Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. VIII, Ed. 1912, 1079 p.

 

 

 


PROTESTA DELL'AUTORE

 

                Conformandomi ai decreti di Urbano VIII, del 13 marzo 1625 e del 5 giugno 1631, come ancora ai decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiaro solennemente che, salvo i domini, le dottrine e tutto ciò che la Santa Romana Chiesa ha definito, in tutt'altro che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendo di prestare, nè richiedere altra fede che l'umana. In nessun modo voglio, prevenire il giudizio della Sede Apostolica, della quale mi professo e mi glorio di essere figlio obbedientissimo.

 

 


CAPO I. 1865 Letture Cattoliche: DIALOGHI INTORNO ALL'ISTITUZIONE DEL GIUBILEO - Numero dei membri della Pia Società Contratto delle Pietre lavorate per la chiesa di Maria Ausiliatrice Abolizione della via della Giardiniera - Il pittore Lorenzone e il quadro di Maria Ausiliatrice - Il maestro Giovanni De Vecchi L'Epifania e un invito al teatro - Parlate di D. Bosco alla sera - La morte improvvisa di tre fratelli: Estote parati: La Madonna e il demonio - La Madonna non gradisce gli ossequi di chi vive in peccato - Il carnevale e le anime del Purgatorio Commemorazione di Besucco - Apparizioni della Madonna; Spoleto: modo da tenersi nelle preghiere vocali.

 

                NEL dar principio al volume ottavo delle Memorie biografiche del Ven. Servo di Dio, il sacerdote Bosco Giovanni, teniamo a ripetere alcune osservazioni già fatte' ne' volumi precedenti, che cioè quanto abbiamo esposto ed esporremo è la narrazione fedele di quanto accadde. Centinaia sono i testimoni della vita e virtù del nostro amatissimo Fondatore, moltissimi dei quali lasciarono scritto, fino dai primi anni e poi fino al termine della sua vita, ciò che videro di lui e udirono dalla sua bocca. Perfino i dialogi conservati e trasmessici, sono quali si svolsero alla loro presenza. [2] Questi incartamenti formano, oseremmo dire, una biblioteca. Noi scrivendo non ci siamo permessi nè estri poetici, nè esagerazioni, perchè la verità non ha bisogno di orpelli. Ciò dimostrano le deposizioni giurate da trenta testimonii nel Processo Ordinario, compiutosi nella Curia Arcivescovile di Torino, delle quali noi, colle debite licenze, ci siamo largamente giovati e ci gioveremo nel nostro lavoro.

                Dopo queste premesse, rimettiamoci in via.

                Il 1865 fu anno di Giubileo, che in ogni diocesi doveva durare un mese da stabilirsi dai singoli Ordinarii. Per questo D. Bosco aveva composto e dato alle stampe un opuscolo per le Letture Cattoliche del mese di febbraio col titolo: Dialoghi intorno all'istituzione del Giubileo, colle pratiche divote per la visita delle Chiese pel sacerdote Bosco Giovanni.

                “Sotto questo titolo  così l'Unità Cattolica dell'II marzo,  si è pubblicato testè il secondo fascicolo delle Letture Cattoliche di Torino. Scopo principale di esso è di dare una giusta idea del Giubileo e farne conoscere ai cristiani la vera origine. Inoltre come per appendice, si aggiungono alcune pratiche religiose che possono servire per la visita delle tre Chiese, secondo che viene prescritto dal Romano Pontefice nel promulgare il presente Giubileo. Questo fascicolo per la sua dicitura piana e per lo stile semplice e famigliare si raccomanda ad ogni ceto di persone. Si vende presso alla tipografia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, prezzo L. 0,15”.

                Sul frontispizio si leggeva: “Beato quel popolo che sa che cosa sia Giubileo: infelici coloro che per negligenza o per inconsiderazione lo abbiano trascurato colla speranza di pervenire ad un altro (Card. Gaetani, Del Giub., 15).” Alla prefazione faceva seguito l'Enciclica del Sommo Pontefice e il libretto terminava con tre considerazioni: la confessione; la santa Comunione; la limosina. Si proponevano anche tre meditazioni; il pensiero della salute; il pensiero della morte; il giudizio. Questo opuscolo incontrò talmente il favore dei fedeli che D. Bosco dovette affrettarsi a farne una ristampa con qualche aggiunta, per eccitare nei lettori la divozione a Maria SS. [3] La Pia Società Salesiana contava circa ottanta membri fra i quali undici sacerdoti. Alcuni si erano ritirati dal pio sodalizio, ma altri avevano preso il loro posto. Il piccolo Seminario di Mirabello prosperava, il Collegio di Lanzo incominciava a dar buoni frutti e sul finire del 1864 D. Pestarino aveva affrettato il principio dell'opera sua in Mornese, ponendo la prima pietra di un Collegio destinato per l'educazione della gioventù maschile. Grandiosa era stata quella solennità anche per l'intervento della banda musicale di Lerma.

                D. Bosco intanto, con fiducia sempre crescente, preparava quanto era necessario perchè proseguissero con alacrità le costruzioni della chiesa di Maria Ausiliatrice. Il 1° di gennaio firmava il contratto delle pietre da taglio del Malanaggio coi signori Ferraris e Compagnia, residenti in Torino. Quelle occorrenti pel basamento interno della chiesa, cioè pei zoccoli senza cornice, dovevano essere consegnate e messe al posto nel prossimo mese di marzo per il prezzo di lire 150 per ogni metro cubo: le basi delle colonne colle cornici lavorate a grana fina, dette a martellina, sarebbero messe in posa nella prima metà del mese di aprile, al prezzo di lire 250, come sopra. La misura delle pietre si farebbe geometricamente in base delle sole dimensioni obbligatorie.

                D. Bosco adoperavasi eziandio per acquistare uno spazio che era frapposto tra le costruzioni della chiesa e l'Ospizio.

                Infatti da una copia del progetto di convenzione del 16 gennaio 1865 (Valdocco, Al. Bellezza) si ricava che tra D. Bosco e la signora Caterina Novo Vedova Bellezza si erano stabilite delle condizioni per la soppressione della via della Giardiniera e per la sostituzione di un'altra in prolungamento della via Botta. In questa copia di progetto, che all'originale è firmato dall'Avv. J. Troglia, si possono vedere ben determinate le particelle catastali.

                Ma il gran pensiero di D. Bosco era il quadro di Maria SS. [4] Ausiliatrice da collocarsi sull'altar maggiore del Santuario in costruzione.

                Quando tenne la prima seduta col pittore Lorenzone che doveva dipingerlo, fece meravigliare coloro che erano presenti per la grandiosità delle sue idee. Espresse il suo pensiero così: - In alto Maria SS. tra i Cori degli Angeli; intorno a lei, più vicini gli apostoli, poi i cori dei martiri, dei profeti, delle vergini, dei confessori. In terra gli emblemi delle grandi vittorie di Maria e i popoli delle varie parti del mondo in atto di alzar le mani verso di lei chiedendo aiuto. - Parlava come d'uno spettacolo che avesse già visto, precisandone tutte le particolarità. Lorenzone lo ascoltava senza trar fiato e come Don Bosco ebbe finito:

                - E questo quadro dove metterlo?

                - Nella nuova chiesa!

                - E crede lei che ci starà?

                - E perchè no?

                - E dove troverà la sala per dipingerlo?

                - Ciò sarà pensiero del pittore.

                - E dove vuole che io trovi uno spazio addattato a questo suo quadro? Ci vorrebbe piazza Castello. A meno che non voglia una miniatura da guardarsi col microscopio.

                Tutti risero. Il pittore colle misure alla mano, colle regole della proporzione, dimostrò il suo assunto. D. Bosco fu un po' spiacente, ma dovette convenire che il pittore aveva ragione. Quindi fu deciso che il dipinto avrebbe compreso solo la Madonna, gli apostoli, gli evangelisti e qualche angelo. A piedi del quadro, sotto la gloria della Madonna, si porrebbe la casa dell'Oratorio.

                Preso in affitto un altissimo salone del Palazzo Madama, il pittore si mise all'opera: il lavoro doveva durare circa tre anni. Il quadro era già quasi finito, quando si accorse che il magnifico leone posto a fianco di S. Marco attraeva così a sè lo sguardo, da distogliere alquanto l'attenzione dal soggetto [5] principale. Dovette quindi dargli una posa meno viva. La Madonna gli riuscì veramente stupenda.

                “Un giorno, narra un prete dell'Oratorio, io entrava nel suo studio per vedere il quadro. Era la prima volta che m'incontrava con Lorenzone. Egli stava sulla scaletta dando le ultime pennellate al volto della sacra immagine di Maria. Non si volse al rumore che io feci entrando, continuò il suo lavoro, di lì a un poco scese, e si mise ad osservare come fossero riusciti quei suoi ultimi tocchi. A un tratto si accorge della mia presenza, mi prende per un braccio e mi conduce in un punto della luce del quadro e: - Osservi, mi dice, come è bella! Non è opera mia, no; non son io che dipingo; c'è un'altra mano che guida la mia. Ella a quel che mi pare appartiene all'Oratorio. Dica adunque a D. Bosco che il quadro riuscirà come desidera. - Era entusiasmato oltre ogni dire. Quindi si rimise al lavoro .

                E noi aggiungiamo che allorquando il quadro fu portato in chiesa e sollevato al suo posto, Lorenzone cadde in ginocchio prorompendo in un dirotto pianto.

                Dopo la pittura, la musica in onore di Maria.

                Don Bosco sul finire del 1864 aveva affidata al maestro Giovanni De-Vecchi l'istruzione della banda musicale dell'Oratorio. Fu un'ottima scelta, perchè essendo il maestro uomo di genio, conoscitore profondo della sua nobile arte, e instancabile nel procurare che gli allievi approfittassero delle sue lezioni, per quasi venti anni scrisse per loro bellissime composizioni di ogni genere, sacre e profane. Queste musiche in chiesa, nel cortile, in teatro, eccitavano ad entusiasmo gli uditori.

                Il 6 gennaio, festa dell'Epifania del Signore, si replicava nell'Oratorio la rappresentazione drammatica: La casa della fortuna, alla presenza di molti generosi benefattori che consideravano le imprese di D. Bosco come proprie.

                Ci fu conservato l'invito che il Servo di Dio mandava [6] alla famiglia del Marchese Fassati, che attendevalo a pranzo, e per mezzo di essa alla Duchessa di Montmorency:

                Gentil.ma signora Azelia,

                Grazie del cortese invito: farò di approfittarne, ma intanto non potrebbe Ella fare un bel progetto, che potessero essi venire egualmente in quel giorno, dimani? Chi sa che la Signora Duchessa, mossa dal desiderio di vedere e di udire le meraviglie di Gianduia, non si risolva ad intervenire anch'essa?

                Cominci a preparare i punti della discussione negli uffizi; il pubblico dibattimento sarà venerdì.

                Dio la benedica ed i Re Magi le portino una grande volontà di farsi santa.

                A Papà, Maman, alla Sig. Duchessa giorni felici. Preghi anche per me che le sono con gratitudine

Torino, 5, 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Così era incominciato l'anno 1865. Le cure materiali anche nel promuovere le opere buone sogliono raffreddare,  o molto o poco, l'intensità dell'ardore per le cose spirituali in coloro che non sono perfetti nella virtù. In D. Bosco non fu così. Egli non cessò per un solo istante della sua vita di anelare, come ad unico scopo, alla salute delle anime. Questa affermazione è confermata anche dalle parlate che D. Bosco faceva di continuo ai giovani dopo le orazioni della sera. Riproduciamo quelle che sono brevemente riferite dalla nostra cronaca, distinte colla data del giorno.

                2 gennaio 1865

                Sono già scorsi due giorni, miei cari figliuoli, da che è incominciato l'anno. L'avete voi incominciato bene? L'avete incominciato; siete voi sicuri di finirlo? Verso le 11 della sera dell'ultimo giorno dell'anno 1864 il fratello del Ministro Della Rovere era al tavolino che spediva alcuni affari, quando all'improvviso un colpo apoplettico lo assale: all'una dopo mezzanotte era già morto senza poter ricevere i Sacramenti [7] della confessione, Comunione e Olio Santo. Buon per lui che era un buon cristiano, e mi assicurano i suoi amici che il giorno di Natale aveva fatto le sue divozioni. Speriamo che il Signore l'avrà ricevuto nella beata pace del cielo. Vedete! Erano tre fratelli: il Ministro, quello di cui vi parlo, ed uno gesuita a Roma; in quaranta giorni tutti e tre passarono all'eternità colpiti dalla stessa morte. Al principio dell'anno 1864 avranno pensato che quello era l'ultimo della loro vita? Stiamo preparati adunque, perchè quando meno lo penseremo, il Signore verrà a chiamarci. E allora che faremo? Le morti di apoplessia sono di due sorta: l'improvvisa e la repentina. L'improvvisa è quella che viene quando noi non siamo preparati: la repentina è quando ci sorprende, ma preparati. Venga pure la morte repentina, ma Dio ci liberi dall'improvvisa.

                Miei figliuoli, se venisse ora la morte, sareste voi preparati? La maggior parte spero di sì; ma alcuni disgraziatamente no, perchè sono in peccato mortale. Oh! se essi vedessero che brutto ceffo hanno alle spalle, inorridirebbero. È già qualche tempo che io li voglio avvisare e finora ho ritardato sperando che si convertissero; ma ora aspetterò solo alcuni giorni e poi li avviserò. Se io volessi potrei accennarveli ad uno ad uno, ma in pubblico no. Però questi poveretti stiano sicuri che io li avviserò. Il demonio, miei cari figliuoli,  gira intorno a voi ed io lo vedo, cercando di divorarvi. Esso viene dietro alle vostre spalle ed ora vi prende e tiene per un piede ed ora per l'altro, sperando di farvi cadere: ed ora vi afferra per tutti due i piedi. Ma avete dinanzi una bella Matrona, la quale vi porge la mano e voi sostenendovi a quella è impossibile che cadiate. Che direste di certuni che in tanto pericolo rifiutano il soccorso della bella Matrona, respingono quella mano benedetta, le dànno sopra dei colpi, e l'addentano infuriati? La Matrona ritira la sua mano e dice loro: - Infelici! Voi rifiutate il mio soccorso? Ebbene perdetevi, giacchè così volete. Io ho fatto di tutto per salvarvi: siete voi che non avete voluto, voi la sola causa della vostra perdizione.

                Miei cari figliuoli, quel brutto ceffo è il vostro nemico, il demonio; la bella Matrona è Maria SS.ma.

                5 gennaio.

                Maria SS. non gradisce gli ossequi di quelli che vogliono continuare a vivere in peccato. Vi fu un uomo il quale da molto tempo offendeva gravemente il Signore, mentre tutti i giorni non tralasciava mai di salutare con qualche preghiera ed invocazione la Madre di Dio. Perseverando egli in questa divozione, e continuando nella vita disordinata, una notte gli apparve la gloriosa Madre delle misericordie. Innanzi a lei andava un bellissimo giovanetto, il quale portava [8] in mano un piatto pieno di cibi delicatissimi e preziosi. Questi cibi erano coperti con un tovagliolo molto brutto, macchiato e puzzolente. La Madonna invitava quel tale a gustare di quelle vivande, ma questi nauseato le rispondeva: - 0 Madonna cara, quel tovagliuolo è così schifoso, che lo stomaco non mi regge a mangiare. E a me, soggiunse Maria SS. non possono piacere le tue devozioni, per i molti peccati che vai commettendo. Come questi cibi piacerebbero a te se non fossero coperti da questa tovaglia così brutta, così piacerebbero, e molto, a me le tue divozioni, se non vedessi le colpe delle quali è insozzata l'anima tua. - Dette queste parole disparve, e quel poveretto, vinto da quel rimprovero materno, andò a confessarsi, mutò vita, e perseverò nel bene.

                8 gennaio.

                Miei cari figliuoli, ieri è incominciato il carnevale. Voglio che anche voi facciate un carnevale allegro: quindi vi saranno alcuni trattenimenti nel teatrino alla sera, vi sarà qualche cosa di più in refettorio, ed eziandio altri divertimenti secondochè parrà ai Superiori. Ma questo non è tutto. Voglio che al carnevale corporale ne aggiungiate uno spirituale, e ve ne dirò il motivo. Vi è uno il quale in mezzo a voi vorrebbe fare il suo carnevale e questo è il diavolo ed io non voglio che lo faccia a vostre spese. Quindi io desidero che incominciando da oggi, voi facciate tutti i giorni un piccolo fioretto: ed ecco con quale scopo. Per quell'anima del purgatorio, che ha bisogno di quell'opera buona che farete, per andare in Paradiso.

                Voi vedete quante anime possiamo condurre con questo mezzo al trono di Maria. Siamo qui più di 500 studenti e se tutti faremo un piccolo atto di devozione al giorno, osservate quante anime in due mesi noi libereremo da quelle pene, e quanti amici avremo in paradiso che si professeranno obbligati a noi per l'anticipazione della gloria celeste, e pregheranno per noi. E quanti vantaggi ritrarremo dall'intercessione di queste anime salvate da noi, senza contare che il nostro purgatorio sarà più breve, perchè il Signore ci tratterà secondo avremo noi trattato gli altri. Tutti poco o molto dovremo toccare il purgatorio; quindi pensiamoci prima. Ciò che io vi ho detto, non l'ho detto per conto mio (il che indicava essere la Madonna che faceva la proposta). Vi basti solo sapere che è una pratica carissima a Gesù ed a Maria. Maria attende da voi questa bell'opera.

                9 gennaio.

                Oggi è corso un anno dacchè il nostro Besucco passava all'eternità. È ben giusto che in questo stesso giorno io ne faccia la commemorazione [9]. Egli moriva tranquillo e una sola pena era quella che affliggevalo in punto di morte. Questa non era l'aver menato una vita cattiva, non era l’avere taciuto peccati in confessione, non era l'aver mancato di carità coi compagni o di obbedienza ai superiori, non era aver scandali da riparare, ma solamente non avere amato il Signore come si meritava!

                12 gennaio.

                Vi voglio contare cose magnifiche stassera. La Madonna si degnò comparire molte volte in questi pochi anni ai suoi divoti. Comparve in Francia nel 1846 a due pastorelli, dove, fra le altre cose, predisse la malattia delle patate e dell'uva, come avvenne: e si doleva che la bestemmia, il lavorare alla festa, lo stare in chiesa come i cani avessero accesa l'ira del suo Divin Figlio. Comparve nel 1858 alla piccola Bernardetta presso Lourdes raccomandandole che si pregasse per i poveri peccatori. A Taggia la Madonna mosse gli occhi. A Vicovaro mosse pure gli occhi alla presenza di molti testimoni. A Spoleto l'immagine della  Madonna fa continuamente strepitosi miracoli.

                E’ singolare, formando quasi un acrostico, ciò che si può far risultare da ciascuna lettera della parola latina SPOLETUM. S: sancta; P: parens; 0: omnipotentis; L: legiferi; E: et; T: totius; U: universi; M: mater, ovvero ei tutrix universi Maria. Ciò indica lo stesso che: Maria, Auxilium Christianorum.

                Leggevo stassera nel Giardinetto di Maria di un altro strepitoso fatto avvenuto in Toscana. L'immagine di Maria comparve improvvisamente sul muro di una casupola. Qualcuno la vide e sentendosi nascere nel cuore confidenza in Maria, più di un infermo toccando l'immagine colle membra ammalate guariva all'istante. La fama non tardò a spargersi e gran numero di persone accorrevano a quell'immagine. Il governo mandò i carabinieri per far cessare quelle adunanze e proibì alla gente di accostarsi a quella casetta; ma ad ogni individuo che era arrestato cento altri si portavano a quel luogo, e l'affluenza delle moltitudini cresceva. Fu fatto innalzare, un muriccio davanti ad essa, ma l'immagine comparve stampata sul nuovo muro. Allora si pensò a coprire il muro con un tavolato, ed anche su quel tavolato si portò l'immagine. L'entusiasmo del popolo cresceva. Gli stessi carabinieri, mandati come dicevano gli empi per far cessare quella superstizione, alla vista di quello spettacolo cadevano anch'essi in ginocchio a pregare.

                E noi, o miei cari figliuoli, siamo eziandio in mezzo alle grazie e ai miracoli della Madonna. Quando avrò tempo, vi narrerò minutamente quello che la Madonna si degnò fare qui nella casa. Voi mi direte:- Che cosa significano queste apparizioni di Maria?- Son [10] segni di misericordia, miei cari figliuoli! La Vergine Santa è nostra madre e vedendo i grandi pericoli che sovrastano ai suoi figliuoli corre a salvarli. Volete voi essere cari a questa Madre celeste? Praticate quella virtù che a lei è più cara, la virtù della castità.

                L'opera buona che stassera vi suggerisco è questa: quando pregate, pensate a quel che fate. Pregando, parlate con Dio: parlare, vuol dire pronunziar bene le parole in modo da essere intesi: quindi pregando, recitate adagio le preghiere e collo stesso tono di voce, col quale parlereste ad un amico a voi caro.

 

 


CAPO II. Parlate di D. Bosco - Sogno: Una vigna: strada impraticabile e sentiero faticoso: la quaglia e la pernice: una gran sala: un morente e un defunto che D. Bosco non può riconoscere - D. Bosco va a Lanzo: suo biglietto a D. Ruffino - Presenta ai giovani dell'Oratorio i saluti di quei di Lanzo: spiega le sorti di chi mangia o la quaglia o la pernice - Predizione - Riflessioni intorno il sogno, - Altre parlate di D. Bosco - Il premio di buona condotta votato dai giovani stessi per quelli che giudicano essere i migliori dell'Oratorio; la novena di S. Francesco di Sales - Molti pazzi e molti furbi - La prima conferenza generale prescritta nella festa di S. Francesco - Progetto di una nuova lotteria - D. Bosco si adopera a formarne la Commissione - Articolo dell'Unità Cattolica: largizione e doni di Pio IX Per la chiesa di Valdocco.

 

                Si legge ne' Proverbi al Capo IV: “Figliuoli, ascoltate i documenti del padre e state attenti ad apparar la prudenza. Un buon dono farò io a voi: guardatevi dall'abbandonare i miei precetti”. Noi quindi continuiamo ad esporre le parole di vita che abbiamo udite dalle labbra del nostro padre D. Bosco, secondo l'ordine col quale vennero proferite.

 

16 gennaio.

 

                La metà di gennaio è già passata: come abbiamo noi impiegato il tempo? Stassera, se volete, vi racconterò un sogno che ho fatto [12] la notte di avant'ieri. Era in viaggio con tutti i giovani dell'Oratorio e molti altri che non conosceva. Ci fermammo a far colazione in una vigna e tutti i giovani si sparsero qua e là per mangiar frutta. Chi mangiava fichi, chi uva, chi pesche, chi susine. Io era in mezzo a loro e tagliava grappoli d'uva, coglieva fichi e li distribuiva ai giovani, dicendo:

                - A te; prendi e mangia.

                Mi parea di sognare e mi rincresceva che fosse sogno, ma dissi tra me:

                - Sia quel che si vuole, lasciamo che i giovani mangino.

                In mezzo ai filari scorgevasi il vignaiuolo.

                Come ci fummo ristorati, ci rimettemmo in cammino, attraversando la vigna; ma il cammino era travaglioso. La vigna, come si usa, in tutta la sua lunghezza era tagliata da profondi solchi, dimodochè bisognava ora discendere, ora salire, ora saltare. I più robusti saltavano; i più piccoli saltavano anch'essi, ma invece di raggiungere l'opposto filare rotolavano nel fosso. Ciò mi rincresceva grandemente, quindi mi volsi a guardare attorno e vidi una strada che costeggiava la vigna. Allora con tutti i giovani mi rivolsi a quella parte.

                Ma il coltivatore mi fermò e mi disse:

                - Guardi: non vada su quella strada; ella è impraticabile, piena di pietre, spine, fango e fosse; continui quel cammino che avea intrapreso.

                Io risposi:

                - Avete ragione; ma questi piccolini non possono camminare a traverso questi solchi.

                - Oh! è presto fatto, l'altro ripigliò; i più grandi si prendano sulle spalle i più piccoli e potranno saltare benchè carichi di questo peso.

                Non mi persuasi di quello che mi era stato detto e con tutta la mia schiera andai sulla proda della vigna, vicino a quella strada e trovai che quel coltivatore aveva detta la verità. La strada era spaventosa e impraticabile.

                Rivolto a D. Francesia dissi: - Incidit in Scyllam qui vult vitare Charybdim. - E ci fu giocoforza, prendendo un sentiero lungo la strada, attraversare alla bella meglio tutta la vigna, seguendo il consiglio del coltivatore.

                Giunti là dove finiva la vigna trovammo una folta siepe di spine; aprendoci un passaggio con grande stento, scendemmo un'alta ripa e ci trovammo in un'amenissima valle ripiena di alberi e tutta ricoperta di erbetta. In mezzo a questo prato vidi due antichi giovani dell'Oratorio i quali appena mi videro si mossero verso di me e mi salutarono. Ci fermammo a parlare ed uno di essi dopo alquanto intrattenerci insieme: [13]

                Guardi, come è bella! - mi disse mostrandomi due uccelli che aveva in mano.

                - Che cosa? risposi io.

                - Una pernice: ed anche una quaglia che ho trovato.

                - È viva la pernice? soggiunsi io.

                - Già s'intende: guardi. - E mi diede una bellissima pernice che aveva pochi mesi.

                - Mangia da sè?

                - Incomincia.

                E mentre io era occupato a darle da mangiare mi accorsi che aveva il becco diviso in quattro parti. Ne feci le meraviglie e ne domandai la ragione a quel giovane:

                - Come? egli disse: non sa D. Bosco che vuol dire ciò? Significa la stessa cosa il becco della pernice diviso in quattro parti e la pernice stessa.

                - Non capisco.

                - Ella non capisce che ha studiato tanto? Come si chiama la pernice in latino?

                - Perdix.

                - Or bene ha la chiave di tutto.

                - Fammi il piacere, levami dall'imbroglio.

                - Ecco, mediti le lettere che compongono il vocabolo Perdix.

                P: vuol dire Perseverantia.

                E: Aeternitas te expectat.

                R: Referet unusquisque secundum opera sua, prout gessit, sive bonum, sive malum.

                D: Dempto nomine. Cancellata ogni umana rinomanza, gloria, scienza, ricchezza.

                I: Significa: Ibit. Ecco che cosa indicano le quattro parti del becco: i quattro novissimi.

                - Hai ragione, ho capito; ma dimmi: e l'X dove lo lasci? Che cosa vuol dire?

                - Come ella che ha studiato le matematiche non sa che cosa vuol dire X?

                - X vuol dire l'incognita.

                - Or bene cambi vocabolo e lo chiami lo sconosciuto: andrà in luogo sconosciuto (in locum suum).

                Mentre io era meravigliato e persuaso di queste spiegazioni, gli domandai:

                - Mi regali questa pernice?

                - Ma sì, ben volentieri: vuol vedere anche la quaglia?

                - Sì, fammela vedere.

                Mi porse allora una magnifica quaglia; tale almeno parea. La presi, ne sollevai le ali e vidi che era tutta piagata e a poco a poco apparve [14] brutta, marcia, puzzolente che metteva schifo. Allora domandai al mio giovane che dir volesse questa trasformazione.

                Egli rispose:

                - Prete! Prete! non sa queste cose dopo aver studiato la Sacra Scrittura? Si ricorda quando gli Ebrei nel deserto mormoravano e Dio mandò le quaglie, e ne mangiarono e avevano ancora quelle carni fra i denti, quando tante migliaia di loro furono puniti dalla mano di Dio? Dunque questa quaglia significa che ne uccide più la gola che la spada e che l'origine della maggior parte dei peccati deriva dalla gola.

                Ringraziai quel giovane delle sue spiegazioni.

                Intanto nelle siepi, sugli alberi, fra le erbe comparivano pernici e quaglie in gran numero, le une e le altre simili a quelle che teneva in mano colui che mi aveva parlato. I giovani presero a dar loro la caccia e così si procurarono la refezione.

                Quindi ci rimettemmo in viaggio. Quanti mangiarono della pernice divennero robusti e continuarono il cammino; quanti mangiarono della quaglia, restarono nella valle, lasciarono di seguirmi, si dispersero e li perdetti, cioè più non li vidi.

                Ma ad un tratto, mentre io camminavo, si cambiò interamente scena. Mi parve di essere in un immenso salone più grande di tutto l'Oratorio, compreso l'intero cortile, e lo vidi tutto ripieno di una gran moltitudine di persone. Guardai all'intorno e non conobbi nessuno; non vidi neppur uno dell'Oratorio. Mentre era lì stupefatto, un uomo mi si avvicinò e mi disse che v'era un poveretto che stava gravemente ammalato con gran pericolo di morire e che avessi avuto la bontà di andarlo a confessare. Io riposi che volentieri; e senz'altro lo seguii. Entrammo in una camera e mi accostai all'infermo, incominciai a confessarlo, ma vedendo che a poco a poco si andava indebolendo, temendo che morisse senza assoluzione, troncai a mezzo la confessione. Non appena l'ebbi assolto, morì. Il suo cadavere incominciò subito a puzzare così orribilmente che non si potea sopportare. Io dissi che bisognava seppellirlo subito e domandai perchè puzzasse a quel modo. Mi fu risposto:

                - Chi muore così presto, è presto giudicato.

                Uscii di là; mi sentiva estremamente stanco e domandai di riposare. Mi fu tosto risposto che volentieri accondiscendevano al mio desiderio e fui condotto, su per una scala che mettea capo in un'altra stanza. Entrando vidi due giovani dell Oratorio che parlavano tra di loro ed uno di essi aveva un involto. Chiesi loro:

                - Che cosa avete in mano? che cosa fate qui?

                Essi si scusarono di trovarsi in quel luogo, ma non risposero a ciò che aveva domandato. Io ripresi:

                - Vi domando perchè vi trovate qui? [15] Essi si guardarono in volto e mi risposero che attendessi. Quindi svolsero il loro involto e ne trassero fuori e distesero un drappo funebre. Io guardai attorno e vidi in un cantone, disteso, morto, un giovane dell'Oratorio. Ma non lo riconobbi. Domandai ai due giovani chi fosse, ma si scusarono e non mel vollero dire. Mi avvicinai a quel cadavere, lo fissai in volto, mi parea e non mi parea di conoscerlo, ma non potei raffigurarlo. Deciso allora di saperlo a qualunque costo, discesi la scala e mi trovai di bel nuovo in quel gran salone. La moltitudine di gente sconosciuta era scomparsa e in suo luogo stavano i giovani dell'Oratorio. Appena i giovani mi videro, mi si strinsero attorno e mi dissero: -D. Bosco! D. Bosco! sa, è morto un giovane dell'Oratorio. - Io chiesi loro chi esso fosse e nessuno mi volle dare risposta: mi rimandavano gli uni agli altri, ma nessuno volea parlare. Ridomandai con maggior insistenza: si scusavano e non mel vollero dire. In questo affanno, deluso nella mia ricerca, mi svegliai e mi trovai nel mio letto. Il sogno durò tutta la notte e la mattina mi trovai così stanco ed affranto che realmente pareva che avessi viaggiato tutta la notte. Le cose che io vi racconto, bramo che non siano dette fuori dell'Oratorio; parlatene fra di voi fin che volete, ma stiano fra di noi.

 

                Il giorno dopo, 17 gennaio, Don Bosco al mattino si recò a Lanzo ove traevalo l'affetto paterno per Don Ruffino Domenico e per i suoi subalterni. In queste visite interessavasi non solo degli affari importanti della sua missione spirituale, ma informavasi eziandio delle necessità materiali della casa, dell'andamento scolastico e disciplinare degli alunni e delle relazioni colle Autorità Ecclesiastiche e Civili. Si può dire che ogni persona ricevesse da lui l'impulso per operare.

                Da Torino, dopo quindici giorni, scriveva al medesimo Direttore:

 

                               Carissimo D. Ruffino,

 

                Scavarda desidera di andare a prendere le sue robe, ma è inteso che ritorna qui ed in sua vece avrete costà Chiesa, che credo una copia del Bodratto per buona volontà.

                Ho corretto e faccio riscrivere la memoria pel sindaco.

                Augura da parte mia copiose le benedizioni del cielo sopra tutti i [16] Superiori ed inferiori del Collegio di Lanzo; faccia la Santa Vergine che quanti sono gli abitanti, altrettanti siano i santi. Amen.

                Dio ti benedica: credimi tutto tuo,

                 Torino, 3 febbraio 1865,

Aff.mo in G. C.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Ritornato all'Oratorio la sera del I8 gennaio così parlava ai suoi alunni:

 

                Sono stato a Lanzo a vedere quei giovani che mi sono come voi molto cari. Non vi dirò l'accoglienza fattami, perchè sarebbe un ripetere le cose dette altra volta. Vi dirò solo che ieri sera, come ebbi finito di parlare loro, ad una voce mi dissero: - Dica al giovani dell'Oratorio di S. Francesco di Sales che noi li amiamo molto, che li consideriamo come nostri amici, come nostri fratelli e che speriamo che anche essi ci vorranno bene, come noi lo vogliam loro. Dica che il giorno di S. Francesco di Sales noi tutti faremo la Comunione e ci uniremo a pregare per loro nel sacro Cuore di Gesù Cristo. Dica che speriamo qualche volta di andare a Torino, per salutarli, come desideriamo che essi vengano qui a Lanzo a passare qualche giorno con noi. - Io mi feci interprete dei vostri sentimenti, o miei cari figliuoli, e dissi potersi dare benissimo, che qualcheduno di voi qualche volta vada a Lanzo, o per starvi definitivamente, oppure indefinitivamente, secondo sarà il volere de' superiori; e che se qualcheduno di loro si porterà qui a Torino, sarà accolto da voi come vero fratello, tanto più sapendo per fama voi di Torino come gli alunni di Lanzo siano giovani così buoni. - Pensate la contentezza dei giovani di Lanzo a queste mie parole: si alzarono in punta di piedi, si fecero più lunghi che poterono, e si tirarono su il nodo della cravatta!

                Ma passiamo ad altro. Voi vorrete sapere ancora qualche cosa del sogno. Vi spiegherò solamente che cosa voglia dire quaglia e pernice. La pernice, per andare all'ultimo termine del significato, è la virtù; la quaglia il vizio; perchè la quaglia fosse così bella in apparenza e poi vista da vicino, piagata sotto le ali, apparisse tutta puzzolente, lo capite e non fa bisogno spiegarlo; sono le cose disoneste.

                Fra i giovani, altri mangiavano la quaglia golosamente, con avidità, non ostante che fosse tutta fracida, e sono quelli che si dànno al vizio, al peccato: altri mangiavano la pernice, e son quelli i quali portano amore alla virtù e la seguono. Alcuni tenevano in una mano la quaglia, nell'altra la pernice e mangiavano la quaglia; son quelli che conoscono la bellezza della virtù, ma non vogliono approfittarsi [17] della grazia che Dio fa loro per farsi buoni. Altri tenendo in una mano la pernice e nell'altra la quaglia, mangiavano la pernice dando occhiate cupide, invidiose alla quaglia; son quelli che seguono la virtù, ma con stento, ma per forza, dei quali si può dubitare, che se non cambiano, una volta o l'altra cadranno. Altri mangiavano la pernice e la quaglia saltava loro d'innanzi, ma essi non la guardavano e continuavano a mangiar la pernice; son quelli i quali seguono la virtù e abbominano il vizio e lo considerano con disprezzo. Altri mangiavano un po' di quaglia e un po' di pernice, e son coloro che alternano tra il vizio e la virtù e così s'ingannano, sperando di non essere tanto cattivi. Voi mi direte: Chi di noi mangiò la quaglia e chi la pernice? A molti l'ho già detto: gli altri, se vogliono, vengano da me e loro lo dirò.

 

                Similmente continuava a dare in privato ai singoli serii ammonimenti salutari, oppure una lieta notizia, secondochè suggerivagli il sogno. Un giorno avendo presso di sè una decina di giovani che gli domandavano se avesse conosciuto il loro avvenire, disse:

                - Di quelli che sono qui, uno diverrà un gran dotto, un altro un gran santo, un terzo e dotto e santo.

                Ora che cosa diremo noi del sogno surriferito?

                Don Bosco, come era solito, non ne descrisse tutte le circostanze, non diede tutte le spiegazioni, limitandosi a ciò che riguardava la condotta dei suoi giovanetti, e qualche previsione dell'avvenire. Eppure studiando le sue parole, se non erriamo, ci si presenta l'idea dell'Oratorio, della Pia Società, e degli Ordini religiosi. Esponiamo, rimettendoci al giudizio dei più esperti, alcune nostre riflessioni:

                I° La vigna è l'Oratorio. D. Bosco infatti distribuisce, quale padrone, ogni specie di frutta ai giovani. È una di quelle vigne spirituali predette da Isaia nel capo LXV: “Pianteranno (i fedeli) le vigne e ne mangeranno il frutto - Plantabunt vineas et comedent fructus earum”. La scena accade evidentemente in pieno raccolto.

                2° Il viaggio di D. Bosco. Il consiglio del coltivatore, che cioè i più robusti, ossia i Salesiani, portassero sulle spalle i [18] più piccoli, non potrebbe indicare come allora urgesse la necessità che il tirocinio spirituale dei congregati non fosse disgiunto dalla vita attiva? La strada impraticabile non sarebbe forse la via regia dei grandi Ordini religiosi amati e desiderati da D. Bosco, ridotta in quello stato per la mancata regolare osservanza, per l'odio delle sette, per le leggi di soppressione? E il sentiero nella vigna che costeggia la strada, avendone quindi la stessa direzione e la stessa meta, non indicherebbe il nuovo istituto fondato da D. Bosco?

                3° La pernice. Uno dei caratteri speciali di questo volatile è la furberia. Cornelio a Lapide in fatti commentando il capo XVII di Geremia cita la lettera 47ª di S. Ambrogio in cui son descritte le arti astute e sovente fortunate della pernice per isfuggire alle insidie dell'uccellatore e anche per salvare la sua nidiata. E il motto che di frequente D. Bosco indirizzava ai suoi figli era precisamente questo: Siate furbi! e con ciò intendeva che il ricordo dell'eternità insegnasse loro i modi per sfuggire i lacci del demonio.

                4° La quaglia. Il vizio della gola è morte delle vocazioni.

                5° La gran sala e la moltitudine che l'occupava di persone sconosciute al Servo di Dio dovevano pur aver un significato, e qualche interessante particolarità. D. Bosco però non credette doverne far parola. Non potrebbe essere che si trattasse dell'opera futura de' Cooperatori salesiani?

                6° Quanto all'ammalato morente D. Bosco disse alcun tempo dopo a noi preti: “Era un antico allievo dell'Oratorio, e di lui voglio chiedere informazione per verificare se fosse già morto”.

                7° E il giovane morto? Pare che fosse D. Ruffino, carissimo a D. Bosco, e ciò spiegherebbe le reticenze dei giovani. D. Bosco non lo riconobbe, poichè questo sogno lo predisponeva alla gran perdita, senza amareggiarlo con una dolorosa certezza. D. Ruffino era un angelo per virtù e per fattezze, e quei giorni stava bene. Però egli morì in quell'anno il 16 luglio. [19]

                Esposte le nostre opinioni, lasciando che unusquisque abundet in sensu suo, continuiamo a leggere la parola di D. Bosco, come è riferita dalla cronaca.

 

19 gennaio.

 

                Vi è un uso nella casa e lo dico, per quelli che sono nuovi. Il giorno di S. Francesco si dànno i premii e sono gli stessi giovani che li dànno ai loro migliori compagni. Gli studenti agli studenti, gli artigiani agli artigiani. Ecco come si fa. Ciascun giovane fa una lista di dieci nomi dei giovani che stima più diligenti, più studiosi, e più divoti, fra coloro che conosce, di qualunque camerata o classe essi sieno, e vi sottopone la sua firma. Quindi consegna quella lista al suo professore. Il professore la consegna a me ed io faccio lo spoglio delle liste, e a chi ha ottenuto maggior numero di voti si dà il premio nel giorno di S. Francesco di Sales. I chierici sono eccettuati: essi non ricevono premii: si suppone che la loro virtù sia tale che superi la virtù di tutti gli altri giovani. Che se tra i chierici ne vedeste qualcuno il quale per virtù fosse da meno di voi, parlate pure, parlate francamente. Io non voglio aver con me chierici di poca virtù; e sono pronto a far deporre la veste a quel chierico, il quale in virtù fosse da meno di voi. Colui che s'inoltra nella carriera sacerdotale deve avere una virtù superiore ad ogni laico.

                Ciascun chierico potrà dare la lista anch'egli di I0 giovani. Tutti i superiori preti potranno fare lo stesso. Ancor io farò la mia, ma la mia varrà solo per uno.

                Domani incomincia la novena di S. Francesco di Sales. Io non voglio suggerirvi opere speciali, solamente vi dirò: siate più precisi in tutte le regole che riguardano la casa. In modo particolare vi raccomando la levata. Al suono della campana alzatevi subito, vestitevi, sollevate il vostro cuore a Dio, ed aspettate vicino al letto i tocchi della campana che vi chiama in chiesa. Se poi volete fare la novena del Santo, ciascuno la faccia da sè, e il santo Protettore della Casa saprà ricompensarvi.

 

20 gennaio.

 

                Una sera diceva S. Filippo ai suoi cari giovani:

                - Miei cari, ho da dirvi una bella cosa se voi starete attenti.

                - Dica, dica, padre Filippo, gli andavano ripetendo i giovani pieni di curiosità.

                - Ebbene vi dirò, ripigliava S. Filippo, che al mondo vi sono molti pazzi e molti furbi. I furbi sono coloro che faticano e patiscono [20] un po' per guadagnarsi il paradiso: i pazzi sono coloro che s'incamminano all'eterna perdizione. Ma quanti sono i poveri pazzi!

                Le stesse parole io dirigo a voi, miei cari figliuoli. Tra voi vi sono molti furbi, ma vi sono anche dei pazzi. L'altro giorno venne un giovane da me e mi disse:

                - Don Bosco, mi permetta di andare a casa.

                - E perchè?

                - Perchè patisco molto il freddo.

                - Ma, mio caro, intendi bene! qualche cosa bisogna ben soffrire per guadagnare il paradiso; bisogna saper vincere la nostra carne.

                Costui se fosse stato furbo avrebbe dovuto dire a se stesso: - Coraggio, son meriti di più pel cielo. Voglio corrispondere alla grazia che mi ha fatto la Madonna conducendomi qui, allontanandomi da tanti pericoli dell'anima, dandomi tanta comodità per fare il bene e conoscere la mia vocazione.

                Ma vi sono altri che sono anche più pazzi di costui. Sono pazzi coloro che mangiano in certi giorni cibi proibiti, sono pazzi coloro che tengono certi discorsi brutti, coloro che cantano certe canzoni, che leggono certi libri, che parlano male dei superiori: sono pazzi che s'incamminano verso la perdizione e non se ne accorgono. Si trovano poi rovinati con una rovina irreparabile, mentre si credevano furbi, nel sapere nascondersi, farla franca e burlarsi di coloro che li sorvegliavano. Poveri pazzi!

 

                La parola di D. Bosco, sempre accolta con affetto dagli alunni, li preparava alla festa di S. Francesco di Sales, che si celebrò nel giorno assegnato dalla Chiesa il 29 gennaio, Domenica IV dopo l'Epifania. Secondo la consuetudine invalsa, ma in modo più solenne dei tempi passati, ebbe luogo l'annuale conferenza di tutti i Salesiani, prescritta dal regolamento. D. Bosco presiedette l'adunanza nella sua anticamera. D. Rua, direttore di Mirabello, e D. Ruffino, direttore di Lanzo, descrissero il bene consolante che ottenevano nei loro collegi. Era presente D. Pestarino Domenico, venuto da Mornese. D. Bosco prese la parola ringraziando e lodando i suoi collaboratori, narrando quanto si era fatto in Valdocco nell'Ospizio; e, animando tutti a zelare la prosperità degli Oratori festivi, li assicurò della protezione della Madonna. Concluse manifestando la decisione di bandire una nuova lotteria. [21]

                Egli infatti avea già posto mano ad ordinare e preparare quanto occorreva. Per prima cosa trattavasi di formare una Commissione, che doveva riuscire composta di trentadue membri scelti fra i primarii cittadini. Non era troppo facile la riuscita di questa combinazione; ma dopo lettere replicate, un gran numero di visite ed anche di cortesi rifiuti, finalmente si sperò di aver raggiunto lo scopo.

                D. Bosco si era rivolto al Sindaco di Torino pregandolo di accettare la presidenza della Commissione e ne riceveva la seguente risposta.

 

                CITTÀ DI TORINO

                GABINETTO DEL SINDACO.

 

                               ll.mo e M. R. Signore,

 

                Relativamente alla Presidenza della Commissione per la lotteria a benefizio del di Lei Pio Istituto, il sottoscritto, avendo parlato col Signor Marchese di Rorà nel termini intesi ieri nell'abboccamento che aveva l'onore di avere con V. S., soddisfa ora al dovere di parteciparle che il prefato signor Marchese lo incarica di informarla che egli sarà sempre lieto di adoperarsi a vantaggio del di Lei Istituto ed in servizio di V. S., ma che avendo avuto a convincersi in molte circostanze come sia quasi impossibile separare la sua qualità di Sindaco da quella di privato, entrò nella determinazione di non assumere per l'avvenire impegno alcuno per affari nei quali si possa facilmente confondere la sua posizione di pubblico funzionario con quella di privato e che per conseguenza con suo rincrescimento non può accettare la Presidenza offertagli.

                II gennaio 1865.

Il Capo del Gabinetto

CRETINI.

 

                Don Bosco supplicò allora il Duca d'Aosta, Principe Amedeo, a degnarsi di accettare detta presidenza ed il Principe gentilmente acconsentì.

                Alla notizia di tanto onore reso all'Oratorio, così scriveva a D. Bosco il segretario del Sindaco. [22]

 

                CITTA' DI TORINO

                GABINETTO DEL. SINDACO.

26 gennaio 1865.

 

                Supponendo che non abbia ancora parlato col sig. Marchese di Rorà le accenno che io gli parlai e mi disse che essendo S. A. R. il Duca di Aosta, Presidente Onorario, egli sarebbe volentieri Vice Presidente Onorario...

CRETINI.

 

                D. Bosco accolse con premura questa proposta, la quale ben presto parve inattuabile per un inaspettato accidente.

 

                CITTA' DI TORINO

                GABINETTO DEI. SINDACO.

16 marzo 1865.

                               Ill.mo e M. R. Signore,

 

                0ggi sono 15 giorni che il sig. Marchese di Rorà, dopo aver rassegnato le sue dimissioni dalla carica di Sindaco, si allontanò da Torino.

                Non posso per conseguenza soddisfare alla domanda di cui il pregiatissimo foglio della S. V. Ill.ma.

                Augurandomi propizia qualche altra occasione onde poterla servire, mi riconfermo con tutto ossequio di Lei

Dev.mo Servo

CRETINI.

 

                Il 31 marzo però il Marchese ritornava in Torino e 1 2 aprile si pubblicava l'annunzio ufficiale del ritiro delle sue dimissioni. D. Bosco riprese allora le pratiche interrotte e riuscì nel suo intento.

                Mentre egli lavorava pazientemente senza alcuna pubblicità a formare una Commissione, che a suo tempo presenteremo ai lettori, l'Unità Cattolica del 4 febbraio dava indirettamente un cenno delle intenzioni del Servo di Dio. Dopo aver detto della necessità di una chiesa in Valdocco e delle [23] fondamenta di questa gettate da D Bosco nella scorsa estate, proseguiva:

                “Gli scavi dovettero farsi profondi, tuttavia le mura sorgono già circa due metri fuori di terra ed è presso che compiuta la volta che ne formerà il pavimento.

                “Il sacro edificio sarà consacrato a Maria, Auxilium Christianorum.

                “Il Sommo Pontefice Pio IX appena conobbe il bisogno di una chiesa e la mancanza di mezzi per edificarla mandò la graziosa somma di franchi cinquecento... e poco fa incoraggiava la continuazione di questi lavori, benedicendo chi ci dava mano ed offerendo parecchi preziosi doni per farne una lotteria, qualora si fosse a questo scopo iniziata”.

                La Direzione delle ferrovie aveva intanto concesso a Don Bosco il favore del biglietto gratuito sulla rete del Piemonte e dell'Alta Italia, valevole fino al 31 dicembre 1865.

 

 


CAPO III. Largizione della Banca Nazionale - Lettere affettuose dei benefattori a D. Bosco - Sua lettera a Mons. Berardi e risposta del Prelato -Chierici che domandano aiuti spirituali a D. Bosco - Richiesta di un favore pecuniario al Rettore del Seminario di Torino -Risposta al Ministro di agricoltura, industria e commercio - Il Conte Cibrario e le decorazioni - Un fine di D. Bosco nel chiedere favori alle Autorità - Parlate di D. Bosco: Annunzia gli esami semestrali per i giovani e per i chierici; morti improvvise in Torino; predizione della morte di un alunno nell'Oratorio; S. Biagio e la benedizione della gola - Maggior comodità di confessarsi concessa agli studenti di rettorica; quale frequenza D. Bosco desidera ai sacramenti - Un sogno: gattone che tenta di strappare i mazzolini di fiori dalle mani dei giovani - D. Bosco al letto di un morente che non voleva confessarsi; tutto si paga, eccettuata la morte - Guardarsi dal criticare: santificare il carnevale.

 

                COORDINANDO i documenti di questo mese conservati negli archivi, troviamo in primo luogo come fossero riconosciuti i vantaggi che arrecavano alla città di Torino gli Oratori festivi. Dalla Banca Nazionale, sede di Torino, il 18 gennaio D. Bosco riceveva il seguente annunzio:

                “Il Consiglio di Reggenza di questa Sede della Banca Nazionale, in sua tornata d'oggi, nel ripartir il fondo assegnato [25] per opere di beneficenza, decideva di allegare a cotesto Oratorio di S. Francesco di Sales, a Portanuova, Vanchiglia, Valdocco, lire 250”

                Possediamo anche lettere affettuose di nobili signori che promettevano o recavano oblazioni per il mantenimento degli alunni, e davano notizie particolareggiate di ogni membro della propria famiglia, conoscendo l'affetto che D. Bosco nutriva per ciascuno di essi. Così faceva il generoso Conte Carlo De Maistre. Il giorno 30 gli scriveva dal suo castello di Beausmesnil, assicurandolo di ricordarsi sovente della felicità provata in que' tempi, nei quali aveva il piacere di vederlo, di parlargli e di andarlo a visitare nell'Oratorio. “E' da qualche mese soggiungeva, che io ne' giorni festivi raduno i ragazzi del nostro villaggio per ricrearli, cercando di fare del bene alle loro anime. Oh! signor abate, quanto io sarei felice, se voi foste qui! Quanti buoni consigli mi dareste! Quali lezioni potrei ascoltare per fare come fate voi”.

                E gli annunziava che la zia Duchessa di Montmorency si trovava a Roma.

                D. Bosco già lo sapeva, perchè alla Duchessa, quand'era in sul partire, egli aveva consegnato un libro ed una lettera per Mons. Giuseppe Berardi, Arcivescovo di Nicea, Sostituto della Segreteria di Stato e Segretario della Cifra, del quale desiderava l'appoggio per la Pia Società; e Monsignore gli aveva risposto.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                A più nobile portatrice non poteva V. S. Ill.ma affidare la consegna dell'esemplare del libretto da lei pubblicato per uso della studiosa gioventù; e della lettera del 20 corrente da cui era accompagnato. Riguardando sempre pregevoli i doni che da Lei mi pervengono, ho gradita assai l'offerta che si compiacque di farmi del libretto medesimo, e gliene rendo sincere grazie.

                E' ben poco quanto Ella mi riferisce della Duchessa di Montorency [26]. Sarebbe assai a desiderarsi che certe matrone, le quali si adoperano con tanto zelo a pro dei poverelli, si moltiplicassero. Ella prosegua nella santa sua opera, ed io non cesserò d'implorare sopra di Lei e su cotesti giovanetti alle sue cure affidati le celesti benedizioni, affinchè prosperino nella religiosa e civile educazione.

                Mi tenga raccomandato nelle sue orazioni, e, siccome non dubito di vedere accolta questa mia preghiera, così l'accerto della mia riconoscenza. Con tali sentimenti uniti a quelli di una particolare e distinta stima mi pregio di confermarmi,

                Della S. V. Ill.ma,

                Roma, 24 gennaio 1865,

Dev.mo e Umil.mo Servitore

GIUSEPPE BERARDI, Arc. di Nicea.

 

                Abbiamo anche qualche foglio di chierici, i quali dai loro Seminarii chiedevano a D. Bosco consigli e preghiere per vincere battaglie spirituali. Da Alba uno di questi gli scriveva:

                “Mentre sono in continue afflizioni ed angustie paurose, un'ispirazione divina mi passò pel capo e non si dileguò finchè io non l'ebbi ascoltata. Ed è questa: -Raccomàndati a Don Giovanni Bosco, uomo santo, e tosto sarai liberato da questi pensieri indemoniati. -Io sperando e confidando mi prostro ai suoi piedi umilmente, e la supplico a volermi usare misericordia, pregando per me il Signore Iddio e Maria SS. Madre pietosa”.

                Di D. Bosco ci restano due lettere. Colla prima egli chiedeva al rev.mo Canonico Vogliotti, Rettore del Seminario e Provicario Diocesano, un favore pecuniario per i suoi chierici.

 

                               Ill.mo è Rev.mo Mons. Vicario,

 

                L'anno scorso V. S. Ill.ma e Rev.ma mi assegnava fr. 400 sopra il Seminario a favore dei poveri chierici che studiano e lavorano in questa casa. Questo favore mi sarebbe di gran lunga più necessario ora, pei gravi bisogni in cui versa questa casa medesima e per un debito (due anni di interessi) di fr. 400, di cui sono in mora verso lo stesso Seminario. È vero che quando mi si concedeva quel sussidio mi si diceva che era straordinario e senza tratto successivo, ed io fo l'umile mia dimanda [27] nello stesso senso, cioè in questo caso eccezionale. Supplico pertanto V. S. Ill.ma e Rev.ma a fare questa opera di carità a questi nostri poveri giovani: e specialmente ai chierici che, frequentando la scuola del Seminario, prestano assistenza in questa casa e fanno il catechismo negli oratori maschili di questa città.

                Persuaso che questa Supplica sia presa in benigna considerazione, auguro ogni bene dal cielo a Lei ed a tutta l'amministrazione del Seminario, mentre ho l'alto onore di potermi professare con pienezza di stima e di gratitudine di V. S. Illma. e Rev.ma

                Torino, 8 febbraio 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Con altra lettera egli rispondeva ad un foglio, scrittogli a nome del Ministro di Agricoltura, industria e commercio, dal Segretario generale, il I0 febbraio.

 

                               Onorevol.mo Signore,

 

                Veduta la speciale e viva raccomandazione fatta da V. S. Ill.ma a favore del giovane Ferreri Giuseppe e considerato il particolare bisogno del medesimo, ho deliberato di accoglierlo per via eccezionale in questa casa, senza che egli debba attendere il tempo in cui sarebbesi fatto posto a suo turno. Partecipi dunque al mentovato giovanetto che egli può venire quando che sia e se gli terrà posto preparato.

                Attesi poi i bisogni eccezionali in cui attualmente versa questa casa, mi raccomando alla bontà di lei per qualche sussidio a favore del medesimo. Questo dico soltanto come preghiera, non come condizione esclusiva.

                Dio la conservi e le doni giorni felici, mentre ho l'alto onore di potermi con pienezza di stima professare

                Di V. S. Ill.ma,

                Torino, 14 febbraio 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                Egli aveva eziandio rivolte alcune suppliche al Gran Magistero dell'Ordine Mauriziano per ottenere decorazioni a benefattori dell'Oratorio, i quali avevano sborsate o erano pronti a dare a favore dei giovani ricoverati parecchie migliaia [28] di lire. Il Conte Luigi Cibrario, Primo Segretario di Sua Maestà nel Gran Magistero dell'Ordine Mauriziano e Grande Uffiziale dello Stato, era dispostissimo a secondare le pie intenzioni di D. Bosco con tali distinzioni onorifiche e non poche ne ottenne dal Re, mentre col Servo di Dio trattava con una cortesia amichevole e sincera, anche quando era costretto talvolta a non accogliere la sua domanda.

 

                               Ill.mo e M. R. Signore,

 

                Le informazioni che ho raccolto da personaggi distinti ed imparziali (escluso il sig. Prefetto) sono riuscite sfavorevolissime al Sig. Farmacista G… Tutti mi hanno assicurato che se ottenesse la distinzione chiesta per lui la città di… ne sarebbe commossa e sdegnata. Io ho pertanto sempre maggior motivo di desiderare che la Divina Provvidenza venga in soccorso dell'utilissimo di lei Istituto per altre vie; e intanto non fo, ben inteso, nessun carico a Lei per l'indegnità della persona raccomandata, essendo certo della perfetta di

                Lei buona fede.

                Mi creda sempre con perfetta osservanza,

                Torino, 22 marzo 1865,

Suo dev.mo Servo

LUIGI CIBRARIO.

 

                Queste suppliche per ottenere decorazioni erano come un nuovo ruscello che D. Bosco aveva aperto per introdurre nuove acque di beneficenza nell'Oratorio per le sue opere. In appendice diamo un saggio dello stile da lui usato per formulare simili domande[1]; e intanto osserviamo come degne di nota la fecondità della sua mente nel concepire e la sua attività nel conseguire i suoi intenti in varii modi e sotto diverso aspetto presso tutti i personaggi che prendevano parte al Governo dello Stato. Ricordiamo quanto abbiamo già scritto di lui dal 1846 in poi, e lo vedremo perseverare [29] nella stessa via finchè visse. Si rivolgeva sovente al Re, ai Ministri, ai Senatori, ai Deputati, alle Autorità militari, ai Prefetti, ai Sindaci e a quanti maneggiavano la cosa pubblica.

                Non pochi tra questi erano settari, capi di congiure, nemici della Chiesa Cattolica e del Papato, persecutori dei Vescovi, avversari dichiarati dei Religiosi e delle loro scuole. E il Servo di Dio con un coraggio tanto più grande quanto più umile, affrontava le loro ripulse, li ammansava co' suoi modi affabili; ed esponendo i bisogni di tanti poveri giovani, le sue preghiere ebbero moltissime volte benigna risposta e furono esaudite. Era evidente come nulla riservasse per sè e tutto fosse per gli altri; ma ciò che non era palese era un alto fine di carità, cioè che questi oblatori avessero il merito di una beneficenza riparatrice, poichè tornava alla Chiesa una piccolissima parte di ciò che le era stato tolto. Più volte a noi egli manifestava una tale intenzione. Faceva ciò che al Padre Ludovico da Casoria, come narra il Cardinale Capecelatro, aveva consigliato il Santo Padre Pio IX:

                “Il Padre Lodovico aveva detto al Papa nel 1860:

                - Beatissimo Padre, viene la rivoluzione. Che debbo fare io? Debbo chiudermi nella cella a pregare o cacciarmi in mezzo .al fuoco per operare? Essi vorrebbero servirsi di noi per fare il male. Possiamo noi servirci di loro per fare il bene? - A cui il Santo Padre tutto infiammato dallo zelo di Dio, rispose:

                - Torna pure, o figliuolo di S. Francesco, a Napoli; esci dalla cella, e cacciati come tu dici in mezzo al fuoco ad operare, serviti degli stessi nemici per fare il bene, e ne avrai merito avanti a Dio”.

                Queste parole dànno molta luce al modo di agire di Don Bosco e servono di risposta a chi più di una volta lo accusava di essere troppo amico dei governanti o dei liberali.

                Ed ora riapriamo la cronaca per trascrivere altre parlate. [30]

 

1° febbraio.

 

                Motus in fine velocior. L'anno s'inoltra e, più s'inoltra, con maggior rapidità precipitano i giorni. Siamo già ai primi di febbraio ed è imminente l'esame semestrale. Quelli che hanno studiato giorno per giorno ciò che veniva insegnato dai maestri, si troveranno contenti: quelli che hanno fatto qualche poco il poltrone si troveranno imbrogliati, essendosi accumulate le materie delle quali è difficile che si mettano al corrente in queste settimane. Contuttociò eziandio costoro si facciano coraggio che non saranno abbandonati in simile frangente. I professori vi aiuteranno a superare le difficoltà che incontrerete nel prepararvi all'esame, dandovi anche qualche ripetizione sulle lezioni già fatte.

                Intanto mi raccomando a voi di una cosa. I chierici hanno anch'essi da prendere a giorni il loro esame, e mi preme assai che facciano una buona figura; quindi procurate di recar loro meno disturbo che sia possibile, acciocchè possano prepararsi bene. I chierici poi, se avessero qualche carica che fosse loro troppo di peso e impedisse in questi giorni lo studio, mel dicano, chè io procurerò di agevolar loro con ogni mezzo la facilità di studiare.

                Un'altra cosa ho da dirvi. In Torino da qualche tempo accadono certi generi di morti, che ci avvisano di stare ben preparati. Il padre di uno dei giovani dell'Oratorio (Ruffino) l'altra sera andava a dormire. Al mattino è chiamato per le sue incombenze e viene trovato freddo cadavere. Ieri in una famiglia distinta un giovanetto va a letto: il cameriere aspetta che sia coricato e si avvicina per domandargli se ha bisogno di niente. Il signorino non risponde: il cameriere lo chiama, lo scuote. Era morto! In una farmacia, vicino al palazzo di città corre un garzone di caffè a chiamare un medico per un signore, al quale era venuto male mentre giuocava a tarocchi nella sala da caffè. Corre il medico, gli mette la mano sul cuore, ma era già morto. Che passaggio, dal giuoco all'eternità!

                Figliuoli miei, ho ancora da annunziarvi una notizia. Un giovane dell'Oratorio ha da morire, forse prima che si faccia in questo mese l'apparecchio alla morte: e certamente se arriverà a farlo ancora una volta sarà il massimo del tempo che gli potrà essere concesso. Spero che costui si troverà ben preparato.

                Disceso dalla cattedra D. Bosco disse in un orecchio allo scrittore di queste memorie una sola parola: -Ferraris. [31]

                Era un segreto e un incarico che ci confidava; e noi qui ripeteremo ciò, di cui altrove abbiamo fatto cenno.

                Queste previsioni erano d'immenso vantaggio per i giovani che Dio chiamava all'altra vita, poichè D. Bosco si prendeva di essi specialissima cura e confidando il segreto a qualche prudente compagno, lo incaricava a far da angelo custode al morituro. Il compagno cercava di farselo amico con giuochi, teneva d'occhio gli altri amici che frequentava, invitavalo ad accostarsi sovente alla Confessione e alla Comunione, conducevalo a visitare il SS. Sacramento, e suggerivagli quei consigli che gli sembravano più opportuni. Ciò faceva però con naturalezza, senza insistere, e non solo senza svelare il segreto, ma senza neppur dar sospetto di esso. Vi sono ancora nell'Oratorio di quelli che ebbero simile geloso incarico.

                Si noti ancora, che quando D. Bosco parlava, più di 500, 700, 800 erano in varie circostanze i testimonii auricolari presenti a queste predizioni, e purtroppo non tutti disposti a prestargli fede. Anzi eranvi talora fra gli adulti dei nuovi arrivati, contradditori, seminatori di zizzania, spiriti maligni, i quali cercavano di mettere in discredito le parole del superiore. Non è quindi il caso di sognare che D. Bosco potesse impunemente sorprendere le fantasie dei giovani e, qualora non si avverasse il suo pronostico, trovar mezzi termini per far credere ciò che non era. Si trattava di predizioni precise, accompagnate da circostanze indicanti o luogo, o persona, o tempo. Molti giovani la stessa sera e all'indomani mattina scrivevano ciò che D. Bosco aveva detto, confrontavano i loro scritti, ne facevano argomento dei loro discorsi, congetturavano, cercavano d'indovinare, osservavano e non cessavano di stare all'erta, finchè la profezia non fosse compiuta. Ed erano giudici che volevano veder la cosa a fondo! Di tutte le predizioni che fece D. Bosco di due o tre solamente non possiamo testificare che si siano avverate, perchè erano forse [32] condizionate o perchè non si potè avere notizia dell'avveramento. Di tutte le altre mirabilmente comprovate, e sono centinaia, ponno far fede quanti furono nell'Oratorio.

                Il 2 di febbraio, alla sera, D. Bosco tenne il seguente discorso:

 

                Domani è la festa di S. Biagio, Vescovo di Sebaste nell'Armenia, martirizzato ai tempi di Licinio imperatore nel 315; e domani si fa la bella cerimonia della benedizione della gola. Sapete perchè fu istituita questa usanza e perchè fu dichiarato S. Biagio patrono degli uomini contro le malattie della gola? Udite. Una donna aveva un figliuoletto da lei molto amato. A questi, mangiando del pesce, si era conficcata una spina nella gola e i medici chiamati a curarlo avevano dichiarato che la loro arte non poteva giovare a nulla e che presto sarebbe morto. La desolata madre si stava seduta nella sua casa col moribondo figlio sulle ginocchia: e non poteva trovar conforto al suo dolore, mentre contemplava il suo piccolino che in mezzo ai più atroci dolori si avvicinava alla morte. Quand'ecco all'improvviso si udì una voce, la quale le dicea: - Alzati, prendi il tuo figlio: il martire Biagio è condotto al martirio; pregalo di benedire tuo figlio, e tuo figlio risanerà. Corse la madre, il martire intenerito alle sue lagrime fece una breve preghiera, benedisse il fanciulletto nel nome di Gesù, e la spina usci da sè dalle sue fauci e il figliuoletto fu salvo.

                Andiamo dunque a farci benedire la gola pei meriti di questo Santo, acciocchè Iddio ci preservi da ciò che può nuocere entrando, ovvero uscendo dalla nostra gola. Ciò che entra sono i cibi che possono essere nocivi e cagionare indigestione, sono i veleni che talora per caso o per malizia taluno potrebbe prendere, ecc., ecc. perchè dice lo Spirito Santo che ne uccide più la gola che la spada. Ciò che esce sono gli sbocchi di sangue, i vomiti in certe malattie, le angine, ecc., ecc. Ma sopratutto pregatelo che vi preservi da tutto ciò che esce e può far male alla nostra anima, cioè i discorsi cattivi, le bestemmie, le imprecazioni, le calunnie, le bugie; da ciò che entra, come i cibi proibiti dalla Chiesa, le intemperanze nel mangiare e nel bere. Domani adunque pregate S. Biagio che vi liberi da tutti i mali di gola materiali e spirituali.

 

5 febbraio.

 

                Vi voglio dire qualche cosa intorno l'interpellanza di D. Francesia. Quei di prima e seconda rettorica se vorranno venire da me a confessarsi, vengano pure un'ora avanti che si dia l'avviso delle confessioni. I più piccoli diranno: i rettorici hanno forse essi l'anima più [33] grossa della nostra perchè si debbano usare ad essi preferenze? dirò che essi hanno qualche diritto di precedenza, perchè essendo i figli miei più grandi od anche i più vecchi della casa, hanno diritto che si usi loro qualche riguardo.

                Ho da dirvi ancora qualche cosa in quanto ai Sacramenti.

                Per trar frutto dalla Confessione non basta accostarvisi sovente, ma bisogna sforzarsi di non fare peccati. Quindi desidero che ogni giovane si accosti alla confessione una volta al mese alla più lunga; non però più di frequente di una volta alla settimana, tolti i casi speciali indicati dal confessore, perchè altrimenti togliete agli altri il comodo di confessarsi. Procurate poi da una confessione all'altra di non far peccati e sarà questo il più bel frutto della confessione. Alla Comunione accostatevi più sovente che potete e tutte le volte che vi vien detto dal confessore e quando la coscienza di nulla vi rimorda.

                Chi poi vuol tenere un giusto mezzo nel confessarsi, si accosti a questo Sacramento ogni quindici giorni ed io son contento. Ma da tutti si procuri di far meno peccati che sia possibile.

 

                D. Bosco aveva risposto colla solita prudenza alla domanda fattagli in pubblico, di voler concedere maggior comodità di confessarsi agli studenti del ginnasio superiore. Eglino infatti erano contrariati dalla folla degli alunni delle classi inferiori che correndo per i primi assiepavano il luogo ove D. Bosco confessava: mentre avrebbero voluto spicciarsi senza troppo lunga aspettazione per ritornare ai loro studi.

                Si noti che, a quando a quando, interpellanze di vario genere, sull'andamento o sui bisogni dei giovani, si facevano a D. Bosco salito sulla cattedra alla sera, ora di spontanea volontà dell'interpellante, ed ora per incarico avuto dallo stesso Servo di Dio. Con questo mezzo si destava maggior attenzione, la parola faceva miglior effetto, e chi parlava aveva maggior libertà nel riprovare certe mancanze o far valere i motivi di certe disposizioni dei Superiori.

 

6 febbraio.

 

                Due o tre sere fa io sognai: volete che vi racconti il mio sogno? Siccome io amo i miei giovani, quindi sogno sempre di essere in loro compagnia. [34]

                Mi pareva adunque di trovarmi qui in mezzo al cortile, circondato dai miei cari figliuoli, e tutti aveano in mano un bel fiore. Chi aveva una rosa, chi un giglio, chi una violetta, chi la rosa ed il giglio insieme, ecc. ecc. Insomma chi un fiore, chi un altro. Quando ad un tratto comparve un brutto gattone, colle corna, tutto nero, grosso come un cane, cogli occhi accesi come bragia, che avea le unghie grosse come un chiodo ed un ventre sconciamente gonfio. La brutta bestia si avvicinava quietamente ai giovani e girando in mezzo a loro, ora dava un colpo di zampa al fiore che uno aveva e strappandoglielo di mano lo gettava per terra, ora faceva lo stesso ad un altro e così via via.

                Alla comparsa di questo gattone io mi spaventai tutto e mi fece meraviglia il vedere come i giovani non se ne turbassero niente e tranquillamente si stessero come se nulla fosse.

                Quando vidi che il gatto s'inoltrava verso di me per prendere i miei fiori, mi posi a fuggire.

                Ma fui fermato e mi venne detto: - Non fuggire e di' ai tuoi giovani che innalzino il braccio e il gatto non potrà arrivare a toglier loro di mano i fiori. -Io mi fermai e alzai il braccio: il gatto si sforzava di togliermi i fiori, saltava per arrivarvi, ma siccome era molto pesante, non poteva arrivarvi e cadeva goffamente in terra.

                Il giglio, miei cari figliuoli, è la bella virtù della modestia alla quale il diavolo muove sempre guerra. Guai a quei giovani che tengono il fiore in basso! Il demonio lo porta via, lo fa cadere. Coloro che lo tengono basso, sono quelli che accarezzano il loro corpo mangiando disordinatamente e fuori di tempo; sono coloro che fuggono la fatica, lo studio e si dànno all'ozio; sono coloro ai quali piacciono certi discorsi, che leggono certi libri, che sfuggono la mortificazione. Per carità, combattete questo nemico altrimenti egli diventerà vostro padrone.

                Queste vittorie sono difficili, ma l'eterna sapienza ci ha detto il mezzo per conseguirle: - Hoc genus daemoniorum non ejicitur nisi per orationem et jejunium. - Alzate il vostro braccio, sollevate in aria il vostro fiore e sarete sicuri. La modestia è una virtù celeste e chi vuole conservarla bisogna che si innalzi verso il cielo. Salvatevi adunque coll'orazione.

                Orazione che vi innalza al cielo sono le preghiere del mattino e della sera dette bene; orazione è la meditazione e la messa; orazione è la frequente Confessione e la frequente Comunione; orazione sono le prediche e le esortazioni del Superiore; orazione è la visita al SS. Sacramento; orazione il Rosario; orazione lo studio. Con questa il vostro cuore si dilaterà come un pallone e vi eleverà verso il cielo e così potrete dire quello che diceva Davidde: Viam mandatorum tuorum cucurri, cum dilatasti cor meum. Così porrete in salvo la più bella delle virtù ed il vostro nemico, per quanti sforzi faccia, non potrà strapparla dalle vostre mani. [35]

 

7 febbraio.

 

                Ieri vi ho raccontato un sogno, oggi voglio raccontarvi un fatto. Un ricco signore era ammalato già da due mesi e la malattia andava ognor più aggravandosi. Un suo amico, buon cristiano, gli fece notare come sarebbe stato meglio che accomodasse tutti gli affari temporali e facesse testamento. Nello stesso tempo si azzardò di accennargli come fosse cosa prudente e conveniente chiamare il prete.

                - Oh no, rispose l'ammalato, confessarmi no! Non voglio che venga nessun prete! Non voglio preti per casa.

                - Ma pure sarebbe meglio per lei!

                - Io finchè era sano non volli mai sapere di confessarmi; molto meno ora che sono ammalato.

                - E se venisse D. Bosco?

                - D. Bosco lo vedrò volentierissimo; venga pure, ma ad un patto: che non mi parli di confessione.

                Si venne all'Oratorio ad invitarmi ed io sabbato scorso mi portai presso questo ammalato. Quei di casa, sapendo l'oggetto della mia visita, mi accolsero cortesemente e mi condussero nella camera dell'infermo. L'infermo si mostrò contentissimo della mia venuta, ed io incominciai, come uso far quasi sempre con gente di simil sorte, e con salutare effetto, a raccontargli allegre storielle e burle e frizzi così ridicoli, che tutti e due ridevamo a più non posso; al punto che l'ammalato mi pregò di cessare, perchè ormai il suo riso era così convulsivo che ne soffriva.

                - Or bene, io gli dissi; parliamo dunque di qualche cosa seria.

                - Don Bosco! si ricordi che non mi voglio confessare! È questo il patto che io feci con la mia gente.

                - Ma, signor mio, come vuole che io non ne parli, mentre lei me la nomina? Lei me ne mette la voglia. No, non la confesserò, ma deve permettermi che io le parli della confessione.

                Ed incominciai a parlargli della sua vita passata, gli misi sott'occhio la necessità di mettersi in grazia di Dio e gli descrissi minutamente lo stato lacrimevole della sua coscienza. L'infermo mi ascoltò in silenzio con tutta attenzione e quando ebbi finito mi disse:

                - Ma, D. Bosco! come ella ha fatto a conoscere così bene tutte le mie azioni?

                - Io ho quattro parole: Otis, botis, pia, tutis! colle quali leggo nell'anima a chi voglio.

                - Or dunque è inutile che io mi confessi; poichè ella sa già tutto, la confessione è fatta!

                - Signor mio, avrà ora difficoltà a dichiararsi colpevole di tutti [36] questi peccati, a pentirsene, a domandare perdono a Dio, a fare un proponimento fermo di cambiar vita se il Signore la rimettesse in sanità?

                -Oh, no!

                -Or bene, continuai prendendo i giornali proibiti ed i libri cattivi che erano sul tavolino, mi permette che io li cacci sul fuoco?

                - E perchè questo?

                - Perchè o vanno questi libri sul fuoco o ella andrà nelle fiamme dell'inferno per tutta l'eternità.

                - Vadano pure i libri!

                E una viva fiamma si destò quando li gettai nel camino.

                - Ma non basta, signore; bisogna che allontani subito quella persona che ella sa. - Qui l'ammalato muoveva moltissime difficoltà, ma con grande stento finalmente si indusse a seguir il mio imperioso consiglio.

                - Ed ora, conclusi, le darò l'assoluzione. - Il poveretto era abbastanza pentito. Gli parlai della Comunione, ed egli mi rispose che ciò avrebbe recato disturbo alla casa, che non vi era tanta necessità. Io vedendo che il più era fatto, perchè si era confessato e con sufficienti disposizioni, non insistetti. Uscendo, dissi a quei di casa che qualora l'ammalato domandasse il Viatico, mandassero pure ad avvisare in parrocchia perchè erasi confessato; e qualora peggiorasse, si mandasse a darmene avviso. Aspettava, ma non venne nessuno. Allora tornai per vederlo, ma trovai che era già andato all'eternità. Egli soffriva per il catarro che lo soffocava, ma aveva ancor speranza di guarire; quindi chiamava i migliori medici e diceva loro: - Guaritemi ed io vi darò quanto vorrete. Dieci, venti, quaranta, cinquantamila franchi! - La vigilia della sua morte un amico andò per avvisarlo del pericolo nel quale si trovava e gli disse: -Amico mio, tutto si paga, coi denari si ottiene tutto: la morte sola non si può pagare; quindi bisogna pensare seriamente alla vita avvenire.

                L'ammalato si acquetò con cristiana rassegnazione, soffri ancora per qualche tempo e poi se ne morì.

                Naturalmente, miei cari figliuoli, questa non è una morte che io vi possa proporre a modello, tuttavia siccome spirò, ricevuti i sacramenti e con cristiana rassegnazione, è da sperare che il Signore gli abbia usato misericordia. Noterò una cosa per vostro vantaggio: le parole dette da quell'amico al moribondo: Tutto si paga, la morte sola non si può pagare! Bisogna star pronti, perchè quand'essa verrà, per niun conto la si può mandare indietro. [37]

 

9 febbraio.

 

                Stassera vi voglio avvisare di una cosa. Mi rincresce udire che voi chiamate con certi sopranomi dispregiativi la minestra e altri cibi. Certi burloni quando possono inventare un epiteto ridicolo, lo comunicano ai compagni. Che diranno i vostri parenti, tornando voi a casa, se dai vostri parlari si accorgeranno che non sapete dare alle cose il loro proprio nome? Voi siete studenti! Dunque come studenti dovete mostrarvi serii e belle educati in ogni circostanza. Che cosa direste, se vedeste per es. il generale Lamarmora giuocare alle palle di neve in piazza Castello col generale Cialdini? Vi porreste a ridere alle loro spalle. Quindi anche voi procurate che nessuno rida alle vostre. Agite come vedete agire gli altri uomini rispettabili: non vi dirò di imitare D. Bosco, D. Francesia, D. Durando, ecc.; ma agite come vedete agire tanti uomini serii e prudenti. Anzi abbiate suggezione di voi stessi. Dite: che farei in questo istante se fossero presenti i miei genitori, se fosse presente il parroco, se mi trovassi al cospetto de' miei amici? E facendo così, opererete e parlerete sempre saggiamente.

                Passiamo ad altro. Il Carnevale se ne va a gran passi: continuiamo a santificarlo come abbiamo proposto. Tutti i giorni facciamo la comunione o sacramentale o spirituale, come ci è dato, e non lasciamo di profferire qualche giaculatoria lungo la giornata. Se poi volete che per domani vi dia un fioretto, ve lo darò. Domani è venerdì, giorno nel quale il Signore è morto per noi. Or bene domani per amore di Gesù perdonerete qualunque offesa vi sia fatta, soffrirete con pazienza qualunque molestia vi apportino i compagni e patirete per amor di Gesù il dovervi alzare da letto la mattina quando suona il campanello della levata e l'importunità degli assistenti che verranno a scuotervi.

 

 


CAPO IV. Parlate di D. Bosco: Vittorie del demonio nell'Oratorio: risoluzione di D. Bosco riguardo agli scandalosi: suo amore per i giovani: corona di spine e corona di rose: ubbidienza: denunziare i capi dei disordini: alcuni alunni ben presto dovranno presentarsi al tribunale di Dio: fuga dell'ozio -Suffragare le anime del purgatorio: D. Bosco ha bisogno di aver viva fede: pregare il Signore perchè ponga rimedio ai disordini interni ed esterni: dolore di D. Bosco nel dover allontanare qualche giovane dalla casa: causa di questa sventura - Se si prega molto, la nuova legge della soppressione degli Ordini Religiosi non passerà.- Lettera di D. Bosco al Papa, il quale manda la sua benedizione ai giovani dell'Oratorio: prontezza nel levarsi al mattino da letto e nel discendere in chiesa - Ancora del Carnevale per santificarlo: si leggerà un fatto straordinario di Pio IX: il mese di San Giuseppe onorato coll'esattezza de' proprii doveri: gli esami e S. Giuseppe -D. Bosco a Cuneo ospite del Vescovo: Sogno di mostri che feriscono i giovani: comunioni e visite al SS. Sacramento per vincere il demonio - Il giorno delle ceneri - La facoltà di celebrare tre messe e fare la comunione nella notte del S. Natale è rinnovata per tre anni all'Oratorio e concessa ai Collegi di Mirabello e di Lanzo - Don Manacorda scrive al Prefetto della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari in nome di D. Bosco, chiedendo le dimissorie ai chierici della Pia Società Salesiana per le sacre Ordinazioni. [39]

 

                Si possono rapportare a D. Bosco ed all'Oratorio le sentenze del Capo X de' Proverbi: “Sorgente di vita è la bocca del giusto... Sulle labbra del saggio trovasi la sapienza... Chi tien conto della disciplina egli è nella via della vita: chi schiva la correzione è fuori di strada… Le labbra del giusto istruiscono un gran numero di persone, ma quelli che non ricevono l'istruzione per inopia di cuore, periscono”. Le parole infatti rendevano D. Bosco così padrone del cuore dei giovani da stabilire e mantenere nell'Oratorio il regno dell'ordine e della moralità, sicchè riusciva cosa facile la direzione di settecento e più alunni. In mezzo a loro eravi (e come no!) una minoranza di qualche decina e anche meno che non soffriva di essere corretta, che non voleva uniformarsi alle istruzioni che le venivano impartite e cercava di seminare segretamente la zizzania e lo scandalo. Vi può essere al mondo una società un po' numerosa che non abbia di simili individui senza cuore? Ma nell'Oratorio tutti gli altri ardevano di zelo contro questi perturbatori della pace nella casa. Stretti fra loro come falange nelle varie Compagnie, studiavano di trarre sulla strada della vita quanti potevano degli sconsigliati, premunivano e allontanavano gli incauti dalle loro insidie, e infine costringevano i primi a vivere isolati e con ciò ad essere scoperti.

                Siamo indotti a far queste osservazioni, perchè dalle parlate di D. Bosco nessuno abbia a formarsi un falso giudicio dello stato delle cose; ed aggiungiamo che quanto il Servo di Dio narrò o narrerà di aver visto nei sogni, riguarda nella massima parte quelle lotte spirituali che affliggono i poveri figliuoli di Adamo, lotte che Dio solo conosce e svela pel bene delle anime a coloro che presceglie come speciali cooperatori nell'impresa di salvarle. [40] Ciò premesso, continuiamo a leggere nella Cronaca sunto delle parole che Don Bosco disse in questi giorni

 

13 febbraio.

 

                L'altro giorno io vi parlai di quel brutto gattone che aveva veduto entrare nell'Oratorio, il quale cacciava a terra i fiori che tenevano nelle mani i miei giovani. Vi ho detto che quel gattone aveva le corna sulla fronte e che i suoi occhi ardevano come bragia. Vi ho detto come quella brutta bestia fosse il demonio, il quale volea rovinarvi. Quando vi dissi tutto questo, credeva che fosse solamente un giuoco di fantasia, ma invece debbo dirvi con mio gran dolore che il gattone ha fatto fra di voi una grande strage.

                Non già che la maggior parte di voi abbia mancato; debbo dirlo: a petto della moltitudine dei giovani della casa è una piccola minoranza quella che mancò; ma questa minoranza è numerosa molto più di quello che mi sarei creduto. Qui nell'Oratorio in pochi giorni accaddero cose che mai si videro qua entro. Da qualcuno si ruba e si ruba tutto a tutti; si rubano libri, si rubano danari, si ruba la roba, si ruba la frutta, e tutto ciò che si può prendere. Alcuni leggono libri che sono veramente cattivi, e li leggono in chiesa, in tempo della lettura e in tempo delle sacre funzioni. Ma vi è ancora di più. Vi sono altri che si assentano dalla Chiesa e dalla scuola e si vanno a nascondere in camere appartate per non essere veduti. Anzi ve ne ha perfino di quelli i quali si ritirano in certi luoghi, ed amano piuttosto morire in quella puzza che andare dove il dovere li chiama. Questo non è tutto. Alcuni si sono fatti maestri di perdizione a certi poveri loro compagni. Hanno fatto ancora di più: non contenti di ciò, si gloriano del mal fatto come se avessero ottenuta una vittoria e “Laetantur cum male fecerint et gloriantur in rebus pessimis.” Perciò io ho preso una risoluzione e questa si è di far man bassa sovra gli autori di tutti questi scandali. D. Bosco è il più gran bonomo che vi sia sulla terra; rovinate, rompete, fate birichinate, saprà compatirvi; ma non state a rovinar le anime, perchè allora egli diventa inesorabile.

                Quando un giovane entra nella casa il mio cuore esulta, perchè io vedo in esso un'anima da salvare; e quando esso viene annoverato tra i miei figli, allora egli diventa la mia corona. Ma di corone ve ne sono di due specie; se esso corrisponde alle mie fatiche, se fa ogni sforzo per porre in salvo l'anima sua, allora questo giovane forma la mia corona, una corona di rose. Che se egli rifiuta di porre in pratica le mie parole, se lo vedo non curante delle cose dell'anima, allora vi assicuro che egli è per me una dolorosa corona di spine. Che se poi costoro oltre far male essi stessi, cercano di guastarmi gli altri, allora [41] io non posso assolutamente sopportarli, bisogna che io li cacci fuori dell'Oratorio. Perciò coloro che si fecero capi del disordine saranno messi in nota e senz'altro domani saranno avvisati, acciocchè partano immediatamente da quell'Oratorio che essi hanno profanato coi loro peccati. Quegli altri poi che furono meno colpevoli restano ora avvisati in pubblico e lo saranno poi particolarmente da me, uno per uno. A questi io dico: - Guarda, figliuol mio, cambia costume, altrimenti lo stesso castigo che ha colpito gli altri, colpirà anche te; emendati, hai ancora aperta la strada del pentimento; perchè se continui nella via incominciata, tu vai diritto all'eterna perdizione.

                Io so che alcuni di costoro se la ridono nel momento stesso che io parlo, ma si ricordino che se li ritengo per qualche giorno è solo per fare un'ultima prova. Il diavolo vi fa commettere i peccati, vi fa sperare che resteranno segreti, e farà tutti i suoi sforzi per celarli agli sguardi degli uomini. Ma è ben difficile che io non lo venga a sapere. Che se per caso per qualche tempo non foste conosciuti, se riusciste a farla franca, ricordatevi che se il diavolo è furbo, il Signore è più furbo di lui.

                Lasciate che io mi sfoghi, che sfoghi il mio cuore con voi, chè per voi non ho mai segreti.

                Io ho bisogno di sfogarmi: se molta colpa vi è in chi ubbidisce, non ne manca in chi comanda. Se ciascuno facesse il proprio dovere nell'ufficio che gli venne assegnato, certi disordini non avverrebbero. Chiunque ha qualche autorità nella casa procuri di servirsene per la salute delle anime.

                E voglio suggerirvi due mezzi per rimettere l'ordine nella casa, due mezzi che forse coloro che ne han di bisogno, non li vorranno capire:

                1° mezzo: l'obbedienza, la subordinazione che, in questi giorni, per effetto degli altri disordini venne obliata: accaddero insubordinazioni dovunque. Perciò nei laboratori obbedienza ai capi, in refettorio agli assistenti, nello studio e nelle scuole ai professori: obbedienza senza limiti.

                Che se colui che vi comanda mancasse verso di voi, voi obbedite e tacete, e poi venite da me che io saprò far valere la vostra ragione e dare a chi tocca gli avvisi opportuni. Obbedienza, ma senza tante critiche agli ordini dei superiori. Cessino una volta certe mormorazioni, poichè da troppi giorni serpeggiano nella casa.

                2° mezzo, che per tanti sembrerà impossibile, è questo: denunziare i capi del disordine o del peccato. Questi sono la vera peste dell'Oratorio, perchè il demonio li prende per suoi aiutanti e li spinge in mezzo ai giovani per far loro male più che sia possibile. Accusateli costoro, svelateli; sono tante anime che voi salverete. Ma voi direte che avete paura d'essere chiamati spie. Ebbene, perchè alcuni sciocchi vi chiameranno spie, volete voi astenervi dal fare un'opera buona? Se un [42] ladro entrasse in una casa a rubare, voi vi tratterreste dal gridare al ladro per paura che egli vi dica che siete una spia? Se un soldato, facendo la sentinella alla porta del palazzo del suo sovrano, vedesse un uomo il quale tentasse introdursi per uccidere il Re, credete voi che lo lascierebbe entrare? E se costui minacciasse di dirgli che è una spia, sapete che cosa farebbe? Gli intimerebbe tre volte di tornare indietro e se l'altro continuasse a persistere di voler entrare, gli direbbe: - Aspetta che te la do io la spia! - e con un colpo lo ucciderebbe. Così avviene tra voi, miei cari giovani. Voi siete nella reggia del Re Celeste: entra un nemico ad uccidere le anime e voi avrete paura di fare il vostro dovere? Avrete timore che vi dicano spie? Lasciate che gli sciocchi vi chiamino pure con questo nome; il Signore vi chiamerà con altro nome e vi darà egli il premio della vostra carità.

                Miei cari figliuoli, ve l'ho già detto: uno di noi presto dovrà presentarsi al tribunale di Dio. Ma che dico uno! più d'uno! molti, avanti che passi gran tempo, saranno nella tomba: dico di più: tutti noi, chi più presto chi più tardi, e certo fra non molti anni, ci dovremo presentare al tribunale di Dio. Il Signore a me domanderà conto se vi ho detto tutto ciò che aveva dovere di dirvi, e a voi chiederà ragione se mi avete ascoltato. Molti potranno rispondere che mi ascoltarono e si mantennero puri. Moltissimi diranno: - Signore; noi per un tempo vi abbiamo offeso, ma poi ci pentimmo di vero cuore e procurammo di risarcirvi colle buone opere del tempo perduto. - Se qualcuno non mi ascolta si perderà e la colpa sarà tutta sua.

                Vi dirò in ultimo: volete che quel brutto gattone non vi vinca? Procurate che non vi trovi mai in ozio; lavorate, studiate, pregate e sarà questo il modo sicuro di vincere il vostro nemico.

 

16 febbraio.

 

                Orinai restano pochi giorni a finire il carnevale. Io nel principiar di questo vi aveva esortati ad indirizzare tutte le vostre azioni e preghiere al Signore, acciocchè ciascuna di esse potesse servire a suffragare quelle anime del purgatorio, le quali non avessero bisogno che di quella azione per essere introdotte in paradiso. Voi vi credevate che scopo di questa mia esortazione si fosse solamente il sollievo delle anime purganti, ma io aveva prefisso eziandio un altro fine; e questo si era che il Signore mi desse una fede, una viva fede, quella fede che trasporta le montagne nel luogo delle valli, e le valli nel luogo delle montagne. Ma voi direte: - Che importa a noi, se tu hai bisogno di questa fede? Pensaci tu. - Ma voi siete buoni e perciò il Signore mi darà per mezzo vostro quelle grazie delle quali ho bisogno.

                Il Signore bisogna pregarlo, acciocchè ponga rimedio ai disordini che succedono fuori della casa e a quelli che accadono nella casa. In [43] quanto ai disordini che succedono fuori della casa non importa che io ve li accenni: vi dico solo: - Pregate.

                In quanto ai disordini della nostra casa, voi vedete come fui costretto a mandar via dall'Oratorio sei giovani. L'altra sera quando tenni con voi quel discorso ed annunciai la mia decisione, vi assicuro che Don Bosco sofferse molto per tutta la notte e non potè dormire un minuto. Lo so io solo quel che sopporto per salvarvi, o miei cari:figliuoli! Aver sudato anni ed anni per salvare un giovane e poi esser costretto a cacciarlo via di casa, a lanciarlo in mezzo al mondo, dal quale lo aveva tirato fuori perchè non si perdesse: lanciarvelo di nuovo con pericolo della sua dannazione, è troppo doloroso, miei cari giovani. E qual ne fu la cagione? La gola! origine della perdita della maggior parte delle anime. Si rubò roba da mangiare per soddisfare alla gola; si rubò danari per soddisfare la ghiottoneria; si rubò libri ed oggetti per cambiarli in danaro e quindi poter soddisfare alla gola. Ed è perciò che alcuni furono cacciati via.

                Vi è poi un'altra arma della quale si serve il demonio e sapete qual'è? L'immodestia. Dirò meglio e più chiaramente: La disonestà. Ah! guardatevi, miei cari figliuoli, da questo nemico. Ora il demonio vi tenta con farvi cadere nelle mani libri cattivi; ora col farvi pensare ciò che non dovete pensare; ora coi discorsi di un cattivo compagno. Quando vi si avvicina uno di questi cattivi compagni dite fra voi: - Costui è un ministro di Satanasso. - E quegli infelici che incominciano col compagno un simile discorso, dicano ciascuno tra sè e sè: - Io sono un ministro di Satanasso, perchè lo aiuto nel rovinare le anime.

                Miei cari giovani! tenetevi lontani dal furto e dalla disonestà, se volete essere cari al Signore. Il mezzo per vincere il demonio della disonestà, è praticare fedelmente i proprii doveri di scuola e le regole della casa.

 

                D. Bosco aveva detto ai giovani: “In quanto ai disordini che succedono fuori della casa, non importa che io ve li accenni; vi dico solo: - Pregate!”. Trovatosi solo coi chierici e preti spiegò il suo pensiero. Egli crede che se si pregherà molto, la nuova legge della soppressione dei conventi non passerà.

                La previsione di D. Bosco non fallì, come ci narra la storia. Il Governo Italiano aveva deciso di sopprimere tutti gli Ordini religiosi, all'effetto di appropriarne i beni allo Stato. Il 4 novembre 1864 il Ministro Vacca presentava al Parlamento l'odioso progetto di legge. Nello stesso tempo, promoveva con ogni favore frequenti adunanze di settarii ne' teatri delle [44] principali città, nei quali, dopo diatribe furibonde, si ingiungeva al potere legislativo di approvare la legge. I giornali empi tenevan loro bordone. Si apersero sottoscrizioni in favore della legge, ma si ottennero appena 15.572 firme. I cattolici consegnarono alle Camere petizioni contro la soppressione dei conventi con 183.679 firme, delle quali il Ministero non si curò. I Vescovi incominciarono a protestare solennemente.

                Intanto il 19 aprile 1865 fu impresa la discussione generale e fu chiusa il 26. Ministero e Camere erano d'accordo sul procedere a quella spogliazione. Si venne alla discussione degli articoli, e qui sorse l'ostacolo che per allora la Provvidenza contrapponeva ai disegni di Vacca e de' suoi compagni. Si era fissata una pensione ai membri di tali ordini, quando il deputato Lusi propose che tutti i religiosi per poter ricevere la pensione dovessero svestire il loro abito. In questa clausola venivano compresi anche gli Ordini mendicanti, che il Governo voleva esclusi. Vivendo essi di elemosine e non potendosi loro confiscare i redditi, perchè nulla possedevano, non si voleva caricare lo Stato del peso non leggero delle loro pensioni, privandolo di un lucro sperato. Il Ministero intendeva che i Mendicanti fossero in diritto aboliti, ma in fatto abitassero in que' conventi ne' quali speciali decreti li avrebbero confinati: in quanto al vitto provvedessero da se stessi. Di mano in mano il demanio sarebbe entrato in possesso de' conventi rimasti vuoti.

                Il Parlamento invece voleva un'abolizione generale ed immediata, e quindi il 27 aprile a grande pluralità di suffragi approvava la proposta del Deputato Lusi. E il 28 il Ministro Vacca presentava un decreto reale che ritirava quel progetto di legge.

                Così avveravasi in modo non prevedibile ciò che D. Bosco aveva detto e rimaneva tempo ai Religiosi di pregare e di provvedere per quanto potevano al loro avvenire.

Riprendiamo la cronaca e le parlate di D. Bosco. [45]

 

17 febbraio.

 

                Un mio amico presentò al Sommo Pontefice una lettera che io gli aveva mandata, ed Egli, dopo averla letta, domandò al latore della stessa notizie di D. Bosco, dei suoi giovani, e dell'Oratorio, e si mostrò molto interessato per noi.

                Quindi mi spedì una lettera nella quale dopo aver benedetto a D. Bosco, benedice i miei figliuoli con queste parole:

                - Dica ai suoi giovani che io li benedico: ut crescant et multiplicentur ut stellae coeli; et ut novellae olivarum sedeant in circuitu mensae Domini.

                Il Papa Pio IX ci ha benedetti, e noi dobbiamo corrispondere alla sua benedizione, dobbiamo fare anche noi qualche cosa.

                E quale sarà quest'opera? La precisione nella levata. Voi mi direte: che relazione vi è tra la levata e la benedizione del Papa? Ve ne è moltissima ed io ve la fo tosto vedere. Il Papa vi ha benedetti, perchè desidera ardentemente chi vi facciate santi coll'acquisto di meriti innanzi al Signore. Ed opera meritoria è incominciare la giornata coll'obbedienza alla regola.

                In primo luogo vi è il merito di vincere la pigrizia e di fare così un'opera buona tanto accetta al Signore, come è quella della mortificazione. Poi vedete: io alla mattina scendo presto in Chiesa e non vi è ancora alcuno per confessarsi, e al secondo campanello capitano in sagrestia tutti coloro che si vogliono confessare. Come volete che nel poco tempo che corre dall'incominciamento della messa alla fine della meditazione possa ascoltare, come desidero con grande ardore, le confessioni di tutti coloro che vorrebbero da me confessarsi?

                Suonato il primo campanello vestitevi subito, dicendo qualche orazione giaculatoria, ed accomodato il letto scendete in Chiesa dove se vorrete potrete confessarvi; altrimenti potrete sempre indirizzare a Gesù Sacramentato un'affettuosa preghiera. E questo sarà tutto tempo guadagnato. Che se non volete venire in Chiesa, fermatevi a fianco del vostro letto e rivolgete una preghiera a S. Giuseppe, Sposo purissimo di Maria, acciocchè vi ottenga il dono della purità. Suonato il secondo campanello, scendete tosto in chiesa.

                Io vedo tante volte che la messa è già all'altare e un certo numero di giovani passa ancora dalla sagrestia, e credo che lo stesso accadrà dall'altra porticina; la messa arriva all'evangelio e continua ancora l'arrivo dei giovani; ed all'elevazione vi è ancora qualcuno che forma la retroguardia. Miei cari giovani, siate precisi nella levata; è troppa sfortuna perdere al mattino la S. Messa; siate diligenti nell'ascoltarla. Precisione adunque nella levata. Un'ora guadagnata al mattino è un tesoro per la sera: cioè a dire: è un'ora più di vita, un'ora più di studio, [46] un'ora più di meriti. Figliuoli miei! io conosco bene i giovani e so come vanno le cose perchè io vi leggo in mezzo del cuore. Due sono i fomenti, i mezzi principali, dei quali il demonio si serve per far commettere tanti peccati. Il primo si è quello di far fermare in letto un giovane alla levata, ovvero tentarlo a non alzarsi subito al mattino. Oggi lo induce a fermarsi in letto ancora cinque minuti, e domani dieci minuti dopo della levata è ancora in letto: dopo domani al suonare della seconda campana si alza in tutta furia e corre in chiesa cogli occhi ancor chiusi dal sonno, e come volete che costui preghi il Signore con fervore ed ottenga quelle grazie delle quali ha bisogno? Qui non è tutto; prenderà gusto a poltrire e finalmente col pretesto di una malattia, di un dolore, si fermerà in letto tutto il tempo della Messa: e così se ne starà a godere del caldo del letto e della sua poltroneria. Ei si crede solo; ma non è solo, sapete; è in compagnia. E sapete di chi? del demonio! Bella compagnia davvero! Il demonio gli è al fianco e fa le parti sue; e come bene. Se sapeste quanti peccati fa commettere ai giovani in questa maniera! Terminate le preghiere in chiesa, ei che sente i compagni ad uscire, si veste e corre frettoloso nello studio come un cagnolino, senza dir neppure le sue orazioni e siede al suo posto. Si mette a studiare, ma che cosa volete che faccia? È svogliato, ha la testa grave, la bocca impastata, quindi pensa a comprare una tazza di caffè e latte per ristorarsi, pensa ad accompagnare il pane con una fettina di salame, e perciò il suo lavoro o non lo fa e medita qualche pretesto per iscusarsi col maestro, o, se lo fa, lo fa a precipizio e male.

                Siate adunque precisi nella levata e ricordatevi che la Messa al mattino è cosa troppo preziosa da non lasciarsi senza motivo. Volevo ancora parlarvi della gola, ma tronco qui il mio discorso perchè vedo che sono stato troppo lungo.

 

19 febbraio.

 

                Il carnevale se ne è quasi andato, ed io spero che voi l'avrete passato bene. In molti collegi e in alcuni paesi vi è l'uso in questi giorni di fare il mese santificato in onore dei dolori di Maria SS., per compensare le offese che fanno al Signore tanti poveri peccatori. Noi, col suffragare le anime sante del Purgatorio, spero che avremo fatto il possibile per parte nostra, onde soddisfare la divina giustizia.

                Dopo Dio, il suo Vicario in terra. Si legge un fatto di Pio IX veramente straordinario, successo in questi giorni: ed io voglio che vi sia letto domani da questo luogo, acciocchè vi persuadiate di quale santità sia il Sommo Pontefice.

                Oggi incomincia anche il mese di S. Giuseppe e vorrei che ciascuno di voi lo facesse con divozione. Questo santo Sposo di Maria Vergine [47] ci otterrà moltissime grazie dal Signore se sapremo rendercelo amico. Io non voglio che facciate opere straordinarie, nè che digiuniate e neppure che vi asteniate dal mangiare qualche tozzo di pane; no: anzi è mio desiderio che nessuno faccia un'opera, per quanto possa essere santa, senza la licenza espressa del superiore. Ve lo dirò io il modo col quale voglio che onoriate S. Giuseppe. Nell'Oratorio vi sono molti poltroni. Non dico già che la maggior parte di voi siano poltroni, no; ma il numero dei poltroni è grande. L'immensa maggioranza so che è diligente ne' suoi doveri, ed anzi quando vi penso, me ne glorio e vo superbo d'aver nell'Oratorio tanti giovani così buoni e così pronti ad eseguire i loro doveri. Perciò dico a tutti voi di onorare questo santo coll'essere in tutto e per tutto esatti e diligenti nella scuola, nello studio, nella chiesa, nel refettorio, nella camerata; e coloro che non lo furono troppo pel passato, procurino di divenirlo per l'avvenire. Tanto più che S. Giuseppe è protettore di coloro che hanno da prendere gli esami: quindi raccomandatevi a lui, se volete far buoni esami e state sicuri che passerete bene. Ed anche quelli che sino a qui studiarono poco, facciano i loro sforzi per mettersi in ordine e coll'aiuto del santo Sposo di Maria Vergine spero che non faranno brutta figura. Quante volte questo santo invocato all'esame fece sì, che la votazione fosse migliore di quella che gli esaminati si meritavano, o che fossero interrogati su quelle materie che sapevano meglio, oppure che l'imbrogliato nelle risposte trovasse uno scioglimento soddisfacente alle domande e alle questioni fatte. Non vi dico già di fare il poltrone sperando che il santo vi aiuti, sibbene che vi pentiate d'averlo fatto finora e ricorrendo al Santo, stabiliate di essere più diligenti. Se lo volete, vi suggerisco una pratica di pietà in onore di S. Giuseppe. Recitate tutti i giorni di questo mese un Pater ed Ave: è poca cosa, ma vi arrecherà gran giovamento. Finisco coll'augurarvi una notte felice nella pace e nella benedizione del Signore.

 

24 febbraio.

 

                Io sono stato qualche giorno lontano da voi, miei cari giovani, e il mio più vivo desiderio si è di trovarmi sempre con voi e farvi tutto quel bene che posso, perchè io mi sono consacrato e sacrificato in tutto e per tutto al vostro vantaggio. Ma anche quando sono lontano da voi, lavoro per la casa e posso dire che ho fatto in questi giorni più lavoro essendo lontano, di quello che avrei fatto trovandomi nell'Oratorio. Io aveva molti affari da sbrigare, molte lettere da scrivere e come avrei potuto fare tutto questo con mille udienze e contrattempi che bisogna che subisca essendo in casa?

                Ma lontano da voi ho sempre pensato ai miei cari figliuoli; ho sempre pregato per loro. Vi siete voi ricordati di me? Avete pregato per me? [48] Qualcheduno sì. E gli altri? Ma là! facciamo la pace. Chi non ha pregato per D. Bosco, pregherà d'ora avanti; non è vero?

                lo adunque me ne andai a Cuneo ed abitai in questi giorni col Vescovo, il quale mi trattò magnificamente; e la prima sera, dopo aver ben mangiato e meglio bevuto (si ride!); venne l'ora di andare a dormire. Dopo la cena un buon letto fa piacere, non è vero? Io domandai al Vescovo licenza di fermarmi alla mattina del domani un po' di più in letto, ed il Vescovo mi soggiunse:

                - Sì, si, anzi voglio che non si alzi prima delle 8 ½.

                - Oh! ripresi io, mi fermerò solamente fino alle 6 ½; ne ho d 'avanzo per riposarmi.

                - Non voglio che si alzi a quell'ora; si alzerà alle 8.

                In ultimo fu concluso che alle 7 avrei potuto alzarmi. Andai a dormire. Erano le II. Subito presi sonno. Ma che volete! Incominciai a sognare, com'è il mio solito, e siccome la lingua batte dove il dente duole, sognai che mi trovava nell'Oratorio, in mezzo ai miei cari figliuoli.

                Mi pareva d'essere in mia camera seduto al tavolo, mentre i giovani faceano la ricreazione nel cortile. La ricreazione era animatissima anzi dirò clamorosa; gridavano, urlavano, saltavano, che era un finimondo. Io era contentissimo, perchè a me piace molto vedere i giovani in ricreazione e quando li vedo tutti occupati nel giuoco, son sicuro che il demonio ha un bel fare, ma non riesce a nulla. Mentre adunque io godeva degli schiamazzi dei giovani, all'improvviso si fa un mortale silenzio e non ne so comprendere la ragione. Mi alzo tutto spaventato dal tavolino per vedere la causa di questo improvviso silenzio, ed arrivato appena nell'anticamera, vedo entrare per la porta un mostro orribilmente brutto, il quale andava col muso basso e gli occhi fissi a terra. Sembrava che non si fosse accorto della mia presenza, ma camminava sempre diritto in posizione di una bestia feroce che è sempre in attitudine di assaltar qualcheduno. Tremai allora per i miei cari figliuoli e dalla finestra girai gli occhi nel cortile per guardare che fosse avvenuto di loro.

                Vidi tutto il cortile pieno di mostri simili al primo ma più piccoli. I miei giovani erano stati respinti lungo e rasente le mura e sotto i portici. Molti di essi erano stesi qua e là sul terreno e parevano morti.

                A quello spettacolo doloroso alzai un grido tale per lo spavento che mi svegliai. A quel grido si svegliarono i domestici del Vescovo, si svegliò il Vicario, si svegliò il Vescovo stesso, tutti spaventati a quel grido.

                Miei giovani, ai sogni in generale non si deve prestar fede alcuna, ma quando la loro spiegazione è morale, si può farvi sopra qualche riflessione. Io di tutte le cose ho sempre voluto cercare la spiegazione: perciò la cerco anche di questo sogno. Quel mostro pare che voglia [49] significare il demonio, il quale si muove continuamente per la nostra rovina. Dei giovani chi cade e chi fugge. Volete che io vi insegni a non temerlo e a resistere ai suoi assalti? Ascoltate! Non vi è cosa che il demonio tema di più che queste due pratiche:

                La Comunione ben fatta.

                2 ° Le visite frequenti al SS. Sacramento.

                Volete che il Signore vi faccia molte grazie? visitatelo sovente. Volete che ve ne faccia poche? visitatelo di rado. Volete che il demonio vi assalti? visitate di rado Gesù in Sacramento. Volete che fugga da voi? visitate sovente Gesù. Volete vincere il demonio? rifugiatevi sovente ai piedi di Gesù. Volete essere vinti? lasciate di visitare Gesù. Miei cari! La visita al Sacramento è un mezzo troppo necessario per vincere il demonio. Andate dunque sovente a visitare Gesù e il demonio non la vincerà contro di voi.

                Domani i chierici prenderanno l'esame, perciò io li esorto a farsi coraggio. Io, come son solito a fare sempre, applicherò domani la S. Messa a questo scopo, e spero che le cose andranno bene.

 

28 febbraio.

 

                Vi voglio dire due sole parole. Domani è il giorno delle Sacre Ceneri e domani avvicinatevi all'altare per riceverle sulle vostre fronti con raccoglimento e senza leggerezza. Non è una cerimonia istituita dalla Chiesa a caso, ma è una cerimonia che ci fa ricordare quello che siamo e quello che diventeremo. Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris. Quando in pena del suo peccato Adamo venne scacciato dal Paradiso terrestre, il Signore nella sua infinita bontà volle dargli un ricordo che gli servisse di regola e di freno in tutto il tempo della sua vita: “Ricordati, o uomo, che sei polvere ed in polvere tornerai”. Miei cari figliuoli, ricordatevi questa gran massima che vi farà tanto bene se ci pensate sovente. Pulvis et cinis es: si legge nelle Sante Scritture. E in un altro luogo delle sacre pagine: Operimentum tuum erunt vermes. Tutto il nostro corpo dopo la morte sarà ricoperto di vermi. A che serve adunque azzimarci ora i capelli, farli tagliare in simmetria per comparire leggiadri, farci la spartita, dividerla con cura, se verrà un giorno nel quale saremo pastura dei vermi? E non è questo il solo ricordo che ci dà la Chiesa colla cerimonia di domani. Il corpo, il giorno della nostra morte, ritornerà polvere; e dell'anima nostra che cosa sarà? Essa si presenterà al Signore e, secondo le nostre, opere o buone o malvagie, le sarà aggiudicata un'eternità o felice o infelice. Miei cari figliuoli, procurate che allorquando il vostro corpo sarà divenuto cenere, l'anima vostra sia in cielo eternamente beata, acciocchè non abbiate a piangere eternamente. Attenti che il vostro corpo non sia cagione della vostra perdizione! [50]

                Con questi ammonimenti D. Bosco aveva anche dato ai giovani la notizia di un favore esimio concessogli dal Pontefice, chiesto da lui con una supplica presentata da D. Emiliano Manacorda.

 

                Il Sacerdote Giovanni Bosco da Castelnuovo d'Asti domiciliato in Torino, Direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, nel desiderio di promuovere ognora più nei giovinetti dalla Divina Provvidenza a lui affidati lo spirito di pietà e divozione, umilmente prostrato ai piedi di Vostra Santità, supplica che gli venga rinnovata la facoltà di celebrare le tre Messe nella notte precedente al SS. Natale ed il privilegio di potersi in essa comunicare per coloro che vi assisteranno, sì come da più anni si pratica. Supplica in pari tempo a voler estendere la medesima facoltà, e privilegio a due altre case sussidiarie da alcuni anni per sua cura aperte, una in Mirabello Diocesi di Casale Monferrato, l'altra in Lanzo paese di questa medesima Diocesi Torinese. Riconoscente bacia colla più profonda riverenza il Santo Piede, nell'atto che caldamente implora l'Apostolica Benedizione.

                Che della grazia.

L'umile supplicante.

 

                Supplici Manacorda ad triennium commissum fuit pro gratia, vivae vocis oraculo, die 21 Februarii

 

                Ma un pensiero che preoccupava D. Bosco con viva insistenza era quello di ottenere dalla Santa Sede la facoltà di concedere le dimissorie ai suoi chierici per le Sacre Ordinazioni. Egli prevedeva i gravi disturbi che altrimenti avrebbe dovuto incontrare per molti anni, causa le renitenze di qualche Ordinario, e le defezioni di alcuni chierici i quali non avrebbero pazientate dilazioni nella loro carriera.

                A Roma D. Emiliano Manacorda, conoscendo i desiderii di D. Bosco, volle tentare di appagarli. Avea saputo che ad alcune Congregazioni di voti semplici era stata concessa la facoltà delle dimissorie; e consultato qualche teologo valente, sulla possibilità di veder esaudita una sua domanda, inviò a S. Em.za Rev.ma il Card. Quaglia una supplica scritta tutta di sua mano, ma col nome di D. Bosco. [51]

 

                               Eminenza Ill.ma e Rev.ma,

 

                Il Sac. Gio. Bosco dell'Archidiocesi di Torino, già da questa Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari con decreto del 23 luglio 1864 creato Superiore generale e ad vitam e ad instar Ordinarii della nuova Congregazione dal medesimo fondata sotto il titolo di S. Francesco di Sales, trovando gravi difficoltà nel dover ricorrere a Roma per ogni ordinazione dei Chierici aggregati, supplica l'Eminenza V. Ill.ma e Rev.ma a voler concedergli la facoltà di poter dare ai prelodati Chierici le rispettive ed occorrenti dimissorie e ciò per maggiore sicurtà del supplicante, sul dubbio che detta facoltà non sia implicita nel mentovato Decreto, che lo costituisce Superiore ad instar Ordinarii.

                Fiducioso che la Em.za V. Ill.ma e Rev.ma sarà per aderire benignamente all'umile domanda, si protesta con profonda venerazione della Em.za V. Ill.ma e Rev.ma

                Torino, 28 febbraio 1865,

Um.mo Servo

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                La risposta scritta sul rovescio della suddetta supplica col bollo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, venne inviata direttamente a D. Bosco. Essa diceva:

 

                Die 20 Martii 1865. Non expedire, et sciat Orator Institutum subjici jurisdictioni Ordinariorum ad formam SS.rum Canonum et Apostolicarum Constitutionum, iuxta decretum diei 23 julii 1864] Pare che a D. Manacorda, il quale aveva inoltrata la supplica, non venisse fatto cenno dell'esito della medesima, poichè il 22 marzo in una affettuosissima lettera egli scriveva a D. Bosco: - Nella settimana ventura forse le spedirò la facoltà delle dimissorie.

                Con tutto ciò il 15 aprile il suddiacono Giuseppe Lazzero veniva promosso al diaconato a Susa, dal Vescovo Monsignore Odone.

 

 


CAPO V. Sogno: un'aquila: un giovane indicato pel Paradiso: preghiera esaudita - Il giovanetto Savio, infermo, ritorna al suo paese -Parlata di D. Bosco: La quaresima: l'alunno del quale fu annunziata la morte non è Savio: trasgressione di certe regole: far buone Confessioni e Comunioni ricavandone frutto: Pensare seriamente alla vocazione: pregare per chi deve morire: la lettera iniziale del suo nome - D. Bosco svela ad un confidente il suo segreto - Malattia del giovane Ferraris: rassegnazione cristiana della madre - Compimento della predizione -Parlata: morte santa di Ferraris: D. Bosco non vorrebbe far più certi annunzi perchè spaventano alcuni alunni: motivi di certi suoi avvisi - Letture Cattoliche: i fascicoli dei mesi di marzo, aprile e maggio - La ricognizione del corpo della Ven. Maria degli Angioli.

 

                Il I° febbraio D. Bosco aveva annunziato che un giovane forse sarebbe morto prima che si facesse in questo mese l'apparecchio alla morte: e che se fosse arrivato a farlo ancora una volta,  quello sarebbe stato il massimo del tempo a lui concesso di vita.

                Questo annunzio era effetto di un sogno. Una notte parve a D. Bosco, mentre dormiva, di entrare in cortile e trovarsi in mezzo ai suoi giovani che si ricreavano. Al fianco aveva la solita guida che lo aveva accompagnato negli altri sogni precedenti, quando ad un tratto apparve in aria un'aquila maestosa di bellissime forme, la quale andava roteando e [53] abbassandosi a poco a poco sopra i giovani. D. Bosco guardavala meravigliato e la guida gli disse:

                - Vedi quell'aquila? Vuol ghermire uno de' tuoi giovani!

                - E chi sarà? chiese D. Bosco.

                - Osserva bene: quello sul capo del quale andrà a fermarsi l'aquila.

                D. Bosco con tanto d'occhi stava fissando il volatile, il quale, fatti ancora alcuni giri andò a posarsi sul giovane tredicenne Antonio Ferraris di Castellazzo Bormida. D. Bosco lo riconobbe perfettamente e si svegliò. Non appena svegliato per assicurarsi ch'era desto si mise a battere le mani; e intanto rifletteva su quello che aveva visto e fece anche una preghiera:

                - Signore, se questo veramente non è sogno, ma una realtà, quando dovrà verificarsi?

                Si addormentò nuovamente ed ecco in sogno riapparire lo stesso personaggio, la guida, il quale gli dice:

                - Il giovane Ferraris che deve morire non farà più due volte l'esercizio della buona morte.

                E disparve. Allora D. Bosco si persuase che quello non era un sogno, ma una realtà, ed è perciò che aveva dato quell'annunzio ai giovani.

                Ferraris in quel tempo stava bene.

                D. Bosco intanto rinnovava la memoria della sua predizione. Era stato accompagnato presso i suoi il primo giorno di marzo un giovanetto tredicenne di nome Giambattista Savio, nativo di Cambiano, come si legge nel libro mastro dell'Oratorio. Il piccolo artigiano era affetto da malattia grave e si era sparsa la voce che egli fosse colui del quale il Servo di Dio aveva predetta la fine.

                Ma D. Bosco contraddiceva a quell'opinione, parlando la sera del 3 marzo, venerdì. [54]

 

3 marzo.

 

                Stassera io voglio parlarvi di cose di politica; ma non già di politica esterna, sibbene di politica interna, delle nostre cose, delle cose della casa. Primieramente la quaresima è già incominciata e bisogna santificarla colle buone opere. Coloro che sono obbligati al digiuno, sanno già quel che debbono fare senza che io lo dica loro; ma gli altri non avranno a far niente? Anche essi devono fare qualche opera buona e non potendo digiunare suppliscano con altro. Io vi darò un mezzo per santificare questi giorni: la confessione e la comunione frequente per ottenere da Dio tutte le grazie delle quali si ha di bisogno. Fra tutto l'anno questi sono i giorni accettevoli: sunt dies acceptabiles, dies salutis.

                Io vi ho già annunziato che uno di noi deve morire. Voi mi direte: - Quel tale di cui ci parlò, non sarebbe forse il piccolo Savio? Io vi rispondo schiettamente di no. Chi è dunque? Lo sa solamente il Signore. Costui è in mezzo a voi, costui ha sentito il mio avviso e spero che avrà fatto bene il suo ultimo esercizio della buona morte.

                State dunque tutti preparati! E senza che ve lo dica io, lo avea già detto 19 secoli fa il nostro Divin Redentore: Estote parati, chè la morte verrà come un ladro quando meno noi ce la aspettiamo. Io vi replico questi avvisi, perchè da qualche tempo si sono introdotti nella casa alcuni disordini che vanno tolti. Si dicono bugie con tutta facilità senza alcun scrupolo e ad ogni occasione; si cercano tutti i pretesti per uscir di chiesa in tempo delle sacre funzioni e chi girasse per la casa troverebbe sempre alcuni che se ne stanno ciarlando; e col pretesto del teatro o di altre commissioni avute, si trova la scusa bell'e pronta per chiudere la bocca a chi ha l'incarico di sorvegliare. Anche in tempo di studio si cerca di assentarsi e col pretesto di andarsi a confessare si va girovagando per la casa. Però sono contento della massima parte di voi che si diporta veramente bene; le accennate mancanze si fanno da pochi, ma si fanno. In refettorio si caccia la minestra ed il pane per terra o sopra i vostri compagni, ed alcune volte scherzando (cosa che non si può tollerare) sopra chi ha l'incarico d'invigilarvi. Non si facciano più adunque simili mancanze e pel futuro si procuri di far meglio.

                lo vi raccomando di confessarvi e comunicarvi frequentemente. Ma intendiamoci! Piuttosto che fare confessioni cattive è meglio che non vi confessiate. Sarà una confessione di meno, ma anche un sacrilegio di meno. Vi sono alcuni che si confessano e tacciono qualche peccato. Costoro non si confessino. Essi mi diranno: “Ma dunque non ci dovremo più confessare?”Piuttosto che fare un sacrilegio, no di sicuro. È meglio che stiate come siete, piuttostochè aggiungere peccati [55] a peccati. - Ma dunque che cosa dovremo fare? - Rimediate a tutte le confessioni mal fatte, rimediatevi prontamente, che se per il peccato le anime vostre saranno più rosse dello scarlatto, per la penitenza dealbabuntur ut nix: diverranno più bianche della neve.

                Anche le comunioni fatele come si deve. Si vedono alcuni che hanno il coraggio di accostarsi alla santa comunione e poi non pensano punto a correggersi dei loro difetti; non temono di perdere lunghe ore in ciarle fuggendo dallo studio; fanno la comunione al mattino, e nel giorno tengono poi discorsi sconvenienti coi compagni; mormorano di questo e di quello, dei superiori e dei condiscepoli; sono in camerata la croce dell'assistente, ecc. ecc. Come si potrà dire che costoro abbiano fatte delle comunioni veramente buone? Ex fructibus eorum cognoscetis eos. Che se tali sono i frutti, che cosa potremo argomentare dell'albero che li produce? Come saranno quelle comunioni che non producono alcun miglioramento? - Ma direte voi, come avremo da fare? Ecco! procurate per quanto è in voi di far vedere che sapete trar frutto dai Sacramenti. Lo so che non si può in un momento diventar perfetti e che a poco a poco e con istento si vincono i difetti nostri. Però, mettetevi almeno con impegno a sradicarli, fate vedere che qualche miglioramento si va effettuando in voi, date prova della vostra buona volontà coll'adempimento dei vostri doveri e colla diligenza in tutto.

                In ultimo darò un avviso a coloro che in quest'anno sono per compiere il loro studio di latinità: Fratres, satagite ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis. Esaminate in questo tempo quaresimale qual sia lo stato al quale vi chiama il Signore. Cercate colle vostre buone opere di domandare alla Divina Maestà che vi indichi qual sia la strada per la quale dovete camminare. Alcuni di voi mi dicono: - Noi non ci vogliamo far preti. -Va bene; ma vorrete essere buoni secolari, vorrete anche da secolari guadagnarvi il paradiso; pregate adunque il Signore, per non sbagliare la strada anche essendo secolari. - Ora non ci vogliam pensare; ci penseremo poi. - E quando ci vorrete pensare? Quando non sarete più a tempo? Perciò preghiamo, facciamo delle buone comunioni, miei cari figliuoli. Preghiamo sovratutto per colui che ha da morire avanti che si faccia l'altro esercizio della buona morte. Se fossi io colui che ha da morire? Pregate anche per me, che anch'io pregherò per quello fra di voi che il Signore ha destinato di chiamare a sè.

 

                Il giorno dopo interrogato privatamente, soggiunse:

                - Il cognome del primo che deve partire per l'eternità ha per iniziale la lettera F.

                Si noti che circa trenta alunni portavano il cognome con questa iniziale, e in casa tutti i giovani stavano bene di salute. [56]

                In quel frattempo trovavasi Giovanni Bisio nella camera di D. Bosco, e questi gli disse:

                - Mi dispiace che il Signore mi prenda sempre i giovani più buoni.

                - È dunque qualcuno di questi che deve morire? gli domandò Bisio in confidenza.

                - Sì, è il giovane che si chiama Antonio Ferraris. Sono però tranquillo, perchè è molto virtuoso ed è preparato.

                Bisio gli domandò come avesse potuto conoscere quel mistero; e D. Bosco gli raccontò il sogno con tutta semplicità, senza accennare menomamente che fosse un dono sovrannaturale: e in fine gli soggiunse:

                - Tu però sta'attento; e mi avvertirai perchè possa andare ad assisterlo negli ultimi giorni della sua malattia.

                Intanto il Ferraris incominciava a provare un malessere che lo costringeva a recarsi a quando a quando in infermeria. Da principio parve che il suo incommodo fosse una cosa leggera, ma non tardò a manifestarsi la gravità della malattia. Allora Don Bosco recavasi al suo letto col dott. Gribaudo, il quale riconobbe in pericolo la vita dell'infermo. Questi invece pareva avesse dimenticato il sogno fatto nell'anno antecedente e da noi esposto nel 7° volume.

                D. Bosco ascoltò senza dar segno di commozione quella sentenza ed affettuosamente ispirò coraggio al caro alunno come se nulla sapesse del suo avvenire; e col tornare sovente a visitarlo recavagli una grande consolazione.

                La madre era venuta all'Oratorio, mentre lo stato del figlio non appariva troppo allarmante. Dopo averlo assistito per qualche giorno, ella che stimava D. Bosco un santo, disse a Bisio prendendolo a parte:

                - D. Bosco che cosa ne dice di mio figlio? Morrà o vivrà?

                - Perchè mi fa questa domanda? rispose Bisio.

                - Per sapere se debbo fermarmi, oppure ritornare a casa mia. [57]

                - E quale sarebbe la disposizione dell'animo suo?

                - Sono madre, e naturalmente desidero che mio figlio guarisca. Del resto faccia il Signore ciò che crede pel suo meglio.

                - E le sembra di essere rassegnata alla volontà di Dio?

                - Ciò che farà il Signore, sarà ben fatto.

                - E se suo figlio morisse?

                - Pazienza! che cosa farci?

                Bisio, vedendo quella disposizione di animo generoso, esitò alquanto, poi le disse:

                - Allora si fermi: D. Bosco assicura che suo figlio è un bravo giovane ed è ben preparato.

                Quella madre cristiana intese, versò alcune lagrime senza uscire in smanie, e come ebbe dato quel primo sfogo al suo dolore:

                - Se è così, soggiunse, mi fermo.

                Bisio le aveva detto di fermarsi, perchè, facendo il calcolo dal giorno per cui era fissato l'esercizio della Buona Morte, secondo la profezia di D. Bosco non restavano al figlio più di cinque o sei giorni di vita.

                Ferraris Antonio moriva il giovedì 16 marzo nel mattino. Aveva ricevuti tutti i conforti della religione. Stava per entrare in agonia quand'ecco apparire in infermeria D. Bosco che avvicinatosi al suo letto gli suggerisce giaculatorie, gli dà l'ultima assoluzione e gli raccomanda l'anima.

                Questa morte avvenne prima che fosse compiuto il secondo esercizio della Buona Morte.

                Giovanni Bisio, che espose con giuramento la parte che ebbe in questo fatto, conclude il suo racconto: “D. Bosco ci narrò molti altri sogni sulle morti future di giovani dell'Oratorio, che noi tenevamo quali profezie e tali li riteniamo ancora attualmente, essendosi sempre avverate appuntino. In sette anni ch'io fui all'Oratorio non morì mai alcun giovane senza che egli l'avesse predetto. Eravamo pure persuasi [58] che chi moriva nell'Oratorio, sotto la sorveglianza ed assistenza di lui doveva andare in paradiso.”

                D. Bosco la sera stessa del 16 marzo così parlava ai giovani:

 

                Io vi veggo tutti ansiosi per conoscere da me quali fossero gli ultimi istanti del nostro Ferraris e son qui per appagare il vostro giusto desiderio. Egli morì rassegnato; nella sua breve malattia sofferse molto, ma con grande serenità. Quando entrò nell'Oratorio mi disse: - D. Bosco, io son pronto a fare in tutto la sua volontà; io l'obbedirò in tutto; se vedrà che io manco, mi avvisi, mi castighi e vedrà che mi emenderò. -- Io gli promisi che avrei fatto tutto ciò che avrei potuto per il benessere dell'anima sua e del suo corpo. Molte volte mi replicò questa preghiera, e tutte le volte che dovetti avvisarlo si corresse subitamente. Egli non avea, si può dire, volontà; tanto era obbediente. Il suo professore mi disse che nella scuola era tra i primi per diligenza e studio. Quando si ammalò, io andai tosto a visitarlo avendo il medico riconosciuto subito la gravità del male. Gli domandai se il giorno di S. Tommaso voleva fare la Comunione. Ei mi rispose:

                - Ho da vestirmi e andare in chiesa cogli altri? Son troppo debole.

                - A questo si rimedia; Gesù in Sacramento ti verrà portato in camera. Sei contento?

                - Allora va bene!

                lo gli domandai: - Hai niente che ti turbi la coscienza? Avresti qualche cosa da dirmi? - Ei ci pensò alquanto e poi mi rispose: - Non ho niente! -

                Che bella risposta! Un giovane che si avvicinava alla morte, che sapeva di dover morire, risponde: -Non ho niente! - con tutta la tranquillità e serenità di mente.

                Gli ridomandai:

                - Dimmi, vai volentieri in paradiso?

                - Sicuro, mi rispose, così vedrò una volta a faccia a faccia, come è il Signore, del quale ho sentito dir tante e magnifiche cose; e capirò com'è fatta l'anima mia.

                Un'altra volta gli chiesi:

                - Vuoi niente da me?

                - Una cosa sola: che mi aiuti ad andare in paradiso.

                - Sì! ma non mi domandi altro?

                - Aiuti anche tutti i miei compagni a guadagnare il cielo. - Gli promisi che avrei fatto il possibile. Stamane egli era molto aggravato, e non poteva più parlare; il catarro lo soffocava.

                Dopo aver io detto a Rossi che appena l'infermo accennasse di [59] andar in agonia mi avvisasse, mi incamminai per uscire. Egli aveva gli occhi chiusi, era abbattuto di forze, ma aveva fatto appena un passo che egli aperse gli occhi e si diede a dimenare le braccia e il corpo, gittando grida soffocate: -Ah! ah! ah! - Ritornai indietro, gli domandai che cosa volesse; e si sforzò a dire che voleva morire avendomi al suo fianco. Gli risposi che si quietasse, che andavo in camera per accomodare alcune carte e che sarei tornato, appena fossi avvisato esser vicino l'ultimo suo momento. Andai in camera, e, dopo aver lavorato alquanto, si venne a dirmi che l'ammalato peggiorava ogni momento più. Andai tosto e vidi che era aggravatissimo, ma non stimai sì imminente la morte. Quindi mi mossi per ritornare in camera. L'ammalato aperse di nuovo gli occhi mettendo lo stesso grido: - Ah! ah! ah! - Il poverino tutte le volte che mi allontanava, se ne accorgeva. Dopo pochi istanti venne di nuovo Rossi a chiamarmi. Corsi: infatti era in agonia, più non respirava, ma il suo polso batteva ancora. Dopo qualche minuto con un sospiro rese l'anima al Signore.

                Ferraris aveva preso una costipazione, la quale unita a riscaldamento in breve tempo lo trasse alla tomba. Egli morì tranquillissimo. Sofferse molti dolori con vera rassegnazione, senza un lamento. La morte non gli faceva paura: non avea niente che lo rimordesse. Ciascun di noi, miei cari figliuoli, vorrebbe trovarsi al posto di Ferraris. Io son persuaso che egli andò diritto in paradiso e volentieri cambierei il mio posto col suo. Tuttavia domani si dirà il rosario da morto pel riposo della sua anima. Quei della sua scuola domani sera accompagneranno il suo corpo alla parrocchia.

                Finisco con un avvertimento. Quando io verrò qui ad annunziarvi che un altro ha da morire, per carità datemi sulla voce, essendovi qui alcuni che restano troppo spaventati a questi annunzi, e scrivono ai loro parenti che li tolgano dall'Oratorio, perchè D. Bosco annunzia sempre che qualcuno ha da morire... Ma ditemi: se io non lo avessi annunziato, Ferraris si sarebbe preparato così bene a presentarsi al tribunale di Dio? Egli, è vero, era un buon figliuolo, ma in quel punto chi può dirsi assolutamente preparato a subire il rigoroso giudizio che darà il Signore? Ferraris fu ben fortunato per essere stato avvisato. Da qui avanti non dirò dunque più nulla; non avviserò più. (Molle voci: No! no! dica! dica!) Ma a coloro che hanno tanta paura della morte io dico: - Figliuoli miei, fate il vostro dovere, non tenete discorsi cattivi; frequentate i Sacramenti, non solleticate la gola e la morte non vi farà paura.

 

                Quando annunziò la morte di Ferraris, D. Bosco aveva detto: “Più di uno, anzi molti, avanti che passi gran tempo sa [60] ranno nella tomba”. Chi rilegge il contesto di quel discorso, subito si avvede che le parole di D. Bosco avevano un significato molto generico basato sulla brevità della vita; tuttavia, come consta dal Necrologio e da' registri parrocchiali, altri dell'Oratorio passarono all'eternità in quest'anno, come vedremo.

                Mentre istruiva colla voce gli alunni, colle Letture Cattoliche continuava la sua missione nei popoli. Per marzo ed aprile uscivano le Memorie storiche del Teol. Giovanni Ignazio Vola sacerdote Torinese. Erano scritte dal Canonico Lorenzo Gastaldi con tanta unzione da servire come un vieni meco del clero in generale e specialmente di quello che andava crescendo trepida speranza della Chiesa. Il Teologo Vola, morto il 6 febbraio 1858 in età di 61 anno, modello dei sacerdoti, era stato grande amico di D. Bosco e dell'Oratorio.

                Per maggio si doveva pubblicare la Storia dell'Inquisizione ed alcuni errori alla medesima falsamente imputati, pel sacerdote Pietro Boccalandro Rettore di S. Marco in Genova; ove si fa cenno delle orribili e sanguinose inquisizioni de' Protestanti calunniatori contro i Cattolici.

                Al fascicolo sono aggiunte alcune appendici delle quali abbiamo le bozze corrette da D. Bosco e qualche periodo della sua penna. È uno sfogo della sua divozione ardente per Maria.

                La prima appendice è un bel raccontino col titolo: Maria provvidenza e soccorso di chi la prega. Egli lo conclude così: “Lettore, ovunque tu sia, qualunque cosa tu faccia, tu puoi con una preghiera ricorrere alla Santa Vergine Maria. Ma ricorri con fede, che Ella è una madre pietosa la quale vuole e può beneficare i suoi figliuoli. Pregala di cuore, pregala con perseveranza, e sta' sicuro che Ella sarà anche per te una vera provvidenza, un pronto soccorso nei tuoi bisogni spirituali e temporali”.

                La seconda appendice, col titolo Varietà, comprende cinque [61] esempi della protezione di Maria invocata ed ottenuta. Il quinto esempio descrive l'apparizione di Maria SS. a S. Stanislao Kostka infermo, allorchè gli fece espresso comando di entrare nella Compagnia di Gesù. D. Bosco vi aggiunge di sua mano: “Cristiani, che amate di essere cari a Maria, pregatela di cuore che vi ottenga questa bella grazia di consacrarvi totalmente a Dio. Ditele che Ella così vi tolga dai grandi pericoli del mondo; che vi faccia, poichè Ella può tutto, di questi comandi che fece a Stanislao, e voi prontissimi l'obbedirete. Questa grazia di essere chiamato allo stato religioso richiedeva sempre fin da fanciullo il venerabile padre Carlo Giacinto a Maria, e la ottenne”.

                Intanto D. Bosco occupavasi anche nello scrivere la vita della venerabile Serva di Dio, Maria degli Angeli, Torinese, monaca professa dell'Istituto delle Carmelitane Scalze. Il 14 maggio di quell'anno era deciso che nella Basilica Vaticana, co' riti consueti, avesse luogo la solennità della beatificazione di questa Venerabile suora: perciò in Torino si doveva procedere dai delegati della Santa Chiesa all'ultima ricognizione di quel sacro corpo. Nel 1802, per ordine dell'Arcivescovo, dal monastero di Santa Cristina, chiuso e ridotto da Napoleone I ad uso profano, era stato trasferito nella chiesa di S. Teresa e quivi collocato nel coretto a destra dell'altar maggiore. Di qui adunque fu estratto il 14 marzo del 1865. Fatti i dovuti esami, e trovata ogni cosa in perfetto accordo colle antiche memorie, dalle autorità ecclesiastiche e civili fu nuovamente riconosciuto essere quello il vero corpo della Venerabile. Assistettero a quella divota funzione il Vescovo di Cuneo, il Vicario Capitolare della Diocesi e molte altre ragguardevoli persone ecclesiastiche e secolari. Vi era pure D. Bosco invitato a servire da testimonio, e con lui il Conte Cays e il Barone Bianco di Barbania. All'aprirsi della cassa si sparse all'intorno un odore soavissimo che durò qualche tempo.

 

 


CAPO VI. Gran parte delle chiese d'Italia Prive dei loro Vescovi - Don Bosco desidera trovar rimedio a tanti danni - Lettera di Pio IX a Vittorio Emanuele per provvedere alle diocesi - Risoluzioni concilianti del Ministero Italiano - Don Bosco e il Ministro Lanza - Si chiede a D. Bosco come possa dar pane a tanti giovani - Missione dell'Avv. Vegezzi a Roma - Tumulti settarii per impedire ogni accordo col Papa - Il Ministero rompe le trattative - Fatti e progetti a danno della Chiesa.

 

                A questo punto delle nostre Memorie dobbiamo necessariamente illustrare un fatto che servirà d'introduzione a un'epoca fra le più gloriose della vita di D. Bosco.

                In tutta l'Italia cento otto sedi Vescovili erano vacanti, nel tempo che maggiore diveniva il bisogno di guida e di conforto ai fedeli. Quarantacinque Vescovi erano stati mandati in esilio; a diciasette eletti dal Papa il Governo non aveva permesso di entrare nelle loro Diocesi: delle altre sedi erano morti i titolari. Negli antichi stati del Piemonte, diciotto Vescovi, chi per l'età avanzata, chi perchè logoro dalle fatiche e dalle pene, erano scesi nella tomba senza che fosse dato loro un successore.

                I ministri del Regno non se ne prendevano pensieri, perchè stava ne' loro disegni il ridurre il numero delle diocesi; e al Papa non era possibile provvedere, finchè durava l'asprezza [63] nelle relazioni tra la Chiesa e il Governo. Erano passati pochi mesi dalla pubblicazione del Sillabo, che aveva fatto andare sulle furie i settarii di tutto il mondo.

                D. Bosco gemeva vedendo le cose religiose volgere in così misero stato; e dopo aver molto pregato e fatto pregare da' suoi alunni, preso consiglio da persone autorevoli, deliberò di iniziare pratiche presso gli uomini del Governo per indurli a por fine ad una condizione di cose, cotanto pregiudizievoli alla Chiesa e alla stessa civile società. Egli non riputava impossibili a superarsi gli ostacoli posti dai faziosi. Avevano detto le mille volte di volere che la Chiesa fosse libera e di essere contenti che il Papa si occupasse dei negozii strettamente religiosi ed ecclesiastici, esclusa ogni questione territoriale. Non era dunque il caso di appellarsi alla lealtà delle loro proteste?

                D'altra parte non tutti gli uomini di Stato erano mossi da odio contro la Chiesa, ma venivano strascinati dalla rivoluzione, benchè ripugnanti. Gli uni per una politica, nota a D. Bosco perfettamente propendevano a mostrarsi arrendevoli in certe proposte parziali a vantaggio della Chiesa, altri con qualche concessione si sforzavano di attutire i rimorsi della loro coscienza col lusingarsi di aver fatto anche un po' di bene; ve n'erano poi di quelli i quali per motivi personali, per riguardi verso famiglie di grande importanza, professavano opinioni moderate.

                D. Bosco li aveva già avvicinati, colla solita sua prudenza, per affari dell'Oratorio, per sfatare certe accuse che i maligni avevan mosse contro certi Vescovi, per togliere impedimenti a qualche collazione di benefici, o per ottenere una sovvenzione o una dotazione a qualche parrocchia.

                Non è quindi a stupire che si accingesse a perorare la causa delle diocesi italiane, e che, a più riprese, per circa dieci anni perseverasse in questa nobilissima difesa. Aveva incominciato, col mezzo di alcune sue alte attinenze ad investigare le disposizioni [64] di animo di alcuni ministri, dopo di aver chiesto in cosa di tanta importanza l'approvazione del Sommo Pontefice. Da qualche tempo uno scambio di lettere avveniva tra lui e Pio IX, come consta dalle nostre Memorie del mese di febbraio 1865, delle quali però non si conobbe il contenuto. Il Venerabile stesso deve averle distrutte. D. Emiliano Manacorda fu il fidato intermediario di questa corrispondenza.

                Intanto il Re Vittorio Emanuele era stato avvisato che il Papa gli avrebbe scritto una lettera.

                Pio IX infatti, guardando solo al bene delle anime, di propria iniziativa aveva deliberato di porgere ai nemici della Chiesa Cattolica un'occasione opportuna di corrispondere agli inviti della grazia divina. Il 6 marzo scriveva una lettera al Re, piena di benevoli espressioni, nella quale lo pregava di tergere almeno qualche lagrima alla travagliata Chiesa in Italia, venendo seco lui ad intelligenze per provvedere ai Vescovati; e gli proponeva di mandare a Roma una persona laica di sua confidenza, per trattare sul modo di porre un termine a quelle vacanze.

                La lettera, perchè non fosse intercettata da chi poteva averne l'interesse, fu consegnata al commendatore Adorno, di Firenze, il quale la presentò al Re. Questi, a cui erano stati sempre incresciosi i dissidii col Papa, accolse con piacere l'invito e disse all'Adorno:

                - Sono sette mesi che aspettavo questa lettera del Papa!

                E rispose dal palazzo Pitti al Pontefice, con dichiarazioni di ossequio, promettendogli di spedire a Roma un inviato per entrare in trattative.

                La proposta del Papa fu tosto trasmessa al Ministero e questo si dimostrò propenso a secondarla, senza però assumere impegni che fossero per sconcertare i disegni politici di un'Italia una e indipendente.

                Si formularono quindi le seguenti istruzioni per chi sarebbe stato inviato a Roma: [65]

                1°Ammesso in generale il ritorno dei Vescovi assenti, con restrizioni ed eccezioni riconosciute di comune accordo opportune.

                2° Ammesso il riconoscimento de' Vescovi preconizzati, salve eccezioni che per considerazioni speciali la Santa Sede non escludeva interamente.

                3° Le nomine ai Vescovati, sprovvisti di titolari, limitate alle sedi episcopali che dovrebbero essere conservate in una revisione ulteriore delle circoscrizioni diocesane.

                4° Le prerogative regie dell'exequatur e del giuramento, attualmente mantenute senza distinzione per tutti i nuovi Vescovi, ma applicate in forme che non possano nè eccitare le suscettibilità legittime della Corte di Roma, nè implicare questioni politiche.

                Fra quelli che si mostravano più inclinati a far sì che le pratiche avessero un esito conforme al desiderio del Santo Padre, era Lanza, ministro per gli affari interni. Questi avrebbe voluto che nella nomina dei Vescovi si accordassero alla Santa Sede tutte quelle maggiori larghezze che non fossero pericolose alla sicurezza dello Stato; e che il principio di “libera Chiesa in libero Stato” incominciasse a passare allo stadio dei fatti. Insisteva che alla libertà più ampia s'informassero tutti gli atti del Governo; e desiderava che l'Italia, anche nelle materie religiose, abbandonasse le restrizioni d'altri tempi, lasciando la maggior libertà possibile d'esplicazione a tutte le religioni, e anche alla Cattolica[2].

                Sotto l'aspetto pratico poi, il Lanza, come altri ministri, partiva dal concetto che la “Convenzione di settembre”, riservando soltanto i casi eccezionali, obbligava il Governo Italiano a rinunziare ai mezzi violenti per acquistarsi Roma. Sperava che con quelle concessioni si sarebbe aperta la via ad altri accordi col Papa, specialmente in materie commerciali, [66] e si sarebbe giunti ad accomunare talmente gli interessi del piccolo Stato Pontificio con quelli della rimanente Italia, da riuscire a sostituire in tutto l'influenza di questa a quella dì potenze straniere, e a raggiungere le scioglimento della questione romana, sopra il terreno pacifico della conciliazione e della libertà della Chiesa.

                D. Bosco non divideva certamente le idee di questi signori, ma più volte parlando della nomina dei Vescovi (e noi l'abbiamo udito) sosteneva essere di interesse del Governo, di mostrarsi leale nell'osservanza della “Convenzione di settembre”, dar prova all'Europa delle sue benevoli disposizioni verso gli interessi spirituali della Chiesa, e contentare le popolazioni facendo sicuro assegnamento sul loro buon senso, il quale non avrebbe permesse dimostrazioni imbarazzanti. Ciò D. Bosco aveva ripetuto e dimostrato in certi convegni frequentati anche da uomini politici. Ed ecco giungergli il seguente invito da parte del Ministro Lanza:

 

                Ministero dell'Interno.

Torino, 17 marzo, 65.

 

                Il sottoscritto, d'ordine del Ministro, avrebbe d'uopo di conferire colla S. V. Rev. ed Onorevolissima.

                Se così le piace, potrebbe venire da me in ora di ufficio a suo piacimento.

                Di V. S.

Dev.mo Servo

VEGLIO.

 

                Il Servo di Dio non mancò di recarsi al Ministero e tornato all'Oratorio, avendogli chiesto qualcuno di quali cose si trattasse, rispose:

                - Un affare di altissima importanza!

                Dopo questo primo abboccamento, D. Bosco fu chiamato più volte dal Ministro dell'Interno. Infatti egli era l'uomo che poteva in quel momento conoscere meglio di ogni altro le disposizioni degli animi nella Corte Romana; prevedere quale [67] inviato tornerebbe più gradito al Papa ed ai Cardinali; suggerire chi avrebbe potuto far buoni uffizi in Roma per l'esito delle trattative. Di questo delicatissimo incarico più tardi egli ci fece qualche cenno, ma sul principio s'imponeva la segretezza.

                Fra l'altro Don Bosco ci narrò il modo famigliare col quale avealo trattato il Lanza. Un giorno, essendo presente qualche altro Ministro, questi gli diceva:

                -Ma Lei, D. Bosco, mi dica un poco, come fa a far tante spese? dove prende tanto danaro per mantenere tanti giovani? questo è un segreto ed un mistero.

                -Signor Ministro, rispose D. Bosco, io faccio come fa la macchina a vapore.

                - Ma come? si spieghi!... io non intendo questo gergo.

                - Vado avanti, riprese D. Bosco: facendo: puf, puf, puf, puf[3]

                - Questo s'intende, mio caro abate, disse il Lanza; ma questi puf bisogna pur soddisfarli, ed è qui dove sta nascosto il suo segreto.

                - Veda, signor Ministro, le dirò che entro la macchina ci vuole del fuoco; perchè vada avanti e proceda bene, ha bisogno di alimento...

                - Ma di che fuoco intende lei parlare?... lo interruppe il Ministro.

                - Del fuoco della Fede in Dio, rispose D. Bosco; senza di questo cadono gli imperi, rovinano i regni e l'opera dell'uomo è nulla!

                Queste parole pronunziate come alcune volte soleva pronunziarle il Servo di Dio, resero pensoso l'interlocutore.

                Il Ministero aveva pensato di mandare a Roma il Senatore Michelangelo Castelli, ma infine prescelse il deputato Comm. Saverio Vegezzi, un uomo attempato, onesto e leale, [68] sommo giurista ed espertissimo negli affari: ma gli fu messo a fianco, per le solite diffidenze, l'avvocato Giovanni Maurizio genovese, il quale però fu sempre un ammiratore e anche un amico di D. Bosco. Le istruzioni date a voce al Vegezzi erano assai larghe e rivelavano nel Governo la speranza di un accordo e il proponimento di abbondare nelle concessioni. Si sarebbe andato sino alla soppressione dell'Apostolica Legazia nelle provincie meridionali, concessione che doveva tornar cara al Papa e che d'altronde era conforme alla massima di libera Chiesa.

                L'Avvocato Vegezzi partì col suo compagno, avendo carattere meramente confidenziale, il 14 aprile Venerdì santo; ed ebbe cortesi accoglienze dal Papa che gli parlò coll'espansione consueta.

                Tenne pure varie conferenze col Card. Antonelli, il quale era stato informato da Torino; e, trattando sempre in forma confidenziale, convennero che anzi tutto si lasciasse da parte ogni questione politica. E, si venne in quest'accordo: per le diocesi vacanti nel Piemonte il Re avrebbe presentato i candidati a norma del Concordato esistente; quelli delle Provincie di cui erano scomparsi i principi, li nominerebbe il Papa direttamente, facendone conoscere al Re i nomi prima di preconizzarli; i vescovi assenti potrebbero ritornare, eccetto alcuni per speciali circostanze personali o locali; si conserverebbero intatti i beni delle mense.

                Roma non mostrossi aliena dal riformare alcune circoscrizioni diocesane: ma non ammise l'exequatur per le Bolle Pontificie ed il giuramento; e l'inviato del Governo d'Italia riconobbe che Essa era dalla parte della giustizia, quando, per formalità ormai viete, non voleva avvilupparsi in una questione che compromettesse i suoi principii politici e economici. Il Vegezzi l'aveva riconosciuto con tanta lealtà, che nel cuore del Santo Padre si dovè far luogo alla speranza di poter finalmente provvedere in qualche modo a tanta diletta parte del suo gregge. [69] Però appena si ebbe contezza nel pubblico della lettera scritta dal Sommo Pontefice al Re Vittorio Emanuele e trapelò che questi gli aveva manifestato la propensione sua a secondarne i voti, la setta si pose in agitazione.

                Fin nel Parlamento, il 25 aprile, alcuni deputati con mala fede e slealtà rinfacciarono al Governo la missione data al Vegezzi accusandolo di venire a patti col Pontefice e sostenendo che la vacanza delle diocesi non era di alcun danno. Nello stesso tempo il giornalismo settario si levava furiosamente e con minacce per impedire il proseguimento delle trattative. Anche le logge massoniche si convocavano e prendevano deliberazioni contro qualsivoglia accordo colla Santa Sede, e in tutte le città d'Italia adunavansi assemblee tumultuose nelle piazze, nelle osterie e nei teatri per protestare contro quella iniziativa con bestemmie orrende ed empietà inaudite. Con queste dimostrazioni i settari ebbero in pugno l'arma della così detta pubblica opinione, di cui abbisognavano per attraversare efficacemente i desiderii del Santo Padre ed impedire ogni effetto delle buone disposizioni per parte del Re.

                Per tal guisa, mentre parea ornai vicino un accordo col Papa, profondi e palesi dissidii erano sorti fra i ministri, che attraversavano fortemente per varie guise i disegni del Vegezzi. I moderati si sarebbero contentati di una semplice formola di registro in quanto all'exequatur; sì mostravano arrendevoli quanto al ritorno incondizionato ai Vescovi esigliati; non insistevano sopra la diminuzione delle Diocesi. Invece il Ministro Vacca, guardasigilli, gettava sempre nuovi impacci tra i piedi dei colleghi in modo da riuscire insopportabile.

                Vegezzi aveva notificato al Regio Governo i preliminari delle trattative e poichè il Ministero, che aveagli ristrette le facoltà, o non rispondeva, o rispondeva inadeguatamente, si recava egli stesso a Firenze il 5 maggio, per meglio chiarire la condizione delle cose e ricevere personalmente le definitive istruzioni; ma vide presto dileguarsi le concepite speranze. [70] Nei Ministri che avevano presa stabile dimora nella nuova capitale trovò durezza, in alcuni per rancori personali, in altri per tenacità ai diritti regii, nel Natoli principalmente per decisa avversione ad ogni principio cristiano. Le proposte di Roma furono definitivamente discusse nel consiglio dei Ministri; Natoli, Vacca, Petitti e Sella non vollero transigere sul giuramento e sul regio exequatur; e prevalsero.

                Loro scopo evidente era di estorcere per indiretto dalla Santa Sede un riconoscimento formale del nuovo regno, comprese le Provincie Papali annesse, oppure di rompere le pratiche. In quanto ai Vescovi assenti, pel ritorno alle loro diocesi, s'imponeva ne facessero domanda al Re o al Ministro di Grazia e di Giustizia, e scrivessero una lettera pastorale in cui promettessero di osservare le leggi.

                Il Vegezzi il 2 giugno porto a Roma queste condizioni che egli stesso confessò al Cardinale Antonelli non essere accettabili; e tale fu pure il giudizio di una speciale Commissione di Cardinali. La Santa Sede tuttavia propose ancora che si venisse alla nomina dei soli Vescovi del regno Sardo, e al ritorno di quelli esiliati. Il Vegezzi rispose che ne avrebbe informato il suo Governo; e il 22 giugno vi fu l'ultimo incontro del Comm. Vegezzi col Cardinale, cui il Commendatore ebbe a dire che gli risultava, dalle risposte ricevute da Firenze, come il Governo Italiano persistesse nelle sue ultime proposte e che aveva solamente acconsentito al ritorno dei Vescovi esiliati, tranne alcuni. Così cadde ogni trattativa. Quando il 23 giugno il Vegezzi domandò udienza di congedo, il Santo Padre volle che fosse ricevuto cogli onori della sua anticamera; gli diede lunga udienza; e poichè il Vegezzi gli diceva:

                - Spero che le trattative siano non rotte, ma solo interrotte!

                -Dipende dal vostro Governo, rispose il Papa; le mie basi ora sono note, e non posso allontanarmi da esse; basta che il vostro Governo le accetti. [71] Vegezzi, fatto senatore, dopo il 1870 non mise più piede in Senato.

                Intanto i giornali della rivoluzione annunciavano che gli intrighi del partito fanatico avevano mandato ogni cosa a male, malgrado le generosissime offerte e concessioni fatte al Papa dal Governo. In questo senso fu redatta la relazione al Re sull'esito della Missione Vegezzi, ma il Lanza, addolorato e sdegnato si rifiutò di firmarla e fu in procinto di ritirasi dal Ministero. Allora, affinchè non si venisse a conoscere chi fosse il Ministro che non si trovava d'accordo co' suoi colleghi, fu deciso che il solo La Marmora l'avesse a firmare[4].

                D. Bosco era stato informato di tutte le fasi di queste trattative ed aveva provato una pena grande nel vedere variate e distrutte le primitive basi, sulle quali eransi fondate tante speranze. Tuttavia non si perdette di coraggio e noi vedremo più tardi come egli si adoperasse perchè le trattative fossero riprese.

                Intanto continuava a manifestarsi l'odio inflessibile contro la Chiesa che bruciava l'anima di certi settari Tanucciani.

                Il 1° luglio la Gazzetta Ufficiale del Regno pubblicava il decreto con cui si promulgava il nuovo codice civile e si istituiva legalmente il matrimonio civile. Il Senato, il 29 marzo, aveva passata questa legge con 70 voti favorevoli sopra 104 votanti.

                A Ferrara il 30 luglio le Teresiane adoratrici perpetue erano scacciate dal loro monastero, per stabilire in questo un ospedale militare. Era intimato alle monache di sgombrare entro un giorno.

                A Bologna nel pomeriggio del 14 agosto le Suore Salesiane, in numero di 50, ricevevano l'ingiunzione di sgombrare dal Convento ed educatorio prima di sera. Non si accordò loro nemmeno la proroga di 12 ore che avevano chiesta. [72]

                Il 25 agosto il Ministro dell'Istruzione Pubblica Natoli, fatta compilare una statistica degli Istituti e dei collegi-convitti de' corpi religiosi di ambo i sessi, la presentava al Re con una sua relazione proponendogli di abolirli tutti in un colpo. L'istruzione data nei medesimi, egli affermava, più non consuona colle idee che l'età nostra ha adottato in materia d'insegnamento. E i collegi ed istituti dei quali domandava l'abolizione erano nientemeno 1112.

                Il 30 agosto i Cardinali Arcivescovi di Benevento e di Napoli, gli Arcivescovi di Sorrento e Reggio, i Vescovi di Anglona e Tursi, di Aquila, di Nuoro e Patti, scrivevano una stupenda lettera al Re, chiedendo di poter ritornare nelle loro diocesi, dalle quali erano stati espulsi, per assistere le loro popolazioni flagellate o minacciate dal colera. Il Re non rispose e Paolo Cortese, Ministro di grazia e giustizia, scrisse ai Procuratori generali ordinando severamente che si proibisse a quei Vescovi, sotto qualunque pretesto, il ritorno alle loro diocesi, finchè non fossero compiute le elezioni. La stessa proibizione venne fatta ai Vescovi di Ascoli e di Aversa, e a quello di Foggia, relegato a Como dopo due anni di prigionia.

                Il Natoli, che era divenuto anche Ministro degli affari interni, per aver il Lanza date le sue dimissioni, imponeva ai Vescovi condizioni impossibili riguardo le scuole secondarie dei Seminarii, per costringerli a chiuderle da sè o trar pretesto dal loro diniego per chiuderle egli stesso. Difatti così venne a capo di chiudere 58 seminarii. Ei pensava, dopo averne occupati i locali, di riaprirli, laicizzati e affidati ai municipi, con due terzi delle rendite confiscate; e comunicava il suo progetto ai Prefetti del Regno il 15 settembre.

                Il 19 settembre il Guardasigilli Paolo Cortese vietava con una circolare le sacre processioni, rimettendo all'arbitrio dei Prefetti il darne la licenza, e sul fine dello stesso mese proibiva ai Vescovi di Caserta e di Gaeta di fare la visita pastorale. [73] Questo stesso Ministro preparava un nuovo colpo contro i diritti della Gerarchia Cattolica, cioè una nuova circoscrizione delle Diocesi nell'intento manifesto di scemare il numero dei Vescovi, e di incamerare i beni delle Sedi abolite. Le diocesi che erano 231, dovevano essere ridotte a 59, e il 3 novembre chiedeva a questo fine informazioni ai Prefetti del regno.

                Il 28 novembre il Natoli rendeva conto al Re del risultato di una inquisizione sui Seminarii, dato anche alle stampe. Le diocesi possedevano, prima del 1860, 263 seminarii; 82 erano già stati aboliti, e 122 proponevasi che lo fossero egualmente, sicchè soli 59 fossero conservati, cioè uno per diocesi secondo il progetto Cortese.

                Il 18 novembre aveva luogo a Firenze la solenne apertura del nuovo Parlamento, nel salone de' Cinquecento. Giorni prima Vittorio Emanuele aveva detto ai membri del Municipio e a varie deputazioni venute ad ossequiarlo:

                - A Roma andremo e andremo a Venezia: per quella siamo in via, per questa ci vuol sangue.

                E nel discorso della Corona, messogli tra le mani dal Ministero, fra le altre cose leggeva: “Nel chiudersi dell'ultima legislatura, per ossequio al Capo della Chiesa, e nel desiderio di soddisfare agli interessi religiosi delle maggioranze, il mio Governo accolse proposte di negoziati colla Sede Pontificia; ma li dovette troncare quando ne potevano restare offesi i diritti della mia corona e della nazione (applausi). La pienezza dei tempi e la forza ineluttabile degli eventi scioglieranno le vertenze tra il regno d'Italia e il Papato. A noi intanto incombe di serbar fede alla Convenzione del 15 settembre, cui la Francia darà pure, nel tempo stabilito, esecuzione completa”.

                E in novembre le truppe francesi sgombravano dalle provincie meridionali degli Stati della Chiesa e una brigata del Corpo di occupazione ritornava in Francia. In Roma e su [74] quel di Viterbo e di Civitavecchia rimanevano ancora circa 10.000 soldati francesi.

                Con questi accenni abbiam dovuto dipingere l'ambiente, nel quale lavorò tanto anche D. Bosco, per far meglio comprendere di qual forza di volontà e di quale serenità di mente lo avesse fornito il Signore per compiere tutta la sua missione.

 

 


CAPO VII. Fermezza nelle prudenti risoluzioni - Parlate di D. Bosco alla sera -Novena della SS. Annunziata: importanza e conseguenze degli esami semestrali: silenzio e ordine in refettorio - Altro ammonimento riguardo al refettorio: disposizioni per mantener l'ordine: minaccia agli studenti riottosi - Annunzio della morte del Vescovo di Cuneo, grande amico di D. Bosco: santità di questo Prelato: suffragi per la sua anima: osservare il silenzio alla sera andando ne' dormitori -Precauzione per conservare la sanità; miracolo dei SS. Cosma e Damiano - Risolutezza di Don Bosco nel sostenere l'autorità de' suoi dipendenti - Levarsi con esattezza al suono della campana: tener in ordine i letti e le camerate: pettinare sovente i capelli - Far bene la Via Crucis e pregare per gli Ordinandi - Lettera di D. Bosco al Direttore di Lanzo: sua affezione a que' giovani - Ottiene dal Ministro dell'Istruzione Pubblica di far conseguire a un suo chierico la patente d'insegnante nel ginnasio - Esigenze del Municipio di Lanzo.

 

                La missione del Comm. Vegezzi a Roma ci ha distratti alquanto dall'osservare D. Bosco in mezzo ai suoi giovani e noi torneremo a rivederlo al punto nel quale l'abbiamo lasciato.

                L'antica vita patriarcale nell'Oratorio, in mezzo a tanta moltitudine, a poco a poco, gradatamente e per necessità delle cose doveva modificarsi e dar luogo ad un ordine disciplinato, [76]  e direi così, materiale, che prima era molto blando, come già notammo altrove. A Don Bosco ripugnava veder tramontare, almeno in parte, quella cara vita di famiglia che per tanti anni era stata la sua consolazione; ma vir prudens dirigit gressus suos. Doveva dare adunque nuove disposizioni, e in queste non procedeva a salti, ma con regolarità secondo il bisogno della Casa e vi predisponeva sempre gli animi perchè accettassero con deferenza ciò che voleva prescrivere. Era però fermo nelle sue risoluzioni. Mentre in privato continuava ad usare le espressioni ti prego, fammi il piacere, in pubblico non di rado sapeva dire un voglio, risoluto sì, ma sempre con calma e senza tono d'imperio.

                Alcuni suoi discorsi serali, conservatici dalla cronaca, provano la nostra asserzione. La sera del 19 marzo parlava così:

 

                La novena di S. Giuseppe è trascorsa; ma io vorrei che continuaste a santificare questi giorni che precedono la festa di Maria V. Annunziata dall'Angelo. Non ve l'ho detto avanti, perchè non voleva farvi interrompere la novena di S. Giuseppe. Voi adunque senza aggiungere per nulla divozioni straordinarie alle ordinarie, acciocchè non restino trascurati i vostri doveri, procurate di far tutti i giorni la Comunione, o spirituale o sacramentale, secondochè siete disposti. Gli esami semestrali sono ormai dati e vedo con piacere che nella maggior parte andarono bene; ma risulta che vi furono dei giovani i quali non corrisposero con troppa diligenza alle cure che ci prendemmo di loro: ve ne sono di quelli che vennero rimandati. Nè state a credere che questo esame influisca poco sulla vostra sorte. Vi deve interessare molto. È uso nel nostro Oratorio che tutti coloro i quali sono beneficati dalla Casa, quand'anche ottenessero sei punti su dieci, sono rimessi ai parenti; perchè sono indegni dei favori della Casa, quelli che nella Casa stessa non si diportano veramente bene. Notate che nella votazione si tiene conto di tutto. Si tiene conto del contegno in chiesa, in refettorio, nello studio, nella scuola: onde coloro che si credono di avere un buon voto, di avere un 10, avranno appena un 6, o un 8, e coloro che credono di aver ottenuto l'approvazione degli esaminatori troveranno che furono rimandati. La colpa di questo è tutta loro, perchè vennero avvisati abbastanza in tempo. Quindi chi paga una metà o un terzo di pensione, se ottenne solo un 6 bisognerà che abbia pazienza di pagar tutta intiera la pensione, e chi non ottenne i punti necessarii e fu rimandato, che subisca le conseguenze della sua condotta coll'andarsene [77] a casa sua. Tutti gli anni si fece così; tutti gli anni dopo gli esami semestrali alcuni furono mandati a casa e se venne fatta qualche rara eccezione, si fu in grazia di domande iterate, di promesse le più sincere e poi mantenute.

                Un'altra cosa ho da dirvi. È già da qualche tempo che la voce degli assistenti non è più ascoltata come dovrebbe essere, specialmente in refettorio. Non si vuol tacere, si entra tumultuosamente, insomma è un vero disordine. Quindi vi prego di fare d'ora innanzi un fioretto alla Madonna, diportandovi in refettorio secondo comandano le regole della casa. Me lo promettete? (Sì, sì). Buona sera adunque.

 

                Il 20 marzo D. Bosco rinnovava con risolutezza l'ultimo avviso dato la sera antecedente.

 

                Ieri io vi aveva proposto per fioretto di stare in ordine e silenzio nel refettorio e credeva che l'avviso avesse bastato. Ma con mia sorpresa venni a conoscere che oggi si fece baccano anche più del solito. Queste sono cose che D. Bosco non può tollerare, perchè nella casa la disciplina è tutto. Si entra in refettorio urlando, urtandosi, che sembra che si entri non so dove; in refettorio si sta ridendo, ciarlando, invece di far silenzio; e si esce tumultuosamente come si è entrati. Gli assistenti non sono contati più nulla ed è come se non ci fossero. Lo so che la grande maggioranza sta all'ordine e sono circa una cinquantina coloro che mettono il disordine e che fanno ciò per gusto di baccano: quindi ho deciso che incominciando da domani si entrerà in refettorio per ordine. D. Savio vi disporrà in fila sotto i portici ed entrerete squadra per squadra; finito il pasto si uscirà a poco a poco, tavola per tavola, e così saranno ovviati tutti questi inconvenienti. Ordino nello stesso tempo agli assistenti che vigilino attentamente in refettorio e impongo loro per obbligo di coscienza, che mi facciano rapporto di tutto ciò che vi succederà e di chi commette disordine, chiunque esso sia.

                Per contentarvi, poichè vi lamentate di certi assistenti, proibisco assolutamente agli assistenti di dare castighi; così nessuno avrà a lamentarsi. Nella casa non voglio che si castighi nessuno: ma voglio che si faccia rapporto a me e, lo ripeto, ne obbligo in coscienza gli assistenti. Io poi, chiunque sia che manchi, in qualunque modo manchi, lo rimanderò subito a casa sua, perchè non posso tollerare l'indisciplinatezza nell'Oratorio. D. Bosco è buono, tollera tutto, ma quando si tratta dell'ordine è inflessibile. Se si trattasse di manco di convenienza o d'altre cose che accadessero tra me e voi, vi passerei sopra: ma se si tratta di mancanza di rispetto agli altri superiori e il disordine è pubblico, allora non vi è più bontà che tenga. Cogli artigiani poi sopporto [78] più cose che cogli studenti. Gli artigiani assuefatti ad una vita più materiale sono compatibili se talvolta mancano: molti fra loro, mandati via, resterebbero in mezzo alla strada. Degli studenti non è così. Essi hanno già una sufficiente coltura di spirito ed un sentire più gentile, ed anche educazione, quindi sono obbligati a diportarsi in modo che niuno abbia a riprenderli di cosa alcuna. Gli studenti li voglio esemplari, altrimenti o vadano alle case loro, o facciano gli artigiani. E ciò perchè gli studenti, se sono rimandati alle case loro, non sono cacciati in mezzo ad una strada; nella maggior parte essi hanno famiglia o parenti i quali si prenderanno cura di loro. Dunque voi siete avvisati, ed io comincerò da domani. Siete stati avvisati molte volte nei giorni scorsi ed ora per forza bisogna prendere qualche determinazione. Sappiatevi regolare. Studenti cattivi non ne voglio nella casa.

 

                Non ci volle di più. Il domani i giovani facendo rigoroso silenzio incominciarono a sfilare ordinati in squadre nei refettori, entrando ed uscendo. D. Angelo Savio, economo, cioè rivestito di una delle prime cariche dell'Oratorio, doveva mantenere gli ordini dati.

 

21 marzo.

 

                Ho da darvi una dolorosa notizia. È morto il Vescovo di Cuneo. Anche egli era stato incaricato di essere testimonio della verificazione del corpo della Beata Maria degli Angeli. Non si sentiva troppo bene di salute, ma avendo già provato altre volte che l'aria di Genova gli giovava molto, anche quest'anno sperava che da una gita in quella città avrebbe ricavati gli stessi vantaggi di altra volta. Infatti partì. Stassera, mentre mi trovava in camera, mi arrivò un dispaccio da Genova concepito in questi termini: Stamane alle 7 moriva in Genova Mons. Manzini Vescovo di Cuneo. Questo dispaccio mi colpì, perchè si trattava di un vero benefattore della casa. Tutte le volte che egli veniva a Torino si portava all'Oratorio e lasciava spesse volte vistose elemosine. Voi non vi potete ricordare d'averlo veduto perchè andava vestito da semplice prete. Egli amava grandemente la nostra casa e la favoriva in tutto quello che poteva. Fu una gran perdita per tutti la morte di questo uomo. Fu una perdita per la Chiesa cui venne a mancare un prelato di grande dottrina e, si può dire, di gran santità: era un uomo veramente dotto, pio e prudente. Fu una gran perdita per la diocesi di Cuneo, perchè veniva orbata di un vero suo padre. Fu una perdita per l'Oratorio, essendo egli uno dei più affezionati benefattori. Fu una perdita anche per me, perchè era uno sviscerato [79] mio amico e mi faceva si può dire da padre. Tutte le volte che io era incerto nel fare o non fare una cosa, tutte le volte che aveva bisogno di consiglio, a lui mi rivolgeva o per iscritto, o portandomi personalmente a Cuneo ed egli mi aiutava, mi consolava con pareri di vera prudenza. La sua casa si poteva dir casa mia, ove io mi fermava con maggior libertà che qui nell'Oratorio; tutte le volte che andava a Cuneo la mia dimora era presso di lui. Quindi la sua morte si può contare per una vera disgrazia. A tutti i modi sia fatta la santissima volontà dei Signore.

                Si raccontano molti fatti intorno alla vita di questo Vescovo, i quali presto saranno dati alle stampe. Io ne so molti, parte uditi da persone che lo conobbero, degne di tutta fede; parte raccontatimi da lui stesso, quando ci trovavamo insieme nella casa del Baron Bianco di Barbania. Non già che egli contasse quei fatti per vantarsene, no! Egli come tutti i santi uomini era umile, e li raccontava come grazie speciali che la Vergine Santa, invocata, aveva concesse. Chi crede di essere santo è uno sciocco, mentre i veri santi si credono i più miserabili peccatori che esistano sulla terra: e quando il Signore fa delle grazie per le loro preghiere, essi le attribuiscono assolutamente all'uno o all'altro santo, mentre in quelle vi ha gran parte la loro fede.

                Voglio contarvi ora un fatto che avvenne al Vescovo di Cuneo quando era ancor parroco, qui a Torino, nella chiesa di S. Teresa. Era stato chiamato ad assistere un moribondo ed era corso per compiere i doveri del suo ministero. Mentre si trovava presso quel moribondo, verso le due pomeridiane vennero con gran premura in canonica a dirgli che si recasse presso un'altra inferma, una madre di famiglia che era in gran pericolo. Egli non tornò a casa che verso le 7 di sera, ma, appena lo seppe, corse tosto dove era chiamato. Entrò, ma trovò che quella povera madre, sostegno della famiglia, era morta circa verso le 2. Il suo freddo cadavere era steso sul letto e un fioco lumicino illuminava mestamente la stanza. Il medico della città avea già fatto la ricognizione del cadavere. Questo aveva le mani legate e fra esse il crocifisso. Tutta la famiglia era in pianto: chi piangeva di qua, chi piangeva di là. Il dolore era grande, perchè avevano perduta la madre, colei che reggeva la casa e amministrava le sostanze, e principalmente perchè era morta senza poter ricevere i Santi Sacramenti. Il buon curato adunque disse parole di conforto alla famiglia radunata nella camera della defunta e li invitò tutti a pregare la Vergine SS. Sentiva nel suo cuore che Iddio avrebbe fatto qualche grazia straordinaria e, ponendosi egli stesso in ginocchio, pregò con tutto l'affetto dell'anima sua. Quindi si alza, ed invocato il nome di Gesù, benedice l'estinta. Dopo qualche momento la morta incomincia a muoversi, si siede sul letto con sorpresa di tutti gli astanti, chiede che le siano sciolte le mani, chiama tutti per nome e poi domanda di confessarsi. [80] Confessata che è, dà qualche consiglio a quei della famiglia, dà ancora qualche disposizione intorno a certi negozii, quindi di bel nuovo si corica rimanendo freddo cadavere come prima.

                Avrei ancora molte altre cose da raccontarvi, ma le rimando ad altre sere. Giovani miei, impariamo dalla morte di questo Vescovo una gran verità. Qualunque sia la condizione, qualunque sia la dignità, per quanto sublime esser si voglia, di una persona, tutti sono soggetti alla morte. La morte non risparmia nessuno.

                Il Vescovo di Cuneo era un santo uomo e non avrà bisogno dei nostri suffragi. A tutti i modi siccome siamo sempre nell'incertezza, e potrebbe ancora avere qualche conto da scontare colla Divina Giustizia, desidero che domani mattina si reciti il rosario da morto e che si faccia qualche comunione o sacramentale o spirituale, secondo che si potrà, in suffragio dell'anima sua.

                Vorrei ancora pregarvi di una cosa. Vorrei suggerirvi un fioretto, da farsi domani ed in seguito, in onore della Madonna. Questo si è il silenzio per le scale, andando alla sera in dormitorio dopo le orazioni. In avanti bastava che si facesse silenzio in camerata, ma ora ho ben pensato e riflettuto che il silenzio nelle scale impedisce molti inconvenienti. Si è dato avviso su questo punto molte volte, ma ora vorrei che per amore della Madonna lo poneste in pratica e che andaste in camera col più rigoroso silenzio.

 

23 marzo.

 

                Oggi è caduta molta neve e sembra che non voglia cessare così presto, anzi è probabile che duri qualche giorno. Tuttavia la stagione è troppo avanzata e quindi presto il sole la scioglierà. Vi dico questo, perchè vi prendiate cura della salute. Alleggerirvi di vesti, giuocare, sudare e poi andare nelle scuole o nello studio, può farvi molto male.

                Oggi è la metà di quaresima. Stamane nell'ufficio e nella messa si è fatta la commemorazione dei Santi Cosma e Damiano: cosa insolita, perchè in tutta la Quaresima non vi è che una sola commemorazione di questa fatta. Quelli che dicono l'ufficio se ne saranno accorti e ne vorranno sapere la ragione. Io la dirò, perchè anche a tutti i giovani non farà dispiacere l'ascoltare. A Roma vi è da molti secoli l'uso che nei giorni di Quaresima si facciano le stazioni in varie chiese fissate. Nei giorno della metà di Quaresima la visita è alla chiesa dei SS. Cosma e Damiano ed il popolo vi accorre in gran folla. Or narrano le Storie Ecclesiastiche come un anno, nel giorno d'oggi, il popolo era affollatissimo nell'antica chiesa dedicata a questi Santi, e prostrato innanzi ai sacri altari pregava; quando all'improvviso un mormorio si spande nella folla. Succedeva un fatto dei più strepitosi le due statue in marmo dei santi Cosma e Damiano incominciarono a muoversi [81] nelle loro nicchie; e come se fossero uomini di carne ed ossa, discesero dai loro piedestalli, si posarono sul pavimento, s'incamminarono una verso dell'altra e vennero ad incontrarsi in mezzo alla chiesa, quindi insieme unite si avviarono verso la porta, passando in mezzo a tutto quel popolo. Stupefatta la gente a questo meraviglioso spettacolo si avviò tutta dietro le statue per vedere dove andasse a parare la faccenda. Ma appena tutta la moltitudine uscita è lontana alquanto dalla chiesa, le statue si fermano ed un improvviso terribile rumore fa rivoltare tutti gli spettatori dalla parte della chiesa. Spettacolo! La chiesa era rovinata e, se non era un così grande miracolo, tutta quella moltitudine sarebbe stata sepolta sotto le rovine del tempio. Per questo fatto fu stabilito che tutti gli anni nel giorno d'oggi si facesse la commemorazione di questi due santi, appunto a cagione di un così segnalato prodigio.

                Miei cari figliuoli, io vorrei che imparaste da ciò una gran verità, cioè quanto sia valevole presso il Signore l'intercessione dei santi e quanto sia utile rivolgere ad essi le nostre preghiere. Che se i Santi Cosma e Damiano, benchè non pregati, fecero un così segnalato miracolo per salvare dalla morte tanta gente, pensate voi se non si presteranno in nostro aiuto quando noi li invocheremo. Abbiamo divozione specialmente ai santi dei quali portiamo il nome, ad essi ricorriamo in tutte le nostre necessità non solo dell'anima ma anche del corpo, in tutte le difficoltà, in tutti i pericoli, ed essi saranno sempre pronti ad aiutarci.

 

                Ma il cuore di D. Bosco doveva in questi giorni soffrire un gran dolore per la poca riflessione di certuni che pure lo amavano immensamente e tutta la loro esistenza avevano a lui consacrato. È un fatto unico nel suo genere che, per quanto sappiamo, sia accaduto nell'Oratorio, ma anche tale che dimostra la fermezza di D. Bosco nel voler rispettata e obbedita l'autorità.

                L'economo non era troppo ben visto da certi alunni pel suo rigore nel mantener la disciplina. Varie erano le sale dei refettori, ed un giorno mentre D. Savio assisteva nel refettorio grande, ove sedevano a mensa più di 300 alunni, un pezzo di pane venne a colpirlo nella schiena. Forse il proiettile era destinato ad un compagno. D. Savio, prudente, non fe' atto di sdegno, non si volse per osservare chi potesse essere quello screanzato, e per allora nulla disse: ma il domani rinnovatosi [82] lo stesso scherzo da mano ignota, ne parlò a D. Bosco. Appariva evidente che erasi voluto fare sfregio alla sua persona, e alla sera D. Bosco rivolse alcune gravi parole ai giovani, concludendo che chiunque si fosse ancor reso colpevole di simile insulto avrebbe dovuto allontanarsi immantinente dall'Oratorio.

                Il giorno dopo gli alunni erano schierati sotto i portici per andare a pranzo. L'economo stava osservando che fosse mantenuto il silenzio e dava ordini per la mossa delle squadre, quand'ecco un torso di cavolo colpirlo con impeto nella berretta. Egli si volge rapidamente e distingue il giovane R... Agostino che abbassava il braccio. Senz'altro lo fa entrare in una cameretta vicina e conduce gli altri in refettorio. Il giovanetto, confuso e piangente, protestava di aver voluto lanciare quel cavolo ad un compagno e di non aver mai avuto intenzione di colpire l'economo. Era egli molto vivace e talvolta un po' sbadato; del resto di ottima condotta, e non ultimo nella sua classe di quinta ginnasiale. Per questo motivo il professore che lo amava, e qualche altro insegnante ed assistente, persuasi della sua innocenza, presero tosto le sue parti, e fattolo subito uscire da quella stanza, senza riflettere all'affronto che facevano a un loro superiore, lo condussero a pranzo, compassionandolo e dichiarandosi pronti a sostenerlo con tutte le loro forze; e lo tennero con sè tutto il rimanente del giorno, non senza ammirazione della Comunità. Il cuore faceva velo alla ragione; e in tempo di cena questi professori che, per altri motivi, l'avevano alquanto amara coll'economo, presero a biasimare altamente il suo contegno in quella circostanza, poichè senza udir ragione aveva punito un innocente. Gli animi erano scaldati e le parole poco misurate. D. Bosco taceva, e dopo le orazioni della sera annunziò che il mattino seguente il giovane Agostino sarebbe partito pel suo paese. Fu come uno scoppio di folgore.

                I giovani si ritirarono nei dormitori e restò solo nel [83] cortile e come sbalordito un piccolo crocchio di professori, fra cui coloro che si erano dichiarati contro l'economo e che biasimavano la severa disposizione del Superiore. Mormorarono per un pezzo e finalmente un coadiutore, capo di laboratorio, con impeto inconsiderato concluse:

                - Uno di noi vada da D. Bosco e gli dica francamente che se quel giovane non ottiene grazia, noi abbandoneremo l'Oratorio.

                - Non spingiamo la questione tanto avanti, esclamò il Direttore degli studii, che aveva udito questa minaccia: io salgo da D. Bosco e spero che le cose si accomoderanno.

                E così fece. Erano le 10 l/2, e trovato D. Bosco ancora a tavolino, gli espose il malcontento di certi confratelli e perorò per un perdono immediato. D. Bosco gli rispose:

                - La mancanza è certa; l'intenzione non la giudica altri che Dio. D'altra parte il lanciare quel torso di cavolo costituisce già un'infrazione alla regola, sia perchè in quel tempo, era stato intimato il silenzio, sia perchè nelle attuali circostanze un simile atto poteva essere causa di gravi disturbi, dopo i replicati avvisi. Tuttavia non ostante la gravità del fatto, io avrei potuto trovare un ripiego per salvare il giovane, che realmente è buono; ma voi, prendendone le difese, mi avete messo nell'impossibilità di indietreggiare. Si sa dai chierici e dai giovani che voi avete preso partito contro Don Savio, ed io non permetterò mai che l'autorità sia costretta a subire una simile pressione.

                Il Direttore degli studii ritornò verso le II e un quarto fra i compagni che l'aspettavano con ansietà e disse loro:

                - D. Bosco è irremovibile!

                Tutti si ritirarono nelle loro stanze pensando a qual partito dovessero appigliarsi: e per loro fortuna si appigliarono al migliore. Alcuni dissero sotto voce, e fra questi Enrico Bonetti:

                - Lasciare D. Bosco? Mai! [84]

                - Con D. Bosco, fino alla morte! Rispose uno per tutti. E così fu.

                Sul far dell'alba Agostino partiva.

                Nell'Oratorio un solo non aveva potuto acquietarsi alla sentenza di D. Bosco. Questi sedeva alla mensa de' Superiori e per due o tre giorni con fare risentito ed ironico alludeva a D. Savio, al giovane scacciato, all'ingiustizia commessa. Don Bosco n'era sofferente come non si vide mai, ma non rispondeva parola.

                Calmata la passione e posta a tacere la cosa, dopo qualche settimana, Agostino, forse per consiglio avuto, scriveva da casa sua una lettera a D. Bosco, nella quale chiedevagli perdono pel fallo che per sbadataggine e involontariamente aveva commesso. Don Savio, interrogato, intercedette per lui, che, ritornato nell'Oratorio, vi finì con lode gli studi.

                Questo fatto fu per gli alunni una salutare lezione, poichè videro come D. Bosco trattandosi dell'autorità non aveva riguardo a nessuno, e che anche un alunno dei più buoni e sostenuto dai più influenti dell'Oratorio non era riuscito a sottrarsi alle conseguenze di una disobbedienza.

                Anche fra questi disturbi D. Bosco continuava con tutta calma e senza allusioni indiscrete, i suoi discorsetti istruttivi, prima che i giovani andassero a riposo.

 

26 marzo.

 

                Oggi voglio darvi una buona notizia. Domani la levata sarà alle 5. Non spaventatevi! alle 5 per gli artigiani e alle 5 ½ per gli studenti. Però gli studenti nel venire nel cortile a prendere acqua procurino di non disturbare le sacre funzioni che si fanno in chiesa per gli artigiani.

                Sarebbe pure mio desiderio che appena dato il segnale della levata ciascuno si alzasse subito e non facesse come certi economisti i quali procurano di godere il primo quarto, la metà del secondo ed anche tutto se possono e poi si alzano in tutta furia e corrono in chiesa, s'intende, più tardi degli altri. Due giorni fa ve ne fu uno, che è qui presente, ma che non voglio nominare per non fargli vergogna, il quale essendosi fermato in letto si alzò di premura e nella furia di vestirsi [85] infilò i calzoni al rovescio e venne via così dalla camerata. Nelle scale se li voleva aggiustare. Ma si... tira su da una parte, tira dall'altra, non volevano andare a posto. Era difficile impresa! perchè la parte che andava davanti l'aveva di dietro, e se ne accorse solamente dopo essere stato molto tempo in questo imbroglio. Che bella figura avrebbe fatto costui, se fosse passato qualcheduno, e lo avesse veduto a quel modo. Si faceva un bell'onore! È vero che a quell'ora difficilmente nella casa si trovano forestieri, ma potrebbe passare qualcuno della casa stessa: passò infatti D. Bosco e lo vide in quella posizione imbarazzata. Facciamo adunque alla mattina questa piccola penitenza, facciamola per spirito di mortificazione, che acquisteremo tempo: e potremo comporre i letti, spazzolare gli abiti, ordinare le cose nostre.

                Oggi venne un forestiero e volli condurlo a visitare qualche camerata. Non appena ebbi messo piede sul limitare di una, nella quale dormono trenta giovani tra i più grandicelli, vidi certi letti, cinque o sei, così disordinati che facevano bruttissima figura. In uno pareva che avesse dormito un cagnolino, in un altro un porcellino; tanto erano in disordine. Un altro poi non aveva nulla sul materasso: il capezzale avvolto nel lenzuolo si trovava al posto dei piedi. Un quarto aveva le coperte per terra e sopra le scarpe. Dovetti perciò chiudere la porta, perchè quel forestiere non vedesse un così brutto spettacolo.

                Tentai di entrare in un'altra camerata, ma in questa essendo maggiore il numero dei letti era maggiore anche il numero di quelli che non erano fatti. Dovetti quindi desistere dal proseguire quella visita per non disonorare i miei giovani in faccia a persone estranee alla casa. Fan così brutta figura le camerate in disordine! Però non ne voglio far colpa ai giovani, no: la fo agli assistenti, i quali, volere o non volere, dovrebbero esigere che tutte le mattine si accomodassero i letti.

                Ma per non fare una gridata a nessuno, ho trovato un mezzo efficace per conseguire questo scopo, che si incomincierà fin da domani mattina a mettere in pratica. Ecco qual è. Deputerò una persona la quale abbia l'incarico di visitare tutti i giorni le camerate e sarà suo dovere fare tutti quei letti che si troveranno in disordine. Costui però avrà il guadagno di quattro soldi per letto, i quali verranno pagati da quei giovani stessi ai quali il letto appartiene. Tuttavia non toccherà che due soldi per la fatica di ogni letto rifatto; gli altri due soldi saranno conservati per comprare qualche cosa a vantaggio di tutti i giovani insieme. Così coloro che pagheranno potranno anche goderne una parte!

                Un'ultima cosa io debbo ancora raccomandarvi, cioè che pettiniate bene i vostri capelli. Viene la primavera, la quale fa moltiplicare certe bestioline. Lo sa il povero Enria, che alcune volte è disperato e bisogna che lavi qualche testa due o tre volte. Ne hanno anche certi [86] giovani che vogliono parer belli e si lisciano la capigliatura, la dividono, segnano la riga, ma non si pettinano. A costoro io vorrei dire: o sciocconi, siate meno vanerelli; pensate a pulirvi e non a lisciarvi.

 

30 marzo.

 

                Domani è l'ultimo venerdì di marzo, quindi desidero che lo santifichiate il meglio che vi sia possibile, e facciate la Via Crucis con vera compassione delle pene di Gesù Cristo e vero dolore de vostri peccati. Ciò vi raccomando tanto più, che alcuni de' nostri chierici si preparano nella Casa de' Lazzaristi a ricevere degnamente la sacra ordinazione del suddiaconato. Domani pregate quindi il Signore perchè riescano suoi veri ministri. Per essi sono momenti di grande importanza ed anche terribili, perchè il demonio fa tutti i suoi sforzi per distrarli e distoglierli dalla vocazione al sacerdozio e le vostre preghiere serviranno moltissimo a confortarli.

                Mentre il Servo di Dio ammoniva e correggeva i suoi figli dell'Oratorio, non dimenticava quelli raccolti nei collegi di Mirabello e di Lanzo ai quali pensava di fare qualche visita. In queste occasioni si verificava di lui quel che si legge del Divin Salvatore, che passava operando sempre del bene. Riferiamo una sua lettera al Direttore di Lanzo.

 

                               Carissimo D. Ruffino,

 

                Pensavami di fare una gita a Lanzo in questo giovedì e così segare la quaresima in compagnia dei miei cari figliuoli di S. Filippo Neri; ma il tempo guastò le strade e bisogna che attendiamo che esse siansi fatte alquanto migliori.

                Tua sorella è stata ricevuta, o meglio se le è fatto posto, fra le educande del Buon Pastore, mediante un corredo di f. 100. Pei denari ci penserò io; procura adunque tu di farla avvisare che venga quando che sia, portando le ordinarie sue vesticciuole con un paio di camicie. Il resto sarà provveduto al Ritiro. Giunta a Torino venga da me, che la farò accompagnare con un biglietto al suo posto.

                Fa' molti e cari saluti al corpo insegnante, dirigente, assistente, e al corpo degli assistiti. Sabato è giorno dedicato a Maria SS. Annunziata. Io vi raccomanderò tutti al Signore nella Santa Messa; voi pregate anche per me. Raccomanda poi in modo supplicante a D. Provera che solennizzi quel giorno con qualche cosa a tavola, sì che i giovani [87] abbiano motivo di fare un brindisi a mia salute costà, mentre quasi e forse all'ora stessa io procurerò di farlo qui ad onore di tutti i miei cari figliuoli di Lanzo.

                Dio ci conservi tutti nella sua santa grazia. Amen. Tuo

                Torino, 22 marzo 1865,

Aff.mo in G. G.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Avendo riconosciuta a Lanzo la necessità di un professore patentato, scriveva una supplica al Ministro Natoli affidando a Maria SS. il buon esito di questa pratica, poichè il Ministero era contrario all'istruzione data dagli Istituti religiosi.

 

                               Eccellenza,

 

                Il sac. Bosco Giovanni espone rispettosamente all'E. V. come il chierico Fagnano Giuseppe, allievo della casa di beneficenza, detta Oratorio di S. Francesco di Sales, presentavasi nello scorso dicembre 1864 agli esami pel diploma del ginnasio inferiore.

                Gli esami scritti e verbali gli riuscirono tutti favorevoli; ma nel giorno che doveva dare la lezione orale, prima di presentarsi ai signori esaminatori, fu assalito da febbre che lo turbò e gli impedì di poterla terminare; per questo motivo, come consta dalla dichiarazione del Preside della Facoltà, nella lezione orale, potè solo ottenere 16/40, invece di 24/40.

                Ora il sottoscritto fa umile ricorso all'E. V. a nome del mentovato chierico, supplicandola a volergli accordare il favore speciale di computargli i voti complessivamente e in questo caso ne avrebbe abbondantemente la sufficienza. Qualora poi all'E. V. sembrasse troppo grande l'implorato favore, si degnasse almeno di volerlo soltanto obbligare a ripetere la lezione, senza che debba di nuovo subire gli altri esami.

                Il ricorrente si fa animo a domandare questo favore:

                1° Perchè gli esami delle materie principali sortirono tutti favorevoli e solamente nell'accessorio della lezione orale fu mancante;

                2° Fu mancante perchè sorpreso da febbre, come se ne accorsero gli stessi esaminatori;

                3° Per coadiuvare ad un'opera di beneficenza, cui il mentovato chierico appartiene;

                4° Pel merito del chierico stesso che da molti anni impiega gratuitamente e con somma attività le sue fatiche ad istruire ed educare altri poveri giovani; [88]

                5° Ma il motivo principale si è la fiducia che si ha nella nota di Lei bontà, che suole sempre concedere quei favori che tornano di pubblica utilità, purchè siano compatibili colle vigenti leggi.

                Pieno di fiducia nell'Eccellenza Vostra, spera la grazia

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Il 27 aprile 1865 il chierico conseguiva il diploma d'insegnante nel ginnasio inferiore.

                Di quei giorni D. Bosco dovette anche rispondere a certe pretese del Municipio di Lanzo, dal quale, per cause però da lui indipendenti, non erasi ancor potuto percepire il pattuito stipendio per i maestri elementari. Il Sindaco gli aveva scritto insistendo perchè provvedesse alle necessità delle scuole comunali col destinare nuove sale per le classi degli esterni, che erano cresciuti di numero più di quello che si fosse preveduto; bisognava dunque restringere i locali, tutt'altro che spaziosi, destinati per gli alunni interni. D. Bosco, quantunque fosse pronto a sacrifici pecuniari, come lo provò più tardi il fatto, pur di mantenersi in quel luogo da lui prediletto, volle tuttavia scrutare l'animo del Sindaco e de' consiglieri. Scrisse pertanto una lettera che prima di spedire fece esaminare da D. Savio e dal Cav. Oreglia, perchè glie ne manifestassero il loro parere.

 

                               Ill.mo Sig. Sindaco,

 

                Ricevuta la lettera di V. S. Ill.ma riguardante il Collegio Convitto di Lanzo, ho pensato ai varii modi con cui avrei potuto provvedere al buon andamento del medesimo coll'ampliazione o almeno col rendere servibile il locale attuale.

                Ma osservando che qualunque mezzo io addotti ne' limiti circoscritti del Municipio riesce a me svantaggioso, d'altra parte per la regolarità e per l'aumento delle classi non bastando più l'attuale locale, poichè pel prossimo ottobre le domande sono assai superiori al numero di quelli che sono già ivi accolti, per questi motivi io diffido Vostra Signoria e con Lei gli altri signori del Municipio che io mi [89] dismetto dalla convenzione delli 30 giugno 1864 e li lascio liberi di provvedere alla continuazione del Collegio nel modo che sarà da loro giudicato migliore.

                Mi rincresce certamente e per le gravi spese che ho dovuto fare e pel buon andamento ed avviamento tanto degli interni quanto degli esterni, ma per non esporre questa casa a maggiori gravami debbo prendere questa deliberazione.

                La prego di voler comunicare questa deliberazione ai Signori Membri del Municipio, e di fare a tutti i miei più vivi ringraziamenti di tutti i benevoli riguardi che in più occasioni ebbero la bontà di usarmi.

                Mi creda colla dovuta stima e gratitudine

                Torino, 29 aprile 1865,

Dev.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

 


CAPO VIII. Sono ultimate le fondamenta e le volte del Pavimento della chiesa in costruzione - Il Duca Amedeo accetta di porvi la pietra angolare -Valido aiuto che prestano a D. Bosco i suoi preti - Il Teol. Borel -Memorabile triduo predicato da D. Bosco in preparazione alla Pasqua -Perchè D. Bosco riesce nelle lotterie - È formata la Commissione per la nuova lotteria - Conferenze e approvazione del programma -- Invito ai benefattori per assistere alla benedizione della pietra angolare della nuova chiesa in Valdocco - Generosità dell'ing. Spezia - Il S. Pontefice concede indulgenze a chi onora il mese di S. Giuseppe - Preparativi nell'Oratorio pel collocamento della pietra angolare. - La solenne benedizione di questa - Il Principe Amedeo nell'Oratorio; accademia in suo onore - Inno di ringraziamento a Dio - Ammirazione del Principe per le opere di D. Bosco e suoi doni per la chiesa e per i giovani dell'Oratorio - Una pianta di pomi - Due opuscoli in occasione della festa -Per le fatiche e la fede di D. Bosco la Chiesa è in quest'anno innalzata colle sue volte e coperta - Generosità di un fruttaiuolo.

 

                INTANTO D. Bosco spingeva sempre avanti l'opera che allora gli stava più a cuore, cioè la costruzione della chiesa di Maria SS. Ausiliatrice. I lavori continuavano alacremente. I sotterranei erano già ultimati e compiute tutte le volte che dovevano sorreggere il pavimento.

                Il Servo di Dio con viva gioia vedeva avvicinarsi l'istante [91] nel quale per la prima volta in quel prato, di immortale memoria, si sarebbe pubblicamente celebrato il nome di Maria Ausiliatrice, col porvi la pietra angolare del suo Santuario. Qui la Madonna gli aveva rinnovata la missione che aveagli manifestata quand'era ancor fanciullo e parve che allora si fosse rinnovato il dialogo che avvenne tra Debora e Barac:

                - Se tu vieni con me, io andrò; se non vieni meco, io non mi muovo.

                - E bene io verrò teco.

                Era questa la promessa della Madre di Dio; e D. Bosco fin dal 1845, e anche prima, incominciò colle sue benedizioni a far meraviglie, le quali dimostravano che Maria SS. era con lui.

                D. Bosco aveva dunque ragione di volere una festa quanto si poteva solenne, e perciò pregava il figlio del Re Vittorio Emanuele II, il Principe Amedeo, Duca d'Aosta, che era allora nei 20 anni, perchè venisse a mettere la pietra angolare della Chiesa; e il Principe gentilmente accettava l'invito.

                D. Bosco poteva dedicarsi con maggior assiduità ai preparativi della festa, perchè incominciava a vedere i frutti preziosi della sua Pia Società. Da quattro anni, a tutte le tempora, qualcuno de' suoi chierici era assunto ai sacri ordini ed il numero de' suoi preti, coadiuvati da zelanti sacerdoti diocesani, permettevagli di farsi supplire quasi interamente nelle istruzioni domenicali della sera in Valdocco e negli Oratori di S. Luigi e dell'Angelo Custode. Egli riserbava per sè la narrazione della Storia. Ecclesiastica al mattino nella chiesa di S. Francesco di Sales, che continuò poi in Maria Ausiliatrice fino al 1869.

                Un aiuto ammirabile egli continuava ad avere dal Teol. Borel, sempre pronto, umile e pieno d'amor di Dio. Questo zelante sacerdote una domenica fu chiamato a predicare nell'Oratorio dopo che aveva esercitato nel mattino il sacro ministero in varie chiese della città. Il messo lo trovò nell'orto [92] avanti alla sua casa nel Rifugio, mentre, essendo ancor digiuno, mangiava un peperone con un tozzo di pane. Udita la commissione, il buon sacerdote esclamò

                - Ecco! il pranzo è fatto!

                E senz'altro fu sul pulpito.

                Il Teol. Borel era cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro: e i chierici dell'Oratorio un giorno stavano parlando dell'ingegnere Spezia e pronosticavano che presto egli sarebbe stato decorato di quella croce, come difatti avvenne; quando il Teologo, attraversando il cortile dopo la predica, si fermò un istante per salutarli, e quelli famigliarmente gli chiesero per qual motivo gli fosse stata conferita l'onorificenza Mauriziana. Ed egli ridendo:

                - Non lo so neppur io. Forse perchè un giorno ho spento una spalliera di fiori finti che abbruciavano, mentre chierico di Corte servivo la Messa a palazzo, presente la regina Maria Teresa.

                E rideva. Egli aveva sempre una buona parola per quanti incontrava e così se ne attirava la confidenza e l'affetto.

                Una volta entrando in fretta nell'Oratorio, perchè era alquanto in ritardo per la predica, visto un giovane prete che lo aspettava per accompagnarlo, gli disse:

                - Ma Lei non l'ho mai visto nell'Oratorio.

                - Son pochi mesi che son venuto con D. Bosco.

                - E intende fermarsi?

                - Precisamente, se il Signore vorrà.

                - Bravo, bene; si fermi qui, perchè è la casa di un santo. Coraggio! Non si lasci prendere dalla malinconia, non si turbi per qualche contrarietà o privazione. Sempre allegro! Perseveri nella sua decisione e sarà contento. C'è molto da fare, ma Iddio e la Madonna pagano bene.

                E abbracciatolo si affrettò ad entrare in chiesa. Fortunato l'Oratorio che per tanti anni ebbe un tale amico!

                Di lui e di altri sacerdoti di Torino Don Bosco servivasi [93] anche per soddisfare le domande che gli venivano di predicazioni straordinarie, non solo in diocesi ma eziandio fuori di essa. Non di rado egli riceveva inviti da Vescovi e da parroci di dettare una missione, e non solo in borgate, ma anche in città cospicue. Potendo, egli accettava l'invito; ma se era impedito, ne incaricava i suddetti volenterosi suoi amici e anche taluno dei suoi giovani preti, ad esempio D. Giovanni Cagliero o D. Michele Rua.

                Di quei giorni ebbe luogo una missione a Reggio Emilia e quel Vescovo ne riferiva a D. Bosco.

 

                                M. R. Sig. Padrone mio col.mo,

 

                Non ho espressioni che valgano a significare a V. S. M. R. la mia gratitudine pel segnalatissimo favore di spedirmi due sì dotti, sì zelanti e veramente santi Missionarii, per dare un corso di spirituali esercizii in questa città. Hanno faticato indefessamente giorno e notte per più d'una settimana con tanto buon successo, con tanta soddisfazione e frutto spirituale di tutto il popolo, che proprio si è veduta la benedizione del Signore sopra di loro. Ho più volte pieno di consolazione ripetuto di essi le parole di S. Paolo: Beati pedes evangelizantium bona, evangelizantium pacem.

                La ringrazio mille e mille volte, riveritissimo Signore, di tanta sua compiacenza, e se valessi mai a servirla in qualsiasi sua occorrenza gradirei sommamente tale occasione per confermarle i sensi della mia gratitudine e di quella parzialissima stima, con cui mi pregio di essere ecc., ecc.

                Reggio, 1° Maggio 1865,

+ PIETRO, Vescovo.

 

                D. Bosco intanto, finiti i catechismi quotidiani della Quaresima, non solo sedeva interi giorni al tribunale di penitenza, ma predicava il triduo di preparazione alla Pasqua. In una di queste prediche trattò della sincerità in confessione e descrisse con sì vivi colori l'angoscia di Carlo (quel giovanetto morto dopo essersi mal confessato, nel 1849) e la sua ventura di essere stato risuscitato e di aver palesata la sua colpa ad un sacerdote prima di riaddormentarsi nel sonno della morte, [94] che finito il racconto non potè più aggiungere una sola parola. Vinto dall'emozione si mise a piangere e a singhiozzare in modo che fu obbligato a interrompere il discorso e a scendere dal pulpito. Tutti i giovani rimasero come fuori di sè e stettero assai lungo tempo prima che si potessero intonare le litanie della Beata Vergine. Don Carlo Ghivarello e Giuseppe Bologna, essendo presenti, attestarono il fatto.

                Mentre i giovani interni ed esterni adempivano all'obbligo della Comunione Pasquale, il Servo di Dio poneva fine alle pratiche iniziate per l'ordinamento della lotteria. Non dubitava punto del suo felice successo. Il Teologo Leonardo Murialdo, Rettore degli Artigianelli in Torino, anni dopo, vedendo le lotterie che D. Bosco faceva con esito felicissimo, mentre le sue approdavano a poco, lo interrogò del sistema che praticava per riuscir così bene. Il Servo di Dio gli rispose:

                - Ecco come pratico io. Decisa la lotteria scelgo i più buoni e pii giovani dell'Oratorio e li conduco innanzi all'immagine di Maria SS. per ottenerne la benedizione. Fatto ciò, ci aiutiamo di mani e di piedi, per poter attendere alla sua buona riuscita.

                Il Teologo stesso scrisse questa testimonianza.

                In questo mese Don Bosco aveva  cercato di procurare alla nuova lotteria l'appoggio e la speciale protezione di varii principi di casa Savoia, che fu generosamente accordata; e riusciva a formare l'elenco dei personaggi che avevano accettato di far parte della Commissione. Eccone i nomi:

                “Membri della Commissione: Luserna di Rora' March. Emanuele, Sindaco della città di Torino, Presidente onorario. - Scarampi di Pruney March. Lodovico, Presidente. - Fassati March. Domenico, Vice-Presidente. - Moris cav. Giuseppe, Consigliere Municipale, Vice-Presidente. - Gribaudi sig. Giovanni Dott. in Med. e Chir., Segretario. -Oreglia di S. Stefano cav. Federico, Segretario. - Cotta Comm. Giuseppe, Senatore del Regno, Cassiere. - Anzino Teol. Can. [95] Valerio, Capp. di S. M., Direttore dell'esposizione. - Bertone di Sambuy Conte Ernesto, Direttore dell'esposizione. - Boggio Barone Giuseppe, Direttore dell'esposizione. - Bosco di Ruffino cav. Aleramo. - Bona Comm. Dirett. gen. dell'ammin. delle ferrovie merid. - Bosco sac. Giovanni, Direttore degli Oratori. - Cays di Giletta Conte Carlo, Direttore dell'esposizione - Duprà cav. Gio. Batt. Ragioniere alla Camera dei Conti. - Duprè cav. Giuseppe, Consigliere Municipale. Fenoglio Comm. Pietro, Economo generale. - Ferrari di Castelnuovo March. Evasio. - Giriodi cav. Carlo, Direttore dell'esposizione. - Minella sac. Vincenzo, Direttore dell'esposizione. - Pernati di Momo cav. comm. Min. di Stato Sen. del Regno. - Pateri cav. Ilario, Professore e Consigliere Municipale. - Provana di Collegno Conte ed Avvocato Alessandro. - Radicati conte Costantino ff. di Prefetto. - Rebaudengo comm. Gio. segr. gen. del Min. della Casa Reale. - Scarampi di Villanova cav. Clemente, Direttore dell'esposizione. - Solaro della Margherita conte Alberto. - Sperino Comm. Casimiro Dott. in Med. e Chirurgia. -Uccelletti sig. Carlo, Direttore dell'esposizione. - Vogliotti cav. Alessandro Can. Teol. Provicario Generale. - Villa di Monpascale conte Giuseppe, Direttore dell'esposizione. - Viretti sig. avv. Maurizio, Direttore dell'esposizione.

                Sorsero nuove difficoltà per far accettare gli uffici che richiedevano maggiore responsabilità e lavoro; e varie furono le assemblee tenute dai più volenterosi di questi signori in una sala del palazzo Municipale. Ma il 16 aprile, giorno di Pasqua, e il 25 e il 26 dello stesso mese, presi gli opportuni concerti, fu approvato il programma e distribuite le incombenze.

                Durante questo tempo tutto era stato apparecchiato per la posa della pietra angolare e il Servo di Dio aveva diramato ai fedeli il seguente invito: [96]

 

Torino, 24 aprile 1865.

 

                                Benemerito Signore,

 

                Con grande piacere partecipo a V. S. Benemerita che nel giorno 27 del corrente mese avrà luogo la benedizione della pietra angolare della Chiesa dedicata a MARIA AUSILIATRICE.

                Sua Altezza Reale il Principe Amedeo metterà la prima calce:

                Sua Eccellenza il Vescovo di Casale farà la funzione religiosa.

                Spero che fra gli insigni nostri benefattori, che in quel giorno ci onoreranno della loro presenza, avremo anche il piacere di poter annoverare la S. V. Benemerita.

                Godo molto di questa bella occasione per offrirle gli omaggi della più sentita mia gratitudine e di augurarle ogni bene dal Cielo, mentre ho l'onore di professarmi

D V. S. Benemerita

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

ORDINE DELLA FUNZIONE.

 

                1° Il luogo della funzione è tra la Chiesa attuale di S. Francesco di Sales e la via Cottolengo.

                2 ° La funzione sacra comincierà ad un'ora pomeridiana e si avrà adito dalla mentovata via Cottolengo.

                3° Dopo si darà un piccolo trattenimento, in cui avranno luogo brevi rappresentazioni, concerti musicali: D. Procopio, L'Orfanello, Gianduja al pais d'la Cucagna, Dialogo: Coro nelle Prigioni di Edimburgo.

                4° Visita della casa; canto del Te Deum colla benedizione del Venerabile.

 

                A questo invito rispondeva l'ing. Spezia con una sua lettera, monumento di generosità.

 

Torino, aprile 186.5.

                               M. R. Sig. D. Bosco,

 

                Ho ricevuto con piacere la notizia che S. A. il Principe Amedeo con altri alti personaggi verrà a mettere la prima calce sulla pietra angolare della nostra Chiesa. [97] Non mancherò sicuramente di far in modo di potermi trovare anch'io per dare coi disegni alla mano tutte quelle indicazioni e schiarimenti che taluno potesse desiderare per farsi un giusto concetto del risultato dell'Opera.

                Intanto le trasmetterò il desiderato conto dei lavori fin d'ora eseguiti, ond'Ella ne possa conoscere la posizione finanziaria.

                Quanto alla mia parcella d'onorarii, sì pel progetto ed assistenza alla costruzione della Chiesa, che per gli altri miei personali servigi prestati a cotesta casa di ricovero, non occorre occuparsene, dovendola Ella, come già le dissi, tenere per saldata senz'altra obbligazione di sorta; anzi ringrazio io lei stessa di pormi con ciò nel caso di potere prestare anch'io la mia opera a favore di una istituzione di tanta utilità e filantropia sotto tutti i rapporti sì religiosi che sociali.

                Aggradisca, ecc.

Ing. ANTONIO SPEZIA.

 

                Sorgeva sereno e tale mantenevasi fino a sera, il 27 aprile che doveva essere apportatore a D. Bosco di un'altra consolazione. Pio IX con un rescritto (rinnovato poi il 18 luglio 1877) concedeva a tutti quelli che dedicherebbero un intero mese con qualche pia pratica quotidiana di preghiere e di virtù ad onore di S. Giuseppe (in preparazione alla sua festa del 19 marzo) 300 giorni d'indulgenza in ciascun dì, e plenaria in un giorno, ad arbitrio, dello stesso mese, in cui veramente pentiti, confessati e comunicati, pregherebbero secondo l'intenzione del Sommo Pontefice; senza obbligo di visita ad alcuna chiesa. D. Bosco conosceva e predicava il valore inestimabile delle indulgenze e S. Giuseppe, dopo la Madonna, era stato proclamato protettore degli studenti e degli artigiani dell'Oratorio.

                Pel dì suddetto adunque, che era un giovedì, gli apparati per la festa erano compiuti, e, quanto più si potè, in modo splendido. Tutto il piano della futura chiesa era coperto da un ampio tavolato di assi, a cui erano state sovrapposte tele larghe e coperte da letto per rimediare all'ineguaglianza delle tavole. Un piccolo altare di legno fu collocato allo stesso sito, ove il giorno innanzi secondo la rubrica si era innalzata una [98] gran croce e dove poi doveva sorgere l'altar maggiore. Sull'altare vedevasi dominar la croce, fiancheggiata da cerei accesi e da vasi di fiori. L'altare era coperto di tele ornate da frange indorate e sopra di esso s'innalzava un maestoso padiglione, chiuso da tre lati ed aperto di fronte: la parte di dietro era formata da una bandiera nazionale recante in mezzo lo stemma sabaudo. Copriva il pavimento un prezioso tappeto. A destra era il coperchio della pietra fondamentale, la cazzuola, il martello d'argento, e l'astuccio per l'atto notarile. Sul centro della futura chiesa si stendeva un larghissimo tendone, ornato di frange e sorretto da quattro altissime antenne dipinte a fascie bianche e rosse. Nello spazio del cappellone in cornu Evangelii si innalzava un gran palco per i cantori, innanzi al quale stava la banda musicale. In cornu Epistolae, nello spazio dell'altro cappellone, un seggio con inginocchiatoio coperto di damaschi per il Principe Reale. All'entrata della chiesa ergevasi un arco trionfale con un'iscrizione e per una gradinata di legno salivasi allo spianato su cui doveva compiersi la cerimonia.

                Ma il Vescovo di Casale Mons. di Calabiana, che doveva eseguire la sacra funzione, impedito da urgenti affari, si era scusato per telegramma, e D. Celestino Durando, mandato da D. Bosco a Susa, era tornato in quello stesso giorno con Mons. Giovanni Antonio Odone, che premurosamente aveva accettato l'invito.

                Tutto era pronto, quando verso un'ora pomeridiana si levò un vento così impetuoso che pareva volesse stracciare e portar via tutto l'apparato. Ma dopo mezz'ora cessò. Sembrava che Satana avesse sfogata la sua ira, tentando d'impedire il sacro rito.

                Una moltitudine di gente, la prima Nobiltà torinese ed anche non torinese, il Prefetto della città, il Sindaco con parecchi membri del Municipio, i signori della Commissione per la lotteria, schiere numerose di giovani accorsi da varie [99] parti, la banda musicale con un centinaio di voci argentine erano in ordine per ricevere Sua Altezza Reale il Principe Amedeo di Savoia, duca d'Aosta. Superando molte e gravi difficoltà si era potuto ottenere presso la Direzione delle ferrovie che i giovanetti appartenenti alla Casa di Mirabello venissero in quest'occasione a formare una specie d'esercito coi loro compagni di Torino.

                Alle 2 il Vescovo di Susa in mezzo a due file di chierici assumeva gli abiti pontificali, e giungeva Sua Altezza il Duca col suo nobile corteggio, salutato dalla marcia reale. Il Venerabile, in mantellina, lo ricevette al suo arrivo e lo accompagnò al posto per lui preparato e là si fermò ritto in piedi alla sua destra e tenendo aperto il rituale, dandogli a quando a quando qualche spiegazione.

                Mons. Vescovo, dopo le preci e i salmi prescritti, asperse con acqua lustrale le fondamenta, e quindi seguito dal Principe, da D. Bosco e da altri illustri personaggi si recò presso la base del pilastro della cupola dal lato del Vangelo, che sorgeva già alquanto dal livello del pavimento. Qui il notaio, redatto un verbale di quanto si faceva, lo lesse ad alta voce.

 

                “L’anno del Signore mille ottocento sessantacinque, il ventisette aprile, ore due di sera; l'anno decimonono del Pontificato di Pio IX, de' Conti Mastai Ferretti, felicemente regnante; l'anno decimosettimo di Vittorio Emanuele II; essendo vacante la sede arcivescovile di Torino per la morte di Monsignor Luigi dei Marchesi Fransoni, Vicario Capitolare il Teologo Collegiato Giuseppe Zappata; curato della Parrocchia di Borgo Dora il Teologo Gattino Cav. Agostino; direttore dell'Oratorio di S. Francesco il sacerdote Bosco Giovanni; alla presenza di S. A. R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta; del conte Costantino Radicati Prefetto di Torino; della Giunta Municipale rappresentata dal Sindaco di questa città Luserna di Rorà marchese Emanuele, e dalla Commissione promotrice di questa chiesa da dedicarsi a Dio Ottimo Massimo ed a Maria Ausiliatrice, Monsignor Odone G. Antonio Vescovo di Susa, avuta l'opportuna facoltà dall'Ordinario di questa Archidiocesi, ha proceduto alla benedizione delle fondamenta di questa chiesa e collocazione della pietra angolare della medesima nel pilastro grande della cupola nel lato del Vangelo dell'altare [100] maggiore. In questa pietra sono state chiuse alcune monete di metallo e di valore diverso, alcune medaglie portanti l'effigie del Sommo Pontefice Pio IX e del nostro Sovrano, una iscrizione in latino che ricorda l'oggetto di questa sacra funzione. Il benemerito ingegnere architetto cav. Spezia Antonio ne concepì il disegno e con ispirito cristiano prestò e presta tuttora l'opera sua nella direzione dei lavori.

                La forma della chiesa è di croce latina, della superficie di mille duecento metri; motivo di questa costruzione è la mancanza di chiese fra i fedeli di Valdocco, e per dare un pubblico attestato di gratitudine alla gran Madre di Dio pei grandi benefizi ricevuti, per quelli che in maggior copia si attendono da questa celeste Benefattrice. L'opera fu cominciata, e si spera che sarà condotta a felice termine colla carità dei divoti.

                Gli abitanti di questo Borgo di Valdocco, i Torinesi ed altri fedeli da Maria beneficati, riuniti ora in questo benedetto recinto, mandano unanimi al Signore Iddio, alla Vergine Maria, aiuto dei cristiani, una fervida preghiera per ottenere dal Cielo copiose benedizioni sopra i Torinesi, sopra i cristiani di tutto il mondo, e in modo particolare sopra il Capo Supremo della Chiesa Cattolica, promotore ed insigne benefattore di questo sacro edifizio, sopra tutte le autorità ecclesiastiche, sopra l'augusto nostro Sovrano, e sopra tutta la reale Famiglia, e specialmente sopra S. A. R. il Principe Amedeo, che accettando l'umile invito diede un segno di venerazione alla gran Madre di Dio. L'Augusta Regina del Cielo assicuri un posto nella eterna beatitudine a tutti quelli che hanno dato o daranno opera a condurre a termine questo sacro edifizio, o in qualche altro modo contribuiranno ad accrescere il culto e la gloria di Lei sopra la terra”.

 

                Approvato questo verbale, fu sottoscritto da tutti quelli che furono sopra nominati e dai più illustri personaggi che trovavansi presenti. Di poi fu piegato e fasciato col disegno della chiesa; e con una copia di un'iscrizione latina di D. Francesia, fu riposto in un vaso di vetro, appositamente preparato.

                L'iscrizione era di questo tenore:

 

                D. O. M. - UT VOLUNTATIS ET PIETATIS NOSTRAE - SOLEMNE TESTIMONIUM POSTERIS EXTARET - IN MARIAM AUGUSTAM GENITRICEM - CHRISTIANI NOMINIS POTENTEM - TEMPLUM HOC AB INCHOATO EXTRUERE - DIVINA PROVIDENTIA UNICE FRETIS - IN ANIMO FUIT - QUINTO TANDEM CAL. MAI. AN. MDCCCLXV - DUM [101] NOMEN CHRISTIANUM REGERET - SAPIENTIA AC FORTITUDINE PIUS PAPA IX PONTIFEX MAXIMUS -- ANGULAREM AEDIS LAPIDEM IOAN. ANT. ODO EPISCOPUS SEGUSINORUM - DEUM PRECATUS AQUA LUSTRALI RITE EXPIAVIT - ET AMADEUS ALLORROGICUS V. EMM. Il FILIUS EAM PRIMUM IN LOCO SUO CONDIDIT - MAGNO APPARATU AC FREQUENTI CIVIUM CONCURSU. -SALVE O VIRGO PARENS - VOLENS PROPITIA TUOS CLIENTES - MAIESTATI TUAE DEVOTOS - E SUPERIS PRAESENTI SOSPITES AUXILIO.

J. B. Francesia scripsit[5].

 

                Chiuso ermeticamente, il vetro contenente il verbale venne collocato nel cavo fatto in mezzo alla pietra angolare, insieme con varie medaglie di Maria Ausiliatrice e monete d'oro, d'argento e di rame, coniate in quell'anno e immagini sacre e ritratti del Papa. Il venerando Prelato benedisse coll'aspersorio ogni cosa.

                Vicino a lui attiravano gli sguardi di tutti i due fratelli Francesco e Michele Paglia che erano i più piccoli dei chierici, eguali per statura meno che media, e similissimi di fisionomia essendo gemelli. L'uno teneva in mano in un elegante vassoio d'argento una cazzuola e un martello, l'altro in eguale vassoio una piccola lastra. Il principe Amedeo incastrò questa sull'orlo del cavo praticato nella pietra angolare e vi pose sopra la prima calce. Quindi i muratori continuarono in quel punto il loro lavoro di costruzione fino all'altezza di oltre un metro.

                Compiuti i riti religiosi, i prelodati personaggi entrarono nell'Oratorio. Nel cortile erano schierati in due file gli alunni. [102]

                Il Principe volle passarli in rivista: per due volte egli passò lentamente in mezzo a quelle schiere plaudenti, e si fermò innanzi alla banda musicale, compiacendosi nel vedere fra i suonatori alcuni giovani usciti dall'Oratorio, colla divisa del suo stesso reggimento.

                Accompagnato da D. Bosco visitò quindi l'Ospizio dando spesso segno di gradimento alle frequenti ovazioni che i giovanetti gli facevano quando passava ad essi vicino; e poi cogli invitati si recò nella gran sala dello studio, ove D. Francesia salutò il Vescovo, il Principe, e gli altri signori con nobile poesia nella quale, fra le altre cose gentili, diceva a Sua Altezza:

 

Caro e diletto Principe,

Schiatta di santi eroi,

Quale pensier benefico

Ti mena qui fra noi?

Uso alle aurate reggie,

Del mondo allo splendore,

Del miser lo squallore

Degnasti visitar?

 

Bella speranza al popolo

In mezzo a cui tu vieni,

Possa tuoi giorni vivere

Calmi, dolci e sereni:

Mai sul tuo capo giovane,

Sull'alma tua secura,

Non strida la sventura,

Non surga amaro dì.

 

                Cantato quest'inno, di cui si distribuirono fra i convenuti 1000 copie, si lessero varie altre poesie di attualità, si eseguirono diversi pezzi di musica vocale e istrumentale e si recitò un dialogo scritto da D. Bosco, nel quale si dava un resoconto sulla solennità del giorno[6].

                Terminato il piacevole trattenimento, chiudeva la giornata una predica del Can.Lorenzo Gastaldi[7] e una divota azione di grazie al Signore colla benedizione del SS. Sacramento [103] nella chiesa di S. Francesco. S. A. R. e il suo corteggio avevano lasciato l'Oratorio alle cinque e mezzo, mostrandosi ognuno pienamente soddisfatto.

                In quella sera l'augusto Principe aveva invitato a pranzo alcune notabilità, alle quali, dopo aver narrata la bella funzione a cui aveva assistito, diceva:

                - È una vera meraviglia il bene che fa questo povero prete; facciano altrettanto, se sono capaci, molti altri che pur vantano grandi opere!

                E fra gli altri segni di gradimento, commosso per le cordiali accoglienze ricevute dagli alunni dell'Oratorio, volle offrire dalla sua cassetta particolare una graziosa somma per concorrere anch'egli all'innalzamento del sacro edifizio, facendo così nella sua giovanile età omaggio della sua divozione alla gran Madre di Dio.

                Nello stesso tempo avendo conosciuto come gli alunni di D. Bosco si esercitassero con piacere in giuochi di ginnastica, dispose che fosse loro recata in dono parte degli attrezzi della propria palestra.

                Il generale Rossi annunziava a D. Bosco le generose disposizioni dei Principe:

 

                CASA. DEI REALI PRINCIPI.

Torino, 4 maggio 1865.

 

                S. A. R. il Principe Amedeo rammentando le accoglienze avute in cotesta Pia Casa, dove recossi a posare la prima pietra della nuova Chiesa, e volendo contribuire anch'Egli allo incremento di essa, ha determinato di mandare un'oblazione di lire 500 sul tenue suo particolare peculio.

                La prego, Rev. Signore, di volerne spedir ricevuta al Contabile Sig. C. L. Doria.

Il Governatore dei Reali Principi

Rossi. [104]

 

                CASA DEI REALI PRINCIPI.

Torino, 4 maggio 1865.

 

                S. A. R. il Duca d'Aosta, cessando il suo soggiorno a Moncalieri, avrebbe determinato di destinare a codesto benemerito Istituto diretto dalla S. V. Ill.ma una parte degli attrezzi di ginnastica che già servirono agli esercizii dell'A. S. R. e che potranno tornare utili agli allievi della S. V. Ill.ma.

                Avrò cura di farle conoscere, in un coll'elenco di tali oggetti, il giorno e l'ora in cui le verranno consegnati, affinchè Ella possa delegare persona a riceverli e prendere gli opportuni concerti col Sig. Cav. Obermann sul modo di collocarli a sito.

Il Governatore dei Reali Principi

Rossi.

 

                Questi molteplici attrezzi di gran costo, collocati nel cortile dell'Oratorio, per molto tempo furono per i giovani un potente mezzo di ricreazione,  mentre quanti venivano in Valdocco avevano un argomento continuo di ammirare la bontà del Principe.

                Il Servo di Dio lo contraccambiò di cuore con un dono singolare. Vicino al luogo della nuova chiesa, in un angolo del cortile, era cresciuto un alberello di pomi, che aveva messo varii bottoni. Don Bosco come lo seppe, meravigliato del caso, avvertì i giovani che non toccassero quell'albero e lasciassero maturare quelle mele, poichè aveva fatto disegno di mandarle in dono al Principe Amedeo.

                Ed i giovani correvano, saltavano, e nessuno toccò quell'albero, sicchè le poma vennero a perfetta maturità e di una grossezza mirabile. Don Bosco più non pensava a quella proposta, quando un giorno uno di quei pomi cadde per maturità a terra. Un giovane prese una foglia, vi mise sopra il frutto, ed accompagnato da tutti gli altri, lo portò a Don Bosco in refettorio. Don Bosco fece allora raccogliere gli altri cinque e li mandò al principe, narrandogli il fatto. Il giovane Duca ringraziò D. Bosco dei regalo che gli aveva voluto fare  [105] inviandogli un'altra offerta, perchè comperasse a' suoi giovani un po' d'altra frutta, come diceva, in compenso delle saporitissime mele che essi gli avevano mandato.

                Il Duca Amedeo serbò sempre grato ricordo del 27 aprile 1865. Nel 1884, recatosi al Santuario d'Oropa, tenne una sera un lungo discorso con Mons. Pietro Tarino, ragionando sul nuovo Santuario che in quel luogo si pensava di erigere, e sulle difficoltà che distornavano dall'incominciarlo. Il Principe avea preso a caldeggiare con forza il cominciamento di tale opera monumentale, esclamando fra l'altro:

                - I tempi sono propizii per opere di questa fatta. Osservate D. Bosco! Con nulla in mano ha speso parecchi milioni e trova sempre persone benefiche che lo aiutano nelle grandi e coraggiose imprese alle quali si accinge.

                D. Bosco intanto, subito dopo la festa solenne sopra descritta, a memoria dell'avvenimento ed anche perchè maggiormente si commovesse la pubblica carità, faceva stampare e divulgare il suo dialogo recitato al cospetto del Principe, intitolandolo Rimembranza, con un po' di storia della chiesa che si edificava e un breve cenno sulla posa della pietra angolare. Contemporaneamente i tipografi dell'Armonia pubblicavano un fascicolo intitolato: Divozione di Maria Ausiliatrice in Torino. È un compendio storico di due secoli, che finisce con un cenno della nuova chiesa in Valdocco.

                I lavori per l'innalzamento del sacro edificio proseguivano colla massima celerità; ma non poteva bastare la lotteria a tutte le spese, e D. Bosco dava prove luminosissime di sua gran fede e divozione verso la SS. Vergine. L'impresa doveva costargli fatiche e cure indicibili per trovare i mezzi occorrenti, ed egli vi si sottopose quotidianamente di grande animo. Mancandogli moltissime volte il danaro per pagare gli operai, o per provvedere materiali, portavasi in persona, o scriveva ad ammalati e ad altri che sapeva essere in gravi angustie, esortandoli a ricorrere  con fiducia alla Beata Vergine [106] con la promessa di qualche offerta per la fabbrica della sua chiesa. Così porgeva loro il mezzo di ottenere la grazia, provvedeva all'opera sua il necessario soccorso ed accresceva in pari tempo nei fedeli la gratitudine e la devozione verso la celeste benefattrice.

                Per tal modo nel corso del 1865 l’edifizio fu condotto fino al tetto e coperto; e ne fu compiuta anche la volta, ad eccezione del tratto che doveva essere occupato dalla periferia della cupola.

                Mentre si andavano compiendo tali costruzioni accadde un fatto, che fece meravigliare gli operai. Un povero rivenditore di frutta era venuto ne' primi giorni d'estate per far negozio delle sue merci nelle parti di Valdocco. Avendo saputo che la chiesa di Maria Ausiliatrice si stava costruendo col privato concorso dei fedeli, volle anch'egli prendervi parte. Con generoso sacrifizio per un povero uomo chiamò il direttore dei lavori e gli consegnò tutta la sua frutta, perchè la dividesse fra i muratori. Volendo poi compiere, secondo la sua espressione, l'opera incominciata, si fece aiutare a mettere sulle spalle una grossa pietra e s'incamminò su pei ponti. Tremava tutto il buon vecchio sotto il grave peso, ma gli pareva leggero pel fine religioso da cui sentivasi animato. Giunto alla cima depose il sasso, e tutto allegro esclamò:

                - Ora muoio contento, poichè spero di potere, in qualche modo, partecipare a tutto il bene che si farà in questa chiesa!

 

 


CAPO IX. Colla fabbrica della Chiesa di Maria Ausiliatrice si estende la fama di D. Bosco - La fiducia dei fedeli nelle sue preghiere manifestata dalle lettere - Debiti da soddisfare - Generosità di D. Bosco, che essendo nelle strettezze accoglie gratuitamente giovinetti che han bisogno di ricovero - Suo dolore pel fallo di un giovane - Sue parlate: Tristi conseguenze del non voler stare alle regole: la gallina e la volpe - Il fine dell'uomo: importanza di questo pensiero - Il momento della Comunione e il demonio - Un'antica apparizione della Madonna sull'Appennino ligure - Letture Cattoliche: LA PACE DELLA CHIESA, OSSIA IL PONTIFICATO DI S. EUSEBIO E S. MELCHIADE - Elogi di Mons. Tripepi a D. Bosco per le sue Vite dei Papi.

 

                DIFFICILMENTE negli anni trascorsi, non solo in Torino ma anche in molte altre città, trovavasi cospicua persona e anche dello stesso volgo, che non sapesse chi era D. Bosco. Ma ciò apparve sempre meglio quando egli ebbe intrapresa la fabbrica del tempio di Maria Ausiliatrice. Io che sempre gli era d'accanto e che doveva rispondere alla massima parte delle lettere a lui indirizzate, posso assicurare che erano centinaia e talvolta migliaia quelle che egli riceveva ogni settimana, con cui si imploravano le sue orazioni, come quelle di un santo che tutto può presso Dio e la [108] Beatissima Vergine. Moltissimi domandavano una benedizione, ma la volevano impartita da lui; mandavano elemosine per la celebrazione di messe, ma chiedevano per sommo favore che fossero da lui celebrate e sovente ottenevano la grazia sospirata. - È questa una testimonianza di Don Michele Rua.

                Di queste lettere noi ne abbiamo trovate alcune, che portano nomi dei quali dovremo far menzione più volte in queste pagine.

                Sul principio del 1864 da Firenze la marchesa Gerolama Uguccioni domandava preghiere per la sua figlia che doveva prendere una irrevocabile risoluzione per tutta la vita. Nell'aprile del 1865 ricorrevano a D. Bosco, da Venezia e poi da Cremona, la Principessa Elena Di Soresina Vidoni pel felice esito di affari oltre modo dolorosi; nel mese di maggio da Nizza Marittima il Barone Heraud per la sua consorte da più di un anno afflitta da malattia incurabile: da Roma la Duchessa di Sora, figlia del Principe Borghese, per sè, per i suoi cinque bambini e per la conversione di uno stretto parente. Scrivevano eziandio a D. Bosco da Venezia la contessa Carolina Mocenigo Soranzo, figlia della Principessa Elena Di Soresina Vidoni, per ringraziarlo di una sua lettera, delle preghiere fatte per lei e per salutarlo da parte di D. Apollonio: da Firenze la contessa Isabella Gerini per la consolazione provata leggendo i consigli che D. Bosco le aveva scritti: e la Marchesa di Villa Rios per doni destinati alla lotteria. Il 30 settembre la principessa Corsini, invitata dalla Duchessa di Montmorency, inviava da Firenze a D. Bosco, benemerito della religione e dei poverelli di G. C., lire 50 per la nuova chiesa, raccomandandosi alle sue orazioni.

                E’ doveroso il dare un saggio di queste lettere spiranti la stessa fiducia, e lo faremo riportando la lettera di un'altra nobildonna fiorentina. [109]

 

Firenze, 8 agosto 1865.

 

                               Molto R.do Don Bosco,

 

                Spero ch'Ella mi perdonerà l'ardire con cui le dirigo la presente, ma la bontà con cui Ella si degnò accogliermi quando nel dicembre dell'anno 1863 mi presentai a Lei per pregarla ad ascoltare le mie confessioni durante il mio soggiorno a Torino, m'incoraggisce a farlo.

                Ella si rammenterà quanto le sue parole mi fossero motivo di consolazione, perchè m'incoraggivano a confidare nella Divina Misericordia per la salute delle anime dei miei più cari. Ella mi diceva di pregare per ottenere dalla Divina Provvidenza le grazie necessarie per affrontare i pericoli a cui la mia famiglia si troverebbe esposta, ma ahimè... sento pur troppo ch'io prego così male, che ho gran paura di non meritare di ottenere questa gran grazia.

                Siamo in tempi così difficoltosi ed infelici, la mia posizione e quella dei miei è così difficile, che per quanto, mercè la divina grazia la confidenza nella misericordia infinita d'Iddio non mi abbia abbandonata, pure talvolta mi pare di “sperare contr'ogni speranza”.

                Conoscendo adunque di aver gran necessità di ricorrere alle preghiere dei buoni ed avendo somma fiducia nelle Sue, ardisco inviarle una piccolissima elemosina pregandola a voler celebrare il Santo Sacrifizio della Messa cinque volte, cioè una per il mio marito G .... una per ciascuno dei miei figli L,... e T.... una per la mia figlia M ....,  e una per me secondo la mia intenzione, ch'io dirigo unitamente alla salute delle nostre anime.

                So quanto Ella è occupato, e mi rimprovero di venire ancor io a tediarla, ma non posso tacerle che se Ella potesse distogliersi un momento alle sue gravi occupazioni, qualche parola mi sarebbe di sommo conforto.

                Mi perdoni, ottimo Signore, il sommo ardire, non mi dimentichi nelle sue preghiere, mi comandi se mi crede buona a servirla in qualunque siasi modo, e mi permetta di sottoscrivermi

                Di Lei, molto rev.do,

Contessa………..

 

                Sembra che le tante e nobilissime attinenze avrebbero dovuto togliere a D. Bosco ogni preoccupazione, tanto per la chiesa, quanto per il mantenimento di tutti i suoi giovani. Ma non era così. Le spese enormi che quella esigeva gli rendevano più difficile il mantenimento dell'Ospizio e degli Oratorii, e la [110] sua piena confidenza in Maria SS. era posta sovente a gravi prove, perchè la carità avesse il merito del sacrificio e perchè la sua preghiera salisse continuamente fervorosa al trono delle grazie. La Madonna amava ascoltare la voce del suo devoto: Ascendit justi deprecatio, et descendit Dei miseratio: ha detto S. Agostino. Quindi le strettezze ed i soccorsi si alternavano quotidianamente.

                N'è prova una lettera scritta da Don Bosco al Marchese Fassati:

 

Torino, 18 aprite 1865.

 

                               Ill.mo e Car.mo Sig. Marchese,

 

                Se far vuole il giubileo, sig. Marchese, vi è un tempo opportunissimo; io mi trovo nel bisogno di pagare tremila franchi al panattiere dimani mattina prima delle dieci e finora non ho ancora un soldo. Io mi raccomando alla sua carità affinchè faccia quello che può in questo bisogno eccezionale; è proprio un dar da mangiare ai poveri affamati. Nel corso della giornata passerò da Lei, ed Ella mi darà quello che il Signore e la Santa Vergine le ispireranno in cuore.

                Dio benedica Lei, Sig. Marchese, la Signora Marchesa ed Azelia, e doni a tutti sanità e grazia con un bel premio nella patria dei beati. Amen.

                Con pienezza di stima mi professo,

                Della S. V. benemerita e carissima,

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Alcuni giorni dopo, ad un nobile signore delle parti di Cuneo, il quale caritatevolmente aveagli imprestato una somma senza chiedere interessi, scriveva:

 

                               Ill.mo Sig. Barone,

 

                Credo che il Cav. Oreglia non ritenesse la data del tempo stabilito per restituire a V. S. Ill.ma la somma di f. 2000 a favore di questa povera casa; neppure io in quel momento poteva sovvenirmene. Ora che Ella me lo ricorda, spero nella Divina Provvidenza di poterla [111] soddisfare all'epoca mentovata. Riguardo al contratto di due corpi di casa col Genio, è vero che fu stipulato, ma non si potè ancora effettuare l'intero pagamento per le innumerevoli garanzie e certificati che si vanno ogni giorno richiedendo. Ho poi attualmente un incaglio negli affari, pei lavori che ho in via di una chiesa e per alcune alquanto vistose somme scadute e non potute esigersi. Tuttavia come le dico sopra, atteso lo speciale bisogno che Ella mi accenna di averla, non in luglio ma ai 16 di maggio prossimo spero che l'avrà.

                La ringrazio della fotografia che piacquele mandarmi del compianto Mons. Manzini, benefattore di questa casa. Noi abbiamo perduto molto colla sua morte inaspettata.

                Dio benedica Lei e la sua famiglia e mi creda di S. V. Ill.ma,

                Torino, 28 aprile 1865,

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Ma di qualunque genere fossero gli incagli ai pagamenti o le spese previste, la carità di D. Bosco non era mai indecisa nell'accettare giovanetti che gli erano continuamente raccomandati, sebbene procedesse con virtuosa prudenza.

 

                               Carissimo Sig. D. Saroglia,

 

                Affinchè io possa rispondere categoricamente per l'accettazione del giovanetto Cerutti, figlio del bigliettario di Novara, bisogna che egli mi dica se intende avviarlo allo studio od a un mestiere, quale istruzione abbia conseguito, più un certificato di condotta morale, e se intende di pagare pensione o entrare per carità.

                Avuti questi schiarimenti risponderò tosto nel senso più favorevole che mi sia possibile.

                Dica al sig. Can.co Gallenga che non fui più a tempo per fare la sua commissione, perchè le carte erano già spedite.

                Dio la benedica; preghi per me e per questi miei poveri giovanetti, mentre mi professo con sincera affezione di V. S. Car.ma,

                Torino, 2 maggio 1865,

Aff.mo amico

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Se poi avveniva che egli stesso s'incontrasse in qualche povero giovanetto abbandonato, che vedeva nella necessità di avere un ricovero, non esitava un istante ad invitarlo [112] all'Oratorio, ove lo ammetteva fra i suoi figliuoli. Riferiamo dall'Unità Cattolica del 22 aprile:

                “Tutti sanno che quell'egregio sacerdote, che è D. Bosco, mantiene, veste e calza e viene educando agli studi e al lavoro, a seconda del caso, poco meno d'un migliaio di giovani, con infinito vantaggio non solo dei giovani stessi, ma della Società. Imperocchè molti di essi sono tolti di mezzo alla strada che li conduce alla carcere, alla galera e peggio. Se volete un saggio del modo semplicissimo con cui egli tende le sue reti a cotesti uccelli svolazzanti qua e colà, ecco ciò che avvenne pochi giorni or sono. D. Bosco s'imbattè in tre birichini di una decina d'anni caduno, i quali ruzzavano e giuocavano tra loro. D. Bosco, come fa ogni qualvolta trova dei ragazzi, che hanno l'aria di abbandonati, si accosta loro per dir qualche parola amorevole, e vedete se havvi modo di giovar loro; e così dice: - Bravi ragazzi, che fate qui? -Eh! ci balocchiamo. - Ma e non potreste andare a lavorare? - Volentieri, se trovassimo lavoro; ma siamo, come lei vede, così laceri, sudici e carichi di fratelli d'Italia, che nessuno ci riceve a lavorare. - Ma se qualcuno vi facesse puliti, e vi desse del lavoro, accettereste? - Oh! sì. -Ebbene venite meco. - Detto fatto: i tre marmocchi, tra contenti e vergognosi, seguono il buon sacerdote che li conduce all'Oratorio. Colà li fa pulire, lavare, vestire in panni nuovi da capo a piedi, e li pone a lavorare. I tre garzoncelli rispondono all'amorevolezza del loro benefattore con assiduità al lavoro e con una riconoscenza che si manifesta con atti di rispetto e di amore ogni volta che lo vedono. Quei tre poverini erano incamminati alla galera e alla forca. Ora riusciranno intelligenti ed onesti operai, come cento e cento loro compagni dell'Oratorio...”.

                Questa generosità in D. Bosco non si raffreddò mai e più tardi anche il Teol. Leonardo Murialdo testificava: “Il Servo di Dio accolse gratuitamente nel suo istituto varii giovanetti, sebbene proposti da me, rettore del congenere Collegio degli [113] artigianelli, perchè in questo non potevano per qualche motivo essere ammessi”.

                E portava ai suoi alunni, che conosceva tutti per nome e cognome, un affetto appassionato per la salute delle loro anime. Essendo venuto a sapere che uno di questi aveva commesso un grave fallo, ne fu così addolorato, che non potè dormire in tutta la notte e ciò narrava nella sera seguente del pulpitino, lamentandosi dell'offesa che si era fatta a Dio, e mostrandosene molto contristato.

                Questa santa passione suggerivagli que' pensieri che esponeva continuamente alla Comunità, dei quali la Cronaca quattro ce ne ricorda ancora del finire del mese di aprile e dei primi di maggio.

 

29 aprile.

 

                Immaginatevi una gallina la quale una sera non abbia voluto entrare nel pollaio. Invano la massaia si è affaticata a spingervela; essa corre pel cortile, sicchè la massaia stanca d'inseguirla chiude il pollaio e si ritira in casa. La gallina passeggia qua e là, becca in terra qualche granello, ed è contenta di esser libera. Cadendo la notte vede la scala appoggiata al fienile, e saltando di gradino in gradino va sul fieno, cerca un posto comodo e vi si adagia per dormire. Ma ecco un rumore la desta. A notte nessuno della casa veglia: i cani girano lontani per le vigne in guardia del raccolto. Una volpe è pur salita e, vista la gallina, si avanza per divorarla. La gallina però spaventata si slancia a volo: la volpe spicca un salto per raggiungerla, ma cade nell'aia, mentre la gallina è riuscita a volare sopra i rami di un albero vicino. La volpe non perde d'occhio la sua preda e accoccolata per terra sta osservandola col muso in alto. La gallina dopo una lunga ora spicca un secondo volo e va a fermarsi sul muro che cinge l'aia. E la volpe appie' del muro. Il muro è più basso del ramo dell'albero. La volpe gira su e giù; vede un asse appoggiato al muro e arrampicandosi su questo corre lungo il sommo verso la gallina, la quale non ha altro scampo che spiccare un terzo volo verso un albero fuori della cinta, ma rimane sopra di un ramo più basso del punto di partenza. Notate: la gallina pel peso del corpo difficilmente può spingere il volo in alto, quindi se lo spazio da varcare non è piccolo ad ogni volo perde di altezza. E la volpe scende, esce per un foro dal quale scolano le acque, e va e gira intorno all'albero e poi si pone in atto di salire lungo il [114] tronco. La gallina teme già di vedersi raggiunta, quindi vola sopra un altro albero un po' distante. E la volpe la segue. L'altezza non è più considerevole e la gallina cieca dal terrore cerca fuggire e rimane sopra una siepe. La volpe si ficca tra i rami, e allora la gallina spicca un ultimo volo, ma innanzi non ha un luogo ove ripararsi. Essa vola e ad ogni istante è più vicina al suolo: la volpe corre sotto di lei cogli occhi di fuoco, e la gallina finisce con caderle tra le zampe e manda un grido e di lei più non rimane che un mucchio di penne sanguinose. Figliuoli, la volpe è il demonio, la gallina sono certi giovani i quali saranno buoni, ma si fidano nelle loro forze, non vogliono regole, come la gallina non volle lasciarsi chiudere nel pollaio. Costoro, inesperti, trascurano gli avvisi perchè hanno le ali, la buona volontà, e anche la preghiera. Ma non pensano che l'inferma natura tende al basso. Certuni sono golosi, e poi poltroni, e poi... e poi... lo sa il Signore. Altri dicono: - Perchè ci proibiscono certe amicizie? noi non facciamo niente di male. - E poi s'incominciano a trascurar le regole, poi si cerca di sfuggire i superiori, poi certe letterine, certi pensieri, certe famigliarità, certe amicizie particolari, certe sensibilità. Si scende, si scende, le ali non bastano, la volpe è sotto che corre e si finisce col cadere nelle sue fauci. - Buona notte.

 

30 aprile.

 

                Un gravissimo pensiero occupa la mia mente e non posso fare a meno che manifestarvelo. Andate dai calzolai e domandate loro: Perchè state in questi laboratorii, lavorate da mane a sera, cucite le scarpe, impegolate gli spaghi, tagliate i cuoi? perchè? Vi sentirete rispondere: Per imparare il mestiere, per divenire buoni calzolai! Andate nel laboratorio dei falegnami e domandate a quei giovani artigiani: Perchè segate, piallate il legno, maneggiate il martello, usate continuamente la squadra, la linea, il compasso? Vi risponderanno: Per diventar buoni falegnami e guadagnarci, quando saremo grandi, un tozzo di pane. E a voi, miei cari giovani, io domando: Perchè avete lasciate le vostre case, perchè siete venuti nell'Oratorio? Voi mi direte: Per studiare, per istruire la nostra mente, per farci uomini.

                Ma se tanto si fa per imparare un'arte, per avanzarvi nelle scienze, io domanderò a tutti voi: E che cosa state a fare in questo mondo? Mi risponderete tutti ad una voce, in modo che non si potrà neppur capire quel che diciate: Noi siamo venuti a questo mondo per conoscere, amare, servire il Signore e poi andarlo a godere nella celeste patria; cioè a dire, non è vero? per salvare l'anima vostra! È già qualche tempo che ho nella mente questo pensiero, ed oggi più che mai mi si era fissato nel cuore; perciò ve lo volli significare. Oh se [115] potessi dirvelo come lo sento! Ma le parole mancano, tanto è importante e sublime è il soggetto. Oh se tutti voi aveste nel pensiero questa grande verità, se lavoraste unicamente per salvare la vostra anima, allora non farebbero più bisogno nè regolamenti, nè ammonizioni, nè esercizii di buona morte, perchè avreste tutto ciò che è necessario alla vostra felicità. Oh se tutte le vostre azioni avessero a scopo un fine sì importante, che fortuna sarebbe per voi, che felicità per D. Bosco! Sarebbe tutto ciò che desidero di meglio! L'Oratorio sarebbe un vero paradiso terrestre! Allora non succederebbero più nè furti, nè discorsi cattivi, nè letture pericolose, o mormorazioni, o disubbidienze. Tutti farebbero il loro dovere; perchè, persuadiamoci, e il prete e il chierico, e lo studente e l'artigiano, e il povero e il ricco, tutti devono lavorare a questo fine, altrimenti sarà vana ogni loro fatica.

                Eppure vi son qui alcuni che sanno ciò e non vi pensano menomamente. Tutte le loro mire sono di fare una buona merenda e lì pongono tutti i loro pensieri. Se hanno qualche companatico o qualche bottiglia di vino, corrono a cercare certi loro compagni e dando un'occhiata per sapere da che parte siano i superiori, se la svignano per andarsi a godere la loro merenda. E perchè non usano la stessa diligenza per l'anima, lo stesso ardore? Perchè, invece, non vanno in cerca di qualche compagno a persuaderlo di fare un'opera buona, ad andare in loro compagnia a visitare per qualche minuto Gesù Cristo in Sacramento? Quanto meglio sarebbe per essi! Mi ricordo che una volta ascoltando gli esercizii spirituali predicati dalla buon'anima di D. Cafasso, egli trattò così bene delle cure immense che gli uomini si prendono per le cose temporali e della niuna cura che hanno per le cose dell'anima, che quella sera andati poi tutti a cena nessuno ebbe coraggio di mangiare; così grande fu l'impressione che ci fece quella terribile verità.

                Miei cari figliuoli, anche noi pensiamo una volta seriamente ad un affare di così grande importanza. Vogliamo essere furbi e non stolti: furbi, corrispondendo alle grazie che Dio ci fa acciocchè ci salviamo; e non stolti, perchè altrimenti verrà un giorno nel quale dovremo piangere la nostra stoltezza.

 

1° maggio.

 

                Sognai e mi parea di essere in chiesa. La Chiesa era tutta ripiena di giovani, ma pochi si accostavano alla SS. Comunione. Lungo la balaustrata vi era un uomo lungo lungo, nero nero, sulla testa del quale spuntavano due corna. Esso aveva in mano una lanterna magica e facea vedere ai diversi giovani diverse cose. Ad uno facea vedere la ricreazione tutta animata dai giuochi ed interessavalo nel suo divertimento prediletto; all'altro presentava i giuochi passati, le perdite fatte e la speranza delle vittorie future; a questo il paese nativo con [116] quelle passeggiate, quei campi, quella casa: a chi faceva vedere nella sua lanterna lo studio, i libri, i lavori dei posti; e a chi la frutta, i dolci e il vino che avea nel baule; e a chi i parenti, o gli amici o qualche cosa di peggio, i peccati, ed anche i denari non consegnati. Quindi pochi si accostavano ai sacramenti. Alcuni vedeano le passeggiate, le vacanze e, lasciando da parte tutto, si fermavano a contemplare i compagni antichi dei loro divertimenti.

                Sapete che cosa vuol dire questo sogno? Vuol dire che il demonio fa di tutto per distrarre i giovani in Chiesa, per allontanarli dai SS. Sacramenti. Ed i giovani sono così minchioni da stare a vedere. Figliuoli miei, bisogna rompere questa lanterna del diavolo; e sapete come fare? Dare un'occhiata alla Croce e pensare che allontanarsi dalla Comunione è lo stesso che gettarsi in braccio al demonio.

 

5 maggio.

 

                Stassera vi conterei l'apparizione di Nostra Signora di Monte Bonicca presso Campofreddo nell'anno 1595, narrata da Carlo Pecorini ne' suoi cenni critico storici sulle più celebri apparizioni di Maria SS. Voi da questa intenderete come la Madonna ami che tra i suoi figli ci sia l'amore fraterno e non rancori, gelosie, risse, questioni.

                Campofreddo, feudo imperiale, e Masone, feudo della Serenissima di Genova, ambedue grosse borgate della diocesi d'Acqui in Piemonte, erano spesso in armi per inimicizie inveterate e mutua lesione di diritti: quindi aggressioni e massacri. Ne piangevano i buoni col virtuoso D. Gregorio Spinola, feudatario di Campofreddo, e supplicavano la grande pacificatrice, la Madre del bell'amore. Essa non chiuse le orecchie, anzi accordò oltre la domanda. Il 10 settembre 1595, il fervoroso Spinola, mosso certo da Maria, raduna i Campofreddesi e guidali a Masone col Crocifisso in mano, per perorare di pace con quei fieri montanari. Ecco che s'incontrano i due popoli, a cui si mescolano gli Agostiniani delle due case di Masone e Campofreddo, e si propongono accordi, e la pacificazione è sul risolversi.

                - Guardate, guardate, grida in quell'istante il fanciulletto Tommaso Olivero, guardate sul Bonicca il Paradiso!

                Guardarono quel colle dividente i due paesi; e videro che rifletteva una candida nube, che presto scoperse le sembianze di una splendidissima Signora, in manto celestino e bianco velo sul capo, corteggiata da due verginelle, e raggiante di tanta luce, che abbagliava ogni pupilla. Dopo qualche istante disparve.

                -Miracolo grande! - gridarono tutti, e pianti e proponimenti di miglior vita, e dimostrazioni di fratellanza scambievole. - Maria pietosissima è venuta a portare la pace! pace, pace, o fratelli, pace in eterno. [117] Ripetevasi la promessa, quando la seconda volta rinnovossi il prodigio: ancora la cara visione di Lei sfolgorantissima di splendori, e colla compagnia delle due sante. Non dirò se ne rimanessero stupefatti quei fortunati, e quali frutti preziosi ne derivassero. Giurossi una gran pace fra i due borghi; che non patì mai più detrimento, la Vergine cumulò all'usanza favori a favori, e i malati invocando la miracolosa del Monte trovavano alleviamento e salute. Subito si costrusse una cappelletta coll'immagine di Maria ai piedi del Bonicca, che ampliata e adornata nel processo dei tempi, fu sempre riverita pel concorso de' devoti e per le beneficenze della celeste Patrona. Di quegli stessi giorni fu rogato dal notaio Michele de Padio l'atto delle due apparizioni e delle istantanee guarigioni di quattro infermi, giurando, a nome dei due popoli presenti, il feudatario D. Gregorio Spinola coi più notabili di Campofreddo e di Masone.

 

                Così parlava D. Bosco, mentre, quasi null'altro avesse a fare, ultimava un suo nuovo libretto, il fascicolo delle Letture Cattoliche pel mese di giugno portante il titolo: La Pace della Chiesa, ossia il Pontificato di S. Eusebio e S. Melchiade, ultimi martiri delle dieci persecuzioni. Era l'ultimo dei suoi fascicoli sulle vite dei Papi, ed è segnato colla lettera P indicante il numero dei volumetti che su questo argomento già erano stampati. Il fascicolo incomincia con nozioni topografiche intorno la città di Roma.

                Il Servo di Dio avrebbe voluto continuare il suo lavoro storico fino a Pio IX, ma con suo gran rincrescimento dovette prima interromperlo e poi rinunziarvi, sia per aver smarriti alcuni quaderni, sia perchè assolutamente gli mancava il tempo. Ma era suo vivo desiderio che altri continuasse e conducesse a termine l'opera, ancorchè dovesse essere terminata dopo la propria morte: e ne diede a qualcheduno il consiglio, che non fu secondato perchè urgevano troppo altri lavori.

                Don Bosco non vide adunque continuato il suo disegno di figlio amoroso verso la Chiesa, ma ciò che egli scrisse basta per darci un alto concetto della sua erudizione. Il dottissimo Mons. Luigi Tripepi, che morì Cardinale di S. Chiesa, nelle sue opere nominando D. Bosco fra gli storici più insigni della [118] Chiesa, cita spesso le vite dei Papi dei primi secoli scritte dal Venerabile e ne riporta varii brani facendo di lui i più splendidi elogi. Nei suoi Studii critici sulla vita di Papa Pio I, stampati a Roma nel 1869 da Pietro Marietti, tipografo pontificio, dice che “il dotto e venerato D. Bosco si era dato con mano esperta a delineare le gesta di questo Papa” e “vuolsi rendere gloria immortale ed aver obbligo eterno all'erudito e zelante Bosco, gran lume di Torino e della Chiesa...” “Non avverrà, aggiunge, ch'io non ascolti con singolare compiacimento le belle parole di Giovanni Bosco, per virtù e dottrina venuto a celebrità, il quale seguendo il verisimile e procedendo per congetture scrive del nostro santo: Dalla più tenera età palesò molta bontà di vita e grande attitudine per le scienze.”

                E in altro suo volume: I papi e la Vergine, da S. Pietro a S. Celestino, fra qualche commento, scrivendo sul Papa San Telesforo dice: “Per me non rimanga, che l'erudito e pio Bosco, avendo un milione di ragioni, le quali sono gran lume della scienza, non tragga innanzi ad apprenderci col Segero, che degli anacoreti del Carmelo fu S. Telesforo, celebre per dottrina e santità”.

                E soggiunge:

                “... E gran mercè allo stesso Bosco, dalle cui parole verrò qui traendo fuori una vaga prova e carissima di quella pietà, che inverso Maria era piena l'anima nobilissima di Telesforo”.

                E narrato del precetto che fece quel Santo Pontefice ai sacerdoti di celebrare tre messe nella notte di Natale continua:

                “Ora il Bosco togliendo a numerare le ragioni, che mossero Telesforo a far legge di tal rito, una ne arreca, la quale chi abbia alcuna cosa famigliari i disegni dei santi, si renderà certo torni a gloria dell'Immacolata Signora: eccola senza più: - Altra ragione fu di alludere alla triplice nascita del Salvatore: 1° alla nascita eterna del Padre; 2° alla nascita temporale dalla Beatissima Vergine; 3° alla nascita spirituale quando colla sua santa grazia va nel cuore de' fedeli (p. 182). [119] E a pag. 229 così l'eminente scrittore si esprime:

                “Niuna cosa al mondo mi terrebbe che al mentovato Bosco io non tributassi onore e riconoscenza, mercecchè a rafforzar le mie prove della divozione, che S. Pio aveva tenerissima alla Benedetta fra le donne, nell'opera dello zelante sacerdote di Torino io vengo soavemente ammaestrato come: - In una peregrinazione l'anno 160 egli (S. Pio) venne fino a Testona, una volta città ed ora piccolo borgo vicino a Moncalieri. Ivi consacrò una chiesa alla Beata Vergine e stabilì sacri ministri che ne avessero la cura... Una divota iscrizione posta sull'ingresso del coro sembra confermare questa credenza.”

                Similmente in un'altra pagina (192) che descrive la catacombe Romane, il Tripepi dice D. Bosco uomo sapientissimo.

 

 


CAPO X. Gli esercizi spirituali: D. Bona di Brescia - Commedia latina: congratulazioni e ringraziamenti del P. Palumbo - Lettere di personaggi illustri da Milano e da Firenze a Don Bosco: si desidera studiare il sistema correzionale dell'Oratorio: si domandano consigli e concorso per la direzione di un Istituto di monelli fiorentini - Sovvenzione del Ministro delle Finanze -Quattro preti della Pia Società gravemente infermi - Ultime lettere di D. Alasonatti a D. Bosco - Dolore del Vescovo di Mondovì per la malattia di Don Alasonatti -Il mese di maggio: Parlata di D. Bosco: sogno: i doni dei giovani alla Madonna.

 

                Erano stati predicati gli esercizi spirituali ai giovani dell'Oratorio dal Sac. Giovanni Bona, Rettore del Santuario della Madonnina presso Brescia, il quale, anni prima, aveva fatto il quaresimale in Torino nella chiesa di S. Filippo. L'entusiasmo destato nei cittadini dalla sua semplice e attraente parola produsse un gran frutto di salute alle anime: ed anche gli alunni di D. Bosco corrisposero quanto meglio si poteva sperare alle sue meditazioni ed istruzioni, veri gioielli intessuti di fatti, paragoni, parabole, descritte con vivezza impareggiabile.

                Finiti gli esercizii spirituali, con nuovo ardore gli studenti ripigliavano l'applicazione ai loro doveri e si esercitavano nel dare qualche rappresentazione anche in lingua latina. L'Unità Cattolica del 18 maggio scriveva: [121]

                “Oggi (18) gli allievi dell'Oratorio di S. Francesco di Sales reciteranno per la seconda volta la bellissima commedia latina col titolo: Larvarum victor. Questa commedia scritta dal valoroso latinista il P. Palumbo della Compagnia di Gesù è stampata coi tipi dell'Oratorio stesso”.

                Il Palumbo stesso ne mandava le sue congratulazioni a Don Bosco:

 

Napoli, 5 giugno 1865.

                               Veneratissimo Sig. Direttore,

 

                E' qualche tempo che le debbo un vivo e sentito ringraziamento per la cura presasi in far rappresentare nel suo reputatissimo collegio la commedia latina del Vincitor delle fantasme, scritta da Mons. Rosini, e da me ritoccata. Vengo adunque con questa a sciogliere il mio debito di gratitudine ora che i pubblici diarii, per occasione della detta rappresentanza, fanno le più giuste lodi alla sua operosità ed al suo buon gusto, per saper Ella così bene informare la gioventù alla virtù ed alla classica letteratura. Che se alle sue lodi mescolano anche le mie, di queste stesse io mi tengo debitore a Lei, che si è degnato fare alcun conto dei nostri scherzi Plautini, e metterli in iscena. Non possono per altro negare che Ella, più che un divertimento ai Torinesi, ha procurato un vantaggio alla gioventù studiosa, ed ha dopo mezzo secolo e più attuato quello stesso a cui intese il mio prestantissimo Mons. Rosini. Tanto più che Ella ha voluto non pure produrre la Commedia nella scena, ma sì nella stampa, perchè fosse materiale di studio, e sì la utilità ne divenisse ai giovani più durevole: e non dire che i giovani mentovati, e sopratutto gli attori, conserveranno in quella stampa un ricordo perenne dei loro studii e dei plausi che colsero nella collegiale rappresentanza. Io dunque di tutto ciò la ringrazio vivamente a nome mio, ed a nome di quei pochi già vecchi discepoli della scuola rosiniana, che ancor sopravvivono al tristo scempio, che si è fatto e che tuttora si va facendo ai nostri tempi delle lettere latine, da quelli che pur dicono d'amar la patria, mentre ne odiano le glorie. Gran fortuna, mio veneratissimo Sig. Direttore, se la moderna società, volta oggi coi suoi pensieri a tutt'altro, potrà un tempo congratularsi con lei, o almeno consolarsi della sua memoria, per aver Ella mantenuto vivo in codesto collegio il fuoco sacro della latinità! Sarebbe un'altra bella prova pel laicato, che la Chiesa non fu mai la guastatrice, ma la salvatrice del bello e del buono. [122] Aggiungo i miei ringraziamenti prima al chiarissimo amico Vallauri, dal quale fui stimolato a compiere e mandare costà il lavoro: e poi all'ottimo ed operoso D. Francesia, le cui fatiche in preparare i giovani per la rappresentanza io più che altri posso immaginare ed apprezzare.

                Finalmente un saluto ed un plauso cordiale agli attori. E con ciò profferendomele cordialissimamente mi dico con piena stima e rispetto

                Di Lei, Sig. Direttore,

Um.mo e Dev.mo Servo

LUIGI PALUMBO.

 

                Non meno che per la classe degli studenti, faceva maravigliare i conoscitori dei bisogni della Società, l'operosità e sapiente intraprendenza di D. Bosco per la classe operaia. Eccone una prova:

 

                               Molto Rev. Sig. Direttore,

 

                La squisita accoglienza che incontrai nel di lei Istituto quando mi recai a visitarlo or sono due anni; e le cortesi informazioni che io ottenni sul prosperamento di esso, le quali poscia potei io medesimo rilevare dai fatti, mi incoraggiscono ad accompagnare con lettera d'introduzione, se pure fa d'uopo, presso di lei l'illustre ed egregio sig. Dott. Biffi, che porge la presente, Direttore d'uno stabilimento sanitario, di molta rinomanza nella nostra Milano, membro della Commissione visitatrice delle Carceri e di varie Accademie, il quale volendo far risaltare l'economia morale e sociale delle case riformatorie, si reca a Torino per viemmeglio conoscere i dati e i risultati dei vari istituti che a quest'opera attendono, ed era desideroso d'essere introdotto nel di Lei tanto applaudito stabilimento. Perdonerà questo tratto di confidenza, persuaso di metterla in rapporto con persona degna di tutta stima e tutta intenta a migliorare la condizione della società.

                Col più profondo ossequio mi professo di Lei

                Milano, 25 maggio 1865,

                Seminario delle Missioni Estere,

Devoto Servo

D. CARLO SALEMI. [123]

                Un'altra lettera conferma la medesima stima:

 

Firenze, 30 agosto 1865.

 

                                Molto Rev. Signore,

 

                La nobilissima impresa da Lei assunta di ritornare alla pratica del dovere una classe di sciagurati, che o il bisogno, o l'ignoranza, e più spesso il difetto assoluto di educazione domestica pone sul cammino del disonore, ha trovato un'eco anche in questa Provincia, ed io son fortunato che mi si presenti una circostanza, per attestarle i sensi della più profonda ammirazione per l'opera eminentemente cristiana e civile alla quale solo poteva bastare il suo zelo.

                Unito con Lei in un medesimo spirito di carità, più volte questo Consiglio Direttivo s'era augurata una qualche occasione che gli fornisse agio di porsi in rapporto colla S. V. molto Rev.da, persuaso che le necessità del tempo consigliano oggi più che mai la unità dei propositi non solo, ma anche la comunanza delle opere nell'esercizio della carità.

                Dall'opuscolo recentemente pubblicato che contiene gli atti della Società nostra per gli anni 1862 e 1863 e che ho l'onore di accompagnarle colla presente, Ella vedrà quali sieno i nostri intendimenti, ed in parte anche i risultati per noi ottenuti. Se Ella trovasse nella lettura di questo fascicolo un eccitamento ad entrare in relazione con noi, ad aiutarci dei suoi lumi e consigli, a darci in breve qualche notizia dell'ordinamento per Lei dato alla sua generosa Fondazione, il sottoscritto non ha parole a dirle quanto se ne sentirebbe onorato.

                Quando poi Ella mi incoraggiasse nella di Lei benevolenza per questo primo favore, io mi riserverei a valermi anche in altre contingenze del di Lei concorso in profitto d'una istituzione che ha comuni con la sua gli intendimenti e i propositi.

                Voglia condonarmi, Molto Rev. Signore, la libertà colla quale io mi dirigo al suo zelo, ed ho l'onore di protestarmi con tutto l'ossequio

Il Segretario aggiunto

Avv. NICCOLO' BICCHIERAY.

 

                Anche il Ministro delle Finanze riconosceva i meriti di D. Bosco per la cura che prendevasi dei giovani poveri ed abbandonati. [124]

 

Torino, 14 maggio 1865.

 

                               Rev.mo Signore,

 

                Mi è grato di partecipare alla S. V. molto Reverenda che il Signor Ministro delle Finanze ha recentemente concesso, a mia proposta, una sovvenzione di L. 300 al Pio Istituto da Lei con tanta lode diretto.

                Il relativo mandato di pagamento spedito in capo della S. V. sarà quanto prima esigibile presso la tesoreria provinciale di Torino.

                Sono ben lieto di aver potuto in qualche modo contribuire ad un provvedimento che torna a vantaggio di un Istituto così benemerito dell'umanità ed ho intanto il pregio di ripetermi con ben distinta stima e considerazione

Suo dev.mo ed obbl.mo Servo

C. CUTTICA.

 

                Ma tra i fiori di maggio spuntavano anche spine acute, le quali dovevano ferire dolorosamente il cuore di D. Bosco. Quattro dei suoi sacerdoti erano caduti infermi di malattie incurabili.

                D. Francesco Provera, Prefetto del Collegio di Lanzo, ordinato sacerdote nel 1864, sentiva farsi più acuto in un piede il dolore che avealo già afflitto anni prima. Corrodevagli l'osso una carie progressiva, sicchè non andò molto che fu costretto a rimaner inchiodato sopra una sedia. Il dott. Magnetti, che lo curava, lo aveva sottoposto a dolorose operazioni, restando così meravigliato della fortezza colla quale l'infermo sopportava tanti tormenti, che ebbe ad esclamare:

                - Quest'uomo deve essere un santo!

                Per mesi Don Provera non potè più celebrare la Messa, ma vi suppliva col fare quasi ogni giorno la santa comunione: e intanto continuava a lavorare, a provvedere ogni cosa per mezzo di un confratello, e a dare udienze ai parenti degli alunni. E tutto disimpegnava con carità ed allegria.

                Valenti medici, radunati a consulto, dichiararono incurabile il suo male e parlarono di un'amputazione; ma scorgendolo [125] così sfinito conclusero che l'amputazione non sarebbe riuscita a salvarlo, ma solo a farlo soffrire di più; essere perciò miglior partito lasciar fare dalla natura. D. Bosco nell'udire questa prognosi soggiunse:

                - Rimanga adunque sotto la cura della Provvidenza!

                E Provera, che non potè più posare in terra il piede finchè visse, sostenendo il ginocchio con una piccola gruccia di legno ed appoggiato ad un bastoncello, continuò a muoversi qua e là per la casa. D. Bosco gli aveva predetta questa croce fin dall'anno 1862.

                Anche il Direttore del Collegio di Lanzo, il sacerdote Ruffino, era caduto infermo, vittima del suo zelo. Venuto in Torino nei primi giorni della settimana santa per chiedere consigli a D. Bosco, ritornò al suo collegio sull'imperiale della vettura, con un viaggio di quattro ore, esposto ad una pioggia continua. Non appena giunto a casa, seppe che in parrocchia il Vicario e il suo vice parroco non bastavano a contentare il gran numero di penitenti che si preparavano per fare la Pasqua, e senza mutarsi gli abiti si recò a confessare e confessò più ore. Per questa generosa imprudenza, non tardò, essendo di gracile costituzione, a colpirlo un violento mal di petto, che in pochi mesi doveva condurlo agli estremi.

                Erano adunque gravemente infermi il Direttore e il Prefetto del Collegio di Lanzo, e D. Bosco provvide col mandare in loro aiuto il Direttore spirituale dell'Oratorio, D. Bartolomeo Fusero, giovane prete, di molta scienza e anch'esso di sante speranze. Pur questi, appena giunto al collegio, fu colpito da lenta paralisi al cervello e dovette essere rinviato a Torino e in fine venire affidato ad una casa di salute.

                Il quarto infermo era nell'Oratorio, e D. Bosco nel suo dolore avrebbe per lui offerto in sacrificio la propria vita. Era questi Don Vittorio Alasonatti, ormai maturo pel cielo. Egli andava visibilmente spegnendosi. Un doloroso reuma infieritosi sulla spalla destra ed un'ulcere nella gola che allargandosi [126] minacciava ad ogni ora di soffocarlo, lo costringevano all'inazione. Nella speranza che l'aria nativa venisse a giovargli, cedendo al consiglio di D. Bosco, erasi recato ad Avigliana, donde scriveva al suo caro Superiore:

 

                W. G. M. G.

7 maggio 1865.

                               Venerato Sig. D. Bosco,

 

                Sento il dovere di scriverle ed ho forte brama eziandio di avere notizie della preziosa salute di V. S. Stim.ma, coll'appendice dell'andamento dei RR. collaboratori e degli allievi. Le scrivo breve allo scopo di sottomettermi alla rispettabilissima di Lei volontà con sempre nuova costanza, pregandola di comandarmi senza riserva qualora mi creda vantaggiosa una qualche sua disposizione opposta alle precedenti a me comunicate. Pregandola dunque di un cenno per se vel per alium, accetterò come un vero favore qualunque sua comunicazione od ordine o consiglio, perchè la credo emanata dal cuore di mio bene unicamente desideroso. Un'indicazione dell'andamento della casa, della Congregazione, mi sarebbe carissima altresì, quando Ella mi stimi degno di tal favore.

                Passo ora alle cose mie, se stima volerle conoscere. Premetto i rispetti di mio padre e della famiglia a V. S. Rev.ma e le accerto che io non potrei per nessun modo bramare attenzioni maggiori, fino ad offerirmi denaro per i bisogni che mi occorressero. La quiete che qui si può godere mi alleggeriva fin dai primi giorni a poco a poco della tosse ostinatissima, asciutta, che mi impediva il sonno. A questo punto non mi molesta più gravemente, ma non lascia di essere difficile a sfogare, procurandomi un rantolo prolungato e frequente. Il mal di capo mi assale ancora per poco mi occupi a leggere, a pregare, a scrivere, ma meno regolarmente. La spalla destra è quella che più mi indolentisce dì e notte, giacchè, malgrado i rimedi sempre usati e continuativi, la ghiandola tiroidea non cede che forse poco, se non forse niente: per il che dopo una prova ancora più o meno prolungata, se così a Lei piacerà e secondo suo consiglio, mi riferirò alle ordinazioni che verrà invocando da V. R. ovvero mi porterò, si Deus dederit, costì per vederla e consultare.

                Vede quanto io penso pel corpaccio. Ma e di virtù come io stia, non saprei dirglielo. Mi raccomando alle orazioni dell'Oratorio intiero e massime della S. V. e dei RR. consacerdoti, ai quali prego la Bontà Vostra di degnarsi comunicare i continui e cordiali miei sentimenti [127] di unione in Domino, colla speranza di non venir rigettato dal rispettabilissimo e favorevolissimo loro Consorzio.

                Finora non ho fatto visita che ai RR. Parrocchiali di ambe le case di questo Borgo ed ai RR. Cappuccini. Il Vicario Foraneo mi largì f. 10 e D. Balbiano f. 1 per la Chiesa.

                Non saprei se D. Martina sia stato servito di copie del disegno, così D. Gavotto ecc. di Giaveno. A D. Martina sarei un qualche pomeriggio contento di portarlo: a Giaveno potrei mandarli, se le mie gambe non vorranno favorirmi meglio, ovvero prenderò la vettura.

                Il braccio che porta la mano scrivente spiega quanta sia la sua bravura, e la mia testa proverà l'abbondanza di ordine e chiarezza nella mia esposizione.

                Qui il mese di Maria è quanto si può desiderare ben celebrato in ambedue le parrocchie. Oggi è stato il fine del Giubileo. Il nostro Parroco ne è più che non credeva soddisfatto. Ci mancano all'universale pochissimi capri pasqualini. I RR. Cappuccini, i Parrochi ad ogni ora si trovano presti e caritativi a confessare. Deo gratias!

                Gli esercizi triduani costì avranno fruttato ad honorem Dei! Utinam! Tanti saluti al Rev. ed ottimo D. Bona, se è ancora tra le amate nostre mura, a D. Cagliero in primis, DD Ghivarello, Savio, Francesia, ecc.

                Gradisca la rinnovazione dei sentimenti di mia figliale obbedienza e di sincero ossequio. Voglia il Signore che non venga mai a scemarmi il rispettoso affetto che mi sento per Lei.

                Ella mi benedica anima e corpo, a gloria di Dio unicamente, onde io faccia l'adorabilissima sua volontà. Mi perdoni tutto, quanto in questa, e mi reputi sempre

aff.mo sebben indegno servo, figlio ed amico

Sac. VITTORIO ALASONATTI.

 

                La seconda lettera, forse l'ultima che scrisse in vita sua D. Alasonatti, continua a svelarci la grande virtù di chi dopo D. Bosco ha diritto di essere chiamato padre della Pia Società di S. Francesco di Sales.

 

 Avigliana, Porta ferrata, 20 maggio 1865.

                W. G. M. G.

 

                               Molto Rev.do e Carissimo Sig. D. Bosco,

 

                Oggi, sabato, è giorno dei conti, quindi ben è dovere che io rassegni quanto al morale, al letterario e fisico mio andamento si passò nella settimana al mio affezionatissimo sig. Padre, Direttore ed amico vero. [128] Ogni mattino per lo più alle 4 ½ ho finito la S. Messa in cui mi ricordo, com'è di tutta ragione, di V. R., dei compagni e dei giovani. .Non ho più letto nè scritto in tutta la settimana, fuorchè un percorrere superficialmente ed oggi scrivere a Lei ed al sig. D. Savio. Non ho fatto visita a persona, nè oltrepassato il limite della mia parrocchia alla quale tornava qualche giorno nelle ore pomeridiane. La ragione di tutto questo mio fare sta che appena giunto a casa mi trovai serrato più che prima nello stomaco e travagliato dalla tosse per alcuni colpi d'aria presi nel vapore. Il mio fiato era lungo due dita ed il rantolo costante: da due giorni questa faccenda mi volge in bene, mediante camomilla a caldo e l'olio di lino, sui quali mezzi ho molta speranza di portar avanti un po' e presto le forze della mia bestia.

                La notte dormo fin circa le due e poi conviene che io mi alzi per le scariche (da veniam) della tosse. Le doglie alla testa e alla spalla continuano, e perciò mi tengo in osservanza del divieto d'occuparmi, sentendole aggravare dopo qualunque applicazione e dopo le refezioni. Dopo la S. Messa prendo il rimedio, e poi mi rifaccio del sonno perduto sinchè mi portano una minestra per colazione. Mi trovo in mezzo a persone che vanno a gara in usarmi attenzioni prevenendo perfino i desiderii miei da loro immaginati. Non è questa una bella vita?!

                Non la trattengo di più in sì bassa cosa e la prego di gradire i rispettosi saluti del mio buon papà, di D. Maurizio, dei Parrocchiali nostri e di quel di Buttigliera, con quelli del fratello di Giacomelli, ecc.

                Mio padre le fa invito di venire un giorno intero con esso lui (però lunedì posdomani eccettuato) con qualche compagno, per es. il Cavaliere o D. Savio. Io desidero vivamente di vederli e, se verrà, di avere da Lei una benedizione, altrimenti la dia di costì.

                La SS. Vergine Auxilium Christianorum ci assista tutti e nel giorno di sua festa ci benedica. Il Signore la conservi ed Ella mi continui la sua benevolenza, alla quale mi pare di aver voluto e voler corrispondere.

                Ricordandosi sempre di me, saluti i giovani tutti e massime i sigg. consacerdoti e coadiutori e compagni con D. Giacomelli; mi aiuti colle sue sante orazioni e sacrifizi e da ultimo si degni credermi, se lo merito, col massimo ossequio e con figliale affetto nel Signore

Dev.mo Servo

Sac. ALASONATTI VITTORIO.

 

                Don Alasonatti vedendo che l'aria nativa non recavagli alcun miglioramento, anzi accresceva i suoi dolori, domandò per favore a D. Bosco di venir a morire nell'Oratorio. Gli fu concesso; ma quale fu la costernazione di D. Bosco, dei preti, [129] dei chierici, dei giovani, di tutta la casa nel vederlo rientrare nell'Oratorio in più lagrimevole stato! Gli si prodigarono tutte le cure dell'arte, e vane erano le visite dei medici più periti, vane le premure degli infermieri, vane le preghiere di tutto l'Oratorio per richiamare al primo vigore quella cara esistenza.

                Avuta notizia di questa malattia, Mons. Ghilardi scriveva a D. Celestino Durando da Mondovì, il 20 luglio 1865:

                “Oh quanto mi addolora la notizia della disperata salute dell'ottimo D. Alasonatti! Davvero che codesto Stabilimento non aveva bisogno di questa visita del Signore, ma pure conviene baciare la sua benedetta mano anche quando ci percuote perchè sempre mano di un padre il quale, quos corripit, amat. Domani dirò la S. Messa pel suddetto, ed Ella voglia fargli una visita per me dicendogli tante cose di conforto per parte mia. Lo stesso faccia col carissimo D. Bosco, che dirà con S. Paolo: Absit mihi gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi”.

                Fra queste pene il Servo di Dio si consolava colla divozione a Maria SS., onorata nel mese di Maggio da tutta la comunità in modo speciale. Dei suoi discorsetti serali la Cronaca ci ha conservato solamente quello del giorno 30 del mese, il quale però è sommamente prezioso.

 

30 maggio.

 

                Vidi un grande altare dedicato a Maria ed ornato magnificamente. Vidi tutti i giovani dell'Oratorio i quali in processione si avanzavano verso di esso. Cantavano le lodi della Vergine Celeste, ma non tutti allo stesso modo benchè cantassero la stessa canzone. Molti cantavano veramente bene e con precisione di battuta e di questi quale più forte e quale più piano. Altri cantavano con voci pessime e roche, altri stonavano, altri venivano innanzi silenziosi e si staccavano dalla fila, altri sbadigliavano e pareano annoiati; altri si urtavano e se la ridevano fra di loro. Tutti poi portavano dei doni da offerire a Maria. Tutti avevano un mazzo di fiori, quale più grosso e quale più piccolo e diversi gli uni dagli altri. Chi aveva un mazzo di rose, chi di garofani, chi di violette, ecc. Altri poi portavano alla Vergine dei doni proprio strani. [130] Chi portava una testa di porcello, chi un gatto, chi un piatto di rospi, chi un coniglio, chi un agnello od altre offerte.

                Un bel giovane stava davanti all'altare, il quale a considerarlo attentamente si vedeva che dietro le spalle aveva le ali. Era forse l'Angelo Custode dell'Oratorio, il quale di mano in mano che i giovani offrivano i loro doni, li riceveva e li ponea sull'altare.

                I primi offrirono magnifici mazzi di fiori e l'angelo senza dir nulla li posò sull'altare. Molti altri porsero i loro mazzi. Esso li guardò; sciolse il mazzo, ne fece togliere alcuni fiori guasti che cacciò via, e ricomposto il mazzo, lo posò sull'altare. Ad altri che avevano nel loro mazzo fiori belli ma senza odore, come sarebbero le dalie, le camelie, ecc. l'Angelo fe' togliere via anche questi, perchè Maria vuol la realtà e non l'apparenza. E così rifatto il mazzo, l'Angelo l'offerse alla Vergine. Molti tra i fiori avevano delle spine, poche o molte, ed altri dei chiodi, e l'Angelo tolse questi e quelle.

                Venne finalmente colui che portava il porcello e l'Angelo gli disse: - Hai tu coraggio di venir ad offrire questo dono a Maria? Sai che cosa significa il porco? Significa il brutto vizio dell'impurità, Maria che è tutta pura non può sopportare questo peccato. Ritirati adunque, chè non sei degno di stare davanti a lei.

                Vennero gli altri che avevano un gatto e l'Angelo disse loro: - Anche voi osate portare a Maria questi doni? Sapete che cosa significa il gatto? Esso è figura del furto e voi l'offrite alla Vergine? Sono ladri coloro che prendono danari, roba, libri ai compagni, coloro che rubano commestibili all'Oratorio, che stracciano le vesti per dispetto, che sciupano i denari dei parenti non studiando. - E li fece ritirare anch'essi in disparte.

                Vennero coloro che avevano i piatti di rospi e l'Angelo guardandoli sdegnato: - I rospi simboleggiano i vergognosi peccati di scandalo e voi venite ad offrirli alla Vergine? Andate indietro; ritiratevi cogli altri indegni. - E si ritirarono confusi.

                Alcuni s'avanzavano con un coltello piantato nel cuore. Quel coltello significava i sacrilegi. E l'Angelo disse loro: - Non vedete che avete la morte nell'anima? che se siete in vita è una speciale misericordia di Dio? altrimenti sareste perduti. Per carità fatevelo cavare quel coltello! - Ed anche costoro furono respinti.

                A poco a poco tutti gli altri giovani si avvicinarono. Chi offrì agnelli, chi conigli, chi pesci, chi noci, chi uva, ecc., ecc. L’Angelo accettò tutto e mise tutto sull'altare. E dopo aver così divisi i giovani, i buoni dai cattivi, fece schierare tutti coloro i cui doni erano stati accetti a Maria, davanti all'altare; e coloro che erano stati messi da parte furono con mio dolore molto più numerosi di quello che credeva.

                Allora da una parte e dall'altra dell'altare comparvero due altri angioli, i quali sorreggevano due ricchissime ceste piene di magnifiche [131] corone, composte di rose stupende. Queste rose non erano propriamente rose terrene, sibbene come artifiziali, simbolo dell'immortalità.

                E l'Angelo Custode prese quelle corone una per una e ne incorono tutti i giovani che erano schierati innanzi all'altare. Fra queste corone ve ne erano delle più grandi e delle più piccole, ma tutte di una bellezza ammirabile. Notate anche che non v'erano i soli attuali giovani della casa, ma sibbene molti altri che io non aveva mai visti. Or bene accadde una cosa mirabile! Vi erano dei giovani così brutti di fisonomia che quasi mettevano schifo e ribrezzo; a costoro toccarono le più belle corone, segno che ad un esteriore così brutto suppliva il dono, la virtù della castità, in grado eminente. Molti altri avevano, pure la stessa virtù, ma in grado meno eminente. Molti si distinguevano per altre virtù, come l'obbedienza, l'umiltà, l'amor di Dio, e tutti in proporzione dell'eminenza di queste virtù avevano proporzionate corone. E l'Angelo disse loro:

                - Maria oggi ha voluto che voi foste incoronati di così belle rose. Ricordatevi però di continuare in modo che non vi vengano tolte. Tre sono i mezzi per conservarle. Praticate: 1° L'umiltà; 2° l'ubbidienza; 3° la castità: tre virtù le quali vi renderanno sempre accetti a Maria e un giorno vi faranno degni di ricevere una corona infinitamente più bella di questa.

                Allora i giovani incominciarono ad intonare davanti all'altare l'Ave, maris stella.

                E cantata la prima strofa, in processione come erano venuti, si mossero per partire, mettendosi a cantare la canzone: Lodate, Maria! con voci così forti che io ne restai sbalordito e meravigliato. Li seguii ancora per qualche tratto e poi tornai indietro per vedere i giovani che l'Angelo aveva messi da parte: ma più non li vidi.

                Miei cari! Io so quali furono quelli incoronati e quali quelli scacciati dall'Angelo. Lo dirò ai singoli, acciocchè procurino di portare alla Vergine doni che essa si degni di accettare.

                .Intanto alcune osservazioni. -La prima: Tutti portavano fiori alla Vergine, e dei fiori ve ne erano di tutte le qualità, ma osservai che tutti chi più, chi meno, in mezzo ai fiori aveano delle spine. Pensai e ripensai che cosa significassero quelle spine e trovai che realmente significavano la disobbedienza. Tener danari senza licenza e senza volerli consegnare al Prefetto; domandar permesso di andare in un sito e poi andare in un altro; andare a scuola più tardi e quando è già qualche tempo che gli altri vi si trovano; fare insalate e altre merende clandestine; andare nelle camerate altrui quando assolutamente è proibito, qualunque motivo o pretesto possiate avere; alzarsi tardi alla levata; lasciare le pratiche di pietà prescritte; ciarlare quando è tempo di far silenzio; comprar libri senza farli vedere; mandar lettere senza licenza, per mezzo di terza persona, acciocchè non sieno viste e riceverne collo [132] stesso mezzo; far contratti, compre e vendite, l'un l'altro; ecco che cosa significano le spine. Molti di voi dimanderanno: è dunque peccato trasgredire le regole della casa? Pensai già seriamente a questa questione e vi rispondo assolutamente di sì. Non vi dico sia grave o leggero: bisogna regolarsi dalle circostanze, ma peccato lo è. Qualcheduno mi dirà; ma nella legge di Dio non vi è che noi dobbiamo obbedire alle regole della casa! Ascoltate: vi è nei comandamenti: - Onora il padre e la madre! - Sapete che cosa voglion dire quelle parole padre e madre? Comprendono anche chi ne fa le veci. Non sta anche scritto nella S. Scrittura: Oboedite praepositis vestris? Se voi dovete obbedire, è naturale che essi abbiano a comandare. Ecco l'origine delle regole d'un Oratorio, ed ecco se siano obbligatorie sì o no.

                Seconda osservazione. - Alcuni avevano in mezzo ai loro fiori dei chiodi, chiodi che avevano servito ad inchiodare il buon Gesù. E come? Si incomincia sempre dalle cose piccole e poi si viene alle grandi. Quel tale volea aver danari per secondare i suoi ghiribizzi; quindi, per spenderli a modo suo, non volle consegnarli; poi incominciò a vendere i suoi libri di scuola e finì col rubacchiare danari e roba ai compagni. Quell'altro volea solleticare la gola, quindi bottiglie, ecc. poi si permise licenze, insomma cadde in peccato mortale. Ecco come si trovarono in quei mazzi i chiodi, ecco come il buon Gesù venne crocifisso. Lo dice l'Apostolo che i peccati tornano a porre in croce il Salvatore: Rursus crucifigentes filium Dei.

                Terza osservazione. - Molti giovani avevano tra i fiori freschi e odorosi dei loro mazzi anche dei fiori guasti e marci o dei fiori belli senza odore. Quelli significavano le opere buone ma fatte in peccato mortale, opere che a nulla giovano per accrescere i meriti loro: i fiori poi senza odore sono le opere buone ma fatte per fini umani, per ambizione, solamente per piacere ai maestri e ai superiori. Quindi l'Angelo li rimproverava che osassero portare a Maria simili offerte e li rimandava indietro ad accomodare il loro mazzo. Essi si ritiravano, lo disfacevano, toglievano i fiori guasti e poi, ordinati di nuovo i fiori, li legavano come prima e li riportavano all'Angelo il quale allora li accettava e li poneva sulla mensa. Questi poi nel ritornare non seguivano più alcun ordine, ma appena erano pronti, chi prima chi dopo, ciascuno riportava il suo mazzo e si andava a collocare con quelli che doveano ricevere la corona.

                Io vidi in questo sogno tutto ciò che fu e che sarà dei miei giovani. A molti l'ho già detto, agli altri lo dirò. Voi intanto procurate che questa Vergine Celeste da voi riceva sempre doni che non abbiano mai ad essere rifiutati.

 

 


CAPO XI.Si raccolgono i Premi per la lotteria - Estimo legale - Don Bosco chiede al Prefetto di Torino di essere autorizzato a fare la lotteria - Decreto di approvazione della Prefettura - Prima circolare di D. Bosco che annunzia la lotteria - Programma e piano di regolamento di questa - Due circolari del Segretario della Commissione per la spedizione del programma e dei biglietti - Annunzio dell'Unità Cattolica - Invito di D. Bosco agli amici perchè lo aiutino nello spaccio dei biglietti - Due domande di sussidii a benefattori per i lavori della chiesa - Largizione dell'Economato generale dei benefizii ecclesiastici.

 

                DON Bosco, collocata la pietra angolare della nuova chiesa, aveva cominciato a domandar doni che dovevano servire come premi ai numeri vincitori della lotteria. Ecco la circolare, da lui diramata in proposito.

 

                               Benemerito Signore,

 

                Sono alcuni anni che io ricorreva a V. S. Benemerita invitandola a prendere parte ad una Lotteria iniziata a favore dei poveri giovani che frequentano gli Oratorii maschili di questa città, ed Ella mi porse la mano benefica cui mercè l'opera venne condotta ad un felice risultato. Mentre ho tuttora l'animo pieno di gratitudine per quanto ha fatto, mi si parano davanti novelli bisogni, novelle circostanze che mi spingono ad iniziarne un'altra, come unico mezzo per fare ricorso alla piccola beneficenza. - Fra questi bisogni sono i fitti, la manutenzione, riparazione ed anche la costruzione di locali destinati a questi Oratorii ed ultimamente una chiesa posta in costruzione nel [134] quartiere di Valdocco. - Dal programma e dal piano della Lotteria, che spero di poterle fra breve inviare, vedrà vie meglio spiegato quanto qui solamente accenno. Intanto io con tutta confidenza, calcolando di nuovo sulla efficace di lei cooperazione, la pregherei di tre speciali favori:

                1° Di continuarmi il suo favore per un'opera che già altre volte Ella si degnò di beneficare;

                2° Indicarmi il nome e il cognome di quelle persone che Ella giudica propense a prestarsi come promotori di quest'opera di beneficenza;

                3° Se, mai Ella o qualcheduno di sua conoscenza possedesse doni da destinarsi a questa bisogna, si compiacesse d'inviarli a questa casa in quel modo che le recherà minor disturbo. Imperciocchè per iniziare una Lotteria devesi prima raccogliere un determinato numero di oggetti da descriversi e presentarsi al sig. Prefetto di codesta città e provincia, per quindi ottenere la facoltà di farne la pubblica esposizione.

                Mentre per altro ripongo in Lei la più viva fiducia, l'assicuro che mi adoprerò quanto mi sarà possibile per diminuirle il disturbo in tutte le incombenze che possono occorrere nel compiere l'opera che nella sua bontà prende a promuovere.

                Iddio che, ricco di grazie, largamente ricompensa un bicchiere d'acqua dato in suo nome, le conceda vita felice e mandi sopra di Lei copiose benedizioni per la carità che sarà per usare a questi poveri giovanetti e per la costruzione della casa del Signore.

                Voglia in fine gradire che colla più sentita riconoscenza io abbia l'onore di potermi professare

                Di V. S. Benemerita

Obb.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

                Oratorio di S. Francesco di Sales

                Torino Valdocco.

 

                In risposta alle circolari spedite giungevano in gran numero casse e involti, e si enumerarono ben presto 840 premii. Per farne l'esposizione fu destinata una sala che si stendeva in tutto il secondo piano del braccio di fabbrica posta sulla via della Giardiniera. I periti legali esaminarono il valore della prima raccolta di premi e sotto l'elenco di essi ne fissarono il prezzo. [135]

 

                Elenco dei doni fino al N. 840...

                A richiesta del Sac. D. Giovanni Bosco dichiaro aver proceduto oggi a l'esame e valutazione degli oggetti d'arte qui sovra descritti, formanti insieme la somma di lire undici mila cinquecento dieci (11.510). - In fede, Torino, li 14 maggio 1865, Professore Giovanni Volpato.

                Il sottoscritto a richiesta del signor D. Bosco ha proceduto all'estimazione degli oggetti di vario commercio descritti nell'elenco qui sopra esposto per la somma di lire dodici mila novantuna, (12.091). - In fede, Torino, li 15 maggio 1865, Buzzetti Giuseppe, Estimatore.

                A scanso di equivoci si avverte che dal N. uno al N. sessanta furono lasciati in bianco per annotarsi i doni che si spera di ottenere da S. A. il Principe Amedeo e dai Ministri.

 

                Ciò fatto, il Servo di Dio non pose tempo in mezzo nel dar principio alle pratiche per ottenere dall'Autorità civile il permesso della Lotteria. Scriveva al Prefetto Pasolini:

 

                               Ill.mo Sig. Prefetto,

 

                Già altre volte ho fatto ricorso a V. S. Ill.ma nei gravi bisogni degli Oratorii Maschili di questa città ed ho sempre trovato in Lei un potente appoggio. Il medesimo favore spero eziandio di trovare nel caso presente in cui bisogni veramente urgenti si fanno sentire. Questi bisogni sono:

                1° Pagare alcuni arretrati del fitto della scuola ed Oratorio festivo di Vanchiglia che monta annualmente a franchi 630; dell'Oratorio di S. Luigi a Porta Nuova di franchi 450 annui; di San Giuseppe a S. Salvario di franchi 300.

                2° Estinguere una passività di lire 25.000 dovuta al sig. Filippi a compimento del debito contratto per un corpo di casa dal medesimo venduto, e da me comprato per dare ricetto a maggior numero di poveri giovani.

                3° Dare pane ad un numero di circa ottocento poveri giovanetti, i quali nella casa detta Oratorio di S. Francesco di Sales sono provveduti di vitto e vestiario ed avviati al lavoro.

                4° Ultimare la costruzione di una nuova chiesa, giacchè quella di cui ci siamo finora serviti, pel notabile aumento di giovanetti capisce nemmeno più la terza parte dei giovani che intervengono.

                Affine di provvedere a tutti questi bisogni ho pregato gl'infra nominati signori a radunarsi in una sala del Municipio, i quali esaminata la necessità di tali spese ed avvisando ai mezzi di fare fronte [136] alle medesime, proposero una lotteria di oggetti nel modo spiegato nell'unito programma e piano di regolamento. Per questo bisogno ricorro rispettosamente a V. S. Ill.ma, supplicandola: 1° Di voler approvare la Commissione di questa lotteria nei membri sottonominati con facoltà di pubblicare il programma coi rispettivo regolamento; - 2° Inoltre di poter smerciare biglietti N. 94.404 a cent. 50 caduno che formano lire 47.202 corrispondenti al doppio valore degli infrascritti oggetti. - 3° Che ciascun biglietto sia segnato da un membro della Commissione e marcato col bollo della medesima come nel modulo ivi unito.

                Persuaso che questa domanda sarà dalla sua carità benevolmente accolta, Le auguro tutto il bene dal Cielo, mentre ho l'alto onore di potermi colla più sentita gratitudine dichiarare

                Torino, 15 maggio 1865.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                D. Bosco adunque insieme colla lettera rimetteva al Prefetto la lista dei membri della Commissione, il Programma e il piano della lotteria, il modulo dei biglietti, l'elenco dei doni o premii ottenuti dai benefattori, l'estimo di questi fatto dai periti. Quattro giorni dopo aveva la seguente risposta:

                N 1139

                Oggetto: LOTTERIA

                Oratorio di S. Francesco di Sales

                Torino.

 

IL PREFETTO DELLA PROVINCIA DI TORINO

 

                Visto il ricorso che precede, del sig. Direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in questa città, tendente ad ottenere la facoltà di eseguire una lotteria di oggetti mobili stati ad un tal fine donati da erogarsene il prodotto a totale beneficio di detto Oratorio:

                Visto il successivo programma, ossia piano di detta Lotteria, susseguito dal modulo del registro a matrice e de' biglietti, non che dell'elenco de' Membri componenti la Commissione;

                Visto il primo Elenco, al presente annesso, degli oggetti come sovra donati, valutati dal sig. perito Volpato nella somma di Lire 23.601; [137]

                Visto il Regio Decreto 24 settembre 1863, X. 1484;

 

DECRETA:

 

                1° È autorizzata la Lotteria degli oggetti descritti in detto elenco a favore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino mediante l'emissione di numero novanta quattro mila quattrocento quattro biglietti a centesimi cinquanta caduno, producenti la somma di lire 47.202, doppio del valore de' premi. Detta Lotteria verrà eseguita nel modo e sotto le condizioni portate dal piano sovraccennato;

                2° Ciascun biglietto sarà firmato da uno de' Membri della Commissione che l'ufficio riconosce composta come nell'elenco che precede, e porterà inoltre la firma di un impiegato di questa Prefettura, che si delega nella persona del sig. Carlo Baccalario;

                3° Prima che incominci la distribuzione dei biglietti verrà detta lotteria annunziata al Pubblico mediante analoga notificanza per parte di detta Commissione, in quale notificanza si dovrà far cenno del ricorso, del piano della lotteria, e del presente Decreto ed indicare il luogo, giorno ed ora in cui si effettuerà l'Estrazione.

                Questa seguirà in presenza dei delegati della Commissione sotto la presidenza del sig. Sindaco di questa città, i quale è incaricato di rendere conto della regolarità dell'operazione.

                La Commissione predetta farà poi constare a questo ufficio che l'intiero prodotto della vendita dei biglietti venne erogato ad esclusivo beneficio dell'Istituto ricorrente, a cui pure spetteranno quelli rimasti invenduti.

                Torino, 19 maggio 1865.

 Pel Prefetto

RADICATI.

 

                Ottenuta questa autorizzazione, in pochi giorni veniva diffuso a migliaia di copie nell'Italia settentrionale e centrale il manifesto-invito col Programma e piano della lotteria, coi nomi dei membri della Commissione[8].

                Detto invito era accompagnato da una lettera del Segretario della Commissione stessa. [138]

 

                Oratorio di S. Francesco di Sales.

                Torino Valdocco.

Giugno 1865.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Ho l'onore di inviare a V. S. Ill.ma il programma di una lotteria che a nome della Commissione per la medesima instituita, raccomando alla conosciuta di Lei carità.

                E' desiderio della Commissione suddetta di annoverare eziandio V. S. Ill.ma tra i Promotori della medesima, ed ove Ella non mi faccia conoscere il suo parere in contrario, mi terrò come autorizzato di inscrivere il rispettabile di Lei nome nel catalogo dei benemeriti promotori.

                Lo scopo della Lotteria e gli oneri annessi all'ufficio di promotore potrà a pieno conoscerli dall'unito programma e piano di Lotteria, già approvati dall'Autorità governativa.

                Il Cielo compensi largamente la sua carità e nella fiducia che sarà per dare benigno compatimento al disturbo che le cagiono, ho l'onore dì potermi con gratitudine professare

                Di V. S. Ill.ma,

Obbl.mo Servitore

Cav. FEDERICO OREGLIA DI S. STEFANO,

Segretario.

 

                Con altra lettera circolare il nobile segretario distribuiva biglietti e si raccomandava per la spedizione dei doni raccolti.

 

                Oratorio di S. Francesco di Sales

Torino - Valdocco1865

                               Benemerito Signore,

 

                La Prefettura di questa provincia, mentre approvava la Lotteria alla nota carità di V. S. Ill.ma raccomandata, autorizzava eziandio la prima emissione di biglietti corrispondente al valore dei doni già offerti.

                Ora per dare sesto ad alcune urgenti spese che occorrono per questi Oratori maschili, e più ancora per non interrompere i lavori della Chiesa posta in costruzione, che si va alacremente ogni giorno più innalzando fuori terra, ne affido al suo zelo decine N. 8 con preghiera di volerle raccomandare a chi e con quella misura che a Lei sarà beneviso. [139] Nel tempo stesso le fo preghiera di raccogliere que' doni che potrà avere dalle persone caritatevoli e farli pervenire alla sala destinata per la pubblica esposizione, nel modo che Le sarà di minor incomodo.

                Le partecipo a nome della Commissione con gran piacere che questa Lotteria è assai bene incominciata e confidiamo che col favore di V. S. sarà a felice risultato condotta.

                Voglia gradire i sentimenti della più viva mia gratitudine con cui ho l'onore di potermi professare,

                Di V. S. Benemerita

Obbl.mo Servitore

FEDERICO OREGLIA DI S. STEFANO,

Segretario.

 

                Anche per mezzo dei giornali si dava maggior pubblicità alla Lotteria.

                L'Unità Cattolica del 19 luglio 1865 stampava:

 

                “Lotteria in Torino. - Già più volte abbiamo raccomandato alla pietà dei nostri lettori la Chiesa, che si sta edificando in Torino in onore di Maria, Auxilium Christianorum. Ora ne piace annunziare la Lotteria, già iniziata per questo effetto nell'Oratorio di S. Francesco di Sales, esortando i buoni cattolici a voler promuovere con le loro oblazioni un'opera incoraggiata dalla Santità di Pio IX e posta sotto la speciale protezione della Reale Famiglia. Sarà accolto con grande riconoscenza qualunque oggetto d'arte o d'industria, e verrà stampato in un catalogo il nome del donatore. Il prezzo di ciascun biglietto è fissato a cent. 50”.

                Contemporaneamente D. Bosco si rivolgeva anche con lettere di proprio pugno a conoscenti ed amici perchè lo aiutassero a spacciare i biglietti della Lotteria. Di queste se ne conserva una:

 

Torino, II luglio 1865.

                               Carissimo Casazza,

 

                Ho bisogno che tu mi aiuti a smerciare il pacco dei biglietti (venti decine) che ti unisco acchiusi. Per mezzo tuo mi raccomando anche a papà ed a maman affinchè ti vogliano dar mano per lo smercio e così tu me li possa restituire a suo tempo e con tutta tua comodità in danaro corrispondente. [140] Desidero tanto di avere una delle tue visite, ma nel modo che sai tornarmi caro.

                Dio ti benedica, mio caro. Saluta i tuoi parenti da parte mia e abbimi sempre con sincera affezione

Tuo amico

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Sig. Casazza Secondo, via Garibaldi, 33 - Torino.

 

                Così era bene avviata una Lotteria, di cui però l'estrazione doveva essere per varii motivi prorogata fino all'anno 1867.Questa dilazione riuscì vantaggiosa per lo spaccio dei biglietti, ma non poteva togliere D. Bosco da gravi difficoltà. Quindi, pieno di fiducia egli si rivolgeva agli antichi suoi amici e fra gli altri scriveva al sig. Cav. Zaverio di Collegno, che si trovava nella sua villeggiatura di Cumiana:

 

                               Carissimo sig. Cavaliere,

 

                Il povero D. Bosco si trova nelle strette per fare andare avanti la Chiesa di Maria Ausiliatrice, perciò si raccomanda a Lei onde volesse prenderne qualche pezzo a suo conto:

                I pezzi divisibili sarebbero;

                1° Tegole pel tetto;

                2° Listelli per le tegole;

                3 ° Travicelli che sostengono i listelli;

                4° Travi che sostengono i travicelli.

                Ciascuno di questi lotti (non si spaventi) monta circa a quattro mila franchi, forse qualche centinaio meno. Che ne dice il suo cuore? Io credo che la Madonna SS. la compenserebbe con preparare a Lei, ai cari Emanuele e Luigi, una bella abitazione in cielo, perchè Ella aiuta a compiere la sua casa sopra la terra.

                Tale, collana non sarebbe da sborsarsi subito, ma nel corso dell'anno.

                Le dico con piacere che i lavori sono già all'altezza della volta delle cappelle, e alla metà d'agosto spero che saremo al coperchio.

                Io fo una domanda e so la carità del suo cuore, e perciò faccia quello che può ed io sarà sempre contento e in tutti i casi non mancherò mai d'invocare le benedizioni del Cielo sopra di Lei e sopra i crescenti suoi figliuoletti, cui auguro ogni bene. [141] Raccomando me ed i miei poveri giovani alla carità delle sue preghiere, mentre ho il bello onore di potermi con pienezza di stima professare

                Di V. S. Car.ma

                Torino, 5 luglio 1865.

Aff.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Un'altra lettera veniva indirizzata al sig. Cav. Brossa, Prevosto emerito, casa propria S. Salvario, Torino.

 

                               Ill.mo e Car.mo nel Signore,

 

                Ebbe Ella bontà di farmi sperare qualche sussidio per la chiesa qua posta in costruzione, ed ora mi trovo nel caso di ricorrere appunto alla carità di Lei.

                Sabato ho bisogno di due mila franchi per compiere i doveri della quindicina e non so dove prenderli; per altre quindicine è già in gran parte provveduto. Per questo bisogno ricorro a Lei; qualora non giudicasse di fare tale cosa per limosina, mi farebbe un gran piacere di farlo in forma di mutuo; ed io procurerò di farne la restituzione in quel tempo e in quel modo che Ella sarà per indicarmi.

                Se Ella non mi dice niente in contrario, sul finire della settimana passerò da Lei a questo fine; a meno che Ella, come di cuore ne la prego, volesse venire a veder questa casa e la chiesa in costruzione.

                Spero che la Santa Vergine non mancherà di prepararle una bella camera in Cielo, perchè Ella aiutò a costruirle una casa sovra la terra.

                Raccomando me e li miei poveri giovanetti alla carità delle sue preghiere e mi creda con gratitudine

                Di V. S. Ill.ma e carissima,

                Torino, 17 luglio 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Poco tempo prima, per avere un sussidio a favore dell'Oratorio, Don Bosco aveva diretto una domanda all'Economato generale dei benefizii ecclesiastici, di cui era stato titolare per molti anni il Can. Teol. Abate Michele Angelo Vacchetta, il quale non si era mai rifiutato di favorirlo.

                Questi nel febbraio del 1864 aveva dato le sue dimissioni [142] da quell'ufficio, costretto dalle maligne insinuazioni della Gazzetta del Popolo che non voleva più ecclesiastici in quella amministrazione, e moriva il 21 agosto di questo anno 1865, dopo aver chiesta e ottenuta l'assoluzione da varie censure incorse. In pegno della sua continuata benevolenza per D. Bosco egli lasciava nel testamento il seguente articolo: “Art. 10. Lego all'Opera pia di Valdocco in Torino fondata dal sig. D. Bosco un certificato sul debito pubblico della rendita annua di lire cinquanta, coll'obbligo di un modesto anniversario perpetuo a celebrarsi il giorno del mio decesso in suffragio dell'anima mia e de' miei amici e non amici, a pagarsi dal mio crede un anno dopo il mio decesso, senza interesse pendente mora”. L'erede era pronto a soddisfare al legato, purchè D. Bosco presentasse l'atto che lo autorizzasse a ricevere legati come capo di un corpo morale riconosciuto dal Governo; e così il legato non fu adempiuto.

                All'abate Vacchetta era succeduto nell'amministrazione dell'Economato Generale un certo avvocato Fenoglio. Don Bosco non conosceva i sentimenti di costui verso l'Oratorio; ma la risposta alla sua domanda venne favorevole.

                L'Economo Generale sottoscritto annunzia con premura a V. S. che il Governo di S. M. si è degnato concederle, sulla tesoreria di questo Economato Generale la somma di lire cinquecento a titolo di sussidio, da convertirsi a beneficio di N. 58 chierici nominati nella nota annessa al ricorso.

                Tale somma verrà da questo Generale Ufficio pagata a V. S. od a chi sarà da Lei incaricato a riscuoterla, purchè sia persona conosciuta e munita di una regolare quitanza su carta da Bollo debitamente legalizzata e giusta il modulo qui sotto esteso.

                Torino, 13 giugno 1865.

L'Economo Generale

FENOGLIO.

 

 


CAPO XII. D.Bosco a Mirabello - Sua lettera al Marchese Fassati: il Conte di Camburzano va aggravandosi: dicerie sul futuro Arcivescovo di Torino: chiusura del mese di Maria nell'Oratorio e in Mirabello: i suoi preti infermi: lavori per la chiesa di Maria Ausiliatrice e Lotteria - D. Bosco a Pino Torinese per una prima messa - La guarigione predetta del ch. Cerruti gravemente infermo - Altre predizioni avverate - D. Bosco svela lo stato di un defunto -L'onomastico di D. Bosco - Altre dimostrazioni di affetto - Lettera di D. Rua a D. Provera: le croci dimostrano essere il Collegio di Lanzo opera della Provvidenza: effetti consolanti della festa di S. Luigi a Mirabello: Monsignor di Casale ha dato l'esame ai chierici: esercizio di Buona Morte a Lu - Letture Cattoliche.

 

                IL Servo di Dio aveva ordinato che la Domenica 4 giugno terminasse nell'Oratorio il mese consacrato a Maria, e il 31 maggio partiva per Mirabello. Quivi il 1° giugno, giovedì, si celebrò solennemente la chiusura dello stesso caro mese, con intervento di Mons. Vescovo di Casale ed un nobile corteggio di parroci e altri sacerdoti. Anche la Contessa Callori onorava colla sua presenza quella festa. Gli alunni rappresentarono la commedia latina Phasmatonices che andò a meraviglia.

                D. Bosco ritornato a Torino così scriveva al marchese Fassati: [144]

 

Torino, 4 giugno 186.5.

 

                               Ill.mo e car.mo sig. Marchese,

 

                Da che V. S. colla famiglia partì per Roma non ho più potuto sapere alcuna notizia di loro; spero per altro che Dio avrà ascoltato le povere nostre preghiere e li avrà tutti conservati in grazia e benedizione.

                Abbiamo un suo domestico, quello di Carignano, che viene a scuola all'Oratorio e sembra unire buone idee e buoni costumi. Non ho più veduto se non per lettere la signora Duchessa che ferma la sua dimora ordinaria a Borgo. Al presente però è presso il conte di Camburzano che mi si dice precipitare ogni giorno di male in peggio. Bisogna proprio dire, sig. Marchese, che il Signore ha i suoi fini. Credo che voglia mandare gravi tribolazioni a questa santa famiglia per prepararle il dovuto premio in Paradiso, senza nemmanco toccare il Purgatorio.

                In tutti gli angoli si parla dei Vescovi futuri. Ciascuno progetta come gli sembra. Pare voce accreditata che la terna di Torino sia: 1° Mons. Ballerini - 2° Calabiana - 3° Riccardi. - Preghiamo che Dio mandi a buon termine questa ardua impresa.

                Oggi si fa la festa dello Statuto. In Torino non c'è movimento, ad eccezione di fango e pioggia che rendono abbastanza incomodi i passaggi per le vie.

                Noi abbiamo fatto la chiusa del mese di Maria quest'oggi stesso colla massima soddisfazione. Se vedesse l'eleganza con cui è parato il suo altare. Musica, canto e suono, preghiere, prediche, ecc. è tutto in opera. Il Can. Nasi fu celebrante e predicatore.

                La chiesa di Maria Ausiliatrice è già due metri sopra il pavimento e si lavora con alacrità. Ma la Signora Marchesa domanderà: - E le finanze come stanno? - Debbo dirle che colla loro partenza ho perduto il puntello principale della medesima; però il Signore dispose che finora non ci mancasse nulla che abbia potuto far ritardare i lavori.

                Giovedì fu rappresentazione latina a Mirabello, ove intervenne Mons. Calabiana con numeroso clero; ogni cosa riuscì brillante; abbiamo parlato molto di Lei; e dicendo io che fra breve le avrei scritto, tosto Mons. Vescovo, D. Rua, la Contessa Callori, Cerruti mi diedero incarico di fare a tutta la famiglia i rispettosi loro saluti.

                Il Signore ha fatto una visita alle nostre case. D. Alasonatti, il Direttore e l'Economo di Lanzo, il Direttore spirituale delle nostre scuole caddero tutti quattro contemporaneamente ammalati e finora non appare speranza di guarigione. Sicut Domino placuit, ita factum est.

                La nostra lotteria è assai bene avviata. S. A. R. il Principe Amedeo, [145] il Principe Eugenio, la Duchessa di Genova, il Principe Tommaso e la Principessa Margherita, si misero essi stessi per promotori principali. Abbiamo già l'approvazione di una ragguardevole quantità di biglietti. Appena terminata quella dei Sordomuti (7 corr..) daremo subito mano allo spaccio dei medesimi.

                Noi tutti qui della casa la salutiamo rispettosamente ed auguriamo ogni bene dal Cielo sopra di Lei e sopra la pia Signora Marchesa, Azelia e sopra la rispettabile famiglia dei sig. Conte Eugenio de Maistre. A tutti sia da Dio concessa sanità e grazia per vivere felici e salvarci in eterno.

                Dio la benedica, sig. Marchese, e mi creda quale con pienezza di stima mi professo,

                Di V. S. Ill.ma e car.ma,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                P. S. - La prego di voler mettere la lettera ivi chiusa in qualche buca postale.

 

                Il 10 giugno, sabato precedente la festa della SS. Trinità, da Mons. Balma, Arcivescovo Titolare di Tolemaide, era conferito il presbiterato a D. Giuseppe Lazzero. D. Bosco accompagnò il neo sacerdote al suo paese nativo, Pino Torinese, assistette alla sua prima messa e fece la predica d'occasione. Il parroco D. Giacomo Aubert che ospitò l'amico Don Bosco, il clero, la famiglia, la popolazione, festeggiarono quel fausto avvenimento come meglio poterono. Lo stesso accadde nell'Oratorio perchè D. Lazzero era amato da tutti.

                Intanto il Collegio di Mirabello era stato consolato da una predizione fatta da D. Bosco nella sua ultima visita. È pregio dell'opera esporre per intero la cosa.

                Nell'anno scolastico 1864-1865 i corsi di V e IV ginnasiale del Piccolo Seminario erano stati affidati al chierico prof. Francesco Cerruti. Ma questi era infermiccio e le soverchie fatiche già sopportate gli avevano esauste le forze, e Don Rua mandò a scongiurare D. Bosco perchè lo dispensasse da quella scuola così pesante. D. Bosco invece rispondeva:

                - Cerruti continui a far scuola! [146] Il buon chierico obbedì, ma sul finire dell'aprile 1865 cadde gravemente ammalato.

                Or egli stesso attesta quanto segue: “Mi aveva sorpreso grande stanchezza e prostrazione di forze; quindi sputi sanguigni ed alquanto frequenti; poi tosse persistente catarrosa, febbre pressochè continua, respirazione affannosa. Il medico Pasini la credette una bronchite trascurata e seria.

                In quel tempo D. Bosco capitò a Mirabello; m'interroga sulla malattia che mi opprimeva, e mi suggerisce alcune pillole che in verità mi fecero molto male. Poi nell'atto di partire mi disse:

                - Non è ancora: la tua ora; sta' tranquillo; hai ancora da lavorare prima di guadagnarti il Paradiso.

                Il male crebbe però a tal segno che il medico giudicò disperata la guarigione. Ricordò sempre che, me presente, disse:

                - Non vi sono più rimedii che si possano applicare; il male è troppo grave, e le forze sono troppo estenuate; perciò riposo assoluto, silenzio rigoroso: non resta altro che lasciar operare la natura. - D. Rua, direttore, che nella sua carità mi prodigava le cure più attente, faceva pregare mattina e sera i giovani, come si suole per gli ammalati gravi. Senonchè il male non accennava punto ad andarsene e D. Rua essendosi recato a Torino ne parlò a D. Bosco e ritornato mi disse: - Sai che cosa? che non è ancora la tua ora e che devi pensare a guarire. Anzi, chi è, mi domandò D. Bosco, quel medico che cura Cerruti? - È il medico Pasini, gli risposi. - Allora quel medico non se ne intende!

                In quel giorno in cui D. Rua mi comunicò questa risposta di D. Bosco, mi ricordo che fui sorpreso da tale accesso di tosse che, non potendo più reggere, mi gettai sul letto, ed anche colà mi credeva di spirare da un momento all'altro. Tuttavia il domani ripigliai la mia scuola di quinta ginnasiale; e alla sera stava meglio:, nel giorno seguente mi sentii [147] quasi del tutto guarito e continuai ad insegnare sino alla fine dell'anno. Fidato nelle parole di D. Bosco tutte le settimane facevo viaggio a Torino per assistere a qualche lezione nella Regia Università senza patirne. Anzi nel luglio di quel medesimo anno potei inoltre prepararmi a far l'esame di storia moderna nella stessa Università, alla quale era iscritto come studente della facoltà di Lettere e di Filosofia.

                Ricordo inoltre che il medico non sapeva darsi ragione di questa guarigione, a tal segno che ancora alcuni mesi dopo mi domandava con certa meraviglia, come mai e se davvero fossi guarito. - Già, soggiungeva egli: la natura ha tanti segreti e noi non li conosciamo! - Da lui non si potè ottenere di più, perchè quantunque persona onesta, era tuttavia poco inclinato alle pratiche religiose. A questo si era sgraziatamente formato, in modo particolare, colla lettura di una così detta Rivista scientifica, che riceveva mensilmente da Parigi e di cui diede pure a leggere a me alcuni numeri trattanti dell'origine scimmiatica dell'uomo, che, per grazia di Dio, letti li restituii subito, aggiungendo che non me ne mandasse più.

                Umanamente parlando io credo che non potessi sopravvivere senza un miracolo, avuto riguardo allo sfinimento di forze già predisposto molto tempo prima per soverchia stanchezza ed alla veemenza del male durata per oltre ad un mese”.

                Anche D. Rua con lettera dell'II luglio scriveva a Don Provera, Prefetto a Lanzo: “Tu desideri aver nuove del nostro amato Cerruti, e con mio piacere posso soddisfarti con dartele buone. Egli dopo un mese di malattia si è ristabilito forse meglio che non sia mai stato in tutto quest'anno; anzi ha già ripreso nuovamente la scuola e tutte le altre sue occupazioni. Si degni il Signore conservarlo in salute; e questo dico proprio di cuore, giacchè egli continua sempre ad essere il buon Cerruti”.

                Di altre predizioni avverate noi faremo qui cenno. D. Berto Gioachino, scriveva molti anni prima che D. Bosco morisse: [148]

                “Nel 1865 trovandomi un sabato a sera a confessarmi da lui nel coro della chiesa, verso il termine dell'anno scolastico, avendo fatto la Vª ginnasiale, stava esponendogli qualche difficoltà che incontrava nell'abbracciare la carriera ecclesiastica e quindi di fermarmi nell'Oratorio; ed egli prevedendo le difficoltà e indovinando il mio pensiero, mi disse:

                - Guarda, non inquietarti dei tuoi parenti, imperocchè tanto tuo padre, come tua madre, si salveranno.

                - Ed io: Questo va bene; ma io sento che non ho sufficiente capacità per riuscire nello stato ecclesiastico.

                - Non temere, facendo ciò che puoi, andrai avanti.

                - Ebbene, io continuai, son molto contento di fermarmi qui e se abbraccio questo stato, l'abbraccio unicamente per rimanere presso di Lei, sotto la sua patema direzione, perchè conosce bene il mio naturale. Io non ho più alcuna difficoltà: solo desidererei, a fine di perseverare ed unicamente pel vantaggio dell'anima mia, di potere sempre confessarmi da lei, perchè in lei ho posta tutta la mia illimitata confidenza.

                D. Bosco mi rispose:

                -E siccome confidenza chiama confidenza, così io ti dirò che qualora tu dovessi essere separato da me, lo sarai per poco tempo”.

                Infatti egli fu sempre segretario particolare di D. Bosco, avendo la propria camera presso la sua, e solo negli ultimi due anni della vita del Servo di Dio fu sostituito in quell'ufficio di confidenza da un altro confratello. Egli però, fatto archivista, aveva sempre libero accesso nella stanza di Don Bosco, quantunque altra camera gli venisse assegnata, poichè la forza delle cose portava che D. Michele Rua dimorasse vicino al Rettor Maggiore.

                Il giovane Luigi Tamone, allievo calzolaio, udì pure la predizione del suo avvenire. Nel 1865 essendo andato a congedarsi da Don Bosco per ritornare a casa sua in Giaveno, [149] dicevagli di volersi arruolare nella milizia come musicante. Era un valente suonatore di tromba.

                - E che! gli rispose D. Bosco: tu vuoi essere suonatore? Sappi che a quarant'anni tu avrai finito di suonare e di lavorare: lascia questo disegno.

                Tamone tornò a casa, continuò il suo mestiere di calzolaio, fece una modesta fortuna e precisamente a quarant'anni fu preso da tali disturbi di stomaco che gli impedirono l'esercizio del suo mestiere e molto più il suonare. Egli perciò dovette acconciarsi al servizio di messo comunale e nel 1897 ci riferiva la suddetta predizione, asserendo che la debolezza di stomaco non lo aveva più lasciato.

                Oltre il dono delle predizioni agli alunni, pareva che D. Bosco avesse conoscenza anche di cose ultramondane.

                Il giovane Giuseppe Perazzo in questo stesso anno raccontava a D. Berto il fatto seguente:

                “Essendo morto mio padre, io era afflitto e desideravo sapere il suo stato nell'altro mondo. Mi raccomandai perciò a D. Bosco perchè volesse pregare anche per lui; ed egli una volta in confessione mi disse queste precise parole: - Ho veduto tuo padre, era vestito così e così; e me ne fece tanto bene una così minuta e scultoria descrizione che io subito lo riconobbi e soggiunsi: - La sua fisionomia era propriamente questa; era solito ad andar vestito proprio in questo modo. - Ebbene proseguì D. Bosco, tuo padre si trova ancora in purgatorio: prega e fra breve andrà in Paradiso. - Cosa singolare! D. Bosco non lo aveva mai nè visto nè conosciuto.”

                Nel giugno intanto, avvicinandosi la festa dell'onomastico di D. Bosco, da ogni parte giungevano lettere degli antichi alunni che gli auguravano ogni felicità e gli esprimevano i sensi della loro riconoscenza. Esse sono veramente degne di essere conservate ed anche di essere lette, tanta stima affettuosa manifestano pel Servo di Dio. Noi ci contenteremo di dame un unico saggio. [150]

 

Dal Monastero, 20 giugno 1865.

 

                               Mio diletto Padre,

 

                Dopo un lungo e imperdonabile silenzio, ecco che finalmente le scrivo, non volendo lasciar passare una così felice occasione quale è la festa del suo onomastico. E unitamente a me i Padri tutti di questa santa casa la felicitano e si raccomandano alle sue pie preghiere. Che io sia pazzo Ella lo sa; ma sa ancora che io l'amo teneramente: ciò che mi fa sperare voglia credere ch'io pensai sempre a Lei come a tenero padre, sebbene non le abbia scritto. Ben volentieri vorrei anch'io venerdì sera assidermi, come or fa tre anni, vicino al trono di D. Bosco ed abbracciarlo e dirgli tante, tante cose… ma se ciò mi è vietato, nulla mi vieta di pregare per lui, di essere vicino a lui, al mio diletto Padre, al mio impareggiabile signor D. Bosco, che io amo in Gesù e Maria primo dopo Dio. E dico primo dopo Dio, imperocchè se i miei genitori mi diedero la vita fisica, Egli mi diede la vita dell'anima; ciò che è ben più stimabile dono. E il dono maggiore che egli mi fece si è l'avermi inviato in questo Monastero .....

                Sa che qualche volta le ho parlato e mi sono raccomandato alle sue preghiere nella certezza morale che Ella mi udiva anche di costì? Certamente, io non ne dubito, Ella mi ha udito ed ha pregato per me...

                Se si degna rispondermi, cosa che non è a dire s'io bramo ardentemente, mi dia uno di que' suoi consigli, una di quelle sue ammonizioni... E preghi, preghi per me. Preghi Maria SS. che io non ceda giammai alle istigazioni maligne del demonio, che io l'ami sempre questa mia diletta protettrice e sempre abbia a ricorrere a lei, come sola àncora che mi resta, come sola bussola che mi guidi a Gesù.

                Mi riverisca D. Alasonatti, il mio caro Cavaliere, D. Francesia, il malinconico D. Cagliero, D. Boggero, di cui non mi è possibile passar giorno senza memoria e tutti gli altri Don e non Don che io stimo ed amo come fratelli. Mi raccomandi alle preghiere della Casa. Dica a J... e a R... che io li supplico di ottenermi la perseveranza e che io conto molto sulle loro preghiere. A Lei, poi, padre mio, che cosa ho a dire? Quali felicità augurarle? Mi unisco a tutto ciò che si dirà di bene e di gradito in questa festa dell'Oratorio, e specialmente a quello che il tenero affetto di D. Francesia saprà dettare, promettendole le mie povere preghiere e la comunione di sabato.

                Pregandola della sua benedizione, e come io fossi in ginocchio dinanzi a Lei, baciandole con effusione la sacra mano, mi segno ...

MARIA GEROLAMO SUTTIL. [151]

 

                Alla sera della vigilia di S. Giovanni, essendo gli edifizii splendidamente illuminati, un vasto spazio circolare del cortile, cinto da alte antenne con bandiere, era circondato da banchi sui quali sedevano gli alunni. Un trono era preparato per D. Bosco e in faccia a questo un gran palco a gradini per la banda e per i cantori che dovevano eseguire l'inno, ai lati del trono i seggi per un gran numero di benefattori, e in mezzo a quell'anfiteatro un tavolo sul quale facevano bella figura i doni e i mazzi di fiori. E i poeti ed i prosatori traevano innanzi per leggere i loro componimenti alternati dalle sinfonie e dagli applausi a D. Bosco, che sovente applaudiva insieme con loro, cangiando la dimostrazione in una manifestazione di gioia comune. Terminò con un discorsetto il Servo di Dio, che anche quest'anno appariva sereno, malgrado le malattie de' suoi quattro collaboratori. Ma la sua rassegnazione non potè impedirgli di manifestare ai giovani la sua pena e raccomandar loro perchè l'aiutassero a portare quella croce. Molti piansero, quando alludeva alla vicina morte di Don Alasonatti.

                Le dimostrazioni di amore a D. Bosco non si limitavano al giorno del suo onomastico; ma quantunque meno solenni si ripetevano sovente nelle feste scolastiche e religiose, nei cortili quand'egli compariva, nelle scuole, nella sala di studio, nei laboratori e perfino nelle vie della città. Due volte noi stessi abbiamo visto una camerata di ottanta alunni che tornava dal passeggio, la quale, incontrato D. Bosco in una piazza molto frequentata, rotte le file, tutta gli corse incontro e gli si affollò d'intorno per baciargli la mano.

                La fine del mese di giugno, colla gioia della festa di San Luigi, aveva recato anche un vivo dolore ai confratelli della Pia Società. Il Direttore D. Domenico Ruffino era stato con molti riguardi trasportato da Lanzo nell'Oratorio ed aveva destato in tutti immensa pietà, solo il vederlo trar fuori dalla vettura in condizioni così disperate. [152] Il Prefetto D. Provera ne aveva dato notizia a Mirabello, soggiungendo quanto D. Bosco aveva manifestato riguardo al Collegio di Lanzo.

                D. Rua gli rispondeva:

                “Non ci riuscirono gradite le notizie delle prove, a cui mi scrivesti essere andato soggetto cotesto collegio. Prendiamo parte vivamente alle vostre pene e per quanto dipende da noi vorremmo vederle cessare interamente e a tal uopo innalziamo al Signore calde istanze. Per altra parte dobbiamo consolarci pensando che le vostre prove paiono segni che il vostro stabilimento deve essere opera della Provvidenza: anzi appunto per questo motivo io sarei quasi d'avviso di suggerire a D. Bosco di continuare a tenerlo aperto. Qui abbiamo fatto parecchie feste che riuscirono molto soddisfacenti.

                Abbiamo celebrato la festa di S. Luigi, colla processione, portando la statua del santo provveduta dai confratelli della Compagnia; e si è rappresentata una commedia, l'argomento della quale erano le battaglie sostenute da San Luigi per riuscire a farsi religioso, commedia che ci costrinse varie volte a spargere lagrime di tenerezza e che lasciò le più buone impressioni a chiunque aveva un cuore da intendere.” Il protagonista era stato Luigi Lasagna, alunno in quell'anno a Mirabello, che portò la sua parte con tanto sentimento da rendersi vinto alla chiamata del Signore col farsi Salesiano.

                D. Rua aggiungeva: “Si è dato l'esame ai chierici di nuovo coll'intervento di Monsignore che ne fu contento. Giovedì della corrente settimana (il 6) andremo a Lu a fare tutti insieme l'esercizio della Buona Morte”.

                Intanto la tipografia dell'Oratorio continuava i suoi lavori. Nel mese di luglio era uscito il fascicolo delle Letture Cattoliche: - Del magnetismo animale e dello spiritismo, per un dottore in medicina e chirurgia torinese. Era questi il Dottore Gribaudo. L'opuscolo dà cenni storici della pseudo teurgia e del magnetismo. Tratta dell'elemento naturale e dell'elemento [153] pseudoteurgico di esso; della natura del magnetismo e dei danni che arreca.

                Dopo questo si preparavano altri fascicoli.

                Pel mese di agosto si pubblicava il fascicolo: Vita della B. Margherita Maria Alacoque con appendice di devote preci al S. Cuore di Gesù.

                Pel mese di settembre: Alberto e Nina, racconto ameno.

                Per ottobre: Istruzione catechistica intorno al Sacramento della Confermazione o della Santa Cresima, di un parroco dell'Archidiocesi di Torino. In fine del fascicolo si leggeva un'Avvertenza:

                “Questo fascicolo si spedisce senza indice perchè nei prossimi mesi sarà seguito da un altro che conterrà le Preghiere e le meditazioni opportune per ricevere devotamente il Sacramento della Cresima ed accostarsi con frutto ai SS. Sacramenti della Confessione e Comunione. Si continuerà in detto fascicolo la numerazione delle pagine e si potrà per tal modo formarne un solo volumetto col presente”.

 

 


CAPO XIII. Il Provveditore agli studi chiede l'annua relazione del ginnasio - Preoccupazione di D. Bosco pel venturo anno scolastico - Il Collegio di Cavour offerto a Don Bosco, che invita il prof. D. Cantù ad accettarne la direzione: invito e consigli di Amedeo Peyron: convenzione non accettata - Altro progetto di fondazione scolastica in Occimiano - D. Bosco aspettato a Lanzo per decidere sulle sorti di quel Collegio - Ammira la virtù di D. Provera nelle sofferenze - Morte di D. Ruffino: parole di D. Bosco in sua lode e di altri giovani dell'Oratorio - Lettera di D. Bosco alla Contessa Callori, ove espone il suo stato d'animo in questi giorni - Spiegazioni di una predizione notata nella Cronaca di Don Ruffino - Augurii per l'onomastico di un amico - Il nuovo Prefetto di Torino - D. Bosco a S. Ignazio e a Lanzo: è assicurata la continuazione di quel Collegio - Sua lettera ad un chierico - Ultima parlata di Don Bosco sul terminare dell'anno scolastico: coraggio cristiano: allusione alla morte prossima di D. Alasonatti - Lettera al Provicario Can. Vogliotti per l'esame delle vestizioni clericali.

 

                DON Bosco il 30 giugno aveva ricevuto dal Provveditore agli studi, Francesco Selmi, la richiesta della solita relazione e quistionario intorno il suo Istituto da trasmettersi al Ministero. Mentre egli ordinava la risposta non poteva fare a meno di pensare al venturo anno scolastico. Tre de' suoi sacerdoti, Alasonatti, Ruffino e Fusero, abilitati [155] all'insegnamento del ginnasio, stavano gravemente infermi. Anche di un quarto patentato si stava in apprensione per la debole sanità; un quinto era andato in Seminario.

                Nello stesso tempo da più di un mese il Municipio di Cavour aveva ripreso con lui le trattative sospese nel 1860 per affidargli il Collegio - Convitto che da qualche tempo era chiuso. Don Bosco pel desiderio ardente di far del bene alla gioventù in qualunque luogo avesse potuto e per accondiscendere alle istanze del famoso grecista, membro della Regia Accademia delle Scienze, Professore nell'Università di Torino di Teologia, Lettere e Filosofia, e suo amico, l'abate Amedeo Peyron, propendeva di venire agli accordi. Si trattava delle quattro scuole elementari e delle cinque ginnasiali. Il Sindaco, Cav. Cesare Cauda, Maggior Generale, era venuto a Torino a trattarne con D. Bosco. Vi fu scambio di lettere e non rimase altra divergenza fuorchè l'ammontare degli stipendii; cioè se 10000 oppure 8000 lire annuali. In quanto al personale, gli assistenti non sarebbero mancati: i maestri elementari approvati non era difficile provvederli; si era però in difetto di professori patentati, specialmente pel ginnasio superiore.

                Don Bosco scrisse a qualche professore, suo amico, addetto a scuole pubbliche, proponendogli una cattedra nel collegio di Cavour con equo stipendio; tra gli altri invitava il prof. Sacerdote Angelo Cantú, di Carmagnola, insegnante nel Liceo di Savona.

 

                               Carissimo Cantù,

 

                Dal detto al fatto avvi un bel tratto, non è vero? Tuttavia vediamo un po' se si può superare questo lungo tratto. L'anno scorso si è detto qualche volta che, trattandosi di aprire un collegio, Ella sarebbe di buona volontà a prendervi parte. Ora si tratta di aprire il collegio di Cavour, ma sono in penuria di personale dirigente; se ne assumerebbe Ella la direzione? Oppure si arrenderebbe a fare una parte, o dirigente o insegnante? Ecco le mie domande. Se Ella in massima mi dice di sì, allora io le scriverò i particolari e credo che sarebbe facilmente d'accordo: altrimenti, re infesta, redibo. [156] Faccia il piacere di pregare pel suo povero D. Bosco, che ha tante cose tra mano per gli altri e dimentica se stesso. Dio la benedica e le dia sanità e grazia mentre con pienezza d'affetto mi professo

                Di V. S. Car.ma,

                Torino, 17 giugno 1865.,

Aff.mo amico

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                L'abate Amedeo Peyron scriveva a D. Bosco:

 

Torino, 4 luglio 1865.

                               Mollo Rev. Signore,

 

                Nell'interesse del bene che si può fare in Cavour, io le significo che la Comunità è decisa di stabilire un collegio di latinità. Essa tuttavia persiste nelle sole lire 8000; inoltre mi comunicò uno scritto di Lei, contenente quanto Ella esige dalla Comunità, ma desidererebbe pure che fossero determinati per iscritto i doveri che ella si assume. Ciò premesso io sono persuaso che nulla si potrà fare senza che la Comunità ed Ella conferiscano immediatamente ed oralmente insieme.

                Per tal fine io le propongo di venire a Cavour ed accettare albergo nella mia villetta, dove la mia famiglia ed io l'accoglieremo come un angelo benedetto. Se io sapessi il giorno e l'ora dei suo arrivo a Pinerolo, le manderei il mio calessetto a prenderla.

                Ma prima di venire, favorisca di conferire col sig. Vicario di Cavour il quale ora è a Torino e si recherà da Lei. Egli è in grado di darle le opportune notizie ed intendere le possibili transazioni e me le comunicherà. In Cavour poi, come Ella sarà giunta, il Vicario si terrà in disparte a fine di non compromettersi, ed io solo col mio nipote, che è di Comunità, agirò.

                Circa ai doveri che Ella si assume, la consiglierei a comprendervi una scuola serale nei mesi d'inverno. Ciò è di moda e noi dobbiamo cogli odierni uomini entrar colle loro per uscir colle nostre.

                La prego di ricordarsi di un tale giovanetto di Cavour, per nome Bima, che io già le raccomandai in questo inverno, ed Ella mi assicurò che lo riceverebbe nel prossimo agosto.

                Sono col massimo rispetto di Lei,

Servo umil.mo

AMEDEO PEYRON. [157]

 

                D. Bosco si attenne ai consigli dell'abate, ed esposte per iscritto le sue idee sotto forma di convenzione le presentava al Municipio. Poi queste pratiche dovettero essere sospese, sia per l'insufficienza di uno stipendio da dividersi fra nove insegnanti, che dovevano essere patentati; sia perchè nè il Prof. Cantù, causa il suo stato infermiccio, nè altri colleghi poterono aderire all'invito. Forse vi furono anche altre ragioni, ma il fatto sta che per D. Bosco non fu tempo perduto, poichè ebbe campo a studiare e formarsi un giusto criterio sulle condizioni da apporsi quando si fosse trattato altre volte di accettare la direzione ed amministrazione di qualche Collegio Convitto Municipale. Ecco, a titolo di documento, quali furono le convenzioni da lui proposte a Cavour.

 

PROGETTO

DI RIAPERTURA DEL COLLEGIO CONVITTO DI CAVOUR.

 

                Visto il voto emesso dai Signori Membri del Municipio di Cavour nella tornata del 19 maggio scorso per la riapertura dell'antico Collegio Convitto di quel paese e preso in considerazione l'invito fatto nel verbale di formulare una proposta su quanto venne approvato; considerato eziandio il tenore delle lettere che lo accompagnavano ad unico scopo di promuovere il bene morale e scientifico della gioventù studiosa di Cavour e dei paesi vicini, si ridurrebbe il verbale ai seguenti capitoli:

                1 ° Il Municipio di Cavour nel desiderio di vedere riaperto l'antico suo Collegio e provvedere un mezzo regolare per l'istruzione elementare e ginnasiale ai giovani studiosi di Cavour ed anche dei paesi vicini si obbliga di pagare la somma di F. 10.000 al Sac. Bosco Gio. con che egli provveda legale e regolare insegnamento per le quattro classi elementari e per le cinque ginnasiali (V. Verbale suddetto).

                2° Il Municipio concede il locale detto del Collegio ed il giardino annesso, per uso di scuole, ma non potrà variarne la destinazione.

                3° Il Municipio stabilirà una minervale tanto per i Cavouresi quanto pei forestieri che vengono a partecipare dell'insegnamento. I convittori ne sono dispensati.

                4° Il Sac. Bosco dal suo canto provvederà maestri approvati per le scuole elementari e ginnasiali, e farà dare l'insegnamento secondo i programmi e le discipline governative. [158]

                5° Tutte le spese d'impianto saranno a carico del Sac. Bosco. Il Municipio però come proprietario si obbliga di fare le riparazioni che sono necessarie alla conservazione ed all'uso dei rispettivi locali, secondo il disposto delle leggi civili.

                6° Il Municipio provvederà gli oggetti necessarii pel primo impianto delle classi; per gli anni successivi sarà a conto del Sac. Bosco la spesa di cancelleria, riparazione dei banchi, degli scrittoi e delle legna per l'inverno.

                7° Il Municipio non dissente che si facciano le scuole serali agli esterni adulti e che si radunino eziandio nei giorni festivi, per imparare la musica vocale ed istrumentale secondo che si potrà effettuare.

                Lo stesso Municipio fisserà ogni anno la somma di franchi 150 per dare i premii nelle rispettive classi in fine dell'anno.

                8° Tutti i giovani di Cavour possono partecipare ai varii rami d'insegnamento che hanno luogo nelle classi elementari e ginnasiali, ma tutti gli allievi dovranno uniformarsi alla disciplina ed agli orarii stabiliti in ciascuna classe.

                9° Per ciò che riguarda ai provvedimenti riguardanti la moralità e la religione il Municipio si rimette al Sac. Bosco d'accordo col Vicario Foraneo di questo paese.

                10° Le scuole saranno aperte al cominciare dell'anno scolastico 1865-66.

                11° Qualora per qualche ragionevole motivo il Municipio non volesse più continuare nella presente capitolazione (il che certamente non sarà) darà il preventivo diffidamento al Sac. Bosco, di anni cinque, affinchè possa prendere le sue misure e non abbia ad aver danno l'opera di pubblica beneficenza di cui è Direttore in Torino.

                12° Attese le gravi spese cui deve sottoporsi il Sac. Bosco, il Municipio per quest'anno procurerà di anticipare la somma di cinque mila franchi pel prossimo ottobre. Il rimanente e negli anni successivi i versamenti si faranno a scadenza, secondo le leggi.

                13 ° Alcune cose necessarie al Sac. Bosco e che non dànno dispendio al Municipio saranno trattate verbalmente.

 

                Mentre svaniva questo progetto, un altro glie n'era stato proposto e caldeggiato da persone amanti della cristiana educazione della gioventù, da attuarsi in Occimiano, grossa borgata della Diocesi di Casale, non troppo lontana da Mirabello. Anche qui si voleva un Collegio Convitto, e D. Bosco non si mostrava contrario; e lasciò che i promotori di quell'affare se l'intendessero coi maggiorenti del paese. Che egli dubitasse [159] di non poter albergare in avvenire nel Piccolo Seminario di Mirabello tutti i giovani che vi sarebbero accorsi? Che già prevedesse la convenienza di dover abbandonare Mirabello? Tuttavia non affrettossi a prendere impegni, quantunque il desiderio di veder effettuato quel disegno si mantenesse vivo per parecchio tempo in Occimiano. Ma anche questa proposta doveva dileguarsi, come quella di Cavour.

 

                               Molto Rev. Sig. D. Bosco,

 

                Abbia la bontà di scusarmi se ho tardato alquanto a risponderle per quella commissione che mi aveva lasciato, partendo io da Torino. Il solo desiderio di darle notizie più certe mi fece tardare sinora. Ho parlato col sig. Marchese Da Passano proprietario di quel locale che Ella sa, denominato il Convento. Il Marchese è contentissimo di cedere a Lei questo locale, massime per fare un'opera molto vantaggiosa al paese. Il vantaggio è spirituale e temporale, e ciò rende il sig. Marchese uno de' più animati promotori di questa sua impresa. Ho parlato con molti del paese e tutti mi cantarono la stessa canzone, che cioè D. Bosco invece di stabilirsi a Mirabello, avrebbe fatto meglio fermarsi ad Occimiano fondando il suo collegio nel Convento, luogo adatto nient'altro che per questo. E quando ho fatto loro sentire che D. Bosco sarebbe ancora disposto a venire, se il paese lo desiderasse, allora dissero che il Comune dovrebbe fare la dimanda, ed offrirsi spontaneamente con favorevoli disposizioni. A questa proposta solo tre o quattro rimasero un po' freddi, ma forse intesero non approvare questa domanda fatta a Lei e non già d'opporsi direttamente quando si trattasse della sua venuta. E poi in qualunque senso lo prenda questo dissenso, non deve fare le meraviglie, perchè sa benissimo che l'accordo perfetto è sempre difficile ad ottenersi in qualunque cosa. Dunque io finisco col far coraggio, come mi suggerì lo stesso sig. Marchese e di esortarla a non temere, chè la cosa riuscirà bene. Faccia la sua interpellanza al Municipio in questi termini: “Non bastandomi all'uopo lo stabilimento di Mirabello, io sarei disposto, se il paese fosse contento, a fondare un altro Collegio in Occimiano. Però, prima d'iniziare: qualsiasi trattato desidererei sapere qual sia il parere del Municipio su questo proposito”. A questa interpellanza il Municipio deve necessariamente rispondere qualche cosa, si radunerà quindi il Consiglio e si discuterà la questione e stia tranquillo, che, spero, avrà voti favorevoli. Andrebbe poi benissimo se avesse una qualche conoscenza o relazione coll'intendente di Casale e far [160] fare da esso la sua interpellanza, perocchè esso sarebbe una persona molto sentita nel paese di Occimiano e sarebbe qui un appoggio considerevole pel suo disegno. Interpellati i membri municipali da un loro superiore devono più pronti rispondere e non oserebbero rifiutare questo invito nè rigettare questa offerta senza addurre buone e sode ragioni. Faccia dunque il meglio; io non posso dirle altro.

                Il Sig. Marchese poi lo aspetta desideroso di fare la sua conoscenza e d'intendersi meglio a viva voce su di questo argomento. Io l'ho assicurato che verrà presto, recandosi a Mirabello a vedere il suo stabilimento.

                Accetti i miei più cordiali ossequi, come pure quelli del sig. Marchese; e baciandole la mano mi sottoscrivo

                Occimiano, il 29 luglio 1865,

Suo umil.mo Servo

D. Rossi GIUSEPPE.

 

                Fin dal 5 luglio, benchè sempre inchiodato su d'una sedia co' suoi atroci dolori, il caro D. Provera aveva scritto:

 

                               Dolcissimo e M. R. Padre D. Bosco,

 

                A Lanzo si desidera moltissimo la sua risposta sulla continuazione del Collegio. Il Rev. Sig. Vicario ed il Rev. D. Arrò ne sono impazienti. Io con distinzione: se affermativa la desidererei quanto prima: se negativa chiamerei 8, o 10 giorni di tempo a distribuire i 400 biglietti. Ritardai finora per avere programmi da spedire con quelli.

                Dietro mia lettera il Sindaco ci procurò subito il mandato di lire 2200; ma l'esattore ci diede ancor nulla. Ci promise buona somma per la metà del corrente mese...

                Qui in genere le cose vanno discretamente bene. Spero che Don Sala ci porterà a casa la notizia del giorno in cui avremo il bene di averlo con noi.

                Noi preghiamo e lavoriamo, perchè il Signore le mandi consolazioni molte, in compenso dei tanti dispiaceri già dovuti esperimentare in quest'anno.

                Vostra S. R.. che ci è padre, ci dia la sua santa benedizione, ci raccomandi alla Vergine SS. perchè ci preservi da nuove disgrazie, specialmente spirituali. Per tutti rispettosamente la riverisco. Godo essere

                di V. S. M. Rev.da,

Aff.mo figlio in G. G.

Sac. PROVERA FRANCESCO. [161]

 

                D. Bosco letta questa lettera, la stessa sera, mentre a tavola si parlava delle miserie che opprimevano il Collegio di Lanzo e anche l'Oratorio, diceva: - Chi è mirabile in tutto questo è D. Provera. Egli non solo si mantiene sereno in mezzo a' suoi mali, ma trova anche il modo di consolare gli altri. - E rispondendo al suo invito per mezzo di D. Sala, gli faceva sapere che si sarebbe recato a quel Collegio, nel tempo che fossero per dettarsi gli esercizi a S. Ignazio. Il buon Padre non sentivasi l'animo di allontanarsi dall'Oratorio, mentre il povero D. Ruffino pareva giunto al termine della vita.

                Infatti questi cessò di vivere il 16 luglio, giorno consacrato alla memoria della Madonna del Carmine. Contava 25 anni. Pieno di santa volontà, aveva portato la sua energia e la sua virtù a salute di quel nuovo collegio, facendo concepire di sè le più belle speranze. D. Bosco, dopo che gli ebbe chiusi gli occhi, uscì dalla camera piangendo ed esclamò:

                - Caro D. Ruffino, tu mi hai aiutato ed io non ti dimenticherò mai!

                Udì queste parole il giovane Giuseppe Daghero, studente di terza ginnasiale.

                D. Bosco ricordò sovente D. Domenico Ruffino. Nel 1884, diciannove anni dopo la sua morte, diceva:

                - Che bell'anima aveva D. Ruffino, il fratello del nostro Giacomo! Pareva un angiolo in carne; il solo vederlo imparadisava, il suo volto era assai più divoto di quello che suole dipingersi nelle immagini di S. Luigi. Oh quanti angeli Iddio ha mai regalati alla nostra Pia Società! La stessa vita di un Savio Domenico, di un Magone Michele, di un Besucco Francesco, sparisce innanzi all'edificante condotta di molti altri, rimasti sconosciuti e dei quali egualmente non si ebbe mai nulla a dire sui loro così illibati costumi. - E ne faceva i nomi.

                Nè solo col ricordarlo, ma colla carità verso la sorella di lui, egli mostrava al defunto la propria riconoscenza. Ce lo [162] dice una sua lettera, diretta alla benemerita Contessa Callori, ove anche apprendiamo qual fosse lo stato d'animo del Venerabile in quei giorni.

 

                               Benemerita Signora Contessa,

 

                La giovane Ruffino è assente e non potrei farla prevenire per domani; sua madre passa qualche giorno col Vicario di Lanzo. Appena potrò parlare con una o coll'altra, vedrò quanto si convenga a farsi e renderò subito informata V. S. Benemerita.

                Non ho dimenticato il libro; anzi l'ho tuttora di mira: la sola impotenza mi fece differire la stampa. Che mai! Contemporaneamente cinque sacerdoti dei più importanti caddero ammalati. D. Ruffino, ieri otto giorni, volava glorioso al Paradiso; il prode D. Alasonatti sta per tenergli dietro; gli altri tre lasciano speranza remota di guarigione. In questi momenti s'immagini quante spese, quanti disturbi, quante incombenze caddero sopra le spalle di D. Bosco.

                Non si pensi per altro che io sia abbattuto; stanco e non altro. Il Signore diede, cangiò, tolse nel tempo che a lui piacque; sia sempre benedetto il suo santo nome! Sono per altro consolato dalla speranza che dopo il temporale ci sarà bel tempo.

                Quando sarà definitivamente stabilita a Vignale, spero di poterle fare una visita e potermi fermare qualche giorno.

                O signora Contessa, io mi trovo in un momento in cui ho un gran bisogno di lumi e di forze; mi aiuti colle sue preghiere; e mi raccomandi eziandio alle anime sante che sono di sua conoscenza.

                Dal canto mio non mancherò d'invocare la benedizione del Cielo sopra di Lei, sopra il sig. di Lei Marito e sovra tutta la rispettabile famiglia, mentre ho l'onore di potermi professare colla più sentita gratitudine

                Della V. S. Benemerita,

                Torino, 24 luglio 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Le carte del caro D. Ruffino furono gelosamente raccolte. Fra esse era anche la sua Cronaca dell'Oratorio, nella quale si legge una nota:

                “Ottobre 1859. - D. Bosco disse a me: “Devi ancor vivere una volta e mezzo quanto hai già vissuto”. Io gli aveva detto per isbaglio di avere 18 anni, quantunque ne avessi 19”. [163]

                Ruffino aveva domandato a D. Bosco quanto tempo ancora gli rimanesse di vita; e scrivendo la riferita risposta die' prova evidente dell'importanza che le attribuì, ben conoscendo quante volte eransi avverate le parole del Servo di Dio.

                Ma se Don Bosco in questo caso predisse, intese Ruffino il senso vero di quelle parole? Pare che no, poichè D. Bosco non poteva alludere alla sua vita naturale, essendo morto D. Ruffino in età di 25 anni. Anzi appunto in questa morte precoce è da ricercarsi la ragione del non avere D. Bosco spiegato chiaramente il suo pensiero, poichè egli, prudentissimo com'era, non lasciava trapelare simili segreti ai giovani che sapeva maturi per l'eternità. Quindi crediamo di poter dire aver D. Bosco parlato della sua vita salesiana, cioè dall'anno scolastico 1855-56, in cui egli, pur essendo nel Seminario di Giaveno, aveva deciso di volersi dare a D. Bosco. I lettori ricorderanno quanto abbiamo già scritto nel nostro V° volume. Ora dall'anno suddetto al 1859 erano trascorsi quattro anni; ed altri quattro ne trascorsero dopo fino all'autunno del 1863, e due ancora dall'autunno del 1863 al 1865. - Tale, in questo caso, è la nostra opinione. Anche le profezie della Santa Scrittura non tutte si debbono intendere nel senso letterale. Del resto ognuno giudichi come meglio crede.

                Noi avremmo potuto omettere la nota citata per dispensarci da ogni spiegazione; ma abbiamo voluto riferirla, perchè non taciamo nulla e non abbiamo nulla da nascondere che riguardi D. Bosco. L'abbiamo anche riferita, perchè nessuno potesse poi muoverci accusa di aver fatto simile omissione e insieme per dichiarare, tanto a chi approva come a chi non approva le esposte riflessioni, che noi, per i primi, non vogliamo pretendere che il Servo di Dio, interrogato o conversando, abbia sempre dovuto e voluto profetizzare.

                Ma anche nel suo dolore Don Bosco non dimenticava gli [164] amici, che trattava con inalterabile giovialità. Pel 19 luglio scriveva “al celebre Dottore Vincenzo Lanfranchi - sue mani”, inviandogli, a quanto sembra, una gratificazione doverosa, o forse un semplice augurio di lunghi e lunghi anni di vita.

 

VIVA S. VINCENZO

E CHI NE PORTA IL NOME.

Se favorevole

Mi fosse il vento,

Farei la rima

Con mille e cento.

Ma che? il Marsupio,

Che fu tarlato,

A cencinquanta

M'ha limitato.

 

                Mille evviva, mille anni di vita felice. Amen!

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Intanto al Conte Pasolini era succeduto nella Prefettura della provincia di Torino, quantunque per breve tempo, il Conte Carlo Cadorna, senatore del Regno. D. Bosco aveva bisogno di avvicinare il nuovo Prefetto essendogli necessaria la sua benevolenza per la lotteria, e il Signore gliene aperse la strada. Il 17 luglio il Cadorna gli scriveva per ordine del Ministero dell'Interno, pregandolo ad accettare nel suo stabilimento il giovane Giovanni Emilio Demonte, di anni 12, il cui padre naturale, che era luogotenente in un Reggimento Fanteria, e avealo abbandonato in mezzo ad una strada, prometteva che avrebbe pagate lire 15 mensili. La piena condiscendenza di D. Bosco fu bene accetta, e conseguì il fine desiderato.

                Quindi partiva per S. Ignazio; e da quel santuario, com'era solito, scriveva lettere a que' suoi figliuoli che gli chiedevano consigli. Di quest'anno non ne abbiam potuto raccogliere nessuna; ma poichè ci venne consegnato ancor uno di questi [165] biglietti di qualche anno fa, lo riportiamo qui egualmente, perchè è sempre l'amico delle anime che parla.

 

                               Dilecto Filio Cibrario Nicolao, salutem in Domino.

 

                Ut animae tuae curam geram per epistolam tuam postulasti; et exaudita est deprecatio tua. At quantum in te est, cura ut habitu, incessu, sermone, gestu, opere agas et vivas quemadmodum decet Clericum in sortem Domini vocatum.

                Dominus conservet te in via mandatorum suorum; ora Deum Pro me, et cura ut valeas.

                S. Ignatii apud Lanceum, die 25 Julii 1860.

Sac. Bosco JOANNES.

 

                Disceso a Lanzo, dopo essersi intrattenuto coi consiglieri municipali sugli affari del Collegio, per deferenza al Vicario Albert ritirava il suo licenziamento; e tornava a Torino per la solenne distribuzione de' premi, che era per D. Bosco una delle più care occasioni per formare alla virtù l'animo dei suoi figli. Cominciava ad avvisarli per tempo che doveano andare in vacanza, e, perchè si guardassero dal rispetto umano:

                “Dite francamente con S. Paolo - diceva loro - Non erubesco evangelium. Siate uomini e non frasche: Esto vir! Fronte alta, passo franco nel servizio di Dio, in famiglia e fuori, in chiesa e in piazza. Che cosa è il rispetto umano? Un mostro di carta pesta che non morde. Che cosa sono le petulanti parole dei tristi? Bolle di sapone che svaporano in un istante. Non curiamoci degli avversari e dei loro schemi. Il coraggio dei tristi non è fatto che dell'altrui paura. Siate coraggiosi, e li vedrete abbassar le ali. Siate di buon esempio a tutti, e avrete la stima e le lodi di tutto il paese. Tanto più che siete studenti.

                Un villanello che abbia fede, che bacia e ribacia nella sua capanna un crocifisso, mi innamora; ma un professore, un capitano, un magistrato, uno studente che al tocco della campana [166] recita colla famiglia l'Angelus, il De profundis pe' suoi morti, questo, dico, m'impone e mi entusiasma!

                Siate dunque di onore a voi e all'Oratorio. Ricreazione sì, ma anche studio e pietà. Avete ingegno? servitevene sempre in bene. Rintuzzate l'albagia di certi studenti disonesti che forse troverete al paese, reduci da qualche altro collegio. Ricordatevi che scienza senza coscienza non è che la rovina dell'anima. Fate insomma che la gente vedendovi senza rispetto umano, fedeli alle leggi di Dio e della Chiesa, interrogando chi siate, possa sentirsi rispondere stupefatta:

                - Egli è un figlio di D. Bosco!”

                Proponeva anche, ai giovani che andavano in vacanze, di obbligarsi a riserbare tutti i giorni nelle loro orazioni un'Ave Maria per la salute dell'anima e pel buon esito delle opere del loro povero Superiore, promettendo che egli avrebbe fatto lo stesso pel bene loro e per quello delle loro famiglie. Si raccomandava caldamente che mai si dimenticassero di recitarla e chiamavala l'Ave Maria vincolata.

                Quest'anno distribuì ai più giudiziosi vari biglietti della Lotteria, perchè ne procurassero lo spaccio nei loro paesi.

                Chiuso l'anno scolastico, mandava al Can. Vogliotti, Rettore del Seminario e Provicario della Diocesi, i nomi de' suoi giovani che domandavano di vestire l'abito clericale.

 

Ill.mo e Molto Rev. Sig. Vicario Generale.

Torino,7 agosto 1865.

 

                Le mando nota dei giovani che desiderano d'essere ammessi all'esame per la vestizione chiericale. Si poterono nemmen ancora ottenere tutte le carte, malgrado ogni sollecitudine per ottenerle. Quelle che mancano le rimetterò a Lei appena le avrò ricevute dai rispettivi parenti. Quest'anno non si diedero in nota quelli d'altre diocesi, ma si notarono solamente quelli che appartengono alla diocesi di Torino o che desiderano d'essere aggregati alla medesima.

                Mi rincresce molto che in questi affari io non possa fare le cose [167] regolarmente; ma non si può ottenere, quanto è necessario, per la lontananza e spesso per la negligenza o per l'imperizia di chi deve formulare le dichiarazioni.

                Gradisca i sentimenti della mia gratitudine, con cui le auguro ogni bene dal Cielo e mi professo

                D. V. S. Ill.ma e Molto Rev.da,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

 


CAPO XIV. D. Bosco a Cozzano Presso il Vescovo di Novara: il pane della Provvidenza: una volontà irresoluta - Lettera di D. Bosco: chierici che si preparano agli esami di Belle Lettere: timori del colera: egli andrà a Vignale - Visita ad un monastero in discordia col Vescovo - D. Provera è mandato da Lanzo a Mirabello: restano i soli chierici alla direzione dei Collegio - Il colera in Ancona - D. Bosco scrive al Ministero dell'Interno e al Card. Antonucci, offrendosi a dar ricovero a molti giovani rimasti orfani - Dal Ministero si chiede a D. Bosco con quali condizioni intenda offrire il ricovero - Il Prefetto di Ancona telegrafa ringraziando e accettando l'offerta di D. Bosco - Lettera di ringraziamento a Don Bosco della Commissione di Pubblico Soccorso - Lettera del Cardinale Antonucci - Oblazione di un Siciliano a D. Bosco per gli orfani d'Ancona.

 

                DISTRIBUITI solennemente i premii agli alunni, D. Bosco si affrettò ad intraprendere alcuni viaggi per facilitare lo spaccio dei biglietti della lotteria e per altri affari.

                Il 2 agosto partiva per Gozzano, senza darne preavviso al Vescovo di Novara, Mons. Giacomo Filippo de' Marchesi Gentile, che avealo più volte invitato a fargli visita in quella sua villeggiatura. Monsignore voleva discutere e deliberare col Servo di Dio il modo di promuovere efficacemente le vocazioni ecclesiastiche, poichè in diocesi aveva pochissimi chierici; [169] e D. Bosco si era mosso per rispettosa condiscendenza al Prelato. Aveva fatto calcolo di arrivare per l'ora del pranzo, ma, disceso a Novara, per un contrattempo perdeva la coincidenza. Colla solita tranquillità si recò a fare alcune visite e quindi partì.

                Giunse a Gozzano verso le 10 ½ di sera e senz'altro andò a battere alla porta del Vescovo. La sua comparsa inaspettata ebbe festose accoglienze, ma gettò il Prelato in un grand'imbarazzo. Questi non teneva in casa alcuna provvista di cibarie, ma giorno per giorno faceva comprare quel tanto che era necessario per sè e per i famigliari. Invitando qualcuno alla sua mensa soleva dire:

                - Vi invito a mangiare, ma non v'invito a pranzo.

                In quella sera nulla era avanzato della cena; e nella cucina e nella dispensa non si trovava che un po' d'olio e qualche bottiglia di vino. Non una bricciola di pane. A quell'ora anche gli spacci erano chiusi e il Vescovo non aveva coraggio di chiedere al Servo di Dio se avesse bisogno di qualche ristoro; ma il teologo Reina, suo segretario, da lui pregato, lo tolse d'impaccio e chiese a D. Bosco:

                - Lei avrà ancora da cenare!

                - Che dice? gli rispose D. Bosco; dica pure che ho da pranzare. Il convoglio e gli affari mi hanno tradito.

                A questa risposta l'imbroglio si fece maggiore, e il segretario espose francamente a lui, che sorrideva, il loro imbarazzo.

                Ed ecco proprio in quel momento entrare in quella sala D. Cacciano, missionario apostolico, il quale non di rado era ospite del Vescovo. Sentendo che non vi era più pane, il nuovo arrivato trasse fuori da un involto due pagnotelle, dicendo:

                - Sul far della notte, venendo a Gozzano da un paese vicino e camminando in mezzo alla strada, urtai col piede in queste due pagnotte perdute. Non vedendo alcuno per la [170] Via, le raccolsi perchè non voleva che andasse a male questa grazia di Dio. Non pare un tratto ammirabile della Divina Provvidenza per sfamare D. Bosco?

                Tuttavia il Vescovo si alzò per ritirarsi in camera, e a Don Reina che lo accompagnava, disse:

                - Andate voi a far compagnia a D. Bosco e cercate di preparargli un po' di cena. Io non posso restare, perchè ne avrei troppo rossore.

                - Andrò, rispose il Segretario; ma vede, Eccellenza, - osò aggiungere -che cosa si guadagna col far le provviste giorno per giorno?!

                Il nobile e ricco Prelato era tutto carità per i poverelli.

                Insieme con quei due pani vennero poste sulla tavola due uova chieste ad una buona vicina, ed una bottiglia di vino scelto mandata dal Vescovo. I segretarii D. Reina e D. Delvecchio assistettero a quella cena, frammezzata dalle esclamazioni di D. Bosco, il quale, sempre gioviale e contento, andava ripetendo che da lungo tempo non aveva più fatto un pasto così buono e che non gli era mai parso così gustoso, come quella sera, il pane della Divina Provvidenza.

                Il domani il buon Vescovo diede un pranzo sontuoso con inviti in onore di D. Bosco, e da solo a solo tenne con lui una lunga conferenza.

                Si trattava di studiare il modo per accrescere in diocesi il numero del vocazioni ecclesiastiche, poichè molte parrocchie erano senza parroco. Non mancavano i seminarii, oltre il maggiore, destinato per i chierici studenti di Teologia. Il seminario di Gozzano riceveva gli alunni di Filosofia, quello del Monte di S. Carlo sopra Arona i corsi di prima e seconda rettorica; quello nell'isola di S. Giulio presso Orta due classi di grammatica latina; quello di Masino la prima ginnasiale e due classi elementari. Ma era chiaro che ad un'educazione data successivamente in quattro seminarii doveva mancare quell'unità di spirito e continuità di direzione, che può riuscire [171] a formare buoni candidati al sacerdozio. Quindi pareva conveniente che almeno gli studenti del ginnasio fossero radunati in un medesimo istituto: ma chi era capace di assumerne la direzione e farsi garante che dando un nuovo indirizzo agli studii e maggior impulso alle pratiche di pietà, si potessero avere i frutti desiderati? D'altra parte l'affidare una simile direzione a D. Bosco e a’ suoi Salesiani non avrebbe destato gelosie e recriminazioni nel clero della Diocesi? Ed era possibile togliere subito d'ufficio e dare un compenso onorevole a que' superiori e maestri, che da anni si trovavano in un seminario che sarebbe venuto a mancare? Ed era prudente mutare uno stato di cose che durava da tanto tempo, e seminare il malcontento fra quelle popolazioni che, colla soppressione di un seminario, avrebbero veduto danneggiati i loro interessi? Non era meglio che, conservandosi i seminari, D. Bosco fondasse in diocesi un collegio con classi elementari e ginnasiali, regolato coi suoi sistemi? Quest'ultimo parve forse il progetto migliore. Ma i mezzi?

                Lungo fu il colloquio che il Venerabile tenne col Vescovo il quale, trovando dubbi e difficoltà ad ogni proposta, non prese alcuna decisione e conchiuse:

                - Basta, vedremo; se ne parlerà un'altra volta.

                Il Servo di Dio, quando uscì dalla stanza del Vescovo, disse a D. Reina, che ansioso pel bene della diocesi aspettava in anticamera:

                - Non ne faremo nulla!

                Lo stesso D. Reina, che aveva indotto il Prelato a chiedere quell'abboccamento con D. Bosco, ci raccontò quanto abbiamo esposto, e ci aggiunse che Don Bosco fu invitato altre volte dal Vescovo a recarsi presso di lui per conferire su quell'importante argomento; ma il Servo di Dio ritenne che non era possibile venire ad una soluzione nelle accennate trattative.

                Da Gozzano D. Bosco scriveva alla Contessa Callori: [172]

 

                               Ill.ma Signora Contessa,

 

                Spero di poter andare fra breve a farle una visita forse nella prossima settimana da Montemagno.

                In quanto ai chierici che Ella con bontà accoglierebbe per fare campagna, non posso averli in libertà, perchè ai dodici del prossimo settembre vi sono esami di belle lettere e di grammatica cui parecchi si preparano. Qua tra chi impara, chi insegna, e chi deve supplire, sono tutti sopraccarichi di fisse occupazioni.

                Di quante cose vorrei parlarle, Signora Contessa! Preghi per questa casa, che da una parte ha molte benedizioni, dall'altra molte croci. In ogni cosa sia fatta la volontà del Signore.

                Io non mancherò di pregare eziandio per Lei e domanderò costantemente due cose: che Ella e la sua famiglia non abbia a patire danno di sorta nell'attuale minaccia del colera; e che la Santa Vergine tenga a tutti preparata una bella camera in Paradiso.

                Qualora non andassi da Montemagno a Vignale, le farei sapere il giorno in cui io potrà trovarmi a Felizzano.

                Abbia la bontà di riverire da parte mia il signor di Lei marito e tutta la rispettabile di Lei famiglia.

                La Santa Vergine ci conservi tutti suoi e sempre suoi. Amen.

                Con gratitudine mi professo

                Di V. S. Benemerita

                Torino, 3 agosto 1865,

                Gozzano (soltanto per oggi),

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Abbandonando Gozzano, D. Bosco recavasi in una città di altra diocesi, ove era un convento di religiose terziarie in rotta aperta col Vescovo da cui erano dipendenti; e non v'era modo di piegarle all'obbedienza. Volevano abbracciare la stretta regola dell'Ordine del quale erano terziarie, dichiarandosi indipendenti. Appena seppero dell'arrivo di D. Bosco mandarono ad invitarlo che volesse far loro una visita. Il Vescovo, avuta notizia di quell'invito, disse a Don Bosco, che era suo ospite, che v'andasse liberamente ma si tenesse riguardoso, poichè con quella comunità egli aveva già dovuto ricorrere a pene canoniche. [173] D. Bosco vi andò: e fu introdotto nel parlatorio con ogni onore e segno di stima. Tutte le monache erano in ginocchio, e in ginocchio si metteva qualunque di esse si accostasse alla grata per parlargli. Finalmente la Superiora lo invitò a dir loro due parole. D. Bosco si schermì, ma l'altra insisteva.

                - Sia pure come desiderate; disse egli: avete voi stima di D. Bosco?

                - S'immagini! Noi abbiamo stima di D. Bosco, come di un santo.

                - Dunque ascolterete quello che sono per dirvi?... - aggiunse il Venerabile sorridendo di cuore.

                - Tanto volentieri.

                - Ebbene: Voi sapete che sta scritto: Oboedite praepositis vestris... Or dunque.....

                Ma la Superiora, udita l'antifona, l'interruppe:

                - Queste cose non riguardano nè la predicazione, nè la perfezione. Sono cose di confessione, che solo col direttore spirituale si debbono trattare.

                - Avete detto che tenete D. Bosco in conto di santo e poi non lo volete ascoltare?

                - Lei, mi perdoni, non ci deve entrare in tali questioni; sono cose alle quali pensiamo noi.

                - Va bene, ma spero...

                E non potè proseguire, chè gli chiusero la cortina in faccia, e dovette ritirarsi.

                Tornò all'indomani ed ebbe di bel nuovo ogni più cortese accoglienza. Il Servo di Dio voleva far ancora una prova per tentare di ridurle a buoni sentimenti. Quindi ad un certo punto disse: - Voglio parlarvi come un padre, come un amico.

                - Dica, D. Bosco, desidera una tazza di caffè?

                - No, grazie. Piuttosto pensate bene... le vostre dissensioni col Vescovo...

                - Amerebbe meglio una limonata fresca?

                - Lasciatemi dire: voi non riflettete alle conseguenze... [174]

                - A queste cose, D. Bosco, dobbiamo pensarci noi! Lei non deve entrarci. Sono cose di spirito, di coscienza; non ci pensi.

                E gli interruppero il discorso e la sua caritatevole intenzione non riuscì a nulla.

                Il Vescovo dovè finire la questione col sopprimere la casa e disperdere le monache. Due di quelle vennero poi a visitare D. Bosco, ma sempre ostinate nelle loro idee contro il Vescovo.

                “Quando negli spiriti, ammoniva D. Bosco i suoi Salesiani, entra e si radica tanta ingiusta ostinazione, in qual modo potrebbe fiorirvi la santità? Dove regna invece l'umile obbedienza, ivi è il trionfo della grazia”.

                Di ritorno da questo breve giro, sentendo come a Lanzo la sanità di D. Provera non migliorasse, il Venerabile prese un provvedimento che sperava gli avrebbe giovato, mandandolo all'aria nativa.

 

                               Carissimo D. Provera,

 

                Credo bene che ti prepari e ti disponga per fare una gita a Mirabello; ti fermerai qualche giorno qui e concerteremo tutto il da farsi. Intanto:

                1° Ultima bene i tuoi conti e metti a giorno di ogni cosa Sala e Bodratto;

                2° Di' loro che l'amministrazione del Collegio è momentaneamente lasciata nelle loro mani, si parlino molto spesso e vadano d'accordo per promuovere la maggior gloria di Dio;

                3° Il sig. avv. D. Arrò continuerà ad aver cura delle anime de' nostri giovani, finchè si possa trovare qualcuno che possa surrogarlo;

                4° Lascia il danaro necessario; se vedi poter avere qualche cosa d'avanzo, portalo giù e faremo provviste pel Collegio.

                Tu puoi venire venerdì prossimo, oppure giovedì della seguente settimana. Ma in ogni caso scrivi prima per andarti a prendere con una vettura al discendere dall'omnibus.

                Dio ti benedica, mio caro, e arrivederci pel resto. Partendo credo bene che tu non dica se ritornerai o no, perchè questo lo tratteremo poi a Mirabello con papà.

                Saluta tutta la famiglia e credimi in Domino

                Torino, 8 Agosto 1865.

Aff.mo

Sac. Bosco GIOVANNI. [175]

 

                Partito D. Provera, il collegio di Lanzo rimase affidato ai soli chierici, i quali però con mirabile unità di voleri da circa due mesi cooperavano al suo buon andamento. “Eravamo senza preti, scrisse molti anni dopo D. Antonio Sala; pure si mantenne l'ordine in collegio fino al termine dell'anno. D. Arrò e qualche altro sacerdote del paese venivano a celebrare la S. Messa, a confessare e a predicare. Oh! mi ricordo ancora come lavoravamo in quel tempo, perchè le cose procedessero bene. Non volevamo mica che fosse mai detto il collegio andar male perchè v'eravamo solamente noi chierici”.

                Intanto era confermata la notizia della micidiale comparsa del colera in Italia. Il morbo s'era sviluppato tra i 200.000 Mussulmani recatisi in pellegrinaggio alla Mecca, causa il vizio e il loro stomachevole sudiciume. Nel ritorno ai loro paesi, molte centinaia giunsero ad Alessandria d'Egitto, ove ben presto l'epidemia comparve. Un gran numero di cittadini, specialmente gli Europei, cercarono scampo trasmigrando altrove; oltre mille si indirizzarono ad Ancona, e l'8 luglio scoppiava il colera anche in questa città. Sul principio parve assai mite; ma non tardò a crescere d'intensità nei primi di agosto. Dal principio dell'infezione al 9 agosto più di mille persone erano colpite e più di 500 perdevano la vita. Il 21 i morti ascendevano a 1130. Circa 16.000 persone abbandonavano la città, rifugiandosi altrove.

                Alla notizia di tante sventure, D. Bosco si sentì commosso per la sorte dei poveri giovani che rimanevano orfani non solo in Ancona, ma anche in varie altre provincie nelle quali, benchè leggermente, l'epidemia incominciava a far le sue vittime. Quindi il 9 di agosto scriveva al Cardinale Antonucci, Vescovo di Ancona, una lettera, della quale non ci rimane copia, offrendosi a lui per venire in soccorso de' suoi orfanelli; e nello stesso giorno ne spediva un'altra al Ministro dell'Interno, Giovanni Lanza, facendogli una cordiale esibizione. [176]

 

Torino, 9 Agosto 1865.

 

                               Eccellenza,

 

                Le tristi notizie del colera pervenute in questa città hanno commosso tutti i buoni; ed io stesso nel vivo desiderio di venire anche in minima parte in sussidio alla comune sciagura mi offro di ricoverare in questa casa quel numero di giovinetti che fatti orfani o ridotti alla miseria per questa sciagura, volessero essere qui indirizzati. Io procurerò di tenere preparato posto per un centinaio che 1° siano tra dodici e diciotto anni di età; 2° sani e disposti della persona; 3° abbiano fatto una ferma, che garentisca la loro esenzione dal male che imperversa nella rispettiva loro patria.

                Mi voglia credere colla massima stima e gratitudine,

                Di V. E.

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Alla lettera consegnata agli uffici del Ministero dell'Interno in Torino era fatta la seguente risposta:

 

                REGNO D'ITALIA

                MINISTERO DELL'INTERNO

                Divisione VI - Sezione II.

                N.- 5087

                Riscontro al foglio 9 corrente.

OGGETTO:

 

                Esibizione del Direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales pei derelitti in causa del colera.

 

Torino, 16 Agosto 1865.

 

                La filantropica di Lei offerta per ricoverare sino a cento giovani orfani o resi miserabili dalla calamità, che attualmente affligge Ancona e qualche altra città del Regno, è degna di encomio.

                In cosa di tanto momento però dovendosi necessariamente informare il sig. Ministro in Firenze, il sottoscritto crede che più completa sarà l'informazione e più facile il mandare ad effetto il suo nobile divisamento, ove fin d'ora si conoscano le condizioni alle quali la S. V. è disposta ad eseguire cotale beneficenza, e cioè se l'accettazione ed il mantenimento dei giovanetti debba seguire gratuitamente, ovvero se Ella chiegga una pensione (che la S. V. sa per altro non potersi corrispondere dallo Stato) o infine se Ella pensa di ricevere una sovvenzione per una volta tanto, ed in quale misura e da chi. [177] Spero che Ella pure troverà necessari cotali schiarimenti, che perciò si compiacerà di aggiungerli al suo pregiato foglio 9 corrente, pervenuto solo in oggi a questa Direzione Generale e che allo scopo Le si rende per essere riformato.

                Vorrà ciò fare con tutta sollecitudine, onde non si tardi la buona novella alle vedove ed agli infelici di quella sgraziata città che ne proveranno un grande sollievo.

Il Direttore Generale

G. BOSCHI.

 

                Non conosciamo quale sia stata la risposta di D. Bosco, ma certamente fu pronta e dovette essere conforme alla generosità del suo cuore. Anche il Ministero non tardò a trasmettere al Prefetto di Ancona l'offerta di Don Bosco di ricoverare nell'Oratorio venti o anche trenta giovani rimasti orfani in quella città.

                E quello stesso giorno D. Bosco riceveva un altro plico della Prefettura di Torino:

 

                PREFETTURA DELLA PROVINCIA DI TORINO.

Torino, 16 agosto 1865.

 

                               Ill.mo e Molto Rev. Signore,

 

                Compio con vera soddisfazione allo speciale incarico affidatomi da questo Sig. Prefetto, di comunicare alla S. V. stimabilissima il testo letterale nel dispaccio telegrafico ricevuto in questo momento (ore 5 pom.) di provenienza da Ancona, firmato dal Prefetto Torre di quella Provincia.

                “Ancona -Prefetto, Torino. A nome mio e della Commissione di soccorso prego partecipare al Sacerdote Giovanni Bosco dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in cotesta città i vivi ringraziamenti di questo popolo desolato, commosso per generosa offerta che si accetta, di ricevere suo stabilimento venti, ed anche trenta giovani fatti orfani dal colera. Commissione scrive posta Sacerdote Bosco. Il Prefetto Torre”.

                Ed ho l'onore di dirmi con perfetta osservanza

Suo dev.mo ed obb.mo Servo,

Il Consigliere incaricato

G. DOGLIOTTI. [178]

 

                Al telegramma faceva seguito una lettera indirizzata a D. Bosco.

 

                COMMISSIONE DI PUBBLICO SOCCORSO

                pei danneggiati dal colera in Ancona.

                N. 31.

                Accettazione di offerta e ringraziamenti.

                Ancona, 17 Agosto 1865] L'onorevole membro di questa Commissione, Sig. Conte Carlo Torre, Prefetto della Provincia, ci ha partecipato la egregia offerta, colla quale la S. S. Ill.ma si propone pietosamente di accogliere in cotesto suo stabilimento, alle condizioni ivi indicate, da venti a trenta giovanetti, fatti orfani in questa luttuosa circostanza.

                A noi mancano le parole, egregio e M. R. Signore, per esprimerle la commozione dell'animo nostro per un'offerta così generosa, dettata da un pensiero ancor più delicato; tanto più quanto da cotesto nobile paese e dalla sua illustre metropoli ci giungono, d'ora in ora, tratti di carità, in cui è difficile poter dire se più magnifico il dono, o delicato il pensiero, o gentile il modo.

                Come ne avrà avuto notizia da un telegramma del Sig. Prefetto al Prefetto di Torino, la Commissione accetta la sua generosa offerta e mentre si riserva di mettersi ulteriormente in corrispondenza colla S. V. Ill.ma man mano che le necessità del momento gliene impongono il bisogno, Essa la prega di gradire i più vivi atti di gratitudine, e di farsi interprete presso i suoi concittadini delle benedizioni di questo popolo desolato, che, nelle sue sciagure, attinge conforto dai singolari tratti di carità che gli giungono da tutte parti d'Italia.

Il Comitato permanente:

Marinelli Cav. Avv. Clemente, Presidente.

Castagnoli Ing. Alessandro.

Giovanelli Cav. Conte Luigi.

Montemerli Conte Lorenzo.

Decio Passarini.

Ing. Viviani Alessandro.

                Il Segretario

                Ferraris Cav. Avv. Bernardo.

 

                D. Bosco aveva scritto per la seconda volta eziandio al Cardinale Arcivescovo di Ancona, il quale così rispondevagli: [179]

 

                Ancona, 18 Agosto 1865

 

                               Carissimo Don Bosco,

 

                A quest'ora la risposta del mio Vicario Generale alla sua cara lettera le sarà già giunta. Tutta volta aggiungo due righe onde rispondere all'altra del 16 corrente. Io sono intenerito per l'affetto che Ella conserva di me, e ne la ringrazio con tutto il cuore.

                Resta poi inteso di quanto mi dice riguardo ai miei orfanelli, e sono penetrato di riconoscenza per tanta bontà ed interesse veramente evangelico ch'Ella ne prende.

                Continui a pregare per me e mi creda sempre con vera stima e sincero attaccamento, dopo di averla benedetta cordialmente,

                Di Lei, carissimo D. Bosco,

Aff.mo nel Signore

A..B. Card. ANTONUCCI

Arc.-Vescovo.

 

                Gli orfani non furono per allora mandati, temendosi che qualcuno portasse l'infezione a Torino; ma alcuni mesi dopo, appena svanito ogni sospetto di pericolo, fu decisa la loro partenza per l'Oratorio.

                Nell'Unità Cattolica del 5 ottobre 1865 leggiamo queste linee:

                “BENEFICENZA. - Un cattolico di Palermo desiderando di concorrere al sollievo dei poveri colerosi di Ancona, e leggendo nell'Unità Cattolica come l'egregio D. Bosco siasi offerto di ricevere nel suo Istituto alquanti orfanelli anconitani, ci spediva un vaglia di L 30 in favore di detto D. Bosco, perchè se ne servisse in detta caritatevole opera - Il vaglia fu consegnato.”

                In quest'anno furono infette in Italia 34 provincie, e 357 comuni; i casi salirono a 21.520 e i morti a 10.975. Così le statistiche ufficiali.

 

 


CAPO XV. D. Bosco compie cinquant'anni a Montemagno e combina un triduo di predicazione - I Protestanti e il Servo di Dio - Suo dolore per una apostasia - Giovinetti strappati agli eretici - La strage degli innocenti - Lettere di un Parroco di Sassari a D. Bosco, il quale lo avvisava delle trame de' Valdesi in Sardegna, suggerendogli i mezzi per combatterli - Pulizia e igiene nell'Oratorio - Ispezioni dei delegati dell'ufficio sanitario - Relazione deplorevole alla Commissione Municipale - Il Sindaco trasmette a D. Bosco le deliberazioni della Commissione sanitaria che limita il numero dei giovanetti ricoverandi - Causa dell'astio settario contro D. Bosco - L'Unità Cattolica in sua difesa - L'Oratorio, cessate le opposizioni, cresce di numero.

 

                IL 16 agosto D. Bosco aveva compiuto il suo cinquantesimo anno. Come aveva detto qualche anno prima, pareva dovesse essere quello l'ultimo di sua vita. Infatti era stato più volte molto abbattuto di sanità, ma le preghiere che si fecero per lui nell'Oratorio, nel piccolo Seminario di Mirabello, nel Collegio di Lanzo, molteplici e pressanti, avevano ottenuto grazia presso Dio; e D. Bosco si era riavuto. Il suo compleanno venne festeggiato a Montemagno, ove, secondo il consueto, aspettavalo il Marchese Fassati. Vi si fermò appena due giorni e d'accordo col parroco si combinò un triduo di prediche alla popolazione in apparecchio della festa della Natività di Maria SS. [181]

                Il Servo di Dio era sempre pronto ad esercitare il sacro Ministero e a spezzare il pane della divina parola alle popolazioni; ma questo suo zelo per la salvezza eterna delle anime appariva instancabile, e in modo speciale, anche nell'opporsi ai protestanti sventando colle armi della carità le loro insidie.

                Di quei giorni aveva fatto ristampare a migliaia di copie l'opuscolo: Chi è D. Ambrogio? poichè questo prete disgraziato continuava a spianare la via agli eretici colle sue concioni blasfeme e calunniose sulle piazze delle città e delle borgate. E purtroppo un certo numero d'incauti e di viziosi cadevano nelle reti dei nemici della Chiesa Cattolica.

                Il dolore che provava D. Bosco alla notizia di un'apostasia era indicibile. Ci raccontava Giuseppe Buzzetti, che un giorno il Venerabile era in camera discorrendo affabilmente con lui e con altre persone, quand'ecco ad un tratto diventa serio, impallidisce, trema in tutta la persona e rimane cogli occhi fissi ed immobili, come fuori di sè, per alcuni minuti. Spaventati, i circostanti credevano che ciò fosse effetto di uno svenimento, ma ritornato nello stato normale egli disse:

                - Ecco: ho veduto la fiammella di un candelotto a spegnersi; è un giovane dell'Oratorio festivo che si è fatto protestante.

                Perciò non cessava dal salvare dall'empietà i giovanetti. In quest'anno aveva ricoverati nell'Oratorio molti fanciulli, che era riuscito a far togliere dalle scuole valdesi. Accoglieva due ragazzetti di un ufficiale ungherese protestante, che li aveva raccomandati alla carità dei cattolici. Beneficava i tre figli del famigerato apostata De Achillis, e li toglieva dalla miseria. Mutato ad essi per debiti riguardi nome e cognome, li tenne per molto tempo con sè nell'Oratorio, li mise nella categoria degli studenti, e li istruì nella cattolica religione. Noi li abbiamo conosciuti, convivendo con essi.

                Conserviamo anche la domanda fatta da un altro giovanetto a Don Bosco per essere ricevuto in seno alla vera Religione. [182]

                Io Giovanelli Avventino Francesco, nato da genitori apostati, fui battezzato nella Chiesa Valdese di Torino, nel mese di Luglio dell'anno 1855, dal Dottore Meille.

                Poco dopo i miei genitori mi trasportarono in Marsiglia, ove mi fecero educare in una scuola protestante per lo spazio di circa 8 anni, inviandomi quasi ogni giorno alla Dottrina Protestante nel tempio di detta città.

                Ora, per grazia di Dio, son venuto a conoscere l'errore in cui ho vissuto; desidero di abiurare il Protestantismo per affigliarmi alla Chiesa Cattolica che è l'unica vera”.

 

                Continue erano le conquiste dello zelo di D. Bosco sui protestanti, i quali, vedendosi a poco a poco abbandonati da molti dei loro adepti, ricorrevano anche a mezzi scellerati, come consta da una relazione in iscritto, che D. Bosco riceveva da persona bene informata.

 

                “I Valdesi fanno attualmente unica propaganda fra i teneri fanciulli. Ricevono riguardevoli somme dall'Inghilterra per raccogliere orfanelli e figli di povere famiglie cattoliche lattanti ancora, e li mandano nelle Valli, onde siano allevati nel protestantesimo. Alle famiglie Valdesi cui sono consegnati questi figli, la Commissione di evangelizzazione, composta di pastori tutti Valdesi, presieduta dal Pastore Revel, residente in Firenze, passa lire 17 al mese sino a che il bambino abbia raggiunto l'età di anni otto. Dopo contribuisce solamente lire nove. I Valdesi hanno con ciò due scopi: - provvedere alle famiglie dei contadini Valdesi, essendo tutti costoro per natura avarissimi ed avidi di denaro; una famiglia che d'ordinario si ciba di soli pomi di terra considera come una gran risorsa 17 lire mensili: - poter dare tutti gli anni un lungo catalogo di nomi, alla Commissione di propaganda in Londra, di fanciulli tolti ai Cattolici per allevarli nella religione valdese: con ciò dànno ragione del come venga impiegato il danaro che da Londra è spedito in Italia.

                Quindi farebbe moltissimo bene un sacerdote zelante posto nella parrocchia di Torre Pellice, il quale con oculatezza s'informasse dalle famiglie valdesi, quali fanciulli allevino, di quali paesi sieno e di quali genitori, e quindi scrivere ai rispettivi parroci onde s'interessino per levarli e collocarli in stabilimenti cattolici. La Pia Società della Santa Infanzia per la China potrebbe interessarsi a strappare quelle povere anime dalle mani degli eretici”. [183] Mentre studiava in qual modo si sarebbe potuto impedire la strage spirituale di tanti innocenti, giungeva al Servo di Dio un'altra penosa notizia. Un buon parroco di Sassari in Sardegna, il quale in una sua venuta a Torino era stato ospite dell'Oratorio e si era lungamente trattenuto con Don Bosco, pregato dal Venerabile a spacciare un certo numero di biglietti della lotteria, gli scriveva:

 

                                Molto Rev. Signore e Padre Col.mo,

 

                Or son pochi giorni che dal sig. Sindaco di questa città mi venne consegnato un pacco contenente dieci decine di biglietti per la lotteria a benefizio degli Oratorii maschili di Valdocco, di Porta Nuova e di Vanchiglia, ed essendo la S. V. Direttore dei medesimi, colgo con piacere questa circostanza per scrivere questa mia lettera assicurandola che userò tutta la mia sollecitudine, tanto per la distribuzione dei biglietti, come ancora per la raccolta di doni che persone caritatevoli potranno fare.

                Prima d'ora avrei avuto desiderio di scriverle, ma il riflesso che la S. V. è sempre occupata a gloria di Dio ed a sollievo dei poveri, me ne ha distolto, ed aspettava appunto una propizia occasione per averne il motivo.

                In Sassari siamo sempre al solito, e non poi tanto male in materia di religione; fa ora due mesi è penetrato in questa città un ministro Evangelico, o dirò meglio antievangelico, il quale fa le sue istruzioni in una sala a pochi proseliti; nel principio vi andarono molti curiosi, ma ora il numero è ristretto, e noi Parroci facciamo di tutto per allontanarne il popolo e metterlo in avvertenza. È la prima volta che l'eresia penetra in Sardegna, e la Vergine Immacolata guarderà questo popolo a Lei tanto devoto.

                Se il Signore mi presentasse la circostanza di poter essere in qualche modo utile all'Oratorio di S. Francesco di Sales, io mi riputerei fortunato; sono in un paese dove i poveri trovansi in gran numero dopo la strage del colera, ma ella sa quali possano esser i disegni della Provvidenza. Da parte mia non trascuro niente e tengo sempre presente quel colloquio ch'Ella ebbe tanta bontà di accordarmi; nè posso dimenticare i tratti gentili che da tutti mi furono usati.

                Termino questa lunga lettera raccomandandomi alle sue preghiere in un modo particolare, e raccomando ancora la mia Parrocchia; io indegnamente prego per la preziosa salute della S. V. e per il progresso materiale e morale del suo Stabilimento. [184] Gradisca i miei saluti, e più ancora gli atti dei mio distinto rispetto. Mi onori de' suoi graditissimi comandi; non mi dimentichi nel santo Sacrifizio; e mi creda qual ho l'onore di segnarmi

                Della S. V. Ill.ma

Umil.mo Dev.mo Oss.mo Servitore

Teol. FILIPPO CANEPUS,

Canonico Parroco di Sassari (Sardegna).

 

                Sassari, 28 Agosto 1865.

 

                P.S. -Faccio le mie congratulazioni per l'atto caritatevole della S. V. nell'accettare trenta orfani nell'Oratorio.

 

                D. Bosco gli rispose suggerendo l'erezione di un Oratorio festivo, la diffusione delle Letture Cattoliche e la frequente predicazione, quali mezzi potenti a combattere il Protestantesimo. E il buon Parroco così ne lo ringraziava:

 

                               Molto Rev. Padre Col.mo,

 

                Ringrazio prima di tutto la S. V. per la compiacenza di avermi risposto con una lettera piena di affezione e gentilezza. Io mi sono adoperato per la distribuzione dei biglietti, e siccome in questa città ci sono molti poveri, segnatamente ciechi e paralitici, non è facile trovare persone che vogliano farne acquisto, essendo di più tutte le famiglie gravate dell'imposta sulla ricchezza mobile: se mi sarà fattibile di poterne distribuire in qualche numero, la renderò avvertita per mandarmene degli altri.

                I mezzi che Ella ci ha suggeriti per allontanare da questo paese il flagello dell'eresia li abbiamo in gran parte adottati; le Letture Cattoliche sono qui diffuse; la predicazione è frequente, e il ministro protestante non ha da essere molto contento, essendo scarso l'uditorio, e poco numeroso il concorso di persone, le quali anche prima, posso dirlo, non aveano alcuna religione. Il mezzo più potente di cui egli dispone è il danaro, essendo qui eccessivo il numero degli operai ai bisogni del paese, per cui molti si trovano senza lavoro: e la miseria spinge ad ogni eccesso. A fronte di tutto ciò nutro fiducia che questa mal'erba non attecchirà in Sardegna ove non è mai stata l'eresia; e giacchè la S. V. si esibisce pronta a somministrarci i mezzi che sono in suo potere per combatterla, io a nome ancora dei miei colleghi non lascierò di recarle qualche disturbo, contentandomi per il momento d'una sua preghiera a questo riguardo. [185] Sulla fiducia che non mi dimenticherà nelle sue orazioni, coi sensi di rispettosa stima, passo al bene di raffermarmi

                Della S. V. molto Rev.da

Dev.mo Oss.mo Servitore

Teol. FILIPPO CANEPUS,

Canonico Parroco di Sassari.

 

                Sassari, 17 settembre 1865.

 

                In quei mesi attendeva il Servo di Dio anche una leggera ma noiosa tribolazione.

                Amantissimo della pulizia egli desiderava e raccomandava che fosse mantenuta anche dai giovani e nei locali dell'Oratorio. Tutti i giorni si scopavano i pavimenti, le scale e i vasti cortili della ricreazione, posti a mezzogiorno; ogni sabbato si assestavano i laboratorii; e nel giovedì ciascun allievo doveva in ora appositamente fissata ripulire più diligentemente i propri abiti e il proprio letto. Di pari passo andava la nettezza delle persone e la decenza dei vestiti anche nei giorni feriali. Nelle feste poi e in ogni caso di uscita, benchè non avessero alcuna divisa oltre il berretto, tutti gli alunni vestivano convenientemente: e non si faceva distinzione fra studenti e artigiani, fra quelli che pagavano un po' di pensione e quelli che godevano il loro posto gratuitamente; fra quelli che erano provvisti dai parenti e quelli cui l'Oratorio somministrava ogni cosa. Ed era una gioia vedere alla domenica tutti i giovani in aspetto così lindo.

                Ma l'Ospizio non era un palazzo di signori, sibbene una dimora di poverelli, benchè nell'edificarlo D. Bosco avesse preso prudenti precauzioni per la pulizia e l'igiene. Al nord un lungo e stretto cortile separava il caseggiato civile da una fila di basse costruzioni per le stalle, il lavatoio, la legnaia e il deposito delle spazzature. Quivi pure si innalzavano a conveniente distanza l'una dall'altra tre torri per gli agiamenti, ai quali davano passaggio lunghi ballatoi ad ogni piano. Era quella, diremmo, la parte rustica dell'Oratorio, il [186] quale però, essendo in piena campagna, aveva da ogni parte il beneficio di una libera ventilazione.

                Le sale di scuola e le camerate non avevano certamente pavimenti di marmo, ma come quasi tutte le case della città pianelle di terra cotta, le quali, per altro, per quanto si scopassero producevano sempre nuova polvere al ripetuto passaggio quotidiano di centinaia di ragazzi. Solo il salone dello studio era pavimentato di asfalto.

                Tale era l'ordinaria condizione dell'Oratorio, quando il 19 agosto vi giunse improvvisamente una Commissione inviata dall'ufficio dell'Ispettore sanitario, incaricata della visita dei pubblici stabilimenti della città, per esaminarne le condizioni igieniche, in vista dell'estendersi minaccioso del colera.

                Quella visita non preveduta avveniva nel tempo delle vacanze autunnali, quando era assente più della metà degli alunni. Era quindi facile trovare impolverato il pavimento nei dormitorii vacanti ed anche le lettiere in parte smontate e i pagliericci asportati per rinnovarne le foglie e lavarne le tele, facendosi appunto la solita pulizia autunnale. Anche nel salone dello studio tavole e panche accatastate aspettavano i riattamenti dai falegnami. Erano lavori che richiedevano più settimane, dopo i quali doveva essere imbiancata la casa. Questo tramestio, richiesto dalla pulitezza e dall'igiene, non poteva non recare momentaneamente le sue conseguenze anche in altri siti, come le strette scale e i pianerottoli; e si può comprendere l'aspetto che viene ad assumere qualsivoglia casa in tempo d'una pulizia generale.

                Ma non lo compresero i signori incaricati di visitare l'Oratorio, e ne fecero all'ufficio dell'Ispettore Sanitario una relazione deplorevole: sporchi i locali destinati allo studio e ai dormitori, e in essi i giovani agglomerati; poco ventilati i cortili; i cessi tenuti in generale in cattivo stato; troppo vicino alla cucina e al refettorio il deposito della spazzatura; [187] e varie altre osservazioni, tutte con mal animo esagerate, alcune destituite di fondamento.

                Il Municipio dava ordine a D. Bosco di provvedere subito ad una continua sorveglianza sulla pulizia di tutta la casa e gl'ingiungeva alcune dispendiose prescrizioni, e di “non accettare nuovi alunni, finchè la Commissione Municipale di sanità in seguito a nuova visita non avrà stabilito il numero di giovani, di cui sono capaci le sale dello Stabilimento”.

                Difatti, trascorsa una settimana, la Commissione Sanitaria tornò a Valdocco, e dietro sua relazione al Municipio il Sindaco Rorà comunicava a Don Bosco aver la Commissione limitato il numero dei ricoverandi a 500, e stabilito che nel grande studio al piano superiore non si potessero radunare più di 200 alunni.

                E' da notarsi che fra i Commissari eravi qualche scrittore di giornali anticlericali, i quali furono ben lieti di potersi servire delle giuste misure ordinate dall'autorità cittadina ad impedire la propagazione del morbo, per denigrare Don Bosco.

                Il chierico Francesco Dalmazzo il 22 agosto scriveva da Torino a D. Rua in Mirabello: “L'Oratorio fu importunato da visite sanitarie che fecero le più odiose relazioni riguardo all'igiene e ciò perchè ha D. Bosco proposto al Sindaco di Ancona di mandargli giovani rimasti orfani pel colera. I settarii aveano giudicato esser quell'offerta uno scorno per tutta la città di Torino che si vantava di prestare in particolar modo soccorso ai miseri Anconitani. Dall'annesso biglietto che le invia Buzzetti Giuseppe giudichi le infamie che ha pubblicate la Gazzetta del Popolo....”.

                Questa infatti, dopo aver narrato con spirito apertamente settario quanto abbiamo già riferito, conchiudeva in tono di trionfo: “Dopo ciò che cosa significhi l'offerta di D. Bosco di ricevere trenta orfani anconitani, lo dica il pubblico! Il bravo Sindaco di Ancona assuma per carità informazioni [188] presso la Commissione Sanitaria di Torino, per non essere poi maledetto dagli orfani stessi!”.

                Tutti gli onesti non le prestarono fede e noi stessi udimmo alcuni popolani esclamare:

                - Questo è troppo! Se può, faccia quel giornalista quello che sa fare D. Bosco!

                Il 30 agosto, anche il Teol. Margotti, dalle colonne dell'Unità Cattolica, entrava in campo a dare il suo giudizio, scrivendo in difesa di D. Bosco:

 

                D. Bosco e l'Oratorio di S. Francesco di Sales. - Da qualche tempo alcuni giornali, appoggiati ad una asserzione della Gazzetta del Popolo, si sono occupati e s'occupano a sparlare intorno allo stato d'igiene, di nettezza e di troppa agglomerazione di giovanetti nell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Noi siamo stati più volte a visitar questo stabilimento, e non ci fu mai dato di notare alcuno di sì fatti sconci. Anzi sappiamo che poco fa vi andò il Principe Amedeo accompagnato dal Sindaco di Torino, dal Prefetto e da altri autorevoli cittadini, i quali, dopo aver visitato lo stabilimento, ne diedero i più cordiali segni di soddisfazione, e noi ne eravamo intimamente persuasi, imperocchè ogni anno v'è una visita medica; nè il Ministero, la Questura, il medesimo Municipio di Torino invierebbero colà ragazzi, come sappiamo aver fatto, se vi fossero inconvenienti a temersi.

                Tuttavia, spinti dalla diceria, abbiamo voluto portarci sul luogo e visitare questo stabilimento sotto l'aspetto sanitario, numerico e di nettezza, ed abbiamo avuto il piacere di poter confermare di presenza quello di cui prima eravamo già persuasi, vale a dire:

                1° Essere ottimo lo stato di sanità di quei giovanetti, mentre consta che nonostante il numero di circa ottocento, passano cinque ed anche sei mesi senza che un fanciullo vada per male in infermeria, se si eccettua il male dell'appetito che è grandissimo;

                2° Abbiamo osservato i grandi sforzi per provvedere alle cose necessarie e nulla havvi a desiderare per la nettezza per quanto è possibile per una casa che vive di beneficenza;

                3° In quanto al numero è vero che è grande, mentre in via ordinaria va circa agli ottocento, ma il locale ci sembra competente.

                Tuttavia dobbiamo lodare la preveggenza di D. Bosco, che appena cominciarono a farsi sentire i tristi effetti del colera in paesi a noi vicini, egli sul finire dello scorso mese di luglio collocò altrove una vistosa parte de' suoi ricoverati, a segno che il loro numero da ottocento venne ora ridotto a trecento. [189] Da ciò noi possiamo arguire che coloro che hanno propagato notizie ostili a questo stabilimento o furono male informati e dovrebbero rettificarle, o furono di quei calunniatori cui gode l'animo quando loro è dato di poter comprimere qualunque opera che non torni di loro gusto.

                Costoro dovrebbero almeno riflettere che è un'opera dove sono raccolti a centinaia i poveri figli del popolo. Qui, mercè i continui sacrifici di D. Bosco e de' suoi colleghi, imparano a vivere da buoni cristiani ed apprendono un'arte con cui possono a suo tempo guadagnarsi il pane della vita coll'onesto lavoro delle loro mani.

                Opere di questa fatta, da chi ha un cuore in petto, devono essere aiutate, promosse, e solamente i nemici del vero bene sono capaci di deprimerle e di calunniarle.

                Il Servo di Dio fu arrendevole ad alcune esigenze dell'Ufficio sanitario e fece affrettare il compimento degli accennati lavori di riparazione e di ripulimento dei locali; si scusò di non obbedire ad ingiunzioni impossibili che lo avrebbero costretto a spese troppo gravose, ed imperturbabile, pur mantenendo il numero de' giovani ricoverati senza diminuirlo di un solo, preparò il posto per quelli resi orfani dal colera. E il numero degli alunni ascese a 900.

                Dopo queste ispezioni, l'Oratorio non ebbe più noie per causa d'igiene, e il Governo, i Municipii e la Commissione di Ancona non si ristettero dall'affidargli i giovani rimasti senza parenti. Proprio di quei giorni il Comm. Bona, Senatore del Regno, dal Ministero dei lavori Pubblici, Direzione delle strade ferrate, non curando le diatribe dei giornali, raccomandava all'Oratorio il giovane Cerruti Carlo di Torino, che vi era accettato.

 

 


CAPO XVI. D. Bosco da Novara scrive al Marchese Fassati: Si recherà a Montemagno: è dubbioso sull'opportunità di predicarvi il triduo causa le voci di colera: la chiesa di Maria Ausiliatrice caparra di sicurezza nei presenti pericoli: ispezione della Commissione Municipale nell'Oratorio - Da Torino risponde al Provicario per l'esito degli esami di vestizione clericale: gli offre biglietti di lotteria - Fa il triduo di predicazione a Montemagno -Questua di materiali per la chiesa - Affida a D. Rua l'ufficio di Prefetto nell'Oratorio: obbedienza e cuore - Predizione - D. Rua si prepara a conseguire il diploma di Professore di Rettorica - Prove inefficaci per sollevare D. Alasonatti - Lettera di D. Bosco che è ancora in viaggio - D. Bosco ai Becchi, a Chieri e a Borgo Cornalense - Mons. Contratto gli scrive invitandolo ad andare in Acqui: gli dà notizie di un santo prete: chiede un professore pel suo seminario -Modi festevoli di D. Bosco co' suoi collaboratori laici, anche quando è in viaggio con essi - Il colera predetto ed altre epidemie in Europa - Speranza di immunità in coloro che concorrono all'erezione della chiesa in Valdocco.

 

                LE trattative colla Commissione d'Ancona e le esigenze igieniche dei Municipio di Torino, avevano trattenuto per qualche giorno D. Bosco all'Oratorio;ma egli non tardava a riprendere i suoi viaggi per distribuire [191] biglietti della Lotteria e chiedere soccorsi per l'erezione della chiesa.

                Il 29 agosto era di bel nuovo a Novara, donde scriveva al Marchese Fassati, che attendevalo a Montemagno.

 

                               Carissimo Sig. Marchese,

 

                Attese le voci di colera che si fanno ogni giorno sentire a noi più vicine, sarà forse bene prescindere dal triduo che avevamo concertato in onore della Beata Vergine Maria. Se però Ella avesse già fatta parola in proposito, oppure si fosse già dato avviso in pubblico, io e D. Rua siamo ai suoi ordini.

                Il Teol. Golzio è disposto di venire a fare meco una gita a Montemagno e il progetto sarebbe di andare lunedì prossimo; partiremo alle 9,30 e giungeremo per l'omnibus delle cinque pomeridiane.

                Io spero, sig. Marchese, che Ella, la signora Marchesa, Azelia ed Emanuele godano tutti buona salute: questa è la grazia che io domando per tutta la sua famiglia ogni giorno nella santa Messa ed ho ferma fiducia che la Santa Vergine mi esaudirà in ogni tempo, ma specialmente nei presenti pericoli.

                Non so se il maestro Cerruti appaghi l'aspettazione; occorrendo gli dia pure qualunque avviso o consiglio; egli lo prenderà certamente in buona parte. Ritardò qualche giorno la sua andata a Montemagno, perchè io gli aveva scritto a Mirabello, mentre egli era già partito per la sua patria, sicchè la lettera dovette fare un giro duplicato.

                La nostra chiesa va avanti, ed una parte delle mura giunge già all'altezza del tetto. Questa chiesa spero che sarà per Lei e per tutta la sua famiglia una caparra sicura dell'efficace protezione di Maria Ausiliatrice. Abbia in Lei molta fiducia.

                Avrà veduto da qualche giornale, che oltre la visita che il Signore ci fa nelle persone della Casa, vi sono anche nemici che ci tribolano al di fuori. S'immagini: Borella e Bottero furono dal Municipio incaricati a venire a visitare la nostra casa per lo stato d'igiene e di moralità. Due preziosi modelli!

                Preghi tanto per me e per questa nostra casa, e mi abbia sempre tra quelli che con pienezza di stima si professano,

                Di V. S. Car.ma,

                Novara (per quest'oggi),  29 agosto 1865,

Aff.mo ed Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI. [192]

 

                Ritornato a Torino, rispondeva ad una nota del Provicario Can. Vogliotti, Rettore del Seminario.

 

                                Ill.mo e Molto Rev. Sig. Vicario,

                Ho ricevuto la nota dei nostri giovani che si presentarono per l'esame della vestizione chiericale e ne la ringrazio. Sunt bona mixta malis. - Ho piacere che taluni siano stati rimandati perchè vollero andarvi contro mio volere. Mi rincresce per altro di Maffei che è molto lodevole per condotta ed era dei buoni nel suo corso. È proprio un caso eccezionale che sia riuscito male. Examen sive Periculum!

                Ho pure ricevuto l'altra sua in cui mi partecipava che Ella si riteneva i 100 biglietti e mi invitava a terminare il conto che da molto avrebbe dovuto essere sistemato. Benedetta miseria! Se non fossi troppo ardito, vorrei fare una addizione alla sua lettera; ma temo di meritarmi il titolo di noioso. Basta, proviamo. Prenderebbe Ella ancora 100 biglietti di questa lotteria? Avrei altri f. 50 che uniti agli altri 350 formerebbero tondamente f. 400 e così ogni debito attuale col Seminario sarebbe saldato.

                Per altro ab amicis honesta sunt petenda, e se stima la mia proposta inopportuna, ritirerà volentieri la mia domanda e mi limito a ringraziarla de' benefizi che ci ha fatti altre volte. Le auguro dal Cielo sanità e grazia; raccomando me e questa casa alla carità delle sue preghiere e mi creda con gratitudine di V. S. Ill.ma e Molto Rev.da Torino, 3 settembre 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                P. S. - Le unisco il certificato di condotta del Ch. Vittone, che il Vescovo d'Acqui mi manda da esserle trasmesso.

 

                Il giorno 4, ricevute notizie rassicuranti dal Marchese Fassati, egli era a Montemagno con D. Arrò Carroccio di Lanzo a dettare un triduo solenne al popolo. D. Michele Rua per suo invito vi si era recato da Mirabello per aiutarlo a predicare e a confessare. Il frutto fu quale doveva aspettarsi. La popolazione era accesa di sacro entusiasmo. In quelle sere in tutte le famiglie si recitava il santo rosario, come solevasi nell'autunno avanzato al cessare dei lavori in campagna. I penitenti ritornavano a casa pieni di gioia con una medaglia [193] di Maria SS. Ausiliatrice loro donata dai missionarii. Soldati in congedo che avevano combattuto nelle guerre del 1855 e del 1859 protestavano di anteporre tali medaglie della Madonna a quelle del valor militare, meritate sul campo di battaglia. Essi infatti avevano vinto la più gloriosa delle campagne, vincendo il nemico delle loro anime.

                Finito il triduo, D. Bosco tornava a Torino e riprendeva le sue sollecitudini per la chiesa in costruzione. Al conte Carlo Cays che villeggiava a Casellette, inviava la seguente:

 

                               Car.mo Sig. Conte,

 

                Con gran piacere ho ricevuta la notizia che notificava la nascita di un erede in Casa Cays, ma questa fu assai rattristata da un'altra che si diceva trovarsi la Signora Contessa molto aggravata dal male. Abbiamo tosto ordinate pubbliche preghiere mattino e sera, ed ora abbiamo avuto la grande consolazione di sapere che la malattia cessò e che riebbe il suo stato ordinario di sanità. Sia Dio e la Santa Vergine Ausiliatrice ringraziata.

                Ma, e la nostra chiesa? Ecco la seconda parte della mia lettera. La chiesa è al coperchio; ed ho bisogno che mi aiuti a coprirla. In che modo? Con quei listelli, tegole, assi, reme, remoni, travi e travicelli che ella avesse fuori d'uso e che volesse regalare alla Madonna Ausiliatrice. - Che ne dice Signor Conte? Che ne dice il sig. Luigi e la Signora Contessa? Essendo difficile il questuare danaro, ho pensato di appigliarmi al consiglio del Cav. Zaverio Collegno di questuare materiali.

                Compatisca, sig. Conte, la confidenza con cui scrivo; gradisca che io le auguri dal Cielo sanità e grazia, a Lei e a tutta la sua famiglia, e raccomandando me e li miei giovanetti alla carità delle sue sante orazioni godo moltissimo di potermi con gratitudine sincera professare

                Di V. S. Ill.ma e Car.ma,

                Torino, II settembre 1865,

Obbl.mo e Aff.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Un'altra lettera, indirizzata a D. Rua a Torino, non sappiamo da qual paese, ci conferma le sollecitudini del Servo di Dio per innalzare la reggia della sua Ausiliatrice: [194]

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                C'è una cambiale che scade oggi di f. 1000. Prendi il chiavino che ti unisco, va' in mia camera e nel cancello che tu sai, troverai un groppo di f. 1000; di poi parlerai col Cavaliere o con D. Savio che ti dicano o facciano eglino stessi il versamento di questa somma in quel sito ove l'hanno già fatto un mese addietro.

                Io sarà a Torino domani alle 3 pomeridiane.

                Dio benedica te e tutta la nostra famiglia ed abbimi tuo

Aff.mo in G. G.

Sac. Bosco GIOVANNI.

                18 settembre 1865.

 

                D. Rua aveva con meravigliosa prontezza abbandonato Mirabello per assumere l'ufficio di Prefetto nell'Oratorio, ed erasi già sobbarcato al pesante fardello che aveva deposto D. Alasonatti; fardello davvero gravoso per la complicata amministrazione materiale.

                D. Rua stava ordinando il suo collegio pel nuovo anno scolastico, quando D. Provera giunto a Mirabello gli disse:

                - D. Bosco ti aspetta a Torino.

                E D. Rua, che stava a tavolino scrivendo, non esita un istante: senza fare nessuna interrogazione, nè chiedere spiegazioni, si alza, prende il breviario, e:

                - Son pronto! - disse; e partì subito per Torino.

                Un'obbedienza così pronta dovette essere un duro sacrificio per lui che amava grandemente i suoi alunni. Tuttavia comparve nell'Oratorio con aspetto così ilare e disinvolto che si sarebbe detto nulla importassegli lasciar un luogo dove aveva dimorato due anni ed era stato l'oggetto dell'amore di tutti.

                Quando però chi doveva succedergli nella direzione del piccolo Seminario fu a salutarlo, ei gli disse:

                - Dunque tu vai a Mirabello. Salutami i giovani. Amali tu per me. Sono buoni, sai; - ed una lagrima gli spuntò sugli [195] occhi. Quindi riprese: - Verso i confratelli, regolati come un fratello maggiore verso i fratelli minori.

                Ma, cosa ancor più notevole, in questi giorni incominciava ad avverarsi una predizione di D. Bosco.

                Prima dei 1850 era spesso accaduto che il giovanetto Rua, andando o tornando dalla scuola s'incontrasse col Venerabile. Non appena lo scorgeva, fuor dì sè per la gioia gli correva incontro, e scoprendosi il capo e baciandogli la mano esclamava:

                - Oh D. Bosco, mi da' un'immagine?

                Il Venerabile si fermava amorevolmente con lui, gli riponeva il berretto in testa e, sorridendo, presentavagli sempre la palma della mano sinistra, mentre colla destra faceva atto di tagliarla a metà: e dicevagli scherzevolmente:

                - Prendi, Michelino, prendi!

                Michelino baciandogli di nuovo e con più affetto la mano si accomiatava pensando: - Con quel gesto che vorrà dire?

                Fece questa domanda a D. Bosco quando, presa stanza nell'Oratorio, egli ebbe vestito il 3 ottobre 1852 l'abito clericale: -Rammenta, signor D. Bosco, quegli incontri che ebbi più volte con lei quando andava a scuola dai Fratelli, e che domandandole il dono di un'immagine, lei mi faceva segno di volermi dare metà della mano? Che cosa voleva dirmi?

                - Oh mio buon figliuolo, gli aveva detto con accento paterno D. Bosco; ormai tu dovresti comprenderlo, ma lo comprenderai meglio in seguito... e proseguì: - D. Bosco voleva dirti che un giorno avrebbe con te fatto a metà.

                Ora adunque, come Prefetto dell'Oratorio, il fedele imitatore delle virtù di D. Bosco incominciava e continuava per 20 anni continui, a dividere con lui tutte le fatiche della direzione generale dell'Oratorio e della Pia Società: e infine come Vicario ne divideva anche l'autorità.

                D. Rua intanto preparavasi all'esame di lettere italiane greche e latine per conseguire la patente di professore di rettorica. [196] Fin dal 28 agosto D. Bosco aveagli procurata la fede di buona condotta dal Sindaco, con altri documenti necessari da presentarsi all'Università, ed ora, perchè richiesto, consegnavagli un suo attestato onorifico.

 

                Il sottoscritto di buon grado dichiara che il sac. Rua Michele di Torino insegnò per lo spazio di sei anni nelle classi ginnasiali inferiori e quattro anni nelle ginnasiali superiori colla massima soddisfazione dalla parte de' suoi Superiori e con vantaggio non ordinario dalla parte degli allievi.

                Dichiara inoltre che lo giudica degno di speciale encomio, perchè ha sempre spese con zelo le sue fatiche gratuitamente.

                Torino, 14 settembre 1865.

Sac. Bosco GIOVANNI.

                Visto per l'autenticità della firma del sig. Sac. D. Giovanni Bosco. Torino, 15 settembre 1865.

Per il Provveditore agli studi.

(Timbro). VIGNA.

 

                D. Bosco era tornato all'Oratorio il 19 settembre, ma per ripartirne. Col suo pensiero era però sempre vicino a D. Alasonatti la vita del quale si andava spegnendo. Erasi tentato ogni mezzo per conservarla. Si era provato, come si è detto, di mandarlo ad Avigliana, sua patria, quindi era stato condotto a Mirabello nel piccolo Seminario, quando D. Rua ne era ancor Direttore. Di là si trasferì alla casa amenissima di Trofarello donata alla Pia Società da D. Matteo Franco, e finalmente scorgendo inutile ogni ripiego egli stesso si risolveva di recarsi nel collegio di Lanzo, poichè sentiva la necessità di respirare un'aria molto ossigenata. D. Bosco gli aveva dato per compagno lo scrivente.

 

                               Mio caro Lemoyne,

 

                Scrivi al signor Canale che accetto il suo raccomandato e lui stesso se vuole venire con noi all'Oratorio. - Gli dirai le tre pensioni. - Pel [197] 24 corrente sono a Torino e lo attendo con noi con gran piacere. Ben inteso che una camera e la nostra mensa è tutta a sua disposizione.

                Pel resto ci parleremo presto. Saluta i nostri giovani. Fammi guarire D. Alasonatti. Va' eziandio a fare un caro saluto al sig. Vicario ed un altro a casa Arrò.

                Amami nel Signore e credimi sempre tutto tuo

Aff.mo in G. G.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Torino. 19 settembre 1865.

 

                Il 1° di ottobre, festa del SS. Rosario, il Venerabile era ai Becchi con la banda musicale e un bel numero di altri alunni. Quivi fermavasi alcuni giorni e dato ordine che il venerdì, giorno 6, tutta la brigata ritornasse a Torino, scendeva a Chieri e di là scriveva a D. Rua

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                In breve: 1° Manda due programmi del Collegio di Lanzo al sig. Cav. T. Vaccarino prevosto di Buttigliera d'Asti per rimetterne uno al sig. Arato Guglielmo della Serra.

                2° Idem al sig. Can. Caselli, Chieri.

                3° A D. Ghivarello che i giovani passeranno a sua casa venerdì. Se volesse andarli ad aspettare, gli farebbero un brindisi.

                4° Di qui io vado a Borgo, ma venerdì sono a Torino e ciò per tua norma, in caso che la Marchesa Negrotto di Genova si presentasse a chiedere di me.

                Noi stiamo tutti bene, D. Cagliero gode. Saluta D. Francesia e Don Bonetti una cum caeteris.

                Chieri, 4 ottobre 1865.

Tuo aff.mo in G. C.

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                Per la metà di ottobre era atteso in Acqui, invitatovi con grandi istanze. Lo zelo del Venerabile, come abbiamo già visto, trovava modo di occuparsi anche de' speciali bisogni di qualche Vescovo. [198]

 

Acqui, 3 ottobre 1865.

                               M. R. Signore,

 

                Mi rincresce assai che V. S. M. R. non abbia potuto fare una gita a Strevi il 25, o 26 perduto settembre, epoca in cui avrebbe potuto vedere il sig. D. Luigi Cogrosso ed essere testimonio oculare della guarigione di un parroco che da quattordici anni non poteva più muoversi senza l'aiuto di due gruccie e che gli ottenne dal Signore con sovrannaturale prodigiosa grazia istantanea di camminare, abbandonando le stampelle che lascio nella stessa sala ove si operò la guarigione; e se ne parti alla sera senza aver più bisogno di alcun sostegno. Ieri mi partecipò che da quel giorno ha sempre celebrata la S. Messa e che domenica la cantò (dopo 14 anni), fece la processione ed impartì la benedizione con un concorso straordinario di popolo.

                Mi spiace inoltre che non possa venire prima della metà di questo mese, per la ragione che il buon servo di Dio Luigi Cogrosso ritornerà da me il 10 corrente. Non dubito però che se le sarà possibile si varrà di tale congiuntura.

                Frattanto devo prevenirla che tutte le indagini da me fatte pel professore di Rettorica, andarono a vuoto. Attendo bensì ancora un riscontro, ma con poca o nessuna speranza. Caldamente pertanto la prego e supplico di togliermi da questo imbroglio, come mi ha promesso e far sì che pel 1° di novembre, se pel 15 corrente non le parteciperò d'essere altrimenti provvisto, me lo possa mandare in compagnia del Ch. Vittone, professore di grammatica.

                Porto fiducia che prima di tal'epoca avrò il piacere di abbracciarla in quest'Episcopio e frattanto coi sensi della massima stima ed affetto ecc.

+ F. MODESTO, Vescovo.

 

                Nell'Oratorio eran tutti meravigliati nel vedere D. Bosco allontanarsi in quest'anno con viaggi continui ed affrettati, cosa prima d'allora mai vista. Si trattava della chiesa di Maria Ausiliatrice. Ma ciò che maggiormente destava stupore era il vederlo, per quanto fosse incomodato, affaticato, contraddetto, gravato di croci pesanti, non perdere la sua pace e il suo buon umore. Faceziava volentieri. Da tempo aveva già conferito titoli nobiliari con feudi, al più antichi de' suoi collaboratori laici. I feudi erano certe piccole pezze di terreno appartenenti [199] in Morialdo alla sua famiglia, alcune delle quali incolte o sabbiose. Quindi c'era il Conte dei Becchi, l'umile frazione della borgata ove egli era nato; il Marchese di Valcappone; il Barone di Baccajao e il Commendatore... non so più di quale commenda.

                Con questi titoli era solito a chiamare Rossi, Gastini, Enria, Pelazza, Buzzetti; nè solo in casa, ma anche fuori, specialmente quando in tempo di vacanze viaggiava con qualcuno di essi. Costoro, vestiti con semplicità decorosa, erano felici di continuare la burla e riuscivano a rappresentar bene la loro parte. Con maniere disinvolte e serie scherzavano chiamandosi coi loro titoli rispettivi, facendo allusione a possessioni, villeggiature, e conoscenze che stavano nel regno della luna. Talora chi viaggiava con loro nello stesso vagone, restava meravigliato di trovarsi con persone così cospicue. Altra volta giungendo alle stazioni eran trattati con molti riguardi, poichè i conduttori del convoglio, ai quali D. Bosco non di rado dava una mancia graziosa, si facevano un onore di far loro cortesia, preferenza, o servigio. Accadde pure che giunti in qualche paesello, non avendo ivi persone conoscenti, dovessero andare in qualche albergo per vitto ed alloggio. D. Bosco incominciava a dire:

                - Ha fatto buon viaggio, signor conte? Non è forse troppo stanco, signor marchese? che cosa desidera per cena? E lei, barone, non troverà qui certamente i lauti pranzi delle sue cucine! Bisognerà, signori miei, che abbiano pazienza e che si contentino di ciò che potrà trovarsi in questi luoghi!

                Naturalmente egli parlava in tono burlesco, ma lo faceva con tanta grazia che l'oste, la sua famiglia e i soliti oziosi nell'udire ripetere questi titoli di nobiltà restavano sbalorditi, e si davano d'attorno per trattare il meglio che potessero quei signori forestieri, ai quali erano pronti a cedere perfino i proprii letti.

                L'oste si avvicinava a D. Bosco e dicevagli sotto voce: [200]

                - Come! quel signore è un conte? Quell'altro è un marchese?

                - Sono persone distintissime!

                - Oh poveri noi! E come faremo a trattarli secondo il loro stato?

                - Non datevi pena, brav'uomo! Essi si contentano facilmente; sanno compatire.

                Pei nostri era una commedia da scoppiar dalle risa! E talvolta anche lo scherzo faceva buon giuoco.

                Un giorno il Servo di Dio si recò alla stazione di Porta Nuova per fare un viaggio con Rossi Giuseppe che gli portava la valigia. Al solito arrivò quando il treno era sul partire, e tutti i carrozzoni pieni di gente che stava già cogli sportelli chiusi, o affacciata alle finestrelle come se lo scompartimento fosse tutto occupato, quasi ad impedire che altri salisse con loro. Non potendo D. Bosco trovar posto, si volse a Rossi scherzevolmente ad alta voce esclamando:

                - Oh signor Conte, mi rincresce che si prenda tanto incomodo per me! Degnarsi di portarmi la valigia!

                - S'immagini, D. Bosco, rispose Rossi con voce abbastanza chiara. Io mi tengo fortunato di poterle prestare questo piccolo servigio.

                Alcuni viaggiatori che udirono quelle parole signor Conte e D. Bosco si guardarono in faccia, le ripeterono meravigliati, quindi uno di essi chiamò i due che non erano ancor riusciti ad entrare sul treno:

                - Don Bosco! sig. Conte! salgano qui; ci sono ancora due posti.

                - Ma io non vorrei dar loro incomodo! dice D. Bosco!

                - Salgano! È un onore per noi; ritiro le mie valigie, ci staremo tutti benissimo!

                La predizione fatta dal Servo di Dio sulla fine del 1863 continuava intanto ad avverarsi. Dopo grande mortalità in Ancona e in Sardegna, a Napoli dal 13 ottobre al 14 novembre [201] i colpiti dal colera registrati furono 2315 e i morti 1188, numero inferiore al vero; e dopo il 14 il male crebbe d'intensità. Vi furono giorni nei quali si ebbero 200 casi con 80 decessi e vennero rilascitati 40.000 passaporti ai benestanti che vollero andare fuori del regno, in luoghi riputati meno pericolosi.

                Fuori d'Italia, Malta, Smirne, Costantinopoli ed altri scali divennero centri d'infezione.

                Il colera si diffondeva pure in Francia. A Parigi e nel dipartimento della Senna colpiva sei o sette migliaia di cittadini. A Marsiglia a metà settembre morivano sessanta o settanta persone al giorno. Il morbo si estese pure a Tolone ove scoppiò più micidiale, rimanendone infette altre regioni vicine.

                In Ispagna l'invasione del contagio fu così violenta e paurosa che le principali città per poco non si vuotarono di quanti cittadini avevano modo di trovare ricetto altrove, disperdendosi alla campagna o riparando in città non infette. Solamente a Madrid eransi raccolti oltre 60.000 profughi d'altre provincie; e quando l'epidemia comparve anche nella capitale là pure cominciò la fuga e la dispersione.

                Nell'Inghilterra il colera non fece stragi considerevoli o tali da commuovere le popolazioni, ma la peste bovina in poche settimane sterminava a centinaia di migliaia i buoi e le vacche; e la febbre gialla in alcuni luoghi posti sul mare mieteva assai vittime umane, infuriando per modo che lo stesso Governo Italiano ebbe ad escludere da suoi emporii marittimi lo provenienze da varie città delle coste brittanniche.

                In questo tempo la divozione e la confidenza a Maria Ausiliatrice andava crescendo nell'alta Italia. Fra i varii documenti scegliamo il seguente.

                Da Campegine il 12 settembre 1865 la signora Amalia Fulcini Jacobazzi scriveva a D. Bosco:

 

                Da diverse persone, ma particolarmente da una mia intima amica la Contessa Carolina Soranzo da Venezia ho sentito parlare della  [202] prodigiosa costruzione della Chiesa che Ella fa costrurre in Torino e dedicata alla nostra cara Madre Maria SS. sotto il titolo Auxilium Christianorum. So pure da quella mia buona amica ch'ella accetta qualunque piccolissima offerta le si faccia per quel tempio: e conoscendo quanto io tema di morire dal colera, mi ha consigliata a fare una piccola offerta alla Madonna per ottenere la grazia d'esser preservata... Mi perdoni se ho avuto l'ardire di dirigerle direttamente i miei caratteri, ma anche in questo mi son tenuta al consiglio della mia buona Carolina che mi ha fatto coraggio.

 

                La persuasione che Maria Ausiliatrice preservasse dal colera quei devoti che concorrevano alla costruzione del suo Santuario in Valdocco si era diffusa in molte città, come noteremo altrove; in essi al timore subentrava una dolce e ben fondata speranza.

 

 


CAPO XVII. D. Alasonatti a Lanzo - Suoi dolori e sua rassegnazione alla volontà di Dio - Eroica pazienza per non recare disturbo a quei del Collegio - Sue ansietà per la salute degli altri - Zelo pel buon andamento della casa - Spirito di preghiera: il SS. Sacramento e la Beata Vergine - Il male si aggrava: sua tranquillità - Il Santo Viatico e l'Estrema Unzione Il testamento - Giaculatorie - Ricordo molesto - Una commovente raccomandazione - L'ultimo giorno della sua vita: Decreto della Sacra Congregazione dei Riti che approva il culto reso ab immemorabili al Beato Cherubino Testa - Parole di gentile carità - Fiducia nella misericordia di Dio - Sua morte preziosa -- Alcune sue carte.

 

                ALLA mezzanotte tra il 7 e l'8 ottobre moriva a Lanzo il Sac. Vittorio Alasonatti, Prefetto della Pia Società Salesiana e dell'Oratorio. Era giunto a Lanzo sul finir dell'Agosto, e presago di trovarsi al termine de' suoi giorni, preparavasi alla morte che per lui doveva essere il riposo dopo tante fatiche e la porta degli eterni godimenti. Tutti i giorni recitava i Proficiscere, e ciò da più anni, temendo che in punto di morte gli venisse a mancare questa preghiera, come realmente avvenne.

                Quello che soffriva, Dio solo lo sa. L'ulcere alla gola gli aveva incurvata la testa fin quasi alle ginocchia e la spalla destra lo tormentava con vivi dolori. Tuttavia egli stava una gran parte del giorno fuori del letto. [204]

                Perfetta era la sua rassegnazione al volere di Dio. Spesso esclamava: Fiat voluntas tua. Il suo pensiero prediletto era: Semper in gratiarum actione manere. La sua giaculatoria favorita: Deo gratias! Ad ogni puntura della spalla ripeteva: Deo gratias! Quando i dolori l'opprimevano maggiormente e le membra gli si contraevano, il volto si affilava, i denti scricchiolavano, il catarro parea soffocarlo, la tosse gli conquassava il petto, e sangue e tabe uscivano dalla sua bocca, non emetteva un grido, non un lamento, anzi un riso, purtroppo spasmodico ed angoscioso, gli sfiorava il labbro! Chi era presente a queste crisi ne riportava un sentimento di compassione per tutto il giorno; eppure la sua prima parola appena potea riavere il fiato era: Deo gratias! Dopo essere stato assopito per qualche minuto, d'aver passato una notte insonne, preso qualche po' di cibo o di bevanda, fatta una breve passeggiata in giardino, ricevuta una buona o cattiva notizia, ripeteva sempre: Deo gratias!

                I chierici, quantunque pochi e tutti con le proprie occcupazioni di scuola, studio, ricreazione e passeggiata, si erano divise le ore del giorno e della notte, in modo che qualcuno di loro era sempre pronto a servire il caro infermo. Ma Don Alasonatti studiavasi di dare ad essi ed al Collegio il minor disturbo possibile. Si cercava di preparargli vivande che supponevansi di suo gusto, ma sovente quando gli erano state poste innanzi, si sentiva preso da tale nauseante ripugnanza che, scusandosi, domandava fossero riportate in cucina. Nello stesso tempo proibiva che gliene apprestassero altre.

                Recavagli un po' di sollievo una minestrina molto calda, che per ordine del medico, gli veniva recata ogni due ore. Accadde un mattino che il chierico destinato a portargliela dovesse supplire nella scuola un maestro, persuaso avere altri preso il suo posto presso l'infermo. Ma non era così e D. Alasonatti stette tutta  la mattina senza il solito ristoro. Aveva alla portata della mano la corda del campanello, ma non volle [205] chiamare alcuno prima dell'una pomeridiana, aspettando che finisse il pranzo della comunità. Allora suonò, corse il Ch. Sala e D. Alasonatti gli chiese sorridendo:

                - E di me vi siete dimenticati?

                - Come? non le hanno ancora portato il pranzo?

                E scese subito in cucina a dare gli ordini, mentre il chierico, causa involontaria di quell'inconveniente, si recò subito presso l'infermo, aspettandosi un meritato rimprovero, e invece alle sue scuse sentissi rispondere affettuosamente:

                - Non fa nulla. Portami ora qualche cosa. Deo gratias!

                Egli temeva di dover morire repentinamente senza essere assistito dai confratelli; quindi se per qualche istante rimaneva solo, questo pensiero gli cagionava un generale e angoscioso stiramento di nervi. Eppure molte volte costrinse di notte l'infermiere a ritirarsi perchè si riposasse:

                - Questo non va, ripeteva, che per me debbano aver incomodo gli altri.

                Una sera gli si disse, che se a lui non fosse rincresciuto, i giovani del collegio avrebbero cenato nel prato che stendevasi sotto le finestre della sua camera.

                - Io ho nulla in contrario, rispose: solo pregherei che non schiamazzassero troppo, perchè stassera il male mi opprime più del solito.

                - Allora sarà meglio privare i giovani di questa ricreazione: quod differtur, non aufertur.

                - No, no; vadano pure nel prato; mi fa tanto piacere veder que' cari giovani ed essere spettatore della loro allegria!

                E così dicendo fece portare il suo seggiolone vicino alla finestra e vi si assise per godere della vista dei giovani che amava tanto!

                Altra volta dopo il pranzo un inserviente suonava il suo flauto e D. Alasonatti sorrideva con un sorriso forzato e doloroso che aveva sempre sulle labbra, quando il suo patire era più veemente. [206] Questo suono le dà noia? - gli dimandò chi lo assisteva.

                - Mi fa soffrire molto!

                L'assistente si avvia per uscire, ma D. Alasonatti lo richiama dicendo: - Dove andate?

                - Ad avvisare quel servo che lasci di suonare.

                - No, no; non voglio che andiate. Poveretto! Questo è il suo unico sollievo e non sia detto che per me debba privarsene. - E l'assistente dovette obbedire.

                Anche in mezzo a' suoi dolori si occupava più degli altri che di se stesso. Se vi era un ammalato in casa, domandava ansiosamente delle sue nuove. Se qualche giorno scendeva dai monti un'aria più fredda del solito, comandava a coloro che lo circondavano di mettersi in dosso vesti più grosse: - Perchè, diceva: non vorrei vedervi ammalati. -Sentendo tossire qualcuno, ordinava che gli fosse dato il caffè e voleva poi sapere se l'avesse preso, ed un'ammonizione non poteva mancare a chi non l'avesse obbedito. Domandava sempre ai giovani che lo visitavano:

                - Come sta la vostra salute?

                - Bene, sig. Prefetto; e lei come si sente?

                - Io sto meglio, sentendo che gli altri stan bene.

                Che se alcuno avesse risposto di sentirsi qualche piccolo incomodo, ne dimostrava tale dispiacere che bisognava poi rispondere alla sua domanda in modo da lasciarlo contento; e perciò, chierici ed alunni, tutti lo assicuravano sempre con dirgli: - Stiamo benissimo.

                Voleva pure conoscere tutto l'andamento della casa e ammoniva con grande carità chi aveva bisogno di correggere qualche suo difetto; e in assenza di confessori si offerse di ascoltare le confessioni dei chierici. Allorchè ricordava il gran bene che può fare un sacerdote nel sacro ministero, esclamava:

                - Ed io sono un veterano, posto fuori di servizio! [207] La sua preghiera era continua. Tutte le mattine, eccettuati varii giorni delle due ultime sue settimane, volle scendere in chiesa per ascoltare la santa Messa e fare la Comunione, non ostante il gran patire che gli cagionava il digiuno. Finchè potè vi assistè sempre in ginocchio; quando più tardi la debolezza glielo impedì, l'ascoltava stando seduto, inginocchiandosi soltanto al momento dell'elevazione. Qualche volta volle celebrare la santa Messa alle due dopo la mezzanotte; ed era questo uno sforzo veramente eroico, perchè gliene veniva tale spossamento di forze da travagliarlo per tutto il giorno. L'ultima volta che celebrò fu il 1° di ottobre, Domenica del Santo Rosario. Tutti i giorni poi si trascinava nel pomeriggio in chiesa a fare una visita al suo Signore in Sacramento, e vi rimaneva più di un'ora.

                Nutriva una specialissima divozione verso Maria SS. Il Rosario con molte altre preghiere era il suo cibo quotidiano. E come pregava! Osservandolo in quel tempo bisognava esclamare: - Questo sacerdote ha veramente una fede viva! - Quando poteva, pregava ad alta voce ad onta delle doglie che gli cagionava alla gola l'articolar le parole; quando non poteva per la violenza della tosse o per l'estrema debolezza, era pure di grande edificazione solo il vederlo svolgere la sua corona. E continuò in questa pia pratica fino all'ultimo giorno.

                Una sera era già coricato quando alle 81/2, ora delle orazioni, gli alunni inginocchiati nel cortile, prima di incominciarle presero secondo la consuetudine a cantare una strofa di una lode, e precisamente quella che incomincia Noi siam figli di Maria. Alle prime note di quelle voci infantili, Don Alasonatti che in quel momento pareva prendesse un po' di sonno, si scosse, si sforzò di porsi a sedere sul letto, si tolse il berrettino e unì la sua stanca voce al canto dei giovani. Poi giunse divotamente le mani sul petto e accompagnò sommessamente le preghiere. In quel momento entrava nella sua camera un chierico con una tazza di acqua di camomilla che [208] aveva chiesta per facilitare la digestione, così penosa pel suo stomaco, e gliela presentò; D. Alasonatti gli fece segno di porla sul tavolino.

                - Ma scusi, sig. Prefetto, la beva subito; è calda e le farà bene.

                - È intempestiva questa tua osservazione; mi porgerai la tazza finite le orazioni.

                - Ma dopo le orazioni sarà fredda ed allora è inutile berla.

                - Adesso io debbo pregare coi giovani: se sarà fredda, la berrò fredda.- E si raccolse di nuovo in preghiera; conosceva i preziosi vantaggi dell'orazione recitata in comune.

                Allorchè la campana suonava l'Angelus, invitava quelli che erano con lui ad inginocchiarsi e lo recitava egli pure.

                Un giorno vide un giovane adulto farsi in fretta il segno della croce. Lo prese a parte e gli disse:

                - Mio caro, permetti che ti faccia un'osservazione?

                - Dica pure, signor Prefetto.

                - Se D. Bosco ti vedesse fare il segno della croce con quel mal garbo come hai fatto, ti sgriderebbe.

                - Scusi, sig. Prefetto! Io veramente non aveva badato a quel che faceva, tuttavia sembravami di averlo fatto bene.

                - Quando fai un atto di religione, bada sempre a quel che fai.

                - Grazie; procurerò di mettere in pratica l'avviso.

                - Non avertela a male. Ti correggo perchè ti voglio bene. Così io stesso vorrei essere avvisato tutte le volte che manco: anzi ti prego di rendermi il servizio che ti ho fatto tutte le volte che ne vedrai il bisogno. Sarà il più gran regalo che potrai farmi. - E replicò: - Dimmi; ti ho forse offeso?

                - Oh no, davvero! e gliene rendo grazie infinite.

                - Voglimi dunque sempre bene e vatti a divertire.

                In vero, egli dava l'esempio di questa esattezza; non ostante che il suo reuma gli rendesse dolentissimo ogni moto [209] del braccio, si sforzava tuttavia di fare con precisione il segno della santa croce.

                Ma il male lo aveva ridotto al punto che non poteva più appoggiare il capo da nessuna parte. Se lo posava sul cappezzale, i nervi, divenuti sensibilissimi, gli davano spasimi insopportabili; lo stesso accadeva se avesse sostenuta la fronte colla mano. Allora pregò chi l'assisteva che gli aggiustasse un ordigno di legno dietro alle spalle, che tenesse il suo capo alquanto sollevato, stando egli sempre seduto sul letto:

                - Non scandalizzarti, gli diceva, se io cerco qualche mio comodo. Il mio corpo l'offro tutti i giorni al Signore, ma m'incombe anche l'obbligo di tenerlo in vita, finchè piacerà a Lui.

                Una volta disse sorridendo:

                - Io sono già morto; almeno così mi sembra, ed è già qualche settimana che ho questa fissazione. Mi sembra che in me vi siano due uomini: uno che soffre e l'altro che sta contemplando tranquillamente i suoi dolori e lo sfacelo che a poco a poco lo avvicina alla corruzione.

                Quale eroica rassegnazione cristiana!

                Era già oltre un mese che edificava il Collegio di Lanzo colla sua virtù, quando il 5 ottobre, giorno di giovedì, sentendo che le forze gli andavano gradatamente mancando, nel dopo pranzo, mandò a chiamare il suo confessore, che era il Parroco di Pessinetto, D. Antonio Longo, suo compagno di scuola. Questi, entrato in camera, gli disse:

                - Che cosa vuoi che io domandi al Signore per te? vuoi la sanità?

                - Sia fatta la volontà di Dio, rispose D. Alasonatti, e semper Deo gratias!

                Dopo essersi confessato, supplicò perchè gli venisse recato il Santo Viatico e D. Longo, scorgendo la gravezza del male, acconsentì. Accompagnato dai giovani, il SS. Sacramento entrò dall'infermo, il quale appena lo vide fu preso da tale impeto di amore che rendevagli più affannoso il respiro. [210] Volle egli stesso recitare il Confiteor e con tale unzione che pareva non sentisse più i suoi dolori. Come si fu comunicato, restò assopito in profonda meditazione: e solo dopo circa un quarto d'ora mosse lentamente la testa e fissando gli sguardi su due chierici che si erano fermati vicino al letto, disse loro con voce solenne:

                - Imparate da me, o figliuoli, a ricevere in tempo i Santi Sacramenti.

                Il giorno dopo sentì qualche leggero miglioramento, perchè le consolazioni delle quali Gesù gli aveva ricolmo il cuore, gli avean fatto dimenticare le sue pene; ma verso sera, sentendo dolori acutissimi, volle di nuovo confessarsi, fece accendere una candela benedetta, e domandò l'Olio Santo. Il Vicario Albert, parroco di Lanzo, gli amministrò il Sacramento, e l'infermo rispose con una divozione così commovente a tutte le preghiere che accompagnano il sacro rito, e con tale sentimento di umile compunzione, che mosse al pianto tutti gli astanti. Avuta anche la Benedizione Papale, ringraziò il Vicario della carità usatagli e si raccomandò alle sue orazioni, qualora in quella notte egli venisse a mancare. Ciò detto, si raccolse a pregare per qualche tempo.

                Chi scrive era presso il suo letto; e l'infermo gli fe' cenno di avvicinarsi di più. M'inchinai su di lui per poter intendere ciò che voleva dirmi, ed egli prendendomi per mano, a stento mi disse:

                - La prego a voler eseguire le mie ultime volontà. Presto morirò: forse domani non sarò più in vita: non si dimentichi di far pregare per me. Dica a D. Bosco che si ricordi per un mese dell'anima mia nel santo sacrificio... Mi saluti D. Bosco, tutti i sacerdoti, i chierici, l'Oratorio di Torino, la casa di Mirabello, D. Francesco Montebruno di Genova e il Ch. Garino Giovanni... Scriva loro che preghino sempre per me... Dica ai giovani della casa di Torino che mi raccomandino al Signore e che mi perdonino se qualche volta ho fatto sbaglio [211] nel castigarli, e se talvolta ho lasciato di castigarli quando avrei dovuto... In ultimo domando perdono a tutti de' cattivi esempi che ho dati... Mi perdoneranno, non è vero?...

                E qui cessò alquanto dal parlare, perchè la soffocazione l'opprimeva: ma poi riprese:

                - Io ho nulla di mio da lasciare, perchè quel poco che era mio, l'ho già dato tutto alla casa. Il restante è di mio padre. Ho solo l'uso di tre cose... Lascio il mio orologio al sig. Cavaliere Oreglia, perchè era suo, avendomelo egli donato. Glielo mandi quando io sarò morto, e questo gli ricorderà l'amicizia che ci univa... Alla madre di D. Domenico Ruffino il crocifisso che ho a Torino... Appena poi sarò morto lo faccia sapere a D. Giacomelli, al quale lascio la mia corona colla quale ho recitato con lui tante volte il Rosario, andando a piedi da Torino a S. Ignazio.

                Quindi, rivolgendosi a me e stringendomi con più forza la mano, mi disse: -A lei auguro che il Signore dia la sua santa benedizione, acciocchè possa continuare nella strada che ha incominciata... che benedica le sue fatiche... Prosegua nella grande opera che ha intrapresa... Si faccia coraggio... Abbiamo tanto bisogno di preti, che lavorino in mezzo ai giovani... Le auguro che salvi molte anime, migliaia e migliaia di anime, specialmente di poveri giovanetti... Le salvi... Sono troppi i nemici che le insidiano. Oh quanto vi è bisogno di salvarle! Oggigiorno appena nelle campagne o sui monti, e ben di rado, si trova ancora un innocente... Se le venisse fatto di incontrarlo, lo difenda dai cattivi compagni...

                Oppresso dalla stanchezza, si tacque; quindi cominciò a rivolgere al Signore le sue preghiere, mormorando parole interrotte:

                - O Signore, come voi siete grande nelle vostre misericordie... Perdonatemi!... Io vi offro non solo il mio corpo, ma tutti i miei affetti... Presto io andrò in domum aeternitatis meae... Io vorrei, o Signore, dopo morte essere sepolto nell'angolo [212] più oscuro della terra e che nessuno si ricordasse mai più di me. Io godo, o Signore, che il mio corpo sia dato in preda ai vermi in penitenza dei miei peccati e delle offese che vi ho fatte: godo che la mia lingua, i miei occhi, le mie orecchie vadano a marcire nella fossa in punizione delle loro mancanze. Di una cosa sola mi dolgo, di non poter più lavorare per la vostra gloria. Una grazia sola vi domando, o Signore, ed è quella che io possa morire sia pure fra i più atroci tormenti. Desidero tanto di morire per unirmi a voi ed essere sicuro così di non potervi più offendere ed amarvi col più ardente amore. Sono però disposto a soffrire in vita finchè a voi piacerà ..... Abbiate misericordia di me... O Signore, per molti titoli io vi appartengo... Io ho troppa confidenza in voi, o Signore... Poi esclamava con enfasi: Exurgat Deus, et dissipentur inimici ejus.

                E rimase un momento assopito. Risvegliatosi, pareva che un molesto pensiero gli gravasse la memoria e diceva:

                -L'obbedienza! l'obbedienza! ... Talvolta ho detto a Don Bosco: voglio questo, voglio quello ... o faccia questo, o altrimenti... Si ha un bel dire: e lì, proprio lì... E l'obbedienza?

                Egli ricordava di aver un giorno parlato risolutamente a D. Bosco, perchè gli sembrava che fosse troppo longanime con un tale che ostinavasi a non obbedire con scandalo degli alunni. Conoscendo il fatto al quale alludeva, gli feci osservare:

                -Ma lei non poteva fare altrimenti; era necessaria una risoluzione energica.

                - Ma io ho detto: o questo, o altrimenti!... In punto di morte le cose si giudicano ben diversamente... Già... mettere il Superiore nell'alternativa: o... o... Ma spero che il Signore mi avrà perdonato. - E si ricompose di nuovo a pregare.

                Continuò a labbreggiare orazioni, finchè a un tratto chiamandomi, mi disse:

                - Io ho da pregarla di una carità. Se venissi a morire [213] stanotte, mi faccia coraggio... mi ricordi di sperare nella misericordia di Dio... mi dia per l'ultima volta l'assoluzione sacramentale... Me lo promette?

                - Sissignore! - gli risposi lagrimando.

                Ed egli: - Or bene, soggiunse, lei vada a riposare; casomai mi sentissi venir meno, la farò chiamare.

                E siccome io non mi muoveva:

                - Vada, le dico; obbedisca!

                Il domani mattina si alzò da letto e andò in giardino, ove si assise all'ombra di un pergolato. In mezzo alle cure incessanti dell'Oratorio, egli si era alacremente occupato per far riconoscere ed approvare dalla Santa Sede il culto reso ab immemorabili al Beato Cherubino Testa, religioso dell'Ordine di S. Agostino, morto in Avigliana, sua patria, nel 1479. Le reliquie di questo caro santo, dopo la dispersione dei suoi confratelli, erano state traslate dal sepolcro del Convento nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni. Per ben nove anni D. Alasonatti aveva faticato in ricerche di documenti e di prove, e nell'inviare memoriali, redatti in buon latino, alla Sacra Congregazione dei Riti. Ora di giorno in giorno aspettava il sospirato decreto.

                Suonava il mezzodì dell'ultimo giorno di sua vita, quando entra in giardino il chierico Sala che gli consegna un grosso plico con varii suggelli. D. Alasonatti lo apre. Era il decreto che approvava e confermava il culto reso dai fedeli al Beato Cherubino, e ne concedeva la messa e l'ufficio a tutto l'Ordine degli Eremiti di S. Agostino e alla città ed archidiocesi di Torino. L'Oremus e le lezioni del secondo notturno eran quelle state composte da D. Alasonatti.

                Egli lesse il decreto, stette un momento in silenzio, e finalmente esclamò:

                - Sono proprio contento! Finalmente ho l'onore di leggere questo atto!

                E, volgendo gli occhi lagrimosi al Cielo, aggiunse: [214]

                - Nunc dimittis servum tuum, Domine! Ora muoio contento! Non mi mancava più altro che questa consolazione!

                Il chierico gli disse: - Adesso, lei che ha tanto lavorato per l'onore di questo santo, sarà il primo a provare gli effetti della sua intercessione presso il Signore.

                Non rispose subito, ma dopo qualche momento di silenzio:

                - Domandare! E che ho da domandare? Me ne fa continuamente delle grazie, sicchè non ho niente da domandare.

                - Potrebbe chiedere la grazia della sanità.

                - No, no; non mi azzardo a domandarla, perchè non la merito. - E a quanti si accostavano a lui, facendo leggere quel decreto dimostrava come ne fosse felice.

                Dovendolo assistere, io gli sedeva vicino ed anche a me disse:

                - Legga! - e mi porse il decreto.

                Com'ebbi finita la lettura, si mise a discorrere della malattia e del suo santo. Io taceva ed ascoltava, quando all'improvviso anch'egli si tacque: poi ripigliò:

                - Ed ora Lei vada via... perchè io soffro molto nel parlare, e se lei mi è vicino è impossibile che io taccia. - E stringendomi la mano, ripetè:

                - Io l'amo molto, e quando mi è vicino, non posso stare in silenzio.

                M'alzai ed egli:

                - Io sono proprio scortese con lei, ripigliò: ma che farei? Se incomincio a parlare non la finisco più. Non se l'avrà a male, non è vero?

                - Con me non occorrono queste scuse, - dissi; e andai a sedermi a qualche metro di distanza.

                Dopo brevi momenti mi chiamò, e mi disse sorridendo:

                - Degli amici non si fa caso quando non se ne ha bisogno e si mandano via; ma quando si ha necessità dei loro aiuto, si chiamano. Lei dunque mi sostenga, perchè sento mancarmi le forze e mi accompagni in camera. [215] Come giunse in camera, si sedette e mi disse:

                - Alle 3 desidererei fare un piccolo giro: vorrà avere la bontà d'accompagnarmi?

                Ma invece di uscir di camera all'ora che aveva fissata, ne uscì alle 2. Desiderava visitare tutto il collegio. Entrò nella chiesa fermandovisi qualche istante in adorazione; perlustrò il giardino, i cortili, le scuole, i refettorii, le camerate; sembrava che volesse dar loro l'estremo addio. Alle 3 rientrò in camera dicendo di essere troppo stanco e si mise a letto.

                - Andiamo incontro alla morte, diceva a chi l'aiutava, e si compose a pregare in devoto raccoglimento.

                Verso sera, sollazzandosi gli alunni nel sottoposto cortile, gli fu chiesto se gli recassero disturbo e se si dovesse imporre loro moderazione o silenzio. Ed egli:

                - Hanno appena questo poco spazio di tempo per ricrearsi, poveri figliuoli! Lasciateli divertire.

                Poco dopo mi disse:

                - Mi dica qualche cosa che mi serva in questo momento...

                - Che cosa vuole che le dica?... Le dirò che è consolante il pensiero di aver sempre lavorato pel Signore.

                - Non è questo... no ...; ciò che mi consola si è il pensare alla misericordia di Dio... Io sono tranquillo... Non sarà forse presunzione questa mia sicurezza?... Eppure cerco qualche argomento serio che mi umili e mi confonda, e non ci riesco.

                - E conchiuse esclamando:

                - Oh quanto bramo di unirmi al Signore: Cupio dissolvi et esse cum Christo!

                Quindi die' ordine che appena fosse spirato, uno di noi tosto fosse corso all'Oratorio e facesse telegrafare a D. Bosco, se questi si trovasse ancora a Castelnuovo.

                Varii chierici destinati a vegliarlo si trovavano allora nella sua stanza. Avendo dovuto far quelle veglie per più notti, pur essendo lungo il giorno occupati pei giovani, essi si trovavano molto spossati. Il morente se ne accorse e loro [216] comandò che andassero a riposo, ed essi esitando, tanto disse e pregò che dovettero ritirarsi, rimanendo nella stanza il giovanotto Modesto Davico, suo compatriota, mandato da Torino alcun tempo prima, perchè all'occorrenza potesse prestargli i suoi servigi. Anch'io dovetti ritirarmi.

                L'infermo aveva in quella sera tale aspetto di serenità che nessuno avrebbe presagito che fosse così prossimo al termine de' suoi patimenti. Ma non era ancora la mezzanotte quando, facendo uno sforzo per sorgere dal letto, chiamò Davico e gli disse:

                - Dammi la veste; voglio alzarmi: mi manca il respiro: ho bisogno di passeggiare.

                - Ma la temperatura è fredda, osservò il giovane; questa passeggiata potrebbe cagionarle un mal di costa.

                - Soffoco, mio caro; ho bisogno di aria.

                Il giovane infermiere lo aiutò a scendere dal letto e a vestirsi, e lo sostenne mentre egli s'incamminava verso la porta per recarsi all'aperto, ma fatti alcuni passi il buon sacerdote vacillò e si abbandonò su chi lo sorreggeva. Lo assalse allora qualche colpo di tosse e gli mancò la forza di espettorare, per cui il rantolo gli salì alla gola. Davico, spaventato, non potendo più reggere il peso di un corpo ormai inerte, nè afferrare la corda del campanello troppo lontano, si mise a gridare: -D. Alasonatti muore, D. Alasonatti muore! - Il morente rivolse il capo verso il giovane e lo fissò tranquillamente in volto.

                Davico, vedendo che la sua voce non era ascoltata, lo posò adagio per terra, quindi si mise a correre per i corridoi battendo a tutte le porte e ripetendo: - D. Alasonatti muore!

                Accorse pel primo il Ch. Sala, che sollevato da terra sulle robuste sue braccia il corpo del santo prete, lo depose sul letto. Con Sala giunsi pur io, ma non fui più a tempo per leggergli le preghiere degli agonizzanti; appena collocato sul letto, D. Alasonatti spirava. In quell'istante suonavano i tocchi [217] della mezzanotte, che apriva la festa della Maternità di Maria Santissima. Il nostro caro Prefetto era morto in piedi, come un valoroso soldato di Dio. Il suo sacrificio era consumato!

                Intanto erano accorsi i chierici che silenziosi contemplavano la spoglia esanime di colui che aveva tanto lavorato per loro; e inginocchiati recitarono le litanie della Madonna e il De profundis.

                Un'ora dopo il chierico Nicolao Cibrario partiva da Lanzo a piedi e alle 8, percorsi circa 32 chilometri, annunziava a D. Bosco quella dolorosa perdita, consegnandogli una mia lettera nella quale erano descritti gli ultimi momenti del caro D. Alasonatti.

                Fattosi giorno la salma, curata e rivestita, fu posta sopra un seggiolone. Il pittore Rollini ne ritrasse le sembianze e un suo amico scultore si prestò a prenderne anche la maschera. Alla sepoltura, che fu solennissima, presero parte i cantori ed altri dell'Oratorio.

                Esaminate le carte che il sant'uomo aveva recate con sè, si trovarono due quadernetti, scritti di sua mano, che furono trasmessi a D. Bosco. Uno conteneva i suoi proponimenti degli Esercizi spirituali fatti a S. Ignazio nel 1861 e alcune preghiere alle piaghe di Gesù Crocifisso; l'altro era una scelta di giaculatorie ad ogni anche minima azione della giornata, tratte dai Salmi, e di alcune pratiche divote.

 

 


CAPO XVIII. Lettera di D. Bosco al Comissariato generale di Torino pel Sindacato e sorveglianza delle Ferrovie per ottenere un sussidio - D. Bosco a Milano: guarigione sorprendente di un'inferma - Va a Brescia e a Lonigo - Supplica al Ministro della Guerra per ottenere vestiarii militari fuori d'uso - A Padova e a Venezia - Ritorna a Lonigo e a Torino - Testimonianza autorevole della santità di D. Bosco riconosciuta dai giovani - D. Bosco recita le preghiere colla comunità - Circospezione nel dare un chiesto consiglio - Insegnanti titolari nel ginnasio dell'Oratorio - Accettazione di nuovi socii - Elezione di tre membri del Capitolo Superiore - Stima che D. Bosco aveva delle opere riguardanti la sua missione: non vuole cangiamenti, innovazioni nelle usanze dell'Oratorio.

 

                CONTINUI erano i soccorsi che riceveva il Servo di Dio per sviluppare e sostenere l'opera sua, ma eguali erano le sue sollecitudini nel procurarli. Al Commissariato Generale di Torino pel Sindacato e sorveglianza delle Strade Ferrate aveva scritto in questi termini:

 

                               Ill.mo Sig. Commissario Generale,

 

                Alcuni bisogni urgenti, in cui attualmente versa questa Casa, mi spingono a ricorrere a V. S. Ill.ma per avere soccorso. Credo che sia anche in qualche modo a Lei noto come il ministro dei lavori pubblici e la Direzione Generale dello Stato abbiano indirizzato a questo stabilimento parecchi giovanetti orfani appartenenti ad impiegati in [219] codesta amministrazione. Parecchi fanno ancora parte dei nostri allievi com'Ella potrà vedere nella nota a parte. Io li ricovero volentieri perchè questa casa fu sempre di buon grado aperta alle autorità governative e perchè la benemerita Direzione delle Ferrovie mi concedeva parecchi favori con trasporti gratuiti che in certo modo le spese occorrenti almeno in parte comportavano. Ma questi favori furono ristretti assai dalla novella Amministrazione. Ora questi giovanetti sono tuttora in numero notevole nello stesso stabilimento; anzi uno di essi, perchè mancante di età, fu ed è eziandio mantenuto a spese dello scrivente nel Collegio di Lanzo.

                E' vero che ogni volta che la Direzione inviava qualche ragazzo ci univa sempre qualche sussidio; ma esso per lo più era appena sufficiente a vestirlo e provvederlo del necessario corredo.

                In tale stato di cose io mi sono deliberato di ricorrere a V. S. Ill.ma supplicandola a volermi venire in aiuto in questo momento di bisogno essenziale e di accordarmi quel maggiore sussidio che a Lei sembrerà beneviso o complessivamente o per ciascun dei giovanetti ricoverati.

                Pieno di fiducia nella nota di lei bontà, le auguro ogni bene dal cielo, mentre colla più sentita gratitudine ho l'onore di potermi professare

                Di V. S. Ill.ma

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Il chiesto sussidio venne concesso.

 

                MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI

                10° Divisione 1° Uff .

                Commissariato Generale pel sindacato

                e sorveglianza delle Strade Ferrate.

                               N. 6201.

Firenze, 12 ottobre 1865.

 

                Il sottoscritto pregiasi di notificare a V.S. che questo Ministero, accogliendo di buon grado la domando da Lei fatta con sua lettera del 9 p. p. settembre, ha decretato che le venga retribuita la somma di lire 8oo, col mezzo di mandato in capo di Lei, spedito alla Tesoreria Provinciale di Torino.

Il Commissario Generale

BELLA. [220]

 

                Questa risposta fu ricevuta da D. Rua, mentre D. Bosco aveva intrapreso, da solo, un nuovo viaggio per recarsi in varie città e distribuire i biglietti della Lotteria. Non abbiamo documenti che descrivano il suo itinerario o ciò che egli fece nei luoghi ove si fermò, ma in compenso abbiamo qualche lettera, il ricordo di qualche sua narrazione, e alcuni cenni di coloro che lo ospitarono.

                La sua prima fermata fu a Milano, ove tempo addietro erasi incontrato, nell'Oratorio di D. Serafino Allievi, col signor Giuseppe Pedraglio e col signor Guenzati, ambedue negozianti, che frequentavano quel caro asilo domenicale di numerosa gioventù. Abbiamo già detto della generosità del signor Guenzati per le opere di D. Bosco; ora diremo quello che ci scrisse nel 1909 la figlia di questo benefattore, la signora Carolina Rivolta Guenzati.

                “D. Bosco nell'anno 1865, nell'occasione della sua venuta a Milano, onorò la nostra casa accettandovi ospitalità. Qui accadde il seguente fatto. Una signora milanese, certa Pedraglio Marietta, saputo che il venerando D. Bosco si trovava tra noi, venne ad ossequiarlo. Prima ancora che la signora parlasse D. Bosco le chiese: - Lei è malata? -Pur troppo lo sono, rispose quella, e da parecchi mesi; ho preso molte medicine, ho fatto diverse devozioni, ma a nulla giovarono. - Allora D. Bosco le disse: - Vuol guarire? Faccia una novena a Gesù Sacramentato e reciti cinque Pater, Ave, Gloria, aggiungendo le parole: “D. Bosco mi ha detto che voi mi farete guarire, ed io voglio guarire”. Poi mangi e beva. - Al mattino seguente la mia famiglia fu meravigliata dal trovare la signora libera da tutti i disturbi che da tempo l'affliggevano “.

                Da Milano si recò a Brescia per visitare i due fratelli sacerdoti Elena, presso i quali pranzò. Uomini pieni di ardente zelo per la salute delle anime, avevano un fiorentissimo oratorio festivo pei giovanetti. D. Bosco aveva scritta loro una lettera, da essi conservata come prezioso pegno di [221] amicizia dell'uomo di Dio. Da uno scritto indirizzato al Cav. Oreglia pare che a Brescia egli visitasse anche la signora Maddalena Girelli, figlia di Maria, nel suo Istituto, contrada S. Antonio.

                Da Brescia passò a Lonigo, una cittadina poco lungi dai Monti Berici, ove in quel tempo villeggiava il Conte di Soranzo, suo amicissimo, che abitualmente stava a Cremona e aveva anche un palazzo a Venezia. A Lonigo il Servo di Dio predicò, e di là scriveva a D. Rua:

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                Ti mando qui una copia di memoriali da farsi copiare come segue: Quello “Eccellenza, ecc.”, vuole essere copiato su carta da bollo di fr. 1.

                La lettera farai copiare su carta libera: di poi farai un solo plico, da indirizzarsi come è qui notato, al generale Incisa.

                Probabilmente non posso essere a casa se non al prossimo venerdì al più tardi; se posso andrò prima. Intanto nota che ai 18 di questo mese avvi una cambiale di mille franchi che scade. Se ti sembra di poterla pagare non occorre parlarne, altrimenti scrivilo subito per mia norma.

                Da' l'unito bigliettino a Rinaudo; mandami (Lonigo presso S. E. il conte Soranzo) i dati per parlare ai parenti di Nicolini padovano.

                Saluta tutti i nostri cari amici e Iddio ci aiuti tutti a crescere nel santo timor di Dio.

                Sono tutto tuo

                Lonigo, 14 ottobre 1865,

Aff.mo in G. C.

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                P.S. - Saluta D. Cagliero e D. Francesia; tira la barba al Cavaliere.

 

                Le due carte che D. Bosco spediva a D. Rua avevano per oggetto una supplica al Generale Petitti, Ministro della Guerra.

 

                               Eccellenza,

 

                Già più volte negli anni passati ho fatto ricorso all'Eccellenza Vostra, per avere sussidio di vestiario pei poveri giovani ricoverati nella casa detta Oratorio di S. Francesco di Sales, ed Ella ci venne sempre in aiuto. [222] Quest'anno molte circostanze concorsero ad accrescere il bisogno di questo stabilimento per modo che attualmente esso versa in gravi strettezze.

                Egli è per questo che fo di bel nuovo ricorso alla esperimentata di Lei bontà, supplicandola a voler porgere la benefica mano a questi orfanelli e loro concedere quel numero di coperte, lenzuola, camicie, mutande, calzoni, tuniche, cappotti, scarpe od altro che si degni di concedere, per ripararli dal freddo nella imminente invernale stagione. Siano pure questi oggetti logori e posti fuori di uso, per noi sarà sempre una vera carità, cui mercè si provvederà ad un grave bisogno al quale non si potrebbe altrimenti provvedere.

                Sarà forse l'ultimo anno in cui potremo sperare di godere questa beneficenza e perciò in lei riponiamo la più viva fiducia di essere favoriti. Oltre all'incancellabile gratitudine che conserveremo del benefizio, non mancheremo di invocare ogni dì le benedizioni del cielo sopra di lei che annovereremo fra gli insigni nostri benefattori.

                Con pienezza di stima, ho l'alto onore di potermi professare della E. V.

                Torino, ottobre 1865,

Obbl.mo Ricorrente

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                               Chiarissimo sig. Generale,

 

                Da più anni mediante i buoni uffizii di V. S. chiarissima ho potuto ottenere un sussidio di vestiario pei poveri giovanetti di questa casa, il cui numero monta a circa ottocento.

                Qui mi fu supposto che il favore dipende unicamente da lei e perciò con gran fiducia raccomando quanto so e posso alla sua carità lo stato bisognoso di questi poveri giovanetti.

                Non potendo altrimenti dimostrare la nostra gratitudine, pregheremo il Signore Iddio affinchè conceda sanità e giorni felici a Lei e a tutta la rispettabile di Lei famiglia.

                Colla più sentita gratitudine ho il bello onore di potermi professare

                Di V. S. chiarissima

                Torino, ... ottobre 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Sig. Generale d'Incisa, Segretario Generale al Ministero della guerra

                Torino.

 

                Da Lonigo, accompagnato dal Conte Soranzo, e dopo aver toccata Padova per dar notizie ai parenti del giovanetto [223] Nicolini ricoverato nell'Oratorio, D. Bosco arrivò a Venezia. Qui gli accadde di udire da un terrazzo della piazza di San Marco le mirabili sinfonie delle bande militari austriache. Senza riflettere, entusiasmato da quella musica, fece atto di applaudire, ma fu subito avvertito essere imprudenza una qualsiasi approvazione. Bollivano, benchè represse, nei cuori dei cittadini le passioni politiche. Infatti quantunque la piazza fosse gremita di popolo, quando i suonatori finirono il loro pezzo, continuò a regnare un silenzio sepolcrale.

                A Venezia D. Bosco s'intrattenne col Patriarca, il Card. Giuseppe Luigi Trevisanato, con varii distinti personaggi del clero e della nobiltà e specialmente con D. Apollonio, che fu poi Vescovo di Treviso, a cui il Servo di Dio era carissimo, col Can. Teol. Mons. Berengo e Mons. Giorda.

                Ritornato a Lonigo scriveva alcune lettere all'Oratorio.

 

                               D. Rua carissimo,

 

                La tua lettera giunse troppo tardi; pazienza. Da' queste bozze al Cav. Oreglia; la lettera a D. Savio; un caro saluto e la benedizione del Signore a tutti i nostri cari dell'Oratorio. Quante cose ho da raccontare delle Lagune, delle gondole, di S. Marco, di D. Apollonio ecc.! Ogni cosa a suo tempo.

                Si Dominus dederit, venerdì alle 8 di sera spero di essere con voi. Ho portato duemila biglietti e ne ho portati pochi.

                Lonigo, 1865.

Aff.mo in G. C.

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                Congedatosi dal Conte Soranzo e dalla sua famiglia, si avviò per ritornare a Torino. Non abbiamo notizie certe della strada da lui percorsa: ma pare che sia stato per qualche ora anche a Bologna. Rientrò nell'Oratorio il 20 ottobre, dopo aver promesso in tutti i luoghi, pei quali era passato, la protezione della Madonna per coloro che lo avrebbero aiutato a fabbricare la sua chiesa in Valdocco.

                I giovani, fra i quali ve n'erano molti raccomandati da [224] Municipii, occupavano già tutto l'Ospizio e lo accolsero con vive dimostrazioni di gioia. Anche i novellini ben presto si accorsero che avevano da fare con un santo. Più volte noi abbiamo recato le testimonianze giurate di chi narrò le prime impressioni avute, quando, entrato nell'Oratorio per esservi educato, potè conoscere l'Uomo di Dio. Ora vogliamo riportane un'altra, la quale, come le precedenti, fu deposta innanzi il Tribunale Ecclesiastico di Torino nel Processo Ordinario per la Causa di Beatificazione. Si verranno a ripetere alcune cose già dette nelle nostre Memorie Biografiche, ma una testimonianza autorevole di più non è superflua in omaggio alla verità.

                Il Teologo Don Antonio Berrone di Casalgrasso, Canonico cantore della Metropolitana di Torino, il quale percorse nell'Oratorio le ultime quattro classi ginnasiali dal 1865 al 1869, così confermava nel 1896 la non interrotta stima universale dei giovani per D. Bosco:

                “L'amore alla gloria di Dio forma il compendio della sua vita. Io ho sempre ammirato e sentita ammirare la sua condotta esemplare e di sacrificio, modello a noi giovanetti. Nelle disgrazie e nelle traversie lo si vedeva sempre calmo e fidente nel Signore. L'ho osservato tante volte a tavola: egli mangiava con tutta indifferenza senza far parola della qualità dei cibi. Io credo che non abbia mai fatto una passeggiata per puro diporto. La sua camera, arredata semplicissimamente, servì sempre per udienze, studio e riposo.

                Era generale la persuasione che D. Bosco fosse dotato di doni soprannaturali. Al mio ingresso nell'Oratorio udii dai miei compagni che egli parecchie volte aveva predetta la morte di qualche giovane e che la predizione si era avverata, come egli aveva assicurato, nelle sue precise circostanze. Ricordo che nel 1865 trovai la chiesa di Maria Ausiliatrice in costruzione e udii dai compagni anziani a ripetere la predizione che D. Bosco aveva fatta negli anni prima, disegnando [225] il luogo e l'ampiezza della medesima: e tanto più è da ammirare questa predizione, perchè D. Bosco in quel tempo non solo era sprovvisto di mezzi, ma ancora poco conosciuto ed osteggiato. Ricordo pure come fosse cosa nota che D. Bosco aveva predetto anni ed anni prima, che l'Oratorio si sarebbe ampliato ed avrebbe prosperato. Era anche voce accreditata negli alunni che D. Bosco leggesse nelle coscienze: ed in prova di questo sta il fatto che quando taluno aveva qualche peccato sulla coscienza non osava presentarsi a lui, eccetto che in confessione, per timore che glielo leggesse in fronte. Io fui testimonio di questo fatto ripetutamente. Era pure persuasione in noi che D. Bosco, anche di lontano, qualche volta abbia conosciuto disordini che avvenivano nell'Oratorio.

                Rifulgeva in lui una grande e oculata prudenza, sicchè nell'Oratorio non si ebbero mai a deplorare disordini e scandali che alcune volte si veggono in altri collegi, anche ben diretti. Era suo sistema mettere i giovani nell'impossibilità di mancare. Col suo esempio, colla sorveglianza su tutti manteneva sempre l'ordine e la disciplina, benchè vi fossero alunni in buon numero e di carattere diverso. In tutto ei si regolava con giustizia. Anche quelli che pagavano una retta mensile intiera non corrispondevano a quanto loro si dava dalla casa.

                La sua umiltà risplendeva nel suo fare alla buona, dolce, affabile, accessibile a tutti in modo che a guisa di calamita attirava a sè i nostri cuori, per cui era a noi una festa il poterlo avvicinare e parlargli. Ne' suoi discorsi famigliari inculcava sempre il pensiero e il desiderio del Paradiso. Era così viva la sua fede e la sua fiducia nella misericordia di Dio da sperare che tutti noi saremmo andati in Paradiso, e che quanti sarebbero morti nell'Oratorio andrebbero certamente salvi. Ben sovente diceva all'uno e all'altro di noi giovani qualche parola che ci portava a Dio, e questa sua parolina faceva sempre salutare effetto ne' nostri cuori. Era uno spettacolo veramente sorprendente il vedere eziandio l'affollarsi dei forestieri [226] i quali cercavano e volevano ad ogni costo baciargli la mano e la sua benedizione, che possibilmente ricevano in ginocchio. Per noi in que' giorni era una vera privazione non poterlo avvicinare. Egli aveva un dono specialissimo, e fu quello che seppe farsi amare non solo da coloro che rimasero con lui nelle varie sue case, ma ben anche e costantemente da tutti quelli che educati da lui si dispersero poi nelle diverse condizioni sociali.

                Nel ricordare ora que' tempi posso affermare che i giovani in generale corrispondevano alle sante industrie di Don Bosco, tenevano una condotta lodevole, ed alcuni di essi degna di ammirazione. Nell'Oratorio fioriva lo spirito di pietà e il santo timor di Dio. Che se qualche volta accadeva che qualche giovane non si addattasse allo spirito della casa, volontariamente ne usciva, cosicchè raro era il caso che si dovesse espellere. Ciò in parte l'ho veduto io stesso e in parte l'ho udito a narrare dagli antichi allievi dell'Oratorio.

                La memoria figliale che D. Bosco conservava per sua madre era per noi una lezione di rispetto ai genitori. Di mamma Margherita udii parlare moltissime volte nell'Oratorio, come di donna di grande virtù e pietà, essendosi consecrata totalmente alle opere del suo figlio. Gli allievi che la conobbero, e noi stessi che non la conoscemmo più, avevamo per lei una grande stima ed affetto”.

                Noi aggiungeremo uno dei mezzi coi quali D. Bosco accendeva nei giovani lo spirito di preghiera. Dal 1846 fino al 1871, cioè finchè potè, egli fu assiduo nel recitare tutte le sere le orazioni colla comunità. Il giovane Luigi Bussi diceva un giorno sottovoce ad un compagno, mentre gli allievi si radunavano: - Perchè D. Bosco quando si trova in casa viene sempre a dire le orazioni con noi? - Intanto si dava principio alle preghiere e come furono terminate, D. Bosco salì in cattedra, parlò, e quando discese, Bussi gli si avvicinò, dicendogli: - D. Bosco, mi dica una parola! - E D. Bosco gli sussurrò [227] nell'orecchio: - Si dicono le orazioni insieme cogli altri, pel buon esempio! - Il giovane strabiliò essendo certo che D. Bosco non poteva averlo udito.

                Il fiorire di tanta virtù nell'Oratorio era uno spettacolo così evidente, che non di rado ricorrevano a D. Bosco per consiglio sacerdoti addetti ad Istituti religiosi di educazione, i quali vedevano da qualche ostacolo impacciata o anche resa vana la loro difficile missione. Se le loro angustie erano esposte per lettera, e per fatti particolari, la risposta di Don Bosco era dettata da una grande prudenza, acciocchè per una indiscrezione altrui non venisse a conoscere quel segreto. Una di queste risposte era così concepita:

                “31 ottobre 1865. - In Domino. Casus consideratione dignus. Vide, fac quod potes. Iterum in Domino vale. - Sac. Joan. Bosco”.

                Dalla risposta che D. Bosco fece alla circolare del Regio Provveditore degli studi, N. 83, riguardante l'annuario scolastico 1865-66 vediamo la statistica del personale assistente, di quello insegnante, e degli alunni iscritti al ginnasio: - V° ginnasiale: professore Sac. Celestino Durando e 70 alunni; IV°: prof. Sac. Francesia G. B. e 30 alunni; III°: professore Tamagnone Giovanni e 90 alunni; II° professore Sac. Rua Michele e 40 alunni; I°: Dalmazzo Francesco, alunni 90.-D. Bosco notò anche i professori supplenti e insegnanti delle materie accessorie e aggiunse questa osservazione: “Siccome quasi tutti questi insegnanti frequentano ancora qualche corso all'Università, dovendo alcune volte variare l'ora di scuola a seconda dell'orario di quella, non si può precisare il tempo in cui fanno le loro lezioni. Le ore di scuola poi sono quattro e tre quarti ogni giorno”.

                Sul finire di ottobre si fece l'accettazione di nuovi soci e l'elezione di tre membri del Capitolo Superiore della Pia Società.

                Leggiamo ne' verbali del Capitolo: [228] 24 ottobre 1865. Questa sera radunatosi il Capitolo della Società di S. Francesco di Sales, il Rettore Sacerdote Bosco Giovanni propose e furono accettati i seguenti: Berto Gioachino chierico; Maranzana Francesco chierico; Bernocco Secondo chierico; Cuffia Giacomo chierico; Polledri Eugenio chierico; Franchino G. chierico.

                Li 29 ottobre 1865 radunatosi il Capitolo della Pia Società di San Francesco di Sales, il Rettore D. Bosco Giovanni per supplire alla mancanza di due membri capitolari, cioè del Prefetto D. Alasonatti che morì il 7 del corrente, e del Direttore Spirituale D. Fusero colpito da malattia di cervello, elesse nuovo Prefetto D. Rua Michele e nuovo Direttore Spirituale D. Francesia Giovanni.

                Radunatisi poi nello stesso giorno tutti i confratelli della Società, si fece l'elezione del terzo consigliere mancante. La maggioranza dei voti cadde su D. Durando Celestino, onde fu da tutti come terzo consigliere riconosciuto.

 

                Nelle conferenze il Servo di Dio cercava assai spesso di trasfondere negli altri la stima altissima che egli aveva delle sue imprese e delle sue opere, la quale aveva radice nell'intima persuasione, che il comando, il consiglio, e l'indirizzo di quanto faceva provenivano da un misterioso impulso celeste. Dal conoscere infatti la volontà di Dio derivava la fermezza incrollabile nel raggiungere una mèta che gli era prefissa.

                Dava anche importantissimi avvisi. In generale il suo carattere era alieno dalle singolarità, dalle imitazioni, e dalle novità. Egli teneva per principio che quando le cose vanno bene, non bisogna cangiarle facilmente sotto pretesto di migliorarle.

                Quando qualcheduno della Casa gli proponeva questa o quell'altra opera da promuovere, non prescritta dal regolamento, rispondeva:

                - Se abbiamo le cose nostre! Promuoviamo queste che ci riguardano. Le cose altrui saranno ottime finchè si vuole, ma non servono per noi e ci allontanano dal nostro scopo. Noi, per bontà del Signore, non abbiamo bisogno di prendere dagli altri, ma gli altri vengano, se loro piace, a prender da noi.

                Era poi contrario che s'introducessero nelle nostre case [229] Compagnie nuove o divozioni estranee, ma raccomandava che si coltivassero bene quelle già esistenti nell'Oratorio e si praticassero le nostre pie usanze. Voleva altresì che si eliminasse in certuni la smania di voler adottare o preferire libri stampati da altre tipografie a preferenza di quelli che escono dalla nostra. Diceva:

                - Questo è un cattivo gusto, è una pazzia, un'offesa. Facciamo conoscere le cose nostre ai nostri ragazzi ed allievi, e guardiamoci bene dal censurarle!

 

 


CAPO XIX. Morte di un buon fanciullo - La commemorazione dei fedeli defunti e l'apparizione dell'anima di un padre a un figlio irreligioso - L'abate Scolari direttore dell'Oratorio di San Luigi - Il nuovo Oratorio di S. Giuseppe a S. Salvario in Torino - Supplica di D. Bosco al Ministro di Grazia, Giustizia e Culti per ottenere un sussidio agli Oratorii festivi - Lettera dello stesso al Vicario Capitolare: scrive per la riabilitazione di un prete: D. Bonetti è destinato direttore a Lanzo - D. Bosco e i sacerdoti traviati - Funerali di trigesima in suffragio di D. Alasonatti - Diffusione dei biglietti di Lotteria e delle Letture Cattoliche - Numero de' membri della Pia Società che han fatto i voti triennali ne' tre anni precedenti - Come D. Bosco mettesse a prova la vocazione degli adulti ascritti alla Pia Società - Lettera del ch. Bodrato a D. Bosco - I primi voti perpetui - Altre professioni perpetue e triennali.

 

                IL 27 ottobre 1865 moriva a casa sua il giovane Scotti Giuseppe in Vallo di Caluso in età di 12 anni. Scrisse D. Rua sul necrologio: “Rapito dalla morte sul fior degli anni, si può dire di lui: Raptus est ne malitia mutaret intellectum eius. Morì pel grippe lo stesso giorno che era andato a casa.”

                Con questo funebre annunzio Don Bosco preparava gli alunni alla vicina solenne commemorazione di tutti i fedeli [231] defunti, e in altra sera narrava loro l'apparizione dell'anima di un padre al figlio irreligioso.

                Un uomo sui trentacinque anni, vedovo, padre di due figli, abita in Torino con la sua vecchia e buona madre. La sua vita era tutt'altro che quella di un cristiano: era irreligioso, bestemmiatore. Avvicinandosi la commemorazione dei morti, sua madre gli disse: -Ricordati del tuo povero padre morto già da varii anni e prega per lui!

                Il figlio stizzito per questa raccomandazione, che significava molto più di quel che diceva, rispose:

                - Che pregare! Se è all'inferno o in paradiso non ha più bisogno delle nostre preghiere; se è in purgatorio a suo tempo ne uscirà.

                La povera madre ferita da questa brutale espressione non osò replicare, sia temendo che non uscisse in parole ancor più cattive, sia perchè mantenuta da lui e di naturale timido non osava far rimostranze a chi facilmente andava sulle furie.

                Venne la sera e nella notte parve alla madre di udire qualche strano rumore nella camera del figlio. Al mattino lo aspettò in sala mentre era per uscir di casa. Ei apparve con viso stravolto come uno che abbia passato una mala notte. La madre gli disse: - Stanotte mi parve di udire un certo rumore nella tua camera...

                - Che rumore! rispose il figlio, voi altre donne siete piene di superstizioni delle quali i preti vi riempiono la testa.

                E preso il cappello andò bruscamente fuori di casa. La madre si persuase che in quella notte il figlio realmente aveva passato qualche pauroso momento. All'avvicinarsi della sera questi si era fatto oscuro in volto e stava soprappensiero. All'ora solita si ritirò in camera e si chiuse. Aveva egli pure udito quel rumore misterioso nella notte antecedente e presentiva qualche cosa di peggio.

                Egli aveva un animo non facilmente accessibile alla paura, perciò determinossi a star pronto ad ogni evento. Tuttavia prima di mettersi in letto esaminò accuratamente ogni angolo della sua stanza, tolse e rimise i mobili al loro posto, guardò sotto il letto e così assicuratosi che nulla era in camera che potesse produrre rumore, salì in letto. Dapprima stette con esitanza qualche istante, ma vergognandosi di quel suo sgomento spense il lume.

                Dinanzi alla sua finestra vi era un lungo poggiuolo che dava accesso ad altre stanze. La luna rischiarava il poggiuolo. Il suo letto era posto in faccia alla finestra. A un tratto ode un passo: era lo stesso strisciar dei piedi di suo padre quando passeggiava per casa colle pantofole, accompagnato dal colpo monotono del bastone col quale era solito sorreggersi. Si alza a sedere sul letto e cogli occhi sbarrati osserva il poggiuolo dal quale veniva il rumore dei passi, che si avvicinava. [232] Ed ecco al di là della finestra passar l'ombra di suo padre: proprio lui, il suo vestito, la sua statura, il suo modo di camminare. L'ombra procedette oltre e poi ripassò d'innanzi alla finestra ritornando indietro. Quel povero figlio non osava neppur respirare. Il rumore dei passi che erasi allontanato di bel nuovo si udiva vicino. Ed ecco che l'ombra si ferma dinanzi all'invetriata e dopo qualche momento benchè quella rimanesse chiusa, penetra nella stanza e si mette a passeggiare su e giù ai piedi del letto.

                Quell'uomo non sapeva più in che mondo fosse, pure riprese gli spiriti, e:

                - Padre, esclamò: avete bisogno di qualche cosa da me!

                Il padre non rispose e continuò a passeggiare.

                - Padre, riprese dopo qualche istante, se avete bisogno di preghiere, ditemelo.

                - lo ho bisogno di nulla, rispose il padre con voce fioca, e si fermò fissando il figlio.

                - Ma dunque perchè siete venuto? si azzardò a domandare.

                - Son venuto per dirti che è tempo di finirla cogli scandali che dài ai tuoi figliuoli, a quelle anime semplici che tu avresti dovuto conservare innocenti. Quei poveretti impararono da te, dal padre loro, intendi! la bestemmia, l'irreligione, il disprezzo alla Chiesa ed ai suoi ministri, il vivere scostumato. Son venuto per dirti che Dio è stanco di te e che, se tu non ti emendi, saprai fra poco quanto pesino i suoi castighi.

                Così dicendo si allontanava andando verso la finestra.

                - Padre! esclamò ancora una volta quell'uomo.

                L'ombra si volse:

                - Muta vita! gli disse e disparve.

                Al mattino seguente, cioè stamane, la madre conduceva suo figlio in camera mia e raccontavami ciò che vi ho esposto. Il povero figlio era quasi ebete dallo spavento; mi confermò ogni cosa, si confessò, e la madre lo ricondusse a casa sostenendolo, perchè non poteva reggersi in piedi.

 

                Chi scrive queste pagine incontrò madre e figlio mentre uscivano dalla camera di D. Bosco e sentì dirsi dalla madre lagrimante:

                - Pregate per questo mio figlio!

                Don Bosco era intanto in grave pensiero, poichè all'Oratorio festivo di S. Luigi sul corso del Re doveva dare un nuovo direttore. Il Teol. Leonardo Murialdo aveva dimesso quell'ufficio nell'ottobre di quest'anno 1865, e recavasi a Parigi nel Seminario di S. Sulpizio, ove per un anno voleva attendere [233] al perfezionamento de' suoi studi teologici, ai quali aveva poste larghe e solide basi nell'Università di Torino. Il Servo di Dio si rivolse al dotto e zelante sacerdote Abate Teodoro Scolari di Muggiate, pregandolo di porsi alla testa dei monelli di Porta Nuova. L'Abate accettò volentieri l'importante incarico, e appena potè incominciò con gran cuore quell'apostolato, in cui durò per varii anni con mirabile zelo, finchè avendo D. Bosco un numero ormai discreto di sacerdoti potè incaricare di quell'Oratorio or l'uno or l'altro dei medesimi secondo le circostanze.

                Gli altri Oratorii festivi erano già diretti da preti Salesiani; anche quello di S. Giuseppe in Borgo S. Salvario, aperto dalla famiglia Occelletti, dal 1864 aveva per moderatore D. Francesia Giovanni.

                Stabilito il personale dirigente dei suoi oratorii, D. Bosco si rivolgeva a Cortese, Ministro di Grazia, Giustizia e Culti per un sussidio.

 

                                Eccellenza,

 

                Negli scorsi anni V. E. degnavasi accordarmi un caritatevole sussidio sopra la cassa dell'Economato a favore degli Oratorii maschili di S. Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta Nuova, del Santo Angelo Custode in Vanchiglia, cui si aggiunse da un anno quello di S. Giuseppe a S. Salvario. Questo sussidio era in aiuto delle spese di culto.

                Ora e per l'aumento del nuovo Oratorio e per la somma urgenza che quest'anno havvi di provvedere paramentali ed altro mobiglio di chiesa, mi fo animo non solo a rinnovare la domanda, ma caldamente supplicare affinchè V. E. voglia aumentare il sussidio secondo che verrà dalla carità di lei suggerito.

                I giovani abbandonati, che numerosi sogliono radunarsi ne' luoghi suddetti, si uniscono con me per invocare le benedizioni del Cielo sopra dell'E. V. e sopra tutti i loro benefattori, mentre a nome di tutti ho l'alto onore di potermi professare con gratitudine

                Della E. V.

                Torino, 2 novembre 1865,

Umile ricorrente

Sac. Bosco GIOVANNI. [234]

 

                Questa supplica venne raccomandata al sig. Comm. Fenoglio, Economo Generale, a Torino.

 

                               Benemerito sig. Commendatore,

 

                I nostri bisogni si vanno rinnovando anzi moltiplicando e perciò anch'io mi trovo nella necessità di fare novellamente ricorso alla provata di lei carità; e con questo pensiero le raccomando la memoria che qui le unisco con preghiera di indirizzarla e farle fare quel corso che sarà del caso, giacchè non sono ancora informato se basti indirizzarla a V. S. B. oppure inviarla a Firenze.

                Voglia Ella dare un benigno compatimento alla libertà con cui scrivo; la sua bontà e cortesia mi hanno inspirata la più grande confidenza.

                Le auguro dal Cielo sanità e grazia, mentre con pienezza di stima ho il bell'onore di potermi sottoscrivere rispettosamente

                Della S. V. B.

                Torino, 2 novembre 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                A Direttore del Collegio di Lanzo era stato costituito Don Giovanni Bonetti di Caramagna, che Don Bosco presentava al Vicario Mons. Zappata con una lettera da cui appare come egli porgesse sempre una mano soccorritrice a quei disgraziati sacerdoti che avevano dimenticato la loro dignità e i loro doveri.

                A quando a quando varii Vescovi o Vicari capitolari del Piemonte ed anche di qualche Diocesi della Lombardia, mandavano nell'Oratorio quelli del loro clero, i quali erano incorsi nella sospensione a divinis, perchè quivi, sotto la direzione di D. Bosco, attendessero alla loro riforma morale. Il Servo di Dio prestavasi ben volentieri a quest'opera di carità, quantunque più di una volta venissero deluse le sue speranze. Pareva in quei mesi che i poveretti mutassero vita, e forse la mutavano realmente, ma ecco che riabilitati, allontanatisi da Don Bosco, non tardavano a ritornare alle antiche miserie. Tuttavia non pochi furono coloro che, ravvedutisi, perseverarono. [235]

                Il Servo di Dio fu largo per più anni nell'accondiscendere a siffatte preghiere dei Prelati, ma poi giudicò esser meglio di non correr rischio di offrire ai giovani lo spettacolo di persone talvolta poco edificanti, quantunque non ci consti che alcuno sia stato ad altri d'inciampo. Contuttociò anche in seguito continuò a fare qualche eccezione, aprendo nell'Oratorio le porte della misericordia a qualche povero apostata per ricondurlo in seno alla Chiesa.

                D. Bonetti si presentava adunque al Vicario Capitolare con questa lettera:

 

                               Ill.mo e Rev.mo Mons. Vicario,

 

                Dopo suggerimento di V. S. Ill.ma e Rev.ma intorno al Sacerdote V ... A... mi sono deliberato di metterlo alla prova in questa casa. Finora le cose vanno bene: prende parte alle pratiche di pietà, fa la sua meditazione, lettura spirituale, si accosta al Sacramento della penitenza e fa le più calde promesse.

                Se Ella credesse bene, egli desidera assai di poter celebrare la Santa Messa. Vorrebbe pure poter confessare, ma io crederei bene una cosa per volta.

                Il latore della presente lettera è il Sac. Bonetti, professore e Direttore Spirituale a Mirabello, che io mi trovo nel bisogno di mandare a Lanzo per sottentrare al fu D. Ruffino. Le fo pertanto umile preghiera di voler al medesimo confermare la facoltà di confessare. Ha soltanto con sè una dichiarazione del Vescovo di Casale. La sua regolare patente l'ha a Mirabello. Egli aiuterebbe già questa sera qui nell'Oratorio, dove i nostri giovani si preparano a fare l'esercizio della buona morte in suffragio dell'anima del fu compianto D. Alasonatti.

                Domani faremo al medesimo un servizio funebre, come vedrà dall'invito che il medesimo D. Bonetti è incaricato di portarle.

                Persuaso che voglia continuare la sua benevolenza a questa casa, le auguro ogni bene dal Cielo e mi professo con pienezza di stima

                Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

                Torino, 7 novembre 1865,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI. [236]

 

                L'invito al funerale di D. Alasonatti diceva:

 

                I sacerdoti, i chierici ed i giovani dell'Oratorio di S. Francesco di Sales partecipano a V. S. che in seguito alla dolorosa perdita fatta nella persona dell'amato sac. D. Alasonatti Vittorio, Prefetto di questa casa, fanno nella loro chiesa un servizio funebre, religioso, nel giorno 8 del corr. mese, che è il trigesimo di sua morte.

                ORARIO: Mattino: Ore 71/2 Preghiere pel defunto, messa letta e comunione. - Ore 10. Messa solenne. - Ore 11. Discorso funebre.

                Qualora Ella non possa onorarli della sua presenza, le fanno rispettosa preghiera di recitare un De Profundis in suffragio dell'anima di questo zelante collaboratore e benefattore di questa casa.

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Torino, 6 novembre 1865.

 

                L'elogio funebre fu letto dal ch. Antonio Sala, innanzi ad una scelta e numerosa udienza di amici e di benefattori, che insieme cogli alunni prendevano parte alla funzione commovente e decorosa, degna dell'affezione e della riconoscenza che D. Bosco professava per l'indimenticabile suo amico e collaboratore.

                Il Cav. Oreglia di S. Stefano doveva fare di quei giorni una gita in alcune città; e il Servo di Dio, ad agevolargli la diffusione delle Letture Cattoliche e lo spaccio dei biglietti della Lotteria, munivalo di questo foglio:

 

Torino, 10 novembre 1865.

                               Carissimo e Benemerito Sig. Cav. Oreglia,

 

                Con piacere ho accolta la notizia con cui mi venne significato che V. S. debba fare una gita in alcune città d'Italia per alcuni suoi affari particolari. In questa occasione io vorrei pregarla di adoperarsi a favore di questa nostra casa, al cui vantaggio Ella da più anni consacra le sue fatiche. Senta il progetto.

                La diffusione delle Letture Cattoliche, una lotteria per i nostri poveri giovani, e l'ultimazione di una chiesa di cui havvi somma necessità, sono le cose che presentemente occupano me e tutte le persone addette all'Oratorio di S. Francesco di Sales. [237] Ora non potrebbe Ella raccomandare la maggior diffusione di queste Letture in que' siti e presso quelle persone cui sembrasse conveniente?

                Non potrebbe prendersi un pacco di biglietti ed affidarli a qualche caritatevole persona, che di certo incontrerà, affinchè ci aiuti a spacciarli per amor di Dio ed in onore di Maria Ausiliatrice?

                A queste due domande ella mi risponderà dopo il suo ritorno con esito che spero favorevole.

                Dio le doni il buon viaggio e mi creda con gratitudine,

                Di V. S. carissima,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Fra tanti pensieri non cessava di occuparsi dell'incremento della Pia Società di S. Francesco di Sales. Aveva veduto crescere intorno a sè nuove schiere di Salesiani, de' quali un certo numero si era consacrato a Dio coi voti triennali. Nel maggio del 1862, furono ventidue questi generosi, come abbiamo narrato; nel 1863 si aggiunsero a questi sei chierici col sacerdote Bartolomeo Fusero; nel 1864 uno studente, tre coadiutori laici e nove chierici. Erano adunque già quaranta coloro che avevano fatto i voti temporanei, come consta dal libro nel quale son registrate le professioni colla firma del professo e de' testimoni.

                Ma essendo stata fin dall'anno precedente collaudata da Roma la Pia Società, D. Bosco aveva deciso che nel mese di novembre si sarebbero emessi i primi voti perpetui, cioè si sarebbero cementate indissolubilmente le pietre già poste nelle fondamenta del suo Istituto.

                Tali erano i membri nati della Pia Società, quelli cioè che ancor prima di ogni pubblica approvazione ecclesiastica si erano votati ad aiutarlo nella sua missione.

                Da vari anni egli andava mettendo alla prova anche gli altri che domandavano di seguire l'esempio dei primi. Questi potevano dividersi in due classi. La prima, la più numerosa, era composta di quelli che fino dalla prima giovinezza erano stati da lui educati e che egli, conoscendone perfettamente la bontà [238] ed il valore, poteva trattare con piena confidenza. Questi amorevolmente invitava a rimanere con sè, sicuro della loro vocazione, lasciandoli però in piena libertà di corrispondere all'invito, o col rinnovare i voti triennali o col prepararsi a farli perpetui. Molti infatti accettarono la proposta ed altri, terminati i loro studii, si ritirarono e riuscirono buoni preti nelle loro diocesi. L'altra classe era di adulti, laici o sacerdoti, che domandavano di farsi salesiani; e questi senza che quasi si accorgessero del suo proposito, sottometteva ad un probandato, più o meno breve, secondo che parevagli necessario, per assicurarsi della loro virtù e della perseveranza nella presa risoluzione. Altrove abbiamo recato qualche fatto in proposito. Con modi cordiali e cortesi, ma con finezza particolare, ad un professore di filosofia affidava una scuola di prima elementare; ad un oratore di merito la sorveglianza dei famigli; ad un signore distinto l'assistenza di un laboratorio; a questo, che pareva troppo legato alla famiglia, dava l'incarico di un suo mandato nel proprio paese; a quello destinava un posto meno onorevole alla mensa dei superiori. Ma sovratutto osservava come si addattassero alla vita comune e agli incomodi che da questa sono cagionati; e conoscendo che un'occupazione non andava a genio di qualcuno, un bel giorno lo incaricava proprio di questa con un mi faccia il piacere di far la tal cosa, gliene sarò grato!

                Ed anche i rimproveri e gli avvisi gli davano norma per giudicare dell'amor proprio di ciascuno. Talora, specialmente col simulare una sottrazione di benevolenza, in varii modi scrutava i sentimenti del cuore e la fermezza nella vocazione. Troviamo in un quaderno di memorie di un Salesiano, entrato già adulto nell'Oratorio e che in quest'anno si preparava a fare i voti, la seguente pagina:

 

                Viveva in una certa aridità di spirito, che non sapeva spiegarmi e mi faceva noiosa la vita. D. Bosco, che mi aveva altre volte ridonata la pace e l'abbondanza di soavità, da qualche giorno pare che non mi [239] osservi. Anche nel dì della sua festa, a' miei versi, che gli declamai con affetto e con intelligenza, non mi guardò, non disse nulla, neppure un semplice bene! come la sua bontà gli fa sempre dire, per incoraggiare il buon volere. Siccome so, che a D. Bosco è spesso noto l'interno dei cuori, ho fatto l'esame di coscienza, per assicurarmi che nulla proprio io abbia fatto di male, che gli possa dispiacere.

                Oggi poi Don Bosco mi sottomise ad una gran prova. Venne con un signore a visitare la tipografia, dove mi trovava. Tutti si volsero verso di lui… I compositori, di mano, in mano, che ei passava vicino alla loro cassetta dei caratteri, si muovevano per avvicinarlo con rispetto. Per tutti egli aveva una bella parola, un elogio, una raccomandazione. Sperai che finalmente si sarebbe ricordato di me. Mi passa vicino, anche io baciai la sua mano, fissando gli occhi commosso su lui, con la persuasione che mi avrebbe consolato. Non si accorse di me; e” non mutò aspetto nè mosse collo, nè piegò sua costa”, per dirla con un richiamo di scuola; e neppure pronunziando io il suo nome, nel baciargli la mano, come è nostro costume. Dunque è proprio in collera con me, pensai in me stesso, non c'è più alcun dubbio. Che ho fatto?

                Vidi che ero il solo trascurato.

                Con l'anima ferita più di quanto uno si possa immaginare, con occhio pietoso accompagnai D. Bosco che continuava il suo giro. Laggiù in quell'angolo estremo, s'incontrò ancora con un giovanetto, che, non fo per dire, ma mi pare che sia leggero, sventato, direi anche di più, cattivo. E vedi bontà del destino! D. Bosco si è fermato vicino a lui, lo presentò a quel signore, e sorridendo, raccontò di lui vita, virtù e miracoli. Poi gli dice di andare al suo posto, e, fingendo di non accorgersene, se lo tira indietro per tempo parecchio. Scherza, dicendogli di tornare a lavorare, e poi con mano tenace lo ferma.

                M riposi al mio tavolo. Gli occhi correvano sugli stamponi, la mano cercava di fissare la mente, per intendere ciò che leggeva, ma era fatica inutile, io non capiva nulla. Rilessi, e peggio di prima.

                La tipografia era a pian terreno e alcune finestre davano nel cortile.

                Mentre dunque io stava in così dolorose distrette di mente e di cuore, sentii battere leggermente con le dita sopra il mio capo sui vetri della finestra. Alzo la testa meravigliato... Chi era? Era D. Bosco, che dal di fuori, dove già si trovava, si volle ricordare di me, mettere fine a quella prova e darmi di nuovo un segno di affetto paterno. Rimasi là come sorpreso, sbalordito! - Oh lei? D. Bosco? - esclamai. Ed egli, con sorriso di ineffabile dolcezza, a farmi cenno con la mano e poi come una bella visione di sogno soave scomparire dal mio sguardo. Che poteva io fare che dire? - Grazie, D. Bosco! gridai alzandomi dalla sedia, e spalancando la finestra. - Grazie della sua bontà! - Ma egli non sentì nulla, e solo voltandosi ancora una volta indietro, parmi dicesse; “Addio, sta allegro!” Fui di nuovo io! [240] Aveva indovinato il mio bisogno, e con affetto paterno lo volle soddisfare, ed il sorriso con cui l'accompagnò l'ho scritto nella memoria e nel cuore.

 

                Un certo numero d'aspiranti veniva meno nelle prove e ritiravasi dall'arringo; ma altri le avevano coraggiosamente superate. Uno di questi scriveva a D. Bosco:

 

Sia lodato Gesù e Maria!

 

                               Rev.mo Padre,

 

                Il giorno 20 ottobre per me sarà memorabile. Oggi appunto compiè l'anno in cui feci di me, della mia volontà e de' miei cari un intiero sacrificio al Signore. Vi fu un Sacerdote mandato da Dio, il sig. Don Bosco, il quale per un tratto di sua carità lo accettò in nome del Signore. Dall'ora in poi io non mi considerai più altro se non come strumento di D. Bosco per fare in ogni cosa la volontà del mio Dio. Fin qui non cessai di benedire quel faustissimo giorno non cessai di ringraziare il Signore per avermi chiamato ad arruolarmi sotto la bandiera di D. Bosco; ed il sentimento di riconoscenza e di gratitudine verso un tanto Padre crebbe talmente in me che mi sento il coraggio di sostenerne qualunque prova.

                Reverendissimo Padre, le rinnovo oggi le mie proteste d'ubbidienza e di sudditanza, sempre fermo e costante di consacrare a Dio quest'ultimo scorcio di vita sotto l'amabile direzione della Rev.ma S. V. e di chi la rappresenterà.

                Confido nell'aiuto di Dio, di Maria SS., di S. Giuseppe e di San Francesco di Sales, nostro speciale protettore per mandare ad effetto queste mie proteste; mi aiuti anch'Ella, mi ammonisca, mi benedica e mentre le bacio la sacra destra, colla massima riverenza, la prego ad avermi sempre pel suo

Aff.mo figlio in G. G.

Ch. BODRATO FRANCESCO.

 

                D. Bosco adunque, dopo di aver posto alla prova coloro che domandavano di consacrarsi al Signore per tutta la loro vita, ed altri che per quella volta si limitavano a pronunciare i voti triennali, premesse conferenze preparatorie e consultato il Capitolo, accondiscese al desiderio de' suoi cari discepoli. Fu nella sua umile anticamera che egli in più adunanze, degne di eterna memoria, presiedeva alla cara cerimonia dell'emissione dei voti. [241]

                Il 10 novembre 1865 dopo radunatisi tutti i confratelli della Pia Società di S. Francesco di Sales, il Sacerdote Lemoyne Giovanni Battista, compiendosi tutte le cerimonie prescritte dal Regolamento, emise innanzi al Rettore Sac. Bosco Giovanni i voti perpetui di castità, povertà ed obbedienza, avendo ai lati i due testimonii Sac. Cagliero Giovanni e Sac. Ghivarello Carlo.

                Li 15 novembre dopo essersi radunati tutti i confratelli della Società, premesse le preghiere secondo il regolamento, emisero i voti perpetui innanzi al Rettore Sac. Bosco Giovanni: Rua Michele Sac., Cagliero Giovanni Sac., Francesia Giovanni Sac., Ghivarello Carlo Sac., Bonetti Giovanni Sac., Bonetti Enrico Ch., Racca Pietro ch., Gaia Giuseppe laico, Rossi Domenico laico. Finita la funzione, il Rettore Sac. Bosco Giovanni inculcando ciò che già aveva premesso tenne breve discorso, dicendo specialmente che nessuno facesse i voti per far piacere al Superiore, o per fare i suoi studi, o per qualche interesse o fine umano, nè manco per essere utile alla Società, ma che ciascuno avesse per unico scopo la salvezza dell'anima propria e di quelle del prossimo.

                Li 6 dicembre 1865 dopo di essersi radunati tutti i confratelli della Società di S. Francesco di Sales, premessa l'invocazione allo Spirito Santo colle altre preghiere prescritte dalla Regola, innanzi al Rettore Sac. Bosco Giovanni, essendo testimoni il Sac. Rua Michele Prefetto e il Sac. Francesia Giovanni Direttore Spirituale, emisero i voti perpetui il Sac. Durando Celestino di Francesco da Farigliano (Mondovì); Oreglia Federico Cav. S. Stefano, laico, di Bene Vagienna; Jarach Luigi Ch. da Ivrea, Mazzarello Giuseppe Ch. da Mornese, Berto Gioachino Ch. da Villar Almese.

                Quindi fecero i voti ad triennium: Savio Angelo Sac. da Castelnuovo d'Asti, Bongiovanni Giuseppe Sac. da Torino, Merlone Secondo Chierico da S. Damiano d'Asti, Tamietti Giovanni da Ferrere Ch., Manassero Giuseppe Ch. da Bene, Rostagno Luigi Ch. da Entraque, Paglia Francesco da Coassolo Canavese, Barberis Giulio Ch. da Mathi Canavese, Ricciardi Chiaffredo Ch. da Villafalletto.

 

                Fin qui dai verbali. Il 29 dicembre all'Oratorio emettevano i voti perpetui anche il Ch. Bodrato Francesco e il Ch. Sala Antonio, e l'II gennaio 1866 pronunciavano pure i voti perpetui in Mirabello, innanzi a D. Rua delegato a riceverli, il Sac. Provera Francesco e il Ch. Cerruti Francesco: e tre chierici con un alunno studente i voti triennali.

 

 


CAPO XX. D. Bosco elegge i nuovi Direttori per i collegi di Mirabello e di Lanzo - D. Bonetti Giovanni zelante educatore: due fatti sorprendenti - D. Bosco scrive a D. Bonetti perchè prepari i Salesiani del Piccolo Seminario ad una conferenza: va a Mirabello: confessa in treno: una gran festa onorifica pel Direttore - D. Bosco va a Tortona per visitare un suo alunno infermo - Raccomanda alla Superiora delle Fedeli Compagne una giovanetta che desidera farsi suora - Consiglia un chierico come debba regolarsi quanto al cibo, al riposo, allo studio -Chierici approvati per l'insegnamento nelle classi inferiori del Corso elementare e ginnasiale - Conseguimento di lauree -- Due esami all'Università per ottenere il diploma di professore di Rettorica, contestati.

 

                COME i primi socii ebbero pronunziati i voti perpetui, coloro che dovevano prendere la direzione dei collegi furono da D. Bosco congedati per la loro destinazione. Partì pel primo D. Giovanni Bonetti, ma appena giunto a Lanzo, parve che non gli si confacesse l'aria troppo fina dei monti, poichè fu preso da un atroce mal di denti con febbre. D. Bosco dopo una settimana richiamavalo a Torino e mandava a Lanzo in suo luogo il sacerdote Giovanni Battista Lemoyne, che era stato destinato pel Piccolo Seminario di Mirabello; e D. Bonetti ritornava al piccolo Seminario assumendone la direzione. Ivi lo avevano atteso cento settanta alunni che presto crebbero fino a duecento. [243] Virtù eminenti, pietà viva e sincera, scienza filosofica e teologica, coltura letteraria non comune adornavano la bell'anima di D. Bonetti. Egli non guardava a fatica nel promuovere il bene materiale, letterario e morale dei giovanetti alle sue cure affidati; e ardeva di zelo per la salute delle loro anime.

                Abbiamo molte prove di questo affetto anche ne' suoi scritti. In una lettera al Direttore del Collegio di Lanzo diceva: “Bisogna far noto ai nostri aiutanti di campo che l'aver giovani buoni e che consolino undequaque i superiori, è, specialmente ai tempi in cui viviamo, non solo una grazia, ma direi quasi un privilegio: e quindi dobbiamo meritarcelo da Dio con una condotta santa, preghiera, avvisi, assistenza, vigilanza: insomma dobbiamo mettere in pratica tutte le sapientissime norme che furono date in iscritto da D. Bosco per guida dei Direttori. A questo modo vedremo fiorire nei nostri collegi ogni più bella virtù “.

                E in un'altra lettera:

                “La grazia della buona riuscita di un giovane dobbiamo strapparla al cuore di Dio, con uno spirito di grande sacrifizio e di grande preghiera”.

                Egli faceva quanto suggeriva agli altri, come si può vedere dalla biografia che scrisse egli stesso del suo alunno Ernesto Saccardi. E che il Signore benedicesse largamente le sue fatiche lo dimostrò la felice riuscita di tanti giovanetti da lui educati dal 1865 al 1877, prima a Mirabello e poi a Borgo S. Martino. La divozione al Sacro Cuore di Gesù, che nel suo cuore aveva ardentissima, animava tutte le sue opere, dava efficacia ai suoi discorsi famigliari, alle sue prediche e all'esercizio del sacro ministero, sicchè ne restavano tutti incantati e persuasi. Parve altresì che il S. Cuore di Gesù cooperasse anche con soprannaturali aiuti al compimento della sua ardua missione. Quanto narriamo accadde a Borgo g. Martino.

                Una notte, nel sonno, gli sembrò di vedere un personaggio di sorprendente maestà entrare in sua camera, e sentissi dalla [244] sua voce amorosa invitato a seguirlo. Andò e dietro a lui entrò in un dormitorio, ove a quell'ora tutti i giovani dormivano. Quel personaggio si fermò ai piedi di un letto e disse a D. Bonetti:

                 - Osserva questo giovane: fra un mese dovrà presentarsi al tribunale di Dio: tocca a te prepararlo!

                D. Bonetti nello svegliarsi al mattino restò così impressionato dalla vivezza del sogno che non poteva distrarne la mente. Esitava però a manifestarlo. Poteva essere, è vero, un semplice giuoco di fantasia; ma se era un avviso del Cielo? In ciò nulla d'impossibile. Iddio è troppo vicino a ciascuno di noi: In ipso vivimus, movemur et sumus, e Dio ci ama di un amore inenarrabile! Ma il parlare parevagli che potesse in qualche modo ridondare a sua gloria e avrebbe preferito di tacere. Senonchè rifletteva: “Se dalla mia parola dipendesse la salvezza eterna di un'anima, non avrei poi a soffrire un acuto rimorso per aver taciuto, qualora l'avviso fosse realmente confermato dal fatto?” D'altra parte che male c'era, anche qualora fosse stato un semplice sogno, a risvegliare nei giovani il pensiero degli anni eterni?

                Si risolse perciò di parlare, ma non in pubblico, e presi a parte alcuni suoi intimi, manifestò loro il sogno e il giorno nel quale gli era stato detto che il giovane sarebbe morto, pur tacendone il nome. Ma appariva così singolare la cosa, che non potè restare segreta; e da uno all'altro, di confidenza in confidenza, in breve tutti vennero in cognizione del sogno, e l'attesa era generale e vivissima per giudicare del suo avveramento. Tanto più che in casa non eravi alcuno infermo. Ma un giovane, che D. Bonetti aveva, come egli disse, preparato al gran passo, dopo breve malattia moriva precisamente nel tempo indicato. Fra i testimonii del fatto havvi il Sac. Prof. Giuseppe Isnardi.

                Nello stesso collegio sul far di una sera un alunno fu colto da male improvviso. Si chiamò in sull'istante il direttore Don Bonetti, che subito accorse, ma lo trovò già morto. Fuori di [245] sè, come se fosse colpa sua che il giovane non avesse ricevuti i Sacramenti, andò a prostrarsi in Chiesa e pianse e pregò lungamente. Il giorno dopo non volle prender cibo, più volte ritornò ai piedi del SS. Sacramento, e infine per celare a tutti il suo angoscioso dolore, uscì all'aperto e s'internò nel bosco del collegio. Estenuato da un digiuno di 24 ore, continuò a pregare passeggiando, quando ad un tratto ristette immobile cogli occhi fissi in alto. Rimase così alquanto tempo col volto raggiante di viva gioia; in fine ricomponendosi esclamò: - Deo gratias! è salvo; è già entrato in paradiso! - E ritornatagli la prima giovialità, si recò a cena. D. Bonetti nulla disse ad alcuno e mai parlò di quel fatto. Ma egli era stato spiato. Il professore D. Giovanni Tamietti lo aveva seguito per sorvegliarlo e consolarlo, e, nascosto fra gli alberi dietro una siepe, aveva veduto e udito quanto abbiamo narrato; ma non osò interrogarlo, nè allora nè poi. Altro testimonio fu D. Carlo Farina.

                Ad un sacerdote così accetto al Signore, pochi giorni dopo che aveva preso possesso della sua carica, D. Bosco scriveva:

 

                                Carissimo D, Bonetti,

 

                Giovedì sarà tutto per Mirabello. La sera non si potrebbe fare una conferenza per la Società?

                Se puoi, radunali stasera e dimani a sera: dimanda di quelli che loro sembra di essere preparati a fare i voti o triennali o perpetui. Ripeti le cose che furono dette qui: ma nota specialmente che niuno si muova per interesse, o per motivo temporale, ma unicamente per fare un'offerta di se stesso a Dio.

                Confortare et esto robustus. Saluta D. Provera, Goffi e tutti gli altri nostri cari maestri, assistenti e giovani di Mirabello.

                La grazia di N. S. Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen.

                Torino, 20 novembre 1865.

Aff.mo in G. C.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                P. S. -- Mercoledì conto di trovarmi a Giarole, ad un'ora pomeridiana. [246]

 

                Il giorno 22 D. Bosco era a Mirabello. Percorrendo il tratto di ferrovia da Alessandria a Giarole, trovatosi solo con un signore nello stesso scompartimento, fatto cadere il discorso su cose di religione, lo indusse a confessarsi sullo stesso treno. D. Garino Giovanni ne rende testimonianza.

                Nel piccolo Seminario si era preparata una gran festa, nella quale ai maggiorenti del paese invitati e agli alunni D. Bosco presentava con parole di elogio D. Bonetti, come successore di D. Rua.

                Da Mirabello il Servo di Dio andava a Tortona accompagnato da D. Giovanni Cagliero, per far visita al giovane Giuseppe Pittaluga, allievo dell'Oratorio, il quale da un anno e mezzo pativa gravi dolori ad una gamba. Questi sul fine di marzo 1864 erasi restituito a casa per curarsi. D. Bosco lo amava molto e ne aveva stima grandissima per il candore mai offuscato della sua bell'anima; e n'era corrisposto con un santo ed eguale affetto. Questo buon giovane colla sua indole affabilissima e soave guadagnavasi tutti i cuori, ovunque andasse.

                Il 1° settembre di quell'anno il buon figliuolo aveva dato notizie del suo stato al ch. Enrico Bonetti.

                “Scrivo - gli diceva - coi polsi mal fermi. Ho potuto uscir di casa appoggiandomi ad un bastoncello. La mia gamba ora migliora, ora peggiora in modo inquietante. Talvolta mi vengono i brividi per febbre. Il chirurgo dice che il mio male tarderà molto e poi molto a guarire... Lo prego a mandarmi il baule colle mie vesti all'Episcopio di Tortona. So bene che D. Bosco lo vedrà spedire con dolore; ma io conservo sempre nella mia mente il proposito di mantenere al mio padre spirituale e temporale la promessa fattagli. Ma sembra che tale non sia la volontà di Dio. Due o tre volte al giorno dico l'Ave Maria per D. Bosco. Frequento quotidianamente il Seminario e il Rettore mi degna di sua grande amicizia. Mia madre prega continuamente per l'Oratorio”. [247]

                Il 2 novembre 1865 aveva scritto al medesimo: “Io me la passo stentatamente da un giorno all'altro, perchè mi trovo al servizio della Cattedrale e qui lavoro e studio. Omnia ad maiorem Dei gloriam. Il mio papà già da quattro mesi si trova gravemente infermo per idropisia pettorale, senza speranza di guarigione; e perciò a me tocca servire anche la Curia Vescovile... Mi raccomando perchè voglia pregare tanto per lui... E come sta il caro D. Bosco, quel caro padre? Gli dica che preghi e faccia pregare Maria SS. per la mia famiglia. Gli dica che se dovesse recarsi a Mirabello, non gli sia grave fare una scappatina fino a Tortona...”.

                E Don Bosco rendeva pago il desiderio del suo alunno. Giunto a Tortona, andò subito con D. Cagliero ad ossequiare il Vescovo Mons. Giovanni Negri quasi ottantenne, il quale lo ricevette con molto piacere nella stessa camera da letto ove si trovava, essendo egli infermiccio e così sofferente che tutte le tendine erano abbassate. Quindi si recò a prendere alloggio in Seminario. Quivi si recò subito, appena avvisato, il Pittaluga, pieno di gioia. Appena lo vide, D. Bosco lo assicurò che era venuto proprio per lui e lo intrattenne lungamente, ascoltando le sue confidenze, confortandolo nelle sue angustie, promettendogli il suo aiuto, recando non piccolo sollievo ai suoi dolori. Si fece poi condurre in sua casa, ove consolò e benedisse tutta la famiglia e specialmente l'infermo. Ma appena si seppe essere D. Bosco in città, il Vicario Generale, i Canonici e altri sacerdoti corsero ad ossequiarlo. Il Vescovo, stesso, non ostante l'età e la malferma salute, volle restituirgli la visita.

                Nel partire D. Bosco raccomandò il suo giovane al Rettore Can. Ferlosio, che aveva per lui e per i suoi alunni un affetto grande. E il Pittaluga entrava chierico in Seminario.

                Tornato all'Oratorio, per aiutare la vocazione religiosa di una buona giovanetta scriveva alla Reverenda Madre Eudosia, superiora delle Fedeli Compagne di Gesù nell'Istituto [248] posto dietro la chiesa della Gran Madre di Dio in Torino. Antica era la sua relazione con quella Comunità, perchè venuta la prima volta in Torino la fondatrice con due suore francesi che conoscevano solamente la loro lingua, egli pazientemente aveva loro insegnato la grammatica italiana.

 

                               Rev.da Signora Madre,

 

                La giovane Quaranta Teresa di Settimo Torinese mi è caldamente raccomandata come figlia di molta virtù ed aspira a farsi religiosa. Veda V. S. nella sua prudenza se le sembra tornare a maggior gloria di Dio ricevendola nel suo Istituto. Desidero di fare una visita alla sua santa famiglia, e spero di poterla fare fra breve.

                Intanto la ringrazio della carità che continua ad usare a questa casa; io mi unisco ai poveri miei giovanetti per augurare a Lei e a tutta la sua Famiglia copiose benedizioni del Cielo e professarmi con gratitudine

                Di V. S. Rev.ma

                Torino, 4 dicembre 1865.

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Di quei medesimi giorni rallegrava uno dei suoi, il Ch. Giulio Barberis, con un'altra letterina.

 

                               Carissimo Giulio,

 

                Ecco la risposta che dimandi:

                1° A colazione un gavasso (pagnotella), a pranzo secondo l'appetito, a merenda niente, a cena secondo l'appetito, ma con temperanza.

                2° Niun digiuno, se non quello della Società.

                3° Riposo secondo l'orario della casa; svegliandoti mettiti tosto a ripassare qualche parte de' tuoi trattati scolastici.

                4° Lo studio essenziale è quello della scuola del Seminario, il resto è solamente accessorio; ogni sollecitudine sia pel primo.

                5° Fa' tutto, soffri tutto per guadagnare anime al Signore.

Dio ti benedica e prega pel

Tuo aff.mo in G. G.

Sac. BOSCO GIOVANNI

 

Torino, 6 dicembre 1865. [249]

 

                Intanto erano stati costituiti, secondo le Regole, i Capitoli delle Case di Mirabello e di Lanzo, e i bravi figli di D. Bosco si adoperavano a conseguire con studio indefesso nuovi diplomi per l'insegnamento nelle classi ginnasiali ed elementari.

                Fin dall'ottobre i chierici Alessandro Fabre, Pietro Guidazio e Francesco Bodrato appartenenti al Collegio di Lanzo avevano conseguito la patente di maestro elementare per le classi superiori in Novara. Ed ora il 10 dicembre i chierici Paolo Albera e Augusto Croserio della Casa di Mirabello ottenevano nell'Università di Torino il diploma di professore pel ginnasio inferiore.

                Nello stesso giorno leggeva la sua tesi di laurea il Sacerdote Francesia Giovanni Battista. Egli aveva finito il terzo anno di Lettere e in vista degli esami presi con lode e dell'età sua, aveva domandato di potersi presentare per la laurea. La guerra contro que' dell'Oratorio non era ancora cessata del tutto, e il Rettore dell'Università Ercole Ricotti gli faceva rispondere non potersi accordare quella licenza essendo contraria al regolamento. D. Francesia era per rassegnarsi a fare ancora un anno di Università, quando lo stesso giorno che aveva ricevuta la risposta negativa s'incontra con D. Turchi Giovanni, il quale gli dice: -Voi di D. Bosco siete proprio sfortunati! Studiate senza posa, prendete tutti gli esami, e pure andate avanti a stento. Io non ho preso esami e ho chiesto di prendere la laurea, anticipandola di un anno ed ebbi tosto risposta favorevole, come l'ebbero anche altri.

                In quel mentre il Professore Ricotti aveva date le dimissioni da Rettore dell'Università ed al professore Angelo Serafino, preside della facoltà teologica, come anziano fra i presidi, era toccata quella reggenza. D. Francesia scrisse subito al prof. Serafino dicendogli come avesse ricevuta dal Ricotti una negativa alla sua domanda, ma che avendo saputo di certa scienza, come ad altri fosse stato concesso quel medesimo [250] favore che a lui era stato negato, ad es. a D. Giovanni Turchi, rinnovava la domanda. Il domani riceveva notizia che eragli accordato ciò che domandava. Quindi preso l'esame e sostenuta la tesi, il 13 dicembre veniva laureato dottore in Belle Lettere. Diremo a suo tempo del posto che tenne nella repubblica letteraria questo sacerdote, che D. Bosco soleva chiamare: il celebre D. Francesia!

                Anche D. Celestino Durando riusciva ad ottenere un diploma, ma per via diversa.

                Il Ministro dell'Istruzione pubblica Giuseppe Natoli, visto il bisogno di insegnanti legali pubblicò l'esame straordinario per le Patenti di Rettorica per coloro che non avessero frequentato il corso dell'Università. Don Durando risolvette di giovarsi di questa concessione.

                Michele Coppino, Dottore aggregato alla facoltà di filosofia e lettere, doveva presiedere alla Commissione esaminatrice. Egli si era opposto quanto aveva potuto alla determinazione ministeriale, e non riuscendo a far valere la sua opinione, aveva deliberato di respingere i candidati negli esami.

                Quando gli si presentò D. Durando, Coppino prese a dirgli che quella era una prova arrischiata, perchè non si poteva far torto a coloro che per tanti anni avevano frequentati i corsi e fatte tante spese e subito tanti esami; non essere giustizia che altri con un sol esame fosse messo a pari di costoro ed aver subito una cattedra, e poter perfino insegnar in liceo.

                Ciò diceva a lui ed agli altri aspiranti coi termini più blandi e più persuasivi. Coloro che dovevano prendere l'esame vollero egualmente presentarsi, e Coppino tenne i voti molto bassi, in modo che non potessero riuscire promossi. Egli però non aveva badato ad un articolo del decreto, il quale disponeva che i voti non si dovessero computare materia per materia, ma sibbene complessivamente. D. Durando secondo Coppino doveva essere rimandato in una materia, ma secondo la legge aveva l'idoneità. Il Segretario della Commissione, [251] grande amico di D. Bosco, aveva fatto questa osservazione; e senza comunicarla a Coppino, segretamente aveva scritto a Firenze al Ministero, riferendo le irregolarità commesse in quell'esame e dichiarando il caso specifico del Durando che aveva diritto alla promozione ed alle patenti, ed era stato giudicato non idoneo. Dagli allegati, spediti al Ministro, risultava come Durando avesse ottenuti molti voti di più di quelli che erano necessari.

                Contemporaneamente anche Coppino, che, fisso nelle sue idee gli aveva pur tolto illegalmente un voto dato da lui stesso, scriveva a Firenze l'esito sfavorevole dell'esame, ma con sua meraviglia e sdegno ebbe in risposta dal Ministero come Durando avesse diritto alla patente ed essere necessario consegnargliela.

                Coppino replicò che Durando aveva ottenuto un voto di meno per l'idoneità, ma il Ministro insistè citando l'articolo del decreto, e finalmente le patenti furono consegnate, dopo lunghe pratiche.

                D. Celestino Durando fu l'unico che in tutta l'Italia godè del favore di quell'esame straordinario. Presso di lui era custodito il carteggio di tutta intiera questa pratica. E noi dobbiamo aggiungere com'egli godesse la stima di tutti i Professori di Torino e specialmente di Tommaso Vallauri, che gli era amico. Fin dal 1860 egli aveva fatto stampare in Pinerolo dal tipografo libraio editore Giuseppe Lubetti Bodoni il suo Nuovo Donato ossia i Principii di grammatica latina ad uso delle scuole ginnasiali inferiori. Questo libro di 192 pagine in 8°, era stato adottato in molte scuole; nel 1876 aveva avuto l'onore dell'undecima edizione di più migliaia di copie, come le precedenti, e fino ai giorni nostri continuò ad avere uno spaccio incalcolabile.

                Anche D. Michele Rua, iscritto al secondo anno della Facoltà di Lettere e Filosofia, quale aspirante alla laurea in Lettere, presentavasi nel 1866 a questo esame straordinario [252] per conseguire il diploma di insegnante nella Rettorica. Nelle prove scritte non solo venne approvato all'unanimità, ma ottenne la lode nella composizione poetica. Tuttavia incorse la sorte disgraziata di tutti gli altri candidati per il malanimo dei professori contro la disposizione ministeriale; e non fu ammesso ai verbali, perchè si pretendeva che presentasse documenti legali dai quali risultasse com'egli avesse già fatto scuola con autorizzazione dell'Autorità scolastica, e perchè non si fosse ascritto a tempo debito a questi esami straordinari. Eran cavilli, ma non potè compiere l'esame che avrebbe subito in modo brillante. Egli eccelleva nella storia e nelle lingue italiana, latina e greca; in quest'ultima era valentissimo. Per due anni, 1856-1857, aveva avuto ripetizione di greco da quel famoso grecista che fu l'abate Amedeo Pevron, in casa del quale ei recavasi regolarmente più volte la settimana. E il suo profitto fu tale che traduceva gli autori greci a vista d'occhio. Così narra il Can. Prof. D. Anfossi, suo compagno ed amico, il quale aggiunge che, nel 1866 o nel 1867, dandosi all'Università gli esami di lettere ed essendovi da tradurre una pagina di autore greco, molto difficile, un candidato, non riuscendo a tradurla, trovò modo di eludere la vigilanza del Professore assistente; e chi aveva l'incarico di procurarne la traduzione fu Don Anfossi, il quale comparve innanzi a D. Rua, pregandolo di quel favore. D. Rua che nel suo studio di Prefetto sedeva al tavolo ingombro di carte dando udienza ad alcune persone, prese il testo, lo lesse e quindi currenti calamo ne scrisse la traduzione, che recapitata all'esaminando e tracopiata fedelmente ottenne un ottimo voto. Basta aggiungere che l'Abate Peyron soleva dire:

                - Se avessi sei uomini come D. Rua, aprirei un'Università!

                Dopo qualche mese otteneva la sua laurea in lettere il Ch. Francesco Cerruti, il cui nome doveva anche risplendere di bella fama nella repubblica letteraria e nelle stesse discipline pedagogiche. [253]

                Nell'aprile del 1866 egli si presentava all'esame del quarto anno di Lettere. La Commissione esaminatrice si componeva di tre professori. Uno era Gaspare Gorresio, segretario perpetuo dell'Accademia delle Scienze e bibliotecario della Regia Università. Uomo profondo in molti rami di scienza veniva sovente consultato dai dotti di ogni parte d'Europa, e in special modo sulle antiche lingue orientali. Sacerdote di buoni costumi, in altri tempi famigliare con D. Bosco ma sempre suo ammiratore, aveva deposto l'abito talare. Effetto dei tempi. Il secondo, Casimiro Danna, Professore emerito di Istituzione di Belle Lettere. Il terzo era E. Levriero, preside di un Liceo di Torino, supplente del prof. Coppino all'Università nell'insegnamento della Letteratura Italiana e dei principii di estetica. Costui aveva alti gradi in massoneria; e toccando a lui la presidenza della Commissione, per lavoro iscritto di lingua italiana assegnò il tema: La lirica amorosa nei tempi antichi a Roma e ad Atene. Siccome Cerruti era il solo che presentavasi all'esame, la scelta del tema proposto era non solo poco riguardosa, ma offensiva per un chierico, il quale di più sapevasi alunno di D. Bosco.

                Il candidato non si perdette d'animo nello svolgere il tema e dopo aver accennato qual fosse la lirica dei Romani e dei Greci, confrontò l'amore umano e pagano, coll'amore cristiano e divino: di questo descrisse l'oggetto nella Vergine di Nazareth, figlia, sposa, madre nel medesimo tempo; e trattò anche della lirica d'amore dei classici cristiani, citando il Petrarca, Dante, ecc. Mentre ei leggeva la sua composizione agli esaminatori, Danna non soddisfatto da que' sentimenti cristiani, espresse con qualche frase poco cortese il suo fastidio. Il chierico Cerruti, sorpreso e sdegnato, istintivamente gli volse per un istante le spalle, mentre Gorresio con un gesto risentito rimproverò Danna di non lasciar libero l'esaminando nell'esporre i proprii pensieri. Levriero osservò che il tema svolto non era quello da lui [254] proposto, ma in fine dovette rassegnarsi e dare al candidato al pari degli altri un voto favorevole. Superato felicemente questo esame, poco dopo, nel maggio, il ch. Cerruti conseguiva la laurea.

                Qui, noi facciam punto su questo argomento e ci dispensiamo dall'enumerare i moltissimi altri che si prepararono nelle case di D. Bosco e riportarono diplomi e lauree pur riserbandoci di fare qualche eccezione. Ci basta aver accennato ai primi che D. Bosco avviò in questo splendido e importantissimo arringo.

                Aggiungiamo però come più tardi il Servo di Dio trovò appoggio ove meno se lo aspettava. Il prof. Levriero, avverso per molto tempo all'Oratorio ed alla religione, diveniva più accostabile. Negli ultimi anni di sua vita sentiva tanta venerazione per D. Bosco e provava tanta simpatia pel suo aspetto, che ebbe più volte ad esprimere ai suoi intimi questi sentimenti. Quindi accoglieva con piacere ogni raccomandazione, che il Servo dì Dio gli facesse per qualcuno de' suoi.

 

 


CAPO XXI. D. Bosco è aspettato a Firenze - L'Arcivescovo gli offre ospitalità nell'Episcopio - Insistenze del P. Metti Oratoriano - D. Bosco scrive i fioretti per la novena del SS. Natale - D. Bosco a Pisa: sua lettera ai giovani dell'Oratorio - D. Bosco a Firenze: onoranze a lui tributate dall'Arcivescovo e dal. Capitolo della Cattedrale - Splendida offerta accettata che ritarda il suo ritorno - Una guarigione istantanea, ma condizionalmente - Giovani accettati pel collegio di Mirabello: Ernesto Saccardi - Ritorno a Torino -Don Bosco rende servizio a chi aveva sparlato di lui - Lettere cordiali che indicano varii luoghi visitati da D. Bosco a Firenze; la stima che aveva di lui la Marchesa Uguccioni; la promessa di ritornare a Firenze nella prossima primavera. - D. Bosco risponde alla lettera di un povero servitore.

 

                DOPO la grande solennità dell'Immacolata Concezione di Maria SS., D. Bosco si accinse a recarsi a Firenze per raccogliere elemosine, spacciare biglietti della Lotteria, procurare nuovi associati alle Letture Cattoliche e sbrigare altri importanti affari. Era la prima volta che vi andava. Cordiali e numerosi inviti che in quest'anno aveva ricevuto dai fiorentini glie ne avevano fatto fare una promessa; e molte dame, fra le quali la Marchesa Luisa Nerli Libri con lettere gliela ricordavano.

                L'Arcivescovo lo aspettava, volendo trattare con lui del modo di combattere con efficacia il protestantesimo; e gli aveva offerta ospitalità nel suo palazzo. [256]

 

                               Riveritissimo D. Bosco,

 

                Il sig. Cav. Gautier mi recò personalmente il biglietto di V. S. in data del 20 del corrente e Le sono veramente grato dell'avermi Ella così offerta l'occasione di fare la conoscenza di un signore così onesto e religioso.

                Parlammo molto di Lei e dell'opera sua, ed ebbi da invidiare a cotesta città un istituto così opportuno e così caritatevole, quale è quello da lei fondato e diretto, che è una perenne e larga sorgente di bene per la società e per la Chiesa. Godo poi moltissimo di sentire che presto Ella si recherà a Firenze. Si rammenti in tal circostanza come in questo Arcivescovado è sempre a sua disposizione una stanza ed un letto. Spero che non vorrà ricusare l’ospitalità che le offro di gran cuore. Ed in questa speranza mi segno con tutto il rispetto e la stima,

                Firenze, il dì di S. Pietro, 1865,

+ GIOACHINO, Arcivescovo di Firenze.

 

                Più di tutti D. Giulio Metti, prete dell'Oratorio, chiaro per virtù, autore di molte opere apprezzate, e sacerdote indefesso nell'esercizio del sacro ministero, insisteva perchè Don Bosco facesse quella visita:

 

Firenze, 19 settembre 1865.

 

                               Molto Rev. Don Bosco,

 

                E' già un mese che il sig. Cav. Gautier venne a trovarmi e a salutarmi in nome di V. R. annunciandomi che Ella sarebbe venuta a Firenze quanto prima. Comunicai questa notizia alla Marchesa Villarios; la dissi a certi ecclesiastici invogliati di fare un poco di bene e tutti esultarono a quell'annunzio; e spesso mi domandano se D. Bosco è arrivato o quando arriva.

                Di più una buona vedova mi chiese di allogare in una casa di educazione due suoi figliuoletti; e le proposi la casa di D. Bosco a Torino, oppure quella che D. Bosco aprirà a Firenze; ed essa pure vien sempre a domandarmi se questo D. Bosco c'è o non c'è. Un altro paio di ragazzetti sarebbero pure in vista. Più; questi preti delle scuole serali, che han bisogno di direzione e di appoggio, aspettano D. Bosco a braccia aperte. Più ancora. La Lotteria della quale ricevei le 100 cartelle, esige che si faccia vedere anche qua D. Bosco, se vuol fare più fortuna. [257] Che facciamo adunque, mio carissimo e Rev. Padre? Viene o non viene? Vuol fare qualche cosa a prò di questa misera capitale, che va a perder tutto il bene dell'anima, mentre non acquista nulla pel corpo? Mi dica qualche cosa per poter rispondere a questa buona gente.

                Mille saluti al sig. Cav. S. Stefano e a tutti gli altri suoi egregi cooperatori nell'opera di Dio e a tutti i suoi bambini.

                Mi raccomandi al Signore e mi creda

Suo umil.mo e dev.mo servo

GIULIO METTI dell'Oratorio.

 

                D. Bosco adunque partiva, dopo aver salutato i giovani dell'Oratorio ed essersi raccomandato alle loro preghiere. A D. Rua aveva consegnato scritti i fioretti da praticarsi nei giorni della prossima novena del S. Natale. I fioretti erano i seguenti:

 

NOVENA DEL S. NATALE.

 

                1° Ubbidienza pronta in ogni cosa piacevole, e non piacevole.

                2° Umiltà negli abiti, capelli, nel discorrere e nell'ubbidire, nelle cose spregevoli.

                3° Carità - sopportar i difetti altrui e procurar di non offendere alcuno.

                4° Carità - consolar gli afflitti, prestar servizio, fare del bene a chi si può, del male a nessuno.

                5° Carità - avvisar i negligenti, correggere con bontà chi dicesse o proponesse cose cattive.

                6° Carità - perdonar ai nemici e dar loro de' buoni consigli se si presenta l'occasione.

                7° Fuga di chi parla male.

                8° Fuga dell'ozio, e diligenza nell'adempimento dei propri doveri.

                9° Confessione come se fosse l'ultima della vita.

 

Giorno della festa.

 

                Divota Comunione con promessa di frequentarla.

                D. Bosco partì da Torino probabilmente il giorno II dicembre, lunedì, sulla linea di Genova. “Ne' suoi viaggi, afferma Mons. Cagliero, ovunque egli arrivasse era sempre accolto [258] con grande piacere. Gli stessi Vescovi lo ricevevano colle maggiori dimostrazioni di stima e di affetto, sino talvolta a cedergli il primo posto a tavola.”

                Giunto a Pisa, il Servo di Dio si affrettava a dar notizie all'Oratorio, mentre i suoi musici di Torino si disponevano ad andare ad Avigliana, ove per la prima volta festeggiavasi con pompa solenne il Beato Cherubino Testa, dopo l'accennata ricognizione del suo culto.

 

                               Carissimo D. Rua,

 

                Sono a Pisa col Cardinale Corsi dove vivo veramente da signore: vettura, cocchi, cavalli, cocchieri, camerieri, buoni pranzi, laute cene sono ai miei cenni. Non mi manca altro che i giovani dell'Oratorio e poi sarei contento. Ho veduto l'Arno che divide Pisa per metà, il duomo che è una famosa basilica; la torre pendente che ha la sommità la quale si allontana sette metri dalla base; la torre della fame, dove morì il conte Ugolino di fame co' suoi figli; i frantumi di una casa appartenente a detto conte, che il popolo Pisano atterrò per vendicare i mali che aveva sofferti dal padrone della medesima; un battistero che è una meraviglia di lavoro e di scoltura in marmi; un camposanto di tale e sì svariata magnificenza, che appaga e conserva in pace tutti coloro che ivi hanno la loro dimora. Tutte cose che mi piacciono, ma non ho veduti i miei giovani. Di Firenze poi parlerò quando sarò ritornato a Torino.

                Ora veniamo a noi. Ho scritto al Cavaliere; nella sua lettera eravi un bigliettino sigillato, ma che temo di averlo chiuso senza indirizzo. Questo doveva indirizzarsi a D. Francesia affinchè raccomandasse il contenuto al Cav. Vallauri per l'Unità Cattolica. Osserva quello che fu fatto.

                Dirai a D. Cagliero che la partita per Avigliana sarebbe di partire al mattino e ritornare alla sera, secondochè sembra propendere Don Valfrè, sebbene vi sia posto preparato per mangiare e dormire. Esso intanto mandi una nota dei giovani notando in principio di nota quelli che avessero bisogno di riguardo e quindi inviarli in case più adattate.

                Per la funzione di S. Agostino fu convenuta la somma di f 70. Ciò per norma .

                Domenica non sono ancora a Torino; ti farà sapere con altra lettera in qual giorno giungerò. Ho già raccolto qualche danaro, ma non la somma che vuoi tu... Prega e fa' pregare. Dammi molte e minute [259] notizie de' miei cari figli; e di' loro che in tutte le chiese che visito fo sempre qualche preghiera per loro: ed essi preghino eziandio pel loro D. Bosco.

                Dio ci benedica e ci conservi tutti e sempre nel santo timor di Dio. Così sia.

                Pisa, 13 dicembre 1865.

Aff.mo in G. G.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                N. B. -Il Cardinale di Pisa mi ha date alcune belle immaginette da darsi a tutti i modelli di virtù che abbiamo in nostra casa: tu mi dirai poi quanti sono, quando mi scriverai. Dimandò poi notizie del poeta Francesia: io gli dissi tutte le sue virtù e miracoli.

 

                P. S. - Da' la mia benedizione, e quella di gran lunga più preziosa del Cardinale Corsi, a tutti gli abitanti di nostra casa, compreso Michele. Col suo collegio?

 

                Sempre scherzevole D. Bosco! Michele aveva la cura della stalla.

                L'andata del Venerabile a Firenze fu un trionfo. Prese alloggio nel palazzo arcivescovile ove fu trattato con ogni riguardo. Il Capitolo della Metropolitana, il quale voleva onorarlo, desiderava che andasse a far visita al loro magnifico tempio. L'Arcivescovo ne fece motto a D. Bosco e ve lo accompagnò verso le 10 antimeridiane. Tutti i canonici lo attendevano in cappa magna nella sagrestia col Vicario generale di Prato ed il Vescovo di Fiesole. Tali onoranze il Capitolo non suole renderle se non nella circostanza della visita di un Cardinale. All'entrar di D. Bosco tutti si alzarono e gli andarono incontro facendogli mille feste. Quindi fattolo sedere in mezzo a loro, gli lessero alcuni componimenti in prosa ed in poesia, latini ed italiani; fu suonato maestrevolmente il pianoforte e dopo si lesse ancora. Finalmente invitarono D. Bosco a parlare, il quale benchè non si aspettasse simile invito, pure si alzò. Ricordò che nel luogo dove erano radunati erasi dato principio al Concilio di Firenze; che su gli stalli da essi in quel momento occupati, avevano preso [260] posto i Padri della Chiesa; che in quell'aula risuonarono le voci dei legati del Pontefice; quindi continuò riferendo le parole d'elogio e di incoraggiamento che il Papa rivolse all'assemblea, concludendo che egli non avea altri sentimenti migliori di questi da indirizzare ai Prelati presenti e all'illustre Capitolo della Metropolitana di Firenze. Tutti restarono meravigliati a questo discorso, perchè oltre d'esser preso dalla circostanza del luogo, in quel momento riusciva inaspettato e la sua applicazione addattata e lusinghiera.

                A Firenze, come dappertutto, il Servo di Dio erasi talmente guadagnato i cuori, che allorquando annunziò la sua partenza fu un'esclamazione generale:

                - Partir così presto!

                - Debbo andare a Torino, rispondeva D. Bosco a varii egregi signori e signore che volevano persuaderlo a prolungare la sua dimora; mi chiamano là le necessità dell'Oratorio.

                Mentre egli usciva dal Duomo si incontrò colla marchesa Gerini, la quale senz'altro gli domandò:

                - Perchè vuol ritornare così presto a Torino? Non potrebbe fermarsi ancora qualche giorno con noi?

                - I miei giovani mi aspettano.

                - Che importa? Aspettino! Quando andrà lo vedranno.

                - Che importa? Bisogna che li provveda di pane. Se io non mi do d'attorno, essi non hanno da mangiare.

                - Quanti sono?

                - Circa mille.

                - Ma se lei volesse fermarsi, non mi sembra che i giovanetti dell'Oratorio per pochi giorni potrebbero soffrirne.

                - Per parte mia mi fermerei volentieri. Se essi volessero provvedere di pane i miei giovani io starò qui fino alla fine della settimana.

                - E qual somma ci vorrà per i suoi giovani in questi pochi giorni?

                - Dieci mila lire. [261]

                - E se si trovassero qui, si fermerebbe davvero?

                - E perchè no?!

                - Ebbene: io le darò 10.000 lire.

                - E Don Bosco a questo patto si ferma!

                - E vuole che gliele porti qui subito? Ora non le ho con me. Se si contenta, le manderò la somma stassera in arcivescovado.

                - E sia così. Il Signore la benedica.

                La nobile signora fu per D. Bosco la mano della Divina Provvidenza. Alla sera gli fu recato il danaro e D. Bosco si fermò.

                La notizia di questo fatto si sparse per la città e fu raccolta anche dalla stampa. Così il corrispondente dell'Armonia (cfr. numero del 20 dicembre 1865) narrava a modo suo la cosa:

                “È qua da noi D. Bosco, alloggiato nel palazzo dell'Arcivescovo. Ieri appunto (il 16) diceva messa a S. Marco. Raccontano che visitando l'ospizio delle Convertite e interrogato da un crocchio di dame, fra cui la nostra sindachessa, quanto fosse per restar qua, soggiungesse come il bisogno di trovar cinquemila franchi l'obbligasse a tornare a Torino; e che ridottosi alla casa, vi trovasse una lettera con entro tante cedole pel valore di franchi diecimila. È un fatto che D. Bosco ha eccitato la curiosità delle dame fiorentine e che ne ha comunicate parecchie in qualche cappella privata, tenendo ad esse discorsi analoghi alla pia pratica.

                In difetto d'altre notizie (chè tutta l'odierna politica della tappa si restringe in adunanze di deputati e in transazioni ministeriali) v'ho dato questa; e l'Armonia se ne valga, se fa al conto suo”.

                “Di qualche altro fatto che segnalò la dimora di D. Bosco a Firenze, scrive D. Garino Giovanni, chiesi notizia a Don Apollonio, il quale ne era stato informato dalla signora Contessa di Soresina Vidoni Soranzo. Monsignore mi rispose, [262] mandandomi una lettera in data del 13 aprile 1888, nella quale aveva copiata una relazione di detta Contessa. Dopo la narrazione del rosario tutto fiorito nel dicembre del 1862 o 1863 in una notte d'inverno innanzi ad una finestra della stanza ove era ospitato il Servo di Dio nel Castello di Sommariva del Bosco, si legge:

                - Anche a Firenze in casa di mia nonna la Contessa Boutourlin D. Bosco fece alzare una signora che da 25 anni in circa era in letto con una spinite, ed aveva una gamba attratta. Egli le ordinò di girare per la casa, di mangiare, ecc. ed essa fece tutto ciò che egli le comandò senza alcuna fatica. Dopo D. Bosco le chiese se voleva guarire (promettendole la guarigione), oppure se preferiva riammalarsi. Essa vi pensò un momento e poi rispose che credeva essere volontà di Dio che continuasse a patire: e subito fu costretta a ritornare in letto, donde non si alzò più e morì dopo 32 anni di letto, soffrendo pene atrocissime per una carie nelle ossa. Questa santa donna fu la signora Carolina Sorelli -.

                Ricevuta da Mons. Apollonio questa relazione, interpellata da me D. Giovanni Garino il 19 aprile 1888 la contessa Soranzo intorno ad alcuni fatti relativi a D. Bosco e noti a detta signora, tra altro mi rispose in questi termini: - “Dell'altro miracolo di Carolina Sorelli avvenuto in casa Boutourlin in Firenze la prima volta che D. Bosco vi andò, nel 1865, nessuno dei testimoni è più in vita. Io lo seppi da D. Bosco stesso che ammirava l'eroica virtù della Sorelli, e poi me ne parlò un'altra persona, che ora è morta a Firenze; e posso assicurare che quanto scrissi a Mons. Apollonio è la pura verità. - Molte altre cose potrei dire di quel santo, specialmente riguardo al suo dono di profezia ed a quello di leggere nel segreto dei cuore. - CAROLINA SORANZO”.

                D. Bosco intanto accettava quattro giovanetti toscani per collocarli nel piccolo Seminario di Mirabello. Egli stesso li avrebbe accompagnati fino a Torino, e di qui sarebbero [263] stati condotti a Mirabello. Uno di questi, Ernesto Saccardi, fin dall'infanzia era stato formato alla pietà con un'educazione veramente cristiana. Il giorno della partenza, quando la madre l'ebbe consegnato a D. Bosco, egli asciugatesi le lagrime e stretta e baciata la mano al Servo di Dio, gli disse con volto ilare:

                - Finora mia madre era tutto per me; ora mi metto nelle sue mani. Faccia di me quello che giudicherà bene per l'anima mia.

                D. Bosco lo confortò, assicurandolo di tutta la sua benevolenza:

                - Ti domando soltanto due cose, gli disse: confidenza nelle cose dell'anima e ubbidienza ai tuoi superiori.

                - Spero, rispose il giovane, che in questo lei sarà pienamente corrisposto.

                Don Bosco partiva da Firenze in compagnia dei nuovi alunni e rientrava all'Oratorio. In questo viaggio egli toccò anche Prato di Toscana, e gli occorse un bel caso.

                Era in uno scompartimento insieme con alcuni signori che discorrevano tra di loro delle vicende del giorno, e il discorso cadde sull'istruzione della gioventù. Uno saltò su a dire che si dovevano sopprimere gli studii da gesuita ed i collegi tenuti dai preti, e soggiunse:

                - Se io fossi al posto del Governo vorrei annientare quel covile di piccoli gesuiti che tiene D. Bosco in Torino e prendere a calci lui e tutti i suoi giovani, e al loro posto mettere un reggimento di cavalleria.

                E volgendosi a D. Bosco che se ne stava appuntando qualche cosa nel taccuino in un angolo della vettura:

                - Non è vero, signor Abate, aggiunse, che sarebbe bene fare così?

                - A me parrebbe di no, rispose il Servo di Dio: conosce lei D. Bosco?

                - Un poco: e non è vero che l'educazione che dà ai suoi [264] giovani non è secondo le nostre idee? Alleva tanti gesuiti e noi non abbiamo più bisogno di tanti frati.

                - Ma pure, ripigliò D. Bosco, io sono stato tante volte all'Oratorio, ho parlato con D. Bosco che si chiama il capo dei birichini, ed ho veduto l'istruzione che dà: e posso assicurarla che egli non ha altro di mira che fare di quei poveri giovani buoni cristiani ed onesti cittadini.

                L'altro insisteva: -Ma viviamo in altri tempi; è passato il medio evo.

                In quel mentre si giungeva ad una stazione, e tutti quei signori discesero.

                Passarono sei o sette mesi, e a Roma si pubblicarono appalti per importanti costruzioni. Quel signore, che aveva parlato contro D. Bosco, era un ingegnere e impresario, che avrebbe voluto portarsi agli incanti, ma gli occorrevano buone raccomandazioni. Un giorno s'incontra a Torino con un marchese suo conoscente e lo richiede d'aiuto. Quegli gli dice:

                - Vada da D. Bosco, lo supplichi a mio nome e son sicuro che lo raccomanderà al Cardinale Antonelli.

                Pochi giorni dopo l'ingegnere si presenta a D. Bosco e lo prega di una lettera di raccomandazione.

                - Gliela faccio subito, risponde D. Bosco; e come l'ebbe scritta gliela diede.

                Quegli lo ringrazia e gli chiede se comanda qualche cosa per Roma. E il Servo di Dio sorridendo:

                - Veda, vorrei una cosa; quando sia dal Cardinale, non gli dica che D. Bosco dovrebbe essere preso a calci, e con lui i suoi giovani, per metterli fuori dell'Oratorio, perchè non starebbe bene.

                L'ingegnere fissò bene D. Bosco e riconobbe in lui quel prete innanzi al quale aveva in convoglio parlato male dell'Oratorio; e gli chiese mille scuse, assicurandolo che non avrebbe detto mai più una parola nè contro lui, nè contro il [265] prossimo. Andò a Roma, ebbe l'impresa e guadagnò centomila lire. Divenne in seguito buon cattolico e conservò molta gratitudine al Servo di Dio.

                Questo fatto lo abbiamo appreso dal Barone Bianco di Barbania.

                Molte lettere, scritte da Firenze dopo la partenza del Venerabile, ci dicono la sua attività e il suo zelo, e insieme il doloroso distacco che avevano sentito i fiorentini per la sua partenza, il vivo desiderio di lui, la fiducia nelle sue preghiere, e il loro impegno per lo spaccio dei biglietti di lotteria. Ne riportiamo qualche brano, anche perchè accennano a varie visite delle quali non abbiamo altra memoria.

                Il 21 dicembre il Cav. Carlo Cerboni scriveva a D. Bosco:

                “Non avendo io, per un equivoco occorso nel darmene avviso, potuto avere il bene e l'onore tanto bramato di conoscerla personalmente e baciarle la mano nel Conventino delle Suore Terziarie Francescane in Ognissanti, mi prendo la libertà di dirigerle questa mia rispettosa all'oggetto... di chiederle per me una preghiera all'Altissimo specialmente per un bisogno temporale... Accordi la santa sua benedizione a me e a tutta la mia famiglia”.

                Il 28 dicembre la nobile signora Luisa Nerli Libri si lamentava col Cav. Oreglia: “Quantunque rassegnata, pure sento immensamente la perdita dell'angelo della mia cara Marianna... D. Bosco non l'ho veduto!... Io era in mezzo al mio dolore, nè potevo uscire; D. Bosco andò, girò in molti luoghi pubblici e case private ove fu portato; a me, disgraziata, nessuno pensò e così non lo vidi!... forse non meritavo questa consolazione, e al solito rassegnazione! rassegnazione! ripeterò. Gli faccia i miei ossequii, gli baci la mano per me e chieda la sua benedizione per la mia famigliuola, che Iddio la benedica sempre e guidi sul sentiero della virtù. Io temo che con i Cognomi Nerli vi sieno stati molti equivoci; l'Enrichetta Nerli ha molto goduto dei favori di D. Bosco; Mamma, [266] io; non si è mai veduto!... Mille felicità per il nuovo anno, e di cuore davvero... Preghi, preghi molto Iddio per me, che con quiete mi presterò alla sua lotteria...”.

                La Contessa Virginia de Cambray Digny il 5 gennaio 1866 rispondeva al Cav. Oreglia: - “Mi rincrebbe sommamente sentire che l'ottimo Don Bosco, fosse tuttora afflitto dal male d'occhi di cui soffriva già durante il suo soggiorno in Firenze, e temo che gli strapazzi a cui egli si assoggettò in quei giorni, e più ancora il viaggio in una giornata così rigida qual si fu quella della di lui partenza, possano aver contribuito ad aggravare od almeno a prolungare il male. Voglio sperare che in questi ultimi giorni possa essersi verificato un qualche miglioramento in una salute tanto preziosa .....

                Debbo rimaner confusa vedendo ch'Ella in nome di Don Bosco mi porge ringraziamenti per quello ch'io feci mentre Egli era in Firenze, poichè nulla mi sembra aver fatto per usargli qualche cortesia, e se fui a trovarlo e ricercai l'occasione di vederlo, debbo confessare che vi fu molto egoismo in questo mio procedere, e perciò non merito di esser ringraziata con tanta benevolenza. Il pensare che D. Bosco e tutti quelli della sua casa pregheranno per me e per la mia famiglia è motivo per me di gran consolazione, poichè spero mediante la sua intercessione ottenere dal Signore per tutti noi le grazie necessarie per condur vita tale, che possa meritarci la sorte di essere un giorno ammessi a godere (in virtù della divina misericordia) il bel Paradiso. Si degni adunque, gentilissimo sig. Cavaliere, porgere a Don Bosco i miei più sinceri ringraziamenti per si distinto favore, e per la bontà con cui mi accolse quando ebbi la fortuna di vederlo”.

                Il 9 gennaio 1866 il P. Domenico Benelli, cappellano della Collegiata di S. Lorenzo, scriveva a D. Bosco: “Ebbi la fortuna di parlarle a Firenze alla scuola dei ragazzi nei chiostri di questa collegiata di S. Lorenzo... Ebbi pure la consolazione di sentire da D. Leone Ponzacchi, cappellano curato alla [267] Prioria delle Filigare, che esso ebbe il contento di accompagnarla da Firenze a Prato, e che le confidò lo stato suo morale, e che per la conferenza avuta con lei si rimise in questa città soddisfatto e tranquillo”.

                E in altra lettera del 26 ottobre gli soggiungeva: “Don Ponzacchi dalla conferenza avuta con lei da Firenze a Prato, sentissi notabilmente sollevato, prosegue a star bene e a dedicarsi alla salute delle anime, predicando nella sua ed in altre chiese, confessando ed assistendo malati.”

                La signora Teresa Pestallini nata Barbolani Montauto, il cui marito aveva spedito all'Oratorio i denari da D. Bosco raccolti a Firenze, scrive allo stesso D. Bosco mandandogli un'offerta di 80 lire pei suoi giovanetti: “Mio marito mi parlò dell'opera santa che ella con tanto coraggio ha intrapresa; di più la signora Gerolama Uguccioni, a me strettamente legata, mi parlò delle sue virtù e mi incoraggiò a scriverle. Ed io sono ardita a farlo per pregarla a voler dire per me anche una sola Ave Maria, onde Iddio si degni rendermi la salute della quale tanto abbisogno per la mia famiglia avendo quattro piccoli figli, i quali la prego voler benedire insieme con me e mio marito...”

                La march. Isabella Gerini il 23 gennaio 1866, dopo aver ringraziato D. Bosco di una sua lettera che annunziavale essere ottima la sua sanità ed essere guarito perfettamente degli occhi; di una “pregiatissima opera” mandata a lei e a suo marito che terranno come prezioso ricordo; della bontà che ha di pregare per essi; concludeva: “Colla certezza che mi ha dato di rivederla qua a primavera, potrò personalmente darle discarico del poco che avrà ricevuto per la Chiesa della Madonna”.

                E prima aveva già scritto al Cav. Oreglia: “Finchè avemmo il bene di aver qui D. Bosco non potei scriverle prima che fossero combinate le cose e combinai coll'ottimo D. Bosco ciò che mi era possibile combinare... Spero che la salute di [268] D. Bosco sarà ora migliore ed egli avrà potuto riposarsi un poco dopo le fatiche sostenute in Toscana. Ne aveva gran bisogno...”.

                L'11 febbraio 1866, la signorina Marianna Buonamici faceva sapere per lettera a D. Bosco: “Sono la figlia della Buonamici che venni a trovarla insieme con mamma e colla mia piccola sorella, all'Arcivescovado, la mattina antecedente alla sua partenza Ci aveva promesso di venire a celebrare nel nostro Oratorio privato, e con nostro dispiacere non potè venire dovendo andare al Monastero di S. Maria Maddalena. Ma spero che ci farà questo favore al suo ritorno, in primavera, come ci promise... Papà che ebbe il piacere di avvicinarla un momento una sera alla stazione, mi incarica di presentarle i suoi ossequi, unitamente a mamma e alla mia sorellina”.

                Anche un povero servitore del marchese Nicolini il 15 gennaio 1866 scriveva a D. Bosco: “Restai molto dispiacente che la S. V. sia partita: se lo avessi saputo sarei venuto prima a Firenze, mi sarei prostrato dinanzi alla S. V. e baciandole la santa mano le avrei chiesto la santa benedizione”. E dopo aver soggiunto, come trasportando un peso siasi fatto male alle reni e che dopo molte cure appena può passeggiare, chiedeva di poter guarire. D. Bosco rispose di proprio pugno al povero servo e sulla lettera, per norma dei segretario, scrisse, come soleva, la nota: Risposto.

 

 


CAPO XXII. Letture Cattoliche: VITA DELLA BEATA MARIA DEGLI ANGIOLI - Prefazione di D. Bosco a questo suo libro - Per scriverlo è costretto a ritirarsi in case private - Una sua benedizione ed un antico amico - Il Galantuomo, almanacco pel 1866: ai suoi lettori.

 

                COSI’ finiva l'anno 1865.

                Il fascicolo delle Letture Cattoliche, destinato per i due mesi di novembre e dicembre, narrava La vita della Beata Maria degli Angeli Carmelitana scalza, Torinese, con novena di orazioni a suo onore. Questa vita, ammirabile per virtù eroiche, specie quella dell'obbedienza, e per doni soprannaturali, era stata scritta da D. Bosco, il quale la presentava agli Associati colla seguente prefazione:

 

                Crediamo di fare cosa grata al Lettore nel dire subito da quali fonti abbiamo ricavate le memorie riguardanti le meravigliose azioni della Beata Maria degli Angeli.

                In primo luogo dal padre Elia di S. Teresa, carmelitano, il quale scrisse la vita della Beata pochi anni dopo la morte di Lei; dal padre Anselmo di S. Luigi Gonzaga dei medesimo Ordine, ed infine ai nostri giorni dal Padre Teppa Barnabita, scrittori tutti dotti e pii. La costante tradizione conferma le cose qui esposte, e tutto è in pieno accordo nell'attestare la santità di questa gloriosa nostra concittadina, nella quale Iddio si compiacque di farsi vedere veramente meraviglioso, come già disse il profeta: Mirabilis Deus in sanctis suis. Egli si fece vedere in Lei mirabile eziandio dai primi suoi anni; mirabile nelle grazie straordinarie, che versò fin d'allora nel suo tenero cuore; mirabile nella pazienza, nella fortezza che le ispirò nei maggiori contrasti; mirabile nella scienza, nella prudenza, nella carità, nello zelo [270] che le infuse da renderla non che una perfetta religiosa, ma un vero apostolo del Signore, un tesoro, un giardino delle sue delizie. Tu insomma, o lettore, troverai nella vita della Beata Maria degli Angeli un perfetto modello di virtù e di santità, tale nondimeno da potersi imitare da ogni cristiano secondo il proprio stato. Ed è in vista di tutto ciò, che si è stimato di pubblicare eziandio nelle Letture Cattoliche il presente compendio della vita di questa inclita sposa di Gesù Cristo, per così porgere ai nostri lettori il mezzo opportuno di trarne spirituale vantaggio. Voglia Iddio che le nostre fatiche ridondino a sua maggior gloria e al maggior bene delle anime. Tu poi, o divoto lettore, se mai nel leggere il presente libretto ti sentirai nascere nel cuore qualche buon pensiero che ti chiami a santo proposito, deh! non rigettarlo; egli è una grazia che ti fa il Signore, egli è un favore che dal cielo ti ottiene la Beata Vergine degli Angeli.

                Una vita virtuosa ci faccia seguaci degli esempi della nostra Beata, e ci renda felici nel tempo e nell'eternità.

Sac. Giov. Bosco.

 

                Il Venerabile aveva scritto questo libro, interrotto dai viaggi e da tante altre occupazioni. In Torino molti visitatori non trovandolo nell'Oratorio ed essendo venuti a conoscenza come solesse ritirarsi qualche ora del giorno nel Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi, anche là avevano cominciato a ricercarlo. Per avere quindi un po' di tempo libero dovette procurarsi un altro rifugio e lo trovò nelle case di alcuni suoi benefattori ed amici. Costoro mettevano una delle loro camere a sua disposizione con tutto il necessario per scrivere; e D. Bosco ora recavasi dall'uno ora dall'altro, e chiudevasi tranquillo nella stanza assegnatagli.

                Uno dei più frequentati da lui era Brosio, il bersagliere, che lo aveva tanto aiutato negli anni difficili dell'Oratorio di Valdocco. Questo signore, il quale sopravvisse al Servo di Dio e di cui ebbe tutta la confidenza, soleva dire:

                - D. Bosco fu un grande uomo; fu un gran santo; e fu mio grande amico!

                Brosio adunque, interrogato da D. Giovanni Bonetti, gli rispondeva per iscritto: [271]

                “Quando D. Bosco scriveva la vita della Beata Maria degli Angeli e altre vite di santi, veniva sovente a passare più ore in mia casa per lavorare con quiete; ed ogni volta, terminato il suo lavoro, si fermava sempre ancora un po' di tempo per discorrere con me.

                Un giorno mia moglie lo condusse al letto di una mia figlia indisposta, pregandolo a darle la benedizione. D. Bosco, quando le fu vicino, la prese per mano dicendole: Alzati! - Io che in quel momento non pensava a quello che D. Bosco era per fare, gli dissi: - Non può alzarsi, è inferma.

                - Ebbene, mi rispose D. Bosco; la manderemo in paradiso! - Ciò detto le diede una benedizione e recitò una preghiera.

                Appena D. Bosco si fu allontanato, mia moglie mi rimproverò per avere io detto che la figlia non poteva alzarsi, soggiungendo: - Non hai visto che D. Bosco voleva guarirla? - Difatti D. Bosco lo sapeva che la ragazza era inferma da lungo tempo, e perchè prenderla per mano e dirle che si alzasse se non per guarirla? Aspettai che D. Bosco ritornasse, ma egli era partito da Torino. - E la povera ragazza poco tempo dopo se ne è proprio andata in Paradiso.

                Ma non si è fatto più così colla figlia che tengo ancora vivente, la quale essendo, sì può dire, già morta, D. Bosco me la rese viva, come a lei ho narrato altra volta”.

                Insieme con questi ultimi fascicoli dell'anno veniva offerto, come strenna agli associati, Il Galantuomo, almanacco pel 1866. La Civiltà Cattolica anno 1865 vol. IV, pag. 722, scriveva: “Il Galantuomo è un titolo che si affà molto bene a questo piccolo almanacco, poichè esso non contiene che ottime e cristiane sentenze, non insegna che la verità, e non consiglia che il bene”.

                Conteneva alcune riflessioni per ogni mese sovra uno dei comandamenti della legge di Dio; la Rimembranza della funzione per la pietra angolare della chiesa di Maria Ausiliatrice; [272] racconti edificanti, fatti ameni, ed epigrammi; ed il piano di regolamento per la lotteria, i cui premii dovevano estrarsi a sorte nell'anno seguente dopo essere stati esposti al pubblico per tre mesi.

                In principio aveva questi pensieri:

 

Il Galantuomo ai suoi lettori.

 

                Godo di potervi di nuovo salutare tutti, o cari miei lettori, tutti quanti ebbero l'onore di leggermi l'anno scorso. Credo che nessuno di essi sia morto; perchè qualora ci fosse stato qualcuno dal Signore chiamato da questa vita all'altra, io gli reciterei di cuore il riposo eterno come per carissimo amico. Perchè già io voglio come condizione necessaria, che i miei lettori siano anche miei amici. Se no, no.

                - E che cosa ci darai quest'anno?

                - Ci farai di nuovo ridere sulla storia di quel povero Michele?

                - Fu quella una felice idea, sai.

                - Già il mondo è così cattivo, e fa venire tanta voglia di piangere, che è una vera benedizione dei cielo quando possiamo alzare gli occhi in quadro più ameno di quello che ci presenta questa miserabile terra.

                - Dunque grazie e mille grazie per quello che ci regalasti l'anno scorso, ma e quest'anno?

                - E quest'anno io voglio divertirvi ma in un altro modo. Storielle amene ne avrete, ma non tanto lepide come le altre; varietas delectat, diceva un tempo la buona memoria del mio maestro di sesta. I burlevoli casi di quel tale li riserberemo per tempi migliori. Imperocchè sebbene io faccia tutti i miei sforzi per non impacciarmi in cose di quaggiù; e parlare di quello che i sapienti con aria dottrinale chiamano politica, tuttavia così di passaggio, senza volerlo, senza pure pensarlo, venni a sapere cose che mi fecero drizzare a dirittura sulla testa quei pochi e bianchi capelli che mi restano ancora. Misericordia! Che figura avreste veduto fare dal vostro Galantuomo, voi, miei cortesi lettori. Ed io non vorrei in mezzo a tante lagrime destare il riso con discapito della mia onoratezza verso di voi e verso di altri che spero vorranno per l'avvenire togliermi in mano e scorrermi con qualche soddisfazione da capo a fondo. Io ho una buona speranza che un altr'anno... ma ehi! non faccio già profezie, sapete! quelle poche che ho voluto, in qualche occasione, avventurarmi a fare, mi costarono care e salate, e mi tolsero la voglia di farne delle altre.. Si credevano proprio quei tali che io fossi qualche pezzo grosso. Poveretti! come cambierebbero sentimento se mi avessero a vedere! [273]

                Io dunque ho una buona speranza che un altr'anno, avendo tempi più belli, avrò campo di contarvene anche delle più belle. Vi piace questo patto? Siamo dunque intesi. Ma, e se il povero Galantuomo non ci fosse più? Già è questo un dubbio che nacque anche in me, ma lo chiamava come importuno. Però siccome:

                Considerando: 1° Ch'io sono già molto vecchio;

                Considerando: 2° Che anche senza avere tanti anni si può morire;

                Considerando: 3° Che l'anno è di 365 lunghi giorni e che in questo frattempo possono avvenire di molte cose, e molti possono passare a vita migliore;

                Domando che il povero Galantuomo, anche posto che morisse, restasse nella memoria de' suoi umanissimi lettori. Io però credo ancora di scapolarmela per questa volta e di vivere ancora molti anni e così spero di tutti voi. Chi volesse poi altrimenti, resti pure servito.

                Ho pensato quest'anno di regalarvi a meditazione di ogni mese un precetto del decalogo. Già è così strapazzato in generale, che non è fuor di proposito il ricordarlo sovente per non doverlo poi ricordare in un momento troppo critico senza vantaggio.

                Vi prego, o miei cari lettori, di farmi vedere a molti, farmi leggere, farmi discorrere con molti e molto; massime con quei tali che usano poco alla chiesa e di comandamenti non sanno che farne, con quei tali che voi meglio di me conoscete, e che gridandosi liberi, liberi, sono poi miseri schiavi delle loro passioni. Con costoro io vorrei trattenermi un poco colla speranza di lasciare nella loro mente qualche religioso pensiero.

                Inoltre, ancora qualche coserella che non vi dispiacerà sicuramente. E voi, miei amici, conservatevi sani ed allegri, non vogliate prendervela contro il povero Galantuomo, se alcuna volta vi riesce un po' noioso. Che volete, sono vecchio e brontolone, vedo che il mondo va male, vorrei trattenerlo e mi accorgo che mi mancano le forze. Eh sì, ci vuol altro che un povero vecchio per trattenere tutta questa povera macchina. Ho però una buona dose di buona volontà, se bastasse!

                State bene, e sempre allegri nel Signore, o miei cari lettori, ed a bel rivederci.

 

 


CAPO XXIII. 1866 - Il Personale della Pia Società: - Sogno: l'inondazione: il molino: la zattera salvatrice: navigazione e pericoli: l'isola insidiosa: i beffardi puniti - I pescatori - Naufragio di chi abbandona la zattera - Uno stretto di mare: gli avanzi di un naufragio: ritrovamento dei giovani perduti: la fornace: la fontana ferruginosa - La zattera esce dallo stretto: le onde tranquille: l'arco baleno - Approdo felice: la vigna: il giardino: il tempio: la promessa di Maria SS. - Spiegazione del sogno: il Rosario sotto i portici - Un consiglio.

 

                SUL principio del 1866 D. Bosco aveva dodici sacerdoti. Il numero totale dei confratelli della Pia Società era di circa 90. Diciannove avevano emesso i voti perpetui, ventinove i triennali. Gli altri erano semplicemente ascritti.

                Lieto di questa bella corona di affezionati collaboratori, il dolce amico delle anime dei giovani aveva loro promesso che il primo giorno dell'anno avrebbe raccontato un sogno e con questo donata la solita strenna. Egli aveva contemplato, come in visione, così allora ci sembrò; l'avvenire della Pia Società, quello fors'anche di altre Congregazioni religiose, e ciò che riguardava i suoi alunni, presenti e futuri. Ma quanto voleva esporre ai giovani era principalmente il loro stato al cospetto di Dio, poichè tutte le sue parole, come abbiamo visto le cento volte, avevano per iscopo di combattere il peccato [275] con una franchezza scevra di rispetti umani. Obbediva al precetto dato dallo Spirito Santo nell'Ecclesiastico (Capo IV, v. 27, 28): Ne verearis proximum in casu suo; ne retineas verbum in tempore salutis. Cioè: come spiega Mons. Martini: “Non dissimulare, per cattivo rossore, i falli del tuo prossimo; nol risparmiare, non tacere quando colla tua correzione tu puoi salvarlo: fa' uso allora della sapienza che Dio ti ha dato e non la tener nascosta quand'ella dee farsi onore, dando gloria a Dio col procurare la emendazione e conversione del fratello che peccò.”

                D. Bosco adunque, innanzi alla moltitudine de' suoi giovani, così parlò il lunedì a sera, primo giorno del 1866.

                Parvemi di trovarmi poco distante da un paese che all'aspetto pareami Castelnuovo d'Asti, ma non lo era. I giovani tutti dell'Oratorio allegramente si ricreavano in un'immensa prateria; quand'ecco all'improvviso si vedono le acque comparire sui margini di quella pianura, e ci vedemmo da ogni parte circondati da una inondazione, la quale cresceva a misura che si avanzava verso noi. Il Po era straripato e immensi e desolanti torrenti traboccano dalle sue sponde.

                Noi, soprafatti da terrore, la demmo a gambe alla volta di un grande molino isolato, distante da altre abitazioni colle mura grosse come quelle di una fortezza; ed io feci sosta nel suo cortile in mezzo ai miei cari giovani costernati. Ma le acque incominciando a penetrare anche in quell'area, fummo costretti a ritirarci tutti in casa e poi a salire nelle stanze superiori. Dalle finestre si vedeva l'estensione del disastro. Dai colli di Superga alle Alpi, invece di prati, campi coltivati, orti, boschi, cascine, villaggi, città, non scorgeasi più altro che la superficie di un lago immenso. A misura che l'acqua cresceva, noi montavamo da un piano all'altro. Perduta ogni umana speranza di salvarci, presi ad incoraggiare i miei cari, dicendo che si mettessero tutti con piena fiducia nelle mani di Dio e nelle braccia della nostra cara madre Maria.

                Ma l'acqua già era quasi al livello dell'ultimo piano. Allora lo spavento fu universale ed altro scampo non vedemmo che ritirarci in una grandissima zattera, in forma di nave, apparsa in quell'istante, che galleggiava vicino a noi. Ognuno respirando affannosamente voleva essere il primo a rifugiarvisi, ma nessuno osava, perchè non poteasi avvicinare il barcone alla casa a cagione di un muro che emergeva un po' più alto dei livello delle acque. Poteva però prestare un sol mezzo [276] al tragitto un lungo e stretto tronco di albero: ma era tanto più difficile il passaggio in quanto che quel tronco poggiando per l'una estremità sulla barca, moveasi seguendo il beccheggio della barca stessa, agitata dalle onde.

                Fattomi coraggio vi passai per il primo e, per facilitare il trasbordo ai giovani e tranquillarli, stabilii chierici e preti che dal molino sorreggessero alquanto chi partiva, e dal barcone dessero mano a chi arrivava. Ma caso singolare! Dopo un po' di quel lavoro, i chierici e i preti si trovavano così stanchi che chi qua, chi là cadevano di sfinimento; e quelli che li surrogavano correvano la medesima sorte. Meravigliato anche io volli pormi alla prova ed io pure mi sentii così spossato da non potermi più reggere.

                Intanto molti giovani impazienti, sia per timore della morte, sia per mostrarsi coraggiosi, trovato un pezzo di asse lungo abbastanza e un po' più largo del tronco d'albero, ne fecero un secondo ponte e, senza aspettare l'aiuto dei chierici e dei preti, precipitosi stavano per slanciarvisi non dando ascolto alle mie grida.

                 - Cessate, cessate, se no cadrete! - io gridava; ed avvenne che molti, o urtati, o perdendo l'equilibrio, prima di arrivare alla barca, caddero e ingoiati da quelle torbide e putride acque più non si videro. Anche il fragile ponte si era sprofondato con quanti gli stavano sopra. E sì grande fu il numero di que' disgraziati che un quarto de' nostri giovani restò vittima del loro capriccio.

                Io che fino allora aveva tenuto ferma l'estremità del tronco d'albero mentre i giovani vi montavano sopra, accortomi che l'inondazione aveva superato l'ostacolo di quella muraglia, trovai modo di spingere la zattera presso il molino. Qui stava D. Cagliero il quale, con un piede sulla finestra e coll'altro sull'orlo della barca, vi fece saltare i giovani rimasti in quelle camere, dando loro la mano e mettendoli in sicuro sulla zattera.

                Ma non tutti i giovani erano ancora salvati. Un certo numero erano ascesi nelle soffitte e di qui sul tetto, ove si erano aggruppati sul colmo stretti gli uni agli altri, mentre l'inondazione, crescendo sempre senza fermarsi un istante, copriva già le grondaie ed una parte delle sponde del tetto. Ma coll'acqua era pur salita la barca ed io vedendo quei poveretti in così orribile frangente, gridai loro che pregassero di cuore, che stessero zitti, che scendessero uniti, legati insieme colle braccia per non scivolare. Obbedirono, e siccome il fianco della nave era aderente alla grondaia, aiutati dai compagni vennero essi pure a bordo. Qui vedevasi una grande quantità di pani, custoditi in molti canestri.

                Quando furono tutti sulla barca, incerti ancora di uscire da quel pericolo, presi il comando di capitano e dissi ai giovani:

                - Maria è la Stella del mare. Essa non abbandona chi in Lei confida: [277] mettiamoci tutti sotto il suo manto; Ella ci scamperà dai perigli e ci guiderà a porto tranquillo.

                Quindi abbandonammo ai flutti la nave, che galleggiava ottimamente e si muoveva, allontanandosi da quel luogo. (Facta est quasi navis institoris, de longe portans panem suum). L'impeto delle onde agitate dal vento la spingeva con tale velocità, che noi abbracciati l'un l'altro facemmo un sol corpo per non cadere.

                Percorso molto spazio in brevissimo tempo, tutt'a un tratto la barca si fermò e si mise a girare attorno a se stessa con straordinaria rapidità, sicchè pareva dovesse affondarsi. Ma un soffio violentissimo la spinse fuori del vortice. Prese quindi un corso più regolare e ripetendosi ogni tanto qualche mulinello e il soffio dei vento salvatore, andò a fermarsi vicino ad una ripa asciutta, bella e vasta che sembrava ergersi come una collina in mezzo a quel mare.

                Molti giovani se ne invaghirono e dicendo che il Signore aveva posto l'uomo sulla terra e non sulle acque, senza domandarne il permesso, uscirono dalla barca giubilando, e, invitando ancor altri a seguirli, ascesero su quella ripa. Breve fu il loro contento, perchè gonfiandosi di nuovo le acque, per un subito infuriare della tempesta invasero le falde di quella bella ripa, e in breve gettando grida disperate quegli infelici si trovarono nell'acqua fino ai fianchi; e poi capovolti dalle onde scomparvero. Io esclamai:

                - È proprio vero che chi fa di sua testa, paga di borsa.

                La nave intanto in balia di quel turbine minacciava di nuovo di andare a fondo. Vidi allora i miei giovani pallidi in volto e ansanti e: - Fatevi coraggio, gridai loro; Maria non ci abbandonerà. - E unanimi e di cuore recitammo gli atti di fede, di speranza, di carità e di contrizione, alcuni Pater ed Ave e la Salve Regina; quindi, ginocchioni, tenendoci per mano gli uni cogli altri recitavamo ciascuno particolari preghiere. Però parecchi insensati, indifferenti a quel pericolo, quasi nulla fosse avvenuto, alzatisi in piedi e dimenandosi, si aggiravano or qua or là, sghignazzando fra di loro e burlandosi quasi degli atteggiamenti supplichevoli dei loro compagni. Ed ecco che si arresta all'improvviso la nave, e gira con rapidità su se stessa, e un vento furioso sbatte nelle onde quei sciagurati. Erano trenta, ed essendo l'acqua profonda e melmosa appena vi furono dentro, più nulla si vide di loro. Noi intonammo la Salve Regina e più che mai invocammo di cuore la protezione della Stella del mare.

                Sopravvenne la calma. Ma la nave, a guisa di un pesce, continuava ad avanzare senza che sapessimo ove ci avrebbe condotti. A bordo ferveva continuamente e in varie guise un'opera di salvazione. Si faceva di tutto per impedire ai giovani di cadere nelle acque e per salvarne i caduti. Poichè vi erano di quelli che sporgendosi incautamente dalle basse sponde della zattera cadevano nel lago; e ve ne [278] erano altri sfacciati e crudeli che, chiamando alcuni compagni vicino alle sponde, con un urtone li gettavano giù. Perciò varii preti preparavano canne robuste, grosse lenze, ed ami di varie specie. Altri attaccavano gli ami alle canne e li distribuivano a questi e a quelli: altri già si trovavano al loro posto colle canne alzate, collo sguardo fisso sulle onde, e attenti al grido di soccorso. Appena cadeva un giovane le canne si abbassavano e il naufrago si afferrava alla lenza, oppure coll'amo restava uncinato nella cintura o nelle vesti e così veniva tratto in salvo. Ma anche fra i deputati alla pesca alcuni disturbavano e impedivano i pescatori e coloro che preparavano e distribuivano gli ami. I chierici poi vigilavano tutt'intorno per tenere indietro i giovanetti che erano ancora una moltitudine.

                Io stava ai piedi di un alto pennone piantato nel centro, circondato da moltissimi giovani e da preti e chierici che eseguivano gli ordini miei. Fintantochè furono docili ed obbedienti alle mie parole, tutto andava bene: eravamo tranquilli, contenti, sicuri. Ma non pochi incominciarono a trovar incommoda quella zattera, a temere il viaggio troppo lungo, a lamentarsi de' disagi e pericoli di quella traversata, a disputare sul luogo ove avremmo approdato, a pensare al modo di trovare altro rifugio, ad illudersi colla speranza che poco lungi vi fosse terra nella quale troverebbero sicuro ricovero, a dubitare che presto sarebbero mancate le vettovaglie, a questionare fra di loro, a rifiutarmi obbedienza. Invano io cercava di persuaderli colle ragioni.

                Ed ecco in vista altre zattere le quali avvicinandosi sembrava tenessero un corso diverso dal nostro, e quegli imprudenti deliberarono di secondare i loro capricci, di allontanarsi da me e di fare a loro modo. Gettarono nelle acque alcune tavole che erano nella nostra zattera e scopertene altre abbastanza larghe che galleggiavano non molto discosto, vi saltarono sopra e si allontanarono alla volta delle zattere apparse. Fu una scena indescrivibile e dolorosa per me: vedeva quegli infelici che andavano incontro alla rovina. Soffiava il vento, i flutti erano agitati: ed ecco alcuni si sprofondarono sotto di questi che si sollevavano e abbassavano furiosamente: altri furono involti tra le spire dei vortici e trascinati negli abissi: altri urtarono in ostacoli a fior d'acqua e capovolti sparirono: parecchi riuscirono a salir sulle zattere le quali però non tardarono a sommergersi. La notte si fece oscura e buia: e in lontananza udivansi le grida strazianti di coloro che perivano. Naufragarono tutti. In mare mundi submergentur omnes illi quos non suscipit navis ista, cioè la nave di Maria SS.ma.

                Il numero dei miei cari figliuoli era diminuito di molto; ciò non ostante continuando a confidare nella Madonna, dopo un intiera notte tenebrosa la nave entrò finalmente come in una specie di stretto angustissimo, tra due sponde limacciose, coperte da cespugli, e grosse scheggie, ciottoli, pali, fascine, assi spezzate, antenne, remi. Tutto [279] intorno alla barca si vedevano tarantole rospi, serpenti, dragoni, coccodrilli, squali, vipere e mille altri animali schifosi. Sopra salici piangenti, i cui rami pendevano sopra la nostra barca, stavano gattoni di forma singolare che sbranavano pezzi di membra umane; e molti scimmioni che penzolando dai rami si sforzavano di toccare e arroncigliare i giovani; ma questi curvandosi impauriti schivavano quelle insidie.

                Fu colà, in quel greto, che rivedemmo con grande sorpresa ed orrore i poveri compagni perduti, o che avevano disertato da noi. Dopo il naufragio, erano stati gettati dalle onde su quella spiaggia. Le membra di alcuni erano state fatte a pezzi per l'urto violentissimo contro gli scogli. Altri era sotterrato nel palude e non se ne vedevano che i capelli e la metà di un braccio. Qui sporgeva dal fango un dorso, più in là una testa: altrove galleggiava interamente visibile qualche cadavere.

                A un tratto si ode la voce di un giovane della barca, il quale grida:

                - Qui è un mostro che divora le carni del tale dei tali!

                E chiama ripetutamente per nome quel disgraziato, additandolo ai compagni esterefatti.

                Ma ben altro spettacolo presentavasi ai nostri occhi. A poca distanza innalzavasi una gigantesca fornace nella quale divampava un fuoco grande e ardentissimo. In questo apparivano forme umane e si vedevano piedi, gambe, braccia, mani, teste, ora salire ora discendere tra quelle fiamme, confusamente, nella stessa maniera delle civaie nella pentola quando questa bolle. Osservando attentamente, vi scorgemmo tanti nostri allievi e rimanemmo spaventati. Sopra quel fuoco eravi come un gran coperchio, sul quale stavano scritte a grossi caratteri queste parole - -IL SESTO E IL SETTIMO CONDUCONO QUI.

                Là vicino v'era pure una vasta e alta prominenza di terra con numerosi alberi silvestri disordinatamente disposti ove si muoveva ancora una moltitudine dei nostri giovani, o caduti nelle onde o allontanatisi nel corso del viaggio. Io scesi a terra, non badando al pericolo, mi avvicinai e vidi che avevano gli occhi, le orecchie, i capelli o persino il cuore pieno d'insetti e vermi schifosi che li rosicchiavano, e cagionavano loro grandissimo dolore. Uno di questi soffriva più degli altri; voleva accostarmi a lui, ma egli mi fuggiva nascondendosi dietro gli alberi. Altri ne vidi che aprendo pel dolore gli abiti, mostravano la persona cinta di serpenti: altri avevano in seno delle vipere.

                Additai a tutti una fonte che gettava in gran copia acqua fresca e ferruginosa; chiunque andava a lavarsi in quella guariva all'istante e poteva ritornare alla barca. La maggior parte di quegli infelici ubbidì al mio invito; ma alcuni si rifiutarono. Allora io troncando gli indugi, mi rivolsi a quelli che erano risanati, i quali alle mie istanze [280] mi seguirono con sicurezza, essendosi ritirati i mostri. Appena fummo sulla zattera, questa, spinta dal vento, uscì da quello stretto dalla parte opposta a quella per la quale era entrata e si slanciò di nuovo in un oceano senza confini.

                Noi, compiangendo la triste sorte e il fine lagrimevole dei nostri compagni abbandonati in quel luogo, ci mettemmo a cantare: Lodate Maria, o lingue fedeli, in ringraziamento alla gran Madre celeste, di averci sino allora protetti; e sull'istante, quasi al comando di Maria, cessò l'infuriare del vento e la nave prese a scorrere rapida sulle placide onde con una facilità che non si può descrivere. Sembrava che si avanzasse al solo impulso che le davano scherzando i giovani spingendo indietro l'acqua colla palma della mano.

                Ed ecco comparire in cielo un'iride, più meravigliosa e varia di un'aurora boreale, ove passando leggemmo scritta a grossi caratteri di luce la parola MEDOUM, senza intenderne il significato. A me parve però che ogni lettera fosse l'iniziale di queste parole: Mater Et Domina Omnis Universi Maria.

                Dopo un lungo tratto di viaggio, ecco spuntar terra in fondo all'orizzonte, alla quale a poco a poco avvicinandoci sentivamo destarcisi in cuore una gioia inesprimibile. Quella terra, amenissima per boschetti con ogni specie di alberi presentava il panorama più incantevole, perchè illuminata come dalla luce del sole nascente alle spalle delle sue colline. Era una luce che brillava ineffabilmente quieta, simile a quella di una splendida sera d'estate, che infondeva un senso di riposo e di pace.

                E finalmente urtando contro le sabbie del lido e strisciando su di esse la zattera si fermò all'asciutto ai piedi di una bellissima vigna. Si può ben dire di questa zattera: Eam tu Deus pontem fecisti, quo a mundi fluctibus trajicientes ad tranquillum portum tuum deveniamus.

                I giovani erano desiderosi di entrare in quella vigna ed alcuni curiosi più degli altri con un salto furono sul lido. Ma fatti appena alcuni passi ricordandosi della sorte disgraziata toccata a quei primi che s'invaghirono della ripa posta in mezzo al mare burrascoso, frettolosi ritornarono alla barca.

                Gli occhi di tutti erano a me rivolti e sulla fronte di ognuno leggevasi la domanda:

                - D. Bosco, è tempo di discendere e fermarci?

                Io prima riflettei alquanto e poi dissi loro: - Discendiamo: è giunto il tempo: ora siamo in sicuro!

                Fu un grido generale di gioia! ed ognuno stropicciandosi le mani per la contentezza, entrò in quella vigna disposta col massimo ordine. Dalle viti pendevano grappoli di uva simili a quelli della terra promessa e sugli alberi era ogni sorta di frutti che possono desiderarsi nella bella stagione, di un gusto mai più sentito. In mezzo a quella  [281] vastissima vigna sorgeva un gran castello attorniato da un delizioso e regale giardino e da forti mura.

                Volgemmo il passo a quella volta per visitarlo, e ci fu concessa libera entrata. Eravamo stanchi ed affamati ed in un'ampia sala tutta guernita d'oro stava apparecchiata per noi una gran tavola con ogni sorta di cibi i più squisiti, di cui ognuno potè servirsi a piacimento. Mentre finivamo di rifocillarci entrò nella sala un nobile garzone, riccamente vestito, di un'avvenenza indescrivibile, il quale con affettuosa e familiare cortesia ci salutò chiamandoci tutti per nome. Vedendoci stupiti e meravigliati per la sua bellezza e per quella di tante cose già osservate, ci disse: - Questo è niente; venite e vedrete.

                Noi tutti gli tenemmo dietro e dai parapetti delle logge ci fece contemplare i giardini, dicendoci che di quelli eravamo padroni noi per le nostre ricreazioni. E ci condusse di sala in sala, una più magnifica dell'altra per architettura, colonnati e ornamenti di ogni specie. Aperta poscia una porta che metteva in una cappella, ci invitò ad entrare. Di fuori la cappella sembrava piccola, ma appena ne valicammo la soglia, la scorgemmo sì ampia che da un'estremità all'altra appena ci potevamo vedere. Il pavimento, le mura, le volte erano guernite e ricche con mirabile artificio di marmi, di argento, di oro, e di pietre preziose, che io estatico di meraviglia esclamai: -Ma questa è una bellezza di paradiso: faccio patto di rimaner qui per sempre!

                In mezzo a questo gran tempio s'innalzava sovra ricca base una grande, magnifica statua rappresentante Maria Ausiliatrice. Chiamati molti giovani che si erano sparsi qua e là per esaminare la bellezza di quel sacro edificio, tutta la moltitudine si recò innanzi a quella statua per ringraziare la Vergine Celeste dei tanti favori prestatici. Qui mi accorsi dell'immensità di quella chiesa, poichè tutte quelle migliaia di giovani sembravano un piccolo gruppo che occupasse il centro di quella.

                Mentre i giovani stavano mirando quella statua che aveva una vaghezza di fisonomia veramente celeste, ad un tratto essa parve animarsi e sorridere. Ed ecco un mormorio, una commozione tra la folla. - La Madonna muove gli occhi! -esclamarono alcuni. E infatti Maria SS. girava con ineffabile bontà i suoi occhi materni su quei giovanetti. Poco dopo un secondo grido generale: - La Madonna muove le mani. - E infatti lentamente aprendo le braccia essa sollevava il manto come per accoglierci tutti sotto di quello. Le lagrime scorreano per forza di commozione sulle nostre guance. - La Madonna muove le labbra! - dissero alcuni. Si fe' un silenzio profondo; e la Madonna aperse la bocca e con una voce argentina, soavissima ci diceva:

                - SE VOI SARETE PER ME FIGLIUOLI DEVOTI, IO SARÒ PER VOI MADRE PIETOSA!

                A queste parole cademmo tutti in ginocchio ed intonammo il canto: Lodate Maria, o lingue fedeli. [282] Questa armonia era così forte, così soave, che sopraffatto da essa io mi svegliai e così terminò la visione.

 

                Don Bosco conchiudeva:

 

                Vedete, miei cari figliuoli? In questo sogno possiamo riconoscere il mare burrascoso di questo mondo. Se voi sarete docili ed obbedienti alle mie parole e non darete retta ai cattivi consiglieri, dopo esserci affaticati a fare il bene e fuggire il male, vinte tutte le nostre cattive tendenze, arriveremo finalmente sul termine di nostra vita, ad una spiaggia sicura. Allora ci verrà incontro, mandato dalla Madonna SS. chi, a nome del nostro buon Dio, c'introdurrà, per ristorarci delle nostre fatiche, nel suo reale giardino, cioè nel Paradiso, alla amabilissima sua divina presenza. Ma se facendo il contrario di ciò che io vi predico, vorrete scapricciarvi a vostro modo e non dar retta ai miei consigli, farete miserando naufragio.

 

                Don Bosco dava in circostanze diverse e in privato qualche spiegazione specificata di questo sogno, riguardante non solo l'Oratorio, ma eziandio, come sembra, la Pia Società.

                “Il prato è il mondo; l'acqua che minacciava di affogarci, i pericoli del mondo. L'inondazione così terribilmente estesa, i vizii e le massime irreligiose, e le persecuzioni contro i buoni. - Il molino, cioè un posto isolato e tranquillo, ma pur minacciato, la casa del pane, la Chiesa Cattolica. - I canestri di pane, la SS. Eucaristia che serve di viatico ai naviganti. La zattera, l'Oratorio. - Il tronco d'albero che forma il passaggio dal molino alla barca è la Croce, ossia il sacrificio di se stesso a Dio colla mortificazione cristiana. - L'asse messo dai giovani, come ponte più agevole per entrare nella barca, è la regola trasgredita. Molti vi entrano con fini strani e bassi: di far carriera, di lucro, di onori, di comodità, di mutar condizione e stato; costoro sono quelli che poi non pregano e che si burlano della pietà altrui. - I Sacerdoti e i chierici simboleggiano l'obbedienza e indicano i portenti di salvezza che con questa riescono ad operare. - I vortici, le varie e tremende persecuzioni che sorsero e sorgeranno. - L'isola che è sommersa, i disobbedienti che non vogliono star sulla barca [283] e rientrano nel mondo sprezzando la vocazione. - Lo stesso si dica di quelli che cercano di rifugiarsi in altre zattere. Molti caduti nell'acqua porgevano la mano a coloro che stavano sulla barca ed aiutati dai compagni si rimettevano sopra. Erano quelli di buona volontà, che caduti disgraziatamente in peccato si rimettono in grazia di Dio per mezzo della penitenza. - Lo stretto, i gattoni, i scimioni e gli altri mostri sono le rivoluzioni, le occasioni e gli allettamenti alla colpa, ecc. - Gli insetti negli occhi, sulla lingua, nel cuore, gli sguardi cattivi, i discorsi osceni, gli affetti disordinati. - La fontana di acqua ferruginosa, che aveva la virtù di far morire tutti gli insetti e di guarire all'istante, sono i Sacramenti della Confessione e della Comunione. - La fanghiglia e il fuoco sono luogo di peccati e di dannazione. È però da osservarsi che ciò non vuol dire che tutti quelli che caddero nella fanghiglia e più non si videro, e tutti quelli che bruciavano tra le fiamme debbano andar perduti nell'inferno; no! ci liberi Iddio dal dir questo. Ma vuol dire che quelli si trovavano allora in disgrazia di Dio, e se fossero morti in quel momento sarebbero andati eternamente perduti - L'isola felice, il tempio, è la Società Salesiana, stabilita e trionfante. E lo splendido garzone che accoglie i giovani e conduce a visitare il palazzo e il tempio sembra essere un alunno defunto in possesso del paradiso, forse Domenico Savio.

                Da questa ultima frase apparisce che in questo, come in altri sogni di D. Bosco, vi è in generale un senso nascosto che si riferisce principalmente alla Pia Società Salesiana. Anzi dobbiamo notare che contemporaneamente ad ogni fase di un sogno, corrispondevano altre apparizioni diremmo parallele e integranti delle cose descritte. Di queste D. Bosco non credette opportuno parlare. Ciò argomentiamo eziandio dall'aver egli ricordato a D. Giulio Barberis nel 1879, come in questo sogno avesse visto D. Cagliero attraversare delle grandi acque ed aiutare altri a valicarle e che esso e i suoi compagni [284] avevano fatte dieci stazioni. Ei prevedeva i loro viaggi in America. Così pure nel 1885 disse aver inteso come questo sogno avesse relazione con quello fatto nel 1854, che cioè D. Cagliero sarebbe stato Vescovo.

                Al mattino del 2 gennaio i giovani, desiderosi di saper lo stato della loro coscienza, corsero a confessarsi da lui in sagrestia. Ad uno, il quale dopo la confessione domandavagli come e dove lo avesse visto in quel sogno misterioso, rispose:

                - Eri nella barca, e andavi avanti pescando e sei caduto più volte nell'acqua, ma io ti ho tirato fuori e rimesso nella barca.

                - E giunto nel tempio si ricorda ancora d'avermi veduto?

                - Sì, sì, gli rispose sorridente.

                Ad un chierico vercellese che gli domandò in cortile il fatto suo: -Tu disturbavi gli altri e così impedivi la pesca.

                Ad un sacerdote che lo richiedeva della parte che rappresentava in quella scena: - Ti ho visto segregato dagli altri, soletto, serio, in un angolo della nave, tutto occupato a preparare ami colle lenze, che gli altri poi venivano a prendere per pescare. - E aggiunse varie altre cose che venti anni dopo si avverarono in modo meraviglioso, e che qui non fa d'uopo esporre.

                Gli alunni non dimenticarono questo sogno che loro aveva fatto tanta impressione e il giovane Agostino Semeria da Moltedo Superiore ce lo ricordava per lettera il 24 settembre 1883, confermando colla sua descrizione quanto noi abbiamo sopra esposto ed aggiungendo:

                “Mi ricordo eziandio che in una delle sere seguenti, cosa insolita, D. Bosco, ci fece recitare sotto i portici una terza parte del Rosario per i bisogni di Santa Madre Chiesa. Terminata la preghiera, mentre egli inoltravasi in mezzo a noi, accolto con grande festa ed evviva, ci permetteva che lo sollevassimo di peso e lo deponessimo sulla cattedra. Ciò accadeva spesse volte. Lasciati cessare gli applausi, accennò alla [285] gioia che proveranno i giusti nell'approdare alle spiagge dell'eterna felicità, alla pace che gode un cristiano vivendo sempre in grazia di Dio e augurandoci la buona notte ci diceva: - Quando vi spoglierete per mettervi a letto, fatelo con tutta modestia, pensando che Dio vi vede: poscia coricatevi; incrociate le mani sul petto e abbandonandovi nel cuore di Gesù e di Maria prendete riposo.

 

 


CAPO XXIV. Invito al teatro - D. Bosco visita il Collegio di Lanzo - Lettera di D. Apollonio: sua dimora nell'Oratorio per la traduzione in varii dialetti della Bolla Ineffabilis - Difficile spaccio di biglietti della Lotteria in varie provincie - Tristi pronostici per l'anno incominciato - È proposta la nuova legge per la confisca di tutti i beni ecclesiastici: gran funerale in Corte - Preghiere straordinarie nell'Oratorio - Fioretti per la novena di S. Francesco di Sales e della Purificazione di Maria SS. - Due Letture Cattoliche - I tre martiri torinesi: per la cappella di questi nella chiesa di Maria Ausiliatrice il Can. Gastaldi promette un quadro - Il Vescovo di Novara raccomanda in una lettera pastorale le Letture Cattoliche.

 

                I GRAVI pensieri che D. Bosco sapeva istillare in modo meraviglioso nell'anima dei giovanetti, erano sempre alternati con ricreazioni, musiche, ed onesti trattenimenti. Narrato il sogno, abbiamo subito un suo invito ai principali benefattori dell'Oratorio e anche ad altri signori dei quali importava molto al Servo di Dio guadagnarsi la benevolenza.

 

                               Benemerito Signore.

 

                Domenica sera (7) alle ore 6 ½ i giovani di questa casa dànno un piccolo trattenimento teatrale.

                Sarebbe loro ed a me di sommo gradimento se V. S. B. colle persone che giudicasse aver seco ci onorasse di sua presenza. [287]

                Nel fare questo rispettoso invito, le auguro ogni bene dal cielo e mi professo con gratitudine,

                Di V. S. B.

                Torino, 5 gennaio 1866.

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco Gio.

 

                Terminate così le feste natalizie, D. Bosco si recò a far visita al Collegio di Lanzo, ov'erano entrati molti giovani nuovi che non erano ancora da lui conosciuti. Disceso il Servo di Dio in refettorio, a metà della cena si fece serio e voltosi al Direttore gli disse sottovoce:

                - In questo momento, vicino alla pompa, all'entrata del secondo cortile, vi sono due giovanetti che bisogna sorvegliare. Manda subito qualcuno il quale li riconduca in ricreazione cogli altri compagni!

                Il Direttore die’ quell'incarico a un assistente, che ritornò dicendogli: -Al pozzo non vi era alcuno, ma ne vidi due, e li nominò, che in quell'istante si allontanavano. Li interrogai donde venissero e mi risposero: - Dalla pompa.

                Dopo le orazioni il Direttore chiamò a se i due giovani:

                - Che discorsi avete fatto stassera fra voi due?

                - Nessun discorso - risposero tremando.

                - Ebbene, venite con me; D. Bosco vi aspetta; ha qualche cosa da dirvi. - E glieli presentava.

                D. Bosco li fissò un istante, poi disse loro una parola nell'orecchio, che li fece arrossire. Erano alunni novelli venuti da poco tempo dalle loro case, i quali, riconoscendosi colpevoli, gli promettevano di farsi migliori. Il domani a sera, dopo aver confessato quasi tutto il giorno, raccontava il sogno della zattera galleggiante.

                Intanto da coloro che si prestavano a distribuire i biglietti di lotteria, giungevano notizie ed inviti che domandavano il suo consiglio e la sua presenza.

Da Venezia gli scriveva D. Giuseppe Apollonio: [288]

 

Viva Gesù Bambino!

Venezia, lì 2 gennaio 1866.

                               Molto Rev. Don Giovanni,

 

                Accompagnate al nome SS. di Gesù, colla cui festa la Chiesa incomincia il nuovo anno, le mando le mie felicitazioni, i miei augurii. Oh il Signore la benedica, D. Bosco, ed accetti i frutti delle sue apostoliche fatiche in riparazione dei tanti e tanti mali che si commettono in questa nostra povera Italia! Desidero che il Signore le conceda tutte quelle grazie che gli domando per me stesso, desidero che la faccia santo, come si degnò per suo mezzo di far santi que' cari giovanetti di cui si è compiaciuta Vostra Reverenza di mandarmi la biografia. Al qual proposito io la ringrazio con vivo sentimento di gratitudine anche a nome di Mons. Giorda dei carissimi libri che ci fece tenere per mezzo del Console Pontificio Battaggia. Scusi se non le ho scritto prima, ma avendo inteso tempo fa dalla Principessa Elena Vidoni, o da sua figlia, che V. Reverenza era aspettata a Cremona dalle Maddalene, voleva fare un viaggio e due servigi mandandole il danaro de' biglietti ed insieme i nostri ringraziamenti.

                Sono dolentissimo di non aver potuto smaltire un maggior numero di que' listini. Io credo che ci siano poche città come questa, in cui i buoni siano battuti da tante parti per elemosine. Quindi tanto più facilmente si rifiutano, quando si tratta di opere di beneficenza fuori di Stato. Lei avrà già ricevuto tutto dalla famiglia Vidoni.

                Ho ricevuto una carissima lettera delle Maddalene, a cui ho risposto sottoponendo ai loro occhi alcune delle moltissime osservazioni che sono necessarie a farsi riguardo a quell'argomento. La cosa è nelle mani di Gesù, il quale come ha saputo in un anno beneficare l'opera con 39 mila lire austriache, così può appianare tutte le moltissime altre difficoltà che si attraversano all'attuazione di quel progetto......

                Io indegnissimamente prego sempre, sempre, sempre e nella Santa Messa e fuori per V. Reverenza e per le sante opere da Lei dirette; domando un ricambio, cioè che si ricordi di dire qualche volta per me a Gesù, che voglio assolutamente essere tutto suo; che mi dia la grazia di amarlo assai, assai. Se ho questo, non m'importa del resto: - ho tutto!

                Colla massima riverenza e stima mi riprotesto

                Di V. S. M. Rev.

Dev.mo e Oss.mo Servo

GIUSEPPE APOLLONIO.

 

                La prego di partecipare le mie felicitazioni ed i miei rispettosi ossequi a cotesta sua santa famiglia. [289] Quest'ultimo periodo ci dice come Don Apollonio conoscesse i Salesiani e i giovani dell'Oratorio. Infatti nell'anno precedente egli era stato qualche mese in mezzo a loro, ospitato cordialmente da D. Bosco, il quale, benchè indirettamente, avealo aiutato in un'opera che doveva riuscire a gloria di Maria SS.

                L'Abate Domenico Sire, membro della Compagnia di S. Sulpizio, professore e direttore del Seminario di Parigi, aveva ideata la traduzione in tutte le lingue e in tutti dialetti parlati dai cattolici dell'universo, della Bolla Ineffabilis, colla quale Pio IX aveva proclamato dogma di fede l'Immacolata Concezione di Maria SS. La traduzione doveva esser fatta dai fedeli medesimi, che parlavano la favella nella quale doveasi tradurre la Bolla, eseguita dai migliori letterati capaci di volgarizzarla dal latino con fedeltà ed eleganza, copiata a mano da più periti calligrafi in 10.000 e più fogli finissimi di carta o pergamena tutti della medesima misura di 28 centimetri nell'altezza per 22 di larghezza, fregiati dai più valenti miniatori. All'invito dell'Abate Sire tutto il mondo cattolico applaudì e l'opera fu incominciata. Dopo sette anni se non era al tutto finita, era però stata condotta a tal termine da poter essere offerta in omaggio al Papa per l'anniversario secolare del martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo, rilegata in trenta volumi, gioielli d'arte anche per la legatura. Aiutavano lo zelante e indefesso Sulpiziano, a superare le immense difficoltà che presentava l'impresa, moltissimi personaggi di ogni condizione, e fra questi anche D. Apollonio per qualche dialetto dell'alta Italia, a cui anche D. Bosco rese più facile il compito, sia cooperando a quel lavoro, sia mettendolo in relazione coi più distinti letterati del Piemonte.

                Ripigliando il racconto, noteremo che, oltre D. Apollonio, la signora Amalia Fulcini Giacobazzi, il 13 gennaio 1866 da Venezia, Canal S. Gregorio N. 234, faceva sapere a D. Bosco [290] come non avessero i biglietti di Lotteria quello spaccio che si desiderava:

                “Son proprio desolata di sentire dalle lettere che mi arrivano dalle persone alle quali ho affidata la cura di distribuire i biglietti della Lotteria a Parma, Piacenza, Modena e Bologna che non riescono ad esitarne che pochissimi, anzi l'agente di mio padre a Parma ha già riunito tutto il denaro raccolto dalle diverse parti e i biglietti avanzati. Prima di prendere la dispiacente deliberazione di rimandarle i biglietti avanzati, vorrei sentire, M. R. Don Bosco, s'ella ne ha già spediti molti a Vienna, perchè nel caso che non ne avesse inviati in quella città, oppure che pochi, e se il tempo non è troppo ristretto, io potrei cercare di mandarne ad alcune mie conoscenze, per vedere se potessi essere più fortunata che in quelle città dove sperava poter fare un po' meglio. Approfitto di quest'incontro per augurarle, rev. D. Bosco, un buon anno con mille benedizioni celesti …”.

                Da Cremona poi, anche per altri motivi, gli scriveva la Principessa Elena De Soresina Vidoni, il 25 gennaio 1866. Dopo avergli raccomandato una propria figlia la contessa Carolina Mocenigo, inferma, gli faceva sapere: “Le buone monache Sacramentine di Monza la supplicano di andar da loro a benedire la loro cara madre Superiora, la madre Serafina. Non può credere quanto la desiderano... E anche noi teniamo la promessa di una sua visita a Cremona, ed il carnevale è già inoltrato. Quando è che possiamo sperarla? Intanto ci mandi la sua benedizione e faccia la carità di pregare per noi tutti.”

                Non parlava de' biglietti a Lei raccomandati. Lo spaccio di questi finora poco fortunato era da attribuirsi alle condizioni sfavorevoli dei tempi.

                L'anno 1866 era incominciato con tristi pronostici. I dissidii tra l'Austria e la Prussia, dai quali D. Bosco nel febbraio del 1862 temeva il trionfo della rivoluzione con danno di Roma papale, avevano ormai reso inevitabile il conflitto, al [291] quale dovea prendere parte anche l'Italia. Nel dicembre del 1863 egli aveva annunziata la guerra, la fame e la peste e quest'ultima abbiamo visto come incominciasse a far strage in Italia nel 1865; ed ora la guerra era alle porte.

                Ma un'altra sventura stava per sopraggiungere. Il 13 febbraio 1865 il Servo di Dio aveva predetto che la legge della soppressione generale dei conventi non sarebbe passata alle Camere, purchè si pregasse molto. E così, come abbiamo accennato, avvenne, avendola il Ministro ritirata per certe modificazioni volute dai deputati. Ma pur troppo forse le preghiere non erano state sufficienti o fervorose; e fors'anche la giustizia di Dio aveva i suoi fini nel permettere quella soppressione.

                Il 22 gennaio, alla riapertura del Parlamento, il Ministero per bocca del Re, nel discorso della Corona, ripresentava il progetto di legge, ritirato il 28 aprile 1865. Qualcuno doveva ricordare come in simile circostanza nel 1855 si era udito ripetere: Grandi funerali in Corte, ed ora nella notte del 21 al 22 gennaio cessava di vivere in Genova, amatissimo dai cittadini, nell'età di venti anni S. A. R. il Principe Oddone, Duca di Monferrato, terzogenito fra i figli maschi di Vittorio Emanuele II. Era soprannominato la gemma di Casa Savoia! In vero, quanto a pietà e carità cristiana, si era vista in lui rivivere la madre, la Regina Maria Adelaide di santa memoria. Solennissimi funerali ebbero luogo a Genova, a Torino, a Soperga, ove fu sepolto il giovane Principe, accompagnato dal pianto dei poveri da lui sempre generosamente beneficati.

                Nonostante questo lutto, il 31 gennaio la Camera dichiarava urgentissimo il disegno di legge presentato dal Re, e lo commetteva subito alla disanima degli Uffizi. Lo schema disteso in 105 articoli riduceva le diocesi di tutta l'Italia a sole 69: confiscava a servizio dello Stato tutti i beni ecclesiastici, tollerando uno scarsissimo clero e come salariato dal Governo; ed aboliva tutti, senza alcuna eccezione, gli Ordini Religiosi. [292] Per questo motivo D. Bosco aveva raccomandato ai giovani straordinarie preghiere; aveva fatto recitare sotto i portici il rosario, come si è detto nel capo precedente, ed ora proponeva ad essi i seguenti fioretti per la novena di San Francesco di Sales e della Purificazione di Maria SS.

 

NOVENA DI S. FRANCESCO DI SALES

E DELLA PURIFICAZIONE DI MARIA SS.

 

                1° Dio nostro padrone. - Non il demonio, non gli uomini, non noi stessi.

                2° Anima sola. - Se si perde, tutto è perduto.

                3° Perduto per sempre! - Dove andrebbe chi morisse in questa notte?

                4° Che si è fatto per l'anima? Che si vuoi fare? - Esame sul passato.

                5°Gravezza del peccato mortale. - Perchè ci fa nemici di Dio, ci priva del Paradiso, ci condanna all'inferno.

                6° Id. - Ci espone a molti mali anche temporali. Ex. gr. Cacciata di Adamo e di Eva; Lucifero; il diluvio, ecc.

                7° Peccato di scandalo. - Esempio del Salvatore.

                8° Morte certa ed incerta,.

                9° Rimorsi in punto di morte del peccatore.

                10° Pace in punto di morte di chi ben vive. - Savio, Magone, Besucco.

                11° Buona confessione con fermo proponimento.

                12° Buona Comunione con promessa di frequentarla.

                Et haec sunt observanda.

 

                Oltre a ciò, quasi per eccitare la fiducia nell'aiuto dei santi nei giorni tristi che si andavano apparecchiando per la Chiesa, per le popolazioni del Piemonte specialmente, usciva il fascicolo delle Letture Cattoliche del mese di gennaio, scritto dal Can. Lorenzo Gastaldi, e intitolato: Memorie storiche del martirio e del culto dei SS. Martiri Solutore, Avventore ed Ottavio, Protettori della città di Torino, raccolte da un sacerdote torinese. Narrava le grazie singolari che i Torinesi avevano ricevute da questi santi martiri, sia per difesa della loro fede, sia per miracolose vittorie ottenute sopra formidabili eserciti nemici; e dimostrava il bisogno di pregare quei santi Patroni nei [293] tempi presenti. Il dotto scrittore confutava eziandio l'errore dei protestanti riguardo il culto dei Santi. La festa principale di questi tre martiri della Legione Tebea si celebra il 20 gennaio.

                Col suo libro il Canonico veniva anche a dimostrare sopra qual sacro suolo si andava edificando la chiesa di Maria Ausiliatrice, cioè sopra le stesse zolle bagnate dal sangue di questi tre martiri sulle rive della Dora. Al capo XVI scriveva: - “Sarebbe a desiderarsi che nella nuova chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice e che si sta innalzando in Torino nella regione Valdocco, una delle cappelle laterali fosse dedicata a questi tre martiri, in memoria del martirio che essi soffrirono in questi dintorni “; e per questa cappella si offriva egli stesso a far dipingere il quadro.

Viva Gesù!

Via Giulio - Torino, 22 Febbraio 1866.

 

                               M. R. Sig. mio carissimo,

 

                L'altro dì V. S. mi invitava coi suoi soliti modi santamente seducenti a concorrere per l'erezione d'uno degli altari laterali della sua nuova basilica. A tale invito rispondo, che io farò preparare a mie spese il dipinto a olio della grandezza che sarà giudicata necessaria per uno di tali altari, a patto che sia dedicato ai Santi Martiri Solutore, Avventore ed Ottavio, i quali in queste vicinanze versarono il sangue.

                Avrei due giovani da mettere in casa di Lei, uno fabbro-ferraio e l'altro falegname; ma questo ultimo così inclinato alle cose di chiesa che ben potrebbe riuscire un ecclesiastico.

                Preghi per me e credami sempre

Suo aff.mo nel Signore

Can. LORENZO GASTALDI.

 

                L'accennato fascicolo veniva annunziato dall'Unità Cattolica il 1° febbraio:

 

                Vediamo con piacere che queste Letture continuano a prosperare e a diffondersi fra di noi. Esse contano già 14 anni di vita sempre mai vegeta e rigogliosa. E non è molto che abbiamo letto una pastorale [294] di Mons. Gentile, Vescovo di Novara, indirizzata ad animare e il Clero ed il popolo, a lui affidati, a leggere e a far leggere questi cari librettini; ed in vista del vero bene che essi fanno fra il popolo a cui sono destinati noi vorremmo vederli sempre più moltiplicati fra di noi. Il primo fascicolo dell'anno corrente tratta dei santi Martiri Torinesi Solutore, Avventore ed Ottavio, scritto da non meno pia che dotta mano .....

                Intanto la tipografia dell'Oratorio aveva stampato pel mese di febbraio: La perla nascosta di S. E. il Cardinale Wiseman, Arcivescovo di Westminster. - È una magnifica azione drammatica che descrive il ritorno in famiglia e la morte di S. Alessio. - Dal piano di associazione alle Letture Cattoliche, riprodotto in questo fascicolo, si vede come vi erano associati anche in Francia, in Svizzera, in Austria, in Germania.

                Nelle ultime pagine di questo fascicolo D. Bosco faceva stampare l'accennata lettera pastorale di Mons. Jacopo Filippo de' Marchesi Gentile, Vescovo di Novara, in data del 15 di novembre 1865, nella quale il Prelato esponeva ai suoi diocesani il dolore del Santo Padre per l'imperversare continuo della stampa eretica ed immorale, li esortava ad impedirne la diffusione e sopratutto a non lasciarla penetrare nelle loro case e accennava loro come i buoni libri fossero invece sorgente di benedizione e dolce eredità per le famiglie che li accolgono; e soggiungeva:

 

                Molti buoni libri e buoni periodici sono a voi noti, che secondo il vostro zelo potete diffondere nel modo e in quei luoghi dove maggiore ne scorgerete il bisogno. Qui noi ci limitiamo a dirvi una parola in favore dei libretti che si stampano in Torino, sotto il titolo di Letture Cattoliche.

                Questa benemerita pubblicazione si sostiene da tredici anni con grande soddisfazione di tutti i buoni. Sono libri di piccola mole che in forma di dialoghi, racconti, novelle o di altri curiosi ed ameni episodii possono interessare ogni genere di persone, ma specialmente la gioventù che ai nostri tempi si mostra tanto avida di lettura. Lo stile, la dicitura,  la scelta degli argomenti popolari li portano all'intelligenza di tutti. [295] Sono totalmente estranei alla politica, quindi possono essere ammessi in ogni famiglia.

                Il prezzo poi è tanto tenue che ci sembra renderli di facile acquisto a chiunque li desideri. L'associazione importa quindici centesimi mensili.

                Il Sommo Pontefice ha già più volte mandato la sua benedizione ai collaboratori di queste pubblicazioni e ne raccomandò la diffusione come cosa delle più utili e delle più eccellenti. Molti Vescovi le hanno già eziandio promosse nelle rispettive diocesi, e noi giudichiamo di compiere un nostro dovere col raccomandarvi altra volta che facciate quanto potete, perchè si sostengano e si conservino dove già esistono, e siano diffuse in quei luoghi dove non fossero ancora conosciute.

 

                A maggiormente diffondere la buona stampa ogni fascicolo portava annunzi bibliografici di altri buoni libri, vendibili presso la tipografia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales.

 

 


CAPO XXV. La conferenza generale dei Salesiani nella festa di S. Francesco di Sales - D. Bosco assiste negli ultimi momenti il Conte Rodolfo De Maistre - D. Rua scrive in nome di Don Bosco alla Contessa Callori per la stampa di alcuni libri e per bisogno di denaro - D. Bosco a Milano - Benedizioni e guarigioni - Annunzia fatti lontani nel momento che accadono - Testimonianze del suo leggere ne' cuori e predire il futuro - D. Bosco cerca di nascondere i doni soprannaturali - La sua vita apparentemente ordinaria, affabilmente socievole, attira i cuori anche dei mondani - Suoi modi quando aveva a pranzo qualche invitato -E’ ospite a Milano di un avvocato che stringe con lui un'amicizia singolare.

 

                NELLA festa di San Francesco di Sales, celebratasi la domenica di sessagesima, 4 febbraio, i Direttori delle singole case si radunavano nell'anticamera di Don Bosco per la conferenza generale solita a tenersi in questa occasione. Erano presenti tutti i confratelli dell'Oratorio per udire la relazione di uso. Era assente D. Bosco per la morte del Conte De Maistre e in sua vece presiedeva Don Rua.

                Primo ebbe la parola D. Pestarino il quale parlò del nuovo fabbricato per collegio che si innalza a Mornese. Disse la popolazione essere entusiasmata, il Vescovo aver dato licenza di lavorare alla domenica e in questo giorno i muratori continuare [297] le costruzioni gratuitamente, mentre più di 200 persone del paese si affaticano a portar materiali. Il desiderio comune di veder finita l'opera aver stretto con vincoli di unione Parroco e parrocchiani, autorità e amministrati, famiglie e famiglie. I giovani, invece di andare ai balli, unirsi a passar la sera in casa sua, e in chiesa divenire molto frequentata la S. Comunione. Il Signore aver dimostrato con speciali favori di gradire quell'impresa. La ruota di un carro passò sopra il piede di un giovane senza recargli alcun danno. Un fabbro ferraio caduto da un'armatura su di un mucchio di pietre non ne riportò alcuna lesione. La quarta parte del Collegio essere quasi compiuta.

                D. Giovanni Bonetti Direttore del Collegio di Mirabello parlò pel secondo. Disse nel suo piccolo seminario, come in tutte le istituzioni di questo mondo, esservi del bene e del male. Primo male la sua testa rotta; primo bene quella santa volpe del prefetto D. Provera. Bene, la lettura spirituale fatta in comune che serve molto a ravvivar lo spirito. Male, alcuni confratelli che non osservano le regole coll'esattezza prescritta. Fra i giovani fu stabilita una società perchè vi fossero comunioni per turno, oltre le ordinarie, secondo i fini desiderati da D. Bosco.

                Questa parlata destò malumore in qualcuno e specialmente nei chierici di Mirabello. Nelle pubbliche assemblee o lodare o tacere.

                Dopo D. Bonetti parlò D. Lemoyne, Direttore del Collegio di Lanzo. Disse ciò che si era fatto per gli alunni interni, e delle cose da farsi per gli alunni esterni, specialmente per vedere di istituire l'Oratorio festivo. In quanto ai chierici ha il piacere di ripetere ciò che l'anno scorso disse in loro elogio il compianto D. Ruffino.

                D. Rua coronò la conferenza parlando sull'unità che deve regnare in ciascuna casa. - Unità di direzione; tutto resti concentrato nel Direttore; tutto dipenda da lui. Non si critichino [298] i superiori; i giovani imparino dai chierici: se i chierici saranno obbedienti, lo saran pure i giovani. - Unità di spirito: carità; un chierico non parli mai male di un altro chierico; uno aiuti sempre l'altro: sopportarsi a vicenda, amarsi come fratelli. - Unità materiale; nessuno pretenda eccezioni, in camera, in refettorio, nell'assistenza, se non vi sono speciali motivi. - Castità; avere un gran riguardo nel trattare coi giovani. Ricordarci che questa angelica virtù è la nostra gloria e la nostra corona. Mettere in pratica i mezzi che suggeriva S. Filippo Neri per conservare la virtù della castità.

                D. Bosco era andato ad assistere il Conte Rodolfo De Maistre il quale, in età di 75 anni, il 5 febbraio alle 3 pomeridiane spirava in Borgo Cornalense presso Torino nel castello dell'ecc.ma sua sorella, la Duchessa Laval di Montmorency. Era circondato dalla sua famiglia che amava teneramente e da cui veniva riamato con eguale tenerezza di affetto. Figlio del famoso Giuseppe De Maistre, aveva combattuto valorosamente dal 1787 al 1814 per la causa della giustizia: con coscienza ed onore serviva di poi i Reali di Savoia nelle più alte cariche affidategli negli Stati Sardi, e nel 1846 veniva decorato da Re Carlo Alberto dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata. Nel 1853 pubblicava a Parigi in due volumi Le Lettere e gli Opuscoli ammirabili del Conte suo padre, premettendovi alcune pagine biografiche del venerato autore. Aveva mandato al servizio del Vicario di Gesù Cristo e alla difesa della Santa Sede due suoi figliuoli, coraggiosi e amanti del Papa; e pochi giorni prima di morire dava pel danaro di S. Pietro un'ultima offerta di mille franchi. Passava all'eterna pace del Cielo, avendo a fianco del suo letto il Servo di Dio, desideratissimo. Questi era stato suo ospite a Roma nel 1858, e nelle sue stanze aveva lavorato per cominciare presso la Santa Sede quelle pratiche che si riferivano all'approvazione della Pia Società di S. Francesco di Sales. [299] Resi gli estremi onori all'indimenticabile amico e benefattore, consolata la sua cara famiglia, Don Bosco tornava a Torino, e riprendeva le sue occupazioni. Queste erano molte e continue, ma aveva al fianco D. Rua. Parli una lettera caratteristica del suo fido aiutante, diretta alla nobile Contessa Callori.

 

                               Ill.ma Signora,

 

                Con piacere ricevo da D. Bosco l'onorevole incarico di scrivere invece di lui, che è continuamente assediato da molteplici occupazioni, alla S. V.

                Pertanto riguardo al libro sul SS. Sacramento mi lascia a dirle che non ha alcuna difficoltà riguardo al titolo, che andrà bene come la S. V. lo propose.

                Riguardo all'altra opera, con suo rincrescimento Le annunzia che già scrisse una volta a Monsignore; e questi si degnò bensì di rispondere ma non fece. Rescrisse D. Bosco pregandolo a rinviare l'originale, finora però non si ottenne l'intento; di modo che D. Bosco si raccomanda alla S. V. affinchè voglia pur Ella aver la compiacenza di scrivere e far la debita premura a Monsignore, se pur desidera che il detto lavoro possa riuscire di maggior utilità.

                Per passare ad altro, credo che a Lei non sia discaro aver nuove di D. Bosco e de' suoi figli, e però mi prendo la libertà di darlene. Grazie al benignissimo Signore noi godiamo buona salute e allegria, e anche D. Bosco pare che stia meglio, il mal d'occhi non è più venuto a molestarlo; e se non fosse di quel benedetto mal di capo godrebbe quasi perfetta salute.

                Ci siamo adoperati io e D. Cagliero, dietro le caritatevoli premure da Lei fatteci, per cercar modo di liberarnelo. Gli abbiamo dimandato che potremmo fare per lasciarlo riposare di più; qual lavoro gli è più gravoso per vedere di esonerarnelo; gli domandammo pure se qualche rimedio potrebbe giovargli. Egli si mise a ridere e metà scherzando e metà sul serio ci disse: - So ben io che cosa mi potrebbe far bene! - E noi insistemmo per saperlo. Allora egli: - Avrei bisogno di un elexir di 10 marenghi al giorno, ciò servirebbe tosto a mettere a posto il mio stomaco ed il mio capo. - Noi ci guardammo ridendo assieme, e non potendo noi provvedergli tale elexir, pensai di esporre la ricetta alla S. V. affinchè veda se è possibile provvedernelo.

                Del resto la prego di gradire i rispettosi ossequii di D. Bosco, di D. Cagliero e di tanti altri che più da vicino esperimentarono la bontà [300] della Signora Contessa, non che dello scrivente, con cui augurandole buona quaresima godo professarmi con tutta riconoscenza

                Della S. V. Ill.ma,

                Torino, 11-2-1866,

Dev.mo Obbl.mo Servo

Sac. RUA MICHELE.

 

                Nel mese di febbraio di quest'anno 1866 D. Bosco fu a Milano; ed abbiamo qualche cenno di ciò che vi fece.

                In data 20 febbraio scrivevagli la signora Amalia Gnecchi Decio:

 

                Penetrata dal maggior rispetto e venerazione ardisco dirigerle queste mie righe per ringraziarla della bontà che ebbe nel venirci a visitare e nel favorirci di tanti preziosi oggetti che cari ci sono per ogni riguardo. Sabato sera noi abbiamo terminata la santa novena a Gesù Sacramentato e a Maria SS. Ausiliatrice che Ella ci aveva consigliato, ed il giorno prima io aveva ricuperata perfettamente la mia salute, ed anche il mio Carlo aveva provato notabile miglioramento dei suoi vecchi incommodi, per cui non possiamo che sentir viva nel cuore la nostra gratitudine verso il buon Dio e Maria SS. per l'insigne grazia accordataci, e ringraziare altresì Vossignoria per l'interesse che si è preso in nostro favore, e giacchè Ella tanto può sul cuore di Gesù e di Maria coroni l'opera col pregare pei nostri bisogni spirituali... Il mio Carlo la ringrazia ben di cuore del dono fattogli del di Lei bel libro La Storia d'Italia e lo conserverà per di lei memoria. Abbiamo pure ricevuto il pacchetto dei biglietti di Lotteria... e nel spedirgliene l'importo aggiungiamo altre lire 400 per Maria SS. Ausiliatrice. Nella stessa occasione le unisco lire 40 di mio padre, lire 5 di mia sorella e lire 10 di mia cognata che si raccomandano alle di lei orazioni .....

 

                I passi di D. Bosco erano adunque contrassegnati dalle benedizioni di Maria Ausiliatrice, e la fama di santità del Servo di Dio andava crescendo.

                La signora Luigia Barbò scriveva da Milano in data 26 maggio 1866, raccomandando a D. Bosco una sua figlia cieca di un occhio da due mesi, perchè rovesciatasi la carrozza in cui si trovava, i frantumi del cristallo le aveano offesa la pupilla, e soggiungeva: “Già mi sono note delle grazie speciali ottenute anche in cotesta città, di infermi assai [301] aggravati, che col di lei consiglio e preghiere ne rimasero illesi”.

                Nella già citata relazione della Contessa Carolina de Soresina Vidoni Soranzo, interpellata come si è detto da Don Giovanni Garino, leggiamo queste altre notizie:

                “Nel 1866 egli era a Milano in casa di una mia amica e le disse che io aveva dato alla luce una bambina, e così appunto era successo in quell'ora medesima o poco prima. Venendo alcuni giorni dopo da me, gli dissi: - Come ha fatto a sapere che io era divenuta madre di una bambina? Non avevo neppure avuto il tempo di telegrafarle. - Egli sorrise e mi rispose: - Vede che ho fatto l'indovino!

                Un'altra volta che venne a trovarmi, gli dissi: - Sa, Don Bosco, che il fratello di mio cugino Boutourlin, Filippo Migneis, sta male assai! - D. Bosco mi rispose: - Credo che sia morto! - Verificai che in quell'ora era spirato a Civitavecchia.

                Ebbi anche più altre volte prove sicure che egli leggeva nei cuori, avendomi egli detto delle cose che a nessuno io aveva palesato, e predicendomi il futuro che poi a puntino si avverò”.

                Ma nel Servo di Dio nulla appariva di straordinario e di manierato; era di un'umiltà ammirabile, resa più cara dall'aspetto gioviale. Le guarigioni, come era giusto, le attribuiva a Maria SS., e gli altri doni straordinari che poteano in qualche modo sembrar personali sapeva velarli con certe frasi o racconti, che deviavano l'ammirazione di chi non lo avesse ben conosciuto.

                Un giorno vi fu chi alla sua presenza meravigliavasi delle previsioni avverate, dei segreti scoperti, delle cose che egli umanamente non avrebbe potuto conoscere, e D. Bosco esclamò: - Indovino senza saperlo! Un mattino mi trovai in una casa di religiose e una monaca, a me sconosciuta, portandomi il caffè mostravasi troppo affaccendata per la premura di servirmi. Io le dissi: “Marta, Marta, nimis sollicita [302] es”. Non so se s'intendesse di latino, ma certo capì le parole: Marta, Marta; e andava dicendo poi colle consorelle: - Don Bosco è un santo davvero; è un profeta; senza conoscermi ha saputo che io mi chiamo Marta! - perchè tale per l'appunto era il suo nome.

                Similmente nulla era in lui di austero; il suo fare era sempre disinvolto, anzi la sua amabilità gli guadagnava i cuori; e il prestigio della sua santità non cagionava diffidenze o ripugnanze nei mondani, ma la sua conversazione era desideratissima. Questo suo modo di fare gli apriva le porte di tutte le case, e lo rendeva accetto anche agli uomini di principii diversi. Si può dire che D. Bosco fu una di quelle anime che dal Modello Divino seppero trarre mirabile esempio della più bella e serena vita umana. Il più bell'encomio che di lui si possa fare è il medesimo espresso sul conto di S. Teresa dalla sorella di S. Francesco Borgia: “Sia lodato Iddio che ci ha fatto conoscere una santa cui tutti noi possiamo imitare! Il tenore di sua vita non ha nulla di straordinario; ella mangia, dorme, parla, e ride come tutte le altre, senza affettazione, senza cerimonie, alla buona, eppure ben si vede che ella è piena dello spirito di Dio”.

                Un illustre signore così ce lo descrive allorchè, ed avveniva non di rado, invitava a mensa qualche amico o benefattore. “Quando co' suoi sacerdoti recavasi nel refettorio comune, si sarebbe detto l'ultimo di loro. E qual intimo suo compiacimento, quando aveva invitato qualche amico a prendere pasto assieme! Venga con noi, quest'oggi! Venga! Veda; ci sarà appena... ma non completava la frase, e sorridendo graziosamente, faceva il gesto dell'allargar le mani, quasi a dire, che bisognava accontentarsi di quello che il convento avrebbe dato. Ma nessuno può immaginarsi quale consolazione si provasse mescendo il sale con D. Bosco. Inter pocula il suo discorso era un po' più accalorato, perchè vi prendevano parte anche gli altri commensali, ma la parola di D. Bosco era [303] più di ogni altra faceta e interessante co' suoi racconti. Sobrio e parco, era misuratissimo: non dissentiva però dal porre in tavola un gocciolo di quel vecchio, che era lieto di offrire al suo invitato, per dimostrargli la sua soddisfazione di averlo commensale: compiacimento che poi chiosava colla solita rubrica: Ci perdoni, se per quest'oggi ha dovuto fare un po' di penitenza! Ma lei ci ha onorato e basta! Proprio così, o buono e vecchio amico!”.

                Guadagnati dalle belle maniere, tutti i giorni andava accrescendo il numero de' suoi amici: e nel 1866, e precisamente a Milano, egli fece più stretta conoscenza coll'avvocato Comaschi.

                Era il Comaschi di principii così detti liberali, e presidente o patrono della società de' cappellai. A nome di questa si era presentato al generale Garibaldi, mentr'era di passaggio in Milano; e l'eroe dei due mondi si era compiaciuto di quell'omaggio e gli aveva dato in dono il proprio cappello. L'avvocato lo collocò nel salotto sotto una campana di vetro e con vero orgoglio lo faceva ammirare da tutti i suoi visitatori.

                Venuto a Torino nel 1859 per patrocinare una sua causa, udì parlare di D. Bosco e volle vederlo. Accompagnato da un altro avvocato, venne all'Oratorio e il Servo di Dio li accolse con la sua incantevole cortesia, intrattenendosi specialmente coll'altro avvocato che già conosceva. Il Comaschi parlò poco, ma osservò attentamente, e restò così ammirato del Venerabile, che poi disse: - Ma D. Bosco non mi sembra un prete come gli altri! - Da quel punto fu compreso per lui da un affetto e da una riverenza indescrivibile. Tornò un giorno nell'Oratorio per vedere D. Antonio Sala, presso il cui villaggio aveva la sua villeggiatura in Brianza; ed avendo visto nella porteria un ritratto di D. Bosco: - Come! disse, non avete altro posto da mettere D. Bosco? Sapete chi è Don Bosco? - e fece al portinaio sbalordito una predica in tutta forma. [304]

                Nel 1866 adunque, avendo saputo che D. Bosco si trovava a Milano, lo invitò a pranzo in casa sua. Don Bosco accettò. L'avvocato era fuori di sè dalla gioia nel sedersi a mensa; e il Servo di Dio, che sapeva adattarsi a tutti gli umori, tenne desta l'ilarità dei convitati col noto racconto di quel signore tedesco Dehuc venuto in Italia per andare a Roma. - A que' tempi non c'erano ferrovie e perciò si viaggiava in carrozza facendo varie fermate per riposare. Il Dehuc era amante della birra, ma preferiva il vino e di quel migliore; ed essendo ricchissimo si faceva precedere per qualche giornata di viaggio da una sua staffetta, che in ogni paese ove giungeva ne assaggiava il vino, e se lo trovava buono scriveva con un pennello sulle pareti esterne della locanda: est! se migliore est! est! se ottimo est! est! est! E il padrone lo seguiva facendo tappe più o meno lunghe secondo la bontà del vino: talora era una notte sola, talora erano più giorni, e non erano rare le ubbriacature. Giunse finalmente a Montefiascone ed avendo vista su d'una locanda la scritta est! est! est! saltò giù dalla vettura, affittò una stanza, e prese una sbornia così solenne e potente da crepare. E infatti se ne andò all'altro mondo. Il servo lo fece deporre in una magnifica tomba con un'iscrizione che diceva la causa della sua morte: Est! est! est!... sed propter nimium est Herus meus Joannes Dehuc mortuus est! e nel coperchio ordinò si praticasse un foro dal quale si potesse ogni anno, nell'anniversario della sua morte, intromettere alcune misure di vino per irrorarne le ossa. - La vivacità colla quale D. Bosco raccontò quest'aneddoto fu tale da non potersi più dimenticare.

                Il Servo di Dio cercava di guadagnarsi le simpatie di molti per poterne trarre le anime al Signore. L'avvocato Comaschi lo invitò con vivissime insistenze a recarsi ad alloggiare presso di lui ogni qualvolta andasse a Milano, dicendo che lo faceva padrone di casa. E D. Bosco ebbe cara l'offerta ospitalità, ma quanto più l'avvocato aveva occasione di trattare [305] con lui, tanto più diveniva migliore, e a poco a poco mutò idee, il cappello di Garibaldi non ebbe più il posto di onore, ma l'ebbero invece due lettere autografe del Servo di Dio, inquadrate in aurea cornice. Non si può credere quanto divenisse amico ed ammiratore di D. Bosco. Non permise mai che la stanza che aveva destinata a lui fosse occupata da altri, ma la riguardò sempre come un santuario, ove conservava tutto ciò che il Venerabile aveva adoperato alla sua mensa, non permettendo che bicchieri, tovaglioli, e asciugamani fossero lavati. E finchè visse, egli li venerò come reliquie di un santo.

                Così ci attestava D. Lorenzo Saluzzo, che n'udì il racconto dagli stessi parenti del Comaschi.

 

 


CAPO XXVI. Una predizione che avrà compimento dopo tre mesi e mezzo - Pratica presso il Ministero della Pubblica Istruzione per la dispensa dal comprovare con titoli legali l'idoneità degli insegnanti nell'Oratorio - Supplica di D. Bosco al Ministro - Raccomandazioni del Sindaco e del Prefetto di Torino - Risposta del Ministero trasmessa dal Prefetto a D. Bosco - Lettera di Pio IX a D. Bosco - Il ricordo dell'Oratorio di un antico allievo; desiderii di D. Bosco pel bene dei giovani; un sogno: una visita nelle camerate; annunzio della vicina partenza di un alunno per l'eternità e morte avvenuta - Un altro sogno: il demonio che disturba le confessioni e le Comunioni - Un altro fascicolo delle Letture Cattoliche.

 

                DON Bosco ritornava a Torino per finire con i suoi alunni santamente e allegramente il carnevale (13 febbraio) e una sera dei primi giorni di quaresima annunziava che dopo tre mesi e mezzo un alunno sarebbe stato chiamato all'altra vita: Estote parati!

                Intanto si adoperava per tentare l'attuazione di un progetto, che sapeva di riuscita problematica, ma tentare non nocet.

                D. Bosco aveva un'idea fissa, che vagheggiava. Era certo che i suoi collegi e quindi le sue scuole si sarebbero moltiplicate in modo meraviglioso, ma vedeva anche la difficoltà di poterle sostenere con professori che avessero tutti i titoli [307] voluti dalle autorità scolastiche. Benchè avesse fatto prendere ai suoi un certo numero di lauree e di diplomi, e altri si preparassero per rendersi idonei all'insegnamento, non s'illudeva coll'escludere la possibilità che parecchi lo avrebbero abbandonato per farsi una posizione indipendente nelle scuole civiche e governative. Negli stessi esami il Rettore dell'Università e il Preside nelle Commissioni esaminatrici si erano dimostrati avversi a quelli che sarebbero rimasti nell'Oratorio. Abbiam narrato il modo col quale erasi cercato d'impedire che fossero ammessi all'Università nel 1863, e l'opposizione al Provveditore Selmi che nel 1864 aveva autorizzato temporaneamente insegnanti senza patenti a fare scuola di ginnasio nell'Oratorio. Nel 1865 quest'opposizione, che sordamente continuava, fu fatta cessare alquanto dal Sindaco di Torino Galvagno, il quale aveva raccomandato molti giovanetti a D. Bosco, che li aveva accettati nell'Ospizio. Tuttavia, come abbiamo narrato non si era voluto sulle prime concedere l'esame di laurea a D. Francesia sul fine del terzo anno di lettere, mentre simile favore avevano ottenuto più altri; a D. Durando, benchè per motivi diversi, il Preside della Commissione rifiutava l'idoneità per l'insegnamento della Rettorica, e solo dopo alcuni mesi si rassegnava a dargli il diploma per ordine espresso del Ministero; Don Rua che aveva subito lo stesso esame in scritto, non era stato ammesso al verbale, perchè non si volle riconoscere legale un documento. D'altra parte è da notare che nelle scuole governative, molti professori insegnavano per solo decreto reale, altri senza avere alcun diploma, ed altri titolari con diploma si facevano sostituire da un maestro non patentato.

                Per questo lato adunque erano per D. Bosco tempi di lotta continua; tanto più, che anche nei momenti di tregua apparente egli conosceva le intenzioni e le trame di chi l'osteggiava. Della gravità di questa lotta fece indiretta testimonianza il Grande Oriente della Framassoneria ufficiale di [308] Torino, il quale sul finire del 1865, incontrando D. Bosco, gli disse: - Lo fanno sudar bene, povero D. Bosco! ma darò ordine che lo lascino in pace. - E parve che l'effetto corrispondesse alla sua promessa.

                Senonchè il Servo di Dio aveva già maturato il suo progetto. In quest'anno nell'Oratorio alcuni insegnanti del ginnasio facevano scuola senza diplomi, poichè i professori titolari si trovavano occupati in altri gravi uffizi. Il Regio Provveditore si era contentato, senz'altro, della solita dichiarazione o statistica annuale, ma ciò non poteva durare; ci voleva un tentativo risoluto che almeno svincolasse l'Oratorio da ogni legame; ci voleva il coraggio di un colpo di Stato.

                - Ho tutti gli oneri di un padre di famiglia, pensò Don Bosco e perchè non debbo averne i diritti secondo la legge?

                Si consultò col Sindaco Galvagno, il quale, benchè appartenesse al partito dirigente in Italia, approvò la sua idea e promise di aiutarlo. Sicuro di questo appoggio, D. Bosco indirizzava una supplica al Ministro della Pubblica Istruzione, Domenico Berti.

 

                               Eccellenza,

 

                Credo essere noto a V. E. come da 25 anni in Torino esistano i così detti Oratorii maschili. Consistono essi in appositi locali destinati a raccogliere nei giorni festivi i giovanetti più pericolanti, che dai varii paesi dello Stato intervengono a questa città, e per trattenerli ivi con piacevole ed onesta ricreazione dopo aver compiuto i loro religiosi doveri. Vi sono quattro Oratorii di questo genere, dove si radunano anche più migliaia di ragazzi; e mentre loro è somministrata l'istruzione elementare si ha pure massima cura che ciascuno possa lungo la settimana essere collocato presso qualche padrone. Ma nella moltitudine se ne incontrano di quelli che sono così poveri e privi di assistenza, che forse tornerebbe inutile ogni sollecitudine se non venissero accolti in qualche casa in cui siano alloggiati, istruiti, vestiti, ed avviati a qualche mestiere, con cui a suo tempo possano onestamente guadagnarsi il pane della vita. Di qui incominciò la casa, detta Oratorio di S. Francesco di Sales, ove presentemente sono raccolti circa ottocento giovanetti. Tutti hanno qui regolarmente la scuola serale elementare [309] con altri studii loro addatti. Lungo il giorno poi una parte è occupata a varii mestieri, come sono calzolai, sarti, falegnami, ferrai, legatori da libri, tipografi, compositori, e simili. Altri poi cui la Povvidenza fornì speciale attitudine alle scienze soglionsi destinare allo studio secondario. Costoro riescono compositori nello stabilimento od in altre tipografie; parecchi conseguiscono il diploma per l'insegnamento ginnasiale; alcuni in fine intraprendono altre carriere, cui mercè possono in breve spazio di tempo giungere a procacciarsi onesto sostentamento.

                Queste scuole pel passato furono sempre considerate come opere di zelo e di carità, perciò il sig. Ministro della pubblica istruzione in più occasioni le raccomandò, le incoraggì, e fra le altre cose compiacevasi di significare all'esponente che quel Ministero desiderava di concorrere con tutti quei mezzi che erano in suo potere affinchè queste nostre scuole avessero il maggior loro sviluppo[9]. I maestri furono il Direttore coadiuvato da alcuni allievi dello stabilimento, ed anche da persone esterne; ma tutti lavoravano gratuitamente. Perciò i Regi Provveditori agli studi per lo spazio di oltre venti anni, prestandosi in senso il più favorevole, lasciarono piena libertà di insegnare quei rami scolastici che si giudicavano più opportuni pel bene dei giovani, senza badare se il maestro fosse o no patentato. Solamente da qualche anno il Regio Provveditore, sebbene in modo assai benevolo, considerando questo stabilimento soltanto come pubblico ginnasio-convitto, vorrebbe sottomettere queste scuole a tutte le leggi e discipline con cui sono governati e diretti i pubblici collegi, e fra le altre cose vuole che gl'insegnanti delle rispettive classi presentino i loro diplomi o titoli equivalenti. Ora non potendosi se non con dispendio provvedere tali maestri incompatibili, perchè lo stabilimento è totalmente gratuito, sarebbe nel pericolo di dover cessare, con danno grande di tanti figli del basso popolo che pure hanno ingegno e volontà, di fare i corsi secondarii che loro aprirebbero la strada per guadagnarsi da vivere onoratamente.

                Dopo tale esposizione io prego rispettosamente la E. V. che:

                1° In considerazione dell'art. 251 della legge sulla pubblica istruzione in cui è fatta facoltà ai padri di famiglia ed a chi ne compie le veci di far dare ai loro figliuoli o congiunti l'istruzione secondaria prosciolta da ispezione per parte dello Stato;

                2° dell'art. 356 che dispensa le persone, che insegnano a titolo gratuito ai poveri fanciulli delle scuole elementari o tecniche dal far constare la loro idoneità;

                3° in considerazione eziandio di quanto V. E. pronunciava testè [310] nella Camera dei deputati con cui proclamava voler concedere ogni possibile facilitazione alla libertà dell'istruzione; prego, dico, V. E.: che voglia considerare il Direttore di questo stabilimento come padre dei giovani ivi ricoverati, cui realmente provvede quanto loro è necessario per la vita materiale e morale; che l'insegnamento è totalmente gratuito ed amministrato a giovani poveri che non hanno altro mezzo per procurarselo; che sarebbe un gran beneficio materiale e morale qualora si potesse liberamente somministrare l'istruzione secondaria a questi giovani secondo la loro capacità e bisogno.

                Quindi si conceda al Sac. Bosco Giovanni direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, coadiuvato da caritatevoli persone, di compartire l'istruzione secondaria ai poveri giovani ricoverati in detto stabilimento in conformità degli articoli mentovati, cioè dispensarli dal far constare la loro idoneità all'autorità scolastica, siccome per oltre a ventitre anni si è praticato.

                Questo favore non ridonda a favore di alcun privato, giacchè le scuole sono gratuite e gli insegnanti si prestano gratuitamente, ma torna a totale vantaggio di poveri fanciulli, i quali non potrebbero in verun altro modo coltivare l'ingegno che il Signore si degnò loro concedere.

                Il desiderio da V. S. in più occasioni dimostrato di coadiuvare il libero insegnamento mi fa sperare che sarà preso in benigna considerazione quanto è qui esposto, e che i giovanetti di questo stabilimento avranno un motivo di più per offrirle gli atti della più sentita riconoscenza loro. Mentre invoco le benedizioni del Cielo sopra di Lei, ho tanto onore di potermi professare,

                Dell'E. V.

                Febbraio 1866.

Sac. Bosco GIOV