Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. IX, Ed. 1917, 1000 p.

 

 

 


PROTESTA DELL'AUTORE

 

                Conformandomi ai decreti di Urbano VIII, del 13 marzo 1625 e del 5 giugno 1631, come ancora ai decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiaro solennemente che, salvo i domini, le dottrine e tutto ciò che la Santa Romana Chiesa ha definito, in tutt'altro che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendo di prestare, nè richiedere altra fede che l'umana. In nessun modo voglio, prevenire il giudizio della Sede Apostolica, della quale mi professo e mi glorio di essere figlio obbedientissimo.

 

 


CAPO I. 1868 - Don Bosco scrive la storia di un santuario dedicato a Maria SS. nella diocesi d'Acqui - Lettera a Don Bosco del Custode di questo santuario - Don Bosco affida a D. Giovanni Bonetti la revisione e correzione de' suoi manoscritti destinati alla stampa - D. Bonetti dotto e forbito scrittore: tutti i suoi studi sono ispirati da sentimenti di pietà: sua diligenza nel raccogliere ogni parola di Don Bosco: segni di sua stima per Domenico Savio e Michele Magone - Consigli o fioretti a lui dati da Don Bosco e ciò che il buon padre gli disse nel destinarlo alla casa di Mirabello - Santi proponimenti - Numero dei membri della Pia Società sul finire del 1867

 

                SUL finire del 1867, o sul principio del 1868, D. Bosco terminava un lavoro al quale, nei brevi ritagli di tempo libero, da tre anni aveva incominciato ad attendere. Egli non si rifiutava mai quando trattavasi di glorificare Maria SS. La sua penna aveva già descritto e si apparecchiava a descrivere le apparizioni, i santuari, le grazie della Madonna alla Salette, a Lourdes, a Spoleto e in altri luoghi; ed ora consegnava le sue memorie storiche del Santuario della Vergine Santa posto nella Pieve del villaggio [2] di Ponzone, diocesi d'Acqui, al Sacerdote Poggio Giuseppe che lo aveva pregato di prendersi questo incarico.

                Il Santuario della Pieve venne eretto in tempo antichissimo, certamente prima dell'anno mille dell'era volgare e forse la sua fondazione rimonta fino ai primi secoli della Chiesa. Ciò non deve recar stupore, poichè si crede, e non senza fondamento, che S. Pietro siasi portato in Acqui e nelle regioni all'intorno e abbia ammaestrato le popolazioni nella religione cristiana essendo in viaggio per evangelizzare le Gallie. Dopo di lui venne San Siro, suo discepolo, il quale, come il suo maestro, colla predicazione e coi miracoli, finì di convertire i popoli Acquensi e Liguri. Dai due missionarii taumaturghi fu certamente radicata in quelle terre la divozione alla Madre Santissima del Salvatore Gesù, e forse non è molto posteriore a quei tempi il Santuario suddetto, del quale una tradizione costante ed universale così racconta l'origine.

                Una famiglia di Ponzone aveva una figliuola muta. Onesta per ordine de' genitori conduceva sovente l'armento alla pastura sul colle, vicino al ripiano dove sorge presentemente il Santuario. Ed ecco un bel giorno comparire dinanzi a lei una Signora magnificamente vestita e di una bellezza celestiale. Un soave sorriso le fioriva sulle labbra, dagli occhi suoi spirava una bontà, una dolcezza ineffabile. A questa comparsa la buona fanciulla rimase come estatica e, guardandola, sentivasi innondare l'anima da un mare di gioia. Ben tosto ella capì che quella bella Signora non poteva essere che la Regina del Cielo.

                 - Va' a casa, le disse Maria SS. e avverti i tuoi genitori che dicano agli abitanti del paese e del vicinato che innalzino in questo luogo un tempio in mio onore.

                E disparve.

                La buona fanciulla, discese tosto dal monte, presentossi ai suoi parenti e, come se non fosse mai stata muta, prese a parlare liberamente, a raccontare la comparsa di Maria SS,  [3] e le parole udite dalle sue labbra materne. I genitori rimasero strabiliati dall'evidente miracolo della muta che aveva acquistata la loquela, credettero, e con essi tutti gli abitanti dei paesi vicini, e in breve s'innalzò il sacro edifizio. Da quel tempo fino ai nostri giorni innumerevoli furono le grazie spirituali e temporali concesse da Maria SS. ai suoi devoti.

                Don Bosco aveva cercato documenti, visitato archivii, consultato memorie ecclesiastiche e pare che siasi anche recato a Ponzano.

                Al presente il Santuario si innalza sul ripiano del monte ed è chiuso all'intorno da una forte muraglia con un'alta porta arcuata d'ingresso. La chiesa è d'una sola navata assai grande, di bello e maestoso disegno, ricca di stucchi e pitture, con cinque altari e sul maggiore la statua di Maria SS. tenuta in somma venerazione da tempo immemorabile.

                Intorno all'opuscolo scritto da Don Bosco noi abbiamo il seguente documento.

 

W. G. M. e G.

 

                               Rev.mo sig. Don Bosco,

 

                Ho ricevuto il manoscritto contenente la storia di questo Santuario. Per ubbidire a quanto la S. V. Rev.ma si compiacque significarmi nella sua venerat.ma ultima, l'ho letta e riletta: e parendomi che vi fosse qualche cosa da aggiungervi o da cambiarvi, benchè sì poco adatto per tale oggetto, confidato nell'assistenza di Maria, Sede della Sapienza, mi son messo a ricopiarla facendovi in questa copia quelle aggiunte e variazioni che nella mia ristretta cognizione mi parevano del caso, e lasciando così intatto l'originale. Sperando fra pochi giorni d'aver finita questa copia alquanto diversa dall'originale, ho stabilito di venire io stesso a presentare l'una e l'altra alla S. V. Rev.ma per darle spiegazioni a viva voce dei motivi delle mutazioni fatte (lasciandone però interamente il giudizio alla di lei saggezza e per intenderla su diverse cose alla detta storia relative.

                Prima però di costì recarmi io la prego ad avere la bontà di significarmi al più presto, se la S. V. rev.ma si troverà a casa sul principio dell'entrante settimana, epoca in cui, a Dio piacendo, sarei disposto a venire costì; inoltre se crede ben fatto, che io per guadagnar tempo ed a scanso di maggiori disturbi, presenti prima a Monsignor Vescovo di Acqui, per la formalità della revisione, la detta storia. [4] Da ultimo vorrei pregarla ad aver la bontà di darmi ospizio, se le fosse possibile, in cotesto Oratorio nel poco tempo che dovrò fermarmi, onde possa aver maggior facilità e campo di sbrigarmi al più presto, sia per la critica stagione in cui siamo, che per le occupazioni che ho.

                Pregando di cuore la SS. Vergine che si degni ampiamente rimunerarla per quanto essa si affatica per questo suo Santuario, la riverisco ben distintamente, raffermandomi intanto con profondo rispetto di V. S. Rev.ma

                Dal Santuario di N. S. della Pieve, 13 novembre 1866.

 

Um.mo Servo

P. POGGIO GIUSEPPE.

 

                Don Bosco aveva consegnata copia del suddetto manoscritto a D. Giovanni Bonetti, poichè è fra i quaderni di questi che noi l'abbiamo trovata. A Don Bonetti, prima ancora che fosse sacerdote, egli rimetteva le sue opere destinate alla pubblicazione perchè le rivedesse e correggesse, e talvolta perchè le completasse. E così continuò per tutto il tempo di sua vita.

                Don Bonetti era in ciò il suo braccio destro, infaticabile. Valente scrittore, egli era minutissimo nelle correzioni, delle quali i suoi manoscritti sono così tempestati, che molte pagine riescono quasi indecifrabili. Lasciò un gran numero di prediche e pare non salisse mai in pulpito senza averle scritte, ovvero ordinate con una larga traccia, e sempre con ricchezza e precisione di dottrina.

                Avendo Don Bosco perduti, come si è già detto, più quaderni di una sua storia universale della Chiesa, Don Bonetti ebbe incarico di colmare egli quella lacuna; e incominciò il suo lavoro verso il 1862, continuandolo per molti armi. Ma di questo non ci rimane che la prima Epoca in due volumi manoscritti, comprendenti 1261: pagina con citazioni bibliche, patristiche e di autori ecclesiastici e profani senza numero. Don Bosco di sua mano vi poneva molte postille. Ma la moltitudine delle occupazioni troncò infine un'opera [5] che lo stesso Santo Padre, come vedremo, desiderava fosse compiuta specialmente in sostegno della infallibilità del Capo della Chiesa.

                Don Bonetti aveva pure scritto, in omaggio a Don Vittorio Alasonatti, la vita del Beato Cherubino Testa, che rimase inedita: e più tardi compose anche una Vita di Maria Vergine, e la Vita e dottrina di Gesù Cristo narrata e spiegata secondo il Vangelo ad una famiglia fedele e in difesa contro gli assalti degli empi. Di altri suoi scritti, pubblicati nelle Letture Cattoliche, parleremo a silo tempo.

                Don Bonetti univa alla scienza un grande spirito di pietà che, Don Bosco aveagli impresso nel cuore fin dal 1855 allorchè era entrato nell'Oratorio. Le iscrizioni, poste da lui sopra la copertina dei suoi quaderni di scuola, sono parole uscite dalla bocca e dalla penna di Don Bosco.

                Su quelli del ginnasio si legge: - Frequente ricorso a Maria - Fuga rigorosa demonio - Maria, mater tua - e in questi egli notò l'etimologia e la spiegazione di parole latine, greche e qualcuna ebraica, data da Don Bosco ai giovani, in pubblico e in privato e nelle prediche nel 1857.

                Su quelli dei corsi di Filosofia sta scritto: - Sedes sapientiae ora Pro me - Da mihi animas caetera tolle. - Per godere piena libertà di spirito, bisogna staccare intieramente il cuore dalle cose di questa terra. - Chi si dilunga dagli amici e dai parenti, si accosta a Dio ed agli angeli suoi (Kempis). - E più volte: - Savio Domenico era mio compagno e condiscepolo: dunque: Si ille, cur non ego?

                Gli era pure carissimo ed invocava il nome di un altro santo giovinetto, quello di Michele Magone, del quale era stato assistente. Di lui conservava, tra le sue carte, come preziosa reliquia i compiti di scuola, che ora son riposti negli archivi.

                In fine sui quaderni di Teologia si legge: - Viva Maria: Viva Domenico Savio: Viva Don Bosco. - Diabolus te semper occupatum inveniat (S. Gerolamo). - Dulcedo multiplicat anticos et mitigat inimicos. [6] In una busta, sulla quale è l'indirizzo autografo di Don Bosco: Al sig. chierico Bonetti, abbiamo trovato piccole striscie di carta, sopra ognuna delle quali è scritto un fioretto o consiglio spirituale. Eccoli con ordine.

                 - Reciterai una Salve Regina per l'Opera della Propagazione della Fede.

                 - Sentirai una Messa per la conversione dei peccatori.

                 - Reciterai il salmo Miserere per la conversione degli scandalosi.

                 - Reciterai la terza parte del Rosario con le Litanie per la conversione degl'infedeli, eretici e scimastici.

                 - Praticherai qualche austerità corporale o qualche astinenza nel cibo per i peccatori intemperanti.

                 - Reciterai un atto di speranza con una Salve per quelli che si trovano in disperazione, o in qualche grande sventura.

                 - Offrirai il tuo cuore a Gesù ed a Maria,

                 - Reciterai gli atti di Fede, Speranza e Carità per i bisogni di Santa Chiesa.

                 - Ascolterai una Messa per la conversione dell'Inghilterra.

                 - Farai una visita a Gesù Sacramentato per risarcire tutte le offese che riceve nel Divino Sacramento.

                 - Dinnanzi all'altare di Maria Vergine reciterai le litanie della R. V. con una Salve per tutti i tuoi compagni.

                 - Farai qualche elemosina per l'opera della propagazione della Fede.

                 - Reciterai cinque Pater, Ave e Gloria in onore della Passione di N. S. Gesù Cristo.

                 - Reciterai le sette allegrezze di Maria Vergine, con le Litanie, per tutti i Ministri di Dio.

                 - Reciterai il Veni Creator per ottenere dallo Spirito Santo lumi e grazie per te e per tutti i peccatori.

                 - Reciterai 7 Ave Maria in onore di Maria Vergine Addolorata per ottenere da Lei la sua protezione in vita, e principalmente in punto di morte per te e per tutti i tuoi parenti.

                 - Appena tentato dirai: Gesù mio, misericordia; Maria, aiutatemi.

                 - Farai una Comunione in onore dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria per tutti i Confratelli, sì vivi che defunti.

                 - Reciterai la terza parte del Rosario per tutti i tuoi benefattori, sì spirituali che temporali.

                 - Reciterai 3 Ave Maria per ottenere per te o per tutti i tuoi parenti la perseveranza finale.

                 - Reciterai il Veni Creator per ottenere i sette doni dello Spirito Santo. [7]

                 - Dirai l'Ave Maris Stella per tutti quelli che si trovano in disgrazia di Dio.

                 - Pregherai la SS. Vergine onde t'inspiri quale sia la tua vocazione.

                 - Chiederai a Gesù ed a Maria queste tre virtù: umiltà, purità e carità, recitando tre Ave Maria con tre Gloria Patri.

                Don Bonetti lasciò pur memoria di due avvisi datigli da Don Bosco:

                “La divozione al SS. Sacramento ed a Maria SS. saranno due potenti sostegni per te e per tutti quelli ai quali la inculcherai”.

                “Maria sia la tua celeste protettrice adesso e per sempre; nelle sue mani io raccomando l'anima tua”.

                In un altro suo foglio si legge: “Prima di partire da Mirabello il 27 novembre 1863 Don Bosco mi disse:

                Desideravi che io ti mettessi alla prova, ora vi sei. Potremo ora vedere a quale uffizio in particolar modo ti chiami il Signore. Io pensai e penserò a te e finchè il Signore mi darà vita mi adoprerò a fare la tua felicità non solo spirituale ma temporale ancora. Tu sta' allegro e se qualche fastidio od afflizione, sia dell'anima sia del corpo, viene a sorprenderti, scrivimi ed io ti toglierò da ogni pena. Il tuo patrimonio è in via di aggiustamento; ti avvertirò di quanto occorrerà. Mi raccomando di aiutare Don Rua. Iddio ti benedica”.

                È il ch. Bonetti, generosamente secondando l'impulso che gli dava Don Bosco, così scriveva, fermo nel mantenere i suoi proponimenti:

 

Mirabello, 25 aprile 1864.

 

                1° Voglio adoperarmi con ogni impegno di ottenere un'intima unione con Gesù e Maria, facendo frequenti Comunioni spirituali e calde giaculatorie.

                2° Voglio fare grande stima di ogni più piccola azione, di ogni più breve orazione, animandomi a compierla bene col pensiero che così facendo aggiungo ad ogni volta una bella rosa, o gemma preziosa alla mia corona celeste. Maria, siate mia mamma. [8] Noi noteremo come da eguale spirito di pietà, di lavoro e di sacrificio, era animata la maggior parte dei confratelli. Qui abbiam detto specialmente di lui pel motivo che da poco tempo abbiamo scoperte queste e altre sue note riguardanti gli anni dei quali abbiamo già esposti gli avvenimenti in queste Memorie, e perchè si conoscano sempre meglio i suoi rapporti con Don Bosco.

                Gli altri membri della Pia Società Salesiana, di molti dei quali avremo occasione di scrivere, sul finire del 1867 erano quasi cento, compresi quelli dei collegi di Mirabello e di Lanzo. I sacerdoti erano quattordici, i chierici teologi quarantotto, parte coi voti, parte ascritti od aspiranti: alcuni, velluti da varie diocesi, erano desiderosi di ritornarvi, e Don Bosco li manteneva agli studi e li provvedeva gratuitamente di tutto. Ventitré erano gli studenti di filosofia, dei quali dodici non avevano ancor messa la veste clericale, poichè Don Bosco pensava di fondare altrove un liceo per loro. Finalmente tre soli i coadiutori professi.

                Un avviso che D. Bosco dava a tutti è quello ripetuto in una lettera indirizzata a Mirabello:

 

                               Caro Don Bonetti,

 

                Ti mando alcuni fogli del can.co Gliemone. Ho ricevuto con piacere la tua lettera.

                Coraggio, i tuoi sforzi siano diretti a conservare l'unità di volere tra superiori, perchè vogliano tutti una, cosa sola, salvare molte anime e tra esse l'anima propria.

                Dio ti benedica ed abbimi tutto tuo,

                Torino, il penultimo del 1863,

 

Aff.mo in G. C.

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

 


CAPO II. Desiderio innato nell'uomo di Conoscere l'avvenire - Le predizioni delle anime Pie - Parlata di Don Bosco ai giovani nell'ultimo giorno dell'anno - Sogno: Predizioni pel 1868: morte di tre giovani: stato delle coscienze nell'Oratorio: la strenna: peste, lame e guerra - Testimonianze sull'esatta relazione del sogno e sull'avveramento delle morti di tre giovani - Altro annunzio di morituri in quest'anno - Motivo delle Predizioni di questo sogno.

 

                SIAMO coll'esposizione delle Memorie biografiche di Don Bosco alla fine del 1867, e noi, insieme co' suoi fatti meravigliosi e continui, abbiamo eziandio riportati i sogni che egli ci espose colla rivelazione dello stato di molte coscienze e con predizione avverata di avvenimenti particolari e generali. Egli era persuaso che quanto diceva era la verità e di questa sentivano la certezza tutti quelli di buon volere, ed erano la massima parte, che non avevano la mente ingombra da pregiudizi o il cuore turbato da passioni incalcolabile fu il bene spirituale che ne ricavarono gli alunni, mentre un preziosissimo vantaggio era anche l'avere la mente e la fantasia difesa da pericolosi pensieri. L'annunzio che Don Bosco avrebbe raccontato un sogno era un avvenimento nell'Oratorio, e i giovani impazienti e irrequieti aspettavano il momento di udirne la narrazione.

                Infatti è naturale nell'uomo il desiderio di conoscere in qualche modo il futuro, specialmente quando i tempi corrono [10] per lui infelici[1]. Di ciò rendono continua testimonianza le storie di tutti i popoli. E niuno dee farne le meraviglie, ed assai meno degli altri possono riderne coloro che vanno mendicando predizioni dalle sonnambole e dagli spiritisti; mentre i buoni cristiani si limitano ad ascoltare anime pie, riputate care a Dio e favorite da lui di speciali comunicazioni.

                Non neghiamo possibile, ed anche facile, l'errore dei buoni cristiani in questo loro supposto, ma intorno a ciò la prudenza c'insegna essere due gli estremi da evitare. L'assoluta incredulità a qualsiasi profezia, fuorchè alle autentiche della Bibbia, esclusine i commentarii; e l'assoluta credulità a tutte le profezie, che persone anche probe e dabbene riferiscono per tali.

                Contro ambedue gli estremi sta l'ammonimento di San Paolo, che esorta a non spregiare le profezie, ma a provarle: Prophetias nolite spernere; omnia autem probate: (Thess. V, 20, 21), al che tanto contravviene chi le disprezza, quanto chi le ammette alla leggera e senza esame. Queste parole dell'Apostolo assicurano, che anche fuori delle bibliche si possono dare vere profezie. E ciò si conferma dal fatto del dono profetico, il quale, al pari di altri divini carismi, fiorì sempre nella Chiesa, e dalla Chiesa fu sempre riconosciuto. [11]

                Pertanto, come nessun cattolico può agli altri imporre una fede più che umana nei vaticini umanamente autorevoli e sicuri; così nessuno può ragionevolmente imporre una incredulità recisa, per quelli che si dicono improbabili e fantastici. Dove non interviene il giudizio della Chiesa, la credenza dei vaticini privati è liberissima. Piuttosto che caso di fede, si ha a dire caso di sano criterio e di buon senso.

                Premesse queste osservazioni, veniamo al nostro Venerabile.

                La sera del 31 dicembre del 1867 Don Bosco radunò i giovani in chiesa e salito sul pulpito dopo le orazioni così parlò:

                Sogliono in questi giorni i parenti dare la strenna ai loro figliuoli, gli amici darsela fra di loro. Così anch'io sono solito di fare ogni anno, dando in questa sera un ricordo ai miei cari giovani che serva di norma per l'anno venturo.

                Io adunque stava pensando da alcuni giorni quale strenna darvi, o miei cari figliuoli, e malgrado ogni mio sforzo non trovava nella mia testa un pensiero che facesse all'uopo. Anche la notte scorsa, essendo già coricato, andava pensando e ripensando tra me che cosa dirvi di salutare in questa sera per l'anno 1868, ma non poteva concentrarmi in un punto solo. Quando dopo molto tempo, agitato sempre dalla più viva preoccupazione, mi trovai come uno che sia fra il sonno e la veglia, in quel tempo nel quale sente ed è quasi conscio di se stesso. Era un sonno nel quale uno può conoscere quello che fa, udire quello che si dice e rispondere se interrogato. In tale stato incominciai ad essere in balìa di un sogno che non era sogno. Mi pareva sempre di essere in mia camera. Faccio per uscirne e al posto del poggiuolo mi trovai innanzi ad un bel giardino nel quale si vedevano piante senza numero di stupende rose, cinto intorno da un muro, sopra il cui ingresso era scritto a caratteri cubitali: 68.

                Un portinaio mi introdusse nel giardino e là vidi i nostri giovani divertirsi, gridare e saltellare allegramente. Molti si affollarono a me d'intorno e parlavamo insieme di tante cose. C'incamminammo tutti per quel giardino e dopo un tratto di via, lungo il muro del medesimo vidi in un canto molti giovani affollati che cantavano e pregavano con alcuni preti e chierici. Mi avvicinai di più a quei giovani, li guardai e non li conosceva ancora tutti bene, anzi in gran parte mi erano nuovi: e udii che cantavano il Miserere e le altre preghiere dei defunti. Fattomi loro dappresso dissi:

                 - Che cosa fate qui? Perchè recitate il Miserere? Quale è la causa del vostro lutto? È morto forse qualcheduno? [12]

                 - Oh! risposero: ella non lo sa?

                 - Io non so niente.

                 - Preghiamo per l'anima di un giovane che è morto il tal giorno, alla tal ora.

                 - Ma chi é?

                 - Come? replicarono: non sa chi é?

                 - Eh! no!

                 - Che non l'abbiano avvisato? - si dissero a vicenda. Poi rivolti a me: - Ebbene sappia che è morto il tale! - e mi dissero il nome.

                 - Come? È morto il tale?

                 - Sì, è morto, ma ha fatto una buona morte, una morte invidiabile. Ha ricevuto con grande soddisfazione ed edificazione nostra tutti i Sacramenti. Rassegnato alla volontà di Dio, dimostrò i più vivi sentimenti di pietà. Ora preghiamo per l'anima sua accompagnandolo alla sepoltura, ma speriamo che sia già in possesso del cielo e che preghi per noi. Anzi siamo certi che è già in paradiso.

                 - La sua fu dunque una buona morte? Sia fatta la volontà di Dio. Imitiamo le sue virtù e preghiamo il Signore che conceda anche a noi la grazia di fare una buona morte.

                Ciò detto, mi allontanai da costoro, circondato sempre da una folla di giovani. Ci siamo di nuovo incamminati per quel giardino e, fatto un lungo tratto di strada, siamo giunti vicini ad un bellissimo prato verdeggiante. Io intanto diceva fra me: - Come va questo? Ieri sera mi coricai nel mio letto e adesso mi trovo con tutti i giovani sparsi qua e là in questo giardino?

                Quand'ecco un'altra turba numerosa di giovani disposta in circolo, in mezzo a cui vi era qualche cosa che io non sapeva distinguere quello che fosse. Vidi però che erano inginocchiati; gli uni pregavano, gli altri cantavano. Mi avvicinai e vidi che attorniavano una bara, udii che recitavano le preghiere dei defunti e cantavano il Miserere. Domandai: - Per chi pregate?

                Essi tutti melanconici mi risposero:

                 - È morto un altro giovane ed ha fatto una buona morte. Ha ricevuto con edificazione nostra i Santi Sacramenti e ha dimostrato sensi di grande pietà. Adesso lo portano già alla sepoltura. Stette infermo otto giorni e vennero a vederlo anche i suoi parenti.

                Domandai allora il nome del morto e mi fu detto. Rimasi molto addolorato nell'udirlo, ed esclamai:

                 - Oh che mi rincresce! era uno che mi voleva tanto belle e non ho potuto dargli l'ultimo addio... e neanco l'altro ho veduto prima che morisse... Muoiono tutti adesso? ... Un morto qui e l'altro là! ... Ma possibile? Solamente ieri ne morì uno... e quest'oggi un altro ...

                 - Che cosa dice? mi fu risposto: uno morto poco fa e l'altro adesso? Le pare poco tempo, eppure sono più di tre mesi dacchè è morto il primo, il tal giorno, nella tal ora. [13] Al sentir queste cose pensai tra me: Sogno o non sogno? Mi pareva di non sognare e non sapeva che cosa dire di ciò che udiva.

                E continuammo ad inoltrarci tutti in mezzo a quei boschetti e dopo non breve cammino ecco che odo cantare di bel nuovo il Miserere. Arresto il passo e con me si fermano quelli che mi accompagnavano e vedo un'altra schiera numerosa di giovani che si avvicinava. Chiesi a coloro che mi erano al fianco:

                 - Che cosa fanno quei giovani? Dove vanno?

                Venivano da un luogo poco lontano ed erano tutti sconsolati e cogli occhi lagrimosi:

                 - Che cosa avete? - dissi loro, essendomi affrettato ad incontrarli.

                 - Ah se sapesse! ...

                 - Che cosa ci fu dunque?

                 - È morto un giovane.

                 - Come? dappertutto veggo morti? E chi è quel vostro compagno che si portò alla sepoltura?

                E i giovani con atti di grande meraviglia:

                 - Come! Non sa ancor nulla? Non sa che è morto il tale?

                 - È morto anche lui?

                 - Sì, poveretto. I suoi parenti non sono andati a visitarlo ..... ma .....

                 - E che ma? Non ha forse fatto una buona morte?

                 - Ah no! Ha fatto una morte per nulla desiderabile.

                 - Non ricevette i Sacramenti?

                 - Dapprima non voleva riceverli e poi li ricevette, ma con poca voglia e non dando segni di vero pentimento, cosicchè rimanemmo poco edificati di lui, anzi dubitiamo molto della sua eterna salute e ci rincresce assai che un giovane dell'Oratorio abbia fatto una così brutta morte.

                Allora io cercai di consolarli, dicendo:

                 - Se ha ricevuti i Sacramenti speriamo che si sia salvato. Non bisogna disperare della misericordia di Dio. È così grande! - Ma non riuscii a infonder loro questa speranza ed a consolarli.

                Mentre, addolorato e colla mente turbata, pensava in qual tempo que' giovani fossero morti, apparve all'improvviso un personaggio che non conosceva e che, avvicinatosi, mi disse

                 - Guarda: dunque sono tre!

                Lo interruppi:

                 - E tu chi sei che mi parli con tanta famigliarità dandomi del tu, senza avermi veduto mai? 

                 - Ascoltami, rispose, e poi ti dirò chi sono. Tu vuoi una spiegazione di ciò che hai visto?

                 - Sì, che cosa significano questi numeri?

                 - Hai visto, lui rispose, il numero 68 scritto sulla porta del giardino?  [14] Significa l'anno 1868. In quest'anno i tre giovani che ti furono indicati dovranno morire. Come hai visto, i due primi son ben preparati; il terzo tocca a te prepararlo.

                Io, pensando se proprio dovesse essere vero che nel 1868 dovranno morire que' tre cari figliuoli, soggiunsi:

                 - Ma come tu puoi dirmi questo?

                 - Sta' attento all'esito e vedrai - mi rispose.

                Alla sicurezza e all'amabilità del dire conobbi allora in quel personaggio un amico e proseguii con lui la strada assorto nelle parole che aveva udite:

                 - Ma sogno io forse? gli andava dicendo: pure qui non c'è sogno: sono desto! Io vedo, io sento, io conosco.

                E quegli mi disse:

                 - Sta bene: questa è realtà.

                Ed io:

                 - Realtà? Ti prego adunque di essermi cortese. Mi hai detto dell'avvenire, ed ora parlami del presente. Quello che io desidero si è che tu mi dica qualche cosa da riferire ai miei giovani domani sera come strenna.

                Ed egli:

                 - Di' ai tuoi giovani che siccome que' due primi erano preparati perchè frequentavano colle debite disposizioni la santa Comunione in vita, così anche in punto di morte la ricevettero con edificazione di tutti. Ma quell'ultimo non la frequentava in vita, mentre era sano, e perciò in punto di morte la ricevette con poca soddisfazione. Di' loro che se vogliono fare una buona morte frequentino la salita Comunione con le dovute disposizioni, e che la prima disposizione è una confessione ben fatta. La strenna adunque sia questa: “La Comunione devota e frequente è il mezzo più efficace per fare una buona morte e così salvarsi l'anima”. Ora seguimi e sta' attento.

                E s'inoltrò alquanto per un sentiero del giardino. Io lo seguiva quando a un tratto vedo raccolti in un largo spazio aperto i miei giovani radunati. Mi fermai ad osservarli. Io li conosceva tutti e mi sembrava fossero tutti, come tante volte li aveva visti, senza alcuna diversità. Però, esaminatili alquanto più (la vicino, vidi cosa che mi riempì di maraviglia ed orrore. Di sotto al berretto di molti spuntavano dalla fronte due cornette Gli uni le avevano più lunghe, gli altri più corte; quali le avevano intere, e quali rotte; parecchi non avevano più che il segno di averle avute, perchè erano perfettamente rotte alla radice e più non si vedevano spuntare o crescere, ad altri invece non potevasi impedire che le corna crescessero, ma rotte che erano, tornavano fuori ancor più grosse, riproducendosi sempre. Taluni poi non solo avevano le corna, ma quasi non fossero paghi di averle, davano delle grandi cornate ai compagni. Ve ne erano pure di quelli che avevano un sol corno in mezzo al capo, ma [15] di una straordinaria grossezza, e questi erano i più terribili. In fine ve n'erano altri, la cui fronte candida e serena non era stata mai deturpata da simile deformità .....

                E qui noterò che io potrei dire a ciascheduno di voi in particolare quello che faceva nel giardino.

                Dilungatomi alquanto dai giovani, accompagnato solamente dalla mia guida, giunto ad un certo luogo elevato, vidi in vaste regioni moltissima gente che si azzuffava: erano militari. Per un lungo tratto di tempo combattevano accanitamente senza compassione al mondo. - Molto era il sangue sparso. Io vedeva chiaramente gli infelici che cadevano al suolo sgozzati. Chiesi al mio compagno :

                 - Come va che questi uomini si uccidono, furiosamente in questa maniera?

                 - Grande guerra, esclamò la mia guida, nel 1868; e questa guerra non terminerà se non dopo un grande spargimento di sangue.

                 - La guerra sarà forse nei nostri paesi? Che gente è questa? Sono italiani, o forestieri?

                 - Guarda quei militari e dalle vestimenta conoscerai a quale nazione appartengano

                Li guardai attentamente e vidi che erano di varie nazioni. La maggior parte non aveva la divisa dei nostri soldati, ma ve n'erano anche degli italiani:

                 - Ciò significa, soggiunse la guida, che a questa guerra parteciperanno anche gli italiani.

                Siamo partiti allora da quel campo di morte e camminando per breve tratto passammo in altra parte del giardino; quand'ecco sento gridare a grandi voci:

                 - Fuggiamo di qui, fuggiamo: fuggiamo di qui, se no moriremo tutti.

                E vidi molta gente che fuggiva gridando e, in mezzo a questa, gran numero di persone sane e robuste cadere a terra in un istante e morire.

                 - E che cosa hanno costoro che vogliono fuggire? - chiesi a qualcuno di quelle turbe.

                 - Il colera ne fa morire tanti e se non fuggiamo moriremo anche noi - mi fu risposto.

                 - Ma che cosa è ciò che io vedo, dissi al mio condottiero. Per ogni dove regna adunque la morte?

                 - Grande colera, esclamò, nel 1868!

                 - Come è possibile? Il colera d'inverno? E muoiono già benchè faccia così freddo?

                 - A Reggio di Calabria ne muoiono già adesso 50 al giorno!

                Andammo avanti ancora e vedemmo una moltitudine sterminata di gente, pallida, abbattuta, smunta, sfinita, coi panni laceri. [16] Io non poteva intendere la cagione dello sfinimento e della macilenza di quella moltitudine e chiesi al mio amico:

                 - Che cosa hanno costoro? Che cosa vuol dire questo?

                 - Grande carestia, mi rispose, nel 1868. Non sai che costoro non hanno di che togliersi la fame?

                 - Come? io dissi; in questo stato per la farne?

                 - È così veramente!

                Io intanto osservava quelle turbe che gridando - fame! fame! cercavano pane da mangiare e non ne trovavano, cercavano di che togliersi la sete che loro ardeva le fauci e non trovavano acqua.

                Allora, pieno di sgomento, dissi al mio compagno:

                 - Ma dunque in quest'anno tutti i mali piombano sulla nostra misera terra? E non vi sarebbe mezzo per allontanare dagli uomini tutte queste sventure?

                 - E sì che vi sarebbe questo mezzo, purchè tutti gli uomini insieme si ponessero d'accordo nell'astenersi dal commetter peccati, nel far cessare la bestemmia, nell'onorare Gesù Sacramentato, nel pregare la Beata Vergine da loro adesso abbandonata indegnamente.

                 - E questa fame e siccità sarà di cibo corporale o spirituale?

                Mi rispose: - E dell'uno e dell'altro. Gli uni ne mancheranno perchè non vogliono, gli altri perchè non possono averlo.

                 - E l'Oratorio avrà anche da soffrire di questi mali? Anche i miei giovani morranno dal colera?

                La mia guida mi guardò da capo a piedi; dopo mi disse: - Condizionatamente: cioè se i tuoi giovani saranno tutti d'accordo nel tenere lontana da loro l'offesa di Dio coll'onorare Gesù Sacramentato e la Beata Vergine, saranno salvi; perchè con queste due salvaguardie si ottiene tutto e senza di queste si ottiene niente. Se facessero altrimenti moriranno anch'essi. Bada però che un solo che faccia peccati mortali può bastare per attirare lo sdegno di Dio ed il colera sopra l'Oratorio.

                Chiesi ancora: - E i miei giovani hanno forse anch'essi da soffrire la mancanza di cibo?

                 - Pur troppo! anche i tuoi giovani soffriranno gli effetti della carestia.

                 - A me sembra che almeno la carestia sarebbe caduta solamente sopra Don Bosco, perchè tocca a me di pensare e provvedere al loro cibo. Se mancherà pane nella nostra casa, i giovani non ci penseranno certamente.

                 - La sentirai tu la fame e la dovranno anche sentire i tuoi giovani. I loro parenti o benefattori dovranno stentare per pagare la loro pensione e somministrar loro le tante altre cose necessarie. Molti più nulla potranno pagare e la casa, mancando di mezzi, non potrà più soccorrerli nei loro bisogni. E così anch'essi patiranno.

                 - Ma soffriranno anche mancanza di cibo spirituale?  [17]

                 - Sì; alcuni perchè non vorranno averlo, altri perchè non potranno.

                Così dicendo andavamo sempre avanzandoci in quel giardino. Ma tutto ad un tratto vidi il cielo ricoprirsi di neri nuvoloni che minacciavano una vicina tempesta. Si era levato un vento orribile. Io guardava attorno e in lontananza vidi i giovani che s'erano messi a fuggire Lasciata la guida, correva per raggiungerli e pormi in salvo con essi; ma ben presto li perdetti di vista: lampi e tuoni si succedevano. Pareva che da un momento all'altro dovessimo essere tutti inceneriti dal fulmine. Cadde quindi una turbinosa e dirottissima pioggia. Non aveva mai visto un temporale così violento: io mi aggirava per quel giardino cercando i miei giovani e un qualche ricovero ove riparare, ma non trovava né quelli, né questo. Tutta la regione era disertata. Cercavo la porta per uscire e malgrado la mia fretta non lui riuscì di giungervi, che anzi sempre più dalla medesima lui allontanava in ultimo cadeva una grandine così spaventosa che non ne vidi mai di simile per grossezza. Alcuni granelli, caduti sul mio capo, lui percossero con tanta violenza che mi svegliarono e mi trovai sul letto. Vi assicuro che io era molto più stanco allora, che quando andai a riposo.

                Queste cose io vidi, come vi dissi, sognando, e non voglio dirvele affinchè le crediate come cose vere, ma siccome da questo si può imparare qualche cosa, approfittiamone. Teniamo come sogno quello che non fa per noi, ma teniamo per cose vere quelle che possono servire per nostra utilità, tanto più che siccome sono già accadute cose che si erano dette altra volta, potrebbero accadere anche questa volta. Approfittiamone teniamoci preparati alla morte, preghiamo, Maria SS. e teniamo da noi lontano il peccato.

                Vi lascio in ultimo per strenna questa massima: - La frequente devota confessione e Comunione è un gran mezzo per salvarci l'anima.

                Buona notte!

                Don Bosco narrò questo sogno in due sere. La suesposta narrazione è del chierico studente di Teologia, Stefano Bourlot, che ne lasciò apposita memoria colla sua firma, in data 29 gennaio 1868.

                E scrisse in calce alla medesima: “Del sogno di Don Bosco io faccio semplice relazione e tale e quale mi parve d'averla udita e con lo stesso ordine, senza però ripetere esattamente tutte le parole da lui proferite, perchè non le ricordo bene. Ma so con certezza che il senso è quello da me esposto, e tanto basti”. [18] A dimostrare l'importanza di questo testimonio e il valore della sua mente, diremo come ordinato sacerdote, e mandato da Don Bosco missionario in America, gli venne affidata l'immensa e turbolenta parrocchia della Boca a Buenos Aires, che allora era il covo delle sette anticristiane. Ed egli colla sua attività, fermezza di carattere, parola franca e leale, sempre improntata allo spirito di fede, e coll'ardente sua carità, vinse le volontà ribelli. Riformò la popolazione, amato dai buoni, temuto dai tristi, specie quando col suo periodico Cristoforo Colombo si fece arbitro dell'opinione pubblica alla Boca, dove eresse un grandioso tempio, un collegio per giovanetti e un altro per fanciulle, con oratorii festivi, associazioni cattoliche di mutuo soccorso, e la società delle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli. Avendo nella sua parrocchia 60.000 e più mila italiani, ne aveva imparati i dialetti, e celebrava solennemente le feste dei patroni delle singole provincie italiane destando così in quelli la fibra del patriottismo, ed attiravali alla chiesa con processioni di sommo splendore, che ricordavano i patrii costumi. Nell'esercizio del ministero parrocchiale fu infaticabile, ed eroico nell'assistere gli ammalati.

                Don Bourlot adunque, giovane serio e sagace, era da poco tempo entrato nell'Oratorio per ascriversi alla Pia Società. Egli provava una certa ripugnanza a prestar fede ai sogni di Don Bosco, a lui narrati dai compagni anziani, e quindi con spirito di critica stette osservando ciò che questa volta sarebbe accaduto, riguardo alle morti dei tre giovani e alle circostanze che dovevano accompagnarle. Quindi, con Don Gioachino Berto e Don Giuseppe Bologna, si mise di proposito a constatare per iscritto gli avvenimenti a mano che accadevano, tutti e tre firmando il verbale ogni volta che una profezia si avverava, e rimanendo stupiti della mirabile precisione colla quale si svolgevano le cose preannunziate da Don Bosco.

                Ma questi verbali andarono pur troppo smarriti in un [19] trasloco di carte, fatto da chi non ne intendeva il valore e restò un solo foglio che tratta della morte del primo giovane. Per buona sorte, tornato Don Bourlot dall'America per qualche tempo, mentre ci indicò qualche piccola addizione da farsi al sogno, ci diede pur notizia sulla fine degli altri due giovani e ci rilasciava la seguente dichiarazione in data 12 ottobre 1889: “Posso assicurare con giuramento che la morte annunziata dei tre figli di Don Bosco si è avverata, come potrebbero testificarlo D. Berto e Don Bologna”. E ci aggiungeva che sebbene non ricordasse il cognome del secondo e del terzo, tuttavia poteva assicurare che uno di questi incominciava colla B ed era un fabbro ferraio, che morì all'ospedale, e Don Bosco ne ricevette l'ultima confessione.

                Non mancheremo d'illustrare la testimonianza di Don Bourlot confrontando con essa le memorie biografiche del Venerabile da noi raccolte, alcune note di Don Rua, ed i Necrologii, e ne presenteremo il risultato al lettore, narrando gli avvenimenti del 1868.

                Intanto notiamo come l'annunzio della morte di quei tre non escludesse altri che fossero per essere chiamati all'eternità in quell'anno. Infatti ci attestò Agostino Parigi aver Don Bosco detto qualche giorno dopo, che altri sei sarebbero passati di vita e che ad un compagno che temeva di essere in questo numero aveva risposto: - Sta' tranquillo: il Signore non ti vuole ancora. - E così avvenne.

                Erano dunque nove quelli che dovevano andare all'eternità fra 800 e più persone che si trovavano in casa. Ma perchè il sogno accennava solamente a tre? La loro successiva dipartita doveva compiersi nello spazio quasi intiero dell'anno: e la morte degli altri sei ad intervalli, della quale ignoravansi le circostanze, avrebbe costretto, come uno svegliarino, quelli dell'Oratorio a riflettere sovente al sogno e alla descrizione fatta riguardante lo stato delle coscienze.

                L'avveramento delle tre morti del sogno è sufficiente per testimoniare la veracità dell'annunzio dei tre flagelli. [20] Così talvolta i profeti d'Israele vaticinavano avvenimenti che si sarebbero avverati anche dopo qualche secolo, ma intanto con una seconda profezia di un fatto impreveduto imminente, confermavano la veracità della prima. E anche su questo punto torneremo nuovamente.

 

 


CAPO III. Don Bosco è trattenuto nell'Oratorio dalla neve - Discorsi famigliari: norme ai chierici per la predicazione - Letture Cattoliche - Lettere a due sacerdoti lucchesi: Don Bosco raccomanda le Letture Cattoliche ed i lavori della Chiesa di Maria Ausiliatrice: promette preghiere ad un nuovo parroco - Lettera al cavaliere Oreglia: gli dà commissioni per varie persone di Roma: a Torino àvvi caro di pane, neve e freddo: previsione di malanni: la Madonna provvede per la chiesa e per la casa - Altra lettera alla Presidente di Tor de' Specchi per un altare da erigersi nella chiesa di Maria Ausiliatrice - Al Direttore del Collegio di Lanzo: ringrazia i giovani delle lettere d'augurio: raccomanda la carità vicendevole e la visita frequente al SS. Sacramento; consigli al Direttore.

 

                NEI primi giorni di gennaio Don Bosco scriveva al nobile giovanetto Ottavio Bosco di Ruffino:

 

                               Carissimo Ottavio,

 

                La neve caduta e quella che densa va cadendo mi priva del piacere di godere questa sera la cara tua compagnia a pranzo. Debbo pertanto limitarmi ad augurarti buon viaggio, e dimani farò per te una speciale preghiera nella Santa Messa.

                Auguro ogni bene a te, alla signora Maman e sorella Giulia e raccomandandomi alla carità delle preghiere di ognuno mi professo con sentita gratitudine nel Signore,

                Torino, 3 del 68.

 

Aff.mo amico

Sac. GIOVANNI BOSCO. [22]

 

                L'assenza quasi totale dei visitatori, causa quelle intemperie le quali lo costringevano a rimanere in casa, gli procuravano molte ore tranquille; ed egli impiegavale nell'intrattenere in privato gli alunni sulle circostanze del sogno e nel dare spiegazioni e consigli a quanti ne lo richiedevano. Specialmente i preti e i chierici godevano di poter conversare con lui, poichè avevano sempre qualche cosa da imparare.

                Una di quelle sere vi fu chi gli domandò in qual modo un prete, specie se novello, potrebbe cavarsi d'impaccio caso mai, in angustia di tempo, fosse invitato a fare un panegirico. Don Bosco gli rispose:

                 - Sarà bene prevenire questi casi, ed io ti consiglierei che fin d'ora tu incominciassi a preparare alcune prediche le quali possano, in un bisogno, valere per qualunque circostanza. Per es. componi la prima predica sulla Madonna prendendo a dimostrare: 1° la Madonna essere Madre di Dio; 2 ° la Madonna madre nostra. È un argomento che vale per tutte le feste di Maria. Così pure in previsione generica di qualche altro panegirico togli a trattare di una virtù, quale sarebbe la carità, o l'obbedienza, o la preghiera, o la purità, ecc.; in modo che con qualche particolare addizione possa servire per qualunque santo, presentandolo come modello di questa o quella virtù che tu hai scelta pel tuo soggetto.

                Altri gli chiesero qualche avviso sul metodo di predicare con profitto delle anime ed egli disse loro:

                 - Non solo devesi studiare e ordinare l'argomento del quale si ha a trattare, ma è da tener conto del tempo nel quale si deve salire in pulpito. La chiesa stessa ci ordina di celebrare le feste temporibus suis e il predicatore deve assecondare le intenzioni della Chiesa. Per esempio per l'Avvento e pel salito Natale si dovrebbe aver di mira di preparare argomenti che possano disporre gli uditori a far sante accoglienze a Gesù Bambino. Così nella quaresima la predicazione dovrebbe aver lo scopo di condurre alla penitenza i peccatori, per la salvezza dei quali Gesù ha data la sua vita sulla croce. Per la Pentecoste [23] si può trattare dei doni dello Spirito Santo, della fondazione della Chiesa, dei miracoli dell'Apostolato, delle vittorie dei martiri, delle glorie del Papato, ecc., ecc.

                E continuava:

                 - Il predicatore deve badare agli uditori i quali possono essere classificati: riguardo all'età, riguardo alla condizione sociale, riguardo alla coltura.

                “Se gli uditori sono giovanetti, bisogna che l'oratore si abbassi al livello della loro intelligenza e non dia pane a chi non ha denti per masticarlo, ma latte, come dice S. Paolo a que' di Corinto. Con questa sorte di uditori cerchi il predicatore di far entrare nelle loro menti la verità per mezzo di esempi, di fatti, di parabole e farà profitto. E per qualunque argomento ne troverà sempre. Il suo libro di testo sia il catechismo, il quale dovrebbe pur servire come tale per ogni sorta di persone.

                Riguardo alla condizione degli uditori deve saper regolare il suo dire secondo il posto che quelli occupano nella società. Certamente che non si deve dire ai poveri ciò che è necessario inculcare ai ricchi, né ai servi o ai dipendenti ciò che si è obbligati ad esporre ai signori; oltre i precetti comuni, sono imposti da Dio varii e diversi doveri alle varie classi sociali. Ma il miele della carità temperi l'amarezza del rimprovero. Non si offendano le persone con ironie o invettive; specialmente nelle piccole borgate non si dica parola che possa essere giudicata allusiva alla condotta di qualche individuo. Si ometta pure ogni accenno a cose politiche. Si cerchino testimonianze di ciò che si espone, dalla Santa Scrittura e specialmente dai fatti e dalle parole di N. S. Gesù Cristo; e così nessuno potrà aversela a male, se certe verità sembreranno un po' dure. Parlando per es.: ai ricchi dell'obbligo che hanno di fare elemosina, senza inveire sulla durezza dei cuori, basterà senz'altro narrar la parabola del ricco Epulone.

                Riguardo alla cultura l'oratore sacro deve adoperare quelle maniere di esporre che possano essere senza alcuna [24] difficoltà intese, se l'uditorio è composto di persone rozze.

                Con queste bisogna adattarsi al loro linguaggio, pensare com'esse pensano, trasportarsi nell'ambiente dove vivono: il campo, l'officina, il laboratorio e le varie professioni manuali. Così faceva il Divin Salvatore predicando alle turbe della Galilea, composte da agricoltori, pastori e pescatori. Se gli uditori sono colti, senza dubbio va più ornato il discorso, ma nei limiti che sono prefissi alla parola evangelica. Il maggior ornamento si è una grande chiarezza, nelle parole, nei pensieri, negli argomenti. L'oratore sacro attinga la sua eloquenza non dalla sapienza del mondo, ma parli secondo lo spirito di Dio. E non divaghi in polemiche. Fare in pulpito le obbiezioni dottrinali e poi scioglierle, non è un metodo da tenersi, imperocchè un certo numero di uditori, seguendo l'impulso di un certo spirito di contraddizione, si mettono, anche senza avvedersene, dalla parte dell'obbiezione e ascoltano come giudici. Ciò impedisce talora, che si riesca a produrre tutto l'effetto desiderato. E bisogna anche notare che talvolta le risposte alle obbiezioni non sono sempre capite, ma spesse volte fraintese; e in certe menti restano impressi più gli errori che le verità opposte. Queste controversie si debbono lasciare ai dottori, forniti di ingegno non comune e di scienza acquisita con lunghi e pazienti studi. Questi le tratteranno, in modo, tempo e luogo conveniente, nelle grandi città ove se ne scorga il bisogno, e ad uditorio preparato a seguire lunghi e sottili ragionamenti.

                Se in un paese vi fossero eretici, il predicatore badi a non inasprire menomamente gli erranti. Le sue parole spirino sempre carità e benignità. Si confutino i loro errori e sofismi provando semplicemente con solidi argomenti le verità contestate. Prevenendo le obiezioni, si tolgono le armi dalle mani dei nemici. I testi scritturali che sogliono addurre falsati per combattere, esponiamoli nel loro vero senso, e procediamo con questi a svolgere la nostra tesi. Le invettive non ottengono le conversioni: l'amor proprio si ribella. Era questo il [25] metodo che teneva S. Francesco di Sales e che era da lui consigliato. Egli narrava che i protestanti correvano in folla ad udirlo e dicevano che loro piaceva, perchè non lo vedevano infuriarsi come i loro Ministri”.

                Intanto era stato pubblicato il fascicolo di gennaio delle Letture Cattoliche, col titolo: I Papi da S. Pietro a Pio IX. Fatti storici.

                In questo libretto si rendono manifeste le grandi azioni del Papato: lo zelo e l'eroismo dei Papi nel sostenere le persecuzioni dei pagani: nella propagazione della luce evangelica nell'universo: nel combattere le eresie: nell'arrestare, addolcire, convertire i popoli barbari, invasori anche dell'Italia: nella difesa dei popoli contro i loro oppressori: nel fondare e sostenere in ogni parte della terra infinite opere di beneficenza per ogni specie di miserie: nel bandire le crociate contro i Turchi: nel proteggere le scienze, le lettere, le belle arti e l'industria: nella lotta contro lo spirito rivoluzionario che sconvolge ogni ordine morale, religioso e civile: nel difendere la legittimità e inviolabilità del potere temporale, dei vantaggi del quale fanno anche testimonianza Bossuet, Fleury e Napoleone I.

                In ultimo, sotto il titolo di Varietà, si narra dell'Abate Domenico Sire che il giorno del Centenario dei Principi degli Apostoli aveva presentato al Papa, unite in gran numero di voltimi ricchissimi per oro, argento, pietre preziose e molte miniature e tipi e calligrafie, trecento traduzioni in lingue vive e parlate in tutta la superficie del globo della Bolla Ineffabilis Deus sul dogma dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima.

                Il Papa! Ecco il tema che Don Bosco desiderava svolgere incessantemente, perchè la supremazia e la gloria del Vicario di Gesù Cristo stesse in cima ai pensieri dei fedeli. Perciò, nelle sue lettere, pur trattando di molti affari, raccomandava sovente l'associazione alle Letture Cattoliche.

                Così rispondeva ad un foglio che aveagli mandato da Lucca il sacerdote D. Raffaele Cianetti. [26] Carissimo sig. Don Cianetti,

 

                Ho ricevuto la sua cara lettera e mentre esprimo il mio rincrescimento sulla perdita del Rettore di S. Leonardo, godo molto sulla provvidenziale disposizione ch'Ella ci sia sottentrato come Curato e che lo zelante D. Bertini sia stato scelto a novello Rettore. Spero che il bene delle anime non abbia niente a soffrirne, anzi tutto andrà di bene in meglio.

                Ho pregato e farò pregare per la vedova che raccomanda il figlio dissipatello; spero che la elemosina fatta per la chiesa di Maria Ausiliatrice, le deboli nostre preghiere, le fervorose di Lei e della madre contribuiranno a muovere la bontà del Signore a favore di esso. La prego di dare al medesimo la medaglia ivi acclusa.

                Non mancherò di fare speciali preghiere per la signora di lei madre e per la inferma sua sorella. V. S. poi abbia di mira tre classi di persone: fanciulli, vecchi, ammalati; coltivando questi, guadagnerà tutto il rimanente.

                Adesso le mando nota dei lavori che rimangono a compimento della nostra chiesa. Può ella trovare mezzi e persone che vogliano assumersi qualcuno dei capi ivi notati a proprio conto e spese in onore di Maria Ausiliatrice? Noti che Maria è una generosa pagatrice e gli oblatori avrebbero un potente antidoto contro al colera e contro ad altre disgrazie.

                Altra cosa riguardo alle Letture Cattoliche. Ora ch'è al Sacro Ministero può con maggiore facilità promuoverle e raccomandarle.

                Quando verrà di nuovo a passare qualche giorno fra noi? la sua camera è sempre preparata. Preghi per me e per questi nostri giovanetti e mi creda nel Signore

                Di V. S. Car.ma,

                Torino, 2 del 68,

 

aff.mo in G. G.

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Anche al nuovo Rettore di S. Leonardo in Lucca, Don Salvatore Bertini, mandava le sue congratulazioni e i suoi incoraggiamenti, per averlo l'Arcivescovo scelto ad ufficio così importante.

 

                               Car.mo sig. Don Bertini, Rettore,

 

                Con sommo piacere ho ricevuto la notizia della sua nomina a Rettore di S. Leonardo. Deo gratias. Io ci vedo il merito da una parte e la [27] gloria del Signore dall'altra. Il suo zelo non abbisogna di raccomandazioni o di incoraggiamenti, ma se le deboli nostre preghiere potranno recarle qualche conforto l'assicuro che le avrà quotidiane. I tempi sono difficili, ma Dio non cesserà di essere sempre con noi. Dal canto mio poi desidero che compia la fatta promessa di venir a passare qualche giorno con noi. Parleremo di più cose. La sua camera è pronta.

                Le raccomando in modo particolare le Letture Cattoliche che fu tutta opera sua in Lucca: ora faccia di sostenerla: Don Cianetti credo che non mancherà di coadiuvarla.

                Raccomandando me e li miei poveri giovanetti alla carità delle sante sue preghiere, ho il piacere di potermi con gratitudine professare

                Di S. V. Car.ma,

                Torino, 2 del 68,

 

aff.mo in G. C.

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Il giorno dopo scriveva al Cav. Federico Oreglia di S. Stefano chiedendo se a Roma era finita la stampa del Centenario di S. Pietro, come egli aveva disposto, perchè il fascicolo fosse impresso sotto gli occhi di que' revisori ecclesiastici; e dava notizie dello stato dell'Oratorio.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Belle la sua lettera; ci darò esecuzione. Intanto osservi se si è fatta la stampa del nostro Centenario di S. Pietro e me ne mandi copia.

                Le mando lettera del Conte Bonsiglione che all'indirizzo aveva il mio nome. La commissione per l'Unità Cattolica sarà fatta; li 104 fr. sono presso di me.

                Vada a portare al P. Chemeni Rettore del Collegio Nazzareno questa lettera. È propenso per la casa; gli porti copia della nota dei lavori da farsi; parli dei libri e delle Letture Cattoliche; egli lui ha scritto più volte in proposito.

                Alla Presidente di Torre de' Specchi dia la lettera e le dica che pel giorno dell'Epifania i nostri giovani faranno la loro comunione, io dirò la messa secondo la pia di lei intenzione.

                Il cav. Villanova è in mia camera; saluta e sollecita la sua venuta.

                Le miserie tra noi crescono orribilmente; il pane è a 50 centesimi al chilo; in tutto circa dodicimila franchi al mese ed abbiamo due mesi da pagare; mezzo metro di neve con freddo intenso e la metà dei giovani vestiti da estate: preghiamo.

                Fame, sete, morti e forse anche guerra saranno il programma di quest'anno. [28] Veda se può mandarmi il progetto colle osservazioni di Vigna e vedremo quello che si può fare.

                Scriverò presto altre cose.

                Grazie del danaro che ci promette: sarà però acqua sopra fauci diseccate; ma è sempre acqua; ovvero balsamo.

                Nella casa stanno tutti bene e la salutano. Maria SS. è la sola provveditrice che quasi provveda per la Chiesa e per la casa.

                Ossequio a lei e a tutte le persone che mi ha nominato; e Dio la benedica e mi creda coi saluti del sig. Cerato, che è qui con noi,

                Torino, 3 del 1868.

 

aff.mo in G. C.

Sac. GIOVANNI BOSCO

 

                La lettera che il Cavaliere recò alla Reverenda Signora Madre Maddalena Galleffi, Presidente del Monastero di Tor de' Specchi, diceva:

 

Torino, 3 del 68.

 

                               Reverenda signora Madre,

 

                Il Cav. Oreglia mi dà notizia che la persona proposta ad aiutarmi a fare un altare in onore di Maria Ausiliatrice è la S. V. Rev.da unitamente alle sue figlie religiose. Se può, compia l'opera caritatevole. Maria pagherà doppiamente perchè per la critica annata che corriamo noi stentiamo di pane ed abbiamo ancor la metà dei giovanetti vestiti da estate in questa cruda stagione. Sicchè aiutandoci per la chiesa, aiuta indirettamente tutta la famiglia: e poi Maria Ausiliatrice è generosa e, fra le altre paghe, avranno un potente antidoto contro al colera.

                Ad ogni modo io fo' l'ambasciata a nome di Maria Ausiliatrice e prego di tutto cuore questa celeste benefattrice, affinchè inspiri e doni mezzi per compiere l'opera proposta.

                Dio benedica Lei e tutta la sua religiosa famiglia e doni a tutti lunga serie di anni di sanità e di vita felice col paradiso in fine. Amen. Con gratitudine mi professo

 

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Di quei giorni il Venerabile desiderava pur rispondere alle molte lettere d'augurio che aveva ricevuto per le feste Natalizie e pel Capo d'Anno, anche dai collegi di Mirabello e di Lanzo. Scriveva a que' di Lanzo. [29]

 

                               Carissimo Don Lemoyne,

 

                A suo tempo ho ricevuto la tua lettera e quelle collettive ed anche speciali di codesti nostri giovanetti. Io le ho lette colla massima consolazione, e, debbo dirlo, restai più volte commosso a tanti vivi segni di affetto e di benevolenza. Mi rincresce di non aver tempo di fare ad uno ad uno la propria risposta: ciò spero di poter fare fra non molto tempo in persona.

                Intanto ti prego dir loro da parte mia tre cose:

                1° Che io vi ringrazio tutti della buona volontà e della affezione che mi avete dimostrato oltre ogni mio merito. Io studierò di compensarvi col raccomandarvi ogni giorno nella S. Messa, come se vi avessi tutti meco attorno.

                2° In quest'anno io ho assolutamente bisogno che dal primo superiore all'ultimo della casa regni la carità nel sopportare pazientemente le molestie altrui e di darvi sempre dei buoni avvisi e consigli tutte le volte che si presenterà l'opportunità. Questa è la chiave che apre la porta alla felicità pel corso di tutta l'annata.

                3° Si promuova la frequente visita al SS. Sacramento, come mezzo efficace, anzi come solo mezzo per tener lontani i molti flagelli che in quest'anno ci sovrastano e in pubblico e in privato.

                Queste cose siano a tempo opportuno debitamente spiegate e fatte argomento di morali osservazioni, secondo che ravviserai opportuno.

                Quest'anno abbiamo bisogno di impedire le letture cattive e di promuovere le buone, e perciò io avrei vero piacere che tutti i nostri cari allievi fossero associati alle Letture Cattoliche, mentre tutti i superiori ed anche i giovani procurassero di proporle e di propagarle presso a tutte le persone da cui si può sperare buona accoglienza della proposta. Unisco qui alcuni programmi. Tu e Sala, nelle lettere più importanti, unite un programma con qualche parola di raccomandazione.

                Tu vigila, in omnibus labora, opus fac evangelistae, ministerium tuum imple: argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina et in perdifficilibus rebus dic constanter: Omnia possum in eo qui me confortat.

                Dio benedica te, le tue fatiche, i maestri, gli assistenti, e i giovani tutti: pregate per me che vi sarò sempre .

                Torino, 8 gennaio 1868,

 

aff.mo in G. G.

Sac. GIOVANNI BOSCO

 

 


CAPO IV. Singolare domanda di Don Bonetti a Don Bosco - Don Bosco manda una strenna della Madonna ad ogni individuo del Collegio di Mirabello - Lettere di un chierico a Don Bosco con ringraziamenti per la strenna - Scrive alla Contessa Callori di essere stato alquanto ammalato: visitò il figlio nel collegio di Valsalice e gliene dà notizie: scusa la lentezza dell'edizione di un libro: sospende il disegno della fondazione di un liceo: costo elevato del Pane; necessità di riparare dal freddo i suoi alunni: spera di vederla a Casale - Dal Magazzino dell'amministrazione militare sono mandate all'Oratorio coperte da letto - Carità di Don Bosco.

 

                SE la lettera di Don Bosco aveva riempito di allegrezza e mossi a far buoni propositi gli abitanti del Collegio di Lanzo, commosse molto di più gli alunni di Mirabello un'altra sua lettera che per circostanze non ordinarie era vivamente aspettata. Sul fine del mese di novembre il direttore Don Giovanni Bonetti aveva scritto a Don Bosco:

 

                               Carissimo sig. Don Bosco,

 

                Nell'avvicinarsi la novena di Maria Immacolata uno strano pensiero mi balenò alla mente. L'ho afferrato e glielo espongo. Ho pensato adunque che di noi la Madonna è chiamata madre e degli angioli invece è detta regina, e che per conseguenza noi di Lei siamo figli, non sudditi e servi. Difatti non per essi ma per noi furono dette quelle parole: Ecce filius tuus: ecce mater tua. Ciò posto io dissi: è indubitato che l'amor di un figlio deve essere assai più veemente, che non quello di un suddito per fedele che sia, e perciò l'amor nostro verso Maria non dev'essere inferiore a quello degli angioli. Sebbene gli angeli [31] al presente possano amar Maria più di noi, ciò avviene perchè si trovano in istato di beatitudine; ma ciò nonostante noi come figli abbiamo più diritti, maggiori titoli, più forti obbligazioni, che non essi, di amarla e venerarla, specialmente per i grandi benefizi che ci ha fatti.

                Pertanto, cosa che a prima vista sembra troppo ardimentosa io ho proposto ai nostri figli di Mirabello di mandare agli angioli una sfida nel celebrare la novena e la festa dell'Immacolata Concezione, eccitandoli ad un tempo di adoperarsi a tutto loro potere per superare in questi giorni que' celesti spiriti nello slancio e nell'amore verso questa dolcissima Madre nostra. Alla difficoltà che mi si fece, che gli angioli non hanno passioni, non tentazioni, e che ci avrebbero vinti, ho risposto e dimostrato che anzi le nostre passioni e tentazioni ci avrebbero posti nella cara necessità di vincere più facilmente la sfida, purchè coll'aiuto di Gesù e di Maria che non ci manca le avessimo superate; e che Dio nel giudicare tra noi e gli angioli avrebbe tenuto conto di questi maggiori nostri sforzi.

                Comunque sia, o bene o male, io ho fatto la proposta che fu dai giovani accettata. Oggi si è incominciata la novena con non piccolo slancio e un buon numero mi paiono pronti a vincere o morire. Mi è necessaria tutta la prudenza di un generale per temperare o ben dirigere il loro ardore.

                Però colui che si trova negli imbrogli sono io. Mi domandarono chi sarebbe stato il testimonio della sfida tra noi e gli angioli. Ed io con una confidenza, forse un po' troppo grande, risposi che lasciava il pensiero alla Madonna di far conoscere in qualche modo l'esito della sfida. Io temo con ciò d'aver tentato Iddio. Perciò io mi rivolgo alla S. V. che voglia venirmi in aiuto. In che modo? Con uno dei soliti sogni, cui pregherò Maria a mandarle durante questa novena.

                In questo sogno o in qualche altra cosa equivalente sarebbe da desiderarsi che V. S. vedesse i giovani di Mirabello, o tutti o in parte vincitori, oppure accarezzati dalla Beata Vergine mostrantesi di loro soddisfatta per la novena. Nel terminare della medesima o pel dì della festa V. S. ci farebbe un grande servizio e metterebbe l'incoronamento all'opera se a nome di Maria ci mandasse a dire l'esito per noi glorioso.

                Deh! adunque signor Don Bosco, per pietà, non mi lasci nell'imbarazzo, ma mi venga in aiuto per tempo.

                L'ammalato che le aveva raccomandato è tosto guarito. Se ne aggravò un altro (un certo Stella) nipote del Can. Manfredi di Voghera. V. S. lo raccomandi.

                Gli altri stanno tutti bene. Il numero preciso dei giovani qui presenti, senza quelli che ancora aspettiamo, è di 145, dieci meno dell'anno scorso. Preghi per noi. Sono con tutto l'affetto

 

Sac. GIOVANNI BONETTI. [32]

 

                Don Bosco dovette sorridere a questa lettera, ma trattandosi di eccitare sempre meglio la divozione figliale degli alunni verso Maria SS., dopo essersi certamente a Lei rivolto con fervorose preghiere, ebbe fiducia di essere esaudito. Tuttavia non affrettò la risposta, ma lasciò trascorrere la festa dell'Immacolata e invitò Don Bonetti a mandargli l'elenco dei nomi di tutti i giovanetti del Collegio, di coloro che erano addetti alla casa, e dei membri della famiglia Provera. Ogni nome doveva essere posto in capo ad una riga, perchè egli potesse scrivervi a fianco un motto, o un avviso, o una lode, o un rimprovero in nome della Madonna. Si noti che di quegli alunni, molti nuovi li aveva visti una sol volta, ed altri gli erano perfettamente sconosciuti, perchè entrati dopo la sua visita, fatta in novembre. D. Bonetti si affrettò a mandargli la lista richiesta in fogli che nel rovescio dovevano restare in bianco. Ripetevasi il fatto della strenna ricevuta dai giovani dell'Oratorio per l'anno 1862. Don Bosco, riempiuti di propria mano quei fogli, li trasmise a Mirabello colla seguente lettera:

 

Torino, 7 dei 1868.

 

                               Carissimo Don Bonetti,

 

                Ho fatto un poco ritardare la risposta che la Madonna fa ai giovinetti di Mirabello, prima di sfidare gli Angeli.

                Non ho potuto prima perchè il dettato era alquanto lungo. Vedrai che ci sono delle osservazioni molto severe, ma niuno le prenda in mala parte; se ha riflessi a fare, li faccia alla Madonna stessa. Quello, che è certo si è che niuno può dire: “Questa strenna non fa per me”.

                Nasi, Chicco, Cascati, Belmonte e qualcheduno altro, mi scrissero lettere che ho letto con vero piacere; le tengo sul tavolino per far loro la risposta.

                Le risposte sono molto concise e la colpa è tua. Perchè nel mandarmi il catalogo dei giovani non hai fatto tenere maggior distanza da un nome ad un altro? Aiuta adunque a leggere lo scritto; ciascuno tenga il biglietto; andando poi a Mirabello io procurerò di spiegare a ciascuno più diffusamente quanto ivi è appena indicato.

                Che Dio mandi copiose benedizioni sopra i giovani e sopra i cari [33] Superiori di Mirabello. Io non do strenna, perchè non voglio miscere sacra profanis. Vale.

                Pregate pel

Vostro aff.mo

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                PS. - Si raccomandino e si propongano le Letture Cattoliche, e nelle lettere, ove par bene, si metta un programma.

 

                Don Bonetti ricevette quegli scritti, li tracopiò in un suo quaderno, notando solo le iniziali dei nomi; quindi tagliò l'originale in tanti listini quanti erano i nomi, e li distribuì secondo il loro indirizzo a ciascun individuo della casa. I primi sembrano destinati ai superiori, maestri ed assistenti.

                Ecco gli avvisi, inviati da Don Bosco.

                Parla sovente e con carità coi tuoi subalterni.

                Se vuoi volare alto, comincia dal basso: Humilitas totius aedificii spiritualis fundamentum.

                Procura sempre di praticare coi fatti quello che ad altri proponi colle parole.

                Quaere primum regnum Dei: sursum corda.

                In patientia felicitas et salus tua.

                Cave ne ponas manum ad aratrum et respicias retro.

                Le piccole croci della terra sopportate formeranno nuove corone di gloria in cielo.

                Multis modis vocat nos Deus ad se; in patientia tua possidebis animam tuam.

                Placentia superiori, placent et Deo tuo. Perge!

                Ama nesciri.

                Non multa, sed quae Deo, non tibi, placent, agenda sunt.

                Homines vident quae parent, Deus autem intuetur cor.

                Nondum caepisti: et quae coepisti Dei non sunt.

                An pergis? quid vis? Pete, ora, et operare.

                Consacra al Signore la tua sanità e l'avrai.

                Excita somnolentos et teipsum si calumniatus fueris.

                La meditazione e la Comunione saranno i tuoi salvatori.

                Si vinum bonum, opera bona, feceris, laetificabis cor Dei et hominum. Se dovrai rendere conto a Dio delle parole, dei pensieri, che non sarà delle opere?

                Si cum bonis bonus eris, cum perversis perverteris.

                Satage ut per bona opera vocationem certiorem facias.

                Perchè non eseguisci le promesse? Dove vanno i proponimenti?  [34]

                Se farai la meditazione e la lettura spirituale, vincerai l'accidia e quel vizio che ti ho detto.

                Comincia: Dio non è contento di te.

                Qui dicit bene et male agit, erunt ci mala in interitu.

                La carità, l'umiltà sono le ali che ti solleveranno verso Dio.

                Non basta cominciare: bisogna perseverare anche con sacrifizio. Gesù Cristo sia tuo amico: fuggi i compagni dissipati.

                Tanto i cattivi consiglieri quanto i consigliati corrono gran rischio di rovina.

                A Dio dispiace la tua accidia. Perchè non fai bene la tua meditazione e la lettura spirituale?

                I cattivi consigli ti tirano addosso l'ira di Dio: cangia vita, sei in tempo.

                Apri tutto il tuo cuore al Direttore e frequenta con fervore la Comunione.

                Coraggio, se vuoi avere il premio. Don Bosco ti dirà il resto.

                Se non ritorni indietro, ti metti per una strada che ti conduce alla perdizione.

                Cessa di essere matto, ma coi fatti sii luce di buon esempio.

                Da cattivi consiglieri sei male consigliato. Ascolta il confessore. Se non ti inetti a praticar l'umiltà, tu perdi la più bella delle virtù. Chi dà o riceve cattivi consigli, diviene servo e schiavo del demonio. I mali passati ti servano di lezione per l'avvenire.

                Inchoantibus proemium promittitur, perseverantibus datur.

                Ti attende un gran premio; non badar alla fatica.

                La frequente Comunione e le meditazioni faranno la tua fortuna. L'arroganza e il tempo perduto saranno due spine in punto di morte.

                Va' coi buoni e sta' ai consigli del confessore.

                Fuggi le vanità e la pigrizia. Fa' qualche visita a Gesù Sacramentato. Occupa il tempo; frequenta la Comunione: sii obbediente.

                Piglia animo: opera il bene; bada a nessuno.

                Se vuoi il premio continua la frequente Comunione.

                Chi fa cattivi discorsi è ministro di Satanasso. Eméndati.

                Ricorri sovente a Maria e va' avanti.

                Va' coi buoni, frequenta la comunione, fa' coraggio.

                Perchè pensi tanto a casa? Perchè non pensi più all'anima?

                Pratica i proponimenti della Confessione.

                Attendi alla meditazione e lettura spirituale. Ti sono indispensabili. Frequenta la Comunione.

                Dio vuole qualche cosa di più: amalo: frequenta la Comunione.

                Sei ancora in tempo, ma guai se differisci: fuggi l'ozio.

                Ama più l'anima, meno il corpo: coraggio, mentre sei in tempo.

                Il mondo t'inganna: ascolta Dio che ti tiene preparato un gran premio. [35]

                La tua freddezza e la tua indifferenza ti espongono a grave pericolo di perdizione.

                Guardati dai cattivi consiglieri: fatti amico il Direttore e il tuo maestro.

                Fatti animo, frequenta la Comunione, fuggi l'ozio. Maria ti chiama, ascòltala e bada a nessuno.

                Sii più umile, fa' meglio la meditazione.

                Cercati buoni consiglieri, altrimenti sei in gran pericolo. Lava spesso l'anima e pratica i consigli del confessore.

                Non nascondere il veleno in seno: cercati migliori compagni.

                Abbi maggior confidenza co' tuoi superiori eseguita i loro consigli. Fuggi l'ozio e fa' meglio la meditazione.

                Meno buffone, più divoto e più diligente.

                 Sei a tempo; fa' bene e bada a nessuno.

                I tuoi fratelli attendono da te buoni esempi e buoni consigli.

                Meditazione, lettura spirituale, frequente comunione saranno la tua fortuna se le farai bene.

                Se non abbandoni il vizio che tu sai, ti prepari un tristo avvenire. Fiducia ai tuoi superiori: pratica i consigli del confessore.

                Il mondo paga male; frequenta i buoni compagni e la S. Comunione. Perchè non rimedi al passato? perchè durare nel vizio? Ricorri a Maria che ti aiuterà.

                Il mondo inganna. Dio solo darà il vero premio: chiamalo.

                I consigli de' tuoi superiori siano regola delle tue azioni.

                Una buona insaponata all'anima e poi fuggi il vizio.

                Sii buon vicino col buon esempio e frequenta la Comunione.

                Dio non è contento di te: ci vuole un radicale cambiamento. L'ubbidienza e la diligenza ti assicurano la strada del paradiso.

                Non badar alla fatica, ma al premio che Dio dà a chi serve per lui

                La mansuetudine e l'obbedienza sono di assoluta necessità.

                Va' coi buoni e fuggi i compagni dissipati.

                Non fai male, ma non basta; Dio vuole che operi il bene.

                Apri il cuore ai tuoi superiori e avrai consigli per rimediare

                Chi giuoca di testa, paga di borsa: si i più obbediente.

                Pratica i proponimenti che fai in confessione.

                La collera e lo scandalo han fatto temere assai di te; emèndati.

                Perchè pensi a tante cose e badi sì poco all'anima?

                Tu dai cattivi consigli e pensi troppo al corpo: emèndati.

                Il paese delle risse sai dov'è? Pazienza ed obbedienza.

                Chi è pigro in vita, piangerà al punto di morte il tempo perduto.

                Un vizio ti prepara un gran disastro, se non ti emendi.

                Più sincero; occupa meglio il tempo e fuggi ecc.

                Le Comunioni e le meditazioni saranno la tua fortuna.

                Non attendi abbastanza all'anima, né sei più diligente.

                Sii più costante nelle promesse che fai a Dio. [36]

                La tua pigrizia e la tua volubilità sono i tuoi amici?

                Occupa il tempo, da’ più buon esempio, e Dio ti aiuterà.

                Dio vuol da te maggior diligenza nei tuoi doveri.

                Va' con buoni compagni e fuggi l'ozio: coraggio!

                Pensa meno a casa: bada più all'anima ed alla scuola.

                Bada a nessuno, fa' bene, va' coi buoni.

                Fuggi la pigrizia: sta' più raccolto in chiesa.

                Fuggi i compagni dissipati: sii più diligente.

                Pensa ai tuoi doveri, ma bada più alle cose dell'anima.

                Più carità coi compagni; combatti il vizio che tu sai.

                Maria vuole da te più diligenza ne' tuoi doveri.

                Sii più divoto in chiesa e attento nello studio.

                Usa maggior attenzione nella meditazione e nella lettura spirituale.

                Rispetto ai Superiori e frena la collera.

                Maria ti vuole divoto e ubbidiente.

                O cangiare o aspettarti cattivo fine: sei a tempo.

                Il tempo che perdi ti conduce al vizio: e se continui così dove vai?

                La tua pigrizia dispiace al Signore. Comincia ad essere diligente.

                Le cose possono nascondersi al mondo, ma non a Dio. Sincerità.

                Sii più attento nella scuola e più divoto a Maria.

                Troppo dissipato; sii più diligente; ricorri a Maria.

                La bocca che mentisce, dà la morte all'anima.

                Dimentica il passato e fa' vita nuova in avvenire.

                Seguita gli avvisi e i consigli de' tuoi superiori.

                Carità coi compagni, rispetto ai superiori, più attenzione in chiesa.

                Se hai cominciato bene, continua; ubbidienza e divozione.

                Studia di andare coi compagni amanti della pietà.

                Frequenta i Sacramenti. Sta' attento alla lettura spirituale.

                Apri tutto il tuo cuore al Direttore e fa’ come ti dice.

                La divozione e lo studio ti faranno felice.

                Occupa meglio il tempo: sii più divoto in chiesa.

                Se parli fuori di tempo, rechi danno all'anima e al corpo.

                La tua negligenza dispiace a Dio. Occupa meglio il tempo.

                La divozione in chiesa ti porterà molte benedizioni.

                Ascolta i tuoi superiori e non la sbaglierai.

                La lettura spirituale e l'ubbidienza ti terranno per la buona strada.

                Perchè disturbi in chiesa? Sii più divoto in avvenire.

                La tua dissipazione dispiace al Signore. Quando cangerai?

                Le risa e le negligenze recano molto danno all'anima tua.

                Se non cessi dalle negligenze e dalle risse, Dio non ti darà il provento in fin di vita.

                Procura di essere un poco più obbediente e poi tutto andrà bene.

                Qual ricompensa si merita il pigro e il negligente?

                Più divozione e più carità coi tuoi compagni. [37]

                Se vuoi andare avanti, usa carità co' tuoi scompagni; rispetta i superiori.

                L'attenzione nella scuola e la divozione in chiesa ti faranno accetto a Dio.

                Va' dalla formica e medita il 7° comandamento del decalogo.

                Non basta cominciare, ma fare sforzi per continuare.

                Lascia le menzogne; le negligenze spiacciono a Dio,

                Vuoi diventare buono? Sii devoto in chiesa, attento nella scuola.

                Colla negligenza e colla loquacità rechi danno all'anima.

                Per te l'ubbidienza è tutto. Ricorri a Maria.

                Vuoi assicurarti la buona strada? Sii obbediente.

                Se non fuggi la pigrizia, vanno male le cose dell'anima e del corpo.

                Il demonio ti vuol condurre alla pigrizia: non ascoltarlo.

                Va' coi buoni, fuggi i dissipati e farai bene.

                Se non cangi radicalmente, sei per una cattiva strada.

                I consigli del tuo confessore e del tuo maestro saranno la tua fortuna.

                Vuoi diventar buono? Sii devoto in chiesa, attento nella scuola.

                Se non cominci adesso, sarai in pericolo per l'avvenire.

                Se sarai divoto di Maria avrai la salute dell'anima e del corpo.

                Domanda un consiglio al Direttore e séguilo.

                Hai cominciato? Va bene; ma bisogna continuare.

                I nove biglietti che seguono pare fossero destinati al personale di servizio.

                Da' molta importanza alle cose di religione.

                Se sopporti gli altri, essi sopporteranno te. Più religione.

                Adesso puoi e non vuoi; verrà un tempo che vorrai e non potrai.

                Chi pensa molto al corpo e poco all'anima, cade nel laccio del demonio.

                Con maggior frequenza ai Sacramenti puoi assicurarti la via del Cielo.

                Dio nel Vangelo condannò un servo pigro. Coraggio.

                Non vuoi si mormori di te? Non mormorare tu degli altri.

                Col rispetto e l'obbedienza ti farai un gran bene.

                Sei fedele e lavora per amor del Signore, che ti pagherà bene.

                Questi altri erano destinati per i membri della famiglia Provera, che Don Bosco nella sua riconoscenza considerava come suoi figli spirituali.

                Un sacco di pazienza coi giovani. [38]

                Si sopportino i difetti altrui.

                Nel lavoro si cerchi la gloria di Dio.

                Faccia delle parrucche in ogni tempo e luogo; bastoni quando vi è opportunità (al vecchio padre).

                Coraggio; in fine si pagherà tutto.

                Coi fatti, colle parole insegni la religione alla sua famiglia (alla madre? ).

                Aiuti il papà a correggere ed avvisare, ma non dimentichi se stessa.

                Dopo le fatiche e le battaglie ti è preparato un gran premio.

                Veglia sulla sanità spirituale e temporale di te e della tua famiglia.

                Fece epoca in Mirabello tale distribuzione, e mentre i giovani meditavano i loro biglietti aspettando una visita di Don Bosco, egli riceveva lettere di rendimento di grazie, una tra le altre piena di così ingenuo affetto che crediamo bene riportarla.

 

Mirabello, 15 gennaio 1868.

 

                               Rev.mo sig. Don Bosco,

 

                Quanti baci a quella cara strenna! Ella esce dalle mani di Don Bosco, cui la dettò la Madonna stessa. Ma io anche vorrei darle la strenna; se l'accetta, io per me la dono di cuore. Ho udito parlar sì bene della Società dei chierici e preti, che io non vedo il momento in cui avrò la fortuna d'entrarvi. Questo può essere un semplice e passeggero impeto del mio cuore e se così fosse Ella lo conosce più di me; onde ho pensato di mettermi intieramente nelle sue mani, perchè so in quali mani mi metterà. Don Bosco conosce il mio interno, sa di che cosa io sia capace; disponga Don Bosco. Ora per altro la prego colle lagrime agli occhi di una consolazione. Il mio cuore, un tempo, talora era lieto talmente che venivo tentato perfin di superbia; talora triste al sommo, sicchè non poteva trovar pace. Ma che gioia quando manifestata la cosa al mio confessore, questi mi assicurò che nulla avevo a temere pel passato! Quando però potei venire a confessarmi da lei, lo sa, Don Bosco, ho avuto certe domande che lui diedero alquanto a pensare. Ora è poco tempo che ho inteso dal sig. Direttore, che esortato da Don Bosco ad avvisare quelli che fanno confessioni sacrileghe, interrogando del come, aver lei risposto che quando interrogati negano, basta per essi un avviso generale: ci pensino. Questo pensiero mi fa tremare. Per carità, Don Bosco, mi esponga lo stato di mia coscienza; son pronto ad obbedirla in qualunque cosa. Temo che il mio Don Bosco abbia voluto avvisare in quel modo anche me. Per carità lui consoli; lui dica, mi dica tutto; io lo farò, lo farò. [39] Mi scusi, caro Don Bosco, se le ho fatto perdere troppo tempo; è troppo il desiderio di ottenere le grazie suddette. Le spero dal dolce suo cuore e con questa speranza le bacio la mano con affetto di figlio.

 

Um.mo Ch. CARONES.

 

                Cessato il cader della neve e rese praticabili le strade Don Bosco recavasi al Collegio di Valsalice per visitare un, figlio della Contessa Callori che colà attendeva agli studii; quindi ne scriveva alla madre che passava una parte dell'inverno nel suo palazzo a Casale, comunicandole altre notizie importanti, e dicendole delle cause che ritardavano la pubblicazione del libro il Cattolico Provveduto per le pratiche di pietà.

 

                               Benemerita signora Contessa,

 

                Millanta cose a dirsi e non si scrive mai, ecco il modo di trattare; ma adesso prenderemo una cosa per volta, e questo lo fo dopo essere stato alcune settimane incomodato nella sanità. Ciò soltanto a Lei, come madre, perchè quei di casa non sanno niente, altrimenti sarebbero in apprensione. Ora va bene.

                Sono stato due volte a Valsalice; ma fui sempre sfortunato. La prima c'era nessuno, perchè tempo di passeggiata. Andai altra volta ad ora diversa e quel giorno capitò anche il cangiamento dell'ora alla passeggiata. Ho però potuto parlare con Emanuele, che ho veduto bene di sanità, ma non colla solita tranquillità. Voleva poi ritornare per parlare un poco a lungo, ma non ho più potuto. Ora se Ella effettuasse quello che accennò colla Marchesa Fassati, bene; altrimenti ci andrò, e adesso, avendo ora e giorno fisso per parlare, sono sicuro di non più fare la gita invano. Se può, mi dica una parola a questo proposito.

                Il famoso libro ha fatto un sonno un po' lungo. Mons. Gastaldi, che è Revisore Ecclesiastico incaricato, dimenticò l'originale a Torino e per questa ragione non ci fu più dato fino ai primi di questo mese. Adesso si lavora con tutta energia e spero che guadagneremo una parte del tempo perduto.

                Ora le dirò che questo libro raggiungerà le pagine 800 e se si metterà ancora la vita dei santi principali avremo pagine 900: troppo voluminoso. Io sarei pertanto di parere: omettere le vite di questi santi, che forse potranno poi stamparsi a parte, e i vespri con altre piccole cose di aggiunta stamparli con carattere più piccolo e così portare il nostro libro a settecento cinquanta pagine circa. Ella ci penserà e io farò come dirà la mamma. [40] Il pensiero di un liceo, di cui sentesi gravemente la necessità, per quest'anno dobbiamo sospenderlo.

                Dobbiamo fare tutti gli sforzi per andare avanti in queste annate di grave miseria. L'anno scorso in questi giorni il pane era pagato cent. 26 al chilogramma; ora è fissato a 50, sicchè Don Rua ogni mese invece di cinque mila deve pensare a 9 mila; di più Lanzo e Mirabello sono in perdita sulle pensioni. Qui abbiamo la metà dei giovani vestiti ancora da estate.

                Ciò fa sospendere ogni spesa non ancora in corso.

                Perciò quanto Ella potrà fare nella sua carità, lo faccia per aiutarci ed andare avanti quest'anno colla speranza di tempi migliori per altre imprese.

                Avrà ricevuto la lettera che il Conte Borromeo mi ha scritto sull'ex - sindaco di Vignale: lasciamo che Pilato reciti il Suscipiat. Ci parleremo poi.

                Il sig. Conte o Lei farebbero bene di participarlo, affinchè lo sappia, che essi sonosi adoperati per questa onorificenza.

                Se Ella venisse a Torino fra non molto tempo, mi farebbe piacere di dirmelo, affinchè non colga l'epoca di sua assenza nel passaggio che sul principio di febbraio prossimo, o forse prima, farò a Casale.

                Signora Contessa, io raccomando ogni giorno nella Santa Messa Lei, il sig. di lei marito e tutta la famiglia. Ella preghi anche per la povera anima mia e mi creda con vera gratitudine

                Di V. S. B.

                Torino, 10 del 1868,

 

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                In questa lettera Don Bosco accenna ad un liceo. Si trattava di fondare a Torino un nuovo istituto per l'educazione della gioventù, il quale però doveva essere destinato ad uso liceo per ritirarvi gli alunni studenti dell'Oratorio, che finiti i corsi ginnasiali volessero intraprendere quelli di filosofia, e non solo essi, ma quanti altri si fossero presentati. Un certo numero sarebbe stato degli appartenenti alla Pia Società, o di quelli che avrebbero mostrato desiderio di appartenervi. Il liceo avrebbe avuto superiori è insegnanti proprii. Per dar colore alla cosa e compimento all’opera, avrebbe avuto aggiunta una piccola scuola per studenti di grammatica e qualche laboratorio per artigiani: mentre sarebbe stato quasi [41] il principio di un noviziato, come poi si ebbe a S. Benigno Canavese. E gli alunni, non indossando ancora la veste clericale, non avrebbero dato causa a invidia o a opposizioni.

                Ad un'altra lettera della Contessa Callori il Venerabile rispondeva con un biglietto.

 

                               Mia buona Mamma,

 

                Dirò anch'io: pazienza. Desideravo proprio passare qualche momento con il sig. Raniero... Forse farò con lettera.

                Stassera non potrò andare perchè impegnato.

                Ogni bene alla buona Mamma e a tutta la sua famiglia da parte del povero ma riconoscentissimo

 

Discolo.

 

                Nelle lettere al Cavaliere, alla Presidente di Tor de' Specchi, e alla Callori Don Bosco scriveva che una parte dei giovani era ancora vestita da estate; ma ciò non toglieva che fossero provvisti da lui di maglie di lana. Insieme aveva annunziato al Cavaliere: “Nella casa stanno tutti bene.” Egli non si dava posa un istante per provvederli di ciò che loro mancava, supplendo anche all'incuria di certi parenti che non mantenevano le loro promesse.

                Nel settembre del 1867 aveva supplicato il Ministro della Guerra, per ottenere vestiarii e coperte da letto fuori d'uso esistenti nei regii magazzini dello Stato. Il Ministro aveva accolto la domanda, e poichè non tutti gli oggetti destinati per l'Oratoiio erano stati consegnati a Don Bosco, questi ne aveva sollecitato l'invio e ne riceveva pronta risposta.

                Magazzino principale dell'Amministrazione Militare nel Dipartimento di Torino - Ufficio del Contabile.

 

Torino, 10 gennaio 1868.

 

                               Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Fra i vari oggetti che il Ministero della Guerra con dispaccio delli 10 ottobre u. s. n° 7754 ordinava venissero elargiti a beneficio dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, di cui la S. V. Ill.ma è benemerito Direttore,  [42] eranvi assegnate N. 20 coperte di cotone, di cui all'epoca della somministranza fattale il Magazzino ne era, come tuttora, letteralmente sprovvisto.

                Ora però trovandosi in fondo alcune coperte di lana da campo che per l'attuale stagione sembra possano essere più adattabili che non quelle di cotone, se la S. V. crede di accettarle, può disporre per il ritiramento di N. 20 delle medesime, a saldo della elargizione concessa dal prefato superiore dicastero.

                Tanto mi pregio significarle in riscontro al foglio di stamane, protestandole in pari tempo i sensi del massimo mio ossequio con cui mi onoro di essere,

                Della S. V. Ill.ma e Rev.ma,

 

Dev.mo ed Obbl.mo Servitore

A. BACCHINO.

 

                Il Venerabile era adunque in continue strettezze finanziarie, ma queste non impicciolivano il suo cuore che si commoveva vedendo le miserie dei poverelli che a lui tendevano la mano. Narra Don Rua nelle sue memorie.

                “Il 10 gennaio 1868 Don Bosco sul far della sera camminava per la città, quando fu raggiunto da un poverello che si fece a chiedergli l'elemosina. Nella giornata aveva dovuto spendere quanto denaro possedeva, né più altro gli restava che una pezza da lire una. Mosso a compassione del poverello gli dice: - Non mi rimane altro che questa moneta; prendetela e il Signore vi benedica. Prima però di recarvi a casa, passate al Santuario della Consolata a dire una Salve Regina affinchè la Madonna mi mandi altri aiuti. - Ciò detto si separò. Un'ora dopo una persona gli rimise un pacco proveniente da Roma, senza neppur dirgli quale fosse il contenuto. Credette Don Bosco che vi si rinchiudessero alcuni mazzetti d'immaginette. Ma che? Giunto a casa sciolse i legacci ed aprendolo vi trovò la somma di lire 1600 in biglietti di banca che servirono tanto bene a rimarginare alcune partite di debito che aveva”.

                Il plico, come si vedrà, gli era stato spedito dal Conte De Maistre.

 

 


CAPO V. Fiducia dei fedeli nella preghiera e benedizione di Don Bosco. Lettera di Don Bosco al Cav. Oreglia: Ha ricevuto le oblazioni dei benefattori Romani: morte di varii benefattori torinesi: neve e freddo eccessivo in Piemonte: ringraziamenti alla Presidente di Tor de' Specchi Per la generosa offerta di un altare: varie commissioni - Lettera del Cavaliere a Don Bosco: Gravi malattie in Ronza: il Duca Salviati e il Card. Consolini si interessano per l'affare di Vigna Pia: morte del fratello del Cardinale: medaglie di Maria Ausiliatrice distribuite agli infermi - Don Bosco parla del modo col quale si dovrebbe regolare un direttore salesiano nella casa da aprirsi in Roma - Don Francesia dà al Cavaliere notizie dell'Oratorio e delle predizioni di Don Bosco: il ch. Mazzarello si trova agli estremi: confessioni generali - Morte del ch. Mazzarello: è la prima predetta dal sogno: circostanze sorprendenti di essa - Don, Bosco al Cavaliere: ha ricevuto le osservazioni sul progetto di Vigna Pia e le studierà: le medaglie di Maria Ausiliatrice che si van coniando: la proposta di un istitutore per una nobile famiglia: introdurre in Roma il Giovane Provveduto e la Storia d'Italia nel Collegio Romano: è alquanto probabile il ritorno di un Principe a casa sua: chiedere una benedizione al S. Padre: notizie dell'Oratorio: morte di Don, Frassinetti, Priore di Santa Sabina in Genova - Il Padre Oreglia a Don Francesia: osservazioni sopra certi racconti: l'affare Margotti: notizia del bene che fa il fratello Federico: Roma si fortifica - Don Bosco al Cavaliere: è morto il ch. Mazzarello, [44] l'incisione di Maria Ausiliatrice per un libro di preghiere: notizie di Torino: gli manda una circolare con programma delle Letture Cattoliche: lo invita alla festa di San Francesco di Sales - La circolare - Altra lettera al Cavaliere: i gravi debiti dell'Oratorio: ringrazia i benefattori romani e Pregherà per loro: cospicua offerta di un signore guarito dalla Madonna: domanda di una decorazione per l'abate Soleri: il freddo in Torino triplica la mortalità: nessun infermo nelle nostre case - Il Cavaliere manda a Don Francesia notizie di Ronza - Don Bosco al Direttore di Lanzo che si trova a Genova: gli manda un plico da consegnare all'Arcivescovo Charvaz per ottenere da lui una commendatizia: una preghiera ad un Canonico perchè accetti di promuovere le Letture Cattoliche: una nota dei lavori da farsi nella chiesa di Maria Ausiliatrice, da presentare a chi possa assumerne qualcuno a sue spese - Letture Cattoliche: SEVERINO, OSSIA LE AVVENTURE DI UN GIOVANE ALPIGIANO - L'Unità Cattolica ne dà l'annunzio - Parole di Don Bosco su questo fascicolo.

 

                CHI volesse tener conto di tutte le lettere che noi possediamo nelle quali si manifesta venerazione a Don Bosco come ad un santo, confidenza illimitata nelle sue preghiere, persuasione che egli fosse uno dei servi prediletti di Maria, dovrebbe stampare un epistolario interminabile. A quando a quando ritorniamo su questa affermazione, perchè indica una prima causa delle generose offerte che Don Bosco riceveva per le sue opere e per la chiesa di Maria Ausiliatrice. Ci piace spigolare da qualche lettera alcuni periodi.

                Da Chambéry (Savoia) il sig. Victor d'Oncieu il 4 gennaio scriveva a Don Bosco raccomandando alle sue preghiere una giovane gravemente ammalata per etisia: “Più volte ho fatto soggiorno in Torino, nel qual tempo mi fu agevole giudicare da me stesso tutto il bene che voi avete fatto. Oltre [45] a ciò una delle mie parenti, la Contessa Melzi di Milano, mi ha sovente parlato di voi e di molte guarigioni miracolose ottenute dalle vostre fervorose preghiere. Tutto ciò mi ha deciso a prendermi la libertà di rivolgermi a voi per la nostra povera inferma Abbiamo già messa al collo dell'inferma una medaglia di Nostra Signora Ausiliatrice, che ci fu donata da Madama d'Oncieu, madre della Contessa Melzi”.

                E Madama d'Oncieu il 20 febbraio 1868, implorando le preghiere di Don Bosco per ottenere una grazia importantissima, scriveva: “Io vi debbo dire, signor Abate, che le medaglie di Maria SS. Ausiliatrice, con la promessa di un dono per la vostra chiesa, hanno preservato dal colera molte persone e intiere comunità. Una persona gravemente ammalata e avanzata negli anni, si trovò meglio subito dopo aver messo al collo la medaglia che la Contessa Melzi le aveva portata l'estate scorsa: ed oggigiorno è perfettamente guarita. Vedete adunque, Padre mio, che noi dobbiamo nutrire certa speranza di essere esauditi per mezzo delle vostre ferventi preghiere”.

                Da Carate Brianza la signora Carolina Brambilla Rasini l'8 gennaio 1868 faceva sapere a Don Bosco: “La ringrazio di cuore della bontà che ha avuto di ricordarsi di me e di quella povera anima afflitta che le raccomandai. Faccio le pratiche che mi ha indicato e tengo preziosa quell'immaginetta... Confido molto nell'efficacia delle sue orazioni... Giovanni sempre si ricorda di lei, la ringrazia della sua buona memoria, le ritorna un milione di rispettosi saluti, con mille augurii e benedizioni su lei e sopra il suo istituto che con tanto zelo regge”. Il sig. Giovanni Brambilla aggiungeva un poscritto: “Oh quante cose sono avvenute in quest'anno dopo che ci siamo parlati. Povero Oratorio di S. Luigi! Dio lo ha permesso, ma io non diffido nella giustizia di Dio ed ho fede che potrò riaverlo. La malignità degli uomini me lo ha tolto, ma la bontà di Dio me lo darà”.

                Don Davide Sesia, coadiutore titolare, scriveva a Don Bosco da Lacchiarella (Milano) il 12 marzo 1868:  [46] “Felicissimo fu l'esito della sua benedizione che impartì e delle preghiere che impose ad una signora di questa parrocchia prepostale, la quale si trovava già da molto tempo molestata da una malattia grave non poco e pericolosa. Terminati i sei mesi che furono dalla S. V. M. B. assegnati e adempite tutte le opere che le furono ingiunte, ella si trovò guarita perfettamente, per cui gratias agamus Domino Deo nostro, Immaculatae Virgini Mariae, et Tibi...”.

                Don Bosco alla sua volta, ringraziando la Madonna di tutto il bene che operava in favore de' suoi devoti, dava notizie dell'Oratorio al Cav. Federico Oreglia.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Dirò le cose di mano in mano che si presentano alla mente. Acchiudo una lettera che viene da Modena.

                Abbiamo ricevuto fr. 1600 dal Conte De Maistre ed altri franchi 1087 dal P. Unda che la carità dei Romani per mezzo di V. S. carissima ha inviato per questa casa. Ne abbiamo immediatamente fatto le parti tra i più pressanti nostri creditori, tra i quali Avvezzana. Ora ci rimane la gratitudine verso questi caritatevoli oblatori, per cui non mancheremo di pregare ogni giorno Iddio affinchè sopra loro scendano copiose le benedizioni del cielo e specialmente che Maria Ausiliatrice tenga dalle loro famiglie lontano il flagello della malattia che molti temono anche in quest'anno.

                Tra noi morirono molte persone di sua conoscenza e benefattori di questa casa. Il Conte Quaranta Senatore del Regno; la contessa Lomellini con sua sorella Eccellenza Gattinara; contessa Buffa Antonielli di anni 18, sposata da pochi mesi; la contessa Mella - Berzetti nipote del Marchese Fassati: sono tutte benefattrici che Dio chiamò da questa alla vita beata. Noi abbiamo qui fatto il solito servizio religioso che consiste in messa, comunioni dei giovani, corona del rosario pure insieme. Ella faccia di costà la sua parte. Spero che essi pregheranno dal cielo affinchè Dio ci mandi altri benefattori.

                Qui continuiamo con un freddo molto intenso: oggi toccò 18 gradi; malgrado il fuoco della stufa il ghiaccio in mia camera non poté fondere. Abbiamo ritardato la levata dei giovani e siccome la maggior parte è vestita ancora da estate, così si posero indosso due camicie, giubba, corpetto, due paia di calzoni, cappotti da militari: altri si tengono le coperte da letto sulle spalle lungo la giornata e sembrano tante mascherate da carnevale. Malgrado questo, stamattina al tempo della ricreazione, che tra i nostri giovani è tanto animata, non vi era [47] nemmeno uno in cortile. Abbiamo disposto che gli artigiani vadano nel laboratorio, gli studenti nello studio, e, chi vuole, nel nostro refettorio. In mezzo a tante calamità i nostri giovani sono allegri e contenti e non abbiamo uno in infermeria da più mesi. Deo gratias!

                Ringrazi tanto la Presidente di Torre de' Specchi: dica che io intendo che quella somma sia impiegata per l'altare di S. Giuseppe o per quello dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, come a lei piacerà di più. Per vera pagatrice lascerò Maria Ausiliatrice; dal canto mio intendo che poco per volta i nostri giovani facciano tante comunioni, quanti sono i franchi dei duemila scudi e ciò per invocare le benedizioni del cielo sopra quel santo Monastero di Torre de' Specchi.

                Scrivo un biglietto per la Marchesa Marini che prego di volerle portare.

                In quanto al suo ritorno, se può sistemare le cose della Contessa Calderari da potersi porre in libertà, venga per S. Francesco di Sales, in cui ho piacere di vedere raccolta tutta la nostra famiglia. In questo momento giunge mezzo gelato il cav. Villanova, che domanda di lei e mi dà incarico di salutarla, ecc.

                Faremo in comune speciali preghiere per la Contessa Melingen, per la benemerita Maria Vitelleschi, per il Marchese Cavalletti e per quelli che mi nomina nella sua lettera.

                Oggi 13, il freddo 21 gradi cent., neve 60 centimetri, nessun giovane ammalato. Tutti la salutano. Altra lettera presto. Dio benedica le sue opere e mi creda nel Signore,

                Torino, 12 gennaio 1868[2],

Aff.mo amico

Sac. G. Bosco.

 

                Prima forse che questo foglio giungesse a destinazione, Don Bosco riceveva dal Cavaliere nuove raccomandazioni di preghiere. È mirabile la fiducia che si aveva dai Romani nelle preghiere del Servo di Dio!

Roma, 15 del 1868.

 

                               M. R. Don Bosco,

 

                Il dottore Tancioni, che è, come la sua famiglia, portatissimo per Don Bosco, sta gravemente ammalato: la Madre Presidente di Torre de' Specchi è pure salassata tre volte: il Marchese Cavalletti è in pericolo di vita. Tutte queste persone si raccomandano molto alle sue preghiere. Io consiglio a tutti la novena e qualche offerta ..... [48]

                La Duchessa di Sora rinnova con molta premura le sue istanze per sapere se Don Turchi possa convenire ai suoi figli... Insiste perchè il loro precettore si è già licenziato.

                Spero di poter fare adottare nelle scuole notturne di Roma il Giovane Provveduto...

                Il Duca Salviati mi disse che avrebbe egli stesso mandato a lei copia delle osservazioni per Vigna Pia.

                Fui oggi dall'Em.mo Card. Consolini che mi parlò con molto interesse di Don Bosco e di Vigna Pia: io non mi sbilanciai in verun senso e mentre per mantenere la conversazione ne diceva il mio parere, feci ben capire che io non aveva da lei nessun mandato in proposito, e che Lei stessa avrebbe veduto le osservazioni fatte dalla Commissione e risposto tosto a quelle che le fossero comunicate dal Duca Salviati. Mi parlò assai del Marchese suo fratello, della sua morte, e ciò sempre piangendo come un ragazzo. In fine mi diede dieci scudi di elemosina per la casa; mi trattenne oltre a due ore e volle ancora abbracciarmi quando mi alzai congedandomi. Dico queste cose onde veda di quanto affetto Lei è amata da questo Cardinale, giacchè è chiaro che questi segni di affezione non vengono a me che vide appena due volte.

                Io poi non faccio che visitare ammalati, dai quali sono cercato come se fossi un medico. Mi ero portato una buona porzione di medaglie benedette da Lei e già mi sono tutte state prese. Se Lei potesse comunicarmi un po' della sua abilità, parmi che si potrebbero avere molte elemosine. Il numero degli ammalati è straordinario: non vi è famiglia dove non ve ne siano almeno due. I miei padroni di casa, i signori Gualdi, che mi danno l'alloggio gratis, sono tutti in letto ed io faccio loro ciò che posso. Speriamo che Maria SS. Ausiliatrice vorrà benedire quel poco che io faccio col fine di continuare alla meglio la prosperità dell'Oratorio. La Presidente di Torre de' Specchi mi promise definitamente di impegnarsi per mettere insieme i duemila scudi. Non sarà tutto insieme, ma poco per volta.

                Mi faccia il piacere di mandarmi due righe per la Marchesa Marini che mi promise 400 scudi e che già me ne diede cento. Essa ha molte afflizioni e si raccomanda massime per la salute de' suoi figli e per la loro buona educazione.

                Spero d'aver presto un'udienza dal Santo Padre.

                Il Padre Ambrogio, Priore dell'Ospedale di San Gallicano, va male assai: fui già più volte a trovarlo, prese la medaglia e si raccomanda. Esso cogli altri sovradetti faranno qualche cosa se guariranno.

                La Marchesa Maria Vitelleschi è pure in letto per forte raffreddore con febbre. Essa teme di morire: due sue parole d'incoraggiamento le farebbero bene assai. La Marchesa Clotilde è sempre piena d'angustie per sé e per la sua famiglia, ma tuttavia non dimentica l'Oratorio, per cui fa tutto ciò che può per aiutarci e farci aiutare. La Contessa [49] Vinci la vidi oggi e la riverisce con suo figlio. Per oggi basti. Preghi per me. Mi creda di cuore,

 

Suo aff.mo Servo

FEDERICO OREGLIA.

 

                La notizia dell'interesse che il Cardinale Consolini avea manifestato per il progetto di chiamare i figli dell'Oratorio alla direzione di Vigna Pia, aveva cagionato piacere a Don Bosco. Il Venerabile desiderava ardentemente di avere una stanza fissa in Roma per la sua Pia Società. Prevedeva, è vero, ostacoli di vario genere, ma si lusingava di poterli superare. Don Rua nelle sue note di cronaca il febbraio del 1868 scriveva:

                “Si parlava un giorno di accettare la direzione di una casa in Roma, donde si erano ricevuti inviti ed esibizioni in proposito. Questa casa dipendeva da un'altra amministrazione estranea alla Pia Società. Qualcuno dei Salesiani faceva difficoltà mostrando come eravi pericolo di attirarsi l'invidia, di venir in urto coll'amministrazione e fors'anco di perderne nella buona opinione che colà si aveva della Congregazione. Rispose Don Bosco che con facilità si sarebbe riuscito ad evitare l'invidia e gli altri inconvenienti col non cercar mai di farla da maestri, bensì da scolari; accettar volentieri e con umiltà le osservazioni che ci verranno fatte, e seguendole per quanto sarà compatibile coi nostri regolamenti”.

                Intanto incominciavano ad avverarsi le predizioni di Don Bosco.

 

20 gennaio 1868.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                La sua mancanza si fa più e più sentire non solo da noi ma anche in Torino... Che direbbero se sapessero che ella si rese assai benemerito coll'assistere all'amputazione di tante gambe a tanti garibaldini? ...

                Le cose di casa vanno ancora bene, sebbene il diavolo lavori ora di qua ora di là. La strenna annuale fu importante per l'annunzio che avremo presto tre morti. Il primo buonissimo e assai cattivo l'ultimo. Mentre poi se ne parlava, e sa con quanta ansietà, ecco la novella [50] che il ch. Mazzarello a Lanzo erasi testé coricato e si trovava agli estremi Don Bosco assicurava che non avrebbe il morituro fatto l'esercizio della buona morte, fatto appunto giovedì scorso ultimo. La paura era grande come pure l'aspettazione, e tale annunzio ha dato una così grave scossa ai giovanetti nostri che si contano con una mano quelli che non fecero l'esercizio. Tutti volevano fare la confessione generale. Il Signore dà sempre forza soprannaturale alle parole del suo Servo.

                Il grave freddo è diminuito, ma è cresciuto l'articolo pane...

                Or ora fu qui Mons. Gastaldi e chiese delle sue notizie e mi lascia di riverirla. Visitò la chiesa e ne fu assai contento...

 

Sac. FRANCESIA.

 

                Il 22 gennaio moriva nel Collegio di Lanzo il ch. Giuseppe Mazzarello di Mornese e colla sua morte incominciava ad avverarsi il sogno. Era il primo dei tre predetti e giova ricordare alcune speciali circostanze che accompagnarono il suo decesso. La prima si è che morì a Lanzo, dove i giovani non erano ancor tutti conosciuti da Don Bosco, come indicava chiaramente il sogno. La seconda, ancor più meravigliosa, è l'aver detto Doli Bosco al ch. Stefano Bourlot, come questi attesta, prima ancora di aver notizia della malattia di Mazzarello, essere un chierico che doveva morire per il primo. Terza circostanza è l'aver Don Bosco annunziato in pubblico, prima che Mazzarello si ammalasse, incominciare con la lettera M il cognome di colui che pel primo sarebbe andato all'eternità.

                Don Rua nella sua cronaca osserva:

                “Essendosi infermato il ch. Mazzarello Giuseppe nel collegio di Lanzo, quando se ne parlò a Don Bosco, sebbene non lo avesse veduto infermo, ed il medico mostrasse speranza di guarirlo, egli tuttavia ne parlò in modo agli astanti che da essi si ritenne tosto come spedito”.

                Alla vigilia di questa morte Don Bosco rispondeva al l'ultima lettera del Cavaliere Oreglia. Era deciso che la nuova chiesa sarebbe stata consecrata nel 1868. Quindi aveva dato ordine che si coniassero speciali medaglie per la sospirata funzione: da una parte dovevano avere la facciata della [51] chiesa con la scritta: Chiesa di Maria Ausiliatrice; nell'esergo Torino; e sul rovescio l'effigie caratteristica di Maria Ausiliatrice con l'invocazione: Maria, aiuto dei Cristiani, pregate per noi. Le medaglie da distribuirsi ai fedeli, più piccole e più sottili, recavano da una parte l'effigie di Maria Ausiliatrice e dall'altra il simbolo del SS. Sacramento.

                Anche di questo scriveva D. Bosco al Cavaliere mentre gli dava commissioni per i signori romani, con notizie dell'Oratorio e l'annunzio della morte di benefattori.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                La mia lettera che possa servire di risposta ad alcune cose contenute nell'ultima. Dica adunque a tutte le persone che mi ha raccomandato che io ed i nostri giovanetti facciamo speciali preghiere per gli ammalati affinchè riacquistino la primiera sanità, pei sani affinchè siano in tale stato conservati. Ho ricevute le osservazioni sul progetto di Vigna Pia; qui non vi è conclusione né proposta: studieremo e poi vedremo. Ivi pure era la medaglia di Maria Ausiliatrice che ho esaminata e fatta esaminare da molti. In generale fu trovata bella, ma fu quasi da tutti osservato: 1° il gambo dell'ostensorio troppo piccolo; 2° il collo della Madonna sia un tantino elevato sopra le spalle; 3° la parola Auxilim è abbreviazione inesatta: perciò se si può si metta Auxilium, altrimenti si scriva Auxiliu. Se non si può correggere almeno si metta Auxilim.

                Se poi la medaglia commemorativa è già in corso, mi dirà quello che ha dato per scrivere, affinchè possa osservare se va d'accordo colle altre cose.

                Don Turchi presentemente non è in libertà; io proporrei il sig. Don Molinari di Brescia che giudico molto adattato più che l'altro. Gli ho già scritto in genere senza nominare persone. Domani credo aver risposta; la comunicherò tosto. È pure un buon precettore Don Provera, che fu precettore dei figli del conte Callori, finchè andarono in collegio. Dopo l'uno interpellerò l'altro, ma senza legarmi.

                Va bene se si può introdurre il Giovane Provveduto nelle scuole serali: non v'è speranza che la Storia d'Italia sia introdotta nel Collegio Romano invece di quella che l'anno scorso fu cotanto biasimata dallo stesso P. Angelini?

                Se vede la Duchessa di Sora, le dica che l'anno scorso ho parlato con personaggio esigliato in sua villa Ludovisi. Si disse cosa difficile che egli avesse potuto ritornare in casa propria ad eccezione di un caso solo. Allora quel caso e quel fatto sembrava quasi impossibile. Ora una serie di avvenimenti l'hanno reso alquanto probabile. [52] Se andrà all'udienza del Salito Padre, dimandi la benedizione per noi, e nel licenziarsi, come grazia speciale, dimandi la sua protezione speciale per la nostra Società.

                Ora passiamo alle cose nostre. Ogni giorno parecchie cose speciali che altamente onorano Maria Ausiliatrice. In casa nostra niun ammalato; appetito in grado superlativo; il grissino è a centesimi 80 al chilogramma. Il freddo si è calmato Abbiamo avuto circa un metro di neve che adesso va fondendo.

                I tipografi sono senza lavoro. Sempre si dimanda di Lei; ogni giorno c'è un andirivieni di carrozze che hanno per iscopo di sapere la sua venuta. Venendo, se può, passi per Firenze, chè la Marchesa Nerli ha una commissione confidenziale ad affidarle. Giardino[3], capo dei compositori, fu più giorni ammalato e per più settimane fu assente dalla tipografia; ora è ritornato. A Lanzo Mazzarello vuole andare in paradiso. A Mirabello ottima sanità; Don Bonetti fu qui e le offre i suoi saluti. Il suo capo correttore non è ancora venuto; forse...

                Quivi è un biglietto per la principessa Borghese. Ella, facendo una copia di quelle cose che rimangono a compiersi, con questa lettera la metta entro una busta, la indirizzi e la faccia pervenire. Mi dia notizie di casa Grazioli e specialmente di D. Ruggeri. Per oggi basta.

                I saluti a tutti, sani ed infermi, e sopratutto alla madre Galleffi ed alla casa Vitelleschi ed al suo ostiario, cui prego di fare un bel regalo da parte mia. Preghi per noi e specialmente pel

                Torino, 21 gennaio 1868.

Suo aff.mo amico

Sac. G. Bosco.

 

                PS. - È morto D. Frassinetti priore di Santa Sabina. È pur morto il Conte Farcito. Ambedue benefattori di questa casa. [53]

 

                Anche D. Francesia per altri motivi teneva corrispondenza col Padre Oreglia, il quale, rispondendo, si manifestava della sua opinione nel giudicare certi racconti di autori religiosi; gli dava notizie di ciò che si pensava, si faceva e si temeva in Roma; e gli parlava dell'Unità Cattolica. Il Teologo Margotti riguardo al concorso dei cattolici alle urne per le elezioni politiche, aveva proclamato il principio: Né eletti, né elettori. Ma l'Autorità ecclesiastica di Torino, non approvando lo zelo del giornalista cattolico, gli aveva dato consiglio di smettere quel programma. Il Teol. Margotti obbedì, ma dopo pochi giorni, per avviso venutogli dal Vaticano, riprese a sostenere la sua tesi.

 

Roma, 24 gennaio 1868.

 

                               Rev.do e carissimo prof. D. Francesia,

 

                La ringrazio della cortesissima sua del 20 corrente. Feci la sua commissione all'autore del Tigranate e di D. Ciccio e speriamo che si emenderà e correggerà. Al P. Bresciani dicevano lo stesso. Questi poeti di prosa e di verso son tutti così. Vedono le cose aeree e in nube e non si accorgono che le vestono di parole che poi muovono altrimenti menti che essi non vorrebbero. Come vede, io penso come lei. E per parlarle in confidenza sappia che anche nei nostri convitti non tutti questi libri sono permessi. Questi autori chiarissimi dicono che non iscrivono per fanciulli. Ma tutti siamo fanciulli. Nella diversità però delle opinioni, non volendo tiranneggiare, conviene contentarsi del risultato delle due forze: letteraria intrinseca e censoria estrinseca. E in quanto a me godo e ringrazio quando si accresce la seconda. Il che ella fece per la sua parte. Deo gratias.

                Quanto all'affare delle elezioni ella saprà ciò che qui si pensa delle noterelle dell'Osservatore Romano e Giornale di Roma. Così penso anch'io indegnamente. E così spero che ricomincerà, non dico a pensare (che sempre pensò così), ma a scrivere Don Margotti. Qui si è persuasi che non si concluderà nulla di buono e si comprometteranno anzi i cattolici.

                Godo in sapere le buone notizie sue e de' suoi. Dio li benedica e protegga sempre. Qui Federico è sempre in affari buoni sotto ogni rispetto. Parla sempre di partire. In quanto a me son ben lieto di vederlo. Tutti ne parlano bene e fa del bene assai e finora non so che sia andato in nessun ballo in questo carnevale. Dico questo perchè siamo in carnevale e per ischerzo. Ha fatto molto bene coi Garibaldini e segue a farne coi malati e coi sani. E credo che ne fa anche pei [54] cari suoi dell'Oratorio e nostri; dico nostri dell'Oratorio, coi quali dividiamo di cuore e i trionfi e le pene.

                Qui ci andiamo fortificando in curribus et in equis e non ci mancherà l'in nomine Domini, specialmente se Don Bosco pregherà per noi, come certo fa. I pericoli si addensano: questo è chiaro, e il mese di ottobre non fu che una prefazioncella.

                La ringrazio del libretto per la posta. Ci servirà. Ebbi pure tempo fa una sua bella iscrizione al Vallauri.

                La prego di raccomandarmi all'egregio Don Bosco, la cui penna mi pare avere riconosciuta in atto di rischiarare il suo carattere, che è però chiarissimo. Ma godo di quel suo cenno di presenza...

 

G. OREGLIA.

 

                Mentre questa lettera giungeva all'Oratorio, una di Don Bosco era spedita a Roma.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Non sappiamo più nulla di lei; dunque parliamo noi. Legga la lettera di Don Molinari e poi mi dica qualche cosa: la condotta e la scienza sono garantite.

                A Lanzo (22) morì il caro chierico Mazzarello, uno dei più bei fiori del nostro giardino che Dio vuole trapiantare in paradiso. È pure morto il barone Dupré, fratello del nostro amico. La sepoltura ha luogo questa mattina

                Se mai potesse disporre che la incisione di Maria Ausiliatrice potesse servire per mettere in principio del libro delle preghiere, che è a buon porto, sarebbe cosa opportunissima.

                Riceverà alcune lettere con alcuni programmi delle Letture Cattoliche. È tardi, ma è meglio che non mai.

                Mons. Galletti predica la novena del B. Sebastiano Valfré a San Filippo; popolo immenso, chiesa piena. Mercoledì avremo di nuovo a Torino Mons. Gastaldi. Il sig. Anglesio è priore della festa di S. Francesco di Sales, che faremo domenica prossima. Ci sarà anch'ella?

                Il Cav. Villanova è in mia camera e la saluta. Vale in Domino et valedic.

 

                Gennaio, 1868.

Aff.mo in G. C.

Sac. G. Bosco.

 

                Le lettere circolari per la diffusione delle Letture Cattoliche, di cui Don Bosco mandava copie al Cavaliere, erano [55] state distese dallo stesso Servo di Dio nella forma seguente lasciando al segretario la cura di completarla con le citazioni.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Crediamo fare cosa gradita a V. S. Ill.ma coll'inviarle un programma delle Letture Cattoliche per accennarle la regolare continuazione delle medesime con alcuni miglioramenti che possono renderle vie più amene, popolari e di pronto recapito. Corrono esse l'anno XVI di pubblicazione e la direzione colle parole e coi fatti venne sempre mai confortata dalle Ecclesiastiche Autorità. Fra gli altri l'Em.mo Card. Vicario di Roma in apposita circolare intorno a queste Letture con data del '22 maggio 1858, ha quanto segue. La Santità di N. S.... (Giurisdizione. V. Guida).

                Lo stesso Sommo Pontefice in una lettera indirizzata al Direttore delle Letture Cattoliche ebbe l'alta degnazione di esprimersi intorno alle medesime colle seguenti parole: Nihil hac agendi, ecc. (V. anno 8, f. 2, pag. X).

                Noi pertanto ci facciamo animo di raccomandarle eziandio caldamente al noto zelo, alla singolare di lei sollecitudine con preghiera di volerle raccomandare e diffondere ne' luoghi e fra le persone presso cui nella sua prudenza giudicherà tornare a maggior bene di nostra santa cattolica Religione.

                Intanto, a nome della direzione, le auguro ogni celeste benedizione ed assicurandola della profonda gratitudine ho l'onore di potermi professare,

                Della S. V. Ill.ma,

Obbl.mo Servitore

Per la Direzione

Sac. GIO. Bosco.

 

                Il Cavaliere, avuto il plico, dava relazione a Don Bosco del suo operato, gli esponeva i motivi che lo trattenevano a Roma per qualche tempo ancora, e ne riceveva la seguente risposta.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Veduta la sua lettera convengo sulla convenienza che ella rimanga a Roma. Faccia dunque tutto quello che può a maggior gloria di Dio. Ma sappia che noi abbiamo due mesate di pane da pagare, ed i provveditori di materiali per la chiesa ci mandano le note a furia; questo per sua norma, chè quando possa ci mandi quel denaro che la carità dei Romani ci largisce. Intanto ringrazi tutti quelli che ci hanno fatto [56] carità, assicuri che noi facciamo preghiere per loro e per gli ammalati raccomandati; anzi domenica faremo la festa di S. Francesco di Sales, ed io intendo che messe, preghiere, comunioni siano indirizzate a Dio per ottenere sanità e prosperità per tutti i Romani ammalati che ci fecero o hanno in animo di farci carità per condurre a termine le nostre imprese.

                Mentre scrivo ho alquanto sospeso per ricevere un biglietto di mille franchi. È un signore che un mese addietro venne qui colle stampelle e sostenuto da un domestico. Egli riconosce la sua perfetta guarigione da Maria Ausiliatrice, cui aveva fatto le solite preghiere, con promessa di far qualche cosa per la chiesa. Questi mille franchi serviranno per tacitare dimani Rusca, che, come sa, è il principale provveditore delle pietre della chiesa.

                Le unisco qui un bigliettino per l'abate Soleri, antico mio allievo di morale. Esso questo autunno ci pagò un debito di 3000 franchi, ed ora desidererebbe di avere qualche decorazione da Roma; cavaliere di S. Silvestro, di S. Gregorio il Grande, e simili. Si cerchi adunque qualche agente di affari ecclesiastici e gli dica che promuova, e che per avere il Breve si pagheranno le tasse occorrenti, fossero anche cento e più scudi.

                Se poi ci fossero difficoltà insuperabili me lo scriva tosto e cercherò qualche altra provvidenza.

                Nella casa niun ammalato; lo stesso a Lanzo e a Mirabello. Il freddo ritornò indietro e stamane toccava i 14 gradi sotto zero. I medici dicono che questo freddo purifica l'aria e porterà sanità, ma intanto la mortalità in Torino è triplicata.

                Intanto, caro sig. Cavaliere, stia sicuro che nella casa noi conserviamo la più fraterna affezione per lei, e da che ella partì per Roma io non ho mai dimenticato di raccomandare ogni giorno nella santa Messa la sua sanità, il bene dell'anima sua; e così continuerò affinchè Dio ci aiuti ad essere veri amici in terra e compagni un giorno della vera felicità in cielo. Ella non dimentichi di fare ogni giorno la sua meditazione e la sua lettura spirituale. Dio ci conservi tutti nella sua santa grazia. Amen.

 

                Torino, 29, 1868.

Aff.mo amico

Sac. GIOV. Bosco.

 

                PS. - Credo che le medaglie possano essere di minor costo, se si riducesse lo spessore alla metà del modello che mi ha inviato. Ci pensi.

 

                Il Cavaliere, riscontrando questa lettera, scriveva anche a D. Francesia che aveagli chieste novelle di Roma e annunziata la morte del ch. Mazarello. [57]

Roma, 1° febbraio 1868.

 

                               Carissimo Don Francesia,

 

                Per mancanza di combattenti la battaglia è finita e qui per mancanza di soggetti si è finito di fare operazioni chirurgiche ai feriti, chè chi al cimitero, chi al beato regno tutti se ne andarono. Non mancano però le occupazioni perchè l'inverno qui fu abbastanza crudo e perchè ogni famiglia contò almeno due o tre ammalati. Vi sarebbero delle belle grazie fatte da Maria Ausiliatrice da contare, ma per questo mi riserbo quando le cose siano più sicure e complete. Lei preghi e faccia pregare quei buoni ragazzi onde io non abbia ad essere l'ostacolo alle grazie del Signore. Il primo dei tre è già morto; per quello si può cantare il Benedictus. Non vorrei essere il terzo

 

Aff.mo FEDERICO.

 

                In quel frattempo Don Bosco aveva mandato a Genova il direttore del Collegio di Lanzo per raccogliere offerte, e gli scriveva:

 

                               Carissimo Don Lemoyne,

 

                Eccoti due pieghi: uno pel canonico Fantini. In questo vi sono carte dirette ad ottenere dall'Arcivescovo di Genova una commendatizia per la nostra Società.

                Nell'altro si rimette un manoscritto e si fa domanda di dar mano a promuovere le Letture Cattoliche in luogo di Don Frassinetti. Parlando con D. Giacinto Bianchi, guarda se lo puoi indurre a venire a far con noi la festa di S. Francesco di Sales domenica; trova la scusa che hai bisogno di essere, accompagnato, ecc.

                Va' a fare una visita al Can. Canale e sta attento a quello che ti dice; gli aveva mandato una nota (dei lavori da eseguirsi nella chiesa) simile a quella che ti unisco. Sentirai se manifesterà qualche buona disposizione.

                Mando qui due di queste note. Chi sa se Guelfi padre (Via Fossatello) con qualchedun altro non possano assumersi qualcuno di questi lavori a proprio conto. Per tua norma D. Bianchi si è già assunta una lampada ed un presbitero a sue spese.

                Abbi per altro gran cura della tua sanità; e se il camminare ti dà incommodo, manda questi pieghi senza tuo disturbo.

                Domanda un poco alla tua signora madre se sapesse accennarti qualche persona cui potersi indirizzare con qualche speranza di buon risultato per questi lavori. [58] Mille ossequi ai tuoi venerati genitori e famiglia. Dio li benedica e li conservi ad multos annos e tu credimi sempre

                Torino, 29 gennaio 1868,

Aff.mo amico

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Intanto pel febbraio si distribuiva il fascicolo delle Letture Cattoliche: Severino, ossia avventure di un giovane alpigiano, raccontate da lui medesimo ed esposte dal sac. Giovanni Bosco. È un giovane che dopo aver frequentato l'Oratorio, si ascrive alla setta dei Valdesi, e, straziato dai rimorsi, ritorna in seno alla Chiesa Cattolica. L'intreccio del racconto è una continua confutazione delle menzogne de' protestanti.

L'Unità Cattolica del 19 febbraio 1868 dava l'annuncio di questo opuscolo.

 

                LE LETTURE CATTOLICHE DI TORINO. - La seconda dispensa delle Letture Cattoliche di Torino narra le avventure di un giovinetto caduto vittima delle trame dei Valdesi. Chi narra questi fatti è lo stesso Don Bosco, il quale, in mezzo alle tante sue occupazioni, trova tempo di pubblicare qualche grazioso ed importante racconto. Perchè mentre egli narra, non inventa; racconta cose vere e delle quali ha alle mani gli autentici documenti. Vi è adunque in esso la forma dilettevole del racconto, e la istruttiva sostanza della verità. Questo volumetto, che andrebbe così bene nelle mani della gioventù tanto avida di racconti, non costa che 25 centesimi. L'annua associazione poi alle Letture Cattoliche importa franchi 2, 25.

 

                Don Bosco, nel 1876, discorrendo di un nuovo racconto che meditava di scrivere per far vedere i mali che le vacanze autunnali arrecano ai giovani incauti e i mezzi per passarle bene, constatava il grande vantaggio che recavano questi libretti, e faceva varie dichiarazioni sopra Severino. Disse il nome de' due ministri che attorniavano il povero giovane e affermò che, eccettuate alcune piccole particolarità che non rompono per niente il filo del racconto, le avventure di Severino erano rigorosamente storiche. “Io, soggiungeva, posseggo [59] anche gli atti autentici e i documenti di tutto ciò che riguarda un compagno nell'apostasia di Severino, che morì nell'ospedale valdese di Genova. A quando a quando viene a trovarmi suo fratello e ci siamo intrattenuti sii varie dolorose circostanze d'allora”.

 

 


CAPO VI. Don Bosco domanda ai Vescovi lettere commendatizie per ottenere da Roma l'approvazione della Pia Società - Presenta la supplica al Vescovo di Casale con un cenno storico intorno alla Società di S. Francesco di Sales - Decreto del Vescovo di Casale che approva conte diocesana la Pia Società - Festa di S. Francesco di Sales e la conferenza generale: Ogni direttore dà un resoconto del suo collegio: Don Bosco approva ciò che D. Pestarino fa a Mornese: è soddisfatto di Mirabello e insegna il modo di correggere i giovani discoli: per Lanzo indica la maniera d'introdurre la Compagnia dell'Immacolata: dice poche cose dell'Oratorio, gli pare che vada bene, e fa alcune osservazioni riguardo a' suoi collaboratori; raccomanda lo spirito di sacrifizio e l'osservanza delle regole; afferma essere un bene che i giovani conoscano i doveri imposti dalle regole ai superiori; annunzia che a Novara e a Roma due case aspettano la Pia Società e che il Vescovo di Casale l'approva come diocesana: ricorda il sogno del pergolato di rose e di spine; esorta ogni salesiano a cercar di guadagnare alla Pia Società qualche nuovo confratello.

 

                GLI Oratorii festivi, l'Ospizio di Valdocco, i Collegi, le Letture Cattoliche, la costruzione della Chiesa di Maria Ausiliatrice erano opere di straordinaria importanza, ma quella che sopra ogni altra stava a cuore del Servo di Dio ed era da lui tenuta per assolutamente necessaria era l'approvazione della Santa Sede alla sua Pia Società. [61] Dalla stabilità di questa dipendeva la vita assicurata e la prosperità delle altre opere già così bene avviate.

                Ma per raggiungere questo scopo era mestieri, come per il collaudo, primieramente ottenere dai Vescovi lettere commendatizie.

                Le aveva infatti chieste e ottenute dai Vescovi di Fossano ed Alessandria verso il fine dell'anno scorso; e sul principio del 1868 erasi rivolto a quel di Casale al quale inviava anche un cenno storico della Pia Società.

 

CENNO STORICO INTORNO ALLA SOCIETÀ

DI S. FRANCESCO DI SALES.

 

                Questa Società nel sito Principio era un semplice catechismo che il Sac. Bosco Giovanni, col consenso e consiglio del Teol. Luigi Guala e Cafasso Giuseppe, ambidue di sempre gloriosa memoria, cominciava in apposito locale annesso alla chiesa di San Francesco d'Assisi. Lo scopo era di raccogliere i giovanetti Più poveri ed abbandonati e trattenerli nel giorni festivi in esercizi di Pietà, in cantici sacri ed anche in piacevoli ricreazioni. Si avevano specialmente di mira quelli che uscivano dalle carceri, che trovavansi esposti a maggiori pericoli. La prova riuscì soddisfacente, ed un vistoso numero di giovani interveniva quanto comportava la capacità del luogo.

                L'anno 1844 il sac. Bosco andò alla direzione spirituale dell'Ospedaletto di S. Filomena presso al Rifugio, ed allora col consenso dell'Arcivescovo si consacrò al divin culto una parte di quell'edifizio che servì qualche tempo per le sacre funzioni. Per due anni l'Oratorio non poté stabilirsi in località fissa; ma nel 1846 si prese a Pigione, di poi si comperò il sito dove in progresso di tempo venite edificata l'attuale chiesa e casa detta Oratorio di S, Francesco di Sales. Quivi l'Arcivescovo Fransoni, di cara e felice memoria, intervenite, più volte per amministrare il sacramento della Cresima e per fare altre sacre funzioni, dava eziandio [62] facoltà di fare tridui, novene, ammettere a ricevere la Cresima, la S. Comunione, che valesse anche per l'adempimento del Precetto pasquale. Pel gran numero di giovanetti che intervenivano l'Arcivescovo acconsentì e consigliò l'apertura di un novello Oratorio a Porta Nuova, dedicato a San Luigi, nel 1847; altro in Vanchiglia nel 1849; e finalmente quello di San Giuseppe a S. Salvario nel 1859. In questi locali furono poco per volta introdotte le scuole domenicali, di poi serali ed anche diurne. Fra i giovani che intervenivano, se ne incontravano parecchi cui non si poteva provvedere senza somministrare ricovero, vitto, vestito. Di qui nacque la casa di S. Francesco di Sales, dove sono raccolti circa 800 fanciulli.

                La tristezza dei tempi e la diminuzione delle vocazioni persuasero di coltivare giovani di niuna o di scarsa fortuna per lo stato ecclesiastico; di qui la categoria: degli studenti nella casa di Torino, nel collegio convitto di Lanzo e nel piccolo seminario di Mirabello, dove hanno istruzione religiosa e scientifica oltre ad altri quattrocento giovanetti, di cui maggior parte aspiranti allo stato ecclesiastico.

                Il Superiore di questi Oratorii in certo modo fu sempre l'Arcivescovo, dal cui parere e consiglio ogni cosa dipendeva. Per altro i sacerdoti che occupavano di tutto proposito il sacro loro ministero negli Oratorii, solevano riconoscere il sacerdote Bosco per loro superiore, senza legami di voti, ma colla semplice promessa di occuparsi in quelle cose che egli avesse giudicato a maggior gloria di Dio.

                Mons. Arcivescovo Fransoni raccomandò più volte che si studiasse qualche mezzo per assicurare l'esistenza degli Oratorii dopo la morte dell'esponente. L'anno 1852 il Superiore ecclesiastico, di moto proprio, approvava in genere le regole che si osservavano negli Oratorii, costituiva il sacerdote Bosco capo di essi, compartendogli tutte le facoltà necessarie ed opportune per queste instituzioni.

                Le calamità dei tempi obbligando l'Arcivescovo a risiedere fuori di diocesi, pure questi non cessava di raccomandare una [63] instituzione che assicurasse la conservazione dello spirito e della pratica degli oratorii. Nel 1858 consigliava il sac. Bosco di recarsi a Roma per aver lumi speciali dal Sommo Pontefice sul modo di concepire una instituzione religiosa in faccia alla Chiesa, ma che i suoi membri fossero altrettanti liberi cittadini davanti alle leggi

                Il Sommo Pontefice accolse con bontà e con grande premura l'ideata instituzione, e stabilì le basi, aiutò a sviluppare i singoli articoli e, coll'aiuto del Card. Gaude, l'antico regolamento della Società fu portato al tenore della copia che si unisce. Il medesimo Pio IX con parecchie sue lettere particolari dava avvisi e consigli perchè ogni cosa riuscisse bene e chiese egli stesso che le Regole fossero presentate alla Santa Sede per l'apostolica sanzione, appena fossero state per qualche tempo messe in pratica. L'Arcivescovo Fransoni lesse in Lione il Regolamento, poi scrisse una lettera in cui notava alcune cose, di cui si tenne esatto conto. Inviava di poi le Costituzioni, raccomandando al suo Vicario Generale che facesse quanto occorreva per venire ad una regolare approvazione delle medesime. La morte del compianto Pastore interruppe ogni pratica a questo proposito. Mons. Vicario Generale Capitolare giudicò meglio di attendere il novello Arcivescovo per l'opportuna approvazione e intanto fece una splendida Commendatizia, che unita a quella di parecchi altri Vescovi, fu inviata a Roma l'anno 1864.

                Il Santo Padre accolse ogni cosa con paterna premura, mandò le Costituzioni, l'analogo Memoriale e le Commendatizie dei Vescovi alla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Pochi mesi dopo l'autorevole Congregazione emanava un decreto, di cui si unisce copia, col quale collodava e commendava le costituzioni e si riserbava, de more solito, a tempo più opportuno il dare l'apostolica sanzione ai singoli articoli. Ma attese le speciali circostanze dei tempi veniva costituita la Società nella persona del Rettore generale, che doveva durare a vita e passare nel successore, che doveva in carica durare dodici anni.

                Così questa Società sarebbe in genere approvata; ora la Santa Sede sta attendendo per verificare se la Società corrisponda al [64] suo scopo per venir di poi alla definitiva approvazione. Mons. Calabiana, di V. E. antecessore, si degnava di raccomandarla presso la Santa Sede, e toccava specialmente il punto che in codesta diocesi di Casale esiste un piccolo Seminario amministrato e diretto da questa Società.

                Ora si dimanderebbe con umile preghiera che il Vescovo di Casale :

                1° Tenuto conto che questa istituzione ha una casa in questa Diocesi, casa che fu fondata e sostenuta dal suo antecessore che l'ha eziandio più volte collodata, raccomandata e che l'avrebbe definitivamente approvata nei singoli articoli se la Divina Provvidenza non l'avesse chiamato altrove;

                2° Tenuto conto delle varie commendatizie latte da altri Vescovi e dei vantaggi che ne ebbe questa diocesi Casalese fin dalla sua instituzione e pei molti giovani ricoverati in Torino ed avviati alle arti od istradati al Santuario;

                3° Tenuto conto della collaudazione, commendatizia e costituzione del Superiore generale dalla Congregazione de' Vescovi e Regolari;

                Sia per dare un novello segno di benevolenza alla nascente Società, che così di molto appianerebbe la via alla definitiva approvazione dei singoli articoli delle costituzioni della Società, aggiungendo un voto affinchè questa Società sia quanto prima approvata dalla Santa Sede, con quelle modificazioni che fossero giudicate a maggior gloria di Dio e a salute delle anime.

                Il sottoscritto a nome di tutti i soci offre i sentimenti della più viva gratitudine, assicurando la E. V. che per tutto il tempo che durerà tale Società essi non mancheranno di invocare le benedizioni del Cielo sopra di chi si è verso loro dimostrato così largo benefattore.

                A nome di tutti il sottoscritto invoca la santa sua benedizione e si professa colla più profonda venerazione

                Di V. E. Rev.ma,

Obbl.mo Servitore

Sac. G. Bosco.[65]

 

                Il Vescovo di Casale accoglieva benignamente la domanda e faceva consegnare a D. Bosco questo Decreto Commendatizia, col quale approvava la Pia Società come Congregazione diocesana e la raccomandava agli altri Vescovi ed allo stesso Sommo Pontefice.

 

NOS PETRUS MARIA FERRÈ

Dei et Apostolicae Sedis gratia

Ecclesiae Casalensis Episcopus et Comes.

 

                Sicuti praecipuum est Episcoporum munus a Vinea Domini totis viribus malas erbas eradicare, ita maxima est eis cura adhibenda ut bonae arbores, quae bonos fructus facere pertentant, in eadem Vinea serantur, colantur atque custodiantur. Cum autem Divina Providentia factum sit ut Societas a sancto Francisco Salesio dicta, nova plantatio, in Nostra hac Dioecesi constitueretur, eam omni prorsus animi favore prosequi Nobis est in consilium.

                Acceptis itaque epistolis supplicatoriis una cum constitutionibus quas Joannes Bosco sacerdos, eiusdem Societatis Superior Generalis, Nobis obtulit, optimum in Domino factum Nobis est visum hanc eamdem Societatem rite adprobare.

                Istius enim Societatis Constitutiones quindecim capitibus constant; Capitula autem in articulis dividuntur. Finis est sociorum sanctificatio praecipue per exercitium christianae charitatis erga adolescentulos diebus festis derelictos; pauperiores vero quibusdam domibus receptos alere; et si bonum Ecclesiae postulaverit, iuniorum seminariorum curam suscipere, quemadmodum in hac Nostra Dioecesi, in pago cui est nomen Mirabello iam pridem est factum, ubi centum circiter et quinquaginta parvuli ad scientiam ac pietatem informantur, quemadmodum eos decet qui in sortem Domini sunt vocati. Deinde sacris praedicationibus, cathechesi, bonorum librorum diffusioni, ut animarum lucrum socii obtineant, operam dabunt.

                Attente igitur hisce Constitutionibus perlectis, fine ac forma memoratae Societatis consideratis, peculiari quoque benevolentia permoti erga Domum iam antea in hac Dioecesi constitutam, ut ipsa magis atque magis firmetur, eiusdemque fructus uberiores evadant;

                Habita ratione Commendationum Antecessoris Nostri qui cani erigendam curavit et etiam atque etiam commendavit;

                Adhaerentes Sacrae Congregationis Episcoporum et Regularium Decreto, quo hanc Societatem, attentis litteris Commendationis plurimorum Episcoporum, Maximus Ecclesiae Pontifex amplissimis verbis laudare et commendare dignatus est uti Congregationem Votorum simplicium sub regimine Superioris Generalis;  [66] Hisce demun omnibus attente consideratis ac perpensis, Societatem a sancto Francisco Salesio dictam commendandam atque adprobandam esse duximus, uti praesenti Decreto commendamus et tailiqiiam Dioecesanam Congregationem adprobamus secundum constitutiones Nobis relatas.

                Insuper cum ex memorato Decreto constet Superiorem Generalem eiusdem Societatis esse rite constitutum, Nos benevolenti animo parati sumus omnes facultates et privilegia eidem concedere, quae necessaria aut opportuna videbuntur, ad maiorem Dei gloriam et ad bonum Societatis promovendum.

                Verunitamen cum supralaudata Sacra Episcoporum et Regularium Congregatio absolutam Constitutionum adprobationem ad opportunius tempus distulerit, volumus omnes correctiones ac reformationes, additamenta, quae Sancta Sedes in his Constitutionibus inserere iudicaverit, eadem admittantur, in Constitutionibus accomodentur et observentur, sicuti et Nos admittimus et observare intendimus.

                Dum autem hanc Societatem apud omnes Catholicos Episcopos commendamus, ut opere ac consilio eam firmiorem reddant eique pro viribus faveant, Supremum Ecclesiae Antistitem demissis praecibus enixe obsceramus, ut absolutam Apostolicam Constitutionum adprobationem huic Societati concedere tandem dignetur.

                Hanc denique probationem esse tantum Dioecesanam declaramus, salva aliorum Episcoporum iurisdictione.

                Datum Casali, in Aedibus Nostris Episcopalibus, die 19 ianuarii, anni 1868.

 

PETRUS MARIA Episc.

 

Can. BRIATTA Cancell. Episcopalis.

 

                Per altri Vescovi Don Bosco preparava copie del suddetto cenno storico, variando i motivi delle suppliche secondo portavano le particolari circostanze dei luoghi e delle persone. Il 29 gennaio le spediva all'Arcivescovo di Genova.

                Avviate queste pratiche il giorno 2 di febbraio, festa della Purificazione di Maria SS., celebravasi nell'Oratorio eziandio quella di S. Francesco di Sales. Il giorno dopo si radunò la Conferenza generale della Pia Società, della quale riferiamo testualmente l'interessante resoconto.

                “3 febbraio 1868. - Don Bosco tenne alla sera conferenza in sua camera a tutti i Direttori riuniti delle varie case [67] ed ai confratelli dell'Oratorio. Ogni Direttore, e pel primo Don Pestarino di Mornese, fece la sua relazione.

                Don Bosco approvò quanto si fa in Mornese per allontanare la gioventù dai pericoli delle serate carnovalesche, disse di quanta consolazione gli sia stata la sincera pietà di quei contadini, li ringraziò vivamente delle offerte fatte alla sua nuova chiesa, e incoraggiò Don Pestarino, zelante amico di quei buoni paesani, a continuare nella santa impresa.

                Si mostrò soddisfatto dello zelo spiegato dai Superiori del Seminario di Mirabello e degli utili provvedimenti escogitati per trarre i giovani alla pietà e alle Compagnie del SS. Sacramento e dell'Immacolata Concezione. Richiesto di consiglio intorno al modo di correggere alcuni giovani discoli, disse che il superiore, chiamatili tutti in disparte, esponga loro amorevolmente la sua afflizione per la loro mala condotta, li animi al ravvedimento e nello stesso tempo li affidi alle cure del loro professore, il quale spesso ribadendo il medesimo chiodo, vedrà di trarli dalle loro cattive abitudini.

                Passando a parlare del collegio di Lanzo, insegnò il modo d'introdurre anche in esso la compagnia dell'Immacolata Concezione. In mancanza di giovani atti all'uopo si formi questa compagnia fra i chierici. Essi a poco a poco inizieranno gli allievi, e col tempo potrà sussistere detta società senza di loro.

                Venendo da ultimo all'Oratorio di S. Francesco di Sales disse poche cose intorno al suo andamento. Fece notare essere molto difficile farsene un giudizio esatto, perchè i giovani sono in numero stragrande e tra gli studenti si hanno gli artigiani. Tuttavia in generale sembrargli che tutto proceda bene, anche avuto riguardo al minor numero dei chierici assistenti. Doversi eziandio calcolare che sopra una certa parte di questi si può far poco capitale per l'assistenza, essendo stati accolti dai seminarii e quindi inesperti e non avvezzi ancora alla nostra vita.

                Ma anche il numero dei buoni confratelli diminuisce. [68] Dalla festa dì S. Francesco di Sales dell'anno scorso si sono perduti due grandi nostri campioni che avrebbero fatto molto bene; e di questi due non si saprebbe dire quale avrà ricevuto maggior premio in paradiso. L'uno, cioé il ch. Giuseppe Mazzarello, era buono di naturale, serio nei propositi e obbediente; l'altro, cioé D. Enrico Bonetti, seppe vincere se stesso e superare tutte le difficoltà, quantunque fosse d'indole focosa.

                Pertanto dichiarò che ciò che molto importava uni che tutti i Salesiani si facessero molto coraggio e che fossero disposti a fare molti sacrificii per amor del Signore. Esorto i preti ed i chierici ad essere i primi nell'osservanza delle Regole della Casa e che tutti procurassero di avere un'esatta conoscenza di queste. A tal fine raccomandò al sig. Direttore degli studi di trovar modo per leggere ogni settimana un tratto del regolamento ai preti, ai chierici e ai giovani insieme radunati. Rigettò la proposta, fatta da qualcuno, di nascondere ai giovani le regole a cui debbono sottostare i chierici e i preti . I giovani, egli disse, avrebbero motivo di lagnarsi quando si vedessero essi soli stretti da regole e da doveri. In pubblico bisogna essere riserbati nel parlare di fatti, quando questi siano riprovevoli; ma parlar chiaro a tutti in fatto di leggi.

                Entrando poi a parlare della nostra Società, annunziò l'offerta fattaci di due case, una a Novara, l'altra a Roma, la cui apertura sarebbe di molta convenienza, sia materiale, sia morale, pel favore che ci acquisterebbe da persone ragguardevoli.

                Dopo la lettura del Decreto con cui Mons. Vescovo di Casale approva la nostra Pia Società nella sua diocesi, Don Bosco riferì le congratulazioni dei Vescovi Galletti e Castaldi. Quest'ultimo disse essere tale approvazione come una scintilla la quale con immenso incendio, distruggendo tutti gli ostacoli che ancor si frappongono, farà che la nostra Congregazione sia fra breve in ogni parte ricevuta. Mons. Galletti volle una copia di quel Decreto. Gli fu data colla speranza che molti altri prelati si uniranno a lui per favorirci. [69]

                Parlando degli ostacoli, Don Bosco accennò ad un sogno avuto nei primi tempi della Società, nel quale vide i membri di questa camminare per un lungo viale tutto pavimentato di spine, chiuso dall'uno e dall'altro lato con pareti di rose e spine, ma colla vòlta, o pergolato, intrecciato di sole rose. Spiegò che i confratelli non solo debbono camminare sulle spine delle privazioni e delle fatiche, ma sono punzecchiati e impediti nel loro operare dalle spine degli ostacoli e delle contraddizioni. Il demonio, nemico di ogni bene, suscita ostacoli quanti può contro coloro che vogliono farlo e quel che è più, vedete malizia infernale, fa che questi ostacoli li pongano persone pie e con sante intenzioni, le quali, ingannate miseramente, traggono molti in inganno. - Ma combattiamo da forti e con costanza, egli esclamò, e colla grazia del Signore trionferemo di tutti e di tutto. Solo con grandi fatiche riescono le grandi imprese. La vòlta di rose significa che il nostro premio è in cielo e che solo a quello dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.

                - Ed ora, continuò, pensiamo ad accrescere il nostro personale: ma per averlo bisogna che tutti ci facciamo tutti impegno di guadagnare qualche nuovo confratello. Ciò dipende principalmente dai Direttori delle case. Bisogna che essi procurino di guadagnarsi e mantenere la confidenza di que' giovanetti, che vedono chiaramente poter essi fare in avvenire un gran bene. E questo l'unico mezzo per trarli nella Pia Società. Io ve lo dico per esperienza, posso assicurarvi che se vi è un giovane che facendo i suoi studi abbia sempre avuto una confidenza illimitata col suo superiore e direttore, facilmente si riuscirà a guadagnarlo. Vedendo nel suo Direttore, non il superiore, ma il padre, verserà il suo cuore nel cuore di lui, e farà quanto questi gli consiglia di fare. Così porrà affezione alla casa, senza conoscere ancora la Società ne praticherà le regole, e, conosciutala appena, l'abbraccierà per non lasciarla mai, tolto il caso che perdesse quella confidenza. Al contrario vi sono giovani che vengono [70] qui, fanno tutti i loro studi, non si ha niente a dire sulla loro condotta, saranno buoni, meriteranno buoni voti; ma se non hanno questa confidenza, non si potranno avere che due decimi di speranza che eglino siano per entrare o per restare con noi. La ragione sta in questo che riguardarono il loro Direttore non come un padre, ma come un superiore, che invigila sulla loro condotta esterna e non di più. Da ciò si prenda norma per giudicare la necessità di ispirare affetto per conoscere le propensioni degli allievi e degli altri dipendenti.

                In fine conchiuse - chi sa se ci troveremo ancora tutti a questa adunanza l'anno venturo e se nessuno di noi sarà dal Signore chiamato all'eternità? Io spero che ci ritroveremo ancor tutti, ma ciò è nelle mani di Dio e noi teniamoci preparati alla morte.

                Don Bosco tolse la seduta colla recita di un De profundis per i cari confratelli defunti”.

 

 


CAPO VII. D. Bonetti scrive al Cavaliere che gli ottenga un'indulgenza e una reliquia di S. Stanislao: Don Bosco è aspettato a Mirabello - Lettera di D. Francesia al Cavaliere: Don Bosco è andato a Milano: le sue preghiere guariscono un'inferma: altre meraviglie: teatro per gli esterni nell'Oratorio: i lavori nella nuova chiesa - Don Bosco al Cavaliere: gli dà commissioni: gli dice che la Pia Società è approvata dal Vescovo di Casale come diocesana: grazie strepitose della Madonna: prezzo delle medaglie di Maria Ausiliatrice: ha scritto per Vigna Pia - Va a Mirabello: predice il giorno nel quale un insegnante guarirà dal mal di gola - È a Casale per ringraziare il Vescovo del suo decreto - Aneddoti in ferrovia - Supplica il Ministro della Guerra per avere un sussidio - Visita il Collegio di Lanzo - Il Card. Corsi scrive a Don Bosco di essere egli pronto a fargli la Commendatizia: lo consiglia a chiederla alla maggior parte dei Vescovi del Piemonte e all'Arcivescovo di Fermo, molto influente in Roma - Importante documento circa la fondazione della Compagnia di S. Giuseppe - Influenza del sistema educativo di D. Bosco.

 

                I Direttori erano ritornati alle loro case il giorno 4 febbraio e Don Bonetti, sempre pieno di fervore per il bene dei suoi alunni, da Mirabello scriveva al Cavaliere:

 

Mirabello, 7 - 2, 1868.

 

                               Signor Cavaliere,

 

                La prego di mandarmi qualche bel regalo per me e per questi miei cari giovani. Se va a trovare il nostro amabilissimo Santo Padre,  [72] gli dica come noi gli vogliamo tanto bene. Gli domandi qualche bella cosa per noi, per es. un'indulgenza che ci ponga nella dolce necessità di fare una bella festa ad onore di Lui che tanto amiamo. Quest'anno occorre il centenario di S. Stanislao. Io desidero di farlo celebrare molto bene da questi giovani, onde avere occasione di innamorarli delle sue virtù. Perciò V. S. mi farebbe un caro piacere di provvedermi una reliquia di questo amabile santino. Stiamo tutti bene. Temiamo che qualcuno di noi, secondo il sogno di Don Bosco, debba morire. Giovedì Don Bosco sarà qui .....

 

Sac. BONETTI.

 

                Il sogno di Don Bosco pel 1868 era conosciuto, e siccome il ch. Mazzarello era morto a Lanzo, temevasi che simile sorte pendesse anche sul capo di qualcuno di Mirabello; cioè che il sogno non riguardasse i soli allievi dell'Oratorio. Nello stesso tempo a Mirabello si aspettava con viva ansietà l'arrivo di Don Bosco per avere la spiegazione delle strenne.

                Egli però, tenuta la conferenza ai Salesiani, era andato a Milano e D. Francesia dava al Cavaliere qualche cenno di questo viaggio.

 

Torino, 14 febbraio 1868.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Don Bosco fu la settimana scorsa a Milano ove stette da lunedì fino al mercoledì. Ebbe alloggio all'Arcivescovado. Il suo fu un vero trionfo. Quel palazzo fu continuamente invaso dalla moltitudine. A ciò che dicono quelli di Milano, ha fatto stupire molti che un povero prete destasse adesso tanto entusiasmo. Ne avvenne poi una singolare.

                Giovedì mattina, riposato appena dal lungo viaggio, Don Bosco ricevette un dispaccio dal sig. Guenzati, che raccomandavagli di celebrare una messa per una sua parente attempata e moltissimo inferma. Ebbene, all'indomani, nell'ora stessa in cui Don Bosco disse la santa Messa, la povera inferma si levava da letto, immagini con quanto piacere e stupore di tutti i parenti. Da un'altra persona per simile guarigione desiderata ed ottenuta quasi ipso facto, si ricevette 500 lire di elemosina per la prima rata.

                Insomma, se io le avessi a raccontare tutte le belle meraviglie che si svolgono sotto i nostri occhi, io entrerei nell'uno e via uno e non la finirei più. Il periodico La Vergine, piazza Poli, N.11, di Roma, ha pubblicato una mia lettera in cui si parla della guarigione veramente prodigiosa di Bonetti, giovanetto di Lanzo. [73] Della chiesa materiale spingiamo avanti i lavori, ma forse non potranno essere ultimati, che al mese di maggio, se non verso al fine e forse chi sa .....

                Giovedì venturo (20 febbraio) daremo rappresentazione diurna per appagare il desiderio di tanti e tanti che erano stati esclusi dal nostro teatrino per mancanza di locale .....

 

Sac. FRANCESIA.

 

                Don Bosco ritornato da Milano scriveva a Roma, esaltando la bontà di Maria Ausiliatrice.

 

Torino, 11 - 2 - 1868.

 

                Carissimo sig. Cavaliere,

 

                La principessa Borghese ha risposto picche per la chiesa. Finora la Duchessa di Sora non scrisse nulla per Don Molinari. Se non si prende una decisione, egli forse abbraccerà altro partito. Il conte Scotti offrì qualche cosa a Mons. Manacorda per la chiesa. Ho scritto un bigliettino anonimo a Mons. Berardi. Le cose della nostra società van prendendo buona piega; il Vescovo di Casale l'approvò definitivamente come Congregazione diocesana.

                Ogni giorno cose una più strepitosa dell'altra di Maria Ausiliatrice per la chiesa. Ci vorrebbero volumi; ci parleremo poi di tutto. Quando verrà? Qui le medaglie secondo il modello datomi da lei costerebbero circa due centesimi l'una; non vi sarebbe più la spesa del porto ed il dazio.

                I saluti di tutta la casa; riverisca la marchesa Villarios e le dica che si faccia buona e che preghi per noi. Noi per lei.

                Dio benedica lei e le sue fatiche. Amen.

                Ho scritto al Duca Salviati per Vigna Pia; credo che accetteremo; a noi conviene; vada a far visita; ascolti attento e mi scriva. Deo gratias!

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco GIOV.

 

                Il giorno 13 arrivava a Mirabello. Pensate quali accoglienze! Il Venerabile assicurò tutti che il sogno delle morti predette non riguardava pulito i giovani del Piccolo Seminario: e la spiegazione delle strenne e le confessioni lo tennero occupato dal mattino alla sera. I giovani erano entusiasmati o commossi per la concordanza delle sue parole collo stato [74] delle loro anime. Ed egli ricordando loro le glorie del collegio, i santi loro compagni defunti, invitavali ad imitare le virtù di Ernesto Saccardi, di Francesco Rapetti e di Giuseppe Allievo di anni 11, figlio dell'illustre professore di pedagogia, morto a Milano in età di 11 anni il 5 luglio del 1867, e del quale D. Bonetti aveva scritto e recitato un magnifico elogio funebre.

                In quei giorni avvenne un fatto grazioso, di cui Don Giovanni Garino ci lasciò relazione:

                “Era l'anno 1868 ed io mi trovava nel Collegio di Mirabello Monferrato presso Casale, in qualità di professore di IV ginnasiale. Il mattino 3 febbraio, giorno di S. Biagio, mi recai come gli altri a farmi benedire la gola. Uscito di chiesa cominciai a sentirmi dolor di gola non tanto leggero; sicchè penava assai a trangugiare la saliva. Don Bosco giorni dopo si trovava a Mirabello, ed io presentatomi a lui con un mio compagno (credo sia Don Albera) questi disse a Don Bosco: - Signor Don Bosco, sa che S. Biagio ha fatto una bella grazia a Garino (era ancora chierico); andò a farsi benedire che non aveva mal di gola, e ne uscì col male! - Don Bosco, sorridendo, dissemi che me lo tenessi sino all'Annunziata (25 Marzo) . E così fu. Continuava alla meglio a far un po' di scuola, e con molto stento, quando il 25 marzo dello stesso anno, dopo pranzo, mentre mi tratteneva con alcuni miei scolari nel cortile, ecco che di un tratto mi sento libero pienamente dell'incommodo, che da S. Biagio in poi più non mi aveva lasciato.

                Allora mi ricordai delle parole di Don Bosco, e raccontai la cosa ai miei scolari, i quali, benchè già pieni d'ammirazione per Don Bosco, la concepirono dipoi sempre più grande”.

                Da Mirabello il Venerabile si recò a Casale, come aveva scritto alla Contessa Callori, e si portava a ringraziare il Vescovo che aveva approvata come diocesana la Pia Società di S. Francesco di Sales.

                In questo viaggio gli accadde uno di que' lepidi incontri, de' quali abbiam fatto memoria altre volte. Si noti che nelle [75] parti di Alessandria, Casale, Vercelli, Novara, si tengono grossi mercati, ai quali accorrono negozianti di bestiame, cereali, vini e di altri generi, gente molte volte materiale e sboccata. Don Bosco adunque si trovò in ferrovia, nello stesso scompartimento con un di costoro, che per aver letto libercoli e giornali empi credono poter combattere la religione col dire le più sciocche assurdità. Negano i miracoli di Gesù Cristo, spiegandoli a modo loro, dicendo ad esempio che con un po' di economia si poteva benissimo saziare da chiunque cinque mila persone con cinque pani e pochi pesci! Quel viaggiatore apparteneva proprio alla categoria di simili dottori. Difatti dopo alcune parole intorno a cose indifferenti, ammiccando al prete, fece cadere il discorso, com'era di moda, in materia di religione e da una cosa all'altra venne ai miracoli del Vangelo. Diceva che essi si possono spiegare naturalmente, e in prova, parlando del miracolo di S. Pietro che per comando di Gesù Cristo camminò sulle acque: - Che miracolo v'ha qui! esclamava. Omai si sa che le acque del Mar Morto sono tanto spesse che le navi non vi possono vogare; è dunque facile a un uomo il camminarvi sopra senza miracolo, poichè forse il bitume aveva là formato una crosta spessa che gli impediva di sommergersi.

                Don Bosco, che fino allora aveva taciuto, gli diede uno sguardo di compassione, e lasciata da parte ogni altra risposta si limitò a dirgli:

                 - Signore, ella prende un granchio a secco. Sappia che Gesù Cristo non si trovò mai co' suoi discepoli sul Mar Morto. Ella confonde il Mar Morto col Mare di Galilea, detto anche Mare di Tiberiade o Lago di Genezaret, che è lontano dall'altro circa 70 miglia!

                A queste parole tutti i viaggiatori ruppero in una sonora risata e quel pover'uomo confuso e stizzito borbottò:

                 - Io ho parlato come ho letto; ma, se è così, confesso di essere stato ingannato.

                E Don Bosco:  [76]

                - Mi permetta un'osservazione. Se invece di leggere certi libri coi quali si cerca di strappare la fede dal cuore del popolo, lei andasse ad ascoltare le spiegazioni del Vangelo dal suo parroco, non direbbe certi spropositi.

                Altra volta il nostro buon Padre si trovò in faccia a un viaggiatore, il quale ad alta voce prese a difendere un prete stato punito, secondo lui, ingiustamente dal Vescovo, e soggiungeva: - Sono passati i tempi dell'Inquisizione: ora anche il prete è un libero cittadino; e chi ha dato il diritto al Vescovo di sospenderlo dalla messa?

                Don Bosco lo interruppe e gli disse:

                 - Sappia che il diritto al Vescovo glielo ha dato Gesù Cristo in persona; e se il Vescovo ha sospeso quel tale, avrà avuti i suoi motivi. E chi ha stabilito lei giudice dei successori degli Apostoli?

                 - Ma mi han detto che quel Vescovo non è come gli altri, abusa del suo potere, è nemico della libertà.

                 - In grazia, mi risponda: Il Vescovo ha tolto la messa a molti?

                 - Non credo. Solamente a quel tale.

                 - E sa dirmi il motivo per cui non la toglie agli altri?

                Quegli non rispose più a tono, ingarbugliò qualche parola, e Don Bosco soggiunse:

                 - Perchè tutti gli altri preti fanno il loro dovere!

                E abbassando la voce, sicchè i vicini non l'udissero, continuò:

                 - In quanto al suo protetto sappia che il Vescovo lo sospese perchè non è di que' preti che frequentano la chiesa, non va in confessionale, non sale mai sul pulpito. Se vuole trovarlo vada al caffè, lo vedrà con allegre compagnie; usa vestire abiti indegni di un ministro di Dio. Egli fu già avvisato molte volte dal suo Vescovo di mutar costume, ma non obbedì e fece peggio. Ed ella, signor mio, prende la difesa d'una tal persona? Ed ella acconsentirebbe che questo disgraziato salisse l'altare per offerirvi il divin Sacrifizio? Se così [77] fosse, non aggiungerei più parola, poichè sarei certo di non parlare con un cattolico.

                Quegli rimase silenzioso per qualche istante e poi ripigliò:

                 - Ma io per verità non lo conosco quel prete ed ho solo udito, quanto ho detto, da varii miei amici.

                 - E allora, concluse Don Bosco, vada più cauto nel parlare, specialmente contro i Prelati della Chiesa ai quali dobbiamo la massima riverenza. Sappia che essi conoscono il loro dovere più di noi, e lo fanno coscienziosamente.

                Ritornato da Casale a Torino, con una santa insistenza, che Dio solo conosce quanti sacrifizi di amor proprio sovente richiedesse, Don Bosco scriveva a un addetto al Ministero della Guerra per ottenere sussidii a suoi allievi, che dallo stesso Ministero gli erano stati raccomandati. È sempre degna di nota la delicatezza di certe frasi.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Le miserie ognora crescenti tra noi in quest'anno mi spingono a fare ricorso alla provata carità di V. S. Ill.ma, che ho già tante volte esperimentata. Il numero dei poveri giovanetti raccomandati da cotesto Ministero è alquanto cresciuto, ma quello che ci pone in vere strettezze è il caro dei viveri. L'anno scorso, quasi in quest'epoca, pagavamo il pane 30 centesimi il chilogramma, ora è quasi duplicato; lo stesso dobbiamo dire degli altri commestibili.

                Per questo mi raccomando caldamente alla nota di lei bontà, affinchè si degni venire eziandio in quest'anno in aiuto di questi poveri giovanetti e di accordare quel maggior sussidio che a lei sarà beneviso.

                Con questi giovanetti non mancherò di professarle la più sentita gratitudine ed invocare ogni giorno le benedizioni sopra di lei, mentre con pienezza di stima ho l'alto onore di potermi professare

                Di V. S. Ill.ma

 

                Torino, 15 febbraio 1868,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Spedita questa supplica, nella settimana dopo la Domenica di sessagesima, si recava a far visita al Collegio di Lanzo,  [78] ove per tre giorni dedicavasi indefessamente al bene spirituale di que' suoi cari alunni. Tornato a Torino, riceveva questa risposta del Card. Corsi, Arcivescovo di Pisa.

 

                               M. R. Signore,

 

                Conosco già da qualche anno il gran bene che opera in mezzo al popolo co' suoi Oratorii la Società di S. Francesco di Sales; e nel vederne i progressi non cesso di ringraziare il Signore che la benedice e la feconda, e di ammirare lo zelo di chi n'è fondatore e Capo e di tutti gli infaticabili Cooperatori. Quindi nulla vi può essere per me di più caro che il favorirla nel miglior modo che mi sia concesso; e per questo son pronto alla commendatizia che V. S. R. mi richiede col pregiato foglio del 10 corrente.

                Crederei per altro molto conveniente ed opportuno che avanti della mia, V. S. provvedesse ed esibisse la Commendatizia, se non di tutti, almeno della più parte dei venerandi Prelati del Piemonte, non che quella dell'Em.mo sig. Cardinale Deangelis Arcivescovo di Fermo, la quale potrebb'essere di gran peso, stante che Sua Eminenza per la lunga sua dimora in Torino si presenta come giudice più competente e apprezzatore più autorevole del valore e del merito della medesima. È anche da osservarsi che il prefato Eminentissimo, dovendosi ora recare a Roma, potrebbe crescere colla sua presenza e colla sua influenza l'efficacia delle stesse sue lettere di raccomandazione.

                Quando la cosa sia di questo modo iniziata, mi ripeta l'avviso, ed io non tarderò a secondare per la parte mia i santi di Lei desiderii.

                Sono veramente lieto nell'apprendere che V. S. e i suoi nella loro carità non hanno dimenticato la mia pochezza, e che seguitano ad avermi presente nelle loro orazioni. Quanto maggiori sono i bisogni che mi stringono in questi tempi, tanto più vivo è il senso della gratitudine che le professo, nell'atto che con piacere e verace stima mi ripeto.

                Di V. S. M. R.

 

                20 febbraio 1868,

Aff.mo di tutto cuore

C. CORSI, Arciv. di Pisa.

 

                               Sig. Don Gio. Bosco - Torino.

 

                Gli alunni studenti dell'Oratorio avevano intanto incominciato a santificare il mese di S. Giuseppe, il gran santo nel quale Don Bosco aveva una viva fiducia. Li emulavano gli artigiani, specie quelli che erano aggregati alla Compagnia [79] del Santo Patriarca, coll'osservanza delle regole di questa, approvata da Don Bosco, e con speciali pratiche di pietà.

                Noi abbiamo riportate le regole suddette nel VI volume di queste Memorie a pag. 194: ma qui come documento storico crediamo opportuno di conservarne colla stampa il primo schema, da noi ritrovato nel 1912 e che si temeva perduto. Il ch. Giovanili Bonetti sul principio del 1859 lo aveva proposto ad un'eletta di giovani artigiani e, avuta la loro approvazione, lo presentava a Don Bosco.

 

 

REGOLE DELLA COMPAGNIA DI S. GIUSEPPE.

 

                Noi Bonetti Giovanni, Imoda Ferdinando, Garzena Carlo, Giani Giovanni, Salvi Severino, Fassino Antonio, Lachi Luigi, Enria Pietro, Tos Luigi, Doglio Alessandro, Chiansello Bartolomeo, Bianco Agostino. Perona Giuseppe, Tosi Luigi, Cibrario Stefano, desiderosi di farci ognor più buoni e di animare col nostro buon esempio e colle parole i nostri compagni sulla strada della virtù, volentieri ci uniamo in questa pia Società per appagare facilmente questo nostro pio desiderio. Abbandonati intieramente nelle mani dell'amorosissima nostra Madre Maria SS., e del purissimo suo Sposo S. Giuseppe, nostro special Patrono, proponiamo di menare una vita del tutto esemplare. Siccome tutti siamo già ascritti alla Compagnia di S. Luigi Gonzaga, così avremo per principal scopo l'esatta osservanza delle regole di questa Compagnia, che sono le seguenti:

                1° Evitare tutto ciò che può recare scandalo, procurare di dare buon esempio in ogni luogo, ma specialmente in chiesa.

                2° Ogni quindici giorni accostarsi ai SS. Sacramenti della Confessione e Comunione ed anche con maggior frequenza, sopratutto nelle maggiori solennità dell'anno.

                3° Fuggire come la peste i cattivi compagni, e guardarsi bene dal far discorsi osceni.

                4° Usare somma carità coi compagni perdonando facilmente a qualunque offesa.

                5° Grande impegno per il buon andamento dell'Oratorio, animando gli altri alla virtù colle parole, ed a farsi ascrivere alla Compagnia.

                6° Quando un Confratello si troverà infermo, ciascuno si farà premura di pregare per lui e anche aiutarlo nelle cose temporali nel modo possibile.

                7° Mostrare grande amore al lavoro ed all'adempimento dei proprii doveri prestando esatta ubbidienza a tutte le persone superiori.

                Oltre le suddette regole adotteremo ancora le seguenti:  [80]

                1° Non si riceverà alcuno nella Compagnia, senza che sia già ascritto a quella di S. Luigi.

                2° Veduto che un compagno tiene una buona condotta nell'Oratorio sarà proposto alla conferenza. Se alcuno non avrà cosa da osservare in contrario, gli si farà la proposta. Se accetterà, gli si daranno, a leggere le regole, oppure ne sarà a puntino informato dal Presidente .e da alcun altro confratello. Quindici giorni dopo verrà presentato alla conferenza.

                3° La domenica che segue la presentazione di qualche nuovo confratello, tutti faranno la santa Comunione per lui, pregando il Signore che gli dia la grazia di essere un buono ed esemplare confratello.

                4° Ogni settimana sceglieremo un quarto d'ora per adunarci insieme. Si invocherà al principio lo Spirito Santo col Veni, ecc. con la giaculatoria Sancte Joseph, ora pro nobis. Fatta una breve lettura spirituale, si tratterranno quelle cose che crederemo di maggior gloria di Dio, più vantaggiose all'anima nostra e a quella dei nostri compagni. Si scioglierà la conferenza coll'Agimus e con la giaculatoria “Gesù, Giuseppe e Maria, io vi dono il cuore e l'anima mia”.

                5° All'ora stabilita ci recheremo con sollecitudine al luogo destinato per la conferenza, abbandonando di cuore per amore di Maria SS. quel poco di ricreazione, cui Ella sicuramente accetterà come un grazioso omaggio di noi suoi cari figli. Se alcuno per qualche accidente non vi potrà intervenire, sarà dal Presidente, o da un confratello, reso informato di quello che si trattò nella conferenza.

                6° Non tralasceremo mai alcuna pratica di pietà per qualunque diceria o burla che ci venisse fatta da cattivi compagni, ma contenti di far cosa piacevole a Dio ed ai nostri superiori proseguiremo costanti sulla strada del bene.

                7° All'ora delle funzioni, suonato il campanello, senza più oltre fermarci, ci porteremo in chiesa, traendo con bella grazia con noi quelli che si trovassero insieme.

                8° In chiesa procuriamo di metterci fra mezzo coloro che parlano o stanno divagati, affinchè essi pure dal nostro modesto contegno siano animati al raccoglimento ed alla preghiera. Ci faremo poi un grande studio di non uscir mai di chiesa eccetto che siamo costretti da grande necessità.

                9° Ogni prima domenica del mese ci accosteremo ai SS. Sacramenti per ottenere la conversione di quei nostri compagni che fossero per disgrazia in peccato mortale.

                10° Sul lavoro o in conversazione, presentandosi propizia occasione con un buon consiglio o con un atto di disapprovazione di impedire qualche peccato, non la lasceremo sfuggire.

                11° Vedendo o sapendo che alcuno dei confratelli mancò gravemente contro alcuna delle nostre regole, privatamente lo avviseremo con grande carità; e ciò faremo vicendevolmente. [81]

                12° Accetteremo con sommissione ed umiltà quegli avvisi che ci verranno dati da alcuno dei confratelli non dimostrando mai il minimo dispiacere con colui che ci avvisa.

                13° Non ci faremo mai a disprezzare alcuno dei nostri compagni, e tanto meno a lanciargli contro parole improprie od offensive. Insomma schiveremo fra noi ogni contesa in cui ci potessimo offendere l'un l'altro, riguardandoci tutti come veri fratelli.

                14° Finalmente, siccome vogliamo col nostro buon esempio servire di specchio e di modello a tutti i nostri compagni, così osserveremo con tutta esattezza le regole della casa, non dando mai segno di disapprovare quello che ordinassero i superiori, fissandoci bene in mente che tutto quello che essi ci comandano o ci proibiscono è per nostro bene.

                Di tutto cuore preghiamo il nostro Direttore di esaminare queste regole e di togliere o di aggiungere quello che gli parrà bene.

                Tutto sia a maggior gloria di Dio.

                Quanta sapienza pedagogica è riflessa in questo semplicissimo regolamento. Pare dettato da Don Bosco medesimo!

 

 


CAPO VIII. L'Arcivescovo di Torino è fermo a negare le ordinazioni ai chierici dell'Oratorio, se non passino almeno un anno in Seminario - Mons. Gastaldi e Mons. Galletti lo persuadono a desistere - Si tenta di far uscire dalla Pia Società gli ordinandi - Sacre ordinazioni e doglianze dell'Arcivescovo - Non è vero che i chierici di Don Bosco non studiano - A Roma sono ultimate le fortificazioni: si spera nelle preghiere di Don Bosco - Morte del ch. Petiva - Scuola di musica nell'Oratorio - Don Francesia scrive al Cavaliere che Petiva non è il secondo del sogno, e aver detto Don Bosco esservi un giovane che non farà più l'esercizio della buona morte - Don Bosco prepara la pubblicazione dei Classici Italiani Purgati - Scrive al Cavaliere di alcuni debiti soddisfatti: gli dice di lettere ricevute o da scrivere: gli dà notizie della sua nobile famiglia: molte note da pagare.

 

                CONTROVERSIE assai disgustose dimostravano la necessità che l'Istituto di Don Bosco ottenesse un'approvazione definitiva. Il Venerabile desiderava che quest'anno fossero promossi alle sacre ordinazioni tre de' suoi chierici appartenenti alla Diocesi di Torino, Francesco Dalmazzo, Giacomo Costamagna, e Paolo Albera. Quindi nel mese di gennaio aveva mandato una seconda volta Don Cagliero a visitare Mons. Arcivescovo per spiegargli le sue intenzioni e conoscere quelle di Sua Eccellenza. L'Arcivescovo accolse cortesemente l'inviato, ma si mostrò fermo nel volere che i chierici dell'Oratorio, prima di essere ordinati, entrassero in Seminario e vi dimorassero almeno un anno. [83] Era un non voler riconoscere in nessun modo la Pia Società di S. Francesco di Sales, già collaudata dalla S. Sede e un esigere pei suoi membri ciò che non si esigeva per alcuni chierici diocesani, di famiglia signorile, che avevano licenza di compiere gli studi stando nelle case loro.

                Don Cagliero ripeté a Monsignore le ragioni esposte nell'udienza avuta nel dicembre, e l'Arcivescovo gli rispose:

                 - Ciò non toglie il mio decreto.

                 - Dunque V. E. vuole la distruzione dell'Oratorio?

                 - Voglio i miei chierici solamente.

                 - Con tutto il rispetto, Eccellenza, torno ad osservare che ciò vale lo stesso che distruggere l'Oratorio, perchè non si danno scuole senza maestri, n'è convitti senza assistenti. Per noi è questione di vita o di morte; ed è questione d'esistenza, è questione di diritto, perchè ognuno ha il diritto alla propria esistenza. E poi il bene che ha fatto alla diocesi l'Oratorio è patente: conti i preti istruiti ed educati nell'Oratorio.

                 - Vi ringrazio, rispose Monsignore, de' beneficii che avete fatto alla diocesi, ma ora vi voglio ossequenti al mio decreto.

                 - Allora è cosa finita: torno all'Oratorio e dirò a Don Bosco: prendiamo il nostro breviario e portiamo a Monsignore le chiavi dell'Oratorio, lasciandogli l'incarico di condurre avanti l'opera nostra. Sono però 800 giovani, ai quali da qui innanzi dovrà pensare Vostra Eccellenza.

                 - Ma io... io... - rispondeva assai turbato l'Arcivescovo - Voi mi mettete in un bivio... eppure... eppure ho stabilito... e non debbo recedere .....

                Don Cagliero si persuase che Monsignore fosse sobbillato da altri e indotto ad opporre quella resistenza, quindi continuò con rispetto e coraggio:

                 - Deh! Monsignore, pensi alle conseguenze... alle dicerie che si faranno... ai giovani che si dovranno rimandare alle loro case... a quelli che potranno rimanere abbandonati in mezzo ad una strada... alla disapprovazione dei buoni. [84] E l'Arcivescovo sempre più impensierito:

                 - Ma insomma... ma insomma... Sedete, vi prego.

                Facendo atto di scusa al replicato invito e chiesta licenza di fare una dichiarazione più esplicita, Don Cagliero proseguì:

                 - Io, con altri, mi son fatto prete per consiglio di Don Bosco, ma prima di esserlo non avrei mai creduto che i primi oppositori al bene sarebbero stati quegli stessi dai quali sperava appoggio. Era meglio che io mi fossi dato a maneggiai la zappa! Avrei lavorato, mi sarei ingegnato in un modo o nell'altro, ma senza tante amarezze. Valeva la spesa che Don Bosco si accingesse ad un'opera di tanto vantaggio per la stessa diocesi, per vederla così presto distrutta?

                Ciò detto, chiese licenza di ritirarsi. L'udienza era durata circa un'ora. Più di quaranta persone stavano in anticamera e attendevano impazienti di essere introdotte presso l'Arcivescovo. Al veder uscire Don Cagliero fu un mormorio generale:

                 - Ma lei è stato in udienza un tempo abbastanza lungo!

                E D. Cagliero, volgendo lo sguardo attorno, non seppe contenersi dall'esclamare:

                 - Loro vengono a parlare ciascuno per sé; io son venuto a parlare per quaranta!

                Non era riuscita la visita di Don Cagliero, ma sposavano la causa di Don Bosco i Vescovi di Saluzzo e di Alba. Mons. Gastaldi aveva scritto più volte all'Arcivescovo per raccomandargli calorosamente di lasciar tranquillo Don Bosco. Era anche venuto in Valdocco per conoscere lo stato della questione, e recatosi in Arcivescovado esortò Monsignore a non opporre più difficoltà alle sacre ordinazioni dei chierici dell'Oratorio. Anche Mons. Galletti s'interpose e cercò di dimostrare che la Pia Società di S. Francesco di Sales era canonicamente costituita e che eran validi i voti che taluni dei chierici di Don Bosco avevano già emessi.

                L'Arcivescovo, vinto da queste insistenze, si arrese a conferire [85] le sacre ordinazioni ai chierici Albera, Costamagna, e Dalmazzo nella seconda metà di quaresima.

                Ma per questi non eran finite le prove. Ritiratisi in Seminario per attendere ai Santi Spirituali Esercizi, il Teologo Soldati, direttore spirituale, come aveva già fatto con altri chierici dell'Oratorio, usò anche con loro ogni argomento per indurli ad abbandonare la Congregazione. Questi maneggi ottennero però l'effetto contrario. D. Francesco Dalmazzo, che era ancora alquanto indeciso se dare o non dare definitivamente il nome alla Pia Società di Don Bosco, disgustato da quel modo di procedere, esclamò:

                 - Appunto perchè non vogliono mi farò Salesiano!

                Il 25 marzo i tre chierici suddetti ricevettero dall'Arcivescovo stesso la tonsura e i quattro ordini minori; e da lui furono pur insigniti dell'ordine del suddiaconato il 28 dello stesso mese, sebbene compiuta la sacra funzione non mancasse alla presenza dei chierici del Seminario di proferire parole pungenti contro i nostri, contro la nostra Pia Società e contro Don Bosco, quasi volessero capricciosamente sottrarsi alla sua giurisdizione.

                Sta il fatto, e ci duole il doverlo rilevare, che Mons. Riccardi era allora totalmente contrario a che la Pia Società Salesiana avesse ad ottenere definitiva sanzione dalla S. Sede; e che dopo tante parole in proposito e i documenti esistenti in Curia egli giunse ad asserire di non saper nulla dell'esistenza della Pia Società di S. Francesco di Sales.

                Contuttociò il 6 giugno, sabato delle tempora della SS. Trinità, Sua Eccellenza promoveva al diaconato i tre nuovi suddiaconi: e in seguito permetteva che Don Francesco Dalmazzo fosse ordinato sacerdote da Mons. Balma il 19 luglio, Don Paolo Albera a Casale da Mons. Ferré il 2 agosto; ed egli stesso promoveva al presbiterato D. Giacomo Costamagna il 19 settembre, come vedremo.

                In quel tempo un'altra prova affliggeva i chierici dell'Oratorio, la voce che essi, preoccupati nella scuola e nell'assistenza,  [86] non attendevano, com'era doveroso, allo studio della Teologia. La voce, sparsa da chi non vedeva di buon occhio Don Bosco, era giunta anche all'Arcivescovo, che ne mosse lagnanza al Venerabile.

                Ed ecco il chierico Stefano Bourlot, che era il tipo della franchezza e della lealtà, presentarsi in curia per chiedere di essere ammesso co' suoi compagni all'esame semestrale di Teologia. Il Teol. Gaude con altri gli disse:

                 - Ma voialtri di Don Bosco non studiate!

                 - E perché?

                 - Perchè siete occupati in mille altre cose e non frequentate le scuole del seminario.

                 - Mi scusi: si può attendere ad una cosa e alle altre.

                 - Non è possibile.

                 - Gli esami però che abbiamo preso, finora furono coronati da buoni voti, mai inferiori a quelli dei Seminaristi.

                 - Sì, sì; ma è una preparazione affrettata, superficiale.

                 - Il fatto sta che noi rispondiamo come i chierici del Seminario.

                 - E che cosa avete studiato?

                 - Gli stessi trattati dettati dai Professori del Seminario, eccettuato il Banaudi sull'Eucaristia.

                 - E perchè non seguire anche questo?

                 - Perchè altri autori parvero preferibili.

                Il Teologo, esposta la domanda all'Arcivescovo, ebbe il suo consenso, e il giorno 22 febbraio 13 chierici dell'Oratorio si presentarono agli esami in Seminario. Al ritorno trovarono Don Bosco che li aspettava in porteria col cappello in testa: e appena li vide, li interrogò:

                 - Come sono andati gli esami?

                 - Benissimo; abbiamo quasi tutti optime, Giuseppe Cagliero peroptime, rispose Bourlot; e io con D. Domenico Vota e Pietro Norza egregie con lode.

                 - Ne sei sicuro?  [87]

                 - Sicurissimo: ho visto il foglio dei voti: siamo i primi sopra tutti i chierici del Seminario.

                 - Deo gratias! - rispose il Venerabile, vado a portare all'Arcivescovo la risposta alla sua lettera.

                E Don Bosco andò. Lo stesso Monsignore che aveva presieduto agli esami e non conosceva personalmente i chierici di Don Bosco, ne aveva fatto gli elogi. Egli credeva che uno di quelli che avevano ottenuto la lode fosse Bourlot del Seminario, cugino di quello dell'Oratorio: e dovette ricredersi innanzi alla realtà della cosa.

                Mentre incominciavano ad appianarsi queste difficoltà, da Roma P. Oreglia scriveva a Don Francesia: “Si avvicinano i tempi cattivi. Le fortificazioni a Roma sono ormai finite. Resta a vederle alla prova. Colle orazioni di Don Bosco speriamo che faranno buona prova. Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam. Tutto tranquillo finora. Anche il Carnevale. Forestieri assai: allegria poca”.

                Ma se era poca allegria a Roma, questa soprabbondava nell'Oratorio. Teatrino, giuochi, rottura delle tradizionali pignatte, lotteria, musica, avevano tutti occupati i giovani negli ultimi tre giorni di carnevale. Quella gioia era un effetto della pace del cuore, rassicurata coll'esercizio della buona morte, col quale si erano suffragate le anime sante del purgatorio, in specie quella del ch. Petiva, morto in que' giorni nell'Ospedale di S. Luigi in Torino.

                Secondo Petiva, educato nell'Oratorio, essendo molto valente nella musica, era stato capo scuola di questa nobile arte, per più anni dal 1858. A tale scuola potrebbe competere il nome di accademia musicale, perchè per iniziativa di Don Bosco essa diede e dà sempre distinti organisti, compositori di musica e cantori per le sacre funzioni, per ogni parte della terra. Fra i primi suoi allievi e maestri furono Don Cagliero Giovanni, D. Giuseppe Lazzero, D. Luigi Chiapale, Giuseppe Buzzetti, Giacomo Rossi, Giovanni Turchi, Callisto Cerruti, e Giuseppe Dogliani; e Bersano, Tomatis, Reano, Fumero,  [88] Brunetti, Dassano e cento altri che alla lor volta furono maestri a migliaia di discepoli.

                Ma il ch. Petiva dopo varii anni, per certi suoi disegni, congedatosi da Don Bosco, veniva per qualche tempo ospitato nel piccolo Seminario di Mirabello, ove per più mesi rendeva qualche servizio; finchè allontanatosi anche di là, dopo varie vicende, infermatosi per mal di petto, si era ricoverato nell'ospedale. Don Rua così scrive nella cronaca:

                “Aggravandosi Petiva nella sua lunga infermità, desiderava di essere visitato da Don Bosco. Il buon padre, malgrado le gravi sue occupazioni, andò a trovarlo due volte, ricevette la sua confessione e gli somministrò tutti i conforti che gli abbisognavano. Singolare però fu che Petiva fino allora aveva sempre nutrito ferma fiducia di potersi ristabilire e nella primavera uscire dall'ospedale. Ma dal momento che ricevette la prima visita, cambiò intieramente modo di pensare; sicchè in appresso più non parlava che della prossima sua morte ed il suo pensiero era sempre rivolto a ben prepararvisi. Don Bosco gli aveva parlato in maniera che senza spaventarlo, senza annunziargli apertamente la morte, gli aveva fatto capire che i motivi su cui appoggiava la sua speranza erano illusorii; ciò aveva fatto con tanta destrezza ed unzione che l'infermo non mostrossi mai atterrito dell'idea della morte: anzi dopo la seconda visita di Don Bosco, mostrossi contento di presto morire, rassicurato da Don Bosco che dopo la sua morte sarebbe andato tosto in paradiso. Né furono fallaci le parole di Don Bosco, ché, pochi giorni dopo, colle più belle disposizioni spirò la sua anima nel bacio del Signore”

                Saputasi nell'Oratorio la sua morte, siccome alcuni lo credevano ancora appartenente alla Pia Società supposero che poteva essere dei tre morti visti da Don Bosco nel sogno. Ma Don Francesia scriveva a Roma al Cav. Oreglia:

                “Il povero Petiva è morto con una tale rassegnazione da farsi invidiare da tutti. Don Bosco però assicura che non è il secondo che doveva fare il fagotto per l'eternità. Disse però [89] di un altro che ieri fece l'esercizio di buona morte che deve essere l'ultimo per lui. Si allieti dunque, perchè lei non lo sarà per certo (il secondo)... Intanto lo avviso che la stampa della grammatica greca del Teol. Pechenino è terminata... Si dà nuovo impulso alla Biblioteca (della gioventù italiana)... Si distese già il programma ……”

                Don Bosco pensava già a dar vita all'associazione mensile dei Classici Italiani purgati per uso delle scuole.

                Altre notizie mandava Don Bosco al Cavaliere, al quale diceva chiaramente che le strettezze dell'Oratorio rendevano quel tempo opportuno per chi voleva grazie dalla Madonna.

 

                                Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Tempo bello, freddo scomparso, siamo in primavera, ed ella sempre a Roma. Non mi lamento però perchè ci manda Cantù. Ho ricevuto i franchi 1300 e li ho ricevuti in momento che Don Rua era in faccende per danari per Avvezzana. Mille franchi furono dati a lui, il resto ad uno scalpellino. Deo gratias. Bellissimo l'episodio di quella visita singolare! Se mi scrivono me la caverò come potrò. Scriverò una lettera alla Contessa Folchi. Notate le messe della Contessa Calderari cui ringrazii e dica che noi qui preghiamo ogni giorno per lei. Ho ricevuto lettera da Mons. Fratejacci, cui risponderò presto: andiamo d'accordo. Manderò qualche anonima a P. Oreglia, cui faccia i più cordiali saluti.

                Si dice da molti che starà ella sempre a Roma, io dico sempre di no; ma ad ogni momento si domanda di lei. Ho veduto sua madre, che mi raccomandò tanto suo fratello, per cui facciamo speciali preghiere. Sono lieto di sapere le buone notizie che mi fa sperare.

                Io sono ingolfato nelle spese, note molte da saldare, tutti i lavori da ripigliare. Faccia quel che può, ma preghi con fede: credo tempo opportuno per chi vuole grazie da Maria! Noi ne vediamo ogni giorno una più commovente dell'altra e con questo mezzo andiamo avanti.

                La contessa Digny, contessa Uguccioni, Marchesa Nerli dimandano di lei e mi dicono se venendo da Roma passerà a Firenze.

                Tutta la casa è in salute e le augurano ogni bene. Non dimentichi la meditazione al mattino. In nome del Signore mi dico,

 

                Torino, 3 marzo 1868.

Aff.mo amico

Sac. GIOVANNI BOSCO. [90]

                Omai si diceva piano e forte che il Cav. Oreglia non sarebbe più tornato all'Oratorio. Don Bosco, pieno di carità con tutti, non risparmiò le sollecitudini più delicate perchè quel suo caro figlio spirituale perseverasse nella vocazione abbracciata. Lo vedranno i lettori dalle numerose sue lettere.

 

 


CAPO IX. Risposta di Vescovi alle suppliche di Don Bosco - Commendatizia - del Vicario Generale capitolare di Acqui; del Vescovo di Asti con una sua lettera - Dell'Arcivescovo Cardinale di Ancona e dell'Arcivescovo di Torino - Lettera confidenziale di Mons. Riccardi al Card. Quaglia sulla commendatizia da lui consegnata a Don Bosco - Sue osservazioni trasmesse allo stesso Cardinale intorno alle Costituzioni della Pia Società - Don Bosco chiede licenza all'Arcivescovo di mandare un Prete a dir messa in un Istituto di Suore.

 

                MAN mano che i Vescovi ricevevano le suppliche di Don Bosco chiedenti le Lettere Commendatizie per l'approvazione della Pia Società, giungevano a lui le risposte quasi tutte favorevoli, che riferiamo per ordine di tempo.

                Il Vicario Capitolare di Acqui scriveva:

 

                FRANCESCO CAVALLERI, DOTTORE D'AMBE LEGGI, CANONICO PREVOSTO DI QUESTA CHIESA CATTEDRALE DI ACQUI, CAVALIERE DEI SS. MAURIZIO E LAZZARO, VACANTE LA SEDE VESCOVILE VICARIO GENERALE CAPITOLARE.

 

                Viste ed esaminate le Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales, di cui è superiore generale il zelantissimo sacerdote Don Giovanni Bosco;

                Informati che, laddove detta Società venne già stabilita e messa alla prova, grandissimo è il vantaggio sia spirituale sia temporale che ne traggono le Parrocchie, gli Ospedali, le carceri e la tenera gioventù al cui bene sono particolarmente diretti gli sforzi dei benemeriti e lodevolissimi membri della medesima;  [92] Considerato il tenore del Decreto della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari 23 luglio 1864, con cui il Sommo Pontefice Pio IX amplissimis verbis memoratam Societatem laudavit atque commendavit;

                Ritenuto pure che giusta il prelodato Decreto parrebbe quasi definitivamente costituita la ridetta Società nella persona del summenzionato Superiore Generale, che deve durare in carica per tutta la vita;

                Sicuri di recare un gran bene alla Religione nostra santissima, non possiamo a meno anche noi di encomiare altamente la più volte nominata Società di S. Francesco di Sales, e far voti perchè la S. Sede degnar si voglia di approvarne in modo definitivo le Costituzioni, onde si possa assicurarne l'esistenza in faccia alla Chiesa, conservare l'unità di spirito e di disciplina, e così promuovere ognora più il maggior bene a cui tende.

 

                Acqui, 28 febbraio 1868.

 

CAVALLERI, Vic. Gen. Cap.

 

                P. BATTAGLIA, Segretario.

 

                Il Vescovo di Asti:

Asti, 4 marzo 1868.

 

                M. R. e Carissimo sig. Don Bosco,

 

                Mi approfitto della gentilezza del rev.mo sig. Canonico Molino per mandare alla S. V. Molto Rev.da e la Commendatizia chiestami e le remissorie pei due chierici Merlone e Fagnano. Io spero che questi due buoni giovani continueranno zelanti nella Congregazione di San Francesco di Sales; ma quando per circostanze straordinarie se ne dovessero separare, e desiderassero ritornare in patria, non sarà loro difficile l'ottenere dal rev.mo Mons. Vescovo di Casale la facoltà. Io intanto auguro di cuore a Lei, che possa ottenere da Roma ciò che piamente desidera a vantaggio della cristiana gioventù; ed ai carissimi chierici Merlone e Fagnano, che possano riuscire due buoni ministri di Dio; e raccomandandomi alle loro orazioni di cuore me le professo

aff.mo come fratello

CARLO, Vescovo d'Asti.

 

                CAROLUS SAVIO, DEI ET APOSTOLICAE SEDIS GRATIA, EPISCOPUS ASTENSIS ET PRINCEPS, SS. D. N. PII PAPAE IX PRAELATUS DOMESTICUS AC PONTIFICIO SOLIO ASSISTENS.

 

                Visis Constitutionibus Piae Societatis Taurini erectae sub invocatione S. Francisci Salesii Nobis oblatis a R. D. Sacerdote Johanne Bosco, Societatis eiusdem Fundatore ac Rectore;  [93] Viso item Decreto S. Congregationis Episcoporum et Regularium dato sub die 23 Iulii 1864;

                Quum adolescentes non pauci huis Nostrae Dioecesis praeteritis annis et in praesens adhuc apud antedictam Societatem sub disciplina praelaudati Sacerdotis Johannis Bosco pie ac religiose in artibus addiscendis, vel etiam in clericali militia excolenda, educati sint et edoceantur;

                Requisitioni Nobis desuper factae libenti animo annuentes, memoratae Societati hoc laudis testimonium concedimus eamque omni quo decet obsequio SS. Domino Nostro Papae humiliter commendamus

 

                Dat. Astae, die 4 martii 1868.

 

CAROLUS, Episcopus.

 

SCOPELLO Pro - Cancell. Ep.

 

                Il Card. Antonucci, Arcivescovo - Vescovo di Ancona:

 

                               Carissimo Don Bosco,

 

                A seconda del suo desiderio manifestatomi con il suo foglio del 10 febbraio p. p. ho scritto con sommo piacere al Santo Padre l'acclusa lettera commendatizia e la dirigo a lei, a sigillo alzato, affinchè dopo di averla letta e chiusa possa inoltrarla al suo alto destino.

                Mi raccomandi al Signore e mi creda sempre con vera stima e sincero attaccamento,

 

                Ancona, 6 marzo 1868,

 

Il suo aff.mo di cuore

A. B. Card. ANTONUCCI Arc. V.

 

 

ALLA SANTITÀ DI NOSTRO SIGNORE PIO PAPA IX.

 

                                Beatissime Pater,

 

                Inter caetera charitatis Instituta quae extremis hisce temporibus ad Dei gloriam Catholicaeque Ecclesiae utilitatem surrexerunt, peculiari quadam existimatione dignam sum semper arbitratus Congregationem illam, quae a Sancto Francisco Salesio nomen habet, a Sacerdote Joanne Bosco Augustae Taurinorum fundatam. Quae quidem exiguis licet initiis exorta, quod meis vidi oculis dum S. Sedis Nuntii munere decoratus illic immorabar, brevi temporis intervallo adeo altas defixit radices ut ad spiritualem animarum profectum, imprimisque ad Christianae adolescentium educationis incrementum mirabiliter creverit ac pullulaverit. Equidem ea tempestate in deliciis habebam [94] illa loca invisere, viridariorum ad instar amoena ac spatiosa, vulgo Oratori Festivi, quae summa mei animi laetitia veram salutis arcam semper reputavi, quia innumeri adolescentes derelicti ac pauperes in ea diebus festis collecti, solerti atque pia Praesidis eiusque operariorum, qui modo centenarium numerum attingunt, industria, mane S. Missae Sacrificio aderant, reficiebantur Sacramentis, divinique verbi pabulo nutriebantur, dum vespertinis horis, persolutis pietatis exercitiis, ludis ac oblectamentis sese exhilarabant.

                Nec inter tam angustos limites sese continebant Fundatoris ac sacerdotum studium et sollicitudo. Eorum enim cura quaedam Domus seu Hospitia aperta sunt, in quibus mille et amplius adolescentes aut gratuito, aut pertenui mercede recepti, non modo scientia et Religione instituuntur, verum etiam in aliquo artis genere exercentur: eo quidem fine ut praeter tutum ad pietatem iter habeant etiam quo futuris annis honeste vitam traducant.

                Inter hos non desunt nonnulli qui, studiorum curriculo rite absoluto, Ecclesiasticam militiam arripiant.

                Interea Antistitum desideriis etiam obsequentes Congregationis huius Sacerdotes, quocumque Christianae Religionis urgeat necessitas, in urbibus, pagis, carceribus et nosocomiis qua cathechesibus, qua concionibus, qua aliis pietatis exercitiis, prout mihi indubiis constat documentis, indefesso zelo, summoque animarum lucro adlaborant. Memorata enim Societas sicut singularem Episcopis subiectionem et reverentiam profitetur, sic Summum Pontificem et Sedem Apostolicam devotissimo obsequio ac observantia prosequitur.

                Nec minori laude digna est haec Societas, quod sua cura aliquot abbine annis ad hunc usque diem sanae doctrinae libelli in lucem prodeant tamquam antidotum adversus nefariorum scriptorum colluviem, quae singulis horis in rudes ac idiotas impune diffunduntur.

                Nec mirum si hanc Congregationem tam bene de Christiana Republica meritam complures Episcopi apud se desideraverint, suumque iam in sinum receperint.

                Tot uberes ac praeclari fructus nulla ex alia ratione videntur esse repetendi quam ex directionis unitate ac ab unione illa, quae mirum in modum elucet inter ea membra, quibus ipsa constat Societas, quaeque in unum veluti corpus colligata sub Constitutionibus reguntur magnam prudentiam ac pietatem redolentibus.

                Ideo non sine animi mei consolatione percepi vigore Decreti S. Congregationis Episcoporum et Regularium sub die 23 Iulii 1864 a Sanctitate Vestra praefatam Societatem uti Congregationem Votorum Simplicium sub regimine Moderatoris Generalis amplissi is verbis fuisse laudatam ac commendatam.

                Quamobrem maioris Dei gloriae incensus desiderio, animarumque utilitate extimulatus, ac etiam in grati animi mei argumentum erga piam hanc Societatem, quae modo non paucos huius civitatis ac Dioecesis [95] infortunatos adolescentes orphanos propter ultimam Choleramorbi tristissimam invasionem tam liberaliter ac peramanter alit et instituit, humillimis precibus Sanctitatem Vestram exoro, ut praefatae Societatis Regulas a me attente perlectas dignetur approbare, quae per Apostolicam Auctoritatem veluti super firmissimo erecta fundamento, iuxta propositum sibi finem ad Ecclesiae Catholicae emolumentum valeat perdurare.

                Interim Apostolicam benedictionem adprecatus, Vestros SS. Pedes humiliter deosculor.

                Sanctitatis Vestrae,

 

                Dat. Anconae, Pridie Nonas Martii MDCCCLXVIII.

 

Humillimus, Obsequentissimus et Addictissimus

Famulus Subditus et Creatura

 

ANTONIUS BENEDICTUS Cardinalis ANTONUCCI, Archiepiscopus, Episcopus Anconitanus et Humanensis.

 

                L'Arcivescovo di Torino:

 

                ALESSANDRO OTTAVIANO RICCARDI, DEI CONTI DI NETRO, PER LA GRAZIA DI DIO E DELLA SEDE APOSTOLICA ARCIVESCOVO DI TORINO, ECC.

 

                Nulla standoci più a cuore che di promuovere la gloria di Dio e promuovere con tutte le nostre forze la salute del prossimo, ci tornò gratissimo ricevere dal Sac. Don Giovanni Bosco vive istanze, affinchè volessimo raccomandare alla S. Sede la Pia Società di S. Francesco di Sales, di cui Egli è Supremo Rettore, per la definitiva erezione della medesima in Congregazione religiosa.

                Considerando adunque il fine che la Pia Società si propone, e vedendo il bene che essa fa principalmente nel raccogliere e addottrinare nella S. Legge di Dio tanti poveri giovanetti, che sarebbero, abbandonati e in pericolo di correre la via della perdizione:

                Visto i decreti di approvazione della medesima, emanati dal Nostro Predecessore Mons. Fransoni di f. m. i quali, quantunque si riferiscano alla Società quando non si proponeva che di catechizzare i ragazzi nei giorni festivi e raccoglierli per iniziarli ad un'arte o mestiere, tuttavia tornano a gran lode della medesima;

                Ritenuto che il S. Padre per organo della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari degnava di lusinghiere parole la Pia Società e le dava quasi un principio di approvazione, nominandone superiore generale a vita il Sac. Don Giovanni Bosco e riconoscendola quale Congregazione con voti semplici sotto la giurisdizione degli Ordinarii Diocesani, differendo a tempo più opportuno l'approvazione delle Costituzioni in allora presentate:  [96] Considerando che molti Vescovi degnavano già di appoggiare presso la S. Sede la domanda ad essa inoltrata dal Sac. Don Bosco per l'approvazione della Società, in vista del bene che opera e che potrebbe operare maggiore se fosse dalla Sede Apostolica approvata; volendo dare una prova della benevolenza nostra al Sac. Bosco ed alla Società da cui è capo, approviamo anche noi quanto dal nostro antecessore di f. m. venne operato a riguardo della medesima e facciamo vive istanze alla S. Sede affinché, esaminate e corrette le Costituzioni proposte dal Sac. Don Bosco superiore generale e che formano in oggi la base della Società, si degni di approvarle e dare così stabile e definitiva esistenza per parte della Chiesa alla Congregazione suddetta, nel modo e forma che alla S. Sede parrà beneviso, parendoci che ciò non possa riuscire che di vantaggio alla Chiesa e di bene al prossimo.

 

                Dato a Torino, dal nostro Palazzo Arcivescovile, addì 7 marzo 1868.

ALESSANDRO, Arcivescovo.

C. ASTENGO ANDREA, Seg.

 

                Consegnata a Don Bosco questa Commendatizia, nella quale già chiare apparivano alcune riserve, l'Arcivescovo di Torino così scriveva confidenzialmente al Cardinale Prefetto della Congregazione dei Vescovi e regolari, che era allora l'Em.mo Card. Angelo Quaglia:

 

                               Eminenza Reverendissima,

 

                Il Sac. Don Giovanni Bosco Institutore e Rettore della Pia Società di S. Francesco di Sales, mi faceva vive istanze affinchè gli rilasciassi una commendatizia per ottenere dalla S. Sede che la Società predetta venisse approvata come Congregazione religiosa a norma delle Costituzioni da esso lui presentate. Volendo quanto è da me secondarlo in questo suo desiderio, per quella sola parte che io credo la sua istituzione vantaggiosa alla Chiesa, gli rilasciai la commendatizia che unisco per copia. Da essa Vostra Eminenza Rev.ma può rilevare che la mia approvazione si riferisce alla Società, quando non si proponeva altro scopo che raccogliere e catechizzare i ragazzi ed avviarli a qualche arte o mestiere e che, se ne imploro la erezione in Congregazione religiosa, subordino questa domanda ad una savia revisione e correzione delle Costituzioni da farsi dalla S. Sede. E, veramente se io non fossi persuaso che codesta Sacra Congregazione modificherà essenzialmente le Costituzioni presentate, non mi sarei giammai indotto a questo passo, per quanto la mia opposizione avesse potuto recarmi dei gravi dispiaceri, giacchè crederci tradire il mio dovere [97] di Vescovo se io lui facessi patrocinatore di una Congregazione, che ove fosse approvata tal quale si propone, non potrebbe riuscire che a gravissimo danno della Chiesa, della Diocesi e del Clero.

                Nell'interesse pertanto della Congregazione medesima e più ancora nell'interesse della Chiesa, credetti bene fare a parte le osservazioni più ovvie che mi si presentarono nel leggere le Costituzioni proposte, notando pure in margine alcuni articoli di esse che lui sembrano bisognevoli di riforma.

                Temendo poi che la mia ragione avesse potuto ingannarmi, volli sottomettere le Costituzioni in discorso all'esame del Sig. Durando Maria Antonio, Visitatore della Missione, uomo sperimentato e dotto, stimato ed apprezzato da tutti, il quale trovò egli pure che erano meritevoli di riforma.

                Tutte queste osservazioni pertanto sottometto alla savia considerazione di V. Eminenza Rev.ma, affinchè si degni di averle presenti quando codesta Sacra Congregazione sia chiamata ad esaminare le Costituzioni di cui è caso. Ben vorrei che la Pia Società trovasse modo di perpetuarsi ed estendersi, ma vorrei pure che si restringesse allo scopo per cui venne istituita, e che si vedesse di eliminare qualunque inconveniente che dalla sua erezione in Congregazione Religiosa tic può nascere. Anzi vorrei fare ancora una preghiera a codesta Sacra Congregazione e sarebbe che prima di dare qualunque approvazione si degnasse di incaricare qualche persona estranea, pia, dotta, sperimentata, e pratica di educazione della gioventù, di venir sul luogo ed esaminare le cose e riferirne. Questa ispezione fatta all'insaputa di tutti potrebbe forse rivelare molti inconvenienti che sfuggirono alle mie osservazioni e illuminare la S. Congregazione che potrebbe così con maggior cognizione di causa emendare e rifare le Costituzioni, adattandole ai bisogni delle Costituzioni medesime e dei tempi nei quali viviamo

                E nella fiducia che sia l'Eminenza Vostra Rev.ma, come codesta S. Congregazione, terranno conto di quanto ho avuto l'onore di rappresentarle nell'interesse della Chiesa e della Pia Società, colgo ben di buon grado la favorevole occasione per aver l'onore di rassegnarmi con profondo rispetto e pari considerazione,

                Di Vostra Eminenza Rev.ma,

 

Um.mo, Dev.mo, Obbl.mo Servitore

ALESSANDRO, Arcivescovo di Torino.

 

                Torino, 14 marzo 1868.

 

Osservazioni intorno alle Costituzioni proposte dal Sac. Don Giovanni

Bosco per la Congregazione di S. Francesco di Sales.

 

                I. - L'approvazione data dall'Arcivescovo di Torino e da chi aveva l'amministrazione della diocesi (Cost. pag. 3 e 4) non riguardava [98] che i primi due scopi propostisi dalla Pia Società, quello cioè dell'istruzione religiosa nei giorni festivi ai ragazzi dell'Oratorio e l'altro di raccogliere i ragazzi abbandonati per avviarli ad un'arte o mestiere. E così avesse continuato sempre allo stesso modo. Volendo ora la Società trasformarsi in Congregazione ed estendere la sua sfera di azione, è necessario che si abbia di mira così il suo intrinseco modo di essere, come il fine che si vuole proporre, esaminandone attentamente le Costituzioni per vedere se corrispondono a questo fine, senza punto badare alle approvazioni anteriori. A me sembra che ove la Congregazione eliminasse lo scopo, in cui pare àvvi di preferenza, di educare il giovane clero, sostituendosi per dir così ai Vescovi, e si restringesse: 1° Agli oratorii domenicali; 2° a raccogliere i fanciulli abbandonati, ecc. per incamminarli ad un'arte o mestiere; 3° a somministrare a quelli che mostrano maggior attitudine i mezzi di potersi istruire; 4° ad essere i soci a disposizione dei rispettivi Vescovi per catechizzare le popolazioni delle campagne, e venire in aiuto ai curati; 5° ad evulgare buoni libri a mitissimo prezzo; - sarebbe assai meglio.

                II. - La Congregazione secondo l'art. 1° del n. 3° consta di sacerdoti, chierici e laici. Questi laici non si dice che siano oblati, cioè conversi; oppure una classe di socii perfettamente eguale agli altri, aventi i medesimi diritti e che potrebbe per conseguenza pervenire alla direzione della Società, non essendone esclusa dalle Costituzioni. Non è detto se possono continuare nello stato laicale, anche quando sieno definitivamente professi, o vengano eletti a qualche carica. In una parola un laico può divenire Superiore Generale, e può eleggere altri laici al governo della Congregazione.

                III. - I socii devono, secondo le Costituzioni, scientiarum studio se ipsos perficere prima di attendere alla cura degli altri. Ma non si accenna neanco di passaggio quali studii dovranno fare i laici e quali i chierici. Il tutto quindi sarà rimesso all'arbitrio del superiore, cui si riferisce dalle Costituzioni autorità troppo estesa ed arbitraria, e il quale potrebbe, in caso di bisogno, presentare agli ordini sacri chierici che non avessero fatto gli studii necessari per la carriera ecclesiastica e senza la dovuta vocazione ed educazione. Starà poi sempre a lui solo prescrivere gli anni da dedicarsi agli studii ecclesiastici, il come dovranno essere fatti, se nei seminari vescovili o sotto professori speciali, se ciascuno alunno in privato, o tutti riuniti. Non è provvisto nelle Costituzioni, se gli alunni della Società debbano durante gli anni di studio essere liberi dall'attendere all'istruzione altrui, o se siano obbligati a prestare servizio siccome i socii non studenti e non chierici. L'uso attuale è che molti dei chierici fanno da Prefetti o Maestri ai ragazzi ricoverati e non possono applicarsi quindi agli studii ecclesiastici, compiono questi studii in privato, e senza professori speciali. Una parte di essi frequenta le scuole del Seminario,  [99] perchè obbligati dall'Ordinario Torinese, ma àvvi a credere tutto che liberi dalla sua dipendenza faranno come gli altri e come pare sia lo spirito dell'Istituto. Questo sistema non può che tornare di grave danno alla Chiesa ed al clero. Non essendo infatti i socii chierici obbligati che per un triennio possono liberamente abbandonare la Congregazione e si avrà così un clero che non sarà istruito, né educato convenientemente.

                IV. - Nell'art. 4° del n.4. è detto che i chierici e i sacerdoti che possedono patrimonio, o benefizi semplici, li riterranno anche dopo i voti. Mentre si provvede con queste disposizioni al bene materiale della Congregazione e dei socii si dannifica grandemente la diocesi, perchè il clero essendo investito di essi nell'unico fine di avere ministri che possano servire la diocesi, dando il nome alla Congregazione, non restano più al servizio di essa e tuttavia continuano a godere i benefizii, togliendo ai Vescovi i mezzi di provvedersi di altri in loro vece.

                V. - Non pare conveniente che la Congregazione si assuma il còmpito di tenere giovani che aspirano al Ministero ecclesiastico, come sembra si abbia di mira all'art. 5° del n. 3, quando per altro non siano alunni della medesima. I chierici non appartenenti alla Congregazione dovrebbero dipendere esclusivamente dagli 5° Stabilire di questi Seminarii non può che tornare a pregiudizio dell'autorità vescovile, fomentare divisione nel clero, rallentare la disciplina, danneggiare gli studii. Si dovrebbe quindi rimettere i giovani che aspirano al Ministero Ecclesiastico ai rispettivi Vescovi appena assumono l'abito clericale, affinchè siano da essi educati secondo lo spirito delle rispettive diocesi. La Congregazione dovrebbe contentarsi di prepararli al chiericato, a meno che il Vescovo non credesse conveniente di affidarle il Seminario Vescovile.

                VI. - Non è provvisto perchè i chierici della Congregazione abbiano patrimonio ecclesiastico per la Sacra Ordinazione, giacché, secondo l'art. 4° del n. 8, si vorrebbero far ordinare a norma dei privilegi degli Ordini Regolari. È tuttavia necessario che ne siano provveduti potendo uscire a piacimento od essere mandati via. Mentre poi si accorda ai Superiori la facoltà di espellerli, ai socii quella di uscire, non si provvede per gli Ordinarii che devono accettarli, i quali potranno trovarsi così nel duro caso di dover accettare nel loro clero soggetti che non avrebbero forse mai ammesso a farne parte ecc. ecc., e che per giunta saranno senza patrimonio.

                VII. - All'art. 3° del n. 13 è detto che per venire ammesso alla Congregazione si dovrà fare un anno di tirocinio, ma non si dice né dove, né come. Sarà quindi comune il tirocinio degli alunni chierici e dei laici ed eguale la educazione data a tutti e gli alunni chierici saranno mescolati non solo co' socii laici, ma coi ragazzi, coi quali in oggi i socii convivono.

                VIII. - Dall'art.7° dello stesso numero apparisce che faranno [100] parte della Congregazione eziandio quelli che vorranno entrarvi anche solo per causa di studii. Questi non avendo altra intenzione che con i loro studii non potranno certo avere lo spirito che si richiede nei chierici e tuttavia formeranno un corpo solo con essi.

                IX. - Non si può comprendere a che cosa possa riuscire una Congregazione composta di tanti elementi così disparati e che non possono avere unità di fine. Il Collegio di Torino è già un caos fin d'ora, essendo mescolati artigiani, studenti, laici, chierici e sacerdoti. Lo diventerà sempre più estendendo la sua sfera di azione.

                Per le altre osservazioni si vedano le annotazioni fatte in margine ai rispettivi articoli della copia delle Costituzioni che si unisce.

 

                Torino, dall'Arcivescovado, addì 1° marzo 1868.

ALESSANDRO, Arcivescovo.

 

                Le annotazioni erano fatte da Monsignore in margine al libretto delle Regole stampate nel 1864, che noi abbiamo riferite in appendice al N. 7 nel vol. VIII, pag. 1058: ed erano le seguenti:

 

Pag. 3 (N. 2) Eiusdem Societatis origo. - Ved. Osservazioni a parte.

~      4 (N. 2) - Vedi osservazioni a parte.

~      6 (N. 3) art. 1 e 3 - Vedi osservazioni a parte.

~      7 (N. 3) art. 5° - Vedi osservazioni a parte.

~       (In fine) - Non tutti attendono agli studii classici.

~      9 (N. 4) Art. 4° - Vedi osservazioni a parte.

~        (N.4) Art. 5° Non sarebbe conveniente che il Superiore Generale desse conto annuale al Capitolo, onde evitare qualunque frode?

~    10 (N. 4) Art. 9° - Vedi osservazioni a parte.

~    11 (N. 5) Art. 6° - Non è troppo? - Mi pare che una obbligazione di tale natura ecceda i limiti del giusto. La coscienza si apre al Confessore.

~     12 (N.6) Art. 2° - Ancora non esistono celle, ma i socii convivono coi ragazzi.

~     15 (N. 8) Art. 3° - Le ultime parole di questo articolo rendono illusoria la giurisdizione vescovile.

~         (N. 8) Art. 4° - Vedi osservazioni a parte.

~     16 (N. 9) Art. 2° - Contrario all'articolo 10 del N. II°.

~         (N. 9) Art. 4° - Di quasi impossibile esecuzione.

~     17 (N. 9) Art. 7° - Gli articoli aggiungendi potrebbero ledere i diritti dei Vescovi; non dovrebbero quindi aver valore senza l'approvazione della S. Sede. [101]

~      (N. 9) Art. 8° - Non sarebbe meglio che gli succedesse di diritto il Prefetto già cognito degli affari?

~ 18 (N. 10) Art. 1° - Vedi osservazioni a parte.

~ 19 (N. 10) Art. 3° - Ultima parte - Vedi osservazioni a parte.

~ 19 (N. 10) Art. 5° - Verso il fine. Nel caso che dopo la 2° e 3° votazione non si ottenessero le due terze parti dei voti quid agendum? La regola non prevede questo caso.

~ 23 (N. 12) Art. 2° - Non si capisce che cosa spetti all'Ordinario diocesano e che cosa al Rettore.

~ 25 (N. 13) Art. 3° Vedi osservazioni a parte.

~     (N. 13) Art. 4° E dopo il terzo triennio.

~ 26 (N. 13) Art. 5 Sarebbe contrario all'articolo che mette i laici come socii.

~     (N. 13) Art. 7° - Vedi osservazioni a parte.

~ 27 (N. 13) Art. 10°' - Non si dice quali voti, se o perpetui o temporanei. Eppure è di grande importanza dichiararlo.

~  28 (N. 14) Art. 2° - La restrizione pare troppo estesa e può dare occasione a gravi disordini. Non si dice poi se il confessore debba essere socio e se debba essere approvato dall'Ordinario.

~  33 (N. 16) Appendix de externis, Art1°' - Vedere se questi affigliati siano ai nostri tempi di convenienza.

 

                Questo incartamento fu spedito alla Sacra Congregazione dei Vescovi senza che Don Bosco ne avesse notizia.

                Mancanza di conoscenza del vero stato delle cose, sospetti sulle intenzioni di Don Bosco, pregiudizi, timori di pericoli che non esistevano, false interpretazioni di articoli, esigenze che pel momento non si potevano soddisfare, giudizi azzardati, avevano dettate quelle osservazioni. L'Arcivescovo però teniamo a ripeterlo non agiva per mal animo, ma per i ragguagli inesatti e i commenti di certi dottori antiquati e ostili a Don Bosco.

                E vero che la Pia Società non era ancora intieramente formata, è pur vero che qualche sua regola aveva bisogno di essere ritoccata, ma il gran bene che aveva già prodotto manifestava ad evidenza, a chi voleva vederlo, come fosse animata dallo spirito del Signore.

                E Don Bosco, in questi giorni, come aveva sempre fatto, [102] dava una prova di doverosa deferenza al Superiore Ecclesiastico.

 

                               Rev. sig. Don Bosco,

 

                La Suor Clarac, delle Suore della Carità, mi dice che la S. V. M. R. desiderava il mio assenso perchè un suo sacerdote si recasse all'Oratorio aperto dalla medesima a celebrare ed a fare qualche istruzione. Non avendo motivo di dissentire, annuisco pienamente alla fattami domanda.

                Il Signore le conceda ogni benedizione e mi creda di Lei

 

                Torino, 16 marzo 1868,

Dev.mo Servo

ALESSANDRO, Arcivescovo.

 

                Suor Luigia Clarac aveva fondato in Torino l'Istituto di S. Maria.

 

 


CAPO X. Letture Cattoliche: LE MERAVIGLIE DELLA MADRE DI DIO INVOCATA SOTTO IL TITOLO DI MARIA AUSILIATRICE - La prefazione dell'opuscolo - Lettera di Don Francesia al Cavaliere: il fascicolo Severino la furori: i lavori della Chiesa: le grazie di Maria SS.: le medaglie: i preparativi per la gran festa: le conseguenze dell'andata di Don Bosco a Mornese l'anno scorso - Nomina di Cardinali: Mons. Eustachio Gonella - Don Bosco scrive al Cavaliere di presentare al Cardinal Gonella e agli altri nuovi Cardinali gli ossequi di tutta la Pia Società: chiede notizia de' suoi amici di Ronza: ricorda la festa del III Centenario della nascita di S. Luigi - Altra sua a Mons. Ricci col quale si congratula di un nuovo onore al quale fu elevato dal Papa - Don Francesia al Cavaliere: dà notizie dell'Oratorio; Don Bosco, escluso da una ripartizione di beneficenza fatta alle opere Pie, riceve cospicua somma da Milano: numerose offerte de' fedeli in questi giorni: i lavori della Chiesa Procedono bene: Don Bosco è chiamato al letto di molti infermi - Circostanza straordinarie della morte repentina di Rossi Spirito, predetta da Don Bosco. Non è il secondo del sogno - Don Francesia annunzia questa morte al Cavaliere - La Marchesa di Villarios scrive a Don Francesia di questo fatto - Padre Oreglia a Don Francesia: dà consiglio di accettare Vigna Pia non ostante che sia un'opera umile e difficile: teme un ottobre come l'anno [104] passato: aspetta lettera da Don Bosco: andata a Roma del Teol. Margotti.

 

                PEL mese di marzo si era distribuito agli associati delle Letture Cattoliche un fascicolo intitolato: Il volo dell'Angelo, di Umberto Le Bon, versione italiana del Sac. Pietro Bazetti. Trattava dell'efficacia della preghiera, per ottenere dal Signore il trionfo della Chiesa e ogni altra grazia, con belle citazioni di autori religiosi, parabole, leggende e fatti storici.

                Pel mese di aprile il fascicolo in corso di stampa portava il titolo: Pensieri e detti sugli affari del giorno, con appendice sulla vita di famiglia di Giacomo Bonomo: due opuscoletti riuniti. Il primo dimostrava che il buon senso si altera nel popolo, specie nelle questioni religiose, per l'ignoranza e per la malefica influenza dei giornali cattivi: il secondo diceva della felicità che si trova nella famiglia cristiana, e dei modi di conservare la gioia domestica.

                Pel mese di maggio Don Bosco riservava un suo libretto di circa 184 pagine, che ormai aveva finito di scrivere, in onore di Maria SS.: Le meraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, raccolte dal sacerdote Giovanni Bosco. Sul frontispizio aveva aggiunto le parole: Aedificavit sibi domum (Prov. c. IX, V. I). MARIA SI EDIFICO' ELLA STESSA UNA CASA.

                Diceva nella prefazione:

 

                Il titolo di Auxilium Christianorum attribuito all'augusta Madre del Salvatore non è cosa nuova nella Chiesa di Gesù Cristo. Negli stessi libri santi dell'antico testamento Maria è chiamata Regina che sta alla destra del suo Divin Figliuolo vestita in oro e circondata di varietà: Adstitit Regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate: salmo 44. Questo manto indorato e circondato di varietà sono altrettante gemme e diamanti, ovvero titoli con cui si suol appellare Maria. Quando pertanto chiamiamo la Santa Vergine aiuto dei cristiani, non è altro che nominare un titolo speciale, che a Maria conviene come diamante sopra i suoi abiti indorati. In questo senso [105] Maria fu salutata aiuto dei cristiani fino dai primi tempi del Cristianesimo.

                Una ragione per altro tutta speciale per cui la Chiesa vuole negli ultimi tempi segnalare il titolo di Auxilium Christianorum è quella che adduce Mons. Parisis colle parole seguenti: “Quasi sempre quando il genere umano si è trovato in crisi straordinarie, fu fatto degno, per uscirne, di riconoscere e benedire una nuova perfezione in questa ammirabile creatura, Maria SS., che quaggiù è il più magnifico riflesso delle perfezioni del Creatore”. (Nicolas, pag. 121).

                Il bisogno oggi universalmente sentito di invocare Maria non è particolare, ma generale; non sono più tiepidi da infervorare, peccatori da convertire, innocenti da conservare. Queste cose sono sempre utili in ogni luogo, presso qualsiasi persona. Ma è la stessa Chiesa Cattolica che è assalita. È assalita nelle sue funzioni, nelle sacre sue istituzioni,  nel suo Capo, nella sua dottrina, nella sua disciplina; è assalita come Chiesa Cattolica, come centro della verità, come maestra di tutti i fedeli.

                Ed è appunto per meritarsi una speciale protezione del Cielo che si ricorre a Maria, come Madre comune, come speciale Ausiliatrice dei Re, e dei popoli cattolici, come cattolici di tutto il mondo!

                Così il vero Dio era invocato Dio di Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe e tale appellazione era diretta ad invocare la divina misericordia a favore di tutto Israele, e Dio godeva di essere in questa guisa pregato, e portava pronto soccorso al suo popolo nelle afflizioni. Nel corso di questo libretto vedremo come Maria è veramente stata costituita da Dio aiuto dei Cristiani; e come in ogni tempo tale siasi dimostrata nelle pubbliche calamità, specialmente a favore di quei popoli, di quei Sovrani, di quegli eserciti, che pativano o combattevano per la Fede.

                La Chiesa pertanto, dopo aver più secoli onorata Maria col titolo di Auxilium Christianorum, in fine istituì una speciale solennità in cui tutti i cattolici si uniscono con una sola voce a ripetere le belle parole con cui è salutata questa augusta Madre del Salvatore: Terribilis ut castrorum acies ordinata, tu cunctas haereses sola interemisti in universo mundo.

                La Santa Vergine ci aiuti tutti a vivere attaccati alla dottrina ed alla fede di cui è capo il Romano Pontefice vicario di Gesù Cristo, e ci ottenga la grazia di perseverare nel santo divino servizio in terra per poterla poi un giorno raggiungere nel regno della gloria in cielo.

 

                Quindi, coi simboli del Vecchio Testamento, coi fatti del Santo Vangelo, coi gloriosi monumenti storici di tutti i secoli, colla divozione e gratitudine dei popoli beneficati, il Venerabile argomenta dapprima quanto convenga alla Vergine il [106] titolo di Ausiliatrice della Chiesa e dei fedeli. Poi dice del disegno e del principio dei lavori di una nuova chiesa in Torino in onore di Maria Auxilium Christianorum; descrive la posa della pietra fondamentale, e la continuazione e il termine del sacro edifizio, i mezzi portentosi coi quali fu edificato, la sua mole maestosa, l'immagine quivi esposta alla venerazione dei fedeli e tutto l'interno del nuovo tempio. Infine dà la spiegazione delle principali cerimonie che si usano nella consacrazione delle chiese, riferisce i dite inni liturgici per le feste che saranno celebrate, e finalmente narra alcune grazie ottenute per intercessione di Maria Ausiliatrice.

                Quest'opuscolo, in preparazione alla dedica della chiesa doveva riuscire di gradimento agli associati, dai quali gli scritti di Doli Bosco erano accolti sempre con gioia.

                Mentre gli operai s'industriavano a compiere nella chiesa i lavori di maggior premura. Don Francesia scriveva al Cav. Oreglia, e gli faceva osservare per prima cosa la naturalezza delle voci che si spargevano, per la prolungata sua permanenza in Roma.

 

Torino, 5 marzo 1868.

 

                                Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Ella non disse uno sproposito, quando scrisse che qualcuno teme che Ella abbia defezionato da noi. Ad onore del vero io fili sempre di parere contrario. Ma che vuole? Ella pure è un po' causa di queste strane voci. Tutti i suoi amici esterni che frequentano la casa, venendo tra noi domandano subito sue notizie, e dopo tre, quattro, o più volte si meravigliano a sentire sempre che V. S. è a Roma. Ed è allora che tirano la conseguenza di cui ella faceva a noi lagnanza...

                Il fascicolo Severino continua a fare furore, e fa aumentare ogni giorno più gli associati. Non che il medesimo Aristarco, il prof. Vallauri, mi ebbe a dire che il Severino sarà forse la miglior cosa uscita dalla penna di Don Bosco, e che egli l'aveva dovuto leggere in un fiato solo. Tanto lo aveva innamorato quello scrivere di Don Bosco...

                Venendo alla chiesa, il lavoro progredisce di molto e non pare ormai da mettersi in dubbio che per maggio si potrà aprire al pubblico. Quanto ci fece meraviglia sentire come V. S. ha già commissionato trentamila medaglie! Sarà una vera pioggia! Ho poi qui molte e molte altre grazie di persone che ottennero la guarigione ad intercessione [107] di Maria Ausiliatrice. Per disporre il tutto in quel giorno solenne dell'apertura io credo non solo utile, ma necessaria la sua presenza. Ella conosce noi e sa quanto sia grande la nostra abilità in queste faccende. Ci sarebbero tante cose ora a provvedere anche per la stampa. Don Bosco prepara il fascicolo, ma sarebbe anche a pensarsi per le copie di esso in pulito ed in lusso; perchè io credo che bisogna uscire un po' dal povero in tal circostanza. Ci sarebbero le iscrizioni latine ed italiane, ecc., ecc. e mille altre cose che non sfuggirebbero al suo occhio. Del resto, mentre ognuno qui avidamente lo aspetta, sappiamo che ella spende assai bene ed a prò della Casa il suo tempo, e ne lo loda e ringrazia. Ci congratuliamo con lei di tutte le liete avventure e gliene auguriamo molte e molte più, sicchè le benedizioni dei Romani sieno eguali ai desiderii dei Torinesi.

                La salute dei nostri giovani va bene e, tranne alcune piccole indisposizioni recate dalla stagione, lo stato igienico non presenta nessun timore. Dello stato politico anche va bene. Don Bosco non mi volle ancora dire nulla su quanto desiderava anche a nome del P. Giuseppe: forse risponderà egli stesso direttamente.

                Sa che Don Bosco fu a Mornese e quali accoglienze ebbe. Ora però il processo girato per le parole dette, per le cose fatte, va avanti. Ma il paese non poteva essere più indignato e concorde ed il Sindaco e tutta la Giunta servì di coppa e di coltello il Prefetto. Forse si metterà una pietra sopra e buon giorno .....

                Iddio, o caro cavaliere, lo benedica assai, assai ed assai; e nel presentarle i saluti particolari di Don Rua e di Don Savio ed in genere di tutti, accolga i sensi veri di cristiana affezione

 

dell'aff.mo come fratello

Sac. FRANCESIA.

 

                In quei giorni Pio IX aveva stabilito di elevare all'onore della sacra Porpora Mons. Annibale Capalti, segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, nato a Roma nel 1811; Mons. Edoardo Borromeo, maggiordomo di Sua Santità, nato in Milano nel 1822; Mons. Luciano principe Bonaparte, protonotario apostolico, nato in Roma nel 182o; Mons. Innocenzo Ferrieri, Arcivescovo di Sida, Nunzio Apostolico presso Stia Maestà Fedelissima, nato in Fano nel 1810; Mons. Raffaele Monaco La Valletta, Assessore della S. Romana e Universale Inquisizione, oriundo di Chieti e nato in Aquila nel 1827; Mons. Lorenzo Barili, Arcivescovo di Tiana, Nunzio Apostolico presso S. M. Cattolica, nato in Ancona nel 1801;  [108] Mons. Giuseppe Berardi, Arcivescovo di Nicea, Sostituto della Segreteria di Stato e Segretario della Cifra, nato in Ceccano nel 1810; Mons. Eustachio Gonella, Arcivescovo Vescovo di Viterbo e Toscanella, nato in Torino nel 1811.

                I nuovi Cardinali sarebbero stati preconizzati nel Concistoro segreto del 13 marzo; nel pubblico Concistoro del 16 marzo il Pontefice avrebbe dato loro il Cappello Cardinalizio[4].

                Don Bosco, avuta notizia della nomina di detti Eminentissimi, scriveva al Cav. Oreglia.

 

                                Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Il Conte Fresia va a Roma e mi dice se può lasciare qui da quattro a cinquecento franchi per esigerli di poi al suo arrivo in questa città. Ho detto che avrei scritto a lei e che secondo la risposta avrei fatto. Mi sembra persona molto buona e caritatevole. È pure in Roma il Conte Soranzo che desidera vederla, se pure non si sono ancora  [109] incontrati. Non so dove dimori, ma i domestici del Card. Consolini lo sanno.

                Il Cav. Marco con suo fratello cav. Giov. Batt. Gonella colle rispettive famiglie sono a Roma per l'occasione in cui il fratello Arcivescovo di Viterbo sarà proclamato Cardinale. Ella faccia in modo, diretto o indiretto, di avvicinarsi e a nome di tutti i nostri sacerdoti, chierici e stabilimenti, faccia felicitazioni ed augurii. Lo stesso faccia cogli altri neo cardinali, e si presenti come incaricato ad hoc.

                Dica alla Contessa Calderari che godo del miglioramento de' suoi bambini; noi continueremo a pregare e speriamo che quanto prima saranno tutti ristabiliti nella loro primiera sanità a consolazione di lei e de' suoi amici. Lo stesso facciamo per la madre pregando Dio a renderla, al più tardi che a Dio piacerà, un giorno beata nella gloriosa eternità.

                Desidero pure di saper notizie del conte e contessa Bentivoglio, cui desidero di scrivere, se non sarà di disturbo. Mi dia eziandio notizie del sig. Conte Vimercati; da Natale non ho più saputo niente. Padre Vasco, P. Delorenzi, la marchesa Villarios, casa Vitelleschi godono migliore sanità?

                Affettuosi ossequi a tutti e da parte di tutti e mi creda nel Signore

 

                Torino, 9 marzo 1868,

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                PS. - Abbiamo fatto solenne novena; oggi è gran festa pel terzo centenario della nascita di S. Luigi, avvenuta il 9 marzo 1568.

 

                Altra lettera, come sempre squisitamente compita sotto ogni riguardo, egli inviò a Roma, per mezzo del Conte Fresia, indirizzata a Sua Ecc. Rev.ma Mons. Ricci, nominato Cameriere segreto di Sua Santità.

 

                               Rev.mo Monsignore,

 

                Fra le molte persone che godono grandemente del novello onore cui Sua Santità testé ha elevato V. S. Rev.ma, si degni annoverare anche il povero D. Bosco, che conserva di Lei la più cara rimembranza. Dio La faccia progredire fino alle prime dignità della terra, ma in modo che possa poi raggiungere la felicità del cielo.

                Chi porta questa lettera è il sig. Conte Fresia che va a Roma per divozione. È un buon cristiano ed un fermo cattolico. Se può dargli qualche indirizzo per appagare meglio la sua pia curiosità, farà eziandio un piacere grande a me stesso. [110]

                Dio la benedica; preghi per me e per la mia famiglia e lui creda colla più profonda gratitudine,

                Della S. V. Rev.ma,

 

                Torino 26 marzo 1868,

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Prima che il conte Fresia si recasse a Roma, D. Francesia aveva scritto al Cav. Oreglia il 15 marzo:

 

Metà Quaresima 1868.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Giacchè V. S. è ancora a Roma abbia la rassegnazione di leggere questa mia nuova lettera. Della tipografia poche notizie e quasi tutte buone. Della casa non abbiamo a lagnarci; i nostri giovanetti godono ottima salute e specialmente poi i chierici, che tutti sono in piena attività. A Pasqua avremo D. Chiapale e chi sa se ella udrà la prima sua messa: dopo, D. Merlone e D. Dalmazzo, che appunto si troveranno sacerdoti all'apertura della chiesa.

                Giorni sono Don Bosco lamentavasi così sottovoce colla direzione della Società di Gianduia, che l'aveva di nuovo messo in disparte dall'elemosina, come se egli Don Bosco non fosse indirizzato a bene pubblico, o non ne avesse bisogno. Valsero questi lamenti, poichè il Signore in quella appunto che i giornali annunziavano che il Cottolengo, gli Artigianelli avevano ricevuto ciascuno la sua quota in lire 2300, il Signore, dico, mandava a Don Bosco il doppio cogli interessi e l'aggio, con una somma di 6000 lire da pia persona milanese. Mentre però Don Bosco ringrazia e di molto cuore il Signore e la pietosa elemosiniera, non desidera che si dica forte la cosa, per impedire forse non so che cosa. E non finisce qui! Forse in tutto l'anno non vi fu tanto fuoco nel mandare a noi elemosine come in quello che i filantropi mondani agitano il cielo e la terra per mettere su piccola somma. Don Bosco ne è veramente stupito; non che nella sola settimana scorsa in oblazioni straordinarie abbiamo raccolto circa 10.000 lire. Così la chiesa andrà avanti.

                Ieri, giovedì, fu a visitarla un sig. Fino, fratello del mercante da carta, che ha promesso l'opera sua per decorare con affreschi una cappella, che sarebbe dedicata ai Santi Protettori di Torino. Un'altra persona s'incarica di fare un pavimento elegante in una delle sagrestie; mentre da tante e tante parti arrivano persone a prendere misure ora per l'altare, ora per la balaustra ed ora per i gradini dell'altare tare per fare, a quel che sembra, un tappeto. [111] Lunedì prossimo venturo metterassi mano a fare i confessionali, essendo tutte terminate le porte.

                Se le avessi a descrivere il vero entusiasmo che regna a Torino tra i buoni per la nostra chiesa, Ella ne giubilerebbe assai. Ma questo amo meglio che lo venga Ella a vedere e secondare. Cosa poi singolare che si vede oggidì è la venerazione sempre crescente nei nobili per Don Bosco. Non cade uno infermo che non voglia Don Bosco, quasi direi, prima del medico: e la accerto io che non ha poco a fare per poter contentare tutti. Fatto sta che assai raramente abita tra noi.

                Don Margotti si prepara per andare a Roma e passarvi la settimana santa... Teme alquanto da qualche male impressionato per quel famoso Chi ne sa più di noi riguardo alle elezioni politiche, che destò tanto fracasso nel mondo. Ma si sa da tutti che egli così scrisse per obbedire a chi di ragione .....

Sac. FRANCESIA.

 

                Di quei giorni accadeva nell'Oratorio un fatto strepitoso. Don Bosco aveva asserito non essere Petiva il secondo del sogno, ma aveva anche aggiunto che un altro sarebbe passato all'eternità, prima del seguente Esercizio di buona morte. Si era agli ultimi giorni di febbraio e, secondo il consueto, un mese dopo si sarebbe ripetuto l'Esercizio. Ed ecco con sorpresa di tutti, ci narrò Mons. Pasquale Morganti, Arcivescovo di Ravenna, allora alunno dell'Oratorio, fin dai primi di marzo Don Bosco annunziava in pubblico che il futuro esercizio di buona morte si sarebbe anticipato di quindici giorni, e precisamente si sarebbe fatto il giorno 19 marzo, festa di S. Giuseppe: e il motivo di quella disposizione essere che prima di quel giorno doveva morire un giovane della casa, il quale però avrebbe fatta la salita Comunione la stessa mattina della sua morte: e raccomandava che tutti stessero preparati e facessero una buona confessione.

                Il giorno 18 nel pomeriggio, non essendo nessun ammalato in casa, grandi erano le dicerie, specialmente tra gli alunni. Questi sottovoce, per non essere uditi dai superiori, dicevano:

                 - Questa volta Don Bosco l'ha sbagliata. Siamo all'esercizio di buona morte e ci troviamo tutti in buona salute. La profezia fa fiasco!  [112] Alle 6 di sera i confessori erano al loro posto in chiesa, e gli alunni, cosa insolita, uscivano dallo studio e dal laboratorio poco disposti a confessarsi e si sbandavano nei cortili, invece di andare a prepararsi per la confessione. Don Francesia cercava di mandarli in chiesa, ma vedeva sulla faccia di molti un certo sogghigno che non sapeva spiegare. Vari, al suo invito, entravano in chiesa da una porta e uscivano dall'altra; richiamati da un cortile, si sbandavano nell'altro. Mai erano apparsi così restii, come quella sera.

                Conosciutone il motivo, cercò di persuaderli, di ragionarli, ma egli pure era imbrogliato. La profezia di Don Bosco non accennava infatti ad avverarsi e certuni, accolti da poche settimane nell'Oratorio, ne traevano argomento per deridere tutto ciò che avevano udito di mirabile, intorno a Don Bosco. Tra gli artigiani specialmente faceva assai male siffatta diceria.

                Venendo l'ora della cena, quelli della prima mensa vanno in refettorio, e non lo trovano preparato: mancava il vino. Si cerca di Rossi Spirito, cantiniere e refettoriere, e non si trova, né si sa ove sia andato. Dalla cucina se ne die' avviso al Prefetto Don Rua che chiese chi avesse visto per ultimo il Rossi. Cipriano Audisio rispose che alle due pomeridiane era stato in cantina con lui per lavare le botti, e ve l'aveva lasciato.

                Si va alla cantina, e la si trova chiusa: si chiama, si picchia e infine si sforza la porta; si entra, si guarda di qua e di là e finalmente si vedono per terra le scarpe di Rossi. Allora si esaminano le botti vuote. Il poveretto era infondo ad una di queste, ove imprudentemente era disceso, asfissiato, morto e ancor caldo. Viene estratto e portato fuori! La voce corre come un lampo, i giovani si affollano a vedere il doloroso spettacolo, i mormoratori ammutoliscono confusi, tutti son presi da arcano spavento, e corrono a confessarsi, cosicchè D. Bosco dovette ascoltarli fin quasi alla mezzanotte. Anche i più increduli furono convinti dello spirito profetico del Venerabile.

                Citiamo fra i testimoni del fatto il Card. Cagliero. [113] Don Rua scrisse nel necrologio:

                “18 marzo . - Muore Rossi Spirito da Saliceto in età di 26 anni. L'ubbidienza e la pietà erano i suoi caratteri distintivi. Aspirava alla carriera ecclesiastica, ma non avendo memoria ed intelletto sufficiente dovette abbandonar gli studii. Dimorando presso i parenti, diventò monomaniaco. Avuta la venturosa sorte di rientrar nell'Oratorio, senz'altro rimedio che una cieca obbedienza al suo Direttore, guarì perfettamente. Morì di morte repentina, ma non improvvisa, giacchè lo stesso giorno erasi accostato alla comunione ed era sempre ben preparato”.

                Ma neppur questo era il secondo del sogno. Don Bosco, interrogato in proposito qualche tempo dopo la morte del ch. Mazzarello, aveva riposto che il secondo non avrebbe fatto più di tre volte l'esercizio di buona morte, che la sua malattia sarebbe stata di otto o dieci giorni, che i suoi parenti sarebbero venuti a vederlo, ma egli non l'avrebbe assistito negli ultimi momenti: così scrisse Don Bourlot. E la morte di Rossi era stata repentina.

                Don Francesia così informava il Cavaliere sull'avvenimento.

 

19 marzo 1863.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Scrivo di nuovo notizie di morte. Rossi Spirito ieri a quest'ora era ancor vivo ed ora è già morto. Andò ieri in cantina con l'intenzione di lavare una botte vuota, ma si ruppe una doga ed egli cadde dentro e restò asfissiato. Dopo tre ore di vane ricerche finalmente si poté scoprire, ma appena ancora caldo. Noti che ieri era l'ultimo giorno stabilito da Don Bosco per una morte, e siccome si verificò con tanta terribile esattezza così lo sbigottimento fu immenso. Oggi appunto si faceva l'esercizio della buona morte ed uno non doveva più farlo e non lo fece propriamente. Ma sa quanto Rossi Spirito fosse veramente buono, ed alla mattina aveva fatta la sua S. Comunione. Così per l'anima sua non c'è nulla da temere; e cotesta morte fu di salutare avviso per noi. Stamane la Comunione fu proprio generale. Si poté contare che uno o due al più si rifiutò di accostarsi ai Sacramenti; gli altri fecero tutti un buon bucato. Don Bosco ebbe cotesta notizia dolorosa con molta sensibilità e si mostra assai abbattuto ..... [114] Scriverò alla Villarios un fatto assai singolare avvenuto nel principio di questa settimana.

                Mons. Gastaldi promette lavori per la tipografia... Vale, o dulcissime caput.

 

Sac. FRANCESIA.

 

                La Marchesa di Villarios, saputo di questa morte, scriveva a Don Francesia.

 

Roma, 23 marzo 1868.

 

                               M. R. Don Francesia,

 

                Il nostro cavaliere mi ha fatto consapevole del nuovo prodigio operatosi in questi giorni per l'annunzio della morte di quel povero giovane, avvenuta in modo così inaspettato! ... Davvero che essi hanno la sorte di vivere in mezzo ai prodigi e cose straordinarie; le continue grazie ottenute da Maria Ausiliatrice e le offerte colossali che ricevono, sono cose e fatti da far sbalordire! Beati loro! Oh quanto sarei felice se nel bel mese di maggio mi fosse concessa la grazia di fare una gita a Torino per l'apertura della nuova chiesa! Ma ne vedo proprio l'impossibilità! ...

                L'ottimo cavaliere pare davvero che dopo Pasqua si disponga a partire, se non si frappongono altri incagli...

                Quanto fa e quanto ottiene pare incredibile.

 

VILLARIOS.

 

                Altre lettere da Roma recavano all'Oratorio notizie intorno a Vigna Pia e ne chiedevano altre importanti da Torino.

 

Roma, 18 marzo 1868.

 

                               Rev. e Carissimo Don Francesia,

 

                Saprà che Federico è a S. Eusebio per 8 giorni di esercizi in comune con altri assai. M'incaricò di riscuotere la sua posta. Ebbe adunque la lettera da V. S. a lui indirizzata: ieri gliela portai a S. Eusebio. L'aperse e ne uscì quella diretta a me. Leggendola dinnanzi a Federico toccai con lui dell'argomento precipuo e trovai che Federico è molto contrario al progetto della Vigna Pia. Ma le sue ragioni ella le saprà o potrà saperle se, secondo che ella desidera, le dirò quello che penso.

                In primo luogo non mi fa difficoltà il timore di gelosie o invidie. Queste accompagnano sempre ogni cosa buona o cattiva. Ed anche Don Bosco a Torino ne sa qualche cosa. Non perciò lascerebbe le sue opere pie in Torino. Dunque questo non dee fare difficoltà. [115] In Roma poi città salita, le gelosie e le invidie al bene saranno, sempre caeteris paribus, minori che per tutto altrove. La maggioranza numerica e di peso sarà sempre zelante del belle più qui che non altrove. La natura poi dell'opera della Vigna Pia è tale che poco ammette le invidie. Il sito è remoto dalla città, l'aria poco sana. Il tutto molto modesto. Credo che nulla là ci è da eccitare invidie. Penso anzi che coloro che ci si trovano cercano di abbandonare quel luogo e chi ci andrà, se non ha molto zelo e molto buono spirito, non ci durerà. Non credo dunque che la ragione, che il timore di gelosie e d'invidie possa esser fondato.

                Aggiungo che trattandosi di Vigna Pia mi pare difficile che la proposta di cederne la cura a Don Bosco sia venuta senza previa intelligenza con l’io. Ciò deve rassicurare, confortare, e se non altro escludere troppi timori.

                Posto poi che Don Bosco, come ella lui scrive, sia fisso, nel sì, io non esiterei ad unirmi al si. Il fondatore ha i lumi necessarii al buon successo della sua opera inspiratagli dal Signore.

                Posto poi che la cosa non riuscisse, ci sarà sempre tempo e modo di ritirarsene, come se ne ritirano ora quelli che l'hanno.

                Questo sì bisogna persuadersi che non è opera né gloriosa né comoda ma umile, aspra e difficile. Il luogo è in campagna, la campagna è malsana; saranno come nel deserto; non in Borsa; ma come fuori di ogni abitato. Valdocco è una reggia in paragone. Ma secondo me questo non deve essere una difficoltà. Anzi troverei difficoltà se fosse diversamente. Le quercie hanno da piantarsi molto profonde. Questa offerta della Vigna Pia è l'offerta d'un sacrifizio, di una pena, di un mezzo esiglio. Forse esagero, ma è meglio aspettarsi il peggio e trovare il meglio, che non viceversa. Concludo che non c'è, secondo me, da aspettarsi invidie, e che in ogni caso nel dubbio starei col parere di Don Bosco a Priori e senz'altro esame.

                Mi riservo però a scriverle occorrendo ciò che potrò sapere di meglio. Se non scrivo altro, è segno che persevero nel giudizio detto.

                Grazie delle notizie. Mi dica poi il suo parere sull'articolo che vedrà sull'Istruzione nella Civiltà Cattolica.

                Mi raccomandi a S. Giuseppe.

                Sono il suo

Um.mo Servo

GIUSEPPE OREGLIA.

 

R0MA, 23 marzo 1868.

 

                               Rev.mo e Carissimo Don Francesia,

 

                Ringrazio anticipatamente Don Bosco di quanto ella mi dice che mi scriverà di Loggie e gli dico che conto su quella lettera; e siccome [116] Lei è suo, così se egli manca, mancherà anche Lei. Dunque senz'altro scriva. Qui ci aspettiamo per aprire una seconda edizione, con aggiunta, dell'ottobre passato. Siamo certi dell'esito trionfale. Ma quanti resteranno per via? Basta: sarà quello che Dio vorrà. Aspetto lettera da Don Bosco.

                Federico finì i suoi esercizi bene; e pensa a ritornare. Lo credo in piena regola. Aspettiamo Don Margotti e credo che sarà ricevuto benissimo. Certo quella sua volata fu molto alta, ma poi la calata fu molto ben fatta. L'una e l'altra meritoria. Dunque Deo gratias e post factum lauda. E credo che il fatto fu molto utile e Margotti deve essere lieto che quando pare errare, fa del bene.

                Di nuovo le ricordo la sua lettera di Don Bosco. L'aspetto. Ella la promise: ella la faccia mandare .....

 

OREGLIA.

 

                Don Bosco lo accontentò.

                Altro biglietto scriveva Padre Oreglia a Don Francesia il 2 aprile.

                “La ringrazio dell'ultima sua del 30 marzo e della precedente del 25 in cui era la Loggia della quale la ringrazio. Segua pure a scrivere così. Giova molto. - Nota manus”.

 

 


CAPO XI. Pazienza cogli avversari - L'Arcivescovo nell'Oratorio Mons. Galletti e Mons. Gastaldi studiano il modo di approvare la Pia Società - Favori spirituali concessi dal Vescovo di Casale a Don Bosco, ai Superiori del Collegio di Mirabello: concessioni ai chierici per gli studii e per gli esami Lettera di Don Bosco al Cavaliere: gli manderà una domanda formale da presentarsi al Santo Padre per indulgenze: aspetta notizie di una oblazione promessa per un altare: la consacrazione della chiesa si farà in giugno: invita Mons. Vitelleschi a venire in Torino per tale festa: la presenza del Cavaliere è necessaria all'Oratorio: dà notizie degli ordinandi al sacerdozio - Postilla di Don Francesia che annunzia la morte del giovane Croci - Non è ancora il secondo del sogno Don Bosco al Cavaliere: manda parole di conforto e di ringraziamento a varie persone: appena ottenute le indulgenze spedisca il Rescritto: si preparano feste meravigliose per la consecrazione della chiesa - Ringraziamenti ad una contessa di Milano per le offerte - Don Bosco abolisce le vacanze pasquali degli alunni e riduce a un solo mese le vacanze autunnali - Don Francesia al Cavaliere: ha scritto al Conte Vimercati per la visita a lui fatta dal Santo Padre: elegante indirizzo che presenta l'Oratorio al Card. Gonella: infermità di una benefattrice; il Marchese di Villarios la visita all'Oratorio; la Pasqua degli artigiani ed effetti mirabili di una Predica di Don Bosco: il Cattolico provveduto per le pratiche di pietà - Risposta del Conte Vimercati a Don Francesia: ebbe grande consolazione dalla visita del [118] Papa: sente la morte vicina: spera nelle preghiere di Don Bosco - Don Bosco al Cavaliere: lo ringrazia degli augurii pasquali: procuri che le indulgenze siano concesse in perpetuo coi Rescritti firmati dal Santo Padre: celebra messe per due esimie benefattrici: commissioni per Firenze: il caro dei viveri lo mette in desolazione: spese enormi per la chiesa, ma la Madonna continua a far grazie - Una guarigione meravigliosa: una lite vinta - Persuasione nei fedeli che la Madonna nulla neghi alle preghiere di Don Bosco.

 

                A Roma non si ignoravano da Padre Oreglia le opposizioni che qualche Vescovo faceva alla Pia Società e perciò il 2 aprile scriveva anche a D. Francesia: “Pazienza cogli avversari che sono certamente putantes obsequium se praestare Deo, e ci fanno del bene sempre, quando sono mossi (come sempre sono o permessi) dall'alto. Dunque allegria e coraggio; e specialmente oremus ad invicem”.

                Era questa la regola che guidava Don Bosco in mezzo alle tribolazioni, la causa costante della sua tranquillità; e il Dio delle consolazioni era largo di queste con lui.

                Mons. Riccardi, invitato sovente, veniva a compiere funzioni religiose nell'Oratorio. La domenica di Passione 29 marzo amministrava il Sacramento della Confermazione nella piccola chiesa di S. Francesco di Sales. I cresimandi erano quasi tutti giovani esterni che frequentavano i catechismi della quaresima, e il loro contegno e la moltitudine dei loro compagni fecero contento l'Arcivescovo. Dopo la funzione Don Bosco, col berretto in mano, lo accompagnò a prendere un caffè, e quindi fino alla carrozza, senza mai coprirsi benchè l'aria fosse fredda.

                Il 20 marzo Mons. Galletti, Vescovo d'Alba, scriveva a Don Rua raccomandandogli, a nome della povera madre, l'allievo Tomaso Cagliano, pio e studioso giovanetto, perchè lo tenesse gratuitamente, sino al fine de' suoi studi. E concludeva:  [119]

                “Lo prego di presentare al venerando Don Bosco un mio cordialissimo ossequio, baciandogli una volta la mano in nome mio ed assicurandolo che siamo per accordarci con Monsignor di Saluzzo, intorno al modo di dare una piena approvazione uniforme alla benemerita loro Società”.

                Il Vescovo di Casale dava a Don Bosco novella prova della sua benevolenza, concedendo varie facoltà a Don Bosco e ai Superiori del piccolo Seminario di Mirabello, e autorizzando i chierici studenti di teologia e di filosofia a compiere i corsi nell'interno dell'istituto e a subirvi gli esami.

 

                Nos PETRUS MARIA FERRÈ, Dei et Sedis Apostolicae gratia Ecclesiae Casalensis Episcopus et Comes.

 

                Rev.mo D.no Ioanni Bosco Fundatori ac Generali Superiori Societatis S. Francisci Salesii, cuius institutum in oppido huius Dioecesis Casalensis nomine Mirabello erectum veluti Seminarium Dioecesanum Decreto Nostro diei 7 mensis ultimo elapsi declaravimus, favere summopere volentes, praesentibus litteris ad Beneplacitum Nostrum auctoritate Nostra ordinaria:

                1. Facultatem eidem facimus absolvendi ab omnibus peccatis et censuris in hac Dioecesi reservatis, non exceptis iis quae si non exprimantur non censentur sub generali facultate comprehendi.

                2. Concedimus ut ipse vel per se vel per Moderatores Seminarii Loci Mirabello queat Confessarios extra Dioecesanos ab eorum Ordinariis adprobatos vocare, ut personis in dicto Seminario degentibus et ab externo quoque ibi advenientibus Sacramentum Poenitentiae administrent.

                3. Consentimus ut Clerici repetiti Seminarii, Philosophiae atque Theologiae operam dantes, quotannis ibi sub eorum institutoribus experimenta ac pericula subeant, neque teneantur ordini se accomodare Tractationum, qui in maiori Dioecesis Seminario observatur.

                Casali, in Palatio Episcopali, die 4 mensis aprilis 1868.

 

PETRUS MARIA, Episc.

 

Can. BRIATTA Cancell. Episc.

 

 

                Altra consolazione che provava Don Bosco, era l'avvicinarsi del tempo nel quale sarebbe consecrata la chiesa di Maria Ausiliatrice. Scriveva al Cavaliere Oreglia:  [120]

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Ho ricevuto la lettera che ha inviato colla data di ottobre o di dicembre 1867, unitamente alle sue scritte prima e dopo gli esercizi spirituali. E va tutto bene quanto mi scrive. In quanto alle indulgenze riceverà una domanda formale pel Santo Padre. La presidente Galeffi mi ha scritto che è disposta di fare, sembra, oltre all'altare ancora qualche altra cosa. È deciso che darà, oppure ha già dato qualche cosa dei due mila scudi che aveva fatto sperare? Ella brama una mia lettera e prima di scriverle avrei bisogno di essere chiarito di queste cose.

                La Contessa Calderari mi ha scritto e mi ha fatto piacere: le dirà che non mancherò di raccomandare ogni giorno nella santa Messa Lei e tutta la sua famiglia, ma essa abbia molta fede e speri molto nella bontà del Signore.

                Ella poi veda se può fissare un tempo pel suo ritorno. L'Arcivescovo avrebbe fissata la consacrazione della chiesa per la prima quindicina di giugno. La festa durerebbe 9 giorni: un Vescovo farebbe ogni giorno una predica, un altro la funzione religiosa. Si immagini quante cose a farsi! Avrei perciò vero bisogno di lei. Passata questa epoca, se occorre, ella può ritornare a Roma.

                L'anno scorso Mons. Vitelleschi mi diede qualche speranza di venirci a fare una visita in quella occasione. Favorisca di andarlo a pregare da parte di tutti noi a venirci a fare la consacrazione e, se fosse troppo lunga tale funzione, farei soltanto una predica con un pontificale. Lo preghi e lo inviti anche da parte dell'Arcivescovo di Torino.

                Noti per altro che vi è urgenza assoluta del suo ritorno e perciò mi basta, come ha scritto, che per Pasqua sia a Torino o per la strada di venirci.

                Siccome noi dobbiamo pensare a pagare Osdà, così ella mi dica in tutta confidenza quanto lasciò già sfuggire scherzando, se cioè ha denari depositati in qualche sito sopra cui calcolare, oppure se dobbiamo studiar modo di provvedere.

                Saluti tutti quelli che sani od ammalati si raccomandarono alle deboli nostre preghiere; li assicuri tutti che noi li raccomandiamo ogni giorno al Signore.

                Nelle case godiamo buona salute. Abbiamo il ch. Dalmazzo, Albera, Costamagna, Fagnano, Merlone che si preparano per la Messa.

                Dio la benedica, Cavaliere, e benedica le sue fatiche e le sue intenzioni.

                Preghi pel suo in G. C.

 

                Torino, 25 marzo 1868,

Aff.mo amico

Sac. G. Bosco.

 

                PS. - Favorisca di fare un passo al Banco Nicoletti; dimandi al sig. Nicoletti, ottimo amico, sul modo di far pervenire un bel dipinto regalato alla chiesa nuova. [121] La lettera di Don Bosco aveva quest'aggiunta:

                Don Bosco lascia una pagina vuota col permesso di riempirla... Il giovane Croci della Svizzera, così buono ed allegro, è morto l'altra sera a sua casa. Aveva fatto malattia in Torino; riavutosi appena, suo padre lo volle per forza condur via... forse il viaggio... forse però era da Dio chiamato... Le notizie politiche su R. ingrossano e su tal proposito scriverò al P. G. Che fuga!

 

Sac. G. B. FRANCESIA.

 

                Neppure il giovanetto Croci era il secondo del sogno, come affermò Don Bosco, il quale era sempre in faccenda per sbrigare mille commissioni e preparare le feste della consacrazione della nuova Chiesa. Tornava a scrivere al Cavaliere:

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Prendo atto del suo ritorno pel 1° maggio. Dica alla signora Contessa Calderari che mi rincresce molto che Dio le mandi tribolazioni, ora nella sanità, ora nelle sostanze: ma ogni cosa è per la maggior gloria di Dio ed io non mancherò di fare speciali preghiere per lei e per tutta la sua famiglia. Non manchi di andare a riverire da parte mia il droghiere Cinti Carlo, di cui mandò la lettera. Lo riverisca e lo ringrazi tanto.

                Qui unita vedrà la memoria da presentarsi al S. Padre pel giorno di sua udienza.

                In quanto alla vendita della sua cascina faccia secondo la convenienza; non siamo in necessità e perciò tale vendita deve solamente farsi, quando Ella il giudichi opportuno pel prezzo.

                Appena abbia ottenute le indulgenze, prenda copia del rescritto e poi mandi tosto l'originale per posta per farlo stampare nel libretto appositamente preparato. Ella non può farsi un'idea della festa che faremo, a Dio piacendo, in quell'occasione della consacrazione. Vedrà. Dia l'unito biglietto alla Marchesa Villarios e l'altro alla presidente Galeffi.

                Oggi ho veduto il conte della Margherita colla contessa e di poi incontrai mad. Audisio, che tutti mormorano per la dilazione del suo ritorno; io li assicurai tutti pel i' maggio prossimo. I mentovati signori la salutano con tutti quelli della casa. Io non mancherò di pregare per tutte le persone e per gli affari che mi raccomanda.

                D. Savino Buchi mi scrive che ha dato scudi 20 al Conte Vimercati,  [122] altri alcune piccole somme. Furono a lei consegnate o forse dimenticate? Dio lo benedica, sig. Cavaliere, e con lei tutti i nostri benefattori. Preghi per me che le sono

 

                Torino, 3 aprile 1868.

 

Sac.. Bosco GIOVANNI.

 

                Il giorno dopo mandava i suoi ringraziamenti, con promessa di preghiere per un infermo, alla contessa Caccia Dominioni di Milano che aveagli spedite offerte per la chiesa.

 

                               Benemerita signora Contessa,

 

                A suo tempo ho ricevuto il danaro in L. 115 con qualche aggiunta che mi mandò per la chiesa, e credo ne avrà avuto quietanza. Di ogni cosa la ringrazio nel Signore.

                Ho pure ricevuto la lettera che mi annunzia la malattia del Rev. P. Tersi. Ho subito disposto che si facessero, e si fanno tuttora, speciali preghiere nella nostra comunità. Spero che Dio avrà ascoltato la nostra ed altra assai più fervorosa preghiera e che il P. Tersi, se non lo è ancora totalmente, sarà quanto prima guarito.

                La ringrazio in modo particolare della raccolta fatta, e che va aumentando a favore della chiesa. Faccia coraggio; i lavori progrediscono alacremente e quanto prima avrà l'orario del giorno della consacrazione e dell'ottavario solenne per quella bella solennità.

                Dio benedica Lei e tutta la sua famiglia e in questi santi giorni La colmi di sue grazie. Preghi per me che Le sono con gratitudine,

 

                Torino, 4 aprile 1868,

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                In questo mese un'importante innovazione aveva luogo negli istituti della Pia Società.

                Fino a quest'anno nelle feste di Pasqua si concedevano agli alunni circa 8 giorni di vacanza nei quali potevano ritornare alle case loro, e le lunghe vacanze autunnali erano interrotte da un mese di scuola pel quale i giovani erano invitati a ritornare nell'Oratorio o nei proprii collegi.

                Don Bosco, avendo osservati i non leggeri disturbi che provenivano da questo sistema, quindici giorni prima delle [123] feste pasquali mandò avviso che fin da quest'anno eran abolite le vacanze di Pasqua e perciò che la Settimana Santa si sarebbe passata in collegio. Così i giovani in quegli otto giorni restarono tutti a suo carico, anche quelli che pagavano pensione; ma egli non badava a spese, trattandosi del loro bene morale. E gli alunni, benchè avessero desiderato ardentemente quelle vacanze, si rassegnarono con facilità al volere del Superiore; tanto era vivo il sentimento dell'obbedienza. Anzi quelle Feste Pasquali trascorsero con grande allegrezza, perchè senza scapito dei Divini Uffici, vi furono speciali divertimenti, mensa più fornita del solito, ed una lunga passeggiata a suon di banda, che però non si rinnovò negli anni seguenti.

                Visto il buon esito di quella disposizione, circa un mese dopo diramava la seguente circolare per mezzo dei singoli direttori:

                Dietro replicate istanze di molti rispettabili padri di famiglia e dopo molti inviti d'uomini esperimentati nell'educare la gioventù, ho creduto bene prendere la seguente deliberazione. Le vacanze in tutto l'anno saranno ridotte ad un solo mese; dai 15 di settembre ai 15 di ottobre. Questa determinazione fu presa per i seguenti motivi:

                1° I collegi più stimati d'Italia e nei quali fioriscono maggiormente gli studii non concedono che un solo mese di vacanza agli alunni;

                2° L'esperienza di più anni che i giovani, passando tre mesi lontani dalla scuola, perdono una gran parte del profitto fatto nel corso dell'anno scolastico;

                3° Il guadagno di tempo in quelli che già maturi di età avessero or bisogno di percorrere più rapidamente il corso degli studi.

                Spero che la S. V. vedrà di buon grado questa modificazione fatta unicamente in vista del profitto maggiore che ne potranno ricavare i giovani, ai quali portiamo tutta la nostra benevolenza nel Signore, a cui onore e gloria abbiamo dedicato e dedichiamo le nostre povere fatiche.

                Durante i mesi più caldi si procurerà che si prolunghi la ricreazione e si facciano più frequenti le passeggiate per mantenere ai giovanetti quella sanità necessaria del corpo perchè possano attendere con tutto l'impegno possibile ai loro studii. E questo anche per conforto dei parenti.

 

Um.mo Servitore

                Il Direttore. [124] Delle vacanze pasquali abolite e di altre novità, nonchè di un triduo predicato da Don Bosco ai suoi giovani in preparazione all'adempimento del precetto pasquale, Don Francesia ragguagliava il Cavaliere Oreglia.

 

8 aprile 1868.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Ho scritto al sig. Conte Vimercati per la nuova visita avuta dal Santo Padre .....

                Abbiamo stampato e legato alquanto elegantemente un indirizzo per il Card. Gonella. Il lavoro è veramente ben fatto e, dopo essere esposto qui a Torino nella chiesa di S. Filippo, partirà per Roma lunedì p. v. Esso sarà presentato a quanto dicesi dal Teol. Margotti e dal Baron Bianco e da qualchedun altro Torinese di costà, Sappia che la spesa è tutta della Casa nostra. Don Bosco volle far vedere la sua riconoscenza per casa Gonella e non risparmiò spesa nessuna. La sola roba vedrà che passa le lire cinquanta e la fattura di qualche giorno. Della stampa non dico nulla, chè io credo passerà ancora la legatura.

                A Don Bosco ed a me tornò amarissima la notizia della ricaduta della povera Contessa Calderari. Egli parlò di certe promesse non adempiute e a queste attribuì la causa della malattia. E come ora farglielo sapere? La Contessa non manca di buona volontà: ma se se ne fosse dimenticata?

                Fu qui già due volte il Marchese Villarios con una lunga sequela di Dame di casa Riccardi. Visitò la casa, la chiesa, con tutta diligenza e meraviglia. La prima volta trovò Don Bosco, la seconda me solo che però m'impegnai di fargli tutti gli onori dovuti. Lo dica alla Marchesa sorella, che temeva non venisse. Questo la persuaderà che i suoi affanni furono dal Signore rivolti in contento. Stette qui quel giorno un'ora e mezzo, osservando ogni cosa colla massima curiosità. Promise che domenica di Pasqua sarebbe tornato a vedere il nostro teatro. Ad ogni modo è venuto a vedere l'Oratorio; ciò che tanto premeva alla Marchesa; che venga più o non venga poco monta.

                Ho scritto pochi giorni sono alla Presidente Suor Galeffi ringraziandola della carità che opera continuamente verso l'Oratorio.

                Alle vacanze di Pasqua i giovani non andarono a casa; le passarono con noi. Ieri, 7, gli artigiani fecero Pasqua e con frutto. Il frutto però si deve ripetere, dopo la grazia di Dio, alle devote e commoventissime prediche di Don Bosco. Lunedì a sera doveva farla sul giudizio particolare e dopo aver potentemente scosso gli animi con vive pitture di quel fatale istante, egli stesso fu così commosso che dovette interrompere la predica. Quel momento fu solenne. Piangeva Don Bosco e tutti piangevano i giovani, cosicchè quella sera, vigilia della [125] Pasqua, fu veramente serata di lavanda generale. I più grossi pezzi artigiani vollero Don Bosco per confessore, che dopo predica dovette confessare fino alle 11 e alla mattina dalle sei fino alle nove, sempre soli artigiani. Oh cotesto fervore potesse continuare!

                Non possiamo ancora avere le litografie dei quadro, per cui dobbiamo sospendere il libro delle preghiere che finalmente fu battezzato col nome di Cattolico Provveduto.

Sac. FRANCESIA.

 

                Lo stesso aveva mandato congratulazioni al Conte Vimercati per una visita fattagli dal S. Padre nel suo palazzo presso S. Pietro in Vincoli, e il nobile signore gli rispondeva:

 

Roma, 11 aprile 1868.

 

                               Molto Reverendo e mio carissimo in G. C.,

 

                Replico due versi alla preziosa sua che ho gradito tanto. Certo che la visita del Santo Padre fu per me di una somma consolazione. Dio sia benedetto e ringraziato! Pare che presto mi voglia chiamare in Vaticano. Qui da me si fermò più di tre quarti d'ora. Ammise al bacio del piede tutta la famiglia religiosa e la mia gente di casa. Del resto la mia salute non vantaggia punto; anzi continuando a soffrire dei disturbi nervosi resto sempre più abbattuto di forze fisiche ed anche di spirito. Dio sia benedetto! Veggo chiaro che la morte non può che essere vicina. Sia fatta la santissima volontà di Dio! Dunque la di lei carità e quella dell'ossequiatissimo Don Bosco e delli giovinetti tutti, sempre meglio s'infiammi a prò della povera ima mia. Spero assai nelle preghiere di Don Bosco.

                Mi scriva e mi conforti chè ne ho gran bisogno.

                Tutto suo in G. C.

Dev.mo aff.mo Servitore vero

GIO. VIMERCATI.

 

                PS. - Tutta la mia gente di casa le bacia la mano e le si raccomanda.

 

                Anche Don Bosco continuava la sua corrispondenza con Roma. Urgevano gli ultimi preparativi per la gran festa, ed era desiderata la presenza del Cavaliere nell'Oratorio; e il Venerabile tornava a ricordarglielo assai delicatamente, in mezzo a nuove commissioni da fare in Roma ed altre per Firenze. [126]

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                I suoi augurii tornarono a tutti gratissimi e li ricambiamo con tutto l'affettò del cuore. In questi giorni non abbiamo mancato di fare anche una preghiera speciale per lei, affinchè Dio le conservi la sanità ed una ferrea volontà di farsi santo.

                Cominciamo dalle indulgenze. Se è possibile che siano segnate dal Santo Padre si faccia quanto si può, perchè egli le conceda in perpetuo, mentre gli uffizi per ordinario le concedono ad tempus. Quelle indulgenze sono tutte del grado che suole firmare il Santo Padre. Ora si avrebbe un motivo, chè gli uffizi sono chiusi.

                Da più giorni celebro la santa Messa per la Duchessa di Sora e per la signora Contessa Calderari: spero che Dio ascolterà le nostre preghiere e finora Maria Ausiliatrice non ci mandò mai via colle mani vuote. Le saluti ambedue e le esorti ad avere fede.

                Legga le due lettere ivi unite, di poi le sigilli e le faccia pervenire a destinazione.

                Venendo da Roma veda se può stare almeno un paio di giorni a Firenze per passare dall'Arcivescovo, dalla Digny, dalla Marchesa Nerli, dalla Uguccioni, dal P. Bianchi, ecc., che lo attendono. Io vado di qui disponendo le cose: forse le faranno qualche oblazione. Per sua norma la Digny ha già raccolti ed inviati oltre due mila franchi per una cappella a S. Anna. La Marchesa Nerli Michelangnolo, e ne vuole il segreto, mandò fr. sei mila per un altare. Gli Uguccioni hanno più volte inviato somme di fr. 100. Ciò per sua norma. La Marchesa Gerini da molto tempo dà più niente: dice che non può: ha già fatto.

                Ho molti affari che vogliono la sua presenza: spero che Dio la rimanderà in buona salute e potremo lavorare.

                Il caro del pane ci mette nella desolazione. Fra Lanzo, Mirabello, Torino, ogni mese montano a fr. 12.000 di solo pane.

                Abbiamo spese enormi per la chiesa; ma qui la Madonna continua a concedere colla massima abbondanza grazie agli oblatori e così possiamo continuare.

                Mons. Vitelleschi ha fatta qualche risposta? Farà umili saluti alla Marchesa Villarios e a tutta la famiglia Vitelleschi: dica loro che al giorno di Pasqua i nostri giovanetti faranno la loro comunione con preghiere particolari, per ottenere a questi nostri insigni benefattori sanità e perseveranza nel bene.

                Preghi anche per la povera anima mia e mi creda nel Signore

 

                Torino, 10 aprile 1868,

 

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco [127]

                Di quei giorni Don Rua consegnava alla cronaca vari fatti, che mostravano come la Madonna cooperasse al compimento della sua chiesa.

                “Intorno alle feste di Pasqua trovavasi il cav. Bertagna, da Castelnuovo d'Asti, ridotto agli estremi. Già da buon pezzo andava declinando, da parecchie settimane giaceva immobile in letto ed era dichiarato spedito dai medici che ne avevano cura. Inutili vedendo i mezzi umani si volse ai soprannaturali. Mandò elemosina di alcune messe da celebrarsi ad onore di Maria Ausiliatrice e si raccomandò alle preghiere di Don Bosco e de' suoi figli, promettendo qualche offerta se otteneva guarigione. Cominciò tosto a migliorare così sensibilmente che tutti ne rimasero maravigliati. Riconoscente mandò stoffe preziosissime per farne ornamento alla nuova chiesa. Ora continua a star meglio di giorno in giorno; e vedremo se abbiasi a temere dei pronostici dei medici, i quali non potendosi persuadere che ancora potesse guarire, dicono che tale miglioramento è solo una piccola rappezzatura, ma che se non è una settimana sarà l'altra, se non è un mese sarà l'altro, ma che deve in breve soccombere.

                Circa lo stesso tempo vidi comparire nell'Oratorio una grossa scatola contenente parecchi bellissimi fiori per la chiesa; m'informai della provenienza e seppi che erano regalati da una persona la quale da parecchi anni aveva una lite, né mai poteva venire ad un risultato, malgrado le gravi spese a cui doveva soccombere. Raccomandatasi a Maria Ausiliatrice e alle preghiere di Don Bosco, tenne in pochi giorni il desiderato intento e fece la sua offerta, per la favorevole conclusione della lite.

                30 aprile. - Io ricevetti lettera da persona di nobilissima dignità e famiglia con cui mi prega a raccomandare a Don Bosco di fare qualche speciale orazione a fine di ottenere la guarigione di una sua bambina inferma, intorno a cui i medici non sanno che farsi. La persona che scrive è tanto fiduciosa nelle preghiere di Don Bosco, da dire espressamente che essa ritiene per certo e per esperienza che qualunque cosa Don Bosco domandi alla Vergine Maria, la ottiene senz'altro”.

 

 


CAPO XII. Don Bosco vagheggia il disegno di un liceo per gli studenti di Filosofia - Progetto di questo nuovo Istituto, accettato da una benefattrice, pronta a far donazione di una sua casa in Torino - Lettera di Don Bosco alla Contessa Callori: presto le manderà copia del Cattolico Provveduto: si stampa la vita di S. Paola: la ringrazia di una sua offerta: modificazione del progetto del liceo: pensa ad un edifizio presso l'Oratorio: la sua più grande consolazione è la benevolenza del Vescovo di Casale: domenica in Albis gli alunni faranno la Comunione per lei - Il Card. Gonella ringrazia Don Bosco degli indirizzi di congratulazione ricevuti - Don Bosco va a Lanzo: notti agitate - Sogno: giovani che saltano un torrente con varia fortuna e le belve in un prato fra gli alunni - Preparativi in Torino pel matrimonio del Principe Umberto - Don Francesia dà notizia di questo al Cavaliere: i lavori della chiesa progrediscono - Le nozze del principe ereditario: l'esposizione della S. Sindone: feste cittadine - Il segreto di confessione - Una dama di Corte della Regina di Portogallo visita D. Bosco, il quale le dona un'immagine: anche la Regina desidera un simile dono - Un biglietto della dama suddetta a Don Bosco, per raccomandare un signora portoghese inferma - Parlata di Don Bosco alla sera: modo di celebrare il mese di maggio: i giovani si raccontino a vicenda fatti edificanti o le meraviglie della Madona: le comunioni e i fioretti - Sua lettera alla Contessa Callori: le manda il Cattolico Provveduto e due immaginette:  [129] ogni giorno del mese quattro giovanetti faranno la comunione per lei.

 

                IL 10 gennaio Don Bosco aveva scritto alla Contessa Callori. “Il pensiero di un liceo, di cui sentesi gravemente la necessità, per quest'anno dobbiamo sospenderlo”. Tuttavia questo progetto, lungamente vagheggiato gli stava a cuore e perciò non cessava di studiare il modo di attuarlo.

                Due insigni benefattrici lo assicuravano del loro appoggio. La Contessa Callori era pronta a dare sussidio; e la signora Angela Chirio a donare un edifizio. Uno schema di convenzione era già da più mesi stato scritto da Don Bosco e approvato dalla donatrice.

 

 

PROGETTO ISTITUTO CHIRIO.

 

                La signora Angela Chirio, nata Giaume, nel desiderio di fondare un'opera stabile che possa tornare della maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime e che nel tempo stesso tomi di utilità all'anima sua e di suffragio all'anima del compianto suo marito, di sua spontanea volontà e secondo il movimento del suo cuore si è deliberata di fare donazione di una sua casa, posta lungo il viale della Regina del valore di fr. 5.000 di reddito annuo, come segue:

                1° La donazione di questa casa senz'altra condizione, se non coll'obbligo che il novello Istituto si chiami Istituto Chirio, per così ricordare il nome della famiglia del marito suo di sempre cara memoria. Non pone altra condizione per evitare le difficoltà e complicazioni che potrebbero insorgere davanti alle leggi civili e specialmente all'Autorità Ecclesiastica.

                2° Affinchè gli allievi possano avere il sito indispensabile per un cortile in cui fare ricreazione e un po' di ginnastica, la prelodata signora Chirio darà una parte del giardino dietro stante alla casa, ma in quella misura e in quel tempo che sarà beneviso alla signora donatrice.

                3° Il donatario si assume tutte le spese che potranno occorrere per alzare, ampliare e riattare i locali, provvedere le suppellettili; pagherà le tasse di ogni qualità e farà tutte le spese necessarie alla manutenzione, uso e conservazione dell'edifizio.

                4° Saranno pure a totale carico del donatario le spese di vitto, vestito Ad altro che sia necessario pel buon andamento dell'Istituto,  [130] pei banchi di scuola, pel salario delle persone di servizio, tanto nell'impianto presente, quanto in avvenire.

                5° Il donatario provvederà e pagherà il Direttore, l'economo, i maestri, gli assistenti e tutto il personale che occorrono pel buon organamento e progresso di un Istituto scientifico, quale deve essere questo.

                6° Tutte le incombenze da compiersi per la legalità degli insegnanti, relazioni colle autorità scolastiche civili e religiose e spese annesse, saranno a totale carico del donatario acquirente.

                7° Sebbene la pia donatrice non intenda di porre alcuna condizione, tuttavia pel desiderio che l'Istituto conseguisca il suo scopo, qualora sua vita durante il locale cangiasse scopo e non fosse più destinato a beneficio della gioventù, intende che ritorni in piena ed assoluta proprietà della donatrice. Nel qual caso però, non volendo alcuna cosa che riesca a peso altrui, renderà indenne il donatario di tutte le spese che a questo scopo avrebbe fatto.

                8° La medesima signora donatrice non intende di obbligarsi ad alcuna spesa che possa occorrere per la conservazione dei locali e sostentazione del convitto; tuttavia nel fare le sue opere di carità procurerà anche di estenderle al nuovo Istituto che considererà sempre come opera sua propria.

                9° Intende pure che gli allievi in perpetuo recitino mattino e sera un Pater, Ave e Gloria secondo la sua intenzione e facciano un modesto funerale, tanto nel giorno del decesso del suo marito, quanto nel giorno in cui, al più tardi che a Dio piacerà, la stessa donatrice venisse chiamata alla vita eterna per godere il frutto della sua carità.

 

                Dall'esimia signora erano state aggiunte le seguenti condizioni in foglio a parte.

                1° La novella fondazione si chiamerà Istituto Chirio, per così ricordare la sempre cara memoria del marito defunto e sarà posta sotto la speciale protezione di S. Benedetto e di S. Michele Arcangelo.

                2° La signora Chirio Angela intende di acquistare il diritto di nominare a suo piacimento quattro giovanetti a pensione gratuita, o nel novello Istituto, oppure nell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Questi giovanetti devono avere l'età e quel grado d'istruzione prescritta per essere accolti come artigiani o come studenti e potranno dimorare nell'Ospizio fino a compimento del corso ginnasiale, se studenti; o finchè abbiano appreso un mestiere, se artigiani.

                3° Il diritto di nomina sarà della stessa signora Chirio esercitato sua vita naturale durante; dopo di lei la nomina passerà al Sac. Giovanni Bosco e a' suoi credi. La nomina dovrà essere fatta a preferenza fra i parenti di lei; e qualora non ve ne fosse alcuno, sarebbero [131] scelti tra i più bisognosi di Torre Pellice, perciocchè ella intende di fare un benefizio alla sua patria, cui ha sempre portato grande affezione.

                4° Il Sac. Bosco però sarà il vero ed assoluto padrone dell'Istituto e non sarà mai tenuto a dare conti ad alcuno intorno alla sua amministrazione e alla scelta degli accettandi e in altro che a quello scopo sia relativo.

                Erano sorte intanto gravi difficoltà che avrebbero cagionato lunghi indugi a danni al progetto; e Don Bosco il 12 aprile, scrivendo con filiale confidenza alla Contessa Callori, tra l'altro le manifestava in proposito un suo nuovo disegno, formato coll'assenso della signora Chirio.

 

                                Benemerita signora Contessa,

 

                Oggi è Pasqua e rimanendomi un momento di tempo dopo le sacre funzioni lo impiego ad aggiustare un poco i miei conti con V. S. B. Vedo che non posso raggiungere il pareggio, ma almeno supplicherò per un benigno condono, ovvero una sanatoria, che Ella certamente in questi giorni non mi vorrà rifiutare.

                1° Perdono della risposta di cui sono debitore e che ho trascurato anche in cose di rilievo.

                2° Perdono del ritardo del libro, che finalmente è compiuto e si sta legando e ne avrà copia quanto prima. Quando ne veda il volume, dirà che ci voleva proprio tempo e pazienza.

                3° Santa Paola si stampa con alacrità e di mano in mano che la pia letterata ci manda l'originale si fa subito consegnare ai compositori .

                4° Don Cagliero portò da parte sua fr. 1.000 quale tratto della solita sua carità. A questo riguardo è bene che abbia la bontà di dirmi se debba notare questa somma fra quelle che promise, o dirò meglio, fecemi sperare per gli angeli da mettersi sui campanili, di cui uno è già terminato, l'altro in costruzione; oppure sull'altro scopo del Liceo.

                5° A Proposito del liceo mi trovo nel caso di fare una modificazione. Una signora darebbe vicino alla Gran Madre di Dio un locale, ma è pigionato per più anni e bisognerebbe dare una forte indennità ai pigionanti; il che unito alla spesa dell'impianto porterebbe ad un vero sbilancio.

                Io avrei preso un temperamento: fare adattare una parte di edifizio qui vicino e destinarlo a ciò. Si avrebbe diminuzione di spesa, il personale sarebbe in un momento là e qui, ed ogni cosa si compierebbe sotto gli occhi miei. Questo anno ho già fatto una prova ed ho già preso 25 filosofi che studiano e mi danno molta soddisfazione nella [132] moralità. Le cose modificate in questo senso non fanno cangiare lo scopo della sua beneficenza e la volontà di farla?

                6° Ella mi dica quel che vuole, quale madre accorta ad un figlio sbadato; io prenderò tutto in buona parte, anzi intendo che Ella faccia quello che può, quello che vuole, con facoltà di venire a sospendere quando inaspettate ragioni tale cosa persuadessero. In quanto alla mora dei pagamenti ogni cosa si lascierebbe come ha scritto; cioè a maggio, luglio, novembre ed anche con altre variazioni che le tornassero di qualche comodità.

                7° Il Vescovo di Casale è tutto benevolo per le nostre case e ci fa tutto il bene che può; è questa la più grande consolazione che in questi momenti io possa avere.

                8° Per darle una tenue prova della nostra gratitudine, domenica in Albis celebrerò la santa Messa ed i nostri giovanetti faranno la loro Comunione con preghiere particolari seconda la pia di Lei intenzione.

                Dio la benedica, Benemerita signora Contessa, e con Lei benedica tutta la sua famiglia e tra le altre cose le conceda anche la grazia e la pazienza di leggere questa letteraccia, mentre mi raccomando alla carità delle sue preghiere e mi professo con gratitudine profonda

                Di V. S. B.,

 

                Torino, 12 aprile 1868,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Il giorno 13, lunedì dopo Pasqua, Don Bosco andava a Lanzo, ove eragli recapitata una preziosa risposta.

 

                               Rev. sig. Don Bosco,

 

                Le cortesi congratulazioni che la S. V. mi porgeva a suo nome e dei molti sacerdoti e chierici dell'Oratorio di Valdocco, di S. Luigi, di Lanzo e di Mirabello, mi riuscirono graditissime e son lieto di porgerne a Lei e a tutti per suo mezzo i miei più sinceri ringraziamenti. I quali in particolar modo prego V. S. di porgere ai chierici del piccolo Seminario di Mirabello, donde eziandio mi giunse l'ultimo del p. p. mese un affettuosissimo indirizzo. Mi raccomando alle preghiere di tutti per poter meglio corrispondere ai miei nuovi doveri, e spero che in ciò fare la cortese carità loro non vorrà mancarmi.

                Rinnovando pertanto i miei ringraziamenti, coi sensi della stima più distinta e di vero affetto, mi onoro di rassegnarmi

                Di Lei, Rev.mo Signore,

 

                Roma, 13 aprile 1868,

Dev.mo Obbl.mo Servitore

EUSTACHIO Card. GONELLA. [133]

                Don Bosco era a Lanzo per riposarsi. Essendo assai sofferente di sanità, non poté intrattenersi coi giovani. Alla notte non poteva quietare per un succedersi continuo di sogni che da circa dieci giorni lo conturbavano. Andava a riposo alle 11 di sera colla speranza di dormire profondamente per la veglia prolungata, e non essere tormentato; ma a nulla serviva tale precauzione. Uno di questi sogni riguardava il Collegio di Lanzo e lo raccontò a quel Direttore il mattino della sua partenza, giorno 17, incaricandolo di esporlo alla comunità. Il direttore lo accompagnò a Torino, dovendo andare a predicare gli esercizi Spirituali a Mirabello, e di là mandò ai suoi alunni relazione di quanto Don Bosco gli aveva detto:

 

18 aprile 1868.

 

                                Miei cari figliuoli del Collegio di Lanzo,

 

                Nella fretta di partire non potei salutarvi come avrei desiderato, ma ora giunto in Torino vi scrivo ciò che avrei voluto dirvi. Ascoltatemi adunque e state attenti perchè è il Signore che vi parla per bocca di Don Bosco.

                L'ultima notte che Don Bosco fu a Lanzo dormì un sonno molto agitato. Voi sapete che la mia camera è vicina alla sua; ora due volte io mi svegliai di soprassalto senza saperne il motivo: mi sembrava di aver udito un urlo prolungato che faceva spavento. Mi alzai seduto sul letto, tesi l'orecchio e quel rumore veniva precisamente dalla camera di Don Bosco. Al mattino pensai su ciò che avea udito e mi determinai a farne parola a Don Bosco: - È vero, mi rispose, perchè stanotte ho fatto sogni che veramente mi attristarono. Mi sembrava di essere alle sponde di un torrente non largo, ma dalle acque spumanti e torbide. Tutti i giovani del Collegio di Lanzo mi circondavano e tentavano passare sul lido opposto. Molti prendevano la rincorsa, saltavano e riuscivano a pie' pari all'asciutto dall'altra parte. Che bravi ginnastici neh! Ma altri la sbagliavano; chi batteva dei piedi proprio sull'orlo della ripa e ricadendo indietro era strascinato via dall'acqua; chi facea un tonfo in mezzo alla corrente e spariva; chi percuotendo dello stomaco o della testa sui sassi sporgenti in mezzo alle onde, si spaccava la testa, ovvero il sangue gli usciva di bocca. Don Bosco osservava per lungo tempo questa scena dolorosa, gridava, avvisava che prendessero lo slancio con prudenza, ma inutilmente. Il torrente era sparso di corpi che precipitando di cateratta in cateratta andavano a sfracellarsi contro una rupe che si alzava allo svolto del [134] fiume, dove l'acqua era più profonda e là sparivano in un vortice.

                Abyssus abyssum invocat.

                Quanti poveri miei figliuoli, che adesso stanno ascoltando la lettura di questa mia lettera, sono nell'acqua in pericolo di perdersi per sempre! Ma perchè giovanetti così vispi, così allegri, così valorosi in saltare, riuscivano così male in questa prova?

                Perchè mentre saltavano avean dietro qualche sciagurato compagno, il quale faceva loro il gambetto, o li tirava indietro pel cappotto, o con un urtone li cacciava capovolti avanti, così che rotto lo slancio fallivano il salto.

                E questi poveri infelici (che sono pochi però) che fanno le parti del diavolo, che cercano rovinare i loro compagni, ascoltano anche essi in questo momento la lettura della mia lettera. A costoro io dirò colle parole stesse di Don Bosco: Perchè coi vostri discorsi cattivi volete accendere nel cuore dei compagni la fiamma di quelle passioni che poi dovranno consumarli in eterno? Perchè insegnate il male a certuni che forse sono ancora innocenti? Perchè colle vostre burle e con certi vostri patti vi ritirate dai Sacramenti e non volete ascoltare le parole di chi vi può mettere sulla strada del Paradiso? L'unica cosa che guadagnerete sarà la maledizione di Dio. Ricordatevi le minacce fulminate da Gesù Cristo e che io tante volte vi ho ripetute! Miei cari figliuoli! Sentite. Anche voi, causa del male agli altri, siete i miei cari! Anzi avete nel mio cuore un posto distinto, perchè più di tutti ne avete di bisogno. Lasciate il peccato, salvate l'anima vostra. Se io dovessi immaginarmi che un solo di voi andrà perduto, non avrei più un momento di pace in tutto il tempo di mia vita! Perchè la salute vostra è il solo pensiero della mia mente, è il solo affetto del mio cuore, è il solo affanno dei miei giorni! Farvi buoni Cristiani! Aiutarvi a guadagnare il paradiso! Mi ascolterete, non è vero?

                Non fa bisogno che io vi spieghi il sogno: l'avete già capito. La riva sulla quale si trova Don Bosco è la vita presente. La riva opposta l'eternità, il paradiso. L'acqua del torrente che stravolge e strascina i giovani è il peccato che conduce all'inferno.

                Don Bosco adunque a tale spettacolo, vinto dall'angoscia, fece degli sforzi, gridò, si svegliò e pensò tra sé: - Oh se potessi avvisare certuni, che riconobbi, come lo farei volentieri, ma domani mi tocca partire!

                Così dicendo si riaddormentò e gli parve trovarsi in un gran prato ove eravate tutti voi: giuocavate, saltavate; ma, cosa spaventevole a vedersi! Nello stesso prato passeggiavano e correvano bestie feroci di tutte le specie. Leoni cogli occhi di fuoco, tigri che tiravano fuori gli unghioni e raspavano la terra, lupi che quatti quatti si aggiravano fra i diversi crocchi di giovani, orsi che con ghigno ributtante seduti sulle zampe di dietro aprivano le zampe anteriori per abbracciarvi.

                In qual brutta compagnia voi eravate! Ma di più! Qual brutto governo queste belve faceano di voi!  [135] Queste belve si slanciavano sopra di voi furiosamente. Alcuni di voi eravate stesi per terra e vi stavan sopra que' mostri, e colle unghie e coi morsi vi dilaniavano, stracciavano ed uccidevano. Altri fuggivano disperatamente inseguiti da esse e si ritiravano intorno a Don Bosco domandando aiuto! Alla presenza di Don Bosco le belve indietreggiavano. Altri però procuravano di difendersi da queste da soli, ma non vi riuscivano, perchè era troppa la forza di quelli animali; e così restavano sbranati. Ed altri, guardate che insensati! invece di fuggire si fermavano ad aspettare quei mostri e loro sorridevano, facevano moine e sembrava avessero gusto di essere strangolati dagli orsi. Il povero Don Bosco correva qua e là, si sforzava di chiamare intorno a sé gli uni e gli altri, gridava. Ma aveva un bel gridare, perchè mentre molti lo obbedivano, alcuni non lo ascoltavano. Il prato era sparso di cadaveri dei poveri giovanetti uccisi e dei corpi dei feriti. I loro gemiti, i ruggiti, gli urli degli animali feroci, le grida di Don Bosco si mescolavano stranamente. Ed in mezzo a queste violente commozioni Don Bosco si svegliò per la seconda volta.

                Ecco il sogno e voi sapete che razza di sogni sono quei di Don Bosco. Voi potete immaginarvi il mio crepacuore nell'udir questo racconto. Se prima mi pesava immensamente dividermi da voi, dopo udito questo sogno, sarei tornato indietro sull'istante, se il dovere dell'obbedienza non mi avesse trattenuto. Bisognerebbe che vi volessi meno bene ed allora sarei più tranquillo!

                Chi sono questi leoni, tigri, orsi? Sono il demonio colle sue tentazioni. Alcuni le vincono perchè ricorrono alla guida, altri ne sono le povere vittime, acconsentono alle suggestioni; altri amano il peccato, il demonio e si mettono da per se stessi nelle sue unghie! Figliuoli! Vi farete coraggio? Vi ricorderete sempre che avete un'anima da salvare?

                Don Bosco di più mi soggiunge: - Io li ho veduti tutti questi giovani: ho conosciuti certi volponi! Ma il mio segreto lo tengo per me e non lo dirò ad alcuno. La prima volta che potrò ritornare a Lanzo dirò a ciascuno la parte sua. Questa volta il mal di denti mi ha impedito di parlare con tutti; un'altra volta che io venga avviserò chi deve essere avvisato.

                Quindi, o miei cari figliuoli, io so nulla, perchè Don Bosco nulla mi ha detto. Ma se ora so nulla, verrà un giorno nel quale saprò tutto. Sarà il giorno del giudizio. Sarà doloroso per me dopo aver lavorato tanto, dopo aver consumato la mia gioventù per voi, dopo avervi amati con tutto il mio cuore, dover forse essere divisi da qualcuno di voi per tutta l'eternità! Se non incominciate adesso ad amare il Signore, da vecchi non lo amerete: Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea.

                Figliuoli, figliuoletti miei, non disprezzate le mie parole, che sono del caro Don Bosco. I pochi giorni della vostra vita spendeteli nel [136] guadagnarvi il Paradiso. Pregate perchè i miei esercizii vadano bene, perchè le prediche possano far frutto.

Vostro aff.mo in G. G.

Sac. LEMOYNE G. B.

 

                Don Bosco ritornava nell'Oratorio, mentre in Torino Governo e Municipio erano intenti a preparare le feste per le nozze di S. A. R. il Principe Umberto, primogenito di S. M. il Re Vittorio Emanuele II, con S. A. R. la principessa Margherita, figliuola del defunto Duca di Genova, fratello dello stesso Re. Per assistere al matrimonio giunsero il 20 aprile da Berlino il Principe ereditario di Prussia e da Parigi il Principe Napoleone, che era stato preceduto dalla sua consorte, la principessa Clotilde, e dalla regina di Portogallo, Maria Pia, ambedue sorelle dello sposo.

                Don Francesia dava notizie al Cavaliere di questi preparativi e di ciò che accadeva nell'Oratorio.

 

Torino, 18 aprile 1868.

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Don Bosco fu assai male in salute nei giorni scorsi e andò a Lanzo per ristorarsi. Lo stato generale di casa non è cattivo, anzi piuttosto buono; alcuni male d'occhi ci hic finis. Ieri arrivò Sua Maestà Maria Pia dal Portogallo, ricevuta assai freddamente dalla popolazione...

                Il lavoro pel fascicolo di Maria Ausiliatrice è ormai tutto composto, sebbene ancor nulla sia stampato. A quante vicende non va soggetto! revisori ecclesiastici lenti e lentissimi, sebbene il lavoro sia già stato tutto riveduto da Mons. Galletti.

                Nella chiesa i lavori vanno sempre bene. Il pavimento del presbitero è riuscito bellissimo ed è già terminato. I due altari laterali si collocano di questa settimana, come pure entro il mese si potranno mettere a posto alcuni confessionali... Non ho più visto il Marchese Villarios che forse sarà partito .....

Sac. FRANCESIA.

 

                Il 19 aprile cominciarono i festeggiamenti principeschi con una serata di beneficenza tenuta in un teatro. Il 21 si sottoscrisse [137] il contratto nuziale, al quale assistettero i principi stranieri, il Corpo diplomatico e i gran dignitari dello Stato e della Corte. Il 22 fu celebrato prima il matrimonio civile nella gran sala regia; e poi il matrimonio religioso nella Metropolitana, dall'Arcivescovo di Torino, assistito da quello di Milano e dai Vescovi di Udine, Mantova e Savona. L'Arcivescovo aveva ottenuta, non senza difficoltà, che si mostrasse ai popoli la SS. Sindone con l'antica pompa, invitandovi i Vescovi subalpini, e che si desse campo ai fedeli di accorrere a venerarla, lasciandola per tre giorni esposta nella Metropolitana. Anche i giovani dell'Oratorio vi furono condotti.

                Nello stesso tempo attraevano i cittadini corse di cavalli, concerti musicali davanti al palazzo reale, tornei, tombole popolari, splendide luminarie e sfolgoranti fuochi artificiali in piazza d'armi. Le novelle di questi spettacoli si ripetevano nell'Oratorio e diedero occasione a D. Bosco di dar nuova prova della sua esemplare prudenza. Un distinto ecclesiastico, allora alunno dell'Oratorio, così testificò con giuramento:

                “Nell'anno 1868 all'epoca del matrimonio del principe ereditario Umberto di Savoia, io con due altri miei compagni, eludendo la vigilanza dei superiori siamo usciti dall'Oratorio a tarda sera per vedere l'illuminazione della città. Uno de' miei compagni dormiva sopra la sagrestia dell'antica chiesa, e questa aveva una finestra che metteva in un retro cortile. Passando per l'inferriata guasta di questa finestra potemmo calarci di là e prendere il largo. Nel seguente sabato io che mi confessava a Don Bosco, esposi con ingenuità il mio fallo in tutte le sue circostanze. Egli si limitò a una buona sgridatina, facendomi conoscere il male che avevo commesso con quella grave disobbedienza, aggiungendo in fine: - Guarda un po' in che pericolo ti sei messo! ... Se i superiori venissero a saperlo, saresti mandato via.

                Ma egli non si serviva mai per nulla di ciò che in confessione aveva da me saputo a questo riguardo. Il mio compagno continuò a dormire nel medesimo luogo: l'inferriata della [138] finestra rimase sempre quale era, ed io non ebbi altri rimproveri. Il fallo però non si ripeté mai più! Era tale la persuasione che i giovani avevano della sua prudenza e della sua delicatezza per tutto ciò che riguardava la confessione, che con piena confidenza essi confessavano i segreti delle loro mancanze di preferenza a lui, che ad altri”.

                Le feste ufficiali non erano ancor terminate, quando si presentò a Don Bosco Donna Eugenia Telles de Gama, Dama di Corte di S. M. la Regina di Portogallo, desiderosa di far la sua conoscenza con un sacerdote, del quale aveva udito parlar molto nel suo paese. S'intrattenne lungo tempo con lui e ritornata al palazzo reale fece vedere alla sua Regina un'immagine della Madonna, ricevuta in dono dal Servo di Dio e le parlò di lui con entusiasmo come si parla di un santo. Maria Pia guardò quell'immagine con molto rispetto e poi esclamò: - Siete fortunata! Oh se avessi coraggio di superare le leggi di Corte, vorrei io pure andare da D. Bosco e chiedergli una immagine.

                Prima di lasciar Torino quella Dama mandò a Don Bosco un suo biglietto di visita sul quale aveva scritto in lingua francese: “Io non ho tempo di scrivervi con tranquillità, ma la vostra bontà è così grande, che io mi prendo la licenza di indirizzarvi questo biglietto e domandarvi un grande favore. Io sono certa che quella Dama inferma della quale vi ho parlato, sarà felicissima se voi le donaste un'immagine con qualche scritta, come avete fatto per me. Il suo indirizzo é: A madama la Contessa de Murça, via Formosa, 139, Lisbona, Portogallo. - Però se preferite indirizzarla a me al Palazzo Reale a Torino bisognerà allora che io la riceva prima di venerdì, perchè io credo che partiremo il 26 alle quattro e mezzo del mattino. Mille ringraziamenti per tutto”.

                Finite le feste clamorose in città, Don Bosco disponeva gli animi de' suoi allievi alle grandi feste religiose che preparava per Maria Ausiliatrice.

                Il 29 aprile, alla sera, sotto i portici diceva:  [139]

                “Domani a sera incomincia il mese di maggio consecrato a Maria. In questo mese ciascheduno guardi di raccontare ai suoi compagni un esempio; se sarà sulla Madonna è meglio, se non si ha in pronto sulla Madonna, se ne racconti un altro che sia di stimolo al bene; se non se ne ha pronto nessuno, si domandi ad un compagno che ce lo narri lui, e se il compagno dicesse non aver esempi alla memoria, allora gli si domandi: - Qual fioretto fu dato per quest'oggi? L'hai già fatto?

                E ciascuno frequenti la comunione sacramentale, se può; se non può, la faccia almeno spirituale, perchè il Signore la gradisce anche molto. Ma desidererei che chi va al mattino alla S. Comunione, non si faccia vedere dissipato lungo il giorno. Come vedete, non vi domando cose difficili. Ciascheduno faccia tutto quel che può per essere diligente in tutti i suoi doveri di studio e di pietà. E faccia eziandio quei fioretti che ogni sera si proporranno”.

                Nello stesso tempo mandava alla Contessa Callori, una delle prime copie del Cattolico Provveduto.

 

                               Benemerita signora Contessa,

 

                Ecco il libro; compatisca il ritardo. Avvi pure la lettera con una immaginetta pel Bimbo; la spieghi, se non capisce. L'altra immaginetta è per la damigella Gloria, cui farà tanti saluti.

                Faccia coraggio, signora Contessa, per tutto il Mese Mariano farò un memento speciale per Lei nella santa Messa e quattro giovanetti faranno alternativamente quattro Comunioni ogni mattina.

                Fede e speriamo molto.

                Dio benedica Lei, il sig. di Lei marito e tutta la sua famiglia; preghi per me che le sono nel Signore

 

                Torino, 30 aprile 1868,

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

 


CAPO XIII. Don Bosco continua a chiedere commendatizie ai Vescovi Per la Pia Società - Scrive due volte al Vescovo d'Ivrea, ma non ottiene risposta - Riceve le commendatizie dei Vescovi di Parma, Novara, Reggio Emilia, Mondovì e Alessandria; dell'Arcivescovo di Lucca, con una lettera di ringraziamento, per le notizie che Don Bosco gli aveva dato di tre giovani Lucchesi suoi alunni; del Card. Arcivescovo di Fermo e del Vicario Capitolare di Susa; del Vescovo di Guastalla e del Vescovo d'Albenga - Don Bosco la estrarre copia del decreto di Mons. Fransoni, che lo aveva costituito direttore spirituale dei tre Oratorii festivi in Torino.

 

                DON Bosco aveva nel mese di aprile continuato a sollecitare le commendatizie vescovili per l'approvazione della Pia Società. Aveva scritto in proposito anche a Mons. Moreno, Vescovo d'Ivrea, per attestargli la sua stima e il suo rispetto, e per tentare di rappacificarlo coll'Oratorio.

 

                               Eccellenza Reverendissima,

 

                Prego V. E. Rev.ma a dimenticare per un momento alcuni dispiaceri passati, cagionati da motivi materiali, e di osservare se giudica bene per la maggior gloria di Dio di secondare la mia dimanda.

                L'affare di cui si tratta è quello stesso di cui ho un tempo parlato con V. E. e le mando copia delle cose principali affinchè veda l'oggetto per cui le scrivo. La Società di S. Francesco di Sales è già stata collaudata dalla Santa Sede, ed ora mi sarebbe di sommo giovamento una commendatizia dei Vescovi della nostra Provincia Ecclesiastica in cui ciascuno scrivesse quello che giudica meglio di commendare,  [141] affinchè sia ottenuta la definitiva approvazione. Io pertanto fo' rispettosa, ma calda preghiera all'E. V. affinché, come favore speciale, voglia unire anche la sua commendatizia da mandarsi alla Congregazione dei Vescovi e Regolari.

                Se mai per qualunque suo prudenziale motivo, che sempre rispetterò, non giudicasse di accondiscendere a questa mia dimanda, la pregherei solamente ad usarmi la cortesia di farmi scrivere a sua comodità una parola per mia norma.

                Come ho sempre fatto in passato non mancherò di fare per l'avvenire, di pregare cioè il Signore Iddio che la conservi ad multos annos in sanità e in vita felice, mentre colla più profonda gratitudine ho l’onore di professarmi,

                Di V. E. Rev.ma,

 

                Torino, 15 aprile 1868,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Dopo più di un mese non vedendo alcuna risposta il Venerabile rinnovò al Vescovo d'Ivrea le sue istanze.

 

                               Eccellenza Reverendissima,

 

                Qualche tempo fa indirizzava a V. E. Rev.ma un piego in cui fra le altre cose contenevasi una dimanda in favore di una società religiosa sotto il titolo di S. Francesco di Sales. Ora dovendo dare principio alla pratica delle cose che ne formano l'oggetto, le farei rispettosa preghiera di farmi scrivere una sola parola su tale riguardo, unicamente per mia norma; cioè se debba ancora attendere, oppure se per alcuni suoi ragionevoli motivi intenda non farlo.

                Comunque Ella sia per fare, la prego di voler gradire che le auguri ogni celeste benedizione e credermi colla più grande venerazione, della E. V. Rev.ma,

 

                Torino, 28 maggio 1868,

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Anche questa lettera rimase senza risposta. Quel silenzio doveva essere penoso per Don Bosco; ma gli altri Vescovi continuavano a confortarlo e incoraggiarlo, mandandogli magnifiche commendatizie, che riportiamo in ordine di data.

                Il Vescovo di Parma:  [142]

 

                Fr. FELIX CANTIMORRI, ORDINIS CAPUCCINORUM, SS. D. N. PII PP. IX PRAELATUS DOMESTICUS AC PONTIFICIO SOLIO ASSISTENS, DEI ET APOSTOLICAE SEDIS GRATIA EPISCOPUS PARMAE ET COMES, EIDEMQUE SANCTAE SEDI IMMEDIATE SUBIECTUS, S. A. I. ORD. CONSTANTINIANI S. GEORGII MAGNUS PRIOR.

 

                Sacrosancta Ecelesia, Quam Dominus Noster Iesus Christus sibi acquisivit sanguine suo, est illud mysticum corpus, in quod, omnibus gratiarum ac virtutum thesauris, perenniter influit Divinus ipse Redemptor, constitutus a Patre eiusdem Caput, ut de plenitudine eius omnes accipiant, estque ager uberrimus ad quodlibet pretiosum semen recipiendum maxime aptus, ubi germinant flores et fructus ingenita suavitate Deo et hominibus gratissimi.

                In hoc vastissimo campo, Spiritus Paraclitus, cuius custodiae ac gubernationi illum tradidit Jesus, novos fructus, novosque flores serit, atque educat, iuxta temporum, ut ita dicam, varietates: hoc est iuxta varias humanae Societatis conditiones, quae in diuturno saeculorum ausu, in bonas vel malas vicissim immutantur. Dominus iste Spiritus, variis Ecclesiae saeculis viros suscitavit zelo ac virtutibus praecellentes, qui ad se innumeros pertraxerunt asseclas, et strenua ex iis composita phalange, ita eos consociato foedere sibi devinxerunt, ut semper Ecclesiae in variis necessitatibus laboranti succurrerent, nunc profligando perduelles hereticos, nunc redimendo captivos; modo paternis curis et officiis orphanos sublevando, modo vero iuvenes erudiendo, vel nobiliores conditionis in collegiis, vel tennis fortunae pueros in popularibus scholis instruendo.

                Hoc saeculo sub variis civilis regiminis moderatoribus longe lateque furens impietas, ausa est contra Regulares ordines arcum tendere, ac telo emisso, ipsis infigere aculeum, eorumque iuribus civilibus bene valere iussis, omnibus bonis suis expoliavit ac adminicula eripuit, quibus pia eorum congregatio et venerabilis coetus servaretur. Contra hosce satanicos impetus passim ubique erumpentes, Spiritus Sanctus novos ordines excitavit, qui sanctae vitae regulis optime constitutis, exigunt, ut quilibet suorum membrorum semetipsum propria expoliet bonorum administratione, et ita a se abiiciat temporalium, bonorum sollicitudinem, ut eam totaliter transferat in Superioris personam; simulque ex alio capite cuilibet gregali suo ius proprietatis relinquant in faciem civilis auctoritatis et hoc modo vindicant Instituto bonorum temporalium possessionem, quae ad religiosam Societatem, cui feliciter nomen dederunt, valeat sustentandam.

                Porro inter eiusmodi Instituta praecipue recensetur illud quod noviter fundavit Augustae Taurinorum, sub titulo Societatis S. Francisci Salesii, spectabilis Sacerdos Joannes Bosco. Hoc in Cap. 4. suarum Constitutionum, membra sua propriorum bonorum administratione [143] exuit, eaque privat peculiari usu, sive pecuniae, sive aliarum mobilium rerum, sed ipsis ius proprietatis integrum relinquit, quod provide inservit ad ea bona conservanda in utilitatem et commodum possidentis, et ad ea sarta tectaque tuenda adversus leges civiles.

                Hisce attentis inauditae ac novae virtutis praeclaris exemplis, quum praeterea compertum sit nobis, Sanctam Apostolicam Sedem, ad quam unice spectat religiosorum ordinum approbatio, praefatam Institutionem amplissimis verbis commendasse, Decreto diei 23 Iulii anno 1864, votis plurium. Sacrorum Antistitum vota nostra coniungendo, audemus enixas et humillimas preces porrigere Sanctissimo Domino Nostro Pio IX, ut pro sua benignitate, firmitatem ac stabilitatem huic Societati a S. Francisco Salesio dictae tribuere dignetur, eam solemniter approbando: qua approbatione suffulta, in tam luctuosa antiquorum Ordinum dispersione, possit ipsis succedere ad bonum spirituale in fideli populo promovendum, Parochos adiuvando in salutari eorum ministerio, iuventutem, maxime inopem, ad cultum ingenii et ad studium pietatis recte informando, eamque sibi relictam et in via pereuntem, ad se convocando, eiusque duris necessitatibus etiam temporalibus subsidiis providendo. Quod quidem nobis constat de nonnullis adolescentulis pauperibus huius Nostrae Dioecesis qui in dicto Instituto per summam charitatem providentissime excepti sunt, simulque ad honestam vitae professionem et ad Christianam virtutem alti ac enutriti.

 

                Datum Parmae, die 9 aprilis 1868.

Fr. FELIX Episc.

 

                Il Vescovo di Novara:

 

                JACOBUS PHILIPPUS GENTILE, PATRITIUS GENUENSIS, DEI ET APOSTOLICAE SEDIS GRATIA, EPISCOPUS NOVARIENSIS, SS. D. N. PII IX P. M. PRAELATUS DOMESTICUS ET SOLIO PONTIFICIO ASSISTENS, REGIS NOSTRI AUGUSTISSIMI AB ELEEMOSYNIS, PRINCEPS S. IULII, HORTAE ET VESPOLATI, EQUES MAIORIBUS INSIGNIBUS SS. MAURITII ET LAZARI DECORATUS.

 

                               Beatissime Pater,

 

                In tanta rerum calarnitate, quae ubique locorum disperdit lapides Sanctuarii, Sacra Ephebea clauduntur, omnibus demum datur pessum, quae ad virtutem et ad Religionem faciunt, nihil potius, nihil optatins esse debet, quam, ut illud contingat, quod nonnunquam summa Dei misericordia factitatum vidimus, nempe ut aliquis exurgat, qui veluti naufragii colligat lapides disiectos.

                Iam vero quae mens et quis animus sit Theologi Bosco Taurinensis Tibi, B. P., ad aures sane est perlatum, quinimo probe novisti [144] cum tam humaniter cum es allocutus. Ex hac Dioecesi saepe multi iuvenes sese ad eum contulerunt, et Ipse illis extitit ceu Pater, eosque auxit doctrina et virtute, ceterisque artibus quae dignum efficiunt Sacerdotem, aut Civem, qui quavis rerum et temporum acerbitate a Christiana professione non abhorreat. Quae res iamdudum mihi iniecit desiderium, ut hic, si fieri possit, nova erigatur domus, et hac de re iam cum Theologo egi, ut ex fonte Taurinensi rivulus deducatur, qui propius hic fluat, et plures in hac Dioecesi hauriant haustus. Quod si mihi olim contingerit, praeclare actum putabo. Nunc tamen, quod unum queo, tanto viro adhaereo, eoque flagitante, a Te, Pater Sancte, qui vere es Pastor bonus, enixis precibus deprecor, licet omnibus Viris Ordinis mei Minimus, ut ejus sententia Tui sit compos voti. Deus, cuius manus non deficit, et ignem Charitatis in terras detulit, mentem acuit Theologi Bosco, et eum, in re veluti conclamata, inflammavit, ut juvenum pracat cohorti, qui ad bonos mores et ad Sanctuarium aluntur id temporis quum Viae Sion lugent. Quare humillimas preces Sanctitati Tuae iterum admoveo, ut precanti morem geras. Tuo enim numine Tuaque auctoritate suffultus illud, perficiet, uti reor, quod olim Ecclesiae Sanctae, cuius Tu, Beatissime Pater, clavim geris, utilitati erit et decori pergrandi.

                Ante te provolutus humiliter Sanctissimos deosculor Pedes,

 

                Dabam, die solemni Paschatis, anno 1868,

 

IAC. PHILIPPUS GENTILE

Ep. Novariensis.

 

                Il Vescovo di Reggio Emilia :

 

                CAROLUS MACCHI, DEI ET APOSTOLICAE SEDIS GRATIA, EPISCOPUS REGII ET PRINCEPS, SS. D. N. PAPAE PII IX PRAELATUS DOMESTICUS ET PONTIFICIO SOLIO ASSISTENS.

 

                In nomine Domini Jesu Christi Salvatoris Nostri ad peculiarem Eius gregis partem pascendum quamvis indigne electi, recte intellexiimus, Nostri esse muneris omnia ad omnes fieri, ut omne Christi lucri faceremus. Sed praecipue in tanta temporum iniquitate et pravorum hominum pessima insolentia, Nobis cordi fuit quomodo juventuti providere possemus. Ista enim quum in quadam scandalorum atinosphera se habeat, in maximo aeternae salutis periculo versatur, Nobisque mentem intendentibus ad ea comparanda, quae juventuti prodesse poterint, perjucundum, fuit cognoscere quanta sapientia a Joanne Bosco Taurinensis Dioeceseos Sacerdote inita fuerit quaedam Clericorum et laicorum Societas, cuius officium juvenibus praesertim omnimode auxilium praebere. Per eam vocationes aluntur ad Sacerdotale ministerium, et hoc maxime opportunum nunc temporis,  [145] dum scientiarum ac litterarum disciplinae a plerisque ita traduntur ut iuvenes a tali sublimi vocatione arceantur. Per eam iuvenes bonis imbuti moribus et zelo Catholicae Fidei repleti instituuntur, in iuvamen Societatis nostrae quae maximo infirmitatis et vilitatis morbo laborat; per eam typis editae et evulgatae optimae quaeque et perutiles lucubrationes quae Catholicae Fidei et Christianae virtutis amorem in omnium animos ingerunt. Talem autem Societatem nemo inficiabitur omnem ostendere spem optimi fructus, quum sapienter et diligenter redactae fuerint leges quibus regatur. Tantam porro in illis opportunitatem cognovit omnium fidelium in terris Pastor S. Pontifex Papa Pius IX ut amplissimis verbis Societatem de qua loquimur, laudaverit et commendaverit, sicut constat ex Decreto Sacrae Congregationis Episcoporum et Regularium die 23 Iulii 1864.

                Quum vero optandum sit ut in ipsa Societate unitas servetur Spiritus et disciplinae et maius per ipsam evadat in dies bonum animarum, idcirco precibus praestantissimorum in Episcopatu Confratrum, etiam nostras addere duximus, ut Sanctitas Sua dignetur Constitutionibus Societatis huius adprobationem et sanctionem praebere.

                Utinam possimus et nos deinde talis Societatis a Sancta Sede adprobatae in Nostra Dioecesi uberrimos experiri fructus! et per eam iuvenes praesertim quae Nostram incolunt Regiensem Civitatem, ad illud pietatis et virtutis gradum ducerentur per quod ad coelestia erigerentur.

                Talia a Domino Nostro Iesu Christo, qui parvulis, quos ad se venire cupiebat, benedictionem suam impertitus est, petimus, quam etiam benedictionem ex toto animo super Societatem istam et eius Superiorem Sacerdotem Ioannem Bosco ab Ipso enixis precibus semper orabimus.

 

                Datum Regii in Aemilia, ex Episcopali Nostro Palatio, hac die 14 mensis aprilis 1868, Indict. Rom. XI.

 

CAROLUS, Episcopus.

 

D. CAROLUS LOCATELLI a secretis.

 

                Il Vescovo di Mondovì:

 

                Fr. GIOVANNI TOMMASO GHILARDI, DELL'ORDINE DEI PREDICATORI, PER GRAZIA DI DIO E DELLA SANTA SEDE APOSTOLICA VESCOVO DI MONDOVÌ E CONTE, ABATE COMMENDATARIO PERPETUO DI S. DALMAZZO, PRELATO DOMESTICO DI S. S. ED ASSISTENTE AL SOGLIO PONTIFICIO.

 

                Consapevoli del bene grandissimo che alla Chiesa non meno che alla Società deriva dagli stabilimenti fondati in Torino, sotto il nome di Oratorii, dal venerando Sac. Don Giovanni Bosco, fin dal mese di febbraio del 1864 Ci siam recati a gradita premura di  [146] raccomandare caldamente alla S. Sede, perchè venisse approvata, con quelle varietà che si fossero ravvisate convenienti, la Congregazione di Sacerdoti preposta con apposito regolamento alla direzione degli stabilimenti medesimi. Ed è colla più viva soddisfazione dell'animo nostro che abbiamo saputo avere il S. Padre assecondato in parte i nostri voti e quelli esternatigli allo stesso uopo da altri Vescovi, lodando e commendando, con decreto della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari del 23 luglio del suddetto anno, la prefata Congregazione, e confermandone a vita il Rettore Maggiore nella persona del benemerito Fondatore, e rimandando solamente a tempo più opportuno l'approvarne le Costituzioni.

                Sentendo ora che si sarebbero rassegnate alla S. Sede nuove istanze a questo intendimento, rinnoviamo tanto più volentieri pel loro buon esito le nostre raccomandazioni, inquantochè ci consta che d'allora in poi l'opera del Sac. Don Bosco andò sempre crescendo e recando i più bei frutti che si possano desiderare, così che siamo persuasi che l'implorata approvazione, ove piacesse al S. Padre di accordarla, consoliderebbe vie meglio e perpetuerebbe la Congregazione di cui si tratta, a vantaggio spirituale e temporale del prossimo, a sempre maggior lustro della Religione ed onore del Clero.

 

                Mondovì, 15 aprile 1868.

 

F. Gio. Vescovo.

C. Gius. MARTINI, Seg. V.

 

                Il Vescovo di Alessandria:

 

                IACOBUS ANTONIUS COLLI DEI ET SANCTAE APOSTOLICAE SEDIS GRATIA EPISCOPUS ALEXANDRINUS ET COMES, AUGUSTISSIMI REGIS N. AB ELEEMOSYNIS, ABBAS SS. PETRI ET DALMATII.

 

                Quum nobis, tum e propria scientia, tum ex assumptis informationibus, perspecta penitus sit Societas seu Congregatio sub titulo S. Francisci Salesii, iam inde ab anno 1841 a Sacerdote Joanne Bosco Taurini fundata, haec quae sequuntur de eadem quam libentissime testamur.

                Memorata Congregatio centum circiter Sociis constat, qui operam suam laudabiliter conferunt in tribus recreationis areis, sen Oratoriis Festivis, ubi complura millia pauperum adolescentulorum collecta, sacris Cathechesibus, Missae celebratione, Verbi Dei predicatione, aliisque pietatis exercitiis invicta patientia et magno cum fructu excoluntur, quemadmodum nos ipsi testes oculares fuimus.

                Tres sunt domus hospitales, una Taurini, altera apud Lanceum, et tertia in pago Mirabello in agro Monferratensi, in quibus mille et [147] amplius adolescentes enumerantur, qui nulla aut modica pensione aluntur. Huiuscemodi iuvenes scientia, religione instituuntur, et artibus exercentur, ut valeant progressu temporis victum sibi honeste comparare. Nonnulli ex ipsis rite studiis, ut ita dicunt, classicis incumbunt, et sacrae militiae tirocinium percurrunt.

                Praeter curam et educationem iuventutis, huius Congregationis Socii strenuam et perutilem operam praebuerunt et praebent in Ecclesia Dei, in Sacro Ministerio, in Paroeciis, Carceribus, Xenodochiis per Missae celebrationem et Verbi Dei praedicationem, tum in triduanis, tum in novendialibus supplicationibus, tum in spiritualibus praesertim exercitationibus ad populum frequenter et magno animarum fructu habitis: ipsi quoque de Christiana Republica optime sunt meriti ob operam datam in evulgandis libris, qui ad fidem eatholicam tuendam et bonos mores tutandos quam maxime iuvant.

                Hinc quum dieta Congregatio huic quoque Nostrae Alexandrinae Dioecesi fuerit saepe maximo adiumento, praesertim ob non paucos adolescentes pauperes in eiusdem Congregationis hospitio receptos; perlectis ipsius Societatis Constitutionibus, et considerato tenore Decreti S. Congregationis Episcoporum et Regularium diei 23 Iulii 1864; quo Summus Pontifex Pius Divina Providentia Papa IX amplissimis verbis memoratam, Societatem laudavit atque commendavit uti Congregationem votorum simplicium sub regimine Moderatoris Generalis; - attento quod ex laudato Decreto Congregatio ipsa appareat iam partim constituta in persona Superioris qui permanere debet in suo munere, quoad vixerit, quamvis statutum sit ut ejusdem Societatis Superior Generalis duodecim tantum annis officium suum exerceat;

                Cum nobis sit persuasum id nos praestare quod ad maiorem Dei gloriam conferat, remque summo Pontifici pergratam faciat, immo venerandam eiusdem voluntatem in praed. Decreto expressam nos fideliter interpretari, supplices preces Sanctitati Suae humiliter porrigimus, ut Auctoritate Apostolica istius Societatis Constitutiones perpetuo adprobare dignetur; quo profecto continget, ut eius existentia sit firma ac stabilis coram Ecelesia, et unitate Spiritus ac disciplina servata, animarum bonum magis magisque promoveatur, quae omnia eadem Pia Societas potissimum spectat.

 

                Dat. Alexandriae, ex Episcopali Palatio, die 17 april. 1868,

 

ANTONIUS COLLI, EPISCOPUS.

 

                L'Arcivescovo di Lucca:

 

                               M. I. e Rev. Signore,

 

                Ho l'onore e il piacere d'inviarle la Commendatizia che V. S. M. R. si compiaceva richiedermi per ottenere dalla Santa Sede la definitiva [148] approvazione di codesta sua Società di S. Francesco di Sales tanto benemerita della educazione della gioventù. La ringrazio delle notizie che mi dà de' tre giovinetti di questa mia Diocesi, e raccomandandoli nuovamente alla sua carità, mi professo con sensi di riconoscenza e particolare stima e considerazione, Della S. V. M. I. e M. R.

 

                Lucca, 24 aprile 1868,

 

Aff.mo nel Signore

Fr. GIULIO Arcivescovo di Lucca.

 

                La Commendatizia era del seguente tenore:

 

                F. IULIUS ARRIGONIUS, ORDINIS MINORUM STRICTIORIS OBSERVANTIAE DIVI FRANCISCI, DEI ET APOSTOLICAE SEDIS GRATIA ARCHIEPISCOPUS LUCANUS ET COMES, SS. D. N. PAPAE PRAELATUS DOMESTICUS ET PONTIFICIO SOLIO ASSISTENS, EQUES TORQUATUS ORDINIS IOSEPHIANI

 

                Pauperiorum adolescentulorum miserans conditionem Sacerdos Joannes Bosco e Dioecesi Taurinensi, iam ab anno 1841 aliorum Presbyterorum etiam auxilio fretus, illos in unum colligere, Catholicae Fidei rudimenta edocere et temporalibus subsidiis levare instituit. Hinc ortum habuit pia Societas quae a S. Francisco Salesio nomen habet, cuiusque Socii, praeter propriam sanetificationem, praecipuum hunc habent finem, ut cum temporalibus, tum spiritualibus praesertim miserabilium commodis inserviant. Jam inde a piae Congregationis principio, quae ad huiusmodi consilii rationem pertinere arbitrati sunt, tum pius Fundator tum Socii adeo studiose diligenterque curarunt, ut maximum ex eorum laboribus Christianae Reipublicae fructum accepisse exploraturn omnibus sit, ipsaque Congregatio nedum a pluribus Sacrorum Antistibus, verum etiam a SS. Domino Nostro Pio P. IX per Decretum S. Congregationis Episcoporum et Regularium editum die 23 Julii 1864 amplissimis verbis laudationem et commendationem meruerit. Cum autem praenominato Ven. Sacerdoti J. Bosco multum sibi suisque Sociis deesse visum sit, nisi eidem Societati, cuius Fundator simulque Superior Generalis existit, Apostolica accedat confirmatio, idcirco ad eam impetrandam et plurium Sacrorum Antistitum commendationes expostulavit.

                Et Nos igitur, qui eiusdem Societatis apostolicum spiritum, pietatem, charitatem et zelum in Dei gloriam, iuvenum institutionem animarumque salutem oculis Nostris aliquando inspeximus, illius pii Fundatoris preces quam libenti animo excipientes, testamur eam sancto consilio sibi proposito optime respondere, huius etiam Nostrae Dioeceseos adolescentulos aliquot pie alere atque instituere; magnoque tum Ecclesiae tum Christianae Reipublicae auxilio futuram, si eam [149] qua modo floret, spiritus disciplinaeque unitatem servet, viribusque in dies augeatur. Ad haec autem praestanda cum prae caeteris conferre arbitremur Apostolicae sedis confirmationem, hinc SS. Dominum Nostrum humiliter praecamur ut eiusdem Congregationis Constitutiones, si ita Ei videbitur, Apostolica sua Auctoritate adprobare et confirmare dignetur. In quorum fidem, etc.

 

                Dat. Lucae, ex Nostro Archiep. Palatio, die 24 aprilis 1868.

 

Fr. IULIUS Archiep.

RAPHAEL Can. MEZZETTI Secr.

 

                Il Card. De Angelis, Arcivescovo e Principe di Fermo:

 

                FILIPPO DEL TITOLO DI S. LORENZO IN LUCINA, PRETE CARDINALE DE ANGELIS, PER LA GRAZIA DI DIO E DELLA SANTA SEDE APOSTOLICA ARCIVESCOVO E PRINCIPE DI FERMO, CAMERLENGO DI SANTA ROMANA CHIESA.

 

                Facciamo Fede che nella Nostra dimora per oltre sei anni nella casa dei Signori della Missione in Torino, con singolare contento dell'animo ci venne fatto conoscere, mercé la testimonianza di assaissime persone sì ecclesiastiche, che laicali, come la Pia Società denominata di S. Francesco di Sales, istituita e diretta dall'esimio Sac. Don Giovanni Bosco, coll'aiuto di zelanti sacerdoti e chierici sotto la sua vigile disciplina, corrispondesse con pubblico vantaggio della religiosa e civile società al suo scopo, ch'è di raccogliere ed istruire nella Religione e nelle arti meccaniche e liberali i giovanetti poveri ed abbandonati. Attestiamo inoltre che prima di partire da Torino nel novembre 1866 recatici a visitare il menzionato Oratorio, ci rallegrammo assai nel Signore vedendo co' Nostri occhi il bel numero di giovanetti quivi educati, ritolti all'ozio e alla miseria dalla feconda carità del degno sacerdote, che n'è capo e direttore supremo: lo zelo vivo e indefesso per crescerli nella pietà, così nei mestieri conformi al loro genio e alla loro condizione, e il frutto da ultimo non comune che si scorge ne' stessi giovanetti, e le speranze che debbono concepirsi all'avvenire, ove specialmente venisse concessa la canonica approvazione della S. Sede al Pio Istituto giusta i desiderii espressi dall'Ill.mo e Rev.mo Arcivescovo di Torino,  e di altri Vescovi del Piemonte. Il perchè lodammo di gran cuore, e a voce e in iscritto, questa opera di pubblica beneficenza, esortando il suddetto Don Giovanni Bosco e i suoi degni Cooperatori a continuarsi alacremente in essa alla maggior gloria di Dio ed a prò della cristiana educazione.

                E in segno di nostra stima e benevolenza verso il benefico Istituto e verso l'opera di sua sacerdotale carità, rilasciamo la [150] presente testimonianza, sottoscritta da Noi, e munita del Nostro Suggello.

 

                Dato in Fermo, dalla Nostra Residenza Arcivescovile, addì 26 aprile 1868.

F. Card. Arcivescovo.

Can. FILIPPO ZALLOCCO Seg.

 

                Il Vicario Generale Capitolare di Susa:

 

                IOSEPH SCIANDRA, SACRAE TEOLOGIAE ET IURIS UTRIUSQUE DOCTOR, EQUES ORDINIS SS. MAURITII ET LAZARI, CANONICUS ARCHIDIACONUS SEGUSIENSIS ECCLESIAE, AC SEDE EPISCOPALI VACANTE VICARIUS GENERALIS CAPITULARIS.

 

                Quum Nobis abunde constet, zelo et opera adm. Rev. D. Joannis Bosco, Sacerdotis de Christiana republica optime meriti, pluribus ab hinc annis Augustae Tarinorum excitatam fuisse Societatem Presbyterorum, Clericorum, Laicorum, a Sancto Francisco Salesio nuncupatam, quae eo praecipue spectat, ut illius Socii - ad Christianam perfectionem nitantur - quaevis pietatis officia spiritualia ac temporalia erga adolescentulos, pauperes potissimum, exerceant in ipsam iuniorum Clericorum educationem incumbant - verbis et scriptis impietati atque haeresi quae omnia pertentant aversentur - utillimos libros, Letture Cattoliche inscriptos, ad pietatem fovendam propria officina evulgent, aliaque laudabilia praestent, bonis omnibus plaudentibus;

                Grati animi sensus recolentes, eo quod plures juvenes pauperculi et pauperes vacantis huiusce Dioeceseos fuerint recepti in Asceteria, in quibus laudatae Societatis adscripti pietatis et charitatis operibus vacant: lectis attente praefatae Societatis Constitutionibus, ac prae oculis habito Decreto S. Congregationis Eminentissimorum S. R. E. Cardinalium Negotiis et Consultationibus Episcoporum et Regularium praepositae, Romae dato sub die 23 Julii 1864, quo Sanctitas Sua, immortalis Pontifex Pius IX, amplissimis verbis laudavit et commendavit memoratam Societatem uti Congregationem votorum simplicium sub Moderatoris Generalis regimine, salva Ordinariorum iurisdictione ad Sacrorum Canonum praescriptum;

                Haud dubii, quin definitiva probatio Constitutionum istius Societatis in maiorem Dei gloriam, animarumque bonum sit cessura, humillimas preces damus Beatissimo Patri ac Pontifici Maximo Pio Nono, qua dictas Constitutiones, quas Nos in quantum possumus plenimode probamus, Supremo Suo Oraculo confirmare dignetur.

 

                Dat. Segusii, die 28 Aprilis, anno 1868,

 

C. SCIANDRA, Vic. Gen. Cap.

IOANNES CARELLO Pro Cancell. Cap. [151]

 

                Il Vescovo di Guastalla:

 

                PETRUS ROTA, DEI ET APOSTOLICAE SEDIS GRATIA, EPISCOPUS VASTALLAE.

 

                Cum propter rerum civilium perturbationes e Sede Nostra anno 1866 abacti Augustam Taurinorum confugerimus, Divina Providentia ducti hospitio feliciter excepti fuimus ab egregio illo viro Sacerdote Joanne Bosco, cuius nomen in tota Italia iam sonat, et apud illum in eius piorum Sacerdotum Collegio per sex menses, quamdiu exilium nostrum perduravit, in tranquilla pace, magna animi Nostri consolatione, omnimodis curis levati et recreati, diversati sumus; exinde factum est ut et Sacerdotis illius et Societatis ab illo institutae pleniorem notitiam Nobis comparare potuerimus. Quare ex certa scientia haec quae subiungimus, non ex aliorum dictis, sed ex experientia propria, ad Dei laudem et ad Religionis incrementum affirmamus. Et in primis Nos valde animum Nostrum recreavit Sacerdotis Joannis Bosco consilium, Societatem Sacerdotum et laicorum instituendi, quae posset Ordinum Religiosorum, quibus nunc iniquurn et implacabile bellum indicitur, extintionem supplere, in interiori sua Constitutione spiritum et virtutes monasticas alendo, et in relationibus cum externa Civili Societate nihil differendo a laicis Congregationibus, ita ut leges, quae Religiosos Ordines percellunt, hanc Societatem non possent ullo unquam casu perimere. Quod Nos quum pluries in mente cogitaverimus et optaverimus, iam perfectum vidimus et probavimus in Societate S. Francisci Salesii, a quo illam nomen habere voluit praedictus optimus Sacerdos. Socii enim illius Congregationis tribus consuetis voti se obstringunt, et tam ducunt religiosam austeriorem etiam quam in usu sit apud nonnullas alias Regularium Familias; in caeteris autem a sacerdotibus saecularibus minime differunt, ut facilius saltem uti Sacerdotes saeculares tolerari possint.

                Ne autem bonis, quae vel actu possident vel illis obvenire possunt, unquam sub praetextu quod Religiosam Familiam seu ens morale, ut aiunt, constituant expolientur, prudenter cautum est ut unusquisque, licet voto paupertati obstringatur et in Societate omnia sint communia, tamen quoad Forum externum bonorum suorum proprietatem retineat, et illa, quae de iure ad universam pertinent Societatem, unius Socii nomine possideantur et privata extrinsecus appareant: uti in aliis regionibus, in quibus Societates religiosae civilem et legalem existentiam non habent, est in usu.

                Quum autem necesse sit omnibus Ecclesiae et Fidelium necessitatibus quibus Ordines Regulares opitulabantur, consulere, recte dictus Sacerdos suae Congregationi omnia illa Apostolica munia proposuit, quibus animarum salus curari potest: et quia puerorum institutio maxime interest Christianae et Civili Reipublicae, ideo sapientissime officium hoc sibi assumere voluit Sacerdos Bosco, et [152] Congregationem ad hoc praecipue curas suas et studium omne intendere. Etiam in ipsa civitate Taurini collegium septingentorum et amplius adolescentulorum, qui maiori ex parte a pio Sacerdote, undique collectis eleernosynis aluntur, a plurimis annis prospere floret, ubi pueri, praeter Christianam institutionem, in literis et artibus erudiuntur; et insuper, tres aliae adsunt congregationes, quae innumeros pueros per Urbem vagantes diebus festis in unum colligunt, et religiosis exercitiis, catechesibus, nec non honestis recreationibus toto die festo illos occupatos detinentes a corruptionis periculis sedulo subducunt. In hoc autem Taurinensi collegio, quod est prima Sedes Societatis et domus Fundationis, pietatem, sui abnegationem, vitae austeritatem, laborem indefessum, erga Moderatorem obedientiam et amorem singularem, dexteritatem autem peculiarem in pueris ad pietatem et ad studia suaviter adducendis, miratus sum; in pueris autem docilitatem, pietatis cultum, multumque in studiis profectum.

                Cum autem sapiens Institutor utilitatem praesertim Ecclesiae prae oculis semper habuerit, ideo iuvenes illos prae aliis excipere curat, qui ingenio praestent et ad Sacerdotium amplectendum sint propensi. Et sic multis Dioecesibus est utilis, cum non pauci ex dissitis etiam regionibus ibi excepti, quolibet anno ex studiis Philosophicis ad Theologica gradum faciant, et postea optimi evadant Sacerdotes.

                Quare hanc Congregationem, quae duas alias domus habet in duabus civitatibus, quas Lanzum et Mirabellum vocant, in quibus plusquam biscentum pueros eadem pietate et iisdem disciplinis erudit et instituit, maiora incrementa obtinere, et amplius diffundi ego valde optarem, ratus quod hoc in magnum Religionis bonum certissime cederet. Quod ut fiat cum necessaria sit Summi Pontificis approbatio, qua inter Ordines Regulares solemniter adnumeretur, Ego preces meas urgentesque supplicationes supplicationibus aliorum Episcoporum coniungo, Beatissimum Patrem Pium IX humiliter et enixe rogans, ut Constitutionibus huiusmodi Societatis rite exarninatis, Societatem ipsam solemniter adprobare et iura et privilegia, aliis Religiosis Ordinibus concessa, eidem indulgere et impetrire dignetur.

                Quod faxit Deus.

 

                Datum Guastallae, die 29 aprilis, anni 1868.

PETRUS Episcopus.

Sac. MAXIMILIANUS FRANZINI, a Secretis.

 

                Il Vescovo di Albenga:

 

                NOS RAPHAEL BIALE, DEI ET S. SEDIS APOSTOLICAE GRATIA, ECCLESIAE ALBINGANENSIS EPISCOPUS, S. MARIAE ET S. MARTINI AD INSULAM GALLINARIAM ABBAS COMMENDATARIUS.

 

                Moderna Societas S. Francisci Salesii pro adolescentulis pauperibus ac derelictis colligendis atque in pietate ac religione instruendis ab [153] eximio sacerdote Joanne Bosco Augustae Taurinorum nonnullis abhinc annis erecta, quanti facienda sit dilucide ostendunt tum nobilis scopus quem eius Socii sibi proponunt, tum uberes fructus religionis ac moralitatis, qui ab ea dimanare iam nunc dignoscuntur; atque utinam in cunctis Italiae nostrae Dioecesibus utilissimum hoc christianae philantropiae Institutum erigi cerneretur! Nihil enim illo opportunius, nihil efficacius ad effrenem ac in dies errumpentem incredulitatis ac vitiorum colluviem, aliqua saltem ex parte compescendam. Interim dum Nos Deo Optimo Maximo preces fundimus ut in hac quoque Nostra Dioecesi piam hanc Societatem erigere ac constabilire concedat, vota Nostra Nostrasque supplicationes iungimus iis quas alii Venerabiles Antistites ea super emiserunt, humiliter enixeque implorantes ut S. Apostolica Sedes constitutiones ac regulas (quae a Nobis perlectae ac consideratae singulari prudentia ac consilio digestae visae sunt) definitiva approbatione munire non dedignetur: ex quo sane haud modicum incrementum ac firmitatem Pio Sodalitio allaturum fore confidimus.

 

RAPHAEL, Episcopus.

                Dat. Albing., die 2 maji 1868.

 

                Don Bosco a queste Commendatizie, che doveva presentare alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, univa copia autentica della patente a direttore spirituale degli Oratorii di S. Francesco di Sales, del Santo Angelo Custode e di S. Luigi in Torino, conferitagli da Mons. Fransoni il 31 marzo 1852, firmata da Filippo Ravina Vicario Generale e da Balladore Cancelliere. Questa copia eragli stata rilasciata dalla Curia Arcivescovile in data 12 maggio 1868, debitamente autenticata dal Teol. Gaude, Pro Cancelliere.

 

 


CAPO XIV. Don Bosco annunzia ai giovani di dover loro svelare qualche cosa di serio - Prima parlata: dice di aver fatto un sogno che era risoluto di non raccontare: l'apparizione di un mostro orribile e una voce misteriosa lo costringono a parlare: prega i giovani a non far sapere fuori dell'Oratorio ciò che sta per esporre: sogni preliminari; la sua morte, il giudizio di Dio il paradiso - Fa un nuovo sogno: una gran vile nel cortile dell'Oratorio: gli acini si mutano in giovani: diverse apparenze della vite: con sole foglie: con grappoli guasti: senza foglie, con grappoli di uva eccellente: sono i tre stati di spirito nei quali si trovano i giovani innanzi a Dio. Gli sembra udire il suono di una campana e si desta per brevi istanti - Seconda Parlata: si riaddormenta: vede sorgere nel cortile un'altra vite come la prima, di bellissimo aspetto, con grappoli enormi, acini grossi e maturi, ma questi di sapore nauseante: ogni acino scritto porta il nome di un giovane e il suo peccato: appare un personaggio che reca bastoni e ordina che siano battuti que' tralci e que' grappoli: uno spaventoso temporale flagella la vite: strana grandine - Fuga di Don Bosco e suo destarsi.

 

                IL 29 aprile Don Bosco aveva annunziato ai giovani: - Domani sera e venerdì e domenica, ho qualche cosa da dirvi, perché, se non ve la dicessi, crederei di dover andare alla tomba avanti tempo. Ho qualche cosa di brutto da svelarvi. E desidero che siano presenti anche gli artigiani. [155] La sera del 30 aprile, giovedì, dopo le orazioni, gli artigiani dal loro portico, ove era solito parlare Don Rua o Don Francesia, vennero ad unirsi ai loro compagni studenti, e Don Bosco prese a dire:

                 - Miei cari giovani! Ieri sera vi ho detto che io aveva qualche così di brutto da raccontarvi. Ho fatto un sogno, ed ero deciso di non farne parola a voi, sia perchè dubitavo che fosse un sogno come tutti gli altri che si presentano alla fantasia nel sonno: sia perchè tutte le volte che ne ho raccontato qualcheduno, ci fu sempre qualche osservazione e qualche reclamo. Ma un altro sogno mi obbliga a parlarvi del primo, tanto più che da alcuni giorni incominciai di nuovo ad essere molestato da fantasmi, sopratutto tre sere fa. Voi sapete che : sono stato a Lanzo per avere un po' di quiete. Or bene, l'ultima notte che dormii in quel collegio, coricatomi a letto, mentre incominciava a prendere sonno, mi si presentò alla fantasia quanto sono per dire:

 

                Mi parve di vedere entrare nella mia camera un gran mostro, che si avanzava e andò a porsi proprio ai piedi del letto. Aveva una forma schifosissima di rospo e la sua grossezza era quella di un bue.

                Io lo guardava fisso senza trar fiato. Il mostro a poco a poco ingrossava; cresceva nelle gambe, cresceva nel corpo, cresceva nel capo, e quanto più aumentava il suo volume, tanto più diventava orribile. Era di color verde con una linea rossa intorno alla bocca ed alla gola che rendevalo ancor più terribilmente spaventoso. I suoi occhi erano di fuoco e le sue orecchie ossee molto piccole. Io diceva fra me osservandolo: - Ma il rospo non ha le orecchie! - E sul naso gli si elevavano due corna, dai fianchi gli spuntavano due alaccie verdastre. Le sue gambe erano fatte a guisa di quelle del leone e dietro svolgeva una lunga coda che finiva in due punte.

                In quei momenti mi pareva di non avere affatto paura, ma quel mostro incominciò ad accostarsi ognor più verso di me e allargava la bocca ampia e fornita di grossi denti. Io allora fui preso da grande terrore. Lo credetti un demonio dell'inferno, chè di demonio aveva tutti i segni. Mi feci il segno della croce, ma a nulla valse; suonai il campanello, ma a quell'ora nessuno venne, nessuno udì; gridai, ma invano; il mostro non fuggiva: - Che vuoi qui da me, dissi allora, o brutto demonio? - Ma egli più si accostava, e drizzava ed allargava le orecchie. Quindi posò le sue zampe anteriori sulla sponda in [156] fondo del letto, e lentamente si tirò su, afferrandosi eziandio alla lettiera colle zampe posteriori, e si stette immobile un momento, fissandomi. Poi slungatosi in avanti prostese il suo muso faccia a faccia con me. Io fui preso da tale ribrezzo che balzai seduto sul letto ed ero per gettarmi giù in terra: ma il mostro spalancò la bocca. Avrei voluto difendermi, respingerlo, ma era così schifoso che anche in quel frangente non osai toccarlo. Mi misi ad urlare, gettai la mano indietro cercando l'acquasantino e batteva le mani nel muro, non trovandolo; e il rospo abboccò per un istante la mia testa in modo che metà della mia persona era dentro a quelle orride fauci. Allora io gridai: - In nome di Dio! Perchè mi fai questo? - Il rospo alla mia voce si ritirò un tantino, lasciando libera la mia testa. Mi feci allora di nuovo il segno della santa croce ed essendo riuscito a mettere le dita nell'acquasantino gettai un poco d'acqua benedetta sul mostro. Allora quel demonio, mandando un urlo terribile, precipitò indietro e scomparve, ma nello scomparire io potei intendere una voce che dall'alto pronunciò distinte queste parole:

                 - Perchè non parli?

                Il direttore di Lanzo D. Lemoyne si svegliò in quella notte ai miei urli prolungati, udì che battevo le mani nel muro e al mattino mi domandò: - Don Bosco stanotte ha sognato?

                 - Perchè mi fai questa domanda?

                 - Perchè ho udito le sue grida.

                Aveva conosciuto adunque essere volontà di Dio che io dicessi a voi ciò che ho veduto: quindi ho determinato di raccontarvi tutto il sogno, e perchè sono obbligato in coscienza a dirvelo ed eziandio per liberarmi da questi spettri. Ringraziamo il Signore delle sue misericordie e frattanto, in qualunque modo voglia Iddio farci conoscere la sua volontà, procuriamo di mettere in pratica gli avvisi che ci vennero dati e giovarci di questi mezzi che ci vennero offerti per la salvezza delle anime nostre. Io ho potuto conoscere in queste circostanze le stato della coscienza di ciascheduno di voi.

                Desidero però che quanto sto per dire si conservi fra di noi. Vi prego a non volerne scrivere, né parlarne fuori di casa, perchè non sono cose da prendersi in ridicolo, come taluni potrebbero fare, e perchè non ne possano accadere inconvenienti che riescano disgustosi per Don Bosco. A voi le dico in confidenza come ai miei amati figli e voi ascoltatele come dal vostro padre. Ecco adunque i sogni, che io voleva lasciar passare inosservati e che sono costretto a narrarvi.

                Già fin dai primi giorni della settimana santa (5 aprile) incominciai ad aver sogni che dopo mi occuparono e mi molestarono per parecchie notti. Questi sogni mi stancavano così, che la mattina seguente io era molto più stanco di quello che se avessi lavorato tutta la notte, poichè la mia niente era molto turbata ed agitata. La prima notte sognai di essere morto. La seconda di esser al giudizio di Dio dove [157] mi toccava aggiustare i miei conti col Signore, ma mi svegliai e vidi che ero vivo nel letto e che aveva ancor tempo a prepararmi un po' meglio ad una santa morte. La terza notte sognai di essere in paradiso e là pareami di star molto bene e godere assai. Passata la notte e svegliatomi al mattino vidi sparire quella cara illusione, ma sentivami risoluto di guadagnarmi a qualunque costo quel regno eterno che aveva intravisto. Fin qui erano solo cose che non hanno alcuna importanza per voi e non hanno alcun significato. Si va a dormire con quel pensiero nella fantasia e nel sonno si riproducono le cose pensate.

                Sognai adunque una quarta volta ed è questo il sogno che debbo esporvi. La notte del giovedì santo (9 aprile), appena un lieve sopore mi occupò, parvemi nella mia immaginazione di essere qui sotto questi portici circondato dai nostri preti, chierici, assistenti e giovani. Mi sembrò poi, essendo voi tutti scomparsi, di essermi inoltrato alquanto nel cortile. Erano con me Don Rua, Don Cagliero, Don Francesia, D. Savio e il giovanetto Preti; e un po' distante Giuseppe Buzzetti e D. Stefano Rumi, addetto al Seminario di Genova nostro grande amico. Ad un tratto l'Oratorio attuale cambiò aspetto e prese l'aspetto della casa nostra come era ai suoi primordii, quando vi erano quasi solo i suddetti. Si noti che il cortile era confinante con vasti campi incolti, disabitati, che si estendevano fino ai prati della cittadella, ove i primi giovani sovente scorrazzavano giuocando. Io era vicino al posto dove ora, sotto le finestre della mia stanza, sta il laboratorio dei falegnami, spazio una volta coltivato ad orto.

                Mentre seduti stavamo conversando degli affari della casa e dell'andamento dei giovani, ecco che qui avanti a questo pilastro (ove era appoggiata la cattedra dalla quale egli parlava) che sostiene la pompa, presso la quale era la porta di casa Pinardi, vedemmo spuntare dalla terra una vite bellissima, quella stessa che un tempo era già in quel medesimo luogo. Noi abbiamo fatte le meraviglie che la vite ricomparisse dopo tanti anni; e l'uno domandava all'altro che cosa mai fosse ciò. La vite cresceva a vista d'occhio e si era innalzata da terra all'altezza circa di un uomo. Quand'ecco incomincia a stendere i suoi tralci in numero stragrande, di qua, di là, da tutte parti e a mettere fuori i suoi pampini. In breve tempo si estese tanto da occupare tutto il nostro cortile e a protendersi oltre. Quel che era singolare si è che i suoi tralci non si spingevano in alto, ma si distesero parallelamente al suolo come un immenso pergolato, stando così sospeso senza un visibile sostegno. Belle e verdi erano le sue foglie, spuntate allora: e i lunghi tralci di una prosperità e vigoria sorprendente; e tosto uscirono fuori i bei grappoli, ingrossarono gli acini e l'uva prese il suo colore.

                Don Bosco e quelli che erano con lui guardavano stupiti e dicevano:

                 - Come ha fatto questa vite a crescere così presto? che cosa sarà?  [158] E Don Bosco agli altri: - Là! stiamo a vedere che cosa succede.

                Io osservava coll'occhio spalancato, senza batter palpebra, quando ad un tratto tutti gli acini caddero per terra e diventarono altrettanti giovani vispi e allegri, dei quali in un momento fu ripieno tutto il cortile dell'Oratorio ed ogni spazio intorno ombreggiato dalla vite saltavano, giuocavano, gridavano, correvano sotto quel singolare pergolato, sicchè faceva gran piacere il vederli. Erano qui tutti i giovani, che furono, sono e saranno nell'Oratorio e negli altri collegi, perchè moltissimi non li conosceva.

                Allora un personaggio, che sulle prime non conobbi chi fosse, e voi sapete che Don Bosco ne' suoi sogni ha sempre una guida, mi apparve al fianco ed osservava anch'esso i giovani. Ma a un tratto un velo misterioso si stese innanzi a noi e celò quel giocondo spettacolo.

                Quel lungo velo non più alto della vigna pareva come attaccato ai tralci della vite in tutta la sua lunghezza e scendeva al suolo a guisa di sipario. Non vedevasi più altro che la parte superiore della vite che pareva un vastissimo tappeto di verdura. Tutta l'allegria dei giovani era cessata in un istante e succedeva un malinconico silenzio.

                 - Guarda! mi disse la guida; e mi additò la vite.

                Mi avvicinai e vidi quella bella vite, che sembrava carica d'uva non avesse più che le foglie, sulle quali stavano scritte le parole del Vangelo: Nihil invenit in ea! Non sapeva che cosa ciò volesse significare e dissi a quel personaggio:

                 - Chi sei tu? ... Che cosa significa questa vite?

                Quegli tolse il velo come innanzi alla vite e sotto apparve solo un certo numero dei moltissimi nostri giovani visti prima, in gran parte a me sconosciuti.

                 - Costoro, soggiunse, sono quelli che avendo molta facilità per farsi del bene non si prefiggono per fine di dar piacere al Signore. Sono quelli che fanno solo le viste di operare il bene per non scomparire in faccia ai buoni compagni. Sono quelli che osservano con esattezza le regole della casa, ma per calcolo di schivare rimproveri, e non perdere la stima dei superiori: si mostrano deferenti verso di loro, ma non riportano alcun frutto dalle istruzioni, eccitamenti e cure che ebbero o avranno in questa casa. Il loro ideale è di procurarsi una posizione onorifica e lucrosa nel mondo. Non curano di studiare la loro vocazione, respingono l'invito del Signore se li chiama, e nello stesso tempo simulano le loro intenzioni temendo qualche scapito. Sono quelli in somma che fanno le cose per forza e perciò non giovano loro niente per l'eternità.

                Così disse. Oh! quanto dispiacere mi ha fatto il vedere in quel numero anche alcuni, che io credeva molto buoni, affezionati e sinceri!

                E l'amico soggiunse: - Il male non è tutto qui - e lasciò cadere il velo e ricomparve distesa la parte superiore di tutta quella vite. [159]

                 - Ora guarda di nuovo! - mi disse.

                Guardai que' tralci; tra le foglie vedevansi molti grappoli d'uva che sulle prime mi parve promettessero una ricca vendemmia. Già mi rallegrava, ma avvicinandomi vidi che que' grappoli erano difettosi, guasti; altri muffiti, altri pieni di vermi e di insetti che li rodevano, altri mangiati dagli uccelli e dalle vespe, altri marci e disseccati. Guardando ben bene mi persuasi che nulla si poteva ricavare di buono da que' grappoli che facevano nient'altro che appestare l'aria circostante col fetore che da essi emanava.

                Quel personaggio allora alzò di nuovo il velo e: Guarda! esclamò. E sotto apparve non il numero sterminato di nostri giovani visto sul principio del sogno, ma molti e molti di essi. Le loro fisionomie, prima così belle, erano divenute brutte, scure, e piene di piaghe schifose. Essi passeggiavano curvi, rattrappiti nella persona e malinconici. Nessuno parlava. Tra questi ve n'erano di quelli che già abitarono qui nella casa e nei collegi, di quelli che ora vi sono presentemente, e moltissimi che io non conosceva ancora. Tutti erano avviliti e non osavano alzare lo sguardo.

                Io, i preti, e alcuni che lui circondavano, eravamo spaventati e senza parola. Finalmente domandai alla mia guida:

                 - Come va questo? Perchè que' giovani erano prima così allegri e belli, ed ora sono così tristi e brutti?

                La guida rispose: - Ecco le conseguenze del peccato!

                I giovani intanto mi passavano dinanzi e la guida mi disse:

                 - Osservali un po' bene!

                Attentamente li fissava e vidi che tutti portavano scritto sulla fronte e sulla mano il loro peccato. Fra questi ne riconobbi alcuni che mi fecero stupire. Aveva sempre creduto che fossero fiori di virtù e qui invece scopriva come avessero gravissime magagne nell'anima.

                Mentre i giovani sfilavano, io leggeva sulla loro fronte: - Immodestia - scandalo - malignità - superbia - ozio - gola - invidia - ira - spirito di vendetta - bestemmia - irreligione - disobbedienza - sacrilegio - furto.

                La mia guida mi fece osservare: - Non tutti sono ora come li vedi, ma un giorno saranno tali se non mutano condotta. Molti di questi peccati non sono di per sé gravi, ma sono però la causa ed i principii di terribili cadute e di eterna perdizione. Qui spernit modica, paulatim decidet. La gola produce l'impurità; lo sprezzo ai Superiori porta il disprezzo ai sacerdoti ed alla Chiesa; e via discorrendo.

                Desolato a questo spettacolo presi il portafoglio, ne trassi fuori la matita per scrivere i nomi dei giovani che conosceva e notare i loro peccati o almeno il vizio dominante di ciascuno; chè voleva avvertirli e correggerli. Ma la guida mi afferrò il braccio e mi domandò:

                 - Che fai?  [160]

                 - Scrivo ciò che vedo loro stampato in fronte, sicchè possa avvertirli, e si correggano.

                 - Non ti è permesso; rispose l'amico.

                 - Perché?

                 - Non mancano di mezzi per vivere scevri da queste malattie. Hanno le regole, le osservino: hanno Superiori, li obbediscano: hanno i Sacramenti, li frequentino. Hanno la Confessione, non la profanino col tacere i peccati. Hanno la SS. Comunione, non la ricevano coll'anima brutta di colpa grave. Tengano custoditi gli occhi, fuggano i cattivi compagni, si astengano dalle cattive letture e dai cattivi, discorsi, ecc., ecc. Sono in questa casa e le regole li salveranno. Quando suona il campanello siano pronti all'obbedienza. Non cerchino sotterfugi per ingannare i maestri e così stare in ozio. Non scuotano il giogo dei superiori, considerandoli come sorvegliatori importuni, consiglieri interessati, come nemici, e cantando vittoria, quando riescono a coprire le loro magagne o a veder impunite le loro mancanze. Stiano riverenti e preghino volentieri in chiesa e in altri tempi destinati all'orazione senza disturbare e ciarlare. Studino nello studio, lavorino nel laboratorio e tengano un contegno decente. Studio, lavoro e preghiera: ecco ciò che li manterrà buoni, ecc.

                Non ostante questa negativa io continuai ancora a pregare istantemente la mia guida perchè mi lasciasse scrivere quei nomi. E quella mi strappò di mano il portafoglio con risolutezza e lo gettò per terra, dicendo: - Ti dico che non occorre che tu scriva questi nomi. I tuoi giovani colla grazia di Dio e colla voce della coscienza possono sapere quello che debbono fare o fuggire.

                 - Dunque, dissi, non potrò io manifestare alcuna cosa ai miei cari giovani? Dimmi tu almeno ciò che potrò annunziar loro, quale avviso dare!

                 - Potrai dire, quello che ti ricordi, a tuo piacimento.

                E lasciò calare il velo e di nuovo si scoperse innanzi ai nostri occhi le vite, i cui tralci, quasi senza foglie, portavano una bell'uva rubiconda e matura. Mi accostai, osservai attentamente i grappoli e li trovai quali sembravano da lungi. Era un piacere vederli e davano gusto al solo mirarli. Tutto intorno spargevano soavissimo odore.

                L'amico alzò tosto il velo. Sotto quel pergolato così esteso stavano molti nostri giovani che sono, furono, e saranno con noi. Erano bellissimi e raggianti di gioia.

                 - Questi, disse colui, sono e saranno coloro che mediante le tue cure fanno e faranno buoni frutti, coloro che praticano la virtù e ti daranno molte consolazioni.

                Io mi rallegrai, ma restai nello stesso tempo afflitto, perchè essi non erano poi quel numero grandissimo che sperava. Mentre li stava contemplando suonò la campana del pranzo ed i giovani se ne andarono. Eziandio i chierici si recarono alla loro destinazione. Guardai [161] attorno e non vidi più nessuno. Anche la vite coi suoi tralci ed i suoi grappoli era scomparsa. Cercai di quell'uomo e più non lo vidi. Allora mi svegliai e potei riposare alquanto.

                Il 1° maggio, venerdì, Don Bosco continuava il racconto:

                 - Come vi ho detto ieri sera, io mi era svegliato parendomi di aver udito il suono della campana, ma tornai ad assopirmi e riposava con un sonno tranquillo, quando venni scosso per la seconda volta e mi sembrò di trovarmi nella mia camera, in atto di sbrigare la mia corrispondenza. Uscii fuori sul poggiuolo, contemplai per un istante la cupola della chiesa nuova che s'innalzava gigantesca, e discesi sotto i portici. A poco a poco arrivavano dalle loro occupazioni i nostri preti e i chierici che facevano corona intorno a me. Fra questi erano Don Rua, D. Cagliero, D. Francesia e D. Savio lo m'intratteneva a parlare coi miei amici di cose diverse quando all'improvviso cambiò scena. Scomparve la chiesa di Maria Ausiliatrice, scomparvero tutti gli attuali edifizii dell'Oratorio, e ci siamo trovati innanzi alla vecchia casa Pinardi. Ed ecco nuovamente spuntare da terra una vite nello stesso posto che vidi la prima, quasi sorgesse dalle stesse radici, e questa elevarsi ad eguale altezza, quindi gettar fuori moltissimi tralci orizzontali distesi in un vastissimo spazio, i quali si copersero di foglie, poi di grappoli e in ultimo vidi maturare le uve. Ma più non comparvero le turbe dei giovani. I grappoli erano addirittura enormi come quelli della terra promessa. Ci sarebbe voluta la forza di un uomo per reggerne un solo. Gli acini erano straordinariamente grossi e di forma bislunga: il colore di un bel giallo d'oro: sembravano maturissimi. Un solo avrebbe riempita la bocca. Avevano insomma l'aspetto così bello che facevano venir l'acquolina e sembrava che ciascuno dicesse: - Mangiami!

                Anche D. Cagliero osservava meravigliato quello spettacolo insieme con Don Bosco e cogli altri preti, e Don Bosco esclamava: Che uva stupenda!

                E Don Cagliero senza tanti complimenti si avvicinò alla vigna, ne staccò alcuni acini, ne cacciò uno in bocca, lo compresse coi denti; ma restò lì nauseato colla bocca aperta e gettò fuori l'uva con un impeto, che sembrava rigettasse. L'uva aveva un gusto così scellerato come quello dell'uovo marcio. - Contacc! esclamò Don Cagliero, dopo aver sputato più volte; è veleno, è roba da far morire un cristiano!

                Tutti guardavano e nessuno parlava, quando esce dalla porta della sagrestia della cappella antica un uomo serio e risoluto, si accosta a noi e si ferma al fianco di Don Bosco. Don Bosco lo interrogò:

                 - Come va, che un'uva così bella ha un gusto così cattivo?

                Quell'uomo non rispose, ma sempre serio andò a prendere un fascio [162] di bastoni, ne scelse uno nodoso e presentatosi a Don Savio glielo offerse, dicendo: - Prendi e batti su questi tralci! - Don Savio si rifiutò, ritirandosi indietro di un passo.

                Allora quell'uomo si volse a D. Francesia, gli offerse il bastone e gli disse: - Prendi e batti! - e come a D. Savio accennava il luogo dove doveva battere. Don Francesia, tirando su le spalle e sporgendo fuori il mento, crollò così un pochettino la testa, accennando che no.

                Quell'uomo andò a porsi innanzi a Don Cagliero e presolo per un braccio gli presentò il bastone dicendo: - Prendi e batti, percuoti ed atterra! - accennandogli dove doveva battere. Don Cagliero sgomentato fece un salto indietro e battendo il dosso di una mano contro dell'altra, esclamò: - Ci manca anche questa! - La guida glielo porse per la seconda volta, ripetendo: - Prendi e batti! - È Don Cagliero facendo schioppettare le labbra e dicendo: -  Mi no, mi no! Io no! io no! - corse, preso da paura, a nascondersi dietro di me.

                Ciò vedendo quel personaggio, senza scomporsi, si presentò allo stesso modo a Don Rua: - Prendi e batti: - e Don Rua come Don Cagliero venne a ripararsi dietro di me.

                Allora io mi trovai in faccia a quell'uomo singolare che, fermatosi innanzi a me, mi disse: - Prendi e batti tu questi tralci. - Io feci un grande sforzo per vedere se sognassi o fossi in piena cognizione e parvemi che tutte quelle cose fossero vere, e dissi a quell'uomo:

                 - Chi sei tu che mi parli in questo modo? Dimmi; perchè ho da percuotere su questi tralci? Perchè debbo atterrarli? È un sogno questo, è un'illusione? Che cos'è? A nome di chi parli? Mi parli forse tu a nome del Signore?

                 - Avvicinati alla vite, mi rispose, e leggi su quelle foglie! - Mi avvicinai, esaminai con attenzione le foglie e vi lessi scritto sopra: - Ut quid terram occupat?

                 - È scritto nel Vangelo! esclamò la mia guida.

                Aveva abbastanza inteso, ma volli osservare: - Prima di battere, ricordati che nel Vangelo si legge eziandio come il Signore, alle preghiere del coltivatore, abbia aspettato che si concimasse la pianta inutile alla radice, e si coltivasse, riservandosi a sradicarla solamente dopo di aver fatte tutte le prove perchè rendesse buon frutto.

                 - Ebbene: si potrà accordare una dilazione di castigo, ma intanto guarda, e poi vedrai. - E mi additò la vite. Io guardava ma non intendeva.

                 - Vieni e osserva; mi replicò: leggi; sugli acini che cosa sta scritto?

                Don Bosco si avvicinò e vide che gli acini avevano tutti un'iscrizione, il nome di uno degli alunni e il titolo della sua colpa. Io leggeva e tra tante imputazioni fui atterrito dalle seguenti: Superbo Infedele alle sue promesse - Incontinente - Ipocrita Trascurato in tutti i suoi doveri - Calunniatore - Vendicativo - Senza cuore [163] - Sacrilego - - Dispregiatore dell'autorità de' superiori - Pietra d'inciampo - Seguace di false dottrine. - Vidi il nome di quelli quorum Deus venter est; di quelli che scientia inflat; di quelli che quaerunt quae sua sunt, non quae Iesu Christi; di quelli che montano consiglio contro i superiori e le regole. Erano i nomi di certi disgraziati che furono o sono attualmente fra di noi: e gran numero di nomi nuovi per me, ossia di coloro che verranno con noi nei tempi futuri.

                 - Ecco i frutti che dà questa vigna, disse sempre serio quell'uomo; frutti amari, cattivi, dannosi per l'eterna salute.

                Senz'altro tirai fuori il portafoglio e presa la matita voleva scrivere i nomi di alcuni, ma la guida mi afferrò il braccio come la prima volta e mi disse: - Che cosa fai?

                 - Lasciami prendere il nome di quelli che io conosco, affinchè possa avvertirli in privato e correggerli.

                Inutilmente pregai. La guida non me lo concesse; ed io soggiunsi:

                 - Ma se io dirò loro come stanno le cose, in quale cattivo stato essi si trovano, si ravvederanno.

                Ed egli a me:

                 - Se non credono al Vangelo, non crederanno neppure a te.

                Insistetti, perchè desiderava prender nota e aver norme anche per ciò che riguardava l’avvenire; ma quell'uomo più nulla rispose e andato innanzi a D. Rua col fascio dei bastoni lo invitò a prenderne uno: - Prendi e batti! - D. Rua incrociando le braccia abbassò la testa e mormorò: - Pazienza! - quindi diede un'occhiata a Don Bosco. Don Bosco fece segno di approvazione e Don Rua preso il bastone nelle sue mani si avvicinò alla vigna e incominciò a battere nel luogo indicato. Ma aveva appena dati i primi colpi, che la guida gli fe' cenno di cessare e gridò a tutti: - Ritiratevi!

                Tutti andammo in distanza. Osservavamo e vedevamo gli acini gonfiare, venir più grossi, diventar schifosi. Sembravano all'aspetto lumache senza chiocciola, ma di colore sempre giallo, senza perdere la forma di uva. La guida gridò ancora: - Osservate! Lasciate che il Signore scarichi le sue vendette!

                Ed ecco il cielo si annuvola e una nebbia così fitta, che non lasciava più vedere neppure a poca distanza, copre tutta la vite. Ogni cosa si fa oscura. Guizzano i lampi, rombano i tuoni, strisciano così spessi i fulmini per tutto il cortile, che metteano terrore. Si piegavano i tralci agitati dai venti furiosi e volavano le foglie. Finalmente una fitta tempesta incominciò a cadere sulla vite. Io voleva fuggire ma la mia guida mi trattenne dicendomi: - Guarda quella grandine!

                Guardai e vidi che la grandine era grossa come un uovo; parte era nera, parte rossa; ogni grano era da una parte acuto e dall'altra piatto in forma di mazza. La grandine nera percuoteva il terreno vicino a me e più indietro si vedeva cadere la grandine rossa.

                 - Come va questo? diceva; non ho mai visto grandine simile. [164]

                 - Accostati, mi rispose l'amico sconosciuto, e vedrai.

                Mi avvicinai un poco verso la grandine nera, ma da questa esalava tale puzza che io ne veniva respinto. L'altro sempre più insisteva perchè mi avvicinassi. Pertanto presi un chicco di quella gragnuola nera per esaminarla, ma subito dovetti gettarlo per terra, tanto mi ripugnava quell'odore pestilenziale, e dissi: - Non posso veder niente!

                E l'altro: - Guarda bene e vedrai!

                Ed io, fattomi maggior violenza, vidi scritto sopra ognuno di quei pezzi neri di ghiaccio: Immodestia. Procedetti ancora verso la grandine rossa che era fredda, eppure incendiava da per tutto dove cadeva. Ne presi un granello che puzzava similmente, ma potei con un po' più di facilità leggervi scritto sopra: Superbia. Alla vista di ciò anch'io vergognoso: - Dunque, esclamai, sono questi i due vizii principali che minacciano questa casa?

                 - Questi sono i due vizi capitali che rovinano un maggior numero di anime non solo in tua casa, ma che più ne rovinano in tutto il mondo. A suo tempo tu vedrai quanti saranno precipitati nell'inferno da questi due vizii.

                 - Che cosa dovrò adunque dire ai miei figliuoli perchè li abborriscano?

                 - Quanto dovrai dir loro, lo saprai tra poco. - Così dicendo si allontanò da me. Intanto la grandine tra il bagliore dei lampi e dei fulmini continuava a tempestare furiosamente sulla vite. I grappoli erano pestati, schiacciati come se fossero stati nel tino sotto i piedi dei cantinieri e mandavano fuori il loro sugo. Una puzza orribile si sparse per l'aria e pareva soffocare il respiro. Da ogni acino usciva un vario fetore differente, ma l'uno era più stomachevole dell'altro, secondo le diverse specie e il numero de' peccati. Non potendo più resistere, misi il fazzoletto al naso. Tosto mi voltai indietro per andare in mia camera, ma non vidi più nessuno de' miei compagni; né Don Francesia, né Don Rua, né Don Cagliero. Mi avevano lasciato solo ed erano fuggiti. Tutto era deserto e silenzio. Io pure fui preso allora da tale spavento, che mi diedi alla fuga, e fuggendo mi svegliai.

                Come vedete questo sogno è brutto assai, ma ciò che avvenne la sera e la notte dopo l'apparizione del rospo, lo diremo dopodomani, domenica, 3 maggio, e sarà molto più brutto ancora. Adesso non potete conoscerne le conseguenze, ma siccome ora non c'è più tempo, per non togliervi il riposo vi lascio andare a dormire, riserbandomi a manifestarvele in altra occasione.

 

                Conviene riflettere che le gravi mancanze rivelate a Don Bosco non si riferivano tutte a quei tempi, ma riguardavano [165] sparsamente una serie di anni futuri. Infatti egli vide non solo tutti gli alunni che erano stati ed erano allora nell'Oratorio, ma una infinità di altri di fisionomia a lui sconosciuta che avrebbero appartenuto alle sue Istituzioni sparse in tutto il mondo. La parabola della vigna sterile, che si legge nel libro d'Isaia, abbraccia più secoli di storia.

                Inoltre non conviene e non è assolutamente da dimenticare ciò che disse la guida al Venerabile: Non tutti questi giovani sono ora come li vidi, ma un giorno saranno tali se non mutano condotta. Pel sentiero del male si va al precipizio.

                Notiamo pure come, in vista della vigna, era apparso un personaggio che Don Bosco diceva non aver subito conosciuto, e che poi la fu sua guida e il suo interprete. Nella narrazione di questo e di altri sogni, Don Bosco soleva dargli talora il nome di sconosciuto per celare la parte più grandiosa di ciò che aveva contemplato e, diremo anche, ciò che indicava troppo manifestamente l'intervento del soprannaturale.

                Interrogato varie volte da noi, valendoci di quell'intima confidenza della quale ci onorava, intorno a questo sconosciuto, benchè le sue risposte non fossero esplicite, pure anche per altri indizi abbiam dovuto persuaderci che la guida non era sempre la stessa, e forse ora era un angelo del Signore, ora qualche allievo defunto, ora S. Francesco di Sales, ora S. Giuseppe, o altri santi. Altre volte disse esplicitamente di essere stato accompagnato da Luigi Comollo, o Domenico Savio, o Luigi Colle. Talvolta poi intorno a questi personaggi la scena si dilatava con apparizioni simultanee che loro facevano corteggio o compagnia.

 

 


CAPO XV. Terza Parlata di Don Bosco: - Un altro sogno: la via della perdizione: i lacci del demonio: la discesa nell'inferno: i giovani che vi precipitano: l'entrata nel carcere eterno: un'immensa caverna di fuoco e pena dei sensi: smanie dell'anima, furori, odii, urla disperate: i vermi del rimorso: la sala dei giudizi di Dio: le minacce della giustizia aprono la strada al pentimento ed alla misericordia: Don Bosco è ricondotto all'ultimo recinto presso la porta: la guida lo costringe a toccare quel muro ed egli si sveglia per l'orribile bruciore sentito - Don Bosco promette ai giovani che darà spiegazioni e farà istruzioni sugli argomenti morali del sogno - Alcune note.

 

                LA domenica sera 3 maggio, festa del patrocinio di S. Giuseppe, Don Bosco ripigliò il racconto di quanto aveva visto nei sogni:

                 - Debbo, incominciò, raccontarvene un altro, che si può dire conseguenza di quelli che vi narrai venerdì e giovedì sera, i quali mi lasciarono affranto in modo da non poter più reggere. Voi chiamateli sogni o date loro altro nome... insomma chiamateli come volete.

                “Vi ho detto di un rospo spaventevole che nella notte del 17 aprile minacciava d'ingoiarmi e come al suo scomparire una voce mi disse: - Perchè non parli? - Io mi volsi dalla parte dalla quale era partita questa voce e vidi a fianco del mio letto un personaggio distinto. Avendo inteso il motivo di quel rimprovero, gli chiesi: [167]

                 - E che cosa dovrò dire ai nostri giovani?

                 - Ciò che hai visto e ti fu detto negli ultimi sogni e quel di più che desideravi conoscere e che ti sarà svelato la notte ventura!

                E si dileguò.

                Io quindi tutto l'indomani andai pensando alla brutta notte che avrei dovuto passare e, giunta la sera, non potei determinarmi di andare a dormire. Stetti al tavolino leggicchiando fino alla mezzanotte. Mi riempiva di terrore l'idea di aver da vedere ancora altri spettacoli paurosi. Al fine mi feci violenza e mi coricai”.

                E così continuò il racconto:

 

                Per non addormentarmi così presto, per timore che l'immaginazione mi portasse ai soliti sogni, appoggiai il capezzale ad muro ed alla lettiera, cosicchè stava quasi seduto sul letto. Ma tosto, stanco quale era, fui preso dal sonno senza accorgermene. Ed ecco all'improvviso vidi nella camera, vicino al letto, l'uomo della notte antecedente (da lui chiamato più volte l'uomo del bonetto, o del berretto), il quale mi disse:

                 - Alzati e vieni con me!

                Risposi: - Ve lo domando per carità! Lasciatemi stare, chè sono troppo stanco! Guardate! Sono qui da parecchi giorni tormentato dal male dei denti. Lasciatemi riposare. Ho fatto sogni spaventosi: sono spossato di forze. - Diceva anche ciò, perchè l'apparizione di questo uomo è sempre segnale di grandi agitazioni, di stanchezza e di spavento.

                Quegli mi rispose:

                 - Alzati che non v'è tempo da  perdere.

                Allora mi alzai e lo segui. Cammin facendo lo interrogava: Dove vuoi condurmi adesso?

                 - Vieni e vedrai.

                E mi condusse in un luogo, ove stendevasi una vasta pianura. Volsi lo sguardo attorno, ma di quella regione da nessuna parte vedeva i confini, tanto era sterminata. Era un vero deserto. Non compariva anima vivente. Non vi si vedeva una sola pianta, non alcun fiume, l'erba gialla e secca presentava un triste spettacolo. Non sapeva né dove mi trovassi, né cosa fossi per fare. Per un istante più non vidi la mia guida. Temetti di essermi smarrito. Non vi era più né D. Rua, né D. Francesia, né altri. Quand'ecco scopro l'amico che mi veniva incontro. Respirai e:

                 - Dove sono io? gli chiesi. [168]

                 - Vieni con me e vedrai!

                 - Bene: verrò teco!

                Egli s'incamminò pel primo ed io lo seguiva senza parlare. Dopo un lungo e mesto viaggio, Don Bosco, pensando che doveva attraversare tanta vastità di pianura, diceva fra sé:

                 - Poveri i miei denti! povero me con le gambe gonfie, .....

                Ma tutto ad un tratto si aperse innanzi a me una strada. Allora ruppi il silenzio, domandando alla guida: - Dove dobbiamo andare adesso?

                 - Per di qua; rispose.

                E c'inoltrammo per quella via. Era bella, larga, spaziosa e ben selciata (Via peccantium complanata lapidibus, et in fine illorum inferi, et tenebrae, et poenae - Ecclesiastico XXI, II). Di qua e di là sulle sponde del fosso la fiancheggiavano due magnifiche siepi verdi e coperte di vaghi fiori. Le rose specialmente spuntavano da tutte parti tra le foglie. Questa via a colpo d'occhio sembrava piana e comoda ed io mi sono messo per essa, nulla sospettando. Ma proseguendo nel cammino m'accorsi che questo insensibilmente piegava ingiù e benchè la via non sembrasse precipitosa, pure io correva con tanta facilità che mi pareva di essere portato per aria. Anzi mi avvidi di avanzarmi senza quasi muovere i piedi. Rapida era la nostra corsa. Riflettendo allora che il ritornare indietro per una via così lunga sarebbe costato molta fatica e stento, dissi all'amico:

                 - E come faremo a ritornare nell'Oratorio?

                 - Non ti affannare, mi rispose; il Signore è onnipotente e vuole che tu vada. Colui che ti conduce e ti insegna ad andare innanzi, saprà pur anco ricondurti indietro.

                La strada scendeva sempre. Seguitavamo il cammino tra i fiori e le rose, quando sul nostro stesso sentiero vidi inoltrarsi dietro di me tutti i giovani dell'Oratorio con moltissimi compagni da me mai veduti; ed io mi trovai in mezzo a loro. Mentre io li osservava a un tratto io vedo che or l'uno or l'altro cadeva ed erano in un momento strascinati da forza invisibile verso un'orribile discesa, intravveduta alquanto lontana, che poi vidi metter capo in una fornace. Domandai al mio compagno. - Che cosa è che fa cadere questi giovani? (Funes extenderunt in laqueum; iuxta iter scandalum posuerunt, Ps. 139).

                 - Avvicinati un po' più, mi rispose.

                Mi avvicinai e vidi che i giovani passavano fra molti lacci, alcuni erano rasente a terra, altri all'altezza del capo; questi non si vedevano. Quindi molti giovani camminando restavano presi da questi lacci, senza accorgersi di quel pericolo; e nell'atto di restar avvinti facevano un salto, poi rimanevano a terra colle gambe in aria, quindi alzatisi si mettevano a correre precipitosamente verso il baratro. Chi restava allacciato per la testa, chi pel collo, chi per le mani, chi per un braccio, chi per una gamba, chi pei fianchi, ed erano all'istante tirati giù.  [169] I lacci posti per terra parevano di stoppa, appena visibili, somiglianti a fili di ragno e però non sembravano atti a far gran male. Eppure vidi che anche i giovani presi da questi lacci quasi tutti cadevano per terra.

                Io era meravigliato e la guida mi disse: - Sai che cosa è questo?

                 - È solamente un poco di stoppa, risposi.

                 - Anzi è niente, mi soggiunse; non è altro che il rispetto umano.

                Intanto vedendo che molti continuavano ad incappare nei lacci, chiesi: - Come va che tanti per mezzo di questi fili restano legati? Chi è che li strascina così?

                Ed egli: - Avvicinati ancora, guarda e vedrai!

                Guardai un poco e poi dissi: - Ma io non vedo nulla.

                 - Guarda un po' bene, mi ripeté.

                Presi infatti uno di questi lacci, lo tirai a me e trovai che l'estremità non veniva; tirai ancora su un poco, ma non potei vedere dove andasse a finire quel filo, anzi sentiva che io stesso ero tirato. Allora seguitai quel filo e giunsi alla bocca di una spaventevole caverna. Mi fermai, perchè non volevo entrare in quella voragine, e tirai a me quel filo e mi accorsi che veniva alquanto: ma bisognava fare un grande sforzo. Ed ecco, dopo aver molto tirato, a poco a poco uscir fuori un brutto e grande mostro che faceva ribrezzo, il quale teneva fortemente cogli unghioni l'estremità di una fune alla quale erano legati insieme tutti quei lacci. Era costui che appena cadeva qualcheduno in quelle maglie lo strascinava immediatamente a sé. Dissi fra me: - È inutile giuocare di forza con questo brutto ceffo, perchè non lo vinco; è meglio combatterlo col segno della santa croce e con giaculatorie.

                Ritornai pertanto vicino alla mia guida, la quale mi disse: - Adesso sai chi é?

                 - Oh sì che lo so! È il demonio che tende questi lacci per far cadere i miei giovani nell'inferno.

                Osservai con attenzione i molti lacci e vidi che ciascuno portava scritto il proprio titolo; il laccio della superbia, della disubbidienza, dell'invidia, del sesto comandamento, del furto, della gola, dell'accidia, dell'ira, ecc. Ciò fatto mi posi alquanto indietro per osservare quali di questi lacci prendessero maggior numero di giovani e vidi che erano quelli della disonestà, della disubbidienza e della superbia. A quest'ultimo erano legati insieme gli altri due. Dopo questi vidi molti altri lacci che facevano grande strage ma non tanto quanto i primi due. Non cessando di osservare vidi molti giovani i quali correvano con maggior precipizio degli altri e chiesi: - Perchè quella velocità?

                 - Perché, mi fu detto, sono tirati dai lacci del rispetto umano.

                Guardando ancora più attentamente vidi che fra questi lacci vi erano molti coltelli sparsi qua e là da una mano provvidenziale che servivano a tagliarli o romperli. Il coltello più grosso era contro il laccio della superbia e simboleggiava la meditazione. Un altro coltello [170] assai grosso, ma più piccolo del primo, significava la lettura spirituale ben fatta. Eranvi di più due spade. Una di esse indicava la divozione al SS. Sacramento, specialmente colla frequente comunione; l'altra la divozione alla Madonna. Vi era pure un martello: la confessione. E v'erano altri coltelli, simboli delle varie divozioni a S. Giuseppe, a S. Luigi, ecc., ecc. Con queste armi non pochi rompevano il loro laccio quando erano presi o si difendevano per non essere legati.

                Infatti vidi dei giovani che passavano fra questi lacci in maniera che non restavano mai presi; ora passavano prima che il laccio cadesse, e se passavano quando il laccio cadeva, sapevano schermirsene, e questo o batteva loro sulle spalle, o sopra la schiena, o di qua e di là, senza coglierli.

                Quando la guida conobbe che avevo osservata ogni cosa, mi fece continuare la via fiancheggiata dalle rose, ove di mano in mano che mi inoltrava, le rose della siepe divenivan più rare e incominciavano a vedersi lunghe spine. Indi, per quanto guardassi, più non scoprivasi una rosa; e in ultimo la siepe era divenuta tutta spinosa, arsa dal sole e senza foglie: poi dai cespugli, sparsi, secchi, partivano rami i quali serpeggiando pel suolo lo ingombravano, seminandolo talmente di spine che a mala pena si poteva camminare. Eravamo giunti in un avvallamento, le cui ripe celavano tutte le regioni circostanti; e la strada, che andava sempre declinando, diventava orrida, disselciata, sparsa di fossi, di scaglioni, di ciottoli e macigni arrotondati. Aveva perduto di vista tutti i miei giovani, moltissimi dei quali erano usciti da quella via insidiosa prendendo altri sentieri.

                Continuai il cammino. Più mi avanzava, più quella discesa era aspra, rapida, sicchè alcune volte io sdrucciolava, dando degli stramazzoni per terra, ove restava seduto per riprendere un po' di fiato. Di tempo in tempo la guida mi sorreggeva e mi rialzava. Ad ogni passo le giunture mi si piegavano e sembrava che gli stinchi mi si staccassero. Io diceva ansando alla mia guida:

                 - Ma, mio caro! Le gambe mie non possono più reggermi. Così affranto come sono, non è possibile che possa continuare il viaggio.

                La guida non mi rispose, ma facendomi animo continuò il suo cammino; finché, vedendomi tutto sudato e stanco a morte, mi condusse sopra un piccolo pianerottolo, formato dalla stessa strada. Sedetti, tirai un lungo respiro, e lui sembrò di riposare alquanto. In quel mentre guardava, in su, la strada che aveva già fatta: sembrava a picco, sparsa di punte e ciottoli staccati. Guardava in giù la strada che doveva ancor fare e chiudeva gli occhi per raccapriccio, finchè esclamai:

                 - Torniamo indietro per carità. Se ci avanziamo ancora, come faremo a ritornare nell'Oratorio? È impossibile che possa ascendere poi questa salita!  [171] E la guida risolutamente mi rispose:

                 - Ora che siam giunti a questo punto, vuoi rimaner solo?

                A questa minaccia esclamai con voce lamentevole:

                 - Senza di te come potrei ritornare indietro o continuare il viaggio? !

                 - Ebbene, seguimi; soggiunge la guida.

                Mi alzai e continuammo a discendere. La strada diventava sempre spaventosamente scoscesa di modo che quasi non poteva star ritto in piedi.

                Ed ecco in fondo a questo precipizio, che riusciva in una valle oscura, comparire un edifizio immenso che in faccia alla nostra via aveva una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio. Un caldo soffocante mi opprimeva e un fumo grasso, quasi verde, si innalzava su quei muraglioni solcato da guizzi di fiamme sanguigne. Levo gli occhi a quelle mura; erano più alte d'una montagna. D. Bosco domandò alla guida: - Dove ci troviamo? Che cosa è questo?

                 - Leggi, mi rispose, su quella porta; e dall'iscrizione conoscerai dove siamo! - Guardai e sovra la porta stava scritto: Ubi non est redemptio. Mi avvidi che eravamo alle porte dell'inferno. La guida mi condusse a girare intorno alle mura di quella orribile città. Di quando in quando, a regolare distanza, si vedeva una porta di bronzo come la prima, ai piedi di una discesa rovinosa, e tutte avevano sopra un'iscrizione diversa dalle altre. Discedite, maledicti, in ignem aeternum qui paratus est diabolo et angelis eius ... Omnis arbor quae non facil fructum bonum excidetur et in ignem mittetur. Io presi il taccuino per copiare quelle iscrizioni; e la guida mi disse: - Fermati! Cosa fai?

                 - Prendo nota di queste iscrizioni.

                 - Non fa bisogno: le hai tutte nella Scrittura: anzi alcune tu le hai già stampate sotto i portici.

                A siffatto spettacolo io avrei desiderato ritornare indietro e portarmi all'Oratorio; e avevo fatto qualche passo, ma la guida non si voltò. Percorremmo un immenso profondissimo burrone e ci trovammo nuovamente ai piedi di quella precipitosa via che avevamo discesa, in faccia a quella prima porta. A un tratto la guida si voltò indietro e, tutta oscura e contratta in volto, mi fe' cenno colla mano di ritirarmi, dicendo:

                 - Osserva!

                Tremante, volsi gli occhi in su e vidi ad una gran distanza, su quella rapida via, uno che veniva giù precipitosamente. Di mano in mano che si avvicinava cercavo di fissarlo in volto e in ultimo riconobbi in lui uno dei miei giovani. I suoi capelli scarmigliati eran parte ritti sul capo, parte svolazzanti indietro per effetto dell'aria; e le braccia tese in avanti, come in atto di uno che nuota per scampare dal naufragio. Voleva fermarsi e non poteva. Batteva coi piedi sulle pietre sporgenti, e quelle pietre servivano per dargli maggiormente [172] la spinta. Io gridava: - Corriamo, fermiamolo, aiutiamolo e sporgeva le mani verso di lui.

                E la guida:

                 - No, lascia.

                 - E perchè non posso fermarlo?

                 - E non sai tu quanto sia tremenda la vendetta di Dio? Credi tu di poter fermare uno che fugge dall'ira accesa del Signore?

                Intanto quel giovane, volgendo indietro il capo e guardando cogli occhi affocati per vedere se l'ira di Dio l'inseguisse sempre, precipitava al fondo, e andava a sbattere nella porta di bronzo come se nella sua fuga non avesse trovato scampo migliore.

                 - E perché, io domandava, quel giovane guarda indietro così spaventato?

                 - Perchè l'ira di Dio passa tutte le porte dell'inferno e va a tormentarlo anche in mezzo al fuoco.

                Infatti a quell'urto, rimbombando per l'aprirsi dei suoi catenacci, la porta si spalancò. E dietro di essa se ne aprirono contemporaneamente, con un lungo boato assordante, due, dieci, cento, mille altre, spinte dall'urto del giovane, trasportato come da un turbine invisibile, irresistibile, velocissimo. Tutte queste porte di bronzo, una in faccia all'altra, benchè a grande distanza, essendo rimaste aperte per un istante, vidi in fondo in fondo lontanissima come una bocca di fornace, e da quella voragine, mentre il giovane vi si sprofondava, sollevarsi globi di fuoco. E le porte tornarono a chiudersi colla stessa rapidità colla quale si erano aperte. Allora io presi il portafoglio per scrivere nome e cognome di quell'infelice, ma la guida m'afferrò il braccio e: - Férmati, e osserva di nuovo - m'intimò.

                Osservava ed ecco nuovo spettacolo. Vidi precipitare da quella discesa tre altri giovani delle nostre case, che in forma di tre macigni rotolavano rapidissimi uno dietro all'altro. Avevano le braccia aperte e urlavano per lo spavento. Giunsero in fondo e andarono a sbattere alla prima porta. Don Bosco in quell'istante li conobbe tutti tre. E la porta si aperse, e dietro ad essa le altre mille; i giovani furono spinti in quel lunghissimo andito, si udì un prolungato rumore infernale che sempre più si allontanava e quelli scomparvero e le porte si chiusero. Molti altri a quando a quando caddero dietro a questi. Vidi precipitarvi un poverino spinto con urtoni da un perfido compagno. Altri cadevano soli, altri in compagnia; altri stretti per braccio, altri distaccati, ma vicini al fianco. Tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Io li chiamava affannoso mentre cadevano giù. Ma i giovani non mi udivano, rimbombavano le porte infernali, aprendosi, poi si chiudevano e succedeva un silenzio mortale.

                 - Ecco una causa precipua di tante dannazioni! - esclamò la mia guida: i compagni e i libri cattivi e le perverse abitudini,  [173] I lacci visti prima erano quelli che traevano i giovani al precipizio. Vedendone cader tanti, dissi con accento disperato:

                 - Ma dunque è inutile che noi lavoriamo nei nostri collegi, se tanti giovani fanno questa fine! Non vi sarà rimedio per impedire tutte queste rovine di anime?

                E la guida rispose: - Questo è il loro stato attuale e se morissero verrebbero senz'altro qui.

                 - O dunque lasciamene notare i nomi perchè io possa avvertirli e metterli sulla via del paradiso.

                 - È credi tu che certuni avvisati si emenderebbero? Per quel momento l'avviso li colpirà: poi vi passeran sopra dicendo: è un sogno! e torneranno peggiori di prima. Altri poi, vedendosi scoperti, frequenteranno i sacramenti, ma la cosa non sarà più spontanea e meritoria, perchè non ben fatta. Altri si confesseranno pel solo momentaneo timore dell'inferno, ma non distaccando dal cuore l'attacco al peccato.

                 - Dunque per questi disgraziati non ci sarà più remissione? Dammi un avviso speciale per salvarli.

                 - Ecco: hanno i superiori, li obbediscano; hanno le regole, le osservino; hanno i Sacramenti, li frequentino.

                In quel mentre precipitando un nuovo stuolo di giovani, quelle porte stettero aperte per un istante, e

                 - Vieni dentro anche tu! - mi disse la guida.

                Indietreggiai inorridito. Io era smanioso di ritornare all'Oratorio per avvisare i giovani e per fermarli, acciocchè altri ancora non si perdessero. Ma la guida insistette.

                 - Vieni, chè imparerai più di una cosa. Ma prima dimmi: vuoi andar solo o accompagnato? - Così disse perchè riconoscessi l'insufficienza delle mie forze e nello stesso tempo la necessità della sua benevola assistenza; ond'io risposi:

                 - Là, solo, in quel luogo d'orrore? senza il conforto della tua bontà? Chi potrà insegnarmi la via del ritorno?

                E a un tratto mi sentii pieno di coraggio, pensando tra me: prima di andare all'inferno bisogna presentarsi al giudizio, ed io al giudizio non sono ancora andato! - Quindi esclamai risolutamente: - Entriamo pure!

                Entrammo in quello stretto e orribile corridoio! Si correva colla rapidità del baleno Sovra ognuna delle porte interne splendeva con fosca luce un'iscrizione minacciosa. Come si finì di percorrerlo, sboccammo in un vasto e tetro cortile, in fondo al quale trovavasi un portello brutto, grosso, di cui non vidi mai il peggiore, sul quale stavano scritte queste parole: Ibunt impii in ignem aeternum. Tutto intorno, le mura erano coperte d'iscrizioni. Io chiesi alla mia guida il permesso di leggerle e quella mi rispose:

                 - A tuo bell'agio. [174] Allora osservai da per tutto. In un luogo vidi scritto: - Dabo ignem in carnes eorum ut comburantur in sempiternum. - Cruciabantur die ac nocte in saecula saeculorum. - Ed altrove: Hic universitas mal rum per omnia saecula saeculorum. - In altri luoghi: Nullus est hic ordo, sed orror sempiternus inhabitat - Fumus tormentorum suorum in aeternum ascendit - Non est pax impiis - Clamor et stridor dentium.

                Mentre io andava attorno leggendo quelle iscrizioni, la guida rimasta in mezzo al cortile, si avvicinò e mi disse:

                 - Da questo punto in avanti nessuno potrà più avere un compagno che lo sostenga, un amico che lo conforti, un cuore che lo ami, uno sguardo compassionevole, una parola benevola; abbiamo passata la linea. E tu vuoi vedere o provare?

                 - Voglio solamente vedere! risposi.

                 - Vieni dunque con me, soggiunse l'amico; e mi prese per mano, mi condusse innanzi a quel portello e l'aperse. Questo metteva in un andito in fondo al quale era una grande specola chiusa da una larga finestra di un solo cristallo alto dal pavimento fino alla volta a traverso della quale si poteva scorgere dentro. Feci un passo al di là della soglia e mi fermai subito in preda ad un terrore indescrivibile. Mi si presentò allo sguardo una specie d'immensa caverna che andava perdendosi in anfrattuosità incavate quasi nelle viscere dei monti, tutte piene di fuoco, non già come noi lo vediamo sulla terra colle fiamme guizzanti, ma tale che tutto là entro era arroventato e bianco pel gran calore. Mura, volte, pavimento, ferro, pietre, legna, carbone, tutto era bianco e smagliante. Certo quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore; e nulla inceneriva, nulla consumava. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. ( Praeparata est enim ab heri Thopheth, a rege praeparata, pro  funda, et dilatata. Nutrimenta eius, ignis et ligna multa: flatus Domini sicuttorrens sulphuris succendens eam - Isaia XXX, 33).

                Mentre stavo tutto attonito guardando, ecco da un varco venire a tutta furia un giovane che quasi di nulla si accorgesse, mandando un acutissimo urlo, come uno che stesse per cadere in un lago di bronzo liquefatto, precipita nel mezzo, si fa bianco come tutta la caverna, e resta immobile, risuonando ancora per un istante l'eco della sua voce morente.

                Pieno di orrore guardai alcun poco quel giovane e mi parve uno dell'Oratorio, uno dei miei figliuoli.

                 - Ma costui non è uno dei miei giovani? chiesi alla guida: non è il tale?

                 - Eh sì, mi rispose.

                 - Ma perché, soggiunsi, non muta la presa posizione? Perchè è così incandescente e non consuma?

                Ed egli: - Tu hai scelto di vedere e perciò ora non parlare: guarda e vedrai. Del resto omnis enim igne, salietur et omnis victima sale salietur. [175] Avevo appena di nuovo rivolto lo sguardo ed ecco un altro giovane con furore disperato e grandissima velocità corre e precipita nella medesima caverna. Era pur esso dell'Oratorio. Appena caduto, più non si mosse. Egli pure aveva mandato un sol grido straziante e la sua voce si era confusa con l'ultimo, mormorio del grido di colui che era caduto prima. Dopo questo arrivarono col medesimo capitombolo altri e il numero loro vieppiù si aumentava e tutti mandavano lo stesso grido e diventavano immobili, arroventati, come coloro che li avevano preceduti. Io osservava che il primo era rimasto con una mano in aria e con un piede similmente sospeso in alto. Il secondo era rimasto come curvato a terra. Chi aveva i piedi in aria, chi la faccia al suolo. Questi quasi sospesi sostenendosi con un sol piede ed una sola mano: quelli o seduti o sdraiati: gli uni appoggiati sopra un fianco, gli altri in piedi o in ginocchio, colle mani fra i capelli. Era insomma una larga schiera di giovani, come statue, in posizioni una più dolorosa dell'altra. Ce ne vennero altri ancora in quella fornace, ed erano giovani che in parte io conosceva, in parte mi erano sconosciuti. Mi ricordai allora di quello che sta scritto nella Bibbia, che come si cade la prima volta nell'inferno, così si starà in eterno: Lignum, in quocumque loco ceciderit, ibi erit.

                Cresceva in me lo spavento e chiesi alla guida:

                 - Ma costoro, correndo con tanta velocità, non lo sanno che vengono qui?

                 - Oh sì che lo sanno di andare al fuoco: furono avvisati le mille volte: ma corrono, e volontariamente, per il peccato che non detestano e non vollero abbandonare, perchè disprezzarono e respinsero la misericordia di Dio che incessantemente chiamavali a penitenza: e quindi la divina giustizia, provocata, li spinge, li incalza, li perseguita e non possono fermarsi se non giunti in questo luogo.

                 - Oh quale deve essere la disperazione di questi disgraziati che non hanno più speranza di uscirne! - esclamai.

                 - Tu vuoi conoscere le intime smanie e i furori delle loro anime? Avvicinati un po' di più, mi rispose la guida.

                Feci alcuni passi avanti verso la finestra e vidi che molti di quei miserabili s'infliggevano a vicenda colpi e fiere ferite, e si mordevano come cani rabbiosi; altri si graffiavano la faccia, si laceravano le mani, si stracciavano le carni e queste con dispetto gettavano in aria. In quel momento tutto il coperchio di quella spelonca era divenuto come di cristallo attraverso del quale s'intravvedeva un lembo di cielo e le figure luminose dei compagni salvi in eterno.

                E que' dannati fremevano d'invidia feroce, respirando affannosamente, poichè i giusti erano una volta riguardati da loro come oggetto di derisione (Peccator videbit et irascetur; dentibus suis fremet et tabescet).

                Interrogai la guida:  [176]

                 - Dimmi ancora: perchè non odo alcuna voce?

                 - Avvicìnati ancor più! mi gridò.

                Mi recai presso il cristallo della finestra e udii che gli uni urlavano e piangevano storcendosi; altri bestemmiavano, ed imprecavano ai santi. Era un tumulto di voci e grida, alte e confuse, per cui richiesi al mio amico:

                 - Che cosa dicono? che cosa gridano?

                Ed egli:

                 - Ricordando la sorte dei loro buoni compagni, essi sono costretti a confessare: Nos insensati! vitam illorum aestimabamus insaniam et finem illorum sine honore. Ecce quomodo computati sunt inter filios Dei et inter sanctos sors illorum est. Ergo erravimus a via veritatis. Perciò gridano: Lassati sumus in via iniquitatis et perditionis. Erravimus per vias difficiles, viam autem Domini ignoravimus. - Quid nobis profuit superbia? - Transierunt omnia illa tamquam umbra. Son questi i canti lugubri che qui risuoneranno per tutta l'eternità. Ma inutili grida, inutili sforzi, inutili pianti. Omnis dolor irruet super eos! Qui non c'è più tempo; qui havvi solo l'eternità.

                Mentre pieno d'orrore contemplava lo stato di molti miei giovani, all'improvviso un pensiero si fe' strada nella mia mente.

                 - Ma come è possibile che coloro i quali si trovano qui, siano tutti dannati? Quei giovani ancor ieri sera erano in vita nell'Oratorio!

                E l'amico a me:

                 - Quelli che vedi qui sono tutti morti alla grazia di Dio e se morissero adesso e continuassero a fare come fanno al presente sarebbero dannati. Ma non perdiamo tempo: andiamo avanti.

                E mi allontanò da quel luogo e per un corridoio che scendeva come in un profondo sotterraneo inferiore mi condusse in un altro, sull'entrata del quale era scritto: - Vermis eorum non moritur, et ignis non extinguitur... Dabit Dominus omnipotens ignem et vermes in carnes eorum, ut urantur et sentiant usque in sempiternum (Judith. XVI, 21). Qui era lo spettacolo dei rimorsi, e quanto atroci, di coloro che furono educati nelle nostre case!

                Il ricordo di tutti i singoli peccati non rimessi e della giusta condanna; di avere avuto mille mezzi anche straordinari per convertirsi al Signore, per essere perseveranti nel bene, per guadagnare il paradiso! Il ricordo di tante grazie promesse, offerte e date da Maria Santissima e non corrisposte! Potersi salvare con poco ed essere irremissibilmente perduti! Ricordarsi di tanti buoni proponimenti fatti e non mantenuti! Ah! di buone intenzioni inefficaci è pur troppo pavimentato l'inferno, dice il proverbio.

                E là rividi tutti i giovani dell'Oratorio visti poco prima in quella fornace, dei quali alcuni in questo istante mi ascoltano, altri sono già stati qui con noi, e molti che io non conosceva. Mi avanzai ed osservai che tutti erano carichi di vermi e di schifosi animali che li [177] rodevano e consumavano nel cuore, negli occhi, nelle mani, nelle gambe, nelle braccia, da per tutto e così miserabilmente che a parole non so spiegare. Stavano immobili, esposti ad ogni sorta di molestie e non potevano in modo alcuno difendersi. Io mi feci ancor più avanti e più vicino perchè mi vedessero, sperando di poter parlare ad essi e che mi avrebbero detto qualche cosa, ma nessuno né parlava, né mi guardava. Domandai allora alla guida la cagione di ciò e mi fu risposto che nell'altro mondo pei dannati non vi è più libertà: ognuno là soffre tutto il castigo che Dio gli impone e non poter essere altrimenti e senza mutazione di sorta: e soggiunse:

                 - Ora bisogna che vada anche tu in mezzo a quella regione di fuoco che hai visto

                 - No, no, risposi esterrefatto. Per andare all'inferno, bisogna prima andare al giudizio: ed io non vi fui ancora. Dunque non voglio andare all'inferno!

                 - Dimmi, osservò l'amico: ti par meglio andare nell'inferno e liberare i tuoi giovani, ovvero startene fuori e lasciar essi fra tanti strazi?

                Sbalordito a questa proposta, risposi:

                 - Oh! i miei giovani io li amo molto e li voglio tutti salvi! Ma non potremmo fare in modo da non andar là entro né io né gli altri?

                 - Eh! mi rispose l'amico, sei ancora in tempo, e lo sono essi pure, purchè tu faccia tutto quello che puoi il mio cuore si allargò e dissi subito fra me: - Poco m'importa il lavorare, purchè io possa liberare da tanti tormenti questi miei cari figliuoli.

                 - Dunque vieni dentro, proseguì l'amico: e vedi la bontà e l'onnipotenza di Dio, che amorosamente adopera mille mezzi per condurre a penitenza i tuoi giovani e salvarli dalla morte eterna.

                E mi prese per mano per introdurmi nella caverna. Al primo mettervi piede mi trovai all'improvviso trasportato in una magnifica sala con porte di cristallo. Su queste, a distanze regolari, pendevano larghi veli i quali coprivano altrettanti vani comunicanti colla caverna.

                La guida mi indicò uno di que' veli sul quale era scritto: Sesto Comandamento; ed esclamò: - La trasgressione di questo, ecco la causa della rovina eterna di tanti giovani.

                 - Ma non si sono confessati?

                 - Si sono confessati, ma le colpe contro la bella virtù le hanno confessate male o taciute affatto. Ad es. uno che di questi peccati ne aveva commessi quattro o cinque, disse solo di due o tre. Vi sono di quelli che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l'hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento. Anzi taluni, invece di far l'esame, studiavano il modo d'ingannare il confessore. E colui che muore con tale risoluzione, risolve di essere [178] nel numero dei reprobi, e così sarà per tutta l'eternità. Solo quelli che pentiti di vero cuore, muoiono colla speranza dell'eterna salute, saranno eternamente felici. Ed ora vuoi vedere perchè la misericordia di Dio qui ti ha condotto? - Alzò il velo e vidi un gruppo di giovani dell'Oratorio, che io tutti conosceva, condannati per questa colpa. Fra essi v'erano di quelli che ora in apparenza tengono buona condotta.

                 - Almeno adesso, domandai, mi lascierai scrivere i nomi di questi giovani per poterli avvertire in particolare?

                 - Non fa bisogno, mi rispose.

                 - Che cosa dunque ho da dir loro?

                 - Predica dappertutto contro l'immodestia. Basta avvisarli in generale, e non dimenticare che se anche tu li avvertissi, promette ranno, ma non sempre fermamente. Per ottenere questo ci vuole la grazia di Dio, la quale, chiesta, non mancherà mai ai tuoi giovani. Dio buono manifesta specialmente la sua potenza nel compatire e nel perdonare. Preghiera adunque e sacrifizio da parte tua. E i giovani ascoltino i tuoi ammaestramenti, interroghino la loro coscienza ed essa suggerirà loro quanto debbono fare.

                E qui parlammo per circa mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione. La guida quindi ripeté varie volte con forte voce:

                 - Avertere! ... Avertere! ...

                 - E che cosa significa questa tua esclamazione?

                 - Mutar vita, mutar vita!

                Io tutto confuso per quella rivelazione chinai il capo e stava per ritirarmi, ma quegli mi richiamò e disse: - Non hai ancora veduto tutto, - E si voltò da un'altra parte e alzò un altro gran velo sul quale stava scritto: - Qui volunt divites fieri, incidunt in tentationem et laqueum diaboli. Lessi e dissi: - Questo non fa per i miei giovani, perchè sono poveri, come son povero io; non siamo ricchi, né cerchiamo di divenirlo. Non ci pensano nemanco!

                Rimosso il velo, nello sfondo era apparso un certo numero di giovani, tutti da me conosciuti, sofferenti come quelli già visti prima, e colui, additandomeli: - Oh! sì che fa per i tuoi giovani quell'iscrizione: - mi rispose.

                 - Dammi dunque la spiegazione di questo divites.

                Ed egli: - Per esempio alcuni de' tuoi giovani hanno il cuore attaccato ad un oggetto materiale sicchè l'affetto ad esso li distoglie dall'amore di Dio e mancano perciò alla carità, alla pietà ed alla mansuetudine. Non solo si può pervertire il cuore coll'uso delle ricchezze, ma anche col desiderarle, tanto più se il desiderio offende la giustizia. I tuoi giovani sono poveri: ma sappi che la gola e l'ozio sono pessimi consiglieri. Vi ha taluno che al paese si rese colpevole di furti anche rimarchevoli, e, potendolo, non pensa alla restituzione. [179] Vi ha chi studia di aprire coi grimaldelli le dispense: e chi tenta di penetrare nelle stanze del Prefetto o dell'Economo: chi va a frugare nei bauli dei compagni per rubare commestibili o danari o altri oggetti: chi fa raccolta per suo uso di quaderni e di libri...

                Di costoro e di altri egli mi disse i nomi, e continuò: - Alcuni trovansi qui per essersi appropriati oggetti di vestiario, biancheria, coperte e mantelli che appartenevano alla guardaroba dell'Oratorio, per mandarli alle case loro. Alcuni per qualche altro grave danno recato volontariamente e non riparato. Altri per non aver restituito oggetti e cose che si erano fatti imprestare: e qualcuno per aver ritenuto somme di danaro che gli erano state affidate perchè le consegnasse al Superiore.

                E conchiuse: - E poichè questi tali ti furono indicati, avvisali, di' loro che respingano gli inutili e nocivi desiderii, che siano obbedienti alla legge di Dio e gelosi del loro onore, altrimenti la cupidigia li spingerà a peggiori eccessi, che li sommergeranno nei dolori, nella morte e nella perdizione.

                Io non sapeva darmi ragione come per certe cose così poco considerate dai nostri giovani fossero preparate pene tanto terribili. Ma l'amico troncò le mie riflessioni, dicendomi: - Rammenta quello che ti fu detto allo spettacolo dei grappoli guasti sulla vite - e alzò un altro velo che nascondeva molti altri nostri giovani che tutti io subito conobbi e che sono nell'Oratorio. Sul velo era scritto: - Radix omnium malorum. - E subito mi interrogò: - Sai che cosa ciò significa? quale sia il peccato che indica questa epigrafe?

                 - Mi pare che non sia altro che la superbia?

                 - No! egli rispose.

                 - Eppure io ho sempre sentito a dire che radice di ogni peccato è la superbia.

                 - Sì! in generale si dice che è la superbia; ma in particolare sai che cosa è che fece cadere Adamo ed Eva nel primo peccato, pel quale essi furono scacciati dal paradiso terrestre?

                 - La disubbidienza.

                 - Appunto; la disubbidienza è la radice di ogni male.

                 - E che cosa devo dire ai miei giovani su questo punto?

                 - Sta' attento: quei giovani che tu vedi qui sono i disubbidienti che si vanno preparando un così lagrimevole fine. I tali e i tali altri che tu credi siano andati a riposo, di notte tempo scendono a passeggiare in cortile e, non curando le proibizioni, vanno in luoghi pericolosi e sui ponti di fabbrica delle nuove costruzioni mettendo a rischio anche la loro vita. Alcuni, non ostante le prescrizioni delle regole, vanno in chiesa e non vi stanno a dovere: invece di pregare pensano a tutt'altro e fabbricano nella loro mente castelli in aria: altri disturbano. Vi sono di quelli che cercano di appoggiarsi o di trovare un bel posto per adagiarsi e dormire nel tempo delle [180] sacre funzioni; ed altri tu credi che vadano in chiesa e non ci vanno. Guai a chi trascura la preghiera! Chi non prega si danna! Vi sono qui alcuni, perchè invece di cantare le laudi sacre o l'ufficio della Beata Vergine, leggono libri tutt'altro che di chiesa e certuni, il che è di gran vergogna, leggono persino libri proibiti. - E continuò ad enumerare varie altre trasgressioni che son causa di gravi disordini.

                Come ebbe finito, commosso lo fissai in volto; egli guardò me ed io gli dissi ancora:

                 - E tutte queste cose potrò riferirle ai miei giovani?

                 - Sì, puoi dire a tutti quello che ti ricorderai.

                 - E quale consiglio potrò dar loro perchè non avvengano così gravi disgrazie?

                 - Insisterai, dimostrando come l'obbedienza, anche nelle piccole cose, a Dio, alla Chiesa, ai parenti, ai superiori, li salverà.

                 - Ed altro?

                 - Dirai a' tuoi giovani che si guardino molto dall'ozio, poichè questo fu già la causa del peccato di Davide: di' loro che stiano sempre occupati, perchè così il demonio non avrà tempo di assalirli.

                Io chinai il capo e promisi. Non ne poteva più dallo sgomento e dissi all'amico: - Ti ringrazio della carità che mi hai usato e ti prego di farmi uscire.

                Egli allora: - Vieni meco! - disse; e facendomi coraggio mi prese per mano, sorreggendomi, poichè era estenuato di forze. Usciti da quella sala, attraversato in un attimo l'orrido cortile e quel lungo corridoio d'entrata, prima di lasciare la soglia dell'ultima porta di bronzo si volse di nuovo a me ed esclamò:

                 - Adesso che hai veduti i tormenti degli altri, bisogna che tu pure provi un poco l'inferno.

                 - No! no! gridai inorridito.

                Egli insisteva, e io rifiutava sempre!

                 - Non temere, mi diceva; vieni solo a provare; tocca questa muraglia.

                Io non ne aveva il coraggio e voleva allontanarmi, ma quegli mi trattenne dicendomi: - Eppure fa bisogno che tu lo provi! e mi afferrò risolutamente per un braccio e mi trasse vicino al muro, continuando a dire:

                 - Una volta sola toccala, almeno per poter dire che sei stato a visitare le muraglie degli eterni supplizi e che le hai toccate; e per capire che cosa sarà dell'ultima muraglia se così terribile è la prima. Vedi tu questo muro?

                Osservai con maggior attenzione quel muro che era di una grossezza colossale. La guida proseguì: - È il millesimo prima di giungere dove è il vero fuoco dell'inferno. Son mille i muri che lo circondano. Ogni muro è di mille misure di spessore e di distanza l'uno dall'altro; e ciascuna misura è lunga mille miglia: questo è distante un milione di [181] miglia dal vero fuoco dell'inferno e perciò è un minimo principio dell'inferno stesso.

                Ciò detto, ritraendomi io per non toccare, afferrò la mia mano, l'aperse per forza e me la fece battere sulla pietra di quell'ultimo millesimo muro. In quell'istante sentii un bruciore così intenso e doloroso che sbalzando indietro e mandando un fortissimo grido, mi svegliai. Mi trovai seduto sul letto, e sembrandomi che la mia mano bruciasse, la stropicciava con l'altra per far passare quella sensazione. Fattosi giorno, osservai che la mano era gonfia realmente; e l'impressione immaginaria di quel fuoco ebbe tanta forza che in seguito la pelle della parte interna della mano si staccò e cambiossi.

                Notate che io non vi ho detto queste cose in tutto il loro orrore, nel modo come le vidi e come mi fecero impressione, per non spaventarvi troppo. Noi sappiamo che il Signore non nominò mai l'inferno se non con figure, perchè ancorchè ce lo avesse descritto come é, non avremmo inteso. Nessun mortale può comprendere queste cose. Il Signore le sa e può dirle a chi vuole.

                Per più notti in appresso, sempre turbato, io non ho più potuto addormentarmi a causa di questo spavento. Vi ho raccontato, soltanto in breve, ciò che ho visto in lunghissimi sogni: non ve ne ho fatto che un breve riepilogo. Io poi farò delle istruzioni e sul rispetto umano, e su ciò che riguarda il sesto, il settimo comandamento e sulla superbia. Non farò altro che spiegare questi sogni; perchè sono in tutto consentanei alla Santa Scrittura, anzi non sono altro che un commento di ciò che si legge a questo riguardo nella medesima. In queste sere vi ho già raccontato qualche cosa, ma ogni qualvolta potrò venire a parlarvi, vi racconterò il resto, dandovene la spiegazione.

 

                Come promise, così fece. In seguito egli espose questo sogno anche ai giovani di Mirabello e di Lanzo, ma compendiando la narrazione. Ripetendo ciò che aveva visto, benchè non facesse mai mutazioni sostanziali, pure non mancavano varianti. Narrandolo privatamente ai suoi preti e chierici di maggior confidenza, aggiungeva qualche nuova particolarità. Molte cose ometteva una volta e palesava un'altra. Nella descrizione dei lacci diede nuova idea dell'agguato del demonio e del suo modo di tirare le vittime verso l'inferno, parlando delle abitudini cattive. Di molte scene non diede spiegazione: ad esempio dei personaggi di bell'aspetto che si trovavano nella sala magnifica che noi siam propensi a [182] chiamare: - Il tesoro della misericordia di Dio, per salvare i giovani che sarebbero periti. - Forse erano dessi i principali ministri di innumerevoli grazie.

                Certe variazioni provenivano dalla molteplicità delle cose viste contemporaneamente, perchè ripresentandosi esse alla sua mente, egli sceglieva, di ciò che era restato vivo nella sua memoria, quello che giudicava più opportuno per chi lo ascoltava.

                Del resto era famigliare a Don Bosco la meditazione dei novissimi e da questa si accendeva nel suo cuore vivissima compassione per tutti i poveri peccatori ai quali sovrastava il pericolo di un'eternità così orribile. Era questa carità, che vinceva in lui ogni rispetto umano nell'invitare a penitenza, con franchezza prudente, anche personaggi distintissimi e che dava tale efficacia alle sue parole da operare molte conversioni.

                Noi abbiam qui fedelmente notato quanto udimmo per disteso dal Venerabile e quanto ci riferirono a voce o per iscritto numerosi testimoni sacerdoti, coordinando il tutto in un'unica narrazione. Fu un lavoro arduo, perchè volevamo riprodurre con matematica esattezza ogni parola, ogni congiunzione o legame tra una scena e l'altra, e l'ordine dei vari fatti, avvisi, rimproveri e di tutte le idee esposte e non spiegate, tra cui qualcuna forse fraintesa. Vi siamo riusciti?

                Possiamo assicurare i lettori che colla massima diligenza noi cercammo una cosa sola: quella di esporre più fedelmente che ci fosse possibile le lunghe parlate di Don Bosco.

 

 


CAPO XVI. Il Cardinale Gerolamo d'Andrea, non ostante il divieto del Papa si allontana da Ronza e dalla sua diocesi di Sabina e si ritira a Napoli - È accolto a festa dalle autorità italiane - Sue lettere in difesa della propria condotta, ai suoi diocesani, al Cardinale Mario Mattei, e a tutti i Cardinali e Vescovi con grandi elogi al Governo Italiano - Interviene alle feste della Corte reale e del Prefetto Gualterio - Indulgenza del Papa nel compatirlo - Lettere del Cardinale contro l'Unità Cattolica, che gli rimproverava le frasi ingiuriose scritte all'indirizzo del Papa e di vari Prelati - Il Cardinale rifiuta replicatamente di obbedire al Papa, e gli vien tolta la diocesi di Sabina e l'abbazia di Subiaco - Suo appello: dal Papa male informato al Papa meglio informato - Dolore di Don Bosco per questo scandalo - Don Bonetti invita due giornalisti a confutare le indegne accuse di quell'appello - Lo stesso scrive due lettere al Cardinale supplicandolo ad obbedire al Papa e a consolarlo - Ultima intimazione del Papa al Cardinale, il quale va a Roma e si sottomette Don Bonetti gl'invia una lettera di lode e d'incoraggiamento.  Morte improvvisa del Card. d'Andrea.

 

                SUL finire del 1867 cessava un gravissimo scandalo che affliggeva da tre anni i cattolici. Il Cardinale Gerolamo d'Andrea, uomo di vasta cultura, di straordinario orgoglio e in stretta attinenza col Pantaleone e col Passaglia, da lungo tempo sentiva avversione non tanto verso Pio IX, del quale irrideva spesse volte l'alta [184] misticità, quanto verso il Cardinale Antonelli, di cui non approvava la politica e invidiava la carica. Stordito dalle adulazioni, nel giugno del 1864 erasi recato a Napoli contro la volontà del Santo Padre, sotto pretesto di ristabilire la scossa salute. Al confine fu ricevuto con grandi onori ed i giornali liberali propalarono che il d'Andrea, quale patriota e fautore del progresso, la rompeva coll'Antonelli e coi Gesuiti.

                Questo Cardinale, il 28 dicembre 1864, sotto la data di Napoli, scriveva una lettera in sua difesa al Direttore del Conciliatore, che l'Unità Cattolica ristampò nel suo numero del 6 gennaio 1865. La lettera finiva così: D'ora in poi mi appiglierò al silenzio. Perchè è verità che non tutti adoperano con dirittura e mente e lingua. Era un'accusa di perfidia e menzogna, mentre il Cardinale Antonelli era il migliore de' suoi amici e il più caldo de' suoi difensori.

                Il d'Andrea era Vescovo della Diocesi di Sabina e Abate Commendatario di Subiaco, ed essendo la Sabina annessa al regno d'Italia, il Governo di Firenze toglieva in suo favore il sequestro già posto sulla sua mensa, mentre lo lasciava su quelle di altri Cardinali. E Sua Eminenza nella Lettera pastorale per la quaresima, in data 15 febbraio 1865, annunziava ai suoi Diocesani che la sua malferma salute lo costringeva a prolungare il suo soggiorno a Napoli; e ricordava come per la difesa e lo splendore del Pontificato Romano e della Religione Cattolica avesse sofferto angustie e pericoli nella sua Legazione Elvetica e nei tumulti repubblicani in Roma nel 1848, quando, salvatosi appena il Pontefice, la vide abbandonata da colali che avevano gravissimo l'obbligo di farle scudo coi petti.

                Vedendo che il Cardinale s'incaponiva, il Papa con Breve dello stesso mese, cominciò a negargli il piatto cardinalizio, poichè non risiedeva in diocesi ed egli nel maggio fece stampate in Napoli una lettera all'indirizzo del Card. Mario Mattei, Decano del Sacro Collegio, protestando contro quel decreto. [185] I giornali la riprodussero e i più libertini vi fecero sopra i più pepati commenti contro il Cardinale che l'aveva scritta e contro gli altri Cardinali assaliti nella sua lettera. Questa riportava in fine gli attestati dei medici che dichiaravano che il d'Andrea era veramente ammalato.

                E doveva esserlo davvero!

                L'8 giugno, offeso da due articoli del Teol. Margotti (del 23 aprile e del 20 maggio) l'Eminentissimo intimava con insulti all'Unità Cattolica, a termini di legge, di pubblicare la sua lettera al Cardinale Decano e la sua intimazione, notando che l'Em.mo Antonelli abusava di tutto il potere imprestatogli dalla benignità del Santo Padre, che tanto in buonafede gli si abbandona.

                Il Papa lo aveva invitato a ritornare a Roma, ed egli, invece di sottomettersi, in data Napoli 10 settembre 1865, scriveva una lettera Ai suoi rispettabili fratelli Cardinali e Vescovi, nella quale in primo luogo diceva:

 

                Oramai ci troviamo di fronte ad una serie di fatti compiuti, ai quali non è mica prudente opporre il disprezzo. Io veggo il novello regno d'Italia riconosciuto da tutte le potenze: veggo un gran sovrano, la cui superiorità come uomo di Stato non è a contestare, offrirci in nome della gran nazione francese, come tavola di salvezza nel naufragio delle antiche illusioni, la convenzione del 15 settembre lealmente eseguita; veggo il Re Vittorio Emanuele in recenti circostanze prestarsi a trattative, per disavventura rimaste vuote d'effetto, che fanno alto testimonio dei suoi sentimenti religiosi; ed in presenza di tutte tali circostanze e delle riflessioni che esse fari nascere, come deve procedere il Papato in tal nuova direzione? quali concessioni può fare alle necessità del tempo? su quali basi è possibile la sua riconciliazione coll'Italia? Ecco precisamente i punti intorno a cui non debbo dire il mio pensiero. Il tempo di parlare su ciò forse verrà per me, ma non lo credo venuto ancora.

 

                Quindi veniva a parlare di sé e conchiudeva:

 

                Io rientrerò in Roma tostochè la mia salute, già in via di miglioramento, mel permetterà; non in modo da far credere che io mi sommetta ad ammenda onorevole che niuno né ragionevolmente, né  [186] canonicamente è in diritto di chiedermi, ma di mia piena volontà, quando crederò d'aver riacquistato le forze necessarie per riprendere le mie funzioni. Non è che un desiderio che tal giorno sia domani. Tale nella sua intera verità é, Monsignore, la questione agitata tra la Segreteria di Stato e me: questione che non avrebbe avuto luogo se stavano agli affari Cardinali come Consalvi o Pacca: la mia causa si difende da se stessa, ne sono convinto e la confido al cuore di tutti gli onesti. Ho speranza che il S. Padre arriverà ad aprire gli occhi sugli intrighi formati contro di me e che la sua giustizia veda la necessità di mettervi termine. Gradite, o Monsignore, la espressione della mia alta considerazione.....

 

                Il Cardinale d'Andrea aveva condito questa lettera con eccessiva vivacità contro il Cardinale Antonelli e ritornava a parlare del piatto cardinalizio.

                Chi ricevette la sua lettera o non gli rispose, o fece eco alla risposta del Cardinale Arcivescovo di Chambéry:

                “Faccio voti che vi sottomettiate con umiltà e docilità alla volontà del nostro Santo Padre Pio IX, altrimenti vi aprirete la strada, che altre volte hanno battuta Lamennais, Gioberti e Passaglia”.

                Intanto egli ottenne un'udienza dal Principe Ereditario che si prolungò quasi un'ora, ricevette le visite del suddetto e del Duca d'Aosta; e in porpora cardinalizia andava alle feste di Corte e ai balli dati in casa del Prefetto Gualterio, nemico dichiarato del Governo Pontificio.

                Il Papa gli era stato sempre non solo molto indulgente, ma ne aveva prese le difese e nel 1865, sentendo sul conto di lui nuove lagnanze, ebbe a dire: - Voi attingete a torbide fonti. Questo Cardinale mi diede molti dispiaceri, colla sua debolezza, ma non credo che in fondo, in intimo corde, sia cattivo. Non posso supporre che colui, il quale ha mangiato con me nel medesimo piatto, voglia ora tradirmi. Dategli tempo di pensarci su e di fare la penitenza; non fategli insistenze; i peggiori sono gli ipocriti.

                “... Non prestate fede a tutto quello che scrivono i giornali perversi. Credete però che quanto più alto sta l'uomo,  [187] tanto più basso cade se la grazia di Dio lo abbandona. Preghiamo pel Cardinale d'Andrea e confidiamo, ma non me ne parlate, finchè non ne saprete qualche cosa di consolante”.

                Invano il Pontefice attendeva tale consolazione.

                Il 23 marzo 1866 Lo Stivale di Napoli pubblicava una seconda lettera del Card. d'Andrea al Card. Mattei, Decano del Sacro Collegio, che diceva cose di fuoco contro i Cardinali Antonelli e Caterini, ed i prelati Giannelli, Berardi, Svegliati, e Quaglia, gettando il biasimo a piene mani sulla Curia Romana.

                Il Marchese Francesco Saverio d'Andrea, fratello del Cardinale, faceva stampare due nobilissime sue lettere, scritte l'una al Papa, l'altra al Preposito Generale dei Padri Gesuiti in data 23 e 24 aprile, chiedendo egli perdono in luogo del fratello “di cui (riprovando la condotta) debbo credere né libero il volere, né sereno l'animo a scrivere”.

                L'Unità Cattolica riprodusse queste lettere, e il 7 maggio ne ricevé vivi ringraziamenti dal Marchese che lo stesso giornale pubblicava il giorno 13. Il Cardinale allora intimò al Teol. Margotti, a termini di legge, la stampa di una sua lunga risposta alle lettere stampate dal fratello. Egli diceva il Marchese un misantropo - che uno o due furfanti s'impossessarono della sua coscienza e gli fecero scrivere le note lettere - che i Gesuiti erano riusciti ad accendere la discordia fraterna - che il Papa giaceva sotto il grave giogo gesuitico, ecc.

                Di ciò non contento, aveva stampato sul Giornale di Napoli un'altra lettera in data 9 maggio, nella quale dichiarava che le lettere del fratello pubblicate dall'Unità Cattolica e chiedenti scusa in suo nome al Papa e al Preposito generale dei Gesuiti, erano state scritte senza il suo consenso, e perciò intendeva di chiamarlo a rispondere innanzi alla legge.

                In fine il Santo Padre domandò al Sacro Collegio il suo parere intorno ai provvedimenti da prendersi nel caso doloroso: e il Sacro Collegio giudicava che il Cardinale doveva essere privato del suo Vescovado, se non rientrava quanto,  [188] prima in diocesi, nella quale da due anni non aveva più messo piede.

                Quindi, con Breve del 12 giugno 1866, il Papa toglieva al De Andrea il Vescovato di Sabina e l'Abazia di Subiaco, nominando Amministratore Apostolico di Sabina il Vescovo. Mons. Pettinari: rimproverava il Cardinale dei suoi comportamenti; dell'ostinata disobbedienza, delle sue ingiurie contro Eminentissimi Colleghi e contro Vescovi degni d'ogni rispetto; si doleva che non avesse tenuto conto delle lettere paterne scrittegli di proprio pugno per indurlo a rientrare in sé e pentirsi dello scandalo dato la Chiesa; e infine gli ordinava di non ardire, sia in segreto, sia pubblicamente, d'esercitare la minima parte del suo ministero e della sua amministrazione nella diocesi di Sabina e nell'Abbazia di Subiaco.

                Il 28 giugno il Cardinale protestava contro il Breve Pontificio con lettere sediziose ai suoi diocesani, dichiarando di considerare quel Breve come nullo totalmente, irrito ed invalido per ogni canonico effetto e di appellarsi “dal Papa male informato, al Papa meglio informato”; mentre il Governo decideva di non accordare, per quanto a lui spettava, l'Exequatur al suddetto Breve.

                E il De Andrea cadeva in eccessi peggiori.

                Il 22 luglio l'Unità Cattolica annunziava una sua lettera di appello al Papa, in data 6 luglio, stampata senza il nome della stamperia e del tipografo. Era una lettera lunghissima, piena zeppa di grandi elogi che il D'Andrea faceva di se stesso e della sua amministrazione: di insulti villani all'Episcopato e specialmente al Sacro Collegio, e di ingiurie gravissime al Papa, mescolate a proteste di rispetto. Il Teologo Margotti ne dava un breve cenno con salati commenti, e il Cardinale il 24 luglio gli intimava di stampare per intero il suo Appello al Papa a nome della legge, sicchè il Margotti dovette obbedire, mentre l'Autorità Civile lo faceva affiggere a Magliano e il Ministero rifiutava l'Exequatur all'Amministratore Apostolico della Sabina. [189]

                Le notizie della ribellione d'un membro del Sacro Collegio, l'unico che fosse causa di scandalo, erano venute a cognizione di Don Bosco, non solo dall'Unità Cattolica, ma da lettele private da Roma. Il suo cuore sanguinava per le offese che riceveva l'angelico Pio da chi avrebbe dovuto dargli consolazioni in tante angustie religiose e politiche; e studiava il modo di far cessare così grave disordine.

                Il suo nome troppo noto e la sua prudenza non gli consigliavano d'intromettersi in ciò personalmente, anche pel pericolo di entrare in polemiche; ma trovò la persona cui affidare il delicato incarico e che lo compisse in nome proprio. E questi fu Don Giovanni Bonetti. Noi abbiamo trovato nelle sue carte alcuni documenti riguardanti il disgustoso affare. Sono le minute di due lettere a giornalisti, di tre lettere allo stesso d'Andrea. Non è possibile che a que' tempi Don Bonetti, di sua iniziativa, si azzardasse a dar moniti ad un Cardinale. Neppure la sostanza e lo stile delle tre lettere dirette all'Eminentissimo ci paiono di lui. Esse palesano chi fu l'ispiratore di quegli scritti, e rispecchiano il carattere predominante di Don Bosco: franco, conciliativo, rispettoso, ponderato, che cercava le vie del cuore. Senza dubbio egli diede a Don Bonetti ampie istruzioni a questo riguardo e non ci pare affermazione gratuita il dire che abbia anche esaminate e corrette le lettere inviate al Cardinale. Secondo noi Don Bonetti non fece altro che eseguire fedelmente un mandato.

                Don Bonetti scrisse a Monsignor Nardi.

 

                               Rev.mo Monsignore,

 

                Pieno di afflizione il cuore per le ingiurie contro il Nostro Santo Padre scagliate da un ingrato suo figlio, il Cardinale d'Andrea, io in ispirito genuflesso ai vostri piedi vi supplico, Rev.mo Monsignore, che ispirandovi alla vostra prudenza e zelo ardente, impugnate la penna, sventiate i sofismi, sveliate al mondo scandalizzato le insidie,  [190] che entro a quel malaugurato scritto si nascondono. Rendete a nome di tutti i cattolici un contraccambio all'ottimo nostro Padre Pio IX sì villanamente trattato da chi meno lo dovrebbe; togliete tanti incauti dal pericolo di essere allucinati. Dimostrate che l'infelice preme le vestigia dei nemici della Chiesa e dell'autorità papale; fate vedere che quella superba Eminenza, qual novello Lucifero, dalle stelle precipitò nel fango. Tanto sfregio recato alla Chiesa ed al Pontefice non deve rimanere invendicato presso i fedeli. S. Pietro non ebbe riguardo al traditore e disse pure in piena adunanza che suspensus crepuit medius ed altro.

                Monsignore, la vostra penna è da ciò; l'ispiri Iddio oltraggiato nel suo Vicario, vi doni grazia e tempo a compiere quest'opera, alla Chiesa sì onorevole, ai fedeli così vantaggiosa.

                Intanto io non potendo, colla penna né coll'ingegno, difendere il nostro amatissimo Padre Pio IX, mi contento di difenderlo per ora pregando e lagrimando.

                Le umilio i miei ossequi e colla più profonda venerazione godo rassegnarmi, ecc., ecc.

 

Sac. GIOVANNI BONETTI.

 

                Il nostro carissimo confratello scrisse pure un'altra lettera ad altro giornalista, che noi crediamo sia stato il Teol. Margotti; nella minuta non si legge alcun nome.

                Sarò breve per non rubarle il tempo. Vostra Signoria faccia di questa mia il conto che le parrà nel Signore. A mio avviso V. S. farebbe un'opera santa se raccogliendo in un articolo apposito le colpe tutte e i delitti del sig. Card. Gerolamo d'Andrea, li mettesse in confronto colle

                difese che egli tentò cavillosamente di fare nella sua insidiosa ed ingiuriosissima Lettera d'appello, testé stampata nel suo, accreditato giornale. In tal modo il lettore potrebbe di leggeri e quasi in un batter d'occhio rilevare i torti di quella disgraziata Eminenza, che qual novello Lucifero precipitò dalle stelle e in sì scandaloso modo, disonorò se stesso e la Chiesa in questi giorni già per lei sì calamitosi.

                Se ancora vivesse S. Giovanni, non esiterebbe a chiamarlo primogenito di Satana. È vero che si può ricorrere al Breve del 12 giugno, ma non tutti il possono fare: vi è quindi timore che nella mente di qualche incauto restino alcune cattive impressioni prodotte dalla lettura di quelle scandalose lettere.

                Oh! quanto dovrà essere amareggiato il Santo Padre. Gli mancava ancor questo per renderlo l'uomo dei dolori! Perciò quanto tornerebbe caro ad ogni cuore ben fatto che gli si desse in questi giorni un degno contraccambio da que' cari suoi figli i quali detestano l'empia [191] ingratitudine di quello sleale. Una tenerissima lettera, in forma di indirizzo, sottoscritta dal Clero italiano non sarebbe ella cosa da ciò? Vi pensi la S. V. e si ispiri a quella prudenza e a quello zelo coraggioso che nelle difese della Chiesa e del Santo Padre cotanto la distingue in questi giorni. Del resto io sarò contento di avere in questa mia espresso un pio desiderio e sfogato alquanto il vivo dolore che provai nel leggere le ingiurie scagliate contro il Santo Padre che tanto io amo. Non potendo come V. S. prendere le sue difese colla penna, lo difendo come posso colle preghiere. Mi scusi di questo disturbo.

 

                Una terza lettera fu da lui indirizzata allo stesso Cardinale d'Andrea nel mese di settembre 1866.

 

                               Eminenza,

 

                Alzate gli occhi al Cielo, sollevate il Vostro cuore. Oh sì! le delizie, le gioie purissime di quel regno beato, vi facciano mettere sotto i piedi la gloria fugace di questo mondo.

                Eminenza, io vi amo e questo mio cuore mi fa temere che abbiate offeso Iddio, mi fa temere che abbiate da esulare dalla patria dei beati. Mettetevi una mano sulla coscienza e nel silenzio della notte, nel segreto delle vostre camere, interrogate il vostro cuore che vi risponderà se vano sia il mio timore. Voi forse erraste, Eminenza. E se così fosse, non vi lusingate di riparare al male negli ultimi giorni della vostra vita. Non va scordato che mors non tardat. Ritrattatevi di presente: al punto di morte vi troverete contento.

                (Credetelo: la Vostra ritrattazione anche quaggiù vi procurerà gloria maggiore di quella che vi possono dare coloro che in questi giorni paiono vostri ammiratori. Il vostro esempio sarà forse in questo secolo, qual lampo che illuminerà tanti ciechi, i quali in questi giorni vanno brancolando sulle vie dell'errore, scuoterà potentemente molti infelici, che, o per debolezza o per inganno allontanati dalla Cattolica Chiesa, dormono un sonno di morte in seno all'errore)[5].

                La vostra ritrattazione farà un bene immenso alle anime, la Santa Chiesa ve ne saprà grado, i cattolici vi ammireranno, faranno plauso al vostro coraggio. Gesù stesso ve ne rimunererà largamente. Mettete in pace il vostro cuore, consolate Pio IX, edificate la Chiesa, rallegrate gli Angeli. Ricordatevi in fine che se voi tardate, forse non più tarda la morte e potrebbe, forse, darsi che non fosse lungi dalla vostra porta. Sì, io vi ripeto, alzate gli occhi al cielo, al cielo sollevate il vostro cuore, vada ogni cosa, ma non si perda il paradiso. [192]

                Baciando la sacra porpora con profonda venerazione mi raffermo,

                Dell'Eminenza Vostra,

 

                Mirabello Monferrato (settembre 1866)

 

Um.mo ed ossequentissiino Servo

GIOVANNI BONETTI.

 

                Per risposta Don Bonetti ricevette copia di un'autodifesa del Cardinale, pubblicata a stampa, forse l'Appello al Papa; e a sua volta replicava:

 

                               Eminenza,

 

                Ho ricevuto testé un vostro scritto. Se siete Voi che me lo mandate, Vi ringrazio del disturbo che vi siete preso; io non merito tanto. E poichè mi si presenta propizia occasione, permettetemi alcune osservazioni che mi sembrano suggerite dal grande affetto che io porto .alla Santa Sede, al Vicario di Cristo, nonchè all'E. V.

                Voi vi dite innocente, e colpevole il Santo Padre. Altri però dicono il contrario. Adunque per lo meno, la cosa è dubbia. Siate pure innocente, Eminenza, ve lo voglio concedere; ma in tal caso Voi ne' vostri scritti, mi avete l'aria di un figlio, che per liberare se stesso dall'infamia, vi getta il proprio Padre. E se così fosse, Eminenza, che dire si dovrebbe del vostro cuore? Voi, a mio avviso, vi sareste portato assai più lodevolmente, e con maggior bene della Chiesa se, come un San Francesco di Sales, contento di esporre con evangelica semplicità le vostre ragioni, vi foste guardato dal mandare alle quattro parti del inondo certi scritti entro cui trovansi espressioni, che mentre danno maggior ansa ai nemici della Chiesa, non vi fanno per nulla conseguire quel fine che vi siete proposto. Imperocchè voleste giustificarvi presso i buoni o presso i cattivi? Se in faccia ai buoni, credetelo vi sarà impossibile, poichè costoro nell'agitata questione crederanno sempre piuttosto al Papa che non ad un Cardinale. Alcuni di essi sanno pure che anche grandi teste poterono pel passato errare, e credono ancor possibile che altri, sebbene di nobile ingegno come il vostro, possano al presente andar errati; tanto più che ne' vostri scritti trovansi alcune parole poco rispettose riguardo al grande Personaggio cui sono dirette.

                Se poi voleste giustificarvi presso i cattivi, io nol credo, poichè io non posso supporre che l'Eminenza Vostra possa paventare i giudizi di costoro. Che cosa vi deve importare dei loro giudizi? Voi avreste potuto ripetere: Quid mihi de iis qui foris sunt? Nulla poi otterreste pel vostro scopo. Costoro nella loro indifferenza si burlano del Papa e del Cardinale, si pongono sotto i piedi le proteste dell'uno [193] e degli altri e nessun bene al certo da que' scritti ricavano. Anzi Voi produceste un gran male, Voi aiutaste i nemici della Chiesa; e più d'uno di questi fu udito a ripetere: - Se così fa un Cardinale verso il Papa, non potremo far noi altrettanto?

                Ah! Eminenza, lo dico schiettamente, che mi sarebbe stato mille volte più caro vivere oppresso da una persecuzione giusta o ingiusta, quale si fosse, piuttostochè porgere occasione di scandalo ai nostri nemici, e maggiormente al ceto ecclesiastico. Forse, a vostro malgrado, faceste agli avversari della Chiesa un segnalato servizio. Essi infatti se ne vantano e ne vanno orgogliosi. Ah! se presso di Voi possono valere qualche cosa le mie preghiere, deh! cessi Vostra Eminenza dal più spargere certi scritti che altro non fanno che cooperare alla rovina delle anime, quelle anime per le quali Gesù non solo si umiliò cotanto, ma versò tutto il suo preziosissimo Sangue. A Voi questo Gesù domanderà conto un giorno, se avrete cooperato alla salute di coteste anime e se mai l'Eminenza Vostra ne avesse scandalizzata qualcuna, pensi che le sovrasta un tremendo giudizio. Io temo pel suo stato. V. E. abbia mente e cuore per impedire in parte quel male che va tuttavia propagandosi per causa di que' scritti.

                Mi raccomando alle sue preghiere, aspettando nell'afflizione che Dio mi consoli .....

 

                29 settembre 1866.

 

GIOVANNI BONETTI.

 

                Dopo le lettere di Don Bonetti parve che il Cardinale si calmasse alquanto. Cessò dal pubblicare le sue invettive; ma si ostinò a rimanere a Napoli. Le ammonizioni e i castighi non ottennero per allora altro effetto, e il Papa fu costretto a sospenderlo, conforme alla Costituzione d'Innocenzo X (Cum juxta del 19 febbraio 1646) da tutti gli onori, insegne e diritti cardinalizi, compresa la privazione della voce attiva e passiva nell'elezione del Papa. In pari tempo gli assegnò il termine perentorio di tre mesi per presentarsi a Lui e riceverne umilmente gli ordini: trascorso inutilmente questo termine il d'Andrea sarebbe privato del Cardinalato e degli altri benefizi. La Lettera Apostolica aveva la data del 29 settembre 1867 (un anno dopo l'ultima delle riferite lettere di Don Bonetti) e fu presentata al Cardinale il 12 ottobre.

                Il d'Andrea, dopo aver alquanto temporeggiato, giungeva [194] a Roma in convoglio speciale il 16 dicembre, ma non fu ricevuto in Vaticano finchè non ebbe Sottoscritto il 26 dicembre una dichiarazione, in cui si leggeva:

                1° che domandava al Santo Padre perdono della disubbidienza commessa;

                2° che era dolente dello scandalo dato co' suoi scritti per la relazione avuta con l'Esaminatore di Firenze, e che condannava le massime di questo giornale;

                3° che si associava completamente all'indirizzo dei Vescovi del 1867;

                4° che dichiarava invalide le sue proteste contro il Breve Pontificio del 12 giugno 1866;

                5° che implorava umilmente scusa al Papa, ai suoi colleghi e a tutti coloro che poteva aver offeso.

                Due giorni prima che egli sottoscrivesse questa dichiarazione, Don Bonetti gli mandava il seguente foglio.

 

W. Gesù Bambino!

 

                               Eminenza Rev.ma,

 

                È poco più di un anno che io angustiato da una disgrazia accadutavi Vi scriveva parole di dolore, facendovi nella mia pochezza umile preghiera che voleste far ritorno al Santo Padre, e consolarlo, e riedificare il mondo. Voi allora mi rispondeste coll'invio di una lettera poco prima stampata, cui io lessi piangendo. Ma viva Dio; è passato il tempo maligno, è spuntato il sospirato giorno. Torno pertanto a scrivervi, Eminenza, ripieno il cuore della più pura gioia. Vi ringrazio del coraggio dimostrato nel calpestare i rispetti del mondo, e sottomettervi all'amabilissimo nostro Santo Padre. Oh! Voi agli occhi miei ora mi apparite veramente grande. Oh! no, Satana non ha da gloriarsi di avervi vinto e abbattuto, poichè dal vostro risorgere ha più perduto che non guadagnato dalla vostra caduta. Proseguite, adunque, Eminenza, con quella fortezza d'animo colla quale avete incominciato. Dio, la Vergine, i Santi vi guardano con occhio di compiacenza. Non dubitate; Gesù Cristo farà sì che il mondo cattolico dimentichi il doloroso fallo per non ricordare che il glorioso pentimento, l'illustre esempio. Non lasciatevi abbattere se nella via intrapresa troverete pungenti spine; se dovrete provare qualche amarezza, Gesù Cristo vi ha preceduto sulla via dei dolori, e sulla Croce. Vi rammenti il [195] fallo, e dolce vi riuscirà la pena. Ogni benedizione Vi piova dal cielo il caro Bambino Gesù, e la sua dolcissima madre Maria.

                Gradite infine, Eminenza Rev.ma, gli umili ossequi di chi colla più alta stima e profonda venerazione gode di baciarvi la sacra porpora e dichiararsi,

                Della V. E. Rev.ma,

 

                Mirabello Monf. 24 dicembre 1867.

 

Osseq. e Obbl.mo

BONETTI GIOVANNI.

 

                E il Papa con Breve del 14 gennaio 1868 restituiva al pentito tutte le dignità e cariche, ad eccezione del Vescovado di Sabina e dell'Abbazia di Subiaco. Difatti il 18 gennaio l'Eminentissimo prese subito parte alla Cappella Papale in S. Pietro. In seguito aveva stabilito di recarsi sui Pirenei per una cura di acque, ma colto da paralisi moriva improvvisamente la notte del 14 maggio 1868, in età di 57 anni[6].

 

 


CAPO XVII. Notizie di Roma: Parole di Pio IX alla gendarmeria ed ai Zuavi consegnando le bandiere: sua fiducia nella Madonna - I destini della chiesa di Valdocco - L'interno della chiesa - I quadri di Maria SS. Ausiliatrice e di S. Giuseppe - Nessuna disgrazia agli operai negli anni della costruzione - Continui favori della Madonna a coloro che concorrevano alla fabbrica della chiesa - Stupori di quelli che non credevano o dubitavano della riuscita di Don Bosco in questa impresa - Parole del Teologo Margotti - Gli aiuti divini bisogna meritarli - Don Bosco insegna ai giovani come debbano regolarsi nella novena di Maria Ausiliatrice - La benedizione delle campane: loro iscrizioni: sono collocate sul campanile - Il cancello di ferro innanzi alla chiesa - La Piazza di Maria Ausiliatrice e un monumento - Compra di terreni - Risposta di Don Bosco al Rettore del Seminario: gli espone il motivo pel quale non poté pagare al Seminario una dovuta annualità, che sarà versata al più presto: lo ringrazia di un'offerta: lo prega a riguardare come suoi anche i chierici dell'Oratorio: gli domanda il favore di essere avvertito schiettamente quando vi fossero osservazioni da fare sopra il suo conto o su quello dell'Oratorio - Il Papa concede indulgenza Plenaria ai fedeli che visiteranno la chiesa di Maria Ausiliatrice nella lesta della consacrazione o in uno dei sette giorni immediatamente seguenti: e ad septennium indulgenza plenaria in occasione della lesta titolare o in uno dei giorni della Novena. [197]

 

                NEL mese di maggio lettere da Roma annunziavano all'Oratorio quanto accadeva nella salita città: “Qui per ora siamo quietissimi. Moti Garibaldini sono impossibili ora; guerra grossa sì. Ma non si vede che osino incominciare. I Francesi pare che vengano sempre e non vengono mai. Certo è che sono preparati alloggi e letti per cinque mila. Il Santo Padre sta benone. Egli con gran solennità, nel pontificio giardino vaticano, benediceva il 5 maggio e consegnava alla Gendarmeria e al Corpo dei Zuavi due magnifiche bandiere ricamate, una dalle Dame degli Stati Uniti d'America, l'altra da quelle di Barcellona. Quindi indirizzava la sua parola alle milizie. Ricordando come quel giorno fosse consecrato alla memoria di Pio V, notava che i soldati da lui armati contro il Mussulmano ne avevano con strepitosa vittoria fiaccato l'orgoglio, allontanando dall'Europa il giogo che volevasi imporle. Protestava essere suo dovere difendere i diritti della Chiesa e di avere riposta nel cuore piena fiducia nel provato valore dei suoi soldati. A questi rammentava la gloria di aver sostenuta la causa della religione e del diritto e il guiderdone che ne riceverebbero da Dio nell'altra vita. Alludendo ai fatti d'armi dell'anno scorso, esclamava: Quello che è passato non fu che un preludio, un principio: ma non perdiamo il coraggio, che la Chiesa, come sempre, trionferà: e colla Chiesa lo Stato. Come Pio V, io pure son principe di pace, ma anche guerriero”.

                Così l'8 maggio scriveva al Cav. Oreglia, ritornato nell'Oratorio, il Conte Connestabile della Staffa.

                Pio IX riponeva intera la sua speranza nella Madonna, la quale nel tempo fissato dal volere di Dio, si sarebbe immancabilmente mossa in aiuto del Vicario del suo Divin Figliuolo: Terribilis ut castrorum acies ordinata.

                In quei giorni a Torino si terminavano i lavori della chiesa Maria Auxilium Christianorum, destinata ad avere una fama mondiale e a propagare lo stesso titolo e la stessa divozione [198] in tutte le nazioni della terra; e dalla quale sarebbero scaturiti fonti innumerevoli di grazie. Era un monumento preparato pel giorno delle vittorie. Inde gloria mea! aveva letto Don Bosco sulle sue mura in una visione memorabile. Il Sommo Pontefice, conoscendo l'opportunità di quest'opera, si era dato sollecitudine a concorrervi con favori materiali e spirituali.

                Noi, nei volumi precedenti, abbiamo detto dell'esterno di questa chiesa; ora faremo cenno dell'interno, come era in que' tempi, e come fu allora descritto da Don Bosco.

                Entrando dalla porta maggiore, capo lavoro dell'artista Ottone, Torinese, disegnato dal Cav. Antonio Spezia, si vedono due colonne di marmo, il cui piedestallo è lavorato in modo che serve anche come pila per l'acqua santa. Esse sostengono l'orchestra capace di un trecento musici, a due piani, cioè di orchestra e di controrchestra con eco, ossia doppio pavimento. Questa era dono e lavoro del mastro falegname Giuseppe Gabotti di Locarno, abitante in Torino.

                Le pareti sono semplicemente imbiancate senza pittura pel timore che la recente costruzione possa contraffare la specie dei colori. I basamenti, i legami e i cornicioni sono di granito; e su questi tutt'intorno e sulla base della cupola corrono ringhiere in ferro, per assicurare quelli che dovessero ivi eseguire qualche lavoro.

                Il pulpito di noce, assai maestoso, disegno del Cav. Spezia, è posto nel gran pilastro di destra presso la balaustra dell'altar maggiore in modo che da qualunque angolo della chiesa si può vedere il predicatore. La scoltura e tutti gli altri lavori furono opera dei giovanetti dell'Oratorio di San Francesco di Sales, a spese di una patrizia Torinese la quale se volle che si tacesse il suo nome, desiderava però che tutti sapessero essere un'oblazione per grazia ricevuta e perciò vi si legge a caratteri d'oro: Omaggio a Maria Ausiliatrice Per grazia ricevuta.

                Tutto il pavimento è alla veneziana, e quelli dei presbiteri dei singoli altari sembrano altrettanti mosaici. Il pavimento [199] dell'altar maggiore non avrebbe bisogno di tappeto per far degna comparsa nelle più belle solennità.

                Gli altari sono cinque; tutti in marmo lavorato, e quattro con disegni e con fregi diversi del Cav. Gussone Torinese che fece in marmo anche le balaustre. Il quinto altare posto nella prima cappella laterale a destra entrando primeggia sugli altri per preziosità di marmi, contenendo verde antico, rosso di Spagna, alabastro orientale e del malachita. È quello che sarà dedicato a S. Anna ed è lavoro dell'artista Luigi Medici a spese di un patrizio bolognese.

                Le due crociere hanno due porte caduna, di modo che nei grandi concorsi dei fedeli si possa avere facile entrata ed uscita; e da due di quelle si ha l'accesso a due sagrestie che fiancheggiano dai due lati il presbiterio dell'altar maggiore.

                Nella crociera di destra è l'altare che sarà dedicato a San Pietro, offerto a Maria SS. da una matrona romana, per grazia ricevuta.

                Nella crociera a sinistra avvi l'altare che sarà dedicato a S. Giuseppe; ma il quadro non era ancora al suo posto, l'artista Tommaso Lorenzoni lavorava a dipingerlo. Esso avrebbe rappresentata la Sacra Famiglia. La composizione era simbolica ed eccone il disegno. S. Giuseppe è in piedi sopra una nuvola, portando sul braccio sinistro il Bambino Gesù, il quale tiene sulle ginocchia un panierino pieno di rose. Il Bambino piglia le rose e le dà a S. Giuseppe e questi inali mano le fa piovere sulla chiesa di Maria Ausiliatrice che vedesi di sotto ed ha per sfondo le colline di Superga. L'atteggiamento del Bambino è di una grazia singolare, perché, rivolto al suo caro padre putativo, sorride a lui con infinita dolcezza. A quel divino sorriso sembra imparadisarsi il santo Patriarca e si direbbe che la celeste letizia del Divino Infante si raddoppi col riflettersi in quell'amato volto. A compiere questo delizioso gruppo sta a lato del Bambino Gesù, ritta in piedi ed in bella movenza, colle mani giunte, la sua santissima Madre, Maria, la quale in atto divotissimo, e tutta rapita [200] nella contemplazione di quel dolce scambio di ineffabile amorevolezza tra il suo divin Figlio e il suo purissimo Sposo, sembra fuori di sé per l'infinita gioia che le inonda il cuore. Tre angioli, a mani giunte, stanno a fianchi della S. Famiglia sospesi sulle loro ali; uno di questi porta la verga fiorita. Sulla cima del quadro due altri angioletti tengono per le estremità una fascia sulla quale sta scritto: Ite ad Joseph. L'altezza del dipinto è di metri quattro per due di larghezza. L'angiolo della verga ha le fattezze di una cara bimba, figlia della Marchesa Fassati, morta ustionata anni prima. Graziosa idea di Don Bosco che commosse profondamente la mamma.

                Così descrisse il quadro lo stesso Don Bosco che ne aveva dato il disegno

                Ma il più glorioso monumento di questa chiesa era l'ancona, ossia il gran dipinto sovrastante all'altar maggiore, alto oltre sette metri e largo quattro con una magnifica cornice dorata. Il Lorenzone poteva essere ben contento dell'opera sua.

                La Vergine campeggia in un mare di luce e di maestà, sii di un trono di nubi. Dalle spalle le scende un manto regale che avvolge i suoi fianchi. Il suo capo è coronato di stelle e d'un diadema con cui è proclamata regina del cielo e della terra. Colla destra stringe lo scettro che è simbolo della sua potenza, quasi alludendo alle parole da Lei proferite nella casa di Santa Elisabetta: Fecit mihi magna qui potens est; colla sinistra tiene il Bambino, esso pure incoronato, che ha le braccia aperte, offerendo così le sue grazie e la sua misericordia a chi fa ricorso all'augusta sua Genitrice. Dietro a Lei si apre come un lembo di cielo, intorno al quale si vedono cori di graziosi angioletti che le porgono ossequio come a loro Regina.

                Nell'alto del quadro coll'occhio simbolico è rappresentato Iddio Padre e alquanto più sotto lo Spirito Santo in forma di colomba; di là piovono raggi di luce che vanno a posarsi sul capo e tutto intorno alla Vergine, quasi per dirle: Ave, Maria: Virtus Altissimi obumbrabit tibi. [201] In basso, divisi in due ali, si vedono disposti per gradi gli apostoli e gli evangelisti in figura alquanto maggiore del naturale. Essi trasportati da dolce estasi, rimirano attoniti la loro regina: Regina Apostolorum, ora pro nobis. San Pietro e San Paolo campeggiano nel mezzo. Fra loro si apre lui varco dal quale si vede in fondo il Santuario di Valdocco e l'Oratorio, coi caseggiati che li circondavano a quel tempo e le colline di Superga. È il punto dal quale i divoti ringraziano la Salita Vergine dei benefizii ricevuti e la supplicano a continuare a mostrarsi madre di misericordia nei gravi pericoli della presente vita.

                Pregio singolare del quadro è l'idea religiosa che genera una divota impressione nel cuore di chiunque lo rimiri.

                Nell'erezione di questa chiesa si notò che non accadde disgrazia alcuna agli operai, e si disse essere un miracolo. Il solo Don Angelo Savio, che vigilava per l'esatta esecuzione dei disegni, stando sui ponti all'altezza della cupola pose il piede sull'estremità di un asse che fece leva, ma egli non cadde, perchè poté afferrarsi ad un'antenna. Ciò non dee far meraviglia, dovendosi asserire che ogni mattone del sacro edifizio ricorda una grazia ottenuta dall'Augusta Regina del Cielo. Un sesto della spesa, che fu di circa un milione, venne coperto con generose offerte di persone divote; il rimanente furono tutte piccole oblazioni di coloro che erano stati beneficati da Maria nella sanità, nelle sostanze, nelle famiglie o altrimenti. Così consta da un registro regolarmente tenuto, e dall'affermazione di Don Bosco.

                Apparve con evidenza la protezione di Maria SS. nel tempo che infieriva il coléra - morbus. Don Bosco scriveva “fra gli altri” di “una madre che vedendo l'unico figliuolo strozzato dalla violenza del male, lo invitò a fare ricorso a Maria SS. Aiuto dei Cristiani. Nell'eccesso del dolore egli profferì queste parole: Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis. Col più vivo affetto del cuore la madre ripeté la medesima giaculatoria. In quel momento si mitigò la violenza del morbo,  [202] l'infermo diede in un copioso sudore a segno che in poche ore restò fuori di ogni pericolo e quasi interamente guarito. La notizia di questo fatto si dilatò, altri e poi altri si raccomandarono con fede in Dio onnipotente e nella potenza di Maria Ausiliatrice con promessa di fare qualche offerta per continuare la costruzione della sua chiesa. Non si sa che alcuno abbia in questo modo ricorso a Maria senza essere stato esaudito. Avverandosi così il detto di S. Bernardo, che non si è mai udito al mondo che alcuno sia con fiducia ricorso invano a Maria. Mentre scrivo, (maggio 1868) ricevo un'offerta con una relazione di persona di molta autorità, che mi annunzia come un paese intiero fu in modo straordinario liberato dall'infestazione del colera mercé la medaglia, il ricorso e la preghiera fatta a Maria Ausiliatrice. In questa guisa sopravvennero oblazioni da tutte le parti; oblazioni, è vero, di piccola entità, ma che messe insieme bastarono al bisogno”

                Torino stupiva nel veder ultimato il sacro edifizio, specialmente quelli che avevano ricordate, con un po' d'ironia, le parole del Vangelo:

                 - Chi di voi, volendo fabbricar una torre, non fa prima a tavolino i conti delle spese che vi vorranno e se abbia con che finirla, affinchè dopo gettate le fondamenta non potendo egli terminarla, non comincino tutti quei che veggono a burlarsi di lui dicendo: “Costui ha cominciato a fabbricare e non ha potuto finire?” (Luc. XIV).

                E Don Bosco aveva incominciato non solo senza fare i conti, ma senza avere i mezzi: ed era naturale che più d'uno lo accusasse d'imprudenza. Un prete aveva detto a Don Bosco, mentre si gettavano le fondamenta della chiesa, esser pronto a mangiar un cane, se riusciva a vederla giungere al tetto. Ebbene di quei giorni si recò a visitare il Servo di Dio e a portargli la sua offerta, chiedendogli, sorridendo, che lo dispensasse dal voto che aveva fatto.

                Il Teol. Giacomo Margotti, sedendo a mensa nell'Oratorio con alcuni forestieri, pronunciava un brindisi a Don Bosco:  [203]

                 - Dicono che Don Bosco ha scienza, ed io non ci bado, anzi gliela getto in faccia. Affermano che Don Bosco è un santo, ed io me ne rido. Dicono che Don Bosco fa dei miracoli, ed io non discuto. Ma c'è un miracolo che io sfido chiunque a negare: ed è questa chiesa di Maria Ausiliatrice, venuta su in tre anni e senza mezzi; una chiesa che costa un milione!

                Ma questo miracolo e tanti altri che formano il complesso di tutte le istituzioni di Don Bosco, e le grazie concessegli dalla Madonna, sono argomenti che provano la santità del Servo di Dio, e dimostrano che era in lui una fede che trasporta le montagne, congiunta ad uno spirito di sacrifizio incondizionato per obbedire al volere del Signore.

                Infatti la Divina Provvidenza è pronta a porgere un necessario soccorso, a patto che dall'uomo si impieghino tutte le industrie, col chiedere consiglio, con implorare l'altrui aiuto, con adoperare come meglio può i suoi pensieri, la sua vigilanza, la sua opera. La Provvidenza non è per gli infingardi. I Santi erano sicuri che Dio vegliava su loro e per loro; tuttavia operarono sempre con tali cautele, con tali misure, con tale attenzione che più non avrebbero fatto, se Dio li avesse abbandonati alle sole loro forze. Pure non vi fu cosa così ardua, così malagevole, così penosa che non imprendessero trattandosi della gloria del Signore. Confidavano che egli, visti esauriti i mezzi umani, muoverebbe in loro soccorso: Aiutati che io li aiuterò. Così fece Don Bosco. Non risparmiò viaggi, veglie, fatiche, sudori, stenti, sollecitudini, affronti, persecuzioni, umiliazioni per soccorrere i poveri giovani, come se dall'industria sua e non dalla protezione divina dovesse sperar il felice esito delle sue eroiche imprese, persuaso che bisognava che si meritasse coi proprii sacrifizi la protezione celeste: Dominus regit me et nihil mihi deerit (Ps. XXII, vers. I).

                Don Bosco intanto distribuiva in gran numero a personaggi distinti copia del libretto intitolato: Meraviglie della [204] Madre di Dio, invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: e noi fra le lettere di ringraziamento abbiam trovato il seguente biglietto di visita: “Mons. Luigi Marchese di Canossa, Vescovo di Verona, con mille ringraziamenti, anche pel recente dono del bel libretto Maria Ausiliatrice.”

                Non passava giorno che il Servo di Dio non scrivesse qualche linea, o nelle lettere, o sopra immagini, in onore della Beata Vergine, per ispirare divozione verso di Lei, e metteva in serbo le narrazioni di grazie da Lei ottenute per formarne de' libretti affinchè Maria SS. fosse sempre meglio onorata ed amata.

                Il 14 maggio così insegnava agli alunni come dovessero fare la novena di Maria Ausiliatrice.

 

                Ho da darvi una buona notizia: domani incomincia la novena di Maria Ausiliatrice. Quest'anno non potremo compierla ancora nella chiesa nuova, ma un altr'anno speriamo di celebrarla con grande solennità. In questa novena non faremo nient'altro che ciò che si praticava pel mese di maggio negli anni passati, ma dobbiamo farlo bene. Far bene tutti quei fioretti che si leggono alla sera. Lungo il giorno ciascuno si eserciti in qualche pratica di pietà. Ciascuno dica tre Pater, Ave e Gloria a Gesù Sacramentato e tre Salve Regina alla Madonna. La Madonna vuol farci delle grazie. Ciascuno domandi alla Madonna quella grazia di cui più abbisogna. Ad uno sarà necessaria la grazia di vincere certe tentazioni contro la purità, ad un altro di potersi emendare da un difetto, come dall'ira, dal non dire parole aspre, dall'accidia, ecc. Insomma ciascheduno abbia un grande impegno nell'adempiere ai proprii doveri. Se faremo così, avremo 999 gradi di probabilità su 1000 che la Madonna SS. ci farà la grazia della quale abbisognamo. E per me quale grazia domanderò? Per me pregherò affinchè possa salvare tutte le vostre anime.

 

                Il 21 maggio, alle tre pomeridiane, vennero solennemente benedette le cinque campane da collocarsi sul campanile. Erano appese con grosse corde a robusti cavalletti di legno, in mezzo al nuovo santuario. Formavano un concerto in mi bemolle. Era il primo nella città di Torino. Erano state fuse dall'antica fonderia G. B. Mazzola e figli di Valduggia (Valsesia). [205] Alcuni benemeriti devoti colle loro offerte ne avevano promossa la fusione e pagato il bronzo. Sovra ogni campana furono incisi fregi ed immagini, con due analoghe iscrizioni, dettate da Don Bosco, l'una nella parte superiore e l'altra presso l'orlo.

                Sulla prima campana si leggeva: - Uni trinoque Domino sit sempiterna gloria, MDCCCLXVIII. - Dirigat Dominus familiam Viancino. - Auxilium Christianorum, ora Pro ea.

                Sulla seconda campana: - Deo provido benedictio et gratiarum actio, MDCCCLXVIII. - Celebrini Cristina e suo figlio Giuseppe ad onore del Beato Odino fanno ossequio a Maria Ausiliatrice.

                Sulla terza: - Qui timetis Dominum benedicite eum, MDCCCLXVIII. - O rosa mistica, tu nos ab hoste protege et mortis hora suscipe. Famiglia Mercurelli di Roma.

                Sulla quarta: - Ab omni malo libera nos Domine, MDCCCLXVIII. - Laudo Deum, plebem voco, defunctos ploro, Festa decoro. Cambone e sua famiglia.

                Sulla quinta: - Sit nomen Domini benedictum, MDCCCLXVIII. - Quando Maria prega, tutto si ottiene, nulla si nega. Totum nos Deus habere voluit per Mariam.

                Una di queste fu dedicata al supremo Gerarca della Chiesa Pio IX, di cui vi fu scolpita l'immagine; un'altra all'Arcivescovo Mons. Riccardi, anch'essa col ritratto e lo stemma del venerato Pastore. In due il fonditore abbozzò anche il ritratto di Don Bosco.

                La chiesa era piena di giovani e di signori invitati. La banda istrumentale e i cantori per le antifone e numeroso clero stavano in largo circolo intorno alle campane. Mons. Balma, compiuto il sacro rito, aveva pronunciato un interessante discorso intorno all'uso delle campane e che cosa intenda la Chiesa nel benedirle, nel consecrarle e nel farle suonare per convocare i fedeli in chiesa, o per invitarli a pregare nelle loro case.

                Abbiamo un abbozzo di relazione di quell'avvenimento. [206]

                L'anno del Signore 1868, nel giorno 21 di maggio, sacro all'Ascensione di N. S. Gesù Cristo, regnando sulla Sede Pontificia S. S. Pio IX, ed essendo Arcivescovo di Torino S. E. Mons. Alessandro dei Conti Riccardi di Netro, vennero da S. E. Rev.ma Mons. Balma, Vescovo di Tolemaide, consecrate le cinque campane da collocarsi sul campanile della nuova chiesa dedicata in Torino a Maria Ausiliatrice, nella regione denominata Valdocco.

                Alla maggiore campana, del peso di Mg…... vennero posti i nomi di Carola, Francesca. Padrino era il sig. Conte Viancino e madrina la signora Contessa Viancino.

                Alla seconda del peso di Mg …..vennero posti i nomi di Domenica, Maria. Padrino era il sig. Marchese Fassati, madrina la sig. Marchesa Fassati.

                Alla terza, del peso di Mg. …..vennero posti i nomi di Teresa, Maria Asella. Padrino era il sig. Marchese Fassati, madrina la signora Contessa De - Maistre.

                Alla quarta, del peso di Mg . …..vennero posti i nomi di Delfina, Eugenia. Padrino era il sig. Conte Luigi Riccardo di Castelvecchio, madrina la signora Contessa Delfina Viancino Malaspina.

                Alla quinta, del peso di Mg….. vennero posti i nomi di Angela Giovanna. Padrino era il sig. Comm. Dupraz e madrina la signora Madama Dupraz.

 

                Il peso delle campane era il seguente  della prima 875 chilogrammi; della seconda 750; della terza 440; della quarta 375; della quinta 250.

                Compiuto il sacro rito, si dié subito un saggio armonico delle nuove campane, e queste immediatamente furono trasportate ai piedi del campanile e cogli argani sollevate al posto destinato. Mentre salivano suonava la musica istrumentale, applaudiva la moltitudine. Per liberare le colonnette della torre dal grave peso, era stato fatto un castelletto in ferro che appoggiandosi sul piano delle finestre doveva sostenerle. A facilitarne il suono, in luogo dei soliti grossi ceppi in legno con lungo braccio, erano munite di piccoli ceppi in getto con larga ruota.

                Per suonarle in tutti quei giorni di festa venne da Strevi il sig. Porta, maestro nell'arte campanaria, che le aveva già collaudate in chiesa.

                Altre idee preoccupavano Don Bosco per dar sesto ai [207] terreni da lui acquistati innanzi alla chiesa. Uscendo da quella scendevasi in un piccolo piazzale lungo metri 49 e largo 16, già sistemato. Doveva essere difeso da una bella cancellata in ferro e il Municipio il 7 maggio concedeva licenza che fosse messa a posto. Rasente a questa correva la via Cottolengo, e al di là era stata già disegnata fino al viale ora detto di Regina Margherita la piazza, per altro non ancor livellata e piena di forre.

                Quivi talvolta recavasi Don Bosco uscendo per andare in città. Un giorno vi andò accompagnato da Don Garino e guardando con viva compiacenza la facciata della chiesa gli diceva:

                 - Qui in mezzo mi piacerebbe innalzare un monumento che rappresentasse Mosé in atto di percuotere la rupe e da questa far zampillare una vena d'acqua che venisse raccolta da una vasca.

                E girando gli occhi attorno soggiunse che su quella piazza aveva intenzione di costrurre un gran caseggiato che servisse come d'albergo ai preti, ai benefattori, alle benefattrici ed anche ai parenti degli alunni, che venissero in Torino per visitare la chiesa e assistere alle funzioni solenni.

                Prima di veder compiti i suoi disegni, era necessario che comprasse ancora certe pezze di terra che appartenevano a diversi proprietari. Il 5 maggio 1868, con atto notarile, rogato Zerboglio, comprò un terreno di ettari 0, 00, 47 dalla Signora C. Polissena Pullini ved. Rocci, dalla figlia Clementina e dai cognati Rocci. Ed era in altre trattative di compera le quali finirono con atto del 29 giugno 1868, rogato Pavesio. Il sig. cav. Tommaso Gamacchio vendeva a Don Bosco are 33 e centiare 90, col diritto all'irrigazione, per il prezzo di lire 5.785. Questo terreno apparteneva al Seminario Arcivescovile di Torino, da cui per la legge 15 agosto 1867 N. 3848, passava al Demanio dello Stato, che con atto d'incanto 5 novembre 1867, rogato Daneo, aveva alienato al nominato Gamacchio.

                Ma sul terreno anteriormente comprato pesava qualche debito e D. Bosco rispondeva ad una richiesta di pagamento del Can. Vogliotti. [208]

 

                               Ill.mo e M. R. Sig. Rettore,

 

                Creda, sig. Rettore, che l'unico motivo per cui si è differito a pagare l'annualità dell'interesse dovuto al Seminario derivò dal novello genere di amministrazione dei beni finora dall'autorità ecclesiastica amministrati. Sono già passato in Seminario, e un giorno aspettai buon tratto in Curia per parlare con Lei in questo proposito, ma alcuni congressi cui Ella doveva prendere parte me lo hanno impedito. Ora che dalla sua lettera comprendo il modo e dove debba pagare me ne darò tutta la premura e nel corso della prossima settimana ogni partita sarà aggiustata, compresa la spesa degli esercizi spirituali fatti e da farsi.

                La prego, sig. Rettore, di persuadersi che noi versiamo pure in gravissime strettezze, ma qualora avessi avuto intenzione d'invocare un condono, l'avrei fatto non interpretando la sua carità, ma supplicando la pia di Lei volontà, come in altre occasioni ho fatto. Tuttavia io accetto colla più sentita gratitudine la riduzione dei fr. 150 che paga del suo proprio danaro, e prego Dio che la ricompensi degnamente, specialmente concedendole stabile e durabile sanità.

                Se mi permette, le fo' una osservazione o meglio una preghiera. Parlando dei nostri chierici dice sempre suoi chierici, chierici dell'Oratorio. Mi farebbe un favore se volesse chiamarli anche suoi, perciocchè Ella sa sono pochi e quei pochi f atti preti vanno per la Diocesi: come sono D. Reviglio, D. Rocchetti, D. Leggero, Rovetti, ecc.; quelli stessi che rimangono qui si può dire che lavorano incessantemente a preparar chierici pel seminario diocesano, o si occupano altrimenti nel predicare, fare catechismi e simili.

                Ancora un favore le dimando, ed è che quando ha qualche cosa da osservare, notare su di me, sui chierici o sull'andamento dell'Oratorio torio, me lo volesse sempre dire schiettamente, oppure farmi avvisato per mezzo di qualche chierico che io passerei tosto da Lei.

                Offerendole la nostra servitù in tutto quello che io o questa casa ne saremo capaci, le auguro ogni celeste benedizione e mi professo con pienezza di stima e di venerazione

                Di V. S. Ill.ma e M. R.

 

                Torino, 22 Maggio 1868,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Nello stesso giorno il Sommo Pontefice, per animare i fedeli a prender parte alla solenne consacrazione del tempio di Maria SS. Ausiliatrice, apriva i tesori della Chiesa, concedendo una speciale Indulgenza plenaria col Breve seguente:  [209]

 

PIO PAPA IX

 

                A tutti quei fedeli cristiani che leggeranno le Presenti, salute ed apostolica benedizione.

 

                Intenti con pio zelo a promuovere la religione nei fedeli e il bene delle anime coi celesti tesori della Chiesa, a tutti quei fedeli dell'uno e dell'altro sesso, che veramente pentiti e confessati e nutriti della S. Comunione, religiosamente visiteranno la chiesa dedicata in Torino a Maria Vergine Immacolata sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani nel giorno in cui detta chiesa sarà consacrata, o in uno de' sette giorni immediatamente dopo da eleggersi a piacimento di ciascuno, e quivi pregheranno Dio per la concordia fra i principi cristiani, per la estirpazione delle eresie e per la esaltazione di S. Madre Chiesa, in quel giorno dei predetti che ciò faranno concediamo per la misericordia di Dio la Plenaria Indulgenza e remissione di tutti i loro peccati, la quale potranno applicare per modo di suffragio alle anime di quei fedeli che congiunte a Dio in carità passarono da questa vita.

                La presente è valevole soltanto per una volta.

                Dato in Roma, presso S. Pietro, sotto l'anello pescatorio addì 22 maggio 1868. Del nostro Pontificato anno vigesimo secondo.

 

Per l'Em.mo PARACCIANI CLARELLI

(L. S.)      G. B. BRANCALEONI. Cancell. Sostit.1.

 

                Altra Indulgenza plenaria, e per sette anni, era concessa per la Festa titolare della chiesa, il 24 maggio.

 

Pro D.no Card. PARACCIANI CLARELLI

Jo. B. BRANCALEONI, Cancell. Subst.

 

                Il Prov. Gen. Mons. Vogliotti ne permetteva la divulgazione e la stampa, in data 28 maggio 1868. [210]

 

PIO PAPA IX

 

                A tutti quei fedeli cristiani, che leggeranno la presente, salute ed apostolica Benedizione.

 

                Intenti con pio zelo a promuovere la religione nei fedeli e il bene delle anime coi celesti tesori della Chiesa, a tutti quei fedeli dell'uno e dell'altro sesso che veramente pentiti e confessati, e nutriti della S. Comunione religiosamente visiteranno la Chiesa dedicata in Torino alla Beata Vergine Maria Immacolata sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani, nel giorno della festa titolare, o in uno dei nove giorni precedenti da eleggersi a piacimento di ciascuno, e quivi pregheranno Dio per la concordia fra i Principi Cristiani, per la estirpazione delle eresie, e per la esaltazione di S. Madre Chiesa, in quel giorno dei predetti che ciò faranno concediamo per la misericordia di Dio la plenaria Indulgenza e remissione di tutti i loro peccati, la quale potranno eziandio applicare per modo di suffragio alle anime di quei fedeli che congiunte a Dio in carità passarono da questa vita.

                La presente è valevole soltanto per un settennio.

 

                Dato in Roma, presso S. Pietro, sotto l'anello pescatorio, addì 22 maggio 1868.

                Del Nostro Pontificato anno vigesimo secondo.

 

Per l'Em.mo Card. PARACCIANI CLARELLI

(L. S.)           Gio. BATT. BRANCALEONI Cancell. Sostit.[7].

 

 


CAPO XVIII. La morte del secondo giovane indicata dal sogno - Si verificano tutte le circostanze Predette - Don Bosco scrive il panegirico di S. Filippo Neri - Parte per Alba ove deve esporlo dal pulpito alla Congregazione dei Sacerdoti - Al solito non ha un momento di tranquillità per una preparazione prossima - Improvvisa un nuovo discorso - Il panegirico che aveva scritto - Parte per Barolo - Facoltà settennale concessa da Pio IX di un altare privilegiato nella chiesa di Maria Ausiliatrice - IL CATTOLICO PROVVEDUTO: elogio dell'Unità Cattolica.

 

                I mesi passavano e gli alunni dell'Oratorio stavano aspettando con viva curiosità l'avveramento della seconda morte indicata dal sogno. Fatti i calcoli, sembrava ciò dovesse accadere in maggio al più tardi. Ed ecco morire nell'Oratorio il giovane Corecchio, dopo pochi giorni di malattia. L'Unità Cattolica del 26 maggio 1868 nel suo necrologio pubblica: “Decessi nel 24 - 5 - 1868: ... Corecchio Pietro, di anni 16, di Santhià, studente”.

                I parenti del giovane, circostanza predetta, erano stati a visitarlo. Don Bosco, invece, come egli aveva annunziato, non poté dargli l'ultimo addio: era, come diremo, fuori di Torino. Altre circostanze che identificavano essere il Corecchio il 2° del sogno, furono la pietà con cui ricevette gli ultimi Sacramenti e la sua morte edificante. A Don Bosco nel sogno era stato detto: “Durò infermo otto giorni”. [212] Don Michele Rua scrisse nel registro dei defunti: “ Maggio 1868. -  Muore Corecchio Pietro di San Damiano (Santhià), nato il 25 novembre 1852. La sua assiduità alle sacre funzioni ed attitudine agli studii gli procacciò la protezione del suo parroco che gli ottenne un posto nell'Oratorio. Fu egli assennato e di poche parole: non mancava però della necessaria apertura di cuore coi superiori. Primeggiava nelle scuole per la sua diligenza e capacità e faceva sperare eccellente riuscita. Una malattia violenta, cui sopportò con tutta pazienza, lo tolse all'affetto dei parenti, superiori e compagni; ma lo trasportò nel paradiso”.

                Si noti ancora una circostanza del sogno. Don Bosco aveva visto soltanto la bara di questo defunto, perché, dei tre, fu il solo che morì nell'Oratorio. Non vide la bara degli altri due, perchè il primo era morto nel Collegio di Lanzo, e il terzo, come vedremo, doveva morire nell'ospedale.

                Il servo di Dio in que' giorni erasi recato in Alba, ove era stato invitato a fare il panegirico di S. Filippo Neri. Siccome era la festa della Congregazione dei preti, aveva scritto la sua predica, e non piacendogli quel primo lavoro, lo aveva rifatto.

                Quindi davalo a Don Bonetti perchè lo esaminasse e lo correggesse, ma questi lo esaminò e lo lasciò quasi tale e quale era stato scritto. Come facesse D. Bosco a mantenere lucida e vigorosa la mente è cosa difficile a dirsi, mentre non aveva mai un momento di riposo. A percorrere un tratto di via che non richiedeva più di mezz'ora, egli ne impiegava due o tre, tanti eran quelli che lo fermavano o con lui si accompagnavano per trattare d'affari o di cose di anima. Nei carrozzoni della ferrovia, nelle stazioni s'incontrava sempre con persone che desideravano parlargli. Non v'era paese o città, ove non avesse benefattori, amici, conoscenti o giovani da esso educati.

                 - Il solo luogo dove nessun viene a disturbarmi, è il pulpito, egli diceva, e per me salire in pulpito è un riposo. [213] Così gli era accaduto andando in Alba, ove aspettavalo il Vescovo Mons. Eugenio Galletti, coll'affetto di un santo desideroso d'intrattenersi con un altro santo. Non saprei dire quanto grande fosse la sua stima per D. Bosco e quante volte parlasse di lui ai chierici del suo Seminario, fra i quali si recava ogni sera.

                Don Bosco aveva portato con sé il suo panegirico, ma le visite continue fino all'ultimo momento non gli permisero di dargli un'occhiata. Quindi, salito in pulpito, non si attenne a ciò che aveva scritto e si lanciò ex abrupto nell'argomento in modo poetico. Noi l'abbiamo già accennato nel secondo volume di queste Memorie[8]; ma qui non possiamo fare a meno di ricordarlo di nuovo brevemente.

                Finse di trovarsi sopra un dei colli di Roma, colla città distesa innanzi e di vedere un giovanetto che saliva verso di lui. Descrisse minutamente quel volto, quello sguardo, quel contegno, e poscia entrò in dialogo. Interrogò lo sconosciuto, donde venisse, che cosa facesse, perchè così solo e dimesso: quali fossero i suoi pensieri, i suoi progetti, la sua vita passata: se amasse il Signore, quale fosse la sua patria; e a tutte le interrogazioni facea seguire le risposte del giovanetto. Finì col dirgli: - Ami tu la Madonna? - A questo punto sospese il dialogo, descrisse le sembianze del giovanetto, il lampo degli occhi a tale domanda, il suo sorriso, la sua risposta e finiva col chiedergli:

                 - Chi sei, come ti chiami?

                 - Filippo Neri - rispose il giovanetto. Ciò fatto, stabilì senz'altro il suo argomento dicendo: - Vengo, o cari uditori, a dirvi che cosa sarà di questo giovanetto.

                L'impressione che fece questa predica non si può narrare, benchè le parole di Don Bosco producessero in ogni circostanza effetti meravigliosi. Quest'impressione si può argomentare dalla predica che avea scritto e non recitò, e che [214] ancora si conserva. Improvvisando non mutò la sostanza, ma tutti quei sentimenti da lui vennero esposti all'uditorio. Noi la riportiamo per intero, perchè si conosca il modo che teneva Don Bosco nel fare i panegirici. Popolare nelle idee, semplice nella lingua, affettuoso in ogni espressione, egli può servire di modello al predicatore evangelico, che a null'altro bada, fuorchè alla salute delle anime.

 

PANEGIRICO.

S. FILIPPO NERI.

 

                Sebbene le virtù e le azioni dei Santi siano tutte indirizzate allo stesso fine che è la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime, tuttavia è diversa la strada tenuta per giungere al sublime grado di santità cui Dio li chiamava. La ragione sembra essere questa: nella maravigliosa dispensazione de' suoi doni suole Iddio per varii modi e per diverse vie chiamarci a sé, affinchè le varie virtù concorrendo tutte ad adornare ed abbellire la nostra Santa Religione, coprano, per così dire, la Santa Chiesa con manto di varietà, che la faccia comparire agli occhi del celeste Sposo come una Regina assisa sul trono della gloria e della maestà. Difatto noi ammiriamo il fervore di tanti solitari che o diffidenti di se stessi in tempo delle persecuzioni, o per timore di naufragare nel secolo, abbandonarono casa, parenti, amici ed ogni sostanza per andare in deserti sterili e appena abitabili dalle fiere. Altri, quai coraggiosi soldati del Re de' Cieli, affrontarono ogni pericolo e disprezzando il ferro, il fuoco e la morte stessa, offrirono con gioia la vita, confessando Gesù Cristo, e sigillando col proprio sangue le verità che altamente proclamavano. Quindi una schiera mossa dal desiderio di salvare anime portasi in lontani paesi, mentre molti altri tra noi collo studio, colla predicazione, colla ritiratezza, colla pratica di altre virtù, aggiungono splendore a splendore alla Chiesa di Gesù Cristo. Ve ne sono poi alcuni, fatti secondo il cuor di Dio, i quali racchiudono tale un complesso di virtù, di scienza, di coraggio e di eroiche operazioni, che ci fanno altamente palese quanto Iddio sia meraviglioso nei santi suoi: Mirabilis Deus in sanctis suis. Tutte le epoche della Chiesa sono glorificate da qualcuno di questi eroi della Fede. Il secolo decimosesto fra gli altri ha un S. Filippo Neri, le cui virtù sono oggetto di questa rispettabile adunanza e di questo nostro qualsiasi trattenimento.

                Ma in un trattenimento che cosa potrassi mai dire di un Santo, le cui azioni raccolte soltanto in compendio formano grossi volumi? Azioni che sole bastano a dare un perfetto modello di virtù al semplice [215] cristiano, al fervoroso claustrale, al più laborioso ecclesiastico? Per queste ragioni io non intendo di esporvi diffusamente tutte le azioni e tutte le virtù di Filippo, perciocchè voi meglio di me le avete già lette, meditate ed imitate; io mi limiterò a darvi solamente un cenno di quello che è come il cardine intorno a cui si compierono, per così dire, tutte le altre sue virtù; cioè lo zelo per la salvezza delle anime! Questo è lo zelo raccomandato dal Divin Salvatore quando disse: Io son venuto a portare un fuoco sopra la terra, e che cosa io voglio se non che si accenda? Ignem veni mittere et quid volo nisi ut accendatur? Zelo che faceva esclamare l'Apostolo Paolo di essere anatema da Gesù Cristo pe' suoi fratelli: Optabam me esse anathema Pro fratribus meis.

                Ma in quale critica posizione mi sono mai messo, o Signori! Io che appena potrei essere vostro allievo, pretendo ora di farvela da maestro? È vero, ed appunto per fuggire la taccia di temerario richiedo preventivamente benevolo compatimento, se nella mia pochezza non potrò corrispondere alla vostra aspetttiva. Spero per altro tutto dalla grazia del Signore e dalla protezione del nostro Santo.

                Per farmi strada al proposto argomento ascoltate un curioso episodio. È di un giovanetto che appena in sui vent'anni di età, mosso dal desiderio della gloria di Dio, abbandona i propri genitori, di cui era unico figlio, rinuncia alle vistose sostanze del padre e di un ricco zio che lo vuole suo erede: e solo, all'insaputa di tutti, senza mezzi di sorta, appoggiato alla sola Divina Provvidenza, lascia Firenze, va a Roma. Ora miratelo: egli è caritatevolmente accolto da un suo concittadino (Caccia Galeotto): egli si arresta in un angolo del cortile di casa: sta col guardo verso la città assorto in gravi pensieri!

                Avviciniamoci ed interroghiamolo:

                 - Giovane, chi siete voi e che cosa rimirate con tanta ansietà?

                 - Io sono un povero giovanetto forestiero; rimiro questa grande città, e un pensiero occupa la mente mia; ma temo che sia follia e temerità.

                 - Quale?

                 - Consacrarmi al bene di tante povere anime, di tanti poveri fanciulli, che per mancanza di religiosa istruzione camminano la strada della perdizione.

                 - Avete scienza?

                 - Ho appena fatto le prime scuole. Avete mezzi materiali?

                 - Niente; non ho un tozzo di pane fuor di quello che caritatevolmente mi dà ogni giorno il mio padrone.

                 - Avete chiese, avete case?

                 - Non ho altro che una bassa e stretta camera il cui uso mi é [216] per carità concesso. Le mie guardarobe sono una semplice fune tirata dall'uno all'altro muro, sopra cui metto i miei abiti e tutto il mio corredo.

                 - Come dunque volete senza nome, senza scienza, senza sostanze e senza sito, intraprendere un'impresa così gigantesca?

                 - È vero: appunto la mancanza di mezzi e di meriti mi tiene sopra pensiero. Dio per altro che me ne inspira il coraggio, Dio che dalle pietre suscita figliuoli di Abramo, quel medesimo Iddio è quello che.....

                Questo povero giovane, o Signori, è Filippo Neri, che sta meditando la riforma dei costumi di Roma. Egli mira quella città, ma ahi! come la vede! La vede da tanti anni schiava degli stranieri; la vede orribilmente travagliata da pestilenze, da miseria, la vede dopo essere stata per tre mesi assediata, combattuta, vinta, saccheggiata e si può dire distrutta.

                Questa città deve essere il campo in cui il giovane Filippo raccoglierà copiosissimi frutti. Vediamo come si accinga all'opera. Col solo aiuto della Divina Provvidenza egli ripiglia il corso degli studii; compie la filosofia, la teologia, e, seguendo il consiglio del suo Direttore, si consacra a Dio nello stato sacerdotale. Colla Sacra Ordinazione si raddoppia il suo zelo per la gloria di Dio. Filippo, divenendo sacerdote, si persuade con S. Ambrogio che: Collo zelo si acquista la fede, e collo zelo l'uomo è condotto al possesso della giustizia. Zelo fides aquiritur, zelo iustitia possidetur (S. Amb. in ps. 118). Filippo è persuaso che niun sacrifizio è tanto grato a Dio quanto lo zelo per la salvezza delle anime. Nullum Deo gratius sacrificium offerri potest quam zelus animarum (Greg. M. in Ezech.). Mosso da questi pensieri parevagli che turbe di cristiani, specialmente di poveri ragazzi, di continuo gridassero col profeta contro di lui! Parvuli petierunt panem et non erat qui frangeret eis. Ma quando egli poté frequentare le pubbliche officine, penetrare negli ospedali e nelle carceri e vide gente di ogni età e di ogni condizione data alle risse, alle bestemmie, ai furti e vivere schiava del peccato, allorchè cominciò a riflettere come molti oltraggiavano Dio Creatore senza quasi conoscerlo, non osservavano la divina legge perchè la ignoravano, allora gli vennero in niente i sospiri di Osea che dice: (IV 1 - 2): A motivo che il popolo non sa le cose dell'eterna salvezza, i più grandi, i più abominevoli delitti hanno inondato la terra. Ma quanto non fu amareggiato l'innocente suo cuore quando si accorse che gran parte di quelle povere anime andavano miseramente perdute, perchè non erano istrutte nelle verità della Fede? Questo popolo, egli esclamava con Isaia, non ha avuto intelligenza delle cose della salute, perciò l'inferno ha dilatato il suo seno, ha aperte le sue smisurate voragini, e vi cadranno i loro campioni, il popolo, i grandi ed i potenti: Populus meus quia non habuit scientiam, propterea... infernus aperuit os suum absque ullo termino,  [217] et descendent fortes eius, et Populus eius, et sublimes, gloriosique eius ad eum (Isaia v, 13 - 14).

                Alla vista di que' mali ognor crescenti, Filippo, ad esempio del Divin Redentore che, quando diede principio alla sua predicazione, altro non possedeva nel mondo se non quel gran fuoco di divina carità che lo spinse a venire dal Cielo in terra; ad esempio degli Apostoli che erano privi di ogni mezzo umano quando furono inviati a predicare il Vangelo alle nazioni della terra, che erano tutte miseramente ingolfate nell'idolatria, in ogni vizio o, secondo la frase della Bibbia sepolte nelle tenebre di morte, Filippo si fa tutto a tutti nelle vie, nelle piazze, nelle pubbliche officine; s'insinua nei pubblici e privati stabilimenti, e con quei modi garbati, dolci, ameni che suggerisce la vera carità verso il prossimo, comincia a parlare di virtù, di religione a chi non voleva sapere né dell'una né dell'altra. Immaginatevi le dicerie che si andavano spargendo a suo conto! Chi lo dice stupido, chi lo dice ignorante, altri lo chiamano ubbriaco, né mancò chi lo proclamava pazzo.

                Il coraggioso Filippo lascia che ciascuno dica la parte sua, anzi dal biasimo del mondo egli è assicurato che le opere sue sono di gloria a Dio; perchè quanto il mondo dice sapienza è stoltezza presso Dio: perciò procedeva intrepido nella santa impresa. Ma chi può mai resistere a quella terribile spada a due tagli quale è la parola di Dio? Ad un sacerdote che corrisponde alla santità del suo ministero? In breve tempo le persone di ogni età, di ogni condizione, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, ecclesiastici e borghesi, dalla più alta classe sino agli apprendisti, agli spazzini, ai mozzi, al piccolo, al grande muratore, cominciano ad ammirare lo zelo del Servo di Dio; vanno ad ascoltarlo; la scienza della fede si fa strada nei loro cuori: cangiano il disprezzo m ammirazione, l'ammirazione in rispetto; quindi in Filippo altro più non si vede che un vero amico del popolo, un zelante ministro di G. C. che tutto guadagna, tutto vince, a segno che tutti cadono vittima fortunata della carità del novello Apostolo. Roma cangia di aspetto, ognuno si professa amico di Filippo, tutti lodano Filippo, parlano di Filippo, vogliono veder Filippo. Di qui cominciarono le meravigliose conversioni, gli strepitosi guadagni di tanti ostinati peccatori, di cui a lungo parla l'autore della vita del Santo (V. Bacci).

                Ma Dio aveva inviato Filippo specialmente per la gioventù, perciò a questa rivolse la sua speciale sollecitudine.

                Considerava egli il genere umano come un gran campo da coltivarsi. Se per tempo si semina buon frumento si avrà abbondante raccolto; ma se la seminagione è fuor di stagione, si raccoglierà paglia e loppa. Sapeva eziandio che in questo campo mistico vi è un gran tesoro nascosto, vale a dire le anime di tanti giovanetti per lo più innocenti e spesso perversi senza saperlo. Questo tesoro, diceva Filippo [218] in cuor suo, è totalmente confidato ai sacerdoti, e per lo più da essi dipende il salvarlo o il dannarlo.

                Non ignorava Filippo che tocca ai genitori aver cura della loro figliuolanza, tocca ai padroni aver cura dei loro soggetti; ma quando questi non possono, o non sono capaci, oppure non vogliono, si dovranno lasciar andare queste anime alla perdizione? Tanto più che le labbra del sacerdote devono essere il custode della scienza e i popoli hanno diritto di cercarla dalla bocca di lui e non da altri.

                Una cosa al primo aspetto sembrò scoraggiare Filippo nella coltura dei poveri ragazzi ed era la loro instabilità, le loro ricadute nel medesimo male e peggio ancora. Ma si riebbe da questo panico timore al riflettere che molti erano perseveranti nel bene, che i recidivi non erano in numero stragrande, e che costoro medesimi colla pazienza, colla carità e colla grazia del Signore, per lo più si mettevano in fine sulla buona strada, e che perciò la parola di Dio era un germe, il quale, o più presto, o più tardi, produceva il sospirato frutto. Egli pertanto sull'esempio del Salvatore che ogni giorno ammaestrava il popolo: erat quotidie docens in templo, e con premura chiamava i ragazzi più discoli a sé, andava ovunque esclamando: Figliuoli, venite da me, io vi additerò il mezzo di farvi ricchi, ma delle vere ricchezze che non falliranno mai; io v'insegnerò il santo timor di Dio: Venite, filii, audite me, timorem Domini docebo vos. Queste parole, accompagnate dalla grande sua carità e da una vita che era il complesso di ogni virtù, facevano sì che turbe di fanciulli da tutte parti corressero al nostro Santo. Il quale ora indirizzava la parola ad uno, ora ad un altro; collo studente faceva il letterato, col ferraio il ferraio, col falegname il capo falegname, col barbiere il barbiere, col muratore il capo mastro, col calzolaio il mastro ciabattino. In tal modo, facendosi tutto a tutti guadagnava tutti a Gesù Cristo. Perciocchè quei giovanetti, allettati da quelle caritatevoli maniere, da quegli edificanti discorsi, sentivansi come tratti dove Filippo voleva; a segno che succedeva l'inudito spettacolo che per le vie, per le piazze, per le chiese, per le sacrestie, nella stessa sua cella, durante la messa, e fino nel tempo di preghiera, egli era preceduto, seguito, intorniato da ragazzi che pendevano dalle sue labbra, ascoltavano gli esempi che raccontava, i principii di catechismo che loro andava esponendo. E poi? Ascoltate. Questa turba di ragazzi indisciplinati ed ignoranti, di mano in mano che venivano istruiti nel catechismo, dimandavano di accostarsi al Sacramento della Confessione e della Comunione, cercavano di ascoltare la S. Messa, udire le prediche, e a poco a poco cessavan dalle bestemmie, dall'insubordinazione, e infine abbandonavano i vizi, miglioravano i costumi, talmente che migliaia di sventurati fanciulli i quali, già battendo la via del disonore, avrebbero forse terminata la loro vita nelle carceri o col capestro, con loro eterna perdizione, per lo zelo di Filippo furono ai loro parenti restituiti [219] docili, ubbidienti, buoni cristiani, avviati per la strada del Cielo. Oh Santa Cattolica Religione! O portenti della parola di Dio! quali maraviglie non operi mai tu per mezzo del ministro che conosca e compia i doveri di sua vocazione!

                Qualcuno dirà: Queste meraviglie operò S. Filippo perchè era un Santo. Io dico diversamente: Filippo operò queste meraviglie perchè era un sacerdote che corrispondeva allo spirito della sua vocazione. Io credo che se animati dallo spirito dello zelo, di confidenza in Dio ci dessimo noi pure davvero ad imitare questo Santo, otterremmo certamente gran risultato nel guadagno delle anime. Chi di noi non può radunare alcuni fanciulli, far loro un po' di catechismo in una casa od in chiesa, e se fosse mestieri anche nell'angolo di una piazza o in una via, e colà istruirli nella fede, animarli a confessarsi e quando occorre ascoltarli in confessione? Non possiamo noi ripetere con S . Filippo: Fanciulli, venite a confessarvi ogni otto giorni, e comunicatevi secondo il consiglio del confessore?

                Ma, come mai, fanciulli dissipati, amanti del mangiare, del bere e di trastullarsi, come mai poterli piegare alle cose di chiesa e di pietà? Filippo trovò questo segreto. Ascoltate: Imitando la dolcezza e la mansuetudine del Salvatore. Filippo li prendeva alle buone, li accarezzava, agli uni regalava un confetto, agli altri una medaglia, una immaginetta, un libro e simili. Ai più discoli poi e ai più ignoranti che non erano in grado di gustare quei sublimi tratti di patema benevolenza, preparava un pane loro più adattato. Appena egli poteva averli intorno a sé, subito si faceva a raccontare loro amene storielle, li invitava a cantare, a suonare, a rappresentazioni drammatiche, a salti, a trastulli di ogni genere. Finalmente i più restii, i più vanerelli erano per così dire strascinati nei giardini di ricreazione cogli strumenti musicali, colle bocce, colle stampelle, colle piastrelle, con offerte di frutta e di piccole refezioni, di colazioni, di merende. Ogni spesa, diceva Filippo, ogni fatica, ogni disturbo, ogni sacrifizio è poco, quando contribuisce a guadagnare anime a Dio. Così la camera di Filippo era divenuta quale una bottega da negoziante, come luogo di pubblico spettacolo, ma nel tempo stesso fatta casa di orazione e luogo di santificazione. Così Roma vide un sol uomo, senza titoli, senza mezzi e senza autorità, armato dal solo usbergo della carità, combattere la frode, l'inganno, la scostumatezza ed ogni sorta di vizio, e tutto superare e tutto vincere a segno che molti, che la voce pubblica chiamava lupi rapaci, divennero mansueti agnelli. Queste gravi fatiche, questi schiamazzi e disturbi, che a noi sembrano forse appena sopportabili qualche momento, furono il lavoro e la delizia di San Filippo per lo spazio di oltre a sessant'anni, cioè durante tutta la sua vita sacerdotale, fino alla più tarda vecchiaia, fino a tanto che Iddio lo chiamò a godere il frutto di tante e così prolungate fatiche.

                Rispettabili signori, àvvi qualche cosa in questo Servo fedele [220] che non si possa da noi imitare? No che non v'è. Ciascuno di noi nella sua condizione è abbastanza istruito, è abbastanza ricco per imitarlo, se non in tutto, almeno in parte. Non lasciamoci illudere da quel vano pretesto che talvolta ci avviene di ascoltare: Io non sono obbligato; ci pensi chi ne ha il dovere. Quando dicevano a Filippo che non avendo cura di anime non era tenuto a lavorare cotanto, rispondeva: “Il mio buon Gesù aveva forse qualche obbligo di spargere per me tutto il suo sangue? Egli muore in croce per salvare anime, ed io suo ministro mi rifiuterò di sostenere qualche disturbo, qualche fatica per corrispondere?” Ecclesiastici, mettiamoci all'opera. Le anime sono in pericolo e noi dobbiamo salvarle. Noi siamo a ciò obbligati come semplici cristiani, cui Dio comandò aver cura del prossimo: Et mandavit illis unicuique de proximo suo. Siamo obbligati perchè si tratta delle anime dei nostri fratelli essendo noi tutti figli del medesimo Padre Celeste. Dobbiamo anche sentirci in modo eccezionale stimolati a lavorare per salvare anime, perchè questa è la più santa delle azioni sante: Divinorum divinissimum est cooperari Deo in salutem animarum (Areopagita). Ma ciò che ci deve assolutamente spingere a compiere con zelo quest'ufficio si è il conto strettissimo che noi, come ministri di G. C., dovremo rendere al suo Divin Tribunale delle anime a noi affidate.

                Oh il gran conto, conto terribile che i genitori, i padroni, i direttori, e in generale tutti i sacerdoti dovranno rendere al tribunale di Gesù Cristo delle anime loro affidate! Quel momento supremo verrà per tutti i Cristiani, ma, non facciamoci illusione, verrà anche per noi sacerdoti. Appena saremo svincolati dai lacci del corpo e compariremo davanti al Divin Giudice, vedremo in modo chiaro quali fossero gli obblighi del nostro stato, e quale ne sia stata la negligenza. Davanti agli occhi apparirà l'immensa gloria da Dio preparata ai suoi fedeli, e vedremo le anime... sì, tante anime che dovevano andarlo a godere, e che per nostra trascuratezza nell'istruirle nella fede andarono perdute!

                Che terribile posizione per un sacerdote quando comparirà davanti al Divin Giudice che gli dirà: Guarda giù nel mondo: quante anime camminano nella via dell'iniquità e battono la strada della perdizione! Si trovano in quella mala via per cagion tua; tu non ti sei occupato a fare udire la voce del dovere, non le hai cercate, non le hai salvate. Altre poi per ignoranza, camminando di peccato in peccato, ora sono precipitate nell'inferno. Oh! guarda quanto è grande il loro numero! Quelle anime gridano vendetta contro di te. Ora, o servo infedele, serve nequam, dammene conto. Dammi conto di quel tesoro prezioso che ti ho affidato, tesoro che costò la mia passione, il mio sangue, la mia morte. L'anima tua sia per l'anima di colui che per tua colpa si è perduta: Erit anima tua pro anima illius.

                Ma no, mio buon Gesù, noi speriamo nella vostra grazia e nella [221] vostra infinità misericordia che questo rimprovero non sarà per noi. Noi siamo intimamente persuasi del gran dovere che ci stringe d'istruire le anime affinchè per cagion nostra non vadano miseramente perdute. Onde per l'avvenire, per tutto il tempo della vita mortale, noi useremo la più grande sollecitudine affinchè nessuna anima per nostra colpa abbia da perdersi.

                Dovremo sostenere fatiche, stenti, povertà, dispiaceri, persecuzioni ed anche la morte? Ciò faremo volentieri, perchè voi ce ne deste luminoso esempio. Ma voi, o Dio di bontà e di clemenza, infondete nei nostri cuori il vero zelo sacerdotale, e fate che siamo costanti imitatori di quel Santo, che oggi scegliamo a nostro modello, e quando verrà il gran giorno, in cui dovremo presentarci al vostro Divin Tribunale per esser giudicati, possiamo avere non già un biasimo di riprovazione, ma una parola di conforto e di consolazione. E voi, o glorioso S. Filippo, degnatevi d'intercedere per me indegno vostro divoto, intercedete per tutti questi zelanti sacerdoti che ebbero la bontà di ascoltarmi e fate che in fine della vita tutti possiamo udirci quelle consolanti parole: Hai salvate anime, hai salva la tua: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti.

 

                'Mentre il Servo di Dio predicava, molti che conoscevano ed ammiravano il suo zelo per la salvezza delle anime, specialmente della gioventù, videro nelle sue parole il suo ritratto, sicché, a quando a quando, mentre egli additava le sante industrie di S. Filippo, andavano ripetendo sotto voce:

                 - Don Bosco! Don Bosco! ...

                Com'ebbe finita la sua orazione, partiva per Barolo e poi tornava a Torino, ove continuavano ininterrotti i preparativi per la consacrazione della chiesa.

                Con un nuovo Breve, del 25 maggio, il Sommo Pontefice per sette anni concedeva alla Chiesa di Maria Ausiliatrice la grazia insigne di avere Privilegiato l'altar maggiore[9]. [222]

                In que' giorni la libreria dell'Oratorio aveva messo in vendita il libro intorno al quale D. Bosco, aiutato da Don Bonetti, aveva lavorato per più anni. Avevalo desiderato ardentemente la Contessa Callori, che ne aveva largamente sovvenuta la stampa, ed alla quale Don Bosco, come abbiam visto, aveva già inviato la prima copia. Era desso quel libro del quale più volte abbiam visto cenno nelle lettere a lei dirette dal Servo di Dio. Portava per titolo: Il Cattolico Provveduto per le pratiche di pietà con analoghe istruzioni secondo il bisogno dei tempi. Constava di 766 pagine. L'opera era dedicata a Maria SS. coll'entusiasmo e l'affetto di un figlio, che vede avvicinarsi il compimento di un voto ardentissimo per la gloria della sua. Madre celeste; e la dedica ha la data del 24 maggio.

                All'Augusta Regina del Cielo - Alla gloriosa sempre Vergine Maria - Concepita senza macchia originale - Piena di grazie e benedetta fra tutte le donne - Figlia dell'Eterno Padre Genitrice del Verbo increato - Sposa dello Spirito Santo Delizia della Santissima Trinità - Fonte inesausta di fede, di speranza e di carità - Avvocata degli abbandonati - Sostegno e difesa dei deboli - Ancora di confidenza - Madre di misericordia - Rifugio dei Peccatori - Consolatrice degli afflitti Salute degli infermi - Conforto dei moribondi - Speranza nei [223] mali che opprimono il mondo - Eccelsa benefattrice del genere umano - A voi che in questo giorno - La Chiesa Cattolica proclama - Aiuto dei Cristiani - Un indegno vostro servo non potendo fare altro - Questo libro umilmente consacra. - 24 maggio 1868.

 

                La Prefazione diceva:

 

Al Lettore

 

                In questo libro, o cattolico lettore, troverai una copiosa raccolta di pratiche di pietà ricavate dai più accreditati autori. Due cose si ebbero specialmente di mira: guidare il cristiano alle fonti da cui tali pratiche traggono origine, osservando come esse fondansi sulla Bibbia o sopra instituzioni ecclesiastiche, totalmente consentanee a quanto è rivelato nei libri santi.

                In secondo luogo si preferiscono le preghiere e gli esercizi divoti a cui sono annesse le sante indulgenze, perché, mentre esse racchiudono l'approvazione ecclesiastica, servono sempre più a far conoscere i tesori inesauribili che la divina misericordia ha confidato all'infallibile magistero della Chiesa per vantaggio dei fedeli.

                In quanto poi alle preghiere furono di preferenza scelte quelle composte, dette, o approvate dai santi, oppure usate nella Liturgia della Chiesa.

                Spero che tu, o lettore, se non sarai totalmente soddisfatto, degnerai almeno di benigno compatimento al buon volere del povero compilatore che ti augura ogni celeste benedizione e si raccomanda alla carità delle valide tue preghiere.

 

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                L'Unità Cattolica del 3o 0icembre 1868 così ne parlava:

 

                Fra le molte operette che il Sac. Bosco spesso va pubblicando a vantaggio della pietà e della religione, con molto piacere annunciamo Il Cattolico provveduto di pratiche di pietà con analoghe istruzioni. Noi lo abbiamo attentamente letto da capo a fondo, e senza parlare del merito letterario, della chiarezza dei pensieri dell'unzione morale, per le quali cose l'autore è già per molte altre pubblicazioni conosciuto, noi ci limitiamo qui ad assicurare il lettore, che vi troverà non una nuda raccolta di preghiere, ma il racconto biblico ed ecclesiastico sopra cui ciascuna pratica è basata. Così che, mentre il cuore trova un pascolo nella pietà, l'intelletto viene illuminato e rassodato nelle fondamenta della religione. È un volume in 16, di 766 pagine. Si vende a fr. 2, 50, in legatura semplice, alla tipografia dello stabilimento di San Francesco di Sales.

 

 


CAPO XIX. Le pie persone o per voti fatti, o per grazie ricevute o per divozione, provvedono gli oggetti necessarii pel servizio religioso della nuova chiesa - Grandi provviste di cera: le candele del Marchese Uguccioni e un cereo di Pio IX - Offerte di danaro: Lettera del Conte Callori - I benefattori mandano a Don Bosco una quantità e varietà meravigliosa di commestibili per gli alunni, gli ospiti, e i personaggi invitati alle feste - Iscrizioni del Prof. Vallauri nella chiesa - Preparativi in casa: scuola di cerimonie: prove di canto e di suono; le bandiere per i cortili: le luminarie: i banchi della fiera; il buffet - Don Bosco scrive lettere d'invito a molti signori e al Duca d'Aosta - Immagini e medaglie di Maria Ausiliatrice - Signori della più alla nobiltà di Torino accettano di far la questua alla porta della chiesa. - Nota scordante fra le armonie: il Vescovo di Pinerolo scrive a Don Bosco esponendogli i motivi pei quali non può concedergli le commendatizie per l'approvazione della Pia Società; e con una sua lettera espone al Card. Quaglia le ragioni del rifiuto - Commendatizie del Vescovo di Saluzzo e dell'Arcivescovo di Pisa.

 

                L'ALLESTIMENTO interno del sacro edifizio era finito, e a Don Bosco mancavano ancora quasi tutti gli oggetti necessari pel servizio religioso. Iddio però, che è padrone del cuore degli uomini, ispirava a più persone di fargli avere quanto occorreva senza che ne fossero richieste. Da Roma gli fu mandato un calice veramente elegante. La [225] coppa era d'argento col gambo di bronzo dorato, di notabile altezza, con varii lavori di molto pregio. Era un dono del dott. Tancioni professore di medicina e chirurgia alla Università di Roma. Per grave malattia trovandosi all'estremo della vita, perduta ogni speranza ne' mezzi umani, venne dagli amici incoraggiato a fare una novena a Maria Ausiliatrice con promessa di fare qualche dono alla chiesa di Valdocco, se guariva. Dalla promessa all'esser fuori pericolo passò appena la metà della novena. Compiva fedelmente il suo voto e voleva che sopra il calice fosse ricordato il celeste favore da lui ricevuto con queste parole: Familiae Tancioni Romanae votum MDCCCLXVIII. Sopra il calice era un'elegante e ricca palla, ovvero animetta, coll'immagine del Redentore, lavoro delle monache del Bambino Gesù in Aix - la - Chapelle, città di Prussia, a spese della contessa Stolberg, moglie del celebre Luterano e poi fervoroso cattolico conte Stolberg Vernigerode, membro ereditario della camera dei Signori in Prussia.

                Il sig. M. Luigi Borgognoni, guarito da un ostinatissimo male di stomaco dopo avere invocata Maria, per compiere il voto fatto mandava da Roma due calici di metallo dorato. Nel basamento di uno vi erano tre figure rappresentanti la fede, la speranza e la carità; nell'altro tre figure rappresentano Mosé, Aronne, Melchisedecco.

                Pure da Roma la signora Francesca Giustiniani, per una importantissima grazia ricevuta, dalla quale era derivata la fortuna e la felicità di tutta la sua famiglia, spediva a Don Bosco un reliquario di metallo dorato che racchiudeva una particella del sacratissimo Legno della Croce del Salvatore colla rispettiva autentica.

                In vero, sembrava che ci fosse chi andasse a significare a ciascuna delle benefiche persone, o per grazie ricevute, o per divozione, quanto occorreva per quella solennità. Una signora francese d'alto lignaggio, la Duchessa Laval di Montmorency, inviò a sufficienza camici, cotte, amitti, animette, corporali, tovaglie, tovaglini con alcune pianete. Una signora fiorentina [226] offerse un elegante incensiere con navicella. Un signore torinese provvide i candelieri, le croci e le carte - gloria per tutti gli altari.

                Piviali, tunicelle, pianete, messali, pissidi, lampade per le solennità, lampade ordinarie, olio per le medesime, campanelli per la sagrestia, campanelli per i singoli altari, ostensori, palliotti, quadri, tovaglie di varie genere, le ampolline e perfino le funi delle campane, tutto venne in breve tempo provveduto, ma in modo e misura che nemmeno un oggetto restò duplicato e senza che neppur uno di essi venisse a mancare al bisogno. Riguardo al campanello della sacrestia avvenne quanto segue.

                Un signore torinese, travagliato da male di capo che si estendeva alla nuca con minaccia della stessa spina dorsale, portavasi in quei giorni alla novella chiesa per supplicare l'augusta Regina del Cielo a volerglisi dimostrare suo aiuto presso Dio. Giunto vicino alla sacrestia intese che fra le altre cose si difettava ancora d'un campanello per la porta della sagrestia. “Se ottengo qualche sollievo nei miei mali, egli disse, provvederò immediatamente tale oggetto”. Ciò detto entrò in chiesa, fece breve preghiera e con sua grande consolazione si trovò perfettamente guarito. Con trasporto di gioia compié sull'istante la promessa.

                Mancavano le candele delle quali sarebbe stato grandissimo il consumo. Don Bosco aveva scritto tempo prima al sig. Gambone, ceraio, perchè facesse qualche offerta di cera alla chiesa di Maria Ausiliatrice, e ne aveva ricevuta la seguente risposta:

 

Torino, 16 aprile 1868.

 

                               Rev. Signore,

 

                Come già ebbi ad osservarle, in queste disgraziate annate un padre di famiglia non può fare offerte alle chiese, come si fece nelli anni scorsi.

                Molte chiese furono chiuse, le Corporazioni Religiose soppresse tolti i redditi ai Capitoli: tutto congiurò per rovinare li fabbricanti [227] in cera; l'esazione poi è diventata una vera miseria, ed infatti mio figlio, giunto ieri, non portò dal suo viaggio io franchi e non so come finirà il viaggio della Lomellina.

                In tale stato io sono nella dispiacenza di non poter fare per la sua Pia Società ciò che vorrei, ma non voglio rimanere estraneo dal concorrere in ciò che posso, e perciò resta stabilito che per cinque anni consecutivi ella avrà lo sconto del 10 % sulle mie parcelle a titolo di elemosina, tanto sulla cera che sulle candele milly da chiesa e ad uso famiglia.

                Aggradisca, caro Don Bosco, li attestati della mia distinta stima.

 

Um.mo dev.mo Servo

GAMBONE.

 

                Ma i donatori non mancarono. Il Cav. Oreglia riceveva da Firenze la seguente lettera:

 

                Firenze, 29 maggio 1868

 

                               Amico pregiatissimo,

 

                Aggiunsi ad una lettera di mia moglie un quesito a Don Bosco, al quale egli si compiacque replicare, è vero, con un consiglio che non appagava il mio desiderio, giacchè come fabbricante di cera per le chiese, amava che qualche face fabbricata nella mia fabbrica concorresse alla festa della nuova chiesa. Desideroso quindi che ciò avvenga la prevengo di avere oggi stesso spedito alla direzione di Don Bosco una discreta quantità di candele e candelotti che fra noi sarebbero usate ad ornamento degli altari e più particolarmente pei viticci che attorniano le immagini, le reliquie ed anche il SS. Sacramento. La prevengo adunque di questo invio pel caso che nella moltiplicità degli affari quel degno sacerdote dimenticasse di far ritiro della cassetta spedita alla di lui direzione.

                Intanto sono a darle sempre discrete e soddisfacenti le nuove di Moma e assai migliori quelle della nipotina Montauto che accenna essere prossima alla convalescenza della migliare che l'affligge da 20 giorni, ed, ove questo, spero che effettueremo la nostra gita costà durante le feste con somma nostra reciproca soddisfazione.

                Riceva i saluti di Moma, che meco conta sulle preghiere sue e di Don Bosco.

GHERARDO UGUCCIONI.

 

                Un altro benefattore mandò candele per gli altari. Mancavano le candele piccole per le messe e una signora torinese le provvide. Furono pure un grazioso dono le torcie. [228] Lo stesso Sommo Pontefice aveva donato uno stupendo cereo lavorato con molta maestria, a Lui offerto dalla Basilica Lateranese, con queste parole scritte nel cereo stesso: S. Basilica Lateranensis caput et mater omnium Ecclesiarum, che è la medesima iscrizione che sta sopra la porta maggiore di quella veneranda Basilica. Così - commentava Don Bosco - i Salesiani e i loro giovani in certo modo avevano il Vicario di Gesù Cristo che teneva davanti all'altare maggiore una fiaccola accesa per ricordare che la loro fede per esser viva e fruttuosa deve sempre essere illuminata e guidata dal Vicario di Gesù Cristo.

                Altri benefattori mandavano o promettevano offerte in danaro a favore della nuova chiesa.

 

Casale 3 giugno 1868.

 

                               M. R. e Ven.mo Sig. Don Bosco,

 

                Fra pochi giorni sarà consecrata ed aperta al pubblico culto la nuova chiesa, che lo zelo e la pietà della S. V. M. R. ha saputo innalzare alla gran Madre di Dio, Maria Auxilium Christianorum.

                In tale circostanza io raccomando alle preghiere di Lei la cara mia moglie, affinchè Dio, per intercessione della gloriosa sua Madre, la guarisca interamente dalle infermità che da parecchi anni la travagliano dolorosamente. Anche oggidì essa è inferma. Da otto giorni essa è costretta a tenere il letto, e trovasi assai prostrata di forze. La Vergine SS. non può negare a Lei l'invocata guarigione, a Lei che con tanto affetto e con tanta operosità ne promosse il culto e la venerazione.

                Io spero tutto dalle preghiere di Lei, sempre però sottomettendomi alla volontà di Dio.

                Dal canto mio io offro a benefizio della nuova chiesa, e pongo ai piedi della Madonna la somma di L. cinque mila (5000), che pagherò alla S. V. M. R. in cinque rate annuali, delle quali la prima entro il corrente anno, e le altre successivamente di anno in anno.

                Degnisi Ella intanto di aggradire gli atti dell'ossequiosa mia stima e venerazione, e mi permetta di baciarle rispettosamente la mano, protestandomi,

                Della S. V. M. R.,

Dev.mo Obbl.mo Servitore

FEDERICO CALLORI. [229]

 

                Le meraviglie della Madonna nel provvedere quanto occorreva pel divin culto non vennero meno neppure in tutto ciò che era necessario all'onesto sostentamento di que' giorni.

                Molti personaggi, o perchè di rimoti paesi, o perchè impegnati nelle sacre funzioni, come i Vescovi e quelli che li assistevano nel servizio religioso, non potevano allontanarsi dall'Oratorio senza grave loro disturbo, ma la povera condizione rendeva Don Bosco incapace di provvedere quanto era necessario anche per tanti altri illustri invitati; ed ecco un agiato signore porre a sua disposizione posate, porcellane, cristalli e quanto faceva bisogno pel servizio di tavola.

                Oltre a ciò bisognava preparare con larghezza pranzi per tutti, per il personale dell'Oratorio e per quello dei due collegi di Mirabello e di Lanzo, per i parrochi e gli altri sacerdoti che verrebbero numerosi dai loro paesi, per i musici esterni: non meno di 500 persone. Allo stesso modo conveniva trattare convenientemente i 1200 alunni presenti alle feste.

                Come provvedere l'occorrente? Pii benefattori inviarono vino in botti e cassette di bottiglie del più prelibato, da paesi diversi e distanti, famosi per le vigne delle loro colline. Altri spedirono gran quantità di mortadelle da Bologna, e zamboni da Parma. Dalla Lombardia venne ogni specie di formaggio, e salami, frutti primaticci o confezionati, pollastri, uova, carne, caffè, cioccolato, zucchero, biscotti e pani di varia specie, che furono la provvidenza quotidiana per otto giorni. In un sol giorno giunsero da Milano, da Genova, da Torino tre eleganti e grosse focacce. Un confettiere della città volle somministrare gratuitamente per tutto l'ottavario confetti e dolci di ogni genere. Man mano che quelle offerte giungevano erano collocate ordinatamente in magazzini a ciò destinati. Quelli stessi che erano testimoni di tante provviste non sapevano darsene ragione, perchè non se n'era fatta domanda. Molti oblatori erano affatto sconosciuti e non ebbero mai alcuna relazione coll'Oratorio.

                Un venerando prelato osservando la provenienza di tante [230] svariate offerte ebbe ad esclamare commosso:

                 - Chi dicesse che gli oblatori non siamo mossi dallo spirito del Signore, negherebbe la luce del sole in pieno mezzodì.

                Mentre nelle sacrestie si benedicevano e si riponevano i paramenti ricevuti in dono, nella chiesa si collocavano al posto destinato le seguenti iscrizioni latine del prof. Tomaso Vallauri.

 

I.

                Maria Augusta - cuius adumbratam imaginem - illustriores quaedam feminae apud hebraeos retulerunt - Mater christianorum indulgentissima divinae benignitatis thesaurum - in liberos suos effudit.

 

II.

                Mariae patrocinio - saepe hostes christiani nominis sunt profligati - sed praesens eius auxilium - in navali certamine ad Naupactum maxime eluxit - quum per hispanos allobroges venetos - Turcarum copiis disiectis - Pius V Pont. Max. victoriae auspex - Mariam Auxilium Christianorum - iussit appellari.

 

III.

                Ad delendam maculam - navali pugna susceptam - infesto exercitu Vindobonam Turcae obsident - an. MDCLXXXIII - christiani principes - auctore Innocentio XI Pont. Max. - socia arma iungunt - ceteris potior insperato adest Ioannes Sobieskius - Polonorum rex - commisso proelio barbari fugantur funduntur - magna pars vulneribus confecti procumbunt - ferociam in vultu adhuc retinentes.

 

IV.

                Eius victoriae ergo - et Augustae Taurinorum et Monachi in Vindelicis - sodales creati Mariae Adiutricis - inter quos viri ex omni Ordine spectatissimi - certatim student referri.

 

V.

                Pius VII Pont. Max. - ad propagandam memoriam diei VIII cal. junias - quo Virginis Matris Auxilio - ex Savonensi captivitate est liberatus - diem festum instituit nomini recolendo - Mariae Sanctae Adiutricis Christianorum.

 

VI.

                In sacrario apud Spoletinos - iam inde ab ann. MDLXX - imago Mariae opiferae fuerat depicta - post diuturnam oblivionem - puer quinquennis visu admonitus - XIV cal. apriles an.MDCCCLXII - aediculani rimis fatiscentem - in hominum memoriam revocat - exinde [231] innumera prodigia - vim Mariae numenque declarant - maximum templum ab inchoato excitatum - ad quod magnus undique adorantium numerus - quotidie confluii.

 

VII.

                Heic ubi martyrium fecerunt  seculo III christiano - Octavius et Adventor milites legionis Thebaeorum - Taurinenses divino tantum numine et auxilio confisi - templum difficillimis temporibus extruendum curavimus - in honorem Mariae Adiutricis Christianorum - quod iacto lapide auspicali - inchoatum V cal. maias an. MDCCCLXV - solemnibus caeremoniis rite consecratum est - VII idus iunias an. MDCCC LXVIII - XXII sacri principatus Pii IX Pont. Max.

 

 

                Eccone la traduzione.

 

I.

                Maria V. Augusta - la cui figura adombrarono - molte illustri donne ebree - madre provvidentissima de' cristiani - diffuse ne' suoi figli - i tesori della bontà divina.

 

II.

                Col patrocinio di Maria - furono sbaragliati spesso i nemici della cristianità - ma il potente di lei aiuto - rifulse principalmente - nella navale battaglia di Lepanto - quando dagli Spagnuoli Savoiardi e Veneti - dispersa l'armata de' Turchi - Pio V Pontefice Massimo auspice della vittoria - chiamò Maria - Aiuto dei Cristiani.

 

III.

                Per cancellare l'ignominia della sconfitta navale - i Turchi ferocemente assediano Vienna - l'anno MDCLXXXIII - I principi cristiani ad esortazione del Pontefice Innocenzo XI - s'uniscono i alleanza - e primo appare Giovanni Sobiescki - Re di Polonia - Nella pugna i barbari son vinti dispersi - molti per le ferite cadono in campo - ritenendo ancor sul volto la ferocia.

 

IV.

                Per tal vittoria - e in Torino e in Monaco di Baviera - si formarono sodalizi di Maria Ausiliatrice - Ad essi - uomini di ogni ordine ragguardevolissimi - a gara cercano d'essere ascritti.

 

V.

                Pio VII Pont. Mass. - per tramandare la memoria del XXIV maggio - in cui per l'aiuto di Maria - fu liberato dalla prigionia di Savona - istituì la festa - di Maria SS. Aiuto dei Cristiani. [232]

 

VI.

                In una cappella presso Spoleto - già fin dall'anno MDLXX era stata dipinta un'immagine di Maria - Dopo lunga dimenticanza - un fanciullo cinquenne per visione celeste - addì XIX marzo MDCCCLXII - richiama alla memoria degli uomini - la chiesuola in rovina - Quindi innumerevoli grazie - palesano la gran potenza di Maria - ed è innalzato un magnifico tempio - a cui gran numero di divoti - da tutto il mondo ogni dì concorrono.

 

VII.

                Qui dove ebbero il martirio - nel terzo secolo di Cristo - Ottavio ed Avventore soldati della legione Tebea - noi Torinesi unicamente confidando - nella potenza ed aiuto di Dio - abbiamo in difficilissimi tempi eretto un tempio - a onore di Maria Aiuto dei Cristiani. - Messane la pietra fondamentale - addì XXVII aprile dell'anno MDCCCLXV - fu esso con tutta pompa solennemente consecrato nel giorno IX giugno MDCCCLXVIII - anno vigesimo secondo del pontificato di Pio IX.

 

                E non si creda che Don Bosco guardasse solo ai preparativi materiali; egli adoperavasi soprattutto poichè le feste fossero celebrate col massimo splendore dei sacri riti, sicchè il popolo ne restasse edificato; e ne incaricò i cerimonieri che vari e valenti aveva l'Oratorio. Quindi la Compagnia del Piccolo Clero molto numerosa, i chierici ed anche i preti venivano esercitati nelle sacre cerimonie delle funzioni solenni, specialmente in quelle dei Pontificali. Queste cerimonie eran loro famigliari, perchè tutti i giovedì dell'anno si doveva tenere questa scuola, la quale aveva avuto da Don Bosco le sue regole pratiche:

                “1° Ciascuno abbia il suo libro delle rubriche;

                2° Sia avvisato otto giorni prima su quale uffizio deve prepararsi per le prove nella scuola.

                3° Per questo fine dalle nove e mezzo alle dieci antimeridiane vi sia studio anche per i chierici.

                Pel servizio delle messe solenni :

                1° ciascuno sia avvisato il giorno avanti su quale ufficio deve prepararsi.

                2° Si stabilisca l'ora precisa di trovarsi in sacrestia.” [233]

                Allo stesso scopo più di 400 cantori si esercitavano gran parte del giorno ad eseguire svariati pezzi di musica, insieme con molti maestri di canto e distinti dilettanti della città; e spontaneamente convenivano alle prove generali pure i più celebri musicanti di Torino. La musica della guardia nazionale, con generosità veramente degna di cuori disinteressati, offerse l'opera sua per la messa solenne del mercoledì 10 giugno e per altre funzioni. Perciò domandò al Municipio e ottenne benevolmente che fossero mutati il giorno e le ore del pubblico e ordinario servizio.

                Anche nel cortile si preparavano le bandiere che dovevano sventolare alle finestre; i lumicini per la generale illuminazione; i banchi ornati per la fiera, nella quale si sarebbero posti in vendita libri, graziosi oggetti di chincaglieria e cartoleria, oggetti di divozione, e cravatte, colletti e via discorrendo, un vero bazar di tutto ciò che poteva tornar caro ai giovani compratori. Anche una sala per un buffet si stava ordinando, per la vendita di caffè, acque gazose e birra, per soddisfare gli alunni e i loro parenti.

Don Bosco aveva scritto lettere d'invito a Mons. Riccardi di Torino, Mons. Ghilardi di Mondovì, Mons. Formica di Cuneo, Mons. Rota di Guastalla, Mons. Galletti d'Alba, Mons. Jans d'Aosta, Mons. Gastaldi di Saluzzo, Mons. Ferré di Casale, Mons. Balma, Vescovo di Tolemaide i. p. i.; e a quanti aveva benefattori ed amici, e a personaggi eminenti nella città e nello stato. Scegliamo una sola lettera di risposta a questi inviti.

 

                CASA DI S. A. R. IL DUCA D'AOSTA

Torino, 8 giugno 1868.

                UFFICIO DEL GRAN MASTRO

 

                               M. R. Sig. Teologo,

 

                L'annuncio della consacrazione della nuova chiesa erettasi in Valdocco, ponendo la prima pietra S. A. R. il Duca d'Aosta, fece: all'A. S. la più gradita impressione. [234] L'Augusto Principe m'incarica di porgerne a Lei che con tanto zelo condusse a fine rapidamente un'opera così pietosa, i suoi più sinceri rallegramenti, e di ringraziarlo ad un tempo del gentile pensiero avuto nell'annunciarle tale consacrazione.

                S. A. R. procurerà certamente di trovar modo di recarsi uno di questi giorni in forma affatto privata a visitare la sua chiesa e dove mi sia possibile non mancherò di renderne in tempo avvertita la S. V. M. R.

                Gradisca intanto l'espressione dei sentimenti rispettosi coi quali mi dico,

                Della S. V.,

Dev.mo Servo

R. MORRA

1° Aiutante di Campo di S. A. R.

 

                Cogli inviti alla festa, il Servo di Dio continuava a distribuire litografie in nero e a colori del quadro del Lorenzone, come pure le medaglie, fatte coniare a Roma e da lui benedette, coll'effigie di Maria Ausiliatrice. Gli effetti meravigliosi di queste, si possono argomentare dalla domande che ne facevano i fedeli. Le prime distribuite furono più migliaia in poco tempo; e ben presto raggiunsero le centinaia di migliaia ogni anno; e dopo la morte di Don Bosco annualmente se ne distribuì un milione, delle quali, dopo che erano state benedette, faceva spedizione il capo del magazzeno, Giuseppe Rossi, come egli ci assicurava nel 1904, mentre continuavano incessanti tali richieste.

                In fine il Venerabile aveva pregato i signori della prima nobiltà di Torino a volersi prestare per fare la questua alla porta della chiesa: ed essi avevano acconsentito volenterosamente. Scriveva al conte di Viancino:

 

Torino, 6 giugno 1868.

 

                               Car.mo sig. Conte,

 

                Credo che avrà ricevuto il programma della consacrazione della chiesa. Dal 9 al 17 del corrente Ella sarà padrone di nostra casa con preghiera che si fermi con noi a pranzo quel maggior numero di giorni che potrà. Mi rincresce che la nostra posizione non ci incoraggisca ad [235] invitare anche la signora Contessa di Lei moglie; ma spero che se non un pranzo almeno la refezione del mattino la vorrà gradire. Ella però avrà il suo da fare: il Barone Bianco conta sopra di Lei per essere qualche poco rimpiazzato a collettare alla porta della chiesa. Che ne dice? Più cose ci diremo di presenza.

                Dio benedica Lei, caro sig. Conte, benedica la signora di Lei moglie, prosperi le sue campagne e li conservi costanti ambedue per la via del Cielo. Amen.

                Preghi per la povera anima mia e mi creda nel Signore

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco Gio.

 

                Fra tanti apparecchi di festa, mentre la gioia più soave inondava nell'Oratorio tutti i cuori e la Vergine SS. sorrideva con mille favori ai suoi divoti, veniva consegnata a D. Bosco una lettera di Mons. Lorenzo Renaldi, Vescovo di Pinerolo. Il Prelato diceva di non potergli fare la Commendatizia favorevole all'approvazione della Pia Società e mentre annunciava al Servo di Dio il suo rifiuto, nello stesso tempo trasmetteva un suo foglio al Card. Angelo Quaglia, Prefetto della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari.

 

Pinerolo, addì 6 giugno 1868.

 

                                Eminenza Rev.ma,

 

                L'egregio sacerdote Don Giovanni Bosco, Rettore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, benefattore di poveri giovanetti in Torino, mi richiese di una commendatizia presso la S. Sede per ottenere l'approvazione della Società di S. Francesco di Sales giusta gli statuti presentati. Risposi di non essere in grado di assecondare il desiderio di lui, esprimendo i motivi del mio dissenso, che giudico opportuno svolgere eziandio in questa mia lettera che sottopongo all'Eminenza Vostra Rev.ma.

                Mi associo a tutti che commendano la beneficenza dell'operoso ed infaticabile sacerdote Don Giovanni Bosco. L'accoglimento di tanti poveri abbandonati fanciulli, il nutrimento che loro porge, la cristiana educazione che procura dar loro sono meriti superiori ad ogni encomio, massimamente allora che la schiettezza e la ferma sincerità nella fede si associi all'utile insegnamento di quelle arti e mestieri in cui poscia quei giovani si eserciteranno per vantaggio proprio e delle loro famiglie, senza accrescere il numero di tanti sciagurati [236] esseri, che insofferenti della loro condizione, senza avere i pregi che si richiederebbero, si slanciano avidamente e con molte pretese tenaci, intolleranti, arditissimi, fuori del proprio stato. In ciò dunque l'opera del sacerdote Don Bosco merita ogni appoggio ed ogni encomio.

                Riguardo però alla educazione ed istruzione dei chierici e a formare della sua casa, e dell'Oratorio intitolato a S. Francesco di Sales un seminario di sacerdoti per Torino e le altre diocesi, almeno per ora, dell'antico Piemonte: in massima io sono del parere affatto contrario e, rispettando quello dei miei colleghi che vi acconsentissero, non vi acconsentirei mai.

                Non entro nelle condizioni speciali di tale educazione, quand'anche questi giovani da consecrarsi al sacerdozio potessero essere educati alle più schiette ed alle più belle virtù del sacerdozio, quand'anche potessero progredire debitamente negli studii; bensì io guardo all'obbligo che ha il Vescovo, giusta le sapientissime prescrizioni del Concilio Tridentino, di attendere egli e per mezzo di persone scelte da lui, e che può mutare ad ogni occorrenza, all'educazione del suo clero; e di prendere ad ogni uopo le necessarie informazioni, e di provvedere con esatta cognizione di causa così all'accettazione come all'allontanamento degli individui, all'indugiare o no la sacra Ordinazione, ed a emettere, giusta i Canoni e le circostanze, le necessarie provvidenze.

                Una dolorosa esperienza prova costantemente che i sacerdoti non educati dal proprio Vescovo obbediscono ad un'altra autorità che non è la sua e si schermiscono in mille guise dalla dovuta soggezione; o se non si oppongono apertamente, lo fanno di soppiatto.

                Non parlo di patrimoni ecclesiastici, non parlo della continua limitazione assegnata nelle Regole proposte di obbedire al Vescovo, prout Regulae Societatis patientur; non parlo di tutti gli esami, di tutto l'indirizzo, di tutta l'ingerenza di cui dovrebbe spogliarsi ogni Vescovo per mettersi nelle altrui mani; non parlo di innumerevoli altre conseguenze, non liete per un Vescovo bramoso di adempiere il suo dovere e di esercitare la sua dignità, conseguenze che emergerebbero dalle applicazioni di quelle Regole e che saranno già state da altri avvertite; mi basta di avere ciò accennato sommariamente e fuggitivamente per conchiudere che, lodando in tutto il resto la carità esercitata dall'operoso sacerdote Don Bosco nello accogliere ed istruire tanti e tanti infelici, non potei sottoscrivere al voto di mettere anche nelle sue mani la educazione del giovane clero.

                Si fanno, è vero, ogni dì più gravi le nostre condizioni, ma faremo ogni nostro sforzo possibile e la grazia del Signore ci aiuterà; andremo a vivere, se fa d'uopo, nei Seminarii coi nostri Chierici; convertiremo in Seminario i nostri Episcopii, ma non ci spoglieremo giammai di questo diritto paterno di educare il nostro giovane clero, diritto e dovere conceduto a noi e saviamente e ripetutamente prescrittoci [237] dai Pontefici, dai Concilii, dai decreti e  canoni loro, compendiati con sublimi e vive parole dal Concilio Tridentino.

                Sia che direttamente od indirettamente si tenda a togliere o scemare all'Episcopato questo suo importantissimo uffizio, crede di dover resistere sempre chi ha l'onore di essere col più profondo ossequio e con ogni venerazione,

                Di V. Eminenza Rev.ma,

Um.mo Obbl.mo Servitore

LORENZO, Vescovo di Pinerolo.

 

                Evidentemente il Vescovo di Pinerolo non aveva compreso le nostre Regole: poiché, parlando dell'educazione del giovane clero, queste volevano significare essere scopo della Pia Società Salesiana, al pari dell'educazione dei giovani poveri ed abbandonati negli Oratori Festivi e nelle Scuole d'Arti e Mestieri, anche il preparare nuove reclute ai Seminari mediante i nostri Collegi con scuole ginnasiali; e Don Bosco noti pensò mai a soppiantare i seminari. Eppure da taluni male interpretavasi questa sua provvidenziale carità, la quale, in quegli anni, si protrasse pel suo zelo anche per il tempo degli studii filosofici e teologici, affinchè le Diocesi del Piemonte fossero provviste di clero istruito ed esemplare, quando i Seminari diocesani erano chiusi.

                Ben diverso però era il giudizio che dava di Don Bosco e della Pia Società Salesiana chi era meglio al corrente del loro spirito, Mons. Lorenzo Gastaldi, Vescovo di Saluzzo.

 

                A Sua Em. Rev.ma il Card. Prefetto delta S. Congregazione dei Vescovi e Regolari.

Saluzzo, 25 Maggio 1868.

 

                               Eminenza Rev.ma,

 

                Dichiaro io sottoscritto di aver piena cognizione dell'Istituto fondato e diretto dal M. R. Sig. Don Giovanni Bosco nativo del comune di Castelnuovo, diocesi di Torino, perchè io stesso vidi nascere e progredire questo Istituto sotto i miei occhi, e ne vidi a crescere i frutti preziosi di dottrina e virtù cristiana.

                L'Istituto suddetto, nella sua Casa principale a Torino e negli [238] Oratorii da esso aperti e diretti, rappresenta alla lettera lo stesso spettacolo di pietà, che porgevano a Roma gli Oratorii aperti da S. Filippo.

                Il numero prodigioso dei giovani che frequentano questi Oratorii, l'attitudine e disposizione che quivi essi acquistano alla pietà ed a tutte le pratiche cristiane, la perseveranza nello spirito cristiano, che la maggior parte dei giovani quindi usciti conservano, il loro affetto tutto singolare che, sia al sig. Don Bosco, sia ai suoi compagni nel sacerdozio dimostrano e che conservano anche da lungo tempo usciti dagli Oratorii, dimostrano e provano ad evidenza, che quivi il misericordioso Iddio spande in misura sovrabbondante le sue benedizioni, e che quivi vi ha una missione particolare in vantaggio della gioventù.

                Questa benedizione risulta pure dalle vocazioni allo stato ecclesiastico, che quivi si sono svegliate; locchè fece sì che dall'anno 1848 al 1863, nel qual tempo il Seminario Arcivescovile di Torino rimase chiuso, l'Oratorio di Don Bosco che nel suo Collegio Convitto conta circa 800 giovani, fornì ed educò i Chierici alla Diocesi di Torino: del che S. E. Mons. Fransoni esprimeva al sottoscritto le sue compiacenze, mentre gemeva nel suo esiglio di Lione ed era dal sottoscritto visitato.

                Ma il sig. Don Bosco non avrebbe potuto fare che una parte menoma di tanto bene, ove non si fosse unito a tempo dei compagni, e non avesse formata una Società di Chierici e Sacerdoti, i quali sotto la sua direzione esercitassero la carità con quei giovani sovrammenzionati.

                Ora il sottoscritto dichiara, che esso vide formarsi e crescere questa Società, ne vide le Regole, ne vide il risultato. Vide che con l'osservanza di queste Regole si mantenne costantemente in essa lo spirito di obbedienza, sottomessione, umiltà, pietà, concordia, pace e carità. Trovò mai sempre nei membri formanti questa Società, come una sola mente ed un cuore solo. Vide come per miracolo sorgere in seno alla medesima una chiesa colossale che forma la meraviglia di chi la esamina, e che per la spesa di oltre a un mezzo milione di lire sostenuta da poveri sacerdoti nulla tenenti, è come un portento, il quale prova che Iddio benedice questa Società.

                Il sottoscritto pertanto non può a meno di fare voti perchè questa Società insieme con le sue regole venga approvata da Sua Santità, ed eretta alla classe di Ordine religioso, confidando che quindi ne verrebbe del gran bene alle anime, al clero, alla Chiesa in generale, ma in ispecie alla gioventù, la quale abbisogna oggidì più che mai di ottimi educatori; e quindi abbisogna di Ordini religiosi, che ne prendano cura con quello spirito di carità, discrezione, pazienza, col quale da molti anni ne prende cura la Società istituita e diretta dal detto sig. Don Giovanni Bosco. [239] Il sottoscritto passa a dichiararsi col più profondo rispetto, e baciandole umilmente la sacra porpora,

                Di V. E. Rev.ma,

Obbl.mo e osseq.mo Servitore

LORENZO, Vescovo di Saluzzo.

 

                Anche l'Arcivescovo di Pisa aveva mandato la sua Commendatizia direttamente a Roma; ma di essa non abbiam potuto rintracciar copia.

 

 


CAPO XX. Preludio delle feste - Arrivano nell'Oratorio gli alunni del Collegio di Lanzo - Il giorno dopo, domenica della SS. Trinità Prova generale dell'Antifona Sancta Maria - Articolo dell'Unità Cattolica sopra la consacrazione della nuova chiesa - Arrivo degli alunni del Collegio di Mirabello: prova generale della nuova grandiosa messa del Maestro De - Vecchi - L'Arcivescovo espone alla sera nella piccola chiesa di San Francesco le reliquie dei santi martiri, un uragano: la sacra veglia nell'intera notte - Consacrazione della chiesa - Don Bosco celebra la p - rima volta nella nuova chiesa - Una profezia - Umili parole del Servo di Dio in risposta alle lodi che gli erano tributate - Folla straordinaria alle funzioni - I Vespri e l'esecuzione dell'antifona Sancta Maria - Commozione di Don Bosco - Eloquente discorso del Vescovo di Casale: termina raccomandando Don Bosco alla Madonna - Il Tantum ergo di Don Cagliero - L'illuminazione della cupola - Alla sera Don Bosco parla agli alunni delle tre case radunati in cortile - L'Unità Cattolica descrive le impressioni del primo giorno dell'Ottavario - Le moltitudini si affollano attorno a Don Bosco - Guarigioni istantanee - Indescrivibile entusiasmo.

 

                IL portone d'entrata nell'Oratorio, che si apriva dalla via Cottolengo, in quest'anno era ancora all'estremità a levante del corpo di fabbrica, eretto sulle fondamenta dell'antica tettoia del sig. Visca, estremità abbattuta nel 1914 dopo innalzata la nuova fabbrica destinata [241] agli uffici del Capitolo Superiore. Colà, il giorno 6 di giugno, verso le dodici meridiane, la banda istrumentale e tutti gli alunni aspettavano i giovani del Collegio di Lanzo per far loro festose accoglienze. Non tardarono a risuonare le grida entusiastiche di viva i Lanzesi, viva i Torinesi; e i nuovi arrivati preceduti dalla banda si diressero in ordine innanzi ai portici. Fu un agitar di berretti e un interminabile gridare di Viva Don Bosco! quando il Servo di Dio, uscito di camera, dava loro dal poggiuolo il benvenuto.

                Dopo pranzo i nuovi arrivati furono condotti a visitare i monumenti della città.

                Il giorno 7, festa della SS. Trinità, all'ora solita, pigiati nella piccola chiesa di S. Francesco di Sales i giovani di Torino e di Lanzo ascoltarono la S. Messa e in numero grandissimo fecero la S. Comunione. A colazione ebbero tutti un companatico abbondante che Don Bosco volle si distribuisse egualmente in tutte le mattine del sacro ottavario. Alle 10 ant. vi fu la prova generale dell'antifona Sancta Maria, succurre miseris di Don Cagliero. Alle 5 e 1/2 pomeridiane, nella stessa chiesa si cantarono i vespri, si fece la predica e si diede la benedizione col Santissimo.

                L’Unità Cattolica diceva quel giorno:

 

                Quest'oggi vogliamo dedicata tutta intiera la cronaca ad una grande solennità religiosa, che avrà principio martedì prossimo, corrente. Ognuno intende che vogliamo parlare della solenne consacrazione della nuova chiesa di Don Bosco, dedicata a Maria Ausiliatrice.

                In questi tempi d'incredulità e d'indifferenza è facile veder sul labbro a taluni un sorriso di indifferenza all'udir parlare di consacrazioni di chiese. Eppure son quaranta secoli che gli increduli ridono et periit memoria eorum cum sonitu; ma le chiese consacrate stanno in piedi da quaranta secoli, ed il popolo fedele vi celebra senza interruzione e con gioia i misteri di Dio. Infatti il rito di consacrare le chiese è antichissimo, nonchè pieno di gravi misteri, la cui origine rimonta coll'erezione stessa dei templi poichè Giacobbe nel fabbricare un altare pure il consagrò. Mosé, nell'erigere un tabernacolo per espresso comando di Dio, volle anco consagrarlo; e Salomone che dalle stesse mani di Dio ricevette il disegno per la costruzione del famoso tempio [242] di Gerusalemme, ottenne anche l'oracolo di celebrarne la sagra: Dedicavit domum Dei rex, et universus populus, e nel tempo di tal dedicazione sacrificò ventidue mila bovi e ventisei mila montoni. Abbiamo inoltre che Giuda Maccabeo avendo purgato il tempio di Gerusalemme dalle sue profanità ed immondezze, e fattosi un altare nuovo di pietra, celebrò l'encenia ed ordinò che si celebrasse ogni anno.

                La Chiesa Cattolica conservò gelosamente questa misteriosa tradizione, e ritiene che Gesù Bambino consacrasse la capanna ove nacque, e che nell'offerta de' Magi il Presepio divenisse un tempio. S. Cirillo ci avvisa che dagli Apostoli fu consacrato in chiesa il cenacolo, ove avevano ricevuto lo Spirito Santo, sala che raffigurò anche la Chiesa Universale. Anzi, secondo Niceforo Calisto (Hist. lib. 2, cap. 33), fu tale la sollecitudine degli Apostoli, che in ogni luogo ove predicarono il Vangelo consagravano qualche chiesa od oratorio, ed è perciò che il Pontefice S. Clemente I, creato l'anno (3, successore non meno che discepolo di S. Pietro, tra le altre sue ordinazioni, decretò che tutti i luoghi di orazione fossero a Dio consagrati. Certamente al tempo di S. Paolo le chiese erano consagrate, al che allude egli, come vogliono alcuni dottori, scrivendo ai Corinti al cap. II: Aut Ecclesiam Dei contemnitis? S. Urbano I, eletto nell'anno 226, consagrò in chiesa la casa di S. Cecilia, come riferisce il Metafraste; San Marcello I, creato l'anno 304, consagrò la chiesa di Santa Lucina, come racconta il Papa S. Damaso I (C 21; ); e così di seguito in mille altri luoghi e tempi.

                Non è dunque una semplice festa religiosa quella cui assisteremo posdomani; è un sacro anello di segni sensibili che Dio dà agli uomini di volersene stare in mezzo di essi e con essi.

                Non rechi quindi meraviglia la descrizione di sacre pompe colle quali si procederà a quella consacrazione, delle quali diamo in succinto il programma:

                “Martedì 9, alle ore 5 1/2 S. Ecc. Rev.ma il venerato nostro Arcivescovo farà la consacrazione della chiesa. Alle ore 6 pom. vespri pontificali solenni; discorso, benedizione. Ne' vespri l'antifona Sancta Maria, succurre miseris, sarà eseguita da oltre 300 voci in tre cori composti dagli allievi dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, e dei collegi di Lanzo e Mirabello e da molti maestri e distinti dilettanti di canto di questa città, ad imitazione dei famosi cori cantati in S. Pietro nelle feste del Centenario degli Apostoli Pietro e Paolo. Il Tantum ergo, concertato a gran orchestra, sarà eseguito da oltre 200 Voci. Composizioni del Sac. Giovanni Cagliero. - Mercoledì, 10, alle ore 7 mattina, messa, sermoncino, comunione generale e preghiere per invocare speciali benedizioni sopra i benemeriti oblatori che concorsero all'erezione della chiesa. Alle ore 10 mattina, messa solenne a grande orchestra per tenori e bassi con cori, appositamente scritta dal signor maestro Giovanni De - Vecchi. Alle ore 6, sera, vespri solenni, predica,  [243] benedizione. - Giovedì, 11. La messa solenne sarà omessa a motivo della processione del Corpus Domini, che ha luogo alla chiesa della Metropolitana. Alle ore 6, sera, vespri solenni, predica, benedizione. - Venerdì e sabato, 12 e 13, tutto come il mercoledì. - Domenica 14, alle ore 10, mattina, messa solenne, discorso. Alle ore 4 Pom. vespri solenni, predica, benedizione. Saranno ripetuti nei vespri il concerto a tre cori dell'antifona Sancta Maria, succurre miseris, e nella benedizione il Tantum ergo a grande orchestra' come al martedì. Lunedì 15, e Martedì, 16, nel mattino come al solito. Alle ore 6 pom. vespri solenni, predica, Te Deum in ringraziamento dei benefizi ricevuti, Benedizione. - Mercoledì, 17, ore 7 mattina, funzione funebre in suffragio dei defunti benefattori della chiesa e dell'Oratorio.”

                Inoltre in tutti gli otto giorni vi saranno messe lette, e comodità di accostarsi ai SS. Sacramenti. E sempre dalle sei alle sette comunione generale con breve sermoncino di qualche distinto Prelato. Infatti molti Vescovi accettarono l'incarico di predicare il mattino e la sera. E affinchè nulla mancasse al lustro di tanta funzione, Sua Santità il regnante Sommo Pontefice Pio IX, sempre pronto ad accordare quei favori spirituali che tendono a promuovere la maggior gloria di Dio e il bene delle anime, onde animare i fedeli ad onorare l'augusta Madre del Salvatore, si è degnata di concedere, con suo breve del 22 maggio 1868, indulgenza plenaria, applicabile alle anime del purgatorio, a tutti coloro che nel giorno di detta consacrazione o nel corso del seguente ottavario, cioè dal giorno 9 a tutto il 16 giugno prossimo, confessati e comunicati visiteranno quella chiesa, e ivi pregheranno secondo l'intenzione del Sommo Pontefice.

                Alle feste religiose verranno intrecciati alcuni passatempi, secondo lo stile dell'Oratorio e il genio dei giovanetti che vi sono educati. Eccone in breve il programma: Giovedì, 11, alle ore 3 pom. Accademia in onore di Maria Ausiliatrice. Distribuzione dei premi ai giovani dell'Oratorio. - Sabato, 13, alle ore 3 pom. Trattenimenti diversi. - Domenica, 14, alle ore 7 pom. Esercizi ginnastici ed altri giuochi. - Lunedì, 15, alle ore 3 pom. Commedia latina. - Martedì, 16, alle ore 3 pom. Divertimenti vari e concerti a musica istrumentale.

                Martedì adunque: Attolite portas, principes, vestras, et elevamini portae aeternales, et introibit rex gloriae!

 

                Lunedì 8, vigilia della consecrazione, dopo le solite pratiche di pietà, i cantori furono occupati dal mattino alla sera in esercizi musicali e per due ore durarono le prove della grandiosa messa del maestro Giovanni De - Vecchi composta espressamente per la solenne occasione. Nell'Oratorio era tutto un movimento di cose e di persone; e giungevano [244] in Torino nobili signori da ogni parte. Da Roma il Conte Bentivoglio, da Venezia la principessa Elena Vidoni Soranzo con due nipotini, da Milano la Contessa Teresa Dal - Verme. Di buon mattino i sacerdoti, i chierici, e i giovanetti del piccolo Seminario di Mirabello erano arrivati anch'essi all'Oratorio per formare una specie di esercito coi loro compagni di Torino e di Lanzo; e furono accolti con musica, applausi e fraterno affetto. Dovevano partecipare essi pure al canto, al suono, al servizio religioso, a rappresentazioni accademiche, e tutti erano ansiosi e direi impazienti di fare col massimo zelo quella parte che loro riguardava.

                Nello stesso convoglio e nella medesima ora coi giovani Mirabellesi, era giunto parimenti Mons. Pietro Maria Ferré, Vescovo di Casale, col suo segretario il Can. Masnini, per prendere parte alle sacre funzioni.

                Alle 6 di sera giungeva l'Arcivescovo di Torino Mons. Alessandro Riccardi col Teol. cav. Caviassi, suo cerimoniere, e col canonico Astengo, suo segretario, per dare incominciamento alla funzione. In quel momento si manifestò un uragano che misto a vento, tuoni, lampi e grandine, sembrava voler disturbare la nostra solennità: ma fortunatamente non fu che un violento acquazzone, che dopo una specie d'inondazione lasciò il cielo sereno. Intanto il prelodato Arcivescovo esponeva nella cappella di S. Luigi della chiesa piccola di S. Francesco le Sante Reliquie che dovevano servire alla consacrazione degli altari nel dì seguente. Quelle Reliquie poste in urna indorata appartenevano ai SS. Maurizio e Secondo, che sono due de' patroni principali della diocesi torinese. Fatta quella esposizione si cominciò il canto dei divini uffizi; che, secondo le prescrizioni della Chiesa, durò tutta la notte, cioè fino alle 5 ½ del giorno 9, in cui cominciò la solenne Consacrazione.

                Quel mattino, primo giorno dell'Ottavario, alle ore 5 e un quarto ritornava nell'Oratorio Sua Eccellenza l'Arcivescovo e, sceso di carrozza, trovava schierati in due lunghe file, 1200 [245] giovani delle tre case salesiane. La musica gli diede il primo saluto. Sua Eccellenza benedice più volte i giovani passando in mezzo a loro e va nella chiesa di S. Francesco a vestirsi degli abiti sacri. Ivi aspettavalo un numeroso clero, i cori dei cantori di canto gregoriano; e il Can. Raimondo Olivieri Prevosto della Cattedrale di Acqui e il Direttore del Collegio di Lanzo, dei quali il primo doveva assisterlo come diacono e il secondo come suddiacono. Uscito il sacro corteggio, entravano gli alunni e alle 6 il Vescovo di Casale celebrava la messa della Comunità, alla quale vi fu un gran numero di Comunioni.

                Intanto l'Arcivescovo con tutto il clero compieva i rituali tre giri intorno alla chiesa esternamente, e in fine si fermava innanzi alla porta principale che era chiusa, al pari delle altre porte secondarie. A questo punto assunsero il servizio i Canonici della metropolitana, Luigi Nasi, Celestino Fissore, abate Gazzelli, abate Morozzo e Chicco canonico penitenziere.

                Due erano cori uno sulla gradinata della chiesa e l'altro dentro la chiesa stessa. L'Arcivescovo col pastorale batté per tre volte alla porta e il coro che lo circondava prese a cantare:

                 - Attolite portas, principes, vestras, et elevamini Portae aeternales, et introibit Rex gloriae.

                 - Quis est iste rex gloriae? rispose il coro dalla chiesa.

                E il coro esterno replicò: - Dominus fortis et potens, Dominus potens in praelio. Attolite portas...

                E la porta si spalancò, per rinchiudersi subito appena entrato il clero. Nessuno ancora poteva entrare nel santuario.

                Una gran croce in forma di X, formata di cenere, si estendeva su tutto il pavimento e l'Arcivescovo incominciò colla punta del pastorale a scrivere sopra una traversa di essa l'alfabeto greco e sull'altra l'alfabeto latino, quindi per una scaletta mobile ascese successivamente ad ungere dodici piccole croci distribuite tutt'intorno sulle pareti dell'edifizio ed innanzi ad ognuna di esse si accese una candela. Finita la consecrazione del tempio, Monsignore compì il sacro rito della [246] consacrazione degli altari, chiudendo nei loro sepolcreti le reliquie dei martiri, trasportate dalla chiesa piccola. La cerimonia terminava alle 10 ½ e le porte furono spalancate al pubblico.

                Intanto Sua Eccellenza celebrava la prima messa nella novella chiesa e, subito dopo, il Servo di Dio che aveva assistito con gioia ineffabile a tutto il sacro rito, saliva egli pure all'altar maggiore per la celebrazione del Santo Sacrifizio ai piedi di Maria Ausiliatrice. Ebbero la consolazione di servirgli messa Doli Giovanni Battista Francesia e Don Giovanni Battista Lemoyne.

                Ritornato in sagrestia, dopo un lungo ringraziamento, Don Bosco s'intrattenne alquanto con una signora che già conosceva, venuta anch'essa a Torino per la festa e che gli era presentata dal figlio sacerdote salesiano. Egli disse al sacerdote: - Tu non sarai il solo salesiano di tua famiglia! - Singolare predizione: in famiglia erano ancora quattro fratelli propensi a tutt'altro che alla vita religiosa e una sorella ancor piccina. Ed ecco, 14 anni dopo, nel 1882, la sorella in modo inesplicabile entrar tra le Figlie di Maria Ausiliatrice e dopo 25 anni dalla profezia, uno dei fratelli per circostanze non prevedibili farsi anch'esso salesiano. Di questo ultimo Don Bosco aveva detto chiaramente al confratello nostro nel 1886, indicando nominatamente la futura conquista:

                 - Voglio rubarlo per me!

                Uscito dalla sagrestia il Venerabile saliva alla sala del pranzo preparato nella biblioteca, ove lo aspettavano più Vescovi e molti altri illustri invitati. Sul levar delle mense vari oratori inneggiarono alle grandi opere compiute da Don Bosco e alla costruzione di quella chiesa colossale, frutto del suo non comune e perseverante ardimento. Ma egli, senza dare alcun segno di compiacenza per tanti elogi, colla solita sua semplicità ed umiltà rispose:

                 - Io non sono l'autore di queste grandi cose che voi dite; È il Signore, è Maria SS., che si degnarono di servirsi di un [247] povero prete per compiere tali opere. Di mio non ci ho messo nulla. Aedificat sibi domum Maria. Ogni pietra, ogni ornamento segnala una sua grazia.

                Queste parole le udiva Giuseppe Reano, che era presente alla fine del pranzo, durante il quale insieme con vari compagni aveva eseguito un pezzo di musica.

                Alle 5 ½ nel modo più solenne cominciarono i vespri pontificali dell'Arcivescovo. Sul finire di essi era tale la moltitudine della gente che quelli che erano in chiesa non potevano più muoversi e per gli sforzi che facevano gli uni per entrare, gli altri per uscire producevano un po' di bisbiglio alle porte. Le prime note però del Sancta Maria richiamarono il silenzio e l'attenzione di tutti. Tre erano i cori. Uno avanti l'altare di S. Giuseppe di 150 tenori e bassi, rappresentante la Chiesa militante; l'altro sulla cupola di 200 soprani e contralti, figuranti gli Angeli ossia la Chiesa trionfante; il terzo coro, di altri 100 tenori e bassi sull'orchestra, simboleggiava la Chiesa purgante. Una delle grandi difficoltà era quella di regolare il tempo musicale in tanta distanza, chè parecchi non potevano vedere il maestro principale, il quale doveva colla battuta dar norma e guida a tutti i cantori. Ma questa difficoltà venne felicemente superata con un apparato elettrico. Un lungo filo conduttore applicato ai poli di una pila andava ad unirsi ai campanelli elettrici posti nel centro di ciaschedun coro e compiendo il circuito terminava colle sue estremità in una specie di manipolatore appositamente costrutto. Il direttore di musica tenendo il manipolatore colla sinistra poteva colla destra farvi sopra liberamente la battuta come se nulla avesse tra le mani, e intanto i campanelli tutt'insieme facevano un colpo solo colla battuta del direttore. In questo modo i cori restavano riuniti e regolati con tutta precisione, non altrimenti che se fossero stati raccolti in una sola orchestra e regolati da un solo maestro.

                La Divina Provvidenza, scrisse Don Bosco, dispose che l'aspettazione fosse appagata. Tanto i maestri che da varii [248] paesi intervennero per udire, quanto quelli che presero parte attiva, si mostrarono pienamente soddisfatti.

                Nel momento che tutti i cori si riunirono a fare una sola armonia si provò una specie d'incantesimo. Le voci si collegarono insieme e l'eco le rimandava per tutte le direzioni per modo che l'uditore si sentiva come immerso in un mare di voci che lo circondavano senza che potesse discernere come e donde venissero. Un rispettabile personaggio commosso a quel magico effetto ebbe ad esclamare: - Mi sembra veramente di trovarmi in Vaticano.

                Un altro facendo uso della iperbole esclamò: - Soltanto in Paradiso vi può essere canto più bello”.

                Il Can. Giovanni Anfossi era vicino a Don Bosco dietro l'altar maggiore, mentre si eseguiva l'antifona. Non ricordava di averlo mai visto, in tempo di preghiera, moversi o dire una parola in chiesa; e questa volta, stando inginocchiato e guardandolo cogli occhi umidi di pianto spremuto dalla gioia: - Caro Anfossi, gli disse sotto voce; non ti pare di essere in Paradiso?

                Dopo l'antifona il Vescovo di Casale salì pel primo sul pulpito della nuova chiesa e parlava con eloquenza della maestà del culto esterno, non per riguardo a Dio, ma per riguardo agli uomini. Sul finire prorompeva in queste enfatiche parole:

                “Questo tempio poi, della cui consecrazione di presente ci rallegriamo, è in particolar modo il tesoro delle grazie celesti, perchè è dedicato espressamente in onore di Maria Vergine Ausiliatrice, e quindi è guardato da Lei con occhio di specialissima predilezione. La gran Regina già dimostrò quanto aggradisse l'erezione di questo magnifico tempio, poichè si può dire che Ella stessa colla frequenza e magnificenza de' suoi favori all'ingente spesa della fabbrica e degli adornamenti del medesimo provvedesse. O Maria, noi siam sicuri, che come promoveste e con ogni maniera di grazie conduceste a buon termine l'innalzamento di questa nobilissima [249] mole, così ora che a vostro onore è solennemente dedicata, farete in essa risplendere più che mai la vostra clemenza; prenderete vieppiù sempre sotto la vostra tutela il piissimo vostro servo, che da voi ispirato si accinse alla grande impresa di edificare questa chiesa, né risparmiò cure e fatiche finchè con sommo suo gaudio non la vide compiuta, assisterete con materna tenerezza la numerosa gioventù che, dal medesimo vostro servo, per sentimento di carità, raccolta in collegi e seminari ed oratorii da lui saviamente diretti, si dedica ai buoni studii, all'esercizio delle arti, ed alle pratiche di nostra sacrosanta religione; accoglierete con benignità tutti quelli che in questo tempio, d'innanzi al vostro altare, verranno con fiducia ad onorarvi, a pregarvi, a mettersi sotto le ali dell'onnipotente vostra protezione; farete infine succedere alle molte e gravi, pubbliche e private calamità, la tranquillità dell'ordine domestico, sociale e religioso”.

                Il Tantum ergo, altro pregiatissimo pezzo musicale di Don Cagliero, cantato da un centinaio di voci bianche dalla ringhiera della cupola e dai cori in orchestra, produsse una commozione indescrivibile in tutti. Il Vescovo di Saluzzo e quello di Alba erano inginocchiati dietro l'altare vicino a Don Bosco. Mons. Gastaldi abbracciava e scuoteva il suo ginocchiatoio: tanto era entusiasmato. Mons. Galletti, calmo e immobile, andava tratto tratto ripetendo: - Paradiso! Paradiso!

                I fedeli uscendo di chiesa ebbero lo spettacolo della cupola illuminata a gaz. Le stelle che incoronavano il capo della statua di Maria, il piedestallo di questa, un M posto sull'ultimo cornicione, e la ringhiera brillavano per centinaia di fiammelle; questa illuminazione si rinnovò tutte le sere dell'Ottavario.

                Dopo cena fatti radunare gli alunni delle sue tre case in cortile, alla luce di migliaia di bicchierini Don Bosco parlò loro sciogliendo, come poi scrisse nella narrazione da lui fatta di queste feste, un inno di riconoscenza a Maria: Almae Dei genitrici [250] Mariae, amantissimae nostrae ac potentissimae Auxiliatrici, perennes cum laudibus preces!

                Di questo primo giorno dell'Ottavario scriveva l'Unità Cattolica dell’11 giugno 1868.

 

                Consacrazione della chiesa di Maria SS. Ausiliatrice. - Martedì passato, 9 di giugno, l'Eccellenza Rev.ma del nostro Arcivescovo consacrava la nuova chiesa eretta in Torino per opera di Don Bosco e dedicata a Maria SS. Aiuto dei Cristiani. A quella chiesa, aperta ieri, nulla manca, e tutto vi è grande come l'idea che ve la concepì e come la carità che la fabbricò. A cominciare dalla bellissima ancona dell'altar maggiore, capo lavoro del Cav. Lorenzoni, uno dei più valenti nostri pittori, volgendo gli occhi per ogni parte, vedi dappertutto ricchezza di marmi e preziosità di lavori. La chiesa è stata fabbricata dai poveri e pei poveri, ma essi hanno voluto che la casa della nostra gran Madre riuscisse bella e ricca più che fosse possibile, e Maria SS. li aiutò in questo loro nobile e filiale disegno.

                Un mondo di torinesi martedì versavasi nella nuova chiesa, massime in sulla sera, quando l'Arcivescovo di Torino pontificò i vespri e impartì la benedizione col SS. Sacramento. Il Vescovo di Casale disse una stupenda omelia, spiegando la liturgia cattolica nella consacrazione della chiesa, e le armonie dell'antico e nuovo Testamento facendo vedere come l'uno ricopia l'altro, e la Chiesa Cattolica, dov'è la presenza reale dell'uomo - Dio, sia la perfezione del tempio antico. Le quali considerazioni accompagnava con pii ed eloquenti affetti che intenerivano l'attentissima popolazione.

                La musica fu degna della grande solennità. Il sacerdote Cagliero, cresciuto ed educato nell'Istituto di Don Bosco, aveva musicata l'antifona Sancta Maria succurre miseris, imitando il Tu es Petrus del Centenario. E la bellissima composizione fu magnificamente eseguita da trecento voci, che nella nuova Chiesa scioglievano il primo inno a Maria.

                L'illustre Maestro, chè tale è per merito se non per titolo, ha sentito egli il primo e ha fatto sentire tutto il significato d'un popolo che supplica in questi momenti la gran Madre di Dio a soccorrere i miseri, ad aiutare i pusillanimi, a riscaldare i deboli, ad intercedere pel Clero, pei conventi, pei monasteri, per le città, per l'Italia, per tutti.

                E bellissimo fu pure il Tantum ergo cantato a due cori, uno dei quali figurava il coro degli Angeli, che, a maniera di ritornello, soggiungeva sempre il Veneremur ad ogni versetto del Tantum ergo, e poi il Jubilatio ad ogni versetto del Genitori. Insomma la giornata di martedì fu una grande e bella giornata per Torino, e speriamo che segnerà il giorno di nuovi e singolari aiuti che la Vergine SS. presterà alla Chiesa ed allo Stato nell'augustiata Italia. [251] E Don Bosco che altro fece in quel giorno? Tutto a tutti, negli intervalli in cui si trovò libero da imprescindibili impegni, fu circondato continuamente dai molti forestieri che volevano parlargli. Prima dei vespri egli era sulla gradinata che mette alla porta vicina alla sagrestia per andare alla Cappella di San Pietro. Grande folla di divoti gli stava tutto intorno e per lungo tratto d'innanzi. Vi erano malati che chiedevano la guarigione, vi erano divoti che volevano baciare la mano .E Don Bosco, vi erano curiosi che ammiravano lo spettacolo di un uomo desiderato da tutti. E Don Bosco benediceva tutti. Uno dei presenti dice di esser venuto per ottenere sollievo da un gran male di denti. Don Bosco gli suggerisce la recita di un'Ave Maria, ed è guarito all'istante. Un altro che più non vedeva da anni, in sull'istante riacquista il bene degli occhi. Era un fremito di commozione e di gioia universale, era una potente manifestazione della Madonna.

                Vedremo come l'entusiasmo religioso crebbe sempre nei giorni seguenti.

 

 


CAPO XXI. Secondo giorno dell'ottavario - Disposizione perpetua di preghiere e di una messa quotidiana per i benefattori - La comunione generale e un fervorino del Vescovo di Mondovì, tutte le mattine di questi santi giorni - Pontifica il Vescovo di Casale - Un padre scioglie il suo voto per la guarigione ottenuta di un unico figlio - Guarigione di un male gravissimo agli occhi - Don Bosco dispone che i giovani, dopo il pranzo, abbiano svago con passeggiate o con qualche svariato divertimento - Pontifica ai Vespri il Vescovo di Mondovì: fa la predica il Vescovo di Casale che rivolge una preghiera a Maria SS. chiedendo che interceda le più ricche benedizioni su Don Bosco - Terzo giorno dell'ottavario - Affluenza continua del popolo in sagrestia: tutti vogliono narrare le grazie ottenute da Maria Ausiliatrice - Una guarigione portentosa - Un'accademia in onore di Maria SS.: marcia trionfale, cantata con musica di Devecchi: canzone recitata dal Sac. Giuseppe Elice di Loano: distribuzione dei premii ai giovani distinti per la buona condotta: alcune farse in musica - Il Vescovo di Mondovì pontifica ai vespri: predica Mons. Balma.

 

                IL mercoledì 10 giugno, 2° giorno dell'Ottavario, alle 6 1/2 del mattino gli alunni entrarono nella nuova chiesa, e coi fedeli che numerosi erano accorsi recitarono le solite orazioni e il santo Rosario per tutti i benemeriti oblatori di quel sacro edifizio e dell'Oratorio. La pia pratica, cominciata allora, continua ininterrotta tuttodì per [253] disposizione di Don Bosco medesimo: “Io - scriveva agli oblatori - serberò di voi incancellabile gratitudine, e finchè vivrò non cesserò mai d'invocare le benedizioni del Cielo sopra di voi, sopra i vostri parenti ed amici. Ciò farò ogni giorno specialmente nel sacrifizio della Santa Messa. Dio vi colmi dei suoi tesori celesti, o gloriosi oblatori, e vi conceda lunghi anni di vita felice; vi conceda il prezioso dono della perseveranza nel bene e vi accolga tutti un giorno nella Beata Eternità. Affinchè poi questi auguri siano accolti dalla misericordia del Signore, fu stabilito un servizio religioso da farsi ogni giorno dell'anno per tutti coloro che in qualunque modo e misura hanno concorso o concorreranno a beneficare la Chiesa o lo stabilimento annesso. Questo esercizio consiste in una serie di preghiere, della corona del Rosario della S. Vergine Maria, comunione sacramentale o spirituale, secondo che uno è preparato, celebrazione ed applicazione della Santa Messa. Ciò avrà luogo ogni mattina nella nuova Chiesa con tutti i giovanetti dello stabilimento e con tatti quei fedeli che giudicheranno intervenire a prendervi parte[10]

                Quella mattina Mons. Tommaso Ghilardi, Vescovo di Mondovì, giunto la sera prima e accolto con grande festa, pronunziava al pulpito un fervoroso sermoncino in preparazione alla S. Comunione, dimostrando la necessità della frequente Comunione, sia per rendere omaggio alla presenza reale di Gesù Cristo nella S. Eucarestia, sia per tener viva la nostra fede in Gesù Cristo, che è il più saldo sostegno contro i nemici di Dio e della Chiesa e la più soave consolazione nei giorni del dolore.

                Quindi celebrò la S. Messa, mentre nel presbitero assisteva il piccolo clero e al suono dell'armonio i cantori eseguivano soavi mottetti di celebri autori. Infra missam si ebbe una [254] lunga schiera di comunicanti. Don Bosco confessava in sacrestia e varii altri sacerdoti ne' confessionali in chiesa.

                Questo fu l'ordine della prima funzione mattutina ogni giorno dell'Ottavario, in cui Mons. Ghilardi tenne sempre il sermoncino. Il numero de' sacerdoti che ne' giorni feriali venne a celebrare fu tale, che dalle 4 alle 11 gli altari laterali erano sempre occupati.

                Alle ore 10 pontificò il Vescovo di Casale, assistito dai Canonici della SS. Trinità, rappresentati dai canonici Marchisio, Giustetti, Talucchi, Berteu; e dal direttore del Collegio di Lanzo che suppliva il canonico Zorniotti. I cantori eseguirono la messa di Giovanni De - Vecchi, maestro di musica istrumentale nell'Oratorio. Nell'orchestra i soli violini eccedevano il numero di trenta. La composizione e l'esecuzione di quella messa si poteva chiamare un capo d'opera.

                Al mezzo tocco avvenne un fatto che sembra degno di essere raccontato. Portato da una carrozza era giunto tiri uomo di signorile aspetto che dimandò di fare la sua confessione; di poi tutto commosso e con esemplare raccoglimento si accostò alla S. Comunione. Fatto l'opportuno ringraziamento va in sacrestia, fa un'offerta dicendo:

                 - Pregate per me e raccontate per tutto il mondo le meraviglie del Signore mercé la intercessione della S. Vergine.

                 - Si può sapere chi lei sia e quale cosa l'abbia condotto qui? disse Don Bosco che l'ascoltava.

                 - Io, rispose, vengo da Faenza; aveva un bambino, unico oggetto delle mie speranze. Caduto ammalato a quattro anni d'età non gli si dava più speranza di vita e lo piangeva inconsolabilmente come morto. Un amico, per consolarmi, mi suggerì di fare una novena a Maria, Aiuto dei Cristiani, con promessa di fare qualche oblazione per questa chiesa. Promisi tutto e vi aggiunsi ancora di venire personalmente a fare la mia offerta accostandomi qui ai SS. Sacramenti se otteneva la grazia. Dio mi esaudì. Alla metà della novena mio figlio era fuori di pericolo ed ora gode ottima salute. Egli [255] non sarà più mio, ma lo chiamerò per sempre figlio di Maria. Ho viaggiato due giorni: avendo ora compiuta la mia obbligazione riparto consolato e benedirò sempre la Madre delle Misericordie, Maria Ausiliatrice.

                In quello stesso momento giunse una madre con una sua figliuola di circa 13 anni.

                 - Eccomi, ella prese a dire, sono venuta a fare la mia obbligazione.

                 - Chi siete voi? le chiese Don Bosco.

                 - Io sono Teresa Gambone, madre di questa fanciulla di nome Rosa.

                 - Donde venite?

                 - Veniamo da Loggia di Carignano,

                 - Per qual motivo siete qua venute e perchè questa vostra figlia dimostra tanta gioia in volto?

                 - Ah! non si ricorda più? Questa mia figlia fu condotta qua poco tempo addietro come cieca. Pativa male agli occhi da quattro anni. I medici la giudicavano cieca ed ella stentava a discernere la luce dalle tenebre. Essa si fece dare la benedizione, praticò alcune preghiere da lei suggerite in onore di Maria per un tempo stabilito, cioè da Pasqua all'Ascensione del Signore. Quel giorno la mia Rosa era perfettamente guarita. Ora siamo venute a farne ringraziamento con una tenue offerta. Noi siamo poveri braccianti di campagna e non possiamo fare di più; ma conserveremo, per sempre la memoria di così grande benefizio.

                Alle 5 dopo il pranzo gli alunni rientravano nell'Oratorio dopo aver fatta una bella passeggiata. Don Bosco aveva stabilito che tutti que' giorni andassero a passeggio, quando non vi fosse special ragione da trattenerli in casa, per dar loro uno svago, per toglierli di mezzo alla confusione di gente che andava e veniva, e per aver contezza di essi radunandoli sotto gli occhi degli assistenti. E gli uni erano condotti alla collina, gli altri a visitare la città e il magnifico camposanto, questi lungo i viali fuori delle mura, quelli a percorrere le [256] sponde le Po. I più adulti del Collegio di Lanzo chiesero ed ebbero licenza di barcheggiare su quel fiume.

                Don Bosco aveva anche disposto che, nei giorni seguenti, nel tempo non impedito dalle sacre funzioni fossero rallegrati con qualche trattenimento accademico, ginnastico, musicale ed anche drammatico.

                Alle 6 di sera Mons. Ghilardi pontificò ai vespri cantati in musica, dopo cui il Vescovo di Casale montava in pulpito e cominciava il suo secondo discorso intorno alla necessità dell'insegnamento cattolico nelle scuole. Dimostrò come tale insegnamento deve avere per base la dipendenza dall'infallibile magistero della Chiesa; ed anche questa volta finiva col rivolgere una commovente preghiera a Maria SS.:

                “Umanissimi ascoltatori, preghiamo fervidamente Maria SS. Ausiliatrice, ad onore della quale fu innalzato questo nuovo splendidissimo Tempio, onde ci ottenga dal Signore un tanto beneficio. Sì, o gran Vergine, impetrate le più ricche benedizioni sul Rev. Fondatore della Pia Società dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, il quale diede appunto opera indefessa all'erezione di questo solenne monumento di religione per accrescere decoro e dare maggior vita al suo istituto, tutto rivolto alla cristiana istruzione e santa educazione della cattolica gioventù. Fate, o gloriosissima Madre della Sapienza, che il di Lui esempio sia salutevole lezione e potente eccitamento a tutti i pubblici e privati maestri ed educatori, affinché, ripudiate le false massime del secolo, porgano una istruzione ed una educazione informata dalle verità e dallo spirito di nostra Religion sacrosanta. O Celeste Regina, amorosissima nostra Ausiliatrice, siate larga del vostro soccorso non meno ai maestri che ai discepoli, onde quelli impartendo e questi ricevendo una istruzione ed educazione veramente cattolica formino insieme quaggiù in terra il Tempio vivo dello Spirito Santo. O immacolata Madre di Dio e Madre nostra, proteggeteci tutti, perchè aderendo costantemente alle massime apprese dal cattolico insegnamento, e corrispondendo [257] sempre alle medesime coll'affetto e coll'opera possiamo dopo compiuta la mortale carriera essere ammessi a far parte con Voi della beata e gloriosa Gerusalemme per tutti i secoli dei secoli. Così sia”.

                Grazie senza numero aveva già concesse Maria ai suoi devoti ed agli oblatori per la costruzione della sua chiesa in Valdocco, e in quei giorni non solo effondeva più largamente i suoi tesori inesauribili, ma evidentemente qual madre tenerissima prese in modo più manifesto a glorificare il suo Servo e ad unire il nome di lui al suo; i fedeli intravvidero questo mistero e chiamarono Maria SS. Ausiliatrice la Madonna di Don Bosco.

                Entra una paralitica portata sopra un carretto tirato da un asino. Il conduttore avea un bel gridare per avvicinarsi a Don Bosco. La gente non voleva lasciarlo passare; spingeva indietro l'asino, e quasi veniva a pugni col conduttore. L'inferma che da tanto tempo non poteva muoversi, impaziente di quell'indugio e vedendo essere impossibile l'avanzarsi del carro, senza avvedersene salta giù dal carro per farsi avanti, si avvicina a Don Bosco fra la folla, e solo quando è al suo cospetto si avvede di essere guarita. Il suo grido di meraviglia è ripetuto dagli altri. I parenti, piangendo per la commozione, vogliono condurla via:

                 - Son guarita! son guarita! continuava essa a ripetere.

                 - Lo vediamo, essi rispondevano. Vieni a casa!

                 - No, replicava la figlia, prima voglio andare a ringraziar la Madonna. - Ed entrava in chiesa.

                Simili scene si rinnovarono non solo nei giorni seguenti ma molte altre volte nel corso della vita del Venerabile.

                Giovedì 11 giugno, 3° giorno dell'Ottavario e solennità del Corpus Domini, fin dal buon mattino si manifesta grande intervento di forestieri.

                Mons. Vescovo di Mondovì fa la solita funzione del mattino con analogo sermoncino, in cui dimostra la frequente comunione essere sorgente inesauribile di celesti favori. Dopo [258] molte ragioni porta l'esempio di S. Caterina da Siena, la quale, non sapendo né leggere, né scrivere, attinse dal SS. Sacramento una scienza straordinaria sparsa nei quattro grossi volumi delle sue opere.

                “È la Santa Eucarestia, disse fra le altre cose, che illuminò la mente a tanti sacerdoti e infuse nei loro cuori coraggio di affrontare i più gravi pericoli in mezzo al mondo: che fortificò i martiri nei loro tormenti, che rese costanti nel divino servizio tante vergini le quali rinunziando al mondo andarono a chiudersi nei chiostri per consacrarsi totalmente al Signore.”

                La S. Comunione fu assai più numerosa dei giorni antecedenti. Alla sola Comunione Generale parteciparono più di mille devoti.

                Quel giorno, a motivo della solenne processione alla Metropolitana, non avendo più luogo alcuna religiosa funzione dalle 9 del mattino alle 6 della sera, Don Bosco ebbe maggiore comodità di parlare con parecchi forestieri che venivano per ringraziare Iddio de' benefizi ricevuti o per supplicare la Santa Vergine che venisse loro in aiuto nelle desolazioni da cui erano travagliati. La sagrestia fu sempre piena zeppa di persone. Narreremo alcuni dei molti fatti che condussero i divoti a quelle solennità.

                Alle 10 di quel mattino si presenta in sagrestia Luigi Costamagna, fratello di Don Giacomo.

                 - O mio buon amico, gli disse Don Bosco; ebbene?

                 - Vengo da Caramagna con mia moglie, per ringraziare la S. Vergine Ausiliatrice di un gran favore a sua intercessione ricevuto.

                 - Si può sapere quale sia stato questo favore?

                 - Sì che si può sapere e glielo racconto volentieri. Mia moglie era ammalata da lungo tempo, e malgrado ogni cura dell'arte medica ella trovavasi all'estremo della vita. Una sera circa alle 11 di notte pareva dovesse mandare l'ultimo respiro. Non sapendo più né che dire, né che fare, le [259] indirizzai queste parole: “Fatti coraggio, raccomandiamoci a Maria. Se tu guarisci, andremo poi a fare le nostre divozioni nella nuova chiesa che si sta facendo in Torino, e porteremo qualche offerta”. L'inferma senza parlare chinò il capo per indicare che approvava la mia proposta. Maraviglia a dirsi! Pochi minuti dopo mia moglie riacquistò la loquela, poi entrò in tale miglioramento, che in pochi giorni si trovò perfettamente guarita. Ora noi siamo venuti a Torino unicamente per compiere la nostra obbligazione, cioè accostarci alla S. Comunione nella nuova chiesa e fare un'offerta compatibile al nostro stato.

                 - Potreste darmi per iscritto quello che mi avete raccontato?

                 - Ecco lo scritto che teneva preparato. Qui sono esposte le varie particolarità della malattia; se ne serva pure per dare qualunque pubblicità a questo fatto nel modo che lei giudicherà meglio per la gloria di Dio e per onore della Beata Vergine Maria.

                Mentre Costamagna parlava a Don Bosco, si presentò al Venerabile un uomo di povera condizione che teneva per mano un ragazzo e senza preamboli gli disse:

                 - Io sono venuto da Bra per ringraziare la S. Vergine Ausiliatrice. Un mio figlio avea pressochè perduta la vista, i più valenti medici non sapevano più che cosa suggerirmi; ho fatto la novena con promessa di venire a fare le mie divozioni in questa chiesa, e adesso sono venuto a compiere la mia obbligazione, perciocchè mio figlio guarì perfettamente. Lo guardi come sta bene e come son puliti gli occhi suoi!

                Questi venne interrotto da una signora milanese che prese a dire così:

                 - Sia lodato Iddio e benedetta la S. Vergine. Mio figlio, da più anni travagliato da un'orribile cancrena ad una mano, è guarito perfettamente. I medici avevano poca speranza di guarigione eziandio coll'amputazione del braccio. Fu da lei benedetto, fu fatta novena a Maria Ausiliatrice ed ora lo osservi. Si vedono le profonde cicatrici che attestano [260] la gravità del suo male, ma è perfettamente sano. Con me son venute anche altre persone unicamente per attestare la nostra gratitudine alla Beata Vergine Maria.

                In questo momento succedette un po' di tafferuglio. Da diverse parti si voleva parlare, e Don Bosco poté solamente raccogliere le asserzioni di alcuni.

                 - Io, diceva uno di nome Fea..., vengo da Carignano per tendere grazie per la guarigione inaspettata di mia madre.

                Un'altra, di nome Lucia Berruto, lo interruppe dicendo: - Io vengo da Chieri e ho meco la relazione scritta con piccole oblazioni di varie persone che riconoscono da Maria Ausiliatrice la guarigione de' malanni da cui erano miseramente travagliate. Io era affetta da una pericolosa enfiagione ai piedi, e, fatta la novena a Maria Ausiliatrice, ne fui perfettamente guarita.

                 - Io pure, soggiunse un'altra giovane, sono venuta da Chieri pel medesimo motivo. Il mio nome è Adelaide e fui liberata da acuto mal di capo e da gastricismo, che mi portò sull'orlo della tomba; vissi quindici giorni a sola acqua. Maria Ausiliatrice è quella che mi ha ottenuto la guarigione.

                Mentre succedevano tali cose avvenne un fatto che interruppe ogni altro ragionamento. Un'infelice giovanetta in sui vent'anni veniva là condotta nella speranza di guarire da una paralisia, per cui aveva come morto un braccio colla metà del corpo. Da un fratello e dalla genitrice fu trasportata in una camera vicina, dove, come meglio poté, si mise ginocchioni invocando colla voce e col pianto l'aiuto di Colei che la S. Chiesa proclama Aiuto dei Cristiani. Si fecero parecchie preghiere cogli astanti, Don Bosco le diede la benedizione, quindi si rinnovarono le preghiere. Mentre tutti pieni di fede invocano grazia e misericordia, la paralitica comincia a muovere la mano, di poi il braccio. Ella ne rimase talmente commossa che gridando: - Io sono guarita! - cadde svenuta. La madre e il fratello la sostennero, le fecero animo, le porsero una bibita. La paralitica riacquistò l'uso dei sensi e restò perfettamente [261] guarita dal male che da quattro anni la rendeva immobile. Ognuno può immaginarsi le voci d'ammirazione e di ringraziamento che s'innalzavano da tutte parti.

                Senza più nulla dire i parenti della malata andarono in chiesa e dopo alquante preghiere uscirono; la fortunata giovane montò allegramente da sé sulla carrozzella, e co' suoi parenti ripartì.

                In quel momento si aumentò la confusione: da tutte parti si dimandava a Don Bosco una speciale benedizione mentre altri gli volevano raccontare cose loro avvenute e fare offerte per grazie ricevute.

                Per questo motivo non si poté più prendere memoria di molti fatti, e nemmeno notare il nome delle persone a cui questi si riferivano.

                Alle 4 della sera si tenne un'accademia in onore di Maria Ausiliatrice, presenti moltissimi invitati. Il trattenimento si aperse con una marcia trionfale per banda composta dal M° De - Vecchi, sulle parole di un inno intitolato: Rimembranza della vittoria di Lepanto, che eseguirono con entusiasmo gli alunni dei Collegi di Mirabello e Lanzo. Dopo l'inno si lessero e si declamarono parecchie composizioni di opportunità che si conservano negli archivi, degne di essere stampate, e ci rincresce di non poterle riprodurre per non riuscire troppo prolissi. Ci limitiamo a presentare ai lettori la canzone recitata dal Sac. Giuseppe Elice di Loano, famoso improvvisatore.

 

 

A MARIA AUSILIATRICE.

 

I.

 

A Te, Donna del Ciel, che sei potente

Della cristiana gente

Ausiliatrice, e saldo firmamento

Della Chiesa di Dio, questo pregiato

Per disegno e per arte monumento

A Te si vuol sacrato:

Ed oggi, che al divin culto, ai Misteri [262]

Della Fe' si dischiude, infra i devoti

Inneggiamenti, e i sacri canti, e i voti

Della pietà sinceri,

Fra la solenne maestà del rito,

Che dal mitrato almo Pastor compito

Fatto è più augusto e santo,

Oh come caro! oh quanto

Il Nome tuo risuona,

Con qual serto di laudi s'incorona!

 

II.

 

E tal d'animo grato è a Te dovuto,

O Vergine, tributo;

Ché se qui sorge la mirabil mole,

Per cui la tua Torin plaude giuliva,

A Quegli sol che puote ciò che vuole,

E a Te, Maria, s'ascriva;

Tu nell'idea del Figlio onnipotente

Il disegno n'hai scorto, e ne traesti

Copia fedel che poi da un angiol festi

Alto scolpire in mente

Di Lui, che d'onorarte ha sì bran brama,

E riamato t'ama,

Dentro al cui cuor si viva arde la face

Di carità verace,

E cui pur la delira

Turba de' tristi al clero ostile ammira.

 

III.

 

Chiunque ignora il tuo poter,

Maria, Vera chiamò follia

Impresa tal, per cui d'oro e d'argento

Troppo ingente tesor si richiedea;

E v'ebbe pur tra' pii chi un ardimento

Inutil la dicea:

In sì miseri tempi e in tal distretta

Di mezzi e di fortune, in tanto accesa

Guerra contro di Cristo e la sua Chiesa,

Come l'idea concetta

Di sì grand'opra effettuar?

Lo puote Un umil sacerdote?

Che vale avere cuor generoso in seno

Quando il poter vien meno?

Senza un miracol vero

Non fia che arrivi al fatto il gran pensiero. [263]

 

IV.

 

E Tu, cui Dio lo suo poter largiva,

Immacolata Diva,

Il gran prodigio Tu lo festi e il grida

Il credente fedele, ed il profano,

Che sol nell'uomo, e nell'oprar confida

Del senno e della mano.

L'arida selce un dì fu produttrice

Di preziosa limpidissim'onda,

E germinaron fior dall'infeconda

Terra di bronchi altrice.

Or ben rinnova questo Tempio augusto

Il miracol vetusto:

Sorto quasi dal nulla ecco torreggia

Pari a mirabil reggia

E mostra ormai perfetto

Del tuo Servo fedele il gran concetto.

 

V.

 

      Quegli che in Vaticano ha reggia e sede

Maestro della Fede,

Di carità portento e di fortezza,

La sacra e generosa man distese

A benedire, a largheggiare avvezza,

Ché il tuo volere intese.

Già di tua gloria tanto amor lo vinse,

Che a farla più spiccata e radiosa

Della gemma più bella e preziosa

Il serto tuo precinse,

Quando non tócco da veleno immondo

Annunziava al mondo

Il tuo Concepimento, e alto gioia

Allor che tutto udìa

L'universo plaudir pieno di zelo

Al gran decreto, che dettògli il Cielo.

 

VI.

 

Quest'opra dunque al Nome tuo dicata,

O Madre Immacolata,

Ei benedì, promosse: - e fu la fiamma,

Che vasto incendio a caritade apriva.

Cuor generosi, cui lo fuoco infiamma

Di Fede salda e viva,

Anime santamente innamorate [264]

Dell'onor tuo liberalmente apriro

Gli scrigni, ed auro a piena man largiro.

Dagli Angioli notate

n pagine immortali a Te davante

Le oblazioni sante,

Maria, si stanno, e ten compiaci e ai fidi

Tuoi amatori arridi,

E nel materno cuore

N'hai scolpito col nome il vivo amore

 

VII.

 

Né l'obolo mancò del poverello;

Ché nell’umile ostello,

Qual nella Reggia e nel palazzo aurato,

L'annunzio penetrò del pio disegno.

Quindi una nobil gara, un infrenato

Di concorrenza impegno

È parve, che disdor troppo sarìa

Per chi dicesse: Mentre ognun lo volle,

lo la mia pietra non portava, ahi folle,

Al Tempio di Maria!

Miracol d'unità nei sentimenti!

Onde stupir le genti,

E per tutto gridóssi: Eppur non cede

Ancor l'antica Fede,

Ma dell'inferme porte

Le furie irride e ognor si fa più forte.

 

VIII.

 

O Vergine divina, or non è questo

Trionfo manifesto

Del tuo poter, che schiaccia il capo al tristo

Antiquo serpe, e i figli suoi, che in guerra

Disfidano l'Eterno ed il suo Cristo,

Persegue, batte, atterra?

Oh! segui, o Madre, la mission celeste;

Ed il Regno di Dio, che sol del vero

Bene è la fonte, avrà sempre l'impero

Invidiato in queste

Contrade a Te dilette; e qual si plaude

Con inneggiante laude

Oggi al tuo Nome in questo loco santo,

E così fia che il canto

Magnifico solenne

Sacro alla gloria tua duri perenne. [265]

 

IX.

 

E Tu dal Ciel sarai propizia ognora

A chi ti cole e onora;

Ché in Te misericordia, in Te pietate,

In Te magnificenza, in Te s'aduna

Quantunque in creatura è di bontate,

Né mai sarà digiuna

De' tuoi favori alma qual sia, che segga

All'ombra del tuo manto, e a Te s'affidi,

Insin che accolta negli eterei lidi

Teco, o Maria, si vegga.

Ma versa i doni tuoi più preziosi

In capo ai generosi

Che quest'opera eccelsa han favorito,

E fa' che sia compito

Il santo lor desìo,

Che al vero bene intende, al Cielo, a Dio.

 

X.

 

Il manto protettor su questi oh! Spandi

Prelati venerandi,

Cui tanto zel della tua gloria incende,

E cui s'ascrive se di tanta luce

Questa solennità s'abbella e splende.

Tu contro all'odio truce,

Onde l'episcopal infula abborre

Ed irride beffardo il secol tristo

Al Signore nemico ed al suo Cristo,

Saldi li fa' qual torre

Che mai non crolla per furiar di venti.

I vetusti portenti

Madre, rinnova, e sii Tu pure in questa

Era alla Fede infesta

L'ausilio e la difesa

Del popolo cristiano e della Chiesa.

 

XI.

 

E a Lui, che stima ottiene ed alto amore

Ovunque batte un cuore

Sensibile nel petto, e cui dovuta

È laude somma, se credente e pia

Tanta veggiamo gioventù cresciuta

In un'età sì ria,

A Lui, che il bel disegno concepiva [266]

Del sacro monumento, e sì diretta

V'ebbe ogni cura sua, che oggi perfetta

mente il gran fin sortiva,

Pietosissima guarda e benedici;

Ampia dei benefici,

Ond'ei Società vantaggia e Fede

Abbia per Te mercede,

E sia di quella un pegno

Che gli prepari nell'eterno Regno.

 

                Dopo queste letture, a stimolo di maggiore emulazione, vi fu solenne distribuzione dei premii ai più distinti nella condotta morale fra i giovanetti dell'Oratorio di Torino e del collegi di Lanzo e Mirabello. Chiudevasi il trattenimento con alcune amene rappresentazioni musicali e drammatiche, composte da Don Giacomo Costamagna.

                Alle 6 il Vescovo di Mondovì pontificava ai vespri e Mons. Balma, vescovo di Tolemaide, pronunciava un dotto ed interessante e commovente ragionamento su Maria SS. Parlò della grandezza sua, adombrata da moltissime figure dell'antico Testamento e disse com'Ella in tutti i secoli fu sempre presso i cristiani soggetto di conforto e di venerazione. Mons. Ghilardi dava in fine la benedizione col Santissimo.

 

 


CAPO XXII. Quarto giorno dell'Ottavario - Mons. Balma pontifica alla messa solenne - Offerta di un mendicante - Un cuore d'argento per grazia ricevuta - Altra guarigione - Mons. Rota scrive a Don Bosco di non poter venire alle feste per essere giunto a Guastalla l'eretico Gavazzi col fine di predicare - Il Vescovo di Saluzzo pontifica i vespri: predica il Vescovo di Mondovì - Quinto giorno dell'Ottavario - Arrivo nell'Oratorio dei capi di famiglia di Mornese e racconto delle grazie ad essi concesse da Maria Ausiliatrice - Mons. Gastaldi celebra la messa Pontificale - Rappresentazione nel teatro per gli alunni - Il Vescovo di Mondovì pontifica ai Vespri: Mons. Gastaldi fa il discorso - Impressioni provate da una nobile dama - Don Bosco distribuisce le medaglie commemorative: nomi di benefattori ai quali furono date: ringraziamenti del Card. Antonucci - Sesto giorno dell'Ottavario - Celebra la messa solenne Mons. Galletti, ed essendo stipata la chiesa, il Vescovo di Mondovì sale in pulpito - Cause dello straordinario concorso - Alcune relazioni di grazie ottenute - Ai Vespri pontifica Mons. Galletti: recita il sermone Mons. Gastaldi - Esercizi ginnastici nel cortile.

 

                IL venerdì 12 giugno, 4° giorno dell'Ottavario, essendo feriale, vi fu più calma e le funzioni poterono farsi con maggior regolarità. Il Vescovo di Mondovì, all'ora solita, fece la comunione generale, prima

                di cui pronunciò un tenero sermoncino, dimostrando la grande [268] consolazione che debbono provare i cristiani, quando insieme si raccolgono a ricevere il divin Corpo del Signore.

                La Messa solenne fu cantata pontificalmente da Mons. Balma, assistito dai parroci della città, rappresentati dal Teol. Cav. Gattino curato di Borgo Dora; dal Cav. Teol. Ponzati, curato di S. Agostino; dal Teol. Bruno, curato dei SS. Martiri; dal Padre Carpignano, curato e superiore di S. Filippo; e dal Teol. Trucchi, curato della SS. Annunziata.

                Questo giorno fu pure memorabile per molti fatti particolari che noi andremo brevemente esponendo. Fra gli altri àvvi quello di un mendico. Venne egli in chiesa, si accostò ai SS. Sacramenti assistendo alle altre sacre funzioni; ma mostravasi assai angustiato per non essere in grado di portare anch'egli qualche offerta da impiegarsi a favore della nuova chiesa. Il Signore gl'inspira un mezzo, egli l'accetta. Esce di chiesa, va di casa in casa accattando limosina, e riesce a raccogliere dieci soldi. Ritorna alla chiesa, prega, e poi tutto commosso va in sacrestia dicendo.

                 - Ho raggranellati questi dieci soldi che costituiscono tutte le mie sostanze. Li dò tutti a benefizio di questa chiesa; non posso fare di più, ma ritorno subito in chiesa a pregare Iddio che inspiri altri a fare offerte maggiori.

                Pochi istanti dopo giunse, una signora portando un cuore d'argento.

                 - Ho premesso, diceva, questo cuore d'argento a Maria Ausiliatrice se otteneva la grazia, e l'ho ottenuta pienamente.

                 - E qual fu la grazia?

                 - Poco tempo fa caddi in una via della città, ed una carrozza attraversandomi sfracellommi le gambe e le coscie. I medici ebbero molta cura di me; ma dopo alcune settimane furono unanimi nel dirmi che attesa la mia età di settantasei anni non potevano più assicurarmi la guarigione. “Che non vi sia più alcun rimedio?” dissi al Dottore. “L'unico rimedio sarebbe un miracolo del Signore”, rispose. Allora io mi raccomandai con fede a Maria Ausiliatrice, feci una [269] novena ed in breve rimasi perfettamente guarita; perciò la Madonna ha veramente operato un miracolo. Ora io cammino liberamente, e con gratitudine compio la mia obbligazione. Chi vuol sapere il mio nome lo guardi dietro al cuore che .offro; Anna Caniparo, di anni 76.

                A mezzogiorno Mons. Pietro Rota, che doveva arrivare per prender parte alle sacre funzioni, telegrafava a Don Bosco:

                “L'eretico Gavazzi è giunto in Guastalla per predicare l'empietà; perciò la mia partenza è sospesa; fate preghiera a Maria Ausiliatrice che ci liberi da questo malanno”.

                A questa notizia si fecero pubbliche preghiere nella nuova chiesa e la santa Vergine le ascoltò. Gavazzi si provò a predicare, ma non poté Sfidò il Vescovo ed altri a disputa, che l'accettarono. Egli però, temendo di fare un fiasco pubblicamente, andò in cerca di pretesti per poterla rifiutare. Il pubblico ne fu sdegnato, ed il famigerato Gavazzi dovette con somma fretta allontanarsi da quella città, senza che si dovessero deplorare le tristi conseguenze e i gravi danni da lui cagionati in altri paesi. Così confermavasi col fatto quanto la Chiesa Cattolica canta in ossequio alla S. Vergine: Cunctas haereses sola interemisti in universo mundo!

                Nel dopo pranzo per variare la ricreazione dei giovani vi fu la rottura delle pignatte, colme di dolciumi, e gli alunni di rettorica andarono a visitare il Museo di Storia Naturale, quello Egiziano e quello dell'Armi Antiche.

                Fra i molti che in questo giorno vennero a ringraziare la S. Vergine per benefizi ricevuti fu pure un certo Giovanni Pinelli di Avigliana.

                 - Mio figlio, egli disse, venne assalito da una tosse così ostinata che sembrava minacciargli la vita. Dopo alcuni mesi i medici lo qualificarono come preso ai polmoni e perciò avviato a una vera etisia. Privo di speranza nell'arte umana, feci ricorso a colei che ogni giorno chiamiamo Aiuto dei Cristiani, e ad esempio di alcuni miei patrioti feci una novena con qualche promessa. La novena non era ancor terminata [270] e il mio figlio era guarito. Si noti di più che egli pativa eziandio altri incomodi nella sanità, i quali tutti scomparvero nel corso della ben avventurata novena.

                Alle 6 di sera Mons. Lorenzo Gastaldi pontificò ai vespri e alla benedizione, mentre il Vescovo di Mondovì con apposito ragionamento parlò dei grandi tesori che si contengono nella Chiesa di Gesù Cristo, e degli strepitosi miracoli che continuamente si operano. “Nella chiesa cattolica, egli disse, sono rinnovati in un modo assai più perfetto e sublime i miracoli da Dio operati nei più celebri luoghi dell'antico e nuovo Testamento, come sono il Paradiso terrestre, l'Arca di Noè, i Tempio di Salomone e tutta la Palestina, specialmente ai tempi del Salvatore. Ma che sono mai queste maraviglie paragonate con quelle che noi vediamo ogni giorno operarsi nella Chiesa di Gesù Cristo e specialmente nell'amministrazione dei SS. Sacramenti?” Conchiudeva animando il fedele cristiano a conservarsi coraggiosamente, a costo di qualunque sacrifizio, nel grembo di questa salita Madre Chiesa finchè vivrà sulla terra, come unico mezzo per assicurarsi la somma felicità preparata in Cielo.

                Le funzioni del sabato 13 giugno, quinto giorno dell'Ottavario, furono cominciate dal Vescovo di Mondovì. Egli celebrò la S. Messa per la Comunione generale, prima di cui nel sermoncino prese a dimostrare come gli uomini abbiano un mezzo efficacissimo per placare Dio coll'offerta di Gesù in Sacramento. “Il Cuore di Gesù, egli diceva, è assai più accetto all'Eterno Padre, che il cuore di tutti gli uomini messi insieme. Questa offerta è così grande che l'Eterno Padre non potrebbe richiederne una maggiore”. Svolse questi pensieri coll'autorità dei libri sacri e de' santi Padri, con similitudini e con esempi analoghi.