Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. XV, Ed. 1934, 863 p.

 

 


Prefazione

 

                Il Santo Padre Pio XI, in una privata udienza del 29 aprile scorso, raccomandò allo scrivente che nelle Memorie Biografiche di Don Bosco Facesse largo posto alla documentazione. - Possono avere, disse il Papa, quanto valore si voglia le osservazioni dell'autore; ma l'importanza vera sta nei documenti. Questi più di qualsiasi altra cosa gioveranno ai Posteri e saran da loro ricercati. - Parole che sonavano approvazione incondizionata e autorevolissima al metodo finora seguìto e che animavano a insistervi fino ad opera compiuta. Nulla dunque verrà mai sottratto alle esigenze dei presenti e futuri studiosi, che valga comunque a documentare una vita così complessa e così interessante. Appunto perché nulla vada perduto, giacché occasioni impreviste recano spesso a nostra conoscenza documenti ignorati di tempi anteriori, si é presa fin da principio la risoluzione di accantonare simili documenti in apposite appendici alla fine dei singoli volumi.

                Far largo ai documenti é inondare di luce sempre più smagliante la figura di Don Bosco; dallo studio imparziale di questo tormentato biennio ne avranno i lettori novella prova. Altrettanto purtroppo non si può asserire de' suoi oppositori; ma l'ora è scoccata, che segna il termine di longanime ed eroica attesa. Don Bosco infatti nei momenti delle massime contraddizioni soleva ripetere: - Pazienza! A suo tempo conosceranno tutti; a suo tempo Dio farà capire tutto. - Questo tempo di piena comprensione ecco che oggi é venuto. [6]

                Sui documenti, poiché se ne porge il destro, vi é qualche cosa da aggiungere. Nella vita di Don Bosco la questione dei documenti si presenta sotto un aspetto che ha bisogno di essere illustrato alquanto, affinché col volgere degli anni non sorgano ostacoli che paiano insormontabili a storici competenti e coscienziosi.

                Molti fatti di Don Bosco oggi per noi sono certi; ma quando in avvenire se ne vorrà fare l'accertamento con criteri storici, mancheranno documenti veri e propri per suffragarne la storicità. La certezza loro deriva da una circostanza poco o nulla avvertita finora, perché, non sentendosi la necessità di richiamarla all'attenzione, vi si passava ordinariamente sopra. Noi sappiamo che Don Bosco in private conversazioni e non di rado anche in pubbliche adunanze amava narrare vicende occorsegli durante il non breve periodo anteriore all'assetto definitivo dell'Oratorio. Questi richiami si fecero più rari col tempo; ma non furono mai smessi del tutto. Così in questo stesso volume vedremo com'egli raccontasse durante un solenne trattenimento in Francia il famoso episodio del manicomio e come ripetesse nella casa di S. Benigno a Don Barberis la narrazione di altri accidenti accadutigli tanti anni addietro. Orbene, mentre nel primo caso le sue parole furono affidate all'aria e alla memoria dell'uditorio, nel secondo vennero dal suo interlocutore fissate sulla carta e conservate[1]. Se più sovente si fosse fatto a questo modo, oggi la documentazione di avvenimenti remoti non sarebbe così scarsa, come forse lamenteranno i posteri. Tuttavia simili narrazioni o confidenze più e più volle ripetute crearono una tradizione che corse vivace sotto il controllo immediato di quanti erano in grado di segnalarne eventuali deviamenti, appellandosi magari a Don Bosco in persona. A questa fonte attinse largamente Don Lemoyne senza preoccuparsi troppo di cercar appoggio in quegli amminicoli, che ne guarentissero o ne mettessero in vista l'attendibilità agli [7] occhi dei lontani. Ecco un punto che si deve tenere ben presente nel leggere i suoi ponderosi nove volumi. Fino agli ultimi decenni, viventi ancora testimoni diretti o comunque autorevoli della tradizione, i suoi racconti si sono accettati con serena fiducia nell'informazione e nell'onestà dell'autore; ma non sarà sempre così. Tempo verrà che lettori estranei alla descritta atmosfera vorranno andare a fondo allora pertanto, prima di scartare un fatto da lui narrato od anche qualche particolare notevole di un fatto, sarà da porre ben mente alle peculiari circostanze ambientali in cui il bravo scrittore condusse avanti l'opera sua.

                Scendiamo un po' al concreto. Sia, per esempio, il notissimo episodio della Generala. Chi visse ai tempi di Don Bosco o sentì ancora nella trasmissione orale l'influsso dell'autentica narrazione primitiva, vi aggiusta fede senza la menoma esitanza; ma generatio praeterit et generatio advenit[2]  e da coloro che questo tempo chiameranno antico[3], non si sospetterà di leggenda? Diranno: - Da solo, condurre fuori dal penitenziario e ricondurvi dentro alcune centinaia di corrigendi, senza guardie di scorta e senza che neppur uno se la svignasse[4], é certo un miracolo di efficacia pedagogica. Di un avvenimento cotanto straordinario avran parlato i giornali d'allora e sarà rimasta memoria negli archivi della casa correzionale. - Ma chi si desse a cercare, non verrebbe a capo di nulla: silenzio nella stampa, nessuna traccia negli archivi. Dirò di più: non troverebbe nemmeno un documento sicuro per precisare l'anno del fatto. Già nel 1882 pratiche per appurare quella data andarono a vuoto. Non si sa con esattezza chi conducesse l'indagine, di cui ci fornisce la prova una lettera scritta da Stupinigi. A un sacerdote di là che risponde così al suo richiedente: “Con mio rincrescimento debbo ripeterle che vane furono le mie ricerche intorno al tempo che i birichini della [8] generala vennero qua accompagnati dalla carità del Sig. Don Bosco. Andai anche a domandare al Sig. Curato di Mirafiori, il più anziano in questi dintorni. Egli ricorda benissimo il fatto ma non sa dire l'anno”. Evidentemente non se ne ricordava più bene neanche Don Bosco; altrimenti non sarebbe stato necessario fare indagini lontano dall'Oratorio[5]. Meno male che qui abbiamo la testimonianza di uno, il quale di scienza propria conferma la verità del fatto, unico documento scritto di qualche autorità finora sul celebre avvenimento.

                Questa mancanza di documenti che potrà mettere nelle angustie gli storici di là da venire produce già i suoi effetti in storici dell'età nostra. Da più parti ci si domanda: - Il Soderini che nel primo volume della sua Vita di Leone XIII riferisce tante minute particolarità intorno ai preparativi del Conclave, da cui uscì eletto quel Pontefice, come mai non ha un cenno sui passi di Don Bosco presso Crispi, Ministro dell'Interno, e presso Mancini guardasigilli? - La ragione é semplicissima: il biografo non rinvenne documenti su questo proposito. La missione di Don Bosco si svolse in forma tutta confidenziale e puramente orale, senza la menoma ombra di ufficialità. La ebbe probabilmente dal cardinale Di Pietro, che quale decano del Sacro Collegio si dovette occupare subito e molto della questione circa il luogo del prossimo Conclave. A lui il Mancini erasi affrettato, é vero, a indirizzare una lettera riservatissima, e resa ora di pubblica ragione dal Soderini, per assicurare l'Eminentissimo che il Governo Italiano non avrebbe ostacolato in Roma la libertà del Sacro Collegio; ma questa lettera non rendeva inutile l'azione di Don Bosco. Infatti il Cardinale, che non poteva ignorare come il Crispi nella discussione sulla legge delle guarentige avesse in pieno Parlamento [9] sostenuto la necessità per le autorità italiane d'invigilare il Conclave, non poteva neppure non sentire la convenienza di esplorarne ben bene l'animo e così accertarsi se il pensiero reale del Governo rispondesse effettivamente alle assicurazioni date per iscritto. Ora a conseguire l'intento non c'era persona più adatta di Don Bosco. Il Cardinale, che ne conosceva l'abilità e la prudenza da quando, Vescovo di Albano, aveva trattato con lui per quelle scuole, ma condivideva pure le idee conciliative circa i rapporti possibili fra la Santa Sede e lo Stato Italiano per il bene delle anime.

                Così rimane risposto anche a un dubbio espresso dal Mollat nel suo pregevolissimo volume sulla Questione Romana. Esaminando egli un articolo del nostro Don Auffray[6] sulla condotta di Don Bosco durante il periodo del Risorgimento italiano, nel toccare di questo punto conclude che i documenti pubblicati dal nipote di Crispi sembrano infirmare la versione salesiana[7]. Da quei documenti si apprende che, appena morto Pio IX, il Mancini propose al Presidente del Consiglio De Pretis l'invio di una lettera privata per dare assicurazioni che impedissero di portar il Conclave fuori di Roma[8]. Ma una cosa non esclude l'altra per le ragioni detto di sopra. Méfiance, mére de súreté! Presso di noi l'attività di Don Bosco in quel senso fu ritenuta fin d'allora come un fatto certissimo, la cui notizia provenne in parte da Don Berto, compagno a Don Bosco in Roma nel 1878, e in parte da confidenze di Don Bosco medesimo; onde Don Lemoyne ce ne lasciò memoria nella forma sua abituale, di cui si avrà a discorrere fra breve. [10]

                Un altro caso. Il Soderini nel suo secondo volume, parlando dei denegati Exequatur ai Vescovi italiani, scrive[9]: Così il cardinale Parocchi, uomo di grande cultura, nominato Arcivescovo di Bologna, rimase cinque anni ad attendere l'Exequatur e malgrado le ripetute insistenze di due Senatori, uno dei quali il Pépoli, e le istanze delle autorità civili di Bologna, non si poté ottenere nulla, di guisa che, per impedire mali maggiori, il Cardinale dovette dimettersi e venire a dimorare a Roma”. Orbene anche di questo affare, come possono ricordare i lettori[10], Don Bosco ebbe a occuparsi, e per diretto incarico della Santa Sede. Egli fece del suo meglio tanto a Roma che a Bologna per vincere le resistenze; ma del suo lavorío si conserverà forse qualche traccia in relazioni del Cardinale presso la Segreteria di Stato: certo é però che per conto di Don Bosco il tutto procedette ore tenus, e oralmente se ne trasmisero alcuni particolari, di cui al suo solito Don Lemoyne prese nota.

                Come per i due accennati, così anche per tanti altri casi Don Lemoyne, nel preparar materiali di lavoro, non si lasciava sfuggire occasione per procacciarsi testimonianze, che gli arrecassero utili contributi alle ideate Memorie Biografiche, appuntando il tutto diligentemente e riponendo. Vivono ancora testimoni, i quali affermano che con tali appunti alla mano interpellava a volte anche Don Bosco su circostanze da chiarire o su dati da completare[11]. Poi circa trent'anni fa, coordinando [11] questi promemoria con documenti d'archivio, diede ogni cosa segretamente a comporre nella tipografia di S. Benigno Canavese, contentandosi di trarre dalla composizione soltanto un piccol numero di copie e a mo' di semplici bozze. Disgraziatamente però non ebbe cura di autenticare né di conservare i suoi propri originali; ma, ricevuti dal proto gli stamponi, si sbarazzava delle carte, dove con le raccolte informazioni aveva indicate le relative provenienze. Qualche suo autografo di questo genere é rimasto, ma per cose comunicate dopo le riproduzioni tipografiche e non peranco da lui utilizzate nella sua storia. Così operando, egli faceva a fidanza con i suoi confratelli, per i quali principalmente scriveva, non prospettandosi punto l'eventualità che estranei o posteri potessero mostrarsi di men facile contentatura. Nell'usare pertanto di quelle stampe non bisogna per i casi anzidetti esigere altra garanzia di credito all'infuori dell'indiscutibile intelligenza e onestà di chi ce le ha ammannite.

                Fu buona ventura che i processi apostolici per la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio fossero intrapresi, possiamo ben dire, quasi subito dopo la sua morte; onde vi si succedono numerosi testimoni oculari e auricolari di prim'ordine, le cui deposizioni giurate contengono copiosi elementi di raffronto, quando si vogliano verificare i racconti del Biografo.

                Un altro provvidenziale sussidio é venuto in soccorso nella compilazione degli ultimi volumi, un bel gruppo cioè di documenti che gettano molta luce sulle vertenze sorte fra il nostro Beato Padre e un Ordinario torinese. Più volte i lettori hanno trovato a pié di pagina la nota che di qualche documento l'originale era in possesso del teologo Franchetti di Torino. Questo distinto ecclesiastico ebbe una bellissima fortuna. Morto che fu il canonico Chiuso, segretario particolare di monsignor [12] Gastaldi e suo erede, ne acquistò per mille lire la biblioteca, dove in mezzo ai libri scoperse un pacco di lettere e manoscritti riferentisi alle note divergenze. Intuì egli subito qual partito potesse trarre da sì buona preda, quando fosso giunto il tempo opportuno di preparare una monografia intorno all'interessante argomento; pure con generosità superiore ad ogni elogio ci permise non solo di prenderne visione, ma di copiare tutto quello che credessimo utile. Del che riceva da queste pagine pubbliche grazie. Senza l'aiuto di tale documentazione non sarebbe stato possibile lumeggiare, come i lettori vedranno, la fase estrema dell'angosciosa controversia.

                Quanto a me che scrivo, non saprei figurarmi di essere altro che paziente filugello, intento anima e corpo a fabbricare la mia parte del gran bozzolo, dal quale altri un giorno filerà la seta, con cui tessere al nostro Fondatore e Padre un manto di gloria.

 

                Torino, 2 agosto 1933

 

 


CAPO I. Missioni, Missionari e due spedizioni.

 

                L’ANNO 1881 si aperse e si chiuse per Don Bosco con l'invio di nuovi operai nella remota porzione di vigna dal padrone evangelico affidata alle sue cure.

                Una voce era venuta da Roma. Leone XIII in data 3 dicembre 1880 aveva indirizzata ai Vescovi del mondo cattolico una sua Enciclica su tre opere missionarie: Propagazione della Fede, Santa Infanzia e Scuole d'Oriente. In essa il Santo Padre faceva udire questo caldo appello: “Voi, Venerabili Fratelli, chiamati a parte della Nostra sollecitudine, caldamente esortiamo, affinché, sorretti dalla fiducia in Dio e non isgomenti da veruna difficoltà, con animi concordi vi adoperiate con Noi ad aiutare alacremente le Apostoliche Missioni. Si tratta della salute delle anime, per le quali il Nostro Redentore pose l'anima sua, e costituì Noi, Vescovi e Sacerdoti, pel perfezionamento dei Santi e per la edificazione del suo corpo. Laonde ciascuno nel luogo dove da Dio fu posto a custodia del gregge, sforziamoci con ogni mezzo, affinché alle sacre Missioni siano arrecati quegli aiuti, che abbiamo rammentato essere stati in uso sin dai primordi [14] della Chiesa, vale a dire la predicazione del Vangelo, e le preghiere e le elemosine degli uomini pii.” Dopo questa esortazione il Papa continuava: “Se alcuni dunque troverete zelanti della divina gloria, e pronti e idonei a intraprendere le sacre spedizioni, incuorateli, affinché, esplorata e conosciuta la volontà di Dio, non si facciano impigrire dalla carne e dal sangue, ma si affrettino ad assecondare le voci dello Spirito Santo.”

Infervorato da sì forte incitamento, Don Bosco credette giunta l'ora di riprendere le interrotte spedizioni di Missionari. Da due anni non se ne facevano più. Erano bensì partiti alcuni, fra cui Don Bernardo Vacchina, ma alla spicciolata e in numero assai esiguo[12]. La necessità di personale in Europa e le strettezze finanziarie avevano impedito che si facesse di più. Allora però che la Patagonia era aperta e il già fatto cominciava a venir riguardato come uno dei segni tangibili della perenne vitalità della Chiesa Romana[13], bisognava cogliere il momento propizio per spingere innanzi l'impresa. Perfino certi fogli ultraliberali commentavano, pur non osando confessarlo, il solenne invito pontificio[14]. Il Servo di Dio deliberò dunque una prima spedizione di sei Salesiani e di otto Suore, che si trovarono pronti verso la metà di gennaio; con i primi egli uni poi altri sei che dovevano [15] partire contemporaneamente per la Spagna. Quanto alle spese occorrenti, Don Bosco, come si espresse nella solita lettera di gennaio[15], riponeva piena fiducia nei Cooperatori.

                Volle tentare di strappare sussidi anche dal patrio Governo; perciò spedì al Ministro degli Esteri Benedetto Cairoli[16] una succinta relazione di quanto si era fatto e si andava facendo nell'Argentina e nell'Uruguay specialmente a pro degli Italiani, che vi emigravano in sempre maggior numero[17]. Dice in essa che i Salesiani colà “sono divisi in trentaquattro località”. Tale calcolo va inteso in senso largo, computando cioè non le sole residenze fisse, ma anche i luoghi, dove i Salesiani si recavano per esercitare temporaneamente il loro ministero[18]. Notevole é il seguente periodo [16] sulla Patagonia: “Il divisamento si é di continuare le Missioni italiane fino allo Stretto di Magellano e di qui avanzarci fino al Capo Horn; ma di questo argomento ho bisogno di conferire personalmente colla E. V. come spero di fare, se mel concederà, nel prossimo mese di marzo.” Egli aveva in animo d'indurre il Ministro a svolgere un'azione diplomatica avente per iscopo d'indirizzare la corrente migratoria italiana in regioni patagoniche abbandonate dagli Indi e incolte, dove i connazionali con loro grande vantaggio economico e morale si sarebbero potuti concentrare in vari punti, promovendovi l'agricoltura e compiendo opera di civiltà. Per questo egli parla di

                “Missioni Italiane” da continuarsi fino allo Stretto magellanico. La risposta fu, come già in passato, evasiva[19]; se altro risultato egli non ottenne, non era per lui cosa disprezzabile l'aver richiamato l'attenzione del Governo sulla sua attività religiosamente patriottica all'estero.

                Per ottenere aiuti dalla Santa Sede, specialmente in arredi sacri e limosine di Messe, prese come intermediario il cardinale Nina Protettore, al quale scrisse una lettera da noi non rinvenuta. Ai 12 di gennaio il corriere del Sud America gli recò la prima lettera con il bollo della Patagonia; una cosa tanto piccola, ma per lui tanto significativa gli procurò tale consolazione, che, riscrivendo al Cardinale, gliene accluse la busta, quasi per fargli vedere che laggiù si faceva per davvero. Nella stessa lettera unì due copie dello specchietto sulle Case e Missioni Salesiane nell'America del Sud dall'anno 1875 al 1881[20]. [17]

 

                Eminenza Reverendissima,

 

                Come aveva l'onore di esporre all'Em. Vostra Rev.ma nella mia lettera precedente, i nostri Missionari a risparmio di spesa sono pronti di fare il grave sacrifizio di non venire a Roma per baciare il sacro Piede al Santo Padre e ricevere da lui personalmente l'apostolica benedizione.

                A tal fine pregano umilmente l'E. V. a volerla implorare dalla bontà del Santo Padre e comunicarla prima della loro partenza.

                E' fissato il giorno 20 di questo mese per la benedizione dei medesimi nella Chiesa di Maria SS. Ausiliatrice; partiranno da Genova il giorno 22, a meno che, come si teme, il mare, inquieto a questa stagione, non consigli la dilazione della partenza per qualche giorno.

                Ho ricevuto sulle lettere d'oggi il primo timbro della Patagonia. E’ mal riuscito; ma essendo il primo in Europa credo bene di acchiuderlo in questa lettera.

                Credo pure fare cosa grata all'E. V. ed al buon cuore del S. Padre, unire qui due copie di specchio autentico delle nostre Missioni d'America. Uno è umiliato all'E. V., l'altro la prego di volerlo far gradite a Sua Santità, come tenue omaggio che i nostri Missionari fanno alla Santa Sede, offerendo cioè i pochi frutti che essi hanno ottenuto in cinque anni dalle loro evangeliche fatiche.

                Avrò occasione di comunicarle altre notizie sopra novelle conquiste che i nostri religiosi hanno conseguite tra gli Indi Pampas e Patagoni; e ciò farò dopo la partenza che ci studiamo di effettuare nei giorni sopramentovati.

                Colla più profonda venerazione ci raccomandiamo tutti alla carità delle sante sue preghiere, mentre ho l'alto onore di professarmi

                Dell'E. V. Rev.ma

                Torino, 12 gennaio 1881.

Obbl.mo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il Cardinale riferì i desideri di Don Bosco al Santo Padre, che se ne ricordò in un'occasione solenne. Il lunedì 17 gennaio Don Dalmazzo partecipò a una particolare e distinta udienza, alla quale il Papa aveva chiamati tutti i Superiori e Procuratori generali di Ordini e Congregazioni religiose residenti in Roma. Lo scopo era d'intendere lo stato delle varie famiglie religiose. Venuta la sua volta, il Papa gli si mostrò amorevolissimo. Per prima cosa gli domandò del Sacro Cuore. - Voi avete l'Esquilino, disse, ecco la parte che é affidata a voi. Lavorate si fabbrica? Ma fate presto, ché grande é [18] il bisogno. Non lasciatevi sgomentare. - Poi soggiunse: - Ho letto la lettera di Don Bosco, mandata al cardinal Nina. Abbiamo già dato gli ordini opportuni, perché sia preparato qualche cosa per lui. Vi saranno pianete, calici ed altre cosette per aiutare i suoi Missionari. - Accordò la benedizione chiestagli per loro, dicendo che la dava di cuore; indi proseguì: - Ma come fa Don Bosco? Non si spaventa egli con tante cose tra mano? Si vede che il Signore é con lui. - Il cardinale Nina, temendo che il Papa si dimenticasse delle limosine di Messe, aveva suggerito a Don Dalmazzo di parlargliene. L'augusto Pontefice ebbe la bontà di rispondere: - Ne abbiamo domandato in Francia e ne daremo anche a voi. Vi bastano duemila? - Alla risposta affermativa, conchiuse: - Ebbene daremo ordine che vi siano consegnate[21].

                Il Beato dovette inoltre sollecitare la carità delle persone private, come sempre aveva fatto per l'addietro in casi simili; ma una sola lettera ci é finora pervenuta di questo tenore, e fu per il suo grande amico Don Pietro Vallauri di Torino.

 

                Car.mo Sig. D. Vallauri Pietro,

                Ab amicis honesta sunt petenda, ed io lo so. Pure debbo andare un poco più in là della discrezione.

                Eccole adunque. Al 22 di questo mese sono impegnato di effettuare una spedizione di Missionari per l'America, dieci Suore e dodici Salesiani devono recarsi in aiuto dei loro Confratelli, che sono affogati dal lavoro; ma mi trovo nella morale impossibilità per mancanza di mezzi. Ella pertanto per suffragare le anime de' suoi parenti, aiutare la Chiesa, sostenere le nostre Missioni, levare me dagli imbarazzi, non potrebbe in qualche modo farmi la carità di fr. diecimila od anche solo mutuarmeli? Io scrivo con questa confidenza, perché so quali sieno i suoi desideri: cioè d'impiegare ogni sua sostanza a maggior gloria di Dio e a salvare delle anime.

                Io spero che Dio la conservi in buona salute, e raccomandando me e li nostri poveri ragazzi alla carità delle sue valide preghiere, mi professo in G. C.

                Torino, 3 - 81.

Aff.mo amico

                Sac. Gio. Bosco. [19]

                Il massimo giornale cattolico d'Italia, dando notizia della prossima spedizione[22], scriveva: “Noi applaudiamo di gran cuore al coraggioso Don Bosco e ai degni suoi figli; e sapendo come egli tira innanzi le importanti sue opere, mediante le limosine e le beneficenze delle persone caritatevoli, di buon grado raccomandiamo questa sua nobile impresa alla generosità dei cattolici. Il soccorrere Don Bosco é oggimai un atto non solamente di fede cattolica, ma di carità patria e di vera umanità [...], perché questo soccorso si rifonde a vantaggio di tante migliaia d'Italiani dimoranti nell'America, serve a riformare e a far rifiorire la società per mezzo di una savia e morale coltura della gioventù, e giova a condurre, alla civiltà cristiana immense tribù, che ne ignorano tuttora i segnalati benefizi temporali ed eterni.”

                Avvicinandosi il giorno dell'imbarco, Don Bosco anticipò la solita conferenza di S. Francesco ai Cooperatori, per farla coincidere con la cerimonia dell'addio, che si doveva compiere il 20 gennaio. Con un discorso di semplicità apostolica, ma di quella cara eloquenza che era tutta sua, il Beato tenne per circa mezz'ora sospeso dal suo labbro il numeroso uditorio. Esordì coll'annunziare una speciale benedizione del Santo Padre ai Cooperatori e Cooperatrici e ai Missionari. Passò quindi a parlare dei Salesiani e delle Suore partiti di là negli anni antecedenti, narrando il bene da loro fatto, bene di cui dovevano pur rallegrarsi molti de' suoi uditori ed altre caritatevoli persone, per avervi contribuito con le loro limosine. Espose appresso quello che si stava per intraprendere a salvezza delle tribù infedeli vaganti nell'immensità della Pampa, della: Patagonia e della Terra del Fuoco. Ecco perché occorrevano sempre nuovi rinforzi di operai evangelici. [20] L'ultima parte fu per i partenti, dei quali mise in rilievo il sacrifizio nell'abbandonare tutto per amore di Gesù Cristo e delle anime da Lui redente. Infine, rivolto agli ascoltanti, disse: - Se essi espongono così a cimento la loro vita, deh! non ricusate di fare anche voi qualche sacrifizio. Preghiamo Dio che li aiuti e li consoli; ma chi può, li conforti pure con le sue limosine. Coopererete così alla divina gloria e alla salute delle anime, rendendovi degni del centuplo che Dio promette fin su questa terra a chi dà qualche cosa per amor suo e, quel che é più, porrete in salvo l'anima vostra. L'Unità del 23 scriveva:

                “Sappiamo che le parole di Don Bosco non sono cadute sopra sterile terreno; poiché i caritatevoli Torinesi si mostrarono per lui e per la sua Missione degni strumenti della divina pietà.”

                Partiti subito per Sampierdarena, non s'imbarcarono se non il 3 febbraio. Là si fece una festa intima in loro onore nella cappella dell'ospizio. Don Bosco dal pulpito diede tre ricordi: 1° Avrebbero trovato laggiù caratteri difficili e indisciplinati, coi quali dovevano usare carità, carità, carità. 2° Facesse ognuno il proprio dovere, affinché non avvenisse che uno lavorasse per tre e l'altro per nessuno. 3° Non guardassero ai difetti altrui; tutti ne abbiamo; scorgendone in Superiori, imitare i due buoni figli di Noè e non Cam. I partenti si divisero in due drappelli. Quei dell'Uruguay e della Spagna navigarono sull'Umberto I della Società Rocco e Piaggio, e quelli di Buenos Aires sopra il Sud America della Società Lavarello. Cediamo ora la penna a Don Cagliero, che scortava i primi[23].

 

                Ci salutammo in porto salpando questi due ore prima di noi e noi due ore dopo della stessa sera, augurandoci reciprocamente una buona navigazione. Il mare era bellissimo e più bella la luna, sicché potemmo approdare l'indomani venerdì al porto di Marsiglia allegri come quando partiti e senza scherzi pel male di mare.

                Tre giorni dovemmo rimanere ancorati in questo porto, anzi ci [21] toccò entrare nel bacino e porci al secco, onde cambiare l’elice. Perciò scendemmo tutti a terra il sabato (5) mattino e celebrammo nella cappella della nostra casa di Rue Beaujour.

                Alla sera arrivò da Nizza Don Bosco, che ci aveva preceduti d'un giorno pel cammino di terra.

                Don Bologna, quantunque piccolo, nei due giorni che alloggiammo da lui, si dimostrò grande in bontà, generosità ed amor fraterno! E che consolazione per noi Salesiani Lasciammo, é vero, dei cari confratelli in Italia, ma ne trovammo altri non meno cari in Francia. Lasciammo questi pure, ma ecco che se ne trovano ancora dei carissimi in America!

                La domenica a sera tornammo a bordo ed il nostro caro padre, che diventa coraggioso quando si tratta di dar prova dell'affetto che ha pei figli suoi, vinse il più furioso dei venti mistrali, che scuotono piante, alberi, bastimenti e le stesse persone, per accompagnarci fino al bassin du radoub [alla dársena], lontano tre quarti d'ora dalla città.

                Egli fu accolto dal signor Evasio Piaggio, proprietario del vapore Umberto I, dal Comandante e da altri ufficiali con riguardi, dimostrazioni di stima e di venerazione non comuni. Si conversò molto, servendolo di caffè e di spumante moscato con tutti quanti l'accompagnavano. Il signor Piaggio poi, persona compitissima non solo, ma buon cristiano, entusiasmato al racconto delle opere Salesiane d'Europa, Francia ed America, accettò con gratitudine di essere Cooperatore Salesiano, e più che mai affezionato a Don Bosco già, lo volle accompagnare fino al nostro compartimento, insieme al Capitano. Quivi raccolti tutti i Salesiani e le Suore di Maria Ausiliatrice con molti altri passeggieri ascoltammo i suoi ultimi avvisi di addio e ricevemmo la sua santa e paterna benedizione. Benedizione santa, perché commosse gli astanti; paterna, perché scese fino all'intimo del cuore di tutti i suoi figli, molti dei quali si rassegnarono a non più rivederlo che in paradiso!”

                Essendo notte tarda ed infuriando sempre più il vento, lo portammo, il signor Piaggio da un lato e noi dall'altro, fino al molo, dove provvidenzialmente era giunta una vettura di nolo, portando... passeggiere. E dico provvidenzialmente, perché sarebbe stato impossibile esporsi a fare tutto quel tragitto a piedi in quell'ora e con la più terribile delle bufere[24]. [22] Il domani (lunedì 7) lo passammo ancora in secco; ma a notte, terminati i lavori dell'elice, si diede corso all'acqua del mare nel bacino per quattro cataratte, che mettevano con tale impetuosa corrente da darci una viva immagine di quelle che il Signore ruppe per inondare il mondo!

                Alle quattro del mattino, spuntando l'aurora del martedì (8) uscimmo dal porto di Marsiglia in direzione a Barcellona. Fino ad ora i nostri viaggiatori non videro le furie di Nettuno; ma ci attendeva al golfo di Lione!… Cavalloni e vento, vento e cavalloni; montagne e valli di acqua, fiere onde che s'infrangono con altre onde, e tutte che si spezzano contro i fianchi della nave più fiera di loro... i marosi che assalgono di prora, altri che ci sollevano da poppa... lo scuotimento delle antenne ed il fischiar delle sartie, fu un tutto insieme, che spazzò in breve momento la tolda, e ci fece rintanare nelle nostre cabine ed accovacciare nelle cuccette... e poi... e poi quasi tutti pagando il tributo di nautica, più o meno con nausea e stomacati se non sventrati.

                Ho detto quasi tutti, per mettere anche me, stavolta, ed unica, in tanti viaggi che feci in mare, tra le invidiate e veramente fortunate eccezioni.

                A Barcellona entrammo ad ancorate in porto la sera dello stesso martedì, perché l'Umberto I corre 14 miglia per ora. Si lavorò tutta la notte e tutto il giorno del mercoledì seguente a fare carico. Noi quindi pensammo di scendere a terra. ed infatti fummo a visitare la veramente ammirabile antichità della cattedrale, lo scurolo di S. Eulalia ed il Crocefisso salvato alla battaglia di Lepanto, io, Don Piccono, D. Branda e Don Pane, e tornammo a bordo.

                Nella sera del mercoledì al chiarore della bianca luna si fece vela (ma senza vele) per Gibilterra. Incontrammo di bel nuovo Eolo furioso al golfo di Valenza, che ci dondolò tutta la notte e ci condannò [23] al digiuno tutto un giorno. Nella notte dal giovedì al venerdì del 11 restammo sepolti nella nebbia, che fece rallentare il corso del vapore e fischiare tratto tratto la macchina, onde avvisare i barchi del suo passaggio ed evitare scontri probabili e disastrosi.

                In tutto questo tratto di viaggio però, potemmo celebrare ogni mattina e dare la S. Comunione alle Suore e confratelli coadiutori. Nel resto della giornata si prega, si legge poco, si passeggia molto e si mangia sempre quando si può!... E’ la vita del Miclàs: mangé, beive e andé a spas!![25]. Nulla di serio si può fare in bastimento: si diventa ragazzi e sfaccendati e per giunta ridendo ognuno più o meno sul conto dell'altro, dopo d'essere stato colto a fare le smorfie emetiche.

                In 48 ore da Barcellona ci trovammo nella baia di Gibilterra; pranzammo ancora tutti insieme la sera del venerdì, fermi ed ancorati in porto, ed a notte inoltrata ci demmo l'addio vicendevole, invocando propizia la Stella del Mare, Maria, ai cari confratelli, che proseguivano per il grande Oceano, ed a noi che avremmo costeggiato in piccolo battello fino a Cadice. Questo fu il quarto ed ultimo distacco sentito da più d'uno di noi.

                I rimasti proseguirono per Montevideo, sotto la scorta di Don Angelo Piccono[26]; l'altro piccolo stuolo di due Salesiani e quattro Suore navigava già in pieno Oceano. Una fiera burrasca tenne questi e quelli per circa tre giorni in gran travaglio.

                Mentre i poveri naviganti temevano per la propria vita, un periodico già tristamente noto, la Cronaca dei Tribunali, schizzò velenosa bava contro il nostro caro Don Bosco. Le aveva dato nei nervi soprattutto un articolo dell'Unità Cattolica intitolato “Potenza di un prete cattolico ed una commovente funzione in Torino” [27]; quindi sotto il vistoso titolo DON BOSCO E DON MARGOTTI lanciò contro l'uno e l'altro due colonne di prosa brutta e cattiva. Insultato villanamente il Direttore del giornale cattolico, dileggiava il Servo di Dio, mescolando con malignità alle beffe un'accusa e un'insinuazione, atte a renderlo odiosamente sospetto presso [24] le autorità governative. Infatti lo accusava di togliere i figli ai genitori, le fanciulle alle famiglie e le braccia alla patria; insinuava poi che fra i partenti ve ne potessero essere di obbligati al servizio militare, ma costretti contro lor voglia a sottrarvisi, abbandonassero clandestinamente l'Italia. E qui, falsando il vero, rievocava il così detto “caso Foglino”, terminato nel modo che sappiamo. La losca manovra era tanto più grave, perché si dibatteva allora dinanzi al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione l'affare della chiusura del ginnasio nell'Oratorio. Il bellicoso Don Margotti avrà avuto una voglia matta di rendere pan per focaccia; ma nel suo giornale non fiatò, molto probabilmente perché Don Bosco, sempre nemico del battagliare, credette meglio lasciar morire nel silenzio la polemica[28].

                Ai Missionari Don Bosco diede lettere per i confratelli di là. Era sua abitudine scrivere di proprio pugno tutti gli anni una letterina ai singoli Salesiani d'America, sacerdoti, chierici e coadiutori, non dimenticando nessuno. Così continuò a fare finché poté, cioè fino al 1884. Abbiamo un saggio prezioso di tale corrispondenza in nove lettere che abbiamo potuto rintracciare, recanti tutte la data del 31 gennaio 1881. Le riproduciamo con qualche riga di presentazione.

                A Don Costamagna, recentemente eletto Ispettore al posto del defunto Don Bodratto, impartisce istruzioni per l'assetto ecclesiastico da dare subito alla Patagonia, prima che, procedendosi innanzi nell'opera missionaria, nascano complicazioni; gli traccia inoltre brevemente la linea di condotta che ha da seguire nel suo nuovo ufficio. [25]

                Carissimo D. Costamagna,

 

                Più volte ho ricevuto tue notizie e tue lettere. Va tutto bene. A sereno con qualche nuvola. E’ questa la natura delle cose della terra. Riceverai cose, compagni e lettere. Fanne la distribuzione.

                Noi faremo quel che possiamo per saldare i debiti comuni; voi fate altrettanto. Quest'anno, spero, le cose nostre piegheranno bene.

                E' di molta importanza l'affare di una Prefettura o di un Vicariato Apostolico nella Patagonia. Il Santo Padre lo desidera e lo raccomanda; é cosa di nostro vantaggio. Giacché senza di ciò non potremo avere l'appoggio della Propaganda Fide di Roma, né della Propagazione della Fede in Lione, né della S. Infanzia. Pare che né Don Bodratto, né tu non ne conosciate l'importanza.

                Le nostre notizie avrai da altri. Io mi limito a dirti: Tu vero vigila, in omnibus labora, sicut bonus miles Christi.

                Ma non dimenticare che siamo Salesiani. Sal et lux. Sale della dolcezza, della pazienza, della carità. Luce in tutte le azioni esterne, ut omnes videant opera nostra bona et glorificent Patrem nostrum qui in coelis est.

                Mi farai un cordialissimo saluto al sig. deputato Frias, al Dott. Carranza ed al sig. Gazzolo se hai occasione di vederli.

                Dio benedica te, tutti i nostri cari confratelli, tutte le nostre opere, affinché ogni cosa sia sempre ed unicamente alla maggior gloria di Dio. Amen.

                Prega sempre per me che di tutto cuore ti sono in G. C.

                Torino, 31 - 1 - 1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Interpreta i miei pensieri e fa da parte mia un sermoncino alle nostre suore.

                Il Capitolo superiore ti ha definitivamente eletto Ispettore Americano e ti sarà spedito quanto prima il decreto: ciò per norma di santificarti e di santificare.

                A Don Vespignani, che aveva la cura dei novizi e dirigeva di fatto la casa di San Carlo in Almagro, invia auguri, consigli e notizie di famiglia.

 

                Mio carissimo D. Vespignani Giuseppe,

 

                Più volte ho ricevuto di tue lettere e sempre con grande piacere. Benedico il Signore che ti dia sufficiente sanità per lavorare in questo universale bisogno. Dio faccia che tu possa farmi numerosa schiera di aspiranti, di poi ascritti, di poi professi, di poi fervidissimi Salesiani. [26] Dirai a' tuoi e miei cari allievi che questo loro amico dall'Europa manda un consiglio per essere felici: Fuggite il peccato e frequentate la santa Comunione. Tu ne farai la spiegazione.

                Ho notizie de' tuoi parenti che stanno bene. Tuo fratello chierico è animato e vuole divenire un buon Salesiano.

                Dio ti benedica, o mio caro Don Giuseppe, e ti conservi in buona salute e prega per me che ti sarò sempre in G. C.

                Torino, 31 - 81

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                A Don Tomatis, succeduto a Don Fagnano nella direzione della casa di San Nicolás de los Arroyos, dà una paterna tiratina d'orecchi, perché gli fa sospirare troppo sue notizie. Il Beato annetteva grande importanza alla corrispondenza epistolare specialmente dei Superiori, per mezzo dei quali esercitava meglio così il suo salutare influsso sulle loro case. Il fratello qui menzionato era gesuita.

 

                Mio carissimo D. Tomatis Domenico,

 

                Qualche volta ho ricevuto di tue lettere con gran piacere, ma troppo di rado. Tuo zio P. Tomatis fa lo stesso lamento.

                Dunque procura che una volta al mese io abbia di tue notizie e di quelle di tua casa.

                So che hai molto da fare e questo ti serve di scusa, io l'ammetto; tuttavia l'affezione che ti porto mi fa ardentemente desiderare di essere a giorno delle cose che ti riguardano.

                Mi fu detto che le faccende finanziarie di S. Nicolas si vanno sistemando. Benissimo. Ti faremo dare la croce della corona... di gloria, quando Dio ti chiamerà al cielo.

                Noi qui ti vogliamo sempre bene e spesso parliamo di te e delle tue prodezze poetiche. Io poi non ti dimentico mai nella S. Messa e credo che tu pure non dimenticherai l'antico amico dell'anima tua.

                Nel tuo particolare ti raccomando l'osservanza di quelle regole con cui ci siamo consacrati al Signore, specialmente l'esercizio mensile della Buona Morte.

                Ai tuoi giovani dirai che io prego per loro e che ricordino sempre che il tempo é un gran tesoro e si guardino dal perderne anche un bricciolo. [27] Dio ti benedica, o mio caro Don Tomatis. Dio ti conservi in buona salute e nella sua santa grazia e prega per me che ti sarò sempre in G. C.

                Torino, 31 - 81.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Il capitolo Superiore ha definitivamente eletto Don Costamagna ad Ispettore Americano. Puoi darne comunicazione a chi di ragione.

 

                Per Don Remotti, unico sacerdote addetto alla chiesa di Mater Misericordiae in Buenos Aires e quindi stracarico di lavoro, trova espressioni, che sotto la sua penna acquistano una forza straordinaria d'incoraggiamento.

 

                Mio carissimo D. Remotti,

 

                Ho ricevuto più volte tue lettere sempre con grande piacere. Scrivimi più sovente, ma lettere lunghe. So però che lavori e questo serva di scusa. Mentre però ti occupi delle anime altrui non dimenticare la tua. L'esercizio della Buona Morte una volta al mese non sia mai dimenticato.

                Le cose nostre qui camminano a passo di gigante. Quando abbiamo un Salesiano capace vi sono due case che lo vogliono, e talvolta si é costretti di dare piante tenerissime. Perciò devi pregare molto che Dio ce le faccia fruttare.

                Dio ti benedica, mio caro Don Remotti, sempre pupilla dell'occhio mio. Lavora, il premio é preparato, il cielo ci attende. Ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia.

                Prega per me che ti sarò sempre ma di cuore in G. C.

                Torino, 31 - 81.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Al chierico Giuseppe Gioachino Quaranta[29], della casa di San Nicolás, manda quasi il formulario per il suo rendiconto spirituale, preceduto e seguito da espressioni, che dovrebbero procurargli per un momento l'illusione di essere, come un tempo, in filiale colloquio col padre della sua anima. [28]

                Mio carissimo Quaranta,

 

                Ho avuto notizie che sei bene in salute e che fai quello che puoi. Ciò mi fa gran piacere. Studio e pietà ti faranno un vero Salesiano. Ma non dimenticare che tu devi mettere al sicuro l'anima tua e poi occuparti di salvare le anime del prossimo.

                L'esercizio della buona morte e la frequente comunione sono la chiave di tutto. Di sanità stai bene adesso? Ti fai veramente buono? La tua vocazione si conserva? Ti pare di essere preparato per le ordinazioni? Ecco il tema di una tua lettera che attendo.

                Dio ti benedica, o mio caro 40, fatti animo e prega per me che ti sarò sempre in G. C.

                Torino, 31 - 81.

aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Molto incoraggianti sono pure le due letterine ai chierici Antonio Paseri, della casa di San Carlo a Buenos Aires, e Antonio Peretto della casa di Las Piedras nell'Uruguay.

 

                Carissimo Paseri,

 

                Tu, o mio caro Paseri, sei sempre stato la delizia del mio cuore, ed ora ti amo ancora più perché ti sei totalmente dedicato alle missioni, che é quanto dire: hai abbandonato tutto per consacrarti tutto al guadagno delle anime.

                Coraggio adunque, o mio caro Paseri. Preparati ad essere un buon prete un santo Salesiano. Io pregherò molto per te, ma tu non dimenticare questo tuo amico dell'anima.

                La grazia di N. S. G. C. sia sempre con noi e ci renda forti nelle tentazioni e ci assicuri la via del cielo.

                Prega per me che ti sarò sempre nei Sacri Cuori di G. e di M.

                Torino, 31 - 1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

                Carissimo Peretto,

 

                Non dubito che tu sarai sempre il ch. Peretto, quell'amico di Don Bosco che volevi aiutarmi a guadagnare molte anime al Signore. Ora ti sei gettato nell'impresa. Dunque praebe te ipsum exemplum bonorum operum. In omnibus labora, opus fac evangelistae, et Dominus dabit incrementum plantationibus tuis.

                Dio ti benedica, o sempre caro mio Peretto, Dio ti conservi nella sua santa grazia e prega per me che ti sarò sempre in G. C.

                Torino, 31 - 81.

Aff.mo amico

                Sac. Gio. Bosco.[29]

                Con il coadiutore Sappa, ortolano, scherza sul cognome (sápé e sapa in piemontese vogliono dire “zappare” e “zappa”) traendone un suggerimento buono per lui, che pativa un po' di nevrastenia.

 

                Carissimo Sappa,

 

                Procura, o mio caro, di derivare il tuo nome da sapere e non da zappare e le cose cammineranno bene. Ho avuto più volte tue notizie. Fa' che siano sempre buone come nel passato. Lavoro ed obbedienza saranno la tua fortuna.

                Dio ti aiuti a dar sempre buono esempio; prega Dio per me ed io pregherò anche per te, perché ti voglio essere per sempre in Gesù Cristo

                Torino, 31-1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Al coadiutore Carlo Audisio, gran lavoratore e venuto su dall'antico oratorio festivo, ripete antiche raccomandazioni.

 

                Carissimo Audisio Carlo,

 

                L'antico amico dell'anima tua ti manda un saluto, e ti raccomanda di non mai dimenticare la eterna salvezza dell'anima. Lavora, ma lavora pel Cielo.

                Esattezza nelle pratiche di pietà, ecco tutto. L'ubbidienza poi é la chiave di tutte le virtù

                Dio ti benedica, o caro Audisio, Dio ti conservi sempre nella sua santa grazia, e prega per me che ti sarò sempre in G. C.

                Torino, 31 - 81.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco

 

                Affettuosa e paterna é quest'altra al chierico Bartolomeo Panaro, che si trovava nel collegio di San Nicolàs de los Arroyos. Diventò un grande missionario. Dal 1884, quando ricevette l'ordinazione sacerdotale, fino al 1918, anno della sua morte, visse vita di apostolato, collaboratore strenuo prima di Don Fagnano nell'evangelizzazione dei numerosi selvaggi che popolavano le sponde del Rio Negro, e poi di Don Milanesio nel creare a Chosmalal il primo centro civile delle Ande patagoniche.[30]

                O mio caro Panaro, che fai? Vai avanti nello studio e nella pietà? Io lo spero e perciò ti raccomando di continuare a costo di qualunque sacrifizio. Ma non dimenticare il premio grande che Dio tiene già per noi preparato in cielo.

                Ubbidienza e l'esercizio della Buona Morte costantemente. Ecco tutto.

                Dio ti benedica, o sempre caro mio Panaro, sii il modello dei Salesiani e prega per me che ti sarò in G. C.

                Torino, 31 - 81

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Com'é graziosa quest'ultima letterina al chierico Pietro Calcagno! Stava nel collegio di Villa Colón a Montevideo. Guidò poi l'ultima spedizione fatta da Don Bosco il 6 dicembre 1887 e diretta all'Equatore.

 

                Carissimo Calcagno,

 

                Sei sempre buono, o mio caro Calcagno?, Io spero di sì. Ma non volgere indietro lo sguardo. Miriamo il cielo che ci attende. Là abbiamo un gran premio preparato. Lavora, guadagna anime e salvami la tua. Sobrietà ed obbedienza per te sono tutto. Scrivimi sovente. Dio ti benedica e ti conservi sempre nella sua santa grazia e prega per chi ti sarà sempre in G. C.

                Torino, 31 - 1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                A proposito di queste lettere Don Vespignani scrive in una sua memoria dattilografata: “Sul principio di questo anno [1881] giunse un prezioso regalo a ciascuno dei Salesiani d'America, e fu una lettera autografa di Don Bosco, il quale a ognuno diceva una parola d'incoraggiamento e di consiglio, che fu per tutti un grande stimolo alla perseveranza, molto più che per gli esercizi e per i passati successi poteva quella chiamarsi l'epoca del risorgimento dello spirito salesiano nella nostra Ispettoria, e quindi il cuore riceveva bene l'impressione della grazia e gli avvisi del cielo”. Quelle lettere giunsero in carnevale. Don Costamagna informa che i destinatari “le leggevano e rileggevano anche nel teatrino, non [31] curandosi delle ridicole scene che si rappresentavano[30]”. Agli uruguaiani le consegnò Don Piccono, il quale fa sapere che anche là i preziosi autografi apportarono grande contentezza e venivano baciati con le lacrime agli occhi[31].

                Poco avanti che i nuovi rinforzi arrivassero a Montevideo, monsignor Vera aveva voluto ad ogni costo che i Salesiani accettassero la parrocchia di Paysandú, antica città adagiata sulla sponda sinistra del gran fiume Uruguay, con venticinque mila abitanti e una chiesa sola. La corruzione e l'immoralità vi traboccavano. Per contentare il Vescovo bisognò che coloro, i quali avrebbero dovuto alleggerire le fatiche ai confratelli dell'Uruguay, sostituissero quelli destinati a Paysandú. Non basta: ad aggravare le disagiate condizioni sopravvenne la malattia del direttore Don Lasagna. Travagliato da dolori interni, egli sul finire di marzo dovette arrendersi agli ordini dei medici, che gli prescrissero una dolorosa e difficilissima operazione, consigliandogli di recarsi per questo in Italia. Partì il 10 maggio. Della sua venuta Don Bosco ragguaglia la contessa Callori in una lettera del 21 luglio.

 

                Nostra buona Mamma in G. C.,

 

                Non ho più saputo notizie di sua sanità, nemmeno se sia a Vignale o altrove. Se avesse la bontà di farmi dare notizie da qualcuno, se Ella non potesse, mi farebbe veramente piacere, tanto più che so avere alquanto sofferto nel suo viaggio da Torino a Vignale.

                Io non so darmi ragione. Spesso ad una sola e breve preghiera Dio concede grazie non ordinarie. Per lei si é pregato e si continua a pregare mattino e sera dai nostri 80.000 ragazzi e finora non so che cosa siasi ottenuto. Povero Don Bosco! Ha perduto tutto il suo credito presso al Signore.

                E’ giunto Don Lasagna dall'Uruguay per rinforzarsi alquanto la. sanità, e fornirsi di cooperatori per ritornare poi al suo campo evangelico dove la messe é moltissima e gli operai pochissimi. Egli ha tosto fatto domanda di Lei e della sua famiglia e desidera di andarle a fare una visita da Montemagno ove si recherà alla metà di questa settimana. [32]

                Spero che tutta la sua famiglia goda buona salute e che Ella pure andrà migliorando ed io prego Dio che la dia perfetta a tutti e tutti li conservi nella sua santa grazia.

                La ringrazio della generosa carità fattami per mano di Don Cagliero. Spero che almeno questo centuplo non le mancherà. Lo stesso Don Cagliero mi partecipò come la S. V. non avrebbe dimenticata la Chiesa del Sacro Cuore di Roma. E’ disposta ad accettare la carica di collettrice a nome del Santo Padre? Giudica che io possa offrire tale carica al Sig. Conte Rainero come cameriere di spada e cappa? Se mi dice una parola in proposito mi farà un favore.

                Dio la benedica e voglia anche pregare per questo poverello che le sarà sempre in G. C.

                Torino, 24 luglio 1881.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Don Lasagna non fu in grado di sottoporsi all'operazione se non verso l'ottobre. Allora entrò nell'Ospedale Mauriziano, dove ebbe la gradita sorpresa di ravvisare fra i dottori operanti un suo affezionato ex - allievo di Lanzo. Questo lo rincorò alquanto, non però fino al punto da rassicurarlo interamente. Don Bosco, saputo de' suoi timori, gli fece dire con sicurezza che doveva tornare presto in America, dove lo attendeva un'altra importantissima missione. Infatti l'atto operatorio ebbe esito felicissimo; Don Bosco ne parla in due lettere dell'ottobre a Don Costamagna.

 

                Mio caro D. Costamagna,

 

                Poche parole per fare a te ed ai nostri cari figli Salesiani e Salesiane un cordialissimo saluto nel Signore.

                Don Lasagna va acquistando di forze ma si trova sempre lontano dall'antica robustezza. Tuttavia il suo desiderio di essere utile alla Congregazione lo spinge a fare ritorno al campo dell'azione. Egli é veramente buono. Parla bene di tutti principalmente di te e questo mi fa piacere. Don Cagliero ti ha scritto, per averne il tuo sentimento, sulle modificazioni che paiono convenienti nella Ispettoria Americana, specialmente ora che apriamo case nel Brasile. In ogni cosa però desidero seguire il tuo parere.

                La cosa che preme e che con qualche impazienza attende il Santo Padre, é la pratica della Prefettura, o Vicariato Apostolico nella Patagonia. Io debbo fare al medesimo una risposta formale sul parere [33] del Governo e dell'Arcivescovo. Si é già fatto qualche cosa o che tutto dorme?

                Dammi dunque un ragguaglio positivo da presentare al Santo Padre, che desidera occuparsene egli stesso personalmente.

                Non so darmi ragione di Don Tomatis. Egli ha obbligo di scrivere e fare scrivere al Superiore intorno al personale del suo collegio. Dimmi lo stato morale, materiale e speranze o timori delle cose nostre. Senza di questo non possiamo camminare se non fra le incertezze. Pure io ne so più niente.

                Dio ci benedica tutti e de' Salesiani faccia altrettanti santi, e di te un santone. Pregate per me che vi sarò sempre in G. C.

                S. Benigno, I ottobre 1881.

Aff.mo amico

Sac. GIO. BOSCO

 

                Nota. Don Bonetti e Don Bertello predicano gli esercizi a cento settanta novizi che si preparano a fare i voti pel giorno 3 del corrente. Quanti missionari!

 

                Mio caro D. Costamagna,

 

                Ti mando qui una impresa a compiersi. Tu potrai servirti di qualcuno. Me ne manderai il risultato che comunicherò alla persona che fa anche un po' di bene ai nostri figli in America.

                Giovedì ultimo fecero una delle più serie operazioni al caro nostro Don Lasagna. Per due giorni fece temere assai. Ora é meglio ed i medici ce lo dànno fuori di pericolo.

                Gli altri confratelli d'Europa, grazie a Dio, sono in buona salute.

                Fa' un cordialissimo saluto a tutti i nostri figli di America e loro allievi, e pregate molto per me, perché ho gravi e difficili affari tra mano che richiedono lumi speciali dal cielo.

                Dio ci benedica tutti e ci conservi nella sua santa grazia. Amen.

                Torino, 10 ottobre 1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Mentre aspettava l'atto chirurgico, l'operoso uomo non era stato con le mani alla cintola, ma si era dato d'attorno per cercare aiutanti e mezzi e in pari tempo aveva studiato il modo di attuare un suo disegno. Vagheggiava da lunga pezza l'idea di stabilire un Osservatorio meteorologico nel collegio Pio di Villa Colón. Dotato di larghe vedute, comprendeva quanto vantaggio sarebbe derivato laggiù alla sua missione dal favorire in quel modo il progresso delle scienze fisiche.[34]

Il collegio Pio occupava un'ottima posizione per erigervi una specola, donde esplorare i fenomeni atmosferici per comunicare poi i risultati alle Società d'America e d'Europa, che promovevano l'incremento della meteorologia.

                C'era in Italia, anzi a pochi passi da Torino un uomo di fama mondiale in questo ramo scientifico, il padre Francesco Denza, barnabita, Direttore dell'Osservatorio del collegio Carlo Alberto in Moncalieri. Don Lasagna andò da lui e come suol avvenire negli scambi d'idee fra persone di gran levatura, in quei colloqui il suo disegno prese assai più vaste proporzioni, Si trattò infatti di stabilire una rete meteorologica nell'America del Sud con il centro nell'Osservatorio di Montevideo e di affidarne la cura ai Salesiani. Il padre Denza fece parola del progetto nel terzo Congresso Geografico, tenutosi di lì a poco in Venezia, ottenendo che vi si formulasse un voto nel senso desiderato. Avuto questo primo successo, conferì della cosa con Don Bosco, il quale, com'ei già si aspettava, condiscese di buon grado. Allora compilò una relazione in nome del terzo gruppo, che nel Congresso aveva discusso i problemi inerenti alla meteorologia[32], e la trasmise al Comitato direttivo dell'Associazione meteorologica. Questo Comitato, appresa “la generosa esibizione” fatta da Don Bosco, glie ne attestò “la sua più sentita e riconoscente soddisfazione”, esprimendogli insieme “i più sinceri rallegramenti per la iniziativa di un'opera coraggiosa in apparenza difficile non poco, ma pure cotanto vantaggiosa per la fisica del globo”[33]. Tale fu l'origine dell'Osservatorio meteorologico di Montevideo, del quale ci accadrà ancora di parlare nel seguito della nostra storia.

                Nel mese di giugno Don Lasagna aveva avuto il dolore di apprendere la morte fulminea di monsignor Vera, suo grande amico e buon padre dei Salesiani in quella [35] repubblica[34], poi, poco prima di ripartire per l'America, ricevette la lieta novella, che Leone XIII aveva dato al defunto Presule un degno successore nella persona di monsignor Innocenzo Yeregui, amicissimo dei Salesiani, come altrove si é narrato. Perciò con maggior alacrità attese a ultimare i preparativi per la partenza.

                Non é possibile precisare se prima o dopo l'operazione, Don Lasagna, accompagnando il Servo di Dio nella Liguria, fu testimonio di un atto, quale solamente i Santi sono capaci di compiere. Monsignor Boraggíni, Vescovo di Savona, aveva avuto un urto col Direttore di Varazze Don Monateri, perché questi non aveva creduto bene di mandare, come Sua Eccellenza desiderava, un prete del collegio a una chiesa di montagna dietro la città, per non sappiamo che abituale servizio religioso, c'era anche di mezzo qualche controversia per diritti parrocchiali. Don Monateri però aveva ragione. Ora Don Bosco, andato con Don Lasagna a visitare il Vescovo, appena gli fu dinanzi, s'inginocchiò per terra con ambe le ginocchia e a mani giunte e in tono supplichevole gli disse: - Monsignore, le domando perdono dei dispiaceri che le ha dati Don. Monateri, Direttore del collegio di Varazze.

                - Ma si alzi, Don Bosco, che cosa fa? che cosa fa? fece prontamente il Vescovo.

                - Io non mi alzo, se prima non mi dice che lei lo perdona.

                - Sì, sì, perdono, perdono! Ma lei si alzi.

                Allora Don Bosco si alzò, e tutt'e due si abbracciarono[35].

                Il mese di ottobre apportava frattanto a Don Bosco una ineffabile consolazione. Un pellegrinaggio argentino, guidato da monsignor Antonio Espinosa, Vicario Generale di Buenos [36] Aires, era venuto in Italia per rendere omaggio al Vicario di Gesù Cristo. Orbene il Santo Padre nel discorso pubblicamente a loro rivolto, dopo aver data lode allo zelo dei Vescovi argentini e del loro clero, proferì queste espressioni: “Né lasciano di spiegare la più viva sollecitudine per condurre a vita cristiana e civile le tribù ancora selvagge della Patagonia, in mezzo alle quali, mercé il concorso di religiosi zelanti, si stabiliscono a tal uopo nuove Missioni”[36]. E nel colloquio che segui, avendo monsignor Espinosa riferito al Papa quello che i Salesiani facevano nella Repubblica e specialmente nella Patagonia, Sua Santità gli disse: “Quando abbiamo inteso che gli alunni di Don Bosco assumevano la Missione della Patagonia, il nostro cuore si aperse alla più lieta speranza sull'avvenire di quei poveri selvaggi”[37]. Queste solenni testimonianze procurarono un momento di vera gioia al cuore del nostro buon Padre.

                Nelle Missioni patagoniche si facevano reali progressi. Il loro capo Don Giuseppe Fagnano, uomo intraprendente e intrepido, vi spingeva innanzi a tutto potere l'evengelizzazione degli Indi. Era però molto difficile raggiungerli, perché aborrivano i bianchi e al loro avvicinarsi o fuggivano o brandivano le armi. Nel mese di aprile il Governo argentino, che temeva sempre la preponderanza del Chilì sulla Patagonia, aveva mandato il generale Villegas con duemila soldati contro le guerriere tribù dei Sayueques, le quali con le loro scorrerie e saccheggi seminavano il terrore nelle contrade all'intorno. Don Fagnano, montato anche lui a cavallo, prese parte alla spedizione, scorrendo in lungo e in largo quelle sconfinate pianure per rintracciare gli Indi pacifici e spauriti, rassicurarli, farsene protettore, istruirli e battezzarli. Fu tutta una storia di faticosissime e strane avventure, che ebbero per teatro le adiacenze del lago Nahuél - Huapì, da cui nasce il fiume Limay, principale affluente del Rio Negro.[37]

                Un'altra missione intraprese fra l'ottobre e il novembre , raggiungendo due tribù di Indi, che si erano piantati a quattrocento chilometri da Patagónes. Vi ottenne qualche frutto; ma purtroppo la vicinanza di un accampamento militare costituiva un grave intoppo, fra l'altro, per causa dei liquori e delle conseguenti ubbriachezze e relativi disordini. Nel percorrere le rive del Rio Negro incontrò parecchie famiglie di coloni cristiani, ai quali fece un po' di bene. “Ah, caro Don Bosco, scriveva il 10 novembre, se fossimo in più, quanto bene si potrebbe fare!”

                Ma torniamo a Don Lasagna. Durante il suo soggiorno in Italia Don Bosco si era venuto formando un giusto concetto delle condizioni e dei bisogni delle case aperte nell'Uruguay; aveva potuto anche vedere da vicino la virtù, la prudenza e il tatto di quel suo carissimo figlio. Parendogli pertanto opportuno creare nell'Uruguay una provincia a sé, ne nominò lui Ispettore, tanto più che l'anno seguente bisognava fondare una casa nel Brasile ed egli possedeva tutte le qualità necessarie per introdurre ed estendere l'opera salesiana in quell'immenso impero. Né lo rimandò solo, ma gli diede un drappello di compagni, da ripartirsi fra l'Uruguay e l'Argentina.

                Il Beato non volle spedirli alla chetichella, quasi l'avessero impaurito le ringhiose minacce dell'altra volta. A taluno poté anche parere che fosse troppo presto per rinnovare la solennità dell'addio; ma il fatto dimostrò vano ogni timore. Il 10 dicembre fu il giorno della cerimonia: una giornataccia di vento, di freddo e di neve; eppure la chiesa si riempì. Dopo la lettura dell'Enciclica Sancta Dei civitas, da noi citata sul principio di questo capo, disse brevi parole Don Bosco per informare i Cooperatori e le Cooperatrici sui progressi fatti dalla Congregazione nel volgente anno, sui frutti conseguiti nelle Missioni e sullo stato dei lavori per le chiese di San Giovanni Evangelista in Torino e del Sacro Cuore in Roma; cedette quindi il posto a Don Lasagna, che intrattenne da pari suo l'uditorio sulla vita dei Missionari Salesiani.[38]

                I partenti erano otto, ma due aspettavano i compagni a Marsiglia, dove tutti si dovevano imbarcare. Don Bosco per animarli al viaggio e per dare a Don Lasagna ancora un segno del suo paterno affetto, volle che Don Lemoyne, già Direttore di lui, li accompagnasse fino a Marsiglia. Di là sul France dei Trasporti Marittimi salparono il 15 gennaio. La traversata passò senza incidenti. A Villa Colón Don Lasagna trovò i Confratelli adunati per gli esercizi spirituali, essendo quello il tempo delle vacanze estive. Predicò egli stesso con l'ardore, la pietà e il verace spirito salesiano novellamente attinto al gran cuore di Don Bosco.

                Prima che finisse l'anno, il Servo di Dio ricevette con giubilo la visita di monsignor Espinosa. Giunse egli con due compagni la vigilia di Natale. Don Bosco, felice di conoscere personalmente l'amico sincero de' suoi figli argentini, nulla risparmiò perché il suo soggiorno a Torino trascorresse lieto. Gli ospiti fecero anche una gita a San Benigno, accolti con una bella accademia. Il 4 gennaio si rimisero in viaggio per la Francia.

                Monsignor Espinosa era latore di due lettere del suo Arcivescovo per Don Bosco, una in spagnuolo e l'altra in italiano, datate da Buenos Aires il 24 agosto. L'illustre Prelato scriveva nella prima: “Dica a' suoi giovani, dei quali alcuni io conosco forse ancora, che si ricordino di me nelle loro orazioni e specialmente nell'allegria che proveranno all'arrivo de' miei pellegrini. A' suoi Reverendi Sacerdoti raccomandi che preghino molto per i loro fratelli di qui, i quali vanno aumentando di numero e fanno molto bene. Nel Congresso Nazionale trattasi di autorizzare il Governo ad accordarsi col Santo Padre intorno alla divisione dei Vescovadi. Questa sarà occasione propizia per istituire un Vicariato Apostolico nella Patagonia da affidarsi alla cura de' suoi zelanti Missionari. Desidero ardentemente che questo si possa conseguire, ma non sono senza timore. Le orazioni de' suoi buoni figliuoli possono ottenere questa grazia, che sarà pure feconda [39] di molti benefizi temporali. Continuerò a dare a V. R. notizie intorno a questo affare. I suoi Missionari, come anche le Suore di Maria Ausiliatrice, che sono presentemente qui, mi sono di grande aiuto e conforto. Ne rendo perciò lode al Signore, ed a V. R. ringraziamento e felicitazioni.” Nell'altra lettera aggiungeva: “Ai tre preti che vi erano alla Patagonia, ne hanno aggiunto in questi giorni un altro per il grande e profittevole lavoro, che hanno in quelle lontane regioni. Sempre ricordo con piacere i giorni trascorsi nella sua dolce compagnia nel 1877.”

                Una terza lettera, trasmessa da Don Costamagna e arrivata a Torino per Natale, era di monsignor Yeregui, che prima ancora di prendere possesso della sua diocesi di Montevideo aveva sentito il bisogno di manifestare i sensi dell'animo suo al Superiore dei Salesiani in America. “Vostra Riverenza sappia, gli diceva[38], che i Salesiani occuperanno sempre nel mio cuore un posto distinto, e che per loro io farò quanto sarà in mio potere, affinché cresca sempre il numero di così buoni operai ed il frutto delle loro imprese. Desidero che V. S. mi usi tutta la confidenza e mi manifesti quanto di bene posso io fare per loro; poiché in tutto ciò che da me dipende, essi possono contare sopra di me, come sopra di un buon amico. Involontaria dimenticanza fu la cagione, per cui non l'ho ringraziata di avermi nominato Cooperatore Salesiano, il che ora intendo di fare col professarmele sommamente grato.”

                Testimonianze così calde e sincere venivano a dare particolar risalto alle parole dette dal Papa. Con queste care consolazioni si chiudeva per Don Bosco il travagliato 1881. La divina Provvidenza gli temperava con qualche stilla di dolcezza l'amaro calice, che gli era pur forza tracannare.

 

 


CAPO II. Un mese e mezzo in Francia.

 

                IL BEATO Don Bosco era desideratissimo a Marsiglia, non solo per i trambusti dell'anno precedente, ma anche per le nuove costruzioni che importavano debiti sempre maggiori e richiedevano disposizioni per il prossimo avvenire. Più volte al suo buon volere di recarvisi avevano posto ostacolo le circostanze; ma finalmente con gli auguri natalizi poté annunziare il suo viaggio per i primi di febbraio. Non si viveva del tutto sicuri da qualche brutta sorpresa per parte delle autorità governative, poiché nei giornali massonici la campagna contro i religiosi non era definitivamente chiusa; tuttavia gli amici mettevano il cuore in pace, dicendo: Dom Bosco va arriver et lui [à l'oratoire] apportera la puissante intervention de sa sainteté[39].

                Partito da Genova per terra il giorno avanti che i Missionari pigliassero il mare e riposatosi un po' a Nizza, giunse a Marsiglia la sera del 5 febbraio. Gli era compagno Don Celestino Durando, Consigliere Scolastico generale, ch'ei conduceva seco, perché osservasse e regolasse nelle case l'andamento degli studi. Si prese pure da San Benigno un chierico, Giulio Reimbeau, parente degli Harmel, che gli doveva fare da segretario. [41]

                Quella sera stessa volle compiere un'opera di carità. Abbiamo già fatto menzione del celebre padre Pio Mortara, canonico lateranense[40]. I decreti di ostracismo contro gli Ordini religiosi, mandati ad effetto il 31 ottobre 1880, l'avevano colto a Marsiglia gravemente ammalato nel collegio Saint - Louis presso i Fatebenefratelli, sicché non sapeva dove rifugiarsi, potendo la sua presenza compromettere quei frati ospitalieri. La Provvidenza mosse allora la religiosissima signora Marcoselles, da lui già conosciuta a Roma nel 1869, a offrirgli generosa ospitalità nella propria dimora in Rue de Rome. Là il male si aggravò tanto che egli fu forzato a non lasciare più il letto. Ragioni di prudenza consigliavano di occultare il suo rifugio, potendogli in quei giorni nefasti toccare qualche molestia, anche perché, come si disse altrove, era stato dichiarato in Italia renitente alla leva. Per questo il Direttore Don Bologna si recava di nascosto a visitarlo e in casa nessun altro sapeva che egli fosse da quelle parti.

                Ora Don Bosco, informato del desiderio che l'infermo aveva di vederlo, pensò di appagarlo senza indugio. Il recarvisi così a tarda sera favoriva il segreto; e poi, se avesse rimandato, non vi sarebbe forse più potuto andare o non sarebbe giunto fino a lui senza dare nell'occhio. Ecco dunque in che modo il padre Mortara narra la visita del Beato[41]: “Dal Rev. Don Bologna, mio carissimo amico, Direttore dell'oratorio di San Leone, che mi visitava prodigandomi i soccorsi spirituali di cui io abbisognava, seppi che Don Bosco si trovava a Marsiglia. Mostrai gran brama di vederlo, sperando che egli mi otterrebbe la guarigione. Un giorno difatti, il 5 febbraio, il venerabile sacerdote si recava da me. Io implorai la sua benedizione e lo pregai d'intercedere per me presso Dio affine di ottenermi la grazia desiderata, per [42] adoperarmi per la sua gloria e convertire la mia cara madre (che purtroppo passò all'eterna vita il 17 ottobre 1896). Egli rispose esortandomi alla pazienza e rassegnazione ed a fare il sacrifizio della mia vita, se ciò a Dio piacesse. Quanto a mia madre, le mie preghiere sarebbero più efficaci nel cielo. Mi benedisse di nuovo e si congedò. Io non vidi più Don Bosco e pochi anni dopo ebbi la notizia della sua morte in odore di santità. Una fondata speranza mi sorride che l'uomo di Dio che tanto mi favorì in vita, seguiterà a benedirmi e a pregare per me nella sede di gloria che certo egli avrà conseguito.” Alludendo a questa visita diceva in una lettera del 1884 a Don Bosco: “Quando Ella mi onorò di una sua visita a Marsiglia in casa delle signore Marcoselles, mi disse che il Signore poteva sospendere il decreto di morte già emanato per me. Il decreto fu sospeso, Ella me lo fece ritirare, ed ora guai a me se la vita che mi resta non la impiego tutta ad edificare, difendere e dilatare il mistico regno di Dio.”

                Don Bosco trovò l'oratorio di San Leone interamente trasformato e quadruplicato. Nulla in antecedenza erasi detto né scritto della sua venuta anche per evitare pubblicità pericolose; eppure due giorni dopo persone d'ogni genere ingombravano la casa in quasi tutte le ore. Si previde facilmente che egli avrebbe dovuto faticare moltissimo; onde il Direttore pregava Don Rua, che lo raccomandasse alle preghiere dei giovani, affinché non avesse a soffrire troppo per gli strapazzi inevitabili. Molti volevano avere il suo ritratto. Un benemerito signore, invitatolo a pranzo, ottenne che egli posasse con cintura e rabat alla francese; ma poiché si sapeva quanto di rado si riuscisse a riprodurne bene la fisionomia lo fotografò in cinque atteggiamenti diversi[42]. Dà egli stesso qualche ragguaglio di sé in una letterina al suo segretario, rimasto all'Oratorio.[43]

 

                Carissimo D. Berto,

 

                Se puoi avere copia della dispensa dei voti di Don Pirro procura di mandarmela che ne ho bisogno.

                Cose nostre ben avviate, molto bisogno di preghiere; dillo a Caroglio[43] e a' suoi briganti. Non ho più avuto notizie dell'Oratorio.

                Sanità buona, ma stanchissimo.

                Dio ti faccia santo come Giobbe, ed amami in Gesù Cristo.

                Marsiglia, li 10-2-81

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Da una lettera a Don Bonetti con la medesima data apprendiamo che il pensiero della chiesa del Sacro Cuore lo accompagnava nel suo viaggio; gli manda infatti la minuta di tre circolari, delle quali diremo più innanzi, da spedirsi ai giornalisti, ai Vescovi e ai collettori delle offerte.

 

                Car.mo D. Bonetti,

 

                Non so se abbi ricevuto relazione della dimora e partenza dei nostri missionari da Marsiglia; é materia ottima pel nostro Bollettino.

                Vi acchiudo la lettera per i giornali ed un'altra per i Vescovi. C'é l'italiano e il francese fatto da Reimbeau. Leggi, correggi, e spedisci: procura le altre traduzioni. Sarà bene che nella dichiarazione per i signori collettori si aggiunga: Sono pregati di far pervenire a destinazione almeno ogni tre - settimane? mesi? - il danaro che loro fosse dato di raccogliere dalla carità dei fedeli.

                Niuna notizia né dall'Oratorio, né da altra parte del mondo.

                Le cose nostre procedono assai bene: molto bisogno di preghiere. Dio ci benedica tutti ed abbimi in G. C.

                Marseille, li 10 febbraio 1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il parroco Guiol si mostrò cordialissimo con Don Bosco: si sarebbe detto che nemmeno più il ricordo gli rimaneva del disgraziatissimo incidente narrato nell'altro volume. Non si deve però tacere che Don Bosco aveva avuto mano felice nello scegliere il chierico Grosso per il canto liturgico alla [44] chiesa parrocchiale. Benché molto giovane, il maestro di musica godette il favore illimitato del canonico[44].

                Le signore del Comitato sospiravano di averlo a presiedere una loro riunione. Con grande gioia lo accolsero nella seduta del 12. Due sole non poterono godere di quella consolazione, ma il verbale dice: “La preghiera e la benedizione di Don Bosco arriveranno certamente fino a loro, compensandole del sacrifizio.”

                Per prima cosa fu letta un'accurata relazione del 1880, la somma incassata raggiungeva la cifra di ventimila franchi. Poi venne fissato il programma per la festa di San Francesco da celebrarsi il giorno 16. Da ultimo prese la parola Don Bosco, destreggiandosi con quel tal francese che piaceva tanto sulle sue labbra. Il Verbale dà un largo riassunto del suo discorso, che noi tradurremo

                Sono venuto per ringraziare ed anche per raccomandare i miei poveri ragazzi, ma soprattutto per ringraziare queste buone Signore della loro carità. E’ bello vedere Signore che rinunziano alla propria tranquillità per andare chiedendo di casa in casa i mezzi con cui fare il bene. Non oso nemmeno lodarvi, perché temo di offendere la vostra modestia; ma rendo grazie a Dio, del quale noi siamo gli strumenti e alla cui opera si attende.

                Non posso non rallegrarmi e non trovar provvidenziale quanto si é fatto in circa due anni. L'ala destra é terminata e la casa conta centocinquanta interni e sessanta esterni; ma si é purtroppo costretti a rifiutarne molti, un cinquemila dacché l'oratorio é cominciato, e questo dimostra quanto necessaria fosse l'opera. Non sono molti gli stabilimenti per ragazzi e in tutti vi sono condizioni d'ammissione che ne chiudono a tanti le porte. A San Leone invece basta che vi sia pericolo di corpo o di anima per venirvi accolto. Finita che sia l'ala sinistra, si potrà portare a trecento il numero dei giovani.

                Bisognerebbe allargarsi, comprando una casa, le cui finestre, aperte sui cortili, dànno fastidio. Vi si potrebbero allogare le suore [45] di Maria Ausiliatrice che debbono venire, non lasciando altre comunicazioni con la casa se non quelle richieste dalla cura della biancheria, del bucato e della guardaroba. Sarebbe facile adattarla a quest'uso e si eviterebbero gl'inconvenienti d'ora. Ma ci vorrebbe danaro per farne l'acquisto, e la divina Provvidenza sembra volerla, avendone diminuito il prezzo domandato la prima volta: questo infatti si é venuto abbassando a poco a poco, sicché al presente la si avrebbe per quarantacinque mila franchi.

                La divina Provvidenza che vuole l'opera, manderà il necessario; e quando dico la divina Provvidenza, intendo dire Dio. Poiché Dio vuole la nostra opera, egli ci darà i mezzi per attuarla: chi lavora per un fine, ha diritto al mezzi, e noi siamo certi che questi verranno. Noi siamo gli strumenti della divina Provvidenza, e la divina Provvidenza e Maria Ausiliatrice quest'anno ci han protetti in modo abbastanza sensibile.

                Vi sarebbe pure un altro acquisto da fare, un terreno di duemila metri, la cui posizione in questa parte della città si presterebbe a stabilirvi un oratorio festivo. Io desidererei che per l'istruzione religiosa e la preservazione morale si potessero riunire colà i giovani, che durante la settimana lavorano in diversi laboratori; così non avrebbero contatti con i ragazzi che frequentano sempre l'oratorio, e vi sarebbe quello che c’è a Torino e fa grandissimo bene, radunando tre mila giovani.

                Vi si richiederebbe press'a poco egual somma e io domando al Comitato il concorso delle sue preghiere: non gli domando caritatevoli offerte dirette, non potendo la carità essere inesauribile, ma almeno indicazioni e raccomandazioni utili a ottenerne.

                Vi saranno spese da fare anche per l'arredamento della casa, per la provvista di biancheria e di quanto occorre ai bisogni dei ragazzi; ma peu pour fois, o peu à la fois, come dice il signor Curato[45].

                Vi é ancora un arretrato di circa dodici mila franchi per le spese domestiche, ma é cosa relativamente di poca importanza; il più é la visita fattami dagli impresari, che mi han portato il conto e domandano il pagamento di centoventi mila franchi loro dovuti per le nuove costruzioni.

                Queste difficoltà però e queste cifre sbalorditive non ci spaventino. Evidentemente ci vuol danaro; ma io confido nella divina Provvidenza e non dubito del suo aiuto, pur non potendo presagire in che modo essa ci si manifesterà.

                Vi dirò una cosa, che non ho mai detta: la nostra fiducia é ben fondata, purché noi non ci rendiamo indegni; ma questo spero che [46] non avvenga. Mantenendo la casa nella pietà e nella moralità, faremo l'opera di Dio; trascurando quelle, non faremmo più questa. Ma ciò non accadrà e noi non diverremo indegni dei soccorsi della divina Provvidenza.

 

                Il Beato continuò dando notizie sull'origine, lo scopo e lo sviluppo dell'Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni tardive e disse del particolare interessamento dimostrato dal Santo Padre a riguardo di essa. Indi proseguì:

 

                L’anno scorso, quando andai a Roma il Sommo Pontefice, profondamente afflitto per le spoliazioni che privavano “Propaganda” de' suoi stabili, era impensierito sul come rimediarvi, trasferendo altrove i collegi missionari. La Patagonia e la Terra del Fuoco, che rappresentano un'estensione equivalente alla nostra intera Europa, non sono mai state evangelizzate: francescani, gesuiti, domenicani non vi poterono penetrare o dovettero abbandonare i tentativi; ma l'ora della misericordia é sonata per quei popoli, poiché essi accolgono la parola di Dio e questa vi opera meravigliose conquiste. Il Santo Padre ha pure deciso di stabilirvi un Vicariato e una Prefettura Apostolica; ma ciò che varrebbe di più, sarebbe di potervi mandare numerosi missionari. Appunto per moltiplicarli il Papa ha espresso il desiderio che si aprisse un seminario, dove si preparassero operai evangelici. Si sono messi gli occhi sopra Siviglia, dove stabilire un noviziato per i missionari, essendo lo spagnuolo la lingua parlata nelle regioni, in cui essi devono andare.

                Si cercò poi dove fondare un seminario simile in Francia; ma si trovarono difficoltà nella scelta della città, non essendo altre abbastanza centrali né offrendo i medesimi vantaggi di questa. - Io ho fiducia, disse il Santo Padre, nella città di Marsiglia, in cui vi é religione e carità. Vedete un po' se trovate persone che vogliano occuparsene, e dite loro che non voi, non me aiuteranno, ma la Chiesa.

                C'era da temere che i Vescovi, i quali stentano tanto ad aver preti non fossero contenti di vedere le vocazioni, già così scarse, portate via per le Missioni. Il Papa lo pensò... e Don Bosco pure; ma l'opera di Maria Ausiliatrice evita questo inconveniente. I giovani che hanno la vocazione allo stato ecclesiastico, fanno gli studi preparatori, terminati i quali, scelgono con la massima libertà fra l'entrare in un Ordine religioso o il tornare nella loro diocesi. Vi sono già a Marsiglia trentadue allievi di questa categoria; ma per prudenza si sono distribuiti in varie case, come a La Navarra e altrove. Inoltre abbiamo già speranze di vocazione per un trecento francesi, senza contare i cinquecento giovani della casa di Torino. L'opera, in apparenza e agli occhi del pubblico, é destinata ad allevare fanciulli poveri [47] e a fare operai in laboratori ben attrezzati; ma il pensiero principale é di cercare in mezzo ai ragazzi il germe delle vocazioni ecclesiastiche e svilupparlo.

                Queste difficoltà non saranno portate nella conferenza generale, per non divulgare davanti a un'assemblea numerosa un obbiettivo, che la perversità dei tempi consiglia piuttosto di nascondere; ma esse debbono stimolare il vostro zelo, perché fanno vedere la grandezza e l'importanza del risultato da conseguire.

 

                La fede semplice e confidente del Servo di Dio ammaliò le buone Signore, che si proffersero ognuna a farsi in quattro per radunar fondi e secondare i suoi pii disegni; quella riunione lasciò in tutte un profondo ricordo. Alla fine il parroco Guiol indusse Don Bosco a dar loro la sua benedizione, dicendogli che si stimavano fortunatissime di riceverla. Il Beato avec son inaltérable bonté la diede, ma dichiarando che era la benedizione ad esse portata per incarico avutone direttamente dal Santo Padre.

                La fiducia di Don Bosco nella divina Provvidenza fu ben giustificata dai fatti, poiché, come ci apprende il Verbale del 3 marzo, generosi soccorsi permisero di scemare notevolmente il debito più grosso, dando mi primo acconto di ventimila franchi, tosto seguito da un secondo e dopo due mesi da un terzo eguali al primo. Era dunque ridotto della metà. Ma il Comitato desiderava di liberare Don Bosco da quello spettro degl'impresari, che si supponeva dovergli turbare i sonni; onde ideò una sottoscrizione straordinaria presso i capi di stabilimenti industriali, che impiegavano buon numero di operai piemontesi, e presso le madri di famiglia. Per la prima sottoscrizione invocò l'aiuto del Comitato di Signori, presieduto dal signor Rostand.

                Don Bosco era assediato da mane a sera, sicché a forza di accordare udienze aveva quasi perduto la voce, e la stanchezza minacciava di abbatterlo. La mattina del 14 dovette far dire che non poteva ricevere; ma si sa bene che in simili casi vi sono sempre i privilegiati. Una povera suora ammalata, il presidente di una certa opera, un distinto signore a [48] cui si era già dato appuntamento, una donna neuropatica nascostasi in un angolo e piombatagli in camera con alte grida, furono successivamente da lui ricevuti, tenendolo occupato fino a mezzodì. Allora non ne poteva proprio più: l'oppressione al petto lo prostrava in modo compassionevole. Nel pomeriggio per evitare il medesimo sforzo si chiuse a chiave nella sua camera. Ne uscì verso sera, perché era aspettato fuori di città. Fece un'ora di carrozza che fu un'ora di patimento, e poi là dovette pur parlare, di modo che rientrò alle dieci stremato di forze e con la prospettiva che la dimane il sospeso assedio della folla si ripigliasse con maggior violenza. Certe persone erano venute e tornate per tre giorni di seguito! Oltre a questo la montagna delle lettere gli cresceva sul tavolo.

                Com'erasi previsto, la mattina del 15 non furono visite, fu un'invasione. Una sessantina almeno di persone chiedevano rumorosamente di vederlo. Si aveva un bel dire che egli non stava bene e non poteva ricevere: nessuno si voleva muovere. Stanchi di aspettare e colto il momento in cui venne a mancare la sorveglianza, i più audaci montarono in massa al primo piano e picchiarono alla porta. Egli, che nuovamente vi si era chiuso a chiave, non sospettando chi poteva essere, aprì. Non l'avesse mai fatto! Irruppero tutti nella stanza, sicché l'assalito, vista la mala parata, dato di piglio alla penna e al quaderno su cui scriveva, si rifugiò nell'attigua camera di Don Durando; ma quelli lo inseguirono. Giunsero alla fine in suo aiuto il Direttore e altri della casa, i quali con infiniti stenti poterono bel bello far sgombrare l'appartamento. Debole, sofferente, afono non vide altro scampo che riparare presso il curato di San Giuseppe. Ivi riposò fino alle cinque di sera, ripigliando un po' di vigore per le due laboriose giornate che lo attendevano.

                La festa di San Francesco era stata rimandata al 16 febbraio, affinché egli vi si potesse trovare. Monsignor Vescovo, con la positiva intenzione di dare una pubblica prova di [49] benevolenza verso l'oratorio[46], volle celebrare la Messa della comunità, pronunciando un breve elogio del Santo Patrono e distribuendo la Comunione anche a numeroso stuolo di signori e di signore della città. Il panegirico fu detto dall'abate Guérín, predicatore di cartello. In casa, gran movimento e grande allegria fino a tarda notte; Don Bosco non ebbe requie.

                Il 17 fu la giornata dei Cooperatori e delle Cooperatrici. Marsiglia ne contava novecento inscritti. Ne vennero pure da paesi vicini e alcuni fin da Tolone. Monsignor Forcade, Arcivescovo di Aix, presedette all'adunanza. L'abate Mendre lesse una relazione sulle condizioni dell'istituto; poi parlò Don Bosco. Il suo dire semplice e soave in certi momenti intenerì fino alle lacrime. Scrive l'abate Mendre: “Don Bosco si esprime abbastanza stentatamente in francese; ma anche in questa parte la divina Provvidenza, di cui egli pronunzia così spesso il nome adorabile con un'unzione che va diritto al cuore di chi lo ascolta, la divina Provvidenza, dico, gli viene mirabilmente in aiuto. L'uditorio, cosa rara in Francia, dimentica quel sorriso che sembra fiorire spontaneo sulle labbra dinanzi a una scorrezione; ognuno sta ad ascoltare, soggiogato dall'incanto di quella parola, che ha evidentemente dal cielo tanta efficacia”.

                In ultimo l'Arcivescovo di Aix, accogliendo cortesemente l'invito di Don Bosco, si degnò porre termine al trattenimento

 

(2) Così scrive il Mendre in una pubblicazione di cui tosto diremo. Don Bosco aveva scritto quello che intendeva di dire. L'abbozzo del suo discorso é negli autografi posseduti dai nostri archivi, e porta il numero 313. Quaderno di 14 facciate, di cui solo 9 scritte per intero. Le prime tre facciate, più quattro righe incomplete della quarta sono di carattere del Beato; nel resto un'altra mano ha scritto sotto dettato o ha copiato da una minuta diversa di Don Bosco stesso. Questa seconda ipotesi sembra la preferibile; infatti la pagina nove comincia con un quae purgat peccata che non ha alcun nesso con ciò che precede, ma il nesso vi fu poi aggiunto da Don Bosco a pié di pagína otto. Il medesimo Don Bosco, rileggendo tutto intero lo scritto, fece non poche modificazioni nel contesto e numerose aggiunte marginali Riproduciamo in Appendice (Doc. 4), il documento, lasciandovi le imperfezioni di forma e solo mettendo gli accenti. ???

[50] con una breve e paterna allocuzione, il cui punto più saliente fu quando disse: “Le opere salesiane, le cui pacifiche conquiste hanno superato quelle di Alessandro, di Cesare e di Napoleone, provano a esuberanza questa verità, che la Chiesa sola é madre dei poveri e dei piccoli. La dolce figura di Don Bosco non ha nulla del profilo d'un conquistatore; i suoi battaglioni di preti non sono davvero terribili come gli eserciti di quei grandi capitani; ma con Don Bosco c'é Dio, e questo spiega il segreto della buona riuscita.”

                Soltanto alla porta della cappella caddero nel vassoio tenuto da Don Bosco duemila franchi; ma altre elemosine gli si fecero scorrere nelle mani dopo. Anima di tutto era stato il canonico Guiol, al quale la domenica seguente Don Bosco manifestò in pubblico la propria gratitudine. Pregato di presiedere nella parrocchia a un pio esercizio della terza domenica d'ogni mese in onore della Santissima Trinità, obbedì e, venuto il momento di parlare, esordì a questo modo: - Se mi fosse lecito rifiutare qualche cosa a un re, la riconoscenza mi vieterebbe di rifiutarla al signor curato di San Giuseppe. -

                La vasta chiesa presentava quella sera un aspetto imponente: aveva il magnifico uditorio che soleva affollarvisi per ascoltare i grandi oratori succedutisi sul pulpito di San Giuseppe. Don Bosco parlò della manna, simbolica figura dell'Eucarestia, e dei nostri doveri verso di essa. Anche per questo sermone l'abate Mendre nota: “L'uditorio non badava all'elocuzione, ma riceveva piamente la parola di Dio. Anzi certe scorrezioni sembravano dare a quella predica, tutta apostolica, un fascino di più. Auguro il medesimo successo a quanti avranno l'onore di salire i gradini del sacro pergamo.”

                La relazione letta dall'abate Mendre nell'adunanza dei Cooperatori fu data alle stampe formando con altri suoi scritti sull'oratorio di Marsiglia un'interessante monografia[47], [51] che si divide in tre parti. Va innanzi una succinta descrizione della festa di San Francesco; poi viene l'ampio e accurato resoconto, preceduto e seguito da notizie sull'assemblea. Il Mendre, descritta minutamente l'ammirevole attività dei due comitati, continua:

                 “Mentre questi lavorano fuori, che cosa si fa dentro l'oratorio?... Varchiamo la soglia di questa casa benedetta e salutiamo da prima con particolarissimo rispetto colui che é in mezzo a noi l'inviato diretto, il rappresentante di Don Bosco. Egli ci é venuto qui, operaio della prima ora, modesto e indefesso, pronto a tutti i sacrifizi richiesti dagli sviluppi inattesi e rapidi della nostra opera, sempre all'altezza del suo dovere e modello a tutti del perfetto oblio di sé. Osservate gli straordinari lavori eseguiti in pochi mesi e soprattutto benedite Dio.” Delineate poi le condizioni presenti dell'Istituto e portando l'occhio nell'avvenire, il relatore fa questo riflesso: “Noi non spingeremo lo sguardo indiscreto nelle intime relazioni che passano fra la Divina Provvidenza e il nostro Venerato Padre Don Bosco. Mirabili effetti noi ne abbiamo già veduti e senza dubbio ne vedremo ancora.” “Duc in altum, su, avanti! fu la sua nobile perorazione.”

                L'abate Mendre pubblicò, in terzo luogo, l'apologia dell'oratorio di San Leone da lui indirizzata al console generale Strambio, ma destinata al prefetto del dipartimento per confutare le accuse mosse all'istituto da certa stampa di Marsiglia verso la fine del 1880[48]. Il prefetto, basandosi sopra un voluminoso e calunnioso rapporto, aveva fatto pervenire al console gravissime doglianze a carico dei Salesiani, che, se le imputazioni avessero risposto a verità, sarebbero stati meritevoli delle maggiori pene comminate dalle leggi agli stranieri resisi indegni dell'ospitalità. Lo Strambio [52] ne diede comunicazione confidenziale agli interessati. Se prima non si era creduto nemmeno decoroso raccogliere quelle basse ingiurie, allora non si doveva più tacere, non solo per iscongiurare i possibili effetti di tante maligne voci, ma anche per un riguardo al console stesso. Egli sia per l'affezione che portava a Don Bosco fin dai banchi della scuola, sia per un legittimo sentimento d'orgoglio nazionale dinanzi ai progressi e alle promesse dell'oratorio, aveva questo oltremodo caro e lo favoriva con la miglior volontà del mondo; gli cagionava quindi serio imbarazzo di fronte alle autorità francesi quell'ammasso di denunzie contro l'opera ed era in ciò un motivo di più per mettere le cose a posto. Se ne assunse dunque il compito l'abate Mendre., disimpegnandolo maestrevolmente. Don Bosco ne aveva letto il manoscritto in novembre, come ne fa fede la seguente lettera, comunicataci dopo la pubblicazione del volume quattordicesimo.

 

                Mio caro Sig. D. Mendre,

 

                Ella non poteva meglio interpretare i miei desideri che colla esposizione che ebbe la bontà di farmi vedere. Si può anche pregare il Sig. console di darne pubblicità, se egli lo giudica a proposito.

                Ho commesso una mancanza. Invece di scrivere a parte alcune cose, che si possono forse aggiungere, io le ho scritte in margine allo stesso foglio. Ne faccia però il calcolo che le pare meglio.

Forse potrebbe anche notarsi che nelle case d'Italia, specialmente di Torino, erano spessissimamente indirizzati giovani poveri ed abbandonati francesi, e che per impedire viaggi, spese, cangiamento di usi e di costumi, richiesti, siamo condotti a fondare case in Francia col fine medesimo di quelle d'Italia.

                Mi ha portato grande consolazione la notizia che la pace, l'armonia regna tuttora fra la parrocchia e l'ospizio St. Leon. Ho fondato motivo a sperare che questi vincoli di carità diventeranno ognor più consolidati. Se ciò é necessario in ogni tempo, lo é assai più in questo momento.

                Se Ella vede che di qui io possa fare qualche cosa, mel dica ed io seguirei fedelmente ogni suo consiglio.

                Dio la rimeriti della assistenza ed aiuto che presta alla nostra congregazione. Passato il temporale, che bell'inno di ringraziamento! Dio la benedica, o sempre caro e benemerito Sig. Ab. Mendre, Dio la conservi in buona salute. Voglia fare umili rispetti al nostro Sig. [53]

                Curato, a Don Bologna, e di pregare per me che le sono sempre con pienezza di stima e profonda gratitudine in G. C.

                Torino, 25 novembre 1880.

Aff.mo servo ed amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Sarebbe pure opportuno di rilevare che noi non siamo altro che una Pia società di beneficenza in favore dei fanciulli poveri o pericolanti. Il desiderio di ritornar questa lettera a volta di corriere non permette di fame copia. Don Bologna potrà farmene rilevare una. Le tre già spedite al Sig. Console, van egualmente bene.

                Scriverò quanto prima al sig. nostro Curato.

 

                Al canonico Guiol Don Bosco, durante la sua permanenza a Marsiglia, parlò tra il serio e il faceto di cosa vista in sogno poco prima di venire in Francia, forse sullo scorcio del 1880[49]. Il Guiol era persuaso che fosse necessario possedere in campagna una casa, dove mandare i giovani di San Leone durante i mesi più caldi. Il Beato ne conveniva; anzi diceva che bisognava preparare il luogo in modo da farlo servire anche per il noviziato. - Quanto alla casa, continuò, l'ho già a mia disposizione. E' uno spazioso edifizio situato in posizione amena, cinto da larga pineta, e vi si accede per magnifici viali di platani; un abbondante corso d'acqua attraversa da un capo all'altro tutto il podere. - Il parroco, che sapeva benissimo come Don Bosco possedesse un bel nulla a Marsiglia, né appigionasse altro stabile fuori del collegio, poco mancò che non temesse in lui un improvviso squilibrio mentale; quindi un po' sconcertato lo interrogò dove mai fosse quella villeggiatura.

                - Dove sia, non lo so, rispose Don Bosco; ma so che c'é e che si trova nelle vicinanze di Marsiglia.

                - Questa é curiosa! replicò il parroco. Ma come fa a sapere che la casa c'é e che é destinata per lei?

                - Lo so, perché l'ho sognato.

                - E come ha sognato? [54]

                - Ho visto casa, alberi, podere, acqua, tutto come ho descritto, e per di più i giovani che correvano e si divertivano sotto i viali.

                L'abate Guiol che, quando Don Bosco parlava di sogni, non lo credeva affatto un visionario, non prese alla leggera le sue parole, ma le tenne bene a mente e stette a osservare. Non gran tempo dopo alcuni benefattori offersero una casa al desiderato scopo; ma Don Bosco la rifiutò, ringraziando e dicendo che non era quella. Intanto gli anni passavano senza che si vedesse alcun principio di avveramento. In ogni incontro i due amici riparlavano fra loro della famosa villa da cambiare in noviziato, e l'abate cominciava a riderne piacevolmente.

                Ma Don Bosco ne parlava pure con altri. Infatti nel settembre del 1882 ne fece motto con il chierico Cartier. Questi, recandosi da Marsiglia a San Benigno per ricevere il suddiaconato, si fermò a Nizza, dove il Beato presedeva agli esercizi spirituali dei Salesiani ed ebbe con lui una lunga conversazione, nella quale gli disse: - Noi avremo nei dintorni di Marsiglia una gran casa, in cui metteremo il noviziato e lo studentato filosofico. Tu sarai destinato colà, non però nel primo anno, essendovi bisogno di te a San Leone per la scuola; tuttavia vi andrai a dare lezioni, finché non vi stabilisca la tua residenza.

                A Marsiglia si credette che la casa del sogno potesse identificarsi con la villeggiatura della signora Broquier, a poca distanza da Aubagne; anzi, tratto in inganno da inesatte relazioni, inclinò a crederlo anche Don Bosco, che scrisse alla padrona, pregandola di volergliene cedere o la proprietà o l'uso. Mandò la lettera a Don Bologna, perché le desse recapito; ma siccome egli faceva della villa una descrizione conforme a quella che noi conosciamo, la signora non ci si raccapezzava, e Don Bologna s'accorse che Don Bosco era caduto in errore.

                Un'altra offerta gli venne nel 1883 dalla signora Pastré, ricca vedova parigina, a cui Don Bosco aveva guarita la [55] figlia. Si trattava dell'uso di una sua villa presso Santa Margherita, poco lungi da Marsiglia; se non che Don Bosco per motivo di personali riguardi, senza nemmeno verificare le condizioni della casa, declinò l'offerta. Trascorsi alcuni mesi, Don Bologna gli scrisse che la signora insisteva nella sua proposta, pregando di accettare. Il Beato rispose che se vi erano i pini e i platani e il corso d'acqua, bene; se no, no. Il Direttore, andato a vedere, gli notificò che di pini ve n'erano centinaia e che c'erano i viali di platani e che l'acqua correva per il fondo. Allora fu accettata la casa di Santa Margherita in usufrutto per quindici anni ed ivi si pose il noviziato nell'autunno del 1883, sotto la denominazione di La Provvidenza. L'abate Guiol, andatovi la prima volta con Don Bosco nel 1884, osservò con istupore che tutto rispondeva esattamente a quanto il Servo di Dio gli aveva detto e ridetto d'aver visto nel sogno.

                Di un fatto straordinario, accaduto secondo tutte le probabilità in quest'anno, udì il Rettor Maggiore Don Albera il racconto nel 1921 ad Allevard - les - Bains da un medico, ed egli lo narrò tosto ai confratelli di Marsiglia il 7 febbraio. Un tal signor Guérin, marsigliese era affetto da tubercolosi ossea ad una gamba. La raschiatura dell'osso non aveva apportato nessun giovamento. Il male fu dichiarato incurabile. La piaga bisognava che sempre stesse aperta per dare l'uscita al pus. Da ottimo cristiano il paziente aveva un solo desiderio, di compiere in tutto e per tutto la volontà di Dio. Una sua conoscente. che abitava in via San Giacomo, lo consigliò di andare da Don Bosco, non per domandare il miracolo della guarigione, ma per avere dalle sue parole qualche po' di conforto spirituale. Andò, fu ricevuto e fece palese la sua buona disposizione di portare con pazienza la propria croce per amore di Dio. Il Beato lo incoraggiò e lo benedisse.

                L'infermo abitava ai viali di Meilhan. Da San Leone a casa sua era troppo lunga la strada per lui, che aveva la gamba in quello stato; pensò dunque di prendere il tram all'angolo [56] delle due vie Paradis e San Giacomo. Ma poiché il tram si faceva aspettare, s'incamminò lentamente verso la Borsa, sperando di montare sul primo omnibus che andasse da quella parte, ma non ne incontrava nessuno. Dopo un'inutile attesa, infilò adagio adagio la Canebiére sempre con la medesima intenzione; ma niente neppure di là. Lo stesso gli accadde in via Noailles, sicché passo passo e quasi senz'accorgersi arrivò a casa.

                Per solito doveva coricarsi presto, cenando poi a letto. Quella sera, noli badando alle rimostranze de' suoi, volle sbrigare alcune faccende che lo tennero in piedi fino all'ora della cena. Finito tutto, non sentendo alcun incomodo, si mise a tavola con la famiglia e quindi andò a riposo. Ed ecco che, sciogliendo la fasciatura per rinnovarla, non vide più la piaga, scomparsa senza lasciar segno di cicatrice. Don Bosco, pur non essendone richiesto, aveva fatto il miracolo.

                Era stato adattato per le Suore un edifizio poco discosto dall'istituto; ma l'umidità dei muri e ragioni di opportunità volevano che fosse rimandata ancora la loro venuta. Frattanto però Don Bosco benedisse la casa, compiendo la cerimonia in forma privatissima e non invitando nemmeno le Signore del Comitato, che ne furono un po’ spiacenti; esse infatti in più riunioni si erano già occupate seriamente del modo di provvedere alla nuova comunità. Nella seduta del 3 marzo il Curato giustificò la cosa, allegando due ragioni. In primo luogo non era prudenza allora attirare l'attenzione d'ella cittadinanza sopra quell'altra famiglia religiosa; oltre a questo, Don Bosco negli ultimi giorni della sua permanenza a San Leone era inaccessibile per la ressa dei visitatori e il Curato non aveva potuto intendersi con lui sul giorno, sull'ora e sulle modalità. Queste spiegazioni dissiparono ogni malcontento.

                Certo, se si considerano gli avvenimenti narrati nell'altro volume la prudenza non era mai troppa; tuttavia bisogna anche dire che a Marsiglia presso i buoni le simpatie [57] per l'opera crescevano sempre più; onde il Comitato di Signori opinò che essa aveva tutto da guadagnare con l'essere meglio conosciuta. Perciò durante la presenza di Don Bosco caldeggiarono la stampa della memoria compilata dall'abate Mendre, della quale abbiamo parlato sopra.

                Nulla più sappiamo d'importante intorno a questa dimora di Don Bosco a Marsiglia. Sembra che appartenga a quest'anno un rimprovero mossogli dalla tanto benemerita signora Prat. Aveva essa due figli sposati e una figlia, che le causavano gravi dispiaceri con la loro condotta; perciò altra volta li aveva raccomandati alle sue orazioni, affinché si convertissero. Don Bosco alla promessa di pregare aveva unito buone speranze per la grazia. Ora invece la madre, non vedendo alcun mutamento, se ne lagnò col Servo di Dio. Egli con tutta umiltà le rispose: - Sì, la colpa é mia, perché non ho pregato abbastanza. -

                Se non di quest'anno, é di questi anni un altro episodio che dimostra quanta importanza egli desse alla musica negli oratori festivi. A Marsiglia ricevette la visita di un religioso, che ne aveva fondato uno in una città della Francia e che gli chiedeva se approvasse la musica fra i divertimenti dei giovani. Il suo visitatore pensava che se ne potesse trarre vantaggio per l'educazione e glieli enumerava. Don Bosco, ascoltato con segni di approvazione, disse in fine: - Un oratorio senza musica é un corpo senz'anima. - L'altro però ci vedeva anche inconvenienti e non piccoli, come la dissipazione e il pericolo che i giovani vadano a cantare o a sonare nei teatri, nei caffé, nei balli, nelle dimostrazioni. Don Bosco, udito tutto senza dir parola, recisamente ripeté: - E’ meglio l'essere o il non essere? L'oratorio senza musica é un corpo senz'anima.

                Un prodigio segnalato accompagnò la partenza da Marsiglia; la memoria dell'avvenimento é consacrata in una relazione di colui, che ne fu testimonio oculare non solo, ma anche causa occasionale. [58]

La signorina Flandrin, da tempo gravemente inferma, sembrava omai agli estremi della vita. Tutti i giorni la madre andava a San Leone per ottenere che Don Bosco facesse una visita alla figlia; ma Don Bologna, non sappiamo perché, non credeva conveniente che egli vi andasse; perciò, comunicandogli la cosa, se la sbrigò in termini così freddi, che il Beato non si mosse.

                Venne intanto il giorno della partenza. Per sottrarlo alla vista dei tanti che l'avrebbero atteso alla stazione di Marsiglia, si stabili che, come l'anno innanzi, Don Bosco si portasse in carrozza fino a Aubagne. Anche all'ultima ora la signora Flandrin venne a rinnovare i suoi tentativi e questa volta si attaccò ai panni dell'abate Mendre, supplicandolo di mettere in mezzo tutta la sua influenza, perché Don Bosco fosse condotto dalla stia figlia.

                L'abate, che conosceva la signora solamente per averla veduta già tante volte nell'oratorio, non poté resistere alle sue lacrime; onde le promise che, dovendo avere la fortuna di viaggiare con Don Bosco fino a Aubagne, avrebbe fatto deviare la carrozza verso la casa dell'ammalata e l'avrebbe pregato di visitarla e di perdonare a lui la sua indiscrezione.

                Si partì sul far della sera. L'abate riteneva per fermo che Don Bosco non conoscesse la strada; quindi rimase interdetto, allorché lo udì improvvisamente esclamare: - Ma a me sembra che cambiamo strada! - Difatti in quel momento il cocchiere seguiva le indicazioni dategli in segreto dal Mendre, che solo era in grado di capire la modificazione dell'itinerario. Senza rispondere direttamente alla domanda, questi si limitò a osservargli: - Lei, Padre, viaggia sotto la mia responsabilità. Lasci fare a me, che giungeremo sicuramente alla nostra méta.

                Don Bosco tacque. Fermatasi poi la vettura alla casa dei Flandrin, egli cedette alla preghiera. La madre lo introdusse nella camera dell'inferma, mentre l'abate se ne restò nella stanza vicina. [59]

                Da quindici giorni la giovane aveva la gola serrata in modo da non poter inghiottire cosa alcuna, ma le veniva praticata l'alimentazione artificiale; la tormentava inoltre ardentissima sete. Suo padre, impiegato civile, erasi dovuto recare all'ufficio, ma era uscito con la persuasione che al ritorno l'avrebbe trovata morta; essa infatti aveva da poco ricevuto l'Olio Santo.

                Il Servo di Dio, accostatosi al capezzale, le chiese: - Berrebbe un po' d'acqua?

                - Non può, fu pronta a rispondere la madre.

                - Preghiamo, disse Don Bosco.

                Allora tutti i presenti s'inginocchiarono e pregarono alcuni istanti; poi Don Bosco benedisse l'inferma e: - Ora beva, - le ordinò. Essa cominciò a sorseggiare liberamente e mano a mano che beveva, si sentiva infondere nuova vita, finché, allontanato il bicchiere, gridò: -Sono guarita! la entro succedette un vero parapiglia: si gridava, si piangeva, si andava di qua e di là, sembravano tutti impazziti. L'abate Mendre, che subito era accorso, s'imbatté in Don Bosco, il quale se ne veniva sorridente e tranquillo. Il Servo di Dio andò difilato alla carrozza, seguito dal compagno, che pareva intontito.

                La moribonda dunque si vestì da sé e uscì sul pianerottolo della scala per aspettare il padre, che fra breve sarebbe tornato. Appena distinse il rumore de' passi, gli volò incontro e gettandosegli al collo: - Son guarita, papà! gli gridò. Don Bosco mi ha guarita. - Il pover'uomo, quasi fulminato, barcollò e cadde. Fu chiamato in fretta il medico, che faticò non poco a farlo rinvenire. La figlia aveva aiutata la madre a prestargli assistenza.

                Intanto i due viaggiatori erano omai lontani. Risaliti in vettura, l'abate Mendre erasi contentato di stringere il braccio a Don Bosco e dirgli: - Ebbene, padre, adesso non dirà più che Don Bosco non fa miracoli! - Don Bosco rispose con semplicità e calma: - Dio sia benedetto! Dio sia benedetto! [60]

                - L'abate capì che sarebbe stato indiscrezione l'insistere sull'argomento; perciò fino a Aubagne non ne parlò più.

                La guarigione fu così piena, che il 4 marzo la signorina, avendo scritto a Don Bosco e non sapendo ov'egli fosse, mandò la lettera a Don Bologna con un suo biglietto, nel quale gli diceva: “Ringraziamo tutti Maria Ausiliatrice della guarigione miracolosa, che io povera peccatrice non meritava. Preghi perché io sia più virtuosa e più affezionata alla sua opera. Ora bisogna celebrare una Messa di ringraziamento in onore di questa buona Madre. La prego, Signor Direttore, di fissare per la celebrazione un giorno della prossima settimana; ma non sia tanto per tempo, perché noi abitiamo lontano. Abbia la bontà di farmelo sapere un giorno o due prima, affinché io possa prendere le mie misure per fare la santa Comunione e avvisare alcune mie amiche.”

In che giorno Don Bosco partisse da Marsiglia, non ci é riuscito di appurarlo; sembra che sia stato ai 25 di febbraio, poiché la domenica 27 si trovava già a Roquefort nel castello del conte di Villeneuve dopo una discreta fermata a Aubagne. Di là scrisse in francese a Don Bologna la lettera che qui traduciamo,

 

                Car.mo D. Bologna,

 

                Sono partito; a Aubagne si sono fatte molte cose; ora sono a Roquefort, dove avrò un giorno di riposo. Domani a St - Cyr, se Dio vuole.

                1° Intanto dirai ai nostri giovani che sono stato molto contento della loro buona volontà e della loro pietà e che spero che andranno sempre di bene in meglio. Procurino di rompere le corna al demonio con i due martelli della confessione e della santa comunione.

                2° Ho lasciato i nostri confratelli preti e chierici e gli altri confratelli con soddisfazione vedendo nel loro volto un'ottima volontà di essere veramente Salesiani, cioè sale nelle parole e luce nelle azioni. Dio sia benedetto. Coraggio e perseveranza.

                3° Ho trovato ancora alcuni biglietti di banca in mezzo alle carte (600 fr.) e se tu ne hai assolutamente bisogno, cerco di mandarteli, portando la somma a mille franchi. Ma se ne puoi fare a meno, [61] porterò questo danaro a Don Ghivarello[50], che aspetta soldi come gli Ebrei aspettavano la manna nel deserto.

                Per tua norma, scrivo a Mad. Jacques, che in caso di necessità puoi farle domanda di qualche migliaio di franchi sulla somma di cinquemila, che caritatevolmente ti darà al più presto.

                Farai le mie scuse a Mad. Brouquier, che in tutta fretta ho dovuto lasciare per recarmi a Aubagne, dove tutti mi aspettavano in chiesa, per dire qualche cosa ai cooperatori.

                Tutto bene, Dio sia benedetto.

                4° Metterai in buste i biglietti qui uniti e poi li farai pervenire a destinazione.

                Dio ci benedica e ci conservi tutti nella sua grazia e pregate per me che sarò sempre in G. C.

                Roquefort, 27 febbraio 1881.

Vostro amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Con la identica data diede conto del suo viaggio al Cardinale Nina. Le importanti notizie dovevano nell'intenzione di Don Bosco servire ad avvalorare le sue rinnovate istanze per la concessione dei privilegi.

 

                Eminenza Rev.ma,

 

                Sono stato tre settimane a Marsiglia, dove ho potuto raccogliere i mezzi necessari per stabilire il nostro Oratorio di S. Leone. Gli allievi sono oltre a 250, di cui 100 sono dedicati allo studio e formano il nostro seminario per l'America del Sud, specialmente della Patagonia. Ora vado organizzando e pagando i debiti delle altre case; spero che qualche cosa potrò anche portare al S. Padre. A Dio piacendo sarò a Roma sul finire del marzo prossimo. Ma bisogna che il Santo Padre ci accordi quei favori che ci ha tolti[51], favori che ci sono indispensabili e di cui godono tutti gli altri Istituti definitivamente approvati dalla S. Sede.

                A Marsiglia sono già fatte le funzioni nella nuova chiesa dell'Istituto. Mons. Vescovo della diocesi ha fatto le funzioni della festa di S. Francesco di Sales: l'Arcivescovo d'Aix ha presieduto la conferenza dei Cooperatori, folla immensa. La questua passò i tremila franchi. St - Cyr, Toulon, Fréjus, Cannes, Nizza attendono per la stessa conferenza. Vedremo ciò che la grazia di Dio farà. [62]

                Raccomando tutte le case nostre alla carità delle vostre sante preghiere ed alla sua protezione, mentre con profonda gratitudine ho l'onore di professarmi

                della E. V. R.ma

                Roquefort, 27 febbraio 1881.

Obbl.mo servitore

Sac, Gio. Bosco.

 

                Il canonico Brémond, parroco di La Loubiére nella diocesi di Tolone, ha un grazioso ricordo personale. Egli era chierichetto della chiesa di Roquefort e perciò ebbe la fortuna di servire la Messa a Don Bosco: Messa celebrata in un modo che non aveva mai visto. L'atteggiamento del celebrante all'altare lo colpì talmente, che non si saziava di contemplarlo, e quella volta durante la celebrazione dimenticò l'abitudine di giocare alle brilla con il suo compagno sul tappeto che dalla predella scendeva a coprire l'ultimo gradino.

                Da Roquefort andò a Tolone, dov'era ansiosamente aspettato per una conferenza. Parlò nella chiesa parrocchiale di Santa Maria, stipata d'una folla avida di ascoltarlo. In una corrispondenza da Tolone comparsa con ritardo sul quotidiano cattolico della provincia[52] si leggeva: “Dopo il Vangelo montò in pulpito e fin dalle prime parole si guadagnò l'uditorio. Non ha statura imponente e si esprime con qualche difficoltà nella nostra lingua; ma tutta la sua persona ispira simpatia. E’ un taumaturgo e più ancora: é un apostolo della carità, è un uomo secondo il cuore di Dio, é un santo.”

                Scusatosi di non parlare il francese con l'eleganza di Massillon né con l'eloquenza di Bossuet, raccontò gli umili principii e descrisse l'espansione della sua opera, dilungandosi alquanto a dire delle due vicine case di Saint - Cyr e della Navarre, molto bisognose di aiuti. “Il discorso, nota il sullodato giornale, [fu] pronunziato con un linguaggio vivo, energico, pittoresco, e le stesse scorrezioni contribuirono a renderlo più efficace.” [63]

                Finita la conferenza, Don Bosco in ferraiolo e con il piatto d'argento nelle mani fece il giro della chiesa questuando. Durante tale operazione accadde un incidente degno di rilievo. Un operaio, nell'atto che Don Bosco gli presentava il piatto, voltò la faccia dall'altra parte, alzando sgarbatamente le spalle. Don Bosco, passando oltre, gli disse con tutta amorevolezza: - Dio vi benedica. - L'operaio allora si mette la mano in tasca e depone un soldo nel piatto. Don Bosco, fissandolo in faccia, gli disse: - Dio vi ricompensi. - L'altro, rifatto il gesto, offre due soldi. E Don Bosco: - Oh mio caro, Dio vi rimeriti sempre di

                più. - Quell'uomo, ciò udito, cava fuori il portamonete e dona un franco. Don Bosco gli dà uno sguardo pieno di commozione e si avvia; ma, quel tale, quasi attratto da una forza magica, lo segue per la chiesa gli va appresso nella sacrestia, esce dietro di lui in città e non lascia di stargli alle spalle, finché non lo vede scomparire.

                Anche a Tolone Maria Ausiliatrice glorificò il suo servo. Una giovane sui diciott'anni, che abitava nelle vicinanze della città, andava soggetta a fierissime doglie di fegato. Rimedi e cure non approdavano a nulla. Fervente cooperatrice salesiana, si sarebbe voluta recare alla conferenza di Don Bosco; ma il suo stato, aggravatosi oltremodo sul principiare di marzo, la tenne inchiodata nel letto. - Potessi almeno vedere Don Bosco! diceva. Forse la sua presenza mi farebbe del

                bene. - Don Bosco, informato del suo desiderio, si sentì mosso ad accontentarla. Giunto presso di lei, la esortò a mettere tutta la sua confidenza in Maria Ausiliatrice, le diede la benedizione e nel venir via le disse: - Dio le doni santità... - fermandosi come chi sospende la frase cominciata. La madre, temendo in quella reticenza un annunzio di morte, scoppiò in pianto. Poi Don Bosco proseguì: - ...e sanità. - Ciò detto, uscì, rinnovando la raccomandazione che madre e figlia confidassero molto in Maria Ausiliatrice. La confidenza non fu vana. Otto giorni dopo il [64] Beato faceva un'altra conferenza nella chiesa di Sant'Isidoro a Sauvebonne, parrocchia della Navarre, e fra i suoi uditori si trovava anche la giovane, perfettamente guarita[53].

                Tolone era sulla via per andare a Saint - Cyr e alla Navarre. Don Bosco visitò entrambe le case ivi aperte, ma della prima visita nulla sappiamo, pochissimo della seconda. Alla Navarre vide occupato ogni angolo; ma quante domande per giovani bisognosi di ricovero si dovevano continuamente respingere! La sua carità che dalla Provvidenza tutto sperava, lo indusse a intraprendere l'erezione di un edifizio che bastasse almeno per trecento. Perciò volle parlare egli stesso con l'ingegnere per suggerirgli il disegno. Fattolo quindi venire da Tolone, ne tracciò con lui le linee generali, sollecitandolo a ultimarlo. Tre mesi dopo il Direttore Don Perrot portava il disegno a Torino per sottoporlo alla sua approvazione. Don Bosco lo diede in esame all'Economo Generale Don Sala e a due distinti ingegneri della città, sulla relazione dei, quali il 26 giugno lo approvò, non senza introdurvi di propria mano alcune modificazioncelle, che furono scrupolosamente osservate. I lavori principiarono il 16 dicembre.

                Seguiremo ora il Beato nella Costa Azzurra. Arrivò a Nizza non dopo l'8 o il 9 marzo, poiché l'abate Guiol al Comitato delle Signore nell'adunanza del 10 annunziò una sua lettera di là, che conteneva cose importanti. Ce ne manca l'originale; ma il verbale della seduta ne riporta la traduzione francese, che noi rimetteremo in italiano. Il Beato scriveva:

                Mi resta un momento di respiro e lo impiego a scriverle, come avrei dovuto fare prima.

                Le dirò anzitutto che partii un po' malcontento da Marsiglia, perché non aveva mai potuto discorrere con lei a lungo, come avrei desiderato, degli affari dell'oratorio. Sembra tuttavia che Don Durando abbia lasciato le scuole abbastanza in buon ordine, sicché si possa per lettera dare le norme e le spiegazioni che saranno opportune. Pare che lo stesso si possa dire della disciplina e della moralità. Vi sarà buona volontà in tutti. [65]

                A Aubagne, Roquefort, St - Cyr, Toulon, Hyére, Dio continua a benedirci e abbiamo grandi motivi di ringraziarlo spiritualmente e materialmente.

                Don Bologna mi scrive che, avendo dato agli imprenditori tutto il danaro raccolto nella questua durante la mia dimora a Marsiglia, si trova adesso senza quattrini, con le note da pagare. Io aveva raccolto 1500 franchi, che desiderava lasciare alla Navarra; ma adesso glieli mando, perché possa provvedere alle necessità del momento. Spero che le sottoscrizioni degli industriali e delle madri di famiglia potranno aggiustare le cose. Don Bologna mi scrive pure che la S. V. gli ha imprestato 5000 franchi per gli impresari; spero che anche questo si potrà regolare.

                Che Le dirò poi per ringraziare Lei, i signori e le signore dei nostri comitati, che sono i sostegni del nostro oratorio? Dica loro che noi siamo riconoscenti a tutti, che pregheremo di cuore il Signore che li ricompensi largamente nel tempo e nell'eternità.

                Ho ancora una cosa che non ho potuto spiegare bene. Molti pretendono che il povero Don Bosco con le sue preghiere ottenga grazie particolari dal Signore. Non é così. Dio benedice le nostre opere, le favorisce e le protegge; ma siccome noi non abbiamo i mezzi necessari per sostenerle, Dio viene ad aiutarci con grazie e favori anche straordinari a tutti coloro che ci prestano il loro aiuto materiale.

                Lo dica ai nostri benefattori e specialmente a Madamigella Rocca, perché peu pour fois lo metta nel verbale.

                Spero di poterle scrivere altre cose alla prima occasione; ora mi raccomando caldamente alla carità delle sue preghiere. Dio ci benedica tutti e ci conservi nella sua santa grazia. Si ricordi di questo poverello, che Le sarà sempre in G. C.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                La conferenza dei Cooperatori era stata indetta per il venerdì 12. Il povero Don Ronchail che si dibatteva in mezzo ai debiti, l'aveva preparata con ogni studio; ai soli fornitori dei laboratori doveva trentasei mila franchi, sicché il coadiutore Moro[54], libraio e provveditore, non si azzardava più a ordinare provviste per la casa. Una sera Don Bosco, passeggiando con lui nel cortile, gli disse:

                - Fanno debiti e vogliono che Don Bosco li paghi. Ma egli non ha denari. Poi incrocicchiò le mani quasi pregando e dopo alcuni istanti proseguì: - Basta, pregherò la Madonna che faccia essa che [66] può. - Dalla conferenza il Direttore portò a casa più di quattordici mila e seicento franchi. Perfino due signorine protestanti, certe Dandas, inglesi, erano andate per la chiesa a raccogliere offerte. Pochi giorni appresso venne un signore francese a cercare di Don Bosco e gli disse di voler fare qualche cosa per la sua opera e che aveva sedici mila franchi disponibili. Don Bosco, pensando che quegli intendesse di proporre un prestito, gli rispose che era tanto indebitato da non poter rifiutare tale somma, ma che non sapeva proprio quando e come avrebbe potuto fargliene la restituzione. Il signore si spiegò meglio, dicendo che non imprestava, ma donava quella somma per concorrere all'opera del Patronage. Don Bosco allora, ringraziando, disse: - Non la dia a me; s'intenda invece con Don Ronchail per soddisfare in parte i creditori. Quegli così fece. In breve piovvero altre limosine, che, sommate alle precedenti, arrivarono a quarantadue mila franchi, scrive il mentovato provveditore; ma egli non possedeva tutti gli elementi per tirare una somma totale.

                Un paio di giorni dopo l'arrivo cominciò pure a Nizza il viavai dei visitatori, che andò sempre crescendo. “Don Bosco! esclamava il Direttore in una lettera[55]. E' impossibile descrivere l'entusiasmo che desta la sua presenza. Dal mattino alla sera é un va e vieni di persone che accorrono per vederlo Questo basti a darle un'idea della grande stima che gode anche qui il nostro amatissimo Padre.”

                La settimana appresso stette quatto giorni a Cannes, ospite di una famiglia Monteiths, inglese e protestante, che si recò ad alto onore di albergarlo. Cannes é stazione climatica invernale; durava dunque ancora la stagione, in cui sull'amenissima sua riviera affluiscono dalla Francia e dall'estero, massime dall'Inghilterra, famiglie facoltose a farvi prolungato soggiorno. In quell'avventizia popolazione cosmopolita, sotto titolo di carità o di filantropia, si aprivano pure [67] le borse alla beneficenza. Ecco perché Don Bosco soleva fare colà le sue visite Nel 1881 “se avesse potuto far più lunga dimora a Cannes, scriveva scherzevolmente Don Ronchail[56], avrebbe finito per svaligiare quelle buone famiglie caritatevoli, perché ogni giorno gli recavano delle offerte molto generose”. Ne ripartì il sabato 19 per festeggiare a Nizza San Giuseppe e l'onomastico del Direttore.

                Rimanevano ancora alcune famiglie, che a lui premeva di visitare a Cannes, onde ritornò a passarvi un quinto giorno, che fu il 21. Molta gente assistette alla sua Messa. Pranzò dai Monteiths, dove una cugina della signora, benché protestante, volle, prima ch'egli uscisse, ricevere la sua benedizione e una medaglia della Madonna. Per tutti i cinque giorni ebbe sempre a sua disposizione la loro vettura a due cavalli.

                Il soggiorno a Cannes aveva avuto un'interruzione la sera del mercoledì 16, perché gli amici di Nizza avevano preparato un concerto di beneficenza in favore dell'opera di Don Bosco. L'esecuzione si fece nella grande sala Paulliani del Circolo Cattolico: artisti di prim'ordine eseguirono con squisita finezza un bel programma dinanzi a un pubblico sceltissimo, quale Nizza può offrire in quella stagione. La serata fruttò un bell'introito.

                Organizzatore principale del trattenimento era stato il dottor D'Espiney, sviscerato amico di Don Bosco, sulle opere del quale compose pure una poesia molto graziosa[57].

                Egli si rivolgeva alle Signore presenti, terminando con dire che per compiere tanto bene Don Bosco era sprovvisto di mezzi, ma che la sua borsa era la borsa di loro Signore. Gli scorrevoli alessandrini, letti stupendamente dal signor Harmel, produssero ottimo effetto[58].

                Una terza adunanza, aperta indistintamente a tutto il pubblico dì Nizza, si tenne il 22, e fu un Sermon de Charité.[68]

                Dopo l'oratore disse poche parole Don Bosco, che raccolse poi discrete offerte.

                In mezzo a tante faccende la sua mente pensava non solo alle cose vicine, ma anche alle lontane. Pensava, per esempio, all'onomastico della sua benefattrice romana, signora Matilde Sigismondi, come ne fa fede questa delicata letterina.

                Nostra buona Mamà in G. C.,

                Quest'anno non posso trovarmi a celebrare S. Matilde colla nostra buona mamà, però mi ricordo di Lei. Dimani celebrerò la Santa Messa affinché Dio la conservi molti anni in buona salute, a vedere il frutto della sua carità. E quando il paradiso? Il Paradiso le sia assicurato, ma ci vada dopo aver passato in terra gli anni di Matusalemme, cioè 969.

                Sono ancora in Francia, ma cammino verso Roma, dove spero presentarle i miei figliali omaggi personalmente sul principio di aprile.

                Dio benedica Lei, il Sig. Alessandro, buona festa e preghi pel poveretto che le sarà sempre in G. C.

                Marsiglia - Tolone ed ora Nizza, 13 marzo 1881.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Pensava poi, e abbastanza intensamente, alle collette per la chiesa del Sacro Cuore, come vedremo più innanzi, e a organizzare in Francia la pia Unione dei Cooperatori, secondoché appare anche da questa lettera al Direttore del Bollettino Salesiano.

 

                Car.mo D. Bonetti,

 

                Mi hanno mandato le circolari colla lettera ai Giornalisti. Io ne ho spedite alcune senza accorgermene. Procura che non si mettano più. Mandami alcuni formolari per la nomina di collettori e circolari in Italiano. Manda a Don Cibrario, presso cui mi troverò domenica prossima. Martedì prossimo predico qui a Nizza nella chiesa di N. D. per raccogliere quattrini a Don Ronchail, mercoledì a Cannes, venerdì a Grasse; di poi vela per l'Italia.

                Ringraziate il Signore. Io non mi sarei immaginato che le benedizioni del cielo scendessero cotanto copiose in questi giorni. Dio sia benedetto. Continuate a pregare.

                Dà buone notizie a tutti e credimi in G. C.

                Nizza, 20 - 3 - 1881.

Affez.mo amico

Sac. G. Bosco.

 

                PS. Ho potuto fare molto per l'organizzazione dei decurioni. [69]

                Nella lettera é cenno di un'andata a Grasse, che é un capoluogo di circondario sopra Cannes, a quaranta chilometri da Nizza. Il dottor D'Espiney nel suo Don Bosco ci sa dire che il Beato vi passò alcuni giorni, che ricevé molte persone e che guarì un'attempata operaia. Presentatasi costei a domandargli la benedizione: - Ben volentieri, le rispose Don Bosco, ma bisogna inginocchiarsi. - La donna gli osservò che non poteva. Infatti da otto anni un ginocchio a causa di una frattura le si era irrigidito e piagato. Don Bosco volle tuttavia che ci si provasse. Ella obbedì, s'inginocchiò e, ricevuta la benedizione, si rialzò senza difficoltà. Dopo lo supplicò di compier l'opera e di concederle alcuni minuti .d'udienza. Egli accondiscese. Passati nella stanza accanto, mentre l'operaia era tutta intenta a narrare le sue miserie, ecco che due gatti cominciarono a ruzzare fra loro e a corrersi dietro, saltando sui mobili, furiosamente. La donna, balzata in piedi, si mise a rincorrerli. La sua agilità fece sorridere Don Bosco, il quale: - Mi pare, le disse, che non siate poi tanto impedita, come mi volevate dare a intendere.

                - E' strana! rispose la donna. La mia gamba va meglio.

                - Ebbene, voi guarirete, ma non subito. E’ preferibile per voi e per me che Maria Ausiliatrice non vi faccia la grazia tanto presto.

                Un giorno il parroco di Grasse, abate Mistre, grande ammiratore di Don Bosco, gli presentò le così dette econome, signorine che, riunite in comitato, lavoravano per i poveri della parrocchia. Erano tutte cooperatrici salesiane della prima ora. La presidente gli rivolse un saluto a nome delle colleghe e gli faceva le presentazioni, quando egli piacevolmente le disse: - Sono ben lieto di salutare le econome; ma non c'é anche la tesoriera? - La tesoriera che stava là con le altre, gli fu presentata, ed ella si avanzò recando l'offerta messa insieme da tutte loro.

                I1 Servo di Dio, essendosi fermato a Grasse qualche giorno, andava a celebrare dalle religiose di San Tommaso da Villanova, [70] che tenevano colà un educandato. Un mattino la madre superiora, una Saint - Ferreol, donna d'ingegno ed energica, gli osservò: - Oh, Padre, come ha i capelli lunghi! Bisognerebbe tagliarli.

                - Non ho tempo di badare ai capelli, rispose.

                - Ebbene, replicò la Madre, se vuole, c'é qui vicino un parrucchiere che verrà subito ad aggiustarglieli un tantino.

                - Se questo le fa piacere, sono ben contento.

                Era un colpo preparato dal giorno innanzi. Il parrucchiere comparve all'istante e con l'ordine di raccogliere tutti i cappelli e di consegnarli alla Superiora. Essa poi li custodì come reliquie, e alle econome che andavano a lavorare in casa ne distribuì uno spizzico per ciascuna, dicendo: - Quelle di voi altre che avran voglia d'invecchiare, assisteranno alla canonizzazione di Don Bosco, perché egli é un santo. - Di tutte sopravvive soltanto la presidente[59].

                Abbiamo citato il Dom Bosco del D'Espiney. E' la prima vera biografia del Beato. Uscì a Nizza nel 1881: piccola di mole, limpida nella forma e ricca di aneddoti, possedeva tutto quanto bisognava, perché divenisse un libro popolare[60]. L'autore, che vi lavorò attorno circa un anno, aveva rimesso il manoscritto al conte Cays, affinché correggesse, modificasse, tagliasse, suggerisse nuove aggiunte. Egli era persuaso che il lavoro avrebbe fatto del bene in Francia; inoltre giustamente rilevava: “Da ogni parte si chieggono informazioni sulla Congregazione di Don Bosco, e in chi le chiede, ci può essere un futuro Salesiano o Cooperatore o Cooperatrice. A spiegare le cose per lettera é un affare troppo lungo, e l'opuscolo dell'abate Mendre non soddisfa abbastanza”[61]. [71]

                Anche Don Rua vide l'originale e ne lodò in massima l'autore, pur notando che erano incorse inesattezze cronologiche e che certe cose, per i tempi che correvano, conveniva tacerle. Suggeriva inoltre che della Congregazione si parlasse non come di corporazione religiosa, ma come d'una società di beneficenza, composta di ecclesiastici e laici[62]. Egli però non fece una revisione vera e propria, ma dovette darvi solo una scorsa rapida e saltuaria; altrimenti si sarebbe accorto che un aneddoto narrato a pagina 136 sul conte di Viancino non andava, a cominciare dal nome che era diventato Vianichino. Il Viancino, avendo letto il libro, se ne lagnò con Don Bosco, il quale molto bonariamente gli rispose:

 

                Car.mo Sig. Conte,

 

                Il Sig. Dottore d'Espiney é un buon cattolico, ma egli ha per iscopo nel suo libro di contarne delle grosse a spalle di Don Bosco. Perciò non si stupisca se trova delle inesattezze ed anche errori nella sua esposizione.

                Tuttavia nel prossimo gennaio vedrò questo Signore in Nizza e non mancherò di far togliere o almeno correggere alcune grosse fanfaluche nel suo libro.

                Sono però contento che da ciò Ella abbia avuto occasione di scrivermi e lo sarei stato ancora di più se avessi potuto riverirla personalmente.

                Ad ogni modo io prego Dio che conservi Lei e la Sig. Contessa di Lei moglie in buona salute e nella sua santa grazia e raccomandandomi alle preghiere di ambedue ho l'onore di professarmi con gratitudine e stima in G. C.

                Torino, 18 dicembre 1881.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                L'autore provvide nella seconda edizione, che molto presto si dovette fare. Le edizioni poi si moltiplicarono rapidamente in Francia; anche la traduzione italiana, condotta sulla undicesima edizione francese e lavoro del toscano e salesiano Don Ercolini, ebbe grande fortuna. Anche oggi il libro é ricercato. [72]

                D'allora in poi biografie di Don Bosco videro la luce in differenti idiomi, e fu cosa provvidenziale; poiché s'avvicinava il tempo, in cui Don Bosco non avrebbe più potuto questuare come in passato sia per effetto dell'età, sia per la mole degli affari; il libro veniva a questuare in sua vece. In questo l'efficacia del libro si sperimentò assai durante i primi anni dalla sua morte; poiché tenne viva la memoria del Fondatore e impedì che si essicasse presso tante persone la beneficenza verso le sue opere.

                Quanto a sé, egli ripeteva: - Parlate di Don Bosco in male o in bene, come volete, purché le vostre parole cooperino alla salute delle

                anime. -Il Servo di Dio diceva questo perché non ignorava due cose, che cioè il parlare della sua opera spianava la strada al salvar anime e che della sua opera non si poteva parlare senza dire della sua persona, tanto l'una s'immedesimava con l'altra. Perciò lasciava fare, salvo a intervenire, quando sapesse che s'andava fuor del vero. Così allorché intese che il Du Boys attribuiva a' suoi genitori “una certa agiatezza”[63], ci narrava Don Barberis che egli fu pronto a correggere: - No, no, ma poveri! Così pure si espresse in una conversazione, alla quale chi scrive ebbe la sorte di assistere nel settembre del 1887 a Valsalice. Un confratello dell'allora Polonia austriaca accennava ad una biografia tedesca, non ricordiamo se originale o tradotta, in cui gli si attribuiva un'origine borghese. Don Bosco animatamente gli rispose: - Bisogna scrivere e dire che si corregga... Bisogna scrivere... Scrivi.

                Ma il nemico del bene non dormiva. Il Radical, organo del più fanatico anticlericalismo, nel suo numero del 9 giugno tornò alla carica con un articolo furibondo contro le case salesiane di Francia, eccitando il Governo a chiuderle una buona volta e ad espellere i Salesiani. Il lor Fondatore essere [73] un mistificatore, un sedicente operator di miracoli; scopo della sua istituzione suggestionare la gioventù per farle intraprendere la carriera ecclesiastica a dispetto delle famiglie e spedire poi nell'America gl'irreggimentati; i soci un'accozzaglia di poveracci, piombati senza un soldo dalla non ricca Italia in Francia per isfruttarla; tutti insieme una razza di fratacchioni, di cui parte preti improvvisati in barba alle leggi canoniche e parte chierici o laici pezzenti e disertori; gran pietà esteriore per accalappiare gl'ingenui e vita privata piena di vizi; sulle prime essersi ricevuti pochi ragazzi gratuitamente per poter battere la gran cassa e raccogliere limosine, poi licenziati sotto pretesto di cattiva condotta e sostituiti con altri a pagamento; gli alunni barbaramente trattati, percossi a colpi di martello, ridotti alla fame, costretti a gridare Viva il Papa, abbasso la Repubblica; avere il Direttore corrispondenza con il pretendente al trono francese; inesplicabile apparire la tolleranza del Governo per simili frocardes e fratres seviziatori di ragazzi, tanto più inesplicabile dopo le informazioni e le proteste fattegli pervenire dai cittadini. Il malvagio scrittore, che firmava la sua diatríba, conchiudeva così: “Oggi il loro edifizio in via Beaujour é terminato. Il personale si compone esclusivamente d'Italiani, che vivono a spese della Francia e la insultano. I lettori, ne siam certi, ci sapranno grado d'aver fatto lor conoscere una genìa, che si nasconde, che dissimula la propria qualità di congréganistes interlopes, per isvolgere meglio la sua opera depravatrice. Noi torniamo a domandare che cosa aspetti l'autorità per iscacciare questi fratacci indegni di pietà, né cesseremo mai di chiederne l'espulsione d'accordo col grande partito radicale.”

                Come giunse dunque opportuna la pubblicazione del D'Espiney, che, appena messa in vendita, andò a ruba! Troppi del resto a Marsiglia avevano veduto Don Bosco e sperimentato quello che l'autore scrive nella prima pagina del suo libro: “Vedere Don Bosco e non sentirsi attratto verso di lui e non volergli bene é impossibile.”

 

 


CAPO III. Il conte Colle.

 

                QUESTO insigne cooperatore salesiano merita un capo a parte; l'insieme delle sue relazioni con Don Bosco costituì un episodio non poco interessante nella vita del Servo di Dio. Il Beato, dopo una visita fattagli da lui e dalla stia consorte a Torino, gli scriveva il 5 luglio 1882: “A Torino, nel nostro collegio di Lanzo, di San Benigno, di Valsalice si é parlato e si parla molto della S. V. e di Madama Colle. Tutti sono edificati della loro affabilità e del loro spirito di pietà pratica. Ci hanno fatto del bene spiritualmente e temporalmente. Da ogni parte mi si assicura che si prega assai per loro.” Sebbene la serie dei benefizi allora fosse appena agli inizi già il nome del conte Colle godeva nelle case salesiane di larghe simpatie, le quali poi crebbero di anno in anno, come noi stessi fummo testimoni. Per la nostra storia la realtà che s'impone é questa, che Luigi Antonio Fleury[64] Colle e la sua nobile consorte Maria Sofia dei baroni Buchet amarono veramente Don Bosco, amarono cattolicamente le sue opere, si svolgessero esse cioè in Francia o in Italia o nell'America, e dimostrarono tale amore col [75] fatto di una carità che non disse mai basta, quando si trattò di soccorrere il Beato Padre, confortandolo indicibilmente nelle angustie de' suoi anni estremi.

                La Provvidenza fece incontrare i Colle con Don Bosco alla vigilia di un loro grave lutto domestico. Nel febbraio del 1881, mentre il Servo di Dio si trovava a Marsiglia, venne da Tolone il parroco di Santa Maria a supplicarlo che andasse in quella città a benedire il figlio unico dei signori Colle, ridotto ormai in fin di vita nella fresca età di diciassette anni. Il buon sacerdote gli descriveva la desolazione dei genitori, dei quali esaltava le virtù, dicendo pure quanta speranza essi avessero che l'infermo, da lui benedetto, ricuperasse la salute.

                Don Bosco rispose che a Tolone non poteva andare, ma che avrebbe pregato per il giovinetto, né, per quante insistenze gli venissero fatte, si volle mai arrendere. Una settimana dopo il parroco ricomparve, risoluto a non muoversi di là, fino a che la sua preghiera non fosse esaudita. Il Beato non persistette nella sua negativa; soltanto non gli piacque aver l'aria di recarsi a Tolone per quello scopo, ma disse che vi sarebbe andato per tenere una conferenza ai Cooperatori. Rimasero così intesi per il 10 marzo.

                Appena giunto a Tolone, Don Bosco si portò dal malato, che lo aspettava a braccia aperte, ma senza dare mai alcun segno d'impazienza. Lo trovò consunto dalla tisi. Quando si poterono intrattenere da soli, il Beato restò ammirato dell'ingenuità e del candore di quell'anima: gli parve Luigi di nome e di fatto. Vedendolo maturo per il paradiso, lo dispose a fare volentieri il sacrifizio della vita al Signore; nel che dovette toccar con mano quant'egli si mostrasse docile ai movimenti della grazia, piegandosi pronto ai sentimenti suggeritigli e abbandonandosi interamente nelle braccia di Dio. Ciò nonostante non credette opportuno distorglierlo dal pregare per la sua guarigione, non foss'altro per riguardo ai genitori trambasciati: solo esortò a mettere sempre la condizione, se questo fosse per tornare a bene dell'anima sua. [76]

                Dio lo chiamò a sé il 3 aprile seguente. Ricevuti gli ultimi sacramenti, egli aveva detto ai suoi: - Vado in paradiso; me l'ha detto Don Bosco. -

                La memoria del caro giovane s'impresse indelebile nel cuore del Beato, tanto che concepì quasi subito l'idea di scriverne la biografia, e la scrisse di fatto con la massima sollecitudine[65]. Chi legge questa operetta e si ferma alla lingua e allo stile, é tentato di pensare che non sia cosa di Don Bosco. La verità é che Don Bosco la abbozzò di suo pugno, ma affidò al salesiano Don De Barruel il compito di acconciarla nella forma[66]. Infatti in una lettera del 4 ottobre 1881 dice al signor Colle che per non aumentare la fatica crede meglio scrivere subito in francese, riserbandosi di far rivedere il suo scritto a un amico, che era appunto il mentovato confratello.

                Quanto al contenuto, egli assicura nella prefazione che le informazioni gli sono state fornite da chi visse con l'estinto [77] o poté trattare con lui e conoscerne la pietà, la carità e il fervore. Di questa sua diligenza in procurarsi positive notizie abbiamo la prova in tre lettere al padre[67]. Nella prima, ringraziatolo di quelle inviategli, lo prega di aver pazienza e di completarle, raccogliendo: 1° detti, discorsi, pensieri espressi coi genitori o nel dare la limosina ai poveri o nel fare le cose comandate; 2° azioni edificanti in materia di mortificazione o di pazienza e nei rapporti con i parenti, gli amici, i poveri; 3° circostanze speciali della visita al Santo Padre nell'aprile del 1878, parole dell'uno e dell'altro e soprattutto qualche frase del Papa; 4° lo stesso per visite a santuari e a chiese o per l'assistenza a solenni funzioni religiose. “Ogni parola, scrive Don Bosco, ogni atto di virtù figurerà bene al suo posto. Abbia dunque la bontà di aiutarmi nella raccolta di queste notizie e io metterò ogni cosa dove andrà messa.”

                Le nuove informazioni vennero. “Ogni cosa, ripeteva Don Bosco ringraziando, per piccola che sia, serve a render importante la nostra opera, che va sempre avanti e che si può dir fatta per tre quarti. Spero di portarla con me nel prossimo gennaio, venendole a fare una visita.” Finalmente, quando gli comunicò che la biografia era terminata, aggiungeva: “Non mi resta più che di leggerla e farne una copia, che porterò con me nel mio prossimo passaggio per Tolone. E' indispensabile che la leggiamo insieme.” Già nella prima lettera gli aveva detto: “Prima che sia data alle stampe, V. S. la vedrà e vi farà tutte le sue osservazioni e modificazioni”[68].

                Quanto senso storico in questo modo di procedere! Ma vi é quel capo secondo con la sua lunga digressione di [78] psicologia pedagogica, che per alcuni avrebbe tutto l'aspetto di cosa composta da altri e inserita nel testo per crescere importanza e ampiezza al lavoro. Sono circa otto pagine[69] sull'educazione dei fanciulli in seno alle loro famiglie, che dovrebbe avere per base la formazione della volontà, mentre invece questa é trascurata per coltivare precocemente l'intelligenza, anzi é resa quasi impossibile dalle troppe moine e lusinghe, fomentatrici della sensualità e dell'amor proprio. Certo qui come altrove la forma non é quella di Don Bosco; ma non meno qui che altrove bisogna dire che sua é la sostanza.

                Naturalmente lo scriba non poteva spogliarsi di se stesso fino al punto da non introdurre elementi soggettivi; la costui mentalità poi, dedita di preferenza agli studi filosofici, in questa parte ha lasciato una più sensibile impronta.

                Tuttavia chi non vede qui riflesse le idee formulate poc'anzi da Don Bosco nelle sue norme sul sistema preventivo? Qui pure egli dovette stendere l'abbozzo, che l'altro rimaneggiò; indi a cose fatte lesse e diede il suo benestare. Ma abbiamo di meglio: ci sembra che il germe della breve trattazione stia già racchiuso nell'unica sua lettera italiana[70], scritta quando la biografia era ancora soltanto un pensiero della sua mente. Don Bosco, scrivendo del figlio alla signora Colle[71], aveva detto che alcune cose non le voleva affidare alla carta. Questa reticenza gettò il turbamento nel cuore della madre; onde il Beato si spiegò col marito di lei, usando la lingua italiana, forse perché sua moglie non la intendeva e quindi avrebbe ricevuto la comunicazione attraverso una traduzione all'uopo mitigata. [79]

                Stimabilissimo Sig. Avv. Colle,

 

                Vedo che la Signora di Lei moglie é alquanto inquieta di quello che non voleva confidare alla carta. Per questo motivo le dirò qui in poche parole la sostanza delle cose. Il cuore dei genitori era troppo affezionato al loro unico figlio. Troppe carezze e ricercatezze; ma egli si conservò sempre buono. Se fosse vissuto avrebbe incontrato grandi pericoli da cui forse sarebbe stato strascinato al male dopo la morte dei genitori. Perciò Dio lo volle togliere dai pericoli, prenderlo con sé in cielo, donde quanto prima sarà il protettore de' suoi parenti e di coloro che hanno pregato o pregano per lui.

                Dal canto mio ho pregato e faccio ancora pregare in suffragio dell'anima del caro Luigi in tutte le nostre case.

                Giacché sono a Nizza, credo possano fare una passeggiata amena fino a Torino. Io li attendo con gran piacere. E Maria Ausiliatrice non mancherà di regalare ad ambidue qualche consolazione.

                Dio la benedica, sempre caro Sig. Avvocato. Dio benedica Lei, la Sua Signora Moglie e li conservi in buona salute. Vogliano anche pregare per me che le sarò sempre in G. C.

                Torino, 22 Maggio 1881.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Nel loro arrivo a Torino vadano direttamente all'Albergo della Dogana Vecchia dove saranno ben accolti. Tutti poi sapranno condurli qui al nostro Ospizio.

 

                Una gita a Torino per vedere Don Bosco e pregare Maria Ausiliatrice era quel che di meglio si potesse dagli afflitti coniugi desiderare per sollevar l'animo dal gran dolore; accolsero dunque l'invito. Della loro venuta é cenno in questi periodi d'una lettera del 3 luglio alla Signora: “Il mio modo di agire avrà indotto senza dubbio la S. V. a credere, che io abbia dimenticato la loro visita, le loro attenzioni e le loro caritatevoli liberalità. Ma La prego di voler scusare la mia condizione. Sono stato come assediato dagli affari, che mi han portato via tutto il tempo. Ma nonostante il mio ritardo, ho fatto sempre tutte le mattine un particolare ricordo per la S. V., per il Sig. Colle e per colui che ci ha lasciati per andarsene in paradiso.”

                Or questo per l'appunto voleva sapere la madre, quale [80] fosse veramente la sorte del suo Luigi nell'eternità. Ne richiese con insistenza Don Bosco, il quale più volte gliene scrisse e più volte gliene parlò nelle visite fatte o ricevute. Qui entriamo in un mondo di fenomeni, che trascendono la natura e di cui sulla scorta di documenti intendiamo fare una completa rassegna.

                Il Beato per la prima volta manifestò qualche cosa alla Signora in una lettera del 4 maggio 1881: “Ella deve stare tranquilla. Il nostro caro Luigi é certamente salvo e domanda a Lei due cose: che si prepari seriamente per andare, quando a Dio piacerà, a raggiungerlo in paradiso e che preghi molto per lui, mentr'egli Le otterrà grazie speciali.” Non giudicò opportuno dire di più per iscritto; ma le palesò più tardi a viva voce quello che allora lasciò nella penna. Il 3 aprile, mentre stava confessando, gli era venuta, com'ei diceva, una distrazione: vide Luigi in un giardino, dove si divertiva con alcuni compagni e appariva felice. La visione durò un attimo. Luigi non parlò, ma quella vista mise in cuore a Don Bosco la persuasione che fosse già in paradiso. Tuttavia continuò a pregare per lui, domandando pure a Dio che gli facesse conoscere altro e aspettando dalla sua infinita misericordia questo favore, perché bramava nei limiti del possibile consolare un padre e una madre immergi nella desolazione dalla perdita del loro unico figlio.

                Dio lo esaudì assai più di quanto egli si sarebbe mai immaginato. Il 27 maggio, la dimane dell'Ascensione, il Beato celebrava nella chiesa di Maria Ausiliatrice offrendo il divin sacrifizio secondo l'intenzione dei genitori di Luigi che assistevano alla sua Messa, quando al momento della consacrazione vide Luigi in un mare di luce, bellissimo nell'aspetto, molto allegro, paffuto e rubicondo, con vesti bianco rosate e sul petto dorati ricami. Gli domandò: - Perché vieni, caro Luigi?

                - Non é necessario che io venga, rispose. Così come sono, io non ho bisogno di camminare. [81]

                - Caro Luigi, sei felice?

                - Godo perfetta felicità.

                - Non ti manca proprio nulla?

                - Mi manca soltanto la compagnia del babbo e della mamma.

                - Perché non ti fai loro vedere?

                - Questo per essi sarebbe causa di troppo grave pena.

                Ciò detto, disparve. Ma alle ultime orazioni si fece nuovamente vedere, e poi da capo nella sacrestia, e questa volta accompagnato da alcuni giovani dell'Oratorio morti durante l'assenza di Don Bosco, che ne fu assai consolato.

                - Luigi, gli chiese, che debbo dire ai tuoi genitori per temperarne l'afflizione?

                - Che si facciano precedere dalla luce e si procaccino amici nel cielo.

                Queste cose narrò egli ai Signori Colle durante il loro soggiorno in Torino. Passato quindi poco meno d'un mese, ebbe un'altra visione, da lui descritta nella citata lettera del 3 luglio alla madre. Egli aveva continuato a pregare il Signore, perché facesse conoscere qualche cosa di preciso. Dal maggio al luglio una sola volta ebbe la consolazione di vedere il giovane e di udirne la voce. “Il 21 giugno scorso, scrive, durante la Messa, poco prima della consacrazione lo vidi con la sua faccia solita, ma dal colore della rosa in tutta la sua bellezza e di una carnagione splendente come il sole. Subito gli domandai, se avesse qualche cosa da dirci. Rispose semplicemente: -San Luigi mi ha protetto e beneficato molto. - Allora io ripetei l'interrogazione: - Vi é qualche cosa da fare? - Egli diede la medesima risposta e disparve. D'allora in poi non ho più visto né udito nulla. Caso mai Iddio nella sua infinita misericordia si degnasse di farci conoscere alcun che, mi affretterei a dargliene pronta comunicazione.”

                Dopo circa un paio di mesi ecco una nuova apparizione. La narra il 30 agosto alla signora Colle in questi termini: [82] “Durante l'ottava dell'Assunzione della Santa Vergine Maria e più ancora il 25 di questo mese ho pregato e fatto pregare per il nostro caro Luigi. Proprio il 25, alla consacrazione della santa Ostia, ho avuto la grande consolazione di vederlo vestito nel modo più splendido. Egli era come in un giardino, dove passeggiava con alcuni compagni. Tutti insieme cantavano Iesu corona virginum, ma con tale accordo di voci e con tale armonia, che non é possibile esprimere né descrivere. In mezzo a loro si ergeva un alto padiglione o tenda. Io desiderava di vedere e di udire la mirabile armonia; ma in quell'istante una luce vivissima come un lampo mi costrinse a chiudere gli occhi. Dopo mi sono trovato all'altare a dir la Messa. La faccia di Luigi era bellissima; egli sembrava contentissimo o meglio pienamente contento. In quella Messa ho voluto pregare per Lei, affinché Dio ci accordi la grazia singolare di trovarci un giorno tutti insieme riuniti in paradiso.”

                Questa lettera é scritta da San Benigno, dove rivide Luigi, come raccontò poi a Tolone. Un giorno nella sua camera egli si stava preparando alla predica, quando gli parve di avere qualcuno accanto. Si voltò da quella parte e in quel mentre la persona passò dalla parte opposta. Fu cosa di un istante. Nell'atto ch'ei si domandava che cosa potesse mai essere: - Non mi riconosce? si sentì rispondere.

                - Oh Luigi! esclamò egli. Come mai ti trovi a San Benigno?

                - Per me non é più facile essere a San Benigno che a La Farléde[72] o a Torino o dovunque io voglia essere.

                - Perché non ti fai vedere ai genitori che ti amano tanto?

                - Sì, lo so che mi amano; ma perché mi possano vedere, ci vuole la permissione di Dio. Se parlassi io a loro, le mie parole non otterrebbero il medesimo effetto. Bisogna che queste passino per lei. [83]

                L'argomento delle apparizioni ritorna due volte nelle lettere del Beato durante il 1882. Il 30 luglio scrive alla Signora: “Ho la consolazione di dirle che ho avuto la consolazione [sic] di vedere il nostro sempre caro e amabile Luigi. Vi sono molti particolari che spero di esporle personalmente. Una volta l'ho veduto a trastullarsi in un giardino con dei compagni, riccamente vestito, ma in una maniera che non si può descrivere. Un'altra volta lo vidi in un altro giardino, dove coglieva fiori, che portava in una gran sala sopra una magnifica tavola. Gli volli domandare: - Perché questi fiori? - Sono incaricato di cogliere questi fiori, e con questi fiori fare una corona per mio padre e mia madre, che hanno faticato molto per la mia felicità. - Altre cose scriverò in altro momento.” E il 4 dicembre alla medesima: “Il nostro amato Luigi, il nostro carissimo amico, l'ho veduto più volte, ma sempre glorioso, cinto di luce, vestito in modo così splendido, che si può vedere, ma non si può descrivere. Verbalmente potrò dirle qualche cosa di più. Spero di farle una visita a Tolone nel mese di febbraio prossimo e di poter passare un po' di tempo in sua compagnia e col Signor Conte suo carissimo Marito e grande benefattore delle opere salesiane.”

                Fece difatti la visita annunziata, ma in marzo, nella quale occasione spiegò meglio le cose. Allora disse pure di un'apparizione avuta a Roma il 30 aprile dell'anno antecedente 1882. Era la festa del Patrocinio di San Giuseppe, terza domenica dopo Pasqua. Stando nella sacrestia della cappella presso la sorgente chiesa del Sacro Cuore, vide Luigi che attingeva acqua da un pozzo. - Perché, gli chiese, tiri su tant'acqua?

                - Attingo per me e per i miei genitori.

                - Ma perché in tanta quantità?

                - Non comprende? Non vede che é il Sacro Cuore del Signor Nostro Gesù Cristo? Quanti più tesori di grazia e di misericordia ne escono, tanti più ve ne rimangono. [84]

                - Come mai ti trovi qui?

                - Sono venuto a farle una visita e a dirle che io sono felice.

                Allora stette a Tolone dal 5 al 14 marzo e raccontò tante altre cose, che non tutte sono state scritte. Disse, che Luigi nelle diverse apparizioni gli si mostrava sempre differentemente vestito e che, interrogato del perché, rispose: -Questo é solo per suo svago. - Nel viso però aveva sempre i medesimi lineamenti che da vivo, ma con guance pienotte ed espressione allegra, con riflessi d'oro sulla persona e con vesti dai colori dei gigli e delle rose, ma più splendidi; il suo viso era radioso e di una luminosità che cresceva a poco a poco fino ad abbagliare la vista. Delle apparizioni avute durante la Messa diceva che duravano un minuto solo o un minuto e mezzo, e che, se si fossero prolungate un tantino di più, egli sarebbe caduto, non potendo sopportare più oltre quel contatto col soprannaturale.

                Quanto al valore delle apparizioni, la Contessa, che era persona illuminata, ci pensava e ne interrogò Don Bosco, che, com'ella scrive, si espresse così: “Riflettendo a queste apparizioni e studiandone il carattere, io mi convinco che non c'entra inganno né illusione, ma che sono realtà. Tutto quello che vedo, é nettamente distinto e conforme allo spirito di Dio. Luigi gode senza dubbio la felicità del paradiso. Riguardo alla frequenza di tali visioni, io ignoro qual sia il fine segreto della divina Provvidenza; vedo in particolare che Luigi viene a istruirmi, insegnandomi tante cose di scienza e di teologia a me interamente sconosciute.”

                Torniamo ai fatti da lui narrati in quella circostanza. Un giorno Luigi gli aveva presentato una rosa, dicendo: - Vuol conoscere che differenza passa fra il naturale e il soprannaturale? Guardi questa rosa... La veda ora. - Tosto la rosa si fece così splendente da raggiungere il fulgore del diamante percosso dal sole. - Adesso guardi questo monte, - tornò poi a dirgli. Ed ecco un monte prima pietroso e tutto [85] a buchi pieni di fango, orribili a vedersi, e di lì a poco diventato una magnificenza, e in luogo dei fangosi buchi tante pietre preziose.

                Un altro giorno a Hyéres Don Bosco, invitato a un gran pranzo, si era visto non più a tavola, ma in una specie di ampio corridoio, dove Luigi, venendogli incontro, gli disse: - Veda che lusso di banchetto e che vivande prelibate! E' troppo. Tanta gente muore di fame. Troppe spese! Bisogna combattere queste esorbitanti superfluità della mensa. - In quella i convitati rivolgevano la parola a Don Bosco e credutolo distratto, lo chiamavano: - Don Bosco! Don Bosco!

                Una volta fra Don Bosco e Luigi si era svolto questo curioso dialogo.

                - Caro Luigi, sei felice?

                - Felicissimo.

                - Sei morto o vivo?

                - Sono vivo.

                - Eppure sei morto.,

                - Il mio corpo é sepolto, ma io vivo.

                - Non é il tuo corpo quello che io vedo?

                - Non é il mio corpo.

                - E' il tuo spirito?

                - Non é il mio spirito.

                - E' la tua anima? Non é la mia anima.

                - Che cosa é dunque ciò che io vedo?

                - E' la mia ombra.

                - Ma un'ombra come può parlare?

                - Mercé la permissione di Dio.

                - E la tua anima dov'é?

                - La mia anima é presso Dio, sta in Dio, e lei non la può vedere.

                - E tu in che modo vedi noi?

                - In Dio si vedono tutte le cose; il passato, il presente, l'avvenire vi si vedono come in uno specchio.

                 - Che cosa fai nel cielo? [86]

                - Nel cielo dico sempre: Gloria a Dio! A Dio si rendano grazie. Grazie a Colui che ci ha creati; a Colui che é il padrone della vita e della morte; a Colui dal quale tutto ha cominciamento. Grazie! Lodi! Alleluia, alleluia!

                - E i tuoi genitori? Che cosa mi dici per loro?

                Prego per essi continuamente e così li ricompenso. Li aspetto qui in paradiso.

                In una successiva apparizione Don Bosco lo interrogò di bel nuovo sull'affare dell'ombra: - Tu dici che io vedo soltanto la tua ombra, perché la tua anima é in Dio. Come può l'ombra avere così apparenza di corpo vivo? - Rispose:

                - Lo vedrà presto; ne avrà una prova.

                Don Bosco aspettava questa prova. Qualche tempo dopo, com'egli raccontò, gli comparve nella notte il defunto parroco di Castelnuovo, che passeggiava sotto i portici dell'Oratorio. Sembrava in buona salute e molto contento.

                - Oh signor Prevosto, eccola qui! esclamò egli al vederlo. Come sta?

                - Sono felice, felicissimo. Passeggi con me.

                - Non desidera niente?

                - Nel cielo si ha tutto quello che si desidera. Ma passeggi: discorriamo insieme. Mi riconosce bene?

                - Oh, a meraviglia!

                - Mi guardi attentamente. Non vede che io sono in piena giovinezza e in perfetta letizia?

                - Sì, signor Prevosto, é proprio lei, non ne posso dubitare.

                Passeggiato che ebbero alquanto, come un tempo solevano fare, quegli disse: - Ebbene, ha imparato la lezione? - In così dire sparì. Allora Don Bosco comprese che Luigi se l'era intesa con quel prete. Narrato ciò disse ai Colle: - Simili favori sono così straordinari, che atterriscono per la responsabilità che ne ricade su chi ha obbligo di corrispondere a tante grazie.

                Durante quel viaggio del 1883 in Francia i casi si moltiplicarono [87]

                La domenica Laetare 4 marzo dalle quattro alle sette pomeridiane, sulla linea da Cannes a Tolone, Luigi si accompagnò con lui in treno dalla prima all'ultima stazione. Gli parlava in latino, magnificando la grandezza delle opere di Dio. Fra l'altro, richiamò la sua attenzione sulle nebulose e gli diede nozioni astronomiche affatto nuove per lui. - Se, diceva, si andasse in treno diretto dalla Terra al Sole, vi s'impiegherebbero non meno di trecento cinquant'anni; per arrivare poi all'altra parte del sole, vi sarebbe egual distanza: il che farebbe settecent'anni. Ora ogni nebulosa é cinquanta milioni di volte maggiore del sole, e la sua luce per giungere alla Terra mette dieci milioni di anni. La luce del sole percorre trecentocinquanta mila chilometri al secondo... - A questo punto, vedendo che egli continuava con simili calcoli astronomici - Basta, basta! gli fece Don Bosco. La mia mente non ti può più tener dietro. Mi ci vuole tanta fatica, che non posso resistere.

                - Eppure é soltanto il principio della grandezza delle opere di Dio.

                - Come va che tu sei nel cielo e qui?

                - Più presto della luce e con la rapidità del pensiero io vengo qui, nella casa de' miei genitori e altrove.

                Alcuni giorni dopo a Hyéres durante la Messa., ecco Luigi. -- Che cosa c'é da fare, Luigi? - gli domandò il Beato. Luigi gli indicò una contrada nell'America del Sud, dove bisognava mandar Missionari, e gli mostrava nelle Cordigliere le sorgenti del Chubut.

                - Ora, gli disse Don Bosco, lasciami dir Messa. Così sono imbarazzato a continuare.

                - Bisogna, ripigliò Luigi, che i fanciulli si comunichino con frequenza. Deve ammetterli presto alla santa comunione. Dio vuole che si nutrano della salita Eucaristia.

                - Ma come si fa a comunicarli, quando sono ancora troppo piccoli?

                - Dai quattro ai cinque anni si mostri loro la santa [88] Ostia e preghino Gesù guardandola; sarà questa una comunione. I fanciulli devono essere ben compresi di tre cose: amor di Dio, comunione frequente e amore al Sacro Cuore di Gesù. Ma il Sacro Cuore di Gesù racchiude le altre due.

                In una visione precedente Luigi gli aveva additato un pozzo in mezzo al mare, dicendo: - Veda quel pozzo. Le acque del mare vi entrano continuamente e il mare non diminuisce mai. Così é delle grazie contenute nel Sacro Cuore di Gesù. E’ facile riceverle: basta pregare.

                Nell'aprile del medesimo anno a Parigi celebrava nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie. Luigi gli apparve, mentr'egli distribuiva la comunione. Era, come sempre, circonfuso di gloria e portava sul petto una collana a vari colori, bianco, nero, rosso; ma con questi tre ve n'erano infiniti altri da non potersi descrivere. La subitanea impressione gli arrestò la mano, impedendogli di continuar a comunicare. I vicari della parrocchia, credendo che fosse stanchezza, presero a distribuire essi la santa Eucarestia. Il Beato disse a Luigi: -Come mai tu qui? Perché venire mentre dò la comunione? Vedi come sono impacciato.

                - Qui, rispose, é la casa delle grazie e delle benedizioni.

                - Ma dove sono? Non vedo più nessuno. Che cosa bisogna fare?

                - Dia la santa comunione.

                - Dove sono coloro che stavano ai piedi dell'altare?

                - Dia la santa comunione. Ecco quelli che vuol vedere.

                Luigi allora disparve, e Don Bosco si trovò all'altare a terminar la Messa.

                A Parigi vi fu di lì a poco una seconda comparsa nella chiesa di Santa Clotilde. Don Bosco, venuto da celebrare, tentava inutilmente di liberarsi dalla folla per fare il ringraziamento. In sacrestia lo stringevano da ogni parte. - Lasciatemi un momento, diceva; lasciate che dica almeno un Pater! - Ma nessuno gli dava retta. A tal vista il Curato lo trasse in una stanzetta contigua, che, appena egli fu entrato [89] s'illuminò di luce celeste, e Luigi andava su e giù lentamente senza far motto.

                - Oh Luigi! esclamò Don Bosco. Perché passeggi così senza dirmi nulla?

                - Non é tempo di parlare, ma di pregare.

                - Oh! parlami. Dimmi qualche parola, come hai fatto le altre volte.

                - Ho veramente qualche cosa d'importante da dirle, ma non é ancora venuto il tempo.

                - Tuttavia bisogna che tu mi parli. Vedrò i tuoi genitori, e che consolazioni porterò loro?

                - Consolazioni! Le avranno. Continuino a pregare, a servir Dio e la Vergine Maria. Io comincio a preparare la loro felicità.

                - Pregare! Non c'é più bisogno di pregare per te. Sappiamo che sei felice. Perché vuoi che i genitori si stanchino a far preghiere?

                - Con la preghiera noi diamo gloria a Dio.

                - Perché non fai una visita ai tuoi genitori, che ti amano tanto?

                - Perché vuol sapere quello che Dio ha riservato a sé?

                Ciò detto, disparve. Don Bosco notò che egli aveva tenuto sempre il capo scoperto.

                Sempre nel 1883, la notte sul 30 agosto, Don Bosco fece un gran sogno, che riporteremo a suo tempo. Gli parve di trovarsi in una spaziosa sala fra molti amici già passati all'eternità. Uno nell'apparente età di quindici anni, bello di celestiale bellezza e più risplendente del sole, gli si avvicinò: era Luigi. In un viaggio fulmineo egli fece vedere al Servo di Dio l'eredità spirituale riservata ai Salesiani nell'America, i sudori e il sangue con cui l'avrebbero fecondata e la futura prosperità materiale di quelle terre. Di questo sogno il 15 ottobre da Torino richiese a Don Lemoyne una copia per mandarla a Tolone: “Fammi il piacere di ultimare il sogno di America e poi mandamelo tosto. Il Conte Colle ne é [90] desideroso, ma lo vuole tradotto in francese, il che procurerò di fare immediatamente.” Scrivendone poi al Conte l'II febbraio 1884, diceva: “Il viaggio da me fatto col nostro caro Luigi si spiega ogni dì più. In questo momento sembra che sia divenuto il centro degli affari. Si parla, si scrive, si pubblica molto per spiegare e attuare i nostri disegni. Se Dio ci farà la grazia di trovarci un po' insieme, avremo tante cose da dirci.”

                Nel 1884 é interessante quello che accadde a Orte. Don Bosco, tornando il 14 maggio da Roma, ebbe in quella stazione una fermata di quattro ore. Era notte, nella sala di aspetto cercò di prender sonno sur un seggiolone, ma non si addormentava. Ed ecco farglisi innanzi Luigi e da' suoi occhi sparire ogni altro oggetto. Don Bosco, alzatosi, gli mosse incontro e gli domandò: - Sei Luigi?

                - Non mi conosce? Non si ricorda più del viaggio, che abbiamo fatto insieme?

                - Oh sì, certo, me ne ricordo bene, ma come portare a compimento tutte quelle cose? Io sono stanco; la mia salute va male.

                - Va male la sua salute? Non é così... Domani mi darà la risposta.

                La visione si dileguò solo all'ora della partenza. La dimane era il primo giorno della novena di Maria Ausiliatrice. Don Bosco, che dopo il suo ritorno dalla Francia era andato sempre di male in peggio, sperimentò all'improvviso un sensibile miglioramento, che di giorno in giorno si venne accentuando.

                Quando si uscì dalla stazione di Orte, scoccavano le due dopo la mezzanotte. Don Lemoyne, che accompagnava Don Bosco, rimase colpito al vedere nel suo modo di fare alcun che fuor dell'ordinario. Infatti, incontrato il capotreno che lo invitava a montare in vettura, gli disse: - Sa chi sono io?

                - Non saprei, rispose quegli.

                - Sono Don Bosco.[91]

                - Ebbene?

                - Sono Don Bosco di Torino.

                Il dialoghetto si arrestò lì, perché il treno partiva. In queste sue parole e nel modo di proferirle si ravvisava qualche cosa di singolare, che Don Lemoyne non aveva mai avvertito in lui; onde, cercandone la causa e ignorando l'accaduto, suppose perfino che egli volesse dare a lui segretario una lezione, perché non conosceva abbastanza chi fosse Don Bosco. Il fatto di quest'apparizione fu narrato da Don Bosco ai coniugi Colle il 10 giugno 1885 a Torino.

                Un secondo sogno, avuto nella notte sul 10 febbraio del 1885, dischiuse a Don Bosco l'avvenire delle sue Missioni. Ne scrive così al Conte il 10 agosto: “Il nostro amico Luigi mi ha condotto a fare una passeggiata nel centro dell'America, terra di Cam, diceva egli, e nelle terre di Arfaxad o in Cina. Se Dio ci permetterà di trovarci insieme, ne avremo cose da dire.” Di qui apprendiamo chi fosse il personaggio che a un certo punto gli si pose a fianco, quando dall'America si trovò di botto trasportato nell'Africa, e del quale, narrando il sogno, aveva detto soltanto: “Io conobbi in quello il mio interprete.” Del medesimo sogno troviamo un cenno anche in altra lettera del 15 gennaio 1886:

                “Riceveranno notizie della passeggiata in Cina col nostro buon Luigi. Quando Dio ci farà la grazia di trovarci insieme, avremo tante cose da direi.” Da quanto precede si scorge che nel giugno del 1885 non ne aveva detto ancor nulla ai Conti Colle.

                L'ultima apparizione, di cui ci sia pervenuta notizia, fu nella notte del 10 marzo 1885. Il Beato pressava Luigi a dirgli qualche parola. Luigi gli rispose: - Nella sacrestia della cattedrale di Tolone Lei pregò, perché io guarissi.

                - Sì, domandai la tua guarigione.

                - Ebbene, fu meglio che io non guarissi.

                - Come mai? Avresti fatto opere buone, avresti dato molte consolazioni ai genitori, ti saresti occupato grandemente a far glorificare Iddio...[92]

                - Ne é Lei ben sicuro? Pronunziò Lei stesso la sentenza, amara per me, amara per i miei genitori; ma tuttavia fu per mio bene. Quando Lei domandava il mio ristabilimento, in salute, la Santa Vergine diceva a Nostro Signore Gesù Cristo: Adesso é mio figlio; lo voglio prendere adesso che é mio.

                - Quando ci dovremo preparare noi per venire nel cielo?

                - Si avvicina il momento, in cui le darò la spiegazione che desidera.

                Don Bosco fece questa narrazione ai Conti Colle nella galleria accanto alla sua camera il 10 giugno 1885, vigilia quell'anno della festa di Maria Ausiliatrice. Finito che ebbe osservò: - E' indicibile la bellezza degli ornamenti che rivestivano la persona del nostro caro Luigi. La sola corona che gli cingeva la fronte, avrebbe richiesto non giorni o mesi, ma anni per esaminarla particolarmente, tante varietà offriva allo sguardo, divenendo sempre più brillante e dilatandosi a misura che la si contemplava.

                I genitori, prima che conoscessero tutte le cose avvenute dopo il marzo del 1883 e narrate loro solo nel 1885, non erano mai abbastanza tranquilli sulla sorte del figlio; onde chiedevano a Don Bosco speciali preghiere in suffragio della sua anima. Il Beato una volta rispose[73]: “Ho già cominciato la novena con Messe, comunioni e preghiere particolari per il nostro Luigi, che, io credo, riderà di noi, perché preghiamo per lui a fine di suffragarlo; in realtà egli é divenuto nostro protettore in paradiso e continuerà a proteggerci, finché non ci accoglierà nella felicità eterna.”

                La Contessa, chiudendo i suoi appunti, annotava: “Nel confidare a due cuori afflitti per loro maggior consolazione queste sue comunicazioni col mondo soprannaturale, Don Bosco sembrava così felice da far dire che egli intravvedesse la Gerusalemme celeste. La commozione lo vinceva e i suoi [93] occhi si bagnavano di lacrime, quando ripeteva le azioni di grazie che Luigi rendeva a Dio nel cielo.

                Non ometteremo un episodio, che la signora Colle raccontò alle Suore della Navarre, avvenuto poco dopo la morte del figlio. Don Bosco le aveva detto che nelle sue necessità si raccomandasse pure al suo Luigi. Orbene un giorno si presentò alla porta di casa un individuo che con fare prepotente le domandava denaro. Essa, non badando ai modi, gli diede l'elemosina, come soleva con tutti i poveri. Ma colui prese un'aria e un tono di minaccia da mettere paura. In casa non c'era neppure la serva. Allora, ricordando le parole di Don Bosco, pregò il figlio che l'aiutasse. Appena l'ebbe in cuor suo invocato, il malandrino, come assalito da improvviso spavento, si voltò e in quattro salti fu in fondo della scala, dandosi a precipitosa fuga.

                Ma tornando alle apparizioni, noi ci domandiamo: forseché solamente per consolare due cuori afflitti Don Bosco riceveva e confidava ai coniugi Colle queste comunicazioni celesti? Come non pensare invece che con tal mezzo la Provvidenza mirasse soprattutto a incoraggiare quei doviziosi e cristiani Signori, perché impiegassero volentieri una gran parte delle loro sostanze in soccorrere l'uomo di Dio, suscitato a compiere nella Chiesa tante opere di bene secondo i bisogni del tempo? Così appunto doveva pensarla Don Bosco. Infatti egli ai desolati genitori dopo la perdita del figlio aveva detto con l'ardire proprio dei Santi: - Dio toglie loro questo unico figlio, perché adottino come figli tutti i miei orfanelli. -- E così la intesero quei due ferventi cristiani. Il padre esplicitamente dichiarò a Don Bosco che metteva la propria borsa a sua disposizione[74]. Le quali non furono vane parole, né buoni sentimenti di breve durata. Da quella borsa uscirono per più di sei anni somme rilevanti per la nuova casa della Navarre, per la chiesa e l'ospizio del Sacro [94] Cuore a Roma, per l'ospizio annesso alla chiesa di San Giovanni Evangelista in Torino, per la casa dei Figli di Maria a Mathi, per le Missioni e per eventuali necessità dell'Oratorio e di San Benigno. A costo di tediare i lettori, noi ci proponiamo di mettere nella maggior luce possibile tanta carità, valendoci dell'epistolario, che, sebbene non dica tutto, molto nondimeno offre alla nostra pia curiosità.

                La prima richiesta di aiuto risale al 3 luglio 1881. Scrive alla Signora Colle: “Finora ho potuto tirare avanti; ma con l'andare dei mesi prevedo che sarò costretto a fare appello alla carità dei Signori Colle. Sarà per un caso di necessità e nei limiti del possibile. “Il caso di necessità si riferiva al Sacro Cuore; ma simili casi vennero poi moltiplicandosi e allargandosi. A una domanda così vaga la risposta fu quanto mai incoraggiante. Infatti il 20 agosto scriveva al Signor Colle: “Ella mi dà la preziosa notizia che mi regalerà 20 mila franchi per la chiesa del Sacro Cuore di Roma. Questo é veramente venire in aiuto della santa Religione Cattolica e allo spogliato suo Capo. Dio Le darà il centuplo adesso e più ancora a suo tempo nell'altra vita; ma il Sommo Pontefice e tutti i buoni cristiani e le persone da bene benediranno la sua carità.”La lettera, nella quale il Colle annunziava l'invio del danaro, piacque tanto a Don Bosco per la sua eleganza e compitezza che ivi stesso gli diceva: “L'ho letta e riletta ed ho creduto di far cosa onorevole a V. S. ed anche alla città di Tolone, mandandola al Santo Padre, al quale farà conoscere come gli avvocati sappiano opportunamente unire scienza e pietà. Dio sia benedetto in tutte le cose.” Non sembri strano questo mandare una lettera privata al Papa. L'impresa del Sacro Cuore gli era stata affidata dal Papa, che personalmente se ne interessava . inoltre Don Bosco dovette fin d'allora mirare a uno scopo speciale, di cui diremo più innanzi.

                Per altro danaro speditogli nel 1882 unitamente con gli auguri dell'onomastico lo ringraziava il 7 luglio: “In questa [95] occasione Le fo tanti ringraziamenti per l'aiuto dalla S. V. prestatoci, affinché possiamo fondare, riparare, ingrandire le nostre case. Le anime salvate con l'aiuto di Dio dai Salesiani saranno per Loro, e quando Ella e la Signora sua Consorte entreranno in paradiso, saran ricevuti certamente dalle anime salvate mediante la loro carità.

                 Animam salvasti, animam tuam praedestinasti.” Ribadirà il medesimo concetto, ma con precipuo riguardo alle Missioni, il 4 dicembre 1883: “Anzitutto La ringrazio di tutte le larghezze che Ella, Signor Conte, ci ha prodigate in più occasioni. Se noi siamo riusciti a fare progressi nell'America del Sud e specialmente nella Patagonia, lo dobbiamo a Lei, alla sua carità. Ne siano dunque lieti Ella e la Signora Contessa; le anime che i nostri Missionari guadagneranno al cielo, saranno per Lei e per Madama le portatrici delle chiavi del paradiso. Ora Ella aiuta altre case e altri selvaggi, che mediante le sue buone opere verranno alla fede, aumentando il numero delle anime che pregheran per Loro.”

                Nella medesima lettera informava pure il Conte di altri due usi che aveva fatti del suo danaro, cioé per le case di Mathi e di San Giovanni, successivamente destinate ai Figli di Maria. “Ho una gradita nuova da darle. La casa di Mathi é stata comperata il 10 ottobre. Ora é mobiliata e popolata da una cinquantina di giovani che non potevano più essere contenuti nella casa di S. Benigno e che adesso stanno là a studiare coraggiosamente per il sacerdozio. Questa casa giovedì scorso é stata benedetta e consacrata a Dio sotto il titolo di Casa di San Luigi, e ciò per richiamare sempre più il ricordo del nostro Luigi e di tutta la sua famiglia. E' la prima nostra casa che porti quel titolo. Dio sia benedetto.” E per San Giovanni: “La casa cominciata presso la chiesa di San Giovanni Apostolo, nonostante tutte le nostre premure, non é ancora al tetto. La costruzione é al terzo piano. Si lavora sempre senza posa.”Finalmente il 22 ottobre 1884 completò queste ultime notizie: “Ho la grande consolazione [96] di parteciparle che la casa fabbricata dalla sua carità a vantaggio dei Figli di Maria Ausiliatrice é finita e abbiamo fissato il 10 novembre prossimo per l'ingresso degli alunni, i quali sul principio saran circa 150.” Poi la data dell'inaugurazione ufficiale fu rinviata, perché, come Don Bosco scrisse al Conte il 20 febbraio 1885, si voleva la sua presenza: “Abbiamo già popolato quasi tutta la casa di San Giovanni Apostolo, ma l'inaugurazione, non é ancora stata fatta. Noi dobbiamo in questa casa preparare un buon pranzo e fare un brindisi cordiale con la Signora Contessa Colle. Va bene, Signora Contessa, nostra buona Mamma in Nostro Signore Gesù Cristo?” I Conti, come abbiamo già detto, vennero per la festa di Maria Ausiliatrice.

                Sul principio del 1884 la malferma salute sembrava dover impedire a Don Bosco d'intraprendere il viaggio, che durante quella stagione era solito fare in Francia. Il Conte lo aspettava con desiderio. Il Beato gli rispose l'II febbraio: “Tutti i giorni ed anche più volte al giorno vengo a far Loro una visita in spirito; ma di venire in persona fino a Loro, Signor Conte e Signora Contessa, non mi é ancora concesso. Al presente le cose nostre vanno bene, grazie a Dio; le case aumentano, i giovani più ancora, e le opere portano sempre con sé la benedizione, Dio sia benedetto. Da alcuni giorni la mia salute non é tanto buona, e non so se potrò venire a farle la visita ordinaria; credo che glielo potrò dire di qui a poco. Ma é inteso che in ogni caso ci vedremo a Roma.”

                E’ vero che aveva sperato di anticipargli questa visita, arrivando tamquam fur a La Farléde verso il 20 settembre del 1883[75]; ma poi le circostanze non glie l'avevano permesso. Tuttavia il Conte gli teneva preparato quello che sarebbe dovuto essere oggetto di quel “furto”, come si rileva chiaramente da quanto il Beato gli scrisse il 15 ottobre: “Grazie della sua bella comunicazione. In questi giorni i [97] lavori sono progrediti e gli impresari domandano. Dio sia benedetto, e a Loro mille ringraziamenti, Signor Conte e Signora Contessa. Loro sono proprio la nostra provvidenza e gli strumenti scelti dalla mano del Signore per venirci in aiuto.” A ritirare i doni della Provvidenza andò allora Don Rua, al quale Don Bosco diede l'incarico di concertare con i Conti un viaggio a Roma, da essi desiderato. Il Servo di Dio, recatosi nell'aprile del 1884 alla Città eterna e riferendo in data del 16 sull'andamento dei lavori colà, toccò pure di quel viaggio:

                “Sono a Roma. Il viaggio é stato buono e grazie a Dio la mia salute é migliorata. Ho esaminato attentamente i lavori tanto della chiesa che dell'ospizio del Sacro Cuore di Gesù; ma le fondamenta di questo presentano difficoltà gravissime a motivo della profondità, e perciò si deve ancora faticar molto prima di mettere a posto l'enorme quantità di pietre, che stanno preparate a tale effetto. Ora poiché la S. V. ha detto che desiderava di venir a Roma per la cerimonia della benedizione della pietra angolare e solo per pochi giorni, io credo meglio per la sanità di Madama e della S. V., che la cosa sia rinviata a più tardi.” Il 24 rendeva conto del ritorno di Don Rua, che erasi recato a Tolone per ricevere dal Conte una somma di 150 mila franchi e ne aveva spedito subito una parte a Roma: “La sua cara lettera é venuta a trovarmi con tutta regolarità e la cosa é riuscita benissimo. Don Rua benedice con me Iddio e le Signorie Loro, che ci aiutano così validamente a propagare la gloria di Dio, Don Rua ha mandato con prontezza tutto il necessario per mettere in moto i lavori e adesso le cose camminano.”

                Camminarono però così a rilento che l'accennata funzione si compié solo nel maggio del 1885. Il 10 Don Bosco scrisse ai Conti: “A Roma i preparativi per la posa della pietra angolare sono pronti; noi potremo farci rappresentare da un Borghese: Don Dalmazzo farà e ci guiderà. Vi é tuttavia una cosa che spetta a noi. Nella pietra angolare bisogna mettere [98] dei ricordi e fra gli altri un'esposizione sulla famiglia e sulle due persone del padrino e della madrina. Perciò Ella avrà la pazienza e la bontà di cercare un amico, che in succinto mi dia le notizie principali: nome, data della nascita e le particolarità dalla S. V. giudicate opportune. Abbia pazienza: sono cose storiche da consegnare alla posterità. Avuta questa esposizione, sarà mia cura di unirvi altro, che compirà l'opera.”. E’ del 1884 il ricorso di Don Bosco al Conte per un acquisto, che importava una spesa rilevante, ma che gli premeva di fare a qualsiasi costo. Gliene scrisse così il 20 febbraio: “Un giorno, Signor Conte, abbiamo dal mio balcone osservato una casetta. - Quella casa, Ella disse, bisogna comprarla per togliere una grande servitù. Io metterò per questo a sua disposizione 30 mila franchi. - Allora la cosa restò senza conclusione, perché la proprietaria non voleva vendere. Adesso invece si vorrebbe vendere non solo la casetta, ma anche il terreno adiacente. L'affare ci conviene sotto ogni rapporto; tutti i nostri amici e tutti i Salesiani lo desiderano e lo raccomandano; ma il prezzo sarebbe molto più alto. Tra area, alberi e costruzioni ci importerebbe in cifra tonda 100.000 franchi. Io non voglio essere indiscreto; tuttavia non voglio neppure tacerle un affare che ci sistemerebbe tutta la casa, l'oratorio festivo, le scuole ed i laboratori. Dunque, Signor Conte, potrà in un tempo più o meno lungo venirci in aiuto con questa somma? Io le parlo in tutta confidenza, perché nella sua grande carità mi ha detto più volte che mette nelle mie mani la sua borsa per tutte le cose, nelle quali possa contribuire alla maggior gloria di Dio. Ella penserà un momento su quest'affare e poi mi risponderà con la medesima confidenza, con cui mi sono io rivolto a Lei.” La casa in vendita era quella appartenente alla signora Bellezza e più volte mentovata nei volumi di Don Lemoyne[76]. Sorgeva a ponente della chiesa di San Francesco, divisa [99] solo per un muro dal cortile dell'Oratorio[77]. Il tutto fu comperato col denaro del Conte. Questi con l'immediata promessa dell'offerta dovette significare qualche sua idea mal conciliabile con l'umile sentimento che Don Bosco aveva di sé oppure, chi sa? con la perfetta rettitudine d'intenzione; il fatto é che Don Bosco il 27 gli rispose:

                “Ho ricevuto la sua ottima lettera; ma io non voglio che mi porti ragioni perché fa questa o quell'altra cosa. Ella mi permetterà solo di esporre i miei bisogni e poi io sarò sempre ugualmente contento del suo sì o no. Mio pensiero é di pregare ogni giorno per Lei e per la Signora Contessa, e lo faccio tutte le mattine con un ricordo speciale nella santa Messa secondo la loro intenzione. I medici mi hanno detto di andare nelle nostre case del mezzodì e sabato, a Dio piacendo, partirò per Nizza con Don Barberis. Di là spero di farle almeno qualche visita per inaugurare e benedire la nostra o meglio la sua chiesa della Navarre. Nello stesso tempo ci potremo parlare e io spiegherò meglio le mie idee che sono di farle del bene, ma contentandola in tutto che possa renderla felice sulla terra e un giorno nel paradiso.”

                In quel 1884 un'altra necessità grave e urgente costrinse il Servo di Dio a invocare la carità dei suo generoso benefattore. Nell'estate scoppiò il colera, le cui conseguenze per Don Bosco furono così descritte il 10 settembre al Conte: “II colera ha sconvolto vari paesi della Francia ed ora travaglia spaventevolmente l'Italia. Le nostre case e i nostri giovani finora sono stati preservati, ma la beneficenza ci vien meno in seria misura, sicché ci troviamo in gravi difficoltà per sostenerci nelle spese richieste dalle costruzioni e dalla manutenzione delle nostre opere. Quindi se in questo momento la S. V. ci può venire in aiuto, sarà come sempre, il nostro sostegno. Tuttavia se, trovandosi Ella a La Farléde, e nell'impossibilità di rientrare a casa per causa del colera, [100] questo Le reca disturbo, io Le raccomando di stare tranquillo nella sua villeggiatura e noi cercheremo di trarci d'imbarazzo come potremo. Ma glielo raccomando, non si dia pensiero, se le circostanze La mettono nell'impossibilità di fare il bene.” Per quanto ce ne manchino le prove dirette, noi crediamo che il caritatevole Signore abbia trovato modo di conciliare la propria tranquillità con l'impulso del suo cuore a fare il bene.

                La fine dell'anno offerse a Don Bosco l'occasione per ringraziarlo calorosamente di tanti benefizi. Gli scrisse il 29 dicembre: “Vorrei farle una visita in persona per porgerle tanti ringraziamenti. Non potendo a voce, desidero venire per lettera, finendo l'anno con lo scrivere a Loro, o caritatevole Signor Conte e Signora Contessa Colle. Dio sia benedetto e ringraziato per averci conservati in buona salute e, spero, anche nella sua grazia. Fra le altre buone opere, Ella ha pagato per D. Perrot i debiti della Navarre e il Signore non mancherà di largamente ricompensarla e i nostri poveri orfanelli pregheranno di continuo secondo la sua intenzione. Fortunato D. Perrot che ha pagatori di tal fatta! Ma perché non possiamo trovare benefattori simili in Italia? Se un tal pagatore in Italia esiste, venga a pagare settantacinque mila franchi, che Don Rua dovrà sborsare per i nostri Missionari d'America, e un'altra somma quasi uguale per il corredo e il viaggio di quelli che partiranno quanto prima! E perché non viene a pagare i debiti delle nostre case di Torino e della chiesa e ospizio di Roma? La ragione è chiara. In Francia e in Italia vi é un solo Conte Colle. E noi benediciamo mille volte il buon Dio, che il Signor Conte e la Signora Contessa Colle vivano per aiutarci, appoggiarci, sostenerci nelle nostre difficoltà. Dio li conservi entrambi per lunghissimo tempo in buona salute, doni Loro la grazia di passar ancora molti e molti anni felici in ricompensa della loro carità sulla terra e finalmente dia loro nell'altra vita il vero prendo, il grande premio nel soggiorno del paradiso, dove io ho piena fiducia che noi ci possiamo trovare con Gesù [101] e Maria e col nostro caro Luigi a lodar Dio e a parlare di Dio in eterno.”

                Rivide il Conte nell'aprile del 1885 a Tolone con Don Viglietti, ricevendo dalle sue mani nel partire la somma di centomila franchi per Roma e per le Missioni. Pensava di rinnovare la visita in settembre durante gli esercizi spirituali dei Confratelli. Gliene scrisse il 18 agosto da Mathi, dove si trovava da circa un mese per riaversi un tantino dalla sua gran debolezza o meglio, se fosse possibile, come diceva, per ritardare un po' la sua vecchiaia[78]. “Il tempo dei nostri esercizi, scriveva, é sempre su per giù il medesimo: si comincia il 10 agosto fino al 10 ottobre. Ma la gita a Nizza e a Tolone non sarà fin verso la metà dì settembre; Le si dirà il giorno preciso. Io per me desidero molto di vederla, ma non ne sono sicuro, perché da un mese a Mathi i miei viaggi sono stati dalla mia camera al giardino, che é vicinissimo alla cartiera. Per ora Le dirò che la mia salute é rimasta stazionaria; ma mi sembra che la diminuzione dei gradi di calore mi apporterà gran sollievo. Ma nel caso che la salute m'impedisca di mettermi in viaggio, Ella riceverà i ragguagli dei nostri affari. Entro la settimana avrà le carte relative al nostro ospizio di Roma, e Don Rua é interamente ai di Lei ordini per eseguirne le sante intenzioni a questo riguardo.”

                Le condizioni della sanità pubblica dissuasero dal fare a Nizza regolarmente gli esercizi; invece Don Bosco stette un mese a Valsalice, donde inviandogli sue notizie gli diceva il 27 settembre:

                 “Come vedrà, io sono mezzo cieco, ed Ella stenterà forse a leggere la mia lettera. Mi perdoni e abbia pazienza. Non mancherò di ricordarli ogni mattina entrambi nella santa Messa. O Maria, siate nostra guida nella strada del paradiso.” Andò in dicembre a Tolone Don Rua, portando per Don Bosco un prezioso involto del Conte e un [102] grazioso cartoccio della Contessa, alla quale scrisse il 24: “Mentre Don Rua mi portava il plico che Ella sa, V. S. mi ha mandato un pacchetto di giuggiole della loro villa e del loro giardino. Io l'ho accettato quale ricordo di una Mamma la più affettuosa e caritatevole. Il decotto delle giuggiole é stato ottimo e mi ha fatto molto bene contro la tosse. E le esprimo tutta la mia riconoscenza.”

                Vorremmo conoscere quanto Don Rua portò a Don Bosco; ma da una lettera del 15 gennaio seguente argomentiamo una volta di più, quanto sia stata provvida la mano di Dio nel fargli contrarre una sì cordiale relazione col Conte. Scriveva il Beato: “Io parlo di Loro ogni giorno e posso dire ogni momento; ma con la mia povera testa sempre un po' scombussolata debbo scrivere pochissimo in confronto di quello che dovrei fare per ringraziarli della tanta bontà e carità che ci usano. In questo momento Loro non solamente sono il sostegno delle nostre opere ed anche dei Salesiani, ma in questi giorni son divenuti quasi i soli nostri benefattori. Poiché in questi momenti le offerte sono diminuite in misura paurosa, massime, nelle nostre case di Francia e nelle nostre Missioni d'America. Ma la nostra caritatevole questuante (quêteuse) Maria Ausiliatrice comincia a venirci in aiuto con grazie straordinarie nella Russia, nella Prussia e segnatamente nella Polonia. Don Rua manda informazioni sull'ospizio di Roma. Roma é una città eterna. Dire molto, fare molto[79] e contentarsi di far le cose lentissimamente. Pazienza”.

                Nel marzo del 1886 il Servo di Dio fece il suo viaggio nella Spagna, passando per Nizza e Marsiglia. Il 26 annunziò una visita ai Conti: “Lunedì sera, a Dio piacendo, sarò da Loro e potremo a nostro agio discorrere dei nostri affari. Se possono preparar un altare, molto volentieri dirò la santa [103] Messa in casa loro; altrimenti starò ai loro ordini.” Bicchiere della staffa furono ottantamila franchi.

                Da questo punto la corrispondenza tace fino al 25 luglio, quand'egli, infermiccio, era ospite del Vescovo di Pinerolo, monsignor Chiesa, nella sua villa. Poi da luglio si balza al 9 settembre. “Sono ritornato a Valsalice, scrive, per un altro corso d'esercizi e per un capitolo, nel quale si sono trattati gli affari della nostra Congregazione. Vi erano radunati 70 Direttori delle nostre case. Abbiamo parlato molto di Loro e dei nostri affari.” E il 23: “La settimana prossimi ci recheremo a San Benigno, dove abbiamo raddoppiato il numero de' novizi e dovuto perciò preparare in fretta una nuova casa.” Allude alla casa di Foglizzo aperta allora. Qui, come altrove, ha cura di tenere i suoi grandi benefattori al corrente delle cose che si fanno, riguardandoli quali cointeressati nello svolgimento delle sue opere.

                Dopo il carteggio non si ripiglia che al 14 dicembre. Don Lasagna con un gruppo di Missionari era stato a ossequiare la famiglia Colle, non partendone a mani vuote. Il Beato scrive ai pii coniugi: “Don Lasagna ha voluto scrivere i particolari della dimora fatta presso le SS. LL. e della carità con bontà veramente paterna ai medesimi prodigata. Essi partono, ma col cuore profondamente impressionato, assicurando che delle SS. LL. si faranno due modelli di vita cristiana in America. Partono per guadagnar anime al buon Gesù, guadagnando la propria e quelle delle SS. LL.” Poi con allusione al trattamento avuto dai Missionari in casa dei Conti prosegue: “Ed ecco un piatto che presenteranno Loro un giorno alla Loro entrata in paradiso; ma un piatto veramente ghiotto; un piatto d'oro, un piatto formato con diamanti e pieno di opere buone; e fra le altre opere buone l'aiuto da Loro portato ai Salesiani nella conversione dei selvaggi e dei peccatori arrecherà Loro una gioia ineffabile e senza fine.” In seguito parla di una vistosa offerta, che, ricordando le giuggiole della Contessa, chiama jujube ossia [104] pasta di giuggiole: “Ma il loro jujube che cosa é diventato? Sentano: il loro jujube, essendo di eccellente qualità, é stato così diviso: I° Quindici mila per una cambiale che monsignor Cagliero mi ha spedita dalla Patagonia. 2° Trentacinque mila alla Banca Tiberina [per il Sacro Cuore]. 3° Il resto a San Giovanni Apostolo, a San Benigno, a Foglizzo, dove abbiamo giovani che studiano per il sacerdozio. Come vedono, ogni parola di questa lettera avrebbe bisogno di spiegazione; ma questo sarà per quando potremo discorrere pacificamente delle cose nostre. Vorrei scrivere ancora molto per attestare l'affetto e gli obblighi che tutti i Salesiani professano alle SS. LL.; ma la mia povera testa obbedisce pochissimo e la Signora Contessa vorrà caritatevolmente decifrare questa cattiva scrittura.”

                Del 1887 poco sappiamo quanto a oblazioni del Conte Colle. In una lettera del 23 marzo Don Bosco gli scrive del recente terremoto di Liguria: “Le dirò con la maggior consolazione che nel grande terremoto nessun giovane, nessuna persona ricevette danno. Soltanto gli edifizi han sofferto molto; la casa, le scuole e la chiesa del Torrione sono state quasi rovinate. Ma la divina Provvidenza ci ha sempre aiutati e non ci abbandonerà in questo momento” E' probabile che il ministro della Provvidenza non sia rimasto insensibile a tale comunicazione. Più sicure sono due altre notizie. Una é in un poscritto di Don Rua a una lettera dell'8 aprile; egli ringrazia ivi il Conte della carità usata a Don Perrot, che era andato a fargli visita, molto probabilmente perché in bisogno. L'altra riguarda una somma di cinquemila franchi per San Benigno, come vedremo.

                Conchiudiamo intorno a quest'argomento. Dell'ammontare di tante larghezze non é possibile fare un calcolo esatto, mancando ogni registrazione ed essendo la documentazione troppo lacunosa e talora anche vaga; ma per quello che noi ne sappiamo, si deve ritenere che la somma totale della beneficenza partita dal Conte Colle si aggirasse in media [105] sui centoventimila franchi all'anno, la qual cifra cinquant'anni addietro rappresentava indubbiamente un bel valore.

                Ora dalla carità del Conte Colle volgeremo la nostra attenzione alla riconoscenza professatagli con i fatti in più modi da Don Bosco.

                Allorché si conobbero, il Colle era semplice avvocato e cavaliere dell'Ordine di San Gregorio Magno, onorificenza conferitagli da Leone XIII su proposta del suo Vescovo. Don Bosco volle farne un Conte Romano; al che si accinse con maggior impegno, quando intravvide di fargli con questo cosa gradita. Cattolico francese d'antico stampo, egli amava quel titolo nobiliare non perché nobiliare, ma perché papale e quindi vincolo di più intima unione con il Capo supremo della Chiesa. Il Beato se ne occupava già nel giugno 1881; fin d'allora infatti aveva mandato al Vescovo di Fréjus e Tolone un esposto per il Santo Padre, affinché Sua Eccellenza certificasse nulla contenersi ivi che fosse contrario al vero, e quindi raccomandasse la pratica[80]. La supplica diceva:

 

                Beatissimo Padre,

 

                Tra gli uomini che senza rispetto umano in questi tempi si rendono benemeriti nel professare e promuovere il decoro e la gloria di nostra Santa Cattolica Religione devesi meritamente tra' primi annoverare il Sig. Avv. Luigi Antonio Colle di Tolone.

                Egli appartiene ad una delle più onorate famiglie di quella città;

                E' genero del Barone Buchet Generale di Divisione, antico senatore di Francia;

                E' Presidente zelante del Consiglio dell'Unione Cattolica e sociale del dipartimento del Varo:

                E’ Presidente della Società di S. Vincenzo de' Paoli in questa medesima città di Tolone;

                E’ Fondatore del periodico quotidiano politico religioso La Sentinelle du Midi, solo giornale Cattolico nel dipartimento del Varo;

                E' Fondatore e Presidente del Circolo cattolico di Provenza.

                Nella sua agiata posizione non si rifiuta mai ad alcuna opera di carità. Nel mese di marzo dell'anno testé passato ha fatto la generosa offerta di fr. 20 mila affinché si potessero continuare i lavori già [106] cominciati per la Chiesa e per l'Ospizio del Sacro Cuore all'Esquilino in Roma

                Nel settembre dello stesso anno, essendo stato informato che cominciavano a mancare i mezzi per detta costruzione, fece una nuova offerta di fr. 20.000.

                Nella Colonia agricola affidata ai Salesiani nella Navarra presso Tolone mancavamo di edifizi pei poveri fanciulli colà ricoverati, ed egli offrì pari somma di 20 mila lire in aiuto ed altre ottantamila garantisce per maggiori largizioni in avvenire.

                Questo insigne e benemerito cittadino é già Cavaliere di San Gregorio il Grande; ma pel vivo desiderio di legare ognor più sé e tutta la sua famiglia al Capo Supremo della Cattolica Religione e così professarsi più splendidamente difensore della Chiesa reputerebbe cosa veramente gloriosa alla sua parentela e a lui di sommo gradimento il titolo di Conte di Santa Romana Chiesa. Egli è pronto a pagare tutte le spese di uffizio, di diritto che in qualunque modo si riferiscano a tale atto di benevolenza sovrana.

                Il sottoscritto, essendo già stato più volte beneficato nei diversi Ospizi dalla divina Provvidenza affidatigli, umilmente si prostra ai piedi di Vostra Santità, implorando la grazia sopra mentovata.

                Torino, 16 giugno 1881.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Dopo tre mesi non vedendo ancora nessun risultato, raccomandò la cosa al Cardinale Vicario il quale sapeva delle liberalità del Colle per la chiesa del Sacro Cuore[81]: “Il Sig. Colle di Tolone pare disposto di fare altre beneficenze in favore della religione ed é persona assai ricca. Ma bisogna che la E. V. se ne occupi presso al Santo Padre affinché gli conceda il titolo di conte, per cui ho fatto pervenire la dimanda regolare colla commendatizia del suo Vescovo presso la E. V. Qualora non giudicasse di parlarne Ella stessa al Santo Padre può affidare la cosa al Sig. Card. Segretario di Stato, che ha già favorito di questo titolo altri cattolici che da quanto appare avevano meriti meno rilevanti. Credo che il Santo Padre sarà contento di incoraggiare in questo modo un uomo che impiega una grande fortuna pel bene della Chiesa e vive da fervoroso cattolico.[107]

                In dicembre la pratica era nelle mani del Cardinale Jacobini Segretario di Stato, il quale dava la cosa come fatta; “ma, osservava Don Bosco, Roma é eterna, dicono, anche negli affari[82]”.

                Il fatto lo provò anche in quell'affare. Andato a Roma nell'aprile del 1882, trovò che non erasi ancora mosso un dito. Di là il 2 maggio informava così il suo “carissimo e rispettabile amico”: “Sono a Roma. Ho già veduto il Santo Padre, col quale mi sono lungamente indugiato a parlare della S. V. e della sua Signora. Gli dissi delle offerte per la chiesa del Sacro Cuore e per la Navarre, della funzione per la pietra angolare e delle altre opere di carità, alle quali la S. V. e la sua Signora si sono dedicati. Egli ha ascoltato con attenzione paterna e poi mi ha incaricato di comunicar Loro la benedizione apostolica, assicurandomi che avrebbe pregato anche per la loro salute, e per la pazienza e la perseveranza nella grazia di Dio. Infine ha aggiunto:

                - E la decorazione, di cui mi avete fatto domanda?

                - Santo Padre, gli risposi, la sto sempre aspettando.

                - Ma come? Oh negligenza! negligenza! Passate. subito dal Cardinal Jacobini; egli vi dirà che cosa si é fatto.

                “Il Cardinal Jacobini, ossia il Segretario di Stato di Sua Santità, mi ha ricevuto con tutta prontezza, ha fatto scuse e mi ha assicurato che prima della mia partenza da Roma mi sarà dato il Breve, che spero di presentarle a Torino. A Torino, Signore e Signora, a Torino per la festa di Maria Ausiliatrice; là spero che potremo intrattenerci sui nostri affari.”

                A Torino i Colle non vennero, ma inviarono auguri per San Giovanni. “E' stata una gran festa, scrisse Don Bosco il 5 luglio; festa cordiale, che più volte mi ha fatto venire le lacrime.” Ma se i Signori fossero venuti, sarebbero partiti senza il Breve. Era giunto veramente da parecchio; ma egli [108] continuava nella stessa lettera: “Il Breve di Roma si può chiamare il Breve delle contrarietà. Mi é stato mandato a Torino. Leggo, e trovo: Comes Colle Dioecésis Taurinensis [Conte Colle della Diocesi di Torino]. L'ho rispedito immediatamente a Roma e aspetto la correzione.” Finalmente dopo un anno dall'inizio della pratica il Breve arrivò il 19 luglio, nel qual giorno poté scrivere: “Dopo lunghissima attesa ricevo in questo momento il Breve da parte del Santo Padre. Non si può desiderare di meglio; ma io voglio che Le sia presentato in modo convenevole. Quindi incarico Don Perrot di completare la pratica e di fargliene la comunicazione in un giorno determinato. Egli Le chiederà se preferisca una visita nella sua villa o a Tolone o forse meglio alla Navarre, quando s'inaugurerà la copertura della nuova casa. Ella farà come tornerà più gradito a Lei e alla sua Signora.”

                Bisognava anche richiamare l'attenzione sul valore legale del titolo; del che il Beato scrisse al Conte il 30 luglio: “Questo Breve é un documento preziosissimo per la S. V., per la sua famiglia e per la storia della Chiesa. Lo vedrà. Ma da noi in Italia non si può legalmente né portare decorazioni né assumere titoli senza l'autorizzazione del Governo. Ma Ella é avvocato e sa che cosa si debba fare in Francia. Io desidero soltanto che un documento di tal sorta sia consegnato con decoro e poi pubblicato sui giornali.” In Italia la “Consulta Araldica”, che esamina la materia dei titoli nobiliari, non opponeva difficoltà alla convalidazione di quelli accordati dal Papa. In Francia i titoli nobiliari sono aboliti, ma nulla impedisce che corrano privatamente; anzi nella comune estimazione godono sempre del loro credito tradizionale.

                Chi lo crederebbe? Le contrarietà del Breve non erano finite. O fosse andata smarrita la prima copia nello spedirla a Don Perrot o avesse sofferto qualche guasto, vi fu necessità di ottenere da Roma un duplicato, il che obbligò a pazientare ancora un bel poco. Frattanto, mentre si aspettava, [109] occorse un curioso incidente. Nella lettera testé citata Don Bosco diceva: “Entro il mese di agosto dovrò ricorrere alla sua carità per un affare, ma Le scriverò a suo tempo con tutta confidenza.” Infatti gli scrisse da San Benigno il 28 di quel mese: “Sono qui a San Benigno Canavese, dove molto sovente parlo della S. V. e della sua Signora con Don Barberis, Don Rua, Don Durando ed altri che ebbero la buona ventura[83] di fare da noi la sua conoscenza. Ma in questo momento, come ho avuto già l'onore di scriverle, mi trovo in gran bisogno di danaro per i nostri giovani che si preparano al sacerdozio e a diventar missionari all'estero. Se loro, Signore e Signora Colle, mi possono venire in aiuto per comperare grano e far pane per gli abitanti di questa casa e per provvedere oggetti che ci si domandano da Carmen in Patagonia, farebbero senza dubbio una grande carità. Le altre volte venivano Loro spontaneamente; ora sono io a domandare. Ma Li prego di trattar con me nel modo che io tratto con Loro: con tutta confidenza. Così, se in questo momento possono o non possono, mi risponderanno con tutta confidenza si o no. La somma che mi abbisogna é di 12.000 franchi. Il loro buon cuore farà quanto possono senza loro incomodo.”

                Il Conte gli mandò la metà. “Abbiamo pagato subito, scrisse Don Bosco il 6 settembre accusando ricevuta, il debito principale al fornitore di grano, che rifiutava già di darcene più oltre. Perciò tutta la casa di San Benigno Le manda tanti ringraziamenti e farà molte preghiere per la S. V. e per Madama Colle. Intanto pregheremo la divina Provvidenza che ci venga in aiuto per i nostri Missionari della Patagonia e delle Terre del Fuoco. Don Barberis desidera di ringraziarla egli stesso a nome anche de' suoi allievi, che studiano per le Missioni estere.” Don Barberis infatti accluse in quella di Don Bosco una sua lettera, scritta in italiano. [110]

                Orbene, tutto questo aveva che fare col Breve. Don Bosco per San Benigno e per le Missioni si era trovato così con le acque alla gola, perché il Breve gli era costato relativamente caro; ma voleva levarsi d'imbarazzo senza svelare la cosa. Invece il Conte subodorò che Don Bosco avesse dovuto far fronte a spese e lo pregò d'informazioni al riguardo. Il Servo di Dio aspettò a rispondere, finché non ebbe ricevuto dal procuratore Don Dalmazzo il sospiratissimo duplicato. Avutolo nelle mani, lo spedì al Direttore della Navarre, dandogli sul da farsi le opportune istruzioni.

 

                Carissimo D. Perrot,

 

                Eccoti finalmente un duplicato del famoso Breve. Vedrai qui un vero monumento storico.

                O andare due in deputazione a Tolone, o che i Sig. Colle facessero una passeggiata alla Navarra, cosa un po' difficile in questi giorni. Tu vedrai e farai. Comunque però sia, procura di tradurlo in Francese e poi consegnarlo alla stampa.

                Fa poi osservare che mentre l'Avv. Colle prenderà il nome di Conte, la Signora sarà chiamata Contessa.

                Fa un cordialissimo saluto ai nostri Conf. e figli augurando a tutti sanità e santità.

                Pregate per me che vi sarò sempre in G. C.

                Torino, 2 dicembre 1882.

Aff.mo amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                Allora soltanto rispose al Conte sull'affare delle spese per il Breve. E qui é da leggere nelle sua integrità la risposta, tradotta nello stile italiano di Don Bosco.

 

                Mio carissimo e ottimo amico,

 

                Dio sia benedetto nelle rose tutte e nelle spine. Dopo aver aspettato così lungo tempo, finalmente ogni cosa é in regola e pur con ritardo il Breve è giunto e insieme Le é stata inviata la santa benedizione del Papa.

                Adesso mi domanda una cosa, di cui non vorrei parlare; ma per obbedienza Le dirò tutto con semplicità. Ella mi dice: “Voglia dirmi in tutta confidenza quello che io debbo dare per questo documento alla cancelleria del Vaticano. Non voglio che ciò Le costi spese.”

                Ora la divertirò con la storia dell'affare. Il Santo Padre non ha [111] mai richiesto danaro da me, in casi simili. Questa volta il Sommo Pontefice mi disse mesi addietro: tutto fatto. Bisogna soltanto che passiate da Sua Eminenza il Segretario di Stato. - Questi mi diceva sempre: - E’ tutto fatto. - Ma non mi si dava mai il Breve.

                Finalmente il mio Procuratore Generale a Roma si presentò al Cardinal Jacobini, domandandogli, chiaramente la ragione della cosa. Allora quegli rispose che ci volevano dodicimila franchi. Si fecero rimostranze; si cercò di parlare al Santo Padre, e alla fine si ridusse la somma a seimila franchi. Poi l'incaricato dell'affare volle la sua porzione[84], dicendo che gli si doveva la tassa di 500 franchi.

                Per levar di mezzo tutti gl'imbarazzi e tutti i ritardi ho fatto pagare tutto quello che si é dovuto pagare, cioè 6500 franchi.

                Ma Don Bosco, voulant faire la chose en seigneur [volendo farla da signore] si trovò nella miseria e Le domandò la carità; ed Ella, certamente ispirata da Dio, gli ha mandato proprio sei mila franchi.

                Adesso é stato pagato tutto, e la S. V. non deve più nulla a nessuno, all'infuori della pazienza che Don Bosco ha voluto farle esercitare per leggere questa storia.

                Buon giorno, mio caro Sig. Conte, e mio amico nel Signore per sempre. La Santa Vergine protegga Lei e la Signora Contessa Colle e li conservi in buona salute entrambi per lungo tempo e infine dia loro, ma anche a me con loro, la gloria del Paradiso col nostro amato Luigi per sempre. Così sia.

                Preghi anche per questo povero prete che Le é sempre in G. C.

                Torino, 13 dicembre 1882.

Affezionato come figlio

Sac. Gio. BOSCO.

 

                Il Conte a giro di posta gl'inviò 6550 franchi[85]. “Noi, rispose Don Bosco il 20 dicembre, abbiamo ricevuta questa somma come carità che Ella ci ha voluto fare. E in questo senso io la ricevo con la massima gratitudine; e poiché questo danaro sarà impiegato a nutrire e vestire i nostri orfanelli, farò pregare i giovani per Lei, mio caritatevolissimo e ottimo amico, e per la Signora di Lei Consorte, affinché il Signore dia loro grandi consolazioni sulla terra e l'eterna felicità in paradiso. E io che cosa farò per ricambiarla? Non ho che [112] darle né che fare per sua degna ricompensa. Una cosa sola mi resta e gliela darò di tutto cuore. La notte di Natale, a Dio piacendo, celebrerò a mezzanotte le tre Messe con la santa Comunione dei nostri giovani e dei nostri chierici, offrendo tutto al Signore e alla Beatissima Vergine secondo l'intenzione sua e della sua Signora.”

                Crescendo i benefizi, Don Bosco sentiva crescere in sé il bisogno di manifestare sempre più la sua gratitudine. Con questo intendimento nella primavera del 1884 fece di nuovo alte lodi del Conte e della Contessa a Leone XIII, che si degnò di accordare al primo un'altra onorificenza. Don Bosco senza lasciar trapelare nulla li invitò a Torino per la festa di San Giovanni, anziché per quella di Maria Ausiliatrice, nella quale egli era troppo assorbito dall'affluenza dei visitatori[86]. Essi vennero e al pranzo dell'onomastico sedettero la Contessa a destra e il Conte a sinistra di Don Bosco nel refettorio grande. Qui li attendeva la sorpresa. Sul più bello Don Dalmazzo, giunto di fresco da Roma, lesse la nomina del Conte a Commendatore dell'Ordine di San Gregorio Magno. Fu un colpo di scena molto ben preparato, che destò altissimo entusiasmo. Don Dalmazzo, finita la lettura, abbracciò e baciò il Conte e porse la decorazione a Don Bosco, che la rimise alla Contessa, e questa fra le acclamazioni dei presenti la appese al collo del marito. Sempre coerente a se stesso il Conte, ritornato a Tolone, scrisse al Beato professandosi nella firma

                 “Commendatore tutto disposto a lasciarsi comandare da Don Bosco [Commandeur tout disposé à se laisser commander Par D. Bosco][87]. “Parole, commentava il Beato, delle quali ben si comprende la significazione. Ma Ella non lo sa! Don Bosco é sempre con le tasche vuote di danaro e Don Rua é insaziabile per averne. Dunque come farà la S. V. a cavarsela? Noi cercheremo di essere sempre molto discreti, sempre contentissimi di ricevere la carità [113] dalla S. V. prodigataci per aiutarci a guadagnare anime a Dio. Ella ben comprende, Signor Conte, che la chiusa di questa lettera é per ridere, e che la mia scrittura é cattiva e quindi ho gran difficoltà a farmi capire. Dio La benedica, mio caro Signor Conte, e con Lei benedica la Signora Contessa. Maria Ausiliatrice Li conservi entrambi in buona salute, ma sempre sulla strada del paradiso. Tutta la casa, compresi i nostri preti, chierici e giovani, presentano Loro i propri omaggi, si raccomandano alle loro preghiere e domani faranno la santa Comunione secondo la loro intenzione.”

                A dimostrare la sua riconoscenza usava con i benefattori forme di piccoli presenti, che sapesse tornar loro graditi. Per regalare certe persone gli servivano egregiamente bottiglie di vini prelibati o di squisiti liquori offertegli da famiglie nobili o ricche di Torino. Così al Conte Colle mandò ogni tanto del buon vermouth. La prima volta all'espressione del suo gradimento Don Bosco rispose il 30 agosto 1881: “Un po' di Vermouth é cosa da ridere; ma nella sua grande bontà Ella ha voluto gradirlo. Sono ben contento che una tal piccolezza Le abbia potuto procurare qualche istante di benessere.” E dopo un altro invio, il 4 dicembre 1883: “Sono ben contento che il Vermouth Le sia giunto in buono stato. E' una povera, ma unica maniera che noi abbiamo per dirle che Le siamo riconoscenti, che Le vogliamo bene e che per Lei preghiamo in modo specialissimo.” Vi torna sopra una terza volta il 18 gennaio 1885: “Le domando alla buona una cosa ed Ella avrà la bontà di dirmela. Vermouth ne esiste ancora a sua disposizione? Ella sa che io ne sono il suo fornitore.”

                Ma il mezzo usuale per isdebitarsi gli veniva somministrato dalla sua viva fede. Non c'é lettera, in cui non dica di preghiere fatte o da fare per i suoi due benefattori; in occasioni di solennità l'espressione suol essere più ampia e calorosa. Ne abbiamo già veduti parecchi saggi; ne spigoleremo alcuni altri fra i più significativi. [114]

                Per la festa dell'Assunta scrisse ai Conti il 10 agosto 1885: “Credo che in questa Novena dell'Assunzione della Santa Vergine non dimenticheranno il loro povero Don Bosco, il quale prega infallantemente ogni giorno per Loro e per la lor felicità spirituale e temporale. Noi Salesiani domandiamo instantemente in questa Novena che la Santa Vergine tenga Loro assicurato un posto a sé vicino in paradiso, ma che non lo dia ancora per lungo tempo.” E per la Natività, l'8 settembre 1886, cominciava così una lettera: “O Maria, nostra buona Madre, in questo giorno, nel quale la Chiesa Cattolica festeggia la vostra nascita, portate voi stessa una benedizione specialissima ai vostri due figli, il Signor Conte e la Signora Contessa Colle. Con tutto il cuore[88] ho celebrato questa mattina la santa Messa e i nostri giovani han fatto la santa Comunione per la loro felicità spirituale e temporale. Preghino Loro pure per questo poverello, che li ama in Gesù Cristo, come tenero figlio.”

                Per l'onomastico della Contessa Sofia Colle, il 23 settembre 1886: “In questo suo giorno onomastico vorrei bene farle una visita; ma per il momento bisogna rimandare questo progetto ad altro tempo. Oggi mi devo limitare a dir la santa Messa e i nostri orfanelli faranno la santa Comunione secondo la di Lei intenzione. Noi pregheremo che Dio conservi la S. V. e il Signor Conte Colle in buona salute, in pace, in carità fino all'ultimo istante della vita. E allora la Santa Vergine, accompagnata da una moltitudine di [angeli], Li porti seco in paradiso, ma coi loro parenti e amici e col povero Don Bosco, che Li ama molto nel Signore.” Nella vigilia della Novena dei Santi, 22 ottobre 1884: “Domani cominceremo la Novena dei Santi e io non voglio permettere che passi un tal giorno senza fare di Loro memoria dinanzi al Signore secondo la loro intenzione. Fra le altre cose noi renderemo grazie a Dio, che Li ha conservati in [115] buona salute, e io sono pieno di fiducia che la Santa Vergine continuerà Loro la sua protezione.”

                All'avvicinarsi della festa di Maria Santissima Immacolata, il 29 novembre 1881: “Non voglio lasciar passare la Novena dell'Immacolata Concezione senza preghiere per Lei, amatissimo Signore e per Madama Colle sua consorte. Nella vigilia di questa grande solennità io dirò la santa Messa e i nostri giovani faranno la santa Comunione all'altare di Maria Ausiliatrice secondo l'intenzione sua e della sua Signora.” E il 4 dicembre dell'anno seguente alla Contessa: “Come figlio affezionato, e che ogni mattina fa un ricordo per la buona Mamma in Gesù Cristo, non voglio lasciar passare questa Novena della Santa Vergine Immacolata senza fare speciali preghiere per Lei e per il Signor Conte Colle. Perciò nel giorno della gran festa, venerdì 8 dicembre, tutti i Salesiani e i loro giovani faranno preghiere e comunioni per loro. E il povero Don Bosco? Io dirò in quel giorno la Messa secondo la loro intenzione. Noi pregheremo la Santa Vergine che Li conservi entrambi lungamente in buona sanità, ma sempre nella sua grazia e sotto la sua santa protezione, fino a quando saremo tutti insieme riuniti col nostro carissimo Luigi nella compagnia degli Angeli in Paradiso.” Di nuovo il 4 dicembre 1883 al Conte: “Tutta la Congregazione Salesiana Le presenta i suoi omaggi e sabato secondo l'intenzione di Lei e della Signora Contessa celebreremo una Messa all'altare maggiore di Maria Ausiliatrice e i nostri giovani faranno comunioni e preghiere secondo la loro intenzione.”

                Nell'occasione del santo Natale, il 23 dicembre 1883: “Loro sanno che i Salesiani ogni giorno, mattino e sera, fan particolari preghiere per Loro e che il povero prete scrivente fa per Loro tutte le mattine un ricordo nella santa Messa. Ma in questi giorni desidero di far Loro un regalo, ma un regalo che sarà certamente gradito. La notte di Natale, a mezzanotte, a Dio piacendo, io dirò le tre Messe, tutti i Salesiani pregheranno e i nostri giovani faran preghiere [116] e numerose comunioni secondo la loro intenzione. Le nostre preghiere sono indirizzate al Bambino Gesù per supplicarlo che dia Loro molte consolazioni sulla terra, Li conservi lungamente in buona sanità e li guidi sicuramente per la strada del paradiso.” Il 17 dicembre 1884 ai due coniugi: “La Novena del Natale é cominciata,. e noi non Li vogliamo dimenticare. Ogni mattino, ogni sera si prega per Loro, per la loro sanità, per la loro conservazione. Affinché il Signore dia Loro lunghi anni felici, la mattina di Natale si dirà secondo la loro intenzione la santa Messa.” Così press'a poco in altri Natali, nel capo d'anno e a San Francesco di Sales.

                Del colera, che dal 1884 al 1886 afflisse qua e là l'Italia e la Francia, la corrispondenza che veniamo spogliando, ci presenta echi notevoli, oltreché per le già dette ripercussioni economiche, anche in quanto fu a Don Bosco occasione per manifestare ai Conti Colle la propria gratitudine. Il morbo fece capolino nell'estate del 1884. I Conti che erano venuti all'Oratorio per San Giovanni, come abbiamo narrato, partiti che furono, non diedero subito loro notizie, sicché Don Bosco stava in pena. Finalmente le notizie giunsero liete; onde il Beato rispose il 5 luglio: “La sua ottima lettera é stata per noi angelo consolatore. Da ogni parte ci si domandava di Lei e della Signora Contessa, ma nessuno ne sapeva nulla. Don Rua, Don Cagliero, Don Durando, Don De Barruel e tutti i Salesiani domandavano del suo viaggio, della sua salute e del luogo di sua dimora. Ma nessuno sapeva dire niente fino all'arrivo della cortese sua. Adesso Ella é a La Farléde in buona salute: Dio sia benedetto. Le notizie della sanità pubblica sembrano migliorare, e noi preghiamo incessantemente per Lei, per la Signora Contessa e per tutti i suoi amici, affinché nulla ne turbi la sanità e la tranquillità. E così faremo mattino e sera nelle nostre private e pubbliche preghiere. Ma io, oh quanto lo faccio di cuore! Ogni giorno mi ricordo di Loro nella santa Messa.” [117]

                Don Bosco però non istava bene. Il caldo, a lui sempre nocivo, nell'estate del 1884 lo accasciava ogni di più; onde i medici lo forzarono a cercare sollievo in aria migliore. Monsignor Chiesa, Vescovo di Pinerolo, gli offerse ospitalità nella sua villa, dove il Servo di Dio si recò in compagnia di Don Lemoyne. Sua Eccellenza lo colmava di attenzioni. Di là intanto seguiva trepidante lo svolgersi del contagio[89]. I paesi all'intorno cominciavano a essere colpiti e si moltiplicavano i casi. “La nostra confidenza, scriveva l'II agosto, è nell'aiuto di Maria Ausiliatrice. Tuttavia le nostre case sono state sconvolte dal flagello. Tutti i nostri giovani che hanno abitazione o parenti, sono andati alle loro case; i più poveri sono rimasti con noi, e noi cercheremo di averne cura e d'incoraggiarli. Se le cose saranno tranquille, ci vedremo verso la fine di settembre; altrimenti la divina Provvidenza ci darà le norme necessarie. Tutti i Salesiani e i loro giovani pregano per le Signorie Loro e noi pure abbiamo grande fiducia nelle preghiere e nella pietà delle Loro Signorie.”

                Fece ritorno all'Oratorio il 23 agosto, nel qual giorno scrisse sue nuove al Conte: “Giungo ora da Pinerolo in discreta salute e Dio sia benedetto. Ho trovato la città di Torino circondata dal colera, ma la città finora interamente immune. Grazie a Dio nelle nostre case la salute é buona mercé l'antidoto della Santa Vergine. Sacerdoti, chierici, giovani pregano e fanno comunioni per Lei e per la Signora Contessa. Li ringrazio della corona che dicono secondo la nostra intenzione. Il Signore e la sua divina Madre non permetteranno che si ripeta invano: Maria aiuto dei cristiani, pregate per noi.” Ma oltreché a pregare, volgeva nell'animo anche un suo disegno. “Mentre stavo a Pinerolo, continuava, pensai seriamente che se Ella e la Signora Contessa potessero venir a passare i mesi del gran caldo a Pinerolo, sarebbe ottima cosa per la loro salute. Non si può apprestar loro un [118]

quartierino per quella stagione? E’ cosa da trattarsi nell'anno prossimo.”

                Su di questo nulla si concertò; infatti il 10 agosto del 1885 Don Bosco scriveva: “I giornali pubblicano che il colera minaccia la Francia. Io credo che La Farléde sarà risparmiata; ma tutte le volte che Ella giudicasse di venir a passare qualche tempo a Lanzo, paese sicurissimo, non ha che da prevenirmi qualche giorno innanzi, un giorno per l'altro, e troverà preparata per Lei e per tutta famiglia una casetta a loro disposizione”. Rinnovò la profferta in modo più largo il 16 del mese: “Mio carissimo e caritatevole amico, noi abbiamo piena fiducia che la sanità sua e della Signora Contessa sia buona, e tutte le case salesiane fanno incessanti preghiere per la loro lunga conservazione in sanità e santità a La Farléde. Ma caso mai qualche cosa desse Loro incomodo e giudicassero bene di venir a passare qualche tempo da noi, vengano con tutta libertà e troveranno che tutti faran loro grande festa.”

                Nel luglio del 1886 Don Bosco era di bel nuovo dal Vescovo di Pinerolo, donde scrisse il 23: “I miei pensieri sono sempre con Loro per pregare Iddio che li conservi lungamente in buona salute. I Salesiani stanno bene. Niente colera o altri malanni che ci disturbino. Perciò se le nostre case e le nostre persone potranno render Loro qualche servizio, sarà per noi la più grande consolazione e siamo illimitatamente ai loro ordini.” Il reiterato invito non ebbe altro effetto che di testimoniare sempre meglio l'animo riconoscente di Don Bosco verso i suoi grandi benefattori.

                A manifestazioni di animo grato da una parte, come ad esercizio di carità benefica dall'altra, dava luogo lo scambio di visite, che ci è avvenuto fin qui di ricordare, ma su cui dobbiamo ancora soffermarci per iscandagliare ognor più i sentimenti del nostro Beato Padre.

                Era stato a Tolone fra il marzo e l'aprile del 1883. Il 5 aprile scrisse da Valenza sul Rodano: “Io porto sempre [119] con me il dolce ricordo delle sue cortesie, attenzioni e larghezze, prodigatemi tante volte e segnatamente nei giorni che ho avuto l'onore e la consolazione di passare con la S. V. a Tolone. Ella comprende, Signor Conte, che quanto scrivo a Lei, intendo dirlo anche alla Signora Contessa Colle, che in questo momento noi possiamo veramente chiamare caritatevole Madre[90] dei Salesiani. Nelle loro case e nelle loro occupazioni essi non mancheranno mai di pregare per la loro salute e conservazione.”

                Il 10 giugno invitò quelli a Torino per il suo onomastico. “Il 24 di questo mese, scrisse, si fa la festa di San Giovanni e se Loro in tale occasione potran venire a Torino, la festa sarà completa. Credo che avremo tempo di discorrere insieme delle cose nostre e fare anche qualche gita. Ma caso mai fosse meglio per la S. V. e per la sua Signora anticipare o posticipare il giorno della venuta fra noi, sono pienamente liberi e in quel tempo io non ho impegni che mi chiamino altrove. La festa di Maria Ausiliatrice é stata veramente splendida. Ne parleremo a Torino.” L'invito fu accettato con gioia. Alla partenza il Conte era un po' indisposto, e il Beato a scrivergli tosto il 7 luglio:

                 “Alla sua partenza da Torino, mio carissimo amico, io sono rimasto in pena per la sua salute, che non era buona; poiché Ella aveva un forte raffredore con tosse. Confido in Dio che ora stia meglio; nondimeno, se mi scrive due parole in proposito, mi fa un gran piacere.” Fra le gite Don Bosco ne aveva divisata una a Borgo San Martino, che non si poté fare; onde gli diceva nella stessa lettera: “A Borgo San Martino la festa era tutta per Loro. La camera, il canto, la musica, i giovani, il Vescovo Li aspettavano ansiosamente. Io ho cercato di aggiustare ogni cosa, invitando tutti a far preghiere secondo la loro intenzione.”

                Sul principio del 1884 Don Bosco affrettava col desiderio il giorno di tornare a Tolone[91]. Vi andò, come s'é visto, [120] con Don Barberis in marzo. Nuovamente i Conti vennero a Torino per San Giovanni e allora vi fu la consegna della Commenda di San Gregorio Magno. Nel medesimo anno l'elevazione di Don Cagliero alla dignità episcopale fece desiderare a Don Bosco un loro ritorno per la consacrazione. “Vengo a far loro una proposta, scrisse il 7 settembre, difficile, ma non impossibile. Loro giudicheranno. Fu Loro significato, credo, che Don Cagliero sarà preconizzato Vescovo il 13 di questo mese dal nostro Santo Padre Leone XIII. Pochi giorni dopo sarà consacrato. E’ il primo nostro alunno innalzato a questa carica, il primo Vescovo della Patagonia; egli é pure uno dei loro protetti e molto affezionato. Faremo una festa delle più splendide; ma ecco la gran cosa che desideriamo. Tutti e io per il primo desideriamo di averli fra noi in quel giorno per fare da Padrino e da Madrina nella funzione religiosa. Tale é il mio invito e tali sono i comuni desideri. Per altro io ho amore e riguardo anzitutto alla loro salute e perciò se temono, comunque sia, che la loro salute ne riceva danno, io farò per conto mio un gran sacrifizio e voglio assolutamente che rimangano a casa. Ecco, Signor Conte e Signora Contessa, il mio sincero invito, ma con pienissima libertà da parte loro e con gran desiderio di averli con noi.”

                La risposta fu quale si temeva. Monsignor Cagliero, recatosi a Roma in dicembre, fece ritorno il 22 con una speciale benedizione del Papa per i Colle[92], ai quali la portò personalmente, ricevendone squisite cortesie[93] e un presente di mille cinquecento franchi[94]. Prima che terminasse il 1885, Monsignore aveva battezzato un giovane indio, imponendogli il nome di Luigi Colle e mandandone a Don Bosco la fotografia per il Conte[95]. [121]

                Il Servo di Dio rivide i Colle nell'aprile del 1885 a Tolone, dove concertò con essi un nuovo viaggio a Torino per la festa di Maria Ausiliatrice, rimandata per ragioni liturgiche al 2 giugno[96]. In casa Colle il Servo di Dio si trovava a suo bell'agio, tanto era lo spirito di cristiana pietà che aleggiava là entro; infatti espresse così il dolce ricordo della dimora fattavi[97]: “Il mio paradiso terrestre é sempre la mia camera o meglio la camera datami da Loro nel mio passaggio per Tolone.” All'appressarsi del gran giorno scrive il 26 maggio: “Tutti i Salesiani Li attendono per il 31 corrente nella mattinata. Non dicendomi Loro se arriveranno per Savona o per Genova, io non Li voglio in verun modo incomodare, ma noi li aspettiamo a mezzodì per il pranzo e a qualunque ora per riceverli. Loro saranno veramente i due amici di Maria Ausiliatrice e nostri Priori della gran festa

                Frattanto io ho fatto per loro e continuerò a fare un ricordo ogni giorno nella santa Messa fino al loro felice arrivo in mezzo a noi.”Don Bosco restituì la visita sul cadere del marzo del 1886, ultimo incontro di sì sante anime sopra questa terra.

                Il Beato veramente ne avrebbe voluto ancora un altro in luogo e occasione più cospicui. Nel 1887 scrisse il 22 marzo: “Si sarebbe stabilito di fare la consacrazione della chiesa del Sacro Cuore a Roma il 14 maggio e di là venire alla festa di Maria Ausiliatrice il 24 dello stesso mese. Va bene così? Se la cosa é da parte sua possibile, io Le scriverò tutte le particolarità che ci riguardano [....]. Tutti Li aspettano per il tempo stabilito, si prega ogni giorno per la loro salute e conservazione e il loro povero, ma affezionatissimo Don Bosco tutte le mattine non manca mai di fare uno speciale ricordo nella santa Messa.” Ripiglia l'argomento l'8 aprile: “Non so se da un po' di tempo siano giunte fino a loro nostre [122] notizie, perché io sono quasi costretto ad abbandonare la corrispondenza epistolare, fatta eccezione delle cose strettamente confidenziali. Ora si é stabilito che la chiesa del Sacro Cuore sia definitivamente consacrata a Dio il 13 maggio. Io sono obbligato a fare piccole tappe; ma per quel giorno spero di essere a Roma e là trovarli entrambi in buona salute e parlare tranquillamente di noi. Da Roma verremo qui a Torino per la festa di Maria Ausiliatrice il 24 maggio. Le nostre cose le vedremo e ce le diremo.”

                Ma purtroppo anche la salute del Conte declinava: il suo mal di cuore aveva ripreso a travagliarlo più che mai. Per tale annunzio Don Bosco gli scrisse il 12: “La sua lettera é stata per tutti noi un colpo di fulmine, che ha rovesciato tutti i nostri disegni. Soltanto la sua salute e la necessità di usarsi ogni riguardo tiene luogo di tutte le ragioni. Si faranno o meglio si porteranno ad altro tempo le nostre feste. Io desidero di andarvi, di pregare molto per la S. V. sulle tombe di San Pietro e San Paolo, e spero che il Signore Le accorderà di venire alla festa di Maria Ausiliatrice a Valdocco. Tutte le nostre preghiere sono per questa intenzione. Ella avrà nostre nuove. Dio ci benedica e Maria ci guidi a vederci certamente a Torino, mentre tutti i nostri allievi pregano per V. S. e li aspettano infallantemente: arrecheranno ad essi una grande consolazione con la loro visita.” Ma in un poscritto Don Rua dava al Conte notizie poco buone intorno alla salute di Don Bosco. L'idea di spostare la data della consacrazione, come Don Bosco avrebbe voluto per rendere possibile l'intervento dei Colle, era inattuabile, essendo ormai troppo tardi, come osservava Don Rua, ed essendosi già pubblicato che la si sarebbe fatta il 14 maggio.

                Lento fu il viaggio di Don Bosco. Appena giunto a Roma, egli si affrettò a scrivere il 10 maggio: “Siamo arrivati a Roma; il viaggio è stato buono. I particolari li avrà dal mio segretario Don Rua, Se Ella non può venire, si pregherà [123] molto per la sua salute. Tuttavia ho piena fiducia di vederla a Torino, perché non é possibile fare la festa di Maria Ausiliatrice senza la loro presenza. Parlo così sempre a condizione che la salute glielo permetta, giacché la sua salute per noi é tutto. Il mio ritorno é fissato per il 20 maggio al più tardi; potendo anticiperò di qualche giorno. Tutte le nostre opere qui sono cominciate; Dio ci aiuti a compierle. Dio conceda buona salute alla S. V. e alla Signora Contessa e guidi entrambi per la strada del paradiso. Amen.” Nella firma si professa “umile e affezionato come figlio”.

                La risposta non fu rassicurante; onde il Beato gli riscrisse il 12 maggio: “Comprendo dalla sua lettera che la sua salute non é buona, come noi tutti desideriamo; quindi vogliamo pregare molto e fare, per dir così, violenza al Signore e alla Santa Vergine. Tutti i giovani dei nostri collegi pregano per la S. V. Domani io e Don Rua diremo entrambi la Messa per Lei. Venerdì sera alle 6 abbiamo udienza dal Santo Padre. Gli parleremo molto di Lei  [...]. Sabato si farà la consacrazione della chiesa e dell'ospizio del Sacro Cuore, che tante volte ho raccomandato alla sua carità.”

                Alla consacrazione la famiglia Colle fu onorevolmente ricordata; poiché ne parlavano ad alta voce le tre maggiori campane, recando incisi i nomi del Conte, della Contessa e di Luigi con elogi in relative iscrizioni latine, composte dal Beato e tuttora conservate nell'autografo[98]. [124]

                Don Bosco anticipò realmente la partenza, come aveva divisato; infatti il 18 era a Pisa, ospite dell'Arcivescovo monsignor Capponi; di là scrisse a Tolone. Riporteremo ora per intero le ultime lettere di Don Bosco ai due buoni signori. Traducendole vi lasciamo le imperfezioni sintattiche, le quali con la scrittura rivelano stanchezza di mano e di mente.

 

                Signor Conte e Signora Contessa Colle,

 

                Credo che abbiano ricevuta la relazione che il S. Padre ha voluto di loro fare nel dar loro la santa benedizione. Adesso io dirò soltanto due parole nella casa Arcivescovile dell'Arcivescovo di Pisa, che m'incarica di presentare loro i suoi rispettosi omaggi.

                Domani mattina partirò per Torino, dove vogliamo assolutamente impegnare la S. Vergine Ausiliatrice a ridarle la primiera salute.

                Tutti i Salesiani pregano incessantemente per Lei e per la Signora.

                Dio li benedica e la S. Vergine li guidi per sempre nella strada del paradiso. Così sia.

                Pisa, 18 maggio 1887.

Affezionato come figlio

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il S. Padre nella lunga udienza che mi ha voluto dare, io ho avuto tempo di parlare di Lei, della Signora e di tutte le opere buone che fanno e che ci aiutano a fare.

                Gli rincresce molto che la sua salute non sia quale si desidera e raccomanda molte preghiere nella chiesa del Sacro Cuore, e specialmente nella novena e nella festa di Maria Ausiliatrice.

                Io gli ho raccomandato di Lei la sua salute per lungo tempo nella Santa Messa. Egli mi ha assicurato e mi ha incaricato di darle da sua parte una speciale benedizione con l'indulgenza plenaria.

                Pazienza della mia scrittura.[125]

                Una lunga lettera, in cui é visibile lo sforzo di spingere avanti la ritrosa penna, indirizzò a Tolone da Torino dopo circa un mese dalla precedente. Vi é dimenticata l'intestazione.

 

Torino, 14 giugno 1887.

                Sono nel nostro collegio di Valsalice, che fu onorato dalla sua presenza e che ci dà occasione di parlare assai spesso di loro, o caro Sig. Conte Colle e rispettabile Sig. Contessa. Nel caso che la sua salute le permetta di venire da noi per le feste di S. Luigi e di S. Giovanni, la camera e la mensa é preparata per lei e per la Signora.

                Questo soggiorno io lo credo molto gradevole per lei, giacché il caldo non ci disturberà. Tutta la casa sarà ai suoi ordini. Ma anzitutto noi dobbiamo rivolgere i nostri pensieri alla sua salute, di cui ignoro il vero stato.

                Desidero veramente di passare qualche tempo con la S. V. e di parlarle un po' dei nostri affari di Roma, di S. Benigno, dei nostri Missionari; ma tutto questo richiede buona salute da parte sua e da parte della Signora Contessa. Tutti i Salesiani fanno preghiere per la sua salute e abbiamo piena fiducia di essere esauditi.

                Le notizie dei nostri Missionari sono state cattive, specialmente per Monsignor Cagliero, che viaggiando dalla Patagonia al Chily é caduto da cavallo e rimasto come morto nei deserti delle Cordigliere. Ora la vita é salva e dopo un mese di vita pericolosa, finalmente sono arrivati tutti vivi alla città La Conception e cominciarono le fatiche per la conversione dei selvaggi.

                I nostri Missionari scrivono molto spesso che si raccomandano sempre alle sue caritatevoli preghiere; dal canto loro tutti assicurano che ogni giorno non mancano di raccomandare la S. V. e la Signora alle preghiere dei selvaggi e soprattutto di quelli che hanno ricevuto il nome delle SS. LL. nel battesimo.

                Dio li benedica entrambi e la Santa Vergine sia loro guida in tutti i pericoli fino al Paradiso.

                Don Rua, con tutti i Salesiani, presentano i loro omaggi affettuosi. Sarò per tutta la vita affezionatissimo come figlio Sac. Gio. Bosco.

                Torino, Valsalice.

 

                Il Conte dovette aver pregato Don Bosco di fare novene. Subito ne ricevette la seguente risposta, nella quale é omessa un'altra volta la consueta intestazione. Anche la Contessa non stava bene.

 

                Noi faremo la novena alla Santa Vergine non solo una volta, ma, com'Ella desidera, tante volte, affinché Dio ci esaudisca, come ci assicura il Curato di S. Luigi. Dio lo faccia. Tutta la casa prega con la S. V. [126]

                E’ da noi il Conte di Villeneuve con la figlia Anna Maria per ringraziare la Santa Vergine. Abbiamo parlato molto di Lei ed egli mi promette di pregare pure con noi per la di Lei perfetta guarigione.

                O S. Giovanni, non permettete che facciamo la vostra festa senza ottenere da Dio o la guarigione perfetta o almeno un assai notevole miglioramento. Così sia.

                Quando avrà la bontà di rispondere alle mie lettere, La prego senza complimenti di due semplici parole: Io sto o non sto meglio. Questo é solo perché non si dia troppa pena a scrivere una lunga lettera.

                Noi preghiamo anche per la Signora Contessa Colle e abbiamo piena fiducia nella sua perfetta guarigione.

                O Maria, nostra Madre pietosa e caritatevole, pregate per noi e proteggeteci. Così sia.

Suo umile e obbligato come figlio

Sac. Gio. Bosco.

 

                Saputo da Don Perrot, che le condizioni del Conte non accennavano a farsi soddisfacenti, Don Bosco credette cosa buona mandare Don Rua a visitarlo, tanto più che questi aveva affari da sbrigare a Marsiglia. “Don Rua, scrisse il Beato[99], conosce benissimo le di Lei intenzioni, le intenzioni della sua Signora e le mie.” Ritornato Don Rua, egli scrisse alla Contessa.

 

                Signora Contessa Colle,

 

                Don Rua ci dà la notizia che il Sig. Conte sta un po' meglio. Dio sia benedetto. Noi continuiamo sempre le nostre preghiere. Speriamo che il poco continuerà, benché a rilento. Io sono quasi nella medesima condizione. Un po' meglio, ma non posso camminare senza il sostegno di due persone.

                Ma Ella per sé, Signora Contessa, trascura la sua salute. Curi il nostro caro infermo, ma non dimentichi sé.

                Tutte le mattine nella Santa Messa le mie preghiere saranno per il Sig. Conte e per la Signora di Lei Sorella. I nostri orfanelli fanno tutti i giorni comunioni speciali secondo la sua intenzione all'altare di Maria Ausiliatrice.

                O gloriosa S. Anna, otteneteci da Dio sanità, santità e perseveranza fino al paradiso - paradiso - paradiso.

                Torino, 26 luglio 1887.

Affezionato come figlio

                Sac. Gio. Bosco.[127]

                Un improvviso e notevole miglioramento ravvivò le speranze. Don Bosco manifestò prontamente alla Contessa la sua gioia.

 

                Signora Contessa Colle,

 

                Dio sia benedetto e la Santa Vergine sempre ringraziata. La grazia o la guarigione del Sig. Conte Colle é veramente cosa mirabile. Più volte io aveva detto e scritto: - Se piace a Dio, egli mi chiami all'eternità, ma dia ancora tempo al suo figlio Sig. Conte Colle per poter continuare la sua protezione ai nostri missionari e alla nostra nascente Congregazione. - Dio ha voluto scegliere il giorno della mia nascita e darmi tale notizia. Sia sempre sempre ringraziata la Santa Vergine. E' la notizia più gradita. Scriverà anche Don Rua; la S. V. leggerà con pazienza questa cattiva scrittura.

                Maria sia la nostra protettrice per sempre. La S. V. voglia anche continuare le sue preghiere per questo prete povero, ma sempre affezionato come figlio.

                Lanzo, 14 agosto 1887.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Posteriori notizie orali portate dal Direttore della Navarre confermarono il buon andamento della malattia; del che il Beato si rallegrò col Conte.

 

                Mio caro e ottimo amico,

 

                Spero dinanzi a Dio che la sua salute andrà sempre di bene in meglio e che la Signora Contessa e la S. V. avranno salute regolare.. Noi abbiamo pregato sempre con questa intenzione, ma nel giorno della natività di Maria Santissima pregheremo in modo speciale.

                Io sono sempre a Valsalice; Don Rua é a Este nel nostro collegio per dirigere gli esercizi dei Salesiani di Lombardia. Sabato sarà qui con me.

                Don Perrot é stato alcuni giorni con noi e abbiamo avuto tempo di discorrere della di Lei guarigione, della sanità della Signora Contessa e della Signora sua Sorella.

                Dio ci benedica e la Santa Vergine sia nostra guida in tutti i pericoli fino al paradiso.

                I miei omaggi a tutti.

                Torino, 6 sett. 87.

Umile e affezionato come figlio

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il 20 ottobre Don Bosco doveva a Foglizzo vestire dell'abito chiericale novantaquattro aspiranti; il Conte aveva [128] mandato la somma occorrente per il panno. Questa lettera di ringraziamento é l'ultima al Conte Colle e una delle ultime scritte dal Servo di Dio.

Torino, 17 ott. 87.

 

                Signore e mio caro Conte Colle,

 

                Don Perrot ci ha mandato la di Lei generosa somma di 5 mila franchi per aiutarci a vestire i nostri giovani chierici. Li ho spesi immediatamente per essi e giovedì prossimo é fissato per la loro vestizione chiericale; ma nel giorno stesso pregano e fanno la santa comunione per Lei, per la Signora Contessa e per la continuazione della di Lei salute. Preghiere speciali noi faremo per i vivi e per i defunti della sua famiglia.

                Coraggio, noi continuiamo le nostre preghiere. La mia salute va meglio. Dio sia benedetto e la Santa Vergine ci protegga.

                Io sono assai felice tutte volte che potrò ancora pregare per la S. V. e per la Signora e dirmi suo obbligato e umile servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il grande amico e benefattore di Don Bosco precedette di un mese il Servo di Dio all'eternità; il 10 gennaio 1888 un insulto al cuore ne troncò quasi improvvisamente l'esistenza. Negli alti e bassi del male aveva ricevuto due volte il Viatico. Don Rua dispose l'animo di Don Bosco infermo a ricevere la dolorosa notizia. Per lui e per la Contessa, come per altri massimi suoi benefattori, Don Bosco aveva lasciato una lettera scritta con mano tremante, perché fosse calligrafata e spedita dopo la sua morte. Firmandosi “affezionato come figlio”, diceva loro: “Io li aspetto dove il Signore ci ha preparato il gran premio, la felicità eterna col nostro caro Luigi. La Divina Misericordia ce l'accorderà. Siano sempre il sostegno della Congregazione Salesiana e l'aiuto delle nostre Missioni. Dio li benedica.”

                La carità dell'estinto non si smentì fino all'ultimo; nelle sue disposizioni testamentarie assegnò a Don Bosco o in mancanza di lui a Don Rua un legato di franchi quattrocentomila. Ma il demonio ci volle mettere la coda. Il testamento olografo depositato presso il notaio Marquand di Tolone portava la data del 2 luglio 1884; se non che la filigrana [129] della carta bollata, su cui era scritto, mostrava un millesimo posteriore, cioé 1886. Un lontano parente, che il Conte rifiutava di ricevere in casa sua, attaccandosi a quel rampino, presentò domanda di nullità. Il Conte aveva bensì conservato nel suo domicilio un testamento identico per il contenuto e per la data, scritto su carta libera; ma disgraziatamente una nota autografa diceva: “Questa é la copia esatta del mio testamento depositato presso il signor Marquand. Sarà esecutivo, se quello depositato presso il notaio venisse a sparire.”

                In realtà, originale era quello su carta libera, e copia posteriore l'altro, mentre legalmente doveva apparire il contrario. L'impugnatore credette di avere egualmente buon giuoco, adducendo due ragioni per dimostrare il nessun effetto del testamento conservato in casa: “I° Una copia non può avere maggior valore dell'originale. Nullo essendo l'originale, nulla del pari dev'essere la copia. 2° Il secondo testamento, conformemente alla volontà del testatore, dovrebbe andare in esecuzione se quello depositato presso il notaio venisse a sparire. Ora quel testamento non é sparito, e per conseguenza non si deve eseguire il secondo.”

                Per buona sorte il tribunale civile rigettò la domanda di nullità sulla motivazione che il testamento conservato in casa, essendo senza contestazione scritto, datato e firmato dal testatore, portava in sé i tre requisiti indispensabili pel la validità di un testamento olografo; questo dunque doveva essere eseguito. La qual sentenza venne confermata in appello.

                La Contessa vedova, degnissima erede del defunto, sebbene per una clausula del testamento tutti i legati in numerario si dovessero soddisfare due anni dopo la di lei morte, decise di sborsare immediatamente quello destinato a Don Bosco e fu ben lieta allorché vide le relative formalità condotte a termine. Però al trar dei conti l'incasso netto fu appena di ottantamila franchi.[130]

                Sulla tomba del Conte Colle si legge un versetto dei Salmi che rappresenta l'estrema testimonianza di affettuosa gratitudine del Beato Don Bosco alla sua benedetta memoria. Tre giorni prima che lo seguisse nel cielo, la sera del 28 gennaio 1888, quando stentava già molto a farsi intendere e a dar segno che capiva, si parlava sommessamente accanto al suo letto di una sentenza scritturale da incidersi in testa all'epitaffio del defunto. Don Rua era di parere che vi si scolpisse questa: Orphano tu eris adiutor; monsignor Cagliero invece proponeva quest'altra: Beatus qui intelligit super egenum et pauperem. Don Bosco, il quale gli astanti credevano che non avvertisse quanto si diceva, aperse a un tratto gli occhi e con grande sforzo pronunziò: Pater meus et mater mea dereliquerunt me, Dominus autem assumpsít me.

                A Don Bosco il Signore nella sua Provvidenza affidava grandi opere di bene a vantaggio specialmente della gioventù povera e abbandonata; il medesimo Signore fece incontrare a Don Bosco l'Uomo, che in anni di estremo bisogno per il consolidamento delle sue opere fu per lui della divina Provvidenza tesoriere e ministro.

 

 


CAPO IV. Dalla Francia a Roma e da Roma a Torino.

 

                AFFARI molteplici, alcuni dei quali gravi e delicati, richiedevano imperiosamente le presenza di Don Bosco a Roma; quindi al ritorno dalla Francia, senza passare per Torino, proseguì a quella volta. Avvicinandosi però il tempo pasquale, in cui a Roma avrebbe potuto fare poco o nulla, trascorse un paio di settimane visitando case della Liguria e profittando della stagione propizia per andar in cerca di offerte.

                Lasciata pertanto Nizza il 27 marzo in compagnia di Don Durando e del chierico Reimbeau, si diresse prima a Vallecrosia. Qui la comunità si componeva di due preti, un chierico e due laici, i quali nell'attesa che la nuova casa fosse pronta a riceverli, stavano molto allo stretto; perciò Don Bosco e i suoi furono ben riconoscenti al cavalier Moreno, che offerse loro generosa ospitalità. Il chierico Reimbeau descrive così le condizioni, in cui versavano allora quei confratelli[100]: “La loro vita è proprio edificante. Sono così poveri che fanno pena a vedere. Io ho visitato, quale membro della Società di San Vincenzo de' Paoli, molte famiglie disgraziate, ma raramente ne incontrai di più povere. Spesso, [132] cosa incredibile, per intere settimane si cibano di soli legumi cotti nell'acqua e conditi col puro sale. Nondimeno sopportano tali privazioni con un'allegria che reca stupore e io non vidi mai faccie più liete. La loro é una vera capanna da Patagoni; la cappella é un magazzino da olio, come pure le scuole. E' così stretta che vi si soffre mancanza d'aria ed io non poteva resistere e mi sentiva venir meno il respiro. Ma passeranno presto in una casa spaziosa, dove saran ricompensati largamente delle loro presenti sofferenze.”

                Il Signore al Torrione sembra aver voluto premiare la carità del buon cooperatore e glorificare la santità di Don Bosco con due fatti prodigiosi. Una signora Moreno, parente del Cavaliere, giaceva da gran tempo inferma, quando la mattina del 31 marzo un suo figlio cadde tutto a un tratto in letargia. I mezzi dell'arte per farlo rinvenire non producevano nessun effetto; onde il suo stato appariva ai medici oltremodo pericoloso. La madre a tal notizia provò sì forte dolore, che la sua malattia, repentinamente precipitando, la ridusse agli estremi. Il nostro Don Pesce le amministrò in tutta fretta gli ultimi sacramenti. Don Bosco, saputa la cosa, se ne afflisse per l'ottimo cavalier Moreno, a conforto del quale volle recarsi in quella famiglia a visitare gli ammalati.

                Il figlio non dava segno di vita, la madre agonizzava, e il medico passava dall'uno all'altra senza vederci un filo di speranza. Don Bosco, appressatosi a entrambi e postosi alcuni istanti in preghiera, li benedisse. Mirabile effetto! Il giovane cominciò subito a distendere liberamente le membra, addormentandosi poi d'un sonno tranquillo, finché verso sera, ristabilito a pieno, chiese di alzarsi, accusando una gran fame. Anche la signora si sentì all'improvviso tanto meglio, che prima di notte era guarita. Il marito, ritornato esso pure quasi da morte a vita, se già era buon cooperatore salesiano, professò da quel giorno a Don Bosco la più cordiale riconoscenza, che dimostrava generosamente col fatto, avendogli dato Iddio un ricco patrimonio.[133]

                Da Vallecrosia Don Bosco scrisse due lettere; tante almeno ce ne sono giunte. La prima era indirizzata al Direttore di Nizza.

 

                Car.mo D. Ronchail,

 

                Procura di mandarmi ad Alassio la lettera di Don Confortóla ed un'altra cominciata che non ho finita.

                Ho dimenticato, o meglio hanno dimenticata la mia zimarra nella vettura che ci condusse alla stazione. Trovatala piegala coll'indirizzo: D. Bosco a Torino. E poi avutane occasione la manderai

                Abbiamo dimenticato il Bellet di Mad. Daprotis.

                Riassumendo le cose pare che si possa dire:

                I° I principali tuoi debiti sono pagati, ma ritieni nota e relazione delle persone che ti ho notato e che sono ben disposte a dare.

                2° Quando puoi visita Mad. Medà, Dam. Guigon, coltiva Mad. Daprotis.

                3° Occorrendo che convenga qualche mia lettera, dimmelo; io procurerò di scrivere.

                4° Procura di radunare spesso il tuo capitolo per insistere che non si battano i giovani, che ciascuno legga la parte di regolamento che lo riguarda. Abbiamo da fare e ci mancano braccia. Preghiamo.

                Dio ti benedica, o sempre caro Don Ronchail, e ti conceda buona salute, benedica anche tutti i nostri cari figli e confratelli. Saluta i nostri amici e benefattori e credimi sempre in G. C.

                Torrione, 29 - 3 - 81.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Domani a sera spero vedere Don Cerruti e parlargli delle cose nostre.

                Il “Bellet di Madame Daprotis” era una cassetta di bottigliette contenenti vino così denominato dalla vigna che lo produceva e regalatogli da quella signora. Era vecchio di novant'anni. Don Bosco lo voleva portare a Roma per farne un presente al Santo Padre. La seconda lettera fu per Don Barberis.

 

                Mon cher D. Barberis,

 

                I) Ho ricevuto notizie di te e dei nostri cari giovani. Benediciamo il Signore in tutte le cose. Ogni giorno io benedico il nostro caro Don Buffa e prego per lui, affinché Dio pietoso me lo conservi ancora molto tempo. [134]

                2) Dirai al Ch. Lucca ch'io sono stato molto contento della sua lettera, che continui, ho bisogno di parlare un momento con lui, prima di presentarlo all'ordinazione, e intanto stia tranquillo sulla mia benevolenza e paterna affezione.

                3) Riguardo ai lavori a farsi ho dato i pieni poteri a Don Rua: procura di intenderti con lui.

                4) Nostre cose vanno bene. Da fare immenso, continuate a pregare.

                5) Godo molto che gli esercizi siano riusciti bene; a tale uopo dirai ai nostri amati chierici e preti, nominatamente a Don Piscetta e a Don Merigi che io ho bisogno di qualche eroe nella virtù, e che almeno un paio giungano a far miracoli. Senza di ciò non posso andar avanti.

                Dio ci benedica tutti, ci conservi nella sua santa grazia e pregate per me che vi sarò sempre nel Signore.

                Ventimiglia, 29 Marzo 1881.

Aff.mo amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                Don Buffa morì a San Benigno il 7 aprile seguente. Interrotti gli studi nel secondo anno di liceo e travagliato successivamente da varie malattie, dopo qualche tempo di vita agitata, trovò finalmente la pace per mezzo di Don Bosco, che, fattigli trascorrere alcuni mesi a Varazze e alcuni altri ad Alassio, lo accettò al noviziato. Se non che, vedendo come i suoi giorni fossero contati, gli accelerò straordinariamente le sacre ordinazioni fino al presbiterato; la qual cosa non gli fu difficile, grazie alla benevolenza del nuovo Vescovo d'Ivrea monsignor Davide dei conti Riccardi. “La memoria di quel sacerdote, si legge nella cronaca della casa di San Benigno, sarà incancellabile in coloro che ebbero la bella sorte di conoscerlo e d’ammirarne le elette virtù.”

                La sera del 10 aprile si discese a San Remo, dove li aspettava il direttore di Alassio Don Cerruti, che, dato il ben venuto al Padre, fece ritorno al proprio collegio. Alloggiarono tutti presso le suore della Visitazione, fra le quali trovavasi una nipote di Don Giulio Barberis[101]. Là Don Bosco ebbe [135] occasione di avvicinare una gran dama inglese, convertitasi da poco al Cattolicismo e assai ricca, che all'invito di lui si disse disposta ad aiutare l'opera di Vallecrosia; ma sopra tutto le sarebbe piaciuto ottenere una fondazione nella sua Inghilterra. Rimase a San Remo circa quattro giorni, trattato da quelle religiose come non si sarebbe potuto meglio desiderare. Quel riposo e la salubrità dell'aria giovarono grandemente alla sua malferma salute. “Mi gode l'animò, scriveva il già citato Reimbeau, nel vedere che il breve soggiorno a San Remo gli ha fatto molto bene; poche visite, lavora solo nella sua stanza, non parla con alcuno e si riposa. Oggi sta benissimo. Del resto le suore della Visitazione lo trattano come si deve.”

                Il giorno in cui lasciò San Remo per Alassio, che fu il 4 aprile, spedì questo bigliettino a Don Rua: “Chi sa se non sia possibile che divenga tu mio angelo custode da San Pierdarena a Roma? Le nostre fermate sarebbero più brevi ed io ne sarei molto sollevato, mentre vedresti le cose cogli occhi tuoi. Dimmi quid tibi” Che poteva dirgli se non: Tanto m'é bel, quanto a te piace[102]? Ogni desiderio di Don Bosco valeva per Don Rua uno stretto comando.

                Prima di andare a Roma aveva bisogno di vedere i principali Superiori, fra cui Don Cagliero, che continuava ad esercitare il sacro ministero a Utrera; perciò da Alassio gli scrisse:

 

                Carissimo D. Cagliero,

 

                Non so se questa mia potrà raggiungerti. Ad ogni modo ti dico: se puoi trovarti mercoledì santo a Sampierdarena, ci sarà anche Don Rua e ci potremo parlare. Esso mi accompagnerà a visitare le case di Spezia, Firenze, Roma ed al ritorno probabilmente Lucca, Este, Venezia etc. etc. Il piano é di potermi trovare al 6 di maggio a Torino per fare S. Giovanni ante portam latinam.

                Ho la testa che va in cimbalis, pure debbo ancora rotolare. Spero però di essere sollevato da Don Rua. Saluta Don Branda, Don Pane, Don Oberti, il profes. di Musica ed il maestro di cucina Gentre.[136]

                La casa di Firenze é stabilita dal 4 di marzo passato e Don Confortóla fa mirabilia.

                Abbiamo fatti buoni affari in Francia, anche per la Chiesa ed Istituto del Sacro Cuore. E tu e Don Branda avrete riuscito a cominciare qualche cosa?

                Fate omaggio di rispetto al Sig. Marchese Ulloa e famiglia, come a Monsig. Arcivescovo, che attendiamo a Torino.

                Dio vi benedica tutti, pregate per me

                Alassio, 6 - 4 - 1881.

Vostro Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Mandò pure una serie d'istruzioni a Don Dalmazzo; della terza di esse dovremo ragionare più avanti.

 

                Car.mo D. Dalmazzo,

 

                D. Rua verrà a raggiungermi al mercoledì santo e poi mi accompagnerà fino a Roma, facendo però breve fermata a Firenze. Di qui ti scriveremo giorno ed ora del nostro arrivo. Intanto:

                I° Prepara le cose in modo, che se non potremo ancora andare nella casa nuova, almeno si possa alloggiare cristianamente anche con qualche spesa se è necessaria.

                2° Prepara terreno sulla possibilità di ottenere qualche aiuto per la Chiesa ed Istituto del Sacro Cuore presso al municipio di Roma, al Ministero di Finanze nostro parrocchiano[103], Ministero dell'Interno, di Grazia e Giustizia e dell'Economato.

                3° Il Can.co Colomiatti avv. Fiscale insiste sulla necessità di accomodare l'affare di Don Bonetti. Io ci ho risposto che dipende soltanto da lui:

                1° Togliendo la sospensione al Don Bonetti.

                2° Rivocando le imputazioni fatte a Roma a carico del medesimo. Vedremo. A Roma ci parleremo di tutto.

                4° Se puoi va a dire al Sig. Alessandro che quest'anno non ho potuto trovarmi a celebrare S. Matilde al giorno stabilito, ma che le feste solenni si trasferiscono e che almeno una bottiglia di Cipro o di altro desidero che la beviamo.

                5° Hai ricevuto li f. 20 mila per la Chiesa del Sacro Cuore provenienti da Tolone? Spero giungeranno altri fra breve tempo.

                6° Saluta le Signore Oblate e la Madre Presidente da parte mia. Lo stesso a casa Vitelleschi, Comm. Morello, Cav. Vignolo ecc. Il Sig. Moreno ti potrà dare consiglio e direzione sul modo di chiedere i sussidii di cui sopra.[137]

                Prega molto per me, o caro Don Dalmazzo, Dio ti benedica e credimi sempre in G. C.

                Alassio, 6 - 4 - 1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Domenica prossima vado a fare un sermone di carità a S. Remo; di poi parto per Varazze e Sampierdarena.

 

                Finalmente pensò al suo Don Berto, a cui regalò una diecina di Commissioni e qualche frase allegra, per rasserenare quello spirito abitualmente scontroso.

 

                Mio caro D. Berto,

 

                Per avere un appoggio nei varii spinosi affari ho bisogno che Don Rua mi accompagni in varie nostre case. Ma dal canto tuo sono necessarie più cose.

                I° Che tu lo metta a giorno delle principali nostre vertenze a Roma, colle carte relative al noviziato di Marsiglia, ai tre favori rivocati ed alla Chiesa del Sacro Cuore.

                2° Tu poi preparami un paio di scarpe di quelle che non schersinano[104], il mio mantellino da estate, alcuni moccichini, il Breviario di Primavera, con alcune circolari del Sacro Cuore in francese ed un numero discreto in italiano.

                3° Messo questo ed altro che ben giudichi nel tuo sacco da viaggio, accompagnerai Don Rua a Sampierdarena il mercoledì prossimo[105]. Quivi ci parleremo di più cose che non conviene scrivere e ti darò norme a seguirsi nella mia assenza ed in quella di Don Rua. Dopo con Reimbeau ritornerai a Torino per dirigere la seminagione dei fagiuoli[106].

                4° In confidenza, abbiamo cose assai gravi tra mano e perciò avvi urgente bisogno di molte e fervorose preghiere e comunioni.

                5° Se é finita la stampa de' nostri privilegi é bene che Don Rua ne porti seco, per lasciarne copia nelle case in cui passiamo e anche per me.

                6° Dio ti benedica, o sempre caro mio D. Berto; Dio ti conservi fermo nella sua santa grazia e prega molto per me che ti sarò costantemente in N. S. G. C.

                Alassio, 8 - 4 - 1881.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

                PS. I saluti ai soliti nostri amici[107].[138]

                Sopra due cose accennate in questa lettera sarebbe necessario che ci soffermassimo alquanto. La prima riguarda le “circolari del Sacro Cuore”, e l'altra l'opuscolo dei privilegi; ma ne diremo nei capi tredicesimo e quattordicesimo.

                Partito per Alassio verso sera, vi giunse sull'imbrunire. Superiori e ragazzi gli andarono incontro alla spicciolata. Disse al primo gruppo scherzevolmente: - Siete venuti a ricevere Don Bosco cum fustibus et lanternis. - Scrive Don Pietro Giordano: “Ogni volta che veniva ad Alassio era sempre accolto, più che in trionfo, festevolmente, specie dai nostri allievi e superiori.” E più innanzi ripete: “Ogni volta che Don Bosco passava per Alassio era per gli Alassini e per noi Salesiani specialmente una festa, una festa, una festa.” Spinto del gran bisogno di danaro per la chiesa del Sacro Cuore, fece nella parrocchia una conferenza, dopo la quale Don Cerruti e il prevosto Della Valle andarono in giro per la questua. Il medesimo Don Giordano ci ha trasmesso una reminiscenza importante. Don Bosco, parlando di Pio IX, disse che quel santo Pontefice nella sua ultima infermità gli aveva mandato invito di andarlo a trovare e che si lagnava di non vederlo; ma le porte del Vaticano, come si narrò nel volume tredicesimo, erano allora ben serrate a Don Bosco. Don Bosco raccontò questo nel refettorio, mentre si prendeva il caffé, e gli stavano attorno parecchi Salesiani, fra cui Don Giordano, il quale crede di rammentare le parole precise del Beato. Egli avrebbe detto: “Quello che più m'addolorò fu l'aver saputo che il Papa, non vedendo Don Bosco, disse ad un suo familiare queste parole: - Quando Don Bosco aveva bisogno del Papa, era sollecito a venire dal Papa, e il Papa lo accoglieva come un padre accoglie un caro figlio; ora che il Papa ha bisogno di Don Bosco, Don Bosco non si fa vivo. -” Nel proferire queste parole il Servo di Dio aveva gli occhi gonfi di lacrime, e non aggiunse altro[108].[139]

                Il Servo di Dio, arrivando da San Remo ad Alassio, trovò il Direttore afflittissimo per un caso occorso di fresco. Dall'anno scolastico 1878-79 il salesiano Don Matteo Torrazza andava ogni giorno da Alassio con un altro maestro a fare scuola nel comune di Laigueglia, fermandosi ivi per il pranzo e tornando la sera. Per quel maestro successe ai primi di aprile un putiferio a Laigueglia, ed ecco l'anticlericale Secolo di Milano pubblicare un telegramma da Alassio, che un prete salesiano, addetto al collegio dei Salesiani in quella città, aveva oltraggiato turpemente i ragazzi delle scuole comunali di Laigueglia, ov'era maestro. A questo telegramma ne tenne dietro un secondo che confermava il primo e rincarava la dose, dando a intendere che Don Bosco si fosse recato ad Alassio per tacitare la cosa e rimediare al male e che i parenti ritirassero indignati i loro figli dal convitto. L'Osservatore Cattolico di Milano[109], assunte informazioni, rimbeccò più tardi il confratello dell'opposta riva, riferendo alcune voci malevole sparse in quell'angolo della Liguria perfino contro Don Bosco. Don Cerruti telegrafò al foglio diffamatore essere il collegio di Alassio interamente estraneo ai fatti immorali di Laigueglia; esser falso che l'imputato fosse prete salesiano; falso che i parenti ritirassero alunni. A termini di legge l'organo della sétta dovette pubblicare il telegramma, dopo di che non osò più rimestare la delicata materia.

                Per isvagare Don Cerruti dalla dolorosa impressione cagionatagli da questi fatti il Beato lo condusse con sé a Porto Maurizio, dove sperava di fare una buona questua.[140]

                Li accolse in casa sua un canonico amico, Don Fabre, presso il quale dormirono due notti. Don Bosco, accompagnato da un ottimo avvocato Ferraris, bussò a molte porte, ma con magro risultato. Ciò nonostante, tranquillo e sorridente, scherzava sul poco o nulla che riceveva di elemosina e sulle ripulse stesse che talora gli toccavano.

                Con questo suo buon umore, che non lo abbandonò mai, diede pure una salutare lezione, stando alla mensa dell'ospite. Nell'ultimo giorno sedevano a pranzo con lui due signorine, nipoti del canonico, una delle quali piuttosto civettina permetteva a un giovinotto, pur esso commensale, d'indirizzarle parole, non proprio cattive, ma nemmeno interamente castigate. Don Bosco per troncare così sciocchi scherzi, disse bonariamente di ricordare un sonetto che aveva studiato a. memoria da giovane e in cui si giocava sulle parole donna e danno e prese a recitare adagio adagio la prima quartina. La signorina capì benissimo l'allusione e serpentosetta: - Come? scattò a dire. Lei, ospite in casa nostra e alla nostra tavola, si permette di schernirci? - Don Bosco, quasi non avesse afferrato l'insolenza, continuò con la sua flemma a recitare il resto della poesia. La signorina si rodeva, ma non l'interruppe né dopo ardì proferire parola. Anche il signorino non s'arrischiò più a fare il galante. Vedremo poi come la cosa abbia avuto lieta fine.

                Quella sera, lasciato Don Cerruti in casa del canonico e accompagnato dall'avvocato Ferraris, tornò a girare in cerca di elemosine. Vi era a Porto Maurizio una signora chiamata Maria Acquarona, nubile, che da oltre dieci anni teneva il letto per un male incurabile alla spina dorsale. Tutta la cittadinanza la conosceva. Ebbe da prima intenzione di mandare semplicemente un'elemosina a Don Bosco; ma poi pensò meglio di farlo pregare che le regalasse una visita e le portasse la sua benedizione. Don Bosco andò, accolto da lei con segni della più grande allegrezza. Si trovavano presso l'inferma una sorella e il cognato avvocato Ascheri, che in [141] poche parole gli espose natura e circostanze della malattia, da cui i medici disperavano di liberarla. Il Beato, animandola ad aver fiducia nella Madonna, la benedisse e le assegnò alcune preghiere da recitare in seguito; indi passò in un'altra camera, dove s'intrattenne un po' a discorrere con i due avvocati. Sul punto ch'ei si alzava per uscire, ecco affacciarsi vestita l'ammalata e dire che non sentiva più nessun male. L'avvocato Ascheri grida al miracolo e tutti sono in preda a intensa commozione.

                La signora che camminava con passo spedito dopo tanti anni che non aveva più fatto uso delle gambe, accompagnò Don Bosco fin sulla porta di strada, dicendo che l'avrebbe poi salutato alla stazione; ma egli le raccomandò di non farsi vedere in città per evitare il chiasso. Così tornò da Don Fabre, e là, come un padre avrebbe parlato a un figlio, raccontò con tutta ingenuità il fatto a Don Cerruti, osservando in fine: - Mi duole però che la signora voglia venire alla stazione. Se ne farà rumore! Pazienza: sia fatta la volontà di Dio... Ma sono contento, caro Don Cerruti, proseguì con una bontà che commosse il Direttore fino alle lacrime, sono contento che in mezzo al tuoi dolori tu abbia avuto questo conforto. Quando canterai l'inno di San Giuseppe, arrivato a miscens gaudia fletibus [alternando gioie e dolori], dillo bene: é la storia di questa vita. -

                La notizia del fatto scosse anche la nipote del canonico, che si presentò umile umile al Servo di Dio e, gettatasi in ginocchio, gli domandò perdono di quanto era occorso nel tempo del pranzo.

                Sonata l'ora di avviarsi alla stazione, quale sorpresa! La voce del prodigio si era diffusa in un baleno per la città, traendo una folla di gente a vedere Don Bosco. La signora, che aveva preceduto in carrozza i viaggiatori, passeggiava tranquillamente dinanzi all'ingresso, oggetto di stupore ai concittadini, che, quasi non prestando fede ai propri occhi, le chiedevano se fosse proprio lei la signora Maria. “Io stesso [142] la vidi, depone Don Cerruti nei Processi, e confesso che mi pareva persona non stata mai ammalata, cotanto stava bene.”

                Essa aspettava Don Bosco per rinnovargli i suoi ringraziamenti. Il Beato, appena giunto, si voleva ritirare nella sala d'aspetto per sottrarsi alla calca, non senza essersi prima lamentato con la signora che non gli avesse dato ascolto e supplicandola di tornare a casa. La signora, fatte le sue scuse, gli porse una busta sigillata, dalla quale si estrasse poi un biglietto da lire mille.

La sala si riempi tosto di persone. Arrivò il treno, e l'avvocato Ascheri pregò ad alta voce Don Bosco di dare ai presenti la sua benedizione. Tutti s'inginocchiarono per riceverla.. Benedetti che li ebbe, sali con Don Cerruti in carrozza, diretto a San Remo. I passeggieri, incuriositi, avevano voluto nella breve fermata sapere il perché di quell'affollamento e quando il treno era in moto, si faceva un gran parlare dell'accaduto e ognuno diceva la sua. Nello scompartimento di Don Bosco un giovanotto esclamò: - Io non credo né ai miracoli né a Dio.

                Ma lei crederà ai fatti provati da testimoni, gli rispose Don Bosco. Bisognerebbe non essere ragionevole per fare diversamente. - E prese a narrargli per filo e per segno come quella signora fosse guarita all'istante per una semplice benedizione. Il giovane ascoltava attento. Finito il racconto, Don Bosco lo interrogò, come avrebbe egli spiegato la cosa senza ricorrere all'intervento soprannaturale; strettolo quindi con pochi argomenti sull'esistenza di Dio, terminò con la domanda:

                - Qualcheduno adunque vi é sopra di noi?

                - Eh, bisogna ammetterlo, rispose colui.

                - E dunque?

                - Io non ci voglio pensare.

                - Ma perché?

                - Perché... perché non ho voglia di cangiar vita, glielo dico francamente. Ma lei chi é?

                - Non fa bisogno di saperlo, gli rispose Don Bosco, che [143] da nessuno era ivi conosciuto, e si alzò per discendere, essendo arrivato a San Remo.

                A San Remo Don Bosco tornava per una conferenza annunziata cinque giorni prima con una sua circolare a quei “benemeriti cittadini”[110]. Erano venuti a mancare i mezzi per la continuazione dei lavori nella vicina Vallecrosia; a fine di raccogliere sussidi aveva costituito un comitato di trentasei fra signori e signore sanremesi, disposti a questuare presso le persone caritatevoli di loro conoscenza. Essi fecero anche la propaganda per tirare gente ad ascoltare il Beato, e se ne toccarono con mano gli effetti. In quella stazione climatica e balneare i protestanti avevano seminato a larga mano l'indifferenza religiosa; eppure non solo la chiesa di San Siro, ma anche la piazza era piena di gente desiderosa di udire Don Bosco. Il teologo Margotti, che era di San Remo e conosceva la sua città, ebbe a dire che l'aver tirato tanta gente alla sua predica in una popolazione così fredda per le pratiche religiose gli sembrava uno dei più grandi miracoli operati da Don Bosco.

                Sul finire della conferenza disse che avrebbe egli stesso fatto il giro per la questua e poi proseguì: - Voi vi meraviglierete forse nel vedere un prete a girare per la chiesa con la borsa in mano; ma quando guardo il Crocifisso e penso a quanto ha fatto Gesù per la nostra salvezza, prendo volentieri in mano la borsa e vado a chiedere per amor suo la limosina. - Raggranellò così ottocento lire. Don Cerruti rammentava nei Processi d'averlo veduto dopo in sacrestia così stanco, prostrato e quasi sfigurato, che ne fu vivamente tocco. Ciò nonostante si sedette e diede udienza a buon numero di persone, che volevano parlargli e deporre nelle sue mani le loro oblazioni.

                Ritornò il giorno stesso ad Alassio. Qui compilò un documento, che é prova della sua vigile cura per mantenere [144] salda in ogni parte la. compagine della Congregazione. Come già si disse, Don Cerruti era stato nominato Ispettore delle case di Liguria e di Francia, e sia per alleviargli la fatica, sia per un riguardo alla sua debole salute il Servo di Dio gli aveva assegnato un vicedirettore nella persona di Don Luigi Rocca. Questo ufficio, riconosciuto necessario anche per il collegio di San Carlo in Almagro, costituiva una novità, non contemplata fino allora in nessun regolamento. Perché dunque la cosa pigliasse un aspetto normale e uniforme, dettò i seguenti articoli:

 

Ufficio del Vice - Direttore,

 

                I. Il Vice - Direttore condivide col Direttore tutto quello che riguarda il governo della Casa, e ne fa le veci nella di lui assenza.

                2. A lui é affidata la Direzione religiosa, morale e disciplinare degli alunni interni ed esterni, della cui condotta é particolarmente responsabile. Egli dovrà quindi invigilare attentamente a questo riguardo e tenersi in relazione col Prefetto, Catechista, Consigliere Scolastico, Maestri ed Assistenti, onde avere tutte le informazioni che valgano a fargli conoscere lo stato preciso delle cose, ad impedire o levare disordini ed a promuovere con ardore la pietà, la moralità e la disciplina.

                3. Ogni Domenica visiterà col Prefetto i voti settimanali di studio e scuola che gli consegnerà il Consigliere Scolastico e quelli dei dormitorii, trasmessigli dal Catechista.

                4. S'informerà pure nello stesso tempo delle mancanze che fossero state commesse durante la settimana nella Chiesa, alla passeggiata, nel refettorio e nella ricreazione.

                S. Potrà fare le accettazioni degli allievi e del personale pei lavori domestici, attenendosi alle norme stabilite ed assicurandosi sovratutto delle loro condizioni religiose e morali. Comunicherà poi le fatte intelligenze al Prefetto, affinché ne tenga nota nel Registro dei postulanti.

                6. Ogni mese riempirà insieme col Direttore il formulario appositamente stampato sul rendiconto della Casa.

                7. Spetterà pure a lui l'esecuzione di quanto é stabilito dagli Art. 8 e 10 del Regolamento del Direttore nelle Deliberazioni del Capitolo Generale cioé:

                 (8) Il Direttore procuri anche ogni giorno di visitare la Casa; veda l'andamento di tutto; passi nelle camere, in cucina, nei refettorii e in cantina; sappia tutto quello che vi si fa. E' questo il mezzo d'impedire che non mettano mai radice i disordini.[145]

                 (10) Terrà registro delle persone benemerite e benefattrici per invitarle ad assistere in occasione di feste religiose, di accademie, di distribuzioni di premii agli allievi.

                8. Non potrà però, salvo casi gravi ed urgenti, licenziare alunni o persone di casa, né far mutazioni negli uffici dei Maestri od Assistenti senza il consenso del Direttore, a cui spetta in particolar modo l'alta sorveglianza della Casa, la direzione religiosa e morale dei Socii e tutto ciò che riguarda l'esterna rappresentanza in faccia ai parenti degli alunni, le autorità ecclesiastiche, civili e scolastiche.

                9. Al Direttore però potranno sempre rivolgersi per qualsiasi motivo Socii ed alunni.

 

                Recatosi di là a Sampierdarena, s'incontrò con Don Rua e altri del Capitolo Superiore e con essi conferì un paio di giorni. Di quella dimora un fatto solo noi possiamo narrare, rammentato nei Processi da Don Berto, testimonio oculare. Una signora genovese, di cui il teste tacque per convenienza il nome, viveva in pieno disaccordo col marito, che da dodici anni non le aveva più detto una buona parola, ma richiedeva dalla figlia quanto gli abbisognava. A tavola, mai avveniva che le rivolgesse il discorso; non c'era caso che le desse mai il menomo segno di attenzione. In quel suo stato di malumore cronico aveva perfino dimenticato ogni pratica religiosa; quindi non più Messe, non più preghiere. In famiglia la vita era insopportabile.

                Nella sua esacerbazione la moglie, non sapendo più a che Santo votarsi, andò a Sampierdarena per vedere Don Bosco, raccomandarsi alle sue orazioni e averne qualche parola di conforto. Ma lo trovò occupatissimo, tanto che senz'altro egli le disse: - Mi é impossibile trattenermi a lungo con lei. - La poveretta aveva appena cominciato a contargli la storia delle sue pene, che il Beato la interruppe, dicendole: - Dia a suo marito questa medaglia, - e in bel modo la licenziò.

                In questo suo fare sbrigativo entravano anche ragioni di prudenza non difficili a intendersi. Ma non si può descrivere l'afflizione della povera donna allorché si vide privata [146] anche di quello sperato sollievo. Imbattutasi in Don Albera, Direttore della casa, gli mostrò la medaglia dicendo: - Come fo io a dare una medaglia a mio marito? Non prega più. La getterà chi sa dove. - Esortata ad eseguire fedelmente il consiglio di Don Bosco, rispose che non se ne sentiva il coraggio; ma Don Albera le replicò la sua raccomandazione. - Ebbene, riprese ella, lo farò, avvenga quello che, vuole.

                Un sabato a sera dunque, stando in villeggiatura, la signora dopo cena, pigliato il coraggio a due mani, disse al marito di aver visto Don Bosco, il quale aveva promesso di pregare per tutta la famiglia e offriva a lui una medaglia. Quegli, rosso in faccia: - Come?! esclama. Una medaglia? In cosi dire esce dalla sala da pranzo e si ritira in camera. La moglie, presa da timore, lo segue. Il marito, trovatosi a tu per tu con lei, ha una crisi di pianto, dice che é tempo di finirla, l'abbraccia e le promette che per l'avanti sarà un altro. La dimane con istupore universale furono visti insieme alla Messa; insomma la pace era rientrata in quella casa. Don Albera attestava di scienza propria l'efficacia del suggerimento dato da Don Bosco.

                Dalla corrispondenza surriferita si fa palese che se questa volta Don Bosco nel suo viaggio a Roma volle a fianco Don Rua, ci ebbe i suoi buoni motivi. Uno principalissimo riguardava la chiesa del Sacro Cuore. Bisognava prendere conoscenza dei contratti stipulati dalla precedente amministrazione con i fornitori, intendersi con l'architetto, esaminare i disegni dell'ospizio, studiare tutti i modi per procacciarsi le somme necessarie: lavoro immenso, di cui Don Rua lo avrebbe alleggerito, sicché a lui restasse la libertà di attendere ad altri negozi. E fra questi altri negozi primeggiavano le pratiche a fine di ottenere i privilegi e la grossa questione di Don Bonetti per le faccende di Chieri[111]. Ci rincresce però che il materiale d'informazione raccolto di qua e di là non [147] sia affatto proporzionato alla mole degli affari che Don Bosco trattò; anzi scarseggiano financo le notizie di cose che nulla consigliava di tenere avvolte nell'ombra di prudenziale silenzio. L'unico informatore sarebbe dovuto essere Don Rua; ma di lui abbiamo appena una lettera e tre affrettati biglietti a Don Lazzero. Evidentemente anche lui era tutto intento a ben altre cure che non fossero quelle d'inviar notizie a Torino.

                Fecero una fermata di tre giorni interi a Firenze, dove arrivarono la sera del 16 aprile, vigilia di Pasqua. Dal 4 marzo Don Faustino Confortóla abitava là in via Cimabue un'umilissima casetta[112], alla quale si studiava di attirare il maggior numero possibile di ragazzi per catechismi quotidiani e per l'oratorio festivo. L'abitazione era tanto angusta, che non aveva spazio per albergare chicchessia; laonde il Beato continuò a usare dell'ospitalità offertagli cordialmente dalla contessa Girolama Uguccioni. La mattina di Pasqua, trattenuto in palazzo da visite, mandò il suo compagno di viaggio a celebrare la Messa nella povera cappelletta dell'oratorio; ma nel pomeriggio vi si recò egli stesso. Assistito da Don Rua e da Don Confortóla diede la benedizione eucaristica; poi fece ai ragazzi una larga distribuzione di confetti, regalati a tal fine da una ragguardevole cooperatrice. Si valse naturalmente dell'ottima occasione per amicarsi quella turba giovanile. Visitò nelle ore pomeridiane l'Arcivescovo monsignor Eugenio Cecconi, non essendo stato possibile presentarglisi prima a motivo delle funzioni pasquali in duomo. Impiegò quindi gli altri due giorni in visite a benefattori e nella trattazione di affari, come vedremo più innanzi. L'ultimo giorno, resistendo a ogni invito, pranzò con i suoi Salesiani. Durante quella dimora avvicinò persone in gran numero lasciandosi dietro quasi una scia luminosa, non sapremmo qual più, se di ammirazione per la [148] sua affascinante amabilità o di venerazione per la santità che gli traspariva dal volto, dal parlare, da tutto il contegno[113].

                I nostri viaggiatori giunsero a Roma la notte del 2° aprile. Prima e dopo Firenze fecero conoscenza con molti che o erano già cooperatori o chiesero di essere. Questa volta Don Bosco non prese più dimora a Tor de' Specchi, ma trovò un discreto alloggio nella casetta acquistata presso la chiesa del Sacro Cuore. Le condizioni del luogo sono così descritte da Don Rua[114]: “Il sito in cui dimoriamo qui in Roma, è quanto mai comodo, ameno, salubre. Forse é una delle località di Roma in cui si sta meglio e non si andrà soggetti alla malaria, neppure nell'estate. Ma anche qui ci troviamo alle prese con i protestanti. Pare veramente che il Signore ci voglia destinare a combattere l'eresia colle armi della preghiera, della scuola e della carità, giacché, come sai, a Bordighera ci troviamo proprio dappresso ai protestanti, alla Spezia siamo loro accanto a pochissima distanza, a Firenze il nostro piccolo istituto che dovrà diventare grande, non si poté allogarlo altrove, che nella regione della città, in cui i protestanti fanno propaganda; e qui a Roma il collegio dei protestanti é separato dal nostro ospizio solo da una via. Preghiamo adunque il Signore che ci aiuti a ben riuscire nella Missione che ci vuole affidare, cominciando a mandarci quei soccorsi per far procedere alacremente la nuova fabbrica, che non costerà meno di parecchie centinaia di mila, se pure non ci vorrà qualche milione. Don Bosco prega e lavora a tutto potere per riuscir nell'impresa, non lasciando intentato nessun mezzo che possa giovare; ma sempre dice che ha bisogno del sostegno delle preghiere dei giovani.[149]

                L'udienza del Santo Padre non si fece attendere a lungo; il Beato si affrettò a stenderne per i Cooperatori una relazione, che comparve nel Bollettino di maggio[115].

 

                Vi tornerà certamente di grande consolazione, o Benemeriti Cooperatori e Cooperatrici, il conoscere l'insigne benevolenza manifestata dal Santo Padre verso di voi, e di tutto buon grado io ve la comunico.

                Nella sera del 23 corrente aprile, essendosi Sua Santità Leone XIII degnata di ricevermi in udienza particolare, ebbi agio ad esporgli lo zelo con cui i Cooperatori vengono in aiuto alle nostre opere di carità in Italia, in Francia, nella Spagna e nell'America. Con premura non ordinaria il Santo Padre volle minutamente informarsi della chiesa e dell'ospizio dei Piani di Vallecrosia presso Ventimiglia, della Spezia e di Firenze. Queste opere formano oggetto di particolari sollecitudini del S. Padre, - perché, Egli diceva, vengono direttamente in aiuto della Chiesa assalita dall'errore e da coloro che lo propagano. Partecipate a mio nome che io mando l'Apostolica Benedizione a tutti questi zelanti Cooperatori, che li ringrazio di quello che fanno, e loro raccomando la fermezza di proposito nel fare il bene. Non mancano le difficoltà, ma Dio non mancherà di venirci in aiuto. L'opera che viene loro affidata é grande. Il raccogliere poveri fanciulli, l'educarli, il toglierli dal vestibolo delle carceri per ritornarli alla Società buoni cristiani ed onesti cittadini sono cose che non possono a meno d'avere l'approvazione di tutte le condizioni degli uomini.

                - Ma e la Chiesa e l'Ospizio del Sacro Cuore di Gesù all'Esquilino? Progrediscono i lavori? Si va avanti oppure si sta fermi?

                Io ho potuto rispondere che i lavori progrediscono alacremente, e che circa centocinquanta operai impiegano l'arte loro e la loro industria nell'Opera tante volte benedetta da Sua Santità. Feci notare che la carità dei fedeli ci incoraggiava, ma che la gravezza delle opere cominciava a farci sentire la scarsità del danaro.

                Un momento prima una persona aveva offerto al S. Padre la somma di franchi cinquemila per l'obolo di S. Pietro. - Ecco, Egli mi disse con ilarità, questo danaro venne a tempo; l'ho ricevuto colla destra e ve lo dò colla sinistra; prendetelo, e serva pei lavori intrapresi all'Esquilino. Spero che il mondo apprezzerà questo sforzo del Sommo Pontefice per un'opera che mi sta molto a cuore, ed ho fiducia che altri generosi oblatori non mancheranno di concorrervi con quei mezzi, che Dio pose in loro mano. Godo molto che abbiate potuto [150] stabilire dei Collettori. Raccogliendo così anche le piccole oblazioni si potranno più facilmente riunire i mezzi che ci sono necessari.

                In quel momento il S. Padre apparve alquanto commosso ed esclamò: - Oh! Sacro Cuore di Gesù, siate per tutti i fedeli sorgente di grazie e di benedizione. Benedite tutti coloro che faticano per la vostra Chiesa nelle varie parti del mondo; ma una speciale vostra Benedizione discenda copiosa su tutti i Cooperatori e su tutte le Cooperatrici di S. Francesco di Sales, su tutti gli Oblatori, ed in particolar modo su tutti i Collettori, che prestano l'opera loro ad accrescere l'onore e la gloria Vostra. Sì, continuò il Santo Padre, benediteli tutti: benedite le loro fatiche, le loro famiglie, i loro interessi, e rendeteli felici nel tempo, e beati nella eternità.

                A queste parole del Vicario di Gesù Cristo io non ho più osato esprimere altro pensiero, se non di ringraziamento, assicurando che i Cooperatori avrebbero continuato a lavorare con tutto zelo alla gloria di Dio e di S. Madre Chiesa.

                Siccome le opere raccomandate alla pietà dei nostri Cooperatori sono dirette a sollievo dei più bisognosi della civile società, e a sostegno della Religione nostra santissima, così io credo che l'elemosina necessaria a farsi per l'acquisto del Giubileo, elargito dal Santo Padre dal 19 marzo al 10 novembre dell'anno corrente, possa assai bene erogarsi a vantaggio delle medesime

                In fine vi assicuro, o Benemeriti Cooperatori e Cooperatrici, che tutti i fanciulli da voi beneficati innalzeranno mattino e sera con me le comuni loro preghiere al Cielo pel vostro benessere spirituale e temporale.

 

                Il Giubileo, a cui Don. Bosco accenna, era stato annunziato da Leone XIII nel ricevimento del 20 febbraio al Sacro Collegio, venuto a complimentarlo per il terzo anniversario della stia esaltazione. Rispondendo agli omaggi e auguri degli Eminentissimi, dopo aver deplorato le offese inflitte in quasi tutto il mondo alla Chiesa e la triste condizione a cui era stata ridotta la Santa Sede, terminava dicendo:

                 “Persuasi per altro che principalmente dal cielo debba attendersi l'aiuto opportuno, senza del quale é vano ogni nostro sforzo e fatica, e memori che nelle epoche più procellose e nei momenti più trepidi fu sempre usa la Chiesa di intimare pubbliche preghiere ed opere di penitenza, abbiamo risoluto di aprire in quest'anno per tutta la cristianità uno straordinario Giubileo, affinché, moltiplicate le preghiere [151] e le opere sante, più presto il Signore inclini a clemenza e prepari alla Chiesa tempi migliori. Questo Giubileo se per una parte é segno delle gravissime condizioni in cui si trova la Chiesa, per l'altra é cagione di speranza e conforto, giacché apre in larghissima copia a beneficio della cattolicità i preziosi Tesori, dei quali per divina bontà é ricca la Sposa di Gesù Cristo.”

                Mentre Don Bosco fra prelati e signore aspettava il suo turno per l'udienza, si era svolto uno di quei gustosi incidenti, che con tanta abilità egli sapeva far nascere e condurre sino alla fine. Entrò nell'anticamera un Monsignore a lui sconosciuto; ma gielo fece conoscere un gentiluomo, col quale conversava. - Quegli é monsignor Pio Delicati, disse. - Don Bosco aveva dunque dinanzi a sé colui che nella controversia per la Vita di San Pietro aveva emesso parere sfavorevole. Egli neppure conosceva Don Bosco; anzi non poteva nemmeno supporre che il medesimo fosse venuto a sapere come si chiamasse il consultore, dal quale il suo libro era stato così tartassato, perché dalla relazione comunicatagli aveva avuto l'avvertenza di far scomparire il proprio nome[116]. - Voglio prendermi una piccola rivincita, - pensò Don Bosco fra sé e sé. E avvicinatosi con bel garbo, gli fece una riverenza e gli chiese della sua salute. Monsignore gli domandò con chi avesse l'onore di parlare.

                - Con un povero prete di Torino, Don Giovanni Bosco

                - Ah! Don Giovanni Bosco! E' un nome molto ben conosciuto; é il nome di un valente scrittore.

                - Scusi, Eccellenza, scrittore si, ma valente sono ben lontano dal crederlo.

                - Tutta modestia sua. I suoi libri fanno gran bene.

                - Certo la mia intenzione non é di far male. Tuttavia avrà forse sentito parlare delle peripezie da me incontrate per certo mio libretto...[152]

                - Oh! Quale ?

                - La Vita di San Pietro.

                - La cosa mi sorprende.

                - Eppure é così. Ci fu chi vi rinvenne proposizioni inesatte e non mancò chi lo credette addirittura meritevole di essere messo all'Indice. Sarebbe stata bella, perché io aveva seguito in tutto il Cuccagni[117] e il Santorio[118] e si sarebbero con tale sentenza condannati due autori di polso, approvati già dai medesimi giudici che stavano per condannare me. Aggiungo che per quell'operetta io teneva una lettera di lode inviatami da Pio IX. Meno male che lo stesso Santo Padre troncò la questione!

                - Eh, meno male!... E lei ha molti giovani nei... nei suoi collegi?

                - Un numero abbastanza grande, Monsignore... E così, come le dicevo, la mia Vita di San Pietro...

                - E dica un po'... i suoi collegi sono numerosi?

                Don Bosco, visto che il suo interlocutore faceva di tutto per levar i piedi da quel terreno scottante, parlò dei collegi. Monsignor Delicati non lasciò punto trapelare di essere stato lui il famoso relatore; Don Bosco a sua volta non volle essere indelicato, ma gli raccomandò i suoi ragazzi, gli baciò rispettosamente la mano e si ritirò alcuni passi più indietro.

                Vediamo ora le poche lettere scritte da Roma e a noi pervenute. Di una abbiamo solamente notizia dai verbali del comitato femminile di Marsiglia, perché l'abate Guiol ne diede comunicazione alle Signore nella seduta del 28 aprile, leggendo i passi più notevoli tradotti in francese. Don Bosco diceva: “Vengo dall'udienza del Papa e ne dò a Lei notizia prima d'ogni altra cosa. Egli ha parlato molto di Marsiglia. Ha ascoltato con piacere quello che io gli diceva [153] della nostra costruzione e del numero crescente di giovani e di aspiranti al sacerdozio. Approva e raccomanda un noviziato in cotesta città. Infine ha soggiunto: - Ho difficoltà a scrivere io stesso, ma vi prego di ringraziare da mia parte il Comitato delle signore e dei signori e quanti vi aiutano. Benedico poi in modo speciale tutti i signori della pia Società Beaujour. Benedico essi, le loro famiglie, i loro interessi spirituali ed anche temporali. - Dopo continuando si parlò dei Cooperatori e della chiesa del Sacro Cuore, come si vedrà stampato nel Bollettino Salesiano. Don Bologna mi scrive del grande impegno con cui Ella e il Comitato agiscono a vantaggio della nostra opera. Dio li ricambi tutti largamente.” Ci rimangono poi tre lettere, delle quali daremo in primo luogo quella che fu scritta alla marchesa Fassati per la morte della contessa De Maistre, sua parente. La defunta, come aveva sempre beneficato Don Bosco in vita, così gli legò per testamento la somma di lire tremila[119].

 

                Benemerita Signora Marchesa,

 

                Io era in giro quando avvenne la disgrazia della morte della compianta contessa De Maistre benevola benefattrice della Congregazione Salesiana, ma ne ho avuto prontamente la notizia. Ho tosto ordinato che si facessero in tutte le case della Congregazione, speciali preghiere pel riposo eterno dell'anima di Lei, che fondatamente io credo che sia stata accolta dalla misericordia del Signore e tosto ricevuta a godere la felicità eterna del cielo.

                Tuttavia continuerò a pregare ogni giorno per la defunta, ed in modo speciale anche per la S. V. affinché Dio la conservi in quella buona salute, che fu tanto tempo oggetto delle comuni preghiere nostre e di altri molti.

                Nella udienza privata del Santo Padre ho potuto comodamente parlare delle famiglie de Maistre e Fassati. Si espresse con molta benevolenza ricordando nome e cognome del Sig. Conte Francesco, Eugenio e Carlo. Mostrò rincrescimento per la morte della Contessa Madre ed assicurò che avrebbe fatto memoria di Lei nella S. Messa.

                Di poi conchiuse: - A tutte queste benemerite famiglie (De Maistre, Fassati, Ricci e Montmorency) comunicate da parte mia [154] l'apostolica benedizione. Dal canto mio mi raccomando alle loro preghiere.

                Io spero che la sua sanità continuerà ad essere buona e a tale fine faccio ogni mattina un memento nella Santa Messa.

                Dio la benedica, o Sig. Marchesa, Dio la conservi a vedere il frutto della sua carità, conceda ogni bene alla Baronessa Azelia, al Barone Carlo Ricci, e raccomandandomi alle sante loro preghiere ho l'onore di potermi professare in G. C.

                Roma Porta S. Lorenzo 42, 30 aprile 1881,

Obbl.mo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Spero di essere a Torino per la novena di Maria SS. Ausiliatrice.

 

                Rispose poi alla signora Maria Acquarona, che gli aveva scritto di essere ricaduta nel suo male.

 

                Stimabilissima Signora,

 

                Ho ricevuto la sua che mi consolò da un lato e dall'altro mi rammaricò per la sua ricaduta nel male di prima. Veramente io desiderava, come le dissi, di non fare rumori, pregare e ringraziare il Signore.

                Ma al presente dobbiamo raddoppiare le nostre preghiere. Dio ci ascolterà certamente in modo definitivo se la nostra dimanda non é contraria al bene dell'anima nostra. In questo senso ho dimandato una speciale benedizione al S. Padre, che volentieri ha dato assicurandomi che avrebbe anche pregato per Lei e per la Signora Sorella Vincenza.

                La prego di voler stendere i miei umili rispetti al Sig. D. Fabre, al Sig. Avv. Ascheri e famiglia quando avrà occasione di vederli. Dio la benedica, o benemerita Sig. Maria, la rimeriti della carità fattami per la Chiesa ed Ospizio dei Piani di Valle Crosia e voglia anche pregare per me, che le sarò sempre in G. C.

                Roma Porta S. Lorenzo 42, 27 aprite 1881.

Obl.mo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

                Che Dio abbia ascoltato “in modo definitivo” la domanda, non vi può essere alcun dubbio. Infatti tre anni dopo il cognato della signora, avvocato Ascheri, incontratosi sul treno con Don Cerruti che egli non riconobbe, si mise a parlare [155] di Don Bosco e di quello che aveva visto con i propri occhi a Porto Maurizio, e da buon parlatore qual era incantò i viaggiatori, che lo stettero ad ascoltare col massimo interesse. Inoltre sei anni dopo la grazia il medesimo Don Cerruti rivide nel collegio di Alassio la graziata, venuta a riverire Don Bosco, a dargli sue nuove e a fare la propria offerta come cooperatrice.

                Pendendo dinanzi al Consiglio di Stato la controversia per le scuole ginnasiali dell'Oratorio, come abbiamo narrato nel volume precedente, Don Bosco tentò di vedere il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione; poiché dal 2 gennaio a Francesco De Sanctis era succeduto in quel dicastero Guido Baccelli, ultraliberale. Dalla terza lettera al conte Tomasi abbiamo un saggio di chi sa quante simili anticamere dovette fare a Roma e di cui purtroppo non c'é rimasta memoria. Molti passi avrà fatti senza dubbio e inutilmente per i privilegi. Di altre pratiche ci resta solo la miseria di una supplica per ottenere una decorazione dell'Ordine Mauriziano al signor Giuseppe Repetto da Lavagna Ligure, che aveva fatto eseguire a proprie spese lavori notevoli nell'ospizio di San Giovanili Evangelista a Torino[120]. Ecco la lettera al conte Tomasi, impiegato al Ministero della Pubblica Istruzione.

 

                Gentil.mo Sig. Conte Tomasi,

 

                Ringrazio ben di cuore la S. V. Gentil.ma per le due letterine che si compiacque dirigermi relative ad ottenere l'udienza dal sig. Ministro Baccelli. Sono andato precisamente all'ora segnatami, aspettai dalle II mattino all'una e un quarto pomeridiano Allora mi fu fatto dire di ripassare pel giorno seguente all'una pomeridiana. Mi recai. Venne il Ministro, dipoi ripartì senza che potessi né parlargli, né chiedergli altra ora.

                Nemmeno mi fu possibile avvicinare il Segr. Generale.

                Perciò indirizzerò un piego all'uffizio, ma non posso conferire di varie cose che si riferiscono al pubblico bene.

                Tuttavia, io le sono obbligatissimo per la bontà con cui si volle [156] occupare dei nostri poveri giovani e pregando Dio a colmarlo di sue celesti benedizioni ho l'onore di potermi professare

                Della S. V. Gentil.ma

                Roma, 9 maggio 1881.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Per assicurarmi che il mio piego vada in mano a qualcuno dei capi del Ministero, credo meglio di pregare la bontà di Lei a volermelo far recapitare.

 

                Durante il suo soggiorno a Roma il Beato inviò Don Rua a visitare i confratelli e la casa di Magliano Sabino. Sulla linea da Roma a Magliano sembra che sia avvenuto un incontro del segretario di Don Bosco col futuro Eminentissimo Lafontaine, Patriarca di Venezia, e allora giovane chierico, il quale ne scrisse così trentaquattro anni dopo[121]: “Mi fece grande impressione l'affabilità di lui, il raccoglimento, la confidenza piena di riserbo, che usò verso di me.”

                La mattina del 10 maggio il Beato intervenne a una bella funzione. Alcune centinaia di pellegrini francesi, desiderosi di acquistare il Giubileo, facevano le prescritte visite alle basiliche maggiori, invitando ogni volta qualche prelato per la celebrazione della Messa. A San Giovanni in Laterano invitarono Don Bosco, con preghiera di fare anche un discorsetto nella loro lingua. Egli accettò di buon grado. Nella parole ai medesimi rivolte espresse due concetti: encomiò il loro buon pensiero di recarsi divotamente a quella che era Mater et caput omnium ecclesiarum dopo d'aver reso omaggio al Vicario di Gesù Cristo, al Pastore dei pastori, e con loro si rallegrò che fossero venuti a ritemprare la propria fede nell'attaccamento alla Cattedra di San Pietro e nell'affetto al suo successore Leone XIII, la cui benedizione, ricevuta pochi dì avanti, sarebbe pegno di giorni migliori per essi, per le loro famiglie e per la loro patria, dove con tanto male c'era pur sempre tanto bene, sicché quella nazione non aveva [157] punto smentito il suo titolo glorioso di Figlia primogenita della Chiesa.

                A Tor de' Specchi il Servo di Dio convocò secondo il solito i Cooperatori romani nel pomeriggio del 12 maggio. L'Aurora del 13, dando relazione della conferenza, notava che egli aveva l'aspetto affranto e la parola calma. Assisteva il cardinale Alimonda. Il medesimo giornale riassume così il suo discorso:

 

                Dopo aver annunziato che Sua Santità degnavasi inviare una benedizione speciale ai Signori intervenuti all'adunanza, disse che avrebbe parlato dell'opera dei Salesiani in genere e poi della chiesa del Sacro Cuore. Dall'anno decorso in poi le Case dei Salesiani essere aumentate. Le missioni della Patagonia prosperare. Consolidate ed estese le fondazioni di Nizza, Ventimiglia, Spezia, Lucca, Firenze; dove i nuovi istituti, sorti e prosperando al fianco di istituzioni consimili aperte dai protestanti, riescono a paralizzare i loro dannosissimi effetti ed a strappare anime al regno di Satana. La gioventù e l'avvenire essere, secondo la frase di Dupanloup, una stessa cosa, e doversi augurare all'Italia un avvenire sereno, posto che quest'opera benefica di educare e salvare la gioventù, mediante il sussidio dei Cooperatori Salesiani, prenda nuovo incremento.

                Venendo quindi a parlare della chiesa del Sacro Cuore, disse essere stato con ottimo intendimento stabilito che sorgesse sul colle Esquilino, una volta sacro ai numi, un tempio sacro alla divina Clemenza, cioé al Sacro Cuore. Come un dì però ivi stavano le excubiae; o sentinelle, convenire far sì che vi sorgesse uno stabilimento, in cui educare le sentinelle destinate a vegliare per la salute delle anime.

                L'egregio Padre Maresca aveva cominciato con zelo il lavoro. I Salesiani l'avrebbero continuato. Ben 66 stabilimenti protestanti, sale, scuole, ospizi grandiosi disputare in Roma le anime alla fede cattolica, e molti adescati da promesse di lavoro e da facili concessioni lasciarsi sedurre. Convenire porre un argine a questa propaganda e raccogliere questi giovani senza parenti, senza protettori, senza pane, di qualunque parte d'Italia siano; e però accanto alla chiesa del Sacro Cuore doversi erigere un asilo per raccogliere, educare almeno un cinquecento giovani. A quest'oggetto faceva appello alla carità dei Romani, che, se prima furon larghi di aiuto a lui per fare il bene in altre città d'Italia, oggi dovrebbero stendergli la mano, onde non si avesse a vedere qui in Roma i protestanti solleciti di impiegare energia e tesori nel trionfo dell'eresia, e neghittosi ed impotenti i Romani per il trionfo della fede. Terminò dicendo che a confortarli [158] a questa carità l'Eminentissimo Alimonda aveva gentilmente consentito di rivolgere loro due parole; che egli era felice di veder l'eloquente Porporato trattar la causa dei Salesiani..

 

                Sua Eminenza, parlando dei Salesiani, espresse il seguente giudizio: “Questa Congregazione sembra essere stata istituita dalla Provvidenza per recare un balsamo a tante ferite, rialzare tanti caduti, recar pace a tanti disperati, per glorificare il nome di Dio e sterminare il peccato.” E sul finire delicatamente e opportunamente osservò: “Voi Romani avete un clero virtuoso, é vero, ma gli aiuti morali non sono mai troppi e si accolgono volentieri da qualunque parte ne vengano.”

                La conferenza a Tor de' Specchi fu il commiato; la sera del 13 giungeva a Firenze, dove la domenica 15 parlò ai Cooperatori e agli amici fiorentini nella chiesa di San Firenze ufficiata dai Filippini. Per preparare bene questa riunione aveva abbozzato una circolare[122], che mandò a Don Confortóla con la seguente lettera.,

 

                Car.mo D. Confortóla,

 

                Legga tutto quello che é qui unito, dipoi sigilli la lettera a Mons. Vicario e gliela porti con la lettera d'invito ai Cooperatori; modificate le cose che potessero essere del caso, la faccia stampare colla massima fretta; di poi:

                1° Le stampe sieno circa seicento;

                2° Ne faccia spedizione a tutto il clero di Firenze, a tutti quei signori e signore che Le saranno segnati da Don Giustino Campolini, dalla Signora Marchesa Uguccioni e da altre persone benevole;

                3° Quando Mons. Vicario avrà fissato la chiesa, Ella vada tosto a fare parola col curato di quella, perché veda se niente possa ostare alle ordinarie sacre funzioni. Mi dia poi notizie di quello che si fa.

                4° Per fare la spedizione degli indirizzi si metteranno 2 centesimi e potrà essere aiutato dalla Sig.ra Marchesa, dalle sue figlie, da Don Giustino e da altri che nostra buona mamma conosce.

                Noi giungeremo a Firenze venerdì sera e partiremo lunedì mattina dopo la conferenza. Saluti i nostri cari Salesiani, preghiamo che tutto riesca bene e a maggior gloria di Dio e la grazia di Dio sarà sempre con noi. Amen.

                Roma, 10 maggio 1881.

Aff.mo in G. C.

                Sac. Gio. Bosco. [159] Secondo la relazione mandata a Don Bonetti da Don Confortóla, direttore di quel recentissimo oratorio festivo e pubblicata nel Bollettino di luglio, il Beato fece ivi conoscere chi fossero i Salesiani, quali le loro mire, che cosa avessero fatto altrove, che cosa venissero a fare in Firenze e quanto abbisognassero del concorso dei Cooperatori, delle Cooperatrici e di tutti i buoni per riuscire nel loro intento. Il relatore, trascorrendo rapidamente sul resto, riprodusse quasi alla lettera quello che egli disse della elemosina uno degli argomenti preferiti da Don Bosco specialmente nell'ultimo decennio della sua vita, sia che parlasse dal pulpito o in private conversazioni, sia che scrivesse lettere o circolari; anzi pressoché alla vigilia della morte gli parrà di essere ancora in obbligo di scrivere un libro apposito su tale materia. In un tempo, nel quale l'umanità s'ingolfava ognor più nell'egoismo e nella febbrile ricerca dei beni materiali, Don Bosco fece quanto seppe e poté per aiutare il mondo a fare cristiano uso del superfluo. Ne parlò ai Fiorentini così:

 

                Voi mi domanderete: Come possiamo noi avere del superfluo da dare in elemosina negli anni che corrono così critici, in cui non si sa come andare innanzi? Ed io vi rispondo francamente che del superfluo tutti ne abbiamo da dare anche ai poveri e alle opere pie, basta che vogliamo. Del superfluo ce n'è nelle abitazioni e nel lusso, che vi si sfoggia. Quanti mobili, quanti oggetti anche preziosi e superflui! Del superfluo ce n'è nei cavalli e nei cocchi e sulle forniture. Del superfluo ce n'è nelle persone di servizio, ce n'è nelle vestimenta, ce n'è nel vitto, e ce n'è, se volete, anche in molte borse. Ora secondo il precetto di nostro Signore questo superfluo si deve ai poveri.

                Alcuni fanno questione quanto ciascuno debba dare del proprio superfluo in elemosine, e chi dice un quinto, chi un quarto, chi altro. Per me, io credo già sciolta questa questione dalle parole del Vangelo, che non potrebbero essere più semplici e più chiare: Quod superest, date elemosynam, quello che vi sopravanza datelo in elemosina.

                E tra coloro ai quali dovete fare la vostra elemosina sono tanti poveri giovanetti abbandonati, che si aggirano oggidì sudici, scalzi e pezzenti per le contrade di questa vostra città e che vivendo d'accatto e andando la sera a stivarsi malamente in certe locande, senz'alcuno che si prenda cura pietosa del loro corpo e della loro anima, crescono ignoranti delle cose di Dio, della religione e dei loro doveri [160] morali, bestemmiatori, ladri, impudici, ingolfati in tutti i vizi, e capaci d'ogni azione anche la più scellerata, e molti dei quali vanno poi a cadere miseramente o nelle mani della giustizia che li caccia a marcire in qualche prigione, oppure, ciò che é ancor peggio, tra le branche dei Protestanti. Questi in Firenze hanno ormai aperti molti covi, dove la povera gioventù allettata dal luccicare dell'oro e da mille promesse fallaci, dopo aver perduto ogni altro bene e calpestata ogni altra virtù, vanno a far getto deplorabile anche della lor fede.

                Fatti di simil genere voi li avete sott'occhio tuttodì. Voi stessi mi avete narrato come i Protestanti abbiano già irretito coll'oro e con regali d'ogni sorta, sì di oggetti di vestiario, sì di commestibili, molti giovinetti e giovinette, anzi famiglie intere che, secondo la vostra espressione, si sono vendute ai nemici della nostra fede, ai ministri di Satana.

                Come si può arrestare tanto male ed impedirne le luttuose conseguenze? Don Bosco é venuto per questo a Firenze, aderendo agli inviti in primo luogo di S. E. Rev.ma Mons. Arcivescovo, poi dei più zelanti Cooperatori e Cooperatrici. Don Bosco in Firenze, e precisamente in via Cimabue num. 31, ha già aperto un oratorio festivo. Don Bosco vorrebbe aprire anche un ospizio per ricoverare tanti poveri figliuoli abbandonati, salvarli dalla corruzione dei costumi e dalla perdita della fede, educarli in modo da fame buoni cittadini e veri cristiani.

                Ma Don Bosco ha bisogno per questo della vostra carità; Don Bosco ha bisogno che a lui consegniate quel superfluo che avete, e che egli saprà usare alla maggior gloria di Dio e della Vergine Santissima e al maggior bene delle anime, specie della gioventù.

                Dunque per conchiudere vi dirò: io devo partire da Firenze, vi lascio però il mio rappresentante, il Direttore dell'oratorio sopraccennato. Versate nelle sue mani, secondo che Iddio ve ne ha dato il potere, larghe elemosine, e con questo i desideri miei, che sono pure i vostri, si realizzeranno: si salveranno molte e molte anime e, come dice S. Agostino, voi salvando l'anima dei vostri prossimi avrete assicurata la salvezza dell'anima vostra.

 

                Alla conferenza vennero accompagnati anche chierici di parecchi seminari, desiderosi di conoscere il Servo di Dio. Uno di essi, monsignor Gioachino Bonardi, vescovo di Pergamo e ausiliare del cardinale Mistrangelo, ricordava i dolci sensi allora provati nel vederlo, nel baciargli la mano e nell'udire la sua parola molto semplice, ma tutta unzione.

                Don Bosco, nonostante alcune contrarietà di cui dovremo parlare, aveva tanta fiducia nella Provvidenza, che partendo [161] per Torino lasciò ordine al Direttore di non indietreggiare; pensasse non solamente a fabbricare l'ospizio, ma anche ad erigervi accanto una chiesa degna della Gran Madre di Dio e della pietà dei buoni; essere egli disposto a fare per i Fiorentini tutti i sacrifizi possibili[123].

                A Firenze non sembra che sia accaduto nulla di straordinario. Don Rua nella lettera a Don Lazzero accenna solo ad un provvidenziale, per quanto sgradito, ritardo alla partenza durante il primo passaggio, contrattempo che permise a Don Bosco di ricevere una inattesa e vistosa offerta. A Roma invece qualche cosa vi era stata, ma senz'alcun rumore.

                I fatti, a testimonianza di Don Dalmazzo, furono due. In uno di questi due casi veramente le grazie si moltiplicarono. Con la benedizione di Maria Ausiliatrice Don Bosco ridonò la sanità a una signora. Costei imbattutasi di lì a poco in suoi conoscenti che erano protestanti, e interrogata come mai fosse guarita in un subito da si grave malattia, raccontò ciò che era successo. Queglino, avendo una figlia molto inferma, senza badare a pregiudizi religiosi, decisero di condurla da Don Bosco. Il Beato la benedisse e la giovane guarì. Sua madre, piena di consolazione, andava dicendo: - Ecco l'errore di noi protestanti: non onorare Maria. - Nel 1885 Don Bosco ricevette da quella famiglia una lettera, in cui gli si annunziava la conversione di tutti i suoi membri al Cattolicismo.

                Un altro giorno mentr'egli diceva Messa nella nostra antica chiesetta di Via Vicenza, entrò un signore che, da diciott'anni infermo alle gambe, si reggeva a stento sulle grucce, e pregava Don Dalmazzo di presentarlo al Servo di Dio; ma Don Dalmazzo, dovendo tornare in casa per preparare il caffè a Don Bosco, lo affidò al chierico Zucchini. Questi lo condusse dopo la Messa alla sua presenza. Con tutta umiltà il buon signore gli chiese la benedizione. Don [162] Bosco, fattegli alcune domande e vista la sua viva fede, lo benedisse, gli tolse di mano le stampelle e: - Cammini! - gli ordinò. Lo storpio prese a camminare senza la menoma difficoltà e partì con le grucce sotto il braccio, dicendo che le voleva conservare per ricordo. Mentre poi si prendeva il caffè, il Procuratore disse a Don Bosco: - Dunque è proprio guarito del tutto dopo la sua benedizione!

                - A stata la benedizione di Maria Ausiliatrice a guarirlo, corresse egli. - Anch'io, replicò Don Dalmazzo, ho dato tante volte la benedizione di Maria Ausiliatrice con la medesima formola, ma non mi é mai successo nulla di simile,

                - Ragazzo che sei! rispose Don Bosco. E’ perché non hai fede.

 

 


CAPO V. Feste, fastidioli e il sogno sopra il futuro stato della Congregazione.

 

                Vi era nell'Oratorio un ciclo di feste, che potremmo chiamare propriamente salesiane, fissate oramai in modo stabile dalla consuetudine: Maria Ausiliatrice, San Luigi, San Giovanni e Assunta, ossia, queste due ultime, onomastico e supposto compleanno di Don Bosco. Esse tornavano ogni volta aspettate da tutti e apportatrici di allegria e di frutti spirituali. Dovendone riparlare per questo 1881, non troviamo gran che di nuovo da dire quanto al loro svolgimento; coglieremo perciò soltanto quei particolari che escano dall'ordinario. Quasi tutto quello che é da narrare si riferirà alla solennità del 24 maggio.

                Nell'Oratorio vigeva la buona abitudine di pensare alle cose per tempo, né accadeva sotto Don Bosco che sopraggiungessero ricorrenze, per le quali non si fosse provveduto a quanto potesse bisognare. Così per trovar un Vescovo che venisse a pontificare nella chiesa di Maria Ausiliatrice nel dì della grande solennità, Don Rua da Roma in nome di Don Bosco incaricò sul finire di aprile L'Economo Generale Don Sala che trattasse con la Curia torinese. Oggi in qualsiasi diocesi tali formalità si spicciano in breve; ma nell'archidiocesi di Torino si avevano esigenze speciali, come lo diceva [164] chiaro il tono di un'ordinanza contenuta nel Calendario Liturgico del 1881. L'articolo XIV sonava così, tradotto in italiano: “Manca e gravemente alla riverenza che ognuno deve prestare al suo Pastore e alla dignità Episcopale chi invita un Vescovo a compiere qualche sacra funzione in questa Archidiocesi senza prima ottenerne volta per volta facoltà esplicita dal suo Arcivescovo.” Don Sala dunque si portò il 2 maggio da monsignor Gastaldi per pregarlo di voler permettere che monsignor Pampirio, nuovo Vescovo di Alba venisse nel giorno 24 a fare qualche solenne funzione od almeno a predicare. L'Arcivescovo, mentre Don Sala gli baciava l'anello, gli chiese: - Di che cosa ha bisogno lei da me? -- Don Sala girò largo e disse: - Essendo dal mio Superiore incaricato dei lavori per la chiesa di San Giovanni Evangelista ed avendo già ivi i pittori che lavorano, mi é nata una difficoltà, per la quale ho creduto opportuno di recarmi da V. E. Si tratta di dipingere i sette Vescovi delle chiese di Asia in figura di Angeli, secondo che si legge nell'Apocalisse...

                - Veramente, interruppe l'Arcivescovo, qualche cosa dell'Apocalisse bisogna dipingervi. Per me, facciano come vogliono.

                - L'altro giorno, ripigliò destramente Don Sala, andai ad Alba per vedere quel Duomo dipinto dal medesimo nostro pittore Costa e allora monsignor Pampirio, parlando di questo e della chiesa di Maria Ausiliatrice, lasciò intendere che sarebbe venuto volentieri una volta a pontificare nel giorno della festa. Ma prima di sentire V. E. io non gli poteva dare risposta definitiva; perciò gli dissi soltanto che saremmo stati ben fortunati di averlo fra noi in sì bella circostanza. Ora sono qui appunto anche per domandare la necessaria licenza, se Ella lo crede.

                - Di questo bisogna che mi scriva Don Bosco.

                - Don Bosco per l'appunto, informato del santo desiderio di monsignor Pampirio, incaricò Don Rua di scrivere [165] che mi recassi io da V. E. a chiederne prima d'ogni altro passo la voluta permissione.

                - No, rispose Monsignore, perché i Salesiani si comportano troppo male con quella chiesa di Maria Ausiliatrice, e tutto per fare dispetto a me. Il permettere sarebbe approvare quello che io disapprovo.

                - Oh, non dica questo, Monsignore. Noi lavoriamo per fare del bene a tutti e del male a nessuno, tanto meno al nostro Arcivescovo; si fanno anzi sacrifizi per essergli d'aiuto nella sua diocesi, massime in Torino.

                - Sì! sì!... Don Lemoyne stampa i miracoli di Maria Ausiliatrice senza il mio permesso, e sotto il mio naso si spargono per tutta l'archidiocesi, e questo per fare dispetto a me.

                - E’ la prima volta, Monsignore, che io sento parlare di miracoli. Sempre si parla di grazie ottenute per intercessione di Maria Ausiliatrice.

                - Quelli che scrisse Don Lemoyne sono miracoli e i miracoli vanno approvati dall'Autorità ecclesiastica, secondo il decreto della Sacra Congregazione.

                - Io sono affatto ignaro di questo decreto; ma so che non esce nessun libro che parli di grazie ottenute da Maria Ausiliatrice senza che abbia l'approvazione ecclesiastica.

                - Sì!!! Da un'altra diocesi! E poi con quale autorità si vuole far passare quella chiesa per santuario? Per fare questo bisogna che i fatti, i miracoli, siano approvati dall'Ordinario e non inventati...

                A questo punto Don Sala, uomo d'imponente statura, ma di patriarcale semplicità, balza da sedere, si fruga nelle tasche, cava fuori una manata di carte, ne estrae una cartolina e gliela porge dicendo: -Legga, legga, Monsignore, e si persuaderà che le grazie ottenute da Maria Ausiliatrice non sono inventate da Don Bosco. - Ma poiché l'Arcivescovo non voleva leggere: -- Ebbene, riprese Don Sala, permetta [166] che legga io: senta com'è proprio la Provvidenza che me, l'ha mandata questa mattina.

                Difatti lesse. Lo scrivente era il cavaliere Mercalli, che da Roma gli dava notizia della guarigione prodigiosa di sua moglie, contessa Fenile. Monsignore ogni tanto intercalava qualche frase: - Sono persuaso che... che... che quelle persone... - Infine disse: - Se tutte le grazie fossero come questa, non avrei difficoltà ad approvarle... E poi del bene se ne fa.

                - Ma allora, ripigliò Don Sala, perché ci tratta così? Qui per altro si cambiò discorso e si parlò della chiesa di Roma. Monsignore aveva preso un tono assai diverso, dicendo perfino che ammirava Don Bosco e che la Provvidenza l'aveva sempre aiutato e che Don Bosco faceva uscire danaro anche dalle pietre... Nel licenziarsi Don Sala gli disse: - Se nulla osta, monsignor Pampirio farebbe il panegirico. Risposta: - Monsignor Pampirio lasciatelo là in Alba, a inveire contro Rosmini. - Finalmente, mentre Don Sala, fattogli riverenza, si voltava per uscire: - Ci penserò riprese Monsignore[124].

                Per sapere poi che cosa avesse pensato, Don Sala ritornò il giorno 19, e gli domandò che, se non per i pontificali, monsignor Pampirio potesse venire almeno per il panegirico della Madonna. Ma n'ebbe un secondo rifiuto.

                Assolutamente Monsignore non sembrava disposto a disarmare con i Salesiani. Il giorno seguente Don Francesia, Direttore del collegio di Valsalice, lo pregò di volere, quando più gli facesse comodo, recarsi ad amministrare la cresima a quei convittori. Rispose di no e che giammai non si sarebbe recato in alcuna casa salesiana, perché i Salesiani gli erano contrari. Eppure lo stesso Don Francesia doveva dargli due settimane appresso una magnifica prova di soggezione. Confessore da dodici anni, fu avvertito di presentarsi a dare [167] l'esame di teologia morale. Don Francesia, a scanso di malintesi, quasiché egli non fosse in regola per le confessioni, si limitò a chiarirgli con una rispettosissima lettera la perfetta regolarità della sua patente[125]; ma poi obbedì, si presentò agli esaminatori designatigli che dinanzi a lui si mostrarono sorpresi e imbarazzati, e naturalmente. ne riportò la piena approvazione.

                Dobbiamo aggiungere che nell'anzidetta circostanza dell'invito a Valsalice monsignor Gastaldi fece un rimprovero, perché nella tipografia di Sampierdarena si era stampato per le Letture Cattoliche un fascicolo sul Socialismo del conte Emiliano Avogadro della Motta con un'appendice del medesimo autore contro le dottrine e i principii del Rosmini.

                Durante questi ultimi incidenti Don Bosco si trovava già a Torino, essendovi tornato la sera del 16. Dopo un'assenza di quattro mesi gli si voleva fare un solenne ricevimento; ma egli anticipò di qualche ora il suo arrivo entrando nell'Oratorio mentre tutti stavano in chiesa per le funzioni della novena. Mancava poco alla benedizione. Ciò inteso, pensò di darla egli medesimo. Non si può dire la gioia che riempì i cuori appena fu visto uscire dalla sacrestia vestito dei sacri paramenti e avviarsi all'altare. Il resto della sera si trascorse in canti di gioìa, in festosi applausi e in serenate della banda musicale.

                Subito la mattina appresso una sua circolare andava in cerca dei Cooperatori e delle Cooperatrici torinesi, per invitarli separatamente a conferenza nella chiesa interna di San Francesco il 19 e il 23. “Si tratteranno, diceva in essa, cose di rilievo che si operano per la maggior gloria di Dio, vantaggiose alla civile società e dì gradimento a tutti.”

                Ai Cooperatori venne facendo una di quelle esposizioni particolareggiate che hanno tutta l'aria di resoconti in famiglia e che appunto per questo si ascoltano volentieri da [168] uditori chiamati a udire come più o meno cointeressati. Essi videro successivamente a che punto stessero i lavori per la chiesa e l'ospizio di San Giovanni Evangelista a Torino, per la chiesa di Maria Ausiliatrice a Vallecrosia, per le scuole e l'oratorio della Spezia, per l'oratorio di Firenze, per la chiesa e l'ospizio del Sacro Cuore a Roma; passarono quindi ad ammirare le fatiche apostoliche dei Missionari e delle Suore nell'Uruguay e nella Patagonia. Quando l'animo degli astanti era ben tocco dalle cose udite, Don Bosco fece con tutta naturalezza un'abile digressione. Istituì un confronto tra la vita del Missionario e quella di tanti cristiani che guazzano nelle delizie senza muoversi a dare una limosina per cooperare alla salute eterna dei fratelli.

 

                A cristiani di tal fatta, diss'egli, si potrebbero rivolgere le parole, che S. Pietro in altra occasione pronunziò contro Simon Mago: Pecunia tua tecum sii in perditionem, il tuo denaro perisca con te. Cotali cristiani dovrebbero riflettere che Dio chiederà conto un giorno dei beni che ha loro concessi. Egli dirà a ciascun facoltoso: - Io ti aveva dato delle sostanze, affinché una parte ne disponessi alla mia gloria e a vantaggio del tuo prossimo; tu invece che ne facesti? Il lusso, i divertimenti, i viaggi di piacere, le gozzoviglie, le partite, le comparse, ecco la voragine de tuoi beni.

                Taluno dirà: - I miei beni io non li spreco; me li tengo cari, li accresco ogni anno; compero case, campi, vigne e via dicendo. Anche a costoro dirà il Signore: - Li accumulaste! li accresceste! Sì, é vero; ma intanto i poveri soffrivano la fame; ma intanto migliaia di fanciulli abbandonati crescevano nell'ignoranza della religione e nel mal costume; ma intanto le anime redente dal mio Sangue cadevano nell'inferno. Aveste più a cuore i vostri danari che non la mia gloria, più care le vostre borse che non le anime dei vostri fratelli. Ora coi vostri piaceri, coi vostri tesori, colle vostre sostanze andatevene alla perdizione: pecunia tua tecum sit in perditionem.

 

                So bene, soggiunse Don Bosco, che voi non siete di questi tali e che fate limosina secondo le vostre forze; ma nel mondo quanti sono che potrebbero imitare il vostro esempio, eppure non lo imitano!

                Infine comunicò che poche ore prima era venuto a sapere come la casa di San Benigno, dove appunto si educavano i futuri missionari e i futuri direttori, maestri e assistenti dei collegi, versasse in gran bisogno; da parecchi mesi non essersi [169] più potuto pagare il panattiere, né questi sentirsi più in grado di somministrare il pane; aver egli Don Bosco avuto intenzione di raccomandare la limosina a vantaggio di varie opere importanti, ma tra tutte la più importante parergli quella di non lasciar mancare il necessario alle preziose speranze della Congregazione; perciò raccomandarla loro a tale scopo. “La carità che voi farete, conchiuse egli, partirà questa sera medesima a consolare quei miei cari figli e vostri fratelli, affidati interamente alla divina Provvidenza.”

                Alle Cooperatrici parlò nella medesima forma, esponendo quanto nel corso dell'anno erasi operato a bene della povera gioventù dai Salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice: aumento e ingrandimento di case, numero ognor crescente di anime indirizzate nella via del cielo, colonie agricole, asili, scuole, oratori festivi femminili. Se volevano aver un'idea specialmente di questi oratori, andassero a vedere quello si faceva dalle Suore in Torino o nella vicina Chieri. E' descritta la vita dei due oratori proseguì:

 

                A quello spettacolo voi provereste una grande consolazione e non potreste non desiderare che si aprissero simili istituti in più altri punti della città, anzi in ogni paese del mondo. Ora quello che si fa vicino a noi nelle città di Torino e di Chieri si fa pure in quaranta e più altre case dirette dalle Suore di Maria Ausiliatrice; si fa in Italia, in Francia, in America; si fa persino nella barbara Patagonia. Oh se avessimo mezzi, quanto maggior bene si potrebbe fare! Il buon volere non manca; ma questo non basta. Per incominciare e sostenere queste opere occorrono somme di denaro, e queste il più delle volte si fanno desiderare.

                Come dunque promuovere queste ed altre opere di carità e di religione? Imitando le donne ebree nel deserto, quando si trattò di fabbricarsi un idolo per adorarlo invece del vero Dio. Mosé era salito sul monte Sinai per ricevere dal Signore le tavole della legge e tardava a discendere. Allora il popolo impazientito si sollevò contro di Aronne e volle che questi gli facesse un idolo simile a quelli che si adoravano in Egitto: volle che gli facesse un vitello. Impaurito dai tumultuanti, Aronne si mostrò pronto ad accondiscendere; ma forse nella speranza di distogliere quegli sciagurati dall'empia pretesa, domandò loro che gli portassero gli anelli, i braccialetti, le collane e gli orecchini delle donne e delle figlie. Lo credereste? Aveva appena [170] fatta tale richiesta, che vide portare a' suoi piedi un mucchio di quegli oggetti d'oro, e fattili fondere, ne compose un vitello, a cui uomini e donne si prostrarono davanti, facendo un'empia baldoria, come si legge nella Sacra Scrittura.

                Ciò posto, non é una vergogna il vedere da una parte le donne e le figlie ebree privarsi dei loro oggetti più cari per concorrere a un'opera iniqua, e dall'altra parte vedere le donne e le figlie cristiane abbigliarsi come tante regine e dame di Corte e mettersi così nell'impossibilità di fare una limosina a gloria del vero Dio, a decoro delle sue chiese, a sollievo di tanti fanciulli e fanciulle abbandonate? Oh io certo non vorrei trovarmi al posto di queste cristiane nel punto di morte! Non vorrei essere al loro posto nel dì del giudizio!

                Con questo non voglio dire che una donna, che una signora sia obbligata a spogliarsi de' suoi ornamenti, che sono secondo il suo stato; se le convenienze non le permettono di farne senza, se li tenga pure; ma intendo di dire che è obbligata a non trasmodare, a non correre dietro le vanità del mondo; é obbligata a osservare se ha del superfluo nei mobili di casa, sulla persona, nel trattamento, e trovandolo é obbligata a disporne in pro della religione, a vantaggio del suo prossimo. Questo voi l'avete già fatto finora; continuate, o benemerite Cooperatrici, a farlo in avvenire, affinché chi in un modo e chi in un altro possiamo far amare e glorificare il nostro dívin Salvatore Gesù Cristo e mandare gran numero di anime in Cielo.

 

                Ai più insigni Cooperatori lontani soleva in questa occasione scrivere letterine, che ne richiamassero il pensiero alla grande festa; poiché, non essendo ancora la solennità così universale com'è oggi, facilmente passava inosservata. Ecco un saggio di questi richiami indirizzato al conte Eugenio De Maistre.

 

                Carissimo Sig. Conte Eugenio,

 

                Non le scrivo sovente perché so che é occupato in mille cose, ma mi ricordo ogni giorno di Lei e di tutta la sua famiglia nella santa Messa.

                A Roma il S. Padre mi parlò molto di Lei, e de' Sig. Fratelli Carlo e Francesco, e a tutti manda una speciale benedizione.

                Nel giorno di martedì, solennità di Maria SS. Ausiliatrice, sarà celebrata una Messa secondo la pia di Lei intenzione all'altare di questa celeste benefattrice supplicandola a voler concedere a tutta la sua famiglia sanità perfetta, e il prezioso dono della perseveranza nel bene.

                Dio la benedica, o sempre caro Sig. Eugenio, e voglia anche pregare per me che le sarò sempre in G. C.

                Torino, 21 Maggio 1881,

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco. [171]

 

                La vigilia della festa, oltreché dal numeroso concorso delle Cooperatrici torinesi alla conferenza di Don Bosco, fu rallegrata pure dalla presenza dei pellegrini francesi reduci da Roma, che, seguendo l'esempio dato negli anni antecedenti da altri loro compatrioti, si fermarono una mezza giornata a Torino e dedicarono qualche poco di questo tempo all'Oratorio. Al loro arrivo si cantavano con grande pompa i primi vespri di Maria Ausiliatrice, e dopo la benedizione si fece ai graditi ospiti un degno ricevimento con suoni, canti e discorsi. Parlò pure Don Bosco. Rammentato il recente incontro a San Giovanni in Laterano, li ringraziò della visita e promise di accompagnarli con le preghiere sue e de' suoi. - Considerate me, disse da ultimo, considerate tutti i Salesiani come i vostri migliori amici; ogni volta che vi potremo servire, noi saremo ben lieti di farlo. - All'invito poi dell'abate Picard, Superiore degli Assunzionisti, che anche questa volta guidava il pellegrinaggio e pronunziò eloquenti parole, molti, se non tutti, chiesero di essere annoverati fra i Cooperatori.

                Francesi furono nel 1881 il Priore e la Priora della festa. Come Priora venne appositamente da Marsiglia la nota Cooperatrice Madame Jaques, sebbene fosse già stata a Roma in aprile. Essa poté così nel ritorno far pago un vivo desiderio di quel Comitato che Don Bosco chiamava la sua milizia contro il demonio (son armée contre le diable). Le buone Signore avevano domandato a Don Bosco alcune copie della fotografia presagli, come si deve ricordare, a Marsiglia; ma, egli, non avendone allora, promise di mandarne da Torino con la sua firma. Ma poíché non le vedevano mai arrivare, si raccomandarono a Madame Jaques di farsi dare le précieux souvenir promis par le vénéré fondateur. La Signora, risoluta di contentare le sue colleghe, se ne procurò una copia, ne fece trarre a sue spese quante altre occorrevano, e poi volle dal Servo di Dio la sua firma su ciascuna, Don Bosco fece di più: le arricchì tutte d'un long et pieux autographe. Vi impiegò [172] tutto il tempo dei vespri nel dì dell'Ascensione. Era visibile lo sforzo richiesto per scrivere; ma questo, a detta delle destinatarie, aggiunse un mérite de plus aux précieux souvenir. Il parroco Guiol si rese interprete della gratitudine di tutte presso Madame Jaques nella prima seduta del Comitato[126].

                Priore o Priorino o petit Prieur, come lo chiamavano, fu un fanciullino di sei anni, figlio del conte Flayose di Villeneuve, quello di Roquefort, tanto amico di Don Bosco. Nell'aprile del 1880 il piccolo languiva per una seria polmonite. Il padre costernatissimo, viste svanire le umane speranze, telegrafò a Don Bosco, che conosceva benissimo il bimbo. Don Bosco ricevette la notizia a Lucca. Celebrò per lui la Messa, invocando da Maria Ausiliatrice la grazia della guarigione. Orbene, come si verificò di poi, mentre egli celebrava, il padre, accostatosi al malatino e per vedere se fosse ancor vivo chiamatolo per nome, si udì con infinita consolazione rispondere: - Papà, dammi da mangiare. - Ricuperò i sensi perduti, la febbre disparve, la tosse si calmò e senza convalescenza riebbe forze e salute. Ma un mese dopo ecco sopravvenirgli una grave pleurite. Scongiurato il pericolo, i medici prescrissero delicatissime cure per alcuni mesi. Il padre però, pieno di fede, venne a Torino il 24 maggio, pregò con fervore Maria Ausiliatrice e tornato in famiglia trovò il figliuoletto interamente ristabilito, tanto ristabilito che per la festa del 1881 lo condusse all'Oratorio a farvi una parte ordinariamente riserbata ai grandi. Il fanciullo con il suo bel contegno si attirò le simpatie di tutti[127].

                La grande solennità fu senza pontificali, ma non senza Vescovo. Nel 28 e 29 maggio si doveva festeggiare a Milano il giubileo sacerdotale dell'Arcivescovo monsignor Luigi Nazari dei conti di Calabiana con l'intervento dell'Episcopato [173] non solamente lombardo, ma anche subalpino, essendo il festeggiato piemontese ed ex - vescovo di Casale[128]. Monsignor Pampirio, recandosi a Milano, passò per Torino e, preso alloggio a San Domenico dai Frati del suo Ordine, venne per sua particolare divozione la mattina del 24 a celebrare la Messa nella chiesa di Maria Ausiliatrice, dove un tempo aveva predicato. Don Bosco naturalmente gli fece dire la Messa della comunità e della comunione generale. Ma l'Ordinario, appena lo seppe, scrisse a Monsignore una lettera di biasimo, dicendogli che non poteva permettere la sua presenza nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Il Vescovo di Alba, tornato a San Domenico e trovato il foglio arcivescovile, mandò subito un biglietto a Don Bosco per notificargli la cosa; rispose quindi all'Arcivescovo che non avrebbe più fatto alcuna funzione, ma solo il panegirico della Madonna alla sera, così essendosi già annunziato; non volesse per questo sollevare impedimenti a motivo dello scandalo che ne sarebbe derivato, quando la cosa si divulgasse tra l'immenso popolo di divoti accorsi alla solennità. L'Arcivescovo consentì contro sua voglia ch'ei facesse il discorso, ma tenne duro per il resto, non permettendogli di dare la benedizione.

                Benché fosse giorno feriale, pure la fiumana del popolo durò dall'alba fino a notte avanzata, quando una moltitudine innumerevole si riversò in tutte le adiacenze del tempio per assistere allo spettacolo della prima grande illuminazione a gaz. Si cominciò quell'anno a sperimentare quanto fosse insufficiente la chiesa nell'occasione dei maggiori concorsi di fedeli; poiché alle funzioni principali una folla di gente [174] dovette contentarsi di prendere parte dalla piazza. Non essendovi pontificale, Don Bosco alle altre fatiche della giornata fu costretto di aggiungere anche il non piccolo incomodo di cantare la Messa e dare la benedizione; ma, dice un giornale torinese[129], fu “cosa che rallegrò tutti.” Il medesimo giornale terminava così il suo articoletto: “Dio conservi ancora per molti anni questo degno ecclesiastico, il quale nella sua umiltà e zelo sa eccitare e tener così viva la pietà in mezzo al popolo cristiano.”

                Affluirono relazioni di grazie. Chi riferiva oralmente, chi per iscritto. Don Bosco non voleva che se ne perdesse la memoria; perciò si conservano molte lettere a lui dirette e da lui postillate per le risposte, e un apposito registro della sacrestia ne contiene un lungo elenco[130]. Le principali furono poi pubblicate, come sempre, da Don Lemoyne[131].

                L'avvicendarsi di tanti visitatori nell'Oratorio offriva un'occasione quanto mai propizia per iscrivere nuovi Cooperatori. Appunto con l'intenzione di agevolare questa propaganda il Beato stese una Breve Notizia sullo scopo della Pia Società Salesiana e fattala stampare con la data del 24 maggio sopra un foglietto agile e nitido, la distribuì a quanti più gli fu possibile. Con semplicità brevità e chiarezza vi si presentavano le notizie più essenziali sulla Congregazione salesiana sulle sue attività, sul suo stato d'allora e sui mezzi per sostenerla[132].

                Chiusi i festeggiamenti per Maria Ausiliatrice, l'attesa si volgeva alle due ricorrenze intime di San Giovanni e di San Luigi. Per entrambe nulla troviamo che non sia già stato narrato negli anni antecedenti. Riguardo al genetliaco di Don Bosco, assegnato erroneamente al giorno dell'Assunta, [175] si nota come di anno in anno venisse assumendo sempre maggiore importanza nella casa. Dal 1881 si cominciò a fare in tal giorno la solenne distribuzione dei premi tanto agli artigiani che agli studenti sotto la presidenza di Don Bosco; la qual novità agevolò pubbliche dimostrazioni per il suo sessantesimo sesto natalizio. Nelle parole di chiusa, fatti i ringraziamenti, osservò: - Voi dite che Don Bosco ha fatto tante belle opere; ma il vostro affetto vi fa vedere le cose diversamente da quello che sono. Tutto fu compiuto e si compie per l'aiuto di Dio e per intercessione di Maria Santissima. Se il Signore non ci avesse dato braccio forte e condotti per mano, che cosa avremmo potuto fare noi? E non contate i soccorsi di tanti benefattori e benefattrici? Don Bosco non é che un cieco strumento nelle mani di Dio, il quale così dimostra che, quando vuole, può fare le più grandi cose anche con mezzi meschinissimi. - Fece quindi un'allusione alle croci cadutegli quell'anno sopra le spalle. I giovani certo non vi capirono gran che; ma egli mirava a incoraggiare i suoi collaboratori e amici, che chi più chi meno ne sapevano tutti qualche cosa. Si diffuse poi in lodi per un ex - allievo di Nizza Monferrato, perché nella sua patria aveva fondato una fiorente ed esemplare società di giovani operai cattolici, additandolo all'ammirazione e all'imitazione dei presenti. Il pensiero finale fu per l'anima - Chi sa se l'anno venturo noi ci troveremo ancora tutti qui radunati? Ci sarete voi? Ci sarà Don Bosco? Altri un anno fa erano tra noi vispi, lieti, allegri, sani e robusti, ed ora non sono più! Viviamo dunque sempre come se ogni giorno fosse l'ultimo della nostra vita; operiamo il bene mentre abbiam tempo: così quando sonerà anche per noi l'ultima ora non avremo a pentirci d'aver passati i nostri giorni inoperosi, inutili per Iddio e per la società. Io spero e prego che quest'ora suoni tardi e per voi e per me; ma se così non fosse, sia sempre fatta la volontà di Dio. -

                Accennando alle tribolazioni più recenti, Don Bosco si [176] era espresso così: - Ed ora, passando ad altro, vi dirò che sempre, ma specialmente in quest'anno, abbiamo avuto belle e grandi consolazioni, come pure, conviene dirlo, molte spine e dolori. Ma, si sa bene, non c'è rosa senza spine. Ebbene, che fare, figli carissimi? In quelle e in queste, nelle gioie e nelle pene, sia sempre. fatta la volontà di Dio, il quale non ci abbandonerà mai, nemmeno quando ci ruggirà intorno la più furiosa tempesta. Coraggio dunque, coraggio sempre; non istanchiamoci mai di fare il bene, e Dio sarà con noi.

                Nel corso del 1881 toccarono a Don Bosco fastidi maggiori e fastidi minori. Dei maggiori alcuni ci sono già noti dal volume precedente, altri saranno oggetto di narrazione nel volume che ci sta dinanzi; qui diremo solo di quelli che appartengono alla categoria dei minori e che abbiamo chiamati fastidioli, non perché trascurabili, ma perché, confrontati con altri, appaiono quasi inezie. Tali si possono considerare gli attacchi giornalistici, tre dei quali si sono già dovuti menzionare nei capi antecedenti; ma ne rimangono ancora.

                Fu abitudine costante di Don Bosco ricambiare come sapeva e poteva meglio i benefizi ricevuti. Uno dei mezzi da lui usati era di far giungere ai benefattori onorificenze civili o ecclesiastiche, sempreché vedesse che tornavano accette. Non lo moveva a ciò nessun segreto pensiero di lusingare l'altrui vanità per cavarne vantaggi, ma unicamente il desiderio di sdebitarsi rendendo bene per bene. E’ cosa chiara che le distinzioni accordate dal Governo guadagnavano credito a chi le riceveva e quindi ne favorivano gl'interessi; quelle poi concesse dalla Santa Sede venivano presentate in guisa che fossero accolte da buoni cattolici o da ragguardevoli ecclesiastici come vincoli di più stretta unione con il Capo supremo della Chiesa. Non la pensavano così certi mettiscandali, avvezzi a giudicare tutti gli altri alla propria stregua. Uno di questi cotali era il famoso direttore della Cronaca dei Tribunali.[177]

                Questo periodico nel suo numero del 26 marzo uscì con un articolo intitolato "Don Bosco e i Cavalieri", in cui, dopo essersi svelenito contro i trentasettemila decorati d'Italia, andava a ripescare nel passato remoto e per libidine di dir male del povero Don Bosco raccontava a modo suo per quali torte vie un liquorista Revelli torinese fosse arrivato a ghermire nel 1870 una croce da cavaliere. La realtà era che questo signore, smanioso del cavalierato, aveva fatto a Don Bosco un'oblazione di quattromila lire; dopo di che il suo voto fu pago. Ma Don Bosco ignorava che ci stava di mezzo un sensale di decorazioni, il quale aveva fatto due parti in commedia; onde il neocavaliere, subodorato l'intrigo, tirò in ballo anche Don Bosco, quasi che con l'altro messere avesse cooperato a imbrogliarlo, e li querelò entrambi dinanzi al pretore di Borgo Dora, esigendo restituzione di somma fraudolentemente carpita. Il magistrato condannò il querelante alle spese e ai danni; ma la sentenza non piaceva all'articolista, che, manipolato per i suoi creduli lettori un cervellotico racconto dell'affare chiudeva con questa malignità il suo scritto: “Raccomando questo fatto a coloro che dovranno un giorno canonizzare l'abate Bosco, prete, volpe politica e sensale di croci. Sentiamo ora la difesa del “Corriere di Torino” Ma il quotidiano cattolico non difese nulla, certamente per volere di Don Bosco, nemico acerrimo delle polemiche. Per altro dallo sfogo atrabiliare del libellista ecco balzar fuori una testimonianza inattesa della universale fama di santità, che, volere o no, circondava la persona di Don Bosco. Più grave e più velenoso assalto gli mosse da Firenze la Gazzetta d'Italia del 7 giugno; autore ne sembra un protestante, disturbato forse dalla presenza dei Salesiani nella città. Era apparso un nuovo libro del celebre ex gesuita

                Carlo Curci[133], che, ripetendo cose già dette in altre sue [178] pubblicazioni, vi lamentava la poca istruzione di grandissima parte del clero italiano. Il giornalista ne prendeva argomento per mostrare in che modo si mettessero insieme e si ordinassero i preti d'Italia, e quindi come dovessero essere necessariamente digiuni di sapere, privi di educazione civile e senza nessuna efficacia morale sui cittadini. Orbene, con l'aria pacata e sorniona di chi vuol dare a intendere che dice verità incontestabili, scriveva: “E v'è a Torino un sacerdote, Don Bosco, che in parecchi de' suoi istituti educa al servizio della chiesa centinaia e centinaia di giovanetti; molti si dànno poi alle missioni in Africa e nell'America Meridionale e nelle Indie; ma parecchi rimangono o dopo qualche anno di vita fra gl'infedeli, ritornano alle nostre chiese. Ognuno può immaginare che sacerdoti sieno. Per novanta su cento vengon fuori da' più bassi strati sociali.” E proseguendo su questo metro e generalizzando, tirava la conclusione che della questione ecclesiastica in Italia tutti oramai dovevano interessarsi. Con quei tutti intendeva di dire specialmente gli uomini del Governo, i quali, a dir vero, nel senso voluto da lui se n'erano già interessati fin troppo da una ventina d'anni a quella parte!

                Intanto ecco che dei Salesiani si faceva negli ambienti di Toscana una ben brutta presentazione, quasi d'un'accozzaglia di gente incolta, zotica e retriva. Don Bosco ebbe dinanzi al pensiero sì nefaste insinuazioni, allorché parlò agli ex - allievi sacerdoti nell'annuale adunanza del 10 agosto. L'oratore di circostanza aveva creduto di dover ribattere sì malevole accuse. Don Bosco, pigliando occasione dalle sue parole, raccontò che pochi anni innanzi una persona, di cui tacque il nome, aveva scritto a Roma accusando d'ignoranza i Salesiani[134]. Allora che si fece? -Si prese in mano il registro, diss'egli, e con documenti autentici e bollati si fece constare che sopra duecento membri dell'Istituto cent'ottanta avevano [179] subito rigorosi esami in Seminario, nell'Università di Torino, in Licei e Collegi governativi e ottenutone diploma o di teologia o di filosofia o di belle lettere o di professore o di maestro. Ricevuta a Roma simile risposta documentata, ne venne fatta rimostranza all'accusatore, il quale sapete che cosa rispose? Rispose non essere da stupirsi che Don Bosco avesse tanti laureati o diplomati, perché egli tra i suoi giovani sceglie e tiene con sé i giovani d'ingegno, lasciando gli altri in disparte. Vedete contraddizione, e nel tempo stesso una prova di quel detto dello Spirito Santo che mundus totus in maligno positus est. Sì, il mondo é tutto malignità e non tacerebbe nemmeno se gli mettessimo gnocchi in bocca. - Poi, allargando il suo concetto, soggiunse: - Del resto io non voglio che i miei figli siano enciclopedici; non voglio che i miei falegnami, fabbri, calzolai siano avvocati; né che i tipografi, i legatori e i librai si mettano a farla da filosofi e da teologi; tanto meno intendo che i miei professori e maestri studino De arte Politica, come se avessero a diventar ministri e ambasciatori. A me basta che ognuno sappia bene quello che lo riguarda; e quando un artigiano possiede le cognizioni utili ed opportune per ben esercitare la sua arte, quando un professore é fornito della scienza che gli appartiene per istruire adeguatamente i suoi allievi, quando un sacerdote mediante i dovuti esami é giudicato idoneo ad esercitare il sacro ministero e lo esercita di fatto con vantaggio delle anime, costoro, dico, sono dotti quanto è necessario per rendersi benemeriti della Società e della Religione ed han diritto quanto altri di essere rispettati. Regoliamoci dunque bene e non curiamoci delle male lingue né delle cattive penne. -

                Muove proprio a nausea il vedere oggi la spudoratezza con cui certi giornali versavano di quando in quando a piene mani l'insulto e lo scherno su Don Bosco. Anche nel 1881 il Fischietto volle dar prova della sua trivialità contro di lui e lo fece in un articolaccio dell'II ottobre, nel quale, immaginando una lettera di un Cardinale romano a Don Bosco, [180] designati entrambi con nome e cognome da suburra, sotto forma di elogi canzonatorii rappresentava il Servo di Dio intento solo a gabbare gl'ingenui per far quattrini; e sebbene tutti vedessero l'uso che faceva della carità pubblica, pure gettava il dileggio financo sulle chiese da lui fabbricate. Questo non era più fare del buon timore, ma della diffamazione. Il fogliaccio nondimeno con tutto il suo malvagio intento di screditare, veniva senza volerlo a mettere in evidenza un fatto che le spiegazioni ironiche non spiegavano per nulla; poiché gli si faceva dire dallo pseudo prelato: “Un po' fortemente e un po' soavemente vi siete imposto a tanta brava gente e non si sente che il vostro nome echeggiare sul continente.” Ente... ente... ente; ma il fatto sta che Don Bosco in Italia era l'idolo della brava gente.

                Pochi giorni dopo, nel numero del 20 ottobre, perfino la male affettata gravità della Gazzetta Piemontese volle sbizzarirsi contro Don Bosco. Un signor Anglesio, banchiere assai noto in Torino e buon cattolico, per affari disgraziati versava in pessime acque; onde prima di lasciarsi travolgere nel vortice delle procedure pensò meglio di ecclissarsi. Dietro quella scomparsa si sbrigliarono le fantasie degl'imbrattacarte; dissero perfino che si fosse rifugiato in Vaticano e che fosse preconizzato direttore di una favolosa Banca Vaticana da impiantare. Finalmente corse voce che, per dirla col citato giornale, fosse stato “ricoverato in qualcuna delle tante case del famoso Don Bosco” e “più tardi mandato a Buenos - Aires appunto in un istituto di questo influentissimo capo ecclesiastico”. Anche qui nelle “tante case” e nell' “in fluentissimo” si sente rodimento di bile settaria di fronte a un uomo che in un mondo avverso andava per la maggiore. Nel fattispecie dunque la verità era questa. L'Anglesio, benefattore costante di Don Bosco, aveva provveduto sempre gratis et amore Dei le medicine all'Oratorio. La rovina delle sue fortune lo trovò cristianamente rassegnato. Abbandonato al suo destino quanto gli rimaneva, ritenutasi la somma [181] necessaria per il viaggio in America e dato il resto, poche centinaia di lire, in elemosina, si mise nelle mani del Servo di Dio, che lo ricoverò nella casa di Patagónes, dov'egli santamente visse e morì.

                L'ultima noia di questo genere nel 1881 ebbe origine da un testamento del 1878. In tre anni nuvoli di foglietti volanti si sparpagliarono entro e fuori di Genova per opera di un Don Paolo Ricchino, fratello del testatore, prete esso pure. L'ultimo lancio fu nel dicembre del 1881 e ne vennero spediti esemplari a molti personaggi e a Vescovi e Cardinali. Noi ne abbiamo davanti uno inviato al Cardinale Vicario e da lui rimesso a Don Dalmazzo. Fortuna che la volgarità del linguaggio e l'inettitudine dell'esposizione squalificano senza altro la denunzia contro il “taumaturgo torinese”, operatore di “portentosi miracoloni”. Ma chi può dire tutti gli effetti di una calunnia, per quanto strampalata essa sia?

                E di pretta calunnia qui si trattava. Don Angelo Ricchino, custode della chiesa di Nostra Signora delle Grazie a Sampierdarena, ammalatosi per fungosità a un piede., tenne parecchi anni il letto senza potersi muovere. Allora Don Albera mandava tutte le domeniche gratuitamente due preti a dire la Messa a confessare e predicare nella sua chiesa; egli stesso poi andava con frequenza ad assisterlo e a confortarlo. Allorché bisognò procedere all'operazione chirurgica per amputargli il pollice del piede, Don Albera fu il solo che gli alleviasse l'angoscia causatagli dall'apprensione di quel taglio. Una persona autorevole, ma poco prudente gli aveva presentato come obbligo di coscienza il sottomettersi a tale amputazione; onde il meschino si dibatteva fra l'idea del dovere e la paura delle conseguenze. Don Albera cominciò a liberarlo da simile tortura morale, assicurandolo che obbligo non esisteva; quindi a poco a poco lo indusse a fare il volere dei medici. Ma era troppo tardi. Il paziente, venuto a morte volle ricompensare in qualche modo la carità di chi l'aveva tanto assistito, e insieme provvedere alla sorella che [182] non restasse sola al mondo. Affidò la sorella a Don Albera, che l'accolse fra le suore, e nel testamento nominò lui erede universale. Non era però una grande eredità.

                Or ecco insorgere il fratello D. Paolo e sollevare contestazioni. Prete di condotta equivoca, come lo dimostrano i processi che dovette sostenere, impugnò la validità del testamento, egli che non era mai stato neppur a visitare il fratello infermo finché non lo seppe agli estremi. Accampò dunque la ragione che Don Albera non era erede vero, ma fiduciario ossia interposta persona a favore di Don Bosco, e i tribunali settari gliela diedero vinta. Ma prima della sentenza definitiva, che cosa non fece il disgraziato per disonorare Don Bosco sui giornali, con fogli volanti e a viva voce? Se non che la giustizia di Dio non lasciò impunita la malvagità. Ben quattro giornalisti, che si erano prestati al tristo giuoco, finirono condannati da tre a sette anni per ricatti, avendo minacciato a cittadini di rivelar segreti a loro carico, se non sborsassero danaro. L'autore medesimo di tutto questo fracasso chiuse malamente i suoi giorni; poiché dovette subire un processo infamante e da ultimo se ne morì senza sacramenti.

                Quasi per rialzare l'animo a Don Bosco, sicché il peso di tante contrarietà piccole e grandi non glielo accasciasse, il cielo, diremmo così, si abbassava di tratto in tratto fino a lui sotto forma d'illustrazioni superne, che lo confermavano nella incoraggiante certezza della missione affidatagli dall'alto. Nel mese di settembre egli ebbe uno de' suoi sogni più importanti, che, prospettandogli le sorti della Congregazione in un prossimo avvenire, gliene svelava i grandiosi incrementi, ma insieme gli scopriva i pericoli che minacciavano di annientarla, se non si correva in tempo ai ripari. Le cose vedute e udite lo impressionarono talmente, che non si contentò di esporle a voce, ma le mise anche per iscritto L'originale oggi é smarrito; ce ne sono per altro pervenute numerose copie, che tutte concordano a meraviglia. [183]

                Spiritus Sancti gratia illuminet sensus et corda nostra. Amen.

 

                Ad ammaestramento della Pia Società Salesiana.

                Il dieci settembre anno corrente (1881), giorno che S. Chiesa consacra al glorioso Nome di Maria, i Salesiani, raccolti in S. Benigno Canavese, facevano gli Esercizi Spirituali.

                Nella notte del 10 all'11, mentre dormiva, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata. Mi sembrava di passeggiare coi Direttori delle nostre Case, quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso, che non potevamo reggerne la vista. Datoci uno sguardo senza parlare, si pose a camminare a distanza di qualche passo da noi. Egli era così vestito: Un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come una fascia che si rannodava davanti, ed una fettuccia gli pendeva sul petto. Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: Pia Salesianorum Societas anno 1881, e sulla striscia d'essa fascia portava scritte queste parole: Qualis esse debet. Dieci diamanti di grossezza e splendore straordinario erano quelli che c'impedivano di fermare lo sguardo, se non con gran pena, sopra quell'Augusto Personaggio. Tre di quei diamanti erano sul petto, ed era scritto sopra di uno Fides, sull'altro Spes, e Charitas su quello che stava sul cuore. Il quarto diamante era sulla spalla destra, ed aveva scritto Labor; sopra il quinto nella spalla sinistra leggevasi Temperantia. Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto, ed erano così disposti: uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo come il centro di un quadrilatero, e portava scritto Obedientia. Sul primo a destra leggevasi Votum Paupertatis. Sul secondo più abbasso Praemium. Nella sinistra sul più elevato era scritto Votum Castitatis. Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traeva e attraeva lo sguardo come la calamita tira il ferro. Sul secondo a sinistra più abbasso stava scritto Ieiunium. Tutti questi quattro ripiegavano i luminosi loro raggi verso il diamante del centro.

                Questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa di fiammelle si alzavano e portavano scritto qua e colà varie sentenze.

                Sulla Fede si elevavano le parole: Sumite scutum Fidei, ut adversus insidias diaboli certare possitis. Altro raggio aveva: Fides sine operibus mortua est. Non auditores, sed factores legis regnum Dei possidebunt.

                Sui raggi della Speranza: Sperate in Domino, non in hominibus Semper vestra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia.

                Sui raggi della Carità: Alter alterius onera portate, si vultis adimplere legem meam. Diligite et diligemini. Sed diligite animas vestras et vestrorum. Devote divinum officium persolvatur; missa attente celebretur; Sanctum Sanctorum peramanter visitetur. [184]

                Sulla parola Labor: Remedium concupiscentiae, arma potens[135] contra omnes insidias diaboli.

                Sulla Temperanza: Si lignum tollis, ignis extinguitur. Pactum constitue cum oculis tuis, cum gula, cum somno, ne huiusmodi inimici depraedentur animas vestras. Intemperantia et castitas non possunt simul cohabitare.

                Sui raggi dell'Obbedienza: Totius aedificii fundamentum, et sanctitatis compendium

                Sui raggi della Povertà: Ipsorum est Regnum coelorum. Divitiae spinae. Paupertas non verbis, sed corde et opere conficitur. Ipsa coeli ianuam aperiet et introibit.

                Sui raggi della Castità: Omnes virtutes veniunt pariter cum illa. Qui mundo sunt corde, Dei arcana vident, et Deum ipsum videbunt.

                Sui raggi del Premio: Si delectat magnitudo praemiorum, non deterreat multitudo laborum. Qui mecum patitur, mecum gaudebit. Momentaneum est quod patimur in terra, aeternum est quod delectabit in coelo amicos meos.

                Sui raggi del Digiuno: Arma potentissima adversus insidias inimici. Omnium Virtutum Custos. Omne genus daemoniorum per ipsum eiicitur.

                Un largo nastro a color di rosa serviva d'orlo nella parte inferiore del manto, e sopra questo nastro era scritto: Argumentum praedicationis. Mane, meridie et vespere. Colligite fragmenta virtutum et magnum sanctitatis aedificium vobis constituetis. Vae vobis qui modica spernitis, paulatim decidetis.

                Fino allora i Direttori erano chi in piedi, chi in ginocchio, ma tutti attoniti e niuno parlava. A questo punto Don Rua come fuor di sé disse: Bisogna prendere nota per non dimenticare. Cerca una penna e non la trova; cava fuori il portafoglio, fruga e non ha la matita. Io mi ricorderò, disse Don Durando. Io voglio notare, aggiunse Don Fagnano, e sì pose a scrivere col gambo di una rosa. Tutti miravano e comprendevano la scrittura. Quando Don Fagnano cessò di scrivere, Don Costamagna continuò a dettare così: La Carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto; predichiamola colle parole e coi fatti.

 

***

 

                Mentre Don Fagnano scriveva, scomparve la luce, e tutti ci trovammo in folte tenebre. Silenzio, disse Don Ghivarello, inginocchiamoci, preghiamo, e la luce verrà. Don Lasagna cominciò il Veni Creator, poi il De Profundis, Maria Auxilium Christianorum, a cui tutti rispondemmo. Quando fu detto, Ora pro nobis, riapparve una luce, che circondava un cartello in cui leggevasi: Pia Salesianorum Societas qualis esse periclitatur anno salutis 1900. Un istante dopo la [185] luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e conoscerei a vicenda.

                In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il Personaggio di prima, ma con aspetto malinconico simile a colui che comincia a piangere. Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato e sdruscito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti eravi invece un profondo guasto cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti.

                Respicite, Egli ci disse, et intelligite. Ho veduto che i dieci diamanti, erano divenuti altrettanti tarli che rabbiosi rodevano il manto.

                Pertanto al diamante della Fides erano sottentrati: Somnus[136] et accidia.

                A Spes: Risus et scurrilitas.

                A Charitas: Negligentia in divinis perficiendis. Amant et quaerunt quae sua sunt, non quae Iesu Christi.

                A Temperantia: Gula, et quorum Deus venter est.

                A Labor: Somnus, furtum, et otiositas.

                Al posto dell'Obedientia eravi nient'altro che un guasto largo e profondo senza scritto.

                A Castitas: Concupiscentia oculorum et superbia vitae.

                A Povertà era succeduto: Lectus, habitus, potus et pecunia.

                A Praemium: Pars nostra erunt quae sunt super terram.

                A Ieiunium eravi un guasto, ma niente di scritto.

                A quella vista fummo tutti spaventati, Don Lasagna cadde svenuto, Don Cagliero divenne pallido come una camicia, e appoggiandosi sopra una sedia gridò: Possibile che le cose siano già a questo punto? Don Lazzero e Don Guidazio stavano come fuori di sé, e si porsero la mano per non cadere. Don Francesia, il conte Cays, Don Barberis e Don Leveratto erano quivi ginocchioni pregando con in mano la corona del SS. Rosario.

                In quel tempo sì fé' intendere una cupa voce: Quomodo mutatus est color optimus!

 

***

 

                Ma nell'oscurità succedette un fenomeno singolare. In un istante ci trovammo avvolti in folte tenebre, nel cui mezzo apparve tosto una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potevamo scorgere che era un avvenente giovanetto vestito di abito bianco lavorato con fili d'oro e d'argento. Tutto attorno all'abito vi era un orlo di luminosissimi diamanti.. Con aspetto maestoso, ma dolce ed amabile si avanzò alquanto verso di noi, e ci indirizzò queste parole testuali:

                Servi et instrumenta Dei Omnipotentis, attendite et intelligite. Confortamini et estote robusti. Quod vidistis et audistis, est coelestis admonitio, quae nunc vobis et fratribus vestris facta est; animadvertite et [186] intelligite sermonem. Iacula praevisa minus feriunt, et praeveniri possunt. Quot sunt verba signata, tot sint argumenta praedicationis. Indesinenter praedicate opportune et importune. Sed quae praedicatis, constanter facite, adeo ut opera vestra sint velut lux, quae sicuti tuta traditio ad fratres et filios vestros pertranseat de generatione in generationem. Attendite et intelligite. Estote oculati in tironibus acceptandis, fortes in colendis, prudentes in admittendis. Omnes probate, sed tantum quod bonum est tenete. Leves et mobiles dimittite. Attendite et intelligite. Meditatio matutina et vespertina sit indesinenter de observantia constitutionum. Si id feceritis, numquam vobis deficiet Omnipotentis auxilium. Spectaculum facti eritis mundo et Angelis, et tunc gloria vestra erit gloria Dei. Qui videbunt saeculum hoc exiens et alterum incipiens, ipsi dicent de vobis: A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris. Tunc omnes fratres vestri et filii vestri una voce cantabunt: Non nobis, Domine, non nobis; sed Nomini tuo da gloriam[137].

                Queste ultime parole furono cantate, ed alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose, sonore, che noi rimanemmo privi di sensi e per non cadere svenuti ci siamo uniti agli altri a cantare. Al momento che finì il canto si oscurò la luce. Allora mi svegliai, e mi accorsi che si faceva giorno.

 

***

 

                Pro memoria. Questo sogno durò quasi l'intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia pel timore di dimenticarmene mi sono levato in fretta e presi alcuni appunti, che mi servirono come di richiamo a ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della Presentazione di Maria SS. al Tempio.

                Non mi fu possibile ricordar tutto. Tra le molte cose ho pur potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia.[187]

                La nostra Società é benedetta dal Cielo, ma Egli vuole che noi prestiamo l'opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati; se ciò che predichiamo, lo pratichiamo, lo tramanderemo ai nostri Fratelli con una tradizione pratica di quanto si é fatto e faremo.

                Ho potuto eziandio rilevare che ci sono imminenti molte spine, molte fatiche, cui terranno dietro grandi consolazioni. Circa il 1890 gran timore, circa il 1895 gran trionfo. M. A. Chr. ora p. n.

 

                Don Rua mise subito in pratica l'ammonimento del Personaggio, che delle cose rivelate si facesse materia di predicazione; poiché tenne ai Confratelli dell'Oratorio una serie di conferenze, nelle quali commentò loro minutamente le due parti del sogno. Il tempo a cui Don Bosco riferiva la doppia eventualità dei trionfi o delle sconfitte, corrispondeva nella Congregazione a quello che nella vita umana é il principio dell'adolescenza, momento delicato e pericoloso, da cui dipende per lo più tutto l'avvenire. Nell'ultimo decennio del secolo scorso il moltiplicarsi delle case e dei soci e l'estendersi dell'opera salesiana in tante nazioni differenti potevano senza dubbio dar luogo a taluno di quei deviamenti dalla linea retta che, se non si arrestano con prontezza, conducono sempre più lontano dalla strada maestra. Ma allo scomparire di Don Bosco la Provvidenza ci aveva fatto trovare nel suo successore la mente illuminata e la volontà energica che per quella fase critica si richiedevano. Don Rua, che si poteva dire benissimo la personificazione vivente di tutto il bello e buono rappresentato nella prima parte del sogno, fu davvero scorta vigile e duce indefesso e autorevole a disciplinare e guidare le novelle schiere per legittimo cammino.

                La portata del sogno non ha limite di tempo. Don Bosco diede l'allarme per un momento speciale che doveva seguire alla sua morte; ma il qualis esse debet e il qualis esse periclitatur contengono un ammonimento che non perderà mai nulla del suo valore, sicché sarà sempre vera la dichiarazione fatta da Don Bosco ai Superiori: “I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sopra le virtù e i vizi ivi notati.”

 

 


CAPO VI. La causa di Don Bonetti dinanzi alla Congregazione del Concilio.

 

                I1 2 novembre 1881 Don Bosco andò a San Benigno per fare con gli ascritti l'esercizio della buona morte e benedire a quarantacinque di essi l'abito chiericale. Il suo aspetto era sempre il medesimo né da tutto il suo esteriore trapelava alcun indizio di gravi afflizioni; ma, discorrendo confidenzialmente con Don Barberis, gli raccontò parecchi dispiaceri che disse essere dei più gravi della stia vita. - Ieri, soggiunse, dovetti pregare assai il Signore che mi tenesse bene la testa a posto; son cose che fanno diventar matti. Specialmente in questi due giorni si sono accumulati fatti di vario genere, e altri già passati ci son venuti a notizia, ma tutti in senso sfavorevole. - Poi, raccoltosi un istante e sorridendo d'un sorriso mesto, concluse: - Ho bisogno di qualcuno che mi sollevi un poco. - Parole che spiegano abbastanza perché col suo caro Don Barberis si fosse abbandonato a quelle effusioni. Poi, dopo la cena, per mandar via i pensieri tristi, prese a narrare episodi occorsi a lui in tempi remoti[138].[189]

                I maggiori travagli provenivano allora a Don Bosco dalla questione che si agitava dinanzi al Consiglio di Stato per la chiusura delle scuole nell'Oratorio, dalla causa di Don Bonetti per l'oratorio di Chieri e da una terza causa per certi opuscoli contro l'Arcivescovo di Torino. Della prima, anticipando il racconto degli ultimi fatti, abbiamo già detto tutto nel capo sesto del volume precedente; dell'ultimo diremo più innanzi; ripiglieremo qui la storia della seconda, rimasta in sospeso al capo ottavo del quattordicesimo volume.

                Riassiumiamo gli antecedenti. Dopo le due prime fasi della controversia svoltesi nell'ambiente ecclesiastico torinese, una terza se ne aperse, allorché Don Bonetti, stanco degl'indugi che artatamente si frapponevano alla revoca del decreto di sospensione, decise di provvedere alla sua onorabilità di sacerdote e di salesiano e al buon nome della religiosa famiglia, a cui apparteneva, deferendo la lite alla Sacra Congregazione del Concilio. Tre volte egli era ricorso a detta Congregazione per ottenere che l'Arcivescovo di Torino o lo rimettesse in piena libertà di esercitare il sacro ministero o almeno si degnasse di dare la ragione canonica del suo rifiuto. La Sacra Congregazione scrisse e riscrisse all'Arcivescovo su tale proposito, ma dopo lungo silenzio questi addusse motivi che non furono trovati soddisfacenti. Onde il 3 luglio 1880 la Congregazione decretò di discutere la causa in pieno consesso dei Cardinali e il 17 ne diede comunicazione a monsignor Gastaldi. Finalmente l'II dicembre gli venne l'ordine di notificare d'ufficio la cosa a Don Bonetti, notificazione fattagli la vigilia di Natale dal segretario Chiuso, che terminava così la sua nota: “Mons. Rev.mo prefigge a V. S. il termine di un mese a computarsi dalla data della presente lettera, affinché Ella esponga le sue ragioni innanzi alla Sacra Congregazione del Concilio.”

                Nell'intervallo corso fra l'II e il 24 dicembre Monsignore aveva avuto tempo di compilare una prolissa relazione, che [190] spedì al cardinale Prefetto Eminentissimo Caterini il 29. E' tutta una requisitoria contro i Salesiani, nella quale però Monsignore esordisce così: “Il mio animo é in pena nel trovarsi obbligato a fare recriminazioni contro un'opera del benemerito Don Bosco Giovanni, ché ricordo con compiacenza l'essere stata una delle mie più vive cure sacerdotali aiutare Don Bosco nelle sue nascenti istituzioni, né poscia e come Vescovo di Saluzzo e come Arcivescovo di Torino ho mai diminuito il pensiero e l'opera di secondare le stesse istituzioni ognora crescenti con visibile benedizione celeste.”

                Per dimostrare poi la sua simpatia per l'opera di Don Bosco cita due fatti. “Quando, dice, il Collegio di Valsalice di questa città stava per sciogliersi, io mi sono adoperato affinché i Sacerdoti Salesiani ne ottenessero la proprietà, da mantenerlo aperto come casa privata di Don Bosco. Allo scopo ho sborsato del mio lire diecimila, in estinzione di debiti giacché il M.to Rev.do Don Bosco non voleva assumersi l'obbligo di pagare i debiti fatti dall'Amministrazione del Collegio. Pure di quest'anno 1880 verso il fine di febbraio al Molto Rev.do Don Bosco ho fatto l'offerta di una casa mia attigua alla chiesa parrocchiale del Cuore di Gesù in questa città, del valore, di quarantamila lire, alla condizione che i Salesiani vi aprissero due scuole gratuite elementari pei maschi. Questa offerta restò senza risposta.” Se quest'offerta sia rimasta senza risposta, l'abbiamo veduto altrove[139]. Quanto a Valsalice, diecimila lire non erano certo una bagatella; ma di tanta larghezza gli dovevano saper grado i vecchi amministratori, di cui estingueva i debiti, non i Salesiani, che non ne toccarono un centesimo. Inoltre dell'immobile i Salesiani ottennero l'uso, non la proprietà; infatti pagarono per otto anni ai Fratelli delle Scuole Cristiane ottomila lire annue di fitto, né, quando fecero la compera, l'Arcivescovo contribuì in minima guisa. [191]

                A questa introduzione tengono dietro i già noti gravami, sul conto di Don Bonetti: violazione dei diritti parrocchiali in morte di una suora a Chieri, questione col Curato di Santa Maria della Scala per le ragazze anziane frequentanti l'oratorio festivo, affare della sospensione non preceduta da monizioni canoniche, opuscolo L'Arcivescovo di Torino, Don Bosco e Don Oddenino “stampato dic'egli, non senza la mano del Don Bonetti”. Ma la finale é un'odiosa accusa contro Don Bosco stesso. “Il Molto Rev. Don Bosco, scrive Monsignore, Superiore della Congregazione Salesiana, che fa tanto bene in Torino e in altri luoghi, in un colloquio avuto col Sig. Canonico Curato di Chieri a riguardo delle questioni dell'Oratorio, disse a costui che quando che sia sorgessero divergenze per il detto Oratorio, egli, il Canonico Curato, non si rivolgesse più a Monsignor Arcivescovo, ma direttamente a lui Don Bosco, che così soli tratterebbero la bisogna, senza Monsignore. Il Canonico Curato fui scandolezzato per questa istigazione fatta dal Molto Rev. Don Bosco, stimato moltissimo per sue virtù, la quale porterebbe insubordinazione di un parroco verso il suo Superiore Ecclesiastico, l'Arcivescovo,”

                Se non che il Canonico Curato, pieno di animosità aveva pigliato un granchio a secco. Il colloquio risaliva al 1878, quando l'Arcivescovo aveva concesso a Don Bosco le necessarie facoltà per aprire l'oratorio festivo di Chieri. Allora il Beato, non ignorando che il Canonico Curato ne friggeva, e facilmente presago che per ogni nonnulla egli sarebbe corso a strepitare presso Monsignore, in una conversazione con lui gli aveva detto: - Veda, Signor Curato, poiché Monsignor Arcivescovo concede che si facciano queste funzioni, non occorre dargliene noia per ogni piccola divergenza che insorga. Quindi se vostra Signoria scorge qualche inconveniente nell'oratorio, me ne scriva amichevolmente e tra noi due aggiusteremo le cose di buon accordo. - Tutto questo é il grande scandalo che turbò la timorata coscienza del Canonico Curato! [192]

                Don Bonetti presentò a Roma la sua esposizione l'8 gennaio 1881. A Roma circa un mese dopo l'Arcivescovo mandò il canonico Colomiatti, avvocato fiscale della sua Curia, con l'incarico di vedere presso la Sacra Congregazione del Concilio la posizione della causa e di fare le opportune risposte. Arrivato il venerdì 4 febbraio, questi ebbe l'udienza pontificia la mattina dell'8, grazie allo zelo di monsignor Macchi, Maestro di Camera. Nel frattempo monsignor Verga, segretario del Concilio, gli aveva consegnato la posizione, permettendogli di leggerla ivi e di apporvi note, se le credesse necessarie. Il Canonico impiegò il meglio di una giornata per esaminare tutte le carte di Don Bonetti; poi stese una memoria, con la quale volle riassumere i fatti e rispondere in diritto.

                Nella lettera, in cui riferiva queste cose a Monsignore, si notano due punti che mal si conciliano insieme. Dopo l'esame della posizione non esita ad asserire che Don Bonetti resterà soccombente; viceversa dimostra il massimo interesse di vedere presto il cardinale Nina, giustificandosi nelle prime righe per non averlo visitato subito il giorno dopo del suo arrivo a Roma: “Non mi recai subito dal Card. Nina, giacché mi premeva vedere prima la posizione della causa.” Aveva dunque una missione particolare, presso Sua Eminenza, e qual fosse, si spiega abbastanza chiaramente da quello che dice più sotto:

                “Oggi stesso vado dal detto Cardinale e vedrò di combinare un appianamento extragiudiziale, senza toccare la pendenza in S. Congreg. del Concilio, né impedirla”[140]. Era, come si dice, un mettere le mani innanzi per non cadere, tanto poco fondamento aveva la sua vantata sicurezza di vittoria.

                Visitò dunque il Cardinale Protettore dei Salesiani senza altro scopo che d'interessarlo sullo stato della vertenza nel senso detto or ora. Infatti gli manifestò il vivo desiderio che [193] la questione venisse accomodata de bono et de aequo fra le parti senza progredire nel giudizio, dichiarando che, qualora Don Bonetti fosse disposto a fare una scusa all'Arcivescovo si sarebbe potuto sul merito stabilire un accordo che riuscisse di reciproca soddisfazione. Il Cardinale trovava più prudente che, essendo ormai la Sacra Congregazione in possesso dell'affare, le parti si rimettessero al giudizio che essa avrebbe pronunziato. Tuttavia il Canonico insistette, pregando Sua Eminenza d'interporsi presso Don Bosco a tale scopo. Il Cardinale dopo matura riflessione non credette opportuno respingere la preghiera fattagli; onde ne scrisse a Don Bosco, rimettendosi alla sua prudenza e carità e assicurandolo che il Colomiatti si mostrava ben animato né avrebbe rifiutato di preferire una via conciliativa[141].

                Il cardinale Nina scrisse dunque subito a Don Bosco, esponendogli questo suo modo di vedere, e inviandogli la lettera per mano dello stesso Canonico; ma questi non gliela poté consegnare personalmente, perché il Beato, come noi sappiamo, si trovava allora in Francia, dove quella gli fu spedita. La limpida risposta del Servo di Dio inchioda la questione sopra i suoi giusti caposaldi.

 

                Eminenza Reverendissima,

 

                La veneratissima lettera che la Em.za V. si degnò scrivermi in merito alla vertenza di Don Bonetti fece un lungo giro e mi venne a raggiungere a Roquefort vicino a Tolone.

                Desidero vivamente che ogni cosa venga accomodata amichevolmente. E' circa un anno da che l'Arcivescovo mi fe' chiamare e fummo intesi che egli toglieva la sospensione a Don Bonetti ed io pro bono pacis avevo fatto in modo di non inviare questo Sacerdote nella città di Chieri ad esercitarvi il sacro ministero. Comunicai la cosa al medesimo Don Bonetti che ne fu assai contento, giacché é un sacerdote di esemplare condotta laborioso assai.

                Ma il giorno appresso al nostro accomodamento ricevo per tempissimo una lettera da Mons. Arcivescovo con cui é ritirato ogni pensiero, ogni parola di accomodamento, richiamando le cose allo stato di prima.[194]

                Nel caso presente poi all'accomodamento proposto vien tosto messa una condizione inaccettabile: se Don Bosco, dice il Teol. Colomiatti, non accetta un accomodamento, l'Arcivescovo gli tenterà un processo come autore dei libelli infamatorii, che furono pubblicati a carico dell'Arcivescovo.

                Per la qualcosa se io accetto l'accomodamento, mi dichiaro colpevole dei libelli infamatorii, cosa che ho sempre avuto in orrore. Qualora poi si volesse terminare la questione extra forum iuridicum, io non vedo via più facile che ritornare a quanto erasi già stabilito, vale a dire togliere la sospensione al Don Bonetti ed ogni cosa é finita.

                E’ pur bene di notare che la minaccia di sospensione ipso facto incurrenda gravita tuttora sopra lo scrivente, qualora per sé o per altri, o colla stampa o cogli scritti pubblicasse qualche cosa che tornasse a carico del nostro Arcivescovo. Ciò nullameno io scriverò di qui all'Arcivescovo di. Torino pregandolo a voler dire quale sia la sua intenzione a questo proposito.

                Fo umili ringraziamenti all'E. V. della parte che prende alle cose nostre, e assicurandola della comune gratitudine mercé le deboli nostre preghiere, ho l'alto onore di potermi professare colla più profonda riconoscenza.

                Della E. V. Rev.ma

Obbl. Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Contemporaneamente il Beato mandò a Don Rua le necessarie istruzioni sul da farsi. Don Rua con tutta prontezza le eseguì, recandosi il 4 e 5 marzo dall'Avvocato fiscale della Curia arcivescovile, al quale significò che per aderire ai desideri del Cardinale Protettore i Salesiani avrebbero di buon grado aggiustato pacificamente l'affare di Don Bonetti e ritirata la querela da lui sporta presso la Congregazione del Concilio contro di Monsignore Arcivescovo; tale anzi essere stato sempre il desiderio di Don Bosco e di tutti i Superiori; se si era ricorso al Tribunale della Santa Sede, essersi fatto perché Monsignore non aveva mai voluto indursi a togliere spontaneamente una pena disonorevole inflitta a un Regolare contro un formale decreto della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Dopo alcune riflessioni da una parte e dall'altra, il Canonico gli lasciò sperare che la sospensione a Don Bonetti sarebbe stata tolta anche per Chieri, a patto però che egli si sottomettesse a domandare scusa.[195]

                - Ma per quali offese domandare scusa? interrogò Don Rua.

                - Per qualche po' di renitenza, rispose, ad assoggettarsi agli ordini di Monsignore e per qualche lettera non troppo rispettosa, ed anche per avere l'anno scorso rinnovata l'istanza a Roma, dopo che la sospensione gli era stata surrogata con un semplice divieto di andar ad esercitare il sacro ministero in Chieri.

                Questa cosa per altro non era esatta. Infatti Monsignore in una sua lettera del 27 maggio 1879 a Don Bosco diceva chiaro e netto: “Ritiro la facoltà da Don Bonetti di assolvere sacramentalmente.” In tal modo lo faceva pur sempre apparire colpevole di delitti non commessi, disonorandolo al cospetto di un'intera città. Ma su di questo il Colomiatti sembrava disposto a lasciar correre e a passarla per buona; voleva tuttavia che si domandasse scusa per gli opuscoli stampati contro Monsignore, specialmente per quello riguardante l'affare di Chieri. A una simile uscita Don Rua replicò che la sospensione non aveva nulla da fare con gli opuscoli, pubblicati parecchi mesi dopo; che in siffatta pubblicazione i Salesiani non ci entravano; che, essi anzi ne declinavano ogni responsabilità.

                Insomma, da tutto l'insieme Don Rua rilevò due cose: I° Che Monsignore, non potendo sostenere la querela da lui presentata a Roma, cercasse allora dai Salesiani una confessione più o meno esplicita di complicità nella faccenda degli opuscoli per tirar l'acqua al suo mulino. 2° Che, temendo una condanna nella causa della sospensione malamente inflitta, volesse col timore della querela per gli opuscoli far sospendere la causa e mandarla così alle calende greche. “I miei sono sospetti, scriveva Don Rua a Don Bosco[142], ma non punto temerari. E’ vero che il Can. Colomiatti mi assicurava che nel suo soggiorno in Roma ha potuto capire [196] che, se si pronunzia la sentenza, Don Bonetti sarà condannato; tuttavia penso che in realtà si tema una sentenza contro Monsignore.”

                Due altre cose Don Rua poté con certezza riferire a Don Bosco: I° Che Monsignore, pur togliendo la sospensione, non avrebbe voluto far nulla per riparare alla sinistra impressione in danno di Don Bonetti; poiché insisteva che non gli si lasciasse più mettere i piedi a Chieri, se non dopo un tempo indefinito; eppure a Don Bonetti era dovuta una riparazione dell'onore, specialmente là dove aveva avuto origine la questione. 2° Che il Canonico desiderava veder aggiustato da lui Don Rua l'affare senza più informarne Don Bosco, adducendo la ragione che altrimenti le cose sarebbero andate troppo in lungo. Perciò Don Rua saviamente avvertiva: “Io temo che gatta ci covi.”

                Il timore di Don Rua non era davvero campato in aria. Posta la sincera volontà di venire ad un pacifico accomodamento, la via si parava dinanzi piana e aperta. Monsignore liberasse anzitutto Don Bonetti dalla pena ecclesiastica inflittagli contro il decreto che proibisce agli Ordinari di sospendere confessori Regolari, eccetto che per causa spettante la confessione, quale non era certamente una mancanza di rispetto vera o supposta; quindi cercasse di riparare pubblicamente il torto fattogli, col dissipare almeno i sinistri sospetti fatti concepire contro di lui a scapito di tutta la Congregazione. Il magno spauracchio poteva essere che ne andasse di mezzo l'autorità arcivescovile; ma quell'effetto si poteva evitare benissimo col farlo solo predicare alcune volte nelle chiese di Chieri o con dargli per iscritto la generale facoltà di udire le confessioni negli istituti femminili della diocesi, quando ne venisse richiesto.

                Alle osservazioni di Don Bosco il cardinale Nina rispose con un dilemma[143]. O Don Bonetti poteva in coscienza e [197] giuridicamente difendersi dalla pretesa complicità degli opuscoli contro l'Arcivescovo, e allora il suo onore, come quello della sua Congregazione, esigeva che non si facesse luogo ad alcuna composizione; o Don Bonetti non era totalmente tranquillo e per circostanze incidentali anche da lui indipendenti poteva presentire di essere involto in una qualche complicità anche indiretta, e in tale ipotesi gli sembrava non disconvenire un atto di scusa ben redatto e motivato, da cui risultasse la verità del fatto con le circostanze vere e nulla più. Ciò premesso, continuava: “Ella riflettendo bene che si ha da fare con un personaggio sui generis, giudicherà meglio nella sua prudenza il partito da adottare; ed Ella che conosce assai meglio di me le persone, sarà in grado pure di vedere se nel contegno della parte contraria si nasconda un tranello e doppiezza. Ella non si perda di coraggio e ricordi che la prova delle contraddizioni é inseparabile dalle opere accette al Signore.”

                Un Cardinale, che dopo tante prove di affettuosa stima per Don Bosco usava espressioni di questa forma, non sappiamo persuaderci che l'8 febbraio si fosse realmente potuto esprimere in modo da giustificare le parole scritte allora dal Colomiatti al suo Superiore: “Sia tra parentesi: il Cardinale non tiene per santo Don Bosco, mentre ha opinione di santità riguardo al P. Anglesio della Piccola Casa”[144].

                Don Bosco da Nizza Marittima spedì la lettera di Sua Eminenza a Don Bonetti, che faceva una predicazione ad Aosta. Questi rilevato come gli avversari fossero in timore, perché si trovavano nel torto, raccomandò a Don Rua di tener duro sulla riparazione dell'onore leso da una sospensione non canonica, e riparazione senza condizioni di scusa, perché l'ipotetica mancanza di rispetto non era causa canonica; e stesse duro anche riguardo agli opuscoli. “Noi, scriveva, ci abbiamo preso parte come vittime.” Tutt'al più egli [198] ammetteva che nel parlare con persone venute a spiare com'erano andate le cose, si fosse lasciato portare a confidar le sue pene, per dare le ragioni della propria innocenza. Ma al certo nessuna legge né divina né umana proibisce ad un condannato di sfogarsi e difendersi con amici; se poi questi abusano delle confidenze, l'altro non ne può nulla. Proponeva inoltre a Don Rua di temporeggiare, finché Don Bosco fosse a Roma[145].

                In Curia però si aveva una fretta insofferente d'indugi. Infatti il 29 marzo partì da Torino una lettera del Colomiatti a Don Bosco, per invitarlo a venire ad un accomodamento con Monsignore. Il Beato rispose da Alassio, ponendo due articoli fondamentali, se si voleva finire subito la questione e conchiudere la pace.

 

                Rev.mo Sig. Can.co Avv.to Colomiatti,

 

                Io aveva incaricato Don Rua con pieni poteri di aggiustare ogni vertenza relativa al povero Don Bonetti. Notava che il mezzo più spiccio era quello di togliere al medesimo una sospensione che canonicamente parlando non si sa su di che sia fondata. In questo senso erano già state accomodate le cose da me con S. E. Rev.ma, il nostro sempre veneratissimo Arcivescovo. Ma il mattino del giorno dopo delle nostre intelligenze Monsignore con sua lettera a me diretta ritirava ogni trattativa e concessione al riguardo.

                Nello esaminare poi lo stato delle cose fu conosciuto che furono denunziate cose che mettono nel fango l'onore e la riputazione d'un Sacerdote che nella sua morale e civile condotta tra noi é sempre stato inappuntabile. Quello poi che non so capire si é il volere che il medesimo Don Bonetti faccia venia di cose che egli respinge con orrore, e che un solo sospetto fondato mi obbligherebbe di allontanarlo immediatamente dalla povera nostra Congregazione esposta a tante prove.

                L'unico mezzo pertanto per finire una delle più disgustose vertenze parmi debba essere: 1° Togliere a Don Bonetti la sospensione, come giá si aveva fatto. 2° Rivocare le gravi accuse mosse a Roma contro al medesimo, a meno che si abbiano argomenti sicuri per provarle ed in questo caso il Don Bonetti sarebbe dichiarato espulso dalla Casa religiosa cui appartiene. Egli però assicura che non ha il minimo timore delle fatte imputazioni, e domanda soltanto il permesso di poter dare a suo tempo le necessarie spiegazioni.[199]

                Eccole, o caro e Rev.mo Sig. Canonico, il mio modo di vedere e di giudicare, in modo amichevole e confidenziale. Don Rua che ha la pratica nelle mani potrà meglio intendersi colla S. V. Ill.ma. Dio ci benedica tutti e ci conservi nella sua santa grazia, mentre ho il bell'onore di potermi professare con pienezza di stima

                Della S. V. Ill.ma e Rev.ma

                Alassio, 5 aprile 1881.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                La lettera passò per le mani di Don Rua, che la rimise sollecitamente al Canonico. Dal colloquio avuto con lui riportò l'impressione che tutto si potesse accomodare pacificamente a patto che Don Bonetti, senza più chiedere venia per l'opuscolo o, come lo chiamava l'Arcivescovo, libello di Chieri, scrivesse e poi facesse anche stampare nel Bollettino qualche parola, con cui declinasse ogni responsabilità di quella pubblicazione e ne biasimasse il contenuto[146]. Don Bonetti, informatone, volò da Aosta a Torino, perché Don Rua doveva presto raggiungere Don Bosco a Sampierdarena e di là accompagnarlo a Roma. Rimasero pertanto d'accordo che a fare un'ampia dichiarazione di non aver influito né direttamente né indirettamente sulla pubblicazione detestata, non esisteva difficoltà di sorta. Don Rua ne diede avviso al Canonico da Sampierdarena. perché nel giorno della partenza dopo un paio d'ore di anticamera non aveva potuto vederlo[147]. Non lasciava però d'insistere sul punto capitale, dicendo: ““Pare tuttavia che sia da sceverarsi la questione della sospensione da quella degli opuscoli e che l'assoluzione della prima e la riparazione dell'onore non abbiano da dipendere da tale dichiarazione.” Ancor più modestamente poi continuava: “Come la sospensione venne inflitta per iscritto, non sarebbe conveniente che per iscritto venisse dichiarata come tolta? O meglio, ancora si dichiarasse che non venne inflitta pei motivi per cui ad un religioso si può infliggere, cioè per [200] motivi infamanti, ma per altre ragioni? Veda V. S. che cosa si possa fare.” Dal Canonico Don Rua aveva ricevuto una copia dell'opuscolo sulle cose di Chieri, perché lo esaminasse e si persuadesse che era farina del sacco di Don Bonetti. Or ecco il suo parere: “Per dire quello che me ne pare, sebbene per la moltitudine degli affari io non abbia potuto leggerlo interamente, tuttavia dal poco che ne ho veduto sembrami che non si possa arguire che Don Bonetti siane l'autore. Che se taluno può aver pensato tale cosa, convien dire che purtroppo sovente erriamo nei nostri giudizi.” La conclusione della lettera é puro stile di Santi: “Del resto ammirandola pell'interessamento che V. S. prende a questi affari, non posso a meno che testificarle la mia sincera stima; mentre augurandole buon alleluia e ogni benedizione per le prossime feste pasquali [era il giovedì santo], godo professarmi, ecc.”

                Lasciata passare la Pasqua, l'Avvocato fiscale subito il giorno dopo con un suo biglietto invitava Don Bonetti a recarsi da lui all'ufficio in un mattino della settimana per una comunicazione. Con questa latitudine di cinque giorni Don Bonetti ebbe tempo di consultare Don Bosco, il quale da Roma laconicamente gli rispose: “Credo si possa andare dove sei richiesto, tenendo sempre ferme le due condizioni fondamentali: Lasciarti libero, ritirar tutti i reclami inviati alla Santa Sede. Affretteremo il nostro ritorno.” Quando e come avvenisse l'incontro dei due antagonisti, non si sa; ma il 24 aprile arrivò nell'Oratorio all'indirizzo di Don Rua ancora assente un altro biglietto del Colomiatti con la comunicazione che le patenti di confessione per Don Bonetti erano firmate; egli quindi o Don Bonetti passasse in Curia per ritirarle. Don Bosco, avvertito della cosa, raccomandò a Don Bonetti[148]: “Riguardo alla nota vertenza riceverai altra lettera. Procura di non dire, non scrivere parola che possa andare in mano altrui. Ci vogliono compromettere. [201]

                Ogni cosa cautamente.” Di cautela dava esempio egli stesso, come si vede da questi due suoi scritti.

                Appresso nei nostri documenti tutto tace per due settimane. Dopo, ecco una lettera di Monsignore a Don Bosco, che la ricevette a Roma quand'era sulle mosse per andare a Firenze., L'Arcivescovo vi ripeteva i suoi titoli di benemerenza verso la Congregazione Salesiana; ma per noi fanno questi soli periodi: “Sarei molto lieto che tra il sottoscritto e V. S. le cose si restituissero come erano e furono dal 1848 al 1872 nello stato più florido che mai potesse desiderarsi. Io sono sempre quello di allora e ne diedi a V. S. ed a' suoi splendide prove [...]. Se V. S. ed i suoi desiderano trarre sopra di loro tutta la pienezza delle benedizioni di S. Massimo vescovo di Torino, si dispongano a riconoscere i torti che hanno verso l'attuale suo successore, ed a chiederne venia; e gli promettano di non fare, né dire, né pubblicare colle stampe in qualunque sia luogo alcuna cosa che riguardi la diocesi di Torino se non d'accordo col medesimo, e vedranno che immantinenti ritorna tutto il sereno e tutto lo splendore dei tempi passati”[149].

                Don Bosco, prestando fede a tali dichiarazioni, aderì al desiderio di Monsignore; onde il canonico Colomiatti si presentò a lui il 27 maggio con pieni poteri per terminare a nome dell'Arcivescovo la questione. Il colloquio durò a lungo. Il Beato credette alla lealtà e sincerità delle promesse che gli si facevano; perciò fu verbalmente stabilito che l'Ordinario avrebbe rievocato tutti i reclami spediti a Roma contro Don Bonetti, contro Don Bosco e contro l'intera Congregazione, e che Don Bonetti sarebbe stato sciolto da ogni molestia e sospensione, com'era prima del 12 e 14 febbraio 1879 e come pure era già stato concesso dall'Arcivescovo la sera del 26 maggio dell'anno medesimo, concessione revocata di buon'ora la mattina appresso. A queste due sole condizioni Don Bosco [202] rilasciò nelle mani del Colomiatti un suo autografo, che servisse di base al pacifico aggiustamento, ma, si noti bene, da doversi ritornare a Don Bosco unitamente a un altro dell'Arcivescovo, in cui fosse espressa l'adesione di lui alle suddette condizioni. Così dunque rimase oralmente inteso. La carta di Don Bosco diceva “Il sottoscritto, nella qualità di Rettore della Pia Società Salesiana, contento che la vertenza tra il sacerdote Giovanni Bonetti e sua Ecellenza Reverendissima Mons. Arcivescovo sia stata amichevolmente ultimata, prega l'Eminentissimo Card. Prefetto della S. Congregazione del Concilio a voler ritornare indietro le carte presentate a quest'uopo.” Seguiva la data e la firma.

                L'Arcivescovo, appena avuto nelle mani siffatto scritto, lo spedì con una sua dichiarazione non già a Don Bosco, perché vedesse se questa era conforme alle intelligenze prese con l'Avvocato fiscale, ma al Cardinale Prefetto del Concilio. Nella lettera di accompagnamento Monsignore diceva: “Il sottoscritto, avendo riguardo alle dichiarazioni fatte al suo avvocato fiscale dal Molto Rev. Don Bosco Giov. nella sua qualità di Rettore Maggiore della Congregazione Salesiana relativamente all'Oratorio femminile tenuto in Chieri dalle Suore Salesiane, finora non godenti di alcuna esenzione dalla Autorità Arcivescovile, nel vivo desiderio di ogni bene alla Congregazione Salesiana, dichiara essere sua volontà che non abbia ulteriore seguito la sua controistanza mossa presso la Sacra Congregazione del Concilio contro Don Bonetti Sacerdote, perché obbligatovi da querela del Don Bonetti stesso; e quindi prega Sua Eminenza Rev.ma il Card. Prefetto a permettergli di ritirare le carte in causa prodotte.”

                Qui ci sono parecchie cose da osservare. Anzitutto non si fa alcun cenno delle due condizioni verbali; non si revoca il divieto fatto a Don Bonetti di ascoltare le confessioni nella città di Chieri; le carte riguardanti la questione di Don Bonetti non erano le sole da ritirare, ma anche di altre erasi stabilito con l'Avvocato fiscale il ritiro; parlare di oratorio [203] delle Suore Salesiane, era un insinuare che Don Bonetti fosse stato sospeso unicamente dall'udire le confessioni in una cappella privata di Suore e non in una cappella pubblica appartenente ai Salesiani. In secondo luogo, un semplice abbozzo consegnato confidenzialmente e da restituirsi, non foss'altro perché venisse copiato in pulito, quando Monsignore avesse dato il suo consenso alle poste condizioni, non si poteva considerare come documento definitivo, così definitivo da potersi mandare a un Cardinale Prefetto.

                Ma non finirono qui le anormalità. Si era convenuto che il Canonico ripassasse in persona da Don Bosco per fare la risposta verbale; invece il Canonico la mandò per lettera, unendovi una sua copia dell'atto arcivescovile. Non basta: il Canonico aspettò più giorni per dare l'avviso dell'invio a Roma. Non basta ancora: invece di servirsi del mezzo più breve, che sarebbe stato di mandare la lettera a mano, la affidò alla posta. In questo modo trascorse una settimana senza che Don Bosco sapesse più nulla di nulla, avendo egli ricevuto la lettera solo il 2 giugno poco prima dell'ora di cena. Egli vide in tutto questo una manovra, il cui fine si capisce dal telegramma che per impedire le conseguenze spedì subito verso le sette pomeridiane a monsignor Verga, segretario della Congregazione del Concilio: “Prego non rimettere fuori uffizio alcuna carta sulle nostre vertenze. Riceverete lettera Bosco.” La sera medesima il Beato scrisse a monsignor Verga.

 

                Eccellenza Reverendissima,

 

                In questo momento dalla posta ricevo avviso che Monsignor Arcivescovo di Torino inviò a codesta Sacra Congregazione del Concilio un mio scritto, che doveva servire come di base ad un amichevole accomodamento sulla vertenza di Don Bonetti. Quello scritto era confidenziale pel sig. avvocato fiscale. Can. Colomiatti da mostrare a Monsignore, e poi ritornarmelo con altro scritto relativo alle nostre intelligenze. Questo atto Arcivescovile é di fatto venuto, ma non corrisponde a quanto fu convenuto col suo avvocato fiscale, vale a dire di togliere la sospensione al Don Bonetti, e ritirare non solamente [204] i reclami al medesimo relativi, ma eziandio tutte le lettere dirette ad infamare il Sac. Bosco e la sua povera Congregazione. D'altro lato io non l'avrei spedito a Roma, e, quando ciò si fosse, non avrei mandato così un pezzo di carta senza unirvi una lettera, quale conviensi ad un Em.mo sig. Cardinale Prefetto di sì autorevole Congregazione.

                Pertanto prego la S. V. a voler mantenere la vertenza al punto normale, in cui si trova: con altra lettera saranno date più positive spiegazioni.

                Mi creda quale ho l'onore di professarmi con alta stima e considerazione.

                Di V. E. Ill.ma e Rev.ma

Oblig.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Non lasciò senza immediata risposta il Colomiatti: troppo gli premeva di dichiarargli che l'atto di pacificazione formulato da Monsignore non rispondeva alle intelligenze corse fra loro due.

 

                Rev.mo Sig. Avvocato,

 

                Ricevo in questo momento dalla posta la sua lettera che mi dà comunicazione del noto atto Arcivescovile. Mi rincresce assai, ma esso mi pare che non corrisponda alle nostre intelligenze. E’ perciò necessario poterci parlare per meglio intenderci. Io non esco di casa. Se può, come ne la prego, faccia un passo sin qui e spero che in poche parole potremo intenderci meglio.

                M creda con perfetta stima

                Della S. V. Rev.ma

                Torino, 2 giugno 1881.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Di tanta premura Don Bosco aveva il suo perché. Eseguita che si fosse la spedizione delle carte, la vertenza era entrata nelle vie pacifiche; se poi, naufragato l'accordo amichevole, si fosse dovuto ritornare sulla questione, sarebbe stato necessario ricominciare da capo con nuove carte e nuove ragioni. Se dunque Don Bosco si fosse lasciato prendere in questo laccio, rotte le trattative, si sarebbe trovato a un brutto bivio, o di non avere alcuna soddisfazione o di riaffrontare tutte le noie indispensabili per riprendere la causa. [205]

                Meno male che fece giusto in tempo a sventare ogni tranello, prevenendo la sospensione del giudizio.

                Il Colomiatti ritardò di due giorni la sua venuta; ma quando venne, gli negò cavillando, che nel colloquio antecedente si fossero poste le due verbali condizioni per l'aggiustamento. A sì sorprendente disinvoltura Don Bosco capì sempre meglio il giuoco. Per altro nel licenziarlo gli promise che ci avrebbe pensato su ancora qualche giorno prima di rompere affatto le trattative; poiché non era stata sua intenzione di chiudere ogni via ad un accomodamento ulteriore, ma solo di chiarire temuti equivoci. A una settimana circa dall'abboccamento egli scrisse così al Canonico:

 

                Ill.mo sig. Can. Colomiatti Avv. Fiscale,

 

                Secondo il suo avviso nel corso di questa settimana ho pensato, pregato ed anche consultato persona molto affezionata al nostro Arcivescovo intorno alla nostra vertenza.

                Ma mi sono sempre più convinto che l'atto Arcivescovile non corrisponde alle nostre intelligenze, lascia D. Bonetti nello stato in cui si trovava, e non revoca per niente le carte inviate a Roma a carico dello scrivente e della nostra povera Congregazione. Ciò viene confermato dal contegno che il medesimo Mons. Arcivescovo mantiene verso di noi, siccome a lei é ben noto[150].

                Forse, se Ella avesse osservate le intelligenze di tenere il mio scritto come cosa confidenziale a Lei, farlo vedere e poi comunicarmi il tenore di quello che si voleva unire ad esso, la vertenza avrebbe potuto appianarsi con qualche modificazione; ma non fu così. Anzi Ella mi disse che non sarà cangiata parola di quanto fu scritto.

                In questo stato di cose non vedo più altra via che lasciare alla Santa Sede lo stabilire i miei torti e le mie ragioni, che di tutto buon grado accetto preventivamente, qualunque siano per essere. Credo che Monsignore pure ne sarà contento, perché é una Superiore Autorità, la quale concede e limita i poteri e regola l'esercizio dei medesimi.

                Nel mio particolare però io l'assicuro che in ogni cosa sarò sempre lieto quando potrò professarmi

                Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

                Torino, II giugno 1881.

Umil.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco. [206]

                Nel frattempo anche Don Bonetti aveva scritto a Roma, spiegando a monsignor Verga in che modo e per qual fine si fosse carpito il piano di conciliazione mandato al cardinale Caterini[151]. Certo è insomma che chiunque abbia volontà sincera di venire a una transazione, concede alcun che alla parte avversaria; ma pretendere di accordar un affare e non voler sapere di concessioni, non é invocare un accomodamento, bensì cercar di fare unicamente il proprio comodo.

                Monsignor Gastaldi, vista la risolutezza di Don Bosco, diede formale incarico all'avvocato Menghini di prendere le sue difese[152]. Più tardi il Colomiatti ragguagliò a modo suo il Cardinale Protettore dei Salesiani[153]. Negli stessi giorni Don Bosco ricevette una lettera senza indicazione di luogo nella data e con una firma non decifrabile. Colui che la scriveva, riferite certe impressioni prodotte in qualche ambiente romano dal suo telegramma e dalla sua lettera del 2 giugno a monsignor Verde, gli faceva un predicozzo sulla convenienza di accomodare pacificamente la contesa; il documento sembra provenire da persona amica dell'Arcivescovo e interprete dei sentimenti di altri amici, che avrebbero desiderato di parargli il colpo[154]. Uno di questi amici era il cardinale Hohenlohe, che pure gli consigliò di por termine alla lite[155]. Ma l'uno e l'altro dei contendenti aveva scelto la sua via e, checché pensasse di fare monsignor Gastaldi, Don Bosco intendeva ormai di percorrerla fino in fondo; soltanto raccomandò al proprio avvocato di usare riguardi all'Arcivescovo.

 

                Ill.mo Sig. Avvocato Leonori,

 

                Malgrado il mio vivo desiderio di terminare in modo amichevole la vertenza che da oltre due anni esiste tra l'Arcivescovo Monsignor Gastaldi di Torino e il Sacerdote Giovanni Bonetti tuttora sospeso, tuttavia vedo che deve essere giudicata in piena Congregazione degli [207] Eminentissimi Cardinali entro breve tempo. A tale uopo io prego la S. V. a volersene assumere la trattazione e la difesa nostra raccomandando che Ella procuri di evitare tutti i modi di parlare ed anche quei sentimenti che possano giudicarsi inopportuni nella bocca di un inferiore che parla al suo Superiore.

                Qualunque spesa occorra procurerò che sia debitamente soddisfatta.

                Mi voglia credere con pienezza di stima e gratitudine

                Torino, 8, luglio 1881

Di V. S. Illustrissima

Obbligatissimo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                A sollevare un momento l'animo nostro dallo sconcertante spettacolo di tante miserie, nulla troviamo di meglio che interrompere la narrazione per leggere una lettera indirizzata da Don Bosco al Cardinale Protettore proprio nel punto culminante di tutti questi brutti intrighi.

 

                Eminenza Reverendissima,

 

                Almeno qualche volta che io possa dare delle buone notizie alla E. V. Rev.ma. Dopo una serie di sforzi, di stenti, di sacrifizi sostenuti nella Spezia, finalmente siamo riusciti a terminare la chiesa e la casa nuova di cui siamo già al possesso e l'abitiamo. In questo modo abbiamo potuto allontanare oltre cinquecento giovanetti dalle scuole dei protestanti ed avviarli come fanno, alle classi ed alla istruzione cattolica. Se avessimo più spaziosi locali maggior ancora ne sarebbe il numero. Studieremo come ciò possa farsi e speriamo che l'aiuto di Dio non ci verrà meno.

                La nuova casa e la nuova chiesa dei Piani di Valle Crosia sono eziandio terminate e frequentate a più non dire. Dal Bollettino Salesiano potrà vedere la solenne funzione fatta quando il Vescovo portò il SS. Sacramento dalla chiesa provvisoria alla chiesa definitiva. Io noto solo con piacere che le Scuole dei fanciulli e delle ragazze attivate dai protestanti furono chiuse definitivamente per difetto di allievi. Così neppure un cattolico frequenta il tempio Valdese malgrado le incessanti proferte che fanno per adescare gli incauti credenti.

                La casa di Lucca progredisce in mezzo alle gravi difficoltà, ma si vanno oggi giorno appianando. Più tempestose sono le cose di Firenze, dove i Protestanti spendono immenso danaro, e noi ci troviamo nella miseria e senza casa. Abbiamo ciò nullameno viva fiducia di poterci provvedere e consolidarci entro breve tempo, ma [208] qui abbiamo bisogno di una preghiera da parte della E. V. e di una speciale benedizione del S. Padre

                Don Dalmazzo darà particolari ragguagli. Dal canto mio la prego di voler comunicare questi risultati al S. Padre il quale ebbe più volte a manifestare essergli sommamente a cuore.

                Mi raccomando alla carità delle sante Sue preghiere, mentre ho l'alto onore di potermi umilmente professare della E. V. Rev.ma

                Torino, 30 giugno 1881.

Obbl.mo servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

                Sembrava che la causa dovesse venir trattata in settembre; ma questo mese volgeva al termine senza che si scorgessero indizi di prossima discussione. Don Bonetti che stava sulle spine, faceva fuoco e fiamme con l'avvocato Leonori, quasi gettando su di lui la colpa dell'indugio; lo stimolava pertanto a finir di scrivere la difesa in tempo per distribuirla stampata ai Cardinali prima delle ferie, sicché subito dopo queste la causa si potesse discutere[156].

                L'ultimo di settembre accadde un colpo di scena. Don Bosco presiedeva nella casa di San Benigno a un corso di esercizi spirituali per gli ascritti che si preparavano a fare i voti, quando comparve colà improvvisamente il canonico Menghini, l'avvocato dell'Arcivescovo, con la missione officiosa di concertare una base di accomodamento. Il Beato chiamò Don Bonetti e di comune intesa furono proposti i tre seguenti articoli fondamentali:

 

                I° Il Sac. G. Bosco Superiore, dei Salesiani dichiara di ritirare la querela sporta dal Sac. Giovanni Bonetti alla Sacra Congregazione del Concilio a motivo della sospensione inflittagli 3 anni sono dall'Arcivescovo di Torino per causa dell'Oratorio di S. Teresa in Chieri, e promette di dare obbedienza al medesimo di non recarsi ad udire le confessioni in quell'Istituto sino a che non siano scomparsi i veri o supposti timori di urti col parroco locale.

                2° Dal canto suo Sua Eccellenza Rev.ma Monsignor Lorenzo Gastaldi Arcivescovo di Torino dichiara per iscritto aver sospeso il Sac. Bonetti non già per causa spettante la confessione, o per [209] violato interdetto, ma per urti incontrati col parroco locale; di riabilitarlo per le confessioni in modo assoluto anche per Chieri e di ritirare qualunque scritto o stampato diretto a denigrare il Sac. Bosco e la Congregazione Salesiana non solo nella presente questione, ma in ogni altra.

                3° A legittima riparazione Sua Eccellenza darà ancora al Sac. Bonetti la facoltà di udire le confessioni giusta il prescritto della Costituzione Superna di Clemente X comprese quelle delle persone religiose, o in Ritiro soggetto alla giurisdizione Arcivescovile.

 

                Fatica di Sisifo! Il Menghini sottopose al suo Cliente le conclusioni, ripartì per Roma, e chi s'era visto, s'era visto: Don Bosco aspettò indarno una comunicazione qualsiasi. Monsignore invece rimandò a Roma il suo Avvocato fiscale per imbastire contro il Servo di Dio un'altra causa che attraversasse la prima. Anche di questa per altro si occupò; poiché mentre si badava alla seconda, bisognava cercar di ritardare al possibile l'antecedente. Per questo se la intese con il Cardinale Ferrieri, e fu stabilito che la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari avrebbe preso in esame quattro quesiti di massima: 1° Se le Suore di Maria Ausiliatrice fossero esenti o no dalla giurisdizione arcivescovile. 2° Se fossero pure esenti o no gl'istituti e oratori loro. 3° Se esenti fossero i sacerdoti salesiani funzionanti nei detti istituti ed oratori. 4° Se gli stessi Salesiani negli oratori e istituti delle Suore di Maria Ausiliatrice dovessero considerarsi come in conventi della loro Congregazione Salesiana o no. Il Colomiatti scrisse il necessario incarto per l'introduzione di tale questione, che, essendo presentata come di massima, aveva la precedenza su quella pendente dinanzi alla Congregazione dei Concilio[157].[210]

                I lettori non perdano di vista il punto vero della controversia, che in poche parole era questo: il 12 febbraio 1878 l'Ordinario torinese, sotto pretesto di mancato rispetto verso il Curato di Chieri e di causati dissidi, senza preavviso né all'interessato né al suo Superiore, aveva contro le leggi canoniche sospeso Don Bonetti dall'udire le confessioni dei fedeli non solo per la città di Chieri, ma per tutta l'archidiocesi, con disonore suo e della Congregazione; la qual sospensione venne in seguito limitata a Chieri. Che cosa avevano dunque a fare con la causa di Don Bonetti i mentovati quesiti? Assolutamente nulla; ma servivano a stancare temporeggiando.

                Se non che il temporeggiare giovò anche a Don Bonetti, dandogli agio di fare altri passi. In ottobre diede alle stampe un Pro - memoria, che umiliò al Santo Padre e fece distribuire ai Cardinali. A un fascicolo di quindici facciate, di largo formato, contenente una sobria esposizione dell'antefatto e dei fatto e una dignitosa confutazione delle ragioni addotte da Monsignore per non riabilitarlo interamente.

                Il temporeggiare arrecò pure un altro vantaggio. Avendo cessato di vivere il venerando cardinale Caterini (contava 86 anni) fu il 10 novembre nominato Prefetto della Congregazione dei Concilio l'Eminentissimo Nina, che conosceva molto [211] bene Don Bosco. Il Beato non indugiò a congratularsi con lui della nomina. Sua Eminenza gli rispose il 24 novembre: “Ascrivo ad un tratto di singolare bontà della S. V. Ill.ma le troppo obbliganti signifìcazioni dei suo animo, che col suo pregiato foglio dell'II corrente mi ha fatto tenere per la circostanza della mia nomina a Prefetto della S. C. dei Concilio. La ringrazio con tutta l'effusione dei mio animo. Dei resto, diffidando sempre delle povere forze che mi restano, sento maggiormente il bisogno di impegnare la di Lei bontà ad implorarmi dal Signore gli aiuti e conforti necessari a reggere il peso, che dalla clemenza dei Santo Padre si é voluto imporre alle mie spalle. Ad onta però della mia pochezza non verrà mai meno in me il buon volere di corrispondere alla aspettazione, ed alle giuste esigenze nella sfera delle mie attribuzioni.”

                Sul principiare di novembre Don Bosco ebbe il dolore di sapersi fatto segno a pubbliche manifestazioni di sdegno da parte del Capo della diocesi. Il 10 di quel mese Monsignore, tenendo il sinodo diocesano, fece nella cattedrale due discorsi, nei quali proferì espressioni poco benevole sul conto dei Salesiani e dei loro Superiore, pur senza nominarli. Al mattino mostrando l'utilità degli oratori festivi per i giovanetti, non accennò nemmeno a quelli che da quarant'anni Don Bosco dirigeva in Torino, ma si diffuse a lodare quelli dei Filippini, i quali, disse, dappertutto si distinguono, aiutano il proprio Vescovo e non gli recano fastidi. Gli uditori afferrarono a volo l'allusione. Alla sera poi si espresse ancor più chiaramente, dicendo: - Vi raccomando sottomissione e rispetto al vostro Vescovo e che non facciate come certi religiosi che sono tutta riverenza e devozione al Papa lontano, e portano poco o niun rispetto al Vescovo vicino; si mostrano ossequiosi alla Cattedra di San Pietro e non a quella di San Massimo. Così purtroppo fa nella Diocesi qualche ecclesiastico, il quale col vanto di stare coi Papa mette la mano in cose che non gradiscono all'Arcivescovo e gli dà fastidi. - Se la prese pure [212] con la stampa cattolica che combatteva le dottrine rosminiane, usando parole ancor più aspre: - Periodici, giornali, anzi giornalacci che si vantano del titolo di cattolici e sono invece una disgrazia per la Chiesa. Forse non ve ne ha neppur uno che non esca dai suoi limiti, che non s'intrometta in cose che non gli appartengono, che non faccia più male che bene, che non sia di scandalo ai fedeli. - Da questo linguaggio uno dei presenti, il teologo Luigi Fiore, riportò tanto disgusto, che ne riferì direttamente al Papa[158].

                Fra di somma importanza dissipare negli ambienti ecclesiastici e civili di Roma le sinistre prevenzioni che le male lingue vi diffondevano. Con tale intendimento l'avvocato Leonori aveva posto mano alla compilazione di un opuscolo su Don Bosco e la sua Opera per ispargerlo largamente nella città. Il lavoro vide la luce verso la fine dell'anno[159]. In sette capitoli vi si discorreva di Don Bosco, della Società Salesiana in sé, de' suoi progressi in Italia, in Francia, nelle Missioni estere e dei più notevoli apprezzamenti su di essa, per conchiudere che con la sua Opera Don Bosco aveva indicata al Clero la via che doveva tenere praticamente, se voleva camminare con il proprio tempo.

                Le clamorose apostrofi sinodali fecero sentire vieppiù a Don Bosco la necessità di correre ai ripari in un campo più ristretto, ma più importante. Guai per la Congregazione, se allora nelle alte sfere ecclesiastiche, cioè fra i Vescovi d'Italia e i Cardinali di Roma, si fosse fatta strada l'idea che i Salesiani e il loro Fondatore erano uomini insubordinati all'autorità episcopale e la osteggiavano! E purtroppo su quella via del cammino se n'era già fatto! Ci voleva a tutti i costi un documento che andasse per le mani degli alti Prelati e li illuminasse ben bene sullo stato reale dei rapporti fra l'Oratorio salesiano e la Curia torinese, fra Don Bosco e monsignor [213] Gastaldi. A un lavoro di tal genere attendevano appunto Don Bonetti e Don Berto, il quale, oltreché segretario di Don Bosco, era, anche l'archivista della Congregazione[160]. Fu compilata così una monografia che portava nel frontispizio questa intestazione: Agli Eminentissimi Cardinali della Sacra Congregazione del Concilio. Esposizione del sacerdote Giovanni Bosco. Le ragioni di questa esposizione erano chiaramente significate nelle prime pagine con un'introduzione scritta da Don Bonetti, ma riveduta e fatta sua da Don Bosco.

 

RAGIONI DI QUESTA ESPOSIZIONE.

 

                Sono ormai dieci anni, dacché il sottoscritto e la nascente Congregazione Salesiana soffrono gravi vessazioni per parte dell'Arcivescovo di Torino, Mons. Lorenzo Gastaldi, le quali, oltre agli innumerevoli disturbi che ci hanno arrecato, c'impedirono eziandio di attendere alla salute delle anime. Imperocché questo Prelato ora ci vietò di servirci delle facoltà conceduteci dalla Santa Sede; ora contro le prescrizioni ecclesiastiche pretese d'ingerirsi nel regime interno e disciplinare della nostra Congregazione, come se fosse solamente un Istituto diocesano; sovente senza ragione rifiutò di ammettere i nostri Chierici alle Sacre Ordinazioni; talvolta per futili pretesti negò ai nostri Sacerdoti la facoltà di predicare e di confessare ed anche di celebrare la Messa nella sua Diocesi; talora li sospese senza colpa canonica e senza far precedere le formalità richieste dai Sacri Canoni; ci proibì di pubblicare nella sua Diocesi Brevi ottenuti dal Sommo Pontefice a favore delle nostre Opere; biasimò Istituzioni benefiche già commendate e benedette dal Santo Padre; scrisse lettere a grandi e a piccoli, e stampò e pubblicò persino libelli per infamare i Salesiani ed il loro Superiore. Tutti questi atti paiono essere stati promossi dal nemico di ogni bene, per soffocare e distruggere la nostra povera Congregazione, o metterle almeno intoppi sopra intoppi, perché non possa conseguire quel fine, per cui venne stabilita ed approvata dalla Santa Sede.

                Tutte queste ed altre innumerevoli molestie noi abbiamo fin qui tollerate in silenzio. I tempi corrono difficili per la Santa Chiesa e io non voleva recarle disturbi, provocando solennemente l'autorevole e supremo suo giudizio a nostro sostegno. Mi doleva eziandio reclamare contro un Personaggio, verso il quale nutrii sempre stima e venerazione. [214]

                Noi avremmo continuato ancora a sopportare in silenzio simili molestie e difficoltà; ma ultimamente l'Arcivescovo deferì alla Sacra Congregazione del Concilio, e pubblicò cose infamanti pel sottoscritto e per tutta la Pia Società Salesiana, invocandone provvedimenti; e perciò io mi trovo dal dovere dell'ubbidienza costretto a fare alla Santa Sede la presente Esposizione.

                Siccome io compio questo doloroso uffizio con grande ripugnanza dell'animo mio, così passerò sotto silenzio molti fatti e detti, che riguardano solamente l'umile mia persona, esponendo invece quelli che riflettono alla Congregazione o a me stesso, siccome Capo e Superiore della medesima.

 

                Torino, 15 dicembre.

                Ottava della festa di Maria Immacolata, 1881.

 

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Il testo, procedendo cronologicamente dal 1872 al 1881, elenca anno per anno in più di settanta pagine gli atti non benevoli dell'Ordinario torinese verso Don Bosco e i Salesiani; riassume poi in due pagine le dannose conseguenze derivatene, e si chiude con una preghiera e una protesta: preghiera di aiuto e protezione da parte della Santa Sede, e protesta di sottomissione incondizionata a qualunque disposizione, consiglio e avviso piacesse al Papa di dargli.

                Il “dovere dell'ubbidienza” che lo costringe a fare questa Esposizione, non faccia supporre un precetto venuto dall'alto. Il confronto della prima stesura con la definitiva sull'originale ci riporta al fatto che la Santa Sede stessa, approvando la Congregazione e affidandone a lui la custodia e il governo, l'ha posto nell'obbligo di tutelarne gl'interessi e difenderne l'onore. Egli fece stampare il lavoro nel modo più segreto e riservato, ritirando presso di sé l'originale, le bozze e le copie. Anche nello spedirla si usavano tutte le cautele, mandandola solamente a personaggi altolocati della gerarchia ecclesiastica e in busta chiusa. Il fascicolo uscito dalla tipografia sul cadere dell'anno 1881, pervenne anche a Leone XIII, che, sfogliatolo, esclamò impressionato: - Oh, si ponga un termine a questo dissidio, altrimenti monsignor Gastaldi resterà infamato dalla storia. - Allora fu che [215] sorse in lui il primo pensiero di avocare a sé tutta la causa, come diremo nel capo seguente.

                Appressandosi il giorno della discussione, l'Arcivescovo andò a Roma. Ve lo chiamava però anche una circostanza solennissima: nella festa dell'Immacolata il Sommo Pontefice sarebbe proceduto alla canonizzazione di quattro Beati: Benedetto Giuseppe Labre, Lorenzo da Brindisi, Giovanni Battista de' Rossi e Chiara da Montefalco. Ne profittò dunque per studiare da vicino il terreno e guadagnare quanti più poteva alla propria causa.

                Fu due volte all'udienza del Santo Padre. Nella seconda, durata un'ora e mezzo, il Papa lo intrattenne anche sulle sue relazioni con i Salesiani. Assistette a tutto il colloquio l'Eminentissimo Nina, dal quale provengono i particolari a noi noti[161]. A un certo punto Sua Santità domandò: - Ma e poi quelle questioni continue con Don Bosco e con la Congregazione Salesiana quando termineranno? Povero Don Bosco! Lavora continuamente e fa tanto bene; di questi Salesiani io non sento che elogi da tutti e mi stanno tanto a cuore; perché Lei li tratta in questa guisa? Ma la finisca una volta! Invece di favorirli e di aiutarli, Ella non fa che mettere impedimenti al loro sviluppo!

                - Santo Padre, rispose l'Arcivescovo, non é vero: io voglio tanto bene a Don Bosco e alla Congregazione ed ho cercato tutti i modi di aiutarla, e il Signore sa quanto desidero che si venga a un accomodamento. Solo che Don Bosco venisse da me, lo abbraccerei di cuore; io ho sempre preferito aggiustarla all'amichevole, ma Don Bosco vi si rifiutò e mi intentò la causa alla Congregazione del Concilio. Venga pure Don Bosco e vedrà come io lo ricevo.

                - Come volete che venga a voi, se quando si presenta, non lo ricevete nemmeno? A questo il modo di trattare un sacerdote di tanto zelo e così pieno dello spirito di Dio? [216]

                - Ma io lo riceverò subito, e sono disposto ad accomodare ogni cosa.

                - Dunque andate; ma sia una volta finita, perché altrimenti converrà prendere provvedimenti a cui non vorrei ricorrere.

                Le difese degli avvocati erano pronte e stampate. Quella del Menghini, a chi la lesse, parve piuttosto moderata e invocava la conciliazione fra “i due ornamenti della diocesi di Torino[162]”. Entrambi si accordarono di formulare così il dubbio: An suspensio seu interdictum locale ab audiendis confessionibus sit confirmandum vel infirmandum in casu. [Se la sospensione o divieto locale di udire le confessioni sia da confermare o da infirmare nel caso]. L'avvocato di Don Bosco, dedicata la prima parte alla narrazione dei fatti, dimostrava nella seconda che il decreto dell'Arcivescovo doveva essere dichiarato nullo perché ingiusto mancando la colpa, perché vessatorio come emanato in odio alla Congregazione Salesiana, perché nullo essendo privo di solennità. La terza parte confutava le obbiezioni.

                La difesa dell'Arcivescovo prospettava il caso non come sospensione, ma come semplice restrizione di giurisdizione, per inferirne che l'Ordinario era nel suo diritto d'imporla quando e come gli paresse, anche senza bisogno di solennità. Su questo e su altri punti Don Bonetti quasi alla vigilia della scioglimento credette bene di sottoporre al Cardinale Prefetto del Concilio alcune considerazioni, profilando nettamente e in breve il vero stato della questione[163]. Inteso poi che si faceva gran conto dell'accusa che si fossero mandati Salesiani ad amministrare in Chieri il Viatico e l'Estrema Unzione a una Suora di Maria Ausiliatrice, inviò al medesimo Cardinale una dichiarazione del canonico Sona, che attestava d'aver sacramentato egli stesso la [217] moribonda[164]. Indirettamente questo documento metteva in guardia anche la Sacra Congregazione contro altre asserzioni inducendo ad accettarle per lo meno col benefizio dell'inventario.

                La causa si agitò il 17 dicembre. Degli otto Cardinali due soli votarono in favore dell'Arcivescovo; i più energici a sostenere le ragioni di Don Bosco furono gli Eminentissimi Randi, Chigi, Hergenroether e Ledochowski. Il Papa, udita la relazione, ritornò al concetto già espresso a Monsignore. - Non si pronunzi, disse, nessuna sentenza e si faccia invece proposta di accomodamento, salvando così l'autorità vescovile. Don Bosco é così virtuoso che a tutto si acconcia. L'Arcivescovo o si acconcia o no. Nel primo caso Don Bosco sarà contento, perché non cerca che la pace, e tutto sarà finito quando questa sia conseguita. Nel secondo caso noi avremo preso il bue per le corna[165], e allora per lui la é finita.

                A questo punto il cardinale Nina si animò e disse che era tempo di farla finita anche altrove, perché anche a Roma si teneva bordone a Torino nel perseguitare Don Bosco e si paralizzava il bene che faceva la Società Salesiana, privandola dei privilegi. E altro osservò come Protettore della Congregazione.

                Il Tribunale romano emise sentenza dilatoria con la formula: Dilata et ad mentem ab Eminentissimo Praefecto panditam. Quale fosse la mente, il Cardinale Prefetto lo significò prima confidenzialmente a Don Bosco in questa sua lettera.

 

RISERVATA.

 

                Rev.mo D. Bosco,

 

                A momenti Le perverrà una lettera per parte della S. Congregazione del Concilio concernente la consaputa vertenza, la di cui risoluzione é stata differita, perché senza vulnerare il merito, è anche nelle viste del S. Padre che essa venga sopita nel modo che le verrà indicato, e perché lo stesso Arcivescovo ha a voce manifestato alla [218] stessa Santità Sua molta propensione di devenire ad un accordo. Sperando che questa volta Mons. si presti sinceramente a quanto gli si propone, la interesso, per quanto mi sta a cuore la sua Congregazione, a non frapporre ostacolo di sorta, ma con tutta spontaneità aderendo a quanto le si dirà, non allontanarsi da sua parte menomamente dalle istruzioni, che le verranno indicate. Nel presentarsi Ella a Mons. Arcivescovo, non ho bisogno di fare appello alla di Lei virtù, son certo che Ella userà tale un contegno e linguaggio ossequioso e temperato da non compromettersi menomamente obbligandolo, se fia possibile, ad addimostrarsi umanissimo. Gli dirà in sostanza di esser ben lieto, che dalla S. Sede gli sia stata offerta una propizia occasione di trovarsi ancora una volta ai piedi di Mons. Arcivescovo, che ella non ha cessato mai di amare e venerare. Non entrerà in discussione sulla questione o quistioni, e si limiterà a presentare l'istanza a nome di Don Bonetti, attenendosi in essa ai termini che Le vengono suggeriti. Si mostri disposto a venire a degli accordi sul regime dell'Oratorio nei limiti consentiti dal diritto e nel reciproco intendimento di procurare il bene delle anime. Avverta poi il Don Bonetti di tenersi in molto riserbo nel parlare ed in tutto quello che potesse riferirsi all'Arcivescovo ed al Parroco locale. Un contegno corretto in questa circostanza anche a costo di qualche sacrifizio tanto da parte sua, quanto dei suoi dipendenti, concilierà maggior stima all'Istituto ed appianerà la via a risolvere altre difficoltà, che ormai ad ogni pié sospinto Le si vanno creando per attraversare, forse anco senza volerlo, l'opera del Signore. Avverta poi di tenere esatto conto di tutto quello che si passerà fra Lei e Mons. Arcivescovo, per farne poi fedele discarico alla S. Congregazione.

                Questo é quanto mi premeva di significarle. Ora poi profitto di questa occasione per augurarle di cuore ogni felicità spirituale e temporale dal S. Bambino, cui, sono certo, sarà gradita l'offerta delle molte sue tribolazioni ed amarezze, e ne riceverà per compenso grande conforto e coraggio a proseguire la di Lei opera, ed implorando dai Signore una copiosa benedizione su tutta la Congregazione, passo al piacere di raffermarmi con particolare stima

                Di Lei Rev.mo Signore

                Roma, 20 decembre 1881.

Aff.mo per servirla

L. Card. NINA Prefetto.

 

                La mente era dunque che prima di pronunziare una sentenza definitiva si tentasse di risolvere la controversia de bono et de aequo cum partis utriusque decore, cioè mediante un equo e onorevole accomodamento. Questo la Sacra Congregazione notificò ufficialmente a Don Bosco, precisandogliene [219] pure il modo: far visita all'Arcivescovo; umigliargli una supplica di Don Bonetti per essere riabilitato a confessare nell' oratorio di Chieri e chieder venia di qualunque dispiacere avesse potuto arrecargli; accordarsi sulla maniera di regolare le cose a Chieri, sicché né i Salesiani disturbassero le funzioni parrocchiali propriamente dette, né ai Salesiani fosse impedito di promuovere il bene spirituale delle anime, come fino allora avevano fatto con grande frutto[166].

                L'altra lettera ufficiale diretta nel medesimo tempo all'Arcivescovo era un po' più lunga. Vi si dicevano cinque cose: 1° Essere stata troppo severa la misura presa contro Don Bonetti; 2° deliberazione cardinalizia e modo di attuarla; 3° l'Arcivescovo accogliesse statim atque humaniter [con prontezza e cortesia] Don Bosco e concedesse a Don Bonetti la chiesta facoltà nulla interposita mora [senza indugio di sorta]; 4° ammonisse il Curato chierese e i suoi aiutanti di usare maggior carità con i Salesiani; 5° togliesse la comminazione di sospensione ipso facto incurrenda, se Don Bosco scrivesse o stampasse checchessia in difesa sua o del suo Istituto. In ultimo si faceva appello alla docilità e abilità di Monsignore, perché tutto fosse eseguito con la massima sollecitudine[167].

                Prima di ricevere il rescritto di Roma, Don Bosco aveva risposto così al Cardinale Nina:

 

                Em.za Rev.ma,

 

                Quanta bontà la E. V. si degna di usare verso questa povera Congregazione! Io ne la ringrazio di tutto cuore. Finora non ho ancora ricevuto alcuna lettera dalla Sacra Congregazione del Concilio; ma appena sia nelle mie mani io seguirò fedelmente i paterni consigli che Ella si compiace tracciarmi. Sarà però difficile venire ad una conclusione. Ne' tempi addietro sono già stato chiamato tre volte dal medesimo Arcivescovo, ma il nostro trattenimento fu sempre conchiuso con una strapazzata e con un titolo di mentitore. Ciò nulla di meno io sarò pronto a ritornarvi e spero di non essere cagione di alterazione. Sembra però che i preparativi non siano di buon presagio. Il 17 di questo mese si propone un accomodamento. Il 20 si manda [220] un monitorio che richiama la causa di Don Bonetti al suo principio in termini certamente non pacifici[168]. Il 23 dello stesso i Chierici del Seminario dì Torino che furono nostri allievi chiesero di venire ad augurare le buone feste a Don Bosco che loro fece da padre nelle cose spirituali e temporali; ma in quest'anno ne furono severamente proibiti di venire né in corpo, né separatamente[169].

                Ieri un nostro antico allievo, ora Sacerdote nel Seminario[170] chiese al Rettore del Seminario di far visita e parlare a Don Bosco e gli espose il suo desiderio che da molti anni nutre in cuore di farsi Salesiano con animo di recarsi alle Missioni estere. Ne ottenne una paternale niente paterna, e conchiuse con queste parole che prego permettermi di scriverle testuali: “Se tu vai a farti Salesiano, oppure vai nelle missioni, tu vai a casa del diavolo a gambe levate.”Spero con un atto di contrizione si possa facilmente ottenere il perdono del peccato commesso nel farsi Salesiano, e nel recarsi nelle missioni estere.

                Da tutte parti ricevo visite di condoglianze di amici che vengono a significarmi l'Arcivescovo decantare la vittoria completa su Don Bonetti, Don Bosco e i su tutti i Salesiani.

                Ad ogni modo io fui e sono tuttora pronto a fare ogni sacrifizio, purché si possa porre termine ad un affare che mi fa perdere tanto tempo.

                La prego di compatire la confidenza con cui scrivo e di permettermi elle con profonda venerazione abbia l'alto onore di professarmi

                Della E. V. Rev.ma

                Torino, 28 dicembre 1881.

Obbl.mo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Leone XIII stimò che in questo caso non fosse venir meno al proprio abituale alto riserbo il far giungere a Don Bosco una sua parola. Ne diede incarico a monsignor Boccali, Cameriere Segreto Partecipante, che a nome di Sua Santità gli scrisse il 27 dicembre. La prima parte della lettera é diplomatica: “L'Ill.mo e Rev.mo Monsignor Arcivescovo di [221] Torino quando fu a Roma per assistere alle feste della Canonizzazione, manifestò al Santo Padre il desiderio di veder composta di comune accordo delle parti contendenti, la vertenza che pende presso la Sacra Congregazione del Concilio tra lui e il sacerdote Salesiano Don Bonetti per le cose di Chieri. Il Santo Padre fu contento di sentir questa proposta; e appunto per dare agio a questa composizione, la Sacra Congregazione nell'ultima adunanza non si é pronunziata sul merito della vertenza, ma ha differito il giudizio, ed ha stabilito che intanto si comunicasse alle due parti la maniera conveniente, con la quale potrebbero giungere a stabilire tra loro un accordo. La S. V. riceverà tale comunicazione officialmente dalla Sacra Congregazione del Concilio; e così pure Mons. Arcivescovo.” La seconda parte é indice del buon concetto, in cui Sua Santità teneva Don Bosco: “Il Santo Padre sa come la S. V. si é sempre mostrata disposta a secondare non solo i comandi, ma anche i desideri suoi, e non dubita che la S. V. si presterà prontamente e docilmente a fare tutto ciò che nella suddetta comunicazione Le verrà indicato. E poiché tra le altre cose Le verrà pure suggerito di presentarsi a Monsignor Arcivescovo, procuri di presentarglisi in quella maniera conveniente e rispettosa che é dovuta alla sua autorità. Composta questa prima vertenza col Bonetti, non sarà forse difficile procedere ad altri accordi e giungere a far cessare gli attriti.” In ultimo il Segretario avvertiva:

                “Gradirò di essere informato dell'esito dell'abboccamento e della piega che prenderanno le cose; ché io poi dovrò tutto riferire e sottoporre a Sua Santità.” Don Bosco rispose così a monsignor Boccali e per lui al Papa[171]:

 

                Eccellenza Reverendissima,

 

                Ho avuto l'alto onore di ricevere la venerata lettera della Ecc. V. Rev.ma in proposito della vertenza Bonetti e Monsignor Arcivescovo. L'assicuro di tutto cuore che ricevuta la lettera della sacra [222] Congregazione del Concilio io mi terrò fedelmente al tenore di quella e di poi seguirò i consigli della Ecc. V.

                Finora non ho ancora ricevuto alcuna lettera in proposito.

                Temo però che nasca qualche difficoltà dalla parte di Monsignor Arcivescovo perché mi fa sapere in vari modi che egli a Roma ha riportato compiuta vittoria nella causa sopra citata. Anzi al giorno 20 di questo mese ha mandato un novello monitorio minaccioso citando Don Bonetti a comparire in curia per la medesima cagione intorno a cui si é già pronunziato il Dilata il 17.

                Ad ogni modo assicuri il S. Padre che io sono pronto a qualunque sacrifizio per terminare una questione di niuna entità che mi ha già fatto perdere tanto tempo. Tempo che io ho assolutamente bisogno di occupare per la povera nostra congregazione e nel sacro ministero delle anime.

                Prego V. E. di far gradire un piccolo atto di amor figliale a Sua Santità da parte dei nostri 80.000 giovanetti. Domani 1 del 1882 essi faranno la loro santa comunione con particolari preghiere per ottener da Dio che il medesimo Santo Padre abbia ancora molti anni di vita felice per il bene di santa Chiesa ed anche per l'umile nostra congregazione.

                Con gratitudine profonda ho l'onore di potermi professare

                Della E. V. Rev.ma

                Torino, 30 dicembre 1881.

Obbligatissimo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Ma Don Bosco purtroppo conosceva il suo uomo. L'Arcivescovo si buttò sul rescritto di Roma, sottoponendolo a una critica minuta e acerba, che mise in carta e inviò al cardinale Nina[172]. “E che composizione! esclama a un certo punto. In essa sono fissi tassativamente il tempo e l'imperativo, l'ubbidienza e quella di tutta la docilità quanta ne posseggo. Eminenza, tra la composizione ed una decisione definitiva della Sacra Congregazione che differenza passa? Questa: Una decisione non é mai mordace verso chi é condannato. La impostami composizione mi dice humaniter excipere”. E più innanzi: “Inoltre la composizione nei termini posti non é ex bono et aequo (..) Ecco un ordine contro giustizia e credo che negli atti della Sacra Congregazione simile disposizione non trovi esempio (…) La composizione [223] imposta […] è una scappatoia che lascio ad altri il qualificarla [...]. Mi si dica chiaramente che non mi si vuole far giustizia, ma non si coprano i delinquenti con un manto che mi é più grave che una di quelle cappe, di cui parla Dante nell'Inferno [..] Si vegga tutta l'enormezza dell'atto della composizione [..] Via! non posso e non debbo credere che la Santa Sede sanzioni il contenuto della veneratissima lettera.” D'irriverenza in irriverenza arriva a questo insulto finale: “Eminenza, Ella come Cardinal Protettore della Congregazione Salesiana ha fatto bene da Avvocato per questa. Io poi debbo lagnarmi che il Protettore stesso faccia da giudice contro di me, e che stante la sua qualità e autorità di Prefetto della Congregazione del Concilio, m'imponga un ordine che dalla piena Congregazione degli Em.mi Padri non verrà mai [...]. Umil.mo Osseq.mo Servo, ecc.”

                Dopo questa lettera di fuoco, quello che avvenne era da aspettarsi. Don Bonetti scrisse la sua supplica secondo i termini prescritti. Eccola nei due punti essenziali: “In ossequio alla Suprema Autorità della Santa Sede ed in segno di venerazione alla Eccellenza Vostra Reverendissima, io la supplico nuovamente che voglia avere la bontà di riabilitarrni ad ascoltare le confessioni sacramentali, non solo in tutto il resto dell'Archidiocesi di Torino, ma eziandio nella città di Chieri e nell'Oratorio di Santa Teresa. Nel tempo stesso io le dimando umilmente perdono di qualsiasi dispiacere che per qualsivoglia causa, anche contro la mia intenzione, io abbia recato all'animo della Eccellenza Vostra Reverendissima, promettendo che mi diporterò sempre verso di Lei, come si conviene ad un Sacerdote obbediente e rispettoso, secondo il dovere della mia professione religiosa.” Con questa supplica Don Bosco il 2 gennaio, accompagnato dal coadiutore Giuseppe Rossi, verso le dieci antimeridiane si portò nell'Arcivescovado e domandò l'udienza. Cediamo la penna a lui stesso, che c'informi dell'esito. Immediatamente scrisse al cardinale Nina:[224]

 

                Eminenza Reverendissima,

 

                Ricevuta la lettera della S. Congregazione del Concilio sulla vertenza tra Don Bonetti e l'Arcivescovo Monsig. Gastaldi ho tosto fatto preparare una supplica ed io stesso la portai in persona, pronto ad affrontare qualsiasi rimprovero e strapazzatura colla dovuta calma e rispetto.

                Questa mattina alle 10e mezzo mi presentai all'episcopio, e sebbene giorno di pubblica udienza, non vi era alcun forestiero nell'anticamera, perciò il Segretario Vescovile, nostro antico allievo, mi disse, che uscito un Sacerdote, anche nostro antico allievo parroco, io ci avrei potuto entrare. Esce quegli, ma si fa segno di attendere. Intanto sopraggiunge un Signore laico che é tosto ammesso. Dopo circa un'ora di anticamera, Mons. Arcivescovo mi fa dire che aveva da trattare affari col Procuratore del Re, altri affari dopo di esso doveva trattare col suo Avvocato Fiscale, che perciò non poteva per tale giorno darmi udienza.

                Dimandai se Sua Eccellenza non aveva significato qualche giorno o qualche ora in cui avessi potuto ripassare. Il Segretario imbarazzato e mortificato mi rispose che no.

                In quel momento ho giudicato di far consegnare all'Arcivescovo la supplica di Don Bonetti, facendogli dire che quello era l'oggetto della mia visita, e che veniva da parte di quella autorità di cui in quello scritto si parlava. Più nissuna risposta. Vedremo. Se potrò fare qualche cosa io ne dò tosto cenno all'E. V. e se mai Ella avesse qualche consiglio a darmi l'assicuro che lo seguirò fedelmente con quella calma e quel rispetto che deve usarsi verso al capo di una diocesi.

                Noti che nei tempi addietro ebbi più volte l'esito medesimo, non ammesso all'udienza; in alcune volte fui ammesso, ma non ottenni altro che una delle più umilianti strapazzate.

                Quasi identica esposizione ho fatto a Mons. Boccali secondo la richiesta che egli stesso mi aveva fatto.

                Dio rimeriti la E. V. dei rinnovati disturbi che Ella deve sostenere per noi. Ma si assicuri che i Salesiani non le saranno sconoscenti. Essi hanno lavorato e lavorano indefessi, e continueranno a lavorare pel bene di S. Chiesa come la V. E. potrà osservare nella Relazione che spero di fare pervenire alle venerate di Lei mani come a benevolo protettore della umile nostra Congregazione.

                Si degni compartirci la sua santa benedizione e gradisca l'umile omaggio delle preghiere dei Salesiani, e dei loro allievi (80.000 e presto 100.000), i quali tutti innalzano i loro voti al cielo, per ottenere da Dio sanità e lunga serie di anni felici per la E. V. Rev.ma di cui ho l'alto onore di potermi professare

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco. [225]

 

                La relazione a monsignor Boccali, compilata da Don Bonetti e ritoccata da Don Bosco, descrive inoltre l'ammirazione prodottasi tra i familiari dell'Arcivescovo e in altri che videro o seppero l'accaduto; accenna poi a nuove e gravi vessazioni recentissime, di cui si dirà nel capo seguente. Vi si allegò anche la copia dell'istanza di Don Bonetti. “L'una e l'altra carta, rispose monsignor Roccali[173], fu per superiore disposizione trasmessa da me alla Sacra Congregazione del Concilio: presso la quale dovrà continuare a svolgersi la causa, fallita essendo la composizione in via particolare.”

                Il canonico Colomiatti e il segretario arcivescovile teologo Corno, che il 2 gennaio faceva servizio di anticamera, tentarono nel processo apostolico di dare a intendere che monsignor Gastaldi era “dispostissimo” a concedere udienza a Don Bosco, in qualsiasi ora di qualsiasi giorno. Entrambi avrebbero fatto meglio a tacere. Due cose osserva ottimamente Don Cossu[174]: “Mons. Gastaldi non ignorava lo scopo della venuta di Don Bosco[...] Ma con qual animo si dispose ad accoglierlo[...] si può indubbiamente desumere dalla lettera [...]. al Card. Nina.” No, dopo quella lettera egli non poteva essere disposto a ricevere Don Bosco né subito né mai per tale scopo. Infatti nella lettera stessa aveva dichiarato senz'ambagi: “Per altro io, finché specialissimi privilegi non siano loro [ai Salesiani] concessi, non posso per dovere e per diritto di autorità Vescovile di cui benché indegno sono insignito, sottoscrivere alla composizione, nella quale non é servato utriusque decore.”

                La causa fu dunque riproposta il 28 gennaio 1882. Al dubbio se la sospensione o divieto di udire le confessioni fosse da confermare o da infirmare nel caso, gli Eminentissimi risposero Negative per la prima parte, Affirmative per la [226] seconda, et ad mentem. E la mente era che l'Arcivescovo venisse ammonito severamente in nome e per ordine della Sacra Congregazione per l'inconsulta lettera [severe moneatur nomine et iussu S. Congregationis ob inconsultam epistolam] mandata il 31 dicembre 1881 all'Eminentissimo Cardinale Prefetto, lettera che la Sacra Congregazione gravemente riprovava [quam epistolam S. Congregatio graviter improbat]. L'avvocato Leonori nel dare notizia del risultato scriveva a Don Bonetti[175]: “Mi pare che possa essere contento [...].

                Non cesserò però mai colla libertà dell'Avvocato raccomandare la massima riservatezza e prudenza. Scusi, ma io voglio bene assai a Don Bosco.”

                La comunicazione ufficiale all'Arcivescovo fu fatta il 31 gennaio[176]. Tosto Don Bonetti scrisse la buona notizia a Don Bosco, che si trovava in Francia[177]. Monsignore non si arrese, ma interpose appello il che importava una nuova udienza della Sacra Congregazione e la sospensione degli effetti della sentenza. Così Don Bonetti rimaneva nella sua pena e sotto l'incubo dei cattivi sospetti concepiti sul suo conto. Per questa ragione supplicò il cardinale Nina che, se la causa si dovesse riproporre, si facesse al più presto possibile[178]. Il 12 aprile rinnovò le insistenze in una lettera a Don Bosco, giunto a Roma: “Prego Vostra Paternità che voglia anche ricordarsi di me. Io sono da 4 anni punito a nome della Chiesa e contro le sue leggi. Sino a quando dovrò rimanere così? Io sono stanco e domando pietà.” Ma secondo la procedura, non si poteva ripresentare la causa, finché non fossero decorsi tre mesi. L'ultima sentenza, e veramente definitiva, sarebbe stata emanata in maggio, se il Papa, come abbiamo accennato poc'anzi e come presto vedremo, non avesse avocata la causa a sé.

 

 


CAPO VII. Intentato processo criminale per gli opuscoli.

 

                Noi siamo entrati nel periodo più tragico della vita di Don Bosco. Gravissime tribolazioni non si succedettero l'una all'altra, ma si accumularono contemporaneamente sul suo capo. Solo un uomo tutto di Dio poteva reggere a tanti contrasti. Era proprio la lotta per la esistenza. Pur non volendo dare peso alla voce corsa allora che si mirasse a distruggere la Congregazione, una cosa é certa, che l'infamia non avrebbe colpito soltanto il nome di Don Bosco, ma ferita anche a morte la Società da lui fondata. Non pochi ne sarebbero usciti e tanti altri non vi sarebbero più entrati. Fra questo pericolo e con l'onta dello scredito in faccia al mondo, vi era più che a sufficienza per causarle una fatale rovina.

                A bello intanto vedere come anime umili e buone, conoscendo le sue pene, indirizzassero a Don Bosco parole di cristiano conforto. Un giovane prete, cooperatore salesiano, gli scriveva da Roma[179]:

                “Divido con Lei tutte le sciagure che toccarono ai Salesiani da undici anni. Dio che ha disegnato di formare della Congregazione Salesiana un grande e forte strumento di apostolato, ne bagna le fondamenta [228] coll'acqua della tribolazione […] Dio ha permesso che i Salesiani avessero a trovare nel loro naturale protettore un avversario potente. Dio conosce tutti i perché, e alla Congregazione Salesiana il trionfo che tarda non mancherà.” Anche una cooperatrice parlando a nome di altre cooperatrici di Acqui, toccò note delicate[180]: “Apprendiamo con dolore che molti nemici muovono guerra a Lei e alle sante opere sue; ma, per altra parte, a mostrarle come il nostro cuore cerchi di informarsi ai principii e, sentimenti suoi, bisogna che confessiamo che tali guerre invece di scoraggiarci, c'infondono maggiore animo, fanno ardere di zelo i nostri cuori, ci persuadono sempre più che il Signore gradisce le opere sue e servono a consolarci, come consolavano Santa Teresa, la quale addoloravasi quando non era combattuta, perseguitata.”

                Più volte abbiamo fatto menzione di opuscoli e relative controversie; ora é venuto il momento di ragionarne per disteso, poiché anche questa questione s'intreccia con le precedenti.

                Nel 1878 apparve in Torino, edito dalla tipografia Bruno, un libretto intitolato Strenna pel Clero, ossia Rivista sul Calendario Liturgico dell'Archidiocesi di Torino per l'anno 1878, scritta da un Cappellano. L'anno dopo la medesima tipografia ne lanciò un secondo dal titolo L'Arcivescovo di Torino, Don Bosco, e Don Oddenino ossia Fatti buffi, serii e dolorosi raccontati da un Chierese; il qual Chierese appié della prefazione si sottoscrive Un capo di famiglia. Su queste due pubblicazioni non abbiamo qui nulla da aggiungere a quanto ne dicemmo già altrove.

                Una volta cominciato, si continuò, ché la materia non mancava. Nel medesimo anno 1879, sempre a Torino, ma dalla tipografia Fina, uscì un terzo opuscolo intitolato Piccolo Saggio sulle dottrine di Monsignor Gastaldi Arcivescovo di [229] Torino; autore, Il Cappellano. Una lunga Introduzione fa in stile bernesco la critica di alcuni atti arcivescovili ed enumerando i migliori sacerdoti perseguitati da monsignor Gastaldi, mette per ultimo “il più umile, mansueto ed operoso fra i sacerdoti torinesi, Don Bosco”. La parte principale del libro si diffonde a confutare con dottrina soda e con ricca erudizione ventiquattro teorie estratte da vari stampati di Sua Eccellenza. Seguono quattro Appendici nel tono dell'Introduzione. La prima si aggira intorno a certe tendenze liberalesche professate dal Gastaldi, quand'era semplice canonico. La seconda narra come finì per opera di Monsignore il Convitto Ecclesiastico, recando una larga citazione cavata dal Bollettino Salesiano sulla storia dell'importante istituto[181]; e qui l'anonimo autore ricorda che Don Bosco fu nel Convitto, discepolo di Don Cafasso e che più volte egli fu udito dire:

                - Se ho fatto qualche cosa di bene lo debbo a Don Cafasso, nelle cui mani rimisi ogni mia deliberazione, ogni studio, ogni azione della mia vita. - La terza Appendice riproduce la Circolare arcivescovile del 4 agosto 1877, in cui si deprime lo stato religioso in genere, ma con allusioni a Don Bosco, quasi stornasse di proposito i giovanetti dai seminari diocesani di Giaveno e di Bra, e per questo il Cappellano ironicamente commenta: “Quando si ha bisogno di malignare contro taluno[182], si può benissimo far qualche confusione e strappare Vangelo, storia, tradizione ed altro ancora.” La quarta fa la storia dell'oratorio chierese di Santa Teresa, accoppiandovi un entusiastico scritto del canonico Gastaldi sull'Oratorio di Valdocco e stampandone in caratteri cubitali l'apostrofe finale[183], che giova riportare: “Salve perciò, o nuovo Filippo, salve, o Sacerdote egregio: il tuo esempio, deh! trovi molti imitatori in ogni città; sorgano per ogni parte sacerdoti a premere le tue orme; aprano ai giovani de' sacri recinti, [230] dove la pietà si circondi di onesti sollazzi; ché solo in tal modo si potrà guarire una delle piaghe più profonde della società civile e della Chiesa, che é la corruzione dei giovani.”

                Finalmente il solito Cappellano, quale, numero per l'anno secondo della Strenna pel Clero, coi tipi del Bruno e cor la medesima data dell'opuscolo precedente, marzo 1879, ne mise fuori un quarto intitolato La Questione Rosminiana e l'Arcivescovo di Torino. Di suo però egli non ha che una breve Prefazione, una Conclusione un po' più lunga e qua e là appié di pagina note piccanti o trammezzati al testo rapidi spunti polemici. Il grosso del volume riunisce e ripubblica una serie di botte e risposte scambiatesi fra monsignor Gastaldi o suoi partigiani in rosminianismo e lo storico Don Pietro Balan in un'ardente polemica rosminiana, cominciata nell'Unità Cattolica, ripresa dal teologo Biginelli nel rosminiano Ateneo di Torino e condotta ad oltranza dal Balan nell'Osservatore Cattolico di Milano. Nell'ultima parte il compilatore riesuma e riassume un gruppo di articoli pubblicati dal canonico Gastaldi nel Conciliatore del 1848 e '49 in difesa del libro di Rosmini Le Cinque Piaghe della Chiesa, non ancora condannato da Roma. Anche in questo opuscolo s'incontrano accenni a Don Bosco. Una nota a pagina 79 ricorda la questione per La Nuvoletta del Carmelo[184]; in un'altra a pagina 94 si dice che la diocesi di Torino é “scandalizzata, perché sa che un fondatore e superiore di una Congregazione religiosa approvata da Pio IX é perseguitato crudelmente”; nell'Avvertenza premessa alla terza parte, riferendosi a parole di monsignor Gastaldi, che affermava d'aver conosciuto nel Rosmini un sacerdote santo e pio, l'autore, rimandando all'elogio di Don Bosco riportato nell'opuscolo antecedente, ribatte:

                “Anche un altro sacerdote ancor vivente fu conosciuto e giudicato da lui santo e pio; ciò non di meno se io e voi non avessimo altre prove che [231] questo sacerdote esimio é veramente tale , oggidì non potremmo più aggiustargli credenza, perché col trascorrere del tempo Gastaldi mutò di pensiero, ed ora lo dice superbo, ignorante e peggio.”

                Anche nel primo opuscolo Don Bosco era menzionato più volte, come indicammo nell'altro volume; nel secondo poi il titolo parla da sé. Ci era necessario porre in rilievo il continuo chiamar fuori Don Bosco, perché questo serve a meglio lumeggiare i fatti che seguirono. Un'altra osservazione é bene fare. Monsignor Gastaldi chiamò sempre libelli famosi o infamatorii questi opuscoli; ma il Teologo Censore della Sacra Congregazione dei Riti, deputato all'esame degli scritti riferentisi alla controversia fra l'Arcivescovo e il Servo di Dio, ritenne che non sarebbe neppur giusto qualificarli senz'altro per tali[185]. Ed ora vediamo le croci toccate a Don Bosco per queste malaugurate pubblicazioni.

                In Curia, com'era naturale, si smaniava di scoprire la fucina da cui emanavano scritti così roventi; poiché a un semplice confronto non apparivano opera di un solo, sebbene unico potesse dirsene l'ispiratore, colui che si qualificava per Il Cappellano. Le indagini furono orientate verso l'Oratorio e fatte convergere su Don Bonetti e su Don Bosco. Quante arti non s'impiegarono per istrappar loro una riga o una parola che li compromettesse! Per questo appunto si esigeva da Don Bosco che domandasse venia del secondo opuscolo, sconfessandolo; se egli pro bono pacis vi si fosse indotto, avrebbe dato appiglio all'accusa di essere reo confesso per uno e indiziato di corresponsabilità negli altri. Ma la sua prudenza non gli permise mai di piegarsi a tale ingiunzione. In seguito il Colomiatti, che in quella inchiesta agiva, nella qualità di giudice delegato per istruire il processo, mostrò di contentarsi che Don Bonetti lasciasse travedere se aveva sospetto su qualcuno; ma Don Rua, che faceva le parti di [232] Don Bosco e di Don Bonetti assenti, lo dissuase da simile pretesa[186].

                Già nella lettera del 29 dicembre 1880[187] al cardinale Caterini monsignor Gastaldi aveva espresso il suo convincimento che Don Bonetti, se non autore, fosse stato cooperatore nella compilazione di quel secondo opuscolo; donde ne inferiva la colpevolezza anche per gli altri, nel cui stile si appalesava, a parer suo, identità di origine. Perciò dichiarava senza la menoma esitazione: “Mi sento in dovere di procedere contro Don Bonetti e contro Don Bosco, che quale Rettore Maggiore della Congregazione deve conoscere ogni cosa al riguardo e quindi avrebbe potuto impedire tanto scandalo e dovuto castigare chi di ragione, facendo constare a me del castigo.” Poi, caricando le tinte, ripigliava: “Eminenza Rev.ma, il fatto é gravissimo; perciò faccia V. E. che in debito modo si ripari al male operato col libello dai Salesiani compromessi nel medesimo. Ho fiducia che la Sacra Congregazione coglierà questa mia domanda e farà l'interesse della dignità Episcopale violata con vitupero, provvedendo secondo giustizia.”

                Per accertarsi bene del passo che stava per dare, fece leggere al Procuratore del Re avvocato Demissoglio i famosi libelli, pregandolo di esaminarli e di vedere se ci fossero gli estremi per intentare un processo criminale a Don Bosco o a chi li avesse scritti. Il magistrato, esaminabili, gli disse: - Certo, materia di processo vi si può trovare; ma non c'é poi nulla di vero in tutte queste imputazioni?

                - Naturalmente, rispose Monsignore, certi fatti potrebbero essere interpretati diversamente... Vi é dell'equivoco... Certe cose non potrebbero negarsi.

                - Allora lasciamo stare, replicò quegli, non destiamo un vespaio, dal quale non potessimo uscire con onore.[233]

                Intanto le inquisizioni procedevano. L'II e il 13 luglio 1881, il Cancelliere della Curia, canonico Chiuso, e l'Avvocato fiscale Colomiatti, fatto chiamare Don Turchi, rettore allora dell'Istituto dei ciechi e allievo dell'Oratorio, lo sottoposero a un minuto interrogatorio sulla colpabilità di Don Bosco nella pubblicazione dei libelli. Al medesimo fine il giorno 12 era stato invitato in Curia l'ex - gesuita padre Pellicani. Ma qui siamo di fronte a un episodio alquanto complicato e di gravi conseguenze.

                Nel 1880 il padre Luigi Leoncini delle Scuole Pie, recatosi da Savona a Torino, visitò l'Arcivescovo, al quale disse di essere a conoscenza di un fatto, che giudicava conveniente rendergli noto. Tempo addietro avendo egli avuto in Piacenza vari colloqui col padre Pellicani, questi gli aveva narrato come cosa indubitabile di essere stato da Don Bosco spinto a scrivere contro monsignore Gastaldi, con promessa di fornirgliene i materiali; che il Pellicani protestava di non aver ceduto a tale invito; che invece egli Leoncini, confrontando la Strenna Pel Clero con un libro pubblicato allora dal Pellicani, vi scorgeva la mano stessa che nell'altro e si credeva in diritto di conchiudere avere il Pellicani fatto buon viso all'incitamento ed essere l'autore nascosto sotto quel generico Il Cappellano. Monsignore non dimenticò la preziosa informazione; onde il 6 giugno 1881 chiese per lettera allo Scolopio se confermava il già detto, assicurandolo che con questo gli avrebbe reso un servizio, di cui gli sarebbe molto riconoscente[188].

                Il padre Leoncini gli rispose a giro di posta, parlando non più di un opuscolo, ma degli opuscoli anonimi scritti contro monsignor Gastaldi e dicendo che il padre Pellicani dopo averglieli fatti leggere gli aveva raccontato come Don Bosco un tempo avesse esortato e pregato lui a scrivere cose [234] simili contro l'Arcivescovo di Torino, ma che, sembrandogli tale incarico pericoloso, per liberarsene senza offendere il committente, aveva risposto mancargli i materiali necessari per comporre tali scritture; che allora da Don Bosco gli si era dichiarato esser pronto egli stesso a procurargli tutti i materiali di cui abbisognasse, e che di lì a qualche tempo, incontratosi con Don Bosco, aveva saputo dal medesimo, che dopo il suo rifiuto aveva trovato chi si era assunto il compito e l'incarico di comporre i desiderati opuscoli. Il padre Pellicani, chiamato in Curia all'improvviso, attestò con giuramento la veracità della delazione; poscia la lettera dello scolopio e la testimonianza dell'ex gesuita, non mai però il testo preciso della sua deposizione giurata, furono mandate a Roma, dove costituirono il fulcro principale dell'accusa.

                Don Bosco, saputa alcuni mesi dopo la cosa, mandò a chiamare il Pellicani, gli fece coscienza dell'ingiustizia a cui aveva cooperato e lo persuase a smentire quella falsità; ma poi, non contentandosi di parole che volano, gl'inviò uno scritto che dovesse restare, e in cui esponeva la genuina verità del fatto[189].

 

                Molto Reverendo Sig. D. Pellicani,

 

                Ho fatto riflessione su quanto si riferisce nella esposizione del nostro colloquio, e per tutto quello che ho potuto richiamare alla memoria credo che con sicurezza storica debba scriversi come segue:

                Ella venne all'Oratorio a motivo delle sue Opere stampate o in corso di stampa. Nel discorrere si vennero a lamentare alcuni fatti relativi al nostro Superiore ecclesiastico. La S. V. disse essere utilissima cosa il darne comunicazione al S. Padre. Io risposi: - La S. V. potrebbe ciò fare, avendone tempo e capacità. - Ecco tutto.

                Può darsi che siansi usate altre parole, ma il senso é preciso. Giudico opportuna tale rettificazione, perché dalle indagini che si vanno facendo da Mr Arcivescovo é molto probabile che io sia obbligato di invitarla a fare novella deposizione. Ella potrebbe dire [235] che avendo fatto più attenta considerazione sul colloquio avuto tra noi si trova in dovere di modificarlo come sopra.

                Gradisca i sentimenti della mia stima e mi creda

                Torino, 14 ottobre 1881.

Suo Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il giorno precedente a questa data l'Avvocato fiscale della Curia era partito per Roma. Dietro la sua corrispordenza con Monsignore seguiamolo passo passo nelle sue visite a Cardinali e Prelati e ad altri personaggi. Il 14 ottobre scrisse: “Questa mattina, recatomi in Vaticano, col Segretario del Card. Jacobini fu stabilito che in questa sera stessa sarei ricevuto da S. Em.za. Mi recai pure dall'Avv. Achille Carcani, il quale vide le carte della questione - complicità Don Bosco circa i libelli - e rimase gravemente sorpreso del modo di agire di Don Bosco. Siccome egli sarà in questo affare giudice relatore, mi pregò di non interpellarlo intorno al suo giudizio; mi mandò per altro da un suo amico, avvocato criminale molto stimato, Avv. Sinistri, affinché avessi da costui ogni norma al riguardo.” Giorno 16: “Venerdì (14 del corrente) a notte mi recai dal Card. Jacobini, ed ebbi appena consegnata a lui la lettera di V. Ecc. ed il danaro di S. Pietro, quando il Papa lo mandò a chiamare. Il gent.mo Card. mi pregò di ritornare nel giorno appresso ed alle prime ore notturne. Ritornato, gli esposi, anche a lungo, tutta la questione - Don Bonetti e Don Bosco. -- S. Em. al leggere la lettera del P. Leoncini, ne vide la gravità e mi chiese se non avessi di già parlato col Card. Ferrieri al riguardo. Io gli risposi che ne aveva fatta parola al detto Card. nel mattino stesso di quel giorno e che il Card. Ferrieri mi disse non rimanere sorpreso pel fatto criminoso addossato a Don Bosco dal P. Leoncini, perché nelle varie questioni agitate a suo riguardo nella S. Congr. dei VV. e RR., l'ebbe a conoscere per un uomo con cui non si può trattare; e che era bene si facesse in proposito il processo informativo in Curia al fine [236] di smascherarlo. Eravi col Card. Mons. Agnozzi, Segretario della stessa S. Congr. All'udire ciò, il Card. Jacobini mi soggiunse: - Io sarei del medesimo avviso anche al fine che si raccolgano i necessari documenti e si stabiliscano bene in contraddittorio di Don Bosco nella speranza che egli vorrà piegarsi a riconoscere l'autorità.” Giorno 17:

                “Questa mattina ebbi la dolce consolazione di prostrarmi ai piedi del Santo Padre e baciarli […]. Prima mi ero recato dal Card. Nina, il quale, al leggere la lettera del P. Leonciní, ripeté: - Possibile, possibile! - Quindi disse: - Sarà ... ; perché veggo qui la lettera originale. - Gli osservai che i documenti, comprovanti la complicità di Don Bosco riguardo ai libelli non sarebbero venuti a luce, qualora Don Bosco non avesse fatto come ha fatto nelle trattative di componimento. - Ora poi (continuai ad osservare) siccome Don Bosco, che non ignora alcuni di tali documenti, invece di rimettersi a Mons. Arcivescovo, dice che é calunniato, Mons. Arcivescovo è obbligato a difendersi coll'addurre i necessari documenti. Di qui é che il Card. Ferrieri ed il Card. Jacobini edotti in proposito, mi dissero essere necessario che si istruisca il processo informativo. - Il Cardinale Nina, udito tutto ciò, soggiunse: - Io non ho che opporre, é giusto che così si faccia. Mi scriva poi intorno a quanto si andrà svolgendo in tale processo. - Come vede, Ecc. Rev.ma, sta bene che la questione si trovi ora in tali termini per il trionfo della verità e della giustizia e per ottenere una volta per sempre che i Salesiani si mettano nella dovuta soggezione.” Giorno 19: “Vengo dall'Avv. Giovanni Sinistri, un avvocato che apparteneva al Tribunale laico Pontificio di Roma, sezione criminale, e che dall'attuale governo non accettò impiego di sorta. Gli presentai gli atti di già seguiti in Curia riguardo alla causa - Don Bosco e Salesiani; e li trovò in regola e rispose soddisfacentemente ai dubbi o alle domande che gli feci circa quanto vi é ancora a compiersi per tale processo. Io rimasi contento di lui, tanto più perché egli, ove nello [237] svolgimento del processo io abbia bisogno di qualche suggerimento e nella sentenza abbia bisogno di qualche parola sicura, mi disse di ricorrere con scritto a lui. Egli stesso poi, nel caso che Don Bosco sì appellasse dalla sentenza, ne prenderebbe la difesa; e il suo nome è rispettato e fa autorità presso la S. Congr. dei VV. e RR., in cui é, giudice relatore in materia criminale l'Avv. Carcani, dal quale mi fu proposto. Così mi sono munito sotto ogni aspetto, anche perché i Salesiani qui vanno già stampando la posizione della causa[190]; donde non vogliono componimenti di sorta: e fiat così; è meglio così! […]. L'avere io parlato ai personaggi, di cui scrissi e in questa mia e nell'altra a V. Ecc. e uditone il parere; l'avere io diviso in tre la questione (onde, questione Bonetti al Concilio questione di quesiti di massima ai VV. e RR. e questione di processo criminale) gli [all'avv. Menghini] fece dire che così andava bene, tutto era sicuro: divide et impera.

                Massima preoccupazione del Colomiatti dopo il suo ritorno a Torino fu di procacciare le prove della reità di Don Bosco. Riuscite vane le torture morali, a cui erano stati messi parecchi sacerdoti, fra cui Don Vincenzo Minella e il canonico Matteo Sona, perché deponessero contro i Salesiani, la Curia subornò un Ispettore[191] della Questura torinese, il quale di sua testa e all'insaputa del Questore si diede alacremente a inquisire. Non si risparmiarono mezzi polizieschi, finché i sospetti caddero su d'un operaio tipografo, già allievo dell'Oratorio. Satelliti sconosciuti gli piombarono più volte in casa durante la sua assenza e ne tempestarono la moglie con domande suggestive: chi frequentasse la famiglia, con chi bazzicasse suo marito, se questi avesse relazione con preti e quali. Cercavano anche d'intimidirla con la minaccia di catturarle il marito, se non isvelasse tutto quello [238] che sapeva. Ma poiché non riuscivano a cavare un ragno dal buco, ecco il 23 ottobre l'Ispettore di Pubblica Sicurezza chiamare al suo ufficio il pover'uomo e sottoporlo a un lungo interrogatorio: parole villane, minacce di processo e di prigione, promesse di ricompense, tutto fu adoperato, come se si trattasse di un volgare delinquente caduto nelle branche della Polizia, pur di strappargli dalla bocca quello che altri voleva. Don Bosco non abbandonò senza difesa il suo antico allievo, che fece a lui ricorso; scrisse infatti all'Ispettore:

 

                Illustrissimo Sig. Ispettore di Pubbl. Sicurez. di Borgo Dora,

 

                In questo momento giunge il Sig. Brunetti Ferdinando pallido e tremante per le ripetute visite fatte al suo domicilio in modo minaccioso a segno, che la stessa sua moglie ebbe a soffrirne assai. Credo opportuno notificare per istruzione di V. S. che il sopranominato Brunetti fu cinque anni allievo di questa Casa con irreprensibile condotta, e che da 22 anni che vive fuori di questo istituto fu sempre conosciuto onesto e laborioso operaio che si é sempre guadagnato il pane col sudore di sua fronte. Perciò si raccomanda rispettosamente, ma con calda istanza, che gli sia tutelata la libertà di domicilio garantita dalle vigenti leggi, e gli siano allontanate le incessanti molestie di gente sconosciuta che si va introducendo in sua casa.

                Torino, 24 ottobre 1881.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Don Bosco mandò anche a domandare spiegazioni in Questura; ma il Questore non ne sapeva nulla né molto probabilmente avrebbe consentito a' suoi subalterni d'immischiarsi in operazioni che non erano di loro spettanza. L'operaio ben conscio di non aver che fare con la Polizia, per liberarsi da tali molestie scrisse sul principio di novembre al Ministro di Grazia e Giustizia; quando poi gli capitò in casa un poliziotto vestito da prete e qualificatosi per Salesiano, allora non poté difendersi dal dubbio che colui avesse indossato la tonaca perché indebitamente autorizzato dai Superiori ecclesiastici, e pieno di esasperazione scrisse al Papa[192]. [239]

                Ma in questo brutto negozio chi più d'ogni altro aveva il dovere di spiegarsi, era il padre Pellicani. Orbene egli il 23 novembre si ripresentò al Colomiatti per chiarirgli la sua deposizione antecedente; anzi gli rilasciò la lettera di Don Bosco. L'Avvocato fiscale ne riferì in questi termini all'Arcivescovo che si trovava a Roma: “Ieri si portò all'ufficio il P. Pellicani, il quale riconfermò la sua deposizione antecedentemente fatta; e, più, ebbe a deporre che Don Bosco cercò di fargli cambiare la deposizione sia parlandogli che scrivendogli. Il P. Pellicani mi consegnò una tale lettera. Oh! mores! oh! tempora! La presente deposizione del P. Pellicani non potrebbe essere più fatale contro Don Bosco. Anzi il detto P. Pellicani disse che pure P. Franco Secondo fu istigato da Don Bosco a farsi scrittore di libelli contro V. Ecc. Rev.ma; egli però, come il P. Pellicani, rifiutò la proposta. Quindi io ho citato il P. Franco per lunedì prossimo.”

                Cosa singolare! Questa deposizione del Pellicani era la prova più formidabile per gettare sul Servo di Dio la macchia di complicità nella questione dei libelli; eppure non se ne conobbe mai il vero tenore. Financo nei processi per la Beatificazione il Colomiatti si contentò di chiamarla “contraria a Don Bosco”, ma non ne riferì nemmeno la sostanza, non che produrre il testo. E del padre Franco chi sentì più a parlare in tutto il seguito della controversia? La testimonianza di un tanto uomo avrebbe schiacciato per sempre il presunto mandante. Ma, se interrogatorio vi fu, il padre Franco, da quell'uomo superiore quale tutti lo conoscevano dovette aver confuso in siffatta guisa il suo inquisitore, che né allora né poi durante i Processi fece mai più motto di lui; se poi interrogatorio non vi fu e il Colomiatti rinunziò alla citazione, vuol dire ch'egli n'aveva ben donde. Del resto che un Don Bosco a un padre Franco abbia fatto una proposta simile e che nella peggiore delle ipotesi questi ne abbia propalato la notizia parlando con il suo ex confratello, sono cose di tanta e tale inverosimiglianza che l'averne supposta la [240] possibilità é indizio per lo meno di mente inferma. La spiegazione più plausibile di ciò che l'Avvocato fiscale scrisse a Monsignore é che il Pellicani abbia parlato in un senso e il Colomiatti abbia voluto intendere in un altro a sé favorevole; del che avremo tosto una luminosa conferma.

                Nella citata lettera il Colomiatti continuava: “Per altro V. Ecc. vede che al presente non si deve dire parola a chichessia della accennata deposizione del P. Pellicani, perché, se essa sta sub secreto, Don Bosco non cercherà un ripiego contro la medesima. Invece ove venisse palesata a chichessia, tosto verrebbe alle orecchie di Don Bosco, e costui non risparmierebbe mezzi per difendersi. Pertanto permetta, Ecc. Rev.ma, che io La preghi a non farne motto con qualsiasi Cardinale o con altri a Roma.” Meticolose precauzioni dettate dalla paura di dovere quandochessia mettere le carte in tavola e rimanere scorbacchiato.

                All'orecchio di Don Bosco qualche rumore venne di questi armeggii; onde sullo scorcio di novembre o sul principio di dicembre (la copia della lettera non porta data) scrisse al Santo Padre.

 

                Beatissimo Padre,

 

                Mentre sono occupato a preparare una nuova spedizione di Missionari Salesiani per l'America e sopratutto per la Patagonia[193], vengo a sapere di una certa recriminazione fatta alla Santa Sede contro di me e della nostra povera Congregazione dal Rev.mo Mons. Lorenzo Gastaldi Arcivescovo di Torino, in riguardo di alcuni opuscoli pubblicati da autori anonimi. Mons. Arcivescovo accuserebbe me ed i Salesiani quali autori di quelle pubblicazioni e mi si dice che la sentenza debbasi proferire entro pochi giorni. Siccome non posso avere una giusta cognizione delle imputazioni, ed essendo assicurato che tutto si appoggia ad alcune congetture ed osservazioni, così io non posso dare i dovuti schiarimenti, e quindi sono nella impossibilità di poter difendere né me, né la mia Congregazione, secondo l'obbligo mio di coscienza. Per la qual cosa supplico che nella Cong. del 17 corrente si porti giudizio solamente sulla vertenza di Don Bonetti riguardo alla sua sospensione, e di essere ascoltato prima che si [241] addivenga ad un definitivo giudizio sopra le imputazioni, prive affatto di fondamento, di complicità nella pubblicazione de' mentovati opuscoli. Intanto comincio dal dichiarare che io non ho preso parte alcuna né direttamente né indirettamente alla pubblicazione di quegli opuscoli, i quali non ho neppur letti. Due cose solamente io so in riguardo dei medesimi, cioé che trattano di alcune dottrine di Mons. Arcivescovo intorno a Rosmini, e che Mons. medesimo tempo fa volle ch'io facessi una dichiarazione per disapprovare, anzi condannare quegli opuscoli. Ma da relazioni avute sapendo che le cose in essi contenute non sarebbero state disapprovevoli, ma lodevoli siccome conformi alla dottrina cattolica e ad opinioni, che godono giustamente il favore della Santità Vostra, io ricusai di apporre la mia firma a qualsiasi dichiarazione in contrario, e non permisi che alcuno dei miei ve l'apponesse, e ciò pel timore di disapprovare quello, che forse sarebbe stato approvevole. Credo quindi che per questo mio rifiuto Mons. Arcivescovo abbia concepito il sospetto che gli opuscoli fossero usciti da me o dai Salesiani.

                Santissimo Padre, io sono pronto a condannare e disapprovare qualunque cosa contenuta in quei libri, giudicata condannabile o disapprovevole dalla Santa Sede. Anzi siccome quei libri furono e sono tuttavia letti da molti ed hanno suscitato dei dubbi intorno ad alcuni importanti punti di dottrina, così io supplico umilmente ma istantemente la Santità Vostra, che voglia farli esaminare, e dare apposito giudizio per norma di chi li ha letti o li avesse a leggere.

                Nella fiducia che la S. V. colla sua solita bontà e carità voglia accogliere la preghiera che umilmente Le porgo, mi unisco a tutti i religiosi Salesiani per prostrarmi ed invocare la Santa Apostolica benedizione dalla Vostra Santità di cui mi glorierò sempre di essere

 

Umil.mo Obbl.mo Figliuolo

Sac. Gio. Bosco.

 

                Privatamente Leone XIII, presentandosi qualche occasione, manifestava senza eufemismi il suo pensiero; così fece col barone Héraud, l'insigne cooperatore salesiano di Nizza Mare. Recatosi egli a Roma per fare la sua quindicina di servizio come Cameriere di spada e cappa, il 30 novembre fu ammesso a un'udienza privata, nella quale presentò al Santo Padre gli omaggi di Don Bosco. Il Papa sorrise all'udirne il nome, e disse: - Ah, Don Bosco che fa... e come fa...

                - La Provvidenza é con lui, Padre Santo, rispose il Barone.[242]

                - Mi saprebbe Lei dire, ripigliò il Papa, perché ha dei fastidi in Torino?

                - Eh! Santo Padre, i suoi privilegi adombrano il prossimo.

                - Tutto l'Episcopato, notò Sua Santità, e il Clero, al quale forma membri, é per lui, ad eccezione d'un solo....Ma perché questo?... Già, lo vedo, c'é un po' di gelosia [“proprio parola del Santo Padre”, commenta il Barone fra parentesi]... Già, già! Sì, lo benedico, come benedico tutte le sue opere ed in modo particolare quella intrapresa in Roma[194].

                Monsignor Gastaldi era andato a Roma, come dicevamo, per le canonizzazioni dell'8 dicembre; ma il suo viaggio non aveva quel solo scopo. Infatti, incontratosi ivi con monsignor Ronco, nuovo Vescovo di Asti; gli disse: - Son venuto qualche giorno prima a Roma, perché vi ho qualche causa a sostenere nelle Congregazioni. Monsignore saprà di quegli opuscoli, che si stamparono in Torino; ebbene verrà dimostrato chiaramente e indubitatamente esserne autore Don Bosco.

                - D'un simile parlare il suo Suffraganeo, che conosceva bene Don Bosco, rimase scandolezzato[195].

                Di tale quistione degli opuscoli urgeva intanto sbarazzare il terreno, perché procedesse libera da intoppi la causa della sospensione, che doveva trattarsi fra breve; quindi Don Bosco, ricevuta dall'avvocato Leonori e letta una copia della difesa preparata dall'avvocato Menghini e visto che vi si facevano entrare i libelli, mandò un'esauriente esposizione del suo modo di vedere al cardinale Nina.

 

                Eminentissimo Principe,

 

                Mentre sono occupato a preparare una nuova spedizione di Missionari per l'America del Sud e per la Patagonia, i quali partono oggi stesso da Torino, mi viene comunicata la scrittura dell'Arcivescovo di Torino relativa alla vertenza tra lui e il Sac. Giovanni Bonetti, [243] membro della Congregazione Salesiana. In detta scrittura rilevo con mia sorpresa che il Rev.mo Arcivescovo, invece di limitarsi a produrre argomenti in prova della liceità della sospensione inflitta al prelodato Sacerdote Salesiano, involge nella questione me stesso e l'umile Congregazione Salesiana, accusandoci della pubblicazione di alcuni opuscoli che non vi hanno nulla a che fare, appoggiato a sole congetture e asserzioni prive di fondamento.

                Siccome la causa deve trattarsi in pieno consesso degli Em.mi Padri il 17 del corrente, e in sì breve spazio di tempo e in mezzo alle gravi cure che mi dà in questi giorni la suddetta partenza di Missionari, non mi é possibile di dare tutti i dovuti schiarimenti né difendere me ed i miei sudditi secondo il mio obbligo di coscienza; così domando umilmente che la Sacra Congregazione voglia nella prossima sua adunanza portare l'alto suo giudizio solamente sul punto della sospensione inflitta da circa 3 anni al Sac. Bonetti, e non sulle imputazioni che le sono estranee.

                Questa mia domanda parmi ragionevole: 1° Perché i detti opuscoli non furono causa della sospensione che diede motivo a questa vertenza, perché in allora non esistevano ancora. 2° Perché da quanto riferiscono quelli che li hanno letti, essi non contengono nulla né contro la fede né contro i costumi né contro la disciplina ecclesiastica; anzi si dice che sono ortodossi e combattono solo certe dottrine e certi atti per nulla conformi alle savie intenzioni della Santa Sede. 3° Perché per giudicare rettamente che chi ha preso parte alla loro scrittura e pubblicazione sia colpevole o no, é necessario di prima sapere se i medesimi sieno buoni o cattivi. Tempo fa Mons. Arcivescovo pretese che io facessi una dichiarazione per disapprovarli, anzi condannarli; ma nel timore appunto di disapprovare quello che sarebbe stato approvabile, io ricusai di apporre la mia firma a qualsiasi dichiarazione in contrario e non permisi che alcuno dei miei ve l'apponesse, cosa che indispettì altamente l'Arcivescovo.

                Siccome questi opuscoli furono e sono tuttavia letti da molti ed hanno suscitato dei dubbi di coscienza, così ho intenzione di scriverne a Sua Santità e pregarla umilmente che voglia farli esaminare, e dare un apposito giudizio per norma di chi li ha letti o li avesse a leggere.

                Intanto come di volo comincio a dichiarare che io non ho preso parte alcuna nella composizione e nella pubblicazione di quegli opuscoli, e non ho dato alcun ordine in proposito.

                Indi protesto contro il racconto riferito nel documento che si legge a pagina 47 della detta scrittura dal Rev.mo contradditore. Quel racconto é stato sostanzialmente travisato. Ed ecco invece come é la cosa.

                Qualche tempo fa il Padre Antonio Pellicani ex gesuita, essendo venuto nella nostra tipografia di Torino per farvi stampare qualche [244] sua operetta, si portò in mia camera. Nella conversazione il discorso cadde su certi fatti notorii nell'Archidiocesi, i quali facevano sparlare e non parevano tornare alla maggior gloria di Dio e al bene delle anime. Il Padre Pellicani disse: - Sarebbe bene raccogliere questi fatti e scriverli al Santo Padre, affinché fosse appieno informato come vanno le cose, e possa portarvi rimedio. - Io gli dissi: - Padre, Lei ha tempo, ne scriva Lei stesso a Sua Santità. - Ecco tutto. Ho detto che scrivesse, sì, ma al Santo Padre. Perciò non é vero che io abbia esortato e pregato il Pellicani a scrivere e pubblicare libelli; non é vero che avvenuta quella pubblicazione, ed incontrato il Padre, io gli abbia detto che dopo il suo rifiuto aveva trovato chi si era assunto il compito e l'incarico di comporre i desiderati opuscoli. Basta avere anche solo un po' di buon senso per tosto persuadersi che posto anche il fatto come viene riferito, io non sarei stato così bonomo di parlare in quel modo coll'ex gesuita o a qualsiasi altra persona,

                Quindi che giudizio portare della lettera del Padre Leoncini delle Scuole Pie? L'uno dei due: o egli ha travisato o frainteso il racconto del Pellicani; oppure questi, saputo che alcuni facevano lui medesimo autore di quei libri, e ne fu persino chiamato nella Curia di Torino fece il racconto in quel modo, allo scopo di stornare la tempesta dal suo capo, e mandarla sulle spalle del povero Don Bosco. Iddio che vede e sa tutto, vede e sa che io non mentisco, e ciò mi basta[196].

                Monsignore nella sua lettera che si legge a pag. 22 parla anche di una scrittura del Sac. Vincenzo Minella a mio carico; ma siccome non la vedo nei documenti, così non posso sapere che cosa vi si dice, né che debba rispondere. Osservo ancora che la Curia Arcivescovile di Torino in questa vertenza mancò di delicatezza e di convenienza. Essa fece chiamare parecchi Sacerdoti della diocesi stati anche da giovanetti miei allievi, e li sottopose ad odiose inquisizioni ed anche a minaccie per sapere e far loro deporre contro di me cose che non erano, e ciò a vantaggio dell'Arcivescovo parte interessata. Mi pare che esso non avrebbe dovuto costituirsi giudice e parte come ha fatto. Anzi vi é chi dice che alcuni gravi disturbi, perquisizioni, minacce fatte dalla Questura di Torino ad alcune persone benevole alla nostra Casa, siano state promosse dallo stesso Arcivescovo.

                Rifletto eziandio che la relazione fatta dall'Avv. Fiscale al Rev.mo Arcivescovo intorno al tentativo di un pacifico componimento pecca in più luoghi e gravemente. Mi basta domandare: Se fosse vero che io aveva convenuto col Sig. Avvocato che Don Bonetti non andasse più a Chieri, come si pretende, a che dunque venire ad un pacifico componimento? Se questo doveva lasciare le cose come stavano prima, era inutile fare tante parole, e scrivere tante lettere. [245]

                Ancora: Nella detta relazione a pag. 42 il Sig. Avvocato Fiscale cita alcune parole della mia lettera del 2 giugno e di quella del Sac. Bonetti al Rev.mo Segretario della Sacra Congregazione, nelle quali si pregava di non rimettere alcuna carta, ma di tenere viva la causa; ma egli sopprime le parole principali colle quali io dimostrava come la dichiarazione lasciatagli era cosa confidenziale, e doveva solo servire di norma per comporre l'atto dell'Arcivescovo conforme alle verbali intelligenze, e non già per ispedirla a Roma, perché in questo caso io non la avrei scritta in un misero foglio, ma in un foglio di rispetto. Queste mie parole l'Avv. non le riferisce. Quindi fa una relazione ben poco sincera e in più luoghi molto infedele.

                Riguardo al secundum documentum che si legge a pag. 44 domando: Che cosa ha esso da fare colla questione? Dobbiamo forse supporre che l'Arcivescovo lo abbia riferito coll'intenzione di denigrare la nostra Congregazione? E se questo non fu il suo intendimento, perché non ha egli unita anche la risposta trionfante data a quella lettera dallo stesso Vescovo di Casale a nome suo e a nome mio? Questo modo di riferire documenti non mi pare leale[197].

                Finalmente dico che invece di riferire documenti che non fanno al caso, sarebbe stato bene, anzi necessario che avesse riferiti i documenti a cui si allude nel corpo della scrittura e di cui Mons. si fa forte contro di noi. Tra gli altri avrebbe dovuto produrre la famosa dichiara del Sac. Don Michele Sorasio Segretario della sua Curia, la quale dichiara, come scrive Monsignore, compromette non poco Don Bonetti. Perché dunque non ha riferita questa dichiarazione tanto compromettente? La parte contraria ha diritto di conoscerla per vederne la forza , per esaminare se non fu adulterata, avendo dovuto passare per mani interessate.

                Qui dovrei aggiungere che il 26 maggio dell'anno 1879 l'Arciv. mi fece chiamare a sé e di comune accordo si aggiustò la cosa con soddisfazione; ma al mattino per tempo mi mandava una lettera con cui disdiceva tutto il convenuto nella sera innanzi. Dovrei ancora aggiungere che sin dal dicembre del 1877, mentre egli scriveva e stampava per denigrare la nostra povera Congregazione, mi minacciò la sospensione ipso facto incurrenda, se mai per mezzo mio o per mezzo altrui avessi scritto qualsiasi cosa a lui sfavorevole, fosse pur per mia legittima difesa o per difesa dei miei.

                A questo proposito, giacché ho il bene di scriverle, io supplico umilmente la E. V. Rev.ma che voglia avere la bontà di far ritirare la detta minaccia di sospensione, la quale da 4 anni mi pende sul capo, come la spada di Damocle.

                Eminenza Rev.ma, più altre cose io avrei ancora ad osservare: [246] ma la cosa preme, e il tempo, per l'addotta ragione, in questi giorni mi manca.

Nel domandare umilmente scusa di tanto nuovo disturbo io prego V. E. e per mezzo suo tutti gli Eminentissimi      giudici a voler portare le loro illuminate riflessioni sulla questione principale, cioé la sospensione inflitta a Don Bonetti, lasciando da parte la querela degli opuscoli da risolversi a tempo più opportuno.

                Nella fiducia che la E. V. Rev.ma vorrà darmi un benigno compatimento ed usare la grande sua bontà, come ha fatto finora, verso la nascente Congregazione Salesiana esposta a sì dolorose prove, prego alla E. V. ogni favore, e mi professo con altissima stima e profonda venerazione

                Torino, 10 dicembre 1881.

Di V. E. R.ma

obb.mo ed U.mo Figlio

Sac. Gio. Bosco.

 

                Gli eventi precipitarono. Il 17 dicembre la Sacra Congregazione del Concilio decideva la sospensione del giudizio di merito nella causa di Don Bonetti per invitare le parti all'accomodamento. Questa per Don Bonetti era già una mezza vittoria; onde dalla parte avversa bisognava affrettarsi a distruggere il sinistro effetto che la notizia avrebbe indubbiamente prodotto in Torino. Che si escogita? Prima che arrivi la partecipazione ufficiale, s'irretisca Don Bonetti in un processo criminale. Le lettere d'ufficio non furono pronte a Roma che per il 22; il 20 Don Bonetti venne citato a comparire dinanzi al tribunale ecclesiastico, per rispondere del reato di diffamazione per mezzo della stampa col libello L'Arcivescovo di Torino, Don Bosco e Don Oddenino, in seguito a denunzia del teologo Sorasio, promotore fiscale della Curia arcivescovile: giudice delegato, il canonico Colomiatti. Questo tribunale figurava costituito fino dal 22 giugno. Trenta giorni di tempo all'imputato per presentarsi; trascorso senza giusto motivo quel termine, procedimento in contumacia[198]. Don Bosco ne ragguagliò il cardinale Protettore, inviandogli una copia dell'Esposizione.[247]

                Eminenza Rev.ma,

 

                Mi fo ardito di mandare a V. Em. Rev.ma una esposizione di alcune delle nostre vessazioni che l'Arcivescovo nostro ha fatto, e ciò servirà anche di risposta ai violenti reclami senza alcun fondamento, che egli ha voluto fare su Don Bosco e la nostra Congregazione. Ho però taciuto quanto ha fatto personalmente contro di me per denigrare la mia posizione.

                Ma chi lo crederebbe? Mentre la questione é sub iudice in un tribunale superiore, ieri mandò un monitorio a Don Bonetti con cui lo minaccia di un processo, e lo cita a comparire in Curia per rispondere alla imputazione sui libelli famosi in cui Don Bonetti ci entrò come Pilato nel Suscipiat.

                Intanto scritti, tempo, scoraggiamenti occupano le ore che si vorrebbero occupate al bene delle anime e della religione. Io non ho mai dimandato e non dimando altro che lasciarmi lavorare in questo tempo di gran bisogno.

                Tutti i Salesiani fanno voti al cielo affinché Dio la conservi in buona salute pel bene della Santa Chiesa e pel vantaggio della bersagliata nostra Congregazione.

                La notte del S. Natale i nostri giovanetti faranno la santa Comunione secondo la pia intenzione della Ecc. V.

                Tutti ci raccomandiamo alla carità delle sante sue preghiere, mentre ho l'alto onore di potermi professare

                Della Ecc. Rev.ma

                Torino, 22 dicembre 1881.

Obbl.mo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Una copia dell'Esposizione Don Bosco umiliò pure al Santo Padre, portando a sua conoscenza quanto era accaduto[199].

 

                Beatissimo Padre,

 

                In ossequio agli Eminentissimi signori Cardinali della Sacra Congregazione del Concilio, e per dare schiarimenti e rispondere ai reclami, che Mons. Lorenzo Gastaldi, Arcivescovo di Torino, ha fatto pervenire alla prelodata autorevole Congregazione a carico dello scrivente e della Pia Società di S. Francesco di Sales, mi sono creduto in dovere di fare una breve Esposizione di alcuni non leggeri disturbi che hanno incagliato seriamente quel poco di bene, che i poveri Salesiani studiano di operare in Europa e nelle Missioni dell'America. [248] Ne mando copia a Voi, Beatissimo Padre, che siete il Moderatore Sapremo della Congregazione Salesiana, affinché conosciate come stanno le cose nostre.

                Ma se i disturbi del passato furono gravi, non lo sono meno quelli del presente. Oggidì si vorrebbe indurre la nostra Congregazione ad abbracciare dottrine filosofiche non punto gradite alla Santità Vostra, perché erronee o pericolose. Noi abbiamo fin qui resistito e resisteremo a costo di qualsiasi sacrifizio e tribolazione; ma il confesso, io abbisogno di opportuno consiglio per sapere dare ai miei religiosi istruzioni sicure, affinché in tutti i nostri Collegi, Studentati e Seminari del Piemonte, Italia, Francia, Spagna ed America, possiamo seguire principii prettamente cattolici, con illimitato ossequio al Supremo Gerarca della Chiesa.

                Se poi nel decennio passato ci furono date molestie e noie non poche, le quali ci hanno moltissime volte distratti dalle occupazioni del Sacro Ministero, e fatto perdere del tempo immenso, che avremmo voluto spendere unicamente alla gloria di Dio ed al bene delle anime; queste molestie e noie non indicano punto di scemare al presente. Povero me! Mentre sto scrivendo questa lettera, e mentre presso la Sacra Congregazione del Concilio Pende la questione tra Mons. Arcivescovo di Torino e il Sac. Giovanni Bonetti Salesiano, ricevo un monitorio che cita detto mio Sacerdote a comparire davanti all'avvocato fiscale Arcivescovile, per rispondere alla vertenza medesima, e gli si minacciano le pene ecclesiastiche se non si presenta dinanzi a chi si erige a giudice in propria causa, e in una questione devoluta al supremo tribunale della Santa Sede! Quindi contro la comune aspettazione continuano i disturbi e la perdita di tempo così prezioso e la nostra condizione minaccia di farsi ancora più intollerabile.

                I nemici della religione si arrabattano con una smania satanica per rapire la fede e il buon costume ai grandi ed ai piccoli, menando guasti e rovine lagrimevoli. I Salesiani si vedono aumentare ogni giorno il lavoro tra mano per opporsi con qualche buon esito al male che irrompe. Abbiamo quindi bisogno di essere lasciati in pace, e di essere aiutati, o almeno di non essere incagliati nell'operare il bene, secondo lo scopo della nostra Congregazione; altrimenti non si può più tirare innanzi.

                Per la qual cosa, Beatissimo Padre, umilmente ma pur caldamente io imploro l'illuminato Vostro consiglio, e il validissimo Vostro appoggio. Parlate e noi Vi ascolteremo. Non solo ci atterremo ai Vostri comandi, ma ai Vostri desiderii; non solo Vi seguiremo come Dottore Universale, ma eziandio come Dottore privato; saremo devoti alla vostra augusta Persona non solamente noi Salesiani, ma ci adopreremo ad ispirare, nutrire e crescere nei medesimi sentimenti gli ottanta mila e più giovanetti, che la Divina Provvidenza tiene oggidì raccolti nelle nostre case nell'Europa e nell'America. Saremo in una [249] parola ossequiosissimi alla Vostra Cattedra Apostolica in tutto, in ogni tempo e in ogni luogo, dove ci chiamerà il Signore.

                Ma acciocché possiamo compiere liberamente questo sacro dovere; affinché possiamo lavorare alacremente e secondo il bisogno di questi tristissimi tempi; affinché l'umile sottoscritto possa governare i suoi sudditi com'é d'uopo, deh! Beatissimo Padre, fate sentire una parola efficace a Colui, che unico tra i mille membri dell'Episcopato Cattolico pare che tenda a distogliere dalla retta via questa povera Congregazione, e le mette nella Casa Madre e centro di tutte le altre, incagli sopra incagli, affinché non cammini colla necessaria speditezza e si arresti.

                Ho piena fiducia che Voi, Beatissimo Padre, vorrete accogliere con paterna bontà quest'umile supplica, che a nome mio e a nome di tutti i Salesiani innalzo al Vostro eccelso trono, e che verrete in aiuto a tanti Vostri devotissimi figli.

                Colgo poi con lietissimo animo questa propizia occasione delle Feste Natalizie, per augurare alla Santità Vostra ogni sorta di felicità, assicurando che ogni giorno nelle Case Salesiane s'innalzano particolari preghiere e si fanno ardentissimi voti a Dio, che Vi conceda quanto desidera il Vostro cuore magnanimo.

                In fine prostrato in ispirito al bacio del sacro piede, imploro l'Apostolica benedizione sopra la povera mia persona, sopra tutta la Congregazione Salesiana, sopra i nostri giovanetti, sopra i nostri Missionarii che in questi giorni salpano le onde dell'Atlantico alla volta della Patagonia, mentre mi gode l'animo di potermi professare colla massima venerazione

                Di Vostra Santità.

                Torino, 22 dicembre 1881.

Umil.mo Obb.mo ed Osseq.mo Figlio

Sac. Gio. Bosco.

 

                La risposta dal Cardinale non si fece attendere[200]. Era “confidenziale” e conteneva questi periodi: “Le raccomando la calma e freddezza d'animo onde non dare pretesto di sorta a chi ex adverso est […]. In quanto all'intimazione, essa rivela sempre più il mal talento di cotesta Curia e di chi la ispira […]. Dai termini della intimazione ove é detto Don Bonetti scriptor libelli etc. dovrebbe arguirsi che il fisco abbia prove in mano da dimostrare la colpabilità dell'imputato.[250]

                Secondo la lettera del P. Leoncini l'accusa peserebbe su di lei. Perché in questo caso non dovrebbe esser chiamato Ella in giudizio? Forse per declinare la soverchia odiosità ed esecrazione del pubblico dal canto degli inquisitori? M'avveggo che il Signor Colomiatti è istrumento degno del suo principale.” Gli consigliava poi di sospendere l'invio dell'Esposizione ai Cardinali, non essendo quello il momento opportuno.

                Diceva bene il Cardinale per la citazione di Don Bosco; ma quod differtur, non aufertur. La citazione venne anche per lui, e fu addì 5 gennaio 1882, comunicatagli il 7 verso le dieci antimeridiane per mano del signor Aghemo, cursore arcivescovile[201]. Il pubblico accusatore gli moveva due imputazioni: essere egli stato il mandante dei libelli e aver procurato al libellista i materiali. Si ponga ben mente: quella voleva essere la vera risposta alla domandata udienza del 2 gennaio e insieme un bel passo sulla via dell'accomodamento voluto da Roma!!! Pensiamo dunque un po' se quella mattina e nei giorni seguenti Monsignore era proprio “dispostissimo” a ricevere Don Bosco, secondoché pretese il Colomiatti nei Processi per la Beatificazione!

                E si noti stravaganza: la questione dei libelli stava già dinanzi alla Sacra Congregazione del Concilio e per volere dell'Arcivescovo stesso. Infatti nella sua lettera del 29 dicembre 1880 aveva denunziato a quella Congregazione Don Bosco e Don Bonetti come autori dei libelli e nel Sommario della causa Bonetti redatto per lui, a pagina 20 si diceva: “Domando dalla Sacra Congregazione ed insisto affinché essa provveda riguardo al medesimo Bonetti coautore, se non autore, del libretto diffamatorio.” La medesima denunzia ripeté egli il 21 giugno 1881, implorando un provvedimento. Dunque nel supposto crimine dei libelli Monsignore aveva già eletto a giudice la Sacra Congregazione del Concilio, [251] rimasta così prevenuta in questa causa, né su tale vertenza gli era più lecito procedere criminalmente.

                Circa il da farsi Don Bosco chiese subito consiglio al Cardinale Protettore.

 

                Eminenza Reverendissima,

 

                Ecco un nuovo argomento di buon volere di accomodamento amichevole. Tutto apparisce chiaro dalla unita copia di citazione. Pare che l'Arcivescovo voglia tirare a lungo e farmi perdere tempo e danaro.

1° Ora io avrei bisogno di essere guidato, se sono obbligato a comparire mentre la vertenza é sub iudice in tribunale superiore. Se affermativamente, potrei appellarmi di essere interrogato da un altro tribunale? Può un Ordinario citare a capriccio il Superiore di una Congregazione ecclesiastica e così mettere a soqquadro una povera società religiosa, a cui L'Ordinario non poté mai imputare colpa alcuna e che desidera unicamente di lavorare pel bene delle anime che purtroppo camminano per la via della perdizione?

                2° Al dieci di questo mese dovrei recarmi in Francia per questuare in favore della Chiesa e dell'Ospizio del Sacro Cuore, dove sta per mancare il danaro. Posso allontanarmi o rimanere in Torino con danno grande delle opere cotanto raccomandate dallo zelo e dalla carità del S. Padre?

                3° Ho disposto di protrarre la mia partenza fino al 16, ma di più non potrei a motivo degli appuntamenti pel buon esito della colletta.

                Io ed i miei Salesiani abbiamo bisogno di aiuto, di consiglio e di conforto e riponiamo piena fiducia nella E. V. nostro benemerito protettore.

                Non ho mai dimandato, non mai dimanderò altro se non pace e tranquillità a fine di lavorare nel sacro ministero in favore delle anime esposte a tanti pericoli.

                L'origine di queste nuove imputazioni si é che Don Bosco non vuole mutare sistema; Don Bosco é contro al Rosmini. Ecco il motivo per cui mi si vorrebbe autore dei mentovati opuscoli.

                Autore di tali opuscoli non lo sono: il mio sistema é quello di professare la dottrina cattolica e seguire ogni detto, ogni consiglio, ogni desiderio del Sommo Pontefice.

                Mi voglia credere in Nostro Signore G. C. con somma gratitudine e con profonda venerazione

                Della E. V. Rev.ma

                Torino, 7 gennaio 1882.

Obbl.mo servitore

Sac. Gio. Bosco. [252]

                Nel dar conto a monsignor Boccali della mancata udienza da parte dell'Arcivescovo, Don Bosco aveva mandato anche a lui una copia della citazione. Il Prelato gli rispose il 9 gennaio 1882: “Abbia pazienza e non si perda d'animo. Se Ella non ha nulla a vedere in quegli opuscoli, l'esito di questa nuova vertenza non potrà essere sfavorevole.”

                A Torino si tirava innanzi imperterriti. Solo parecchi giorni dopo le due citazioni, cioé il 12 gennaio, fu notificato l'atto arcivescovile, che costituiva il Colomiatti giudice delegato per il processo dei libelli, atto recante la data di circa sette mesi innanzi. Il 18 Don Bonetti presentò una istanza, con cui impugnava la legittimità e la competenza di quel tribunale sia a motivo della prevenzione detta di sopra, sia perché sospetto, essendo l'Arcivescovo stesso parte principale nella causa. Deduceva perciò a cognizione della Curia d'aver commesso al suo procuratore in Roma, che supplicasse la Sacra Congregazione, già prevenuta nella vertenza, di voler delegare un giudice speciale nella persona di un Vescovo viciniore o in quella di qualche altro ecclesiastico idoneo e imparziale, che assumesse gli atti e istruisse canonico processo da inviarsi alla Sacra Congregazione per la sentenza o per le relative provvidenze. Secondo il consiglio dell'avvocato Leonori l'istanza era formulata a nome di Don Bonetti per rispetto a Don Bosco, perché, scriveva il legale, “questo uomo benefico veramente santo non bisognava metterlo allo scoperto in una lite”[202]. Il Colomiatti respinse l'eccezione d'incompetenza e intimò a Don Bonetti di comparire.

                Don Bonetti, anziché arrendersi, appellò a Roma. L'appello fu ammesso senza incontrare la menoma difficoltà; onde la Sacra Congregazione inibì all'Arcivescovo di procedere tanto contro Don Bonetti che contro Don Bosco e delegò monsignor Fissore, arcivescovo di Vercelli, a [253] compilare solamente il processo e poi inviarlo alla Congregazione del Concilio, che si riservava di giudicare. Così gli imputati non avevano più da fare i conti con la Curia torinese per questo processo[203].

                Facciamo luogo qui a un breve intermezzo. L'ultima settimana di gennaio si trovava a Torino il Vescovo d'Ivrea monsignor Riccardi, col beneplacito certamente del suo Metropolitano, poiché celebrava la Messa or qua or là, dovunque lo invitassero. Due inviti gli fecero pure i Salesiani, avendolo pregato Don Rua di venir a dire la Messa della comunione generale il 29 per la festa di San Francesco, e Don Francesia di andare a Valsalice per la medesima celebrazione, trasportata di due giorni. Monsignor Riccardi accettò di gran cuore entrambi gli inviti; ma in seguito, essendo stato a pranzo dall'Arcivescovo, scrisse all'Oratorio che motivi sopraggiunti gl'impedivano di mantenere la data parola e al Direttore di Valsalice, che era dolente per lo stesso motivo. Nel partire poi dalla città, confessò al teologo Margotti che se n'andava disgustatissimo, non sapendo concepire come un Metropolitano potesse vietare a un Suffraganeo di celebrare la Messa in una chiesa di religiosi, e lo incaricò di fare ai Salesiani le sue condoglianze.

                Quando monsignor Fissore venne a Torino per eseguire la missione affidatagli, Don Bosco era a Roma; onde conferì con Don Rua. Egli non avrebbe dovuto far altro che interrogare i testimoni, se ve n'erano, raccogliere le loro deposizioni e poi mandare tutto a Roma; invece, aderendo al desiderio di monsignor Gastaldi, agì nell'intento di ottenere una conciliazione fra le parti, nel che Don Rua pareva secondarlo. V'ha di più. Monsignore aveva pregato i vescovi Eula e Riccardi, venuti a Torino, che cercassero una via di accomodamento per mezzo di Don Durando. I due Prelati si recarono a Valsalice, ove Don Durando si trovava col [254] teologo Margotti per una festa, e dopo l'accademia, presolo in disparte, lo pressarono a contentare l'Arcivescovo. Il Beato, leggendo in lettere di Don Bonetti e di Don Durando queste notizie, pianse quasi di dolore al vedere sorpresa la buona fede dei suoi e fece tosto scrivere a Don Rua queste sue testuali parole: “Né esso Don Bonetti né alcun altro della casa tratti di questa questione senza preventivo avviso della Congregazione del Concilio e sempre d'accordo con Don Bosco. Questo consiglio viene dall'autorità competente”[204]. A quel punto l'andare in cerca di una soluzione pacifica tradiva una ben scarsa sicurezza di vittoria, mentre dalla parte dei Salesiani l'adattarvisi equivaleva a confessare il timore di una giusta condanna.

                Sempre in vista di un componimento, monsignor Fissore aveva già ottenuto una dichiarazione firmata da Don Rua e da Don Bonetti contro i libelli e ne avrebbe voluta anche un'altra da Don Bosco per presentarla a monsignor Gastaldi, ma Don Bosco non la mandò, fece fare anzi inutili tentativi per riavere la precedente; ne lasciò invece una del tenore seguente nelle mani del cardinale Nina.

 

                Eminenza Rev.ma,

 

                Un accomodamento amichevole della vertenza del Sacerdote Gio. Bonetti fu sempre il mio vivo desiderio. Più volte feci proposte a S. E. Mons. Arcivescovo di Torino, che furono accettate ma di poi respinte. Una fu nel maggio 1879. Il giorno 26 fui chiamato dal medesimo Mons. Gastaldi, ci andai e fummo intesi che il Don Bonetti fosse riabilitato ad ascoltare le confessioni dei fedeli in tutta la diocesi di Torino, rimettendo alla prudenza dello scrivente a non inviare questo sacerdote a dimorare in Chieri, ma che egli ne fosse libero, e qualora in casi particolari vi si fosse recato a predicare ed ascoltare le confessioni non ne avesse avuto biasimo da parte dell'autorità ecclesiastica. Questa proposta fu accettata. Ho dato comunicazione della cosa al Don Bonetti che ne fu assai contento e ne provammo tutti grande consolazione che fosse finalmente finita una questione inutile e che faceva spendere tempo immenso che ognuno desiderava impiegare a vantaggio delle anime. Ma il mattino immediatamente [255] dopo, 27 dello stesso mese, per tempissimo ricevo una lettera di Mons. Arcivescovo che rievocava a tempo indeterminato tutto quello che era stato convenuto il giorno precedente.

                Nello stato presente delle cose io non vedo altra via che possa convenire ad ambe le parti se non quella stessa già proposta ed accettata nel maggio 1879 cioè:

                1° Mons. Arcivescovo di Torino darà facoltà al Don Bonetti di ascoltare le confessioni dei fedeli in tutta la Diocesi di Torino.

                2° Don Bonetti continuerà da buon sacerdote a lavorare per la maggior gloria di Dio come si conviene ad onesto e zelante sacerdote.

                3° A fine poi di non dover ritornare sopra questioni di questo genere, l'Arcivescovo ritirerà due lettere in data una del 25 novembre e l'altra del 1 dicembre 1887, con cui minaccia al Sac. Bosco la sospensione ipso facto incurrenda se scrive, stampa e propaga scritti o detti che possano tornare a carico dell'Arcivescovo di Torino.

                Queste lettere richiamate saranno consegnate alle fiamme, e non se ne parlerà più.

                Riguardo alla questione degli opuscoli debbo dichiarare che né io né i Salesiani non se ne sono mai mischiati per quanto finora mi consta. Ho sempre biasimato e biasimo tuttora il modo non conveniente con cui si parla dell'autorità ecclesiastica. Sono anche prontissimo a condannare la materia in essi contenuta qualora mi siano specificate le cose, che in faccia alla Chiesa siano da biasimarsi. Coloro per altro che li hanno letti e meditati convengono nell'asserire che la materia di questi opuscoli o libelli concorda pienamente coi principii e colle idee raccomandate dal S. Padre in questi ultimi tempi.

                Ogni cosa poi che Sua Santità o la E. V. giudichi tornare alla maggior gloria di Dio io sarò sempre pronto ad accettarla senza condizioni.

                Mi conceda l'onore di potermi professare

                Della E. V. Rev.ma

                Roma, 8 maggio 1882.

Obbl.mo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                A questa lettera andavano unite queste osservazioni:

 

                E’ da notarsi che identiche proposte di accomodamento furono già altre volte fatte a Mons. Arcivescovo di Torino. Vennero accettate ma di poi furono cangiate e infine rifiutate.

                Rifiutò crudamente di ricevermi il 2 gennaio 1882 quando io mi sono a lui presentato a nome della E. V. e del medesimo Santo Padre per accomodare le cose amichevolmente.

                Sono pochi giorni che esso, l'Arcivescovo di Torino, va propalando e me lo mandò a dire dai nostri stessi religiosi, che Don Bosco é il [256] più scellerato degli uomini; é un impostore; inventa i miracoli e poi li affibbia e li fa stampare in onore della Madonna.

                Che Roma fa male quello che fa, a Roma tutto cammina per compare e per comare, ecc. ecc.

                Queste cose sembrano argomenti poco opportuni per venire ad un accomodamento amichevole. Tanto più dopo la sentenza profferita dall'autorevole Congregazione del Concilio.

                Roma, 8 maggio 1882.

 

                Il Cardinale giudicò troppo concisa questa relazione, di cui avrebbe desiderato uno svolgimento in forma più ampia[205]; Don Bosco allora ne fece fare una seconda a Don Bonetti[206]. Il medesimo Cardinale consigliò inoltre di ottenere una ritrattazione dal padre Leoncini e dal padre Pellicani circa la famosa lettera, della quale il Papa non sapeva darsi pace[207]. Il primo non volle saperne; l'averlo però il Tribunale di Torino per la causa di Beatificazione qualificato come uomo nimis simplex, che vuol dire semplicione, ne scalza abbastanza l'autorità, come di persona facile a intendere una cosa per un'altra e a lasciarsi raggirare. L'altro, spiacente che corresse ancora quell'accusa a carico di Don Bosco, intervenne per amore della verità e per debito di coscienza con la seguente smentita.

 

DICHIARAZIONE.

 

                Avendo udito che su la deposizione, che io in virtù di sant'obbedienza feci intorno ad una proposta fattami di scrivere intorno al governo dell'Archidiocesi Torinese, si fonda un'accusa contro del Rev.mo Sig. Don Giovanni Bosco, Superiore dei Salesiani, di avermi cioè eccitato a scrivere libelli a danno di S. E. R. Monsignor Arcivescovo di Torino, dichiaro davanti a Dio che il predetto Sig. Don Bosco non mi ha mai proposto altro fuorché di scrivere Una memoria da presentare al S. P. Pio IX, né di altro fuorché di questa abbiamo parlato mai; ed aggiungo di più, che questa dichiarazione limpida e netta l'ho fatta e raccomandata ripetutamente all'avvocato fiscale Sig. Can.co Colomiatti, quando fui invitato a deporre. [257]

                Che se la medesima dichiarazione non é tanto esplicita, quanto io avrei voluto, nella deposizione da me fatta, sottoscritta e giurata, egli é perché la frase in essa usata da presentare a Roma, mi fu detto che equivaleva, come veramente può, e qui anche dee, equivalere all'altra da presentare al Santo Padre.

                In quanto poi alla lettera colla quale il P. Leoncini comunicò a Monsig. Arcivescovo il discorso privato da me tenuto con esso lui unicamente per difendermi dal sospetto, che il Padre stesso mostrava (forse per iscalzarmi) di avere contro di me, quasi autore di certi libelli usciti in luce contro Monsig. Arcivescovo, lettera da me riconosciuta e sottoscritta come vera solo sostanzialmente, dico che se in essa vi é, come si dice ed io non ricordo, la proposizione: Mi Propose di scrivere contro l'Arcivescovo, senza aggiunto alcuno, essa dee interpretarsi in conformità alla dichiarazione posta di sopra, e che il darle altro senso, il senso cioè favorevole all'accusa a danno del Rev.mo Sig. Don Bosco, sarebbe affatto contrario alla verità. Tutto questo affermo per puro amore della verità non avendo io nulla in cuore né contro Monsig. Arcivescovo, né contro il Sig. Don Bosco, fra i quali sarei molto lieto di vedere ristabilita a gloria di Dio perfetta pace.

                Torino, 30 maggio 1882.

P. ANTONIO PELLICANI.

 

                Fra scrivere al Papa e comporre libelli c'è un abisso. Ma dal secondo capoverso di questa dichiarazione emerge abbastanza che si dovette arzigogolare ben bene sulle sue parole per trarre la deposizione del teste a significare quello che egli non aveva punto inteso di esprimere. E così ci sembra che resti sempre meglio chiarito il perché si tenne ostinatamente occulta la testuale deposizione giurata del Pellicani, mentre si divulgò tanto la lettera del padre Leoncini, fatta stampare anche nel Summarium della posizione gastaldiana per la causa di Don Bonetti.

                Nel corso di queste vicende altri fatti erano maturati. Il 12 maggio 1882, allorché Don Bosco aveva lasciato Roma, vi compariva il Colomiatti, accreditato presso il cardinale Jacobini per confutare l'Esposizione e trattare della concordia. L'Arcivescovo aveva domandato per lettera al Papa il permesso d'inviare un delegato a dare spiegazioni e il Papa aveva consultato in proposito l'Eminentissimo Cardinal Nina. [258]

                Leone XIII, che aveva già deciso di pigliare nelle sue mani la causa, non appena fu rassicurato che monsignor Gastaldi voleva venire ad un accomodamento, arrestò senz'altro la procedura e diede ordine di chiamare telegraficamente Don Bosco a Roma. Don Dalmazzo gli telegrafò nel pomeriggio del 18 maggio, ricevendo da Don Rua questa risposta: “Sanità assai disturbata impedisce papà mettersi in viaggio.”

                Il Procuratore corse tosto dal cardinale Nina per vedere se fosse possibile dispensare Don Bosco dal venire o almeno permettergli di ritardare la venuta. Sua Eminenza disse che l'ordine era partito del Papa, e che essendoglisi osservato come Don Bosco se ne fosse andato da poco e si trovasse già a Torino, Sua Santità aveva risposto:

                - Pazienza. Ora che l'Arcivescovo di Torino ha queste buone disposizioni, voglio io stesso accomodare questa divergenza e però gli si telegrafi che venga. - Al Colomiatti da Torino fu ingiunto di fermarsi in Roma quanto bisognasse, anche quattro mesi, finché non avesse sciolto il nodo gordiano[208].

                Don Dalmazzo dunque replicò: “Cercato dispensare venuta. Rincresce Nina ritardo, dovendo egli il ventotto partire.” E Don Rua da capo: “Impossibile umanamente venuta padre. Aspettiamo voi Torino.” Per il Cardinale Don Bosco aveva mandato a Don Dalmazzo questa letterina.

 

                Eminenza Rev.ma,

 

                Mi rincresce assai non potermi tosto mettere in viaggio come desidero alla volta di Roma. Non posso star seduto ed ho un piede guasto per cui stento a camminare. Tuttavia se é d'uopo una mia gita presso di V. Em. mi metterò in via il 24 0 il 25 del corrente mese. Dovrò fare qualche breve fermata ma pel mezzogiorno del 26 spero di trovarmi a Roma.

                Mi voglia perdonare questo involontario ritardo e mi permetta l'onore di potermi professare della Em. V. Rev.ma

                Torino, 20 maggio 1882.

Obbl.mo Servitore Sac.

Gio. Bosco. [259]

                Ma al Procuratore nel biglietto di accompagnamento si spiegava in termini alquanto realistici sulla natura del suo disturbo. Era necessario parlar chiaro così, per escludere ogni sospetto di malattia diplomatica.

 

                Car.mo D. Dalmazzo,

 

                Leggi e porta questa lettera al Sig. Card. Nina. Il mio male non ha importanza. Ho un guasto nel deretano, e ciò m'impedisce di stare in ferrovia. Poi ho un piede gonfio con due rotture non politiche. Procura di sapere quale sia la cagione di questa premura di dovermi recare a Roma. Se non si può fare a meno io sono pronto a mettermi in via anche subito, avvenga che vuole.

                Se tu vieni potremo intenderci di tutto ed anche accompagnarmi.

                Saluta Ventrelli e Don Barale cogli altri nostri cari confratelli Don Braga, Don Savio, Don Cagnoli, etc. Se occorre scrivimi tosto. Dio ci benedica tutti. Amen.

                Torino, 20 Maggio 1882.

Aff.mo amico

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Egli pativa allora di emorroidi, come depose Don Albera nei Processi per la causa di Beatificazione.

                Con il Cardinale Protettore il Papa dopo aver sentito il Colomiatti si era lagnato dell'Esposizione, dicendola non solo inopportuna, ma contenente cose non conformi al vero, perché l'Arcivescovo allegava argomenti in contrario, escludendo tutto da capo a fondo; perciò Don Bosco, informatone, fece indirizzare da Don Bonetti a Sua Eminenza queste osservazioni, con preghiera di tenerle presenti nel ragionare con il Colomiatti.

 

                I° Si separi la causa Bonetti da ogni altra. Questa non ha da fare né colla questione degli opuscoli, né colla Esposizione dei fatti, né con qualsiasi altra insorta o prima o dopo; e ciò in vista della decisione già data dalla Sacra ed autorevole Congregazione del Concilio.

                2° Si noti che la Esposizione fu provocata dai reclami sporti dall'Arcivescovo di Torino e pur pubblicati per le stampe; reclami che richiedevano un'adeguata risposta; altrimenti sarebbero state ammesse come verità accuse gravissime contro la Congregazione Salesiana, della quale l'unica ricchezza é il buon nome e l'appoggio [260] morale, che le occorre per lavorare alla maggior gloria di Dio e alla salute delle anime.

                3° Le cose descritte in quella Esposizione sono fatti, tutti appoggiati ad autorevoli documenti.

                4° Se il Sig. Avvocato Colomiatti ha ragioni, con cui dimostrare che i fatti ivi esposti non sono veri, in questo caso Don Bosco domanda che gli sieno fatte conoscere non a voce ma per iscritto, affinché o possa ricredersi, o dare la dovuta risposta.

                Intanto giova notare che dopo il progettato accomodamento avvennero fatti, che fanno temere essere illusoria la speranza di un esito felice. A questo riguardo il Sig. Don Bosco ha fatto telegrafare a Don Dalmazzo che venga a Torino per comunicargli di presenza cose di rilievo.

 

                Servirono di presentazione della lettera queste righe del Beato:

 

                Eminenza Rev.ma,

 

                Quanto scrive Don Bonetti lo fa da parte mia. Le mandiamo queste lettere per mano di Mons. Marini che ci ha onorati in questa giornata. Attendo Don Dalmazzo che tosto rimanderò munito di tutte le facoltà necessarie.

                Mi raccomando alla carità delle sue preghiere e mi benedica.

                Ho l'alto onore d'inchinarmi e professarmi

                Della E. V. Rev.ma

                Torino, 22 - 5 - 82.

Obbl.mo servitore

Sac. G. Bosco.

 

                Uno dei fatti accennati da Don Bonetti come sintomi poco promettenti toccava il collegio di Valsalice. In aprile s'era tenuto a Torino il Congresso Cattolico regionale sotto la presidenza del duca Salviati e senza intervento dell'Arcivescovo indisposto. In onore dei personaggi che vi avevano preso parte, Don Francesia fece recitare un drammetto latino a mo' di trattenimento accademico, trasformando in sala l'ampia cappella interna. Non ci fu nulla che disdicesse alla qualità del luogo; infatti i Vescovi di Novara e d'Ivrea che vi assistettero non trovarono niente da ridire[209]. A Roma [261] stessa quante volte si facevano accademie perfino in chiese pubbliche, come nel dicembre del 1881 ai Santi Apostoli e nel maggio del 1882 a San Vitale! Ma per Valsalice l'Ordinario torinese sollevò un casus belli: Don Francesia chiamato in Curia, non ammessa spiegazione di sorta, denunzia a Roma. Scriveva Don Francesia[210]: “Era nostra intenzione di cogliere quell'occasione per protestare la nostra fede cattolica, apostolica, papale, ed invece abbiamo incorso nei dispetti dei due estremi. Un giornale empio di Torino, che se avesse potuto trovar a ridire qualche cosa sopra a profanazione non l'avrebbe taciuto, ci mosse una guerra spietata perché papali, ed ora sento che il nostro Arcivescovo continua a tormentarci come profanatori del tempio.”

                Quel “continua a tormentarci” deve alludere a un altro fatto di non vecchia data. A Valsalice era professore esterno di lingua tedesca il cavaliere Besson, protestante convertito e presidente di un popolarissimo circolo, denominato del Coraggio Cattolico. Un giorno fu invitato a pranzo da Monsignore. L'ospite dovette subire dal principio alla fine una conversazione ininterrotta su Don Bosco, sui Salesiani, sui loro collegi e soprattutto sulle loro miserie; ma il peggio venne dopo. Levate le mense, l'Arcivescovo chiamò in disparte il professore e gli disse: - Lei frequenta il collegio di Valsalice e deve sapere qualche cosa. Mi dica dunque: non é vero che tra i superiori di quel collegio si commettono immoralità? - A simile domanda quel signore, dolorosamente sorpreso e scandolezzato, negò reciso e poi a voce e per iscritto ne informò il Direttore, manifestando tutto il suo disgusto.

                Altri fatti punto benevoli si dovevano considerare le difficoltà opposte alla consacrazione della chiesa di San Giovanni Evangelista, come diremo a suo luogo. Ma non é da tacere qui l'ultima Pastorale per la quaresima. Vi erano in essa due pagine, proprio le ultime, piene di chiare allusioni [262] a Don Bosco e ai Salesiani, e la accompagnava l'obbligo espresso di leggerla tutta e di spiegarla al popolo; la qual lettura fu fatta ciò nonostante da alcuni con l'omissione dell'ultima parte[211].

                Insomma, quanto più c'inoltriamo in questa via crucis, di cui narreremo l'epilogo nel capo seguente, tanto meglio ci spieghiamo la forma tragica che il Beato diede all'espressione del suo dolore, allorché nel 1882 al Colomiatti e a chi era con lui disse e pregò di riferire a Monsignore le sue parole: - Ormai ci manca solo che egli mi pianti un coltello nel cuore. - Nessuno scoraggiamento però in lui, ma grande fiducia in Dio e nella giustizia della sua causa. Alcuni anni dopo Don Berto gli manifestava qualche pena, perché nel sostenere tanta guerra non si fosse combattuto sempre a viso aperto, essendosi dovuto ricorrete a coperte strategie per battere l'avversario con le sue stesse armi. Don Bosco, lasciatolo dire, alla fine gli rispose: - E’ il Signore che ha guidato ogni cosa. –

 

 


CAPO VIII. La "Concordia" di Leone XIII.

 

                NELL'ESTATE del 1884 Don Bosco, essendo male in. salute, andò a passare alcune settimane a Pinerolo presso quel Vescovo monsignor Chiesa, in compagnia di Don Lemoyne. Un giorno disse improvvisamente al suo futuro biografo: - Sarebbe bene che distruggessimo tutto il carteggio scambiato col povero monsignor Gastaldi e tutti i documenti relativi. - Don Lemoyne, nascondendo il suo sbigottimento, gli domandò: - Ma allora che cosa avremo da dire della storia dell'Oratorio dal 1872 al 1883? - Rispose: - Direte che Don Bosco in questi anni ha continuato i suoi affari. - E proseguì con tanta convinzione che Don Lemoyne, temendo un suo ordine preciso, approfittò dell'arrivo di un altro e lo lasciò in sua compagnia. Tornati in seguito a Torino, non se ne parlò più. Ma, a non dir altro, per poter fare prudentemente tale distruzione, sarebbe stato d'uopo che anche dalla parte opposta si desse alle fiamme tutta la corrispondenza avuta coi Salesiani; senza di questo, la verità storica ne avrebbe sofferto troppo. Se oggi, per esempio, altri avessero le lettere del Colomiatti a monsignor Gastaldi da Roma su gli affari di cui ci occupiamo, e non si conoscessero per mezzo di copie autentiche quelle che contemporaneamente scriveva o faceva scrivere Don Bosco, sarebbe un'impresa ben difficile scagionarlo delle imputazioni [264] che si leggono nelle carte dell'Avvocato fiscale. Così invece si è potuto dare unicuique suum, come ora ci accingiamo a continuare.

                Don Dalmazzo, obbedendo alla chiamata di Don Rua, partì immediatamente per Torino, donde poté inviare al cardinale Nina notizie poco buone sulla salute di Don Bosco, il quale stava in piedi e si moveva per casa, ma non era in condizione d'intraprendere viaggi. Gli comunicò pure informazioni documentate sul fatto dell'accademia in chiesa a Valsalice, come il Cardinale gli aveva ordinato, per ismontare anche quel nuovo capo d'accusa[212]. Sua Eminenza gli rispose:

 

                Rev. Signore,

 

                Ho ricevuto la sua lettera con gli inserti e la ringrazio. Ma già da Mons. Marini avevo conosciuto il vero stato delle cose.

                Quel che avviene é provvidenziale. Vedendo Don Bonetti gli dica che ho ricevuto la di lui lettera. Me lo ringrazii e lo riverisca.

                Le notizie però che mi dà Ella del buon Don Bosco mi rattristano da un lato e mi confortano dall'altro; cioè non vorrei che fosse sofferente, ma da un altro canto egli deve in questa vita rappresentare Giobbe. Intanto lo conforti a mio nome; e se lo stato della di lui salute non gli consente di venire, è necessario per seguire gli intendimenti del S. Padre, che incarichi Lei con tutti i poteri mediante una lettera nella quale dica in ordine alla concordia da farsi coll'Arcivescovo, che egli aveva già manifestato i suoi intendimenti al Cardinal Protettore, il quale deve avere già fatto conoscere al S. Padre che in ogni modo egli accetterà di buon grado tutte quelle disposizioni che Sua Santità nella sua illuminata rettitudine crederà stabilire, gloriandosi di essere egli ed il suo istituto figli obbedienti della S. Sede.

                Ella vegga di tornare con sollecitudine ed intanto mi creda con particolare stima.

                Roma, 27 maggio 1882.

Aff.mo per servirlo

L. Card. NINA Protettore.

 

                Don Bosco eseguì senza dilazione quanto il Cardinale Protettore suggeriva, scrivendo queste due lettere a Sua Santità e all'Eminentissimo. [265]

 

                Beatissimo Padre,

 

                La mia sanità, o Beatissimo Padre, m'impedisce di recarmi a Roma per mettermi rispettosamente ai piedi suoi per qualunque cosa la S. V. giudichi tornare alla maggior gloria di Dio.

                Ho però incaricato il nostro confratello Don Dalmazzo con facoltà di fare le mie veci in tutto quello che sarà beneviso alla Santità Vostra.

                Supplico umilmente V. S. a voler compartire una benedizione alla mia vista gravemente minacciata affinché possa impiegare i giorni di vita, che Dio vorrà ancora concedermi, a regolare le cose relative alla umile Congregazione che la S. V. si é degnato di affidarmi.

                Umilmente prostrato reputo al più grande onore di potermi professare.

                Della S. V.

                Torino, 30 maggio 1882.

Aff.mo Umil.mo figliuolo

Sac. GIOVANNI BOSCO

 

                Eminenza Rev.ma,

 

                Nella impossibilità di recarmi a Roma e mettermi a totale disposizione dei benevoli voleri del Santo Padre Leone XIII conferisco i pieni poteri al nostro Confratello Prof. Sacerdote Francesco Dalmazzo Procuratore Generale della Pia Società di S. Francesco di Sales, Curato della chiesa del Sacro Cuore di Gesù con facoltà di trattare, conchiudere ed approvare qualunque cosa torni di gradimento alla stessa Santità sua sulla spiacevole vertenza con sua Eccellenza Rev.ma Monsignor Gastaldi Arcivescovo di Torino.

                Il medesimo nostro procuratore é incaricato di dare spiegazione ad alcuni fatti insussistenti ma che si vorrebbero imputare alla povera Congregazione Salesiana.

Sac. GIO. BOSCO

Rettore Maggiore della Pia Società Salesiana.

 

                Il Santo Padre si dichiarò soddisfatto che Don Dalmazzo, venendo con pieni poteri, fosse in grado di rappresentare il suo Superiore presso il Segretario di Stato per la conclusione dell'affare[213].

                Le cose erano dunque in mano all'Eminentissimo Jacobini, che agiva come delegato dal cardinale Nina, ma riferiva direttamente al Papa. Al Cardinale Segretario di Stato e [266] per suo ordine il Colomiatti presentò uno schema di equo accomodamento in sette articoli, che investivano tutte le questioni dibattute fra l'Arcivescovo di Torino e Don Bosco. Questi articoli furono comunicati al Beato, che li diede a studiare e ne contrappose altri sette, con le ragioni che consigliavano i mutamenti Noi riprodurremo gli uni e gli altri, usando il tondo per i primi e il corsivo per i secondi. Le relative motivazioni si possono leggere altrove[214].

 

                I° Don Bosco scriverà una lettera a Mons. Arcivescovo, nella quale dovrà esprimere il suo dispiacere, che in questi ultimi anni alcuni incidenti abbiano alterato i pacifici rapporti che passavano tra esso e la Curia, ed abbiano potuto cagionare amarezze all'animo di Monsignore; e se Monsignore ha potuto ritenere che egli o qualche individuo dell'Istituto abbia influito a tale condizione di cose, Don Bosco implorerà venia da Monsignore e lo pregherà di dimenticare il passato.

                Don Bosco scriverà una lettera a Mons. Arcivescovo nella quale dovrà esprimere il suo dispiacere che in questi ultimi tempi alcuni incidenti abbiano alterato i pacifici rapporti che passavano tra di loro ed abbiano potuto cagionare amarezze all'animo di Monsignore.

 

                2° Monsignore Arcivescovo risponderà a Don Bosco dichiarando che i sentimenti da questo espressi gli sono stati di non lieve conforto, e non dubitando della sincerità dei medesimi dimentica il passato e lo riamette nella sua grazia.

                Mons. Arcivescovo nel termine di tre giorni risponderà che i sentimenti da Don Bosco espressi gli sono stati di non lieve conforto, e non dubitando della sincerità dei medesimi promette di dare a lui ed ai Salesiani nuove prove della primiera sua benevolenza.

 

                3° Decorsi tre giorni da tale scambio Monsignore trasmetterà la riabilitazione alle confessioni a Don Bosco per Don Bonetti senza limitazione di luogo. Don Bosco impegnerà la sua parola di non mandare per un anno Don Bonetti a Chieri. Decorso tale termine non dovrà per parte della Curia inibirglisi il ritorno in detto luogo per qualche particolare circostanza a predicare o ad ascoltare le confessioni.

                Decorsi tre giorni da tale scambio Mons. Arcivescovo in base del Rescritto della Sacra Congregazione del Concilio in data del 28 gennaio dell'anno corrente 1882 trasmetterà la riabilitazione a Don Bosco per Don Bonetti senza limitazione di luogo; Don Bosco impegnerà la sua parola di non rimandare per un anno Don Bonetti a Chieri in [267] qualità di Direttore. Decorso tale termine Don Bosco e chi per esso sarà libero di servirsi nella sua prudenza dell'opera di Don Bonetti secondo che richiederà il bisogno della Congregazione Salesiana, e il prelodato sacerdote in vista soprattutto del citato Rescritto e della indebita punizione da lui sofferta già per 4 anni, rientrerà almeno nella condizione di ogni altro confessore dell'Archidiocesi, che dopo regolare esame sia stato giudicato idoneo ed approvato; e quindi la Curia non potrà inibirgli di confessare o limitargliene la facoltà pei fedeli, se non a norma dei Sacri Canoni.

 

                4° Quantunque l'Esposizione a stampa dei fatti riguardanti l'Arcivescovo, non abbia avuto lo scopo di pubblicità: ma solamente sia stata diretta ai Cardinali della Congregazione, tuttavia Don Bosco s'impegna di ritirare dai medesimi quelle copie e sopprimerle.

                Quantunque la Esposizione dei fatti riguardanti l'Arcivescovo non abbia avuto lo scopo di pubblicità e sia stata una semplice difesa presso gli Eminentissimi giudici diretta a ribattere accuse pubblicate a stampa da Mons. Arcivescovo contro i Salesiani e sia poggiata a fatti e a documenti, tuttavia, Don Bosco s'impegna di ritirare le copie per tale effetto distribuite, quando gli sia dimostrato a voce o per iscritto che le cose ivi contenute non sono conformi alla verità.

 

                5° Ad eliminare ogni occasione di attriti Mons. Arcivescovo ritirerà e distruggerà le due lettere, una in data del 25 novembre, l'altra del 10 dicembre 1877 in cui si minaccia a Don Bosco la pena preventiva della sospensione ipso facto incurrenda se scrive, se stampa o propaga scritti o detti che possano tornare a danno di Monsignore Arcivescovo.

                A riparare l'onore dei Salesiani, a scancellare la macchia loro inflitta nello sfregio recato al loro fondatore e superiore generale e ad eliminare ogni occasione di attriti per l'avvenire, Monsignore Arcivescovo ritirerà e distruggerà le due lettere, una in data del 25 novembre, l'altra del 10 dicembre 1877 in cui contrariamente ai Sacri Canoni si minaccia a Don Bosco la pena preventiva della sospensione ipso facto incurrenda se scrive, se stampa o propaga scritti o detti che possano tornare a danno di Monsignor Arcivescovo. Dichiarerà ancora di ritirare qualunque stampa o manoscritto in cui si contengano accuse ed imputazioni contro i Salesiani senza le dovute prove.

                6° Per ciò che concerne la questione degli opuscoli incriminati dalla Curia, Don Bosco dichiara di aver sempre biasimato e di biasimare il modo e la forma non conveniente con cui si parla dell'autorità ecclesiastica, ed é pronto quante volte si richieda ad emetterne atto formale. Come altresì é prontissimo a condannare la materia in essi contenuta qualora gli siano specificati i punti o proposizioni che in faccia alla Chiesa sono da biasimarsi.

                (Si accetta tutto questo articolo). [268]

                7° Tale dichiarazione dovrebbe avere per conseguenza la soppressione del processo incoato dalla Curia  Arcivescovile.

                Tale dichiarazione, da farsi per altro dopo che Monsignore avrà concessa la riabilitazione a Don Bonetti, dovrà avere per conseguenza la soppressione del processo incoato dalla Curia Arcivescovile.

 

                Queste controproposte erano state scritte da Don Bonetti.

                Proposte e controproposte messe a confronto vennero fuse in una carta di composizione che fu detta la Concordia. Il 15 giugno a Don Dalmazzo e al canonico Colomiatti giunse una chiamata del cardinale Nina, che fece leggere loro il documento da doversi firmare al più presto, con facoltà però di esporre ognuno le proprie considerazioni. Don Dalmazzo rilevò che, se da una parte si aveva motivo di andar lieti per quanto erasi fatto a favore di Don Bosco, dall'altra lo addolorava la conclusione riguardante Don Bonetti. In tal senso ne scrisse la sera stessa a Sua Eminenza; se non che, essendo quello il volere del Papa, le sue rimostranze a nulla valsero. Chiese allora di firmare con una riserva formulata a dovere. Il Cardinale rifiutò e gl'impose di firmare. Don Dalmazzo firmò.

                Fatto questo, Sua Eminenza gli spiegò chiaramente le ragioni che avevano indotto a prendere un tal partito. Il Papa con quel mite provvedimento sperava di tirare a sé l'Arcivescovo e di fargli cambiare sistema su tutta la linea, specialmente in materia di dottrina; pareva anzi che il Colomiatti glielo avesse promesso. In secondo luogo il Papa aveva tenuto conto della mordacità di certe cose scritte da Don Bonetti intorno all'Arcivescovo nel Bollettino Salesiano, il che mostrava il suo spirito battagliero, e di questo spirito il Papa disse che era una prova la lettera a lui diretta[215]. Ora ecco il testo della Concordia. [269]

                La Santità di Nostro Signore considerando che le varie vertenze da qualche tempo insorte tra Mons. Arcivescovo di Torino e la Congregazione dei Salesiani sono sorgente di dissapori ed attriti, con detrimento dell'autorità e ammirazione nei fedeli, ha fatto conoscere alle parti dissidenti essere suo volere, che si cessi da ogni dissidio, e si ristabilisca fra essi una pace vera e duratura, mediante i seguenti accordi:

 

                I. Don Bosco scriverà una. lettera a Mons. Arcivescovo, nella quale dovrà esprimere il suo dispiacere che in questi ultimi tempi alcuni incidenti abbiano alterato i pacifici rapporti che passavano fra esso e la Curia, ed abbiano potuto cagionare amarezze all'animo di Monsignore. E se Monsignore ha potuto ritenere che o egli o qualche individuo dell'Istituto abbia influito a tale condizione di cose, Don Bosco implorerà venia da Monsignore, e lo pregherà di dimenticare il passato.

 

                II Mons. Arcivescovo risponderà a Don Bosco, dichiarando che i sentimenti da questo espressi gli sono stati di non lieve conforto, e non dubitando della sincerità dei medesimi dimentica il passato e lo riammette nella sua grazia.

 

                III. Decorsi tre giorni da tale scambio, Mons. trasmetterà la riabilitazione alle confessioni a Don Bosco per Don Bonetti, senza limitazione di luogo; Don Bosco impegnerà la sua parola di non rimandare per un anno Don Bonetti a Chieri. Decorso tale termine non dovrà per parte della Curia inibirglisi il ritorno in detto luogo per qualche particolare circostanza a predicare o ad ascoltare le confessioni.

 

                IV. Quantunque la esposizione a stampa dei fatti riguardanti l'Arcivescovo non abbia avuto lo scopo di pubblicità, ma solamente sia stata diretta ai Cardinali della S. Congregazione, tuttavia Don Bosco s'impegna di ritirare dai medesimi quelle copie e di sopprimerle.

 

                V. Ad eliminare ogni occasione di attriti, Mons. Arcivescovo ritirerà e distruggerà le due lettere, una in data del 25 novembre, l'altra del 10 dicembre 1877, in cui si minaccia a Don Bosco la pena preventiva della sospensione ipso facto incurrenda se scrive, se stampa o propaga scritti o detti che possano tornare a danno di Mons. Arcivescovo.

 

                VI. Per ciò che concerne la questione degli opuscoli incriminati dalla Curia, Don Bosco dichiara di aver sempre biasimato, e di biasimare il modo e la forma non conveniente con cui si parla dell'autorità ecclesiastica, ed è pronto, quante volte si richieda, ad emetterne atto formale. Come altresì è prontissimo a condannare la materia in essi contenuta, qualora gli siano specificati i punti o proposizioni, che in faccia alla Chiesa sono da biasimarsi. [270]

                VII. Tale dichiarazione dovrebbe avere per conseguenza la soppressione del processo incoato dalla Curia Arcivescovile.

                Roma, questo dì, 16 giugno 1882.

 

                In virtù dei poteri accordatimi dal mio amatissimo Superiore, S. Ecc. Rev.ma Mons. Lorenzo Gastaldi, accetto ed approvo quanto sopra viene stabilito.

Can.co EMANUELE COLOMIATTI

 

                In virtù dei poteri accordatimi dal mio Superiore Generale Rev.mo Don Giovanni Bosco, accetto ed approvo quanto sopra viene stabilito.

 

Sac. FRANCESCO DALMAZZO

Procuratore Generale.

 

                Il cardinale Nina spedì a Don Bosco l'atto autentico il 23 giugno, accompagnandolo con queste parole di commento: “Come vedrà dal tenore della detta Concordia, il primo e principale incombente si è quello che Ella dovrà scrivere una lettera a Mons. Arcivescovo del tenore, di cui troverà la traccia nel primo articolo. Non ho bisogno di aggiungerle, che più Ella si atterrà ad espressioni castigate ed inspirate ad umiltà e più sarà sperabile guadagnare l'animo di quel Prelato. Né sarebbe fuor di proposito procurare di rivederlo ed avvicinarlo. Insomma dal canto suo dovrebbe usare ogni industria per