscì prima a puntate sui Bollettini italiano e francese e che Don Lemoyne in rem suam derivavit nei nove suoi volumi delle Memorie Biografiche, come si appropriò a tempo e luogo varie monografie di Don Francesia, quali Le passeggiate di Don Bosco e Due mesi con Don Bosco a Roma: tutti elementi però che sono anteriori al 1875, donde noi abbiamo preso le mosse. Soltanto monsignor Salotti nella sua biografia del Santo ha portato novità di impressioni e di particolari derivata dall'ultima fase dei Processi Apostolici, della quale egli fu pars magna e di cui la morte impedì a Don Lemoyne di potersi valere. Anche Don Giraudi, nella sua nota Monografia[4] arreca qualche contingente di aggiunte e rettifiche; ma queste, non appartengono agli anni, a cui si estende il periodo a noi affidato. Dati nuovi su Don Bosco scrittore viene Don Caviglia accumulando nell'edizione critica delle opere; anche questo però è materiale che andrà a integrare le Memorie Biografiche precedenti. In locali pubblicazioncelle d'occasione o nella stampa periodica spuntano talora [9] qua e là notizie di detti o fatti non ancora conosciuti; naturalmente ne facciamo tesoro o nel testo o nell'appendice, secondo il tempo a cui si riferiscono.

 

***

 

                La generale intonazione francese di questo volume ci ha consigliato di chiuderlo con due notevolissimi epistolari, che non potrebbero trovare luogo più acconcio. Sono cinquantasette lettere a madamigella Louvet e settantasei ai conti Colle, tutte, meno una, scritte in lingua francese. A ben vero che in due capi del volume quindicesimo abbiamo messo largamente a partito questa doppia corrispondenza; ma quella lettura avrà fatto nascere, non ne dubitiamo, il desiderio di gustare direttamente e interamente gli originali. Ecco dunque presentarsi l'occasione propizia per appagare un sì ragionevole volo.

                Qui per altro si affacciava una difficoltà. Don Bosco che conosceva il francese più per pratica che non per grammatica e oltre a questo soleva scrivere currenti calamo in mezzo alla ressa incessante degli affari, incappa con frequenza in licenze ortografiche, lessicali e sintattiche. Altre anormalità mettono nel suo stile una nota di candore che si accorda simpaticamente con la santa semplicità del suo animo. Come fare dunque? Era meglio nella stampa introdurre ritocchi o riprodurre come stavano gli originali? Si è giudicato più conforme ai buoni procedimenti non curare considerazioni estranee e pubblicare testualmente gli autografi, che sono tutti in nostro potere. Nella recentissima pubblicazione della corrispondenza epistolare di Napoleone I con Maria Luisa durante la prima campagna contro gli Alleati, non vediamo come anche il grande Imperatore andasse soggetto a non infrequenti distrazioni dello stesso genere? Del resto, come il difettoso parlare di Don Bosco non offendeva la proverbiale delicatezza delle orecchie parigine, così il suo scrivere negletto non farà arricciar le nari agli intelligenti lettori. Certo è che quel susseguirsi di licenze formali non faceva nè [10] caldo nè freddo ai destinatari, avvinti dall'incanto delle idee e dei sentimenti, tanto nello e preciso vi traluceva sempre il pensiero, segnato bene della interna stampa. La santità che suppliva alle manchevolezze oratorie, riparava qui a usura i difetti letterari.

                Nell'appendice di questo come di volumi anteriori figureranno altre lettere del Santo scritte in francese, ma con poche o punte irregolarità. Una così insolita correttezza è dovuta alla penna di coloro che le trascrissero per inviarne copia a Torino. Mancandoci ogni possibilità di confronti, si è fatto di necessità virtù, dando il testo modificato, anzichè per simili alterazioni accidentali defraudare di quei documenti i lettori delle Memorie Biografiche.

                E senza dubbio non è piccolo diletto poter comunicare così a lungo e per via così immediata con l'anima di un Don Bosco. Quello che, mentre scriveva, gli passava per la mente, tutto gli balzò tale quale sulla carta, sicchè noi con sicurezza e senza lavorio di riflessione, attraverso la sua cristallina dicitura, gli penetriamo nell'intimo, deliziandoci in una visione che rasserena lo spirito e lo innalza al disopra delle caducità umane.

 

***

 

                Ancora un'osservazione. Nei capitoli che narrano il viaggio in Francia, s'incontreranno riflessioni e impressioni più volte ripetute, perchè causate da circostanze analoghe; provengono però da ambienti e da persone che non ebbero nulla da fare fra loro. Si è creduto di poter allargar la mano nel riferirer tanti apprezzamenti sostanzialmente simili, perchè da tale omogeneità di giudizi fra tanta disparità di giudicanti sembra scaturire una documentazione più imponente circa le qualità eccezionali che rifulsero in un Uomo così straordinario.

                Per tornare alla Francia, conviene pur dire che in quella nazione conoscere Don Bosco e comprendere la portata della sua missione fu una cosa sola. Prove non ne sono mancate [11] nei volumi antecedenti; ma in questo abbondano. Tale comprensione accompagnò poi lo svolgersi della sua opera, nè accenna a venir meno oggi, come ne fan lede le più recenti pubblicazioni. Nel periodo delle feste per la canonizzazione un autorevole e diffuso periodico d'oltralpi[5] gli dedicava un solido studio, nel quale, fra i nove Santi glorificati durante l'anno giubilare della Redenzione, S. Giovanni Bosco era giudicato meritevole di considerazione speciale, offrendoci egli in se stesso, più che non gli altri otto, un modello più adatto alle condizioni e alle esigenze dell'odierno apostolato. E le ragioni condensate nel giro di non molte pagine apparivano delle più convincenti che si potessero desiderare, nè in complesso erano sfuggite agli osservatori francesi contemporanei del Santo. Questo carattere di attualità, che, come i Francesi dicono, lo fa essere à la page, aggiunge alle sue Memorie Biografiche una potente attrattiva.

 

                Torino, 1934.

 

 


CAPO I

Nel gennaio del 1883: stato della Congregazione e sogno di Don Alasonatti; Cooperatori e conferenze; preparativi per il viaggio in Francia.

 

                   Dal 1880[6] al 1883 la statistica della Congregazione segna il normale accrescimento di un Istituto, che, una volta raggiunto il suo assetto definitivo interno, procede con passo franco e regolare verso il suo avvenire, traendo a sè anno per anno una somma di nuovi elementi superiore al quantitativo delle perdite inevitabili, cagionate da morti e da defezioni. Un computo sul catalogo di quest'anno dà i seguenti risultati:

 

                   Professi perpetui . . . . . 484

                   Professi triennali . . . . .   36

                   Ascritti . . . . . . . . . . . . . 173

                   Aspiranti . . . . . . . . . . . .190

                                (Sacerdoti 184).

 

                In confronto con quelli del 1880 i professi triennali sono qui meno della metà; ma rammentino i lettori come negli [14] esercizi dell'anno innanzi Don Bosco affermasse risolutamente il suo pensiero di voler ridurre ai minimi termini i voti temporanei[7].

                Nel quadro del Capitolo Superiore riscontriamo dal 1882 tre novità. Don Sala ha preso il posto di Don Ghivarello come Economo Generale; Don Bonetti è Consigliere in luogo di Don Sala; Don Barberis figura quale membro effettivo del Capitolo Superiore, col titolo di Maestro dei Novizi.

                Alle quattro Ispettorie del 1880 se ne sono aggiunte due, perchè la francese fu distaccata dalla ligure e l'americana venne sdoppiata con le nuove denominazioni di Ispettoria argentina e Ispettoria d'Uruguay e Brasile, come diremo in seguito. La romana continuava a chiamarsi così convenzionalmente, attesochè abbracciava con le case di Magliano, Roma e Faenza anche quelle di Randazzo e Utrera: ne aveva, come prima, la reggenza Don Durando.

                Degli ascritti la gran maggioranza proveniva sempre dall'Oratorio, donde gli alunni dell'ultima classe per due terzi almeno filavano senz'altro a S. Benigno; ma Don Bosco da buon pescatore di vocazioni non si lasciava sfuggire occasione di gettar l'amo anche nei collegi. Da Lanzo gli scolari di Don Borio gli avevano scritto col loro insegnante nelle feste natalizie; egli, rispondendo, ricorse a uno de' suoi piccoli stratagemmi per far riflettere i più grandicelli sul loro avvenire.

 

                             Mio caro D. Borio,

 

                La lettera tua e quella di parecchi tuoi allievi mi portarono grande consolazione. So che le loro espressioni si possono dire provenienti da tutti i loro compagni; e tu ringrazierai tutta la cara tua scolaresca da parte mia. Dirai loro che io li amo tutti in G. C., che ogni mattino mi ricordo di loro nella Santa Messa; ma che essi vogliano pregare anche per me, specialmente con qualche fervorosa comunione.

                Voglio però proporre un indovinello promettendo un premio ed anche premii a chi battesse nel segno. S. S. S. S. S. Chi ha la chiave [15] di questi cinque S. e li pratica, egli ha fondata speranza di avere il paradiso terrestre in questo mondo e il paradiso celeste nell'altro.

                Fa da parte mia un cordialissimo saluto a' tuoi allievi, a tutti raccomando di stare molto allegri, ma allegri nel Signore. Tu poi in particolar modo abbi cura della tua sanità; saluta il Sig. Direttore, dà una efficace benedizione alla tosse di D. Mellano, ed abbimi sempre in G. C.

                Torino, 16 Gen. 83.

Tuo aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Dell'indovinello nessuno presentò la soluzione; Don Borio ci disse che le cinque enigmatiche lettere volevano significare: Sano Sapiente Santo Sacerdote Salesiano

                Avvisi importanti per il buon andamento della Congregazione Don Bosco ricevette a mezzo gennaio da Don Alasonatti in sogno: epurazione dei soci, lavoro e sorveglianza da parte dei superiori con i giovani, frequenza dei sacramenti[8]. Riferiamo il racconto esattamente da un suo autografo[9].

                La notte del 17 al 18 gennaio 1883 ho sognato di uscire dal refettorio con altri preti della Congregazione. Quando ne fui sulla porta mi accorsi che accanto a me usciva un prete sconosciuto, ma che mirandolo bene conobbi essere D. Provera nostro antico confratello. Era un po' più alto di statura che non fosse quando viveva mortale. Vestito in nuovo con faccia florida e ridente, mandando una specie di chiarore scintillante dimostrava voler passare oltre.

                 - D. Provera, gli dissi, sei veramente D. Provera?

                 - Sì che sono D. Provera, - rispose. Ma qui la sua faccia divenne così bella e luminosa che a grande fatica ci potevo fissare sopra lo sguardo.

                 - Se tu sei veramente D. Provera, non fuggirmi; aspetta un momento. Ma fammi il piacere, non lasciarmi l'ombra tua nelle mani e tu scomparire, ma lasciami parlare.

                 - Sì, sì! Parli pure che io l'ascolterò. [16]

                 - Sei salvo?

                - Sì che sono salvo; sono salvo per la misericordia del Signore.

                - Che cosa godi nell'altra vita?

                 - Tutto quello che il cuore può immaginare, e la mente è capace di capire, l'occhio di vedere, la lingua di esprimere. - Ciò detto, fece un atto con cui indicava voler partire e la sua mano che stretta teneva colla mia, mi diveniva quasi insensibile.

                 - No, gli dissi, non partire, ma parlami e dimmi qualche cosa a mio riguardo.

                 - Ella continui a lavorare. Molte cose l'attendono.

                 - Ancora per molto tempo?

                 - Non tanto. Ma lavori con tutti gli sforzi possibili come se dovesse vivere sempre, ma... ma sempre ben preparato.

                 - E pei confratelli della Congregazione?

                 - Ai fratelli della nostra Congregazione comandi e raccomandi il fervore.

                 - Come fare per ottenerlo?

                 - Ce lo dice il capo supremo dei maestri. Prenda un falcetto bene arrotinato e faccia da buon vignaiuolo, tagli i tralci secchi od inutili per la vite. Allora essa diverrà vigorosa e farà copiosi frutti e quello che importa assai, frutterà per molto tempo.

                 - Ma ai nostri confratelli che debbo dire?

                 - Ai miei amici, disse con voce più forte, ai miei confratelli dica che sta preparato un gran premio, ma che Dio lo dà solamente a quelli che saranno perseveranti nelle battaglie del Signore.

              - Pei nostri giovani che cosa mi raccomandi?

              - Pei nostri giovani si deve impiegare lavoro e sorveglianza.

              - Ed altro?

              - Altro Sorveglianza e lavoro, lavoro e sorveglianza.

             - Che cosa dovranno praticare i nostri giovani per assicurarsi la loro eterna salvezza?

                 - Si cibino sovente del cibo dei forti e facciano dei proponimenti fermi in confessione.

                 - Dimmi qualche cosa che debbano fare di preferenza in questo mondo.

                In quel momento un vivissimo splendore investì tutta la sua persona ed io dovetti abbassare gli occhi, perchè lo sguardo si trovava in violenza, come chi fissa la luce elettrica, ma di gran lunga più viva di quella che talvolta vediamo noi. In quel momento egli si mise a parlare con voce simile a chi canta: - Gloria a Dio Padre, gloria a Dio Figlio, Gloria a Dio Spirito Santo. A Dio che era, è, e sarà il giudice dei vivi e dei morti.

                Io voleva ancora parlare, ma l'altro con voce la più bella e sonora che si possa immaginare si pose solennemente ad intonare: Laudate Dominum omnes gentes, etc. Un coro di mille e mille voci provenienti [17] dai portici e dalla scala risposero, o meglio si unirono a lui a cantare: Quoniam confirmata est, etc. fino a tutto il Gloria.

                Più volte ho fatto uno sforzo per aprire gli occhi e vedere chi cantava, ma tutto inutilmente perchè l'intensità e la vivezza della luce rendeva inutile ogni facoltà visiva.

                Finalmente si cantò: Amen.

                Finito il canto ogni cosa tornò nello stato normale; ma di D. Provera nulla più vidi, che l'ombra sua, che pure tosto disparve.

                Mi recai allora sotto i portici dove erano i preti, i chierici, i giovani Ho chiesto se avevano veduto D. Provera. Mi risposero tutti di no. Interrogai pure se avevano udito cantare e mi venne eziandio risposto di no.

                A tali risposte rimasi mortificato e dissi: - Ciò che ho udito da D. Provera e il canto che si fece echeggiare è un sogno. Venitelo pertanto ad ascoltare e lo esporrò. - Io l'ho raccontato come sopra. D. Rua e D. Cagliero ed altri preti mi fecero molte domande cui ho dato la dovuta risposta.

                Ma il mio stomaco era così stanco che a stento potendo respirare mi svegliai. In quel momento suonarono i quarti delle ore e poi le due dopo mezzanotte.

 

                Anche il corpo ausiliare della Congregazione, il pio sodalizio dei Cooperatori e delle Cooperatrici progrediva in numero e compattezza. È di questo tempo una scheda poligrafata che si spediva ai decurioni parrocchiali e ai direttori diocesani, perchè vi registrassero nomi e offerte di associati, mandando poi il tutto all'Oratorio[10]; ai direttori diocesani s'impartivano inoltre speciali istruzioni per mezzo di una circolare a parte[11]. Per i Decurioni si univano diciassette Norme Generali, in attesa che si componesse un manuale apposito[12]. Il Bollettino, perfezionandosi gradatamente, diveniva ognor più l'organo efficace dell'Associazione mediante i suoi comunicati, le sue relazioni di conferenze salesiane che si tenevano già in molti centri grandi e piccoli, le sue necrologie di Cooperatori insigni, i suoi elenchi mensili di Cooperatori defunti. Nella solita circolare del mese di gennaio si parla di quasi cinquecento Cooperatori passati a miglior vita durante [18] il solo 1882[13]. A tenere i più ragguardevoli di essi affezionati all'Opera giovava assai la consuetudine che aveva Don Bosco di accostarli personalmente ne' suoi viaggi. Per questo nella seconda metà di gennaio scriveva frettolosamente a Don Belmonte, direttore della casa di Sampierdarena, che gliene facesse trovare colà al suo passaggio il maggior numero possibile.

 

                               Car.mo D. Belmonte,

 

                Se a Dio piace io partirò da Torino il 31 corrente alle 9 ½ mattino e sarò a Genova verso le 2 pom. Mi fermerò fino al lunedì p. mattino.

                Se credi si può darne avviso alla Sig. Migone e suoi figli: Sig. Giuseppe Podestà Cataldi, Carolina Cataldi; Casa Dufour, Marchese Montezemolo;

                Un certo Giuseppe buon coop. che ha perduto sua moglie due anni sono; Sig. Lucia Cataldi; Isabella Aquarone. I decurioni Salesiani. Quel signore che l'anno scorso ha largito alla casa di S. Pierdarena da quattro a 6 m. lire. Pregare da parte mia il Sig. Rusca che voglia accettare da priore della festa di S. Francesco di Sales. Essa può farsi il 4 febbraio, se non disturba le cose vostre.

                Se hai qualcheduno altro da prevenire tu puoi farlo dicendo a tutti di preparare danaro per pagare i nostri pouf.

                Alla Signora Ghiglini scriverò io stesso la lettera che porterai o manderai.

                Dio ci benedica tutti e credimi in G. C.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il numero dei Cooperatori aumentava grandemente anche nei paesi di lingua italiana soggetti all'Austria; il che importava una spesa rilevante per la spedizione del Bollettino. Don Bosco pensò di esimersene. A tal fine stese una supplica da spedirsi dopo la sua partenza all'imperiale Ministro del commercio, al quale chiedeva per il periodico la franchigia postale nei dominii austriaci di lingua italiana. [19]

 

                               Eccellenza,

 

                Sebbene l'ossequiosissimo scrivente non appartenga a questa Rispettabile Nazione Austro - Ungarica, pure si fa coraggioso di ricorrere alla Eccellenza Vostra per ottenere un favore che non riguarda  lui personalmente, ma sì al bene della civile società.

                Da oltre quarant'anni egli si è consacrato alla educazione morale e civile della gioventù, specialmente povera ed abbandonata, aprendo Case, Istituti e Collegi in varie città d'Italia, Spagna, e dell'America del Sud. Al presente arrivano al numero di circa centocinquanta, educando alla religione e alla civile società oltre a cento e quarantamila fra ragazzi e ragazze. I giovanetti sono diretti da una Pia Società sotto il titolo di San Francesco di Sales, composta di uomini e di Sacerdoti licenziati in varii generi di studi, tutti dipendenti dallo scrivente; mentre le ragazze sono dirette ed istruite da una Congregazione di donne col nome di Figlie di Maria Ausiliatrice.

                Le spese, che giornalmente occorrono pel vitto, alloggio, vestito ed istruzione, sono enormi, ed il sottoscritto, privo per sè di mezzi, va avanti colla pubblica carità.

                A tale scopo istituì fra le buone persone secolari, una Pia Società che si chiama dei Cooperatori Salesiani, la quale, approvata dal Papa Pio IX, e benedetta dall'attuale Pontefice, ha per fine di venire in aiuto con mezzi morali e pecuniari alle numerose opere di Civile e Religiosa utilità.

                A questi si manda ogni mese un periodico che si chiama Bollettino Salesiano, il quale alieno affatto da ogni colore politico ha per oggetto di esporre ai Soci quanto viene operato negli Istituti da lui fondati, e di eccitarli a promuovere il buon costume fra il popolo e specialmente fra la gioventù. Si stampa in Italiano, Francese e Spagnuolo[14]; si fa dovere d'inviarne una raccolta stampata in Italiano, perchè la possa esaminare. A un periodico simile agli Annali della Propagazione della Fede, e della S. Infanzia.

                Siccome non pochi sono i giovani del Tirolo raccolti ed educati nei suoi Istituti, si è fatto un nucleo di Cooperatori Salesiani Tirolesi, Triestini e Dalmati, ai quali ogni mese si manda il Bollettino. Le spese di posta che il sottoscritto per la spedizione deve sostenere, sono gravi, e naturalmente queste sono in danno di tanti poveri fanciulli abbandonati.

                Egli è perciò che si f a ardito di ricorrere alla Eccellenza Vostra, supplicandola si compiaccia di concedere per alto favore la Franchigia Postale ai suddetti periodici che vengono spediti in codesto Impero. [20]

                In tal caso si spedirebbero a Trento per ferrata a persona privata, da cui sarebbero consegnati a quest'Ufficio Postale imprimendovi col timbro: Direzione del Bollettino Salesiano di Torino o qualunque altra indicazione che l'Eccell. Vostra suggerirà.

                Lo scrivente confida, che avuto riguardo ai giovani poveri, sudditi Austriaci, educati negli Istituti Salesiani al fine eminentemente caritatevole della Pia Associazione, vorrà l'Ecc. Vostra concedere quanto domanda, mentre anticipatamente ne rende i più vivi ringraziamenti, e le prega da Dio ogni felicità.

 

                Torino, il febbraio 1883.

Sac. Giov. Bosco.

 

                La supplica non fu inviata direttamente al Ministro, ma per il tramite del Vicario Apostolico Castrense, al quale Don Bosco la raccomandava con una lettera da noi non rinvenuta. Il Prelato s'informò prima confidenzialmente presso il Ministero, se la cosa era possibile, e n'ebbe in risposta che le leggi non permettevano di accordare franchigie a giornali e periodici stranieri. Nel partecipare questa comunicazione egli con molta cortesia suggeriva a Don Bosco di rivolgersi per il medesimo oggetto all'Ambasciata Austriaca in Italia e per la stessa via ottenere che membri della Corte Imperiale si degnassero permettere di venir aggregati all'Associazione dei Cooperatori. Si sai ebbe così potuto mandar loro il Bollettino e facilitare la concessione del favore. Come si vede, questo Prelato austriaco guardava con benevolenza l'introduzione del periodico religioso italiano[15].

                Le conferenze dei Cooperatori prima e dopo S. Francesco di Sales furono molte nel 1883; il Bollettino di marzo dava notizia di dodici, ma assicurando che ve n'erano state assai più. A Torino parlò Don Bosco il 25 gennaio nella chiesa di S. Giovanni Evangelista; per la stia conferenza abbiamo trovato i seguenti appunti, scritti da lui stesso in un quaderno[16]. [21]

 

25 - 1 - 83

 

                               Conf. tenuta nella Ch. di S. Giov. Evang.

 

                Si dà breve ragguaglio dello stato delle cose raccomandate ai coop. nell'anno 1882 e di quelle proposte ai medesimi per l'anno 1883.

                Siccome di queste cose si è già dato cenno nella lettera pubblicata nel Bollettino pel buon capo d'anno ai coop., così qui a modo di conferenza si darà spiegazione a vari quesiti che per iscritto o personalmente furono fatti dai nostri coop. o dai loro amici.

1° Si domanda che voglia dire cooperatore, e se questa sia una associazione esclusiva.

                Questa associazione ha per iscopo di unire i buoni cristiani a fare del bene alla civile società, e promuovere il buon costume specialmente in favore della pericolante gioventù.

                Vi sono tanti mezzi e tanti modi, ma ci limitiamo a occuparci della gioventù in pericolo secondo il nostro regolamento.

                Questa associazione è approvata dal S. Padre che ne è capo e che l'arrichì di molte indulgenze.

2° L'associazione dei coop. non è contraria a quella dei terziarii di S. Francesco d'Assisi?

                L'associazione dei coop. non solo non è contraria a quella dei terziari, ma ne è il compimento. Lo stesso Pontefice Pio IX, rispondendo a questo dubbio: - Il mondo, disse, è materiale e perciò dobbiamo fargli vedere cose materiali - , quali in primo aspetto si presentano quelle dei cooperatori. I terziari di S. Francesco d'Assisi hanno per fine principale di santificarsi colla pratica della pietà e i coop. hanno per base la pratica della carità. Ma e gli uni e gli altri sono diretti alla maggior gloria di Dio e al bene delle anime. Perciò tutti i terziari possono associarsi ai cooperatori salesiani, come ogni cooperatore si può ascrivere fra i terziari o francescani o domenicani e così approfittare di due sorgenti di grazie, di benedizioni e di sante indulgenze.

3° Può ascriversi una intiera famiglia, una comunità religiosa, una casa di educazione, un collegio ed anche una parocchia?

                Il padre o la madre o chi ne fa le veci possono ascriversi o semplicemente rappresentare la loro famiglia. P. e. si scriva il nome di uno con tutta la sua famiglia, colla sua comunità o il direttore cogli allievi del suo collegio. Ma è necessario che ciascuno compia le condizioni di cooperatore e nel corso dell'anno, faccia almeno qualcheduna delle opere di carità indicate dal regolamento, per esempio etc. La medesima norma si dovrà seguire nelle comunità, nei collegi o case di educazione, di parocchie e similia.

4° I cooperatori non saranno sospetti in fatto di politica?

                Non certamente. La missione del cooperatore è di promuovere il buon costume, è d'impedire il furto, diminuire i tagliaborse e diminuire [22] il numero grande di coloro che abbandonati sulla piazza o nelle vie vanno miseramente a finire in un carcere.

                Qualunque governo pertanto, qualunque età e condizione non può a meno che desiderare una associazione d'uomini che guidati dal solo spirito di carità si prestano a compiere tali opere.

5° Che cosa deve dirsi delle tante eredità che si dicono ogni giorno lasciate a D. Bosco?

                Io lo debbo veramente qui dichiarare che ogni giorno qualche giornale annuncia qualche pingue eredità. Ma fatta accurata dimanda intorno al nome, cognome, paese del benemerito testatore, non si seppe mai indicare. Qualche modesta eredità ci fu lasciata, ma con tali e tanti pesi e questioni che per lo più si dovette ad ogni cosa rinunziare.

                Sono pochi giorni elle un cooperatore mi annunziò una vistosa eredità, mi accennava fin anche una cospicua somma di monete d'oro che attendevano soltanto D. Bosco o qualche suo incaricato elle l'andasse a ritirare.

                Malgrado il cattivo tempo e il lungo viaggio ho tosto mandato due persone fide ad eseguire tale commissione. Ma che? Trovarono un testamento ben fatto, ed ogni cosa secondo la legge. Venuti poi in cerca della cospicua somma, non era possibile rinvenirla. Dopo le più minute ed accurate indagini in una cassa collocata in un nascondiglio fu trovato il gran tesoro, ed era di un franco e sessanta centesimi.

                Da questo voi potete argomentare di altri vistosi lasciti fatti a D. - Bosco.

6° Ma pure D. Bosco è ricco.

                Per farvi urla idea delle grandi ricchezze di D. Bosco bisogna elle notiate elle però in tutte le nostre case non vi è un soldo di reddito e che le imposte delle nostre case con qualche striscia di orto accanto ammontano ad oltre di trentatre mila lire.

                Sono parimenti certe le spese di costruzione, di riparazione, di mobilio, di abiti e di vitto pel numero di fanciulli che la divina Provvidenza ogni giorno ci manda.

                Sono però obbligato di correggere qualche espressione. Perciò se io son povero quando lui considero come solo, divento assai ricco quando considero la Provvidenza divina che ogni giorno e possiamo dire ad ogni momento ci viene in aiuto. Io sono assai ricco della vostra carità, o benemeriti cooperatori, di quella carità industriosa, che mettendo quasi per base di non voler che la destra sappia quello che fa la sinistra, in tanti modi e misure mi venite in aiuto. Oh se qui mi fosse permesso di alzare il velo da tante industriose opere di carità che molti di voi andate facendo lungo l'anno, sarebbero cose da scriversi fra le azioni dei fedeli cristiani de' primi secoli.

                Tacerò i nomi e i luoghi e accennerò soltanto alcuni fatti. Vi sono di quelli che trovano modo di fare economia lavorando incessantemente in cose di carità, come sarebbe cucire abiti, rappezzare quelli [23] che sono guasti, fare calze, camicie; di poi lo portano dicendo: Questo è per vestire i poverelli di Gesù. - E altri limitano fino la qualità o la quantità del vitto, del vestito, dei tappeti; ritardano la rinnovazione e talvolta dismettono l'uso della vettura e ciò fanno, dicono essi, per avere un po' più di danaro per dare da mangiare ai poveri affamati e dar da bere agli assetati. Conosco persone agiate e di assai civile condizione, che in lunghi viaggi vanno coi più poveri, negano a se stessi comparse di onore, di piacere; si negano l'andata ad un onesto trattenimento; fan diminuzione di persone di servizio, facendo, per dir così, il servitore a se stessi, ad unico fine di avere qualche soldo di più a largire in opere di carità[17]. A taluni poi il tempo di villeggiatura è opportuno per preparare o riparare oggetti di vestiario pei poveri fanciulli.

                Non è gran tempo che una persona entrata in una delle nostre case vide che un notabile numero dei ragazzi erano vestiti leggermente da estate. Ne fu commossa, e saputo che la mancanza di mezzi era quella che impediva di fare le necessarie provviste, diede opera essa stessa e prima che fosse passato il giorno, non senza grave suo sacrifizio, fece fornire degli abiti necessari quei poverelli di G. C.

                Un ricco signore, di cui pure debbo tacere il nome, seppe altra casa stentare di pane, mentre il panettiere lo rifiutava per un grave debito che si era già contratto col medesimo. Non avendo in quel momento danaro disponibile, non ebbe difficoltà a disfarsi di alcuni titoli di valore, pagare il debito, e mettere così il prestinaio in grado di continuare a dar da mangiare agli affamati.

                Io non continuo più in questa esposizione che sarebbe ancora lunga assai, ma non posso a meno di benedire Iddio, benedire la s. cattolica religione che infonde tanta fede nel cuore de' suoi figli, che infonde tanta carità in chi la professa. Sì, io ringrazio etc.

 

                L'Unità Cattolica del I° febbraio, riassuntone brevemente il discorso e descrivendo l'impressione prodotta dalle sue parole, osservava che gli uditori erano rimasti convinti di tre cose: che Don Bosco non era solo un amico un padre, ma anche un eloquente avvocato della gioventù; che, se avesse avuto mezzi corrispondenti allo zelo e all'energia dell'animo, avrebbe mutato faccia al mondo; che il prestare aiuto alle istituzioni di lui era fare opera non solamente cattolica, ma filantropica e sociale. [24]

                Dopo la conferenza accadde questo episodietto, che Don Borgatello amava di raccontare. Don Bosco, recandosi dalla sacrestia all'ufficio del Rettore della chiesa, trovò nell'andito un gruppo di nobili signore che lo aspettavano per riverirlo. Egli si fermò a parlare loro con molta affabilità. Don Borgatello, che era presente, si stupiva in cuor suo al vedere come il Santo usasse tanta dimestichezza con persone d'altro sesso. Ruminava ancora questo pensiero, quando il Servo di Dio, licenziatosi da quelle Cooperatrici, si volse a lui e gli disse all'orecchio: - Vedi, non bisogna far consistere la santità nell'esteriore.

                Ignorassero o no essere stato sempre Don Bosco il martello dei protestanti a Torino e altrove, alcuni Cooperatori, animati dallo spirito della loro Associazione e sbigottiti per quello che il protestantesimo di oltr'Alpi veniva perpetrando in Italia, gli fecero pervenire uno specchietto, nel quale con un colpo d'occhio egli poteva vedere l'attività della nefasta propaganda[18]. In capo al foglio si leggeva: “Veda Don Bosco che fecero finora i protestanti in Italia! Che dobbiamo fare noi in vista di tanto male?”. Scorrendo quel foglio, ei dovette vie maggiormente compiacersi d'aver mandato ad effetto un'opportunissima idea: la ristampa allora allora ultimata di un suo vecchio lavoro. Nelle Letture Cattoliche del 1853 aveva pubblicato in sei fascicoli un'apologia della Chiesa contro i novatori della Riforma, intitolando l'operetta Il cattolico istruito. Ripresa dunque in mano quella trattazione, aggiunse, corresse e riunì le varie parti in un sol volume, che intitolò Il cattolico nel secolo. “Piccolo di mole”, fu detto il libro dalla Civiltà Cattolica, “ma tutto succo e sostanza di dottrina cattolica”[19]. Infatti ebbe l'onore di parecchie edizioni ed è tuttora ricercato.

                Egli considerava poi sempre le sue Letture Cattoliche come un ottimo riparo, in mezzo al popolo, contro l'accanita propaganda [25] anticattolica; perciò ora che all'ombra della chiesa di S. Giovanni si veniva creando un nuovo centro di attività religiosa nella città, voleva che la pubblicazione mensile si diffondesse di là il più largamente possibile all'intorno. Questo fu il movente della letterina che scrisse l'8 gennaio a Don Marenco, rettore della chiesa.

 

                Carissimo D. Marenco,

 

                Ho detto a Barale[20] di unirsi teco a curare le Lett. Catt. e la loro diffusione. Egli promise di cuore e mi scrive la lettera che ti unisco.

                Venendo all'Oratorio parlerai con lui e stabilirete anche con D. Bonetti il piano di battaglia.

                Dio bendica te, le tue opere e la tua famiglia.

                Pregate per me.

 

                Torino, 8 - 83.

Aff.mo amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                Prima di lasciare l'Oratorio diè un altro attestato solenne del suo zelo per la conservazione della fede. Dicemmo già dell'empio e spudorato periodico che usciva a Torino, portando per titolo il nome adorabile del Salvatore[21]. Le cose erano arrivate agli estremi. Gli strilloni lo urlavano per le strade; grossi annunzi tappezzavano i muri; mani sacrileghe scrivevano in molti luoghi con neri caratteri sulle lastre dei portici quel nome adorabile quasi per costringere la gente a calpestarlo. Certi malviventi stavano a osservare le persone religiose e vedendole far atto di ribrezzo e girar largo, sghignazzavano. Il Procuratore del Re, pregato di porre termine allo scandalo, si trincerava dietro la legge sulla libertà della stampa[22]. Alcuni coraggiosi giovanotti con un preparato chimico scancellavano di buon mattino quel sacrosanto nome dai pavimenti,  [26] benchè scritto con vernici che penetravano nella pietra. Lo sdegno dei buoni era al colmo; eppure nessuna protesta partiva dall'autorità ecclesiastica. Benchè i giornali cattolici gridassero, sembrava che s'ignorasse quanto accadeva in città. Era tempo di muoversi.

                Don Bosco diede allora ordine a Don Bonetti di alzare la voce nel Bollettino, letto in Italia anche da tanti che non leggevano l'Unità Cattolica. Quell'anima ardente scrisse un lungo e vivace articolo, intitolato Gesù Cristo nostro Dio e nostro Re, chiudendolo con una calda professione di fede e di amore. L'articolo piacque tanto a Don Bosco, che ingiunse all'autore di ridurlo tosto in forma di opuscoletto e spanderlo gratuitamente tra il popolo torinese. L'ordine, col permesso dell'autorità ecclesiastica, venne puntualmente eseguito dopo la partenza del Servo di Dio: per mezzo della Società degli Operai Cattolici ben centomila esemplari ne furono diffusi in una sola domenica di febbraio dalle porte di tutte le chiese di Torino[23].

                Dell'articolo comparso sul Bollettino di febbrario il fogliaccio blasfemo si vendicò a suo modo. Nel numero dell'II pubblicò una declamazione piena di malignità contro Don Bosco, che diffamava presso i lettori come abbindolatore di persone facoltose, denunziandolo al Governo quale violatore delle leggi e gran nemico della patria[24].

                Ma il già fatto non bastava. Don Bosco, volendo che il grido di Gesù nostro Dio e nostro Re fosse ripetuto per tutta l'Italia specialmente nell'occasione delle feste di Pasqua, aveva avuto una geniale idea: far servire l'opuscolo per biglietto pasquale. Bisognava dunque ristamparlo sotto nuova forma. Prima portava il Visto della Curia di Genova, perchè stampato a Sampierdarena; ora, occorrendo un'altra licenza, per far presto si decise di ottenerla dai revisori torinesi. La si ottenne con una gherminella, chè per le vie normali sarebbe [27] stato impossibile[25]. L'affare del biglietto pasquale fece poi nascere un putiferio, la cui conseguenza fu che sotto questa forma l'opuscolo si potè spedire solamente fuori dell'archidiocesi, sebbene anche qui molti parroci ne avessero fatto richiesta. L'infernale fogliaccio ne profittò per fucinare un'altra prosa intitolata Don Bosco, l'Arcivescovo e Soci; ma è roba così triviale, che non vogliamo imbrattarne le nostre pagine. Il serpe aveva avuta ben pesta la coda.

                Di questo movimento Don Bosco impartì le istruzioni, ma non vide che l'inizio, essendosi il tutto svolto mentr'egli faceva il suo giro in Francia. In quel viaggio si era prefisso uno scopo ben determinato: chiedere la carità per la chiesa del Sacro Cuore a Roma. Stanco degl'indugi frappostigli, aveva risoluto di dare un vigoroso impulso ai lavori. Ma occorrevano danari molti. “Ci mandi quattrini, gli si scriveva ancora il giorno stesso della sua partenza, che sine quibus la Chiesa resterà in eterno al cornicione”[26]. Il buon Padre sentiva bene che le forze gli s'illanguidivano; ma l'amore al Papa, che gliene aveva affidato l'incarico, lo stimolava ad agire con tutta la sua energia, intraprendendo un viaggio sì faticoso. Di tutto ciò troviamo la dichiarazione esplicita in una lettera del 30 gennaio al Cardinale Vicario. “Dimani mattina, gli scrive, a Dio piacendo, parto per Genova e quindi farò una visita alle case della Liguria. Vado di casa in casa fino a Marsiglia e di là, se la sanità e i pubblici avvenimenti lo permetteranno, farò una gita fino a Lione ed a Parigi questuando pel Sacro Cuore e raccomandando il denaro di S. Pietro. Ma mi raccomando quanto so e posso alla E. V. perchè si adoperi per togliere di mezzo gl'imbarazzi che impediscono il nostro lavoro. Io lo desidero tanto e sono pronto anche a sacrifizi poco ragionevoli, purchè si possano continuare i lavori purtroppo sospesi”. Con questi “sacrifizi poco [28] ragionevoli” alludeva, come si narrò nel volume precedente, a migliaia di lire da buttar via per isbarazzarsi del vecchio contratto e delle relative camorre.

                Un itinerario francese egli se l'era già abbozzato così all'ingrosso fin dal principio di dicembre dell'anno innanzi. “Se la Francia sarà tranquilla, aveva scritto a una generosa benefattrice[27], partirò il 20 gennaio prossimo per Genova, Nizza, Alpi Marittime, Cannes, Tolone, Marsiglia, Valenza, Lione, in modo da essere a Parigi verso la fine di marzo”.

                Il dubbio sulla tranquillità della Francia gli veniva ispirato dai torbidi che avevano tenuto in agitazione il paese specialmente dal 9 agosto al 9 novembre, dalla chiusura cioè alla riapertura delle Camere, quando il Governo della Repubblica si era trovato alle prese con violenze di socialisti e con dinamitardi attentati di anarchici. Appunto in principio di novembre l'impressione di quei disordini gli aveva fatto scrivere all'abate Guiol, che si pregasse molto, perchè l'uragano sarebbe stato circoscritto, ma, dove passasse, avrebbe fatto strage[28]. Una seconda lettera però due settimane dopo era andata a calmare le apprensioni dei pericoli segnalati nella precedente; egli infatti prometteva allora con asseveranza una protezione speciale della Madonna per tutti coloro che si occupassero degli interessi di Maria Ausiliatrice[29]. Permanevano tuttavia anche più tardi cause d'inquietudine, data l'attività dei partiti che dividevano i cittadini: i napoleonici anelavano al ristabilimento dell'impero, orleanisti e legittimisti erano ansiosi di rialzare la bianca bandiera dei gigli d'oro, gli stessi repubblicani si accanivano gli uni contro gli altri e sotto sotto manovravano i comunisti nemici giurati d'ogni governo. In gennaio poi, allorchè Don Bosco si apparecchiava al viaggio, il processo di Lione contro gli anarchici autori dei recenti vandalismi e l'istruttoria contro il [29] principe Girolamo Bonaparte, arrestato a Parigi sotto l'imputazione di tentativo per cangiare la forma di Governo, tenevano variamente sospesi gli animi, dando luogo a minacciose manifestazioni.

                E primo avviso formale del suo prossimo viaggio fu dato da lui al direttore della casa di Nizza.

 

                               Carissimo D. Ronchail,

 

                Fra le cose da farsi metti anche una nota regolare dei cooperatori che fanno capo a Nizza. Ciò è per evitare che non si mandi diploma a coloro che già sono cooperatori come avviene tutti i giorni e poi anche per fare un centro solo.

                Al giorno trenta di questo mese farò vela verso Nizza: ma il giorno e l'ora ti sarà precisata. Fa un cordialissimo saluto ai nostri confratelli, allievi ed amici fra cui il caro Baron Héraud, Rembeau e D. Vincenti.

                Dio ci benedica tutti; prepara il da farsi, e credimi sempre in G. C.

 

                Torino, 14 - 1883.

Aff.mo amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                P.S. Ricevo ora tua lettera. Faremo modo di fermarci un giorno a Mentone ed a Monaco. Prepara.

 

                Otto giorni appresso ne scrisse ai conti Colle. “Rinunzierò, diceva, a visitare altri luoghi per potermi trattenere più a lungo con loro, ma tutto a nostro bell'agio”.

                Prima di lasciare l'Italia il suo pensiero si rivolse a Firenze, dove si costruiva la nuova casa: una parola che animasse la contessa Uguccioni ad aiutare direttamente e indirettamente l'impresa era quanto di più pratico egli potesse fare in quel momento a vantaggio dell'impresa.

 

                               Nostra buona Mamma in G. C.,

 

                Prima di partire per la Francia voglio assicurarla che io prego ogni giorno per Lei, o nostra Mamma benemerita. Dopo dimani faremo S. Fran.co di Sales ed io mi faccio impegno di celebrare la S.ta Messa a Maria SS. Aus. secondo la sua intenzione.

                So che fa quello che può per la nostra casa cominciata. Continui: Dio ci aiutò e ci aiuterà. [30]

                Le benedizioni del cielo discendano copiose sopra di Lei e sopra tutta la sua famiglia. La prego di voler a tutti presentare i miei rispettosi omaggi. Io mi raccomando alle preghiere di tutti e di Lei in particolare, di cui sino aff.mo

 

                Torino, 27 - 83.

come figlio in G. C.

Sac. Giov. Bosco.

 

                Mancavano due giorni alla partenza, quando, informandone il barone Carlo Ricci des Ferres, lo invitava a recarsi da lui, dovendo parlargli di qualche affare.

 

                               Ca.mo Sig. Barone,

 

                Se nella giornata di dimani (30) può passare un momento all'Oratorio, le parlerei volentieri dei nostri affari. Dimani o meglio dopo dimani (31) partirò per Genova, quindi verso la Francia.

                Dio la benedica, o sempre caro Sig. Barone; se Egli vuole concedere spine sopra la terra, le prepari almeno qualche consolazione e le assicuri dei fiori da godersi un giorno collasù in Paradiso. Amen.

                Voglia anche pregare per questo poverello che le sarà sempre in G. C.

 

                Torino, 29 gennaio 1883.

Umile Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

                Nel corso del mese gli erano giunte tre lettere da Parigi. Per procacciarsi ivi un ricovero tranquillo aveva pregato il parroco di Nostra Signora delle Vittorie, che volesse dargli ospitalità nella sua canonica; ma quegli con grande rammarico gli rispose di non potergli accordare il chiesto favore e gliene enumerava i motivi[30]. Al conte di Richemont aveva espresso in una sua lettera dell'anno precedente l'intenzione di visitarlo a Parigi sul principio del 1883; il conte, venuto il gennaio, si affrettò a manifestargli il suo vivo gradimento e la cordiale attesa di tutta la famiglia. É della fine dello stesso mese una lettera del celebre scienziato l'abate Moigno, del quale facemmo già menzione, entusiasta cooperatore [31] salesiano, risulta da essa elle egli era stato di recente all'Oratorio di Torino. L'affettuosa venerazione per Don Bosco che trabocca nel suo scritto, ci consiglia di far conoscere ai lettori questo documento[31].

                Al Servo di Dio non parve bene assentarsi per tanto tempo da Torino senza prendere commiato dall'Arcivescovo e riceverne la benedizione. Dopo la nota Concordia era questo da parte sua anche un bell'atto di sincerità, in tutto e per tutto conforme ai sentimenti, con cui aveva adempiute le condizioni poste dal Papa. Si recò dunque per tale scopo al palazzo arcivescovile; ma non potè ottenere udienza. Nel ritornare a casa disse a chi l'aveva accompagnato: - Monsignore non mi ha voluto parlare ora che io lo cercava. Ben presto egli cercherà me e non mi troverà, perchè non ci sarò. - Parole profetiche, il cui avveramento nessuno avrebbe allora immaginato così vicino[32], come presto vedremo.

                La mattina del 31 Don Bosco stette tranquillamente a confessare secondo il consueto. Don Berto ci fa sapere che, confessatosi anche lui, ne ricevette questo consiglio: - Guarda di fare un sacrifizio totale della tua vita al Signore e di voler lavorare fino all'ultimo respiro per la sua gloria, sopportando con pazienza le avversità e contrarietà nel ben operare, come [32] questa fosse l'ultima confessione di tua vita. - Riferendo queste parole da un taccuino di Don Berto, Don Lemoyne scrive: “Ecco il pensiero di Don Bosco continuo”. Subito dopo aver celebrato la Messa nella sua camera, consegnò al medesimo Don Berto, come da parte della Madonna, il seguente fioretto scritto di propria mano: “Chi vuol lavorare con frutto, deve tenere la carità nel cuore e praticare la pazienza coll'opera”.

                Di lì a poco partì per Genova, accompagnato da Don Durando e da Don De Barruel.

                A Don Bosco i preparativi personali per i suoi lunghi viaggi non davano gran che da pensare: se n'andava cosi com'era. In camera soleva tenere il puro necessario. Le tante sue benefattrici gareggiavano nel regalargli calze, fazzoletti, , camicie, maglie e altri oggetti di vestiario; ma ogni cosa egli consegnava tosto a Don Berto, perchè portasse al guardarobiere per uso di chiunque ne abbisognasse. Don Berto tentava bene di mettere da parte un po' di quella roba per lui; ma egli non voleva e accorgendosene: - No, no, gli andava ripetendo, manda via tutto; tutto resti in comune. Se tu conservi qui, la Provvidenza non manda più nulla. Tienlo bene a mente: quanto più tu dai alla casa e non conservi nulla per noi, tanto più ne arriva.

                Così ci spieghiamo come avvenisse che nell'imminenza di viaggi si trovasse privo d'indumenti anche indispensabili; del che gioiva per amore di povertà. Un giorno, già sul punto di mettersi in cammino, aveva i calzoni in tale stato, che, non essendovi tempo di fare diversamente, Don Rua si tolse in fretta i suoi e glieli diede. Un'altra volta in simile circostanza Don Lemoyne gli vide sotto la veste un panciotto così malandato da far pietà; onde si spogliò del proprio e lo fece indossare a lui. Entrambi i fatti accaddero, mentre si era nella sua stanza per dargli l'addio.

                Nell'intraprendere viaggi di qualche durata una cosa che con l'avanzare dell'età gli recava sempre maggior pena, era [33] il dover allontanarsi dal suo caro Oratorio, divenuto quasi una parte della sua anima. Quanto fosse il suo affetto per l'Oratorio si poteva arguire da certe proposizioni che gli cadevano dalle labbra ogniqualvolta vi si volessero fare novità; qualsiasi cambiamento gli costava uno strappo al cuore. Divisandosi di sostituire con un nuovo organo l'organo stravecchio e logoro nella chiesa di S. Francesco: - No, diceva egli; fatelo accomodare, ma non si tolga. Accompagnò per anni e anni i canti dei nostri giovani! - Una volta, guardando giù dalla sua loggetta e posando l'occhio sull'edifizio diagonale che divideva in due l’odierno cortile degli studenti, disse a Don Lemoyne: - Vedi quella fabbrica? Tosto o tardi sparirà, sarà demolita, e a me costò tanti sudori innalzarla!

                 - Possibile che si voglia atterrare quello che Don Bosco ha costrutto? - osservò il suo interlocutore.

                 - Eppure sarà così. O per ragione di estetica o per ordinar meglio i locali o per dividere altramente i cortili, quei muri quand'io non ci sarò più, spariranno.

                Già prima durante una sua assenza Don Savio, per edificare il coro di Maria Ausiliatrice, il che si fece parecchi anni dopo l'erezione della chiesa, aveva gettato giù lo storico gelso, sul quale erasi rifugiato il giovane Reviglio. Don Bosco al ritorno, appena s'avvide essere stata abbattuta quella pianta, esclamò: - Il non più vederla mi cagiona una pena come per la morte di un fratello.

                Sono tutte espressioni che ci dimostrano quanto teneramente amasse e quindi con quanto rincrescimento si rassegnasse a lasciare per tempo notevole un luogo così benedetto dalla Madonna e teatro di tante vicende e di tante grazie.

 

 


CAPO II.

A Nizza, a Marsiglia, a Lione e in altre minori città vicine.

 

                CINQUE anni precisi prima che lasciasse la terra, Don Bosco diede cominciamento al suo storico viaggio di quattro mesi nella Francia, dal 31 gennaio al 31 maggio. Premesso un breve giro di due  settimane per le case della riviera ligure, percorse abbastanza lentamente la Francia meridionale da Nizza a Lione, donde si avanzò alla volta di Parigi, suo principale obiettivo. Nella metropoli francese si fermò dal 18 aprile al 25 maggio, facendo di là una puntarella a Lilla e un'altra ad Amiens, e visitando nel ritorno Digione e Dóle. Noi destineremo questo capo alla prima parte della lunga peregrinazione, lamentando che vi debbano spesseggiare purtroppo le lacune, dovute a smarrimenti di corrispondenze.

                Dimorato qualche giorno a Sampierdarena, passò a Varazze, come appare da una letterina indirizzata al Direttore di Marsiglia.

 

                               Carissimo D. Bologna,

 

                Va bene quanto mi scrivi. Tu puoi dire alla Sig. Abatucci che io mi troverò il dopo mezzogiorno del 13 al Torrione, ossia Ventimiglia. Al 14 vado a Menthon, dove mi fermerò una mezza giornata. In qualunque sito si trovi questa Signora la vedrò assai volentieri. L'assicurerai [35] però che io prego per Lei e per tutte le sue buone intenzioni. Unisco un bigliettino per la Signora George Borelli pel motivo elle mi hai indicato. Godo molto che la famiglia sia in buona salute; dirai a D. Albera che prepari visite e danari; io gli porterò un sacco di complimenti di tanti suoi amici.

                Dio ci benedica tutti e credimi sempre in G. C.

 

                Varazze, 5 febbraio 1883.

aff.mo amico.

Sac. Giov. Bosco.

 

                Da Varazze proseguì per Alassio, dove tenne in collegio una piccola conferenza ai Cooperatori. Fin dal principio del viaggio appariva tanto stanco, che non potè celebrare la Messa della comunità, ma la disse privatamente. Si era già messo l'amitto, quando lo studente Amilcare Bertolucci, che doveva servire all'altare, con tutta confidenza lo pregò di confessarlo. Il Direttore gli diede sulla voce, ma Don Bosco: - Sì, sì, - gli disse. E tosto si levò l'amitto, lo ripose e s'assise. Finita la confessione gli disse: - Sta' allegro, che ci rivedremo. - Si rividero difatti due anni dopo a S. Benigno, e Don Bosco si rammentò subito da sè della parola dettagli. Il giovane era là per farsi Salesiano. Multa tulit fecitque puer per seguire la sua vocazione; ma nella lotta con i suoi Don Bosco lo assistette, ottenendogli con le sue preghiere di riportare una difficilissima vittoria. Oggi Don Bertolucci conduce de sette anni una vita di sofferenze e di preghiera, afflitto da una terribile forma di artritismo. Fatte alcune visite a S. Remo, il Santo partì il 13 per Vallecrosia. Altro fino a questo punto del viaggio non ci è dato sapere.

                A Vallecrosia per falso zelo di gente male informata nubi sinistre erano sorte a offuscare i buoni rapporti fra il Vescovo di Ventimiglia e il Direttore della casa. Agli occhi di Monsignore si faceva apparire che l'opera dei Salesiani venisse scapitando di fronte all'attività dei Valdesi. Il Vescovo, accettato senza benefizio d'inventario quanto gli si riferiva, ne aveva scritto, rammaricandosi, a Don Bosco, il quale di tutto rese avvisato Don Cibrario. Questi non penò guari a scagionare [36] sè e i suoi confratelli delle gratuite accuse, provenienti da qualche lingua viperina, avvezza a sparlare dei Salesiani[33]. Don Bosco, volendo di presenza rimettere le cose a posto, si diè premura di recarsi con Don Durando dal Vescovo, col quale s'intrattenne fino a tarda sera.

                Un lieto e inaspettato incontro gli accadde nel ritorno. Essendosi cercata indarno una carrozza, bisognò rassegnarsi a rifare il cammino a piedi. Durante il giorno era piovuto molto, sicchè alla crescente oscurità si univa il fango della strada a rendere malagevole l'andare. Quando con la sua vista debole il Servo di Dio non iscorgeva più dove mettere i piedi, ecco farglisi innanzi un suo vecchio amico, il famoso Grigio, che non rivedeva da trent'anni. La buona bestia gli si avvicinò festosamente, e poi si mosse precedendolo di mezzo metro, tanto da essere veduto fra le tenebre. Il cane andava a passo lento e uniforme, in modo che lo potesse seguire chi stentava a camminare, e aveva cura di fargli evitare le pozzanghere, girandovi attorno. Giunto vicino a casa, disparve.

                Don Durando, che badava a sfangarsela per conto proprio, asserì sempre di non aver veduto nulla; ma Don Bosco narrò più volte il fatto. Un giorno lo raccontò anche a Marsiglia in casa Olive durante il pranzo[34]. La signora gli domandò: Ma come va che questo cane avrebbe ormai tanti anni più che non ne possa avere la vita ordinaria dei cani? - Don Bosco le rispose sorridendo: - Sarà stato un figlio o un nipote di quello là. - In altra occasione fu interrogato, che forma avesse. - Era un cane, - diss'egli con tutta naturalezza[35]. [37]

                Perchè la casa di Vallecrosia fosse veramente in grado di tener testa ai protestanti, che disponevano di mezzi ingenti, occorrevano ancora forti spese. In simili necessità Don Bosco soleva ricorrere a lotterie. Ne concertò una col Direttore; poi da Marsiglia gli fece spedire il testo di una circolare da mettere in istampa e inviare ai principali signori della regione [38] ligure per chiederne l'appoggio con l'invio di doni[36]. Trattandosi di opera benefica, si riteneva sicura l'autorizzazione prefettizia, voluta dalla legge; venne al contrario un veto formale, che obbligò a sospendere ogni cosa.

                Nel pomeriggio del 14 febbraio si doveva partire per Mentone; ma la lentezza della carrozza fece perdere il treno che andava in Francia; la conseguenza fu che col treno successivo s'arrivò quando mancava poco alla mezzanotte. Ve l'aveva invitato un lord inglese, forse una sua conoscenza di Cannes, ma a quell'ora, non sapendosi dov'egli abitava, errarono parecchio prima d'imbattersi in chi ne indicasse la dimora. Finalmente trovarono il luogo e Don Bosco potè prendere un po' di riposo, del quale sentiva estremo bisogno La dimane celebrò nella cappella di un vicino istituto. Cercò pure del signor Saint - Genest, il rinomato scrittore del Figaro[37]; ma inutilmente, perchè egli era partito da Mentone pochi giorni avanti.

                Quando giunse a Nizza, quei confratelli che lo temevano alquanto incomodato, furono lietissimi di vederlo in condizioni di salute soddisfacenti. Dio benediceva il suo viaggio; infatti generosi oblatori rispondevano al suo desiderio di trovare mezzi con cui sostenere, ingrandire e moltiplicare le sue opere di bene. Uno solo gli offerse con che pagare il più grosso debito che gravava sulla casa di Nizza. Anche le conferenze tenute nella solita chiesa della Madonna e nel Patronage ebbero discreto esito. Il Pensiero, giornale italiano del luogo, dandone relazione, scriveva: “Nulla è più semplice, nulla più naturale della parola di Don Bosco; l'uomo che è tutto carità, parlando vi accende della sua medesima passione”.

                Un giorno gli si presentò una signorina e gli raccontò una miracolosa storia. Sordomuta dalla nascita, l'anno innanzi i suoi genitori l'avevano condotta a Don Bosco, perchè la benedicesse. Don Bosco, datale la benedizione, aveva poi [39] prescritto ai parenti alcune preghiere da recitarsi per un determinato tempo. Fatte le preghiere fino al termine fissato, la sordomuta udiva e parlava a perfezione: la sua stessa presenza ne faceva fede. - Ora, conchiuse con scioltezza di loquela, io sono grandemente in debito con Maria Ausiliatrice e domando in che modo vi possa soddisfare. - È facile imaginare qual fosse la risposta[38].

                Uno spiacevole incidente atterrì per un istante il direttore Don Ronchail e il barone Héraud; ma fortunatamente fu assai più la paura che il danno. Nel pomeriggio del 24 febbraio Don Bosco uscì in compagnia degli anzidetti per andar a visitare monsignor Balain, Vescovo di Nizza, e poscia a vedere un terreno che si aveva intenzione di offrire gratuitamente, posto il caso che, come sembrava, il Governo procedesse all'esproprio dell'immobile di Piazza d'Armi nell'intendimento di costruirvi una caserma. Don Bosco volle fare il tragitto interamente a piedi e arrivato al torrente Paglione, invece di proseguire fino al ponte Garibaldi, preferì abbreviare d'un buon tratto la strada, traversando l'alveo della corrente. Aveva fatto così in senso inverso sette anni prima, e precisamente il 24 febbraio, allorchè era a venuto a comperare la villa Gautier; desiderava dunque commemorare quell'anniversario. Il letto, come suole riscontrarsi nei torrenti, era larghissimo, mentre il corso dell'acqua era in proporzione assai povero; pure acqua ce n'era e in tre punti bisognava camminare su passerelle lunghette. Con brio giovanile Don Bosco, ricordando a' suoi compagni di essere stato già valente acrobata, vi si avviò senz'aiuto del Direttore e del Barone, che uno davanti e l'altro appresso gli volevano dare la mano. Per le due prime tavole e fin quasi all'estremità della terza tutto andò benone; ma in capo a questa gli fallì il piede destro e cadde nell'acqua. Oh pover préive! gridarono esterrefatte parecchie lavandaie piemontesi là sotto. Fu un brutto momento per Don Ronchail, [40] che sapeva in che stato Don Bosco avesse le gambe. Per buona sorte si alzò subito in piedi, sicchè senza gran difficoltà lo trassero a riva, mentr'egli salutava il suo pastrano che, tenuto da lui sulle spalle, gli era caduto continuando a navigare per proprio conto e navigò un dugento metri. Tutto intriso e grondante acqua, fu fatto montare in una carrozza, che lo ricondusse rapidamente a casa. Non trovandosi con che cambiargli i vestiti, della qual povertà domestica egli si rallegrò assai, il Direttore lo fece mettere a letto. Dopo tutto da quell'avventura ebbe vantaggio, perchè potè prendersi tranquillamente alcune ore di riposo; gli amici poi, udito che Don Bosco erasi dovuto coricare, perchè in tutta la casa non si trovò di che cambiargli i panni addosso, fecero a gara per provvedere.

                Sulle prime in casa non si seppe nulla dell'incidente; solo, a quanti interrogavano, si rispondeva che Don Bosco si sentiva un po'stanco; ma il dì appresso, nel pranzo solenne dinanzi a una ventina d'invitati, egli raccontò per filo e per segno la sua caduta nel Paglione e il bagno forzato. Quel buon umore poi del barone Héraud ne immaginò una delle sue. Mise in giro una fotografia col panorama di Nizza, sii cui aveva disegnato un monumento nel posto della caduta e sotto il monumento aveva scritto un'epigrafe che diceva:

                24 FEBBBAIO 1883 - DON BOSCO SALVATO DALLE ACQUE - DEL PAGLIONE - UN AMICO DEVOTO E GIUBILANTE[39].

                In un momento di libertà, volle visitare la cucina, tenuta dalle Suore. Mentr'egli osservava qua e là, suor Caterina Cei, movendo una pentola n'ebbe il modestino un po' macchiato di brodo. Allora il Servo di Dio, dicendole che tale macchierella rendeva impresentabile il modestino, sebbene fosse candido, soggiunse: - Così l'anima che in morte avesse anche solo una macchiolina, non sarebbe ammessa nella gloria del Cielo, ma dovrebbe purificarsi nel Purgatorio. - Lo accompagnava [41] il Direttore e discorrevano delle angustie finanziarie della casa. Don Ronchail disse che era costretto a disturbare sovente i benefattori, i quali talvolta ne parevano stanchi e glielo facevano anche capire. Don Bosco gli rispose nel suo bel piemontese: - Fatti furbo. I danari siano per i tuoi figli e le mortificazioni tientele per te.

                Fu da lui a Nizza una signora Mariangela Laroche di Vallières nella diocesi di Limoges, solita a passare col marito l'inverno sulla Costa Azzurra e incontratasi già altre volte con Don Bosco. Quel giorno aveva una spina nel cuore. Sostenevano essi nel loro villaggio una scuola libera tenuta da suore ed ecco arrivare un giornale del dipartimento con la notizia che la superiora veniva accusata d'aver scagliato fulmini contro il matrimonio civile. Reato imperdonabile in quel periodo di guerra a oltranza contro le scuole dei religiosi. Si annunziava già un ricorso al Procuratore della Repubblica da parte del Consiglio municipale, invocante la chiusura immediata della scuola cattolica. La signora dunque veniva a sfogarsi con Don Bosco e a chiedere consiglio. Don Bosco, che doveva partire in giornata ed era in faccende, le diede udienza. Ascoltatala con tutta calma e raccoltosi alcuni istanti, le disse in tono risoluto: - La scuola non sarà chiusa. - Ripetè la frase ancora un paio di volte e in fine soggiunse: - Ma bisogna partire...

                 - Siamo in pieno inverno, osservò la signora. Nei nostri paesi c'è la neve e per la nostra salute sarebbe imprudenza esporci ai rigori di quella temperatura. Il viaggio finirebbe male.

                 - Bisogna partire, ripetè Don Bosco in tono imperativo che non ammetteva replica.

                Dinanzi a tanta risolutezza, marito e moglie piegarono il capo e intrapresero il lungo viaggio. Arrivarono in paese sulla mezzanotte. Il rumore della carrozza svegliò gente. I buoni si rallegrarono della loro presenza per la difesa delle oppresse; gli altri non sapevano più che fare. I denunziatori [42] sconcertati si adunarono prima del giorno e decisero di ritirare la denunzia. Avevano sperato, che mancando gli unici atti a parare il colpo, la loro manovra non avrebbe incontrato ostacolo; invece vi fu vittoria senza combattimento. “Bastò obbedire a Don Bosco e arrivare in tempo, scrisse la signora. Dio aveva dato avveramento alla profezia del suo fedel servo”.

                Colei che era stata così docile alla parola di Don Bosco, aveva già avuto in antecedenza una prova lampante della santità di lui. Da tre anni portava il broncio alla suocera a motivo di torti da quella fatti al suo figlio e proprio marito. Non la visitava più, non le scriveva più, aveva tagliato tutti i ponti. Il suo direttore spirituale, ogni cosa ben ponderata, trovava non esserci odio e giudicava meglio lasciar correre. Intanto però la suocera a lungo andare avrebbe voluto fare la pace; quindi mise in mezzo varie persone, ma senza pro. Un bel giorno prese la penna e scrisse alla nuora, doni andandole perdono dei dispiaceri causatile; ma l'altra tenne duro.

                Il dissidio era a questo punto, quando la signora venne a Nizza e inteso esservi Don Bosco, gli fece visita. Diversamente da altre volte, egli la ricevette con una fredda sostenutezza e fin dalle prime le disse: - Figliuola, lei non è a posto[40]. - Se già il contegno l'aveva allarmata, queste parole la sconvolsero, tanto più che Don Bosco glie le ripeteva di tratto in tratto. Lo pregò di spiegarsi. Egli le rispose di andare davanti a Gesù Sacramentato e pregarlo che la illuminasse. Essendo l'ora tarda, non rivide nella giornata il Servo di Dio. La mattina seguente dopo la Messa ascoltò una predica; l'argomento era: carità e perdono delle offese. Tosto si fece in lei la luce e la prese un senso di sgomento per essere stata tre anni senza mai esaminare a fondo la propria coscienza. Si gettò ai piedi d'un confessore e tornata di lì a poco da Don Bosco, questi, appena la vide, senza lasciarle aprir bocca: - Oh figliuola, esclamò, oggi lei è a posto. [43]

                Ha perdonato generosamente e nella sua lettera ha versato tutto il suo cuore. Dio è contento di lei. - Infatti subito dopo essersi confessata aveva scritto con effusione d'affetto alla suocera[41].

                Da Nizza andò a Cannes. Su quell'andata, durante la quale il treno fece varie fermate, Don De Barruel informava: “Dappertutto dove è noto il passaggio di Don Bosco vi è tino slancio tale verso di lui, che, essendosi una volta trovato presente il padre Manin, antico missionario e scrittore della vita del celebre e venerabile curato d'Ars, diceva: Ce sont les mêmes scènes qui à Ars, et je m'y croirais encore [sono le stesse scene di Ars e mi par quasi di trovarmici ancora]”[42].

                Stette a Cannes alcuni giorni. Gli dava ospitalità il marchese di La Croix Laval. Un giorno la Marchesa, mostrandogli i suoi nipotini, gli disse: - Vorrei, Padre, che di questi ragazzi parecchi si facessero preti. - Ed egli: - Signora Marchesa, uno solo si farà. - La profezia si avverò nella persona dell'abate di Saint Trivier, incardinato alla diocesi di Digione.

                Il 2 marzo fece colazione da un signore di 85 anni, al quale l'aveva condotto l'affezionato Cooperatore monsignor Guigou, cappellano in un'importante casa di salute. Tutti i suoi familiari desideravano ardentemente che il vegliardo ritornasse alle pratiche religiose. La presenza di Don Bosco produsse nella famiglia una grande impressione, nè fu senza salutare effetto anche sull'animo di quell'uomo, come si vide nel luglio seguente. Poichè, tornato a Gérardmer, suo paese nativo e travagliato dalle sofferenze, invece di dare in ismanie, si determinò a riconciliarsi con Dio, dopo di che la sua salute parve migliorare; impossibilitato per altro a uscire, volle ricevere in casa la santa comunione. Inoltre, siccome da giovane [44] non era stato cresimato e si trovava di passaggio colà monsignor Turinaz, novello Vescovo di Nancy, sua diocesi, gli porse umile preghiera di amministrargli quel sacramento. La gioia de' suoi era al colmo[43].

                Molte persone dovette, come sempre, accostare in quel soggiorno popolato di doviziosi forestieri, parecchie comunità dovette visitare; ma ce ne mancano i documenti[44]. Don Ronchail narrava una scena che vivamente colpì lui e quanti ne furono testimoni, Mancavano cinque minuti alla partenza dei treno e Don Bosco stava per salire, quando due ufficiali superiori, forse colonnelli o generali, gli si avvicinarono salutandolo con il massimo rispetto e piegarono dinanzi a lui il ginocchio pregandolo di benedirli; il che egli fece con la più grande bontà e semplicità.

                Partito da Cannes, sostò a Fréjus per ossequiare il Vescovo. Quel Prelato gli chiese alcune medaglie di Maria Ausiliatrice, che voleva mandare a una nobile signorina di Parigi, sua figlioccia, gravemente inferma, anzi in pericolo di vita. L'ammalata, ricevuta una medaglia e messala al collo, cominciò una novena, a metà della quale era guarita. Giunto poi Don Bosco a Parigi, mentre distribuiva medaglie alla gente affollataglisi intorno, anche la figlioccia di Monsignore gli si appressò e glie ne domandò una. Egli che non l'aveva mai veduta, la guardò e le disse: - A lei no, perchè l'ebbe già dal Vescovo di Fréjus, suo padrino[45].

                Il Vescovo aveva disposto che egli, volendo, potesse parlare al popolo nella cattedrale. Dopo il discorso un signore della città per nome Fabre, padre dell'attuale sindaco [1934] gli si presentò in sacrestia per raccomandare alle sue preghiere la propria moglie, molto ammalata e in procinto di perdere la vista. Il santo benedisse un oggetto di divozione appartenente [45] all'inferma e poi soggiunse: - Le dica che non morrà cieca. - Infatti cessò di vivere in età avanzata, conservando sempre il vedere. Patì forti dolori d'occhi; specialisti della Facoltà di Montpellier consigliarono l'intervento chirurgico; ma essa non volle mai saperne, ripetendo sempre:  - Don Bosco mi assicurò che non sarei morta cieca.

                Parecchie signore si fecero allora zelatrici delle opere salesiane; una zitella fra le altre fu per molti anni così attiva in raccogliere sottoscrizioni e indumenti a pio degli orfanelli di Don Bosco, che un sempliciotto della città, incontrandola per via, soleva salutarla dicendo: - Buon giorno, signora Don Bosco.

                La sera del 6 lo troviamo alla Navarre[46]. Accolto con grida di gioia da quei giovanetti, entrò nella nuova casa. I lavori intrapresi da men di un anno erano stati eseguiti con tanta celerità che all'edifizio non mancava più se non la benedizione di Don Bosco Subito all'ingresso si svolse in suo onore una cordiale accademiola, terminata la quale, egli disse: - Quando un padre ritorna dopo lunga assenza in mezzo a' suoi figli, ognuno di essi gli dice: Buon giorno, padre; buon giorno, papà. E questo dice già tutto. Voi avete voluto fare di più. Ebbene io mi rallegro con voi: nella musica dall'anno scorso avete progredito. Amo credere che abbiate fatto altrettanto nella bontà e nel sapere. Continuate a crescere in grazia e in buona salute davanti a Dio e davanti agli uomini e... procurate di aver sempre buon appetito.

                Nel pomeriggio del 7 benedisse solennemente il novello edifizio; quindi compiè un'altra cerimonia. La cappella usata fino allora non bastava più al cresciuto numero dei giovani. In previsione appunto di tale insufficienza nel maggio del 1882 egli aveva prospettato al conte Colle la necessità di provvedere sollecitamente a questo bisogno e il Conte gli [46] aveva promesso a tal uopo un'offerta di ventimila franchi; onde fu deliberata senz'altro l'erezione di una chiesa decorosa e capace. Al suo passaggio pertanto i preparativi erano ultimati, sicchè egli potè già benedire la pietra angolare. Faceva un tempaccio quel giorno; tuttavia i più insigni benefattori della casa intervennero alla doppia funzione[47].

                L'8 marzo, dopo la Messa, fra le lacrime e gli evviva de' suoi cari figli il buon Padre si rimetteva in via per Hyères[48] e Tolone. A Tolone fu per alcuni giorni ospite desideratissimo dei conti Colle, ai quali narrò delle tre ore di ferrovia passate in conversazione con il loro figlio Luigi morto da due anni[49].

                Un bel numero d'incontri ebbe Don Bosco nella sua vita con fondatori e fondatrici di Congregazioni religiose. A Tolone incontrò un giovane che divenne il padre Felice Rougier, tuttora vivente nel Messico, dove ha fondato la Congregazione dello Spirito Santo. Nel 1878 a diciott'anni egli era novizio dei Maristi a Lione; ma una piaga al polso destro, ribelle ad ogni cura, lo costrinse a ritornare in famiglia. Cinque anni dopo tutto il braccio non era più che pelle e ossa. La madre, che venerava molto Don Bosco, lo presentò al Santo in Tolone, pregandolo di benedirglielo e di ottenergli la guarigione, affinchè potesse farsi prete. Il giovane gli s'inginocchiò davanti. Don Bosco, presogli il capo fra le mani e fatta breve preghiera, gli diede la benedizione. L'effetto fu immediato, perchè i dolori cessarono, la piaga si chiuse e il braccio in breve non presentò più alcuna anomalia. In memoria del prodigio S. Giovanni Bosco è onorato dal padre Rugier e da' suoi figli come Patrono speciale della Congregazione. [47]

                La sera del 16 marzo grande festa nell’oratorio di S. Leone a Marsiglia per l'arrivo di Don Bosco[50]. Ma delle cose fatte colà una minima parte solamente conosciamo; narreremo quel poco.

                Una notizia generale si legge nella già citata circolare di Don Rua agli Ispettori: “Circa la metà del corrente mese arrivò a Marsiglia, donde ci scrivono che Don Bosco è tutto occupato dai forestieri; in ogni tempo si vedono entrare nella casa vetture con ammalati più o meno disperati, che vengono a ricevere la sua benedizione in cui hanno una fiducia illimitata”. Tutto questo andirivieni però non lo occupava talmente da non lasciargli portate il pensiero anche ad affari lontani. Pensava alla chiesa del Sacro Cuore, scopo precipuo del suo viaggio; pensava alle Missioni. A Lione gli sarebbe tornato utile un documento della Segreteria di Stato, che equivalesse a un riconoscimento positivo delle Missioni salesiane da parte della Santa Sede. Per l'una e per l'altra cosa scriveva da Marsiglia al Procuratore.

 

                               Carissimo D. Dalmazzo,

 

                lo faccio quel elle posso; ma bisogna che tu e D. Savio vi adoperiate a cercar danaro.

                Per tua norma furono spediti: Frac. 3000 da Cannes per mezzo di D. Ronchail. Questa somma è estranea a quella che per isbaglio era stata diretta a Mons. Macchi.

                Altri franc. 2000 furono inviati da Hyères.

                Questa settimana non riceverai altra somma. Farò di più quando sarò partito di qui; perchè si tratta di pagare forti debiti per le case nostre.

                Sarebbe sommamente vantaggioso se Mons. Jacobini giudicasse di farci uno scritto qualunque in cui dicesse:

I° Col beneplacito e sotto gli ordini del S. Padre Pio IX furono cominciate le missioni dell'Uruguai e della Patagonia.

2° Che in questo momento si tratta alla Sacra Congregazione di Propaganda di dividere la Patagonia in tre Vicariati secondo il desiderio del S. Padre.

3° Queste Missioni sono raccomandate alla pia Opera della [48] Propagazione della fede affinchè siano prese in benevola protezione.

                Fatevi coraggio: danaro non manca in Roma. Scriverò appena fuori di questi tafferugli.

                Quaerite et invenietis.

                Dio ci benedica tutti.

 

                Marsiglia, 19 marzo 1883.

Aff.mo amico

Sac.Bosco Giov.

 

                Il 29 fu giornata dei Cooperatori[51]. Dopo la Messa Don Bosco benedisse una bella statua di Maria Ausiliatrice, dono di una pia famiglia marsigliese e destinata alla cappella dell'oratorio. Compiuto il sacro rito, egli si rallegrò con i divoti astanti della fede che vedeva in Marsiglia non solo fra poveri, ma anche fra la nobiltà; non solo di donne, ma anche di uomini; ne lodò la frequenza ai sacramenti; esortò a perseveranza e a confidenza in Maria Ausiliatrice. Alla riunione pomeridiana presiedette il Vescovo; gli ultimi arrivati non trovarono più posto nemmeno nelle adiacenze della cappella. Don Bosco, premesso un esordio di opportunità, fece un resoconto sullo stato delle case salesiane in Francia, seguendo l'ordine da lui tenuto nel visitarle. Parlò naturalmente in francese. L'abate Mendre che, creato parroco di S. Trofimo, non potè più compilare la sua relazione, dopo l'adunanza, parlando con Don Albera del discorso di Don Bosco, gli disse: - L'eloquenza di Don Bosco non è quella degli altri. Sì, parla diversamente dagli altri, ma piace sempre. - Cominciò dunque a dire di Nizza.

 

                A Nizza trovai fatta di nuovo urta casa per le suore addette all'Istituto, un locale acconcio a impiantarvi alcuni laboratorii di più e una cappella per le funzioni religiose. Quelle fabbriche permisero di portare il numero dei giovani da cento a duecento. Cento giovani di più che apprendono un mestiere, ricevono i principii delle lettere e delle scienze e imparano a conoscere e amare Dio è cosa molto consolante. [49]

                Da Nizza passai alla Navarra presso Tolone. Quivi, come sapete, abbiamo raccolto orfanelli abbandonati della campagna; è una colonia agricola che ha già dati buoni frutti e si prepara a darne di migliori. L'anno scorso esisteva appena una vecchia casupola che minacciava rovina. Occorreva un pronto riparo. I mezzi mancavano; tuttavia si confidò in Dio e si benedisse la prima pietra di un nuovo e ampio fabbricato, capace di oltre centocinquanta giovani. Oggi è finito e chi, al pari di me, abbia visto l'anno passato quello che vi era e vegga adesso quello che vi è, non può non rimanere stupito e non ringraziare il Signore che ci abbia così visibilmente protetti.

                Fra le case fuori di Marsiglia mi resta a parlare di St - Cyr. I pericoli e le seduzioni, a cui stanno esposti i giovani delle campagne sono, direi quasi, maggiori per le povere orfanelle. D'ordinario per guadagnarsi da vivere debbono andare nelle città e adattarsi a ogni mestiere, a ogni servizio. Da una parte la mancanza di educazione e di religione, dall'altra lo scandalo, la corruzione, la malizia fanno strage. Chi può contare tutte le vittime? Chi può dire quante di queste creature ritornano ancora alle loro case quali erano partite? Voi vedete che urge opporsi a tanti pericoli di pervertimento. Era dunque necessario pensare alle orfanelle della campagna, ed anche a questo si è provveduto. Eccovi la casa di St - Cyr aperta a questo scopo. Una quarantina di fanciulle sono ivi mantenute, istruite, educate; lavorano la terra, ricevono l'istruzione intellettuale, religiosa e morale; imparano ciò che è conforme al loro sesso e alla loro condizione, e così si preparano all'avvenire.

                Ma questa casa, lo dico con rincrescimento, per essere troppo discosta dai centri popolati, è poco conosciuta e non gode di quella carità che sostiene e fa fiorire quelle di Nizza, di Navarra e di Marsiglia. Si vorrebbe raddoppiare e magari triplicare il numero delle ricoverate, ma al presente i mezzi mancano. Non ci manca però la speranza di poter cominciare fra poco un nuovo edifizio anche là. Avendo bandita la guerra all'inferno, non ci lasceremo vincere in operosità dai figli delle tenebre.

                Del nostro oratorio di Marsiglia non occorrono molte parole; vedete anche voi quanto si è fatto. Finita questa cappella, comperato il terreno per un terzo fabbricato, siamo stati costretti a tirar su un nuovo tratto di casa per toglierei dalla vista di chi ci sta d'intorno. La fabbrica sarà quanto prima abitabile e si potrà così portare il numero dei giovani da trecento, quanti sono oggi, a quattrocento e più Per tutto questo, si capisce, ci sono voluti denari e in mancanza di danari far debiti. Sapete qual ne è l'ammontare in questa parte? Centomila franchi! Eccovi il primo saluto fattomi dai superiori della casa! Mi si presenta una nota da saldare, che ne comprende una serie di altri minori per poco meno di duecentomila franchi! Ora si tratta di venire al concreto, di soddisfare cioè ai creditori, che non si contentano [50] di parole; bisogna cercar i mezzi. Qualcuno proporrà la preghiera; ma le preghiere non bastano, con le preghiere bisogna unire le opere. E non solo i creditori, ma neanche i nostri giovani si contentano di preghiere. Essi mangiano pane, ne mangiano molto e per quanto si faccia e si dica perchè smettano quest'abitudine, non ne vogliono sapere nemmeno per un giorno solo. Non pretendono leccornie, no; ma pane e minestra a sazietà, ecco il vitto che pretendono e che noi dobbiamo somministrare.

                Si domanderà: - Dunque come si ha da fare a estinguere una così grossa partita? - A Torino è stata condotta a termine, non è gran tempo, una bellissima chiesa, che ad opera finita costò poco meno di un milione. Orbene sapete quanto denaro si aveva in tasca al cominciamento dei lavori? Otto soldi. Quella settimana si era in pena sul come pagare gli operai, quando il Superiore vien chiamato al letto di una signora inferma, la quale, non sperando più sollievo da umani rimedi, intendeva riporre tutta la sua confidenza in Dio e nell'intercessione di Maria Ausiliatrice. - Certo, le rispondeva il sacerdote, Maria l'aiuterà; ma è necessario che anche lei faccia quello che può dal canto suo. Anzitutto preghi e preghi di cuore, recitando per una novena tre Pater, Ave e Gloria ogni giorno con una Salve Regina.

                 - Ah, questo lo farò ben volentieri e con la maggior divozione.

                 - Ma non è sufficiente, aggiunse il Superiore. Lei deve fare qualche opera in onore della Madonna e mi deve aiutare nell'opera che ho cominciata (e le disse quale). Non so proprio dove dare il capo per pagare gli operai sabato prossimo, e lei dovrebbe incaricarsi di soddisfarli per me.

                 - Anche questo prometto di fare; la Madonna mi conceda la grazia di potere per sabato muovermi da questo letto. Ma quanto ci vorrà?

                 - Per questa settimana occorrono mille lire.

                 - Ebbene, ritorni sabato e le avrà.

                Il Superiore nel giorno stabilito torna dopo mezzodì alla casa dell'ammalata; bussa alla porta e alla cameriera corsa ad aprire domanda notizie della padrona. - Oh, Padre! É bell'e guarita. Si è alzata e non contenta di passeggiare nella stanza è uscita per andare alla chiesa.

                 - Sia lode a Dio, esclamò il sacerdote. Ma non ha lasciato nulla da consegnarmi?

                In quella entra la signora, racconta la guarigione, offre la somma promessa e continua ad aiutare la santa impresa fino a che non fu condotta a compimento.

                Ecco, signori, uno dei molti fatti, che diedero vita al santuario di Maria Ausiliatrice in Torino. Del milione speso ben ottocentomila [51] lire possiamo dirle offerte per grazie ricevute ad intercessione della Madre di Dio, Quello che fu a Torino, spero che si abbia a rinnovare in Marsiglia per l'oratorio di S. Leone.

 

                Fatti i ringraziamenti a chi di ragione, disse dei progressi recentemente compiuti in varie parti e conchiuse con il date et dabitur vobis[52]. Di qui prese lo spunto Monsignor Vescovo. Animati i Cooperatori a cooperare con Don Bosco, strumento della divina Provvidenza, e stimolati tutti i presenti a operare il bene con l'esempio e con le limosine, se n'uscì con una graziosa storiella. - Nell'Africa settentrionale, disse in sentenza, c'era un convento che non possedeva nulla, eppure con la carità dei fedeli manteneva i suoi religiosi e buon numero di poveri; ma col tempo le limosine diminuirono a segno che si versava in gravi strettezze. Il superiore impensierito, non sapendo come tirare innanzi, andò a trovare un suo collega, esso pure capo di comunità, e gli espose le sue condizioni. Quegli, com'ebbe compreso dalle sue parole che colà per tema di ridursi al verde si erano prima diminuite gradatamente e poi soppresse del tutto le limosine ai poverelli, trovò subito la spiegazione dell'accaduto. In quella casa vivevano due sorelle una di nome Date e l'altra di nome Dabitur; cacciata via sorella Date, se n'era andata con lei anche sorella Dabitur, lasciando i religiosi nella miseria. - Gli uditori sorrisero e trassero la morale che beneficare il prossimo è ricevere da Dio ogni sorta di benedizioni.

                Le somme raccolte da Don Bosco nelle due settimane che passò a Marsiglia, servirono per apportare all'oratorio di S. Leone un sollievo momentaneo e insufficiente. Com'ei riconobbe, la città attraversava allora un periodo di disagio [52] finanziario, che non permetteva le larghezze dei tempi normali. In vista di queste condizioni moderò alquanto il suo appello alla carità, riservandosi di cercare anche altrove i necessari sussidi. Contemporaneamente gli erano pervenute proposte concrete e lusinghiere da Lilla e da Barcellona. Raffrontando le due cose, l'abate Guiol ne cavava argomento per incoraggiare le signore del comitato marsigliese. “La Provvidenza, diss'egli[53], si manifesta ognora, visibilmente in favore dell'opera di Don Bosco e conferma con la continuità della sua protezione la parola di Pio IX: - Don Bosco è un apostolo, e io ho in lui la massima fiducia. - Infatti nelle sue case e fra la mobile popolazione ivi da lui radunata domina un sensibile influsso, che è irradiazione della santità di lui. I ragazzi dell'oratorio S. Leone con il loro contegno pio e raccolto sono una vela predicazione e spesse volte nelle solenni cerimonie della parrocchia ha riguadagnate alla casa simpatie di persone che se n'erano alienate. La bontà dei giovani ha fatto apprezzare l'eccellenza dell'opera ed è stata un buon richiamo più efficace di tutte le spiegazioni e raccomandazioni”.

                Un episodietto della venerazione che circondava Don Bosco a Marsiglia, accadde nel seminario. Un ricco signore e gran benefattore della casa desiderava procurare al suo figlio chierico l'improvvisata di una visita da parte di Don Bosco. Don Bosco acconsenti a lasciarvisi condurre. In seminario chiesero del Rettore; venne loro risposto che non c'era. Chiesero del vicerettore, e questi comparve e con urbanità, ma con sussiego domandò che cosa volessero da lui.

                 - La licenza di poter vedere il giovane Olive, rispose il padre.

                 - Non si può. I seminaristi sono a scuola.

                 - Ma questo è un caso eccezionale, osservò Don Bosco. [53] Si tratta di un forestiero suo amico, che non può ritornare una seconda volta.

                 - Mi rincresce che Ella si trovi in tale circostanza. É un caso, nel quale il solo Rettore potrebbe fare un'eccezione. Io non mi prenderò certamente simile arbitrio.

                 - Eppure ci deve accordare questo favore, replicò Don Bosco. Io sono certissimo che avrà l'approvazione del suo superiore.

                 - Perdoni, ma io non entro nelle intenzioni del superiore. Io ho la regola e basta.

                La tenzone si protrasse fra la gentile insistenza da una parte e il rifiuto cortese dall'altra, finchè il padre del chierico, perduta la pazienza, vi pose termine, dicendo stizzito al vicerettore:

                 - Ma sa lei con chi parla?

                 - Lo vedo: parlo con un sacerdote, che suppongo persona di merito, non foss'altro, perchè è in sua compagnia. Ma questa non è una ragione, che mi autorizzi a trasgredire la regola.

                 - Questi è Don Bosco! gli gridò il signor Olive.

                 - Questi è Don Bosco? - esclamò il degno sacerdote. E ciò detto, cadde in ginocchio e ripetendo: - Don Bosco! Don Bosco! - gli baciava con trasporto le mani. Poi volò a sonare la campana, gridando: - Don Bosco! Don Bosco!

                A quel suono, a quelle voci corsero fuori dalle aule professori e alunni, gridando essi pure: - Don Bosco! Don Bosco! - Si precipitarono per le scale, gli si strinsero intorno e gli afferravano le mani per baciargliele. Fu una scena di commovente entusiasmo.

                Nel frattempo rientrava il Rettore, che, fatti ritirare i chierici in una sala, vi condusse Don Bosco, pregandolo di dir loro una parola. Tutti si aspettavano chi sa che cosa; ma Don Bosco con tutta semplicità prese a interrogarli:

                 - Quanti diaconi siete?

                 - Tanti.

                 - Quanti suddiaconi? [54]

                 - Tanti.

                 - Ebbene, ascoltate una grande verità. Voi tutti un giorno che non è molto lontano, sarete preti; ora non dimenticate mai quello che sto per dirvi. Un prete o in paradiso o nell'inferno non va mai solo: vanno sempre con lui in gran numero anime o salvate col suo santo ministero e col suo buon esempio o perdute con la sua negligenza nell'adempimento dei propri doveri e col suo malo esempio. Ricordatevelo bene. - Confortò quindi il suo asserto con fatti della storia ecclesiastica.

                In un'ora di suprema angoscia per la famiglia Olive la parola di Don Bosco aveva apportato un raggio di conforto. Nella così detta campagna contro i Krumiri in Algeria[54], due figli del signor Olive facevano parte delle truppe di operazione. La madre ne scrisse a Don Bosco, il quale rispose che nessuno dei due sarebbe morto in quella guerra. Ma, essendo scoppiata fra i soldati una grande mortalità, uno di essi, colpito da tifoidea, soccombette. La madre tornò a scrivere, ricordando a Don Bosco la sua profezia. Egli rispose d'aver visitato allora i campi di battaglia ed esaminando i cadaveri, non aver visto i suoi figli; aver egli detto che non sarebbero morti in guerra. Riguardo poi al secondo, assalito dallo stesso male, assicurò che, quand'egli venisse a Marsiglia e fosse a pranzo dalla famiglia Olive, quel figlio sarebbe il re della festa, sedendo al posto d'onore E così fu, asserisce Don Lemoyne, che udì il racconto dal padre[55].

                Questa famiglia Olive non ha che vedere con l'altra omonima, da cui ci venne il nostro Don Lodovico, morto nel 1919 missionario della Cina. Pare che egli, giovane di sedici [55] anni, avesse appunto nel 1883 il suo primo incontro con Don Bosco. Allora fu che una zelante Cooperatrice mise gli Olive in relazione col Servo di Dio, il quale accettò da essi un invito a pranzo. La numerosa figliuolanza, tredici fra maschi e femmine, attrasse subito la sua attenzione. Dopo il pranzo li volle passare tutti in rassegna, dicendo a ciascuno la sua paroletta. Arrivato il turno di Lodovico, lo fissò con uno sguardo penetrante e poi, rivolto alla madre, disse: Questo sarà per Don Bosco. - Era il beniamino della mamma; pure quella donna profondamente cristiana ne farà nel 1886 un'offerta al Signore per le mani del santo suo Servo[56].

                Il nome di monsieur Olive diventò popolare nell'Oratorio per una sua fantasia. Nel 1883, venuto a Valdocco e festeggiato come si costumava fare all'arrivo d'insigni benefattori, discese dopo il pranzo fra i giovani nel cortile e disse che in un giorno, che Don Bosco avrebbe fissato, voleva far loro mangiare mezzo pollastro per ciascuno. Partito lui, nel giorno sospirato bisognò andare in cerca di cinquecento polli. A Porta Palazzo, gran mercato generale di Torino, i venditori di piazza esponevano di buonora qua e là, appesi a stanghe, lunghe file di quei poveri volatili uccisi e spennacchiati la sera antecedente; sull'alba poi i fornitori degli alberghi si affrettavano per i primi a farne acquisto. Ma quella mattina con loro sorpresa non ne trovavano più da nessuna parte e ad ogni banco si sentivano ripetere: - Li ha portati via tutti Don Bosco. - Infatti il famoso Rossi, cuoco della casa, che conosceva l'usanza dei compratori, ne aveva per tempissimo fatta universale incetta. Si udivano commenti facili a immaginarsi, nacquero anche alterchi di clienti assidui con i loro favoriti; ma tant'era, quella volta il pollame di Porta Palazzo bolliva nelle pentole dell'Oratorio.

                Diremo ancora di tre fatti, che ebbero dello straordinario [56] quantunque il primo appartenga al 1882[57]. Alla vigilia della conferenza Don Bosco rivide nella casa di Marsiglia due persone, che venivano a ringraziare ben di cuore Maria Ausiliatrice. L'II febbraio dell'anno antecedente una donna gli aveva presentato un suo figlio affetto da un male, secondo i medici, incurabile: una pustola maligna gli affliggeva l'occhio sinistro, nè c'era altro rimedio che l'estrazione del bulbo. Don Bosco, raccomandata alla madre e al figlio grande fiducia in Maria Ausiliatrice, aveva impartito all'infermo la benedizione della Madonna, e la grazia non erasi fatta aspettare; poichè non passarono tre giorni, che l'occhio ritornava nel suo stato normale e per la solennità dell'Ascensione anche ogni debolezza dell'organo visivo era cessata. Coi ringraziamenti alla Madonna rimisero a Don Bosco la loro discreta offerta.

                Il secondo fatto s'iniziò nel giorno stesso della conferenza. In un telegramma del 29 aprile da Berna la contessa di Aure annunziava a Don Bosco che il suo consorte, colto da polmonite con complicazione alla meninge, soffriva acerbi dolori; ricorreva perciò alle preghiere di lui e de' suoi buoni giovanetti per ottenere all'infermo un po' di sollievo. La mattina dopo un nuovo telegramma ne annunziava le condizioni disperate e con più vive istanze chiedeva preghiere. Don Bosco fece immantinente pregare con questa intenzione. Passò quel giorno, spuntò il terzo ed ecco un ultimo telegramma concepito in questi semplici termini: Il est sauf [è salvo].La prodigiosa guarigione durevolmente si mantenne.

                Il terzo fatto si connette con l'andata di Don Bosco ad Avignone. I signori Almaric avevano colà una figlia da più di tre mesi ammalata e da qualche giorno anche spedita dai medici. I genitori si recarono in gran fretta a Marsiglia per supplicare Don Bosco che volesse andare a vederla e a darle la sua benedizione. Egli, che aveva già stabilito di fermarsi [57] ad Avignone, promise che li avrebbe accontentati. Con questa consolazione in cuore i desolati parenti fecero prontamente ritorno a casa loro.

                Una lettera alla signorina Clara Louvet, che si può vedere nell'Appendice ultima, sconcerterebbe tutta questa cronologia del viaggio, se non si ammettesse un errore nella data: “Marsiglia, 2 marzo”. Il 2 marzo, secondochè ivi si legge, Don Bosco sarebbe stato già a Marsiglia. Ora dal verbale del Comitato delle signore risulta in modo da escludere qualsiasi dubbio che egli a Marsiglia non fu prima del 16. È quindi da ritenere che dopo il 2 manchi una cifra, forse un altro 2[58]. L'itinerario abbozzato in detta lettera ebbe poi nel decorso del viaggio i suoi ritocchi.

                Partì dunque da Marsiglia il lunedì sera 2 aprile col segretario Don De Barruel. Per felice combinazione poterono prendere il direttissimo, che senza nessuna fermata li portò in due ore alla storica città dei Papi. La voce del suo arrivo aveva fatto accorrere alla stazione una folla numerosa, che lo aspettava all'uscita; ma per sottrarlo all'assalto di tanta moltitudine fu condotto segretamente fuori attraverso il caffè vicino e là montò in una vettura che infilò la via di gran carriera. La gente, accortasi di ciò, si diede a inseguirlo. “Era una cosa da ridere, scrive Don De Barruel, ma insieme consolante il vedere una così originale manifestazione di entusiasmo e di affettuosa venerazione”[59].

                In città Don Bosco discese dal signor Michele Bent, che teneva un gran negozio di arredi e oggetti sacri. Il magazzino benchè assai lungo, era tutto gremito di persone, che si stringevano [58] alle pareti per far ala al suo passaggio e riceverne la benedizione[60]. In quell'invasione di gente regnava però una tranquillità raccolta e silenziosa, che era indizio di una venerazione, della quale Don Bosco solo non si dava per inteso. Il signor Bent lo seguiva dappertutto per fargli riparo, vedendolo alquanto debole; perciò, il Santo lo chiamava suo angelo custode, come chiamava suo chierichetto, enfant de chœur, il figlio di lui, perchè gli serviva la Messa. Ma, non ostante queste cautele, gli tagliuzzarono tutta la veste per farne reliquie. Accortosi di quel lavorìo clandestino, disse bonariamente: - Mi si taglia la sottana; fosse almeno per darmene una nuova! - Difatti il suo ospite mandò il figlio Guglielmo a procurargliene una nuova, che fu pronta poco prima che venisse l'ora della partenza.

                La mattina appresso celebrò dalle dame del Sacro Cuore, una delle quali era sorella del suo segretario. Finita la Messa si vide letteralmente assediato da signore, che tutte volevano una benedizione individuale e una paroletta particolare. Cedendo poi alle istanze dell'Arciprete, accettò di parlare alle quattro pomeridiane nella chiesa primaziale di S. Agricola, dove nel 1371 il Papa Gregorio XI istituì il culto pubblico e liturgico di S. Giuseppe.

                La chiesa, che è vastissima, si riempì di fedeli, “come pocanzi nel dì della Pasqua, che non è dir poco”, osservava un giornale[61]. Un altro giornale riportava[62] una corrispondenza da Avignone, in cui si leggeva: “Ammiravamo non solo l'affluenza dei pii fedeli, che accorrevano a implorare un consiglio, una benedizione, un ricordo, ma anche l'amabile semplicità, l'umiltà sorridente e l'abnegazione del sant'uomo,  [59] che accoglieva e benediceva tutti, poveri, piccoli, infermi, come avrebbe fatto un Francesco di Sales, un Vincenzo de' Paoli, un venerabile curato d'Ars”. E della conferenza il medesimo foglio riferiva: “Dinanzi al suo immenso uditorio Don Bosco non potè non lodare la città dei Papi, fedele alle tradizioni del passato e profondamente cattolica, aggiungendo che in quel momento avrebbe voluto avere l'eloquenza dei più illustri oratori francesi, dei Fénelon, dei Bossuet, dei Dupanloup. Quindi cominciò a fare la storia degli Oratorii salesiani, scusandosi con singolare delicatezza di dover parlare della propria persona non per orgoglio, disse, ma per narrare semplicemente quello che si è fatto. É difficile descrivere quanto si prendesse gusto ad ascoltare quella sua parola a un tempo così ingenua, così apostolica e d'una sì mirabile lucidità; l'accento italiano e talvolta locuzioni straniere erano ben lungi dal guastare quel discorso”.

                Nella medesima chiesa tornò a dire la Messa il giorno dopo e ad ascoltarla venne pure la figlia dei signori Almaric. Andato a visitarla il dì innanzi, l'aveva trovata in pessime condizioni. Affetta da tisi polmonare, da tre mesi non lasciava più il letto: i medici le davano ancora al massimo quindici giorni di vita. Don Bosco, dopochè l'ebbe confortata, ordinò alla famiglia di fare la solita novena, promettendo di pregare anche lui e dicendo che l'ammalata sarebbe guarita, se tale fosse la volontà di Dio. I parenti avrebbero voluto che ella stessa domandasse espressamente a Don Bosco la guarigione; ma la buona figliuola, giovanetta di sedici anni, s'indusse a chiedergli soltanto di poter assistere alla sua Messa la mattina seguente. Don Bosco l'assicurò che vi sarebbe andata.

                Tutti di casa si prepararono per quella cerimonia. Rividero la sera il Servo di Dio, il quale confermò quanto aveva detto, aggiungendo che l'inferma avrebbe potuto anche ricevere la comunione tuttavia consigliò che per prudenza verso le tre o le quattro le somministrassero qualche ristoro: aver egli facoltà di autorizzare a ciò. Ma verso le sette, quand'era [60] tempo di andare, la poverina non si sentiva affatto di alzarsi. S'avviarono gli altri. Giunti in chiesa, ne fecero avvertito Don Bosco, il quale prontamente rispose: Si, si, elle viendra. Cosa sorprendente! Mentre il Santo proferiva quelle parole, l'ammalata disse improvvisamente alla sorella, sua assidua infermiera: - Credo di poter andare a Messa. - Infatti si levò, fu vestita in fretta, scese la scala e partì con la sorella in carrozza. Al loro entrare si produsse nella chiesa un movimento di stupore. La Messa era appena cominciata. L'inferma seguì senza fatica il santo sacrifizio, si comunicò, e rincasata stette in piedi parecchie ore, tanto che la condussero in vettura a fare una passeggiata. La guarigione non venne; tuttavia il miglioramento durò tanto da permettere di portarla in campagna. Là il 24 maggio con tutti i suoi ascoltò nuovamente la Messa e si comunicò senza sforzo nella parrocchia distante tre chilometri dalla proprietà. Alla sacra mensa si accostò pure il padre, notaio di Avignone, dopo molti anni che non faceva più pasqua, e questa fu considerata come una seconda grazia.

                Ben tosto ne succedette una terza. Nel 1883 la solennità di Maria Ausiliatrice fu trasferita per ragioni liturgiche al 5 di giugno. Orbene venne a quei signori l'idea di portare per tal giorno la loro ammalata a Torino. Il dottore consultato si oppose recisamente. Scrissero a Don Bosco, pregandolo di esprimere il suo parere. Don Bosco telegrafò di venire senza timore. L'accompagnarono sua madre, sua sorella e il cognato. - Poverina! non la ricondurranno a casa viva - disse il medico a un cugino dell'inferma. Invece il viaggio andò benissimo. Don Bosco li accolse con grande bontà e li invitò al pranzo della festa. Fecero naturalmente tutte le loro divozioni, presero parte al banchetto fra una corona numerosa d'invitati e sempre in compagnia della giovane; infine partirono con una dolce fiducia in cuore. Ma il 23 maggio del 1884 Maria Ausiliatrice chiamò la sua divota al paradiso. Aveva potuto ricevere tutti i sacramenti ed era spirata invocando [61] Don Bosco. “Se Don Bosco non potè fare il miracolo desiderato, scriveva la vecchia sorella molti anni dopo[63], ci ottenne tuttavia importantissime grazie”.

                Nella sacrestia della parrocchia, fermatosi a fissare in volto un chierichetto, gli aveva detto: - Tu sarai prete. - E prete fu ed è il canonico Aurouze.

                Avvicinandosi l'ora della partenza, non fu facile impresa sottrarre Don Bosco all'onda di popolo che si riversava nella sacrestia.

                 - É un'inondazione, gli si disse.

                 - Un motivo di più per andarcene! rispose.

                Ci vollero venti minuti per passare dalla chiesa alla canonica, distante pochi passi. La gente lo aspettava accalcata sul sacrato; ma egli uscì per una porta laterale e in carrozza fu rapidamente alla stazione. “Ecco qual è anche oggi l'ascendente esercitato sulle folle dalla virtù e dalla santità”, conchiudeva il citato corrispondente avignonese.

                Don Bosco era diretto a Valenza. Entusiasticamente accolto dalla popolazione, fu ospite del signor du Boys. Il giorno 6 gran concorso alla sua Messa in S. Apollinare. Disse brevi parole la sera nella cappella delle suore Trinitarie. Dopo le otto fece ritorno a casa, attraversando un giardino delle religiose di S. Marta, che vi avevano improvvisato una graziosa illuminazione con lampioncini alla veneziana e ve lo attendevano inginocchiate con le loro ragazze per riceverne la benedizione. Da Valenza scrisse al conte Colle: “Nonostante la mia buona volontà di scriverle, non mi è riuscito di farlo fino a ora [ ... ]. Porto sempre in me il dolce ricordo delle sue gentilezze, attenzioni e limosine prodigatemi largamente e spesse volte e in modo speciale durante i giorni che ho avuto l'onore e la consolazione di passare con la S. V. a Tolone. Ella capisce bene, signor Conte, che le cose scritte qui a Lei [62] intendo dirle anche alla signora Contessa, che in questo momento noi possiamo veramente chiamare caritatevole madre dei Salesiani”.

                Proseguì per Lione, sua terza grande tappa, dove l'Éclair con un articolo di buona penna aveva suscitato un'ansiosa aspettazione del suo arrivo[64]. L’articolo esordiva e si chiudeva così: “Di qui a pochi giorni la città di Lione avrà la fortuna di possedere Don Bosco. Senza dubbio la sede dei Primati delle Gallie, centro di tante opere meravigliose, rivedrà con gioia il dolce e santo prete, che l'Italia intera da gran tempo venera come una delle sue più belle e soprattutto delle sue più pure glorie, e che la Francia, sempre ammiratrice delle opere grandi e degli uomini eletti dalla Provvidenza a strumenti della sua misericordia, comincia ad amare e a benedire. [ ... ]. Fra breve la cittadinanza lionese ascolterà la voce del santo prete, una voce che non si può ascoltare senza provare, anche non volendo, una folte emozione; Don Bosco parlerà delle sue opere con quella sublime semplicità che forma l'incanto della sua parola e che fa vibrale le intime fibre dei cuori e rivolgerà un caldo appello alla generosità sì grande e sì conosciuta dei fedeli lionesi. Anime caritatevoli; voi udirete con gioia un tale appello e sarete felici, ne siam certi, di contribuire con le vostre larghe limosine al sostegno e alla diffusione delle opere salesiane, opere di sacrifizi e di amore, cristiane e patriottiche per eccellenza. Farete vedere così al buon sacerdote Don Bosco, che egli troverà sempre in questa bella terra di Francia sinceri e veli amici e voi avrete ben meritato di Dio e della Patria”.

                Si trattenne a Lione dieci giorni, dal 6 al 16 aprile. Segni di straordinaria venerazione lo accompagnarono dal principio alla fine, ovunque andasse. Non era padrone di entrare o di uscire senza che gli si dovesse aprire il passo a viva forza, tanta folla gli si serrava intorno; nè tutti si contentavano di [63] vederlo, ma non pochi tentavano di arrivare a toccarlo e a parlargli.

                Non gli fu per altro concesso di parlare in chiese pubbliche della città. Il cardinale Caverot diede soverchia importanza a una lettera di monsignor Gastaldi, il quale, saputo del viaggio di Don Bosco in Francia e del suo scopo, gli aveva scritto cose atte a indisporlo contro il Servo di Dio. Il Cardinale di Parigi al contrario, l'eminentissimo Guibert, che ricevette comunicazioni dello stesso genere, non avrà tanti scrupoli; Anzi lo metterà a conoscenza della lettera, e mostrandosene indignato, gli agevolerà il modo di tenere conferenze in una delle prime chiese parigine[65].

                Anche questa volta monsignor Guiol, fratello dei parroco di S. Giuseppe a Marsiglia e Rettore dell'Università Cattolica, gli aperse la sua ospitale abitazione. A Monsignore ricorrevano ragguardevoli personaggi, pregandolo di ottener loro la grazia che Don Bosco ne accettasse gl'inviti a pranzo, mentre innumerevoli altri stancavano la pazienza di Don De Barruel, perchè li facesse ricevere in particolari udienze.

                Sopra un'altura di Lione sorge il popolarissimo santuario della Madonna di Fourvière. Là Don Bosco nel pomeriggio della domenica 8 aprile potè parlare ai fedeli. La chiesa e la piazza rigurgitavano di gente, Nel presbiterio lo attendevano fra gli altri il benedettino Don Pothier, rinomato studioso delle melodie gregoriane, e il Superiore Generale dei Sulpiziani. Presso il limitare della chiesa benedisse una povera mendicante così paralizzata da far pietà. L'effetto della benedizione non si produsse sul posto, ma nella sua misera dimora; si seppe infatti da Suore della Carità che essa aveva gettate via le grucce e ricuperato l'uso delle gambe e delle braccia[66]. Alla fine della funzione fu mestieri che Don Bosco si affacciasse alla finestra del Rettore e di lassù desse la benedizione, se si volle che la moltitudine cominciasse a diradarsi. [64] A Fourvière, la mattina del 15 aprile, festa del Patrocinio di S. Giuseppe, visitò le religiose del Cenacolo, che hanno per iscopo di procurare alle signore ogni miglior comodità di fare corsi di esercizi spirituali. Vi giunse verso le undici. Per lasciar tempo alla comunità di radunarsi, la Superiora lo condusse nell'infermeria dalla madre De Fraix, gravemente ammalata. Si aspettava da lui un miracolo; ma egli la benedisse e la incoraggiò, dicendole che quella benedizione l'avrebbe accompagnata fino alla morte. Uscendo poi disse alla Superiora che l'inferma era ben preparata per andare in paradiso. Disceso quindi nella sala, dove lo attendevano tutte le suore, fece loro un'esortazioncella a osservare fedelmente le regole e formare così delle sante per il Cielo; infine le benedisse. Andò pure a benedire un gruppo di esercitande, una delle quali, afflitta da sordità, gli si raccomandò, perchè le ottenesse la grazia della guarigione. Egli le rispose che avesse fiducia nella Beata Vergine e la pregasse fervorosamente ogni giorno fino al 15 agosto.

                Dimorava nella casa la confondatrice della Congregazione, madre Teresa Couderc, della quale a Roma è stata introdotta la causa. Anch'essa era inferma e Don Bosco le portò la sua benedizione[67]. Le sue figlie se ne ripromettevano qualche mirabile effetto; ma la santa religiosa, parlando di quella visita, diceva: - Dopo la visita mi son sentita più spossata di prima. Io non aveva domandato la guarigione, ma pregato il Signore che mi concedesse tutte le grazie annesse alla benedizione di quel santo uomo. Oh, sì, egli è davvero un santo, ripeteva con pieno convincimento. La Superiora, scrivendo di tale incontro, osservava: “Nulla di più incantevole che vedere quei due santi raccomandarsi vicendevolmente alle preghiere l'uno dell'altro”.

                Per il martedì la sua Messa era annunziata nella chiesa di S. Francesco di Sales. Vi fu il solito affollamento. Dopo,  [65] perchè la calca non lo opprimesse, sì dovettero barricare le porte della sacrestia.

                Il giorno II, accogliendo un affettuoso e pressante invito, andò a pranzo nella villeggiatura dei seminaristi, che eransi ivi adunati in numero di circa dugento insieme con i loro superiori e varie altre persone di riguardo. Quanta cordialità da parte del Rettore, dei professori e dei chierici! Pranzarono tutti assieme in una vasta sala. Verso la fine, pregatone con vive istanze, indirizzò agli alunni del santuario alcune parole di consiglio e d'incoraggiamento, ascoltate con religiosa attenzione e salutate da entusiastici applausi.

                Esisteva in Lione un Patronage detto di Notre - Dame de la Guillotière, in seno al quale zelanti sacerdoti e laici, ispirandosi al programma salesiano, lavoravano da parecchi mesi a rassodare un'opera nuova sotto la denominazione di Oeuvre des ateliers d'apprendissage. Naturalmente i promotori pensavano che una visita di Don Bosco fosse un'alta consacrazione dell'impresa, nè Don Bosco poteva dispensarsi dal mostrare tutta la sua simpatia per un'istituzione così rispondente alla sua propria missione.

                L'abate Boisard, ideatole di quella fondazione, non che direttore del Patronage, prima di mettervi mano, aveva passato nel 1882 un mese all'Oratorio. Avrebbe voluto farsi salesiano; ma, consigliato da Don Bosco stesso, erasene ritornato in patria per fare da sè. Spirito minuzioso, non sapeva concepire una scuola professionale senza tutti i perfezionamenti della tecnica contemporanea, menti e Don Bosco amava cominciar a fare con i mezzi di cui disponeva per poi condurre passo passo le sue opere alla voluta perfezione. - Ho visitato i suoi laboratori, aveva detto nei primi giorni al Servo di Dio, ma mi sembra che tecnicamente siano un po' difettosi. Ha ragione, gli rispose Don Bosco. Noti tuttavia che noi non abbiamo operai esterni e che i nostri confratelli non sono ancora del tutto formati. Lei che può far meglio, ci si provi a Lione. - Ci si provò il buon sacerdote, ma i suoi laboratori [66] vegetavano, mentre quelli di Don Bosco vigoreggiarono, procedendo di progresso in progresso. Don Bosco metteva la perfezione al punto d'arrivo, l'altro invece la voleva già al punto di partenza.

                Due cose però l'avevano colpito nel visitare l'Oratorio: la pratica del metodo preventivo e lo spirito di pietà. Ne tornò illuminato e incoraggiato, tanto che il 15 ottobre seguente inaugurò il primo laboratorio con dodici artigianelli. Nel pubblico ricevimento fatto a Don Bosco egli narrò la storia della sua recente creazione e: - Siamo appena agli inizi, conchiuse; ma l'opera crescerà, perchè l'organizzazione e il suo carattere sono quali io vidi in pieno rigoglio a Torino. Da semplice discepolo io ho detto che cosa è quest'opera di Lione; che cosa poi debba essere e che cosa sarà con la grazia di Dio e con il favore dei Lionesi, ce lo insegnerà ora il Maestro.

                Don Bosco dans un langage pittoresque[68] e, come dice un testimonio vivente, en méchant petit français, stimolò tutti a concorrere nello sviluppo di un'opera, che egli considerava come posta in certa guisa sotto il suo patronato; svolse quindi due concetti: uno, religioso, che i fanciulli sono la delizia di Dio, e l'altro, sociale, che, se cattiva è la gioventù, cattiva sarà la società. Tratte da entrambi questi princìpi le conseguenze pratiche, domandò: - Sapete voi dove stia la salvezza della società? - E dopo qualche istante di pausa ripigliò: - La salvezza della società è, o signori, nelle vostre tasche. Questi fanciulli raccolti dal Patronage e quelli mantenuti dall’Oeuvre des ateliers attendono i vostri soccorsi. Se voi adesso vi tirate indietro, se lasciate che questi ragazzi diventino vittime delle teorie comunistiche, i benefizi che oggi rifiutate loro, verranno a domandarveli un giorno, non più col cappello in mano, ma mettendovi il coltello alla gola e forse insieme con la roba vostra vorranno pure la vostra vita.  [67]

                Le sue ultime parole furono: - La carità dei Lionesi, che si estende fino alle opere di Torino, non potrà venir meno per quelle di Lione. Possa io partire di qui con la speranza che un'opera così ben cominciata continuerà a progredire e che non le mancherà giammai nè la protezione dei buoni nè la benedizione di Dio. - Ad un giornalista spiegò poscia in un breve colloquio di chi intendesse parlare nominando i buoni. - Sono opere queste, disse, che non solo i cattolici debbono sostenere viribus unitis, ma anche tutti gli uomini, cui stia a cuore la moralità dell'infanzia. Gli umanitari bisogna che se ne interessino non meno dei cristiani. É lì l'unico mezzo per preparare un miglior avvenire alla società.

                Non era stato facile strappare al Cardinale Arcivescovo l'autorizzazione per quell'adunanza. - Non ce ne sarà che per loro, aveva detto con una punta d'ironia, persuaso che Don Bosco e i suoi tirassero l'acqua unicamente al loro mulino. Ma infine cedette alle insistenze di chi lo pregava, facendosi promettere che non l'avrebbero lasciato parlare se non in favore dell'opera. Infatti Don Bosco raccomandò con energiche espressioni ai presenti i bisogni dell'istituto, fino a dire: - Se voi non sostenete quest'opera, ne pagherete il fio. Opere come questa sono necessarie all'equilibrio della società. - La questua fruttò 850 franchi, che andarono all'amministrazione.

                Interrogato, non è molto, l'ora canonico Roisard sull'impressione lasciata in lui da Don Bosco, rispose: - Due impressioni, una ai bontà e semplicità, l'altra di calma inalterabile; Egli non mostrava mai di aver fretta. Nel mese che fui a Torino, ho avuto sempre davanti agli occhi lo spettacolo di un uomo tutto calma, che fa le cose adagio e come se ignorasse l'esistenza di altri all'infuori di chi parla con lui.

                Più che tutto lo tratteneva a Lione il desiderio di poter perorare un'altra volta la causa delle sue Missioni dinanzi al Consiglio Centrale delle due note Opere, Propagazione [68] della Fede e Santa Infanzia. Ottenuta l'udienza, dimostrò a quei signori del Consiglio l'urgente necessità di provvedete mezzi, con cui far progredire alacremente le Missioni patagoniche. Se la pia Opera non lo soccorresse, trovarsi egli in grande imbarazzo e per non ritirarsi da quel campo evangelico dover ricorrete a qualche espediente. Essere sua ferma volontà di andare avanti a qualunque costo. Aver egli quindi pensato di fondare centri in Francia, che raccogliessero limosine a questo scopo; ma non esservisi ancora risolto, perchè sarebbe creare un dualismo, cosa a lui sommamente increscevole. Come non iscorgere infatti la convenienza e l'utilità di un centro solo per tutte le Missioni estere, al quale affluissero le limosine per la propagazione della fede? L'Opera di Lione essere troppo venerabile e benefica per farle un contrapposto, stornando forse da lei una parte delle oblazioni. Tuttavia, se l'Opera stessa non si affrettava a soccorrerlo, quale altro partito rimanergli se non istituite commissioni in Francia, in Italia e altrove per aver soccorsi? Esserci di mezzo l'onor suo come capo di Congregazione religiosa, l'onore del Sommo Pontefice che gli aveva voluto affidare quelle Missioni, e soprattutto la salute delle anime, che per allora non avrebbero potuto ricevere soccorso da altri. Non intendere egli però di precipitare le risoluzioni; avrebbe maturato le cose, avrebbe aspettato ancora un po' di tempo. Qualora fosse costretto a quell'estremo ripiego, non avrebbe certamente fatto sapete al pubblico, se l'Opera l'avesse o no aiutato; ma avrebbe dovuto annunziare a tutto il mondo di non possedere altri mezzi per andare avanti fuorchè i propri, affatto esigui e insufficienti e già esauriti da tante opere diverse. Pensasse dunque il Consiglio di Lione al da farsi e trovasse modo di assegnare anche alle sue Missioni una parte non inadeguata di limosine. Alla fin fine la Missione della Patagonia avere gli stessi diritti alla carità evangelica che tutte le altre Missioni. L'intero Consiglio approvò il ragionamento di Don Bosco e decise di prendere la cosa in seria considerazione. [69]

                In un'altra assemblea lionese ebbe Don Bosco la parola. Ne' suoi colloqui col venerando monsignor Desgrands, presidente della Società Geografica, questi non capiva in sè dallo stupore, udendolo ragionare con tanta sicurezza e con tanti particolari della Patagonia; onde gli propose di ripetere le medesime cose ai membri della Società in una prossima seduta. Don Bosco, nonostante la difficoltà che provava a esporre tali cose in francese, accettò e fu fissato per la conferenza il sabato 14 aprile.

                Il nome del “venerabile taumaturgo”[69] e la curiosità di sentire che cosa egli avrebbe detto intorno a una contrada ancora molto avvolta nel mistero[70], attrassero in gran numero soci e studiosi. Non fu una conferenza, disse la stampa, ma una causerie, una conversazione, originale, amena, spiritosa, istruttiva; il suo fare a un tempo serio, fine e festevole diedero alla tornata un'impronta simpaticissima. Avevano tutti dinanzi la carta geografica della Patagonia, e Don Bosco descriveva minutamente fauna, flora, geologia, miniere, laghi, fiumi, abitanti, con meraviglia degli ascoltatori, che ora abbassavano gli occhi sulla carta, ora li alzavano a guardare lui stupefatti. Finita che ebbe la sua esposizione, gli domandarono dove avesse pescato tante belle notizie; egli si limitò a rispondere che quanto aveva detto, era pura verità. Crediamo che la Società abbia voluto controllare le affermazioni di Don Bosco; poichè aspettò fino al 1886, come vedremo, per dar prova di essere nella convinzione che egli non aveva giocato di fantasia, e la prova fu decretargli e far coniare appositamente per lui una medaglia d'oro con la motivazione aver egli ben meritato della Società Geografica, come narreremo a suo luogo.

                Di privati incontri ci rimangono poche e incomplete notizie. Visitò una famiglia nobile, in cui la signora, quand'egli stava per licenziarsi, lo pregò di benedire la sua domestica,  [70] giovane diciottenne, da lei presa in un orfanotrofio. - Ne ha bisogno, poverina! esclamò la padrona. È orfana.

                 - Pregherò per la vostra infelice madre, disse invece Don Bosco dopo averla benedetta.

                 - Sua madre?... Ma dunque non sei orfana, come dici? chiese di scatto la signora.

                Messa così alle strette, la ragazza confessò che sua madre era viva, ma che la cosa si teneva segreta, perchè disgraziatamente essa aveva abbandonato i figli per condurre una mala vita[71].

                Fra i Cooperatori lionesi spiccava per il suo affetto a Don Bosco il conte di Jouffrey. Quando e come egli contraesse la familiarità che lo legava al Servo di Dio, non sappiamo; certo è che nel 1883 Don Bosco lo chiamava già: mon ami Gustave. Nei dieci giorni della sua dimora colà il Conte mise a disposizione di lui coupé e cocchiere, che a tutte le ore del giorno lo andavano a rilevare per portarlo dovunque volesse. Una mattina si veniva da dir Messa sulla tomba di S. Potino, vescovo di Lione e capo dei così detti Martiri Lionesi. Per la strada serpeggiante della collina molta gente faceva ressa intorno alla vettura, che quindi procedeva a stento. Don Bosco, volgendosi a destra e a sinistra, ascoltava, rispondeva, benediva; ma intanto si andava a passo di lumaca. L'automedonte, che non aveva la pazienza di Don Bosco, proruppe a un certo punto in un'imprecazione rimasta celebre: - Meglio portare il diavolo che condurre un santo!

                Una carrozza e un cavallo che avevano trainato Don Bosco non dovevano fare una fine ingloriosa. La bestia, lasciata morire di vecchiezza, ebbe l'onore della sepoltura in una tenuta del Conte; il veicolo invece esiste tuttora, conservato come una reliquia e mostrato a quanti entrano in quella casa ospitale[72].

                La madre del signor Jouffrey era ammalata; eppure non [71] domandò mai a Don Bosco la guarigione, ma offriva le sue sofferenze al Signore per la salvezza delle anime e sembrava che la Madonna la volesse esaudire, non liberandola dal male perchè potesse esercitare quell'uffizio espiatorio e impetratorio. Tanto risulta da una bella lettera inviatale nel giorno seguente dal Santo per mezzo del suo Gustavo, che, venuto a visitarlo in Torino, gli fece per qualche giorno servizio di anticamera[73].

                L'abate Gourgont, parroco di S. Francesco, accompagnò Don Bosco da una signora in gravissime condizioni di salute. La sua perdita sarebbe stata tanto più dolorosa, perchè lasciava orfani tre figliuoletti. Entrando nella camera dell'inferma, egli disse: - Questa infermità non è mortale. - Le diede quindi la benedizione e le ordinò di recitare ogni giorno la Salve Regina fino al 15 agosto. Orbene, proprio in quel tempo essa fu dai medici dichiarata fuori di pericolo. Mentre poi partiva, trovò tutta la famiglia con altri parenti schierata nell'atrio del palazzo per ricevere la sua benedizione. Due nutrici portavano in braccio due bambini, uno dei quali, per nome Andrea, nipote dell'ammalata, aveva appena cinque mesi. Don Bosco, quand'era già sulla soglia della porta e stava per uscire, tornò indietro e accennando al piccino disse: - Sarà un gran servo di Dio e della Chiesa. - Egli è monsignor Andrea Jullien dei Sulpiziani, Uditore di Rota a Roma e Consultore di parecchie Congregazioni Romane.

Un giorno, andato a dire la Messa non sappiamo in quale chiesetta, ebbe un incontro che gli richiamò alla memoria una scena avvenuta a Cannes qualche anno prima. Nell'entrare in sacrestia si vide venire innanzi un giovanetto vestito da chierico, tutto festoso e mostrante di conoscerlo. - Chi sei? gli domandò.

                 - Je suis votre petit Jean.

                 - Mais quel Jean? [72]

                 - Votre Jean, Jean Courtois. Non si ricorda più quando mi portarono ammalato alla stazione di Cannes?

                 - Ah!... Ora mi ricordo.

                Comparvero tosto anche il padre e la madre, venuti a riverirlo e piangenti di consolazione.

                Un anno, essendo egli a Nizza, i genitori di questo fanciullo gli avevano scritto più volte che andasse a Cannes per visitarlo, perchè da lungo tempo giaceva a letto senza poter più fare un passo. Ma allora Don Bosco rispose che non poteva fermarsi a Cannes. Quelli non si diedero per vinti. Informatisi del giorno e dell'ora in cui sarebbe passato, presero quattro uomini e fecero portare il ragazzo sul lettuccio alla stazione accompagnandovelo. Qui lottarono col capostazione che non voleva lasciarli entrare; ma finalmente il letto fu introdotto e posato a un metro dalle rotaie. Appena giunto il treno, corsero da uno scompartimento all'altro chiedendo: - C'è Don Bosco? c'è Don Bosco? - Il Servo di Dio che non sapeva niente e se ne stava raccolto in un canto, sentendosi chiamare: - Sì, sono qui, Don Bosco! disse affacciandosi.

                 - Oh caro padre, bisogna che discenda un momentino.

                 - Ma io ho il biglietto fino a Marsiglia e non si può discendere.

                 - Un momentino solo! Non si ricorda più di mio figlio, del quale le ho scritto a Nizza? Venga a benedirlo.

                Insomma lo condussero dinanzi all'ammalato. Egli non sapeva che farsi. Dopo un istante di esitazione si avvicinò al lettuccio e domandò al ragazzo: - Chi sei tu? Come ti chiami?

                 - Je suis Jean. Bénissez - moi, mon Père, rispose con voce fioca.

                Don Bosco fece il segno della croce, recitò con lui una preghiera e gli diede la benedizione. Intanto il treno era già per  partire.

                 - Donnez - moi quelque conseil, domandò il fanciullo [73]

                E Don Bosco, rivoltosi a lui: - Che fai qui? gli rispose Che vergogna farti portare così! Alzati!

                Proferì queste ultime parole affrettandosi a raggiungere il suo posto, perchè il treno fischiava. Prima che si sedesse, vide il giovanetto fare otto o dieci passi per andarlo a salutare, e poi non vide più nulla. Lo rivedeva allora in quella sacrestia di Lione.

                Il ragazzo era stato e sembra che continuasse a stare sempre bene. Il 10 dicembre 1885 Don Bosco ricevette una lettera, in cui fra l'altro si raccomandava alle sue preghiere un giovanetto chiamato Jean Courtois di Cannes. In tale circostanza il Santo, ricordato l'episodio, lo narrò a Don Lemoyne, che ce ne ha serbato memoria.

                Alcune particolarità, specialmente circa le disposizioni d'animo che la presenza di Don Bosco suscitava a Lione in chiunque lo avvicinasse, noi le apprendiamo da lettere scrittegli in quei giorni o dopo la sua partenza e scampate dal naufragio di tante altre carte consimili. Ecco quanto da esse ci vien fatto di rilevare.

                Il conte di Montravel briga col segretario per venire ammesso alla presenza di Don Bosco nella certezza che de bric ou de brac arriverà a strappare da lui una benedizione, la quale gli guarisca una nipotina. La signora Crozier, che il 10 aprile ha avuto Don Bosco a pranzo in casa sua, n'è ancora incantata quattro giorni dopo e si affligge per il timore di non poterlo rivedere prima che parta da Lione; perciò gli presenta sette sue intenzioni, secondo le quali vorrebbe ch'ei pregasse, ravvivando nell'esporgliele tanti piccoli ricordi di coserelle occorse fra lui e le persone mentovate.

                Il giorno 14 Don Bosco era stato a celebrare nella cappella di certe suore, dove i coniugi Paturle avevano portata una loro figlia alquanto rachitica e ricevuta dalle sue mani la santa comunione, ma senza poterglisi presentare, come sarebbe stato loro vivo desiderio. Il dì appresso lo scongiuravano [74] d'impetrare dal Signore la sanità alla loro piccina e un miglior andamento dei loro affari commerciali.

                La signora De Guestu, avendogli fatto giungere per mezzo di monsignor Guiol un invito a pranzo, teme di non essere esaudita; perciò scongiura lui direttamente, che voglia accordare alla sua famiglia una tanta consolazione, per la quale da più giorni prega Dio come per una grazia segnalata.

                La superiora delle suore di S. Giuseppe di Cluny, che non potè appagare la sua ardente brama di vederlo a Lione, gli scrive a Parigi, raccomandando alle sue orazioni le proprie consorelle e le loro educande e confidandogli che le une e le altre le sono causa di fastidi. Ha inoltre in casa una religiosa gravemente inferma; la sua perdita sarebbe un lutto e un danno; voglia Don Bosco raccomandarla al Signore e insieme sollecitare per lei e per tutte le grazia di una fedele corrispondenza al dono della loro vocazione. La lettera spira da capo a fondo la più grande confidenza e fiducia nella santità del Servo di Dio.

                Popolani e aristocratici s'incontrano promiscuamente in questa corrispondenza. Ecco una Goudin che gli rimette un'offerta di trentasei franchi, frutto di una colletta, e gode rammentando di avergli scritto a Lione e d'aver ricevuta risposta. Ed ecco il conte di Montessus che, avendo letto il libro del D'Espiney, gli esprime il convincimento che Dio col mandare in Francia il grande educatore della gioventù moderna, ha voluto mostrare ai padri di famiglia francesi come, a dispetto della guerra mossa contro la scuola cristiana, Egli non li abbandoni. Una signora Dupont, testimone delle guarigioni ottenute per le preghiere di Don Bosco in Lione, si raccomanda, piena di fede, a lui, perchè impetri a una sua nipotina l'uso delle gambe. E non ometteremo la lettera di una vecchia cameriera, che il 23 aprile gli scriveva: “Io sono soltanto una povera fantesca, vecchia già di 79 anni e sto ancora in servizio. Tuttavia mi sento così impressionata dalle sue opere e dal bene che lei fa, che la prego, Padre mio, di accettare cento franchi [75] de' miei risparmi. In cambio le domando di pregare per me, affinchè il Signore mi conceda la grazia di una buona morte. Le raccomando pure la mia famiglia: ho dieci nipotini orfani”[74].

                Venuto il giorno della partenza Don Bosco scrisse a Don Albera:

 

                               Caro D. Albera,

 

                Partiamo per Parigi, ma colla fermata di un giorno a Moulins.

                Riceverai dal Sig. Diuros di Avignone fr. 5 mila di cui metà per voi, metà per S. Isidoro o S - Cyr.

                Nostro indirizzo a Parigi: Contessa de Combaut avenue de Messine 34.

                Continuate pregare. Affari vanno bene. Salutate e ringraziate amici e benefattori. Dio vi benedica tutti.

 

                Lione, 16 aprile 1883

 

Aff.mo amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                PS. Ricevendo domani datene tosto comunicazione per norma.

 

                A Moulins doveva fermarsi pochissimo; tuttavia diede un'altra volta sue nuove al conte Colle, promettendogli che il segretario gliene avrebbe date altre più abbondanti.

                In quelle poche ore trovò pure il tempo per recarsi ad ossequiare il Vescovo monsignor de Dreux Brézé. Ora presentatosi al palazzo, in quel suo vestire così dimesso e con quel suo francese tanto poco corretto, svegliò qualche diffidenza nel portiere, che gli fece notare non essere ancora sonata l'ora in cui il Vescovo riceveva; aver egli rigorosa consegna in punto di udienze; tornare quindi inutile il suo insistere per vederlo. Il Vescovo aveva abitudini rigidamente aristocratiche, conformi in tutto alle sue origini. La dolcezza però e l'umiltà di Don Bosco nel reiterare la sua richiesta indussero il portiere a tentare; ma il segretario di Monsignore fu ancor più irremovibile nel rifiutarsi a portare l'ambasciata. Nondimeno, [76] udita dal portiere la descrizione del prete straniero, gli disse di condurglielo nell'ufficio.

                Il giovane segretario vescovile rimase subito colpito dall'aria di santità che spirava dalla sua persona; sentendolo poi parlare in quel suo francese alla buona, s'accorse di avere dinanzi a sè un ecclesiastico di rara bontà. - Ebbene, gli disse, è una cosa che mi costa; pure vo da Monsignore a domandargli se la vuol ricevere.

S'incamminava un po' trepidante verso l'appartamento del Prelato, quando s'avvide d'aver commesso una dimenticanza: distratto dall'impressione ricevuta, non aveva chiesto allo sconosciuto quale fosse il suo nome e la sua qualità. Appena udì rispondere “Don Bosco”, gli s'inginocchiò davanti, piegandolo di benedirlo e benedicendo egli stesso il Cielo di un incontro ch'ei considerava insigne favore.

                 - Monsignore, ripigliò tosto, sarà ben lieto di riceverla. Attenda un momento, vado ad avvertirlo: per lei non c'è ora di udienza, ne sto io mallevadore.

                Infatti a quel nome il Vescovo: - Oh! disse tosto al segretario, fatelo salire immediatamente.

                Che cosa passasse fra Monsignore e Don Bosco, nessuno potrebbe dirlo; ma il segretario che anche da vecchio amava ripetere il racconto di quel ricevimento fuori d'orario, soleva aggiungere che il Vescovo n'era rimasto profondamente impressionato e che ne parlava con viva soddisfazione, stimando gran fortuna l'aver avuto per alcuni istanti presso di sè colui che tutti consideravano come santo.

                Da Moulins Don Bosco, dopo breve dimora andò a Turlon sur - Allier, villaggetto dei dintorni, dirigendosi al castello del luogo, abitato allora dalla contessa di Riberolles e dalla figlia marchesa di Poterat, rimasta vedova dopo il suo recente matrimonio. Le due ricche e caritatevoli signore, ammiratrici e benefattrici di Don Bosco, lo aspettavano quale angelo consolatore nel loro domestico lutto; la di Poterat inoltre [77] soffriva di un'infermità duratale tutta la vita[75]. Egli vi si fermò fino al 18, celebrando nell'oratorio privato del castello. L'altare, sul quale offerse il divin sacrifizio, fu dal presente proprietario, signor D'Alès, fratello del dotto gesuita di questo nome, donato al monastero delle Carmelitane di Moulins, che lo collocarono nella loro cappella, dedicandolo a S. Teresa del Bambino Gesù e riguardandolo come preziosa reliquia del Santo[76].

 

 


CAPO III.

La morte di monsignor Gastaldi. Sguardo retrospettivo.

 

                IL 25 marzo 1883, giorno dell'Alleluia, le campane di Torino mutarono improvvisamente i loro lieti concenti pasquali in lugubri rintocchi. Quella mattina mentre in duomo clero e popolo aspettavano l'Arcivescovo per la Messa pontificale, una voce commossa aveva dato dall'altare il luttuoso annunzio: - Monsignore è morto.

                Monsignore durante la Settimana Santa aveva compiute tutte le sacre funzioni nella cattedrale. Il sabato sera, chi sa per quale misterioso presagio, era andato a prendere commiato dalla Madonna dei Torinesi nel santuario della Consolata, dicendo mentre saliva in vettura: - Andiamo a trovare la nostra cara Madre, andiamo a metterci sotto il suo manto. Sotto il manto di Maria è consolante vivere e morire. - Rimasto ivi mezz'ora in preghiera, uscì all'aperto, sentendosi venir meno. Era il sintomo della sua prossima fine.

                La mattina di Pasqua i segretari, che dovevano accompagnarlo alla metropolitana, vedendo che tardava oltre l'usato ad aprire la porta, entrarono per un altro ingresso nella sua stanza e lo trovarono steso a terra senza parola e agonizzante. Il canonico Chiuso gli amministrò subito l'Estrema Unzione. [79]

                Poco dopo il medico dichiarava il caso disperato. Giunse frattanto il suo confessore ordinario, padre Carpignano preposito dei Filippini, che gli recitò le preghiere dell'agonia e gl'impartì la benedizione papale. Verso le dieci Monsignore mandava l'ultimo respiro.

La salma dell'estinto, esposta nella chiesa dell'Arcivescovado, fu visitata da gran moltitudine di fedeli e il mercoledì venne accompagnata con splendida pompa funebre all'estrema dimora. Tutta la stampa cittadina d'ogni colore s'inchinò riverente al suo feretro.

                Monsignor Gastaldi era nato a Torino nell'anno stesso di Don Bosco, da padre giureconsulto. Avendo sortito ingegno e memoria felice, primeggiò sempre fra i suoi condiscepoli. Avviatosi allo stato ecclesiastico, si laureò a ventun anni in teologia presso la Regia Università di Torino; a ventitrè vi fu aggregato alla facoltà teologica. Furono d'allora in poi sue occupazioni predilette coltivare lo studio dell'ebraico, insegnare la teologia morale, predicare nelle varie diocesi del Piemonte e approfondire la conoscenza della filosofia rosminiana. Nel 1841 diede alle stampe una difesa delle dottrine di Antonio Rosmini contro un pseudo Eusebio Cristiano, sceso in campo a impugnarle con istraordinaria violenza. Nel 1845 e 46 pubblicò due lavori teologici d'altri autori, cioè l'ultimo volume della teologia morale del Dettori e il compendio della teologia morale dell'Alasia, con sue annotazioni per i riferimenti al Codice civile albertino[77].

                Fatto canonico della collegiata alla Santissima Trinità nel periodo delle agitazioni quarantottesche, fondò Il Conciliatore, periodico milanese clerico - liberale, in cui propugnò con ardore le idee svolte dal Roveretano nelle Cinque Piaghe, prima che il libro fosse messo all'Indice[78]. Nel 1850 si affigliò [80] all'Istituto rosminiano della Carità, e dopo alcuni mesi di noviziato a Stresa, dove imparò bene l'inglese, fu mandato nell'Inghilterra come missionario e professore di teologia nei collegi della Congregazione.

                Dalle isole britanniche fece ritorno a Torino nel 1862, lasciando l'Istituto della Carità e assumendo l'uffizio di canonico a S. Lorenzo. Ripigliò allora il ministero della predicazione, per il quale era molto ricercato. Sono di questo tempo le quattro operette da lui scritte per consiglio di Don Bosco, che le fece entrare nella collana delle Letture Cattoliche: una vita del Curato d'Ars, una biografia del torinese teologo Vola, memorie storiche sui Martiri torinesi della Legione Tebea e una trattazione popolare sulla potestà del Papa.

                Nel Concistoro del 27 marzo 1867 Pio IX lo preconizzò Vescovo di Saluzzo. Nei quattro anni che resse quella diocesi, predicò moltissimo, visitò tutte le parrocchie, organizzò caritatevoli istituzioni e curò personalmente la formazione dei giovani chierici. Quanto nel 1870, stimolato da Don Bosco, si sia distinto al Concilio Vaticano, è ampiamente descritto nel nono volume di Don Lemoyne.

                Nel 1871 succedette a monsignor Riccardi di  Netro nella cattedra di S. Massimo, sulla quale si assise il 26 novembre. Qui la sua operosità crebbe d'assai. Stettero in cima a' suoi pensieri la disciplina e cultura del clero e l'educazione e istruzione dei seminaristi. Tenne tre sinodi diocesani. Della parola di Dio fu banditore instancabile. Le sue pastorali, solide per il contenuto e agili nella forma, si leggono tuttora con profitto. Il popolo ne ammirava lo zelo fervido e disinteressato, e ne pianse sinceramente la fulminea dipartita.

                Don Bosco, avvertito della sua morte, prescrisse da Parigi che si celebrasse in Maria Ausiliatrice un solenne ufficio funebre con invito ai parenti. Di questi, pochissimi intervennero; mancò perfino la contessina Mazé, nipote dell'Arcivescovo e rimasta sempre devota a Don Bosco. Parve si credesse da loro che i Salesiani considerassero la fine di Monsignore [81] come il proprio trionfo, o forse mal sopportavano che così potessero giudicare altri. La verità è che i Salesiani osservarono il più perfetto riserbo. Ne è prova anche La Stella Consolatrice, che nel suo numero del 7 aprile uscì con un'ampia necrologia, di cui la direzione aveva rimesse le bozze a Don Bonetti, perchè vedesse e modificasse a suo talento; ma egli non si permise ombra di critica.

                Dopo questi nostri cenni biografici i lettori che ci hanno finora seguiti, ignorando le origini del dissidio durato dieci anni fra monsignor Gastaldi e Don Bosco, debbono sentirsi più che mai desiderosi di conoscere le cause che lo determinarono. Tutto questo sarà partitamente narrato nel volume decimo non ancora apparso; intanto però è una vera necessità esporre qui per sommi capi come e perchè la vertenza sorse, non sarà poi senza vantaggio il richiamare per sommi capi la condotta tenuta da Don Bosco di fronte alla diuturna opposizione.

                Due cose sono storicamente certe che come per Saluzzo così per Torino la nomina di monsignor Gastaldi fu proposta e caldeggiata da Don Bosco, e che monsignor Gastaldi era di ciò informatissimo. Nella mente di Don Bosco la presenza di monsignor Gastaldi a Torino rappresentava un provvidenziale ausilio. Erano amicissimi. Egli l'aveva messo a parte de' suoi segreti. Allorchè bisognava avviare le pratiche per l'approvazione delle Regole, il favore dell'Arcivescovo, pensava Don Bosco, gli sarebbe tornato di gran giovamento a condurre felicemente la nave in porto. Non la pensava così invece monsignor Manacorda, vescovo di Fossano, che avrebbe preferito monsignor Colli, Vescovo di Alessandria; non la pensava così nemmeno Pio IX, che non gliene fece mistero, come abbiamo già avuto occasione di ricordare.

                E purtroppo le rosee speranze non tardarono a scolorirsi. Nella sua prima omelia l'Arcivescovo battè sull'idea che la propria elezione era stata un tratto inaspettato della Provvidenza, al quale non aveva contribuito favore umano di sorta. [82] In queste parole coloro che lo conoscevano a fondo intravidero subito l'intenzione di escludere qualsiasi intervento da parte di Don Bosco. Il fatto è che nei discorsi familiari si spiegava senz'ambagi, ripetendo di non dover nulla a Don Bosco, ma essere lo Spirito Santo che l'aveva posto a capo dell'archidiocesi torinese. Insinuazioni di malevoli dovevano aver agito sull'animo suo tanto sensibile in fatto d'autorità. Per altro le relazioni con Don Bosco si mantennero buone durante i primi mesi.

                Sintomi di freddezza principiarono a manifestarsi nell'aprile del 1872, allorchè trattossi di presentare alcuni salesiani alle sacre Ordinazioni. Dopo vi fu un tiremmolla fino al 24 ottobre, quando giunse a Don Bosco una lettera dell'Arcivescovo che cominciava così: “V. S. conosce da lunga esperienza quanto io sia affezionato alla Congregazione fondata da lei, la quale avendo io veduta venir come dal grano di senapa, non mancai di promoverla, secondo che le circostanze me ne diedero il potere, perchè io la giudicavo come la giudico opera ispirata da Dio: ed Ella sa ancora la protezione che come Vescovo di Saluzzo io diedi a questa Congregazione affine di ottenerle l'assistenza e la sanzione della Santa Sede Apostolica: ed ora che la Provvidenza ci ha posto sulla cattedra arcivescovile di Torino, sono ben lieto di proseguire ad assisterla, acciò possa riuscire ad ottenere dal Vicario di Gesù Cristo una piena approvazione”. É facile immaginare con quale sospensione d'animo Don Bosco abbia letto questo prolisso e compassato esordio. Enunziata quindi la tesi che “il bene deve farsi bene” e dichiarato che per ottenere questo scopo avrebbe saputo anche “ripugnare alle affezioni del cuore”, l'Arcivescovo veniva al concreto.

                Un rescritto della Congregazione dei Vescovi e Regolari in data 9 marzo 1869 accordava a Don Bosco la facoltà di rilasciare le dimissorie agli ordinandi che fossero entrati nell'Oratorio prima dei quattordici anni. Monsignore per accertarsi dell'ingresso dei candidati nella casa di Don Bosco prima [83 ] di quell'età e per conoscere la loro preparazione esigeva da lui l'esecuzione di quanto segue: “Tutti gli alunni aggregati alla sua Congregazione, i quali desiderano di ricevere la tonsura oppure gli Ordini minori o maggiori, si presentino personalmente da me, almeno 40 giorni prima del giorno dell'Ordinazione e porgano un attestato sottoscritto da V. S. o da chi la rappresenta, in cui sia indicato il nome e cognome dell'alunno, il nome di suo padre, il luogo della nascita e la diocesi in cui nacque ed a cui appartiene per qualche ragione, l'età precisa che ha, in che anno entrò nell'Oratorio di San Francesco di Sales, fondato da V. S., ed in quanti anni attese allo studio della latinità e delle belle lettere, quanti allo studio della Teologia, ed in qual luogo abbia atteso a tali studi, ed in che anno e in qual giorno abbia emesso i voti triennali o li abbia rinnovati. Quindi ognuno di questi alunni si presenti a subire l'esame almeno di due trattati intieri di Teologia, i quali per ogni nuova ordinazione siano sempre diversi, e su tutto ciò che riguarda l'Ordine da riceversi, vale a dire per la Tonsura ed i quattro minori, tutto ciò che la Teologia insegna di essi, per il Suddiaconato, quanto riguarda questo Ordine e il celibato ecclesiastico, le ore canoniche e il titolo ecclesiastico. Pel diaconato quanto spetta a questo Ordine, e inoltre il sacrificio della S. Messa”.

                Il Servo di Dio piegò il capo; ma la sera dell'8 novembre Monsignore respinse una nota di ordinandi presentatagli da Don Cagliero e minacciò di scrivere a Roma contro lo spirito che dominava fra i Salesiani.

                Questa notizia trafisse il cuore a Don Bosco, che la notte seguente non potè chiudere occhio. La dimane scrisse all'Arcivescovo. Ecco la parte sostanziale della sua lettera.

 

                Appena la S. V. fu eletta Arcivescovo di Torino trovandoci in sua casa Ella con bontà mi domandava come la nostra Congregazione si trovasse, colle persone in autorità e specialmente col clero. Risposi non esistere urto con alcuno; soltanto due ecclesiastici, di cui dissi il nome, forse con buon fine ci avevan cagionato molti disturbi e dispiaceri. [84] Ella tosto soggiungeva: - Stia tranquillo, il potere di costoro è secondario e la loro autorità sarà temperata da quella dell'Arcivescovo; ed una delle cose che faremo sarà di condurre a termine l'approvazione della Congregazione Salesiana.

                Le cose camminarono in questo modo fino ad aprile circa, quando ho cominciato a travedere qualche ruggine, di poi la combinazione dell'ordinazione e di poi il rifiuto, di poi l'esame degli ordinandi, di poi la lettera in cui erano prescritte diverse norme da praticarsi. A ciò tutto si accondiscese senza riflesso, sebbene in niun altra diocesi tal cosa venisse richiesta. Ieri finalmente non so per qual ragione fu rifiutata la nota delle ordinazioni con minaccia di scrivere a Roma contro allo spirito tra noi dominante. Può darsi che chi fece la commissione non abbia usato il dovuto riguardo nel parlare, ma questi è un individuo che doveva avvisarsi ed anche correggersi secondo il merito o demerito, ma sembrami che ciò non possa rappresentare lo spirito della Congregazione.

                Esposte queste cose, io la prego quanto so e posso di scrivere o dire o far dire quello che osserva biasimevole tra noi, affinchè noi sappiamo come regolarci ed in quali limiti tenerci. Più volte ho condotto il discorso su questo punto, ma Ella non venne mai a cose determinate. Ora la prego di voler osservare: I° che lo scrivere a Roma sarebbe dare materia ai nemici del bene di decantare le dissensioni tra il povero D. Bosco e il suo Arcivescovo, sarebbe cosa rovinosa alla nascente nostra Congregazione che cammina in mezzo ad ostacoli uno più grave dell'altro; io sarei richiesto a dare conto e schiarimenti, quindi dispiaceri, disturbi e forse anche scandali; nemmeno sarebbe vantaggiosa per V. E. perchè io sono persuaso che la gloria di lei vada in molte cose collegata colla nostra Congregazione; 2° che noi abbiamo sempre lavorato nella diocesi e per la diocesi di Torino senza mai dimandare nè impieghi nè stipendio; che noi abbiamo avuto e tuttora abbiamo in lei una persona della più grande venerazione; 3° che, mi permetta l'ardita espressione, continuando così con altri Ella giungerà al punto di essere temuto da molti, amato da pochi...

 

                L'antica confidenza aveva guidato la penna di Don Bosco. L'immediata risposta di Monsignore rincarò la dose. Lamentava egli la mancanza di regolare noviziato, alla quale attribuiva il fatto che i membri della Congregazione, pochissimi eccettuati, fossero privi di essenziali virtù religiose e specialmente di umiltà; si dichiarava inoltre nemico di troppe esenzioni dei religiosi dall'autorità vescovile. La lettera non mitigava le pene di Don Bosco; tuttavia ne fu contento, perchè così era venuto in chiaro di alcune ragioni che gli [85] spiegavano il nuovo contegno di Monsignore a suo riguardo. Replicò il 23 novembre, parlandogli anzitutto del noviziato e riferendogli un dialogo avuto con Pio IX pressochè alla vigilia dell'approvazione generale. Il Papa gli aveva domandato: - Sarà possibile una Congregazione in tempi, in luoghi, fra persone che ne vogliono la soppressione? Come avere una casa di studio e di noviziato?

                 - Io, rispose Don Bosco, non intendo di fondare un Ordine religioso, dove si possano accogliere penitenti o convertiti che abbiano bisogno di essere formati al buon costume ed alla pietà; ma la mia intenzione si è di raccogliere giovanetti ed anche ad  ulti di moralità assicurata, moralità provata per più anni, prima di essere accolti nella nostra Congregazione.

                 - Corre ottenere ciò?

                 - Come finora ho ottenuto e spero di continuar a ottenere. Noi ci limitiamo a giovani educati, istruiti nelle nostre case: giovani già scelti quasi sempre dai parroci che, vedendoli ordinariamente risplendere di virtù fra la marra e la zappa, li raccomandano alle nostre case. Due terzi di questi inviati sono restituiti alle loro famiglie. I ritenuti sono per quattro, cinque od anche sette anni esercitati nello studio e nella pietà, e di essi, pochi soltanto sono ammessi alla prova anche dopo questo lungo tirocinio. Per esempio, quest'anno centoventi compierono la retorica nelle nostre case; di questi, centodieci entrarono nel chiericato, ma venti soltanto rimasero nella Congregazione, gli altri sono stati indirizzati ai rispettivi Ordinali diocesani. Gli ammessi alla prova debbono fare due anni a Torino, dove ogni giorno han lettura: spirituale, meditazione, visita al Santissimo Sacramento, esame di coscienza, ed ogni sera un breve sermoncino fatto da me, raramente da altri, e ciò a tutti in comune. Due volte per settimana si fa una conferenza espressamente per gli aspiranti, una volta per tutti quelli della Società.

                 - Dio vi benedica, figliuol mio, gli disse allora il Papa, mettete in pratica le cose nel modo che mi accennate, e la [86] vostra Congregazione otterrà il suo scopo. Trovando poi difficoltà, fatemele sapere e studieremo il modo di superarle.

                Dopo queste spiegazioni venne il Decretum laudis. Dunque, secondo il concetto di Don Bosco, Pio IX la vedeva come lui: il noviziato, se non c'era di nome, c'era di fatto.

                Quanto al secondo appunto, scriveva: “Io farei umile e rispettosa preghiera alla E. V. di volermi indicare non in genere ma nominatamente tali individui (privi di umiltà e di virtù religiose) e poi, l'assicuro, sarebbero severamente corretti ed una volta sola. Perciocchè tal cosa sarebbe un nascondiglio da svelarsi; nascondiglio ignoto a me fino al giorno d'oggi, nascondiglio ignoto alla E. V. fino al mese di aprile dell'anno corrente. Fino a quell'epoca Ella vide, udì, lesse, e possiamo dire, amministrò quanto di più importante di questa casa. Fino a quel tempo sia cogli scritti, sia colla voce pubblica e privata ha sempre proclamata questa casa come arca di salvezza per la gioventù, dove si apprende la vera pietà e simili”.

                Fin qui tutto era proceduto, se non nella forma cordiale d'altri tempi, almeno per via privata e nell'attesa di un colloquio, in cui Don Bosco sperava che si sarebbe trovato modo d'intendersi; ma alcuni atti di Monsignore tramutarono in conflitto quello che poteva e doveva rimanere uno scambio d'idee fra loro due.

                Nel 1873 Don Bosco stava in procinto di avviare le pratiche per l'approvazione definitiva; perciò aveva bisogno di assicurarsi l'appoggio di molti Vescovi, e in primo luogo del suo Ordinario. Questi preparò la sua commendatizia piena di elogi, ma con speciali raccomandazioni per il noviziato, per l'ammissione agli Ordini e per l'esenzione canonica. Poi scrisse ai Vescovi piemontesi e ad altri, invitandoli a fare, se richiesti, le loro commendatizie, formulando quattro voti: I° Che nessun membro della Congregazione potesse accedere alle Ordinazioni prima della professione perpetua; 2° che le regole riguardanti il noviziato fossero tali da formare buoni religiosi,  [87] come avveniva dai Gesuiti; 3° che tutti gli ordinandi sostenessero in Curia gli esami; 4° che gli Ordinari diocesani avessero il diritto di visitare chiese e oratorii della Congregazione. Don Bosco, visto il tenore della commendatizia e informato confidenzialmente del passo di Monsignore presso l'Episcopato subalpino e ligure, dichiarò che per allora lasciava le cose com'erano nè avrebbe presentata a Roma la domanda. L'Arcivescovo però, sapendo che a Roma si conosceva l'intenzione di lui e prevedendo che di quel mutamento si sarebbe ricercato il perchè, trasmise la sua commendatizia al cardinale Caterini, prefetto del Concilio, accompagnandola con una lettera, nella quale oltre alle cose anzidette segnalava la necessità che “gli studi filosofici e teologici ed altri fossero assai più sodi e seri”.

                Questo accadeva nell'aprile del 1873, nel qual mese nacquero altri disgustosi incidenti sempre a motivo delle Ordinazioni. Il 20 dello stesso mese Monsignore al cardinale Bizzarri, prefetto dei Vescovi e Regolari, indirizzò uno scritto, in cui si diffondeva a esporre otto suoi desiderata. Peccato che il suo zelo non fosse assistito da miglior comprensione dell'Istituto di Don Bosco e da maggiore esattezza d'informazioni! Don Bosco ebbe notizia del documento l'anno dopo mentre si trovava a Roma; abbozzò quindi in risposta un promemoria, che messo in forma, fu consegnato il 30 marzo ai Cardinali della Commissione per l'approvazione delle Regole. É bene porre in questo luogo siffatto memoriale.

 

                Si deve premettere che Mons. Gastaldi attualmente Arcivescovo di Torino fino al 10 Febbraio 1873 si professò costantemente caldo promotore ed indefesso collaboratore dell'Istituto Salesiano. In quel tempo (10 febbraio 1873) con parole di vivo incoraggiamento inviava il Sac. Bosco a Roma munito di una commendatizia latina in cui dichiarava aver conosciuto il dito di Dio nella esistenza e conservazione di questo istituto, e fa eccessivi elogi del gran bene che ha fatto e fa questo istituto encomiando a cielo il povero fondatore.

                In una lettera poi scritta il 20 aprile anno stesso per contraddire a quanto aveva asserito nella prima [88]

                Le regole, ivi dice, non furono mai approvate da suoi antecessori.

                R. Nei documenti presentati alla Congregazione dei Vescovi e Regolari avvi il decreto di Mons. Fransoni (il 31 marzo 1852) con cui è approvato l'istituto degli Oratorii, si costituisce capo il sac. Bosco e se gli concede tutte le facoltà necessarie od opportune pel buon andamento del medesimo.

                2° Non fu chiesta mai alcuna approvazione all'Arcivescovo Riccardi nè a Lui.

                R. Quando un istituto è approvato da un Ordinario Diocesano non si sa se debba ad ogni nuovo vescovo avere novella approvazione; tuttavia è di fatto che il Sac. Bosco dirigeva una supplica a Mons. Riccardi con cui chiedeva la conferma di quanto sopra. Egli rispondeva come più volte di poi rispose Mons. Gastaldi, che quando un istituto è approvato dalla S. Sede non ha più bisogno dell'approvazione diocesana.

                Volendo poi cooperare alla stabilità di questo istituto, di moto proprio con apposito decreto confermò tutti i privilegi e le facoltà concesse dai suoi Antecessori, e ne aggiunse parecchi nuovi e fra gli altri i diritti parrocchiali (Decr. 25 dicembre 1872).

                3° Il Noviziato di due anni, occupazione esclusivamente ascetica.

                R. Questo poteva praticarsi in altri tempi, ma non più ne' nostri

                paesi presentemente; che anzi si distruggerebbe l'Istituto Salesiano,

                perciocchè l'autorità civile avvedendosi dell'esistenza di un noviziato,

                lo scioglierebbe sull'istante disperdendone i novizii. Inoltre questo Noviziato non potrebbe accomodarsi alle Costituzioni Salesiane che hanno per base la vita attiva dei Socii, riserbando di ascetica soltanto le pratiche necessarie a formare e conservare lo spirito di un buon Ecclesiastico: nemmeno tale noviziato farebbe per noi, giacchè i novizii non potrebbero mettere in pratica le Costituzioni secondo lo scopo della Congregazione.

                4° Sono già usciti dei professi che diedero lagnanze ecc.

                R. Finora un solo uscì ed è il Padre Federico Oreglia, Egli apparteneva alla nostra Congregazione come Laico e ne uscì per entrare nella Compagnia di Gesù e percorrere la carriera degli studi come entrò difatti ed ora lavora lodevolmente nel sacro Ministero.

                5° Questa Congregazione reca non piccolo disturbo alla disciplina Ecclesiastica della Diocesi.

                R. Assersione gratuita. - L'Ordinario di Torino finora non può addurre un solo fatto in proposito.

                Troppo sovente alcuni dopo i voti ricevono gli Ordini sacri titulo mensae communis e poi escono ecc.

                R. Assersione gratuita. - Niuno di costoro finora uscì dalla Salesiana Congr. [89]

                7° Un suo diocesano di Saluzzo, appena ordinato in questa Congr. uscì ecc.

                R. Non ombra di fondamento. Il sacerdote cui si allude anche in altre lettere successive e che si vorrebbe addurre per esempio non appartenne mai alla Congr. Salesiana. Fu ordinato da Mons. Gastaldi con regolare titolo Ecclesiastico e fu ordinato senza Commendatizia e contro il parere del Sac. Bosco cui era stato inviato dal suo Ordinario e nella cui casa aveva caritatevolmente fatto gli studi.

                8° Chierici dimessi dal Seminario, accettati nella Congr. Salesiana, inviati in altra casa e diocesi, colà ordinati vennero di poi in diocesi.

                R. Nissunissimo di questi fatti, e qualora succedessero in avvenire è sempre facoltativo all'Ordinario di riceverli o rifiutarli in sua diocesi siccome può fare di qualunque individuo che esca da altro istituto religioso.

                9° É poi bene di notare che se si ammettessero le condizioni apposte, la Congregazione Salesiana priva di mezzi materiali com'è dovrebbe chiudere le sue case, sospendere i suoi catechismi, perchè non avrebbe più nè catechisti, nè maestri, anzi cadendo come ente morale sotto l'occhio dell'autorità civile sarebbero immediatamente dispersi i socii, quindi finita la Società.

                10° Si noti eziandio che l'attuale Arcivescovo non ha mai mosso la minima lagnanza nè fatto osservazione ai Socii o al Superiore della Società Salesiana. Anzi quando Egli voleva segnalare un chierico, di scienza e di speciale virtù soleva sempre additare gli allievi Salesiani.

                11° Ciò che si asserisce nella lettera 20 aprile 1873 è stato ripetuto con frasi diverse in tre altre segrete lettere posteriori, alla stessa Congr. di Vescovi e regolari; ma sempre alludendo a fatti vaghi che non hanno che fare coi membri della Società Salesiana.

                12° A rettificazione di quella lettera e ad onore della verità si crede cosa veramente opportuna che questo promemoria debba unirsi alla medesima.

 

Sac. Giov. Bosco.

 

                Ora torniamo all'aprile 1873. Quei tali incidenti per le Ordinazioni ebbero un epilogo inaspettato. In maggio il teologo Chiuso a nome di Monsignore avvertì Don Bosco che nessun membro della Congregazione potrebbe più venir ammesso agli Ordini, finchè egli non attestasse che certi due ex - seminaristi torinesi non erano più in case salesiane e non promettesse di non più ricevere nè quelli nè altri ex - seminaristi di Torino senza il consenso per iscritto della Curia [90] arcivescovile. Era un crescendo di contrarietà che dava molto da pensare a Don Bosco. Di quel passo dove si sarebbe andati a finire? e come sperare l'approvazione delle Regole con un ostacolo così grave in casa? Per non dare all'ultima comunicazione una risposta precipitata, si appartò nel collegio di Borgo S. Martino, dove fece tre giorni di ritiro spirituale; poi, come dovesse presentarsi al tribunale di Dio, manifestò così a Monsignore il suo pensiero.

 

                ….Ella mi fa dire che non ammetterà più alcun nostro chierico alle sacre ordinazioni, se non sono allontanati dalle nostre case il chierico B*, che da due settimane non è più tra noi, ed il chierico R*.

                Più una formale promessa di non più ricevere in alcuna casa della nostra Congregazione alcuno che abbia appartenuto al Clero Torinese.

                Non dandomi alcuna ragione io credo poterle fare alcuni riflessi.

                Se questi chierici sono stati espulsi dal Seminario, che importa che vadano a rifugiarsi in qualche casa per riflettere sopra la loro sorte, o per prepararsi a qualche esame, apprendere qualche mestiere con cui potersi guadagnare in qualche modo un tozzo di pane? Dovranno dunque questi chierici, perchè hanno perduta la loro vocazione, andare profughi e darsi in preda ad un tristo avvenire?

                Sembrami meglio aiutarli a collocarsi in qualche sito, dove possano fare e provvedere ai casi loro. Così hanno fatto e fanno tuttora i vescovi, coi quali siamo in relazione. Forse potrà dirsi elle domandino permesso; e così resta sciolta ogni difficoltà. Si può rispondere che l'obbligo di chiedere permesso è un grave peso per loro e per la Congregazione, o casa cui fanno richiesta; condizione che non essendo stata apposta nella sua approvazione, il superiore non è autorizzato di aggiungerla. Tanto più che questo permesso fu chiesto più volte, e finora non si è ottenuto. Ella in questi casi deve piuttosto considerare che se a questi chierici così espulsi dal seminario, si dice elle per ordine dell'Arcivescovo non possono riceversi in alcuna casa, oppure ricevuti debbono cacciarsi, Ella, sembrami, si fa altrettanti avversarii quanti sono gli amici o parenti di essi.

                Tanto più che alcuni di essi avrebbero già fatto un corso di studio, e taluno già cominciato ad imparare un mestiere.

                Questa dichiarazione, elle credo non esser autorizzato a fare, porrebbe un muro di divisione tra la Congregazione Salesiana e il Clero di cotesta Diocesi, pel cui bene è specialmente consacrata, e da oltre a trent'anni lavora.

                Se per altro a questo riguardo ci fosse qualche prescrizione della Chiesa, elle io ignoro, io mi sottometterci prontamente e totalmente.

                Pei chierici poi tutti, presentatisi per l'ordinazione osservo che [91] Ella deve rifiutarla se in essi trova demeriti; ma se ne sono degni, si vorrà forse per rappresaglia, e per motivi affatto estranei ai medesimi, rimandarli, privando così la Congregazione, la Chiesa, e la sua stessa diocesi di Sacerdoti, di cui si ha tanta penuria?

                Parmi che questa Congregazione, che senza interesse di sorta lavora per cotesta Diocesi, e elle dal 1848 a questo tempo ha somministrato non meno di due terzi del Clero diocesano, si meriti qualche riguardo. Tanto più che se qualche chierico od anche ecclesiastico viene nell'Oratorio non fa altro che cangiare dimora, ma lavorerebbe sempre nella diocesi e per la diocesi di Torino.

                Di fatto nelle tre volte che V. E. non giudicò di ammettere alcuni nostri chierici all'ordinazione, Ella non fece altro elle diminuire il numero dei Sacerdoti che lavorano in cotesta diocesi.

                Ciò posto io vorrei che V. E. fosse vivamente persuasa che Ella ed io abbiamo chi ci sta attorno, ed in modo subdolo vorrebbeci carpire di che pubblicare e dire: l'Arcivescovo l'ha anche rotta col povero don Bosco. A quest'uopo Ella sa elle ho fatto, ed anche pochi giorni sono, non piccoli sacrifizi per impedire la pubblicità di certi articoli infamanti.

                Desidero ancora che Ella sia informata come certe note, chiuse nei gabinetti del governo per opera di taluno, si fanno correre per Torino. Da queste note consta elle se il canonico Gastaldi fu vescovo di Saluzzo, lo fu a proposta di D. Bosco. Se il vescovo divenne Arcivescovo di Torino è pure sulla proposta di D. Bosco. Si ha fino memoria delle difficoltà che a questo capo si dovettero superare. Quivi pure sono notate le ragioni per cui io parteggiava per Lei, tra le altre il gran bene che avea fatto alla nostra casa, alla nostra Congregazione.

                Comunemente si sa il bene grande che possiamo farci l'un l'altro con un comune accordo, ed i malevoli godrebbero grandemente delle nostre scissure.

                Ora V. E. dirà: ma che cosa vuole D. Bosco?

                Piena sommissione, pieno accordo col mio superiore ecclesiastico.

                Non altro dimando se non quello elle più volte disse il S. Padre, e che più volte V. E. ha ripetuto quando era vescovo di Saluzzo; cioè: Nei tempi difficili in cui ci troviamo una Congregazione nascente ha bisogno di tutta la indulgenza compatibile coll'autorità degli ordinarii, e quando nascessero difficoltà aiutarla coll'opera e col consiglio per quanto loro è possibile. - Ho scritto questa lettera col solo desiderio di dirle ciò che può tornare di norma ad ambidue ed utile per la gloria di Dio; tuttavia se mai mi fosse sfuggita qualche parola inopportuna, io dimando umile scusa...

 

                Ma purtroppo il riguadagnare l'animo dell'Arcivescovo era diventato per sempre impossibile; bisognava ormai battere vie diverse e abbandonata la libertà dello stile epistolare, [92] attenersi al rigore della corrispondenza burocratica. Perciò, trascorse due settimane dall'invio della precedente, soddisfece in forma ufficiale alla doppia ingiunzione intimatagli dalla Curia.

 

29 maggio 1873.

 

                Il sottoscritto sempre lieto di poter secondare i desiderii di S. E. Rev.ma l'Arcivescovo nostro di Torino di buon grado dichiara:

                I° Che non riceverà mai nelle case della Congregazione Salesiana come chierico alcuno allievo che abbia appartenuto ai chierici Seminaristi di questa nostra archidiocesi; eccetto che fossero già stati accolti nelle case di detta Congregazione prima dei 14 anni, secondo il decreto Pontificio io Marzo 1870; oppure chiedessero di venirvi per imparare qualche arte o mestiere.

                2° Che tale è la pratica seguita finora; e non si farà alcuna eccezione di sorta senza il permesso o consenso della Curia Arcivescovile.

                3° Persuaso eziando di interpretare fedelmente i voleri della prelodata S. E. Rev.ma intende che questa dichiarazione sia fatta colle riserve e limiti prescritti dai Sacri Canoni stabiliti per tutelare la libertà delle vocazioni religiose.

                4° Occorrendo ulteriori schiarimenti saranno dati colla massima prestezza ad un semplice celino del superiore ecclesiastico, i cui consigli saranno sempre un tesoro per, lo scrivente

 

Sac. Giov. Bosco.

 

                Neppure questa dichiarazione bastò. La clausula che voleva salvi i sacri canoni nelle par ti tutelanti la libertà delle vocazioni religiose, dispiacque a Monsignore, il quale perciò respinse tutto. Era dunque la guerra guerreggiata.

                Noi ci arrestiamo qui, essendo sufficiente il già detto per chiarire l'origine delle divergenze, di cui i lettori han potuto seguire lo sviluppo negli ultimi volumi; un'esposizione più particolareggiata e più documentata sarà fatta nel volume anteriore, che non ha veduto ancora la luce. Il 2 luglio 1873, caduto il discorso sull'insanabile dissidio, Don Bosco dal fondo della sua calma disse: - Anche questo passerà. Da principio questa lotta mi faceva pena, non sapendone il perchè; ma ora il Papa mi ha fatto un programma sul modo di regolarmi. Io lascio fare e non dico nulla. [93]

                In noi che bramiamo di conoscere a pieno la vita del nostro Santo, è legittima oggi la curiosità di saper e quali siano state le cause che produssero un sì totale rivolgimento nei rapporti fra due uomini posti tanto in alto sul candelabro nella casa di Dio. Orbene abbiamo in proposito un cumulo di testimonianze rese durante i processi apostolici da autorevoli contemporanei, che avevano veduto con i propri occhi le cose e udito anche i giudizi di altri non più viventi al tempo delle loro deposizioni. Nulla di meglio pertanto che spremere da simili attestazioni il succo e porgerlo ai lettori concentrato e limpido che nulla nasconda.

                Anzitutto è generale nei testi il convincimento che della deplorabile tortura non si possa addossale a Don Bosco veruna colpa. Su questo punto daremo la parola unicamente alla contessina Mazé de la Roche, nipote di Monsignore e devota non meno a lui che al Servo di Dio[79]. Interrogata dai giudici se fosse da supporre o da ritenere che Don Bosco avesse dato motivo alle controversie, rispose: “lo sono pienamente convinta che il Venerabile non abbia dato causa ai detti dissensi, poiché sempre lo conobbi contrario a qualsiasi litigio e animato per evitarli anche con sacrifizio. Anzi aggiungo che in tutti i discorsi tenuti con mia madre e con me su tale proposito si vedeva quanto intensamente pativa di tutte queste prove”.

                Tenendo dunque conto delle cause allegate dai testi e riducendole per chiarezza ad alcuni capi essenziali, troviamo che alcune provennero dal carattere e dalla mentalità dell'uomo, altre dall'ambiente domestico e curiale.

                Quanto al temperamento sortito da natura, in una necrologia comparsa subito dopo la morte e ispirata alla massima deferenza verso la memoria del defunto[80] si accenna al suo “fare rigido” e si aggiunge che durante la missione inglese egli “non indolcì il suo carattere in paese in cui si doveva cercare [94] con arti di dolcezza di ricondurre all'abbandonato ovile quei popoli”. Che realmente egli si mostrasse impulsivo, impetuoso, facile ad accendersi e a usare parole brusche, era cosa nota lippis et tonsoribus. Simili eccessi erano effetto di grande nervosità ed anche di assalti epatici, a cui andava soggetto. Trasportato pertanto da questo naturale, accadeva, come dicono i testi, che talora trascendesse e poi temesse di compromettere la sua dignità ricredendosi. Qui dunque è da ricercare primieramente uno dei fattori di quanto avvenne.

                Un altro fattore va ricercato nelle sue disposizioni di spirito. Egli doveva la stia formazione intellettuale all'Università di Torino da lui frequentata quando vi spirava ancora il soffio del giansenismo e del gallicanismo; donde la sua poca simpatia per la morale di S. Alfonso e l'esagerato concetto della giurisdizione episcopale. La prima cosa faceva sì che nell'esigere il mantenimento della disciplina ecclesiastica desse in eccessive o storce o non serene esigenze e ricorresse talora a mezzi incredibili, ma veri; la seconda lo rendeva autoritativo, intromettente, intollerante di chiunque, pur rispettandone la dignità, non potesse mostrarsi ligio a tutte le sue vedute. Ond'è che, per nulla incaricato da Roma, voleva immischiarsi nella vita interna della Congregazione Salesiana, già approvata dalla Santa Sede, pretendendo che vi si facesse a modo suo. L'autonomia anzi della Società Salesiana gli fu un pruno negli occhi fin dagli esordi del suo episcopato torinese. “Io ho una diocesi piantata dentro alla mia diocesi, scriveva il 26 agosto 1877 alla sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari; D. Bosco diminuisce e assale l'autorità dell'Arcivescovo di Torino e introduce lo scisma nel Clero”.

                Sotto l'azione continua di questi molteplici fattori non era umanamente sperabile che gli urti una volta cominciati, si potessero di leggeri arrestare o attutire. Lo asserì con buona cognizione di causa monsignor Re, vescovo di Alba[81]. “A [95] spiegare la durata di quegli attriti, disse, fra due persone animate entrambe da rette intenzioni, stimo opportuno ricordare che l'Arcivescovo, insieme con molte buone qualità, aveva pure un'idea un po' esagerata della propria autorità e della propria scienza, oltre ad un carattere pronto, per cui talora precipitava nelle sue decisioni e difficilmente poi si induceva a recedere dalle medesime per timore di menomare il prestigio della sua autorità”.

                Anche le simpatie filosofiche diedero forma alla sua mentalità e determinarono in lui speciali atteggiamenti. Egli si professava rosminiano convinto e agiva di conseguenza[82]. In quegli anni la questione rosminiana era di quelle che si dicono roventi; fra cattolici si combatteva pro e contro con vero accanimento. Orbene l'avversione del Gastaldi per Don Bosco e per la Congregazione si acuì quando vide che non solo le Regole imponevano ai Soci S. Tommaso per maestro nei loro studi, ma che inoltre nella scuola si adottavano esclusivamente testi conformi all'interpretazione tradizionale dell'Aquinate.

                Qui sorge spontanea una domanda. Se questo era il carattere, questa la mentalità dell'uomo, fu solo Don Bosco a sperimentarne gli effetti? No; altri pure ne subirono la loro parte, sebbene a Don Bosco ne sia toccata una porzione maggiore. É noto infatti che per divergenze d'idee sul campo della teologia morale Monsignore diede lo sfratto al grande moralista Don Bertagna, poi Vescovo ausiliare del cardinale Alimonda; rimosse dalla direzione del Convitto Ecclesiastico il teologo Boetti, poi Vicario Generale dello stesso Eminentissimo, e ritirò al teologo Richelmy, poi Cardinale Arcivescovo di Torino, la nomina alla cattedra del Bertagna; allontanò dall'insegnamento il teologo Re, poi Vescovo d'Alba, e il teologo [96] Castrale, poi Vescovo e Vicario Generale del Richelmy. Un po' men noto è che per la questione rosminiana sbandì dall'archidiocesi il valoroso pubblicista Don Tinetti, diocesano d'Ivrea, divenuto poi direttore dell'Unità Cattolica, di cui prima era redattore; se la prese col teologo Margotti, che per liberarsi da tante noie cedette al fratello Stefano la proprietà del giornale; scrisse perfino una lettera assai risentita al padre Beckis, Generale dei Gesuiti[83]. Per questioni canoniche poi intimò a' suoi preti sospensioni senza numero, e per motivi discutibili sollevò molte cause dinanzi alle Congregazioni Romane; tanto che nei processi Don Rua dice di sapere che una volta il cardinale Oreglia, dovendosi recare nel nativo Piemonte, ricevette da Pio IX l'incarico di raccomandargli che trattasse più amorevolmente il suo Clero[84].

                Ponevamo fra le cause anche l'ambiente. Le insinuazioni appassionate, parziali e purtroppo anche maligne di alcuni che sedevano alla sua mensa o esercitavano uffici in Curia, ne rinfocolavano quotidianamente gli sdegni. La Mazé nelle sue deposizioni leggeva di tratto in tratto appunti da lei presi secondo le circostanze in un suo diario. Così dopo un rifiuto di udienza toccato a Don Bosco essa aveva scritto: “Quanto si amavano una volta! Perchè cambiò così lo zio Monsignore? Ah, chi ha fatto il tristo uffizio di suscitare tale discordia, dovrà certo averne un gran rimorso. Perchè dunque non si disdice di quanto asserì e che non ha ombra di vero?”. E dinanzi ai giudici commentava: “Invitata ben sovente a mensa da mio zio Arcivescovo, udivo il di lui segretario avere sovente frizzi e sarcasmi diretti a quei di Valdocco, oppure - Son quei di laggiù! -”. Riguardo ai curiali, basti far menzione dell'avvocato fiscale, definito da un Principe della Chiesa “l'istrumento degno del suo principale”[85].

                Non taceremo di alcune probabili concause, che possono [97] arrecare qualche attenuamento nel giudizio da pronunziare sui fatti esposti. Fin dalla sua venuta a Torino Monsignore forse temette il formarsi dell'opinione che, essendo stato chiamato a reggere l'archidiocesi per opera di Don Bosco, egli si lasciasse guidare da lui nel suo governo. Dovette fors'anche temere che Don Bosco cercasse di attirare alla sua nascente Congregazione molti giovani studenti e molta beneficenza a scapito dei seminari diocesani. Certe imposizioni finalmente poterono trarre origine anche dal non essere allora su vari punti così ben determinata come al presente la legislazione canonica.

                Il cardinale Cagliero, data la conoscenza elle aveva delle cose, riassunse quasi senz'accorgersi in poche parole tutte le cause principali del conflitto, allorchè nei Processi conchiuse una sua deposizione dicendo[86]: “Le divergenze nacquero, a parer mio, da piccole gelosie e temuti o presunti abusi contro l'autorità diocesana, cosa troppo facile tra una Congregazione che nasce e l'Ordinario che la vede, a malincuore, dichiarata esente dalla sua giurisdizione, specie se egli ha un carattere pronto e forte, una salute spesso cagionevole, ed un entourage di consiglieri animosi e piccini da cui si lasci influenzare”.

                Il Signore che permise quei dieci anni di tribolazione, sembra che abbia voluto anche premunire in tempo il suo Servo; poichè non appena cominciarono le dissensioni, gli mandò un sogno misterioso, della cui piena intelligenza doveva fornirglisi la chiave dal complesso degli avvenimenti. Parve a Don Bosco che piovesse a catinelle e che ciononastante urgenti affari lo costringessero a uscire in città. Giunto presso l'Arcivescovado vede (cosa strana!) monsignor Gastaldi vestito con tutta la pompa degli abiti pontificali uscire dal suo palazzo. S'affretta a raggiungerlo ed: - Eccellenza, gli dice, osservi con che tempaccio si mette per via; non vede che fuori non c'è anima viva? Mi ascolti, rientri in casa. [98]

                 - Non ispetta a voi venirmi a consigliare; io andrò per i fatti miei e voi andatevene per i vostri, rispose bruscamente l'Arcivescovo, ributtandolo da sè.

                Intanto, fatti pochi passi, egli sdrucciolò e cadde nel pantano, guastandosi i paramenti, che rimasero insozzati e brutti. Don Bosco tornò a ripetergli per ben cinque volte, che avesse riguardo alla sua dignità, che si ritirasse, che... Ma tutto indarno: preghiere e scongiuri non valsero a nulla. Nel seguitare dunque ostinatamente la sua strada, ricadde una seconda e terza e quarta e quinta volta. Alzatosi l'ultima volta, era irriconoscibile: la sua persona faceva una cosa sola col loto che tutto lo avvolgeva. Stramazzò finalmente, ancora una volta e poi non si alzò più.

                Avvezzo per lunga esperienza a ravvisare nei sogni simboliche rappresentazioni di eventi futuri, è da credere che dopo questo il Servo di Dio guardasse con infinita compassione all'incalzarsi delle moleste vicende e, pur paventando la catastrofe finale, pigliasse animo a non iscostarsi punto dalla sua linea di condotta, che diremo ora quale fu.

                Per prima cosa si asteneva con ogni cura dal dare in pascolo alla maldicenza gl'incidenti che capitavano abbastanza di frequente. Senza motivi seri non ne faceva motto: i processi parlano chiaro. La Mazé, testimoniando per sè e per la madre, disse: “Ci metteva a conoscenza di queste cose penose, unicamente perchè, bene informate, potessimo trovar modo di prestare i nostri caritatevoli uffizi, onde dissipare gli equivoci insorti a me non risulta e sono anzi convinta che il Venerabile non facesse confidenze intorno a questo argomento con altre persone estranee, e quando ne parlava con noi, diceva: - Ne parlo a loro, perchè so con chi parlo e perchè so che loro non possono fare che buoni uffizi”.

                In secondo luogo dominava se stesso in modo da non iscompagnare mai l'afflizione dalla rassegnazione. E in certi casi la pazienza gli costava cara. Alla Mazé una volta riferì un rifiuto di udienza. La Contessina segnò nel diario queste sue [99] impressioni e le parole da lui proferite: “Oh com'era rassegnato! ma come era afflitto il suo cuore! Mi sentii commuovere al sommo udendo dalla sua bocca queste parole: - Si ha bensì tutta la volontà di essere forti, di farsi coraggio nelle avversità; ma a forza di accumulare disgusti su disgusti il povero stomaco si risente e si rompe. - Mai vidi in vita mia Don Bosco cambiare di fisonomia; ma questa volta alternativamente, mentre parlava, diveniva pallido e poi infiammato in volto”.[

                I testi sono unanimi nell'affermare di non aver mai colto nel suo linguaggio il menomo indizio di risentimento per tante contrarietà: Don Anfossi, che bazzicava negli ambienti del clero cittadino e vi attingeva notizie su quanto accadeva, venendo a conoscere le pene di Don Bosco, andò più volte da lui per consolarlo; ma dalle sue maniere costantemente soavi ben s'avvedeva non aver egli bisogno delle altrui condoglianze, saper anzi infondere nel suo consolatore sentimenti di pace e di fiducia in Dio.

                Anche a Don Anfossi, che aveva tante conoscenze nel mondo ecclesiastico, era utile far note certe particolarità, affinchè all'occasione mettesse le cose a posto. Una volta dunque gli narrò d'essere stato chiamato a palazzo, dove in un buon abboccamento sembravagli essersi appianate tutte le difficoltà; tant'è vero che l'Arcivescovo lo aveva invitato a benedire i familiari da lui fatti entrare. Ma li ebbe appena licenziati, che, quasi ricredendosi, riaffermò la colpevolezza di Don Bosco. Questi, sempre in calma, si studiava di persuaderlo in contrario, ma senza pro; chè Monsignore, dicendogli duramente: - Se ne vada! - gli voltò le spalle e Don Bosco afflitto fu dal suo segretario preso per un braccio e condotto fuori della sala. Dopo questo racconto il Servo di Dio esclamò: - Com'è possibile trattare seriamente e con risultato con un uomo che muta pensiero con tanta facilità?

                Ecco perchè di sì penose vicende Don Bosco si preoccupava: se ne preoccupava per gravi affari riguardanti alla Congregazione, [100] non per la sua persona. Un giorno disse al medesimo Don Anfossi: - Se non si trattasse anche della Congregazione, io, per evitare questi urti, preferirei andarmene a Roma o in altra città; ma sembra essere volontà di Dio, che la Congregazione ponga qui le radici.

                Si rammaricava non meno, perchè simili fastidi gl'impedivano di fare tutto il bene che avrebbe voluto. Con qualche suo confidente diceva: - Il demonio ha previsto il bene grande che si sarebbe potuto compiere, se monsignor Gastaldi avesse continuato a proteggerci; ma lo spirito del male seminò la zizzania. L'Arcivescovo s'informa di tutte le cose nostre e ci mette ogni sorta d'impacci; ma anche questo passerà. Noi andremo avanti tacendo e non intraprendendo mai nulla contro di lui. Mi rincresce solamente del tempo che ci fa perdere, che potremmo impiegare tutto per il bene delle anime.

                Un altro punto sul quale i testi vanno d'accordo è nell'affermare, che, nonostante le opposizioni qualificate per sistematiche da un autorevolissimo Prelato romano[87], Don Bosco non tralasciò di amare, rispettare e nella misura del possibile aiutare l'Arcivescovo. Depose la Mazé: “Il Venerabile, semprechè ebbe a trattare cose di questo argomento, ci accennava appena il necessario, tanto che alcune volte non comprendevamo dove mirasse ed eravamo costrette a interrogarlo. Ma egli in tutto ci parlava di Monsignor Arcivescovo con tanto rispetto e carità, che ne restavamo edificate”.

                Nè solamente i testi parlarono così, ma così scrissero anche altri che dinanzi al tribunale ecclesiastico non comparvero. É prezioso quello che scrisse il padre Felice Giordano, superiore degli Oblati di Maria Vergine a Nizza Mare[88]. “Essendo io di passaggio in Torino, narrava egli, ed usando insieme con certa apertura con l'Arcivescovo per esserne stato antichissimo condiscepolo, fui messo alquanto al corrente della [101] nata differenza. Orbene, io posso dire che non mai più che allora rimasi colpito di meraviglia, a vedermi tanta calma inalterata nell'amico Don Bosco. Difatto per un successivo colloquio che ebbi con Don Bosco in Valdocco, io ne tornai edificato siffattamente, che prima di ripartire per Nizza, scrissi una lunghissima lettera all'Arcivescovo, dove io gli riferiva in proposito tutte le felici impressioni che ne aveva riportato”.

                Lettere di questo genere, esortanti Monsignore a lasciar tranquillo Don Bosco, ne furono scritte non poche. Il teologo Franchetti ne possiede gli originali. In una dell'agosto 1873 monsignor De Gaudenzi, Vescovo di Vigevano, gli rendeva questa testimonianza: “Son certo che il sig. Don Bosco è disposto a tutto, anzichè mancare di ossequio e di riverenza al suo Arcivescovo, che so quanto tu veneri e stimi”.

                La riprova che egli camminava per le vie della rettitudine si ha nei doni soprannaturali non cessati mai di rifulgere in lui durante il periodo delle sue maggiori tribolazioni. Per questo è preziosa una stia risposta. Allorchè con la venuta del cardinale Alimonda a Torino un'iride di pace prese a brillare sull'Oratorio, Don Albera volle un giorno conoscere quale fosse il pensiero di Don Bosco sopra il frequente intervento della Madonna nel corso della sua vita e delle sue opere. Egli, udita la domanda, si fermò un istante a riflettere e poi rispose: - Tutti erano contro Don Bosco; bisognava bene che la Madonna lo aiutasse.

                Conchiuderemo anche noi la nostra esposizione come conchiuse il cardinale Cagliero un'ampia sua deposizione[89]: “In conclusione ritengo che non senza divino consiglio il Venerabile Don Bosco in colui che sperava sarebbe stato il suo più fido e forte protettore, ebbe invece, a perfezione della sua santità, un oppositore, e proprio nel periodo più glorioso e più fecondo del suo apostolato. Questa croce che il Signore [102] gli mise sulle spalle, gli faceva perdere gran parte del suo preziosissimo tempo non in altro che in una umile e doverosa difesa; eppure non gli cavò mai un lamento dal cuore, un motto di impazienza, di stizza o di giusto risentimento. La sopportò fortemente, serenamente, umilmente, senza perdere una sola volta la pace interiore, senza che lo distogliesse dal lavorare continuamente per il rassodamento e l'espansione dell'opera sua, con quella giocondità di spirito, con quella intima inalterata unione con Dio, che è la caratteristica dei Santi”.

 

 


CAPO IV.

A Parigi: accoglienze.

 

                A Parigi Don Bosco non arrivò nè sconosciuto nè inatteso. Le pratiche durate a lungo con l'abate Roussel per rilevare la stia opera di Auteuil ne avevano fatto circolare il nome nelle sfere ecclesiastiche e laiche per via di coloro che si occupavano d'istituzioni benefiche, tanto numerose nella grande metropoli. Nei sermons de charité l'attività del prete torinese a vantaggio della gioventù povera e abbandonata veniva citata a stimolo e a modello, tanto più che anche sul suolo francese le sue fondazioni richiamavano sempre più largamente l'attenzione dei buoni cittadini e della stampa cattolica. Inoltre i contatti di lui con la colonia parigina che soleva svernare a Nizza e lungo la Costa Azzurra, gli avevano procurato preziose conoscenze, svegliando in molti con i sentimenti d'ammirazione per le sue virtù e per le sue imprese il desiderio di vederlo nella capitale. Per mezzo di questi signori poi penetrò ivi e si sparse nelle famiglie aristocratiche il libro del nizzardo dottore D'Espiney, che senza pretese e in forma briosa narrava gli episodi più salienti della sua vita, destando nei lettori la curiosità di conoscere da vicino un uomo così singolare. Perciò, quando si seppe che egli stava veramente per giungere, vari [104] nobili parigini gareggiarono nell'offrirgli la loro ospitalità e diffusero la lieta notizia in ampia cerchia di parenti e conoscenti. Nessuno per altro avrebbe potuto mai presagire nè immaginare il millesimo di quello che avvenne e la cui narrazione richiederà da noi una parte notevole di questo volume[90].

                Era il mercoledì 18 aprile, quando, verso le sei della sera, Don Bosco, accompagnato da Don De Barruel, scese alla stazione di Lione. Una vettura che lo aspettava, lo condusse, percorrendo i boulevards, al corso Messina e si arrestò al portone del palazzo De Comband. La Contessa, gentildonna matura d'anni e ottima cristiana, era felicissima d'avergli fatto gradire la stia ospitalità. Noi avemmo già occasione di nominarla, quando si parlava del futuro monsignor Malan e della sua straordinaria vocazione[91]. Possedendo essa una villeggiatura nelle vicinanze della Navarre, aveva visto colà il Servo di Dio nel suo recente passaggio e preso con lui gli accordi per la prossima andata a Parigi. Mise ivi a sua disposizione un appartamento separato affatto dal resto della casa deputando a servirlo persone adatte e nulla trascurando perchè egli si sentisse interamente a suo agio.

                Presto si doveva toccare con mano quanto fosse stata accorta la scelta del segretario. Don De Barruel, francese autentico, discendente da nobile famiglia del Delfinato, aveva prima studiato giurisprudenza ed era stato capo di gabinetto in una Prefettura durante la presidenza del maresciallo MacMahon. Da giovanetto nel piccolo seminario aperto da monsignor [105] Dupanloup a Chapelle Saint - Mesmin presso Orléans, aveva avuto a condiscepolo monsignor Camillo Siciliano Di Rende, allora Nunzio Apostolico a Parigi. Uomo colto e navigato, fu una vera provvidenza per Don Bosco in quel gran mondo.

                Parigi si commosse alla venuta di Don Bosco. Questa frase dice tutto. Le maggiori città non si sogliono commuovere tanto facilmente per la presenza di ospiti anche molto illustri; Parigi poi alle novità di questo genere è forse la città più indifferente che esista. Oggi le fa riscontro solamente Roma. Personaggi di gran rinomanza nell'arte, nella scienza, nella politica, e autorità di prim'ordine nella gerarchia sociale vi passano e ripassano del continuo, attirandosi al più al più una momentanea attenzione. Ab assuetis non fit passio. Invece, appena corse la voce che c'era Don Bosco a Parigi, vi si determinò un movimento incessante e travolgente verso la sua persona: dovunque si sapesse che egli si trovava, si voleva vederlo, ascoltarlo, avvicinarlo, toccargli le vesti. Fu un'ovazione generale e quotidiana, non preparata in alcun modo nè organizzata, ma improvvisa, spontanea, addirittura stupefacente.

                E sì che il suo esteriore non presentava agli occhi del pubblico nulla di ciò che domina le masse. 1 giornali ne mettevano in rilievo la statura mediocre, l'andare tentennante, la vista stentata, il tono della voce lento e fievole, l'accento straniero e il fraseggiare più straniero ancora, l'estrema semplicità del tratto; ma ne rilevavano pure la bontà squisita, la dolcezza inalterabile, la pazienza eroica, notando come l'aureola di taumaturgo che ne circondava il nome, lo lasciasse modesto modesto, quale poteva apparire l'ultimo de' suoi figli, i non profani però scoprivano bene il segreto di sì potente attrattiva: era la santità quella che, nonostante tutte le tentate deformazioni dell'anima popolare, esercitava pur sempre anche in una Parigi il suo fascino perenne.

                Il movimento che dicevamo cominciò subito il giorno dopo [106] del suo arrivo. Quella mattina, celebrata la Messa dalle Carmelitane, Don Bosco si recò premurosamente all'Arcivescovado: gli premeva di rendere omaggio all'angelo della diocesi. Non vide l'Arcivescovo, che era fuori ad amministrare la cresima; ne visitò per altro il Coadiutore monsignor Richard, da cui ebbe le migliori accoglienze. In giornata però volle tornare; allora il cardinale Guibert lo trattenne in lungo e cordiale colloquio. Rientrato in casa, trovò già un centinaio di persone che domandavano di vederlo.

                Quest'affluenza, indice di quello che sarebbe diventato da mane a sera il suo palazzo nei giorni successivi, spaventò la De Combaud, che corse tosto ai ripari. Non lungi dalla chiesa della Maddalena, in via Ville l'Evèque, nel palazzo De Sénislhac, albergava una comunità che esteriormente non aveva apparenze monacali, ma che formava una famiglia religiosa femminile, le cui aggregate appartenevano all'aristocrazia e si chiamavano Signorine, non suore[92]. Erano le Oblate del Sacro Cuore di Montluçon. fondate da Luisa Teresa De Montaignac De Chauvance, per la quale è stato iniziato il processo di beatificazione. A capo della comunità anzidetta stava una Sénislhac. A lei si rivolse la De Combaud. Come facilmente si prevedeva e come realmente fu, Don Bosco, celebrando or qua or là dove l'avrebbero invitato, non sarebbe mai stato tanto presto di ritorno prima del mezzodì; onde la fiumana dei visitatori sarebbe stata più esorbitante nelle ore pomeridiane. Si convenne dunque di fare a metà; egli ogni pomeriggio alle due sarebbe andato in casa Sénislhac e là avrebbe atteso alle udienze serali. A tale scopo fu destinato [107] un ampio e comodo appartamento nel primo piano. Vi si ascendeva per lo scalone nobile. Una stanza d'ingresso dava adito a una saletta, donde si passava in una sala grande rischiarata da tre finestre di fronte. Di qui si entrava in un'anticamera, nella quale si apriva la porta della biblioteca: in questa Don Bosco avrebbe ricevuto.

                Giova presentare fin da principio l'orario delle giornate parigine di Don Bosco. Si alzava alle cinque, faceva orazione e attendeva allo spoglio della corrispondenza recatagli con l'ultima posta della sera innanzi: un monte di lettere che cresceva ogni dì più. Quindi si portava a celebrare in cappelle o chiese, dove fosse aspettato, e poi ivi stesso accoglieva visitatori e continuava ad accoglierne dalla De Combaud, finchè fosse tempo di andare a colazione da alcuno di coloro che quotidianamente lo tempestavano d'inviti. Alle due cercava di essere in casa Sénislhac per le udienze serali, durandola non meno di sei ore e ritornando al palazzo De Combaud ordinariamente verso le dieci. Qui si tratteneva un pochino con i suoi ospiti; indi, ritiratosi nella sua camera col segretario, esaminava se le lettere della giornata erano state ben classificate per le risposte. Finalmente, fatta la sua orazione, si coricava verso la mezzanotte.

                Alla sera del 20 la Sénislhac e le sue compagne poterono farsi un'idea di quanto doveva succedere nei giorni successivi. Alle due la loro dimora era già letteralmente invasa: persone d'ogni ceto chiedevano di vedere Don Bosco. Le religiose, volendo che la prima benedizione del Servo di Dio nella loro casa fosse per esse, si raccolsero intorno a lui nella biblioteca subito al suo entrare. Si riteneva per fermo che il segretario avrebbe provveduto da sè a introdurre i visitatori; ma egli, consegnato loro Don Bosco, se l'era svignata, avendo altro da fare. Povere donne, in che impiccio si trovarono! La prima cosa fu difendere Don Bosco da un'irruzione; perciò la signorina Jacquier si piantò sulla porta che dalla biblioteca dava nella sala grande, e la signorina Bethford montò la guardia [108] a un'altra porta che dalla biblioteca metteva sul pianerottolo della scala e che doveva restar chiusa. Si accedeva a Don Bosco per la porta interna. Qui la guardiana manovrava energicamente per dare il passo secondo l'ordine di precedenza. Gremivano il salone signori e signore della migliore società; fra gli altri la principessa di Trapani con la figlia e con alcune dame si lamentava da due ore che non venisse mai il suo turno, anzi che non le riuscisse nemmeno di aprirsi un varco per arrivar a perorare la sua causa dinanzi all'improvvisata ostiaria. Finalmente uno scambio di biglietti servì a indicarle e a farle schiudere una porticina fuori degli occhi del pubblico, il che le permise di giungere a Don Bosco. Ne uscì lietissima, profondendosi in ringraziamenti alle sue liberatrici.

                Dopo sei ore il salone era ancora pieno, perchè quanti sgombravano, tanti ne pigliavano il posto. Alla fine Don Bosco si affacciò per dare una benedizione generale. In quell'attimo successe un pigia pigia contro di lui da far temere per la sua incolumità. Il lungo attendere rende nervosi. Si gridava: Padre, mio figlio ha il tifo... Padre, ho un tumore... Padre, ho un figlio che mi fa disperare... Ho questo, ho quello... Certuni, armati di forbici, profittavano della calca per tagliuzzargli la sottana e procacciarsene reliquie. Quand'egli uscì, le sue guardiane erano là in piedi da otto ore.

                Ma l'esperienza aveva loro insegnato qualche cosa. Il giorno dopo, rinnovatosi lo stesso concorso, quanti entravano nella sala, erano obbligati a scrivere il proprio nome sopra un foglietto recante un numero e con quello avanzarsi ordinatamente per l'udienza. Il provvedimento, avendo dato buoni risultati, fu mantenuto anche in seguito. Alle signorine però prestarono mano la contessa De Caulaincourt, la contessa D'Andigné e altre illustri dame parigine, sobbarcandosi con vera abnegazione a quell'arduo ufficio di mantenere un po' in ordine e arginare una folla, che riempiva sale, scalone e cortile, aspettando impaziente, ma ferma per ore e ore.

                Don Bosco a Parigi non era più padrone di sè. Una sera,  [109] bisognandogli trattar un affare con un signore della città ed essendo bloccato dalla parte anteriore il palazzo del viale Messina, sguizzò via per un'uscita postica. Non aveva detto ad anima viva dove sarebbe andato; eppure, trapelata la cosa forse per indiscrezione del cocchiere, la carrozza non era ancora giunta a destinazione, che già l'affollamento sbarrava il cammino. Egli entrò, ma nell'atrio lo stringevano da ogni lato; certuni financo s'inginocchiavano là per confessarsi. Il Santo, soffocato dalla calca, chiamò in aiuto Don De Barruel e: - Di' a tutta questa gente, gli raccomandava, che si ritiri nell'anticamera e passino uno alla volta.

                 - Sì, rispose il segretario. Ma poi, perdutosi di coraggio, finì con l'andarsi a sedere sopra una panca, come smemorato.

                 - Ma Don De Barruel, invocava inutilmente Don Bosco, fa' quello che ti dico!

                Chi sa come si sarebbe liberato, se non sopraggiungeva il marchese di Franqueville, che lo fece passare in una stanza attigua, dicendogli che aspettasse un momento; poi chiuse la porta, lo raggiunse per un altro ingresso e segretamente lo condusse a pranzo in casa sua, mentre tutti aspettavano, persuasi che egli stesse sempre là entro. Giunsero al palazzo che sonavano le venti; ma ecco sul portone un'altra vettura che li attendeva. Una famiglia, in cui un figlioletto era moribondo, mandava a pregare Don Bosco di una sua visita, foss'anche per un minuto solo[93]. Don Bosco andò. Finalmente alle ventitrè si misero a tavola; ma egli non prese che un po' di zuppa.

                Il 3 maggio, dopo la conferenza a Santa Clotilde, si accinse a dare udienza nella retrosacrestia, standosene in piedi sopra la predella; ma la processione non finiva mai. A un certo punto disse al marchese di Franqueville là vicino: - É impossibile contentare tutti. Come si fa a resistere? Non reggo più dalla [110] stanchezza. Ascolterò da ognuno soltanto una parola. Facciamo questo patto. - Il Marchese andò a proporre e a imporre la condizione, e vigilava perchè nessuno la violasse. Così nello sfilare della folla, i passanti gli dicevano la loro necessità: - Preghi per me... Ho la madre ammalata che le si raccomanda ... Mi benedica... Mi dia una medaglia... Ho un figlio sviato ... Dica alla Madonna che mi faccia andar bene gli affari. - In questo modo ne passava una quarantina al minuto, ricevendo tutti una medaglia di Maria Ausiliatrice.

                La sfilata durava già da due ore, quando il Servo di Dio disse al Marchese: - Guardi un po' quanti ce ne sono ancora. - Il Marchese guardò e gli rispose: - Ce ne sono ancora cinquecento. - Gli fu portato un caffè, che sorbì senza sospendere l'operazione. Dopo un'altra oretta: - Signor Marchese, domandò nuovamente, quanti ne rimangono? - Il Marchese si riaffacciò e poi gli disse: - Saranno un migliaio.

                Don Bosco non ne poteva più e bisognava troncare. Venne il parroco a scambiare due parole; indi il Marchese per una porta là presso lo fece passare nella, canonica e dalla canonica partire. Quando la moltitudine accalcata fuori s'accorse che non c'era più, invase la casa del parroco, chiedendo clamorosamente dove fosse Don Bosco. Uditane la partenza, stava per nascere un subbuglio, quando una voce gridò che era andato dal signor Baudon, via tale, numero tale. Questo signor Baudon era il presidente generale delle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli. Non tutti avevano inteso bene l'indirizzo; altri, venuti da estremi opposti di Parigi, ignoravano l'abitazione; onde un interrogare tumultuoso i passanti e un agglomerarsi di curiosi che raddoppiava l'assembramento, e poi un correre all'impazzata, facendosi a chi giungesse prima.

                Di lì a poco un'onda di popolo si gettava sulla casa del signor Baudon di Rozembau e forzandone l'entrata, irrompeva nel portico e si spingeva su per le scale. Il padrone si fa alla finestra spaventato e domanda che c'è. [111]

                 - Vogliamo vedere Don Bosco.

                 - Don Bosco non c'è.

                 - Don Bosco c'è. Han detto che è qui da lei.

                 - Si, lo aspetto. Avrò il piacere di averlo a colazione con me, ma non è ancora venuto.

                In quella, ecco apparire il Servo di Dio. Come Dio volle, si sbrigò anche da quell'assediamento, salì, entrò nel salotto ed ebbe finalmente un po' di respiro.

                Un pomeriggio tardò alquanto all'appuntamento in casa Sénislhac. Dalla chiesa della Maddalena, che ne distava dugento metri, tutto quel tratto di via era così ingombro di gente da rendervisi impossibile la circolazione. Gli fu forza scendere di carrozza e farsi largo a piedi. Vestiva alla francese con rabat e fascia. Nessuno lo conosceva. A un dato momento, portato dalla folla, si trovò sequestrato nel vano di una porta e venne spinto entro un cortile, donde ebbe un bel da fare per uscire e riprendere il cammino. Arrivato alla mèta e raggiunta la scala, tentava di andar su; ma non c'era verso di fare un gradino.

                 - Lasciatemi passare, diceva amorevolmente.

                 - No, gli rispondevano. Io ho il numero quindici, io il venti.

                 - Ebbene, ripigliò dopo un poco, se non volete che io passi, lasciate almeno che mi vada a riposare su quel gradino.

                 - No, no, siamo noi i primi e lei è un intruso.

                 - Ma sappiate, buoni signori, che se non vado io, voi non potrete parlare con Don Bosco, perchè Don Bosco sono io.

                Gli risero in faccia e tutt'intorno si levò un coro di voci a dargli del farseur [burlone].

                Pazienza, non c'era che fare! Dovette tornarsene indietro, e per questo non incontrò resistenza. Liberatosi di là, andò a visitare una famiglia, che lo aspettava da lunga pezza, perchè vi benedicesse un infermo. Se non fosse stato di quel contrattempo, non avrebbe potuto consolare quel poveretto. [112]

                La Sénislhac, che con la casa piena di gente l'aveva atteso invano, rimase male, quando ne conobbe il motivo; perciò ricorse al braccio secolare. In seguito alcune guardie municipali si mettevano di sentinella dentro e fuori, anche perchè non fosse ostruito il passaggio agl'inquilini dei vari appartamenti, che non sapevano più come entrare o uscire.

                La stampa della capitale non si disinteressò dell'ospite italiano. Il Figaro, l'Univers, la Gazette de France, il Clairon, la Liberté, il Pèlerin, la France illustrée dell'abate Roussel e altri fogli non si contentarono di dargli il ben venuto, ma lanciarono grandi articoli, chiamandolo l'“Uomo di Dio”, il “Taumaturgo del secolo XIX”, il “S. Vincenzo de' Paoli italiano”. Alla capitale fecero eco le province. A Parigi i corrispondenti gli davano la caccia dappertutto. Noi a tempo e luogo terremo conto di quello che si scrisse; intanto tradurremo qui da due articoli i passi che descrivono l'entusiasmo generale dei Parigini per Don Bosco, omettendo i cenni biografici, attinti dal libro del D'Espiney e destinati a illuminare il pubblico sull'uomo del giorno. Il primo articolo, comparso sull'Univers del 5 maggio e dovuto alla penna dell'Aubineau, un veterano della stampa e acuto osservatore, conteneva questi tratti.

 

                Parigi è sorpresa al vedere il movimento determinatosi nel suo seno intorno a un umile prete della diocesi di Torino, che non ha nulla di attraente agli occhi del mondo. É di famiglia oscura ed ha un esteriore modesto. La sua voce in pubblici numerosi non arriva a farsi udire. Ha vacillante il passo e debole la vista. Perchè le folle gli corrono dietro?... L'unica preoccupazione della capitale in questo momento non è di vedere e di avvicinare Don Bosco?

                 - Dov'è?...

                 - Che cosa fa?...

                Quindici giorni addietro se ne conosceva appena il nome, proferito qualche volta nelle conferenze di carità. Si conoscevano all'ingrosso le opere, che quel nome richiamava: opere giovanili, che si occupano di ragazzi abbandonati e che si moltiplicano e si estendono da più parti. Anche un libriccino, letto non senza sorridere, aveva messo gente divota a conoscenza di queste mirabili fondazioni, dei loro sviluppi e dei loro frutti. Di più non se ne sapeva. Oggi quindi molti sono [113] stupiti del rumore improvviso destato da un nome, che pocanzi avevano appena udito pronunziare.

                E il plauso dei Parigini è quasi unanime, e l'attrattiva irresistibile che agita le folle ha già in sè del prodigioso. In questo vi è una risposta incosciente, se si vuole, ma diretta ed energica contro le proclamazioni di ateismo che da ogni parte si pretendono fare in nome del popolo. Tanti omaggi sono indirizzati all'uomo di Dio: l'uomo della fede e della preghiera la folla vuol contemplare. Le maggiori chiese sono state troppo strette per contenere i fedeli elle vogliono ascoltare la Messa di Don Bosco, pregare con Don Bosco, ricevere la benedizione di Don Bosco. Altro a lui non chiedono.

                Le moltitudini viste, non è guari, intorno al curato d'Ars andavano a domandare un'assoluzione: al confessore si accorreva da ogni parte del mondo presso l'umile parrocchia sperduta tra i fanghi e gli stagni della Bresse. Neppure Don Bosco rifiuta di accogliere e di ascoltare i peccatori [...]; ma a Parigi, nel turbinio che lo trascina, la gente capisce che egli non avrebbe guari tempo di star a confessare, e tutto lo slancio che si manifesta intorno al dolce e semplice prete, ha per iscopo di ottenerne la benedizione e un po' di preghiera.

                Ognuno desidera che quella benedizione discenda sulla sua miseria personale o sopra un suo particolare dolore. Il buon prete ascolta tutti, s'interessa di tutti e invoca su tutti la protezione di Maria Santissima Ausiliatrice. Egli non bada a sè, ma si mette interamente a disposizione di quanti lo supplicano: è là per loro, per le loro pene, per le loro speranze: consola, benedice, incoraggia. In mezzo al tumulto che lo circonda, non se ne dà per inteso, ma sembra fare unicamente attenzione a chi gli parla: s'informa di tutti e a tutti raccomanda di aver coraggio.

                ... Io non l'ho veduto ne' suoi ospizi fra i preti, che, da lui formati, portano la fecondità sacerdotale nelle povere anime dei ricoverati; ma l'ho veduto in mezzo alle folle che, attratte dal suo nome, gli si gettano ai piedi, gli baciano le mani e si curvano a riceverne la benedizione. La bellezza di un tal trionfo sia nella modestia di colui che ne è l'oggetto. Si vede bene che non cerca niente per sè, ma riferisce tutto a Dio e alla Santa Vergine. Lui come lui è figlio di contadini, che a quindici anni guidava ancora l'aratro, e figlio di contadini si mantiene senz'aspirare a farsi valere. Va facendo il bene e sacrificandosi per tutti senza discernimento, per dir così, e senza predilezioni. Lo prendono, lo conducono, ed egli lascia fare.

                ... Il contegno della popolazione parigina è cosa che sorprende. I concorsi nelle chiese sono imponenti e la ressa intorno all'uomo di Dio riempie di meraviglia. Dappertutto, anche nelle case private dove va, la folla lo segue, lo precede, lo spia e lo assedia. E non soltanto i semplici fedeli ricorrono a lui. Ho avuto occasione di vederlo un istante in una sacrestia prima della Messa. Parato che fu, allorchè [114] con le mani giunte, con gli occhi bassi moveva per andar all'altare, molti preti gli si avvicinarono l'un dopo l'altro e gli sussurrarono all'orecchio le loro raccomandazioni. Che dire di Don Bosco all'altare? lo l'ho potuto osservare da presso e ne ho contemplato il raccoglimento e la pietà.

 

                Con la medesima data la Liberté cominciava così un lungo articolo: “A Parigi negli ambienti religiosi non si parla in questo momento che di Don Bosco, una specie di S. Vincenzo de' Paoli italiano”. Segue poi una descrizione di quello che il redattore vide presso la De Combaud.

 

                La sua abitazione è presa d'assalto; si affollano le chiese, dov'egli va; saputosi che deve parlare dal pulpito, ci vuole un servizio d'ordine per contenere la piena. Di gruppo in gruppo si sentono raccontare i suoi fatti straordinari e vi si ode ripetere: - Il padre... il santo. Il padre e il santo sono la medesima persona, Don Bosco.

                Abbiamo voluto vedere anche noi, non lo nascondiamo, un uomo, la cui vita benefica gli ha meritato simili attestati di venerazione. Siamo andati infatti con questo scopo in mente al viale Messina, dove in un magnifico palazzo privato Don Bosco gode l'ospitalità di una famiglia amica. Numerose carrozze stazionavano dinanzi alla porta. Nel cortile un viavai di visitatori. Dal portiere molte persone discutevano per farsi inscrivere. Nella vastissima sala d'ingresso, in cui si radunavano coloro che avevano ottenuto udienza entro la giornata, non c'era più una sedia vuota. Salito lo scalone, c'introdussero nella sala dove Don Bosco riceveva. Con tanta gente che aspettava, abbiamo avuto appena il tempo di salutarlo. A un ometto assai semplice, si direbbe quasi timido, che si esprime in francese con un leggero accento italiano.

 

                Don Bosco affidò il pubblicista a Don De Barruel, che lo condusse da Don Rua. Don Rua, “tipo caratteristico d'italiano”, scrive il giornalista, aveva le mani nella corrispondenza. Il visitatore osserva: “Non abbiamo mai viste tante lettere arrivate in un giorno. Formavano un gran mucchio sopra la scrivania, e sotto ve n'era una gran quantità di lacerate. Il prete faceva un segno su quelle che meritavano risposta e le univa a un mazzo che gli stava davanti. Quante lettere, quante lettere! E senza contare le assicurate”.

                Appunto per il disbrigo della corrispondenza, talora di [115] carattere delicato, Don Bosco sul finire di aprile[94] aveva chiamato Don Rua a Parigi. Don De Barruel, benchè aiutato volenterosamente da altri, non arrivava a cavarsela. Il 2 maggio Don Rua scriveva al Direttore dell'Oratorio: “Non puoi farti un'idea delle montagne di lettere che sono qui, in aspettativa di risposta: non tre, ma sei o sette segretari sarebbero necessari. Fortunatamente c'è anche un bravo religioso, che viene a prestar l'opera sua in nostro aiuto”. Anche l'istitutrice delle figlie della di Combaud e parecchie signorine Oblate, nei limiti del possibile, alleggerivano loro la fatica. Il portinaio sei volte al giorno saliva con una guantiera colma.

                Il giornalista della Liberté mosse a Don Rua una serie di domande per istrappargli notizie fresche da ammannire ai lettori; ma non potè spillare gran che. Don Rua non ismise il suo lavoro, ma disuggellava buste, scorreva con l'occhio gli scritti, annotava e riponeva o senz'altro cestinava, e intanto raccontava all'intervistatore episodi della vita di Don Bosco e particolarità delle sue fondazioni. Quando quegli chiese se fosse vero che Don Bosco guariva i malati, Don Rua e Don De Barruel sorrisero e il primo gli rispose: - Tutto quello che egli può fare, si è di pregar Dio per essi[95].

                Un documento vivo e rilevante, perchè uscito dalla penna di persona colta e sotto l'impressione immediata dei fatti, nè destinato alla pubblicità, ci è testimonio, che l'entusiasmo non infiammava solo il popolino o le teste piccole. Esso proviene dalla signora Claudius Lavergne, moglie di colui che suscitò in Francia l'arte dei vetri istoriati e scrittrice di bella rinomanza nella letteratura per la fanciullezza. Scriveva [116] dunque il 5 maggio a una cognata[96]: “Che meraviglia di secolo è il nostro, se si considera la fecondità della Chiesa! Vi è Don Bosco a Parigi e non puoi farti un'idea dello slancio dei Parigini per questo semplice prete. Non ha eloquenza nè imponenza di sorta, ma è di una semplicità e di un'umiltà degne di S. Vincenzo de' Paoli. Lo sorreggono nel camminare, perchè non ha più forze. Oggi deve andare a Lille. Al ritorno andrà dalle Dame di Sion, dove spero di fargli benedire i miei figli, piccoli e grandi. Se si prestasse fede alla voce pubblica, i suoi miracoli sarebbero senza numero; ma tu sai bene quanta sia la severità della Chiesa in questa materia, e non bisogna dar credito a tutto quello che si dice. Ma anche a levarne i nove decimi, ve ne resta ancora abbastanza per giustificare le entusiastiche accoglienze che qui gli si fanno. Quanto a me, ho la massima fiducia nelle sue preghiere e gliele domanderò per tutto quello che ho di più caro al mondo [ .... ]. É l'avvenimento della settimana e dalla venuta di Pio VII in poi non si è mai veduta a Parigi una folla simile intorno a un prete”.

                Perchè i lettori si facciano in qualche modo un'idea completa delle accoglienze ricevute da Don Bosco a Parigi, dobbiamo riferire ancora alcuni particolari dei più significativi.

                Non passò giorno che ragguardevoli signori non lo invitassero alla loro mensa, ed egli, imitando anche in questo l'esempio del Divin Maestro, accettava. A tavola poi tutti gli tenevano gli occhi addosso; anzi vi furono di coloro che non solamente gli assegnavano un posto ben cospicuo per osservarlo a loro agio, ma disponevano perfino specchi e vetrate in guisa da poterlo contemplare senza ch'egli se n'accorgesse. D'ordinario mangiava poco, il che faceva esclamare: - Che spirito di mortificazione! - Un giorno venne servito quel gelato che da noi chiamasi spumone. - Vedrete che non [117] ne piglierà, bisbigliarono fra loro alcuni commensali, o ne taglierà una fettina, per mortificarsi. - Egli invece, che aveva sentito tutto, tirò giù abbondantemente. - Ecco, si dissero allora i primi, fa così per essere creduto goloso. - Sappiamo da lui stesso l'episodio, che con tutta ingenuità soleva raccontare a' suoi figli, cavandone una bella morale. - Vedete, diceva, come vanno le cose di questo mondo. Se uno gode stima, tutto ciò che fa, si prende in buona parte; se al contrario passa per cattivo, succede tutto il rovescio. - Quanto a lui, c'era perfino chi dopo il banchetto beveva quasi con divozione le ultime gocce di vino rimaste in fondo al suo bicchiere, conservando poi il bicchiere stesso come reliquia.

                Molti gli presentavano oggetti sacri, perchè li benedicesse, e financo penne da scrivere. Certuni portavano penne nuove con preghiera di porgerle a lui affinchè le usasse, per poi riaverle e serbarle come reliquie.

                Qualunque cosa gli appartenesse, veniva acquistata anche a caro prezzo. Un giorno gli si presentò un signore pregandolo di apporre semplicemente la sua firma a cinquanta immagini sacre, ed egli lo fece. Due giorni dopo ecco il medesimo signore portargli duemila franchi, ricavati dalla vendita di quegli autografi. Talvolta poverelli venivano a supplicarlo di scrivere il suo nome su qualche immaginetta simile, che poi andavano a vendere per quaranta o cinquanta franchi. A titolo di elemosina, egli usava loro tale condiscendenza. Una signora, che aveva ottenuto un autografo di Don Bosco, scrisse a Don De Barruel che esso formava la sua gioia; ma un suo autografo sembrarle così prezioso da supplicare il segretario che facesse copiare da lui e rimettere a lei alcune altre righe che gli inviava per suo fratello, bramoso di possedere anch'esso un simile tesoro[97]. Alla brama di possedere suoi autografi aveva contribuito pure la notizia, che a Chambéry un infermo, postosi sul petto un'immagine di Maria Ausiliatrice, [118] sotto la quale Don Bosco aveva scritto il proprio nome, era guarito all'istante.

                Che dire poi delle medaglie? Ne distribuì un visibilio. Subito alla dimane dell'arrivo a Parigi comprese la necessità di averne una buona riserva; onde scrisse al provveditore dell'Oratorio:

 

                               Caro Rossi Giuseppe,

 

                  Dimmi a vapore.

                  I° Indirizzo per avere medaglie, immagini Maria Aus.

                  2° Se non si possono trovare qui a Parigi mandane da Torino. Avenue Messine 34.

                Buon giorno.

 

                19 aprile 1883.

Amico

Sac. Bosco.

 

                Un saluto a Garibaldi e a Rossi Marcello[98].

 

 

                Furono tante le medaglie distribuite, che la baronessa Reille, la quale erasi offerta a provvedergliele, ben lieta di mantenere la promessa, diceva: - Non avrei mai creduto di dover spendere una somma così rilevante.

                Nè possiamo tacere delle sue vesti. Non poche volte tornò a casa con la sottana a brandelli; un giorno anzi gli tagliarono da cima a fondo e si portarono via tutta la parte posteriore, sicché gli si fece tosto indossare il pastrano. E anche quel pastrano ebbe una storia, che vogliamo narrare.

                Un giorno Don Bosco fu invitato a visitate la marchesa [119] di Pollerat, che aveva una figlia inferma da dieci anni. Egli, entrando, intimò all'ammalata di aver fede in Maria Ausiliatrice e di alzarsi da letto, perchè era guarita. La giovane obbedì e si trovò perfettamente sana. Sua madre gli fece dopo un'offerta di diecimila franchi; indi si raccomandò a Don De Barruel, che le procurasse qualche oggetto di Don Bosco, disposta a pagarlo quant'ei volesse. Don De Barruel le propose il pastrano portato dal Servo di Dio, a patto che desse dugento franchi. La Marchesa gli mandò ben volentieri quella somma, richiedendo quanto le era stato promesso. Don De Barruel le rispose alcuni giorni dopo, dicendo che ormai non aveva più i dugento franchi e che non conveniva privare Don Bosco del pastrano, prima che ve ne fosse un altro da sostituirvi. La Signora gli mandò ancora dugento franchi; ma il pastrano era già stato portato via da altri dopo averlo pagato profumatamente. La buona Marchesa, udita la cosa, non si scompose, ma spedì nuovamente dugento franchi, perchè le si desse almeno il pastrano acquistato di fresco. Insomma, la faccenda andò tanto per le lunghe che, a conti fatti, la Marchesa per avere il sospirato indumento sborsò in cinque volte mille franchi.

                E il primo pastrano dov'era andato a finire? La contessa De Combaud gli aveva chiesto insistentemente che lo volesse cedere a lei.

                 - Ma non ne posso fare senza, le rispondeva sempre Don Bosco.

                 - Se ne provveda un altro!

                 - Come si fa?

                 - Quanto costerà?

                 - Ottanta franchi.

                 - Eccone cento! - E glieli diede all'istante.

                Il dì appresso la Signora venne tranquillamente a ritirarlo. Ma: - I cento franchi li ho spesi - le disse Don Bosco, che spediva il danaro or qua or là, mano a mano che aveva le somme proporzionate ai bisogni delle case francesi, della chiesa [120] di Roma o dell'Oratorio. La Contessa dunque, datigli altri cento franchi, ritornò alcuni giorni dopo per il famoso soprabito. Ma: - Che vuole? si sentì dire. Mi fu chiesta una somma e... - La Contessa, senza far motto, ricomparve da poi con altri cento franchi. Don Bosco rise: s'era da capo. A dirla in breve, la scena si rinnovò una diecina di volte e ogni volta furono cento franchi di elemosina. Al migliaio: - Ti pare che basti? - fece Don Bosco al segretario. - A me pare di sì rispose quegli. Venuta la Signora: - Ecco, le disse, io restar senza non posso e di andarne a comprare un altro non ho tempo. Voglia pensarci lei. - La Signora provvide e Don Bosco, avuto il nuovo, le cedette il vecchio.

                Tutti sapevano che Don Bosco era a Parigi per limosinare; quindi nessuno si meravigliava di tali scherzi. Appena arrivato, aveva scritto, fatto tradurre e riprodurre e distribuire la seguente memoria:

 

                Pezzi di costruzione a compiersi nella chiesa e orfanotrofio di Roma.

                Plafone e volta a forma di basilica  . . . . . . . fr. 50 mila

                Pavimento intiero. . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . fr. 40 mila

                Coperto . . . . . . . . . . . . . . . . .  .  . . . . . . .  fr. 25 mila

                Facciata . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  . . . . . . . fr. 45 mila

                Pietra da taglio per l'ospizio . . . .  . . . . . . .  fr. 25 mila

 

                I signori parigini trattavano con lui a cuore aperto, rivolgendogli domande che saprebbero di curiosità indiscreta, se non ci fosse noto, di quanta simpatia essi onorassero la sua persona; e questo offriva a lui l'occasione di dare belle risposte, che facevano poi il giro delle conversazioni. Così ci fu chi volle che spiegasse donde traesse i mezzi favolosi, di cui abbisognava per tener in piedi e mandare avanti le sue istituzioni. - Io ho una grande questuante, rispose, che mi procaccia il panìco da dare ai miei uccelli chiusi in gabbia. La mia grande questuante è Maria Ausiliatrice. - Altri lo richiese del perchè suggerisse l'elemosina come condizione per ottenere grazie [121] celesti, ed egli spiegò: - Per ringraziar il Signore di favori così segnalati e insperati conviene aggiungere alla preghiera, che è ringraziamento di parole, l'elemosina, ringraziamento di opere. Se un milionario guarito miracolosamente da malattia incurabile donasse a Dio nella persona dei poveri un semplice biglietto da mille, somma tanto inferiore a quella che esigerebbe da lui una celebrità medica, sarebbe una vera sconvenienza.

                Un signore non si peritò di domandargli che cosa propriamente fosse venuto a fare in Parigi. Gli rispose candidamente: - Non sa lei che cosa fa fare la fame al lupo? Lo fa uscire dalla tana e correre di qua e di là per cavarsi l'appetito. Ecco perchè io sono venuto a Parigi. Sono pieno di debiti per mantenere i miei orfanelli e non volendo nè morir io di fame nè lasciar patire i miei figli, sono passato dall'Italia in Francia e quindi a Parigi, dove so che ci sono tante persone caritatevoli e generose come lei, per domandare la carità. - Il curioso capì così bene il latino, che, partendo, lo pregò di gradire una bella limosina.

                Ai suoi interlocutori rispondeva con una modestia e semplicità incantevole. Il barone Reille, onoratissimo di avere alla sua mensa il Servo di Dio, invitò a fargli corona diversi personaggi, fra cui monsignor Di Rende, Nunzio Apostolico. Si svolgeva intorno a Don Bosco la più svariata conversazione, gustando i commensali della sua inesauribile piacevolezza, quando un signore del gran mondo parigino gli espresse con tutta sincerità questa osservazione: - Ella ha un ascendente straordinario sulle indoli cattive, e la storia del ladro convertito e la passeggiata dei corrigendi che non fuggono sono fatti che hanno del prodigioso.

                 - Oh, rispose argutamente Don Bosco, non sono poi mica sempre così fortunato. I primi vagabondi raccolti nei dintorni di Torino dormirono una notte sola nel mio ricovero e al mattino mi portarono via coperte e lenzuola. Per più anni non potei ricevere nessuno senz'avere presso di me [122] qualche persona, tante erano le minacce di morte; e tentativi di assassinio ve ne furono parecchi.

                 - E questo non bastava a scemarle l'affetto per la sua impresa?

                 - Oh no! Pensavo soltanto che erano poveri uomini venuti su con una cattiva direzione fin dalla loro fanciullezza. La società si occupa così poco dei diseredati!

                Gli astanti notarono come sulle sue labbra la carità avesse sempre l'ultima parola.

                Certi suoi tratti, come quello del pastrano, piacevano ai Parigini e facevano aprir loro la borsa; ma ve ne sono pure altri di varia specie.

                Una volta, al termine di un gran pranzo, una ragazzetta entrò nella sala per ricevere e dare un bacio a ogni invitato, domandando loro se avessero mangiato con buon appetito. Era figlia del padrone di casa. Nacque una certa curiosità di vedere come si sarebbe regolato Don Bosco. Egli, quando la fanciulla gli si presentò, trasse fuori una medaglia di Maria Ausiliatrice e: - Baciala, le disse, mettila al collo e ama molto la Madonna. - Quel gesto produsse un senso generale di profonda ammirazione[99].

                Giornali della capitale nei cenni biografici che davano di lui, toccarono anche della sua antica abilità nei giuochi di prestigio. Ora avvenne che, visitando un ricco signore, si sentì esprimere il desiderio di vedere qualche saggio della sua prestidigitazione.

                 - Ben volentieri, gli rispose con il più bel garbo Don Bosco, e anche subito, se non le dispiace.

                 - Sì, sì, faccia.

                 - Vorrebbe dirmi che ora è?

                L'altro portò la mano al taschino e se lo trovò vuoto. Don Bosco ridendo: - Ecco qui il suo orologio - gli disse; ma [123] non glielo restituiva. Dopo un po' il signore, stando il Servo di Dio per andarsene, gli ricordò l'orologio.

                 - Oh no! rispose Don Bosco. Non glielo restituisco, finchè lei non mi abbia dato per i miei giovani quel che vale.

                 - É un orologio che costa caro, sa.

                 - Veda lei.

                Quegli cavò di tasca cinquecento franchi e riebbe in cambio il suo orologio. I presenti ridevano; rideva anche il signore, mentre con la massima cordialità accompagnava Don Bosco fin sulla strada. Quegli evidentemente non ricordava d'aver lasciato l'orologio là vicino.

                Sotto il 25 aprile la diarista delle Oblate scriveva: “Don Bosco riceve molto danaro. La signorina Jacquier gli va a consegnare manate d'oro. Io, quando arriva, gli presento sempre uno smisurato pacco di lettere con dentro anche biglietti da mille; spesso a lui consegno soltanto quelle che mi si raccomanda di rimettergli direttamente e passo le altre a Don De Barruel, che, seduto nella nostra sala comune, fa lo spoglio della corrispondenza, raduna i biglietti di banca, risponde alle domande e alle proposte e via”. Financo a pittrice volle aiutare Don Bosco per mezzo della sua arte; poichè, fattone il ritratto, ne vendeva le copie a vantaggio dell'Opera salesiana.

                Di questo così aperto elemosinare del nostro Santo in Francia i giornali parlarono con rispetto. Essi certamente esagerarono nei loro calcoli; ma non è men vero che i Parigini largheggiassero assai volentieri con lui. Fu anche questa una luminosa testimonianza resa alla santità dell'uomo di Dio. Don Rua ricordava un episodio singolare. Una sera disse a Don Bosco: - Cattiva, giornata oggi! Non si é raccolto nulla. Non dir così! - gli rispose il Santo. Infatti aveva tutte le tasche piene di danari; e non vi erano stati tutti. Non sapendo più dove metterne, rimasto solo, si era sciolto uno degli straccalli e con quello legatosi in fondo una gamba dei calzoni, ne aveva fatto sacco per cacciarvi dentro quanto gli [124] veniva dato. Alla presenza dunque di Don Rua cominciò a tirar fuori e si trovò aver egli raccolto parecchie migliaia di franchi.

                Un particolar segno di considerazione gli venne dalla presidenza di un Congresso. Il 9 maggio s'inaugurò a Parigi il XII Congresso dei Cattolici francesi, che convennero numerosi nella sala Hertz. Sotto la presidenza onoraria di monsignor Richard ed effettiva del signor Chesnelong i più illustri rappresentanti della Francia cattolica studiavano i mezzi con cui porre argine all'invadente opera laicizzatrice del Governo massonico. Orbene Don Bosco ricevette formale invito a volervi presiedere un'adunanza. Grande onore invero, che egli tuttavia dovette declinare, perchè, essendo partito il 5 da Parigi per il nord, non poteva essere di ritorno prima della metà del mese[100].

                Innumerevoli furono coloro che si raccomandarono alle preghiere di Don Bosco durante il suo soggiorno a Parigi. Per soddisfare in qualche modo al desiderio di tanti, stabilì di fare dal 15 al 24 maggio la novena di Maria Ausiliatrice secondo le intenzioni dei richiedenti, invitando quanti volevano, a unirglisi con la recita di tre Pater Ave Gloria al Sacro Cuore di Gesù, tre Salve Regina a Maria Ausiliatrice e le invocazioni tre volte rispettivamente ripetute: Cor Jesu Sacratissimum, miserere nobis e Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis. Un comitato di nobili dame costituitosi a Parigi per la propaganda salesiana ne pubblicò financo l'annunzio sopra i giornali[101].

                Fra le lettere di condoglianza giunte a Torino dopo la morte di Don Bosco e potutesi conservare, ne abbiamo trovate alcune che confermano a cinque anni di distanza le sante simpatie suscitate da lui nel 1883 a Parigi. Madama Lachèze scriveva da Angers, il 4 febbraio 1888 a Don Rua: “Noi piangiamo amaramente la perdita del nostro Padre Don Bosco. [125]

                Avevamo avuto il bene di vederlo a Parigi in casa del Signor di Franqueville, considerando quello come un giorno avventurato della nostra vita. Avevo intenzione di mandargli cento franchi per le sue opere con la preghiera di ottenermi la guarigione della figlia da lungo tempo inferma. Ora il lacrimato Padre è in cielo, com'io non ne dubito, e pregherà per essa. Mandando a Lei questa piccola offerta, reverendo Padre, le domando molte preghiere. Abbiamo fatto dire una Messa, com'Ella raccomanda nella sua circolare ricevuta ieri sera, per il nostro buon Padre. Egli non ne ha bisogno; ma poichè questo era il suo desiderio, è sempre fargli cosa gradita l'eseguire quanto egli voleva”.

                Da Trouville - sur - mer il 6 febbraio la signora A. Mérigant al medesimo Don Rua: “Con dolore ho appreso la morte del loro santo fondatore. Si è tentati piuttosto d'invocarlo che di pregare per lui. Senza dubbio egli protegge di lassù la sua grande famiglia; tuttavia ci si stringe il cuore a pensare che non è più fra i suoi giovanetti! Ringrazio Dio d'aver disposto che io, benchè per piccolissima parte, sia nel numero delle cooperatrici. Ebbi la fortuna di vedere i due volte Don Bosco: la prima volta a Torino, dove, andando in pellegrinaggio a Roma, ammirai la grandiosa sua opera, e la seconda a Parigi. Qui avrei voluto parlargli; ma non mi fu possibile, tanta era la folla che lo attorniava. Ho una preghiera da farle, reverendo Padre: una mia sorella sta diventando cieca e noi ne domandiamo per intercessione di Don Bosco la guarigione. Vorrebbe Ella avere la bontà di mandarmi un oggetto a lui appartenuto, come un pezzo di pannolino o di abiti da lui usati?”.

                Tenerissime sono le espressioni della maestra Luisa Roy, una delle conquiste fatte da Don Bosco a Parigi. “Sabato scorso, scriveva da Vienna, , al confessionale il padre Freund mi annunziò la morte del veneratissimo Don Bosco, che i miei amici non ardivano comunicarmi. Ella sa che Don Bosco fu l'autore della mia conversione e quindi della pace, di cui [126] oggi gode la mia coscienza; perciò la sua perdita è per me una delle più dure. Non ho parole per significarle il mio profondo dolore. L'intero mese di gennaio vissi di speranza nella sua guarigione e con le mie allieve pregavo per lui. Rimandavo da un giorno all'altro lo scrivergli, attendendo il primo febbraio e molto a lui pensando. Ed ecco che Dio ce lo toglie! Mi sembra di aver perduto più che un padre e un amico; perchè le sue preghiere sole ebbero il dono di vincere tutte le mie incertezze e infondermi il coraggio di diventare quale ora mi sento. Domenica, leggendo la sua lettera di partecipazione, Reverendissimo Padre, ho preso in cuor mio l'impegno di fare tutto il possibile per la di Lei opera, che è opera di Lui. Non occorre dirle che prego per lui con tutto il fervore di cui sono capace, e le mie piccine fanno altrettanto [ ... ] La sua morte mi lascia come orfana; ma con la P. V. dico: Sia fatta la volontà di Dio”.

                Da Parigi il 9 febbraio la signorina A. Touzet, associandosi al comune dolore, scriveva: “Conobbi da vicino Don Bosco. Due volte, a Torino e a Parigi, potei accostare il San Vincenzo de' Paoli del nostro secolo, ricevendone consigli e lumi. Nonostante la certezza della felicità e della gloria che gode lassù, la sua morte ci lascia dolorosi rimpianti. - Il cielo è popolato di Santi, si diceva in mia presenza alla partecipazione della triste notizia, e noi ne abbiamo tanto bisogno sulla terra! Perchè Dio ci ha ripigliato quello così presto? - Ma noi non dobbiamo domandar ragione al Cielo e diciamo con Lei, Reverendo Padre: Dio infinitamente buono fa solamente quel che è conforme alla sua giustizia e bontà. Per secondare la volontà del nostro lacrimato Padre, noi preghiamo per lui, ma senza resistere a un altro sentimento che ci porta a pregarlo per noi”.

                Quanto era negli animi radicata la persuasione che Don Bosco fosse un gran santo!

                Termineremo queste citazioni con le affettuose parole di madama Lepage nata Delys - Rennes: “Io considero come una [127] grazia e una felicità nella mia vita l'aver potuto incontrare Don Bosco a Parigi. Il pensiero che egli volle pregare per me e per i miei e che mi continuerà la sua protezione, mi è dolcissimo conforto. Mi manterrò fedele alla stia memoria e affezionata alle sue opere, delle quali ha lasciato a Lei il governo”.

                Anche senza il molto elle ci rimane da dire; basta già il fin qui detto a non farei trovare nulla di esagerato in un giudizio espresso allora da quel grande amico di Don Bosco che era l'abate Guiol di Marsiglia. Mentre la sètta lavorava febbrilmente a scristianeggiare la Francia, ecco che nella visita del povero prete, così privo di esterno prestigio e per giunta straniero e parlante a stento la lingua del paese, quel buon amico ravvisava “un ernie provvidenziale di salvezza e di speranza”[102]. Nell'articolo citato sopra anche l'Aubineau finiva formando lieti pronostici sugli effetti della venuta di Don Bosco. “Solo quando ci avrà lasciati, scriveva, si conoscerà tutto il benefizio della sua visita. Molte speranze egli lascia dietro di sè. Ha visitato molti infermi; le novene da lui consigliate non sono ancora finite. Ha alleviato molte sofferenze spirituali; poichè le anime sono oggetto precipuo della sua carità, molte avendo bisogno di essere illuminate e molte essendo quelle turbate e traviate. Possano tutte aver ricevuto una scossa potente, e voglia Maria Ausiliatrice condurre a termine l'opera del suo servo”.

 

 


CAPO V

A Parigi: udienze.

 

                REGALI  furono dette le udienze di Don Bosco a Parigi, ma di una regalità ignota presso i sovrani, perchè prodigate a tutti, piccoli e grandi, poveri e ricchi e non per qualche giorno, ma fino alla vigilia della partenza[103]. Ne abbiamo parlato in genere, come di un indizio per giudicare delle accoglienze fatte a Don Bosco nella capitale francese; ora vedremo più distintamente come si svolgevano e diremo di casi speciali giunti a nostra conoscenza.

                Un piccolo diario della signorina Bethford ci fa assistere ai ricevimenti pomeridiani in casa Sénislhac. Per ottenere che ivi le cose procedessero a dovere, si richiedeva nelle due sentinelle che, come abbiamo detto, sorvegliavano gl'ingressi, un'oculatezza non disgiunta da energia, il che tornava oltremodo malagevole, quando, come per lo più avveniva, bisognasse contrastare il passo a persone aristocratiche, a uomini altolocati od a sacerdoti. Il 21 aprile si presentarono due preti, che avevano tutta la buona volontà di forzare la consegna, facendosi introdurre per la porta del pianerottolo invece di prendere anch'essi il loro bravo numero d'ordine. Uno, l'abate Sire di S. Sulpizio, agì diplomaticamente. Lo [129] accompagnava una signora, che si offerse alla guardiana di sostituirla nel suo ufficio; ma l'altra mangiò la foglia, e la ringraziò dell'interessata cortesia. Il secondo le comparve dinanzi con una virago inventrice di un fucile, che voleva far benedire a Don Bosco, entrando direttamente e immediatamente sotto l'egida dell'abate protettore; ma dovette andare per il numero e aspettare il suo turno.

                Ogni regola tuttavia ha le sue eccezioni e le due vigili custoditrici delle porte sapevano opportunamente accordarne. La diarista scrive sotto il medesimo giorno: “Aperta l'udienza la signorina Jacquier col duplicato della lista fatta sull'entrata chiama i numeri corrispondenti ai nomi. Io invece fo entrare per una porticina le persone che vengono con un biglietto di Don Bosco o con una parola di Don De Barruel per essere immediatamente introdotte. Fo entrare anche le persone inferme o raccomandateci da nostre amiche. Non è sempre cosa facile, perchè queste piccole manovre nella sala, appena se ne abbia sentore, sollevano veri tumulti, gridandosi alla trappola. Noi due apriamo talora un tantino le nostre porte per farei segni d'intelligenza, e questo fa sorridere il buon Don Bosco, che con pazienza inalterabile riceve tante noiose e tanti noiosi”.

                La sera del 21 si chiusero le udienze, quand'erano le nove. Persone di ben sessanta famiglie avevano avuto il loro colloquio particolare con Don Bosco. Rimaste sole con pochi che dovevano accompagnare “il santo”, le due signorine s'inginocchiarono di qua e di là del suo tavolino, domandandogli la benedizione. Benedettele, egli le salutò dicendo loro che erano i suoi due angeli custodi.

                Alle sei del mattino seguente, domenica, già arrivava gente a cercare Don Bosco. Non era quello il tempo; ma le religiose, che avrebbero voluto potersi intrattenere anch'esse qualche volta con lui, capirono che nella loro casa non ne avrebbero mai avuto la comodità. A procurar loro questa consolazione provvide la De Combaud, invitandole al suo palazzo [130] quante volte volessero nelle ore antemeridiane. Un giorno la Sénislhac, vedendo come le cose si facessero ogni dì più serie, pregò Don Bosco di chiamare alcuni uomini, che prestassero mano forte per il mantenimento dell'ordine; ma egli rispose che le donne sole avevano la pazienza necessaria. Ogni sera prima di allontanarsi invocava sulle religiose le benedizioni del cielo con qualche buona parola, che, avidamente ascoltata, faceva dimenticare alle tutrici del buon andamento la non poca stanchezza. Una volta, per esempio, disse con grande amabilità: - Pregherò S. Giobbe che dia loro la pazienza. Ben presto ne avranno abbastanza di Don Bosco nella loro casa!

                La sera del 23 dalla Sénislhac si faceva “laboratorio” per le chiese povere. Signore di riguardo venivano a lavorare d'ago intorno a sacri paramenti. Esse poterono avvicinare tutte insieme Don Bosco, che però rivolse loro pochissime parole e poi le benedisse. Il rumoreggiare esterno della folla gli fece andar via la voglia d'intrattenersi più a lungo.

                Quella sera venne pure una signora appartenente all'alta società e conosciutissima in Parigi, ma che non permise di essere nominata. Essa diceva d'aver ottenuto da Don Bosco la guarigione di una persona a lei carissima e di volermelo ringraziare. Con le parole di riconoscenza gli porse anche una vistosa offerta in danaro e il suo anello nuziale, gioiello di raro pregio, recante nel castone una perla della più bell'acqua, grossa come una nocciolina e circondata da otto brillanti. Don Bosco pensò tosto di metterlo in lotteria. Fattone motto alla De Combaud, la Contessa medesima si assunse l'incarico di organizzarla e l'istitutrice delle sue figlie si aggirò poi ogni sera per la sala dei visitatori a spacciare biglietti fra i gruppi aristocratici.

                Nel pomeriggio del 26 due carrozze di lusso attendevano nel, cortile l'uscita di Don Bosco. Una era del signor di Saint - Phalle, in casa del quale il Servo di Dio doveva andare a pranzo, e l'altra di un malato che abitava nei pressi della [131] stazione del nord. Don Bosco quella volta troncò alle otto. Il giovane di Saint - Phalle non vedeva il momento di condurlo nella sua famiglia, radunata già da sei ore per riceverlo; ma egli non diè punto segno di preoccuparsene, anzi con tutta calma gli disse che sarebbe andato da lui fra breve, dopo aver visitato quell'infermo.

                Poco prima che Don Bosco scendesse, trovavasi nella sala ad aspettare una piccola sordomuta, venuta dalla campagna dei dintorni di Parigi e accompagnata da due donne sue parenti. Le poverette si rammaricavano, perchè mancava poco alla partenza del treno. - Noi non siamo ricche, dicevano, e non possiamo fare due viaggi e sacrificare due giornate. Le guardiane intenerite le avevano fatte passare e le avevano viste pocanzi venir fuori raggianti di gioia, perchè Don Bosco aveva detto loro: - La fanciulla parlerà, quando i suoi due fratelli saranno entrati nell'Ordine domenicano.

                Ed ora ecco un saggio delle scene che succedevano. Poco dopo le due del 27 si presentò la marchesa di Bouillé munita di un biglietto, nel quale il curato della Maddalena pregava le signorine di ottenerle che Don Bosco facesse una visita a un fanciullo ammalato rispettivamente figlio e nipote di due dei Bouillé caduti nel 187o a Patay, mentre nel corpo dei zuavi difendevano la bandiera del Sacro Cuore. Nelle sanguinose giornate di Patay dal 2 al 4 dicembre gli ex - zuavi pontifici, comandati dal generale De Charette, compierono sotto quel vessillo prodigi di eroismo. Il biglietto era intriso di lagrime dell'afflitta signora. Il giovanetto ardeva dalla febbre tifoidea, che i medici non avevano più alcuna speranza di domare. La Bethford promise di fare il possibile presso Don Bosco; ma poi, rammentando il caso del di Phalle e dell'infermo, suggerì alla signora di mandare verso le cinque una persona della famiglia e una carrozza padronale per portai via le saint homme.

                Le udienze duravano da poco tempo, quando dal suo posto di guardia la signorina Bethford avvertì un diverbio concitato [132] a piè della scala, e di lì a poco ecco aprirsi il passo a furia di spintoni e giungere fino a lei una gran dama tutta sconvolta e disfacentesi in gemiti così strazianti da muovere a pietà la moltitudine stipata nell'anticamera. Era la duchessa Salviati, che aveva una figlia sedicenne in fin di vita. Essa voleva vedere Don De Barruel e ottenere a qualunque costo per suo mezzo una visita di Don Bosco. La Bethford non senza esitazione mandò a chiamare il segretario, che fu accolto da un violento scoppio di pianto e promise la visita.

                Partita la Salviati, le bisognava pensare alla dì Bouillé. Salì da Don De Barruel e gli presentò la supplica. Lo fece senza il timore che la prendeva in simili circostanze, perchè a una raccomandazione del curato della Maddalena si doveva fare di cappello. Ma Don De Barruel, udito appena di che si trattava, rispose con un no così reciso, che l'altra non ebbe più il coraggio di fiatare. Tuttavia confidava ancora nel suggerimento da lei dato a madama di Bouillé.

                Alle cinque e mezzo una carrozza si fermava nel cortile; indi venivano su il nonno materno del malato e il padre Argan gesuita e pregavano le Bethford de' suoi buoni uffici. Ma come fare a interrompere le udienze? Don Bosco, giunto in ritardo, riceveva da appena un'ora, e più di cento persone aspettavano da dopo mezzodì. Comunque si fosse, chiamò Don De Barruel. Questi là sul pianerottolo stava irremovibile come macigno dinanzi al povero vecchio che dalla disperazione si strappava i capelli e gridava: - Ho promesso alla madre del ragazzo di condurle Don Bosco, senza Don Bosco non posso tornare a casa. - La Sénislhac, tocca nel vivo del cuore e fatto nella sala un po' di passaggio al signor di Bouillé, spiegò ai presenti il caso, parlando con tanta eloquenza che a poco a poco la commozione guadagnò gli animi di tutti. Al nome che richiamava gli eroici ex - combattenti di Patay, nessuno ardì far valere diritti di precedenza, ma tutti s'inchinarono con rispetto al venerando vecchio, che entrò. Il vecchio e il religioso si gettarono alle ginocchia di Don Bosco,  [133] che da prima li consolò, promettendo che il fanciullo, benchè avesse già ricevuto gli ultimi sacramenti, non sarebbe morto. Ma nondimeno tanto dissero, che il Santo si recò al palazzo di Bouillé in via della Bienfaisance, ove, circondato dalla famiglia, il moribondo agonizzava. Don Bosco s'inginocchiò, pregò, poi disse: - Fra un'ora l'ammalato andrà meglio e comincerà presto la convalescenza. - Com'egli annunziò così avvenne.

                Tragicomica fu una scena del 28. Mentre la Bethford lottava per non essere spinta in là con pericolo di un'irruzione entro la biblioteca, verso le quattro, una gran dama vestita di nero e con un incedere che aveva stranamente del maschile, domandò di Don De Barruel. Questi stava di sopra, immerso nella corrispondenza e aveva dato ordine di non disturbarlo. La signorina rispose che non c'era. - E io so che è qui, ribattè con faccia tosta la sconosciuta. É al secondo piano e io vado su. - Il tono d'impertinenza, con cui aveva calcato la voce sulle ultime parole, diede alla gentile cerberessa il coraggio di rimbeccarla: - No, lei non andrà su, ma rispetterà la casa in cui si trova e gli ordini che le si dànno. - La fiera amazzone per tutta risposta si slanciò verso la scala che conduceva al piano superiore, mentre l'altra la afferrava per un braccio sforzandosi di trattenerla. Allora, attirata dal rumore, accorse la Sénislhac e significò a colei che in casa sua ella le interdiceva di metter piede negli appartamenti.

                 - Lei è madamigella Sénislhac? chiese la prepotente.

                 - Sì, signora.

                Ciò udito, la disdegnosa matrona si rabbonì, entrò in confidenza e disse quello che voleva comunicare a Don De Barruel: un invito a pranzo in casa sua per lui, per Don Bosco e per il padre Forbes la dimane. Era madama D'Arsc.

                Ogni sera si distribuivano ai visitatori programmi per la conferenza del 29 alla Maddalena. Quel giorno non vi furono udienze; arrivò alla Sénislhac solo una lettera di quattro pagine da parte del signor Sakakini, console generale dello [134] Scià di Persia, che chiedeva una visita di Don Bosco per la sua signora, inferma da più di due anni.

                Dopo il 30 le religiose avrebbero riavuto finalmente la loro quiete, perchè dovevano cominciare gli esercizi spirituali. La diarista scrive: “Nonostante la fortuna che abbiamo di servire Don Bosco, noi siamo così stanche da non poterne più. Ci siamo buscato un fortissimo mal di gola a forza di ripetere sempre la stessa cosa a gente che non voleva sentir ragioni, perchè irritata di dover attendere”.

                Don Bosco giunse tardi quel giorno. Lo attorniavano in tanti sulla strada, che per venire dalla canonica della Maddalena, cioè dal numero 2 al numero 27, impiegò un'ora e mezza. Si sentiva accasciato, e domandò da bere. La Jacquier gli preparò in fretta una, mescolanza di acqua tiepida e di malaga.

                Nell'attraversare il cortile gli era stato presentato un fanciullo infermo adagiato in una vettura. Egli lo guardò e disse: - Se Don Bosco fosse solo, farebbe camminare il ragazzo; ma vi è troppa gente. Camminerà il dì dell'Assunzione. Se sarà ancora a letto, scriverà a Don Bosco così: Lei, Don Bosco, non sa pregare.

                Furono ricevuti per primi due ecclesiastici, il padre Chauveau e l'abate Lebeurrier, che si misero in ginocchio devant le saint in atto di commovente umiltà. Anche quest'ultima osservazione è della diarista.

                Nel corso delle udienze si svolsero alcune delle solite scenette drammatiche. La Bethford, andata per una commissione dalla Jacquier, sentì un brusìo nella biblioteca; lo avverti anche Don De Barruel, che momentaneamente sostituiva la Bethford. Entrambi, sospettando di un'irruzione dalla parte dell'anticamera per una porta abitualmente chiusa, si affacciarono nel medesimo tempo alla biblioteca dai lati opposti. Non si erano ingannati: un gruppo di signore vi si era introdotto, forzando quell'entrata. Sordi alle loro supplicazioni, le fecero uscire all'istante; una però, gettatasi in ginocchio dinanzi a loro, li supplicava a mani giunte di lasciarla rimanere [135] e tanto insistette che l'ottenne. Poi Don De Barruel, prima di allontanarsi, diede ordine di stare ai numeri, eccettochè (proseguì ad alta voce, perchè tutti udissero) per la signora De Martimpré, la quale doveva essere ammessa subito.

                Or che avvenne? Appena egli fu via, una vecchia popolana gridò: - La signora De Martimpré! - E in così dire spingeva avanti una giovane scalza, cenciosa, con un bambino in braccio emaciato e morente. Il volto pallido della madre incorniciato in un fazzoletto di tela indiana e il suo sguardo accese da ansiosa brama impietosirono gli astanti, che, fattisi rispettosi dinanzi a tale personificazione della miseria, si strinsero in modo da lasciarla passare. Tosto la Bethford le aperse la porta; ma l'aveva appena richiusa, che spuntò la De Martimpré vera. La Bethford si lagnò dell'inganno con la vecchia, la quale però si scusava dicendo che aveva creduto di compiere un atto di carità, poichè quella sventurata era venuta in pellegrinaggio a piedi nudi fin dalla Bastiglia per far benedire il figlio al “santo”. Ed ecco là poveretta uscire ebbra di gioia: Don Bosco le aveva benedetto il suo malatino, promettendole ch'ei sarebbe vissuto.

                Quella fu veramente una sera di tempesta. Le brave ostiarie non ci si raccappezzavano più: dal cortile alla biblioteca non un palmo libero. Eppure, richiamando all'ordine, bisognava trattare in guanti gialli, perchè si aveva da fare con un pubblico eletto. Ma eletto o no, non c'era posto per tutti nell'anticamera e nella sala, sicchè tanti pezzi grossi dovevano stazionare sul pianerottolo e giù per la scala. Si videro allora sedute sui gradini, perchè prese da languore, le prime dame di Francia, come una di Rohan, una di Rozenbau, una Frencinet. Sul tardi madama di Curzon, conquistata una sedia presso la porta del pianerottolo, vi si mise a sedere per poter dire una parola a Don Bosco quando uscisse. Venuto il momento, la porta si apre ed ecco un precipitarsi da quella parte senza riguardi nè discrezione. La Bethford allarga le braccia per proteggere Don Bosco e la di Curzon; ma l'impeto la travolge. [136]

                Grida allora disperatamente, chiamando in aiuto il segretario. Questi si precipita e fa argine. Una signora, piuttostochè tirarsi indietro, si lascia rovesciare a terra. Il povero Don Bosco non poteva fare un passo; ma nel parapiglia la di Curzon si stimò felice d'aver ricevuto una buona benedizione mentre si aiutava la ruzzolata a rialzarsi: godeva anche d'aver udita dal Santo una buona parola. Nel cortile una Marchesa, che aspettava con la carrozza, aperse ella stessa lo sportello e invitò Don Bosco a salire, dicendogli che si facesse condurre dove voleva. Don Bosco le rispose: - La ringrazio. Le auguro cento carrozze per andare in paradiso.

                Gli esercizi delle religiose e l'andata di Don Bosco al nord pose termine a quel quotidiano battagliare. Dalla Sénislhac egli tornò per l'ultima volta il 21 maggio. Fu una sera abbastanza tranquilla. Nell'entrare, salutando la Bethford, le domandò se avesse recitato un Pater in onore di S. Giobbe per ottenere la pazienza. La signorina sorrise e gli presentò da benedire due pacchi contenenti ciascuno dodici dozzine di medaglie, uno per sè e l'altro per la sua commilitona. Ma Don Bosco le disse: - Don Bosco non ne ha più. Potrebbe prenderne di qui?

                 - Oh sì, Padre, ne prenda quante ne vuole, rispose posandogli i pacchi sul tavolino, perchè durante le udienze se ne servisse.

                 - Vedrà che ne resteranno ancora, l'assicurò egli.

                Ma la predizione non si avverò, poichè delle 288 medaglie alla fine non restarono più se non i due involti. Tuttavia le due religiose non ne rimasero senza; poichè c'era sempre un pacco che la Sénislhac aveva fatto benedire per tutte loro. Dal che la Bethford cavò questa ottima morale: “Così il sant'uomo aveva detto il vero e insieme dato a noi due una lezione, insegnandoci che ci deve bastare quello che si ha in comune e che le piccole riserve personali non contano nulla”.

                Fin qui abbiamo usufruito quasi esclusivamente del diario di casa Sénislhac; diremo ora di talune udienze speciali, accordate [137] in casa De Combaud o altrove. Si dava la caccia a Don Bosco un po' dappertutto; per questo uno degli spedienti usati dalla Bethford onde sfollare casa Sénislhac era far conoscere dove il Servo di Dio sarebbe poi andato a celebrare. Dalla De Combaud certuni si nascondevano nelle adiacenze della sua camera per aspettarlo al varco di buon mattino, allorchè usciva. Tal, cosa supponeva naturalmente la complicità della servitù nel favoreggiare i visitatori e la servitù ci aveva non men naturalmente il suo tornaconto. Infatti, partito Don Bosco da Parigi, un vecchio domestico che faceva sei vizio di anticamera, si presentò alla padrona e, come racconta oggi la sua figlia:

                 - Mi rincresce tanto, signora Contessa, le disse, ma io le domando licenza di andarmene.

                 - Andarvene voi? Vi hanno fatto qualche tolto? Volete un aumento di salario?

                 - No, no, signora Contessa. Tutti mi trattano bene qui e io non pretendo nulla. Soltanto debbo dirle che ormai ho fatto fortuna e non ho più bisogno di lavorare per vivere.

                Evidentemente, grazie alla generosità dei visitatori di Don Bosco, egli aveva avuto di che arrotondare ben bene i suoi risparmi[104].

                Se le pareti dei luoghi in cui Don Bosco dava le udienze potessero parlare, quante cose non avrebbero da raccontarci, che rimarranno per sempre sommerse nell'oblio! Ma anche di molte succedute ivi dinanzi a testimoni o attestate da chi ne era stato parte, il ricordo ormai si è dileguato con la scomparsa delle persone. Toccheremo dunque di alcune, delle quali fu possibile rinvenire le tracce.

                Si faceva un gran dire di miracoli operati da Don Bosco. Qualunque giudizio vi si voglia recare, è fuor di dubbio che certe udienze furono accompagnate o seguite da effetti sorprendenti, [138] come nel caso del benedettino Don Mocquereati, morto nel 1928. Ne abbiamo documentatissima notizia.

                Don Couturier, abate di Solesmes e successore immediato di Don Guéranger, dopo aver fatto pregare Don Bosco a Marsiglia di una visita alla sua badia, gli scrisse il 20 aprile a Parigi, sollecitandolo direttamente in nome suo e di tutti i padri. Uno di questi aveva necessità di vederlo, tanto che pregava il Superiore di mandarlo subito alla capitale, se la venuta di Don Bosco non fosse bene assicurata[105]. Don Bosco non potè promettere di andare, venne quindi il Benedettino. Era egli appunto il menzionato Don Mocquereau, discepolo e continuatore di Don Pothier nella restaurazione del canto gregoriano. Nel fiore della virilità eragli sopraggiunta una laringite ostinata, che lo rendeva pressochè afono, minacciando di mandare a vuoto le belle speranze in lui riposte per la direzione generale del canto sacro nella comunità e per l'opera della riforma. Nutriva egli una segreta fiducia, che la benedizione di Don Bosco lo dovesse liberare da quell'incomodo; ma anche una missione delicata si aggiungeva a questo suo scopo personale. Una pia donzella desiderava essere da lui raccomandata al Servo di Dio, perchè le ottenesse per sè e per una sua compagna dal Signore la grazia di superare gli ostacoli che le mettevano nell'impossibilità di abbracciare la vita monastica presso l'Ordine benedettino entro un dato termine. Recatosi pertanto a Parigi, il monaco si presentò verso le due pomeridiane al palazzo De Combaud e chiese al portiere di parlare alla Contessa.

                 - É per Don Bosco? lo interrogò bruscamente la moglie di costui.

                 - No. Voglio la signora Contessa; con lei ho da fare.

                 - Allora salga. Noi andiamo ad avvertirla.

                Il cameriere, sospettando che venisse per Don Bosco, gli fece qualche difficoltà; ma l'altro tenne duro e finalmente [139] entrò. La Contessa e sua figlia lo accolsero graziosamente. Udito il suo desiderio, gli risposero che Don Bosco poteva essere in casa Sénislhac; ma chi sapeva mai di certo dov'egli si trovasse? - Don Bosco è inafferrabile, continuò la signora. Parte alle sette del mattino e rientra dopo le undici della sera sfinito dalla fatica... Ma lasci fare. Giacchè lei ha una comunicazione veramente importante per lui, accomoderò io tutto. Venga domattina alle sette. Io gli darò una vettura a due soli posti. Monterà in sua compagnia e per una mezzoretta se la potrà discorrere con lui a suo bell'agio. É l'unico mezzo per afferrarlo. E poi di mattina ci sarà il vantaggio che egli è riposato, mentre alla sera ritorna stanco morto, sicchè non può più nè parlare nè ascoltare. Dunque a domani.

                Don Mocquerean fu più che puntuale: era già là alle sei e un quarto, Il portiere lo fece entrare nel suo stanzino, dov'egli stette in ansiosa attesa, tenendo d'occhio lo scalone; salire così di buon'ora dalla signora De Combaud non ardiva. Dopo un dieci minuti, durante i quali non cessò di raccomandarsi ai santi Angeli, ecco una signora, l'istitutrice domestica, venirlo a prendere per condurlo negli appartamenti della padrona di casa. Nell'andare fu suo primo pensiero di chiederle, se, conforme alla promessa, Don Bosco fosse stato avvertito la sera antecedente che egli lo doveva accompagnare in carrozza, - É rientrato a mezzanotte, gli rispose colei, e non è stato possibile prevenirmelo. - Queste parole lo turbarono a motivo del dubbio che Don Bosco o il segretario avessero accordato ad altri tale favore.

                Alle sette spuntarono nuovi pericoli. La dama di compagnia d'una Marchesa venne a dire che la sua signora mandava per Don Bosco la sua carrozza, volendo avere con ciò un ricordo dell'Uomo di Dio. Un quarto d'ora dopo sopraggiunse una Contessa e si mise a parlamentare ella pure per la carrozza, desiderando che questa le fosse santificata dalla presenza del novello S. Vincenzo de' Paoli. Il Benedettino allarmato innalzava più fervide le sue invocazioni all'Angelo Custode. [140]

                Nè tardò a essere esaudito. L'istitutrice che durante le discussioni per la faccenda delle carrozze si era dileguata, ricomparve trionfante e: - Padre, gli disse, è inteso con Don Bosco che ella prenderà posto con lui e col suo segretario nella carrozza della Contessa tale. É cosa promessa.

                Verso le otto meno un quarto la De Comband entrò nella sala ad annunziare che Don Bosco stava per lasciare la sua camera. Infatti pochi minuti dopo il monaco gli veniva presentato subito al suo affacciarsi. Gli si gettò incontanente ai piedi domandando la sua benedizione, che gli fu data con la formula consueta. Il Padre quindi gli rese grazie del favore di accoglierlo nella propria carrozza durante il tragitto.

                 - Bene, bene, rispose il Santo; partiamo.

                Don Mocquereau descrive così alla sorella la sua prima impressione: “Il povero Don Bosco è molto malandato, e il ritratto che tu conosci è ben diverso dalla realtà. Dimostra una settantina d'anni e cammina a grande stento. Sulle prime rimasi un po' sorpreso al vedere un santo così dimesso in tutta la persona. Lunga la barba, lunghi e spettinati i capelli e lasciati andare con gran disordine in ogni direzione. E poi abiti logori, il collo del pastrano verdastro, e via di seguito. Tale il suo esteriore. Quel primo istante fu dunque per me puramente naturale”.

                Sul punto d'incamminarsi, il segretario corse ad avvertirlo che vi era gente per lo scalone, ma che non vi si doveva fermare, essendosi già in ritardo. Invece, appena uscito, gli si parò dinanzi una signora e Don Bosco si fermò ad ascoltarla con vero interesse. Più a basso incontrò una ventina di persone, fra cui una giovane donna che gli disse: - Padre, mi guarisca. Su ventiquattro ore mi tocca passarne diciotto a letto.

                 - Si metta in ginocchio, le rispose egli.

                Quella s'inginocchiò sopra un gradino e Don Bosco, ritto accanto, recitò un Pater, Ave e Gloria e la benedisse. “In quell'atto, osserva Don Mocquereau, io vidi e sentii il santo”. [141]

                Sul gradino seguente una madre gli presentò due figli fra i quattordici e i sedici anni, che egli benedisse, posando e premendo forte la mano sul capo di entrambi. Più sotto una signora si accosta al monaco e gli dice: - Vedo che ella è con lui; voglia dunque pregarlo di accettare la mia carrozza. Io sono la Signora tale. - Naturalmente egli le rispose che non poteva far nulla. Insomma per discendere fino ai piedi della scala impiegò venti minuti, arrestato ad ogni gradino da supplicanti, uomini o donne.

                Qui il giovane Benedettino, con la mente sempre fissa al colloquio imminente, fece un balzo verso il cocchiere della carrozza già designata e gli sussurrò all'orecchio: - Sapete bene che si va in via la Chaise dalle dame del Cenacolo. Andate adagio adagio; quanto più tempo vi metterete, tanto maggiore sarà la mancia. - Così detto, si riavvicinò a Don Bosco, che stava ancora presso l'ultimo gradino, e facendogli riparo della persona, lo condusse alla carrozza e l'aiutò a salire. Avrebbe preferito essere da solo a solo; ma si rassegnò alla compagnia indispensabile del segretario, il quale però, indovinandone l'imbarazzo, si affrettò a dirgli cortesemente che pensava di non cagionargli incomodo, perchè era tenuto al più rigoroso segreto.

                Appena il cavallo lentamente si mosse, Don Mocquereau attaccò subito discorso, cominciando dal primo scopo del suo viaggio. Don Bosco lo ascoltava tenendo chiusi gli occhi e rispondendo con dei: Bien, bien. Alla fine gli disse: - Nella sacrestia della Retraite la benedirò e le darò una medaglia, e lei dirà poi ogni giorno tre Pater, Ave e Gloria con l'invocazione: Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis.

                 - E domenica prossima, ripigliò quegli, dovrò provare a cantar la Messa?

                 - Sì, rispose fissandolo sorridente, provi, provi!

                Il padre passò tosto all'altro affare, consegnandogli una lettera della signorina; ma poichè egli stentava a leggere, Don Mocquereau gli domandò licenza di leggergliela lui, il che [142] fece con calore, scandendo le sillabe là dove si parlava della data voluta e degli ostacoli insormontabili, e aggiungendovi qualche commento. Terminata la lettura, il segretario che recitava l'ufficio, sospese e porse l'orecchio verso Don Bosco, guardandolo fiso. Il Santo con la massima tranquillità sorrise, ma senz'aprir bocca. Allora il monaco insistette per avere una risposta. Calmo calmo egli disse: - Aspetti, aspetti. Devo pregare, pregare il Signore. - Dopo un istante riprese: - Dica a quella persona: a chi darà, sarà dato. Bisogna che essa faccia prima molte opere di carità. - E dopo breve silenzio continuò: - Non è necessario che dia a Don Bosco. Vi sono tante altre opere, un mare magnum: orfani, missioni, eccetera. Essa dia e le sarà dato; e dica intanto le preghiere che deve dire lei. Le darò una medaglia da portarle. - Don Mocquereau era appunto latore di cinquantamila franchi per Don Bosco da parte della signorina.

                Erano trascorsi così da venticinque a trenta minuti per un tragitto di dieci o quindici. Trovarono via La Chaise ingombra di veicoli, legni pubblici e cocchi signorili. Una densa folla riempiva il cortile delle religiose. Allorchè Don Bosco smontò, fu un precipitarsi generale verso di lui: chi gli faceva toccar medaglie e corone, chi gli gridava da ogni parte per raccomandargli intenzioni o infermi. “Il povero Don Bosco, scriveva a sua sorella il monaco, attraversa con tutta tranquillità quella moltitudine, dà benedizioni a destra e a sinistra, tocca ammalati che incontra sul suo passaggio. Io e il segretario standogli ai fianchi, lo proteggiamo dalla calca. Si va avanti a stento e passo passo. Gli presentano una fanciullina muta: egli la tocca e prosegue. Altri si rammaricano, perchè non è arrivato a toccarli. In conclusione io non ho mai visto fede più straordinaria in una folla, e calma più completa in un uomo di Dio. Il Signore mi ha fatto anche questa grazia sì grande, d'assistere a uno spettacolo di tal genere”.

                Entrati finalmente nella sacrestia, Don Bosco lo fece inginocchiare davanti a una statuetta della Madonna e, stando [143] in piedi, recitò con lui il Pater e l'Ave, aggiungendovi alcune preci, quindi gli diede una larga benedizione “per la sanità del corpo e la santità dell'anima”, gli tenne alcuni istanti la destra posata sulla gola e si vestì per la Messa. Don Mocquereau vi assistette, partendo poi di là con una pace e contentezza grande nel cuore.

                Non gli scomparve totalmente il male, nè ebbe mai in seguito molta voce; tuttavia gliene rimase sempre tanta da bastargli per il lavoro affidatogli dalla Provvidenza. Difatti non solo fu quasi fino al termine della sua lunga vita maestro di cappella a Solesmes, ma si prodigò un po' dappertutto in riunioni e congressi, conducendo strenuamente la crociata in favore delle genuine melodie liturgiche. Furono appagati anche i voti delle due signorine che presero il velo e professarono la regola di S. Benedetto[106].

                Generalmente i fatti prodigiosi accadevano lungi dagli occhi del pubblico o venivano rimandati a un'occasione futura; talvolta per altro la pubblicità non mancò. Un giorno gli fu condotto un idropico mostruosamente gonfio; sembrava che non avesse più molto da vivere. Don Bosco, ricevutolo nella stanza delle udienze, lo benedisse, e l'effetto fu immediato: l'infermo si sgonfiò all'istante, restandogli sulla persona la pelle tutta raggrinzita da far l'impressione di un otre vuotato. La gente, che aveva visto portarlo dentro a braccia e lo vedeva uscire da sè, stentava a credere che fosse il medesimo individuo. - Eppure sono quel desso! - ripeteva colui, in preda allo stupore non meno di quelli che, sbarrandogli addosso gli occhi, lo interrogavano.

                Il caso di questo idropico ne richiama un altro, che mettiamo qui soltanto per l'identità del morbo. Ferdinando Bagouin, operaio, già zuavo pontificio e domiciliato a Sèvres,  [144] gemeva da gran tempo per quel triste malanno. Avendo tempo addietro inteso parlare di Don Bosco a Roma, gli aveva scritto a Torino, ma senza riceverne risposta; gli riscrisse allora a Parigi. Don Bosco gli fece rispondere che pregasse Maria Ausiliatrice e che il 3o aprile avrebbe assistito all'apertura del mese mariano nella sua parrocchia. Tre medici l'avevano abbandonato ormai al suo destino; eppure alle due pomeridiane del 30 ventre, stomaco, gambe improvvisamente gli si disenfiarono, sicchè alle sette il buon uomo era là in chiesa con la madre al pio esercizio. Dopo si credette in dovere di chiedere un'udienza per ringraziare. Il sacerdote che trasmise al segretario la domanda del miracolato, era già stato da Don Bosco; ma incalzato dalla fretta impostagli, non aveva potuto dirgli tutto quello che avrebbe desiderato. Profittando quindi dell'occasione, aggiungeva per conto suo: “Con scrupolosa fedeltà io mi attenni quel giorno alla pubblica raccomandazione di sbrigarsi in poche parole, cosicchè nel colloquio la discrezione mi fece tacere troppe cose. Sia ancora tanto cortese con me da rimettere al buon padre l'accluso biglietto, che suggello perchè contenente domande molto intime”[107]. Altro più non sappiamo, se non che in una lettera del 23 dicembre 1887 il medesimo Bagouin, raccomandandosi alle preghiere di Don Bosco per le angustie economiche della sua famiglia, gli diceva: “Salvi colui che la Santissima Vergine Ausiliatrice guarì già mediante le preghiere della S. V.”[108].

                Questo chiedere per iscritto le udienze era il ripiego comune di coloro, che non avevano il tempo o il coraggio di sottostare al supplizio di quelle tali attese. Possediamo un certo numero di lettere che hanno tale scopo. Così il conte di Villermont (23 aprile), lietissimo di essere stato fatto cooperatore e di aver parlato con Don Bosco, vorrebbe tornare da lui, per studiare [145] subito il modo di cooperare; il signor Bastard (26 aprile), direttore dell'ebdomadaria Gazette Illustrée e autore del libro Cinquante jours en Italie, in cui ha parlato di Don Bosco[109], ardisce ora sollecitare un'udienza per portargli personalmente un più rispettoso omaggio; con affetto di figlio, perchè cooperatore salesiano, l'abate Moigno (26 aprile) lo supplica di accordargli pochi minuti, tanto tempo che basti per una benedizione[110]; la signora Dufrasne (20 maggio) vorrebbe presentargli il marito, agitato da monomania religiosa, perchè lo benedica e gli ottenga dal Signore sanità di mente; una figlia (21 maggio) brama condurgli la madre paralizzata a ricevere la sua benedizione; la baronessa Racat De Roman (22 maggio) ha bisogno di consiglio e di una benedizione; la signora Franconie (22 maggio) prega umilmente di essere ammessa a ricevere la santa benedizione; la signora D'Ervan di Tours (22 maggio) è desolata perchè suo figlio ingegnere e ispettore ferroviario non farà più in tempo a vedere Don Bosco, mentre avrebbe tanto bisogno di una sua benedizione che lo riavvicinasse a Dio e lo richiamasse alle abbandonate pratiche religiose; la signora Loison di Lavantie (22 maggio) non si può dar pace per aver ricevuto con troppo ritardo il biglietto di udienza; la signora Pepin - Leballeur (22 maggio), a cui Don Bosco ha dato appuntamento presso il libraio Josse alle cinque e mezzo della sera, riceve all'ultimo momento dalla signora Josse l'avviso di non muoversi, perchè a impedire disordini deve chiudere la bottega, e n'è desolata; il sacerdote Baiville (23 maggio), recatosi più volte inutilmente dal medesimo libraio nella speranza d'incontrarvi Don Bosco, ridomanda il favore di un'udienza per la necessità che sente di una sua parola e della sua benedizione; la signora Hiendonne (24 maggio), avuto il biglietto dì udienza e fatte senza pro quattro ore di anticamera e senza pro tornata altre due volte, perduta ogni speranza, gli fa umile supplica di pregare l'Onnipotente che [146] pieghi la volontà di un padre egoista; la stessa sorte è toccata alla baronessa Des Graviers, che, tornata per parecchi giorni inutilmente in via Ville l'Evéque, secondo l'indicazione avuta da Don Bosco, gli promette un obolo di mille franchi, se rende la pace a un'anima sconvolta e lontana dai doveri religiosi; la duchessa d'Aremberg (23 maggio) è disposta a ritardare di qualche giorno la sua partenza da Parigi, pur di ottenere una brevissima udienza il dì appresso a qualunque ora e in qualunque luogo e intanto gli offre la sua ospitalità nel palazzo d'Aremberg, quando, come si spera, egli si recherà nel Belgio[111].

                Porremo termine a questa recensione, riportando quanto scrivevano due ragguardevoli signore. Una, la signora di Bouquet, il 22 maggio riferiva così al segretario del Santo: “Avevo ieri gran bisogno di vedere Don Bosco per raccomandargli un malato, del quale - avrei voluto parlargli un poco; anche una mia giovane nipote che m'accompagnava, avrebbe avuto vera necessità di domandargli un parere su cosa importante. Abbiamo aspettato tutto il giorno a casa di madamigella Sénislhac e proprio quando stavamo per inginocchiarci dinanzi a Don Bosco, egli dovette partire senza che io potessi far altro che rimettergli un involto con una piccola offerta e con la mia domanda di preghiere per l'infermo che mi dà tanto da pensare. Speravamo di vedere Don Bosco oggi dal signor Josse; ma alle sei non c'era ancora e ci è bisognato rincasare. Don Bosco però aveva avuto la bontà di ricordarmi e di parlare di una visita fattami da lui a Cannes, due anni or sono; i miei figli, che hanno avuto la fortuna di vederlo ultimamente, ne han parlato con lei in casa di madama De Madre. Io però non so come arrivare fino a lui e domando con viva istanza alla S. V. che me ne indichi i mezzi prima della sua partenza”. L'altra signora era la moglie del celebre finanziere Philippart. Raccomandatasi a Don Bosco per la liberazione [147] di persona cara da grave accusa, si rivolgeva al segretario perchè lo informasse dell'avvenuta liberazione, e lo supplicasse di continuare le preghiere, affinchè con favori temporali Dio concedesse alla sua famiglia anche grazie spirituali; intanto inviava un'offerta da deporre nelle mani del Servo di Dio e domandava una nuova udienza[112].

                Anche Vescovi scrivevano a Don Bosco lettere di raccomandazione, per ottenere da lui che ricevesse in particolari udienze persone che avevano necessità di parlargli. Così monsignor Ettore Chaulet d'Outremont, vescovo di Le Mans, gli raccomandava caldissimamente un suo diocesano[113].

                Tutta questa documentazione fa vedere che non si ricorreva soltanto al taumaturgo, ma anche, e forse più, al santo propriamente detto, all'uomo di Dio ricco di lumi celesti per indirizzare le anime alla salvezza. Al quale oggetto egli stesso senz'aspettare di esserne richiesto dispensava avvisi opportuni: più sovente era una paroletta sulla confessione. Nel mese di maggio una signora, facendosi largo tra la folla con tutta l'energia infusale dallo strazio del cuore materno, giunse davanti a Don Bosco e nel colmo della desolazione gli raccontò come suo figlio, addetto alla contabilità in un ufficio governativo, fosse stato con altri arrestato per sospetto e tradotto in carcere; doversi trattare nel prossimo giugno la sua causa, per il buon esito della quale a lui caldamente si raccomandava.

                 - Ma, signora, che cosa ci posso fare io? le disse Don Bosco.

                 - Lei può liberare mio figlio, solo che lo voglia.

                 - Ma io non sono mica l'onnipotenza di Dio.

                 - Sì, sì, lei può quello che vuole. La prego, la scongiuro...

                 - Se fossi in Italia, avrei persone di mia conoscenza, a cui raccomandar l'affare; ma qui io non conosco nessuno.

                 - Deh! abbia pietà di una povera madre. [148]       - Ebbene si rivolga al Signore e tutti i giorni faccia fino al tal tempo questa e quest’altra preghiera.

                 - Sì, sì, farò.

                 - E io pregherò per loro.

                 - Ah sì! ci ottenga la grazia che quel figlio esca libero e assolto

                 - Ma una preghiera non basta: ci vuole qualche cosa di più.

                 - Dica, dica!

                 - Una buona confessione e una buona comunione.

                 - Ebbene, da trent'anni non mi confesso più, ma le prometto di fare questo e qualunque altra cosa ella sia per consigliarmi.

                 - Una cosa ancora: in avvenire sia praticante.

                 - Sarò, lo prometto.

                 - Se è così, stia di buon animo e confidi nel Signore.

                Così parlando il Santo prese alcune medaglie e dandogliene una le disse: - Questa è per lei. - Indi, porgendogliene un'altra: - Questa è per suo figlio. - Una terza gliene donò, ma senza dir nulla.

                Quel silenzio colpì la signora: un pensiero misterioso le fece sentire come a Don Bosco niente fosse celato. Le parve che egli conoscesse il numero delle persone che componevano la sua famiglia e che perciò le desse tre medaglie. In casa erano soltanto, essa il figlio e il marito, e quest'ultimo pure da molti anni non si accostava più ai sacramenti. Con tali pensieri fece ritorno: la speranza le allargava il cuore.

                Rientrata, chiamò subito il marito, gli descrisse la visita, gli parlò delle preghiere e della confessione e poi gli diede la medaglia, dicendo: - Questa è per te. Non me l'ha detto, ma è per te, Don Bosco è un santo; ha conosciuto che ne avevi bisogno. - E tanto disse che il marito esclamò: - Ebbene, andrò anch'io a fare il mio dovere, andrò anch'io a confessarmi e a comunicarmi. - Difatti andò.

                La signora non capiva in sè dall'entusiasmo per quell'abboccamento [149] con Don Bosco, di cui decantava, la santità apud amicas et vicinas. E Dio la benedisse. Nel giorno fissato per il termine delle preghiere, suo figlio comparve in tribunale e mentre altri suoi compagni furono condannati, egli venne assolto e restituito in libertà. Tutt'e tre poi, non contenti di ringraziare Dio a Parigi, si recarono a Torino il 20 giugno quasi per sciogliere un voto, ma certo per rendere grazie nel santuario di Maria Ausiliatrice.

                Un tale, garbatissimo signore, venne a domandargli un consiglio; ma Don Bosco gli troncò la parola in bocca, dicendogli a bruciapelo: - Vada a far pasqua. - L'altro, che toccava già il limitare della vecchiaia, alquanto sconcertato da simile interruzione, voleva finir di esprimere il suo pensiero; ma Don Bosco con voce dolce e insinuante gli ripetè: - Vada a far pasqua. - Quegli rifece il tentativo di continuare il discorso, e Don Bosco da capo, ma con accento imperioso e tenero a un tempo: - Vada, vada a far pasqua. - L'interlocutore, un po' piccato, mostrava di assumere un contegno freddamente cortese, ostinandosi a dire tutto quello che voleva, senza che Don Bosco cessasse di ricantargli il suo ritornello, accompagnandolo però con uno sguardo e con un sorriso tali, che finalmente la magica parola penetrò in quel cuore. Di botto, commosso fino alle lacrime, dichiarò di scorgere nel monito di Don Bosco un tratto della Provvidenza, che veniva a riannodare una lunga catena di grazie interrotta da molti e molti anni. Senza indugio, il dì appresso si accostò con tutta la sua famiglia ai santi sacramenti.

                Chi sa poi quante confessioni ascoltò Don Bosco stesso durante le infinite udienze? Un signore, che aveva condotto la sua sorella a Parigi, andò con lei a visitare Don Bosco e, non sappiamo perchè, volle confessarsi, benchè la sorella fosse ivi presente. Finito che egli ebbe, anche la sorella si gettò ai piedi di Don Bosco per confessarsi e faceva l'accusa a voce alta. Il Santo cercò inutilmente d'interromperla, dicendole che la Chiesa non permetteva alle donne di confessarsi [150] in quel luogo e che non avrebbe potuto darle l'assoluzione. Ma essa, gridando ancor più forte: - Dio le ha dato, rispose, la potestà di rimettere i peccati in qualunque luogo di questo mondo. - Don Bosco insistette; ma gli fu impossibile persuaderla. Entrarono poi persone della casa, che la indussero a tacere.

                Uomini di Dio ricorrevano a Don Bosco per consiglio, nella certezza che egli avesse per questo lumi soprannaturali. Uno fu l'abate Dehon. Questo piissimo sacerdote della diocesi di Soisson si sentiva fin dal 1877 ispirato a fondare una Congregazione di preti che avesse per iscopo di risarcire il Sacro Cuore di Gesù con un triplice apostolato, cioè fra il clero secolare, in mezzo al popolo e nelle Missioni. Aveva già maturo in mente il suo disegno, quando intese che Don Bosco era a Parigi. Per conoscere meglio i divini voleri, lo andò a trovare, gli espose i propri divisamenti e lo pregò di dirgliene il suo pensiero. Don Bosco gli rispose in tono sicuro e rassicurante: - La sua è certamente opera di Dio. - Appresso il Santo confermò quel suo giudizio parlandone con il segretario, che, avuta poi l'occasione di riferirne all'abate, lo rese doppiamente lieto. Egli è il fondatore della fiorente Congregazione dei Prétres du Sacré Coeur de Jèsus[114].

                Per analogo motivo fu da lui Don Efrem, priore della Trappa di Tamié in Savoia. Fatta sua la proposta di monsignor de Laplace, vicario apostolico di Pechino, egli aveva in animo di fondare un monastero di Cisterciensi nella Cina, intitolandolo a Maria Consolatrice. Prima però di mettere mano decisamente all'opera, volle consultare il nostro Santo. Don Bosco, udito il disegno, benedisse l'impresa e lodò pure l'idea di chiamare quella lontanissima Trappa Notre Dame de la Consolation. Nell'anno stesso Don Efrem s'imbarcò per la Cina, dove presso la linea ferroviaria che va da Pechino verso il Nord - est, in piena montagna, costrusse il suo convento. [151]

                La fondazione attraversò dure prove, massime durante la sollevazione dei Boxers nel 1900; ma giunse a tale floridezza che potè far sorgere una seconda Trappa sotto il titolo di Notre - Dame de la Liesse lungo la ferrovia che unisce Pechino ad Han - Keu. Le due Trappe contano oggi (1935) 18 sacerdoti europei, 12 sacerdoti indigeni e 88 conversi pure cinesi. Anzi da Notre - Dame de la Consolation nel 1897 partì il monaco Don Bernardo per andar a fondare in Giappone la Trappa di Notre - Dame du Phare[115].

                E chi sa quanti per mezzo di Don Bosco riebbero il dono della fede? Un cotale, ricevuto in udienza, esordì ex abrupto dicendo: - Signor abate, io non credo a' suoi miracoli.

                 - Io non ho mai detto, rispose Don Bosco, nè insinuato che fo miracoli.

                 - Eppure tutti dicono che lei fa miracoli.

                 - Ebbene tutti si sbagliano. Una cosa sola io posso fare: pregar il Signore che nella sua misericordia voglia benedire le persone che si raccomandano alle nostre preghiere e spesso il Signore, vedendo la fede, le promesse di una buona vita e le opere buone, si degna di esaudirci e di consolare gli afflitti.

                 - Se è così, non trovo difficoltà a credere; ma deve sapere che da quarant'anni io non mi confesso più, perchè non credo alla confessione.

                 - Male, molto male! Non ho tempo ora di entrare in discussione, perchè ottocento persone almeno sono fuori ad attendere l'udienza; quindi mi limito a poche osservazioni da buon amico. Supponga di trovarsi alla fine de' suoi giorni, nè vi sia più alcun rimedio, e il medico e i parenti e lei stesso vedano che le resta tutt'al più un'ora di vita. In quell'Istante entra per caso Don Bosco e le dice: - Signore, lei sta per presentarsi a Dio; ha ancora tempo a tornargli in grazia confessandosi. Giungendo a questo punto, tutte le persone assennate, molti uomini dotti, e perfino molti increduli si sono riconciliati [152] con Dio, e ben pochi ricusarono di farlo e per lo più gente viziosa. Se lei non aggiusta le partite dell'anima sua, sarà eternamente infelice; se le aggiusta, Dio è così buono che le dà ancora il bacio di pace ". E potrei aggiungere: "Quello che dico, è vero, è di fede; ma quand'anche fosse solo dubbio, la semplice ragione e prudenza umana direbbero che, trattandosi di una disgrazia eterna, bisogna prendere la via più sicura per evitarla; così facciamo nelle cose della vita, benchè solo temporanee e passeggiere. Posto pure che di là non ci sia nulla o che Dio non le domandi conto della vita, poco le costa il confessarsi, il pentirsi, il domandar perdono al Signore; invece qual guadagno farebbe non dandosene pensiero, qualora dovesse andar incontro al giudizio divino, come credono tutti i buoni cattolici? - . Mi dica un po': se si trovasse agli estremi e Don Bosco le parlasse così, che farebbe? Se non vuole rispondere subito, le lascio il tempo di riflettere e verrà a farmi la, risposta un'altra volta.

                 - No, rispose il miscredente, cogitabondo e visibilmente commosso, non voglio farle attendere la mia risposta. Lei mi parla schietto, e schietto voglio essere anch'io con lei. Rispondo che prenderei la via più sicura, confessandomi.

                 - Bene; ma perchè non farlo fin d'ora che è sano e robusto e quindi in tempo utile?

                 - Capirà, il praticare è cosa difficile.

                 - Non è vero che sia difficile. Ma ancorchè fosse, un uomo di senno e di cuore com'è lei, dovrebbe passarci sopra, guardando all'eternità.

                 - Lei dice bene. Se vuol avere la bontà di ascoltarmi, son disposto a fare senz'altro la mia confessione.

                 - Mi rincresce, non posso, c'è una gran turba di gente che aspetta fuori; ma la indirizzo io da un buon prete mio conoscente e amico, che le userà sicuramente la massima amorevolezza.

                Scrisse quindi un biglietto per il curato della Maddalena e glielo diede. Tre giorni dopo quel signore assistette alla Messa [153] di Don Bosco e vi fece la santa comunione. Venutolo nuovamente a trovare, non finiva di ringraziarlo per averlo ricondotto a Dio. - Ero venuto da lei per discutere, gli disse; ma lei mi ha santamente messo nella rete senza discussioni Non dimenticherò mai il colloquio con lei avuto.

                Due visite, una più singolare dell'altra, ricevette Don Bosco in due giorni diversi a tarda sera; entrambe hanno dell'incredibile e del misterioso.

                Gli si presentò una sera un personaggio dall'aspetto molto distinto, che gli domandò: - A lei Don Bosco?

                 - Sì, rispose Don Bosco. In che posso servirla?

                 - Avrei gran desiderio di fare la sua conoscenza.

                 - Il piacere sarà tutto mio nel fare la conoscenza stia. Ma lei chi è?

                 - Ha sentito parlare di Paolo Bert?

                 - Oh sì. Molto si è parlato di lui in questi giorni.

                Perdurava infatti l'agitazione pro e contro un suo libro, imposto alle scuole primarie e intitolato Manuel civique. I cattolici lo combattevano a spada tratta. Messo all'Indice, ventisette Vescovi francesi pubblicarono pastorali per proibirne la lettura, alcuni anzi giunsero a rifiutare i sacramenti agl'insegnanti e ai ragazzi che se ne servissero[116]. Vi s'insegnava che Dio è un essere che non si capisce, la religione un pregiudizio dei tempi e una superstizione sfruttata a proprio profitto dai preti, l'ateismo un diritto dell'uomo, la fede nel soprannaturale non conciliabile con la libertà e col progresso dello spirito umano, e via di questo passo. L'autore, già Ministro della Pubblica Istruzione nel 1881 e 82, era uno dei maggiori corifei dell'anticleralismo gambettiano; quindi il governo massonico lo sosteneva, deferendo ai tribunali Vescovi e parroci, come rei di disobbedienza all'autorità dello Stato. Quattrocento di questi ultimi, omessa ogni forma di giudizio, senza esame, istruzione, processo, difesa, sentenza furono [154] colpiti su semplici denunzie. Giovanetti di famiglie cattoliche ai quali i genitori avevano tolto di mano il manuale, veni - vano per tempo indefinito sospesi dalle lezioni, e poi dopo una settimana senz'altro preavviso i loro parenti ricevevano l'intimazione di comparire dinanzi alla Commissione scolastica, come responsabili dell'assenza dei figli dalla scuola ed erano condannati a venticinque franchi di ammenda con minaccia del correzionale.

                Udito che Don Bosco era informato: - Ebbene, disse quel signore, questo Paolo Bert sono io.

                 - Lei, signore? Ma in che cosa la potrà servire il povero Don Bosco?

                - Che ne dice del mio libro?

                Don Bosco fissò alquanto l'interlocutore e poi gravemente gli rispose: - lo non posso dirle altro se non che fu proibito.

                 - E io vengo a lei perchè mi dica che cosa in questo libro si contenga di male.

                 - Ma io non l'ho mai letto.

                 - Ebbene, eccolo qui, lo legga, scriva in margine le correzioni ed io le prometto di tenerne conto in una ristampa.

                 - Ma lei dice da senno o per ischerzo?

                 - Dico da senno. Lo posso far ristampare in quarantott’ore

                 - Mi lasci il libro e vedrò il da farsi.

                 - Una cosa però le raccomando: nessuno sappia di questa mia visita. Tale notizia solleverebbe odiosi commenti nella stampa e nella Camera.

                 - Stia tranquillo, non si commetteranno indiscrezioni.

                Paolo Bert strinse la mano a Don Bosco e uscì. Don Bosco rimise il libro al parroco della Maddalena, perchè, essendo egli occupato da mane a sera in continue udienze, non lo poteva leggere. Il parroco, vista l'importanza dell'opera, si accinse con premura all'improba fatica, sicchè in pochi giorni il libro fu pieno di cancellature e di correzioni. L'autore, ritornato ben presto a intrattenersi con Don Bosco, riebbe il [155] suo libro e mantenne la parola, sebbene fino a un certo segno. Quando sul principio di giugno il Duca di Broglie sollevò la questione del Manuale ateo innanzi al Senato, il Ministro della Pubblica Istruzione, signor Ferry, riconobbe che Paolo Bert “si era censurato da se stesso”, avendo nella nuova edizione introdotto tali correzioni, da non potervisi più trovare nulla che contravvenisse alle disposizioni della legge sull'insegnamento. In realtà le varianti erano degne di nota. Restavano però intatti i capitoli esaltanti la rivoluzione francese, le sue conquiste, le sue opere, le sue accuse contro i Re, contro la nobiltà, contro gli antichi regimi e specialmente contro il clero. Il nome di Dio non vi era più bestemmiato; ma quante calunnie contro i suoi ministri e contro le cose sacre! Per altro il famigerato autore con la sua revisione aveva difatto giustificato le condanne dell'Autorità ecclesiastica[117].

                Chiunque per poco sia a conoscenza delle idee di. Paolo Bel t sopra la laicità dell'insegnamento, sarà cascato dalle nuvole nell'apprendere quanto abbiamo narrato di lui. Su queste cose il segreto si mantenne probabilmente fino al 1886, quando il Bert morì senza i sacramenti, non già perchè egli li avesse rifiutati, ma per inframmettenze, dicono, di coloro che lo attorniavano. Allora dunque potè sembrare utile, per diminuire lo scandalo, il far palese quanto era passato fra il defunto e Don Bosco. Ma riguardo al fatto in sè, conviene tener presente che Paolo Bert, oltrechè uomo politico e di parte, era anche scienziato di grido. Professore di fisiologia alla Sorbona e poi al Muséum, aveva dalla cattedra e con gli scritti contribuito moltissimo al progresso della sua scienza; inoltre si occupava passionatamente, sebbene razionalisticamente, dei problemi pedagogici. Noi perciò non saremmo alieni dal credere che curiosità scientifica l'avesse spinto a cercare Don Bosco e che la questione del manuale altro non fosse da prima che un semplice pretesto per entrare con lui in uno scambio d'idee e aver [156] agio di studiare l'uomo; quello che in seguito avvenne, sta a dimostrare una volta di più quanta fosse la sovrumana efficacia della parola di Don Bosco.

                Più difficile a diradare fu l'ombra di mistero che avvolgeva la seconda delle due udienze, quella cioè di Victor Hugo, che, quando la si conobbe, fece il giro della stampa e passò anche in lavori apologetici. Certe circostanze che accompagnavano la primitiva narrazione, la facevano apparire alquanto inverosimile; oltre a questo, alcune asserzioni della signora Juana Richard Lesclide, vedova del già segretario particolare di Victor Hugo, se vere, avrebbero scalzato ogni base di credibilità al racconto. Ma ultimamente una testimonianza di prim'ordine è venuta a sgombrare il terreno dai dubbi sulla storicità della cosa, fornendo in pari tempo qualche notizia inedita, utile all'accertamento del fatto. L'avvocato Boullay, membro allora del consiglio amministrativo dell'opera di Auteuil[118] e testimonio oculare di quello che narreremo, ci è mallevadore sicuro del vero.

                Un abboccamento avvenne senza dubbio a Auteuil il 20 maggio nell'orfanotrofio dell'abate Roussel. Due volte Don Bosco andò, come vedremo, a visitare quella casa. Allorchè l'abate seppe che egli sarebbe tornato una seconda volta invitò anche il suo amico Boullay a riceverne la benedizione insieme con le sue bambine. L'avvocato arrivò verso le quattro e mezzo pomeridiane e trovò il cortile della casa molto affollato. Nell'avviarsi verso l'appartamento del Direttore, lo vide uscire in compagnia di un vegliardo, piuttosto bassotto di statura e con la barba bianca e folta, il quale si allontanò per un viale solitario. Indovinò subito chi poteva essere; ma la cosa gli parve tanto fuori del credibile, che sentì il bisogno di interrogarne l'abate.

                 - Ma colui che ella accompagnava or ora, gli chiese, è Victor Hugo? [157]

                 - Sì, ma zitto, non dica niente a nessuno. Voleva parlare con Don Bosco ed è venuto a trovarlo segretamente in casa mia. Ve l'ha attirato l'attività filantropica di questo apostolo della gioventù.

                Pochi minuti dopo l'avvocato Boullay fu introdotto da Don Bosco, che benedisse lui e le sue piccine. Quindi, fatti i complimenti di circostanza e rotto il ghiaccio, quegli si fece animo a dirgli: - Ella, Padre, ha parlato pocanzi con un pezzo grosso.

                 - Chi glie l'ha detto?

                 - L'abate Roussel.

                 - Quand'è così, io posso dirle che sì, ho parlato con Victor Hugo. Mi ha fatto professione di fede spiritualista; ma io credo che, se si tiene indietro, tutto dipenda dal rispetto umano. Il suo entourage, com'egli stesso mi ha lasciato capire, è ostile a qualsiasi idea religiosa... Eh, ormai è vecchio!... Non bisogna abusare della grazia di Dio. L'ho detto anche a lui...

                Una circostanza concorre a spiegarci la ragione della visita di Victor Hugo a Don Bosco. Il suo spirito aveva ricevuto una scossa tremenda. L'II maggio dopo lunga e straziante malattia, era morta Giulia Drouent, la compagna della sua vita. Nello stato di prostrazione morale causatogli da quella perdita dovette sentire il bisogno di avvicinare il prete di cui tutta Parigi diceva meraviglie. Anche la curiosità di vedere un uomo così misterioso avrà contribuito a spingerlo verso di lui. A noto infatti quanto potesse sulla sua immaginazione di poeta tutto quello che sapeva di arcano; si occupava anzi curiosamente di occultismo.

                Fino alla morte dello scrittore Don Bosco non diede pubblicità a quell'incontro; ma la pagana empietà dei funerali, con cui si pretese d'inscenare un'apoteosi del defunto, mosse il Servo di Dio a far conoscere i sentimenti da lui manifestatigli. Fra il maggio pertanto e il giugno del 1885 riferì la conversazione a Don Viglietti e a Don Lemoyne. Il primo la mise [158] in iscritto sotto dettato[119]; poi Don Lemoyne ne ritoccò lievemente la forma, sostituendo il voi francese al lei italiano della prima redazione e introducendo qualche frasetta insignificante. Ma quel che più importa, si è che Don Bosco rilesse, come ne fanno fede tre correzioncelle, che sono sicuramente di sua mano; sembra suo anche un segno di richiamo per un'aggiunta marginale, in cui si ravvisa il carattere di Don Lemoyne. Forse Don Bosco, fatta sull'originale la crocetta che gli era consueta, cedette a Don Lemoyne la penna e dettò la nota, secondochè è lecito arguire dall'identità dell'inchiostro; poichè Don Viglietti scrisse in nero e Don Bosco segnò in bleu, del qual colore appunto sono le dieci mezze righe del largo margine. Circa l'esattezza dei dialogo potrebbe dar luogo a riserve la distanza del tempo, essendo allora trascorsi già due anni dall'incontro; ma è noto che la memoria servì egregiamente Don Bosco fino all'estremo della vita. Ecco il documento in tutta la sua integrità[120].

 

                Due anni or sono mentre io dimorava a Parigi ho avuta la visita di un Personaggio da me ignorato affatto. Dopo aver aspettata l'udienza circa tre ore, alle undici di sera fu ricevuto in mia camera. La sua prima parola fu: - Non ispaventatevi, oh Signore, io sono un incredulo, e perciò non credo ad alcun miracolo, che taluni van raccontando di voi.

                Risposi: - Io ignoro e non voglio sapere, con chi io abbia l'onore di parlare. V'assicuro che io non cerco nè posso farvi credere ciò che voi non volete. Nè intendo parlarvi di religione, di cui voi non volete udire cosa alcuna. Ditemi soltanto: Nel corso della vostra vita siete voi sempre stato con tali pensieri in cuore?

                 - Nella prima mia età io credeva come credevano i miei parenti ed amici; ma appena potei riflettere sopra le mie idee e ragionare, ho messa la religione in disparte e mi son posto a vivere da filosofo.

                 - Che cosa intendete voi di dire con questa frase: Vivere da filosofo? [159]

                 - Tenere una vita felice, ma non mai badare al soprannaturale nè alla vita futura, con cui i preti sogliono spaventare la gente semplice e di poca elevatezza.

                 - E Voi che cosa ammettete della vita futura?

                 - Non perdete il tempo a parlarmi di questo. Della vita futura io parlerò quando mi troverò nel futuro.

                 - Conosco che voi celiate, ma giacchè mi portate sull'argomento, abbiate la bontà d'ascoltarmi. In futuro può ben darsi che veniate ammalato?

                 - Oh sì! Tanto più nella mia età che la sento travagliata da molti incomodi.

                 - E questi incomodi non può darsi che vi portino in pericolo di vita?

                 - Questo può darsi perchè io non posso esentarmi dal destino che suole colpire ogni mortale.

                 - E quando vi troverete in grave pericolo della vita, quando vi troverete al momento di passare dal tempo all'eternità ......

                 - Allora mi farò coraggio per essere filosofo e non badare al sovrannaturale.

                 - E che cosa v'impedisce[121] di pensare almeno in quel momento alla nostra immortalità, all'anima vostra ed alla religione?

                 - Niente lo impedisce; ma è un segno di debolezza che io non voglio dare perchè diventerei ridicolo in faccia degli[122] amici.

                 - Ma in quel momento voi sarete in fine di vita; e costa niente il provvedere a voi stesso e alla pace della vostra coscienza.

                 - Capisco quello che voi volete dire, ma non mi sento di abbassarmi a questo punto.

                 - Ma in quel punto che cosa voi potete ancora aspettarvi? La vita presente sta per finire, della vita eterna non volete che vi facciano parola. Che cosa sarà adunque di voi?

                Egli abbassò il capo, taceva e meditava. In questo stato di cose lo ripigliai:

                 - Voi dovete pensare al grande avvenire: avrete ancora qualche istante di vita; se voi ne approfitterete, se vi servirete della religione e della misericordia del Signore, voi sarete salvo, e salvo per sempre; diversamente voi morrete, ma morrete da incredulo, da reprobo, e tutto sarà per sempre perduto per voi. Vi dirò le cose più chiare ancora; che per voi non vi è più altro da sperare che il nulla [giacchè tale è la vostra opinione], od[123] un supplizio eterno che vi aspetta, [secondo la mia credenza e quella di tutto il mondo]. [160]

                 - Voi mi tenete un discorso, che non è filosofico, non è teologico, ma un discorso da amico, che io non voglio respingere. Dico che fra i miei amici si attende a discutere di filosofia, ma non si viene mai al gran punto: o l'eternità infelice, o il nulla aspetta. Io voglio che questo punto sia ben studiato e poi se lo permettete ritornerò a farvi un'altra visita.

                Dopo altri discorsi, mi strinse la mano e partendo mi lasciò un biglietto di visita sopra cui ho notate queste parole: VICTOR HUGHES[124] .

                Tornò la seconda sera alla stessa ora e preso Don Bosco per mano e tenendolo [stretto] gli disse: - Io non sono quel personaggio che [voi forse avete creduto: fu uno scherzo il mio], ho fatto uno sforzo per rappresentare [la parte del]l'incredulo. Io sono Victor Ugo (sic) e vi prego a voler essere mio buon amico. Io credo nel soprannaturale, credo in Dio e spero di morire nelle mani di un prete Cattolico che raccomandi lo spirito mio al Creatore[125].

 

                Questa seconda visita fu appunto quella, di cui ci ha parlato il signor Boullay. In che giorno avvenisse la prima, non lo sapremo  forse mai; abbiamo però un racconto di Don Bosco, che conferma la realtà della cosa. Lo fece ad Alassio, nell'andare dal refettorio in camera dopo la cena, presenti parecchi sacerdoti salesiani e Don Bartolomeo Fascie, ora Consigliere scolastico generale della Congregazione, allora laico e professore nel liceo. Una sera Don Bosco a Parigi, essendo rimasto fino alle undici presso una famiglia, rincasò stanchissimo. Ma ahimè! c'era gente che lo aspettava. Egli avviatosi al suo appartamento, si sforzava di persuadere quei signori che cascava dal sonno; ma parlava a sordi. Scambiate di passata con i singoli alcune parole, quando pareva tutto finito ed aperse la porta della sua stanza, ecco avanzarsi da un angolo remoto un'ombra: era un vegliardo che si cacciò dentro dietro di lui e gli si sedette a fianco sul divano. Si discorse, si ragionò, si discusse, finchè, stanco morto, il Santo cominciò a sonnecchiare. [161]

                L'importuno ogni tanto lo tirava per la manica, ripetendogli: - Ascolti, ascolti! - Ma Don Bosco, piegando il capo, glielo appoggiò sull'omero senza più dar segno d'intendere. Colui non ardì scuoterlo, ma stette fermo in quella posizione e s'addormentò egli pure. All'improvviso, che è che non è, piegandosi dal lato opposto, perdette l'equilibrio e si abbandonò sul bracciuolo, e Don Bosco, perduto il sostegno, si ripiegò su di lui. Pardon, monsieur!... Pardon, monsieur! si dicevano poi a vicenda, stropicciandosi gli occhi. Quell'incidente persuase il brav'uomo che anche per Don Bosco la notte era fatta per dormire. - Chi era quel tale? - domandò a Don Bosco uno degli ascoltatori. Don Bosco, volgendosi all'interrogante e con aria d'indifferenza gli rispose: - Un certo Vittor Ugo.

                Che in casa De Combaud non fosse avvertita la presenza del poeta, non deve sorprendere alcuno. L'appartamento di Don Bosco era isolato dal rimanente del palazzo: l'ora tarda e la complicità del servo fecero il resto; sicchè il celebre scrittore potè, come certo desiderava, passare inosservato. La mentovata signora Richard, riguardo al biglietto di visita, afferma che Victor Hugo non ne usò mai; per altro, se la sua asserzione è vera, poteva ben essere un cartoncino col nome manoscritto.

                Il D'Epiney fu il primo che diede pubblicità al colloquio, riproducendolo parzialmente nella decima edizione del suo Dom Bosco. Di là ne riportò alcuni frammenti il padre Ragey, inquadrandoli in numerosi versi del poeta, che gli sembravano armonizzare con quelli nel concetto[126]. Molto più tardi se ne occuparono le Etudes di Parigi, che, procuratosi dall'Oratorio il testo autentico, lo tradussero e commentarono[127], risolvendo possibili obbiezioni, compresa quella della grafia Hughes, nel biglietto di visita. “Come spiegare siffatta bizzarria [162] ortografica? si chiede l'articolista. Come mai Don Bosco, che corresse tre errorucci, lasciò sussistere quello?”, E risponde: “Noi crediamo che ne abbia egli stesso la responsabilità. Ed ecco come. Avendo pronunziato sempre Victor Ugo all'italiana e volendo ora dettarlo nella sua forma francese, qual era nel biglietto, accenta all'italiana la prima sillaba e fa del g duro un gh italiano, donde viene fuori Hughes”. Potrebbe anche essere che Don Bosco credesse Hughes traduzione del nostro Ugo, e che quindi così realmente dettasse.

                Un altro enigma è l'ora assegnata qui sopra alla seconda udienza, ora del tutto inverosimile, visto anche il segreto di cui Victor Hugo volle circondate quelle sue andate, il che consigliava di non portarsi due volte nel medesimo luogo. Sarà un lapsus memoriae di Don Bosco? sarà un malinteso del segretario, a cui Don Bosco non badò, perchè limitatosi solo a leggere il dialogo? Non potendosi affatto mettere in dubbio la testimonianza dell'avvocato Boullay, qui è incorso certamente un errore, a chiunque sia imputabile.

                Che l'intervista sia rimasta senza effetto, non si potrebbe asserire. É opinione fondata che  il poeta in seguito moltiplicava professioni di fede teista; ma si sa pure che attorno a lui si cercava di rintuzzare ogni sua manifestazione di tal natura. Questo avveniva specialmente quando si levava da tavola. Ma non appena apriva la bocca per esprimere somiglianti pensieri, il suo genero Lockroy, israelita, il cui vero nome era Simon, quello che poi diventò Ministro della Marina, gli dava tosto sulla voce e: - Su via, diceva, ecco che il vecchio comincia a vaneggiare. - Fu convinzione di molti che  nell'ultima infermità il cardinale Guibert, anzichè mandare il suo segretario a tastare il terreno, avrebbe ottenuto assai più andandovi in persona; ma sembra che egli stesse poco Lene di salute. Il segretario si vide messo in bel modo alla porta; non così il malato avrebbe agito con lui, ma, lusingato dall'onore, di parola in parola si sarebbe forse lasciato rimorchiare più in là del suo nudo teismo. Ma questi [163] sono arcani della grazia, che non è dato all'uomo di scandagliare. Quanto al colloquio con Don Bosco, siamo d'accordo con un periodico francese, nel quale, mentre rivediamo le bozze di questo capo, ci avviene di leggere che “ognuno è rimasto nelle sue posizioni e il moralista laico non ha fatto predica, il prete ha conservato la sua dignità e il Santo non ha piegato le ginocchia dinanzi al filosofo”[128].

                Quanti stati d'animo, quanti casi di coscienza dovettero essere sottoposti all'esame e al giudizio di Don Bosco durante il suo soggiorno a Parigi! Quanti matrimoni solamente civili non fece legalizzare di fronte alla Chiesa e quanti imbrogli di vario genere non accomodò specialmente fra persone appartenenti alle classi più elevate e più colte della società parigina! - Per il bene delle anime, affermò egli qualche volta, dovetti occuparmi di moltissimi fatti, un centinaio dei quali erano di tale importanza, che per ogni singolo di essi sarebbe valsa la spesa d'intraprendere un viaggio fino a Parigi.

 

 


CAPO VI.

A Parigi: visite.

 

                COME i pomeriggi si destinavano alle udienze, così le ore mattutine erano riserbate alle visite; non però in modo esclusivo, chè in tanta varietà di casi la regola doveva necessariamente patire eccezioni. Nel presente capo ci proponiamo di seguire passo passo il nostro Santo, quando si reca a visitare chiese, comunità e famiglie, procedendo in una prima parte, per dir così, col calendario alla mano e rimandando alla fine alcuni gruppi di notizie, che altrimenti intralcerebbero l'esposizione cronologica dei fatti o che si sottraggono finora agli accertamenti propri della cronografia.

                Don Bosco celebrò la sua prima messa a Parigi dalle Carmelitane, che avevano il convento, il terzo a Parigi, sul corso Messina, non lungi dal palazzo della sua dimora. Andarono ad assistervi le Oblate di via Ville l'Evéque, com'è notato nel diario della Bethford. Visitata poi e benedetta la comunità, manifestò il desiderio di essere in unione di preghiere con quelle religiose, le quali poco avanti alla sua partenza da Parigi gli concessero con tutte le formalità l'affiliazione spirituale dei Salesiani al loro Ordine, inviandogliene regolare diploma[129]. [165]

                La mattina del 21 aprile celebrò presso le Domenicane della Croce in via Charonne. Dopo la Messa c'era gente che gli voleva parlare ed egli cominciò a ricevere. Il tempo passava senza che Don Bosco se ne desse per inteso; ma Don De Barruel, avvicinandosi il mezzodì, si piantò sulla soglia della porta e non lasciava più entrare nessuno. Fu una protesta generale, a cui il segretario non badò, e fattosi da presso a Don Bosco: - Bisogna andare, gli disse. Sono le undici passate; c'è ancora una visita da fare e poi ci attendono per le dodici a Auteuil. - Il Monde del 13 maggio narrava: “Don Bosco col suo bel sorriso così amabile e delicato e col suo accento così insinuante e dolce: - Bene! - rispose. Quindi, ergendosi un po' sul seggiolone e con un gesto di commovente bontà facendo un lungo cenno d'invito a parecchie signore rimaste là addolorate: - Avanti, signore, disse. E l'udienza continuò per non terminare se non quando ognuna di quelle ebbe una benedizione speciale, una parola, un conforto. A che ora sarà arrivato Don Bosco a Auteuil? Dio lo sa... Ma se ivi fu dimenticata l'ora, la carità la portò su nell'eternità celeste. Il caritatevole sacerdote non licenzia, non respinge, non sollecita nessuno di quanti a lui ricorrono per un sollievo nelle loro pene. La sua anima, che è tutta di Dio, tutta appartiene a chiunque gli si rivolga”.

                La rottura delle trattative per l'opera di Auteuil[130] non aveva raffreddato la benevolenza dell'abate Roussel verso Don Bosco. I due uomini si erano conosciuti a Roma sotto gli auspici di Pio IX nel 1876. Il Papa, passando dinanzi all'abate, aveva detto: - Ecco il Don Bosco francese, che ho veduto ieri. - Alla distanza di sette anni l'abate Roussel, rievocando questo ricordo[131], manifestava la grande consolazione da lui provata allora nel vedere “quel santo prete”, col quale l'aveva messo in rapporto il Santo Padre medesimo. Era quindi naturale che, udito del suo arrivo a Parigi, bramasse [166] d'incontrarlo. Fu delicato pensiero di Don Bosco il prevenirlo, notificandogli la sua imminente visita la mattina del sabato 21 aprile. Giunse sul mezzogiorno, stette là a colazione e visitò la casa. Scriveva l'abate nel citato suo periodico: “Con lui sempre così vivo, benevolo e amabile parlatore, abbiamo potuto discorrere lungamente del comune nostro scopo”. Sparsasi intanto nelle vicinanze la voce che Don Bosco si trovava a Auteuil, gli amici dell'abate convennero numerosi per vederlo, facendolo segno a molte dimostrazioni di simpatia. L'abate non nascose che avrebbe voluto fargli un ricevimento più solenne, se dalla ristrettezza del tempo non ne fosse stato impedito; ma Don Bosco, accomiatandosi, gli lasciò chiaramente intendere che prima di abbandonar Parigi aveva in animo di ritornare.

                Le Dame del Sacro Cuore, che avevano la casa al Boulevard degli Invalidi, poterono ottenere che per il 22 egli andasse a celebrare nell'ampia cappella del loro convitto. Il numero di coloro che stimarono gran privilegio l'essere ammessi ad ascoltare con le educande la sua Messa, fu tale, che la santa comunione durò un'ora intera. Visitate le religiose e le allieve, e ricevute le persone desiderose di consultarlo, fece altre visite, a fine di contentale quanti più potesse dei tanti che l'avevano pregato di quella grazia.

                Per mezzodì aveva promesso di andar a passare un paio d'ore con gli Assunzionisti in via Francesco I. Questa congregazione, fondata nel 1847 a Nimes dal padre D'Alzon, dirige collegi, organizza pellegrinaggi nazionali, tiene Missioni in Oriente dai Balcani al Mar Morto e dà vita a un'opera grandiosa per la buona stampa. L'Assunzionista padre Bailly redigeva allora il Pèlerin, diffuso periodichetto che fu l'araldo di Don Bosco in Francia; infatti fin dal suo primo anno di vita, nel 1877, descrisse entusiasticamente le opere del Servo di Dio, riproducendone anche le sembianze, e poi tornava a parlare di lui ogni volta che gruppi di pellegrini francesi, venendo da Roma, visitavano il santuario di Maria Ausiliatrice, [167] l'Oratorio e Don Bosco, accompagnati per lo più dal padre Picard, secondo Superiore generale. Reciproco pertanto era il desiderio di trovarsi almen qualche istante insieme nella capitale. “Giunto a Parigi, scriveva il Pèlerin del 12 maggio, una delle prime visite fatte dal santo uomo fu per il povero Pèlerin, perchè egli ama i poveri, e mangiò col Pèlerin nel tempo pasquale, come già Nostro Signore con i suoi discepoli, e pose ivi le mani su parecchi infermi, che ora vengono migliorando”. Detto poi dell'impressione prodotta dalla presenza di Don Bosco a Parigi, osservava: “Il sentimento che scuote l'indifferenza parigina al passaggio di un prete, di un religioso, di un santo, a sì breve intervallo dalle espulsioni, e che quasi a titolo di riscatto le fa buttare tesori nelle sue mani, è certamente un fatto soprannaturale di prim'ordine, e noi crediamo che Don Bosco, benchè vecchio, male in gambe, sempre sorretto da un braccio amico, con la vista quasi spenta, senza leggere giornali di sorta, rechi alla Francia nientemeno che la soluzione della questione operaia”.

                Uno degl'infermi, a cui il Pèlerin alludeva, era lo stesso padre Picard, al quale Don Bosco promise che avrebbe pregato per la sua guarigione. Guarì infatti e campò ancora vent'anni.

                A mensa non si ragionò quasi d'altro che di cose salesiane, e il tutto comparve sotto forma d'intervista nel Pèlerin del 12 maggio. La massima parte della conversione si aggirò intorno alle origini e allo sviluppo dell'Opera di Don Bosco; ma verso la fine il discorso cadde sul suo metodo educativo. Taluno gli espresse il dubbio che i suoi artigiani, usciti dal nido ed entrati negli opifici o nelle caserme, non potessero non vacillare. Don Bosco rispose: - Quasi tutti continuano a confessarsi nelle nostre case. A Torino, il sabato sera e la domenica mattina, ne vengono molti. Nell'esercito italiano poi si sa benissimo che i provenienti dai nostri laboratori sono praticanti; infatti li chiamano i Bosco. Se ne trovano in tutti i gradi della milizia. [168]

                 - Ma in che consiste dunque la formazione che si dà a questi giovani?

                 - La formazione consiste in due cose: dolcezza in tutto e la cappella sempre aperta, con ogni facilità di frequentare la confessione e la comunione.

                 - Sono molte le comunioni?

                 - Moltissime. Ogni giorno artigiani e studenti hanno la Messa, avanti e durante la quale possono confessarsi. E ci vanno assai, e la frequente comunione è quella che poi fa tutto.

                 - Per altro, vi saranno castighi.

                 - Nessuna forma speciale di repressione; è vero però che talvolta si espelle qualcuno dalla casa. Ma invece dei castighi abbiamo l'assistenza e i giuochi. Le mancanze derivano in gran parte da difetto di sorveglianza; vigilando, si previene sufficientemente il male e non c'è bisogno di reprimere. Ogni laboratorio ha il suo capo; inoltre da una cattedra chiusa con vetri un chierico bada alla condotta, al buono spirito, alla pietà e segnala quelli che meritano di passare fra gli studenti. Ogni nuovo venuto si affida a uno degli anziani, che io guida, lo istrada, lo protegge, lo consiglia. Riguardo ai giuochi, è da ritenere che il giovane deve stare contento, e perciò bisogna svagarlo con giuochi. A tale effetto noi non si trascura nulla: anzitutto la musica, e poi gli esercizi fisici. Quando il giovane è stanco di giocare, finisce spesso con l'andarsene a pregare in cappella, che trova sempre aperta.

                L'articolista conchiudeva con la seguente osservazione: “Noi abbiamo veduto questo sistema in azione. A Torino gli studenti formano un grosso collegio, in cui non si conoscono file[132], ma da un luogo all'altro si va a mo' di famiglia. Ogni gruppo circonda un insegnante, senza chiasso, senza [169] irritazioni, senza contrasti. Abbiamo ammirato le facce serene di quei ragazzi, nè ci potemmo trattener dall'esclamare: Qui c'è il dito di Dio”.

                Della stessa visita si occupò anche il Monde del 17 maggio, riferendo di quella conversazione conviviale una particolarità delicata, ma istruttiva. Un Assunzionista domandò a Don Bosco, a quale funesta influenza si dovesse attribuire il difetto di perseveranza che si lamentava nella più parte dei giovani educati così cristianamente dallo zelo indefesso dei Fratelli, essere infatti cosa nota che quegli ex - alunni, divenuti grandi, trascuravano generalmente le pratiche religiose. Don Bosco rispose così: - Questo grave inconveniente proviene da ciò, che in Francia i giovani noti vengono abbastanza a contatto col prete e quindi non si confessano abbastanza di frequente. Le anime giovanili nel periodo della loro formazione han bisogno di sperimentare i benefici effetti che derivano dalla dolcezza sacerdotale, Vivendo sotto questo influsso fin dalla tenera età, si rammentano poi più tardi della pace goduta dopo le sacramentali assoluzioni e qualora si abbandonino agli umani traviamenti, sanno sempre ricorrere per aiuto agli amici della loro infanzia. Ecco perchè in Italia i figli del popolo perseverano generalmente più che non in Francia.

                Don Bosco era capitato dagli Assunzionisti in un momento assai opportuno. Ventilavano essi allora il disegno di lanciare un grande quotidiano cattolico, tale che potesse raggiungere la massima diffusione in tutte le parti della Francia. L'ardita iniziativa non incontrava l'approvazione di parecchi; onde l'ideatore padre Bailly e il superiore padre Picard titubavano indecisi. Orbene la parola di Don Bosco, che in opere di simil genere era l'uomo degli ardimenti, incoraggiò i Padri ad affrontare l'impresa. Egli chiese se avessero i capitali e gli scrittori; e udito che si: - Ebbene, disse, andate avanti! - Tanta efficacia ebbero i suoi incitamenti, che ai 16 di giugno uscì il primo numero di quella [170] Croix, che  conta già mezzo secolo di vita rigogliosa e assai feconda di bene[133].

                E poichè siamo su questo tenia dei giornali, aggiungeremo che Don Bosco volle dedicare un po' del suo tempo parigino anche alla famiglia di colui che era stato il principe dei giornalisti cattolici e che tante battaglie aveva ingaggiate e sostenute dalle colonne dell'Univers contro tutti i nemici della Chiesa. Intendiamo parlare di Luigi Veuillot, mancato ai vivi il 7 aprile precedente. Don Bosco recò ai desolati congiunti la parola del conforto cristiano. La sua visita apportò un balsamo soave specialmente alla sorella Elisa, che con Luigi aveva diviso la vita di fede e di operosa carità. Cinquant'anni da quel giorno, che  non sappiamo precisare qual fosse, il nipote Francesco, che piccino ricevette allora la benedizione del Servo di Dio e che sente ancora sulla fronte il tocco di quella mano “cliargée des graces divines”, godeva di annunziare un prossimo ritorno di Don Bosco a Parigi, cinto dell'aureola dei Santi, per prendere possesso d'una chiesa che s'innalza ivi al suo nome[134].

                Per la mattina del 23 aprile toccò alla famiglia della contessa De Rites il piacere di ascoltare la Messa celebrata da Don Bosco nell'oratorio domestico, al sobborgo di S. Germano. Gli si fece usare un calice, del quale erasi servito Pio IX l'8 dicembre 1855, primo anniversario dalla definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione. Lo assisteva all'altare l'abate Sire di S. Sulpizio, il cui nome si collega con un ricordo monumentale dello storico avvenimento. Egli fu che fece [171] tradurre la bolla Ineffabilis in quattrocento fra lingue e dialetti, formandone centodieci volumi, i quali, chiusi in un prezioso cofano, offerse l'II febbraio 1877 a Pio IX. Il magnifico dono era stato già ammirato da Don Bosco nella sala dell'Immacolata Concezione in Vaticano e gli tornò ben gradito quell'incontro con l'ideatore[135].

                Alla nobile famiglia si unirono nella cappella circa cinquanta persone dell'aristocrazia parigina. Nel momento dell'offertorio il figlio della signora di Poulpiquet, ex - zuavo pontificio, fece una colletta, raccogliendo per il celebrante una bella somma. I più dei presenti ricevettero la santa comunione dalle mani del Santo, che dopo consentì di dare udienza agl'intervenuti.

                Spetta probabilmente all'abate Sire il merito di aver procurato a Don Bosco la possibilità di fare una visita delle più importanti sia per se stessa che per i suoi effetti: la visita al gran seminario di S. Sulpizio. Sono pochi i seminari che abbiano una storia così gloriosa come quello di S. Sulpizio. Diretto da un'associazione di preti fondata a Parigi dal venerabile Olier nel 1642, divenne ben presto e si mantenne fino ai giorni nostri vivaio fecondo d'illustri e dotti prelati e di ecclesiastici insigni per pietà e zelo in servizio della Chiesa. L'abate Bieil, Direttore dell'istituto e tenace delle consuetudini, aveva obbedito allo scrupolo di chiedere istruzioni circa le modalità del ricevimento che avrebbe dovuto fate a Don Bosco e circa gli onori da rendergli. Non è Vescovo, diceva, non è prelato... Come fare dunque? - Il cardinale Guibelt gli rispose: - Ricevetelo con tutti gli onori possibili. Non si farà mai troppo per i suoi meriti.

                Don Bosco vi si recò la sera del 23 aprile; ma si fece aspettare molto, e questo cagionò ritardi nell'ora della lettura spirituale, della cena e del riposo, un fatto addirittura [172] inaudito in quell'inviolato sacrario della consuetudine[136]. Avanzatosi con aria di serena modestia e montato sur una predella, rivolse ai futuri sacerdoti un discorsino sviluppando il concetto contenuto nell'elogio evangelico di S. Giovanni Battista: Erat lucerna ardens et lucens. Spiegò loro come il prete debba vivere una vita ardentemente interiore per poter illuminare intorno a sè gli altri, e ripetè il suo aforisma che un prete non va mai solo nè in paradiso nè all'inferno[137]. L'abate Clément, Direttore della scuola Fénelon, scriveva di quel sermoncino di Don Bosco[138]: “Quello che specialmente ricordo è l'ardore infiammato della sua parola, massime quando mostrava la necessità della confidenza in Dio. Allora lo sguardo gli brillava sotto le rughe della fronte, e gli si rinvigoriva la voce, benchè l'avesse un po' stanca e gutturale[139]. Quando discese dalla predella, i miei compagni gli si strinsero attorno, anzi addosso, desiderosi di toccarlo, di baciargli la mano. Ne vedo ancora uno tagliargli con le forbici un lembo, credo, della fascia[140], e un altro portargli via un pezzetto di tessuto paonazzo strappato forse dalla fodera del cappello. In quella ressa Don Bosco aveva per ognuno un sorriso che ancora rivedo radioso, [173] e si voltava di qua e di là con bontà straordinaria e con tutta bonomia”.

                L'impressione lasciata in quei chierici non si dileguò mai più dalla loro mente e valse non poco ad alimentare quella corrente di simpatia per Don Bosco, che perdura tuttora nel clero francese. Fra i seminaristi colà presenti vi erano i personaggi che rispondono ai nomi di Bourne, cardinale arcivescovo di Westminster; De Guébriant, arcivescovo di Marcianopoli e superiore dei Missionari di Rue du Bac; Gibergues, morto vescovo di Valenza; Neveux, vescovo ausiliare di Reims; Ternier, vescovo di Tarantasia; Vigouroux e Mourret, vere illustrazioni delle scienze sacre; e altri ottimi ecclesiastici. Rievocando quella sera memorabile, il cardinale Bourne scriveva: “Un ricordo carissimo al mio cuore, una segnalata grazia della mia gioventù è l'aver avvicinato Don Bosco. Io era studente nel seminario di S. Sulpizio a Parigi, quand'egli giunse in quella capitale. Avevo già inteso parlare delle opere mirabili da lui create e di certe singolari particolarità della sua vita. Rammento come se fosse oggi la trepida impazienza, con cui i seminaristi aspettavano la visita di quell'uomo, considerato già dall'opinione pubblica come un santo. Sembrava in cattivo stato di salute, camminava barcollando e parlava, lo ricordo bene, un francese piuttosto stentato e difettoso. Tuttavia l'impressione prodotta in noi tutti fu straordinaria. Quella volta non ebbi agio di rivolgergli la parola privatamente; ma nel 1885, l'anno dopo la mia ordinazione, vivamente interessato e attratto dalle opere della Congregazione salesiana, feci una breve visita all'Oratorio di Torino ed ebbi la grande soddisfazione di parlare col Beato e di sedere alla sua destra durante una refezione, a cui m'invitò. Nel 1887, a sua istanza, prestai la mia modesta cooperazione ai primi membri della Società da lui inviati a Battersea nel novembre di quell'anno. Dopo d'allora sono stato sempre nei rapporti più affettuosi e più intimi con i suoi figli non solo nell'Inghilterra, ma dovunque io li abbia incontrati [174] per il mondo. Don Bosco è andato a ricevere la ricompensa celeste sul principiare del 1888, dal qual tempo l'ho costantemente onorato e invocato come un santo”[141].

                L'entusiasmo dei seminaristi di S. Sulpizio ebbe la sua ripercussione nel piccolo seminario di St. Nicolas du Chardonnet in via Pontoise. Tre settimane dopo il segretario di Don Bosco ricevette una lettera scritta a nome di quei superiori e alunni, che  cominciava così: “La tanto profonda impressione da noi provata alla vista e alla parola del rev. padre Don Bosco in S. Sulpizio, non ci si è scancellata più dalla memoria, anzi vi rimarrà lungamente scolpita fra le più belle e confortanti della nostra vita. Ora noi abbiamo un gran desiderio di farne godere il benefizio anche ai giovani che Dio ci ha affidati e nei quali ha deposto i germi della vocazione sacerdotale. Pare a noi che questa vocazione si rafforzerebbe e si svilupperebbe maggiormente, se Don Bosco avesse la bontà di venir qui a indirizzare alcune parole. La benedizione di un santo non è una grazia speciale di Dio e un pegno della sua valida protezione?”. S'invocavano quindi i buoni uffici del segretario, Vi s'interpose inoltre una zelante cooperatrice per nome Mollie[142], che il 16 maggio ne parlò al Servo di Dio. Don Bosco che per i giovani avrebbe fatto qualunque sacrifizio, volle contentare quegli alunni, forse il 22 maggio, uscendo dalla casa delle suore di Sion.

                Anche le suore della Visitazione del secondo monastero di Parigi in via Vaugirard furono fra le comunità religiose, che per le prime si affrettarono ad accaparrarsi una Messa di Don [175] Bosco. Egli andò a celebrai e nel loro monastero la mattina del 24 aprile. Fin dalle sette la cappella cominciò ad affollarsi di persone distinte e divote, che nonostante il disagio causato dal numero e il fastidio della lunga attesa vi si mantennero in edificante raccoglimento. Don Bosco fece il suo ingresso soltanto alle nove: le continue sorprese gl'impedivano di osservare qualsiasi orario. Camminava appoggiato al braccio di Don De Barruel, passando fra quel pubblico aristocratico, che stentava a fargli ala. Tutti gli occhi lo seguivano con un'espressione di riverenza e di preghiera. Nella mistica quiete di quel sacello, allorchè il celebrante ascese l'altare, si sentivano quasi i cuori degli astanti palpitare col suo durante il divino Sacrifizio. Al vangelo si voltò verso l'assemblea e con parole di grande semplicità mostrò a quella ricca gente, come vera ricchezza ve ne sia una sola, il timor di Dio. Un bell'episodio gli offerse l'esempio che edifica. Un giovane di doviziosa famiglia era stato condotto a Roma dal padre per presentarlo al Pontefice Pio IX. Giunto al cospetto del Vicario di Gesù Cristo, il buon genitore domandò una speciale benedizione per il suo Luigi, affinchè Dio lo conservasse all'affetto de' suoi. Il Santo Padre posò un istante sul giovanetto quel suo sguardo così dolce e paterno, e poi, raccoltosi in se stesso e alzati gli occhi al cielo, gli disse: - Luigi, sii sempre un buon cristiano. - Indi posandogli la mano sopra la spalla: - Luigi, proseguì, con accento grave e spiccato, sii ricco...

                 - Beatissimo Padre, l'interruppe il genitore, noi non domandiamo beni di fortuna. Dio ce ne ha dati...

                Ma il Papa senza scomporsi ripigliò e terminò la frase cominciata: - Luigi, sii ricco delle vere ricchezze, possiedi sempre il timor di Dio. - I presenti non indovinarono certo chi fossero quel padre e quel figlio, nei quali a noi è facile ravvisare il conte Colle e il suo diletto Luigi.

                Per la comunione, non senza difficoltà gli adunati si succedettero alla sacra mensa. Finita la Messa, si mossero tutti verso la piccola sacrestia, che fu presto gremita e dove i pochi [176] riusciti a penetrarvi si prostrarono ai piedi dell'uomo di Dio, implorandone la benedizione. Altri avrebbero voluto sottentrare ai primi, ma il segretario invocò per lui la libertà di fare il ringraziamento. Gli si obbedì; pur tuttavia, quanti poterono assieparsi là entro, postisi in ginocchio, formarono intorno a lui orante un cerchio, silenziosi e attenti. “Veder pregare Don Bosco, osservava un giornale accennando alla. Messa della Visitazione[143], è come sentire la celeste rugiada refrigerarci il cuore”.

                Dopo il ringraziamento, quei signori gli sfilarono tutti davanti, lieti di una benedizione, di uno sguardo, di una parola. Infine egli portò la consolazione della sua visita alla comunità; poichè il cardinale Guibert gli aveva concessa la facoltà di varcare la clausura. Dovette però entrarvi per una porta segreta; chè altrimenti ad attraversare la cappella non sarebbe bastata un'ora. Fece alle religiose riunite un'esortazione sulla fedeltà alla Regola; poscia gli venne presentata l'ex - superiora, madre Maria Kotzka Le Pan De Ligny, che aveva già superata la settantina ed era molto sofferente. Le suore, a lei affezionatissime, domandarono a Don Bosco che le prolungasse la vita. A sì ingenua richiesta egli sorrise e, raccoltosi un istante in se stesso, rispose: - Non è certamente suo desiderio, Madre, di restar ancora molto tempo su questa terra; pure le bisognerà vivere ancora un poco quaggiù e partirà quando le sue figlie le daranno licenza di partire.

                 - Oh, dissero le religiose, la nostra Madre vedrà partire prima tutte noi per l'eternità; perchè non le daremo mai il permesso di morire.

                Eppure nove anni dopo glielo dovettero dare. Le sofferenze della Madre erano cresciute a tal segno, che per lei vivere più non era che patire; onde non reggendo più il cuore delle figlie alla vista di sì prolungato martirio, pregarono il Signore [177] che a sè la volesse chiamare, e il Signore esaudì la loro preghiera[144].

                Egli passò quindi a visitare le educande nel collegio annesso al monastero. Al vedere quelle buone giovani il Servo di Dio, dice la Visitandina che ci ha fornite queste notizie, si fece subito tutto allegro. Le esortò all'adempimento dei doveri cristiani, cominciando il suo discorsetto con questo preambolo: - Figliuole, ricordatevi che vi è un Dio solo, che vi è un solo paradiso in cielo, che vi è una sola vita sulla terra e che vi è un'anima sola. - Il segretario ne affrettò la partenza, perchè sani e infermi in gran numero rumoreggiavano fuori e sembrava che si volessero sfondare le porte.

                Il ricordo di Don Bosco è tuttora vivo in quella casa. Poco dopo un'ex - allieva, divenuta novizia dell'Ordine a Torino, Cecilia Roussel, acquistò e fece benedire da lui una statua di Maria Ausiliatrice che mandò al convento, dove le religiose e le convittrici la circondano ancor oggi di doppia orazione.

                Un gentiluomo che meritava e ottenne il dì seguente l'onore di una visita, era il visconte di Damas, il quale con cristiano coraggio e santa perseveranza spese la vita nella nobile missione di riaccendere nel popolo francese la fede mediante i pii pellegrinaggi. La sua carrozza, mandata al corso Messina, gli portò al palazzo Don Bosco la mattina del 25 aprile verso le otto e mezzo. Il signore, a piè della gradinata che dava nel cortile, accolse con grande riverenza l'ospite venerato, che, sorretto dal suo braccio, fece lentamente i gradini e sul terrazzino che si stendeva - dinanzi all'atrio, ricevette l'omaggio dell'intera famiglia. Scambiate cordiali parole di saluto, fu condotto nell'oratorio privato, dove tutti quelli di casa e pochissimi intimi presero posto dietro di lui durante il suo apparecchio alla celebrazione della Messa. [178]

                “É impossibile, dice il Monde del 19 giugno, ritrarre la pace profonda, il celestiale raccoglimento della grande e nobile famiglia, allorchè il venerando sacerdote, rivestito dei sacri paramenti, si appressò all'altare e la sua benedetta voce fe' udire le preci perpetuamente innalzate dalla Chiesa alla Maestà dell'Eterno”. Il santo Sacrifizio si compiè così in mezzo al più religioso silenzio. Gli astanti quasi tutti ricevettero dalle sue mani il pane eucaristico.

                Fatto ch'egli ebbe il ringraziamento, lo accompagnarono nella sala, dove una corona di fanciulli gli porse un grazioso benvenuto. La dolcezza delle sue maniere ne guadagnò subito la confidenza. Rivolte loro acconce parole e benedettili, s'intrattenne con i grandi. Il citato giornale scriveva: “Bisogna aver assistito a simili riunioni intorno a Don Bosco per farsi un'idea della calma, del rispetto, della dignità che vi regnano. La parola misurata e armoniosa dell'amabile sacerdote, alla quale l'accento italiano conferisce dolcissimo fascino, la modestia e la giustezza de' suoi pensieri, tutto insomma esala un profumo di sovrumana grandezza che rapisce quanti ascoltano”. Ricevutane in ginocchio la benedizione, lo invitarono a una refezione intima; poi il Visconte, mettendosi agli ordini dell'ospite amato, lo fece montare in carrozza e gli sedette a fianco per tutto il tempo che Don Bosco impiegò a visitare infermi, bisognosi de' suoi conforti spirituali.

                A una santa inferma egli portò in quel giorno la sua benedizione: alla madre Maria di Gesù, fondatrice delle Piccole Suore dell'Assunzione per l'assistenza degli ammalati poveri a domicilio. Le amiche della casa non lasciarono nulla d'intentato per procurare alla comunità il favore di una sì preziosa visita. La Congregazione, fondata nel 1842 a Saint - Servan di Bretagna, si trapiantò sette anni dopo a Parigi e nel 1870 fu stabilita la casa madre a Grenelle, sobborgo della capitale. Là si recò Don Bosco, ben contento di benedire un'opera, che si occupava esclusivamente di poveri. Ascoltò con interessamento benevolo i particolari che gli si diedero sulla missione [179] esercitata dalle Suore e promise che avrebbe pregato per il suo sviluppo. La Madre, benchè stesse assai male, volle essere presente. Vi era anche il padre Pernet, assunzionista, che aveva dato all'istituto la sua forma definitiva e continuava a governarne lo spirito. Questi disse a Don Bosco: - Buon Padre, preghi in modo specialissimo per questa cara Madre, affinchè il Signore le lidoni la salute e noi abbiamo il bene di conservarla ancora a vantaggio di tutta la famiglia.

                 - Pregherò secondo tutte le vostre intenzioni, rispos'egli sorridendo, e domanderò per questa buona Madre che viva quanto Matusalem, cioè novecento sessantanove anni...

                 - Oh Padre! esclamò con ispavento la Madre.

                 - Ebbene, riprese Don Bosco fra il serio e il faceto, togliamo la Prima cifra; se poi leviamo ancora alcuni anni, rimarrà cinquantanove.

                 - Ma Padre! ribattè sorpresa la Madre.

                 - Accetti, accetti.

                 - Accetto, rispos'ella.

                 - Per conto mio, le domando una cosa sola, che preghi perchè Don Bosco si salvi l'anima.

                 - E che viva tanti anni quanti io, continuò l'altra.

                 - Oh, se io vivessi quanto Matusalem, metterei sossopra il mondo intiero... Ma lei, Madre, se vivesse quanto quel patriarca, che progresso vedrebbe nella sua famiglia! E poi, in paradiso, tutte le sue figlie con tutte le anime da loro salvate le faranno attorno magnifica corona. E io, rivedendola in paradiso con tutta la sua famiglia, domanderò al Signore che mi metta un po' lontano con la mia, in un altro angolo del cielo, perchè con tutti i miei birichini tanto chiassosi si disturberebbe da noi la loro quiete...

                Sul punto di ritirarsi, Don Bosco benedisse la comunità e conchiuse: - Buone Suore, io domanderò per tutte voi pietà, fervore e perseveranza nella pratica esatta della regola. - Partendo, non disse addio, ma lasciò sperare che, ritornato da Lilla, dove stava per recarsi, sarebbe andato nuovamente [180] a Grenelle e ben volentieri vi avrebbe anche celebrato la Messa.

                Il dialoghetto surriferito parve alla maggior parte delle Suore un puro scherzo; non così a parecchie altre e specialmente alla Madre. Poco dopo la baronessa Reille, ricevuta da Don Bosco, gli domandò se c'era speranza di guarigione per la fondatrice. Egli si guardò bene dal togliere ogni speranza; infatti: - Sì, rispose, ma si preghi... Dal I° maggio fino al 30 giugno si recitino ogni giorno tre Salve Regina, tre Pater e tre Ave.

                Don Bosco fu realmente una seconda volta a Grenelle il 20 maggio[145] e vi celebrò. L'andò a prendere in carrozza il padre Pernet dal palazzo di madama di Saint - Seine al boulevard Saint - Germain; così egli potè restare una mezz'ora con lui da solo a solo durante il tragitto. Vedendolo però affranto dalla fatica, non osava parlargli. Tuttavia, presa confidenza, gli espose la natura dell'opera, il còmpito della Piccola Suora, il suo scopo. Don Bosco ascoltava, ascoltava. Finito che ebbe di esporre, il padre Pernet gli domandò: Mi dica, Padre, che cosa pensa lei della nostra opera?... Viene da Dio?... - Il Santo, raccoltosi un istante: - Sì, gli rispose con accento di convinzione, quest'opera è da Dio... Farà gran bene nella Chiesa. Continuate. - Il padre Pernet si sentì talmente consolato e rassicurato, che non gli mosse altre interrogazioni, sebbene avesse prima stabilito di chiedergli varie cose che personalmente lo riguardavano; il timore di stancarlo troppo lo trattenne.

                La Messa, fissata per le otto, cominciò alle nove. La Madre, che orinai teneva il letto, si fece trasportare a braccia in cappella, accomodandosi distesa dietro l'altare, unico posto libero [181] dalla folla, che dalle sei e mezzo aveva invaso il convento. C'erano molti ammalati e vi furono molte comunioni. La Madre, non potendo prolungare di più il digiuno, venne comunicata da Don Bosco prima del santo Sacrifizio. Dopo la Messa, il padre Pernet lo pregò di darle una benedizione speciale. Egli recitò con lei l'Ave e la Salve Regina e poi l'Oremus; infine le disse: - Io le auguro sanità e santità. Sua via è la croce e la sofferenza... Voglia soltanto la volontà di Dio.

                Le Suore dovettero cedere il posto ai forestieri per le udienze, che durarono fin dopo mezzodì. Fra gli altri si presentarono due campagnole della Vandea, che avevano fatto più di dugentocinquanta chilometri per vedere Don Bosco e parlargli. Giunte a Parigi la sera del giorno innanzi, erano andate dal segretario del Santo, che le aveva indirizzate a Grenelle. Stettero là dalle sei del mattino alle tre del pomeriggio senza gustare cibo o bevanda. Introdotte alle tre, uscirono raggianti in volto.

                Don Bosco prese ivi la refezione di mezzogiorno con Don Rua e i segretari, col padre Picard, con l'abate Le Rebours, curato della Maddalena, con un Vicario Generale di Sua Eminenza e con altri[146]. Doveva sentirsi molto stanco, poichè sul più bello s'addormentò. Allora il padre Picard fe' segno ai commensali di tacere per non destarlo..

                Svegliatosi poi e terminata la refezione, il Servo di Dio visitò la Madre nella sua stanza. Il padre Pernet gli si gettò ai piedi supplicandolo di ottenere la guarigione dell'inferma. Don Bosco si trattenne dieci minuti presso il suo capezzale e le disse: - Lei è troppo utile alla sua Congregazione per andar ora in paradiso. - E al Padre: - Preghi, faccia pregare fino al 16 luglio, festa del Carmine. Io pure pregherò e farò pregare i miei Salesiani e i miei giovani. - Don Bosco fu quindi condotto nell'infermeria a benedire le suore ammalate. Accomiatandosi, fu pregato di dare un'ultima benedizione [182] alla comunità. Scrive la suora Emmanuella Maria: “Aveva nella fisionomia un'espressione particolare; sembrava che un raggio soprannaturale gliela illuminasse. Ci parlò delle consolazioni di quel giorno e aggiunse alcune parole sulla frequente comunione, in cui si trova luce, forza, santità. Poi ci diede la sua benedizione. Nell'uscire, come già al mattino nell'entrare, era difficile difenderlo dalla folla, che voleva avvicinarlo e toccarne le vesti”. Il padre Picard rimase, e vedendo le Suore molto impressionate, raccontò loro tante cose di Don Bosco, e fra l'altro un episodio successo quella mattina. Quando arrivava, pareva che Don Bosco non ci vedesse affatto; ma all'improvviso, adocchiato in mezzo alla gente un giovane dall'aria distinta da lui non mai veduto, gli fece segno di avvicinarsi. - Che cosa fa lei a Parigi? gli domandò.

                 - Vado all'Università Cattolica e frequento il corso di diritto, rispose quegli.

                 - Mi faccia vedere quel libro.

                Era il libro da Messa. Don Bosco, stringendogli forte la mano, gli disse: - Presto sarà dei nostri. - Dopo la Messa, rivedendolo nel coro, l'invitò a seguirlo e gli ripetè: - La aspetto presto a Torino. - Si seppe dappoi essere quegli il figlio di una delle così dette Dames Servantes des Pauvres, associazione di signore che dedicavano qualche ora del giorno ad aiutare le Piccole Suore nell'assistenza dei malati poveri a domicilio. Sua madre aveva chiesto e ottenuto il permesso di condurlo seco alla Messa di Don Bosco; ma non avrebbe mai preveduto quello che avvenne; essendo però molto pia, non fece la menoma opposizione.

                Due altri episodi ci sono attestati da colei che ne fu la protagonista. Una giovane diciottenne desiderava di farsi religiosa, ma non si sapeva decidere sulla scelta della Congregazione. Pensando che Don Bosco la potesse consigliare, tanto brigò che per mezzo del padre Bailly, suo confessore, ottenne il 25 aprile un'udienza, nella quale espose le sue incertezze. [183]

                Il detto Padre propendeva per le Piccole Suore; ma queste a lei non piacevano o, secondo la sua    espressione, le parevano insignificanti. C'erano le Figlie della Carità; ma per loro provava un senso di ripulsione, perchè gliele avevano dipinte come disciplinate alla militare, senza vita di famiglia, con superiore poco accessibili. Don Bosco, uditi questi suoi riflessi, stette un momentino a pensare e poi senza la menoma esitazione le disse: - Si faccia suora di S. Vincenzo. - Alcuni anni dopo la giovane ne seguì il consiglio e col nome di suor Elisabetta è, mentre scriviamo, da quarantacinque anni religiosa di quell'Istituto.

                Incoraggiata da sì buona accoglienza, volle il 20 maggio fare un nuovo tentativo. Aveva essa un'amica e coetanea sordomuta dalla nascita. Non avrebbe potuto Don Bosco guarirla? Con parecchie compagne ritornò dalle Assunzioniste nel giorno della seconda visita, menando seco la disgraziata, e tutte in gruppo riuscirono ad avvicinale il Santo ed a presentargliela, supplicandolo di ottenerle udito e favella. Don Bosco le ascoltò benevolmente, riflettè un tantino e poi suggerì la solita novella a Maria Ausiliatrice. Orbene, quando la novella volgeva al termine, ecco che la sordomuta un giorno prese a ripetere i suoni, che intorno a lei si producevano; dunque udiva. E non andò molto, che, aiutata dalle amiche, incominciò anche a parlate.

                Suor Elisabetta, interrogata sull'impressione che  la vista di Don Bosco faceva, rispose: - Impressione di bontà paterna. Era di tutti e per tutti, sebbene fosse già di salute malferma e mal si reggesse in piedi, Quando gli si faceva una domanda, premetteva sempre una pausa alla risposta, come se attingesse dall'alto il consiglio che si attendeva dalle sue labbra.

                Il Santo, come si disse, non aveva voluto gettare nello sconforto la comunità; ma ad un signore amico delle Suore e presente quel giorno a Grenelle, che, trovatosi un momento a quattr'occhi con lui, l'aveva pregato di domandare a Dio [184] la guarigione della Madre, egli, chiusi gli occhi e facendo col capo un gesto negativo, aveva risposto chiaramente: No. L'opera è di Dio e sussisterà senza di essa. - La madre Maria di Gesù volò al cielo il 18 settembre. Era nata il 7 novembre 1824; le mancava dunque poco più d'un mese e mezzo a compiere i cinquantanove anni.

Ripigliamo il filo secondo l'ordine cronologico. Il giovedì 26 aprile Don Bosco celebrò nell'orfanotrofio della Presentazione, fondato dal canonico Pelgé a Passy, sobborgo di Parigi, in via Nicolò. Lo assistette all'altare il fondatore stesso della casa. Nella cappellina tutta candore e oro uno sciame di bimbe dai tre ai quattro anni occupava lo spazio più vicino al celebrante; venivano dopo la grandicelle, che fecero udire canti angelici. Molte le comunioni. Finite le numerose udienze, Don Bosco trovò il cortile ancora affollato da una moltitudine di gente accorsa per aspettare il suo passaggio, presentargli ammalati e chiedergli la benedizione.

                Il 27 disse la Messa dalle dame della Retraite o del Cenacolo, in via La Chaise. Alle sette cominciò ad affluire gente per assistervi; essendo tutte persone di riguardo, segnavano prima di entrare il proprio nome sopra un registro. Nel coro prese posto la famiglia De Cessac, secondo la cui intenzione Don Bosco avrebbe offerto il divin Sacrificio. Riempita la cappella, i sopravvenienti si rassegnarono a starsene nel vasto parlatorio: nell'una o nell'altro circa quattrocento signori e signore poterono trovar luogo. Fra i presenti vi erano ammalati d'ogni fatta. Il Santo arrivò alle otto e mezzo e poco dopo salì all'altare. Letto il Vangelo, parlò della sua Opera. Distribuì a molti la comunione fra il massimo ordine e raccoglimento, nonostante la gran ressa. Il padre predicatore degli esercizi[147], visto tutto quel mondo e giudicando impossibile fare la sua predica, pensò meglio di andarsene. Finita la Messa, si rinnovò lo spettacolo, evangelico delle [185] moltitudini imploranti, che stringevano da ogni parte il Redentore: chi voleva toccarne le vesti, che chiedergli una benedizione, chi ottenere una grazia. Molti riuscirono ad avvicinarlo, ma tanti no. Le predilezioni di Don Bosco sembrava che fossero per gl'infermi e per i giovani, i quali benediceva con atteggiamento particolare. Verso mezzogiorno i sacerdoti che non si staccarono mai dal suo fianco, lo liberarono dalla calca e lo condussero dalle religiose, radunate per aspettarlo. Là si sedette in mezzo a loro alcuni minuti: ne aveva veramente bisogno! Detta qualche buona parola, le benedisse e prima di uscire diede a ciascuna la solita medaglia. Dalla soglia della porta invocò una volta ancora sulla comunità la benedizione di Maria Santissima. La cronaca della casa nota: “Ci lasciò verso l'una, edificatissime della sua umiltà, della sua calma e della sua pace in mezzo alla folla che dappertutto lo circonda e lo segue. Si sente che egli vive in un mondo superiore e che quaggiù, s'irradia da lui soltanto la sua carità”.

                Nello stesso giorno visitò le Dame del Calvario, che tenevano in via De Lourmel un ricovero per affetti da lupus, la malattia che ulcera irrimediabilmente e orribilmente deturpa il viso umano. Quelle dame sono vedove, unite in associazione libera e laicale, senza voti e senza abito particolare, viventi in seno alle loro famiglie. Da tutti i punti di Parigi le aggregate accorrevano alla casa di salute per prestare ai malati i loro caritatevoli servizi. Con la sua visita Don Bosco volle rendere onore alla virtù delle generose infermiere.

                Nel giorno 28 vi fu Messa e conferenza alla Madonna delle Vittorie; ma ne parleremo nel capo seguente.

                Una chiesa di Parigi aveva per Don Bosco un'attrattiva più forte di altre: la chiesa di S. Tommaso da Villanova. Pregando fervorosamente dinanzi a un'immagine della Madonna ivi oggi venerata, il giovane studente Francesco di Sales erasi come per incanto sentito libero dall'incubo della tentazione, che lo spingeva a disperare della sua eterna salvezza[148]. [186]

                Una prova che lo condusse là il ricordo del nostr o santo Patrono, è nelle due righe fatte da lui seguire al propr io nome sul registro delle Messe: Abbé Jean Bosco, supérieur de la Pieuse Société SalAtenne, recommande à SI François de Sales toutes ses aeuvres, dont St Francois est le patron.

                Egli celebrò in quella chiesa la domenica 29 aprile. Molto prima delle otto non c'era più posto nel tempio. Dori Bosco rivolse anche alcune parole ai fedeli sui meriti della carità e sul fine delle proprie opere. Quando veniva via, due ragazzetti, cacciatisi dentro e lottato di mani e di piedi fra le gambe della gente per inoltrarsi, sgusciarono proprio dinanzi a lui e stettero là un minuto a contemplarlo sorridenti; poi a un cenno del Santo gli presero uno la destra e l'altro la sinistra, sempre guardandolo e ridendo a qualche sua paroletta, mentr'egli procedeva lento senza, punto sbarazzarsi da quelle strette infantili, ma lasciandoli padroni delle sue mani. Ascoltava intanto e rispondeva a quello che gli si diceva dai circostanti, nè i due piccolini si staccarono finchè non vennero i genitori a prenderli. La graziosa scenetta fu notata e commentata dai giornali.

                La chiesa di S. Tommaso da Villanova si trovava a breve distanza da una comunità di Suore che si denominavano pure dal Santo spagnuolo. Don Bosco andò a far loro una visita prima di partire. Vive tuttora nella comunità il ricordo di due intuizioni di coscienze. Incontrando la Maestra delle Novizie, le disse: - Non domandi di essere sostituita. - Ora quella religiosa ruminava appunto di farsi esonerare da quell'ufficio, ma non ne aveva fatto parola ad anima viva. Quando poi era dinanzi a tutte le suore adunate, domandò improvvisamente: - Ma qui manca una suora! - Difatti una stava [187] fuori, occupata intorno ai forestieri, e proprio a lei il Santo aveva qualche cosa da dire, e gliela disse, quando la vide. - Ella ha gravi pene interne; ma non se ne sgomenti, nè le prenda in cattivo senso: è una prova voluta da Dio. Era una suora di carattere gioviale e allegro, nè alcuno avrebbe mai supposto le spine che nascondeva nel segreto del suo cuore.

                Giunto sulla piazza, carrozze padronali e cittadini vi facevano tale ingombro, che non era possibile attraversarla. Una vettura lo portò a piazza S. Sulpizio; ma questa volta si diresse verso la parrocchia. Accanto a questa c'è una chiesa che ha una storia. Dedicata all'Assunzione, vien detta dei Tedeschi, perchè nei secoli decimosettimo e decimottavo vi si riunivano per le funzioni domenicali le serve assai numerose in quel quartiere nobile e provenienti in gran parte dalla Svizzera tedesca. Qui aveva pregato il Papa Pio VII nel 1804, allorchè si recò a Parigi per incoronare l'imperatore Napoleone. Ivi sul principio del medesimo secolo monsignor di Frayssinous aveva per il primo dopo la rivoluzione, aperto un corso di conferenze apologetiche sui punti fondamentali della fede cristiana, conferenze che in seguito fecero concepire il proposito di allargare il campo a siffatto insegnamento religioso, trasferendolo sul massimo pulpito parigino nella cattedrale di Notre - Dame durante la quaresima; la quale alta predicazione dura tuttora. In seguito, nella storica chiesa era sottentrata un'altra opera, che vi fioriva al tempo della visita di Don Bosco: i catechismi di perseveranza per signorine della buona società. Vi attendevano i vicini seminaristi dei corsi superiori.

                La visita era stata annunziata per le dieci e mezzo; ma Don Bosco si fece aspettare un'ora. Per occupare quel tempo l'abate Sire, che aveva la direzione dell'opera, lesse nella biografia del D'Espiney alcune cose attraenti sulla vita del Santo: la storia del Grigio, l'episodio del manicomio, il suo modo di cominciare e di sostenere le fondazioni e parecchi miracoli [188] da lui operati. Quella lettura mise nei presenti  una vera smania di vedere Don Bosco.

                Alle frequentatrici del catechismo si erano mescolate molte persone estranee, stipandosi in ogni angolo e arrampicandosi anche su per la scaletta del pulpito. Il rumore di una carrozza arrestatasi dinanzi alla porta elettrizzò la folla. Essendosi intonata proprio allora una lode, tutti all'istante ammutolirono. “I Santi si sentono da lontano, scrive una diarista che noi seguiamo[149]; Don Bosco non era ancora entrato, che già si provava la sensazione della presenza di un essere straordinario”.

                Il Direttore gli presentò le allieve, dicendogli tutta la loro contentezza di riceverlo in quella chiesa visitata già da tanti illustri personaggi e financo dal Papa Pio VII. Don Bosco rispose con poche parole e con la lentezza di chi traduce il suo pensiero in una lingua diversa dalla propria, non che, come nota la diarista, con l'accento proprio degli Italiani[150]. La sua voce quella mattina si udiva abbastanza. - Io non sono che un povero prete, disse. Sono ben contento anch'io di trovarmi in questa chiesa di S. Sulpizio, dove regna sempre la fedeltà a tutte le tradizioni della fede e pietà cristiana; son contento di sapere che anche il Papa Pio VII, di sì augusta memoria, è venuto a visitarla. Questo ricordo mi fa piacere, perchè Pio VII è il salesianissimo per eccellenza. Io desidero che voi conserviate sempre la fede che così vi anima, e che perseveriate nella fedeltà alla Chiesa cattolica. É un augurio che faccio non solo a voi, ma ai vostri parenti e amici, affinchè tutti possiate formare un cuor solo e un'anima sola, secondo la parola del Signore. Vi auguro specialmente [189] di conservare sempre la vera ricchezza, l'unica ricchezza, la ricchezza delle ricchezze[151], la sola ricchezza desiderabile e da doversi acquistare e conservare con tutti i mezzi possibili, il timor di Dio, senza del quale non si gode l'amicizia di Dio, ma con il quale voi godrete la sua    amicizia qui nel tempo per continuare poi a goderla nell'eternità. Ora, se avete in tasca medaglie, corone, crocifissi o altri oggetti di divozione, basta che li teniate in mano, perchè, in virtù di una speciale concessione pontificia, mentre io darò la benedizione, restino indulgenziati. A questa benedizione sono annessi trecento giorni d'indulgenza. - Don Bosco chiamava Pio VII salesianissimo, perchè questo Pontefice aveva introdotto nella Chiesa il culto di Maria Ausiliatrice. Dopo diede una benedizione particolare ai piccini presentatigli dalle mamme.

                La moltitudine, piena di riverenza, non si disperse, finchè egli non fu scomparso. La diarista così lo descrive: “Don Bosco ha ancora i capelli neri. É di statura ordinaria. Porta un po' curva la schiena ed ha faccia lunga e magra. Cammina lento lento, perchè le fatiche l'hanno assai indebolito; inoltre ci vede pochissimo. Come fa bene il contatto di un Santo! Dopo quella visita di Don Bosco, a me sembrava di sentirmi come trasformata”.

                A mezzodì tenne l'invito della contessa Grocheslska in via Prony. La buona signora aveva sospirato tanto quella fortuna! Fino dal 24 aprile aveva scritto al segretario: “Noi consideriamo come uno dei giorni più belli di nostra vita quello, in cui riceveremo sotto il nostro tetto un ospite così eminente come Don Bosco. Preghiamo che nulla intervenga a privarci di tanto onore; abbiamo già provveduto per avere la carne più delicata e tenera che vi sia”.

                Dobbiamo a questa principessa una notizia, da lei portata in Polonia e raccolta da persone degne di fede. Una nobilissima signorina francese viveva in grandi angustie di [190] spirito, perchè le sembrava di sentirsi chiamata allo stato religioso, ma non riusciva a distinguere chiaramente se fosse o no la voce di Dio. Volle chiedere consiglio a Don Bosco. Attendeva da più ore per essere ricevuta, quand'egli, senz'averla udita, entrando dalla sua stanza nell'anticamera, si fermò a guardarla e senza lasciarle aprir bocca le disse: No, no, lei non sarà suora. Sposerà un nobile polacco e avrà molti figli. - Infatti ne ebbe dodici.

                Della conferenza serale e della Messa del 30 seguente alla Maddalena sarà detto nel prossimo capo; ora diremo del io maggio, nel quale giorno visitò le Benedettine del Santissimo Sacramento, dette del tempio, in via Monsieur[152].

                Appena udito dell’arrivo di Don Bosco a Parigi, quelle religiose erano state prese da un desiderio ardente di vederlo; cose poi che sentivano dire di lui, ne acuivano ogni di più la brama. Come fare però a ottenere una sua visita? A Parigi esse non conoscevano nessuno, che le potesse aiutare; conoscevano però il dottore D'Espiney di Nizza e a lui ricorsero. Il dottore scrisse due volte alla contessa De Combaud; scrisse ripetutamente la Superiora a Don Bosco, a cui fece parlare anche da un Benedettino; la figlioccia del D'Espiney, che abitava a Parigi, non risparmiò tentativi per riuscire nell'intento[153]. Ma non si approdava a nulla, perchè Don De Barruel, col proposito di diminuire a Don Bosco disagi e fatiche, si opponeva risolutamente. S'arrivò così al io maggio, quando Don De Barruel dovette sospendere momentaneamente il suo servizio di anticamera, perchè colto da indisposizione, e lasciare il posto al suo aiutante volontario, un religioso della casa di Nazaret, il quale soleva essere più arrendevole. La figlioccia del Dottore, saputolo, approfittò dell'occasione e fu fortunata, poichè il sostituto le promise di condurre Don Bosco dalle Benedettine. Egli infatti eseguì tanto bene la sua parte, che Don Bosco stesso, incontrata la signorina [191] mentre entrava dai Lazzaristi per tenervi la conferenza, le disse: - Stasera, uscendo di qui, andrò a visitare un'ammalata e poi sarò dalle Benedettine.

                Trapelata la notizia, cominciò subito l'invasione della casa, sicchè a mala pena le monache poterono salvare la clausura. Aspettarono Don Bosco dalle quattro alle sette, e poi, perduta ogni speranza, andarono in refettorio per la cena, ritardata già di un'ora; ma non passò più d'un quarto che si corse ad annunziar loro il sospirato arrivo. Circostanze impreviste avevano trattenuto Don Bosco sì a lungo che erasi da lui rinunziato a quella visita, tanto più che Don De Barruel aveva ripreso il suo uffizio e per le sette si aspettava il Servo di Dio a pranzo nella nobile famiglia De Fougerais sul corso Villars. Don De Barruel dunque ordinò al cocchiere: - Corso Villars. - Ma il suo aiutante, che aveva pure accompagnato Don Bosco, memore della sua promessa, disse al cocchiere sottovoce: - Via Monsieur, numero 20. - Questo fu l'ordine eseguito. Don Bosco, persuaso che si andasse al corso Villars, si stupì allorchè, entrata la carrozza nel coltile, si vide venire incontro soltanto religiose.

                 - Dove sono? domandò.

                 - Dalle Benedettine.

                 - Dalle Benedettine?!... - Poi, come se nulla fosse, proseguì: - Me ne hanno parlato; eccomi qua.

                Don De Barruel, contrariato, disse alla Superiora: - Alle sette dev'essere dai De Fougerais. Ci conduca in fretta dove sta radunata la comunità. Egli darà la benedizione dalla porta e poi via subito. - E all'ingresso della sala, raccomandava a Don Bosco di benedirle di là e tornare indietro. Ma Don Bosco, vista la comunità riunita, gli si volse sorridendo e gli rispose: - Va bene. - E senz'altro s'andò a sedere sul seggiolone per lui preparato. Una delle Madri gli tolse dalle mani il cappello per riporlo ed egli: - Non me lo cambi, veh! - le raccomandò.

                Allora il buon Padre prese la parola e disse prima che gli [192] sembrava di essere con le suore di Maria Ausiliatrice, il cui abito somigliava al loro. Parlò quindi della divozione alla Santissima Vergine ed al Sacro Cuore. Alla fine del fervido discorsetto, durato circa un quarto d'ora, disse con un tono impressionante e facendo con la mano e col dito un gesto espressivo: - La vostra Congregazione, la vostra comunità, questa, questa comunità qui, crescerà e formerà la consolazione del Signore e la gioia degli Angeli. Questa, questa comunità qui! - Pronunziando le quali parole, puntava l'indice verso il pavimento e accentuava la frase: Cette communité ici, com'egli si esprimeva, cette maison ici. Per ben intendere tutta la forza della sua frase, bisogna sapere che pocanzi l'avevano interrogato sulle sorti di un ramo di quella famiglia benedettina trapiantato a Lourdes. Calcando su quel ripetuto ici, mostrò di non aver nulla da rispondere sull'altra comunità. La presente superiora è persuasa dell'avveramento di questa promessa o profezia; infatti ancora oggi la casa alberga più di cento religiose e da un trentennio è nel cuore di Parigi un focolare di fede per tante anime smarrite e di pietà per tante altre desiderose di condurre nell'alta società una vita divota. Alla famiglia di Lourdes non toccò egual sorte.

                La Superiora lo pregò di benedire le inferme, al che egli con bontà annuì. Durante quella benedizione il suo volto parve alle monache trasfigurato. Benedisse anche molte medaglie preparate appositamente. Una giovane professa che aveva fastidiose e dolorose enfiature alle gambe a mo' di pustole, domandò in cuor suo con fede la guarigione per i meriti di Don Bosco. La sua fiducia non fu delusa; poichè, tolte le bende che la fasciavano, tutte le pustole erano scomparse, nè mai più le ritornarono, benchè il medico affermasse che le sarebbero ogni inverno ritornate.

                Mentre stava per lasciale la comunità, una donna si precipitò entro la clausura e, gettatasi a' suoi piedi, parlava parlava; alla fine Don Bosco le disse: - Prendete, dategli [193] questa medaglia, e guarirà. - Furono le uniche parole intese dalla superiora, la quale era intenta ad altro: profittando del momento, gli aveva tagliato un pezzettino di veste; poi con disinvoltura lo pregò di dare anche a lei una medaglia, ed ei gliene diede tre.

                La Madre gli presentò quindi le alunne di un collegino tenuto dalle suore, e specialmente una nipote del dottore D'Espiney, Gabriella Noirol. Don Bosco le benedisse tutte, augurando loro che diventassero tante Sante Terese; ma con misteriosa ansietà fermò lo sguardo sulla Gabriellina. Parecchie signore notarono la cosa e pronosticarono che ciò fosse perchè la giovanetta non dovesse più vivere a lungo. Infatti morì poco tempo dopo.

                In un altro fatto vi fu del prodigio. Una giovane desiderava farsi religiosa, ma, essendo tocca nei polmoni, non osava sperare tanta grazia. Le meraviglie che si contavano di Don Bosco, la invogliarono a fare di tutto per riceverne la benedizione. Un giorno, assistendo alla sua Messa forse nella chiesa di S. Sulpizio, disperava ormai di poter ricevere dalle sue mani la santa comunione a motivo della gran folla, quando improvvisamente vide la mano di Don Bosco protendersi dalla fila dei comunicandi fino a una terza fila, in cui ella si trovava, e dare a lei le sacre specie. Ritenne quello come un segno che il Signore le avrebbe concessa sufficiente salute da poter abbracciare la vita religiosa. Infatti entrò dalle Benedettine, come oblata perchè non giudicata in grado di sottostare a tutte le austerità della regola, fu di grande aiuto alla comunità con l'accompagnamento del canto gregoriano e per sette anni, fino al 1890 quando morì, edificò le consorelle con il suo fervore e con la sua grande obbedienza[154]. [194]

                Fuori della clausura, nel cortile esterno del monastero Don Bosco si trovò di fronte una moltitudine d'infelici che gridavano pietà e lo supplicavano della guarigione per sè o per altri. Egli andando non faceva che  ripetere: - Abbiate fede!... Pregate Maria Ausiliatrice. - Ad alcuni diceva: - Voi guarirete. - Si rinnovava quasi lo spettacolo descritto negli Atti degli Apostoli sul passaggio di S. Pietro. Una delle relazioni da noi seguita reca da ultimo questa chiusa: “Non potremmo terminare la relazione di questa visita del celebre taumaturgo senza accennare a più persone che, essendogli raccomandate perchè ottenesse loro diverse grazie spirituali, come lumi, soluzioni di dubbi, liberazione da tentazioni, furono esaudite, com'ebbero a riconoscere e a verificare sacerdoti pii e degni di fede”.

                La mattina del 2 maggio fu dedicata alle religiose del Sacro Cuore di Conflans. Dai primi giorni del suo arrivo a Parigi egli stesso aveva fatto sapere che avrebbe detto volentieri la Messa in una delle loro tre case. Scelta poi quella situata al Boulevard des Invalides 31, contigua alla casa madre, il segretario pose la condizione che vi assistessero solamente le religiose, le allieve e poche divote del Sacro Cuore, nè si desse alcuna pubblicità alla sua venuta. Ma nonostante tutte le cautele un mondo di gente si addensò sul Boulevard e vi affluirono carrozze in gran numero, sicchè la cappella si riempì di persone. Egli comunicò per quaranta minuti e interrogato dopo se non si sentisse troppo stanco, rispose: - Questa casa è piena di Dio: ecco il pensiero che mi sosteneva. Tale idea gli si era affacciata alla mente, quando, angustiato dal timore che dovessero mancare le particole e aperto il tabernacolo, vi aveva trovato un'altra pisside ricolma.

                Finita la Messa, le religiose delle tre comunità, le novizie e le educande lo aspettavano ansiose di udirlo. Andò prima dalle religiose. - Padre, gli disse il segretario arcivescovile che lo accompagnava, qui c'è la casa religiosa.

                 - Dunque, rispose, non è il caso che si parli di conversione, [195] ma di santificazione... C'est ici que l'on achète... Si dice così? domandò al segretario dell'Arcivescovo.

                 - É meglio dire on acquiert.

                 - Qui si acquista il vero calore, voglio dire l'amor di Dio, e non solo per sè, ma per portarlo altrove e farne partecipi le anime. Ne abbiamo la sorgente nel Santissimo Sacramento. Propagate questa divozione, che tutte le racchiude: la divozione al Sacro Cuore di Gesù. Abbiate sempre dinanzi alla vostra mente il pensiero dell'amore di Dio nella santa Eucarestia.

Raccontato quindi l'episodio di Luigi Colle e Pio IX, continuò: - Ma voi forse vorrete sapere chi sia colui che vi parla. É un povero prete italiano che ha una famiglia ancor più numerosa della vostra. Ho bisogno che preghiate per me, perchè ai miei poveri orfanelli occorrono tre cose: una casa che li ricoveri, la necessaria istruzione e il pane. Pregate anche per i nostri Missionari che sono nella Patagonia fra i selvaggi. Éun immenso territorio coperto di tenebre, le tenebre dell'idolatria, ed è un grandissimo miracolo del Signore il convertire un popolo alla verità. Ci vogliono per questo molte preghiere, molto lavoro e molto tempo. Il tempo è di Dio, il lavoro dei Missionari, la preghiera di voi tutte. Pregate dunque che Dio tocchi i cuori e aumenti il numero dei cristiani e dei divoti di Maria. Dal canto mio pregherò e farò pregare, affinchè voi diventiate ancor più sante e ci possiamo poi ritrovare in cielo.

                 - Padre, disse il segretario arcivescovile, vi sono case del Sacro Cuore anche in America, come nel Cile e altrove.

                                - Bene, benissimo! Ne sono proprio contento. Ne avete anche nel Brasile?... Ve n'è somma necessità. Per un territorio vasto come dodici volte la Francia vi sono pochissimi preti... Oh, sì, ve n'è estrema, estrema necessità.

Ciò detto, si raccolse e fatta recitare un'Avemaria, benedisse tutte le persone della casa e le loro famiglie. Andando dalla sala, trovò una scolaretta idiota, messa là perchè la [196] benedicesse. Egli si fermò, dimostrandole molta attenzione e bontà. - Recitate ogni giorno, le disse, fino alla festa dei Santi un Pater e un'Ave e siate molto obbediente. - Indi la benedisse adagio adagio e con affetto.

                Alla porta della sala stavano raggruppate le novizie, che avevano potuto udire le sue parole. Gliene furono presentate due, una delle quali raccomandò alle sue preghiere la madre e l'altra il padre. Questi, lontano da Dio, era furente, perchè la figlia si voleva far religiosa. Don Bosco le guardò con tenerezza e promise di pregare; poi disse alla seconda che suo padre si sarebbe ravveduto e avrebbe fatto una buona morte, come avvenne alcuni anni dopo. Alla prima, sorridendo paternamente, disse che la sua povera mamma era una buona e santa anima tutta di Dio, nonostante il suo passeggiero malcontento e che non avrebbe tardato a farle una visita e sarebbe amica del convento fino alla morte. Anche queste predizioni si avverarono.

                Passò finalmente dalle educande, riunite in altra sala vicina. “Tutta la persona di Don Bosco, si legge nel diario della casa, riflette santità; nonostante lo spiccatissimo accento italiano e la voce affievolita dall'età, non abbiamo perduto sillaba di quello che ha detto”. Anzitutto manifestò la sua contentezza di vederle così numerose. - Sono sempre lieto, soggiunse, di osservare che le case del Sacro Cuore hanno dappertutto tante allieve quante ne possono contenere. Dieu en soit bèni É sempre una grande soddisfazione per me il vedere come Iddio si sia scelto tante pianticelle, delle quali si servirà un giorno per fare gran bene nel mondo. - Benchè contento di parlar loro, non intendeva di fare nè un'istruzione nè una predica, avendone esse abbastanza dalle loro maestre e dai sacerdoti di quella santa casa; credeva tuttavia che due parole sarebbero opportune come ricordo della sua visita. E ripetè un detto di S. Filippo Neri, il grande apostolo di Roma e l'amico della gioventù, com'egli lo chiamò, il detto da lui rivolto ai giovani: - Datemi un giovane che a me ceda [197] solo due dita della testa, e io ne farò un gran santo. - Commentò quindi così queste parole: - Io dirò a voi la stessa cosa, o figliuole: datemi l'obbedienza e vi farò grandi sante; poichè le due dita di testa indicavano l'obbedienza. Quando uno rinunzia alla propria volontà, si possono fare di lui grandi cose. A voi non dico dunque di predicare molto, di pregare molto e di mangiar poco, ma dirò soltanto che prestiate obbedienza alla vostra madre superiora. Sono certo che in questa casa molte figlie si sono già santificate per mezzo dell'obbedienza e prego il Signore che conceda alle vostre madri la gioia di vederne ancora molte e molte altre santificarsi nello stesso modo. - Prima di allontanarsi, diede a ciascuna una medaglia di Maria Ausiliatrice.

                Lasciò Confians alle undici e mezzo, preso d'assalto fino all'ultimo istante da persone che gli volevano dire o domandare qualche cosa. Dalla carrozza, volgendosi alle superiore, disse loro: - Quanto vi ringrazio di aver avuto tanta pazienza e tanta bontà!

                Le impressioni sono così descritte nel diario della casa madre[155]: “Quello che ci ha maggiormente colpite in Don Bosco è la sua semplicità. Sembra non accorgersi dell'interessamento, che suscita intorno a sè, poichè si mostra sempre calmo, facendo ogni cosa adagio, come se non avesse altra occupazione. Ha un aspetto semplicissimo senza nulla che possa destare entusiasmo, se si eccettua la sua santità [ ….. ]. Da tutta la sua persona spira umiltà”.

                Il 4 maggio andò a dir Messa dalle Dame del Rifugio, la cui casa veniva detta del Buon Pastore, situata in via Denfert - Rocheieau; ne avevano la direzione le suore di S. Tommaso da Villanova. Era una provvida istituzione, avente per iscopo di aprire un asilo a giovinette che versassero in pericoli morali. La De Combaud ci teneva che vi si recasse, perchè, essendo molto amica della casa, desiderava da lui la guarigione [198] della superiora, Madre Courtel, gravemente inferma per mal di cuore. Il Santo invece che avrebbe preferito farne a meno, rispondeva alle sue insistenze: - Non mi ci costringa! Tanto, non avrei buone nuove da dare. - Finalmente si arrese, ma a condizione che, dovendo celebrare in una chiesa pubblica, vi fosse gente per una colletta. Vi s'invitarono le dame patronesse, che presero posto davanti alla balaustra. Era il primo venerdì del mese e tutte fecero la comunione. Don Rua assisteva il Servo di Dio.

                La Superiora per secondare l'affetto delle sue figlie si lasciò trasportare nel refettorio della comunità, diviso dalla chiesa soltanto per una parete, sicchè, tenendo la porta aperta, potè ascoltare la Messa. Verso quella porta, attraverso la chiesa, fu condotto Don Bosco dopo il ringraziamento. Giunto sulla soglia e viste tutte le suore riunite intorno alla Madre, disse: Requiescat in pace. Al che con accento di edificante rassegnazione l'inferma rispose: Fiat voluntas tua. Tutte compresero quel latino e scoppiarono in singhiozzi.

                Fatta una leggera refezione, il Santo passò dalle educande, che trovò pure in lacrime, perchè la notizia vi era già arrivata. Si assise sopra un seggiolone rialzato da predella e disse per prima cosa: - Figliuole, non c'è da piangere. Quando la corona è pronta, non bisogna ritenere più sulla terra i santi. - Indi proseguì: - Il Signore vuol bene a questa casa. Vi si fanno buone comunioni; buono è anche lo spirito. Ora l'importante è che non le si cambi destinazione, - Benedettele e sceso nel cortile, gli sfilarono davanti una a una le signore, ricevendo da lui una medaglia di Maria Ausiliatrice e rimettendo a Don Rua mazzettini di biglietti.

La suora che dava recentemente queste notizie, narrò anche di una grazia caro ma singolare che credette d'aver ricevuta in quel giorno. Era allora convittrice e aveva quattordici anni. Sua madre la voleva ritirare, ma essa non si sapeva risolvere a venir via, e pensando che la probabile visita di Don Bosco avrebbe risolta la questione, pregò di [199] pazientare un otto giorni. Frattanto si raccomandava al Signore, che le desse qualche segno per conoscere i suoi voleri. Viene Don Bosco, la giovinetta riceve dalle sue mani la santa comunione e nota che egli nel porgerle la particola le fa un sorriso. - Sarà un sorriso di bontà che fa a tutte, pensò fra sè e sè. Poi quando nella sala, avviandosi verso la predella, passava in mezzo alle due file delle allieve schierate, . Don Bosco, arrivatole vicino, sostò un attimo e le fece di nuovo, e a lei sola, un sorriso con intenzione. Le compagne, un tantino ingelosite, volevano sapere perchè a lei sola avesse sorriso così. La fanciulla diceva d'ignorarlo; viceversa ravvisò in quell'atto la risposta desiderata, che cioè non dovesse lasciare quel luogo. Difatti non se ne allontanò più, ma si fece ivi stesso religiosa e vive tuttodì.

                Un caso strano occorse a Don Bosco alcuni istanti dopo. Andato alla carrozza, trovò che non era più la, medesima di prima e che presso la carrozza stavano alcuni signori, i quali molto cortesi, ma non meno risoluti, ve lo fecero salire e lo condussero nella casa d'un di loro. Qui fra un mondo di cortesie si sforzavano di strappargli predizioni su prossimi avvenimenti pubblici; egli però si tenne fermo a replicare ch'era venuto a Parigi per fondare un'opera, non per fare della politica. Coloro lasciavano intendere di essere monarchici; ma non è improbabile che fosse un giuoco della polizia per iscoprire, se avesse recondite intenzioni.

                Due lettere sfuggite alla distruzione ci tramandano il ricordo della visita a quelle suore. La prima fu scritta il dì appresso da una signora, per rinnovargli la preghiera di recarsi a benedire un suo infermo; ne l'aveva già supplicato con un biglietto consegnatogli al Rifugio dopo la Messa[156]. La seconda è più importante. Una suora, dandogli in dicembre la notizia che Madre Courtel è molta, gli dice essersi avverata una predizione di lui a proprio riguardo. Il santo le aveva raccomandato [200] di accettare volentieri le spine. Quali spine? si era allora domandato la religiosa, che viveva nella massima tranquillità di spirito. Ma da otto mesi gemeva sotto il peso di una croce, la quale non le lasciava alcun dubbio che Don Bosco nel parlarle a quel modo avesse avuto lumi speciali dall'alto[157].

                Il 5 partì per Lille, donde fu di ritorno il 16: di questo viaggio narreremo nel capo ottavo. Quelle due settimane di assenza non intiepidirono punto il fervore dei Parigini verso la sua persona.

                La promessa di una seconda visita a Auteuil gli era stata suggerita da un sentimento di squisita cortesia. L'altra volta, accortosi che l'abate Roussel rimaneva un po' scontento per non avergli potuto fare nel suo istituto un'accoglienza solenne a motivo dell'improvvisa venuta, pensò levarlo di pena, significandogli spontaneamente essere suo desiderio di rivederlo là nella sua casa. Vi tornò difatti il 20 maggio. Era un bel pomeriggio domenicale. Molti amici dell'opera ve l'attendevano per fargli onore e non pochi anche per parlargli. Finite le udienze, fu condotto in cappella, dove trovò riuniti i giovani e tenne loro un sermoncino. “Con un accento italiano abbastanza spiccato, scriveva la France illustrée del 26 maggio, ma che non toglieva fascino alla sua parola”, ragionò del timor di Dio, ripetendo da ultimo l'episodio del conte Colle e di suo figlio. I giovani lo ascoltarono con raccoglimento e attenzione. Dopo l'abate Roussel pregò il “buon padre”, ed egli lo fece “con evangelica premura e semplicità”, di recitare insieme con essi cinque Pater e Ave, per ottener loro i tesori preziosi della divina grazia e per attirare sui benefattori e maestri gli aiuti speciali, di cui abbisognavano per continuare con frutto la loro caritatevole missione. Fuori di chiesa tutti lo circondarono, perchè li benedicesse.

                La generosità dell'abate si vide nel suo mostrarsi oltremodo lieto di potergli rimettere gran numero di lettere e [201] una discreta quantità di offerte a lui pervenute con preghiera di consegnarle a Don Bosco; anzi i ricoverati stessi, e ciò non fu senza ispirazione altamente educativa del Direttore, raggranellarono fra loro una sommetta per pagargli, dicevano, la vettura. Ma spiccò ancor meglio per un altro verso la magnanimità dell'abate Roussel. Taluni de' suoi amici gli avevano manifestato la loro inquietudine in vedere che tante oblazioni venissero stornate a danno della povera gioventù francese, chiedendogli se la cosa non preoccupasse anche lui. “Niente affatto, rispose egli a tutti nel suo giornale. Dio che dà l'alimento a tutti gli uccelli del mondo, non cesserà di stendere la sua mano sulla nostra casa e noi davvero saremmo ben ingrati, se dubitassimo della sua protezione e del suo aiuto”. Si diede financo il caso di una grand'mère anonima, buona donna del resto e generosa, ma eccessivamente impressionabile, che sfogò con l'abate per lettera il proprio malumore a quel proposito unendo per lui un biglietto da cento. Poichè ignorava chi fosse la scrivente, il Roussel così le rispose dalle colonne della France illustrée: “Noi abbiamo il cuore tranquillo e siamo certi che Don Bosco, venendo nella nostra casa, vi ha portato soltanto una benedizione di più”. Riprodotta quindi la lettera della grand' mère[158], chiudeva l'articolo citando la massima di S. Vincenzo de' Paoli che, chi ha bisogno per sè, cominci a dare agli altri.

                Due lettere ci tramandano l'eco di una visita fatta la mattina del 21 maggio all'asilo Matilde per le Incurabili, sul corso Roul a Neuilly[159]. Nella prima una signora Giraldon scriveva a Don Bosco: “Ieri nella Casa delle Incurabili ho avuto l'onore di richiamare per un istante la sua attenzione sul mio figlio. Ella me l'ha benedetto, anzi ha voluto fermarsi [202] e posargli le mani sulla testa. Oh, la sua benedizione lo accompagni per tutta la vita e lo preservi da ogni male!”. Più commovente ancora è la seconda, scrittagli da una povera ricoverata, Maria Eugenia Lair, che gli diceva: “Il suo tempo, lo so, è tutto consacrato a Dio e alle anime; quindi io procurerò di non abusarne, spiegando in poche parole lo scopo di questa mia. Da trent'anni vivo in questa casa delle giovani incurabili, dov'ella ha avuto la bontà di venire lunedì scorso a offrire il santo sacrifizio e a dirci alcune parole; nel nostro stato di debolezza e d'infermità fu questa per noi tutte una grande consolazione. Ne abbiamo già ringraziato Dio e la Madonna Addolorata, nostra cara Madre celeste, ed ora ne ringraziamo anche Lei, reverendo Padre”.

                Ma anche di tre fatti notevoli ci è stato comunicato il ricordo da cinque buone donne parigine, ricoverate da giovanette in quell'albergo del dolore e poi ritornate in salute: sono una mezza guarigione, un'intuizione di coscienza e un salutare diniego.

                Celebrata la Messa nella cappella strapiena di gente, Don Bosco fece il giro di una corsia, in cui adagiate su poltrone e allineate, stavano le inferme più gravi, impotenti a muoversi. Una di esse, tale Berta Marnot, versava in pessime condizioni, travagliata fra l'altro da vomiti continui per effetto di un'ulcere allo stomaco, sicchè la meschina non si poteva comunicare. Don Bosco, passandole davanti, le disse parole di conforto e le promise di fare per lei speciali preghiere. Ebbene, da quest'istante i conati di vomito cessarono, nè mai più tornarono a darle molestia. Rimase inchiodata è vero, sul suo giaciglio, perchè un male alle gambe la condannava all'immobilità; ma almeno potè godere un po' di quiete e ricevere sovente, finchè visse, la santa Eucarestia.

                Nel reparto comune delle ammalate, quando il Servo di Dio lo percorse, ne mancava una, che erasi sottratta a bella posta, e n'aveva ben donde. Priva di padre e di madre, non si sapeva neppure che nome avesse, sicchè aveva dovuto imporgliene [203] uno la superiora, chiamandola Giovanna Rayon. L'amputazione d'una gamba la obbligava a camminare con le grucce; il che tuttavia non le impediva di condurre una vita moralmente deplorevole; poichè badava a divertirsi frequentando nei giorni di uscita cattive compagnie. Ora avvenne che il Santo, scendendo la gradinata che dal cortile interno metteva sulla pubblica via, s'imbattesse proprio in lei. Di botto si fermò, la fissò in volto e le disse a bruciapelo: - Voi siete molto ammalata, molto ammalata, molto ammalata. - Sembra che l'infelice sia stata sorda alla voce della grazia, che in quel momento batteva alla porta del suo cuore. Uscita dall'asilo, chiuse miseramente i suoi giorni all'ospedale.

                Una giovinetta di quattordici anni, per nome Luigina Philippe, aveva tutt'e due le gambe paralizzate. Mentre il Santo le passava davanti, fece uno sforzo straordinario per sollevarsi e gli disse: - Oh, se volesse guarirmi!

                 - No, figlia mia, no. É meglio che stiate qui. Il Signore vuole che stiate qui. Ci state tanto bene!

                La citata religiosa del Santissimo Redentore, che allora frequentava la casa e che ci fece conoscere quell'incontro, interrogata come là si spiegasse il rifiuto di Don Bosco, rispose: - Noi tutte credemmo che egli non volle fare il miracolo, perchè la fanciulla era troppo avvenente e avrebbe per questo potuto correre gravi pericoli vivendo in mezzo al mondo. Così ci dicevamo fra noi.

                Per la venuta di Don Bosco erano state preparate là entro alquante giovani inferme alla prima comunione; dopo la quale a ognuna di loro le dame patronesse distribuirono un ritratto del Santo, quello che lo presenta inginocchiato ai piedi della Vergine Ausiliatrice. Le cinque nostre informatrici erano del numero.

                La sera dello stesso giorno fece una visita che levò a - rumore tutto un quartiere. In via Sèvres teneva la sua bottega un umile libraio per nome Josse, noto già da parecchi anni a [204] Don Bosco, che l'aveva incontrato a Cannes. L'Univers del 5 giugno accenna a grazie particolari e specialmente a una guarigione, che nel cuore dei coniugi Josse aveva accesa una fiamma di riconoscenza inestinguibile. La questua per la conferenza di S. Sulpizio, di cui diremo, era stata organizzata dalla signora. Il Santo, impedito allora di ringraziare, come avrebbe voluto, le brave collettrici, andò a compiere presso di lei quell'atto di bontà. La riunione era fissata per le due e doveva essere intima; invece, avutosi sentore della cosa, alle dodici cominciò l'assedio della libreria, sicchè fu forza serrare la bottega. Nella via si venne agglomerando tanta gente, che la circolazione vi si fece impossibile. La folla inondò il cortile, gli ambienti aperti, le scale, tutti gli angoli accessibili. Sonarono le tre, le quattro, le cinque, e Don Bosco non compariva; ma la gente non si moveva. Sopraggiunta l'ora, nella quale gli operai smettevano il lavoro, vi si riversarono anch'essi da più par ti a ingrossare la piena.

                Dopo le sei ecco la vettura che manovrava come poteva per rompere la calca. Sull'entrata del cortile si propone a Don Bosco che per mandare in pace tanta moltitudine sarebbe stato opportuno rivolgerle alcune parole e darle la benedizione. Egli dal montatoio della carrozza arringò brevemente i cinque o seicento che occupavano il recinto. Lo ascoltarono in perfetto silenzio e con sentimento di pietà. Gli uomini stavano a capo scoperto; poi alla benedizione uomini e donne piegarono i ginocchi e ripetutamente si segnarono. Il succitato giornale commentava: “Si sa quanta impressione facciano simili prostrazioni di tutto un popolo dinanzi a fragili e in apparenza meschini rappresentanti della potenza e misericordia divina. Nessuno di coloro che furono testimoni della benedizione di Don Bosco alla folla addensata nel cortile del numero 31 in via Sèvres, dimenticherà mai più tale spettacolo. Tutta quella massa, chi in abito da lavoro e chi in ricchi abbigliamenti, uomini, ragazzi, grandi dame, operai, operaie formavano l'insieme d'un popolo [205] cristiano, che faceva un atto di fede in Dio e di rispetto e venerazione alla santità”.

                Mentr'egli metteva piede in casa, una signora Bonté, amica della famiglia, si fece prontamente innanzi, chiedendogli una benedizione per due figli presenti e per altri dimoranti in collegio. Don Bosco disse che li benediceva tutti insieme con A loro padre. Indi posò la mano sul capo del più piccolo, soggiungendo: - Questo è per il Signore. - Desiderosa com'era che alcuno dei figli si facesse prete, la donna interpretò in quel senso le parole di Don Bosco e: - Anche tutti, padre mio, rispose, se Dio vuole. - Ma Don Bosco, rivolgendo a lei uno sguardo di tanta dolcezza, che dopo cinquant'anni le pare ancora di vederlo: - No, ripigliò, basta uno. - Passarono pochi mesi e quel giovanetto pieno di vita e di salute ammalò per un accidente improvviso e dopo otto giorni di malattia morì. Si comprese allora che volessero significare e la frase misteriosa e quello sguardo di tanta commiserazione.

                La benedizione generale impartita da Don Bosco prima di entrare, non era valsa a diradare la folla, che, com'egli fu dentro, rimase là ad attenderlo. Quivi, non essendoci tempo di parlare con ognuno, ascoltò con grande calma le cose che gli si dissero a gara dagli uni e dagli altri, rispondendo poi in comune e dicendo che portava seco tutte le loro intenzioni: si unissero anch'essi di cuore alle preghiere ch'egli avrebbe innalzate a Maria Ausiliatrice. Benedetti i convenuti e sceso per tornare alla vettura, trovò che l'assembramento non era affatto diminuito. Vederlo e precipitarsi verso di lui fu un punto solo. Chi gli afferrava le mani per baciarle, chi gli faceva toccare oggetti di divozione. Se si volle liberarlo e lasciarlo partire, bisognò che un signore alto, vigoroso e risoluto lo precedesse sgombrandogli il passo, mentre due altri volenterosi lo proteggevano ai lati e un quarto gli faceva argine alle spalle. Montato che fu in vettura, questa non poteva procedere senza pericolo di arrotare la gente; onde alcuni [206] operai la fiancheggiarono, spingendola avanti con cautela. Fatto così un po' di strada, prima una, poi cento voci risonarono: - Don Bosco, la santa benedizione! - Don Bosco fece fermare; poi, commosso fino alle lacrime, si alzò da sedere e: - Sì, sì, rispose, benedico voi e benedico la Francia. - Un prorompere di evviva con alzar di braccia e agitare di fazzoletti, di berretti, di cappelli salutò le sue parole e fu il segnale della fine.

                Quattro visite conosciamo del 22 maggio, e con sufficienti notizie. Disse la Messa nel monastero des Oiseaux. Portavano questa poetica denominazione la comunità e l'educandato, che la Congregazione di Notre - Dame, fondata da San Pietro Fourier, aveva a Parigi nell'angolo che via Sèvres fa con il boulevard degli Invalidi. La notizia, portata in casa la sera antecedente, mise in gran festa religiose e allieve, anelanti di vedere un santo. Si comprende bene come la cosa non potesse rimanere nascosta; quindi una calca di gente ammassatasi all'ingresso del cortile d'onore tentò d'irrompere dietro la carrozza, sicchè con gran fatica si riuscì a chiudere i battenti del portone. Don Bosco, ricusato in bel modo di riposarsi nel parlatorio, entrò subito nella sacrestia accompagnato dalla Superiora, alla quale domandò quali intenzioni desiderava che fossero da lui presentate a Dio nella celebrazione della santa Messa.

                La parte della chiesa destinata al pubblico non aveva più un posto libero, mentre fuori numerose carrozze padronali ingombravano per lungo tratto la via. Era presente anche il padre Labrosse, provinciale dei Gesuiti. Vi furono molte comunioni. Dopo la Messa il Servo di Dio, avanzatosi verso le educande, fece loro una paterna esortazione, animandole a vivere nel timor di Dio, a evitare tutto quello che potesse dispiacergli e specialmente ad amarlo. - Amate Dio, disse, nella preghiera, nelle cose difficili e nel ricevere i sacramenti. - Presa quindi una tazza di caffè e latte, andò a dire una parola anche alle alunne esterne, che erano un buon [207] centinaio. - Voi, raccomandò loro, non dovete conoscere se non due strade, la strada della scuola e la strada della casa paterna.

                Dappertutto gli tenevano dietro molte ragguardevoli persone, sicchè la Superiora che avrebbe voluto parlargli un po' confidenzialmente, non potè farlo, essendovi sempre chi veniva a interrompere. Un'allieva zoppettina, fattasi coraggio, gli andò a domandare che le raddrizzasse un piede, storto fin dall'infanzia; ma il Santo la esortò ad amare Iddio sopra tutte le cose. Aveva dato benedizioni in ogni parte, fuorchè nell'infermeria, dove l'ora tarda non gli permise di salire. - Benedico le inferme, - disse alla Superiora avviandosi verso l'uscita. La buona Madre gli accennò a una sua intenzione che le stava sommamente a cuore. Sul punto di montare in carrozza egli l'assicurò promettendole che avrebbe pregato per quella e per tutte le altre sue intenzioni, ma lo disse in maniera così viva e cordiale, che la religiosa ne tornò raggiante di gioia.

                Nella cronaca della casa si legge: “La sua bontà straordinaria e la sua semplicità, vero contrassegno della santità, produssero in noi grandissima impressione. Egli sembrava indifferente alle più calorose dimostrazioni di venerazione”. Un'ex - allieva ricorda tuttora che le educande, radunate nella sala di ricevimento, ascoltarono dopo la Messa alcune sue parole e che poi tutte, comprese di ammirazione per la santità di lui, cercavano di avvicinarglisi per fargli toccare oggetti divoti[160]. Un'altra non può dimenticare la celestiale espressione, con cui pronunziava le due parole Bon Dieu. “Del resto, soggiunge, tutta la sua persona era una predica per la semplicità e l'umiltà, che ne traspariva. Io era allora giovanissima, eppure non ho scordato più quella sua impronta di santità”[161].

                Dal conservatorio monastico passò al nobile collegio Stanislas [208] dei Marianisti. Tutto il personale dirigente si trovò a riceverlo. L'ordinamento generale aveva intonazione militare, tanto che una sezione, degli allievi gli presentò le armi; e formò intorno a lui un picchetto d'onore. Vi s'impartiva però una soda istruzione religiosa; nella cappella del collegio Stanislas aveva inaugurato il Lacordaire quelle conferenze, che portò di lì a poco sul pulpito di Notre - Dame, elevando il tono alla nota predicazione quadragesimale, in cui oratori di prim'ordine svolsero e svolgono magistralmente i temi più ardui ed elevati della dottrina cattolica. Don Bosco parlò come si conveniva a gioventù di tal fatta, associando armonicamente religione e patria. Benedetta infine l'adunanza, espresse la sua ammirazione per il contegno, l'ordine, la disciplina e la bonne renommée del magnifico istituto. Come ebbe finito di parlare, due allievi gli presentarono il frutto di una colletta dei convittori per le sue opere[162].

                Uscito di là, andò a visitare il convitto tenuto dalle religiose della Madonna di Sion, fondate dal celebre israelita convertito Alfonso Ratisbonne; ma non c'è notizia nè di cose fatte nè di cose dette.

                La quarta visita si può quasi considerare come storica. Ricorreva nel 1883 il cinquantenario della Società di S. Vincenzo de' Paoli, per la cui diffusione Don Bosco erasi adoperato molto a Torino e in altre città d'Italia. Orbene, il Consiglio Centrale residente a Parigi, fosse o no a conoscenza di questo suo zelo, avrebbe gradito una sua visita. Don Bosco, avvertitone, vi andò la sera del 22 maggio, quando i membri stavano adunati in ordinaria seduta. Vu accolto con tutti gli onori e a invito del presidente pronunziò un breve discorso. Vecchio socio delle Conferenze, mise in rilievo i vantaggi [209] che derivano alle opere di beneficenza dalla mutua collaborazione fra la Società Vincenziana e il clero parrocchiale. Disse quindi delle proprie fondazioni, sorte dal nulla e salite a grande floridezza. Comunicò essere scopo della sua venuta a Parigi preparare il terreno per l'apertura di una casa a pro della gioventù povera e abbandonata. Tratteggiò da ultimo il suo metodo educativo, mirante a guadagnare il cuore dei giovani e a ottenere mediante l'affetto da essi portato ai loro maestri, che stiano buoni e facciano il proprio dovere. Il Consiglio, resegli sentite grazie, lo pregò di accettare l'offerta di mille franchi. Don Bosco ringraziò a sua volta e facendo uso di una facoltà personale concessagli dal Santo Padre, diede ai presenti la papale benedizione, estensibile ai loro confratelli, alle loro famiglie e alle loro opere. In onor suo la seduta fu chiusa; dopo di che egli passò nell'ufficio presidenziale per ricevere i soci, che desideravano parlargli a parte[163].

                Appressandosi il giorno della partenza, urgeva dare esecuzione a un impegno preso già da un mese. Ricorderanno i lettori come Don Bosco, ricevuto in dono un prezioso anello, ideasse una lotteria. La si fece la sera del 23 nel palazzo del signor Faucher, fratello della De Combaud. Fu un convegno dei più aristocratici, al quale parteciparono molte nobili gentildonne parigine. La famiglia Faucher e la Contessa facevano gli onori di casa. Don Bosco vi entrò umile e tranquillo, salutato con signorile cordialità dall'eletta adunanza. Egli stesso fu pregato di estrarre il numero vincitore. La sorte favorì una ricca dama spagnuola, che aveva fatto acquisto di dugento biglietti e che graziosamente rimise il gioiello in mano a Don Bosco. Prima di allontanarsi dalla brillante riunione, egli disse che presto sarebbe ripartito per Torino, dove le esigenze delle sue opere imperiosamente lo chiamavano; ma che lasciava il cuore nella grande capitale francese,  [210] in cui tante prove gli si erano date di fede, di pietà cristiana e di sacrifizio. Ringraziati con ogni gentilezza i suoi ospiti, benedisse i presenti, che dopo gli si misero attorno, parlandogli con tutta familiarità, mentr'egli si avviava lentamente all'uscita. Questo incontro gli tornò opportunissimo per prendere decoroso commiato da quella nobiltà parigina, che l'aveva colmato di riguardi e di benefizi.

                Un invito, a cui non poteva resistere, venne a Don Bosco da Versailles per il tramite dei conti De Masin, oriundi dai Masino piemontesi: i padri Eudisti lo volevano nel loro collegio il 24, festa del Corpus Domini, a distribuire le prime comunioni. Un contrattempo, la perdita del treno, gl'impedì purtroppo di arrivare per la Messa della comunità; celebrò invece quella del ringraziamento, come si usa in Francia[164]. I più cospicui personaggi della città convennero ivi, bramosi di vederlo. Spiccava fra gli altri la veneranda figura del grande apologista cattolico Augusto Nicolas, il quale edificò tutti, ponendosi in ginocchio davanti al Santo. Era poi bastata la notizia della sua venuta, perchè da Versailles gli piovessero a Parigi lettere di persone, che lo pregavano di portarsi a benedire infermi. Così il conte de Nicolay, fattagli la storia dei malanni che affliggevano i suoi cari, ne implorava il benefico intervento; ma, passando a parlare di sè, usava queste sante espressioni: “Mi raccomando alle sue speciali preghiere, bisognandomi grandemente che Dio mi doni la sua grazia e i suoi lumi a guidare il piccolo gregge, di cui mi ha affidata la custodia, per le vie della salvezza, e che mi faccia progredire nel distacco da me stesso, nell'amore suo e nella carità verso il prossimo”. La contessa De la Rédoyère avrebbe voluto, che nel ritornare a Parigi si fermasse alla stazione intermedia di St - Cloud per benedirle una figlia ammalata; ma Don Bosco le fece rispondere che gli spiaceva di non poterla soddisfare nel suo desiderio. Una vedova Levasseur, [211] venuta apposta da Lisieux, ascoltò la sua Messa, gli offerse mille franchi e gli chiese la guarigione da un suo mal d'occhi; n'ebbe parole di speranza.

                I De Masin per mezzo di amici ottennero che Don Bosco accettasse di fare il dèjeuner presso i loro. Vi era anche il vescovo monsignor Goux. Durante la refezione si lasciava con amabile semplicità interrogate da chiunque volesse. Gli si domandò, per esempio, che cosa vi fosse di vero su quanto si raccontava del famoso cane, ed, egli con la massima naturalezza narrò i fatti, attribuendoli alla bontà di Maria Ausiliatrice. Pregato di benedire una bambina da più anni immobilizzata per una malattia al midollo spinale, la benedisse e raccomandò di fare una novena a Maria Ausiliatrice. La fanciulla poco dopo potè camminare; ma l'anno seguente il crup le tolse la vita, senza che per la sua morte nella famiglia diminuisse la venerazione verso il Santo, come lo chiamavano. - La benedizione, dicevano essi, ha servito ad aprirle le porte del cielo.

                Levatosi da mensa, entrò in una sala per ricevere le persone affollate alla porta di casa. Fu uno sfilare interminabile di sani e d'infermi, parte di Versailles, parte venuti da fuori.

                Una famiglia amica di Don Bosco e delle Agostiniane ospitaliere di Versailles fece sì che il Santo visitasse la loro casa di S. Mattino. Vi giunse aspettatissimo non solo dalle religiose, dalle signore con esse dimoranti e dalle loro inferme, ma anche da una moltitudine di persone della città, che gremivano il chiostro dalla porta d'ingresso fino a quella della chiesa. Vi erano pure malati, ansiosi di ricevere la sua benedizione. Apertosi faticosamente un varco, entrò nella chiesa e fattosi presso all'altare, salì sulla predella e disse: - Benchè il tempo stringa, vi voglio dire due parole. Godo di parlare a buoni cristiani in questo giorno, che è quello della festa di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia e quello ancora della festa di Maria Ausiliatrice, Regina del [212] Cielo. Maria, Ausiliatrice dei genitori! Maria Ausiliatrice dei figli! Maria, Ausiliatrice degli amici! Maria, Ausiliatrice degli accusati, Ausiliatrice degli afflitti, Ausiliatrice degli eretici, Ausiliatrice dei scismatici, Ausiliatrice dei poveri peccatori, insomma Ausiliatrice di tutti, perchè questa buona Madre vuole tutti convertire. Ma per essere a Lei cari bisogna onorarne il Figlio, e vi indico ora alcuni mezzi per farlo. Per essere a lei cari bisogna accostarsi con frequenza ai sacramenti, ricevere il più sovente possibile la santa Comunione e non potendola ricevere, fare la comunione spirituale; poi ascoltare la santa Messa, far visite a Gesù sacramentato, assistere alla benedizione, compier opere di carità in onore di Nostro Signore Gesù Cristo, perchè al Signore piace che si pratichi la carità.

                 - Io non mi dimenticherò di pregare per voi, e voi dal canto vostro pregate per me, povero prete, per i miei Missionari, per i miei orfanelli, per tutte le mie opere. Io pregherò Dio che benedica questa casa, dove tante opere di carità si fanno; pregherò per le religiose, pregherò per tutte le persone che qui dimorano, perchè tutte siano buone cristiane. Pregherò per tutti voi Maria Ausiliatrice, perchè questa buona Madre è contenta d'intercedere per noi tutti, e spero che ci ottenga di andarla a trovare in Cielo. Per grazia speciale del Santo Padre io ho facoltà di dare una larghissima benedizione a voi tutti che siete qui radunati. Questa benedizione sarà non solo per voi, ma per i vostri parenti, per i vostri amici, per i vostri infermi, poichè vi sono molti che soffrono; andrà pure a tutti gli oggetti di pietà che avete in tasca.

                Allora Don Bosco, appoggiando ambe le braccia sul petto e abbassando gli occhi, preferì una lunga formola di benedizione, che terminò con un gran segno di croce.

                Una commozione vivissima s'impadronì dell'uditorio, tocco non solamente dall'ammirabile semplicità del suo dire, ma dall'effluvio di religiosità che emanava da tutta la sua persona. Quando volle ritirarsi, dovette faticare un bel po' [213] per rompere la folla. Chi voleva fargli una preghiera particolare, chi chiedergli una benedizione, chi porgergli una elemosina, ognuno poi bramava di baciargli la mano o la veste. Era una scena di fervido entusiasmo che chi ne fu testimonio, si dichiarava impotente a descrivere. Potè alla fine mettersi in carrozza, lasciando tutta quella gente sotto l'impressione d'aver accostato e ascoltato un Santo[165].

                Di un'inferma da lui benedetta si sa che cominciò subito a sentirsi meglio, tanto da potersi alzare, prender cibo, dormire, cose tutte che da otto mesi non le riusciva più di fare.

                La perdita del treno causò un altro inconveniente più grave del primo; ma per una visita di Don Bosco si stimò che valesse la pena passar sopra a qualsiasi disturbo. Poco distante da Versailles vi è la scuola speciale militare di Saint - Cyr, destinata a fornire ufficiali per le diverse armi. Gli allievi che, appartenendo in massima parte a nobili famiglie, tante cose avevano intese su Don Bosco dai loro parenti, lo volevano vedere a ogni costo. Per mezzo di una ragguardevole persona lo pregarono che si degnasse di far loro una visita. Egli si scusò, allegando ragioni d'impossibilità; ma quando vide una deputazione degli allievi presentarsi a lui e insistere nei modi più cordiali, accondiscese. Fissò il giorno e l'ora: il 24 maggio alle nove del mattino. Cosi press'a poco sarebbe avvenuto, se non fosse stato del treno. Quel mattino dunque i mille giovani lo aspettavano con impazienza; ma le are passavano e Don Bosco non si vedeva; sonarono le dodici, e nulla. - Eppure ha promesso, e verrà. - si ripetevano l'un l'altro, nè si stancarono di attendere. Finalmente alle due eccolo entrare. Le udienze, le visite, l'orario della ferrovia non gli avevano permesso di sbrigarsi prima. Accolto con vivi applausi, s'avanzò sorridente in mezzo ai baldi giovani, finchè invitato pronunziò brevi parole con la familiarità, con cui avrebbe parlato ai ragazzi dell'Oratorio. Quando graziosamente [214] li salutava e faceva per ritirarsi, gli chiesero a una voce la benedizione[166].

                Nel 1883 il 24 maggio cadeva nell'ottava della Pentecoste; perciò la festa di Maria Ausiliatrice si dovette posticipare. Sotto quella data del 24 la Semaine religieuse di Nizza nel suo numero del 9 giugno pubblicò una poesia su Don Bosco e le sue Opere[167], la quale cominciava con questa pittura del Santo: “Bontà, semplicità, dolcezza inalterabile, voi gli brillate in fronte come raggio divino e, mirabile riflesso della sua santità, ne precedete i passi, rischiarandogli il sentiero. A noi egli viene da parte di Dio. Non ha attrattive che ci lusinghino gli occhi, ma tutti ci attrae con quel suo luminoso candore e con quelle sue angeliche virtù, che ci fanno imparadisare. Con lui si respirano pure aure di calma e di pace; poichè ha un cuore così buono, che è un incanto quando consola, e l'anima alleviata ne accoglie con vivo ardore i soavi insegnamenti. Semplice ha il parlare, ben sapendo che la parola va al cuore, semprechè sia da Dio benedetta, e su I capo gli splende la divina aureola dell'umiltà, abbellita dall'amore”.

                Con la data medesimamente del 24 gli pervenne da una signora parigina una lettera, che per più riguardi merita di essere conosciuta. Si voleva una sua visita a Montmaltre; checchè si dicesse dalla scrivente, quell'andata assumeva nel pensiero dei promotori un carattere essenzialmente dimostrativo. É necessario per i non Francesi premettere qualche notizia storica.

                La collina che domina Parigi da nord, sacra in antico al culto di Malte e di Mercurio, cambiò poi nome e patroni [215] allorchè i protomartiri delle Gallie con a capo S. Dionigi, primo Vescovo di Lutezia dei Parisii, la santificarono con il loro sangue; il Mons Martis o Mons Mercurii divenne così Mons Martyrum. Nel corso dei secoli fu quel luogo teatro di tanti e tali avvenimenti religiosi e nazionali, che venne considerato come il cuore della Francia, ed i Parigini lo salutarono come la culla della loro fede. Dopo i disastri del 1870 sorse nei cattolici l'idea che bisognasse disarmare l'ira divina con un grande atto di espiazione, di penitenza e di consacrazione solenne dell'intera nazione al Sacro Cuore di Gesù. L'idea si propagò ben presto, prendendo corpo nel disegno di erigere un sontuoso tempio al Divin Cuore. E dove erigerlo se non là, dove palpitavano, per dir così, le più sacre memorie della Francia storica? L'idea così concretata penetrò anche nell'Assemblea nazionale, che con apposita legge del 23 luglio 1873 riconobbe opera di pubblica utilità l'erezione di un santuario al Sacro Cuore di Gesù[168].

                Si pose mano sollecitamente ai preparativi, che dovevano essere adeguati alla grandiosità dell'impresa; ma solo il A giugno 1875 si potè collocare la prima pietra. Le fondazioni richiesero cinque anni di lavoro. La basilica era coperta il 3 agosto 1914 e consacrata il 19 ottobre 1919.

                Ma il nemico del bene non istava inoperoso. A misura che le ciclopiche mura poggiavano in alto e la pietà francese si polarizzava verso quel possente centro di vita cristiana, irradiandosi poi in ogni angolo del paese, la mala politica, iniziata dopo la caduta di Mac - Mahon, si veniva allarmando, perchè riguardava quel monumento come una sfida audace della reazione. La lotta si protrasse or sorda or palese fino allo scoppio della guerra europea, quando la suprema legge della salvezza pubblica impose silenzio agli odi insani. Orbene l'anno 1883 cadeva nel periodo, in cui la strapotenza dei radicali moltiplicava gli sforzi per piegare la legislazione dello [216] Stato verso il laicismo totale, e Montinaltre li metteva in orgasmo.

                Ciò posto, si comprenderà meglio il valore documentario della lettera, che è del tenore seguente: “Dal primo giorno della sua dimora a Parigi mio marito e io, avendo sentito parlare di Lei, delle sue opere e del suo amore alla gioventù, abbiamo avuto un desiderio solo, quello di vederla e di ricevere la sua santa benedizione. Mossa dalla convinzione che santa è la sua vita e nobile lo scopo della sua missione, io ho dato volentieri in tutte le chiese, dove s'è fatta per Lei la questua, e non solo ho assistito a tutte le sue Messe, ma ho potuto anche ricevere tre volte dalle sue mani la santa comunione. La vidi l'ultima volta in casa della contessa di Gontant - Biron e le potei parlare nel suo salotto e domandarle di gradire che mio marito e io facessimo parte dei cooperatori salesiani. Ma dopo l'ultima comunione un pensiero mi agita siffattamente, che non mi posso trattenere dal manifestarglielo. Per quanto questa mia le possa parere singolare, io sono persuasa che Ella, Padre, essendo così ripieno dello spirito di Dio e vedendo nelle coscienze, mi perdonerà se Le scrivo. Ella sa che non si deve mai respingere un'ispirazione fondata su princìpi di fede e di amore divino. Tutti Le hanno già domandato, e io lo so, di recarsi al Sacro Cuore di Montmartre, ma ha risposto sempre di no, non volendo, diceva (e me l'ha riferito sabato Don De Barruel), dar motivo a credere che sia una manifestazione, la qual cosa tornerebbe più nociva che utile all'erezione di un monumento, a cui il presente nostro governo si mostra ostile. Non saprei quanto la politica o gli umani riguardi possano influire sopra un'anima come la sua; ma di una cosa sono certa, Padre, che Ella è in dovere di salire domani a Montmartre, non per attirar gente, chè la folla già troppo La assorbe, ma da semplice prete, senz'avvertire chicchessia; deve andarvi a ringraziare il Sacro Cuore di Gesù che Le abbia concesse tante grazie e a portargli un'offerta, non foss'altro che una pietra per la chiesa, in riconoscenza [217] di quanto Le ha prodigato da qualche tempo con sì grande entusiasmo Parigi. A nome di tutti i Comitati cattolici e di tutte le anime ferventi, di cui ho il bene di farmi eco, noi veniamo a supplicarla di salire a Montmartre per pregare e ringraziare il Sacro Cuore di Gesù, pregando pure per noi tutti. La santa benedizione che dall'alto della cripta di S. Dionigi martire Ella darà a Parigi, da cui ha ricevuto sì calorose accoglienze, apporterà, ne siamo certi, benefizio alla città e ridonerà alla Francia quei sentimenti di fede, di onore e di carità, che adesso sembra mettere in dimenticanza”.

                Se mai Don Bosco avesse avuto intenzione di fare quella visita, dopo la lettura di questo scritto la prudenza ne l'avrebbe probabilmente sconsigliato; per fortuna la partenza era imminente ed egli non poteva più disporre a piacer suo del tempo. Questo valse a scusarlo.

                Tante altre visite furono desiderate, indarno a Parigi e fuori; vediamo di alcune.

                Viveva sempre nella capitale francese l'ex - re di Napoli Francesco 11; anzi abitava non lungi da via Ville l'Evéque. Egli conosceva e stimava Don Bosco[169] e si sarebbe aspettato ch'ei si recasse da lui; ma, non vedendolo venire, se ne lagnò con madama di Champeau. Questa signora s'incaricò di render noto al Santo il desiderio e il dispiacere dell'ex - sovrano e avrà fatto senza dubbio la parte sua; ma non sappiamo quale sia stato l'effetto. Certo è che la visita non vi fu.

                Il Vescovo di Evreux, monsignor Francesco Grolleau, per mezzo del conte De Maistre suo diocesano, fece sapere al Servo di Dio che egli aveva gran bisogno di vederlo; lo pregava perciò di una visita in nome non solo della carità di Gesù Cristo, ma anche dei sentimenti di fede e di deferenza da lui professati verso i Pastori della Chiesa[170]. Il conte di Waziers, deponendo ai piedi del Santo l'espressione de' suoi omaggi, gli [218] scriveva quanto la sua famiglia sarebbe lieta di ricevere una sua visita e gli adduceva una serie di motivi per indurvelo[171]; il signor Maujouan du Gasset lo voleva a Nantes, une des villes le plus catholiques de la Bretagne et de la France, dov'erano già molti amici dell'Opera di lui[172]; il doyen di S. Giacomo a Douai metteva a sua disposizione la propria chiesa e canonica[173]; una signora di origine russa con una curiosa lettera scritta da S. Remo, dove aveva conosciuto Don Bosco, gli rimise un invito di andare a Pau[174]; le Figlie della Croce ripeterono tre volte la supplica, perchè andasse a consolare la superiora inferma e a vedere le loro necessità spirituali[175]; la contessa di Medu chiedeva a Don di Barruel una visita di Don Bosco al convitto delle suore del Sacro Cuore in via Piepus. Tutti questi e tanti altri simili desideri rimasero inesauditi per l'impossibilità di trovare il tempo.

                Vi sono poi domande di visite, che non sappiamo se siano state esaudite o no. Provengono esse da comunità e da famiglie ed hanno, come le precedenti, un valore a motivo delle manifestazioni che le accompagnano, utili sempre a valutare il concetto, in cui Don Bosco era universalmente tenuto. Così le religiose di Maria Liberatrice vorrebbero che Don Bosco si recasse a celebrare da loro una Messa, dopo la quale farebbero una colletta per le sue opere (via Calais, 23 aprile); la superiora delle Serve di Maria lo prega di andar a benedire la sua comunità (via Douguay - Touin, 24 aprile); la superiora dell'Abbaye aux Bois, per ottenere che vada a celebrare nella cappella dell'educandato, gli scrive che là si venera la Madonna dell'Aiuto, tutt'uno con Maria Ausiliatrice (via Sèvres, 24 aprile); nel convento di S. Clotilde le religiose lo aspettano per l'ultima sua refezione prima che parta per Torino e le loro anime si preparano a ricevere degnamente un tanto favore [219] (via Neuilly, 5 maggio); la duchessa di Reggio lo scongiura di andarle a benedire alcuni infermi.

                Molti noti pretendono tanto, ma si contentano di essere assicurati che egli prega secondo intenzioni da essi manifestategli. “Ella può guarirmi il figlio, gli scrive una madre; Maria Ausiliatrice a Lei non ricusa nulla”. Un'altra, avuta da Don Bosco la promessa che pregherà secondochè essa desidera, vuol sapere se le sia lecito chiedere a Dio che le conceda una grazia per le preghiere di lui, “non vorrei, dice, valermi così delle sue preghiere senza esservi autorizzata, ma, così pregando credo che sarei esaudita”[176]. Una signora, animata dal pensiero che sua sorella Paola Dewarin Lorthiois ha ottenuto per intercessione di Don Bosco una grazia domandata insistentemente per quattro anni, gli chiede di ottenere pure a lei la grazia medesima, cioè che possa aver famiglia. Monsignor Richard, coadiutore dell'Arcivescovo di Parigi e suo futuro successore, lo prega vivamente di celebrare una Messa per un padre di famiglia infermo a Nantes, e celebrata che fu la Messa, gl'invia un'elemosina di cento franchi; l'una e l'altra volta si raccomanda caldamente alle sante orazioni del Servo di Dio[177]. Il signor di Chizeray sa molto bene che a Don Bosco fioccano domande di preghiere; tuttavia una domanda aggiunge anche lui per sè e per la famiglia, sicuro com'è dell'efficacia che hanno presso Dio le intercessioni del “santo sacerdote”

                Quanta fiducia si aveva nell'efficacia delle preghiere di Don Bosco! Una signorina, dopo altri inutili tentativi, era riuscita finalmente ad avvicinarlo, mentr'egli usciva da S. Sulpizio, e posandogli la mano sul braccio gli aveva raccomandato l'avvenire di suo fratello. Questo giovane studiava a Saint - Cyr nella scuola militare e doveva dare importanti esami; per questo si voleva che il Santo pregasse. Ma dopo madre e figlia si domandavano: - Avrà egli udito la raccomandazione? Se [220] l'ha udita, non occorre altro; ma se non l'avesse udita? Per maggior sicurezza, la madre gliene scrisse a Torino, ansiosa e piena di fede[178].

                Durante la prima metà di maggio si combatteva in Francia una fiera lotta elettorale, in cui i partiti estremi guadagnavano terreno. Nel sedicesimo collegio di Parigi il signor Calla era in ballottaggio con un arrabbiato anticlericale. Il secondo scrutinio doveva aver luogo ai 20 del mese. La moglie del candidato raccomandò in termini profondamente cristiani a Don Bosco il buon esito della votazione. La vittoria arrise al di lei marito e Don Bosco ne apprese la notizia dai giornali poco dopo il suo arrivo a Torino. L'Unità Cattolica che la riferiva, diceva pure dell'opinione dei buoni che bisognasse ringraziare Don Bosco di quel risultato, perchè sarebbe stato impossibile ottenerlo senza una grazia di Maria Ausiliatrice dovuta alle sue preghiere[179].

                Dobbiamo ancora dire qui in ultimo di visite fatte, ma senza che se ne conoscano i particolari, e di altre visite, delle quali siamo sufficientemente informati, ma senza che siansene potute accertare le date.

                Nella chiesa di S. Ignazio in via Madrid e nella parrocchiale di Santa Margherita, dove si venerava un'immagine di Maria Ausiliatrice, possiamo dire soltanto che andò. In via dell'Università visitò il 18 maggio una famiglia Gautier; ma sappiamo soltanto che la signora, mentr'egli entrava in casa, gli consegnò un biglietto, in cui diceva: “Dal fondo dell'anima La ringraziamo del suo ingresso nella nostra casa e La supplichiamo che come favore speciale di questa visita ci ottenga la grazia di conoscere la volontà di Dio per il matrimonio del nostro buon figliuolo e quella di sottometterci in tutte le cose ai voleri della Provvidenza”. In via Jacob c'era un istituto normale cattolico fondato dalla damigella Désir e avente lo scopo di formare insegnanti cristiane per fanciulle di nobile [221] lignaggio. Pregato dalle istitutrici di andarvi a dare la sua benedizione, soddisfece al loro desiderio poco dopo il 20 maggio. La mattina del 25 celebrò nella chiesa di S. Tommaso d'Aquino: ce ne fa fede una madre, che dalla sua “bontà inesauribile” sospira la consolazione di essere da lui ricevuta ivi quel venerdì dopo la Messa nella sacrestia. “Ho, dice, una figlia molto ammalata e ripongo tanta fiducia nelle di Lei preghiere, che ho tentato tutte le vie immaginabili per arrivare fino a Lei senza riuscirvi. La prego in ginocchio che mi dia tale speranza per posdomani mattina e Le serberò eterna riconoscenza”.

                Non abbiamo la data precisa della visita fatta alla scuola di Santa Genoveffa in via Lhomond. Era un gran collegio con insegnanti Gesuiti, che vi tenevano, come diremmo noi, un liceo classico per preparare la gioventù specialmente alle scuole militari. Dopo l'espulsione i Gesuiti avevano ceduto il posto a preti secolari, fra cui l'abate Odelin, che vi faceva da cappellano; per altro Jules Ferry, presidente dei ministri, aveva autorizzato due celebrità, i padri Cosson e Joubelt, a rimanere, affinchè l'istituto non si spopolasse.

                Il cappellano Odelin, che partecipò al ricevimento e ne serba tuttora vivo il ricordo, lo crede avvenuto in maggio[180]. Don Bosco trovò gli alunni radunati nel parlatorio. Avendo dinanzi a sè giovani di famiglie doviziose, disse loro della contentezza che ci procura l'occuparci dei derelitti e li esortò a compiere sempre i doveri ad essi imposti dalla loro condizione sociale, serbando intatta la fede dei loro padri e dei loro maestri. Quando li salutava per prendere commiato, il figlio di un generale dell'Impero, a cui la balbuzie poteva inceppare la carriera, gli si gettò ai piedi come a un santo e con un accento che il cappellano dice indimenticabile: Padre, esclamò, io ho fede in lei. La prego, mi guarisca!

                Ma: - Figlio, risposegli Don Bosco, abbiate fede in Dio,  [222] pregatelo, ed egli vi guarirà. - Una vera scena evangelica, che ci lascia però col desiderio insoddisfatto di sapere quale fosse la fine.

                Di là monsignor Odelin lo condusse a visitare l'Istituto Cattolico. Durante il tragitto di dieci minuti in carrozza Don Bosco esaltava l'importanza dell'insegnamento superiore, massime per i sacerdoti, e fece questo riflesso: - Nulla vi è di più penoso per un prete che aver da fare con una coscienza imbrogliata. - Molti studenti ecclesiastici e laici circondarono familiarmente il “santo di Torino”. Peccato che il nostro Monsignore se ne sia tornato subito a via Lohmond, lasciando là Don Bosco con il segretario!

                Senza data di giorno e di mese è un'altra visita, che fu seguita da un grande prodigio. In via Sèvres c'è la chiesa del Gesù, poco distante dal luogo dove fu la libreria Josse: ivi celebrò Don Bosco. Mentre usciva, gli si parò dinanzi una povera inferma adagiata sur una poltrona a rotelle. Ve l'aveva condotta di sua mano un uomo, che gode oggi fama universale nel mondo dei dotti, lo storico della Bastiglia, Funk - Brentano, dell'Istituto di Francia. Egli stesso ha raccontato recentemente il fatto[181].

                La signora Gérard da molti anni passava le sue giornate inchiodata e immobile sopra una poltrona a sdraio. La madre dello storico, che, pur vedendola così da tanto tempo, ne provava sempre viva compassione, donna qual era di fede e di pietà, udito dei miracoli che attribuivansi a Don Bosco, pensò a quella meschina. Ma come arrivare fino a lui? Un bel giorno i vicini le vennero a dire che Don Bosco la mattina seguente avrebbe celebrato nella non lontana chiesa del Gesù. Era giunto il momento di tentare. Mandò senz'altro il figlio a noleggiare un fauteuil roulant; poi gli disse di accomodarvi sopra l'ammalata e di spingere quel veicolo fin dove si trovava Don Bosco. [223]

                Il giovane studioso, che frequentava la scuola di paleografia, lasciati da parte i codici medievali, si accinse all'opera buona. Con delicate precauzioni e con l'aiuto di amici calò al piano terreno la paziente, la quale egli non sa ora ben dire di che male patisse, la collocò sul seggiolone rotabile e adagio adagio mise questo in moto, come fanno le bambinaie per i pubblici passeggi con le carrozzine dei bimbi. Aspettarono alla porta della chiesa il termine della funzione. Finalmente ecco Don Bosco venir fuori e accostarsi alla Gérard, che in poche parole gli fece la storia della sua infermità e gli manifestò tutta la sua speranza. Il Servo di Dio, recitata insieme con lei una preghiera, le diede la benedizione. Allora levarsi a sedere, balzare in piedi, mettersi a camminare fu per la donna un istante solo. Stentò a equilibrarsi sui primi passi; ma poi, fuor di sè dalla gioia, se ne ritornò quasi correndo a casa.

                Don Bosco era già andato via e il Brentano stava ancora là trasecolato accanto al veicolo vuoto, finchè si decise anche lui a rifare il cammino per cui era venuto, riconducendo quell'arnese a sua madre. La guarigione fu completa e duratura. Per lungo tempo egli rivide ogni mattina la sua miracolata avviarsi al Gayne - Petit, gran negozio di novità, nel quale colei aveva trovato impiego.

                Con la pura e semplice indicazione del giorno della settimana è una corrispondenza della contessa Riant. Il Conte da più anni viveva fra letto e lettuccio. Don Bosco lo visitò e lo benedisse, e quegli dopo la benedizione potè cominciare ad alzarsi e a camminare; perfettamente non guarì, ma gli fu possibile per tutto il restante della sua vita occuparsi in opere di beneficenza e negli studi. Aveva promesso mille franchi al mese per un anno, se venisse a star meglio; la grazia gli parve così evidente, che si credette in obbligo di osservare la data parola. Inviandogli la seconda rata, la Contessa raccomandò a Don Bosco un figlio cadutole infermo; il Santo le fece rispondere ringraziando e infondendole [224] nuova speranza nella potente intercessione di Maria Ausiliatrice[182].

                Da giornali e da lettere ci è dato arguire che in queste visite a case private la sua benedizione operò tanti altri prodigi, dei quali torna impossibile determinare il numero e precisare la qualità. Umiltà e prudenza esigevano riserbi; pur tuttavia di alcuni, benchè senza esatti elementi cronologici o topografici, non si può negare la realtà. Così una lettera scritta da Quimper a Don Rua l'8 ottobre 1894 accenna a una signora che, benedetta da Don Bosco a Parigi, guarì da un male fisico e da patemi morali. In seguito il Santo le aveva fatto sperare una conversione che allora si presentava assai difficile; e la sua previsione si avverò undici anni dopo. La Contessa d'Eu, figlia di Don Pedro, imperatore del Brasile, aveva infermo un figlio, presunto erede del trono. Fatto invitare Don Bosco a recarsi in casa sua, fu esaudita e il malato prese subito a migliorare; ma il miglioramento non progredì fino alla guarigione. Infatti nel mese di agosto il cappellano della famiglia, scrivendo a Don Rua per chiedere preghiere a nome della madre, descriverà lo stato del principe come tutt'altro che confortante. Una lettera di Don Bosco alla Contessa l'assicurerà delle preghiere sue e de' Suoi[183]. Al principe risanato Don Bosco mandò più tardi qualche scritto e seppe dal suo precettore che la madre, tornata a Rio Janeiro, aveva parlato in suo favore al Sovrano. Tanto essa che il suo sposo si tennero onorati di venire inscritti fra i primi Cooperatori del Brasile.

                Più portentoso è il fatto seguente. Una sera Don Bosco venne chiamato a benedire un giovanetto infermo, che aveva da dodici a tredici anni. Egli rispose che sarebbe andato a benedirlo, ma con una condizione. - Quale? gli chiesero i parenti.

                 - Che domani venga a servirmi la Messa. [225]

                - Impossibile! esclamarono quelli a coro. È ammalato da tanto tempo è di una malattia così grave!

                - Se vogliono che io vada, bisogna che mi diano parola. - Se lei lo dice, noi le diamo parola.

                Nella casa dell'infermo si trovavano parecchie distinte persone, fra cui una signora di Bogotá, capitale della Colombia; si chiamava Ortega ed era figlia d'un medico. Avvicinatosi all'ammalato, Don Bosco gli disse: - Mi han chiamato, perchè ti venissi a benedire; ma io non volevo venire, se non a patto che tu domani venga a servirmi la Messa nella tal chiesa (e gliela indicò). Se dunque tu mi prometti questo, io ti benedirò.

                 - Come ho da fare, se da tanto tempo sono in questo stato?

                 - Abbi fede, che la Madonna ti potrà certamente dare la forza di venire.

                 - Ebbene, glielo prometto.

                 - Così va bene. Ora facciamo una breve preghiera e poi io ti benedirò.

                Don Bosco lo benedisse e la mattina appresso, quand'egli arrivò alla chiesa indicata, il fanciullo già lo stava aspettando, perfettamente ristabilito. Questo fu uno dei fatti che destarono tanto entusiasmo a Parigi, anzi, scritto dalla signora colombiana ai suoi parenti di Bogotá, servì ad eccitare quel vivo desiderio che poco dopo si manifestò colà di avere i figli di Don Bosco. Don Rua, che rese questa testimonianza, soggiunse: “Io lo intesi tosto a raccontare in Parigi, dove mi trovavo, occupato continuamente a sbrigare la copiosa corrispondenza di Don Bosco, coadiuvato da quattro altri segretari che lavoravano con mirabile alacrità”[184].

                Ancora un ultimo fatto, testificato da Don Giuseppe Bologna. A Courtrai nel Belgio il signor De Bien si rammaricava che un suo figliuoletto fosse sempre malaticcio fin dalla [226] nascita; il povero piccino aveva il corpo coperto di pustole, sicchè era una pietà a vederlo. Suo padre, avendo saputo quello che Don Bosco operava a Parigi, gli scrisse per raccomandarlo; il Santo rispose che facesse una novena a Maria Ausiliatrice e sperasse. Al nono giorno, mentre tutta la famiglia se ne stava a tavola, il fanciullo fu preso da furiosa dissenteria, - Ci nuotava dentro! - soleva dire il padre. Ma dopo egli era sano come un pesce.

                Una visita del 18 maggio abbiamo riservata per la fine di questo capo. La principessa Margherita d'Orléans, sorella del conte di Parigi Luigi Filippo Alberto e seconda moglie del principe Ladislao Czartoryski, invitò il servo di Dio a celebrare la Messa nel suo palazzo Lambert[185]. Informatone tosto il fratello, che era assente, questi le rispose di pregare Don Bosco che ritardasse la sua visita tanti giorni quanti ce ne volevano, perchè egli pure avesse tempo di trovarcisi. Arrivato il Principe, Don Bosco andò. Sette Principi lo attendevano; tutti, compreso il Conte di Parigi, si comunicarono; poi ne ricevettero la benedizione e ne, ascoltarono riverentemente la parola. Gli avevano servito la Messa il principe Czartoryski e il suo figlio Augusto. Questi, fattosi tre anni dopo salesiano, disse a Don Lemoyne che gli Orléans a Parigi fecero a Don Bosco un tal ricevimento ufficiale, quale non avevano forse mai fatto neppure a Principi; e sì che, come osservava Don Augusto, la casa d'Orléans ci tiene alle sue regali costumanze. A sì manifesti segni di fede e pietà alludeva Don Bosco, quando nel partire da Parigi disse a chi lo accompagnava: - In Francia, se a capo della nazione vi [227] fossero uomini come questi, la religione vi avrebbe il suo posto d'onore.

                Risale a quel tempo il destarsi della vocazione religiosa nel principe Augusto Czartoryski; l'incontro con Don Bosco nel palazzo Lambert, ordinaria dimora parigina della famiglia, fu decisivo. Anche il principe padre aveva desiderio di accogliere Don Bosco nella sua casa, mosso da un pensiero patriottico: egli mirava ad attirare l'attenzione del grande apostolo torinese sull'infelice Polonia nella speranza che avrebbe inviato i suoi figli lassù e dovunque fossero colonie polacche nel mondo. É noto come i Polacchi, per sottrarsi al giogo degli oppressori che avevano smembrato il loro paese, si disperdessero fra nazioni ospitali, dando origine a una diaspora non dissimile da quella degli Ebrei. Il figlio Augusto, incitato da una forza misteriosa, sollecitava il proprio genitore a far venire in tempo il Servo di Dio, prima che fosse troppo vicina la sua partenza da Parigi. Nel segreto dell'anima il giovane signore sentiva già da qualche anno una voce indistinta che lo chiamava ad una vita di maggior unione con Dio e allora gli sembrava di presagire confusamente l'appressarsi del momento in cui doveva trovare chi gli avrebbe fatto da guida nell’ardua decisione.

                Le prime parole del Santo lo colpirono. Vedendoselo venire incontro, Don Bosco lo salutò dicendogli: - Già da lungo tempo io desiderava di fare la sua conoscenza. - Dopo la Messa non sapeva più staccarsi dal suo fianco; - lo fissava in volto, ne osservava gli atti, ne beveva avidamente le parole. Nulla si disse allora di vocazione; ma il Principe fu talmente conquiso dalle maniere di Don Bosco, che aperse con lui una filiale corrispondenza epistolare, inviandogli frequenti elemosine. Il primo autografo pervenutoci del Santo al futuro Don Augusto è appunto un bigliettino di ringraziamento, che reca la data del 4 ottobre 1883. É scritto in francese e dice così: “Con ringraziamento profondissimo ho ricevuto la somma di lire mille che la S. V. ha voluto inviare per i nostri [228] orfanelli. Io e i nostri giovani pregheremo e faremo la santa Comunione secondo le intenzioni del Signor Principe per implorare su di lei grazie e benedizioni”. Noi lo ritroveremo altre volte presso Don Bosco nel corso della nostra storia, prima che venga il giorno del suo ingresso come aspirante nella Congregazione Salesiana[186].

                Le cose che abbiamo narrate fin qui e le altre che ci restano a narrare, sembrerebbero avvenute in pieno medioevo; invece accaddero nel cuore di Parigi, nel gran focolare del moderno laicismo. Segno evidente che il male non vi soffocava nemmeno allora il bene. Don Bosco non giudicò mai la capitale francese alla maniera di certi scrittori e non scrittori, che la additano con una specie di voluttà all'abborrimento dei buoni, come città di perdizione. Nel 1884 il sulpiziano abate Mourret, incontratosi col Servo di Dio a Roma e condotta la conversazione sul suo viaggio a Parigi, lo udì esclamare: Ah Parigi, Parigi! Che profondi ricordi mi ha lasciati! Che buona popolazione! E che cuori![187]. - Sembra potersi dire che Parigi è la città dei contrasti. Il bene c'è e non inferiore al male; soltanto, come la sua natura comporta, fa meno chiasso e quindi meno si fa conoscere. La visita di Don Bosco fu un'occasione che mise straordinariamente in luce il lato migliore della grande metropoli.

 

 


CAPO VII.

A Parigi: conferenze.

 

                CHIAMIAMO qui conferenze, secondo un uso italiano ormai corrente, quelli che in Francia si dicono sermons de charité, cioè discorsi familiari, nei quali si fa appello alla carità dell'uditorio, esponendo la natura, lo stato e i bisogni di un'opera benefica. Da parecchi pulpiti parigini Don Bosco parlò così a numerose udienze, adoperando un linguaggio semplice e disadorno, ma schietto e cordiale, che faceva breccia ed eccitava la commozione. Sulle conferenze di Don Bosco a Parigi il padre Felice Giordano, degli Oblati di Maria Vergine, riferiva da Nizza Marittima alcune osservazioni di un signore francese, le quali vengono molto a proposito per ispianarci la strada alle cose da narrare[188]. - Noi a Parigi, diceva quegli, facciamo ormai orecchio da mercante ai predicatori di grido; per iscuoterci da siffatta apatia ci vuole Don Bosco che venga a trovarci. Viene Don Bosco, la voce del suo arrivo si diffonde ed ecco l'alta società a muoversi: tutti lo vogliono vedere e ascoltare. Montato in pergamo, non presenta proprio nessuna di quelle doti personali, che subito avvincono il pubblico: vestito povero, volto bonario, un fare dimesso, parola negletta formano tutto il suo corredo oratorio. Eppure non uno che [230] zittisca, anzi tutti lo ascoltano in rispettoso silenzio. Fa la storia de' suoi oratorii, de' suoi collegi, delle sue missioni, inserendovi massime ed episodi, che sono uditi con piacere. Parla sempre adagio e con calma, sicchè tutti possono tenergli dietro. Nè alcuno prende scandalo dell'accento straniero e del fraseggiare punto castigato. Il suo è un predicar al cuore, e il cuore lo ascolta, non l'orecchio; infatti scorrono lacrime di commozione sui volti e dopo non si parla d'altro a casa. Basta insomma che Don Bosco apra la bocca, perchè egli sia l'uomo più riverito e obbedito. - Riportati questi concetti del gentiluomo francese, il religioso li spiega dicendo che questi sono fatti i quali si leggono solamente nelle vite dei Santi, perchè, essendo essi pieni di Dio, non già l'uomo parla in loro, ma Iddio.

                La sua prima conferenza fu a Notre - Dame des Victoires. La Madonna delle Vittorie è a Parigi quello che il santuario della Consolata a Torino; un suo recente storico asserisce che non meno (11 seimila persone visitano ogni giorno quella chiesa. Gli ex - voto ne coprono letteralmente le pareti fin su alle volte e continuano anche nella sacrestia[189]. Ha ivi sede l'Arciconfraternita di Maria Refugium Peccatorum.

                Appunto la Messa ebdomadaria per la conversione dei peccatori Don Bosco andò a celebrare la mattina del sabato 28 aprile. Lo accompagnavano all'altare il curato della parrocchia e l'abate Sire. Mai, a detta dei frequentatori, si era veduto per quella Messa un concorso come allora. La si celebrava alle nove; ma alle sette non vi capiva più nessuno. Lo spettacolo di tanta moltitudine traeva dalle labbra dei fedeli soliti a intervenir e ogni sabato, espressioni di stupore ed anche di lamento per non potervi entrare una donnetta fu udita rispondere a chi ne faceva le meraviglie. É la Messa di peccatori celebrata oggi da un santo. [231]

                Don Bosco parlò dopo il Vangelo. Il testo della sua allocuzione non ci è stato trasmesso; i giornali si contentarono di dire che esaltò la carità ed espose lo scopo delle sue opere. Mentre distribuiva la comunione, gli accadde cosa già da noi narrata[190]: la subita apparizione di Luigi Colle. Tal vista lo distrasse: balaustra, fedeli, sacerdoti, tutto si ecclissò a' suoi occhi, ed egli stava là fermo con il pollice e l'indice in atto di prendere dalla pisside la particola, ma senza mai levarne la mano. Gli astanti non vedevano nulla, nè s'accorsero del colloquio interno, che avveniva in quei momenti e che noi riferimmo; onde i preti della parrocchia, credendolo molto affaticato, andarono essi a comunicare, mentre altri gli si avvicinarono e lo ricondussero all'altare. Quando rientrò in sè, si trovò dinanzi al messale.

                Dopo la Messa un malinteso causò una scena un po' rumorosa. Il parroco, temendo che l'impeto della folla travolgesse Don Bosco, voleva sequestrarlo nella sacrestia; ma una signora, immaginatasi che in quel tentativo entrasse della gelosia per la popolarità del Santo, si avanzò con passo marziale, prese Don Bosco per un braccio, lo tirò indietro e lo fece appressare alla gente, sfogando la sua disapprovazione come per una mancanza di riguardo commessa verso di lui. Il parroco, mortificato, virtuosamente non fiatò, anche per rispetto alla persona che gl'infliggeva tale umiliazione. Era madama di. Cessac, nobilissima signora, già dama di corte dell'imperatrice Eugenia. Suo marito nel tempo dell'impero aveva occupato altissime cariche. Essa stimava tanto Don Bosco, che gli confidava ogni suo segreto; e sembra che abbia ricevuto da lui molte lettere di direzione spirituale. Così si dice; ma noi finora non ne conosciamo neppur una. A Parigi, per assistere alle Messe del Santo, si sottoponeva al doppio sacrifizio di anticipare il suo levarsi e di aspettare a volte per ore e ore. Teneva poi continuamente la propria carrozza a [232] sua disposizione. Gentildonna assai colta e d'animo virile, trattava regalmente anche con personaggi cospicui; per Don Bosco invece dimenticava ogni etichetta. Anche i figli di Don Bosco, quando furono a Ménilmontant, potevano andare da lei in qualunque momento; con loro si mostrò sempre generosa di elemosine e di protezione.

                La folla non riempiva soltanto la chiesa, ma ingombrava anche la piazza dei Petits Pères[191], sulla quale si apre la porta maggiore; allorchè Don Bosco uscì, la circolazione vi era ancora interrotta[192].

                I moltissimi, a cui era stato precluso l'ingresso alla Madonna delle Vittorie, si assicurarono un posto il giorno seguente alla Maddalena, Questa chiesa, notevolmente più vasta, è la più aristocratica di Parigi. Predicatori di cartello sogliono montarvi in pergamo. Don Bosco non avrebbe forse ardito parlare da sì alto luogo, se l'Arcivescovo medesimo non ve l'avesse indotto. Nell'udienza concessagli al suo arrivo il Cardinale, accomiatandolo, spontaneamente gli disse di fare una questua per le sue opere alla Maddalena e di premettervi un suo discorso. Don Bosco sulle prime tentò di schermirsi dal parlare dinanzi a un uditorio così scelto, allegando la sua imperizia nell'uso della lingua francese. Ma: - No, no, gli rispose Sua Eminenza. Parli, parli! Parigi crederà più a lei che non ad altri. - Era veramente un'attenzione assai delicata che lo commosse, tanto che, corrispondendogli con pari delicatezza, si astenne sempre a Parigi dal questuare in pubblico per la sua chiesa del Sacro Cuore a Roma. Tre opere principali assorbivano allora le sollecitudini finanziarie del cardinale Guibert: il tempio di Montmartre, l'organizzazione delle scuole libere e l'Istituto cattolico. Laonde l'offerta di una questua in una delle chiese più ricche della capitale si [233] doveva considerare come segno di alto favore, di un favore così segnalato che forse era senza esempio.

                I giornali del 28 annunziarono la conferenza con larghi ragguagli sulla vita e sulle opere del conferenziere[193]. Alle tre pomeridiane doveva cominciare la conferenza; ma fin dall'una la moltitudine attendeva compatta e non composta soltanto di popolani. La sorte toccata il dì innanzi a quelli dell'ultima ora, rimasti inesorabilmente fuori della porta, aveva insegnato come bisognava fare per procacciarsi dentro un posto pur che si fosse. Prevedendosi un concorso esorbitante, si erano portati via tutti gl'ingombri mobili non strettamente necessari. Gli uomini riempivano anche il coro, occupando pure i gradini e la predella dell'altare. Sudarono un bel po' coloro che fecero largo al Servo di Dio in mezzo alla calca. Fra gli altri un signore dall'alta e nerboruta persona gli si offerse per quel servizio fin dall'ingresso. Don Bosco scendeva dalla carrozza, quando colui gli porse il braccio per sorreggerlo e difenderlo dalla folla che l'opprimeva. Il Santo, credendolo un francese, fece atto di ringraziarlo; ma quegli in schietto piemontese lo interrogò come stesse. Don Bosco lo guardò con grata sorpresa, ma senza conoscere chi fosse.

                 - Non mi riconosce? gli disse l'altro. Eppure ci vediamo ogni tanto.

                 - In questo momento, rispose Don Bosco, ho la testa stanca... Non saprei...

                 - Sono torinese... Buscaglione!

                 - Ah, ora sì che ci sono!

                Il commendatore Buscaglione era professore nell’Università di Roma, direttore dell'agenzia Stefani, console di Spagna e Grande Oriente della Massoneria torinese, ma voleva molto bene a Don Bosco e nell'insegnamento cercava di rispettare la coscienza dei giovani. Caduto ammalato a Napoli [234] e assistito da suore, poche ore prima di spirare fece chiamare il prete. Le sue relazioni con Don Bosco gli avevano fatto del bene.

                Fiancheggiato dunque, preceduto e spalleggiato da un gruppo di ardimentosi, moveva a stento i passi verso il pulpito, mentre, quanti potevano, gli afferravano le mani per baciargliele. Finalmente eccolo lassù salutare con lieve inchino del capo l'uditorio, sedersi e misurare con lo sguardo tutto quel mondo di gente che lo stava rimirando. Con quelle forze così logore, con quell'esperienza così rudimentale della lingua, uno straniero, un italiano che non fosse Don Bosco si sarebbe sentito mancar l'animo dinanzi a un pubblico tanto numeroso ed eletto e, messe insieme quattro frasi alla meglio per raccomandare l'elemosina, avrebbe cercato di liberarsi presto da una situazione così imbarazzante. Egli al contrario, senza perdere un ette della sua calma abituale e con l'umiltà di chi per amor del prossimo mette in non cale qualsiasi figura gli tocchi fare al cospetto de' suoi simili, tenne un discorso relativamente lungo. La sua esile voce non giungeva certamente lontano; eppure non fu avvertito il menomo segno di protesta o di malcontento, com'è naturale che avvenga in simili casi. Egli parlava adagio adagio, spiccando sì bene le parole, che senza difficoltà si poteva scrivere quanto diceva. Difatti un redattore della realista Gazette de France e qualche altro stenografarono agevolmente tutto quello che disse[194]. Qui lo traduciamo in italiano, chiudendo fra parentesi quadre alcuni periodi omessi dalla Semaine Catholique di Parigi, che pure lo riprodusse.

 

                               Signori,

 

                Sono profondamente commosso alla vista di sì numeroso uditorio e non so come rispondere a questa premura. É per me una consolazione [235] indicibile il parlare a un'assemblea così notevole di buoni cattolici. Della gioventù noi dobbiamo intrattenerci.

                Secondo la parola di uno dei vostri più illustri prelati, monsignor Dupanloup, la società sarà buona, se voi darete una buona educazione alla gioventù; se voi la lascerete andar dietro all'impulso del male, la società sarà pervertita. Quando mi si parla della gioventù, diceva un santo prete, io non voglio che mi si facciano progetti, ma voglio vedere i risultati ottenuti. Ebbene io vi esporrò con semplicità quello che la divina Provvidenza ci ha permesso di fare per la gioventù; i vostri cuori ne saranno inteneriti.

                Voi v'interesserete dei nostri poveri orfani abbandonati. Non solamente noi vogliamo allontanare, allevare, istruire tutti quelli che  abbiamo già raccolti, ma ne vogliamo salvare molti altri. Prima di spiegarvi le nostre opere, v'indicherò come penso di soddisfare al mio debito di riconoscenza verso di voi.

                Per ispeciale favore del Santo Padre, io posso dare a tutti quanti siete radunati alla destra di Dio, per voi e per le vostre famiglie, una benedizione, a cui è annessa l'indulgenza plenaria. Domani io dirò la Messa secondo l'intenzione di tutti coloro che prestano il loro concorso alle nostre opere, e specialmente per le nostre caritatevoli questuanti, per il signor curato e per il clero della parrocchia. Supplicherò Iddio di concedere a voi tutti le sue benedizioni più particolari. Dio vi consoli, vi colmi de' suoi favori e mi aiuti oggi a esprimermi degnamente dinanzi a voi.

                La prima cosa che  si domanda a un uomo che  parla di grandi disegni, è che mostri l'intento della sua opera, il suo scopo. Ciò che gli si domanda dopo, è che indichi il risultato ottenuto. Rispondo alla doppia domanda, spiegando il fine generale dell'opera nostra.

                Parlando della gioventù, io non intendo quella allevata con tante cure nelle famiglie agiate, in collegi od in istituti; ma parlo solamente dei fanciulli abbandonati, dei vagabondi che girano per le vie, per le piazze, per le strade. Parlo solo di questi esseri derelitti, che tosto o tardi diventano il flagello della società e finiscono con andar a popolare le prigioni.

                A Torino, frequentando le carceri per esercitare il mio sacro ministero, constatai la necessità della mia opera. Fra i carcerati trovavo una folla di giovani, nati da genitori mestissimi. Era evidente elle, se quei ragazzi avessero ricevuto una buona educazione, non si sarebbero mai abbandonati al male. Orbene io pensai che se, usciti dal carcere, si lasciavano ancora in balìa di sè, neri potevano noti fare cattiva fine, mentre, occupandosi di loro, radunandoli la domenica, vi era forse ancora modo di ritrarli dal vizio.

                Per ottenere un buon risultato, quando si è senza mezzi, bisogna mettersi all'opera con la più intera fiducia nel Signore! Così abbiamo cominciato l'opera del nostro oratorio festivo; accanto ai nostri giovani [236] scarcerati radunavamo ben tosto tutti i vagabondi. Si giunse a provvedere una casa capace di ricoverarne molti e in capo a un certo tempo si potè cingere di un muro il cortile.

                Allora con l'aiuto di giovani ricchi della città ci si occupò di quei poveri orfani, insegnando loro la musica ed esercitandoli nella corsa, nella ginnastica, nella declamazione in accademie letterarie, e poi dopo la colazione e la merenda si procurarono loro molti onesti divertimenti. I primi frutti ottenuti mi portarono a riconoscere che l'opera veniva da Dio.

                Quando ci fu possibile avere una cappella, vennero alcuni preti ad ascoltare le confessioni dei nostri orfani, e mentre gli uni di questi si divertivano con i collaboratori dell'opera, gli altri si confessavano e comunicavano. All'ora stabilita un colpo di campanello metteva fine ai giuochi e tutti insieme si assisteva ai divini uffizi. In tal maniera il tempo era interamente occupato dalla prima ora del mattino fino a mezzogiorno. A questo punto ognuno ripigliava la sua libertà, ma alle due ci si riuniva di nuovo e il tempo si divideva ancora fra l'assistenza al catechismo, i vespri, la benedizione e la ricreazione.

                I giovani ricchi che si dedicavano alla nostra opera, consacravano gran parte del loro tempo a trovar lavoro per i nostri orfani. Andavano dai padroni, dagli industriali e dai negozianti e ne collocavano un gran numero.

                Tosto ci vennero in aiuto le signore, che s'adoperarono a procurare abiti per i nostri poveri ragazzi.

                [La nostra opera otteneva allora il doppio vantaggio di preservare dal male i vagabondi da noi raccolti e di riabilitare e rassodare dopo la caduta i giovani rimessi in libertà, fuori del carcere]. Fra i vagabondi raccolti a Torino se ne trovavano di quelli molto grandi e molto ignoranti. In breve, quando nell'oratorio si vedevano a contatto con giovanetti già da noi istruiti, si vergognavano della loro ignoranza. Dio ci suggerì l'idea di fare per loro scuole a parte e la sera avemmo spesso la consolazione di radunare da 150 a 2oo giovanotti, che poi arrivavano a domandarci da se stessi di confessarsi e comunicarsi. [Avevamo così la fortuna di salvarli proprio sull'orlo dell'abisso]. Poco dopo dovemmo stabilire scuole diurne.

                Nelle mie corse per la città, incontrando un giovane senza mezzi di sussistenza, gli facevo questa domanda:

                 - Vuoi lavorare?

                 - Si, mi rispondeva, ma non so dove andare.

                 - Te lo indicherò io.

                 - Non mi riceveranno, perchè sono troppo mal vestito.

                 - Vieni con me, ti si vestirà.

                E tutti mi seguivano con piacere. Ecco tutta la storia della fondazione dei nostri oratori, chiamati ospizi od orfanotrofi.

                In seguito intravedemmo la necessità di dare onesti lavoratori [237] alle campagne e in Italia, in Francia e più particolarmente nella Spagna e nell'America organizzammo orfanotrofi agricoli.

                La buona riuscita dei nostri sforzi per i giovani c'indusse a tentare le medesime opere per le giovani e mercè la fondazione della Congregazione delle Suore di Maria Ausiliatrice potemmo riuscirvi.

                La storia delle nostre opere sarebbe troppo lunga; mi limiterò ora a rispondere alla domanda che dentro di voi mi fate. Il risultato ottenuto è consolante? Oh sì, posso rispondere! I nostri ospizi si sono moltiplicati dappertutto, in Italia, in Francia, in Ispagna, ma più specialmente nell'America. Per parlarvi solo di ciò che riguarda la Francia, vi dirò che noi possediamo a Nizza un ospizio di 230 ragazzi. Alla Navarre, nel distretto della Crau, i 120 giovani che si trovano nell'ospizio si occupano nei lavori della terra. A Saint - Cyr, fra Tolone e Marsiglia, abbiamo un vasto orfanotrofio di fanciulle povere e abbandonate. Oltre la chiesa e la scuola, dove stanno tutte insieme, quelle giovani attendono ai diversi lavori proprii della loro condizione. Di giorno lavorano nell'orticoltura, la sera fanno cucito. A Marsiglia il nostro ospizio maschile contiene 300 convittori, e più di 150 giovani ricevuti come esterni sollecitano l'ammissione. [Il posto manca purtroppo, benchè abbiamo costruito vasti edifizi. Per questo lato abbiamo debiti rilevantissimi, che bisogna pagare. Ci si verrà in aiuto, perchè abbiamo lavorato solo per la gloria di Dio, per il bene della società e per la salvezza delle anime].

                A misura che le nostre case si sono andate sviluppando, noi abbiamo costatato da una parte che molti nostri orfani avevano specialissime attitudini agli studi liberali e dall'altra ci siamo veduti nella necessità di aumentare in proporzioni notevoli il numero dei nostri catechisti, dei nostri insegnanti, dei nostri assistenti. [Grazie a Dio abbiamo potuto creare un'opera nuova, che ha conciliati i nostri bisogni con l'interesse personale dei nostri giovani e con l'interesse sociale; e così abbiamo nella nostra casa organizzato corsi superiori d'insegnamento]. In breve abbiamo formato un discreto numero di maestri e d'assistenti per le prime classi.

                Dio ha benedetto la perseveranza dei nostri sforzi e oggi abbiamo dato alla Chiesa e alle nostre opere un numero immenso di sacerdoti che con tutto lo zelo desiderabile dirigono le nostre case. Quanto a quei nostri giovani che non sono chiamati dalla loro vocazione al sacerdozio, ne abbiamo continuata l'educazione secondo le loro attitudini.

                La nostra opera continua oggi, ma già da tempo sia in Italia e in America che in Francia i nostri giovani orfanelli occupano i posti più distinti nelle università e nelle accademie. Hanno trovato da noi, cattedre ordinarie di lettere, di scienze, di diritto, di medicina. In tutte le professioni liberali dov'essi figurano, i giovani da noi allevati si onorano dell'educazione ricevuta. [238] oggi il numero delle case da noi fondate e dirette raggiunge la cifra enorme di cento sessantaquattro. Più di: 150.000 mila giovani vi sono ricevuti e ogni anno il movimento di chi entra e di chi esce varia da 34 a 40.000 Tutti gli anni abbiamo la consolazione di aver cooperato alla salvezza di queste anime, da noi messe in grado di servir Dio, la religione, la patria, la famiglia, la società.

                [Grazie ai giovani da noi allevati e che ci fanno da missionari, le nostre opere pigliano uno sviluppo ogni dì maggiore in Francia, in Italia, in Ispagna, nel Brasile, nella Repubblica Argentina e fin nelle contrade selvagge della Patagonia].

                Se ogni giorno ci allarghiamo, ci troviamo pure ogni giorno alle prese con maggiori difficoltà per procurarci danaro, Finora abbiamo potuto mantenere tutti questi ragazzi. Come ci siamo riusciti? Ecco il gran mistero, che vi debbo palesare. Povero, senza mezzi di sussistenza, come ho potuto io fondare e sostenere queste opere? É il segreto della misericordiosa bontà di Dio. [Egli si è compiaciuto di favorire la mia opera, perchè il bene della società e della Chiesa risiede nella buona educazione della gioventù]. La Santa Vergine è stata per noi realmente Ausiliatrice, perchè a lei dobbiamo i buoni risultati delle nostre fatiche ed essa è che ci ha procurato i mezzi per fabbricare case e chiese. [Noi siamo andati avanti unicamente con la sua protezione; essa benedice chi si occupa della gioventù]

                Ringrazio di tutto cuore voi tutti, che  mi avete ascoltato con tanta attenzione e carità. Ringrazio Maria Ausiliatrice di ogni soccorso da lei datoci. In premio della vostra carità per gli orfani, essa proteggerà i vostri interessi, le vostre famiglie e sarà guida e sostegno dei vostri figli. [Io la prego d'essere sempre nostra madre e di mostrarsi nell'ora della morte nostra alta protettrice]. Sia essa la nostra forza quaggiù, nell'attesa di poterla lodare e benedire nel cielo.

 

                La Semaine Catholique, riportate le parole di Don Bosco, vi fece seguire questo suo commento: “Un'allocuzione così semplice ha affascinato il picciol numero dei privilegiati che la poterono udire; ma l'aria di santità che spirava dall'esteriore del caritatevole sacerdote bastò a infondere nell'intero uditorio un senso di profonda venerazione”. E l'Aubineau nel suo opuscolo: “Sarebbe difficile ascoltare discorso più semplice e a un tempo più efficace. Don Bosco ha rivelato insiememente se stesso, la sua, vita e la sua opera. Chiede per i suoi giovani ed enumera le ragioni che debbono muovere ogni fedele a venirgli in aiuto. Salvando le anime, egli promuove il bene della società ed ha promesse eterne e temporali [239] per quanti lo vogliano aiutare. Porta dappertutto la benedizione del Papa, ma bisogna convenire che porta anche la benedizione di Dio. All'arte di domandare Don Bosco sa unire l'arte di ringraziare; nè si è limitato a ringraziamenti dall'alto del pergamo per quanti gli prestavano il loro concorso, ma disse pure alle signore questuanti che la Vergine Ausiliatrice è la Provveditrice titolare di tutti gli ospizi salesiani e che esse questuando come avevano fatto per la gioventù povera e abbandonata, erano state le coadiutrici della Madre di Dio. Don Bosco è tutto per la sua opera: quanto dice, quanto fa, ha di mira i suoi orfanelli. Altro tema da svolgere non ha, ma ogni cosa lo richiama a quei poveri giovani da vestire, da mantenere, da salvare. Per la salvezza de' suoi orfani abbondano i miracoli nelle mani di Don Bosco, e non è da stupire delle condizioni da lui poste per le diverse grazie che gli si vogliono far ottenere da Dio. Tutto dipende dal sollevare gli orfani e dal cooperare con Gesù Cristo alla salvezza di, quelle anime riscattate col suo Sangue. Far fruttificare il Sangue di Gesù Cristo è l'oggetto della collaborazione domandata da Don Bosco a tutti quanti hanno bisogno per sè delle virtù benefiche, le quali procedono dalla veste del Signore”.

                Anche l'ottimo Clairon di Parigi in un articolo del Meurville intitolato “Un Taumaturgo nel 1883” faceva queste osservazioni: “Don Bosco ha predicato ieri alla Maddalena, e la chiesa era gremita come se si trattasse di ascoltare il più grande oratore. Alle due pomeridiane bisognò chiudere le porte ai nuovi arrivanti, perchè gli uditori si pigiavano già fin sui gradini dell'altar maggiore intentique ora tenebant. Eppure Don Bosco non è un oratore. Parla con difficoltà il francese e la sua voce non possiede la sonorità che scuote le masse, nè il timbro argentino che carezza le orecchie, nè gli accenti che soggiogano i cuori. Ha gesto sobrio e lento, sguardo velato e senza lampi; tutto il suo esteriore spira dolcezza, semplicità e umiltà cristiana. Con questo scarso bagaglio oratorio egli affrontò il pubblico parigino così scettico, così [240] sensibile al fascino della parola, che per lui tutte le belle doti dell'ingegno si riassumono nell'eloquenza, e un bel parlatore è a' suoi occhi tutto quello ch'ei voglia essere: uomo di Stato, generale, finanziere e all'occorrenza tutto questo insieme [ ….. ]. Si udiva a stento, si capiva appena, ma la sua idea si era impadronita della moltitudine e - la grandezza della sua opera sfolgorava luminosa nel tempio, formando come un'aureola intorno alla fronte di colui, che con niente aveva compiute cose tali”[195].

                Dopo la conferenza, mentr'egli si avviava dal pulpito alla sacrestia, fu un vero spettacolo di fede: tutti di mano in mano inchinarsi per ricevei ne la benedizione, le madri presentargli i figli perchè li benedicesse, molti fargli benedire oggetti religiosi o cercare di toccargli l'abito. I personaggi più ragguardevoli, e non erano pochi, lo aspettavano nella sacrestia, sperando di ottenere qualche minuto di udienza. “Il buon Padre, scriveva la Semaine Catholique, con la calma e la semplicità dei Santi, che a Dio riferiscono gli attestati di rispetto e di fiducia, a cui son fatti segno, riceveva in una cameretta”. Il redattore del periodico potè essere ammesso a leggergli alcuni passi della conferenza da lui stenografati, ma non con sicurezza afferrati. “L'affabilità di lui, continua egli nell'articolo che è suo, avvince talmente che, pensando ai tanti che stavano fuori in attesa, ci siam dovuti far violenza per istrapparci al fascino della conversazione di quell'uomo, così grande per le sue opere e nondimeno così affettuoso, così affabile, così pieno di compassione verso lo sconosciuto, che gli aveva lasciato intravedere una sua pena intima e senza conforto su questa terra”.

                I nove decimi degli uditori erano usciti dal tempio facendo voti di poter almeno leggere le cose che non avevano potuto intendere; al loro desiderio soddisfecero largamente i giornali, attingendo soprattutto alla Gazette de France. [241]

                Le questuanti encomiate da Don Bosco appartenevano alla prima nobiltà parigina[196]. Collocatesi presso tutte le uscite della chiesa, raccolsero quindicimila franchi.

                Alla Maddalena Don Bosco ebbe un uditore già illustre, ma che doveva illustrarsi ognor più fino ai giorni nostri, il futuro cardinale Pietro Gasparri, allora professore assai riputato di diritto canonico nell'Istituto Cattolico parigino. Egli era là per una missione, a cui sembrava il più indicato, specialmente perchè italiano: per incarico del Rettore monsignor D'Hulst doveva cogliere Don Bosco nella sacrestia dopo la conferenza e condurlo in via Assas a un pranzo, che un gruppo di professori dava in suo onore. Il vecchio Cardinale, onusto ormai di tanta gloria, gioiva a cinquant'anni di distanza, riandando il fatto e descrivendo la difficoltà dell'impresa. La folla, diceva egli, assediava Don Bosco da ogni parte. Chi gli chiedeva una benedizione o un ricordo nelle sue preghiere, chi gli domandava una medaglia, chi gli metteva in mano un’offerta. La calca era superiore a ogni immaginazione. Il povero Don Bosco, sballottato in tutti i sensi, indulgeva con inalterabile buona grazia a tutte quelle pie indiscrezioni.

                L'inviato dovette pazientare a lungo per fare il suo colpo; ma potè strappare il Santo alla piena dei blasonati d'ambo i sessi, che lo tenevano prigioniero, e spingerlo sopra una democraticissima carrozzella di piazza. Non s'andò direttamente all'Istituto, perchè prima Don Bosco doveva visitare un fanciullo infermo. A mensa allietò i convitati con il suo dolce conversare. - Con il suo francese comme ci comme ça, disse Sua Eminenza, in un colloquio al quale assisteva anche chi ora scrive, si faceva capire ottimamente. - Appresso vi fu un ricevimento nell'aula magna con tutti i professori e quasi tutti gli allievi. Pregato di parlare, lo fece con grande semplicità, narrando l'origine della sua opera e le difficoltà [242] incontrate e vinte. Tutti pendevano dal suo labbro. Quando il vocabolo non gli veniva, si piegava da un lato e interrogava un vicino: - Come si dice questo in francese? - Udito il termine, lo ripeteva. C'ètait délicieux, concluse il Cardinale; le succès fut très grand[197].

                Nella sera stessa portò una grande consolazione in una nobile famiglia. Madama Du Plessis aveva una nipotina di appena ventisei mesi presa da una ipertosse con pericolose complicazioni, che facevano pronosticare ai medici una triste fine. La nonna, per mezzo della De Combaud, aveva ottenuto da Don Bosco la promessa di una visita all'inferma. Andò ella medesima a prenderlo con la sua carrozza, accompagnato dal segretario. Nel palazzo trovò i genitori della piccola inferma immersi nel pianto. Da poco avevano perduto anche un figlio. Il Santo condotto al letto della piccina, fece una breve preghiera; poi invitò a pregare anche i parenti e gli astanti. Mentre si pregava, egli di botto si arrestò e voltosi al signor Du Plessis: - Non basta, disse, che preghino gli altri; bisogna che preghi anche il padre. - Finalmente mise al collo della bambina una medaglia di Maria Ausiliatrice, dicendo: - Non è grave come credono. - Partito ch'ei fu, la bambina era dichiarata fuori di pericolo, ed è la vivente contessa Carla Du Reau de la Gaignormière, che ha ereditato dalla sua famiglia una grande divozione al Servo di Dio[198].

                Il 3o aprile, adempiendo la sua promessa, celebrò alla [243] Maddalena per le signore della questua e per tutti i benefattori delle sue opere. Volendo usare un riguardo alla qualità delle persone che vi dovevano assistere, fissò la Messa alle nove e mezzo e dopo impartì la benedizione con l'indulgenza plenaria. Brevi parole volle dire dall'altare sulla carità; ma soltanto i più vicini ebbero la sorte di udirle. Nulla ripeteremo del concorso, che fu anche allora come al solito; narreremo invece un fatto avvenuto poco prima che il Servo di Dio giungesse alla chiesa[199].

                Quella mattina era andato a prendere Don Bosco sul corso Messina l'abate De Bonnefoy, vicecurato di S. Rocco e poi Vescovo di La Rochelle, che predicava un triduo alla Maddalena ed erasi obbligato a condurre il Santo da un'ammalata. Si trattava di etisia all'ultimo stadio; in una crisi di poc'anzi l'inferma aveva ricevuto gli estremi Sacramenti, nè sembrava dover tardare molto la fine. Il pio abate insinuò nella madre e nella figlia etica la speranza, che dalla benedizione di Don Bosco potesse venire la salute. Il Servo di Dio, appressatosi al letto, domandò alla giovane:

                 - Avete fede?

                 - Sì, padre, rispose per la moribonda la madre, noi abbiamo pienamente fede.

                 - Se avete fede, guarirete, perchè la fede può trasportare le montagne. Direte dunque ogni giorno un Pater, Ave e Gloria in onore del Cuore misericordioso di Gesù e una Salve Regina perchè Maria Ausiliatrice vi prenda sotto la sua protezione. Farete così fino alla festa dell'Assunzione.

                 - Padre, ripigliò con vivacità la signora un po' delusa nella sua aspettazione a motivo del lungo termine prescritto alla preghiera, e se lei prendesse per mano la mia figlia e la guarisse subito?

                 - Mi lasci dire, le rispose Don Bosco un po' severamente [244] e facendo un gesto negativo col capo... Io pregherò per voi, farò pregare anche i miei giovani ed ora, celebrando la Messa alla Maddalena, vi ricorderò in modo speciale.. Addio, figliuola.

                Così dicendo, uscì dalla stanza e nell'andarsene avvertì la madre che lo accompagnava: - Non dimentichi la mia grande famiglia. - La signora però lo aveva già prevenuto, consegnando nascostamente all'abate De Bonnefoy una busta con un biglietto di banca dentro e con una soprascritta invocante la grazia della guarigione; ma l'atto era sfuggito au Pieux italien. Sull'ultimo gradino della scala Don Bosco la pregò di risalire, salutandola con un dolce augurio: - La pace di Dio sia sopra di lei e sopra della sua casa.

                La malattia continuava il suo corso; la povera sedicenne si dibatteva sempre fra la vita e la morte. Una magrezza spaventosa la ridusse letteralmente uno scheletro. Fino al 15 agosto fu un succedersi di alti e bassi. La mattina della solennità la madre e un suo figlio stavano per recarsi alla Messa, quando un grido echeggiò per tutta la casa. L'inferma, pochi minuti prima assopita, gridava con voce forte e allegra; - Mamma, mamma, sono guarita! - Corre la madre e la vede rosea e gaia che si veste da sè, gesticolando e cantando. Non crede ai propri occhi; ma tosto vede altro ancora. Senza toccar cibo, senz'appoggio di sorta, senz'aiuto di nessun genere la figlia s'incammina alla chiesa, si confessa e fa la comunione fra lo stupore di quanti conoscevano il suo stato. La guarigione fu tanto reale, perfetta e duratura, che nel 1898 madama Margherita (così la si chiamava di nome; non ne conosciamo il cognome) era madre di tre bambini, sani e robusti.

                Un altro Comitato di nobili dame con biglietti d'invito[200] annunziava Messa e conferenza di Don Bosco per le nove del I° maggio nella chiesa di S. Sulpizio; ma quand'egli giunse, erano già scoccate le dieci. La fitta moltitudine che aveva [245] pazientato tanto, pazientò ancora al veder comparire invece di lui sul pulpito il curato per avvertire che la grande stanchezza impediva a Don Bosco di tenere la conferenza e che per lo stesso motivo non avrebbe potuto dare a tutti la santa Comunione. Egli però al Vangelo si voltò e volle fare almeno un fervorino. La sua voce arrivava alla minima parte del numeroso uditorio; tutti per altro, scrive l'Aubineau[201], “contemplavano l'uomo di Dio, la cui persona aveva un'eloquenza fatta di semplicità, di modestia, di umiltà, di abbandono in Dio e di proprio oblio; il che tutto s'irradiava da lui, aureolandone le modeste sembianze”. La Gazette de France nel numero straordinario già citato riferì le brevissime parole da lui pronunziate e[202] che noi qui riportiamo tradotte.

 

                Con grande mia consolazione veggo questa moltitudine di buoni cattolici, formati così bene in questa parrocchia alla pratica della religione. La religione è l'unico solido conforto fra le miserie e le afflizioni di questa vita; essa sola ci assicura inoltre la felicità dopo la morte. Continuate a esserle fedeli e perciò comunicatevi sovente. Perseverate nelle vostre tradizioni di generosa carità per tutte le opere buone. La più importante è la cristiana educazione della gioventù. Cominciate dalle vostre proprie famiglie: allevate bene i figliuoli. Date buoni consigli a quanti potete conoscere. Se presso di voi si trova qualche orfano, prendetevene una cura particolarissima, insegnategli a servir Dio, aiutatelo a evitare le tentazioni del vizio. Mi dispiace di non potervi esporre l'opera, in favore della quale io vengo a chiedervi limosine. Essa consiste nel raccogliere fanciulli orfani e vagabondi per farne buoni cittadini e buoni cristiani. Con la grazia di Dio e mercè la protezione della Santa Vergine noi abbiamo potuto raccogliere e allevare centinaia di migliaia di questi fanciulli poveri e abbandonati. Le vostre limosine mi serviranno per continuare e sviluppare quest'opera buona. Così voi vi otterrete le benedizioni di Dio. Quando entrerete in cielo, Egli vi mostrerà le anime, che anche voi avrete contribuito a farvi entrare. Allora proverete la verità di quelle parole: Animam salvasti, , tuam praedestinasti; chi salva un'anima assicura la propria salvezza. [246]

                L'accenno all'efficacia dell'opera parrocchiale non gli venne fatto per mero complimento; poichè egli sapeva quanto la parrocchia di S. Sulpizio fosse rinomata per il suo spirito di fede e di pietà, che  le ha meritato il titolo di regina delle parrocchie.

                Sei preti andarono subito in giro per la questua. La comunione durò solo mezz'ora, perchè alcuni sacerdoti lo aiutarono. Faceva pena il vederlo scendere dall'altare e avviarsi alla sacrestia fra parecchi che facevano a gara per sorreggerlo. Un vecchio venerando, inginocchiato sul suo passaggio, gli prese la mano e gliela portò sul capo de' suoi due figli, quasi pegno di celeste benedizione.

                A mezzogiorno gli accessi alla sacrestia erano ancora assediati dalla gente; non pochi aspettavano che uscisse per presentargli ammalati. La sua vettura, quand'essa finalmente si mosse per portarlo dalla signora Vendryès, fu circondata da tanti, che doveva avanzarsi con gran lentezza; qua e là gruppi di persone s'inginocchiavano per esser e da lui benedette. Un giornale religioso[203], informando di queste dimostrazioni i suoi lettori vicini e lontani, scriveva: “Questo personaggio straordinario, il cui nome risuona sulle labbra di tutti e del quale i pubblici fogli raccontano meraviglie, che  si direbbero cose da leggenda, è un uomo di statura media, con fisionomia veneranda, ma semplice, con un andare malsicuro, con un corpo debole; lo giudicheremmo esausto di forze, se il nostro sguardo non fosse rapito dalla vista di quella testa vigorosa e asciutta, di quegli occhi brillanti e profondi, nei quali si legge la calma, l'energia, la fede. Non è eloquente, ha voce fioca e pochi lo sentono; ma nella sua persona egli riflette la santità e lo spirito caritatevole di Nostro Signore Gesù Cristo. Il suo motto è: Tutto di Dio, tutto da Dio, tutto per Dio. Tutta l'energia dell'anima e tutta la forza del suo essere sono da lui consacrate al servizio di Dio e del prossimo”. [247]

                Lungo la via Sèvres, una delle arterie più aristocratiche di Parigi, spesseggiano chiese, case religiose, istituti educativi, opere cattoliche; aveva sua sede in essa presso i Lazzaristi anche il Patronato degli orfanotrofi, il cui scopo era di favorire e sviluppare gli Enti destinati ad accogliere poveri orfanelli di campagna per farne buoni cristiani e utili agricoltori od orticoltori. L'opera non ricoverava, ma collocava in orfanotrofi adatti i fanciulli e distribuiva sussidi annuali a direttori di ospizi agricoli, che fossero organizzati in modo soddisfacente, soprattutto quando si trattasse di fondazioni recenti e di tipo rurale. Le entrate erano costituite da lasciti e doni di benefattori, da collette e dal prodotto di un'annua questua. Il marchese di Gonvello, promotore zelante e generoso dell'opera, aveva stabilito che i suoi aderenti che si dedicavano così all'adozione dell'infanzia, potessero ascoltare il prete che tutta la sua vita consacrava alla redenzione della gioventù abbandonata; procurò dunque che si tenesse una solenne riunione presieduta da Don Bosco.

                A S. Lazzaro gl'invitati ebbero il vantaggio di trovarsi come in famiglia, al riparo dagli affollamenti, che solevano prodursi intorno a Don Bosco nei luoghi aperti al pubblico; poterono quindi vederlo e udirlo tutti a loro bell'agio. L'adunanza fu aperta verso le due e mezzo del I° maggio. Don Bosco, seduto nel fondo della sala, aveva a destra il Comitato delle dame patronesse con a capo la Duchessa di Reggio e a sinistra il Comitato dei membri fondatori, fra i quali monsignor Du Fougerais, presidente dell'opera e direttore della Santa Infanzia. Gli astanti gustarono tutti grandemente le parole del Santo. Fu notato che le nobili dame tenevano in mano per consegnarli a lui foglietti scritti a matita o a penna e contenenti i loro desiderata, richieste cioè di preghiere per guarigioni, per conforti, per grazie spirituali, per mille cose. Egli parlò così[204]: [248]

 

                               Monsignore, Signori,

 

                Ciò che costituisce la bontà di questa riunione è il suo collegarsi alla grande opera, che oggi mi porge occasione d'indirizzarvi qualche parola. Io non so come conciliare le due cose: la nostra opera è opera di povertà e di miseria e qui mi sembra che tutto sia ricchezza e abbondanza. É vero non di meno che per condurre a buon termine un'opera sì bella e grande due cose si richiedono: da una parte la ricchezza che dà e la carità che largheggia, e dall'altra la povertà che riceve con riconoscenza questa carità.

                Ebbene, ecco appunto quello che oggidì trovo a profusione e da ogni parte nella grande città di Parigi. Lo vedo qui in questo momento e specialmente in lei, Monsignore, che già tante volte ha dato prova della sua bontà e carità nella città della sua diocesi. Ma ha fatto ancora di più: ha voluto onorare talvolta con la sua presenza la città di Torino. Questo è, mi permetta di dirglielo, un favore, del quale noi serberemo sempre il più profondo e caro ricordo.

                Ed ora che cosa vi può dire di più un povero prete come me, che si sa appena esprimere e far capire nella vostra lingua francese? Altro non può fare che darvi la sua benedizione. Il Signore Onnipotente vi conceda il coraggio necessario per affrontare le battaglie della vita e vi dia il coraggio di confessare e difendere dappertutto e sempre la verità; ve lo doni specialmente in questo momento, nel quale abbiamo tanto bisogno di cattolici e buoni cattolici! Nell'ora presente non con le armi guerriere nè con la violenza nè con mezzi simili deve il buon cattolico difendere la religione; quello che bisogna fare è sforzarsi con il buon esempio e con la pratica di tutte le virtù per conciliare tutti i cuori a questa religione, alla quale abbiamo la fortuna di appartenere.

                Sotto questo aspetto io rivolgo tutti i miei ringraziamenti a Monsignore, che accorda la sua amorevole carità alla nostra grande opera e l'accorda in maniera specialissima alle opere agricole. Intendo parlare di Saint - Cyr presso Tolone; poi di Marsiglia, dove esiste una gran casa per artigiani della maìtrise e per studenti poveri; della Navarre, dedicata interamente ai fanciulli poveri della campagna; di Nizza infine, dove si ricevono poveri giovani di piazza e di strada, tutti quelli pericolanti e che, se non trovano una mano soccorrevole che li raccolga, sono destinati a diventare in brevissimo tempo il flagello della società. Sono quelli che riempiranno le prigioni e che diverran presto non più solamente infelici, ma purtroppo, lo ripeto, il flagello della società in generale e della famiglia in particolare.

                Ecco quali sono le opere che la vostra società protegge e che Monsignore nella sua bontà dirige.

                Ebbene Monsignore, Dio nella sua divina clemenza la benedica, le conceda lunghi giorni felici, le conceda di consacrarli alla protezione [249] delle opere cattoliche, a opere di pace e di concordia: le permetta Egli di vedere ciò che più ardentemente desidera, cioè, il quotidiano moltiplicarsi di tutte le opere giovanili, opere che sono l'onore della Francia e di tutti i Francesi. Dio protegga questa bella e nobile Francia! Egli la salvi, le doni la pubblica pace e tranquillità e conceda a noi, Monsignore, di veder lei nel giorno estremo portato sulle ali degli angeli dalla terra al paradiso. Grazie alla divina protezione del Signore tutte queste opere di carità da lei ora intraprese siano come una semenza di bene, semenza che fruttificherà ogni dì più e formerà in terra la gloria della Francia e di tutti i buoni cattolici.

 

                Com'egli ebbe finito, monsignor Presidente con parole che gli sgorgavano dal cuore, espose lo scopo dell'opera a favore degli orfanotrofi agricoli, lodò la generosità dei dirigenti e mostrò la dura necessità della lotta che la Chiesa doveva sostenere contro l'empietà per difendere le anime dei fanciulli. Da ultimo invitò Don Bosco a benedire l'assemblea. Il Santo prontamente acconsentì, ma innanzi tutto riprese a dire: Prima di darvi la benedizione vi domando il permesso di dirvi ancora una parola. In questo momento io conosco ancor meglio, se è possibile, la grandezza dell'opera, della quale voi siete i patroni e i protettori e della quale io ebbi già più volte occasione di avvantaggiarmi. Oggi poi mi trovo nella circostanza di poter raccomandare maggiormente le sorti di quest'opera rigeneratrice, opera che è già al presente e sarà ancor più in avvenire una fortuna per la società. La vostra opera è ben nota al nostro Santissimo Padre. L'ultima volta che ebbi il grande onore di vederlo, m'incaricò di darvi o piuttosto di trasmettervi la sua particolare benedizione, e di assicurarvi che nella Messa vi raccomanderà sempre a Dio. Io dunque secondo l'intenzione del Santo Padre vi dò ora la santa benedizione. - Tutta l'assemblea era commossa. Mentr'egli parlava, si vedevano sulle guance a molti scorrer lacrime. “Don Bosco, scriveva l'organo mensile dell'opera[205], parla con un po' di stento la nostra lingua francese; ma vi è nel suo dire [250] un'intensità di carità e di fede, che va al cuore”. Anche il Figaro del 2 maggio, dando notizia del trattenimento, ne prese motivo per parlare del soggiorno di Don Bosco a Parigi e lo fece in termini simpatici, rappresentando il Servo di Dio nel suo aspetto semplice e modesto, sans affèterie, sans pompe, sans phrases.

                In quella casa madre della Missione un religioso di sessantatrè anni, il padre Duhlleux, era quasi agli estremi. Suo fratello, confidando nel potere soprannaturale di Don Bosco, glielo condusse nell'infermeria.

                 - Vorrei vivere per vedere la prosperità della Congregazione, disse con un filo di voce l'infermo.

                 - La potrà vedere da altro luogo, gli rispose il Santo, che però seppe condire la sua    risposta con parole di conforto e con la sua benedizione.

                Il malato cessò di vivere il giorno appresso[206].

                Dimorava presso i Lazzaristi un prelato assai popolare in tutta la Francia, monsignor Freppel, vescovo di Angers e deputato del Finisterre. Venendo a Parigi quand'era aperto il Parlamento, soleva allora prendere alloggio nella casa dei Figli di S. Vincenzo. Egli desiderava vivamente di avere un incontro con Don Bosco. Il Santo, saputo questo, andò a visitarlo e stette con lui in privato colloquio per circa mezz'ora[207]. L'impressione riportata da Monsignore dovette essere eccellente, se l'anno dopo, come vedremo, fece di lui uno splendido elogio nella Camera dei Deputati.

                In un'altra chiesa, singolarmente cara ai cattolici francesi e alla nobiltà parigina, portò Don Bosco la sua desiderata parola: nella chiesa di S. Clotilde, della Santa che con le sue virtù indusse il re dei Fianchi Clodoveo, suo marito, a farsi cristiano. Vi parlò la mattina del 3 maggio, festa dell'Ascensione, [251] dopo avervi celebrata la Messa. Non disse quasi niente di nuovo, ma ripetè sostanzialmente le cose dette alla Maddalena. Tanti accorsero ad ascoltarlo, che c'era quasi da soffocare. Vi furono molti che fecero la comunione. Abbondante fu la questua. Quello che avvenne dopo, è stato già descritto[208]; si narrò pure altrove d'una apparizione di Luigi Colle[209].

                Passato l'intermezzo di Lilla, dal 5 al 16 maggio, subito il giorno dopo che tornò alla capitale, tenne conferenza nella vasta chiesa di S Agostino dinanzi a un uditorio serrato e divoto. Fin verso il termine ragionò della sua opera, come aveva fatto precedentemente; ma nella chiusa manifestò i suoi disegni per Parigi dicendo:

 

                Spero che le pie signore e i signori di questa grande e così caritatevole città di Parigi ci verranno in aiuto per stabilire qui una casa di questo genere. É una cosa che s'invoca da ogni parte. C'è modo di stabilire anche a Parigi una casa come quelle di Marsiglia, di Nizza, di Torino. Io credo che si potrà stabilirne qui una che sarà in grado di soddisfare a tutti i bisogni. Non chiedo per ora grandi mezzi; adesso desidero solo di essere aiutato per far acquisto di un terreno e fabbricare una casa, che ricovererà questi poveri ragazzi.

                É un'opera grande, o piuttosto un'opera piccola, perchè desidero che sia un'opera semplice e che non faccia rumore. Tutti i vagabondi, in un certo momento, sono a carico dell'autorità, e da piccoli ladri che già sono, non tardano a diventar grandi.

                Si spera che la città di Parigi, venuta tante volte in aiuto alle nostre opere, benchè stabilite lontano di qui, questa volta ci darà soccorso per fondare uno stabilimento, in cui raccogliere i giovani, che dì e notte arrecano molestie alle persone da bene.

                il Signore ricompenserà largamente quanto voi farete, e la società ve ne sarà grata. Inoltre i giovani che per le nostre cure saranno col vostro aiuto salvati, vi benediranno. Presentandoci a Dio per essere giudicati, queste anime diranno: - Sono i nostri benefattori, che impiegarono tempo e denaro per salvare le nostre anime; se siamo salvi, lo dobbiamo a loro. Ebbene, ora, o grande Iddio, usate la misericordia da voi promessa nel Vangelo. Poichè essi aiutaron noi a salvarci, siano eglino pure salvi. [252]

                Mentre i giornali davan notizia di questa conferenza[210], il Figaro del 18 pubblicava un lungo e serio articolo, che il già a noi noto Saint - Genest, di passaggio per Torino, aveva inviato di là il 14 e che terminava così: “Il vero modo di onorare Don Bosco in Francia non è di acclamarlo per le vie nè di tagliargli brandelli del vestito, ma di fare come lui”[211]. Già però il Petit Moniteur aveva scritto: “Don Bosco ha dischiuso dinanzi ai nostri occhi orizzonti nuovi ed ha guadagnato alla sua opera il fior fiore di Parigi. Per merito suo, l'apostolato della carità conta ormai in mezzo a noi nobili e valorosi fautori”[212].

                Drammatica riuscì inaspettatamente la conferenza nel 21 nella chiesa di S. Pietro, detta del Gros - Caillu, per solito molto frequentata dall'aristocrazia parigina e per quell'occasione stipatissima. Don Bosco giunse alle sei pomeridiane. Era così spossato, che a mala pena si reggeva in piedi. In tali condizioni come avrebbe potuto fare una conferenza? Ma in luogo di lui altri la fece.

                Reduce dall'Africa, si trovava da pochi giorni a Parigi il cardinale Lavigerie, arcivescovo della risolta Chiesa di Cartagine e fondatore dei Padri Bianchi. Conosceva Don Bosco da lunga data. Saputolo a Parigi, lo cercò in più parti, finchè, scoperto dov'era, là si diresse e per la porta maggiore e nella severa maestà della porpora romana entrò improvvisamente in chiesa, mentre si dava principio a una preghiera, preludio alla parlata del Santo. Fu un'apparizione. Il Porporato montò senz'altro in pulpito. Popolare in tutta la Francia, [253] popolarissimo a Parigi, veniva di fatto a rendergli l'omaggio della sua popolarità. Quello che disse è un modello di opportunità e di accorgimento.

 

                Dal momento che seppi, fratelli miei, la presenza a Parigi del Vincenzo de' Paoli italiano, io ho avuto un sol desiderio, quello d'incontrarmi con lui in una nostra chiesa e di raccomandare le sue opere alla carità dei cattolici. Queste opere io le vidi cominciare a Torino, poi dilatarsi, penetrare in Francia e divenire vincolo scambievole di beneficenza e di pace fra i cattolici delle nostre due nazioni.

                Voi compierete quest'opera di ravvicinamento, carissimi fratelli, venendo in aiuto a quest'umile e santo prete. Bisogna che, rientrando in patria, egli possa dire che la Francia è sempre fedele alla sua grande missione, che essa protegge tutti coloro che soffrono, senza distinzione di schiatta.

                Io abito una terra, dove il Vincenzo de' Paoli francese visse già per due anni ridotto in schiavitù. Oggi per la Tunisia c'è bisogno di un S. Vincenzo de' Paoli novello. Vi sia condotto non con violenza, ma dall'amore. E questo S. Vincenzo de' Paoli siete voi, carissimo Padre; poichè con la vostra famiglia religiosa, mezzo italiana e mezzo francese, voi meglio d'ogni altro compierete l'opera necessaria

                Là, del resto, c'è il posto assegnato per voi, Finora sono italiane le famiglie che  popolano quasi sole, il gran paese deserto, posto ormai sotto la generosa protezione della Francia. A quelle famiglie io voglio bene, essendone il pastore, e vorrei loro mostrarlo col sollevarne tutte le miserie. Ora troppo spesso voi Italiani che espatriate, soccombete anzi tempo, come accade nelle colonie. Ci bisognerebbe poter raccogliere gli orfani ed anche tutti i fanciulli privi di necessario sostegno.

                Padre degli orfani d'Italia, venite: io fo appello al vostro cuore, che ha già risposto alla voce dell'Europa e dell'America; ecco l'Africa che gli presenta i suoi figli abbandonati, tendendogli le braccia. La vostra carità è tanto grande da poterli accogliere. Questi fanciulli sono in massima parte della vostra Italia. Inviate loro i vostri figli, che con voce armoniosa parleranno ad essi insiememente della terra loro e della nostra. Li ameremo insieme, insegnando loro a benedire il nome di Dio e quel della Francia.

                Fratelli, date largamente a questo santo prete; voi darete in pari tempo alle missioni d'Africa, perchè Don Bosco andrà loro in soccorso.

                Non si saprebbe dire se gli astanti, con tutta la loro ammirazione per l'eminente Prelato, fossero proprio contenti di udire lui invece di Don Bosco, testimoni oculari affermano che tutti gli sguardi non si staccarono mai interamente dal [254] Santo, che raccolto e modesto se ne stava seduto in faccia al pulpito; anche quando udiva il panegirico della sua persona, egli non si scompose menomamente Dopo si alzò, fece alcuni passi verso il mezzo della balaustra, inchinò il Cardinale e, accennato con la mano di voler parlare, disse così[213]:

 

                Io mi trovo in vero imbarazzo e in mia grande confusione. Dovrei poter rispondere in modo conveniente al signor Cardinale; ma per questo mi occorrerebbe la sua eloquenza, e io non so parlare. Tuttavia bisogna bene che io parli a Sua Eminenza e che lo ringrazi di tutti gli elogi fatti a me e alle mie opere. Debbo dire anzitutto che delle cose dette intorno alla mia persona molte non sono vere. Egli le ha guardate attraverso la bontà del suo cuore e, voi lo sapete, quando si esaminano piccoli oggetti col microscopio, questi prendono subito grandi proporzioni e sembrano immensi.

                Ringrazio tuttavia Sua Eminenza delle sue cortesie. Il Signor Cardinale è stato sempre per la famiglia salesiana un padre, un benefattore e un amico. Quindi la nostra riconoscenza è illimitata e se noi potremo fare qualche cosa per le opere grandiose di Sua Eminenza, lo faremo.

                lo sono nelle sue mani, Eminenza, per compiere in Africa tutto quello che la Provvidenza divina domanderà da me. Sì, Eminenza, sì, stia pur persuaso che, se noi possiamo fare qualche cosa in Africa, tutta la famiglia salesiana è con me a disposizione dell'Eminenza Vostra. Manderò colà i miei figli, ne manderò d'Italiani e di Francesi.

                Fratelli, voi sapete che noi viviamo di elemosine e che le nostre opere si sostengono per mezzo della carità; in questo momento, per mezzo della carità francese, della carità parigina. Io ho già visto che la Francia è sempre la grande nazione cattolica, pronta sempre e generosa ad aiutare le opere di beneficenza; quindi noi siamo pieni di riconoscenza del concorso che avete già prestato e che presterete ancora ai nostri ospizi di carità.

 

                Il biografo del Cardinale scrive[214]: “Furono poche parole semplicissime, pronunciate con voce debole e in povera lingua. Ben pochi le poterono afferrare; ma tutti, o quasi, avevano le lacrime agli occhi. Ben raramente si vide un contrasto quale presentarono in quel giorno quei due uomini e quelle due parolate”. [255]

                Dopo la cerimonia, il grosso del pubblico sfollò; ma le dame presero dalla parte della sacrestia, bramose di vedere Don Bosco da vicino e di essere da lui benedette in particolare. Don Bosco però alle loro insistenze rispondeva con segni di diniego. Finalmente con tutta umiltà disse: - lo non posso dare la mia benedizione qui davanti a Sua Eminenza; non sarebbe secondo l'ordine, non sarebbe rispettoso. Il Primate d'Africa, accortosi del suo imbarazzo, in bella maniera si ritirò.

                Drammaticamente per altro verso finì pure una conferenza, tenuta senza dubbio fra il 22 e il 25 maggio; ma in quale chiesa o meglio cappella, chi registrò il fatto, non ebbe cura di notarlo. Don Bosco parlava di Maria Ausiliatrice e ripeteva cosa da lui detta e ridetta già le tante volte: non essere egli l'autore delle meraviglie attribuitegli, bensì a Maria Ausiliatrice doversene saper grado; essa, come aveva dato origine, così continuar a dare incremento ad un'opera suscitata per il bene della gioventù; essere la Madonna che otteneva le grazie e ottenerne un numero incalcolabile. Mentr'egli così diceva, un signore si alzò e domandò la parola; indi narrò d'un povero padre di famiglia che aveva la moglie da più anni gravemente inferma d'idropisia e un figlio agli estremi e già munito dell'Olio Santo. Descrisse lo strazio di quel padre, poi la sua speranza nell'efficacia della benedizione di Don Bosco, infine la gioia di lui quando si vide moglie e figlio risanati e li accompagnò in chiesa ad ascoltare la Messa. - Sì, protestò egli, tanta grazia si deve attribuire alla Madonna, ma per le preghiere di Don Bosco. - Il Santo ascoltava intenerito; intensamente commosso era l'uditorio. Ma la commozione arrivò al colmo, quando colui, rompendo in lagrime, fino allora frenate a stento, esclamò: - Sapete chi è questo marito, questo padre fortunato? Sono io, Portalis. - Antonio Lefèvre - Portalis era ex - deputato del Parlamento Nazionale. Don Bosco non aggiunse più parola; ma, lasciato a mezzo il suo discorso, si ritirò. A dir vero, non occorreva [256] aggiungere altro: quel signore aveva parlato più che a sufficienza[215].

                Ormai quello che si poteva dire intorno alla dimora di Don Bosco a Parigi, l'abbiamo detto tutto. Accolto trionfalmente in ogni dove, egli spese le sue giornate nel ricevere un'infinità di persone, nel fare visite numerose e nel tenere parecchie pubbliche conferenze. Pare quasi incredibile che il tempo gli sia bastato a tanto; ma un'altra cosa ci sorprende ancor più, ed è che a tanto gli siano bastate le forze. Che poi, nonostante la scarsa resistenza fisica, una così continua e così prolungata tensione d'animo non gli abbia neppure un istante scemata l'abituale tranquillità dello spirito, è indizio d'un sì eroico dominio di sè, che ha veramente del sovrumano. Anche questo va messo fra i suoi miracoli parigini.

                Partì da Parigi il sabato 26 maggio verso le nove del mattino, non il 25, come si asserisce altrove[216]. Per evitare contrattempi non aveva fatto conoscere l'ora della partenza; giunto poi alla stazione, lasciando che il segretario pigliasse i biglietti, attraversò subito le, sale e andò difilato al treno. Senonchè alcuni viaggiatori che aspettavano una corsa seguente, lo riconobbero e la voce corse, di modo che davanti al suo scompartimento si formò un crocchio di persone, che ben tosto attirò l'attenzione generale. Forse a nessuno il nome di Don Bosco sonava interamente nuovo; per altro, la vista di quel prete così alla buona e così corteggiato incuriosì anche gl'impiegati della ferrovia. - Don Bosco, l'operatore di miracoli! - si rispondeva senza più a chi interrogava. Quando il treno si mosse, i saluti furono calorosi, ed egli con la sua bonarietà e grazia si affacciò a ringraziare nei presenti anche tutti i loro concittadini. Il Servo di Dio lasciava nell'immensa capitale larga eredità di affetto, ma portava anche in cuore i più graditi e indelebili ricordi. [257]

                Per buon tratto di via stette in silenzioso raccoglimento. Anche Don Rua e Don De Barruel tacevano, immersi in un'onda di sentimenti, che li rendevano cogitabondi. Quante cose viste e quante udite! che laboriose giornate! come il loro buon Padre era stato onorato da ogni ceto di persone quali prodigi aveva operati per suo mezzo Maria Ausiliatrice! Finalmente la parola di Don Bosco li riscosse per dir loro: - Cosa singolare! Ricordi, Don Rua, la strada che conduce da Buttigliera a Murialdo? Là a destra vi è una collina e sulla collina una casetta e dalla casetta alla strada si stende giù per il declivio un prato. Quella misera casuccia era l'abitazione mia e di mia madre; in quel prato io ragazzo menava due vacche al pascolo. Se tutti quei signori sapessero che han portato così in trionfo un povero contadino dei Becchi, eh ?... Scherzi della Provvidenza!

                Si venne quindi a parlare dei due opuscoli scritti uno dall'Aubineau e l'altro dall'ex - magistrato anonimo, che si vendevano a profitto dell’Opera e che erano ricercatissimi, come pure i suoi ritratti. Don Bosco ascoltava senz'aprir bocca nè fate alcun segno, da cui si potesse capire che cosa pensava, infine con aria d'infantile umiltà esclamò: - Quam parva sapientia regitur mundus! Se il mondo potesse vedere chi sono io!... Ma quanto è grande la bontà e provvidenza del Signore! Dio è che ha fatto tutto questo nella sua infinita misericordia.

                Checchè gli facesse pensare e dire la sua umiltà, egli a Parigi aveva riportato un vero e grandioso trionfo. L'anno dopo se ne udì ancora una risonanza nel Parlamento francese. Monsignor Freppel, che, come vedemmo, ne era stato testimonio oculare, in un discorso gravissimo da lui pronunziato alla Camera il 2 febbraio 1884 sulla questione operaia, uscì in queste espressioni: “Il solo Vincenzo de' Paoli ha fatto più per la soluzione delle questioni operaie che tutti gli scrittori del secolo di Luigi XIV. Ed in questo momento in Italia un religioso, Don Bosco, che avete visto a Parigi, si adopera alla [258] soluzione della questione operaia meglio di tutti gli oratori del Parlamento italiano”[217].

                Ci fu chi volle tirare il conto delle somme raccolte da Don Bosco nella metropoli francese; ma crediamo che tentativi di simil genere siano fatica sprecata. É molto probabile, per non dire certo, che neppure Don Bosco sapesse anche solo approssimativamente quanto danaro fosse passato per le sue mani. Quasi ogni sera il fratello della contessa De Combaud, banchiere, spediva in varie direzioni i frutti della carità parigina, consegnatigli da Don Bosco senza pigliarne nota. Questi uomini della Provvidenza, che non tesoreggiano per la terra, ma per il cielo, impiegano issofatto i mezzi somministrati loro quotidianamente dalla generosità altrui, nè perdono tempo a fare calcoli. Il mondo ha in essi cieca fiducia e li soccorre tranquillamente, non sognando nemmeno di esigere che redigano bilanci, com'è doveroso fare in cose di ordinaria amministrazione. Ministri in grande della carità, operano sotto il controllo dell'occhio divino, e come in chi dà, la sinistra non deve sapere quello che fa la destra, bastando che non lo ignori Colui che vede nel segreto, così questi straordinari canali della beneficenza distribuiscono senza interruzione le loro acque, lasciando a Dio la cura di misurarne il quanto.

                Nella storia della Congregazione il soggiorno di Don Bosco a Parigi segna un momento di sommo rilievo. Nella metropoli intellettuale d'Europa si può dire che Don Bosco e la sua Opera fecero allora la propria presentazione al mondo, a quel mondo che doveva essere il campo della loro attività, e la presentazione riuscì imponente e simpatica. Da quel punto cominciò intorno al Fondatore dei Salesiani il fiorire di una multilingue letteratura, che ne diffuse la conoscenza presso gli uomini della dottrina, dell'autorità e della ricchezza, aprendo a' suoi figli le vie del bene in tutte le parti della terra.

 

 


CAPO VIII.

Da Parigi verso il nord e verso l'est.

 

                IL crescente ateismo di Stato e il progredire del socialismo facevano sì che per tutta la Francia gli ecclesiastici più illuminati e i migliori cattolici sentissero imperioso il bisogno di correre ai ripari, cominciando con dar vita o incremento a opere giovanili di carattere popolare, a quelle specialmente che mirassero alla formazione professionale dei ragazzi poveri e abbandonati, facile preda dei partiti sovversivi, che nelle scuole e nelle officine instillavano loro l'avversione, anzi l'odio contro la Chiesa e la civile società. L'esempio di Don Bosco non poteva quindi affacciarsi in un momento più opportuno; onde da varie parti gli pervenivano pressanti inviti, perchè si recasse sui luoghi, dove si voleva mettere mano o dare sviluppo a istituzioni non dissimili dalle sue, desiderando gli uni affidare a lui imprese di tal genere, altri profittare de' suoi suggerimenti e consigli. Ma purtroppo le sue condizioni fisiche non gli permettevano di prolungare soverchiamente gli strapazzi del viaggiare; urgeva inoltre la sua presenza in Italia. Per altro si spinse verso il nord fino a Lilla, trattenendosi poi nel ritorno anche ad Amiens; in seguito, ripresa la via di Torino, visitò Digione e si soffermò a Dóle. Soltanto però a Lilla preparò il terreno a una prossima fondazione, mentre nelle rimanenti città incontrate lungo il cammino le soste procuravano alle sue affrante membra [260] un po' di riposo e gli porgevano l'occasione di avvicinare e conoscere tanti buoni Cooperatori.

                Giunse a Lilla sul mezzodì del 5 maggio e alloggiò in casa del barone di Montigny. Con questo nobile signore l'aveva messo in relazione il comune amico avvocato Ernesto Michel di Nizza, il quale caldeggiava l'apertura di una casa salesiana in quel gran centro industriale, così minacciato dalla propaganda marxista[218]. La fondazione fu fatta, come si vedrà, nel 1884 con l'assumere la direzione del già esistente orfanotrofio di S. Gabriele.

                La notizia della sua venuta, lanciata dai giornali parigini parecchi giorni prima del tempo, svegliò nella città una grande aspettazione, sicchè, quando si seppe che arrivava, molta gente andò a incontrarlo. L'entusiasmo crebbe, allorchè corse la voce che quella sera stessa, recatosi al capezzale di un'inferma, le aveva con la sua benedizione apportato un sensibile miglioramento.

                Si diede a Don Bosco il benvenuto con un ricevimento in suo onore nell'orfanotrofio di S. Gabriele. Il pio istituto non aveva mai visto le sue sale così rigurgitanti di cittadini; un paio d'ore prima del tempo stabilito era cominciato l'accorrere per la conquista del posto. “L'illustre religioso, scriveva la Vraie France, si avanza in mezzo alla folla che lo stringe da ogni parte, e va ad assidersi in una poltrona un po' più elevata delle altre, mentre tutti gli sguardi si appuntato su di lui con ardente e pia curiosità. Non sarebbe possibile cogliere nella sua fisionomia o nel suo atteggiamento il minimo indizio di affettata modestia o di interna compiacenza. Sembra indifferente a quello che lo circonda e assorto più in alto col pensiero. Collocato là nel suo vero posto, quasi anello di congiunzione tra i favoriti e i diseredati dalla fortuna, egli pensa alla sua opera e non fa conto alcuno di sè”. [261]

                I giovanetti cantarono un inno, composto di versi senari in quattro ottave. Nelle due prime strofette si paragonava il passaggio di Don Bosco in Francia a quello di Gesù attraverso le città della Giudea, fra stuoli di madri che gli presentavano i loro figliuolini da benedire. Nella terza la Francia invidiava all'Italia la sorte di possedere Don Bosco; si ringraziava però Iddio che in ogni parte della terra l'opera di Don Bosco facesse risplendere la potenza divina e la divina provvidenza. Nell'ultima la città di Lilla giubilava di averlo fra le sue mura, Lilla baluardo della Francia, Lilla felice di potersi fare eco dell'entusiasmo universale, gridando: Viva Don Bosco! Un indirizzo che gli fu letto subito dopo parafrasava i versi, con l'aggiunta di due concetti nuovi: essersi la Francia abbandonata a uno slancio di commozione e di riverenza dinanzi all'aureola di sacerdote e di apostolo che gli brillava in fronte, e considerarsi dai presenti come una grazia segnalata e uno dei ricordi più cari l'avere essi per un istante avuto un posto fra i suoi pensieri[219]. Seguì una relazione sul passato e sul presente dell'istituto, compilata dal Presidente del consiglio amministrativo, Infine prese la parola Don Bosco. Benchè strumento indegno e imperfetto, egli si metteva a disposizione di coloro, che al suo aiuto erano ricorsi. Si congratulò con i fondatori, benefattori e amministratori dell'orfanotrofio, e particolarmente colle Suore che ne avevano la cura, degne figlie di S. Vincenzo de' Paoli, il grande eroe e il perfetto modello della carità cristiana. - Ammiro, soggiunse, quanto qui si è fatto, nè io vengo a distruggere l'opera vostra, ma unicamente a migliorarla, se potrò, mercè la vostra cooperazione. - Terminò invocando la benedizione del Signore sui presenti e sulle loro famiglie.

                Anche per questo caso il citato giornale ripete in altri termini l'osservazione de' suoi confratelli. “Come l'esteriore, scrive, così la parola dell'apostolo non ha le qualità che sogliono [262] produrre una forte impressione sopra un uditorio e disporlo a lasciarsi persuadere. Voce poco spiegata, pronunzia difettosa, lingua scorretta e visibile assenza di qualsiasi tentativo per rendere meno sensibili questi svantaggi oratorii e per supplire con l'azione all'evidente insufficienza del dire. Eppure questo debole vegliardo trascina, dove passa, le moltitudini; quest'oratore, benchè cattivo parlatore e udito a stento, scuote e spinge ai più duri sacrifizi. Se altro di prodigioso non vi fosse nella vita di Don Bosco, non basterebbe questo miracolo, che quotidianamente si rinnova?”.

                Il dì appresso andò a parlare nella chiesa di S. Maurizio; ne informava largamente i suoi lettori il Pas - de - Calais - Arras nei due numeri del 7 e 8 maggio. Due categorie di persone, secondo il giornale, conoscevano Don Bosco prima che il suo nome riempisse, come avveniva allora, la Francia: i pellegrini di Roma, che erano stati entusiasti testimoni dell'azione di lui in Italia, e coloro che, andando a Nizza in cerca di salute, avevano avuto anche il gran conforto spirituale di respirare il profumo emanante dall'opera salesiana di quella città. Tutti costoro, fattisi in seguito apostoli dell'apostolo, venivano cambiando le sue travagliose peregrinazioni in ovazioni pie, volgendole pure a strumento di salute per tanti.

                Dopo questa osservazione preliminare il corrispondente faceva così la presentazione di Don Bosco: “Un prete attempato monta a gran fatica in pergamo, non senza esservi aiutato da altri; saluta modestamente gli uditori e, stando in piedi, chè a inginocchiarsi dura fatica, si raccoglie alcuni secondi con gli occhi chiusi; i suoi lineamenti scarni, che ci richiamano il curato d'Ars, nella preghiera si trasfigurano. Il predicatore comincia con voce nè alta nè bassa; ha l'accento straniero, ma si esprime in modo facilmente intelligibile; parla con semplicità, senza pretese di eloquenza, senza nemmeno animarsi, eccetto quando tratta di Dio, della religione e del salvare le anime. Quel prete, quel predicatore è D. Bosco”. [263]

                Le origini degli oratorii e degli ospizi, la fondazione delle due famiglie religiose, le Missioni d'America, la pia Unione dei Cooperatori, l'esortazione finale alla limosina furono, secondo il consueto, la trama del suo discorso. “Don Bosco, nota l'articolista, ha un modo tutto suo dì spronare alla carità: va diritto allo scopo senza fronzoli e senza giri di parole. Monete d'oro e d'argento riempirono dopo le borse presentate agl'intervenuti dalle signore questuanti. L'articolo si chiude così: “Ormai la voce pubblica fa di questo prete un uomo straordinario. Ieri a Lilla folle di gente gli si accalcavano intorno, impedendogli il passo; si voleva baciargli la mano, ottenerne la benedizione e sommessamente il popolo, che ha minor prudenza della Chiesa, ma che ben di rado si trova in contrasto con essa, ammirava le opere da lui compiute e insieme la profonda umiltà del loro autore [ ... ]. Alla nostra patria, dopo aver avuto l'onore di venerarlo e di benedirlo, rimarrà fra breve l'obbligo di sostenere le opere sorte per sua ispirazione e di tramandare alla storia il ricordo di un uomo che ama la Francia, perchè la Francia ama e pratica la santa virtù della carità”.

                Tutte le mattine, celebrata la Messa, dava le udienze nell'orfanotrofio di S. Gabriele, e là si veniva a prenderlo per accompagnarlo a visitare infermi ovvero a far colazione o pranzo presso famiglie ragguardevoli, che si disputavano l'onore di averlo seco a mensa. Questi inviti, presentati antecedentemente all'amministrazione dell'orfanotrofio, erano tanti, che bisognò compilarne un elenco. Allorchè gli si fece vedere la nota con l'indicazione dei luoghi, dove giorno per giorno sarebbe dovuto andare nelle ore dei pasti, egli lesse attentamente e poi disse a Don Rua: - Oh, guarda che orario! Mi sarei aspettato una nota così concepita: Oggi visita alle tali chiese, poi pellegrinaggio al tale santuario; dopo domani digiuno e ritiro; quindi conferenza spirituale. Ma invece ecco: pranzo, pranzo, pranzo! Sia benedetto Iddio. - Proferì queste parole non in tono austero, che non era nel suo [264] costume, ma con un'aria di semplicità rassegnata, che destò l'ilarità nei presenti.

                Non erano un riposo per lui tali conviti, che anzi lo stancavano non poco; tuttavia sapeva portarvi sempre la nota allegra, nulla essendo più contrario al suo spirito che il riuscire di peso in simili casi a' suoi commensali, Una volta il barone di Montigny gli aveva mesciuto vino di Frontignan. - Ma buono questo vino, ma proprio buono! esclamò Don Bosco, bevuto che l'ebbe. Ancora un gocciolo! - E in così dire porgeva il calice. Sulle prime a taluno dei convitati sonarono un po' strane quelle sue esclamazioni; ma non si tardò a comprendere che era un far onore al vino per rendere onore al padrone di casa ovvero, come anche si sospettò, una facezia per coprire la virtù. D'allora in poi il di Montigny cambiò nome al suo vino di Frontignano, chiamandolo vino di Don Bosco.

                Un banchetto solenne gli fu apprestato il 10 maggio dalla Direzione delle scuole cattoliche, di cui era fondatore e patrono il signor Jonglez De Ligne. Otto giorni innanzi questo fervente cattolico ne aveva scritto al segretario di Don Bosco. “Spero, diceva, che il santo Religioso potrà farei quest'onore. Sarà il più efficace incoraggiamento per la nostra opera delle scuole libere, che annovera undicimila fanciulli sottratti all'insegnamento ateo”. Verso la fine del pranzo venne in tavola una crema, sulla quale torreggiava, fatta di confetti, una bella statua di Maria Ausiliatrice, e tolta questa, comparve la chiesa di Valdocco. Regnava fra i commensali la più schietta allegria. Ragionandosi delle accoglienze ricevute da Don Bosco a Parigi, qualcuno gli disse che per tanti trionfi egli aveva ben ragione di andare orgoglioso. Ma Don Bosco taceva. Allora un altro lo interrogò: - Orsù, ce lo dica: che cosa ne pensa? - Con bonaria e tiri po' comica serietà rispose: - Eh, sto pensando, se mi convenga o no essere orgoglioso. - L'inattesa risposta provocò uno scatto di buon umore. [265]

                L'opera della scuola libera aveva il suo inno, che si cantava in occasione di questue o di pubbliche adunanze. Fu eseguito anche allora da un coro di giovanetti. Era un carme di battaglia. Il ritornello d'intonazione marziale esprimeva bene l'ardore dei nuovi crociati, scesi in campo per difendere i diritti di Dio contro i laicizzatori della scuola. In nome dei dirigenti brindò il signor Paolo Tailliez, augurando che la presenza del “santo Religioso” comunicasse ai membri dell'associazione una scintilla dell'ardore che tutto lo infiammava per la gloria di Gesù, per la salvezza delle anime e specialmente per la cristiana rigenerazione della gioventù più bisognosa. Un altro signore, che quattro anni prima aveva visitato l'Oratorio, parlò in nome di tutti gli associati, chiedendo al “S. Vincenzo de' Paoli italiano” quale fosse il segreto che tanto bene gli faceva operare. Notevole per più d'un motivo fu questo passo: “I nostri amici di Parigi ci scrivono che Ella viene a noi come la colomba dell'Arca per annunziare al nostro povero paese la fine del diluvio rivoluzionario; infatti noi abbiamo rilevato che il suo ingresso a Lilla coincideva con la festa di S. Pio V, il Papa della vittoria di Lepanto, il glorioso servitore di Colei che Ella onora di culto speciale sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani. Al ramo d'olivo Ella unisce il giglio della Vergine Immacolata. Plauso a Lei, reverendissimo Padre, su questa terra di Francia, dove i gigli fiorirono gloriosamente per otto secoli. Ci lasci sperare che la sua visita sia presagio della loro rifioritura, perchè la nostra patria non vuol cessare di chiamarsi il regno di Maria”.

                Era naturale che di fronte all'ateismo ufficiale riandassero con nostalgico pensiero il passato monarchico quelli che sotto la terza repubblica si rammaricavano di vedere spezzarsi uno dopo l'altro tutti i legami d'un tempo fra religione e patria; ma Don Bosco in ogni circostanza si guardò bene dal proferire parola che anche lontanamente avesse sapore politico. Gli fu da ultimo offerta una medaglia dell'opera [266] recante nel retto la croce e nel verso il giglio dello stemma cittadino[220].

                “Con il cuore pieno di riconoscenza” la signora Niel ringraziava per lettera Don Bosco dell'onore e della consolazione procurata alla sua famiglia, accettando l'invito per il mezzogiorno del venerdì II a Roubaix, città situata a poco più di dieci chilometri da Lilla. Anche il marito, che aveva assistito alla conferenza di S. Maurizio, stimava quella visita “un insigne favore”.

                Una lauta imbandigione gli fu allestita da un signore, del quale le nostre fonti tacciono il casato. L'occhio di Don Bosco guardava alla splendidezza degli apparati e alla preziosità delle vivande; che cosa intanto gli passasse per la mente, lo rivelò verso la fine, quando, colto il momento propizio, disse all'anfitrione: - Desidererei, signore, cavarmi una curiosità. Dacchè ci siamo seduti a mensa, non me ne sono ancora potuto liberare.

                 - Dica, dica, rispose quegli.

                 - Ma forse la mia domanda sarà troppo indiscreta.

                 - Parli, parli pure liberamente.

                 - Vorrei sapere quanto sia costato questo pranzo.

                 - Se solamente questa è la sua curiosità, io ne la posso appagare all'istante.

                Ciò detto, fece chiamare il cuoco e ne lo interrogò. Il cuoco, andato a consultare il libro delle provviste, tornò con la risposta: dalla cucina era uscita roba per dodicimila e cinquecento franchi.

                 - Ora che lo sa, è contento? gli chiese il signore.

                 - Sì e no. Dodicimila e cinquecento franchi per onorare il povero Don Bosco sono davvero una spesa troppo forte. Se i miei giovani sapessero che Don Bosco fa spendere tanto per sè in un pranzo, resterebbero sbalorditi. Non sarebbe [267] stato meglio, direbbero, che si fossero dati a lui quei danari per provvedere a noi pagnotte?

                 - Oh, si può fare benissimo l'una e l'altra cosa! - esclamò il suo interlocutore, che quanto era ricco, altrettanto amava mostrarsi magnifico e munifico. Infatti, prima che i commensali si levassero da tavola, un giovinetto si accostò con molta grazia a Don Bosco e, dicendogli un complimento, gli presentò sopra un bel piattino una busta chiusa. Allorchè Don Bosco l'aperse, vi trovò tanti biglietti di banca per il valore di dodicimila e cinquecento franchi.

                Di parecchi fatti straordinari, oltre a quello già accennato in principio, ci è stato trasmesso il ricordo. Il primo fu sulla persona di madama Philippal De Roubaix. La signora aveva gli arti inferiori così irrigiditi, che ogni passo le costava acute sofferenze. Condotta nella chiesa, dove il Santo si trovava e portata fino a lui, ne ricevette la benedizione e una medaglia; dopo di che istantaneamente guarì nè ebbe mai più a patire disturbi di quel genere.

                Il signor Giacomo Thery aveva un figliuoletto rachitico, impotente a camminare e quasi anche a muoversi. I genitori lo avvicinarono a Don Bosco, il quale gli passò leggermente la mano sulle braccia e sulle gambe. A quel tocco il fanciullo prese vigore e liberato dal male crebbe vegeto e sano.

                Più strepitoso fu un altro prodigio. Un'orfanella di Airesur - Lys era ridotta a così mal termine dalla scrofolosi, che non le si poteva nemmeno far fare la prima comunione; aveva poi una gamba così contorta che stentava a reggersi in piedi. La damigella Clara Louvet, venuta a Lilla per vedere Don Bosco, gli rimise una lettera dell'abate Engrand[221], che raccomandava alle sue preghiere la povera creatura. Era un sabato sera; Don Bosco intascò la lettera per leggerla quando potesse. Ora avvenne che nelle prime ore della notte dal lunedì al martedì l'inferma fu assalita da atroci spasimi; [268] quindi placidamente si addormentò e verso il mattino svegliandosi gridò a una sua zia: - Zia, sono guarita! - Infatti le ulceri erano chiuse e le gambe agili, tanto che andò in persona dall'abate a dargli la lieta notizia. Nel 1891, allorchè fu spedita all'Oratorio la relazione del prodigioso fatto, essa era cresciuta normalmente e godeva ottima salute.

                Abitava di fronte all'orfanotrofio di S. Gabriele un signor Cordonnier, ricco negoziante di vino. Da qualche tempo egli vagheggiava un partito di matrimonio, ma non aveva ancora fatto palese a chicchessia la propria intenzione. Volle, come tanti altri, far visita a Don Bosco per porgergli i suoi omaggi, offrirgli i suoi servigi e, se glie ne veniva il destro, chiedergli consigli intorno al suo avvenire. Presentatosi dunque a lui, non ebbe il tempo di aprir bocca, che il Santo, appena lo vide, gli disse - Sì, sì, prenda, prenda pure colei che desidera.

                Presso le Bernardine di Esquermes, sobborgo di Lilla, suor Maria Clotilde sul suo letto di dolori aveva a otto mesi di distanza ricevuti due volte gli estremi sacramenti, allorchè venne al suo capezzale Don Bosco. L'aveva condotto la Superiora nell'infermeria, dicendogli semplicemente: - Don Bosco, abbiamo qui una figliuola già sacramentata in dicembre, che non riesce ancora nè ad alzarsi nè a reggersi in piedi. Non potrebbe Lei farla star meglio? Sarebbe un bel ricordo della sua visita al monastero. - Don Bosco guardò l'inferma, poi abbassò il capo dire minuti, come se fosse in preghiera, e rialzandolo disse chiaramente: - Vivrà... e a lungo... e così potrà essere utile alla comunità... - Quindi con aria sorridente aggiunse: - Fino a cent'anni, se farà bisogno. - Questa uscita diede motivo a credere che tutto avesse detto per facezia. Invece non sembra che egli intendesse faceziare. Promessa di guarigione non c'era stata, ma di lunga vita; infatti la religiosa non guarì, ma vive tuttora (1934) con la sua bella età di ottantadue anni, offrendo quotidianamente al Signore le proprie sofferenze per il bene della comunità, alla quale in [269] questo modo è utile davvero, come aveva detto Don Bosco. Per altro in anni addietro le sopraggiungevano pure miglioramenti periodici, che le permettevano anche di lavorare nell'educandato.

                La comunità si trova oggi a Ollignies nel Belgio, trasferitasi ivi trent'anni fa per la legge di soppressione. Allora si trattava appunto di aprire là una casa succursale. La suora incaricata dell'apertura trovavasi a Lilla, quando passò Don Bosco, e gli raccomandò la sua impresa. - Sotto che titolo, chiese egli, onorerete la Madonna nel nuovo monastero? - La Superiora, rimasta un momento a pensare, rispose: - Sotto quello di Madonna del Bosco, perchè... - Don Bosco, non lasciandola finire: - Chiamatela piuttosto Madonna Ausiliatrice, disse. Ella gusta tanto di prestarci aiuto! La proposta piacque; perciò da allora nel monastero di Ollignies la Madonna è onorata sotto quella invocazione.

                Nella visita che fece al Ricovero femminile delle Cinque Piaghe la Superiora gli disse: - Oh Don Bosco, lei che fa miracoli, ottenga che quante muoiono qui dentro, vadano tutte salve. - Oh! Madre!... - si limitò a risponderle il Santo. E l'altra riprese: - Abbiamo in casa una veneranda ottuagenaria che sta in agonia. Venga a benedirla e a mandarla in paradiso. - Don Bosco la pregò di condurlo da lei. Quando le fu vicino, la osservò un istante, poi si raccolse in preghiera e dopo le diede la benedizione; quindi, voltoso alla Superiora: - Ecco, Madre, le disse, siete già esaudita. - Infatti la buona vecchia, appena benedetta, aveva placidissimamente resa l'anima a Dio.

                Non ometteremo un episodietto avvenuto presso le religiose del Sacro Cuore. Gli fu presentata un'allieva, Germana D., che apparteneva a una famiglia di ventidue figli. Essendo piccolina di statura, temeva che questo le fosse d'impedimento a farsi religiosa; perciò, passando dinanzi al Servo di Dio, ebbe il coraggio di dirgli: - Padre, vorrebbe pregare affinchè io cresca? [270]

                 - Figlia, rispose il Santo, crescerete... ma altrove.

                Poco tempo dopo la giovane volava colà, dove tutti raggiungeranno la statura perfetta.

                Fra le presenti vi era un'ex - allieva che si sentiva chiamata ad abbracciare la vita delle sue maestre e sarebbe dovuta entrare nel noviziato l'8 giugno, suo ventunesimo compleanno ed età canonica; ma, attratta dalle dolcezze domestiche, pensava di ritardare ancora. Don Bosco, dopo un discorsetto, mentre passava in mezzo alle uditrici ricevendo le offerte presentategli e ringraziando ogni volta con un penetrante: Dieu vous le rende, allorchè giunse a quella, si fermò e dandole un'occhiata profonda, le domandò: - Ebbene, quando si parte? - Non ci volle altro: era la voce di Dio: l'8 giugno entrò a Conflans fra le novizie.

                Grazioso il caso dei signori di Montigny, ricordato ancora presso le medesime religiose. Sposatisi in età avanzata, avevano avuto due figlie, che verso il 1875 misero in educazione dalle religiose del Sacro Cuore; ma la gracile fibra delle bambine era causa di angustie continue ai poveri genitori. Infatti la più grande, Maria Teresa, morì di quindici anni e l'altra, Amelia, la seguì diciotto mesi dopo, vittime entrambe del mal sottile. La dimora dei due coniugi divenne la casa del lutto e della mestizia. Amici comuni agevolarono in Nizza un incontro con Don Bosco, che versò in quei cuori il balsamo del conforto, esortandoli a beneficare la gioventù povera e abbandonata. Poi a Lilla, dopo aver goduto della loro ospitalità, sussurrò nel momento della partenza una parola singolare. - Bisogna, disse, preparare una culla.

                Quella voce, divulgatasi a poco a poco, giunse pure all'orecchio di monsignor Alfredo Duquesnay, arcivescovo di Cambrai, sotto la cui giurisdizione era la città di Lilla, non ancora sede vescovile. - Se la creatura viene al mondo, diss'egli, voglio esserne io il padrino. - Non passò un anno che i due buoni signori carezzavano un bimbo, erede sospirato del loro nome e delle loro sostanze. Monsignore mantenne la parola. L'arciprete [271] di S. Maurizio, che  doveva battezzare il neonato, trovatosi di fronte a un tale padrino, lo pregò di indicargli come gli bisognasse comportarsi dinanzi al suo Arcivescovo in quella sacra cerimonia. - Faccia come se io fossi un diocesano qualunque, - gli rispose bonariamente Monsignore. Cosi al battezzato fu col nome del padre imposto anche quello dell'Arcivescovo. Il testimonio che ci riferisce questi particolari, vide nel 1897 la madre che, rimasta vedova, non aveva altro conforto al mondo che quel figlio del miracolo, come generalmente lo chiamavano[222].

                Un'ultima meraviglia ci è descritta da colui medesimo che ricevette la grazia, un giovane suddiacono gesuita per nome Giuseppe Crimont. Egli assistette due volte Don Bosco all'altare, mentre celebrava la Messa. La prima volta fu il 6 maggio nella cappella delle dame della Retraite, dinanzi a un pubblico sì numeroso, che per andare dalla sacrestia all'altare, ci volle un buon quarto d'ora, perchè ad ogni passo un nuovo gruppo di persone accerchiava il Servo di Dio. “Che Messa! esclama il suddiacono d'allora. Era la Messa di un santo: la sua faccia risplendeva di luce soprannaturale”. Nuovamente il giovane religioso fu presso di lui durante il divin sacrifizio nella chiesa dell'Adorazione, così detta perchè vi sta continuamente esposto il Santissimo Sacramento. La stessa folla, lo stesso entusiasmo, la stessa divozione che nel giorno antecedente, e per il giovane religioso la stessa impressione di santità. Questi era disposto a seguirlo dovunque gli fosse concesso, pur di potergli parlare per domandargli un favore. Il momento buono giunse appena il Santo rientrò nella sacrestia. Udito il suo desiderio, Don Bosco gli chiese che cosa volesse. - Ho poca salute, rispose. Vorrei avere tanta forza che mi bastasse per poter essere mandato nelle Missioni. La mia aspirazione è di diventare missionario.

                 - Figlio mio, gli disse amorevolmente Don Bosco, questa [272] grazia la riceverete. Ogni giorno, nel ringraziamento dopo la Messa, io pregherò per questo scopo.

                Cosa mirabile! Il figlio di S. Ignazio, che da tempo andava inutilmente in cerca di salute, ricuperò così presto e così bene le forze, che di lì a poco fu inviato come insegnante nel collegio di Saint Servais a Liegi e l'anno appresso passò a Saint Hélier, il grande scolasticato francese della Compagnia, per proseguirvi gli studi e prepararsi al presbiterato. Si parlava molto in quegli anni delle Missioni gesuitiche alle Montagne Rocciose e al futuro levita sembrava di sentire internamente una voce, che gli indicasse là sotto il freddo polo il campo del suo apostolato. Divenuto sacerdote, ricevette l'obbedienza per le Missioni dell'India, ma nel 1894 i Superiori lo trasferirono nell'Alaska, dove nel 1916 fu dalla Santa Sede nominato Vicario Apostolico.

                Spigoliamo poche altre notiziole da alcune lettere. Il 9 maggio celebrò nel monastero del Sacro Cuore, e le religiose collocarono sotto la tovaglia dell'altare uno scritto che conteneva le loro particolari intenzioni; il 12 fu a celebrare dalle Carmelitane, per contentare le quali dopo consentì di scrivere qualche parola e la sua firma sotto certe immagini presentategli; il 13 disse la Messa nella chiesa di S. Stefano. Pare che visitasse anche il monastero del Buon Pastore, il convento delle Suore Francescane e le religiose della Madonna del Buon Soccorso.

                Una donzella per nome Giuseppina Pierson, consultatolo intorno alla sua vocazione, n'ebbe in risposta: Le bon Dieu vous appelle. Tuttavia a una sua lettera fece in seguito rispondere, che si attenesse a quanto le aveva già detto, ma regolandosi conforme al consiglio del suo confessore. Una signorina Delarue lo ringrazia delle sue preghiere, che hanno avuto il salutare effetto di una pacificazione domestica, della quale sembravano perdute tutte le umane speranze. L'Arcivescovo di Cambrai gli si dice riconoscente della visita fatta a quella città, come anche dell'aver egli accettato l'orfanotrofio [273] di S. Gabriele; lo supplica inoltre di andar a benedire una benemerita signora di Lilla, molto inferma. “Vada, caro Padre, a benedirla, insiste il Vescovo, come il Signore benedisse la suocera di S. Pietro, e la sua benedizione abbia il medesimo effetto”[223]. In una lettera, scritta da una signora di Lilla a Don Rua dopo la morte del Santo, si vede che spirituali benefizi le sue visite arrecassero alle persone inferme. Che soave ricordo de' suoi consigli e incoraggiamenti! Quanta pazienza e rassegnazione infusale a sopportare una malattia che durava da tredici anni! Qual fedele e generoso attaccamento alle opere di Colui, che pure non le aveva ottenuta la grazia della guarigione![224].

                Ripartito il A maggio per Parigi, fece nell'andare una fermata ad Amiens, dove c'era un bel nucleo di Cooperatori. Probabilmente fu ospite del visconte di Forceville, che l'aveva invitato[225] e che dopo gli rendette sentite grazie de la bonne visite[226]. Celebrò alle dieci nella cattedrale. Benchè sia un chiesone, la folla riempiva tutta la navata di mezzo. Dopo il vangelo Don Bosco parlò dal pulpito. Questo era addossato a un grosso pilastro, ornato alla base da una colossale statua di S. Vincenzo de' Paoli, che è in atto di tendere una mano al cielo e di indicare con l'altra un bimbo che gli sta ai piedi; ma quella mattina gli uditori provavano l'illusione che con ambe le mani il Santo francese della carità volesse abbracciare il predicatore della carità italiano.

                Nel pomeriggio visitò un Patronage. Malati e sani non gli davano tregua; gli si paravano dinanzi tante madri attorniate dai loro figli e recanti il più piccolo in braccio: tutti ne imploravano la benedizione. Era una lotta di mani e di piedi per giungere a toccarlo. Una fiumana di gente lo seguì alla [274] stazione e quando fu in treno, dovette affacciarsi per benedire quella moltitudine, che aspettava in ginocchio tale, grazia. Un pubblicista, che aveva preso posto nel suo scompartimento, colpito da uno spettacolo così nuovo, gli fece un'offerta e volle essere inscritto fra i Cooperatori salesiani. Il corrispondente di un settimanale, accennando alla fama delle sue miracolose guarigioni, scrisse che i maggiori miracoli erano due: uno, l'affollarsi di tante persone avide di vedere e di udire un povero vecchio e l'altro il moltiplicarsi delle conversioni[227].

                Quanta fiducia anche qui si aveva nelle sue preghiere! Una signora De Franqueville, che domandava la guarigione di una sua figlia, si contentava che il segretario di Don Bosco le scrivesse solamente: “Don Bosco ha pregato” oppure “Don Bosco pregherà”; queste due parolette l'avrebbero resa “consolata e tranquilla”. Un'altra signora, dolente di non essersi trovata ad Amiens, quando vi passò Don Bosco, gli domandava una toute petite prière per sè, tribolata da pene interne, per il nonno ammalato, per un altro membro della famiglia bisognoso di conversione, per cinque figli, per il marito e per una sorella carmelitana; Don Bosco le fece rispondere che volentieri avrebbe pregato per lei e per i suoi e che le mandava la sua benedizione.

                Ad Amiens una giovane diciannovenne stava in una famiglia poco praticante e poco propensa a dare. Quel giorno si udì in casa che Don Bosco, venuto nella città, visitava le persone abbienti, chiedendo limosine per le opere salesiane e che certamente sarebbe andato anche là. Allora la padrona disse alla giovane che non gli si poteva dare nulla e che per non dover rispondere con un rifiuto essa non si sarebbe fatta vedere; parlasse lei sola a Don Bosco e facesse le scuse. Il Servo di Dio si presentò realmente col suo segretario. La giovane lo ricevette con tutto il rispetto possibile e gli fece [275] intendere nel miglior modo, che non c'era nulla da sperare là entro. Don Bosco la guardò e le disse: - Figliuola, voi avete lo spirito di prudenza; custoditelo, e Dio veglierà su di voi. Dovrete aspettare ancora a lungo, ma entrerete in una Congregazione che nasceva quando nasceste voi. Vi rivedrò. - Infatti la rivide parecchi giorni dopo in un'altra famiglia e indicandola a chi gli stava da presso, disse: - La conosco... Dio veglia su questa giovane. - Tredici lunghi anni essa dovette ancora attendere per poter seguire la sua vocazione; poichè solo nel 1896 entrò nelle Piccole Suore dell'Assunzione e non prima del 1900 apprese, leggendo la vita del padre Pernet uscita allora, che le origini della nuova Congregazione risalivano al maggio del 1864, mese e anno della sua nascita[228].

                Fermatosi, come abbiamo narrato, altri dieci giorni a Parigi, Don Bosco partì per Digione e vi si trattenne tre giorni, albergando nel sontuoso palazzo della marchesa di Saint - Seine in via Verrerie. Il domani del suo arrivo, domenica, andò a dir Messa dalle Carmelitane, che ne l'avevano pregato fin dal 13 aprile per mezzo del loro cappellano. Lo accompagnò Don Rua. Per prima cosa lo condussero nell'infermeria a visitare la Madre Priora, che stava assai male, e poi venne a lui tutta la comunità. “A cinquant'anni di distanza, ci scrive una di quelle monache, io veggo ancora Don Bosco calmo; raccolto, simile a uno che viva più in un altro mondo che non in questo”[229]. Una suora gli domandò in italiano se la Madre sarebbe guarita. - Riceverai a misura della tua fede, - le [276] rispose. Colei confessò in seguito che allora aveva poca tede nella guarigione. Passò quindi in cappella, che trovò stipata di gente. Al suo ingresso e durante la celebrazione si sarebbe sentito volare una mosca, tanto i presenti erano compresi dall'idea che assistevano alla Messa di un santo. Letto il vangelo, si voltò e disse fra l'altro: - Preghiamo molto per la reverenda Priora di questo Carmelo, affinchè Dio la conservi ancora qualche tempo alla sua comunità a cui è tuttora assai necessaria. - Madre Maria della Trinità non guarì, ma nondimeno visse fino al 4 novembre 1889[230].

                Nelle ore pomeridiane fece visita al collegio S. Ignazio, nel quale si festeggiavano le prime comunioni degli alunni. Il lunedì tenne conferenza alla Madonna della Buona Speranza. C'era tanta folla, che fu cantato tre volte il Magnificat nel tempo da lui impiegato per arrivare dalla porta della sacrestia alla scaletta del pulpito. La mattina del mercoledì celebrò a S. Michele e la sera visitò un orfanotrofio dell'abate Chanton in via S. Filiberto.

                A Digione la sua    presenza destò il medesimo interessamento e suscitò le medesime dimostrazioni che a Parigi e a Lilla. “Quest'uomo così umile all'aspetto, diceva una corrispondenza digionese del 29 maggio al Monde, così spossato dalle fatiche e dai viaggi, che sembra quasi privo di forze, risponde a tutte le domande, moltiplica le allocuzioni, sparge dovunque benedizioni e preghiere, s'interessa dei bisogni di quanti ne invocano l'appoggio presso Dio e contemporaneamente raccomanda alla carità cristiana le opere colossali da lui dirette. La gente gli corre dietro, smaniosa di vederlo e di toccarne le vesti, perchè sente emanare dalla sua persona il fascino della santità e ravvisa l'intervento soprannaturale nella fecondità del suo apostolato e nelle grazie straordinarie da lui ottenute”.

                La notizia ancora incerta e lontana del suo passaggio gli [277] aveva procurato lettere d'invito da cospicui cittadini[231]. Una lettera molto bella del marchese di Saint - Seine già il 10 aprile lo prega di visitare Digione e gli offre in termini cordialissimi l'ospitalità. Una viscontessa dello stesso nome il 28 aprile, ritenendone certa la venuta, gli chiede da parte di tutti i suoi l'onore di servirgli una refezione nel proprio palazzo, per l'ora che a lui tornerà più comoda; una contessa Max de Vesvrosse il I° maggio cerca di accaparrarsi una breve udienza; l'8 maggio un vicario della cattedrale con espressioni di edificante umiltà lo supplica di andar a benedire una sua opera giovanile; un suddiacono il 22 maggio gli scrive da Poiseul con gran calore e viva fiducia, dicendogli che si recherà da lui a Digione per condurgli il figlio di una ragguardevole Cooperatrice, affinchè lo benedica: egli pure dice di aver bisogno che Don Bosco gli ottenga sanità per poter proseguire nella sua vocazione[232].

                Lettere gli pervennero durante il suo soggiorno nella città. Il cappellano delle Orsoline a Monthard aveva incontrato Don Bosco che usciva dall'episcopio e gli si era inginocchiato ai piedi, chiedendogli la benedizione. Il Santo gli aveva amorevolmente risposto: Ab illo benedicaris, in cuius honore cremaberis, spiegando che egli non sarebbe martire della fede, ma della carità. Questa spiegazione l'aveva lasciato così pieno di contentezza, che dopo gli scrisse per raccomandarsi vivamente alle sue preghiere. Altri pure invocano benedizioni per infermi da guarire o peccatori da convertire; altri ringrazia della sua visita e manda offerte; altri gli raccomanda speciali intenzioni[233]. [278]

                Lettere di data posteriore al viaggio ed anche alla vita del Servo di Dio contengono ricordi della dimora digionese. Singolare quella di un impiegato. Aveva promesso a Don Bosco il dieci per cento su gli eventuali aumenti del suo stipendio. Conseguito dunque col nuovo anno un aumento di cento franchi mensili, spedisce nel gennaio del 1884 la prima rata, sempre memore e grato dell'incontro. Ma le rimembranze più commosse e più commoventi ricorrono nelle lettere di condoglianza, scritte a Don Rua nel febbraio del 1888. “É per me, scrive la marchesa di Saint - Seine, un ricordo assai dolce e che considero come un reale benefizio del cielo l'aver accolto sotto il nostro tetto quel vero S. Vincenzo de' Paoli”. Una signora Le Mire accenna alla guarigione della nuora, ottenutale dal “caro santo”; ma di questo fatto non abbiamo altra notizia[234].

                Una recente corrispondenza c'informa particolareggiatamente di un episodio accaduto a Digione e finora ignorato. Una sera Don Bosco andò a pranzo dal signor di Charentenay, ottimo cristiano, che per una soirée in suo onore aveva invitato parecchie signore e signorine, amiche delle sue figlie. Il Santo verso le nove e mezzo, desiderando ritirarsi, passò in mezzo a quelle persone che si alzarono e gli facevano ala nel salotto; il signor di Charentenay gli dava il braccio. Camminava a rilento e con isforzo. Una giovane per nome Enrichetta, De Broin, alquanto timida, se ne stava nascosta dietro le compagne, che attendevano in crocchio vicino alla porta. Don Bosco si avanzava senza dir nulla e senza fermarsi con nessuno; ma giunto là presso all'uscita, improvvisamente si arrestò e alzando il capo per vedere dietro le spalle delle altre, fissò quella signorina e le disse: - Figliuola, voi pensate alla vocazione. Va bene; pregate. - Quindi uscì, discese e andò alla carrozza.

                La damigella di Broin non aveva fatto parola con anima [279] viva delle inquietudini che la agitavano circa il suo avvenire; perciò allora confusa scomparve all'istante di là, senza che alcuno sapesse dove o come si fosse ecclissata. La mattina dopo, ancora in preda a commozione, rivelò il suo stato d'animo ad una confidente; il padre, accortosi del suo turbamento, non volle più che s'incontrasse con Don Bosco, ma senza dire il perchè la condusse in campagna. Afflitta per tale allontanamento, la di Broin scrisse a Don Bosco una lettera prima di partire, facendogliela recapitare a mezzo di una signora amica. Il Servo di Dio, come la lesse, accennò che  ricordava la scrivente e interrogato se vi fosse risposta, disse: - No; preghi. - La giovane professò più tardi fra le religiose del Cenacolo a Versailles.

                La benedizione di Don Bosco fu benefica anche per la sorella di questa religiosa. Trovatasi con lui a pranzo in casa di un amico della famiglia, aveva notato in lui la grande semplicità e la bontà del tratto, ma specialmente quello sguardo penetrante, che sembrava leggere i segreti dei cuori. Giovane e mondanetta, non aveva nessuna voglia di avvicinarlo; tuttavia dovette seguire il padre che la condusse a riceverne la benedizione. Stette però attenta a non alzare gli occhi, per non richiamare su di sè la sua attenzione, cosa che l'avrebbe messa in imbarazzo. Ma essa pure pochi anni dopo la sorella entrò al Cenacolo, considerando poi questa sua    vocazione come una grazia insigne, della quale, come scrive, si crede in obbligo di esprimere ogni giorno la propria riconoscenza a Don Bosco.

                Don Bosco lasciò Digione alle cinque pomeridiane del 29; lo aspettava a Dóle la famiglia De Maistre. Il Conte, suo vecchio amico e gran benefattore dell'Oratorio, gli fece con tutti i suoi un mondo di feste. Don Bosco però trascorse ivi soltanto la notte; poichè la mattina del 30, poco dopo celebrata la Messa, proseguì per. Torino. Portava seco quattro o cinque grossi pacchi di lettere non ancora disuggellate, che a Modane richiamarono l'attenzione dei doganieri, ma le spiegazioni [280] date furono cortesemente accolte e i pacchi passarono. Con un buon mese di lavoro e con l'aiuto di parecchi segretari fu poi dato corso a tutta quella corrispondenza; giacchè era costume di Don Bosco non lasciare mai senza qualche riscontro nessuna lettera, fosse anche insignificante o scritta da un ragazzetto[235]; anzi non trascurava di mandare un cenno di ricevuta nemmeno se si trattasse soltanto d'un semplice biglietto di visita.

                Nel corso di questa lunga narrazione non abbiamo tenuto conto delle notizie che si pubblicavano dai giornali italiani sul viaggio di Don Bosco in Francia, perchè non vi trovammo nulla di nuovo, non facendosi che ripetere sommariamente le informazioni provenienti dalla stampa francese[236]. Ci parve singolare soltanto una corrispondenza parigina all'anticlericale Secolo di Milano, quando annunziò la partenza del “taumaturgo”, come lo chiamava[237], mettendo in capo all'articolo il ritratto del Servo di Dio. Tra l'altro diceva che del suo viaggio Don Bosco avrebbe potuto scrivere come Cesare: Veni, vidi, vici. E soggiungeva. “Che forza di volontà possiede cotesto prete! Egli custodì le pecore fino all'età di quindici anni, e ordinato a 26 anni e incaricato di visitare le prigioni torinesi, gli venne il pensiero di raccogliere fanciulli abbandonati e pervertiti; senza un quattrino, deriso, perseguitato, [281] trionfò di tutto e di tutti. Sapete? Egli dirige attualmente centosessanta stabilimenti ad un bel circa, sparsi in Italia, in Francia, in Spagna, in America; nutrisce ed istruisce, più o meno, centocinquanta mila poveretti. Che socialista d'un prete!”. L'Unità Cattolica di Torino, una volta tanto, dava ragione al foglio milanese, con cui aveva quotidiane polemiche, dicendo potersi con tutta verità Don Bosco chiamare socialista, perchè di fatto era il salvatore della società. Anche queste facezie giornalistiche hanno il loro valore; ma meglio di tutti colse nel segno un giornale portoghese, il quale dimostrò che l'andata di Don Bosco a Parigi fu “un argomento di fede”[238].

 

 


CAPO IX.

Sette mesi di Don Bosco nell'Oratorio: feste e fatti.

 

                NELL'ORATORIO le notizie dei trionfi di Don Bosco a Parigi, comunicate

                dopo le orazioni della sera, entusiasmavano gli animi, ma quelle sulla sua salute mettevano alquanto in apprensione. Perciò si pregava molto per il suo felice ritorno. I giovani, accordatisi con loro superiori immediati, si obbligarono a fare durante la novena di Maria Ausiliatrice corone di comunioni, sottoscrivendosi ognuno col suo gruppo per quel dato numero che voleva.

                Ansiosamente aspettato, giunse la mattina del 31 maggio verso le nove. Con i giovani convennero a salutarlo vari signori della città; vi era pure il marchese D'Avila, buon cooperatore spagnuolo, che dimorò alcuni giorni nell'Oratorio. Soltanto chi ricorda la vita di quei tempi, sa la gioia, la festa, il tripudio che riempivano di esultanza tutta la casa in simili occasioni. Fra evviva, battimani e armonie musicali Don Bosco attraversò il cortile, avviandosi lentamente verso il portico, sulla cui arcata centrale campeggiava questa iscrizione: Caro Padre, la Francia li onora, Torino ti ama. Salito sopra una cattedra, Don Bosco, sorridendo e guardando il cappello che teneva in mano, disse: - Forse a voi sembrerà [283] che con questo cappello francese Don Bosco non sia più quello di una volta. Oh! non temete, miei cari, io sono sempre il medesimo, sempre il vostro affezionatissimo amico, sino a che Iddio mi lascerà un filo di vita. In Francia io vi ricordava ogni giorno; ogni giorno pregava per voi; riceveva col molto piacere le vostre lettere, le vostre notizie; ed ho pure sperimentato l'efficacia delle vostre preghiere. Ed ora, dopo quattro mesi di assenza, godo di ritrovarmi nuovamente con voi, che siete il mio gaudio e la mia corona. Io desidero che martedì prossimo, 5 giugno, facciamo una splendida festa in onore di Maria Ausiliatrice, la quale da buona Madre ci ha assistiti nel viaggio, ci ha ottenuto da Dio tante grazie e tanti favori anche per voi. Ho molte cose da dirvi, ma per ora basta; perchè intendo di andar a celebrare la santa Messa all'altare di Maria Ausiliatrice...

                Queste parole, proferite con paterno affetto, commossero tutti e a non pochi strapparono lacrime di tenerezza. La massa dei giovani lo seguì spontaneamente in chiesa. Dopo una notte passata assai incomodamente, benchè già debole di forze e nonostante l'ora avanzata, egli aveva voluto mantenersi in condizione da poter celebrare. Alla fine fu intonato l'inno del ringraziamento[239].

                La mentovata iscrizione era una semplice variante di un'altra dei 1867, che diceva: Roma ti onora, Torino ti ama. Si ripetè pertanto un fatto analogo: come questa aveva offeso i Romani, così quella dispiacque ai Francesi. E realmente non diceva il vero nè l'una nè l'altra; perchè, dovunque andasse, Don Bosco suscitava intorno a sè gare d'amore, e tale amore egli preferiva a tutti gli onori. Ma la colpa fu dell'apparatore, che credette di procurare una gran sorpresa facendo di testa sua ricomparire così modificata l'iscrizione del 1867; se l'avesse detto ai superiori, questi non gliene avrebbero dato il permesso. [284]

 

FESTA DI MARIA AUSILIATRICE.

 

                La sera dello stesso giorno Don Bosco tenne conferenza ai Cooperatori nella chiesa di S. Francesco, secondo l'avviso e l'invito mandato da Parigi il 25. Sacerdoti e laici riempirono il sacro luogo. Egli parlò per quasi un'ora. L'argomento fu che, viste le condizioni dei tempi, l'educazione morale della gioventù costituiva un'opera delle più importanti, a cui bisognasse mettere mano, Lodò gli sforzi già fatti dai cattolici di vari paesi per tale oggetto e segnalò i progressi raggiunti in questo campo dai Salesiani. Qui entrò a parlare del suo viaggio in Francia, mostrando quanto colà clero e laicato apprezzassero l'unione dei Cooperatori. Toccò infine dei mezzi di cooperazione. Non erano idee nuove per i Cooperatori torinesi; ma chi andava ad ascoltare Don Bosco, ci andava per udire lui, qualunque cosa fosse per dire, e non per sentire novità.

                La seconda conferenza, quella per le Cooperatrici, fu tenuta pure da lui, nella chiesa di Maria Ausiliatrice, la vigilia della festa. Dimostrò che Maria ama la gioventù e quindi ama e benefica quanti della gioventù si prendono cura Amare essa i piccoli per questi motivi: perchè è Madre, e le madri hanno maggior tenerezza per i figli ancor fanciulli che non per quelli già adulti; perchè i piccoli sono innocenti; perchè questi son più facili a essere sedotti e quindi più degni di compassione, di aiuto e di difesa; perchè le rappresentano più al vivo il suo Gesù, che passò l'infanzia, la fanciullezza e la gioventù sotto i suoi occhi. Di qui venire che Maria ami e favorisca le persone che attendono al benessere spirituale e corporale dei giovanetti, e ottenere loro da Dio grazie speciali. - Vedete, disse, questa chiesa. Pochi anni fa qui era un campo di meliga, di fagiuoli e di patate. Ci voleva una chiesa per radunare i giovanetti vicini e molti altri lontani. Orbene, perchè essa era destinata a vantaggio della gioventù [285] da istruire nel santo timore di Dio, Maria vi concorse in modo mirabile e la fece venire su, direi, a forza di miracoli operati a pro di coloro che vi portavano il proprio obolo. - Raccontati poi alcuni fatti prodigiosi che accaddero nel tempo della costruzione, proseguì: - Nè i favori di Maria cessarono al compimento della fabbrica; anzi continuano più di prima. Sono cose che fanno piangere di tenerezza. Ultimamente in Francia, dovunque io passava, mi si narravano guarigioni inaspettate, cessazioni di liti e di discordie, conversioni sospirate e tante altre grazie ottenute per intercessione di Maria Ausiliatrice da persone che si erano fatte benefattrici della povera gioventù.

                La festa, ritardata per ragioni liturgiche e peparata con ogni cura, riuscì un'imponente e soave dimostrazione d'amor filiale a Maria Ausiliatrice. Quante preghiere! quante comunioni! quante Messe! Canti e cerimonie formavano ormai il gran fascino di questa solennità. Pontificò monsignor Sigismondo Brandolini, vescovo titolare di Orope e ausiliare di Cèneda. I numerosi forestieri, fra cui un'eletta di signori francesi, partirono edificati e pieni di ammirazione. Francesi erano il priore e la priora. Questa, madama Ferrand, parigina, benefattrice di Don Bosco; quello, uno scrittore cattolico, Alberto Du Boys lionese, ex - magistrato, che durante la sua dimora finì di maturare il disegno di un suo lavoro su Don Bosco e le sue opere[240]. Al pranzo Don Bosco per onorai e parecchi ospiti brindò in lingua francese: saluti e ringraziamenti a Monsignor Vescovo, lodi alla Francia cattolica, auguri ai priori, invito a levar un plauso al teologo Margotti, ivi presente, strenuo direttore dell'Unità Cattolica[241]. [286]

                Un tema di conversazione fu il viaggio a Parigi con le relative dimostrazioni che lo accompagnarono. Egli lasciava dire; ma la sua umiltà trovò bene la maniera di manifestarsi. Ad un commensale italiano suo confidente disse sottovoce ridendo: - Tante volte mi trovava imbrogliato come un pulcino nella stoppa.

                Il Vescovo si fermò quattro giorni nell'Oratorio. L'ultima sera, dando la buona notte agli artigiani, terminò così la sua parlata: - Col cuore commosso parto da voi, profondamente impressionato per quanto ho visto. Andrò nel Veneto e dappertutto parlerò di Don Bosco, del suo mirabile istituto, delle funzioni maestose a cui ho assistito, dei suoi pii giovinetti, e dirò: Non è vero che sia spenta la fede, che sia morta la pietà, che non vi siano più splendide funzioni, che il sentimento cattolico sia distrutto. No, risponderò, andate a Torino e l'istituto di Don Bosco vi dirà che il sacro culto è stupendo, che i canti v'imparadisano, che ottocento giovani praticano la pietà e la religione in un modo veramente edificante [ ….. ].

                Ah! quanto volentieri io starei con voi e vivrei della vostra vita!

                Le ultime parole non esprimevano soltanto un pio desiderio, come di lì a non molto si vide. - Questo Prelato, di famiglia comitale, non si liberò più dal ricordo affettuoso di Don Bosco, dell'Oratorio e della vita salesiana; onde nel mese di agosto, dopo matura riflessione, fece domanda di ritirarsi all'ombra del santuario di Maria Ausiliatrice. Aveva sessanta anni. Era pronto a deporre, venendo, ogni insegna vescovile, sì da non distinguersi in nulla dal resto della comunità e vivere da suddito di Don Bosco come qualunque altro. Pensava di poter ivi attendere al confessionale e a fare istruzioni religiose. Appena ottenuta dal Santo una parola di assenso, avrebbe presentata al Papa una supplica, corredandola con [287] un attestato medico e con una commendatizia del cardinale di Canossa, vescovo di Verona, una seconda ne sperava dal Patriarca di Venezia e ne chiedeva una terza a Don Bosco. Desiderava inoltre che il teologo Margotti scrivesse in suo favore a Prelati influenti di Roma. Il motivo di questa deliberazione era che il carico vescovile gli riusciva sempre più importabile[242].

                Don Bosco gli rispose:

 

                               Eccellenza Rev.ma,

 

                Il pensiero generoso che muoverebbe la E. V. a ritirarsi dalla sede vescovile di Ceneda per venire ad esercitare il sacro Ministero coi poveri Salesiani, sarebbe un atto che altamente onora la E. V. già nota per tanti titoli e per tanti meriti. Io non oserei sperare tanto, ma se il Santo Padre dà il consenso a tale deliberazione, e se Ella potrà uniformarsi al nostro umile modo di vivere, la Congregazione Salesiana applaudirebbe alla di Lei venuta tra noi, specialmente in questo momento che tutti i membri di questa nascente Salesiana famiglia possono dirsi oppressi dal lavoro.

                Intanto io prego e fo pregare i nostri orfanelli affinchè Dio ci guidi e ci faccia conoscere quella via in cui potremo meglio promuovere la sua maggior gloria e il bene delle anime.

 

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Conosciute le favorevoli disposizioni di Don Bosco, Monsignore inviò al Papa la supplica per il tramite del Patriarca, cui pregò di costituirsi suo avvocato presso il Santo Padre, cosa che l'Eminentissimo Porporato gli promise di fare; ma confidava pure nei “mezzi potenti” che Don Bosco aveva a Roma[243]. I suoi voti però andarono delusi. Egli era coadiutore con diritto di successione, la qual circostanza consigliò alla prudenza del Pontefice di mantenerlo nel suo posto. Succedette infatti nel marzo del 1885 a monsignor Cavriani. [288]

 

CONFERENZE VINCENZIANE, SOCIETÀ OPERAIA

DI NIZZA E SANTA INFANZIA.

 

                Torino fu una delle città d'Italia, in cui meglio attecchirono le conferenze di S. Vincenzo de' Paoli; perciò nel 1883 vi si festeggiò solennemente il primo cinquantenario della loro istituzione. Don Bosco, a cui risaliva in gran parte il merito di quella fioritura, non poteva essere dimenticato dai soci almeno nella chiusa dei festeggiamenti, giacchè la sua prolungata assenza non gli aveva permesso di partecipare ad altre manifestazioni. Le feste si chiusero il 10 giugno con funzioni religiose nella chiesa dei Santi Martiri, culla dell'opera, e con un banchetto sociale. Per questo i confratelli con a capo monsignor Pampirio vescovo di Alba, si radunarono nell'Oratorio, accolti da Don Bosco con la solennità dei grandi ricevimenti. “Quivi, scrisse allora un giornale cittadino[244], sedevano a desco fraterno, onorati dalla cara presenza del Venerando Superiore di quell'Istituto. Fu una vera agape cristiana condita di santa letizia, rallegrata da cordialità schietta e coronata dalle parole di Monsignore, di D. Bosco e di varii altri personaggi. Ed oh come fu bello il linguaggio palpitante della carità in quel luogo medesimo che della carità è monumento vivente e perenne!”. Quei signori uscirono dall'Oratorio non solo soddisfatti, ma ammirati, e pieni di commozione per la generosa accoglienza avuta.

                La domenica seguente venne all'Oratorio una deputazione dell'Unione Cattolica Operaia di Nizza Monferrato per consegnare a Don Bosco il diploma, che lo dichiarava membro onorario di quella società. Don Bosco gradì l'omaggio, dicendosi lieto di partecipare al bene che faceva una società già da lui variamente favorita e avente la sua sede in una città a lui tanto cara. [289]

                La sera dello stesso giorno, per far contento il parroco di Nichelino, comune poco distante da Torino, e per compiacere alle Figlie di Maria Ausiliatrice, che vi tenevano l'asilo infantile, andò colà a predicare nella festa della Santa Infanzia. Dipinse al vivo lo stato compassionevole di tanti poveri bambini in paesi infedeli; descrisse gli sforzi dei Missionari per salvarli e battezzarli; narrò quello che Salesiani e Suore facevano per i piccoli Patagoni; esortò infine tutti i genitori a inscrivere i loro figliuolini e le loro figliuoline all'Opera della Santa Infanzia.

 

ONOMASTICO E NATALIZIO DI DON BOSCO.

 

                L'onomastico di Don Bosco non era più semplicemente una festa dell'Oratorio, ma aveva ormai assunto il carattere di una dimostrazione popolare all'uomo della carità. Scriveva infatti un settimanale torinese[245]: “Appena entrati in quella casa, restammo meravigliati a veder tanta moltitudine di persone. Uomini di lettere, poeti, comici, popolani, artisti, donne, ricchi, braccianti, giovani, vecchi, studenti e fabbri, preti e bottai, giornalisti e tipografi, nobili e pezzenti, era un mare di teste, era una calca che non lasciava muovere un dito, s'era pigiati come sardelle. E per vedere che cosa? D. Bosco. Tutta Torino era là a vedere quell'uomo popolare per eccellenza, tale che un democratico di tre cotte poco tempo fa diceva: - A Torino di veramente popolari sono due: Gianduia[246] e Don Bosco”. Noi, evitando ripetizioni, diremo appena tanto che basti per raccogliere preziose parole del festeggiato.

                Don Bosco parlò più volte; ma di due parlate solamente ci è pervenuto il tenore. La prima fu rivolta ai rappresentanti degli ex - allievi venuti, secondo il consueto, la mattina del 24 a presentargli auguri e doni. Gli offrirono la lignea corona [290] dorata, che pendette già sopra l'altare maggiore. Venne provveduta con spontanee oblazioni raccolte fra i primi giovani dell'Oratorio, allora sparsi in tante parti. Lesse a nome di tutti un affettuoso discorso e declamò anche una sua poesia Don Onorato Colletti, prevosto di Faule. Don Bosco, espressa la gioia che provava in quel momento al vedere i rappresentanti di numerosi suoi amatissimi figli e ringraziatili del bel regalo, continuò:

 

                É vero che l'oratore e poeta, parlando di Don Bosco, uscì in pie esagerazioni e fece uso della figura rettorica chiamata, iperbole; ma è questa una licenza perdonabile ai figliuoli, che nell'esprimere i loro sentimenti stanno più a quello che detta il cuore che non a quello che suggerisce la mente. Ricordate però sempre che Don Bosco non fu e non è altro che un misero strumento nelle mani di un artista abilissimo, di un artista sapientissimo ed onnipotente, che è Dio; a Dio pertanto ogni lode, onore e gloria.

                Del resto, ha detto bene il nostro Don Colletti, che l'Oratorio ha fatto finora grandi cose; e io vi aggiungo che con l'aiuto di Dio e con la protezione di Maria Ausiliatrice ne farà altre più grandi ancora. Oltre l'aiuto del Cielo, quello che  ci facilitò e ci faciliterà il fare del bene è la stessa natura della nostra opera. Lo scopo a cui miriamo torna beneviso a tutti gli uomini, non esclusi quei medesimi che in fatto di religione non la sentono con noi. Se vi è qualcuno che ci osteggia, bisogna dire o che non ci conosce o che non sa quello che si faccia. La civile istruzione, la morale educazione della gioventù o abbandonata o pericolante, per sottrarla all'ozio, al mal fare, al disonore e forse anche alla prigione, ecco a che mira la nostra opera. Ora qual uomo assennato, quale autorità civile potrebbe impedircela?

                Ultimamente, come sapete, sono stato a Parigi e tenni discorso in varie chiese per perorare la causa delle nostre opere e, diciamolo francamente, per ricavare quattrini, con cui provvedere pane e minestra ai nostri giovani, che non perdono mai l'appetito. Ebbene, tra gli uditori ve n'erano di quelli venuti unicamente per conoscere le idee politiche di Don Bosco. Già, certuni supponevano che io fossi andato a Parigi per suscitare la rivoluzione; altri per cercare aderenti, ad un partito; perciò vi furono benevole persone che temevano davvero che mi succedesse qualche brutto scherzo. Ma fin dalle prime parole caddero tutte le illusioni, diedero giù tutti i timori, e Don Bosco fu lasciato libero di scorrere da un capo all'altro dela Francia.

                No davvero, con la nostra opera noi non facciamo della politica. Noi rispettiamo le autorità costituite, osserviamo le leggi da osservarsi, paghiamo le imposte e tiriamo avanti, domandando solo che ci lascino [291] fare del bene alla povera gioventù e salvare anime. Se si vuole, noi facciamo anche della politica; ma in modo affatto innocuo, anzi vantaggioso ad ogni Governo. La politica si definisce la scienza e l'arte di ben governare lo Stato. Ora l'opera dell'Oratorio in Italia, in Francia, nella Spagna, nell'America, in tutti i paesi dove si è già stabilita, esercitandosi specialmente a sollievo della gioventù più bisognosa, tende a diminuire i discoli e i vagabondi, a scemare il numero dei piccoli malfattori e dei ladroncelli, a vuotare le prigioni; tende in una parola a formare buoni cittadini, che  lungi dal recare fastidi alle pubbliche autorità saranno loro di appoggio per mantenere nella società l'ordine, la tranquillità e la pace. Questa è la nostra politica; di questa soltanto ci siamo occupati finora e di questa ci occuperemo in avvenire.

                Ed è appunto questo metodo che ha permesso a Don Bosco di fare del bene prima a voi e dopo a tanti altri giovani di ogni età e paese. E poi a che pro entrare in politica? Con tutti i nostri sforzi che cosa potremmo noi ottenere? Nient'altro che  di renderci forse impossibile di proseguire la nostra opera di carità. Le cose politiche di oggidì si possono riguardare come una macchina a vapore che corre veloce sulla via ferrata, trascinandosi dietro un convoglio fors'anche al precipizio e alla rovina. Volete voi mettervi in mezzo ai binari per fermarla? Ne sareste schiacciati. Volete gridare per atterrirla? Ma non sente, e vi squarcereste inutilmente la gola. Che fare adunque? Schierarsi di qua e di là, lasciarla passare finchè o si fermi da sè o la fermi Iddio con la sua mano onnipotente.

                Certo nel mondo vi devono essere anche di quelli che s'interessino delle cose politiche, per dare consigli, per segnalare pericoli o per altro; ma questo còmpito non è per noi poveretti. A noi la religione e la prudenza dicono invece: - Vivete da buoni cristiani, occupatevi della morale educazione della vostra figliuolanza, istruite bene nel catechismo i fanciulli dei vostri collegi e delle vostre parrocchie, ecco tutto. - Questa, ripeto, è la condotta di Don Bosco, il quale è sì poco politico, che non legge nemmeno un giornale; questa sia pure la vostra condotta, miei cari figliuoli...

 

                Alla festa del 24 tennero dietro i due inviti agli ex - allievi laici e a quelli ecclesiastici, rispettivamente per la domenica 15 e per il giovedì 19 luglio. Con i primi Don Bosco non si potè trovare, perchè era, come vedremo, a Frohsdorf dal Conte di Chambord, ma vi si fece sostituire da Don Cagliero. Invece per il secondo convegno tornò giusto in tempo. All'agape fraterna come appariva lieto di vedersi circondato da tanti sacerdoti, che si consideravano ancor sempre suoi [292] figli! In capo alla tavola spiccavano appunto le parole del Salmo: Filii lui sicut novellae olivarum in circuitu mensae tuae. Egli non si tenne dal palesare la sua contentezza, bisbigliando all'orecchio del teologo Reviglio: - Questi sacerdoti sono la pupilla de' miei occhi. - Alle frutta fece la seconda delle parlate a noi note. Dopo un esordio di circostanza e dopo aver detto e dimostrato come l'aiuto di Dio e di Maria Santissima non fosse mai mancato all'Oratorio e alle altre opere salesiane, ripetè un'osservazione che gli abbiamo già udito fare altrove.

 

                Da qualche tempo si va dicendo ed anche pubblicando sui giornali che Don Bosco fa dei miracoli. Questo è un errore. Don Bosco non ha mai preteso e non ha mai detto di fare miracoli, e nessuno dei suoi figli deve concorrere a propagare questa falsa idea. Diciamo chiaramente come stanno le cose: Don Bosco prega e fa pregare i suoi giovani per le persone che si raccomandano per ottenere questa o quell'altra grazia, e Iddio nella sua infinita bontà il più delle volte concede le grazie domandate, talora anche straordinarie e miracolose. Ma Don Bosco c'entra così poco che spesso le grazie si ottengono senza che egli ne sappia niente.

                Maria Ausiliatrice è la taumaturga, è l'operatrice delle grazie e dei miracoli per l'alto potere che ha ricevuto dal suo divin Figliuolo. Ella conosce che Don Bosco ha bisogno di quattrini per dare da mangiare a tanti poveri giovanetti che gli pesano sulle spalle; conosce che è povero e che senza soccorsi materiali non può tirare avanti le opere intraprese a vantaggio della religione e della società, e quindi che cosa fa Maria? Da buona madre va alla cerca, e va da ammalati e dice loro: - Vuoi guarire? Ebbene fa' la carità a quei poveri giovani, da' una mano a quelle opere, e io farò a te la carità della guarigione. - Vede in quella casa regnare la desolazione per causa di un figlio scapestrato e dice al padre e alla madre: - Vuoi che questo disgraziato si ritiri dalla mala via? Ebbene tu dal tuo canto aiuta a togliere dal pericolo dell’anima e del corpo tanti altri poveri figli abbandonati, e io richiamerò a più savi consigli il tuo figliuolo. - Insomma per non andare troppo per le lunghe Maria Ausiliatrice in mille maniere consola quelli che aiutano l'Oratorio, e a noi non resta altro da fare che di non renderci indegni della sua protezione.

                E se Maria aiuta i figliuoli dell'Oratorio, aiuta anche voi, che lo foste un giorno e godete di esserlo ancora. Vivete sempre da buoni sacerdoti, come vi ha insegnato e vi ha inculcato questo vostro vecchio amico; zelate la salute delle anime che si vanno miseramente a perdere; [293] prendetevi specialmente cura della gioventù dei vostri paesi, nella quale è la speranza della società; state uniti al Capo della Chiesa, al Vicario di Gesù Cristo. Vegliamoci sempre bene, preghiamo a vicenda gli uni per gli altri, e voi soprattutto pregate per il povero Don Bosco, che si avvicina ogni dì più alla morte, affinchè per la misericordia di Dio possiamo tutti salvarci e con noi salvare innumerevoli altri.

 

                Era verissimo che la Santa Vergine e non Don Bosco operava i miracoli; ma non era men vero che alle preghiere di Don Bosco la Santa Vergine si volgeva propizia come a nessun altro di cui si avesse notizia. Un settimanale francese[247] conchiudeva con queste parole un articolo intitolato Regina Caeli in lode di Maria Santissima: “Fra le grazie innumerabili ottenute in tutto il mondo cristiano per intercessione della Madonna le più segnalate sono forse negli ultimi tempi quelle accordate da Dio ad uno  de' suoi apostoli più favoriti, Don Bosco”.

                Dal 1875 in poi anche il natalizio di Don Bosco si venne celebrando con crescente solennità nel giorno dell'Assunzione, creduto da tutti erroneamente l'anniversario della sua nascita. Per la prima volta nel 1883 vi furono anche inviti diramati da Don Rua con una circolare, nella quale però faceva precedere la notificazione delle Quarantore e della festa di S. Luigi. Una lettera scritta dal Conte di Castagnetto per tale occasione[248] ci ridice quanta fosse la stima e l'affetto che Don Bosco godeva in Torino presso il ceto aristocratico. Assente dalla città, il noto gentiluomo attestava tuttavia a Don Rua d'aver preso ugualmente parte “al felice compleanno del venerato e caro amico” e poi soggiungeva: “Se in 68 anni egli ha saputo fare tesoro di tante preziose gemme che splenderanno nella sua corona in cielo, il frutto delle sue fatiche resterà in terra a santificare numerose anime nell'uno e nell'altro emisfero. Dio gli continui per lunghi anni le sue benedizioni, [294] a consolazione delle anime buone e per colmai e i voti di colui che riverente gli bacia la mano”.

                Sarà certo un oggetto meritevole di particolare studio il credito e l'affetto incontrati da Don Bosco presso le aristocrazie di tutti i paesi; gli elementi che già abbondano, si accresceranno ancora. In luglio era venuta a Torino Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II e regina del Portogallo, La sua prima dama d'onore si recò da Don Bosco per avere da lui un'immagine con qualche parola scritta di suo pugno. Ritornata presso la sovrana, gliela fece vedere, e quella le manifestò il desiderio di averne parimente una con autografo. Tornò per questo la dama il giorno dopo, 25 luglio, a Valdocco e fu appagata[249]. La medesima dama, facendo a Don Rua le condoglianze per la morte di Don Bosco, scriveva: “lo godo d'aver avuto la fortuna di conoscere personalmente questo Santo Padre nell'ultimo passaggio della nostra Regina Maria Pia per Torino. Io aveva l'onor e di accompagnale Stia Maestà e mi feci un dovere e mi procurai la gioia di visitai e colui che conoscevo per fama e che desideravo assai di vedere; e serberò sempre il ricordo dell'aria di bontà e di benevolenza con cui ricevette le mie visite”. Chiedeva infine un oggettino qualunque appartenuto al Servo di Dio e un altro per un sacerdote di sua conoscenza, che aveva avuto “in grande venerazione il venerato e tanto lacrimato Padre”[250].

 

UN ARBITRATO.

 

                Un segno di alta considerazione toccò improvvisamente a Don Bosco nell'estate del 1883 da parte di Leone XIII. Nel 1869 Giacinto Pietro Marietti, direttore della tipografia di Propaganda, aveva stipulato col padre Bernardino da Portogruaro, Ministro Generale dei Minori Osservanti, un contratto [295] privato per la ristampa delle opere complete di S. Bonaventura. L'edizione si sarebbe fatta in società: ognuna delle parti avrebbe avuto seicento copie. Sulle prime l'idea era semplicemente di allestire un'edizione più completa e meglio ordinata delle antiche; ma in seguito sottentrarono vedute più larghe, le quali richiedevano ampi studi preparatorii. Il Marietti consentì e si profferse a concorrere nelle spese per acquisto di libri, per trascrizioni di codici, per viaggi e simili. L'Ordine sostenne così per dieci anni l'onere di venti sacerdoti incaricati di visitare biblioteche e archivi in diverse nazioni d'Europa. Nel frattempo il Marietti erasi trasferito a Torino; d'altro canto i padri collaboratori sentivano la necessità di avere la tipografia vicina alla loro casa, sicchè potessero di persona sorvegliare la stampa. Questo divenne possibile dopo l'acquisto di una casa presso Firenze; giacchè anteriormente per effetto delle leggi di soppressione l'Ordine non possedeva una casa propria neppure a Roma. Allora fu volere unanime dei padri editori che l’edizione fosse portata in una tipografia vicina alla capitale toscana ovvero a Prato. Tanta mutazione di circostanze parve autorizzare a credere decaduto il vecchio contratto, onde il lavoro venire senza più affidato ad un altro tipografo.

                Il Marietti, inteso questo, montò sulle furie ed esigeva che o si stesse al contratto fatto o si indennizzasse lui nell'onore e nell'interesse, mediante una somma di lire ottantamila. Per l'onore, il Generale gli propose di accettare la ristampa del Breviario dell'Ordine, dal che tutti avrebbero veduto che non c'era rottura, e con un’ordinazione di quindicimila copie egli avrebbe potuto realizzare un bel guadagno. Quegli non volle saperne, ma scrisse al cardinale Bilio, penitenziere maggiore, per chiedergli la facoltà di citare il Generale davanti ai tribunali del regno. Sua Eminenza gli rispose che c'erano i tribunali ecclesiastici e che egli poteva ricorrere alla sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Il Marietti negò fiducia nelle decisioni di questa Congregazione, perchè già in altra [296] causa gli aveva dato torto, e indirizzò parecchie lettere sconvenienti al Cardinale, che sdegnato più non gli rispose. L'altro non desistette, ma si rivolse al tribunale di commercio in Roma per rifazione di danni in ottantamila lire. Il tribunale, accettando le conclusioni dell'avvocato fiorentino Feri, si dichiarò incompetente. La causa fu dal Marietti ripresentata ivi al tribunale civile, che  pronunciò sentenza contro di lui, condannandolo inoltre a tutte le spese del giudizio.

                In tale estremità il Marietti presentò un ricorso al Santo Padre. Il Papa, conosciuto lo stato della questione, ingiunse al Generale d'intendersi con Don Bosco, affinchè si escogitasse un piano di accomodamento amichevole. Il Generale, che di ritorno dalla Francia si era fermato a Torino, comunicò a Don Bosco i voleri del Santo Padre. A tal uopo Don Bosco il I° luglio riceveva il seguente biglietto di visita: “P. LUCCA ANTONIO TURBIGLIO curato di S. Tomaso, Torino. Trovasi di passaggio a Torino, il Rev. Padre Bernardino da Portogruaro Ministro Generale dei Francescani, il quale desidera di riverire il Rev. Don Bosco. Potrebbe trovarlo domani mattina all'Oratorio? A qual ora? - I° luglio 1883”. Don Bosco fece rispondere: “Dalle 10 antimeridiane alle 12”.

                Don Bosco, udito il desiderio del Papa, si accinse immediatamente allo studio della controversia. Non gli fu difficile, ottenere l'assentimento del Marietti che, uomo devoto quanto altri mai alla Santa Sede, si dichiarò pronto a fare come il Papa voleva. Così grazie all'intensa attività con cui era solito attendere al disbrigo delle sue faccende, in poco più di dieci giorni potè formulare le condizioni definitive dell'accordo. É un documento che nella sua semplicità rivela tutta la finezza, diremo così, diplomatica e insieme tutta la cristiana carità del Servo di Dio.

 

Accomodamento amichevole.

 

                A fine di secondare le buone intenzioni del Rev.mo P. Bernardino Ministro Gen. dell'Ordine Francescano e quelle del Sig. Cav. Tip. [297] Pontif. Arciv. Giacinto Pietro Marietti, ho di buon grado accettato di arbitrare sopra un contratto tra loro conchiuso intorno alla stampa delle opere di S. Bonaventura.

                Per farmi chiara idea della vertenza ho giudicato bene leggere quanto fu stampato e scritto in proposito; ho pure ascoltato le ragioni di persone probe ed anche i riflessi di ambedue le parti.

                Mi sono pertanto persuaso che  tale vertenza deve assolutamente essere aggiustata amichevolmente fuori dei tribunali. Perciò: Il Sig. Marietti come insigne benefattore dell'Ordine Francescano, e come oblatore del pezzo di terreno su cui si sta ultimando la costruzione della chiesa di S. Antonio a favore dell'Ordine sopra lodato, desiste dalla indennità richiesta che i periti fecero ascendere ad ottanta mila lire, ma riduce la sua pretesa a quella offerta che il Rev.mo Padre generale giudicherà di fare per quella chiesa del suo Ordine, e che  il Cav. Marietti desidera di ognor più beneficare.

                Le spese poi di provviste, viaggi, copiature, di posta, interessi, che  tutto insieme formerebbe la somma di f. 9022,15 in favore del Cav. Marietti, sarebbe limitata a settemila lire.

 

Conclusione.

 

                In questo modo la questione vertente avanti i tribunali civili sulla cifra di ottantanove mila ventidue lire e quindici centesimi, sarebbe ridotta alla somma definitiva di f. 7000 che il Rev.mo P. Bernardino pagherebbe al Sig. Cav. Marietti; più quella offerta che  a suo beneplacito giudicherà di fare per ultimare la mentovata chiesa di S. Antonio.

                Dopo questo le parti faranno una dichiarazione in cui si promettono amicizia, benevolenza ed aiuto in tutto quello che loro è possibile per promuovere la gloria di Dio e il bene delle anime.

                Questa pace e questo amichevole accomodamento tornerà eziandio di aggradimento al Santo Padre medesimo. Egli, quale padre pietoso, non può a meno che provare consolazione nel vedere due suoi figli, tutti e due segnalati per titoli, opere cattoliche ed ossequio alla Santa Sede, ritornare a quella concordia è a quella pace che ogni giorno è costantemente raccomandata dal Supremo Gerarca della. Chiesa.

               

                Torino, 13 luglio 1883

Sac. Gio. Bosco.

 

 

                Non dovette scegliere a caso la data del 14 per rimettere alle parti la sentenza arbitrale: poichè cade appunto in quel giorno la festa di S. Bonaventura.

                Il Marietti accettò a occhi chiusi questa proposta di accomodamento[251]; [298] anche il Generale dei Francescani ne rimase soddisfatto. É evidente che il Generale, obbligandosi a dare per l'erigenda chiesa, dava all'Ordine e non doveva rendere conto ad alcuno. Così quell'anno medesimo i Francescani di Quaracchi misero mano all'opera, dando in dieci volumi la magnifica edizione critica di Doctoris Seraphici S. Bonaventurae Opera omnia.

 

NEL TERREMOTO DI CASAMICCIOIA.

 

                La carità di Don Bosco ebbe presto una nuova occasione di manifestarsi nel campo, che era a lui più appropriato. Il 28 luglio un terribile movimento sismico scosse tutta l'isola d'Ischia, a nord del golfo di Napoli, e rase al suolo Casamicciola, vaga cittadina, che, situata alle falde del monte Epomeo, era una delle più importanti stazioni termali. L'Italia intera si commosse al disastro; i Vescovi fecero appello al cuore dei fedeli, perchè dessero aiuto a soccorrere i miseri superstiti. Anche monsignor Vogliotti, vicario capitolare dell'archidiocesi torinese, esortò ad allargar la mano per alleggerire le sventure di quegli isolani. Don Bosco, mosso a pietà specialmente dei disgraziati orfanelli, scrisse a Monsignore:

 

                               Rev.mo Mons. Vogliotti Vic. G. C.,

 

                Desideroso di corrispondere nella mia pochezza all'invito di V. S. Rev.ma in favore dei disgraziati di Casamicciola, io mi offro di ricevere per ora due giovanetti poveri che si trovino nella età di dodici a sedici anni.

                Essi dovranno certamente uniformarsi alla disciplina della casa e saranno qui nudriti e vestiti fino a tanto che, o colla scienza acquistata o con una professione imparata, siano in grado di guadagnarsi altrove il pane della vita. Io vorrei concorrere in più larga proporzione, [299] in sollievo di questo pubblico disastro, ma presentemente non posso fare di più. Voglia darci Iddio tempi più felici, tempi di pace e di prosperità.

                Prego la sua bontà a voler prevenire il caritatevole Sanfelice Arcivescovo di Napoli, per l'invio dei sopra citati orfanelli, in quel giorno che si giudicherà opportuno.

                Con profonda venerazione ho l'alto onore di potermi professare.

                Di V. S. Rev.ma

 

                Torino, 4 agosto 1883.

Aff.mo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il Vicario Capitolare, notificata all'Arcivescovo di Napoli l'offerta di Don Bosco, rispose che monsignor Sanfelice ringraziava della generosità e che, presentandosi l'occasione, non avrebbe mancato di valersene.

                . Il 3 agosto una conversazione sulla catastrofe di Casamicciola portò Don Bosco a osservare che quello era un piccolo indizio dello sdegno di Dio. Ricordando poi come in antico là convenissero i buontemponi di Napoli e di Roma, recitò alcuni versi latini composti dal Boucheron, professore di eloquenza greca e latina nell'Università di Torino fino al 1838. Essendo ad Alessandria sprofondato il pavimento di una sala, mentre ivi ballavano i convitati a carte nozze ebree, il poeta introduceva a parlare le vittime, che terminavano dicendo: Laeti ludentes, damnata turba, in orcum trahimur. Don Bosco si fermò a commentare questa frase finale.

                Rifece poi il racconto di Plinio il giovane, che nel disastro di Pompei ed Ercolano potè con sommo pericolo mettere in salvo la madre e lodando il pio atto di amor filiale, disse: - Iddio lo avrà premiato e non solo in questa vita. I mezzi di salute in mano a lui sono infiniti.

                Elevandosi infine dai fenomeni tellurici, prese a ragionare degli spazi intersiderali, così smisurati, che la nostra mente ci si perde e confortando il suo dire con cifre sulle distanze delle stelle più vicine e più lontane a noi visibili, si lasciò andare ad una reminiscenza personale. - Quand'ero più [300] giovane, disse, il sabato sera mi fermava un po' sul balcone prima di ritirarmi in camera e contemplava la luna, i pianeti, la distanza degli uni dagli altri, poi di questi dalle stelle, poi il loro volume, poi l'immensità dell'universo. Mi sembrava così grande tutto questo e così divino che non potevo reggere a pensarvi e me ne correva (qui gli uditori stavano sospesi aspettando che cosa volesse dire)... me ne correva a mettermi sotto le lenzuola. - Con questa scappata improvvisa, che li fece ridere, smorzò l'ammirazione destata in loro dal suo caldo ed elevato parlare.

 

VIAGGIO A PISTOIA

 

                Nella prima metà di agosto dovette fare un viaggio a Pistoia. Un parente del signor Bufalmacchi era divenuto pazzo e si sperava che la benedizione di Don Bosco l'avrebbe guarito. Egli cercò tutti i mezzi per ischermirsi; ma alla fine, mosso da carità, credette bene di arrendersi. Pigliò per compagno Don Costamagna, arrivato allora allora dall'Argentina. Il viaggio fu ricco di episodi interessanti.

                Nell'andata, fra Parma e Bologna, si trovò nel carrozzone con un signore che aveva seco un chierichetto suo figlio. Questo signore pensava di mettere una sua figlia in educazione a Nizza Monferrato sotto la direzione delle Suore di Maria Ausiliatrice, perchè si abilitasse all'esame di licenza normale. Dopo i primi complimenti manifestò a Don Bosco, da lui non conosciuto, la propria determinazione. Il chierico intanto, che nella facciona larga e nei grandi occhi pareva la semplicità e la bonarietà in persona, leggicchiava l'Unità Cattolica. Di qui Don Costamagna tolse argomento per attaccare discorso, venendo a parlare dell'Oratorio e di Don Bosco e finendo con invitare il chierico a venire a Torino con Don Bosco. Il chierico fissò allora gli occhi nel sacerdote, che sedeva vicino a Don Costamagna e chiese: forse quello Don Bosco? [301]

                 - Sì, rispose Don Costamagna.

                 - Oh papà, esclamò il chierico rivolto a suo padre, quel prete con cui parlate è Don Bosco.

                 - Don Bosco?! ripetè il padre. E tosto si mise a ragionare con lui, mostrandosi assai lieto di tale incontro.

                A un certo punto Don Bosco domandò improvvisamente al chierico: - Vuol venire anche lei a Torino con Don Bosco?

                 - A fare che cosa?

                 - A stare con Don Bosco!

                 - E perchè?

                 - Perchè là potrebbe fare dei bene, lavorare, far scuola, assistere, e poi predicare, fare il catechismo.

                 - Ma io debbo continuare i miei studi in seminario.

                 - Anche a Torino avrà tutta la comodità di studiare. Sii, si decida, venga con Don Bosco, c'è posto anche per lei.

                 - Io non posso venire.

                 - Per qual motivo?

                 - Verrei volentieri, voglio bene a Don Bosco, ma voglio più bene a papà e non posso staccarmi da lui.

                Il padre ascoltava questo dialogo senza dir nulla e alquanto commosso. Il treno intanto si era fermato: Era un diretto. Quel signore scese per qualche occorrenza. Alcuni istanti dopo ecco giungere un lunghissimo treno merci e distendersi fra la stazione e il diretto, che tosto fischiò e si mise in moto. Il povero viaggiatore, avendo la strada tagliata, non fece in tempo a raggiungere il suo scompartimento. Il figlio chiamava: Papà, papà! - Ma era inutile. Allora Don Bosco gli disse: - Vede? Lei non voleva venire con Don Bosco, ed ecco che vi è costretto.

                Il giovane desolato ruppe in lacrime. - Là si calmi, gli disse Don Bosco. Alla prima stazione scenderà e aspetterà suo padre. Qui Don Costamagna gli telegraferà che lei lo aspetta e, venendo egli col treno seguente, saranno di nuovo insieme. - E così fu fatto.

                Passata Bologna, nella salita degli Appennini una rottura [302] arrestò la macchina nel mezzo di una galleria, obbligando ad aspettare fino alle undici pomeridiane il soccorso di un'altra locomotiva. Don Bosco era solo nello scompartimento con Don Costamagna e gli narrò, sfogando il suo povero cuore, quanto avesse sofferto nelle questioni con monsignor Gastaldi e la violenza che si era dovuta fare nell'obbedire all’ultimo accomodamento ordinato dal Papa[252]. - Anche il Papa, esclamò, sulle spalle del povero Don Bosco volle far gravare la sua mano! - Don Costamagna, narrando queste cose, diceva che egli sfogava il suo cuore nello stesso modo che avrebbero potuto fare S. Filippo Neri, S. Alfonso de' Liguori e S. Francesco di Sales.

                Quando il treno, ripreso il suo cammino, si fermò alla prima stazione, Don Bosco e gli altri scesero per respirare un po' liberamente. In quel mentre un signore francese ammiratore di Don Bosco, che però non aveva mai veduto, parlava di lui ad alta voce in un crocchio, dicendo che andava a Roma che nel ritorno sarebbe passato per Torino a fine di vederlo; a Parigi aver cercato invano d'incontrarlo. Don Costamagna che l'udiva gli disse: - Se desidera vedere Don Bosco, non deve andare tanto lontano: eccolo! - Quel signore si avvicinò a Don Bosco e come fuori di sè gli si gettò in ginocchio davanti senza badare alla gente che lo guardava, gli afferrò la mano, gliela baciava; la sua consolazione lo faceva andare in visibilio.

                Il Santo, arrivato a Pistoia e benedetto l'infermo, non istette là più del necessario, ma si affrettò al ritorno.

                Alla stazione di Piacenza salirono ti e individui: un chierico che, salutati i due preti, si sedette in un angolo del vagone; un notaio, che si mise dalla parte dov'era Don Bosco, volgendo cioè la faccia alla macchina; un commesso viaggiatore. Don Costamagna era di fronte a Don Bosco, sicchè le loro ginocchia si toccavano. Il commesso entrò con la sua borsa a tracolla, con la grossa valigia di cuoio in mano, le saccocce piene [303] di carte e giornali e con un largo cappellaccio in testa, sotto il quale splendevano due occhi che gli davano un aspetto strano. Salutò coloro che stavano già dentro, depose il suo bagaglio e quindi con maniera disinvolta estrasse un giornale e cominciò a parlare un linguaggio barbaro, mezzo francese e mezzo italiano, frammischiato ancora di vocaboli appartenenti ad altre lingue, - Signori, hanno udito la sorprendente notizia? Il Conte di Chambord è guarito. Qui il giornale racconta il fatto. Un giorno una ragazza si presentò al Conte e gli offerse un fiore. Da quell'istante il Conte fu risanato. P, una cosa meravigliosa, veramente meravigliosa.

                 - Ma scusi, signore, gli rispose il notaio, la cosa non è andata così.

                 - Ma come? La notizia è data per certa dai giornali. Chi l'ha guarito dunque?

                 - Don Bosco di Torino con la sua Madonna.

                Don Bosco urtò allora con le sue le ginocchia di Don Costamagna, facendogli un sorriso. Don Costamagna fece contemporaneamente la stessa mossa, come per dire che aspettava qualche bella scena. In quel momento il treno si rimise in moto. Si accese tosto una disputa fra il notaio e il commesso, che era un belga. Il fragore del carrozzone copriva in gran parte le loro voci; ma Don Costamagna stava con gli orecchi tesi per seguire come poteva il loro ragionamento. Dalle parole del notaio si rendeva manifesto che era persona cattolica e che aveva grande stima di Don Bosco; il belga invece appariva un incredulo. Infatti non solo negava che Don Bosco avesse potuto guarire il Conte, chiamandolo un impostore, un ciurmatore, ma diceva essere una superstizione credere a quei miracoli, a quelle guarigioni, di cui sovente si parlava. Fandonie, nient'altro che fandonie essere le cose che si narravano di Don Bosco. - Ma che cosa è poi la benedizione di un prete? Che cosa è un prete? Un uomo come un altro!

                Il notaio, che lo ribatteva con ragioni precise, qui ebbe buon giuoco. - Lei si contraddice, signore. Protesta di non [304] credere alla Madonna e poi crede a un mazzolino di fiori; non ha fede in Don Bosco, e poi il potere che nega a Don Bosco, lo accorda ad una ragazzina. Fra credere e credere, trovo più ragionevole la mia credenza che la sua.

                Intanto il treno, rallentata la corsa, si avvicinava a una stazione. La disputa era cessata. Tutti tacevano. Don Costamagna domandò a Don Bosco il permesso di entrare nella questione. - Fa pure! - gli rispose.

                Allora Don Costamagna, rivolto al notaio: - A quel che pare, disse, lei ama molto Don Bosco.

                 - Oh sì! Lo amo e lo stimo grandemente. È un uomo che ha fatto tanto bene alla povera gioventù.

                 - Lo conosce?

                 - Personalmente no. Ma lo conosco per quello che la fama predica di lui. Ho letto i suoi libri ed ho visto le sue case di Francia e specialmente quella di Nizza Marittima.

                 - Sono ben contento che ella apprezzi tanto Don Bosco, eppure le dico che non sa ancora tutto quello che Don Bosco si merita. Veda, io ho fatto tremila leghe di viaggio, vengo dall'America e solamente per vedere Don Bosco.

                 - Dall'America?

                 - Certo; io sono uno de' suoi figli; entrai ne' suoi istituti fin da piccolino. Avevo perduto mio padre. Egli mi ha fatto da padre con tutte le cure possibili sia per il mantenimento che per l'istruzione e l'educazione.

                - É stata una grande fortuna per lei!

                - E questa fortuna fu divisa con me da moltissimi altri. In ogni città d'Italia si può dire che c'è qualcuno beneficato da lui quand'era fanciullo, ed egli continua sempre a fare del bene alla gioventù.

                 - Don Bosco è davvero un grande e santo uomo.

                 - Lei dunque non l'ha mai visto?

                 - Mai.

                 - Desidererebbe vederlo?

                 - Ma sì, certamente e con tutto piacere. [305]

                 - Lei dunque dice di volere un gran bene a Don Bosco? - Chi non vorrebbe bene a quell'uomo? Le assicuro che ebbi sempre per lui la massima venerazione.

                 - Ebbene, io sono quasi tentato di farglielo vedere Don Bosco.

                 - Potrà farmi vedere il suo ritratto.

                 - Oh no, non il suo ritratto, ma lui in persona.

                - Allora bisognerebbe che mi conducesse a Torino; ma in questi momenti i miei affari me lo impedirebbero. Eppure ci andrei tanto volentieri!

                 - Non voglio condurla a Torino per vedere Don Bosco.

                 - E come dunque?

                Don Bosco tranquillo con un sorriso appena percettibile seguiva il dialogo. Il chierico e il faccendiere belga non perdevano sillaba. Don Costamagna a questo punto disse al notaio: - Ecco qui Don Bosco.

                A queste parole i tre viaggiatori, come spinti da una molla, balzarono contemporaneamente in piedi e caddero in ginocchio. Il Belga con le mani giunte diceva: - Pardon! Oh buon Dio! Quale sorpresa! Mi perdoni le mie incaute parole! - Era una scena commovente. Don Bosco diceva: - É nulla, nulla; non sono offeso; si alzino. - Dette quindi alcune parole di complimento, volendo lasciar loro una sua memoria, cavò fuori alcune medaglie di Maria Ausiliatrice e ne diede una a ciascuno.

                 - Grazie, grazie! esclamava il Belga. Oh io voglio bene, sa, alla Madonna. Veda. - E trasse di sotto al vestito una medaglia che portava appesa al collo. - Me l'ha regalata mia madre quand'ero fanciullo. Sempre l'ho portata in dosso. Essa mi ha liberato da tanti pericoli e specialmente in una tempesta orribile durante un viaggio nelle Indie. Si fece naufragio, fummo gettati sulle coste indiane, io rimasi a lungo fuori dei sensi, ma potei essere condotto in salvo. Là senza soccorsi rimanemmo tre giorni in paese infestato dalle tigri, dalle quali ci difendevamo la notte accendendo grandi [306] fuochi. Finalmente una nave c'imbarcò e ci portò alla nostra destinazione. Ma lei, Don Bosco, è vero che ha tanti collegi e tanti giovani da mantenere?

                Don Bosco gli dipinse con poche parole la grandezza della sua opera.

                 - Ma lei dunque dev'essere ben ricco, deve possedere milioni!

                 - Io non posseggo nulla.

                 - Ma com'è possibile senz'aver nulla mantenere tanti ospizi?

                 - La Madonna è che li mantiene.

                 - Mi perdoni, ma io non capisco. Non è possibile, sono pietose fantasie... Oggi, far supporre aiuti celesti... sono passati quei tempi, in cui... Ma basta: anch'io voglio concorrere per quel che posso ad aiutarla nelle sue opere. Prenda una piccola offerta. - Era una moneta d'oro da venti franchi.

                Don Bosco lo ringraziò e soggiunse sorridente: - Osservi bene, lei stesso dà la risposta alle obbiezioni fatte pocanzi. Come la Madonna ha mosso il suo cuore ad aiutarmi, così ne muove migliaia d'altri a venire in aiuto dei nostri giovanetti.

                Quando si separarono, il Belga volle scambiare con Don Bosco il biglietto di visita, promettendogli che passando per Torino, sarebbe venuto a trovarlo.

                Più piccante episodio accadde nell'ultima parte del viaggio. Ad Alessandria salirono nuovi viaggiatori in quello scompartimento. Uno di essi cominciò a parlar male di Don Bosco, dipingendolo a neri colori e dicendo che era un avaro e che ammucchiava danari con l'ingannare i gonzi.

                 - Scusi, fece Don Bosco, lei conosce Don Bosco?

                 - S'immagini, se lo conosco! Sono torinese e l'ho visto spesse volte.

                 - Eppure io non credo che Don Bosco abbia tutti quei danari che lei dice.

                 - Ma lo vuol dire a me? Don Bosco è furbo, vuol arricchire la famiglia e ha già comprato molte possessioni. [307]

                 - Io non so che a Castelnuovo egli abbia possedimenti.

                 - Sì, sì; i suoi fratelli son divenuti ricchi.

                 - Perdoni, ma Don Bosco aveva un fratello solo.

                 - O più o meno, il fatto sta, ed io lo so certamente, che il fratello di Don Bosco, mentre prima era povero contadino, ora ha carrozza e cavalli.

                 - Ed io le dico che il fratello di Don Bosco è morto da più di vent'anni.

                 - Sia come si vuole, ma non potrà negare quello che io conosco benissimo.

                 - Ebbene, se vuole cavarsi la curiosità, vada a Castelnuovo e vedrà che Don Bosco ha due soli nipoti, i quali coltivano un poderetto e nulla più.

                - Ma dunque lei mi vuol dare del mentitore?

                - Io non le dò del mentitore; dico solamente che quanto lei afferma, non è secondo verità.

                Così si questionò per un pezzo. I viaggiatori si mostravano propensi a credere vero quello che il prete diceva. Quand'ecco a Felizzano affacciarsi allo scompartimento il barone Cova, che, visto Don Bosco: - Oh Don Bosco - esclamò salutandolo e facendo per intrattenersi familiarmente con lui. I viaggiatori diedero in una risata e quel tale tutto confuso balbettava parole di scusa. Don Bosco sorridendo gli rispose: - Desidererei darle un consiglio, e sarebbe di non parlare mai male di nessuno o almeno guardar prima bene chi le sta vicino. Potrebbe darsi che quello stesso con cui parliamo, sia proprio colui del quale laceriamo la fama. Il meglio però si è parlar sempre bene di tutti e, non potendo parlar bene, tacere.

 

NEL PERIODO DEGLI ESERCIZI.

 

                Dall'agosto all'ottobre correva il periodo degli esercizi spirituali, a cui Don Bosco faceva sempre di tutto per presiedere; ma il viaggio di Pistoia gli tolse la possibilità di trovarsi, [308] come aveva stabilito, nella casa di Nizza Monferrato per la muta delle signore, diede perciò a Don Cagliero l'incarico di sostituirlo.

 

                               Car.mo Don Cagliero,

 

                Desidero che almeno alcuni giorni siano passati a Nizza Monferrato. Ma una serie di telegrammi fanno che domani mattina debba partire alla volta di Firenze.

                Dirai però alle esercitande che mi rincresce; che  pregherò tanto per loro; che le benedico e che giovedì mattino celebrerò per loro la S. Messa. Mi raccomando alla carità delle loro preghiere. Dio ci benedica tutti e credimi in G. C.

 

                Torino, 7 agosto 1883.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Che sia andato allora fino a Firenze, non risulta da nessun indizio. Essendo Pistoia sulla linea di Firenze, Don Bosco usò quell'espressione vagamente, perchè forse non credette opportuno dire quale fosse la vera meta del suo viaggio.

                Per gli esercizi degli ascritti a S. Benigno nella seconda metà di agosto si trovò presente. Di là spedì un telegramma di augurio al Papa nel giorno di S. Gioachino, suo onomastico. Gli fu risposto affettuosamente il 22 dal cardinale Jacobini, Segretario di Stato: “Don Bosco, S. Benigno Canavese. Graditissimo riuscì al Santo Padre telegramma. Sua Santità benedice lei e Salesiani riuniti costì spirituali esercizi”. Un accenno a quegli esercitandi si legge in una lettera alla baronessa Ricci.

 

                               Benemerita Sig. Baronessa Ricci Azelia Fassati,

 

                Di tutto buon grado mi terrò libero di celebrare la Santa Messa il 25 di questo mese secondo l'intenzione della Contessa de Maistre Francesca e per la serafica suora del Sacro Cuore. Come pure farò fare una novena di comunioni, di preghiere e di messe che termineranno col giorno della Natività di Maria all'intenzione di una monaca francescana. Ed altro? Un memento speciale nella santa Messa per Lei, sig. Baronessa, pel sig. Barone Carlo e particolarmente per Maman [309] affinchè Dio li conservi tutti ad multos annos in sanctitate et iustitia omnibus diebus vitae.

                lo sono qui con duecento giovani che fanno gli esercizi spirituali per esaminare la loro vocazione e quindi cominciare il loro noviziato. Ardono tutti del massimo desiderio di recarsi in Patagonia.

                Dio benedica Lei, sig. Azelia, e con Lei benedica tutta la famiglia del Pessione[253], e raccomandandomi alla carità delle loro preghiere ho la consolazione di potermi professare in N. S. G. C.

 

                S. Benigno Can., 22 agosto 1883.

Umile servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Durante questo corso di esercizi si presentò la prima volta a Don Bosco un sacerdote francese. Era della diocesi di Chartres e veniva a farsi salesiano proprio quando si avvicinava il tempo, nel quale sarebbe stato necessario avere un soggetto come lui da mettere a capo di un'opera in Parigi. Si chiamava Don Bellamy. Mentr'egli parlava col Santo, entrò Don Branda, direttore del collegio di Utrera, per chiedere la benedizione avanti di partire per la Spagna. Don Branda si era inginocchiato e Don Bosco, volto a Don Bellamy, disse: - Vede questo prete? Va nella Spagna, dov'è direttore - di una casa e Ispettore della provincia. Vuole ora che le dica che cosa sarà di lei?

                Don Bellamy, che non conosceva ancora i doni soprannaturali di Don Bosco, prese la domanda in scherzo e gli rispose ridendo: - Dica pure,

                 - A lei faremo fabbricare Salesiani.

                 - Che cosa intende dire?

                 - Sa come fanno i falegnami! Prendono un pezzo di legno e tagliano e squadrano e piallano e ne fabbricano un mobile. Così io darò a lei il legno e lei me lo lavorerà e così fabbricherà Salesiani. Vuol sapere ancora altro?

                 - Dica pure, replicò Don Bellamy, sempre come uno  che ascolta cosa di poca o niuna importanza. [310]

                 - La manderemo in missione al nord...

                 - Al nord?!

                 - Vuol sapere altro ancora?

                 - Basta, Don Bosco. - E così dicendo, gli indicava Don Branda, che stava sempre là in ginocchio, aspettando la benedizione.

                Benchè non ne facesse alcun conto, quelle parole rimasero impresse nella memoria di Don Bellamy, che cominciò a intendere la prima parte, allorchè da Parigi venne mandato maestro dei novizi a Marsiglia. Ma intanto pensava alla missione del nord, annunziatagli in secondo luogo. Era venuto a farsi salesiano con l'intenzione di andare missionario in Africa; ma, nominato da principio Direttore della casa di Parigi, cioè nel nord della Francia, non poteva capacitarsi che quella fosse una missione. Finalmente nel 1891, destinato a Oran nel nord dell'Africa, ritenne che così la frase interrotta di Don Bosco avrebbe dovuto avere il suo compimento.

                Egli non si fermò subito a S. Benigno, ma vi tornò tre settimane dopo, durante un nuovo corso di esercizi, conducendo seco un altro prete francese, desideroso pure di farsi salesiano. Presentando il primo a Don Barberis, il Servo di Dio gli disse:

                 - Ecco una pianta da trapiantare nel nostro giardino.

                Ma del secondo, quando fu da solo a solo con Don Bellamy gli disse: - Quell'altro non si fermerà con noi.

                Perchè? chiese Don - Bellamy un po' contrariato. È troppo incostante, gli rispose Don Bosco.

                A Don Bellamy parve azzardato quel giudizio, essendo il suo compagno a lui interamente conosciuto. Ma l'evento, provò la verità della predizione; infatti dopo sei mesi quegli abbandonò il noviziato.

                Al proprio Vescovo, che era monsignor Lodovico Eugenio Regnault, Don Bellamy non aveva manifestato lo scopo del suo viaggio in Italia. Ora, appena egli seppe che si voleva [311] fare salesiano, gli scrisse minacciando che, se non tornasse immediatamente nella diocesi, l'avrebbe sospeso a divinis. Don Bosco, quando ne fu avvisato, si trovava a Nizza Mare per gli esercizi dei confratelli francesi. Di là indirizzò al Vescovo di Chartres una sua letterina, in cui fra l'altro diceva, che avrebbe consigliato a Don Bellamy di obbedire al suo Vescovo, ritornando in diocesi per rimanervi fino a tanto che il Signore ispirasse al Vescovo stesso di permettergli che seguisse la propria vocazione. La lettera cominciava con Grandeur! Quelle parole sconcertarono il Vescovo, il quale, rispondendo a Don Bellaray, gli disse che dopo averle lette aveva passato la notte insonne e che al mattino, celebrando, aveva chiesto sull'affare i lumi dello Spirito Santo; intanto se ne rimanesse pure dov'era e procurasse di riuscire un buon salesiano.

                Ai suddetti esercizi degli ascritti partecipava anche un chierico del seminario di Magliano Sabino. Un giorno Don Bosco gli disse: - Sta' allegro, verrà da Magliano un altro chierico.

                 - Chi è? chi è? domandò ansiosamente il nuovo venuto.

                 - Indovina.

                 - Non saprei; me lo dica!

                 - Il cognome comincia per C e finisce in i.

                 - Non lo so indovinare; me lo dica!

                 - Verrà Corradini.

                Ruggero Corradini faceva allora la quarta ginnasiale nel convitto annesso al Seminario, nè aveva mai sentito la menoma propensione a farsi salesiano. Il chierico scrisse al direttore Don Daghero il dialoghetto avuto con Don Bosco; poi lo riferì oralmente al Corradini alcuni mesi appresso, poichè non perseverò e fece ritorno a Magliano. Quegli bruciava dalla voglia di sapere come mai Don Bosco fosse venuto a conoscenza del suo nome; ne interrogò qualche anno dopo il Santo medesimo, che erasi recato nel seminario, ma il Santo gli rispose: - Sapere come io conobbi che saresti [312] venuto su, non importa. Fa' così: se vorrai venire, quieta la mamma con qualche scusa e verrai a provare.

                Queste parole di Don Bosco non gli fecero nè caldo nè freddo, perchè neppur per sogno avrebbe voluto farsi salesiano; figlio unico di madre vedova, non pensava affatto di abbandonare la sua diocesi. Ma nel marzo del 1889 quel desiderio, che sembrava così remoto dalle sue aspirazioni, gli s'insinuò nell'animo e lo signoreggiò talmente, che, ordinato diacono, superò tutte le difficoltà dei parenti e dei superiori diocesani e partì per Torino. Mentre scriviamo, Don Corradini lavora nell'Ispettoria Romana.

 

Il COADIUTORE SALESIANO.

 

                Nel terzo Capitolo Generale, di cui diremo più avanti, si era stabilito che anche i coadiutori avessero il loro noviziato a parte. Questa deliberazione fu messa in atto con mirabile prestezza; poichè già nell'ottobre seguente ventidue ascritti artigiani cominciavano a S. Benigno la loro prova, segregati dagli altri della casa. Appena tutto fu all'ordine, Don Bosco, venuto a S. Benigno per la vestizione dei chierici, andò a vederli e, parlando a loro soli, delineò, come non aveva fatto mai in passato, la figura del coadiutore salesiano, quale egli la concepiva.

 

                Il vangelo di stamattina diceva: Nolite timere, pusillus grex, non temere, piccolo gregge[254]. Voi siete anche il pusillus grex, ma non vogliate temere, nolite timere, che crescerete.

                Sono molto contento che si sia cominciato un anno di prova per gli artigiani con regolarità. É questa la prima volta che vengo a San Benigno dacchè ci siete voi e sebbene sia venuto per la vestizione chiericale e non mi fermi che un giorno, non volli lasciarvi senza dire due parole a voi in particolare. Vi esporrò due pensieri.

                Il primo è manifestarvi qual è la mia idea del coadiutore salesiano. Non ebbi mai tempo e comodità di esporla bene. Voi adunque siete [313] radunati qui a imparte l'arte e ammaestrarvi nella religione e nella pietà. Perchè? Perchè io ho bisogno di aiutanti. Vi sono delle cose che i preti e i chierici non possono fare, e le farete voi. Io ho bisogno di poter prendere qualcuno di voi e mandarvi in una tipografia e dirvi: - Tu pensaci e falla andare avanti bene. - Mandarne un altro in una libreria e dirgli: - Tu dirigi, sicchè tutto riesca bene. - Mandarne uno in una casa e dirgli: - Tu avrai cura che quel laboratorio o quei laboratorii camminino con ordine e non manchi nulla; provvederai che i lavori riescano come devono riuscire. - Ho bisogno di avere in ogni casa qualcuno a cui si possano affidare le cose di maggiore confidenza, il maneggio di danaro, il contenzioso; chi rappresenti la casa all'esterno. Ho bisogno che vadano bene le cose di cucina, di porteria; che tutto si procuri a tempo, niente si sprechi, nessuno esca, ecc. Ho bisogno di persone a cui poter affidare queste incombenze. Voi dovete essere questi. In una parola voi non dovete essere chi lavora direttamente o fatica, ma bensì chi dirige. Voi dovete essere come padroni su gli altri operai, non come servi. Tutto però con regola e nei limiti necessari; ma tutto voi avete da fare alla direzione, come padroni voi stessi delle cose dei laboratori. Questa è l'idea del coadiutore salesiano. Io ho tanto bisogno di avere molti che mi vengano ad aiutare in questo modo! Sono perciò contento che abbiate abiti adattati e puliti; che abbiate letti e celle convenienti, perchè non dovete essere servi, ma padroni; non sudditi, ma superiori.

                Ora vi espongo il secondo pensiero. Dovendo venire così in aiuto in opere grandi e delicate, dovete procurarvi molte virtù, e dovendo presiedere ad altri, dovete prima di tutto dare buon esempio. Bisogna che dove si trova uno di voi, si sia certi che là vi sarà l'ordine, la moralità, il bene. Che se sal infatuatum fuerit...

                Conchiudiamo dunque come abbiamo cominciato. Nolite timere, pusillus grex. Non temete, che il numero crescerà; ma specialmente bisogna che si cresca in bontà ed energia. Allora sarete come leoni invincibili e potrete fare molto del bene. E poi, complacuit dare vobis regnum. Regno e non servitù, ma specialmente avrete il regno eterno.

 

                La tre volte ripetuta qualifica di “padroni” esprime come non si potrebbe meglio l'idea del coadiutore salesiano. Il coadiutore salesiano non è il fratello laico degli altri istituti religiosi, che si chiama fratello, ma, in realtà del fratello ha così poco come ben poco ha del servo chi complimentosamente si professa tale a voce o per iscritto. Il nostro coadiutore è parte viva della famiglia. Ora in una casa tutti i membri della famiglia sono detti comunemente i padroni e come tali si differenziano dai servi e dagli estranei. Il coadiutore salesiano [314] dunque affratellato con i preti e i chierici, sta al loro livello di fronte alle persone di servizio, agli alunni e agli ospiti, che sotto qualunque titolo convivano o collaborino nelle nostre case. Andrebbe lungi dal pensiero di Don Bosco chi supponesse che con quella denominazione egli attribuisse ai coadiutori uno stato di privilegio nella comunità; Don Bosco volle invece indicare la totale appartenenza loro alla famiglia, di cui fanno parte, e quindi il diritto che essi hanno a egual trattamento come i preti e i chierici, Il grado di considerazione che loro deriva da questa posizione, li porta naturalmente ad assumere atteggiamenti decorosi nei rapporti, con gli esterni, a curare l'esemplarità della condotta in casa, a sentirsi solidali con i confratelli e a mostrarsi fedeli nelle rispettive mansioni. Di modo che l'appellativo di “padroni”, anzichè inorgoglire, deve preoccupare seriamente ogni buon coadiutore, sol che rifletta al senso di responsabilità che quell'attributo suppone e impone.

 

CONFERENZA A CASALE MONFERRATO.

 

                Anche quest'anno Don Bosco tenne la conferenza ai Cooperatori di Casale. Vi si recò il 21 novembre da Borgo S. Martino, dov'era stato per la festa posticipata di S. Carlo, titolare del collegio. Quando venne il momento di montare in pulpito, il cerimoniere vescovile (poichè monsignor Ferré volle assistervi) fece intendere che Don Bosco doveva portarsi alla cattedra episcopale e ricevere prima la benedizione del Vescovo. Naturalmente il Servo di Dio si accinse tosto a obbedire e a fare come sempre aveva fatto in simili casi; ma Monsignore quasi di scatto disse al suo cerimoniere: - Don Bosco venire a farsi benedire da me? Non domandano a lui i Vescovi la benedizione? Nè permise che egli eseguisse quella cerimonia. A probabile però che il Vescovo volesse anche risparmiare a Don Bosco l'incomodo di fare un giro [315] per giungere a' suoi piedi e poi inginocchiarsi e alzarsi, movimenti disagevoli per lui a quell'età e con gli acciacchi che gli rendevano difficoltoso il camminare. Tutto questo vide, udì e riferì poi Don Caroglio, allora segretario vescovile e là presente.

                Il discorso, durato poco meno di un'ora, non uscì dalla traccia consueta: necessità di provvedere all'educazione della gioventù, attività dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice in questo campo, e bisogno di aiuti. Piacque la fiducia che mostrò di avere nella divina Provvidenza e nella, carità dei Cooperatori. Osservò: - Forse taluno potrebbe dire: Ma con` tante opere - che ha tra mano, Don Bosco finirà con fare bancarotta! Nossignore, noi non faremo bancarotta. Non l'abbiamo fatta finora e non la faremo in avvenire. Ci è sempre garante la divina Provvidenza e la carità dei nostri Cooperatori.

 

IN FINE D'ANNO.

 

                La sera del 20  dicembre accadde nell'Oratorio i - in fatto prodigioso. Una donna di Cervignasco presso Saluzzo portò di peso nella camera di Don Bosco una sua figlia di nove anni. La piccina era paralitica dall'età di otto mesi e, secondochè diceva la madre, stentava a parlare e non poteva camminare. I medici, scriveva il parroco in una lettera consegnata dalla donna al Santo, affermavano che non c'era più altra speranza di guarigione se non nel mettere alla prova la benedizione di Don Bosco.

                Don Bosco fece posare la giovanetta sul sofà e vicino a lei la madre; quindi diede la benedizione all'inferma e poi la interrogò: - Come ti chiami?

                - Maria, rispose la bambina vispa, e pronta con grande stupore della madre, che sgranava tanto d'occhi allo scorgere in lei quella insolita energia.

                 - Fatti il segno della croce, continuò Don Bosco. [316]

                 - In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, Così sia.

                 - Noti, osservò la madre, che il braccio destro è meno ammalato del sinistro, perchè di questo non si può menomamente servire.

                 - Ebbene, replicò Don Bosco, muovi il braccio sinistro.

                La bambina oddedì.

                 - Ed ora, proseguì Don Bosco, sei buona a camminare?

                 - Ha le gambe morte! esclamò dolorosamente la madre. Vede? Sono un terzo più piccole del normale.

                 - Vi dico che sono gambe vive, ribattè Don Bosco. Su, scendi e mettiti a camminare.

                La bambina balzò in piedi e camminava. Don Bosco allora condusse subito madre e figlia alla porta, dicendo loro che tornassero al paese. Don Lemoyne, che, come soleva da qualche tempo, andava ogni sera a passare un'ora in intima conversazione con Don Bosco, lo trovò ancora tutto commosso dell'accaduto e quasi tremante.

                Avvicinandosi il santo Natale, Don Bosco per il tramite del Cardinale Protettore umiliò al Santo Padre le sue felicitazioni. Sua Eminenza il 24 gli rispose: “S. Padre ringrazia, manda copiosa benedizione. Auguri sinceri. Card. Nina”. Questi ripetuti segni di benevolenza da parte di Leone XIII non è a dire quanto consolassero il cuore di Don Bosco dopo le passate ambasce.

                Celebrate le feste natalizie, egli diede in casa la strenna, che precedentemente aveva spedita ai collegi. Consisteva essa in due avvisi, uno per gli alunni e l'altro per i Confratelli. Ai primi diceva: “Non rubare nè oggetti altrui, nè il tempo, nè l'innocenza, nè l'anima verbis et operibus”. Ai secondi: “Prima carità è quella usata all'anima propria”.

                In questo capo non è narrato tutto quello che Don Bosco fece e disse nell'Oratorio dal suo ritorno fino al termine dell'anno; altro si racconterà nei capi seguenti. Piace intanto leggere quali impressioni portavano seco dell'Oratorio e di [317] Don Bosco gli ospiti venuti da remote parti. Alle testimonianze già da noi recate ne aggiungeremo qui una nuova che comparve in un giornale romano[255]. Un corrispondente di Treviso scriveva: “Nessuno a questo mondo avrebbe certo potuto spiegarmi a parole la pace, la gioia paradisiaca, le sante ispirazioni che ci è dato godere in quel luogo pio. Oh Don Bosco, gloria d'Italia, permetti nella tua invidiabile modestia, che io proclami al mondo che tu sei un santo; poichè santo ti qualificano le tue opere sempre riuscite a bene da circa mezzo secolo; santo ti manifestano le tue doti e di mente e di cuore; santo ti dimostra la parola saggia, tranquilla, affascinante, sempre eguale, sempre istruttiva, sempre caritatevole”.

 

 


CAPO X.

Visita illustre e visita storica: un Cardinale francese e un futuro Papa.

 

                DAL 1875 dopo il Beraldi più nessun Cardinale aveva  visitato l’Oratorio, finchè nel 1883, ci venne l’eminentissimo Enrico De Bonnechore, Arcivescovo di Rouen. Oggi col viavai continuo di alti personaggi è difficile comprendere quanta e quale impressione producesse allora in tutti la presenza di un Principe della Chiesa nella casa di Don Bosco. Il 4 ottobre quel venerando Porporato, di ritorno da Roma, si volle fermare a Torino, perchè desiderava di vedere Don Bosco e l'Oratorio. Disgraziatamente Don Bosco era fuori con tutti i membri del suo Capitolo; poichè, mentre presiedeva in S. Benigno un corso d'esercizi spirituali, teneva adunanze con i suoi consiglieri per l'assetto delle case nel nuovo anno scolastico, nè bastava il tempo perchè, avvisato telegraficamente, accorresse per fare gli onori di casa all'eminente visitatore. Dall'Oratorio mancavano pure gli studenti, che dovevano tornare a giorni dalle loro vacanze. Tuttavia il prefetto e gli altri confratelli prepararono in breve un ricevimento decoroso; per il che non ebbero a fare se non quanto avevano veduto praticarsi più volte in casi analoghi. Giovò anche il trovarsi presente un giovane sacerdote salesiano di nazionalità francese. [319]

                Sua Eminenza consentì di salire al primo piano, dove s'intrattenne a conversai e con i nostri sacerdoti che lo accompagnavano, informandosi di cento cose con vivo interesse. Poi, affacciatosi dal ballatoio, disse agli artigiani radunati nel cortile sottostante: - Miei cari giovani, ero venuto con l'intenzione di visitare Don Bosco e discorrere con lui; ma i suoi doveri lo tengono lontano di qui. Non potendo salutare il padre, godo di vederlo rispecchiato nei figli. Vi benedico tutti con il massimo affetto e prego Dio che vi colmi delle sue grazie e dia prosperità a questa casa e alle opere salesiane.

                Per lasciarvi poi un ricordo del mio passaggio, vi dò una giornata di vacanza, rallegrata possibilmente da una gita. Così pure, poichè anche voi siete uomini e taluni potrebbero aver commesso qualche mancamento, io vi accordo amnistia completa, cancellando tutti i punti neri e condonando tutti i castighi. - I superiori prontamente assentirono e promisero di eseguire. Il Cardinale aggiunse ancora: - Metto però una condizione, o giovani, ed è che ognuno di voi dica secondo le mie intenzioni un Pater e un'Ave. - Acclamazioni e applausi accolsero le sue parole. Dall'alto egli benedisse i ragazzi; quindi scese, passò in mezzo a loro dando l'anello a baciare ed entrò nella chiesa. Uscendo disse che egli aveva in diocesi un antico santuario dedicato a Maria sotto il titolo di Auxilium Christianorum e che era una sorgente perenne di grazie spirituali e temporali. Appresso visitò la tipografia, installata da poco nei locali di recente costruzione. Vi si stampava la grammatica greca di Don Garino, della quale esaminò le bozze[256]; [320] pose anche molta attenzione al funzionamento delle macchine e al lavoro dei piccoli operai.

                Prima di lasciare la casa si compiacque d'indugiarsi ancora un poco nel parlatorio, continuando a chiedere informazioni su varie particolarità e mostrandosi da ultimo così soddisfatto, che gradì assai il diploma offertogli di Cooperatore Salesiano. Nell'atto di accomiatarsi promise che un'altra volta, ripassando per Torino, avrebbe preavvisato Don Bosco e raccomandò di dire a Don Bosco che egli pure, ritornando a Parigi, ne lo facesse avvertito. Ma il Cardinale aveva ottantatrè anni e il Servo di Dio non doveva più rivedere la capitale della Francia[257].

                In quell'autunno vi fu un'altra visita che non fece alcun rumore in casa, ma che doveva avere conseguenze di altissimo valore. Quella volta Don Bosco c'era. Si presentò a lui un giovane sacerdote, slanciato della persona, dalla fronte ampia, dall'aria riflessiva, ponderato nel parlare e riverente nei modi. Dopo una conversazione che non andò solamente in convenevoli, il Servo di Dio disse al suo visitatore: - Ora [321] lei, caro Don Achille, è padrone di casa. Mi rincresce di non poterlo accompagnare io, perchè sono molto occupato; non so neppure chi darle per guida, essendo anche tutti gli altri occupati. Lei vada, venga, veda tutto quello che vuole.

                Don Achille Ratti che faceva le sue prime prove alla biblioteca Ambrosiana di Milano sotto la scorta del dottissimo monsignor Ceriani, desiderava di conoscere specialmente come fosse organizzata la scuola tipografica dell'Oratorio e in generale come funzionassero le scuole professionali. La tipografia con i suoi annessi e connessi, come la fonderia dei caratteri e la legatoria, lo interessò moltissimo. Quando rivide Don Bosco nel refettorio, interrogato da lui che cosa avesse veduto di bello, rispose: Vidi mirabilia hodie.

                Era il tempo, in cui i Direttori della singole case si recavano alla casa madre per conferire con Don Bosco, esporgli le loro condizioni e i loro desiderata e riceverne consigli e conforti. Il Santo li riceveva alla buona là nel refettorio subito dopo il pranzo. Non appena l'ospite, che Don Bosco fermò a prendere il caffè, s'accorse che cominciavano tali udienze, mostrò premura di allontanarsi; ma Don Bosco: - No, no, gli disse, stia, stia pure. - Primo a entrare in colloquio fu un Direttore di Francia. Don Bosco stava in piedi, appoggiato alla tavola. Non erano tutte liete le cose che di mano in mano formavano l'argomento della conversazione; ma dall'aspetto di Don Bosco nessuno, come disse poi il suo ospite, avrebbe potuto indovinare, quando egli udisse buone o cattive notizie, tanta calma e serenità gli si leggevano sempre sul volto.

                Succedette al francese un Direttore italiano, proveniente dalla Sicilia. Era certamente Don Guidazio, che da quattro anni dirigeva il collegio di Randazzo, l'unico esistente allora nell'isola. Bersagliato non poco dalle autorità scolastiche per motivi settari, egli descriveva drammaticamente nel suo pittoresco linguaggio soprattutto le vessazioni di un provveditore agli studi. Don Bosco, ascoltata ogni cosa, prese a dargli opportuni suggerimenti sulla condotta da tenere. [322]

                E se tutto questo non bastasse, conchiuse, digli pure che Don Bosco ha le mani lunghe e che può arrivare fino a lui.

                Cosi Don Ratti, da buon osservatore, assisteva alla serie di quei rendiconti, fissando però la sua attenzione in special modo sul contegno di Don Bosco dinanzi a tanta varietà d'individui e di argomenti.

                Nè siffatta confidenza accordata a un ospite sconosciuto si limitò a quel caso; ma per tutti i due giorni che quegli rimase nell'Oratorio, Don Bosco lo ammise nell'intimità della famiglia, trattandolo come uno de' suoi e lasciandolo libero di girare per la casa a osservare l'andamento e a prendere contezza di tutto quello che gli piacesse. Il che non mancò di produrre in lui un senso tal quale di stupore. Due cose intanto sono certe: che un sì breve spazio di tempo fu sufficiente al suo occhio sagace per misurare la personalità di Don Bosco e la portata della sua missione, e che le parole allora udite e le impressioni riportate non si cancellarono più dalla mente del futuro Pontefice, come ne fanno fede. Le sue reiterate testimonianze tanto in private che in pubbliche udienze.

                Di parole udite non ne conosciamo molte, ma ne abbiamo a sufficienza per formare una bella collana. Don Ratti aveva un rammarico nel cuore: un giovane artigiano da lui raccomandato alcune settimane prima a Don Bosco, preso da nostalgia, se n'era fuggito dall'Oratorio. - Quanto mi rincresce, diss'egli, che il mio raccomandato mi abbia fatto fare una così brutta figura! C'è però la scusa che è un ragazzo poco intelligente. - Ma Don Bosco volle subito riabilitare il suo raccomandato e gli rispose sorridendo: - In quella circostanza diede la sua prima prova d'ingegno. Vedrà che nella vita saprà cavarsela e farsi strada. - La realtà confermò il pronostico; ma lì per lì Don Ratti non fece caso di quella ipotetica eventualità. Gli era piaciuta e l'aveva commosso la caritatevole prontezza delle sue prime parole e il gioviale commento, con cui tanto serenamente egli aveva messo il [323] suggello all'episodio, pigliando motivo dalla scappata stessa per non disperare di quel giovane[258].

                Amante della cultura, Don Ratti si rallegrava con Don Bosco del sapiente e ardimentoso sviluppo dato da lui all'arte tipografica nel suo Oratorio “mediante tutti i ritrovati più completi e moderni della meccanica”. Il “caro” Santo “con quella sorridente bonomia e con quell'arguzia che tutti notavano sempre in lui” gli rispose: - In queste cose Don Bosco vuol essere sempre all'avanguardia del progresso. E intendeva dire che nelle opere di propaganda tipografica e libraria non la voleva cedere a nessuno. Queste invero, afferma oggi il Pontefice, “furon proprio le opere della sua predilezione” e formarono “il suo nobile orgoglio”[259].

                Confidò pure al suo gradito ospite, che in un primo tempo egli si era sentito sospingere verso il lavoro scientifico e letterario o, come il Papa si esprime, “nella direzione delle grandi comprensioni ideali”. L'incontro con un uomo di libri e di biblioteca gli aveva fatto dire ancor più esplicitamente che egli da prima “aveva un vasto piano di studi, un vasto piano anche di storiografia ecclesiastica; - ma poi, soggiungeva, ho visto che il Signore mi chiamava per altra via: mi mancava forse l'attrezzamento di spirito, d'intelligenza, di memoria -”. Ma è opinione di Pio XI che egli fosse una di quelle anime che “per qualunque via si fosse messa, avrebbe certamente lasciato grande traccia di sè”[260].

                Il Santo, che non si lasciava sfuggire occasione di parlare de' suoi Cooperatori, li chiamò in presenza di lui la sua longa manus, dicendo “con umile compiacenza”, ma come fa chi “vuol dare importanza ad altri” anzichè a se stesso, che grazie appunto alla “mirabile legione”dei Cooperatori egli [324] aveva “le mani abbastanza lunghe da poter arrivare a tutto”[261].

                Dalle sue labbra il Papa attinse pure allora quanto stesse in cima ai suoi pensieri e agli affetti del suo cuore la composizione del deplorato dissidio che divideva in Italia lo Stato dalla Chiesa. La questione romana in quei mesi era tornata, come suol dirsi, di attualità. Pullulavano articoli e opuscoli con proposte più o meno strampalate sul modo di risolverla o pieni di astiose polemiche. Anche dagli Stati Uniti il New York Herald aveva incaricato un suo corrispondente in Italia di visitare i più illustri personaggi delle due Rome, studiare la reciproca posizione del Quirinale e del Vaticano e riferire. Ne venne così una lunghissima corrispondenza riassunta subito su parecchi giornali italiani ed esteri. Al grosso dibattito aveva dato origine una lettera aperta di Emilio Rendu, già Ispettore generale delle Università francesi, all'onorevole Ruggero Bonghi sopra lo scottante argomento[262].

                Orbene Don Ratti vide in tale circostanza come Don Bosco vagheggiasse “non una conciliazione come che fosse, così come molti erano andati per molto tempo almanaccando, arruffando e confondendo, ma in modo tale che innanzi tutto si assicurasse l'onore di Dio, l'onore della Chiesa, il bene delle anime”[263]. Infatti lo udì deplorare certi avvenimenti, “deplorare tanta manomissione dei diritti della Chiesa e della Santa Sede, deplorare che quelli che allora reggevano le sorti del paese non fossero rifuggiti da cammini che non si potevano percorrere se non calpestando i più sacri diritti”; onde implorava “da Dio e dagli uomini qualche possibile rimedio a tanti guai, una qualche possibile sistemazione di [325] cose, sicchè tornasse a splendere col sole della giustizia la serenità della pace negli spiriti”[264]. Perciò nell'Enciclica Quinquagesimo ante anno del 23 dicembre 1929, enumerando le consolazioni arrecatagli dall'anno giubilare della sua sacerdotale consacrazione scriveva: “Durante quella visita alla basilica di S. Pietro [la visita del 2 giugno nella beatificazione di Don Bosco] ci veniva in niente come per una speciale provvidenza dell'Autore di tutti i beni fosse avvenuto che il primo a cui decretammo gli onori celesti dopo che  avevamo concluso il patto della desideratissima pace con il Regno d'Italia, fosse Giovanni Bosco, il quale deplorando fortemente i violati diritti della Sede Apostolica, più volte si era adoperato, perchè, reintegrati tali diritti, si componesse amichevolmente il dolorosissimo dissidio pel quale l'Italia era stata strappata al paterno amplesso”.

                Passando ora alle impressioni ricevute dal giovane levita in quell'unico incontro col Servo di Dio, dobbiamo riconoscere che dovettero essere delle più profonde, se a tanta distanza di tempo gliene torna così vivo e tenero il ricordo. “Sono ormai quarantasei anni, diceva nel 1929[265], e ci pale ieri, anzi oggi, di vederlo ancora così come allora lo abbiamo veduto e lo abbiamo ascoltato, sotto lo stesso tetto alla stessa mensa, ed avendo più volte la gioia di poterci trattenere lungamente con lui, pur nella ressa indescrivibile delle occupazioni”. Più che passeggera conoscenza, egli chiama antica amicizia la sua relazione con Don Bosco, amicizia che glielo fa rivivere nel cuore con tutta la letizia, la giocondità, l'edificazione della sua memoria 3[266]. Si compiace pertanto il Santo Padre di essere non solo fra gli ammiratori di Don Bosco, ma di essere stato “tra i suoi conoscitori personali, tra quelli che ebbero da lui stesso vivi e paterni segni di benevolenza e di paterna amicizia, come poteva esservi tra un [326] veterano glorioso del sacerdozio e dell'apostolato cattolico ed un giovane sacerdote”[267].

                Non basta. Nel 1922, dopo rievocata la “fortuna” di aver non pure passato con Don Bosco poche ore, ma di essergli stato ospite per due giorni “partecipando alla sua, mensa penitente più che povera e giovandosi soprattutto della sua ispirata parola”, aveva detto che godeva di sentirsi per questo in certo modo parte della sua grande famiglia[268]. E diciassette giorni dopo aveva ripetuto[269]: “Noi siamo con profonda compiacenza tra i più antichi amici personali del Venerabile Don Bosco. Lo abbiamo visto, questo vostro glorioso Padre e Benefattore, lo abbiamo visto con gli occhi nostri. Siamo stati cuore a cuore vicino a lui. É stato tra noi non breve e non volgare scambio di idee, di pensieri, di considerazioni. Lo abbiamo visto questo grande propugnatore dell'educazione cristiana, lo abbiamo osservato in quel modesto posto che egli si dava tra i suoi e che era pure un così eminente posto di comando, vasto come il mondo, e quanto vasto altrettanto benefico. Siamo perciò ammiratori entusiasti dell'opera di Don Bosco e siamo felici di averlo conosciuto e di aver potuto aiutare per divina grazia' col modestissimo nostro concorso l'opera sua”. Onde non è da stupire che nel discorso dell'II maggio 1930 salutasse i due giorni trascorsi con Don Bosco corre “giorni di gioia e di consolazione che solo può valutare chi ebbe quella divina ventura”.

                Che se poi dall'impressione generale scendiamo a impressioni particolari, troviamo che all'accorto osservatore nessuna sfuggì delle qualità caratteristiche nel nostro Santo. Sebbene infatti lo vedesse aggirarsi per casa “come l'ultimo venuto, come l'ultimo degli ospiti”, tuttavia al primo approccio egli [327] aveva ravvisato in lui una “figura di gran lunga dominante e trascinante, una figura completa”[270]. Ne notò “l'energia di lavoro, l'indomabile resistenza alla fatica, fatica quotidiana e di tutte le ore da mane a sera, da sera a mane, quando occorreva”[271]; “una vita di lavoro colossale che dava l'impressione dell'oppressione anche solo a vedere”[272]. Ne notò una delle più belle doti, vale a dire “l'esser presente a tutto”, benchè “affaccendato in una ressa continua, assillante di affanni, tra una folla di richieste e consultazioni” e intanto “avere lo spirito sempre altrove, dove la calma era sempre dominatrice e sempre sovrana”[273]; giacchè era una delle sue qualità più impressionanti “una calma somma, una padronanza del tempo da fargli ascoltare tutti quelli che a lui accorrevano, con tanta tranquillità come se non avesse null'altro da fare[274]. Nel che lo vide assistito da “una pazienza inalterabile, inesauribile” e da “vera e propria carità, sì da aver sempre egli un resto della propria persona, della mente, del cuore, per l'ultimo venuto e in qualunque ora fosse arrivato e dopo qualunque lavoro”[275].

                Ammirò poi in lui il “grande, fedele e veramente sensato servo della Chiesa Romana, della Santa Sede Romana”[276]. Sì, questa “fedeltà generosa ed animosa a Gesù Cristo, alla sua santa Fede, alla santa Chiesa, alla Santa Sede fu il privilegio” esemplare che il Santo Padre potè “leggere e sentire nel suo cuore”, constatando “come al disopra di ogni gloria egli poneva quella di essere fedele servitore di Gesù Cristo, della sua Chiesa, del suo Vicario”[277].

                Altra “impressione ancor viva nell'anima” del Pontefice è ch'ei parve fin d'allora “un uomo invincibile, insuperabile,  [328] perchè fermamente, solidamente fondato in una fiducia piena, assoluta nella divina fedeltà”[278].

                Lo colpì inoltre l'avere scorto in Don Bosco un abito sacerdotale, che era frutto di una perfetta preparazione. Parlando agli alunni dei pontifici seminari romani maggiore e minore il 17 giugno 1932, dopo aver accennato alla duplice preparazione che essi dovevano premettere al sacerdozio, preparazione cioè morale ed intellettuale, arrecò l'esempio di Don Bosco dicendo: “Noi abbiamo potuto vedere molto da vicino il Beato, edificarci proprio in presenza dell'una e dell'altra preparazione e vedere tutto quello che non tutti ebbero il piacere di vedere anche tra i suoi figli. Giacchè la sua preparazione di santità, la preparazione di virtù, la preparazione di pietà, da tutti era vista, perchè era tutta la vita di Don Bosco: la sua vita di tutti i momenti era un'immolazione continua di carità, un continuo raccoglimento di preghiera; è questa l'impressione che si aveva più viva della sua conversazione: un uomo che era attento a tutto quello che accadeva dinanzi a lui. C'era gente che veniva da tutte le parti [ …..] ed egli in piedi, su due piedi, come se fosse cosa di un momento, sentiva tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto e sempre in alto raccoglimento. Si sarebbe detto che non attendeva a niente di quello che si diceva intorno a lui: si sarebbe detto che il suo pensiero era altrove, ed era veramente così; era altrove: era con Dio in spirito di unione. Ma poi eccolo a rispondere a tutti, e aveva la parola esatta per tutto e per se stesso, così proprio da meravigliale: prima infatti sorprendeva e poi meravigliava. Questa la vita di santità e di raccoglimento, di assiduità alla preghiera che il Beato menava nelle ore notturne e fra tutte le occupazioni continue e implacabili delle ore diurne. Ma sfuggì a molti quella che fu la preparazione della sua intelligenza, la preparazione della scienza, la preparazione dello studio, e sono moltissimi quelli [329] che non hanno l'idea di quello che Don Bosco diede e consacrò allo studio. Aveva studiato moltissimo, continuò per molto tempo a studiare vastissimamente”.

                Finalmente, nel rievocare con tanta insistenza quella fortunata congiuntura, un'impressione dominante del Santo Padre è che fosse là un tratto della “divina Bontà”[279] e una “mirabile disposizione di Dio”[280], cosicchè fra “le grazie più grandi della sua vita sacerdotale” egli non esita ad annoverare il suo “incontro” con Don Bosco[281]. Nulla dunque vieta di ritenere che l'indimenticabile incontro non sia stato meramente fortuito o dovuto a circostanze puramente umane, ma predisposto ne' suoi arcani consigli dalla Provvidenza divina. Degni di nota sono un tratto cortese e una cortese espressione usati con lui dal Servo di Dio, quando si separarono per non mai più rivedersi.

                Sul punto di prendere commiato, l'ospite voleva manifestare la propria soddisfazione anche col rimettere a Don Bosco una sua offerta; ma il Santo, cosa insolita, la ricusò dicendo: - Lei potrà essere utile in altro modo alla nostra Congregazione. - Non è nostro intendimento di attribuire a queste parole un significato che superi il valore di una squisita cortesia; nulla però ci vieta di conchiudere con un riflesso. Colui che aveva affidato all'umile sacerdote piemontese una missione di bene vasta quanto la Chiesa, guidò gli avvenimenti in guisa che quello de' suoi Vicari, a cui sarebbe toccato il cómpito di apporre a detta missione il suggello del supremo riconoscimento, scoprisse per tempo e valutasse da vicino i tesori di grazia versatigli dallo Spirito Santo in seno.

 

 


CAPO XI.

S. Giovanni Bosco e il Conte di Chambord.

 

                UN Re di Francia, Luigi XI, gravemente infermo, chiamava a sè dall'Italia S. Francesco di Paola nella speranza che la sua benedizione gli tenesse lontana la morte, ormai sicura; ira il Santo non si mosse, finchè il Papa Sisto IV non gliene fece un comando. Si recò egli allora al castello di Plessis nelle vicinanze di Tours e, se non risanò l'infermo, lo indusse tuttavia a incontrare cristianamente la sua fine, avvenuta il 13 agosto 1483. Erano trascorsi esattamente quattro secoli, quando si rinnovava quella visita di un santo sacerdote italiano ossia di Don Bosco, a un discendente di Luigi XI, salutato Re di Francia col nome di Enrico V, sebbene non salisse mai sul trono. Anche in tal caso la santità non potè restituire alla vita l'augusto infermo, ma valse a disporlo serenamente al gran passo.

                Enrico di Chambord era l'ultimo rampollo del principale ramo borbonico. Suo nonno Carlo X nel 1830, costretto a scendere dal trono, aveva abdicato ai suoi diritti sulla corona di Francia in favore del suo primogenito, Duca di Angouléme, che pure vi rinunziò in favore del nipote Conte di Chambord figlio di suo fratello, Duca di Berry. Nato nel 1820 alcuni mesi dopo l'assassinio del padre, si chiamò prima Conte di Bordeaux: ma poi, allorchè una sottoscrizione nazionale lo [331] mise in possesso del castello di Chambord nel dipartimento Loir - et - Cher, gli fu dato da' suoi fedeli quel titolo, che ritenne per tutta la vita.

                Nel 1846 sposò l'arciduchessa Maria Teresa d'Austria - Este, figlia del Duca di Modena Francesco IV e di Beatrice di Savoia, figlia di Vittorio Emanue