Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. XII, Ed. 1931, 708 p.

 

 

 


Prefazione.

 

                Anche questo volume comprende un anno solo della vita del Beato Don Bosco, il 1876. La narrazione vi è condotta con gli stessi criteri, che servirono di guida nel volume undecimo, cioè a capitoli organici, con abbondanza di particolari d'ogni maniera e riproducendo testualmente la Parola del Servo di Dio, ci sia questa tramandata nei suoi scritti o in scritti altrui.

 

                Se queste pagine verranno sott'occhio a lettori, che direttamente o indirettamente abbiano avuto conoscenza sicura di fatti e detti del Beato o che ne posseggano autografi inediti, a qualunque anno della sua vita tutto questo appartenga, vogliano darne comunicazione in forma precisa e con le debite garanzie. Cose che in se stesse o per noi sembrassero di poco o niun conto, potrebbero acquistar valore messe in rapporto con altre o giovare comunque ai futuri studi, che non mancheranno di farsi sul nostro Beato. Perciò bisogna evitare che il tempo le mandi in dileguo.

 

                Le Memorie biografiche, chiunque col volgere degli anni ne debba proseguire la compilazione, sono certamente destinate a costituire la fonte precipua a cui attingeranno quanti vogliano con serietà occuparsi di Don Bosco; la qual considerazione, obbliga alla fedele osservanza della legge storica, formulata già da Cicerone e citata pure da Leone XIII, che lo storico nihil falsi dicere audeat, nihil veri non audeat. La seconda parte di questo canone costringe a toccar anche certi punti delicati, che si preferirebbe lasciare per lo meno in una discreta penombra, se non anche nell'ombra intera. Purtroppo alcuni atti di Personaggi autorevoli e degni del massimo rispetto si avviticchiano [6] così tenacemente all'attività del nostro Beato, che torna impossibile divellerli. Ogni buon lettore quindi, che svolga queste pagine per edificarsi, guardi con grande serenità il vario succedersi degli avvenimenti, assurgendo dalla loro contingenza immediata a contemplarli nei disegni altissimi della Provvidenza, quali emergono dall'osservazione e dalla valutazione degli sviluppi successivi. Tale è appunto la. fortuna che abbiamo noi venuti dopo; il tempo, che è galantuomo, mette ordinariamente le cose a posto, sicchè alla distanza di mezzo secolo si può senza gran fatica giudicare da qual parte stesse la ragione e da quale il torto in fatti che al loro avverarsi sollevarono contrasti e causarono lunghe e immeritate amarezze.

 

                Sono casi straordinari questi, se li raffrontiamo al tenore della comune vita cristiana, ma ordinari per i Santi. Infatti Benedetto XIV asserisce che per chi si occupa di canonizzazioni, ha grande valore la ricerca, se il canonizzando abbia patito persecuzioni e se le abbia sostenute con carità[1]; il che consuona Perfettamente con la dottrina di sant'Antonino da Siena[2]. A un fatto confermato dalla storia che nei Santi canonizzati si avverò quanto scrive il Rodriguez. Toccarono, dic'egli, ai Santi casi più scabrosi che a noi altri, perchè i più santi sogliono essere da Dio più Provati; ma essi stavano sempre in un medesimo essere, sempre con un medesimo sembiante, sempre con una certa serenità e allegrezza interiore ed esteriore, come se ogni giorno fosse Pasqua per loro[3]. D'altro lato, ciò che cresce nella lotta, si fa saldo e resiste alle vicissitudini incessanti degli uomini e dei tempi. Nessuna meraviglia dunque che così sia stato per il Beato Don Bosco e per la sua Opera. Di somma edificazione sarà per noi il considerare quale fu il Beato Don Bosco in mezzo alle contrarietà della vita, e di non poca istruzione il considerare come acquistino stabilità duratura le grandi Istituzioni religiose. [7] Qualche studioso di professione potrebbe tacciare di superficialità l'introdurre nella narrazione discorsi diretti o a dialogo. Data l'indole del lavoro, non è da cercare qui tanta severità di metodo. Osservato questo in generale, bisogna aggiungere che le parlate dirette sono desunte da una cronaca manoscritta di Don Giulio Barberis, che, pieno di venerazione e di affetto per il padre dell'anima sua, ne raccolse per un tempo studiosamente anche le conversazioni familiari; i dialoghetti invece hanno un'altra ragione di essere. Il Beato Don Bosco, narrando cose occorsegli, soleva ridire botte e risposte, secondochè la memoria glie ne somministrava il ricordo; Don Lemoyne poi e altri, che udivano e ne prendevan nota, le riproducevano tali e quali; e tali e quali non deve parer strano che qui ricompaiano, sebbene fosse possibile valersene in forma diversa e più consentanea alle abitudini mentali dei dotti. Ma chiunque metta mano al proseguimento di questo lavoro deve dire: A dotti e non dotti debitor sum.

 

                Torino, festa dell'Immacolata, 1930.

 

 


CAPO I. La parola del Beato Don Bosco nell'inizio del nuovo anno.

 

                La parola orale o scritta, con cui il Beato Don Bosco durante il mese di gennaio aperse in più occasioni l'animo suo ai Salesiani, all'Oratorio, ai Collegi e ai Missionari, ha un contenuto che ci sembra fatto apposta per dare cominciamento a questo volume. Ascoltando o leggendo le cose che egli diceva, chi mai avrebbe potuto supporre che quella incantevole serenità celasse agli occhi altrui pene cocenti e fastidiose preoccupazioni? Le contrarietà per l'Opera di Maria Ausiliatrice e per la pia Unione dei Cooperatori, acuitesi nel '76, come abbiamo narrato; le cure assidue per far fronte agl'incessanti bisogni quotidiani; i pensieri crescenti per il moltiplicarsi e l'ampliarsi delle fondazioni; acerbe molestie per malintesi, sotto diverse forme, sempre ripullulanti; ecco le spine che senza tregua gli trafiggevano il cuore e che oggi noi conosciamo in qualche modo attraverso i documenti. Eran cose però che non gl'impedivano di farsi tutto a tutti senza visibile sforzo, senza attimi di debolezza: cosicchè nelle sue abitudini di lavoro e di ministero, nella partecipazione [10] alla vita comune, nel tratto e nell'accento i suoi figli non vedevano mai altro in lui che Don Bosco, il solito Don Bosco, il loro amato Don Bosco. Vediamo partitamente queste manifestazioni.

 

AI SALESIANI

 

                Ai suoi cari Salesiani egli parlava per solito nell'intimità, parlava in pubblico, parlava per lettera.

 

                Il 10 gennaio, discorrendo familiarmente con alcuni Confratelli ed esponendo quasi il bilancio della Congregazione sul principio del nuovo anno, come avrebbe fatto un uomo d'affari dinanzi ai cointeressati nell'annuale resoconto sullo stato dell'azienda, Don Bosco diede uno sguardo al passato, al presente e al futuro, per mostrar loro quanto il Signore manifestasse ogni giorno più di volere questa Congregazione. Uno degli astanti, Don Giulio Barberis, prese nota della conversazione nel proseguimento della sua piccola cronaca.

 

                Parecchi Ministri e fra i più cattivi, diss'egli, l'avevano per l'addietro incoraggiato ed aiutato a tirare innanzi nelle sue imprese. Il conte Camillo di Cavour lo desiderava alla sua mensa, sentendolo volentieri parlare di oratorii e di altri suoi disegni. Rattazzi veniva di quando in quando all'Oratorio, professando tanta riverenza per Don Bosco da chiamarlo nelle conversazioni un grand'uomo; anzi furono suggerite da lui stesso certe previdenze per evitare molestie da parte della potestà civile. Allora poi l'onorevole Vigliani, Ministro di Grazia e Giustizia, gli chiedeva per lettera consigli su cose diverse, e a Roma lo riceveva con maniere non ordinarie. Egli poteva dire il medesimo non di alcuni, ma di molti altri, i quali, anche pessimi in sè, intricati nelle Società segrete, pure sostenevano i Salesiani. Non era questa una meraviglia?

 

                E ancor più meraviglia, soggiunse, è il vedere come noi ci tiriamo su, mentre gli altri Istituti cadono. Non vi sono più novizi; quei che vi si ascrivono, non resistono; rarissimi [11] perseverano. Noi invece, cosa inaudita al mondo in questi giorni, ci vediamo circondati da un centinaio di novizi, tutti bene in sanità, tutti molto contenti, che danno tutte le speranze di perseverare.

 

                - Nè qui cessano le meraviglie. Tutti quelli che crescono nella nostra Pia Società acquistano uno spirito straordinariamente buono, ed hanno un amore, anzi un ardore tale per il lavoro, che non so se possa da altri superarsi. Uno solo fa scuola, assiste, studia per sè, conduce al passeggio, fa ripetizione, prepara i giovani alla confessione e alla comunione: e questi non sono ancora preti. Io, quando penso a tale spettacolo, resto proprio sbalordito e non so più far altro che ripetere quelle parole: A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris.

 

                - Se poi dal presente si argomenta del futuro, la mente si perde. Se in pochi anni fra mille difficoltà, con soggetti tutti giovani, si condusse avanti tanto bene l'Oratorio che ha oltre ottocento ragazzi; se si apersero dieci case e così fiorenti che in Italia non ve ne sono altre che possano starci di fronte; se poi ora ci siamo estesi con una casa in Francia, e con due nell'America, che cosa sarà di noi nell'avvenire? E sì che solamente dal '69, cioè da sette anni, si va avanti con un po' di sicurezza, essendo stata approvata allora la Congregazione; anzi non sono ancora due anni, che furono approvate definitivamente le Regole. Che sarà dunque di noi fra venti o trent'anni? Credo che avremo tesa una rete ben fitta, non solo per tutta l'Italia, ma per tutta l'Europa, e col tempo quasi per tutto il mondo.

 

                - Il gran punto però si è che non ci rendiamo indegni dei favori e delle grazie del cielo. Finchè si conserverà il vero spirito, la Congregazione andrà avanti a gonfie vele.

 

                Gli sciami di chierici che si vedevano volteggiare dentro e fuori dell'Oratorio facevano dire che là c'era la fabbrica dei chierici. Anche monsignor Zappata, ai genitori che andavano da lui per consiglio sulla vocazione dei loro figli, [12] diceva: - Mandate vostro figlio alcuni mesi da Don Bosco, e se non ha vocazione, gliela fa venire.

                Non si creda con questo che Don Bosco di leggeri passasse sopra alle cautele volute dalla prudenza e dalla Chiesa. Proprio il giorno innanzi erasi presentata a lui una famiglia, padre, madre e figliuolo, che si dicevano mandati da monsignor Zappata. Dissero i genitori: - Questo figlio voleva farsi prete; ha promesso tanto, ed ora non vuol più saperne. Poveri noi! - Martoriavano quindi il povero giovane per fargli dire di sì. Don Bosco li riprese in presenza del figlio, dicendo loro: - Ma la vocazione non è mica cosa che si possa imporre! Se egli sente in sè questa inclinazione, rifletterà, pregherà e sarà capace di decidersi da sè a ciò che voi desiderate. Ma se non sente inclinazione a questo stato, non deve in nessun modo venirvi spinto per forza. - Appresso parlò confidenzialmente col giovane, il quale andò via lasciandogli fondata speranza, che avrebbe proseguito nella carriera ecclesiastica.

 

                In un'altra conversazione simile del 7 gennaio il Servo di Dio intratteneva gli astanti sul suo argomento prediletto delle Missioni. Il già fatto era un nonnulla a petto di quanto egli divisava di fare in seguito. Affrettava col desiderio la redenzione della Patagonia. I Gesuiti e altri Missionari avevano tentato indarno d'inoltrarvisi: chè dagli indigeni erano stati sbranati. - Ma noi, disse, dall'esperienza degli altri prendendo le debite precauzioni, chi sa che non possiamo riuscire? Bisognerà mettere per questo fine un collegio nel paese o città ancora un po' incivilita più prossima ai luoghi abitati dai selvaggi, e mentre si tiene collegio per gli abitanti di quel posto, procurar di studiare l'indole e i costumi delle vicine tribù. Sarebbe gran cosa e non difficile, io credo, avere in collegio qualcuno dei figli dei selvaggi, poiché sento che vengono nelle città a fare i loro commerci. Contentando alcuni di costoro, trattandoli graziosamente, regalandoli, ci apriamo già una buona via. Se poi se ne potesse avere [13] uno per guida, il quale si fosse fermato già vari mesi nel nostro collegio, questo compirebbe l'opera. Ma quello che soprattutto importa si è che non bisogna precipitare, non bisogna aver troppa fretta; bisogna apparecchiarci la strada, quasi direi, fingendo di non pensare a loro, ma mettendo collegi nelle città ad essi vicine, e con musiche, canti, commerci, regali farci conoscere ed amare. Intanto qualche prete potrà incominciare ad internarsi per qualche giorno in queste terre ed a poco a poco si potranno fare passi lenti, ma sicuri. Se il Signore poi nella sua Provvidenza volesse disporre che alcuno di noi subisse il martirio, forsechè per questo ci avremmo da spaventare? - La casa di Patagónes dal 1879 e quella di Viedma dal 1880 svolsero precisamente questo programma con i risultati a tutti noti. Assalti falliti, insidie sventate sulle prime non mancarono; vi furono anche vittime, ma degli elementi e non dei così detti selvaggi. Poichè bisogna dare a questo termine un significato non troppo crudo, non cioè quasi di cannibali, ma di aborigeni rozzi, gelosi della loro indipendenza e viventi sotto capitribù, che non erano privi di umanità.

 

                Il Beato vagheggiava da parecchio le Missioni dell'India e dell'Australia. Le difficoltà della lingua inglese non lo spaventavano; con un metodo pratico molto più che teorico gli pareva che i suoi sarebbero riusciti a cavarsela. Per alcuni mesi imparare le parole più necessarie nell'uso comune; poi mettersi a fare un po' di conversazione, prima rozzamente, quindi più a modo; infine cercare un maestro inglese per la pronunzia. In sostanza era il metodo Berlitz, venuto poi tanto in auge. Di fondare un collegio nell'Inghilterra non aveva per allora intenzione. Inglesi all'Oratorio ne erano capitati, ma nessuno vi si era fermato. Pochi anni dopo ne vennero e si fermarono. Il primo collegio nell'isola dei Santi fu aperto a Battersea, sobborgo di Londra subito dopo la morte del Servo di Dio; ma le trattative duravano già da tempo. [14] Il discorso sull'apprendimento delle lingue per le Missioni condusse il Beato a manifestare un suo disegno, che forse allora non fu giudicato utopistico solamente per la fiducia illimitata che da tutti si poneva nella sua parola, ma che oggi per noi è prova della sua lungimirante chiaroveggenza. Disse così: - Io vedo che fra non molto qui nell'Oratorio avremo scuole di varie lingue per le Missioni. La cosa si potrebbe attuare in questo modo. Coloro che aspirano alle Missioni, siano divisi in tre categorie. Quei della prima ai loro studi letterari e scientifici associno lo studio della lingua spagnuola, imparando pure i costumi di quelle Missioni, dove si parla lo spagnuolo. Quei della seconda, mentre attendono agli studi ordinari, si applichino bene alla lingua francese. Quei della terza studino con tutto il resto anche la lingua inglese, per abilitarsi alle Missioni nei luoghi dove questa lingua prevale. Si potrebbero inoltre stabilire queste lingue come accessori progressivi nei corsi di filosofia e di teologia. Così spererei che con poco incomodo si riuscirebbe nell'intento. - Le speranze di Don Bosco si sono tradotte nella realtà assai più vasta che ora vediamo, proporzionata cioè al campo di apostolato missionario dischiuso dalla Chiesa all'attività della Congregazione Salesiana. Le tre categorie dell'Oratorio eccole diventate una serie numerosa di grandi collegi, dove agli aspiranti Missionari, chierici o coadiutori, si dà una formazione distinta secondo i luoghi a cui sono destinati.

 

                Dalle private conversazioni passiamo ad ascoltare la parola di Don Bosco che tiene conferenza pubblica a tutti i suoi chierici presenti nell'Oratorio; non solo cioè agli ascritti, ma anche ai professi. Parlò ad essi della castità.

 

                Questa conferenza ci è pervenuta in due redazioni, che differiscono soltanto in cose accidentali; diamo la preferenza a quella del chierico Peloso[4], che è più soddisfacente. [15] Pare che il nostro esercito vada ognor più ingrossando. Se tutte le volte che io vengo qui, vi debbo vedere sempre più numerosi, il diavolo non so come se la caverà.

 

                Cominciamo dal ringraziare il Signore d'averci concesso di poter finire nella sua santa grazia l'anno 1875; e ringraziamolo pure d'aver incominciato nella sua santa grazia, come speriamo, l'anno 1876. Speriamo eziandio di passar bene tutto quest'anno, come è naturalmente mio desiderio e vostro.

 

                L'altra volta che io venni qui a fare la conferenza ho detto qualche cosa riguardo alla vocazione, suggerendo alcune regole per conservarla[5]; oggi io dirò qualche cosa riguardo al modo di conservare il frutto di questa vocazione.

 

                Quando uno si consacra al Signore, a Lui fa dono di tutte le sue passioni ed in special modo a lui consacra tutte le sue virtù. Ma queste non si possono tener sempre nei debiti termini, non si possono da noi stessi con facilità custodire, specialmente la virtù della castità, la quale è il centro su cui si fondano, si basano e si rannodano tutte le altre virtù.

 

                Non intendo io già venir qui a dipingervi le bellezze di questa virtù; chè non basterebbero a spiegarle nè conferenze prolungate di anni intieri, nè volumi per quanto grossi e a migliaia per citare tutti gli esempi che di essa si trovano nel Nuovo e nell'Antico Testamento, e per raccontare gl'innumerevoli miracoli che fece il Signore per conservarla ne' suoi divoti.

 

                Non voglio neanche parlarvi del digiuno, dell'astinenza da un cibo piuttosto che da un altro, della mortificazione insomma dei sensi, la quale giova non poco alla conservazione di questa virtù, ed a fortificare lo spirito: oh no! Queste cose voi leggerete nei libri dei Santi e vi saranno esposte nelle varie conferenze che si faranno. Ma voi direte: - Ecco qui D. Bosco! E’ venuto per parlare ai suoi chierici in particolare, egli li ama come la pupilla dell'occhio, e che cosa ci dirà di bello?

                Io vi dirò essere la castità la gemma, la perla più preziosa, in special modo per un sacerdote e quindi per un chierico che ha consacrata la sua vita, la sua verginità tutta al Signore. Ora nella posizione in cui vi trovate, voi avete bisogno di conoscere certe piccole cose, che sommamente concorrono a conservare una virtù così bella, senza la quale un sacerdote, un chierico è nulla,- colla quale posseduta un sacerdote, un chierico è tutto, ed ogni tesoro ha nelle sue mani.

 

                Veniamo dunque a dire di queste piccole cose tanto vantaggiose e facili. E quali sono? Noi le verremo esponendo un poco alla volta e vedrete di quanta utilità esse sieno.

 

                1° Comincio dal dire che non poco gioverà alla conservazione della virtù della castità l'esatta osservanza dei propri doveri. Non [16] voglio già con questo nome intendere lo studio, le assistenze, il catechismo e tutti gli altri uffizi particolari di ciascuno, ma sibbene che si faccia quanto richiedono le prescrizioni delle regole: che cioè vi sia puntualità in tutto. Puntualità nel venire al pranzo, nell'andare in chiesa o al riposo.

 

                2° Trovarvi in ricreazione e in questa impiegare il tempo stabilito. Guardate però che la ricreazione non sia una dissipazione, nè una mormorazione contro quella regola o quell'altra, oppure contro alcun Superiore, ma che sia una vera ricreazione, un sollievo dell'animo e della mente, che furono al mattino occupati nello studio: finita la ricreazione, anche il corpo sarà sollevato e ciascuno andrà a compiere i diversi suoi uffizi: chi allo studio, chi alla meditazione, chi a far scuola, ecc.

 

                Ma mi direte voi: - Cosa ha da fare la ricreazione colla virtù della castità? -Ed io vi dirò esser ella un mezzo efficacissimo onde conservarla. Voi necessariamente assistete i giovani o dovrete assisterli. Certe volte vi verrà dato di vedere un giovane che sta bene di corpo ma è pensieroso. Parla con nessuno e, quando è interrogato, dice parole ingarbugliate, delle quali nessuno capisce il senso. Coloro che sono istruiti ed hanno la grazia di conoscere il cuore umano, di penetrarne le più intime latebre, conoscono che in quella mente si aggirano pensieri non verecondi; conoscono che se quel giovane non è ben tenuto d'occhio è capace di andarsi a ficcare in qualche bugigattolo per ivi leggere libri osceni; conoscono che la castità in lui corre sommo pericolo.

 

                Da che cosa procede questo? Tutto dall'ozio della ricreazione. Col fermarsi lì solo, la sua mente cominciò a fabbricare certi castelli cui prima poco o nulla pensava; pensandovi sopra, ne venne il compiacimento, quindi il diletto, e dal diletto all'opera è breve il passo. San Filippo Neri che conosceva a fondo questa virtù, diceva ai giovani: - Gridate, schiamazzate pure quanto volete, ma non fate peccati. Perciò i giovani mettevano e molto bene in pratica questo avviso.

 

                Ma certe volte il frate domestico usciva dalla sua cella e sentendo tutto quel rumore e vedendo tutto quel chiasso per i corridoi e i giovani che mettevano sossopra tutto e rompevano tutto, li sgridava. - Eh, canaglia! E’ questa la maniera di fare? Rompere, guastare ogni cosa? - Ma i giovani non lo ascoltavano nè punto nè poco; lo lasciavano gridare a suo piacimento e continuavano un fracasso da finimondo. Ne avevano avuta la licenza dal Direttore e questo loro bastava. Il fraticello, vedendo che quella turba non voleva obbedirlo, andò da San Filippo Neri e sdegnato gli disse: - Bisogna assolutamente che venga a sgridare questi ragazzacci. Non vede che fanno sprofondar la casa?

 

                San Filippo Neri usciva dalla sua stanza e chiamando a sè tutti i giovani: -Neh!, figliuoli, ascoltatemi. State fermi, se potete! Schiamazzate piano! - E i giovani si precipitavano a più clamorosi divertimenti [17] e il fraticello si ritirava tutto mortificato e brontolando. Avrebbe voluto menare le mani per impedire tanto vandalismo.

 

                Ma san Filippo non cessava di avvisare sul serio i suoi confratelli, dicendo: -Non permettete mai che i giovani stiano oziosi in tempo di ricreazione. - Lo stesso dico anche a voi. Camminate, ridete, schiamazzate, che sono contento. Non vi dico di andar ora a giocare a barrarotta, chè invece di sabbia trovereste un strato di neve.

 

                Ma, finita la ricreazione, anche in ogni altra regola si continui ad essere puntuali.

 

                Vi sarà studio; e voi non lasciatelo mai: è vostro dovere occupare ogni ritaglio di tempo per acquistarvi nuove cognizioni: E' tempo di merenda? ed io esorto a farla tutti quelli che ne sentono bisogno. Poi vi sarà l'ora della Chiesa e si vada con divozione per dar buon esempio; quindi allo studio. Insomma, tutto a suo tempo e bene.

 

                Sovrattutto, osservanza nelle regole dell'Oratorio!

 

                3° Ma basta tutto questo? Sì che potrebbe bastare, se tutto l'orario fosse eseguito fedelmente.

 

                Una regola che ho sempre raccomandata, raccomando e raccomanderò sempre, è questa: che alla sera, dette le orazioni, facciate il possibile per non trattenervi a parlare con qualche compagno. Dopo le orazioni si vada subito a letto.

 

                Chi ha l'obbligo di fare qualche passo di più nel dormitorio per assistere, lo faccia, ma con riservatezza.

 

                Caso mai in quella camerata si avesse un compagno assistente, non fermarsi mai a far chiacchiere.

 

                Peggio ancora è l'andare a dar la buona notte ad un giovane o a un altro chierico; perchè una parola tira l'altra e la cosa va in lungo: e poi il chiacchierare in tempo di camera dopo le orazioni, oltre all'essere vietato dalle regole dell'Oratorio, è giudicato da tutti cosa pericolosa.

 

                Adunque uniformità in tutto e specialmente nel riposo.

 

                Mi ricordo che Virgilio, nel suo quarto libro delle Georgiche, dice che le api, giunto un dato tempo, si mettono tutte a lavorare ed a un altro momento fisso, tutte incominciano a riposarsi. Così si esprime: 0mnibus una quies, labor omnibus unus.

 

                E' necessario che questa regola si osservi fedelmente. Qui non si potrebbe dire tutto quello che si dovrebbe; ma quello che posso dirvi, e che debbo dire, si è che una gran parte dei recenti disordini sono avvenuti per alcuni, i quali, non curando questa regola, andavano a chiacchierare alla sera con altri, dando scandalo ai giovani stessi. Altri invitavano il compagno a bere nella propria cella. E ciò è cosa assolutamente proibita.

 

                Ciascheduno deve stare nella propria cella, nè si deve muovere d'un passo per andare nella cella di un altro, se non in caso di somma necessità.

 

                Vi fu chi scrisse lettere e fece progetti in queste occasioni, i quali, [18] se non erano opposti totalmente alla virtù della castità, pure le erano di non lieve inciampo. Furono gravi dispiaceri che non solo Don Bosco provò, ma li provarono anche quelli che ne furono cagione, essendo stati costretti a sfrattare dalla Congregazione. E perchè? Perchè alla sera invece di andare a letto si fermarono a chiacchierare fuor di tempo. Di taluni si ebbero solamente sospetti, ma di altri non mancarono prove certe. Rovinati anche nell'onore, dovettero andarsene dall'Oratorio, perchè non seppero custodire questa virtù.

 

                4° Inoltre alcuni che sono tardi nell'andare a letto la sera, sono eziandio tardi nel levarsi al mattino. - A che ora suona la levata?

 

                - Alle 5 e ½.

 

                - Oh bene! Vuol dire che io posso dormire un quarto d'ora di più. In un altro quarto d'ora io faccio tutto; mi vesto, mi lavo, fo il letto....

 

                Ma il quarto d'ora è passato!

 

                - Adesso levarmi? Ma.... là.... stiamo ancora cinque minuti. Cinque minuti più, cinque minuti meno fa poi lo stesso. - così dorme o meglio poltrisce ancora per cinque minuti.

 

                Ma questi minuti sono passati e forse ne sono passati più di dieci e quindici.

 

                - Come fare? Eh là.... Ho letto in Cicerone che agli studiosi è permesso dir bugie...[6] e poi le bugie non sono dannose. Dirò che non mi sento bene. - Eh, miei cari, -quando si fa così, si dà al corpo più di quello che conviene.

 

                Quelli che dànno da mangiare ad un poledro, ad un cavallino, cosa dànno loro per cibo e quanto? Domandatelo un poco e vedrete che cosa vi risponderanno. Essi vi diranno: - Noi loro diamo un poco di fieno, un poco di avena, ossia il necessario, ma non di più; perchè altrimenti fanno i matti, rompono il freno e non obbediscono più ad alcuno.

 

                Lo stesso dobbiamo noi dire del corpo. Sicut equus et mulus, come il cavallo o l'asino e il mulo. Se noi gli diamo soverchio nutrimento, intestardisce e ricalcitra. Incrassatus impinguatus recalcitravit.

 

                Il demonio circuit quaerens quem devoret; va attorno a noi per trovare qualche boccone, nel quale ficcare i denti e divorarselo. E non vi è solamente il demonio meridiano che assalta coloro i quali vogliono riposare dopo pranzo, ma vi è anche il demonio mattutino del quale parla il libro di Tobia.

 

                Questo demonio distoglie eziandio l'animo dalle preghiere. Quando vi sono due che pregano, il Signore sta in mezzo a loro e l'Agnello immacolato raccoglie le loro divote preghiere e le presenta all'eterno Padre, ottenendo grazie, consolazioni e premi grandissimi. Al contrario [19] quelli che dànno albergo a questo demonio, se ne stanno a poltrire sul letto, quindi non partecipano alle pratiche di pietà che si fanno dagli altri e da ciò una perdita gravissima per grazie non ricevute da Dio.

 

                Di più dànno al corpo un nutrimento dannoso, il qual nutrimento li rende più pigri, e lamentandosi quasi sempre di essere privi del riposo necessario, porgono occasione al demonio di tentarli; sebbene egli non abbia bisogno che essi gli porgano occasioni, poichè queste sanno purtroppo cercarsele anche senza suggestioni. Ed a queste tentazioni un poltrone saprà resistere, potrà tenersi su nella castità ? Eh! vi assicuro che è assai difficile; o per lo meno, se resiste, io vi dico che ci vuole un miracolo della grazia del Signore, che impedisca la caduta nel peccato.

 

                Ma questi miracoli il Signore li fa sempre ? Oh credetelo pure che non li fa sempre! Egli li fa quando ne vede la necessità, quando uno non si è messo da sè nell'occasione; li fa quando vede che senza un miracolo non si potrà salvare quell'anima dalle unghie del demonio.

 

                Alcuni mi diranno: - Ma questa vita io l'ho fatta sempre e non sono mai caduto.

 

                Ma io gli rispondo: - Non sei mai caduto in pensieri, opere, desideri cattivi?- Se egli mi risponderà negativamente, io gli dirò chiaro: - Se tu mi narri il vero, il Signore ha operato un gran miracolo di grazia per tenerti su.

 

                Io non ho tempo di contarvi esempi dei quali ne avrei una quantità enorme; ma ve ne racconterò uno che ieri sera mi fu riferito per lettera da uno già chierico, e per tale difetto andato via dall'Oratorio.

 

                Io voleva portarla giù e leggervela; ma l'ho dimenticata di sopra. Tuttavia ve ne dirò qui il tenore. Egli scrive così: " Una sera finite le orazioni, Ella dalla cattedra caldamente raccomandava ai giovani di guardarsi dal demonio del mattino, di non trattenersi cioè tra le coltri per alcuni minuti di più dopo la campana, per godere di quella beata pigrizia.

 

                - Io non volli credere alle sue parole, non volli seguire il suo consiglio e diceva fra me: - Oh! Don Bosco ricorre a quest'arte solamente per farci alzare per tempo.- Ed io perciò continuava sempre nella mia solita vita pigra. Ma intanto in quei pochi minuti il demonio incominciò ad alzarsi lui in vece mia e standomi attorno, mi presentava innanzi una fantasia non mala, ma sconveniente; poi mi metteva nella mente un leggero pensiero disonesto, quindi sempre più questo pensiero si faceva gigante e impetuoso: ne veniva quindi la compiacenza, poi il consenso e finalmente l'opera. Andato via dall'Oratorio girai per un seminario, poi per un altro, sempre tormentato dagli stessi pensieri, dallo stesso demonio del mattino finchè mi risolsi a mettere in pratica quel suo avviso. Allora incominciai ad essere un po' più tranquillo. Quando incominciai ad alzarmi, combattei [20] non poco, ma finalmente vinsi la seconda mattina, e il demonio fu sconfitto.

 

                " Ora però io ho perduto la mia vocazione e sa Iddio come me la caverò in questo mondo.

 

                "Prenda pure, o Don Bosco, da me un esempio per istruzione dei suoi chierici; dica, se vuole, anche il mio nome, chè io credo esservi ancora alcuni di mia conoscenza; e dica pure che tutte queste sventure che mi affliggono, mi vennero sopra perchè non fui pronto al mattino a saltar giù dal letto al suono della levata, onde incominciare e poi passare santamente la giornata "

 

                Oh quanti altri esempi dolorosi come questo io potrei raccontarvi! Ma continuiamo a parlare di questo demonio mattutino, perchè si possono trarre molte altre conseguenze dal nostro ragionamento e notare tutto ciò che succede, anche di poco onorevole, a colui che si lascia predominare da questa misera pigrizia.

 

                Il nostro poltrone, dopo di aver detta la bugia ciceroniana, finalmente si alza.

 

                E ce ne vogliono delle stiracchiature prima che sia sceso di letto.

 

                E' vestito.

 

                Ma la prima mancanza non basta. Dice: - Ora è tempo di andare a Messa; ma, se vado a Messa, non posso più studiare la lezione. Dunque? Andremo in istudio e dopo, se ci sarà tempo, andremo a Messa.

 

                E va allo studio, ove continua il suo ragionamento: - Andare a Messa, mentre gli altri vanno a far colazione? Ed io mi sento un appetito, una fame!... Dunque oggi lasceremo d'andare in chiesa e pregheremo meglio domani.

 

                E va a far colazione. Quand'ecco s'incontra in uno che gli dice: - Come stai?

 

                - Oh va bene!

 

                - Dove vai?

 

                - A far colazione.

 

                - E la Messa non l'ascolti?

 

                - Che cosa vuoi? è già tardi.

 

                - Quest'oggi è giovedì, e la regola non dice di far la comunione?

 

                - Ah! già che è vero: ma adesso non c'è tempo (o meglio non c'è la voglia), la farò domani!

 

                Ebbene, domandate un po' a costui alla sera come ha passata la giornata, ed egli, se è sincero, vi risponderà certamente che l'ha passata male, perchè l'ha incominciata colla pigrizia del mattino.

 

                Hoc genus daemoniorum non eicitur nisi in ieiunio et oratione. Attenti: non crediate già che io voglia dirvi che questi difetti non si vincono altrimenti che col digiuno prolungato, tutt'altro! Io .non vi dico che digiuniate: però una cosa che vi raccomando si è la temperanza.

 

                Guardatevi specialmente dal vino. Quello che si dà a pranzo e [21] a cena, è appena il necessario nè può far male, anzi è bene che si beva: e poi non è già barbera d'Asti da far male. Scrivete tuttavia ben bene nel vostro cuore, che vino e castità non vanno mai d'accordo insieme.

 

                Ci vuole temperanza. Ma pure in alcuni manca non poco.

 

                E fa dispiacere assai l'essersi trovate nelle celle o nei bauli di alcuno bottiglie di liquori e di vini, botticini di acquavite, pollastri, pasticci dolci ed altri manicaretti di simil genere. Ma cari miei! Alla mattina avete latte e pane a piacimento da potervi abbondantemente sostentare. A pranzo avete quello che è necessario e che è di sanità e di giovamento al corpo; lo stesso si può dire a cena. Non so che cosa vi possa mancare! Mangiare ad ore indebite è da ghiottoni, è un aggravarsi di troppo lo stomaco. E poi vengono ammalati e vanno in infermeria. Loro si dimanda: - Che cosa hai? - Essi stan lì non sapendo che cosa dire e ti rispondono: - Mi sento.... ho lo stomaco...

 

                - Oh, lo so che hai lo stomaco: ma che cosa ci hai fatto?

 

                - Mi sento male qui al fondo.

 

                - Eh, gli risponderei io: se tu non avessi mangiato troppo fuori di tempo, nè ti sentiresti male, nè saresti costretto ad andare in infermeria.

 

                E qui noto un disordine avvenuto in questi giorni stessi, e credo che quel tale che lo commise non sia più qui in mezzo a voi. Il fatto sta che quel bonomo, mentre tutti gli altri giovani erano in riposo, si ritira nella sua cella ed invita un suo compagno a far merenda.

 

                Mangiano un bel pollastro, poi bevono; poi di nuovo mangiano e bevono; e dopo aver ciarlato a piacimento, se ne vanno al riposo con quella piccola bagatella sullo stomaco e con sommo pericolo di guadagnarsi un colpo apoplettico, o qualche altro terribile malore.

 

                Non so come sia andata per la castità in quei momenti; dico solo che se la conservarono intatta, ciò fu per una speciale grazia del Signore.

 

                E poi è assolutamente proibito condurre persone nella propria cella. E quando si introducono, e l'obbedienza? e le regole? dove vanno esse?

 

                6° Un'altra cosa che non è punto di vantaggio alla castità si è l'amicizia; non l'amicizia vera, fraterna, ma quell'amicizia particolare che il cuore nostro nutre più per uno che per un altro. Certuni, e non sono i pochi, attratti da qualche dote sia corporale che spirituale di un altro compagno, o subalterno, tendono ad amicarselo, offrendogli ora un bicchier di vino, ora un confetto, ora un libro, ora un'immagine, ora altre cose.

 

                Si comincia in tal modo a coltivare le amicizie che escludono gli altri e preoccupano mente e fantasia. Quindi occhiate appassionate, strette di mano, baci; poi più avanti qualche letterina, qualche altro regalo: “fammi questo piacere, fammi quest'altro, vieni, andiamo in [22] quel luogo, in quell'altro ". Intanto i due amici si trovano impigliati nel laccio senza che se ne accorgano.

 

                Giovani che per gli anni addietro davano moltissime speranze di buona riuscita, ora o non sono più all'Oratorio, o se ci sono ancora, menano una vita ben differente dalla primiera. Avvisati di troncare, di rompere certe amicizie particolari, non sapevano darsi ragione di simile avviso; essi credevano in ciò esservi nulla di male; ma intanto venivano sempre più freddi verso gli altri compagni, verso i Superiori e verso Dio stesso.

 

                E questi non sono fatti da andarsi a leggere nelle storie del Medio Evo, ma sono fatti moderni che accaddero e tuttora accadono. Io potrei raccontarvi di molti e molti che si rovinano per queste amicizie, predilezioni e relazioni particolari fra i compagni. Onde io vi esorto ad essere o amici di tutti o di nessuno.

 

                Usciti di refettorio, è tempo di ricreazione.

 

                V'imbattete in un vostro amico o scolaro e vi mettete a passeggiare con lui: sta bene.

 

                Ma se ne viene un altro, poi un secondo, poi altri ancora, costoro siano sempre trattati al pari del primo.

 

                Non già, se siete in compagnia di uno il quale prediligete, anche perchè più studioso, più buono, trattare gli altri diversamente da lui; ma si deve essere padre comune, maestro comune in tutto e per tutti.

 

                Io stesso posso dirlo schiettamente di non aver nessuno in casa che io prediliga più di un altro, tanto il più alto di voi io amo, come il più umile artigiano. Tutti sono miei figli e per salvarli volentieri darei la mia vita stessa, perchè essi sono e devono essere tutti, giusto il detto di san Paolo, gaudium  meum et corona mea.

 

                7° Un altro mezzo poi per combattere questo nemico della castità, questo demonio... mi rincresce il dirlo, ma essendo noi tutti qui raccolti da noi soli, voglio darvi un avviso che vi sarà di non poco giovamento.

 

                Quando si va agli agiamenti, bisogna procurare di allontanarsi subito finito l'uffizio, imperciocchè là è il sito in cui il demonio incomincia ad assalire, là nel luogo più schifoso.

 

                Se uno si ritira subito, guadagna molto, perchè si leva dall'occasione di mancare a tanta virtù: altrimenti il demonio lavora, lavora terribilmente contro chi si trova così solo; la fantasia incomincia pur essa a lavorare e da ciò si possono certe volte avere funestissime conseguenze.

 

                Se prima si vinse l'interperanza per conservare la bella virtù o meglio opponemmo il ieiunium alla tentazione, in questo caso si deve esercitare l'oratio.

 

                8° Alla sera prendete questa bella abitudine. Quando siete per ficcarvi sotto le coltri., pronunciate piano piano qualche preghiera e vedrete che il demonio non vi tenterà più.

 

                - Ma, dirà alcuno, io mi addormento subito non appena sono [23] in letto. - Ed io gli risponderei. - Fortunato te! E’ questo che io voglio.

                Mi dirà allora un altro: - Ma io certe volte sto delle ore senza addormentarmi.

                Io gli risponderei:

 

                - Pregate, pregate sempre.

 

                - Ma io non ne ho voglia.

 

                - Pregate; fatevi forza, pregate, perocchè il Signore, vedendo in voi tanta confidenza ed umiltà, vi darà la forza per poter resistere a quelle gravi tentazioni e vi farà riuscir vincitori.

                Tempo fa venne a visitarmi il professore Garelli, ora Provveditore agli studi, il quale in mia presenza e su questo proposito diceva:

 

                - Sa lei in che modo io faccio, affinchè quella brutta bestia del demonio notturno non mi venga ad assalire?

 

                - No, gli risposi: e quale sarebbe mai?

 

                - Semplicissimo. Appena sono in letto, mi metto subito a numerare contando dall'uno e andando sino al mille. Così facendo debbo confessare che la cifra massima alla quale arrivo è il cinquanta; anzi non mi ricordo di esservi mai giunto. Prendo subito sonno e all'indomani mi desto colla fantasia e colla mente tranquilla.

                Altri hanno la bella abitudine prima di addormentarsi di ripassare mentalmente qualche canto di Dante, qualche tratto di Virgilio, oppure la lezione scorsa, ovvero quella del domani studiata la stessa sera. E questo uso io approvo, anzi io dico bravissimo a chi fa ciò, perchè, così facendo, la fantasia si stanca, e la mente stanca ed aggravata dal sonno prende riposo.

 

                Io avrei su questo riguardo a dirvi tante altre cose, ma basta per ora. Sono avvisi che vi dà famigliarmente un padre affezionato, ma non come dall'alto di un pergamo e neppure come per conferenza.

 

                Desidererei che ciò che io dico a voi non si spargesse poi fra i giovani, ma che fossero massime proprie vostre e che le portaste scolpite nel cuore. Nemanco vorrei che si raccontasse per tutto che Don Bosco disse questa e quest'altra cosa. Però poco m'importerebbe che si sapesse ciò.

 

                Come vedete, non sono cose di molta entità; ma benchè piccole hanno una grande importanza, e praticate sono molto vantaggiose.

 

                Soprattutto non dimenticate mai le pratiche di pietà proprie della Congregazione, essendo il fondamento dell'edifizio della santificazione vostra.

 

                Nella Messa io pregherò per voi, onde possiate conservare la Virtù della castità, per consecrarla un giorno a Maria con voto.

 

                Questa grazia domandatela nella santa comunione per voi, per i compagni, per i Superiori, per me, affinchè non abbia da predicarla agli altri invano, se per disgrazia non l'avessi io.

 

                Insomma domandiamola a vicenda di cuore ed il buon Dio ce la concederà. [24] Due giorni dopo questa conferenza il Beato fece giungere una parola paterna a tutti i Soci in tutte le Case, augurandosi che la sua lettera fosse considerata “come scritta ad ognuno in particolare”.

 

                Prima di riferirla diamo un'occhiata al Catalogo del 1876. Vi troviamo registrati 112 professi perpetui, 79 professi triennali, 84 ascritti e 55 aspiranti; dei professi 66 sono sacerdoti. Vi compaiono poi quattro nuove case, quelle cioè di Nizza mare, di Bordighera-Vallecrosia, di S. Nicolás de los Arroyos e di Buenos Aires. Non finirà l'anno che di parecchie altre si verrà ad accrescere il numero. Si direbbe che le contraddizioni, non che tarpare le ali al suo zelo, gliele irrobustissero a voli più spiegati. Infatti nel 1880 egli farà a questo proposito una confessione assai eloquente. Da Roma il Cardinale Segretario di Stato gli aveva comunicato “un reclamo” dell'Ordinario torinese. Il Beato, informandone. per esigenze d'ufficio il suo Procuratore a Roma, gli scrisse: “Tutte le volte che ci frappongono imbarazzi, io rispondo sempre coll'apertura di una Casa”[7]. Così allora, in mezzo a dispiaceri dello stesso genere, creava nell'Oratorio la scuola di fuoco, preludio alla sezione dei Figli di Maria nell'Ospizio di Sampierdarena, e vivaio fecondo di vocazioni ecclesiastiche e religiose[8].

 

                Anche questo vale a dimostrare. quanto fosse netta a' suoi occhi la visione della missione propria, missione che si affermava ogni anno più largamente, senza che giammai i contrasti valessero ad arrestarne lo sviluppo. Quindi è che gli amici provarono allora viva soddisfazione leggendo la prima volta nell'Annuario La Gerarchia Cattolica e la Famiglia Pontificia “il carissimo nome” del Beato “come Superiore Generale”[9]: la qual cosa, come di prassi, non potevasi [25] fare senza il consenso della Segreteria dei Vescovi e Regolari[10].

 

                Veniamo ora alla circolare del capo d'anno, che recò a tutti e singoli i Soci la parola incoraggiante e ammonitrice del santo Fondatore.

 

                Figliuoli miei in G. C. Carissimi,

 

                Compiuta la visita delle nostre Case, sento in me il bisogno di trattenermi alquanto con voi, Figliuoli Carissimi, intorno alle cose che possono tornare alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio della nostra Congregazione.

 

                Prima di ogni altra cosa sono lieto di potervi assicurare che sono stato assai soddisfatto del procedimento materiale e morale, sia in ciò che si riferisce all'amministrazione interna, sia nelle relazioni sociali esterne. Si lavora, si osservano le Costituzioni della Società, si mantiene la disciplina, si frequentano i Santi Sacramenti, si promuove lo spirito di pietà e si coltivano le vocazioni in coloro che per buona ventura dessero segni di essere chiamati allo stato Ecclesiastico.

 

                Di tutto siano rese grazie al Signore, alla cui Bontà e Misericordia è dovuto quel poco di bene che si va facendo tra noi.

 

                Ho pure la consolazione di parteciparvi come la Nostra Società prenda ogni giorno maggior incremento. L'anno testè spirato si aprirono parecchie nuove case; altre saranno aperte in questo 1876. Il personale cresce in numero ed attitudine, ma appena taluno è fatto idoneo a cuoprire qualche uffizio, la Divina Provvidenza presenta l'opportunità di porsi all'opera.

 

                Ma che diremo delle dimande che si fanno di aprire case in tutte parti? In molte città d'Italia, di Francia, d'Inghilterra: nell'America del Nord, del Centro, del Sud, e segnatamente nell'Impero del Brasile e nella Repubblica Argentina, in Algeria, nella Nigrizia, in Egitto, in Palestina, nelle Indie, nel Giappone, nella China, nell'Australia vi sono milioni e milioni di creature, ragionevoli, che tutte sepolte nelle tenebre dell'errore, dall'orlo della perdizione levano loro voci al Cielo, dicendo: Signore, mandateci operai evangelici che ci vengano a portare il lume della verità, e ci additino quella strada che sola può condurci a salvamento.

 

                Parecchi nostri confratelli, come ben sapete, diedero già ascolto a queste commoventi voci e partirono per la Repubblica Argentina, donde recarsi tra le tribù selvaggie della Patagonia; ma in tutte le loro lettere scritte nel loro viaggio, e dai luoghi di loro missione fanno continuo risuonare la stessa voce: Mandate, mandate operai. [26]

                Fra le altre cose notano come l'Archidiocesi del Brasile, Rio Janeiro, ha due milioni di abitanti con pochissimi Sacerdoti e con appena cinque Chierici in Seminario.

 

                O miei cari, io mi sento profondamente addolorato al riflettere la copiosissima messe che ad ogni momento e da tutte parti si presenta, e che si è costretti di lasciare incolta per difetto di operai.

 

                Noi però non perdiamoci d'animo, e per ora ci applicheremo seriamente col lavoro, colla preghiera e colla virtù a preparare novella milizia a G. C.; e ciò studieremo di conseguire specialmente colla coltura delle vocazioni religiose; se farà d'uopo, a suo tempo offriremo anche noi stessi a quei sacrifizi che Dio si degnasse chiedere per nostra ed altrui salvezza.

 

                Intanto nel desiderio di venire a cose valevoli a coltivare le vocazioni religiose, ed efficaci per conservare lo spirito di pietà tra i Salesiani e tra i giovanetti affidati a noi, io mi fo a raccomandarvi alcune cose che l'esperienza mi ha fatto ravvisare sommamente necessarie.

 

                1° In ogni casa e specialmente in quella di S. Filippo Neri in Lanzo, diasi la massima sollecitudine di promuovere le Piccole Associazioni, come sarebbe il Piccolo Clero, la Compagnia del SS. Sacramento, di S. Luigi, di Maria Ausiliatrice e dell'Immacolata Concezione.

 

                Niuno abbia timore di parlarne, di raccomandarle, favorirle e di esporne lo scopo, l'origine, le Indulgenze ed altri vantaggi che da queste si possono conseguire.

 

                Io credo che tali Associazioni si possono chiamare Chiave della pietà, Conservatorio della morale, sostegno delle vocazioni Ecclesiastiche e Religiose.

 

                2° Guardatevi bene dalle relazioni, amicizie o conversazioni geniali o particolari sia per iscritto, per colloquii, sia per mezzo di libri o di regali di qualunque genere.

 

                Quindi le strette di mano, le carezze sulla faccia, i baci, il camminare a braccetto, o passeggiare colle braccia l'uno in collo dell'altro, sono cose rigorosamente proibite non solo dico tra voi, e tra di voi e gli allievi, ma eziandio tra gli allievi stessi.

 

                Teniamo altamente fisse in mente nostra le parole di San Girolamo, che dice: Affezione per nessuno o affezione egualmente per tutti.

 

                3° Fuga del secolo e delle sue massime.

 

                Radice di dispiaceri e di disordini sono le relazioni con quel mondo che noi abbiamo abbandonato e che vorrebbe di nuovo trarci a lui. Molti, finchè vissero in casa religiosa, apparivano modelli di virtù; recatisi presso ai parenti o presso gli amici, perdettero in breve tempo il buon volere, e ritornati in religione non poterono più riaversi, e taluni giunsero a perdere la medesima vocazione.

 

                Pertanto non recatevi mai in famiglia, se non per gravi motivi, e in questi gravi motivi non ci andate mai senza il dovuto permesso, e per quanto è possibile accompagnati da qualche confratello scelto dal Superiore. [27] L'assumervi commissioni, raccomandazioni, trattare affari, comperare o vendere per altrui conto sono cose da fuggirsi costantemente, perchè trovate rovinose per le vocazioni e per la moralità.

 

                4° La sera dopo le orazioni ciascuno vada subito a riposo. Il fermarsi a passeggiare, chiacchierare, o ultimare qualche lavoro, sono cose dannose alla sanità spirituale ed anche corporale.

 

                So che in certi siti, grazie a Dio non nelle nostre case, si dovettero deplorare dolorosi disordini, e cercatane l'origine, si trovò nelle conversazioni iniziate e continuate nelle ore cui noi accenniamo.

 

                La puntualità nel recarvi al riposo è collegata colla esattezza nella levata del mattino, che con pari insistenza intendo di inculcare. Credetelo, miei cari, l'esperienza ha fatto fatalmente conoscere, che il protrarre l'ora del riposo al mattino senza necessità, fu sempre trovata cosa assai pericolosa. Al contrario l'esattezza nella levata, oltre di essere il principio di una buona giornata, si può eziandio chiamare un buon esempio permanente per tutti. A questo proposito non posso omettere una calda raccomandazione ai Superiori di fare in modo che tutti, nominatamente i Coadiutori e le persone di servizio, abbiano tempo di assistere ogni mattina alla Santa Messa, comodità di ricevere la Santa Comunione e accostarsi regolarmente al Sacramento della Penitenza secondo le nostre Costituzioni.

 

                Questa lettera, che io indirizzo a tutti in generale vorrei che fosse considerata come scritta, ad ognuno in particolare; che ogni parola di essa venisse detta, ripetuta le mille volte all'orecchio di ciascuno, affinchè non fosse mai dimenticata.

 

                Ma io spero che per l'affezione che mi portate, per l'impegno che ognor mostrate nei vostri doveri, sopratutto nel mettere in pratica i consigli del vostro Padre spirituale ed amico nel Signore, mi darete la grande consolazione di essere non solamente fedeli a queste raccomandazioni, ma di più le interpreterete nel senso che viemeglio potranno contribuire alla maggior gloria di Dio e della nostra Congregazione.

 

                Con questa persuasione e nella speranza di potermi fra non molto ritrovare fra voi, prego Dio che tutti vi benedica e vi conceda sanità stabile e il prezioso dono della perseveranza nel bene.

 

                Pregate in fine anche per me che vi sarò sempre, in G. C. N. S.

 

                Torino, 12 gennaio 1876.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

ALL'ORATORIO.

 

                Per i giovani dell'Oratorio due sole parlate serali noi possediamo, notevoli entrambe sia nel loro contenuto che nella loro intonazione. Nella prima, che è del 7, l'intensità  [28] del freddo obbliga il buon Padre a raccomandare i mezzi più acconci, perchè tutti si premuniscano contro gli effetti della rigida stagione; poi dà notizie dei Missionari; infine con la massima naturalezza prorompe in un bel fervorino su Gesù Sacramentato e sullo spirito missionario.

 

                State attenti, miei cari figliuoli, che io vi darò alcuni salutari consigli, i quali, se saranno da voi messi in pratica, vi saranno di grande giovamento. Quando vi trovate in studio, in refettorio, od in parlatorio, voglio dire in quei luoghi in cui l'ambiente è più caldo, non tenetevi molto coperti; e quando ne uscite, procurate di mettervi un fazzoletto al collo, oppure alla bocca e al naso per alcuni minuti secondi, onde impedire che alla respirazione d'aria calda ne succeda una d'aria fredda, perchè, ciò potrebbe produrvi un gran male.

 

                Così pure quando andate od uscite di camera. Al mattino, quando vi alzate da letto, procurate di astenervi per alcuni minuti dall'uscire dalla camera, onde non impedire la traspirazione ai pori dilatatisi sotto le coltri; e se caso volesse che doveste uscire, almeno copritevi ben bene. Quando siete in letto guardate che le coperte vi coprano il collo; poichè se il collo e le spalle restassero esposte all'aria, poco o nulla vi gioverebbe l'avere indosso anche un materasso. Andando a letto procurate eziandio di mettervi sopra la roba vostra, perché possiate avere più caldo. Non dico questo per coloro che hanno un mucchio di coperte, ma bensì per quelli altri che ne soffrono penuria. Questi tali però, a cui i parenti non hanno provvisto, potrebbero dire se hanno freddo o no, poichè si provvederebbe subito, come si è già fatto con molti: ma non stare lì intirizziti, dir niente ed esporsi in tal modo a molti malanni.

 

                Io stesso ho veduti alcuni che erano vestiti da estate, ed avendo loro domandato perchè non mettessero la roba d'inverno, mi risposero con una sola ragione; cioè che non avevano nè maglie, nè corpetti, nè altro. Se vi fossero altri giovani in questo stato, domandino, e come di vestiario si provvidero altri loro compagni, così, essi saranno provvisti. Vedete, tutte queste sono piccole cose, ma si trascurano facilmente e si possono guadagnare certi raffreddori, certe costipazioni che poi, non si curano nè punto nè poco. Vi prego di mettere in pratica i miei avvisi, perchè, vedete, io voglio che stiate bene nell'anima; dico nell'anima perchè così potrete stare anche bene di corpo. Dio provvede ai suoi figli.

 

                Noi, come già sapete, abbiamo ricevute lettere dai nostri missionari da Rio Janeiro, la prima terra che videro dopo san Vincenzo, ultima isola del Capo verde. Essi ci dicono tante belle cose; che stettero ben undici giorni null'altro vedendo che cielo ed acqua; che ebbero il mare agitato e soffrirono tutti chi più chi meno il così detto  [29] mal di mare, che proviene dallo stomaco. Raccontano altri molti particolari che io qui non dico, ma che vi saranno letti da questo luogo domani a sera. Questa lettera porta la data degli 8 dicembre e noi la ricevemmo mercoledì, cioè ai 5 di gennaio, sicchè stette in viaggio circa un mese. Essi dicono che quando arriveranno a Buenos Aires ci scriveranno di nuovo e tale lettera deve essere già in viaggio. Calcolando che l'abbiano scritta ai 13 od ai 14 di dicembre, noi, se così Dio vuole, l'avremo ai 14 od ai 15 di questo mese, cioè da qui ad otto giorni,

 

                Come già vi dissi, queste lettere si faranno stampare; così chi volesse potrà mandarle a casa, e poi col tempo se ne formerebbe un piccolo libretto, che stampato unitamente ad altri documenti di questa missione, non riuscirà discaro il leggerlo.

 

                Don Cagliero vi ringrazia molto delle preghiere e delle comunioni che avete fatte per lui, perchè tutte le felicità incontrate ed il prospero viaggio, tutto attribuisce alle orazioni de' cari giovanetti dell'Oratorio. Dice eziandio che il giorno dell'Immacolata Concezione ha celebrata la Messa, applicandola precisamente per voi e per tutti quelli della Congregazione. Si raccomanda poi che continuiate. Fate adunque tutti qualche altra comunione per lui e per i Missionari suoi compagni, non dico già domani o dopo domani, ma con vostro comodo. Quelli poi che non potessero fare la comunione, facciano una visita al Santissimo Sacramento ed implorino dal Signore le grazie necessarie ai Missionari e che li rimuneri per i grandi sacrifizi che hanno fatti. Sono grandi questi sacrifizi! Esporsi ai pericoli di un lungo viaggio e pericoloso per guadagnare anime a Dio! Abbandonare tutti i loro compagni, i parenti, tutto, per seguire le orme di Gesù Cristo e portarne la religione in quei lontani paesi! Per questo si fecero grandi sacrifizi di spese e di roba.

 

                Vi raccomando adunque ancor io, e tanto, una comunione o una visita in chiesa e anche entrambe queste due cose insieme.

 

                Oh che felicità poter ricevere nel nostro cuore il Divin Redentore! quel Dio che ci deve dare la fortezza e la costanza necessaria in ogni momento di nostra vita. Il sacro tabernacolo poi, cioè Gesù Sacramentato che si conserva nelle nostre chiese, è fonte di ogni benedizione e di ogni grazia. Egli sta apposta in mezzo a noi per confortarci nei nostri bisogni. Credetelo pure, miei cari figliuoli, colui che è divoto del Santissimo Sacramento, cioè va con frequenza a fare buone comunioni, e colui che va a far visite a Gesù Cristo nel tabernacolo, costui ha un pegno sicuro della sua eterna salvezza.

 

                Un'altra cosa ancora ci racconta Don Cagliero ed io non voglio tacervela. 1 Missionari andarono a trovare il Vescovo di Rio Janeiro, capitale dell'impero del Brasile, il quale li trattò tanto bene e tra le altre cose lagrimando loro disse che in tutto il suo Seminario ha soli cinque chierici e che ha già più di quaranta parrocchie non solo senza parroco, ma con nessuno che possa, benchè da lontano paese, recarsi [30] ad amministrare i Sacramenti a coloro che ne abbisognano. Nella sola sua vastissima diocesi avrebbe necessità non meno di cinquecento Salesiani che lavorassero alacremente. Vedete quanta scarsezza di preti in quei luoghi!

 

                Fatevi coraggio! Usate di quei due mezzi che vi ho accennati e io spero che a molti di voi il Signore darà tanta grazia e tanta forza di andare poi col tempo a lavorare nel Ministero Ecclesiastico in quei luoghi, dove così grande è il bisogno.

 

                Ricordatevi i consigli che vi ho dato, perchè vi possiate conservare in sanità. Buona notte.

 

                Nella seconda parlata il Servo di Dio prende occasione dalla novena di san Francesco di Sales, per dare ai giovani norme salutari circa la frequenza dei Sacramenti e sul pensare per tempo alla vocazione, esortandoli in ultimo a praticare la carità verso i compagni e a sopportare con pazienza gl'incomodi dell'inverno.

 

                Domani incominciamo la novena di san Francesco di Sales. E’ vero che avrebbe dovuto incominciare oggi per fare la festa nel giorno in cui cade; ma per maggiore comodità invece di sabato la faremo domenica ed è perciò che cominciamola novena solamente domani. La festa di San Francesco di Sales è la nostra festa titolare, cioè quella che dà il titolo all'Oratorio, che perciò si chiama: Oratorio di san Francesco di Sales. Bisogna che la facciamo colla maggior solennità e divozione possibile; quindi ciascuno in questa novena si prepari meglio che può per farla riuscire a vero profitto dell'anima sua.

 

                La gran cosa che io raccomanderei in questa, come generalmente in tutte le altre novene, è sempre quella che ora vi propongo. Ciascuno tenga la sua coscienza così aggiustata da poter fare la comunione tutte le mattine. Riguardo alla frequenza della comunione ognuno di voi ne parli, vada inteso col suo confessore, e si accosti alla sacra mensa quel numero di volte che gli sarà indicato. Ma il gran punto da non dimenticarsi mai, è di tenere costantemente la coscienza in tale stato da poter fare la comunione tutti i giorni.

 

                Qui è bene che io dica di un inconveniente, di cui si è già fatto parola nel passato. La sagrestia è spesso così piena di giovani, che non si può quasi neppure traversare. Vi sono alcuni che vengono non col proposito di confessarsi, ma di stare al caldo. Fin qui non ci sarebbe male, perchè essi cercherebbero di fuggire il freddo, poichè colui che è freddo, gelato, non è più capace di far nulla. Ma non è questa la ragione. Se in chiesa veramente facesse freddo o si gelasse, costoro avrebbero ragione di far ciò; ma siccome in chiesa c'è abbastanza caldo, non sono certamente da lodarsi se a questo modo trascurano [31] le preghiere comuni. Che se poi qualcuno si sentisse veramente freddo, ne parli a me o a Don Chiala o a Don Sala, che procureremo loro uno scaldino da portarsi in chiesa.

 

                Ma lasciando da parte gli scherzi, vi dirò che questo è un inconveniente non piccolo. Accade da molto tempo che non pochi giovani, e per lo più grandicelli, si vorrebbero confessare da me, e venendo in segrestia e trovandola già piena, dicono: - In questa mattina non posso confessarmi; verrò un'altra mattina. - Oppure sono costretti a mutar confessore, vedendo il gran numero che sempre mi circonda.

 

                Stabiliamo adunque alcune norme, perchè eziandio costoro possano essere contentati ed anche perchè dalla confessione ne venga maggior frutto alle anime vostre.

 

                E come prima norma si tenga questa. Nessuno si confessi prima degli otto giorni. Vi sono alcuni specialmente fra i piccolini, i quali verrebbero tutti i giorni. Per tutti in generale si tenga questa norma e allora vi sarà comodità per tutti. Nessuno però lasci mai passare il mese senza confessarsi: regola ordinaria sia ogni dieci, dodici ed anche quindici giorni. Molti dicono: - Noi desideriamo andarvi ogni otto giorni! - E costoro vadano ogni otto giorni e fanno bene.

 

                Ma dice qualcuno: - Io desidererei di andare con frequenza alla santa comunione, ma dopo un paio di giorni che mi sono confessato, sono già di nuovo come prima e se non mi confesso, non oso più andare alla comunione.

 

                Io direi a costui: - Se tu non sei capace di perseverare in tale stato di coscienza che ti permetta di andare per otto giorni alla comunione, io non ti consiglio la comunione così frequente.

 

                - Ma io ho voglia di emendarmi; andando a confessarmi così con frequenza, mi emenderei più facilmente.

 

                - Nossignore, rispondo io; il tempo che impiegheresti ad andarti a confessare la seconda e la terza volta in una stessa settimana, impiegalo a fare un proponimento un po' più fermo e vedrai che questo sarà più efficace, che l'andarti a confessare più con frequenza, come vuoi fare, ma sempre con poco dolore e con poco proponimento. Appunto il confessore ti ha imposto di andar più di rado, acciochè ti prepari meglio ed abbi le debite disposizioni. - Vi è un solo caso in cui io credo che uno debba andare con più frequenza a confessarsi ed è quando il confessore stesso, dopo di avere considerata bene la coscienza del suo penitente, gli dica: - Vienti pure a confessare ogni qualvolta ricadrai in questo o in quell'altro peccato; ciò è necessario per vincere quell'abito, per sradicare quella cattiva passione. Quando vi sia questo espresso consiglio del confessore, dato così per un fine speciale, è certo che il penitente ne ritrarrà del bene. Fuori di questo caso prendete l'abitudine di andare ogni otto giorni, ogni dieci, od anche ogni dodici e con questo potrete, secondo il consiglio del confessore, fare anche con molta frequenza la vostra santa comunione. [32] La seconda norma che voleva suggerirvi perchè si abbia maggiore comodità di confessarsi, si è questa. Io sono contento che veniate anche tutti a confessarvi da me; ma vedo che per lo più i piccolini sono i primi a circondarmi e poi venendo i più grandicelli trovano tutto ingombro e non potendo aspettare tanto, se ne vanno. È vero che anche i pesciolini sono cosa buona e, massimamente se riuniti molti insieme, se ne può fare una buona frittura; ma vi dico schietto che, quando si possono avere pesci più grossi, io sono più contento. Specialmente che costoro adesso sono negli anni in cui devono decidere seriamente della vocazione, e hanno più bisogno consigliarsi e di trattenersi con Don Bosco: costoro desidero che abbiano sempre la preferenza. E' vero che essi hanno ancora tutto l'anno di tempo per decidersi; ma io sarei tanto contento che nessuno aspettasse, per così importante decisione, gli ultimi giorni dell'anno. Allora la deliberazione sarebbe precipitata, con pericolo di non scegliere bene e che qualche fine umano entri a date il tracollo alla bilancia, mentre ungendo il decidere non è più calma la riflessione e non si può esaminare la cosa tanto pel sottile. Anzi io sono contento che anche quei di terza e di quarta ginnasiale incomincino a pensare alla loro vocazione. Non è mai troppo presto il meditare sul nostro avvenire e i giovani di terza e quarta sono già in un'età e ad un punto di studi da poterne parlare con vero profitto.

 

                Ed ora che cosa vi proporrò per onorare il nostro santo? San Francesco di Sales, voi lo sapete, è il Santo della mansuetudine e della pazienza. E. vorrei adunque che nella novena procuraste tutti di imitarlo in questa virtù. Vorrei che vi faceste un fondo di questa mansuetudine, la quale informasse sempre il vostro cuore e vi portasse ad amare i compagni, a non mai adirarvi con loro, a non trattarli con parole d'insulto o disprezzo, far loro sempre del bene quando si può, ma del male non farne loro mai e in nessun modo. E giacchè sono in questo, vorrei che specialmente proponeste che questo amore verso i compagni vi portasse a darvi dei buoni consigli gli uni agli altri e non mai, come pur troppo si fa tra gli uomini, spingersi l'un l'altro al male con cattivi consigli. Guardate! Non vi è altra cosa che possa fare più danno, specialmente quando sì è ancora in giovanile età, dei cattivi consigli. Vi è chi sarebbe risoluto a far bene, ed ecco un compagno che gli suggerisce una cosa cattiva, come sarebbe non perdonare, non obbedire, non consegnare un libro, non frequentare compagni buoni, star lontano dai superiori, non ascoltare i loro avvisi: e colui che prima aveva buona volontà, ora quasi senz'accorgersi cade nel male pel cattivo consiglio di quel compagno. Al contrario, credetemi pure, quando uno sa a tempo e luogo dare amorevolmente un buon consiglio ad un compagno, costui fa un gran bene. Il compagno per lo più non è ostinatamente deliberato di fare una cosa cattiva; la farà quasi senza riflessione, e se una voce amica lo avverte, se ne ritira ed è un male di meno e un bene di più. Oh se in questa novena [33] cominciaste a praticare il consiglio che vi do, e così continuaste durante tutto il corso dell'anno e nel restante di vostra vita, quanto bene potreste fare a voi stessi e quanto bene ai vostri compagni!

 

                Rimane ancora che io vi dia il fioretto. La stagione è piuttosto cruda ed io per fioretto vorrei che tutto il freddo, l'umidità e gli altri incomodi che soffrirete lungo la novena, li soffriste senza lamentarvi e ciò per dare gusto a san Francesco. Ogni volta che vi accade di patire qualche cosa, come malattie, insulti, offese, dite: Sia per amor di Dio. Il Signore sarà molto contento di questo e per intercessione di san Francesco vi benedirà.

 

                Chi poi volesse fare qualche altra pratica di pietà, la può fare e farà bene, specialmente, imitando questo Santo nel silenzio e nella castigatezza, nel parlare sempre modestamente senza offendere i vostri compagni.

 

                Io sono solito suggerire che in queste novene solenni si facciano comunioni lungo la settimana, con maggior frequenza di quelle che si farebbero negli altri tempi. Chi non può farla sacramentalmente, la faccia spirituale. Altri poi vada a far visita con frequenza al Santissimo Sacramento. Ciascuno proponga eziandio una grande puntualità nei suoi doveri. Buona notte!

 

AI COLLEGI.

 

                Prima che la moltiplicità delle opere consigliasse l'uniformità della strenna, la parola del Beato Don Bosco o direttamente o per il tramite dei rispettivi Direttori giungeva desiderata nel capo d'anno anche ai singoli collegi. Del '76 due soltanto di queste lettere augurali ci rimangono, una per Lanzo e l'altra per Varazze. Ai suoi figli di Lanzo scrisse così:

 

                Ai miei cari amici Direttore, Maestri, Professori, allievi, e a tutti gli abitatori del Collegio di Lanzo.

 

                Lasciate che ve lo dica, e niuno si offenda, voi siete tutti ladri; lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto.

 

                Quando io fui a Lanzo, mi avete incantato colla vostra benevolenza ed amorevolezza; mi avete legate le facoltà della mente colla vostra pietà; mi rimaneva ancora questo povero cuore, di cui già mi avevate rubati gli affetti per intiero. Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime hanno preso possesso di tutto questo cuore; ivi nulla più è rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene, salvare l'anima di tutti. [34] Questo generoso tratto di affezione m'invita a recarmi il più presto possibile a farvi una visita, che spero non sarà tanto ritardata. In quella occasione voglio proprio che stiamo allegri di anima e di corpo, e che facciamo vedere al mondo quanto si possa stare allegri di anima e di corpo, senza offendere il Signore.

 

                Vi ringrazio adunque cordialissimamente di tutto quello che avete fatto per me; io non mancherò di ricordarvi ogni giorno nella santa Messa, pregando la Divina Bontà che vi conceda la sanità per istudiare, la fortezza per combattere le tentazioni e la grazia segnalatissima di -vivere e morire nella pace del Signore. Al giorno 15 di questo mese, consacrato a S. Maurizio, celebrerò la Messa secondo la vostra intenzione; e voi mi farete la carità di fare in quel giorno la santa comunione, perchè anch'io possa andare con voi al Paradiso.

 

                Dio vi benedica tutti e credetemi sempre in G. C.

 

                Torino, 3 gennaio 1876.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Per i giovani di Varazze espresse i suoi sentimenti, scrivendo al loro Direttore Don Francesia e affidando a lui l'incarico di fare da interprete.

 

                Carissimo D. Francesia,

 

                Avrei tanto bisogno di vederti ed anche bisogno di parlarti. Forse ciò non sarà sino alla festa di san Francesco di Sales. Intanto mi faresti piacere di danni notizie sul personale insegnante, assistente e lavorante, sia in moralità sia in laboriosità secondo il bisogno. E’ vero che qui ci troviamo scarsi, ma se ti fosse assolutamente bisogno di qualcheduno farei in modo di trovarlo.

 

                Il Ch. Barberis mi esprime il suo desiderio di suonare (attivamente) il piano e mi dice di raccomandartelo. Certamente se tu lo vieti hai buon motivo. Ciò nulla di meno vedi se puoi con questa concessione ottenere qualche cosa che egli lasci a desiderare. In ogni caso però fa come credi meglio per la gloria di Dio.

 

                Io voleva scrivere una lettera ai tuoi e miei cari allievi per augurare loro e a te buone feste e buon capo d'anno. Ciò non potei fare allora e m'intendo farlo adesso. Siimi dunque interprete di tante belle cose presso a tutta la cara nostra famiglia di Varazze; di' a tutti che io li amo di tutto cuore nel Signore, che ogni giorno li raccomando nella santa Messa, chiedendo per loro sanità stabile, progresso negli studi e la vera ricchezza, il santo timor di Dio.

 

                Se poi vorranno farmi cosa veramente grata si è di fare una santa comunione secondo la mia intenzione, o meglio per un speciale bisogno, il terzo giovedì di questo mese. [35] Ho dei fastidi e giudicai di scriverti per sollevarmi un poco. Dio benedica te e tutti i tuoi e credimi in G. C.

 

                Torino, 10-1876.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco

 

                PS. - Oggi abbiamo avuto notizie da Marsiglia che i nostri Missionari giunsero il 13 passato dicembre a Buenos Aires.

 

                Per Borgo S. Martino c'è una paterna lettera, che veramente appartiene alla metà di febbraio, ma che sta bene anche in questo punto.

 

                Car.mo D. Bonetti

 

                Ho scritto al Cav. Rho[11] nel senso che mi hai indicato, ricordandogli le antiche promesse fattemi ripetutamente. Se - mi fa qualche risposta te la renderò visibile. Spero ogni cosa in bene.

 

                In vista del numero grande e forse ancora crescente del Collegio di S. Carlo, osserva un po' se non sia il caso di scegliere una decina circa dei più gracilini e poi, previo avviso ai parenti, inviarli a Lanzo, dove abbondano di spazio. Si sceglierebbero di preferenza quelli che sono di codeste nostre parti.

 

                Esamina questo punto e poi a suo tempo dimmi qualche cosa.

 

                Dirai a Giolitto che, non essendo abbastanza cattivo, nol posso esaudire. Saluta D. Gallo, Ferrero e Adamo con tutti i nostri confratelli e pregate per questo poverello che vi sarà sempre in G. C.

 

                Torino, 14-2-1876

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco

 

                I “fastidi” accennati nella lettera a Don Francesia erano i soliti, morali e materiali. Proprio in quel giorno aveva ricevuto da Roma notizia di lettere calunniose “contro il novello Istituto” che si seguivano le une dopo le altre[12]. Comunicazione ben sconfortante nel momento in cui Don Bosco aspettava che fosse accolta con favore la sua seconda istanza riguardo ai privilegi[13]. Era inoltre a sua [36] conoscenza essersi brigato perchè un'inchiesta fosse fatta sul metodo di studi teologici praticato nell'Oratorio. Le indagini vennero condotte in via confidenziale; ma ciò non diminuiva le preoccupazioni. Incaricato ne fu il teol. Negri residente in Torino. Egli si rivolse per informazioni al teol. Pechenino, che, amicissimo di Don Bosco, gli confidò la cosa. Questo suscitare diffidenze a Roma sul conto dei Salesiani affliggeva profondamente il Beato.

 

                Altri fastidi non lievi cagionava a Don Bosco la penuria grande di denaro. Solamente per le provviste all'ingrosso il magazzino dell'Oratorio aveva settantamila lire di debiti, cifra allora esorbitante, ed era proprio quello il tempo di pensare ai rifornimenti. Le angustie del povero Don Bosco trapelano abbastanza da questa sua lettera all'avvocato Galvagno di Marene, generoso benefattore dell'Oratorio[14]:

 

                Carissimo Sig. Avvocato,

 

                Nel ricevere questa lettera la S. V. dirà tosto: D. Bosco è alle strette e cerca carità. E’ proprio così. Mi trovo nel più crudo dell'invernale stagione con oltre la metà de' miei 900 ragazzi vestiti da estate. Se mai il Signore l'avesse posto in grado di potermi venire in aiuto, sarebbe proprio un vestire i nudi, che il Salvatore reputa fatto a se stesso, e che ci preparerà certamente buona accoglienza, quando ci presenteremo al suo divin tribunale.

 

                Sebbene io Le esponga il grave mio bisogno, La prego di fare solamente quello che può; perciocchè dal canto mio non mancherò di pregare egualmente ogni giorno, affinché Dio conceda a Lei, alla Signora sua moglie lunghi anni di vita felice e faccia che la sua figliuolanza cresca nella sanità e nel santo timor di Dio, mentre con profonda gratitudine ho l'onore ed il piacere di potermi professare

 

                D. V. S. Car.ma

 

                Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino, 12-1876.

 

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Dopo questo po' di commento ai “fastidi”, per i quali il Beato sentiva il bisogno di cercare sollievo scrivendo al [37] suo caro Don Francesia, noi ci rendiamo pienamente conto di ciò che Don Barberis nota nella sua cronachetta: “Don Bosco in questi giorni è molto abbattuto, e non sta bene”. Ma il medesimo cronista rileva subito dopo: “Pure pensa a tutto, su tutto s'informa e di tutto informa gli altri; dà disposizioni, pareri, consigli”. Non gli mancava tuttavia il conforto di solide consolazioni. - Consola molto, confessò a Don Barberis, il vedere come da tutti si va acquistando spirito religioso. Sì' le cose vanno proprio bene e finchè c'è molto da lavorare, le cose andranno bene sempre.

 

AI MISSIONARI.

 

                La parola che fu la prima di molte e molte altre indirizzate da Don Bosco ai suoi figli Missionari sul campo dei loro apostolato, è contenuta in una letterina la cui brevità, senza una frase oziosa, mentre dice mancanza di tempo e insieme gran desiderio di scrivere, esprime pure, se la si analizza con posatezza, un mondo di cose e di sentimenti. Dalla maniera d'annunciare la morte della madre Galeffi, Presidente di Tor de' Specchi, sembra che il Beato abbia scritto non già appena ebbe per la via di Marsiglia la notizia dell'arrivo dei Missionari, ma dopochè ricevette la prima lettera di Don Cagliero da Buenos Aires, che fu addì 17 gennaio.

 

                Carissimo D. Cagliero,

 

                Un cordialissimo saluto a te e a tutti i miei cari Salesiani, che teco dividono le loro fatiche.

 

                La Madre Galeffi è morta al 13 di questo mese. La Contessa Callori, Mamma Corsi, Mons. Fratejacci, Avv. Menghini vi fanno preghiere ed augurii.

 

                Ricordati che per ottobre noi faremo di spedire trenta figlie di M. A. con una decina di Salesiani; alcuni anche prima, se vi è urgenza.

 

                Attesa la grave penuria di clero che vi è nel Brasile, non sarà caso di spiare la possibilità di una casa a Rio Janeiro?

 

                Il nostro Comm. Gazzolo non scrive e non manda notizie. Salutalo da parte mia. [38] Dirai al Sig. Benitez che io lo ringrazio della bontà che vi usa: desidero tanto di vederlo; se mai non avrò questo piacere in terra, gli do fin d'ora l'appuntamento in Cielo. Amen.

 

                Dio vi benedica tutti. Allegri tutti in Domino,

                Torino, gennaio 1876.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Gran fatto questo della spedizione di Missionari nell'America! Nessun'altra partenza di simil genere aveva destato tanto rumore. Dopo la loro andata Don Bosco sparse a centinaia di copie la fotografia, che si vede in capo all'undecimo volume, unendola ai suoi biglietti di augurio per Natale e capo d'anno. Dopo il loro arrivo l'Unità Cattolica aperse una  rubrica intitolata “Da Torino a Buenos Aires”, sotto la quale dal 20 gennaio cominciò a pubblicare una serie di corrispondenze, aspettate con impazienza e lette con avidità; i numeri che le portavano, si facevano correre di famiglia in famiglia a Torino, sicchè ne veniva aumentato assai lo spaccio del giornale. Laggiù poi la Missione Salesiana rialzò il buon nome del clero italiano, non dappertutto ivi ben rappresentato; in Italia e fuori quella spedizione risvegliò un fervore straordinario per le Missioni estere; nella Congregazione molti invidiavano i loro confratelli partiti e stancavano il Beato con domande di partire.

 

                Termineremo questo capo nel modo stesso come l'abbiamo cominciato, cioè ascoltando ancora una volta la parola detta dal Servo di Dio nell'intimità. È un colloquio tenuto con Don Barberis il 21 gennaio. Di Don Barberis, uomo semplice retto e piissimo, il Beato disse un giorno: - Don Barberis ha capito Don Bosco. - Con Don Barberis, egli che, finchè fosse fattibile, amava nel governo uomini di soda virtù piuttostochè gente intellettuale, s'intratteneva volentieri a discorrere anche di cose intime. La sera di quel giorno dopo cena gli parlò, così: - Ve n'è del da fare, mio caro Don Barberis, oh! quanto vi è da fare. Oggi, come quasi tutti i giorni, alle due e un quarto dopo pranzo, ero già al tavolino a lavorare [39]; non mi sono mosso fino alle otto: eppure non ho potuto sbrigarmi di tutto. Ho ancora il tavolo coperto di lettere, che aspettano risposta. E non si può dire che io vada adagio nello scrivere. Ne fo passare del lavoro sotto le mie dita! M accorgo che a forza di pratica e dell'incalzarsi di una cosa sull'altra ho acquistata una celerità, che non so se possa darsi maggiore. Ma là... facciamo quel che si può ad maiorem Dei gloriam, e ciò che, non si potrà fare, bisognerà aver pazienza e lasciarlo non fatto.

                Qui Don Barberis lo interruppe, augurandogli lunghi anni e buona sanità, perchè potesse riuscire a sbrigare molti di questi grandi affari. Al che Don Bosco riprese: - Anch'io penso di tanto in tanto che, se il Signore mi concedesse di toccare gli ottanta ovvero gli ottantacinque anni e se mi continuasse a dare la sanità e la prontezza di mente che ora ho, delle cose se ne vedrebbero e non solo l'Italia, ma l'Europa e il mondo se ne dovrebbero accorgere. Ma il Signore disponga come crede. Io, fin che mi lascia in vita, vi sto volentieri. Lavoro quanto posso in fretta, perchè vedo che il tempo stringe e per molti anni che si viva, non si può mai fare la metà di quel che si vorrebbe. Fo i progetti, cerco di eseguirli, perfezionando molte cose finchè posso, e sto aspettando che suoni l'ora della partenza. Quando la campana col suo dan dan dan mi darà il segnale di partire, partiremo. Chi resterà a questo mondo, compirà ciò che io avrò lasciato da compiere. Finchè non oda il dan dan dan, io non mi arresto.

 

                La realtà è che Don Bosco, morendo, fece assai più che non fosse il lasciare ad altri di compiere l'incompiuto; egli ai suoi successori aveva preparato in tal guisa il terreno, che anche germi nuovi, animati dal suo spirito, hanno continuato e continuano ad attecchirvi senza che finora si prevegga o si abbia ragione di temere alcun arresto nella fecondità delle opere.

 

 


CAPO II. Due sogni: le mormorazioni; tre morti.

 

                Nella seconda metà di gennaio il Servo di Dio ebbe un sogno simbolico, del quale fece parola con alcuni Salesiani. Don Barberis lo pregò di raccontarlo in pubblico, perchè i suoi sogni piacevano molto ai giovani, facevano loro gran bene e li affezionavano all'Oratorio.

 

                - Sì, questo è vero, rispose il Beato, fanno del bene e sono ascoltati con avidità; il solo che ne riceva nocumento sono io, perchè bisognerebbe che avessi polmoni di ferro. Si può ben dire, che nell'Oratorio non ci sia un solo, il quale non si senta scosso da tali narrazioni; poichè per lo più questi sogni toccano tutti, e ciascheduno vuol sapere in quale stato io l'abbia veduto, che cosa debba fare, quale significato abbia questo o quello; ed io sono tormentato giorno e notte. Se poi voglio svegliare il desiderio delle confessioni generali, non ho da far altro che raccontare un sogno... Senti, fa' una cosa. Domenica andrò a parlare ai giovani, e tu interrogami in pubblico. Io allora conterò il sogno.

                Il 23 gennaio, dopo le orazioni della sera, egli montò in cattedra. Il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli. Fattosi un po' di silenzio, Don Barberis chiese di parlare e interrogò: - Scusi, signor Don Bosco, mi permette che io le faccia una domanda? [41]

                - Di' pure.

 

                - Ho sentito a dire che in queste notti scorse ha fatto un sogno di semenza, di seminatore, di galline, e che l'ha già raccontato al chierico Calvi. Vorrebbe favorire di raccontarlo anche a noi? Questo ci farebbe assai piacere.

 

                - Curioso!! - fece Don Bosco in tono di rimprovero. E qui scoppiò una risata generale.

 

                - Non importa, sa, che mi dia del curioso; purchè ci racconti il sogno. E con questa mia domanda credo d'interpretare la volontà di tutti i giovani, i quali certamente lo ascolteranno tanto volentieri.

 

                - Se è così ve lo racconto. Non voleva dir nulla, perchè ci sono cose che riguardano diversi di voi in particolare, e alcune anche per te, che fanno bruciare un po' le orecchie; ma poichè me ne richiedi, io racconterò.

 

                -Ma eh! signor Don Bosco, se c'è qualche bastonata per me, me la risparmi qui in pubblico.

 

                - Io racconterò le cose come le sognai; ciascuno prenda la parte sua. Ma prima di tutto bisogna che ciascuno tenga bene a mente, che i sogni si fanno dormendo, e dormendo non si ragiona; perciò se vi è qualche cosa di buono, qualche ammonimento da prendere, si prende. Del resto nessuno si metta in apprensione. Ho detto che io sognando di notte dormiva, perchè taluni sognano anche di giorno e alcune volte perfino essendo svegliati e con non leggiero disturbo dei professori, per i quali riescono scolari fastidiosi.

 

                Mi pareva di essere lontano di qui e di trovarmi a Castelnuovo d'Asti, mia patria. Aveva avanti a me una grande estensione di terreno, situata in una vasta e bella pianura; ma quel terreno non era nostro e non sapeva di chi fosse.

 

                In quel campo vidi molti che lavoravano colle zappe, colle vanghe, coi rastrelli ed altri strumenti. Chi arava, chi seminava il grano, chi spianava la terra, chi faceva altro. Vi erano qua e là i capi preposti a dirigere i lavori e fra costoro mi sembrava di esser anch'io. Cori di contadini stavano in altra parte cantando. Io osservava stupito e non sapeva darmi ragione di quel luogo. Meco stesso andava dicendo: - Ma a che fine costoro lavorano tanto? - E rispondeva a me [42] stesso: - Per provvedere le pagnotte ai miei giovani. - Ed era veramente una meraviglia il vedere come quei buoni agricoltori non desistessero un istante dal lavoro e incessantemente continuassero nel loro uffizio con uno slancio costante e colla stessa solerzia. Solo alcuni stavano ridendo e scherzando fra di loro.

 

                Mentre io contemplava così bel quadro, mi guardo attorno e vedo che mi circondavano alcuni preti e molti dei miei chierici, parte vicini, parte ad una certa distanza. Diceva tra me: - Ma io sogno; i miei chierici sono a Torino, qui invece siamo a Castelnuovo. E poi come ciò può essere? Io sono vestito da inverno da capo a piedi, solamente ieri io aveva tanto freddo, ed ora qui si semina il grano. - E mi toccava le mani e camminava e diceva: - Ma pure non sogno, questo è proprio un campo; questo chierico che è qui è il chierico A... in persona; quest'altro è il chierico B... E poi come potrei nel sogno vedere questa cosa e quest'altra?

 

                Intanto vidi lì presso, ma a parte, un vecchio che all'aspetto sembrava molto benevolo ed assennato, intento ad osservare me e gli altri. Mi accostai a lui e gli domandai: - Dite, bravo uomo, ascoltate! Che cosa è ciò che io vedo e non ne capisco nulla? Qui dove siamo? Chi sono questi lavoratori? Di chi è questo campo?

 

                - Oh! mi risponde quell'uomo; belle interrogazioni da farsi! Ella è prete e non sa queste cose?

 

                - Ma dunque ditemi! Credete voi che io sogni o che sia desto? Poichè a me par di sognare e non mi sembrano possibili le cose che vedo.

 

                - Possibilissime, anzi reali e a me pare che Lei sia desto affatto. Non se ne avvede? Parla, ride, scherza.

 

                - Eppure vi son taluni, io soggiunsi, cui sembra nel sogno di parlare, ascoltare, operare, come se fossero desti.

 

                - Ma no; lasci da parte tutto questo. Lei è qui in corpo ed anima.

 

                - Ebbene, sia pure; e se son desto, ditemi allora di chi sia questo campo.

 

                - Ella ha studiato il latino: qual è il primo nome della seconda declinazione che ha studiato nel Donato? lo sa ancora?

 

                - Eh! sì che lo so; ma che cosa ha da far questo con ciò che vi domando?

 

                - Ha da far moltissimo. Dica adunque quale è il primo nome che si studia nella seconda declinazione.

 

                E’ Dominus.

 

                E come fa al genitivo? Domini!

 

                Bravo, bene, Domini; questo campo adunque è Domini, del Signore.

 

                - Ah! ora comincio a capire qualche cosa! - esclamai.

 

                Era meravigliato della conseguenza tratta da quel buon vecchio. Intanto vidi varie persone che venivano con sacchi di grano per seminare [43], e un gruppo di contadini cantava: Exit, qui seminat, seminare semen suum.

 

                A me pareva un peccato gettar via quella semente e farla marcire sotterra. Era così bello quel grano! - Non sarebbe meglio, diceva fra me. macinarlo e fame del pane o delle paste? - Ma poi pensava: - Chi non semina, non raccoglie. Se non si getta via la semente e questa non marcisce, che cosa si raccoglierà poi?-

 

                In quel mentre vedo da tutte le parti uscire una moltitudine di galline e andar pel seminato a beccarsi tutto il grano che altri spargeva per seme.

 

                E quel gruppo di cantori proseguiva nel suo canto: Venerunt aves caeli, sustulerunt frumentum et reliquerunt zizaniam.

 

                Io do uno sguardo attorno e osservo quei chierici che erano con me. Uno colle mani conserte stava guardando con fredda indifferenza; un altro chiacchierava coi compagni; alcuni si stringevano nelle spalle, altri guardavano il cielo, altri ridevano di quello spettacolo, altri tranquillamente proseguivano la loro ricreazione e i loro giuochi, altri sbrigavano alcuna loro occupazione; ma nessuno spaventava le galline per farle andar via. Io mi rivolgo loro tutto risentito e, chiamando ciascuno per nome, diceva: - Ma che cosa fate? Non vedete quelle galline che si mangiano tutto il grano? Non vedete che distruggono tutto il buon seme, fanno svanire le speranze di questi buoni contadini? Che cosa raccoglieremo poi? Perchè state così muti? perchè non gridate, perchè non le fate andar via?

                Ma i chierici si stringevano nelle spalle, mi guardavano e non dicevano niente. Alcuni non si volsero neppure: non badavano prima a quel campo, nè ci badarono dopo che io ebbi gridato.

 

                - Stolti che siete! io continuava. Le galline hanno già tutte il gozzo pieno. Non potreste battere le mani e fare così? - E intanto io batteva le mani, trovandomi in un vero imbroglio, poichè a nulla valevano le mie parole. Allora alcuni si misero a fugar le galline, ma io ripeteva tra me: - Eh sì! Ora che tutto il grano fu mangiato, si scacciano le galline

 

                In quel mentre mi colpì l'orecchio il canto di quel gruppo di contadini, i quali così cantavano: Canes muti nescientes latrare.

 

                Allora io mi rivolsi a quel buon vecchio e tra stupefatto e sdegnato gli dissi: - Orsù, datemi una spiegazione di quanto vedo; io ne capisco nulla. Che cosa è quel seme che si getta per terra?

 

                - Oh bella! Semen est verbum Dei.

 

                - Ma che cosa vuol dir questo, mentre vedo che là le galline se lo mangiano?-

 

                Il vecchio, cambiando tono di voce, proseguì:

 

                - Oh! se vuole una più compiuta spiegazione, io gliela do. Il campo è la vigna del Signore, di cui si parla nel Vangelo, e si può anche intendere del cuore dell'uomo. I coltivatori sono gli operai evangelici, che specialmente colla predicazione seminano la parola di [44] Dio. Questa parola produrrebbe molto frutto in quel cuore, terreno ben preparato. Ma che? Vengono gli uccelli del cielo e la portano via.

 

                - Che cosa indicano questi uccelli?

 

                - Vuole che le dica che cosa indicano? Indicano le mormorazioni. Sentita quella predica che porterebbe effetto, si va coi compagni. Uno fa la chiosa ad un gesto, alla voce, ad una parola del predicatore, ed ecco portato via tutto il frutto della predica. Un altro accusa il predicatore stesso di qualche difetto o fisico o intellettuale; un terzo ride sul suo italiano, e tutto il frutto della predica è portato via. Lo stesso deve dirsi di una buona lettura, della quale il bene resta tutto impedito da una mormorazione. Le mormorazioni sono tanto più cattive, in quanto che esse generalmente sono segrete, nascoste, e colà vivono e crescono, ove punto noi non ce lo aspettiamo. Il grano sebbene sia in un campo non molto coltivato, tuttavia nasce, cresce, viene su abbastanza alto e produce frutto. Quando in un campo di fresco seminato viene un temporale, allora il campo resta pestato e non porta più tanto frutto, ma pure ne porta. Se anche la semenza non sarà tanto bella, pure crescerà: porterà poco frutto, ma pure ne porterà. Invece quando le galline o gli uccelli si beccano la semente, non c'è più verso: il campo non rende nè punto nè poco; non porta più frutto di sorta. Così se alle prediche, alle esortazioni, ai buoni propositi terrà dietro qualche altra cosa come distrazione, tentazione, ecc. farà meno frutto; ma quando c'è la mormorazione, il parlar male o simili, qui non c'è poco che tenga, ma c'è subito il tutto che vien portato via. E a chi tocca battere le mani, insistere, gridare, sorvegliare, perchè queste mormorazioni, questi discorsi cattivi non si facciano? Lei lo sa!

 

                - Ma che cosa facevano mai questi chierici? io gli chiesi. Non potevano essi impedire tanto male?

 

                - Non impedirono nulla, egli proseguì. Taluni stavano ad osservare come statue mute, altri non ci badavano, non ci pensavano, non vedevano e se ne stavano colle braccia conserte, altri non avevano il coraggio d'impedire questo male; alcuni, pochi però, si univano anch'essi ai mormoratori, prendevano parte alle loro maldicenze, facevano il mestiere di distruggitori della parola di Dio. Tu che sei prete insisti su questo; predica, esorta, parla, non aver paura di dir mai troppo; e tutti sappiano che il fare le chiose a chi predica, a chi esorta, a chi dà buoni consigli è ciò che reca più del male. E lo star muti quando si vede qualche disordine e non impedirlo, specialmente chi potrebbe o dovrebbe, questo è al tutto rendersi complice del male degli altri.

 

                Io tutto compreso da queste parole, voleva ancora guardare, osservare questa e quella cosa, rimproverare i chierici, infiammarli a compiere il proprio dovere. Ed essi già si movevano e cercavano di mettere in fuga le galline. Ma io, avendo fatti alcuni passi, inciampai in un rastrello, destinato a spianar la terra, lasciato in quel campo, [45] e mi svegliai. Ora lasciamo da parte ogni cosa e veniamo alla morale. D. Barberis! Che cosa ne dici di questo sogno?

 

                - Dico, rispose D. Barberis, che è una buona bastonata, e bazza a chi tocca.

 

                - Eh certo, riprese D. Bosco, è una lezione la quale bisogna che ci faccia del bene; e tenetelo a mente, o miei cari giovani, di evitare fra voi in ogni modo la mormorazione, come un male straordinario, fuggendola come si fugge dalla peste, e non solo evitarla voi, ma a tutto potere cercare di farla evitare agli altri. Alcune volte santi consigli, opere ottime non fanno il bene, che reca l'impedire una mormorazione e qualunque parola che possa nuocere ad altri. Armiamoci di coraggio e combattiamola francamente. Non v'è peggior disgrazia di quella di far perdere la parola di Dio. E basta un motto, basta uno scherzo.

 

                Vi ho contato un sogno avvenutomi già sono varie notti, ma in questa notte scorsa ne ho avuto un altro, che eziandio desidero narrarvi. L'ora non è ancora troppo tarda; sono appena le nove e posso esporvelo. Procurerò tuttavia di non andare per le lunghe.

 

                Mi parve adunque di trovarmi in un luogo che ora non ricordo più quale fosse: non era io più a Castelnuovo, ma mi pare che neppure fossi all'Oratorio. Venne qualcuno con tutta premura a chiamarmi: - D. Bosco, venga! D. Bosco, venga!

 

                - Ma e che cosa c'è di tanta premura? io risposi.

 

                - E' in corrente delle cose avvenute?

 

                - Io non intendo quello che tu vuoi dire; spiegati chiaramente, risposi ansioso.

 

                - Non sa, D. Bosco, che il tal giovane così buono, così pieno di brio, è gravemente infermo, anzi moribondo?

 

                - lo dubito che tu voglia prenderti gioco di me, gli dissi: perchè appunto stamane parlai e passeggiai con lo stesso giovane, che ora mi annunzi moribondo.

 

                - Ah, D. Bosco, io non cerco d'ingannarla e mi credo in debito di narrarle la pura verità. Quel giovane ha sommamente bisogno di lei e desidera di vederla e di parlarle per l'ultima volta. Ma venga presto, perchè altrimenti non è più in tempo.-

 

                Io senza sapere il dove, andai in tutta fretta dietro a quel tale. Arrivo in un luogo e vedo gente mesta e piangente che mi dice: Faccia pure presto, che è agli estremi.

 

                - Ma che cosa è accaduto? - rispondo. Vengo introdotto in una camera, dove vedo un giovane coricato, tutto smorto nel viso, d'un colore quasi cadaverico, con una tosse e un rantolo che lo soffocava e appena a stento gli permetteva di parlare: - Ma non sei tu il tale dei tali? io gli dissi.

 

                - Sì, sono il tale!

 

                - Come stai?

 

                - Sto male [46]

                - E come va che ora ti vedo in questo stato? Solamente ieri e stamattina non passeggiavi tranquillo sotto i portici?

 

                - Sì, rispose il giovane, ieri e stamattina passeggiavo sotto i portici; ma ora faccia presto, che io ho bisogno di confessarmi; vedo che mi resta più poco tempo.

 

                - Non affannarti, non affannarti; tu ti sei confessato da pochi giorni.

 

                - E’ vero e mi pare di non avere nessuna grossa pena sul mio cuore; ma tuttavia desidero ricevere la santa assoluzione prima di presentarmi al Divin Giudice.

                Io ascoltai la sua confessione. Ma intanto osservai che visibilmente peggiorava e un catarro era per soffocarlo. - Ma qui bisogna fare in fretta, dico fra me, se voglio che riceva ancora il santo viatico e l'olio santo. Anzi il viatico non potrà più riceverlo, sia perchè ci vuole più tempo per i preparativi, sia perchè la tosse potrebbe impedirgli d'inghiottire. Presto l'olio santo!

                Così dicendo, esco dalla camera e mando subito un uomo a prendere la borsa degli olii santi. I giovani che erano in sala mi domandavano: - Ma è veramente in pericolo? è proprio moribondo, come si va dicendo?

 

                - Purtroppo! io rispondeva. Non vedete che il respiro gli si fa ognor più grave e il catarro lo soffoca?

 

                - Ma sarà meglio portargli anche il viatico e così fortificato mandarlo nelle braccia di Maria!-

 

                Ma mentre io mi affaccendava nel preparar l'occorrente, sento una voce: - è spirato!-

 

                Rientro in camera e trovo l'infermo cogli occhi sbarrati; più non. respira; è morto.

 

                - E’ morto? io domando a quei due che lo assistevano. morto, mi rispondono: è morto!

 

                - Ma come va, tanto in fretta? Ditemi: non è desso il tale?

 

                - Sì, è il tale.

 

                - Non posso credere agli occhi miei! Solo ieri passeggiava con me sotto i portici.

 

                - Ieri passeggiava ed ora è morto, mi replicarono.

 

                - Per fortuna che era un giovane buono! esclamai. E diceva ai giovani che aveva attorno: - Vedete, vedete? Costui non ha nemanco più potuto ricevere il viatico e l'estrema unzione. Ringraziamo però il Signore, che gli diede tempo di confessarsi. Questo giovane era buono, frequentava abbastanza i Sacramenti e speriamo che sia andato ad una vita felice, o almeno in purgatorio. Ma se fosse un po' capitata ad altri la stessa sorte, che cosa ne sarebbe ora di certuni?

                Ciò detto, ci mettemmo tutti in ginocchio e recitammo un De profundis per l'anima del povero defunto.

 

                Intanto io andava in camera, quando mi vedo giungere Ferraris[15] [47] dalla libreria, il quale tutto affannato mi dice: - Sa, D. Bosco, che cosa è avvenuto?

 

                - Eh! purtroppo lo so! E' morto il tale! rispondo.

 

                - Non è questo che voglio dire; vi sono due altri morti.

 

                - Come? chi?

 

                - Il tale ed il tale altro.

 

                - Ma quando? Non capisco.

 

                - Sì, due altri, i quali morirono prima che ella giungesse.

 

                - E perchè allora non mi avete chiamato?

 

                - Mancò il tempo. Ma ella sa dirmi quando è morto questo qui?

 

                - A morto adesso! io risposi.

 

                - Sa ella in che giorno siamo e di qual mese? proseguì Ferraris.

 

                - Sì che lo so; siamo ai 22 di gennaio, secondo giorno della novena di S. Francesco di Sales.

 

                - No, disse Ferraris. Ella si sbaglia, signor Don Bosco; guardi bene. - Io alzo gli occhi al calendario e vedo: 26 di Maggio.

 

                - Ma questa è maiuscola! esclamai. Siamo di gennaio, e ben me ne accorgo dal come sono vestito, non si va vestiti così di maggio; di maggio non vi sarebbe il calorifero acceso.

 

                - Io non so che dirle, o che ragione darle, ma ora siamo ai 26 di maggio.

 

                - Ma se ieri solamente è morto quel nostro compagno ed eravamo in gennaio.

 

                - Si sbaglia, insistè Ferraris; eravamo in tempo pasquale.

 

                - Un'altra ne aggiungi ancor più grossa!

 

                - Tempo pasquale, sicuro: eravamo in tempo pasquale, e fu ben più fortunato di morire nella Pasqua, che gli altri due, i quali morirono nel mese di Maria.

 

                - Tu mi burli, io gli dissi. Spiegati meglio, altrimenti io non t'intendo.

 

                - Io non burlo niente affatto. La cosa è così. Se poi vuole saperne di più, e che io mi spieghi meglio, ecco! Stia attento! Aperse le braccia, poi battè le due mani una contro l'altra forte forte: ciac   Ed io mi sono svegliato. Allora esclamai: - Oh per fortuna! Non è una realtà, ma è un sogno. Quanto timore ho avuto! -

 

                Ecco il sogno che ho fatto la notte scorsa. Voi dategli quell'importanza che volete. Io stesso non voglio dargli interamente fede. Oggi però ho voluto vedere se coloro che mi parvero morti in sogno, fossero ancora vivi e li vidi sani e vigorosi. Certamente che non conviene ch'io dica, e non dirò, chi siano costoro. Tuttavia terrò d'occhio quei due: se sarà necessario qualche consiglio per vivere bene, lo darò loro, e li preparerò, facendo le volte larghe senza che se ne accorgano; perchè così, se accadesse loro di dover morire, la morte non li [48] trovi impreparati. Ma nessuno vada dicendo: Sarà questi, sarà quegli. Ciascuno pensi a sè.

 

                E non datevi nessuna apprensione di questo. L'effetto che deve fare in voi è semplicemente quello che ci suggerì il Divin Salvatore nel Vangelo: Estote parati, quia, qua hora non putatis, filius hominis veniet. E' questo un grande avvertimento, miei cari giovani, che ci dà il Signore. Stiamo apparecchiati sempre, perchè nell'ora in cui meno ce lo aspettiamo, può venire la morte e colui che non è preparato a morir bene, corre grave rischio di morir male. Io mi terrò preparato il meglio che posso e voi fate lo stesso, affinchè in qualunque ora piaccia al Signore di chiamarci, possiamo essere pronti a passare nella felice eternità. Buona notte.-

 

                Le parole di Don Bosco si ascoltavano sempre con religioso silenzio; ma quando egli `raccontava di queste cose straordinarie, fra le centinaia di ragazzi che gremivano il luogo, non si sentiva un colpo di tosse nè il più lieve fruscio di piedi. L'impressione viva durava settimane e mesi;. e con l'impressione avvenivano mutazioni radicali nella condotta di certi discoli. Si faceva poi ressa intorno al confessionale di Don Bosco. Di supporre che egli inventasse quei racconti per ispaventare e migliorare la vita dei giovani, non veniva in capo a nessuno, perchè gli annunzi di morti prossime si avveravano sempre e certi stati di coscienza veduti nei sogni rispondevano a realtà.

 

                Ma il timore prodotto da sì lugubri predizioni non era un incubo opprimente? Non pare. Troppe si presentavano le possibilità e le supposizioni in una moltitudine di più che ottocento giovani, perchè i singoli ne potessero essere preoccupati. Inoltre la persuasione realmente diffusa, che chi moriva nell'Oratorio, andava di certo in paradiso, e che Don Bosco preparava i designati. senza spaventarli, contribuiva a scacciare dagli animi ogni timore. D'altra parte si sa bene quanto sia grande la volubilità giovanile: sul momento la fantasia dei giovani rimane colpita e scossa; ma poi quel ricordo si libera ben presto da qualsiasi paurosa apprensione. Tanto ci attestavano unanimi i superstiti di quei tempi.

 

                Andati che furono i giovani a dormire, alcuni confratelli [49] che attorniavano il Beato, lo tempestavano di domande, per sapere se alcuno di loro fosse fra quei che dovevano morire. Il Servo di Dio, sorridendo secondo il suo solito e scotendo il capo, ripeteva: - Già, già! Verrò a dirvi chi è, con pericolo di far morire qualcuno prima del tempo!

 

                Visto che lì non si spillava nulla, lo interrogarono se nel primo sogno vi fossero anche dei chierici a far la parte delle galline, che, si abbandonassero cioè alla mormorazione. Don Bosco, che passeggiava, si fermò, girò gli occhi su gl'interlocutori e fece un risolino come per dire: - Eh! qualcuno sì; tuttavia pochi, e non aggiungo altro. - Allora gli chiesero che dicesse almeno se essi erano fra i cani muti; il Beato si tenne sulle generali, osservando che bisognava stare attenti a evitare e a far evitare le mormorazioni e in genere tutti i disordini, massime i cattivi discorsi. - Guai al prete e al chierico, disse, il quale, incaricato della vigilanza, vede i disordini e non li impedisce! Desidero si sappia e si ritenga che con la parola “mormorazioni” io non intendo solamente il tagliarci i panni addosso, ma ogni discorso, ogni motto, ogni parola, che possa in un compagno sminuire il frutto della parola di Dio udita. In generale poi intendo di dire che è un gran male starsene quieti, allorchè si conosce qualche disordine, non impedendolo o non cercando che lo impedisca chi di ragione.

 

                Uno più arditello mosse al Servo di Dio un'interrogazione alquanto azzardata. - E Don Barberis per che cosa entra nel sogno? Lei ha detto che ce n'era anche per lui, e Don Barberis stesso sembrava che si aspettasse una buona bastonata per sè. - Don Barberis era presente. Sulle prime Don Bosco accennava a non voler rispondere. Ma poi, essendo rimasti ai suoi fianchi solo alcuni preti e mostrandosi Don Barberis contento che egli palesasse il segreto, il Beato disse: - Eh! Don Barberis non predica abbastanza su questo punto; su quest'argomento non insiste quanto bisogna. Don Barberis confermò che nè l'anno innanzi nè durante [50] l'anno in corso si era mai fermato di proposito: su quelle materie nelle sue conferenze agli ascritti; ebbe perciò molto piacere dell'osservazione e se la legò all'orecchio per l'avvenire.

 

                Ciò detto, salirono le scale e tutti, baciata la mano a Don Bosco, si allontanarono e andarono a riposo. Tutti, meno Don Barberis, che secondo il consueto lo accompagnò fino all'uscio della sua stanza. Don Bosco, vedendo che era ancora presto e accorgendosi che non avrebbe potuto prender sonno, perchè fortemente impressionato dalle cose esposte, contro la sua costante abitudine fece entrare Don Barberis nella camera, dicendo: - Giacchè abbiamo ancora tempo, possiamo fare due passi su e giù per la stanza.

                Così continuò a discorrere per una mezz'ora. Disse fra l'altro: - Io nel sogno ho veduto tutti ed ho veduto lo stato nel quale ognuno si trovava: se gallina, se cane muto, se nel numero di coloro che avvisati si misero all'opera o non si mossero. Di queste cognizioni io mi servo confessando, esortando in pubblico ed in privato, finchè vedo che producono del bene. Da principio non faceva gran caso di questi sogni; ma mi accorsi che per lo più valgono a produrre l'effetto  di più prediche, anzi per alcuni sono più efficaci che un corso di esercizi spirituali; perciò me ne servo. E perchè no? Si legge nella Sacra Scrittura: Probate spiritus; quod bonum est tenete. Vedo che giovano, vedo che piacciono, e perchè tenerli segreti? Anzi osservo che contribuiscono ad affezionare molti alla Congregazione.

 

                - Ho provato io stesso, interruppe Don Barberis, di quanta utilità fossero questi sogni e quanto salutari. Anche narrati altrove, fanno del bene. Dove Don Bosco è conosciuto, si può dire che sono sogni fatti da lui; dove non è conosciuto, si possono presentare come similitudini. Oh, se sì potesse fame una raccolta, esponendoli in forma di similitudini! Sarebbero ricercati e letti da piccoli e da grandi, da giovani e da vecchi, con vantaggio delle anime loro. [51] - Già, già! Farebbero del bene, ne sono intimamente convinto.

 

                - Ma forse, lamentò Don Barberis, nessuno li ha raccolti per iscritto.

 

                - Io, riprese Don Bosco, non ho tempo, e di molti non mi ricordo più.

 

                - Quelli dei quali io mi ricordo, replicò Don Barberis, sono i sogni che si riferivano ai progressi della Congregazione, all'estendersi del manto della Madonna...

 

                - Ah, sì! - esclamò il Beato. E accennò a parecchie visioni di questo genere. Presa quindi un'aria più grave e quasi conturbato proseguì: - Quando penso alla mia responsabilità nella posizione in cui io mi trovo, tremo tutto... Che conto tremendo avrò da rendere a Dio di tutte le grazie che ci fa per il buon andamento della nostra Congregazione!

 

 


CAPO III. Le conferenze di san Francesco.

 

                La festa di san Francesco, che cadeva in sabato, fu trasportata alla domenica. Nella settimana seguente l'Oratorio rivide, secondo il solito, i Direttori delle case radunarsi a convegno intorno a Don Bosco e tenere una serie di conferenze dal martedì al venerdì. Arrivarono il lunedì e partirono il sabato, sicchè la domenica poterono trovarsi nei propri collegi per predicare ai loro giovani e confessare.

 

                Le memorie del tempo ci dicono che la loro presenza fu apportatrice di consolazione e di edificazione. Nessun sussiego in essi, ma grande familiarità con quei della casa, gran deferenza reciproca, grande arrendevolezza di tutti verso i Superiori, perfetto spirito di concordia e di mortificazione; spiccava però più d'ogni altra cosa l'affetto a Don Bosco e la riverenza alla sua persona, sicchè era generale la loro premura di conoscerne i desideri per secondarli.

 

                Abbiamo detto del loro spirito di mortificazione. Nessuna eccezione per essi a tavola, fuorchè nel giorno dell'arrivo per festeggiarli e per onorare gli ospiti, che Don Bosco volle invitare a pranzo. Ma quello che oggi quasi stentiamo a credere è che per camere avevano l'e piccole soffitte tuttora esistenti, e parecchie financo albergavano due inquilini. Di [53] meglio non c'era. E poi non persone di servizio a loro disposizione, ma assettarsi ognuno il proprio sgabuzzino. Le conferenze che duravano ore e ore, mattino e sera, toglievano loro quasi il tempo di uscire in città e di far visita ai parenti; ma l'allegria che regnava sovrana, temperava la noia e addolciva la fatica. Frizzi, lepidezze, omeriche risate rompevano la monotonia delle interminabili sedute, come tra buoni fratelli che si vogliono bene e godono di ritrovarsi insieme dopo più mesi di lontananza. Il Beato in quella vita di famiglia si sentiva nel suo elemento e ci godeva tanto! Il cronista, lodando il loro buono spirito, nota: “Nella celebrazione della Messa, nella preparazione e nel ringraziamento si scorge un raccoglimento ed una posatezza tale, che indicano chiaramente la carità che nel cuore sta accesa”.

 

                Ma avevano poi davvero cose di alta importanza da trattare? Ricorderemo due parole dette dal Servo di Dio nel '75.La prima è questa: “Sapienza e scienza, prevedere e provvedere”. Quei primi Direttori adunati per conferire sulle cose interne e intime della Congregazione ci dànno l'esempio di quel provvido antivedere, che. è il segreto di ogni buon governo. L'altra sentenza di Don Bosco ha tutta l'aria di un paradosso: “Nelle nostre case non abbiamo da occuparci che delle piccole cose; il resto viene da sè”. Quanti invece sarebbero tentati di credere che torni meglio fare il rovescio! Eppure la vita ordinaria non è che un gran tessuto di cose piccole, le quali si tirano dietro tutto. Comunque sia, noi, come nel volume undecimo, così in questo daremo un sufficiente ragguaglio di ogni seduta, riferendo un po' di ogni cosa detta o discussa o deliberata. I lettori provino a leggere, e poi chi ci s'annoia salti al capo seguente, chè non perderà il filo della storia.

 

                Non sembra alquanto singolare che nella prima adunanza presieduta da Don Rua, i Direttori si occupassero di personale, ossia di sue destinazioni, come farebbe oggi il Capitolo [54] Superiore o un Consiglio Ispettoriale? Tant'è: il Beato Don Bosco amava procedere non autoritativamente, ma paternamente. Come perciò a guisa di chi consulta interpellava spesso individualmente qualche confratello su cose già da lui studiate per ogni verso e deliberate, così gli piaceva mettere in consultazione provvedimenti, nei quali certo non gli bisognavano tanti lumi. Trattava insomma con i suoi come un padre tratta con i figli, che abbiano raggiunta e sorpassata l'età maggiore.

 

                Per l'Oratorio dunque si vedeva, la necessità di sostituire Don Chiala nell'ufficio di catechista degli artigiani. L'ottimo salesiano stava male, tanto male che entro l'anno morì. Fu proposto di mettere in suo luogo Don Branda, prefetto a Valsalice; ma nominalmente prefetto, giacchè il Direttore Don Dalmazzo riuniva in sè tutti i poteri. Questa circostanza fece sì che la discussione si allargasse, estendendosi ad una questione d'ordine generale. L'assemblea, gelosa delle consuetudini legittime, animatamente richiamò un principio, che è buono anche oggi. - Non s'introducano abusi, fu detto. Un Direttore non deve avere la facoltà d'interpretare le Regole come a lui pare, dando al prefetto le attribuzioni che egli vuole. Quando il Capitolo Superiore stabilisce con lui, che il tale gli faccia da prefetto, costui abbia in realtà la carica e le attribuzioni di prefetto. Poichè è bensì vero che per ora, finchè vive Don Bosco, tutti gli siamo sottomessi ed egli non ha che da esprimere un desiderio, perchè noi andiamo subito a gara per eseguirlo; egli quindi può porre, togliere, dare, crescere, diminuire, trasferire attribuzioni a chi gli pare e piace; ma è anche vero che ora bisogna dare alle cose un avviamento tale, che, anche mancando Don Bosco, non abbiano a nascere inconvenienti.

                Questa osservazione ne tirò un'altra non meno grave: non essere bene che il Direttore si assumesse anche la parte di prefetto per due motivi. Primo, perchè in tal caso egli doveva prendersi l'odiosità di mantenere la disciplina, scapitandone [55] in vario modo, massime per le confessioni[16]; secondo, perchè, se il Direttore faceva tutto da sè, nessuno vedeva che cosa facesse: non già che per allora si avessero a temere inconvenienti, ma questi erano possibili nel futuro, qualora non si stesse fermi nel principio di dare al prefetto il suo posto, secondochè glielo assegnavano le Regole.

 

                Ridiscesi al caso concreto, discussero un bel po' sulla persona più adatta all'ufficio di prefetto in quel collegio di nobili; finalmente la scelta cadde su Don Marenco, il futuro Vescovo e delegato Apostolico, uomo dalla presenza e dalle maniere distintissime.

 

                Gli adunati passarono poscia a discorrere degli esercizi spirituali soliti a farsi nei collegi verso la fine dell'anno scolastico, il qual tempo l'esperienza dimostrava ben poco propizio allo scopo; essere consigliabile invece di portarli piuttosto nella seconda metà di marzo o in aprile. Ragionavano così: - Questi esercizi sono il gran mezzo per rompere certe relazioni o amicizie malsane. Allora è che il giovane si determina a far bene, prendendo forti risoluzioni, che gli serviran di guida almeno per il corso dell'anno. Se invece gli esercizi sono al termine dell'anno, ecco che non c'è più tempo di eseguire i proponimenti fatti; e poi col fare così a lungo quel che si vuole, i mali incancreniscono. Inoltre, sopraggiungono le vacanze, che portano via anche quel tantino di frutto che la parola di Dio ha fatto nascere. - Accordatisi facilmente sulla data, si divisero senz'altro fra loro le predicazioni. Con ciò si chiuse la seduta mattutina del martedì 1° febbraio.

 

                Nell'adunanza pomeridiana Don Rua, che presiedeva, [56] comunicò il desiderio di Don Bosco, che si esaminasse quali chierici potessero proporsi alle ordinazioni. Ogni Direttore presentò quelli della propria casa, che avevano i necessari requisiti. Per gli ordini minori Don Cerruti sostenne che conveniva allargare la mano, concedendoli ai chierici del primo o secondo corso di teologia, cosa quanto mai atta a renderli contenti e a far loro del bene, non che conforme allo spirito della Chiesa, la quale suol frapporre lunghi interstizi fra un ordine e l'altro. Come agli ordini,- così si fecero ammissioni alla professione religiosa. Naturalmente qui le attribuzioni dei convenuti non erano uguali: i Direttori avevano voto consultivo e i Membri del Capitolo Superiore deliberativo.

 

                Esaurita questa parte, Don Rua fece una raccomandazione. Ai Direttori in quei primordi era concessa maggior libertà di azione che non ora; la Congregazione, come abbiamo visto nel volume undecimo, non si poteva assestare di colpo. Così avveniva che, anche senza previa intelligenza con Don Bosco, essi mandassero via aspiranti, ascritti o soci. Non si contendeva loro la facoltà di provvedimenti sommari, qualora le circostanze li esigessero; ma almeno se ne rendesse avvertito il Capitolo Superiore, e ciò prontamente, e non con la pura notificazione dell'uscita, ma anche con le indicazioni del tempo, della causa e del modo. Talora, volendosi allontanare un aspirante coadiutore, si trovava comodo inviarlo all'Oratorio; non si facesse mai senza darne previo avviso ai Superiori o almeno senza munire l'individuo di una lettera, che desse i ragguagli necessari ed opportuni.

 

                Come il secondo col primo, così il terzo oggetto non aveva niente che fare con tutt'e due. ]La Congregazione, ora che aveva preso il proprio posto nel mondo, sentiva d'aver fatto, per così dire, il suo ingresso nella storia e che la storia non basta farla, ma bisogna anche scriverla. Il Beato Don Bosco poi, che aveva conservato financo i suoi  [57] scarabocchi puerili e che non distruggeva neppure i più umili documenti, possedeva in sommo grado il senso storico. Non ci sorprende perciò il vedere come nell'ordine del giorno entrasse pure la proposta di nominare uno storiografo della Congregazione, il cui ufficio fosse di raccogliere le memorie e preparare la materia, che a suo tempo lo storico avrebbe messa in atto. Ma intanto urgeva compilare le cronache locali. Quindi ogni Direttore notasse le cose principali del suo collegio, non tralasciando nulla di quanto Don Bosco facesse o dicesse nelle sue frequenti visite. Qualora eglino ne fossero impediti, dessero l'incarico a qualche confratello, procurandogli il modo di essere bene informato. Si scrivesse dunque anzitutto in compendio la storia del collegio, indicando con esattezza il quando e il come dell'apertura e ogni avvenimento di rilievo, comprese le circostanze che avevano causato aumento o diminuzione di allievi dal principio fino al momento d'allora. In seguito registrassero i fatti più salienti di mano in mano che accadrebbero. Finito un quaderno, lo facessero ricopiare per bene sopra un gran libro, che non uscisse mai dal collegio; il quaderno, invece si mandasse alla casa madre. Che fortuna sarebbe oggi se da tutti si fosse messa mano all'opera; se i più diligenti avessero perseverato; se col volgere degli anni non fosse sceso l'oblio; se l'incuria non avesse lasciato perire quasi tutto il poco che erasi fatto! Il molto lavoro è certo una buona circostanza attenuante; ma questa non toglie, nè tempera il rammarico, e non impedisce nemmeno di esprimere l'augurio che si pensi un po' più alla storia, la quale non è vano trastullo di gente oziosa, ma veicolo della tradizione, scuola dell'esperienza e stimolo a ben meritare.

 

                Annessi o connessi del Regolamento riempirono il resto della seduta. Intorno al Regolamento nelle due conferenze annuali e in altre straordinarie erasi venuta agglomerando [58] tutta una congerie di deliberazioni, aventi per iscopo di dichiararne certe parti; se non che, mancando facilità di richiami, tante di queste deliberazioni, messe nel dimenticatoio, non si osservavano più da nessuno. Don Rua, fatto lo spoglio dei verbali, le raccolse, le riunì come in un corpo di note esplicative di esso Regolamento, dividendole in capitoli, e così classificate per materia le presentò all'esame dell'assemblea. Tolto, aggiunto, mutato quanto si credette conveniente, se ne decise la stampa e l'invio a tutte le case. Dal verbale di questa prima discussione tre cose soltanto emergono: una modalità, un'aggiunta e una digressione.

 

                Di dette norme una serie riguardava espressamente i Direttori; queste non parve opportuno che si rendessero di pubblico dominio; ma si vollero stralciate dal rimanente e mandate in copia manoscritta a chi di ragione. Nessunissima tendenza in ciò a un quissimile dei favolosi Monita secreta; si pensi piuttosto a quei “Ricordi confidenziali” per i Direttori, oggi tanto poco confidenziali, che son noti lippis et tonsoribus: sono direttive individuali, di quelle che non entrano affatto in un corpus iuris, non riguardano cioè i doveri e i diritti del Direttore, ma ne orientano e ne governano la coscienza nell'osservare gli uni ed esigere gli altri. Cose insomma da foro interno, dove i sudditi non han nulla a vedere. Per le stesse norme spiegative fu proposta fra le altre un'aggiunta sulla corrispondenza dei confratelli. Un confratello, recandosi in qualche collegio o partendone, non accettasse di portar lettere o checchessía senz'averne incarico dal Direttore locale; portandone poi con la debita licenza, non consegnasse direttamente al destinatario, ma al prefetto o al Direttore di quel tal collegio, affinchè, se credesse bene, vedesse. Chiunque inoltre faceva ritorno al proprio collegio, non recapitasse nulla che non fosse passato per le mani del Superiore; conseguentemente nessun confratello desse lettere a chi fosse sul punto di recarsi altrove, ma le consegnasse al prefetto, rimettendosi a lui per l'invio, [59] L'argomento della corrispondenza diede motivo a un notevole rilievo: essere troppo raro lo scambio di lettere fra i nostri confratelli, e doversi ciò considerare come un difetto; negli altri Ordini religiosi inculcarsi la frequenza dello scrivere, giudicandosi le lettere un gran mezzo per ottenere unità di spirito, per conoscersi bene, per alimentare la vera fratellanza, per prevenire disordini e per rimediarvi subito, se avvenuti. Come suol accadere nelle discussioni di simili assemblee, finchè si naviga in alto mare, è facile andar d'accordo ed anche entusiasmarsi per un'idea; ma appena dalla teoria si scende alla pratica, allora si dubita, si esita, si delineano divergenze d'opinioni. - Come fare? Ogni quanto tempo scriverci? A chi scrivere? In che modo scrivere? Vi fu unanimità nel riconoscere opportuno che ogni socio scrivesse a Don Bosco o al Capitolo Superiore almeno tre volte all'anno, preferibilmente in tre occasioni solenni, come nelle feste di san Francesco e di Maria Ausiliatrice e negli esercizi di Lanzo; inoltre si stimò cosa utile tener nota di chi avesse scritto, perchè il sapersi questo spingesse tutti a scrivere. Per altro si affacciò tosto un guaio. Siffatte lettere richiedevano risposta; ora i Membri del Capitolo Superiore a troppe faccende dovevano già attendere, perchè rimanesse loro il tempo di addossarsi per soprammercato anche questa. Si troncarono le dispute con riservarsi di farne parola a Don Bosco; e nel nome di Don Bosco a tarda ora si sciolsero.

 

                L'intera conferenza mattutina del secondo giorno fu spesa nel vagliare note dichiarative del Regolamento. Potrà sempre tornare di qualche vantaggio il conoscere come la pensassero intorno a certi particolari della vita pratica salesiana gli antichi Direttori, con a capo il Servo di Dio Don Rua, che si fece sempre un dovere di essere portavoce e interprete del Beato Fondatore. Sei sono i punti che ci sembrano degni di considerazione.

 

                1° Modificazione d'orario. Un tempo la scuola di canto [60] si faceva dopo la cena; indi uno alla volta tutti i collegi finirono con portarla prima della cena. Sapendosi per altro quanto ci tenesse il Beato Padre all'integrità e uniformità dell'orario stabilito, si voleva autorevolmente sanzionato questo mutamento. L'esperienza fatta incoraggiava a continuare così. I giovani profittavano di più a quell'ora; i maestri in tal tempo facevano assai più volentieri la scuola; con questa disposizione c'era più ordine e si perdeva meno tempo, perchè dallo studio le classi andavano difilato alla scuola di canto o alla ripetizione, mentre dopo cena era cosa più difficile e più lunga radunare gli allievi[17]. Tuttavia la direzione dell'Oratorio non volle adottare il cambiamento d'orario, senza avere la preventiva approvazione di Don Bosco.

 

                2° Rendiconti mensili. Conveniva o non conveniva entrare in cose di coscienza? Oggi il Codice di Diritto Canonico ha tagliato corto: Omnes religiosi Superiores districte vetantur personas sibi subditas quoquo modo inducere ad conscientiae manifestationem sibi peragendam[18]. La questione era già stata risolta negativamente altra volta, anche dai nostri. Si convenne però esser bene indagare sulle inclinazioni e sulle abitudini, in quanto queste non costituivano materia di confessione, anche perchè la loro conoscenza tornava a vantaggio dei sudditi, divenendo per tal modo possibile assegnare ai singoli occupazioni più confacenti e sapere come dirigerli in materia d'obbedienza, se con maniere dolci o con forme più risolute. Come in precedenti riunioni, così pure in questa si fece caldo appello ai Direttori, affinchè ricevessero con regolarità i rendiconti, i quali sono da ritenersi mezzo efficacissimo per guidare bene i collegi. [61]

                3° Conferenze quindicinali. Agli uni sembravano troppo frequenti; dove trovar materia da svolgere o da trattare a così brevi intervalli? Per altri la questione era di trovare il tempo; come fare di giorno a riunire tutti i confratelli? come fare a radunarli dopo le orazioni della sera, essendo essi allora stanchi e non potendosi andare tanto per le spicce? Vi fu chi propose l'esempio di qualche collegio, dove le conferenze si facevano alle cinque pomeridiane, affidandosi in quella mezz'ora l'assistenza dello studio a qualcuno che non fosse della Congregazione; essere l'ora scelta nell'Oratorio per la conferenza degli ascritti; perchè non introdurre la stessa usanza dappertutto? Don Rua disse: - Certamente la conferenza alle cinque pomeridiane arrecherà qualche inconveniente e bisognerà affidare ad alcuno l'assistenza dello studio in quel tempo. Tuttavia ciò non mi sembra cosa grave; si badi solamente di non affidare questo ufficio sempre allo stesso confratello, ma si alternino i soci, e chi non fu presente alla conferenza, si faccia ripetere le cose dette, pregandone qualcuno di coloro che vi si trovarono. Don Bosco dà grande importanza a queste conferenze.

                4° Sacri riti. Una nota ordinava ai preti di studiar bene le cerimonie; taluno biasimò la fretta, con cui vari sacerdoti andavano e venivano dall'altare. Don Rua disse: - Fra i sacerdoti secolari è uso disgraziatamente molto generale questo di andare troppo in fretta; forse i soli Filippini qui in Torino osservano quella gravità che è richiesta dalla - santità dell'azione. Non già che i nostri preti si possano nella maggior parte accusare di questa fretta; anzi pare che, eccettuati i Filippini, in nessun luogo si proceda più gravemente che da noi. Tuttavia in vari membri della Congregazione comincia a vedersi tale premura; perciò ogni Direttore raccomandi ai propri preti il contegno decoroso nei sacri riti. Parrà cosa da poco; eppure reca grandissima edificazione ai fedeli, e poi la santità della cosa richiede così. Veramente sarebbe ufficio dei catechisti invogliare su ciò;  [62] ma per ora da noi i catechisti sono troppo giovani e di poca autorità su gli altri preti; alcuni sono ancora chierici. Perciò il Direttore si prenda per ora questa incombenza e procuri che sia in incessu, sia in recessu, sia nelle cerimonie della Messa si proceda con molta gravità. - Un altro biasimo con invito a correggersi e a correggere toccò a coloro che, nel dire le preci andando e venendo dall'altare, nel far la preparazione. o il ringraziamento, nel recitar il breviario borbottavano.

 

                Che brutto modo di pregare! e che disturbo per i vicini!

 

                5° Il dare alle stampe. Un articolo del Regolamento diceva: “Non si faccia stampare nulla senza il consenso del Capitolo Superiore”. Per l'osservanza si vide la necessità di designare un membro di esso Capitolo, che avesse l'incarico di dare questo consenso. Non agisse però di suo arbitrio, ma ne riferisse ai Capitolari e rivedesse egli medesimo il lavoro o lo facesse rivedere da persona competente. L'ultima parola in proposito si volle riserbata a Don Bosco.

 

                6° Copie di nostre edizioni alle case. Vigeva la consuetudine che dei libri stampati a conto nostro si mandassero due copie in ogni collegio, non però dei libri stampati a conto di autori estranei. Delle Letture Cattoliche si continuasse a mandare una copia a ogni Confratello; della Biblioteca dei classici un numero di copie bastante ai professori.

 

                L'annunzio che alle ore cinque pomeridiane vi sarebbe stata la conferenza generale presieduta da Don Bosco pose termine alla riunione.

 

                Fu questa una solennissima tornata, a cui parteciparono tutti i confratelli dell'Oratorio, compresi gli ascritti e gli aspiranti, in numero di centocinquantasei. Si adunarono nella chiesa di san Francesco. I Capitolari e i Direttori sedevano in circolo entro il presbitero, rivolti al resto dell'assemblea; Don Bosco stava -nel mezzo, ai piedi dell'altare. Aperse egli la seduta dicendo: - Miei cari fratelli, eccoci radunati secondo l'usanza degli anni scorsi in occasione di questa festa di san Francesco di Sales, per conoscere l'andamento  [63] sanitario, materiale, scientifico ed anche morale di ciascuna casa della nostra Pia Società; il che ci verrà esposto dai singoli Direttori delle case, che qui si trovano presenti. Sarà primo a parlare il Direttore della casa più antica, quindi gli altri secondo l'ordine di anzianità delle case: poi si darà relazione dell'Oratorio. Io in ultimo parlerò non di qualche casa in particolare, ma dell'andamento della Congregazione e delle cose principali avvenute in quest'anno, che furono tante. Abbia la parola il Direttore di Borgo S. Martino. -

 

                Don Giovanni Bonetti disse che il suo collegio era troppo ristretto, per il gran numero di domande che si ricevevano. Nessun infermo fino allora in casa. I confratelli aver bisogno di freno nel lavoro, poichè i medesimi professori regolari volevano alla sera occuparsi anche delle ripetizioni; tante fatiche venir coronate da più vocazioni allo stato religioso ed ecclesiastico, che erano il frutto di fiorenti Compagnie. Le scuole comunali, affidate ai Salesiani, essersi per i buoni risultati guadagnata la fiducia delle famiglie e delle autorità locali; gli scolari- sommare a 130. Essendo caduta inferma la maestra comunale, le nostre Suore (così si diceva allora) dalla casa che avevano aperta l'anno antecedente nel collegio, andavano a far scuola alle ragazze con immenso piacere della popolazione, la quale bramava che l'istruzione femminile passasse definitivamente nelle loro mani. In collegio poi le Suore, con la diligenza nel custodire le biancherie, rendevano contentissimi i genitori e con le preghiere contribuivano al buon andamento del collegio; infatti la frequenza dei Sacramenti, la moralità e lo studio vi fiorivano a segno che bisognava ringraziarne il Signore. Finì raccomandando la propria casa alle orazioni dei confratelli.

 

                Don Giovanni Battista Lemoyne, levatosi dopo di lui, rese buona testimonianza ai suoi confratelli del collegio di Lanzo, sia perchè formavano un cuor solo e un'anima sola, sia perchè la loro operosità permetteva a lui pure di asserire, che anche a Lanzo si lavorava, e si lavorava molto. [64] Da due anni i giovani vi godevano perfettissima salute, il che sembrava da attribuirsi a due precauzioni: alla sera dopo cena s'impediva ai giovani di bere acqua e si obbligavano a far ricreazione sotto i portici. Gli alunni interni erano 220 e gli esterni 130, i quali ultimi frequentavano le nostre scuole comunali e perciò anche la congregazione festiva. Mancava per l'oratorio un luogo di ricreazione; ma ci pensava il vicario Albert, preparando una cappella. Tre sacerdoti andavano a dire la Messa nelle chiese del paese. Dell'ottimo andamento morale e religioso del collegio, il Direttore ringraziava i Superiori per l'eccellente personale, di cui lo avevano fornito.

 

                Don Giovanni Battista Francesia riferì sul suo collegio di Varazze. Sanità dei suoi giovanetti invidiabile, sufficiente lo studio, vivo lo spirito di pietà, animatissima la ricreazione. La casa conteneva quanti giovani vi potevano capire, cioè 130; molte domande essersi dovute respingere. Fiorenti le scuole comunali tenute dai nostri e le scuole serali per gli adulti. Nell'oratorio di san Bartolomeo mattino e sera si teneva congregazione per i ragazzi non studenti, gli studenti esterni avevano per oratorio festivo la cappella dell'Assunta. Don Francesia fece grandi elogi del suo personale, che raccomandò alle preghiere dei confratelli.

 

                Don Francesco Cerruti parlò del collegio e liceo di Alassio. Quelle scuole civiche erano frequentate da 500 giovani, dei quali 160 convittori, quanti i locali ne potevano contenere. Dell'andamento materiale e morale egli non aveva che da lodarsi; ma deplorò il guasto che facevano nei giovani le vacanze. Era cosa da rimanerne atterriti: modelli di pietà e moralità essere ritornati in collegio aborrenti da ogni cosa di chiesa. Vista l'insufficienza dei mezzi umani, egli era ricorso alla preghiera, e ne aveva toccata con mano l'efficacia: nelle novene dell'Immacolata e del Natale essergli riuscito di svegliare il fervore e avviare tutte le Compagnie, sicchè finalmente la pietà rifioriva con la frequenza dei Sacramenti. [65] Concluse essere buono lo spirito dei confratelli, i giovanetti esterni frequentare l'oratorio festivo, amarsi grandemente dagl'interni lo studio, e nutrirsi speranza che, come già nell'anno antecedente, così anche in quello alcuni avrebbero abbracciato la carriera ecclesiastica; sperar egli ancora che grazie alle preghiere dei confratelli si sarebbe mantenuto vivo nella casa di Alassio il fuoco della carità e dello zelo per la salute delle anime.

 

                Don Francesco Dalmazzo era lieto di annunziare che nella sua casa di Valsalice i giovani erano cresciuti da 30 a 60 ma non potersi pareggiare le uscite con le entrate, a motivo degli stipendi che si dovevano pagare a professori esterni. Studio, pietà, frequenza dei Sacramenti, Compagnie, lavoro dei Salesiani non lasciar nulla a desiderare; quanto alla sanità, fino allora nessuno infermo. - Sia ringraziato il Signore, esclamò, che probabilmente quest'anno ci prepara qualche vocazione.

                Don Paolo Albera narrò che a Sampierdarena l'edificio era ultimato e che era tanto vasto da potervisi duplicare i 120 giovani d'allora. Si lavorava e si studiava molto; della sanità non c'era da essere malcontenti, nonostante la posizione della casa, esposta a vento continuo. Il contegno dei confratelli e dei giovani aver tratto già all'ovile qualche pecorella smarrita, ossia qualche settario della città; la popolazione veder bene i Salesiani. Alcuni confratelli andar a fare catechismo domenicale in varie chiese; molti giovani esterni frequentare la casa, ai quali s'insegnava la dottrina cristiana nelle scuole, donde poi si conducevano in chiesa per la benedizione. I Figli di Maria Ausiliatrice erano 30.

                - Pregate, disse, perchè la nostra casa possa produrre frutti abbondanti di cristiana carità.

 

                Don Giacomo Costamagna, che dirigeva le Figlie di Maria Ausiliatrice a Mornese, intrattenne gli uditori sui rapidi progressi di questa istituzione: vero grano di senapa che cresceva in grande albero. Le Suore superavano già il centinaio [66]; le domande di accettazione erano continue, per sostenersi però avevano bisogno di aiuto dall'Oratorio. Per umiltà e spirito di abnegazione quelle buone figlie potevano servire di modello; si prevedeva che sarebbero state ausiliari preziose anche nelle Missioni. Purtroppo la sanità lasciar molto a desiderare; due di esse versare in fin di vita. La comunione ogni mattina si poteva dir generale. Oltre a 35 le educande; aversi inoltre le scuole femminili del comune. Anche le maschili erano affidate a un Salesiano. Monsignor Sciandra aveva in quei giorni approvate le regole dell'Istituto. In ultimo raccomandò specialmente se stesso alle preghiere di tutti.

 

                Don Giuseppe Ronchail, Direttore dell'ospizio di Nizza mare, lamentò l'angustia delle sue condizioni. In tutto, nove persone, cioè cinque giovani, due chierici, il cuoco e il Direttore.1 giovani essere tanto pochi per causa delle leggi francesi. Chiunque volesse insegnare un'arte a un giovane, doveva procurare ch'egli imparasse a leggere e a scrivere. Al sacerdote straniero prima di poter insegnare il latino occorreva un biennio di dimora in Francia. Ogni prete non poteva avere più di quattro scolari. Come dunque far scuola e aver giovani? Per poter raccogliere alla domenica i giovani e insegnar loro il catechismo e per esser autorizzati a tenere in casa alcuni ragazzi e far loro scuola, i Salesiani ricorsero al Prefetto protestante, che solamente dopo reiterate istanze accordò loro quanto domandavano. Si temeva che i nostri covassero intendimenti politici, favorissero cioè sotto sotto le mene di coloro che caldeggiavano la riunione di Nizza all'Italia. Furono perciò esaminati ben bene su quel punto. Un commissario, andato a fare un po' di perquisizione e trovati i giovani in cortile, e il Direttore obbligato al letto, riferì che non vi si faceva scuola. Ed ecco di lì a pochi giorni arrivare dal Prefetto la licenza per iscritto, nella quale si diceva che, visto il bene arrecato alla città e data l'assenza di scopo politico, si concedeva di fare scuola e catechismo. [67] In Francia, disse Don Ronchail, si lavora molto alla domenica; ma la legge in questo giorno vieta di far lavorare i fanciulli sotto i sedici anni. Il Prefetto è disposto a far osservare meglio questo articolo di legge, e la popolazione ed anche le autorità sono contente di noi. Della nostra casa alcuni parlano male, altri dicono bene, altri sono indifferenti. Molti ci hanno promesso di aiutarci; ma noi non dobbiamo sperare negli uomini, sibbene nel Signore. Ci raccomandiamo alla preghiere di tutti, perchè Nizza ha molto bisogno di chi le faccia del bene.

                Come Don Ronchail ebbe finito, prese la parola il Beato.

 

                Poichè già l'ora è avanzata assai e fra alcuni minuti suonerà il campanello per andare in chiesa, mi limiterò questa sera a dire una cosa di grande importanza, mentre della Casa di Torino, dell'Oratorio, si parlerà domani a sera, radunandoci alla stessa ora di oggi. Ciò che io desidero raccomandare in questa sera a tutti i Direttori si è, che, ritornando alle loro Case, insegnino ai confratelli ed ai giovani il modo di fare le lettere. Purtroppo non si sanno scrivere bene e chi le legge ed esamina, non rende il meritato biasimo al solo individuo, ma lo versa tutto sull'intiera Congregazione. Non dico questo perchè in generale si sia osservato tale difetto nelle lettere ricevute, ma perché si devono prevedere gl'inconvenienti.

 

                Lo scriver lettere è cosa di maggior importanza che non appaia a prima vista; poichè molti si fanno buona o cattiva opinione della casa solo da questo, cioè esaminando le lettere che partono da questa casa o dagli individui della nostra Congregazione; e la lode o il biasimo che si merita un individuo, per lo più si riversa su tutta la casa e la Congregazione, quasi che da noi non si sappia insegnare a far una mezza letterina.

 

                Si badi adunque sempre che nelle lettere non solo. sia buona la materia, ma anche la forma; che cioè le cose che si vogliono dire siano bene espresse. Ciascuno si faccia premura di scansare non solo gli errori di grammatica, ma anche quelli di ortografia. La scrittura poi dev'essere. sempre bene intelligibile; poichè avviene alle volte che non si riesce a farsi capire da colui a cui si scrive, e questa è una vera sgarbatezza.

 

                Nel fare una lettera si ponga primieramente in alto il luogo di dove si manda, il giorno, il mese, l'anno, e non si metta tra il titolo e lo scritto.

 

                Non si incominci subito la lettera dicendo per esempio: Carissimo amico, ti faccio sapere ecc., tutto di seguito, sulla stessa linea; ma si  [68] metta il titolo in una linea di sopra, e quindi più a basso s'incominci la lettera.

 

                Un'altra cosa che mi pare anche di moltissima importanza, è il conoscere bene i titoli che si debbono dare alle diverse classi di persone; che in principio della lettera il titolo si metta intiero e non abbreviato e si metta in alto del foglio, piuttosto verso sinistra. La data più alta del titolo, ma dalla parte destra; e se si mette in fondo alla lettera, allora dalla parte sinistra del foglio. Se si scrive a persone altolocate, non bisogna incominciare la lettera in cima al foglio, ma lasciare metà del foglio bianco. Così pure la sottoscrizione va fatta in basso, in fondo al foglio, lasciando in bianco la parte del foglio che resta tra il corpo della lettera e la sottoscrizione, la quale va sempre posta verso destra. Invece le parole di V. S. Illustriss. vanno sempre verso sinistra, appena finita la lettera. La conclusione mi dico ecc. sempre andando a capo.

 

                Queste ed altre piccole cose di simil genere io le credo di grande importanza, specialmente per i chierici e i soci della nostra Congregazione.

 

                Perciò raccomando nuovamente ai Direttori che, ritornati nelle loro Case, insistano su questo punto, anche coi giovani alle loro cure affidati. Osservato accuratamente, finisce con fare molto bene.

 

                I Direttori delle case e i sacerdoti dell'Oratorio, appena potevano, attorniavano in quei giorni il Servo di Dio. Egli dal canto suo profittava di ogni momento per sentire a parte uno a uno i Direttori e dare così norme individuali secondo i casi. Tutto ciò lo consolava intimamente, compensandolo dei tanti disgusti che i lettori non ignorano.

 

                La sera 2 febbraio, secondo giorno delle conferenze, parecchi sacerdoti, dopo la cena, conversando familiarmente con lui, toccarono il tema dello storiografo, di cui si era trattato nella seduta pomeridiana del giorno innanzi. L'importanza di stabilirlo non isfuggiva a nessuno Il Beato allora espose ampiamente il suo pensiero, dicendo cose notevoli, che Don Barberis introdusse nella sua piccola cronaca e che ci sembra utile trasportare qui di peso. Don Bosco avrebbe parlato così:

 

                Quel che è più pressante, e che sarà bene fare al più presto, si è che ogni Direttore scriva sommariamente la storia del proprio collegio, dalla sua fondazione fino al presente, e andando avanti registrare in [69] forma di cronaca o di annali tutte le cose più importanti, che nel suo collegio avvengono. Nello stendere la prima parte che riguarda il passato, è da notarsi specialmente la data della fondazione, lo sviluppo ed ingrandimento successivo di fabbricato, il numero dei giovani progressivamente crescente anno per anno, qualità dei giovani, bontà, frequenza ai Sacramenti, moralità. Anno per anno chi si vestì da chierico, chi entrò a far parte della Congregazione. Quali relazioni vi furono colle autorità municipali del paese e colla popolazione. Poi delle scuole esterne, serali ed oratorio festivo ecc., notando, per quanto si può, le cause che produssero gli effetti, quale mezzo siasi adoperato per ottenere questo e quello, quali difficoltà vi fossero da superare e come si siano superate.

 

                E poi di mano in mano, anno per anno, registrare tutte le cose nel modo che ho detto, col numero dei giovani, con l'epoca dell'apertura e della chiusura delle scuole, fermandosi specialmente a notare la quantità e la qualità del personale che s'impiega per ogni collegio, ecc. ecc.

 

                Anno per anno poi ciascun Direttore faccia riportare questa cronaca in un altro gran libro, ben ricopiata, e questa copia starà sempre negli archivi di quel collegio, e l'originale o un'altra copia, mano a mano che un quaderno è finito, si manderà a Torino, affinchè i Superiori conoscano bene l'andamento di tutti i collegi e possano avere una norma ed una storia di tutta la Congregazione.

 

                Io ho già scritto sommariamente varie cose che riguardano l'Oratorio, dal suo principio fino ad ora, ed anzi fino al 1854 molte cose le ho scritte in disteso. Nel 1854 entriamo a parlare della Congregazione. e le cose si allargano immensamente e prendono un altro aspetto. Ho pensato che questo lavoro servirà molto per quelli che verranno dopo di noi, e a dare maggior gloria a Dio, e perciò procurerò di continuare a scrivere. A questo punto non si deve più aver riguardi nè a Don Bosco nè ad altro.

 

                Vedo che la vita di Don Bosco è al tutto confusa nella vita della Congregazione; e perciò parliamone. C'è bisogno per la maggior gloria di Dio, per la salvezza delle anime e pel maggiore incremento della Congregazione, che molte cose siano conosciute. Perchè, diciamolo ora qui tra di noi, le altre Congregazioni ed Ordini religiosi ebbero nei loro inizii qualche ispirazione, qualche visione., qualche fatto soprannaturale, che diede la spinta alla fondazione e ne assicurò lo stabilimento; ma per lo più la cosa si fermò ad uno o a pochi di questi fatti. Invece qui tra noi la cosa procede ben diversamente. Si può dire che non vi sia cosa che non sia stata conosciuta prima. Non diede passo la Congregazione, senza che qualche fatto soprannaturale non lo consigliasse; non mutamento o perfezionamento, o ingrandimento che non sia stato preceduto da un ordine del Signore. E qui perciò giudico bene che si lasci l'uomo. Ed a me che importa che di questo parlino in bene od in male? Che m'importa che gli uomini mi giudichino [70] più in un modo che in un altro? Che dicano, che parlino, poco monta per me; non sarò mai nè più nè meno di quello che sono al cospetto di Dio. Ma è necessario che le opere di Dio si manifestino. Noi, per esempio, avremmo potuto scrivere tutte le cose che avvennero a noi prima che avvenissero e scriverle minutamente e con precisione. E varie cose le aveva già scritte per mia norma e conforto.

 

                Terzo giorno: seduta mattutina, sotto la presidenza di Don Rua. Si riaperse la discussione sulle note spiegative del Regolamento. Spigoliamo anche qui sei cose più degne di nota.

 

                1° Merenda dei chierici. Conveniva lasciare ai chierici libertà di far merenda o era meglio che se ne astenessero? Si ritenne che Don Bosco propendesse per il no, sebbene non si fosse mai pronunziato esplicitamente. In una conferenza agli ascritti, raccomandando loro di non mangiare nè bere fuori pasto, aveva detto: - Se l'appetito lo richiede, fate pure liberamente la vostra merenda; ma... - Il Capitolo per altro lasciò la cosa in ponte, pur osservando non esservene bisogno, perchè il vitto che si dava a pranzo era sufficiente, tanto più che non costumavasi in nessun Ordine religioso o Congregazione far merenda. Tuttavia alcuni dispareri non si appianarono.

 

                2° Ufficio del catechista. Qui la discussione straboccò. L'argomento era delicato. Il catechista non doveva essere il direttore dei chierici? non era la seconda autorità. del collegio? non aveva nelle cose spirituali potere analogo a quello del prefetto nelle cose materiali? D'altra parte nei collegi i catechisti solevano essere troppo giovani, e d'ordinario compagni di alcuni chierici; quindi mancava loro l'autorità necessaria. Parve miglior consiglio stabilire che per i confratelli esercitasse il Direttore l'ufficio di catechista. E' vero che per quest'ufficio vi era sempre pericolo di malumori fra il Direttore e un confratello; ma allo stato delle cose non si vedeva altra via di uscita. Col tempo, avendosi soggetti maturi in maggior numero, si sarebbe provveduto a tale inconveniente. [71]

                3° Ingresso nelle camere altrui. Il Regolamento lo proibiva. Per la pulizia delle celle dunque ognuno provvedesse alla sua da sè, fatta eccezione del Direttore e del prefetto, che non ne avevano il tempo e dovevano ricevere visite nelle proprie camere. Ma Direttore e prefetto si facessero servire da un coadiutore, non da un giovane. Riguardo a Valsalice, dove i letti degli alunni venivano rifatti dai servi, costoro rassettassero pure le celle dei chierici, perchè altrimenti il chierico sarebbe stato in condizione di umiliante inferiorità a petto dei giovani.

 

                4° Testo di religione. Per il liceo e per il ginnasio superiore occorreva adottare un manuale di soda istruzione religiosa. Allora non se ne trovò altro che rispondesse allo scopo come il libro del canonico Giovannini; infatti quest'opera combatteva con forti argomenti gli errori del giorno e spiegava a dovere i dogmi novellamente definiti.

 

                5° Abiti e calzature. Un articolo diceva: “Nessuno abbia più di due vestimenta o paia di scarpe”. Alcuni lo trovarono un po' restrittivo; altri invece lo dicevano convenientissimo anche per chiudere la porta a certi abusi. Lo lasciarono come stava.

 

                6° Registretto personale del Direttore. Un altro articolo voleva che il Direttore tenesse un piccolo registro separato, dove notare per conto suo tutte le spese. Non sembrava un duplicato superfluo? In prefettura c'era il registro generale delle entrate e delle uscite, e poteva bastare. Ma Don Rua dimostrò la necessità di questo libretto, anche per isgravio di responsabilità nei conti particolari. Con questo si finì la seduta.

 

                Il giorno innanzi, essendo festa della Purificazione, le funzioni di chiesa avevano obbligato a troncare la conferenza generale; questa dunque si riprese nel pomeriggio del 3 febbraio con l'intervento di tutti i professi, novizi e aspiranti dell'Oratorio, che di bel nuovo si unirono nella chiesa piccola di san Francesco, [72] Primo a parlare sorse Don Luigi Guanella, Direttore dell'Oratorio esterno di san Luigi a Porta Nuova. Vi accorrevano 250 giovanetti, poveri, di buon cuore, assidui alle funzioni domenicali. La Compagnia di san Luigi, qualche regaluccio una volta al mese, qualche passeggiata avevano una grande attrattiva per loro, giovando assai per animarli al bene. Il Direttore avrebbe desiderato che i buoni catechisti, studenti e artigiani, mandatigli dall'Oratorio di san Francesco, si esercitassero a spiegare in modo piano alcune delle principali difficoltà, affinchè fossero pronti a render ragione, quando i ragazzi la domandavano.

 

                Don Domenico Milanesio, Direttore dell'oratorio esterno di san Francesco, sciorinò una mezza conferenza. Il suo oratorio comprendeva tre classi di giovani: studenti, artigiani e quei che lo frequentavano soltanto alla domenica. Gli studenti avevano le scuole diurne e gli artigiani le serali. In chiesa si continuavano le stesse funzioni che una volta vi faceva Don Bosco. Ogni domenica le comunioni oscillavano fra 150 e 200, per merito dello zelo e della pazienza di alcuni sacerdoti della casa. Coltivavansi specialmente la Compagnia del piccolo clero e quella di san Luigi. Ogni settimana in apposita conferenza si leggevano e si spiegavano ai catechisti alcune regole dettate dall'esperienza sul modo di conoscere i giovani e di prenderli per il loro verso. Egli ne rilevò specialmente tre:

 

                1° Dividere il catechismo nelle sue parti e insegnare ai piccolini le cose strettamente necessarie; per i più grandicelli accrescere le cognizioni di mano in mano che progredivano in loro l'età e l'intelligenza, sicchè un giovane a un dato termine potesse conoscere e sapere tutto il catechismo.

 

                2° Per ottenere il silenzio in chiesa, il catechista si movesse poco dal proprio posto, parlasse piano, correggesse piano e invece di mandare fuori della chiesa o di porre in ginocchio il disturbatore, lo lasciasse dov'era, e poi lo consegnasse [73] al Superiore, che avrebbe saputo dargli le convenienti ammonizioni.

 

                3° Erasi anche sperimentato quanto giovasse radunare i giovani vicino alla porta della chiesa prima di farli entrare. Ma i catechisti si trovassero già ai loro posti per riceverli. Entrando in chiesa si cantasse una lode sacra, per coprire così i rumori affatto inevitabili.

 

                Alle scuole diurne erano inscritti 120 alunni, che non tutti vi si recavano con assiduità per incuria dei parenti. Da quando però, messi in ordine i registri, si facevano conoscere ai parenti le assenze dei figli, essi ne vigilavano un po' più la condotta. Una sessantina si confessava ogni sabato, cinque o sei si accostavano alla sacra Mensa tutte le domeniche.

 

                Gli artigiani delle scuole serali erano molto buoni; avevano cominciato il loro anno scolastico con una cinquantina di comunioni. S'insegnavano loro catechismo, lettura, scrittura, aritmetica e canto. Ogni settimana s'insisteva, perchè venissero a confessarsi. - Sembra cosa noiosa, disse Don Milanesio; ma si è provato, che ciò arreca loro grandissimo bene.

                Nelle principali solennità le comunioni dei giovanetti arrivarono a trecento.

 

                Don Milanesio chiuse il suo discorso con un ringraziamento e una preghiera. Rese grazie cordiali ai Superiori per gli aiuti materiali, con cui sovvenivano l'oratorio festivo, e caldamente li pregò di volerlo tenere sempre sotto il loro patrocinio diretto, confortandolo anche con le loro orazioni.

 

                Finalmente venne la volta dell'Oratorio interno. Sarebbe spettato a Don Giuseppe Lazzero di riferire, perchè quell'anno egli, e non più Don Rua, vi faceva da vicedirettore. Se non che per mozione di lui medesimo il Capitolo Superiore nella tornata del 27 gennaio aveva consentito che continuasse Don Rua a fare il resoconto della casa madre.

 

                Ecco in breve la sua relazione, divisa in quattro parti,  [74] quante erano le categorie di persone che componevano l'Oratorio.

 

                1° Membri della Congregazione. Progredivano nel vero spirito religioso e nella carità; il che dovevasi attribuire alla maggior regolarità nell'esercizio mensile della buona morte, nella meditazione quotidiana alle ore 5 per gli uni e alle ore 9 per gli altri, nella lettura spirituale del pomeriggio e nella lettura costante a pranzo e a cena.

 

                2° Ascritti. Quell'anno vivevano separati dal resto della casa: cortile, refettorio, chiesa, camera, studio, tutto avevano a parte. Erano sui sessanta, numero non mai raggiunto per l'addietro. Se ne speravano buoni frutti. Ardeva in essi lo zelo per il bene proprio e del prossimo.

 

                3° Studenti. Numerosissimi e buoni. Esito degli esami non poco soddisfacente sia nell'Oratorio che fuori. Il loro spirito di pietà si manifestava nelle opere. In molti erasi raggiunto lo scopo, che si prefigge la nostra Congregazione: di 45 alunni dell'ultima classe ben 40 avevano indossato la veste chiericale, somministrando ai Salesiani un largo contingente per poter estendere le lor fatiche anche fuori dei nostri paesi. Contributo efficace l'avevano dato le Compagnie; quella dell'Immacolata però lasciava alquanto a desiderare per la regolarità delle conferenze. Essa consideravasi come l'ultimo gradino, dopo il quale si entrava in Congregazione.

 

                4° Artigiani. Cose assai assai consolanti. Regolarità maggiore che non negli anni antecedenti; scuole bene ordinate; catechisti zelantissimi nell'insegnar loro le verità della religione; assistenti unanimi nel promuovere fra essi la pietà e la carità.

 

                - Io spero, disse Don Rua, che ottimi e non pochi saranno i frutti ottenuti; ma per questo bisogna risolversi a vincere e a rinnegare la propria volontà. Ciò non dico, perchè tra noi faccia difetto questo spirito di sacrificio; ma perchè senza di questo poca efficacia possono avere le nostre fatiche, e poco merito e bene arrecare a colui che le fa. [75] Dietro l'esempio di tutti gli altri, raccomandò la propria casa alle preghiere comuni.

 

                Terminate così le relazioni dei singoli Direttori, il Beato prese a parlare e pronunziò questo, per più capi, importantissimo discorso.

 

                Dai rendiconti dei singoli collegi, case, oratori esposti ieri e quest'oggi noi dobbiamo trarre argomento di rallegrarci e di ringraziare molto e molto il Signore, perchè volle che tutte le cose nostre andassero bene e che fossero soddisfatti i nostri desideri. Le case nostre sono tutte piene di giovani, anzi di buoni giovani, ed i confratelli sono grandemente animati a far loro del bene: bene letterario, bene morale. In tutto vi è un sempre progressivo miglioramento.

 

                In ciò che si disse però, si lasciò di accennare a parecchie case qui in Torino dirette dalla Società nostra. Non si è ancora parlato dell'oratorio di san Giuseppe, ove alcuni nostri confratelli si recano tutte le domeniche e nella quaresima pel catechismo, non badando alla lunghezza del cammino ed alle intemperie delle stagioni. Ivi le cose vanno molto bene, sia per la cura che essi si prendono dei poveri giovani, sia pel benemerito sig. Uccelletti, fondatore, proprietario, mantenitore, catechista di quell'oratorio e vigilante assistente dei giovanetti più indisciplinati e più discoli. Vi è eziandio la famiglia di san Pietro in Borgo san Donato e il laboratorio san Giuseppe qui vicino a noi, alle quali opere prendono parte i nostri soci.

 

                Per esprimere ora il mio pensiero intorno alla Congregazione in generale, devo far notare che essa è in aumento sia nel fondare continuamente nuove case, sia nell'accrescimento dello spirito religioso. Questo ci deve animare a raddoppiare i nostri sforzi e le nostre fatiche, vedendole così benedette dal Signore. In quanto al numero degli aggregati alla Congregazione, ringraziando sempre il cielo, la cosa è molto soddisfacente. Sono già 330 gli individui che la compongono, secondo che si ricava con precisione dal catalogo che in questi giorni si va stampando. Di essi 112 si sono legati coi voti perpetui, 83 coi triennali. Gli ascritti sono in numero ben grande ed anche vi sono vari aspiranti.

 

                Vi è pure un altro Istituto religioso che molto ci aiuta, istituto per aver cura delle ragazze, come noi ci impieghiamo a far scuola ai ragazzi. E' l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, unito alla nostra Congregazione, che conta oltre a 100 religiose. Queste sommate coi nostri confratelli dànno il totale di 450 persone che militano per la maggior gloria di Dio e per la salute delle anime, animate dallo stesso spirito, sotto la stessa direzione e la stessa bandiera. Queste Suore oltre alla casa madre che è a Mornese nella diocesi d'Acqui, ne hanno un'altra a Borgo S. Martino ed in quest'anno si preparano ad estendere [76] il volo in vari altri luoghi. Verranno tra poco qui a Torino ad aprir scuola in faccia alla chiesa di Maria Ausiliatrice ed a prendersi cura delle tante ragazze abbandonate di questi dintorni: ragazze bisognose e pel corpo, perchè molte volte stanno tutto il giorno fuori di casa e quasi senza vitto, non potendo i genitori provvederlo, e per la moralità, essendo esposte ad ogni sorta di pericoli, senza avere nè guida, nè istruzione che le salvi. Un'altra casa per le Suore si sta preparando ad Alassio, attigua al collegio, la quale non si può ancora aprire di questi giorni, mancando qualche lavoro accessorio da ultimarsi presto. Questa casa si potrà aprire certamente nel mese di marzo.

 

                Ai 10 di questo stesso mese ne apriremo un'altra a Bordighera, Torrione Valle Crosia, paese costrutto improvvisamente come per incanto ed ora molto esteso. In antico non vi era alcuna casa in questo luogo, tutto coltivato ad olivi. Solo da poco tempo si incominciò per ragioni di commercio, di agricoltura e di villeggiatura, a costrurre. alcune case e poi altre ed altre, sicchè ora è un borgo popolatissimo. I protestanti, scorgendo quel luogo molto atto alle loro mire, non essendovi nè chiese, nè preti, nè scuole, vi fissarono la loro sede principale. Quindi incominciarono ad aprire scuole per i ragazzi e le ragazze, asili, collegio misto; a dar libri e premi di ogni fatta e cercar modo di pervertire quella popolazione, la quale, non avendo scuole cattoliche da mandarvi i fanciulli, li mandò a quelle dei protestanti attirata specialmente dal danaro, dai premi e dalle sollecite cure che pel corpo e per l'istruzione quelli si prendono. Quindi grande è il guasto nel popolo e specialmente nella gioventù, cagionato dalle false dottrine. Grande era la difficoltà da superarsi per opporre un argine a tanto male. Già dall'anno scorso si combinò col Vescovo di aprir noi una scuola cattolica ed una chiesa in quella località. Ed ora la casa è già pronta e fra pochi giorni partirà D. Cibrario destinato direttore con qualche Salesiano per incaricarlo delle scuole maschili e alcune figlie di Maria Ausiliatrice per fare scuola alle ragazze. Insegneranno il catechismo ai giovani ed alle ragazze e intanto il Direttore potrà fare qualche sermone al popolo, spargere per tutto quel paese la parola di Dio ed impedire che la gente si avveleni, bevendo l'acqua putrida dell'errore protestante. E l'oratorio festivo è lo scopo principale che ci conduce al Torrione.

 

                Un altro progresso fece la nostra Congregazione in quest'anno ed è il volo preso per l'America. Là eravamo molto cercati e desiderati e le ultime notizie inviateci dai nostri Missionari ci annunziano di essere giunti a Buenos Aires e di essere stati accolti con onore e rispettati ed amati molto. Il lavoro che c'è da fare in quei luoghi è immenso, il campo è molto ampio,- ma non importa: si lavora con molto frutto. Predicano, confessano e si adoperano continuamente pel bene delle anime. Amministrano la chiesa della Misericordia degli Italiani e hanno inoltre attiguo ad esso un ospizio, in cui potranno ricevere i  [77] Salesiani che colà si recassero dall'Europa o che avessero da ritornare nei nostri paesi. In questa chiesa è il convegno principale degli Italiani e quivi per lo meno una volta ogni domenica si predica in italiano. Qui presero stanza Don Baccino e Belmonte e per ora anche Don Cagliero, che incominciò subito un corso d'esercizi spirituali al popolo. Se il fine corrisponde al principio, come già ci scrisse, produrrà un bene straordinario. Gli altri Salesiani diretti dal sac. Fagnano si portarono più in su verso il nord a San Nicolàs, di dove abbiamo già avute notizie ieri ed oggi. Il loro viaggio fu ottimo. Furono accolti molto bene, sono trattati magnificamente. Ora vanno visitando la città, preparano la riattazione del collegio molto spazioso secondo il nostro scopo, si vanno perfezionando nello studio della lingua spagnuola, necessaria per poter fare scuola e predicare. Colà un altro campo immenso si apre innanzi al nostro sguardo e vediamo una messe molto copiosa di anime.

 

                Inoltre in quanto alle domande di aprir case, ne abbiamo molte dalla stessa Repubblica Argentina, dall'Australia, dall'Uruguai, dal Paraguai, dalla China, dall'India, dalle Isole dell'Oceania e da moltissimi altri luoghi. Ne abbiamo dalla Francia, nella quale in quest'anno ora scorso abbiamo posto piede, aprendo la casa di Nizza. Anche in Italia ed in Piemonte è una cosa favolosa il vedere come siamo ricercati. In Torino stessa ci si aprono nuovi campi per lavorare alla maggior gloria di Dio. Ma per tutto ci vogliono dei veri Salesiani, animati dallo spirito del Signore e pronti al sacrifizio.

 

                Eziandio in quest'anno incominciò l'Opera di Maria Ausiliatrice, opera che, arenata un tantino in questi primordi per varie cause, va aumentando assai, e prendendo, come spero, proporzioni colossali farà un gran bene alla Chiesa. Finora non si è ancora potuto radunar questi giovani in un luogo separato; ma un poco per volta si farà anche questo.

 

                Abbiamo parlato del numero che in quest'anno già contiamo di confratelli e delle diverse opere esteriori che dalla nostra Pia Società si vanno compiendo. Ora converrà che io venga a dire con che spirito in generale le cose si fanno e che cosa dobbiamo da qui innanzi cercare di far noi, cioè quale è il campo del nostro lavoro. Si tratta di provvedere individui in numero straordinario e che lavorino molto, proprio molto.

 

                Se io ho da dire come vedo presentemente le cose nostre, vi posso assicurare, e lo dico persino con un po' di superbia, che sono contento. Il numero è in tale aumento progressivo, che, se non avessi gran fiducia in Dio, il quale disporrà che le cose vadano bene, io ne resterei atterrito, come in parte lo sono, nel vedere che la Congregazione quasi cresce troppo in fretta. Ciò che mi consola è il modo con cui i soci vanno acquistando il vero spirito della Congregazione; vedo realizzato quell'ideale che io mi prefiggeva, quando si trattava di radunare individui che mi aiutassero a lavorare per la maggior gloria  [78] di Dio. Vedo in generale uno spirito di disinteresse proprio eroico, uno spirito di abnegazione della propria volontà, un'obbedienza che mi commuove. E questo in quanto tempo, con quali mezzi si conseguì? Quando il mio pensiero confronta i tempi presenti coi tempi passati, la mia immaginazione ne resta schiacciata. Trentacinque o trentasei anni fa, che cosa c'era in questo sito, ove noi ora siamo radunati? Che cosa c'era? Nulla, proprio nulla! Io correva qua e là dietro ai giovani più discoli, più dissipati; ma essi non volevano saperne di ordine e di disciplina, si ridevano delle cose di religione, delle quali erano ignorantissimi, bestemmiando il nome santo di Dio, ed io non ne poteva far nulla. Quei giovani erano proprio di trivio e di piazza ed accadevano battagliuole a sassi, e risse continue. Le cose allora erano più pensieri che fatti. In questo luogo stesso e nei dintorni vi erano campi seminati a meliga, a cavoli, qualche orto, e null'altro. Una casupola, o meglio un tugurio, od una taverna sorgeva nel mezzo, miserabile al vederla di fuori, più miserabile dentro. E per soprappiù era casa d'immoralità! Un povero prete, solo, abbandonato da tutti, anzi peggio che solo, perchè dispregiato e perseguitato, aveva un vago pensiero di fare del bene, qui, proprio in questo luogo e far del bene ai poveri ragazzi. Questo pensiero mi dominava e non sapeva come mandarlo ad effetto; tuttavia non si partiva mai da me, anzi era quello che dirigeva ogni mio passo, ogni mia azione. lo voleva far del bene, fare molto del bene ma farlo qui. Sembrava allora un sogno il pensiero del povero prete, e pure Iddio realizzò, compiè i desideri di quel poveretto. E in che modo egli dispose che questo disegno s'incarnasse? Come si siano fatte le cose, io appena saprei dirvelo. Non me ne so dare ragione io stesso. Questo io so, che Dio lo voleva. Io vedo chiese edificate, erette molte fabbriche, tanti giovani raccolti, tanti preti e chierici che mi circondano, tanti Direttori di case che mi fanno corona. Come ciò? Io vedo che grandi sacrifizi si dovettero compiere, intrepidi dovettero essere coloro che mi seguivano, se non cedettero: ma dopo tutti questi sforzi, ecco che ne vediamo il frutto. Migliaia di giovani hanno il pane della parola di Dio, le Regole sono approvate, la Congregazione è stabilita, i soci sono in gran numero, lo spirito si mantiene ed aumenta. Siane gloria a Dio!

 

                Ma qui io mi sento fermare con una grande obbiezione. - Ma Don Bosco! Tutto andrà benissimo; ma intanto la parte finanziaria è in pessimo stato. Dappertutto si fabbrica, dappertutto spese enormi. Come si farà ad andare ancora avanti senza risorse? Dove prendere il danaro? Corriamo pericolo di far fallimento.

                Eh! Io debbo rispondere che se dovessi guardare solamente le cose umanamente, a ciò che sta nella palma della mia mano, sarei spinto a mettermi in testa un fazzoletto bianco, a travestirmi, andarmi a seppellire nella solitudine della Tebaide e non lasciarmi mai più vedere nella società; poichè non vedo modo di aggiustare i nostri affari con mezzi umani. Ma noi siamo soliti ad alzare gli occhi  [79] in su e confidare nella Provvidenza e la Provvidenza non ci manca. E come arguire il suo soccorso? Dalle cose che furono noi possiamo benissimo arguite le cose che saranno. Per il passato fummo assistiti dalla Provvidenza e speriamo che ci assisterà per l'avvenire. Nelle condizioni in cui ci troviamo oggi, noi ci siamo già trovati molte altre volte; anzi, possiamo dire che questa è la nostra condizione permanente. Aggiungerò: ci trovammo in casi peggiori. Ci mancò mai la Provvidenza? Mai! Noi abbiamo sempre fatto onore ai nostri affari. Se noi guardiamo indietro, non possiamo a meno che vedere un'arra certa per l'avvenire. Come si fece fin qui a progredire? Confidammo illimitatamente nella Divina Provvidenza! E questa non ci mancò mai!

 

                Neppur ora ci mancherà. Quando è che ci mancherebbe la Divina Provvidenza? In un caso! Quando noi ce ne rendessimo indegni, quando si sprecasse il danaro, quando si affievolisse lo spirito di povertà; qualora cioè le cose incominciassero a procedere male, non seguendo noi gli obblighi impostici dalla nostra vocazione. Ma finchè io vedrò ciò che ora vedo, che si fanno sacrifizi da ogni parte, e sforzi per economizzare in ogni maniera, che il lavoro è grande e disinteressato, no, statene certi, la Provvidenza non ci mancherà mai. Non abbiate alcun timore. Le nostre sorti le abbiamo lasciate in mano di Dio e tutte furono condotte al termine sospirato.

 

                Tuttavia, mentre noi ci appoggiamo ciecamente sulla Divina Provvidenza, raccomando a tutto potere l'economia. Risparmiamo quanto si può, risparmiamo in ogni modo: nei viaggi, nelle vetture, nella carta, nei commestibili, negli abiti. Non si sprechi nè un soldo, nè un centesimo, nè un francobollo, nè un foglio di carta. Io ciò raccomando caldamente a ciascuno di voi e specialmente agli assistenti, ai professori e a tutti gli altri; che procurino di fare e di far fare ai loro sudditi ogni risparmio conveniente, ed impedire qualunque guasto, del quale si avvedano.

 

                Nello stesso tempo si cerchi ogni modo per eccitare la carità degli altri verso di noi, con pie industrie e con esortazioni. Il Signore dice: Aiùtati che io ti aiuto. Bisogna che noi facciamo ogni sforzo possibile; non si deve aspettare l'aiuto della Divina Provvidenza stando noi neghittosi. Essa si moverà, quando avrà visti i nostri sforzi generosi per amor suo.

 

                Ma bisogna che facciamo buon uso della carità che gli altri ci faranno. Non dobbiamo cercare di rendere la nostra vita più agiata, ma seguir il detto di san Gerolamo: Habens victum et vestitum his contentus ero. E niente di più.

 

                Se noi facciamo così, il Signore non ci mancherà mai. Guardate: se noi avessimo voluto fare tutti calcoli preventivi ed esatti per le spese della spedizione in America e per fare ciò che si chiama l'impianto della Congregazione in quei paesi, avremmo dovuto, anche procedendo con grande economia, mettere in bilancio un centomila  [80] lire, ed anche un trecentomila, se si fosse voluto pensare a tutte le minutezze ed alle eventualità. Noi questi calcoli non li abbiamo fatti, e si disse solamente: - E' maggior gloria di Dio quello che facciamo! E' Dio che richiede da noi che si parta, è Dio che vuole che si vada.

                Ebbene? Si pregò, si chiese la benedizione del Santo Padre, e i mezzi ci furono somministrati, e nulla mancò a coloro che partirono e nulla a noi. Perciò stupiti dobbiamo esclamare: - Tutti questi sono fatti straordinari della Divina Provvidenza, anzi fatti miracolosi, che ci dimostrano volere il Signore servirsi di noi per i fini delle sue misericordie.

                Ed ora che cosa potremo fare noi per corrispondere a tanta bontà della Divina Provvidenza? Ecco! La Società è costituita, le nostre Regole sono approvate. La gran cosa che dobbiamo fare si è di adoperarci a praticare in ogni modo le Regole ed eseguirle bene. Ma per praticarle ed eseguirle è necessario conoscerle e perciò studiarle. Ciascheduno si faccia un dovere di studiar le Regole. Ora non ci troviamo più come nel tempo passato, quando non le Regole, ma la sola Congregazione era approvata, e quindi si andava avanti con un governo tradizionale e quasi patriarcale Non sono più quei tempi. Bisogna tenerci fissi al nostro codice, studiarlo in tutte le sue particolarità, capirlo, spiegarlo, praticarlo. Tutte le nostre operazioni dirigerle secondo le Regole.

 

                I Direttori, giunti alle loro case, facciano conoscere meglio ai loro dipendenti, e colla massima sollecitudine, le nostre Costituzioni. A queste si dia tutta l'autorità e quella autorità suprema che realmente hanno. E’ la maestà delle leggi! Queste facciano imparare e capire, interpretandole colla carità e colla bontà dei modi.

 

                In ogni circostanza, invece di appellarsi ad altre autorità, si porti quella delle Regole: - Le Regole dicono così: le Regole sciolgono la questione in questo modo; tu vorresti far questo, ma le Regole lo vietano; tu vorresti astenerti da quello, ma le Regole lo comandano.- E nelle conferenze, nelle esortazioni, in pubblico, in privato, si promuova molto l'osservanza e l'autorità della Regola. In questo modo il governo del Direttore può mantenersi paterno, quale da noi si desidera. Facendo sempre vedere che non è esso Direttore che vuole questa o quell'altra cosa, che proibisce, o consiglia, ma è la Regola, il subalterno non potrà avere appiglio alcuno per mormorare o disobbedirlo. In una parola: l'unico mezzo per propagare lo spirito nostro è l'osservanza delle nostre Regole.

 

                Neppur le cose buone si facciano contro di esse o senza di lesse; perchè, se si vuol lavorare anche con buono spirito, ma non dentro alla cerchia delineata dalle nostre Regole, che cosa ne verrà? Che ciascuno lavorerà, e poniamo anche molto, ma il lavoro resterà individuale e non collettivo. Ora il bene che deve aspettarsi dagli Ordini religiosi avviene appunto da ciò, che lavorano collettivamente: se così non fosse, sarebbe impossibile gettarsi in qualche grande impresa. [81] Se ci allontaniamo da ciò che strettamente richiedono le Regole e si continua a lavorare, uno incomincierà a ritirarsi di qui, l'altro di là per fine buono, ma individuale; di qui il principio del rilassamento; e queste opere non saranno più benedette dal Signore, come le prime. Quindi ne viene necessariamente il bisogno di una riforma e ciò indebolisce grandemente una Congregazione, come abbiamo visto accadere in molti Ordini religiosi, e sempre con grandissimo scapito della salvezza delle anime. E poi? Il decadimento e la rovina totale. L'osservanza della Regola è l'unico mezzo, perchè possa durare una Congregazione.

 

                Tra di noi il Superiore sia tutto. Tutti diano mano al Rettor Maggiore, lo sostengano, lo aiutino in ogni modo, si faccia da tutti un centro unico intorno a lui. Il Rettor Maggiore poi ha le Regole; da esse non si diparta mai, altrimenti il centro non resta più unico, ma duplice, cioè il centro delle Regole e quello della sua volontà. Bisogna invece che nel Rettor Maggiore quasi s'incarnino le Regole: che le Regole ed il Rettor Maggiore siano come la stessa cosa.

 

                Ciò che avviene pel Rettor Maggiore riguardo a tutta la Società bisogna che avvenga pel Direttore in ciascuna casa. Esso deve fare una cosa sola col Rettor Maggiore e tutti i membri della sua casa devono fare una cosa sola con lui. In lui ancora devono essere come incarnate le Regole. Non sia lui che figuri, ma la Regola. Tutti sanno che la Regola è la volontà di Dio e chi si oppone alle Regole, si oppone al Superiore e a Dio stesso.

 

                Si parli sempre in questo modo ai confratelli: - Bisogna che si faccia questo o quello, è strettamente necessario che ciascuno s'impegni a fare quel lavoro, perchè la Regola al capo tale lo comanda; ora bisogna che ci mettiamo tutti d'accordo ad eseguire questo o quell'altro, poichè la Regola insiste su ciò. - Un Direttore adunque tutte le volte che vuole operare, deve prendere qualche misura o deliberazione, si metta sempre sotto lo scudo della Regola, e mai operi di sua propria volontà o autorità. Dica: - Si deve fare così, perchè la Regola così dice di fare e così vuole. - Questo modo di regolarsi nei Direttori arrecherà grandissimo bene alla Congregazione.

 

                Si procuri inoltre di conservare la dipendenza tra il Superiore e l'inferiore, e ciò spontaneamente e non coacte. I subalterni si impegnino molto a circondare, aiutare, sostenere, difendere il loro Direttore, e stargli fitti d'attorno, a fare quasi una sola cosa con lui. Nulla facciano senza dipendere da lui, perchè così facendo dipendono non da lui, ma dalla Regola.

 

                Non voglio dire qui che non si faccia nessuna azione volta per volta, senza il consenso del Direttore: che cioè, ad esempio, chi scopa, camera per camera che ha scopata. vada a domandare al Direttore quale altro pavimento debba andare a far pulito; che ognuno che fa scuola, volta per volta che finisce un autore od un capo, vada a domandare al Direttore quale altro libro debba spiegare; così, per esempio [82], il cuciniere vada a chiedere tutti i giorni al Direttore quali pietanze debba preparare pel pranzo o per la cena: ma intendo che tutti si regolino secondo gli avvisi e le norme che il Direttore ha dati e nelle cose in genere o improvvise da farsi, non si proceda a capriccio, ma si abbia sempre lo sguardo rivolto al centro di unità.

 

                Del resto nelle cose ordinarie e giornaliere ciascheduno sa bene quali cose convengano al suo uffizio senza andare dal Superiore, tanto più avendo ciascuna casa regole fisse pel disimpegno di ogni attribuzione. Hanno tutti in mano le Regole e ciascheduno procuri di compiere il proprio dovere, l'uffizio che gli è assegnato, da buon cristiano e da buon religioso.

 

                Finirò! Ecco che siamo nuovamente per dividerci. E quale pensiero vi darà Don Bosco, che ci serva a ben regolarci pel presente, e per sempre nell'avvenire? Io ho un gran pensiero da esternarvi, molto vantaggioso a tutte le case, che deve servir di guida specialmente in quest'anno e sempre: un pensiero che, secondato, farà fiorire la nostra Società. Questo pensiero si esprime con una sola parola: OBBEDIENZA.

 

                Sì, ciascuno nella sua sfera procuri di essere obbediente, sia alla Regola, sia ai singoli comandi dei Superiori. Questo lo faccia ciascuno per conto suo, questo si promuova fra gli altri confratelli. Questa virtù si inculchi negli inferiori, negli allievi, in tutti. Quando in una casa o Congregazione regna questa virtù, tutto va bene.

 

                Tutta la religione, diceva un gran Santo, consiste nell'obbedienza, la quale genera tutte le virtù e le conserva. Siamo obbedienti ed avremo la pazienza, la carità e la purità, la quale specialmente è il premio dell'umiltà.

 

                Perciò l'obbedienza sia il tema delle letture, delle prediche e di molte conferenze. Ciascheduno legga e rilegga attentamente il capo delle nostre Regole, dove si parla del voto di obbedienza; anzi questo capo si studi a memoria.

 

                E il punto più principale, attorno a cui deve versare la nostra obbedienza, si è intorno alle pratiche di pietà, le quali sono come il cibo, il sostegno, il balsamo alla stessa virtù. Il Direttore faccia rileggere bene anche questo capitolo, procuri di osservarlo e di farlo osservare. L'obbedienza, e specialmente per le pratiche di pietà, è la chiave maestra dell'edifizio della nostra Congregazione, è quella che lo sosterrà.

 

                Io non voglio intrattenervi di più. Non occorre che dica più altro; solo voglio prima di finire esporvi ancora un grande riflesso, perchè tutti ci animiamo a percorrere generosamente la nostra strada. Se un povero prete con niente e con meno di niente, perchè bersagliato da tutti e da ogni parte, potè portare le cose fino al punto in cui ora si trovano; se, dico nuovamente, un solo fece tutto ciò che voi vedete e con niente, qual bene il Signore non aspetterà da trecentotrenta Individui, sani, robusti, di buona volontà, forniti di scienza, e coi  [83] mezzi potenti che ora abbiamo in mano? Qual cosa non potrete fare appoggiati alla Provvidenza?

 

                Il Signore aspetta da voi cose grandi; io le vedo chiaramente e distinte in ogni parte e potrei già esporvele una per una, o per lo meno accennarvele; ma per ora non giudico bene parlarvene. Se qualcheduno mi ricorderà queste mie parole nell'anno venturo, io vi potrò far vedere grandi cose che il Signore quest'anno si è degnato di iniziare e specialmente una che vi riempirà di stupore. Dio ha incominciato e continuerà le sue opere, alle quali tutti voi avrete parte. Queste riguardano il florido stato della Congregazione, le quali, mentre io già mi troverò alla mia eternità, porteranno rilevanti conseguenze per la salute delle anime, a gloria di Dio; gioveranno al bene universale della Chiesa, saranno cagione di gloria (sì, lasciatemi dire questa parola) alla nostra Congregazione. Ed in verità, le meraviglie, a compiere le quali il Signore vuol servirsi di noi miserabili Salesiani, sono grandi. Voi stessi vi meraviglierete e sarete stupiti nel vedere come voi abbiate potuto fare tutto questo innanzi agli occhi dell'universo e pel bene dell'umana società.

 

                Il Signore fu Colui che incominciò le cose, Egli stesso diede loro l'avviamento e l'incremento che hanno, Egli col volgere degli anni le sosterrà, Egli le condurrà a compimento. Iddio è pronto a fare tutte queste grandi cose che contribuiranno all'aumento meraviglioso dei soci. Una sola cosa Egli richiede da noi: che noi non ci rendiamo indegni di tanta sua bontà e misericordia. Finchè noi corrisponderemo alle sue grazie col lavoro, colla moralità, col buon esempio, il Signore si servirà di noi, e voi vi stupirete che si sia potuto far tanto, e che possiate fare tanto; poichè, se si procede collo spirito dolce e coll'operosità di san Francesco di Sales, il mondo deve cedere e ne verrà la gloria di Dio ed il bene della Società.E noi dobbiamo esclamare Omnia possum in eo, qui me confortat.

 

                Verso la fine del suo discorso il Servo di Dio appariva estremamente commosso, e tutto il suo dire erasi fatto di una energia straordinaria. L'annunzio di “grandi cose” per il venturo anno colpì l'uditorio; ne abbiamo qualche indizio in un minuscolo diario dì Don Lazzero, il quale sotto questa data non si contentò di porre nuda e cruda una delle solite noterelle da taccuino, ma, dopo aver scritto: “2, 3 febbraio. Conferenza in chiesa piccola colla relazione dei Direttori delle case”, sentì il bisogno di soggiungere: “Chiuse Don Bosco predicendo che di quest'anno si inizierà dalla Congregazione tal cosa che un giorno ridonderà a gloria della Congregazione  [84] e di vantaggio alla Chiesa universale”. Il Beato volle alludere principalmente, come dirà nelle conferenze del '77, alla sua grandiosa concezione dei Cooperatori Salesiani, maturata a poco a poco, attuata nella sua forma definitiva durante quest'anno e destinata a un avvenire, di cui i suoi stessi collaboratori chi più chi meno stentarono sulle prime a farsi una giusta idea[19].

 

                Che lì realmente egli mirasse, ce lo conferma una confidenza. da lui fatta a Don Barberis il 19 febbraio. Dopo un accenno all'Opera di Maria Ausiliatrice e alle famose scuole di fuoco omai avviate, continuò: - Ora poi sto lavorando intorno ad un altro affare molto importante, cioè l'Associazione Salesiana. E’ da molto tempo che mi occupo ed è ben difficile stabilire cose positive. Da circa due anni ci lavoro attorno. Ora la formulerò e prima del fine dell'anno si renderà. pubblica. Ci vorranno due anni a consolidarla. Affare molto importante, lunghi studi preparatorii, pubblicazione in fin d'anno: sono questi tanti elementi che ci dànno la chiave per penetrare il senso delle parole dette nella conferenza.

 

                Ma queste parole ci somministrano anche una prova per mostrare quanto sia infondata l'opinione che l'origine dei Cooperatori Salesiani fosse dovuta a un'idea di Don Guanella, quand'egli era salesiano. Don Bosco dice qui nel febbraio del 1876 che vi pensava “da molto tempo”e che “da circa due anni” vi lavorava attorno; infatti il primo “Programma” per i Cooperatori fu steso nel 1874: ma un abbozzo iniziale data dal 1841, come si è detto nel volume precedente. Orbene Don Guanella venne all'Oratorio nel 1875.Che lo stesso Don Guanella potesse aver creduto questo, non ci farebbe meraviglia. Il Beato Don Bosco, quando ruminava, importanti disegni, soleva indagare su di essi il pensiero altrui, senza lasciar trapelare i propri intendimenti; [85] anzi faceva le viste di prendere in considerazione le cose che udiva, sicchè lasciava i suoi interlocutori nella credenza d'avergli apportato chi sa quali lumi. Era naturale che con un uomo come Don Guanella il Servo di Dio si aprisse intorno al suo disegno e fors'anche lo pregasse di presentargli un abbozzo conforme al suo modo di vedere, sicchè quegli dopo s'immaginasse d'avergli suggerita l'idea. Così il ministro Urbano Rattazzi dopo un celebre colloquio[20] non sarebbe potuto rimanere con l'impressione d'essere stato proprio lui a suggerirgli l'idea della Pia Società Salesiana?

 

                L'ultima conferenza, che fu nelle ore antimeridiane del 4 febbraio e a cui presero parte i soli Direttori e i membri del Capitolo Superiore, si tenne alla presenza del Servo di Dio. Lo scopo non era più di discutere, ma di ascoltare la parola del caro Padre. Tuttavia gli si espose come, nelle adunanze presiedute da Don Rua, si fossero lette ed esaminate le deliberazioni già prese nelle conferenze generali degli altri anni, per radunarle in un corpo solo e farle stampare. Il Beato approvò; soltanto chiese che prima di consegnarle al tipografo, venissero a lui presentate, perchè desiderava di eliminarne qualche espressione caustica già notata. Finchè si può, diss'egli, si evitino sempre gli urti e si vada avanti un poco alla volta. - Quindi prese a parlare così:

 

                Oh! adesso io dirò due cose che mi era proposto di dirvi, prima che ciascuno parta per i propri collegi; e poi mi direte ciò che fu deliberato nelle conferenze dei giorni scorsi e mi suggerirete ciò che a voi sembra da farsi, per la maggior gloria di Dio ed a bene della Congregazione.

 

                La prima cosa che io desidero di avvertire si è questa. I Direttori dispongano che, quando vado a far visita nelle case, io possa parlare con tutti gl'individui di esse, cioè con tutti i confratelli della nostra Congregazione. Non ve ne sia uno solo, col quale io non possa parlare. Si renda loro facile l'abboccarsi con Don Bosco, si annunzi preventivamente il mio arrivo e il desiderio che ho di parlare con tutti. Perciò si faccia sapere ai confratelli, in quali ore per ciascuno sarà fissata l'udienza, e si esorti in generale che, chi avesse qualche cosa [86] di speciale da dirmi, si, prepari a manifestare liberamente tutto il suo cuore. Mio scopo principale in queste visite si è di togliere la ruggine, che in alcuni potrebbe esservi col Direttore. Con me ed in queste circostanze parlano volentieri, palesano schiettamente il loro cuore ed io posso comporre ogni cosa in pace. Il Direttore poi toglierà le cause che possono aver prodotto questi malcontenti e così l'ordine della carità sarà aggiustato.

 

                Avviene con frequenza che qualcuno si crede di essere visto di mal occhio dal suo Direttore e suppone che il Superiore abbia chi sa che cosa contro di lui, mentre il Direttore ha nulla affatto in contrario e non sospetta neppure che il confratello abbia questo pregiudizio. Simile avversione, benchè sovente non palesata, dura per mesi e mesi Ora andando io in visita, se questi tali non hanno comodità di parlarmi, credono che il Direttore abbia così disposto, e si rattristano maggiormente. In alcuni collegi mi accadde che più volte di seguito non potei per varie cause parlare con qualcuno, il quale mi scrisse poi lettere proprio compassionevoli, che talora; quasi trascendevano in filippiche, mentre affatto impensatamente era accaduto di non potergli parlare.

 

                Nella posizione in cui sono i nostri collegi, la vita dei soci è tutta personificata nel Superiore. Un suo sguardo, direi, può consolarli, un suo sguardo rattristarli; bisogna perciò che ciascuno di voi guardi di essere molto e molto affabile con tutti e dimostri ad uno per uno affezione speciale.

 

                Perchè le mie visite riescano maggiormente profittevoli, sarà bene che mi si dia una nota dei confratelli che sono in casa affinchè io sappia: - Questo l'ho già veduto, questo non ancora.- Anzi crescerà il frutto se in questa nota ad ogni nome si porrà una postilla. Cioè: Sarebbe bene che al tale parlasse di questo o di quello; costui ha bisogno di un incoraggiamento per questa parte, e colui è necessario trattenerlo per quest'altra, ovvero ammonirlo pel tale difetto.Io procurerò di procedere con prudenza, ed eseguire i desideri del Direttore in modo che il confratello non se ne accorga, e servendomi di quell'avviso solamente nel caso che io giudicherò essere di maggior gloria di Dio. Così le visite riusciranno veramente vantaggiose.

 

                Un'altra cosa vi dirò, mentre me ne ricordo. Ritornando ai vostri collegi, si avvisino i confratelli che si tratta d'una nuova spedizione per le Missioni d'America. Chi desiderasse prendervi parte, faccia la domanda; chi l'avesse già fatta, se persevera nel desiderio di andare, la rinnovi. Basterà che mi scrivano un biglietto in questo senso: Occorrendo, io sono pronto a partire per le Missioni. In questo modo si possono provvedere le Missioni con quelli individui, che la Congregazione crede bene di mandare, e nello stesso tempo si mandano solo quelli che assolutamente lo desiderano, senza che nessuno venga sforzato a questo passo. Chi ha già fatto la domanda, è bene che la ripeta, scrivendo, per esempio, la seguente frase: Io sono sempre dello [87] stesso parere. Molti vengono nell'Oratorio espressamente per aver. campo d'andare nelle Missioni ed è conveniente che costoro siano contentati. Per esempio, Allavena, venendo nella Congregazione, mi aveva detto espressamente: - Se Ella crede di potersi servir di me nelle Missioni, io entrerò nella Pia Società; ma questo è proprio il mio desiderio. - E andò benissimo che fosse così pronto ad ogni evento; poichè, qualcuno essendosi ritirato al momento della partenza, Allavena senza dir parola si trovò pronto.

 

                Anche i chierici ponno fare questa domanda, ma qualora siano veramente risoluti. Noi tuttavia andremo sempre adagio nell'interrompere i loro studi.

 

                Non occorre che io ripeta nuovi avvisi, perchè si coltivino molto le vocazioni allo stato ecclesiastico. Questo è lo scopo principale, a cui tende ora la nostra Congregazione. La straordinaria scarsità del clero, che ogni anno più si deplora, è il maggior male che presentemente ci minaccia. Ciò che io desidero dirvi sono alcune regole, o sante astuzie per coltivare con profitto queste vocazioni. Si indaghi adunque chi sono coloro che hanno propensione per la Congregazione. ma non si spinga mai nessuno ad entrarvi; anzi, chi desidera andare in seminario, si lasci in libertà, e speriamo, purchè siano atti, che faranno del bene. Ma quando alcuno ci domanderà consiglio sulla vocazione, come rispondere? E specialmente quando siamo interrogati da chi è indeciso e propende più per farsi prete secolare che per entrare in Congregazione? Ecco questo, che io credo un gran consiglio. Quando si vede che un giovane assai buono in collegio, è solito nelle vacanze a far qualche mancanza grave contro la moralità, e, rientrato nel collegio, aggiusta le partite dell'anima, e per vari mesi e per tutto l'anno non ha più nulla da rimproverarsi su questo punto, se costui desidera farsi prete, il consiglio che assolutamente gli darei sarebbe questo: - Se tu vuoi farti prete e vivere nel mondo, tu la sbagli; non farti prete; oppure entra in una Congregazione od in un Ordine religioso. - Questo è chiaro: poichè, se costui si fa chierico, va in seminario, e come resisterà nelle vacanze tanto lunghe e tanto disastrose?

 

                Invece, se sta ritirato, allora, e per i minori pericoli e per i grandi aiuti di letture, di meditazioni, di sacramenti, si può benissimo conservare in grazia. Ma se costui si fa chierico per la diocesi, avverrà di lui come di molti ci tocca vedere, che vestono l'abito ecclesiastico e dopo poco tempo lo depongono, ovvero i Superiori ecclesiastici sono costretti a farlo loro deporre.

 

                In questo caso si dica pure schietto in confessione a quel giovane: -Se ti piace la vita ritirata, va nei Cappuccini, nei Domenicani. nei Certosini; vieni fra noi, fa' tutto come credi meglio, e così ritirato potrai fare gran bene a te e salvar anime: ma io non ti consiglio il seminario; piuttosto sta' secolare; un buon secolare può benissimo operare la sua eterna salute. [88] Per la vocazione io credo assolutamente che si richiedano tre cose. Propensione, studio, morum probitas. Quando non si ha propensione, è inutile ogni ulterior fatica, ad eccezione che, come molte volte avviene, questo provenga solo da timidità; nel qual caso si può benissimo incoraggiare ad andar avanti. Per ciò che riguarda lo studio, si lasci decidere dagli esami. Vi è poi la morum probitas. Questo è assolutamente necessario, a meno che uno voglia proprio vivere, ritirato, e nel solo caso che le occasioni siano quelle che lo trascinano sulla mala via, fuori di queste essendo buona la sua condotta.

 

                Ora dirò qualcuna delle industrie che possono grandemente giovare a coltivare le vocazioni, sebbene alcune per sè possano parere assai piccole.

 

                1° Frequenza grande ai sacramenti; su questo punto poco mi fermo, perchè da tutti si sa quanto giovi. Nelle nostre case questa frequenza vi è regolarmente.

 

                2° Bisogna usare grande amorevolezza coi giovani; trattarli bene. Questa bontà di tratto e questa amorevolezza sia il carattere di tutti i Superiori, nessuno eccettuato. Fra tutti riusciranno ad attirar uno e basta uno per allontanar tutti. Oh, quanto si affeziona un giovane, quando si vede ben trattato! Egli pone il suo cuore in mano ai Superiori.

 

                3° Non solo trattarli bene, ma ai più grandicelli che danno qualche speranza, si conceda molta confidenza dal Superiore. Per esempio prenderlo separatamente e dirgli: - Vedi, mio caro: ho bisogno che tu mi faccia un piccolo lavoro, che mi copii questo foglio (e sarà una cosa da nulla, della quale non avremmo alcuna necessità), ma ho bisogno che nessuno lo sappia. Se ti pare di poterlo fare nello studio, mentre non ci sono altri, o che altri non ti veda, bene; del resto, va' nel tal posto, parla col tal Superiore che ti assegni un luogo, e poi, finito questo lavoro, me lo porterai - Pare una bazzecola da niente; ma questo chiamarlo a parte, dargli importanza, quella specie di segreto, fa sì che il giovane resti tutto portato pel Superiore e farebbe qualunque sacrifizio per lui, ed attacca il cuore a chi se lo seppe in quel modo guadagnare. Gioverà anche, per esempio, prendere un giovane e dirgli: - In questi giorni io ho bisogno di una grazia grande da te; saresti capace di fare un paio di comunioni, ma di quelle proprio fervorose, per me?

                Risponderà di sì.

 

                - E quali giorni vorresti scegliere? Fa' pure la scelta a tuo piacimento: solamente, che ancor io lo sappia, perchè possiamo unire insieme le nostre preghiere.

 

                - Sceglierei i tali giorni.

 

                - Bene, e dopo che le avrai fatte, vieni a dirmelo ed allora, se lo potrò, te ne dirò il motivo.

                Quel giovane, con questo tratto di confidente affezione, resta già per metà ingaggiato. Quando ritornerà dopo fatte, le comunioni, gli  [89] si potrà dire per esempio: - Sai poi qual è la grazia che mi stava tanto a cuore?

 

                - No.

 

                - Vuoi saperla? Ecco: io ho fatte preghiere speciali ed ho voluto che anche le tue fossero unite alle mie, perchè voleva supplicare il Signore per la mia e tua santità; che ci faccia tutti e due santi; che uniti di corpo sempre su questa terra, possiamo poi essere un giorno uniti in cielo. Sei contento così? Vuoi metterti in molto impegno, perchè così sia? Coraggio! Io continuerò a pregare, perchè questa nostra impresa che abbiamo incominciato, vada avanti prosperamente: e anche tu pregherai per questo fine, non è vero?

                Queste sono tutte piccole industrie, ma formano il macchinismo che lavora potentemente nelle nostre case, e si può dire essere le fonti che alimentano la nostra Congregazione. Molti giovani si decidono dopo questi atti di confidenza speciale che si dà loro.

 

                A questo punto un sorriso generale spuntò sulle labbra dei congregati e ciascuno ripeteva: -E’ vero: in questo modo ha preso me... Si può dire che in questo modo ingannò fortunatamente tutti noi... Così potessimo noi prendere molti altri nella nostra rete! - Don Bosco dopo quella breve pausa proseguì:

 

                4° Giova anche tanto il far bene le cerimonie, le quali dimostrano con quale posatezza e santità si debba procedere nello stato ecclesiastico, al quale per avventura si sentono chiamati.

 

                5° Giova poi immensamente il promuovere il piccolo clero. Io sono di parere che sia desso il semenzaio delle vocazioni ecclesiastiche. Chi si veste da chierico, o vede il suo compagno vestirsi in questo modo, lo vede grazioso, far bene le cerimonie. farle posatamente, avere un posto distinto all'altare, eh! non può a meno di sentirsi inclinato alquanto a quello stato. Per lo meno questo spettacolo servirà a rompere il ghiaccio di chi non può vedere i preti. Anche tra i giovani delle nostre case ve ne sono vari che, sentendo sempre a casa loro parlare male dei preti, li tengono come in dispregio, come gente interessata, e purtroppo di ciò possono aver avuti esempi sotto gli occhi. In alcuni vi sarà anche vero astio contro i sacerdoti, perchè non li praticarono mai da vicino. Ma qui, se vedono i preti impegnati pel loro bene e poi vedono i compagni migliori aver la prerogativa di andar vestiti da chierico, prendono in grande concetto questo stato. Non è molto tempo che avvenne il fatto seguente. Un buon giovane, ma veramente buono, aveva manifestato il desiderio di farsi prete nel primi mesi di Oratorio. Dopo qualche tempo, interrogato da me della sua vocazione, mi disse chiaro: - Non voglio più farmi prete. [90] - Oh! che cosa è questo? io gli chiesi; la vocazione l'avevi.

 

                - No; non voglio più farmi prete - Mi replicò risolutamente.

 

                Io era stordito, tanto più che il giovane continuava ad essere un vero modello di buona condotta. Allora io gli chiesi per gran piacere che mi significasse, qual causa gli avesse fatto mutar deliberazione. Dopo molta esitanza: - Ecco, mi disse; il tale mi ha fatto vedere come tutti i preti sono cattivi. E’ ipocrisia ciò che pare all'esterno. Esso ha un parente canonico ed ha sentito raccontare da lui stesso che molti parroci conducono una vita! ... che prendono in casa persone!… che vivono male... Piuttosto che farmi prete briccone, non mi farò mai e poi mai prete. Io l'anima mia la voglio salvare.

 

                Io gli feci animo a non rinunciare così facilmente alla propria vocazione, gli feci vedere l'assoluta falsità della cosa e senza più insistere gli soggiunsi: - Fa' il possibile per dimenticare ciò che quel perverso ti narrò: non pensarci più oltre. Dal tuo canto, fa' così: poniti per un momento avanti ad un Crocifisso od al Santissimo Sacramento, e di' fra te stesso: Se io mi trovassi in punto di morte, qual è la cosa che desidererei d'aver fatta? Quale stato desidererei d'aver abbracciato per potere con maggior facilità salvarmi l'anima e fare del bene? Pensa a questo e poi rispondimi.

                Quel giovane si pose avanti ad un Crocifisso, vi stette alquanto e poi ritornato da me, disse: - Prete sì, ma non nel mondo. Star ritirato affatto!-

                Questo era ciò che io voleva.

 

                6° Gioverà anche grandemente il dare ad un giovane molta famigliarità. Farlo passeggiare qualche volta da solo con noi, raccontare, ridere, ascoltarlo; farsi narrare della sua vita a casa, dei campi, dei prati, delle vigne, della cascina, ecc. Se essi, trattati così famigliarmente, domandano della propria vocazione, suggerir loro di parlarne in confessione, quando si conoscono bene le cose.

 

                Consigliarli anche di parlarne a Don Bosco, quando verrà, in visita. - Pensaci bene, gli si potrà dire; matura il tuo consiglio e finirai di decidere allora: vedrai che, seguendo il consiglio di Don Bosco, sarai poi contento per tutta la tua vita.

                Quando io passo nelle case a far queste visite, specialmente verso il termine dell'anno, è allora il tempo di conchiudere molti affari. Io domando sempre: - Il tuo Direttore che cosa ti ha detto?

 

                - Mi ha consigliato di domandare anche a lei per accertarmi meglio; ma diceva non vedere esso difficoltà ed essere di parere che avrei potuto abbracciare lo stato ecclesiastico.

 

                - Bene! Ed io farò il resto, come mi sembrerà meglio per te.-

                Invece un altro mi risponderà: - Il Direttore mi disse di no pel tale motivo.

                In questo caso, se io dovessi cambiare il giudizio del Direttore, per lo più ho mezzo di farlo, senza che l'allievo si accorga di nulla. Gli dico: - E tu togli quel motivo che il Direttore ti disse essere [91] d'impedimento. Non sei buono di. farla vedere al demonio? Guarda, fa così e così, e poi vedrai. Oh, se tu segui questo o quell'altro consiglio, tu puoi ancora rimediarvi facilmente! - Per questo lato il Direttore non tema: se vi fosse da cambiar consiglio, si va molto prudentemente.

 

                Ora veniamo ad un altro punto che io credo della massima importanza per far camminare bene i giovani nella via della salute. Pur troppo una lunga esperienza mi ha persuaso esservi bisogno di far fare la confessione generale ai giovani, che vengono nei nostri collegi; o almeno almeno questa confessione essere loro vantaggiosissima.

 

                Il giovane si può disporre in questo modo:

 

                - Hai già fatta la confessione generale?

 

                - No!

 

                - Non saresti contento di fissarti un tempo per farla? Pensa un po' un momento, dimmi con tutta schiettezza: se tu avessi a morire questa notte, ti pare che non avresti nulla da aggiustare col Signore? Ti pare che saresti tutto tranquillo?

 

                - No!

 

                - Ebbene, quando la vorresti fare?

 

                - Quand'ella mi dice.

 

                - Oh guarda! Io ti dico che tu la faccia in quel tempo in cui abbia intenzione di dirmi tutto, tutto....

                Poi, anche venendo quel giovane, a confessarsi per ripassare l'intera sua vita, dirgli: - Sei venuto proprio col cuore aperto? Con intenzione di dirmi tutto, piccolo e grosso? Oppure tu hai qualche cosa che non osi guari dirmi? -E dalle. risposte che darà, si prendano le norme per continuare.

 

                Credetemi, parrò esagerato; ma io sono di parere che, forse cinquanta su cento, i giovani, quando vengono nei nostri collegi, hanno bisogno di fare la confessione generale. E per ottenere che si facciano le cose bene, bisogna avere carità, e carità, e tanta carità. Bisogna saper quasi estrarre per forza quel che non vorrebbero dire.

 

                Ancora una cosa. Ciascun Direttore nella propria casa dia moto, per quanto può, alle nostre associazioni della Biblioteca e specialmente delle Letture Cattoliche. E’ vero che ciò andava specialmente fatto in principio dell'anno, mentre i giovani avevano danaro; ma l'avviso serva per altri anni, ed anche ora si propaghino e si raccomandino quanto più si può.

 

                Giunta al termine questa bella conferenza, s'intavolò una conversazione molto familiare, in cui tornarono a galla parecchie cose discusse nelle ordinarie sedute; i presenti profittarono dell'occasione per interpellare il Beato sopra diversi argomenti. [92] Così, per esempio, si riparlò del distribuire ai confratelli una copia di ogni numero tanto delle Letture Cattoliche quanto della Biblioteca della gioventù italiana. Nei collegi non si agiva dappertutto a un modo; ma dove quei libri si davano a tutti i professi, dove ai soli professori, dove ai professori i fascicoli della Biblioteca e ai maestri i fascicoli delle Letture. Spiaceva sentire confratelli che, cambiando casa, uscissero in confronti odiosi, dicendo: - Qui si fa così; dov'ero prima, si faceva cosà. - Se ne ingenerava facilmente il sospetto che i Direttori procedessero in maniera arbitraria.

 

                Come regolarsi dunque? Togliere di mezzo senz'altro l'uso della distribuzione generale, parve misura draconiana; concedere i volumetti a tutti i Salesiani era cosa che col crescere continuo dei collegi avrebbe importato una spesa troppo grave per la. Congregazione; dare ai professori la Biblioteca e ai maestri le Letture urtava contro l'inconveniente, che essendo in certi collegi gli associati alla Biblioteca più numerosi nelle classi elementari che nelle ginnasiali, i maestri non avrebbero avuto conoscenza di quelle pubblicazioni e quindi non le avrebbero potute raccomandare. Si chiese a Don Bosco quale fosse il suo pensiero.

 

                A Don Bosco veramente arrideva l'idea della massima diffusione; tuttavia con il suo spirito pratico propose una soluzione per gradi: 1° Dov'era invalso l'uso di dare i libri agl'insegnanti, si continuasse pure; ma si badasse a segnare ciascun libro con il bollo del collegio o della biblioteca, indicando così essere i libri dati ad usum e non in proprietà, e quindi non poteva l'insegnante farne regalo ai giovani o ad altri, nè, cambiando collegio, recarli seco. 2° Dove l'usanza fosse di distribuire i libri a tutti i Salesiani, e così costumavasi ancora nella maggior parte delle case, si concedessero a richiesta, non movendo alcuna difficoltà a chi li domandasse dicendo d'averne bisogno. 3° Negli anni successivi s'introducesse dappertutto la consuetudine di dare quei libri solamente, ma senza veruna difficoltà, a chi li chiedesse per  [93] motivo di studio. In questo modo si sarebbero eliminate le cause di lagnanze e contentati tutti senza tanto dispendio. Di regola, si desse la Biblioteca solo ai professori di latino o d'italiano..

 

                Per transenna, fu rilevato come il numero degli associati alle Letture Cattoliche, sebbene già grandissimo, andasse continuamente aumentando; la Biblioteca invece averne solo duemila, quanti appena bastavano per condurre avanti l'impresa: i volumi tuttavia avere grande spaccio separatamente. Erasi di fresco stampato un fascicolo con lettere inedite del Pellico in tremila esemplari, smaltiti nello spazio di un mese. Don Bosco disse: - La Biblioteca, finchè avrà mille associati, conviene continuarla; avremo sempre il vantaggio della vendita dei volumi separati.

                Il Beato chiuse la seduta a mezzogiorno con le solite preghiere, augurando il buon viaggio ai Direttori e incaricandoli di dire tante cose ai giovani dei loro collegi da parte sua, da parte dei Superiori e da parte anche dei giovani dell'Oratorio di Torino.

 

                Nei nostri archivi troviamo elencati undici buoni effetti di queste conferenze direttoriali. Trattandosi di osservazioni dettate se non per ispirazione, certo sotto l'influsso di Don Bosco e nei giorni delle surriferite conferenze, chiuderemo il capo, citando tal quale il documento “Queste conferenze coi Direttori dànno origine ai seguenti beni:1° Autorizzano questi viaggi, sicchè in certe circostanze non mettono sospetto ai confratelli della propria casa, qualora vi fosse qualche questione da sciogliere. - 2°La risoluzione di vari quesiti si rimanda a quest'epoca, e perciò risparmio nei viaggi. - 3° Mettono d'accordo i Direttori su vari punti. - 4° 1 Direttori colla loro presenza dimostrano i progressi della Congregazione. - 5° Animano grandemente a farsi ascrivere nella Congregazione ed a perseverare in essa. - 6° Stabiliscono una straordinaria fraternità fra i Direttori, che altrimenti avrebbero poca comodità di conoscersi. - 7° Per  [94] le parole di Don Bosco si va sempre innanzi con grande unità di spirito. - 8° Si spiega e s'intende sempre meglio il Regolamento. -9° Si rimedia insieme a qualche disordine, che tentasse introdursi. - 10° E’ il tempo nel quale i Direttori, se hanno qualche cosa d'importanza da proporre lo fanno... - 11° Le relazioni dei collegi sono ascoltate con piacere straordinario e si parla di esse dai confratelli per tutto l'anno”.

 

 


CAPO IV. Installazione dei Salesiani nell'Argentina.

 

                Missionari approdarono a Buenos Aires il 14 dicembre. Dalla nave alla casa di loro provvisoria residenza raccolsero prove continue, che essi giungevano nella Capitale argentina ansiosamente aspettati.

 

                Il piroscafo faceva il suo ingresso nel porto, quando udirono un fragoroso scoppio simile a sparo di artiglieria, che li mise in apprensione, perchè immaginarono chi sa quale oscura minaccia; ma il loro momentaneo sgomento si convertì in gioia, appena conobbero la vera causa del colpo. Non temano, andò a dir loro il capitano, è un saluto che si fa ai Missionari Salesiani.

                Gettate che furono le ancore, ecco appressarsi al bastimento un vaporino, dal quale scese un prete, che, lanciatosi su per la scaletta, montò rapido a bordo. Era Don Ceccarelli, venuto a prendere i Salesiani per condurli seco in città. La reciproca brama di conoscersi personalmente fece sì che nullo bel salutar tra lor si tacque. Con lui filarono al molo.

 

                Colà li aspettavano duecento Italiani, fra i quali parecchi ex-allievi dell'Oratorio di Torino. Gli applausi e le grida echeggiarono lontano e a lungo. Mentre percorrevano in carrozza le vie, molte persone si fermavano e salutavano rispettosamente. [96] Giunti alla loro dimora temporanea, vi trovarono con grandissima sorpresa l'arcivescovo monsignor Federico Aneyros, che li attendeva impaziente di dar loro il benvenuto. Il degno prelato li accolse con la massima amorevolezza, li abbracciò tutti, si sedette in mezzo ad essi, interrogandoli di Don Bosco e di mille cose e manifestando il vivo desiderio di rivederli.

 

                In ora conveniente si recarono poscia all'Arcivescovado per restituire la visita. Là stavano radunati con Monsignore i Vicari Generali, e tutta la Curia. Sua Eccellenza mosse loro incontro, li presentò a quegli ecclesiastici, li condusse a visitare ogni cosa con affabilità e premura incantevoli; quindi, menatili in sala, li volle sentir sonare e cantare. Più volte chiamò fortunate le diocesi, dove esistevano case salesiane e, quanto a sè, ringraziava di cuore Iddio, che gli avesse concessa tanta benedizione.

 

                Anche tutti i Superiori di comunità religiose si affrettarono a visitare i nuovi arrivati, dimostrando loro molta deferenza e simpatia. I parroci non vollero essere da meno degli altri, ma offrirono amichevolmente ai Salesiani ogni appoggio.

 

                Fra le persone private che fecero cordiali accoglienze ai Figli di Don Bosco, merita particolare menzione Don Francesco Benitez, il venerando vegliardo già noto ai lettori, che, nonostante i suoi ottant'anni, erasi partito espressamente da S. Nicolás de los Arroyos, per venirli a incontrare[21]. Umile, caritatevole, cordialissimo, si professava loro amico, mentr'essi presero subito con lui tanta confidenza, che lo chiamavano col nome di padre.

 

                L'eco di accoglienze sì oneste e liete arrivò attraverso gli Oceani fino al Beato Don Bosco in quattro lettere di là speditegli pochi giorni dopo l'arrivo, senza dire di quelle che gli furono inviate da Don Cagliero e dagli altri. Il dottor [97] Ceccarelli, rilevata la bella coincidenza che il mese del viaggio, dal 14 novembre al 14 dicembre, corrispondeva esattamente al mese mariano di laggiù, sicchè poteva dirsi essere stato quel viaggio “prodigiosamente diretto da Maria Santissima”, compiacevasi con lui dell'onore fatto ai suoi figli nell'Argentina. Il dottor Espinosa, Vicario Generale, gli manifestava le grandi speranze concepite dai buoni per lo zelo che già ammiravasi nei Salesiani. L'Arcivescovo, soddisfatto, ammirato, consolatissimo, gli annunziava di aver date ai Missionari tutte le licenze per l'esercizio del sacro ministero e gli prometteva che essi avrebbero trovato in lui “un padre amorevolissimo e zelante del loro bene sì spirituale che materiale”. Infine Don Benitez, non sapendo l'italiano, ma conoscendo assai bene il latino, gli scrisse in questa lingua una lettera riboccante di affetto, di gratitudine e di venerazione. Testimonianze così calorose non è a dire quanta consolazione arrecassero al cuore del buon Padre.

 

                I Missionari si pensavano che li aspettasse soltanto un pied-à-terre a Buenos Aires, per ripartire tosto alla volta di S. Nicolás; ma l'Arcivescovo aveva disposto che stabilissero anche una residenza nella città, assumendovi il servizio della chiesa di Mater Misericordiae, detta la Iglesia de los Italianos. Gli Italiani nella sola capitale non erano meno di trentamila. L'offerta potevasi considerare provvidenziale, giacchè porgeva subito ai nostri i mezzi per occuparsi dei propri connazionali, che dovevano formare oggetto precipuo della Missione. Accolta di buon grado la proposta, si divisero in due gruppi, aggiustandosi alla meglio, finchè arrivassero validi rinforzi da Torino.

 

                Quella chiesa era stata costruita da una Commissione di buoni Italiani mercè il contributo di oblazioni popolari. Comprato il terreno, vi si edificò la Capilla Italiana con la formale autorizzazione della Curia arcivescovile, che vi trasferì pure la Confraternita Mater Misericordiae, sorta già [98] nella chiesa di san Domenico e di là fatta passare a Calle Moreno. Questo trasferimento diede alla Capilla il nome, che tuttora conserva. Ma eretta la chiesa, vi mancava il cappellano. Gli stranieri cattolici di Francia, di Germania e d'Inghilterra n'erano provvisti; soltanto gl'Italiani, più numerosi di tutti gli altri insieme, non riuscivano ad avere un prete che seriamente si occupasse dei loro bisogni spirituali. Grandemente perciò si rallegrarono, quando videro appagati i loro voti. E ben lo dimostrarono al momento dell'arrivo; poichè la Confraternita aveva divisato di andare con parecchie centinaia de' suoi membri a pregare i Padri, che non prendessero altri impegni e avrebbero voluto condurli processionalmente alla chiesa. Ma, seguendo il prudente consiglio di Don Ceccarelli, si limitarono ad inviare una semplice commissione.

 

                L'Arcivescovo, bramoso di provvedere finalmente a tante anime, nella lettera già citata scrisse della cosa al Servo di Dio in questi termini: “[I suoi figli] faranno certo gran bene non solo a S. Nicolás, ma anche in questa dominante, dove è convenientissimo che abbiano una casa, non solo per facilitare la comunicazione con V. R., ma ancora perchè il bene che potranno fare qua è immensamente maggiore di quello che potranno fare a S. Nicolás. Solo gl'Italiani sono un trentamila a Buenos Aires e la maggioranza dei preti italiani vengono, mi stringe il cuore al dirlo, per far quattrini e niente altro. Credo dunque convenientissimo che prendano i suoi figli la direzione della chiesa italiana, che quei buoni confratelli loro offrono. Così presteranno un servizio immenso non solo agli Italiani, ma ancora ai nostri”.

 

                Don Cagliero non istette con le mani in mano. Egli cominciò senz'altro la predicazione nella chiesa della Misericordia, facendovi la Novena del Natale con istraordinario concorso di fedeli; la qual predicazione nel triduo prese l'aspetto di una vera missione, come quelle che si fanno nei nostri paesi. Lo aiutava Don Baccino, rimasto a Buenos  [99] Aires insieme col coadiutore Belmonte. Stragrande era il numero di coloro che volevano confessarsi, cosicchè per soddisfare a tutti, essendo due soli i confessori, fu protratta quelle specie di missione durante l'intera ottava natalizia. Ormai Don Cagliero s'era fatto con le sue prediche un gran nome[22]; anche il titolo di dottore in teologia e di maestro e compositore di musica attiravano più largamente la stima e l'attenzione al Superiore de los Saleses.

 

                Monsignor Alberti, Vescovo di La Plata, ama, parlando coi nostri, ricordare un episodio della sua fanciullezza, il quale si riferisce appunto all'ingresso dei Salesiani in Buenos Aires. Ragazzetti in buon numero, che si affollavano alla chiesa di Madre della Misericordia per servire la Messa e per aiutare nelle sacre funzioni, mettevano a rumore e a soqquadro la sacrestia; onde gl'Italiani della Confraternita, disturbati dal loro chiasso, li minacciavano spesso dicendo: - Ora vengono i Padri Salesiani, e vedrete come vi faranno star cheti! Essi vi aggiusteranno per le feste! La finirete una buona volta con tanti schiamazzi! - A forza di sentirli ripetere quell'antifona, i ragazzi s'erano formata l'idea che i Salesiani fossero preti terribili e che avrebbero messo mano a chi sa quali castigamatti. Posti tali precedenti, si comprende come quei poverini il 14 dicembre non dovessero partecipare alla gioia comune. Mentre numerosi Italiani andavano incontro ai Missionari, le due campane della chiesa sonavano a distesa per avvertire i fedeli; - ma a noi, suol ripetere monsignor Alberti allora fanciullo di nove o dieci anni, sembrava che sonassero la nostra agonia. [100] Ora che avvenne? Un gruppo dei più birichini combriccolarono e decisero di slegare le corde alle campane. Arrampicatisi sul campanile e colto il momento di una breve sosta dei campanari, sciolsero quelle corde, che caddero al suolo senza che se ne indovinasse la causa. Intanto arrivavano i Missionari, stupiti di non incontrare ragazzi nè per via nè presso la chiesa. I ragazzi vi erano, ma si tenevano nascosti dietro la gente o accoccolati negli angoli. Finalmente Don Cagliero, avendone scoperti alcuni, li chiamò dolcemente a sè, li prese per mano, li regalò di medaglie, li trattò insomma con tanta amorevolezza, che quelli, e fra gli altri il piccolo Alberti, dissero rinfrancati ai soci della Confraternita: - Questi sì che sono buoni e ci vogliono bene! L'oratorio festivo fu così bell'e inaugurato. Un oratorio, dove l'eroico Don Baccino farà miracoli di carità e di zelo non solo coi ragazzi, ma anche coi giovanotti operai, e preparerà le prime vocazioni di coadiutori e di chierici, fra i quali oltre lo stesso monsignor Francesco Alberti, l'ottimo parroco Angelo Brasesco, l'attuale Direttore dei Cooperatori Salesiani monsignor Carranza e il vescovo di S. Juan de Cuyo monsignor Giuseppe A. Orzali.

 

                Anche una Figlia di Maria Ausiliatrice, suor Emilia Mathis, argentina, serba freschi ricordi di quei giorni. Quando vide giungere i primi Missionari, aveva dieci anni e frequentava la scuola laica. Ora, dopo aver assistito a un altro corteo ben più imponente in onore di Don Bosco beatificato, sentì il bisogno imperioso di dare sfogo ai sentimenti del suo cuore e, riandando quelle lontane memorie, scrive così al Rettor Maggiore Don Filippo Rinaldi: “Noi alunne delle scuole pubbliche ascoltavamo le belle prediche di Don Cagliero e di Don Baccino, ci confessavamo da loro, andavamo al catechismo con grande gusto e profitto. Essi ci davano tanti utili consigli, eccitandoci a farci buone e insegnandoci a scansare i pericoli, da cui eravamo circondate. Furono essi che ci prepararono e ci ammisero alla prima comunione  [101] essi che gettarono in parecchie di noi e coltivarono il germe della vocazione, fino a farci riuscire umili Figlie di Maria Ausiliatrice e di Don Bosco. - Come sono buoni questi Padri! ci dicevamo fra noi. Come si curano delle nostre anime! Quanto bene ci fanno! Prima nessuno si dava pensiero di noi. - Venute poi le Suore ed aperto il loro collegio di Almagro nel 1878, noi volammo fra le postulanti e le novizie e fummo le prime Argentine a professare. Amatissimo Padre, questi dolci ricordi ci si affollavano alla mente e ci facevano piangere di consolazione e di gratitudine, mentre accompagnavamo le falangi delle nostre fanciulle dietro l'effigie del Beato Don Bosco”.

 

                Non si creda però che tutti gli Italiani ivi residenti la pensassero a un modo. Elementi massonici, che cercavano di dominare la colonia, si erano infiltrati anche nella Confraternita e in combutta con i loro colleghi della penisola lontana lavoravano astuti e tenaci a laicizzare la religiosa istituzione. Ma ebbero da fare i conti con chi aveva petto più saldo di loro e possedeva risorse a dovizia. Don Cagliero, accortosi del lavorio settario e appoggiato dalla Curia metropolitana, rimaneggiò il regolamento, riformò gli statuti[23], gettò al fuoco i registri. Tutto egli fece alla luce del sole. Con un discorso di infiammata eloquenza veramente italiana purificò il nome della patria dalle infamie, di cui nell'aprile precedente l'avevano macchiato orde selvagge della Boca con la sassaiola contro l'Arcivescovo e la chiesa di san Francesco e con l'incendio del collegio del Salvador, e per rinnovare l'elemento della Confraternita proclamò alto dal pulpito che chiunque volesse farne parte, presentasse in persona il biglietto pasquale: quella essere l'unica entrata, quella la vera porta dell'ovile di Gesù Cristo. Poi diresse eroicamente le elezioni del nuovo Consiglio. Si videro bene quel giorno cartellini alle pareti con la scritta Morte a Cagliero [102]; il designato presidente ricevette anche un pugno ferrato nel fianco: ma questi riuscì eletto e fu il signor Romolo Finocchio, cattolico tutto d'un pezzo, che non aveva nessunissima paura dei massoni. Il 15 gennaio del'76 l'Arcivescovo di Buenos Aires poteva ormai scrivere al Beato: “La benedizione del Santo Padre produce già i suoi frutti, poichè [i suoi figli] stanno facendo un bene grandissimo alla popolazione italiana di questa Capitale, popolazione così numerosa e così sprovvista di buoni sacerdoti della loro patria”.

 

                I sette destinati a S. Nicolás de los Arroyos si divisero dai fratelli il 21 dicembre. Li accompagnavano il parroco Ceccarelli e il venerando Benitez. La popolazione li ricevette con entusiasmo. Cinque di essi furono ospitati dal dottor Ceccarelli nella casa parrocchiale e gli altri due da Don Benitez. Troppi lavori si richiedevano ancora prima che il collegio fosse all'ordine. E qui bisogna premettere un po' di preistoria.

 

                La fondazione di S. Nicolás fu offerta al Beato Don Bosco da Don Ceccarelli, parroco di quella città; ma non aveva basi solide. Il Servo di Dio nelle trattative non guardò per il sottile. Suo intendimento hic et nunc era di piantare una prima stazione in luogo, dove poter attuare il suo duplice ideale, d'intraprendere le Missioni indigene e di portare aiuto agli emigrati italiani, privi di assistenza, privi di maestri, privi di sacerdoti. San Nicolás offriva queste due possibilità per la relativa vicinanza degli Indi e per il gran numero di coloni venuti dalla Liguria. Da sessanta a settanta famiglie di quinteros ossia ortolani vi conducevano vita patriarcale, coltivando terreni che s'eran acquistati col frutto del proprio lavoro. Esse non traevano a sè elementi del paese; i maritaggi si stringevano fra connazionali, facendosi venire le spose anche dalla Liguria, massime dalla valle della Polcevera. Fra quelle famiglie primeggiavano i Montaldo, con i quali erano strettamente imparentati i Campora, i Lanza, i Ponte, i Vigo, nomi noti e cari ai nostri confratelli, per i benefizi  [103] avutine e per le vocazioni ecclesiastiche e religiose sbocciate in quelle case.

 

                Allorchè dunque i Salesiani misero piede in S. Nicolás de los Arroyos, ebbero l'ingrata sorpresa di trovare che il collegio, promesso e concesso da una Commissione argentina senza limiti di tempo, non aveva mobili e si riduceva a tre o quattro cameroni sul pianterreno. Don Fagnano, vedendo che le cose andavano per le lunghe, si diede attorno con l'aiuto dei coloni e dello stesso Don Ceccarelli per provvedere lo stretto necessario alla comunità; intanto vi si faceva anche un po' di scuola.

 

                Meno male che la chiesina era discreta; ma l'aveva edificata un privato a sue spese, il munifico Francesco Benitez, che fu il più grande e il più caritatevole dei Cooperatori Salesiani da quelle parti. Egli vi aveva fatto costrurre un bellissimo altare di legno intagliato; si era procurato da Barcellona una graziosa statua lignea di Maria Immacolata. La chiesetta si vedeva ogni giorno gremita d'Italiani, dietro i quali cominciarono presto a far capolino i ragazzi del paese. Le funzioni vi si eseguivano come a Torino con solenni Messe cantate, in cui formavano coro i figli dei coloni. E poi predicazione continua- e confessori a disposizione di tutti e a tutte le ore del giorno.

 

                I coloni, venendo a presentare i loro figli per la scuola, ne avrebbero voluti lasciare là come convittori; ma dove ricoverarli? Per tirar su un nuovo edificio eglino medesimi si dissero pronti a prestar il denaro, quanto ne occorresse e senza interesse. Don Fagnano, uomo di affari e impratichitosi di costruzioni a Lanzo e altrove, cominciò senz'altro a condurre una fila di portici e sopra a questi e sull'edifizio già esistente alzò un gran dormitorio lungo sessanta metri e largo quattordici. Disgraziatamente per la poca solidità delle fondamenta e per le piogge autunnali (la primavera nostra laggiù è autunno) alcune colonne si spostarono e parte dell'edifizio crollò. Ma Don Fagnano non si perdette  [104] d'animo: per il 1877 il collegio era aperto. La popolazione vi mandò subito ragazzi in parte di famiglie agiate e in parte di condizione umile, come convittori e semiconvittori. Vi si riprodusse il metodo di Alassio e di Lanzo nell'ordinamento scolastico, nell'orario, nelle passeggiate. Un'ottima banda rallegrava le feste, le ricreazioni e le gite. Un programma stampato sopra una sola facciata di un largo foglio in quattro colonne diffuse la notizia per tutta la regione[24]. Ai 10 di giugno monsignor Ceccarelli scrisse a Don Bosco: “Il Collegio di San Nicolás va perfettamente. I Padri Salesiani si portano benissimo e sono stimatissimi in città, ed il loro nome suona già in tutta l'America del Sud”[25]. L'ex-allievo dottor Guido Lavalle, Ministro della Suprema Corte di Giustizia, in un suo discorso del 2 giugno 1929, giorno della Beatificazione di Don Bosco, rievocò la vita di quei tempi nel collegio di S. Nicolás, ritraendo con brio i superiori, i compagni e le abitudini d'allora.

 

                Perchè intera sia la storia delle origini bisogna aggiungere, che non vi fu nessunissima donazione nè di terreno nè di edifizio, nè venne stipulato contratto di sorta con la mentovata Commissione, nella quale i nostri avevano riposto ogni fiducia. Detta Commissione, che in un primo momento aveva offerto una cabana de ovejas ed altre cose per il mantenimento, non diede mai niente. L'area di circa tre ettari apparteneva al Governo, che ne concesse appena l'uso. Chi aiutò continuamente i Salesiani e sarebbe stato disposto a fare di più, se non ne fosse stato impedito, fu il cooperatore Francesco Benitez. Scioltasi più tardi la Commissione, i suoi pretesi diritti sul collegio passarono al Municipio, ostile e massonico. Haec olim meminisse iuvabit. [105]

                Ora facciamo luogo alla corrispondenza del Servo di Dio, potutasi salvare in troppo scarsa misura dall'ingiuria del tempo. Nella prima metà di febbraio arrivarono a Don Bosco cinque plichi contenenti parecchi fogli di confratelli e di amici. Le lettere dei confratelli, prima annunziate e poi lette in pubblico, invogliavano molti ad abbracciare la vita missionaria. “Fra i Salesiani, dice a questo proposito la cronaca, ottanta su cento sono pronti a partire alla prima voce di Don Bosco”. Con ritocchi di Don Chiala le lettere comparivano poi nell'Unità Cattolica. Il 12 febbraio il Beato scrisse a Don Cagliero:

 

                Mio caro D. Cagliero,

 

                Abbiamo ricevuto la tua lettera e quelle che furono scritte dagli altri nostri Salesiani. Furono lette col massimo piacere e si pubblicano con gran premura nei giornali. Io ringrazio Dio che ci aiuti a condurle avanti a maggior sua gloria.

 

                Ho già ricevuto lettera da D. Fagnano da S. Nicolás, in cui mi dà notizie del loro arrivo, e delle loro attuali occupazioni. Secondo esso il locale del collegio è assai ristretto, ma soggiunge che il Municipio pare disposto a farlo ingrandire ed aggiustar ogni cosa per bene. Mi avete già in più lettere detto di procurare dei Salesiani e delle Ausiliatrici, dei giardinieri, ecc., ma io attendo positive disposizioni che vengano da te, ed allora ci metteremo all'opera. Avvi Sammorì che riesce a meraviglia nella predicazione. Se ne parla come di una specialità, ed avendolo invitato a fare una predica nella Chiesa di M. A., tutti confermarono le voci, o meglio la fama divulgata. Andrebbe forse bene per la Chiesa della Misericordia. Non esiterebbe un momento di andarvi. In questo momento, se dessi libertà, tutti i Salesiani volerebbero presso Buenos Aires.

 

                D. Tomatis ha scritto una lettera a Varazze, in cui esprime come egli non sia tanto d'accordo con qualcheduno. Questa lettera, scritta a D. Francesia, ha fatto cattiva impressione in quel collegio e a Torino. Digli due cose:1° Che un missionario deve ubbidire, soffrire per la gloria di Dio, e darsi massima sollecitudine per osservare quel voti, con cui si è consacrato al Signore.

 

                2° Che quando si avesse motivo di malcontento, il dica col suo Superiore, o lo scriva immediatamente a me, e così avrà norma di operare.

 

                Ieri l'altro (10 febb.) furono aperte le due piccole case di Ventimiglia: D. Cibrario, Direttore; Cerruti Maestro; Martino Maggiordomo. A suo posto in Sacrestia vi sottentrò D. Bodratto. [106] In numero i figli di M. A. crescono maravigliosamente, e promettono assai. Questa è l'opera da coltivarsi con tutto l'impegno possibile.

 

                Mi si danno pochissime notizie del Comm. Gazzolo. C'è qualche nube?

 

                Le Ausiliatrici verranno in Valdocco ai primi di marzo. Dobbiamo prepararne per l'America?

 

                Fa rispettosi ossequii a Mons. Arcivescovo, Dott. Spinosa, Dott. Ceccarelli e al papà Benitez. A costui dirai che la sua lettera in latino fu letta da tutte parti, da Lanfranchi, Vallauri, e nelle nostre case pubblicamente. Tutti fecero meraviglia della sua bellezza, ordine e purezza. Gli risponderò quanto prima. Quanti saluti! Casa Radicati, Appiani, Passati, Calori, Corsi, Marengo, Margotti ed un milione di altri, compreso D. Picco, Prof. Bonzanino, Cont. Roasenda, ti salutano.

 

                Caro D. Cagliero, abbi cura della sanità tua e di quella degli altri. Noi raccomandiamo te e tutti i tuoi compagni al Signore, e tu prega anche per me che ti sarò sempre nel Signore.

 

                12 febbraio, 1876.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                P. S. Dammi poi anche notizia del vostro stato finanziario.

 

                La casa di Nizza prende ottimo avviamento.

 

                D. Ronchail Direttore, Rebagliati pianista, Peret Maestro, Capellano cuoco, Guelfi Enrico guardia stabile.

 

                Mons. Fratejacci, Avv. ed ora Can. Menghini il caro Alessandro Sigismondi, Cav. Bersani, Card. Antonelli e Card. Berardi ossequiano ecc.

 

                Omnia in Nomine D. N. I. C. Amen.

 

                Il zelante Missionario Don Tomatis, al quale ancor giovincello Don Bosco aveva predetto che avrebbe per lunghi anni diviso con lui il pane, mal soffriva le scontrosità del coadiutore Molinari, maestro di banda. Costui realmente col suo carattere si rendeva talvolta insopportabile, tant'è che l'anno dopo se ne uscì dall'Istituto. Don Bosco, che con la sua carità longanime e sapiente si guadagnava individui anche mezzo strambi fino a renderseli docili e non poco utili, desiderava che i suoi figli lo imitassero in questo spirito di tolleranza. Perciò, non pago della raccomandazione indiretta, scrisse al medesimo Don Tomatis una lettera bellissima sullo stesso argomento. [107]

 

                Mio caro D. Tomatis,

 

                Ho avuto tue notizie e provai gran piacere che tu abbi fatto buon viaggio e che abbi buona volontà di lavorare. Continua. Una tua lettera scritta a Varazze ha dato a conoscere che tu non sei in armonia con qualche tuo confratello. Questo ha fatto cattiva impressione, specialmente che si lesse pubblicamente.

 

                Ascoltami, caro D. Tomatis: un Missionario deve esser pronto a dare la vita per la maggior gloria di Dio; e non deve poi essere capace di sopportare un po' di antipatia per un compagno, avesse anche notabili difetti? Dunque ascolta quello che ci dice S. Paolo: Alter alterius onera portate, et sic adimplebitis legem Christi. Caritas benigna est, patiens est, omnia sustinet. Et si quis suorum et maxime domesticorum curam non habet, est infideli deterior.

 

                Dunque, mio caro, dammi questa gran consolazione, anzi fammi questo gran piacere, è D. Bosco che te lo chiede: per l'avvenire Molinari sia tuo grande amico, e se non lo puoi amare perchè difettoso, amalo per amor di Dio, amalo per amor mio. Lo farai, non è vero? Del resto io sono contento di te, ed ogni mattina nella S. Messa raccomando al Signore l'anima tua, le tue fatiche.

 

                Non dimenticare la traduzione dell'aritmetica, aggiungendo le misure e pesi della R. Argentina.

 

                Dirai al benemerito Dott. Ceccarelli che non ho potuto ricevere il catechismo di cotesta Archidiocesi, e desidero averlo, il piccolo, per inserire gli atti di Fede nel Giovane provveduto conformi ai diocesani.

 

                Dio ti benedica, caro D. Tomatis; non dimenticare di pregare per me, che ti sarò sempre in G. C.

 

                Alassio, 7-3-76.

A ff.mo amico

Sac. Gio. Bosco

 

                Il Giovane Provveduto, stampato allora allora in francese[26], stava per uscire tradotto anche in spagnuolo; si aspettava solo quel catechismo, che non tardò a venire.

 

                Dobbiamo ancora dire una parola sopra un altro punto della lettera a Don Cagliero, la quale contiene una di quelle espressioni che il Beato non buttava là a caso. “C'è qualche nube?” chiede egli sul conto del Gazzolo.

 

                Siccome di questo personaggio ci dovremo occupare altre volte, è necessario che richiamiamo fin d'ora i nostri lettori [108] a una realtà non infrequente nelle vicende umane. La divina Provvidenza nel compiere opere anche di somma importanza si è valsa più volte di uomini che non cercavano punto la gloria di Dio e il bene delle anime, ma l'onore proprio e l'interesse della loro causa, qualunque essa fosse, ovvero anche della loro persona. In così agire non s'avvedevano essi che altri, movendo da polo opposto, s'incontravano con loro, ne mettevano a profitto l'attività e ne facevano convergere le mire a finalità ben più alte. Anche nel corso di queste Memorie la verità storica potrebbe obbligarci a riscontrare ombre, dove tutto sembrava adorno di pura luce; ma era la luce del nostro Beato che, investendo certe nebulose, le rendeva splendenti. Giova credere tuttavia che a tale categoria di suoi collaboratori la preghiera del Servo di Dio abbia avuto efficacia di ottenere lumi celesti in tempo opportuno.

 

                Il Gazzolo non era contento. Gli spiaceva che in tanto parlare di Missionari si fosse parlato così poco dell'opera sua. La sua corrispondenza permette di leggergli nell'animo[27].

 

                Un'affermazione particolarmente è d'uopo qui rettificare, e non nel solo interesse della storia. In una lettera egli asserisce rotundis verbis, che la chiesa della Misericordia fu da lui “fondata ed eretta”. La verità è che egli fu incaricato dalla Confraternita di comperare il terreno per costruirvi la chiesa. Nell'occasione fece pure un buon affare; poichè, senza defraudare la Confraternita, acquistò tanto terreno che ve ne fosse per la chiesa e per conto suo. Solo che, confinata la chiesa nel fondo, ritenne per sè i due appezzamenti laterali, che fiancheggiavano le vie, con la mira alle due case ivi in appresso da lui fabbricate, una delle quali i Salesiani comprarono da' suoi eredi, pagandola profumatamente.

 

                Per buona sorte il Beato riceveva da altre fonti comunicazioni assai più confortanti. Così il Vicario monsignor Espinosa [109] con il medesimo corriere gli scriveva[28]: “I suoi figli fanno un bene immenso in città. Predicano, catechizzano che è una consolazione. I poveri Italiani non avevano qua nessuno che li coltivasse e così adesso si riempie la chiesa... Quel che bisognerebbe si è che il signor Gazzolo desse quel terreno che ha accanto alla chiesa per i Padri. La casa che hanno attualmente è piccola assai, e non c'è terreno per ingrandirla”. Anche Don Ceccarelli aveva già tessuto le lodi dei Salesiani di S. Nicolás[29]: “La salute di tutti è eccellente, la buona volontà di lavorare nella vigna del Signore è indicibile, il desiderio di far onore all'Istituto è ammirabile, il loro comportamento è degno di Missionari che vanno ad incontrare il Martirio”. La quale ultima espressione non va attribuita ad enfasi oratoria. Don Fagnano, per esempio, eseguiva lunghe escursioni apostoliche, nelle quali faceva gran bene, grandemente soffrendo.

 

                Rimangono due lettere da riprodurre qui, scritte dal Beato Don Bosco a Don Cagliero, testimonianti l'affezione paterna di lui per i suoi cari figli lontani.

 

                Carissimo D. Cagliero,

 

                Il Sig. Can. Vogliotti ha un nipote che va a Buenos Aires e desidera che io ve lo raccomandi. Io ti mando la stessa sua lettera, affinchè ne possa aver maggior conoscenza. Aiutalo in quello che puoi, soprattutto per ciò che riguarda la religione.

 

                Ieri (13) si fece teatrino e si rappresentò la famosa Disputa tra un avvocato ed un ministro protestante, e riuscì brillante. Mino[30] cantò Il figlio dell'Esule con ottimo successo, ma il pensiero che l'autore [110] della musica era cotanto lontano, mi ha profondamente commosso; quindi in tutto il tempo del canto e della stessa rappresentazione, non ho fatto altro che pensare ai miei cari Salesiani d'America.

 

                D. Cibrario e D. Ronchail mi scrivono che le loro case sono ben cominciate e ben avviate con prospettiva di vero incremento.

 

                I soliti saluti ai soliti amici e figli, ed altri: sempre in G. C. 16-2-76.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Car.mo D. Cagliero,

 

                Aggiungo qualche parola a quanto hanno scritto gli altri.

 

                Oggi si è benedetta la Cappella per le Suore in Casa Cattellino e sono per ora in numero di sette. Suor Elisa, Madre Sup.a; vi è anche qui la Madre Giusep. Tutte insieme ti mandano tanti saluti. Il T. Molinari, Marengo, Barone Bianco, Conte Sigismondi, Marc. Fassati, Mons. Fratejacci, Avv. Menghini, Mamma Corsi e molti altri ti mandano mille saluti. Oggi fu stabilita una nuova Casa da aprirsi ai Santi alla Trinità. Dillo a D. Tomatis[31]. E' un ricovero colla scuola.

 

                Lunedì parto per Roma, donde tratterò più cose, tra cui la compra di una casa. Di là scriverò al Dott. Ceccarelli, e al Papà Benitez.

 

                Saluta tutti i nostri cari Salesiani, e di' a tutti: Alter alterius onera portate et sic implebitis legem Christi.

 

                Amatemi e pregate per me che vi sarò sempre in G. C.

                Torino, 30 marzo 1876.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Di mano in mano che la fama dei Salesiani si propagava nella Repubblica Argentina e, varcando le frontiere, si diffondeva pure. nelle repubbliche limitrofe, domande si succedevano a domande per fondazioni che avessero per iscopo l'educazione della gioventù, come si vedrà nel processo di questa storia. Il Beato, che tutto questo sapeva, chiamava già a raccolta i suoi pensieri per allestire presto una seconda spedizione. Infatti il 30 marzo diede a Don Chiala questo biglietto, che gli servisse di traccia per scrivere a Don Cagliero: “Nelle vostre lettere ci fate vedere il pressante bisogno di personale; noi siamo pieni di buona volontà di mandarvene [111]; ma bisogna che D. Cagliero domandi specificatamente quanti individui e per quali impieghi. Nelle varie lettere si domandano ora due, ora quattro, altra volta trenta Missionari... Avuta questa nota, si penserà subito alla spedizione e la faremo partire”.

 

                Di una cosa si sono fatti apprezzamenti erronei, del disegno cioè balenato alla mente di Don Bosco e da lui palesato poco dopo la prima spedizione di Missionari. Egli carezzò l'idea d'indurre il Governo italiano a fondare nel sud dell'Argentina una colonia, che dipendesse in tutto e per tutto. dalla madre patria: sogno inattuabile, ma scevro di moventi politici.

 

                Che il disegno fosse chimerico, egli non lo sospettava, perchè riteneva che laggiù esistessero plaghe sconfinate non appartenenti a nessuno Stato civile. Ci risulta infatti che egli due volte ne parlò in questo senso. La prima volta, il 5 febbraio del '76, accennò a “quelle terre della Patagonia, non ancora soggette alla Repubblica Argentina”; la seconda, il 19 dello stesso mese, disse essere tanti colà “i terreni primi occupantis”. La stessa persuasione è formulata in un promemoria al Ministro degli Esteri Melegari[32], dove segnala una plaga stendentesi “dal Rio Negro fino allo stretto Magellanico”, in cui “non vi è abitazione, nè porto, nè governo che abbia alcun diritto”. In tale errore l'avevano indotto autori italiani male informati, enciclopedie superficiali e carte geografiche con fantastiche indicazioni. Gli studi geografici dovevano aspettare ancora una quarantina d'anni in Italia per elevarsi a maggior dignità scientifica. Ma allorquando seppe che non s'incontrava più da quelle parti un palmo di suolo, su cui non si stendesse il dominio dell'Argentina o del Chile, naturalmente non fece più motto dell'impresa[33]. [112] Impresa, per altro, da lui concepita come il mezzo più efficace a conseguire il suo duplice intento di evangelizzare e incivilire gli Indi e di incanalare saggiamente la nostra emigrazione. Egli vedeva che questa sarebbe cresciuta di anno in anno; vedeva come i nostri poveri emigrati fossero esposti alla mercè degli elementi fisici e d'ingordi sfruttatori; prevenendo i tempi, egli sentiva che il Governo faceva male a disinteressarsene: ma soprattutto gli piangeva il cuore al leggere con quanta facilità i nostri connazionali perdessero in quell'abbandono la fede avita. Avvezzo a trar partito da ogni qualità di enti e di persone per fare del bene, volle per ideali così puri strappare aiuti anche al Governo del suo paese. Non che biasimo dunque, glie ne va data alta lode, almeno per le sante intenzioni. In magnis et voluisse sat est[34].

 

 


CAPO V. Per i collegi e nell'Oratorio.

 

                Quando vediamo il Beato Don Bosco uscire dall'Oratorio per recarsi nei collegi, corre spontaneo alla mente l'evangelico exiit, qui seminat, seminare semen suum. Quanto ci sarebbe caro e vantaggioso aver copia di notizie intorno a quelle provvide seminagioni!, Ciò ben mostrarono d'intuire i primi Direttori, allorchè unanimi si pronunziarono in favore delle cronache locali, dove registrare quanto Don Bosco andasse facendo e dicendo per le case durante le sue visite. Che ricca messe d'esempi e d'insegnamenti noi avremmo ora, se quelle cronache locali non fossero rimaste un pio desiderio! Tesoreggiando dunque il poco che abbiam potuto razzolare qua e là per i due mesi di febbraio e marzo, ci riserbiamo di rifarci un tantino della carestia esterna con lo sfruttare cronachine e cronachette dell'Oratorio.

 

                Dal 20 febbraio all'11 marzo il Servo di Dio, chiamato telegraficamente a Nizza, profittò del viaggio per visitare i collegi della Liguria. Seguiamolo direttamente alla meta, sebbene abbia fatto a Sampierdarena una sosta, della quale non sappiamo nulla.

 

                Il Patronage S'. Pierre era alla vigilia di una bella trasformazione. L'opera non poteva vivere, non che svilupparsi, così rannicchiata nel. pianterreno e nel sotterra della vecchia filanda. E poi sotto gli occhi indiscreti, che dalle finestre dei palazzi circostanti spiavano tutto quello che si faceva [114] in casa, vi si pativa una soggezione che sapeva di schiavitù. Il Direttore, venuto a Torino per la festa di san Francesco, parlò a Don Bosco di una villa Gautier presso la Piazza d'Armi, che era in vendita e che gli sembrava rispondere pienamente allo scopo. Edifizio capace; giardino da mutarsi in bel cortile; sito fuori dai tumulti cittadini, ma abbastanza vicino alla città per gli esterni; posizione saluberrima e incantevole. Solo il prezzo non si confaceva guari con le finanze di Don Bosco; ci volevano centomila franchi! Ma egli, visto il bisogno, non esitò. Il 3 febbraio diede a Don Ronchail l'incarico di scrivere ad alcuni benemeriti Nizzardi, che si procedesse alla compera: la Provvidenza non sarebbe venuta meno.

 

                Allora fu che l'abate Roetti di Nizza ebbe una geniale idea. I giornali annunziavano che monsignor Mermillod, Vicario Apostolico di Ginevra, proveniente da Marsiglia e diretto a Roma, sarebbe passato per Nizza. Questo eloquente Prelato di fama mondiale anche perchè da tre anni soffriva l'esilio, vittima di tirannie ereticali e settarie, andava alla Città eterna sia per ritemprare l'animo sulla tomba di San Pietro e ai piedi del grande Pio IX, sia per promuovere la causa della dichiarazione del Salesio a Dottore della Chiesa. L'abate dunque propose ai soci della Conferenza Vincenzina di supplicar Monsignore, che. volesse fermarsi a Nizza per tenervi un sermon de charité o, diremmo noi, una conferenza in favore dell'opera di Don Bosco. Il presidente avvocato Michel, il barone Héraud ed alcuni altri soci, accolta la proposta, invitarono Monsignore; questi dopo uno scambio di lettere e di telegrammi finalmente consentì per il pomeriggio del 23 febbraio, nel tempo che sarebbe corso fra l'arrivo di un treno e la partenza dell'altro.

 

                Un'eletta di ferventi cattolici si trovò a ricevere il degno Pastore, che giunse all'una. Il discorso, che doveva farsi alle tre, fu fatto alle due nella chiesetta di san Francesco da Paola, talmente gremita di uditori, che molte persone  [115] dovettero rassegnarsi a tornare indietro. Nella sacrestia l'oratore domandò su quale argomento dovesse predicare. Inteso che trattavasi di un'opera a vantaggio di orfanelli e diretta dai Salesiani, se ne mostrò contentissimo, perchè, come disse poi, era bene che il successore di san Francesco di Sales predicasse in pro di un'opera affidata a una Congregazione avente per Patrono il santo Vescovo di Ginevra. Pochi minuti dopo montò in pulpito. Il nobile e imponente uditorio, presieduto da monsignor Sola, Vescovo di Nizza, aspettava ansioso la parola de1 grande perseguitato.

 

                Monsignor Mermillod prese per tema il testo di Davide: Tibi derelictus est pauper, orphano tu eris adiutor[35]. Dimostrò quindi la relazione che passa fra la maternità della donna e la maternità della Chiesa; fece vedere come questa venga in aiuto di quella, quand'essa non abbia la possibilità di allevare la prole; terminò mettendo in rilievo il comune obbligo di unirsi con la Madre Chiesa per mantenere e crescere buoni i poveri orfani, i quali, aiutati dalla religione, divengono il sostegno della società, mentre abbandonati a se stessi, privi dei soccorsi di questa Madre, non si rassegnano punto allo stato in cui la divina Provvidenza li ha posti e invece di ravvisare nel ricco il fratello e il benefattore, lo considerano quale un tiranno e così vengono trascinati al comunismo. La commozione prodotta dal suo dire fu tale, che la limosina raccolta ammontò alla somma di franchi quattromila e cinquecento. Giornali francesi e italiani se ne occuparono, intrecciando gli elogi del conferenziere con le lodi all'“ammirabile prete torinese, il-cui nome era già immortale”[36].

 

                Effetto di tanta pubblicità fu una pioggia di formali domande da più parti della Francia, come da Lione, da Parigi, da Annecy; più particolarmente sorse e prese corpo l'idea di una casa Salesiana a Marsiglia. Il Vescovo di Aix mandò espressamente [116] una persona di sua fiducia a parlare con Don Bosco per ottenere una fondazione nella sua diocesi. Don Bosco rispondeva a tutti che le proposte erano conformi alle sue intenzioni; che ben volentieri accettava; che però non aveva personale sufficiente e quindi per il momento gli conveniva soprassedere; che intanto egli avrebbe veduto il da farsi.

 

                Il Beato assistette alla conferenza? Certamente. Ma si narra che, mentre gli uditori ammiravano i prodigi della sua carità, egli tranquillamente dormiva, tanto si sentiva sicuro della divina Provvidenza. La qual fiducia venne da lui espressa a chiare note in due particolari circostanze, che ci fanno conoscere sempre meglio l'uomo di Dio.

 

                Il notaio Sajetto, che prestava gratuitamente l'opera sua, gli fece rilevare che la registrazione dell'atto importava per il Governo un diritto di oltre seimila franchi; al che Don Bosco rispose che, avendo appena i quattromila franchi della questua, si rassegnava a comprare sulla parola. Allora il presidente della Società di san Vincenzo, scorgendo in questo puramente un atto di sconsigliata temerità, non si trattenne dal dirgli che quella era una pazzia. - Uomo di poca fede! gli rispose Don Bosco. Vedrete che in-tre mesi avremo trovato più di diciottomila franchi qui nel paese e si potrà firmare il contratto. Scrivete prima di tutto a Pio IX: il suo nome farà effetto in capo alla sottoscrizione. - Il consiglio fu accettato, ed ecco che Sua Santità per mezzo del cardinal Antonelli mandò subito duemila franchi[37]. Poi il Consiglio generale della Società di san Vincenzo ne spedì mille; altri mille donò monsignor Sola; parecchi soci regalarono mille franchi ciascuno; un socio, il meno agiato ma il più affezionato forse al Patronage, vendute certe sue azioni, ne ritrasse franchi ottomila, che rimise nelle mani di Don Bosco. Allo spirare dei tre mesi i diciottomila franchi erano trovati e il contratto firmato. [117]

                In un'altra occasione ancora il Beato dimostrò quanta fiducia egli riponesse nella divina Provvidenza. Avendogli il medesimo presidente domandato se non gli paresse che quella casa, avuto riguardo al fine cui la si voleva destinare, fosse troppo costosa, il Servo di Dio animatamente lo interruppe dicendo: - Dio fa le sue opere con magnificenza. Osservate nel cielo la quantità delle stelle, nel mare la profondità degli abissi e la moltitudine dei pesci, sulla terra quante varietà, ricchezze e bellezze d'ogni specie. Ora, anche questa è opera sua. Non andiamo tanto per il sottile. Se i mezzi per comprare questa bella casa ci mancano, Dio ce li provvederà.

                Facciamo di qui un balzo innanzi, portiamoci nell'Oratorio alla sera stessa del suo ritorno, per gustarvi una di quelle conversazioni familiari che Don Barberis ebbe, diciamo così, l'ispirazione di consegnare alla sua umile cronaca, che talora ha tramandato fino a noi quasi l'accento vivo della parola di Don Bosco.

 

                Con parecchi suoi preti egli dopo cena discorreva, secondo il solito, di millanta cose, rispondendo per lo più a domande e osservazioni fattegli dagli interlocutori. Quella volta uno gli chiese: - Assistette lei alla predica di monsignor Mermillod?

 

                - Se vi assistetti! Il Vescovo di Nizza mi tirò vicino a sè. Era stato posto per lui un seggiolone in presbitero e là volle che anch'io mi sedessi al suo fianco, circondato da tutti i canonici, in presenza del popolo.

 

                - Conosceva già monsignor Mermillod?

 

                - Sì, lo conoscevo già da tanto tempo e ci mantenemmo sempre in relazione per lettera. E’ assai benevolo verso l'Oratorio. Passò già qui per venirmi a trovare, vide l'Oratorio, e gli piacque.

 

                - Era piccola, eh, la chiesa di san Francesco? Altrimenti la elemosina sarebbe stata maggiore.

 

                - Piccola, e così stipata, che i collettori non potevano  [118] passare. A molti il taschetto non arrivò. Si disse, e credo con ragione, che se la chiesa fosse stata grande, non quattromila, ma quindicimila franchi si sarebbero raccolti. Tanti signori fecero dopo ciò che non poterono fare allora, di modo che a ogni momento io mi vedeva giungere visitatori e lettere con quaranta, cinquanta, cento franchi di elemosina per concorrere ad assicurare stabilmente l'esistenza dell'oratorio. A Nizza siamo proprio ben veduti. Anche le autorità civili ci proteggono. Persino il Prefetto, che è protestante, ci sostiene sul serio. Erasi presentato a lui un protestante per protestare contro Don Bosco. Due ragazzi, fuggiti dall'ospizio protestante, erano passati al nostro Patronage, dove quel tale diceva che si violentavano le coscienze e si costringevano i giovani a farsi cattolici. Pretendeva quindi che il Prefetto cavasse fuori di là i due giovani. Ma il Prefetto gli rispose: " Da voi sono fuggiti, perchè non volevano più rimanere; come dunque farveli ritornare? Sarebbe un violentarli. Non permettere a Don Bosco di ricevere i due fanciulli, che gli si presentarono accompagnati dai loro genitori e nelle debite forme, io non posso. Andate, andate; staranno bene là come da voi " Così i due fuggitivi sono rimasti.

                Indi il Beato descrisse in questi termini la nuova dimora e lo stato delle cose: - Quando si possa aprire la casa nuova or ora comperata, si avrà un locale magnifico. E' posta sul confine della Piazza d'Armi. Ha novemila metri quadrati e cortili così spaziosi da bastare per un migliaio di giovani esterni. Di alunni interni, occupando bene i posti come siam soliti fare noi, ne può contenere centocinquanta. E poi c'è mezzo d'ingrandire l'edifizio. La fabbrica è persino troppo bella; ha scaloni di marmo bianco e pavimenti pure di marmo. Si è comperata per novantamila franchi, e subito dopo mi si offerse altrettanto, perchè vendessi il terreno del giardino senza il fabbricato. La spesa totale ascenderà a centomila franchi, contando lo strumento, la carta bollata, la tassa, cose che in Francia importano maggiore spesa che da noi. [119] Ma tra le elemosine portatemi e altre che sono andato io a sollecitare e alcune altre promessemi per il tempo dei pagamenti, l'intera somma della compera è raggiunta. Anche il procuratore si dà la massima cura per togliere le ipoteche varie che vi gravano sopra, facendo tutto di sua spontanea volontà senza interesse. Egli e l'avvocato mi hanno già detto che non vogliono un soldo di ricompensa, perchè desiderano di concorrere anch'essi in qualche modo a quella fondazione. Sia lodato il Signore! Passi ne feci, non istetti inoperoso; ma ho potuto portare le cose a un punto che oramai possono andare avanti da sè. Dirò ancora che a Nizza ci siamo inoltre intesi per l'apertura di un secondo oratorio festivo, presso la chiesa dove va il nostro Don Guelfi a dire la Messa.

 

                In conclusione disse bene Don Durando: -Là in Francia capiscono quello che veramente può far del bene e, quando vedono che un'istituzione è buona, sono larghi di elemosine. Le cose potevano, sì, andare avanti da sè, ha detto Don Bosco, ma con questo egli non escludeva la valida cooperazione. Perciò di qui a due mesi scriverà a quel Direttore, indicandogli molto in concreto la maniera di trovare i mezzi necessari. E’ una lettera, che ci svela i principii, secondo cui si regolava il Beato Fondatore nell'avviare le sue opere. “Giacchè ci siamo messi in ballo, bisogna che procuriamo di condurre la danza al fine”: ecco l'uomo della costanza, che, una volta decisa un'impresa, non conosce più i se e i ma. “Dio vuole quest'opera e non possiamo rifiutarci senza ledere i suoi santi voleri; e se noi coopereremo, siamo certi del buon esito”: ecco l'uomo della santità che, una volta conosciuto il volere divino, affronta in pieno il suo dovere, che è di fare tutto l'umanamente possibile per attuare i disegni della Provvidenza.

 

                Carissimo D. Ronchail,

 

                Giacchè ci siamo messi in ballo bisogna che procuriamo di condurre la danza al fine; quindi sciogliere le difficoltà che si presentano pel nostro patronato di S. Pietro. Se pertanto il benemerito sig. Notaio [120] Sajetto può trovare la somma di fr. 60 mila in mutuo, tra tutti ci adopreremo di trovare gli altri 30 mila che occorrono al pagamento a pronta cassa per la casa Gautier. Dunque:

 

                1° Dirai al Sig. Avv. Michel e al signor Barone Heraud che cerchino ubique terrarum per aggiungere cosa a cosa, cioè quattrini a quattrini; coltivando specialmente la Marchesa Villeneuve, l'inglese che sta sotto l'alloggio del sig. Barone, il Conte Aspromonte e tutti quelli che potessero giovarci nel riparto della beneficenza del Carnevale. Siccome il Sindaco disse ripetutamente che prendeva parte al nostro caso e come cittadino e come capo del Municipio, il quale avrebbe pure concorso, così è bene di sollecitare una memoria all'oggetto di supplicare per un concorso alle 30 mila lire che dovrebbonsi pagare in contanti subito per effettuare un'opera che riguarda certamente alla parte più degna di attenzione, quali sono appunto i fanciulli abbandonati di Nizza. Chi sa che il Signor Dellepiane non venga anche in aiuto?

 

                2° Tu lavora presso il Sig. Pirone, al Canonico Daidero ed anche presso il Sig. Canonico Bres, affinchè facciano qualche sforzo in questo caso eccezionale.

 

                Di' al Sig. Audoli che metta in opera tutta la sua pazienza, la sua carità ed anche la sua borsa.

 

                Forse il padre Giordano[38] potrà anche giovarci.

 

                Il Vescovo aggiungerà ancora qualche cosa, ma gli scriverò a suo tempo.

 

                3° Intanto si depurino bene le cose, si faccia il compromesso fissando circa due mesi a fare l'istrumento. Sul finire di questo mese vado a Roma e di là farò quel che posso.

 

                Quindici giorni prima del giorno fissato per l'atto notarile mi scriverai quanto vi manca ancora e farò modo di mandarvelo a costo di fare un mutuo a Torino.

 

                Dio vuole quest'opera e non possiamo rifiutarci senza ledere i suoi santi voleri e se noi coopereremo siamo certi del buon esito. Ma bisogna dire che il demonio ci metterà la coda e noi ci adopereremo di comune accordo per tagliargliela. Sarà anche bene di comunicare la cosa al Vescovo senza però fare alcuna dimanda.

 

                Saluta i mentovati signori, preghiamo con fede e l'aiuto Divino non mancherà.

 

                Dio ci benedica tutti e credimi in G. C.

 

                 (senza data).

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il Beato si affrettò pure a informar il Direttore delle grazie spirituali concesse già dal Papa ai benefattori delle [121] opere salesiane, riservandosi di comunicargli più tardi, forse da Roma, le concessioni di altri favori individuali per le persone più benemerite.

 

                Car.mo D. Ronchail,

 

                Ti mando una parte de' favori ottenuti dal S. Padre ai nostri benefattori, affinchè se ne possano cominciare a servire. Rabagliati saprà dire le parole che devono scriversi in ciascun foglio. Le altre grazie spirituali te le manderò presto; ma comincia a distribuire questi e dì a tutti che abbiamo bisogno della loro carità. Il Can.co Dondero, il Sig. Pirone, il sig. Dellepiane ecc. non fecero niente?

 

                Nei giorni passati non fu possibile occuparmi del nuovo acquisto. Lunedì comincierò di proposito. Ma tu cercane dove ce n'è e fattelo dare per forza. Il Barone, il sig. Audoli che ne dicono?

 

                 (Originale di D. Bosco senza firma).

 

                Non andò guari che Don Ronchail ebbe bisogno di consiglio in un affare delicato, che turbava la pace della diocesi. In luogo remoto e isolato sorgeva un santuario, che si denominava del Laghetto, meta di frequenti pellegrinaggi divoti. Il Vescovo, come già vedemmo[39], avrebbe voluto affidarlo ai Salesiani., ma a Don Bosco non pareva cosa opportuna accettare. Tuttavia le insistenze continuavano.

 

                Bisogna conoscere un po' la storia del sacro luogo. Prima della rivoluzione francese esso apparteneva ai Carmelitani scalzi. Cacciati durante il turbine rivoluzionario al par degli altri religiosi, i Carmelitani tornarono al tempo della restaurazione; ma chiesa e convento divennero appresso proprietà dello Stato per la legge d'incameramento del '55. Annessa la Contea di Nizza alla Francia, il Governo pose in vendita l'insieme di tutti quegl'immobili. I Carmelitani vollero farne acquisto per ristabilirvisi; se non che il Capitolo di Nizza vi si oppose, fece un'offerta maggiore, ne rimase proprietario e vi pose un prete secolare che, presa stanza nel convento, attendeva alla amministrazione del santuario, nulla curando le proteste dei Carmelitani. [122]

                Le cose stavano a questo punto, quando si tentò di trattare con Don Bosco. Vi erano gravi rotture nel clero, fra clero e laici, fra i laici medesimi. “Io sono neutro, scriveva Don Ronchail[40], e debbo tenermi tale per le circostanze in cui mi trovo; sono ben impicciato e non oso andare a far visite di giorno, perchè c'è sempre chi osserva dove si va, per arguire a che partito uno si tiene, epperciò vado di notte. Sembrano cose da ridere, -ma sono serie. Se ne parla alla Camera dei Deputati e non so come andrà a finire... Anche i membri delle Conferenze sono divisi per questo, ed io debbo stare sul quinci e quindi (sic) per non cadere in disgrazia di nessuno. Mi gioverebbe tanto una sua lettera con qualche consiglio a proposito”. Il Beato, che non gli potè rispondere subito, gli rispose da Roma.

 

                Car.mo D. Ronchail,

 

                Ho ricevuto a suo tempo le notizie che mi hai comunicato e ti rispondo da Roma, dove mi trovo da pochi giorni.

 

                Ho poi molto piacere che il sig. Audoli comincia a mettere i suoi pensieri e la sua stessa persona nel nostro piccolo patronage. Usagli tutti i riguardi possibili; pregalo a dirti quanto gli occorre e provvedi. Lo saluterai tanto da parte mia ed io lo raccomanderò in modo particolare nella S. Messa, come amico, come fratello e gli domanderò una speciale benedizione, quando mi presenterò al S. Padre.

 

                In quanto al nostro affare Gautier, approvo tutto. Continua a preparare ed appostare danaro per l'epoca dell'atto notarile. Noi faremo un catalogo su cui saranno scritti i benefattori, che in qualunque misura hanno fatto offerte a quest'uopo; in capo sarà il sig. Barone. Hèraud e l'avv. Michel; e finchè durerà questa nostra istituzione si faranno mattino e sera particolari preghiere per loro.

 

                In quanto all'affare del Laghetto mi pare che si vada ogni giorno più imbrogliando. Tu tieni queste regole:

 

                1° Non mai tirar fuori discorsi ad hoc.

 

                2° Quando se ne discorre mostrati poco informato, con poca volontà di parlarne

 

                3° Dovendo poi assolutamente dire qualche cosa, limitarti: Io non leggo giornali di nessun genere. Io amo tutti, voglio bene a tutti, ho bisogno di tutti e sono incapace di giudicare. Ma quando la Santa Chiesa dirà qualche cosa, io sono subito d'accordo in ogni sua decisione, etc. etc. [123]

                Dirai al parroco di S. Giovanni di Villafranca che lo ringrazio della parte che prende ai nostri bisogni. Spero però che sarà molto contento dei favori che gli comunicherò appena sia compiuta la pratica. Dirai lo stesso al Sig. Dellepiane, mio antico e caro collega.

 

                Il Sig. Canonico Daidero avrà la medaglia, come desidera, e colla medaglia avrà anche molti favori spirituali; ma io mi raccomando che mi procuri anche qualche mattone per villa Gautier.

 

                Riguardo a Perrèt sarà bene dire le cose per suo nome e nel rendiconto mensile interrogarlo direttamente sopra i dubbi che hai. Se egli nega tu mostrati soddisfatto, dissimula e noi vedremo il da farsi.

 

                Dopo l'udienza del S. Padre ti scriverò di nuovo.

 

                Amami in G. C. Saluta i nostri cari giovani e tua madre; prega per me che ti sono nel Signore

 

                Roma,12-4-76.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Rabagliati suona? Peracchio e il falegname Ronchail si fanno Salesiani?

 

                Il nostro venerando Don Cartier, che tanta parte della sua vita spese a Nizza, è di parere che il rifiuto di Don Bosco, ispirato a quel senso di giustizia, di carità e di pace che gli fu sempre familiare, abbia reso possibile il ritorno dei Carmelitani al Laghetto[41]. Questi religiosi infatti non solo ricuperarono i loro diritti, ma seppero anche ravviare gli amichevoli rapporti con il Capitolo della Cattedrale, facendovi gran bene, finchè la legge del 1901 contro le Congregazioni non li venne nuovamente a cacciar di nido.

 

                Il Beato mantenne la promessa fatta a Don Ronchail di scrivergli un'altra volta da Roma dopo l'udienza del Santo Padre.

 

                Mio caro D. Ronchail,

 

                Va bene quanto mi hai comunicato. Perciò:

 

                Data occasione, comunica una speciale benedizione del S. Padre a tutti quelli che in qualunque modo hanno beneficato il nostro patronato.

 

                Furono eziandio concessi molti favori speciali che sono in corso presso alle Sacre Congregazioni e che comunicherò appena la pratica sia ultimata. [124]

                2° Scrivi a Barale[42] che ti mandi una 50 di copie di Giovani Provveduti in francese di legatura pulita da poter regalare. Tu poi fa stampare un bigliettino, come nel modello involto, da mettersi nella prima pagina di ciascuna copia. Sono per le collettrici, pei benefattori.

 

                3° Accetta il Patronato di S. Luigi e dimanda a Torino chi ti è necessario.

 

                4° E speciali saluti al sig. Barone Heraud, Audoli e a tutta la famiglia del Patronage.

 

                Il S. Padre vi benedice tutti. Pregate per me che vi sarò sempre in G. C.

 

                Roma, 22-4-76.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Il tempo per l'istrumento si avvicina; perciò prepara quattrini. Ma abbi molto cura della tua sanità.

 

                Basti per ora di Nizza. Solo metteremo qui cinque raccomandazioni che troviamo in un biglietto autografo privo di qualsiasi indicazione e che non sapremmo dove collocar meglio. Sono cinque norme pratiche per il buon governo della casa[43]. “Assolutamente necessario: 1° Rendiconto mensile. 2° Ogni settimana leggere una parte delle regole od una parte delle deliberazioni capitolari. 3° Distribuire gli uffizi. Ma che il Prefetto abbia cura della disciplina e degli [apprestamenti] di tavola. 4° Uno per la Sacrestia cerimoniere al piccolo e grande clero. 5° Qualcuno diriga le scuole il meglio che può”.

 

                Dopo la visita di Nizza, la più importante fu quella di Vallecrosia. Veramente, più che visita, la si dovrebbe dire passata; ma l'importanza deriva dalle constatazioni fatte e dalle decisioni prese.

 

                Per guadagnar tempo, diede un primo convegno a quel Direttore alla stazione di Ventimiglia, per dove sarebbe stato di passaggio nell'andare da Genova a Nizza. [125]

 

                Car.mo D. Cibrario,

 

                Con vero piacere ho ricevuto le due tue lettere. Le cose sono cominciate e Dio ci aiuterà a continuarle. Certamente l'impresa che abbiamo tra mano è ardua assai, specialmente nel suo principio, ed appunto per questo motivo ho dovuto sloggiare il Direttore della Chiesa di Maria A. e porlo a capo della piccola carovana, che colla benedizione del Signore dovrà diventare un esercito ordinato. Capisco facilmente che la località divenne e sarà sempre più stretta; ma noi supplichiamo Dio che ce la ingrandisca. In questo momento ricevo un dispaccio da Nizza che colà mi chiama prontamente. Lunedì (20) alle 12 meridiane sarò alla stazione di Ventimiglia. Se ci sei potremo parlarci. Altrimenti al mio ritorno mi fermerò quello che sarà necessario.

 

                Fa i miei saluti al Prof. Cerruti, a Martino suo supplente, alle nostre monache e a tutta casa Lavagnino; a cui tutti auguro di buon grado la benedizione del Signore. Prega per me che ti sono in G. C.

 

                Torino, 19-2-76.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                L'incontro avvenne, come si rileva facilmente da una frase contenuta in quest'altra letterina, con cui lo invitava a sè una seconda volta durante il ritorno.

 

                Car.mo D. Cibrario,

 

                Pel convoglio che giunge a Ventimiglia circa le 11 mattino dei 2 marzo giungerò, a Dio piacendo, e vado tosto dal Vescovo per prendere gli ordini e vedere il da farsi. Se puoi, vieni anche tu ed esporrai meglio le cose da prendersi in considerazione.

 

                Ti acchiudo una lettera che ho dimenticato di consegnarti. Dio conceda ogni bene a te e a tutte le nostre famiglie di Vallecrosia.

 

                Prega pel tuo in G. C.

 

                Nizza, 29-2-76.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Anche a Don Rua notificò un ritorno a Ventimiglia nel partire da Nizza. L'autografo non è datato; ma, poichè vi si accenna alle condizioni disperate del giovane Seghesio, morto, come risulta dai registri dell'Oratorio, il 17 marzo, la lettera appartiene certamente a quest'anno e fu scritta da Nizza ai 2 di marzo. [126]

 

                Car.mo D. Rua,

 

                Parto alla volta di Ventimiglia e spero per la sera degli 11 essere a Torino. Ma scriverò da Alassio o da S. Pierdarena.

 

                Abbiamo fatto il contratto. La bagatella di 100.000. Ma è un bell'edifizio, prepara quattrini.

 

                Andando a Torino parleremo della chiesa di S. Secondo[44]. Manda a D. Lemoyne il biglietto unito.

 

                Se Seghesio è ancora inter vivos salutalo e digli che prego per lui.

 

                Dio ci benedica tutti. Amen.

 

Aff.mo G. Bosco.

 

                Il “biglietto” per Don Lemoyne è anch'esso senza data. Risponde piacevolmente alla sua domanda di andare in America. Questa risposta ce ne fa ricordare un'altra dello stesso genere. Anche Don Francesia aveva chiesto per iscritto a Don Bosco di essere mandato alle Missioni. Don Bosco, lasciato passare del tempo, un giorno incontrandolo gli disse: - Sai? Ho poi letto la tua poesia....

 

                Carissimo D. Lemoyne,

 

                Appena ricevuto la tua lettera ho immediatamente mandata una speciale benedizione con particolare preghiera al giovane Martino, che forse a quest'ora riposerà già nel Signore. Fiat voluntas tua.

 

                Appena dalla Repubblica Argentina mi sarà richiesto un poeta valente, la tua veneranda persona sarà messa in moto.

 

                Farai cordialissimi saluti ai nostri cari giovani e di' loro che anche dagli stati Francesi non li dimentico e che ogni giorno fo un particolare memento nella S. Messa. Essi poi non dimentichino di pregare pel povero D. Bosco, che sarà sempre in G. C. di te e di loro

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Abbiamo comperato una stupenda casa in Nizza che costa la bagatella di fr. 100.000; perciò prepara quattrini.

 

                Lontano e assillato da tante cure, il Beato serbava una calma e serenità così perfetta, che non perdeva di vista i bisogni individuali de' suoi figli, dovunque si trovassero. Eccone un bel documento in questa lettera datata da Ventimiglia. [127]

 

                Carissimo D. Bonetti,

 

                Dirai a Villanis che si prepari e che se il Vescovo di Casale non tiene ordinazioni a sitientes, si preghi a che ne faccia semplice dichiarazione e allora si andrà a Vigevano o ad Alessandria colla remissoria opportuna.

 

                Per Rocca scriverò a Roma e ti comunicherò la risposta per norma.

 

                Riguardo al trasloco degli allievi fa' come ti pare meglio.

 

                Fa' tutto quello che ti pare meglio per Giolitto e se gli potesse giovare l'aria di Riviera o di Lanzo, fiat. Ma spero che non sarà ancora l'ora sua.

 

                Vale a te e a tuoi. Amen.

 

                Ventimiglia, 3 marzo 1876.

 

Aff. Sac. Bosco.

 

                Da Ventimiglia Don Bosco scese a Vallecrosia, dove constatò con i suoi occhi non solo la necessità, ma l'urgenza di metter mano a fabbricare casa e chiesa. La popolazione scolastica aumentava di giorno in giorno. Le povere Suore per contentar tutti si obbligavano a fare verso sera separatamente la scuola alle ragazze più adulte, che volevano istruirsi meglio nello scrivere e nei lavori femminili. Dalle scuole dei protestanti le alunne si squagliavano. Anche i Salesiani si vedevano crescere continuamente la scolaresca, perchè i ragazzi da loro andavano volentieri; quindi s'invocavano rinforzi di personale.

 

                La più rispettosa stima circondava la persona del Direttore Don Cibrario. Anche il Vescovo lo teneva in alto concetto, additandolo alla gente con dire addirittura: Ecco là il prete santo. - Tre persone avevano da lavorare per otto. Il Beato faceva sempre così: non avendo soggetti in gran numero, mandava nelle nuove fondazioni quel tanto di personale che bastasse a cominciare. Dio benediva le forze dei pochi, finchè Don Bosco adagio adagio inviava tutti gl'individui che occorrevano. Ma intanto i pionieri dovevano giostrare un bel po', sempre sperando aiuti che stentavano a venire; così imparavano a proprie spese e si facevano uomini. [128] Si ardeva colà di conoscere Don Bosco: i protestanti stessi n'erano curiosi. Don Bosco invece non ebbe alcuna fretta di mostrarsi. La casa dava sulla pubblica strada e il viavai della gente vi durava da mane a sera. Ma egli vi andò in vettura chiusa e in vettura chiusa ne partì; cosicchè degli estranei ben pochi lo videro. Col suo riserbo Don Bosco volle certamente evitare tutto ciò che potesse aver sembianza di provocazione. Se ne venne via con la ferma speranza che i nostri avrebbero col tempo salvato il paese dalle branche del protestantesimo; a così sperare lo confortava l'aver veduto come le famiglie del luogo guardassero con simpatia le nuove scuole e come da ogni parte affluissero offerte ai nostri.

 

                Animato da questi sentimenti, appena fu di ritorno, diede ordine a Don Ghivarello di preparare un disegno per le erigende fabbriche. Sopra un'area di metri trenta per quaranta bisognava far sorgere una chiesa di discrete dimensioni e da una parte di questa l'abitazione dei confratelli con le scuole per i ragazzi, dall'altra l'abitazione delle Suore con le scuole per le ragazze. Entrambe le abitazioni fossero a due piani, ma in modo da non impedire i finestroni della chiesa, i cui muri laterali servirebbero così a doppio scopo. Nel piano superiore l'alloggio comprendesse di qua e di là sei camere; il pianterreno venisse riserbato alle scuole, al refettorio e alla cucina. L'entrata non fosse sullo stradone, ma di fianco, proprio vicino al tempio protestantico.

 

                - Oh Don Bosco! esclamò a questo punto Don Barberis, che era presente e ascoltava queste istruzioni. Lei vuole proprio bene ai protestanti. Qui a Torino briga già da tanti anni per istabilirsi vicino a loro[45]; a Bordighera non sa discostarsene. Bisognerebbe che anche a Pinerolo si andasse a mettere ai loro fianchi.

 

                - Oh, già, precisamente ai loro fianchi! rispose Don [129] Bosco. Anzi, ora a Roma va in vendita il tempio dei protestanti e io vi ho già incaricato qualcuno di aprire trattative per la compera.

                In realtà i protestanti avevano costruito a Roma il loro tempio, dandone i lavori in appalto; ma alla fine scoppiarono certi dissidi, per cui lo rifiutarono. Di quell'affare, per quel che concerne Don Bosco, non abbiamo altre notizie.

 

                Una lettera del Beato a Don Cagliero, scrittagli da Varazze, è un prezioso ricordo della sua visita a Vallecrosia.

 

                Car.mo D. Cagliero,

 

                Nello spedire costà un pacco di lettere scrivo un biglietto per te. Sono in visita per la riviera e le nostre case procedono colla massima soddisfazione. La casa presso Bordighera è avviata eccellentemente Si tolsero già cento ragazze ed altrettanti fanciulli dalle fauci dei protestanti. Da due domeniche il loro tempio ha quattro uditori. Tutta la popolazione va da D. Cibrario. La furia degli eretici è tutta contro D. Bosco, che va dappertutto a disturbar le coscienze.

 

                Hanno ragione.

 

                Forse prima che ricevi questa, avrai già risposto alla mia precedente. Ad ogni modo dammi notizie positive dello stato materiale, morale e sanitario delle case nostre e delle persone. Vado a passare Aprile a Roma, dove spero fare qualche cosa per D. Ceccarelli. - Di là ti scriverò. Amami nel Signore e prega per me che ti sono in G. C.

                Varazze, 12-3 (sic) 76.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. - Un caro saluto ai nostri confratelli.

 

                Del suo passaggio per Alassio rende testimonianza una lettera a Don Barberis. Questi era alla fine della sua Storia Orientale e Greca, lavoro assegnatogli dal Beato, che ne sollecitava il compimento. Ma la sera del 20 gennaio, nei soliti abboccamenti dopo la cena, gli aveva detto: - Desidero di rivedere quaderno per quaderno tutto il tuo lavoro e pel periodare lo darai al professor Lanfranchi.

 

                Car.mo D. Barberis,

 

                Va bene che alcuni quademi siano terminati. Comincia a dame uno al Cav. Lanfranchi con cui siamo intesi; terminato questo o questi [130], ne consegnerai altri. Intanto si potrà cominciar la stampa. Mi piace che tu vada a dettar gli esercizi, ma...

 

                In quanto a Chiara, di' a D. Rua che cerchi di occuparlo in quello che sembra più necessario. Riguardo a Veronesi e a Soldi va bene; ma è bene di parlarci anche di questo.

 

                Saluta Pioton, Giovanetti ed altri che mi hanno scritto, e le cui lettere ho lette con vero piacere.

 

                Messis nostra de die in diem crescit et cntuplicatur. Perfice operarios sanctos atque strenuos.

 

                Dio benedica te, i tuoi candidati e miei cari figli. Saluta D. Guanella e Antonio Bruno cuoco. Pregate per me che sarò sempre in G. C.

 

                Alassio, 5-3-1876-

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                A costo di ripetere cose già accennate nel volume precedente, trascriveremo qui una nota di cronaca, riferentesi all'assenza di Don Bosco dall'Oratorio durante il suo giro per la Liguria e oltre: “Quando Don Bosco deve star lontano da Torino per un po' di tempo, pensa a tutte le cose, si ricorda di tutto e fa progredire egualmente ogni affare o progetto. Scrisse varie lettere a Don Rua per molte disposizioni da prendersi, a Don Barberis per i novizi e a Don Durando per la scuola dei Figli di Maria Ausiliatrice, lasciando sempre di salutar qualcuno, come se a costoro e a tutti gli altri pensasse continuamente in modo particolare. Scrisse, come fa sempre, a molti benefattori dell'Oratorio, informandosi di tutto e a molti mandando i suoi ossequi”.

 

                Quanto ci rincresce di essere al buio su ciò che fece e disse nel visitare le altre case di Liguria! Vi supplisca almeno in piccola parte la " buona notte ", che rivolse ai giovani dell'Oratorio la terza sera dopo che vi fu ritornato. Al vederlo entrare quei buoni figliuoli gli fecero un'ovazione delle più entusiastiche.

 

                - Buona sera! buona sera! - esclamò egli sorridendo.

 

                - Grazie! Grazie! - gridarono tutti a una voce con una nuova tempesta di battimani.

 

                Anche quando parlava Don Bosco, chi avesse rinvenuto qualche oggetto, glielo porgeva prima del sermoncino, perchè [131] invitasse a ritirarlo chi l'aveva smarrito. Quella volta un giovane gli presentò una matita rossa, trovata nel cortile. Don Bosco disse: - Una matita rossa! Ne voglio almeno tre lire. Chi la compra? - Dopo una risata generale, il Servo di Dio cominciò:

 

                Miei cari figliuoli, sono stato in questi giorni a visitare i nostri collegi della Liguria. Oh quanto vi è da lavorare in ogni luogo! Vi è molto e molto bene da fare! E non si sa più dove dar del capo: dappertutto chiedono aiuto e rinforzi.

 

                Io, vedendo questo, andava tra me stesso dicendo: - Se tutti i nostri cari giovani dell'Oratorio fossero già preti e capaci di fare grandi lavori, e veri operai evangelici, ci sarebbero posti e imprese per tutti. - Ve l'assicuro, miei cari, che non mi troverei imbrogliato ad impiegarvi. Guardate come il Signore benedice le nostre fatiche. Voi avete visto che poco più di un mese fa partiva dall'Oratorio Don Cibrario, il chierico Cerruti ed un certo Martino coadiutore, per recarsi a Bordighera, paese tutto pieno di protestanti. Tre soli individui, anzi due, un prete ed un chierico, che cosa potranno fare? Solo da due settimane avevano aperte le scuole, quando io mi vi recai. Circa cento ragazze già frequentano le scuole delle monache e quasi altrettanti fanciulli la scuola del chierico Cerruti: tutta gente che prima andava a scuola dai protestanti; e gli altri erano obbligati a stare alle case loro senza imparar nulla, perchè scuole cattoliche non ve n'erano. Alla domenica poi concorrevano al tempio protestante. Ma ora che si aperse quella nostra piccola chiesuola, sono due domeniche che il ministro protestante si sbraccia a parlare a quattro sole persone, gridando la croce addosso a Don Bosco ed ai suoi preti, perchè rendono deserti i loro istituti: e certo, continuando così le cose, come spero, i protestanti saranno costretti a far bancarotta e ad andarsene. Vedete che cosa voglia dire avere due o tre operai evangelici! E pensare che senza quelle nostre scuole, senza quella piccola chiesa, non solo poco per volta molte famiglie si sarebbero fatte protestanti, ma di più i protestanti avrebbero potuto porre in questo paese un centro stabile, dal quale chi sa quando si sarebbero potuti snidare e chi sa dopo quanti sforzi e fatiche. Ora si tratta di mandare là qualcun altro in aiuto, poichè Cerruti si lamenta che esso solo non può fare scuola a tutti, che c'è bisogno di dividere la scuola, e che crescendo il da farsi, bisogna accrescere il numero degl'individui in quella casa. Adesso vedrò un poco chi si potrebbe scegliere e mandare.

 

                Queste cose vi dico, miei cari figliuoli, per incoraggiarvi, perchè io vi vorrei vedere tutti preti e presto, a lavorare nella vigna del Signore; ma di quei preti zelanti che non pensano ad altro se non a salvare anime, di quei preti zelanti che vogliono prepararsi una bella [132] corona di gloria in paradiso. Vi dirò ancora che ritornando dal mio viaggio una cosa io vidi che mi pare di molta importanza il raccontarvi. Questa fu che il mare era molto agitato. E lo fu per cinque giorni.

 

                lo non aveva mai visto una cosa simile. Dal lido spingendo lo sguardo sul mare, si vedevano ondate alte, dite pure come la nostra casa, le quali si precipitavano giù al basso formando in mezzo a loro come un vallone di una grande profondità. Un'onda poi incalzava l'altra rapidamente e avveniva che due di questi flutti si scagliavano l'uno contro l'altro, facendo un rimbombo come lo produrrebbe lo sparo di due o tre cannoni sparati contemporaneamente. Risultava da questo cozzo una schiuma candida che veniva slanciata altissima verso il cielo. Io credo che se fra quelle due onde che si precipitavano una contro dell'altra si fosse trovato un bastimento, sarebbe stato gettato tanto alto che i marinai avrebbero avuto tempo a morire per l'aria (risa). Però nessun bastimento si vedeva allora sul mare. Alla sponda era un continuo e successivo rompersi di onde gigantesche con un fracasso reboante e sii tutto il mare altro non si vedeva fino a grande distanza, che migliaia di creste di flutti e striscie di spuma bianchissima. Io mi trovava circa a trecento metri lungi dal mare e spesso ho dovuto ritirarmi per non essere bagnato.

 

                Osservando questo spettacolo, io ammirava l'Onnipotenza di Dio, che quando vuole, con una parola sola, fa che il mare sia pacato e tranquillo e che si possa correre su di esso. Ma colla stessa sua parola poi lo mette tutto in moto e in tumulto per una grandissima estensione, talchè fa orrore il vederlo. Se allora fossero andati i senatori e i deputati a gridare al mare che stesse fermo, si sarebbe visto fin dove sarebbe giunta la loro potenza.

 

                Ma, guardando il mare, mi si affacciò subito alla mente un altro pensiero: essere quell'agitazione li flutti simile allo stato di coscienza di un giovane che abbia il peccato nell'anima. Mai non ha pace nè tranquillità. Datemi un giovane buono: esso è tranquillo e contento, poichè la sua coscienza non lo rimorde di nulla. Osservatene un altro che abbia dei peccati gravi sulla coscienza: costui non è mai fermo o tranquillo; è agitato come il mare. Un po' va in superbia come l'onda che s'innalza, un po' si avvilisce come l'onda che s'avvalla; un po' dà in disperazione come l'onda che incontra un'altra onda e manda schiuma con tanta violenza che chi lo avvicina, dice: - Costui non ha la coscienza in pace. -Non è vero che un giovane il quale abbia il peccato sulla coscienza, se qualcuno gli fa qualche piccolo dispiacere, subito s'arrabbia? monta in furia? Se gli si domanda qualche favore, ti risponde senza garbo? Se è ripreso di qualche suo difetto, risponde arrogantemente?

 

                Datemi un giovane che abbia avuto la disgrazia di non confessarsi bene, d'aver taciuta qualche cosa in confessione, di aver anche fatto qualche comunione sacrilega, e voi vedrete come la sua coscienza sia veramente in burrasca. [133] Ora fa un po' di ricreazione, ma il suo riso è stentato, la sua allegrezza non è sincera; ora si ritira melanconico e passeggia da solo. I compagni lo invitano a giocare, ma egli crolla le spalle e risponde: - Non ne ho voglia! - Va in studio, ma non può studiare, perchè sente la coscienza che gli dice:   Tu sei nemico di Dio! - Va in chiesa, ma esso non prega, è svogliato, perchè non ha fiducia di essere esaudito, perchè nel cuore sente sempre risuonare una voce funesta: - Tu non sei amico di Dio! - Ed è per soffocare questa voce che talora disturba i compagni, parla, ride ma di un riso sforzato. Va a pranzo e a cena, cerca di soddisfar la gola, cerca distare allegro, vuole cacciar via ogni pensiero che lo rimorde; ma intanto il cuore gli dice: - E ora, se, mentre prendi il tuo cibo, morissi, tu saresti escluso dal paradiso, l'inferno è preparato per te.

                Se egli va allo scuro, trema, non osa procedere più oltre, e s'arresta; vien l'ora di andare a letto e dice: - Voglio mettermi a dormire; almeno dormendo sarò libero da questi tormentosi pensieri. - Ma intanto in camerata gli si presenta l'idea: - Se non mi svegliassi più? Se morissi stanotte? Entrare nell'eternità in disgrazia di Dio! - E mentre si corica pensa che suo letto nell'inferno sarebbero i carboni accesi. Se non si addormenta, lo turbano i ricordi passati; se sonnecchia, gli parrà nel sonno che i demonii lo vogliano strascinare all'inferno. Se si sveglia di notte, gli sembrerà di sentire il Signore che gli dica: Hac nocte morieris et non vives. Vedete come il suo cuore sia un vero mare in burrasca. Tutto questo che vi dico non è altro che farvi conoscere ciò che vi è nella Santa Scrittura, la quale ci insegna: Non est pax impiis: per gli empi non vi è pace.

 

                Queste cose andava io meditando in questi giorni scorsi e mentre osservava il mare in burrasca, dissi fra me: - Racconterò queste impressioni ai miei giovani, poichè possono loro fare del bene.

                Tenete dunque sempre a mente che, se volete che la vostra vita sia allegra e tranquilla, dovete procurare di starvene in grazia di Dio; poichè il cuore del giovane che è in peccato, è come il mare in continua agitazione. Ed anche, se vi piace condurre lunga vita, bisogna che vi mettiate tosto in grazia di Dio, e vi manteniate costantemente in essa, perchè il peccato è uno stimolo che ci fa venire più presto la morte addosso: stimulus mortis peccatum est. E come ci avvisa in altro luogo lo Spirito Santo, gli empi non arrivano a metà dei loro giorni: impii non dimidiabunt dies suos.

 

                Ho voluto dirvi queste cose per accrescere in voi lo zelo nel fare il bene col purificare la vostra coscienza, acciocchè presto voi siate preti, ma con vera vocazione. Il campo è vasto e sta preparato.

 

                Facciamoci coraggio; raccomandiamoci tutti in questa novella a S. Giuseppe e vedrete che esso ci otterrà, dopo di aver vissuti in pace i giorni di nostra vita, che noi possiamo poi anche andare colassù in cielo a godere il Signore per tutta l'eternità. [134] Col 29 febbraio si chiudeva il carnevale e col 1° marzo principiava la quaresima; nel carnevale teatrini e nella quaresima catechismi.

 

                Fra tutte le rappresentazioni del '76 la cronaca fa più distinta menzione di una datasi il giovedì 17 febbraio alle due pomeridiane in onore dei benefattori della casa. Intervennero numerose le persone di riguardo; vi era anche il tanto celebre giornalista teologo Margotti, Direttore dell'Unità Cattolica. Vi assistettero pure in corpo gli alunni di Valsalice. Fu recitata la Perla nascosta del cardinale Wiseman con intermezzi di canto. Il trattenimento piacque assai; l'esecuzione fu molto lodata.

 

                Per le recite si trasformava allora la sala grande dello studio; le rappresentazioni però non si facevano sempre a quell'ora. Quando non vi fossero larghi inviti, i giovani alle cinque e mezza si radunavano nelle scuole, donde in fila andavano al trattenimento, che cominciava alle sei. Per le nove tutto era finito; indi cena, un po' di ricreazione, orazioni e riposo. Quell'anno sembrò che la sala di studio fosse pericolante; il Beato la fece puntellare ben bene, ma per nessun conto permise che si lasciasse di fare il teatro.

 

                Non sapendo se ci si presenterà occasione migliore, diremo qui ancora qualche cosa su quest'argomento. Don Bosco voleva che gli attori nel tempo delle prove fossero bene assistiti, e non acconsentì mai che si desse loro una cena separatamente dagli altri dopo l'esecuzione. In quanto alle composizioni, desiderava che fossero buone, semplici e brevi; gli piaceva che talora la serata andasse tutta in declamazioni o in dispute, intramezzate da canti. Certo non è cosa tanto facile trovare roba a modo e adatta ai nostri ambienti; ma egli riteneva che, scelta una dozzina di drammi o poco più, si avesse un repertorio da bastare per un triennio; poichè i lavori più gustati si potevano benissimo ripetere durante una medesima stagione. Quand'è che le cose semplici nei collegi dispiacciono? In due casi generalmente: quando sono  [135] male eseguite o quando si è corrotto il gusto dei giovani con rappresentazioni sgargianti. Le dispute non presentano varietà; ma egli diceva che si possono rendere attraenti con gli amminicoli della scena e col vestiario degli attori.

 

                Sul principio di febbraio Don Paglia domandò al Beato se fosse contento che i chierici recitassero il Caio Gracco dal palco, ma in veste talare, per puro esercizio di memoria e di declamazione. Essi avevano già studiata quella tragedia. Don Bosco non volle, e addusse diversi perchè: perchè gli sembrava una sconvenienza che chierici così vestiti facessero parti da donna; perchè era una stonatura bell'e buona, che, mentre i giovani avevano dato il Sant'Alessio, dramma tutto sacro, i chierici andassero là col Caio Gracco, lavoro tutto profano; perchè la tragedia finiva col suicidio e sulla scena, perchè insomma non gli garbava che i chierici si esponessero sul palco. - L'Arcivescovo, soggiunse, scriverebbe a Roma la sera medesima della recita. - Quanto al non amare che i chierici fossero attori, la sua avversione riguardava naturalmente l'Oratorio, non le case di soli chierici, dove permise sempre le recite.

 

                L'esile cronachina di Don Lazzero segnala una novità del '76: per la prima volta gli artigiani si produssero da sè, rappresentando la Casa della fortuna e la farsa dell'Oca. Se la cavarono tanto bene, che in seguito anche la loro compagnia continuò a fare le sue comparse.

 

                Non ispiaccia ai nostri lettori conoscere come la pensassero intorno al teatrino coloro che per lunga e familiare consuetudine con il Servo di Dio erano più d'ogni altro in grado di rispecchiarne fedelmente le idee. Nella cronachetta di Don Barberis sotto il 17 febbraio troviamo una divagazione, che, sfrondata delle ridondanze inutili, dice così: “Il teatro, se le commedie sono ben scelte: 1° E' scuola di moralità, di buon vivere sociale e talora di santità. 2° Sviluppa assai la mente di chi recita e gli dà disinvoltura. 3° Reca allegria ai giovani, che ci pensano molti giorni prima e molti  [136] giorni dopo. L'allegria svegliata da questi teatrini decise alcuni a fermarsi in Congregazione. 4° E’, uno dei mezzi potentissimi per preoccupare le menti. Quanti cattivi pensieri e cattivi discorsi allontana, richiamando ivi tutta l'attenzione e tutte le conversazioni! 5° Attira molti giovani ai. nostri collegi; poichè nelle vacanze i nostri allievi raccontano ai parenti, ai compagni, agli amici l'allegria delle vostre case”.

 

                Lo studio di offrire alle menti e alle fantasie dei giovani un pascolo svariato che li stornasse dal pensare a cose men buone, era costante nel santo Educatore. Come le rappresentazioni drammatiche, così indirizzava al medesimo scopo le feste in chiesa e fuori di chiesa, le quali ebbe cura di far celebrare non solo con pompa e allegria, ma anche a intervalli tali, che, quando l'impressione di una svaniva, tosto sorgesse l'aspettazione dell'altra. Al medesimo intento sapeva introdurre opportunamente discorsi di fatti e di fenomeni impressionanti, narrava sogni pieni di mistero, svegliava il pensiero degli esami. A volte distraeva con le sue " buone notti ", pigliando occasione dalle circostanze interne o esterne. Ma dopo la partenza dei Missionari egli aveva per questo effetto nelle cose d'America una ricca miniera di notizie, d'aneddoti, d'informazioni, che colpivano e davano materia a fantasticare e a parlare.

 

                Con i grandi si valeva pure di amminicoli letterari per impedire la formazione di quelle morte gore, dove malamente fermentano le passioni giovanili. Così, entrato in buoni rapporti con monsignor Ciccolini, Custode generale dell'Arcadia, con lui s'intese fino dal '75 per istituire nell'Oratorio una Colonia Arcadica, la quale fosse in corrispondenza col Serbatoio di Roma. Agli atti concernenti la fondazione d'una nuova Colonia era indispensabile che se ne facesse la proposta in un'adunanza generale del Comune d'Arcadia. Tali adunanze si tenevano di rado, nè sembra che siasi mai venuto a una decisione per la “Colonia Arcadica di Torino  [137] presso i Salesiani”. Tuttavia per un periodo di tempo le tornate accademiche con letture di prose e di versi sotto la direzione di Don Bertello costituirono un ameno e utile diversivo.

 

                Altro bel diversivo per quanti vi mostrassero attitudine era la musica corale, che occupava un numero considerevole di giovani. I compositori che fiorivano in casa, con alla testa Don Cagliero e Dogliani, a tacere di altri minori, comunicarono a tutti il loro entusiasmo, riempiendo l'Oratorio di canti e di suoni. Fra gli artigiani la banda faceva furore. Quei benedetti musici avevano dato dispiaceri a Don Bosco, che, come dicevamo nel volume precedente, sciolse la scuola, eliminò gli elementi perturbatori e la rimise a nuovo con generale soddisfazione di tutti. Al maestro Dogliani concesse nel '76 d'insegnare il pianoforte ad un nucleo di allievi, che possedessero i necessari requisiti. Don Bosco insomma, da sapiente Educatore, voleva assolutamente sbandire dall'Oratorio quel monotono succedersi di giornate grigie, che. con tanto danno aduggiano gli animi giovanili, favorendo in loro l'infingardaggine e lo sviluppo di malsane tendenze.

 

                Diremo ancora che circondava di speciali premure gli alunni dell'ultima classe. Dove lo scontento s'impadronisce dei giovani più grandi, si ha un bel fare e un bel dire, ma non s'impedirà mai che il malumore serpeggi per tutta la casa. Il 13 marzo, avuto a sè il loro bravo professore Don Pietro Guidazio, si fece fare una minuta relazione della scuola in genere e di ciascun allievo in particolare, chiedendogli che cosa pensasse circa la probabile riuscita dei singoli e dandogli caso per caso norme pratiche per guidare ognuno secondo la sua indole e in modo che i migliori si sentissero attratti verso la Congregazione. Inoltre dal '69 gli alunni della quinta che più si segnalassero per studio e condotta, sedevano ogni domenica alla mensa dei Superiori; una noterella di cronaca ci presenta sotto una domenica di marzo cinque nomi, che a molti dei nostri richiamano ancora persone ben conosciute:  [138] Bima, Botto, Dompè, Gresino, Nespoli. Godeva molto Don Bosco di vedere tali giovani; perciò tenne fermo all'usanza di questo premio, anche quando sorsero contrarietà. Il loro posto non era però vicino a Don Bosco. Soltanto la sera del giovedì santo i giovani eletti per la lavanda dei piedi si disponevano a' suoi fianchi durante la cena. Finito il pranzo i premiati passavano a salutarlo e a udire da lui una paroletta, che soleva riuscire molto efficace, massime riguardo alla scelta dello stato. Si comprende come alcuni giorni prima i giovani parlassero di questa fortuna, la desiderassero, vi facessero sopra i loro disegni e la ricordassero non solo parecchi giorni dopo, ma a lungo, tanto dentro che fuori dell'Oratorio.

 

                Abbiamo detto dei catechismi quaresimali. Gli studenti avevano già la scuola di catechismo due volte per settimana e ogni domenica; ma verso la fine della quaresima ne davano un primo esame. Nel'76 si aggiunse a tale esame anche una certa solennità esterna mediante l'invito di esaminatori scelti fra gli ecclesiastici della città, compreso il parroco del luogo.

 

                Un corso speciale di catechismo si faceva nella quaresima alla gioventù operaia. Vi attendevano con ardore i chierici dell'Oratorio. Nel '76 dall'una pomeridiana questo catechismo fu portato alle otto, il qual mutamento d'orario accrebbe la frequenza dei ragazzi. Era bello vedere un duecento artigiani, con la faccia annerita e con la blusetta unta e bisunta, aggrupparsi ogni sera intorno ai loro catechisti, che dopo un po' di ricreazione li accompagnavano in chiesa e li intrattenevano per tre quarti d'ora sui punti più essenziali della dottrina cristiana. Il Servo di Dio, senza badare a spese ed a fatiche, procurava poi loro tre giorni di esercizi spirituali in preparazione alla Pasqua, nel qual tempo si facevano pesche abbondanti. Sessanta furono preparati alla Cresima, che andarono a ricevere nell'arcivescovado. Erano quasi tutti artigiani delle officine di Valdocco dai dodici ai quattordici anni. Non pochi si confessarono allora la prima  [139] volta; ma promisero di frequentare l'Oratorio. Fu molto notato il loro raccoglimento nell'andare all'Episcopio, nello stare in chiesa e nel ricevere la Confermazione.

 

                La festa più solenne in questo periodo dell'anno scolastico era quella di san Giuseppe. La precedeva un mese dedicato al padre putativo di Gesù, la qual pratica da quattro anni nell'Oratorio si faceva con molta divozione. La pia usanza non era diffusa allora; Don Bosco la introdusse specialmente per gli artigiani che a poco a poco vi sì affezionarono. Vi partecipavano però anche gli studenti. Ogni mattina il numero delle Comunioni andava aumentando; alla sera, prima della benedizione, invece dell'Ave Maris Stella si cantava il Te Joseph celebrent; le solite letture pubbliche in chiesa riguardavano San Giuseppe. Moltissimi studenti durante la ricreazione della merenda visitavano l'altare del Santo; gli artigiani facevano questa visita dopo cena. Nessuno ve li obbligava; pure ben pochi se ne dispensavano.

 

                Tale preparazione disponeva gli animi alla novena, che veniva chiusa da un triduo solenne con predica e musica. L'ultimo giorno il Beato Don Bosco ad alcuni preti dopo pranzo disse così: - Si vede proprio che San Giuseppe ci vuol bene. Lungo questa novena molte benedizioni son venute sulla casa. Ebbero grazie straordinarie alcuni, che ricorsero a Maria Santissima Ausiliatrice con l'intercessione di san Giuseppe. Varie di queste grazie avvennero in mia camera sotto i miei occhi. Lo stato delle nostre finanze era deplorabilissimo, e in questa settimana ho ricevuto ingenti soccorsi. Poche settimane furono così feconde di grazie e di elemosine, come questa. Se ve ne fossero due o tre altre simili, non ci vorrebbe molto a saldare tutti i nostri debiti. Quasi tutti i giorni ho ricevuto un migliaio, un migliaio e mezzo di lire e anche più.

                La festa mise in moto gli artigiani. Già alla vigilia tennero una riunione, a cui si diede il nome di conferenza e il cui scopo era l'accettazione di nuovi soci nella Compagnia  [140] denominata dal Santo. Oltre al sermoncino d'occasione accompagnarono la cerimonia canti, suoni e componimenti. Nel giorno della solennità si eseguì una messa composta per la circostanza da un ex-allievo dell'Oratorio, Giovanni Pelazza, che la dedicò a Don Bosco: esecuzione ottima, composizione da principiante. Per la benedizione il giovane maestro Giuseppe Dogliani fece udire un suo primo Tantum ergo molto lodato dagl'intendenti. Si capisce come queste produzioni, diciamo così, domestiche, dovessero interessare tutti, maestri, cantanti e uditori.

 

                Sul tardi la consueta accademia riuniva dinanzi a un bell'altare ben illuminato e reggente la statua di San Giuseppe gli artigiani, gli alunni delle scuole serali e i Superiori. Quell'anno vi si festeggiò anche l'onomastico di Don Lazzero, già Direttore degli artigiani, come allora si chiamava il loro catechista, e poi diventato Vicedirettore dell'Oratorio al posto di Don Rua. Per segnare il passaggio dalla parte sacra all'altra si calò un sipario che nascose altare e immagine e sul quale compariva la scritta: Viva D. Giuseppe Lazzero, D. Bologna, D. Bertello, Buzzetti, Dogliani, Viva a tutti i Giuseppe. Nell'emiciclo si succedettero i rappresentanti delle scuole serali e dei laboratori sia per inneggiare al Santo che per far omaggio al Superiore. Certo il preparare tutto questo costò fatica; ma i frutti la compensarono a usura. Sentiamo il buon cronista a fare i suoi commenti: “Mi persuasi di due cose: che queste specie di accademie religiose ben preparate possono essere bellissime, istruttive e produrre un gran bene morale nei giovani, e che quest'accademia ha rivelato un sensibilissimo progresso negli artigiani dell'Oratorio. Una volta non avrebbero neppur osato andar in mezzo a leggere una preghiera pubblica a san Giuseppe, tanto meno inginocchiarsi, come alcuni fecero a un dato punto, per implorare aiuto e perdono da Dio mercè l'intercessione del suo Santo”. Per ben intendere l'ultima osservazione, bisogna rammentare che Don Bosco accettava come artigiani tanti poveri [141] ragazzi di strada, abbandonati da tutti o consegnatigli dalla Questura.

 

                Dì più non occorreva per rendere memoranda la giornata; ma Don Bosco mise davvero il fiocco alla festa. Soleva Don Rua in tal giorno fare una conferenza ai soci professi dell'Oratorio; ma egli allora girava i collegi per ricevere gli esami semestrali di teologia dai chierici. Don Bosco dunque accettò di tenere esso la conferenza, dopo cena, nella chiesa di san Francesco, con l'intervento pure degli ascritti, degli aspiranti, e di quei che volessero tanto dei Figli di Maria e della " scuola di fuoco " quanto della quarta e quinta ginnasiale. Ne fu dato solennemente l'avviso nei quattro centri, dove dicevano le preghiere gli studenti, gli artigiani i famigli e gli ascritti. Questa notizia elettrizzò la maggioranza dei giovani. L'andar ad ascoltare Don Bosco era sempre causa di viva gioia. Gl'intervenuti furono duecentocinque. Egli prese per argomento il testo evangelico: Messis quidem multa, operarii autem pauci. Scrive Don Barberis: “Il signor Don Bosco, sebbene con gran semplicità e di pensieri e di modi, aveva parlato molto infuocatamente e nei giorni susseguenti vi furono varii che fecero domanda di farsi ascrivere, e chi sa quanti la faranno ancora. E' cosa mirabile il vedere come Don Bosco tutti gli anni e più volte all'anno sappia trovare mezzi sempre nuovi per far conoscere ai giovani la Congregazione e invogliarli di essa”. Il medesimo Don Barberis subito il giorno dopo scrisse la conferenza, valendosi dei rapidi appunti presi mentre Don Bosco parlava. Sebbene egli dica di rendere il filo delle idee più che non le parole, tuttavia ci ha reso un caro servigio, del quale vogliamo sapergli grado, riproducendo il suo scritto in fondo al volume[46].

 

                Ancora una cosetta ci rimane da ricordare. Contro le sue abitudini di passare le feste in mezzo a' suoi, quella volta [142] il Servo di Dio andò a pranzo dagli Artigianelli, per i quali la festa di san Giuseppe era la più solenne. Fra l'Oratorio e quel collegio correvano relazioni cordialissime. Il Direttore Don Murialdo si considerava come discepolo di Don Bosco; due Salesiani vi andavano ogni sabato a confessare i ragazzi. Don Bosco, essendosi già scusato parecchi anni di seguito, allora credette bene di accettare l'invito. “Il teologo Murialdo che santa persona! esclama Don Barberis. Anche lui lavora per formare una piccola Congregazione ecclesiastica con lo scopo speciale di promuovere l'educazione civile e religiosa dei poveri artigianelli e d'istruire gl'ignoranti nel catechismo cristiano, dirigendo oratori festivi”. Egli preparava la fiorente Congregazione dei Giuseppini.

 

                Tre volte negli ultimi di marzo il Beato diede la buona notte: sono tre sermoncini salvati dal naufragio, che si leggono tuttora con utilità e diletto, tanta è la freschezza della forma e la sapienza del contenuto.

 

                Il 26, affacciatosi dove dicevano le orazioni gli studenti e la massima parte dei confratelli, fu accolto con grida di gioia. Un giovane, appressatosi al pulpitino, gli porse due soldi, che aveva trovati nel cortile. Quando tutti ebbero fatto silenzio, annunziò con umoristica gravità: - Dieci centesimi! Serviranno a pagare i debiti dell'Oratorio. - Fu uno scroscio di risa. Indi proseguì:

 

                Ed ora bisogna che pensiamo un po' alle cose nostre. Prima di tutto domani dopo mezzo giorno faremo una lunga e bella passeggiata (grida universali di gioia). E’ giusto: sabato mattina erano finiti gli esami semestrali e piovendo nel dopopranzo non si potè andare a passeggio.

 

                E se non fate le meraviglie, vi dirò ancora di più. Ho formato il progetto di una passeggiata ben più importante.

 

                Desidero che partiamo tutti insieme dall'Oratorio, nessuno escluso: dal più alto al più basso, incominciando da Don Bosco fino al portinaio, ed a quello che fa cuocere i maccheroni, (risa) insieme colla musica e con ogni cosa che ci possa tenere allegri; prenderemo un convoglio speciale, partiremo al mattino appena spunta l'alba e andremo a Lanzo (nuovi applausi e nuove grida prolungate). Ma se non mi lasciate [143] finire! Non vi ho ancora detto il più importante. Andremo a far visita al collegio di Lanzo e là passeremo tutta la giornata. Il Direttore Don Lemoyne mi promette di fare il possibile, perchè la passiamo bene e che il cozzare delle scodelle e dei bicchieri formi una bella armonia. Alla sera sul tardi ritorneremo a Torino et unusquisque redibit ad locum suum. Questa passeggiata si farà appena sia terminata la ferrovia (mormorio), intorno alla quale si lavora alacremente colla speranza che ogni cosa sia all'ordine per la metà di giugno. Tale ricreazione, o giovani carissimi, si darà per sollevare e rinfrancare il corpo dalle fatiche dell'anno, ma non bisogna che questo sia il solo scopo della passeggiata; oh, no! Quelle cose che rallegrano e sollevano il corpo, debbono avere tutte per fine di renderlo più facilmente sottomesso allo spirito, perchè possa servire meglio alla gloria del Signore, e perchè non avvenga mai che il corpo prenda sopravvento sull'anima.

 

                Non permettete mai, o miei cari figliuoli, che il corpo comandi e in questa metà della quaresima che ancora ci rimane a passare, mortificatelo e fatelo stare soggetto. San Paolo dice quello che esso faceva per rendere il corpo schiavo dello spirito: Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ut spiritui inserviat. Io non intendo già con questo che facciate rigorose penitenze, o lunghi digiuni, e maceriate la vostra carne coi flagelli, come fecero molti Santi. Oh, no! Il vostro corpo è ancor tenero e ne potrebbe soffrire. Volete però che io vi suggerisca un modo di fare anche voi un po' di penitenza, adattata alla vostra età ed alla vostra condizione? Io ve lo suggerisco. Consiste in un digiuno che tutti potete fare, cioè custodire il vostro cuore e i vostri sensi. Fate digiunare il demonio, non commettendo alcun peccato. Attenti ai sensi esterni. Fate digiunare i vostri occhi. Gli occhi sono chiamati le finestre per le quali entra il demonio nell'anima. E noi come faremo per impedire che entri? Chiudete queste finestre, quando vanno chiuse. Non permettete mai che gli occhi si fermino in nessun modo a guardare cose o dipinti o fotografie, che siano contrarie alla virtù della modestia. Ritirate subito gli sguardi, quando s'incontrano con oggetti pericolosi. Un'altra mortificazione degli occhi è di frenare la curiosità: mai e poi mai leggere libri che parlino contro la religione, o che siano immorali, o anche solo pericolosi per la vostra età. Come vi ho già detto e ripetuto molte volte, dateli alle fiamme questi libri, quando vi capitano nelle mani, consegnateli ai vostri Superiori, liberatevi presto da simile peste. Mi starebbe tanto a cuore che si eseguisse con ogni severità ciò che vado inculcandovi.

 

                Vi è poi da mortificare, da far digiunare l'udito con non mai fermarsi ad ascoltare discorsi che possano offendere la bella virtù, o discorsi di mormorazione contro il terzo o il quarto, i Superiori o i compagni.

                Far digiunare la lingua, con proibirle ogni parola che possa dare scandalo, astenendovi sempre dal dire motti pungenti contro qualche [144] compagno, rifuggendo dal parlare male di chicchessia: insomma non tener mai un discorso, che non osereste fare al cospetto di un superiore.

 

                Mortificate la gola, col non andare tanto in cerca di quello che più piace al palato, ma prendere quello che danno; non essere nel numero di coloro che desiderano sempre e studiano il modo di avere qualche cibo speciale, qualche bicchiere di vino.

 

                Potrete anche fare qualche mortificazione sopportando con pazienza certe contrarietà, un po' di caldo o un po' di freddo, senza lamentarvi. Non dite subito come fanno alcuni: - Scriverò che mi si mandi da casa questo e quello. -Se non è vera necessità, pazientate alquanto, aspettate, fate con pacatezza, fate adagio. Non stizze, non musi, non irrequietezza. Mortificatevi sopportando con carità e pace qualche piccolo difetto dei vostri compagni, qualche incomodo o della camerata o della scuola. In conclusione, mortificatevi, non ascoltando, non dicendo e non facendo cosa contraria in qualsivoglia modo al buon esempio. Così facendo, benchè siano cose di poco peso, vi serviranno di penitenza adattata a ciascuno di voi, non vi nuoceranno, vi faranno raggiungere lo scopo pel quale venne istituito il digiuno della quaresima, vi aiuteranno potentemente a vincere le cattive inclinazioni, vi faranno acquistare grandi meriti per l'anima.

 

                Una cosa ancora io vi voglio raccomandare. Fate con molta frequenza delle fervorose comunioni. Andando a ricevere Gesù nel vostro cuore e sovente, l'anima vostra resterà tanto rinforzata dalla grazia, che il corpo sarà costretto ad essere obbediente allo spirito. Buona notte!

 

                Il 30 marzo vi lamentò qualche disordine accaduto durante una passeggiata. Esposto il fatto e mostratone con paterna energia la sconvenevolezza, esortò all'osservanza del Regolamento e ad seguire i consigli dei Superiori. La questione principale era del non tener denaro; su di che è bene conoscere un savio provvedimento da lui adottato in altri tempi, ma ribadito ai primi di gennaio, perchè non si facevano le cose in modo da conseguire il fine da lui inteso. Egli voleva che uno “della casa”tutti i giorni e ad ora fissa vendesse ai giovani qualche soldo di companatico; restava però sempre inteso, che per moneta si sarebbero ricevute solamente “marche”[47]. Nella sua intenzione una simile agevolezza doveva indurre studenti e artigiani a consegnare [145] il denaro nelle mani del prefetto, sicchè venissero impediti i contratti fra loro e si smorzasse in certuni la bramosia di comprare fuori o d'importunare i parenti con richieste di ghiottonerie.

 

                Oggi giovedì, passeggiata ed allegria: credo che le cose siano andate bene e ne sono contento. Anche lunedì ci fu la passeggiata e la maggior parte delle cose andò bene in riguardo al ricreamento dello spirito e del corpo, sebbene siate stati colti dall'acquazzone. Ma la passeggiata, o miei giovani, fu di danno all'anima. Adesso non dico mica di tutti, chè molti anzi non fecero nulla da meritarsi rimprovero. Tuttavia, con mio grande rincrescimento, ho sentito che varii non osservarono le regole e non seppero diportarsi bene. Alcuni uscirono dalle file, si fermarono e comperarono frutta; altri andarono a bere e, se ho da credere a quanto mi si dice, venendo a casa misuravano la via; altri comperarono sigari e fumarono. Io non voglio investigare chi siano questi tali, ma dirò: non sapete che il tener danaro è proibito dalle regole? Che pazzia è mai questa di voler fare una cosa proibita? Mi pare che coll'acutezza d'ingegno che avete, tutti voi dovreste capire che le regole si stabiliscono per vostro vantaggio.

 

                - Ma il danaro, dirà alcuno, non lo tengo io, ma lo consegno ad altri.

                E credete con questo di osservar la regola? Voi consegnate i vostri danari ad altri che ve li custodiscano, e gli altri consegnano i loro a voi, perchè li teniate, e così credete di poter dire, quando siete ininterrogati, di non tenere danaro, intendendo danaro proprio, presso di voi. E con ciò vi pare di essere sinceri?

 

                - Io non lo do a nessuno il mio danaro, dirà qualchedun altro. Lo nascondo in fondo al baule e dirò che danari non ne ho. E’ vero che è proibito tenerne; e mi frughino pure in saccoccia, che non ne troveranno. Io lo prendo solamente quando voglio fare qualche spesa.

 

                Vedete a che punto di scioccaggine si viene da qualcuno. Ma questo tale può esprimersi così, che è meglio: - Senta; io non voglio consegnare il danaro, ma lo voglio ritenere presso di me. Vedendo pertanto che qui nell'Oratorio ciò non si può fare, perciò me ne parto e ritorno al mio paese.

 

                Ed io gli rispondo: - Va' pure e siamo sempre amici lo stesso. Io poi non so come costoro possano accostarsi tutti i giorni alla Santissima Eucaristia, e pregare con fiducia di conseguire ciò che domandano.

 

                - Oh! questo non è mica peccato!

                Ed io ripeto che non so come costoro si accostino ai sacramenti con una disubbidienza così grave sulla coscienza. Io sono solito a dire che costoro è meglio che non ci vadano. Che frutto può ricavare dalla [146] santa Comunione chi va a ricevere Gesù, quasi dicendogli: - Io voglio continuare ad offendervi? - Infatti questo tener danari è la radice dei disordini ordinari, che avvengono nelle passeggiate.

 

                Sia inteso eziandio per sempre ciò che io ho già avvertito altre volte e che sono come regole fisse per l'uscita. La passeggiata sia passeggiata e non fermata. Si parte dall'Oratorio, si va fin dove si sarà stabilito di andare, e poi si ritorna. Non è il caso di fermarsi in nessun posto. Si eseguisca questo ordine e si toglierà un altro motivo di disordine. Se si va a passeggio, non si va per fermarsi. Altrimenti si potrebbe stare a casa.

 

                L'altra cosa, che è assolutamente. da osservarsi, si è che andando al passeggio nessuno per nessun motivo si allontani dalle file. Questa è la regola precipua della passeggiata; se si fosse fedeli a questa, tutti i disordini sarebbero eliminati. E qui mi cade bene avvertire che gli assistenti non hanno nessuna autorità di lasciar allontanare qualcuno dalle file, per nessun motivo. Questa autorità non fu mai data, nessuno l'ha, e non si darà mai, poichè sarebbe fonte di grandissimi mali. L'autorità dell'assistente sta in ciò: esso accompagni i giovani, li guidi al luogo stabilito, veda che nessuno faccia insulto ai nostri, e che i giovani non insultino nessuno, che vi sia ordine in tutto; ma mai e poi mai si prendano l'arbitrio di permettere a qualche giovane di allontanarsi dalle file. E voi, miei cari giovani, non provatevi neppure a domandar questo permesso all'assistente; perchè, altrimenti, che martello, che tormento terribile per il povero assistente, che non potrebbe togliersi d'addosso chi domanda, chi prega, chi piagnucola! Esso non avrebbe più un momento di respiro in tutta la passeggiata.

 

                Riduciamo adunque le cose a principio: - La passeggiata non sia fermata. -Nessuno si allontani dalle file. - Gli assistenti non diano mai questo permesso. -E più di tutto non si tenga mai danaro. che è cagione di tutti i disordini.

 

                Io vi ho detto che chi ha danari e non vuole consegnarli, non andasse ai sacramenti. Vi è però sempre qualcuno che obbietta: - Ma vi è forse prescritto nei comandamenti di Dio o della Chiesa di non tener danari? Noi non l'abbiamo mai letto questo obbligo.

                Non v'è? Ma io dico: Non è forse lo Spirito Santo che dice: Obedite praepositis vestris el subiacete eis? Obbedite ai vostri Superiori e state loro soggetti? Non è forse Gesù Cristo che parlando dei Superiori, disse: Qui vos audit, me audit? Chi ascolta voi, ascolta me? E quanti altri tratti della Sacra Scrittura potrei ancora recarvi, ma che per brevità non voglio ora ricordare! Ora dunque se i Superiori credettero molto opportuno di stabilire questa regola, hanno il diritto di essere obbediti, e voi lo stretto dovere di obbedire.

 

                Credete forse che si facciano le cose per capriccio? Un Superiore prima di deliberare si mette alla presenza di Dio, esamina la sua coscienza, prega perchè il Signore voglia illuminarlo e fargli vedere se quella disposizione che intende dare è pel bene de' suoi soggetti, [147] esamina ponderatamente la cosa e poi parla secondo che il Signore l'inspira.

 

                Io non so come alcuni non capiscano, e tra voi delle Marmotte non ve ne sono e dovreste tutti capir bene, come sia il Signore che stabilisce i Superiori e dà loro le grazie necessarie pel buon governo dei loro sudditi. Omnis potestas a Deo. Non so come non intendano alcuni, essere l'obbedienza tanto accetta a Dio; e che colui che obbedisce non isbaglia mai, mentre sempre sbaglia chi non obbedisce. Tenetela profondamente scolpita nella vostra mente questa grande verità. Molte volte i Superiori dicono una cosa, danno un consiglio, e pare anche fuor di proposito e persino irragionevole; pure essi vedono l'andamento generale delle cose e coloro che li ascoltano vanno a finire bene e invece vanno a finir male coloro che non li ascoltano. Avviene talora che il consiglio non abbia riguardo o nesso colle cose dette prima, o colle cose da farsi dopo. Si dirà dagli inesperti: - Ma questo non ha da far nulla con quanto domandava io! - Date confidenza ai vostri Superiori, seguite fiduciosi il loro consiglio, senza ragionarvi sopra e finirete per esserne contenti. Essi hanno un po' più età, pratica, esperienza, scienza di voi. E poi vi amano.

 

                Vi racconterò a questo proposito un fatto avvenuto alcuni anni fa, ad uno studente di quarta ginnasiale. Posso parlare liberamente, perchè nessuno di voi conosce la persona, cui il fatto si riferisce.

 

                Un giorno si presenta un giovane in mia camera e mi dice: -Mi dia un consiglio sulla mia vocazione: io sono pronto a sottomettermi ciecamente ai suoi suggerimenti, e farò qualunque cosa ella sarà per dirmi.

                Io lo guardo, sorridendo e mostrando di non credere guari alle sue parole; ed egli mi assicurò.

 

                - Sì, mi rimetto in tutto nelle sue mani. Mi dica qualunque cosa ed io la farò.

 

                - Ebbene, se è così, io gli dissi, finisci la tua quarta e poi senz'altro, queste vacanze, preso l'esame della veste, ai Santi indossa l'abito chiericale.

 

                - E dove andrò a fare gli studi di filosofia e di teologia?

 

                - Qui nell'Oratorio!

 

                - Ma... ma... i miei genitori, il mio parroco vorrebbero che io andassi in seminario.

 

                - In seminario, no; in questo caso non farti prete: fa' pure la tua quinta, e se non ti pare di farla qui, va' altrove, ma non farti prete. Prendi altra carriera.

                Il giovane chinò il capo e disse: - Bene, farò così: seguirò il suo consiglio. Ho detto di obbedire e obbedirò.

                Ma questo poveretto fu così fagiuolo che scrisse tutto il dialogo nostro ai suoi genitori ed al parroco. Giunte le vacanze partì dall'Oratorio, ma il parroco non lo lasciò più ritornare. Diceva: - Che diversità [148] c'è tra là e qui? Forse che, se la quarta ginnasiale ti basta per mettere la veste nell'Oratorio, non ti basterà questo esame anche pel seminario? Se hai la vocazione di farti prete, puoi farti prete tanto qui come là.

                E il nostro giovane mise l'abito chiericale in quelle vacanze ed entrò in seminario. Ma la sua condotta in quell'anno fu pessima, e tornato a casa sua nelle vacanze depose l'abito chiericale. Qui divenne la disperazione dei parenti. Il suo parroco era quegli che avealo collocato nell'Oratorio, pagando di propria borsa quella pensione, alla quale si era obbligato. Ma il cuore del giovane era sì acceso di astio contro di lui, che, incontrandolo, gli diceva: - Io son rovinato ed è lei che mi ha rovinato, non lasciandomi seguire il consiglio che Don Bosco mi aveva dato. Ah! Don Bosco me lo aveva detto: se tu starai ritirato, le tue cose andranno avanti bene, invece in mezzo alle divagazioni tu ti perderai: ti serva di criterio come ti diporti quando sei nell'Oratorio; qui la tua condotta è abbastanza buona. Osserva invece come ti diporti nelle vacanze! Le cose dell'anima tua van sempre male. Ed è Lei, signor parroco, che non ha voluto che io ascoltassi Don Bosco, ed ora son rovinato.

 

                E questo disgraziato andò sempre avanti a rompicollo, divenuto lo scandalo di tutti. Attaccata briga col parroco, lo ridusse, direi, alla disperazione e le vessazioni furono spinte a tal punto, che per sua cagione il parroco dovette fuggire da quel paese, rinunciare alla parrocchia, senza che però neppure adesso quel giovane lasci di molestarlo quanto può. Così di nera ingratitudine pagava il suo benefattore. Costui vive ancora, l'ho incontrato or son pochi giorni, mi parlò e mi disse di aver sbagliata intieramente la sua via, per non aver seguiti i miei consigli. Ho provato a fargli sentire qualche buona parola; ma egli abbassò il capo e non diede nessun segno d'essere disposto ad eseguire quanto gli dissi. Questo disgraziato qui nell'Oratorio, lontano dai pericoli e dalle occasioni, avrebbe conservato la sua vocazione e avrebbe condotta una vita buona.

 

                Questo fatto che ora vi ho narrato, non è ancora per parlarvi di vocazione. Abbiamo tempo per discorrerne più tardi. E’ solo per far vedere come chi segue i consigli dei Superiori e si regola secondo i loro ammonimenti, finisce sempre per esserne contento. Chi vuole invece andar contro a quanto i Superiori gli dicono, andrà sempre a capitar male. E ciò perchè il Signore ha posto i Superiori a suo luogo e dà loro le grazie necessarie per dar buoni consigli e condurre a salvamento quelli che loro vengono affidati: e perchè vuole che gli inferiori obbediscano alle voci sue, che egli fa sentire per mezzo loro

 

                Nessuno mai creda che i Superiori nel dare consigli cerchino il loro proprio interesse. Anche quando pare che nel Superiore ci sarebbe qualche interesse, state tranquilli che non c'è mai questo che serva loro di regola. Volete che mettano a repentaglio l'anima propria [149] per darvi un consiglio che non vi indichi la volontà del Signore, ma i proprii interessi?

 

                Riposate adunque sicuri sui consigli dei Superiori e quando stabiliscono qualche regola, cercate di eseguirla. Vi ripeto che non so e nemmeno voglio indagare chi fra voi abbia ultimamente trasgredita la regola della casa, perchè sono persuaso che sarete tutti d'accordo per non farlo più.

 

                Se volete poi ancora che vi manifesti una cosa che mi sta molto a cuore e che fu la causa per cui varii a questo esame semestrale non ebbero dieci decimi di condotta, io ve la dirò. Sono i libri proibiti. Si diedero questi voti scadenti, perchè alcuni vollero conservare qualche libro non buono e non lo consegnarono, quando dovevano dare la nota dei libri che ciascheduno ha presso di sè. Tenetelo ben bene a mente: non leggete mai libri, della bontà dei quali non siete sicuri, senza domandar consiglio a chi ve lo può dare con giusto criterio. I libri non buoni, oppure quelli che non sono convenienti alla vostra età ed alle circostanze nelle quali vi trovate e che quindi possono essere per voi pericolosi, per carità, non leggeteli. Io so che alcuni, anche dopo il mio ultimo avviso, continuano a tenere e a leggere tali libri che uccidono l'anima e fanno male anche al corpo. Dunque animo; portateli al Superiore, oppure abbruciateli all'istante.

 

                Questi tre avvisi, cioè, di non uscir dalle file andando a passeggio e non far stazioni, di non ritener danaro, e di consegnare i libri cattivi, imprimeteveli ben bene nella mente per poter essere poi contenti. Ecco quanto intendeva di dirvi questa sera. Buona notte.

 

                La terza volta, che fu nell'ultimo del mese, parlò ai soli artigiani. Il discorsetto ha un'importanza maggiore che non sembri a prima vista. L'idea centrale è la presentazione dei coadiutori e un invito agli artigiani di buona volontà, perchè riflettano se non sia per loro il caso di entrare nella Congregazione come coadiutori. Non mai per l'addietro il Beato Fondatore si era spiegato così chiaramente in pubblico sopra quest'argomento. E’ probabile che nella conferenza del giorno di san Giuseppe egli mirasse ad aprirvisi la strada; certo è in ogni modo che l'impressione prodotta allora dalle sue parole gli aveva preparato ottimamente il terreno.

 

                E' già molto tempo che non ci siamo più parlati da solo a soli, qui nel vostro parlatorio dopo le orazioni. Dopo l'ultima volta che sono venuto a darvi la buona sera, sono accadute tra voi molte variazioni. Fra le altre lo scioglimento e la riformazione del corpo musicale. Vi [150] sarà già stata detta la ragione di ciò. La precipua, anzi l'unica fu, che alcuni giovani facevano benissimo il loro dovere; senonchè da molti non si faceva la parte dei musicante buono, che è quella dì tener allegra l'anima degli uomini e di farli partecipi della musica che andremo poi a sentire in paradiso; ma si faceva la parte del musico cattivo, di colui che vuol fare stare allegro il demonio. Ora siccome io voglio che i musici vadano poi a continuare le loro sinfonie in cielo, così il corpo musicale fu sciolto, perchè nessuno andasse a continuare la musica con Bergníf (il diavolo). Ora. il corpo musicale si costituì su migliori basi, come spero, perchè io voglio che i miei musici possano poi continuare la loro parte in paradiso.

 

                Una cosa poi che fece danno immenso fra voi, che mi cagionò un straordinario dolore, e fu causa che varii si dovessero anche allontanare dalla casa, si fu l'essersi scoperti fra i giovani dei ladri, dei mormoratori, di quelli che facevano dei discorsi immorali. Mi rincrebbe immensamente il doverli allontanare, specialmente perchè alcuni via di qua non sapevano dove andare, e si dovettero lasciare sul lastrico, costretti a domandare l'elemosina. Ma che volete! Quando uno in mezzo ai suoi compagni non ascolta più la voce dei Superiori e fa il mestiere di lupo rapace, io non posso in coscienza tenerlo qui a fare del male agli altri: in questo caso voi sapete che non si transige: quando c'entra lo scandalo dei compagni io non posso tollerarlo. Laonde bisogna che stiate attenti, e quelli che per loro disgrazia fossero già caduti in qualcuna delle mancanze soprammentovate, per carità, non continuino, ma si emendino; anzi procurino di tener ben celate le loro sconsigliate azioni, perchè altrimenti perderebbero il loro buon nome, la stima degli altri ed anche si metterebbero in pericolo di essere allontanati dall'Oratorio. Se vi fosse alcuno non deciso di emendarsi, che cioè non voglia stare alle regole, sapete che cosa io gli consiglio? Venga a dirlo che esso non sta più volentieri in casa, e si cerchi un posto altrove: noi gli faremo ancora i suoi buoni certificati. E così le cose procederanno d'accordo: amici prima, amici dopo. Perchè se sono i Superiori che vengono a scoprir le mancanze, allora costui dovrà subirne la vergogna coll'essere scacciato dall'Oratorio, il danno di non essere collocato in luogo ove possa guadagnarsi il pane e di sentirsi rifiutare i buoni certificati riguardo alla sua condotta per essere accettato negli impieghi. E questi certificati sono richiesti, ovunque uno si presenti per domandar lavoro.

 

                Ma stasera non sono venuto solamente per dirvi cose incresciose, ma eziandio per dimostrare una speciale contentezza a coloro che vengono a trovarmi con frequenza e non solo in confessione, ma anche in cortile e in camera. Non è più come qualche tempo fa, che da molti si guardava Don Bosco come se fosse uno spauracchio e lo fuggivano sempre. Allora attorno a me per confessarsi avevo una gran folla di studenti che mi attorniavano, specialmente al sabato sera e alla domenica [151] mattina, ma in quanto agli artigiani aveva un bel fare, un bel dire: pochi o nessuno. Adesso invece le cose van meglio, benchè a dire il vero, alcuni lascino ancor passare un tempo considerevole a venire.

 

                Tenete adunque questo a mente, che io sono sempre molto contento quando venite a trovarmi, e non solo in chiesa, ma anche fuor di chiesa. Ciò che io desidero si è che veniate non solamente per fare piacere a me, ma anche perchè possiate avere da Don Bosco qualche buon consiglio, che io sono solito dare a quelli che mi vengono vicini.

 

                Un'altra cosa voleva dirvi ed è, che l'altro ieri e quest'oggi alcuni vennero a chiedermi se potevano anch'essi farsi ascrivere ed appartenere alla Congregazione di S. Francesco di Sales. A varii ho già risposto in particolare; ma poichè so che ve ne sono anche altri che avrebbero desiderio di farmi questa domanda, così io vi rispondo in poche parole qui in pubblico a tutti insieme. Credo che già quasi tutti sappiate che cosa sia la Congregazione di S. Francesco di Sales. Questa non è fatta solamente per i preti o per gli studenti, ma ancora per gli artigiani. E’ una radunanza di preti, chierici, laici, specialmente artigiani, i quali desiderano di unirsi insieme, cercando così di farsi del bene tra loro e anche di fare del bene agli altri. Quindi ricordatevi che non solo possono prendere parte alla Congregazione quelli che vogliono poi farsi preti, ma anzi una parte considerevole dei soci è composta di secolari. Ad essa può prendere parte chiunque abbia voglia di salvarsi l'anima. Se perciò tra di voi vi è qualcuno il quale dica: Io questa voglia l'ho veramente, anzi io vedo che se esco dall'Oratorio le cose mie vanno male, ed io conducendo una vita meschina su questa terra, corro pericolo di dannarmi per tutta l'eternità; - costui può domandare di far parte della Congregazione.

 

                - E non ci mancherà poi il necessario e pel vitto e pel vestito?- qualcuno domanderà.

 

                Confidando sempre nella divina Provvidenza, madre pietosa, io posso assicurarvi che non ci mancherà mai nulla di ciò che ci è necessario, nè in tempo di sanità, nè in tempo di malattia, nè in tempo di gioventù, nè in tempo di vecchiaia. Questo motivo anzi è quello che fece decidere varii a fermarsi in Congregazione; il pensiero cioè che se venissero ammalati in mezzo al mondo, o quando fossero poi vecchi fuori di qui, verranno abbandonati, disprezzati, senza che essi possano più sostentarsi o dire la loro ragione: invece, stando qui, nulla loro mancherà. Chi adunque desiderasse cercarsi una posizione stabile, dove non gli abbia a mancare per tutta la vita nè il pane, nè l'alloggio, nè il letto, nè il vestito, costui può fare domanda di essere ascritto a questa Congregazione. E chi ancora considerando i pericoli straordinari di dannazione che, uscendo di qui, troverebbe in mezzo al mondo, come i cattivi libri e i cattivi compagni, e volesse [152] dire: - Io intendo di mettermi in posizione dove non mi manchi niente neppur per l'anima; - anche costui si faccia ascrivere tranquillamente, alla nostra Pia Società.

 

                Notate eziandio che tra i soci della Congregazione non vi è distinzione alcuna; sono trattati tutti allo stesso modo, siano artigiani, siano chierici, siano preti; noi ci consideriamo tutti come fratelli e la minestra che mangio io l'hanno anche gli altri e la stessa pietanza, lo stesso vino che serve per Don Bosco, per Don Lazzero, per Don Chiala, vostro Direttore, si dà a chiunque faccia parte della Congregazione.

 

                Ora qualcuno dirà: - Ma, e Don Bosco desidera molto che noi prendiamo parte a questa Società? Noi gli faremmo piacere se entrassimo? - No, miei cari, nessuno pensi entrando in Società di voler con questo fare piacere a Don Bosco. No; io non vi consiglio a star qui. Io vi ho detto queste cose, perchè ne foste istruiti, perchè sapeste bene come le cose stanno, perchè esaminaste quale possa essere il vostro vantaggio e chi desidera questo sappia come fare. Del resto io non sto ad esortare caldamente nessuno. Chi crede di farlo, faccia; chi no, importa niente.

 

                Eziandio se vi fosse qualcuno che desiderasse di andare in America, entrando nella Congregazione avrebbe la comodità di andarvi. Si noti però che la Congregazione non manda nessuno in America che non ne abbia voglia, solamente lascia andare coloro che molto lo desiderano. Avete visto che l'anno scorso erano qui vari vostri compagni: ora sono là Missionari e fanno molto del bene. Essi, finchè furono qui, in nulla erano da voi distinti: erano come voi. Ora che sono là, vivono contenti in modo straordinario. Tutti voi conoscevate benissimo Gioia, che faceva il calzolaio: ebbene in questi giorni si ricevette notizia che esso è divenuto un gran faccendiere, fa il cuoco, il calzolaio, il catechista. Conoscevate anche Scavini falegnarne, che una volta era qui ragazzotto, ora è capo laboratorio con circa venti garzoni sotto il suo comando e sappiamo che nel poco tempo che è là ha già fatto moltissimo. E Belmonte? Sembrava non avesse niente di particolare, in quanto a doti della persona, quando era tra noi; ed ora conosciamo di lui tante belle cose: fa il sagrestano, il musicante, il catechista e possiamo dire che è lui il maggiordomo della casa di Buenos Aires. E se volete, aggiungete eziandio Molinari, benchè coltivi la musica. Tutti costoro l'anno scorso erano tra noi semplici artigiani ed ora sono là campioni stimati ed onorati. Insomma chi lo desidera, ha davanti a sè il campo aperto e chi non lo desidera, se ne stia tranquillo al posto che ora tiene.

 

                Ora, prima che io parta per Roma, si farà un indirizzo in nome di tutti voi al Papa, al quale chiederò per i miei cari artigiani una speciale benedizione. Questa benedizione serva a farvi prosperare nel bene, ed anche nella sanità e negli interessi materiali; ma soprattutto [153] vi renda forti per resistere e tutte le tentazioni, dalle quali nella vostra età vi trovate travagliati, e vi renda superiori al demonio. In modo speciale poi vorrei che, per mezzo di questa benedizione, vi metteste tutti, ma tutti, di grande impegno per vincere quelle tentazioni, che vi vogliono far cadere in cose contrarie alla virtù della modestia; vorrei che conservaste i vostri pensieri, sguardi, parole in modo da non dar mai disgusto per questa parte al Signore.

 

                Fatevi coraggio e vedrete che la grazia del Signore, avvalorata dalla benedizione del suo Vicario, vi renderà superiori ad ogni suggestione del demonio. Del resto che cosa volete che io vi dica?

 

                A questo punto sospese il suo dire e con amorevole sorriso posò lo sguardo raggiante di una bontà indescrivibile su tutti i giovani, che pendevano dalle sue labbra. In quel momento parve manifestarsi sul suo volto l'anima di un padre che ama tenerissimamente i suoi figli. Dopo brevi istanti di silenzio continuò:

 

                Mentre io starò lontano, voi pregherete il Signore per me, acciocchè io possa riuscire in quelle cose per le quali vado a Roma; poichè, voi lo sapete, che quando io parto per Roma, ho sempre grandi affari da compiere e gravi motivi mi guidano sempre, che riguardano il bene della casa e perciò anche il bene vostro. Ritornando, se tutto mi sarà riuscito bene, io vi dirò anche che avete pregato bene e che siete buoni; altrimenti dirò che siete altrettanti sciappini[48], che non siete stati capaci colle vostre orazioni ad ottenermi quello che desiderava. Ma spero che, pregando voi, ed io facendo tutto il possibile, le cose riusciranno bene, massimamente se alle vostre preghiere unirete qualche comunione. Oh sì, io credo che tutti vi metterete d'impegno a fare qualche santa comunione che prosperi i nostri affari a Roma.

 

                Intanto il Signore vi dia sanità, santità, e perseveranza nel bene, affinchè possiate sempre vivere felici.

 

                Ora se volete qualche commissione per Roma io sono ai vostri cenni. Chi volesse scrivere qualche letterina al Papa, io gliela porterò; solo mi raccomando che scriviate bene, e senza errori. L'altra volta ne ho anche portate alcune, e il Papa le lesse; anzi mi fece notare qualche errore di grammatica e di ortografia e mi diceva: - Si vede che sono proprio artigiani che scrivono. Dite poi al tale che qui ci vogliono due s e qui due r ecc.

                Finisco. Avete celebrata poco fa la festa di san Giuseppe ed io non [154] ho potuto essere presente alla vostra accademia; ma sento che pel Patrocinio ne farete un'altra, ed allora io sarò già di ritorno da Roma e desidero tanto di poter venire a prendere anch'io parte attiva alla vostra festa.

 

                Con queste parlate Don Bosco, in procinto di partire per Roma, stampò negli animi impressioni, per le quali, benchè lontano, non sarebbe quasi parso assente.

 

                Comunicò la sua prossima partenza anche a due vere madri dell'Oratorio; ad esse il Beato e per la loro veneranda età e per la santità della loro vita soleva dare il titolo di mamma. Alla contessa Callori scrisse: “Mia buona Mamma. Prima di partire per Roma Le scrivo questo telegramma. Parto stasera alla volta di Roma. Ricapito, Torre de' Specchi. Dimora, tre settimane. Spero di ossequiarla. Buon viaggio a Lei e a tutta la famiglia. Amen”. Questo biglietto potè essere un avviso perchè la nobildonna venisse in città a fare le sue divozioni, prima che egli si allontanasse. Alla signora Eurosia Monti mandò per mezzo di Don Barberis queste righe: “Cara Mamma. Vostro figlio è sul partire per Roma. Partirà domani mattina alle 7; ma se lo lasciate partire così com'è senza denari, non potrà compiere i suoi disegni”. La Signora letta la lettera e scritto un bigliettino di risposta, vi unì tre carte da cento. - Mamma buona è Madama Monti, - esclamò Don Bosco, quand'ebbe aperta la busta.

 

                Ad un'altra Signora di Roma aveva alquanto prima annunziato due volte il suo viaggio: alla signora Matilde, moglie del signor Sigismondi, spedizioniere apostolico. Era donna piissima e devota a Don Bosco, anch'essa già avanzata negli anni. Il Servo di Dio, come abbiamo già visto, trovava in quell'ottima famiglia romana un'ospitalità non meno cordiale che vantaggiosa, sia per la comodità della cappella domestica sia per la pratica che il signor Alessandro aveva dei dicasteri ecclesiastici. La prima volta le scrisse in occasione della morte di suo padre. [155]

 

                Stimabilissima Sig. Matilde,

 

                Più volte abbiamo parlato di lei, Sig. Matilde, e più volte voleva scriverle per assicurarla che in mezzo alle molte cose, che l'hanno disturbata noi non l'abbiamo mai dimenticata nelle nostre comuni e private preghiere, siccome continuiamo a fare per Lei e pel caro Sig. Alessandro di Lei marito. Ora mi rimane un po' di tempo libero in mezzo agli interminabili nostri tafferugli, e me ne servo di buon grado per trattenermi alquanto con ambedue i miei benevoli e benemeriti ospitanti.

 

                Le assicuro che ho preso parte della dolorosa perdita del sig. suo genitore, nè mancai di ordinare e fare speciali preghiere per lui, che Dio chiamò a se, e per lei, per sua sorella, affinchè Dio voglia concedere loro pazienza e rassegnazione ai divini voleri suoi.

 

                Lo stesso abbiamo fatto nella inaspettata perdita della compianta Madre Galeffi. Abbiamo poi avuto una grande consolazione al sapere che questi cari defunti ebbero tempo a munirsi di tutti i conforti della religione, e che facendo una preziosa morte nel cospetto di Dio, siano volati a goderne il premio che la bontà divina tiene preparato in cielo a tutti coloro che muoiono nella sua santa grazia.

 

                Al mese di aprile io dovrò recarmi a Roma per leggere una compilazione nell'Accademia Arcadica del venerdì Santo. la prima porta cui vado a bussare, è certamente a via Sistina 104, dove da tanto tempo abbiamo una vera cuccagna. Ma siccome io desidero di diminuire i disturbi a Lei ed al nostro Sig. Alessandro per quanto mi sarà possibile, così La prego a dirmi con tutta libertà se in quella epoca può continuarmi la solita carità. In caso diverso Ella saprà indicarci qualche onesta famiglia presso di cui fare capo.

 

                Una persona Torinese deve recarsi a Roma entro breve tempo, e questa è incaricata di saldare i miei debiti per le spese fatte dal buon Alessandro in varii rescritti che ho puntualmente ricevuti.

 

                Ai dieci di questo mese apriamo due nuove case; tre altre saranno aperte nel prossimo marzo. Come vede il Signore benedice la povera nostra Congregazione ed Ella preghi per noi affinchè possiamo corrispondere alle sue grazie e benedizioni.

 

                In una lettera testè ricevuta dalla Repubblica Argentina i nostri Salesiani mandano cordiali saluti a Lei ed al Sig. Marito e si raccomandano alla carità delle loro preghiere.

 

                D. Berto, D. Lemoyne, D. Bonetti ed altri di nostra casa ossequiano Lei e suo Consorte, ed io pregando loro ogni celeste benedizione con figliale stima e venerazione ho l'onore di protestarmi

 

                D. V. S. B.

 

                Oratorio di S. Francesco di Sales. Torino, 5-2-76.

 

Obbl.mo umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Tanti saluti alla sua Signora Sorella e al buon Luigino. [156]

 

                La seconda lettera è di un mese più tardi, per l'onomastico della Signora. L'anno precedente in quella circostanza aveva fatto i suoi “doveri” di presenza; ora, chiedendole che gli conceda di poterli fare di nuovo in persona benchè posticipati, mostra di aver avuto risposta favorevole al desiderio espressole nella lettera di febbraio. Nelle poche ore di fermata a Sampierdarena farà scrivere a Don Rua di con segnare a Don Durando, perchè la porti seco a Roma, una bottiglia del 1815. “E' un regalo, spiegherà il segretario, che il Sig. D. Bosco desidera fare alla Sig. Matilde”.

 

                Stimabilissima Signora Matilde,

 

                Dopo dimani non possiamo avere il piacere di fare in sua casa Santa Matilde, ma la prego di volerci restituire il tempo utile almeno ai primi giorni di aprile, ed allora farò i miei doveri di presenza.

 

                Posso però assicurarla che non la dimenticheremo dinanzi al Signore ed appunto il 14 di questo mese sarà celebrata la S. Messa all'altare di Maria Ausiliatrice ed i nostri giovanetti faranno la loro comunione secondo la pia di Lei intenzione.

 

                Dio la benedica, Sig. Matilde, e con Lei bendica il Sig. Alessandro e ad ambidue conceda sanità stabile, con lunghi anni di vita felice.

 

                Preghi anche per questo poveretto che sarà sempre in G. C.

 

                Torino, 12-3-76.

 

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Affari importanti lo aspettavano a Roma, affari numerosi aveva a Torino e fuori di Torino. - Una cosa dopo l'altra tutto si aggiusterà, - disse parlandone con i suoi. Nel pomeriggio che precedette il giorno della partenza, scrisse più di venti lettere, alcune delle quali indirizzate in Francia. Dopo cena, che si poteva dire per lui il tempo del gran rapporto, s'intese con i diversi Superiori sopra tante cose da sbrigare. Finito che ebbe, alcuni preti e professori lo circondarono. A Don Cipriano raccomandò di non oltrepassare la mezz'ora nel celebrare, eccetto il caso che vi fossero molte orazioni: esser bene che ordinariamente la Messa durasse [157] da ventidue a venticinque minuti. Al chierico Obertiglio che gli chiedeva licenza di recarsi dai parenti per un paio di giorni, disse d'intendersi con Don Rua e Don Lazzero. Egli non dava mai negative; Don Rua poi era attentissimo a impedire ch'ei dovesse fare parti odiose. Ad altri disse altro. Quindi, salutati con parole amorevoli a uno a uno gli astanti, salì tranquillamente in camera.

 

 


CAPO VI. Viaggio del Beato a Roma.

 

                Di questo viaggio il compagno del Beato tracciò un diario scheletrico, riserbandosi forse d'impinguarlo a miglior agio o di fornire ad altri gli elementi; ma quegli appunti sono rimasti quali furono gettati giù. Altre notizie abbiamo da corrispondenze epistolari, che metteremo a profitto, e da parlate del Servo di Dio, che saran riprodotte quali i testimoni ce le hanno conservate. Nel nostro racconto, più che l'ordine cronologico, seguiremo un certo filo ideale, che sarà abbastanza visibile, senza che faccia d'uopo premettere qui speciali indicazioni per lumeggiarlo.

 

                Don Bosco, che desiderava tanto di far vedere Roma e il Papa ai suoi preti, non avrebbe potuto agevolare la cosa cambiando segretario ogni volta che si recava alla Città eterna? Sì, certamente, se colà il molto da fare e l'angustia del tempo non l'avessero costretto a valersi continuamente dell'opera del segretario in casa e fuori. Accadeva infatti che il Beato dovesse preparare per le Congregazioni Romane o per Cardinali memorie scritte, le quali in via ordinaria avrebbero richiesto un mese o due di lavoro; egli invece fra l'incredulità di quanti l'udivano, si obbligava a spicciare il tutto entro due o tre giorni. Componeva dunque alla lesta e dava da ricopiare al suo calligrafo, tenendolo per ore e ore inchiodato al tavolino. A volte Don Bosco finiva di comporre [159] alle dieci di notte ciò che l'altro doveva restituirgli in bella copia al mattino seguente, sicchè accadeva che, andando a dir Messa ritrovava là l'instancabile amanuense come l'aveva lasciato la sera. Non diremo poi nulla delle camminate che gli faceva fare per la città in tutte le ore del giorno. Servigi sì ardui e preziosi nessuno gli prestava meglio di Don Gioachino Berto.

 

                Motivo secondario che questa volta chiamava Don Bosco a Roma, era un impegno assunto ivi l'anno avanti. Dal '74 per i buoni uffici di suoi ammiratori romani egli apparteneva all'accademia dell'Arcadia col suo nome accademico di Clistene Cassiopeo, portato già dal cardinale Altieri[49]. Volendo far cosa grata al Custode generale monsignor Ciccolini, aveva promesso di leggere alcunchè di suo in qualche occasione, e l'occasione venne. Costumavano gli arcadi la sera del venerdì santo tenere una solenne adunanza nella gran sala del Serbatoio al palazzo Altemps per celebrare la Passione del Signore. Il Custode pertanto profferse a Don [160] Bosco di venir a leggere una prosa d'introduzione nella tornata del venerdì santo del '76, che cadeva ai 14 di aprile. Incaricato di comunicargli l'invito fu l'arcade monsignor Fratejacci, che glie ne scrisse con calore, dicendogli: “Io sarei di subordinato avviso ch'Ella tenesse questo invito, perchè la di Lei venuta in Roma in quel tempo sarebbe ed opportuna ed utile sotto tutti i rapporti. L'oggetto poi tutto sacro di essa sarebbe e conveniente e al tempo stesso lodevole”[50]. Il Beato accettò di fare per una volta tanto dell'accademia; vedremo tosto in che modo facciano dell'accademia i Santi.

 

                Quest'accettazione fu ritenuta “come un gran dono a tutti graditissimo[51]”. Ma più che altro Don Bosco vide nella cosa un insieme di preziosi vantaggi. Per la sua condizione egli sentiva sempre maggiore il bisogno di penetrare in tutti gli ambienti e di amicarsi ogni genere di persone. Aveva. inoltre ragioni parecchie e molto gravi di tornare a Roma; vi era specialmente necessità della sua presenza per istrappare privilegi alla spicciolata, giacchè egli si vedeva preclusa la via a ottenerli tutti in massa. Si ricordino la richieste presentate sulla fine del '75. Ora il comparire colà non di suo arbitrio, ma formalmente invitato, mentre ne giustificava il viaggio agli occhi di chi stava alle vedette in Torino e di altri che nutrissero diffidenza in Roma, gli dava più facile accesso ai prelati di Curia. La stessa circostanza lo metteva al riparo dai sospetti di coloro che lo pedinavano nei suoi rapporti con gli uomini del Governo.

 

                Giunse a Roma verso le due pomeridiane del 5 aprile. Fu accolto “dall'amato benefattore” signor Alessandro Sigismondi, che, condottolo a casa sua in via Sistina, gli assegnò un comodo appartamento, fuor d'ogni soggezione, su all'ultimo piano, donde un bel terrazzo permetteva di godere il delizioso panorama della città. Vi s'immerse tosto [161] nel lavoro, cominciando in pari tempo le sue peregrinazioni urbane per visite più di affari che di mera convenienza.

 

                Innanzi di procedere oltre, vogliamo dare un saggio del diario accennato sopra. Siano le annotazioni sui primi quattro giorni: “Addì 6 giovedì. Messa in casa; poi verso le 10 dal Card. Antonelli; quindi dal maestro di Camera Mons. Macchi, poi a casa. Verso le 4 da Mons. Sbarretti, Segretario della Cong. dei VV. e RR. [Segue una notizia sul cardinal Berardi, della quale diremo altrove]. - Venerdì 7. Messa in casa, poi lavoro fino all'ora del pranzo. Ci recammo dal P. Gio. Batta da Genova nel Convento dei Cappuccini vicino a piazza Barberini, per trattare della compera di una casa tra S. Giovanni in Laterano ed il Colosseo. - Sabato 8 aprile. Messa in casa, poi a Torre de' Specchi; pranzo a casa. Poi verso le 4 col Rig. Vigliani ed ing. Moglia prendemmo un legno e fummo a visitare il locale tra S. Giovanni Laterano e il Colosseo. - Domenica delle Palme. Tutto il giorno in casa a lavorare”. Come si vede, abbiamo qui un index rerum, ma senza le cose indicate.

 

                Le occupazioni romane non assorbivano talmente Don Bosco da impedirgli di portare il suo pensiero a Torino. Qui toccheremo di due cose soltanto.

 

                Partendo dall'Oratorio, aveva il rincrescimento di non veder ancora l'esito di una pratica, che gli stava molto a cuore. Due suoi suddiaconi fino dal principio della quaresima erano stati presentati all'Arcivescovo per le lontane Ordinazioni solite a tenersi nel sabato santo; ma, avutone in risposta che Ordinazioni allora non si sarebbero tenute, si pregò Monsignore che volesse rilasciare dichiarazione scritta per qualche Vescovo, che consentisse di ordinare i due figli di Don Bosco. Se non che la quaresima s'inoltrava, era omai vicina la settimana santa, Don Bosco partiva per Roma, e l'Ordinario non si faceva vivo. Don Rua si trovava fra l'incudine e il martello: o insistere presso la Curia e provocare forse lo sdegno del Superiore Ecclesiastico, o aspettare [162] con pericolo di veder andare a monte le Ordinazioni e recar dispiacere a Don Bosco. Quindi si appigliò al partito di chiedere istruzioni, non appena Don Bosco giunse a Roma. Don Bosco nella domenica della Palme gli fece rispondere così: “In quanto alle ordinazioni del ch. Vota e Veronesi pel sabato santo, è volontà del Sig. D. Bosco, che vi si presentino. Ella disponga. Troverà qui unite le due dimissorie sottoscritte. Se crede di mandarli a Vigevano, conviene ancora che ne prevenga il Vescovo, e sapere se tiene ordinazioni. Di più ci vuole la dichiarazione dell'Arcivescovo di Torino, di qualcheduno della Curia, come del Teol. Gaude, che in Torino non si tiene ordinazioni nel sabato santo, e questa dichiarazione spedirla a Vigevano. Se si volesse mandarli. a Susa, non occorrerebbe più la dichiarazione, perchè il Vescovo di Susa l'ha già: farebbe più solamente d'uopo prevenirne il Vescovo con lettera di V. S. Inoltre si avrebbe risparmio di spese. Alla sua prudenza il partito da prendersi “[52].

 

                Finalmente la sospirata risposta dell'Ordinario venne: venne all'una pomeridiana del venerdì santo e diceva così: “I candidati Moysè Veronesi da Bovisio e Michele Vota da Rivarolo non possono ottenere nè dall'Arcivescovo di Torino, nè da alcuno della sua Curia la carta che domandano per l'ordinazione del diaconato da riceversi domani, se dentro quest'oggi 14 aprile non si presentano al canonico Peyretti o al canonico Zanotti a subire l'esame su due trattati diversi da quelli che presero per l'esame del Suddiaconato, e inoltre sul Diaconato; e riportino all'Arcivescovo l'attestato per iscritto di averlo subito lodevolmente

 

                I due ordinandi non perdettero tempo a menar lamenti. In fretta e furia corsero dal Cancelliere arcivescovile per [163] avere la delegazione degli esami; in fretta e furia corsero in cerca degli esaminatori, diedero l'esame, rivolarono in Curia a portare il voto e a ritirare l'attestato di esito lodevole lo presentarono all'Arcivescovo per la dichiarazione; in fretta e furia corsero alla stazione e partirono per Susa. Le paterne accoglienze di quel santo Vescovo misero loro il cuore in pace; ma lo videro cascar dalle nuvole quando gli porsero il certificato dell'esame, spettando il diritto di esaminare gli ordinandi al Vescovo ordinante, non a quello di residenza. In ogni modo ricevettero i loro ordini. Ci fu però una conseguenza spiacevole di quel trambusto: il povero Don Vota, gracilino com'era, cadde infermo e n'ebbe per un anno.

 

                Non ci sembra qui fuori di proposito il far menzione di un fatto che prova fino a qual segno arrivasse il disinteresse dei Servo di Dio, obbligato tante volte a spese per lui non indifferenti, quando aveva da mandar lontano i suoi a ricevere gli ordini sacri. Il regio Economato dei benefizi vacanti gli passava un'annualità di lire mille; ma siccome. la portava sulla mensa arcivescovile Don Bosco, per riguardo all'Arcivescovo, non la volle mai riscuotere. Così da ventotto anni. quella somma restava a disposizione dell'Ordinario.

 

                La seconda cosa che da Roma richiamò allora l'attenzione di Don Bosco fu di tutt'altra natura. Seppe che Don Barberis nella domenica delle Palme doveva cominciare la predicazione degli esercizi spirituali ai giovani del collegio di Borgo S. Martino. Ebbene, si affrettò a fargli pervenire due raccomandazioni: che procurasse di amicarsi gli alunni della quarta e quinta ginnasiale per vedere se, caso mai, fra loro ci fosse “qualche mattone atto per la fabbrica di Torino” e che badasse fra gli “ex-novizi” se ve ne fosse qualcuno da infervorare e da raffermare nella vocazione. Per “ex-novizi” bisogna intendere qui certi ascritti che, interrotto il noviziato sotto Don Barberis nell'Oratorio, lo proseguivano sotto il Direttore locale, alternando le pratiche dei novizi con qualche occupazione. In tale condizione si [164] trovavano colà due chierici e due coadiutori. “Feci quanto potei; ma gli ex-novizi mi parvero tutti già confermati”, scrisse Don Barberis nella sua cronaca. Riguardo agli allievi, egli credette che “in pochi collegi al mondo” si potesse incontrare “maggior pietà, più fede, maggior purità di costumi”. Infine circa le vocazioni aveva qualche cosa da osservare; anzi ne scrisse a Don Bosco. A noi tornerà più acconcio parlarne di qui a poco.

 

                Alla mattina del lunedì santo fu chiesta l'udienza pontificia. Nei giorni di attesa Don Bosco trovò il tempo di stendere alcune suppliche per umiliarle poi al Santo Padre. Egli non dimenticava mai i benefattori delle sue istituzioni; perciò, trovandosi a Roma, volle ottenere dal Papa atti di clemenza, cioè favori spirituali, che valessero ad attestare la propria gratitudine a suoi amici d'America e d'Italia. Scrisse dunque anzitutto una memoria in favore del signor Benitez e di Don Ceccarelli.

 

                Beatissimo Padre,

 

                Il Sac. Giovanni Bosco, umilmente prostrato, ha l'alto onore di segnalare all'alta Clemenza di V. S. due benemeriti cattolici della Repubblica Argentina: Francesco Giuseppe Benitez, e Dottor Pietro Giovanni Battista Ceccarelli.

 

                Il Sig. Benitez, uomo assai versato nella scienza sacra e profana, sebbene tocchi l'età di 81 anno, tuttavia lavora indefesso e spende le molte sue sostanze pel bene della religione, che egli pratica esemplarmente. Ognora pronto a tutte le opere di carità, promosse l'andata dei Salesiani in quella regione e con grande dispendio fece costrurre un collegio e Chiesa a S. Nicolas de los arroyos, fornì il necessario suppellettile e sostiene i missionari Salesiani che in numero di sette somministrano l'istruzione agli allievi interni ed esterni del collegio. Come affezionatissimo alla Santa Sede,. segnatamente alla sacra ed augusta persona del Romano Pontefice, riceverebbe nella sua vecchiaia il massimo dei conforti, se venisse onorato del titolo di Commendatore di quell'ordine che a V. S. fosse più beneviso.

 

                Il Dott. Pietro Gio. Batt. Ceccarelli, Sacerdote italiano, ha fatto i suoi studi in Roma e si recò nella Repubblica Argentina come Missionario, ed ora è Parroco Vicario Foraneo dell'unica, ma popolatissima parrocchia di S. Nicolas. Per sua cura furono fondate e regolarmente stabilite varie scuole, ospizi, e li sostiene con molto zelo. Egli [165] iniziò la pratica per l'andata dei Salesiani a S. Nicolas; per sua cura si compierono le trattative colle Autorità municipali, governative ed ecclesiastiche. Il suo Arcivescovo, Leone Federico Aneyros, ne parla con molto encomio. Per sua cura speciale ai Salesiani venne affidata la Chiesa della Misericordia in Buenos Aires, dove in numero di tre già esercitano il sacro ministero. Si adoperò con pari zelo perchè ai medesimi Salesiani fosse dato in perpetuo l'uso del Collegio, della Chiesa pubblica a benefizio degli adulti e particolarmente della gioventù, che in S. Nicolàs si trova nel massimo bisogno di educazione e di istruzione cristiana. Ora qual padre amoroso continua ad assistere i Missionarii Salesiani e coi medesimi si adopera per fondare un Collegio vicino alle tribù selvaggie, per così farsi strada a penetrare nella Patagonia, oggetto principale della Missione Salesiana.

 

                Per questo degno Sacerdote supplico che V. S. si degni accordargli la qualità di Cappellano o di Cameriere d'onore o di qualche altro titolo che alla S. V. sia beneviso.

 

                Questi due atti di Sovrana Clemenza serviranno certamente ad incoraggiare quei due zelanti Cattolici a perseverare nel lavoro a vantaggio della Religione ed essere in avvenire costanti protettori della Salesiana Congregazione.

 

                Con profonda gratitudine umilmente si prostra

 

                D. V. S.

 

                9 aprile, 1876.

 

                Solennità delle Palme.

Umil.mo figliuolo

Sac. Gio. Bosco.

 

                Una seconda memoria riguardava il commendator Gazzolo. Si parla in essa di “sacrifizi pecuniari” ma da parte del console argentino non ve ne furono. Sembrò bene sulle prime che vi fossero; ciò fu perchè egli seppe volgere a pro dei Missionari le altrui contribuzioni, massime la Stragrande generosità di Don Ceccarelli, facendo le cose in modo che tutto sembrava venire da lui. Più tardi la sagacia di Don Lasagna fiuterà e metterà sull'avviso. Ma chi nei primordi avrebbe mai potuto lontanamente sospettare che fosse un trucco perfino la pomposa uniforme con le relative decorazioni? Don Bosco tuttavia, calmando i bollenti spiriti in alcuni de' suoi, non permise a nessuno mai di trattarlo con manco di carità e di cortesia. Noi, pur facendo della storia, compatiremo alle umane debolezze, nè cesseremo di ammirare la Provvidenza, che, non ostante queste debolezze, in [166] sua dispositione non fallitur. Il cenno che qui si fa all'Uruguay va inteso nel senso di trattative già molto avanzate per la fondazione dì Colón.

 

                Beatissimo Padre,

 

                Fra i fervorosi cattolici che in questi tempi si segnalarono per zelo verso la persona del Supremo Gerarca della Chiesa, credo si possa meritamente annoverare il Sig. Comm. Giovanni Gazzolo console argentino in Savona. Da due noticine, che potei attingere da fonte sicura e confidenziale, appariscono parecchi atti di benemerenza, con cui furono onorate parecchie sue azioni.

 

                Rimettendo questi titoli al buon cuore di Vostra Santità, io mi fo soltanto ardito di notare l'importante servizio prestato alla Congregazione Salesiana, specialmente nella missione testè aperta nella Repubblica Argentina e nell'Uruguay. Molte e grandi difficoltà -si presentarono, ma con sollecitudine, insistenza, con viaggi e con sacrifizi anche pecuniari, riuscì ad appianare tutto. Compiuta la pratica si pose egli stesso ad insegnare la lingua Spagnuola ai nostri Missionarii, li assistette, li guidò a Roma e anche a proprie spese li accompagnò pel lungo viaggio di America, rimanendo seco loro fino a tanto che vide l'opra evangelica consolidata e promettente i frutti desiderati.

 

                Ora, Beatissimo Padre, sebbene il prelodato Comm. Gazzolo qual buon cristiano, non abbia cercato e nemmeno ora cerchi onori temporali, tuttavia pel governo Argentino Cattolico che rappresenta in Italia, per la grande venerazione, che nutre alla persona di Vostra Santità e pel desiderio di lasciare alla famiglia propria un documento del suo attaccamento alla Cattedra di Pietro, avrebbe quale prezioso tesoro se l'alta Clemenza di Vostra Santità si degnasse concedergli una decorazione di quel grado che alla Santità Vostra fosse beneviso.

 

                Ciò servirebbe eziandio ad animarlo sempre più a promuovere altre opere di carità e specialmente per le missioni del Chilì all'Occidente della Patagonia, per cui furono già iniziate le pratiche, con fondata speranza che fra non molto siano condotte a buon termine.

 

                Così i Salesiani avranno un motivo di più di professare profonda gratitudine a Vostra Santità ed anche aumentare il numero dei benefattori che ci porgono aiuto nelle nostre pie imprese.

 

                Colla massima venerazione e riconoscenza e col più profondo ossequio, umilmente prostrato chiedo l'apostolica benedizione.

 

Sac. Gio. Bosco.

 

                Con una terza supplica domandò al Papa onorificenze per due insigni benefattori dell'ospizio di Sampierdarena. [167]

 

                Beatissimo Padre,

 

                Il Sac. Giovanni Bosco umilmente prostrato ai piedi di V. S. a nome e colla commendatizia di Mons. Salvatore Magnasco, Arcivescovo di Genova, e di molti pii istituti, ha l'alto onore di segnalare alla Sovrana di Lei Clemenza due esemplari e ricchi cattolici, che da molto tempo godono di spendere le loro sostanze nel fondate e sostenere istituti, diretti specialmente a vantaggio della pericolante gioventù. Il loro nome è Angelo Borgo, Giovanni Battista Conti, ambidue della città e diocesi di Genova. Sono essi che mossi dall'esempio ammirabile di V. S., si posero nell'impegno di condurre a termine l'Ospizio di S. Vincenzo in Sampierdarena, dove è pressochè terminato un edifizio che quanto prima potrà dare ricetto a non meno di 300 poveri fanciulli.

 

                Per questi due virtuosi cittadini si fa umile preghiera alla S. V., affinchè si degni dare ai medesimi un segno di benevolenza, concedendo loro una decorazione di qualche ordine pontificio, secondo che sarà beneviso alla S. V.

 

                Tale onorificenza apporterà certamente la più grande consolazione alle religiose rispettive famiglie, e tornerà ai medesimi del più grande eccitamento a continuare nelle loro opere di carità, perchè benedetti ed onorati dal Vicario di Gesù Cristo, verso cui nutrono la massima venerazione.

                Che della grazia…..

Sac. Gio. Bosco.

 

                Si riferiva direttamente all'ospizio di Sampierdarena una quarta petizione. Il Beato probabilmente la lasciò a Roma, quando partì; ma torna più opportuno unirla qui alle precedenti. Egli desiderava di ottenere che i parroci dell'archidiocesi genovese potessero cedere a vantaggio di quella casa l'elemosina delle messe domenicali; non l'elemosina delle messe celebrate nelle feste soppresse, perchè già devoluta al seminario arcivescovile. Come le altre, così sortì il suo effetto anche quest'ultima supplica, sebbene in una forma speciale: il favore veniva concesso all'Arcivescovo monsignor Magnasco, nominalmente a pro del piccolo seminario di Chiapeto e in vista. delle vocazioni ecclesiastiche. Ora Don Bosco mirava soprattutto ai figli di Maria, destinati ad avere la loro principale residenza nell'ospizio di San Vincenzo de' Paoli. Nella faccenda l'Arcivescovo e Don Bosco andavano perfettamente d'accordo, [168]

 

                Beatissimo Padre,

 

                Il Sac. Giovanni Bosco ai piedi di V. S. espone umilmente come in S. Pier d'Arena presso Genova da quattro anni fu iniziato un ricovero pei poveri fanciulli che da varii paesi capitano in questa città. Si cominciò da un piccolo numero; ma la moltitudine di coloro che ad ogni momento dimandavano pane e ricovero costrinsero ad acquistare altro terreno ed innalzare nuovo edifizio. Ora sono circa trecento i giovani ricoverati; di cui cento trenta grandicelli sono applicati allo studio e si preparano per lo stato ecclesiastico; gli altri attendono alle arti e mestieri.

 

                Ma per fare l'acquisto, la costruzione, provvedere il suppellettile, somministrare pane e vestito a quelli che sono già ricoverati, si dovettero contrarre alcuni debiti, che non si sa come estinguere. Sono ancora oltre settanta mila franchi che gravitano tuttora sul povero istituto, o meglio sul povero esponente.

 

                In questo eccezionale bisogno fanno ricorso alla fonte inesausta della carità, alla S. V. che tutti proclamano padre degli infelici.

 

                Il sussidio che qui s'implora dipende dalla suprema sua autorità ed è di permettere ai parroci di questa diocesi genovese al cui favore è specialmente diretto l'istituto, che possano nei giorni festivi di precetto celebrando la s. Messa pro populo cederne la limosina a benefizio di questo orfanotrofio. Si limita il benefizio alla Messa dei giorni festivi di precetto, perchè quella delle feste non di precetto fu già dall'Ordinario diocesano destinata pei varii bisogni del giovane clero. Questo favore, che dicono essere già concesso per altri gravi bisogni, sarebbe solo per un triennio. Ogni cosa è stata poi concertata coll'Arcivescovo di Genova, il quale di buon grado presta l'opera sua presso ai sigg. parroci, anzi unisce la sua preghiera ad implorare presso di V. S. la grazia, sempre che tale sia la mente del Sommo Pontefice.

 

                Colla massima gratitudine da parte dell'esponente e da parte dei giovanetti beneficati, si assicurano quotidiane preghiere, affinchè Dio conservi lungamente V. S. pel bene della Chiesa e per sostegno di tanti bisogni, mentre tutti prostrati implorano l'apostolica benedizione.

 

                Che della grazia ecc.

 

D. Giovanni Bosco.

 

                Il martedì santo ecco giungere a Roma Don Durando e il professore Don Pechenino. Ora qui rifacciamoci da un po' addietro. Quella sera che Don Durando presentò a Don Bosco il secondo volume del suo dizionario latino[53], il buon Padre, espressogli il suo gradimento, gli aveva tosto soggiunto [169]: - Ora riposati un poco; a suo tempo andrai a presentarne una copia al Papa. - E non furono mere parole. Con lui veniva pure il teologo Pechenino a presentare il suo Vocabolario greco, edito allora e compilato per volontà di Don Bosco e secondo i suoi intendimenti morali, e stampato dalla tipografia dell'Oratorio. Il Beato non li menò subito seco sia perchè essi dovevano dar esami semestrali nei ginnasi di Sampierdarena e di Varazze, sia perchè egli voleva che passassero per Lucca e Firenze. Presero alloggio il Pechenino da sua sorella e Don Durando dal signor Colonna, spedizioniere apostolico e vecchio amico del Beato.

 

                Primo pensiero di Don Durando fu di andar a vedere Don Bosco, che trovò “tutto occupato nelle faccende della nostra Congregazione”[54], senza che però dimenticasse l'Oratorio. Infatti ebbe da lui ordine di comunicare a Don Rua essere sua intenzione che gli esercizi spirituali, tanto per gli studenti che per gli artigiani, si rimandassero a dopo il suo ritorno. Facendo questa comunicazione, il figlio di Don Bosco esprimeva un sentimento, che dimostra quale fosse l'animo di quegli uomini formati alla Scuola del Servo di Dio. “A dirtela schietta, scrisse egli, mi accompagna sempre dovunque un pensier tristo, una specie di rimorso, che mi fa vedere meno tutte le cose, ed è l'andarmene così a zonzo come un fannullone e spendendo anche danaro, mentre costì vi è tanto da lavorare; quel che mi rende tranquillo si è solo il pensare che è D. Bosco che ha stabilito tal cosa e ne lascio a lui la cura”[55].

 

                Dal medesimo veniamo informati che Don Bosco chiese per lui al Vicariato la facoltà di confessare in Roma; quindi in giorno stabilito questi andava in casa Sigismondi e là si confessava da Don Bosco, il quale poscia si confessava da lui mettendolo, com'egli dice[56], “un poco negl'imbrogli”. [170]

                A Torino il suo giorno di confessione era il lunedì, perchè in quella mattina i penitenti della casa non solevano essere molti; allora verso le otto compariva Don Giacomelli, che, confessatosi da Don Bosco, ne ascoltava a sua volta la confessione.

 

                Intanto il Beato si era venuto preparando alla sua lettura arcadica. Fu un lavoro che gli dovette costare fatica, tanto è denso di citazioni e saturo di pensiero nella sua notevole lunghezza. Circolava una viva aspettazione, non foss'altro, per la singolarità del caso che un prete piemontese, un prete dedito a opere di apostolato ed estraneo al mondo letterario, un prete in fama di santo si presentasse in quel centro romano di cultura per far udire una sua composizione a un pubblico avvezzo ad ascoltare letterati di professione ed anche di grido. Il Servo di Dio dovette cattivarsi la benevolenza dell'uditorio massimamente con la sua sincerità. Sincerità di linguaggio nell'esordio, dove la modestia delle espressioni non era smentita da preziosità lambiccate, ma confermata dall'umiltà stessa dello stile, in cui si aspetterebbe invano qualsiasi ricerca dell'effetto. Sincerità nella scelta del tema, non sorto mai nella mente di nessuno per quella circostanza, ma adatto quant'altro mai alla religiosità dell'ora: le “Sette parole proferite da Gesù in croce”, argomento ovvio per un'anima di Dio, la quale nella sera del venerdì santo non trova di meglio che fare in tal modo le così dette tre ore di agonia. Sincerità in tutta là trattazione, che procede quale si poteva attendere da chi dovunque e sempre ci teneva a essere e a mostrarsi prete: un ragionamento sacro da capo a fondo e mirante senza reticenze o eufemismi al bene spirituale degli ascoltatori. Sincerità nella chiusa, dove il papalismo di Don Bosco esplode.

 

                Con naturale e bel trapasso viene ivi a parlare dell'unione dei veri credenti con Pietro e co' suoi successori, e invitando tutti a stare “schierati intorno al degno successore di Pietro, [171] intorno al grande, al coraggioso Vicario di Gesù Cristo, al forte, all'incomparabile Pio IX”, prosegue: “In ogni dubbio, in ogni pericolo, ricorriamo a Lui, come ad áncora di salvezza, come ad oracolo infallibile. Nè mai alcuno dimentichi che in questo portentoso Pontefice sta il fondamento, il centro d'ogni verità, la salvezza del mondo. Chiunque raccoglie con Lui, edifica fino al Cielo; chi non edifica con Lui, disperde e distrugge fino all'abisso. Qui mecum non colligit, dispergit. Se mai in questo momento la mia voce potesse giungere fino a quell'Angelo Consolatore: Beatissimo Padre, vorrei dire, ascoltate e gradite le parole di un figlio povero, ma a Voi affezionatissimo. Noi vogliamo assicurarci la via che ci conduca al possedimento della vera felicità; perciò tutti ci raccogliamo intorno a Voi, come Padre Amoroso e Maestro Infallibile. Le Vostre parole saranno guida ai nostri passi, norma alle nostre azioni. I Vostri pensieri, i Vostri scritti saranno raccolti colla massima venerazione, e con viva sollecitudine diffusi nelle nostre famiglie, fra i nostri parenti, e, se fia possibile, per tutto il mondo. Le Vostre gioie saranno pur quelle dei Vostri figli, e le Vostre pene e le Vostre spine saranno parimenti con noi divise. E come torna a gloria del soldato, che in campo di battaglia muore pel suo Sovrano, così sarà il più bel giorno di nostra vita, quando per Voi, o Beatissimo Padre, potessimo dare sostanza e vita, perchè, morendo per Voi, abbiamo sicura caparra di morire per quel Dio, che corona i momentanei patimenti della terra cogli eterni godimenti del Cielo”.

 

                Di questo discorso non abbiamo l'originale: Dio sa che guazzabuglio era! Possiamo arguirlo da certe altre minute che ci stanno dinanzi agli occhi. Possediamo invece la copia che egli usò, trascrittagli, in nitidi caratteri e con infinita pazienza dal bravo calligrafo Don Berto e ritoccata qua e là di suo pugno. Dei ritocchi uno ha richiamato la nostra attenzione: per ben quattro volte alla parola “Salvatore” egli [172] sostituì il nome di “Gesù”, che pure vi ricorreva già con non ordinaria frequenza[57].

 

                L'effetto fu triplice: buono nei buoni, delusione in pochi dilettanti di mera letteratura, scorno a qualche raro malintenzionato. Sentiamo due testimoni auricolari. Don Durando scrive[58]: “Iersera fui all'Arcadia a sentire il discorso del nostro amatissimo D. Bosco; la sala era splendidamente addobbata ed illuminata, numerosa la dotta udienza, non meno di quattrocento persone stavano con religioso silenzio ad ascoltare il semplice ed insieme erudito discorso di D. Bosco, che fu applauditissimo”. E Don Berto a sua volta[59]: “La serata cominciò alle otto... Distinti personaggi... eransi quivi raccolti, attirati dalla fama della persona che doveva leggere la prosa d'introduzione. La povera mia personcina venne introdotta dal gentile Custode dell'Arcadia nei primi posti, e sconosciuto e zitto me ne stava osservando le impressioni del pubblico uditorio, che era impaziente di rimirare personalmente il nuovo Arcade. Appena spuntato alla porta, ecco tutti gli occhi rivolgersi sopra di lui, accompagnarlo fin sopra il palco collo sguardo: cessò ogni chiacchierio e si diede principio. Fu ascoltato con molta attenzione. Piacque il suo modo di ragionare semplice e facile delle cose più difficili. Nel corso della lettura udii di mezzo alla folla più di un bravo, bene; vidi mandargli più d'un bacio colla mano, specialmente sacerdoti. Venne ripetutamente applaudito. In fine della seduta che fu alle undici e un quarto, molti distinti personaggi vennero a stringergli la mano... E’ però bene notare che in mezzo a tanta moltitudine di amici dell'amatissimo nostro Papà, in mezzo a tanti ammiratori e del nome e delle opere del Sig. D. Bosco non mancavano però alcuni Farisei, che, siccome ai tempi del Salvatore, cercavano di [173] prenderlo in parole, ut accusarent eum...; “uomini venuti ad ascoltare il Sig. D. Bosco a fine di poter notare qualche cosa per denunziarlo al S. Uffizio... Ma l'oratore, prevenuto di questo laccio, appoggiò ogni suo pensiero, ogni parola, si può dire, all'autorità dei Santi Padri, del Vangelo e della Chiesa. Dimodochè quei due di perversa intenzione ebbero dopo a manifestare a qualcuno: - D. Bosco è più furbo di noi. - La conclusione della prosa fece poi in tutti salutare impressione, e Mons. Sanminiatelli, Elemosiniere di S. S., finito il trattenimento, dissegli: - Ci ha serviti tutti bene! -” Sappiamo inoltre che il padre Saccheri, domenicano, segretario dell'Indice, disse alcuni giorni dopo essergli il discorso piaciuto molto; tutti avervi avuto qualche cosa da imparare; meritare di venir dato alle stampe. Sappiamo pure che taluni sentenziarono: - Non ha detto nulla. Non c'è concetto. Questo non fa per noi, ma tra preti. - Non mancò chi biasimasse la lunghezza, essendo durata la lettura tre quarti d'ora abbondanti. Nulla era qui da tacere.

 

                Rientrati in casa verso la mezzanotte, vi trovarono il biglietto per l'udienza del Santo Padre. Il ritardo a recapitarlo era stato consigliato dall'opportunità di non causare disturbo a Don Bosco durante la preparazione della sua lettura. Gli si fissava l'udienza per l'indomani alle sette di sera. Egli aveva bell'e pronto il suo solito elenco di cose da esporre o da domandare: questa volta sette in tutto, che non mette conto riferire, essendo espresse in formole poco o punto intelligibili.

 

                Piuttosto coglieremo dalla cronachetta di Don Barberis e inseriremo qui un intermezzo non privo d'interesse. La sera del 22 gennaio di quest'anno, caduta la conversazione sul modo con cui Don Bosco veniva trattato dal Santo Padre, si osservò che il Papa sembrava riceverlo sempre volentieri. - Certo, rispose Don Bosco, che io faccio di tutto per sbrigarmi in fretta. Bisogna andar preparati bene sulle cose che gli si vogliono domandare. Alcuni per fare una domanda [174] - al Papa si mettono a raccontargli tutta la storia, e dicono e ridicono e vanno per le lunghe. D'ordinario il Papa li interrompe e dice loro: - In conclusione, qual è la cosa che domandate? - Io vo sempre là con una farragine di cose da domandare; ma prima me ne prendo nota precisa e mi preparo. Arrivato al cospetto del Papa, espongo il mio desiderio in poche parole. Quando si tratta di cose speciali, come a me spesse volte accade, aggiungo pure: Il tal Papa, con la tal Bolla, nella tale. circostanza ha concesso così e così. Allora Egli in due parole spedisce tutto, e poi ride, dicendo: - Voi usate poche parole per non istancarmi, ma io ne uso più poche di voi. - Altre volte Egli vede che ho la mia cartolina in mano e mi domanda:

 

                - A che numero siete?

 

                - Alla dodicesima domanda che voglio fare a Vostra Santità.

 

                - E quante ne avete notate?

 

                - Diciotto, Santo Padre.

 

                - Oh, siamo già a buon punto.

 

                - Quella volta credo che con diciotto domande e importanti le quali richiedevano tempo e riflessione e nell'esporre le quali avrebbe altri impiegato dieci minuti per ciascuna, io in dieci o dodici minuti le passai tutte quante. Talora, dopo che ho finito di dire io, comincia Lui e mi fa una serie d'interrogazioni; in quei casi naturalmente le cose procedono un po' più a rilento. Quello poi che piace più di tutto al Santo Padre, si è che io non gli fo mai nessuna opposizione o insistenza. Gli pare bene di concedere? E sia! Crede di non farlo? Io non replico. Se mi chiede semplici schiarimenti, io li espongo; del resto, quando anche mi paresse ottima la cosa domandata, non fiato più, se vedo che Egli si mostra poco propenso ad accordarmela.-

                La benevolenza, con cui Pio IX lo accolse, non poteva essere maggiore. Appena lo vide, gli disse: - Mi hanno detto che il vostro discorso piacque molto, che piacque assai il [175] vostro modo di parlare. Leggo poi con piacere le lettere che pubblicate nell'Unità Cattolica dei vostri Missionari[60]. Nel seguito della conversazione il grande Pontefice arrivò a chiedergli, che cosa potesse Egli fare per la Congregazione Salesiana. Nessun dubbio che Don Bosco abbia profittato di tanta bontà, avendone ben donde. Altri particolari dell'udienza apprenderemo da sue parlate dopo il ritorno; qui farem tesoro dei ragguagli fornitici da un gruppetto di lettere, che il Beato spedì il giorno dopo l'udienza, cioè nella solennità della Pasqua.

 

                Due di queste lettere sono dirette a Don Rua: una, la più laconica, è personale, e l'altra, abbastanza diffusa, era destinata a pubblica lettura. La tensione delle cose romane, a cui si accenna nella prima, riguardava le relazioni dello Stato con la Chiesa, fattesi molto più tese dopo la recente caduta dei governo di destra.

 

                Carissimo D. Rua,

 

                Ieri ho parlato col S. Padre e mi trattenne circa un'ora. Si professò nostro vero Protettore. E' pronto a favorirvici e fini col dire: Ditemi quel che posso fare per voi, che si farà volentieri.

 

                Per la casa di Roma si tratta: ma le cose di Roma sono così tese, che non so se convenga o no accingermi a tale impresa. Vedremo... Pregate. La lettera a parte puoi leggerla a tutti i giovani radunati o nella chiesa piccola o nella grande o altrimenti come ti parrà meglio.

 

                E' bene di pensare alla novena di Maria Ausiliatrice. Prova un poco a scrivere una lettera da parte mia a Mons. di Pinerolo, poi a quello di Alba, i quali probabilmente non verranno: di poi conferite con voi Capitolaristi, e decidete intorno a chi[61] .

 

                Ho bisogno di essere messo bene a giorno di Madama Monti[62]. Mi fece più volte vedere il suo testamento che era in nostro favore. Non so se l'abbia rifatto od altro. Il Cav. Bacchialoni[63] è di ogni cosa informato. [176]

                Vi è una certa Clara Castelli che aspira alla eredità. Madama Monti mi proibì assolutamente.

 

                Tuttavia giunto a casa, se le cose sono come mi furono fatte vedere, io farò in modo che, ne sarà assai contenta.

 

                Tu puoi copiare la lettera di sopra e poi, mutatis mutandis, mandarla a Lanzo e se lo credi, anche altrove[64].

 

                Saluta Dogliani, Audisio, e Macagno magazziniere.

 

                Scriverò di nuovo presto.

 

                D. Berto, D. Pechenino, D. Durando stanno bene, visitano Roma; appena giunti i Dizionari Greci[65], si presenteranno all'udienza del S. Padre.

 

                Dio ci benedica tutti ed abbimi in G. C.

 

                Pasqua, 16-76.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Carissimo D. Rua,

 

                Buone notizie a te e a tutti i giovani dell'Oratorio. Credo che non vi dispiacerà che vi descriva l'udienza avuta ieri dal S. Padre alle 7 di sera (Sabato Santo). Durò circa un'ora. Con una bontà veramente patema lesse l'indirizzo del March. Fassati, di D. Barberis e dei suoi ascritti, di D. Guanella e dei figli di Maria. Poi passò a leggere tutte le lettere piccole e grandi. L'ultima fu quella di Garrone, in cui il Papa notò molti errori di lingua e di ortografia. - Costui, disse scherzando il S. Padre, costui ha bisogno di prepararsi ancora un poco prima di presentarsi all'esame di lettere.

 

                Chiese se ve ne sono molti buoni come Savio Domenico, ed io risposi di sì.

 

                - Sono molti?

 

                - Credo che parecchi ci siano; ma un gran numero cerca di emulare quell'antico allievo e di raggiungerlo nella virtù.

 

                - Gli Ascritti sono molti?

 

                - Chierici 61, i Coadiutori 35.

 

                - E’, questo un miracolo della bontà del Signore! E i figli di Maria sono molti?

 

                - Fra tutte le case sono circa cento; speriamo che parecchi vestiranno da Chierici nel prossimo ottobre.

 

                - Nelle altre case appaiono vocazioni allo stato Ecclesiastico?

 

                - Ve ne sono molti in tutte le altre case, ma quelli di Torino si riservano a deliberare definitivamente all'epoca degli esercizi spirituali quando spero di trovarmi anch'io tra di loro.

 

                - Tra gli artigiani vi sono anche dimande per farsi Salesiani?

 

                - Ve ne furono e ve ne sono. Alcuni si recarono già coraggiosi [177] nella Repubblica Argentina, non pochi dimandano di andarvi, altri di fermarsi nella Casa.

 

                - A proposito di Missionari ho letto con molto piacere le lettere dei Salesiani e benedico il Signore che loro prepari una messe tanto copiosa. Sì, in questi tempi è questa una vera benedizione del Signore. Ma presentemente come provvedere a tanto numero, chè vi si dimanda dieci Salesiani e trenta Suore?

 

                - Molte suore e molti Salesiani mi hanno già fatta domanda di andare a raggiungere i loro compagni in quelle vaste e selvagge regioni dei Pampas e dei Patagoni.

 

                - Ma nell'Australia, nelle Indie, nella China vi è somma necessità di Missionari, vi sono più Missioni che stanno per estinguersi per mancanza dì evangelici operai. Un Vescovo del Giappone ha tre milioni di anime in sua Diocesi con sei Sacerdoti soli. Potreste voi accettare una o più Missioni in quei paesi?

 

                - Se Vostra Santità benedice i nostri allievi e pregherà per noi, entro breve tempo speriamo di potere accettare qualche nuova Missione in quei paesi. A tale scopo abbiamo già un Sacerdote, D. Bologna, con altri che studiano l'inglese, e sanno già discretamente lo spagnuolo e il francese.

 

                - Sì, ben di cuore benedico i vostri giovani e invoco sopra di loro i lumi del Signore, affinchè quelli che hanno vocazione allo stato ecclesiastico possano compierla ed acquistare la scienza e la virtù necessaria. A questo scopo concedo a tutti una particolare indulgenza plenaria per quel giorno che faranno la loro confessione e comunione.

                Qui il Papa passò a parlare a lungo dei Figli di Maria, dei Novizi di cui ho scritto a parte. Si fece pure raccontare minutamente le particolarità della Casa di Nizza, di Ventimiglia e di Sampierdarena, di una Casa da aprirsi in Roma, ecc. ecc., cose assai lunghe di cui riserbo a parlarvene poi a voce giunto a Torino.

 

                Intanto, voi tutti, o miei cari giovani, continuatemi la vostra affezione, e pregate per me. Al giorno della Domenica in Albis io dirò la Messa per voi, e voi fate la santa comunione secondo la mia intenzione. La farete tutti, non è vero? Buona sera, miei cari figliuoli, e la grazia di N. S. G. C. sia sempre con voi e vi aiuti a fuggire il vero male che è il peccato. Così sia.

 

                Roma, Pasqua 16-4-1876.

Affez.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                All'udienza il Beato, insieme con le suppliche anzidette, portò anche quattro indirizzi collettivi dell'Oratorio, a nome cioè degli ascritti, dei Figli di Maria, degli studenti e degli [178] artigiani. Ai tre ultimi fu apposta la sola firma di chi li rappresentava; ma quello degli ascritti il Servo di Dio credette bene di farlo sottoscrivere nominatamente a tutti, compreso Don Barberis e con la sua qualifica di “Direttore del Noviziato”. La ragione fu che fra gli altri capi d'accusa mandati a Roma contro la Congregazione vi era l'assenza di noviziato. Vedesse dunque il Papa con i suoi occhi nomi e cognomi dei novizi e la firma di chi li dirigeva. Di tale indirizzo Don Bosco stesso diede oralmente la traccia a Don Barberis e poi, redatto che fu, lo rivide e modificò. Novantasei erano i firmati. Qui il Beato rende conto della presentazione.

 

                Carissimo D. Barberis,

 

                Sono portatore di buone notizie e tu sei il primo a riceverle. Ieri alle 7 ebbi udienza dal S. Padre e potei trattenermi con lui circa un'ora. Si parlò molto della Congregazione e dei nostri cari ascritti: poi lesse da capo a fondo il loro indirizzo e le relative firme, domandando le qualità speciali di taluno e se appariva in qualcuno virtù straordinaria. Ho provato di soddisfarlo. Ne rimase soddisfattissimo e disse che il loro numero è un miracolo della bontà del Signore. Poscia aggiunse queste testuali parole: - Sono olive novelle che bisogna coltivare, ma bisogna che le pianticelle permettano al coltivatore di tagliare le radici, i germogli inutili e nocivi; di allontanare la gramigna ed il tarlo che potrebbe rovinarle. Voi lo capite, ma lo spiegherete ad essi più diffusamente. Queste tenere piante debbono crescere per sè e poi fare frutto pel loro padrone. Guai se la pianta rimane inoperosa e non fruttifica! Torna affatto inutile pel- suo padrone. Dio benedica queste pianticelle, Dio le diriga e le faccia fruttare a sua maggior gloria. - Di poi prese la penna e di proprio pugno scrisse in fondo del vostro indirizzo. Dominus vos benedicat ecc. come puoi vedere nell'indirizzo che ti ritorno, perchè ha la firma del S. Padre.

 

                Salutami in modo speciale Peloso, Schiapino, Tosello ecc. Altro scriverò in altro momento.

 

                Dio ci benedica tutti e credimi in G. C.

 

Affez.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Ho ricevuto la tua lettera e va bene quello che mi scrivi. bene che si facciano delle passeggiate dagli ascritti.

 

                Apriamo una parentesi per chiarire il poscritto. I due periodetti sembrano aggirarsi intorno a un medesimo oggetto [179]; ma non è così. Il “va bene” è la risposta a un quesito fattogli da Don Barberis alcuni giorni prima della Pasqua. Questi nella sua recente predicazione a Borgo S. Martino aveva constatato che ivi durante l'anno poco o nulla erasi detto ai giovani di vocazione, mentre, a parer suo, nei collegi converrebbe istruire bene gli alunni sii tre punti: 1° che della vocazione non debbono decidere da soli, ma con l'aiuto del confessore; 2° che non debbono i più grandicelli aspettare la fine dell'anno scolastico per prendere la loro decisione, ma considerare il tempo degli esercizi come il più acconcio per lo studio del problema; 3° che gli allievi delle classi superiori debbono parlare di ciò nella confessione. Don Barberis riteneva inoltre che nei nostri collegi ai ragazzi delle ultime classi elementari bisogni già proporre le nozioni fondamentali della questione, avvicinandosi essi al bivio, da cui devono avviarsi per il corso classico o per quello tecnico. Ecco le cose, sulle quali egli bramava conoscere nettamente il pensiero di Don Bosco, pregandolo anche di vedere se non fosse il caso di richiamarvi sopra l'attenzione generale con qualche sua circolare. La piena approvazione formulata laconicamente dal Servo di Dio con il suo “va bene quello che mi scrivi” andava a cadere sui punti or ora enumerati.

 

                L'ultima delle lettere pasquali, contenenti informazioni sull'udienza pontificia, era per la contessa Corsi, suocera dei conte Cesare Balbo.

 

                Benemerita Sig. Contessa,

 

                Ieri ho avuto udienza dal Santo Padre e potei a lungo parlare di Lei e della sua famiglia. Ricordò l'antica visita della Deputazione, chiese notizie della novella piccola famiglia. Avendogli poi chiesta una speciale benedizione: - Ben di cuore, rispose, comunicatela a tutti da parte mia.

                Dio benedica e colmi de' suoi favori la Contessa Corsi, di cui parlate, la renda ferma nello spirito e nella carità. La sua famiglia cresca in sanità e divenga ognor più ritta delle vere ricchezze, del santo Timor di Dio. [180]

 

                Mi affretto di comunicarle questa benedizione per non dimenticarla. Intanto verrà a Roma? Io mi fermo ancora due settimane.

 

                Ricevo notizia che morì Mad. Monti. Mi rincresce assai. Era una persona che ci aiutava assai materialmente e spiritualmente. Io la raccomando di tutto cuore alle sue preghiere. Faccia la carità di pregare anche per questo poverello, che assicurandola delle sue deboli preghiere le sarà sempre in G. C.

 

                Roma, Pasqua 76.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. La prego de' miei rispettosi ossequi e partecipare la benedizione del S. Padre al Conte Cesare, Cont. Maria, a tutta casa Balbo, e al Sig. Dott. Fissore. Rimandi a D. Rua la lettera ivi unita, ma con tutta comodità.

 

                La “antica visita della Deputazione” ha bisogno di un chiarimento. Nel '71 i cattolici festeggiarono il giubileo pontificale di Pio IX, moltiplicando gli atti di omaggio al Vicario di Gesù Cristo, nell'intento di ristorarlo degli oltraggi recentemente patiti. Per questo fine pellegrinarono a Roma: deputazioni speciali delle varie nazioni e delle maggiori città italiane. Torino cattolica, segnalatasi già con pubbliche dimostrazioni locali che provocarono i furori e le violenze della setta, mandò anch'essa la propria deputazione. In tale circostanza la vetusta capitale del Piemonte meritò l'onore di un lusinghiero elogio del Pontefice, che nel discorso tenuto il 19 giugno a tutte le delegazioni italiane si espresse nei termini seguenti: “Ogni parte d'Italia mi diede testimonianze preziose di attaccamento, ma non vi rincresca che in questa circostanza collochi prima Torino. Di là procedettero le prime offese e quei mali che poi si diffusero per tutta l'Italia; ma donde venne il male, venne anche il bene, e vive furono le prove di pietà e di affezione che di là mi giunsero”. Alla distanza di un lustro il Papa rievocava il ricordo di quelle filiali dimostrazioni torinesi. Don Bosco in quell'anno aveva fatto annunziare che appunto “per queste ragioni” si sarebbe celebrata “con maggior pompa che negli anni decorsi” la festa di Maria Ausiliatrice; un appello dell'Unità Cattolica [181] aveva invitato i fedeli alla “solenne novena”predicata dal P. Secondo Franco, gesuita. Anche tali funzioni contribuirono a preparare gli animi.

 

                Di data alquanto posteriore, ma di argomento affine a quello della precedente, è pure quest'altra lettera, indirizzata al conte Eugenio De Maistre[66].

 

                Carissimo Sig. Conte Eugenio,

 

                Ho ricevuto notizie da Beaumesnil che Mamà sia seriamente ammalata. Ho immediatamente scritto a Torino che facciano mattino e sera particolari preghiere all'altare di Maria A. per ottenere la grazia della guarigione. Di poi mi sono recato dal S. Padre, Sabato Santo, sette di sera, ho dimandato una speciale benedizione che le inviò ben di cuore, assicurando che avrebbe anche pregato per Lei lo ho tosto scritto ogni cosa al Sig. Carlo. Ora non so più alcuna notizia e se mai Ella potesse dirmi qualche cosa mi farebbe un gran piacere.

 

                Nella medesima occasione il S. Padre chiamò minute notizie di Lei, della sua sig. moglie e della numerosa sua famiglia e si mostrava

 

GIUSEPPE DE MAISTRE

Rodolfo sposò Carlotta du Plan de Sieyès

Costanza sposò il duca di Montmorency-Laval

 

Adele sposò il conte Terray

¯

 

Maria sposò il marchese Fassati

 

 

 

 

 

 

Benedetta sposò il conte Medolago

 

 

 

 

 

 

 

Filomena morta Benedetta sposò il conte Medolago, e terminata l'educaz. di Stanislao si Stanislao fece suora nelle Figlie del S. Cuore di Gesù. Morì a Roma nel 1924]

Eugenio sposò una De Menthon

¯

¯

Emmanuele

 

 

Benedetta

 

 

Azelia sposò il barone Ricci des Ferres

 

¯

 

Zaverio signore attuale del castello di Borgo Cornalense

 

 

Francesca contessa di Bournazel

 

 

 

Pietro e Paolo Gesuiti. Quest'ultimo fu guarito da D.Bosco a Roma nel1867]

Maria A Borgo fece tante volte da segretaria a D. Bosco

 

 

Maurizio

 

 

 

 

 

                Il conte Rodolfo, oltre ai quattro figli qui indicati, ne ebbe altri sette: Maria Teresa, Emanuele, Francesca, Giuseppe, Carlo, Saverina (Carmelitana), Francesca.

                Beaumesnil è un villaggio della Normandia, dove i De Maistre avevano un castello. [182] assai consolato in udire che lo spirito cattolico ereditario nella casa santa de Maistre si riproduce nei figli e nei nipoti della futura generazione. Chiese pure particolari notizie della Sig. Duchessa e scherzando diceva essere contento di avere chi l'accompagnava nel suo ottantesimo anno. A tutti poi diede una speciale benedizione con alcuni favori spirituali, che mi riserbo di comunicare in iscritto a Lei, alla sua famiglia, a quella del Sig. C.te Francesco, alla Sig. Agostini e nominatamente alla Signora Duchessa.

 

                Ai primi giorni di maggio parto da Roma, e giunto a Torino spero poter fare una gita a Borgo.

 

                Il S. Padre gode ottima salute e tratta tutti gli affari della Chiesa in modo da sbalordire gli stessi segretari della Congregazione. Ma il Cardinale Antonelli è assai male andato da più mesi. Se non otterrà miglioramento, sarà forzato a desistere dal Segretariato di Stato.

 

                Io le sono assai riconoscente per tutta la carità che ci fa. Dio la rimeriti nel tempo e più tardi nel Paradiso. Umili ossequi a tutti. Preghi anche per me che di tutto cuore le sono in G. C.

 

                Roma, 21-4-1876.

                Via Sistina 104.

 

Obb.mo Um.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Dopo la lettera al conte De Maistre sta bene che riportiamo una letterina alla baronessa Ricci, perchè l'una è con l'altra strettamente collegata.

 

                Benemerita sig. Azelia,

 

                Appena ricevuta la sua lettera, ho tosto domandato una speciale benedizione al S. Padre che di buon grado l'ha concessa alla buona Nonna contessa de Maistre. Io l'ho tosto comunicata a Beaumesnil e spero che avrà giovato al miglioramento di sanità della venerata inferma. Se Ella mi desse qualche altra notizia, l'avrei come un vero favore.

 

                Ho pure dimandato speciale benedizione per Lei, sig. Baronessa, e per tutta la Famiglia Ricci, che prego rispettosamente a voler ossequiare da parte mia.

 

                Mi raccomando di tutto cuore alla carità delle sue preghiere, mentre mi professo con tutta stima

 

                Di V. S. Benemerita.

 

                Roma, Via Sistina 104, 21-4-1876.

 

Umile servitore

Sac. Gio. Bosco. [183]

 

                Una particolarità vogliamo qui una volta tanto segnalare: nella sua corrispondenza epistolare il Beato non fa mai uso di devotissimo dinanzi alla firma. Dobbiamo la spiegazione del fatto a una reminiscenza di Don Giuseppe Vespignani, dal quale noi stessi l'abbiamo udita. Don Vespignani che fu segretario di Don Rua dalla fine del '76 a buona parte del '77, aveva adoperato in una lettera d'ufficio quel superlativo così comune; ma Don Rua gli suggerì di sostituirvi obbligatissimo o altro simile, osservando che a Don Bosco devozione, devoto e devotissimo sembravano termini così sacri da non doversi impiegare in significazioni profane. Gli notò pure com'egli rifuggisse dal valersi dell'aggettivo divino, attribuito a soggetti che con la Divinità non avessero nulla a vedere.

 

                Nell'Oratorio le lettere di Don Bosco, di Don Durando e di Don Berto si leggevano in pubblico, omettendosi le parti in cui si toccassero tasti delicati, come le divergenze con qualche personaggio, note a pochissimi in casa; gli originali recano ancora segni di penna, che indicano a chi legge, ci a chi copia, le cose da tralasciare. Non si può descrivere quanto cotali letture commovessero e rallegrassero gli animi. Molti ne scrivevano a Don Bosco; altri fecero indirizzi al Santo Padre. Gli ascritti con tante letterine resero grazie a Don Bosco e al Papa. Don Barberis per conto suo scrisse: “Siam pieni di consolazione. Abbiamo radunato subito a conferenza gli ascritti e letto nella sua lettera le parole che il Santo Padre c'indirizzava. Si rilesse in presenza di tutti l'indirizzo mandato a Sua Santità, perchè tutti si confermassero sempre più nelle promesse fatte. In una nuova udienza ringrazi il Santo Padre da parte nostra”. Fra i nuovi indirizzi uno ve ne fu, inviato dai giovani appartenenti alla Compagnia dell'Immacolata Concezione, firmatisi in numero di trentuno; ci piace scegliere e riportare i nomi dei più noti: Albino Carmagnola, Giuseppe Gamba, Secondo Macchialo, Giuseppe espanda, Luigi Molinari, Francesco Picollo [184], Carlo Peretto, Bernardo Vacchina: tutti, e non essi soli, divenuti poi Salesiani. Donde si vede come Don Bosco raggiungesse pienamente lo scopo da lui inteso con questa Compagnia e così spiegato da Don Barberis nella sua cronaca sotto il 23 aprile: “Si ha in mira di prendere specialmente i più adulti e quelli che presto dovran decidere della propria vocazione; poichè nello spirito del Sig. Don Bosco questo deve essere come un ultimo gradino, senza che essi per nulla lo sappiano o lo pensino, per entrare nella Congregazione. E' questo uno dei segreti dell'Oratorio, farli passare per vari gradi di conferenze e di compagnie senza che essi ci pensino per impadronirsi di molti di loro e poi volgerli e piegarli al bene sempre con amorevolezza e quasi solo cedendo ai loro desideri”.

 

                Per andar avanti sempre con qualche ordine, raggrupperemo ora intorno a quattro capi gran parte delle cose che ci rimangono a dire, e siano le faccende di Torino, i contatti con uomini politici, le proposte di fondazioni e i favori, spirituali del Santo Padre.

 

                Purtroppo “i fastidi” torinesi seguivano Don Bosco anche a Roma. Don Berto il 10 aprile scrisse a Don Rua: “L'Arcivescovo di Torino mi ha procurato del lavoro. Noi fabbrichiamo, egli cerca di distruggere”. E Don Durando di rincalzo il giorno 15: “La guerra continua terribile contro la nostra Società; ma coll'aiuto di Dio e col favore di Pio IX tutto si vincerà!”. Di nuovo Don Berto il 26: “Qui in Roma le ostilità dell'Arcivescovo di Torino sono note, si può dire, in tutte le Congregazioni ed avvertono con bontà il Sig. Don Bosco di stare in guardia, di mettersi in difesa”.

 

                Nel “lavoro” procurato da questi “fastidi” al segretario di Don Bosco entrò molto, probabilmente anche la preparazione di una risposta ufficiale all'accusa che Don Bosco avesse di suo arbitrio modificato in più luoghi e talora persino falsato il testo autentico delle Regole[67]. Altro lavoro gli venne [185] per raccogliere elementi, con cui abbattere gli ostacoli sollevati da Torino contro la concessione di privilegi; su di che rimandiamo al capo XXI del volume undecimo. In ogni modo sopperiscono a questa lettura i seguenti periodi dell'Arcivescovo al suo avvocato[68], che era pure l'avvocato di Don Bosco presso la Congregazione dei Vescovi e Regolari: “Ho scritto alla S. C. dei VV. e RR una lettera, in cui prego mi si dia comunicazione dei privilegi che Don Bosco chiede per la sua Congregazione, nel chiedere i quali io ho gravi ragioni di temere: 1° Che vi siano addotti motivi che contengano lagnanze contro di me; 2° che la mia giurisdizione Vescovile possa essere disturbata. Non ricevetti risposta. Mi piacerebbe averla, per sapere come regolarmi; chè vorrei scrivere in proposito al S. , Padre. Domani D. Bosco si reca a Roma per questo affare...”

 

                Che poi il favore di Pio IX, in cui Don Durando confidava, non fosse immaginario, oltrechè da quanto si è detto sopra, è provato pure da una testimonianza di monsignor Andrea Scotton. In una privata udienza il Papa gli parlò a lungo della cose salesiane e della deplorabile discordia, e fra l'altro, menzionando gli sforzi di monsignor Gastaldi per un risveglio del rosminianismo, disse queste precise parole: - Eh, sì, i Rosminiani veramente fanno del bene; ma credetemi, mio caro, essi non sono affezionati alla Santa Sede come Don Bosco e i suoi. preti[69] - .

 

                Monsignor Gastaldi fece in quei giorni buon viso all'idea venutagli di scrivere al Papa, che egli intendeva rinunziare al Vescovado[70]. Il Papa gli rispose che non glie lo consigliava; ci pensasse bene, si consigliasse, pregasse prima di prendere una risoluzione. Nella stessa lettera quegli si lamentava che il Papa non gli volesse bene. - lo non so che cosa abbia fatto all'Arcivescovo di Torino, disse Pio IX a monsignor [186] Sbarretti, se non di avergli scritto che andasse un po' più adagio nel sospendere. - Il medesimo Segretario dei Vescovi e Regolari osservò al segretario di Don Bosco: -E’ perciò che il Papa concesse a Don Bosco quella facoltà che domanda, ad tempus, per tre anni in Italia e per cinque all'estero, ma senza che se ne formuli il Rescritto, prima perchè le Congregazioni sono ancor chiuse per le ferie pasquali, poi affinchè l'Arcivescovo non venga a saperlo: se ne servano così come è già sottoscritto da me. - La facoltà a cui qui si allude è quella dell'extra tempora. Con maggiori cautele ancora e per il medesimo motivo gli fu concesso il privilegio della dispensa dalle testimoniali. Ne riparleremo presto.

 

                Allora fu che Don Bosco venne a conoscenza di un generoso tentativo osato da monsignor Galletti, Vescovo di Alba, per veder di pacificare monsignor Gastaldi. Glie lo dovette dire il buon Prelato stesso, perchè obbligato a render ragione di un suo rifiuto. La lettera ci sembra di non lieve importanza; perciò la riportiamo.

 

                Stimat.mo e Molto Caro Sig. D. Bosco,

 

                In tutta confidenza, a riscontro della preg.ma sua debbo dirle che presentemente dal lato mio non sarebbe cosa opportuna e prudente il dovere ricomparire in Torino innanzi al Reverendissimo Monsignor nostro Arcivescovo, in atto di pronunziarmi qual predicatore della Novena e Festa di M. V. Ausiliatrice, e poi non ardirei realmente addivenire a tanto. Non sono più che alcune settimane appena, che fidente senza dubbio troppo in me stesso, e nelle povere mie forze, tolsi per iscritto a far prova di prendere le difese dell'amato D. Bosco per veder modo di ravvicinare gli animi di due grandi Uomini di Dio, che forse non sono abbastanza in buon ordine rispettivo uniti, perchè non s'intendono e non si conoscono; ma il Signore mi umiliò, e non seppi guadagnar altro che di perturbare e disgustare amaramente chi avrei voluto rappacificare, imbrogliando così più e più la matassa della -non cordiale, ma intellettuale disunione. Bonum mihi, Domine, quia humiliasti me, ut discam iustificationes tuas. E ciò nel massimo segreto. Forse il Vescovo di Pavia farebbe a meraviglia per la loro Novena e festa. La riverisco in Domino.

 

                Alba, il 28 aprile 1876.

Devot.mo Servitore suo

                Eugenio Vescovo. [187]

 

                E’ di questa medesima data una lettera dell'avvocato Menghini, nella quale si rende a Don Bosco una preziosissima testimonianza. Si noti o si rammenti che il Menghini era anche l'avvocato di Monsignore a Roma, tenuto quindi a sposarne gl'interessi, sempre nei limiti imposti dalla coscienza e dall'onore. Così dunque scrive all'Arcivescovo di Torino il 28 aprile in una lettera di tutt'altri affari[71]: “Don Bosco si fa forte e sostiene di non avere mai nei suoi scritti offeso il suo Arcivescovo. A dire il vero nei suoi scritti diretti a Roma ha usato altissimo riserbo. Ciò ha fatto un'ottima impressione presso qualche Eminentissimo”. - Don Bosco si difende, non offende - disse una volta il Beato a Don Francesia, parlandosi di chi lo stimolava a prendere l'offensiva.

 

                A questa nuova sequela di guai ponga termine un altro incidente per cose di ordinazioni. Don Rua presentò alla Curia una nota di chierici, pregando che venissero ammessi a ricevere gli ordini nelle tempora di Pentecoste. La nota non fu trovata regolare per difetto di certe indicazioni. Don Rua rifece la domanda, tenendo esattamente conto delle formalità volute. Non bastò; la risposta fu negativa. Si può ben comprendere quanto queste ripulse amareggiassero Don Bosco.

 

                Due sogni ammonitori Don Bosco narrò in quell'aprile al segretario, che more solito li mise in scritto. Il velo che ne copre l'intima significazione è abbastanza trasparente; noi crediamo che qui sia il posto che loro compete.

 

                Nella notte del 7 aprile Don Berto sentì Don Bosco che, dormendo, gridava: - Antonio! Antonio! - Al mattino gli domandò se avesse dormito e gli disse del grido. Allora il Servo di Dio raccontò, e noi trascriviamo dal segretario: “Mi parve d'essere vicino al fondo di una scala, in luogo stretto, e mi si parò dinanzi una iena e non mi lasciava più muovere un passo. Non sapendo come liberarmene, chiamava in aiuto Antonio, mio fratello, morto da tanti [188] anni. Finalmente la iena si mosse contro di me, tenendo la bocca spalancata ed io, non vedendo altra via di scampo, le cacciai la mano nella gola. Ero angustiato da questo pericolo, e nessuno mi veniva in soccorso. Ecco alla fine discendere giù dai monti un pastore che mi disse: L'aiuto deve venir dall'alto; ma per ottenerlo bisogna discendere molto al basso. Quanto più si sta in basso, tanto più l'aiuto verrà dall'alto. Questa bestia non fa del male se non a chi ci bada, se non a chi lo vuole. - In quel punto mi svegliai”.

 

                Un'altra notte sognò nuovamente e fece del sogno questo racconto: “Mi parve di trovarmi al mio paese, e colà vidi giungere il Papa. Io non poteva persuadermi che fosse lui; perciò gli chiesi:

 

                - Come? non avete la carrozza, Padre Santo?

 

                - Sì, sì, ci penserò. La mia carrozza è la fedeltà, la fortezza e la dolcezza.

 

                Ma egli era sfinito e diceva: - Io sono alla fine.

 

                - No, no, Santo Padre, dissi io. Fino a tanto che le cose della nostra Congregazione non saranno terminate, non morrà.-

                Quindi comparve una carrozza, ma senza cavalli. E chi la tirerà? Ecco farsi avanti tre bestie: un cane, una capra ed una pecora, che tiravano la carrozza del Papa. Ma, arrivati ad un punto, quegli animali non la potevano più far muovere ed il Papa diventava sempre più sfinito. Io mi pentiva di non averlo invitato a venire a casa mia e di non aver pensato a fargli prender qualche ristoro. Ma, diceva fra me, appena saremo giunti alla casa del cappellano di Murialdo, aggiusteremo tutto. Intanto però la vettura rimaneva ferma. Allora alzai una specie di asse, che di dietro toccava terra. Il Papa, vedendo questo, prese a dire: - Se foste in Roma e vi vedessero a far questi lavori, ci sarebbe proprio da ridere. - Mentre stavo così aggiustando, mi svegliai”. [189] Questa volta Don Bosco a Roma avvicinò poco gli uomini del Governo. Visitò soltanto l'onorevole Melegari, Ministro degli Esteri, che lo accolse molto bene. Il Servo di Dio gli raccomandò le sue Missioni già avviate e altre future. Ne ricevette belle promesse; ma all'atto pratico soccorsi non ne ebbe. Nel famoso incontro con Depretis a Lanzo di lì a qualche mese, non si lasciò sfuggire l'occasione di ritornare sull'argomento. Il Presidente del Consiglio promise, disse che avrebbe appoggiato una sua domanda di soccorsi, che avrebbe diramato ordini ai consoli, che ne avrebbe trattato con il collega degli Esteri, che avrebbe egli stesso contribuito; ma poi, quando il Beato venne al tandem e gli chiese sussidi, n'ebbe in risposta lodi, scuse, e non se ne parlò più.

 

                Don Bosco mandò poscia Don Durando a ossequiare l'onorevole Coppino, Ministro della Pubblica Istruzione, che gli si mostrò sommamente cortese. Pur sapendo che molti in anticamera aspettavano di essere ammessi all'udienza, lo trattenne per circa venti minuti. Gli fece grandi elogi dell'Oratorio e dei collegi Salesiani, che conosceva molto bene. Lodò pure assai i Vocabolari presentatigli, li sfogliò, ne lesse la prefazione, ammirò l'eleganza di quel latino. “Cose tutte che mi fecero piacere, scrive Don Durando, ma che possiamo dubitare che vengano interamente dal cuore”. Purtroppo in quei tristi tempi d'impero settario vi era sempre motivo di aspettarsi che ai detti mal rispondessero i fatti. Tuttavia Don Bosco rispettava e voleva rispettate le autorità dello Stato, stimando di guadagnar molto, se ottenesse anche solo di chiudere l'adito a male prevenzioni contro la sua persona e le sue opere. Questo spirito conciliativo gli servì più volte per aggiustare faccende e appianare differenze, che arrestavano l'azione salutare della Chiesa nell'Italia. Per aggiustamenti radicali i tempi non erano maturi; anzi il sospetto di suoi tentativi per aggiustare le cose mise i due opposti campi a rumore. Tanti dei buoni ne sorridevano allora come di un'ingenuità. [190] Durante il suo soggiorno in Roma ricevette varie proposte di fondazioni per la città, per luoghi attorno e per le Missioni. Nulla diremo per ora nè dei Concettini nè dei Castelli romani nè di Montefiascone; diremo soltanto di proposte che, sebbene sfumate, sono prova della fiducia che si riponeva nel Servo di Dio.

 

                Si ricorderà come nel ’75 si fosse parlato di affidare ai Salesiani la direzione di un collegio a Ceccano[72]. Intermediario era il cardinal Berardi; ma l'invito veniva da suo fratello. L'idea si lasciò cadere, perchè, appena trapelata, stuzzicò un vespaio: fu un viavai di preti a protestare per quello che sarebbe stato uno sfregio al clero romano. Bisogna sempre riportarsi ai tempi di cui si parla, non giudicando le cose di una volta con i criteri di oggi A sì breve distanza dal 20 settembre i Piemontesi per i romani cives altro non erano che buzzurri[73] piovuti in casa loro dal nord della penisola. Il popolino ci si sbizzarriva a rifare il verso ai nuovi arrivati; ma in certi ambienti gli era proprio come tra Giudei e Samaritani, che non se la intendevano. Di quei giorni medesimi la principessa Altieri, che stimava e venerava Don Bosco, gli confidò che, essendosi nell'adunanza della Società, per gl'Interessi cattolici fatta la preposta di chiamare lui a Roma per affidargli le scuole pontificie, non se n'era voluto sentir parlare, perchè la sua presenza avrebbe menomato l'autonomia del clero romano. Ancora nell'8o ci toccherà di assistere a una manifestazione della medesima natura e in forma più solenne. Il fratello dunque del Cardinale, vista la mala parata, chiamò gli Scolopi; ma poichè li vedeva là con appena la miseria di sette allievi, avrebbe voluto riaprire le trattative con il Beato, onde fece tastare il terreno [191] dal Cardinale. Il Servo di Dio però se ne schermì, dicendo di aver già sulle braccia troppi impegni.

 

                Da più anni Don Bosco sentiva il desiderio e il bisogno di stabilire una residenza in Roma; parecchi tentativi erano già falliti, parecchi altri dovevano fallire ancora. Il Prefetto di Propaganda, dopo avergli parlato di Missioni, lo interrogò a bruciapelo:

 

                - Perchè Don Bosco pensa a lontani paesi e non pensa a venire in Roma?

 

                - E perchè, rispose Don Bosco, Vostra Eminenza non pensa a cercarmi qui un locale? Io non domando altro, che una tettoia per raccogliere i giovani.

 

                - Se basta questo, lasci fare a me, glie lo troverò io. Credevo che chiedesse un grosso capitale; ma, se si tratta di così poco, io lo troverò.

 

                - Già altri dissero così; ma fino adesso furono parole e nulla più.

 

                - Come? Ella dubita della mia parola?

 

                - Non che io dubiti della sua buona volontà; ma Ella ha tanto da fare, che le passerà di mente, si dimenticherà o non avrà tempo...

 

                - Ci penserò io a questo, stia sicuro. - Avvenne proprio come Don Bosco aveva presagito: non se ne parlò più.

 

                Tornò alla carica per conto suo la summentovata principessa Altieri. In una visita da lui fattale gli disse:

 

                - Se Don Bosco viene a mettere una casa qui in Roma, la mia borsa e la mia persona sono a sua disposizione.

 

                - Alla fine del mese o al principio? fece Don Bosco.

 

                - Fa ben lo stesso!

 

                - No, perchè, se è al principio, la borsa è piena; ma se è alla fine, Vostra Eccellenza fa tanta elemosina, che le rimane vuota.

 

                - Al principio, a metà, alla fine...

 

                - Oh, se è così, va bene.

                Nè si creda che fosse un complimento la profferta della [192] principessa; perchè glie ne scrisse anche dopo, riconfermandogli tutto il suo buon volere. Ma Don Bosco sapeva quante opere ella già sussidiasse generosamente, sicchè non era da sperare che si potessero avere da lei appoggi validi e duraturi; onde quella sua risposta evasiva.

 

                Non meno deciso a procurargli un locale in Roma si mostrò il principe Mario Chigi di Campagnano; ma per allora nulla si conchiuse. Don Bosco non precipitava mai le cose; fino a tanto che non avesse dalla Provvidenza indicazioni chiare andava con pie' di piombo.

 

                Un forte assalto il cardinal Franchi, prefetto di Propaganda, gli diede per le Missioni d'Oriente. Esservi allora vacanti tre vicariati apostolici solo in Cina; di lì a pochi anni dovere quel numero salire a una quindicina; appena gli operai evangelici fossero pronti, Don Bosco glie lo significasse: non avrebbe, da spendere un soldo del suo, a tutto penserebbe la Congregazione di Propaganda; il Papa desiderarlo vivamente. Il Servo di Dio fece voti di poter presto mandare i suoi figli nell'estremo Oriente; ma intanto a lui premeva di assodare e sviluppare le Missioni già intraprese, e su di questo espose i suoi disegni precisi tanto al prefetto di Propaganda che al Papa. Egli chiedeva la creazione di una prefettura apostolica nella Patagonia e invocava larghi sussidi per affrettare la penetrazione dei Missionari nel territorio degli Indi; mezzi efficaci essere lo stabilire sui confini una rete di ricoveri, collegi, convitti, attirarvi i figli dei selvaggi, comunicare coi loro parenti e coi loro capi, formare indigeni capaci di agire nelle loro tribù. Il Santo Padre prese tanto a cuore i disegni di Don Bosco, che insistette ripetutamente col cardinal Franchi, perchè li esaminasse e ne riferisse. Don Bosco ebbe un largo scambio di idee col Porporato, al quale rimise una relazione scritta e corredata d'informazioni storiche e geografiche; poichè si era accorto che di quelle terre a Roma non si avevano quasi nozioni[74]. [193] Quanto all'Oriente non gli fu possibile far di meglio che promettere a lunga scadenza.

 

                Le maggiori brighe Don Bosco si prese per l'affare dei privilegi; ma proprio intorno a questo suo lavorio scarseggiano le informazioni, tanto egli vi andava circospetto, non mettendo chicchesia a parte dei passi che faceva. Frustrato ne' suoi sforzi per ottenere la comunicazione dei privilegi in massa, non lasciò nulla d'intentato per istrappare facoltà speciali e numerose indulgenze. Ottenne così i due Brevi di approvazione per l'Opera di Maria Ausiliatrice e per la Pia Unione dei Cooperatori; su di che gioverà rileggere i capi III e IV del volume precedente. Ottenne la facoltà in perpetuo al Superiore Generale della Congregazione di dare licenza a qualunque de' suoi di leggere libri proibiti. Ma soprattutto ottenne nell'udienza del 3 maggio che tutti coloro, i quali si trovassero nei collegi della Pia Società, fossero dispensati dall'obbligo di domandare ai Vescovi le lettere testimoniali; privilegio che fu poi, in altra udienza del 10 novembre successivo, esteso a chiunque volesse entrare nella Congregazione[75]. Della massima importanza, sebbene temporaneo, era anche il privilegio dell'extra tempora, che gli agevolava immensamente la presentazione dei suoi chierici agli ordini sacri, senza dover sempre lavorare di mani e di piedi per torre di mezzo gli ostacoli. Il Papa glielo concesse il 21 aprile quasi di sottomano, come si diceva pocanzi[76]. Di altre grazie si fa l'elenco in questa lettera a. Don Cagliero.

 

                Mio caro D. Cagliero,

 

                Ti scrivo da Roma ed ho una quantità di cose da scriverti che tutte ti numererò.

 

                1° Il S. Padre manifestò grande consolazione della nostra Missione Argentina; con me e con altri lodò lo spirito di Cattolicismo che tra' Salesiani si è sempre manifestato.

 

                - Io leggo, dissemi, tutte le lettere che mandano di colà, e mi [194] piacciono assai. - Mandò a tutti la sua Apostolica benedizione, incoraggiando di ricorrere a Lui per ogni eventualità.

 

                2° Ha concesso molti privilegi e favori spirituali, tra cui i diritti parrocchiali a tutte le nostre case; i confessori approvati in una Diocesi possono confessare in qualunque delle nostre case, anche nei viaggi. Concesso l'extra tempus Di tutto riceverai l'elenco.

 

                3° Qui avvi lettera pel Sig. Benitez, in cui gli comunico la benedizione del S. Padre che l'ha fatto Commendatore. Il breve relativo si sta preparando e partirà col tuo indirizzo al quindici di questo prossimo maggio.

 

                4° La lettera al Dottore Ceccarelli gli annunzia le belle espressioni dette dal S. Padre a suo favore, che lo costituisce per ora suo cameriere segreto; quindi Eccellenza Reverendissima.

 

                Queste due notizie tu le ignorerai, e perciò non ci darai alcuna pubblicità, se non in modo vago. Ricevuto il Breve di Benitez e il Diploma pel Signor Ceccarelli, tu ti intenderai con D. Fagnano. Porterai tutto in persona. Inviterai la Commissione del Collegio e gli amici dell'uno e dell'altro. D. Tomatis prepari un bel dialogo da recitarsi in quella occasione; e due giovanetti sopra di un disco portino il Breve di Commendatore, in un altro il Diploma; ma tu e D, Fagnano accompagnerete gli allievi e prenderete etc. e li porgerete nelle mani loro. Sono cose cui si deve dare tutta l'importanza[77]. Nel piego in cui ci saranno i mentovati oggetti scriverò di nuovo.

 

                5° Il S. Padre parlò molto dell'Arcivescovo di Buenos Aires; si mostrò molto contento di Lui, e sembra che abbia qualche progetto a suo riguardo. Ciò scrivo anche a Lui medesimo.

 

                6° Il S. Padre ci propose tre Vicariati Apostolici nelle Indie, uno nella China, altro nell'Australia. Ne ho accettato uno nelle Indie, ma ho chiesto non meno di diciotto mesi di tempo a provvedere il personale opportuno. Il Card. Franchi mi assicurò che non vuole che la spesa occorrente graviti sopra di noi.

 

                7° Ciò importa la necessità che tu ritorni in Europa. Vedi pertanto di sapermi dire quale personale sia necessario, Salesiani e Suore, e procurerò di farne presto la spedizione, affinchè, ordinate le cose, tu possa ritornar in Valdocco ad iniziare una casa a Roma, di poi una passeggiata nelle Indie.

 

                8° A proposito della casa in Roma, è deciso che si apre, e forse al tuo arrivo potrai già alloggiare sotto al nostro tetto. Poco alla volta. Bougianen[78].

 

                9° Siccome lo scopo nostro è di tentar una scorsa nella Patagonia [195], così sarà bene di presentarti a nome mio dall'Arcivescovo, a cui scrivo pure, e dirgli da parte del S. Padre se egli lo giudica opportuno, e quali a lui sembrano i tempi e i modi opportuni, ritenendo sempre per nostra base l'impianto di Collegi e di Ospizi; a questi tenete sempre il vostro pensiero in vicinanza delle tribù selvagge.

 

                10° E’ morta la Signora Orselli Felicita; Teresa[79] andò a dimorare colle nostre Suore in Valdocco, che fanno assai bene. Morì pure Madama Monti. Essendo io assente, le fecero cangiar testamento, così mi scrive D. Rua.

 

                11° E’ poi inteso che ad ottobre le nostre Suore andranno a prendere cura del Seminario di Biella: e tre Salesiani apriranno un Ospizio al paese di Trinità.

 

                12° Abbiamo in corso una serie di progetti che sembrano favole o cose da matto in faccia al mondo: ma appena esternati, Dio li benedice in modo che tutto va a vele gonfie. Motivo di pregare, ringraziare, sperare e vegliare.

 

                13° Dammi un ragguaglio dello stato finanziario vostro, se avete potuto utilizzare quegli oggetti che avete portato con voi; se avete ricevuti quelli mandati di poi.

 

                14° E' inutile il dire quanti saluti sono mandati a te ed ai tuoi. Il Card. Antonelli, Berardi, Sbarretti, Fratejacci, Menghini, Sigismondi Alessandro e Matilde, Cav. Bersani e molti altri augurano e benedicono. D. Berto solito Segretario; D. Durando e D. Pechenino sono qui a Roma. Essi hanno portato copia dei loro Dizionari al S. Padre: dimani a sera avranno l'udienza. Vi ossequiano.

 

                15° Ciò che scrivo a te, intendo sia pure detto a D. Fagnano e pro rata parte a tutti gli altri.

 

                Da parte mia poi salutami tutti gli amici, parenti e benefattori, a tutti partecipando la benedizione del S. Padre con molti favori spirituali, che saranno quanto prima comunicati.

 

                16° Quando poi potrai parlare ai soli Salesiani, di' loro che io li amo molto in G. C e prego ogni giorno per loro. Che si amino vicendevolmente, che ciascuno faccia quanto può per farsi degli amici, e diminuire coram Domino qualunque motivo di risse o dispiaceri altrui.

 

                17° Attendiamo sempre con ansietà vostre lettere. La grazia di Nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen.

 

                Prega per chi ti sarà sempre in G. C.

 

                Roma, 27 aprile 76.

Aff. Amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Al principio dell'altro mese a Dio piacendo ripartirò per Torino.

 

                Lo stesso S. Padre ha concesso la Croce di Cav. al Sig. Ang. Borgo ed al Sig. Gio. Battista Conti, insigni benefattori di S. Pier d'Arena. [196]

                All'udienza del 3 maggio fu accompagnato, oltrechè dal segretario, anche da Don Durando e da Don Pechenino, che portavano seco bellamente legate due copie dei loro dizionari. Don Berto umiliò al Santo Padre due indirizzi, uno della Compagnia del Santissimo Sacramento e l'altro del Piccolo Clero. Il Papa, osservatili e lette alcune righe, li pose sullo scrittoio, dicendo: - Domani li leggerò meglio alla luce. - Udito lo scopo di quelle associazioni, esclamò: - Bravi! Questi sono mezzi per accrescere la pietà nei giovanetti! - Impartita la benedizione ai tre e, detta loro qualche piacevolezza, li licenziò, ritenendo presso di sè il Beato, che vi rimase quasi un'ora.

 

                La terza ed ultima udienza fu all'una pomeridiana dell’11 maggio. Durante l'attesa, monsignor Sanminiatelli disse a Don Bosco che l'aveva mandato il Santo Padre all'Arcadia e che poi aveva voluto sapere tutto. - Tutto bello, osservò Monsignore, ma la conclusione fu magnifica, piacque molto, il Papa ne fu contentissimo. - Al seguito di Pio IX venivano i cardinali Franchi e Bartolini. Diversi personaggi aspettavano nella sala, fra cui l'Arcivescovo di Barcellona.- Ecco un fiore del vostro giardino, - disse a Don Bosco il Pontefice, indicandogli il segretario. Don Bosco parlò così: - Santo Padre, permetta che le possa offrire gli ossequi e le congratulazioni di tutta la Congregazione Salesiana e si degni di voler gradire le preghiere che i Salesiani fanno per la Sua conservazione, e sia per molti anni ancora. - Il Papa rispose all'augurio dicendo: - Fiat, fiat, per poter eseguire i nostri disegni. - Poi, benedetti i presenti, si allontanava pian piano, mentre Don Bosco, tenendo dietro, discorreva un po' col cardinal Bartolini, indi col cardinal Franchi, che per volontà del Santo Padre gli fissò un appuntamento, in cui esaminare le sue proposte riguardanti le Missioni. Il Beato conferì con lui nel pomeriggio e gli consegnò l'anzidetto promemoria, che Sua Eminenza promise di sottoporre all'esame dei Cardinali per poi, farne la relazione al Papa. [197] Dopo la narrata udienza di congedo, il Servo di Dio si preparò a partire. Non verremo però subito a dire del ritorno, ma porremo qui in ordine cronologico quante altre lettere abbiamo potuto rintracciare spedite da Roma. Esse contengono molteplici particolarità da non doversi trascurare su persone e cose ed anche su Don Bosco stesso.

 

                1.   A Don Lemoyne.

 

                Nella domenica delle Palme, 9 aprile, era morto a Lanzo un giovane convittore, senza che potesse ricevere i Sacramenti; quel direttore n'era sconsolato.

 

                Mio caro D. Lemoyne,

 

                Ho ricevuto la tua cara lettera, cui non potei tosto rispondere. Il giovane Arisio ti dà pena e ne hai ragione, ma dopo il fatto che giova l'afflizione? Altronde si era confessato pochissimo prima, era buono, e quindi si deve escludere ogni dubbio che egli non sia morto nella misericordia del Signore. Tu poi non hai nessun carico di coscienza; per carità, prega per lui.

 

                Ora in Roma ho aggiustate più cose; altre ne vo aggiustando, e prega e fa' pregare, affinchè ogni cosa riesca a maggior gloria di Dio. D. Rua ti avrà comunicato una lettera per te e pei tuoi e miei cari giovani.

 

                I Signori Sigismondi Alessandro e Matilde parlano ad ogni momento di te, delle tue serate, ricevono con gran piacere i tuoi saluti e te li ricambiano di tutto cuore.

 

                Intanto di' così ai nostri cari maestri, prefetto, catechista, assistenti, giovani di tutte le classi, che ho per loro dimandato al S. Padre una speciale benedizione per la loro sanità, sapienza e santità, con molti altri favori che loro comunicherò al mio ritorno a Torino.

 

                Nel giovedì prossimo io dirà la santa Messa per voi tutti, e mi raccomando che tutti quelli, che mi sono amici, facciano la loro Comunione secondo la mia intenzione per un affare di molta importanza.

 

                La grazia di N. S. G. C. sia sempre con noi; e credimi tutto tuo.

 

                Roma, 22-4-76.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Saluta da parte mia Bonomi e Trione. [198]

 

                2.   A Don Rua e a Don Lazzero.

 

                Il Beato sperava di essere a Torino per la festa del Patrocinio di san Giuseppe, che cadeva ai 7 di maggio; ma non potè. Celebravano tale festa specialmente gli artigiani. Gastini, esterno, maestro dei legatori e capo degli ex-allievi, doveva condurre questi “suoi amici” a fare le loro divozioni nell'Oratorio. - Durante l'assenza di Don Bosco, oltre all'alunno di Lanzo erano morti nell'Oratorio tre studenti e un coadiutore. - Il catechista degli artigiani Don Chiala stava male; non visse più che un paio di mesi. - Per intendere l'elogio tributato al coadiutore Barale, capo della libreria, basti sapere quello che Don Barberis scriveva di lui in questo te mpo, cioè che egli in mezzo agli artigiani faceva per sei assistenti. - “Fare un carrozzino” è modo usato in Piemonte nel senso di versuram facere, significa cioè propriamente fare un contratto illecito di prestito in denari a condizioni molto onerose; figuratamente, potrebbe voler dire far un cattivo o buono affare, secondo il punto di. vista. A Torino però l'espressione si adopera nel senso peggiore. Qui Don Bosco con “quante cose [fatte]” sembra accennare ad affari riusciti bene e con “quanti carrozzini fatti e in corso da farsi” ad affari non riusciti secondo il suo desiderio, o imbastiti, ma onerosi.

 

                Mio caro D. Rua e D. Lazzero,

 

                1° Si concerti che Gastini coi suoi amici possano fare il S. Giuseppe all'Oratorio: ma vorrei due cose: 1° che mi lascino andare a pranzo con loro, pagando ben inteso la mia parte. 2° Quelli che possono, facciano le lor divozioni.

 

                2° Si appaghi Dogliani per la stampa del Tantum ergo e della Polka, ma a condizione che sia buono come Barale.

 

                3° Prendete Chiala D. Cesare, date gli ordini opportuni, mandatelo a Valsalice o in qualunque altro luogo gli piaccia di più, nè si risparmi cosa alcuna che gli possa giovare o piacere.

 

                4° Nè diasi pensiero del Breviario senza mio ordine espresso. [199]

 

                5° Al giorno di S. Giuseppe spero di essere con voi, si Dominus dederit.

 

                6° Pare che la morte si abusi della mia assenza; bisogna proprio che cerchi di andarvi presto a vedere e portarvi di presenza l'apostolica benedizione.

 

                7° Quante cose, quanti carrozzini fatti e in corso da farsi. Sembrano favole. Ci diremo tutto.

 

                Dirò presto il giorno e l'ora del mio arrivo. D. Berto, D. Durando, D. Pechenino stanno bene, vi salutano e meco vi augurano ogni bene.

 

                Salutate da parte mia D. Bertello, D. Guidazio, Febbraro, e Buzzetti Giuseppe, e credetemi in G. C.

 

                Roma, 24-4-1876

Aff. amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Non dimenticare i miei saluti a Bruna Antonio.

 

                3.   A Don Rua.

 

                Le “cose in corso” sono le trattative per i privilegi. Nella fretta di vergare questo biglietto gli è scappata una confessione rivelatrice, che cioè “il lavoro lo fa andar matto”

 

                 “Fregarsi le mani” si dice popolarmente di chi si mette con buona voglia a fare qualche cosa; l'operaio, prima di metter mano con lena all'opera, si fa spesso una stropicciatina. Gli studenti preparavano il Phasmatoníces del Rosini, ritoccato dal padre Palumbo. Se ne riparlerà.

 

                Car.mo D. Rua,

 

                Niente di nuovo: le cose sono in corso, stiamo tutti bene. Il lavoro mi fa andar matto. Pregate molto per me. Ho scritto alla M.a Bricherasio, perchè sia priora della festa di Maria Ausiliatrice. Attendo risposta.

 

                Di' a Dogliani, Buzzetti e D. Lazzero che si freghino le mani e si preparino per la musica di quel giorno. Non si dimentichi la Commedia latina.

 

                Di' a Dompè[80] che vorrei che fosse un D. D. S. S. Bella medaglia, se indovina.

 

                Dio ci benedica tutti. Amen.

 

Sac. Gio. Bosco. [200]

                4.   Al medesimo.

 

                Il Beato continuava a trovare anime buone, che accoglievano in casa loro Salesiani bisognosi di riposo e di trattamento speciale. Il chierico Vigliocco morì poi in agosto; Don Giulitto si spense in settembre dopo pochi mesi di sacerdozio.

 

                Car.mo D. Rua,

 

                Se mai la sanità di Vigliocco comporta di andare con Madama Agnelli, ben contento. E’ persona molto pia. Dopo di lui Massimelli; in fine Giulitto, che però si deve preparare per la Messa a Pentecoste, se vi è sanità.

 

                In quanto a Bruna, si senta il parere di D. Albera, o almeno un certificato del suo parroco.

 

                Ho tanto da fare. Non so se potrò trovarmi pel patrocinio di San Giuseppe. Chi sa che non si possa trasferire ad un'altra domenica. Ci sarò sicuro. Però si faccia come credete bene. Scrivimi delle notizie. A metà della corrente settimana scriverò il giorno della nostra partenza. Siamo tutti in buona salute. Pregate molto. Salutate D. Bertello, che non mi ha ancora scritto alcuna lettera. Di' agli artigiani, a quelli del giardinetto, che presenterò il loro indirizzo nelle mani del S. Padre; di poi scriverò. Dio ci benedica tutti. Amen.

 

                30-4-76.

Sac. Gio. Bosco.

 

                5.   A Don Perino.

 

                Era ex-allievo dell'Oratorio. Che prezioso programma per il neo parroco di Piedicavallo nel biellese! Quando lasciò l'Oratorio, Don Bosco gli aveva predetto che sarebbe stato parroco, ma che la sua parrocchia sarebbe stata devastata. Infatti sotto di lui a Piedicavallo i protestanti fecero de populo barbaro.

 

                Car.mo D. Perino,

 

                Godo assai della tua promozione a parroco di Piedicavallo. Avrai più vasto campo di guadagnare anime a Dio. Il fondamento della tua buona riuscita parrocchiale è: aver cura dei fanciulli, assistere gli ammalati, voler bene ai vecchi. [201] Per te: confessione frequente, ogni giorno un po' di meditazione, una volta al mese l'esercizio di buona morte.

 

                Per D. Bosco: Diffondere le Letture Cattoliche e venire a pranzo all'Oratorio ogni volta che verrai a Torino. Il resto a voce.

 

                Dio benedica te, le tue fatiche, la tua futura parrocchia e prega per me che ti sarò sempre in G. C.

 

                Roma, 8-5-1876.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                6.   A Don Dalmazzo.

 

                L'andata dei Valsalicesi a Roma fu nell'autunno del '74; se ne parlò anche nel volume precedente. - La dispensa di dieci mesi per il diacono Michele Vota fu concessa insieme con altre due, una di mesi sedici per il diacono Giuseppe Giulitto, e la seconda di mesi diciassette per il diacono Pietro Perrot; la ebbe ex audientia Sanctissimi ai 3 di maggio monsignor Sbarretti, segretario della Congregazione dei Vescovi e Regolari. Il Rescritto porta la firma del cardinal Ferrieri, succeduto al cardinal Bizzarri come Prefetto di detta Congregazione.

 

                Car.mo D. Dalmazzo,

 

                Il S. Padre parlò molto del Collegio di Valsalice e degli allievi che lo hanno visitato. Manda a tutti la sua ap. Benedizione in questo modo agli allievi ed ai loro parenti: Benedizione apostolica con indulgenza plenaria in articulo mortis; altra indulgenza plenaria a loro piacimento nel corso della vita.

 

                Molti episodi, molte e gravi cose ce le diremo a voce.

 

                Sarò in Torino sul finire della prossima settimana.

 

                Saluta il prefetto, D. Daghero e tutti i nostri amati salesiani e tutti i cari tuoi e miei allievi. Dirai a Vota che la sua dispensa di età è ottenuta. Si prepari perciò a farsi santo.

 

                Saluta anche tua madre e Molinari.

 

                Amami in G. C. e credimi

 

                Roma, 5-5-1876.

Aff.mo amico

Sac.Gio.Bosco [202]

 

                7.   A Don Lemoyne.

 

                Una copia della lettera scritta da Don Bosco per i giovani dell'Oratorio era stata inviata al collegio di Lanzo. Le notizie ivi contenute fecero nascere l'idea di mandare un indirizzo al Santo Padre, accompagnandolo con un'offerta per l'obolo di San Pietro.

 

                Caris.mo D. Lemoyne,

 

                L'indirizzo del Collegio di Lanzo coll'offerta di fr. 100 al S. Padre venne fatta colle mie proprie mani, e gli tornò graditissimo. Siccome era di sera e stentava un poco a leggerlo, così io, mezzo cieco, gli sottentrai a farne lettura, e l'ascoltò con grande soddisfazione. Di poi aggiunse queste testuali parole:

 

                - Ringraziate da parte mia quei buoni allievi di Lanzo, dite loro che preghino il buon Dio per me; io li benedico di tutto cuore e loro concedo, cioè ai Salesiani e agli altri del Collegio di Lanzo: 1° L'Apostolica benedizione; 2° Una indulgenza plenaria a piacimento nel giorno in cui s'accosteranno ai Santi Sacramenti.

                Richiesto se questi favori sarebbesi degnato di estenderli anche ai parenti dei giovani e dei Salesiani, al Vicario di Lanzo, [a] D. Foeri, al Vice parroco, agli allievi esterni; rispose affermativamente e di buon grado.

 

                Molte altre cose saranno comunicate a suo tempo.

 

                Ringrazio i nostri cari allievi che hanno pregato per me; io continuerò anche a pregare per loro.

 

                La grazia di N. S. G. C. sia sempre con noi.

 

                A Dio piacendo, al giorno 16 corrente sarò a Torino. Amen.

                Roma, 1-5-76.

 

Aff.mo in G. C.

Sac. Gio. Bosco.

 

                8.   A Don Rua.

 

                La “pratica per il Sig. Rua macchinista” si riferiva all'invenzione già descritta, che diede poi a Don Bosco tanto filo da torcere[81].

 

                Car.mo D. Rua,

 

                Ho dimandato ed ottenuto una speciale benedizione dal S. Padre pel Sig. Dupraz, Mad. Ghilardi, Dam. Mandilla, casa Gonella dietro. [203] S. Carlo. Pel ritiro di S. Anna, della Vigna della Regina, del Rifugio, delle Maddalene, delle nostre Ausiliatrici; di Mad. Giussano, dam. Bonica. Tu la puoi comunicare, chè forse qualche cosa ti frutterà. Dirai che al mio ritorno darò loro nota dei favori speciali dal Papa loro concessi.

 

                A suo tempo ho pur dimandato la Apostolica Benedizione pel Sig. Valle, genero del Sig. Asinara.

 

                La pratica pel Sig. Rua macchinista fu messa in corso fin dai primi giorni, e ne speriamo risposta quanto prima.

 

                Le cose nostre sono a buon punto, mercoledì mattino spero partire alla volta di Torino. Se posso mi fermerò una giornata a Firenze ed un'altra a Genova per impostare il diploma prelatizio pel Signor Ceccarelli, ed il breve di Comm. di S. Gregorio per Benitez.

 

                Io fui occupatissimo, potei fare molte cose, ma non raccogliere danari, cui pensa tu.

 

                Vale in Domino. A rivederci.

Affez.mo in G. C.

 

Sac. Gio. Bosco.

 

                9.   Al medesimo.

 

                Le “commendatizie” da presentare a monsignor Macchi, Maestro di Camera, dovevano servire per ottenere di essere ammessi all'udienza pontificia. Abbiamo in un autografo del Beato un saggio di tali raccomandazioni, così concepito: “Il sottoscritto dichiara di aver piena conoscenza dei Signori Tommaso Frascara e Margherita Garelli, i quali vanno a Roma per soddisfare alla loro divozione, e quali buoni cattolici ed esemplari cristiani giudicano per loro la più grande ventura qualora potessero ricevere la benedizione del S. Padre. Per la qual cosa si raccomandano umilmente a chi può giovarli in questo pio intento. Torino, maggio 1876. Sac. Gio. Bosco”. E’ molto probabile che sia proprio questo l'originale delle “commendatizie” da lui mandate poco prima di lasciar Roma. Infatti “i nomi dei due viaggiatori” sono scritti d'altra mano, riempiendo appunto “i vani” da lui accennati.

 

                Car.mo D. Rua,

 

                Ti mando le commendatizie richieste. Tu compirai i vani mettendo. i nomi dei due viaggiatori: poi la chiuderai in una busta colla soprascritta a Monsig. Macchi. [204] Comunica ai giovani la bella notizia: Tra le molte belle cose che il S.. Padre ha concesso ai nostri giovani e parenti loro, ai Salesiani e rispettivi parenti fu una indulgenza plenaria in articulo mortis, colla benedizione apostolica. Ciascuno pensi a comunicarla rispettivamente. Idem una indulgenza plenaria a piacimento per quel giorno in cui faranno la S. Comunione.

                Le cose nostre saranno ultimate per Martedì, e il giorno dopo, mercoledì (10), faremo vela alla volta di Torino. Un giorno a Firenze, altro a Pisa, due a Sampierdarena, quindi a Torino,

 

                Dopo il 9 le lettere siano dirette a Sampierdarena.

 

                So che hai da fare, consoliamoci, ne ho anch'io. A Torino ci conforteremo vicendevolmente.

 

                Rimando le lettere[82], perchè D. Chiala, se può, ne prepari un'altra, per l'Unitá Cattolica ed anche di più.

 

                Passando a S. Pierdarena ho più cose da impostare per la Repubblica Argentina: se manderete qualche cosa da Torino, la uniremo pel giorno 14.

 

                Credo già d'avertelo detto:

 

                Benitez Commendatore, Ceccarelli Cameriere di S. S., Borgo Angelo e Conte Gio. Batt.a Cav. Essi ne sanno ancora niente.

 

D. Giov. Bosco.

 

                10.   Al medesimo.

 

                Il nome esatto dell'ex-chierico qui menzionato era Bodrati. Il tema per Don Guidazio, professore della quinta ginnasiale, era qualcuno dei Brevi pontifici, ottenuti di recente e da tradursi in italiano[83].

 

                Car.mo D. Rua,

 

                Dimani parto per Pisa e mi fermerò in Salviati fino a Lunedì. Lunedì. a sera fino a mercoledì sarò a S. Pierdarena. Se tu potessi trovarti là per quel mattino, mercoledì, faremmo il viaggio insieme e potremmo discorrere. Diversamente ci parleremo a Torino.

 

                Scrivo a Bodratto. Non so se ci sia ancora. In ogni caso fa' che non porti via cose della casa, nè porti l'abito da Chierico fuori della nostra Cong.e senza esserne altrimenti autorizzato.

 

                Multa facta, multa sunt opere complenda. [205]

                Abbi cura della tua sanità, di quella di Chiala, e di D. Guidazio. A costui ho preparato un tema da tradurre dal latino in Italiano. Dio ci benedica tutti. Amen.

 

                Roma 12-5-76.

Aff.mo in G. C.

Sac. Gio. Bosco.

 

                11.   A Don Barberis.

 

                Il Beato aveva bisogno che si compilasse una monografia sulla Patagonia, per mandarla alla Congregazione di Propaganda. La cosa urgeva, trattandosi allora di erigervi presto una prefettura apostolica da affidare ai Salesiani. Don Barberis, che per più anni era stato insegnante di geografia, parve a Don Bosco il più adatto a preparargli quel lavoro. L'“autore recente”, di cui non ricordava il nome, dev'essere il Daly, che nel 1875 pubblicò a Buenos Aires un'opera intitolata: La Patagonia y las tierras australes del continente Americano.

 

                Carissimo D. Barberis,

 

                Comincio a scriverti questa lettera per annunziarti un lavoro di cui abbisogno: Un ragguaglio sulla Patagonia, in cui si raccolga quel che si può sapere: 1° Intorno alla sua estenzione, limiti, popoli confinanti sulla linea dal Pacifico all'Atlantico.

 

                2° Usi, costumi, statura dei Patagoni e loro occupazioni.

 

                3° Religione, tradizioni, e specialmente delle prove fatte dai Missionari a fine di penetrare tra quei selvaggi.

 

                Puoi vedere il Ferrario: Usi e costumi di tutti i popoli nell'ultimo volume dell'America; Enciclopedia, Cesare Cantù e un autore recente il cui nome saprò giunto a Torino.

 

                Del resto saluta D. Chiala e tutti i tuoi e miei cari ascritti, che tutti spero di vedere e salutare mercoledì. Dio ci benedica tutti e credimi in G. C.

 

                Pisa, 14-5-1876.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Ed ora non riaccompagneremo subito Don Bosco a Torino, senza prima aver detto come fossero andate le cose nell'Oratorio durante la sua assenza. Salvare dall'obblìo [206] quante più notizie ci sia possibile intorno all'Oratorio antico, sembra a noi pensiero utile e opportuno. Utile, perchè gioverà sempre il potersi specchiare in quell'ambiente, che viveva di Don Bosco e donde Don Bosco trasse le prime generazioni di Salesiani; opportuno, perchè, se tante preziose notizie non si mettono in salvo al più presto, diventerà col tempo cosa ardua, per non dire fatica vana, rintracciarle e presentarle nella loro vera luce.

 

                Don Barberis nella sua cronaca, sotto il 24 aprile, ripete un'osservazione già fatta altrove: “L'Oratorio procede avanti tranquillamente, sebbene manchi il Sig. D. Bosco. Non che non ce ne accorgiamo; ma egli stesso ha messo le cose dell'Oratorio su di un piano, che si possa andar avanti senza di lui. Dico senza di lui momentaneamente presente nell'Oratorio: non però senza la sua persona, senza la sua mente”. Vediamolo in pratica.

 

                Durante quel lasso di tempo si celebrarono due feste, la. Pasqua e il Patrocinio di san Giuseppe, e tra l'una e l'altra vi fu il cominciamento del mese di Maria Ausiliatrice, apertosi per la prima volta nel '76 ai 23 di aprile.

 

                Per il precetto pasquale tutto andò secondo le consuetudini. Gli artigiani fecero pasqua al martedì santo, gli studenti al mercoledì, i chierici e preti al giovedì, dopo esservisi preparati con un triduo di predicazione, senza sospendere lavori e studi. Dei giovani esterni, gli scolari fecero pasqua al sabato santo, gli operai alla domenica di Risurrezione, quei della prima comunione al lunedì seguente; i piccoli non ancora promossi alla comunione furono confessati in un giorno della settimana fra l'ottava. Oltre al catechismo quadragesimale gli esterni ebbero a parte un corso di esercizi spirituali, in cui si facevano cinque prediche al giorno, a tre delle quali ognuno era tenuto a intervenire: gli artigiani alle cinque e mezza del mattino, alle dodici e mezza e alle otto di sera; gli scolari a una di queste, più a due fatte esclusivamente per loro alle nove e mezza antimeridiane e [207] alle quattro pomeridiane. La domenica di Pasqua si chiuse con la recita dell'interessante dramma Cristoforo Colombo, opera di Don Lemoyne.

 

                Tutto questo lavoro straordinario non esonerava i preti dell'Oratorio dalle loro ordinarie occupazioni. - Don Bosco non mette troppa carne al fuoco? - chiese un giorno la marchesa Fassati a Don Barberis. Spigoliamo dalla risposta che questi sotto il 2 aprile dice di averle data: “Certo, cose da fare ve ne sono molte e noi lavoriamo indefessamente, fin quasi a soccombere sotto il peso della fatica; eppure fintanto che c'è questo lavoro continuato senza posa, D. Bosco vede che le cose vanno bene. Si acquista uno spirito straordinariamente buono da tutti noi e si riesce ad essere utili in molti lavori; eziandio colui che non è atto a grandi imprese, cacciato fin da chierico negli affari, viene ad abilitarsi nel disimpegno di mille incombenze, il che senza quel gran lavoro e le occasioni propizie non verrebbe mai ad ottenere. D. Bosco vede anche il tanto da lavorare che c'è nella vigna del Signore e che altri potrebbe coltivarla e non lo fa; quindi, invece di permettere che si faccia niente, vuole che si faccia un poco. Ci pare un errore quello di molti, anche religiosi, che, se vedono di non poter intieramente riuscire bene in una cosa, piuttosto che mettervi mano, la lasciano affatto. Da noi non si guarda alla gloria esterna o a ciò che gli altri diranno. Se non si può compiere tutto l'alfabeto, ma si può fare A B C D, perchè tralasciare di far questo poco colla scusa che non si potrà riuscire fino alla Z?”.

 

                Era norma di Don Bosco che, dove non si poteva far tutto, si facesse almeno il poco fattibile; quindi non approvava la condotta dei buoni che dicevano: o tutto o niente. Per questo motivo lo addolorava molto il vedere che magistrati e ufficiali cattolici francesi nelle aberrazioni anticlericali della terza repubblica si dimettevano; egli avrebbe voluto che non abbandonassero il posto, non foss'altro per diminuire il male, impedendo che tutto passasse nelle mani dei settari. [208] Ci permettano i lettori di continuar a citare la nostra cronaca. Certe divagazioni di Don Barberis escono fuori dalla cronaca, ma ci fanno entrare nella vita. Prosegue: “D'altra parte, signora Marchesa, finora nell'Oratorio si lavorò piuttosto nascostamente; ma anche così, direi, sotto il moggio si prepararono materiali immensi. Don Bosco ora si vede crescere una famiglia numerosissima e con spirito eccellente in sommo grado. Siamo ancora tutti giovani, perchè tutti allevati da D. Bosco; ma anno per anno si va acquistando in forza, esperienza e numero. D. Bosco a poco a poco si forma un personale sufficiente per aprire molte case... E' vero che ci vuole tempo prima che i chierici siano formati; ma presso di noi, giunti al secondo anno di filosofia, incominciano ad aiutarci un poco e intanto, aumentando in essi capacità, scienza, pietà, prudenza, età, si allarga loro l'orizzonte e sono messi ad uffizi superiori...”.

 

                Il primo giorno del mese di Maria Ausiliatrice quasi tutti i giovani fecero la santa comunione; poi fu un crescendo di fervore nella casa. La corrente buona che soleva dominare nell'Oratorio, in simili circostanze trascinava anche coloro i quali d'ordinario si tenevano ai margini. Refrattari non ne mancavano mai; ma erano pochissimi, erano conosciuti dai Superiori, erano aiutati e sospinti al bene o eliminati.

 

                Al principiare del mese mariano andava in vigore l'orario estivo: levata, mezz'ora prima, alle cinque; all'una e mezza pulizia in camera; alle due studio libero e scuola di canto; alle sette e mezza predica. Cessava la ripetizione serale. Passeggio al mattino, subito dopo messa, fino all'ora di colazione.

 

                Poi fervevano i preparativi per la gran festa. I cantori avevano più frequenti lezioni di musica. Partito Don Cagliero, si temette nella musica un arresto o per lo meno un decadimento; ma Dogliani degnamente lo suppliva. Anche la banda aveva ripreso con una trentina di strumenti. Sciolta l'anno innanzi da Don Bosco, perchè quelli che vi entravano [209] diventavano indisciplinati, fu ricostruita su nuove basi, e i novellini facevano già benino. Noteremo di passaggio che lo scioglimento avvenne alla chetichella, senza scandali, mediante la graduale eliminazione dei giovani. Sorse allora anche una compagnia di dodici violinisti, che erano i migliori per condotta fra gli artigiani più grandicelli. Canti e suoni occupavano così buona parte delle ricreazioni, apportando in quella stagione una gradevole varietà. Nessun pericolo davvero che incombesse sull'Oratorio la cappa di piombo chiamata dal Faber “monotonia della pietà”.

 

                A ben disporre gli artigiani per il mese di Maria il loro catechista ideò un'accademia sui generis, che fu tenuta nella sala sotto la chiesa. Le si diede il nome di accademia catechistica. La vogliamo descrivere. Chi fosse sceso in quell'ampio spazio avrebbe veduto di fronte all'assemblea sopra un palco elevato Don Rua, Don Chiala e altri Superiori; da una parte la banda, i maestri d'arte, alcuni chierici e coadiutori; dall'altra i giovani, che riempivano anche tutto il fondo; in mezzo uno spazio rettangolare sgombro e lì da canto un tavolino. Al tavolino sedeva il coadiutore Barale, con una borsa contenente su polizze le domande della dottrina cristiana; nel rettangolo del centro si avanzavano gl'interrogandi, cinque o sei alla volta che si rinnovavano ogni quarto d'ora. Barale estraeva e interrogava. I Superiori notavano ognuno per conto suo chi rispondeva meglio. Alla fine, mentre si declamavan poesie e si eseguivano pezzi di musica, fu fatto lo spoglio dei voti; dopo di che si distribuirono subito premi e menzioni onorevoli.

 

                Abbiamo omesso un particolare. L'ultimo interrogato chiese a Barale che raccontasse un esempio, solendosi fare così al termine dei catechismi. Barale acconsentì e brevemente accennò alla vita di Cesare de Bus, con trasparenti allusioni a Don Cesare Chiala. Scoppiarono applausi al Direttore degli artigiani; e poichè egli era sempre malaticcio, nelle poesie e prose s'innalzavano voti al Signore per la sua guarigione. [210] Sul finire poi dell'accademia gli fu presentato un mazzolino di fiori finti, i cui petali recavano i nomi di coloro che per lui avevano fatto comunioni. Gli artigiani si mostrarono entusiasmati del loro Direttore o catechista. In quei giorni molte furono le loro domande di essere ascritti alla Congregazione; visto il momento propizio, si tennero pure ad essi conferenze apposite. Don Bosco, che sentiva il bisogno di buoni coadiutori, ne fu molto consolato.

 

                Era bello senza dubbio tanto interessamento dei giovani dell'Oratorio per i loro Superiori infermi. Anche gli studenti ne diedero luminosa prova. Don Guidazio stava abbastanza male; tuttavia, uomo di tempra energica e laboriosissimo, non voleva lasciar di fare la sua scuola di quinta ginnasiale. Gli alunni, addolorati, gareggiavano a far comunioni per lui; ogni sera poi nel tempo della merenda tutti quaranta si radunavano nell'abside di Maria Ausiliatrice a recitare la coroncina del Sacro Cuore di Gesù. Scene simili si rinnovavano ogni anno, nè solo per qualche superiore, ma anche per compagni o per bisogni della casa.

 

                Dicevamo or ora dell'insolita mortalità. La cronaca, rilevato il fatto, piglia occasione per descrivere il modo delle esequie. “Da due o tre anni abbiamo il permesso di fare la sepoltura qui in casa. Posto il cadavere in luogo conveniente, all'ora stabilita si radunano tutti i giovani a due a due e preceduto da chierici in cotta che portano la croce, sfila il corteo funebre al canto del Miserere, tutt'attorno agli ampi cortili dell'Oratorio. Li accompagnano tutti i giovani e chierici: è una funzione ben commovente! Circa ottocento giovani che attorniano il loro compagno estinto, colui che poco fa giocava con loro, con loro era alla scuola, in refettorio, dappertutto! Arrivati in chiesa, dov'entrano tutti, finito che sia il giro dei cortili, si fanno le solite esequie con qualche preghiera opportuna. I giovani poi se n'escono per andare a studio o a scuola o a lavorare, e il cadavere è portato a seppellire”. L'anno appresso, un sacerdote novizio, [211] assistendo per la prima volta al trasporto della salma di uno defunto nell'Oratorio, ne riportò un'impressione così profonda, che più di mezzo secolo dopo scriveva: “Quella processione dei giovani, il clero cantante salmi, i soci della Compagnia di san Luigi e del Santissimo Sacramento che accompagnavano e portavano l'amico estinto, davano un senso di pietà soave e commossa. Era uno degli atti di vera educazione cristiana e Salesiana”[84].

 

                Verso la metà del mese di Maria Ausiliatrice si festeggiò il Patrocinio di san Giuseppe, solito a celebrarsi con solennità specialmente dagli artigiani. “Si sperava di avere il caro Padre fra noi”, dice la cronaca; ma, non essendo egli arrivato, la solennità esteriore fu differita a un'altra domenica. La pompa tuttavia non mancò nella chiesa. Una novità quel giorno venne dal di fuori, e fu la visita dei presidenti generali delle Conferenze di san Vincenzo in Italia. Come ha già narrato Don Lemoyne, fioriva nell'Oratorio una Conferenza vincenzina annessa regolarmente a quella di Parigi. Suo scopo precipuo era di prendere sotto la propria tutela i ragazzi poveri, che frequentavano il catechismo; i soci anzi si prestavano a farlo. Essendo interni, non potevano andar a trovare i giovani in casa per portar loro i soccorsi, a norma degli statuti; li attendevano invece all'Oratorio e i soccorsi consistevano in premi di frequenza, massime in vestiti.

 

                La domenica dunque 7 maggio ecco che quei signori, i quali uniti insieme facevano un giro d'ispezione e di propaganda, annunziarono la loro visita alla Conferenza dell'Oratorio. Vennero il padre Alfieri, superiore generale dei Fatebenefratelli, presidente del consiglio superiore nei già Stati Pontifici; il cavalier Rocco Bianchi, presidente del consiglio superiore di Genova, chiamato “il nonno”, perchè fu il primo a introdurre le Conferenze in Italia fin dal 1852; [212] il marchese Bevilacqua, presidente del consiglio superiore di Bologna; il conte Lurani, presidente del consiglio superiore di Milano; e i presidenti di Venezia, Firenze e Napoli: un'eletta insomma di personaggi cospicui. Li conduceva il signor Falconnet, presidente del consiglio superiore di Torino, e il conte Cays, già presidente prima del Falconnet, chiamato “il papà”, perchè promotore e consigliere speciale delle Conferenze in Piemonte.

 

                La Conferenza dei nostri si adunò alle due pomeridiane, in presenza di questi signori, i quali alla fine si mostrarono assai soddisfatti; soltanto raccomandarono che, nella misura compatibile con le regole dell'istituto, si osservasse il regolamento generale. Vivamente si compiacquero al sentire che ex-soci, usciti dall'Oratorio, avevano fondato Conferenze altrove e che Don Cassinis a S. Nicolás de los Arroyos si adoperava a far colà rivivere la Conferenza decaduta. Sciolta l'assemblea, gli ospiti andarono a vedere i giovani interni ed esterni nelle rispettive chiese, e visitarono lo studio, i laboratori e altri locali della casa.

 

                Intanto nell'Oratorio tutti erano in moto per preparare la festa di Maria Ausiliatrice. I quotidiani racconti di grazie infervoravano la pietà. Sonatori e cantori facevano prove su prove. Nella chiesa si costruiva l'orchestra; per la casa s'imbiancavano le muraglie; le ricreazioni erano animatissime. Nè si creda che tanto tramestio andasse a detrimento degli studi; poichè, se la cronaca dice il vero, i professori avevano acceso così bene fra gli scolari l'emulazione che molto spesso bisognava moderarne l'ardore. Anche gli artigiani si davano d'attorno a preparare per l'arrivo di Don Bosco la ritardata accademia in onore di san Giuseppe.

 

                Mancava poco al suo ritorno, allorchè un accidente improvviso sopraggiunse a gettare lo scompiglio in tutta la casa e un gran turbamento negli animi. I giovani attendevano tranquillamente in chiesa alle loro vespertine pratiche mariane, quando si sentì entrare per le finestre un acre odore [213] di bruciato e si vide uno strano offuscarsi dell'aria. La funzione volgeva al termine. All'uscire di chiesa, ecco smisurate lingue di fuoco spuntare e sparire senza tregua per entro a una colonna vorticosa di fumo, dietro ai magazzini dell'Oratorio. La manifattura di Tensi, fra l'Oratorio e il Rifugio, era in fiamme; l'incendio distava tre metri dal nostro caseggiato e il vento soffiava in questa direzione. Bagliori sinistri illuminavano di tratto in tratto edifizi e cortili. Il primo pensiero fu di correre a chiudere tutte le finestre per impedire l'irruzione di scintille, levate in alto e portate dal vento alla distanza di cento metri. Ogni assistente invigilava il suo dormitorio, facendo trasportare i letti dalla parte opposta a quella del fuoco e facendoli avvolgere in coperte inzuppate d'acqua. Duecento coperte ben immollate vennero distese sulle tegole e dietro le finestre, a cui le fiamme spaccavano i vetri.

 

                Don Bertello col suo sangue freddo e con l'imperiosità che gli era propria, prese a dirigere le operazioni. Venti giovani più grandi appostò sul tetto, ad altri quaranta ordinò di far loro pervenire continuamente acqua da versare sulle coperte. Fu miracolo se brocche e tegole cadute di lassù non ferirono alcuno dei sottostanti. I giovani non necessari fece sgombrare dall'intorno, ed essi filarono in chiesa a recitare le litanie dei Santi. Finite le litanie, il vento si volse e spirava là, dove non sorgevano case. I pompieri finalmente gettando dalle loro pompe acqua a torrenti, domarono in un quarto d'ora il fuoco dalla parte che minacciava l'Oratorio. Il subbuglio durò quasi un'ora. Il danno per i nostri in tegole rotte, vetri infranti e sciupio di roba non ascese a mille lire. L'assenza di disgrazie parve doversi attribuire a speciale protezione della Madonna.

 

                Don Barberis, che fu spettatore di tutta quella confusione, colse dalla bocca dei giovani e registrò certi riflessi che, per essere stati spontanei e improvvisi e scambiati fra di loro, documentano egregiamente il buono spirito che regnava allora [214] nell'Oratorio. Li trascriviamo tali quali. “Si dicevano l'un l'altro -Ecco che cosa vuol dire lavorar sempre di festa! - Sì, va' a lavorare di festa, e ti capiterà bella! - Lo dicevamo noi che il Signore doveva castigare terribilmente questo scandalo! - Vergogna! In mezzo a due case religiose, dove si osserva la festa, voler persistere così nella trasgressione della legge di Dio! - Ecco lì, ciapa l'on (prendi lì), voler lavorare di festa! - Paghi lo scotto una volta tanto!”.

 

                Tre giorni dopo questo scampato pericolo, il sabato 13 maggio, Don Bosco, accomiatatosi dai Sigismondi, dai quali aveva ricevuto le attenzioni più delicate, si rimise in via per tornare all'Oratorio. Non compì però il viaggio tutto d'un fiato, ma fece due soste. Si fermò prima a Migliarino presso .Pisa, ospite del duca Salviati, dalla sera del 13 fino a mezzogiorno del 15 A Genova lo attendevano Don Albera, l'avvocato Scala, direttore del Cittadino, e il signor Varetto, che condusse tutti a pranzo in casa sua. Sul tardi era a Sampierdarena, dove trascorse il dì seguente. Gli si fece un po' di festa con lettura di poesie e con la recita di un dialoghetto, nel quale gl'interlocutori presentarono le croci da cavaliere ai signori Conte e Borgo, invitati appositamente e ignari della sorpresa che li attendeva. Il 17 partì per Torino.

 

                A Torino l'aveva preceduto di quattro giorni Don Durando. I giovani, che aspettavano ansiosamente Don Bosco, visto Don Durando mentre uscivano dalla chiesa e andavano in refettorio, s'immaginarono che anche Don Bosco fosse arrivato e levarono un grido di gioia. Rapida corse la voce: le file si ruppero e fu una ressa tumultuosa alla porteria. Quei che erano già discesi nel refettorio, allora sotterraneo, scapparono su a precipizio, volando dietro ai compagni. Quanto più ardente era la brama, tanto più amara fu la delusione. Ma all'una pomeridiana del 17 era proprio Don Bosco: dopo un mese e dodici giorni di assenza egli rientrava nel suo regno. I sonatori al suo affacciarsi dalla porteria diedero fiato alle trombe. Tutti i giovani, schierati di qua e di là, [215] avrebbero dovuto far ala al suo passaggio. Ma chi li potè trattenere? Non capivano più nella pelle e si precipitarono in massa su di lui. Circondato dalla gran turba che voleva vederlo e baciargli la mano, aveva per ognuno un sorriso e una parolina. Impiegò una buona mezz'ora per attraversare il cortile. Nel frattempo i musici si erano trasportati sotto i portici: Don Bosco entrò nel loro quadrato, li salutò affettuosamente e andò a pranzo. Là ci fu l'assedio dei più anziani: Papa, Roma, Missioni, privilegi, indulgenze... una tempesta di domande! Calmo e sereno come sempre, egli parlò per più di un'ora. Quando si ritirò, si sentiva molto stanco e aveva un forte mal di capo; tuttavia si mise subito al tavolino per dar corso alla corrispondenza arretrata.

 

                Stette là fino alle cinque e mezza; poi, -non potendone più, uscì a passeggiare nella biblioteca, discorrendo con Don Barberis. Ragionò della Patagonia. Don Barberis s'avvide con istupore che conosceva a menadito quelle regioni, come se vi avesse fatto lunghi studi, tanto che corresse più volte gli sbagli e le omissioni di Don Barberis stesso, il quale pure da tempo si occupava con intensità dell'argomento. Disse: -Son giunto all'età di oltre sessant'anni senz'aver quasi mai udito il nome di Patagonia. Chi mi avrebbe detto che sarebbe venuto il momento di doverla studiare passo passo in tutte le sue particolarità? - Spiegate due carte geografiche della Patagonia e dell'America meridionale, si mise a osservare con molta attenzione; ma la testa non gli reggeva e gli venivano le vertigini. Passeggiato un altro poco, tornò ai suoi lavori.

 

                Sebbene questo capo sia già eccessivamente lungo, pure non è opportuno staccarne tre documenti, che ci sembrano formare la sua chiusa migliore: una " buona notte ", una circolare e una conferenza.

 

                La sera stessa del 17 parlò ai giovani dopo le orazioni. Diede prima il fioretto per la novena di Maria Ausiliatrice; poi, fra la massima attenzione, prese a dire del suo viaggio. [216] Fioretto: Guarderò quale occasione mi fece cadere in peccato e da essa  mi terrò lontano. Questo è quanto dire: fuggire le occasioni che mi condussero al peccato nel passato. Ognuno adunque mediterà un momento quale occasione nella vita passata fu causa lagrimevole d'aver perduta la grazia di Dio. d'essersi meritato l'inferno; e da quella procurerà di tenersi ben lontano, fuggendola: Per alcuni sarà un libro, per altri un compagno, per altri l'aver troppo alzata la bottiglia ossia l'intemperanza, ecc.

 

                Ma veniamo a parlare del mio viaggio. Io sono andato a Roma a trovare il Papa: vi sono stato molto tempo e per molto tempo ho aspettato ed aspettato che voi veniste a farmi una visita; ma invano. Venne D. Durando, e bravo! Ma di voi non ne vidi alcuno. Basta. ora voglio intrattenervi sulle varie cose che si fecero a Roma. Di molte ho scritto. volta per volta e credo vi siano state narrate. Questa sera vi dirà che due volte fui ricevuto dal Santo Padre. La prima volta mi trattenne circa un'ora, e la seconda tre quarti d'ora. Perciò potei parlargli molto lungamente. Parlammo delle cose dell'Oratorio, dei figli di Maria Ausiliatrice, e dei giovanetti: di voi, dei quali il Santo Padre mi domanda sempre notizie:

 

                - E ne avete dei buoni?

 

                - Oh sì, Santo Padre!

 

                - E ce ne sono di quelli di grande virtù.

 

                - Santità, sono tutti molto buoni. Ci sarebbero tuttavia a fare certi appunti a qualcheduno! - Questa ultima osservazione però l'ho fatta sottovoce, perchè non mi sentisse.

 

                - E come stanno di sanità i vostri giovani? continuò Pio IX.

 

                - Bene!

                Quindi si parlò delle Missioni, delle quali si mostrò molto contento e mi propose di inoltrarmi al di là di S. Nicolás, nelle Pampas e tra i Patagoni, dove in uno spazio di terreno esteso quasi come l'Europa intiera non potè ancora giungere la luce del Vangelo. Proposemi anche un Vicariato nelle Indie, ove sono vasti campi di messe da raccogliere e altre Missioni di qua, di là. Io lo interruppi dicendo: - Ma, Santo Padre, ci vorrebbero migliaia di Missionari; i miei giovani sono buoni, docili, coraggiosi, pronti a tutto, ma sono piccoli e bisognerebbe aspettare che crescessero, che mettessero un po' di barba e di mostacchi ed acquistassero un fondo di scienza e le cognizioni necessarie per andar tutti nelle Missioni. Tutti sarebbero pronti ad esporsi a ogni pericolo, purchè potessero salvare anime. Ma bisogna aspettare.

 

                - Allora, rispose il Santo Padre, fateli presto crescere e venir su tutti adulti in un momento!

 

                - Soltanto, io soggiunsi, che il Signore ci visita assai di frequente nell'Oratorio, chiamando a sè qualcuno dei nostri. Quest'anno ce ne furono già vari, che vollero andare a visitate il paradiso e altri vi andranno ancora prima che finisca il mese di dicembre. [217] - E quelli che muoiono vi cagionano consolazione? vi lasciano buone speranze della loro salute? Ve ne fu qualcuno che non si mostrasse contento di ricevere i sacramenti?

 

                - Può comprendere, Santo Padre, che i giovani i quali si accostano regolarmente e di sovente ai santi sacramenti durante la loro vita, venendo ammalati domandano essi stessi di confessarsi e di comunicarsi quanto più poi in punto di morte! E se qualcuno talvolta non li domandasse, i Superiori stessi, vedendo il loro stato un po' serio, con belle maniere fan loro sentire questo bisogno e l'infermo, appena ode la voce di un superiore che l'invita, subito e volentieri si dispone a ricevere i sacramenti.

                In tal modo mi domandò il Santo Padre molte altre cose di voi e stava con piacere ad ascoltarmi, quasi che nel mondo non vi fosse altro che Valdocco. E mi disse: - In questi tempi molto calamitosi per la Chiesa i vostri giovani potranno fare del bene. Preghino essi intanto per i bisogni della santa Chiesa tanto bersagliata. Raccomandate loro che preghino per me, perchè il Signore mi dia forza e costanza di resistere ad ogni pericolo che dovrò incontrare, come Capo della famiglia di Gesù Cristo.

                E dopo poche altre parole ci licenziammo.

 

                La seconda volta che lo visitai s'intrattenne ancora con me sulle Missioni, sui giovani, e sui collegi. Mi concesse quindi numerose indulgenze da compartire a voi tutti. Dobbiamo fare gran conto di questi tesori spirituali che il Santo Padre ci ha largiti. Queste indulgenze saranno stampate ed a ciascuno sarà data una nota di quelle che sono a lui proprie, perchè non le abbia a dimenticare pel restante della vita.

 

                Ora passando dalle cose di Roma a noi, dico che io sono molto contento di trovarmi in mezzo ai miei figliuoli. Io desiderava ardentemente di trovarmi con voi; e contava i giorni, le ore ed i minuti, quando ero lontano. E sono qui finalmente!

 

                Che cosa ancora vi dirò? Non fa bisogno che vi parli delle Pampas e delle Indie. Non andiamo tanto lontano, discorriamo invece di cose un po' più vicine, cioè degli esercizi spirituali, i quali avran luogo dopo la festa di Maria Ausiliatrice, sia per gli artigiani che per gli studenti e per quelli altri che vi vorranno prendere parte. Io vi esorto a farli bene e specialmente quelli che sono nelle ultime classi del ginnasio, essendo per scegliere una carriera. Costoro procurino di pensar seriamente, perchè in modo particolare per questo fine, essi fanno gli esercizi, per deliberare intorno alla loro vocazione. Preghino molto il Signore, perchè possano veramente conoscere la sua santa volontà, in quale stato siano chiamati, quale carriera dovranno intraprendere. Su questo argomento altre volte parlerò e darò consigli e in pubblico e in privato.

 

                Ma un'altra cosa io desidero. Bisogna che noi facciamo un poco [218] di ginnastica in refettorio. In cortile sta bene che si corra pure quanto e come si vuole, ma è anche bene che ciascuno in refettorio abbia qualche occupazione speciale. Non dico già che andiate in cymbalis bene sonantibus, -ma che ci sia qualche cosa di più dell'ordinario, sia nel cibo che nelle bevande, che insomma facciamo come dice il proverbio, o meglio la Sacra Scrittura: Servite Domino in laetitia. Per questo ci raccomanderemo a Don Lazzero, perchè scelga lui stesso quel giorno che gli piacerà per tale ginnastica. Noi faremo però stare un poco allegro e contenteremo il corpo in ciò che giustamente desidera; ma bisogna che esso poi sia disposto ad obbedire anche all'anima ed a fare tutto ciò che sarà di suo bene.

 

                Siamo ora nella novena di Maria Ausiliatrice ed io vi prego a continuarla con fervore. Vedete: Maria ha preparato per ciascheduno di voi una grazia particolare, purchè gliela domandiate di cuore.

 

                Io avrei ancora molte cose da dirvi e di Roma e del Papa e delle Missioni; ma queste verrò esponendovele a poco a poco nelle sere che vi parlerò: certo che vi faran piacere. Buona sera.

 

                Con la data del 24 maggio indirizzò una parola ai benefattori della casa di Nizza, che con generosità sostenevano quell'opera. In segno di gratitudine comunicò loro i favori spirituali, che anche per essi egli aveva ottenuti dal Sommo Pontefice.

 

                Ai Benefattori Collettori e Collettrici del Patronato di S. Pietro in Nizza Marittima.

 

                La pietà che voi, caritatevoli Collettori e Collettrici, avete manifestata in favore del Patronato di S. Pietro, fondato testè in cotesta città, mi ha veramente commosso, e mi faceva sospirare una propizia occasione, per darvi almeno un piccolo segno di profonda gratitudine. Questa occasione non tardò a presentarsi, nel giorno 3 di questo mese, quando mi trovai alla presenza del benefico Pontefice, del glorioso Pio IX.

 

                Esso adunque ascoltò con paterna compiacenza l'esposizione delle opere di zelo con cui vi prestate in favore del nascente istituto, che era già stato oggetto della sua inesauribile beneficenza, della nascente instituzione, e infine con tutto buon grado concedette i seguenti favori spirituali:

 

                1° L'Apostolica benedizione con indulgenza plenaria in articolo di morte a tutti quelli, che colla loro carità concorrono a fondare o a sostenere questo patronato, che tende a beneficare e a migliorare la classe più degna di attenzione della civile società. Questi favori si estendono a tutte le rispettive famiglia dei benefattori. [219]

 

                2° A Lei poi in particolare, Benemerito Signore... la Santità Sua con decreto 9 maggio 1876 concede l'indulgenza plenaria tutta le volte che si accosterà al Sacramento della Santa Comunione. Ai Sacerdoti largisce la medesima indulgenza ogni volta celebreranno la Santa Messa.

 

                3° Queste indulgenze per modo di suffragio sono applicabili alle anime del Purgatorio, eccetto quella in articulo mortis, che è esclusivamente personale, e si può solamente lucrare quando l'anima fa passaggio da questa alla vita eterna.

 

                4° Il Clemente Pontefice dispensò altri favori che le saranno comunicati appena ne sia compilato l'elenco ed eseguita la stampa.

 

                Contento di poterle in questo modo esternare un tenue tributo di riconoscenza, mi raccomando che voglia tuttora proteggere e sostenere il patronato di S. Pietro, mentre dal canto mio l'assicuro che coi giovanetti beneficati invocherò ogni giorno le benedizioni del Cielo sopra di Lei e sopra tutte le persone che la riguardano, professandomi rispettosamente

 

                Di V. S. B.

Umile Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Tenne conferenza il 4 giugno, solennità della Pentecoste, e la tenne dopo le orazioni della sera, nella chiesa di san Francesco. V'intervennero professi, ascritti e aspiranti. Erano le dieci quando cominciò: ora incomoda, che egli aveva già detto di voler cambiare per tali adunanze, portandola normalmente alle sei e mezza pomeridiane, nel qual tempo essendo i giovani nello studio, bastava un solo chierico o prete per assisterli. Ma allora dovendosi ripetere il Phasmatoníces nella sala di studio trasformata in teatro, i giovani stavano a studiare nelle scuole, sicchè ci volevano almeno sette assistenti: ecco perchè fu necessario ancora una volta fare la conferenza generale a notte avanzata.

 

                I presenti arrivarono al numero di centosettanta. Il Beato stanchissimo parlava stentatamente e così piano da far temere che da un momento all'altro la voce gli venisse a mancare. Il suo capo appariva stanco più ancora della persona Parlò così.

 

                E’ bene, o miei cari figliuoli, che ci raduniamo di tanto in tanto, sia perchè io possa avere il piacere di manifestare a voi i miei pensieri [220] e i miei desideri, sia anche perchè voi possiate avere il piacere di ascoltare la voce di un tenero amico, del vostro caro padre che tanto vi ama. Io avrei già voluto più volte radunarvi, specialmente prima di andare a Roma o poi subito dopo essere di là ritornato, e sarebbe cosa buona che ci potessimo vedere con frequenza; ma talora manca il tempo, talora anche un poco, diciamolo anche, manca la sanità... e perciò faremo solo quello che potremo.

 

                Questa sera ho bisogno di comunicarvi il vero scopo del mio viaggio a Roma ed i risultati che si ottennero. Vi dirò prima di tutto, che a Roma siamo veramente ben veduti e fummo ottimamente accolti. Io ero andato a Roma per ottenere dalla Santa Sede per la nostra Congregazione quei privilegi, che sono necessari per poter lavorare liberamente con gran profitto delle anime; e si ottenne assai più di quello che si sarebbe potuto aspettare. Tutto ciò che domandai fu concesso. Vi dico schietto che io stesso sono sbalordito al vedere come il Signore ci copre di benedizioni, quasi direi ci carica colle sue grazie,

 

                Per non dire ora qui tutto, ecco alcune delle principali cose ottenute. 1° Vi è la facoltà a tutti i direttori delle nostre case non solo di ritenere e leggere libri proibiti, ma di darne il potere a qualunque de' suoi subalterni Perciò, quando uno della Congregazione avesse bisogno di servirsi di un libro proibito, lo può fare senza incorrere in alcuna pena spirituale.

 

                2° Facoltà al direttore di ogni casa di benedire medaglie, corone, crocifissi, applicandovi le indulgenze.

 

                3° Facoltà di conferire la benedizione papale con indulgenza plenaria in articulo mortis, a tutti i sacerdoti.

 

                4° Riguardo all'altare privato, privilegiato ecc. già si ottenne l'anno scorso.

 

                5° D'ora in avanti qualunque prete dei nostri, anche di nazione straniera che sia approvato per le confessioni in una diocesi, può confessare e dir messa, senz'altra formalità di licenza, in qualunque casa, collegio, ospizio della nostra Congregazione; per esempio se venisse qui a Torino un prete di Genova, egli nelle nostre case, qui e fuori, negli Oratori festivi di S. Luigi, di S. Giuseppe, potrebbe liberamente esercitare tutti gli uffizi sacerdotali.

 

                6° Il Papa ci concesse anche il diritto di poter fare ordinare extra tempus, cosicchè se vi fosse un individuo che avesse da prendere la messa e non fosse allora il tempo delle Ordinazioni, basterebbe mandarlo ad un Vescovo e in tre domeniche, senza scrivere a Roma per le dispense, l'avremmo sacerdote; purchè, s'intende, costui sia fornito delle qualità necessarie.

 

                7° Ognuna delle nostre case ha i diritti parrocchiali per l'interno; perciò autorità di predicare, amministrare i sacramenti, portar Viatico, fare esequie, con tutti gli altri diritti che riguardano le parrocchie in qualunque tempo e modo. Aggiungete a questi favori quelli [221] già ottenuti altre volte e pensate quanto siano preziosi. Ci concesse insomma indistintamente tutti i diritti di cui fruiscono le altre Congregazioni.

 

                Aggiungete le indulgenze. In questo il Santo Padre si mostrò generosissimo e ce ne concesse giù barún[85], a profusione. Furono accordati a noi tutti i privilegi che hanno li Terziari di San Francesco d'Assisi e alle nostre chiese tutti i privilegi che hanno le chiese dei Francescani, ben inteso anche l'indulgenza della Porziuncola. E notate di quante altre indulgenze fummo già arricchiti. Indulgenza plenaria quando si dà il nome alla Congregazione, quando si fanno i voti triennali, i voti perpetui, quando si fanno gli esercizi spirituali e quando infine di questi si rinnovano i voti. Indulgenza plenaria poi a tutti in articulo mortis.

 

                Vi è l'indulgenza plenaria tutte le volte che facciamo l'esercizio della buona morte, cioè una volta al mese; indulgenza plenaria in tutte le feste della Madonna che sono più di 30, in tutte le feste di nostro Signore e degli apostoli; così molte altre indulgenze plenarie in moltissime circostanze che per brevità ometto e più di tutto l'indulgenza plenaria a qualunque dei soci che vi èe che vi sarà nella Congregazione, ogni domenica, confessandosi e comunicandosi, ed ogni volta che fa la santa Comunione. Tutte queste indulgenze si faranno stampare in apposito manuale, del quale a ciascheduno si distribuirà una copia, affinchè conoscendole e mettendo la voluta attenzione, possiamo partecipare a tanto tesoro della Chiesa.

 

                Teniamo gran conto di questi tesori che così prodigo ci largì il Sommo Pontefice. Io credo proprio che in fatto d'indulgenze e di favori spirituali, nessun Ordine religioso o Congregazione sia stata tanto cumulata come la nostra, la quale è ancora sul suo principio. Il Papa concesse inoltre a vari nostri benefattori alcuni titoli di Commendatore, di Cavaliere, di Monsignore, ecc.

 

                Si ultimarono a Roma anche le pratiche per l'Opera di Maria Ausiliatrice, su cui il Papa ha tante speranze; e per quella dei Cooperatori Salesiani, della quale si sta stampando il regolamento e che presto sarà a tutti noto. Il Santo Padre vede tanto volentieri queste opere nostre e ci vuole tanto bene e si cura tanto di noi che pare incredibile. Quante altre cose dovrò raccontarvi a questo riguardo! Ma vi basti questo per tutto. Appena mi sono a lui presentato, tutto festoso mi disse:

 

                - Sono molto contento, sapete; so che dai vostri figli si lavora, mi fo sempre leggere tutte le lettere dei vostri Missionari in America, stampate sull'Unità Cattolica; vedo che fanno del bene ed io ne provo grande piacere.

                Avendo poi io domandato che per sbrogliare i nostri negozi ecclesiastici a Roma, assegnasse a noi un Cardinale Protettore che perorasse [222] le nostre cause presso la Santa Sede, come hanno tutti gli altri Ordini e Congregazioni, sorridente mi disse: - Ma quanti protettori volete? Non ne avete abbastanza di uno? - Facendomi intendere: voglio essere io il vostro Cardinale protettore; ne volete ancora altri? Sentendo parole di tanta bontà, lo ringraziai di tutto cuore e gli dissi: - Padre Santo, quando voi dite questo, io non cerco più altro difensore.

                Essendoci poi trattenuti per molto tempo su molte cose, che riguardavano le Missioni, venne ad offerirci vari Vicariati Apostolici nelle Indie, i quali per mancanza di cultori evangelici son lì per estinguersi. Dodici me ne offeriva, nei quali farebbe di bisogno un Vescovo e preti.

 

                - Ma Santo Padre, io diceva fra me, i miei preti sono tutti giovanotti e per questi affari vi abbisognerebbero altri individui più attempa . ti: tuttavia bisogna che sappia che i più giovanotti, se non fossero capaci ad altro, sono però sempre quelli che se la cavano meglio in refettorio.

                Intanto insistendo il Papa che io accettassi uno di quei vicariati, pensai alcun poco sopra questa proposta e quindi gli dissi: - Poichè voi così volete, Santo Padre, io accetto, prendendomi però venti mesi di tempo, onde provvedere il necessario personale. E questi venti mesi incominceranno dal momento in cui mi saranno inviati tutti i documenti relativi a quel Vicariato.

                Il Papa approvò e per mezzo del suo segretario fece passare il progetto al Card. Franchi, Prefetto della Congregazione di Propaganda, il quale, riuniti a consulta altri Cardinali, dispose che al più presto mi fossero spediti tali documenti.

 

                Chi di voi adunque vorrà andare nelle Indie, ha ancora venti mesi di tempo. Avvertite però che questi mesi non cominciano adesso, ma dal momento in cui mi saranno spediti tutti i documenti necessari a tale scopo. Questi non giungeranno certamente prima di settembre. Abbiamo dunque due anni di tempo per prepararci e appena potremo incaricarci eziandio degli altri Vicariati, sono già là pronti che ci aspettano.

 

                Venendo a parlare della Congregazione devo dirvi che in essa cresce il vero spirito religioso, che si moltiplicano, come vedete, in gran numero i Soci, che tuttora cresce in questi la voglia di lavorare, e che così pure si aumenta la messe. Appena uno è un po' capace e sa far qualche cosa, ecco che subito la Divina Provvidenza gli presenta il posto, in cui avrà campo di mettere a partito il suo ingegno e le cognizioni acquistate. Quanti invece vi sono che, usciti dai seminari e compiti i loro studi, non sanno che cosa fare, da qual parte rivolgersi! quanti che cominciano qualche impresa e non sanno condurla a termine! quanti che con tutta la buona volontà, ma per vane cagioni sono distratti dal loro oggetto, che pure aveva per fine la [223] gloria di Dio, e vedono isterilito il loro ministero dalle maldicenze e dalle calunnie lanciate contro di essi, e non pochi sono distolti a forza dall'opera incominciata, sono costretti a fuggire dal campo ove avevano già fatto progredire i loro lavori! Così pure accade di tanti ordini religiosi. Noi all'opposto andiamo crescendo e da ogni parte i Salesiani sono desiderati, dappertutto sono chiamati. E’ una cosa che fa stordire: nessun impedimento, nessuna difficoltà ci si oppone. Il Signore vuole proprio confonderci coi suoi doni. Dico nuovamente che è una cosa che fa stordire.

 

                E’ proprio il Signore che ci vuole benedetti, Lui stesso vuole animarci e insegnarci la via, e noi dobbiamo cercare di rendergli grazie e di corrispondere degnamente a tanti favori che si degnò compartirci.

 

                Parlando io poi col Papa della Patagonia, gli dissi come si sarebbe potuto tentare di fare un cordone di collegi che circuissero la Patagonia, quasi dividendola dal resto dell'America e quivi ricoverando molti figli di selvaggi, questi fatti preti si potrebbero mandare a convertire i loro parenti, fratelli, amici. Quindi gli diedi più precisi ragguagli della nostra Missione e specialmente: 1° Come nel nostro Collegio di S. Nicolás siansi già accettati vari giovanetti di famiglie selvagge, fra i quali alcuni già dimostrano vocazione decisa allo stato ecclesiastico. 2° Che già si sta costruendo e preparando una casa nell'ultima città della repubblica, presso i confini dei Patagoni, proprio già in mezzo ai selvaggi[86].

 

                Il Santo Padre si mostrò contento in modo straordinario di queste notizie, e alzando le mani al cielo: - Che Dio sia benedetto! esclamò. Così la Patagonia evangelizzerà la Patagonia. In questo modo si potrà ovviare l'inconveniente di mandar Missionari in luoghi dove è lingua diversa, usanze e costumi affatto diversi. Appena vi siano vari preti delle famiglie dei selvaggi, io credo che la conversione della Patagonia sarà assicurata.

                Tutte queste cose io ve le ho solo accennate brevissimamente, lasciandovene da dire moltissime altre. Se dovessi raccontarvi anche solo le cose principali, ogni punto al quale ho accennato richiederebbe ore ed ore di discorso continuato, ciò che per ora non posso fare.

 

                Ma prima di lasciarvi stassera io ho ancora due parole molto importanti da dirvi. Siamo protetti dal Santo Padre, bene visti da tutti: coperti di grazie e di favori, di privilegi di ogni genere. Ciò sia anche a gloria nostra; guardate però che il Signore si servirà di noi, finchè corrisponderemo ai suoi voleri, finchè ci meriteremo i suoi favori. [224]

                Io non posso a meno in questo momento di animarvi molto e molto ad essere veri Salesiani. Dobbiamo dare frutti di ogni virtù, ornando di queste il nostro cuore. Quindi la gran cosa di massima importanza che. d'accordo dobbiamo fare si è, di volere intieramente e sempre essere uniti con vincoli di perfetta obbedienza. Sì, cari figli, obbedite. Questa obbedienza sia non solo nelle cose che giorno per giorno ci vengono comandate dai Superiori, ma obbedienza a tutte le regole ed obbedienza pronta, obbedienza spontanea, non coacte sed sponte, ed ilare. Non far mai cosa che sia a questa contraria. Non avvenga mai che vi sia tra noi chi obbedisca, come dice l'Apostolo, in modo da far piangere coloro che gli devono comandare. Desidero adunque che tutti i Salesiani siano obbedienti per amore di nostro Signore Gesù Cristo.

 

                Ancora una cosa, e qui vorrei che mi si prestasse un'attenzione speciale. Ciò che deve distinguerci fra gli altri, ciò che deve essere il carattere della nostra Congregazione è la virtù della castità: che tutti ci sforziamo di possedere perfettamente questa virtù e di inculcarla e di piantarla nel cuore altrui. Per me credo di poter applicare ad essa virtù ciò che si legge nella Bibbia: Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa. Se vi è questa, vi sarà ogni altra virtù; essa le attira tutte. Se non vi è questa, tutte le altre vanno disperse, è come se non ci fossero. Essa deve essere il perno di tutte le nostre azioni. Teniamolo altamente scolpito nelle nostre menti: affatichiamoci in ogni modo per dare buon esempio ai nostri giovani; ma che non succeda in tutta la nostra vita che un giovane abbia da prendere scandalo da uno della Congregazione. Giammai avvenga che un Salesiano perda questa virtù della modestia e che sia in essa d'inciampo agli altri colle parole, cogli scritti, coi libri, colle azioni. Nei tempi in cui siamo fa bisogno in noi di una modestia a tutta prova e di una grande castità. Se amerete codesta virtù, così delicata, così gentile, eritis sicut angeli Dei. Gli angeli amano Dio, lo adorano, lo, servono. Amando questa virtù verrà in voi il santo timor di Dio, la pace del cuore; non più strazi, non più rimorsi di coscienza. ma un trasporto grande nelle cose riguardanti il servizio del Signore e pronti a soffrire ogni cosa per lui. Se noi avremo questa virtù, saremo sicuri di camminare per la retta via, ogni nostra azione anche la più piccola sarà accetta a Dio, da tutto ricaveremo meriti immensi e saremo certi di arrivare al premio immortale della patria celeste, al pieno godimento di Dio.

 

                Facciamoci adunque forza per tenere lontano da noi anche ogni pensiero che possa tampoco offuscare questa virtù: ogni sguardo, ogni carezza e con noi e con altri; poichè, lo ripeto, tutti gli altri beni che ci verranno sono subordinati a questa. E ciò che più gioverà per poterla custodire gelosamente è l'obbedienza in tutte le cose. Queste due virtù si compiscono l'una l'altra e chi conserva obbedienza esatta, costui è sicuro altresì di conservare l'inestimabile tesoro della purità. [225] Preghiamo caldamente il Signore di darcela e se ce la concederà, non avremo più bisogno di cosa alcuna. Ogni bene, ogni consolazione ci verrà dal cielo col mettere essa sola in pratica. Sarà questa il trionfo della Congregazione e il modo di ringraziare Iddio di tanti favori che ci ha concessi.

 

                Diamo un'occhiata finale al diario di Don Berto. Risulta da esso che il Beato durante il suo soggiorno a Roma ebbe tre udienze pontificie; fece visite dieci a Cardinali, diciannove a Prelati minori, tredici a persone o comunità religiose, dodici a secolari di vario grado; andò a vedere due volte un locale che disegnava di acquistare, ma che non acquistò e soltanto due chiese, la piccola di san Benedetto e la rinnovata di Sant'Andrea alle Fratte; accettò sette inviti a pranzo. Quali affari trattasse nelle sue visite a Cardinali e a Prelati, durate a volte fin due o tre ore, non ci è dato di penetrare attraverso lo schematico diario. Sulle sue relazioni il Servo di Dio manteneva abitualmente un riserbo assoluto. Una volta egli disse che non si saprà mai tutto quello che egli ha fatto a Roma; un'altra volta, dopo l'ultimo viaggio a Parigi, disse che colà egli ebbe da risolvere casi di tanta importanza che uno solo di essi avrebbe giustificato il suo andare da Torino alla Capitale della Francia. Per lettera o nelle sue parlate manifestava solamente le cose atte a produrre buone e salutari impressioni. La conferenza del 4 giugno, e per le cose narrate e per quel suo parlar familiare, come di padre che racconta ai figliuoli le glorie domestiche, fece un effetto magico sull'animo di tutti coloro che la udirono, infiammandoli d'entusiasmo.

 

                Saputosi del ritorno, molte ragguardevoli persone vennero a trovare Don Bosco. Non erano sempre visite di mera convenienza; così almeno si arguisce da alcune svoltesi in presenza di confratelli. Il giorno A monsignor Durio, canonico di Novara, uomo di lettere e in voce di liberaleggiante, comparve sul finire del pranzo e, secondo il solito di chi arrivava a quell'ora, fu ricevuto nel refettorio; s'intrattenne [226] assai col Beato, passeggiando sotto i portici. Un po' più tardi giunse il Vescovo di Susa, che stette a colloquio col Servo di Dio per ben tre ore. Dovevano essere affari grossi, perchè Don Bosco soleva essere spiccio nel disbrigo delle faccende, si trattasse di prendere deliberazioni o di dare consigli. Questo fece sì che, nonostante la promessa di qualche visita in città e il bisogno di trattare qualche negozio, vi dovette per quella sera rinunziare.

 

                Anche il 19, finitosi di pranzare, si presentò il professor Bacchialoni; della Regia Università, molto intimo del Beato. Durante l'assenza di Don Bosco aveva cessato di vivere la tanto benemerita signora Eurosia Monti, lasciando buona parte del suo all'Oratorio e nominando il Bacchialoni esecutore testamentario. Chi non si sarebbe aspettato che Don Bosco gli desse con premura udienza? Invece, preso insieme il caffè, si mise a parlare con lui e con tutti i presenti della Patagonia e della contentezza del Papa per quelle Missioni, ingolfandosi a dire di geografia, di posizione astronomica, di condizioni fisiche, di storia della scoperta, dì tentativi missionari, di abitanti e dei loro usi e costumi, di suoi disegni, tirandola in lungo per quasi un'ora e con gran lusso di particolari, come se non avesse fatto mai altro che occuparsi di studi patagonici. Può ben darsi che quel signore supponesse Don Bosco ansioso di conoscere il testamento, anche per le sorprese ivi apparse all'ultima ora e a Don Bosco notificate; ma in tale ipotesi il professore ebbe agio di accorgersi, se pure non n'era già persuaso, quanto il Servo di Dio avesse il cuore distaccato dai beni della terra.

 

                Il cronista a ciò non bada; ma in compenso ci regala questa osservazione: “Il mirabile si è che quando il signor D. Bosco vuol fare una cosa, sembra che non abbia altro da fare, mentre ne ha mille; e quella cosa scruta, indaga, investiga, ne parla, sente i pareri, aggiunge alle cognizioni sue le altrui. In ricreazione non discorre d'altro, anche per far penetrare le sue idee e rendere insieme la conversazione [227] animata e utile... Eppure, appena si trova nel suo studio, lascia affatto da parte l'idea dominante che lo occupava poco prima e dà corso tranquillamente a cent'altri affari diversi”.

 

                Terminato che fu il tempo della ricreazione, restò solo col professore, che soltanto allora potè ragionare dell'imbroglio, per cui era venuto. Nota di nuovo il cronista: “Don Bosco vuole che a lui facciano capo tutte le cose. Nessuno de' suoi preti eccetto un po' Don Rua, s'immischia mai negli affari”.

 

                Alle 6 pomeridiane uscì la prima volta dall'Oratorio per andar a visitare la contessa Callori convalescente; ma non vi andò solo. Secondochè era solito fare, quando voleva parlare posatamente con qualcuno della casa, chiamò seco il coadiutore Pelazza, capo della tipografia, e il coadiutore Barale, capo della libreria e così andando confabulò con essi di cose editoriali. Egli ripigliava a poco a poco nell'Oratorio i suoi contatti individuali di confessore, di padre, dì amico, interrotti per l'assenza e non sostituibili con nulla e da nessuno.

 

 


CAPO VII. Nella novena e festa di Maria Santissima Ausiliatrice.

 

                LA novena di Maria Ausiliatrice era predicata da Don Fogliano, piissimo Sacerdote biellese, che piaceva molto anche a Don Bosco. Stimolati dalla curiosità di sapere quali fossero le doti che il Beato encomiava tanto nel predicatore, ci facemmo a parlare di Don Fogliano col compianto padre Caracciolo, superiore dei Filippini torinesi. Uditone appena il nome e senza conoscere ancora lo scopo di chi glie l'aveva proferito: - Oh, Don Fogliano! esclamò. Lo ricordo, lo ricordo! Io da giovane lo udii a predicare e stetti ad ascoltarlo con molto piacere, perchè esponeva chiaramente la dottrina, portava esempi adatti e narrati con abilità, e parlava con gran calma, come Don Bosco. - Era questo appunto il metodo di predicazione voluto dal Beato.

 

                Un giorno, discorrendo di quelle prediche, Don Bosco si mostrò assai contento, anche perchè vi entrava sempre il racconto di qualche grazia ottenuta per intercessione di Maria Ausiliatrice. Al qual proposito disse che a Roma, entrando casualmente in una chiesa, mentre ivi la predica volgeva al termine, aveva udito il predicatore nominare Don Bosco, e narrare uno dei fatti pubblicati nel suo libro Maria Ausiliatrice col racconto di alcune grazie. - Qui in Torino, osservò Don Barberis, si parla poco di questi fatti, che si possono dire nostri; eppure mi parrebbe conveniente che [229] se ne dicesse molto, parlando e predicando. Abbiamo un tesoro e non si mette in vista. - Altro che mettere in vista! Quell'opuscolo doveva suscitare la tempesta descritta nel capo diciannovesimo del volume undecimo. Poichè il fatto narrato dal predicatore romano appartiene alla biografia di Don Bosco, è opportuno esporlo ora che se ne offre il destro.

 

                Si presentò a Don Bosco un medico valente nell'arte sua, ma incredulo, e gli disse:

 

                - Sento che lei guarisce da ogni genere di malattie.

 

                - Io? No!

 

                - Eppure me l'hanno assicurato, citandomi anche il nome delle persone e il genere di malattia.

 

                - L'hanno ingannata. Si presentano, sì, da me persone desiderose di ottenere simili grazie per sè o per i loro conoscenti, ad intercessione di Maria Ausiliatrice, facendo tridui o novene o preghiere, con qualche promessa da compiersi se otterranno la grazia; ma in questi casi le guarigioni avvengono per opera di Maria Ausiliatrice, e non certamente per virtù mia.

 

                - Ebbene, guarisca anche me, e crederò io pure a questi miracoli.

 

                - Da qual malattia la S. V. è travagliata?

                Il dottore era affetto da mal caduco. Gli assalti da un anno si succedevano così frequenti, che egli non si peritava a uscire senz'essere accompagnato. Le cure a nulla valevano. Sentendosi deperire ogni giorno più, veniva da Don Bosco, nella speranza di ottenere finalmente la tanto sospirata guarigione.

 

                - Ebbene, gli disse Don Bosco, faccia anche lei come gli altri. Si metta qui in ginocchio, reciti con me alcune preghiere, si disponga a mondare l'anima coi sacramenti della confessione e della comunione, e vedrà che la Madonna la consolerà.

 

                - Mi comandi altro, perchè quel che mi dice non lo posso fare. [230]

                - Perchè?

 

                - Perchè sarebbe per me un'ipocrisia. Io non credo nè a Dio, nè a Madonna, nè a preghiere, nè a miracoli.

                Don Bosco rimase costernato. Pure, tanto fece che, mercè la grazia divina, il miscredente s'inginocchiò, fece il segno della croce e poi alzandosi disse: - Mi stupisco di saper fare ancora questo segno, che da quarant'anni non faccio più. - Promise inoltre che si sarebbe preparato a confessarsi.

 

                E mantenne la parola. Appena confessato, ebbe la sensazione di essere guarito. Infatti non fu mai più colto da accessi epilettici, mentre prima, a detta de' suoi familiari, quelli erano così frequenti e terribili da far sempre temere qualche brutto caso. Un po' di tempo dopo venne alla chiesa di Maria Ausiliatrice, si. accostò alla sacra mensa, nè volle nascondere la sua soddisfazione per essere stato ricondotto in tal modo dall'incredulità alla fede.

 

                Nella sera prima del triduo Don Bosco, avendo confessato lungamente, andò a cena tardi. La sua, nota qui il cronista, era “una specie di cena” che per lo più consisteva “nel mangiare una scodella di minestra e bere un mezzo bicchiere di vino”. S'intrattenne quindi fin verso le undici e mezza a discorrere della gran festa vicina e della Patagonia.

 

                Nel primo giorno del triduo, domenica, vi fu una doppia allegria; in un col Patrocinio di san Giuseppe, la cui solennità esteriore, come si disse, era stata rimandata, si festeggiò pure il ritorno di Don Bosco. Al pranzo, preparato nella biblioteca, intervennero, oltre i capi d'arte, anche parecchi invitati, fra i quali i professori Pechenino, Terreno, Allievo, Lanfranchi e Bacchialoni. “Fan molto del bene, nota la cronaca, questi pranzi di famiglia”. S'imbandivano con relativa frequenza appunto perchè giovavano tanto a tener affezionati alla casa personaggi distinti, massime ecclesiastici e professori. Per questi ultimi si facevano speciali inviti, quando si trattava di scegliere gli autori per la Biblioteca della gioventù [231] italiana. Tali pranzi erano preparati senza grettezza, sicchè, pur senza sfarzo o dispendio, i convitati partivano soddisfatti.

 

                In quella sera Don Bosco presiedette all'accademia degli artigiani, rimandata anche quella perchè si desiderava la presenza del caro Padre. Intercalati a musiche e poesie piacquero molto alcuni bei dialoghi, nei quali gl'interlocutori rappresentavano i diversi mestieri. Cominciarono i calzolai. Venne uno con un paio di scarpe rotte in mano, e s'incontrò con un altro, che ne portava un paio di nuove. Si salutano; poi il primo, interrogato, spiega come si fa a rattoppare le scarpe, usando gli acconci termini italiani. Indi costui osserva le scarpe nuove e chiede spiegazioni, a cui si risponde allo stesso modo, finchè, manco male, arriva un terzo a rendere più vivo e lepido il dialogo, portandolo alla conclusione. Un secondo gruppo figurava i sarti, un terzo i fabbri ferrai e così via. L'elemento morale dava l'intonazione a ogni dialogo, dove il pigro si decideva a lavorar molto o il negligente a fare più attenzione o il chiacchierino a essere più moderato nel parlare. Sentimenti cristiani sbocciavano qua e là a infiorare il discorso, come per esempio: - Eh, vedi! San Giuseppe, quando fuggì in Egitto, dovè patire ben più di te. - San Giuseppe nella sua bottega quanto doveva faticare! - Gesù obbediva, oh! quanto più prontamente di noi, a san Giuseppe. - La finale era sempre una preghiera al Santo, detta in ginocchio davanti alla sua immagine.

 

                Don Bosco rimase così soddisfatto, che nel suo discorsetto di chiusa disse, come raramente diceva: - Vorrei che di queste accademie con simili dialoghi se ne facessero tutti i giorni. Io, potendo, verrei ad assistervi ogni volta. Ne sono tanto contento che nulla più. Fatene, fatene ancora, chè io mi procurerò il piacere di trovarmi fra voi. - Indi raccomandò a Don Lazzero che quei dialoghi fossero conservati, per ripeterli altre volte.

 

                Nello stesso giorno gli toccò un disappunto. Desideroso [232] di avere nell'Oratorio i giovani di Alassio per la festa di Maria Ausiliatrice, aveva scritto al Direttore generale delle Ferrovie dell'Alta Italia, pregandolo di accordare per l'andata e per il ritorno un ribasso del settantacinque per cento; ma la risposta fu negativa, perchè godevano già del cinquanta e ciò doveva bastare.

 

                Le condizioni della Chiesa e del Papa si facevano ognor più dure in Italia, sicchè i buoni sentivano il bisogno di raddoppiare le preghiere a Maria Santissima per implorarne il valido aiuto. Onde nel '76 il cardinal Patrizi, Vicario di Sua Santità in Roma, con speciale Invito sacro eccitò i fedeli a fare con fervore il triduo e la festa di Maria Ausiliatrice nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, ufficiata dai Domenicani. Descritte le aberrazioni degli empi, si rivolgeva a “quei Romani” che erano “veri cattolici nella fede e nelle opere” dicendo loro: “Ecco per noi opportunità di pregare e pentirsi, implorando l'aiuto di Maria Santissima, di cui è prossima la ricorrenza festiva del titolo Auxilium Christianorum. Questa circostanza ci ricorda il di lei patrocinio mai venuto meno alla Chiesa ed al Pontificato Romano”. Enumerate quindi le pie pratiche del triduo e pubblicate le speciali indulgenze concesse dal Santo Padre, conchiudeva: “Sia questa preghiera una tenue riparazione almeno alle gravissime ingiurie e bestemmie che con orrore di tutti giornalmente si scagliano contro Maria Santissima”.

 

                Nelle memorie del tempo troviamo un altro documento, firmato dal marchese Andrea Lezzani e recante la data in questa forma: “Roma, nel giorno 24 maggio, sacro a Maria Immacolata sotto il titolo di Ausilio dei Cristiani. 1876”. Era un indirizzo, con cui la gioventù cattolica romana proponeva a tutti i cattolici italiani di festeggiare ai 17 di gennaio del 1877 il quinto centenario del ritorno dei Pontefici da Avignone, Anche l'Unità Cattolica, araldo dei cattolici italiani, aveva un appello sul medesimo tono, ricordando come in sì “bel giorno” per tutto il mondo cattolico si rinnovasse [233] la gioia provata dai Romani, quando il 24 maggio del 1814 il Papa Pio VII “dopo cinque anni di prigionia” era ritornato “nella sua Roma Pontefice e Re”.

 

                A Torino la ricorrenza diveniva ogni anno più popolare, celebrandosi con crescente ardore di fede e di pietà. Il Beato nel triduo vedeva un'affluenza straordinaria di popolo. Molti si presentavano in sacrestia per avere la benedizione di Don Bosco, dicevano essi comunemente: per ricevere, diceva lui, la benedizione di Maria Ausiliatrice. A Maria Ausiliatrice chi rendeva grazie per favori ottenuti, chi faceva suppliche per favori che sperava di ricevere, e quanti erano esauditi! In due fascicoli delle Letture Cattoliche, uno del maggio 1877 e l'altro del maggio 1878 si leggono ben cinquantanove relazioni di grazie ricevute nel '76; ma quante altre vi furono che non si trovano ivi registrate!

 

                Ne narreremo una di quelle, in cui ebbe parte il Beato. Durante il mese di maggio un signor Mazzucco di Torino, vecchio di ottantadue anni, ammalò sì gravemente, che il medico ne dichiarò impossibile la guarigione. La figlia Marcellina nella sua angosciosa afflizione si recò alla chiesa di Maria Ausiliatrice, pregò la Madonna e invocò da Don Bosco una benedizione per il padre. Don Bosco accondiscese di buon grado alla sua domanda e nel licenziarla le disse: - Io benedico lei per il padre. Ella da oggi alla festa del Corpus Domini reciti ogni giorno tre Pater, Ave e Gloria in onore del Santissimo Sacramento e una Salve Regina alla Beatissima Vergine; poi stia certa che la Madonna le otterrà la grazia.

                La figlia tornò a casa contenta; ma, siccome il sospirato miglioramento non si vedeva, si ripresentò tutta dolente a Don Bosco, il quale le rispose: - Ma non è mica terminato ancora il tempo delle nostre preghiere; vi è ancora la novena del Corpus Domini, che incomincia oggi soltanto. Preghiamo dunque con fervore e speranza. Confidi; poi lasci fare alla Madonna. - Com'egli aveva annunziato, così avvenne: [234] la mattina del Corpus Domini il vecchio si trovò perfettamente guarito.

 

                Nell'Oratorio si era, come dicevasi in gergo domestico, a Terracina, cioè nelle maggiori strettezze finanziarie. Don Bosco da un mese e mezzo non aveva limosinato per Torino, nè a Roma aveva avuto tempo o creduto bene questuare. Eppure toccava a lui provvedere. Ricominciò le sue uscite la mattina dell'antivigilia: verso le dieci venne a prenderlo con la carrozza il barone Bianco di Barbanìa. Bel tipo di gentiluomo questo barone! Uno dei più nobili signori piemontesi, alto di statura e aitante della persona, dal carattere gioviale e franco, senza pelo sulla lingua, con chiunque avesse da trattare, nutriva la più schietta amicizia per Don Bosco. Quella mattina non condusse certamente a spasso il Beato, che ritornò soltanto a sera, e non a mani vuote.

 

                Chi potrebbe descrivere l'animazione crescente in casa per l'approssimarsi della gran festa? La musica vocale e strumentale prolungava le sue prove anche di notte. I maestri di cerimonie esercitavano il piccolo clero nelle ore di ricreazione, e in altri tempi addestravano lo stuolo numeroso dei chierici a eseguire bene le loro parti nelle sacre funzioni. Segretari improvvisati scrivevano indirizzi su buste contenenti lettere d'invito, che si spedivano in gran numero a persone ragguardevoli ed a benefattori. Poi un andare e venire d'imbianchini, di operai del gas, di addobbatori della chiesa, di falegnami che. allestivano banchi di beneficenza. Don Rua radunò ripetute volte a conferenza i Superiori dell'Oratorio, per predisporre tutto in modo da evitare disordini. Avverte la cronaca: “Sempre, quando si ha da fare qualche festa o qualcosa d'importanza, ci raduniamo a capitolo od a conferenza che si voglia chiamare”. A tali sedute s'invitavano pure quei coadiutori che avevano competenze e incombenze notevoli.

 

                Dopo il fin qui detto non è necessario aggiungere che alla vigilia l'allegrezza dei giovani rasentava la frenesia. Quella [235] sera ci doveva essere lectio brevis: ma la si potè fare a mala pena brevissima. Arrivavano Direttori e rappresentanti dai collegi; ci vennero anche monsignor Masnini, segretario del vescovo di Casale, e il console Gazzolo, giunto di fresco dall'America. La vista di molti preti secolari e la notizia di alcuni signori svizzeri venuti unicamente per fare le loro divozioni nella chiesa di Maria Ausiliatrice, fece scrivere al buon cronista: “Non mi stupirei che in pochi anni [questa chiesa] divenisse centro di grandi pellegrinaggi”.

 

                Il Servo di Dio diede udienza a una folla di persone, senza potersene sbrigare prima dell'una pomeridiana. Allora un telegramma da Genova lo avvisò che due nobilissime matrone sarebbero giunte alle due e avrebbero fatto pranzo nell'Oratorio. Egli le aspettò, sempre tranquillo e affabilissimo.

 

                A cena andò, quando ebbe finito di confessare, cioè molto tardi. Là, il Gazzolo l'aspettava al varco. Il console argentino aveva letto nell'Unità Cattolica la corrispondeza dei Missionari; aveva tenuto dietro anche ad altre pubblicazioni analoghe; ma n'era rimasto male e sentiva il bisogno di uno sfogo. Poco, troppo poco si era fatta menzione di lui! Erasene già aperto con Don Francesia; ma non gli bastava. Don Bosco appena lo vide, si scoprì il capo, lo abbracciò, lo baciò. Quando mai di proprio moto egli si effondeva in tali dimostrazioni? Poi, fattoselo sedere vicino, lo nominò con i titoli più graziosi, attribuendo a lui tutto il merito dell'impresa tanto felicemente riuscita e, quantunque stanco da non si dire, protrasse la conversazione per oltre un'ora. Don Bosco non voleva che alcuno mai si partisse da lui con un stilla di amarezza nel cuore.

 

                Nel dì della festa cominciarono per tempissimo le messe e le comunioni, durate fin verso le dieci. Alla messa della comunione generale intervennero anche i giovani di Valsalice. La musica, osserva la cronaca, “fu più quieta che negli anni scorsi, ma fu eseguita anche con maggior precisione”. [236] La scuola tirata su da Don Cagliero si fece onore anche nell'assenza del maestro, tanto bene egli aveva saputo addestrare gli allievi e prepararsi in Dogliani un bravo sostituto. Notevole ciò che si legge nell'Invito sacro: “Nell'Inno l'autore ebbe in mira di rappresentare con note musicali la famosa battaglia vinta dai Cristiani a Lepanto per l'aiuto di Maria Ausiliatrice”. Infatti quella drammatica esecuzione si denominò senz'altro dal popolo la battaglia di Lepanto. Era lo stile della musica sacra d'allora. Tutta la stessa musica fu ripetuta il 25, festa dell'Ascensione, con un concorso di gente ancor maggiore e con poco minor numero di comunioni, essendo giorno festivo.

 

                Don Bosco, appena terminata la sua messa, fu circondato da una cinquantina di persone che volevano essere benedette e lo trattennero per un'ora e mezza. Stanco qual era per gli strapazzi dei giorni antecedenti, quando fu libero, non ne poteva proprio più e stentava persino a parlare; ma procedeva grave e sereno. Chi durante quei giorni l'osservò da presso, non potè contenere l'ammirazione destatagli dal vedere com'egli sapesse prender parte a tutti i discorsi, tenerli vivi e animati e, quel che è più, volgere a cose buone anche argomenti frivoli, maestro sempre nell'arte di piegare a suo senno qualsiasi conversazione. I suoi racconti sembravano i più spontanei e suggeriti solo dalle parole altrui, mentr'erano voluti a bello studio per incarnare le idee ch'ei desiderava imprimere profondamente nell'animo di chi ascoltava. Nessuno se n'accorgeva, rivelandosi anche in questa sua destrezza l'antico prestigiatore, che possedeva il segreto di attrarre e dominare gli spiriti per produrre in essi effetti salutari.

 

                La solenne giornata però non trascorse senza nube. Nelle funzioni del mattino aveva celebrato il suddetto monsignor Masnini. Si era 'fatto invito all'Arcivescovo, ma ricusò; gli si era chiesto il permesso d'invitare qualche altro Vescovo, ma negò. Il popolo per altro, che nulla seppe e [237] nulla potè sospettare, non avvertì nemmeno l'assenza di un Vescovo, perchè il celebrante, vestendo l'abito paonazzo e usando la bugia, fu bonamente creduto Vescovo. Ma la cosa non passò liscia; infatti, ecco un fulmineo divieto che si ripetesse quell'intervento del prelato nei vespri. L'indomani poi arrivò al “Signor Prefetto alla Casa dell'Oratorio di D. Bosco” una lettera, in cui si diceva: “S. E. Rev. Monsignore Arcivescovo mi incarica di avvertire la S. V. molto Rev. del vivo dispiacere che prova nel sapere che ieri nella Chiesa di Maria Ausiliatrice si è lasciato celebrare solennemente un Sacerdote straniero, e di più con distintivi prelatizi, senza prima averne ottenuto esplicita licenza da esso Monsignor Arcivescovo, siccome era necessario per non offendere le leggi ecclesiastiche; e ciò tanto più in quanto è contro il costume costante di quest'Archidiocesi, che un ecclesiastico, non vescovo, usi nella celebrazione dei sacri riti, Solenni o non Solenni alcuni dei distintivi prelatizi, siccome consta dal fatto di varii sacerdoti di quest'Archidiocesi insigniti del titolo di Monsignore, e più o meno degli onori annessi a siffatto titolo, e non ne usano mai perchè loro manca il permesso dell'Arcivescovo. Monsignore perciò ricorda a V. S. e a' suoi confratelli [che] melior est obedientia quam victimae: Rg. 1,15: e spera che da questo istante in poi non avrà più da muovere a V. S. tale lagnanza”. Per dire tutto quello che si riferisce a questa vertenza, dobbiamo ancora aggiungere che monsignor Santo Masnini, in ossequio all'autorità, si era presentato per chiedere il permesso, ma non aveva ottenuta udienza[87].

 

                Con questo documento farà il paio un'ordinanza del 2 giugno, nella quale s'ingiungerà a Don Bosco “che nessuno dei neosacerdoti membri di questa Congregazione [Salesiana] e domiciliato nelle sue Case, sia licenziato a celebrare nè la prima Messa, nè le seguenti, almeno per quindici giorni, in alcuna delle parrocchie dell'Archidiocesi torinese”. [238]

                Mentre Don Bosco riceveva questi “fastidi” l'Ordinario torinese veniva pregato da un Vescovo meridionale di dargli in suo nome un segno di stima. Era il Vescovo di S. Agata dei Goti, che, avendo inteso dal Vescovo di Castellammare “d'un compendio di Storia Ecclesiastica dato alla luce dall'egregio Sacerdote D. Giovanni Bosco”, nè conoscendo l'indirizzo “del detto zelante Sacerdote”, pregava il suo Arcivescovo di ordinargli la spedizione per allora di almeno venti copie; essere poi sua intenzione d'invogliare il suo giovane clero a leggerla e a diffonderla nella sua diocesi. L'Arcivescovo eseguì puntualmente la commissione per mezzo del suo segretario.

 

                Il fervore di pietà che tutti infiammava durante la novena di Maria Ausiliatrice influì salutarmente sull'animo di un protestante, ospite dell'Oratorio, maturandone il desiderio di conversione. La sua storia non è priva d'interesse, anche perchè ci dà modo di conoscere un lato nuovo del multiforme zelo di Don Bosco.

 

                Guglielmo Hudson, nato da genitori protestanti e allevato nel calvinismo, si recò nella Svizzera per istudiarvi lingue moderne. Toccava i vent'anni. Le accuse che vi udiva continuamente contro il cattolicismo, svegliarono in lui la curiosità di conoscere un po' addentro la dottrina cattolica. Quanto più vi studiava, tanto più forti lo assalivano le incertezze sul valore del protestantesimo. Dio nella sua bontà fece sì che contraesse amicizia con un fervente cattolico, al quale confidò le sue titubanze religiose, manifestandogli anche l'intenzione di vedere la pratica del cattolicismo in Italia. Vi cercarono pertanto una famiglia, in cui egli potesse entrare come precettore; ma scrivi qua scrivi là, non si veniva a capo di niente. L'amico gli parlò allora di Don Bosco, dicendogli che sarebbe stato da lui facilmente accolto. Scrisse, domandò le condizioni, partì, entrò nell'Oratorio. Qui la grazia di Dio lo aspettava.

 

                Non sùbita però fu la vittoria; anzi dopo le prime due [239] settimane di buon volere, egli ricadde nella sua indifferenza. Dimentico della causa per cui era venuto all'Oratorio, e contentandosi di trovarvici unicamente per apprendere un'altra lingua, s'immerse nello studio dell'italiano senza darsi più pensiero di religione. Don Bosco però che l'aveva studiato da vicino, ne sperava bene, pur evitando di precipitare le cose. Parlandone il 28 marzo con Don Bologna, prefetto esterno, gli disse: “Io gli ho parlato chiaro, dicendogli che qui nessuno lo costringeva a mutar religione e che gli avremmo usata ogni carità,, qualunque fosse la sua decisione; che, facendosi cattolico, l'avremmo considerato come fratello e nulla gli sarebbe mancato, finchè stesse con noi; ma che, come avevo già detto ad altri, così ripeteva a lui: se fosse uscito dall'Oratorio, io non mi obbligava a nulla, assolutamente a nulla. E ciò gli diceva, perchè poi non si lamentasse che i cattolici l'avessero abbandonato: in questo caso egli stesso avrebbe fatto la sua scelta e sarebbe ritornato nella condizione di prima. Il giovane ascoltò le mie ragioni e mi rispose in modo che fui pienamente soddisfatto. Ora tu, Bologna, stagli dietro, perchè studi bene il catechismo e sia assiduo alle preghiere che si fanno in comune, e dàgli quelle spiegazioni che domanderà.

                I fatti diedero ragione a Don Bosco: la divina grazia scosse il giovane dal suo letargo ed egli si arrese. Ciò fu un mattino della novena. Se ne stava egli da solo in un scuola, esercitandosi nel violino, quando i suoi occhi s'incontrarono in. una statua di Maria Ausiliatrice, posta sopra un piccolo trono. L'aveva vista altre volte, ma senza badarvi; allora invece nuovi pensieri gli si affollarono alla mente. Dubbio e certezza, fede e incredulità si alternavano incalzandosi nel suo spirito agitato, finchè si fece questa domanda: Ma perchè tanto amore, tanta divozione, tante preghiere, tante prediche, tanti libri, tanti voti per Maria Santissima? Per più giorni prega, medita: sempre più attraente gli appare la pietà verso la Vergine dalla quale gli sembra di sentirsi [240] invitato e quasi spinto a farsi cattolico e suo divoto. Finalmente va da Don Bosco, gli palesa il suo stato d'animo e gli manifesta la sua intenzione di essere battezzato quando che sia. Il consenso non si fece aspettare. Allora si preparò con tutta serietà, finchè il giorno sospirato venne. Monsignor Gastaldi con apposito rescritto accordò a Don Bosco le necessarie facoltà[88]. Il neofito, ricevuto il santo battesimo ai 4 di giugno, scrisse: “Oggi, oggi stesso furono cancellati tutti i miei falli passati; oggi fui rinnovato nelle acque del santo battesimo, e reso forte e coraggioso, pronto a palesare la mia fronte serena ed intrepida a tutti gli infedeli, scismatici, eretici e pagani che mi affronteranno. Oggi Maria Vergine mi riconobbe per suo figlio, oggi ho promesso di amarla e invocarla quale madre mia tenerissima; oggi io ricevetti il suo Gesù ed ho promesso di seguirlo in mezzo a qualunque pericolo. Colla grazia di Dio starò fermo nella cattolica fede, stretto al Vicario di Gesù Cristo, l'infallibile Pio IX, e scelgo piuttosto la più crudele delle morti che allontanarmi menomamente dalle promesse fatte quest'oggi”[89].

 

                Nè fu fuoco di paglia. Recatosi in America e fattasi ivi una bella posizione, volle entrare come professore di letteratura inglese in un collegio cattolico irlandese; al qual uopo gli bisognava un certificato della sua conversione al cattolicismo. Ne fece richiesta per mezzo di un suo zio, il quale, scrivendo il 17 novembre 1892 a Don Rua da Brunswick, ricordava come “sotto la direzione del santo D. Giovanni Bosco” si fosse suo nipote “convertito al cattolicismo senza persuasione di nessun prete ovvero religioso”, ma dopo aver avuta “una visione”.

 

                I casi di protestanti che venivano all'Oratorio per convertirsi non erano tanto rari; e sebbene non tutti ritornassero all'ovile, pure ne riportavano sempre del bene. Quest'argomento di protestanti e di conversioni c'induce a mettere qui [241] un piccolo particolare che giova alla conoscenza dello spirito di Don Bosco. Un protestante di Firenze sul finire di marzo chiese di far l'abiura nell'Oratorio e di ivi fermarsi; ma il tono della lettera dava luogo a temere che egli agisse per interesse, nascondendo qualche inganno. Per questo motivo Don Rua, incaricato di rispondergli, usò un linguaggio un po' forte. Il protestante riscrisse al Beato in termini risentiti e assicurandolo del suo buon volere. Allora Don Bosco, passeggiando con Don Rua nel refettorio dopo pranzo, espresso il suo avviso su diversi affari, gli disse: - A coloro che sono novizi in cose di religione e incapaci di fare un atto di virtù quando vengono un po' offesi, bisogna rispondere sempre benignamente, anche se si teme con fondamento che abbiano secondi fini o che vogliano ingannare.- Poi tracciò per intero una lettera da scrivergli, nel che era mirabile: ogni volta che ordinava di scrivere a qualche personaggio, indicava su due piedi i concetti, il modo di svolgerli e perfino le espressioni.

 

                Spenti gli echi della festa, riassettate le cose e ritornata nell'Oratorio la regolarità, Don Rua, secondo l'usanza, chiamò a raccolta tutti coloro che erano stati alla direzione del movimento, perchè ciascuno esponesse gl'inconvenienti notati e suggerisse i rimedi per l'avvenire. Se ne compilò al solito un succinto verbale, perchè fosse poi letto nel maggio del 1877.

 

                Basterebbe questa particolarità per chiudere la bocca a chi, guardando le cose dal di fuori e scorgendo metodi così diversi dai consueti, blaterava di disordine. Moto, agitazione anche, ma sempre sotto l'occhio vigile di Superiori intelligenti, zelanti ed amati, che dominavano quell'apparente turbinìo, regolando le allegrezze e prevenendo le baldorie. Delle osservazioni messe a verbale riportiamo queste due sole: “3° Per la chiesa conviene studiare il modo che i giovani siano assistiti classe per classe e che a dar i posti alla vigilia sia presente qualche superiore. 4° D. Bosco dimostrò desiderio [242] che si lasciassero andar i forestieri in sacrestia, in coro, in modo che ogni parte fosse ripiena di gente”.

 

                Ancora una cosa. Don Bonetti da Borgo S. Martino, il paese delle fragole, aveva mandato a Don Bosco per la festa di Maria Ausiliatrice un presente di questo dolce e profumato frutto della stagione: il qual invio divenne poi tradizionale e si continua tuttora dai direttori di quel collegio. Il Beato ne lo ringraziò con una lettera, nella quale, profittando dell'occasione, disse una buona parola a tutti e infine diede un'ultima e importante notizia della cara festa.

 

                Car.mo D. Bonetti,

 

                Va bene la tua lettera. Le fragole in piccola quantità tornarono più gustose; ma grande ne fu il significato. Vedremo. Il ch. Anzini[90] mi scrisse; digli che faccia pure come scrisse ed io ne sarò assai contento, perchè diventerà presto operatore di miracoli. Fagli un saluto da parte mia.

 

                In giugno spero di fare una gita per trattenermi, almeno per alcuni giorni, co' miei cari figli di S. Martino, di cui ho tanto parlato col S. Padre e con cui spero potermi consolare; perchè sono persuaso, da quanto mi dici, che li troverò metà santi e metà per la via di esserlo.

 

                Ti dico però che la mia più consolante notizia è quella che mi partecipa esservi dei nostri giovani studiosi e virtuosi.

 

                Intanto dirai al mio amico Adamo[91] che il tempo dei zuccotti si avvicina ed appena egli possa conciarmene qualche piatto me lo scriva e andrò subito a vedervi.

 

                A Tamietti, che non sono contento di lui finchè non abbia acquistati tre S[92], ma tutti maiuscoli. Salutalo caramente.

 

                A tutti i preti, chierici, assistenti, ecc. auguro i doni dello Spirito Santo[93], specialmente la fortezza. [243] A quei della 4a e 5a ginnasiale di' loro che porto molta affezione: sono contento delle buone notizie che di loro mi furono comunicate, farò loro un regalo, e desidero di fare con ciascuno una conferenza intorno alla propria vocazione.

 

                Agli altri allievi auguro che diventino tutti ricchi, ma, sono parole di Pio IX, delle vere ricchezze del Santo Timor di Dio.

 

                Io scrivo in breve, tu aggiungerai quello che manca per completare i miei pensieri. La festa di Maria Ausiliatrice fu splendidissima; succedettero non pochi miracoli: che se D. Giulitto[94] non racconta, racconterò poi io stesso. Abbiamo anche pregato per te, per le suore e per tutto il collegio. Amen.

 

                Una delle grazie straordinarie fu la guarigione repentina della novizia Laurentoni in Mornese[95].

 

                Dio ci benedica tutti e pregate per me che ti sono in G C.

                Torino, 26-5-1876]

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

 


CAPO VIII. Modi e linguaggio dei Beato in alcuni incontri.

 

                L' “ALCUNI” del titolo importa un limite, che non dobbiamo lasciare così indefinito. Questo termine restrittivo sta dunque a segnare determinati confini di tempo; giacchè noi, sostanzialmente fedeli al sistema cronologico del primo biografo, ci proponiamo ora di cogliere alla spicciolata tra il febbraio e il giugno del '76, certi episodi d'incontri, meritevoli di venir segnalati in una storia piuttosto minuta qual è la nostra.

 

                Fra le qualità che si ammiravano nel conversare di Don Bosco una era la sua straordinaria destrezza a spingere il discorso su cose di spirituale utilità e un'altra la sua franca disinvoltura in dire certe verità un po' ostiche senza attirarsi l'odio che le suole accompagnare.

 

                Ne diede bella prova il 19 febbraio. Costumava egli una volta all'anno andare a pranzo da due vecchie zitelle Bonnié, abitanti in Torino. Vi andò quel giorno, facendosi accompagnare da Don Rua e da Don Barberis. Al levare delle mense vennero a visitare le due sorelle certi lontani parenti, che con esse non se la intendevano nè punto nè poco in fatto di religione: certi signori Tovaglia, marito e moglie, ricchissimi e senza prole, ma che non davano mai un soldo per elemosina e avevano una mal celata antipatia per le cose di chiesa. Introdotti che furono nel salotto, non tardò a entrarvi [245] anche Don Bosco, seguito dai suoi due compagni. Fatti i primi convenevoli, venne bel bello a parlare di un signor Turletti, persona al Tovaglia notissima.

 

                - Questo è veramente un buon signore! esclamò il Beato.

 

                - Sì, certamente, rispose l'altro. E’ ben raro trovare famiglie come la sua in questi tempi.

 

                - E' davvero cosa consolante incontrare ancora tali famiglie e di tanta pietà. Egli frequenta la chiesa, si accosta ai sacramenti, va a predica, nonostante i molti affari che ha.

 

                - E anche in casa, proseguì il signor Tovaglia, è affabile con tutti: riceve tutti cortesemente e se può fare un piacere ad alcuno, lo fa.

 

                - E poi, rincalzò Don Bosco, ciò che il Signore dice nel Santo Vangelo: Quod superest, date pauperibus, lo pratica fino allo scrupolo. E sì che ha famiglia numerosa e non è poi mica il re da denari! Come quando stava ancora a Firenze, così adesso, appena ha un po' di denaro, viene a visitarmi nell'Oratorio e: Don Bosco, mi dice una volta, ella si troverà in bisogno, ora che si avvicina l'inverno: dovrà comprare calze per i suoi ragazzi; prenda, ne compri qualche dozzina a mio conto. Avrà bisogno, mi dice un'altra volta, di provvedere camice; prenda, ne compri qualche dozzina a mio conto. Pare che la stagione si faccia molto cruda quest'anno, torna a dirmi; ella avrà bisogno di comprare maglie per coprire bene i suoi giovani: prenda, ne comprerà anche alcune a mio conto. Così di tanto in tanto me lo vedo là con qualche offerta. Io una volta temetti che facesse troppo e che lasciasse poi mancare il necessario alla sua famiglia, e gli dissi che, nonostante il mio gran bisogno, egli procurasse di non eccedere nel farmi elemosina. Oh, bravo Don Bosco! mi rispose. Solamente lei con i suoi si vuol guadagnare il paradiso? Se non faccio così, come praticherò quel che dice Gesù Cristo: Quod superest, date pauperibus ? Io gli osservai essere questo solo un consiglio, non un precetto. Sia consiglio, sia precetto, insistette egli, io so che con quelle parole del [246] Signore: E’ più facile che un cammello entri per la cruna di un ago, che un ricco si salvi, non si burla. Io voglio salvarmi; perciò ho bisogno di staccare sempre più il mio cuore dalle cose di questa terra. Purtroppo io vedo bene che, chi si perde in calcoli per sè, trova sempre di dover spendere a suo pro e nulla mai gli resta di superfluo per gli altri. Quanto più si è ricchi, tanto più si crede necessario spendere per mantenere il proprio grado, per il presente e per l'avvenire, sempre c'è da fare or qua or là. Ma tutti questi bisogni sono pretesti che vengono dall'aver il cuore attaccato alle ricchezze. A simili osservazioni io non replicai più, ma riconobbi sempre in lui l'uomo dal cuore grande e bene istruito nelle cose di religione.

 

                - Sicuro, sicuro! Da giovane egli aveva studiato per farsi prete. Credo anzi che fosse già chierico.

 

                - Io non sapeva questa particolarità; ma lo conobbi sempre come un sant'uomo, disinteressato e bene istruito.-

                Si passò quindi a discorrere di Missionari salesiani, che lavoravano tanto e facevano tanto bene in America, dov'era penuria assoluta di buoni preti. Si disse come fosse necessario mandare colà molti altri sacerdoti, che insegnassero a quelle genti le vie del cielo. - Ma per questo, osservò Don Bosco, ci vogliono tante spese, che è un affare molto serio -

 

                - E poi mancano anche gl'individui, osservò la signorina Bonnié.

 

                - Sì, continuò il Beato, anche d'individui si scarseggia. Ma quando si abbiano mezzi pecuniari, prima di tutto si possono educare giovani a questo fine in maggior numero, e poi si possono spedire. Ora noi dovremmo preparare una nuova spedizione; ma come fare? Sentiamo ancora gli effetti della prima, che ci costò almeno trentaseimila lire. Capiranno Bene che per un povero prete senza mezzi, appoggiato solamente sulla carità pubblica, è un peso che opprime. Per fortuna, la Divina Provvidenza, quando vuole un'opera, [247] muove il cuore a qualcuno e fa in modo che la si compia Noi siamo tutti nelle mani della Divina Provvidenza.

                Poscia il discorso cadde sul recente suicidio d'un cavalier Monti. Il Tovaglia disse grande atto di viltà quel non essere capace di sopportare i mali della vita. - Dove non c'è religione, interruppe qualcuno, è naturale che così accada; non c'è proprio da stupirsene.-E si continuò a parlare di morte.

 

                Alla signora Tovaglia quel ragionar di morte non andava a fagiuolo. Diceva non essere cosa da parlarne molto; non doversene poi nemmeno aver paura; quando venisse, si capisce ...: ma prima non essere il caso d'impressionarsene troppo.

 

                - E' vero, riprese Don Bosco. Un consiglio che io sentii tante volte ripetere dalla buon'anima di Don Cafasso, prete esemplarissimo di Torino, era questo: che ci tenessimo sempre preparati alla morte, come se ogni giorno si avesse da morire: ma poi non lasciarsi spaventare dalla morte, non averne paura. Quand'uno ha la sua coscienza monda, perchè o non ha fatto peccati o se n'è già confessato bene e ne ha fatto con degna penitenza, che cosa deve temere costui dalla morte? Solamente coloro che vivono male e non si accostano mai o molto di rado ai sacramenti, hanno da temere la morte. Costoro tremano al pensiero di essa, perchè la coscienza li rimorde. Il pensiero di tenersi ben apparecchiati si legge spesso nel santo Vangelo. Estote parati, ci raccomanda il Divin Salvatore, quia, qua hora non putatis, Filius hominis, veniet. Venit tamquam fur. Ecc. ecc.

                Nel congedarsi il Beato con maniere graziosissime invitò i signori Tovaglia a visitare l'Oratorio, che non avevano mai veduto. Quei signori, che non andavano mai a predica, avranno ricordato per un bel pezzo un tale incontro!

 

                Incontrando per casa gente nuova, non si contentava di rispondere al saluto, ma subito moveva interrogazioni, richiamando cose dell'anima o invitando alla Congregazione [248] o incoraggiando al bene, chiunque si fosse l'incontrato. Nel marzo gli fu portato il caffè da un cameriere trentenne, che solo da qualche settimana si trovava nell'Oratorio. Don Bosco lo squadrò un istante e poi gli domandò:

 

                - Come vi chiamate voi?

 

                - Pesce.

 

                - Di che paese siete?

 

                - Vicino a Mondovì.

 

                - Che cosa facevate prima di venire nell'Oratorio?

 

                - Il cameriere nel collegio di Mondovì. Ho qui il benservito, sottoscritto dal sindaco e dal canonico Ighina.

 

                - Leggetelo un po'.-

                Quegli lesse discretamente il foglio. Quindi Don Bosco proseguì:

 

                - Siete venuto per fermarvi o per aspettare un luogo migliore?

 

                - Oh, veramente, io mi fermerei qui...

 

                - Ora siete contento di esserci ovvero questo non vi sembra il vostro posto?

 

                - Non mi dispiace; solo desidererei di essere mandato in qualcuno degli altri collegi. Lo stare a Torino non mi pare cosa per me.

 

                - In che cosa vorreste essere occupato?

 

                - In quello che mi è stato assegnato ora: cameriere, refettoriere o simile.

 

                - Se è solo questo che desiderate, noi abbiamo altri collegi e vi possiamo mandare altrove. Ciò che ancora vorrei sapere, è se avete voglia di guadagnar quattrini o se avete ragionato fra voi così: Purchè non mi manchi il necessario per il corpo e per l'anima, io ci sto. Perchè se siete venuto per guadagnar soldi, qui non è il posto.

 

                - Oh, per me, non m'importa! Tanto sono quasi solo al mondo.

 

                -  Ebbene, guardate: se desiderate che non vi manchi nulla per il corpo e per l'anima, sia da sano che da ammalato [249], se desiderate cioè farvi una posizione buona in questa vita e nell'altra, fermatevi pure, chè per quanto sta da me, questa posizione ve la fo volentieri e vi potete stare tranquillo. Ma bisogna che risolviate e diciate: Io ho proprio grande voglia di salvarmi l'anima! Che cosa ne dite, Pesce? Vi piace star bene in questo mondo e nell'altro?

 

                - Sì, mi piace- Quasi quasi... Basta, per ora sono contento.

 

                - Ebbene, qui c'è Don Barberis. Lascio a lui l'incarico di parlarvi. Intendetevi con lui. Io sono ben contento, se potrò farvi del bene.-

                Anche quei della casa difficilmente gli passavano vicino senza sentire qualche amorevole parola. Una sera ne incontrò sei di seguito e a ognuno disse la sua. A Don Monateri: - Oh, Don Monateri vuole che Don Bosco resti meravigliato alla vista dei prodigi e dei miracoli che egli farà. Non è vero? - A un chierico di nome Podestà: Tremunt Potestates. Potestas et imperium in manu eius. - E con ciò una carezza e un sorriso. Al chierico Ghigliotto, quello di Varazze: - Ma tu non mi hai ancora fatta la confessione della tua vita futura. Bisogna che tu scelga un giorno e mi dica tutto quello che farai d'ora in avanti. - Al coadiutore Giuseppe Rossi: - Ecco qui il conte Rossi; il grande amico di Don Bosco. - Oh che gran voglia di scherzare ha Don Bosco! - esclamò Rossi. - Io voglia di scherzare? Ma non è vero che sei più contento che ti abbia detto così, anzichè se ti avessi dato uno scappellotto? - Ad un chierico chiamato Bodrati che doveva insegnare nella scuola di fuoco: - Preparati, che voglio procurarti tanti allievi da restarne tu stesso stupito, e tu con la tua mano maestra ne farai tante piante elette nella vigna del Signore. - Ad un altro chierico: - Lascia fare a me! Adesso andremo in America ad aiutare Don Cagliero. Tu convertirai la Patagonia. - Chi non ebbe la sorte di conoscere Don Bosco, non può immaginare quanto bene facessero queste maniere di trattare a chi ne era l'oggetto. [250] Bisognava poi vedere il nostro Beato, quando s'intratteneva a discorrere con chi nelle cose da intraprendere non la pensasse come lui. Non ribatteva l'opinione contraria alla sua; ma ascoltava con bontà, mostrava di prendere in considerazione l'altrui parere, dava buone speranze, lasciava insomma l'interlocutore con l'impressione che fra lui e Don Bosco non vi fosse dissenso. Però all'atto pratico il Beato badava a fare ciò che si poteva e non ciò che si sarebbe voluto, non recedendo di un apice da quanto aveva deciso e pensando con la propria testa, non con la testa di qualsiasi altro. Questo lasciar libero campo a dargli e prodigargli suggerimenti non era senza uno scopo: gli serviva molto bene a ravvisare meglio la natura della cosa, le difficoltà occorrenti e i mezzi di attuazione. Ciò si vide nei suoi lunghi colloqui col Gazzolo. Don Bosco gli diceva della necessità di evangelizzare la Patagonia, mettendo innanzi anche il desiderio del Santo Padre; ma l'altro da quell'orecchio non sentiva, battendo e ribattendo sulla convenienza assoluta di limitare ogni sforzo a Buenos Aires con l'aprire ivi una gran casa come a Torino e col prendersi cura della chiesa italiana. Don Bosco non fece alcun tentativo per distornarlo da quell'idea: lo stava a sentire, intercalando qualche sua osservazione, e proponendogli qualche dubbio, senza punto contrariarlo: in seguito venne mettendo ad effetto adagio adagio i piani già da lui ben formati.

 

                Ora dobbiamo seguire Don Bosco in una sua breve gita fuori di Torino. Il 31 maggio, toltosi a compagno Don Barberis, si recò a Villafranca d'Asti per visitarvi il sacerdote Don Messidonio, già allievo dell'Oratorio e da tempo gravemente infermo. Gl'incontri che ebbe nell'andare e nel venire sono cose per sè abbastanza ordinarie; ma l'ordinario di Don Bosco esce dall'ordinario comune.

 

                Partì alle otto del mattino. Aveva confessato proprio fino al momento della partenza, sicchè non ci fu tempo nemmeno di prendere una tazza di caffè. Montato in treno, ecco [251] un sacerdote suo vecchio amico, Don Dassano, viceparroco a Cambiano. Avviarono subito una conversazione affettuosa e santa. Lo invitò ad assistere alla commedia latina, che si sarebbe recitata il dì appresso nell'Oratorio; ma il buon prete si scusò, dicendo di dover attendere a malati. Il Beato, rallegrandosi con lui della cura che prestava agl'infermi, rammentò un insegnamento di Don Guala, il fondatore del Convitto Ecclesiastico: “Il prete che vuol avere il confessionale stipato di penitenti, abbia molta cura degli ammalati; si può dire che la caritatevole assistenza prestata a uno solo, ne attirerà tutta la famiglia a confessarsi”.

 

                Dallo zelo per gl'infermi il discorso si rivolse al consolare la famiglia di chi fosse passato all'eternità. A un certo punto Don Dassano esclamò mestamente: - Anche la nostra famiglia si estingue con noi. Non ci siamo più che io e mio fratello, Superiore dei Missionari a Chieri. Morti noi, addio! per i Dassano sarà finito! Neppur un nipote ci resta, a cui lasciare la nostra piccola sostanza.

 

                - Caso mai desiderasse un erede, soggiunse il Beato sorridendo, se proprio fosse soprapensiero per tale mancanza, io ne avrei da darle quanti ne vuole. L'assicuro che il suo patrimonio sarebbe messo a frutto e come! Poco fa il barone Catella sfogava con me il suo rincrescimento per non aver nessuno a cui lasciare la propria roba. Lasci fare a me, gli dissi, che in pochi giorni ella vedrà la sua roba produrre il cento per uno! Noi convertiremo tutto in pagnotte per i nostri giovani e compreremo tante paia di lenzuola, di camicie, di giubbetti... E lei, Don Dassano, provi un po' a indovinare quanto si è dovuto spendere ultimamente per comprare un paio di lenzuola a ogni individuo della casa. Sono somme favolose, creda, che nessuno indovinerebbe.

 

                - Seicento od ottocento lire, rispose Don Dassano, credendosi di dir molto.

 

                - Oh, senta, senta! Un lenzuolo costa circa otto lire. Ne compri per ottocento giovani, e faccia il conto: sono da [252] dodici a quattordici mila lire. Metta ancora le altre cose, che è necessario provvedere, come calzoni, maglie, camicie, e veda lei.

 

                Era questa un'arte di Don Bosco per far toccare con mano i bisogni finanziari dell'Oratorio, massime quando s'incontrava con persone che sapeva facoltose: parlar di coperte, di vestimenta, di grano, a seconda degli individui e della stagione, e farvi su calcoli semplicissimi, donde saltavano fuori all'improvviso cifre sbalorditive. Evitava però di entrare in simili discorsi tutt'a un tratto e senza preamboli o a mo' di chi domandava sovvenzioni e aiuti; ma soleva prendere lo spunto dalle parole del suo interlocutore, conducendolo pian piano a finire là, come a naturale conclusione del ragionamento.

 

                Il prete, giunto a Cambiano, scese; dopo di che Don Bosco, non essendovi più con chi utilmente attaccar discorso, si pose a correggere quaderni di storia antica, scritti da Don Barberis e consegnatigli il giorno innanzi; di tanto in tanto gli faceva notare espressioni disadatte, ipotesi malsicure, e altri difetti, nè smise quel lavoro fino alla stazione di Villafranca.

 

                Qui si vide quanto Don Bosco fosse amato e venerato dai preti del paese, che tutti vennero a incontrarlo, effondendosi in dimostrazioni di profondo rispetto. Il pievano specialmente, vecchio oltre la sessantina, gongolava di gioia e contava, contava di Don Bosco, dell'Oratorio, di Buenos Aires, mostrandosi ben informato e sincero ammiratore. Anche il vicecurato e il maestro comunale, sacerdoti compitissimi, lo accompagnavano con il più grande rispetto.

 

                Con loro il Beato entrò da Don Messidonio, restando ivi fino alle quattro in sempre viva e varia conversazione. Fece conoscere ai presenti l'Opera di Maria Ausiliatrice: cosa molto opportuna, perchè essi avrebbero potuto inviargli buoni figli di Maria. E manco a farlo apposta, un domestico del parroco, già libero dagli obblighi di leva, manifestò a Don Bosco il suo ardente desiderio di studiare per farsi prete. Don Bosco [253] ascoltò, incoraggiò, ma 1ì per li non volle decidere. Il medesimo pievano accennò a due altri parrocchiani già adulti e pieni di buona volontà; anche per essi il Beato rimise la decisione a momento più opportuno, quando sarebbe venuto il tempo delle accettazioni. Pendeva allora la grande controversia, che si doveva chiudere col trasferire la sede dell'Opera a Sampierdarena.

 

                Dopo vennero in campo le Figlie di Maria Ausiliatrice, delle quali spiegò lo scopo e descrisse la vita e il continuo progredire. Una giovane, che ne aveva già udito parlare e vi si sentiva attratta, fu subito accettata, mentre alcune altre, fra cui due educande, si mostrarono desiderose di andare a Mornese.

 

                Infine, mentre si era a pranzo, un padre di famiglia presentò al Beato un suo figlio, che aveva fatto domanda di entrare nell'Oratorio. Il parroco ne dava ottime informazioni; anche il maestro lo raccomandava caldamente: senz'altre formalità Don Bosco lo accettò.

 

                Non aveva ancora detto nulla dei Cooperatori, argomento allora per lui di viva attualità. Introdusse bel bello il discorso, fece vedere quanto l'Opera stesse a cuore del Santo Padre, diede un'idea dell'apostolato che tale istituzione doveva esercitare nella Chiesa, magnificò i favori spirituali di recente ottenuti a pro di essa; donde fu agevole il passo a dire di altri favori concessigli da Pio IX nel suo ultimo viaggio a Roma. Si appalesò qui l'abilità di Don Bosco a mettere in valore le cose. A Roma egli aveva chiesto, secondo il solito, peculiari indulgenze, fra cui un'indulgenza plenaria per tutti i benefattori dell'Oratorio ogni volta che si comunicassero o celebrassero. Or dunque, volgendosi al pievano che ben meritava di essere annoverato fra i benefattori, gli disse che a Roma si era ricordato di lui e che per lui aveva domandato al Papa l'indulgenza plenaria sempre che avrebbe celebrato la Messa. Fece il medesimo con Don Messidonio, aggiungendo che per lui e per la sua famiglia ne aveva ottenuta pure una [254] seconda da lucrarsi in articulo mortis. Si capisce come dovesse produrre in entrambi la più gradevole impressione il pensare che Don Bosco in Roma dal Papa si era ricordato di loro e tanto di loro occupato. Quello che aveva chiesto collettivamente, Don Bosco lo presentava ai singoli come favore personale: sic totum omnibus, quod totum singulis.

 

                Il povero Don Messidonio si sfaceva per consunzione; il male era all'ultimo stadio e non gli permetteva più di la sciare il letto. Quando il Beato si accomiatava da lui, l'infermo in uno sforzo supremo volle alzarsi, diceva di volerlo accompagnar a Torino, di voler entrare nella Congregazione, perchè questo era da gran tempo il suo unico pensiero. Don Bosco, senza menomamente scomporsi e senza contraddire, gli parlò così: - Io fin da questo momento ti accetto e, appena tornato a Torino, ti inscriverò nel numero dei nostri fratelli. Tu, appena ti potrai alzare, sebbene non ancora perfettamente guarito, vieni pure all'Oratorio, che noi ti accoglieremo a braccia aperte. Non avrai da far altro che mandarcelo a dire una mezza giornata prima, affinchè ti prepariamo la camera. Ecco, fa' così: quando comincerai ad alzarti e a poterti muovere un po' liberamente, fa' la prova se puoi andare da solo alla stazione della ferrovia. Appena tu possa fare questa passeggiata, che è di un solo chilometro, io ne ho abbastanza: ti aspetto tra i nostri fratelli di Torino.

 

                Chi degli astanti, Don Bosco compreso, non era convinto che a guarire il povero tisico ci voleva un miracolo di prim'ordine? Ma Don Bosco fu ben felice nel modo di confortarlo; ed a suo maggior conforto lo assicurò delle preghiere sue e de' suoi giovani.

 

                Rieccolo in treno, dove però dal, gran mal di capo non può lavorare; ma il tempo non si deve passare inutilmente. Discorre dei novizi; fa i nomi dei giovani di quarta e quinta ginnasiale, dicendo le doti di ciascuno e chi sia buono per la Congregazione e chi no; ragiona di case aperte e da aprire e insegna il modo di attirare i ragazzi. Qui ebbe una bella [255] osservazione. Disse: “Fra noi i giovani adesso Sembrano altrettanti figli di famiglia, tutti padroncini di casa; fanno propri gl'interessi della Congregazione. Dicono “la nostra chiesa, il nostro collegio di Lanzo, di Alassio, di Nizza “qualunque cosa riguardi i Salesiani, la chiamano nostra. Finchè si darà campo a discorrere di Missioni, di case, di affari religiosi, essi vi s'interesseranno come a cose loro e vi attaccheranno il cuore. Poi sentendo sempre a dire che bisogna andare nel tal luogo, che la via è aperta a quell'altro, che siamo chiamati da tante parti, in Italia, in Francia, in Inghilterra, in America, par loro di essere padroni del mondo. - Quella fase di conversazione si chiuse con mettere in rilievo lo spirito proprio della Società Salesiana, che è attività, non mai prendere di fronte gli avversari, non ostinarsi a lavorare dove non si può far nulla, ma portarsi invece dove si possano impiegare utilmente le forze.

 

                Don Barberis ci godeva e faceva tesoro; ma a Don Bosco il mal di testa non diminuiva. Giunti a Torino, il Beato lo condusse a prendere una tazza di caffè in una pubblica bottega, entrandovi per una porta secondaria. Nota del cronista: “Ciò dimostrava lo spirito della Congregazione: non mai ricercatezze o comodità; ma quando la necessità lo richiede, si faccia pure liberamente”. A quell'ora il luogo era deserto. Don Bosco prese a parlare degli artigiani, che stavano nell'Oratorio. - Io credo che le cose loro nell'Oratorio vadano adesso così bene, che nessun collegio, anzi nessun seminario in fatto di moralità possa vantarsi superiore. Quand'io era chierico, e si era tutti adulti, io vedeva come andavano le cose: non andavano come ora vanno tra noi. -

 

                Uscendo da quella bottega, ragionava dei segni di vocazione. Ridisse cose che amava ripetere in privato e in pubblico. - Ecco un gran segno per conoscere se un giovane è fatto per la Congregazione, se gli si deve consigliare di entrarvi, se si abbia a pronosticar bene della sua perseveranza. Quando un giovane è molto schietto in confessione e costantemente [256] si confessa dal medesimo confessore, e la prima cosa che fa appena tornato dalle vacanze oppure dopo qualche assenza del suo confessore, è andar subito ad aprirgli il suo cuore interamente, ecco, questo è ottimo indizio che si fermerà in Congregazione. Quando ancora si vede un giovane, che nell'Oratorio sta buono e, andato a casa, fa gravi cadute, e poi di ritorno aggiusta nuovamente le cose dell'anima sua e va bene tutto l'anno, e di nuovo nelle seguenti vacanze ricade, io credo di poter dire schietto e netto: Costui, se entra in Congregazione, si faccia prete; ma non abbracci assolutamente lo stato ecclesiastico, se intende vivere fuori della Congregazione. Infatti, se si lascia andare miseramente al male ora nel poco tempo delle vacanze, che cosa farà quando si trovi interamente padrone di sè? Nè si dica: Allora avrà maggior forza! Io invece rispondo che avrà più pericoli. L'esperienza mi ha fatto conoscere che coloro, i quali non si mantengono sulla retta via durante le vacanze, non vi s i manterranno poi da preti in mezzo al mondo.

 

                Due ultimi incontri ebbe nell'andare dalla stazione all'Oratorio. Da prima gli si unì il teologo Giuganino, vicecurato di San Carlo. Don Barberis, accortosi che entravano in argomento serio e delicato, stimò dover suo tirarsi in disparte, sicchè tenne lor dietro leggicchiando. Nel passar davanti al collegio degli Artigianelli, gli si fece incontro il Direttore di quell'opera, il teologo Murialdo, che lo accompagnò fino a casa. Là, loro conversazione si aggirò intorno alla così detta mole antonelliana o sinagoga degli Ebrei. La comunità Israelitica, venuta in discordia per ragioni finanziarie intorno a quell'edificio non ancora ultimato, non trovò miglior via di uscita che disfarsene. Fu fatta a Don Bosco la proposta di comperarlo, dopochè il Municipio aveva deciso di terminare a sue spese la parte esteriore. Col teologo Murialdo esaminava i modi più acconci per giungere all'acquisto e l'uso che si sarebbe potuto fare della fabbrica. Solo nel settembre gli venne formalmente presentata la proposta dallo stesso ingegnere [257] Antonelli[96], che si offriva a fare da intermediario fra lui e la presidenza dell'amministrazione israelitica. Don Bosco avrebbe dovuto aprire le trattative con l'offerta di lire duecento cinquanta mila. L'ingegnere pensava che l'affare fosse conveniente; la buona accoglienza da parte degli Israeliti pareva sicura. Il Beato mandò a vedere: studiata la cosa per ogni verso, si convinse che non avrebbe potuto trarre un partito conforme ai suoi disegni di farne una chiesa, e definitivamente vi rinunziò.

 

                Gl'incontri, dove meglio si ammirano certi atteggiamenti caratteristici di Don Bosco, saranno sempre quelli, in cui egli si trovava di fronte persone, che nel loro modo di pensare erano con lui agli antipodi. Tale fu l'incontro col cavalier Provera a San Salvatore nel Monferrato. Il Servo di Dio attraversava il paese, avendo ai fianchi parecchi signori, fra cui il parroco; si discorreva della popolazione tanto buona, tanto piena di venerazione per Don Bosco, tanto desiderosa di aver là un collegio salesiano. - Uno solo, si disse al Beato, uno solo vi è contrario a Don Bosco: il più ricco del paese, uomo che da anni e anni non mette piede in chiesa: il cavalier Provera, probabilmente massone. - Queste parole erano appena proferite, quand'ecco, lupus in fabula, il cavaliere in persona venire avanti per la stessa strada. - Eccolo là il pretofobo! - fece uno del seguito. Don Bosco lasciava dire.

 

                Quando furono vicini, Don Bosco lo riverì togliendosi il cappello. Il cavaliere risponde al saluto e si ferma. Quindi, come tra persone a modo si suol fare, si stringono la mano, [258] si scambiano parole di reciproca stima, esprimono il piacere vicendevole della fatta conoscenza.

 

                - Sento che Vostra Signoria è il cavalier Provera.

 

                - A servirla.

 

                - Fra di noi questo nome è dei più onorati ed amati, perchè ci ricorda un santo sacerdote, che lo portava, e là a Torino ci aiutò tanto e ci edificava tutti con le sue virtù. Ella è forse dei Provera di Mirabello?

 

                - Sì, per l'appunto. Mio nonno venne qui da Mirabello e apparteneva a quella famiglia.-

Il discorso proseguì per alcuni minuti su questo metro e con tanta cordialità, che il cavaliere invitò Don Bosco a passare in casa sua e gradirvi un rinfresco. I circostanti si affrettarono a dire: - Oh, per questa volta non potrebbe venire; è tanto aspettato di qua e di là! - Ma Don Bosco, chiesta, licenza ai zelanti amici, accompagnò il cavaliere a casa sua, ove, usando sempre il massimo riguardo, gli narrò diversi fatti ameni, che lo rallegrarono molto. Nel congedarsi, mostrandosi desideroso della sua amicizia, gli disse apertamente: - Veda, signore: in questo momento io intendo di mettermi sotto la sua protezione. Lo trovo così benigno verso di me, che oso domandarle un piacere. Le dirò schietto, che io son venuto a San Salvatore, per vedere se trovassi una casa atta ad aprirvi un collegio; questo collegio io desidero che sia sotto la sua protezione, ed ho bisogno del suo appoggio e del suo aiuto.

 

                - S'immagini, signor Don Bosco, rispose il cavaliere incantato di quei modi; me ne farò il più gran piacere. Anzi, giacchè Ella mi ha parlato con schiettezza, schiettamente anch'io e proprio col cuore alla mano le farò un'esibizione. Visiti questa mia casa, osservi bene tutto. Se può servire al suo scopo, io glie la cedo sull'istante.-

Don Bosco lo ringraziò, si scusò dicendo che per il momento non poteva accettare un'offerta così gentile, e lo lasciò contento di quell'incontro.

 

 


CAPO IX. Missionari e Missioni.

 

                DUE erano gli scopi a cui Don Bosco mirava con la sua spedizione di Missionari: provvedere al bene spirituale degli immigrati italiani e tentare un passo fra gli Indi delle Pampas e della Patagonia. Per il primo scopo già si lavorava; per il secondo tutto era da fare ed il Beato se ne dava assiduo pensiero. Intanto da più parti giungevano proposte, che, mentre sembravano rispondere a quell'intento, servivano pure a dimostrare quanta fosse la considerazione, in cui erano tenuti i primi Salesiani che posero piede nell'America latina.

 

                L'Arcivescovo di Buenos Aires avrebbe voluto affidare ai Salesiani una parrocchia a Carmen de Patagónes, l'ultima della sua vastissima diocesi al sud, confinante col nord della Patagonia; colà un ospizio poteva divenire centro di attrazione per gli Indi del Rio Negro.

 

                Il signor Antonio Oneto genovese, commissario della Colonia gallense, così detta perchè composta di coloni oriundi dal paese di Galles, trattava con Don Cagliero per avere due Salesiani che, stabilitisi in quei paraggi, si dedicassero agli Indi del Chubut. Possediamo una lunghissima lettera del 10 marzo '76, in cui questo signore descrive lo stato della Colonia e le condizioni del paese, fornendo a Don Cagliero fra le altre queste importanti notizie: “Alle scaturigini del fiume, cioè ai piedi dei contrafforti della Cordigliera, v'è terra fertilissima [260] ed è occupata da indigeni della famiglia dei Pampas. Verso la metà di febbraio, 41 individui di quel popolo o tribù erano qui, assieme al loro capo (cachique) di nome Foiel all'oggetto di vendervi pelle di guanaco o di volpe. Questa gente è semicivilizzata e parmi che sfugga dai crimini di sangue. Ho rappresentato al cachique quali erano le benevoli intenzioni del Governo Argentino a loro riguardo, e gli domandai se avrebbe accolto volentieri Missionari cattolici nelle sue terre, ed egli risposemi che sì. Questa tribù è numerosa ed inclina a cessare da vita nomade. Dalla loro terra alla Colonia del Chubut impiegarono 13 giorni, che a ragione di 20 miglia per giorno sarebbero 260 miglia, cioè non site vera mente al piede della Cordigliera, come dichiararono. Molti d'essi parlano la lingua spagnuola e si cibano, relativamente parlando, bene.

 

                Abbiamo qui a 50 o 60 miglia dalla Colonia una tribù nomade di popolo patagone-pampa. Il loro capo è certo Ciquecian ed è un'ottima persona. Guadagnando l'animo di questo capo, si potrebbero fare molte cose. E' caritatevole, e già soccorse di viveri la Colonia gallense. Vengano due dei loro padri e faremo meraviglie ed il Chubut sarà conquistato alla fede ed alta civiltà dai discendenti o stirpe dello scopritore del Nuovo Mondo. Coraggio e fede, e vinceremo.

 

                Il Governo è propenso; Madama la S.ra Consorte del Presidente è arcicattolica, ed anche il distintissimo signor Juan Dillon, Commissario Generale d'immigrazione. Altresì la legge di Immigrazione all'articolo 103 così si spiega: El Poder Ejecutivo procurarà por todos los medios posibles el establecimiento en las Secciones, de las tribus Indígenas, creando misiones para traerlas gradualmente á la vida civilizada, auxiliándolas en la forma que crean màs conveniente y estableciéndolas por familias en lotes de cien hectáreas, a medida que vayan manifestando aptitudes para el trabajo.

 

                Insomma, com'Ella vede, tutto è propizio, ed a lor pure è propizio il tempo per distinguersi come Società nuova, o [261] nuova Congregazione; e dimostrino coi fatti, che la Società di San Francesco di Sales, auspice della stessa il caritatevole R.do Bosco, seppe in pochi anni redimere a civiltà le tribù fra il Desiderato, il Chubut ed il Rio Negro”.

 

                Gli abitanti della Colonia, data la loro origine, erano di religione protestante, divisi in quattro sette, con quattro ministri su ottocento persone. Il signor Oneto si offriva per agevolare con ogni mezzo la via e la missione ai Salesiani[97].

 

                Lo stesso Governo Argentino disegnava di fondare una colonia verso l'estremo lembo meridionale della regione patagonica, presso il Rio Santa Cruz; ai Missionari avrebbe somministrati mezzi sufficienti anche per raccogliere ed incivilire i Patagoni di quei luoghi. Il 3 luglio Don Cagliero scriveva da Buenos Aires a Don Bosco: “Tutti questi Indi sono facili ad essere mansuefatti, ma pure facili al sospetto, ed allora ammazzano inesorabilmente. Comunque sia, prepari il personale pei Patagoni, ed i destinati si armino fin d'ora della pazienza, studio, prudenza e coraggio. Con gli Indi, se non si procede cautamente, in un giorno si distrugge l'opera di anni ed anni. Se il Missionario loro parla di sommissione a Buenos Aires, è ammazzato; se H minaccia con la forza, è ammazzato. Per poter fare del bene in una tribù bisogna farsi amico con il cacico, regalandolo e civilizzandolo colle buone e colla religione, porlo al contatto di qualche buon cristiano; dopo gli si parli del Governo per avere favori, ma non mai per sottometterglisi. Il resto lo farà la Provvidenza”.

 

                Dei Missionari Salesiani l'Arcivescovo desiderava pure valersi per creare un'opera di grande utilità in Dolores a sud di Buenos Aires, oltre il Rio Salado; le persone più ragguardevoli del luogo caldeggiavano quella fondazione. Sulle prime erroneamente si credette che Dolores fosse “l'ultima città dalla parte della Patagonia molto inoltrata verso i selvagi”[98]. [262] C'era invece una enorme distanza. Quest'errore ci spiega l'insistenza del Beato nello spingere Don Cagliero ad allestire presto quella stazione. Anche da Cordoba, nel cuore della Repubblica, si sollecitava l'apertura di un collegio salesiano. Che non disse e non fece il signor Poulson, professore di quella Università, per istrappare da Don Cagliero il bramato consenso! Ma a Cordoba non si potè andare prima del 1905.

 

                Dal fin qui detto sarà agevolata l'intelligenza di questa lettera, che il Beato scrisse a Don Cagliero sul finire di maggio.

 

                Car.mo D. Cagliero,

 

                Non mi sono ancora giunti i Brevi[99] da Roma. Ho soltanto quello di D. Ceccarelli, che desidero unire con quello del Signor Benitez, che deve venire giorno per giorno. Forse in giornata.

 

                Ti mando qui notizie di quanto mi chiese il S. Padre, che è tutto animato per tentare qualche cosa nella Patagonia e nei Pampas. Il S. Padre vuole egli stesso dirigere questa impresa, e dice di nulla risparmiare, affinchè si apra quanto prima un Collegio od Ospizio a Dolores.

 

                Il Comm. Gazzolo fa una speciale sua relazione ufficiale alla S. Sede, ma tutta basata sopra il progetto che ti unisco, e che è bene che sia noto a D. Fagnano, affinchè noi andiamo tutti di accordo e non se ne cangino le basi, senza esserne tutti intesi. Appena ricevuta una conclusione da Roma, ti dirò subito quale fu.

 

                Lo stesso Comm. Gazzolo mi ritornò i duecento franchi in oro che tu gli avevi regalato, più due mila franchi. Egli giudica conveniente di conchiudere quanto riguarda la Chiesa della Misericordia, ed è pronto a cedere il suo terreno per qualunque offerta D. Bosco giudichi di fargli. Sappimi dire appresso quanto possa valere ciascun metro.

 

                Insiste sulla necessità di una nuova spedizione, ed ho calcolato di prepararne una dozzina, di cui cinque preti; tre secolari, ma maestri idonei per far scuola: quattro capaci della cucina, della sacrestia, delle cose di casa ed anche del giardino.

 

                Dei preti due per la Chiesa della Misericordia, due per S. Nicolás [263] ed uno per quello che occorre. D. Bazzani[100] sarebbe capitano civile; D. Bodrato capitano Salesiano. Che ne dici?

 

                La festa di Maria Ausiliatrice si celebrò con molta divozione, molto concorso, molte grazie. Il vino di Mendoza coronò l'opera: applausi prolungati ai Missionari Salesiani. Si votò loro un indirizzo che D. Chiala ti manderà. Tutti mi dicono che Sammorì farebbe ovunque un eccellente predicatore.

 

                Altre cose, altra volta. La nuova spedizione sarebbe per gli ultimi di settembre prossimo, la quale installata tu ritorneresti in Valdocco per.... (sic).

 

                Il Signor Gazzolo dà per positivo che il Pres. della Società di S. Vincenzo de' Paoli mette 80 m. franchi a tua disposizione per una costruzione o casa per artigianelli poveri; dimmi anche su ciò una parola.

 

                Mi dice anche che tu sei molto stanco, non troppo bene in salute: abbi cura di te e degli altri, ed in ogni buon caso, intasca i burattini[101], ed io studio di mandarti immediatamente un supplente.

 

                Saluta tutti i nostri amati figli e credetemi sempre in G. C.

 

                30-5-76.

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Svanito il sogno momentaneo di una colonia italiana in terra libera, perchè terre libere non esistevano se non nella fantasia di male informati scrittori europei, il Beato andava in cerca del luogo, dove creare un centro sicuro, per isvolgere un'efficace attività a salvezza dei Pampas e dei Patagoni, mediante soprattutto l'istituzione di una Prefettura Apostolica. Se ben si ricorda, questo egli aveva in mira col suo promemoria del maggio al cardinal Franchi, Prefetto di Propaganda, promemoria che è poi il “progetto” accluso nella lettera qui sopra riferita.

 

                Quanto alla relazione, a cui il Gazzolo prestò semplicemente il nome, non vi troviamo nulla di nuovo, sicchè non vale la pena di riportarla. Non dobbiamo però tacere della convenienza che il Papa per via ufficiale avesse contezza [264] dell'operato, sia perchè vedesse come le cose si fossero condotte con tutta serietà, sia perchè guardasse con favore al molto che restava da fare. I lettori poi non prendano alla lettera il regalo di Don Cagliero al Gazzolo e la restituzione del Gazzolo a Don Bosco: è una pura formula diplomatica per avvertire che il console argentino rimborsò le spese del viaggio, anticipategli da Don Cagliero. Come poi egli sia venuto a questo atto, non sappiamo.

 

                Siamo però meglio informati circa l'affare del terreno o meglio dei terreni, perchè erano due, come dicevamo altrove. Don Cagliero, per rispondere a Don Bosco sul valore, ne fece fare l'estimo da persona competente e disinteressata, la quale dichiarò che i due appezzamenti potevano valere una somma di pesos, moneta corrente, pari a lire italiane diciottomila. Don Bosco dunque gli fece tale offerta, che al Gazzolo parve irrisoria; questi dal canto suo portò la somma di base a un minimo di lire italiane quarantamila, con una serie di ragioni che Don Cagliero non durò fatica a ridurre in polvere[102]. Per venire a un'intesa non fu possibile mai trovare il bandolo.

 

                Esagerava alquanto Don Cagliero scrivendo allora a Don Bosco, che, dopo le sue raccomandazioni, egli per occuparsi della Patagonia aveva quasi dimenticato Buenos Aires; attendeva infatti a preparare ivi una Scuola di Arti e Mestieri sullo stampo dell'Oratorio. Il dottor Edoardo Carranza, presidente delle Conferenze vincenzine, tenendosi nel 188o una riunione di dette Conferenze alla presenza del Nunzio Apostolico monsignor Matera, espose in forma genialissima le origini prime dell'Opera[103]. Un giorno del '76, diss'egli, in sostanza, due uomini andavano per la via principale di Buenos Aires meditando una grande opera a favore della gioventù povera e abbandonata, che formicolava nelle piazze e nei [265] dintorni della capitale. Ambidue pensavano a un asilo od ospizio; ma nessuno dei due possedeva i mezzi sufficienti allo scopo. Uno di essi, sacerdote, veniva da Torino, mandato qui dal Fondatore di una nuova istituzione destinata a soccorrere la gioventù pericolante e conduceva seco maestri d'arti e mestieri ed anche qualche valente sacerdote capace di dirigere un istituto; ma non aveva nè casa nè denaro per attuare il gran disegno. Questi era Don Cagliero. L'altro era egli stesso, il presidente delle Conferenze, che aveva ricevuto un legato da una buona signora, perchè si fondasse un ricovero per ragazzi poveri. La somma non bastava alla costruzione di un edifizio e al mantenimento degli orfani, essendo appena seicento mila pesos dell'antica moneta, equivalenti a lire italiane sessanta mila circa; si poteva solo prendere in affitto una casa, tanto per cominciare. Quei due uomini volle la Divina Provvidenza che s'incontrassero e si stringessero la mano e dicessero a una voce: - Ebbene, cominciamo nel nome del Signore! -

                E difatti cominciarono. Fu affittata una casa abbastanza comoda in via Tacuarí y San Juan, presso la parrocchia della Concepción. I primi 25 orfani si tolsero dall'asilo, che amministravano le Suore dell'Orto in via Méjico: i loro genitori erano stati vittime della febbre gialla, che aveva colpito Buenos Aires nel '71, onde toccavano già un'età troppo avanzata, perchè le buone Suore potessero ancora educarli: esse intanto vi rimediavano, prendendo uomini stipendiati che insegnassero loro qualche utile mestiere. Altri 25 ragazzi furono raccolti tra le famiglie povere assistite dalle Conferenze. Si diede principio così ai laboratori dei sarti, calzolai, falegnami e legatori di libri, ordinandovisi le scuole secondo il sistema salesiano, con banda musicale, canto e tutto il rimanente. Le cose furono avviate in base a una convenzione lacunosa[104], che col tempo doveva necessariamente dar origine [266] a inconvenienti seri. La direzione della Scuola di Tacuarí sarà affidata a Don Bodrato, che insieme reggerà la chiesa di Mater Misericordiae ed anche una parrocchia, di cui tosto vedremo. Nel frattempo braccio destro di Don Cagliero era l'incomparabile Don Baccino, al cui zelo e sacrifizio vanno molto debitrici le opere salesiane di Buenos Aires, se fin dal loro esordire ebbero una stabilità foriera di durata.

 

                Ad un'altra impresa pose mano l'infaticabile Don Cagliero. Appena arrivati a Buenos Aires, i Salesiani rimasero esterrefatti al miserando spettacolo che dava di sè un rione della città, denominato la Boca e popolato di Liguri. A quegl'Italiani attribuivasi la settaria manifestazione, che aveva preso di mira specialmente i Gesuiti, incendiandone il grande collegio Salvador[105]. Don Cagliero, predicando agl'Italiani nella chiesa della Misericordia, tuonava contro il disonore che ne ricadeva sul nome dell'Italia. Nel suo fervore apostolico fece di meglio: volle vedere che cosa fosse quella Boca, di cui tanto male si diceva. Riempitesi dunque le tasche di medaglie di Maria Ausiliatrice, delle quali erano stati ben provvisti a Torino, attraversò da solo i prati, che allora separavano il rione dalla città. Vide subito fra quelle casupole di legno scorrazzare monelli e ragazzacci in gran numero, ai quali non sembrò vero di scorgere un malcapitato prete, contro cui fare un po' di baldoria. Ma qual non fu la loro sorpresa al sentirlo proferire belle frasi in genovese e al vederlo venire avanti sorridente, allegro e festoso! Don Cagliero, colto il momento buono, trasse fuori un pugno di medaglie e le lanciò più lontano che gli fu possibile, e mentr'essi si gettavano sopra quelle credute monete, egli sparì, fece in gran fretta il giro del porto, in gran fretta percorse le strade principali, sempre seminando medaglie. I ragazzi le raccolsero, le portarono a casa, le mostrarono alle mamme, alle nonne, alle sorelle, ai fratelli; per casette e cortili non si parlava che [267] del prete, che chiamavano il prete delle medaglie. Ma il prete, dopo la breve apparizione, era scomparso.

 

                Don Cagliero il giorno seguente andò dall'Arcivescovo e gli disse: - Ieri, Monsignore, ho fatto una bellissima passeggiata. Sono stato a la Boca e l'ho girata tutta per lungo e per largo.

 

                - Lei ha commesso una grossa imprudenza. Io non ci sono mai andato e non permetto a nessuno de' miei preti di andare colà, perchè sarebbe un esporsi a gravi pericoli, fino a essere presi a sassate.

 

                - Eppure io ho proprio la tentazione di tornarvi per vedere l'effetto della mia prima visita. Sa, Monsignore, che io ho seminato... e adesso bisogna che vada a raccogliere?

 

                - Si prenda. ben guardia, non si esponga a pericoli! -

                Don Cagliero, senza scomporsi, si licenziò. Due o tre giorni dopo ritornava allo stesso luogo e per le medesime strade. I ragazzi gli corsero dietro, gridando in genovese: “Il prete delle medaglie! il prete delle medaglie! - Allora si rinnovarono le antiche scene di Don Bosco: - Chi è il più buono?... Chi è il più cattivo?... Sapete il segno della Croce?... E l’Ave Maria? - Si sforzavano di mostrare che sapevano qualche cosa. Tanti avevano la medaglia al collo e ne volevano altre da portare a casa. Don Cagliero ascoltava, ne dava qua e là, diceva a ciascuno una barzelletta. Insomma il secondo giro fu realmente un piccolo trionfo; uomini e donne uscivano fuori a vedere il prete che si era guadagnato l'affetto di tutti quei birichini e che prometteva già un gran cortile con molti giuochi e canti e musiche e allegria universale.

 

                L'Arcivescovo, quando sentì da Don Cagliero che cosa fosse successo alla Boca, restò ammirato e rallegrato e in uno scatto di entusiasmo gli disse: - Giacchè lei è così pertinace a voler andare a la Boca, io le darò quella parrocchia, dove fino a oggi non fu possibile stabilire l'esercizio del culto e del sacro ministero. - Don Cagliero ringraziò dicendo: - E’ proprio per questi nostri Italiani e figli d'Italiani che Don [268] Bosco ci ha mandati. In nome del nostro Fondatore e Padre io rendo grazie a Vostra Eccellenza e comunicherò a Torino il bel regalo che ci vuol fare.

                L'Arcivescovo come disse, così fece. Don Bodrato, che capitanerà la seconda spedizione dei Missionari e rimarrà superiore della Missione dopo la partenza di Don Cagliero, assumerà pure il governo della parrocchia di San Giovanni Evangelista a la Boca, operandovi la prodigiosa trasformazione che ammireremo più tardi. Di questi titanici lavoratori la scuola del Beato Don Bosco popolò le primordiali istituzioni salesiane: alcuni largamente noti, altri molti consumatisi nel silenzio, tutti egualmente degni di eterna memoria e di generosa imitazione.

 

                La parola paterna del Beato arrivava di tanto in tanto a Don Cagliero con notizie, istruzioni e incoraggiamenti. Ai 29 di giugno gli scrisse così:

 

                Mio caro D. Cagliero,

 

                1° Comincio per darti notizie de' tuoi parenti. Venne qui tua madre, poi tuo fratello, e sono ansiosi di recarsi anch'essi in America; tanto godono della tua missione. Sono tutti in buona sanità. Un tuo nipotino ebbe mal d'occhi e dopo un mese presso il Dottor Sperini guarì benissimo.

 

                2° Ieri mattina a Feletto spirava nel Signore il caro D. Chiala, lasciando in tutti amaro rincrescimento. E' una disgrazia per la nostra Congregazione, da lungo tempo temuta; tuttavia amareggiò tutti. Sua madre era accanto a lui. Il giorno prima del suo decesso, l'altro ieri, lo passò fuori di letto. I polmoni durarono finchè ce ne fu.

                3° Ti mando i due Diplomi per Benitez e Ceccarelli; se è possibile, siano portati con solennità e si dia la dovuta importanza, nel modo che ti ho scritto da Roma. Monsig. Vescovo fu prevenuto; ma è bene che tu stesso ne dia cenno al medesimo. Sarà pure bene che i giornali buoni ne siano informati.

 

                4° Il Marchese Spinola, ministro italiano a Buenos Aires, è portatore di una calotta e di questo piego a voi. Egli è buon Cristiano e buon Cattolico: con lui puoi parlare confidenzialmente. Suo scopo è di fare il maggior bene che può. Desidera di promuovere le scuole degli Italiani. Dite quello che fate in Buenos Aires, a S. Nicolás, e fategli delle proposte relative. A incaricato dal governo di prendere anche parte pecuniaria ove è d'uopo. Tu insisti che cominci ad aiutarci [269] pei passaggi e per avere locali per le scuole e ricoveri. Sarà bene di prevenire anche l'Arcivescovo che, ove d'uopo, si può fidare della onestà e della Cattolicità del Marchese Ministro.

 

                5° Il S. Padre desiderava vivamente una prova quale fu da noi ideata, verso ai Pampas e Patagonia. Io credo che una Casa a Dolores sarebbe opportunissima. Un'altra a Cordova ed anche più verso i selvaggi.

                Intanto di questa settimana scrivo al Vescovo della Concezione nel Chili[106], per vedere di fare altre istituzioni da quella parte. Questo vuole il Signore in questo momento da noi! Case e collegi di bassa condizione, ricoveri in cui siano accettati selvaggi, o semiselvaggi, se possono aversi. Grande sforzo per coltivare le vocazioni.

 

                6° Io preparo una dozzina di Salesiani, tra cui vi saranno non meno di cinque preti con Sammory, Fassio, e D. Bodrato alla testa. C'è speranza di averne i passaggi almeno la maggior parte?

 

                7° Le nostre monache sono già 150 dovremo dare per loro due mute di esercizii spirituali. Sestri Levante, Trinità di Mondovì, Biella, avranno delle nostre case, ecc ecc. Che movimento!

                In quest'anno avremo non meno di settantacinque vestizioni chiericali per la Congregazione. Le vocazioni in tutto saranno 200.

                Attendo notizie per l'Ospizio di Buenos Aires, degli Oratori, del Collegio di Montevideo.

 

                Dà delle mie notizie a D. Baccino, a D. Belmonte e a los otros, cui questa volta manca tempo da scrivere.

 

                Sospiro il momento del tuo ritorno.

 

                Dio ci benedica tutti, e credetemi sempre in G. C.

 

                Torino, S. Pietro, '76.

 

Aff.mo Amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                PS. Prepara pure per una casa di Noviziato in America; ho già cominciata la pratica a Roma, e credo non avremo difficoltà.

 

                Ben s'appose il Beato, ritenendo che la pratica per ottenere l'apertura di un noviziato non avrebbe incontrato a Roma nessuna difficoltà. Una casa apposita non esisteva ancora, nè la si poteva improvvisare; ma intanto l'esempio dei nuovi apostoli svegliava simpatie per la loro forma di vita -religiosa e spuntavano domande dì farsi salesiani. Si sarebbe potuto pretendere che i postulanti partissero per l'Europa a farvi il loro noviziato? o bisognava lasciar isterilire germi [270] preziosi di vocazioni? Ecco perchè Don Bosco chiedeva di aprire un noviziato, ma non faceva il nome di una casa determinata; egli mirava più che tutto alla facoltà in se stessa, che gli permettesse di fare il bene in attesa del meglio e dell'ottimo. Si sarebbe dunque tirato avanti per un po' di tempo com'erasi fatto per molt'anni nell'Oratorio, grazie alle eccezionali facoltà concesse da Pio IX al Fondatore. Ci diceva il venerando Don Cartier che a' suoi tempi fare il noviziato voleva dire in sostanza confessarsi da Don Bosco e parlare ogni tanto con lui. Certo è che nessun ordinario maestro di novizi sarebbe mai riuscito allora a plasmare religiosi così compiuti come quelli formati da Don Bosco, dotato non solo di rare attitudini formative, ma anche di speciali carismi. Tutte le, formalità canoniche andarono in vigore da poi, quando le basi erano solidamente poste, e lo spirito di Don Bosco, oramai ben definito e ben compreso, operava per mezzo de' suoi figli maggiori. La supplica indirizza