Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. X, Ed. 1939, 1378 p.

 

 

 


Prefazione.

 

                Finalmente... ecco il X volume atteso con tanta avidità! Il caro Don Lemoyne volava al premio eterno il 14 settembre 1916, mentre era in corso di stampa il IX volume; e noi, che già gli eravamo al fianco per assisterlo nel suo lavoro monumentale, proseguimmo a curarne la pubblicazione, e il volume usciva nel 1917.

                 - Ma, diranno tanti, perchè il X viene alla luce dopo il XIX ?...

                Lo diremo esattamente, dopo averne accennato il contenuto.

                Questo volume illustra quattro anni, forse i più laboriosi e interessanti della vita del Santo; cioè tutte le sue sollecitudini per migliorare le relazioni dell'Italia con la Chiesa subito dopo che Roma venne dichiarata capitale, per raggiungere la piena approvazione canonica della Pia Società, per formare la seconda Famiglia, per iniziare la Terza ed allargare il campo dell'apostolato.

                L'abbiam diviso in dieci parti; seguendo in alcune l'ordine cronologico, e radunando in altre tutto il lavoro del Santo per le imprese compiute in questo quadriennio.

                La I parte è una raccolta delle memorie che ne illustrano la figura morale, sempre in intima unione con Dio e nella brama ardente di zelarne la gloria con la salvezza delle anime.

                La II contiene quanto riguarda il 1871, un anno pieno di sante iniziative per dar incremento all'opera.

                La III è la narrazione della malattia che lo colpì e, per le preghiere e gli olocausti dei suoi figli e benefattori ed ammiratori, per grazia di Dio superò a Varazze. [IV]

                La IV espone quanto fece nel 1872, benchè fosse ancora sempre giù in salute.

                La V illustra il compito ardito per alleviare le tristissime condizioni in cui ora la Chiesa in Italia, col promovere le nomine dei Vescovi, essendo più di cento le diocesi vacanti, e per ottenere ai nuovi eletti le temporalità: compito veramente ardito, che senza dubbio gli fu ispirato dall'Alto!

                La VI è la narrazione del sorgere dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, di cui il Signore volle a capo la Beata Maria Domenica Mazzarello, che non ebbe altra brama se non seguire ed inculcare il programma tracciato dal Fondatore, ripetendo: - Guai a noi se non ci facciamo sante come il nostro Santo Padre Don Bosco!

                La VII, che costò a noi pure non poca fatica, delinea il lungo e paziente lavoro per veder la Pia Società definitivamente stabilita coll'approvazione delle Costituzioni.

                L'VIII è un'interessante raccolta di tutta la documentazione che illustra lo spirito dei Santo e la sua bontà e carità insuperabile; delle norme e consigli che, diede agli alunni, e particolarmente ai direttori e a tutti i confratelli, nelle conferenze generali ed autunnali, e negli esercizi spirituali; e delle Lettere Circolari.

                La IX espone le gravi e non poche difficoltà e contrarietà che incontrò negli anni 1873 - 74.

                La X finalmente, relativa al 1874, addita le sollecite sue premure, in vista dell'avvenire della Pia Società, per l'osservanza regolare dopo l'approvazione definitivo delle Costituzioni, per allargare il campo dell'apostolato in terre di missione e, in pari tempo, favorire nuove vocazioni e generosi cooperatori in ogni parte del mondo che, pur rimanendo nelle proprio famiglie, vivessero del suo spirito a vantaggio della Chiesa e della Civile Società.

                Tutte queste Memorie, com'appare a prima vista, son molto interessanti, ed oltre altri documenti autografi, contengono più di 350 lettere del Santo.

                Or ecco perchè venne ritardata la pubblicazione di questo volume.

                Subito dopo la morte del Santo, il 7 febbraio 1888, il [V] venerato Don Rua leggeva al Capitolo Superiore i Decreti di Papa Urbano VIII sul modo di comportarsi allorchè muoiono alcuni in fama di santità, e, il dì appresso, comunicava che il Card. Parocchi, nostro Protettore, consigliava di fare le pratiche presso il Card. Alimonda, Arcivescovo di Torino, perchè implorasse dalla Santa Sede, che, nonostante le prescrizioni ecclesiastiche, si potessero intraprendere gli atti preparatori per la Causa di Beatificazione.

                Le pratiche s'iniziarono senz'indugio, ma ci fu anche chi prese contemporaneamente e continuò con insistenza ad opporre delle difficoltà; e nel 1917 - 18 fu sospesa la pubblicazione delle Memorie Biografiche, appunto perchè le opposizioni si riferivano agli anni dei quali dovevamo occuparci.

                Per grazia di Dio ogni opposizione fu pienamente confutata e respinta: e il lavoro particolare, che per ciò si dovette compiere, servì a porre in più fulgida luce l'eroismo delle virtù del Santo Fondatore, cosicchè, quando il 2 giugno 1929 fu elevato all'onore degli altari, si cantò l'inno della vittoria!

                Così era caduto ogni ostacolo per continuare la pubblicazione dei volumi, e nel 1930 usciva l'XI, perchè noi avevamo l'incarico di raccogliere le memorie del 1° Successore di Don Bosco e di pubblicarne la vita. Moltissime furono le testimonianze che ci pervennero, da confratelli, dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e da Cooperatori; quindi prima del 1931 non potemmo pubblicare il 1° volume, al quale seguirono il 2° e il 3° e il loro compendio nel 1933 e '34.Poi dovemmo occuparci della ristampa della vita di Don Bosco, in due volumi, del Lemoyne; e solo nel 1936 fummo liberi per compiere il lavoro del X volume che avevamo già incominciato. Ecco il perchè di tanto ritardo!

                Ma perchè fare un volume così grosso?...

                Il carissimo Don Lemoyne, al quale i Salesiani avranno sempre immensa gratitudine, diligentemente raccolse detti, fatti, lettere, scritti, documenti e memorie d'ogni genere, riguardanti tutta la vita del Santo Fondatore, disponendoli, in ordine cronologico, in 45 grossi volumi in bozze di stampa, dicendo: - È lo spirito, il cuore, il sistema educativo di Don Bosco, che sta racchiuso in questi volumi! - E siccome [VI] solo la seconda parte del volume XII, e il XIII, il XIV, e poche pagine del XLII e del XLIII, si riferivano al nostro quadriennio, non credevamo che saremmo stati costretti ad occupar tante pagine. Ma non potemmo far diversamente.

                Benedica Iddio il paziente lavoro, ed accenda nel cuore dei confratelli sempre maggior affetto per il veneratissimo Fondatore e Padre, col fermo proposito di vivere esattamente del suo spirito!

 

 

LE ILLUSTRAZIONI

 

                Crediamo che tornerà gradita anche la serie d'illustrazioni che pubblichiamo, tratte da fotografie prese nell'Oratorio nel 1870 - 71, e tutte, tranne due, inedite - oltre quelle di Don Lemoyne, e di un dipinto rappresentante il Santo dopo la malattia fatta a Varazze, ed una delle primissime di quel collegio, - e un'altra del S. Padre Pio IX, che Don Bosco chiamava “il nostro Confondatore”.

                Dal registro degli esami degli studenti risulta che nel 187 - - 71 questi erano 425: e precisamente 36 di filosofia, 30 di quinta ginnasiale, 45 di quarta, 94 di terza, 94 di seconda, e 126 di prima, che vennero poi divisi in due classi, prima superiore e prima inferiore.

                Nel registro della condotta mensile degli artigiani si leggono i nomi di 36 tipografi, 73 legatori, 33 sarti, 39 calzolai, 22 falegnami, 14 fabbri - ferrai, 6 fonditori e 5 cappellai, cioè 228 alunni, senza contare i librai.

                Evidentemente non tutti vennero fotografati, ma le incisioni che riportiamo sono ugualmente interessanti, perchè ci presentano, insieme con tanti allievi, molti antichi superiori e, più volte, anche Don Bosco nella sua posa piena di dignità ed amabilità paterna!

 

 


CAPO I. „DA MIHI ANIMAS, CETERA TOLLE “. 1871 – 1874. 1) Fidelis servus et prudens. - 2) Tutto per le anime. - 3) Continuamente favorito da Dio. - 4) Alla sua scuola. - 5) Un dono singolare. - 6) Umile in tanta gloria!

 

                Il Sommo Pontefice Pio XI, che conobbe da vicino il nostro Fondatore e l'elevò all'onore degli altari, l'ascrisse al catalogo dei Santi e n'estese il culto alla Chiesa Universale, il 10 marzo 1929 nel riconoscere i miracoli proposti per la Beatificazione, faceva questa dichiarazione solenne:

                “Nella Bolla di Canonizzazione di S. Tommaso d'Aquino è detto che, seppur nessun altro miracolo vi fosse stato, ogni articolo della sua Somma era un miracolo. Ed anche ora si può ben dire che ogni anno della vita di Don Bosco, ogni giorno, ogni momento di questa vita furono un miracolo, una serie di miracoli. Quando si pensi alla campagna solitaria dei Becchi, dove il povero fanciullo pasceva il gregge paterno, ai primi piccoli inizi dell'opera, ...e poi agli altri più gravi e pensosi di Valdocco... quando si pensi alle grandi opere a cui egli dava vita proprio dal niente... e poi si guardi allo sviluppo meraviglioso delle sue imprese, a quelle tre grandi famiglie, dei Salesiani propriamente detti, delle Suore di Maria Ausiliatrice, ed a quella mirabile legione di Cooperatori, ... non si potrà che [2] rimanere attoniti come davanti ad uno dei più straordinari miracoli...

                “... Quando si osserva una così immensa messe di bene, viene da chiedersi: come mai tutto ciò è potuto avvenire? E la risposta non può essere che questa: è la grazia di Dio, è la mano di Dio Onnipotente che ha disposto tutto questo. Ma donde questo gran Servo di Dio ha attinto l'energia inesauribile per bastare a tanto cose? C'è il segreto ed egli stesso lo ha continuamente rivelato in un motto che assai spesso nelle opere salesiane ricorre; è la frase detta dal Venerabile Fondatore: DA MIHI ANIMAS, CETERA TOLLE, dammi le anime e prendi tutto il resto. Ecco il segreto del suo cuore, la forza l'ardore della sua carità, l'amore per le anime, l'amore vero, perchè era il riflesso dell'amore verso Nostro Signor Gesù Cristo e perchè le anime stesso egli vedeva nel Pensiero, nel Cuore, nel Sangue Prezioso di Nostro Signore; cosicchè non v'era sacrificio o impresa che non osasse affrontare per guadagnare le anime così intensamente amate”[1].

                Or questo X Volume delle Memorie Biografiche che abbraccia quattro anni della vita del Santo - dal 1871 al 1874 - è un'ampia documentazione della solenne affermazione dell'Augusto Pontefice (che in perpetuo avrà da noi la più devota riconoscenza!), perchè in queste pagine vedremo l'amatissimo Padre, tra le più gravi difficoltà e le più aspre contraddizioni, con tutti i mezzi suggeriti dalla prudenza e dalla saggezza più sublime, proseguire calmo e fidente la missione affidatagli, fondare un nuovo Istituto a pro della gioventù femminile, dar forma canonicamente regolare alla Società Salesiana, ed abbozzare la Pia Unione dei Cooperatori per allargare il campo dell'apostolato in terre civili e selvagge, a gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

 

1) FIDELIS SERVUS ET PRUDENS.

 

                Don Bosco ebbe una missione singolare, ed in tutta la vita altro non amò ed altro non zelò se non quello che Dio gli aveva tracciato. [3]

                “Iddio ha suscitato in ogni tempo dei Santi adattati ai bisogni dell'epoca in cui vivevano. Senza parlare della immensa legione di martiri che lottarono nei tre primi secoli della Chiesa nascente contro il paganesimo, nè dei dottori della Chiesa che sorsero poscia per combattere le prime eresie, e per sostenere e illustrare i fondamenti della dottrina cristiana, voi vedete, dopo di essi, nei secoli di mezzo, sorgere San Francesco di Assisi e S. Domenico, i quali, in mezzo alla corruzione ed alle barbarie dei costumi, richiamano il mondo a vita austera e penitente; e, quando comincia a manifestarsi, col rinascente paganesimo, lo spirito di ribellione alla Chiesa colla falsa riforma di Lutero, tutta una grande fioritura, dirò così, di Santi e di Sante, sboccia nel giardino della Chiesa; e si fondano nuovi ordini religiosi, e sorge specialmente quella Compagnia di Gesù che fu ed è il martello dei Protestanti e la cittadella del Papato.

                Più tardi agli errori di Giansenio Iddio oppone la dolce santità di S. Francesco di Sales e del Liguori; ed a mezzo il secolo XIX, quando le teorie rivoluzionarie spuntano nelle masse popolari e vi fanno germogliare quel socialismo che ora minaccia di sconvolgere tutto il corpo sociale, ecco sorgere un umile prete, figlio del popolo, il quale raduna a sè d’intorno tutto quello che la città ha di più vile e negletto - i cosidetti birichini dei sobborghi - e a poco a poco Egli li ammansa, poi se li attira, se li affeziona, se li assimila direi quasi, ed infonde loro il suo spirito. E così là, nelle basse di Dora, nasce il piccolo Oratorio di D. Bosco, il grano di senape che in pochi anni doveva diventare quel grande albero, all'ombra del quale ricorreranno i figli del popolo da tutte le parti del mondo...”[2].

                Il fedelissimo Servo di Dio, prudente come il serpente e semplice come una colomba, compì la divina missione nel modo più conveniente, adattando al carattere del secolo, santificato dalla grazia di Dio, il programma del suo apostolato, tutto moto, attività, pubblicità, spirito d'associazione e sviluppo incessante dell'opera iniziata.

                Apparve subito un genio creatore, deciso di compiere lavori colossali. Fino al 1860, cioè fin a quando non ebbe al [4] fianco i suoi primi sacerdoti, cercò di tener nascosto il programma che gli era stato tracciato dall'Alto; poi prese a dir nettamente ciò che voleva e doveva fare, e fu udito anche ripetere che l'opera da lui intrapresa per compiere la volontà di Dio, avrebbe assunto tale incremento, che, sebbene si potesse dir esagerato quanto affermava del suo avvenire, a lui pareva di non saper descrivere quanto sarebbe stato grande.

                I primi bagliori di cotesto apostolato, e più ancora qualche accenno dell'espansione che avrebbe assunto, fecero nascere dei dubbi anche in quelli che sinceramente l'ammiravano, tant'è vero che due bravi ecclesiastici pietosamente cercarono di condurlo al manicomio, ed anche il Beato Cafasso, che lo riteneva e lo diceva ripieno dello Spirito di Dio, richiesto che pensasse di quel “povero prete, divenuto pazzo”, lo si udiva esclamare: - Mistero!... mistero!... Anch'io certe cose non le comprendo, ma sapendo che i Santi non vanno giudicati umanamente, m'accontento d'ammirare quanto fanno!

I punti oscuri eran costituiti dal suo modo di fare, che a taluno poteva parer fuori dell'ordinario.

                Fedele imitatore di N. S. Gesù Cristo, che nel S. Vangelo si limitò a far conoscere soltanto gli atti esteriori che rivelavano la sua missione divina, e della sua vita privata non permise che si dicesse nulla fuor di quello che si riferiva al viver comune e ordinario, Don Bosco si limitò a mostrarsi un semplice buon ministro di Dio, senza nulla di singolare, tenendo abitualmente nascosto ogni atto di vita interiore.

                Sobrio qual era alla povera mensa dell'Oratorio, tale era agli splendidi conviti in case signorili, dove si recava, fidente di ricevere qualche soccorso per le sue opere, o in segno di riconoscenza per soccorsi ricevuti, senz'esser d’impaccio agli altri con mostre d'austerità.

                Ognor uguale a se stesso, era sempre lieto e sorridente, indifferente alle lodi come ai biasimi che riceveva, specialmente dai giornali, che s'interessavan di lui continuamente.

                Innanzi a nobili personaggi, alle autorità ed alle moltitudini, franco, ardito e così sicuro di sè che talora si sarebbe [5] detto quasi temerario; e in privato, coi suoi figli, abitualmente riservato, quasi timido, e pieno di carità ineffabile.

                Tranquillo e impavido nelle più aspre e gravi contraddizioni, nell'assoluta mancanza di mezzi materiali, e in ogni dura prova, era pieno di compassione per tutti i sofferenti, sentiva i dolori altrui come se fossero suoi, e lo si vedeva piangere al letto d'un chierico morente o alla notizia della morte di un alunno, e mostrarsi inquieto e preoccupato nello scorgere o nell'apprendere l'inosservanza di qualche articolo del Regolamento e più ancora nel venire a conoscere la cattiva condotta di qualcuno, e tutto rannuvolarsi allorchè udiva parlare di qualche scandaloso o bestemmiatore, per l'orrore che sentiva e il dolore che gli spezzava il cuore.

                Cauto e prudente nel trattare e nel condurre a termine ogni affare, anche il più complicato e difficile, era paternamente espansivo con i suoi, e soleva fare ad essi, e talora anche agli alunni, comunicazioni strettamente confidenziali e delicate, ripetendo: - Con i miei figli non ho segreti!

                Risoluto e tenace nel sostenere le proprie istituzioni e i diritti dei suoi, perchè ciò che faceva e che faceva fare gli era suggerito da Dio, taceva e perdonava sempre, quando riceveva offese personali.

                Oppresso dalle lunghe ore che passava confessando, e dalle continue udienze, e dal disbrigo d'un'enorme corrispondenza, si sarebbe detto che non avesse un momento da dedicare alla preghiera, mentre pregava incessantemente, e la sua intima unione con Dio traluceva in ogni istante.

                A qualunque cosa attendesse, anche delle più gravi, era sempre così semplice e quieto, che pareva quasi neppur occuparsene, perchè avendole risolte prima con Dio nell'orazione, con mirabile sapienza e prontezza le eseguiva poi abitualmente.

                In breve, sempre unito con Dio, non rifiutava nessuna fatica, tollerava in silenzio ogni incomodo, ma non si lasciava mai sorprendere in atti di mortificazioni straordinarie.

                Qualche particolare di cotesta vita esteriore poteva, a prima vista, esser da qualcuno male interpretato, anche da quelli abituati a scorgere in lui tante cose straordinarie, perchè [6] preso isolatamente e distaccato dal suo programma singolare, non veniva, e non poteva, venir compreso appieno. „La persuasione mia - deponeva nel Processo Informativo Don Francesco Cerruti - che Don Bosco fosse alcunchè di distinto, di particolare, oltre gli altri, era pur quella di tanti miei compagni che l'han conosciuto. Era insomma voce, opinione comune, che Don Bosco era un Santo. Qualche volta, non lo nego, me ne venne qualche dubbio. Vedendolo certe volte così preoccupato in affari esteriori, mi pareva anche che certi mezzi da lui adoperati fossero di prudenza troppo umana, che certi sfoghi di lamento e di amarezze non fossero di prudenza troppo affatto conforme a carità e rassegnazione. Ma il dubbio durava poco. Presto mi accorgevo, che quel che credevo e sentivo, era un'illusione mia, oppure effetto al più di quelle debolezze, da cui credo che anche i Santi, dal momento che sono uomini, non sono totalmente esenti; e mi confermava nella santità sua. E questa persuasione, cioè che Don Bosco fu un Santo, sento anche ora, viva, profonda, e senza esitazione alcuna”.

                Al Santo nostro Fondatore possiamo applicare l'elogio che la Civiltà Cattolica[3] faceva di S. Anselmo d'Aosta, il più grande educatore del secolo XI:

                “Fu quel mirabile misto di soavità e di forza, che fu tanto proprio di lui, cioè un nobile accordo di benignità e di rigore, di semplicità e di prudenza, di bonarietà e di accorgimento che conciliava l'autorità e la confidenza...”. A lui “non isfuggivano i problemi più complessi e più intimi; le crisi delle anime, segnatamente delle anime giovanili, ...”, cioè “i costumi, le inclinazioni... che egli intuiva e scrutava al lume della discrezione, arrivando a penetrare i più intimi segreti del cuore, ed insieme a scoprire le origini, i semi, e i progressi dei vizi e delle virtù...”. E „a forza di amare, di compatire, di tollerare... egli si acquistò il diritto di riprendere e di emendare. E l'usava liberamente con quella bontà insieme e longanimità affettuosa che gli aveva guadagnati gli animi, anche più avversi...”. Amava tutte le anime, „con [7] particolare affezione tuttavia si affaticava in aiuto della gioventù...”. E „questa speciale sollecitudine e vigilanza non aveva nulla di accigliato e di arcigno, nulla che valesse a stringere i cuori o a deprimere e impaurire le fantasie giovanili; era cosa tutta paterna, o per meglio dire tutta materna; tutta rivolta ad allargare gli animi e ad aprire le menti, penetrandovi quasi entro e in tutti i più intimi ripostigli per apportarvi, conforme al bisogno, la luce, la direzione, il rimedio”.

 

 

2) Tutto per le anime.

 

                Don Bosco altro non fece ed altro non bramò che dar continuamente gloria a Dio, col zelare la salvezza delle anime: Dio e le anime furono i suoi amori in tutta la vita!

                Verso il tramonto, a Roma, avvicinato con venerazione profonda da un giovane prete, gli domandò:

                 - Lei ama Don Bosco?

                 - Oh! sì, io l'amo, e molto!... - e si chinava a baciargli le mani.

                 - E sa in che modo amerà Don Bosco?... Amando molto i Salesiani!...

                 - Ed io li amerò!

                 - E per amare i Salesiani, bisogna che ami molto le anime!

                Così diceva a Don Raimondo Angelo Jara, poi Vescovo di S. Carlos d'Ancud e di La Serena.

                Ed egli, per far del bene a tutti, non trascurava nessuna occasione, anche di dire una buona parola, o, nella forma più prudente, dare un ammonimento salutare.

                Al Conte Cibrario era succeduto come Primo Segretario di Sua Maestà pel Gran Magistero Mauriziano e Cancelliere della Corona d'Italia, il Senatore Michelangelo Castelli, il quale, abbisognando d'un favore da Don Bosco, si recò a trovarlo promettendogli ogni sorta di protezione e d'aiuti. Il Santo potè accontentarlo pienamente e da quel giorno ebbe in lui, benchè di principii assai diversi, un amico di più, che l'invitò più volte a casa sua, ed egli vi andò soltanto una volta, e precisamente il giorno in cui una figliuola [8] del Senatore aveva fatto la prima Comunione. Questa fanciulla era adorata dal padre, e in verità splendeva in lei un'innocenza e una bontà senza pari. Don Bosco passò alcune ore in quella famiglia, e non si lasciò sfuggir l'occasione di dire una buona parola a vantaggio di quell'innocente.

                 - Questo bel giorno vuoi che si rinnovi ancora molte altre volte? - le chiedeva.

                 - Oh sì! rispondeva la piccina.

                 - Or bene, domanda qualche volta a papà questa licenza, così tu potrai pregare per papà, per mamma, ed il Signore li consolerà, conservandoti buona. Non è vero, signor Commendatore?

                lo non ho nulla in contrario; volentieri!

                La piccina corse dal padre, abbracciandolo e ringraziandolo; e il padre, profondamente commosso, aveva gli occhi pieni di lacrime.

                Trovandosi in una città, fuori della provincia di Torino, Don Bosco venne a sapere che uno dei primari aiutanti del Vescovo era dì condotta irregolare, e senz'altro l'avvicinò e si fermò a lungo a parlar con lui sulla necessità di star attenti nell'ammettere i chierici alle sacre ordinazioni, specialmente se andassero soggetti a certe passioni, per le tristi conseguenze che ne verrebbero, con disonore del Sacerdozio e scandalo di tante anime; e continuò a dire come tali miserie non rimangono mai nascoste, ma presto trapelano, e tutti ne parlano, con danno del Clero, ... tenendosi sempre sulle generali, senz'alcun cenno alla persona del suo interlocutore, convinto che non avrebbe mancato di capire ove andava a battere il discorso.

                Anche coi suoi, benchè, quasi ogni giorno, rivolgesse a tutti un'esortazione ispirata dalla liturgia, o suggerita da pubbliche o private circostanze, aveva abitualmente per ognuno una buona parola in particolare. Spesso, anche prima di vestire i sacri paramenti per andar a celebrare, chiamava qualche alunno che vedeva in sagrestia, e gli diceva pian pianino: - Che grazia vuoi che dimandi per te a Gesù nella S. Messa?

                Anche in cortile, durante la ricreazione, si chinava [9] delicatamente all'orecchio di questo o quello, e gli dava un consiglio o un ammonimento. Di coteste parole, oltre quelle pubblicate nei volumi precedenti, Don Lemoyne raccolse quest'altre:

                 - Temi che Gesù sia sdegnato contro di le? Ricorri alla Vergine clemente. Essa è tua avvocata e patrocinerà la tua causa.

                 - Il paradiso non è fatto per i poltroni. Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud.

                 - Ti trovi in balia d'una tempesta? Invoca la stella del mare, invoca Maria.

                 - Pensi al giudizio di Dio e non temi? Sei tu forse più santo di un S. Gerolamo? Eppure esso tremava.

                 - Non fidarti troppo delle tue forze: cadde un S. Pietro.

                 - Voglio che la finiamo: se tu m'aiuti, voglio che rompiamo le corna al demonio.

                 - Vuoi diventar buono ed esser contento? Pensa a Dio. A Deo principium.

                 - Prega, prega bere, e certamente ti salverai.

                 - Se tu m'aiuti, voglio renderti felice in questo mondo e nell'altro.

                 - Se tu m'aiuti, voglio fare di te un S. Luigi.

                 - Chi persevera sino alla fine, sarà salvo. Praemium inchoantibus promittitur, perseverantibus dabitur.

                Ai confratelli e agli stessi aspiranti alla Pia Società ripeteva sovente: - Lavoriamo continuamente in questa vita per salvar l'anima nostra e tante e tante altre; ci riposeremo nella beata eternità!

                Dotato di doni particolari, come quello di leggere nell'intimo dei cuori, era naturale che i consigli e gli ammonimenti più opportuni, che movevano a compunzione quanti ne abbisognavano ed accendevano di santo fervore quelli già incamminati per le vie della perfezione, gli uscissero dal labbro nel confessare. Tanta era la fede che aveva dell'efficacia di questo sacramento, che ne parlava continuamente, ed ogni volta raccomandava di prendere sante e serie risoluzioni, attribuendo all'abituale mancanza di queste le facili e disastrose ricadute. [10]

                “Se doveva - notava Don Rua nel Processo Apostolico - parlare due sere di seguito agli allievi in qualche collegio, almeno una sera parlava della Confessione, e se non aveva che da parlare una volta, non mancava anche allora di fare qualche cenno della confessione...

                Coi penitenti si regolava in modo da acquistarne tutta la confidenza, della quale si serviva per animarli alla frequenza dei Sacramenti, e così ottenere la loro emendazione e il progresso nella virtù...

                Il suo sistema era la dolcezza, senza tralasciare di far risaltare alla mente dei peccatori la bruttezza dei loro peccati.

                Sapeva pure distinguere quelli che andavano a' suoi piedi con secondi fini e costoro in bel modo consigliava d'andare da altri, rifiutandosi di ascoltarli; il che appariva dal loro vedersi ritirare subito dall'inginocchiatoio”.

                 - Piuttosto che fare una confessione ed una comunione sacrilega, cambiate - diceva - anche ogni volta il confessore!

                Noi stessi l'udimmo nel 1887, durante gli esercizi spirituali degli aspiranti alla Pia Società, a Valsalice, dire così:

                 - Don Bosco è vecchio e non può più confessare regolarmente. Al suo posto confessa Don Rua, e Don Rua confessa come confessava Don Bosco, andate quindi da Don Rua! Ma se qualcuno non si sentisse, cerchi un altro confessore. Ad esempio può fare così!... Voi sapete che Sandro [un vecchio famiglio che faceva il portinaio] ogni sera chiude la porta a chiave, ma lascia la chiave sulla porta... Voi, alzatevi verso la mezzanotte, scendete in porteria, aprite pian piano la porta, e andate al Monte dei Cappuccini, dove, a quel tempo, dicono il Matutino. Bussate alla porta del Convento, bussate forte, anche due o tre volte, e vi apriranno, e dite che volete confessarvi!... Confessatevi bene, e poi tornate a casa, entrate, chiudete la porta e tornate a letto!... - E sorrideva con amabilità affascinante.

                Ma, naturalmente, dava tutta l'importanza all'avere un confessore stabile.

                Trovandosi a Roma ed essendo in colloquio col Card. Patrizi, d'un tratto lo sentì esclamare: [11]

                 - Io da molto tempo vado meditando un pensiero che mi angustia. Vorrei esporlo a voi, perchè mi deste una risposta se vi parrà conveniente. Prima però è meglio che preghiamo il Signore acciocchè ci illumini.

                Ed egli: - Se vuole espormi adesso la questione, sarei pronto a risponderle anche subito.

                 - No: mi piace che le cose si facciano con posatezza.

                Don Bosco tornò dopo qualche giorno, e:

                 - Ecco, prese a dire il Cardinale, quale era la mia preoccupazione. Qui a Roma abbiamo con certa frequenza frati e preti che si distinguono per doni soprannaturali, ma, quasi mai, non abbiamo monache, e ve ne sono tante, le quali siano da Dio favorite di simili doni. Moltissime sono pie, sono sante finchè si vuole, ma nulla si vede in esse di straordinario. Don Bosco che cosa ne dice? Quale ne sarà la causa, e quale il rimedio?

                 - A presto trovata la causa ed anche il rimedio. A Roma in moltissimi conventi ogni monaca ha il proprio confessore, e talora eziandio un altro direttore di spirito a sua scelta. Si rimetta in vigore la regola che vige dappertutto fuori di Roma, cioè un confessore stabile ordinario per tutte, scelto dal superiore: lo straordinario ogni sei mesi, e in tempo degli esercizi spirituali ogni anno. Sia proibito che si confessino da chi vogliono, e allora si vedrà rifiorire in esse la santità straordinaria coi doni soprannaturali.

                Il Cardinale stette un po' riflettendo e poi disse:

                 - Avete ragione: ma chi volesse introdurre questa riforma desterebbe un terribile vespaio, che darebbe molte noie e forse nessun frutto.

                 - Ma stia certa che la causa è questa!

                Ed era, in pari tempo, d'una discrezione squisitamente patema. “Mentre ci raccomandava la temperanza - prosegue Don Rua - non voleva che i giovani specialmente si dèssero a digiuni ed austerità troppo rigorose, ben sapendo come il demonio stesso talvolta suggerisca pei suoi fini tali austerità. Quando qualcuno dei suoi giovani allievi, o giovani penitenti, gli dimandava il permesso di fare digiuni prolungati, oppure dormire sul nudo terreno, o praticare altre [12] mortificazioni penose, egli soleva commutarle in mortificazione degli occhi, della lingua, della volontà, e in esercizi di carità; o tutt'al più permetteva di lasciare la merenda o una parte della colazione”.

                Nell'ammonire, poi, e nel consigliare, sempre nel modo più opportuno, era assai breve.

                Le Clarisse d'Alassio, avendo sentito parlare della sua santità, concepirono tutte il desiderio di confessarsi una volta da lui. Erano buone e brave religiose, che nella vita umile e nascosta non bramavano altro che crescere nell'amor di Dio. Recatosi ad Alassio, Don Bosco venne a conoscere il loro desiderio, e benevolmente annuì, ma ad un patto, che nel confessarsi nessuna oltrepassasse i tre minuti. Le Suore accettarono; ed egli, avuta licenza dal Vescovo di Albenga, andò a confessarle. Certo la cosa non era tanto facile; scrupoli ed angustie di spirito si trovano anche nelle anime claustrali; eppure, passati tre minuti, appena egli disse: - Basta! - la prima tacque sull’istante. Così fecero la seconda, la terza, ... e tutte fino all'ultima. Taluna al basta! insisteva con un ma... poi subito anch'essa si quietava. Evidentemente anche in quella circostanza leggeva chiaro nelle coscienze, ed alla sua parola restavano tranquille, e tutte ne riportarono la più santa soddisfazione e la più cara letizia.

                Nei viaggi, che fece in quegli anni a Roma, il Papa gli domandò:

                 - Voi confessate anche a Roma?

                 - Se Vostra Santità me ne dà il permesso, confesserò, rispose.

                 - Ebbene confessate anche me. - E si mise in ginocchio e si confessò. E così fece più volte.

                Don Bosco, alcuni anni dopo, narrava il fatto a Don Berto, in forma confidenziale, rilevando l'istituzione divina del Sacramento per cui anche il Papa si confessa come ogni semplice cristiano.

                Tra le Memorie, raccolte - da Don Lemoyne, e da lui posta tra quelle del 1871, v'è una splendida prova della risoluta carità di Don Bosco di confessare un giovane ventenne,  [13] orfano di padre e di madre, che per qualche tempo era stato nel collegio di Lanzo, ed allora era studente di medicina; e che morì - come risulta dai registri municipali dell'Ufficio di Stato Civile (Anno 1869, N° 2566) - il 16 settembre 1869. Ora, essendo la narrazione inedita ed assai interessante, non possiamo lasciarla da parte.

                Verso la fin d'agosto del 1869, Cesare Bardi, che abitava presso il tutore, “sul Ponte Mosca - Casa Crida - numero 6” poco lungi dalla chiesa parrocchiale dei Santi Simone e Giuda, era ormai alla fine, e non si pensava, anzi non si voleva chiamare il prete per amministrargli gli ultimi sacramenti, - per non diffondere tra i vicini, così si diceva, una notizia che sarebbe tornata indubbiamente sgradita ai gaudenti! - Eppure la voce della gravità del male del povero giovane s'era diffusa, e il parroco aveva già tentato due volte di poterlo avvicinare, ma l'una e l'altra volta era stato respinto. Per fortuna una brava, donna, venditrice di frutta nel vicino mercato, avendo appreso in farmacia lo stato dell'infermo, corse all'Oratorio per far sapere a Don Bosco che un suo ex - allievo di Lanzo, in casa tale, via tale, numero tale, era agli estremi e non si voleva chiamar il prete.

                Don Bosco subito andò a picchiare alla porta, e il servo, che più volte l'aveva visto a Lanzo, subito lo - riconobbe e capì il motivo della visita, e pur facendogli cenno colla mano che l'affare era un po' difficile, lo fe' entrare, e chiamò il padrone. Questi si fece aspettare un poco; in fine comparve, e, con fredda urbanità, gli chiese il motivo della visita.

                 - Son venuto per vedere il giovane ammalato.

                 - Dorme, e non conviene destarlo!

                 - Allora aspetterò!...

                La risposta non tornò gradita. Don Bosco se ne accorse, ma convinto che bisognava mostrarsi risoluto, non cangiò idea; ed allora il tutore gli disse che andava a vedere se Cesare dormiva, e lo lasciò tutto solo per più di un'ora. Finalmente comparve la signora a dirgli che Cesare dormiva ancora, per cui era inutile attendere, tanto più che i medici avevano proibito qualsiasi visita, perchè solamente un po' [14] di commozione, ed anche due sole parole, avrebbero potuto fargli del male.

                Don Bosco allora parlò più chiaro ancora:

                 - Senta, disse, Cesare venne affidato a noi nel Collegio di Lanzo, che è sotto la mia direzione, ho dunque un po' di ragione di avvicinarlo, tanto più che tra Cesare e me corsero già relazioni intime e confidenziali, più di quello che ella possa immaginare; abbiamo affari importantissimi e certo vuol vedermi, ed è necessario che lo vegga un istante, e non posso andarmene senz'averlo veduto...

                 - Oh questo poi, a me sembra!...

                 - Ripeto... son certo che Cesare vuol vedermi, quindi devo attendere; e qualora ella me lo vietasse, potrei anche appellarmi alle autorità...

                 - E lei oserebbe commettere una simile prepotenza?

                 - lo non voglio commettere nessuna prepotenza; ma ella comprende bene che il suo rifiuto non rimarrebbe nascosto... se ne parlerebbe... si direbbe che Don Bosco andò a vedere un suo amico, un suo alunno morente, e gli fu vietato di poterlo avvicinare... e certo tale pubblicità non tornerebbe troppo onorevole alla loro famiglia.

                 - Ma è il medico che l'ha proibito!

                 - Ebbene mi permetta d'andarlo a cercare da me, se ella non può o non vuole condurmi!... girerò tanto da una stanza all'altra che lo troverò.

                 - Se è così, per non far scene... vado a vedere se s'è svegliato.

                E se n'andò. Dopo aver parlato col marito, ed anche per le paure che loro mise in cuore il buon servo, che era un buon cristiano, tornò, ed invitò Don Bosco ad entrare nella stanza del malato, colla raccomandazione di non farlo parlare.

                Il povero giovane, appena lo vide, s'alzò a sedere sul letto, e gli gettò le braccia al collo, e lo baciò più volte, esclamando:

                - Grazie, Don Bosco, grazie!... grazie che è venuto a trovarmi... voglio confessarmi, io l'aspettavo!... voglio confessarmi! [15]

                 - Per favore, disse Don Bosco agli astanti, mi lascino solo un momento con lui, si ritirino un istante!...

                Fu una scena tenerissima. Il giovane si confessò e divenne raggiante di gioia, e volle anche fissar al muro un'immagine della Madonna, che non finiva di riguardar con amore.

                Don Bosco, quando uscì, fu accolto con ogni gentilezza; gli offersero anche un po' di vermout, ed egli l'accettò, come se nessuna contraddizione vi fosse stata, e nel congedarsi si fece promettere che gli avrebbero permesso di riveder il malato qualche altra volta, se fosse stato conveniente. E il giovane moriva di lì a due o tre settimane, sereno e tranquillo, sebbene i parenti non pensassero a fargli ricevere nè il S. Viatico, nè l'Olio Santo.

 

 

3) Continuamente favorito da Dio.

 

                La vita del nostro Santo Fondatore fu un così ampio e continuo esercizio di opere di carità, che “sembrano scritte per lui - dichiarava il S. Padre Pio XI nell'affermare l'eroismo delle sue virtù - quelle parole che furon scritte per un altro eroe di santità: dedit ei Dominus latitudinem cordis, quasi arenam quae est in litore maris”.

                “Chi vuole acquistar preferenze presso Dio, dice il Grisostomo, abbia cura delle anime a Dio tanto care, cerchi il loro vantaggio spirituale, provveda alla salvezza loro”, perchè “innanzi a Dio - osserva S. Gregorio Magno - nessun sacrifizio vale quanto lo zelo per le anime”.

                Era quindi naturale che il Signore, che suol arricchire tutti i suoi Servi fedeli di doni particolari, dèsse anche a Don Bosco molti doni straordinari per compiere:un più ampio e più fruttuoso apostolato.

                Tra gli altri, egli ebbe, quasi di continuo, quello di veder di lontano e di leggere i segreti delle coscienze come in un libro stampato, e di contemplare nettamente l'avvenire.

                Il 18settembre 1870 entrava nell'Oratorio il giovane quindicenne Giuseppe Gamba, di S. Damiano d'Asti, che si fece sacerdote e poi fu Vicario Generale di quella diocesi, Vescovo di Biella e di Novara, e caro e venerato Arcivescovo [16] di Torino e Cardinale. Restò nell'Oratorio solo un anno, ma - scrive il Teol. Giuseppe Angrisani, che fu suo segretario - gli si piantò come un chiodo nella testa questo ricordo:

 

                “Don Bosco - raccontava il Cardinale - era stato assente per molti giorni [il fatto avvenne quindi probabilmente in agosto, dopo le due settimane che fu a S. Ignazio par gli esercizi spirituali, e dopo i nove o dieci giorni che rimase a Nizza Monferrato]. Alla prima sera, dopo il suo arrivo, venne a direi le due paroline solite per la buona notte. Fu accolto da un subisso di acclamazioni, e ci volle del buono prima che potesse arrivare alla cattedra. Finalmente vi salì, e si fece un silenzio commovente. Egli sorrideva e ci disse:

                - Sono stato via molto tempo, eh? Ma che volete! Voi mangiate tante pagnotte, e Don Bosco è obbligato a girare per trovare i soldi da pagarle. Però, durante la mia assenza, son tornato tra voi due volte.

                Qui ci guardammo sorpresi, allargando occhi e orecchi.

                - Sicuro! e in una di queste volte entrai in chiesa, durante la Messa grande, e vidi che mancava uno... Domani costui farà fagotto, perchè Don Bosco di questi ragazzi non ne vuole! Tenetelo bene a mente, figliuoli! Don Bosco, anche lontano, vi vede sempre!

                La meraviglia cedeva alla commozione. Mentre egli scendeva fu assediato da noi che chiedevamo: - Chi è? chi è? - Ma lui, serio:

                 - Questo non devo dirlo a voi, Chi è, domani lo saprà.

                E il giorno dopo si seppe che uno era tornato a casa sua.

                Don Bosco, anche lontano, vi vede sempre!”[4].

 

                Vedeva anche, quasi di continuo, l'intimo delle coscienze.

                Un altro alunno, dello stesso nome e cognome di quello testè ricordato, Giuseppe Gamba, di Buttigliera d'Asti, poi salesiano e sacerdote, ed ispettore nell'Uruguay, entrava nell'Oratorio nell'estate del 1872, e la prima volta che andò a confessarsi da Don Bosco, lo sentì esclamare: - Vuoi avere tutta la confidenza in me?

                 - Oh! sì, tutta!

                 - Ebbene, io t'interrogherò, e tu mi risponderai secondo verità.

                 - Oh! sì, tutto.

                E il colloquio si svolse così: - Questo l'hai fatto, non è [17] vero?... - Sissignore! - Questo non l'hai fatto?... - Nossignore! Tutte le interrogazioni, affermative e negative, quadravano a capello con la verità, cosicchè la confessione, incominciata con molta confusione nella mente del bravo giovinetto, che temeva di non farla bene, finì colla certezza d'aver detto tutto ciò che doveva dire, senz'alcuna omissione, e con una pace invidiabile di coscienza che non gli fu mai turbata in avvenire, avendo constatato che Don Bosco gli aveva letto nel cuore, come in un libro. E finchè rimase nell'Oratorio, sempre col pensiero che Don Bosco leggeva nelle coscienze, non solo non volle mai cangiar confessore, convinto che non avrebbe potuto trovarne uno migliore, ma cercò anche di non commettere mai mancanze, per non sentirsele palesare dal Santo.

                Don Luigi Nai, leggendo le Memorie Biografiche e vedendo ricordati tanti piccoli fatterelli, si sentì spinto ad inviare egli pure, da Santiago del Cile, questa dichiarazione a Don Giulio Barberis:

                “Era l'anno 1872, ed una sera, credo dell'ultimo giorno degli esercizi spirituali degli studenti, Don Bosco confessava nel coro dietro l'altar maggiore; io fui uno degli ultimi a confessarmi e, terminata la mia, confessione, Don Bosco mi disse queste testuali parole:

                - In questo momento mi sta presente tutto il tuo avvenire! - e continuò, dicendomi quello che vedeva. Ricordo che nell'anima mia ho allora sperimentato una gioia di paradiso, e adesso potrei con giuramento asserire, che, tutto ciò che Don Bosco mi disse, si è verificato”.

                E Don Lemoyne, a proposito di questo particolare, che Don Nai ripetè a tutti tante volte, e che noi abbiamo pubblicato nel Bollettino[5], annotava alcuni dettagli, evidentemente avuti confidenzialmente dall'interessato:

 

                Il giovanetto Luigi N. una sera confessavasi da Don Bosco, il quale dopo l'assoluzione gli disse: - Vedo in quest'istante tutto il tuo avvenire. Veggo un orso ed un leone che ti vengono sopra, simbolo di prove alle quali sarai esposto: lotte di moralità e di [18] calunnia; ma vedo pure la tua buona volontà! Sta' tranquillo, e va' avanti! - E il giovane affermò poi con giuramento che incontrò queste prove, e le superò, e ne fu libero. In quanto alla calunnia un compagno minacciò di accusarlo presso Don Bosco di cose non vere, ed eseguì la sua minaccia. Egli venne a saperlo e si presentò per difendersi. Il Santo non permise che parlasse, e: - Buon uomo! non conosci dunque Don Bosco? - gli disse, cioè - Non temere! ti conosco.

                Altra volta gli disse dopo la confessione: - Vuoi fare un contratto con Don Bosco?

                 - E quale?

                 - Pènsaci; te lo dirò un'altra volta.

                Il giovane aspettò ansiosamente otto giorni per ritornare a confessarsi e farsi spiegare l'enigma. Andò; e chiese a Don Bosco per prima cosa: - Quale è il contratto?

                 - Va' da Don Rua! gli disse Don Bosco.

                Sempre più curioso andò dal prefetto Don Rua, dicendogli:

                 - Don Bosco mi manda da lei.

                 - E perchè?

                 - Per un contratto che egli vuol fare con me.

                Don Rua riflettè, e poi gli rispose:

                 - Ah! sì, vieni domani alla conferenza che si fa nella chiesa piccola.

                Era la conferenza dei Salesiani; egli andò e cominciò ad intendere.

                Ed essendo già salesiano, sacerdote e prefetto a S. Benigno Canavese, un giorno interrogò Don Bosco, presente Don Carlo Viglietti:

                 - Quale fu la causa speciale che la determinò, quando ero ancora studente, a dirmi di voler fare un contratto un me?

                 - Vedi, quando io confessava, vedeva fiammelle distaccarsi dalle candele accese sull'altare di Maria Ausiliatrice, e, dopo vari giri, andarsi a posare sul capo di qualche fanciullo. Ed una di queste si posò sul tuo capo.

                Queste fiammelle erano per lui un segno evidente della vocazione dei giovani alla Pia Società; e ciò gli occorse molte volte, come egli ci confidò nel 1885.

 

                Anche Bernardo Vacchina, poi sacerdote e zelante missionario nella Patagonia, entrato nell'Oratorio nel 1873, esperimentò subito come Don Bosco leggesse chiaro nelle coscienze. Aveva fatto la sua confessione generale prima di recarsi all'Oratorio, poi l'aveva ripetuta a Don Cagliero, e si recò a farla per la terza volta a Don Bosco, il quale subito gli domandò: - Come ti chiami? - Vacchina. - Bene; [19] se non venivi, ti mandavo a chiamar io! - E il giovane cominciò la sua confessione particolareggiata. Di alcune cose Don Bosco gli disse: - Basta! - e com'ebbe finito gli chiese: - Hai più niente? - Ho detto tutto, tutto!... - E questo?... - e gli ricordò una cosa così lontana dalla faraggine di quelle da lui accennate, che, stupito e commosso, si mise a piangere, dicendo: - È vero! - e continuò a piangere per un po' di tempo.

                Un altro zelante missionario, Don Maggiorino Borgatello, ci ha lasciato un'interessante narrazione del primo incontro con Don Bosco.

                Nel 1873 egli entrava nel collegio di Varazze, senza alcun pensiero di farsi sacerdote, e meno ancora religioso e salesiano, perchè aveva dei pregiudizi su Don Bosco e sull'opera sua. Dopo poco tempo sentì dire che avrebbero avuto una sua visita, e la notizia non gli riuscì troppo gradita.

 

                Io ero contento di poterlo conoscere, ma nello stesso tempo ero dispiacente, perchè temeva la sua vista. Quando entrò in collegio, tutti i convittori gli mossero incontro, facendogli mille feste, ed andavano a gara nel baciargli la mano; ed egli, sorridente, riceveva tutti con bontà e scherzava amichevolmente. Io pure, di nascosto, lo avvicinai di dietro e, prendendogli la mano, gliela baciai per poter dire di aver baciato la mano a Don Bosco. Egli fece mostra di non avermi veduto, torcendo altrove la testa e lo sguardo, ma mi afferrò per un dito, e tenendolo stretto insieme a dieci e più altre dita di altri giovani, mi obbligava a seguirlo per tutto il lungo corridoio del collegio. A misura che andava avanti, lasciava andare or questo or quello, finchè giunto a piè del grande scalone che mette al piano superiore, eravamo con lui due soli, Bielli Giovanni, mio intimo amico e compagno di studio, ora sacerdote, ed io. Prima parlò un poco con Bielli, e poi lo rimandò; quindi si volse a me. Fin allora non mi aveva ancora guardato, e mi pare che l'avesse fatto di proposito. Appena mi trovai solo con lui, dissi tra me: - Ah! ora ci sono!... che sarà di me?!... - Il sant'uomo mi gettò sopra uno sguardo tanto penetrante che mi scosse ogni fibra; nè potei continuare a guardarlo ed abbassai confuso gli occhi, pieno di santo timore. Conobbi, e ne son più che convinto che leggeva nell'intimo del mio cuore e vedeva non solo quel che ero ma pur quello che sarei diventato con la grazia di Dio e la sua cooperazione. Mai in vita mia mi era successa un cosa simile o somigliante. Con molta dolcezza mi domandò come mi chiamava, che intenzione aveva, se mi piaceva [20] stare in quel collegio, ecc. ecc.; e finì col dirmi: - Guarda bene, che io desidero d'essere tuo amico!.. - E poi nel lasciarmi soggiunse: - Domani io confesso in sagrestia; vieni a trovarmi; ci parleremo e vedrai che sarai contento.

                Come restassi dopo tale abboccamento è più facile immaginarlo che descriverlo. Ero contento d'aver fatto la sua conoscenza e fin d'allora sentivo di volergli bene e mi erano svaniti tutti i pregiudizi che aveva concepito contro di lui. La dimane gli parlai in confessione; e ne rimasi contentissimo, come mi aveva predetto. Egli stesso mi rivelò lo stato della mia coscienza con tanta precisione e con tanta grazia che ne restai attonito e confuso, non sapendo se ammirare di più la sua santità nel leggere nella mia coscienza o la sua bontà e la delicata maniera nel rivelarmelo. Piansi di pura gioia nell'aver trovato un sì caro amico e padre, e d'allora in poi l'amai sempre con amore ognor crescente, nè più l'abbandonai. Sempre, quando poteva, mi confessava da lui, e ne restava sempre soddisfattissimo. Alle volte mi dava avvisi che non avevano nulla a che fare colla confessione; e, dopo breve riflessione, mi convincevo che egli aveva ragione. Solo chi leggeva nell'intimo d'un'anima, poteva parlare in tal modo. Mi predisse pure varie cose che si avverarono alla lettera.

 

                Coteste illustrazioni singolari erano note a tutti nell'Oratorio, e vari, che, o non avevano la coscienza a posto, o temevano d'essere consigliati ad abbracciare lo stato ecclesiastico, non andavano a confessarsi da lui; ed egli, la sera dell'8 luglio 1873, teneva alla comunità questo sermoncino:

 

                “Non voglio andarmi a confessare da Don Bosco, perchè egli mi dice di farmi prete e di fermarmi qui nella Casa! - Ed io vi dico, che solamente a coloro che conosco essere veramente da Dio chiamati ripeto di star tranquilli e di andar avanti con questa intenzione. Riguardo poi al fermarsi qui, eziandio se alcuni volessero starvi, non .ne sarei contento. Del resto è ben giusto, che a coloro che mi aprono tutto il loro cuore anche io apra il mio, e dica quel che mi pare meglio per la salute della loro anima. E poi, anche dicessi questo, è egli un gran male dire ad uno di fermarsi in un sito dove vien provvisto di vitto e vestito, dove può continuare gli studi anche superiori, essere libero dalla leva, ecc.?

                Devo poi ancora notare che alcuni venivano a confessarsi dicendomi di voler fare la confessione generale, e intanto mi dicevano:

                - Dica pure, dica pure lei! - Bisogna che ci intendiamo; siete voi che venite a confessarvi da me, non io da voi, perchè se io dico i peccati miei a voi, voi potete manifestarli agli altri, perchè non avete l'obbligo del segreto della confessione [una risata generale]. [21] Ad ogni modo in principio diceva tutto io, ma dopo il mio povero stomaco si trovava stanco e non potea più reggere. Quindi incominci ciascuno a dire quello che si ricorda: il confessore poi, se ne vuol di più, andrà a cercarsene.

                Ma il fatto sta ed è, che in questi giorni io vedeva e leggeva così chiaro nella coscienza dei giovani le cose passate, presenti e future, che avrei potuto scrivere anche la loro vita futura. La vedeva tutta tracciata dinnanzi agli occhi miei, che non avrei avuto a far altro che scrivere, e sarei stato sicuro di non isbagliare. Perciò coloro che mi usarono confidenza nei passati giorni, possono essere tranquilli dei consigli ricevuti.

                In ultimo conchiudo raccomandandovi di stare attenti ancora ad una cosa, che cioè, quando andate a confessarvi, mettiate in pratica i buoni proponimenti, imperocchè dai frutti si conoscerà se siansi fatte buone confessioni: ex fructibus eorum cognoscetis eos[6].

 

                Predisse molte vocazioni, comprese alcune, che a giudizio di tutti, si sarebbero dette impossibili.

                Un giorno, incontrando un giovane che non aveva alcuna idea di farsi prete: - Sì, sì, gli disse, tu sei chiamato, il Signore ti vuole; purchè tu deponga certe abitudini diverrai un buon prete. - E quel tale nel 1872 indossava l'abito ecclesiastico ed entrava in Seminario. Ma era svogliato, e nel 1876 tornò in famiglia per deporlo. Il padre lo sconsigliò, ed egli si mise a studiare il francese per darsi alla mercatura; poi si recò a consigliarsi col P. Pellico d. C. di G., il quale gli disse: - Vada avanti; lei è chiamato; stia al consiglio di Don Bosco, ed io verrò ad assistere alla sua prima Messa. - E andò avanti, ma sempre di mala voglia, senza corrispondere alla grazia del Signore. Finalmente, dopo anni, si mise in calma usando tutti i mezzi necessari, e, salito al Sacerdozio, potè esclamare: - Don Bosco aveva ragione; è proprio vero che il Signore mi chiamava, ed ora son felice! - “Questa [22] è la confidenza, annotava Don Lemoyne, che a noi venne fatta da un sacerdote titolato nella sua diocesi”.

                Nel 1871 una signora di Genova con due figlie, accompagnando una loro cugina al monastero delle Adoratrici di Monza, volle passare per Torino per ricevere la benedizione di Don Bosco. Questi fece loro benevoli accoglienze, e, mentre si discorreva, si lasciò sfuggire, quasi con indifferenza, alcune parole profetiche, che ebbero pieno adempimento. Rivolto alla più giovane delle figliuole, disse: - Questa seguirà la cugina! - Difatti, circa due anni dopo, la giovinetta entrava a farsi monaca nello stesso istituto, sebbene in quel tempo la sua intenzione fosse ben diversa. E, vòltosi all'altra, soggiunse: - Questa sarà quella che vi darà più da penare! - Ed anche questo si avverò, perchè, per il carattere indeciso della ragazza, si dovette faticare assai prima di metterla a posto; e poi una serie di mali fisici e morali diede molto da pensare alla famiglia, e particolarmente alla madre, la quale riferiva a Don Rua le parole profetiche pronunciate da Don Bosco, e ne veniva estesa una breve narrazione, che si conserva, con la firma autentica della signora, nei nostri archivi.

                Don Berto annotava quest'altro particolare:

 

                Ieri mattina, 6 giugno 1873, ci venne un giovane alto di statura, per parlare a Don Bosco. Giunto nella sua camera si pose a discorrere or dell'una or dell'altra cosa. Don Bosco ascoltò un poco e poi gli disse:

                 - Ma ella vuol farsi prete, non è vero?.

                 - Sì, ma non sapevo come fare a dirglielo. Debbo però notarle, che mia madre si oppone.

                E se ne andò contento, promettendo a Don Bosco di scrivergli. Don Bosco dal canto suo gli disse, che cominciasse subito nel suo paese e nel suo uffizio di ricevitore dei dazi a farla da missionario.

 

                Leggeva abitualmente nei cuori.

                Nel 1872, più volte nell'incontrare uno dei nostri chierici, che fu poi sacerdote e non tra gli ultimi della Pia Società, gli diceva: - Tu hai fatto questo!. - Tu hai pensato questo!... - Tu eri preoccupato da questo dubbio!... - Tu hai formato questo progetto... - Il chierico, un po' preoccupato, gli rispondeva: [23]

                 - Lei cerca d'indovinare!

                 - Ne son sicuro!

                 - Qualcuno glie l'ha detto!

                 - Non mi fu detto nulla!

                 - Dunque come ha fatto a saperlo?

                 - Ti basti, che lo so con certezza.

                 - Ma, ripeto, come ha fatto a saperlo?

                 - Questa è un'altra cosa.

                 - E se le dicessi che non è vero ciò che mi dice?

                 - Tu puoi dire quel che ti piace, ma io non m'inganno. E con tutta calma scendeva ad esporgli i particolari di ciò che gli aveva accennato.

                “E realmente era così; - dichiarava a Don Lemoyne questo nostro superiore - la parola di Don Bosco era perfettamente conforme alla verità”; ed egli a nessuno aveva svelato i suoi pensieri, e nessuno poteva conoscere quello che egli aveva fatto.

                Molti altri fatti singolari accaddero quegli anni, dentro e fuori dell'Oratorio, predizioni che si avverarono a puntino, guarigioni ed altre meraviglie, che naturalmente non dobbiamo trascurare.

                Nel giugno 1872 l'alunno Antonio Bruno di Rubiana trovavasi in infermeria spossato di forze; da una settimana non prendeva più nessun cibo, e il medico non aveva potuto ancor conoscere e determinare bene la malattia. Don Bosco, una sera sul tardi, passò a vederlo e lo benedisse, e gli impose di levarsi al mattino seguente. Antonio rispose che non avrebbe potuto farlo, perchè non poteva reggersi in piedi; e Don Bosco replicò: - Domani ti leverai, e andrai anche a passeggio, fuori di città. - Il giovane, ubbidiente, si levò e uscì a passeggio, e si recò a piedi fino alla Tesoriera, cioè un bel tratto fuori dell'antica cinta, senza soffrirne; anzi, ne ebbe subito sollievo, e gli tornarono le forze e l'appetito, e dopo poco tempo godeva di nuovo prospera salute. Presentatosi a Don Bosco per ringraziarlo, il buon padre, come se si trattasse di cose da nulla, gli ingiunse di ricorrere sempre a lui, nei bisogni tanto corporali, come spirituali.

                Antonio Bruno aveva due fratelli che dimoravano in famiglia [24] con la madre, ed “uno - deponeva Don Berto, nativo egli pure di Rubiana - risolse d'andare a cercarsi fortuna in Francia, ma passò prima a Torino da lui. Egli lo condusse da Don Bosco, che tentò ogni via per dissuadernelo, ma non volle ascoltare. Non era ancor trascorso un mese, che fu ricevuta notizia di sua morte. L'altro fratello, più docile, rimasto in casa presso la madre, nel 1872 doveva partire per la milizia, lasciando la madre, vedova, sola in casa e senza aiuto, motivo per cui Antonio avrebbe dovuto lasciar l'Oratorio, a cui apparteneva già da qualche tempo e dove aveva posto tutto il suo cuore, per ritornare ad assistere sua madre. Di ciò impensierito, ricorse per consiglio a Don Bosco, che più volte l'assicurò di stare tranquillo, chè il fratello non sarebbe partito per la milizia, e frattanto l'esortava a raccomandarsi a S. Giuseppe ed alla Vergine Ausiliatrice, il che egli fece di buon grado. Umanamente parlando non v’era alcuna speranza che il fratello n'andasse esente; ma che? venuto il giorno della visita militare, egli parte, coi suoi compagni coscritti, alla sera precedente dal suo paese, camminando tutta la notte a piedi, per arrivare al mattino a Susa. Per istrada, non si sa come, gli si gonfiò un occhio in modo tanto deforme, che, appena presentatosi alla visita, solo per quello sconcio fu in sull'istante dichiarato inabile con meraviglia di tutti ì suoi compagni. Lieto adunque e giulivo se ne ritorna coi medesimi in patria, ma prima ancora che giungesse a casa, dello stesso giorno, l'occhio erasi interamente sgonfiato e guarito. Questo fatto [dichiarava Don Berto] mi venne ripetutamente assicurato dal fratello, ora zelante missionario laico a Paysandú, nella Repubblica dell'Uruguay...”.

                “Verso la metà di marzo del 1874 - narrava nel 1892 il confratello Felice Gavarino a Don Secondo Marchisio - fui sorpreso da un fortissimo male di denti con infiammazione della gola e della lingua. Ali fermai quel mattino a letto fin verso le ore otto, e poi mi recai in chiesa per dire le orazioni. Il buon padre Don Bosco stava vestendosi per dire la Messa, e, vedendomi, mi fece cenno colla mano di avvicinarmi. Io non poteva parlare, ma feci capire gesticolando il mio male. [25]

                Egli allora mi disse d'inginocchiarmi, e mi diede la benedizione. Oh prodigio! il male scomparve affatto e fui immantinente libero. Mi sorprese nuovamente il male due anni dopo, ed il Servo di Dio mi chiamò in camera, e mi disse: - Ti darò una benedizione che ne avrai per sempre! - E difatti... d'allora non sentì mai più questo male”. Così deponeva Don Marchisio nel Processo Informativo.

                Il caro Rossi Marcello, di Rosignano Monferrato, entrato in Società nel 1871, nel 1873 cadeva gravemente malato ad Alassio; ne fu dato l'annunzio a Don Bosco, che gli mandò la benedizione, e guarì così prontamente che Don Bodrato lo chiamava il figlio del miracolo. Nel 1874 era assistente dei legatori nell'Oratorio, quando un giorno fu colto da vari sbocchi di sangue da riempirne tre scodelle. Recatosi nell’infermeria, per sei giorni ancora gli sbocchi si rinnovarono, e il medico dichiarava: - Questi è il più grave degli ammalati della casa! - Don Bosco, sul principio dell'anno aveva annunziato che cinque sarebbero morti; e difatti alcuni erano già partiti per l'eternità. Il buon Padre si recò a visitarlo e lo benedisse, e Marcello sospettò d'essere nel numero dei cinque; e lo pregava a dirgli apertamente, senza riguardi, se davvero egli fosse nel numero dei morituri, ché si sentiva di morire in pace. Don Bosco lo guardò amabilmente ed esclamò: - Sta' tranquillo; devi ancor aiutarmi a salvare tante anime! - E guarì, e gli veniva affidato l'ufficio di portinaio dell'Oratorio, che disimpegnò per oltre 48 anni, compiendo in pari tempo, tra l'ammirazione di tutti, un vero apostolato.

                Nel medesimo anno il chierico Mosè Veronesi venne colto da gravissima malattia e si disperava di salvarlo. Don Rua, scrivendo a Don Bosco, che si trovava in Liguria, lo pregava a mandar una benedizione all'infermo; e Don Bosco, letta la lettera, esclamava: - Gli mando la benedizione, ma non il passaporto! - E Mosè guarì perfettamente; e in seguito parlando con Don Bosco della guarigione raggiunta, l'udì esclamare: - Tu vivrai oltre i 72 anni! - e Don Veronesi moriva il 3 febbraio 1930, in età di 79 anni. Probabilmente, nell'istante in cui faceva quest'affermazione, il Santo [26] aveva dinanzi alla mente che egli avrebbe raggiunto appena i 72!...

                La fama, che con le sue benedizioni e con le sue preghiere si ottenevano tante grazie, era già diffusa in ogni parte.

                A S. Pier d'Arena una povera donna, che aveva un fanciulletto paralitico, sapendo che si trovava nell'Ospizio di S. Vincenzo de' Paoli, prese il fanciullo in braccio e corse all'istituto per presentarglielo perchè lo benedicesse. C'eran tanti che volevano parlargli ed ella attese pazientemente, finchè le fu detto che Don Bosco partiva. Allora diede un urlo di disperazione, e Don Bosco, nell'uscire, l'avvicinò, e benedisse il figliuolo e gli fece fare col braccio destro infermo il segno della Croce. Era guarito sull'istante!... Così narrava a Don Lemoyne il genovese signor Bruzzo, di 80 anni, che l'aveva appreso da una nipote, che fa presente al prodigio.

                “Il nostro caro Padre Don Bosco - scriveva Don Giuseppe Ronchail a Don Rua - quando fu in Alassio [dopo la malattia fatta a Varazze] venne invitato dal sig. Luigi Preve ad aver la bontà di recarsi in casa sua a dar la benedizione a sua moglie, che da parecchi mesi non era più capace di uscir di casa a fare una piccola passeggiata. Acconsentì l'amatissimo nostro Don Bosco, ed io l'accompagnai. Colà si trattenne alquanto a parlare di cose di famiglia e d'altro, poscia dopo aver esortato l'ammalata e la famiglia ad essere divoti di Maria SS., le diede la sua benedizione. Son due giorni che venne il signor Preve in collegio, ed incontratomi, pieno di gioia mi disse: - Faccia sapere al sig. Don Bosco che mia moglie, dopo aver ricevuto la sua Benedizione, migliorò, ed ora è perfettamente guarita, e stamane (giorno di fiera) uscì a passeggio con mio figlio maggiore”.

                La signorina Giuseppina Monguzzi, nata in Mano sotto la parrocchia di S. Eustorgio, e poi direttrice del Collegio Femminile in Varese, con lettera del 19 marzo 1891 esponeva a Don Rua con giuramento che per circa 12 anni aveva sofferto continuamente acutissimi dolori per forte emicrania, residuo di una congestione cerebrale che le aveva durato circa due mesi, per cui era inabile a qualunque occupazione. [27] Ora avvenne che, dopo aver esperimentato inutilmente tutti i rimedi dell'arte, trovandosi ella a Milano presso una sorella, direttrice dell'Istituto dell'Immacolata, dietro suggerimento di un pio sacerdote, nel mese di maggio 1872 si presentò a Don Bosco, che in quei giorni trovavasi pure in quella città, e lo richiese di una speciale benedizione, per poter guarire dal suo malore, ribelle ad ogni cura medica. Il che egli fece di buon grado, non senza prima esortarla ad avere viva fede nella potenza della B. V. Maria. Le diede quindi una medaglia della Vergine Ausiliatrice e di S. Giuseppe, ingiungendole di baciarla ogni sera, prima di coricarsi e di recitar un Pater, Ave e Gloria fino alla Solennità dell'Assunta, e di aver fede che sarebbe guarita. Ma ciò avvenne sull'istante. Infatti ella asserisce che prima ancora di uscir dalla sala, dove trovavasi Don Bosco, il suo mal di capo scomparve affatto e che da quasi vent'anni si trovava libera ed in grado di poter attendere al suo ufficio di direttrice dell'Istituto di S. Giuseppe in Varese Lombardo. Così ella stessa scrisse e sottoscrisse la narrazione, e la confermava il sacerdote Don Benigno Zini, parroco di Biumo Inferiore, presso Varese.

                Anche per lettera tanti ricorrevano a lui, ed erano consolati.

                “Verso il 1872” Silvio Giannichini di Pascoso (nella provincia di Lucca) era militare a Piacenza, ove rimase per due anni, e fu costretto più volte ad andare all'ospedale per tonsillite, ed una volta per difterite, che lo ridusse quasi in fin di vita; ma coi medicamenti e le cure assidue del bravo dottore che lo curava potè superare la grave malattia. Senonchè il medico curante, vedendolo costretto a tornar tante volte all'ospedale per la solita malattia, gli suggerì di farsi fare un'operazione. Egli non aveva il coraggio di sottomettersi al consiglio, ma il medico insisteva. Allora scrisse al padre che sentisse il parere del medico di famiglia, e la risposta fu che poteva benissimo farsi operare, perchè d'ordinario, tali operazioni non hanno conseguenze fatali. La risposta del padre gli pervenne insieme con una lettera di un fratello sacerdote, il quale - così egli scrive - “compiangendo la mia [28] sorte mi consigliò a scrivere a Don Bosco a Torino, e chiedere al medesimo la benedizione per il mio male e in pari tempo di rivolgere alla Santissima Vergine Ausiliatrice poche preghiere per me. Ciò fatto che cosa accadde? Accadde che io guarii completamente, e durante il tempo che stetti militare non ebbi a soffrire di tale incommodo. Sono passati circa 50 anni da tale epoca, e mai più mi ha dato noia la gola; salvo, appena tornato in congedo, una semplice volta di poca conseguenza si ripresentò questo male, il che ritengo per il cambiamento del clima. Quindi ripeto e confermo che mai più ho avuto disturbi di gola, e perciò riconosco che la mia guarigione è dovuta alla benedizione di Don Bosco”. - Così dichiarava egli stesso il 31 agosto 1920.

                Era ritenuto da tutti un gran Servo di Dio, un santo. Nel 1872 a Mathi Torinese v'era una certa Maria Sopetti, che soffriva per vessazioni diaboliche. Ne venne informato l'Arcivescovo Mons. Gastaldi, che suggerì di farla benedire da Don Bosco. La poveretta venne a Torino il 30 novembre, e verso le 9, 30 entrava nell'anticamera di Don Bosco. Attese fino alle 10, 30, collo sguardo torvo, senza proferir parola. Venuto il suo turno, s'alzò per entrare in camera e farsi benedire, ma ad ogni passo che cercava di fare, la si vedeva come respinta da una mano invisibile, quindi con gran violenza prese a gridare in tono arrabbiato e di protesta, dimenando il capo e scotendo tutta la persona, e: - No! No!… - continuò a gridare più di un centinaio di volte. Finalmente giunse ad entrare e, con mille sforzi, si riuscì a farla inginocchiare, mentre Don Berto, volendo conoscere se si trattava d'una vera ossessione, prese in disparte Don Bosco e gli disse all'orecchio, pian piano, in modo appena intelligibile: - Vado in sagrestia a prendere il rocchetto e la stola?... - Aveva finito appena queste parole che quella poveretta diede un urlo disperato, gridando: - No! no! – Don Bosco le diede la benedizione, ed ella nel frattempo portò le mani alle orecchie per non sentire, e prese a fare mille atti maniaci e mille smorfie, una più strana dell'altra, perchè si sentiva soffocare, finchè, come tutta aggomitolata, si gettò colla faccia a terra per nascondersi, continuando sempre a [29] gridare: - No! no! diau! diau! [diavolo! diavolo!] cuntacc!... - quindi cominciò a grugnire come un maiale, e a miagolare come un gatto; si sentiva soffocare dallo spirito maligno. Con incredibili sforzi si riuscì a farle baciare la medaglia, e, terminata la benedizione, tornò subito in calma.

                Interrogata, disse che da tre anni era cosi tormentata che, ogni quindici giorni, se non andava a farsi benedire dal parroco, si sentiva soffocare; e - “la sola presenza di un sacerdote, continuò a dire, basta, anche senza vederlo, ad eccitare vessazioni... Pregare non posso. Quando muore qualcuno, anche senza saperlo mi sento quasi soffocare. Ma questi tormenti che provo adesso alla sua presenza per la sua benedizione, non li provo tanto violenti alla presenza di altri sacerdoti, ma solo quando voglio andarmi a confessare. E, se non dico queste parole e non faccio i gesti che ho fatto sinora, sebbene involontarii, mi sento soffocare...”.

                Appena uscì dalla camera, fu vista tranquilla. Don Bosco l'assicurò che andando a Lanzo sarebbe passato a vederla a Mathi, o almeno avrebbe domandato di sue notizie. Le disse che baciasse la medaglia di Maria Ausiliatrice spesse volte e recitasse l'Ave Maria, che il Signore le dava con tali vessazioni un mezzo per farsi molti meriti. Questa povera donna continuò a venire di quando in quando a farsi benedire, e il 2 gennaio 1883 era quasi interamente libera dalla grave tribolazione; non provava più, almeno all'esterno, nessuna ripugnanza nè difficoltà nel presentarsi a Don Bosco e nel ricevere da lui la benedizione. Così narrava Don Berto che ne fu testimone.

                Tanta era la stima e, diciam pure, la venerazione che godeva in Vaticano, che il Papa di quegli anni gli affidava un esame, di cui non si vedeva la fine.

                Era stata spinta a recarsi a Roma una buona donna - che alcuni ecclesiastici ritenevano favorita da Dio di doni straordinari, per alcuni suoi scritti che sostenevano essere vere rivelazioni; e il Papa la mandò dal Card. Patrizi, perchè la facesse esaminare da Don Bosco, che si trovava egli pure a Roma. Il Cardinale senz'indugio seguì il suggerimento del S. Padre; e Don Bosco, letti gli scritti, parlò con la donna,  [30] e rimase convinto che non v'era nulla di straordinario, nulla che potesse ritenersi come una rivelazione divina. E comunicò al S. Padre il suo parere, e Pio IX, soddisfatto, esclamò: - Ci vuole Don Bosco per queste cose; chi capita sotto il suo sguardo, viene scandagliato ben bene, e riconosciuto chi è!

                Quella povera donna, nella quale vi poteva essere un po' d'illusione, ma nè superbia, nè frode, in fine pregò Don Bosco che le trovasse un po' di denaro per tornar tranquillamente a casa. Erano sei mesi che si trovava a Roma, dove non faceva altro che recarsi ora da questo, ora da quell'ecclesiastico, per accontentare coloro che ve l'avevano mandata, e non aveva quasi da vivere. Don Bosco le ottenne dal Card. Vicario quanto desiderava; ed ella, tornata in patria, gli scrisse più volte, piena di riconoscenza, sempre ringraziandolo.

                “Pio IX, di santa memoria - dichiarava Don Rua nel Processo Apostolico - aveva il più gran concetto di Don Bosco; a voce e per iscritto lo consultava su vari punti riguardanti il governo della Chiesa in tempi difficilissimi che attraversava, interrogandolo [come vedremo] perfino sui futuri avvenimenti riguardanti la Chiesa. Ed una volta, presentatisi a lui due coniugi con un loro bambino di otto anni, privo di favella, per averne la papale benedizione, il Santo Padre, sapendo che allora trovavasi in Roma il Servo di Dio, disse loro: - Andate da Don Bosco. Il Signore per mezzo del suo Servo, vi esaudirà! - mostrando così in qual grande stima di spirito profetico e di uomo prodigioso tenesse il Venerabile” nostro Fondatore.

 

 

4) Alla sua scuola.

 

                Ad una scuola, continuamente illuminata dal pensiero di Dio nella maniera più limpida ed attraente, perchè non è la virtù dall'aspetto accigliato e dal volto rigido e freddo, ma la virtù vera, gaia e giuliva, splendente della bontà naturale, che affascina e rapisce gli animi giovanili, fioriscono i santi entusiasmi e le vive aspirazioni ad un tenor di vita virtuosa e santa. Tale era la scuola di D. Bosco. [31]

                “Tutto - rilevava Don Rua nel Processo Apostolico - serviva a sollevare la sua mente a Dio e a santi pensieri, qualunque cosa vedesse o sentisse; le erbe; i fiori, i frutti, gli uccelli, gli animali, le scoperte che si fecero e che si andavano facendo, lo portavano ad ammirare sempre più la .sapienza, la potenza di Dio, ad amare la sua Provvidenza, che a tempo e luogo provvede ai bisogni degli uomini. E questi sentimenti li manifestava con tanta spontaneità, che si vedeva che sgorgavano da una mente e da un cuore sempre immersi nella contemplazione di Dio e dei suoi attributi”.

                In continua ed intima unione con Dio, era naturale che sentisse il bisogno di tener elevati a Dio anche la mente e il cuore degli alunni, per cui il ricordo di Dio e dei doveri che tutti abbiamo verso di Lui per meritarci la beata eternità, era sempre sul suo labbro, e lo voleva impresso negli alunni, specialmente coll'insegnamento regolare del catechismo. Per questo - rilevava Don Bonetti - “fece precetto a tutti i maestri nelle sue case di far studiare e ripetere per intiero ogni anno il catechismo della diocesi agli alunni. Dava grande importanza a questo studio, e voleva che due volte all'anno se ne dèsse l'esame con particolare solennità, e non si dèsse premio a qualsiasi che non si fosse distinto in questo esame, non ostante che si fosse segnalato in altre materie. Anche fuori degli esami ordinari proponeva e dava premi speciali a chi avesse recitato bene il catechismo da capo a fondo. Per meglio assicurarsi che questo studio non fosse trascurato, si faceva dare sovente dai maestri i registri e le decurie, settimanali e mensili, sopra cui era portato il voto di catechismo, meritato da ciascun giovane”[7].

                “Trovandomi con lui ad Alassio - attestava il Servo di Dio Don Leonardo Murialdo - per qualche tempo ci trattenemmo in compagnia di un giovane, di cui non ricordo il nome. Don Bosco per ischerzo mi disse, che io ritornassi poi un giorno in Alassio per dettare una muta di esercizi [32] spirituali a detto giovane, soggiungendo: - Ma di quegli esercizi che lasciano profondamente impresso in mente e in cuore il QUOD AETERNEM NON EST, NIHIL EST! - Ma queste parole pronunziò con un aspetto e sentimento di tale penetrazione, che dava a divedere, com'egli fosse compreso di tale massima”.

                Anche Don Garino, che fu il primo catechista ad Alassio, ricordava che Don Bosco gli aveva dato questa commissione per il Direttore: - Di' a Don Cerruti che non lasci di fare, ogni anno una o due prediche ai giovani sulla presenza di Dio.

                Nei sermoncini della sera la raccomandazione più insistente per vivere in grazia di Dio era la divozione alla Madonna. “Ai suoi allievi - attesta Don Rua - si può dire che non sapeva parlare senza raccomandare la divozione a Maria Santissima, e specialmente per insegnar loro a conservare la purità, raccomandava vivamente la divozione a Lei”. Durante le novene in preparazione alle sue feste principali, e durante il mese di maggio, non mancava mai di dar anche un Fioretto.

                E di questi Fioretti n'abbiam trovato una serie, messi sul labbro di Maria Santissima, che Don Lemoyne dice raccolti dalle parole di Don Bosco o da lui scritti. Noi li riportiamo ad litteram, dando loro un cert'ordine, e numerandoli per lo scopo che diremo.

 

                1. Io son tua madre; lungo il giorno offrimi spesso il tuo cuore.

                2. Quando senti suonar le ore, di', sotto voce o col pensiero: Ave, Maria, dolcezza e speranza mia!

                3. Insiem col mio, invoca spesso il nome di Gesù, del Figlio mio!

                4. Sovente, almeno al mattino ed alla sera, bacia la mia medaglia.

                5. Per via saluta le mie immagini, vincendo ogni rispetto umano.

                6. Provvèditi una mia bella immagine, e mirala e baciala spesso.

                7. Salutami sovente, di cuore; ed avrai il mio amore!

                8. Provvèditi e leggi qualche libro, che parli di me e del mio amore!

                9. Scrivi sui tuoi libri e nel tuo cuore il mio nome!

                10. Per amor mio sii umile, paziente, e pio.

                11. Ubbidisci senza esitare; così faceva io in casa mia e nel tempio.

                12. Occorrendo, cedi all'altrui parere, per farmi piacere.

                13 Pregando, sta' sempre colle mani giunte innanzi al petto.

                14. Accresci colla tua parola il numero dei miei divoti. [33]

                15. Ogni sabato pratica ad onor mio qualche mortificazione.

                16. Ogni sabato recita le mie litanie per ottenere una buona morte.

                17 Ogni sabato procura di fare ad onor mio la Santa Comunione.

                18. Fa' spesso la Santa Comunione, specialmente nelle mie feste.

                19. Quando fai la Santa Comunione, raccomandami spesso i peccatori.

                20. Quando fai la S. Comunione, raccomandati a me per ottener la purezza e la carità!

                21. Ah! mio caro figlio, non commetter mai un peccato mortale!

                22. Fin d'ora colla parola e coll'esempio proponiti d'impedir il male.

                23. Se vuoi farmi un grati piacere, raccomandami spesso i peccatori.

                24 Fuggi i compagni dissipati e poco divoti,

                25. Se senti bestemmiare, di' tosto nel tuo cuore: Lodato sempre sia il nome di Gesù e di Maria!

                26. Se qualcuno ti offende, non vendicarti; perdònagli per amor mio!

                27. La mormorazione mi dispiace; e tu non farla e non ascoltarla.

                28. Invece di lagnarti dei dispiaceri, sòffrili volentieri per me.

                29. Nelle pene ed afflizioni volgi lo sguardo a me, tua madre!

                30. Quando ti è imposta una cosa che ti spiace, di' tosto: - Sì, per amor di Maria!

                31. Fuggi gli spettacoli del mondo, ed ama il ritiro.

                32. Fa' di essere il pacificatore dei tuoi compagni.

                33 Oh! quanto mi sarebbe caro, se tu ti confessassi bene ogni otto giorni.

                34. Abbi molta confidenza nel tuo confessore ordinario, e non cangiarlo senza necessità.

                35. Tieni bene a mente gli avvisi del confessore, e mèttili in pratica.

                36. Nel tempo delle vacanze non lasciar passare i quindici giorni senza confessarti.

                37. Durante le vacanze frequenta regolarmente la chiesa per dar buon esempio.

                38. Ama e rispetta i sacerdoti; io pure amava e rispettava gli Apostoli.

                39 Sii riconoscente e rispettoso verso chi ti benefica nell'anima e nel corpo.

                40. Metti in serbo qualche coserella per darla ai poveri per amor mio.

                41. Sei un mio giardino; coltiva i fiori più belli.

                42. Colle tue virtù sii il paradiso del mio Divin Figlio!

                43. La tua virtù prediletta sia la virtù angelica: la castità! [34]

                44. Nelle brutte tentazioni di' subito: Mater purissima, ora pro Me!

                45. Non dar mai cattive occhiate.

                46. Non leggere mai libri pericolosi; e prima di leggere un libro che non conosci, pàrlane col confessore.

                47. Usa grande modestia nello spogliarti e nel vestirti.

                48. Non fare e non ascoltar mai discorsi scandalosi o mondani.

                49. Non proferire, neppure per ischerzo, una parola che possa cagionare cattivi pensieri.

                51. Non parlare con persone pericolose, se vuoi ch'io parli al tuo cuore.

                51. Se vuoi essere mio beniamino, ama Gesù Bambino.

                52. Amami tanto! ti voglio far santo!

 

                Questi fioretti si possono esporre - ove si creda opportuno, anche insieme con altri, e tutti numerati, - in un quadro, come si faceva un tempo nelle nostre case, con accanto una cassetta contenente i numeri relativi dalla quale ogni alunno possa, durante le novene e il mese di maggio, estrarre ogni giorno un numero, osservarlo, e ripòstolo nella cassetta, leggere il fioretto corrispondente, e prenderlo come dato a lui in particolare.

                Soleva anche ricordare gli esempi edificanti dei più virtuosi giovinetti vissuti nell'Oratorio, particolarmente di Domenico Savio, prendendo lo spunto dal narrare nuovi favori che si ottenevano mediante la loro intercessione.

                Varie di coteste grazie, ottenute ad intercessione di Domenico Savio, le pubblicò anche in appendice a parecchi fascicoli delle Letture Cattoliche e nelle nuove edizioni della vita dell'angelico giovinetto, come la prodigiosa guarigione da catarro bronchiale del chierico G. B. Pellegrini del Seminario di Como, ottenuta nel 1871.

                Altre, avvenute negli anni di cui stiamo scrivendo, son tuttora inedite.

                Marianna Cumba da sei anni soffriva per fortissima palpitazione di cuore. Caso volle che le venisse tra le mani la vita di Domenico Savio. Piena di fiducia ne invocò l’intercessione, e guarì perfettamente.

                Di due altri favori ottenuti da Giuseppina Derossi Don Bosco stesso stese la relazione, di cui ci resta il manoscritto. [35] Derossi Giuseppina da Racconigi, affetta da molti malanni, era immobile nel suo letto da oltre quindici giorni, quando udite le molte grazie che si ottenevano ad intercessione del santo giovanetto Savio Domenico, anche a lui si rivolse con questa preghiera:

                 - Tu, o Savio Domenico, che fosti modello di santità in vita e che ora dal cielo concedi tante grazie a chi ti invoca, ottienimi da Dio conforto ne' miei mali e liberami da queste pene!

                Sull'istante fui presa come da dolce sonno e dopo breve riposo mi svegliai perfettamente guarita. Ciò avvenne l'anno 1869.

                Una grave disgrazia mi colse l'anno corrente (maggio 1871) quando per una caduta mi contusi e mi spezzai un piede. I dolori prolungati ed acuti, la continuazione, anzi l'aumento del male, mi fecero ricordare dell'antico e celeste benefattore, Savio Domenico; gli recitai un Pater ed Ave con promessa di fare qualche cosa a suo onore e gloria. Anche questa seconda volta conobbi la potenza del Signore e restai sull'istante guarita in modo da poter camminare, e ripigliai le mie ordinarie occupazioni.

                Ora compio la mia obbligazione visitando la chiesa di Maria A., di cui egli era tanto divoto quando viveva su questa terra.

                Torino, 19 novembre 1871

Giuseppina Derossi.

 

                La scuola di Don Bosco, nè più nè meno come il suo carattere, aveva un'impronta, una forma, un programma particolare:

                “Il suo metodo educativo - il rilievo é di P. Giovanni Semeria - fu la morale più austera nella forma più gioconda, il metodo di S. Francesco di Sales e di S. Filippo Neri, la gioventù rispettata nei suoi istinti migliori, corretta risolutamente, energicamente nei suoi istinti più bassi”[8].

                 - Ciò che deve distinguere la nostra Società - soleva ripetere nettamente il Santo Fondatore - è la castità, come la povertà contraddistingue i figli di S. Francesco d'Assisi e l'obbedienza i figli di S. Ignazio.

                La castità fu la virtù da lui prediletta.

                “Le virtù morali - attestava Mons. Cagliero nel Processo Informativo - e specialmente la sua castità, ne adornarono e santificarono siffattamente la vita esteriore, da parerci non solo di un santo, ma di un angelo; tanto fu angelica la [36] modestia del suo corpo, il candore dell'anima sua e la purezza del suo cuore...

                ”Mi sovvengo che, consultato da nobile famiglia sopra un matrimonio del quale si voleva domandare lo scioglimento dalla S. Sede, perchè, dopo appena quindici giorni dalla celebrazione, il marito aveva abbandonato la moglie, il Servo di Dio, dovendo insinuare qualche domanda sopra la consumazione del matrimonio, e quindi dichiarare che non sarebbe stato possibile lo scioglimento del vincolo, non se ne sentì, il coraggio, e rimandò a me i consulenti., affinchè risolvessi il loro caso”.

                A tutti apparve singolare nella pratica della virtù angelica. “Si rimaneva meravigliati - dichiarava Don Rua nel Processo Informativo - nell'osservare con quanta riservatezza trattasse colle persone di sesso diverso; e la Contessa Callori, fra le altre, mi fece notare come mai Don Bosco alzasse gli occhi per mirarla in volto, il che riusciva di grande edificazione. Cosi trattava anche con quelle che per divozione volevano farsi segnar la fronte col suo pollice o imporre sul capo la sua mano: sempre vi si rifiutava dicendo che a loro bastava la sacerdotale benedizione; e, se qualche volta mostrava quasi un po' di dispetto, era quando qualche indiscreta gli prendeva la mano per farsi toccare gli occhi infermi, o porsela sopra il capo. Co' suoi allievi poi usava tutti i riguardi per evitare ogni cosa che potesse essere di qualche pericolo, e lo stesso inculcava ai suoi chierici e ai suoi preti”.

                Un altro rilievo importante.

                Lo stesso Don Rua, interrogato nel Processo Apostolico se ritenesse che avesse avuto a vincere delle tentazioni contro questa virtù, rispondeva nettamente: “Riguardo a tentazioni contrarie a questa virtù penso che ne abbia sofferte, rilevandolo da qualche parola da lui udita allorchè ci raccomandava la temperanza nel bere... e ciò diceva affinchè ci guardassimo da bevande eccitanti. Penso pure che coll'attenzione che usava nell'evitare occasioni e nel tenersi sempre occupato alla gloria di Dio e al bene delle anime, tali tentazioni non fossero tanto frequenti e che le superasse vittoriosamente con grande vantaggio dell'anima sua. Tanto più in [37] questo mi convince la continua mortificazione che spiegava per tenere a freno le passioni. Sovente ripeteva le parole di S. Paolo: - Castigo corpus meum et in servitutem redigo - , raccomandando a' suoi figli la mortificazione dei sensi, di cui ci dava splendidi esempi; giacchè, sebbene non usasse patentemente austerità, come di lunghi digiuni, di cilizi, di flagellazioni, ecc., usava però una continua mortificazione dei sensi, ... imitando in questo l'esempio di S. Francesco di Sales, che si era tolto a modello e protettore delle sue opere”.

                “Essendo in procinto di andare a predicare gli esercizi in un collegio - scriveva Mons. Costamagna - Don Bosco mi chiamò a sè e mi disse:

                - Farai sapere a que' nostri carissimi figli, che di tante prediche che Don Bosco ha udito nel decorso della sua già lunga vita e di tanti libri ottimi che ha letto se n'è dimenticato ormai la massima parte; ma di una parola brutta, che un compagno cattivo mi disse all'età di sei o sette anni, io non me ne son potuto mai dimenticare. Il demonio si è preso l'incarico di tristamente ricordarmela! Dirai perciò a que' ragazzi: - Guai a chi insegna parole brutte e guai a chi dà scandalo!”.

                Provava tale orrore quando sentiva parlare di scandalosi, che fu udito ripetere: - Se non fosse peccato, li strangolerei colle mie mani!

                Ed insuperabili eran le sue cure per far regnare l'amore della castità in tutti!

                “Tanto era l'amore per la castità in Don Bosco - notava nel Processo Informativo Don Giulio Barberis - che non contento di conservarla esso con perfezione, e di suggerire ai Salesiani i mezzi per conservarsi puri, metteva ancora tutte le sollecitudini, affinchè anche i giovinetti, che la Divina Provvidenza gli affidava, potessero conservare intemerato questo bel fiore di virtù. Il suo impegno principale consisteva nel toglierli dai pericoli; per questo motivo specialmente abbreviò le vacanze, andava guardingo straordinariamente nello stabilire gli assistenti ed i maestri, faceva tenere chiusi i dormitori, ed in generale tutti i nascondigli durante il giorno, voleva cortili ampi, ma che tutti i giovani potessero essere [38] sotto gli occhi degli assistenti, proibiva che i giovani andassero nelle camere degli altri, e dei medesimi superiori, esclusi quelli soli che tenevano ufficio, ad esempio il direttore ed il prefetto. Voleva che gli assistenti non abbandonassero mai i giovani, e che di notte tenessero aperte le cortine del loro letto, affinchè li potessero meglio sorvegliare. Ma, quel che è più, suggeriva tanti mezzi ai giovani medesimi, che praticandoli, si era sicuri di conservarli casti. Più che tutto suggeriva la frequenza ai Sacramenti e la devozione alla Madonna.

                Per la natura della sua istituzione egli doveva ricoverare giovani già alcune volte stati vittime delle umane passioni. Ma erano tali e tante le precauzioni che egli prendeva perchè questi non fossero di danno agli altri, che quasi mai avveniva alcun inconveniente grave a questo riguardo. Oltrechè egli medesimo teneva molto d’occhio costoro, se sospettava che qualcuno potesse aver bisogno di una speciale sorveglianza, ne avvisava gli altri superiori affinchè stessero guardinghi, ma quel che è più, mettevagli accanto qualche compagno ben fermo nella virtù, con incarico che non lo perdesse mai di vista, che cercasse di farsi suo amico, e che anche in bel modo lo attirasse alle pratiche di pietà e specialmente alla frequenza dei SS. Sacramenti. Con tutti questi mezzi non è a stupire, se si ottenevano conversioni straordinarie e se non avvenissero mai gravi disordini”.

                E non è da meravigliarsi che avvenissero anche dei fatti singolari, e diciamo pure straordinari, tra i giovinetti dell'Oratorio! Alla scuola di un Santo, e di un Santo come Don Bosco, fiorivano dei gigli e si formavano dei cari angioletti, di cui a volte Dio si serviva per parlare al suo fedelissimo Servo!

                Nel 1871, mentre si trovava in cortile, circondato da molti alunni, i quali sapevano che presto si sarebbe recato a Roma, uno d'essi, alzandosi in punta di piedi, gli diceva nettamente all'orecchio: - Dica poi questo e questo al Papa! - Terminata la ricreazione, salì in camera e, fatto chiamare quel giovane, l'invitò a ripetere ciò che gli aveva detto poc'anzi, e lo sentì rispondere: - Ma io non le ho detto nulla!... [39]  - Andò intanto a Roma e si dimenticò della commissione, ed appena fu di ritorno all'Oratorio, ecco avvicinarsi a lui il medesimo giovinetto e dirgli: - Don Bosco, le aveva detto di dir questo e questo al Papa!... la faccia davvero la mia commissione. - Il Santo lo chiamò di nuovo per interrogarlo come l'altra volta e lo sentì rispondere: - Io non le ho detto nulla! Io non so nulla! - e con tanta ingenuità, che più non insistette; ma, convinto che, per bocca di quel giovinetto, e l'una e l'altra volta gli aveva parlato il Signore, tornato a Roma, fece la commissione al Papa.

                Non sappiamo chi fosse cotesto giovinetto, sappiamo solo che si fece salesiano, sacerdote e missionario.

                Un altro giorno Don Bosco è sopra pensiero per un gravissimo affare e non sa qual decisione prendere. Va a dir Messa e nel momento dell'Elevazione gli s'affaccia alla mente un modo che sembrava sciogliere ogni difficoltà, e si sente tranquillo, e ringrazia il Signore. Finita la Messa, torna in sacrestia, e il giovane, che glie l'aveva servita, gli si avvicina e gli dice:

                 - Si appigli al partito che le si è affacciato in mente al tempo dell'Elevazione!

                Resta stupito, e salito in camera chiama il giovane, l'interroga, e lo sente rispondere che... non ricordava d'avergli parlato!

                Nè mancavano altri fatti straordinari a comprovare la santa vita di molti nell'Oratorio.

                Una volta, nell'accompagnare un sacerdote forestiero a visitar l'altare di Maria Ausiliatrice, egli trovò un giovane, sollevato in aria, rapito in adorazione dietro l'altar maggiore, che al loro apparire rimase come interdetto, e volando come una piuma portata dal vento andò ad inginocchiarsi ai piedi del Santo, chiedendogli perdono.

                 - Sta' tranquillo, gli rispose, va' pure per i fatti tuoi, non è nulla!

                E vòltosi al sacerdote si limitò ad osservare: - Si direbbero cose del medioevo e accadono oggi!

                Un'altra volta, entrando nel Santuario dalla piazza, in un'ora in cui non c'era nessuno, vide un alunno sollevato [40] in aria davanti al gran quadro dell'altar maggiore; nè più, nè meno, come S. Giuseppe da Copertino, in un impeto d'amore s'era slanciato là per baciar l'effigie di Maria Ausiliatrice!

                Don Bosco stesso narrò più volte questi fatti; e presente alla narrazione che ne fece anche ad Alassio, era Don Luigi Rocca, da cui li apprese Don Lemoyne.

                Mons. Andrea Scotton l'udì raccontarne un altro, anch'esso straordinario, forse avvenuto dopo il 1874.

 

                Un giovanetto, sui dodici o tredici anni di età, senza bussare alla porta, e senza chieder permessi, entra una mattina nella camera di Don Bosco, e con un certo tuono imperativo gli dice: - Don Bosco, scriva.

                Don Bosco, che ben conosceva i doni soprannaturali, di cui il Signore aveva arricchito l'anima di quel caro Angioletto, prese la penna a scrivere.

                La dettatura non fu che una lunga filza di nomi e di cognomi. Era il nome ed il cognome di alcuni giovani, venuti all'Oratorio specialmente dall'Emilia, e introdottivi furbescamente per opera della massoneria coll'incarico di guastare i loro giovani compagni e di affigliarli alla sètta. Avevano le loro matricole e le loro tessere convenzionali di riconoscimento; e quel caro giovanetto rivelò a Don Bosco per filo e per segno ogni cosa nelle sue più minute particolarità.

                L'indagine era facilissima: e Don Bosco in breve ebbe tutto tra le sue mani.

                Ma egli, prima di licenziare quel suo angelo, volle sapere in qual modo fosse venuto a capo di scoprire tutti quei segretumi; e dopo molte ritrosie ne ebbe in risposta, che da più giorni Nostro Signore gli aveva fatto vedere tutto ciò, come sopra uno specchio, perchè lo svelasse a Don Bosco, e che per non averlo ancora svelato ne era stato quella mattina rimproverato acremente da Nostro Signore dopo la santa Comunione.

                Il Miles Christi, per chi desiderasse di saperlo, udì la storia del fatto dalle labbra stesse del ven. Servo di Dio[9].

 

                Coteste comunicazioni soleva farle in modo confidenziale e terminarle dicendo:

                 - Don Bosco è un povero prete qualunque, ma ha molti santi giovinetti che gli attirano le simpatie degli onesti e le benedizioni di Dio! [41]

 

 

5) Un dono singolare.

 

                Appare nettamente dalla Sacra Scrittura e dalle vite dei Santi che il Signore si serve anche dei sogni per guidare i suoi Servi.

                Don Bosco fu favorito di cotesto dono in modo singolare, a cominciar dalla fanciullezza quando gli fu additata la missione che avrebbe dovuto compiere, e poi in tutta la vita con la visione delle vie da seguire e dello sviluppo del suo apostolato e di tutti i mezzi più acconci per compierlo fruttuosamente.

                Le sue cure paterne, e continuamente eroiche, eran rivolte a guidare i giovani per le vie della grazia coll’amor di Dio e la fuga del peccato, ed il Signore ora gli poneva dinanzi delle scene veramente singolari, che, colla semplice esposizione che egli ne faceva poi agli alunni, davano alla sua parola un'efficacia meravigliosa; ora gli additava nettamente lo stato delle loro coscienze; ora gli suggeriva i mezzi più acconci per animarli a confessarsi bene e ad accostarsi degnamente alla S. Comunione, o ad avere una vera devozione alla Madonna, o ad amare e coltivare la virtù della purezza, o a vivere sempre in modo da essere ognor preparati alla morte. E come gli suggeriva anche particolari norme di vita da inculcare e raccomandare ai suoi figli spirituali, a quando a quando gli mostrò anche quali sarebbero state le vie migliori da seguire in circostanze particolari, cosicchè si può dire che egli, anche nel sonno, era sempre tra i suoi e in unione con Dio.

                Noi abbiamo già raccolte ed ordinate più di centoquaranta narrazioni dì coteste illustrazioni singolari, dodici delle quali si riferiscono agli anni di cui stiamo, scrivendo.

                Varie di queste son forti inviti a prepararsi ad una santa morte e predizioni di morti; altre splendide e nette illustrazioni dello stato delle coscienze; altre contengono limpide e memorande illustrazioni catechistiche; una, il primo campo di Missione riservato ai Salesiani altre riguardano pubblici avvenimenti. [42] Prima di passare ad esporle, convien notare, che tranne tre, tutte sono un sunto delle narrazioni di Don Bosco, che spesso duravano più d'un'ora, per cui, facilmente possono contener qualche inesattezza; ma ciò non toglie che le dobbiamo ritenere preziose, perchè ci fanno ugualmente comprendere quanto e come fu favorito da Dio il Santo nostro Fondatore, ed insieme ci mettono sott'occhio tanti preziosi ammaestramenti.

                Eccole in ordine cronologico.

                La prima è un prezioso autografo di Don Bosco.

 

 

                1) Una visita al Collegio di Lanzo: “Non fate cattivi discorsi; - frequentate la S. Comunione - siate devoti della Madonna - praticate i proponimenti che fate in confessione”[10].

 

Torino, 11 - 2 - 1871.

 

                               Carissimi ed amatissimi figliuoli,

 

                Desidero, o cari figli in G. C., desidero di venire a fare carnevale con voi. Cosa insolita poichè in questi giorni non sono solito allontanarmi dalla casa Torinese. Ma l'affezione che tante volte mi avete manifestata, le lettere scrittemi concorsero a tale risoluzione. Tuttavia un motivo che di gran lunga più mi spinge, si é una visita fattavi pochi giorni sono. Ascoltate che terribile e doloroso racconto. All'insaputa vostra e de' vostri superiori, vi feci una visita. Giunto sulla piazzetta davanti la Chiesa vidi un mostro veramente orribile. Gli occhi grossi e scintillanti, il naso grosso e curto, la bocca larga, mento acuto, orecchi come un cane, con due corna che a guisa di caprone gli sormontavano il capo. Esso rideva e scherzava con alcuni suoi compagni saltellando qua e là.

                 - Che fai tu qui, ghigno infernale? gli dissi spaventato.

                 - Mi trastullo, rispose; non so che fare.

                 - Come! non sai che fare? Hai tu forse stabilito di lasciar in pace questi miei cari giovanetti?

                 - Non occorre che io mi occupi, perciocchè ho dentro dei miei amici che fanno per eccellenza le mie veci. Una scelta di allievi che si arrolano e si mantengono fedeli al mio servizio. [43]

                Tu mentisci, o padre della menzogna! Tante pratiche di pietà, letture, meditazioni, confessioni...

                M guardò con un riso beffardo e accennandomi di seguirlo mi condusse in sagrestia e mi fece vedere il direttore che confessava: - Vedi, soggiunse; alcuni sono miei nemici, molti però mi servono anche qui e sono coloro che promettono e non attendono; confessano sempre le stesse cose, ed io godo assai delle loro confessioni.

                Poi mi condusse in un dormitorio e mi fece osservare alcuni che durante la Messa pensano male e non pensano di andare in chiesa. Di poi mi notò uno dicendo: - Costui fu già al punto di morte e allora fece mille promesse al Creatore; ma quanto divenne peggiore di prima!

                Mi condusse poi in altri siti della casa e mi fece vedere cose che mi parevano incredibili e che non voglio scrivere, ma racconterà a bocca. Allora mi ricondusse dentro il cortile, di poi co' suoi compagni davanti alla Chiesa e gli domandai: - Qual è la cosa che ti rende miglior servizio fra questi giovanetti?

                 - I discorsi, i discorsi, i discorsi! Tutto vien di lì. Ogni parola è un seme che produce meravigliosi frutti.

                 - Chi sono i tuoi più grandi nemici?

                 - Quelli che frequentano la Comunione.

                 - Che cosa che ti fa maggior pena?

                 - Due cose: la divozione a Maria... e qui tacque come se non volesse più proseguire.

                 - Qual è la seconda?

                Allora si conturbò; prese l'aspetto di un cane, di un gatto, di un orso, di un lupo. Aveva ora tre corna, ora cinque, ora dieci; tre teste, cinque, sette. E questo quasi nel tempo stesso. Io tremava, l'altro voleva fuggire; io voleva farlo parlare, finchè gli dissi: - Io voglio che tu assolutamente mi dica quale cosa temi più di tutte quelle che ivi si fanno. E questo te lo comando in nome di Dio Creatore, tuo e mio padrone a cui tutti dobbiamo obbedire.

                In quel momento egli con tutti i suoi si contorsero, presero forme che non vorrei mai più vedere in vita mia; di poi fecero un rumore con urli orribili che terminarono con queste parole: - Ciò che ci cagiona maggior male, ciò che più di tutto temiamo si è l'osservanza dei proponimenti che si fanno in confessione!

                Queste parole furono pronunciate con urli così spaventevoli e gagliardi, che tutti quei mostri scomparvero come fulmini ed io mi trovai seduto in mia camera al tavolino. Il resto ve lo dirò a voce e vi spiegherò tutto.

                Dio ci benedica e credetemi vostro

Aff.mo in G. C.

Sac. Giovanni Bosco. [44]

 

                2) Uno stendardo funebre. - Visita le camerate accompagnato dalla Madonna.

 

                Ai primi di novembre 1871 avvisava che uno degli alunni dell'Oratorio sarebbe passato all'eternità prima della fin dell'anno. Interrogato, come avesse potuto fare quella dichiarazione, rispondeva:

 

                “Mi parve, in sogno, di veder uno stendardo, portato da alcune persone, - mi pare da angioli, ma ben non ricordo, - che sventolava. Da una parte era dipinta la morte con la falce mietitrice, in atto di troncare lo stame della vita ad alcuno, dall'altra era scritto il nome d'un giovane. Nella parte inferiore dello stendardo stava scritto” 1871 - 72”, con ciò volendosi significare che quel giovane doveva passare all'altro mondo, prima che finisse l'anno”.

 

                Così Don Lemoyne.

                Anche Don Barberis prendeva alcune note delle morti predette in quegli anni da Don Bosco, rilevando che nella visita fatta alle camerate venne accompagnato dalla Madonna.

 

                Nel 1871 la Vergine benedetta conduce Don Bosco a fare un giro per le camerate per indicargli che fra i giovani uno doveva presto morire, perchè lo preparasse al gran passaggio.

                Sovente accadde questa visita alle camerate.

                Talora alla testa di ciascuno stava un cartello nel quale era descritta lo stato di coscienza di ciascuno; talora sulla fronte stessa di ogni giovane stava il marchio che segnava la qualità della sua colpa; una volta vide una spada pendere sul capo di qualcheduno, legata per un filo sottilissimo al soffitto, e questo vicinissimo a spezzarsi. E il giovane sul letto si agitava angosciosamente, come chi è in preda di sogni paurosi. Talora vide anche i demoni in camerata in atto di circondare certi giovani; oppure un sol demonio che aspettava il permesso [dalla divina giustizia] di uccidere.

 

                È chiaro che le note di Don Barberis accennano a vari sogni, che Don Bosco ebbe in quegli anni.

                La predizione fatta ai primi di novembre si avverava esattamente colla morte del giovane Eugenio Lecchi di Felizzano. [45]

 

                3) Il demonio in cortile: - nota le mancanze degli alunni con figure allegoriche e citazioni scritturali. - “Grazia ottenuta! “. - 22 Requiem.

 

                Mentre era malato a Varazze (dicembre 1871 - gennaio 1872) sognò più volte gli alunni dell'Oratorio. Così attestano anche varie lettere del confratello Pietro Enria, che gli era sempre al fianco, e del direttore Don Giovanni Battista Francesia.

                Tornato all'Oratorio, una sera, non sappiamo di preciso il giorno, ma nei primi di marzo, narrava agli alunni uno di quei sogni, di cui s'era già diffusa la voce, e che tutti desideravano udire dal suo labbro: e pochi giorni dopo, il 4 marzo, tornava ad esporne altri particolari.

                Anche Don Berto n'estese, poi, una piccola narrazione, ma, per buona sorte, ce n'è pervenuta un'altra dettagliata, evidentemente scritta di quei giorni, non sappiamo da chi, ma assai interessante.

                La riferiamo alla lettera.

                Qualche particolare, forse, è un po' scuro, cioè poteva essere esposto più nettamente; ma dall'insieme affiora in modo singolare l'importanza del documento.

                Eccone il testo originale:

 

 

I.

                Sogno di Don Bosco fatto al tempo della sua malattia in Varazze. - Da lui stesso raccontato ai giovani, e studenti ed artigiani insieme a ciò radunati.

 

                Avevo parlato con qualcheduno di un sogno che aveva fatto; ed ora già vi furono più altri che mi dimandarono ch’io dicessi ciò che poteva significare. Qualcheduno anche delle altre case già mi scrisse per questo solo motivo. Ora ascoltate, io ve lo racconterò, così per ridere; perchè, si sa, quando si sogna, si dorme; e perciò diamogli solo quel peso che merita.

                Io, anche nel tempo della mia malattia, sempre era qui in mezzo di voi col pensiero. Di là io parlava di voi, di giorno, di notte, in [46] qualunque tempo, perchè il mio cuore tutto era qui in mezzo a voi. Quindi, anche quando sognava, sognava voi e le cose dell'Oratorio. Venni, perciò, molte volte a farvi delle visite; e saprei raccontare le cose che riguardano a tanti individui, forse meglio che nol sappiano essi stessi.

                È certo, che a far queste visite non veniva col corpo, perchè, se così fosse stato, m'avreste visto.

                Appena addormentato, una notte, ecco che subito mi pare di essere qui in mezzo a voi. Pàrvemi di uscire dalla chiesa vecchia e, appena fuori, di vedere uno, qui, in quest'angolo del cortile [vicino al porticato, che congiungevasi col parlatorio].

                Costui aveva in mano un quaderno in cui erano scritti tutti i nomi dei giovani. Egli mi guardava e subito scriveva. Lasciato quest'angolo, si portò nell'angolo delle antiche scuole, poi nel fondo della scala ove sono presentemente, e, in men ch'io nol dico girava per tutto il cortile, osservando e scrivendo senza perder tempo.

                Desideroso sapere chi fosse e che scrivesse, gli teneva dietro; ma egli andava con tal celerità che dovea correr ben presto per tenergli dietro. Passò anche nel cortile degli artigiani, e con prestezza straordinaria osservava e scriveva. Mi venne voglia di saper che scrivesse. Me gli avvicinai ed ho visto che scriveva sulla riga in cui era scritto il nome di un giovane, poi su di un'altra. Mentre egli guardava qua e là, io mi avvicinai di più, voltai qua e là i fogli, e vidi che da una parte v'erano i nomi dei giovani e, dall'altra pagina del quaderno, di quando in quando v'erano delle figure di bestie. Ad alcuno v'era un maiale con scritto: Comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus est illis. Ad altri v'era dipinta una lingua a due punte, con scritto: Sussurrones, detractores, ... digni sunt morte; et non solum qui ea faciunt sed etiam qui consentiunt facientibus. Ad altri v'erano due orecchie di asino ben lunghe che significavano i cattivi discorsi con scritto: Corrumpunt bonos mores colloquia prava. Ad altri era dipinto un gufo, e ad alcun altro qualche altro animale. Io voltava con molta sveltezza i fogli; e potei osservare anche come alcuni nomi si conosceva che erano scritti dai caratteri fatti sulla carta; ma non erano scritti con inchiostro, ed i nomi appena si poteano capire.

                In questo mentre lo guardai bene quel tale, e vidi che aveva due orecchie lunghe e molto rosse; e gli scintillavano nella fronte due occhi che schizzavano sangue e fuoco, ed aveva il volto come se tutto fosse stato di fuoco. - Ah! ti riconosco adesso! - dissi tra me e me. Egli fe' due o tre altri giri pel cortile; e mentre, tutto intento al suo ufficio, guardava e scriveva, si suonò il campanello per andare in chiesa. Io mi avviai verso la medesima, e subito anche lui si portò vicino al cancello dove si dovea passare. Di là osservava i giovani che andavano in chiesa. Entrati tutti, entrò egli pure, e [47] andò a mettersi in mezzo alla chiesa, vicino al cancello della balaustra, e di lì osservava i giovani che ascoltavano la S. Messa. Io voleva veder tutto e, veduto che la prima porta della sagrestia era socchiusa, mi portai là e continuai ad osservarlo. Era Don Cibrario che celebrava la Messa. Giunto alla Elevazione, i giovani intonarono quei versicoli: Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento; e in questo mentre si sentì un rumore sì forte nella chiesa, come se fosse rovinata; scomparve l'individuo, e scomparve, in un fumo con alcuni pezzi di carta inceneriti, anche il quaderno che teneva nelle mani.

                Ringraziai il Signore, che avesse voluto così vincere e cacciar via dalla sua chiesa il demonio. Conobbi anche che l'ascoltar la Santa Messa dissipa tutto il guadagno del demonio, e che massimamente gli istanti della Elevazione sono terribili pel demonio.

                Finita la Messa, uscii, credendomi di non più trovar quell'individuo; ma ecco, che appena fuori della porta, veggo uno, tutto accovacciato, colla schiena contro all’angolo della chiesa. Aveva, in testa una berrettaccia rossa; guardai bene e vidi che da quella berrettaccia uscivano due lunghe corna. - Ah! sei ancor qui brutta bestia! - io gridai; e gridai con tanta forza da spaventar il povero Enria che stava, lì vicino sonnacchioso, e in questo mentre io mi svegliai.

                Ecco, questo è il sogno che io ho fatto, e quantunque non sia altro che un sogno, tuttavia ho potuto conoscere una cosa, che mai mi era venuta in mente. Ed è come il demonio non si accontenti di scrivere nel suo libro il male che vede fare, perchè il Signore al giudizio non gli crederebbe; ma mette egli le parole della condanna, tratte dalla Scrittura e dalla legge del Signore; così egli stesso dà la sentenza.

                Adesso vi saran molti che desiderano di sapere se avevano qualche cosa di scritto, che cosa avevano, e se i loro nomi erano scritti coll'inchiostro o no. Ma qui non conviene che veniamo a questo; in particolare poi si potrà rispondere a chi lo desidera.

                Molte altre cose ho ancor veduto in questo sogno; vi sono molti altri episodi delle parole di sdegno che disse contro di me e contro qualchedun altro; ma questo sarebbe troppo lungo a raccontarsi; lo diremo poco per volta.

 

II.

 

                Particolarità del sogno di Don Bosco fatto a Varazze in tempo della sua malattia. - Le racconta egli stesso il 4 marzo, alla sera, ai giovani tutti, e studenti e artigiani.

 

                Avrei questa, sera a dirvi molte cose, e passate e presenti; ma siccome ci son tanti che dimandano sempre qualche punto di quel [48] benedetto sogno, io stassera vi accennerò qualche cosa di particolare, ma in breve; perchè, a contarle tutte, sarebbe una cosa lunghissima.

                Alcuno domandava se dopo che fu bruciato quel libro che avea quel tal galantuomo, non s'era veduto più niente. Ecco che cosa allora vidi. Appena fu incenerito quel libro e quel brutto ceffo scomparve, si alzò una specie di nuvola in mezzo alla quale si vide come una bandiera o stendardo, su cui era scritto: “Grazia ottenuta!” e vi erano anche altre cose che io non volea dirvi, perchè non aveste ad insuperbirvene un poco; ma diciamole, perchè siete tutti buoni, tutti virtuosi (così scherzando). Ho potuto vedere che le vostre coscienze nel tempo che io fui via, furono tutte in buono stato.

                Io posso assicurarvi che avete ottenuto molte grazie per le anime vostre, e poi anche la grazia che voi dimandavate, cioè la mia guarigione.

                Ma tutto non sta qui ciò che ho veduto nel sogno. Mentre io e qualchedun altro tenevam dietro a quel brutto ceffo, per veder che cosa facesse e che scrivesse, ho potuto vedere che vi era il nome di tutti i giovani; ma poi, a due o tre per pagina, seguitando la linea del nome su cui vi era '72 - '73 - '74 - '75 - '76 giunto a tal cifra invece del nome c'era poi Requiem aeternam; andava in altra pagina e Requiem aeternam era la scritta, mancandovi il nome di un altro individuo che era nella prima.

                Ho solo potuto vedere fino al '76; ho contato i Requiem aeternam, ed erano 22, di cui 6 sotto il solo '72; ma andando fino al '76 eran 22.

                Io mi sono messo ad interpretare questo, perchè sapete che i sogni bisogna interpretarli; e ho conosciuto che prima del '76 si sarebbero già dovuti cantare 22 Requiem aeternam. Esitai un poco a dar quest'interpretazione, parendomi cosa straordinaria che fra noi prima del '76 avessimo tanti a morire, essendo tutti sani e robusti; ma non ne seppi dar altra. Speriamo, però, che si possano cantare anche le altre parole che vengono dopo, cioè et lux perpetua luceat eis, e noi possiam rispondere che tal luce risplende agli occhi nostri.

                Ora nè voglio, nè convien ch'io dica, nè quanti di voi, nè chi, avessero scritto il Requiem aeternam; lasciamo questo negli imperscrutabili segreti di Dio; noi pensiamo solo a tenerci in buono stato, affinchè, venendo il giorno nostro, possiamo tranquilli presentarci al' Divin Giudice.

                Io poi, avendo ottenuto per il merito delle vostre preghiere la guarigione, comecchè non desiderassi tanto di guarire - pur tuttavia essendo la vita un dono di Dio, se egli ce la conserva, è sempre un dono che ci fa continuamente - procurerò di occuparla sempre nel suo servizio e pel vostro bene, essendo voi che mi avete ottenuto la guarigione, affinchè possiamo tutti un dì andar a goder nel cielo Iddio, che ci prodiga tanti benefizi in questa valle di pianto. [49] Dalle pazienti ricerche fatte nei registri della casa, tanto in quelli della prefettura, come in quelli delle scuole, nonchè dal Necrologio di Don Rua, risulta che i morti furono realmente 22, e precisamente 6 nel 1872, 7 nel '73, 4 nel '74, 5 nel '75.

                Anche Don Berto prese appunti di questo sogno, ma posteriormente, per cui non deve farei meraviglia qualche inesattezza; e, attenendosi alle sue memorie, dichiarava anche nel Processo Informativo che Don Bosco aveva predetto 6 morti per il '72 e 21 per i tre anni seguenti, concludendo: “Avendo veduto coi miei occhi... esattamente avverata la predizione del primo anno 1872, non mi curai più di prendere nota degli altri, credendo di far cosa inutile, perchè, secondo il solito sarebbero certamente morti nel tempo predetto anche gli altri ventuno, come infatti, per quanto ricordo, avvenne”.

                Nel computo noi abbiamo esclusi quelli che morirono fuori dell'Oratorio, come Cavazzoli a Lanzo, altri a Borgo S. Martino, all'Ospedale di S. Giovanni, e in famiglia, di modo che, tutti compresi, il numero verrebbe a raggiungere, e forse anche a superare, quello accennato da Don Berto. Ma ci asteniamo dal pubblicarne i nomi, non ritenendo conveniente, come si vedrà, il dire chi fossero alcuni.

 

                4) “Siamo dieci... siamo dieci... che non abbiam fatto bene gli esercizi spirituaIi!”.

 

                Dal 3 al 7 luglio 1872, nell'Oratorio vennero predicati gli esercizi spirituali agli alunni da Don Lemoyne e da Don Corsi, e Don Bosco, dopo aver pregato il Signore a fargli conoscere se tutti li avevano fatti bene, faceva questo sogno, che narrava poi alla comunità:

 

                Mi parve di essere in un cortile assai più spazioso di quello dell'Oratorio, circondato tutto all'intorno di case, di piante e dì cespugli. Qui, sui rami degli alberi e tra le spine de' cespugli vi erano tratto tratto dei nidi, con entro i piccoli sul punto di prendere il volo per altre parti. Mentre mi dilettava di sentire il cinguettio ecco cadermi dinanzi un uccellino, che dal canto, conobbi che era un  [50] usignuolo. - Oh, dissi, ci sei caduto, le ali non ti bastano al volo ancora, ed io ti potrò prendere; - ed in così dire muovo il passo ed allungo il braccio per raggiungere l'animaletto. Ma che? già lo tengo per le ali, già già lo prendo, quand'ecco l'augelletto fa uno sforzo e, prende a volare fino nel mezzo del cortile. - Povera bestia, dissi tra me, è inutile ogni sforzo, è inutile che tu fugga, e io ti correrò dietro e ti prenderò. - E ciò detto, mi metto a corrergli dietro; e già colle mani l'afferro, quand'ecco farmi il giuoco di prima, e raccolte tutte le forze volarsene lungi un buon tratto. - Oh la bestiolina, dissi tra me, vuoi giuocar di testa, ebbene vedremo chi la vincerà! - Ed eccomegli addosso per la terza volta. Ma quasi si fosse ostinato di minchionarmi, quando già lo stringo, ecco innalzarsi ad un tiro di schioppo e più ancora.

                Io lo seguo collo sguardo, e mi meraviglio del suo ardire, quando tutto all'improvviso, miro piombare addosso a quell'usignolo un grosso sparviere, che afferratolo cogli adunchi suoi unghioni, via se lo porta per divorarlo. A quella vista mi sento gelare il sangue nelle vene, e deplorando la dappocaggine di quell’incauto, pur lo seguo collo sguardo. Diceva: - Io volevo salvarti, e tu non hai voluto lasciarti prendere, anzi mi hai burlato tre volte di seguito, e ora paghi il fio della tua caparbietà. - Allora l'usignuolo con flebile voce volgendomi la parola, mandò tre volte il grido: Siamo dieci.... siamo dieci... Tutto agitato mi sveglio e col pensiero naturalmente mi porto sul sogno, e sto meco stesso pensando a quelle misteriose parole, ma non mi fu possibile raccapezzarne un senso.

                La notte appresso, eccoti il medesimo sogno. Mi pare di essere nello stesso cortile, attorniato come la notte innanzi, di case, di alberi e cespugli, ed il medesimo sparviere che, truce lo sguardo, sanguinosi gli occhi, mi vola lì dappresso. Maldicendo alla crudeltà da lui usata a quella bestiuola, alzo la mano in segno di minaccia: egli allora fugge impaurito, e fuggendo lascia cadere ai miei piedi un biglietto con sopra scritti 10 nomi. Ansioso lo raccolgo, lo divoro collo sguardo, e vi leggo 10 nomi di giovani qui presenti. Svegliatomi, senza troppo fantasticare sul significato di quello scritto, capii tosto il segreto, - che cioè quelli erano i giovani che non avevano voluto sapere di esercizi, non avevano aggiustati i conti della loro coscienza, e anziché darsi al Signore per mezzo di Don Bosco avevano bramato meglio darsi al Demonio.

                M'inginocchiai, resi grazie a Maria Ausiliatrice che si fosse degnata di farmi noti, in un modo così singolare, quei figli che avevano disertato dalle file; e le promisi in pari tempo di non cessare mai, finché mi fosse possibile, di dare addietro alle smarrite pecorelle.

 

                Il racconto è di Don Berto e ritoccato da Don Lemoyne; e Don Berto ne faceva relazione anche nel Processo [51] Informativo per la Causa di Beatificazione e Canonizzazione dell'amatissimo Padre, con questo rilievo:

                “Ricordo che i detti giovani furono fatti avvisare dal Servo di Dio in privato, e che uno di quelli, non volendo mutar condotta, fu mandato via” dall'Oratorio.

 

                5) Al ritorno dalle vacanze... - Minaccia di morte improvvisa.

 

                Avvenne e fu narrato sul principio dell'anno scolastico 1872 - 73. La narrazione è di Don Evasio Rabagliati, allora chierico nell'Oratorio.

 

                Mi parve di vedere ciò che ogni anno accade in questa stagione. Le vacanze erano al loro termine ed i giovani in gran folla correvano all'Oratorio. Ora avvenne per caso che mentre per certi miei affari usciva di casa m'incontrai con un cotale, che ritornava dalle vacanze. Io l'osservai un momento e visto che egli non mi salutava, lo chiamai per nome, e, avutolo a me, gli dissi:

                 - Ebbene, caro mio, come passasti le vacanze?

                 - Bene! rispose.

                 - Ma dimmi; ed i proponimenti che a me in sul partire dicesti di voler osservare, li hai osservati?

                 - Oh! mai più; era cosa troppo difficile; ecco i suoi ricordi e i miei proponimenti, li ho messi in questa cassetta.

                E così dicendo mi mostrava una cassettina che aveva sotto il braccio.

                 - E perchè, io ripresi, hai mentito così, ed ingannato Don Bosco ed il Signore? Fosti ben disgraziato! Ah! almeno guarda adesso di aggiustar subito le cose dell'anima tua.

                 - Oh sì!... che anima! C'è tempo... e poi... poi... - Così dicendo s'incamminava altrove.

                Ma io lo richiamai e gli dissi: - Ma perchè fai così? Dammi ascolto e ti troverai contento.

                 - Huf! - esclamò, dando una crollata di spalle per tutta risposta, e se ne andò. Io seguendolo con uno sguardo pieno di mestizia, dissi: - Povero ragazzo; tu fosti rovinato e non vedi la buca che ti sei scavata; - e così dicendo sento un forte colpo come di cannone e, svegliatomi tutto spaventato, mi trovai seduto sul letto.

                Allora per buon tratto di tempo fantasticai sull'avvenuto e non potei darmi pace per ciò che aveva visto di quel giovane. Finalmente, ripreso sonno, ecco continuarsi l'interrotto sogno. [52] Mi parve di trovarmi solo nel mezzo dei cortile, ed essendo incamminato verso la portieria incontro due becchini che venivano innanzi. Fuor di me per la sorpresa mi avvicinai e loro domandai:

                 - Chi cercate?

                 - Il morto! risposero.

                 - Ma che cosa dite? qui non c'è alcun morto: avete sbagliata la porta.

                 - Oh questo poi no; non è questa la casa di Don Bosco?

                 - Per l'appunto!, risposi.

                 - Ebbene fummo avvisati che un giovane di Don Bosco era morto e che si doveva farne la sepoltura.

                Ma come va? io fantasticava; ma io so niente. - E intanto girava gli occhi cercando qualcuno. Il cortile era deserto. Continuava a ragionare fra me: - Ma come va che io non vedo nessuno? E tutti i miei figliuoli dove sono? Eppure è giorno!

                Camminammo verso i portici e lì presso trovammo una cassa, su cui da una parte era scritto il nome del giovane morto, colla cifra dell'anno 1872. Dall'altra parte poi erano scritte queste terribili parole: Vitia eius cum pulvere dormient.

                Volendo i becchini portarlo via, io mi opposi e diceva: - Non lascierò giammai che un mio figlio mi venga tolto, senza che io gli parli ancora una volta. - E mi posi intorno alla cassa cercando di romperla; ma non mi fu possibile, malgrado tutti i miei sforzi. E menando io le cose per le lunghe, ed i becchini essendosi ormai impazientiti si misero ad attaccare briga con me, ed uno nella furia diede un gran colpo sulla cassa, che rompendola, mi svegliò, lasciandomi per tutto il tempo restante della notte tristo e melanconico. Giunto il mattino, la prima cosa che feci si fu di chiedere se quel tale era già nell'Oratorio e seppi che si trastullava in ricreazione. E allora fu alquanto mitigato il mio dolore.

 

                Quel disgraziato alunno, artigiano a quanto pare, fu proprio quello di cui anche Don Luigi Piscetta, che nell'anno scolastico 1872 - 73 compiva il ginnasio nell'Oratorio, fece cenno esplicito nel Processo Informativo.

 

                Nel 1873 Don Bosco radunò una sera tutti i giovani artigiani e studenti, e nel sermoncino loro fatto, predisse, me presente, che sarebbe morto un giovane la cui morte doveva servire di lezione, ma non sarebbe da imitare. Un mese dopo morì il giovane quindicenne G... O.... completamente sano all'epoca della predizione.

                Ammalatosi fu avvicinato da vari sacerdoti e caldamente esortato ad acconciarsi dell'anima; vi si rifiutò ostinatamente sotto vari pretesti. Perdette l'udito e la parola, e sebbene li riacquistasse in [53] qualche grado un po' prima di morire, non volle sapere di confessarsi, e mori così senza Sacramenti. Fu presente alla morte Giacomo Ceva, e furono testimoni della sua ostinazione Carlo Fontana e Michele Vigna.

 

                Senza dubbio Don Bosco non mancò di fare quello che gli fu possibile per prepararlo al gran passo; ma poi, di quei giorni, dovette assentarsi dall'Oratorio. Il povero giovane, che stava assai bene di salute, subito si ammalò; e fu chiamato per confessarlo Don Cagliero, che colle maniere più soavi l'invitò a pensare all'anima sua; ma il giovinetto, appena quindicenne, gli disse ripetutamente che non era ancora il tempo, e non ne aveva voglia, e quindi lo lasciasse tranquillo. Don Cagliero l'avvicinò di nuovo, e prese a discorrere familiarmente di questo e di quello, quindi passò a fargli qualche domanda sulla vita privata, ma il poveretto, che gli aveva dato qualche risposta, accortosi dove sarebbe andato a finire, tacque e si voltò dall'altra parte. Don Cagliero andò egli pure dall'altra, e l'altro tornò a voltarsi silenziosamente, e cosi fece più volte, e moriva, senza ricevere i Sacramenti il giorno in cui Don Bosco rientrava nell'Oratorio.

                L’impressione di terrore che fece tal morte nel pensiero e nel cuore degli alunni durò molto tempo!

 

 

                6) Il primo campo evangelico destinato ai Missionari Salesiani: la Patagonia.

 

                Ecco il sogno che decise Don Bosco ad iniziare l'apostolato missionario nella Patagonia.

                Lo narrò per la prima volta a Pio IX nel marzo 1876. In seguito ne ripetè il racconto anche ad alcuni salesiani in privato. Il primo, ammesso a questa confidenziale narrazione, fu Don Francesco Bodrato, il 30 luglio dello stesso anno. E Don Bodrato, di quella sera medesima, lo raccontava a Don Giulio Barberis, a Lanzo, dov'era andato a passare alcuni giorni di svago con un gruppo di chierici novizi.

                Tre giorni dopo Don Barberis si recava a Torino, e [54] trovandosi nella biblioteca in colloquio col Santo, passeggiando un po' con lui, ne udiva egli pure il racconto. Don Giulio si guardò dal dirgli che l'aveva già udito, lieto di sentirlo ripetere dal suo labbro, anche perchè Don Bosco, nel fare questi racconti, ogni volta aveva sempre qualche nuovo particolare interessante.

                Anche Don Lemoyne l'apprese dal labbro di Don Bosco; e l'uno e l'altro, Don Barberis e Don Lemoyne, lo misero per iscritto. Don Bosco - dichiarava Don Lemoyne - disse loro che erano i primi a cui svelava dettagliatamente questa specie di visione, che rechiamo qui quasi colle sue stesse parole.

 

                Mi parve di trovarmi in una regione selvaggia ed affatto sconosciuta. Era un'immensa pianura, tutta incolta, nella quale non scorgevansi nè colline nè monti. Nelle estremità lontanissime però tutta la profilavano scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un'altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, coi capelli ispidi e lunghi, di colore abbronzato e nerognolo, e solo vestiti di larghi mantelli di pelli di animali, che loro scendevano dalle spalle. Avevano per armi una specie di lunga lancia e la fionda (il lazo).

                Queste turbe di uomini, sparse qua e là, offrivano allo spettatore scene diverse: questi correvano dando la caccia alle fiere; quelli andavano, portavano conficcati sulle punte delle lance pezzi di carne sanguinolenta. Da una parte gli uni si combattevano fra di loro: altri venivano alle mani con soldati vestiti all'europea, ed il terreno era sparso di cadaveri. Io fremeva a questo spettacolo: ed ecco spuntare all'estremità della pianura molti personaggi, i quali, dal vestito e dal modo di agire, conobbi Missionari di varii Ordini. Costoro si avvicinavano per predicare a quei barbari la religione di Gesù Cristo. Io li fissai ben bene, ma non ne conobbi alcuno. Andarono in mezzo a quei selvaggi; ma i barbari, appena li vedevano, con un furore diabolico, con una gioia infernale, loro erano sopra e tutti li uccidevano, con feroce strazio li squartavano, li tagliavano a pezzi, e ficcavano i brani di quelle carni sulla punta delle loro lunghe picche. Quindi si rinnovavano di tanto in tanto l'e scene delle precedenti scaramucce fra di loro e con i popoli vicini.

                Dopo di essere stato ad osservare quegli orribili in macelli, dissi tra me: - Come fare a convertire questa gente così brutale? - Intanto vedo in lontananza un drappello d'altri missionari che si avvicinavano ai selvaggi con volto ilare, preceduti da una schiera di giovinetti. [55] Io tremava pensando: - Vengono a farsi uccidere. - E mi avvicinai a loro: erano chierici e preti. Li fissai con attenzione e li riconobbi per nostri Salesiani. I primi mi erano noti e sebbene non abbia potuto conoscere personalmente molti altri che seguivano i primi, mi accorsi essere anch'essi Missionari Salesiani, proprio dei nostri.

                 - Come mai va questo? - esclamava. Non avrei voluto lasciarli andare avanti ed era lì per fermarli. Mi aspettava da un momento all'altro che incorressero la stessa sorte degli antichi Missionari. Voleva farli tornare indietro, quando vidi che il loro comparire, mise in allegrezza tutte quelle turbe di barbari, le quali abbassarono le armi, deposero la loro ferocia ed accolsero i nostri Missionari con ogni segno di cortesia. Maravigliato di ciò diceva fra me: - Vediamo un po' come ciò andrà a finire! - E vidi che i nostri Missionari si avanzavano verso quelle orde di selvaggi; li istruivano ed essi ascoltavano volentieri la loro voce; insegnavano ed essi imparavano con premura; ammonivano, ed essi accettavano e mettevano in pratica le loro ammonizioni.

                Stetti ad osservare, e mi accorsi che i Missionari recitavano il santo Rosario, mentre i selvaggi, correndo da tutte parti, facevano ala al loro passaggio e di buon accordo rispondevano a quella preghiera.

                Dopo un poco i Salesiani andarono a porsi nel centro di quella folla che li circondò, e s'inginocchiarono. I selvaggi, deposte le armi per terra ai piedi dei Missionari, piegarono essi pure le ginocchia.

                Ed ecco uno dei Salesiani intonare: Lodate Maria, o lingue fedeli, e quelle turbe, tutte ad una voce, continuare il canto di detta lode, così all'unisono e con tanta forza di voce, che io, quasi spaventato, mi svegliai.

                Questo sogno l'ebbi quattro o cinque anni fa e fece molta impressione sul mio animo, ritenendo che fosse un avviso celeste. Tuttavia non ne capii bene il significato particolare. Intesi però che trattavasi di Missioni straniere, le quali prima d'ora avevano formato il mio più vivo desiderio.

 

                Il sogno, adunque, avvenne verso il 1872. Dapprima Don Bosco credette che fossero i popoli dell'Etiopia, poi pensò ai dintorni di Hong - Kong, quindi alle genti dell'Australia e delle Indie; e solo nel 1874, quando ricevette, come vedremo, i più pressanti inviti di mandare i Salesiani all'Argentina, conobbe chiaramente, che i selvaggi veduti in sogno erano gli indigeni di quell'immensa regione, allora quasi sconosciuta, che era la Patagonia. [56]

 

                7) Un monito solenne: - Perchè tanti vanno alla perdizione?... Perchè non fanno buoni propositi quando si confessano.

 

                La sera del 31 maggio 1873, dopo le preghiere, nel dare la “buona notte” agli alunni, il Santo faceva quest'importante dichiarazione, dicendola “il risultato delle sue povere preghiere”, e “che veniva dal Signore!”.

 

                In tutto il tempo della novena di Maria Ausiliatrice, anzi in tutto il mese di maggio, nella Messa e nelle altre mie preghiere ho sempre domandato, al Signore ed alla Madonna, la grazia che mi facessero un po' conoscere che cosa mai fosse che manda più gente all’Inferno.

                Adesso non dico se questo venga o no dal Signore; solamente posso dire che quasi tutte le notti sognava che questa era la mancanza di fermo proponimento nelle Confessioni. Quindi mi pareva veder dei giovani che uscivano di chiesa venendo da confessarsi, . ed avevano due corna.

                Come va questo? diceva tra me stesso. - Eh! questo proviene dall'inefficacia dei proponimenti fatti nella Confessione! E questo è il motivo per cui tanti vanno a confessarsi anche sovente, ma non si emendano mai, confessano sempre le medesime cose. Ci sono di quelli (adesso faccio dei casi ipotetici, non mi servo di nulla di confessione, perchè c'è il segreto), ci sono di quelli che al principio dell'anno avevano un voto scadente e adesso hanno il medesimo voto. Altri mormoravano in principio dell'anno e continuano sempre nelle medesime mancanze.

                Io ho creduto bene di dirvi questo, perchè questo si è il risultato delle povere preghiere di Don Bosco; e viene dal Signore.

 

                Di questo sogno non tracciò in pubblico altri dettagli, ma senza dubbio se ne servi privatamente per incoraggiare ed ammonire; e per noi anche quel poco che disse, e la forma colla quale lo disse, resta un grave ammonimento da ricordar di frequente ai giovinetti.

 

                8 - 9) Illustrazioni singolari a vantaggio della Chiesa e delle Nazioni.

 

                Per la brama ardente di far del bene a tutti, ebbe anche illustrazioni singolari, che gli servirono di direttiva per alleviare i mali della Chiesa e della Civile Società,  [57] Il sogno profetico del 1870 non fu l'unica illustrazione che ebbe. Il 14 luglio 1873, ricercando delle carte sul suo tavolino, Don Berto ne trovava un'altra, recante la data “24 maggio 1873 - 24 giugno 1873”, che poi Don Bosco gli die' da copiare, insieme con un altro scritto, che faceva giungere, a mezzo di terza persona, a Francesco Giuseppe I, Imperatore d'Austria e Re di Ungheria e di Boemia.

                Questi due ultimi scritti appartengono alla nostra narrazione, e noi li riferiamo insieme col primo, benchè già pubblicato, trascrivendoli tutti e tre da un esemplare, copiato da Don Berto e riveduto e pazientemente postillato da Don Bosco medesimo[11].

                Il prezioso documento è una delle varie copie delle “Tre Profezie”, che Don Bosco gli fece fare nel 1874 per accontentare alcune pie persone.

                Come ne avevano avuto notizia?

                Per seguire le vie del Signore, egli doveva naturalmente comunicare ciò che gli veniva additato, a quanti riteneva conveniente. Nel 1870 esponeva al S. Padre la sostanza della prima visione nell'udienza che ebbe il 12 febbraio. Aveva con sè il foglio su cui n'aveva estesa la narrazione, ma non osò presentarlo, e si limitò a leggerne un tratto, che aveva scritto a parte, riguardante la sua Augusta Persona, che è precisamente quello che il lettore vedrà tra due stellette. Anche nell'ultima udienza che ebbe da Pio IX in quell'anno, tornò a parlargli dei futuri avvenimenti politici in forma così netta - e dettagliata, che il Papa gli troncò il discorso per il dolore e lo spavento che ne sentiva. Ma dopo la presa di Roma, ricordando i colloqui col Santo, a mezzo di un Cardinale - che noi riteniamo con certezza Giuseppe Berardi - gli mandava a dire di parlar chiaro, positivo e definitivo; e Don Bosco, che prima non aveva inserito nello scritto il tratto che gli aveva letto, ve l'aggiunse nella copia che ne fece far da Don Berto e la mandava al Papa per mezzo del Cardinale. Pio IX di s. m. conservò tra le sue carte [58] lo scritto, insieme colla lettera d'accompagnamento diretta al Cardinale.

                Questa lettera era anonima. Perchè? Unicamente per tenersi ad ogni costo nel nascondimento. Ma in essa affermava nettamente che lo scritto veniva “da persona che dimostrò già altre volte dei lumi sopranaturali”, e che v'erano “altre cose che non si possono confidare alla carta e che si potranno dire verbalmente nella segretezza che la materia richiede”, e “se qualche cosa sembrerà oscura, vedrò se se ne potrà avere la dovuta spiegazione”, e in fine: “Ella se ne serva comunque, ma la prego soltanto di non accennare il mio nome in niuna maniera per motivo che Ella potrà supporre”.

                Anche al segretario impose di tener tutto in segreto assoluto; e Don Berto, che conservò gelosamente l'originale della seconda profezia e il tratto della prima, scriveva sulla busta nella quale lo racchiuse: “Originale di un brano di profezia a complemento di quella del 12 febbraio 1870 mandata [non mandata, ma comunicata] al S. Padre, dove lasciavasi sottintendere il suddetto..., il quale venne poi esposto in altre copie a fine di appagare il desiderio di qualche pia persona. L'originale qui mancante, avendolo restituito dopo la prima copia a Don Bosco, egli lo distrusse, raccomandandomi un assoluto segreto, che io, lui vivo, non ho mai violato, malgrado le sollecitudini e le indiscrezioni di qualche pia persona (D. Rua)”.

                Davvero?!... Don Berto in una lettera da lui stesso scritta a Don Rua, l'8 marzo 1874 da Roma, della quale abbiamo l'originale, dice così: “Res secundae. Orate. Deus est nobis propitius.   Credo che terrà ancora presso di sè la profezia ecc. osservi un po' dove dice: Non passeranno due plenilunii del Mese dei Fiori prima che l'iride di pace ecc. Singolarità! In quest'anno il Mese di Fiori ha appunto 2 plenilunii, l'uno al 10, l'altro al 31 del detto mese. Appoggiati sopra questo, molti cominciano aprire il cuore alla speranza. Fiat”.

                E allora? forse voleva accennare alle altre due profezie? Comunque, nel tempo che fu con Don Bosco a Roma, egli estese più copie delle tre profezie, che Don Bosco, tenendo [59] sempre celato che erano state scritte da lui, fece avere, come diremo, a Cardinali e a Prelati.

                Ed ecco il prezioso documento, contenente:

                in primo luogo la profezia del 1870, con molte note del Santo e una serie di Schiarimenti, da lui pure riveduta e ritoccata; quindi la profezia del 1873, con a fianco altre note di sua mano, seguita da una dichiarazione sull'autore di quelle “notizie”, riveduta pure da lui; in fine la lettera all'Imperatore d'Austria, seguita da un N. B., anch'esso riveduto e ritoccato dal Santo nostro Fondatore.

 

[I]

 

Venne comunicata il 12 febbraio 1870 al Santo Padre.

 

                Dio solo può tutto; conosce tutto; vede tutto. Dio non ha nè passato, nè futuro; ma ogni cosa è a lui presente come in un punto solo. Davanti a Dio non v'è cosa nascosta, nè presso di lui àvvi distanza di luogo o di persona.

                Egli solo nella sua infinita misericordia e per la sua gloria può manifestare le cose future agli uomini.

                La vigilia dell'Epifania dell'anno corrente 1870 scomparvero tutti gli oggetti materiali della camera e mi trovai alla considerazione di cose sopranaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto.

                Sebbene di forma, di apparenze sensibili, tuttavia non si possono se non con grande difficoltà comunicare ad altri con segni esterni e sensibili. Se ne ha un'idea da quanto segue. Ivi è la parola di Dio accomodata alla parola dell'uomo.

                Dal Sud viene la guerra, dal Nord viene la pace.

                Le leggi di Francia non riconoscono più il Creatore, ed il Creatore si farà conoscere e la visiterà tre volte colla verga del suo furore.

                Nella 1a abbatterà la sua superbia, colle sconfitte, col saccheggio e colla strage dei raccolti, degli animali e degli uomini.

                Nella 2a la Grande prostituta di Babilonia, quella che i buoni sospirando chiamano il postribolo d'Europa, sarà privata del capo in preda al disordine.

                Parigi... Parigi!!... invece di armarti del nome del Signore, ti circondi di case d'immoralità. Esse saranno da te distrutte: l'idolo tuo, il Panteon, sarà incenerito, affinchè si avveri che mentita est iniquitas sibi. [60]

                Il Guerriero coi suoi fece un profondo inchino e si strinsero la mano (Don Carlos e il'Pontefice). *Poi disse: La voce del Cielo è al Pastore dei pastori (A Pio IX). Tu sei nella grande conferenza (Concilio Vaticano).ed' tuoi assessori; ma il nemico del bene non istà un istante in quiete; egli studia e pratica tutte le arti contro.

                di te. Seminerà la discordia fra i tuoi assessori; susciterà nemici tra i figli miei (Gravi dispiaceri ceri del C. Vaticano). Le potenze del secolo vomiteranno fuoco, e vorrebbero che le parole fossero soffocote nella gola ai custodi della mia legge. (Si compiè e si va compiendo specialmente in Prussia). Ciò non sarà. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera; se non si sciolgono le          difficoltà, siano troncate. Se sarai nelle angustie, non arrestarti, ma continua finchè non sia troncato il capo dell'idra dell'errore a. Questo colpo (colla definizione dell'Infallibilità Pont.) farà tremare la terra e l'inferno; ma il mondo sarà assicurato e tutti i buoni esulteranno.

                Raccogli adunque intorno a te anche solo due assessori, ma ovunque tu vada, continua e termina (I), l'opera che ti fu  affidata (il Concilio Vat.). I giorni corrono veloci, gli anni. tuoi si avanzano nel numero stabilito; ma la gran Regina sarà sempre il tuo aiuto, e come nei tempi passati così per l'avvenire sarà sempre magnum et singolare in Ecclesia praesidium.*

                Ma tu, Italia, terra di benedizioni, chi ti ha immersa nella desolazione?

                Non dire i nemici; ma gli amici tuoi. Don odi che i tuoi figli domandano il pane della fede e non trovano chi loro lo spezzi? [61] (Pare alludere alla deficenza di istruzione pel popolo). Che farò? Batterò i pastori, disperderò il gregge, affinchè i sedenti sulla cattedra di Mosè cerchino buoni pascoli e il gregge docilmente ascolti e si nutrisca.

                Ma sopra il gregge e sopra i pastori peserà la mia mano; la carestia, la pestilenza, la guerra faranno sì che le madri dovranno piangere il sangue dei figli e dei mariti morti in terra nemica (Pare alludere alla carestia di questo anno. La pestilenza e la guerra segui ranno). E di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effeminata, Roma superba! Tu sei giunta a tale che non cerchi altro, nè altro ammiri nel tuo Sovrano, se non il lusso, dimenticando che la tua e sua gloria sta sul Golgota.

                Ora egli è vecchio, cadente, inerme, spogliato; tuttavia colla schiava parola fa tremare tutto il mondo (Lo stato attuale di Pio IX.).

                Roma!... io verrò quattro volte a te! Nella I a percuoterò le tue terre e gli abitanti di esse.

                Nella 2ª porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura.

                Non apri ancor l'occhio?

                Verrò la 3a: abbatterò le difese e i difensori ed al comando del Padre sottentrerà il regno del terrore, dello spavento e della desolazione (Attuale stato di Roma). Ma i miei savii fuggono a; la mia legge è tuttora calpestata, perciò farò la quarta visita (Molti vivono lontani da Roma; molti costretti a disperdersi).

                Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te! Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti (Si verificò  e si va veri ficando).

                Il tuo sangue ed il sangue dei figli tuoi laveranno le macchie che tu fai alla legge del tuo Dio (Pare alludere ad un futuro disastro).

                La guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui sarà percossa la superbia e la malizia degli uomini (Sono riepilogate le cose de te altrove).

                Dove sono, o ricchi, le vostre magnificenze, le vostre ville, i vostri. palagi? (Vedremo)

                Sono divenuti la spazzatura delle piazze e delle strade!

                Ma voi, o sacerdoti, perchè non correte a Piangere tra il vestibolo e l'altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perchè non prendete lo scudo della fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle [62] vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola?

                Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che rompe le ire di Dio e degli uomini?

                Queste cose dovranno inesorabilmente venire l'una dopo l'altra.

                Le cose succedonsi troppo lentamente.

                Ma l'Augusta Regina del cielo è presente.

                La potenza del Signore è nelle sue mani; disperde come nebbia i suoi nemici. Riveste il Venerando Vecchio di tutti i suoi antichi abiti.

                Succederà ancora un violento uragano.

                L’iniquità è consumata, il peccato avrà fine e, prima che trascorrano due plenilunii del mese dei fiori, l'iride di pace comparirà sulla terra.

                Il gran Ministro vedrà la sposa del suo Re vestita a festa.

                In tutto il mondo apparirà un sole così luminoso quale non fu mai dalle fiamme del Cenacolo fino ad oggi, nè più si vedrà fino all'ultimo dei giorni.

 

Schiarimenti.

 

                Dal Sud viene la guerra. - Dalla Francia che dichiarò guerra alla Prussia.

                Dal Nord viene la pace. - Dal Nord della Spagna, ove cominciò la guerra attuale. Inoltre D. Carlos dimorava a Vienna che è al Nord dell'Italia.

                Il Panteon sarà incenerito. - I giornali contemporanei dicevano che venne danneggiato da parecchie bombe. Ma gli avvenimenti di Francia non sono ancora interamente compiuti.

                Ma ecco un Gran Guerriero. - D. Carlos[12].

                Dal Nord porta uno stendardo. - Dal Nord della Spagna.

                Una fiaccola ardentissima. - La fede in Dio che dirige e sostiene il gran Guerriero nelle sue imprese.

                Allora lo stendardo di nero che era divenne bianco come la neve. - Cessò la strage: il color nero simbolo della morte, ovvero la persecuzione, cioè il Kulturkampf.

                Nel mezzo dello stendardo in caratteri d'oro stava scritto il nome di chi tutto può. - Sullo stendardo di D. Carlos dicono i giornali vi sia dipinto il Cuore di Gesù da una parte e dall'altra l'Immacolata Concezione.

                Ma ovunque tu vada. - Pare accennare all'esilio del Pontefice l'immortale Pio IX. Vedi profezia 2a. [63]

                Le madri dovranno piangere il sangue dei figli morti in terra straniera nemica1. - Questo deve avvenire.

                Farà la 4a visita. - La quarta visita a Roma ha ancor da succedere.

                Succederà ancor un violento uragano. - Vedi la seguente profezia, si accenna al temporale ivi descritto in disteso.

                E prima che trascorrano due plenilunii del mese dei fiori. - In quest'anno 1874 il mese di maggio ha due plenilunii. Uno il 10, l'altro al 31 del mese medesimo.

                L'iride di pace. - Una speranza la quale pare cominci a vedersi nella Spagna oggidì 10 marzo 1874.

                In tutto il mondo apparirà un sole così luminoso. - Trionfo e dilatazione del cristianesimo.

                Sulla destra che lo regge sta scritto Irresistibile mano del Signore. - I giornali dicono che D. Carlos abbia incominciato le sue imprese con 14 uomini, sprovvisto di armi, di denaro e di vettovaglie, eppure oggidì 10 aprile 1874 ha un esercito di 100000 e più soldati. E non leggesi che finora perdesse una battaglia.

 

[II]

 

24 maggio 1873 - 24 giugno 1873.

 

                Era una notte oscura, gli uomini non1 potevano più discernere quale fosse la via a tenersi per fare ritorno ai loro paesi, quando apparve in cielo una splendidissima luce che rischiarava i passi dei viagtenza.

giatori come nel mezzodì 2. In quel momento fu veduta una moltitudine di uomini, di donne, di fanciulli, di vecchi, di monaci, di monache e sacerdoti, con alla testa il Pontefice, uscire dal Vaticano schierandosi in forma di processione 3.

                Ma ecco un furioso temporale; oscurando alquanto quella luce sembrava ingaggiarsi battaglia tra la luce e le tenebre. Intanto si giunse ad una piccola piazza coperta di morti e di feriti, di cui parecchi domandavano ad alta voce conforto. Le fila della processione si diradarono assai. Dopo aver camminato per uno spazio che corrisponde a dugento levate di sole, ognuno si accorse che non era più

 

(1)                L'errore

(2)                La fede in Dio e la sua potenza

(3)                Pare alludere alle dispersioni dei conventi e dei collegi e delle scuole dopo cui il Pontefice

(4)                Può darsi che questa battarglia sia tra l'errore e la verità, oppure anche una guerra sanguinosa

 

 

[64] in Roma. Lo sgomento invase l'animo di tutti, ed ognuno si raccolse intorno al Pontefice per tutelarne la persona ed assisterlo nei suoi bisogni.

                In quel momento furono veduti due angioli che portando uno stendardo l'andarono a presentare al Pontefice dicendo: - Ricevi il vessillo di Colei che combatte e disperde i più forti eserciti della terra. I tuoi nemici sono scomparsi, i tuoi figli colle lagrime e coi sospiri invocano il tuo ritorno.

                Portando poi lo sguardo nello stendardo vedevasi scritto da una parte: Regina sine labe concepta, e dall'altra: Auxilium Christianorum.

                Il Pontefice prese con gioia lo stendardo, ma rimirando il piccolo numero di quelli che erano rimasti intorno a sè divenne afflittissimo.

                I due Angioli soggiunsero: - Va' tosto a consolare i tuoi figli. Scrivi ai tuoi fratelli dispersi nelle vario parti del mondo, che è necessaria una riforma nei costumi degli uomini. Ciò non si può ottenere, se non spezzando ai Popoli il pane della divina parola. Catechizzate i fanciulli, predicate il distacco dalle cose della terra. A venuto il tempo, conchiusero i due angeli, che i popoli saranno evangelizzati dai popoli. I leviti saranno cercati tra la zappa, la vanga ed il martello, affinchè si compiano le parole di Davidde: “Ho sollevato il povero dalla terra, per collocarlo sul trono dei principi del suo popolo”.

                Ciò udito il Pontefice si mosse e le file della processione cominciarono ad ingrossarsi. Quando poi pose piede nella Santa Città si mise a piangere per la desolazione in cui erano i cittadini, di cui molti non erano più. Rientrato poi in S. Pietro intuonò il Te Deum, cui rispose un coro di Angeli cantando: Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis.

                Terminato il canto, cessò affatto ogni oscurità e si manifestò un fulgidissimo sole.

                Le città, i paesi, le campagne erano assai diminuite di popolazione; la terra era pesta come da un uragano, da un acquazzone e dalla grandine, e le genti andavano una verso dell'altra, dicendo: Est Deus in Israel.

                Dal cominciamento dell'esiglio fino al canto del Te Deum il sole si levò dugento volte. Tutto il tempo che passò nel compiersi quelle cose corrisponde a quattrocento.

                La persona che ha comunicate queste notizie è quella stessa che predisse gli avvenimenti di Francia un anno prima e che si avverarono letteralmente.

                In molti luoghi si leggevano quelle predizioni che si avveravano giorno per giorno, come se fossero scritte in un giornate dopo i fatti.

Secondo la medesima persona la Francia, la Spagna, l'Austria ed una Potenza della Germania sarebbero scelte dalla Divina Provvidenza [65] ad impedire lo sfasciamento sociale e darebbero pace alla Chiesa da tanto tempo e in tanti modi combattuta. Gli avvenimenti incomincerebbero nella primavera del 1874 e si compirebbero nello spazio di un anno e qualche mese, purchè nuove iniquità con vengano ad opporsi ai divini voleri.

 

[III]

 

                Questo dice il Signore all'Imperatore d'Austria: - Fatti animo; provvedi ai miei servi fedeli ed a te stesso. Il mio furore si versa su tutte le nazioni della terra, perchè si vuole far dimenticare la mia legge; portare in trionfo quelli che la profanano; opprimere quelli che la osservano. Vuoi tu essere la verga della mia potenza? Vuoi tu compiere gli arcani miei voleri e divenire il benefattore del mondo? Appòggiati sulle potenze del Nord, ma non sulla Prussia. Stringi relazione colla Russia, ma niuna alleanza. Assòciati colla Francia Cattolica; dopo la Francia avrai la Spagna. Fate un solo spirito, una sola azione[13].

                Somma segretezza ai nemici del mio santo Nome. Colla prudenza e coll'energia diverrete invincibili. Non credere alle menzogne di chi .ti dicesse il contrario. Abborrisci i nemici del Crocifisso. Spera e confida in me che sono il donatore delle vittorie agli eserciti, il salvatore dei popoli e dei Sovrani.

                Amen. Amen.

 

                N.B. Questa lettera fu rimessa all'Imperatore d'Austria nel mese di luglio 1873 per mezzo di una persona fida che gliele consegnò in proprie mani. Egli attentamente la lesse e mandò speciali ringraziamenti a chi gliela spediva dicendo che se ne sarebbe servito[14].

 

                Qui legit, intelligat! Le postille, gli Schiarimenti, e le dichiarazioni che si trovano nel testo e nelle note ci dispensano da ogni commento; e noi ci limitiamo ad un rilievo, che ci pare assai interessante.

                Nella prima profezia si leggono, dirette al Papa, le parole: “Ovunque tu vada...”. Era infatti voce comune che il Papa sarebbe uscito da Roma, e se non uscì fu proprio per il [66] consiglio comunicatogli da Don Bosco: “La sentinella, l'angelo d'Israele, si fermi al suo posto, e stia a guardia della rocca di Dio e dell'arca santa!” Il tono solenne di queste parole ci dice nettamente da chi venivano!

                E non caddero più dalla mente del Papa! E mentre anche i cattolici continuavano a credere imminente la sua partenza da Roma, Don Bosco senz'indugio prese a difendere i diritti della Chiesa e del Sommo Pontefice con tanto ardire, che destò lo stupore universale, e riuscì ad ottenere che il Papa potesse procedere senz'impacci alla nomina dei Vescovi per più di cento diocesi italiane vacanti, e contemporaneamente iniziò le pratiche per ottenere ad essi le temporalità con l'approvazione del S. Padre. Ciò fece nei due viaggi fatti a Roma nel 1871, e, appena convalescente da grave malattia, da Varazze, tornava a scrivere al Ministro Lanza in data 12 febbraio, e l'8 aprile, lieto delle devote e cordiali accoglienze che nelle varie diocesi ricevevano i nuovi Pastori, anche di questo dava comunicazione al S. Padre, che in data io maggio gli rispondeva con lettera autografa, manifestandogli tutta la fiducia nella bontà di Dio e nella perenne protezione da lui promessa alla Chiesa.

                Noi riteniamo, che anche in quei giorni, le comunicazioni confidenziali tra il Santo e Pio IX incoraggiarono il Papa a non uscir da Roma. Si legga questa pagina assai interessante della Civiltà Cattolica[15].

 

                Nei primi tempi che seguirono il bombardamento e la presa di Roma, si disputò molto se non convenisse al Papa Pio IX allontanarsene, e così sfuggire al potere nemico che nel Vaticano lo assediava. A dir il vero, l’opinione dell'allontanamento in generale, prevaleva. Ed intorno a ciò, ... ci piace riportare una pagina di storia contemporanea, ignota ai più e per avventura dimenticata dai pochi sopravviventi, che la lessero anni indietro, pubblicata da noi. Fu distaccata da nostre private memorie, le quali, per autentiche, autenticissime le guarentiamo.

                “In una frigidissima sera dell'inverno del 1872 (un diciotto mesi circa dopo l'invasione di Roma) ebbi in Firenze la inaspettata visita di Mons. Gasparre Mermillod, Vescovo allora di Ginevra e poi Cardinale. Egli era tutto ravvolto in una pelliccia. Lo rividi con piacere, [67] poichè da che il Concilio Vaticano si era sciolto, non ci eravamo più incontrati. Mostratogli meraviglia di quella sua apparizione notturna in tale stagione: - Passo, egli disse, incamminato a Roma, e, fra l'arrivo di un treno e la partenza di un altro, son voluto venire a salutarvi. Ho un negozio di grandissima importanza da trattare col Santo Padre, e mi è parso bene conferirne all'amichevole anche con voi, e sentirne un poco il giudizio vostro.

                Qui mi narrò come nel corso delle vicende succedutesi fra il 1870 e il 1871, egli avesse viaggiato per l'Europa e si fosse abboccato con personaggi primarii di Chiesa e Stato: quindi si fosse tenuto ultimamente un segreto Congresso di eminenti cattolici di varii paesi in Ginevra, e si fosse risoluto di far conoscere al Papa Pio IX la convenienza, che egli lasciasse Roma ed accettasse l'ospitalità, la quale gli era graziosamente offerta dal Thiers, presidente della Repubblica francese, nel castello di Pau, vicino alla Spagna. Espose poi sommariamente le ragioni, che dovevano muovere il Santo Padre a rendersi alla proposta, ragioni che egli era mandato a rappresentargli.

                Siccome io ascoltavo, sempre tacendo, egli soggiunse: - Or bene che ne dite voi? Pensate che il Papa valuterà il peso di queste ragioni?

                - Che sia per valutarlo, gli risposi, non ne dubito punto. Pio IX è uomo avvedutissimo. Ma che sia per arrendersi e lasciare Roma non ardirei congetturarlo.

                - E perchè?

                - Oh, il perchè? Ve ne sono molti dei perchè. Un primo perchè di ragione umana, è che egli sta in casa sua, e chi vi è entrato, lo ha fatto col mero diritto brutale della violenza. Melior est conditio possidentis, come voi m'insegnate: e questo, Monsignore, è un gran perchè, il quale, se poco sembra valere per ora, assai varrà pel futuro. Vi è poi un altro perchè di ragione divina, che il Papa unicamente ha la grazia di stato per conoscere. Su questo, nessuno, fuori di lui, può nulla dire. Voi, Monsignore, operate da quel devotissimo servo e figliuolo che siete di Pio IX, manifestandogli tutti i perchè, che siete incaricato di manifestargli, acciocchè si sottragga all'oppressione nemica, e lo farete con eloquenza degna di voi. Il resto me lo saprete dire, se vi piacerà al ritorno.

                Poco più di una settimana dopo, Monsignor Mermillod tornò difatto, ed al suo passaggio per Firenze ci rivedemmo. - Torno contento, egli disse, di aver compiuto il mio dovere, fino allo scrupolo. Ah, che sant'uomo, che uomo di Dio è Pio IX! Subito egli mi ha concessa l'udienza, e mi ha accolto con bontà di padre. Tutto, con viva attenzione, ha ascoltato. Poi mi ha soggiunto essere le ragioni, che io gli esponeva, di gravità somma: bisognare dargli tempo di riflettere ed anche di consigliarsi: - Non vi movete da Roma, ha concluso. Fra qualche giorno vi chiamerò. [68]

                E così è stato. Ad un suo cenno, ripresentatomi: - Caro Monsignore, mi ha detto, io di vero cuore vi ringrazio, che siate venuto apposta in Roma, per espormi, a nome di tanti cattolici e savii personaggi, le ragioni di politica e di sapiente prudenza, che debbono persuadere il Papa a lasciare la sua Sede. Le ho ponderate assai, ho pregato, le ho fatte considerare ad alcuni Cardinali di mia particolare fiducia. Il parer loro è stato che io mi risolvessi a partire. Ho pensato ancora sopra questo parere; nè, per verità, ho veduto nulla in contrario. Ammetto le ragioni: trovo giustissima la proposta. Però una sola ragione m'impedisce di aderirvi. Volete sapere qual è? Schiettamente ve la dico. Dinnanzi a Dio, non mi sento ispirato ad abbandonare Roma, come mi sentii ispirato nel novembre del 1848. Questa sola ragione mi trattiene.

                Ecco, Monsignore, ripigliai, il perchè di ragione divina, che niuno poteva conoscere, dal Santo Padre in fuori. Contro ogni umana regola di prudenza e di politica, Dio vuole il Papa in Roma, come Daniele nella fossa dei leoni. Più tardi, se camperemo, vedremo che le vie del Signore non sono quelle degli uomini.

                - Così è' - terminò esclamando Monsignor Mermillod. - Il Papa è guidato da Dio!”.

                Già essendo noi campati fino a quest'anno venticinquesimo del prodigioso Pontificato di Leone XIII, successore di Pio IX, cose straordinarie abbiamo vedute e stiamo vedendo, le quali comprovano il detto dell'illustre Cardinale Mermillod, ora defunto: - Il Papa è guidato da Dio!.

 

                La sentinella d'Israele restò alla custodia della rocca di Dio; e Don Bosco, sino al termine della vita continuò a sospirare e a zelare la conciliazione dell'Italia colla Chiesa. “Siamo tutti e due del medesimo anno - scriveva ad un coetaneo, sacerdote - cioè noi nascevamo quando l'Europa si metteva in pace dopo tanti anni di guerra... Possiamo sperare che l'ultimo di nostra vita mortale marchi la pace del mondo e il trionfo della Chiesa? Ah! se così fosse, potremmo intonare il Nunc dimittis! Ma sia fatta la volontà del Signore in tutte le cose! Il trionfo della Chiesa è certo; se non potremo assistervi quaggiù, vi assisteremo, spero, dal paradiso”.

                E dal Paradiso vide il fatto compiuto cogli Accordi Lateranensi - che ridavano “Dio all'Italia e l'Italia a Dio” - proprio il mese prima che Pio XI proclamasse i miracoli proposti per elevarlo all'onore degli altari!

                E il Santo Padre nel rilevare la “bella, delicata, significativa [69] coincidenza”, lo diceva un “grande, fedele e veramente sensato servo della Chiesa Romana, della Santa Sede, ... perchè egli tale fu sempre veramente”; e dichiarava d'aver appreso “da lui, dalle stesse sue labbra”, quanto “questa composizione del deplorevole dissidio stava veramente in cima ai suoi pensieri e agli affetti del suo cuore...”, e “in modo tale che innanzi tutto si assicurasse l'onore di Dio, l'onore della Chiesa, il bene delle anime[16].

 

                10) Una visita ai dormitori: - gli alunni hanno scritto in fronte i propri peccati, molti hanno la fronte e il volto candidi come la neve; -  il canto del “Miserere".

 

                La sera dell'11 novembre 1873, dopo le preghiere, dando la buona notte raccontava questo sogno, da lui fatto l'8 e il 10 dello stesso mese. La narrazione è di Don Berto.

 

                Mi pareva di andare a visitare i dormitori ed i giovani erano tutti seduti sul letto, quand'ecco vidi comparire un uomo sconosciuto, che mi prende la lucerna di mano, dicendomi: - Vieni e vedrai!

                Ed io lo seguitai. Egli allora si avvicinò al letto di ciascheduno e alzando la lucerna verso la loro fronte m'invitava ad osservare. Io guardava attentamente sulla fronte di ciascheduno e vedeva scritti tutti i loro peccati. Io sconosciuto allora mi disse di scrivere; ma io, credendo di potermi ricordare, andai avanti un poco senza prendermi nota di quelle cose che stavano scritte sul loro volto. Ma osservando che m'era impossibile ricordarmi di tutto, ritornai indietro e scrissi ogni cosa sul mio taccuino.

                Cammin facendo per un lungo dormitorio, la mia guida mi condusse in un angolo, dove si trovava una quantità di giovani colla faccia e fronte bianca e nitida come la neve. Allora esternai il mio contento; ed egli seguitando avanti, me ne additò uno che aveva la faccia tutta coperta di macchie nere, e poi seguendo il cammino ne vidi altri e poi altri, e, prendendo nota di tutto e di tutti, diceva tra me: - Così potrò avvisarli. - Finalmente giunto al fine del corridoio, sento là in un angolo un gran rumore, quindi intonare forte il Miserere. Mi voltai al mio compagno domandandogli chi era morto, ed egli:

                 - È morto colui che hai osservato tutto coperto di macchie! [70]

                Ma come? se ieri sera era ancor vivo; l'ho veduto passeggiare; e adesso è morto?!...

                Egli prese un almanacco, lo aperse e poi disse: - Guarda qui la data. - Guardai e vidi scritto il di 5 dicembre 1873. - Insomma questo giovane deve morire prima dell'anno nuovo. - Dètto questo, egli si voltò da una parte, ed io mi voltai dall'altra, e rimasi svegliato nel mio letto.

                È vero che questo è un sogno, ma già altre volte furono fatali questi sogni; quindi noi non badando nè a sogni, nè ad altro, badiamo alla sentenza del Divin Salvatore, il quale ci dice di star preparati.

 

                Com'ebbe terminato di parlare, tutti, giovani, chierici e preti, gli si affollarono attorno, desiderosi di sapere che cosa avesse veduto sulla loro fronte; e un gran numero, tra cui anche dei chierici, non fu possibile mandarli a dormire prima d'avergli parlato confidenzialmente.

                “Accompagnandolo in camera - annotava Don Berto, - dìssemi che la lucerna che aveva nel visitare i giovani era la sua che tiene in camera. Ed arrivato nella sua camera, passeggiando insieme dissemi:

                - Quanto mai poco ci vuole per mettere in movimento i giovani; son sicuro che una predica non farebbe tanto. Bisogna che ne racconti di queste cose.

                Ed io gli aggiunsi: - Oh si! farebbe gran bene. Domani vedrà che numerosa schiera avrà da confessare!

                Ne sentii uno che disse così: - Questa sera non voglio domandargli [che cosa ha veduto sulla mia fronte] perchè domani non oserei più andarmi a confessare... - Difatti all'indomani lo vidi confessarsi.

                Don Bosco riprese in seguito, parlando di quei della faccia assai sporca: - Ce ne venne già uno di questa sera... Egli mi domandò che gli dicessi [ciò che aveva veduto], ed io gli dissi due o tre cose; quindi m'interruppe dicendomi: - Basta, basta, ne sa troppe! - e al dimani lo vidi confessarsi”.

                Il giovane che aveva tutta la faccia coperta di macchie nere il 4 dicembre giocava ancora in cortile, e verso le 5 pomeridiane fu colto dal grippe. Venne condotto in infermeria; nella notte si confessò e ricevette l'Olio Santo; e al mattino era alla fine. Vennero i parenti, e lo condussero in [71] carrozza all'Ospedale di S. Giovanni, e di quel giorno - precisamente il 5 dicembre - alle 11 pomeridiane passava all'eternità.

                Don Bosco, nel frattempo, si trovava a Lanzo, e tornava all'Oratorio il 6, quando la zia del defunto, piangendo, recava la dolorosa notizia, che si diffuse in un baleno destando costernazione universale.

                 - Come? dicevano tutti gli alunni, è già morto?!.... E l'altro ieri andò ancora a passeggio!...

                E Don Bosco, la sera dopo, dando la buona notte, li consolava dicendo che il morto, prima che si ammalasse, aveva già fatto la confessione generale.

                Don Berto, che nei suoi quaderni prese nota anche dei nomi di chi interrogò Don Bosco subito dopo la buona notte e dopo poche parole l'interruppe, dell'altro che di quella sera non volle avvicinarlo e si confessò la mattina dopo, e del defunto, faceva questa deposizione nel Processo Informativo:

                “La sera del 7 dicembre 1873, accompagnando il Servo di Dio a riposo, giunto in sua camera lo pregai a dirmi confidenzialmente come facesse a conoscere l'interno dei giovani, specialmente i loro peccati. Ed egli, colla solita sua bontà, dicevami: - Vedi, quasi tutte le notti io sogno, che vengono dei giovani a confessarsi, chiedono di fare la confessione generale e mi scoprono ogni loro pasticcio; quindi venendo poi veramente, al mattino, a confessarsi da me, si può dire che io non ho più da far altro che palesare loro tutti gli imbrogli che hanno sulla coscienza...

                - Le scriva queste cose così utili, soggiungeva io.

                - Oh questo non mai! Tali cose possono e debbono servire soltanto ad uno che trovasi nell'esercizio dei sacro ministero”...,  e quando quest'uno è favorito da Dio di cotesti doni singolari!...

                Anche nella visita che fece di quel mese a Lanzo Don Bosco narrò un sogno quasi uguale a quello che aveva narrato nell'Oratorio, una visita ai dormitori, il canto del Miserere e una morte imminente!

                Un giovane emiliano, Giulio Cavazzoli di Fabbrico, diocesi [72] di Guastalla, raccomandato dal Prevosto di Campagnola, entrato nell'Oratorio nel 187o e poco dopo passato a Lanzo, nel 1871 tornava all'Oratorio, dove verso la fine del 1873 cadde malato e venne rimandato a Lanzo nella speranza che quell'aria avrebbe giovato a rimetterlo in salute. Ed era là, quando Don Bosco vi si recò e raccontò il sogno accennato, che rimase impresso nella mente degli alunni. Carlo Maria Baratta, entrato da pochi giorni in quel collegio, dopo molti anni ne ricordava i particolari al direttore Don Lemoyne, che prima non ne aveva preso nessun appunto, e li estendeva così:

 

                Parve a Don Bosco che un giovane misterioso lo conducesse in una camerata del collegio. Tutti i giovani dormivano nei loro letti. La guida con una candela in mano proiettando la luce sul viso dei dormienti ne faceva conoscere le fisionomie a Don Bosco. I primi avevano la fronte candida, ad altri una riga nera solcava la fronte, ad altri due righe nere (peccati veniali); altri avevano la faccia oscura come nebbia o tenebre, altri il viso nero (peccati mortali). Don Bosco trasse fuori una carta e colla matita ne segnava i nomi e lo stato in cui si trovavano. Era giunto in fondo alla camerata, quando, all'altra estremità, ove erano quelli della faccia candida, udì all'improvviso cantarsi il Miserere.

                 - Che cosa è questo canto funebre? egli chiese al giovane misterioso che l'accompagnava. Ed ebbe per risposta: morto il tale dei tali, il giorno tale!

                 - Ma come, se poco fa il tale era vivo?

                 - Innanzi a Dio il futuro è come il presente.

                Don Bosco concluse che ciò sarebbe avvenuto da lì a un mese, ma non pronunciò alcun nome. Nello stesso tempo ricordò a tutti di star preparati.

                I giovani affermavano che Don Bosco aveva detto il nome al direttore.

                Passarono quindici giorni e Cavazzoli cadeva ammalato e moriva...

 

                Anche Don Giovanni Gresino, entrato nel collegio nel 1872, ci esponeva nettamente il fatto, affermando che Don Bosco aveva detto al direttore il nome del morituro.

                E questi, giovane diciottenne (era nato nel gennaio 1855) quindici giorni dopo era alla fine. Venne “munito - come si legge nei registri parrocchiali - di Penitenza, Viatico, e Benedizione [73] Papale”, ma gli dispiaceva morire. Il direttore gli fece osservare che era una fortuna morir ben preparato, perchè chi poteva sapere se più tardi si sarebbe trovato così ben disposto?

                 - Ebbene, rispose il morente, se è così, voglio morire... ma come si fa a morire?...

                Gli vennero suggerite le giaculatorie per ottener la buona morte, e le ripetè affettuosamente:

                 - Ah! caro ... Gesù, ... Giuseppe e Maria ... vi dono il cuore e l'anima mia! ... Gesù, Giuseppe e Maria, ... assistetemi nell'ultima agonia ... (aveva già il rantolo!) Gesù, ... Giuseppe... e Maria, ... spiri ... in pace... con Voi... l'anima... mia...

                E spirava serenamente, il 21 dicembre, alle 10, 30.

                A Lanzo - ricordava Don Gresino - Don Bosco disse che quel sogno l'aveva fatto la notte precedente, nè ciò deve far meraviglia, se egli stesso diceva che quasi tutte le notti sognava i suoi figli, ascoltandoli in confessione. Nella sua immensa carità paterna ben meritava che il Signore gli svelasse anche le morti imminenti per preparar i morituri al gran passo!...

 

                II) La Potenza di Dio. “Invochiamo la misericordia di Dio”.

 

                Il 29 novembre 1873, tornato dalla visita alle case di Sampierdarena, Varazze ed Alassio, dopo le preghiere della sera, Don Bosco narrava un altro sogno, di cui Don Berto scrisse brevi appunti e fece anche questa dettagliata esposizione:

 

                Nei passati giorni, o miei cari giovani, in cui mi trovavo fuori di casa, ho fatto un sogno molto spaventoso. Una sera andai a letto, pensando alla natura di colui, che nel sogno narratovi alcune sere addietro, mi aveva accompagnato, colla lucerna in mano, a visitare i dormitorii, facendomi osservare sulla fronte dei giovani le nere macchie, di cui era imbrattata la loro coscienza, se cioè quell’individuo fosse un uomo come noi, ovvero uno spirito in forma umana. Con questo pensiero per la mente presi sonno.

                Quand'ecco parmi d'essere trasportato all'Oratorio, ma, con mia sorpresa, vidi che non si trovava più in questo sito. Esso era posto [74] all'apertura di una grande e lunga valle, fiancheggiata da due monticelli in forma di due vaghe colline.

                Io mi trovava in mezzo ai giovani quivi raccolti, ma nessuno di loro parlava. Erano tutti sopra pensiero. Quando ad un tratto vedo spuntare in cielo un sole così luminoso e brillante, che colla sua vividissima luce offuscava talmente la vista d'ognuno, che, per non rimanere accecati, eravamo costretti di tener abbassato a terra lo sguardo e il capo. Rimanemmo così colla faccia rivolta al suolo per qualche tempo, finchè la luce di questo sole, cotanto risplendente, cominciò a diminuire a poco a poco, fino ad estinguersi quasi del tutto, lasciandoci avvolti in una profonda oscurità, cosicchè i giovani, anche più vicini, potevano a stento vedersi e riconoscersi l'un l'altro.

                Questo repentino passaggio da vivissima luce alle folte tenebre ci riempì tutti di grande terrore. Ma mentre io stava pensando circa il modo di toglierei da quella tetra oscurità, vedo comparire verso un angolo della valle una luce verdognola, che estendendosi a guisa di lunga striscia veniva a posarsi sopra la stessa valle, e, descrivendo un bellissimo arco, toccava leggermente colle due estremità le cime dei due monticelli. Allora in mezzo a tanta oscurità apparve un po' più di luce, anzi il detto arcobaleno, che era simile ai naturali, che compaiono dopo la pioggia, od un furioso temporale, ovvero come suole avvenire in tempo dell'aurora boreale, lasciava cader giù nella valle torrenti di luce d'ogni più leggiadro colore.

                Mentre eravamo lì tutti intenti ad ammirare e godere di questo grazioso spettacolo, scorgo giù in fondo alla valle un nuovo portento, che fece scomparire il primo. Era un globo elettrico di straordinaria grandezza, sospeso in aria tra cielo e terra, il quale mandava da ogni parte sprazzi dì luce così vivi, che nessuno vi poteva tener fisso sopra lo sguardo, senza pericolo di cader tramortito al suolo. Questo globo veniva giù verso di noi, e rendeva la valletta assai più splendente di quello che non avrebbero fatto dieci dei nostri soli in pien meriggio. E, man mano che s'avvicinava, vedevansi qua e là i giovani cader bocconi a terra, abbarbagliati dal fulgore di quel globo non altrimenti che fossero stati colpiti dal fulmine.

                A questa vista rimasi anch'io in sulle prime assai atterrito e incerto sul da farsi; ma di poi, ripreso animo, feci un grande sforzo, e mi posi a guardare fisso ed impavido quel globo, accompagnandolo collo sguardo in ogni sua mossa, fino a che, giunto sopra di noi, fermossi all'altezza di circa 300 metri da terra.

                Allora dissi tra me: - Voglio un po' vedere che cosa sia questo meraviglioso ed inaudito fenomeno!

                L'esaminai pertanto attentamente in ogni sua parte, e potei scorgervi, sebbene fosse così alto, che nella sommità terminava in forma di grossa palla, su cui stavano incise a grandi caratteri queste [75] parole: Colui che tutto può. Tutt'intorno era sormontato da vari ordini di balconi ripieni di un'immensa moltitudine di persone, d'ogni età e d'ogni sesso, ma tutte, gloriose e giubilanti, e adorne di vesti risplendenti per un'infinità di colori diversi e d'indescrivibile bellezza, che col loro sorriso ed atteggiamento amichevole parevano invitarci a prender parte al loro gaudio e trionfo.

                Dal centro di quel celeste globo partiva una fitta pioggia di sprazzi e saette di luce così vivida, che venendo direttamente a colpire i giovani negli occhi, questi restavano sbalorditi, barcollavano per un momento, e quindi non potendo più reggersi in piedi, erano costretti a gettarsi colla faccia a terra. Io poi, non potendo più sostenere tanto splendore, mi posi ad esclamare: - Oh Signore, deh! vi prego, o fate cessare questo divino spettacolo, o fatemi morire, imperocchè io non posso resistere a così straordinaria bellezza! - Ciò - detto, sentendomi venir meno le forze, mi gettai anch'io per terra gridando:

                 - Invochiamo la misericordia di Dio!

                Dopo qualche istante riavutomi, mi rialzai da terra, e feci un giro attorno, per la valle, onde vedere che ne fosse de' nostri giovani; e, con mia grande sorpresa e meraviglia, osservai che erano tutti prostrati e distesi al suolo, immobili, ed in atteggiamento di chi prega. Cominciai perciò, a fine d'assicurarmi se fossero vivi o morti, a toccar or l'uno or l'altro col piede, dicendogli: - Ehi! che cosa fai qui? sei vivo o morto? - Ed egli: - Invoco la misericordia di Dio! - e la stessa risposta mi davano tutti gli altri giacenti al suolo.

                Ma, arrivato ad un certo punto della valle, ne vidi con dolore parecchi, che stavano ritti in piedi, in atto protervo, colla testa alta e volta al pallone, quasi volessero sfidare la maestà di Dio, e colla faccia divenuta nera come carbone. M'avvicinai loro, li chiamai per nome, ma essi non davano più alcun segno di vita. Erano rimasti freddi come ghiaccio, e fulminati dai raggi e dalle saette del pallone per la loro ostinazione in non volersi piegare ad invocare coi loro compagni la misericordia di Dio. Quello poi che mi recò anche maggior fastidio, fu, come dissi, il vedere che questi disgraziati non erano pochi.

                Ma ecco, che in questo mentre vedo sbucar fuori dal fondo della valle un mostro, di straordinaria grossezza e d'indicibile deformità. Era più brutto e deforme di qualsiasi mostro terreno, che io abbia mai veduto. Esso veniva giù, a grandi passi, verso di noi. Allora feci alzare tutti i giovani in piedi, che, a quell'orrida vista, furono anch'essi sorpresi da grandissima paura. Io allora tutto affannato e ansante mi diedi attorno per vedere, se mai vi fosse colà qualche superiore, perchè m'aiutasse a far tosto salire i giovani sul monticello più vicino, per difenderci dalle zanne di quella feroce belva, qualora avesse tentato assalirci; ma non ne trovai alcuno.

                Intanto il mostro s'appressava sempre più, e già era lì a poca [76] distanza da noi, quando quel globo luminoso, che fin allora era rimasto immobile in alto sopra il nostro capo, si mosse celermente, e, andando incontro al detto mostro, venne a porsi precisamente tra noi e il medesimo, quindi abbassossi quasi fino a terra per impedirgli di nuocerci. In quell'istante udissi per la valle a rimbombare, come uno scroscio di tuono, questa voce: - Nulla est conventio Christi cum Belial! - Niun accordo è possibile tra Cristo e Belial! tra i figli della luce e i figli delle tenebre... cioè tra i buoni ed i malvagi, che nella S. Scrittura sono appunto chiamati figli di Belial.

                A quelle parole mi svegliai tutto tremante per lo sgomento provato, e quasi intirizzito dal freddo; e, sebbene fosse soltanto la mezzanotte, tuttavia non potei più riprender sonno, nè scaldarmi pel rimanente della medesima. Ma se da una parte provai molta consolazione nell'aver osservato la quasi totalità dei nostri giovani ad invocare con umiltà di cuore la misericordia di Dio, e corrispondere fedelmente ai divini favori, dall'altra debbo pur dirvi che mi cagionò non poco dolore il vedere il numero non tanto esiguo di quegli ingrati, che, per la loro caparbietà e durezza di cuore, resistendo a tutti gli inviti della grazia, erano stati colpiti dalla divina potenza e rimasti privi di vita.

                Alcuni li ho fatti già chiamare ieri sera, ed altri quest'oggi, affinchè si mettano tosto in pace col Signore, cessino dì abusare più oltre della Divina Misericordia, e di essere pietra di scandalo ai loro compagni, imperocchè nessuna alleanza vi può esser tra i figli di Dio e i seguaci del demonio: Nulla est conventio Christi cum Belial. Questo è l'ultimo avviso che loro vien dato.

                Come vedete, o cari giovani, quanto vi ho raccomandato non è che un sogno come tutti gli altri, tuttavia dobbiamo ringraziare il Signore, il quale si serve di questo mezzo per farci conoscere lo stato dell'anima nostra e quanto egli sia generoso dei suoi lumi e delle sue grazie verso coloro che invocano con umiltà di niente il suo aiuto e la sua assistenza nei bisogni dell'anima e del corpo, quia Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam.

 

                Don Bosco, scrive Don Berto, non diede altre spiegazioni dei particolari del sogno; ma è facile comprendere ciò che questo insegna.

                Iddio, finchè siamo in hac lacrymarum valle, come al giorno alterna la notte, anche nella vita spirituale permette dei passaggi dalla luce alle tenebre; e chi sopporta con fede ed umiltà anche questi tempi oscuri e d'apparente abbandono, vede assai presto tornar più viva la luce e brillare uno splendido arcobaleno sull'orizzonte. E proseguendo a tener [77] fedelmente, nell'umiltà più profonda, il pensiero rivolto a Dio, arriva a comprendere sempre più nettamente la propria nullità, e la sublime maestà di Dio e la bellezza ineffabile del premio che ci tien preparato, e sente sempre il bisogno di stare ognor prostrato innanzi a Lui ad implorare la sua infinita misericordia.

                Invece, chi pieno di sè, trascura la vita interiore, non pensando che alla vita terrena, nè d'altro preoccupandosi, muore presto alla grazia, e cade e ricade tra le zanne del mostro infernale, che è sempre in giro, come leone ruggente, per rapire le anime a Dio.

                Mentre anche nelle prove più gravi chi vive unito abitualmente con Dio, resta nella sua grazia, perchè Dio lo difende a spada tratta, e gode del suo aiuto quaggiù, e si assicura il gran premio del paradiso.

                L'umiltà, quindi, è la strada del paradiso. Dov'è umiltà, dice S. Agostino, ivi è grandezza, perchè l'umile è unito con Dio. E l'umiltà non consiste nell'apparir meschini nel vestire, nel fare, nel parlare; ma nello star prostrati, con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima, alla presenza di Dio, consci della nostra nullità, implorando di continuo la sua misericordia.

                E Don Bosco, mentre combatteva a spada tratta ogni errore ed ogni peccato, aveva un concetto così alto della misericordia di Dio che fu udito esclamare di sperar che anche Voltaire abbia potuto nell'ultimo istante ottener perdono!... Tanto gli si mostrava orribile lo stato di chi muore in disgrazia di Dio!...

 

                12) “Uno di noi... non farà più l'esercizio della Buona Morte”.

 

                Il racconto è di Don Berto, e lo riferiamo tale quale si legge nel Processo Informativo.

 

                Martedì, 17 novembre 1874, dopo le orazioni, il Servo di Dio venne ad annunciarci che all'indomani ci sarebbero state le confessioni per l'esercizio della Buona Morte da farsi nel giovedì prossimo dagli studenti. Ci esortò secondo il solito a farlo bene, dicendo: [78]

                 - Io non sono, nè voglio essere profeta, ma potrei dirvi che uno di noi, qui presente, non dico chi sia, non farà più un'altra volta questo pio esercizio.

                Disceso dalla cattedra, come le altre volte che faceva simili predizioni, venne subito circondato dai giovani, essendo ognuno ansioso di sapere privatamente, dal Servo di Dio se toccava a lui questa volta la sorte di morire.

                Bastarono queste poche parole, perchè all'indomani, mattino e sera, e giovedì mattina, il suo confessionale venisse circondato da una turba di giovinetti, tutti smaniosi di fare da lui la confessione generale, come seppi dagli stessi ragazzi.

                Siccome io allora era quasi sempre presente a queste scene di pietà, così posso affermare che tali predizioni facevano più del bene ai nostri giovinetti, che non dieci mute di esercizi spirituali. E questo era anche l'unico scopo per cui il Servo di Dio s'induceva a fare tali predizioni, in pubblico specialmente. Raccomandavaci però sempre di non scriverle altrove, ma che rimanessero tra noi in confidenza.

                Per poi assicurarmi maggiormente che dette predizioni del Servo di Dio non erano soltanto un suo pio ritrovato per far del belle ai giovanetti, la sera del giovedì 19 novembre 1874, trattenendomi con lui in sua camera, gli domandai in confidenza come facesse a prenunziare con tanta franchezza la morte di tanti giovanetti, mentre erano ancora sani e robusti e specialmente dell'ultimo annunziatoci due giorni prima, il quale non avrebbe più fatto certamente l'esercizio della Buona Morte. Ed egli con qualche ripugnanza rispondevami:

                “Mi parve di vedere tutti i nostri giovani a fare una passeggiata verso un prato. Quivi osservai che ciascuno di loro camminava in un sentiero tracciato per lui solo, e per quello non poteva passare alcun altro. Questo sentiero davanti a qualcuno era assai lungo, e sul margine, di tratto in tratto, vi si leggeva il numero progressivo dell'anno della nostra Redenzione. Quello di altri era meno lungo; ed altri l'avevano anche più corto. Quello di alcuni andava avanti soltanto per breve tratto e poi troncava lì. Quindi il giovane che vi camminava dentro, giunto a quel punto cadeva morto a terra.

                Ne vidi poi quelli che l'avevano tutto seminato di lacci e assai più corto.

                Finalmente ho scorto uno che innanzi a sè non aveva più alcuna traccia di sentiero, finiva proprio sotto a' suoi piedi e vi si distingueva ancora, a mala pena, il numero 1875. Questo è quello che non farà più un'altra volta l'esercizio della Buona Morte, imperocchè morirà nel 1874 e forse vedrà appena il 1875, ma non potrà più fare un'altra volta il detto esercizio”.

                Non occorre il dire che, per quanto mi ricordo, la predizione si [79] è avverata pienamente. Anzi debbo aggiungere che noi eravamo già assuefatti a vedere avverarsi tali predizioni, che ci avrebbe recato stupore, come di eccezione alla regola, il vederne alcuna non avverata secondo il solito.

 

                Di questo sogno non abbiamo altri particolari.

                Circa l'avverarsi delle singole predizioni di Don Bosco, a tempo e luogo, Don Lemoyne stendeva questi appunti:

 

                Nel 1872, o 1873, o '74, annunziava che prima del finir dell'anno sarebbe morto un giovane. L'anno fini e nessuno era passato all'eternità. Vi era però un giovane infermo gravemente, il quale non voleva saperne di ricevere i SS. Sacramenti. Tutti s'erano adoperati intorno a lui per questo, ma invano. Si era fatto pregare al fine della sua conversione in tutti gli istituti di Torino. Finalmente (nel mese di gennaio ... ) egli moriva dopo essersi confessato da Don Bosco e aver ricevuto i Sacramenti.

                I giovani gli fecero notare come la sua predizione non si fosse avverata. Essi non avevano piena cognizione di quanto era accaduto. Don Bosco rispose loro: - E voi volevate che io lo lasciassi morire senza che ricevesse i Sacramenti? Doveva permettere tale scandalo in questa casa?

                (Ci fu dunque predizione - grazia di morte ritardata - e conversione. Era un giovane sui 24 anni, mandato, pare, dalla massoneria per i suoi fini in mezzo ai giovani dell'Oratorio).

                Così narra Don Evasio Rabagliati, testimonio de visu.

 

                Dalla lettura di queste poche narrazioni si comprende tutta l'importanza che dobbiam dare ai “sogni” di Don Bosco; e noi preghiamo il Signore che voglia, nella sua bontà, darci ancora un po' di tempo per poterne pubblicare tutta la raccolta, la quale, mentre formerà un documento caratteristico della santità del nostro amatissimo Padre, sarà anche una sorgente perenne di fatti e consigli e pensieri didattici, non solo per i salesiani, ma per tutti i sacerdoti.

 

 

6) Umile in tanta gloria!

 

                Appena s'iniziarono gli scavi per le fondamenta del Santuario di Maria Ausiliatrice, - cominciò subito una gara sorprendente: da parte di Don Bosco col diffondere scritti, immagini e medaglie per animar tutti alla più illimitata fiducia nella potenza e nella bontà della Madonna, e da parte della [80] Madonna col concedere ogni sorta di grazie al suo fedelissimo Servo, umile sempre in tanta gloria!

                “Quando qualcuno - osservava Don Rua nel Processo Apostolico - si meravigliava delle sue grandi imprese, non lo lasciava parlare, ma interrompendolo diceva: - A Dio, ed a Maria Santissima Ausiliatrice, si deve tutta la gloria e la buona riuscita! - Se qualcuno veniva a dirgli che dietro la sua benedizione o le sue preghiere aveva ottenuto qualche grazia singolare, era solito ripetere che ne ringraziassero il Signore, o la Beata Vergine, o qualche Santo a cui si era raccomandato. A sua confusione raccontava invece qualche aneddoto in cui appariva che non si erano ottenute le grazie che per mezzo di lui si erano chieste. Specialmente si compiaceva di raccontare come parecchi della Volvera [un paese vicino a Torino, tra Piossasco e None] si erano a lui raccomandati per ottenere diversi favori di guarigioni, di buone campagne, di aggiustamento di affari, . ecc. e che dopo qualche tempo vennero a trovarlo e gli dicevano, l'uno: - Quella persona ammalata che le ho raccomandato, è poi morta! - l'altro: - Non posso fare grande offerta, perchè la grandine non mi ha risparmiato! - l'altro: - Quella lite che le avevo raccomandato è ancora pendente! - facendo così comprendere con questi racconti che non si doveva confidare in lui, bensì nella bontà materna di Maria Ausiliatrice, e nella intercessione dei Santi.

                Talora parlava di grazie anche straordinarie ottenute da chi aveva fatto ricorso a lui in persona, o per lettera; ma ciò faceva per dar sempre maggior gloria a Dio od a Maria Ausiliatrice, e infondere nei devoti ognora maggior fiducia nella preghiera, esortando ad aver viva fede, a cui attribuiva molte volte le grazie ottenute, dicendo che la fede dei divoti era quella che strappava le grazie”.

                Ad onore di Maria Ausiliatrice pubblicò vari fascicoli nelle Letture Cattoliche, tra cui quello che uscì nel mese di maggio 1875, intitolato: Maria Ausiliatrice col racconto di alcune grazie ottenute nel primo settennio della chiesa a Lei dedicata in Torino: un fascicolo di 320 pagine, dove, premessi alcuni cenni storici sulla divozione a Maria Ausiliatrice e [81] sulla costruzione del Santuario, passava ad esporre centodieci relazioni di grazie ricevute ad intercessione di Lei, delle quali una ventina si riferiscono agli anni di cui ci stiamo occupando, e non mancheremo di riportarne qualcuna in ordine cronologico. Qui, intanto, dobbiamo rilevare come in nessuna v'è un accenno diretto alla sua persona, ed in alcune si trova semplicemente il generico rilievo di un sacerdote che imparte la benedizione, o del direttore dell'Oratorio. Di parecchie ci restano anche le relazioni originali, corrette dal Santo, sempre con Io stesso programma.

                Se grande è la bontà divina - scriveva di sua mano in capo ad una di esse, - quando concede qualche segnalato favore agli uomini, deve essere grande altresì la gratitudine di essi nel riconoscerlo, manifestarlo ed anche pubblicarlo, ove possa tornare a sua maggior gloria. In questi tempi è forza di proclamarlo, Dio vuole con molti eccelsi lavori glorificare l’Augusta sua Genitrice, invocata col titolo di Ausiliatrice”.

                Niuno - insisteva - deve dispensarsi dai doveri di gratitudine verso la sua celeste Benefattrice. Questi doveri si possono compiere in due modi: col raccontare ad altri la grazia ottenuta, o promuovere con altro mezzo la divozione verso di questa nostra Madre. Ciò servirà ad altri di eccitamento a fare ricorso a Maria nelle loro necessità, mentre apriranno per loro stessi la strada a conseguire nuovi lavori, grazie ancora più segnalate”.

                E caldamente raccomandava di compiere le promesse fatte. “Le preghiere, le mortificazioni, le confessioni e le comunioni, le opere di carità promesse sieno puntualmente compiute: Displicet, dice lo Spirito Santo, Displicet enim Deo infidelis et stulta promissio; a Dio dispiace la stolta ed infedele promessa. Si è più volte verificato che la mancanza di fedeltà alle latte promesse tornò d'impedimento a conseguire la grazia sospirata, e talvolta fu rivocato il favore già ottenuto....”.

                Come abbiam detto, una ventina delle centodieci relazioni inserite nel fascicolo si riferiscono a questo quadriennio, ed anche da esse affiora nettamente, insieme coll'ardente desiderio di propalare a tutta la terra la potenza e la bontà di Maria Ausiliatrice, la cura abituale di tener sè nascosto nel miglior modo possibile. [82] Ecco come narra la guarigione prodigiosa di una madre di famiglia:

 

                Teresa Daniele vedova fu Giovanni di Castel - Rosso cadde ammalata di prostrazione, stentato respiro, convulsioni, acuti mali intestini, da cui fu ridotta all'estremo di vita.

                Dopo essere vissuta sei mesi a chiari pan triti, ricevette tutti i conforti della religione, e si trovava all'ultimo respiro, quando fu inspirata di raccomandarsi a Maria Ausiliatrice, e a tale effetto mandò sua figlia Angela alla chiesa dedicata all'augusta Regina del cielo con questo titolo. Fece celebrar una messa, pregò, chiese il soccorso delle preghiere che ogni giorno si fanno all'altare di Lei, e, implorando la benedizione particolare per sua madre, piena di fiducia partì.

                La meraviglia fu grande allorachè la figlia giungendo a casa trovò la genitrice fuori di pericolo e con tale miglioramento da potersi dire prodigiosamente portata dal punto di morte alla convalescenza. - Entro brevissimo tempo riacquistò le primitive forze e potè ripigliare le ordinarie occupazioni. - Si noti che l'ammalata trovasi nella rispettabile età di anni 62.

                Tale è l'esposizione della madre e della figlia, che ambedue per gratitudine alla loro celeste Benefattrice vennero oggi a soddisfare la loro divozione, dando facoltà di pubblicare ogni cosa nel modo che potrà tornare a maggior gloria di Dio e di sua Madre SS. - Torino, 12 luglio 1874. - Daniele Teresa, Daniele Angela.

                Il sottoscritto dichiara di avere semplicemente scritto quanto hanno dettato la madre e figlia Daniele, le quali si firmarono ambedue assicurando di aver semplicemente esposto la verità. - Sac. Gio. Bosco[17].

 

                Nel 1871 il giorno della festa di Maria Ausiliatrice, tra quelli che si recavano a ringraziare la Madonna vi fu una signora, che, l'anno prima, aveva ottenuto questa grazia singolare:

 

                Guarigione portentosa di un giovinetto. - Il giovanetto Gius. Moreno di Enrico e di Ida nata Andreis di Torino era per disgrazia caduto dal 3° al 2° piano rompendosi il femore superiore. La cura riuscì a male e la gamba rimase tre centimetri più corta dell'altra, quindi storpio col piede contorto. I parenti lo raccomandarono a Maria Ausiliatrice, promettendo preghiere ed offerte qualora avessesi ottenuta la grazia. I medici non sapevano più che fare; un dottor ortopedico proponeva macchine violente per tentare la guarigione. Ma la madre si rifiutò dicendo: Ciò che non possono gli uomini, lo farà Maria. Difatto il 26 maggio 1870, due giorni dopo che l'avevano [83] raccomandato caldamente nella chiesa di Maria Ausiliatrice, dove appunto se ne celebrava la solennità, il ragazzo cadde da una sedia e si spostò il femore rotto nel posto dove circa tre mesi prima erasi separato. In modo straordinario le ossa poterono riunirsi, guarì il femore e la gamba, ma la meraviglia fu che la gamba ritornò della sua primitiva lunghezza per modo, che attualmente non dà più indizio della sventura toccatagli. Sano, ritto, disposto d'ogni parte del suo corpo cammina, speditamente. Oggi ringrazia Iddio nel tempio a IM dedicato. Il figlio colla madre riconoscenti. - Torino, 24 Maggio 1871 - - Ida Moreno Andreis.[18].

 

                La signora Ida Moreno Andreis era parente del Servo di Dio Don Leonardo Murialdo, che nel Processo Informativo depose il fatto prodigioso in questa forma.

 

                È cosa nota in Torino che molte persone ricorsero e ricorrono al Servo di Dio per grazie straordinarie e che vennero esaudite. Tra queste posso citare il fatto della guarigione avvenuta in modo portentoso di un mio piccolo pronipote.

                Questo bambino per una caduta dal terzo al secondo piano, erasi fratturata una gamba. Fattasi l'operazione per rimetterla al luogo, si scoprì più tardi che, non essendo stata bene rimessa al luogo, la gamba ferita erasi accorciata di cinque centimetri. I medici unanimemente dicevano, che per la guarigione sarebbe stato necessario ricorrere ad operazioni troppo dolorose, e che anzi per guarirla sarebbe stato indispensabile rompere nuovamente la gamba allo stesso posto, cosa che per altra parte sarebbe stata difficilissima ad eseguirsi. Allora la madre recò il bambino alla chiesa di Maria Ausiliatrice e, nella sacrestia della chiesa, chiese ed ottenne che Don Bosco lo benedicesse ed intanto la madre in un con la nonna, che l'avevano accompagnato, fecero promessa di un'offerta a Maria Ausiliatrice, se veniva la guarigione. Nella stessa sera, essendo a pranzo, il bambino cadde dalla sua piccola seggiola a terra, gettando un grido. Si chiama tosto il medico Dottor Gamba, credo, e questi, visitatolo, esclamò: - Miracolo! - essendo stata cosa veramente straordinaria e non naturale che la gamba si fosse rotta di nuovo alla giuntura precisa della prima rottura, cosa anzi che due dottori avevano asserito essere come impossibile. Allora gli rimisero a posto la gamba e guarì perfettamente, sicchè a suo tempo potè essere arruolato nei bersaglieri dell'esercito. La madre e la nonna adempirono la loro promessa. La madre, poi, dopo questa grazia ottenuta, pose una singolare fiducia nelle preghiere di Don Bosco, e specialmente dopo la sua morte affidò i suoi interessi così temporali come spirituali [84] nelle sue mani, attribuendo alla sua intercessione il felice esito de' suoi affari di famiglia, designando col nome di suo unico avvocato il Servo di Dio e consigliandolo ad altri. Anzi voleva far collocare in attestato di riconoscenza una lapide sulla strada pubblica nel muro di cinta del collegio di Valsalice, il che non venne concesso.

 

                Che la seconda frattura sia avvenuta la stessa sera del 24 maggio o due giorni dopo, poco monta; l'importante è che avvenne dopo la benedizione impartita da Don Bosco, la quale - come a noi confermava, nel 1938, lo stesso graziato, prof. Giuseppe Moreno, egregio pittore - acquafortista - lasciò il più vivo ed entusiastico ricordo nella signora Ida Moreno Andreis per tutta la vita.

                Un'altra guarigione portentosa! Un povero storpio, che da tempo non poteva più far un passo e da due mesi nemmeno servirsi delle mani, dopo la benedizione ricevuta da un “prete”, che aveva terminato di confessare, ... sull'istante guariva da ogni male e se ne andava speditamente!...

 

                La mattina del 4 Giugno 1874, solennità dei Corpus Domini, all'aprirsi della chiesa di M. Ausiliatrice in questa città di Torino fu trovato un infelice sdraiato presso alla porta della medesima. Dimandato che desiderasse, rispose essere un poverello storpiato che veniva ad implorare la guarigione della santa Vergine Ausiliatrice e che a tale scopo chiedeva che gli fosse data la benedizione. Condotto o meglio trasportato in sacrestia ed essendo i sacerdoti tutti occupati nell'udire le confessioni ed in altri ministeri, aspettò con pazienza fino alle ore otto circa. Allora accorgendosi che un sacerdote era libero gli fe' cenno che gli si avvicinasse ed ebbe luogo questo discorso:

                Forestiere: Io sono un infelice che domando pietà.

                Prete: Che desiderate?

                F. Dimando per carità che mi dia la benedizione di Maria Ausiliatrice, che sola può guarirmi i miei malanni.

                P. Quali mali avete?

                F. Io sono tutto attratto nella persona. I reumatismi, una contrazione di nervi, un'affezione alla spina dorsale mi resero gobbo, storpio, da non potermi più servire di me stesso.

                P. Come poteste venire fin qui?

                F. Una persona caritatevole mi condusse questa notte sopra di una carrettella fino a questa chiesa, di poi col bastone e coll'aiuto di un amico ho potuto venire sino alla sacrestia.

                P. E molto tempo che vi trovate in questo stato? [85]

                F. Sì, è già molto tempo, ma da due mesi in qua, sono ridotto a non potermi nemmeno più servire delle mani.

                P. Che cosa dicono i medici?

                F. I medici hanno fatto tutto quello che l'arte e la carità potè suggerire: ma ogni rimedio mi tornò inutile, ed ultimamente mi aggiunsero che non sanno più nè che fare nè che suggerire. I miei parenti, amici ed il mio parroco tutti mi dissero che per me non c'è più rimedio se non la benedizione di Maria A., da cui tanti riconoscono benefizi straordinarii.

                Allora fu aiutato a porsi in ginocchioni, si pregò da lui, da alcuni astanti, se gli diede la benedizione, di poi il prete gli disse: - Se voi avete fede in Maria cominciate ad aprire la mano.

                F. Non posso.

                P. Sì che potete, cominciate ad allungare il pollice. - Si provò e ci riuscì. - Allungate il dito indice. - Io allungò, lo stesso fece del medio, dell'anulare, del mignolo e di tutta la mano. - Fate ora il segno della santa Croce. - Io fece con tutta speditezza. - Allora tutto commosso esclamò: - La Madonna mi ha fatta la grazia!

                 - Se la Madonna vi ha fatta la grazia, date gloria a Dio ed alzatevi in piedi. - Voleva egli ubbidire appoggiandosi sulle stampelle. - No, ripigliò il prete, voi dovete dare questo segno di fiducia in Maria ed alzatevi senza appoggiarvi o farvi reggere da alcuno.

                Ubbidì prontamente. Cessano le storpiature della schiena, delle spalle, delle braccia e delle gambe, e si alza diritto sulla persona come se mai alcun male avesse sofferto: quindi si pose a camminare speditamente per la sacrestia.

                 - Amico, soggiunse il prete, giacchè la santa Vergine vi ha in modo così sensibile protetto, mostratele gratitudine usando immediatamente questo corpo a fare una genuflessione all'altare del SS. Sacramento senza appoggiarvi e reggendovi soltanto sulla vostra persona. Io fece con tutta disinvoltura.

                 - Mio Dio, esclamò il forestiere, che spettacolo, è tanto tempo che non mi fu più possibile di far quest'atto di religione, nè mi sarei immaginato di poterlo fare così presto! - Vergine Ausiliatrice, pregate per me.

                 - Caro amico, terminò il prete, in riconoscenza a Maria promettetele che per l'avvenire sarete un vero suo divoto, e vivrete da buon cristiano.

                 - Sì, sì: sarò un buon cristiano, e domenica, per prima cosa, andrò a fare la mia confessione e comunione.

                Così dicendo, prese la stampella di cui poco prima si era servito, se la mise contro le spalle a foggia militare e come se avesse riportata una grande vittoria, e se ne partì senza nemmeno salutare alcuno degli astanti.

                Ognuno si pensava che fosse per ritornare indietro, e così potergli [86] domandare il suo nome, ma non si vide più: forse ripasserà altro giorno almeno per ringraziare Colei, che dal cielo gli ottenne favore cotanto segnalato.

                È questo uno dei molti favori che la santa Vergine ogni giorno concede a' suoi divoti, che la invocano col titolo di aiuto dei Cristiani: Auxilium Christianorum.

                Tra gli altri erano presenti al fatto il sacerdote Gioachino Berto e il signor Musso Ermenegildo[19].

 

                Un medico “incredulo e indifferente in fatto di religione”affetto da mal caduco, si presenta al “direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales”, avendo sentito che guariva “da ogni genere di malattia”, e, invitato a recitare alcune preghiere, e a fare il segno della Santa Croce, che non faceva più da quarant'anni, e a confessarsi, fa il segno, prega, e si confessa, e subito si sente guarito, “nè mai più ebbe alcun assalto di epilessia”.

 

                Un medico stimatissimo nell'arte sua, ma incredulo e indifferente in fatto di religione, si presenta un giorno dal direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales e gli dice:

                 - Sento che lei guarisce da ogni genere di malattia.

                 - Io? no.

                 - Eppure m'hanno assicurato, citandomi ancora il nome delle persone e il genere della malattia.

                 - L'hanno ingannata. Avviene bensì di frequente che si presentino da me persone per ottenere simili grazie per sè o per i loro conoscenti ad intercessione di Maria Ausiliatrice, facendo tridui o novene o preghiere con qualche promessa da compiersi per grazia ottenuta, ma in simili casi le guarigioni avvengono in grazia di Maria SS., non certo di me.

                 - Ebbene, guarisca anche me, ed io crederò a questi miracoli.

                 - E di qual malattia la S. V. è travagliata?

                Il dottore prese qui a raccontare com'egli fosse affetto da mal caduco e che, massime da un anno a quella parte, erano così frequenti gli accessi, che più non si peritava ad uscire se non accompagnato. A nulla erano valse tutte le cure, ed egli, vedendosi deperire ogni giorno di più, era venuto da lui nella speranza di ottener esso pure, come tanti altri la guarigione.

                 - Ebbene, dissegli il direttore, faccia ella pure come gli altri, si metta qui in ginocchio, reciti con me alcune preghiere, si disponga [87] a rimondare la sua anima coi sacramenti della confessione e della comunione e vedrà che la Madonna la consolerà.

                 - Mi comandi altro, ma quel che mi dice nol posso fare.

                 - E perchè?

                 - Perchè sarebbe da parte mia un'ipocrisia. Io non credo punto nè a Dio, nè a Madonna, nè a preghiere, nè a miracoli.

                Il direttore ne rimase costernato, pure tanto disse che, aiutando la grazia di Dio, il dottore si pose in ginocchio e recitò alcune preghiere in unione col detto sacerdote. Fatto poi il segno della santa Croce, alzandosi disse:

                Sono stupito di sapere ancor fare questo segno, sono quarant'anni che ho smesso l'uso di farlo!

                Promise di più che si sarebbe disposto ad andarsi a confessare.

                Mantenne infatti la parola. Appena confessato, si sentì come internamente guarito - nè mai più ebbe alcun assalto di epilessia - mentre a detta di quei di sua famiglia, quegli assalti erano in prima così frequenti e terribili da far temere sempre di un qualche accidente.

                Qualche tempo dopo venne alla chiesa di Maria Ausiliatrice, si accostò ai SS. Sacramenti e dopo andò in sacrestia e disse a' parenti colà raccolti:

                 - Date gloria a Dio. La Vergine celeste mi ha ottenuto la sanità dell'anima e del corpo; e dall'incredulità mi condusse alla fede cristiana, in cui io aveva pressochè fatto naufragio[20].

 

                Mentre Don Bosco usava ogni maniera per restar nascosto, la Vergine incoraggiava i devoti a ricorrete a lui. Risale precisamente a questi anni un sogno di Giuseppina Razzetti di Pino Torinese, che ne dava ragguaglio il 23 maggio 1877. Sulla fine di dicembre del 187o ella venne sorpresa da un violento mal di costa, che le cresceva ogni giorno più, e siccome il medico diceva che non v'era più rimedio, alla metà di gennaio del 1871 le vennero amministrati i Santi Sacramenti. Com'ebbe ricevuto anche la benedizione papale, s'addormentò placidamente, e nel sonno le parve di veder Don Bosco in atto di benedirla e raccomandarla alla bontà di Maria Ausiliatrice. Sull'istante, raggiante di gioia, si destò, e dopo otto giorni era fuori pericolo e si alzava guarita.

                Un altro avvenimento significativo.

 

                In una domenica dei maggio 1873, la signora Vaschetti Maria, non avendo potuto per i suoi incomodi portarsi in chiesa alle funzioni, [88] era rimasta sola in casa, pregando vicino al fuoco. Mentre se ne stava così seduta, una scintilla le volò sulle vesti, di cui ella non si accorse se non quando già erasi sviluppata la fiamma. Spaventata A quella vista, si mise a correre per le stanze, facendo così divampare sempre più la fiamma. Già questa la circondava tutto intorno ed essa si sentiva venir meno, quando drizzando gli occhi stralunati alla finestra, le si affacciò da quella la statua di Maria Ausiliatrice che torreggia sulla chiesa di Valdocco, vicino alla quale si trovava la sua abitazione. La povera signora in quel frangente, alzate le mani supplichevoli verso quella statua, così esclamò: “Ma vorrete voi permettere o Maria Ausiliatrice, che una vostra serva divota muoia in questa misera maniera”? (Era essa stata una delle pie benefattrici che avevano concorso alla edificazione di quella chiesa). Pronunciate appena quelle parole essa, quasi le si fosse versata sopra dell'acqua fresca, come diceva di poi, si trovò d'un tratto libera dalle fiamme e da ogni pericolo. Poco dopo giungeva il fratello, e vistala così abbattuta e domandatole il motivo, la pia signora gli raccontava di qual maniera per evidente miracolo di Maria Ausiliatrice si trovasse scampata da terribil morte. Venuta di poi a ringraziare nella chiesa la B. V. instava perchè si stampasse pur pubblicamente il fatto a sempre maggiore rendimento di grazie e ad esaltazione di Maria, onorata sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani[21].

 

                Ma specialmente coi prodigiosi effetti della benedizione che Don Bosco impartiva in nome [89] sagrestia attorniato dai molti divoti. A quanti gli domandavano preghiere, prometteva di pregare, e spesso non mancava di ripetere:

                 - Le grazie si ottengono non tanto dalle mie preghiere, ma dalle preghiere di quelli che le domandano e pregano con fede, e per le opere di carità che fanno a vantaggio dei poveri orfanelli!

                Ma nulla poteva togliere dalla mente dei divoti che era lui, proprio lui, il favorito da Dio e dalla Madonna!

                E a quanti volevano grazie dalla Madonna, imponeva sempre alcune condizioni.

                La prima: che la grazia fosse loro di vantaggio anche spirituale.

                Angela Piccardo fu Benedetto, residente a Mele, presso Voltri, gli chiedeva una visita per esser da lui benedetta ed egli le faceva pervenire questa risposta, scritta dietro un'immagine di Maria Ausiliatrice:

 

                               Sig. Rosa Piccardo.

                 O Maria, fate voi medesima una visita speciale alla vostra figlia inferma ed ottenetele da Gesù, vostro figlio, tutta quella sanità che non è contraria al bene dell'anima sua.

                Io co' miei orfanelli faremo preghiere per Lei.

 

Sac. Gio. Bosco.

 

                Sul finir del 1874, un chierico ascritto alla Pia Società, colto da male agli occhi, “se non grave, fastidioso tanto, che non gli lasciava continuare gli studi”, non potendo reggere a legger dieci minuti senza soffrire, dopo aver pregato e continuando a pregare, scriveva a Don Bosco, che in vista delle tante guarigioni già ottenute dal Signore con una sua benedizione, aveva fiducia di presentarsi egli pure innanzi a lui “se non col corpo, almeno collo spirito” per ottenere una benedizione per ì suoi occhi. E Don Bosco gli faceva rispondere: “Dio vuole da lui: 1° Maggior fedeltà nel servirlo; 2° Distacco dalla terra; 3° Ubbidienza, Senza questo è inutile ogni benedizione”. Non sappiamo se quel poveretto guarì, ma usciva poco dopo dalla Società, forse senz'aver capito gli ammonimenti del Padre. [90] La seconda condizione: che si avesse piena fiducia nella potenza e nella bontà della Madonna, attribuendo a questa fede i soccorsi straordinari.

                Un buon sacerdote gli raccomandava un altro sacerdote, ed egli, mentre prometteva preghiere, raccomandava anche di pregare: perchè “la fede è quella che fa tutto”.

 

                18 - 7 - '71

                               D. Cianetti car.mo,

 

                Ben di cuore farò io, insieme coi giovani, speciali preghiere all'altare dì Maria Ausiliatrice pel Sacerdote suo raccomandato. Egli stesso faccia qualche preghiera alla SS. Vergine ed in onore del SS, Sacramento, ogni giorno fino ai Santi.

                La fede è quella che fa tutto, se non è contrario alla maggior gloria di Dio, otterremo sicuramente la grazia.

                Mi trovo in un mar di cose. Preghi per me; Dio ci benedica tutti e mi creda

Aff.mo in G. C.

Sac. Gio. Bosco.

 

                La terza condizione, quando la riteneva possibile, era un'offerta per le Opere Salesiane, e, in certi casi, anche per altre opere pie ed istituti di beneficenza.

                Su questo punto, dove altri si sarebbero mostrati timidi quasi temendo le critiche, era d'una franchezza meravigliosa; e tante, ma tante volte, proponeva l'offerta come condizione indispensabile, parlando in tono assoluto. Appariva nettamente quale rappresentante dell'Onnipotenza Divina, che, ai suoi cenni, avrebbe compiuti i favorì richiesti.

                 - Date quel che potete, diceva; fate quell'elemosina che vi permettono le vostre condizioni finanziarie; Dio vede la sincerità, l'amore, il sacrificio dei vostri cuori; ed otterrete quanto domandate.

                Talora fissava egli stesso la somma:

                 - Voi dovete dare dieci, venti, trenta, quaranta mila lire!

                Così diceva in casi disperati, nei quali, come si dice, bisognava proprio strappar la grazia; ad esempio, quando un ricco era già spedito dai medici, o in agoni, o passava gli ottant'anni! Era sua massima che Dio non si lascia vincere in generosità! [91] E mentre da alcuni esigeva una semplice promessa, da altri voleva che subito si facesse l'offerta:

                 - Dio non ha detto: Promittite et dabitur vobis, ma Date et dabitur vobis; quindi bisogna obbligare Iddio col far precedere l'opera buona. Dire a Dio: Se Voi fate, io farò, è una provocazione diffidente, e a Dio non vanno imposte condizioni. Chi si rimette pienamente a Dio, è impossibile che non venga esaudito!

                Il signor Conte, padrone di una cascina a Sestri Ponente, si recò a chiedergli se avrebbe fatto fortuna coll'accettare, mediante lo sborso di 6o.ooo lire, la proposta di poter costrurre le nuove fornaci, brevettate Hofmann, con diritto di privativa per tutta la Liguria. Don Bosco pensò, pregò alquanto, poi gli rispose:

                 - Faccia pure il contratto, che le porterà fortuna, a condizione però che provveda tutta la calce necessaria per la costruzione di un nuovo edifizio che noi faremo a Sampierdarena!

                Il Conte accettò; si era sulla fine del 1874, il 14 febbraio 1875 si poneva la prima pietra della nuova costruzione, ed egli inviava tutta la calce necessaria, e, col dovuto permesso, nei giorni festivi, una lunga serie di carri di sabbia - talora fino a venti - E quando fu preso da una specie di mania di persecuzione, Don Bosco gli scrisse assicurandolo, nel nome del Signore, che nulla gli sarebbe accaduto di sinistro in tutta la vita. Egli pose la lettera di Don Bosco nel portafogli, e la tenne sempre dalla parte del cuore, e divenne milionario. Il figlio, Teol. Luigi Carmelo Conte, avvocato della Sacra Romana Rota, narrava il fatto singolare, e lo confermava Don Albera, direttore a Sampierdarena.

                Teresa Martinengo da Savona gli comunicava che un suo figliuolo, uscito di collegio nel 1874, dopo una ventina di giorni che era a casa, venne colpito da un dolore alla gamba, e che il male era divenuto così grave, che i migliori medici di Torino e di Genova non trovavano nessun rimedio efficace; per cui, mentre cominciava una novena a Maria Ausiliatrice, alla quale aveva ricorso altre volte, lo piegava d'unirsi alle sue preghiere, anche perchè la grazia avrebbe fatto del bene [92] spirituale ad un'altra persona della sua famiglia; e Don Bosco annotava in capo alla lettera il sunto della risposta: - Molte preghiere, molta fede, con qualche opera di carità.

                Delle volte non prometteva la grazia, sapendo che non si sarebbe ottenuta; ma quando la prometteva, e il ricorrente non vi poneva ostacoli, o, avendoli posti, subito li rimoveva, la grazia era conseguita.

                Altre volte, invece, che qualcuno se n'andava senza piegarsi alle sue condizioni, e poi, riconoscendo la convenienza, tornava a dichiarargli d'esser pronto a fare quanto gli aveva indicato, fu udito rispondere prontamente:

                 - Oggi io non posso più garantirvi la grazia, come poteva farlo ieri, perchè il momento è passato!...

                Era Iddio che agiva così per mover quelli che potevano aiutarlo generosamente a non frapporre indugi!...

                Altri particolari interessanti!

                Col meraviglioso sviluppo che senz'esitazioni dava all'opera che il Signore gli aveva affidato, Don Bosco era sempre in gravi strettezze, e queste non le teneva nascoste, ma le faceva apertamente conoscere a tutti implorando soccorsi dalla privata e dalla pubblica carità, convinto di far del bene non solo a tanti poveri giovani, ma anche a molte ricche famiglie, spronandole a mettere in pratica ciò che dice il S. Vangelo:

                 - Quanto vi sopravanza, datelo in elemosina! - E Maria Ausiliatrice anche in questi casi l'aiutava in modo singolare.

                “Tra la Madonna e Don Bosco - son parole di Don Lemoyne - doveva esservi un patto: e si può credere che spesse volte gli apparisse e che gli indicasse quello che doveva fare e come farlo.

                Fra le altre cose notiamo qui come spesse volte trovandosi in gravissime strettezze, diceva:

                - So che ci è in viaggio una somma ragguardevole, ma non so donde venga, se dall'Oriente o dall'Occidente o dal Settentrione...

                Talora mandava espressamente un giovane alla posta per vedere se già vi fosse il plico aspettato contenente valori. E questi plichi, o erano giunti, o non tardavano ad arrivare, Chi gli aveva data questa novella?”,  [93] E dal cuore dei caro Don Lemoyne usciva questo cantico:

                 - Con quale inno di ringraziamento potremo noi Salesiani celebrare le misericordie di questa Madre celeste? Fosti tu, o Madre santissima, la tesoriera, la benefattrice, la padrona, la Regina, la fondatrice dell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Tu chiamasti noi all'onore d'essere tuoi figli: tu ci desti tetto, pane, vesti, istruzione; tu ci guidasti nelle varie parti del mondo, tu ci difendesti e ci facesti trionfatori in mezzo a mille paurosi combattimenti! Noi eravamo giovani, inesperti, senza prudenza, imprevidenti, e tu passo passo correggevi i nostri errori, tu la maestra, la consigliera, la vigile sentinella, tu perfino l'amministratrice di quegli stessi sussidii terreni che ci avevi donati. In quarant'anni il pensiero dell'avvenire mai ci preoccupò e tu sempre ci desti escam in tempore opportuno. Col crescere dei bisogni, delle imprese, dell'estendersi sulla faccia della terra della nostra Istituzione, crebbero sempre le largizioni della tua mano. Ogni settimana ci portava il necessario per migliaia e migliaia dei tuoi figli. Chiamavi in nostro soccorso Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Russia, Polonia, America del sud, America del nord, e tutte le nazioni porgevano a noi un non atteso continuo tributo. Persone a noi sconosciute avevano ricevute da te grazie singolari e a noi davano segno della gratitudine che nutrivano verso di te. E quando la nostra poca scienza amministrativa, o la malizia degli uomini, avrebbe inesorabilmente rovinata ogni più opulenta fortuna, non mancavano inaspettati quei sussidii straordinarii che rimettevano le cose nel pristino stato. Come adunque potremo noi ringraziarti degnamente, o dolcissima Madre, se non col rispondere pienamente al fine pel quale ci hai chiamati e prediletti?[22]. [94]

 

 

7) “Vir justus”.

 

                Don Bosco non lasciava nessun'occasione per accrescere nei suoi figli la più devota riconoscenza verso la Celeste Ausiliatrice colla pratica esemplare della povertà.

                Per spronarli ad amare e praticare esemplarmente la povertà soleva raccontare, con visibile commozione, come anche i più poveri sentissero il dovere di fargli qualche offerta in segno di ringraziamento per grazie ottenute, mentre, comprendendo a fondo il non lieve sacrifizio che s'imponevano, era con loro di una discrezione pur commovente.

                Un giorno che era uscito in città, rientrando nell'Oratorio, vide accanto alla portieria una povera madre che aveva in braccio un fanciullo di circa un anno, così pallido, macilento, smorto negli occhi, pieno di croste, immobile e senza voce, che sembrava un cadavere. Egli si fermò e mirando quel povero bambino disse alla madre:

                 - È il vostro?

                 - Sissignore.

                 - Da quanto tempo è ammalato?

                 - Dal momento della nascita fa sempre così.

                 - Non l'avete presentato ai medici?

                 - Sissignore, ma mi hanno detto che non c'è nulla a fare.

                 - E voi sareste contenta che guarisse?

                 - S'immagini! Oh il mio povero figliuolo! - E lo baciava; e il bambino stava immobile come un pezzo di legno.

                 - L'avete già raccomandato alla Madonna?

                 - Sì, ma non c'è nessun miglioramento.

                 - E voi andate ai Sacramenti?

                 - Qualche volta. [95]

                 - Credete voi che la Madonna possa guarire vostro figlio?

                - Oh sì; ma non mi merito tanta grazia.

                 - E se la Madonna ve lo guarisse, che cosa fareste in suo onore?

                 - Le darei tutto ciò che ho di più caro fra le mie cose.

                 - Desiderate che gli dia la benedizione di Maria SS. Ausiliatrice?

                 - Oh sì, Don Bosco!

                 - Or bene: procurate, quando potete, di andare a confessarvi e a comunicarvi; e per nove giorni recitate tre Pater Ave e Gloria in onore di Maria Ausiliatrice. Invitate eziandio vostro marito a recitarli, e la Madonna vi esaudirà.

                E benedisse il piccino.

                Erano trascorsi quindici giorni ed ecco, una domenica, nella sagrestia del Santuario, fra la gente che cercava in folla di parlare a Don Bosco dopo le confessioni, una donna che aveva in braccio un fanciullo cogli occhi limpidi, vivacissimi, che non poteva star fermo un istante. Giunta alla presenza del Santo, tutta raggiante di gioia esclamò: - Ecco il mio figliuolo!

                 - Che cosa desiderate, buona donna?

                 - Lo vede, che sta bene!

                 - Che il Signore ve lo con servi sempre così sano: e che cosa domandate?

                Don Bosco non ricordava più la benedizione data quindici giorni prima a quel fanciullo morente. La donna gli rammentò il fatto e gli narrò come il terzo o il quarto giorno della novena imposta il bambino fosse istantaneamente guarito! - Ed ora, continuò, sono venuta a compiere il mio dovere; - e così dicendo trasse fuori una scatola nella quale stavano alcuni ornamenti muliebri, d'oro, una collana, un paio di orecchini e un anello. Don Bosco li prese in mano:

                 - E questa è la vostra offerta?

                 - Sissignore: ho promesso alla Madonna che le avrei donate quelle cose che mi erano più care, e la prego a volerle accettare.

                 - Ma ditemi: avete qualche fortuna per campare la vita?

                 - Nossignore: viviamo giorno per giorno colla paga di mio marito che lavora alla fabbrica di ghisa. [96]

                 - Ma vostro marito sa che avete destinati questi oggetti alla Madonna?

                 - Sissignore, lo sa, e mi dà licenza ben volentieri.

                 - Ditemi ancora: avete messo da parte qualche risparmio?

                 - Quale risparmio vuole che facciamo con tre sole lire al giorno?

                 - E se vi spogliate di tutto, come farete se vi accadrà qualche disgrazia, qualche malattia?

                 - In quanto a questo non ci penso. Il Signore provvederà.

                 - Ma se conservate il vostro oro, potreste in certe circostanze ricavarne profitto, o vendendolo, o portandolo in pegno al monte di pietà.

                 - Il Signore vede che noi siamo poveretti ed io debbo dare quello che ho promesso.

                Don Bosco era profondamente commosso: - Sentitemi, facciamo così. La Madonna non vuole da voi tanto sacrifizio. Siccome però è giusto che da parte vostra ci sia un segno sensibile di gratitudine io prenderò solo questo anello. La collana e gli orecchini riportateli a casa.

                 - Oh questo poi no! ho promesso tutto e voglio dar tutto.

                 - Fate come io vi dico, e basta.

                 - Ma la Madonna sarà poi contenta? Non voglio mancarle di parola, perchè temo che mi castighi.

                 - Io vi assicuro che la Madonna è contenta.

                 - Come fa lei a saperlo?

                 - State tranquilla, vi dico: ed io, in nome vostro, impiegherò ad onor di Maria la somma equivalente al valore della collana e degli orecchini.

                 - E in coscienza posso permetter questo?

                 - Sì, lo potete.

                La buona donna sembrava ancora indecisa, ma poi concluse: - Ebbene: sia così; faccia lei: ma se vuole tutto il mio oro, lo prenda pure. - Don Bosco replicò la sua proposta in modo risoluto, e la donna tutta contenta ritornò a casa. Quanto cuore e quanta fede!

                “Verso il 1870” annotava Don Lemoyne estendendone la relazione, avveniva un altro fatto commovente, non ancora pubblicato. [97] Un mattino un pover'uomo, che viaggiando giorno e notte era venuto da Alba, e s'era poi confessato e comunicato, si presenta a Don Bosco per sciogliere un voto. Essendo caduto infermo, e, disperato dai medici, in fin di vita, aveva promesso di portare alla Madonna quanto possedeva in danaro ed all'istante era guarito. Don Bosco contemplava quell'uomo sciolto nei modi, ma poverissimo nel vestito, e pensava quale somma potesse possedere. Quegli, tratto fuori di saccoccia un pacco di carta straccia, cominciò a svolgerlo ed ecco comparire il danaro: una lira! e la porse a Don Bosco con solennità, dicendo: - Ecco quanto io posseggo: la prenda!

                 - Son tutte qui le vostre ricchezze?

                 - Tutte qui.

                 - Al paese avete forse un po' di vigna?

                 - Posseggo nulla.

                 - Qual è il vostro mestiere?

                 - Sono un povero bracciante! vivo alla giornata.

                 - E come farete a tornare a casa?

                 - Oh bella! farò come ho fatto per venire; andrò a piedi. - E non siete stanco?

                 - Un po', perchè il viaggio fu abbastanza lungo.

                 - E siete ancora digiuno?

                 - Certamente, perchè volevo fare la mia Comunione. Prima di mezzanotte però ho mangiato un pezzo di pane che aveva portato con me.

                 - E adesso per fare colazione che cosa avete?

                 - Nulla.

                 - Facciamo dunque così. Oggi fermatevi con me: vi darò colazione, pranzerete, cenerete, stanotte dormirete qui, e domani, se così vi piace, ritornerete a casa vostra.

                 - Impossibile!

                 - E perché?

                 - Questa sarebbe bella! Portare una lira e poi mangiarne tre o quattro!... e il mio voto?

                 - Sentite: voi date il vostro obolo a Maria SS., ed io vi offro ospitalità a mie spese.

                 - Le dico di no. Crede lei che io non capisca che la borsa della Madonna e quella di D. Bosco sono una borsa sola? [98]

                 - Ma persuadetevi che la Madonna non avrà a male che v'accolga in casa.

                 - Non mi persuado e non voglio darle nessun incomodo.

                 - Ma come farete?

                 - Ecco: io riparto a piedi: se avrò fame, chiederò elemosina; se sarò stanco, lungo la via ci sono dei paracarri; se mi prenderà il sonno, domanderò ospitalità nel pagliaio di qualche cascina, ma il mio voto voglio compierlo pienamente! La saluto e preghi per me. - E senz'altro partì.

                Amante com'era della povertà, e pieno di delicatezze per i poveri, il nostro Santo Fondatore provava un accoramento, quando, nell'andare in cerca di mezzi per estinguere i debiti, vedeva un lusso sbalorditivo in certe case.

                Il 19 settembre 1871, una marchesa, di 84 anni, benefattrice dell'Oratorio, abitante in Piazza Vittorio Emanuele, N° 13, cadeva gravemente ammalata, e mandava a chiamarlo per confessarsi. Si confessò, e poi gli domandò:

                 - Dunque sono al termine della mia vita?!

                E lo fissava con lo sguardo smarrito. Il Santo le rispose che Dio solo conosce il termine della nostra vita, e noi dobbiamo riposar tranquilli nelle sue braccia, lasciando che disponga di noi come meglio a lui piace.

                 - Dunque, prese ella ad esclamare, agitata dalla febbre, dunque debbo lasciare questo mondo? le ricchezze della mia casa? e quanto posseggo mi sarà tolto?

                Don Bosco le disse altre parole sui beni assai più grandi di quelli di questo povero mondo, che il Signore tien preparati per quelli che l'amano, a confronto dei quali tutti i beni di quaggiù son più vili del fango!

                La poveretta non badava a quello che le diceva e tornò a sfogarsi:

                 - Dunque debbo lasciare questo palazzo, queste mie stanze, il mio bel salotto? A me pareva di star abbastanza bene in questo mondo, ed invece bisogna abbandonarlo...

                E, così dicendo, fece chiamare alcuni servi, e comandò che la portassero nel salotto. Era una pazzia, eppure insistè tanto che anche Don Bosco credette bene che venisse accontentata, perchè il contraddirla avrebbe potuto cagionarle [99] un'esaltazione maggiore. E i servi presero il letto e la trasportarono nel salotto, pieno di mille cose preziose; e volle che la ponessero accanto a un tavolo, coperto da un prezioso tappeto persiano, e, prèsone un lembo tra le mani, lo palpava, lo lisciava, lo fissava con attenzione, esclamando ripetutamente:

                 - Quanto è bello! quanto è bello!... È dunque l'ultima volta che lo vedo?!... Sa, Don Bosco? mi costa 40.000 lire!... e non sarà più mio!

                E si volgeva da una parte e dall'altra della ricchissima stanza, come per dar l'addio ad ogni cosa... E, poco dopo, Iì nel salotto, mandava l'ultimo respiro!

                 - Quanto è difficile ai ricchi, osservava Don Bosco narrando confidenzialmente il fatto - quanto è difficile distaccare il cuore dai beni di questa terra! e quanto è per loro doloroso tale distacco in punto di morte!...

                Il Santo Fondatore in tutta la vita ebbe una piena fiducia nella Divina Provvidenza. “Quando gli veniva lasciata qualche eredità consistente in terreni o case, egli - dichiarava Don Rua nel Processo Informativo - mi sollecitava ad accelerare, quanto più si potesse, la vendita, sia per poter più presto pagare i debiti, sia per paura che il cuore di qualcuno vi si attaccasse... Ci diceva di quando in quando:

                - Spogliamoci di questi beni temporali per attendere con maggior libertà a lavorare pel Signore; finchè ci abbandoniamo per tal guisa nelle braccia della Divina Provvidenza essa non ci lascierà mai mancare il necessario, e la Società nostra colle nostre case andrà sempre prosperando; ma so noi cominceremo a tesoreggiare, la Provvidenza ci volterà lo spalle.

                Qualche volta mi avveniva che non trovando partiti convenienti per la vendita degli stabili lasciatici, ne differivo alquanto l'alienazione, e Don Bosco m'era ai panni sollecitando a far presto anche rinunziando a partiti migliori, che si potevano sperare in avvenire, e talvolta persino mi furava le mosse, vendendo egli stesso per far più presto...

                Ad imitazione di S. Gaetano amava tanto che si vivesse proprio alla giornata, senza possedimenti ed impiegando il denaro a pagare i debiti con tutta sollecitudine a misura [100] che arrivava. Se sapeva che qualcuno ne tenesse in serbo, tosto gli era ai panni, insistendo affinchè venisse distribuito secondo le circostanze. Ed era solito dire che la nostra Congregazione sarebbe stata ognor fiorente, finchè si fosse mantenuta in perfetta povertà...”.

                Così pure se qualche alunno, confessandosi, gli diceva che teneva del denaro presso di sè, contro il divieto del Regolamento dell'Istituto, ritenendo tal cosa un affronto alla Divina Provvidenza, l'ammoniva d'andar senz'indugio a consegnarlo al Prefetto, e, se non obbediva e continuava a confessare la stessa mancanza, minacciava di non dargli l'assoluzione.

                Amate la Povertà” fu la sua raccomandazione fondamentale per conservare in buono stato le finanze della Congregazione”.

                Quindi se “ciò che deve distinguere la nostra Società è la castità”, e l'amore e la pratica della povertà è “la raccomandazione fondamentale” del Santo Fondatore “a tutti i Salesiani”, mentre l'obbedienza, nella nostra vita di famiglia non manca ed è naturalmente piena, pronta, umile ed allegra, è chiaro che Don Bosco ci voleva esemplari nella pratica dei singoli voti religiosi!

                Non dimentichiamo mai, che la nostra Pia Società sorse, dall'ammirazione e dalla riconoscenza per il Santo Fondatore, spontaneamente, quasi da sè, colla grazia di Dio. Le prime vocazioni salesiane fiorirono tutte, o quasi tutte, così. Un esempio.

                Nel 1873 un alunno di seconda ginnasiale, svelto ma serio, che si trovava vicino a Don Bosco insieme con molti compagni sotto i portici, durante la ricreazione, pareva un po' inquieto e ansioso di parlargli. Il Santo se n'avvide e gli domandò:

                 - Tu vorresti dirmi qualche cosa, non è vero?

                 - Sissignore, ha indovinato.

                 - E che cosa vorresti dirmi?,

                 - Ma.... non vorrei che gli altri sentissero, - e tirò Don Bosco in disparte, e gli sussurrò sotto voce: - Vorrei farle un regalo che le farà piacere!

                E che regalo vuoi farmi? [101]

                 - Ecco qua! - ed alzandosi quasi in punta di piedi, allungando le braccia e componendo il volto a serietà: - vorrei regalarle me stesso, affinchè d'ora in avanti faccia di me quello che vuole e mi tenga sempre con lei!

                 - Veramente, gli rispose Don Bosco, non potevi farmi un regalo più gradito. L'accetto, ma non per me, sibbene per offrirti e consacrarti al Signore!

                Quel caro giovinetto era Francesco Picollo, di Pecetto Torinese, che si fece salesiano, salì al sacerdozio, e fu maestro di novizi, direttore ed ispettore.

                Pari all'affetto che a Don Bosco portavano i figli, era già fin d'allora la stima, la venerazione, e l'ammirazione che gli veniva triburata da ogni sorta di persone, anche all'Estero, per le sue straordinarie virtù e per il suo apostolato, come vedremo.

                Di quegli anni, un giovane alunno dell'Oratorio, venendo presentato alla Principessa Maria, Vittoria di Savoia - Carignano, la sentì esclamare:

                 - Te fortunato che sei con un Santo!

                “Questo concetto della santità di Don Bosco - deponeva nel Processo Informativo Mons. Giovanni Cagliero - era radicato in ogni ceto di persone, nobili, ecclesiastici e laici, e, lungi dal scemare o diminuire, cresceva ogni anno sempre più per la fama che correva delle sue eminenti virtù e dei doni straordinari di cui Iddio l'aveva arricchito. Onde è che da vicino e da lontano moltissimi ricorrevano a lui, sia personalmente, che per lettera, raccomandandosi alle sue preghiere, come preghiere di un santo, per ottenere più facilmente grazie da Dio e dalla SS. Vergine. Ed ho visto io stesso, più volte, persone che domandavano la benedizione di Maria Ausiliatrice, ma la volevano da lui; davano limosine per la celebrazione di Messe, ma esigevano che le celebrasse il Servo di Dio. La sua Messa era poi assistita sempre da una grande folla di persone divote, le quali, o prima, o dopo, domandavano, inginocchiate, la sua benedizione, e tra queste molte venivano da lontani paesi, contenti, come essi dicevano, perchè avevano potuto sentire la Messa e ricevere la benedizione di un Santo”. [102]

                Coteste scene avvenivano già dovunque. “Don Bosco dichiarava nello stesso Processo uno dei suoi più antichi allievi, Giovanni Bisio - fu sempre riguardato dalle intere popolazioni, presso cui si recava, come un vero Santo, specialmente quando andava nei piccoli paesi. Al suo passaggio non pochi s'inginocchiavano per prendere la sua benedizione; come pure si mettevano alle finestre e sulle porte per poterlo vedere; le madri gli presentavano i bambini per farli benedire; sembrava proprio il Nazzareno in mezzo ai fanciulli. Molti andavano a gara per poterlo avvicinare, toccargli la veste, baciargli la mano e poter avere qualche cosa da lui usata. Io fui testimonio oculare, avendolo accompagnato in qualche viaggio”.

                Eppure, - notava Giovanni Villa - “era così umile che coloro che ne avevano udito a parlare di lontano, quando poi la prima volta si avvicinavano a lui e lo conoscevano di persona, al contemplare la sua umiltà e familiarità, ne restavano oltremodo sorpresi e maravigliati, poichè s'immaginavano un personaggio che dèsse importanza nel suo contegno esterno”.

                Facciamo nostra l'umiltà, la familiarità e le altre virtù caratteristiche di Don Bosco, se vogliamo esser suoi degni figliuoli, e procuriamo di praticar nel miglior modo le sue più calde raccomandazioni:

                 - La nostra Congregazione ha davanti un lieto avvenire, preparato dalla Divina Provvidenza, e la sua gloria sarà duratura fin a quando si osserveranno le nostre Regole.

                 - Il fine della nostra Società è la santificazione di noi stessi, e la salvezza delle anime, coll'esercizio della carità.

                 - Vi raccomando la cristiana educazione della gioventù, le vocazioni allo stato ecclesiastico, le Missioni Estere, ma in modo speciale la cura dei giovani poveri ed abbandonati.

                 - Figliuoli miei, non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro!

                 - Il lavoro e, la temperanza faranno fiorire la nostra Società.

 

 


CAPO II. SEMPRE AVANTI! 1871. I) In Torino. - 2) A Lanzo. - 3) A Borgo S. Martino. 4) Lascia il Collegio di Cherasco. - 5) Accetta il nuovo Collegio di Varazze. - 6) Il 3° Centenario della Vittoria di Lepanto. - 7) A Firenze e a Roma. - 8) La festa della riconoscenza. - 9) A S. Ignazio e a Nizza Monferrato. - 10) In Liguria, e di nuovo a Firenze e a Roma. - 11) Di ritorno. - 12) Una lunga vertenza edificante. - 13) Scrittore e pubblicista. - 14) Tutto a tutti. - 15) Cari alunni.

 

                SUL principio del 1871 cinque erano le case della nostra Pia Società: - la Casa - madre di Torino, il Piccolo Seminario di Borgo S. Martino, e i Collegi di Lanzo, di Cherasco e di Alassio. La Casa di Trofarello continuava ad essere semplice luogo di riposo e di svago, e quella di Mirabello era vuota ed affidata ad alcuni custodi.

                I Soci sommavano a 77: 30 coi voti perpetui, 47 coi triennali. Gli ascritti a 69. Tra tutti, erano 146: 27 sacerdoti, 69 chierici, 34 coadiutori, e 16 ancor semplici studenti.

                Non abbiam potuto rintracciare qual sia stata la strenna che Don Bosco diede in quell'anno, ma proprio dei primi giorni del 1871 - quando i prussiani stringevano d'assedio Parigi, che venne alla resa il 28 gennaio - abbiamo una lettera, quantunque senza data, scritta a Don Bonetti, di [104] rettore del Piccolo Seminario di Borgo S. Martino, - cui aveva affidato alcuni lavori intorno alla Storia Ecclesiastica, - a lui recata da un chierico poco adatto alla Pia Società, perchè manesco, che difatti poco dopo tornò a casa sua. Nella lettera si fa cenno della strenna, ma senza nessun particolare, mentre da essa affiora tutta la bontà patema, che pensava già d'allietare anche 0 alunni del Piccolo Seminario con una gita a Torino, nelle prossime feste di Maria Ausiliatrice.

 

                               Carissimo D. Bonetti,

 

                Mandiamo Pellegrini che credo farà bene. Qui ha insegnato la 3a Ginnasiale e le cose andarono bene. Apparteneva alla tribù di Manasse, ma ora sembra che siasi affatto corretto.

                La strenna non ti farà paura, ma non facciamoci illusioni: Dio ci vuole in un mondo migliore di questo; sta ai figli a mostrarsi degni, anzi migliori seguaci del padre.

                Disponi di venire a S. Francesco e ci parleremo di più cose. La conferenza è al lunedì 30 corrente.

                Per la Storia a parte.

                Puoi rinnovare ai nostri cari giovani la speranza, che finora tutto va bene per la loro venuta nella festa di Maria Ausiliatrice. Essi figureranno nel programma come segue: 23 maggio, sera: Musica degli allievi del piccolo Seminario di Borgo San Martino.

                Pel vitto e viaggio credo non sianvi difficoltà. Vi è da pensare

                pel dormire, ed a questo si provvederà. E poi se i Prussiani dormono intorno a Parigi per terra con dodici gradi di freddo, non saremo noi capaci di preparare o tende, o pagliericci, o tettoia ad hoc? Ad ogni modo voglio, dante Deo, che facciamo una bella festa e che stiamo molto allegri.

                Pel vapore abbiamo già metà prezzo; spero che otterremo di più.

                Dio ci benedica tutti e conservici per la via del cielo. Amen.

 

Aff.mo Sac. Bosco.

 

                Nel Mansi, Acta Conciliorum, Tomo I, ci sono varie utili notizie sui Papi dei tre primi secoli.

 

                Nella festa di S. Francesco di Sales, e precisamente il 30 gennaio, come s'era preso a fare dal 1865 si tenne la Conferenza Generale, alla quale presero parte, insieme con i direttori delle singole case, tutti i confratelli dell'Oratorio. In quella circostanza due fecero i voti triennali; quindi i direttori esposero l'andamento del proprio istituto, e Don [105] Bosco, constatando lo sviluppo e il miglioramento dei vari collegi, si congratulava per l'assiduo lavoro e passava a raccomandare: - l'economia, una riforma nel teatrino, la confidenza nella Divina Provvidenza che proteggeva la Pia Società in tempi così difficili, l'obbedienza e il lavoro[23].

                Le quotidiane premure del Santo eran di sprone a tutti a far sempre meglio, chè tutti lo vedevano ognor intento a migliorare e dar incremento alle singole case; ed ecco, quali affiorano in ordine cronologico, coteste paterne sollecitudini.

 

 

1) In Torino.

 

                Nel 1870 aveva comperato dietro l'Oratorio un bel tratto di terreno, e mentre si stavano ultimando la piazza innanzi al Santuario di Maria Ausiliatrice e il fabbricato lungo la via Cottolengo, rinnovava la domanda al Municipio di poterlo unire all'istituto con un muro di cinta, per farne una specie di colonia agricola.

 

                               Ill.mo Signor Sindaco,

 

                Il Sottoscritto ravvisando opportuno avere inerente un'ortaglia abbastanza ampia per poter esercitarvi in questo ramo d'industria, poco ancora coltivato, una parte dei molti giovanetti ricoverati nel Collegio, invece di farne tanti artisti in vari rami già di troppa concorrenza, comperato a quest'oggetto l'occorrente terreno, ricorreva mesi sono alla S. S. Ill.ma per essere autorizzato a munire detto terreno di muro di cinta onde renderlo atto allo scopo.

                Questa domanda venne respinta per la considerazione che colla proposta cinta vengono incluse aree destinate a vie pubbliche sul Piano d'ingrandimento della Città già approvato.

                L'attivazione di queste vie del piano d'ingrandimento della Città, nella località di cui trattasi, prevedendosi ben lontana, e quando sia per effettuarsi, essendo un nulla la rimozione di piccole tratte di muri di cinta, non esistenti che in virtù di precario che si offre stipulare nella conformità voluta dal Municipio, mentre la privazione del Collegio del mezzo di potere fare anche dei detti allievi è presente e continuativa a danno anche sociale, confida il sottoscritto che per queste considerazioni sarà la S. S. Ill.ma per rinvenire sulla presa [106] deliberazione ed accordargli il permesso della proposta cinta in conformità ai relativi disegni che si ripresentano in doppio originale.

 

                Torino, 18 gennaio 1871

Sac. Giovanni Bosco.

 

                Com'ebbe il permesso, fece costrurre dall'impresario Carlo Buzzetti la cinta, la quale costò L. 5653, 70.

                La domanda di Don Bosco in cui accennava di voler esercitare una parte degli alunni in lavori d'orticultura suggerì al Sindaco di affidargli la direzione d'uno stabilimento agricolo, che stava per aprirsi in Torino.

                Il 27 febbraio 1869 moriva a Lione il cav. Carlo Alfonso Bonafous, già capo di un'importantissima casa commerciale in Piemonte, che lasciava erede di una gran parte dei suoi beni il Municipio di Torino, allo scopo di fondare un grande stabilimento agricolo per poveri giovani abbandonati e bisognosi di aiuto. La Giunta nominò un'apposita Commissione per compilare lo Statuto organico dell'Istituto, che fu discusso ed approvato nel 1870, e dopo che il Governo, nel marzo del 1871, ebbe riconosciuto com'ente morale la nuova Colonia Agricola, il Consiglio Municipale volse lo sguardo a Don Bosco, che tutti ammiravano per la sua abilità nell'educare tanti poveri giovinetti. E difatti vennero all'Oratorio alcuni membri della Commissione, accompagnati dall'assessore Comm. Ernesto Riccardi di Netro, e dopo aver ragionato alquanto sul modo di ritrarre sulla buona via tanti minorenni corrigendi, glie ne fecero la proposta. Don Bosco, quando si trattava di far il bene, non lasciava mai che venisse frustrato per sua colpa, e subito rispose che non sarebbe stato alieno dall'accettare un così onorevole incarico, ma a questa condizione:

                 - Intendo di aver libera mano nell'amministrazione e direzione interna, altrimenti non posso rendermi responsabile della buona educazione e della condotta dei í giovani...

                Il Comm. Riccardi e gli altri della Commissione trovarono giusta la dichiarazione. E Don Bosco chiese quale sarebbe stato il reddito che verrebbe assegnato per le spese dello stabilimento, Gli fu risposto: - 70.000 lire all'anno! [107]

                 - Bene, datemi 70.000 lire ed io penserò a quanto è necessario per l'amministrazione interna: quanto all'amministrazione esterna non voglio e non debbo impacciarmi. Pensateci voi.

                 - E quanti giovani intende ricoverare ogni anno con questa somma?

                 - Quattro volte settanta, Cioè 280 giovani.

                 - Che dice? 280 giovani?! E come farà a mantenerli con settantamila lire?

                 - Lascino la cura a me.

                 - Ma come saranno trattati?

                E Don Bosco espose com'erano trattati i giovani nell'Oratorio circa il vitto, il lavoro, lo studio, la ricreazione, e il metodo educativo. La Commissione rimase ammirata, e lo diceva un uomo singolare, fatto proprio per la gioventù; e concluse che il partito da lui proposto era il più vantaggioso e il più economico che potesse immaginarsi. In fine gli dissero nettamente:

                Stia pronto e tenga la cosa come fatta. Presenteremo la sua risposta al Municipio e sarà approvata senz'altro nella prima seduta. Chi potrebbe far opposizione ad una convenzione così conveniente?

                E Don Bosco: - Loro credono la cosa bell'e fatta, io invece non la tengo neppur incominciata.

                 - Oh questo poi! Vedrà, da qui a qualche giorno ogni cosa sarà conclusa. Chi non accetterebbe quando lei ci garantisca di mantenere un numero così grande di giovani? Nessuno fuori di lei oserebbe assumersi simile impresa per 70.000 lire.

                 - Ebbene: vedranno quel che io dico: neppure se Don Bosco si offrisse di mantenere 500 giovani per 70.000 lire all'anno la proposta verrebbe accettata.

                 - E perchè?

                 - Perchè questo progetto non favorisce chi vuol mangiare! quanti e quanti avran già fatto i conti d'aver un'ingerenza nell'insegnamento e negli uffici d'amministrazione!...

                Si rise, si fecero mille esclamazioni, ma quei signori se ne andarono persuasi che tutto era combinato, mentre Don [108] Bosco aveva detto il vero; i più influenti del Consiglio Municipale ebbero elogi per lui, e infine... conclusero che non si poteva accettare quanto voleva, perchè, essendo in relazione coi Gesuiti e col Papa, egli era contrario ai loro sentimenti liberali.

                Ma la vera ragione del rifiuto fu quella accennata da Don Bosco. I membri cui venne affidata la direzione furon tutti laici; nel giugno 1872 l'istituto si apriva con 70 giovanetti, e presto ebbe una crisi finanziaria, e subito si cercò di far nuove pratiche col nostro Fondatore, il quale credette inutile ogni discussione, perchè in fine si sarebbe venuti alle conclusioni della prima volta, tanto più che nel regolamento, approvato in data 19 luglio 1871, riguardo all'educazione religiosa si diceva che i coloni sarebbero stati educati “nell'esercizio di quegli atti di pietà che sono ritenuti necessari”, ma sarebbero andati a messa soltanto le domeniche, e “i coloni acattolici” sarebbero stati educati “secondo i  consigli e le prescrizioni dei ministri della loro religione”.

                A quei tempi dominava nel Municipio il partito liberale e, forse, anche qualche settario. Don Bosco s'era recato più volte al Palazzo di Città per raccomandare una persona notoriamente cattolica affinchè le fosse conferito un posto vacante, con cui campare onestamente la vita, e non potè mai aver udienza. L'ultima volta che salì le scale, insistette per dire una parola al Commendator Riccardi. Gli fu risposto che era in Consiglio. Ed egli:

                 - Ed io aspetterò finchè esca!...

                Il Commendatore, avvisato dell'insistenza di Don Bosco, venne, e gli chiese alquanto risentito:

                Insomma che cosa vuole?

                Don Bosco espose in due parole ciò che voleva, concludendo:

                 - Era questo che voleva dirle, e voleva parlarne direttamente a lei.

                 - Ebbene, gli rispose Riccardi, le dirò francamente essere impossibile accordarle ciò che domanda. Osservi là, nella sala, di quali persone è composto il Consiglio... Si è stabilito che nessuno avrà impieghi se non è dei loro! ha inteso?!... [109]

                Altri lavori intanto veniva promovendo nell'Oratorio. Il 2 febbraio stipulava col capomastro Carlo Buzzetti la convenzione per la costruzione del coro del Santuario di Maria Ausiliatrice e delle due sacrestie laterali e del portico adiacente.

                Nell'area ove doveva sorgere il coro s'innalzava il famoso gelso, che ombreggiava la porta primitiva dell'Oratorio, e sul quale erasi rifugiato il giovane Felice Reviglio[24]. Don Savio attese che Don Bosco si allontanasse per qualche giorno da casa e lo fece abbattere, perchè sapeva che avrebbe sofferto se avesse veduto fare quello sgombro; difatti quando tornò e più non vide quel vecchio albero restò muto e colle lacrime agli occhi per qualche istante, come se avesse perduto un amico. Quante care memorie dovettero riaffacciarglisi alla mente!

                E subito cominciarono i lavori e presto sorsero le mura delle due sale per sagrestia a prolungamento e raddoppiamento di quelle costrutte nel 1867; e tra esse in un sol corpo di forma elittica, col cornicione sostenuto da colonne, sorse il coro, che venne messo in comunicazione coi tempio mercè un arco aperto nell'abside, contro cui fino al 1891, cioè fino a' primi restauri e alle prime decorazioni compiutesi ex voto da Don Rua, stette appeso il quadro di Maria Ausiliatrice.

                Giuseppe Freilino, Cancelliere della Sezione del Tribunale di Pavia, allora allievo dell'Oratorio, ricordava un fatto avvenuto a quanto pare l'anno prima, perchè accenna al prolungamento di quel tratto dell'edifizio, che dall'antica porteria veniva su lungo la via Cottolengo verso la casa Coriasco, ed a vari compagni, tra cui Cirio Enrico, che dai registri risulta che tornò a casa nel gennaio del 1871, „domum petit”. Comunque, essendo un particolare interessante, e tuttora inedito, lo riferiamo qui volentieri, perchè tornerà gradito ai lettori.

                Ecco la relazione, scritta in data 11 - 9 - 1912, che è davvero una conferma del dono che aveva Don Bosco [110] d'aver abitualmente davanti agli occhi ciò che avveniva nell'Oratorio, in premio della sua brama ardente d'impedire il male.

 

                “Non debbo ulteriormente procrastinare di assolvere all'obbligo che sento verso la sant'anima di Don Bosco, chè quanto sono per narrare è una gemma della sua corona celeste - che vien scoperta a' suoi veneratori, e servirà forse a vieppiù rafforzare e a ingrandire gli argomenti per la sua beatificazione.

                Premetto che fui allievo dell'Oratorio in Torino dall'anno 1868 al 1873, e che quivi ho compiuto il corso ginnasiale. Ero un ragazzo propriamente ragazzo, che mi lasciavo trascinare dai compagni, cosicchè non sempre davo ascolto ai paterni consigli di Don Bosco, che tuttavia sovente avvicinavo.

                Ed ora ecco il fatto, che è una conferma della tradizione, allora vigente e raccontata a me e ad altri dal rev.do Don Racca, rèsosi defunto in quegli anni, che cioè Don Bosco avesse sempre presenti i suoi figli, ed, invisibile, li distoglieva dal far il male, talvolta in modo sensibile.

                Si era nel 1870 - 71, e cioè in quell'anno in che si facevano le feste di carnevale con fiera di vini in Torino, per la quale la banda musicale dell'Oratorio, travestita in giallo, prestava servizio; nell'anno in che si stava allungando nell'Oratorio il fabbricato, confinante con via Cottolengo, fin contro una casupola [proprietà di Gio. Battista Coriasco] abitata da certo Brosio (avente un figlio nell'Oratorio), la quale si protraeva fino a tre o quattro metri verso il fianco della chiesa, e cioè circa fin dove ora è la portieria. Lo spazio tra il fianco della casa e quello della chiesa era chiuso da un assito interno e da altro esterno.

                Il sabato ultimo di detto carnevale io, coi compagni Boeri, forse Camagna (o cognome simile) di Torino e Cirio Enrico, combinai di uscire dall'Oratorio durante il tempo delle confessioni serali, allo scopo di recarci a vedere le feste di carnevale. (Ero ragazzo e non pensavo alle conseguenze). Fu scelto, come via d'uscita, lo spazio accennato tra la casetta Brosio [Coriasco] e la chiesa. Passammo facilmente il primo steccato per il vano lasciato da un asse movibile. Già i miei due compagni avevano passato il secondo, ma a me non veniva fatto di salirlo, per quanto fosse facile. Nel medesimo tempo, non so come, mi trovai quasi in mezzo allo spazio, di fronte ad una finestra che dava nel sotto - chiesa, e sentivo cadere vicino a me numerosi sassi, che, battendo sul selciato, andavano in frantumi, dei quali peraltro nessuno mi toccò. Ai richiami dei compagni rispondevo, impaurito, che non potevo passare e che tiravano sassi. Non ho potuto sapere se anch'essi sentirono il cadere dei sassi, perché [111] non se ne parlò dippoi, ma certa cosa è che i medesimi ritornarono indietro e non si pensò più alla scappata.

                Pensando a tale fatto, a maggior senno, esso ebbe sempre ed ha per me dello straordinario, tanto più in relazione a quanto avvenne dopo.

                Nessuno sapeva del nostro progetto, nessuno ci aveva visti passare lo steccato, nessuno di noi (ne sono quasi certo) andò a confessarsi da Don Bosco, eppure il domani, mentre si andava a messa, avendo io avvicinato Don Bosco, che passava pel cortile degli esterni con gli allievi, egli, parlandomi all'orecchio, come soleva, paternamente mi domandò se era poi uscito. Risposi di no, ed egli mi lasciò.

                Altro fatto con simile conferma in me che Don Bosco sorvegliava personalmente e perennemente i suoi figli (assurdo è il pensare che ciò fosse solo per me) e che li aveva sempre visibilmente presenti. Altra volta con altri, senza scopo preciso, avevo divisato di uscire per la chiesa durante la serata delle confessioni. Non si uscì, e non ricordo per qual motivo; ma la dimane, al mattino, Don Bosco mi domandò, se ero uscito.

                Due volte nei cinque anni di mia permanenza nell'Oratorio ebbi la velleità di scappare a diporto, e tutte due le volte Don Bosco lo seppe. Come fece? A me non resta, vagliate tutte le circostanze, che pensare che Don Bosco mi vedeva, benchè non gli fossi fisicamente presente, e mi proteggeva”.

 

                Il primo giorno di quaresima Don Bosco si recava a Varazze per trattare dell'accettazione di quel collegio; e il lunedì dopo s'iniziavano nell'Oratorio i catechismi quaresimali, che si facevan tutti i giorni, eccetto il sabato, fino alla Settimana Santa, a una gran turba di giovinetti dei dintorni. Preti e chierici ed anche alunni più adulti erano i catechisti. Così venivano preparati a far Pasqua anche i giovani degli Oratori di S. Luigi sul corso del Re e di S. Giuseppe a Borgo Nuovo.

                Quell'anno l'Oratorio festivo di Valdocco rifioriva nella chiesa di S. Francesco di Sales, che era stata sgombrata, tranne lo spazio dell'altar maggiore. Fin dal 1870 Don Bosco ne aveva affidata la direzione a Don Giulio Barberis, il quale, ordinato sacerdote il 17 dicembre, vi celebrava la S. Messa, predicava e assisteva, coadiuvato da vari confratelli. Un cortile lungo più di 90 metri e largo 17, con attrezzi ginnastici serviva per la ricreazione. La porta d'ingresso era sulla piazza [112] a sinistra di quella del Santuario, in capo al cortile che era l'ultimo tratto di proprietà dell'Oratorio.

                L'8 dicembre 1870, Pio IX, vedendo la Chiesa “dai suoi nemici dappertutto perseguitata e siffattamente oppressa”da far pensare agli empi “che oramai le porte dell'inferno avessero a prevalere su di lei”, accoglieva le suppliche dell'Episcopato del mondo intero e dichiarava S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, „affine di affidare sè e tutti i fedeli al suo potentissimo patrocinio”, ed elevava la festa del 19 marzo a doppio di prima classe; e Don Bosco, disponeva che fin dal 1871 la solennità di S. Giuseppe venisse tra noi celebrata come di precetto.

                Aveva pur deciso di dar principio alla costruzione della „Chiesa di S. Giovanni Evangelista con Ospizio e scuole per poveri fanciulli sul viale del Re in Torino”. La circolare stampata per raccomandare cotesta grande e santa impresa, con la data 12 ottobre 1870, e la “Raccomandazione di S. E. Rev.ma Monsignor Riccardi Alessandro, Arcivescovo di Torino, in favore del progetto sopra esposto” scritta d'ordine ed a nome di Sua Eccellenza Monsignor Arcivescovo da Giuseppe Zappata Vicario Generale, in data 13 ottobre 1870[25], venne spedita in ritardo, essendo Mons. Riccardi passato all'eternità il 16 ottobre. Questo è certo che Don Bosco ne mandò la prima copia alla Contessa Callori il 23 gennaio 1871.

 

                               Benemerita Sig. Contessa,

 

                Oggi, festa dello sposalizio della B. V., spedisco la prima lettera per la nuova chiesa che ha seco l'ultima raccomandazione del fu nostro Arcivescovo, e la indirizzo a Lei che fu la prima e la più potente oblatrice per la compra dei siti opportuni. Con aprile prossimo saranno cominciati regolarmente i lavori. Io so che Ella farà quello che potrà; tuttavia se nella sua carità volesse dirmi se in questi tre anni io possa calcolare sopra qualche somma determinata, sarebbemi di norma e di appoggio in queste miserabili annate. Come vede, io scrivo colla libertà di figlio. Ella dica e faccia ogni cosa colla franchezza di madre.

                La nuova edizione della piccola Storia Ecclesiastica di quindici [113] mila copie, in meno di un mese fu esausta. Deo gratias. Prepariamo altra edizione. Ella ne goda nel Signore.

                Domenica, 6, 30 di sera, gran teatro, entrata gratuita a Lei e a tutti i suoi inviati. Si degni pregare per me, che di tutto cuore le auguro ogni bene e mi professo con profonda gratitudine,

                di V. S. B.,

 

                Torino, 23 - 1871,

Obbl.mo servitore

Sac. Gio.. Bosco.

 

                P.S. - Mando anche una circolare al sig. Conte di Lei marito. Se le verrà in mente qualche nome cui mi possa indirizzare, l'avrò come opera di carità se me lo dice.

 

                Ed ecco un'altra lettera, in accompagnamento della suddetta circolare, indirizzata al Comm. Dupraz:

 

                               Car.mo Sig. Commendatore,

 

                Le mando una circolare, che racchiude l'ultima commendatizia del compianto nostro Arcivescovo cui stava tanto a cuore l'impresa di cui parliamo. È opera ardita in questi tempi, ma è di assoluta necessità e perciò spero che la carità dei buoni cattolici e la speciale assistenza di Dio non verranno meno.

                Godo molto che abbia accolto con bontà la mia proposta, questo mi dà molto coraggio e spero che apporterà anche speciali benedizioni sopra di Lei e sopra la pia di Lei consorte.

                Dio li benedica ambedue, e loro conceda sanità stabile con lunghi anni di vita felice col prezioso dono della perseveranza nel bene.

                Con verace gratitudine ho l'onore di potermi professare,

                di V. S. Car.ma,

                Torino, 7 - 2 - '71.

aff.mo ed obbl.mo serv.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Per compiere la costruzione della chiesa di S. Giovanni Evangelista incontrò tante difficoltà, che fecero brillare la sua fortezza eroica. Avendone già acquistato a gran prezzo il terreno necessario, ne aveva affidato il disegno al Conte Edoardo Arborio Mella, che lo tracciava in stile romanico e in forma veramente artistica, ma che per essere realizzato esigeva ancora l'acquisto di una striscia di terreno, di proprietà di un certo Morglia. Si tentarono tutte le vie per poterla acquistare, anche pagandola oltre il valore reale, ma inutilmente [114]. Don Bosco allora venne consigliato di ricorrere all'autorizzazione sovrana, coll'ottenere, in base alla legge 25 giugno 1865, che l'opera da lui vagheggiata, cioè la costruzione della nuova chiesa con Ospizio e scuole, venisse dichiarata di pubblica utilità, per cui il Morglia sarebbe stato obbligato a vender la striscia; ed egli esponeva le sue intenzioni alla R. Prefettura, che in data 9 agosto 1871 le comunicava al Sindaco, „con preghiera di voler promuovere a suo tempo le deliberazioni del Consiglio Comunale sulla convenienza e regolarità della progettata erezione di detta chiesa, e se sia perciò il caso di promuovere la chiesta domanda di espropriazione forzata, quale stabilimento di pubblica carità”.

                Giovanni Bisio, di Capriata d'Orba, che dopo aver fatto il servizio militare entrava nel 1864 nell'Oratorio, pieno d'ammirazione per Don Bosco, e vi rimaneva sette anni, e vi sarebbe rimasto per sempre se doveri di famiglia non glie l'avessero impedito, deponeva nel Processo Informativo: „Era tanta la paura del bene che Don Bosco poteva fare, come infatti si fa in questo luogo, che appena acquistò con molte difficoltà e spese il terreno, venne da me un ebreo e mi disse di fare quanto potevo presso Don Bosco, perchè lo rivendesse, assicurandomi qualsiasi somma. Io ne parlai con Don Bosco, così per informarlo, ma egli mi disse che era destinato per la chiesa e per l'ospizio”, che pensava già di dedicare a S. Giovanni Evangelista, in devoto omaggio al suo grande benefattore Pio IX.

                Vedremo quante e quante pratiche dovette compiere in questi anni per ottenere che gli fosse concessa quella particella di terreno che gli era necessaria, cui poi seguirono le difficoltà mosse da Mons. Gastaldi, che „affine di ottenere maggiori oblazioni per la chiesa di S. Secondo, mise egli pure fuori l'idea di farne un monumento a Pio IX, e proibì a Don Bosco di più far parola della chiesa di S. Giovanni Evangelista come monumento allo stesso Pontefice. La cosa andò a Roma, ed io stesso - deponeva il Can. Giovanni Anfossi nel Processo Informativo - fui pregato di stendere una memoria, da presentare al Cardinale Antonelli nella quale [115] dimostrai quanto tempo prima Bosco avesse pensato di fare un monumento a Pio IX della sua chiesa, avendo io promesso a Don Bosco di provvedere la porta principale, sulla quale si sarebbero con bronzo ricordate le gesta del Pontificato di Pio IX”.

                Un'altra impresa.

                Fin dal 1867 alcuni proprietari, dimoranti nel Borgo detto dei Sagrin, poi di Garibaldi, quindi di S. Secondo, avevano formato un comitato per promuovere l’erezione d'una chiesa nei pressi della stazione di Porta Nuova a comodità della popolazione che andava ogni anno aumentando in quelle parti. Indissero un concorso per il disegno del nuovo tempio, cui presero parte vari architetti, e si scelse quello dell'Ing. Luigi Formento. Il Municipio approvò il disegno e il luogo ove si voleva eretto il tempio, e dava il permesso della costruzione in seduta del 2 gennaio 1868, assegnando gratuitamente il terreno col sussidio di 30.000 lire da erogarsi in tre rate, la prima quando l'edifizio fosse giunto al coperto, la seconda quando fosse terminato, la terza quando venisse consacrato al divin culto ed aperto al pubblico. Ma queste concessioni non bastavano per innalzare la chiesa, tanto più che era sorta una grave difficoltà; il Municipio voleva anche che la Commissione facesse un deposito di 100.000 lire a guarentigia dell'impresa. Era quindi necessario raccogliere denari e, più che tutto, trovar una persona che si fosse messa alla testa dell'opera. E i lavori rimasero sospesi, finchè nel 1871, facendosi sempre più urgente il bisogno di una chiesa parrocchiale in Borgo S. Secondo, il Comitato pensò d'intendersi con Don Bosco e d'affidarne a lui la costruzione; ed illustri personaggi del clero e del laicato lo supplicarono ad assumerla ritenendo lui solo capace di condurla a compimento.

                Il Vicario Capitolare Mons. Zappata lo chiamò e senz'altro gli disse che lo riteneva obbligato in coscienza d'incaricarsi di quella costruzione, perchè altrimenti il progetto sarebbe fallito, e per sua colpa tanti cristiani non avrebbero potuto compiere i doveri religiosi per mancanza di un tempio.

                Don Bosco chinò la fronte, fidente negli aiuti della Divina Provvidenza, e Don Antonio Nicco, amministratore [116] della parrocchia di S. Carlo, cui apparteneva il luogo scelto per la costruzione del sacro edifizio, insieme con Don Bosco e il Parroco della Crocetta inoltrava istanza al Sindaco perchè si affrettassero le pratiche per poter incominciar la costruzione. Il Sindaco chiese subito al Comitato provvisorio per la costruzione del nuovo tempio qual fosse il suo parere, e il Segretario, dopo opportuni abboccamenti con Don Bosco, rispondeva:

 

25 aprile 1871.

                               Ill.mo Signor Sindaco,

 

                Inerentemente al contenuto nel venerato foglio di V. S. Ill.ma del 26 scorso marzo, No 170, ed alle intelligenze successivamente tenutesi in congresso colla S. V. prelodata, il Comitato pella erezione della Chiesa Parrocchiale sulla piazza 8. Secondo, si fece dovere di conferire col Sig. Sacerdote D. Bosco onde avvisare, colla fusione delle rispettive idee, al modo di costrurre la Chiesa predetta da servire intanto pell'Oratorio progettato dal predetto Sacerdote e pelle funzioni ecclesiastiche, salvo poi a convertirsi in progresso in Parrocchia, quando coll'intervento dell'Autorità ecclesiastica siasene fatta la delimitazione.

                Ora ho l'onore di annunziare a V. S. Ill.ma, che il Sacerdote D. Bosco a cui diligenza verrebbe la Chiesa costrutta, mercè anche le oblazioni già dal Comitato raccolte e che ancora raccoglierebbe, adotterebbe il disegno redattosi dal Sig. Architetto Formento e già approvato dal Consiglio di Ornato; quindi nessuna difficoltà più riscontrasi alla erezione dell'edificio, massime che il Comitato promotore è ben lieto che un tanto peso venga dal prefato Signor Sacerdote assunto.

                Il Comitato promotore adunque, coerentemente alle intenzioni già da V. S. III.ma a nome del Municipio manifestate nel citato foglio:

                Supplica V. S. Ill.ma acciò si compiaccia di autorizzare il prefato Signor Sacerdote D. Bosco a dar cominciamento all'Opera.

 

Pel Comitato

Angelo Chiesa Segret.

 

                Avuta l'accennata dichiarazione il Sindaco stesso, lietissimo che Don Bosco si fosse assunto tale incarico, rispondeva al. Rev. Signor D. Antonio Nicco, Amministratore della Parrocchia di S. Carlo, con preghiera di darne comunicazione anche ai Reverendi Sigg. Sacerdoti D. Bosco e il Parroco della Crocetta. [117]

 

                CITTÀ DI TORINO

                X Ufficio - Lavori Pubblici

                OGGETTO:

                Nuova chiesa parrocchiale

                               di S. Secondo

 

Torino, addì 30 aprile 1871.

 

                A seconda della domanda contenuta nel foglio da V. S. sottoscritta unitamente alli Signori Reverendi Sacerdoti Don Bosco e Parroco della Crocetta per l'oggetto a margine ricordato, il Sindaco sottoscritto si fece un dovere di fare al riguardo le opportune pratiche col Comitato Proprio della nuova Chiesa parrocchiale di S. Secondo, ed avendo con somma sua soddisfazione raggiunto lo scopo desiderato, pregiasi ora comunicare per copia alle SS. LL. la lettera, ricevuta in proposito nella quale troveranno chiaramente espresse le buone disposizioni in loro favore del Comitato predetto.

                Ma affinchè le SS. LL. possano godere dei vantaggi che l'Amministrazione civica è solita ad accordare in simili circostanze, come a cagione d'esempio la cessione del terreno, ed il concorso in denaro, è necessario anzitutto che Elleno ottemperino alle condizioni stabilite dall'Amministrazione civica e che già vennero comunicate al Comitato suddetto, cioè di far constare di essere il medesimo stato con apposito Reale Decreto costituito, e di avere disponibile un fondo per la costruzione del nuovo tempio di lire 100 m. almeno.

                Non appena lo scrivente sarà favorito dei documenti necessari per giustificare quanto sopra all'Amministrazione, si farà debita premura di tosto promuovere al riguardo le opportune deliberazioni del Consiglio Comunale siccome affare di sua competenza.

                Contemporaneamente chi scrive deve pure prevenire le SS. U. Rev.me che il disegno della Chiesa in seguito a varianti suggerite dalla Commissione d'Ornato, riesce indispensabile, prima si ponga mano all'esecuzione delle opere, che venga nuovamente rassegnato a questo Uffizio, modificato nel senso già indicato al Comitato primitivo per essere corredato della definitiva sua sanzione.

                Frattanto chi scrive pregiasi dichiararsi

                delle SS. LL.,

Dev.mo Servitore

Il Sindaco

F. Rignon.

 

                E Don Bosco, per togliere le difficoltà che potevano sorgere, scriveva al Sindaco che era disposto a metter mano [118] alla costruzione, prima ancora che si designasse la superficie territoriale della nuova parrocchia, a queste condizioni:

 

Torino, 3 giugno 1871.

                               Ill.mo Sig. Sindaco,

 

                Il Sac. Gio. Bosco nel solo desiderio di provvedere ai bisogni morali che si fanno ognor più sentire nella parte di questa città, detta Borgo dei Sagrini, d'accordo col Vicario Generale Mons. Zappata, e con i parroci della Crocetta e di S. Carlo, col consenso ed a nome del Comitato istituito per promuovere la costruzione della Chiesa parrocchiale di S. Secondo, a fine di abbreviare il corso delle pratiche e togliere di mezzo le difficoltà che potrebbero insorgere propone alla S. V. Ill.ma:

                1° - Soprassedere per ora dalla demarcazione dei terreni e delle case che dovrebbero stabilirsi per formare la summentovata parrocchia di S. Secondo e dare immediatamente principio alla costruzione della chiesa e casa annessa.

                2° - Il Municipio concede l'area di terreno fissata per l'oggetto sopra indicato.

                3° - Il Municipio concorrerà colla somma a questo scopo bilanciata con rate da pagarsi ad epoche ripartite nel modo che lo stesso Municipio giudicherà più opportuno.

                4° - Sarà presentato di nuovo il disegno e si pregano gl'ingegneri municipali a voler fare le modificazioni e dare tutti quei suggerimenti che si ravviseranno opportuni, sia pel pubblico bisogno, sia pel migliore ornamento della nostra città.

                Ciò posto lo scrivente darebbe tosto principio ai lavori senza obbligo che altri debba concorrervi: e appena l'edifizio il permetta si comincierà subito a raccogliervi i vaganti fanciulli, fare catechismi, quindi predicazioni anche per gli adulti con quanto concerne al culto religioso.

                Mentre sarà per intanto soddisfatto al bisogno religioso e morale si appianeranno le difficoltà, e le autorità competenti potranno stabilire i limiti della futura parrocchia. Prima però d'ogni altra cosa si fa preghiera a V. S. a volergli con bontà significare se l'umile progetto è accettato, e in questo caso occorre almeno una lettera di autorizzazione dove si dia all'esponente la maggiore libertà di operare che si ravviserà necessaria in questa impresa eccezionale.

                Ha l'onore di professarsi,

                della S. V. Ill.ma,

 

umile esponente

Sac. Gio. Bosco. [119]

 

                Discussa la domanda in seduta municipale, gli giungeva questa favorevolissima risposta:

 

                CITTÀ DI TORINO

                X Ufficio - Lavori pubblici

                N. 642

Torino, addì 27 luglio 1871.

 

                Il Sindaco sottoscritto è lieto di annunziare a V. S. Reverend.ma che il Consiglio Comunale in sua seduta del 7 corrente mese, accolse con favore la proposta fattagli dalla Giunta Municipale, di concedere, per la Chiesa Parrocchiale che la S. V. R.da si propone di erigere nel borgo di S. Secondo a Porta Nuova, il terreno di proprietà municipale, e di assegnare per l'esecuzione dell'opera il concorso complessivo in denaro di lire 30/m.

                Il terreno conceduto costituisce l'intiero isolato compreso fra le vie San Secondo, dell'Assietta, Gioberti e della Ginnastica, e sarà posto a disposizione di V. S. Rev.da appena che sia stipulato il contratto di cessione tra il Municipio e l'ente morale della Parrocchia.

                La somma di L. 30/m. verrà pagata in tre rate eguali, cioè la prima dopo che sia posta la copertura dell'edifizio, la seconda allorchè questo sarà compiuto interamente, e la terza allorchè verrà aperto alle funzioni religiose.

                Prima per altro che si addivenga alla cessione del terreno e che sia per conseguenza possibile l'intrapresa delle opere, è necessario che la S. V. Rev.ma presenti il disegno della Chiesa e dei locali annessi, per l'opportuna sua approvazione per parte del Municipio, e quindi nel mandarlo ad esecuzione osservi tutte le norme comuni stabilite dai vigenti regolamenti d'Ornato.

                Il Municipio, nel prestare il suaccennato concorso per l'eseguimento di tale opera, stata riconosciuta necessaria per la cresciuta popolazione di quel distretto Parrocchiale, crede d'interpretare giustamente il voto dei cittadini e desidera per conseguenza che la S. V. Rev.ma ponga tutto l'impegno possibile per recare a compimento in breve termine il suo disegno.

                Pertanto con quest'occasione pregiasi dichiararsi,

                di V. S. Rev.ma,

 

devotissimo, osseq.mo Servitore

Il Sindaco

F. Rignon, .

 

                Don Bosco, dopo averne fatto leggere la minuta a Don Savio e a Don Rua, perchè vi apponessero le modificazioni che ritenevano opportune, faceva al Sindaco questa risposta: [120]

 

                Torino, 26 agosto 1871

                               Ill.mo Sig. Sindaco,

 

                Mi fo dovere di ringraziare V. S. Ill.ma e per mezzo di Lei ringrazio tutti i Signori del Municipio pel segno di benevolenza e stima che mi hanno dato coll'avermi affidato l'edificazione della Chiesa di S. Secondo. Io son disposto di secondare il comun desiderio e dare quanto prima cominciamento ai lavori. Fra pochi giorni sarà presentato un disegno modificato per la voluta approvazione degli edili.

                Non potendosi per ora effettuare la cessione del terreno colla parrocchia che non si potrebbe subito erigere e costituire, credo si possa prendere questo temperamento.

                Il Municipio cede al Sacerdote Bosco il terreno a condizione che serva per la costruzione di una chiesa, da erigersi in parrocchia appena le autorità competenti giudicheranno potersi tal cosa effettuare.

                Tale cessione si potrebbe anche fare al Superiore Ecclesiastico.

                Pertanto, nella piena fiducia che vorrà prendere, in dovuta considerazione queste umili osservazioni, mi dichiaro colla dovuta stima,

                Di V. S. Ill.ma,

Umil.mo ed Obbl.mo Servitore

Sac. Gio Bosco.

 

                E il Municipio dava a Don Bosco un altro segno di somma fiducia, deliberando di non esigere da lui nessuna somma in deposito, perchè semplicemente il suo nome era la migliore garanzia.

 

2) A Lanzo.

 

                L’11 febbraio scriveva al Direttore:

 

                               Car.mo D. Lemoyne,

 

                Lunedì, a Dio piacendo, nel mattino sarò a Lanzo. Leggi questa lettera ai giovani; io spiegherò poi tutto.

                A buon rivederci.

                11 - 2 - 1871. 

Aff.mo in G. C.

Sac. G. Bosco.

 

                Nella lettera ai Carissimi ed amatissimi figliuoli, narrava come, all'insaputa loro e dei Superiori, aveva fatto, in sogno, una visita al collegio, accompagnato da un mostro orribile[26]. [121]

                La visita fu indimenticabile. Con tal preavviso e la minuta spiegazione del sogno, destò nel cuore degli alunni i più generosi propositi.

                Intanto urgeva riprendere, i lavori del nuovo edifizio. Il freddo crudo, che non finiva più in quell'anno, aveva danneggiato tutta la costruzione, specialmente quella parte che doveva collegarsi col vecchio fabbricato, e per poter riprendere i lavori in primavera, appena tornato a Torino, ricorreva a Biagio Foeri, un bravo signore, dimorante in Lanzo.

 

                               Preg.mo e Car.mo Sig. Biagio,

 

                La spesa eccezionale cui vado incontro nella costruzione dell'edifizio annesso al Collegio di Lanzo mi sprona a ricorrere a fonti eccezionali per condurre a termine la cominciata impresa. Oggi desiderava di parlarle di un pensiero, o di un progetto che credo tutto consentaneo alla sua volontà di fare del bene, e che non le tornerà di suo grave incomodo. Il sig. D. Foeri potrà meglio spiegare a voce ogni cosa. Esso consiste nella speranza di un lascito da parte sua, quando Dio lo chiami al paradiso. Sopra questa speranza io troverei chi mi somministrerebbe il denaro in caso di necessità, e troverei anche benefattori che mi pagherebbero l'interesse per un tempo indeterminato.

                Come Ella vede, io parlo con illimitata confidenza, il che si fa soltanto con persone che si conoscono amanti della nostra Santa Cattolica Religione e della pubblica moralità, come appunto ho sempre reputato la V. S. Carissima.

                Dio la benedica, sig. Biagio, e le conceda copiose celesti benedizioni, lunghi anni di vita felice, mentre con gratitudine mi professo,

                Di V. S. Car.ma,

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Dopo pochi giorni dava consigli al direttore:

 

                               Caro D. Lemoyne,

 

                Nei passati giorni non fu possibile di scrivere. Ora ti dirò che è meglio temporeggiare in queste cose. Se si vuole poi ottenere qualche cosa bisogna andare alla radice. Se i figliuoli si risolvono di darsi con senno alla religione, le cose incominciano tosto a migliorare. Rincresce che così buoni genitori siano corrisposti così scarsamente da alcuno della figliuolanza. Ma che vuoi? Un solo basta a tirar il [122] malanno su tutti. Però anche per essi non è lontana la stella di buon augurio. Preghiera e coraggio. Dio farà il resto.

                È questo il tenore, o meglio la traccia da seguirsi.

                Dio ci benedica tutti e credimi in G. C.

                27 - 4 - 1871

Aff. Sac. G. Bosco.

 

                Don Lemoyne, riguardo a questa lettera da lui segnata come il 18° degli scritti a lui inviati da Don Bosco, non ci ha lasciato nessun commento. Ma dal contenuto e dal 19°, già riferito nel vol. IX[27], si può nettamente dedurre che era preoccupato per la condotta di qualche giovane, e Don Bosco lo consigliava a pregare e pazientare, fidente in un prossimo miglioramento.

                Un particolare, interessante, dell'umiltà del nostro Fondatore. Il 2 ottobre 1870 aveva fatto accettare nel collegio di Lanzo il piccolo pronipote Giuseppe, figlio di Francesco, che ne pagava la pensione regolare. Non facendo troppo buona riuscita negli studi, nel 1873 l'accoglieva nell'Oratorio, e poi finiva col lasciarlo tornare a casa. Dopo molti anni, diceva schiettamente a Don Lemoyne:

                 - Io aveva mandato mio nipote nel tuo Collegio perchè ci eri tu, sicuro che come mio amicissimo ne avresti preso ogni cura. Sperava che avrebbe fatto buona riuscita. Ero tranquillo. Quando vidi l'esito degli esami, ne provai molto dolore, e andava dicendo fra me: “Ma quel direttore non ha pensato che il piccolino era mio nipote e che a lui specialmente lo aveva affidato? Perchè trascurarlo così? perchè tutti insieme quei del Collegio non si affaticarono a cercare che almeno raggiungesse la mediocrità? Perchè ebbero così poco riguardo a me?”. E assorto in questi pensieri, deliberai all'istante di metterlo in pensione presso un sacerdote mio amico, dalle parti di Bra, ove mi pareva che gli avrebbero usate tutte le cure possibili e che sarebbe riuscito. Senonchè a un tratto rinvenendo in me, dissi a me stesso: [123]

                “Vedi come l'affetto ai tuoi parenti ti spinge a tale risoluzione! E sei tu che predichi agli altri il distacco dai parenti? Se non è riuscito, devi credere che il suo direttore e gli altri non abbiano fatto il loro dovere? Non pensiamo più oltre a questo! Lasciamo che le cose vadano come la Provvidenza le guida”. Avrei desiderato che rimanesse nella Congregazione uno che portasse il mio nome e mi appartenesse anche per vincoli di sangue. Non sarà così, perchè così forse non piace al Signore che sia. E misi il cuore in pace e lasciai che le cose andassero tranquillamente come l'acque per la loro china.

                E il Signore dispose che entrassero nell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice tre sorelle di Giuseppe, tra cui Eulalia, che fu poi Assistente Generale.

 

3) A Borgo San Martino.

 

                Il trasferimento del Piccolo Seminario a Borgo S. Martino era tornato tanto sgradito alla popolazione di Mirabello, che vari „fecero in modo da obbligarci ad una sopratassa di ricchezza mobile e farei [l'ultimo giorno del 1870[28]] pignorare tutto il mobiglio di Borgo S. Martino, e di venderlo all'asta, se fra dieci giorni non si pagavano duemila venticinque lire...”. E al direttore Don Bonetti giungeva questo comunicato:

 

                REGNO D'ITALIA

                Provincia di Alessandria

                Circondario di Casale

                Comune di Borgo S. Martino

Borgo S. Martino, 17 febbraio 1871.

 

                Il Sig. Prefetto, Presidente del Collegio Provinciale Scolastico di Alessandria, al quale risulta che pel principio del corrente anno scolastico venne aperto in questo Comune un Istituto privato di istruzione secondaria, senza che la persona, cui ne è affidata la direzione, siasi curata dì uniformarsi al disposto dagli articoli 246 e 247 della legge 13 novembre 1859, affidò incarico, che si compie colla presente, [124] a chi scrive, di invitare a nome dell'Autorità Scolastica Provinciale il Sig. Direttore del Collegio privato di questo luogo, ad adempire senza ulteriore ritardo alle condizioni imposte a chi intende di aprire uno stabilimento d'istruzione secondaria dai sovraccennati articoli di legge.

                Chi scrive nel mentre dal proprio canto aggiunge preghiera al prelodato Sig. Direttore, acciò ben voglia degnarsi di uniformarsi alle superiori disposizioni, spera dalla di lui gentilezza un cenno di ricevuta della presente per scarico d'ufficio.

Per il Sindaco

L'Assessore Delegato

Rota Giuseppe.

 

                Don Bonetti, immediatamente, inviava il comunicato all'Oratorio:

 

Borgo S. Martino, 18 - 2 - '71.

                               Caro Don Rua,

 

                1° Cominciasi la persecuzione già fattasi nel tempo del tuo Direttorato? Leggi dunque il qui inchiuso comunicato, parlane con Don Bosco e D. Durando, e scrivimi immantinenti che debba fare e che rispondere.

                2° Intanto mandami la legge 13 novembre 1859. Sappi dirmi se debba in questa vertenza comparire io, oppure mettere entro D. Bosco o il Vescovo. Io risponderci al Presidente del Consiglio Scolastico che noi altri non abbiamo fatto che trasferire il piccolo Seminario da Mirabello a Borgo S. Martino e perciò non ci credemmo tenuti ai citati articoli di legge. Che ve ne pare?

                3° Della sera stessa rispondimi, e non indugiare.

 

Sac. Bonetti Giovanni.

 

                L'interpellanza fu subito soddisfatta, e per il momento non si ebbero altre difficoltà.

                Tuttavia Don Bosco ritenne conveniente di recarsi a fare una visita a Borgo S. Martino, e ne preavvisò il direttore; vi andò nella prima settimana di quaresima, di ritorno da Varazze.

                Don Bonetti, felice del caro preannunzio, se ne servì per preparare gli alunni a riceverlo degnamente, narrando loro, e commentando per più sere, il sogno fatto da Don Bosco nel 1860 e da lui descritto agli alunni dell'Oratorio, dei tre ordini di mense, posti ad anfiteatro, dove i poveri figliuoli,  [125] seduti nel più basso, mesti e luridi, che si cibavano di sozzure, eran coloro che si trovavano in peccato mortale; quelli che si trovavano nell'ordine medio, avvolti in candida luce e serviti con grande squisitezza in ricchi vasellami, eran quelli che s'erano rimessi in grazia di Dio con una buona confessione; e quelli assisi nell'ordine più alto, che godevano di un'imbandigione d'una finezza indescrivibile, immersi nella gioia più lieta, più belli a cento doppi dei secondi, e splendenti di raggi più luminosi di quelli del sole, erano gli innocenti. “Si trovavano allora nell'Oratorio 212 giovani - ricordava Don Bonetti - e 12 appena Don Bosco ne vide seduti alla mensa degli innocenti”. Ed illustrando il pregio e la bellezza delle anime che sanno mantener intatta la virtù dell'innocenza, esortava gli alunni a voler essere puri di mente e di corpo a costo di qualsiasi sacrifizio, e ad approfittare della visita di Don Bosco e delle buone parole che gli sarebbero uscite dal labbro, per fare e mantenere il santo proposito.

                Le sue esortazioni, piene di carità e di fervore, ebbero il loro effetto, e commoventi furono le accoglienze che ebbe il Santo.

                Questi il 2 marzo riceveva i voti triennali di un confratello, e, nel ritornare a Torino, ringraziava il Signore delle consolazioni che gli avevano dato quei giovinetti, come dichiarava al direttore:

 

                Torino, 5 marzo 1871.

                               Carissimo D. Bonetti,

 

                Ho data alla tipografia la Storia Ecclesiastica, perciò posso lasciarti il Giovane Provveduto in questa settimana. Procura di aggiungere un breve capo sulla frequente Comunione e sulla divozione a S. Giuseppe. Pel primo, se non hai altro, si può dire come fatto quello del mese di Maria.

                Ringraziamo Dio. Ho trovato ed ho lasciato le cose con grande mia soddisfazione. Saluta tutti nel Signore. Dirai a D. Lupano, che coltivi la messe che ha nel piccolo clero e ne raccoglierà molto frutto.

                Dio ci benedica tutti. Amen.

Aff.mo in G. C.

Sac. G. Bosco. [126]

 

                Di quell'anno Don Bosco aveva fatto accettare nel Collegio di Borgo S. Martino l'unico figlio del marchese Fassati, perchè con lezioni particolari venisse ben preparato a dar l'esame d'ammissione al liceo, ed usandogli speciali trattamenti potesse rinforzarsi in salute. Sulla fine dell'inverno era caduto malato, e i suoi l'avevano ripreso in famiglia, ma dopo Pasqua lo riconducevano in collegio, accompagnato da questa lettera di Don Bosco, che abbisognava di soldi per riscattar due chierici dalla leva:

 

Torino, 19 aprile 1871,

                               Carissimo D. Bonetti,

 

                Il nostro Emanuele fa ritorno al suo nido. Esso non è ancora totalmente ristabilito, tuttavia il medico gli dice che può applicarsi agli studi. Vedrai di usargli que' riguardi che si possono usare. Suo padre desiderebbe che egli facesse in modo di prendere almeno l'esame della parte razionale, cui, esso dice, è fra breve preparato. Tu vedrai quello che si può.

                Dobbiamo riscattare due chierici dalla leva militare: la chiamata è pel primo di maggio prossimo. Se puoi avere danaro disponibile màndalo tutto quanto, del resto facciamo banca rotta. Meglio se tu lo porterai lunedì, chè così potremo parlarci di altre cose: per es. di Scappini, di Mazzarello, ecc.

                A questo proposito non omettere il rendiconto mensile e di entrare in tutti i particolari che possano tornare utili all'individuo ed alla Società.

                Se mi scrivi, dimmi se le fragole sono già fiorite, le grive [i tordi] fanno già la nidiata, e cose simili.

                Dio ci benedica tutti e ci doni la sua grazia a fine di perseverare nel bene. Credimi

in G. C. aff.mo

Sac. G. Bosco.

 

                Anche per proseguire la costruzione del nuovo edifizio in Lanzo aveva bisogno di molti denari; ed avendo appreso che il Municipio di Mirabello era nella necessità di trovare o costrurre nuovi locali per le scuole, da Don Provera faceva scrivere al fratello Vincenzo, consigliere comunale, e all'ingegner Rogna, perchè studiassero il modo di far al Comune la proposta di comperare il vuoto nostro edifizio, e perchè senz'altro si facesse un estimo del fabbricato.

                L'ingegner Rogna rispondeva prontamente: [127]

 

                               Caro Don Francesco.

 

                Appena ricevuta la tua lettera sono stato a visitare il Collegio coli tuo fratello Vincenzo. Come comprenderai facilmente, per addivenire ad un estimo di un simile fabbricato, non è il caso di adoperare il metro per determinare il valsente intrinseco, nè tampoco di procedere in base ad affittamenti per determinare il valsente estrinseco. Io tuttavia accetto volentieri l'incarico e prima di profferire un numero con qualche persona, io mi sarei rivolto al R. S. D. Bosco, come tu nella tua mi suggerisci. Non starò a dimostrarti come non avendo l'inten7ione di tornare tra noi con un Collegio, con moltissima difficoltà trovereste un compratore non essendo adatto, per la posizione e per la costruzione istessa, nè all'impianto di qualsiasi manifattura, nè ad uso privato. Per il Municipio non si potrebbe trovare di meglio, considerato che gli sta sempre alle calcagna il Provveditore agli studi per l'apertura di nuovi locali ad uso scuola, chè anzi a giorni si prenderà la deliberazione definitiva per la continuazione del fabbricato in piazza, tomba dei fondi comunali.

                Io per quel che ho potuto, ho persuaso buona parte di questi Consiglieri, e quantunque sieno, in generale, tutta gente cui intimorisce un numero grosso e soverchio su una serie di numeri piccoli, ho potuto conoscere buona disposizione per tale contratto.

                Ma veniamo a noi.

                Visto e sentito di quali disposizioni sia il nostro Consiglio, io dirò una parola che più che un prezzo d'estimo considererei come una proposta da farsi a questi signori. Mi rincresce perfino profferirla per tema che non appaia ch'io voglia di troppo avvilire il nostro fabbricato. Ma tutto ben ponderato e per iniziare col Comune una pratica che non abbia da troncarsi in sul principio, io propongo di portare l'estimo sulle 35.000 lire. Ti parrà poco, ma io so che difficilmente il Comune vorrà contentarsi, essendo voce generale che, se D. Bosco dà il Collegio per 30.000 lire, il Comune dovrebbe comperarlo.

                Rispondimi quindi subito e parlami chiaro, che di me puoi fidarti; io allora farò la mia relazione descrivendo tutte le parti dei Collegio e d'altra parte dimostrando come il Comune non abbia a sbilanciarsi ponendo in vendita le trabacche di cui è proprietario, farò quanto sta in me perchè la cosa possa avere buona riuscita. Animo adunque prima che si metta mano alla costruzione in piazza. Suggeriscimi come debbo regolarmi quando avrò fatto la relazione, e dimmi se sei contento della mia proposta.

                Ringrazia D. Bosco d'essersi ricordato di me, trasmettigli i miei umili ossequi, e credimi

 

                Mirabello, 2 giugno 1871.

tuo aff.mo amico

Ing. Vincenzo Rogna.

 

                P. S. - Rispondi, se puoi, di questa sera. [128]

 

                Don Provera, esposte le cose a Don Bosco, dopo due giorni, come risulta da una minuta, rispondeva in questi termini:

                “Il R. S. D. Bosco, vista la tua lettera del 2 corrente, mi lasciò di scriverti che egli crederebbe opportuno che tu formulassi una breve relazione d'estimo, notando, secondo l'uso, tre prezzi: quello di costruzione, il medio o commerciale, ed U minimo, cioè il valore del puro materiale.

                Il primo che fu di circa 112.000 lire, il fabbricato nuovo soltanto; il secondo potrebbe calcolarsi anche solo metà e sarebbe di circa 56.000; il terzo circa 35.000, neppure notando il terreno ed il fabbricato vecchio.

                Fatta questa relazione, che potresti dire dietro invito fàttoti dal S. D. Bosco, la potresti rimettere a mio fratello Vincenzo, ed egli la presenterebbe al Sindaco. Così si comincerebbero le trattative. Avuta una qualche risposta, si procederà secondo convenienza”.

                E l'ingegnere estendeva la seguente dichiarazione:

 

                Incaricato io sottoscritto dal M. R. Sig. D. Bosco con lettera in data 2 Giugno, di procedere all'estimo del fabbricato situato in questo comune nella contrada Rovere e tenuto già ad uso di Collegio, ho proceduto ad una visita dei singoli membri e riferisco quanto segue.

                Le condizioni eccezionali in cui si trova detto fabbricato, riguardo al pubblico mercato, mi fecero persuaso essere cosa superflua procedere all'estimo nei modi voluti dalla scienza del costruttore, che anzi essendo il fabbricato di nuova ed ottima costruzione, ho creduto bene di determinare il suo valore intrinseco in base al costo di costruzione, il quale, per informazioni assunte con mia lettera in data 2 corrente, mi risultò di L. 112.000 tutto compreso.

                Il valsente estrinseco poi, per le cagioni citate, e per le condizioni sociali del paese in cui si trova, io non esito a considerarlo nullo, che tale è il reddito di esso quando anche in parte si affittasse, per le spese di manutenzione ecc.

                Posti quindi questi due dati, che nei casi normali servono alla stima dei fabbricati, il prezzo di questo ascenderebbe a circa L. 56.000 media fra i due valsenti intrinseco ed estrinseco.

                Ma questa stima, come sopra ho accennato, non è tale che possa tener conto di tutte le condizioni da cui il valore venale del fabbricato dipende, condizioni ch'io credo qui superfluo accennare; onde è ch'io credo potersi, in questo caso, determinare il prezzo venale [129] prendendo a calcolo approssimativo il prezzo dei puro materiale; e potersi detto fabbricato quale si trova, cinto da muro, per la maggior parte in ottima e nuova costruzione, mettere a calcolo per un prezzo le 35 e le 40 mila lire.

                Ciò è quanto ho creduto bene di riferire pel disimpegno dell'incarico del M. R. D. Bosco affidatomi.

                Mirabello, 5 giugno 1871.

Ingegnere Vincenzo Rogna.

 

                Ma le pratiche, purtroppo, vennero sospese.

                Don Bosco tornava a Borgo. S. Martino in agosto, nuovamente preavvisando il direttore:

 

                               Carissimo D. Bonetti,

 

                A Dio piacendo martedì prossimo alle 11 mattino sarò a Borgo S. Martino. Prepara pertanto un piatto di lamenti ed un taschino di denaro: io prenderò l'uno e l'altro.

                Da' questo biglietto acchiuso a Carones. Saluta Caprioglio. Fàtti animo. Ricordati che in questo mondo non abbiamo tempo di pace, ma di continua guerra.

                Avremo un dì la vera pace, se combatteremo da forti sopra la terra.

                Sumamus ergo scutum fidei, ut adversus insidias diaboli certare possimus.

                Dio ci benedica tutti, e credimi,

                Torino, 27 luglio 1871,

Tuo aff.mo in G. C.

Sac. Bosco Gio.

 

                E restava nel Collegio S. Carlo dal 10 al 3 agosto, diffondendovi le benedizioni di Dio.

                In una di queste gite a Borgo S. Martino avvenne, durante il viaggio, un curioso episodio. Nel medesimo scompartimento in cui si trovava Don Bosco v'erano due signori che presero a parlare di lui. Uno, entusiasmato delle sue opere, ne diceva tutto il bene possibile, l'altro invece, non solo mostrava di non averne alcuna stima, ma usciva in acerbe critiche sul suo apostolato. Viva si attaccò la disputa, e uno di essi per finirla, visto in un angolo, tutto raccolto un sacerdote, disse all'altro:

                 - Ebbene qui c'è un prete, rimettiamo a lui la decisione della questione; ciò che egli dirà, noi l'approveremo. [130]

                 - E io ci sto, rispose il secondo.

                E il primo, voltosi a Don Bosco, continuò:

                 - E lei, reverendo, perdoni se lo facciamo entrare nella nostra questione, ma un prete n'è il vero giudice. Donde viene lei?

                 - Da Torino.

                 - Ed appartiene a quella diocesi? Anzi abito nella stessa Torino.

                 - Conosce lei Don Bosco?

                 - Io conosco, e molto intimamente.

                 - Dunque dica imparzialmente: chi di noi due ha ragione?

                 - Ecco, rispose il Santo, lei ha detto troppo. Don Bosco non è un angelo; gli angeli non abitano sulla terra, ma stanno in cielo. Ma lei pure, proseguì volgendosi al secondo, ha esagerato. Don Bosco certamente non è così scellerato da essere un demonio.

                 - In conclusione?

                 - Don Bosco è un povero prete, che potrà sbagliate; ma, quel poco che fa, lo fa con buone intenzioni di recar vantaggio al prossimo.

                Intanto il treno era giunto a Borgo. Don Bosco scese ed ecco corrergli attorno preti e chierici, esclamando festosamente:

                 - Don Bosco! Don Bosco!

                Quel signore, che ne aveva parlato male, si riempi di confusione e scese egli pure di corsa per andargli a fare le sue scuse, e Don Bosco, col più amabile sorriso, gli disse graziosamente:

                 - Non fa bisogno, non fa bisogno! ma quando vuol criticare qualcuno, stia attento che questi non sia presente ed abbia a sentir quel che dice!...

 

 

4) Lascia il Collegio di Cherasco.

 

                Il Collegio aperto a Cherasco, con licenza della Santa Sede nella casa già dei Somaschi e con convenzione stipulata col Municipio, fin dal primo anno diede a Don Bosco gravi [131] disturbi. Febbri maligne colpivano molti convittori, e il corpo insegnante era scoraggiato. La causa di cotesti malanni veniva attribuita al taglio degli alberi sulle ripe della vicina Stura di Demonte, cosicchè, sul far della sera, per ordine del medico, si dovevano chiudere tutte le finestre.

                Il Municipio negava che il locale fosse malsano, ma i fatti provavano il contrario. Dori Bosco aveva rilevato che bisognava riattare un lungo camerone a sud ovest del collegio e compiere altri lavori di risanamento, e gli venne promesso che tutto si sarebbe eseguito, ma non si fece nulla.

                D'altra parte il Municipio, forse per trovar qualche motivo d'alzar esso pure la voce, prese a ripetere che i nostri dovevano procedere al pareggiamento delle classi ginnasiali, mentre non ne avevano nessun obbligo; e Don Bosco, non ritenendo conveniente rompere la convenzione su due piedi, si rassegnava a tener la direzione del collegio ancor per un anno, e, benchè non fosse affatto contrario al pareggiamento, pregava di lasciar sospese per il momento le pratiche, perchè un altr'anno, se le condizioni sanitarie non fossero migliorate, naturalmente avrebbe dovuto rompere la convenzione e si sarebbe ritirato. E lo scriveva al Sindaco.

 

                               Ill.mo Sig. Sindaco,

 

                il prefetto del Collegio di Cherasco mi ha comunicato che per motivi affatto indipendenti dal Municipio i nuovi lavori progettati non si poterono ancora cominciare. Ora per la stagione alquanto inoltrata non potendosi ciò effettuare prima dell'apertura delle Scuole, crederei bene di trasferire ogni cosa ad altro anno.

                Ragione di questo mio suggerimento si è perchè non si intraprendano spese infruttuose, come forse sarebbero qualora lo stato di igiene non migliorasse l'anno venturo. Ella sa che le febbri in questo anno indussero, avuto consiglio dal medico, all'anticipazione di un mese e mezzo la chiusura delle Scuole. Sebbene i Superiori abbiano cercato ogni modo per diminuirne l'importanza, tuttavia parecchi allievi dimandano di essere altrove traslocati, e non poche delle nuove domande escludono Cherasco adducendo le febbri per unica ragione. Per la stessa ragione sarei di parere di soprassedere dalla pratica del pareggiamento. Dal mio canto però non ho difficoltà di presentare il personale stabilito dalla legge. Ciò sarebbesi già effettuato l'anno scorso scolastico, se non si fossero fatte eccezioni che [132] le Autorità scolastiche ammettono in generale negli stessi collegi governativi; ma si toglierebbero anche le cause di tali eccezioni.

                Del resto, Sig. Sindaco, la prego a persuadersi che io sono animato di tutto buon volere pel buon andamento del Collegio di Cherasco, e con questa assicurazione ho l'onore di professarmi con pienezza di stima,

                Di V. S. Chiar.ma,

                Torino, 7 settembre 1870,

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Durante il nuovo anno scolastico continuarono le insistenze da parte del Municipio perchè si procedesse al pareggiamento delle scuole gì1inasiali, sempre arbitrariamente basandosi sulla convenzione, e due lettere relative a tale questione giungevano al direttore. Don Francesia le rimetteva a Don Bosco, il quale, prontamente, rispondeva al Sindaco, esponendo nettamente come stessero le cose, e, dicendosi pronto anche ad iniziare le pratiche per il pareggiamento, chiedeva un appuntamento per trattarne a voce:

 

                ORATORIO

                DI S. FRANCESCO DI SALES

                TORINO - VALDOCCO

 

                               Ill.mo Sig. Sindaco,

 

                Il Sig. Direttore del Collegio Convitto di Cherasco mi dà comunicazione di due lettere cui mi trovo in dovere di dar pronta risposta.

                Osservo anzitutto sembrarmi che queste lettere portino il nostro contratto fuori del senso della Convenzione. Ivi si dice:” Il contratto col Sac. Bosco esige che gli insegnanti siano patentati e tali da potersi ottenere il pareggiamento”. Per le Elementari sta così, ma pel Ginnasio io non trovo queste formole. Soltanto nell'art. 2° sta scritto: “Il Sac. Bosco provvederà pure insegnanti idonei ed in numero sufficiente per le cinque Classi Ginnasiali “. Qui non si parla nè di patenti nè di pareggiamento. L’art. 3° parla dell'istruzione e questa doversi dare secondo le leggi e la disciplina stabilite dal Ministero. Questa parte credo siasi adempiuta. Si aggiungono le parole: “Io credo che si abbia il diritto di ottenere per le Classi Ginnasiali il pareggiamento “. Queste parole sembrandomi dubbiose, ho voluto chiederne l'interpretazione di persona di molta autorità. Quella mi disse che vogliono essere intese in senso possibile, e che perciò si può pretendere che l'istruzione sia tale che gli allievi siano instruiti in modo da essere in grado di subire l'esame ne' collegi pareggiati.

                Poichè, soggiunge, il solo personale dei Ginnasio di 3a categoria [133] costa oltre a dieci mila franchi; come adunque si possono oltre a questo esigere ancora cinque insegnanti per le Elementari muniti di legale patente con tutte le altre spese annesse e ciò soltanto per la somma descritta nell'articolo 6° di soli dieci mila franchi?”.

                Qualora poi si volesse dare più largo senso alle mentovate parole e intendere che al Sac. Bosco e al Municipio compete il diritto di pareggiare il Collegio ai governativi, allora bisognerebbe stabilire altre basi possibili coll'uso di questo diritto, vale a dire coll'aumento dei numero dei maestri che dovrebbero essere tutti muniti di legali patenti. Per questo motivo si era talvolta invitato il Municipio a differire la pratica sul pareggiamento. Ma dal canto mio non ricuso di prestarmi a tale uopo quanto sarà necessario, previe le opportune intelligenze. E se mi si potrà fissare un giorno farò in modo di recarmi a Cherasco e forse di presenza saranno più facilmente appianate le difficoltà.

                Noto per altro che fin da principio mi sono volontariamente addossati vari pesi per agevolare la pratica presso alla deputazione provinciale, che ho sempre fatto quanto si potè perchè la città fosse soddisfatta, e che sono di minima entità le modificazioni a farsi nell'attuale personale per renderlo pari a quello de' Collegi Governativi. Ciò sarebbesi certamente aggiustato se mi fosse stata fatta regolare risposta quando io proponevo la sospensione dei lavori di costruzione e della pratica pel pareggiamento per timore che lo stato di igiene avesse impedito la nostra continuazione nel Collegio Convitto dì Cherasco.

                La prego di voler dare benevola interpretazione a quanto sopra, e dì credermi coi sentimenti di perfetta stima con cui ho l'onore di professarmi,

                Di V. S. Ill.ma,

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il Sindaco gli fissava l'appuntamento per il 9 marzo, e Don Bosco prendeva parte alla seduta comunale, nella quale si discussero a lungo le due questioni, del pareggiamento e dell'igiene; e, tornato a Torino, due giorni dopo inviava, al Sindaco questa gentilissima dichiarazione:

 

                ORATORIO

                DI S. FRANCESCO DI SALES

                TORINO - VALDOCCO

 

                               Ill.mo Signore.

 

                Il sottoscritto per unico motivo di igiene, che l'anno scorso fu gravemente turbata e che presentemente è purtroppo minacciata, Sarebbe venuto nella spiacentissima deliberazione di ritirarsi dal [134] l'Amministrazione del Collegio Convitto che codesto rispettabile Municipio gli ha voluto benevolmente affidare.

                Ciò sarebbe secondo l'art. 8 della convenzione relativa. Attese le osservazioni fatte nella seduta municipale fissatagli nel giorno 9 del corrente marzo, di buon grado accondiscende di sospendere la definitiva risoluzione, finchè si abbia fatto esperimento se nell'anno corrente lo stato sanitario venisse a migliorare, purchè tale dilazione non rechi danno al tempo utile pel diffidamento.

                Tenute poi nel dovuto conto le lettere al medesimo dal Municipio indirizzate, notifica che qualora si volesse continuare la pratica del pareggiamento avrebbe il personale legale preparato; ma ciò soltanto per quest'anno, perciocchè negli anni successivi non potrebbe continuarlo per la ragione ch'ebbe l'onore di esporre nella onorevole seduta sumentovata.

                In questa dolorosa occasione non può che porgere a nome suo e a nome di tutte le persone addette al Collegio i più ossequenti ringraziamenti per tutti i tratti di speciale benevolenza che i Signori del Municipio, e in generale tutti i cittadini di Cherasco, in più circostanze hanno voluto verso di loro prodigare, nell'atto che si professa,

obbligatissimo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Ma purtroppo le condizioni igieniche divennero subito peggiori dell'anno precedente, nonostante tutti i riguardi che si usavano agli alunni, venendo provvisti di pane sopraffino, vino di buona qualità, e cibi di carne quasi di continuo. Il Municipio tornava ad insistere perchè si venisse alle pratiche del pareggiamento, e Don Bosco, spiacentissimo di non poter fare altrimenti, tornava a confermare la disdetta, e lo pregava a provvedere alla continuazione delle scuole e del convitto nel modo più conveniente:

 

                               Ill.mo Sig. Sindaco,

Torino, 29 luglio 1871.

 

                ho ricevuto la Sua lettera con cui mi comunica l'ordine del giorno di cotesto Municipio intorno al Collegio di Cherasco.

                Avrei avuto bisogno del verbale per poterlo capire ed anche sapere se la mia lettera siasi letta o se ne sia comunicato soltanto il tenore. Perciocchè dal vedere e ripetere quanto riguarda ai maestri, pare che non siasi tenuto conto di quanto a tal uopo ho detto nel Consiglio, e di quanto aveva scritto.

                Ad ogni modo io vorrei ben poter eliminare il motivo dell'igiene [135] della mia disdetta, ma purtroppo i fatti mi si oppongono. Senza altro accennare noto solamente che il giorno precedente alla data di sua lettera fu ordinato l'antifebbrile specifico a tre convittori colpiti dalle febbri; il giorno dopo il prefetto venne a Torino con un allievo da presentarsi all'esame di licenza. Giunti, furono ambedue colpiti da febbre, che li portò fuori di senno per più ore. Pertanto non posso recedere dalla disdetta, che ho già dato e che mio malgrado devo confermare, pregandola di voler provvedere alla continuazione delle scuole e convitto di Cherasco, nel modo migliore che la nota di lei prudenza troverà più opportuno.

                Con vero rincrescimento dei fatto, professo a lei e a tutto codesto Municipio la più sentita riconoscenza per la benevolenza usatami in varie circostanze ed ho l'onore di professarmi,

                di V. S. Ill.ma,

Obbl.mo servitore

Sac Gio. Bosco.

 

                Il Consiglio Comunale, fermo nel dichiarar senza fondamento le ragioni per cui Don Bosco si ritirava dalla direzione delle scuole e del convitto, il 2 settembre, in seduta straordinaria, deliberava all'unanimità “di evocare il prelodato Signor D. Giovanni Bosco nanti i Tribunali competenti affine di ottenere l'adempimento delle obbligazioni colla stipulata convenzione da esso assunta”.

                La citazione fu fatta il 5 settembre, e l'udienza fissata per il 22; e non essendo Don Bosco comparso, venne rinviata al 28; e l'avvocato Giacinto Pipino, a nome e negli interessi di Don Bosco, opponeva:

 

                1. Che il Municipio si era impegnato di adattare il camerone e di costrurre un pozzo e, per quante istanze si siano fatte, il Municipio non provvide mai a tali opere, nè prima nè dopo l'apertura del Collegio.

                2. Che il Municipio di Cherasco e le autorità scolastiche superiori, si mostrarono nei due anni soddisfattissime dell'istruzione impartita in collegio, che tutti i giovani che si presentarono a sostenere gli esami nei ginnasi governativi o pareggiati di Alba, Cuneo e Asti, furono promossi con plauso.

                3. Che D. Bosco, senza averne obbligo provvide ad aprire in Collegio scuole serali gratuite per i giovani di Cherasco per cui ebbe dal Municipio attestazioni di ringraziamento e lode.

                4. Che negli anni 187o e '71 durò pertinace e invincibile in collegio 1Influsso delle febbri intermittenti, dovute allo stato in cui fu [136] consegnato il Collegio, da non presentare altro dormitorio che un lungo camerone a mezzanotte, verso il fiume Stura, con un unico pozzo pure a mezzanotte.

                5. Che i genitori non volevano che i figli fossero posti a dormire in quel dormitorio, e dopo il primo anno li ritirarono.

                6. Che nel 1° anno furono oltre venti i colpiti da febbre, oltre 35 nel 2°, a segno che talvolta non si poteva fare scuola.

 

                Le dichiarazioni deposte dall'avvocato, assunto in difesa, non potevano essere più chiare e convincenti; tuttavia il Tribunale pronunziava il 17 ottobre questa sentenza:

 

                “Non avere il Don Bosco diritto di sciogliere la Convenzione suddetta prima del tempo stabilito, ma essere tenuto ad osservarla per tutto il tempo nella medesima previsto.

                Tenuto conseguentemente il medesimo a provvedere pel prossimo anno scolastico per le Scuole Elementari cinque distinti maestri muniti delle relative patenti e provvedere insegnanti idonei in numero sufficiente per le cinque classi ginnasiali in modo che si abbia il diritto di ottenere per le scuole ginnasiali il pareggiamento alle governative a pena dei danni;

                Ed autorizza il Comune a provvedere alla continuazione del servizio dell’insegnamento del Collegio Convitto a di lui maggiori spese a carico del Sacerdote Bosco

 

                Che fare?

                Don Bosco ricorse in appello, e l'Avv. Pipino, come risulta dall'Atto, presentato in data 12 dicembre 1871, adduceva queste ragioni perchè fosse riformata la sentenza:

 

                Il Municipio, in realtà, non aveva eseguito che poca parte delle obbligazioni assunte pro adattamenti ai locali, onde renderli idonei all'uso cui erano destinati.

                Sul punto dell'igiene, il Municipio aveva tratto in inganno Don Bosco non solo, ma la pubblica autorità e i genitori di tanti paesi ai quali il Municipio aveva rivolto i suoi proclami. Fu il Municipio a far allestire il certificato di salubrità del locale, richiesto dall'autorità scolastica, esso a questa lo trasmise, esso predispose, pubblicò e largamente diffuse il programma in cui è celebrata l'amenità e salubrità del luogo.

                Nei convegni in cui si predispose D. Bosco ad assumere la gerenza del Convitto, tanto il Sindaco quanto i membri della Giunta presenti e particolarmente il Delegato scolastico medico signor Lissone [137] sempre e con insistenza assicurarono D. Bosco perchè non avesse timori sul capitolo della salubrità del locale.

                D. Bosco si propone di presentare testimoni attestanti che in tutto il tempo in cui tenne il Collegio fornì agli alunni ed insegnanti vitto di primissima qualità, pane sopraffino, vino di buona qualità, cibi di carne quasi del continuo, escluse quasi onninamente la verdura e la frutta; e ciò contro quanto la sentenza del Tribunale civile vuol far intravedere, che, cioè, l'infermità lamentata si deve ripetere, non da insalubrità del locale, ma dal difetto nella provvista del cibo e nel trattamento dei giovani.

                La calamità era giunta a segno che i medici, non più sapendo come pararvi, affastellavano ingiunzioni, suggerimenti e consigli, che se potevano essere buoni in sè, non potevano aver subito effetto pratico nè addirsi con un collegio di giovani; quali ad esempio, di fare vasti piantamenti di alberi verso notte, tenere quasi del continuo chiuse le finestre, cioè, fino a mattina tarda ed appena appena sul far della sera, impedire ai giovani la ricreazione nel cortile, obbligarli a portare sempre lana sulla pelle, al mattino nel caffè mettere sempre china in infusione, perchè i giovani non avessero da accorgersene, e simili.

                Le cose erano ridotte al punto che i medici si astenevano dal nominare il chinino nelle loro ricette, o parlando coi giovani, per non impaurirli, e usavano designare il rimedio colle parole „solito specifico”, e fecero in modo che il collegio ne facesse incetta all'ingrosso a Torino.

                Mentre che il Municipio pretendeva che D. Bosco continuasse a tenere aperto quel collegio, non gli aveva ancora pagato l'ultima rata dello stipendio dovuto per l'arino 1871, per modo che D. Bosco attendeva ancora L. 3000 e più, delle quali il Municipio dimenticava di essere debitore.

 

                Di fronte a queste dichiarazioni, le cose si portarono in lungo; e solo oltre due anni dopo, e precisamente il 13 febbraio 1874, la Corte d'Appello “riparando la sentenza del Tribunale Civile di Torino del 12 ottobre 1871” ammettendo „prima di ogni cosa gl'interrogatori e capitoli dedotti dal Sacerdote Bosco”, e poi quelli „dedotti dal Municipio di Cherasco alli N. 6 - 7 - 8 e 9, reietti i primi 5”, delegava „il Pretore di Bra per ricevere gli esami dei testimoni e le risposte del Municipio in persona dei suo Sindaco o di chi ne la le veci”.

                La questione durò ancora; il Municipio pretendeva quello che non poteva pretendere, e Don Bosco non poteva assoggettarsi all'ingiusto. E le trattative proseguirono per [138] lungo tempo, anche in via di corrispondenza fra i patrocinanti, finchè nell'ottobre del 1877 si venne ad un tentativo di amichevole transazione, e, finalmente, ad un accomodamento!...

 

 

5) Accetta il nuovo Collegio di Varazze.

 

                Sul finire del 1870[29], il Cav. Don Paolo Bonora, Prevosto di S. Ambrogio e Vicario Foraneo di Varazze, d'intesa col Sindaco Cav. Antonio Mombello, Regio Notaio, e con l'approvazione di Mons. Giovanni Battista Cerruti, Vescovo di Savona e Principe di Lodisio, aveva invitato Don Bosco ad assumersi la direzione di un Collegio - Convitto in Varazze, dove si stava costruendo un bell'edifizio per le scuole, nella parte più alta della città. La soddisfazione e il plauso di tutti per il Collegio aperto di quell'anno ad Alassio aveva fatto rivolgere il pensiero di quei di Varazze a Don Bosco.

                Questi, nella santa brama d'allargare sempre più il campo di lavoro dei suoi figli, gradì la proposta, tanto più, come abbiam detto, che prevedeva di doversi ritirare da Cherasco; invitò il Prevosto a fare una visita all'Oratorio, e così s'iniziò un carteggio per fissar le basi di una convenzione. Egli assicurò il Prevosto che l'avrebbe compilata al più presto; e, nel frattempo, l'avvocato Bartolomeo Fazio, Delegato Scolastico Mandamentale, dopo averne parlato con Don Bonora, gettava per il primo le basi della convenzione, e consegnava lo scritto al Prevosto, il quale, confidenzialmente, lo comunicava a Don Bosco.

 

Varazze, 26 gennaio 1871.

 

                               Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Appena ricevuta la car.ma sua con cui si compiace annunziarmi avrebbe presto mandato un progetto, mi occorse dover conversare con questo sig. Avvocato Fazio Delegato Scolastico Mandamentale intorno all'impianto di questo Collegio - Convitto, ed in seguito alle idee reciprocamente scambiatesi, mi ha ora egli mandato un suo piano generale, che qui Le compiego confidenzialmente nel caso [139] giungesse ancora in tempo, e la S. V. credesse valersene pel suo progetto, che attendo. Nel farmi la trasmissione del quale, siccome io dovrò comunicare ogni cosa al Sindaco, così la prego di non fare in alcuna maniera menzione di tale piano, onde ovviare qualsiasi suscettibilità potesse insorgere, ma piuttosto segnarmi in un foglio a parte quanto potesse meglio ravvisare al riguardo. Certo che il piano dell'Avvocato Fazio è il più corrispondente ai bisogni locali e generali della Liguria, ma ci vuole del tempo per attuarlo; come sarebbe desiderabile l'impianto del Ginnasio, che è nei desideri delle poche famiglie facoltose di qui, e di Mons. Vescovo. Quello che pare assolutamente indispensabile pel venturo anno scolastico sono le quattro Classi Elementari, e le Scuole corrispondenti agli tre anni del Corso Tecnico.

                La ringrazio di tutto cuore della gentile sua offerta ed invito, dolente di non potere per ora profittarne, ma quod differtur non aufertur.

                Io sto sempre in attesa de' suoi graziosissimi cenni, e di qui goderla, nell'atto che raccomandandomi alle sante di Lei orazioni e de' suoi alunni, godo ripetermi colla massima stima e riconoscenza,

                Della S. V. Rev.ma,

Umil.mo Obbl.mo Dev.mo Servitore

Bonora Paolo Prevosto.

 

                L'accluso memoriale diceva così:

 

Di Varazze, 26 del 1871.

 

                               Mio Rev. sig. Cav. Bonora Paolo,

                Can. Prev. dell'insigne Chiesa Matrice di S. Ambrogio di questa città,

 

                Dalla conversazione ch'Ella ebbe la bontà di venire a farmi in mia casa in una di quest'ultime scorse sere mi sono convinto una volta di più, che V. S. è un buon amico dell'insegnamento popolare; ciò mi fu di vero conforto. Però è giuocoforza intenderci bene su tale punto, a scanso di equivoci.

                L'istruzione popolare una volta poteva essere ben diversa da quel che é adesso, e adesso pure può variare da paese a paese. Ai valdostani p. e. poco importa conoscere in via principale della nautica e delle costruzioni navali; non così i Liguri, i quali tutta la loro esistenza l'hanno sul mare; ora dunque un Collegio agricolo o scientifico non potrebbe essere stabilito convenientemente in una città della Liguria, se se ne esclude Genova.

                E per Varazze poi quali sarebbero le scuole meglio appropriate a lei?

                Varazze, che non fu mai il Vicus Virginis dei Romani, come gratuitamente [140] piacquesi di asserire lo Spotorno (d'altronde eruditissimo uomo), e fu invece l'ad Navalia (avesse o non avesse innanzi il vocabolo Hasta, di greca ed alterata provenienza), non ismentì mai a se stessa, e fu sempre la città dei bastimenti, dei marinai, dei navigatori e dei commercianti; ed Ella può farmene testimonianza che qui si parla tuttavia dei viaggi d'America e degli Oceani, come a Genova dì fare una gita su per la Polcevera, ed a Torino di visitare Moncalieri, Superga o la Madonna del Pilone. Per Varazze adunque ci vuole un Collegio Commerciale - Nautico.

                Con questo non voglio già dire che il Collegio varazzino non possa avere anche la parte classica; sarebbe mio vivissimo desiderio che potesse avere almeno il Ginnasio; ma il Municipio deve chiedere innanzitutto scuole commerciali e nautiche. E tale ritenga è il parere di questa Commissione scolastica, della quale ho l'onore di far parte.

                Ella mi domanderà: ma che cosa intendete per Collegio Commerciale - Nautico?

                La servo subito. A Varazze fa bisogno un insegnamento organizzato sulla base di quello che impartiscesi nel Collegio - Convitto di Nervi presso Genova, più, se possibile, il Ginnasio. Abbisognano per .conseguenza le scuole Elementari, le Tecniche, e dell'Istituto Tecnico la parte almeno che riguarda il Commercio, i Capitani di mare e le Costruzioni navali.

                È naturale il dire che tutto ciò non fa adesso di bisogno; ci mancherebbero gli alunni del Comune; ma siccome è questione di organizzare, ci corre obbligo di organizzare in questo senso.

                Ella, che conosce bene la Liguria, saprà meglio di me come tuttora difettiamo di un vero Collegio Commerciale: i nostri figli e fratelli che vogliono esercitare l'arte de' nostri padri e tutta nostra, il Commercio, per essere abilitati a raggiungere una patente, o, se le piace, un diploma, sono obbligati d'andare a Nizza, a Zurigo, a Londra per difetto di convenienti scuole, e ci vanno. Caro Lei; è inutile farsi illusione: la Società si trasforma, si è creata dei nuovi bisogni, e noi non possiamo contrariarla in tutto ciò che di giusto e vantaggioso vuole. È forse il Commercio ingiusto, avvilente o dannoso?

                Cominciamo adunque a colmare questo vuoto. Fondiamo un Collegio Commerciale in modo da poterlo poi ampliare e farlo rispondere alle giuste brame dei nostri popoli e soddisfare le esigenze delle nostre famiglie; si persuada, ciò facendo, la Religione, la Famiglia, la Patria e l'Economia istessa ci saranno riconoscenti.

                E con ciò ho manifestato le mie idee: Ella le apprezzi per quel che crede, ma nel giudicarle studi bene e senza illusioni la Società contemporanea.

                Ho infine l'onore di protestarmi

il sempre suo Dev.mo

Gio. Bartolomeo Fazio. [141]

 

                Don Bosco, ricevuta la lettera del Can. Bonora e il memoriale del Delegato Scolastico, annuendo nella miglior maniera ai desideri in questo espressi, non tardava a compilarlo per suo conto e ad inviarlo al Prevosto.

 

Progetto per un Collegio Convitto nella città di Varazze.

 

                1° - Il Sacerdote Giovanni Bosco si obbliga per sè e pe' suoi eredi di aprire un Collegio Convitto nella città di Varazze, e di somministrare l'istruzione Classica Ginnasiale ed Elementare tanto ai giovanetti cittadini quanto ai forestieri che ci volessero prendere parte.

                2° - Il medesimo Sacerdote Bosco provvederà quattro maestri per le Classi Elementari muniti di patenti; e provvederà pure insegnanti idonei ed in numero sufficiente per le Classi Ginnasiali. Oltre di che provvederà al Corso Tecnico coll'insegnamento della Lingua Italiana, della Geografia e dell'Aritmetica, del Sistema Metrico Decimale e del Disegno in modo ripartito nelle classi Ginnasiali che corrisponda a quello che in tali rami scientifici vien dato nel Corso Tecnico e Classico, senza che il Sacerdote Bosco sia obbligato ad aggiungere altri Maestri oltre a quelli stabiliti per le Classi del Ginnasio.

                3° - L'istruzione delle Classi Elementari e Ginnasiali sarà fatta secondo le leggi, e la disciplina stabilita dai programmi del Ministero per la pubblica istruzione.

                4° - Tutte le spese del suppellettile pel Convitto saranno a carico del Sacerdote Bosco; il Municipio per altro come proprietario ed in conformità del prescritto dell'art. 1604 del Codice Civile Italiano si obbliga:

                1° A tutte le riparazioni che sono necessarie all'uso ed alla conservazione dell'edifizio, e dei locali annessi.

                2° A provvedere, e mantenere nelle scuole tanto elementari che Ginnasiali la suppellettile, e le altre cose necessarie delle quali conserverà la proprietà.

                5° - Il Municipio si obbliga di pagare al Sacerdote Bosco Giovanni pel personale insegnante delle Scuole Elementari e di tutto il corso Classico Ginnasiale fino alle due Rettoriche inclusivamente lire dodicimila, oltre la cessione a di lui favore del provento Minervale di cui è cenno più sotto.

                6° - Il Municipio si obbliga inoltre di corrispondere allo stesso Sacerdote Bosco un premio di lire dodicimila per le spese sì di primo impianto e successivo mantenimento del Convitto.

                7° - Il presente contratto avrà la durata di anni cinque, e s'intenderà rinnovato ove da una parte non sia stata disdetto cinque anni prima. [142] Accadendo che per forza maggiore dovesse sciogliersi il contratto entro il primo quinquennio il Sac. Bosco rimborserà al Municipio la rata che corrisponde alla somma di franchi 12 mila, divisa in cinque rate, quali egli rimborserà in tante rate quanti saranno gli anni decorrendo fino al compimento del quinquennio.

                8° - Verificandosi il caso che il Municipio di Varazze volesse completare i rami dell'insegnamento Tecnico, aggiungere il Corso Tecnico ed anche il Liceo, il Sac. Bosco aumenterà il numero degli insegnanti in ragione del bisogno e secondo il prescritto dalle leggi, previe però le debite intelligenze col Municipio intorno agli stipendii per gli insegnanti da aggiungersi.

                9° - Il Municipio concede al Sacerdote Bosco l'uso del locale del Collegio per la Scuola, pel Convitto, col cortile e giardino annesso.

                10° - Per le Classi Ginnasiali resta stabilito d'accordo delle parti un Minervale secondo le leggi sull'insegnamento da imporsi agli alunni, designato dal Sacerdote Bosco, cioè per le due Rettoriche il massimo non potrà eccedere le lire trenta, e per le Grammatiche le lire ventiquattro.

                Gli alunni Varazzini poi godranno di una riduzione, cioè il massimo per le due Rettoriche si fissa in lire venti e per le Grammatiche in lire sedici. Gli alunni poveri, tali riconosciuti dalla Giunta Municipale, ne sono esenti.

                Il Municipio ne procurerà l'esazione mediante apposito Ruolo per mezzo dell'Esattore.

                I convittori del Collegio, e indistintamente tutti gli Allievi delle Classi Elementari e del Corso Tecnico, andranno esenti dal Minervale.

                11° - Si dichiara lecito a tutti gli alunni esterni di frequentare i singoli rami di insegnamento che si darà ai Convittori con che si uniformino alla disciplina ed agli Orari in ciascuna Classe stabiliti.

                12° - Nei provvedimenti che riguardano alla moralità ed all'istruzione religiosa il Municipio si rimette alla prudenza del Sacerdote Bosco, e del sig. Parroco del distretto in cui trovasi il Collegio.

                13° - La Direzione e l'Amministrazione del Collegio - Convitto e delle Scuole è totalmente affidata al Sac. Bosco, ma colla dipendenza delle Autorità Scolastiche Governative e specialmente del Delegato Mandamentale secondo il prescritto delle vigenti leggi sulla pubblica istruzione. Egli però accetterà colla massima gratitudine qualunque avviso o consiglio che il Sindaco od i Signori del Municipio giudicassero necessari pel vantaggio scientifico morale e sanitario della località delle scuole, e degli allievi che ivi intervengono, delle quali cose parò si tratterà col Sacerdote Bosco o con chi lo rappresenta nel Collegio - Convitto di Varazze.

                14° - Le scuole saranno aperte al principio dell'anno scolastico 1871 - 72,  [143]

                Il Prevosto consegnò il Progetto al Sindaco, e questi, l'8 febbraio, lo comunicava alla Giunta Municipale, la quale, in linea di massima, l'accoglieva favorevolmente, e di quel dì medesimo il Can. Bonora scriveva a Don Bosco:

 

Varazze, 8 febbraio 1871.

 

                                Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Questo Sig. Sindaco è venuto all'istante ad annunziarmi che ha sottomesso oggi all'esame della Giunta Municipale il Progetto inviatomi dalla S. V. Stimat.ma, e che ove il programma degli studi, oltre l'elementare abbracci il corso ginnasiale e quello tecnico da darsi questo insieme al ginnasiale con tutte le materie prescritte, esso è stato in massima accettato. Aggiunse il prefato sig. Sindaco che rimangono alcune particolarità sulle quali è necessario discutere e concertare di presenza. Segnatamente mi disse che fece un po' viva impressione alla Giunta il pagamento di IL. 12.000, per le spese d'impianto dei Convitto alle condizioni nel Progetto annunziate. Ma io penso che colle spiegazioni che fornirà la S. V., e qualche agevolezza, occorrendo, si potrà sormontare questa difficoltà ed altre. Veda Ella pertanto che urge la di Lei qui venuta, ed io caldamente Le raccomando di effettuarla al più presto, tanto più che il fabbricato s'avvicina alla copertura del tetto, ed io avrei raccomandato l'aggiunta d'un piano, il che sicuramente si eseguirebbe, se la S. V. definitivamente s'intendesse col Municipio.

                In attesa pertanto di presto ossequiarla di presenza Le rinnovo la mia debole servitù, nell'atto che ho il bene di raffermarmi con pienezza d'ossequio,

                Della S. V. Ill.ma e Rev.ma,

Umil.mo Dev.mo Obbl.mo Servitore

Prevosto Bonora paolo.

 

                P. S. - Le sarò assai grato se vorrà avere la bontà di segnarmi il giorno e l'ora del suo arrivo. Saprà che per causa dell'interruzione della ferrovia tra Voltri e Prà, abbiamo momentaneamente qui due soli arrivi giornalieri da Sampierdarena, cioè l'uno verso il mezzogiorno, e l'altro verso le ore sei di sera.

 

                Purtroppo non abbiamo sott'occhio nessun altro scritto di Don Bosco intorno a queste pratiche, ma dalla corrispondenza da lui conservata possiamo esattamente comprendere come agi in questa fondazione, e ci par doveroso e conveniente [144] intrattenerci ancora un po' su di essa, per conoscere sempre meglio l'attività e la prudenza dell'amatissimo Padre.

                Il Prevosto tornava a scrivergli:

 

                Varazze, li 18 febbraio 1871.

                               Rev.mo Signore,

 

                Mi fu di grande consolazione la gratissima sua con cui si compiace annunziarmi il di Lei arrivo, e suoi compagni, pel primo giorno della ventura quaresima. Non essendovi probabilità per ora che vengano attivate tutte le corse portate dall'Orario della ferrovia, perciò giusta quanto Ella mi dice, credo che giungerà qui dopo le ore sei pomeridiane, ed io sarò ad attenderli alla stazione.

                Nella speranza che colla divina benedizione il tutto abbia a procedere colla corona di ottimo risultato, mi rinnovo colla massima cordialità,

                Della S. V. Rev.ma,

Umil.mo Dev.mo Servitore

Bonora Paolo Prevosto.

 

                P. S. - Le condizioni di Alassio essendo identiche alle nostre, parmi ben fatto che Ella porti con sè copia della Convenzione conclusa con quel Municipio.

 

                Don Bosco non tardò a recarsi sul luogo, con l'economo Don Savio. Giunse a Varazze il primo giorno di quaresima, 22 febbraio, e il Prevosto che l'attendeva alla stazione, lo volle suo ospite insieme col compagno.

                Dopo ripetuti colloqui col Sindaco sui particolari della convenzione, questi l'assicurò che l'accordo non sarebbe stato difficile. Don Savio, visitata la nuova costruzione, osservava che non s'era pensato alla cappella, e il Sindaco gli disse che ad essa verrebbe destinata un'ampia sala a pian terreno.

                S'era chiesta ed ottenuta la dovuta licenza per fare la costruzione sul terreno che prima apparteneva al vicino Convento dei PP. Cappuccini; ma siccome il Sindaco faceva conto di servirsi della pubblica chiesa di quei religiosi per la congregazione festiva degli alunni esterni e fare cosi una specie di Oratorio festivo, Don Bosco fece una scappata a Genova per ossequiare il Padre Provinciale e sentir il suo parere sulla proposta. Il P. Provinciale era fuori di città, per cui, tornato a Varazze, ne parlò direttamente col P. Guardiano [145]; e siccome questi gli fe' capire che non ne sarebbero stati tanto contenti, disse chiaro al Sindaco che non avrebbe mai fatto cosa spiacevole a quei Religiosi.

                Nella gita che fece a Genova, non ci consta se fu ospite del Can. Canale, o di Don Caprile, Prevosto della Parrocchia Gentilizia di S. Luca, presso i quali soleva sempre ospitare; ma sappiamo che tra le altre visite che fece, si recò a ringraziare la Marchesa Giulia Centurione, nata Marchesa Diario Sforza, per l'invito che gli aveva fatto il 28 dicembre 1870; e la buona signora divenne una delle sue devote benefattrici.

                Tra le visite che ricevette è doveroso ricordare quella di due signori della Conferenza particolare di S. Vincenzo de' Paoli della Parrocchia dei Diecimila Crocifissi, il Presidente Giuseppe Prefumo e Domenico Varetti, i quali, ammirati del bene che il Santo compiva a Torino a pro' della povera gioventù, l'invitavano ad aprire allo stesso scopo un istituto in Genova.

                Egli osservava che per compiere una simil opera, era necessario trovare i mezzi e un luogo adatto, e quei bravi signori gli promisero di adoperarsi volentieri all'uopo, quindi, dopo averli encomiati, li incoraggiò, assicurandoli che li avrebbe assecondati cordialmente.

                Il mese dopo, il 23 marzo, il Consiglio Municipale di Varazze deliberava ad unanimità di aprire il Collegio sotto la direzione di Don Bosco; e il fratello stesso del Sindaco, Can. Domenico Mombello, glie ne dava la prima notizia.

 

Varazze, 23 marzo 1871.

 

                               Molto Rev.do Signore,

 

                Mi affretto a darle la buona nuova, che in questo momento finalmente venne deliberato da cotesto Consiglio Municipale ad unanimità l'impianto e direzione del Collegio a V. S. M. Ra. La consolazione che io provo in questi momenti non glie la posso esprimere. Il demonio per mezzo dei suoi ministri avea cercato di subornare, ma io ogni cosa aveva posto in mani della divina Provvidenza, il Signore sapea le mie intenzioni, e mi ha esaudito: anzi pregai caldamente S. Giuseppe, e nel decorso di sua novena, ed in modo speciale nel giorno della sua festa all'altare dove si venera sua divota imagine nel S. Sacrifizio della Messa con novello fervore gli avea raccomandato [146] questa pratica che conoscea di molta importanza; anzi se debbo dirle in verità ne temea assai.

                Io di tutto cuore ne ringrazio il Signore Iddio, e prego in pari tempo la S. V. M. Ra a fare il possibile, perchè tutto quello che dipende da lei possa avere il suo compimento. Al momento non posso darle altro dettaglio particolare intorno alla pratica, ed è che il Consiglio ha annuito perfettamente a tutto quello che a voce Ella si era posto d'accordo con mio fratello, nell'ultima sera della sua dimora costì.

                Mi rincrebbe assai di non aver più avuto il contento di vederla prima della sua partenza, come era mio desiderio, ma spero che non tarderà il momento che ci rivedremo. Non mi dilungo più perchè è l'ora della partenza postale; prego a far gradire i miei saluti al degnissimo di lei R.do Economo Generale, e nel parteciparle la buona novella passo a dirle, voglia ancor ella unirsi a noi assieme per ringraziare il Signore Iddio che per intercessione di S. Giuseppe si sia degnato concederci sì segnalato favore.

                Sulla speranza pertanto di presto rivederla, con distinta stima, ed alta considerazione, mi dichiaro

                Della S. V. M. R.,

                di volo,

Devot.mo ed Osseq.mo Servitore

Can.co Domenico Mombello.

 

                Le pratiche procedettero a meraviglia.

                Il 6 aprile il Sotto - Prefetto del Circondario di Savona rendeva esecutoria la deliberazione del Consiglio Comunale di Varazze; ed il Sindaco, immediatamente, in via ufficiosa, ne dava comunicazione a Don Bosco insieme con i particolari più interessanti che sarebbero stati inseriti nel Capitolato ufficiale, di cui veniva affidata la compilazione all'Avv. Commendatore Maurizio Giovanni.

 

                CIRCONDARIO DI SAVONA

                CITTÀ DI VARAZZE

                N° 357 del Copialettere

                OGGETTO

                Accettazione dei Collegio Convitto

 

Varazze, 7 aprile 1871.

 

                Questo Comunale Consiglio in seduta 23 marzo ultimo scorso ha deliberato in via di massima quanto segue:

                1° - Di affidarsi la direzione e l'esercizio del Collegio - Convitto al Sacerdote Signor Don Bosco Giovanni, coll'obbligo al medesimo di darvi gli insegnamenti delle scuole elementari maschili, del corso [147] tecnico completo, e del corso ginnasiale pure completo, il tutto a termini dei Regolamenti e programmi Governativi esistenti e che venissero stabiliti in seguito, nonchè sotto l'osservanza delle condizioni che saranno determinate in apposito Capitolato a deliberarsi dal Consiglio.

                2° - Di accordarsi al Sacerdote Don Bosco l'annua somma di lire Dodicimila a titolo di stipendio del personale insegnante le scuole anzidette.

                3° - Di accordarsi pure al detto Don Bosco il premio di lire Dodicimila per la provvista di mobili occorrenti al detto Collegio, la quale somma gli verrà pagata in due rate eguali, la prima all'epoca dell'apertura del Collegio, e la seconda nell'anno successivo, coll'obbligo però allo stesso Don Bosco di dover restituire al Municipio senza compenso alcuno, tanti mobili ad uso del detto Collegio che abbiano un valore di lire Seimila, da accertarsi mediante perizia ognora che, per qualunque circostanza prevista od imprevista alla scadenza del primo decennio, o prima, avesse a cessare il contratto che con lui verrà stipulato; e nel caso la cessazione del contratto si verificasse oltre il primo decennio, coll'obbligo invece di fare tale restituzione fino alla concorrenza soltanto di un valore di lire quattromila.

                4° - Di stabilirsi che la durata del contratto a stipularsi col detto Don Bosco sarà di anni cinque, e che non seguendo disdetta quattro anni prima della scadenza, si intenderà tacitamente rinnovato per un altro quinquennio.

                5° - Di incaricarsi la Giunta Municipale a formare il capitolato delle condizioni del contratto a stipularsi col summentovato Don Bosco, aggiungendo alle suaccennate tutte quelle che riconoscerà opportune; e di autorizzarsi la medesima a valersi dell'opera del Sig. Avv.to Commendatore Maurizio Giovanni per la compilazione di esso Capitolato, il quale dovrà quindi essere rassegnato al Comunale Consiglio per le sue deliberazioni.

                La preaccennata deliberazione del Comunale Consiglio essendo stata resa esecutoria dal Signor Sotto Prefetto di questo Circondario il 6 corrente aprile, il sottoscritto si affretta di darne partecipazione al sullodato Don Bosco a sua opportuna norma; e gli significa in pari tempo essersi da questo Municipio già dato incarico al Commendatore Sig. Avv.to Giovanni Maurizio, di preparare al più presto possibile uno schema del suddetto capitolato, incarico che ben volentieri venne da lui accettato.

                Vi è a sperare che tale schema sarà tra pochi giorni allestito, e si riserva lo scrivente, non appena perverrà a questo Municipio, di invitare il prefato Signor Don Bosco ad un'adunanza di questa Giunta Municipale per discuterlo, e mettersi d'accordo sul medesimo prima di rassegnarlo al Comunale Consiglio per le sue deliberazioni. [148] Pregiasi intanto lo scrivente di riaffermare al prefato Don Bosco i sensi della sua più distinta stima e considerazione.

 

Il Sindaco

A. Mombello

                               Molto R.do Signor Don Bosco Giovanni, Torino.

 

                Appena il Capitolato fu allestito, ne fu inviata copia a Don Bosco, con preghiera d'intervenire all'adunanza della Giunta Municipale, “per mettersi d'accordo sul medesimo prima di rassegnarlo al Comunale Consiglio per la sua deliberazione”.

                Non sappiamo se Don Bosco sia tornato a Varazze, ma abbiamo una copia del capitolato (con varie correzioni ivi apposte dal Santo) e ne riportiamo esattamente l'originale:

 

                Capitolato fra la Città di Varazze ed il Sacerdote Don Giovanni Bosco, proposto dalla detta Città al prelato Sac. Bosco in base alla Deliberazione del Consiglio Comunale del 23 marzo 1871.

 

                1° Il Sacerdote Giovanni Bosco si obbliga di aprire un Collegio Convitto nella Città di Varazze e di somministrare l'istruzione classica, ginnasiale, tecnica ed elementare tanto ai giovanetti cittadini quanto ai forestieri che volessero approfittarne.

                Nel caso di morte del Sacerdote Bosco gli eredi saranno obbligati ad osservare l'obbligazione assunta dal loro autore; però il Direttore che dovrà surrogare il detto Sac. Bosco dovrà essere di aggradimento del Consiglio Comunale di Varazze.

                2° Il Sac. Giovanni Bosco provvederà i maestri in numero sufficiente per gli insegnamenti sopraindicati, i quali dovranno essere approvati dalle Autorità Scolastiche a termini dei vigenti Regolamenti.

                3° L’istruzione sarà fatta secondo le leggi e le discipline in vigore ed a termini dei programmi ufficiali.

                4° Sarà in facoltà del Municipio di Varazze di promuovere il pareggiamento delle scuole Ginnasiali e Tecniche, ed il D. Bosco si obbliga a stabilire dette scuole in condizione tale da poter ottenere il detto pareggiamento.

                Ciò non esclude che il D. Bosco possa servirsi dei maestri stessi, tanto per un insegnamento che per l'altro, purchè non avvengano inconvenienti a detrimento dell'istruzione e della disciplina.

                5° Tutte le spese di suppellettile per il Convitto saranno a carico del Sacerdote Bosco; il Municipio per altro, come proprietario ed in conformità del prescritto dell'Art. 1604 Codice Civile Italiano, si obbliga: [149]

 

                A) a tutte le riparazioni che sono necessarie all'uso ed alla conservazione dell'edifizio e dei locali annessi, esclusa però quella parte destinata al Convitto ed abitazione dei maestri e dipendenti.

                Per quanto riflette questa parte dell'edifizio le riparazioni di piccola manutenzione saranno a carico del D. Bosco, il quale avrà il diritto di farsi indennizzare da coloro che potessero aver dato causa alle stesse.

                B) A provvedere e mantenere nelle scuole tanto elementari che ginnasiali la suppellettile e le altre cose necessarie, delle quali ne conserverà la proprietà.

                6° Il Municipio si obbliga di pagare al Sac. D. Gio. Bosco:

                A) La somma di lire italiane duemila cinquecento (L. 2500) per il personale delle scuole elementari.

                B) La somma di lire italiane novemila cinquecento (L. 9500) per il personale delle scuole ginnasiali e tecniche.

                Oltre la cessione a di lui favore del provento minervale di cui è cenno più sotto.

                Il Municipio si riserva i sussidi che potesse ottenere tanto dalla Provincia che dal Governo, come da qualunque siasi altra istituzione pia, essendochè, se si è assunto di pagare la complessiva somma di lire italiane dodicimila, è in vista dei rimborsi che potrebbe in qualche parte ottenere col mezzo dei suindicati sussidi.

                Resta però convenuto che ove per il pareggiamento delle scuole di già sopramentovato il Municipio venisse a conseguire maggiori sussidi, questi in allora cederanno per metà al D. Bosco.

                7° Il Municipio si obbliga inoltre a corrispondere al Sac. Bosco un premio di lire dodicimila (L. it. 12 mila) per le spese di primo impianto che successivo mantenimento del Convitto.

                Questa somma sarà pagata all'apertura del Convitto per metà, e nell'anno successivo per l'altra metà.

                8° Il presente contratto avrà la durata d'anni cinque, e si intenderà rinnovato per altri anni cinque ove da parte del Municipio non sia data disdetta prima dello spirare del primo anno.

                Accadendo che il contratto fosse sciolto, compiuto il decennio, il D. Bosco dovrà restituire la somma di lire italiane Seimila (L. it. 6000) in denari o mobilia ad uso di Convitto da accertarsi mediante perizia.

                Se poi il contratto fosse sciolto prima che si compisse il primo decennio, allora il D. Bosco dovrà restituire in denari od in mobilia come sopra la detta somma di lire italiane dodicimila (L. 12000) divisa in dieci rate uguali, che rimborserà in altrettante rate quanto saranno gli anni decorrendi fino al compimento del decennio; e ciò sia che avvenga per forza maggiore che per altra causa qualsiasi.

                9° Il Municipio concede al Sac. Bosco in senso di quanto si è già convenuto superiormente l'uso del locale così detto del Collegio [150] costrutto recentemente per le scuole e per il Convitto col cortile e giardino annesso.

                10° Le Minervali non potranno essere maggiori di L. it. 30 per le due rettoriche e di L. it. 24 per le grammatiche.

                In quanto alle scuole tecniche i contraenti si rimettono ai Regolamenti in proposito. Però gli alunni di Varazze godranno di una diminuzione del terzo.

                Si riserva la Giunta Municipale di esentare gli alunni veramente poveri e che sieno di ottima condotta.

                I Convittori del Collegio e tutti gli allievi delle Classi Elementari non potranno essere sottoposti a veruna minervale.

                11° Sarà lecito a tutti gli alunni esterni di frequentare i singoli rami di insegnamento che si darà ai convittori.

                12° Nei provvedimenti che riguardano la moralità si rimettono le parti ai vigenti regolamenti; in quanto poi alla istruzione religiosa il Municipio si rimette alla prudenza del Sac. Bosco.

                13° La Direzione e l'Amministrazione del Collegio Convitto nonchè la Direzione delle Scuole tanto ginnasiali che tecniche come anche delle Elementari è affidata al Sac. Bosco, colla dipendenza però dalle Autorità Scolastiche secondo il prescritto delle vigenti leggi.

                In quanto poi alle scuole Elementari nulla si intende derogato in quanto dispone la legge in ordine alle attribuzioni del Municipio.

                14° Le scuole saranno aperte al principio dell'anno scolastico 1871 - 72, secondo il Calendario Scolastico.

                15° Il Municipio si riserva di approvare l'orario delle scuole che dovrà essere proposto da Don Bosco.

                Come pure di mandare un suo Commissario ad ispezionare le stesse e ad assistere agli esami finali del corso, nonchè agli annuali, quando ciò credesse conveniente.

 

                Le correzioni del Santo furono queste:

                Nel primo articolo, ove si diceva „Nel caso di morte del Sacerdote Bosco”, cancellò il periodo „il Direttore che dovrà surrogare il detto Sac. Bosco dovrà essere di gradimento del Consiglio Comunale di Varazze”.

                Nel terzo articolo, ove si diceva che l'istruzione sarà fatta secondo la disciplina ed i termini dei programmi ufficiali, aggiunse „stabiliti dal Governo per le pubbliche scuole”.

                Quindi aggiunse questa specificazione: „Il corso tecnico sarà fatto Presso a poco secondo il Progetto Governativo di fusione dei due corsi tecnico e ginnasiale, cioè: aritmetica, sistema metrico, geografia, lingua italiana, storia, siano li stessi come nel corso ginnasiale dimodochè saranno esauriti contemporaneamente [151] le materie anche del corso tecnico col corso ginnasiale. Per completare quello che è più essenziale nel corso tecnico vi saranno inoltre lezioni di francese e di disegno dimodochè nel quinquennio classico siano pure esaurite le materie spettanti a questi rami del corso tecnico”.

                Soppresse la dichiarazione che gli era permesso di servirsi degli stessi maestri tanto per un insegnamento che per un altro, senza detrimento della istruzione e della disciplina come si leggeva nell'Articolo 4°.

                Nell'Articolo 5° A radiò l'esclusione delle spese necessarie per l'uso e la conservazione degli edifizi, alla parte destinata al Convitto ed all'abitazione dei maestri e dei loro dipendenti, pur dichiarando di assoggettarsi alle piccole spese necessarie per le piccole riparazioni di tutta la parte destinata al Convitto.

                All'Articolo 6° B, ove sono specificate le somme che il Municipio darà a Don Bosco, apponeva questa aggiunta: „Qualora per altro si volesse promuovere e si ottenesse il pareggiamento, il Municipio eleverebbe lo stipendio del personale nei tre corsi alla somma stabilita dalla tabella annessa alle leggi della Pubblica istruzione per la terza categoria delle scuole urbane”.

                Quindi cancellava ed apponeva un punto interrogativo al tratto dell'Articolo 8°, ove si dice della restituzione di lire italiane 6000, qualora accadesse che il contratto si sciogliesse compiuto il decennio.

                Nell'Articolo 10° circa la riserva fatta alla Giunta Municipale di esonerare dal minervale gli alunni veramente poveri e che sieno di ottima condotta, specificava: „gli alunni che riconoscansi veramente poveri e commendevoli per ingegno e buona condotta”.

                In ossequio all'Autorità ecclesiastica locale modificava pure l'Articolo 12° così: „Nei Provvedimenti che riguardano la moralità e l'istruzione religiosa il Municipio si rimette alla Prudenza del Sac. Bosco ed al Sig. Vicario della Parrocchia nel cui distretto esiste il Collegio”.

                Anche nell'Articolo seguente, relativo alla dipendenza del Collegio Convitto dalle autorità scolastiche, aggiungeva: „e [152] segnatamente del delegato scolastico mandamentale”, togliendo l'ultimo periodo.

                Nell'ultimo Articolo modificava l'ultimo periodo ponendovi che il Municipio poteva „pure mandare un suo incaricato ad assistere agli esami mensili nonchè agli esami finali, quando ciò credesse conveniente”.

                Le osservazioni e le correzioni di Don Bosco vennero quasi tutte ammesse nell'esemplare definitivo, che il 5 giugno venne approvato dal Consiglio Comunale, e il 12 luglio dal Consiglio Provinciale Scolastico.

                E il Sindaco ne dava ragguaglio a Don Bosco, assicurandolo, che appena avrebbe avuto notizia ufficiale dell'approvazione, gli avrebbe inviato due copie dell'atto perchè le sottoscrivesse.

 

                CIRCONDARIO DI SAVONA

                CITTÀ DI VARAZZE

                Oggetto

                Collegio Convitto

 

Varazze, li 14 luglio 1871.

 

                Il Sig. Commendatore Avv. Gio. Maurizio mi diede avviso che il Consiglio Comunale Provinciale Scolastico in seduta 12 corrente luglio approvò il Capitolato votato da questo Comunale Consiglio li 5 giugno n. s. in base del quale devesi stipulare fra questo Municipio e la S. V. Molto Rev.da il Contratto relativo alla direzione e all'esercizio a Lei affidato del Collegio - Convitto da aprirsi in questa città.

                Mi affretto quindi colla più viva compiacenza dì parteciparle quanto sopra onde Ella possa frattanto prendere le sue disposizioni per l'apertura del Collegio - Convitto in principio del prossimo anno scolastico.

                Mi riservo tosto che riceverò notizia ufficiale dell'approvazione suddetta di inviarle per la di Lei soscrizione due esemplari del Contratto, uno dei quali per rimanere nelle sue mani e l'altro da restituirsi a questo Municipio.

                Pregiomi intanto di riaffermarmi co' sensi della più profonda stima e considerazione,

                Di V. S. Molto R.da,

Dev.mo Obbl.mo Servitore

Il Sindaco

Mombello. [153]

 

                Anche il Prevosto, pieno di giubilo per la riuscita dell'affare, dandone notizia al Santo, l'invitava a recarsi a Varazze per la sottoscrizione dell'atto, ma a quanto pare Don Bosco non vi andò, essendo stato preavvisato dal Sindaco che gli verrebbe trasmesso l'Atto a Torino.

Varazze, li 15 luglio 1871

                               Amat.mo mio Signore,

 

                Questo Sig. Sindaco mi disse d'avere ragguagliato la S. V. C.ma che il Consiglio Provinciale Scolastico con Deliberazione in data 13 corrente ha pienamente approvato l'Ordinato Municipale di affidare il Neo - Collegio - Convitto alla savia direzione di V. S. Stimat.ma.

                Rimane ora pertanto ch'Ella abbia la bontà di qui venire per la stipulazione ossia firma dell'atto, ed io sono a pregarla acciò voglia compiacersi ciò effettuare al più presto possibile. La prego altresì di far annunziare l'apertura del Collegio - Convitto in quel modo che giudicherà più conveniente, ed inviare alcuni stampati delle condizioni di ammissione al Convitto, essendo già state fatte varie domande.

                E del Rev.do D. Savio cosa n'è? Mi aveva fatto fondatamente sperare che nel ritorno da Alassio, mi sarebbe stato concesso goderlo ancora qualche po', ed aveva dato preventivo avviso alla Sig.ra Marchesa Centurione d'una visita che gli avrebbe fatto in di Lei nome. Forse la ristrettezza del tempo non gli avrà consentito di qui fermarsi, ad ogni modo desidero conoscere sue buone notizie.

                In attesa di ricevere le carissime di Lei nuove, e molto più la sospirata sua persona, mi creda sempre quale ho il bene di professarmi colla più distinta stima e profondo ossequio,

                Di V. S. Stimat.ma,

Dev.mo Aff.mo Servitore

Paolo Prevosto.

 

                Ricevuta notizia ufficiale dell'approvazione dell'„Atto di convenzione stipulata fra la città di Varazze e il Sig. Cav. Prete Giovanni Bosco per la direzione e l'esercizio di un Collegio - Convitto in essa città”, il Sindaco, come aveva promesso, ne inviava al Santo due copie in carta da bollo, ambedue da lui firmate, con preghiera di firmarne una egli pure e di rinviargliela, mentre l'altra l'avrebbe ritenuta per sè, e difatti è nel nostro archivio,  [154]

 

                CIRCONDARIO DI SAVONA

                CITTÀ DI VARAZZE

                N° 542 del Copialettere

                N° 1171 del Protocollo Generale-

                OGGETTO

                Contratto per l'attuazione del

                Collegio Convitto

 

Varazze, li 22 luglio 1871.

 

                Compiendo alla riserva contenuta nella mia nota del 14 corrente Luglio, trasmetto alla S. V. Molto Rev.da due esemplari del Contratto che devesi stipulare fra Lei e questo Municipio relativamente alla Direzione ed all'esercizio che le viene affidato del Collegio - Convitto da aprirsi in questa città.

                Tali due esemplari sono già da me sottoscritti; favorirà la S. V. dì rinviarmene uno munito della di Lei soscrizione, e l'altro lo terrà presso di sè.

                Pregiomi intanto di riaffermarmi coi sensi della più distinta stima e rispetto,

                Di V. S. Molto Rev.da

 

                Molto Rev.do Signor

                Cav. Prete Giovanni Bosco

                in Torino.

Dev.mo Servitore

Il Sindaco

A.Mombello.

 

                Ed ecco il tenore dell'atto:

 

                ATTO di convenzione stipulata fra la Città di Varazze ed il Molto Reverendo Sig. Cav. Prete Gioanni BOSCO per la direzione e l'esercizio di un Collegio - Convitto in essa Città.

 

                L'anno mille ottocento settantuno, addì ventidue del mese di luglio in Varazze.

 

Si premette

 

                Che il Comunale Consiglio della Città di Varazze con deliberazione cinque giugno mille ottocento settantuno determinò di affidarsi al Reverendo Sig. Prete Cav. Bosco Gioanni la direzione e l'esercizio del Collegio - Convitto da aprirsi in questa Città, sotto l'osservanza del Capitolato nella detta deliberazione contenuto, il quale esso Don Bosco si dichiarò disposto ad accettare; ed in pari tempo il Comunale Consiglio ha conferto incarico al Sig. Sindaco della Città di stipulare col prefato Don Bosco il relativo contratto.

                Che la precitata deliberazione essendo stata approvata dal Consiglio Provinciale Scolastico di Genova li dodici corrente luglio ora puossi stipulare il contratto suddetto. [155] In dipendenza di quanto sopra la Città di Varazze rappresentata dal suo Sindaco Sig. Cav. Mombello Antonio fu Antonio e il prefato Don Giovanni Bosco per la presente privata scrittura convengono quanto segue:

                1° Il Sacerdote Giovanni Bosco si obbliga d'aprire un Collegio - Convitto nella Città di Varazze e di somministrare l'istruzione Classica, Ginnasiale, Tecnica ed elementare tanto ai giovanetti cittadini quanto ai forestieri che volessero approfittarne.

                Nel caso di morte del Sac. Bosco gli eredi saranno obbligati ad osservare l'obbligazione assunta dal loro autore.

                2° Il Sac. Bosco provvederà i Maestri in numero sufficiente per gli insegnamenti sopra indicati, i quali dovranno essere approvati dalle Autorità scolastiche a termini dei vigenti Regolamenti.

                3° L’istruzione sarà fatta secondo le discipline ed a termini dei programmi stabiliti dal Governo per le pubbliche scuole.

                Il Corso tecnico sarà fatto secondo il progetto Governativo di fusione dei due Corsi Tecnico e Ginnasiale, cioè: Aritmetica, Sistema Metrico, Geografia, lingua italiana, storia, siano gli stessi come nel corso ginnasiale di modo che saranno esaurite anche dal Corso Tecnico col Corso Ginnasiale.

                Per completare quello che è più essenziale nel Corso tecnico vi saranno inoltre lezioni di francese e di disegno, cosicchè nel quinquennio classico siano pure esaurite le materie spettanti a questi rami del corso tecnico per modo che gli alunni, sia del ginnasio che del corso tecnico, vengono abilitati a subire l'esame per essere ammessi ai corsi superiori.

                Ciò non esclude che il Sac. Bosco possa servirsi dei Maestri stessi, tanto per un insegnamento che per l'altro, purchè non avvengano inconvenienti a detrimento dell'istruzione e della disciplina.

                4° Tutte le spese di suppellettile per il Convitto saranno a carico del Sac. Bosco; il Municipio per altro come proprietario ed in conformità del prescritto dall'art. 1604 Codice Civile italiano si obbliga:

                1° A tutte le riparazioni che sono necessarie all'uso ed alla conservazione dell'edificio e dei locali annessi. Per quanto però riflette le riparazioni di piccola manutenzione saranno a carico del Sac. Bosco per tutta la parte destinata al convitto.

                2° A provvedere e mantenere nelle scuole tanto elementari che ginnasiali e tecniche la suppellettile e l'altre cose necessarie delle quali conserverà la proprietà.

                5° Il Municipio si obbliga di pagare al Sac. Don Giovanni Bosco

                1° La somma di lire italiane tre mila duecento (L. 3200) per il personale delle scuole elementari.

                2° La somma di lire italiane otto mila ottocento (8800) per il personale delle scuole ginnasiali e tecniche, oltre la cessione a di lui favore del provento Minervale di cui è cenno qui sotto. [156] Tale somma di Lire dodicimila (12000) per parte del Sac. Bosco non sarà soggetta ad alcuna imposta o ritenuta Municipale, Provinciale o Governativa.

                Il Municipio si riserva i sussidi che potesse ottenere tanto dalla Provincia che dal Governo come da qualunque siasi altra istituzione pia, essendochè se si è assunto di pagare la complessiva somma di lire italiane dodici mila, è in vista dei rimborsi che potrebbe in qualche parte ottenere col mezzo dei suindicati sussidi.

                6° Il Municipio si obbliga inoltre a corrispondere al Sac. Bosco un premio di lire dodici mila (12000) per le spese sia di primo impianto che successivo mantenimento del Convitto.

                Questa somma sarà pagata all'apertura del Convitto per metà, e nell'anno successivo per l'altra metà.

                7° Il presente contratto avrà la durata di anni cinque, e si intenderà rinnovato per altri anni cinque, ove da una delle parti non sia data disdetta prima dello spirare del primo anno.

                Se poi il contratto fosse sciolto sciolto prima che si compisse il primo decennio, il Sac. Bosco dovrà restituire in danari od in mobilia come sopra la detta somma di lire italiane dodici mila (l. 12000) divisa in dieci rate uguali, e ne rimborserà altrettante rate quanti saranno gli anni decorrendi fino al compimento del decennio; e ciò sia che avvenga per forza maggiore che per altra causa qualsiasi.

                8° Il Municipio concede al Sac. Bosco, in senso di quanto si è già convenuto superiormente, l'uso del locale del così detto Collegio, costrutto recentemente per le scuole e per il convitto col cortile e giardino annesso.

                9° Le Minervali non potranno essere maggiori di lire italiane trenta per le due rettoriche e di lire italiane ventiquattro per le grammatiche.

                In quanto alle scuole tecniche i contraenti si rimettono ai Regolamenti in proposito.

                Però gli alunni di Varazze godranno di una diminuzione del terzo.

                Si riserva la Giunta Municipale di esentare gli alunni che conosconsi veramente poveri e commendevoli per ingegno e buona condotta.

                I Convittori del Collegio e tutti gli allievi delle classi elementari non potranno essere sottoposti a veruna minervale.

                10° Sarà lecito a tutti gli alunni esterni di frequentare i singoli rami d'insegnamento che si darà ai Convittori.

                11° Nei provvedimenti che riguardano la moralità e all'istruzione religiosa il Municipio si rimette alla prudenza del Sac. Bosco.

                12° La Direzione l'Amministrazione del Collegio - Convitto nonchè la Direzione delle scuole tanto ginnasiali quanto tecniche come anche elementari è affidata al Sac. Bosco, colla dipendenza però dalle Autorità scolastiche a norma di Legge. [157]

                13° Le scuole saranno aperte al principio dell'anno scolastico 1871 - 72 secondo il Calendario scolastico.

                14° Il Municipio si riserva di approvare l'orario delle scuole che dovrà essere proposto da Don Bosco, come pure di mandare un suo incaricato ad assistere agli Esami Mensili, nonchè agli Esami Finali, quando ciò credesse conveniente.

                La presente convenzione, previa lettura fattane dai contraenti, viene dai medesimi sottoscritta.

 

A. Mombello Sindaco.

Sac. Bosco Giovanni.

 

                Don Bosco firmava e rinviava al Sindaco una copia dell'Atto di convenzione; e così avendo accettato d'aprire il nuovo Collegio - Convitto di Varazze per il prossimo anno scolastico, nello stesso mese, il 29 luglio, come abbiam rilevato, dichiarava formalmente al Sindaco di Cherasco che lasciava quel collegio per motivi d'igiene, e senz'altro stabiliva che il personale ivi addetto sarebbe passato a Varazze, e, precisamente per questo, si disse tra noi che il collegio di Cherasco venne trasferito a Varazze.

                Le assidue pratiche per l'apertura del nuovo Collegio di Varazze erano note a Genova, dove, come abbiamo accennato, si desiderava vivamente che Don Bosco aprisse un ospizio per poveri fanciulli. E la Divina Provvidenza veniva disponendo che fosse aperta di quell'anno anche quella Casa!

 

 

6) Il 3° Centenario della vittoria di Lepanto.

 

                Nel 1871 ricorreva il III Centenario della vittoria di Lepanto, e fu solennemente celebrato nel Santuario di Maria Ausiliatrice.

                “Questa festa - scriveva arditamente il Teol. Giacomo Margotti nell’Unità Cattolica del 14 maggio - fu istituita dal Sommo Pontefice Pio VII in ringraziamento a Maria della sua liberazione prodigiosa dalla cattività di Fontainebleau, in quel modo che S. Pio V già aveva introdotto presso i cristiani la divozione a Maria aiuto dei cristiani, in riconoscenza della celebre vittoria riportata a Lepanto [158] contro i Turchi, e dì cui in quest'anno appunto si celebra la terza centenaria ricorrenza.

                È per ciò che tutti i cattolici, i quali gemono per le presenti calamità che affliggono la Chiesa e vedono Roma straziata dai rivoluzionari e dagli atei, non meno nemici del cattolicismo di quello che lo fossero i seguaci della Mezzaluna, e nel tempo stesso il Vicario di Gesù Cristo prigioniero in Vaticano, devono sentire più che mai il bisogno di ricorrere a Maria Ausiliatrice, così potente nel difendere e glorificare la Chiesa, affinchè voglia concederle un'altra volta la sospirata pace col trionfo dei buoni, colla conversione dei tristi. Maria Santissima ci esaudirà senza fallo, e presto; perchè le preghiere di tanti e tanti divoti, innalzate a Lei da ogni angolo della terra, non mancheranno di fare dolce violenza al suo cuore. Noi abbiamo dinanzi agli occhi un triste spettacolo di indifferenza e di empietà; ma nel tempo stesso un altro spettacolo, e consolantissimo, di preghiere, di elemosine, di penitenze e di pellegrinaggi; forse mai la lotta fu così viva e così diffusa; la vittoria non può essere dubbia; o Maria non è più la tesoriera delle grazie, e Dio manca alle sue promesse.

                Per queste ragioni, nella chiesa di Maria Ausiliatrice in Torino, la festa del 24 si celebrerà con maggior pompa che negli anni decorsi...”.

                Il programma, riboccante d'interessanti particolari, non solo venne affisso alle porte delle chiese, ma anche pubblicato nella copertina del fascicolo di maggio delle Letture Cattoliche, e largamente diffuso in foglietti volanti in tutta la città.

 

Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino.

 

                Centenario della Vittoria di Lepanto riportata dai Cristiani per intercessione di Maria Ausiliatrice contro ai Turchi l'anno 1571.

 

Novena e Solennità.

 

                Indulgenza plenaria chi confessato e comunicato visiterà la Chiesa a Lei dedicata nel corso della Novena e della Festa. [159]

 

Orario delle Funzioni Religiose.

 

                La Novena comincerà il 15 Maggio.

                Ciascun giorno lungo il mattino fino a mezzodì celebrazione di Messe lette e comodità per chi desidera accostarsi ai sacramenti della Confessione e Comunione.

                Alle ore 7 Comunione generale con particolari esercizi di pietà.

 

GIORNI FERIALI.

                Ogni sera alle 7 canto di laudi sacre, Predica, Benedizione col SS. Sacramento.

 

GIORNI FESTIVI.

                Domenica 21. Mattino. - Alle ore 8, 30. - Amministrazione

                                               del Sacramento della Cresima.

                                                 10, 30 Messa Solenne.

                                                 Sera. - 3, 30 Vespri - Predica - Benedizione.

 

Giorno 24.

Solennità di Maria Aiuto dei Cristiani.

                Mattino. - Alle ore 10 Messa Pontificale. Dagli allievi dell'Oratorio di S. Francesco di Sales verrà eseguita con scelta orchestra a 200 voci una nuova e grandiosa Messa del Sac. Cagliero Giovanni.

                Sera. - Alle ore 6 Vespri solenni - Panegirico - Tantum ergo a 300 voci - Benedizione.

 

                NB. L'Inno fra i Vespri solenni, Produzione del prelato Sac. Cagliero, a 300 voci con orchestra. L'autore ebbe di mira di rappresentare con note musicali la famosa battaglia ed il trionfo dei Cristiani a Lepanto coll'aiuto di Maria Ausiliatrice. Questa musica sarà eseguita dagli allievi di Torino, di Lanzo, di Cherasco, di Alassio, di Borgo San Martino e da molti Professori, maestri e distinti dilettanti della Città.

 

                Chi desiderasse farsi ascrivere nell'Associazione di Maria Ausiliatrice si rechi in sacrestia, dove troverà persona appositamente incaricata.

                La limosina che gli Aggregati od altri giudicheranno di fare in quest'anno servirà a pagare le spese fatte nella costruzione del coro e della sacristia che tuttora mancavano nella Chiesa dell'Associazione.

 

COSE PARTICOLARI.

                Nel giorno 21 la musica della sera sarà eseguita dagli allievi del Collegio - Convitto di Lanzo. [160] Nel giorno 22 dagli allievi del Collegio - Convitto di Cherasco e da quelli del Collegio di Alassio.

                23 dagli allievi del Collegio di S. Carlo in Borgo S. Martino presso Casale.

 

COSE GENERALI.

                Nei due ultimi giorni della Novena e nel giorno della Festa vi sarà nell'interno dello Stabilimento una piccola fiera a totale beneficio della Chiesa e del Pio Istituto. Si esporranno in vendita sopra banchi diversi:

                1° Medaglie, litografie e fotografie religiose, libri ameni, musica per canti e per pianoforte, opere edite dall'Oratorio.

                2° Giuocattoli ed oggetti diversi di divertimento pei ragazzi.

                3° Gran padiglione della Ruota della Fortuna. Consiste questa in un'urna piena di Biglietti bianchi e scritti. Si distribuiscono tutti piegati: gli scritti vinceranno il dono che ivi è descritto. Ogni biglietto cent. 10. Chi ne acquista una decina avrà l'undecimo gratis.

                4° Fuori del tempo delle sacre funzioni avranno luogo concerti musicali e trattenimenti di vario genere.

                5° La direzione delle feste interne è affidata ai Direttori dell'Oratorio e ad un Comitato di nobili Signori che prestano con zelo l'opera loro a questo scopo di beneficenza.

                La S. V. è pregata di intervenire e comunicare questo programma alle persone di sua conoscenza.

 

                Don Bosco, che soleva invitar alla festa qualche insigne benefattore, scriveva con santa amabilità alla signora Uguccioni di Firenze:

 

                               Mamma car.ma,

 

                Ogni mattina nel celebrare la santa Messa fò sempre un memento speciale per mia buona mamma, pel caro papà e famiglia; ma un rimorso mi turbava sempre, perchè di più frequente non le mando lettere. Ora me ne perdoni; le prometto la continuazione delle preghiere e la emendazione della negligenza. No: non voglio più rubare francobolli, e me ne voglio servire secondo lo scopo.

                Ella si affligge nel timore che i due fratelli Montauto non possono continuare in una famiglia sola. Non sia così. Si affligga nel solo caso dell'offesa del Signore e non altrimenti. Ella sia mediatrice di pace mentre fanno una famiglia sola, nella divisione, e nelle due famiglie, qualora queste due ultime cose si avverassero. Abramo e Lot erano due santi e si divisero, per aver cura ciascuno della propria famiglia, dei loro pascoli e bestiami.

                Godo molto che il nostro caro Sig.r Tomaso sia in buona salute. [161] Non potrebbero in quest'anno venirci a fare una visita alla solennità di Maria Ausiliatrice? Se ciò addivenisse, vorrei che il nostro campanaro facesse uno scampanìo dell'altro mondo. Veda un poco se può procurare una tale consolazione a questo suo figliolo. Esso è tuttora discolo, ma, se fa questa visita, le promette di farsi molto buono. Se mai vedesse la Sig.ra Enrichetta Nerli, la Contessa Digny, la Sig.ra Maria Gondi mi fa una grazia di salutarle da parte mia. Chi sa che non possa risolverle anche a farei una visita? Io scriverò più tardi una lettera per invitarle...

                Ella poi preghi per la casa nostra. Tutto va bene per la moralità, sanità, etc., ma in brevissimo tempo abbiamo dovuto riscattare dieci chierici dalla leva militare colla enorme somma di franchi 32 mila. Vede che flagello! Ora però questo è fatto e ci prepariamo per altri disastri, se a Dio piacerà di mandarcene.

                Dio benedica Lei, il Sig.re Tommaso, tutta la sua famiglia, preghi per la povera anima mia, e mi creda di V, S. B.,

                30 - 4 - '71,

Obbl.mo figlio discolo

Sac. Gio. Bosco.

 

                Nel pomeriggio del 21 si raccoglievano nella chiesetta di San Francesco di Sales molti musicisti della città, per prender parte alla prova dell'esecuzione dell'inno Saepe dum Christi, splendida composizione di Don Cagliero, che aveva diramato quest'invito:

 

                               Chiarissimo Signore,

 

                il giorno 24 maggio corrente nella Chiesa di Maria Ausiliatrice si celebrerà con grande solennità la festa titolare. Alle 6 pomeridiane vi si canteranno i vespri pontificali. L'inno Saepe dum Christi (ipotiposi della battaglia di Lepanto) verrà eseguito a grande orchestra con 300 voci. Vi prendono parte molti professori, maestri e distinti dilettanti della città. È per questo che prego pure la Vostra Signoria a voler prestare l'opera sua, affinchè riesca più splendida e decorosa la funzione.

                Nella fiducia di essere esaudito, gliene anticipo i ringraziamenti,

                Della S. V.,

Umil.mo Servitore

Sac. Gio. Cagliero.

 

                N. B. - Il giorno 21 del corrente [domenica], alle ore 3, 30 pom., nella cappella interna dell'Oratorio vi sarà prova generale. V. S. è pregata a prendervi parte. [162] L'inno ebbe poi un'esecuzione imponente.

                La sera del 21, al suono di festosi concenti, s'inauguravano anche la piccola fiera e la Ruota della fortuna a benefizio dell'Oratorio, e precisamente per le spese fatte nella costruzione del coro e della nuova sagrestia, di cui eran finiti i lavori di muratura.

                Indescrivibile fu l'ammirazione incantevole che destò l'eletta schiera di giovinotti, appartenenti alle primarie famiglie della città, che presiedevano i banchi di vendita e le estrazioni dei biglietti della mota, con gentil gaiezza insuperabile.

                Il programma dalla solennità, come bramava Don Bosco, si svolse nel massimo raccoglimento in chiesa e nella più schietta e gioconda letizia nei cortili.

                Lo splendore dei sacri riti fu commovente; ed anche fuori del Santuario tutto procedette nell'ordine più perfetto, avendo i Superiori, in apposite conferenze, sotto la presidenza di Don Rua, preso gli opportuni provvedimenti perchè tutti i forestieri avessero libera entrata anche nei cortili senz'alcun danno alla disciplina dell'istituto, assegnando a vari confratelli una continua vigilanza in ogni parte.

                È superfluo il dire quanto grande fu il concorso d'ogni sorta di persone, specialmente il 24. Migliaia di devoti si accostarono alla Sacra Mensa, e fin dalle prime ore del mattino tutti gli altari rimasero occupati da sacerdoti celebranti il Santo Sacrifizio.

                A mezzodì tra sacerdoti, benefattori ed amici, confratelli ed alunni, accorsi anche dalle varie Case, furono, in nove refettori, mille e cinquecento i commensali, tutti largamente provvisti dalla Divina Provvidenza.

                E la Madonna, anche quel giorno, mostrava nettamente quanto amasse il suo devotissimo Servo. Il racconto è di Don Lemoyne, che si trovava egli pure nell'Oratorio.

                La signora Maria Rogattino entrava nella stanza del Santo tenendo per mano un suo bimbo cieco. Molte persone erano presenti; ed essa nel suo dolore si fece ardita e si buttò in ginocchio, e:

                 - Sono una madre desolata!, esclamò. Iddio dopo molte [163] preghiere mi ha donato questo figlio, ed ora me lo va privando della vista. Son due anni, che io lo veggo spasimare sotto le operazioni chirurgiche, e adesso i dottori mi dicono apertamente, non esservi più rimedio, che bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio!... Signore! ho tentato a rassegnarmi, ma non posso riuscirvi; il sacrifizio mi par troppo grande. Non posso persuadermi che Iddio voglia permettere tanta disgrazia a danno di un bambino innocente... Io sono la donna più infelice della terra!...

                Qui il pianto le tolse la parola, e non potè proseguire. Don Bosco le lasciò sfogare alquanto la pienezza del dolore, quindi con squisita carità le disse parole di conforto e di rassegnazione cristiana, concludendo:

                 - Avete voi già pregata la Madonna, perchè vi guarisca questo caro angioletto? E non sapete che Iddio può avere permessa la sua infermità, per vostra prova, per farlo soggetto delle sue misericordie e glorificare la sua madre Maria? Impegnate dunque in vostro favore Maria Ausiliatrice; e persuadetevi, che ciò che non possono fare i chirurgi, lo saprà far Ella. Non è con questo, che io vi consigli dal desistere di prodigare al vostro bimbo tutte le cure che si credono opportune, ma voglio che vi persuadiate che non riusciranno a nulla i conati degli uomini, se non vi rendete propizio Iddio, con qualche potentissima intercessione. Ora, tutte le grazie, al dire di San Bernardo, :passano per le mani di Maria! Non vi sia adunque discaro di rivolgervi a lei con qualche novena di preghiere, e con qualche sacrifizio. Io posso assicurarvi, che se è bene per l'anima del bimbo e per la vostra, Dio ve lo guarirà.

                Detto questo, Don Bosco voleva accomiatarla, ma la povera madre insistè dicendo:

                 - Io non partirò, finchè ella non abbia benedetto il mio fanciullo. Una mia amica mi assicurò che, essendo essa ammalata, si sforzò di venir da lei a farsi benedire; e da quel punto che fu benedetta incominciò a guarire. E perchè io dubiterò che non avvenga altrettanto al mio bimbo? Se la sola ombra di S. Pietro bastava a guarire gli infermi più disperati, a raddrizzare gli storpi, a render la vista ai ciechi,  [164] perchè io non spererò ugualmente nella benedizione di un altro ministro del Signore?

                Il Santo la guardò un istante, meravigliato di così fiduciosa insistenza, e poi esclamò:

                 - Voi v'ingannate! Non è da me che dovete aspettarvi la benedizione, ma da Dio, mediante il potentissimo patrocinio di Maria Ausiliatrice. Io non sono che un debole strumento nelle mani del Signore!

                Ma la buona donna tanto insistè che Don Bosco, fatto inginocchiare il bimbo, lo benedisse, lo regalò di una medaglia di Maria Ausiliatrice, e lo congedò, esortando la madre a confidare. Questa partiva quasi sicura di aver ottenuta la sospirata grazia, e non s'ingannava. Difatti tornò all'Oratorio, presentando il figlio guarito al Santo, il quale le disse:

                 - Procurate di dare una buona e santa educazione al vostro piccolino così segnalato dai favori del cielo; ecco la più bella prova di riconoscenza che da voi aspetta Maria Ausiliatrice! Vedete di farlo crescere timorato di Dio, riverente alla Chiesa e ai suoi ministri, e se mai Dio lo chiamasse a servirlo più da vicino, non tradite la sua vocazione, ma consacratelo a Lui!

                Quell'anno la Santa Vergine concedeva a Don Bosco un'altra grazia segnalatissima, a vantaggio di tutta la Chiesa; la risoluzione d'iniziare a prò della gioventù femminile la seconda Famiglia Religiosa, alla quale aveva già preparato la pietra angolare nell'umile figlia dei campi, la Beata Maria Domenica Mazzarello di Mornese, incamminata per le vie della santità sotto la direzione del sacerdote salesiano Don Domenico Pestarino, di venerata memoria.

                Dell'apostolato compiuto da questo degno ministro di Dio, segnatamente fra le giovinette, coll'istituzione della Compagnia delle Figlie di Maria dell'Immacolata, da cui uscirono, piene di filiale e generosa devozione per Don Bosco, le prime aspiranti al nuovo Istituto, del lavoro pazientissimo compiuto dal Santo per la loro formazione regolare, e delle virtù eroiche di Maria Mazzarello, eletta all'unanimità prima Superiora e poi Superiora Generale, diremo nella VI parte. [165] Il concorso dei divoti si rinnovò anche la domenica appresso, 28 maggio, solennità di Pentecoste; e il 1° giugno il drappello dei nobili giovani che avevano presieduti i banchi di beneficenza, si radunavano nell'Oratorio per dar conto a Don Bosco del lavoro compiuto. Non fu straordinaria la somma raccolta, ma considerevole, chè, dedotte le spese fatte per l'acquisto degli oggetti e dei libri e tutte le altre accessorie, fu di circa 4000 lire. E il giovane presidente, Carlo Diego Carrassi Marchese dei Villar, nel mettergliele in mano, gli leggeva questo indirizzo:

 

                               Reverendo Sacerdote D. Bosco,

 

                Quando al cominciare di erta salita io innalzo lo sguardo e titubante mi adagio ad osservarne l'altezza, parmi allor che inaudita fatica, stenti e pericoli si accrescano ognor.

                Ma se un paterno consiglio mi vien porgendo aita, se una voce benigna mi dice: coraggio ch'io sono con te; oh! allor munito di insolito vigore mi accingo all'opera e raggiungo la mèta che poco prima erami un desio ancor. Miro di là altero le cime che stanmi ai piedi; scòrgo da lungi il mare che agitato da indomita tempesta par tutto travolga e si ribelli al Cielo: in mezzo a quello mia leggiera barchetta guidata da antico ma ben noto nocchiero, solca le acque infide, nè teme i flutti e le onde perverse, una buona stella le è guida; essa varca i mari e porta la luce là ove non risplende il sole, è messaggiera di pace, di gioia, d'amore: essa risplende di luce propria che invigorisce il cuor.

                Ebben - tal era di noi. Quella voce benigna, o Reverendo Sacerdote, è la sua che inspira vigore e forza, questa ci chiama attorno a sè, ci vuole uniti sotto un'unica bandiera, ci dà consiglio e vita; e dirigendoci per la retta via ci addita il cammino per giungere alla vetta donde si scorge il mondo.

                Il sentiero indicato è quello della virtù: sulla cima stavvi la Gloria, premio di chi lavora e pel bene s'adopra; Ella benigno degnossi rivolgere il suo sguardo a noi, fra i dubbi e pericoli d'un mondo fluttuante ci volle attorno a Lei chiamati. - Oh! sì, sia benedetto il cielo, benedetto quel felice momento in cui la sua parola, arra per noi sicura di pace, di gioia e di felicità, venne non solo ad esserci di sprone e stimolo, ma s'ebbe bensì la vigoria di legge.

                Ella, affidandoci l'alta missione di cercare col dilettevole l'utile dell'Oratorio, ci volle porgere occasione di aprirle i nostri cuori, prestare l’opera nostra, offrire quanto stava in noi.

                Ebbene ora io vo superbo nel dirle che noi adempimmo al compito nostro con quanta buona volontà potesse trovarsi. Il brio giovanile [166], l'ardore, l'entusiasmo erano padroni di noi; tutto adoprammo per la buona riuscita e circa L. 4000 rappresentano l'utile che ricavammo.

                 Ben è vero che alcune spese sonvi a dedurre quali sono quelle che hànnosi a pagare fuori dell'Oratorio: raggiungono queste circa le L. 700 e già vennero pagate mediante il concorso di nobili e generose offerte che in questi giorni ancora noi abbiamo avuto da illustri e benefiche persone.

                Reverendo Sacerdote, altro per ora più non ci resta che presentarle un voto di ringraziamento che unanimi noi rivolgiamo a Lei, voto che partendo dal fondo del cuore è voto sincero di riconoscenza e di affetto. Nè dimenticheremo, dalla vetta alla quale giungemmo, di mandare un saluto al Venerando Settuagenario nocchiero che tocca ormai il 250 anno di viaggio sulla sua barchetta.

                I mari che oggi sono in preda alle più terribili burrasche lo fan segno alle loro ire tremende. Si scatenino pure gli indomiti venti, Egli non tenie: ha fede nella sua stella e le parole: Portae inferi non praevalebunt gli rendono a ragione tutta la calma.

                Ma intanto fra i triboli e le spine che un mondo perverso gli va ogni dì apparando non gli fia discaro di ricevere dal nostro Comitato, composto esclusivamente di giovani, un saluto figliale, ed unanimi le nostre voci echeggino al grido di

                Viva Maria, Viva Pio IX, Viva D. Bosco!

 

                Torino, 1° giugno 1871.

 

Pel Comitato

Il Presidente M.se C. D. Carrassi del Villar.

 

 

7) A Firenze e a Roma.

 

                Don Bosco bramava tanto d'aprir anche a Roma una Casa filiale. S'è detto dell'offerta fattagli della chiesa di S. Giovanni della Pigna, che poi andò a monte, e delle pratiche in corso per la chiesa del S. Sudario; e di quei mesi gli era comunicato che verrebbero affidate ai Salesiani le scuole di Palombara, nella diocesi suburbicaria di Sabina.

                Mons. Manacorda, che premurosamente si adoperava per compiere presso le Sacre Congregazioni tutte le pratiche che gli affidava Don Bosco, il 30 aprile nel comunicare a Don Rua d'aver ottenuto un favore che si attendeva, aggiungeva queste notizie:

                “Nella prossima settimana mi porterò a Palombara per [167] scegliere l'abitazione ai preti di Don Bosco. I parroci son molto contenti, e lo stesso scriveva il Sindaco. Appena sarò ritornato in Roma, scriverò ogni cosa minutamente a Don Bosco. È inteso che si comincerà la scuola nel prossimo ottobre, ma sarà bene l'andarci qualche mese prima...

                Legga a Don Bosco ciò che appartiene alla casa di Palombara, mi raccomandi alle preghiere sue e di tutta la casa.

                Il S. Padre benedice Don Bosco e tutti i suoi figli, e Lei benedica me, mi abbia per tutto suo in G. C. aff.mo servo Emiliano Manacorda”.

                Senonchè le cose andarono diversamente, e il 10 maggio scriveva a Don Bosco:

                “Nell'atto di chiudere con atto ufficiale e definitivo la pratica intorno alla casa di Palombara il diavolo (solo lui) venne a guastare tutto. L'Ispettore governativo delle scuole andò a Palombara e fece abbandonare ogni trattativa coi .preti, propose altri maestri e furono accettati dal Municipio. Le cose di Roma si cambiano: tutto sarà rimesso a posto, per ciò che si era conchiuso; se no, bisognerà aspettare...”.

                E nella lettera Monsignore aggiungeva questa dichiarazione, che ci dice in tutta l'ampiezza e in tutta la generosità la carità del suo cuore:

                Preghi Per me e poi mi faccia la carità di ordinare speciali preghiere per una signora tormentata in modo orribile. Non mi appartiene, ma già più volte a pie' dell'altare ho offerto la mia vita a Gesù Cristo perchè liberi quell'anima da tale stato miserabilissimo; e lo dico, e ripeto di cuore, sarei contento di morire Per salvare quell'anima. Lei, Don Bosco, metta nell'impegno la Madonna, ora che si avvicina la sua lesta ed otterremo la, grazia”.

                Il 1° giugno, tornando ad esprimere a Don Bosco la fiducia di veder aggiustate le pratiche per Palombara, e l'inopportunità, per il momento, di assumere l'ufficiatura della chiesa del S. Sudario, lo pregava di far scrivere alcune poesie per il Santo Padre, certo com'era, che anche l'Oratorio avrebbe fatto qualche cosa per la solenne celebrazione dei Giubileo Pontificale di Pio IX:

                “Si tratta di presentare al Santo Padre pel suo 25° anno [168] pontificale un volume contenente sonetti delle principali città d'Italia, indicandone preventivamente di ciascuna il soggetto. Per Torino si raccomanda l'incarico a qualche professore di Don Bosco, ed il tema sarebbe: Pio IX salvato in S. Agnese fuori le mura. La prego quindi di affidare detto componimento a qualche suo poeta, il quale faccia presto e bene, e vi apponga il nome.

                Se tiene in casa qualche Lombardo, capace di poesie, lo incarichi di farne una per Milano, o sonetto o poesia qualunque, ma breve e subito. Il tema per Milano è: Pio IX ed i martiri giapponesi coi molti Vescovi in Roma. Non dubito che la S. V. non mi lascierà nell'incertezza e che presto riceverò le desiderate poesie pel S. Padre.

                Sarebbe pure opportuno che l'Oratorio di S. Francesco di Sales facesse qualche cosa per la mentovata ricorrenza. Un breve indirizzo per es. al S. Padre... Qui si teme che: o si abbia a perpetuare lo stato attuale, o si vada incontro ad una serie di sventure a modo di Parigi!

                Il S. Padre gode ottima salute...

                Per Palombara è tutto combinato pel momento che le cose saranno rimesse al loro posto, e l'antico Sindaco tornerà al potere.

                Riguardo al Sudario, penso che quel Sig. Rettore già le abbia scritto; è tutt'altro che il momento da ciò. Il solo trattare di tale affare, sarebbe giudicato una colpa. Non se ne parli per ora in nessun modo ...”.

                Perchè mai tale dichiarazione? ...

                Ecco il perchè! L'assumere l'ufficiatura di una chiesa, già appartenente allo Stato Sardo, in Roma, da una Società Religiosa, avente la casa madre in Torino, sarebbe parso un atto di servile ossequio al Governo Italiano!...

                Molti ecclesiastici la pensavano così.

                Un altro particolare significativo. Il 2 aprile di quell'anno l'Unità Cattolica così annunciava un libretto stampato nell'Oratorio:

 

                Un parroco comasco ha pubblicato in Torino (tipografia dell'Oratorio di San Francesco di Sales) un libro intitolato: Le due rose del paradiso; racconto dedicato a S. A. R. la Principessa di Piemonte. [169] Noi non abbiamo letto che il frontispizio, e ci parve fuori di stagione. Conveniva piuttosto scrivere, stampare, e piangere sulla corona di spine che tormenta il nostro Santo Padre Pio IX. Melius est ire ad domum luctus quam ad domum convivii. È meglio andare al Vaticano che al Quirinale.

 

                Don Bosco, adunque, aveva stabilito di recarsi a Roma subito dopo la festa di S. Giovanni Battista, per rendere omaggio al S. Padre nel suo Giubileo Pontificale, passando per Firenze, deciso - come diremo[30] - di tentar qualche miglioramento alle dolorose condizioni in cui si trovava la Chiesa.

                Aveva chiesto al Ministro Lanza un colloquio, ed avendo avuto un appuntamento anteriore alla data per cui l'aveva richiesto, anticipava la partenza, come scriveva al Cav. Uguccioni:

 

21 - 6 - '71

                               Car.mo sig. Tommaso,

 

                Domani mattina partirò alla volta di Roma. A Firenze mi fermerò soltanto le due ore d'aspetto dalle 7, 35 alle 10 di sera. Al mio ritorno mi fermerò a Dio piacendo un paio di giorni in cotesta sua città per così poterla ossequiare colla rispettabilissima sua famiglia. Non ometterò per altro di chiedere al S. Padre una speciale benedizione per tutte le persone che la riguardano.

                Dio ci benedica tutti, e mi creda colla più profonda gratitudine,

                di V. S. Car.ma,

Aff.mo Servitore amico

Sac. G. Bosco.

 

                A Firenze ebbe il desiderato colloquio, e subito proseguì per Roma, dove, dopo nuovi colloqui con Lanza e particolari udienze dal Santo Padre, raggiungeva la mèta che si era proposta, cioè che si venisse alla provvista delle tante diocesi vacanti, specialmente in Italia, chè, dopo la presa di Roma, non s'era più tenuto nessun Concistoro per tali nomine. E questo era il grande affare che interessava tutto il mondo, come scriveva a Don Rua, e come dichiarava egli stesso [170] nel 1872 alla festa di S. Giovanni Battista; il grande affare, al quale, per volere del Papa, egli cooperò alacremente anche colla scelta di molti eligendi all'episcopato.

 

1 - 7 - '71,

                               Car.mo D. Rua,

 

                Ho avuto due udienze dal Santo Padre ed ho trattato nel modo più soddisfacente ogni cosa. Stasera parto alla volta di Firenze, dove mi fermerò due giorni per raccogliere qualche quattrino, se sia possibile.

                Di' a D. Savio che promuova la costruzione della Chiesa di S. Giov. Evang. Credo che potremo fissare la festa di S. Luigi pel giorno 16 del corrente.

                Saluta i nostri cari giovani; di' loro che sono impaziente di vederli. Martedì [il 4 luglio] spero di essere con loro e loro parlerò di più cose; li ringrazio delle preghiere che hanno fatto per me; io li ho sempre raccomandati al Signore nella santa Messa. Ora trattasi di un affare che interessa tutto il mondo, il cui buon esito dipende dalle preghiere e dalla guerra al peccato. Coraggio adunque.

                Da Firenze ti scriverò l'ora del mio arrivo; ma raccomanda a tutti che non mi facciano feste al mio ritorno: Non est conveniens luctibus ille color.

                Salutami Goffi e Don Berto. Dio ci benedica tutti, ed abbimi tuo

aff.mo in G. G.

Sac. Gio. Bosco.

 

                P. S. - Si facciano le incombenze pel riscatto di Ambrogio Sala del I Regg. 3a Comp.

                Va' a vedere, alla Sacra Famiglia di S. Donato, se fu ricevuta una ragazza, detta Avalle, per cui mi sono obbligato di pagare fr. 400, se fosse accettata. Avrei bisogno che me ne scrivessi a Firenze per mia norma. Ella è protetta dal Comm. Bona.

 

 

8) La festa della riconoscenza.

 

                Al ritorno non volle nessuna dimostrazione di giubilo, ma in compenso, forse la domenica dopo, si festeggiò entusiasticamente il suo onomastico. L'inno, dato alle stampe, composto .da Don Lemoyne, nel quale parla del suo viaggio a Roma e della profezia fatta a Pio IX che avrebbe raggiunto e sorpassato gli anni di pontificato di S. Pietro, non ha la data dei festeggiamenti, ma questa dedica: “A Don Giovanni Bosco [171], celebrandosi dai giovani dell'Oratorio di S. Francesco di Sales il suo Onomastico, nell'occasione del suo ritorno da Roma”.

                Gli venne offerta anche un'altra poesia stampata, degli alunni tipografi, qual „tenue saggio di fregi fiorati”, dichiarando: „Al tuo merto è poco; al nostro affetto è nulla”; anch'essa, a quanto pare, composta da Don Lemoyne[31].

                Come sempre, fu una dimostrazione quanto mai cordiale e commovente. Molti furono i componimenti, in prosa e in poesia, letti o declamati o consegnati a mano, dagli allievi, tutti riboccanti di santi propositi di battere risolutamente la via della virtù. Uno gli diceva:

 

                A Don Bosco, all'affezionatissimo Padre della gioventù, nel suo Onomastico. - 1871 -

                Don Bosco amabile, - Pastor diletto, - Ti degna accogliere - del cor l'affetto.

                È ver, è picciolo - codesto cuore - ma pur vuol vivere - per Te d'amore;

                Vuol farti scorgere - che anch'egli T'ama, - vuol dirti, amabile, - quant'egli brama...

                Che mai desideri? - Dillo, su via, - chè voglio battere - del ciel la via!...

 

                Un altro, ringraziandolo per averlo sollevato dal fango ed accolto nell'Oratorio, esaltava la sua carità sublime:

 

                Padre è per me colui, che dal mio ciglio dolor disperse, ed a' suoi figli accanto pòsemi dei Signor novello figlio.

 

                Oh felice quel dì che in quest'ovile di pace solo e di superno amore m'accolse amor che in Te non siede umile!

 

                Anche gli ex - allievi, che fin dall'anno avanti avevano cominciato a raccogliersi attorno a lui per esprimergli la loro riconoscenza, gli consegnavano un indirizzo, sottoscritto da 45, con a capo Don Giacomo Bellia. [172]

 

                A Don Giovanni Bosco, nel giorno del suo onomastico, in segno di riconoscenza e di stima, i vecchi giovani già educati in questa casa, offrono. - 1871 -

 

                               Rev.mo Sig.r Don Bosco,

 

                Mentre salutasi con tanto giubilo da' tuoi figli questo giorno sacro alle glorie del gran Santo Giovanni il Battista, la voce della riconoscenza chiama anche noi già pure tuoi figli a presentarti un fiore, poichè da quel Salito Precursore togliesti il nome e lo spirito, e tutto intento a dar la scienza della salute, di tanto bene seminasti il sentiero dei nostri anni primieri.

                Se nostra condizione ci lasciò fra un mondo guasto e corrotto, non fia mai che questo ci faccia obbliare i molteplici benefizi che abbiamo da Te ricevuti, ed i saggi avvertimenti, che quali gemme preziose abbiamo raccolti dal venerato tuo labbro.

                Prendano Iddio e la gran Vergine Ausiliatrice a loro carico il grave debito che noi abbiamo verso di te, giacchè essi soli ponno degnamente soddisfarti.

                Quanto a noi ci raccomandiamo caldamente alle tue fervide preci, acciò dietro le tue orme possiamo percorrere con piè fermo e costante la stretta via del Cielo, gloriandoci sempre di essere Tuoi Umil.mi ed Obbl.mi Figli...

 

                Nel ringraziarli Don Bosco accennava le grandiose cordialissime feste celebratesi in Roma per il Giubileo Pontificale, e soggiungeva che un altr'anno avrebbe dato notizie assai più consolanti.

                La devozione a Gesù Sacramentato, con la frequenza alla Mensa Eucaristica e le visite al S. Tabernacolo, spontaneamente compiute in tempo di ricreazione, era uno dei mezzi che Don Bosco non cessava d'inculcare nella forma più semplice e convincente per la buona educazione degli alunni. E tanta era l'efficacia della sua parola, che quando lo vedevano andar in chiesa a visitare il Santissimo Sacramento uno stuolo di giovani interrompeva i giuochi e lo seguiva rapidamente. Queste scene di fervore avvenivano particolarmente durante le Sante Quarantore, che in quell'anno si celebrarono dal 13 al 15 luglio[32]. [173]

                Ormai l'anno scolastico volgeva alla fine, e Don Rua, fedele esecutore d'ogni consiglio e desiderio di Don Bosco, chiedeva ai direttori questo resoconto del proprio istituto:

                 - Quanti giovani entrarono nell'istituto dal principio dell'anno scolastico, e quanti ve in rimasero sino alla fine; - quanto pagarono mensilmente; - quanti e quali furono i confratelli addetti alla Casa, e quali uffici a ciascuno affidati; - a quanto salirono le spese per tutti insieme, e per ogni confratello in particolare; a quanto le entrate e le uscite ordinarie; - a quanto le entrate e le uscite straordinarie; - se v'è necessità di fare dei cambiamenti di personale; - e pregava a rimettergli i dati richiesti esattamente alla fine dell'anno, per prendere durante gli esercizi spirituali le deliberazioni necessarie o semplicemente opportune.

                In quegli anni, come si leggeva nel Catalogo dei soci, Don Rua era prefetto della Pia Società e della Casa Maggiore, e sotto la sua direzione si tenevano mensilmente particolari conferenze al personale degli studenti e a quello degli artigiani, per esaminare se v'erano inconvenienti da togliere o da prevenire, od opportune deliberazioni da prendere; ed avendo del 1871 gli appunti di varie conferenze, tenute al personale degli artigiani, scritti da Don Lazzero, ci par bene riportarli nella loro semplicità, essendo anch'essi lezioni di esperienza.

 

                Giugno. - Presiedeva alla conferenza il Molto Rev.do Sig. D. Rua Prefetto. - Si stabilì quanto segue:

 

                1) Per ovviare inconvenienti di perdita di lingeria, Audisio dia sempre nota dei cambiamenti dei giovani che si fanno nelle camerate. Gli assistenti poi procurino per quanto possono di sorvegliare che non si sprechi malamente la roba.

                2) Che i giovani non debbano mai gettarsi sul letto in tempo di pulizia; se avanza loro tempo potranno dormire, sedendosi sul baule o sovra una scranna accanto al letto ed appoggiarvi sopra la [174] testa; oppure, se hanno volontà, utilizzar quel po' di tempo nel leggere qualche libro ameno, etc.

                3) Si parlò di dare il segno di campana, perchè riuscisse contemporanea la levata degli artigiani; tal difficoltà fu superata col mettere uno a chiamare gli assistenti che fosse puntuale, e quindi per ora non se ne parlò con D. Bosco.

                4) Venne incaricato il ch.co Bourlot quale sorvegliatore in cortile alla Domenica mattina in tempo della levata.

 

                Luglio. - Presiedeva alla conferenza il suddetto Sig. D. Rua.

 

                1° La ritirata in dormitorio alla sera essendo piuttosto negligentata, e parendo che qualche visita all'improvviso avrebbe giovato, s'incaricò D. Sala di fare questa visita sera e mattino, di più si stabilì un sorvegliatore alla sera pel cortile, il qual ufficio venne affidato a D. Lazzero.

                2° Nell'estiva stagione la passeggiata alle ore 11 antim. non può più portare ai giovani quel bene sanitario che si desidera, si parlò di anticiparla e metterla fra le due messe; D. Bosco però fu d'avviso di farla presto, cioè innanzi alla prima messa della comunità: tal disposizione venne eseguita senza inconvenienti. Uno degli assistenti in tempo di passeggiata raccoglieva e radunava in una scuola i giovani, che per qualche motivo non potevano recarsi al passeggio.

                3° Al catechismo della Domenica a sera, affinchè tornasse un po' più utile, si determinò che nessuno fosse escluso, neanco i musici. Appena dato il segno della scuola, l'assistente sia il primo a trovarsi in scuola per impedire i disordini. La scuola non si apra prima del segno della campana. Non più lasciar i catechismi nelle mani dei giovani; ciascun assistente li terrà presso di sè, oppure si metteranno tutti nell'armadio che trovasi nella scuola (detta di Filosofia), e l'assistente che avrà i suoi giovani in quella scuola terrà la chiave e ne farà a tempo la distribuzione agli altri assistenti. Queste deliberazioni riguardo al catechismo non si effettueranno subito; essendo sul finir dell'anno scolastico, si trasportò l'esecuzione al ritorno delle vacanze dei giovani.

 

                Agosto. - Presiedeva il M. R. S. D. Rua Pref.

 

                1° Si esortarono gli assistenti ad essere tra loro uniti nel voler tutti una sola cosa, di amarsi e consigliarsi a vicenda sul modo di cattivarsi l'ubbidienza, amore e stima dei giovani.

                2° Si stabilì che la ricreazione si faccia sempre con essi, e per quanto si può coi più bisognosi di assistenza.

                3° Affinchè l'assistente possa conservare la sua autorità ed essere dai giovani rispettato, ubbidito, è necessario che non si abbassi mai ad atti troppo grossolani; nel giuocar coi giovani deve sempre tener un contegno da superiore, massime quando si tratta d'impedire [175] quei battibecchi e risse, un po' troppo calorose, che avvengono fra i giuochi.

                4° Cinque minuti prima che suoni il campanello per radunarsi in chiesa, si facciano uscire i giovani dalla camerata, affinchè l'assistente possa trovarsi per tempo nel cortile per ordinare i giovani. Quest'ufficio, cioè di trovarsi gli assistenti nel cortile ogni volta che i giovani devono radunarsi in chiesa, si raccomanda caldamente che sia eseguito con rigore. Ciò contribuirà molto pel buon ordine.

 

 

9) A S. Ignazio e a Nizza Monferrato.

 

                Il 6 agosto, insieme col Teol. Felice Golzio, Rettore del Convitto Ecclesiastico, e suo confessore, saliva al Santuario di S. Ignazio, sopra Lanzo, dove s'iniziava il primo corso di esercizi spirituali per i secolari.

                Prima di partire aveva estesa la minuta della domanda da inviarsi al R. Provveditore degli studi per ottenere la facoltà d'aprire il Collegio di Varazze, che venne spedita, insieme col programma del nuovo istituto, l'8 agosto, come risulta dalla data ivi apposta da Don Rua:

 

                               Ill.mo Sig. Provveditore,

 

                Secondo la convenzione stipulata tra il Municipio di Varazze e l'esponente, già approvata dal Consiglio scolastico, il sottoscritto fa rispettosa domanda a V. S. Ill.ma per l'opportuna facoltà di aprire il Collegio Convitto in conformità del programma di cui si unisce copia.

                In quest'anno, probabilmente non avendosi allievi se non nel primo corso ginnasiale, presenta soltanto il personale per le quattro elementari e pel primo anno di ginnasio. Qualora occorra aumentare il numero delle classi, o modificare il personale, se ne darà preventivamente avviso, come si praticò per Alassio.

                Questo personale è quello stesso che funziona da due  anni nel Collegio - Convitto di Cherasco, i cui insegnanti ora sarebbero trasferiti a Varazze.

                Occorrendo schiarimenti e altre formalità a compiersi si prega la cortesia del Sig. Provveditore a volerne dare avviso affinchè sia prontamente appagato.

 

                Pianta del personale dirigente ed insegnante.

                Direttore: Dottore in lettere Gio. B. Francesia Sacerdote.

                Economo: Cuffia Francesco Sacerdote.

                Professore di Religione: Sac. Giuseppe Cagliero. [176]

                1a Ginnasiale: Tamietti Prof. di Ginnasio inferiore, studente del 3° anno di Lettere.

                Disegno e aritmetica: Giovanni Turchi, geometra patentato.

                4a Elementare: Martin Giuseppe.

                3 a: Sinistrero Giuseppe.

                2 a: Cavagnero Gio. Batta.

                1 a: Borgatello Francesco.

                Questi insegnanti sono tutti muniti della relativa patente, ed hanno già con buon successo pubblicamente somministrata l'istruzione elementare nelle stesse classi cui sono proposti.

 

                A S. Ignazio restò due settimane per ascoltare le confessioni della maggior parte degli esercitandi, che vedevano in lui, oltre le doti di un eccellente direttore spirituale, qualche cosa di più che nei più pii e dotti sacerdoti. Nel dare ad es. norme e regole di vita cristiana, specie a quelli che aspiravano a maggior perfezione, sembrava un altro S. Filippo Neri.

                Cesare Chiala, ispettore alle R. Poste e membro delle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli, che aveva tanta stima per lui, prendeva quell'anno queste risoluzioni:

 

                Non spendere nemmeno un soldo senza necessità. Schivare le occasioni di spenderne inutilmente.

                Studiar il catechismo e le rubriche della Messa e gli Oremus dei Santi Protettori.

                Studiare la vita della Madonna.

                Non omettere possibilmente la Comunione giornaliera.

                Fare il segno della Croce prima di mangiare.

                Procurare di andare a letto alle 10, per alzarmi alle 4, 30.

                Non mai lamentarmi dei cibi.

                All'ufficio non perder tempo.

                Sormontar le antipatie.

                Spogliare l'alterigia nel trattare con chicchessia.

                Mezz'ora di meditazione al mattino.

                Levarmi il cappello davanti alle Chiese.

                Far bene le visite ai poveri.

                Non omettere al venerdì la visita al SS. Sacramento.

                Occupare bene le feste.

                Procurare di non star mai in ozio.

                Desiderar sempre di aumentare in grazia et amorem Tui solum!

 

                Anche a S. Ignazio, nelle ore libere, il nostro buon Padre era sempre a tavolino a scrivere e a rispondere a tanti, ed a sbrigare i suoi affari. [177] Avendo appreso che i signori Prefumo e Varetti avevano trovato una casa pel vagheggiato Ospizio in Genova ove raccogliere poveri ragazzi, m'estendeva H programma e lo faceva ricopiare dal signor Bartolomeo Giuseppe Guanti, che poi si fece sacerdote, e che essendo cappellano a Buttigliera, dieci anni dopo la morte del Santo, ricordava ciò che gli era accaduto allora:

 

                Nell'anno 1871, trovandomi a S. Ignazio presso Lanzo, pelli spirituali esercizi (tra li 9 e 20 agosto) ebbi la sorte di essere posto di stanza attigua al carissimo Don Bosco, il quale era incaricato di ripetere col campanello gli avvisi della campana pelle varie funzioni.

                Mi ricordo benissimo come Esso fosse il più occupato fra i sacerdoti pelle confessioni, come non ebbi mai occasione di veder disfatto il suo letto, giacchè Esso riposava solo qualche ora la notte sopra di una comunissima poltrona dì stuoie.

                Fin dal secondo giorno, mi pare, pregommi a volergli trascrivere regolamento ch'Esso avrebbe fatto stampare e stava correggendo per l'erigendo collegio di Marassi. Accettai con gioia l'incarico, ma nel trascrivere soventi mi succedeva di non poter decifrare e comprendere le sue correzioni, onde toccavami soventi portarmi a domandargli spiegazione. Il sant'uomo per più volte mi soddisfece; ma poi, vedendo che il mio frequente bussare alla sua porta lo disturbava dalle confessioni, mi disse: - Vedi, il tuo dover correre qui soventi fa perder tempo ad ambidue, perciò, d'or innanzi, quando t'imbatterai in qualche espressione oscura, che abbisogni di spiegazione, di' solamente „Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis”, e vedrai.

                E che cosa vidi? Vidi con grande mia meraviglia, che, al pronunciare la giaculatoria suggeritami, non ebbi più bisogno di correre a Lui, ma continuai e terminai l'incarico felicemente E questo è quanto io posso coscienziosamente deporre per quanto la memoria mi sostiene, certo che d'allora in poi s'accrebbe moltissimo la stima e l'affetto ch'io già nutriva per l'uomo delle meraviglie e pel suo meraviglioso istituto.

 

                I lavori per la sistemazione del coro e della nuova sagrestia del Santuario di Valdocco non eran ancor finiti, ed avendo ricevuto dalla signora Eugenia Radice Vittadini un'offerta per la guarigione di una sua figliuola, Don Bosco la destinava a tale scopo, come appare dalla lettera di ringrazia [178] mento, datata da Torino, ma scritta a S. Ignazio, com'egli era solito fare quando scriveva a persone con le quali non era in corrispondenza continua:

 

                               Preg.ma Signora,

 

                A suo tempo ho ricevuto benemerita di Lei lettera con fr. 50 entro chiusi. Io la ringrazio in modo particolare, perchè avendo alcuni lavori in corso per ultimare il coro e la sacristia della novella Chiesa di Maria A., manchiamo affatto di mezzi per terminarli. Prego la Santa Vergine che la graziata bambina conservi sotto alla efficace di Lei protezione e la conservi lunghi anni a consolazione dei genitori.

                Non mancherò di fare eziandio particolari preghiere secondo la pia di Lei intenzione. Dio benedica Lei, il Sig. suo Marito, e tutta la sua famiglia e li conservi tutti a lunghi anni di vita felice col prezioso dono della perseveranza nel bene.

                Raccomando me e li miei poveri fanciulli alla carità delle sante sue preghiere, e mi professo, con profonda gratitudine,

                di V. S. Preg.ma,

                Torino, 12 - 8 - '71,  

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Avvicinandosi la solennità dell'Assunta, il suo pensiero si portava all'insigne benefattrice Maria Marchesa Fassati, e non potendo recarsi a farle visita, nè inviarle alcun dono per il suo Onomastico, le prometteva di celebrar quel giorno la Santa Messa secondo la sua intenzione, riconoscentissimo dell'aiuto che gli aveva prestato per riscattare vari chierici dalla leva militare.

 

S. Ignazio, 12 - 8 - '71

                               Benemerita Signora Marchesa,

 

                Martedì prossimo, giorno dedicato all'Assunzione di Maria al Cielo, credo che si celebri anche il suo giorno onomastico. Io non posso farle visita; nemmeno inviarle un bocchetto [un mazzetto di fiori] con cui dimostrare la gratitudine mia, di tutta fa Congregazione di S. Francesco di Sales, pei benefici che in quest'anno ci ha fatto. Procurerò almeno di celebrare in quel giorno la Santa Messa all'altare di S. Ignazio secondo la pia di Lei intenzione.

                Ella sa, Signora Marchesa, che la Congregazione nostra è nascente ed ha bisogno di operai; ora Ella avendoci aiutato a riscattare chierici dalla leva militare, ci aiutò in certo modo a fondare viemeglio e sopra basi più stabili questo istituto e nel tempo stesso pose operai a lavorare nella vigna del Signore. [179] Spero che il Signore compenserà questa sua carità anche temporalmente, colla sanità in famiglia, colla prosperità negli interessi, e quello che è più, concedendo a tutti il dono della perseveranza nel bene.

                Dio la benedica, Signora Marchesa, e la Santa Vergine conceda ogni bene a Lei, al Sig. Marchese e a tutta la sua famiglia, mentre mi raccomando alla carità delle sante sue preghiere e mi professo con profonda gratitudine

                Di V. S. B.,

Obbl.mo servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Da altre lettere di quei giorni, insieme col continuo lavoro, affiora la sua cura per compier bene ogni dovere.

 

                               Carissimo D. Lemoyne,

 

                Avviluppa una copia della mia piccola Storia Ecclesiastica in un foglio di carta e màndamela pel solito portatore, o per quello che a te si presenta.

                Dio ci benedica tutti, e credimi tuo

Aff.mo in G. C.

Sac. Gio. Bosco.

 

                               Caris.mo D. Lemoyne,

 

                Forse la sera dell'Assunta giungerà in Lanzo il T. Golzio sul tardi e verrebbe a dormire in collegio. Trattatelo bene, come uno che si merita molto da noi.

                Avendone occasione, manda questo quaderno alla tipografia.

                Dio vi benedica tutti, e prega per me che ti sono in G. C.

                S. Ignazio, 11 - 8 - 1871,

Aff.mo Sac. G. Bosco.

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                Pensa con D. Provera, con D. Cagliero, ecc., sul tempo da fissarsi pei nostri esercizii. Farai tu le meditazioni? Se mai ti aggravasse troppo, gettane il peso sopra D. Bonetti, o sopra D. Cagliero.

                Va tutto bene. Dio ci benedica tutti e credimi,

                12 - 8 - 187I,

Aff.mo in G. C.

Sac. Giovanni Bosco.

 

                Il 20 agosto tornava all'Oratorio, dove due Vescovi stranieri, di passaggio per recarsi a Roma, si recarono a salutarlo. Era ancora a pranzo, e furono fatti entrare in refettorio. Appena li vide, si alzò, andò loro incontro, e, ossequiatili, [180] li invitò a desinare, pregando uno di essi a mettersi al suo posto. Non vollero, assolutamente, e si sedettero uno alla sua destra, l'altro alla sinistra; e in fine, prima di partire, s'inginocchiarono chiedendogli la benedizione. Egli vi si rifiutava, ma in fine dovette accondiscendere. Così narrava Don Milanesio, che con altri confratelli fu presente al fatto.

                Quel giorno, Aly Stefano, uno degli algerini ricoverati nell'Oratorio, richiamato da Mons. Lavigerie, ripartiva per Algeri. Era una cara primizia africana, che il battesimo aveva reso un eccellente cristiano. Fu un addio commovente. Il bravo giovinetto promise che non avrebbe mai dimenticato i consigli di chi gli aveva fatto da padre, e che nei suoi lontani paesi avrebbe sempre ricordato e benedetto il nido, dov'era divenuto figlio di Dio.

                Il giorno dopo Don Bosco si recava a Nizza Monferrato per attendere al grande affare affidatogli dal Santo Padre.

                La contessa Gabriella Corsi di Bosnasco, nata Pelletta di Cossombrato, l'aveva invitato più volte al suo Casino, dove avrebbe potuto attendere ai suoi lavori e godere in pari tempo un po' di sollievo; ed egli per la prima volta accettava il gentile invito, dichiarando che vi sarebbe rimasto quattro giorni. Appena giunto, la contessa, felice di riceverlo, gli disse subito che voleva si fermasse non quattro giorni, ma almeno una settimana; e Don Bosco osservò:

                 - Se io sto qui, chi andrà in cerca di pane per i miei ragazzi?

                 - In quanto a questo gli rispose la contessa, la Provvidenza ci penserà.

                 - Sì, ci pensa; ma Essa dice: - Aiutati che io ti aiuterò! e quindi conviene che faccia la parte mia in cerca di persone caritatevoli...

                 - E quanto ci vorrà per provvedere pane ai giovani in questi tre giorni?

                 - Tremila lire.

                 - Se è così, gliele darò io, se acconsente di fermarsi.

                 - Con simile patto mi fermo senz'altro!

                La contessa, piena di gioia, consegnò a Don Bosco la somma, e Don Bosco l'inviava subito a Torino. [181]

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                Riceverai da Branda diciotto cartelle, parte del debito della città di Torino, parte obbligazioni della Ferrovia di Cuneo.

                Puoi andare dal Sig. Musso, oppure dal Cav. Duprè, oppure farle vendere da Rossi.

                Del provento pagherai quanto è da spendersi pel riscatto di Sala; il rimanente spenderai per la casa, o per Lanzo.

                I miei piedi oggi hanno trasgredito i loro doveri, perciò domani li metterò in punizione.

                Se hai qualche cosa da mandarmi, consegnalo a Branda.

                Dio ci benedica tutti. Amen.

Aff. in G. C.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Nel recarsi a Nizza aveva smarrito il sacco da viaggio, contenente vari scritti, tra gli altri una minuta d'una lettera d'accompagnamento dei programmi dei vari collegi, e scriveva di nuovo a Don Rua:

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                Se è stato trovato il sacco smarrito, guardaci dentro e troverai una lettera da stamparsi e da unirsi coi programmi. Procura di accomodarla con quella che aggiustò D. Bonetti. Se non è ancora stampata, mandami la prova; avrei piacere di vederla.

                Nello stesso sacco vi sono alcuni scritti, mandameli da D. Francesia che lunedì verrà qui: o con qualche altro mezzo.

                I miei piedi si mostrano disubbidienti al loro servizio e il Dottor Fissore mi consigliò a fermarmi ancora qui alcuni giorni. A Dio piacendo sarò a Torino mercoledì, o al più giovedì; ti farò sapere l'ora. Porterò anche un po' di denaro per i nostri più urgenti affari. Questo è il principale motivo del mio ritardo.

                Ho scritto a Lanzo che vi mandino una Messa per Domenica. D. Francesia potrà aiutarti a confessare. Insomma aggiùstati come puoi, io penserò ai quattrini.

                Ho scritto a Genova per invitare il sig. Varetti a venire qui e non a Torino. Se hai lettere di rilievo mandamele.

                Dio ci benedica tutti e credimi,

                Nizza, 24 - 8 - 1871,

Aff.mo in G. C.

Sac. Gio. Bosco. [182]

 

                E il dì appresso tornava a scrivere:

 

                               Carissimo D. Rua,

25 - 8 - 1871

                Domenica mattina si presenterà all'Oratorio l'Ispettore Vigna. Avvisa in modo alla portieria che sia introdotto da te e dàgli la lettera chiusa e sigillata di cui qui, coll'indirizzo del cav. Blanchetti; e trattalo bene quanto puoi.

                D. Cagliero è giunto e montò quasi tosto in pulpito. I miei piedi sembrano far senno. Vado rispondendo alle lettere inviatemi. Dio ci benedica tutti.

Aff.mo in G. C.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Varetti, com'ebbe l'invito, si recò subito a Nizza e gli comunicava che la casa assunta per l'ospizio era la villa del senatore Cataldi, all'oriente di Genova, a Marassi, sobborgo nella valle del Bisagno, a qualche chilometro dalle porte della città, in luogo ameno, sano e tranquillo, e che ú proprietario s'era contentato di 500 lire di fitto, che tosto gli erano state pagate. Don Bosco osservò che una villeggiatura privata e fuori centro era poco adatta per un ospizio d'arti e mestieri; tuttavia era contento di venir senz'altro alla fondazione, nella certezza che si sarebbe poi trovato un locale più adatto, sotto la protezione della Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli.

                Ritrovato il sacco smarrito, venne spedito a Don Bosco, che mandava quindi a Don Rua la circolare d'accompagnamento ai programmi, perchè la desse a stampare.

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                Invece della lettera di D. Bonetti credo più opportuna quella che unisco. Tanto più che colà vi è devotissimo servitore. Correggila, se lo giudichi, e dàlla tosto alla tipografia, e se ne stampino per ora tre mila copie e si conservi la composizione.

                Ho ricevuto le altre carte, cui do corso di mano in mano che si può.

                Abbi pazienza; io me la godo un poco; ma voglio poi mandare te e D. Berto a riposare un poco, non però ancora in paradiso.

                Fu conchiusa la cosa per Genova, perciò D. Albera fàcciasi il fagotto. Di ogni cosa parleremo.

                Dio ci benedica tutti ed abbimi, in G. C.,

                Nizza, 27 - 8 - 1871,

Aff.mo Sac. Gio. Bosco. [183]

 

                Il 28 si recava a Nizza Don Francesia, ed aveva norme opportune per l'apertura del Collegio di Varazze.

                Anche Don Cerruti andò ad esporgli il vivissimo desiderio di non poche famiglie che ad Alassio si aprisse anche il corso liceale.

                Il Municipio prometteva ogni appoggio morale, ma non materiale. Don Bosco esitava a sobbarcarsi lì per lì ad un'istituzione assai dispendiosa, per il numero e il grado degli insegnanti, per il gabinetto di fisica e per altre spese necessarie; ma, esaminata bene la cosa, risolvette di proporre ai parenti degli alunni della città, che avevan terminato il corso ginnasiale, di pagar temporaneamente una qualsiasi percentuale della somma che avrebbero dovuto spendere col mettere i figli in pensione a Savona o a Genova per far il liceo.

                In fine, in presenza della sua benefattrice, disse sorridendo a Don Cerruti:

                 - Tieni memoria che il liceo d'Alassio venne deliberato a Nizza, nel Casino della Contessa Gabriella Corsi!

                I parenti accettarono la proposta. Tre famiglie promisero di pagare ciascuna 1500 lire, due altre 300, e una 200, per tre anni.

                Grande, e diciam pure assillante, fu il lavoro che compi in quei giorni, che egli chiamava di riposo e di svago, specialmente nei primi per l'alto incarico, come diremo, della scelta degli eligendi alle diocesi vacanti; e benchè, nel frattempo, avesse sofferto un po' di male ai piedi ed alle gambe, ripartiva benedicendo Iddio.

                Giunto a Torino, rispondeva alle lettere che intanto gli erano pervenute. Una gli era giunta a Nizza, scritta dal Parroco della Certosa di Rivarolo Ligure, Don Oggero, un vero pastor bonus, il quale, avendo udito parlare della prossima fondazione dell'Ospizio Salesiano a Marassi, bramava avere un colloquio con lui, per parlargli, precisamente, di tanta povera gioventù che si vedeva abbandonata nella vicina S. Pier d'Arena, e l'invitava a recarsi alla Certosa, a passarvi qualche giorno e aver cosi comodità di parlarne. Don Bosco prese la cosa a cuore, e gli promise di pregare e fargli una visita. [184]

 Torino, 30 - 8 - '71.

                               Carissimo nel Signore.

 

                Dio in ogni cosa sia benedetto. Egli solo può sollevarci dalle terribili angustie, che presentemente opprimono lo stato morale della povera umanità. Preghiamo, ed io farò anche fare qualche preghiera in onore ed all'altare di Maria Ausiliatrice per lo scopo che m'accenna.

                Intanto nel corso dell'autunno, dovendo fare una gita a Genova, non mancherò di secondare il grazioso di Lei invito e fermarmi alquanto nella Certosa di Rivarolo, ove Ella è degnamente parroco.

                Dio benedica Lei e l'aiuti a compiere i suoi buoni divisamenti; preghi per me e per i miei poveri giovanetti, e mi creda in G. C.,

                Di V. S. Carissima,

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

 

10) In Liguria, e di nuovo a Firenze e a Roma.

 

                La gita a Genova venne anticipata ai primi di settembre, per visitare il locale affittato a Marassi e cercar benefattori per quella fondazione. Non consta che siasi recato alla Certosa, ma molte furon le visite che fece e molti i colloqui che ebbe, con laici e con ecclesiastici.

                Per via s'incontrò col P. Giuseppe Capecci, dei Romitani di S. Agostino, Prevosto di N. S. della Consolazione, nel sestiere di S. Vincenzo. Don Bosco gli fe' cenno dell'Opera che stava per iniziare a Marassi, e glie la raccomandò caldamente, essendo la sua parrocchia presso Porta Pila, poco lungi dal Bisagno. Il buon religioso gli disse che sarebbe stato conveniente, per non dire necessario, aprire qualche istituto, o almeno un Oratorio festivo anche in Alessandria, ov'egli andava sovente, e trovava turbe di giovinetti a zonzo per le strade, mentre alcuni Istituti religiosi femminili pensavano all'istruzione religiosa delle ragazze. Don Bosco gli fe' sperare che col tempo si sarebbe fatto anche quello. E qual non fu la meraviglia e la gioia dello zelante religioso, quando, eletto vescovo di Alessandria, vide nel medesimo anno aprirsi l'Oratorio Salesiano, e due anni dopo, il 30 aprile 1899, festeggiandosi l'inaugurazione dell'annesso istituto, scorgeva circa quattrocento giovanetti accostarsi alla Mensa [185] Eucaristica! Egli stesso, a tavola, ricordava commosso l'incontro avuto con Don Bosco ventott'anni prima!...

                Il Santo cercò di parlare anche col march. Ignazio Pallavicini ed essendo assente gli rimise per iscritto l'annunzio della prossima fondazione di Marassi, raccomandandola caldamente alla sua generosità: e il nobile patrizio gli rispondeva:

 

                Molto Rev.do Padrone Col.mo,

Genova, il 9 7bre 1871.

 

                Riservata a lui solo.

                Trovomi ancor debitore di riscontro all'ossequiatissimo foglio di V. S. M. R. che si compiacque di dirigermi per comunicarmi il suo progetto di fondare in questa città una delle sue case, epperciò prima di tutto chièggole benigno condono di aver tardato cotanto a compiere simile mio debito. In secondo luogo devo ringraziarla della memoria che conserva di me e della bella immagine che mi favorì di S. Giuseppe resa tanto più preziosa, perchè contenente lo scritto di proprio pugno e la firma del nostro Santo Padre.

                Ella si degna di domandarmi il mio parere sull'ideata fondazione. Ma che posso io, mai dirle? Discutere sulla di lei utilità? Sarebbe lo stesso che il questionare se in giorno sereno a pieno meriggio risplenda il sole. Ciò posto che resta? Trovare i mezzi. E questo lo troverei un tantin difficile ai nostri tempi, ma anche questo a lei riesce agevole, e ne sian prova le tante case e chiese istituite e condotte a termine. In riguardo a me in particolare le offro un lire mille annue fisse su cui potrebbe contare, esistendo la casa.

                La mia salute non è troppo buona, e però mi raccomando alle sue preghiere, e de' suoi, e per l'anima, e pel corpo, e per chi non è più.

                Profitto di tal circostanza per rinnovarmi col massimo ossequio,

                Di V. S. M. R.

Dev.mo ed Obbl.mo Servitore

I. A. Pallavicini.

 

                Il 6 settembre fu a Sestri Ponente a visitare la baronessa Luigia Cataldi, che divenne sua grande benefattrice, e di là scriveva all'Oratorio:

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                A Dio piacendo sarò a Torino domani per le 11, 20 al mattino. Credo bene che andiamo da Magna Felicita a pranzo per anticipare un po' di festa in onore della Madonna e intanto potremo discorrere un poco. [186] Se sono preparati i programmi di Varazze màndane subito un 300 copie al Sindaco, oppure al prevosto. Di poi prepara di mandarne uno con lettera a tutta la diocesi di Savona, di Genova e di Sarzana.

                Dio ci benedica tutti e credimi,

                Sestri Ponente, Villa Cataldi, 6 - 9 - 71.

Aff.mo in G. C.

Sac. G. Bosco.

 

                Mentre si stavano ultimando i lavori per l'apertura del Collegio di Varazze, il Sindaco insisteva che non s'indugiasse a pubblicare il programma, e comunicava a Don Bosco che il 4 settembre, avendone parlato col R. Provveditore degli studi, questi l'aveva autorizzato a comunicargli che senz'altro lo ritenesse da lui approvato, tale e quale l'avesse redatto.

                La lettera che voleva inviata ai parroci, insieme con i programmi di Marassi e di Varazze[33], era a favore delle vocazioni dello stato ecclesiastico:

 

                               M. R. Signore,

                Prego V. S. molto Rev.da a voler gradire i programmi che le invio e volerli far conoscere fra le famiglie presso cui giudicasse opportuno. Qualora poi conoscesse giovanetti la cui indole e attitudine allo studio presentasse qualche probabilità di vocazione allo stato ecclesiastico e ce li volesse indirizzare, l'assicuro che sarà usata viva sollecitudine, perchè siano coltivati nello studio e nella pietà e così le comuni speranze sieno appagate.

                In ogni caso io le professo la più viva gratitudine pel favore che spero, ed augurandole ogni bene ho l'onore di professarmi,

                Di V. S. molto Rev.da,

                Torino, li ... settembre 1871.

Obbl.mo Servitore

Sacerdote Gio. Bosco.

 

                Il 7 era a Torino e pranzava insieme con Don Rua in casa di Magna Felicita, cioè della pia damigella Felicita Orselli, che coabitava con altre due pie donne, Magna Teresa e Cicchina Fusero, colle quali aveva comuni interessi. Con una piccola bottega era riuscita a formarsi un piccolo capitale [187] e n'aveva fatto un vitalizio con Don Bosco, ed era felicissima quando poteva preparargli qualche cosa da mangiare, allorchè si recava presso di lei, unicamente per sbrigare nel nascondimento qualche lavoro urgente, che non, avrebbe potuto compiere nell'Oratorio.

                L'8 settembre, festa della Natività di Maria SS., ebbe luogo la distribuzione dei premi agli studenti. E di quell'anno si cominciò a dare i premi anche agli artigiani, alunni del corso di francese e delle classi elementari.

                Subito dopo la premiazione, insieme con i direttori, saliva a Lanzo, dove l'11 si doveva cominciar il primo corso di esercizi spirituali per i confratelli, quando venne urgentemente chiamato dal Ministro Lanza a Firenze, e da Firenze proseguì per Roma per il grande affare che interessava tutto il mondo.

                A Roma rimase appena tre giorni, ma gli bastarono per concludere quanto voleva, e il 15 era di nuovo a Firenze[34].

                E da Firenze, avendo appreso dai PP. Cappuccini di Varazze che in città serpeggiava un vivo malumore per le voci sparse che egli avrebbe preso la chiesa dei Convento per radunarvi gli alunni esterni che avrebbero frequentato le scuole del Collegio, scriveva loro questa lettera, che si conserva nel loro archivio.

 

                               Molto R. Padre,

 

                Stia sicuro che D. Bosco non cagionerà mai disturbi ai Cappuccini. Ho sempre fatto e fo tutt'ora quel che posso pei medesimi, sia coll'inviare postulanti, sia coll'accoglierli in casa. Dall'epoca dei disturbi sino a ora ne ho sempre avuti parecchi in casa e me li tengo cari e preziosi. Non ho mai dato carico ad alcuno di trattare cose spettanti la chiesa dei cappuccini di Varazze; o che chi riferì intese male, o che qualcuno si è fatto mio delegato in cose che certamente non mi passarono nemmeno per sogno. Quando si trattò di rispondere al Municipio che proponeva la mentovata chiesa per la congregazione festiva degli allievi studenti sono andato io stesso a Genova per parlare al Padre Provinciale per udirne il parere: esso non era in cotesta città; ed io mi recai a Varazze, parlai a lungo col P. Cristoforo definitore e col Padre Guardiano del convento, e conosciuto che erano di parere contrario, sono andato io stesso a dire al Sindaco, [188] discorso; a nome mio, che non intendevo di servirmi della chiesa in che pei convittori avrebbesi fatto uso di una camera, e che intanto il Municipio pensasse ad un locale per gli esterni. Ma tutto ciò ho fatto tutto io stesso senza avere nè consiglio nè proposta di altri e senza dare ad alcuno delegazioni. Siamo in tempi difficili, cerchiamo di aiutarci a fare del bene, ma non mai ad incagliarci. Ella ha fatto bene a scrivermi, così potè sapere le cose come sono per sua norma e a norma di altri; ma mi raccomando di andare molto adagio a ammettere cose che si fanno correre a mio conto e, quando ciò fosse, farmi la carità di significarmelo, che certamente, mi servirà di norma per evitare certe asserzioni e certe deliberazioni, che mentre da una parte raffreddano la carità, dall'altra mettono spesso impaccio nelle stesse cose spettanti alla gloria di Dio, che da ambe le parti si ricerca. Dio ci benedica tutti, e preghi per me, che le sono con perfetta stima,

                Firenze, 15 - 9 - '71,

Umile servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                P. S. - Sono momentaneamente a Firenze, ma domani sarò di ritorno a Torino.

 

                Difatti, mentre la cappella per i convittori si fece in una sala, per gli esterni venne destinato l'oratorio dell'Assunta, vicinissimo al collegio.

 

 

11) Di ritorno.

 

                Andava subito a Lanzo, dove si tennero gli esercizi spirituali; dal 18 al 23 il primo corso, dal 25 al 30 il secondo. Tornato a Torino, ripartiva per Castelnuovo per festeggiare la solennità del S. Rosario ai Becchi, e insieme per dare a tante cose che aveva tra mano un po' di ordine e riposare un tantino, essendo molto prostrato di forze. Così scriveva al Cav. Tommaso Uguccioni, che non aveva potuto avvicinare a Firenze.

 

Castelnuovo d'Asti, 2 Ott. '71

                                Car.mo Signor Tommaso,

 

                al capo dei monelli condoni, signor Tommaso, il ritardato riscontro alla car.ma sua ricevuta sull'istante che partivo da Roma, cui non fu possibile prima d'ora rispondere. Il ragazzo di otto anni è troppo giovane per Torino, dove ricevonsi per poco ed anche per niente. Ivi è l'età stabilita di dodici anni compiuti. Vi sarebbero i [189] collegi dove potrebbesi collocare fino a quella età, ma colà àvvi la pensione di f. 24 mensili. Bisogna aver dunque pazienza e provvedere in Firenze, o in questi nostri collegi al bisogno di questo ragazzo; all'età accennata lo riceverò ben di cuore a Torino a qualsiasi condizione.

                In Firenze mi sono fermato soltanto nelle ore della giornata e passai a sua casa per osservare se a caso vi fosse stato qualcheduno, ma, come temevo, erano tutti in villeggiatura. La mia gita a Roma riuscì bene oltre mio credere; quando potremo parlarci avremo materia di discorrere.

                Io era molto prostrato di forze e sopraccarico di cose. Per dare alle medesime un po' di ordine e riposare un tantino mi sono ritirato nella casa paterna in Castelnuovo d'Asti per alcuni giorni. Domenica sarò di nuovo, a Dio piacendo, a Torino.

                Spero che la sua famiglia e soprattutto la signora Nonna, mia Mamma, saranno tutti in buona sanità. Questa è la dimanda che nella mia pochezza fò ogni mattina nella santa Messa per Lei, caro signor Tommaso, e per tutti quelli della sua famiglia.

                Raccomando me e questi nostri affari innumerabili alla carità delle sue sante preghiere, mentre con gratitudine e figliale affetto mi professo, di V. S.,

obbl.mo e aff.mo amico

Sac. Giovanni Bosco.

 

                Un'altra graziosissima lettera alla buona “mamma” ed insigne benefattrice, la contessa Callori di Vignale, ci dice che aveva proprio bisogno di riposar un po' la povera testa:

 

3 - 10 - '71.

                               Eccellenza? Chiarissima? Benemerita? Mamma carissima?

 

                Mi dirà quale gradisce.

                Sapevo che Ella fu malata, ma ignorava che le cose fossero gravi al punto che andarono. Sia benedetto Dio che sembra averla ridonata se non alla primiera almeno a miglior salute. Desidero, sebbene un po' tardi, di andarle a fare una visita nella prossima settimana. A tale uopo la prego di farmi scrivere una parola: La Casa Fassati è a Montemagno o no. Nel primo caso passerei per Asti, nel secondo per Casale o per Felizzano.

                Sono stato assalito da tale pigrizia che rimasi inetto ad ogni lavoro. Ora mi sono ritirato a Castelnuovo d'Asti, in casa paterna, in mezzo ai boschi con alcune decine di monelli. Qui si riposò alquanto la mia povera testa, la quale se non tornò poetica, potè almeno accozzare alcuni pensieri in prosa che espongo in questa lettera. [190] Dio la benedica, signora Contessa, e le conceda quella sanità che possa tenderla felice nel tempo e nell'eternità.

                Umili ossequi al Signor Conte Marito, e a tutta la famiglia e mi creda colla più profonda gratitudine

                Di V. S. Chiar.ma, Eccell.ma, Car.ma, Benemerita etc,

 

Obb.mo ed Aff.mo servo Figlio (scialacquatore)

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il suo riposo consisteva nel lavorare tranquillamente, nella quiete e nel silenzio, lontano da tante persone che ogni giorno solevano avvicinarlo.

                Alla metà d'ottobre Don Francesia prendeva la direzione del nuovo Collegio di Varazze, trovando, pur troppo, freddezza nella popolazione.

                Il 26 ottobre si radunavano nell'Oratorio vari illustri professori e letterati per trattar degli autori da pubblicarsi nell'associazione mensile di classici italiani, la Biblioteca della Gioventù; un simpatico convegno, che si teneva già dal 1869, cioè da quando erasi iniziata l'associazione.

                E quel giorno partiva Don Albera, insieme con due chierici, per l'apertura della casa di Marassi.

                Recatisi a salutare il Santo, per sentire ancora da lui una buona parola ed avere la sua benedizione, l'udirono esclamare:

                 - Dunque andate a Genova ad aprire un ospizio per i giovinetti più poveri ed abbandonati!...

                 - Ma con quali mezzi? osservò uno dei partenti.

                 - Non datevi pensiero di niente; il Santo Padre vi manda la sua benedizione, ponete tutta la vostra fiducia nel Signore; Egli provvederà. Al vostro arrivo troverete chi vi ha cercato l'alloggio, dove comincerete la vostra missione.

                Don Albera, che era prefetto esterno nell'Oratorio, s'era messo da parte un po' di denaro per le prime necessità. Don Bosco gli chiese se avesse bisogno di qualche cosa.

                 - No signor Don Bosco, la ringrazio; ho già con me cinquecento lire.

                 - Oh, mio caro! non è mica necessario tanto denaro! Non vi sarà la Divina Provvidenza a Genova? Va' tranquillo, la Provvidenza penserà anche a te, non temere! [191] E tratte dal cassetto poche lire, il puro necessario per il viaggio, glie le diede, ritirando le cinquecento.

                Lo stesso giorno Don Bosco ritoccava da capo a fondo la lettera circolare per l'apertura del liceo d'Alassio[35].

                Don Albera partì con i due compagni recando in una sacca da viaggio tutto il suo e il loro corredo. A Genova li attendevano allo scalo alcuni signori della Conferenza di San Vincenzo de' Paoli della Parrocchia dei Diecimila Crocifissi, con a capo il presidente Giuseppe Prefumo e Domenico Varetti, i quali vollero che prendessero subito un po' di ristoro e poi li condussero alla villa del Senatore Giuseppe Cataldi affittata per loro dimora, a Marassi.

                Non occorre dire che i primi giorni furono assai gravi per quei figli di Don Bosco, essendo sprovvisti di tutto: passarono più d'una notte su di una sedia di legno, non avendo ancora un letto su cui riposare. Era una prova che Dio voleva da loro per colmarli poi dei suoi benefizi!

                Difatti, divulgatasi la notizia dell'apertura di quell'istituto di beneficenza, in cui i poveri giovani potevano trovar ricovero, ricevere una buona educazione ed insieme imparar un'arte od un mestiere con cui campare onoratamente la vita, non andò molto che vennero in loro aiuto vari benefattori generosi ed anche i buoni contadini di quelle parti andarono a gara a provvederli del necessario. Particolarmente il signor Prefumo si mostrò sempre il buon padre di quei poveretti, andando sovente a visitarli, specie nelle vigilie delle feste solenni, recando ogni volta; qualche regalo.

 

 

12) Una lunga vertenza edificante.

 

                Tra l'Oratorio e il Vescovo di Mondovì, Mons. Giovanni Tommaso Ghilardi, dei Padri Predicatori, dal 1870 fin oltre il 1871 vi fu, per l'acquisto d'una tipografia, una vertenza condotta con tanta carità da ambe le parti, che torna edificante il farne un'esatta esposizione.

                Mons. Ghilardi, volendo acquistare una tipografia, ne parlava col Cav. Federico Oreglia di S. Stefano, salesiano, che [192] fungeva da amministratore della tipografia dell'Oratorio, cui il Vescovo soleva affidare la stampa di varie operette. Le pratiche avvennero nel 1868, durante l'Ottavario della Consacrazione del Santuario di Maria Ausiliatrice, di cui anche Mons. Ghilardi, il 12 e il 13 giugno, si degnò rendere più solenni le sacre funzioni.

                Pochi giorni prima (il 3 dello stesso mese) il aveva già acquistato per l'Oratorio, dall'avv. Domenico Fissore, una tipografia per sole 8.500 lire col farne immediatamente il versamento. Vari, messi a conoscenza della compera, subito gli proposero di rilevarla a un prezzo più elevato, fino anche a 18.000 lire, ma con pagamento a rate. Ed

                la cedeva al Vescovo a lire 15.000, cioè al prezzo più basso che gli era stato offerto.

                Due anni dopo, nel 1870, il Vescovo, venuto a conoscenza del divario tra la somma da lui pagata e quella pagata dal Cavaliere, si recò a Torino a parlarne con Don Bosco.

                Bosco era assente, il Cavaliere aveva lasciato la nostra Società ed era entrato nella Compagnia di Gesù, ed egli ne parlò con Don Rua.

                E Don Rua il 24 agosto 1870 gli scriveva:

 

                Al nostro caro D. Bosco rincrebbe tanto di non aver potuto abboccarsi colla E. V. quel giorno che nella sua bontà degnavaci di una sua visita. Io però gli parlai dell'oggetto per cui V. E. erasi qua recata; ed egli, ben ponderata ogni cosa, m'incaricò di scriverle che non gli parrebbe conveniente ed equo che l'Oratorio avesse a scapitare nel contratto della tipografia e parimenti nella stampa delle opere di V. E. Il Cav. Oreglia sapeva che era posta in vendita la tipografia suddetta, e la prese con suo rischio e pericolo; in seguito senza darne pubblicità ne fece parola con diverse persone, esponendo come si trovavano le cose. In conseguenza alla notificazione nata ebbe tre profferte, una di L. Italiane 15.000, l'altra di16.000, ed una terza di 18.000. Si attenne alla prima che era quella a cui si acconciò l'E. V., e non badò più alle altre, trattandosi di rendere un servizio ad un Vescovo tanto benemerito della Chiesa e tanto benevolo a questo Oratorio. Così disse ancora quest'anno il Cav. Oreglia al sig. D. Bosco, allorchè andò a trovarlo a Roma. Don Bosco rispettosamente espone queste osservazioni alla nota saggezza dell'E. V. disposto a ricevere le considerazioni che avesse a fargli. [193]

                Monsignore il 1° settembre rispondeva:

 

                I sentimenti dell'ottimo e provvidenziale D. Bosco sono i miei in ordine alla consaputa pendenza, non volendo amendue altro che ciò che è giusto. Io quindi credo di poter ottenere il nostro comune intento coll'estendere il caso morale che ci occorre. La mia esposizione sarà mandata al Cav. Oreglia per la ratifica della medesima. Caduti d'accordo nella vera esposizione del fatto, assoggetteremo il caso alla decisione di due o tre Teologi da scegliersi d'accordo, e staremo ciecamente alla loro decisione. Io non dubito che questo mio progetto sarà gradito da Don Bosco medesimo, ravvisandolo io come il più ragionevole per terminare la pendenza con quiete di coscienza per entrambe le parti. Io ho già posto mano all'esposizione del fatto e farò di tutto per mandarla a Roma quanto prima, perchè confesso che mi preme togliermi dal cuore questa spina.

                Desidero poi che si accerti il medesimo D. Bosco che, tenuto conto dello sbaglio conosciuto a Roma dal Cav. Oreglia di Lire 1000 in mio danno, perchè sono 16 mila ch'io sborsavo e non 15, come risulta da quitanze, il mio debito non giugnerebbe a Lire 5 mila tutto compreso, laddove l'errata corrige sul prezzo della tipografia sarebbe di lire 6.5oo a mio danno, salvo errore.

 

                Monsignore aveva conto aperto coll'Oratorio per i lavori che faceva eseguire dalla tipografia e questi da vari anni non venivano pagati; quindi non deve far meraviglia, che non gli fosse stato fatto esplicito cenno che le mille lire sarebbero state assegnate a favore dei medesimi, mentre il Cavaliere Oreglia il 14 gennaio 1869 nella dichiarazione della terza quitanza scriveva così:

 

                Ricevo dal Can. Ramorino le L. 3.000 che mi arrivano proprio utilissime e la ringrazio vivamente della bontà sua nel favorirmi. Farò ogni impegno per trovare il tempo e liquidare il conto suo che io pure desidero vedere chiarito.

                Per sua norma io ho portata la vendita della tipografia e spese relative sul conto suo e perciò noto anche le esazioni sul suo credito e così quello che rimane sulla somma avuta sarà a scarico delle spese di stampa...

 

                Prima della fin del mese il Vescovo tornava a scrivere:

 

                               Tutto Car.mo D. Bosco,

                Deus misereatur nostri!

                Scrivendo ultimamente al car.o D. Rua gli diceva ch’io avrei disteso il factum dell'acquisto che feci della tipografia col mezzo del [194] Cav. Oreglia e che poi lo avrei mandato allo stesso sig. Cavaliere per le sue osservazioni. Dopo però d'averne scritto l'esposizione del fatto stesso, non avrei più il coraggio di ciò fare direttamente, perchè non dubito, che gli farebbe gran dispiacere il vedere come abbia potuto credere di potere coscienziosamente serbare meco il contegno che risulta dalla esposizione medesima. Credo quindi essere miglior partito quello a cui mi appiglio, di mandarlo a lei, affinchè, esaminato e ponderato il caso, decida come meglio stimerà nella sua probità e delicatezza che ben si merita il prefato sig. Cavaliere.

                Se io non dovessi pensare a pagar debiti che ho fatti per l'impianto del Collegio delle Missioni e per la Tipografia, ora principalmente che devo aggiustare ogni cosa come dovessi da un giorno all'altro essere processato, fatto prigione, mandato in esilio e peggio, farei offerta anche più generosa all'Oratorio per finir ogni cosa; ma non posso assolutamente, e poichè l'Oratorio non dovrebbe sborsare somma alcuna per la restituzione di cui è caso, mi pare che Ella potrebbe finire ogni cosa senza nemmeno arrecare al buon Cavaliere quei dispiaceri che soffrirebbe sicuramente, qualora leggesse la mia coscienziosa esposizione del fatto in discorso.

                Comunque poi Ella decida di fare, io mi occuperò ora del conto tipografico e librario, dal quale risulta che, accettandosi l'offerta ch'io faccio di lire 1.500 all'Oratorio sarebbe saldata ogni mia debitura coi medesimo, e, senza alcun versamento per parte dell'Oratorio, mi sarebbero riscontrate le lire 6.500 che avrei sborsate di più per la compra della Tipografia. Ma questo conto lo manderò a D. Rua.

                Non entro nelle cose di Roma per non renovare a Lei ed a me infandum dolorem, ma io non potrò tacere le più amare verità, ed è perciò che aggiusto le cose mie, da poterle pronunciare con tutta franchezza.

                Sono intanto in G. M. e G., ed a piè della +,

Tuo aff.mo ed Amico

+Fr. Gio. V.o di Mondovì.

 

30 - 9 - '70.

                L'esposizione, firmata dal Vescovo, venne redatta dall'Economo Vescovile, Don Andrea Tonelli, il quale, non conoscendo appieno in qual modo s'erano svolte le pratiche e tenendo la parte del Vescovo, veniva ad una conclusione esagerata ed erronea.

                Eccola ad litteram, quasi integralmente:

 

                Esposizione dille trattative passato tra S. E. il Vescovo di Mondovì e l'Ill.mo Signor Cavaliere Federico Oreglia Direttore della Tipografia [195] dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, relativamente all'acquisto di una Tipografia.

 

                1° Il Vescovo di Mondovì, desiderando di far acquisto di una Tipografia a prò del suo collegio per le Estere Missioni, si raccomandava al Cav. Oreglia, affinchè quale persona pratica ed amica lo coadiuvasse nel suo intento.

                Ora nella circostanza che il predetto Vescovo trovavasi nel giugno 1867 [si legga 1868] presso Don Bosco, il sig. Cav. Oreglia gli disse esservi in vendita una tipografia, che la vendita volevasi fare in blocco ed al prezzo di Lire 15 mila. Osservatogli dal Vescovo che esso era solo disposto a spendere lire 12 mila, il Cavaliere sciolse la difficoltà proponendogli di far concorrere per le restanti Lire 3 mila la tipografia di Don Bosco, riservandosi, come di ragione, di prelevare per la sua tipografia tanto di materiali, per es. caratteri ed altri oggetti, quanto corrispondesse alla somma per cui concorreva. Il Vescovo accettò la profferta, ed autorizzò il Cavaliere a conchiudere il contratto, fissando fin d'allora le epoche del pagamento.

                2° Restituitosi il Vescovo alla sua sede, ebbe dopo qualche tempo dal Cav. Oreglia avviso della definitiva conclusione del contratto, e mandò un suo prete, il rev. D. Fissore a Torino, incaricandolo di procedere alla separazione di tanti caratteri ed oggetti pel valore di Lire 3 mila, che dovevano secondo l'intelligenza restare alla Tipografia dell'Oratorio, e quindi provvedere al trasporto della Tipografia a Mondovì, e nello stesso tempo di sistemare ogni cosa riflettente il contratto. Avendo poi il D. Fissore fatto sentire al Vescovo che la separazione, di cui sovra, avrebbe richiesto lungo tempo, che d'altronde era evidente il vantaggio di avere la tipografia tal e quale era venuta a mani del Cav. Oreglia, acconsentì alla proposta di prenderla tutta intiera, e sborsò ancora prima della convenuta scadenza le Lire 15 mila.

                3° Appena poi trasportata a Mondovì la Tipografia e messa al suo posto, il Vescovo ebbe ben tosto ad avvedersi che non era di quel valore che gli era stato dato a credere, perocchè si dovettero subito spendere vistose somme nell'acquisto di caratteri, senza dei quali non avrebbe potuto servire allo scopo per cui fu acquistata.

                4° Volle intanto la Provvidenza che in questo frattempo capitasse alla Tipografia una persona peritissima, la quale, esaminandola minutamente parte per parte, ebbe a dire che il Vescovo aveva fatto un contratto magro assai, perocchè trattandosi di tipografie non più nuove si potea avere a prezzo molto minore. Tale giudizio di persona peritissima, disinteressata ed amica, accrebbe nel Vescovo il rammarico di essere andato, come si dice, troppo alla buona...

                5° Avvenne ancora per altro tratto provvidenziale che un'altra persona, d'ogni eccezione maggiore, significasse a Mons. Vescovo come avesse inteso dal Cav. Oreglia che si compiaceva di avere goduto [196] il Vescovo di. Mondovì di più migliaia di franchi nel contratto della Tipografia, avendola ceduta al Vescovo a Lire 15 mila, mentre a Lui costava solo Lire 8500, e forse meno.

                6° Quantunque il Vescovo abbia ciò sentito con grande sorpresa, tuttavia non cessa di riconoscere la probità incrollabile dell'ottimo Cavaliere, e si protesta che non gli passa nemmeno per la mente che abbia così operato per malizia, ma solo guidato da coscienza erronea.

 

                E veniva a questa conclusione:

 

                7° La presente esposizione essendo pura e schietta verità.... ne viene di conseguenza che, o il Cav. Oreglia, o per esso l'Oratorio di D. Bosco, siano tenuti a restituire a Mons. Vescovo Lire 6500 dal medesimo pagate in più del pregio, che fu realmente dal Cav. Oreglia sborsato per la Tipografia, restituzione che il prefato Vescovo reclama a titolo di giustizia, in forza delle ragioni addotte... che a maggior luce si compendiano.

                A) Il Cav. Oreglia, non essendo mai stato conosciuto qual negoziante di tipografia, come non lo era di fatto, il Vescovo non poteva far capo a lui, nè trattar con lui come tale. Si affidò bensì a lui, e con intera confidenza, ma nella qualità di amico e mediatore, appoggiato alla di lui probità ed onestà; ed alle cognizioni tecniche che sapeva possedere in siffatta materia, e sotto questo aspetto accettò ad occhi chiusi la Tipografia che gli veniva dal Cavaliere proposta, senza nemmeno chiederne la provenienza, senza disamina, senza inventario, senza estimo, senza insomma nissuna di quelle forme e cautele che si usano comunemente in tutti i contratti di qualche entità, sulla semplice di lui parola ed assicurazione della convenienza. Condotta questa che prova ad evidenza che il Prelato considerava il Cav. Oreglia tutt'altro che proprietario della Tipografia, o negoziante per conto proprio, ma semplicemente come mediatore o mandatario, che facesse gli interessi del Vescovo...

                B) È poi tanto vero che il Cav. Oreglia si assunse l'incarico di far acquisto di una Tipografia, non a nome proprio, ma bensì del Vescovo che lo incaricava, ossia nella sola qualità di mediatore, e non di negoziante, che volle assolutamente prima di conchiudere il contratto col possesso, volle dico una parola sicura sulla somma da spendere... Ora nella richiesta del Cav. Oreglia e nella prestazione per parte del Vescovo di una parola sicura si trova un argomento che il Cavaliere agiva per conto del Vescovo... come mandatario e mediatore incaricato dal Vescovo. Se dunque il Cavaliere non avea la proprietà della tipografia, se la acquistò come mandatario, può solo in coscienza ripetere dal Vescovo la somma, che ha speso e nulla più. Nè gli può suffragare per pretendere un prezzo maggiore il dire, che dopo l'acquisto gli è stata fatta da altri un'offerta maggiore di Lire 8.500. Infatti qual fu la causale del contratto? la parola (non [197] è vero?) data al Cavaliere dal Vescovo di tenerlo rilevato in qualunque modo, ed a qualunque prezzo, fino alla somma di Lire 15 mila, avesse fatto il contratto. Ora siccome il Vescovo con tale parola s'impegnava a sopportare tutto il danno qualora la tipografia non avesse avuto il valore del prezzo pattuito, così deve al Vescovo spettare ogni vantaggio, se ha un valore maggiore.

                8° Così stando le cose, e poste le precedenti conclusioni che paiono tutt'affatto naturali, e sono pienamente favorevoli al Vescovo, non resterebbe più nulla a discutere: siccome però il benemerito ed egregio Capo dell'Oratorio, il M.o R.do D. Bosco, al quale già ne fu tenuta parola dal Vescovo, sembra non consentire con questi sentimenti, e d'altronde tanto l'uno quanto l'altro non vogliono menomamente offendere nè la giustizia nè la carità, da parte del Vescovo allo scopo di addivenire più facilmente ad una amichevole definizione si propone: - Mandarsi al Cav. Oreglia la presente esposizione, perchè vi unisca le sue osservazioni e ragioni, le quali avute, o l'Oratorio accondiscende a fare la restituzione di Lire 6.Soo, ed il Vescovo - aggiustati e definiti tutti i conti che sono aperti tra lui e l'Oratorio stesso - offre e promette a quest'ultimo un dono di lire 1.500, come gratificazione dell'opera prestata dal Cav. Oreglia nella compra della tipografia. Oppure incontra difficoltà per la reclamata restituzione, ed allora si eleggano due o tre giudici, siano Teologi o Canonisti, colla promessa reciproca di stare al loro giudizio. In questo modo potranno consolarsi di aver seguito il consiglio di Sant'Agostino: Lites aut nullas habeatis, aut quam celerrime finiatis.

 

                Avuta e letta l'esposizione, Don Bosco, nonostante il timore di Monsignore, ritenne non solo conveniente ma doveroso comunicarla al Cav. Oreglia; il quale, due mesi dopo, il 30 novembre, essendo stato trasferito da Roma a Brixen, premesse le scuse per il prolungato ritardo, faceva queste nette ed esplicite dichiarazioni:

 

                Venendo alla Esposizione del Rev.mo Mons. Vescovo di Mondovì io debbo confessare che in vari punti non sono della stessa sua opinione, e non tutte le circostanze da lui citate si combinano con quelle che io tengo presenti alla memoria. Io posso dire con tutta sincerità e certezza che ho comperato per Don Bosco una tipografia del Sig. Avv. Fissore, e che, se la pagai solo lire 8.500 si fu perchè egli voleva il denaro subito, che altrimenti egli aveva, e mi rimise le lettere, de' tipografi che dopo aver visitata tale tipografia gli offrivano chi 15, altri 16 e più mila franchi, purchè a scadenze lunghe. Ora io appoggiato a questi motivi mi decisi, e credo essere in coscienza, a chiedere lire 15 mila a Monsignore, e se mi tenni fermo a quel prezzo [198] egli era perchè io già teneva varie richieste... Il motivo che mi induceva a sollecitare Monsignore a darmi parola del contratto era perchè se Egli non si decideva, io avrei venduto a quelli e ad altri che si presentavano; che altrimenti perdutili e rilasciatami da Monsignore la Tipografia, avrei avuto il danno del non vendere e quello di trovare un locale per tanta roba, e ciò tanto più che anche le macchine eranmi ricercate. Nè io credo affatto, almeno non ho inteso, di mancare di schiettezza con Monsignore tacendogli che la Tipografia già era di D. Bosco, poichè infine dei conti io che trattava era affatto estraneo al contratto, per cui non faceva in quell'affare che l'intermediario senza averne, nè volerne, nè sperarne alcun utile per me da niuna delle parti; e qui mi cade comodo una parola di risposta a quella persona da cui dice Monsignore aver provvidenzialmente saputo che io mi compiaceva di aver goduto Monsignore di parecchi migliaia di lire. In verità, per quanto d'ogni eccezione maggiore sia questa persona, io mi trovo abbastanza tranquillo in coscienza dicendogli, che o egli ha frainteso, o veramente ha dato interpretazione ben diversa alle mie parole giacchè io so bene che per quanto ottima sia una persona non per questo è infallibile nel cogliere e tanto meno nel riportare un’espressione altrui. Comunque siasi, parmi che sia anzi una prova in, contrario il vedere come io non faceva, come non feci con alcuno, mistero dell'utile ricavato dalla vendita di tale Tipografia, e non l'avrei fatto nè anche con Monsignore se Egli avesse creduto aprirsi con me così chiaramente, come fece nella Esposizione che a Lei spediva. Ed ora passando alla persona peritissima che giudicò il contratto magro assai per Monsignore, vorrei sapere se questa persona si sentirebbe con 15 mila lire di montare una Tipografia in pieno come era quella; se si crede capace egli è per me evidente che non ha mai messo in piedi veruna Tipografia; sarà un ottimo Proto, o Compositore, o che altro, ma certo non ha speso mai denari in montare una Tipografia, dove tutte le altre spese di arredamento vanno al pareggio con l'acquisto del carattere.

                L'avere Monsignore accettata la Tipografia senza inventario non può imputarsi ad alcuno poichè io lo pregai più volte ad inviare uno a tale uopo ed egli mandò il Teol. Fissore che diede bensì un'occhiata al complesso; ma non ebbe comodo di fermarsi, come io gli proposi per compiere esattamente l'inventario.

                Risposto così sommariamente alla Esposizione di Monsignore io non entro nelle ragioni che tanto da una che dall'altra parte possono elevarsi per bonifiche: Mo parere si è che il contratto sia stato fatto in termini abbastanza precisi, perchè non vi sia a opporre eccezioni. Ciò non toglie che se tra loro si combinino diversamente, io non ne abbia ad essere contento, giacchè se tra loro che sono i contraenti si credono meglio vantaggiati mutando le condizioni, io sarò contentissimo del loro piacere... [199]

                Le dichiarazioni del Cav. Oreglia non potevano essere più chiare e lampanti, nè più delicata la conclusione: - Se i contraenti si credono vantaggiati mutando le condizioni, io sarò contentissimo del loro piacere! - Tuttavia terminava col dire:

 

                Vorrei più precisamente poter soddisfare alle esigenze di quest'affare; ma dopo un anno e mezzo che questo è stato conchiuso, e dopo un anno e mezzo di Noviziato, vede bene, caro D. Bosco, quanto sia difficile avere le idee chiare e sicure. Parmi però d'aver detto abbastanza per porre le cose in piena luce, e giustificare non tanto il mio operato, quanto le ragioni di ambe le parti...

                P. S. - Di questa lettera Lei se ne giovi come meglio crederà, o comunicandola, o solo ripetendo quanto le ho scritto..

 

                Ma di certo, come vedremo, gli sorse il dubbio d'aver esagerato un po' il prezzo, benchè dei vari che gli erano stati proposti avesse scelto il minore... nonché la brama vivissima .di veder finita la vertenza, senz'alcun danno nè all'una nè all'altra parte.

                Il Vescovo e Don Bosco continuarono a studiar il modo di venir ad una conclusione; e Don Bosco diceva apertamente, a comprova che il Cavaliere aveva agito per conto dell'Oratorio, e non per conto proprio, come gli avesse consegnate le 6500 lire guadagnate nella rivendita della tipografia, soggiungendo che le aveva ognor presenti per venire ad un aggiustamento. E Monsignore, scrivendo a Don Rua, nel metterlo a parte di questo particolare, lo pregava di farsi ripeter bene la cosa, perchè i Teologi consultori l'avessero presente nel pronunciare il giudizio definitivo.

 

                               Car.mo D. Rua,

J. M. J.

                Ieri sera scrivendole con fretta eccessiva mi sono dimenticato di dirle, che l'ottimo Don Bosco mi riferiva costì in persona, qualmente il Cav. Oreglia avesse a sue mani depositato una somma (o rendita corrispondente) di Lire circa 6 mila, guadagno fatto sulla vendita della Tipografia al Vescovo di Mondovì. Mi sembra pure che dicesse che ove venisse deciso, non essere il Vescovo tenuto a sborsare somma maggiore di quella che aveva sborsato il prefato sig. Cavaliere nella compra della Tipografia, lo stabilimento avrebbe sempre avuto nelle [200] mani la somma suddetta depositata a mani di D. Bosco dal Sig. Cavaliere, per pagarsi dei lavori eseguiti pel Vescovo stesso.

                Tanto le scrivo affinchè meglio si faccia spiegare la cosa da Don Bosco, ed affinchè i Teologi consultori sieno a giorno a che di ciò, per loro governo, nel pronunciare in merito della pendenza.

                Disposto sempre stare al miglior giudizio di arbitri da scegliersi da ambe le parti, sònole in G. M. e G.,

28 del '71

Tutto aff.mo Fr.llo

. Fr. Gio. T.o Vescovo di Mondovì.

 

                Monsignore aveva già scelto il suo arbitro nel Teol. Stanislao Eula, di cui ecco la dichiarazione:

 

                Il sottoscritto avendo letto il quesito concernente la tipografia acquistata da Mons. Vescovo di Mondovì, non che la lettera del Sig. Cav. Oreglia in data 30 9bre 1870, non può a meno di trovare ragionevolissima la proposta di transazione fatta dallo stesso Mons. Vescovo, la quale si trova in fine del suddetto Quesito. È quindi d'avviso il sottoscritto che questa si abbia ad adottare.

                Mondovì, 27 gennaio 1871.

Teol. Stanislao Eula.

 

                Don Bosco fece studiare egli pure la vertenza, e ne scriveva al Teol. Golzio:

 

6 - 2 - ’71.

                               Car.mo Sig. Teologo,

 

                Ho bisogno che con sua comodità legga le unite carte riguardanti ad una piccola vertenza, tutta amichevole, col Vescovo di Mondovì. Dopo abbia la bontà di darla al T. Bertagna che spero vorrà anche dare alle medesime un'occhiata; quindi se potranno fissarmi un'ora:lungo la giornata mi troverò anch'io per intenderne il parere e vedere la risposta a farsi.

                Per loro norma la relazione mia, di D. Durando, e di D. Cagliero, non furono vedute dal can. Eula.

                Dio ci benedica tutti e ci aiuti a perseverare nel bene. Amen.

Aff. in G.

Sac. Gio. Bosco.

 

                Dopo pochi giorni ebbe luogo il colloquio. Il Teol. Bertagna gli disse che avrebbe comunicato il suo parere al Teol. Eula, e Don Bosco scriveva al Vescovo: [201]

 

12 - 2 - ‘71

                               Rever.mo e Carissimo Monsignore,

 

                Ieri ho portato le carte relative all'affare della Tipografia al T. Golzio e Bertagna. Fecero qualche difficoltà, giudicando presunzione di entrare giudici in cose che riguardano a V. E. Rev.ma.

                Ma io feci loro osservare che si trattava soltanto di esporre il loro parere e poi comunicarlo semplicemente in modo tutto privato ad una delle due parti. Allora il T. Bertagna mi disse che avrebbe lette le carte, e studiata la questione; e poi avrebbe partecipato il suo modo di vedere al Canonico Eula, suo buon amico.

                Io non desidero nemmeno di vederlo; quando l'abbia ricevuto ed Ella intenda darvi corso, io ci metto fin d'ora il mio nome in bianco.

                Mi doni la sua S. Benedizione, e mi creda colla più profonda gratitudine,

                di V. E. Rev.ma,

Obbl.mo Servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

                Ma vennero a frapporsi nuove difficoltà per l'aggiustamento dei debiti contratti dal Vescovo coll'Oratorio con la stampa di vari opuscoli. Da cinque anni, dal 1865, non eransi più sistemati i conti, e la cosa era un po' complicata per la mancata registrazione di tutte le fatture. Don Bosco diede l'incarico di sbrigar quest'affare a Don Rua; e Don Rua mandava al Vescovo una nota dei debiti, che salivano a L. 5553, 96, insieme con una copia del contratto “stipulato fra Don Bosco e il sig. Avv. Domenico Fissore il 3 giugno 1868”, a comprova che il Cav. Oreglia aveva agito come rappresentante di Don Bosco e non per proprio conto.

                E il Vescovo gli rispondeva l'8 agosto, con lettera da lui firmata, ma scritta da altra mano, evidentemente compilata dall'Economo Vescovile, nella quale in primo luogo si tornava a dichiarare di non aver avuto mai „intelligenza di sorta con Don Bosco per l'acquisto della nota tipografia”, mentre „dal contratto verbale fatto col Cavaliere in proposito e ratificato poi con sua lettera risulta che egli la faceva meco unicamente da mandatario”.

                Quindi passando a rilevare la nota dei debiti, ivi detta di 5553 lire e 96 centesimi, dopo aver ricordato che se n'erano da lui già versate 1000, proseguiva: [202] Ciò posto la cifra di L. 5553, 96 si riduce a mille lire di meno; altra riduzione e non tanto piccola si dovrà fare delle medesime sul prezzo sproporzionato stanziato per le edizioni di opuscoli, de' quali si fecero quattro o cinque edizioni usando la stessa composizione, come credo.

                Dovrà pure questa somma subire un difalco nei libri acquistati dalla mia tipografia avendo per errore aggiunto all'aggio del 30% quello della 13.ma gratis, per cui non rimane nemmen più quanto è necessario per soddisfare la spesa occorsa per la edizione eseguita dall'Oratorio stesso...

                Questo è quanto posso rispondere di presente alla prefata sua lettera non senza farle notare: che se si pronunciasse a rigore de' sani principii di teologia, omnibus inspectis, risultando, che io avrei sborsate 6.500 lire di più di quello che costò la tipografia, e andando debitore verso l'Oratorio neanco di lire 4000, ella vede che le sarebbe tolta l'occasione di inquietudine sulla dilazione dell'assestamento di tale conto...

 

                Ma non era quella la nota completa dei debiti. In un biglietto, che ci rimane, spedito o scritto il 5 agosto, si legge: „Mons. Vescovo di Mondovì deve per lavori fatti negli anni scorsi L. 5758. Per lavori fatti in quest'anno Lire 2137. Totale L. 7895. - 20 giugno, ricevuta a conto [in acconto] Lire 500. Rimane debito Lire 7395”. Restavano, dunque, a pagarsi 7395 lire. Ciò posto non v'era più nessun ostacolo per venire al giudizio dei due arbitri. E Don Rua, come si legge in una nota da lui posta in capo all'ultima lettera di Monsignore, comunicava „al Can. Eula. - Monsignore, interpellato di dare corso alla pratica, rispose aver tutto rimesso a V. S. e al Teologo Bertagna. Questi è in Torino attualmente e, urgendoci la cosa, facciamo umile ma calda preghiera di condurre la cosa a termine. Monsignore avrà dato cognizione che il contratto Fissore è dei 3 - 6 e la commissione fu data al Cavaliere nell'Ottavario, cioè dopo i 9 - 6”.

                E finalmente si raggiunse la meta, grazie anche ad un atto di squisita bontà del Cav. Oreglia. Informato di tutto, e sempre nel pensiero d'aver forse esagerato un po' il prezzo, nè volendo che ora ne venisse a scapitare l'Oratorio, faceva giungere a Mons. Ghilardi Lire 3000 perchè se ne servisse a saldare i debiti ed a troncare amichevolmente ogni questione.

                Difatti il 27 novembre si veniva alla transazione. [203] L'Ill.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo di Mondovì Fr. Giovanni Tommaso Ghilardi si rendeva acquisitore dal Rev. Sig. D. Bosco Giovanni Fondatore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales di un corpo di Tipografia in data 9 giugno. In seguito avvenne che nascessero discrepanze sull'intelligenza passata tra le parti per detto contratto che durano sino ad ora.

                Volendo però dette parti terminare amichevolmente, come è di ragione, ogni differenza, sentito il parere di due arbitri eletti di comune accordo, convengono definitivamente, e transigono sopra ogni discrepanza, accettando la seguente condizione.

                Monsignor Vescovo di Mondovì pagherà al Sig. D. Bosco prezzo di detto corpo di Tipografia la somma totale di lire undicimila settecento e cinquanta (11.750) sotto deduzione delle somme già pagate in conto per tale oggetto, entro lo spazio di tre mesi dalla data della presente. Aggiunte Lire trecento per spese accessorie.

                Torino, 27 novembre 1871.

+Fr. Gio. Tommaso Vescovo.

Sac. Giovanni Bosco.

 

                Monsignore era debitore di 7395 lire. Ora col diffalco di 3250 dal prezzo della Tipografia, più le 1000 già versate e le 3000 ricevute dal Cav. Oreglia, non gli restavano che 145 lire di debito, e così, benchè, per parte dell'Economo Vescovile, si tentasse poi riprendere l'esame dei conti, finiva la lunga vertenza!

 

 

13) Scrittore e pubblicista.

 

                Prima di chiudere questa parte delle Memorie Biografiche del Santo Fondatore relative all'anno 1871, dobbiam fare alcuni rilievi sul suo lavoro come scrittore e pubblicista, sulla squisita carità con cui accontentava quanti ricorrevano a lui, e della particolare riconoscenza che aveva per i benefattori, e, in ultimo, delle morti edificanti che avvennero quell'anno nell'Oratorio.

                Mentre era ai Becchi egli attese a preparare una raccolta di Fatti ameni ed edificanti della vita di Pio IX, che pubblicò nelle Letture Cattoliche, con questa prefazione:

 

                Al lettore. - Crediamo fare cosa gradita ai nostri Lettori col pubblicare una raccolta di fatti ameni della vita dell'immortale [204] Pio IX. Mentre faranno in modo straordinario risplendere la bontà e la carità incomparabile del suo cuore, faranno eziandio ad evidenza conoscere come la nostra santa religione guidi l'uomo alla suprema felicità del cielo, e nel tempo stesso sia socievole, utile materialmente, nè vi abbia infortunio umano cui essa non intervenga per soccorrere l'infelice, consolare l'afflitto, illuminarlo nella dubbiezza della vita e sostenerlo nella sventura. Questa cosa noi ammireremo nei fatti che verremo esponendo. Essi vennero raccolti particolarmente dalle opere cui è titolo: Spirito e cuore di Pio IX del P. Hughet[36]; Roma e Pio IX del Balehidier; La parola di Pio IX, Roma nel 1848 - 49, e da altri accreditati autori o da rinomati periodici.

                Se malgrado la diligenza usata nell'esporre le cose colla massima esattezza fosse sfuggita qualche parola non secondo la verità e non conforme ai principi di nostra santa cattolica religione o non abbastanza decorosa al supremo Gerarca della Chiesa, preghiamo il lettore a considerarlo come non detto e non scritto, pronti a rettificar qualunque cosa venisse suggerita parer tornar a maggior gloria di Dio e ad onore del padre comune dei credenti.

                Dio ci conservi costanti in questa nostra santa religione, e ci conceda l'abbondanza delle sue grazie per poterla praticare con fedeltà fino agli ultimi respiri della vita, per andare di poi al possesso di quella immensa felicità che ci promette nel cielo, così sia.

Per la redazione, Sac. Giov. Bosco.

 

                E l'Unità Cattolica del 12 gennaio 1872 ne faceva questa recensione:

 

                Il vero carattere degli uomini grandi appare bene spesso più chiaramente da certi fatti che si riferiscono alla loro vita privata, che non dalla vita pubblica. Epperciò con molto accorgimento il venerando Don Bosco ha raccolto, nel volumetto che annunziamo, un bel numero di racconti, che ci pongono sott'occhio i vari casi della vita privata del presente Sommo Pontefice. E poichè il lettore potesse dare piena fede a queste narrazioni, egli ebbe cura di citare nella prefazione le tre opere alle quali attinse i Fatti ameni della Vita di Pio IX. Con questo libro i buoni cattolici, anche da certi fatti poco finora conosciuti, impareranno a conoscere principalmente quanto sia la bontà e la carità di un Pontefice, che la storia additerà agli avvenire come un perfetto modello di apostolica fermezza e di prudenza evangelica. [205]

                Scrivere e diffondere buoni libri ad istruzione della gioventù e del popolo fu un lavoro continuo del Santo.

                Sulla fine del 1870 aveva offerto agli abbonati alle Letture Cattoliche una nuova edizione della sua Storia Ecclesiastica, ed avendo ricevuto dal Conte Francesco di Viancino, al quale aveva affidato la compilazione di un leggendario popolare delle vite dei Santi, alcune osservazioni sul dizionario dei vocaboli geografici posto in fondo al volumetto di 464 pagine, gli rispondeva:

 

                ORATORIO

                DI S. FRANCESCO DI SALES

                TORINO - VALDOCCO

 

                               Caro Sig. Conte,

 

                Desiderava di portarle in persona la nota della tipografia e libreria, che non ha nissun senso e che prego V. S. a volerla usare ad accendere un sigaro e nulla più. Segue l'altra della somma ricevuta per la nuova chiesa. Ho ricevuto i suoi riflessi sul dizionarietto e ne terrò conto per la nuova edizione che faremo forse prima della fine dell'anno. Se potesse fare altrettanto pel resto della storia, mi farebbe un vero favore. Di ogni cosa gratitudine incancellabile.

                Il medico Gribaudo sarebbe disposto di assumersi il lavoro dell'ideato leggendario. Se pertanto Ella non può continuarlo, come desidererei vivamente, la prego di mettere insieme il lavoro già fatto coi libri analoghi, ed io passerò a prenderli qualche sera lungo la settimana, alle 5 1/2 di sera.

                Dio benedica Lei, la Sig. Moglie; e raccomandandomi alle preghiere di ambidue ho l'onore di potermi con pienezza di stima professare,

16 - ‘71,

Obbl.mo Servitore

Sac. G. Bosco.

 

                E la nuova edizione della Storia Ecclesiastica, la definitiva, che venne anche affidata alla diligente revisione di Don Bonetti, usciva nel 1872.

                Intanto aveva sempre in mente il pensiero di riuscir a pubblicare, coll'aiuto di persone competenti, una Storia Ecclesiastica più ampia, nella quale brillasse in piena luce l'apostolato compiuto dai Sommi Pontefici. Così appare da questa lettera autografa, che non sappiamo a chi fosse inviata. [206]

 

20 ottobre 1871.

                               Amatissimo Sig. Teologo,

 

                Ecco il piano e divisione di quella Storia Ecclesiastica che ho in votis mercè l'aiuto delle persone colte.

                Prima parte: - Storia antica, che abbraccia li sei primi secoli fino all'Egira mussulmana 622, suddivisa in due periodi: 1° Dalla discesa dello Spirito Santo fino al 312; 2° Da tal punto fino al 622.

                2a - Storia Media dal 622 fino al 1517, divisa pure in due periodi distinti e separati pel Concilio Lateranense IV, celebrato nel 1215.

                3a - Storia Moderna dal 1517 fino ai nostri tempi, segnata altresì con due periodi; il primo dal 1517 fino alla morte di Pio VI; il secondo dalla morte di Pio VI fino ai nostri tempi.

                Tale è la prima idea mia, che può anche cangiarsi per giusti riflessi che mi venissero fatti.

                In fine di ciascun periodo desidererei che V. S. preparasse un capo da intitolarsi: Avvenimenti religiosi nel Piemonte.

                Viriliter age in Domino.

                Dall'Oratorio, 20 ottobre 1871.

Dev.mo servitore amico

Sac. Bosco Gio.

 

                I fascicoli pubblicati nelle Letture Cattoliche nel 187, furono i seguenti:

 

                Gennaio. - Le vicende di S. Giuseppe, Sposo di M. V. Dramma sacro del padre Luciano Secco.

                Febbraio. - Colomba e Giacomina o la Croce alleggerita. Racconto del sac. Gaetano Blandini.

                Marzo. - Antonio ossia il ritorno di un soldato al patrio focolare pel sacerdote Celestino Faggiani.

                Aprile. - L'infallibilità pontificia proposta ai fedeli. Istruzione del P. Secondo Pratico d. C. d. G.

                Maggio. - Apparizione della Beata Vergine sulla montagna di La Salette, con altri fatti prodigiosi raccolti da pubblici documenti pel Sacerdote Giovanni Bosco.

                Giugno. - Livia Ortalli, ossia l'amante del S. Cuore di Gesù. Memoria del P. A. M. Pagnone Barnabita.

                Luglio. - Vita di S. Girolamo Miani pel sacerdote Pietro Bazetti.

                Agosto. - La corona di verginità. - Perchè la Bibbia tradotta dal Diodati non è permessa, pel parroco Luigi Bruno.

                Settembre - La giovinetta cristiana. Considerazioni e letture proposte alle giovani cristiane per cura di S. D. N. Z.

                Ottobre. - Un grande amico. Divozione all'Angelo Custode. Riflessioni ed esempi di Vincenzo G. Berchialla Sac. Teol.

                Novembre - Dicembre. - Fatti ameni della vita di Pio IX raccolti da pubblici documenti. [207]

                Riguardo al fascicolo di maggio, „già molte operette - notava l'Unità Cattolica del 10 dello stesso mese - si sono stampate intorno a questo fatto prodigioso, e parecchi giornali francesi ed italiani ne parlarono. Il reverendo Don Bosco ha raccolto in questo libriccino quanto basta per provare la verità del miracoloso avvenimento”, e vi aggiunse „la narrazione di altri fatti prodigiosi, atti massimamente a ravvivare la fede nel popolo e promuovere la divozione verso la Gran Madre di Dio; cioè l'apparizione della Santa Vergine a Pontmain in Francia, la guarigione istantanea d'una giovane dopo vent'anni di terribile malattia nel Santuario di Oropa, ed altre grazie segnalate ottenute da Gesù Sacramentato, da Maria Ausiliatrice e da S. Giuseppe, con questa prefazione:

 

                Un fatto certo e meraviglioso, attestato da migliaia di persone, e che tutti possono anche oggidì verificare, è l'apparizione della Beata Vergine, avvenuta il 19 settembre 1846…

                Questa nostra pietosa Madre è apparsa in forma e figura di gran Signora a due pastorelli, cioè ad un fanciullo di 11 anni, e ad una villanella di 15 anni, là sopra una montagna della catena delle Alpi situata nella parrocchia di La Salette in Francia. Ed essa comparve, non pel bene soltanto della Francia, ma, come dice il Vescovo di Grenoble, pel bene di tutto il mondo, e ciò per avvertirci della gran collera del suo Divin Figlio, accesa specialmente pei tre peccati: la bestemmia, la profanazione delle feste, e il mangiar grasso nei giorni proibiti.

                A questo tengono dietro altri fatti prodigiosi raccolti eziandio dai pubblici documenti, oppure attestati da persone, la cui fede esclude ogni dubbio intorno a quanto riferiscono.

                Questi fatti valgano a confermare i buoni Della religione, a confutare quelli che forse per ignoranza vorrebbero porre un limite alla potenza e alla misericordia del Signore dicendo: - Non è più il tempo dei miracoli.

                Gesù disse che nella sua Chiesa si sarebbero operati miracoli maggiori che Egli non operò; e non fissò nè tempo né numero, perciò finchè vi sarà la Chiesa, noi vedremo sempre la mano del Signore che farà manifesta la sua potenza con prodigiosi avvenimenti, perchè ieri ed oggi e sempre G. C. sarà quello che governa e assiste la sua Chiesa fino alla consumazione dei secoli.

                Ma questi segni sensibili della Onnipotenza Divina sono sempre presagi di gravi avvenimenti, che manifestano la misericordia e la bontà del Signore, oppure la sua giustizia e il suo sdegno, ma in modo [208] che se ne tragga la sua maggior gloria e il maggior vantaggio delle anime.

                Facciamo che per noi siano sorgenti di grazie e di benedizioni; servano di eccitamento alla fede viva; fede operosa, fede che ci muova a fare il bene e a fuggire il male, per renderci degni della sua infinita misericordia nel tempo e nella eternità.

 

                I Santi son sempre guidati dalla fede! Chi non vede nelle parole di Don Bosco quasi un atto di nascondimento nel continuo succedersi di grazie segnalate quando impartiva la benedizione, attribuendo tutto unicamente alla potenza ed alla continua bontà del Signore?...

                Un altro scritto, assai interessante, fu quello pubblicato nella prima parte del fascicolo d'agosto: La corona della verginità, composta di cinque fiori, cioè di cinque virtù, alle quali si associano tutte le altre: il giglio, ossia la verginità; la viola mammola, l'umiltà; la rosa vermiglia., la carità; il nobile girasole, la pazienza; il leggiadro mughetto, la vera fede. È una traduzione dal francese, e non si sa chi ne fu l'autore; pare sia stato scritto nel secolo decimoquinto; ma è un caro libretto che meriterebbe d'essere diffuso tra le comunità femminili. Don Bosco, nel pubblicarlo, dovette aver in mente il nuovo Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, perchè proprio in quel mese pregava e faceva pregare per conoscere se la nuova istituzione era voluta da Dio, e „ci consta - affermava Don Lemoyne - che più volte, predicando nei monasteri, egli parlò di questa bella corona”. Lo stesso pensiero ci vien suggerito dal fascicolo di settembre; semplice anch'esso e pratico, ed assai utile per le fanciulle e le giovinette.

 

 

14) Tutto a tutti.

 

                Tanta era la stima che godeva e tale la fama della sua carità universale, che tutti ricorrevano a lui come a un amico ed a un padre.

                Il giovane Barone Rodolfo Ric i lo pregava di celebrare una Santa Messa secondo la sua intenzione per esser promosso negli esami, ed egli, incoraggiandolo: [209]

 

                               Car.mo nel Signore,

 

                La Madonna A., che l'ha già tante volte favorita in passato, spero che la favorirà anche nei presenti esami. Preghiamo, ed io celebrerò la Messa secondo l'intenzione per cui mi manda la limosina in f. 12.

                Dio benedica Lei e le sue fatiche, e mi creda con profonda gratitudine,

                di V. S. Car.ma,

                Torino, 10 - 7 - '71,

Aff.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                P. S. - La prego di rimettere l'unito biglietto a Papà con rispettosi saluti alla Mamma e al Sig. Carlo.

 

                L'avv. Cav. Carlo Canton, Capo Divisione al Ministero delle Finanze, suo grande amico, che lo favoriva in ogni caso nel miglior modo, lo pregava di fargli conoscere qualche buona famiglia residente in Roma, dove avrebbe dovuto tra breve trasferirsi; ed egli premurosamente:

 

                               Car.mo Sig. Cavaliere,

 

                Si assicuri, Sig. Cavaliere, che andando a Roma non mancherò di metterla in relazione con persone quali noi desideriamo. A tale uopo comincio ad incaricarlo di una commissione riguardante appunto a quella città come vedrà dal memoriale annesso. Il punto essenziale sta nel sapere a chi indirizzarci e poi raccomandarci. Ella vedrà e poi farà quel che potrà o almeno mi dirà quel che debbo fare.

                La domanda per vestiario al Ministro della guerra tornò favorevole, ma al magazzeno delle merci qui in Torino poterono darmi soltanto la metà di quanto era concesso.

                Ho in animo di fare una gita a Firenze, qualora io non possa andare le scriverà fra breve.

                Dio benedica Lei e la sua famiglia e mi creda con profonda gratitudine,

                Di V. S. carissima,

                Torino, 30 - 3 - '71.

Obbl.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

                Alla fin di settembre il cavaliere tornava a pregarlo di metterlo in relazione diretta con qualcuno che potesse dargli o trovargli dimora, e Don Bosco: [210]

 3 - 10 - '71.

                               Car.mo Sig. Cavaliere,

 

                Andando a Roma si presenti a mio nome dal Sig. Canori Focardi che ha due botteghe, Via Condotti 94, - Piazza Torre Sanguigna N° 4 - casa propria. Credo che esso l'aggiusterà con sè o presso di altra onesta famiglia. Nascendo difficoltà, si presenti anche a nome mio da una certa signora Giacinta, via della Sapienza N° 37, p. 1°. Qui troverà quello che occorre. È fervorosa cristiana e benefattrice di nostra casa. Occorrendo altro, mi scriva e aggiusteremo tutto.

                Dio benedica Lei e la sua famiglia, preghi per me che sono con gratitudine,

                di V. S. Car.ma,

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il 28 aprile riceveva la visita dell'avv. Comaschi di Milano, di cui più volte s'è fatto cenno nei volumi precedenti. Prima che facesse amicizia con Don Bosco, era d'idee un po' storte, ma dopo i ripetuti colloqui col Santo s'era nettamente ricreduto d'ogni pregiudizio. L'avvocato era venuto a Torino per aver un colloquio col cav. Luigi Giacosa, e domandò a Don Bosco un biglietto di presentazione; subito veniva accontentato:

 

28 aprile 1871.

                               Car.mo sig. Cavaliere,

 

                Chi le presenta questo biglietto è il Sig. Avv. Comaschi di Milano, che desidera conferire un momento con Lei.

                Desso è persona benefica per molti titoli benemerito della nostra casa; perciò mi fo lecito di raccomandarlo alla sua cortesia. È persona religiosa e prudente, perciò si può anche parlare con libertà ove occorra.

                Dio le conceda ogni bene, compatisca il disturbo e preghi per me che sono con gratitudine,

                Di V. S. Car.ma,

Obbligat.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Mentre a Parigi continuavano a dominare i Comunardi e fucilavano l'Arcivescovo e incendiavano parte della città, Don Bosco faceva fare speciali preghiere da tutta la comunità, perchè il Signore nella sua potenza e misericordia infinita [211] facesse tornar la calma nella capitale; e così scriveva a Madre Eudosia delle Fedeli Compagne di Gesù, che gli aveva comunicate le sue terribili ansietà circa la sorte della Casa madre:

 

Torino, 2 - 6 - 71.

                               Rev.da Sig. Madre,

 

                Non può immaginarsi, signora Madre, con quanta apprensione io abbia tenuto dietro ai pericoli che sovrastavano alle religiose di 149 sorelle in Parigi. Fin dal primo apparire dei pericoli ho disposto che ogni sera si recitasse un Pater da tutti i nostri giovani alla Benedizione del S.S. Sacramento. Io ho sempre fatto un memento speciale nella S. Messa, ogni mattino. Quale ne sia stato il frutto, Ella potrà quanto prima saperlo; in ogni caso adoriamo la misericordia del Signore, che manda i suoi flagelli, perchè il mondo sappia che egli è il nostro Supremo Padrone.

                Dio benedica Lei, Sig.a Madre Eudosia e con Lei benedica la Madre Sup. Generale, le sue religiose, le educande e a tutte le altre conceda la grazia di sopportare le spine del tempo per esser poi tutti, speriamo con fede, coronati di gloria nella beata eternità.

                Preghi per me e per i miei poverelli e mi creda con gratitudine,

                Di V. S. R.a

Obb.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Le buone religiose furono visibilmente protette da Dio, e Don Bosco, avendone ricevuta la consolante notizia insieme con un'offerta in pegno dì riconoscenza, ne chiedeva una relazione particolare:

 

                               Rev.da Sig. Madre,

 

                Ho ricevuto la sua lettera antecedente ed ora ricevo questa cui sono uniti fr. 600 coll'aggio che ne ricaveremo dall'oro. Deo gratias! giunsero in tempo di massimo bisogno. Ora la preghiera di un favore che mi sta sommamente a cuore. Dai tratti che Ella mi ha scritto, comprendo essere in modo sensibile intervenuta la mano del Signore alla preservazione delle loro case di Parigi. Ora io vorrei che queste memorie si conservassero e fossero come caparra di altre grazie che la S. Vergine certamente concederà a questo benemerito Istituto. Ella adunque a maggior gloria di Dio e dell'Augusta Sua Madre mi faccia una relazione la più lunga e minuta che Le sia possibile. Ed io la conserverò come monumento delle glorie di Maria ed occorrendo che se ne volesse dare stampa, non farò niente senza prima [212] parlarne con Lei. Credo che sia bene il notare che appena cominciarono i disastri di Francia e che i mali minacciavano Parigi, si cominciarono preghiere particolari dai nostri giovanetti all'altare di M. A. e si continuarono fino alla cessazione del pericolo, quando si cantò un solenne Te Deum in ringraziamento.

                Di ogni cosa sia dunque ringraziato Iddio e la sua Madre Santissima, e le celesti benedizioni:discenderanno ognora sopra di Lei., sopra la Madre Generale e sopratutto l'Istituto, e mi creda con gratitudine di V. S. M. Rev. a,

                Torino, 16 - 6 - '7I.

 Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

                P. S. - Se occorre qualche cosa per Roma me la domandi.

 

                Il 25 agosto Madre Eudosia tornava a scrivergli: „Avevo domandato alla nostra Madre Generale la relazione che voi desiderate riguardante le nostre Case di Parigi. Ella mi ha risposto che trovandosi in Brettagna non le fu possibile di far redigere quella relazione; ma che se ne occuperà quando sarà di ritorno nella grande capitale. Ed ora, dopo una nuova e grande grazia ottenuta, Ella m'incarica di consegnarvi un'offerta di 200 franchi per la chiesa di Nostra Signora Ausiliatrice”.

                Pari alla venerazione che godeva universalmente era la fiducia con cui anche le autorità ricorrevano a lui in ogni caso. Eccone alcune prove, spigolate da autentici documenti del 1871.

                Il Sindaco Conte Rignon il 25 gennaio lo pregava d'accettare tre figli d'una povera vedova d'un calderaio dell'Arsenale; due, Antonio e Giacomo Fornara, il 30 gennaio erano già nell'Oratorio, e il più piccolo, Antonio, veniva mandato al collegio di Lanzo, e Don Bosco stesso gli pagava la pensione.

                In marzo l'Ispettore di Questura in Borgo Nuovo si recava a raccomandargli altri tre poveri fanciulli; uno era subito accolto da lui, e gli altri due, dietro suo consiglio, essendo ancor piccini, venivano presentati al Padre della Piccola Casa della Divina Provvidenza, e subito erano anch'essi accettati; e l'Ispettore, il giorno dopo, gli scriveva ringraziandolo della sua carità e del suo consiglio, avendo trovato [213] „in quel Rev.o Padre Canonico Anglesio una persona al pari della S. V. Rev.ma oltremodo affabile, gentile e caritatevole”.

                Il Commissario del Vaccino Dott. Carenzi gli mandava un povero giovane; e come seppe che era stato accettato, lo ringraziava premurosamente „per la caritatevole, generosa accoglienza fatta al suo raccomandato”, manifestandogli il desiderio „che gli venisse porta circostanza da potergliene esprimere la sua sincera gratitudine, con fatti e non con parole”.

                Il Direttore Generale delle Ferrovie dell'Alta Italia gli esponeva le miserande condizioni di due orfani minorenni, Egisto e Giuseppe Franceschini; e Don Bosco rispondeva che se avevano l'età prescritta dal programma, senz'altro li avrebbe accettati, dicendosi in par tempo „pronto ad accoglierne anche altri in avvenire”.

                Lo stesso Direttore Generale, poco dopo gli comunicava lo stato miserabile di due altri ragazzi, Francesco e Giuseppe Ellena, i quali avevan perduto il padre, che era ferroviere alla stazione di Busalla, nell'aprile di quell'anno, ed avevan la madre a letto da dieci mesi, ed egli caritatevolmente apriva anche ad essi le porte dell'Oratorio.

                Un altro impiegato delle Ferrovie dell'Alta Italia, Capo Traffico a Milano, lo ragguagliava della morte di Giacinto Salvagno, che era stato ferroviere per 22 anni ed aveva lasciata, in misere condizioni, la moglie con molti figli, uno dei quali era alunno dell'Oratorio; ed immediatamente condonava al povero giovane la pensione.

                Tutti ricorrevano a lui in ogni caso, ed erano accontentati. Il cav. Carlo Baccalario, Segretario Capo della Prefettura di Torino, dietro preghiera di un sacerdote, amico del Conte Radicati, gli rimetteva la lettera d'una povera donna, moglie di un ex - ufficiale del R. Esercito che si trovava in carcere sotto processo, la quale non aveva da dar da mangiare ai figliuoli...

                Chi può dire quante richieste gli giungevano da ogni parte a favore di poveri ragazzi!... ed egli, vedendoli bisognosi di aiuto, li accoglieva tutti a braccia aperte!

                Il 19 settembre 1871 scoppiava in Torino, a Borgo S. Salvario, un terribile incendio in un vasto opificio, che, bruciando [214] legnami e carrozzoni ferroviari, s'allargava in un attimo, invadendo e distruggendo anche quattro grandi caseggiati vicini, con danno incalcolabile di tante famiglie, che a stento riuscivano a salvare appena un po' di masserizie. Commosso a tale sciagura, pensò di ricoverare quei poveri figli che fossero rimasti nella miseria o nell'abbandono, e ne dava comunicazione al Sindaco; questi, il 25 dello stesso mese, gli rispondeva:

 

                Rendo distinte grazie alla S. V. On.ma della generosa offerta fatta colla pregiata sua di ieri di dare gratuito ricetto a quei giovanetti che fossero caduti in abbandono in causa del disastro avvenuto in questa città nel Borgo S. Salvatore [sic].

                Di tale offerta venne tosto consapevole la Commissione incaricata della distribuzione dei Sussidi ai più bisognosi fra i danneggiati dal grave incendio, perchè ove fosse il caso ne potesse approfittare.

 

                Come ogni sventura gli toccava il cuore, ogni offerta che riceveva da anime generose l’accendeva della più viva riconoscenza, e non mancava di mostrarlo alle più insigni in ogni maniera.

                Abbiamo dinanzi il contenuto di alcune parole scritte da lui sotto quelle stampate, in alcuni biglietti di visita, le più semplici e insieme le più espressive, in accompagnamento di piccoli doni.

                Lo stampato dice così: „Il Sac. Giovanni Bosco la umili e cordiali auguri a V. S. e prega Dio a colmarla di sue celesti benedizioni con lunghi anni di vita felice”.

                E in uno, scritte da lui, si leggono queste parole:

 

                All’Ill.mo Signor Conte di Pamparato, Casa propria, sotto i portici di Piazza S. Carlo - Torino... A lui ed alla Sig. Contessa di Lui Moglie, pregando gradire alcune primizie, broccoli del giardino di Alassio”.

 

                In un altro:

 

                A S. E. la Sig. Marchesa Natta - Casa Propria - Piazza S. Carlo - Torino. ... la prega gradire alcuni piselli ed alcuni datteri da deserto di Sara in Arabia”.

 

                Alla Contessa Callori:

 

                Alla sua caritatevole e buona Mamma con auguri di buone feste a Lei e a tutta la rispettabile famiglia, le primizie di Alassio, invitandosi a pranzo, il povero questuante Sac. G. Bosco”. [215]

                Il regalo più caro e più ambito che soleva fare ai principali benefattori era la Messa che celebrava secondo la loro intenzione, con le sante Comunioni e le particolari preghiere che raccomandava ai suoi nelle principali solennità e in particolari ricorrenze.

                Da Marassi scriveva alla signora Uguccioni:

 

                               Mia buona e car.ma Mamma,

 

                Bisogna proprio fare una sgridata per muovere questo dissipatello a compiere il suo dovere verso alla migliore delle madri! Farò in modo di emendarmi e di non lasciar più passar tanto tempo senza scriverle.

                Se però il pensiero e il pregare per Lei e tutta la sua famiglia equivalesse ad una visita, questa sarebbe forse in ogni ora ripetuta.

                Si persuada adunque che ogni mattina nella santa Messa non manco mai di fare un memento speciale per tutte le persone che accenna.

                Alla vigilia della festa dell'Immacolata Concezione ho disposto che all'altare di Maria sia celebrata la S. Messa colla Comunione e preghiere dei giovani secondo la di lei intenzione. È contenta? Aggiungeremo anche il Rosario. Le cose nostre, mia buona Mamma, vanno abbastanza bene. Questo anno abbiamo aperto due nuove case. Una nella città di Varazze; l'altra in Genova, donde scrivo questa lettera.

                Abbiamo al presente cinquanta dimande per aprire novelle case in varie parti del mondo, compresa l'Australia. Sono tutte imprese gigantesche, per cui è nulla ogni forza umana; preghi per noi, affinchè, mentre facciamo questi sforzi per salvare anime, non mi accada di perdere la mia. Dio conceda ogni bene a Lei, al Sig.re Tommaso, mio buono e caro papà, a tutte le famiglie della famiglia principale. Maria Immacolata ci assista tutti dal cielo e mi creda in G. C.,

                Genova, 2 - 12 - '71,

Obbl.mo figlio disc.

Sac. Gio. Bosco.

 

 

15) Cari alunni.

 

                Nel 1871, in quattro mesi passavano all'eternità sette alunni, in novembre un ascritto, e in dicembre, come aveva preannunziato Don Bosco, un altro alunno. E tutti, per grazia di Dio dopo una vita esemplare, fecero una santa morte, come attestava Don Rua, degli alunni, nel suo necrologio [216] e, dell'ascritto, in fondo al catalogo della Pia Società dell'anno 1872.

                Son profili veramente edificanti.

 

                Giuseppe Baggini di Torre de' Conti, +  il 15 marzo 1871 a 12 anni.

                Fanciullo molto vispo, capace di far gran bene, se fosse vissuto, dandosi con alacrità alla virtù. Forse per toglierlo ai pericoli, a cui andava incontro, il Signore sel prese dopo breve malattia, munito dei SS. Sacramenti e di tutti i conforti della Religione.

 

                Giovanni Broggi di Treviglio, +  il 22 marzo a 18 anni.

                Giovane che andò ognora migliorando nello studio e nella pietà. Assiduo ai SS. Sacramenti vi attingeva sempre novello fervore, tantochè negli ultimi mesi domandò ed ottenne di essere annoverato come aspirante nella Società di S. Francesco di Sales. Amorevole con tutti, usava famigliarità con pochi. Paziente, non mai si udiva muovere lagnanza di sorta. Predisse, mentre stava bene, la sua morte tre giorni prima. Morì per asma quasi repentinamente, munito dell'estrema unzione. Si era comunicato il giorno prima per sua fortuna.

 

                Sebastiano Astigiani di Monticelli, +  il 2 aprile a 23 anni.

                Giovane di volontà ferma di progredire nella virtù e nello studio. Sebbene fornito di scarsi mezzi intellettuali, suppliva colla sua diligenza e non lasciava di avanzarsi al par degli altri. Nella breve sua malattia mostrò una piena rassegnazione ai divini voleri. Munito di tutti i conforti della religione morì nel bacio del Signore.

 

                Luigi Trono di Mortara, +  il 12 maggio a 13 anni.

                Giovanetto di costumi i più illibati, vero imitatore di S. Luigi nell'innocenza, L'amor suo a Gesù Sacramentato lo portava a riceverlo sovente; ed il suo contegno prima e dopo la Comunione lo faceva sembrare un angioletto. Obbediente, affettuoso e semplice, si accaparrava il cuore di chiunque lo conosceva. Il Signore lo tolse per aggregarlo al coro degli spiriti beati che accompagnano l'Agnello Immacolato, cantando un inno cui nessun altro coro osa cantare.

 

                Augusto Said di Algeri, il 30 maggio, uno degli algerini inviati nell'Oratorio da Mons. Lavigerie.

                Giovane tranquillo e quieto. Nessuno forse ricevette mai da lui molestia. Amava le pratiche di pietà e sebben neofita era compreso d'amor per Gesù in Sacramento. Durante la lunga sua malattia dimostrò vivo desiderio di riceverlo parecchie volte e fu esaudito. Obbediente, pio e studioso, desiderava di venire buon missionario pei [217] suoi connazionali. Chiamato dal Signore al premio, non cesserà di pregare per la conversione dei poveri Africani.

 

                Giuseppe Penati di Treviglio, + il 18 giugno, a 17 anni.

                Giovane semplice e buono. Gli scarsi mezzi intellettuali e gli incomodi di salute l'impedirono di far notevoli progressi nello studio. Non lasciò però di avanzarsi nella virtù. Era infatti pio, obbediente ai superiori e servizievole verso i compagni. Aveva una piena confidenza nel suo Direttore Spirituale ed un vivo desiderio di tutto consacrarsi al Signore. La sua gracilità fu il solo ostacolo alla da lui tanto ambita aggregazione alla Società.

 

                Franzero Michele di Torino, + il 18 giugno, a 11 anni.

                Ragazzo rimesso all'Oratorio dalla Direzione del Regio Ospizio di Carità di Torino. Fra i suoi compagni venuti da detto Ospizio si distinse per buona condotta, sebbene non apparisse niente di straordinario. Fu però singolare e preziosa la sua morte; dopo ricevuti già i Sacramenti, domandò confessarsi l'ultimo mattino di sua vita. Il che compì piangendo dirottamente per compunzione. Morì un'ora dopo, tutto festoso, vedendo, come diceva, venirgli incontro gli Angeli e la Vergine Maria.

 

                Della santa morte di questo ragazzetto Don Rua scrisse anche questa dettagliata narrazione.

 

                Il giovane Franzero Michele nel tempo che dimorò nell'Oratorio si diportò sempre da buon giovane, sebbene non dimostrasse nel suo esterno niente di particolare nella via condotta. Si osservò però che i voti furono sempre abbastanza soddisfacenti.

                Verso il 7 di giugno del 1871 fu incontrato da un Superiore, il quale vedendolo con colore alquanto smorto, l'interrogò, se non si sentisse bene. Rispose che sentivasi un po' indisposto, però non pensava per anco a consegnarsi infermo. Tastatogli il polso e riconosciutavi un po' di agitazione febbrile, fu, dal medesimo, fatto accompagnare all'infermeria e raccomandato alle cure dell'infermiere e del medico. Durò la malattia una decina di giorni, durante i quali non diede mai il minimo segno d'impazienza; anzi, a chi l'interrogava, rispondeva sempre di sentirsi meglio, e mostrava piacere quando gli si parlava dell'anima, oppure gli si diceva qualche cosa per fargli coraggio.

                Alli 16 di detto mese dimandò e ricevette i SS. Sacramenti colle più belle disposizioni, sebbene credesse di non aver tanto male. Giunta la notte dalli 17 alli 18, il male si aggravò; ed egli, paziente, al solito, andava ripetendo le giaculatorie che gli venivano suggerite: e di [218] tratto in tratto volgevasi alla persona che lo assisteva e dicevagli: - Faccia il piacere, vada a chiamare il sacerdote; - e nominava quello che avevalo fatto accompagnare all'infermeria. Fattogli presenti che era tardi, che quel sacerdote aveva bisogno di riposare, acquietavasi; ma dopo qualche intervallo ripeteva la stessa domanda, finchè, al mattino, di buon'ora, si appagò il suo desiderio e si andò a chiamargli il detto sacerdote. Con aria grave, quando lo vide comparire: - Desidero, gli disse, di confessarmi. - Ti sei confessato solo pochi giorni fa, non hai neppure bisogno, gli rispose il sacerdote. - Oh sì, riprese l'infermo; io voglio confessarmi.

                Il sacerdote si arrendette al suo desiderio, e lo confessò. Durante la confessione proruppe in dirotto pianto, e ad alta voce esclamava: - Ma? mi perdonerà ancora il Signore? mi perdonerà ancora? - Si, sta' tranquillo, gli diceva il sacerdote; confida nel Signore che molto ti ama. - A stento potè riuscire ad acquetarlo. Il sacerdote stesso, vedendo le sante disposizioni di quel buon ragazzo, sentivasi profondamente commosso; e commossi fino alle lacrime erano quelli che trovavansi nella stessa camera, che osservavano il suo pianto e sentivano le sue parole piene di compunzione. Avendo ricevuto il SS. Viatico solo due giorni prima, non si giudicò più necessario amministrarglielo nuovamente, tanto più, poi, chè non pareva neppure tanto aggravato.

                Il sacerdote ritirossi per attendere alle varie sue urgenti occupazioni, promettendogli che l'avrebbe raccomandato alle preghiere dei suoi compagni; egli, intanto, procurasse di trattenersi alcun poco a pregare, anche solo col cuore, il Signore.

                Verso le 7 e 1/2 antimeridiane, mentre i compagni insieme radunati in chiesa porgevano alla Vergine Ausiliatrice le loro preghiere per lui, l'infermo incominciò a fissare lo sguardo verso la volta dell'infermeria; poi si mise a ridere di gran contentezza. - Che hai? gli domandò qualcuno che gli stava dappresso. - Oh! non vedi? gli rispose: non vedi chi ci viene vicino a me? Ohi guarda, guarda, quanti angeli! Oh, come son belli! - Ridendo, guardava a destra e a sinistra, come per salutare i nuovi arrivati, i quali, però, non erano veduti da altri che da lui. Finalmente, alza di nuovo lo sguardo verso la volta: - Oh! anche la Madonna viene a trovarmi, viene a prendermi! Oh! che piacere! - Ciò detto tacque, e fisso cogli occhi al cielo e col volto tuttora ridente, rese la candida anima fra i cori degli angioli, nelle mani della Vergine Maria, come giova sperarlo, il giorno 18, domenica terza di giugno, in età di undici anni.

 

                Il sacerdote cui accenna Don Rua era lui stesso, che nella sua umiltà tacque anche un altro particolare. Il nostro confratello Don Bartolomeo Molinari, che fu presente alla morte di Franzero, ci diceva che vi si trovò presente anche [219] Don Rua, e che questi, appena il pio ragazzo ebbe mandato l'ultimo respiro, alzò gli occhi al cielo, e, vòlto agli astanti, esclamò con voce commossa:

                 - Mi pare di aver visto l'anima sua volare al cielo, come una colomba!

 

                Giuseppe Abrami di Brescia, + il 19 novembre a 16 anni.

                Nato il 19 agosto 1855, dopo aver dati non dubbi segni di virtù, per consacrare al Signore il fiore di sua età e darsi tutto al divino servizio, si faceva ascrivere nella nostra Società. Ma Dio non aspettò le opere e volle compensare i suoi ardenti desiderii chiamandolo a goder il premio del sacrifizio fatto abbandonando patria, parenti ed amici. Munito di tutti i conforti della religione, compianto da' suoi compagni e da' suoi superiori, spirava l'anima il 19 novembre 1871 d'anni 16, mesi 6. Preghiamo pel riposo dell'anima di lui, se mai non fosse ancor stata accolta negli eterni tabernacoli.

 

                Eugenio Lecchi di Folizzano, + il 18 dicembre a 15 anni.

                Buon giovane, rispettoso coi superiori, affabile coi compagni, sebbene non parolaio. Era assiduo alle pratiche di pietà ed in chiesa teneva un contegno grave e divoto. Studioso e diligente, non che aperto, faceva negli studi una distinta riuscita: e quantunque solo da due anni avesse incominciato il ginnasio, tuttavia al principiar del terzo anno entrò in 2a retorica e si manteneva fra i primi.

                Morì di trasporto di sangue al capo in men di due giorni di malattia.

 

                Da queste brevissime note chi non ravvisa, e non ammira la vita esemplare che accanto a Don Bosco si viveva anche dai giovani dell'Oratorio? [220]

 

APPENDICE

 

I

 

Lettera alla contessa Callori.

 

                               Benemerita Signora, ed anche EccelIenza,

 

                Mi rincresce che abbiano mandato a Lei la piccola nota di libri chiesti a questa libreria. A proprio un cercare un granello di arena a chi ci dà la casa. Ma mi risposero che tale è suo desiderio, ed io accettando nell'utile me ne tacqui. Sono per altro contento, perchè con essa diedesi occasione a Lei di scrivermi una lettera piena d'augurii veramente cristiani. Ne ho veramente bisogno in questo momento di croci. Fra le altre àvvi tuttora quella dei Mirabellesi. Essi fecero in modo da obbligarci ad una sopratassa di ricchezza mobile e farei (sabato ultimo) pignorare tutto il mobiglio di Borgo S. Martino, di venderlo all'asta se fra 10 giorni non si pagano duemila venticinque lire. Questo è il buon capo d'anno che mi offrono quelli cui si fece e si voleva fare quanto bene era possibile. Dio pagherà meglio, non è vero?

                Le mando i primi lavori fatti sul Cattolico Provveduto. Ella farà il resto. Avendone occasione spedisca l'unita Storia Ecclesiastica col libretto da tradursi alla damigella Gloria. Questa storia finora incontra bene. Appena cominciato lo spaccio, è quasi finita l'edizione di 15 mila copie. Se ne è tosto incominciato un'altra.

                Lungo la settimana spero dì poterla riverire qualche sera alle 5 1/2

                Per augurare buona continuazione dell'anno novello io farò ogni giorno un memento speciale per Lei e per la sua famiglia, affinchè Dio conceda a tutti sanità stabile, santo timor di Dio e la perseveranza nel bene; e che Dio ci serbi, dopo un terribile contrasto tra Cristo e Satana, di vedere la Chiesa ed il Santo Padre in pace.

                Mi raccomando con tutto il cuore alle sue sante preghiere e mi professo

                Di V. S. B., ma no, di V. Eccellenza,

 

                Torino, 2 - 1871,

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco,  [221]

 

II

 

PER LA FESTA DI S. GIOVANNI DEL 1871

                1 A DON GIOVANNI Bosco celebrandosi dai giovani dell'Oratorio, di S. Francesco di Sales'il suo Onomastico nell'occasione del suo ritorno dla Roma.

 

ODE

 

Canta, o fanciul; dell'anima

 Dicesti all'Infallibile,

I lieti sensi esprimi,

 all'Immortale Pio:

Coi dolci suoni sciolgansi

 “Di Pier gli anni tardissimi

Canti d'amor sublimi,

 A te concede Iddio,

tutt'intorno echeggino

 Ed a novel miracolo

I plausi al Direttor,

 La terra applaudirà

Al padre tenerissimo,

 E di novella aureola

Al re dei nostri cuor.

 Tua fronte cingerà”.

 

 

Ei ritornò, e il giubilo

 Sorrise il gran Pontefice

Fe' insiem con lui ritorno:

 Ai detti di Giovanni;

Ei ritornò; più fulgido

 Ma in cor nudrì fermissima

A noi sembrò quel giorno,

 La speme, che gli affanni

L'aer più puro, i zeffiri

 Del travagliato esiglio,

Più soavi respirar

 Degli angosciati di,

Quando il suo volto amabile

 Non 'vincerìan l'augurio

Potemmo rimirar.

 Che dal tuo labbro usci.

 

 

Roma ti vide: l'inclita

 Roma ti vide, e, memore

Città del Sommo Piero,

 Della tua gran parola,

A insolita letizia

 Rendè grazie a quell'Unico

Compose il volto austero,

 Che affligge e che consola,

Chè il tuo parlar fatidico

 Che prostra nella polvere,

Allor si ricordò,

 Che pone sugli altar,

E di stupore un cantico

 Che fissa immoto un termine

Festoso al cielo alzò.

 Al tempestoso mar.

 

Di Roma ai lieti cantici

Eco facendo noi,

Accetta, o dilettissimo

Padre, dei figli tuoi

I caldi voti, i teneri

Sensi del nostro amor,

I doni benchè poveri

Ma che tributa il cor.  [222]

                N° 2.

                A DON GIOVANNI BOSCO quando festeggiavasi il suo ritorno da Roma e celebravasi il suo Onomastico, come a dolcissimo Padre tenerissimi figli, i giovani tipografi dell'Oratorio questo tenue saggio di fregi - florali offrivano. - Al tuo merito è poco; al - nostro affetto è nulla!

 

                               Si ridesti la gioia ne' petti,

                         Fendan l'aure festosi concenti

                         Si riaprano al gaudio le menti,

                         Cui premevano tristi pensier.

 

                               Quel che lidi lontan c'invidiaro,

                         Quel che Roma per crescersi onore

                         De' suoi figli strappava all'amore,

                         Quel buon Padre possiam riveder.

 

                               Come avviene per nube o per verno

                         Che il sol nieghi il fiammante suo raggio

                         Nel celeste segnato viaggio,

                         E più bello di nuovo ci appar,

 

                               Se squarciata la nube, o fugando

                         Crudo il verno, sollevi la testa;

                         Tale gioia, o D. Bosco, si desta

                         Ne' tuoi figli in vederti tornar.

 

                               Con ardenti desiri affrettaro

                         Tutti i cuori esto dì venturoso,

                         In cui lice la piena d'ascoso

                         Caldo affetto versare e sfogar.

 

                               Che t’amiamo tel dicon gli evviva;

                         Te lo dicon l'intente pupille,

                         Che d'affetto ferventi faville

                         Eloquenti son più del parlar.

 

                               Genuflessi dinnanzi all'Eterno

                         Noi pregammo, che al tuo cammino

                         Risplendesse quel raggio divino,

                         Che fu scorta al ramingo Israel.

 

                               Or che a' patrii tuoi lari tornasti,

                         Uno solo è di tutti il desio,

                         Una sola la prece che a Dio

                         Innalziamo di cuore per te. [223]

 

                               Volga lieta tua vita e serena;

                         Nè mai nebbia luttuosa ed oscura

                         Quella gioia t'offuschi che pura

                         Gusti allor che le vie del ciel

 

                               I tuoi figli correndo animosi,

                         Non curando i travagli e le pene,

                         Dio sol cercan, quell'unico Bene

                         U' s'appunta tuo nobil desir.

 

 

                Torino, 1871.

 

 

III

PRIMO PROGRAMMA DEL COLLEGIO DI VARAZZE.

Collegio Convitto Municipale

di Varazze.

 

                Lungo il litorale tra Genova e Savona nella città di Varazze con approvazione dell'Autorità Scolastica è aperto un Collegio - Convitto a favore della studiosa Gioventù. L’edifizio è situato vicino alla Stazione della Ferrovia, nel luogo più salubre e più elevato e più ventilato della Città con dirimpetto l'amena vista del mare.

                L'insegnamento è approvato, cioè gli insegnanti saranno patentati, le materie e le discipline scolastiche in tutti i rami d'istruzione saranno in analogia coi programmi e regolamenti governativi.

                Si assicurano le più vive sollecitudini affinchè agli allievi nulla manchi di quanto può contribuire al loro profitto morale, sanitario e scientifico.

 

CONDIZIONE DI ACCIETTAZIONE.

 

                I° Ogni allievo nella sua entrata deve essere munito della fede di nascita e di battesimo, di vaccinazione o sofferto vaiuolo, di scuola, e di un certificato di moralità dal proprio Parroco.

                2° Abbia l'età di circa otto anni e non sia stato espulso da altre case di educazione.

                3° L’insegnamento abbraccia le quattro Elementari, il Tecnico e le cinque Ginnasiali.

                L'insegnamento del corso Tecnico è ripartito come segue: Aritmetica, Sistema Metrico, Geografia, lingua italiana, Storia sono gli stessi come - nel corso Ginnasiale di modo che saranno esaurite contemporaneamente le materie anche del corso Tecnico col corso Ginnasiale [224]. Così pure nel quinquennio classico saranno esaurite le lezioni di Francese, e di disegno spettanti al corso Tecnico in modo che gli allievi saranno fatti idonei per presentarsi agli esami delle classi superiori.

 

                4° Vi sono due gradi di pensione. Alla prima si corrispondono L. 35 mensili ed àvvi pane a volontà, vino, minestra, e due pietanze a pranzo; pane come sopra, minestra, vino ed una pietanza a cena; pane, caffè e latte o frutta a colazione; pane a merenda. Alla seconda pensione L. 24 al mese. In essa àvvi pane a colazione e merenda; pane a volontà, minestra, una pietanza e vino a pranzo; pane come sopra, minestra, vino, oppure frutta a cena. A chi desidera caffè e latte al mattino il Collegio lo fa amministrare a L. 3, 50 al mese.

 

                5° La pensione si paga a trimestri anticipati. Si fa eziandio un deposito di danaro per le minute spese. A chi passa alcuni giorni nel collegio viene computata la metà del mese; e a chi oltrepassa la metà è calcolata l'intiera mensile pensione. Non si fa alcuna riduzione a chi rimane fuori del collegio meno di quattordici giorni,

 

                6° Si esige puntualità nel pagamento per evitare inconvenienti. Gli alunni non possono tener denaro presso di sè. I parenti che vogliono lasciar danaro ad uso libero dei loro figliuoli possono consegnarlo al Prefetto, il quale con debito riguardo lo rimetterà e lo impiegherà secondo il loro desiderio.

 

                7° Per la lettiera, pagliericcio, parrucchiere, inchiostro, lume si pagano f. 2o annui anticipati. Non si rimborsano ancorchè si rimanga nel Collegio una sola parte dell'anno.

 

                8° Medicinali, bucato, soppressatura, rappezzatura di abiti, di scarpe, provviste di vestiario e di oggetti di scuola sono a carico dei parenti. Quelli che desiderano esonerarsi di questi lavori potrebbero affidarli al Collegio che li farà eseguire a loro conto. In quanto al bucato e soppressatura della biancheria, la spesa è di L. 2, 25 al mese.

 

                9° Col pagamento regolare della pensione, oltre l'istruzione relativa a ciascuna classe, gli allievi avranno ancora scuola di canto Gregoriano e di musica vocale, a cui dovranno intervenire nelle ore stabilite. A pure fatta facoltà di prendere parte ai primi esercizi di declamazione ed anche alla ripetizione che suole farsi per coloro, cui il rispettivo Maestro ne ravvisa il bisogno.

 

Corredo.

 

                1° Per uniformità il Collegio provvede a ciascuno per conto dei parenti un bonetto per la passeggiata, una calotta da tenersi in casa, e una blouse per l'estate. Si raccomanda però una muta di abiti neri [225] pei giorni festivi, per le passeggiate e per gli altri casi di uscita dal Collegio.

 

                2° Ognuno deve portare quanto occorre pel vestiario e pel letto, ad eccezione della lettiera e del pagliericcio. Chi porta il materasso deve averlo della lunghezza di m. 1, 75 e della larghezza di m. 0, 75.

                3° Il corredo ordinario sarà di 4 lenzuola, 8 camicie, 4 paia di mutande, 2 paia di scarpe, 6 paia calzette, 6 salviette, 6 asciugamani, pettini, una spazzola per gli abiti, due per le scarpe.

                4° Per non perdere cosa alcuna si raccomanda che, fin dall'ingresso in Collegio, gli alunni abbiano gli oggetti di biancheria e vestiario, non esclusi quelli che indossano, come pure il materasso, guanciale, coperte, ecc. notati col numero distintivo fissato nell'atto di accettazione. Per la stessa ragione il Collegio provvederà a conto dei parenti una borsa o sacchetto di colore da tenere la roba sucida finchè non sia messa al bucato, o spedita a casa.

 

Indicazioni necessarie.

 

                1° Gli allievi sono ritenuti in Collegio tutto l'anno. Tuttavia dopo gli esami finali nell'autunno si darà un mese di vacanza dalla metà di settembre alla metà di ottobre, se i parenti lo domandano.

                2° Gli alunni che rimarranno in Collegio nel tempo di vacanza avranno ogni giorno alcune ore di scuola per meglio abilitarsi nelle rispettive classi.

                3° Quelli che dalle vacanze fanno ritorno al Collegio devono presentare al Superiore un certificato di buona condotta morale e religiosa ottenuto dal rispettivo Parroco.

                4° Per evitare la perdita di tempo e il disturbo della scuola cagionato dai ritardi è fissata l'entrata nel Collegio dal 15 al 18 ottobre. Col giorno 18 comincia a decorrere la spesa della pensione anche per coloro che vi ritornassero dopo.

                5° Le domande si fanno al Cav. Bonora Can.co Prevosto Vicario Foraneo, oppure al Direttore locale del Collegio di Varazze Sac. Gioanni Francesia, Dottore in Lettere[37]. [226]

 

IV

 

Circolare per il Liceo d’Alassio.

 

                Collegio municipale

                               di Alassio

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Ho l'onore di partecipare alla S. V. Ill.ma, che a compimento dei Corso Ginnasiale ed Elementare che già si insegna in questo Collegio - Convitto, diretto dal Sac. Bosco Giovanni, si aprirà nell'entrante anno scolastico 1871 - 72 un Liceo o Scuola Liceale, in cui le materie d'insegnamento saranno pienamente in conformità dei programmi e regolamenti governativi. In quest'anno però vi sarà soltanto il primo Corso con l'insegnamento delle materie ad esso corrispondenti. Le condizioni di accettazione sono conformi a quelle delle Classi Ginnasiali ed Elementari, di cui Le unisco il programma, eccettochè per gli alunni Liceali la pensione è la prima con l'aggiunta di lire 60 di minervale.

                Se adunque le occorresse qualche allievo di tale classe e giudicasse inviarcelo le professeremo la più sentita gratitudine.

                Gradisca intanto le assicurazioni di stima e di riconoscenza con cui le auguro ogni bene, mentre ho l'onore di professarmi,

                Della S. V. Ill.ma,

 

                Alassio, 26 ottobre 1871,

Obbl.mo servo

Sac. Dott. Cerruti Francesco

Direttore.

 

 


CAPO III. SUPERA UNA GRAVE MALATTIA. 1871 - 72

1) S'ammala a Varazze. - 2) Serie preoccupazioni. - 3) Preghiere e olocausti. - 4) Interessamento universale. - 5) Qualche miglioramento. - 6) Liete speranze. - 7) La benedizione del Papa. - 8) In via di guarigione. - 9) In piena convalescenza. - 10) Torna all'Oratorio.

 

                SUL principio dell'anno scolastico 1871 - 72 Don Bosco aveva stabilito di visitare le nuove case di Marassi e di Varazze e il collegio di Alassio; ma siccome il nuovo Arcivescovo di Torino stabiliva, di quei giorni, di far l'ingresso in Archidiocesi, decise di non partire, se non dopo compiuta la cerimonia.

                E così fece. Si recò prima a Genova, e poi a Varazze; e qui fu subito colpito da grave malattia, della quale si diffuse tosto la notizia, destando nei figli e negli ammiratori uno sgomento terribile.

                Di quei giorni dolorosi abbiam raccolti e coordinati molti documenti, i quali, dal primo all'ultimo, sono una splendida prova della virtù e della santità del sofferente e del suo abbandono in Dio, e insieme del dolore dei figli e delle loro continue fervorose preghiere a Gesù Sacramentato ed a Maria SS. Ausiliatrice per implorare all'amatissimo Padre sollecita e piena guarigione. [228] Se dovessimo riferirli uno a uno, non la finiremmo più; tuttavia riteniamo conveniente e, diciam pure, doveroso, di farne una paziente e minuta esposizione, senz'affatto preoccuparci se la narrazione assumerà l'aspetto di un lungo diario. Quel che ci preme è di far comprendere quanto sofferse Don Bosco in quei cinquanta giorni, di vera angoscia, di timori e di speranze, e di preoccupazione universale; e quanto fecero i figli e gli ammiratori per vederlo sollevato e ottenerne da Dio la guarigione.

                Protagonisti della narrazione sono Don Giovanni Francesia, direttore del Collegio di Varazze, uno dei più cari ed affezionati al Santo; - Pietro Enria, il fido, paziente e sollecito assistente ed infermiere; - e Giuseppe Buzzetti, uno dei primi giovani che accorsero ai catechismi iniziati da Don Bosco nella chiesa di S. Francesco d'Assisi, che non si staccò più dal suo fianco, a cui Enria trasmetteva quotidianamente le notizie della malattia.

                Veniamo alla narrazione.

 

 

1) S’ammala a Varazze.

 

                Mons. Gastaldi si preparava a prender possesso dell'Archidiocesi di Torino, dove al partito anticlericale sarebbe tornato poco gradito. La Gazzetta del popolo aveva preso a combatterlo, appena preconizzato: „È stato scelto dal Vaticano - scriveva il 27 ottobre 1871 - proprio colla lanterna, e colla speranza che sia un Fransoni numero due”; ed eccitava il Municipio a non prender parte al suo ingresso.

                Difatti Mons. Zappata, Vicario Capitolare, annunciava l'imminente ingresso del nuovo Arcivescovo al conte Felice Rignon, che era succeduto al conte Cesare Valperga di Caluso a capo della civica amministrazione, ed aveva in risposta, che la Giunta non riteneva opportuno farsi rappresentare al ricevimento “a fronte dei nuovi principii, che regolano attualmente i rapporti fra la Chiesa e lo Stato”.

                Anche Mons. Gastaldi, in data 31 ottobre, preannunziava al Re la prossima presa di possesso, e non aveva una parola di riscontro. [229] Solo in Prefettura venne ben accolto il preannunzio, come Don Bosco scriveva all'Arcivescovo:

 

[Ottobre 1871.]

                               Rev.mo e Car.mo Monsignore,

 

                Ho passato due giorni qui in Passerano con casa Radicati, dove ho parlato a lungo col Viceprefetto dì Torino, che trovasi pure qui, sig. Cav. Avv. Bonino. Mi parlò assai bene della lettera scritta da Lei e della risposta fatta dal Prefetto; di poi esternò un vivo desiderio che Ella entrando nella novella diocesi facesse entrata solenne. - Restano a vedersi le disposizioni delle autorità civili, io risposi. - Non ne dubiti, soggiunse, non lascieranno niente a desiderare. - Potendoci poi parlare, le dirò le cose più particolarizzate.

                Se non avesse ancora formato il pensiero sopra un provicario, credo poterle nominare il T. Bertagna. Pio, dotto, pratico, agiato. Forse accetterebbe. Questo è un solo mio pensiero, di cui Ella faccia o non faccia conto alcuno.

                Dimando la sua santa benedizione, e mi creda con profonda gratitudine,

                di V. S. Rev.ma,

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

                P.S. Per carità, curi la sua sanità; messis multa, ma avrà operai.

 

                Comunque, Mons. Gastaldi stabiliva di far l'ingresso in forma solenne, la domenica 26 novembre; e dalla stazione di Porta Nuova si recava in forma privata alla chiesa di San Filippo, dove s'erano adunati, insieme col Clero e le Confraternite e le associazioni religiose, quanti l'avrebbero accompagnato processionalmente alla Metropolitana, quand'ecco d'un tratto si diffonde la voce che sta per scoppiare un tumulto popolare. Don Bosco, in quel mentre, era accanto a Monsignore: - Che cosa facciamo? - gli chiese - C'è dell'imbroglio - rispose l'Arcivescovo. Difatti anche l'apostata Don Ambrogio[38] andava a tal fine blaterando in mezzo alla folla. Il questore cav. Bignami l'avvicinò e l'afferrò per le spalle e gli disse: - Se non sta quieto, lo faccio legare [230] come un salame! - Vista la mala parata, Monsignore sali di nuovo in vettura, e andò subito al duomo.

                 - Dov'è? dov'è l'Arcivescovo?... - si cominciò a ripetere dagli adunati; e la folla a poco a poco si sciolse, ed il Clero e le Confraternite si avviarono processionalmente a S. Giovanni, dove Monsignore era entrato privatamente.

                Don Bosco seguì la processione a fatica: sentiva un forte dolore alle spalle, ed una violenta e affannosa palpitazione gli rendeva pesante il cammino; erano i prodromi della malattia che l'avrebbe colpito.

                Entrata la processione nella Metropolitana, l'Arcivescovo salì in pulpito, e tenne un'omelia, nella quale ripetè, quasi alla lettera, ciò che aveva pubblicato l'Unità Cattolica il 4 ottobre, dicendo la sua elezione un tratto inaspettato della Divina Provvidenza, al quale non aveva contribuito nessun favore umano, ma che era lo Spirito Santo che l'aveva posto a capo della Diocesi Torinese; e lo ripetè con tanta insistenza, che quanti sapevano com'erano andate le cose, non mancarono di dirsi a vicenda, come dichiarava a noi stessi il Can. Sorasio: - La va male per Don Bosco!... la va male!...

                Don Bosco, dunque, pochi giorni dopo, il 2 dicembre, partì per Genova; e il 3, prima domenica dell'Avvento, lo trascorse a Marassi, dove s'intrattenne, con alcuni soci della Conferenza di S. Vincenzo de' Páoli, e col direttore Don Albera, sui bisogni di quella casa incipiente.

                Il 4 proseguì per Varazze. Aveva scritto alla signora Susanna Prato vedova Saettone, nata a Celle Ligure, e domiciliata ad Albisola Marina, annunziandole che si sarebbe recato a visitarla, con preghiera di non preannunziare a nessuno la sua visita. Questa signora si era associata alle Letture Cattoliche fin dal 1853, e ne riceveva più di quaranta copie, che diffondeva tra il popolo; e tanta fu la gioia che provò nel ricevere la lettera di Don Bosco che non conosceva ancora personalmente, che non vedeva l'ora di potergli baciare la mano.

                La pia Susanna meritava una visita del Santo; la sua vita era una serie continua di opere buone; non v'era un infelice che non trovasse nel suo cuore e nella sua generosità [231] l'aiuto migliore. Passata in seconde nozze al signor Saettone, agiato commerciante di Albisola Marina, lo ebbe, finchè visse, più che compagno, vero benefattore, e, morto, lo ricordava sempre con venerazione e riconoscenza; quando recitava l'Angelus, con chiunque si trovasse, non mancava mai d'aggiungere: - Ancora un De profundis per il padrone di casa! - Infatti per mezzo del secondo sposo potè moltiplicare i generosi impulsi del cuore. La sua casa era aperta a tutti i poverelli, che vi trovavano quanto loro abbisognava. Molte fanciulle, rimaste orfane, vennero da lei collocate al sicuro presso qualche buona famiglia, o in qualche istituto, assecondata generosamente in questo dalla Beata Maria Giuseppa Rossello, Fondatrice delle Figlie di N. S. della Misericordia[39]. Anche alcuni giovinetti poterono col suo aiuto avere una buona educazione in vari istituti, ed altri entrare in Seminario e consacrarsi al servizio di Dio. E come aiutava tutti i poverelli, non lasciava di soccorrere generosamente l'augusta povertà del Santo Padre, talchè Pio IX, leggendone il nome e sentendone celebrate le virtù e le opere, la diceva „una novella Tabita”; ed ella, pur ritenendosene indegna, non riusciva a celare la gioia che l'inondava nel sentirsi presente all'Augusto Pontefice, attribuendo al suo gran cuore tanta benevolenza ed il grazioso appellativo[40].

                La mattina del 6 dicembre, accompagnato dal direttore Don Francesia, Don Bosco si recò al Castello d'Invrea, a celebrare presso la Marchesa Giulia Centurione; e, tornato a Varazze, saliva dopo pranzo in treno per recarsi ad Albisola. Non è possibile dir la gioia che provò la buona Susanna, che aveva già compiuti i 70 anni! Per lei, come ripetè tante volte, fu quello il giorno più bello della vita!

                Don Bosco s'intrattenne con lei in lungo colloquio, anche perchè avendo ella molte conoscenze nella riviera di Ponente [232] e in Genova, e godendo di grande influenza presso tutte le autorità, prefettizie, comunali e giuridiche, avrebbe potuto contribuire assai a favorire, in particolari circostanze, il nuovo collegio di Varazze.

                Quando il Santo fu alla stazione per tornate al collegio, il treno era già partito, ed alcuni impiegati gli dissero:

                 - Se deve aspettare l'altra corsa, vada dalla signora Susanna, dove vanno tutti i preti; può stare comodamente in casa sua sino all'ora della partenza.

                Don Bosco seguì il consiglio, e, in fine, ripartì. Spirava un vento umido e forte; l'andare e il venire l'aveva affaticato assai, e il dolore alla spalla gli si era tanto acuito, che, sceso a Varazze, fu assalito da una specie di colpo apoplettico, e quelli che gli erano andati incontro alla stazione, dovettero quasi portarlo sulle braccia sino al collegio e in camera; e subito, scucendola in parte, gli tolsero la veste, e lo misero a letto.

                Erano circa le sette pomeridiane. Fu chiamato di premura il dott. Gio. Battista Carattini, e l'impressione che n'ebbe - scriveva poi Don Francesia[41] - fu che si trattava di cosa piuttosto grave; „ma seppe dissimularla. Egli s'accorgeva che un travaso di sangue minacciava il cuore, e che bisognava fermarlo a qualunque costo. Mentre noi stavamo là per interpretare dal suo sguardo il carattere della malattia, egli tastava il polso, accostava l'orecchio, si sedeva, chiamava... Pareva che non osasse parlare. Finalmente con aria disinvolta così parlò a Don Bosco: - Mio buon signore, avrebbe piacere di un salasso? Raramente ora .si fa, ed io mi vi adatto: nel caso suo...

                - Sono nelle sue mani, disse sorridendo Don Bosco; faccia di me ciò che Ella crede.

                Tuttavia non sapeva ancora decidersi... Tanto gli pareva grave la risoluzione!

                A mezzanotte si risolse di praticare il salasso. Il buon paziente ne risentì subito un po' di sollievo, e l'oppressione al cuore pareva diminuita. Malgrado questo, il Dottore, vedendo [233] che il male era grave, non si era mosso, ma accompagnava ogni momento il progresso della malattia. Due ore dopo, credette bene praticargli il secondo salasso, e Don Bosco gli disse: - Grazie, Dottore. Mi basta. - Solo verso le quattro egli andava a casa a riposare, per tornar presto presto, appena s'era fatta l'alba”.

                In quel giorno Don Bosco era aspettato di ritorno a Torino, ed in sua vece giungeva all'Oratorio il primo dispaccio che annunziava la malattia: „7 - 12 - 1871 - Rua, Oratorio Francesco Sales, Torino. - Papà sospende ritorno; reuma inasprito; fatto salasso; niente allarmante. - Bosso[42].

                La notizia si diffuse subito anche in città, con dolore di quanti lo conoscevano. Il Municipio, nella seduta del 27 novembre, aveva stabilito di festeggiare pubblicamente l'apertura del collegio con un pranzo che, a quanto pare, avrebbe avuto luogo durante la visita di Don Bosco, e che, naturalmente, per il doloroso incidente non si tenne.

                Il dì appresso il male si aggravò. Si recavano a visitarlo il Sindaco e il Prevosto di S. Ambrogio; ed egli raccomandava loro di pregar per lui, perchè potesse salvare l'anima sua.

                Soffriva assai, e lo vedevan tutti a prima vista; ma egli non se ne lagnava con nessuno. A quanti gli dicevano: - Oh come deve soffrire! - rispondeva:

                 - Io sono un pigro, e sto godendomela a letto! Chi soffre sono quelli che devono assistermi!

                 - Il Signore ha sofferto tanto per noi; e noi, se soffriamo qualche cosa per lui, ne avremo poi il compenso in paradiso!

                 - Se Gesù ha sofferto tanto sino a morire sopra una dura croce, non dovrò io patir qualche cosa, io che sono un miserabile peccatore?...

                Insieme con la sua santità, in quei giorni apparve chiaramente l'amor dei figli suoi.

                Il ch. Pietro Guidazio, fin dalla prima notte, gli fu sempre accanto. Aveva durante il giorno più di sette ore di scuola, e ancor un'altra ne doveva fare dalle 8 alle 9 pomeridiane, a non [234] meno di cento giovinotti dal 25 ai 35 anni, e con tutto ciò si diceva felice d'assistere Don Bosco. Scriveva poi da Randazzo: „Lo sa Dio qual notte dolorosa fu quella per me. Don Bosco, sofferentissimo, non poteva muoversi. Ora mi pregava di aiutarlo a cangiar posizione, ora di alzarlo sulle braccia; ed ora di dargli aiuto per altre bisogna. Ed io solo, timido, incerto e pieno di freddo. Finalmente passò quella prima notte e sempre ricordo che Don Bosco mi comandò imperiosamente di andare a letto, e non fare quel giorno la scuola. Io conoscendo, che ciò avrebbe portato disordine nella casa, dopo aver assistito alla S. Messa, incominciai il mio lavoro ordinario e continuai sino al termine della scuola serale. Alle 9 ritornai presso Don Bosco, e così continuai a vegliare per otto notti, lavorando sempre indefessamente di giorno. Don Bosco al mattino mi mandava a dormire; e alla sera, quando entrava nella sua camera per assisterlo, mi chiedeva se lungo il giorno avessi dormito, ed io rispondeva affermativamente per non disgustarlo; sonnecchiava però talvolta tra una scuola e l'altra. Io mi sentiva venir meno di stanchezza, di studio e di sonno, specialmente la terza o quarta notte, al punto da temere una morte subitanea; ma era pronto a morire, se ciò poteva esser di vantaggio a Don Bosco”.

                Di giorno si succedevano altri attorno al caro infermo; tra questi il ch. Giovanni Turco di Montafia d'Asti, il quale era entrato nell'Oratorio fin dal 1852, desiderando abbracciare lo stato ecclesiastico, e solo per difficoltà di famiglia aveva dovuto abbandonarlo, ma conservando sempre la vocazione nel 1871 aveva ottenuto di rientrarvi, e, vestito l'abito clericale, era stato inviato a Varazze ad insegnar matematica e storia naturale. Egli pure fu tanto buono e premuroso con Don Bosco, che questi soleva chiamarlo il valente suo ortopedico.

                La malattia non era dunque cosa da poco, e nei primi giorni si viveva in grave timore di perderlo; per questo, prima a Varazze, poi anche a Torino, da quanti l'amavano si cominciò a temere che non fosse in buone mani, perchè il bravo dott. Carattini soltanto da poche settimane era a [235] Varazze. Don Francesia chiese perciò un consulto del dott. Giuseppe Fissore della R. Università di Torino; e Don Rua ottenne subito da questi, che conosceva ed ammirava tanto Don Bosco, che sarebbe andato a visitarlo; infatti vi andò, lo visitò, parlò a lungo col medico curante, e i nostri che trepidavano tanto, mandarono un respiro, quand'egli disse nettamente: - Don Bosco stia tranquillo nelle mani del dott. Carattini! Egli merita tutta la confidenza! - Il dottor Carattini pose il più grande affetto a Don Bosco, e lo continuò per un quarto di secolo a quanti di quel collegio abbisognarono dell'opera sua, con una premura commovente ed una carità veramente patema!

                La signora Susanna Saettone, appena seppe che Don Bosco era caduto ammalato, malgrado la cruda stagione si recò a visitarlo e vi tornò più e più volte, sempre per dirgli che pregava e faceva pregare per la sua preziosa salute; e le visite della buona signora in quei giorni dolorosi furono assai consolanti anche per i salesiani, che presero a riguardarla come una madre, ed ella stessa ebbe la bontà di chiamarli suoi figli. Fu proprio una fortuna d'essere così stimati ed onorati da lei, perchè gli stessi Varazzini, quando la videro salire ripetutamente al collegio per visitare Don Bosco, compresero meglio che si trattava di un uomo raro e singolare, anzi proprio di un santo, e subito scomparvero le freddezze e le diffidenze che avevan da principio per i nostri, ci divennero amici, e non smentirono più il loro attaccamento cordiale.

                Neppure Don Bosco dimenticava in quei giorni le anime generose che gli facevano continue elemosine pel bene dei suoi birichini, ed alle quali sapeva quanto stesse a cuore l'aver direttamente sue notizie. Il quarto giorno della malattia ne faceva giungere alla sua “Buona mamma “, la Contessa Callori, per mezzo di Don Francesia, che si sottoscriveva: „come degno della gran parentela, col massimo rispetto e riconoscenza, di sua signoria illustrissima, obbligatissimo servo e nipote...”.

                Fra coloro che più insistettero per aver quotidiane notizie fu la contessa Gabriella Corsi, la quale si offerse di pagar [236] tutte le spese che si sarebbero incontrate, e quindi a lei venivano spediti direttamente molti telegrammi, che ella si affrettava a recare all'Oratorio. Ecco il primo:

 

                “11 - 12 - 1871, Varazze. - Contessa Corsi - Torino.

                Fissore conforta molto, notte tranquilla. Reuma diminuito. Malattia fa corso. Comunichi. - Francesia”.

 

                E quel mattino, Don Cuffia, prefetto del Collegio, inviava ai Direttori delle singole case questa prima relazione:

                “Il nostro veneratissimo Don Bosco desidera che sia dato esatto conto dell'andamento della sua malattia a tutti i Direttori delle case particolari, onde sia impetrata da Dio, per intercessione di Maria Ausiliatrice, la salute che gli è necessaria a poter continuare le sue fatiche in pro' della Congregazione e di tanta gioventù a lui dalla Divina Provvidenza affidata.

                Come le fu annunziato, fu sorpreso qui in Varazze (il 6 - 12) da un forte reumatismo, che ora è nella sua felice crisi e si svolse in un'espulsione cutanea. Il professore Fissore, venuto appositamente da Torino, lo trovò in uno stato di miglioramento, lo disse affatto fuori di pericolo, benchè non ci negasse che sarebbe stata una cosa un po' lunga.

                Il caro D. Bosco, mentre vuole che si espongano queste cose ai Direttori, raccomandasi alla loro prudenza, perchè non sia posto lo sgomento tra i cari confratelli della Congregazione e tra i giovani, ma si dica solo quanto è necessario per muoverli a pratiche particolari di divozione, onde ottenere da Dio un pronto ristabilimento della sua preziosa salute.

                Con questa speranza, e per togliere ogni giusta inquietudine, Egli desidera che sia mandato più volte alla settimana ed anche tutti i giorni, se si crede opportuno, un'esatta relazione del processo della malattia ai medesimi Direttori”.

                E a Don Rua inviava insieme questi particolari: „La notte scorsa Don Bosco l'ha passata poco bene. V'ha niente di particolare. La malattia s'è svolta in un'eruzione cutanea che pare ben avviata. Qualche accesso di febbre ogni cinque ore circa”. E in altra lettera dello stesso giorno gli diceva: [237]

                “Siamo alle 4 pomeridiane e Don Bosco si trova un po' più sollevato dalla prostrazione di forze in cui si sentiva da un'ora dopo mezzanotte. V'ha nulla a temere; ma, se debbo dirle il mio sentimento, sono in qualche apprensione nel vederlo tanto abbattuto. Questo lo tenga per sè, perchè Don Bosco non vuole che se ne faccia rumore. A Lei scriverò sempre quello che sento, veggo e penso. Faccia pregare per questo, più che padre, angelo della Congregazione e di tanta gioventù”.

                All'indomani veniva confermato ai Direttori che lo stato dell'infermo non era allarmante:

                “Il nostro caro Padre Don Bosco continua a star meglio. Il reuma è quasi svanito, e la febbre diminuita assai. L'espulsione cutanea continua il suo regolare corso. Ci confermiamo sempre più che non sarà cosa pericolosa, ma un po' lunga. Lascia di riverirla unitamente a tutti i suoi giovani, mentre si raccomanda caldamente alle preghiere di tutti. Se accadrà qualche cosa di nuovo, le sarà scritto”.

 

 

2) Serie preoccupazioni.

 

                Chiamato da Don Bosco, il 12 giungeva a Varazze, insieme coll'economo generale Don Angelo Savio e Don Albera, direttore a Marassi, il coadiutore Pietro Enria.

                Questo buon confratello non dimenticò mai la fortuna d'aver assistito Don Bosco nella grave e lunga malattia; ed anche nella deposizione che fece nel Processo Informativo per la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del dolcissimo Padre, la ricordava con trasporto:

                “Vedendo che il male cresceva, e che Don Francesia e Don Guidazio, nel doverlo assistere, non potevano occuparsi dei loro doveri pel Collegio, Don Bosco fece telegrafare a Don Rua, perchè mi mandasse ad assisterlo. Io partii subito, ringraziando Iddio di aver esaudito il mio desiderio, manifestato anni ed anni prima, di poter assistere Don Bosco nelle sue malattie, pronto a dare la mia vita, perchè egli riavesse la salute”.

                Appena giunto, volò al letto dell'infermo, che l'accolse [238] con trasporto di gioia; ma qual fu il dolore del buon confratello nel vederlo disteso in letto, con un reuma che gli impediva di muovere un braccio! Egli credeva che la malattia fosse cosa da poco, ed invece lo trovò aggravato per la terza eruzione cutanea di miliari, cioè di vescichette rosse e perlacee, grosse come un grano di miglio.

                E subito, il dì appresso, il chierico Guidazio ed Enria si divisero l'assistenza: questi prese per sè tutta la giornata e la veglia sino alle due dopo la mezzanotte, ed il chierico continuò il suo servizio dalle due alle sei del mattino. Così fecero per circa un mese. Qualcun altro, in certe ore del giorno, continuava a sollevar un po' Enria.

                L'andamento della malattia non sembrava allarmante.

                Il 13, di buon mattino, Don Cuffia telegrafava alla Contessa Corsi: „Continua miglioramento in tutto. Se così, non più telegrammi”. Il messaggio, trasmesso all'Oratorio, destò in tutti un grande sollievo; ma nello stesso giorno Enria scriveva a Giuseppe Buzzetti: „Mercoledì, il giorno dopo il mio arrivo, Don Bosco passò un giorno ben triste; ebbe una grossa febbre che gli durò per più di venti ore”.

                E Don Francesia, in via confidenziale, dava questi particolari a Don Rua:

                “Scrissi stamattina un dispaccio color di rosa, e mi duole di non poterlo continuare. Appena dopo quello, il caro infermo fu sorpreso da nuova febbre, che lo tenne male tutto il giorno, ed ora non è per anco libero. Colla febbre ebbe anche il vomito che lo prostrò assai di forze. Oggi ci tenne in pena, mentre pareva dovess'essere tutto l'opposto. Spero che questa notte potrà riposare. Si raccomanda alle vostre preghiere. Qualche vantaggio l'abbiamo già ottenuto, perchè il dolore al braccio è di molto diminuito, ed oggi stesso volle adoperarlo e toglierlo dall'ozio, come egli diceva scherzando.

                Stasera siamo stati muti per molto tempo nella camera attorno al suo letto, mentre egli soffriva, senza il coraggio di aprire la bocca.

                Speriamo che anche il nostro dolore, offerto a Dio per la guarigione sollecita del povero nostro Padre, otterrà il [239] suo effetto. Qui pregano assai i nostri giovani, e l'amavano già tanto senza conoscerlo, e lo festeggiarono con tanta espansione quando ci visitava; ed ora sono tristissimi che sia caduto infermo a Varazze. Vorrebbero tutti andarlo a vedere, ma è prudenza tenerli lontani. Non abbiamo ancora osato togliere dalle pareti il bel motto: Viva D. Bosco! che qua e là si affisse alla sua venuta, che egli è già in tanta pena. Anche sulla porta della camera in cui è coricato sta scritto: Viva D. Bosco! Era augurio o timore di quello che ci doveva capitare?...

                Ieri fu commovente l'arrivo di Don Savio, Don Albera, Don Ricchini ed Enria. Ci guardammo commossi senza articolar parola, ed anche Don Bosco rimase conturbato. Don Savio disse che costà si dubita sulla malattia di Don Bosco; oh se fosse un solo dubbio!

                Io sperava stamane di poter andare ad aiutare Don Cagliero a Nizza, tanto Don Bosco pareva in buona condizione, ma stasera egli mi disse di non pensarci più. Povero Don Cagliero!

                Scrivo le mie impressioni, scrivo ciò che temo sia, e ciò che vedo, senza però voler destare timori sull'avvenire. Che la malattia sia lunga è certo, pericolosa no, disse il dottor Fissore, e così dobbiamo dire anche noi. Intanto, però, dobbiam cercare di accelerare il giorno che egli possa ritornare al suo paese e consolare tutti i suoi figli.

                Si raccomanda che gli si mandi pel primo che venga, o per la prima spedizione d'oggetti, quella scatola di mirra che tu stesso hai comperato.

                Le notizie suesposte siano solo per te. Don Bosco mi si è raccomandato”.

                Il 14 Enria scriveva a Buzzetti[43]: „Quest'oggi, giovedì, fu più tranquillo e la febbre gli concesse un po' di tregua. Questa sera, mentre scrivo, alle 11 e ½, è più spossato, e non può prender sonno. Sente bene il gusto delle bevande e delle minestrine, e non è mai andato in vaneggiamenti nel calore della febbre. [240]

                È così rassegnato che soffre il male con una calma invidiabile. Mai un lamento, mai un gemito. Noi siamo i malinconici, ed egli è sempre di buon umore, e ci fa ridere. Egli non ha altro pensiero che de' suoi cari figli, e spesso nomina Don Rua e tutti indistintamente. Desidera che si preghi. Vuole notizie di Madama Rua, quindi prego a scrivermene...”.

                La mamma di Don Rua, che dal 1856 aveva preso nell'Oratorio il posto di Mamma Margherita, era ammalata piuttosto gravemente.

                Da Varazze continuavano a giungere, abbastanza buoni, i telegrammi. Il 14, alla Contessa Corsi: „Ieri alquanto agitato. Notte assai tranquilla. Tutto procede regolarmente. - Francesia”. E Don Cuffia a Don Rua: „Ammalato meglio; Cagliero chiama Francesia Nizza; impossibile; mandare Lazzero?”. Don Francesia aveva assunto l'impegno di predicar con Don Cagliero una Sacra Missione a Nizza Monferrato, nella parrocchia di S. Giovanni Battista, in preparazione al S. Natale; la predicazione era incominciata, e vi accorreva una folla enorme; era quindi necessario mandar uno a supplire Don Francesia, e Don Rua vi mandò Don Lazzero.

                Le notizie intanto continuavano discrete, perchè così voleva Don Bosco, ed anche perchè il buon Padre, come attestava Enria, durante la malattia restò sempre calmo e tranquillo, sempre uguale a se stesso. „Era riconoscente al più piccolo servizio che io gli faceva e mi ringraziava con gran cuore. Alcune volte, dovendogli fare dei servizi un po' ributtanti: - Vedi mo', diceva Enria, a che stato sono ridotto! fa' questo per amor di Dio! - Ed io gli rispondeva: - Ma che cosa dice, sig. Don Bosco? A nulla quello che faccio io per contraccambiarlo di quello che ella ha fatto per me e per i miei compagni: ha cuciti i nostri abiti, ha fatto per noi quello che potevano fare le nostre madri, ed ancor più di esse; e non vuole che io le faccia questo servizio? Quanti dei miei compagni si chiamerebbero fortunati, se potessero essere al mio posto. Dunque, io che sono il fortunato, debbo assisterlo e servirlo a nome anche dei miei fratelli di Torino e di tutte le case! [241]

                Guai a me, se non avessi prestato tutte le cure possibili a Don Bosco, mio padre. Tutti i miei confratelli e i giovani mi avrebbero lapidato; era tanto l'amore che portavano a Don Bosco”.

                Ma il 16 dicembre, 1° giorno della Novena del S. Natale, Don Francesia telegrafava: „Quarta eruzione. Preghiamo. Consulto Fissore con altro”; e la mattina seguente giungeva a Don Rua questa lettera spedita da Don Francesia prima del telegramma:

                “Ieri le cose erano di nuovo assai brutte. Don Bosco ebbe la febbre quasi tutto il giorno, e non ne fu libero che verso le otto. Il medico pare che non stimi vicino nè lontano alcun pericolo, ma dice che potrebbe anche la malattia fare qualche scherzo. Mi spaventa quello che mi vanno dicendo sui tanti che restarono per la medesima malattia due o tre anni fa in Savona. Il Sindaco, per la parte di responsabilità che dice avere, volle che formassi quel telegramma, che ad insaputa di Don Bosco spedii per un consulto. Anche il Prevosto era di tal sentenza.

                Oggi pare svanito ogni pericolo, e, se continua in tal modo, possiamo essere certi che Don Bosco farebbe in piedi la festa di Natale, ma domani, ... mentre leggerai la presente, non mi stupirei dovessi ricevere un telegramma che annunziasse notte agitata e nuove eruzioni di migliari. Intanto Don Bosco si raccomanda che Don Berto veda, se rimase costà il quaderno del dizionarietto della Storia Ecclesiastica. Egli tenie averlo lasciato all'Oratorio.

                Ho scritto a Roma e a Firenze per Don Bosco, e non abbiamo poco a fare per contentar tutti. Vorremmo aver cento mani per la corrispondenza ed evitare così la taccia di trascurati. Don Bosco poi vuole la sua parte, e molto tempo dobbiamo passare attorno al suo letto.

                Dirai poi anche a Pelazza che Don Bosco non ha altre stampe. Mandi all'Arcivescovo anche il dizionarietto.

                Don Bosco rimase molto intenerito della bontà dei Teologo Golzio e, se non fosse distante, lo pregherebbe a venirlo a visitare”.

                Non sappiamo la parte presa dal Teol. Golzio alle sofferenze [242] del buon Padre, di cui era allora confessore; questo è certo, che la notizia della malattia s'era diffusa in ogni parte, destando serie preoccupazioni, e spronando a ricorrere alla bontà del Signore con ferventi preghiere.

                Anche Enria confermava, che il male non era così leggero, come si credeva: „Si è spiegata la malattia di Don Bosco e non sono migliarine, ma vere migliari. È la quarta eruzione e la continua febbre ed il sudore copiosissimo lo stremano di forze.

                Quest'oggi, 16, ha passata una giornata abbastanza tranquilla. La febbre lo lasciò libero solo verso sera, e poi lo travagliò dalle 7 alle 2 del mattino, ora nella quale si addormentò. Il reuma al braccio gli è quasi scomparso e lo può muovere, e con questo potè aiutarsi a tirarsi un po' su nel letto, mentre prima non poteva muoverlo...”.

                Contemporaneamente in foglio a parte, pregava Don Lazzero d'invitar i soci della Compagnia di S. Giuseppe a fare particolari preghiere: „Domenica [17] facciano con divozione la santa Comunione per la guarigione del più affettuoso dei padri. Ti prego in special modo di dirlo ai miei cari musici, che facciano tutti la santa Comunione, musici effettivi e allievi, insomma tutti indistintamente; e preghino con tutto l'affetto del loro cuore: chè, se non fosse di Don Bosco, noi non saremmo musici...”.

                Buzzetti gli rispondeva: „Caro Pietro, ti ringrazio di vero cuore del favore che mi hai fatto col mettermi al corrente della salute del caro nostro Don Bosco. Unisco alla presente alcuni francobolli, affinchè tutti i giorni possa avere notizie vere, e non alterate, come fanno certuni. Don Lazzero si trova a Nizza Monf. con Don Cagliero ed in vece sua diedi la lettera a Don Rua ed ebbe buon effetto; questa mattina s'accostarono tutti quanti ai SS. Sacramenti, cosicchè spero che tra le preghiere di casa e quelle che fanno i ritiri ed i benefattori, il Signore si moverà a compassione di noi e, se sarà a nostro vantaggio, ce lo conserverà ancora per molti anni. Ho ferma speranza che il Signore ci punisca col tenerci per qualche tempo infermo il caro nostro Don Bosco, perché [243] non lo amiamo come se lo merita; perciò preghiamo e promettiamo di vero cuore [di amarlo di più], che Dio ci esaudirà col rendercelo presto in salute.

                Madama Rua sta meglio, questa mattina andò a messa”.

 

3) Preghiere ed olocausti.

 

                Don Rua spediva subito a Nizza il foglio inviato a Don Lazzero con queste parole: „Come vedi, le cose paiono farsi gravi. Il Dott. Fissore partirà martedì prossimo. Voglia Iddio che ci Porti migliori notizie. Questa sera farò comunicare una lettera di Enria agli artigiani e specialmente ai musici e a quelli della Compagnia di S. Giuseppe. Si incominciò la novena e va assai bene. Pregate anche voi e fate pregare pel caro Padre”.

                In pari tempo aveva comunicato il telegramma della quarta eruzione a tutti i Direttori, implorando preghiere comuni e private; e la triste notizia suscitava generosi olocausti.

                Di quei giorni (non sappiamo il dì preciso, perchè non se ne diede notizia, nè a Torino, nè alle altre case, per non destar gravi impressioni) Don Bosco, vedendosi egli pure in pericolo di passar presto all'eternità, volle confessarsi dal Prevosto di S. Ambrogio Don Paolo Mombello, che si recava di frequente a visitarlo; e „Don Francesia - deponeva Enria - gli portò il SS. Viatico nel giorno seguente. Io non son capace di descrivere quella giornata. Appena si fece giorno, Don Bosco mi chiamò e mi disse:

                - Fammi il piacere di farti dare delle tovaglie, e prepara un bell'altarino, ove posare il Santissimo.

                Mentre io preparavo l'occorrente, egli pregava e con che fede! Pareva un Santo che preparasse il cuor suo a ricevere degnamente il suo Gesù. Quando sentì il campanello, si scosse, e, vedendo Gesù ad entrare nella camera, fece un grande sforzo, e si sollevò quanto potè. La figura di Don Bosco si era accesa di grande desiderio di ricever presto Gesù; non pareva più di questo mondo; la sua fisonomia divenne serena, radiante; lo avresti detto un angelo in adorazione del SS. Sacramento. Io ero in ginocchio accanto al letto, e [244] notai tutto. In quel momento io pensava che quella Comunione di Don Bosco potesse essere l'ultima; e tanto era il dolore che provava, che rinnovai al Signore il sacrifizio della mia vita per quella del mio Padre. Passò quella giornata in ringraziamento”.

                Il male era veramente grave; Don Bosco stesso riteneva d'essere alla fine, ed una di quelle sere diceva a Don Francesia di chiamargli un notaio, desiderando mettere a posto gli interessi della Pia Società. E ciò diceva sereno e tranquillo, disposto a qualunque evento. Don Francesia ruppe in lacrime, non proferì parola, e si allontanò dal letto; e la cosa finì lì, il notaio non fu chiamato.

                La febbre, le eruzioni cutanee, il sudore copiosissimo, gli davano molto tormento; „ma - dichiarava Enria - egli non si lamentava mai; i suoi affanni erano sempre per noi che temevamo di perderlo e ci diceva sempre:

                - Dio provvede agli uccelli dell'aria, perciò penserà pure ai poveri figli dell'Oratorio!

                A quanti venivano a trovarlo diceva sempre una parola di conforto”.

                Si recavano a visitarlo parecchi ecclesiastici, anche da Torino e da Genova, e rimanevano tutti edificati della sua pietà e della sua rassegnazione, perchè non parlava mai dei suoi mali, ma dei mali della Chiesa e della società, e del bisogno di lavorare per la gioventù, perchè non si guastasse.

                 - La malattia, diceva, che guasta il mondo è l'immoralità, l'incredulità, e il materialismo che cerca d'infiltrarsi nel cuore dei giovani. Per porre un argine a tanti mali è necessario avvicinarli, coltivarli, e dar loro una educazione veramente religiosa. Bisogna coltivare le vocazioni e formare dei buoni e santi sacerdoti, e religiosi, che si occupino in modo particolare ad istruire la gioventù. Io assicuro che in pochi anni le generazioni muteranno in meglio, e la Religione trionferà... Ma per raggiungere questa meta, ci vuole l'unione col Papa, che è il Vicario di Gesù Cristo; allora la gioventù diventerà di nuovo amante del bene, della fede, e della verità.

                Il fido infermiere non tardò ad accorgersi che gli tornava [245] di sollievo il sentir parlare “dei primi tempi dell'Oratorio; ed io - depose Enria - sovente in tempo della malattia... glie ne parlava.

                - Si ricorda, Don Bosco, quando sua madre lo sgridava, perchè accettava sempre nuovi ragazzi? Essa le diceva: - Tu accetti sempre nuovi ragazzi, ma come si fa a mantenerli, a vestirli? In casa non v'è nulla e comincia a far freddo!... Capitò a me di dover dormire parecchie notti sopra poche foglie con addosso null'altro che una piccola coperta. E alla sera, quando noi eravamo a letto, lei, Don Bosco, e la sua mamma ci aggiustavano i pantaloni e la giubba lacera, perchè n'avevamo una sola...

                Don Bosco sorrideva al sentir questo, e diceva: - Quanto ha faticato la - mia buona madre!... santa donna!... ma la Provvidenza non c'è mai mancata!”[44].

                La domenica 17 dicembre passò una giornata cattiva con febbre; ma poi la notte fu assai quieta, dormì fino al mattino. Alle 10 1/2 gli ritornò la febbre, ma molto mite, scriveva Enria a Buzzetti, che insisteva: „Màndami notizie tutti i giorni, perchè le tue son credute e quelle degli altri pochissimo”. Ciò avveniva perchè i dispacci parevano dissimulare la gravità del male, e, come abbiamo già accennato, era Don Bosco che li voleva così, per non mettere in giro notizie allarmanti, nè all'Oratorio, nè nell'altre case; nè permetteva che si spedissero senza la sua approvazione.

                Don Rua stesso, seriamente preoccupato, voleva frequenti notizie e Don Cuffia gli rispondeva:

                “Ella desidera e con ragione che le scriviamo spesso del nostro venerando infermo. La notte la passò (scrivo ai 17, ore 15) un po' agitato, benchè il medico stamane non lo trovasse male. Tutto ci muove a sperar bene. Nel momento che le scrivo pare si manifesti una nuova eruzione di migliare.

                Ho ricevuto il suo vino e qualche bottiglia del 1825, stato regalato dalla signora Susanna d'Albisola: e qualche [246] bottiglia del Sindaco di Varazze. Tutti vanno a gara, perchè nulla manchi a Don Bosco, ed il buon vino gli è consigliato per tenersi in forza contro queste eruzioni che sono davvero un po' forti. Mamma Corsi ha pensato e pensa molto. Ecco il regime di D. Bosco: Brodo consumato e qualche goccia di vino stravecchio.

                Martedì per quello delle sette del mattino parte per Varazze il dottor Fissore, non per pericolo, ma per assicurarci sempre più di quel che facciamo, e non per rimproverarci di non aver fatto abbastanza per un tanto padre che ha fatto tanto per noi.

                Caro Don Rua, faccia pregare Maria Ausiliatrice che ci tenga lontana la maggiore delle disgrazie che possa capitarci. È tanto buona la Madonna”.

                Il dott. Fissore aveva promesso di tornare a visitarlo.

                La contessa Callori faceva giungere al Santo una generosa offerta, perchè potesse usarsi tutti quanti i riguardi; ed egli incaricava Don Francesia di farle devoti ringraziamenti, che le venivano inviati il 17 dicembre:

                Egregia signora Contessa, Don Bosco la ringrazia delle preghiere che fece per la sua salute, e, sebbene non possa a lungo pregare, tuttavia non lasciò al giorno 16 di fare una preghiera speciale per V. S. acciocchè facesse un viaggio buono. Riguardo poi alla caritatevole offerta che fece, Don Bosco mi incarica di dirle, che qui presentemente non gli manca nulla; solo a Torino per la sua inazione teme che gli affari s'ingarbuglino alquanto. Ma di ciò nè il figlio, nè la buona mamma, non devono per ora preoccuparsi.

                La salute poi di Don Bosco ora è in uno stato migliore, ma ci furono istanti veramente inquieti. Non li scrivemmo, ma li sentivamo terribilmente nel cuore. Aveva il poveretto alcune volte la febbre violenta, con vomito dieci o dodici ore, in uno spasimo estremo, e, cessando la febbre, ecco l'eruzione di migliari. Ne fu visitato per 4 volte. Non le parlo della nostra costernazione; ci guardavamo muti e piangenti, nutrendo la nostra speranza di un avvenire lieto, che pareva non dovesse arrivare mai.

                Da Torino, da Genova, da tante altre parti, appena seppero [247] che Don Bosco era qui, ci tempestavano d'inchieste, e noi non avevamo tempo a contentare che pochi, dovendo fare la scuola, assistere il Convitto, e stare attorno al letto dell'infermo. Ora, grazie a Dio, che possiamo dare notizie migliori, impiegheremo anche quattro mani per far correre la voce e ridare a tanti nostri benefattori e amici la bella nuova che Don Bosco sta discretamente bene. Il reuma al braccio è scomparso. Oggi per la prima volta lo potè adoperare agli usi consueti; ed esso si prestò volentieri e senza far dolore.

                Ecco, ottima signora Contessa, quali sono le condizioni del caro nostro infermo, che speriamo non cambieranno che di bene in meglio. Qui in Varazze si pregò molto, e i buoni cittadini fecero vedere quanto amassero il nostro buon Papà e rispettoso suo figlio: e fu chi offrivasi in vittima in luogo di Don Bosco. È una processione continua e onorevole vicendevolmente, che si vede al Collegio, di persone che vengono a chiedere notizie del povero ammalato. Il Vescovo vuole esserne informato giorno per giorno; e chi manda vino, e chi melarance, e chi uova, e chi altro, con una espansione di amore e di rispetto che commuove”.

                Ma le preoccupazioni e le speranze andavano alternandosi di continuo. Il 18 Don Francesia telegrafava: „Notte ottima. Reuma cessato. Febbre diminuita. Eruzione tende finire”; e poi scriveva:

                “Caro Don Rua, le notizie di Don Bosco sono sempre indeterminate. Oggi sta bene, domani ha la febbre, che lo tormenta più o meno fortemente. Aveva comunicato quel telegramma Notte ottima, e sotto dettatura di Don Bosco, che sempre, tranne una sola volta, fu esso il compilatore; e poi del giorno stesso dovetti vederne una dolorosa smentita. Ebbe febbre, piccola bensì, ma continua e quasi sino alle tre del mattino; sicchè oggi che scrivo è in debolezza grande. Si teme una settima od ottava esplosione, ciò che forse produce la febbre. D'ora in avanti ad Alassio, Genova e S. Martino scriveremo di qui per evitare troppa commozione in quei collegi.

                È senza misura l'interesse che tutti prendono per la [248] salute del caro Don Bosco, i cittadini di Varazze e tutte le case religiose vicine e lontane. Il nostro Collegio si fa anche famoso pel doloroso avvenimento.

                Aspettiamo la Contessa Corsi che pel dottor Fissore protrasse la sua venuta, e speriamo che Don Bosco ne riceverà conforto, come volle esprimersi in un telegramma di ieri. Intanto al povero ammalato cresce la magrezza in un modo compassionevole e produce spasimo la schiena, per la troppo lunga positura e fregamento venuta logora e spelata. Ed anche in tale stato ha sempre la facezia che ci trattiene le lacrime, che vorrebbero uscire liberamente.

                Don Bosco ringrazia tutti delle preghiere che fanno per la sua salute, e dice che in esse sole egli confida. Non c'è nulla di pericolo, ma prima che il poveretto possa prendere il vapore per rivedere Torino, ci dovranno, temiamo, passare molti giorni. Queste notizie che non sono tanto buone, ma neppure cattive, Don Bosco t'incarica di comunicarle a quei benevoli che s'interessano in suo favore.

                Dirai a Don Savio che l'Arcivescovo di Firenze rispose a lui una bella lettera in risposta alla comunicazione fattagli della malattia di Don Bosco”.

                Su per giù le stesse notizie, nello stesso giorno, erano inviate da Don Francesia alla contessa Corsi:

                “Ieri ebbe nuovamente un po' di febbre, ma non più tanto forte nè accompagnata dal vomito. L'eruzione migliarica si calmò alquanto, ma lasciò il povero Don Bosco in molta stanchezza. La notte scorsa l'ebbe buona ancora, riposò qualche tempo e senza disturbo. Il braccio è senza dolore, e ormai ubbidisce come il destro, senza fare spasimare il padrone. Oggi fu quasi tutto il giorno con una febbre leggera, che forse fa temere una settima od ottava eruzione migliarica. Fu commosso a sentire il suo vivo desiderio di sapere di sue notizie, e gli duole di recare, anche senza colpa, tanti affanni alla più tenera Madre, che il Signore gli diede. Non sono io, sa, che invento, ma Don Bosco che suggerisce. Dunque malgrado le notizie non siano intieramente buone, non sono tuttavia cattive. Speriamo presto poterlo togliere dal letto doloroso. Impiegherò i francobolli a dar [249] le notizie ogni due giorni e, se facesse bisogno, anche più sovente”.

                L'interessamento di conoscere l'andamento della malattia si faceva ovunque più vivo. Anche Mons. Angelo Vitelleschi, Segretario della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, il 18 telegrafava da Roma a Don Rua: „Si desiderano notizie di Don Bosco”.

                Intanto la comunicazione, fatta alle Case, del telegramma della „quarta eruzione” aveva destato gare di amore e di fede.

                Don Bonetti, direttore del Collegio di Borgo S. Martino, il 18 scriveva: “Caro Don Rua, il telegramma che mi comunicasti ci ha messo lo sgomento addosso. Per carità màndami un prete confessore in questi giorni, e lasciami volare accanto a Don Bosco. Ahi! che egli ci manca, e non potremo più vederlo!!! Ho riletto la lettera che egli l'anno scorso mi scriveva[45] il 26 dicembre, in cui parlando di mandarmi presto la strenna, diceva “Essa sarà il mio testamento”. Ti ricorderai che io ti interpellava su ciò, e tu rispondendomi lasciavi trasparire grave timore, e approvasti il progetto di fare tra i giovani quotidiane comunioni e preghiere per la sua salute. Il sig. Don Bosco stesso, accortosi del nostro timore, scriveva qui verso la metà di gennaio dell'anno corrente: - Non facciamoci illusioni. Dio ci vuole in un mondo migliore di questo. Sta ai figli mostrarsi degni, anzi migliori del padre. - Tu vedi che egli ci annunziò la sua partenza, fa ora un anno. Mio caro Don Rua, tu sei afflitto, ed io non trovo parole per consolarti. Oh! ci consoli Gesù Bambino, ci consoli Maria nostra buona Madre, nostra speranza, in queste sì gravi angustie! Màndami adunque un confessore...”.

                Don Pestarino, mentre si affrettava a partecipare il dolore provato nell'apprendere che „l'amatissimo comune Padre”, trovavasi “più aggravato dal male”, „ieri sera - aggiungeva - feci l'adunanza di tutte le Figlie dell'Immacolata, feci avvisare e vennero tutte quelle del paese e notificai loro la dolorosa notizia, a cui mi risposero tutte di pregar [250] quanto potranno per ottenere la guarigione. Si concertò di principiare un triduo in parrocchia in onor di Maria Ausiliatrice, e fra tutte pagheranno la spesa; di fare tutte la Santa Comunione a tal fine; tutte quelle che sono in libertà promisero di fare una visita speciale al SS. Sacramento ogni giorno; ed ebbi la consolazione, nella tristezza, di sentirmi chiedere da una se le permetteva di fare l'olocausto al Signore della sua vita, per ottener la salute e la vita di Don Bosco; il che mi ripeterono altre, pronte a morire, perchè campi il Signore la vita a Don Bosco; e faranno tal olocausto nella S. Comunione; io volentieri aderii a tal proposta ed offerta; e non potei più parlare, chiusi l'adunanza. Tal esempio, bisogna il confessi, mi animò a far io lo stesso in tempo del Santo Sacrifizio”.

                Chi non scorge Maria Mazzarello - prima d'ogni altra - dirsi pronta ad immolarsi per prolungar la vita al Santo?...

                “Spériamo - proseguiva Don Pestarino - che il Signore esaudisca le preghiere e l'offerta di queste anime, che di propria volontà, senza suggerimento, si determinarono a tal offerta. Stamane [il 18] feci l'adunanza pure degli uomini e dei giovani, e raccomandai di pregare e di far la S. Comunione, ed anche a tutte le figlie e donne delle adunanze di Santa Teresa; io poi cantai Messa all'altare della Vergine, e chiusi colla Benedizione, e raccomandando a tutta la popolazione di pregare per Don Bosco e di far pregare nelle loro famiglie”. E chiudeva la lettera dicendo, che aveva scritto anche ad Acqui, all'Arciprete Olivieri perchè comunicasse ai parroci e sacerdoti, suoi conoscenti, ed alle Compagnie dell'Immacolata delle parrocchie vicine, la disgrazia della grave malattia, e pregassero e facessero pregare.

                Anche in altri luoghi, specie nel Piemonte, si fecero private e pubbliche preghiere per la guarigione di Don Bosco, e tra coloro che si distinsero in questa dimostrazione di venerazione ed affetto fu il Vescovo di Alba, Mons. Eugenio Galletti. Com'ebbe la triste notizia della grave malattia, ne fu così atterrito, „non potendo reggere al pensiero che avesse a soccombere”, che „si gettò in ginocchio e cogli occhi gonfi di lacrime, colle mani levate al cielo, eruppe in queste parole: [251]

                 - Signore, se volete una vittima, eccola qui, ma per pietà risparmiate Don Bosco!”. E gli scriveva una lettera delle più commoventi, nella quale, dopo aver accennato al grande e provvidenziale suo apostolato: „Io - diceva - ho pregato e fatto pregare per lei; ho fatto sacrifizio della mia vita al Signore, Perchè risparmiasse Don Bosco pel bene di tanta gioventù e pel vantaggio di tutta la Chiesa”. E lo ripeteva a Don Cagliero, dicendo[46]: „La mia vita vale poco o nulla; ma quella di Don Bosco non è solo preziosa, ma utilissima al bene della Chiesa! La mia, a paragone di quella di Don Bosco, non ha valore; ma la sua è la vita di un Santo, e si sa che i Santi non istanno per niente in questo mondo!”.

                Nell'Oratorio fu una gara insuperabile di devozione filiale. Alcuni alunni circondarono l'altare di Maria SS. Ausiliatrice, scongiurandola anch'essi a volerli subito prender tutti in paradiso, purchè Don Bosco venisse restituito sano e salvo ai suoi figli. Tra quei generosi era Luigi Gamarra di Lombriasco, il quale comunicò ad Enria l'offerta che avevano fatto per ottenere la guarigione dell'amatissimo Padre, ed Enria lesse la lettera a Don Bosco. E il Santo, piangendo di commozione, esclamava: - Buoni giovani! quanto amano questo povero Don Bosco! - ed incaricava Enria di ringraziarli ed esortarli a continuar a pregare, perchè le loro preghiere erano a Dio gradite.

                A proposito di Luigi Gamarra, Enria faceva nel Processo Informativo questo rilievo: „Pare che Dio l'abbia esaudito, perchè morì pochi anni dopo [il 10 novembre 1878] nelle mie braccia, dopo solo un anno [neppur intero] di sacerdozio”.

                Anche Don Pestarino volava al cielo appena due anni dopo il generoso olocausto, il 15 maggio 1874; e Mons. Galletti „dopo d'allora cominciò ad essere sorpreso da incomodi, poi assalito da paralisi, e in fine cadde nella tomba [il 5 Ottobre 1879] nell'ancor buona età di anni 63”, mentre Don Bosco, „malgrado i suoi 64 anni, le gravi occupazioni e gli immensi disturbi” tirava innanzi „in buona salute”[47]. [252]

 

 

4) Interessamento universale.

 

                Tanta generosità era frutto dell'insuperabile bontà dei Santo. Anche durante la malattia il suo pensiero era sempre ai suoi figli. Il 19, all'una dopo la mezzanotte, Enria scriveva a Don Lazzero:

                “Con tutti i suoi dolori è sempre allegro e contento, e, vedendo che noi siamo melanconici, trova sempre qualche barzelletta per farei ridere.

                Da tutte le parti Arcivescovi, Vescovi, Prelati, parroci gli scrivono lettere, attestandogli il loro profondo dolore, mandandogli la benedizione, e assicurandolo che pregano il Signore per la conservazione di una vita così preziosa pel bene della Chiesa Cattolica, di tante povere anime, e specialmente pei giovanetti.

                Don Bosco ha saputo che all'Oratorio si è pregato e si prega tuttora; e che si sono fatte tante Comunioni per lui, e ne fu commosso. Egli disse che se incomincia a stare un po' meglio, lo deve alle preghiere che si fanno.

                Don Bosco è sempre nell'Oratorio col cuore, collo spirito, e persino coi sogni. L'altro giorno sognò che scacciava

                il demonio dalla porta dell'Oratorio, e, mentre imponeva a quel brutto ceffo di rispondere che cosa facesse in quell'istante, si svegliò e raccontò a me la cosa.

                Sono ormai le ore 4 dopo mezzanotte e il nostro caro Padre è un po' agitato, e non riesce a prender sonno. In questo istante però incomincia a sonnecchiare alquanto; e da qualche tronca parola intendo come alluda ai grandi progetti della sua Congregazione e all'avvenire di essa...”.

                L'instancabile suo assistente faceva pure questa deposizione: „Io stavo al tavolino scrivendo agli amici in Torino per dar di lui notizie, quando ad un tratto sento che manda un grido fortissimo. Balzo in piedi, corro al letto, lo guardo, e sento che dice affannoso: - Ah! cosa fai?... Chi ti ha dato il permesso... di entrare nell'Oratorio?... - Io lo stavo osservando, ed egli continuava a gridare altre parole simili. Si vedeva che tutte le sue facoltà erano in moto, i nervi [253] della sua bocca si movevano. Io a un tratto ebbi paura, guardai col lume sotto il letto, ma non vidi nulla. Pensai di smoverlo. Appena aperse gli occhi, esclamò: - Ah! sei tu? - Gli chiesi: - Si sente male? perchè gridare così forte? - Avevo ben ragione di gridare! Figùrati! Vi era il demonio che voleva a tutti i costi entrare nell'Oratorio; ed io gli diceva: - Va' via, te lo comando in nome di Dio; va' via, brutta bestia, non hai nulla a che fare lì dentro!...

                Questo sogno lo stancò tanto, che dopo avermi dette quelle poche parole cadde in assopimento, con un respiro così affannoso e pesante che mi fece pena, e stetti ritto vicino al letto, finchè a poco a poco si calmò”.

                A Varazze era attesa con ansia la nuova visita promessa dal dott. Fissore, che vi tornò il 20, mercoledì, insieme colla contessa Corsi, accompagnata dalla figliuola. „Subito vi fu una specie di consulto”, e „le conclusioni furono che Don Bosco sta per entrare in convalescenza. Il dottor Fissore dice che avremo ancora ad aspettare qualche giorno prima del suo ritorno. Ad ogni modo le cose vanno bene, ed il dott. Fissore sento che assicura che non è solo il principio della fine, ma che siamo veramente alla fine. Don Bosco poi sta proprio bene; ha un pochetto di febbre, ma senza nessuna gravità.

                La visita dei buoni torinesi fece gran bene al povero Don Bosco. La condizione sua è in via di stabilirsi bene. Qui ormai è diventata la capitale provvisoria del nostro piccolo stato. Dove il re qui la capitale, e spero che lunedì [il giorno di Natale], o martedì, avremo anche uno dei primi ministri od il loro presidente...”.

                Così Don Francesia a Don Rua, concludendo: “Ecco adunque come stanno le cose, e viviamo nella speranza che non muteranno che di bene in meglio”.

                Anche la contessa Corsi telegrafava a Don Rua: „Stato buono, piacere grande reciproco, avvenire consolante...”; ed Enria scriveva a Buzzetti:

                “La salute di Don Bosco va migliorando. Il dottor Fissore, arrivato oggi, trovò che le cose andavano molto bene. La febbre è leggerissima, l'espulsione delle migliari è cessata,  [254] il gran sudore è diminuito. Prova un gran prurito in tutta la persona, sicchè non può stare fermo; ma i medici sono d'accordo nel dire che questo è un buon segno. Il dottor Fissore ha detto che a Natale gli si potrà dare qualche pezzettino di pollastro, o colombotto. Don Bosco fu così contento della visita di questo dottore, della Contessa Corsi e di sua figlia, che pareva non avesse più alcun male.

                Gode anche tanto quando vede qualcheduno dell'Oratorio! Stette qui tutto il giorno Don Vota [Domenico, recatosi a visitarlo da Alassio], e Don Bosco mi disse: - Godo tanto quando vedo qualcheduno della casa, che mi pare di essere a Torino. - Egli collo spirito e col cuore è sempre nell'Oratorio in mezzo ai suoi figli e non tralascia un istante, come mi disse più volte, di pregare per loro. Anche nei sogni è sempre all'Oratorio...

                Sono le 3 antimeridiane. Il suo sonno è agitato ed interrotto.

                Egli provò gran piacere, quando gli narrai che all'Oratorio si prega molto per lui, che domenica si sono fatte tante Comunioni e specialmente dagli artigiani e dalla Compagnia di S. Giuseppe. Mi ha detto di ringraziare tutti da parte sua.

                Falco è abilissimo nel preparargli il pan trito col brodo consumato.

                Il Parroco di Varazze annunziò dal pulpito la nostra disgrazia, e tutto il paese ne rimase addolorato, e si fanno tridui e novene in particolare.

                Continuano a giunger da tutte le parti lettere e dispacci. I Vescovi mandano a Don Bosco la loro benedizione, dicendo che pregano il Signore perchè si degni di conservare una vita così preziosa... Numerosissime persone di alta e bassa condizione condividono il nostro dolore”.

                Il Santo, come si preoccupava dei figli anche durante la malattia, continuava pure ad occuparsi dei lavori che aveva tra mano. Era di quei giorni in corso di stampa una nuova edizione del Giovane Provveduto, e pregava Don Francesia di correggere le bozze di alcune pagine, poste in appendice, e poi d'inviarle al nuovo Arcivescovo di Torino per averne [255] l'approvazione; e pensava anche ad una nuova edizione della Storia Ecclesiastica.

                Il dott. Fissore e la contessa e la contessina Corsi lasciavano Varazze la sera del 21, contenti del miglioramento, e convinti che, per il momento, non v'era da temere nessun pericolo.

                La contessa, prima di partire, gli chiese che cosa avrebbe potuto provvedergli per rendere più comoda la sua camera in Torino, ad esempio un tappeto, che servisse a ripararlo dal freddo ai piedi, che poteva essergli causa anche di dolori al capo; e il Santo, che non poteva tollerar l'uso di tappeti nè sul pavimento, nè accanto al letto, le rispose (come ricordava Don Rua):

                 - Sì, buona signora, le sarò riconoscente se mi provvederà un bello strato di biglietti da due lire; servirà mirabilmente a liberarmi dal mal di capo, che probabilmente dovrò incontrare al mio arrivo all'Oratorio!

                Don Francesia, scrivendo tosto a Don Rua, faceva cenno di un altro atto di beneficenza della contessa: “Trattando colla contessa Corsi sull'affare della rendita di lire 1000, tu - egli diceva - penserai soltanto per lire 300, al resto penserà la buona Mamàn. Non dico a parole l'impressione provata per la venuta della buona Contessa. Ma il piacere fu tolto dalla quasi improvvisa loro partenza. Quanto dolse a Don Bosco! Dirai alla buona Contessa, che Vittorino [così la Contessa chiamava il nipotino... Don Francesia] che ella lasciò a Varazze, l'accompagnò per tutta la via colle sue preghiere, pensieri e dolori. Oggi ne ebbi tanti! Ed ora, mentre scrivo, che essi ormai dovrebbero essere a Torino, li raccomando anche al buon angelo che li conservi... Non si mandino più qui le bozze per qualche tempo; è pienamente inutile. Don Bosco non può per nostra comune disgrazia; io non posso fermarmi un istante, specialmente adesso per il nuovo infortunio di Don Cuffia [caduto egli pure ammalato]”.

                Ma lo sforzo, forse, fatto dal Santo per accogliere gentilmente il dottor Fissore e la contessa Corsi, e, più ancora, il corso stesso della malattia gli diedero un nuovo collasso. „Don Bosco sta un pochino meglio - scriveva, il 22, Don Francesia [256] alla contessa Callori - ma non ancora tanto da poter bastare a noi; tuttavia è già gran cosa che possiamo dire così. Spero che quest'oggi la signora Contessa Corsi le avrà fatte avere notizie del povero infermo. Ci pensai al desiderio suo e la pregai a volerlo fare. Oggi, anzi subito dopo la partenza di quei cortesi che Ella saprà, il povero Don Bosco cadde in grande prostrazione di forze ed in agitazione che lo disturbò tutta la notte.

                ... Ma stasera, quando parlai della sua lettera, delle preghiere, mi assicurò che in quell'ora stava meglio. Compatisce Don Bosco le sue pene, e la ringrazia delle sue sempre materne sollecitudini. Ma di quelle speciali si riserba al tempo di sua totale convalescenza; perchè allora certamente saranno più urgenti i bisogni e sarà ben lieto di non aver usato la pia carità materna.

                Non mi ringrazii di quello che faccio, perchè se Ella ha bisogno di saper notizie di Don Bosco, io ho bisogno di dame di giorno e di notte per sollevare la mia povera mente, tante volte oppressa dal cumolo di tante vicende. Da volere o non volere ho un prepotente bisogno di sfogare il gran dolore con chi so che ama il povero Don Bosco.

                Qui si fece un nuovo triduo per Don Bosco. L'assicuro che ne abbisogna. Mentre forse quest'oggi all'Unità Cattolica si faceva preghiera di avvisare i suoi lettori, che conoscenti di Don Bosco ne temevano la perdita, che era in totale miglioramento, egli qui aveva una novella esplosione di migliare che ci teneva tutti in pena attorno al suo letto. Oh se ci veniss