Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. VII, Ed. 1909, 905 p.

 

 

 


PROTESTA DELL'AUTORE

 

                Conformandomi ai decreti di Urbano VIII, del 13 marzo 1625 e del 5 giugno 1631, come ancora ai decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiaro solennemente che, salvo i domini, le dottrine e tutto ciò che la Santa Romana Chiesa ha definito, in tutt'altro che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendo di prestare, nè richiedere altra fede che l'umana. In nessun modo voglio, prevenire il giudizio della Sede Apostolica, della quale mi professo e mi glorio di essere figlio obbedientissimo.

 

 


CAPO I. 1862 Guarigione di D. Bosco - Le strenne della Madonna ai giovani dell'Oratorio - Un registro che può spiegare un fatto sorprendente - Una curiosità delusa - Consegna delle strenne e loro effetto - Tenore di alcune strenne - Due testimonianze.

 

                Gloria filiorum, patres eorum: Nostra gloria, D. Giovanni Bosco! Giorno memorabile il 24 luglio 1907, nel quale la Santa Madre Chiesa lo ha dichiarato VENERABILE SERVO DI DIO! Egli, il servo buono e fedele, che ha saputo trafficare i talenti a lui consegnati. I suoi pensieri, i suoi affetti erano all'unissono con quelli del suo Signore, del quale sta scritto ne' libri sacri: Misericordiam et veritatem diligit Deus. Infatti tutte le opere di D. Bosco furono misericordia e verità, non quali piacciono al mondo, ma tali da meritarsi il premio eterno. “Se piacessi agli uomini, così San Paolo ai Galati, non sarei servo di Cristo”. Ed è questo il ricordo che infinite volte D. Bosco ripeteva ai suoi alunni colle parole di Tobia: - Servite di cuor verace il Signore e studiatevi di fare quello che piace a lui.

                Ciò premesso, torniamo a rivedere il nostro Venerabile in atto di dar prova di ciò che abbiamo asserito, notando, a nostro modo di giudicare, come quel Dio che ama la verità, svelasse a lui gli ignoti e occulti misteri di sua sapienza. [2] Sul fine del sesto volume di queste Memorie abbiamo scritto, che dopo le feste Natalizie, egli, infermo di risipola, aveva per alcuni giorni tenuto il letto. Alzatosi però il 31 dicembre, alla sera, contro il parere di tutti, che temevano una recrudescenza del male, era sceso nel parlatorio per salutare tutti i suoi cari giovani ivi radunati e porgere loro consigli per l'anno 1862 come strenna generale. Nello stesso tempo aveva promesso di dare a ciascuno di essi, il domani, un'altra strenna particolare, meravigliosa, straordinaria.

                Spuntò il primo gennaio 1862, e, ciò che in questo giorno accadde lo raccogliamo dalle cronache di D. Ruffino e di D. Bonetti, le quali vanno intieramente d'accordo.

                “Al suono della levata, ovvero dell'Ave Maria, D. Bosco ricevette il comando (ciò asserì egli stesso, ma non volle dire da chi) di andare immediatamente in chiesa a celebrare la santa Messa. Così fece. Dopo venne in refettorio a prendere il caffè: andò pure a pranzo cogli altri; e certo della guarigione mandò via tutte le medicine e licenziò il medico.

                Non si può descrivere la commozione, cagionata dalla promessa di D. Bosco, che intanto agitava tutti i giovanetti. Con quale impazienza passarono la notte dal 31 dicembre al primo gennaio, ed il giorno seguente! Con quale ansietà aspettarono la sera per udire quanto loro avrebbe detto il buon padre!

                Finalmente dopo le orazioni i giovani in silenzio profondo attesero D. Bosco, il quale salita la cattedra svelò il mistero e disse: - la strenna che vi dò non è mia. Che direste se la Madonna stessa in persona venisse ad uno per uno di voi a dirvi una parola? Se Ella avesse preparato per ciascuno un suo biglietto per indicargli ciò di cui egli più abbisogna, o quello che Essa vuole da lui? Ebbene, la cosa è appunto cosi. La Madonna dà a ciascuno una strenna!

                Prima di tutto però io voglio mettervi alcune condizioni. La prima si è che non si divulghi il fatto fuori di casa, perchè [3] io potrei essere compromesso; la seconda è questa: chi vuole credervi vi creda: se poi qualcuno non vuole credere, stracci il suo biglietto e non ci dia retta: ma non se ne burli per niente, si guardi dal metterlo in ridicolo.

                Veggo che alcuno vorrà sapere e domanderà: - Come è avvenuto questo? La Madonna ha scritto essa i biglietti? La Madonna in persona ha parlato a D. Bosco? D. Bosco è il segretario della Madonna ? - Io rispondo: non vi dico niente di più di ciò che vi ho detto. I biglietti gli ho scritti io, ma come ciò sia avvenuto non lo posso dire: nè vi sia alcuno che si prenda l'incarico d'interrogarmi, perchè mi metterebbe negli imbrogli. Ciascuno si contenti di sapere che il biglietto viene dalla Madonna.

                È una cosa singolare! Sono più anni che domando questa grazia e finalmente l'ho ottenuta. Ognuno di voi perciò consideri quell'avviso come se procedesse dalla bocca stessa di Maria Vergine.

                Venite dunque in mia camera e darò a ciascuno il proprio biglietto. Mi raccomando che ciascuno legga il suo, lo comunichi anche ad un suo amico, lo stracci anche, se vuole, dopo d'averlo letto, ma si prenda guardia dal metterlo in burla.

                Tuttavia vi esorto a conservarlo con gran cura, perchè io non ne posso tener copia. Vi assicuro che neanche io so quel che vi è scritto su ogni singolo biglietto e quale appartenga ad ognuno di voi in particolare. Io li ho scritti sovra ad un quaderno; accanto al biglietto avvi il nome di ciaschedun giovane; taglio il biglietto e non tengo altro che i nomi, dimodochè chi lo perde o dimentica tutto è finito, nessuno ne sa più nulla. Siccome la cosa è molto lunga, così in questa sera potranno passare in mia camera tutti i preti, i chierici, ed anche i filosofi secolari. Dormite bene”. -

                I chierici, i preti, i salesiani laici accompagnarono Don Bosco in sua camera ed ebbero, parte la stessa sera, parte nella seguente, le primizie di quelle strenne preziose. D. Bonetti [4] ricevuto il listino di carta a lui intestato, lesse: Accresci il numero de' miei figli. - Tosto trascrisse nella sua cronaca tale raccomandazione e vi aggiunse: - “Voi intanto, dolcissima Mamma mia, che mi deste un sì caro consiglio, datemi pure i mezzi per metterlo in esecuzione, e fate che io accresca veramente questo bel numero, ma che vi sia io pure compreso. - 2 - 1862”.

                Ma che cosa era dunque succeduto in quella notte memorabile? Che cosa aveva visto D. Bosco?

                Il quaderno cui D. Bosco accennava, che si conserva negli archivii e noi attentamente abbiamo esaminato, consiste in un grosso e vecchio registro in foglio, ossia centone di sue memorie autografe senza ordine. In primo luogo vi sono qua e là notate le pattuite rette mensili già soddisfatte; e le somme sborsate ai creditori dell'Oratorio nel 1853, 1854 e 1855. Poi si leggono i voti che molti ricoverati meritarono per studio, profitto nell'arte e condotta in varii anni, e i motivi pei quali alcuni furono licenziati dalla Casa. Vi è l'elenco dei nomi degli alunni, anno per anno, che furono nell'Oratorio dal 1853 al 1858, e mancano interamente quelli degli accettati dal 1859 al 1862.

                Ora, esaminando il complesso di questo registro, si può ragionevolmente riprodurre ciò che accadde e che da Don Bosco non si potè sapere. Egli si trovava seduto al tavolino prima della mezzanotte, quando un'improvvisa apparizione e un comando gli fece dar di piglio in fretta al primo quaderno che gli venne alla mano. Quindi scrisse sotto dettato currenti calamo il nome di tutti i giovani e di tutte le altre persone, che si trovavano nell'Oratorio, ma senza alcun ordine alfabetico. A mano a mano che era scritto un nome, scriveva la strenna corrispondente che gli veniva suggerita: nome e strenna erano contenuti sempre in una sola riga. Tali righe occuparono un venti e più fogli da una sola parte, e a salti, perchè alcune pagine erano già interamente, ovvero per [5] metà ingombre. Sono 573 sentenze, o motti od avvisi, che si vogliano chiamare, intorno a cosa da praticarsi, o da fuggirsi, precisi, diversi, adattati al bisogno di ciascheduno; incoraggiamento ai buoni, rimproveri ai cattivi o ai trascurati. È  un lavoro non indifferente, e diremmo una cosa impossibile in una notte, pensare avvisi singolari e così a proposito. Si comprende che se la sua mano scriveva, un'altra era la mente che dettava. Infatti, come vedrassi, certe strenne svelarono segreti da far meditare coloro che le ricevettero.

                Un caso strano accadde in quei giorni. Come D. Bosco ebbe annunziato che aveva una strenna così sorprendente da distribuire, dall'annunzio alla distribuzione completa passò qualche giorno. Quindi due giovani discoli (cosi narrò più volte D. Bosco) congiurarono di andare nella camera del Superiore, quando esso ne fosse uscito, per involargli il quaderno, osservare se nulla vi fosse sul loro conto, o almeno per leggere le strenne prima che fossero distribuite. Erano spinti da un po' di malignità, o curiosità, o desiderio di mettere in burla i compagni, conosciuti i loro segreti. E tanto fecero che riuscirono ad avere in mano quel quaderno. Avidamente voltarono e rivoltarono le pagine, ma con loro sorpresa le videro tutte bianche: perciò riposero il quaderno al suo posto, senza aver potuto scoprire proprio nulla. Don Bosco narrò poi a tutti i giovani radunati come quei due curiosi fossero stati puniti da Dio, D. Berto Gioachino, anni dopo, udì confermare eziandio la stessa cosa, dalla sua bocca.

                I giovani intanto si affrettavano ad affollarsi, con una certa qual ansietà, sulla porta della camera di D. Bosco, per ricevere il proprio biglietto.

                Grandissima fu l'impressione che destò questa strenna e il bene che produsse non si può immaginare, In quei giorni, chi era fuori di sè dalla gioia, chi era pensieroso, chi piangeva, chi se ne stava solitario. Qualcuno fece vedere la propria strenna ai compagni, ma altri la tennero gelosamente nascosta. [6]

                Il Chierico Ruffino Domenico si diede premura di raccogliere quel maggior numero di biglietti che potè per tracopiarli e tenerne memoria: e 48 si arresero alle sue preghiere. Gli altri 525, fatta una piccola eccezione, che diremo più sotto, o non furono richiesti, o tennero per sè il misterioso biglietto; e sicuramente fra questi vi erano i più caratteristici, i più chiari, o per profezia minacciosa, o per rivelazione di coscienza. L'accostarsi continuo della folla di giovani al tribunale di penitenza fu il primo effetto della strenna.

                Ecco il tenore dei biglietti raccolti e conservati. In alcuni, per i dovuti riguardi, sostituiremo i nomi con lineette.

                D. Alasonatti - Colla pazienza e col coraggio aumenterai il numero de' miei figli.

                Rua - Ricorri a me con fiducia nei bisogni dell'anima tua.

                Durando - Il mondo vuole darti l'assalto.

                Provera. - Colla benignità mi farai molti figli.

                Dassano. - Il mondo ti riempie il cuore di terra.

                Costamagna. - Prendi norma dai buoni nell'operare.

                Perino. Confida in me che sono tua madre.

                Pelazza. Cercati un vero amico, e, quando l'avrai trovato ascoltalo in tutto ciò che ti dice.

                Cottino. - Perchè ricorri così di rado a me?

                Ruffino. - Pratica e promuovi la virtù dell'umiltà.

                Boggero. - Fa santi i tuoi discorsi.

                Pellegrini. - Pazienza, Pazienza! Ma bisogna unirla colla carità e col fervore.

                Parigi. - Fa coraggio a perseverare; spera più in me che negli aiuti umani.

                Momo. - Pratica l'umiltà e sarai caro a me ed al mio Figlio.

                Chiapale. - Non sai ancora che cosa sia l'ubbidienza.

                Buratto. - Rifletti su te e ricorri a me.

                Perucatti Giacinto. - Pensa che le spine in vita sono rose in morte. [7]

                Chiariglione. - In tutto quello che fai pensa se hai di mira la gloria di Dio.

                Arcostanzo. - Non si va in Paradiso in mezzo alle delizie.

                Galetti Felice. - Perchè non dai ascolto a chi ti vorrebbe rendere felice?

                Mona. - Più fatti e meno parole.

                Quattrocolo. - Hai alcuni confidenti pericolosi: confida più in me che in essi.

                Damiasso I. - Puoi fare e non fai: allontana da te l'accidia.

                Damiasso II. - Se non ricorri più spesso a me lavori invano per l'anima e pel corpo.

                Capello. - Guardati da non tornar indietro; prega meglio.

                Galliano Matteo. - Lavora di più pel cielo e ti avanzerai nello studio.

                Rebuffo. - Se confidi in te guasti tutto. Confida più in me ed in chi ti guida.

                Baietto. - Perchè temi tanto la fatica? Non ti sarà ricompensata? Confida più in me.

                Perazza (esterno). - Lavori invano per l'anima e pel corpo se non ti cerchi un buon consigliere.

                Macocco. - Accostati spesso al pane degli angioli e acquista la regina delle virtù.

                Mosselli. - Se fai quanto puoi io ti aiuterò; ma prega meglio.

                Protti. - Il paradiso non è fatto per i poltroni: perchè scialacqui tanto tempo?

                Ansaldi. - Coraggio! cibati spesso del pane dei forti, e ricorri spesso a me.

                Panetti. - Perchè ricorri cosi di rado a me?

                Peire. - Sii più assiduo al tuo dovere e pregami più volentieri.

                Demagistris Ignazio. - Non occupi tutto il tuo ingegno: la virtù ne perde, e l'anima? [8]

                Ghella. - Se non puoi primeggiare nello studio, lo puoi nella pietà.

                 - C.C.C.

                 - Non perdere la più bella delle virtù.

                 - Il mondo ti riempie il cuore di terra.

                 - Studia bene che cosa sia la carità e l'umiltà.

                 - Finchè il tuo cuore sarà pieno di terra, non entrerà il vero amore di Dio.

                 - Sta attento per non tornare indietro. Ascolta l'amico dell'anima.

                 - Il tuo operare mi è una spina al cuore.

                 - Sei schiavo del demonio; sei però ancora in tempo.

                 - Sei piccolo, ma la tua malizia è grande: emendati presto.

                 - Castità, carità, confidenza.

                 - Oh se tu sapessi il gran premio che sta preparato alla regina delle virtù! Coraggio!

                Alle strenne suddette noi ne possiamo aggiungere quattro, che ci furono consegnate da poco tempo.

                Anglois. - Raddoppia l'impegno; ricorri più spesso a me; e va avanti,

                Garino. - Ricordati di me, che sono tua madre.

                B. - Non pretendere di farti santo tutto d'un colpo.

                S. - Bisogna tutti i giorni fare un passo verso il paradiso.

                Per più giorni durò il concorso dei giovanetti alla camera di D. Bosco per avere la propria strenna. Ma prima ancora che tutti l'avessero, rallentò la foga e la curiosità di ricevere e conoscere. Vedendo l'effetto prodotto nei compagni, persuadendosi che non era uno scherzo, timorosi per i rimproveri della propria coscienza, pusillanimi nel mettersi al servizio di Dio, in sull'ultimo un certo numero non voleva più andare a ritirare il proprio biglietto, temendo di leggervi qualche verità troppo cruda. Alcuni di costoro invitati da D. Bosco dopo qualche esitanza si arresero e andarono a prendere la strenna, ma tredici non si presentarono. [9] Di costoro sta ancora il biglietto in quel libro famoso attaccato al proprio nome. Noi qui li riportiamo omettendo i nomi.

                 - Potresti fare assai più pel bene dell'anima tua.

                - La negligenza congiunta alla poca pietà mi spiace: svegliati.

                 - Ricorri più spesso a me; combatti; io ti aiuterò a vincere.

                 - Hai un verme che ti rode l'anima e il corpo: guai se non lo distruggi.

                 - Scegliti migliori compagni: fuggi la negligenza; prega meglio.

                 - Con un migliore avvenire studia di riparare al passato: che ritardi?

                 - Tu ami l'ozio, vuoi piacere alla gola, ma dispiaci a me ed al mio figliuolo - G. C. Guai se non ti emendi.

                 - La tua trascuratezza rende inutili le tue fatiche; fuggi l'ozio; studia e prega.

                 - Frequenta i Santi Sacramenti: prega meglio; sii più ubbidiente.

                 - Aggiusta bene le cose di coscienza: occupa più il tempo; prega meglio.

                 - L'ozio e la gola fanno temere di te; emendati; prega meglio.

                 - Pensi molto al corpo, poco all'anima: la morte si avvicina, preparati.

                 - Medita di più le cose eterne: sii costante nella pietà; perchè ricorri tanto di rado a me?

                “Tali strenne, scrisse D. Dalmazzo Francesco, manifestavano quanto fosse grande in D. Bosco il dono della scrutazione dei cuori (e donde gli venisse una simile virtù) avendo egli indovinato il debole di ciascuno, come io per mia stessa esperienza potei provare. Ad un giovane che era stato mio compagno di scuola in rettorica, consegnò nella strenna queste precise parole: - Colle idee rivoluzionarie non si va [10] in Cielo. - Questa espressione fu profetica. Uscito dall'Oratorio e divenuto professore, andò in Isvizzera, ove mercè l'aiuto delle sêtte fu ben presto direttore di un collegio cantonale. Più tardi divenne lancia spezzata dei più accaniti rivoluzionari e giovandosi della eloquente ed affascinante sua parola, dominava come tribuno le adunanze popolari. Morì poco più che trentenne, in braccio dei demagoghi privo de' Sacramenti”.

                D. Ruffino Domenico racconta altro fatto. “Un giovane falegname sui ventidue anni era venuto nell'Oratorio sul finire dell'anno antecedente. Come gli altri ricevette la sua strenna, della quale però non conobbi il tenore. Avuto quegli in mano il biglietto, trovandosi in mezzo ai compagni saltò sulle furie, e diceva di, volerlo portare al curato della parrocchia, perchè giudicasse di quell'ingiusto rimprovero. Declamava di essere sempre andato a confessarsi, di aver sempre adempiuto agli obblighi di un cristiano. Quindi recavasi dal Prefetto della casa per licenziarsi dall'Oratorio. D. Bosco, saputa quella diatriba, gli mandò a dire che portasse un biglietto del parroco, che testificasse la sua religiosa condotta al paese.

                 - Ma io andava a confessarmi a Pasqua, ma non dal parroco.

                E D. Bosco di rimando: - Ditegli che mi porti un solo biglietto di Pasqua.

                 - Che? egli rispose al messo di D. Bosco: Io sono sempre andato a fai la Pasqua. - Così dicendo si allontanò proferendo mille improperii. Passò quel giorno ed egli aveva riflettuto seriamente. Il domani si presentò a D. Bosco con un contegno umile e commosso.

                 - Ebbene? gli disse amorosamente il Servo di Dio.

                 - Padre! Vedo che ha ragione; ora voglio tutto aggiustare con lei”.

 

 


CAPO II. Un'arte di D. Bosco nella direzione spirituale dei figli del popolo - Le conferenze annesso all'Opera di S. Vincenzo de' Paoli negli Oratorii festivi - Rendiconto della conferenza annessa dell'Angelo Custode in Vanchiglia riguardo al suo operato nel 1861: i Premii ai clienti: frequenza alla Comunione: libri cattivi distrutti: le orazioni del mattino e della sera: offerta di una madre in riconoscenza della buona condotta di suo figlio.

 

                Lo zelo di D. Bosco pel bene spirituale de' suoi alunni, la divozione ardente che sapeva istillare nel cuor loro per la Regina del Cielo, la cooperazione di questa nel rendere efficaci le sante industrie, che dovevano portar frutti di salute eterna, tenevano vive e facevano fiorire nella Casa di Valdocco le varie Compagnie e i quattro Oratorii festivi della città. Di questi pure, benchè avesse ormai assicurato il valente aiuto di preti, chierici e secolari per l'assistenza e l'istruzione religiosa, egli stesso in persona continuava a prendersi una gran cura specie nel tribunale di penitenza.

                Gli artigiani più adulti lo preferivano ad ogni altro confessore, perchè lì trattava con tanta carità, parlava loro di Dio, della sua misericordia, della vita eterna con una unzione che, li commoveva; e aveva pronti certi modi e certe frasi, varie all'infinito, singolari, inaspettate per far rivivere sodi proponimenti nelle loro anime. A questo proposito D. Turchi [12] Giovanni scrisse: “Mi narrava un giovane già adulto, che stette nell'Oratorio più anni, ed è tuttora vivente in Torino, (1895) e sempre uomo di religione, che andato alla sera, come soleva, a confessarsi da D. Bosco, era rimasto l'ultimo di quanti l'attorniavano. Già incominciava a farsi buio, e D. Bosco, udita la sua confessione, gli disse: - Hai fiammiferi? - Sì, che ne ho! - rispose quegli, e già li ricercava in tasca, credendo che D. Bosco volesse accendere un lume. Ma D. Bosco gli soggiunse: - Ebbene: accendi un po' d'amor di Dio nel tuo cuore”.

                Per le ragioni sopra esposte non era cessata, e per più anni ancora durò nei tre Oratorii festivi l'Opera delle Conferenze annesse alla Società di S. Vincenzo de' Paoli. I numerosi loro membri con varii socii delle Conferenze maggiori, si radunavano presieduti da D. Bosco, secondo il costume di ogni anno, per rendere conto del bene fatto nell'anno antecedente. Tali relazioni pur troppo andarono tutte smarrite, anche quelle riguardanti il 1861, lette nel 1862 dai Relatori delle Conferenze di S. Francesco di Sales in Valdocco, e di S. Giuseppe a Borgo Nuovo. Ci fu però conservato il rendiconto di quella meno numerosa, stabilita nell'Oratorio dell'Angelo Custode in Vanchiglia, del quale era Direttore D. Rua.

 

                               Carissimi Confratelli,

 

                Nel consesso delle numerose Conferenze di S. Francesco di Sales e di S. Giuseppe, la piccola e quasi microscopica Conferenza dell'Angelo Custode non oserebbe pur comparire; ma giacchè si ebbe la bontà di volerla prendere in considerazione e di farle onorevole invito d'intervenirvi, prende coraggio e si presenta per fare il suo breve rendiconto dell'anno 1861. Nè grandi nè numerose i certamente sono le opere compiutesi dalla nostra Conferenza, tuttavia, malgrado la nostra fiacchezza e picciol numero, dobbiamo ringraziare Iddio, che pare aver voluto anche di noi servirsi per operare un po' di bene.

                La Conferenza conta una decina di confratelli e una ventina di clienti. Nel corso dell'anno si tennero assiduamente le conferenze [13] alla domenica, che furono costantemente frequentate da non meno di 8 confratelli. Si fecero pure le questue, e benchè la borsa dei nostri confratelli sia molto meschina e piena per la maggior parte d'aria, ciò non ostante in tutto l'anno si raccolse la somma di L. 24,48, che, unite al fondo di L. 5,60 avanzo dell'anno precedente, diedero la somma di L. 30,08. Il nostro obolo non avrebbe bastato alle spese necessarie  per provvedere i premi pei nostri clienti; ed in nostro soccorso venne il Consiglio centrale colla somma di L. 10, vennero pure L. 8, quota della questua fattasi nell'adunanza generale delle Conferenze annesse; e con ciò potemmo essere in grado di non mai far sospirare i premii ai piccoli clienti, che di quando in quando, presentandosi coi loro venti bolli sul libretto festivo, giustamente, sebbene rispettosa niente, facevano valere il loro diritto ad una ricompensa; e mostrando i loro abiti sdrusciti e la punta dei piedi che faceva capolino fuori delle scarpe, non davano campo a dilazione alcuna. Pertanto le spese per i premii furono di L. 41,80 impiegate tutte in oggetti di vestiario. Sebbene: piccolo sia il nostro numero, tuttavia consolante fa l'assiduità con cui i confratelli intervennero alle conferenze, consolante il loro impegno per provvedere al bene dei loro clienti e pel buon andamento in generale dell'Oratorio. E l'esperienza di quest'anno ci fece vedere quanto sia necessario per infervorarsi nella carità ed essere costanti nell'intervenire alle Conferenze, l'accostarsi il più spesso che si può ai SS. Sacramenti. E grazie a Dio le loro cure non mancarono di corrispondenza dalla parte dei clienti, che intervennero in generale anch'essi con maggior assiduità all'Oratorio, si accostarono pur essi con maggior frequenza ai SS. Sacramenti e migliorarono la loro condotta. Volendo poi venire ai particolari, merita di essere notato come alcuni dei nostri ragazzi corsero pericolo a motivo dei cattivi libri, che si vanno ovunque diffondendo e che pure erano stati messi nelle loro mani. Essi davansi già incautamente a leggerli, ma scoperti tali libri dai confratelli, furono tosto ritirati e consegnati alle fiamme; mentre per altra parte si pensò a provvedere loro qualche altra tuona lettura.

                Vedendo poi come talvolta si rimaneva in dubbio sul numero dei punti da distribuirsi al clienti fra le deliberazioni che si presero nelle Conferenze, una fu di affidare esclusivamente ai confratelli la cura di catechizzarli ed assisterli in chiesa, onde meglio assicurarci del loro intervento e buona condotta. Ora avvenne che si scoprì, appunto durante il Catechismo, la profonda ignoranza in cui si trovava un cliente non solo riguardo alle verità della religione, ma eziandio nelle cose che più comunemente si sanno, vale a dire nelle preghiere del mattino e della sera. Fu interrogato il cliente se la madre non gli insegnasse le orazioni ed egli semplicemente rispose che sua madre non aveva tempo. A ciò non si tenne contento il suo patrono, ma, andando a visitarlo a casa alla domenica, s'informò se veramente la [14] madre non potesse ciò fare; e dalle sue parole proprio brava che non potesse trovare un ritaglio di tempo per insegnargli a pregare. Il patrono avrebbe desiderato fargli imparare le orazioni egli stesso, ma ne' giorni feriali non poteva averlo seco e fargliele dire. Si ricorse ad un altro espediente: si guardò se per caso nel luogo, dove il ragazzo lavorava, fossevi qualche caritatevole persona, che volesse prendersi l'incarico di fargliele ripetere ogni giorno parola per parola. E si trovò appunto una buona vecchia che a ciò si accinse. Ma che? La madre saputo che un'altra donna adempiva verso il suo figlio quest'ufficio sì importante di madre, fu punta da onoratezza e disse: - E come? io penso tutto il giorno per il corpo de' miei figliuoli, e che non abbia a pensare per l'anima loro? In fin dei conti è pur a me che il Signore dimanderà ragione dell'educazione de' miei figli. - Stimolata da tali pensieri si recò a trovare quella buona vecchia, la ringraziò della carità usata al suo figlio e d'allora in poi balzando un po' più presto al mattino dal letto e ritornandoci qualche minuto più tardi alla sera, si mise ad insegnare essa stessa al suo figliuolo le preghiere; e nello scorcio di qualche mese gliele fece imparare.

                Un altro fatto avvenne ancora che ci edificò e ci fece vedere quanto i parenti dei clienti godano, che i confratelli della Conferenza si prendano cura de' loro figliuoli. Durante l'anno scorso avvenne che nella Capella dell'Oratorio si appiccò il fuoco all'altarino della Madonna in un'ora, che quasi nessuno trovavasi all'Oratorio. Fortuna che un confratello della Conferenza, nel desiderio di passare nell'Oratorio tutto il tempo che gli era possibile, già vi si era recato. Pertanto egli pel primo vide il fumo ad uscir per le tegole, e tosto sospettò ciò che potesse essere; laonde accorsovi con altre persone potè per tempo spegnerlo ed impedire danni maggiori. Ciò non ostante, calcolando il guasto di già arrecato, si vide essere montato a più di L. 30. E L. 30 pel nostro Oratorio erano sicuramente una gran somma. Epperò nella predica si raccontò il caso avvenuto e per due domeniche consecutive si domandò l'elemosina per l'altarino. Ciascuno per allora offrì quanto la generosità gli suggeriva e la borsa gli permetteva. Ma parecchie settimane dopo si presenta all'Oratorio la madre d'un cliente e dimandando del Direttore, fu a lui condotta. Giunta da lui fruga per le tasche, trae fuori uno scudo, e commossa per la gioia glielo presenta per le spese  dell'altarino. Era quello scudo frutto dei suoi risparmi. Ella era sommamente contenta, perchè il suo figliuolo da alcuni anni era assistito dai confratelli della Conferenza; era sommamente contenta perchè il suo figliuolo corrispondendo andava facendo progresso nella virtù. Perciò riconoscente all'Oratorio per le cure usate al suo figlio, si credette in dovere a non guardare a privazioni, onde poter anch'essa concorrere ad onorare la Madonna. La sua oblazione non si voleva accettare, ma ella tanto ne pregò il Direttore [15] da fargliela ricevere; solamente mostrò desiderio che si impiegasse, onde provvedere una corona per la statua di Maria, nel che fu prontamente esaudita, giacchè aggiungendo altra piccola somma a quella da lei offerta, si potè comprare una bensì modesta, ma tuttavia discretamente bella corona da fregiare regalmente il capo dell'Immacolata Vergine nel di appunto dell'Immacolata Concezione.

                Ora nel timore d'aver forse già attediata questa rispettabile udienza, terminerà questo rendiconto esternando un vivo desiderio e bisogno nostro, qual si è che altri preghi per noi. E cogliendo questa favorevole occasione noi ci raccomandiamo ai confratelli della Conferenza di S. Francesco di Sales, ai confratelli della Conferenza di S. Giuseppe, a tutti questi rispettabilissimi signori, che si sono degnati di onorarci colla loro presenza e coi loro luminosi esempi ci sono di modello nel bene operare e di stimolo ad esercitare la carità, ci raccomandiamo, dico, caldamente a voler pregare per noi S. Vincenzo de' Paoli, affinchè ci mandi un più copioso numero di confratelli e tutti ci riempia di un santo zelo, onde sopperire agli urgenti spirituali bisogni, che si manifestano nella gioventù di quella parte di Torino, che la nostra Conferenza ha specialmente di mira. E fiduciosi di essere da voi esauditi nel nostro desiderio, auguriamo a tutti voi ogni benedizione del Signore e l'assistenza della Beata Vergine, in tutte le opere che sarete per intraprendere a vostra ed altrui santificazione.

 

 


CAPO III. Udienze -  Morto D. Cafasso cresce a dismisura l'affluenza a D. Bosco d'ogni classe di persone - Stima che si ha dei suoi consigli - La stanza di D. Bosco - Modi coi quali egli accoglie e intrattiene i visitatori - piacevolezza della sua conversazione - Sua franchezza caritatevole co' sacerdoti - Sua prudenza nel trattare di affari - Giustezza delle sue decisioni anche contrarie alle viste umane - Come si regolasse colle persone ciarliere od ignoranti: con quelle che domandavano soccorsi: coi nemici: coi bisognosi di consolazione: cogli insolenti e superbi - Non può soffrire chi bestemmia - Sua cortesia nel congedare i visitatori - Ammirazione per lui di quelli che lo avvicinano.

 

                PROCEDEMMO nelle nostre Memorie biografiche del Venerabile Servo di Dio, siamo sbalorditi nell'osservare la sua eroica e continua attività intellettuale e fisica. Abbiamo già parlato di molte sue virtù e fatiche, ma della sua carità nel dare udienze, finora ci siamo contentati appena di fare qualche cenno. Incominciarono queste fin dal principio, cioè nel - 1846, e crebbero poco a poco, sicchè D. Bosco nel 1857 o 1858 poteva ancora uscir di casa al mattino verso le 10 e mezzo o le undici. Ma nel 1860 divennero cosi affollate, che fu costretto a rimanere in camera tutta la mattina dalle 9 fino quasi alla una pomeridiana; e tale fu il suo costume finchè venne il giorno della sua ultima infermità. [17]

                Alla morte di D. Cafasso, egli, quale crede del suo spirito, era divenuto uno dei principali fattori di quella unione soda e compatta di aristocrazia e borghesia, che attenendosi senz'altro ai dettami della Chiesa e ai buoni principii, tanto influì sul resto della cittadinanza. Si può dire che quanto vi era in Torino di buono, di scelto, di emergente nelle varie e singole classi sociali, tutto metteva capo a D. Bosco per comune consenso e attraimento degli animi; ed egli, divenutone come il capitano, sapeva tutti infiammare e dirigere ovunque fosse del bene da farsi.

                Mons. Cagliero racconta ciò che tutti noi abbiamo osservato. “Durante la mia lunga dimora nell'Oratorio vidi sempre un concorso d'innumerevoli persone, che venivano a visitarlo, tratte dalla persuasione che avevano delle sue rare virtù, dei suoi lumi straordinarii e della sua santità. Venivano a chiedergli il soccorso delle sue preghiere, a ricevere una benedizione, ad esporre la miseria di giovanetti, ad ottenere qualche raccomandazione, a combinare intorno a buone opere da compiere, a trovare il mezzo per rimediare a qualche male, a portargli offerte per la sua istituzione, e non di raro anche solo per vederlo e parlargli.

                E queste persone non erano solo del volgo: erano magistrati, autorità dello Stato e Ministri; erano dotti ecclesiastici, Rettori di Seminarii, Vescovi, Arcivescovi, Cardinali dall'Italia, dall'estero. I principi e i plebei, i ricchi ed i poveri, gli amici e gli estranei, i dotti e gli ignoranti, i buoni e i cattivi, tutti cercavano in lui un consigliere, un consolatore un padre, un amico. Parroci e semplici sacerdoti accorrevano a lui per aver norme nella direzione delle anime; e anche tanti alunni del Convitto di S. Francesco d'Assisi, finito il loro corso di morale, solevano recarsi da D. Bosco, prima di andare ai luoghi ove erano destinati, per sollecitare la sua benedizione”.

                I Superiori di ordini religiosi, i Direttori di monasteri,  [18] frati, suore di ogni specie e colore venivano a consultarlo. D. Giacomo Bosco suo compagno in Seminario, e che fu per ben trent'anni e più padre spirituale delle suore di S. Giuseppe, molto stimato in Diocesi per le sue virtù sacerdotali, lo aveva in conto di gran santo. Molte volte fu udito a dire alle sue religiose, le quali lo richiedevano di un consiglio: - Vadano da D. Bosco, il santo; quello saprà indirizzarle; io sono solamente un bosc d' pouciou! - Colle quali parole piemontesi, l'umile sacerdote voleva indicare una specie di legno di niun conto, che trovasi nelle siepi detto nespolo.

                Villa Giovanni testificò: “Tanto era il numero delle persone, le quali venivano quotidianamente da lui, che noi giovani eravamo edificati da tanta sua carità e spirito di sacrifizio”.

                Verso le 8 ½  D. Bosco dalla Chiesa saliva in camera. L'antica sua stanza serviva d'anticamera; e da questa si passava in una seconda di eguale grandezza con una finestra a mezzogiorno, l'altra a levante, un povero letticciuolo in un angolo e povere suppellettili.

                Il segretario prendeva le debite annotazioni, affinchè si osservasse la precedenza d'entrata e un visitatore non usurpasse il luogo di un altro.

                D. Bosco, sempre franco e leale, benchè non adulasse mai alcuno, nè cercasse per sè le lodi degli uomini, accoglieva ogni visitatore con gran rispetto, come se tutti fossero grandi signori, ed egli avesse bisogno di tutti: non faceva distinzione tra un ricco che avevagli portata una generosa offerta od una povera vedova o una contadinella che gli porgeva pochi soldi, frutto di sacrifizii. Nelle sue parole poi vi era una grande umiltà, accompagnata da modi così, dolci e soavi, che lo rendevano prezioso al cospetto degli angeli e degli uomini. Egli s'interessava di quanto gli veniva esposto e pareva che non avesse in quel momento altro pensiero. Ascoltava con molta attenzione senza mai interrompere; se qualcuno gli [19] troncava il discorso, egli si fermava all'istante. Finchè l'altro non avesse cessato di parlare stava silenzioso; e solo quando aveva finito egli tosto riprendeva il filo del proprio discorso con una presenza di spirito ammirabile.

                “In quella stanza, scrisse l'avv. Carlo Bianchetti[1], vi aleggiava una pace di paradiso. Dire non saprei se noi fossimo fiori, le cui corolle si aprissero a ricevere la consolazione, oppure si chiudessero per non lasciar sfuggire l'alito celestiale, che istantaneo discendeva nel calice dell'anima. Sedeva egli innanzi ad un modesto cancello con cassetti e piccoli tiratoi. Fasci di lettere e carte stavano affastellati innanzi a lui, e talora ad accrescere il cumolo entrava il postino. Di tutto questo però D. Bosco non davasi gran pensiero. Metteva là le carte; egli era d'avviso che anche le piccole cose si debbono fare adagio e bene e che per ciò non occorrono distrazioni. D. Bosco pareva l'uomo che nulla o ben poco avesse da fare.

                Trattava con ognuno come se in quel mattino non avesse avuto altri da udire e da contentare. Egli, con S. Francesco di Sales, teneva per massima che la fretta suol guastare tutte le opere; e non era mai il primo a finire il colloquio; non dimostrava mai voglia di abbreviarlo; anzi talora volendosene andare il suo interlocutore, temendo di essere importuno, D. Bosco lo invitava amorevolmente a starsene ancora un poco. Talvolta il cortese visitatore osservava che molti erano in anticamera che attendevano per entrare. - Abbiano pazienza, rispondeva D. Bosco: io sono come quel barbiere il quale alla gente che sopravviene dice: - Attenda, attenda! È presto fatto! Un piccolo momento! - Ma poi fa il suo dovere colla massima comodità, come se nessuno aspettasse. Caspita, soggiungeva egli, chi paga ha diritto di essere servito e sarebbe bella che il parrucchiere, per fare troppo presto la 1903. [20] barba, la facesse male; e peggio se nella fretta trinciasse a destra e a sinistra. - La semplicità in lui andava congiunta ad un alto sentimento del dovere e protraeva la conversazione finchè l'argomento non fosse, convenientemente esaurito.

                La sua conversazione era piacevolissima. Intrecciava volentieri la barzelletta ed il fatterello. E l'arguzia giungeva sempre a proposito; e, perchè producesse il suo effetto, soleva dire che quei fatterelli erano occorsi a lui o che li aveva appresi da D. Cafasso, oppure dal Teologo Guala o dal Teologo Borel o da questi o da quegli. Il fatterello e l'esempio era bensì il modo di cui servivasi per fare impressione più viva e profonda, ma ciò che più importava si era che calzavano a pennello. Sapeva trattare con grazia, sicchè nessuno potè mai redarguirlo di essere stato meno che delicato e prudente. - Persino i cavadenti, diceva, devono usare belle maniere; in caso diverso povera clientela! - Vi era in Don Bosco una caratteristica rispettosa, bonaria, affettuosa, la quale però non impediva che egli sapesse cavare il dente, o pescasse qualche pesce grosso. - Pescatori, ladri e tiraborse, diceva spesso celiando, sono una cosa sola; ma tutto passa e può passare quando si tratta delle anime. -

                E come riusciva in queste pesche miracolose! Non è agevole immaginare la forza delle sue espressioni, che egli sapeva applicare con accorgimento eccezionale e con intuito meraviglioso. Era Iddio che parlava per lui? Era l'esperienza che gli suggeriva un buon pensiero per ciascuno? Il vero si è che sgranando lemme lemme, una parola dopo l'altra, sciorinava lì un pensiero da santo Padre, detto alla buona, ma ponderatamente e senza ostentazione. Era un motto sulla necessità di buone confessioni, sulla divozione a Maria Santissima, sul paradiso, e cosi pieno d'amor di Dio, che parecchi dissero essere loro accaduto come avvenne ai visitatori di santi; cioè che nel partirsi da lui ognuno si sentiva [21] migliore, fosse figlio del popolo, o persona costituita in dignità; secolare od anche ecclesiastico”.

                A questo ceto infatti di persone soleva indirizzare qualche parola, che riguardava lo spirito sacerdotale e la santificazione delle anime, o la pratica della meditazione, della lettura spirituale tutti i giorni, della visita giornaliera al SS. Sacramento, dell'assiduità al confessionale, dello zelo sul pulpito. “Queste interrogazioni, attestò il Teol. Reviglio, le faceva specialmente ai Parroci e agli altri sacerdoti da lui avviati alla carriera ecclesiastica; come posso dichiarare di aver egli fatto verso di me stesso, dandomi egli in pari tempo norme onde io disimpegnassi santamente il mio ministero”.

                Sovente invitava un ecclesiastico a promuovere il decoro della casa di Dio, la difesa della religione, la diffusione della buona stampa, le vocazioni ecclesiastiche e religiose, il progresso delle missioni tra i popoli infedeli, l'erezione di nuove chiese.

                 - Lei che ha molto ingegno e scienza, diceva a taluno, mi aiuti adunque a preparare un opuscolo su questa o quell'altra materia.

                Ad un prete ricco, influente e generoso ripeteva: - Mi aiuti a salvare anime! - Non chiedeva però elemosine, ma disponeva gli animi a favorire i suoi giovanetti, accennando alle loro necessità.

                E a qualche altro sacerdote: - Ho bisogno di un predicatore o di un confessore per i giovani degli Oratorii! Calcolo su di lei; mi aiuti!

                All'occasione non mancava di fare un rimprovero. Venne un giorno a trovarlo da lontano paese un religioso, il quale temendo forse o l'incomodo, o le burle di qualcuno, aveva deposto il suo abito ed erasi vestito da borghese. In tal guisa a lui si presentò salutandolo, cortesemente. D. Bosco lo riconobbe, ma finse di non sapere chi fosse. L'altro meravigliato e con modo insistente provava come bene si [22] conoscessero. D. Bosco finalmente gli rispose: - Ma possibile! Ella con questo abito? Vada, vada per i suoi affari che io non ho tempo da perdere con lei.

                 - Ma senta! lo temeva di espormi ad insulti; siamo in tempi in cui i religiosi sono così poco rispettati.

                 - Mi lasci in pace; ho altra gente che mi attende. Se vuole che io le dia udienza vada a prendere le sue divise. - Allora quegli vedendo D, Bosco così risoluto, gli domandò perdono, promettendogli che non avrebbe mai più fatto una tale mancanza collo smettere l'abito religioso. Ed allora ebbe udienza.

                Le sue udienze però non erano semplici conversazioni. Richiesto su qualche affare, non rispondeva immediatamente, ma prima interrogava sulle varie circostanze dell'argomento propostogli. Quindi egli era solito alzare gli occhi al Cielo, come chi va cercando da Dio i lumi necessarii. Più volte egli continuava a discorrere di cose meno importanti, mentre colla sua mente esaminava in tutti i suoi lati la questione, e poi, ritornando al punto principale, dava l'avviso che più sembravagli acconcio alla gloria di Dio e al bene delle anime.

                Talvolta però trattandosi di dubbi i più intricati, non fidavasi interamente di sè e riservavasi a dare la risposta dopo qualche giorno, raccomandando a chi ne era interessato di aiutarlo colla preghiera. Nel frattempo consultava autori, oppure ricorreva a uomini competenti nella materia; indirizzava anche i suoi visitatori all'uno o all'altro di questi, e non di rado all'esimio moralista il Teol. Bertagna, perchè a quei sapienti esponessero i loro dubbi. Ma il suo parere difficilmente veniva riformato.

                Talora per questioni che riguardavano anche le leggi civili, mandava D. Rua ad interrogare dotti avvocati, eziandio ecclesiastici. Questi, testimonio continuo di quanto faceva D. Bosco, ci assicurò per iscritto. “Con tal sistema D. Bosco riuscì a distrigare gli affari più complicati, ed io non potrei [23] numerare la quantità di persone, che mi dissero di essere state consolate, sollevate nelle loro afflizioni, soccorse nelle loro difficoltà ed imbarazzi dall'esimia prudenza di lui.

                Sovente però senza ambagi e subito parlava come persona che manifestasse i voleri divini. I suoi consigli sebbene sembrassero talora contrarii alle viste umane, tuttavia accolti e praticati riuscivano a mettere in pace le coscienze, terminavano disgustosi litigi, portavano la concordia nelle famiglie, indirizzavano sopra la retta via persone incerte della loro vocazione. Al contrario ne ho veduti altri che non volendo accogliere le sue decisioni, ebbero a soffrirne in seguito gravi conseguenze. Essi stessi mi confessarono di avere errato, e che la cosa sarebbe riuscita in quella vece felicemente, se avessero fatto come appunto aveva loro suggerito D. Bosco. Tuttavia la massima parte della gente, sicura di ascoltare da lui una parola sincera, riceveva le sue decisioni come oracoli”.

                Venne all'Oratorio una signora affatto sconosciuta per parlare a D. Bosco: stette sull'uscio di sua camera circa due ore e più, aspettandolo. Quando potè parlargli gli narrò le sue pene ed i suoi sgomenti, domandando se poteva stare tranquilla innanzi a Dio. D. Bosco le rispose che andasse pure e senza nulla temere. Quella signora però non sembrava soddisfatta, ma D. Bosco le soggiunse: - Vuole fare la volontà di Dio o la sua propria?

                La signora rispose: - Mille volte la volontà di Dio!

                 - Ebbene faccia come le ho detto e stia tranquilla.

                Essa allora lo ringraziò e partendo diceva: - Ora sono contenta - Fatti simili a questo ne avvenivano tutti i giorni.

                Ma non tutte le visite erano importanti e spiccie, tuttavia D. Bosco non si lagnava mai del fastidio che non di rado gli recavano molte persone, ignoranti, ciarliere, ineducate e talora eccessivamente insistenti, che di nulla si mostravano appagate; e non rimandava mai alcuno da sè per noioso ed importuno che fosse. Fu udito ripetere quattro o cinque volte [24] la stessa cosa a chi non la comprendeva, e dirgliela l'ultima volta con tanta tranquillità come la prima. Similmente trattava quelli che andavano a disturbarlo senza motivo, o per chiedere la sua opinione intorno a cose di nessun valore e stravaganti. Ora una madre gli parlava delle sciocche valentie di un suo bambino, un infermo ripetevagli la narrazione circostanziata della sua malattia, un convenuto in giudizio narravagli le particolarità di una sua lite. E D. Bosco non solo ascoltava, ma interrogava, chiedeva spiegazioni, dando ansa a chi desiderava prolungare il suo ragionamento. Così mostrava interessarsi a quanto gli dicevano, come se fosse cosa sua e trovava sempre una parola di lode e di stima per ogni persona. Sapeva però bellamente volgere i discorsi inutili e frivoli in altri riguardanti l'anima e così si serviva della loro importunità per ricavarne gran bene. I suoi consigli portavano sempre buoni frutti; ogni parola era una sentenza che rimaneva impressa, nel che riusciva spontaneo e grazioso. Si può dire che avesse l'arte di convertire in oro di amor di Dio tutto quello che egli diceva e che udiva dagli altri. Basti il fatto seguente.

                Vennero due uomini a domandargli che loro desse alcuni numeri per giocare al lotto, persuasi che li avrebbe dati buoni. Egli con varii ragionamenti cercò distrarli, ma essi impazientiti, perchè si andava per le lunghe, lo interruppero:

                 - Ma non è questo che vogliamo! Vogliamo che ci dica quali numeri dobbiamo giuocare per vincere.

                Allora egli: - Mettete questi tre numeri: il 5, il 10, il 14.

                Contenti lo ringraziarono e volevano tosto partire, ma D. Bosco disse loro: - Aspettate che vi dia la spiegazione.

                 - Eh! Non fa di bisogno, in questo, di nessuna spiegazione.

                 - Eppure se non vi do la spiegazione non saprete giuocare.

                 - Sentiamola adunque.

                 - Eccola: il numero 5 sono i cinque comandamenti della Santa Chiesa: il numero 10 sono i dieci comandamenti di [25] Dio; il numero 14 sono le quattordici opere di misericordia. Giuocate questi numeri e vi guadagnerete un tesoro infinito.

                In altra occasione diede il 4 e il 2, spiegandoli coi quattro novissimi e coi due sacramenti Confessione e Comunione. Molte altre volte uscì in ischerzi somiglianti.

                Da notarsi ancora che la massima parte delle persone venivano non per dare ma per ricevere, ed erano tali che Don Bosco non avrebbe potuto sperare nulla da loro. Ed egli quando poteva dava qualche soccorso. Narrano le cronache:

                “Un giorno D. Bosco essendo attorniato da alcuni chierici, ci raccontò questo fatto a lui stesso accaduto: - Venne a trovarmi un ardente democratico, il quale, trovandosi in gravi angustie, mi pregò di dargli una piccola somma di tre franchi almeno, per andarsi a comperare una camicia, essendo sucida quella che indossava e mi assicurò che sarebbe fra breve passato a rimunerarmi. Tastai la mia borsa ma era quasi vuota. Volsi gli occhi vicino al letto e vidi una camicia bella e pulita che era stata da Rossi preparata per me e che io per dimenticanza non mi ero cangiata i - Ecco, gli dissi: aurum et argentum non est mihi, quod autem habeo tibi do.

                Mi guardò con aria di stupore e mi disse: - Ma, e lei?

                Non si crucci di questo, gli risposi: la Provvidenza che provvede a lei quest'oggi, saprà bene provvedere a me domani!

                A tale atto rimase così commosso che sciolto in lagrime, si gettò a miei piedi, esclamando: - Oh! quanto bene non può mai fare un prete!

                Dopo averci ciò raccontato, soggiunse: - Badate: quegli divenne poi un grande amico dei preti. È in questo modo che dobbiamo guadagnarci i cuori degli uomini.

                Con quelli poi che aveangli recato del male, venendo essi a chiedere qualche aiuto, sempre era pronto a fare del bene, perchè delle offese che toccavano la sua persona non ne faceva caso e le obliava con sacrifizio ammirabile, come attestarono Mons. Cagliero e Mons. Bertagna. Anzi, se qualcuno [26] troppo zelante vedendo entrare in anticamera una di tali persone, avesse creduto bene di avvertirnelo, ricordando le offese, egli aveva una santa destrezza nello sviare il discorso, dicendo del colpevole tutto il bene che egli conosceva.

                Richiesto di cose che non poteva concedere uscivano dalla sua bocca risposte negative, ma piene di tanta carità e cortesia da capacitare il richiedente in guisa che molti dicevano: Pare che D. Bosco non sappia dire di no. - Ed assicuravano di preferire un no da D. Bosco che un sì da altri. E molti esclamavano: - Come tratta bene D. Bosco! - E ciascuno ne rimaneva soddisfatto e partiva pieno di ammirazione.

                Non potendo egli suggerire un rimedio immediato a disgrazie, a sfortune, a persecuzioni, o discordie, consolava e leniva i dolori. Più volte D. Berto Gioachino l'udì ripetere: - il Signore è un buon padre e non permetterà mai che siamo afflitti sopra le nostre forze. - Se i dolenti ricordavano le opere buone che avevano fatte e loro sembrava che Dio le avesse dimenticate, D. Bosco esclamava: - Dio nulla dimentica. Pagherà poi tutto abbondantemente in paradiso. - Altre volte diceva a chi non era corrisposto nelle sue fatiche e premure dai famigliari e dipendenti: - Rammentatevi che il Signore paga non secundum fructum, sed secundum laborem. È  miglior pagatore di quello che lo siano gli uomini!

                La sua pazienza nell'ascoltare le miserie del prossimo non aveva limite e perciò dava animo a tutti di ritornare a lui qualunque volta avessero bisogno di sollievo. Era questa una missione delle più importanti nella quale D. Bosco esercitava tutte le opere di misericordia spirituale, imperocchè insegnava agli ignoranti, ammoniva i peccatori, consolava gli afflitti, e pregava Dio e la Beata Vergine a benedire le anime e i corpi di coloro, che per mezzo suo ne invocavano l'aiuto ed il patrocinio.

                Non tutti i suoi visitatori si presentavano a lui supplichevoli [27] o cortesi; ma taluni venivano per lagnarsi anche aspramente di qualche preteso torto ricevuto da lui o dai suoi e talvolta osavano insultarlo o minacciarlo. Senonchè D. Bosco li trattava con tanta mansuetudine che finivano sempre per andarsene non solo riconciliati, ma suoi amici.

                Altri pieni di se stessi, facilmente irritabili, persuasi di meritarsi ogni riguardo, si degnavano di esporgli il loro progetto per lo scioglimento di qualche, negozio, chiedendo il suo parere. E D. Bosco non urtava mai nei loro sentimenti altezzosi, ma in bel modo esponeva la convenienza di un suo, espediente che suggeriva, rimettendosi però alla saggezza di chi lo aveva interrogato.

                Talvolta per opinioni contrarie sull'equità di un principio o di un fatto, qualcuno rendevasi molesto colla sua insolenza e D. Bosco interrogato poi, perchè si fosse mostrato così lunganime con que' impronti, più volte egli rispose: Costoro bisogna trattarli da ammalati.

                In un sol caso egli riusciva difficilmente a contenersi, quando cioè si trattava dell'onore di Dio. In fatti il 21 febbraio 1863, egli raccontava ai suoi alunni un fatto accadutogli due giorni prima. - Venne in mia camera un uomo, il, quale, non potendo ottenere quello che voleva, si mise a bestemmiare in modo che faceva orrore. Io che lo aveva sino allora tollerato, a tali bestemmie più non potei trattenermi. Mi avvicinai alla stufa, presi le molle e afferrato per le vestimenta il bestemmiatore: - Parta tosto di qui, gridai, altrimenti le do una lezione!

                 - Mi scusi, riprese quell'uomo, se ho usato qualche modo incivile.

                 - Nessuna scusa: non voglio un demonio tale in camera mia. Questo non è il modo di trattare Iddio; - e urtandolo lo misi fuori. Quando io sento bestemmiare e specialmente quando si aggiunge al nome santo di Dio qualche epiteto indecoroso, oh! allora io mi lascio veramente smonta re, e se [28] non fosse della grazia di Dio che mi trattiene, trascenderei a certi atti, dei quali forse mi dovrei poscia pentire.

                Tolto questo unico e raro caso non permetteva che alcuno

partisse da lui sconsolato. Dopo che aveva data piena soddisfazione al suo interlocutore, secondo la sua cortese abitudine, lo accompagnava sino alla soglia. La sua affabilità e benignità traspariva così splendidamente dal suo contegno, che molti dopo avergli parlato anche solo per pochi istanti, oppure averlo solamente visto, confessavano che se avessero dovuto figurarsi la persona e la bontà del Divin Salvatore, si sarebbero, colla dovuta proporzione e riverenza, figurato il contegno di D. Bosco.

                “Una volta era venuto a visitarlo un ricchissimo negoziante senza fede, narrò D. Dalmazzo Francesco, ed unicamente per curiosità: lo vidi poi uscire tutto confuso e l'udii esclamare per tre o quattro volte di seguito: - Che uomo, che uomo è questo! - Ed interrogatolo io che cosa gli avesse detto D. Bosco, mi rispose che aveva udite tante belle cose, che dagli altri preti non si sentono; e che poi l'aveva congedato con queste parole: - Guardiamo che un giorno lei coi suoi denari ed io colla mia povertà ci possiamo trovare in paradiso.

                Soggiunse Bisio Giovanni: “Per dare un'idea di quello che sapeva dire e fare D. Bosco, ricordo che accompagnai da lui un ebreo sui cinquant'anni, che mi aveva esternato il desiderio di conoscerlo. Quello che sia passato tra loro io non lo so, ma quell'ebreo uscendo dall'Oratorio mi disse, che se in ogni città ci fosse stato un D. Bosco, tutto il mondo si sarebbe convertito. Seppi ancora dal parroco del mio paese che un Rabbino d'Alessandria gli disse: - Fui già due volte a trovare D. Bosco, e non ci vado più la terza volta, perchè mi troverei costretto a restare con lui! - Tanto erano efficaci le belle ed insinuanti parole che sapeva dire a quelli che lo avvicinavano. - Ciò spiega anche come i giovani gli fossero affezionati e come sapesse renderli buoni”.

 

 


CAPO IV. Patimenti di D. Bosco nel dare udienze - Sua risposta a chi lo consigliava di congedare i visitatori indiscreti - Raccomanda ai suoi coadiutori un gran rispetto alle persone nel dare udienze; un vero impegno di non mandar via nessuno malcontento, se fosse possibile; spirito di sacrifizio; prudenza - Lezione pratica - D. Bosco pronto a conferire ovunque vada con chiunque voglia parlargli - Come facesse per accaparrarsi le simpatie di tutti - Disbrigo dell'epistolario Risposte di D. Bosco a lettere ingiuriose.

 

                LE udienze erano per D. Bosco una croce tormentosa e meritoria. Il più delle volte sottostava a grave disagio fisico, perchè, cagionevole di salute, debole di stomaco, soggetto a gravi infiammazioni, doveva continuamente vociferare. Dopo alcun tempo sentivasi come mancare il respiro e bruciare la lingua. Talora era così stanco, che non poteva più far sentire il suono della sua voce. Altre volte, pel lungo pensare nello sciogliere quesiti di grave importanza, venivagli a dolere talmente il capo, che metteva compassione in chi l'osservava; e non di meno proseguiva in cosi penosa occupazione. Il Padre Giuseppe Oreglia della Compagnia di Gesù affermava, che se D. Bosco non avesse fatta altra penitenza in vita sua, questa sarebbegli bastata per dichiarare eroica la sua virtù.

                Infatti la vita di D. Bosco fa un continuo dare udienza e per le vie di Torino e ne' suoi viaggi e ne' varii paesi nei quali [30] si recava. Consigliato a liberarsi da una cosi grave fatica, rispondeva sempre: - Non conviene!... Non me ne sento il coraggio!... Son povera gente!... Molti vengono anche da lontano; hanno anch'essi i loro affari!... E poi debbo compiere la mia missione. - E soggiungeva: - Poveretti! Hanno pene da confidarmi... aspettano in anticamera da tanto tempo... mi fanno compassione, e bisogna bene appagarli... e poi... e poi... si finisce con fare un po' di bene.

                Anche in queste circostanze sapeva scherzare: - Ma non ci sarà un mezzo, interpellavalo qualche suo prete, per diminuirle lo strapazzo di tante udienze che sono veramente inutili?

                Egli rispondeva: - Oh sì, che ci sarebbe un mezzo per liberarmi da tanta gente!

                 - E quale?

                 - Per esempio, se io mi fingessi mezzo pazzo od ebete: allora la gente cesserebbe subito dal venire; farebbe correre la voce: - Povero D. Bosco! non ha più la testa a posto: non intende più niente; non sa più quello che si dica. - Ma questo ripiego sarebbe disapprovevole e dannoso alla Pia Società, perchè noi abbiamo bisogno di tutti; quindi conviene lasciare aperta la strada alla Divina Provvidenza.

                Per tal modo non rifiutava nessuno, qualunque ora del giorno fosse venuto, e ancorchè suonato mezzogiorno non scendeva se non dopo aver dato soddisfazione a tutti. Finito il pranzo, alcuni già domandavano di parlargli. - E lasciatemi andare, ei diceva ai suoi chierici che cercavano di trattenerlo; soffro un peso enorme nel vedere quella gente aspettare!

                I chierici un giorno lo esortarono a farsi un orario per dare udienze; e a non ascoltare sempre ed in qualsivoglia momento coloro che si presentavano, poichè, insistevano, continuando a questo modo si sarebbe rovinato. Egli rispondeva: - Eh! Il Signore ci ha messi in questo mondo per gli altri. [31] Perciò raccomandando a' suoi dipendenti, costituiti in autorità, la vita di continuo sacrifizio pel bene del prossimo, esortavali a non trascurare, venuta l'occasione, questo mezzo delle udienze per esercitare la carità con qualsiasi classe di persone. Raccomandava che per tutti avessero un gran rispetto, e, come usava dire S. Vincenzo de' Paoli, in ogni stato faceva veder loro Gesù Cristo. Nel Papa e nei Vescovi Gesù Pontefice, nei preti Gesù Sacerdote, nei Re Gesù Sovrano, nei gentiluomini Gesù della nobilissima stirpe di David, nei magistrati Gesù Giudice, nei commercianti Gesù il buon Samaritano. E additavalo operaio negli artigiani, povero nei mendici, infermo negli ammalati. E così nelle parabole il padre di famiglia, lo sposo, il vignaiuolo, il proprietario, ecc.

                Indicava loro di farsi un grande studio nel non rimandare mai alcuno malcontento. Soleva dare con altri avvisi, anche il seguente al suo segretario: - Procura di fare quanto puoi per contentare la gente, come fa Don Bosco. - Il segretario pertanto si mise di proposito a seguire quel consiglio; ma, passati alcuni giorni, si presentò a D. Bosco dicendo essergli impossibile di poter accontentare tutti; e lo pregò che gli suggerisse il modo.

                Don Bosco, dopo qualche istante di riflessione, gli rispose:

                - Tutti? Impossibile! Senti: stamane venne da me una signora per esporre i suoi affari, ma pretendeva, con vive insistenze, che scendessi in chiesa per trattarli in confessionale. - Ma veda, le risposi io; non ho tempo; e poi queste cose non appartengono al confessionale.

                - La signora però scattava, dicendo: - San Francesco di Sales non faceva così co' suoi penitenti.

                - Ed io: - Se S. Francesco si fosse incontrato con lei in questa circostanza, le avrebbe dato la mia stessa risposta. E quella buona signora non volle persuadersi e partì rannuvolata. Tuttavia, in queste occasioni la calma, senza alcuna acrimonia, toglie o diminuisce di molto un'impressione [32] disgustosa. Ma per ottenere quest'effetto è necessaria un'abitudine di preparazione: cioè preghiera, matura riflessione, amabilità di modi, congiunta ad una grande pazienza e amore della verità.

                Nello stesso tempo soggiungeva: - Siate prudenti; ma non dimentichiamo che la nostra prudenza deve consistere nel mettere sempre in salvo la fede, la coscienza, l'anima nostra.

                Del resto, chierici, preti e alunni ricevevano una lezione pratica del come si deve dare un'udienza che riesca fruttuosa, quando essi stessi entrando in sua camera a parlargli, ammiravano il modo col quale si diportava.

                Nel trattare colle persone ne conosceva a prima vista il naturale, le propensioni, i difetti e le belle qualità; e sapeva nel parlare regolarsi in modo che tutti ne rimanevano appagati. Chiesto del come si avesse a fare per introdursi, come egli faceva, nel cuore degli uomini e guadagnarsi la loro stima, egli suggeriva questo mezzo: - Interrogare molto e portare il discorso sullo stato, sull'arte o professione dell'individuo con cui si parla. Al contadino chiedere notizia delle campagne, ad un soldato della vita militare, ad un medico de' suoi infermi, ad un negoziante delle fiere e dei mercati, ad un padre della sua famiglia, ad un fanciullo della scuola e dei giuochi. Consumato nella grande arte di accomodarsi a tutti i caratteri e di eguagliarsi a tutte le capacità, teneva perfino conversazione coi bambini, e direi quasi balbettava con essi, mentre nelle discussioni poco importanti, lasciava che l'uomo di mediocre levatura si credesse alla sua portata nella scienza e nel maneggio dei grandi affari.

                A pari passo colle udienze andava il disbrigo dell'epistolario. Ma per leggere i fasci di lettere, che gli giungevano ad ogni ora, egli per non essere disturbato, nel dopo pranzo si ritirava o nel Convitto o in un caffè vicino al Santuario della Consolata. Di qui non si moveva finchè non avesse postillato [33] quei fogli. Ritornato a casa, per circa vent'anni era costretto a passare metà delle notti a scrivere le risposte. Un simile lavoro esigeva sovente una grande attenzione, per i consigli che doveva dare, o le questioni da sciogliersi. Ma era sempre ispirato a grande prudenza il modo che usava nel rispondere a domande, che per iscritto gli facevano persone sconosciute. Se dalle loro esposizioni non poteva farsi un concetto ben determinato del soggetto, o l'argomento era troppo delicato, egli rispondeva loro che si rivolgessero al proprio parroco, o al direttore di spirito, oppure ad altro ecclesiastico o secolare istruito ed esperto in tali materie, e se ne stessero al loro giudizio.

                Ma le lettere non meno che le udienze gli porgevano occasione di esercitare la pazienza e l'umiltà. Era solito a dire che alle lettere irose od offensive, una risposta dolce, con attestazione di stima scritta immediatamente, dà sempre una sicura vittoria e muta i nemici in amici. Responsio mollis frangit iram: così nei Proverbi. Egli ne aveva fatto cento volte la prova.

                Accadde verso l'anno 1863 che un nobilissimo signore, da lui conosciuto non altrimenti che per fama, gli scrivesse una lettera per un affare di certa importanza. D. Bosco avendo in quel momento una complicatissima corrispondenza da sbrigare e non trattandosi di cosa di confidenza, incaricò un suo prete di fare quella risposta. Quel signore, che aveva una gran stima di sè e dei riguardi che gli si dovevano, al ricevere quel foglio, fu sdegnato oltre ogni dire e, presala penna, riscrisse con mille insolenze: - D. Bosco non dover ignorare chi fosse colui che aveagli scritto onorandolo di un suo autografo. Egli saper benissimo chi era D. Bosco ...; per conseguenza non riconoscendo la distanza pel grado sociale esistente tra sè e lui, D. Bosco aver commesso un'indegnità col non degnarsi di rispondere di proprio pugno. Egli aver scritto più volte al Re, al Papa, e ad altri potentissimi [34] personaggi e da tutti aver ricevute risposte autografe e non per mezzo di segretarii. E D. Bosco temeva forse di umiliarsi facendo egli stesso la risposta? Si crede di essere più del Re, più del Papa? Sarebbe stato suo dovere recargli una risposta in persona... - E così andava avanti di questo passo.

                D. Bosco non si commosse punto nel leggere una lettera così villana e di suo proprio pugno rispose: - Che lo ringraziava del suo grazioso foglio. Averlo conosciuto prima come uomo istruito e di gran levatura, ma non aver creduto mai che possedesse così maestrevolmente l'arte di scherzare come appariva da quella lettera. Ringraziarlo della famigliarità colla quale aveagli scritto, che gli rivelava un amico sincero. Quindi essere desso troppo onorato di quell'amicizia e non voler lasciare sfuggire quell'occasione per raffermarla maggiormente. Perciò non potendo in quel momento scrivere più a lungo, si riserbava di venire a pranzo da lui un tal giorno, alla tal ora, per discorrere con tutta tranquillità del noto affare.

                Quel signore, essendogli passato quel momento di furia, non potè a meno che riconoscere lo sproposito che aveva fatto e vergognarsene. D. Bosco andò a pranzo da lui che attendevalo in cima alle scale. Sul principio era alquanto imbarazzato, ma dopo pochi minuti divenne aperto e lieto, poichè D. Bosco sembrava che realmente avesse presa quella lettera come una cordiale e fine facezia per provocare la sua venuta. Si pranzò, si rise: Don Bosco colla sua amabilità fu ben presto padrone del cuore del suo ospite, il quale da quel punto divenne amico e sostenitore dell'Oratorio.

                Un parroco della Diocesi di Saluzzo, dopo una lunga corrispondenza con D. Bosco, irritato per non essere favorito in un suo progetto, riscrisse una lettera di sette pagine con termini di fuoco che sembravano studiati per offendere. Don Bosco gli rispose: che gli rincresceva di averlo disgustato così gravemente: che egli aveva esposte alcune idee e progetti, credendo non fossero contrarii a' suoi desiderii; che però [35] ritrattava qualunque frase avesse potuto spiacergli; che si rimetteva tutto nelle sue mani e gli chiedeva scusa se in qualche modo, senza intenzione, l'avesse offeso. - Quel parroco all'inaspettata risposta venne a sensi più miti. Chiese perdono per lettera; pregò Don Bosco a stracciare quel foglio malaugurato; lo supplicò a volersene dimenticare come se non fosse stato scritto; si proferse in tutto e per tutto a prestare quei servigi di cui D. Bosco avrebbe potuto avere bisogno. E mantenne la sua parola generosamente.

                Un altro distinto ecclesiastico aveva scritta una lettera a D. Bosco che, essendo fuori di Torino, non aveva potuto riceverla. Quegli non vedendo giungere risposta s'inviperì credendo che D. Bosco non volesse degnarsi di tener con lui corrispondenza. Perciò irritato sbraitava in pubblico essere D. Bosco un superbo, un orgoglioso; e aggiungeva: - Se tale è il Superiore della nuova Congregazione, quale razza di gente dovranno essere i Salesiani! - E muoveva contro di essi varie accuse, dicendo che aspettava da D. Bosco una discolpa, avendogli egli scritto di buon inchiostro. D. Bosco avvisato di queste dicerie mandò una lettera a quel signore, dicendogli che non attendesse una sua giustificazione contro le imputazioni da lui fattegli, perchè egli si dichiarava colpevole di quanto era stato accusato e di colpe ancora maggiori; solo lo pregava, essendo ogni uomo in pericolo continuo di morire da un momento all'altro, di volergli accordare il desiderato suo prezioso perdono, acciocchè per parte sua potesse presentarsi tranquillamente al tribunale di Dio. A questa lettera quell'ecclesiastico restò confuso, scrisse esprimendo un gran pentimento per le sue sgarbate e calunniose invettive e concluse asserendo, non restargli altra cosa da fare fuorchè venire a Torino e gettarsi ai piedi di D. Bosco e chiedergli perdono.

                Avea perciò piena ragione D. Bosco nel ripetere che così nello scrivere come nel parlare è sempre perdente chi con ingiurie risponde alle ingiurie, perchè sermo durus suscitat furorem.

 

 


CAPO V. Discorsi sconvenevoli e fiamma misteriosa in una camerata - Dicerie e timore - D. Bosco dà spiegazione del fatto, ed esorta i giovani a non essere restii a quell'avviso di Maria SS. - La strenna, la fiamma, la visita alle coscienze - Come la Madonna veda tutto quel che vuole, e soglia apparire in questo mondo - Canto di Maria SS. in una visione - Bene prodotto fra gli alunni da quella fiamma - Una causa per la quale D. Bosco attende indefessamente al confessionale.

 

                IN ogni sua opera, in ogni sua fatica D. Bosco aveva di mira solo la gloria di Dio e il bene delle anime e perciò non deve parer cosa strana che la Vergine benedetta lo aiutasse di persona nel compiere i suoi ufficii e nel vegliare sopra i giovani dell'Oratorio. Infatti che vi sia comunicazione col mondo soprassensibile nessun uomo ragionevole può negarlo. I fenomeni soprannaturali, avverati in grandissimo numero nel corso de' secoli, sono tali avvenimenti, che cadono nel dominio della storia. Ad ogni critico spassionato è però libero il campo di esaminarli, discuterli, accettarli, e noi rimettiamo ad essi l'esame di quanto esporremo. Notiamo intanto che i fatti mirabili, che s'intrecciano colla vita del Venerabile D. Giovanni Bosco e le sue parole, ebbero testimonii in quest'anno 500 alunni e con essi preti, chierici e altri della casa.

                Or dunque entriamo in argomento e diremo come realmente la Madonna continuasse la, sua generosa assistenza all'Oratorio. [37] D. Bonetti Giovanni così narra nella sua cronaca. “Giovedì 9 gennaio 1862. Verso le 9 di sera, tre giovani, Vallania, Sciolli e Finelli, erano andati a coricarsi prima di tempo nella loro camerata di S. Luigi, posta nella parte nuova della Casa. Mentre raccontavano delle frottole (o meglio facevano discorsi non molto buoni), invece di venire cogli altri alle preghiere comuni, odono una scossa come di terremoto e di poi un fischio di vento gagliardo che si avvicina. Ed ecco ad una finestra della loro camerata sul davanzale esterno presentarsi una fiammella a guisa di un globo di fuoco. Sebbene la finestra fosse chiusa, penetrò attraverso di essa con un po' di rumore. Passata sulle loro teste percorse la sala da una estremità all'altra; quindi, fermatasi nel mezzo, cessò di formare un globo solo, ma si divise e si sparse in tante fiamme per tutta l'estensione della camera, che rimase per un istante interamente illuminata anche in ogni suo angolo. In questo stesso mentre udivasi un rumore, quasi passo d'uomo che camminasse. Dopo qualche istante la luce si adunò di nuovo in un solo globo, si portò alla detta finestra e ne uscì, lasciando pieni di spavento quei tre giovani, i quali, appena poterono riprender fiato, si nascosero sotto le coperte.

                Una cosa così straordinaria non potè rimanere nascosta: e Vallania me la raccontò, assicurandomi della verità di un fatto per lui non troppo onorevole. Come un lampo se ne sparse la notizia; corsero varie dicerie. Quel lume stesso scintillante di vivissima e straordinaria luce, era stato veduto da D. Rua e da D. Savio mentre uscivano da una scuola, ma lo credettero un fuoco fatuo. Il Chierico Provera si trovava dietro alla casa, sul terrazzo vicino alla finestra e di qui lo vide comparire all'altezza di circa due metri sopra il suo capo. Mentre stavalo osservando, quello scoppiava senza fragore con gran sprazzo di scintille; e, dopo un sommo splendore, egli si trovò involto in dense tenebre. Vi fu eziandio chi [38] asserì aver visto un globo di fuoco sulla camera di D. Bosco. Altre voci, ma senza fondamento, di misteriose apparizioni correvano fra gli alunni, i quali, compresi da un sacro timore, desideravano che D. Bosco desse spiegazione di quel fatto.

                E D. Bosco il 12 gennaio domenica, alla sera, a tutti gli alunni radunati studenti ed artigiani, narrò l'avvenimento di quel lume e lo descrisse e lo spiegò ne' suoi più minuti particolari. Quindi proseguì: -

 

                Questo è il fatto: abbiamo qui presenti quelli che ne furono testimoni, i quali lo raccontano - come io ve lo esposi. Aggiungerò che quel globo dalla camerata passò in altra stanza, dove lasciò notizia che in quel luogo della casa si parlava male. Non molto dopo lo videro D. Rua, D. Savio e il chierico Provera.

                “- In questi giorni si fece un gran rumore fra i giovani per questo lume. Alcuni domandano: - Che cosa è? È forse l'anima di Martano che ha bisogno delle nostre preghiere? - Altri: - È  forse un bolide od una stella errante? - Lasciamo stare da parte tutte queste domande; io sono in grado di dirvi quello che sia veramente. Ecco: vi sono in questa casa certi cuori ostinati, che resistono alla grazia di Dio. Essi hanno provocata su di loro l'ira del Signore, che ci minacciava di qualche singolare castigo. Maria SS., che si è sempre dimostrata protettrice di questa casa, con un segno sensibile tenne indietro questi castighi, in quel modo che noi abbiamo veduto; limitandosi ad avvertire pietosamente quei tali che si fanno vedere di cuore inespugnabile.

                - Io vi assicuro che quando penso sullo stato di taluni io piango di dolore. Dopo tanti favori del cielo, vedere certuni così indifferenti, trascurati dell'anima propria! Se costoro non si risolvono a questo in tempo, di romperla una volta col peccato e di darsi al Signore, forse non avranno mai più in tutta la loro vita una grazia tale di convertirsi. Stiano attenti questi tali, che io voglio dar loro un consiglio, ed è questo: Se essi non vogliono lasciare il peccato, vadano via da questa casa, vadano via presto, altrimenti se loro accadrà poi qualche infortunio, io non ne sarò garante. Ciascuno ci pensi. Taluni hanno da fare confessioni generali; altri hanno peccati taciuti in confessione e già da molto tempo; altri hanno imbrogli, e sempre dicono farò, farò e non mai si mettono da forti. Costoro temano pure che hanno ragione. Ma quelli che hanno la coscienza tranquilla non abbiano alcuna paura; posso io loro assicurare che non ci accadrà alcun male, perchè abbiamo con noi Maria SS. che ci protegge. Qualunque rumore si oda, qualunque lume vediate se siete in grazia di Dio non abbiate alcuna paura. [39] Poco tempo fa vi fu una minutissima visita al vostro cuore e nessuno se ne accorse. Ma per i buoni deve essere di grande conforto, e pegno di sicurezza per l'anima loro. Agli spensierati invece deve porgere occasione di serie riflessioni.

                - Diceva uno quest'oggi: - Io voglio andar via da questa Casa; non vo' più starei con questi fatti. - Buon giovane. Forse che quando la mano di Dio vuol trarci a lui, non ci trova in ogni angolo della terra? Dice Davidde: Se ascenderà in cielo sulle stelle, tu ci sei; se discenderò sotto terra, nell'inferno, colà io ti troverò: se metterà le ali e volerò alle ultime estremità dei mari, anche di là mi ricondurrà e mi terrà la tua destra.

                - Intanto domani voi tutti pregate il Signore e la Madonna che ci concedano tutte quelle grazie, che sono necessarie all'anima nostra. Io la pregherò pel bene dell'anima mia ed anche per quello delle vostre. Ora andate a dormire e dormite bene.

 

                Come ebbe finito di parlare il giovane Vallania si avvicinò a me (D. Bonetti) assicurandomi, che il racconto di Don Bosco rispondeva esattamente a quanto egli aveva visto nella camerata.

                Molti commentavano quella frase. Poco tempo la vi fu una minutissima visita al vostro cuore e nessuno se ne accorse e giudicavano che evidentemente alludeva alle strenne o biglietti distribuiti alcuni giorni prima sopra dei quali ciascun giovane era appuntino definito secondo il suo stato morale; quindi quella strenna e quel lume o globo essere come una sola cosa diretta allo stesso fine o meglio questo essere conseguenza di quella. Così la pensavano i giovani, mentre davano a D. Bosco la buona notte.

                Essendo gli alunni andati a dormire una gran parte dei chierici e alcuni secolari si strinsero intorno a D. Bosco, per fargli alcune domande. Fra le altre cose chiesero la spiegazione di quelle sue parole: Il globo quindi passò altrove dove lasciò notizia che là non si parlava molto bene. - D. Bosco però non volle spiegar niente, ma ci lasciò intendere con parole equivoche, che il globo era passato propriamente in camera sua e che quivi egli aveva saputo tante altre cose. [40]

                Ci disse poscia come suole la Madonna comparire in questo mondo. Dopo averci dato qualche saggio della profonda cognizione che aveva di Teologia, collo spiegarci, come umanamente si può, la visione intuitiva di Dio, per cui i santi guardando in Dio come in uno specchio, secondo il suo beneplacito, vedono tutto il passato, il presente, l'avvenire, tutti i punti dell'Universo e perciò come essi pure trovinsi in tutti i punti del mondo; passò a direi che la Madonna volendo trovarsi in qualche luogo particolare, ha solo da fare un atto di volontà di essere in quel tal posto, ed allora vi si trova realmente. Ella compare, per lo più, vestita secondo il costume di quel tal paese in cui essa si vuol trovare; alcune, volte compare e dà segno della sua presenza locale per mezzo di un emblema.

                Noi restammo ammirati nel sentirlo parlare così bene e con tanta facilità di cose mistiche, ed alcuni gli domandarono se avesse già qualche volta provate e godute simili visioni. Egli rispose di aver ciò imparato sugli autori. Essendo libri che parlano di cose speculative ed appartenenti piuttosto a chi vuol fare vita contemplativa, D. Rua domandò se nella casa vi fossero dei giovani ai quali sarebbero stati adattati tali libri. D. Bosco sorridendo gli diede del curioso e soggiunse: - Coloro che potrebbero leggere questi libri ed essere capaci di comprenderli, non si credono tali, poichè se si stimassero da tanto, guai a loro: Iddio permetterebbe che fossero umiliati.” Gli si domandò come fare a non cadere indietro e conservarsi nella virtù. Ei rispose Fare quel che possiamo: stimarci un nulla avanti al Signore, e persuaderci bene, che senza di Lui non possiamo fare altro che peccati”.

                Fin qui la cronaca.

                È in questa apparizione che probabilmente D. Bosco udì aggiungersi in sogno da Maria SS. alcune strofe finali alla canzone di Silvio Pellico: Cuor di Maria che gli Angioli. Gli sembrava [41] di intonare egli stesso questa laude e che a lui si unisse un immenso coro con armonia celestiale continuandola sino alla fine.

                A me venite, o  figli                            Intorno a me stringetevi

                (Così Maria risponde)                       Siatemi sempre accanto,

                Chi tante preci effonde                     Vi coprirò col manto,

                Respingere io non so.                         Difesa a voi sarà.

 

                Come il coro ebbe finito e si fece tutto intorno un profondo silenzio, Maria SS. sciolse da sola un canto di armonia e dolcezza ineffabile. D. Bosco conservò in mente il senso di que' versi; anzi, benchè non volesse mai svelare altre particolarità di questa visione, confidò ad alcuni suoi intimi, averne di quello come potè tenuta memoria per iscritto. Non ci poteva essere nessun dubbio sulla veracità della sua asserzione. Perciò, dopo la morte del Servo di Dio, esaminando attentamente le sue carte, ne abbiamo trovato una ingiallita, dal tempo, che porta scritte dalla mano di D. Bosco null'altro che sei strofe, sullo stesso metro, della sovracitata poesia di Silvio Pellico. Anzi ne sembra una continuazione, poichè si intende essere la Madonna che prosegue a dare incoraggiamento e consiglio ad un suo servo fedele.

                Sarà questa la carta da noi ricercata? Comunque sia noi la riproduciamo, perchè quanto appartiene a D. Bosco è per noi cosa preziosa.

 

                Alma ambasciata, calmati,                             Religion sostengati

                Labbro fedel tel dice;                                        Nei dubbi della vita;

                Tu vita avrai felice                                             Se al ciel domandi aita

                Se ascolti i detti miei.                                        Sicura avrai mercè.

                Pace goder se brami                                           Quando dei giorni l'ultimo

                Al rio piacer fa guerra.                                       Verrà e in polve avvolto

                E tosto e cielo e terra,                                        Il corpo andrà sepolto.

                Costanti amici avrai.                                         Nè uom più pensa a te,

                Di gran saper non curati,                                   Allor pieno di giubilo,

                Cerca la scienza fida,                                        Perchè fu giusto e pio,

                Quella che al ciel ti guida;                                 Lo spirto andrà con Dio

                Sol questa è un vero ben.                                  Godendo il vero ben. [42]

 

                Ed ora ripigliamo la cronaca di D. Bonetti.

                “Il bene che produsse l'apparizione di quel lume nei giovani non si può calcolare. Molti che erano trascurati si misero di buon animo, fecero la loro confessione generale, si risolsero di frequentare i SS. Sacramenti. La stessa sera andavano a gara, domandando ad un chierico e all'altro medaglie da mettersi al collo; dando segno i buoni di camminare con perseveranza e maggior fervore nella strada della virtù, i cattivi di emendarsi, come fecero”.

                Ma simile eccitamento a conversione non avrebbe prodotti tutti i suoi salutari effetti, se non fosse stata permanente in D. Bosco una cognizione soprannaturale delle coscienze.

                “Essendo egli uscito, così la cronaca, un di questi giorni dall'Oratorio coi chierici Provera e Durando venne in questo discorso: - Io faceva conto di sminuirmi alquanto la fatica di confessare, invitando il Teologo Marengo, che si presta molto volentieri, a venire più sovente ad ascoltare i giovani nel tribunale di penitenza: dello stesso sacro ministero incaricai D. Rocchietti. Ma che farci? Mi accorsi di gravi inconvenienti dei quali non potevano avvedersi quei due eccellenti sacerdoti. Perciò a quando a quando fui obbligato a  chiamare in mia camera certi giovani. Loro domandava: - Ma, e quando verrai ad aggiustare i tuoi conti?” Mi si rispondeva: - Sono andato solamente l'altro giorno da D. Rocchietti, o dal Teologo Marengo; ho fatto persino la confessione generale.

                - Ma pure e questa e quell'altra cosa l'hai manifestata? Rimanevano lì, chè non sapevano che dirsi, e rispondevano: È vero: non ho osato a confessarla”.

                A questa nota della Cronaca noi aggiungeremo: Don Bosco era assistito da quegli del quale disse S. Giovanni nel suo Vangelo: - Ipse enim sciebat quid esset in homine[2].

 

 


CAPO VI. Risposta di Pio IX ad una lettera di D. Bosco - Rescritto pontificio per indulgenze - Capitolo aggiunto alle regole dell'Oratorio festivo - Accettazione di socii nella Pia Società: conferenza sull'obbedienza - D. Bosco commenta ai Chierici un versicolo di S. Giovanni: dolcezza che prova chi lavora per le anime - Dissuade D. Allievi dall'istituire una Congregazione religiosa - Sue parole agli alunni: modo di passar bene il carnevale: mezzi per farsi santi: avviso per imminenti battaglie spirituali - D. Bosco non vuol vedere giovani appartati o seduti in tempo di ricreazione - Scopre da lontano i nascosti giuocatori di soldi Una battaglia a palle di neve e il  perdono di D. Bosco.

 

                IL cuore di D. Bosco era con insistenza rivolto a Roma e sul finir dell'anno 1861 aveva scritta una lettera a Pio IX, della quale, come di altre confidenziali, non tenne copia. I suoi scritti erano sempre gratissimi per varii motivi al Sommo Pontefice. In questo foglio D. Bosco gli chiedeva alcuni favori che gli vennero subito concessi, con un rescritto incluso nella seguente lettera, la quale, come il rescritto, porta la firma autografa del Santo Padre.

 

PIO PP. IX.

 

DILETTO FIGLIO, SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.

 

                Con vera gioia abbiamo ricevuto la tua lettera dei 25 scorso dicembre, scritta pure a nome di molti sacerdoti, chierici e pii secolari, e ripiena dell'ossequio e dell'amore che tu e i detti ecclesiastici e [44] laici professate verso di Noi e verso questa Cattedra di Pietro. Senza dubbio tu stesso potrai facilmente immaginare con quanto dolore e tristezza dell'animo Nostro abbiamo appreso quale micidiale guerra ora siasi dichiarata alla santissima nostra religione, specialmente nella infelice Italia, dai figli delle tenebre, che per mezzo di libri pestilenziali, coi giornali, colle scuole e col danaro ed altre funeste insidie ed astuzie d'ogni genere, si sforzano di allontanare i popoli di Italia dal culto cattolico, farli cadere in perniciosissimi errori d'ogni sorta, corromperli in modo miserando e con malizia veramente infernale mettere a pericolo la loro eterna salute. Tuttavia in tanta afflizione e in questa terribile congiura degli empii contro la Chiesa Cattolica, ci torna di non piccola consolazione certamente il vedere con quanta fortezza e costanza i nostri Venerabili Fratelli i Vescovi, come esige la loro Episcopale dignità, valorosamente difendono la causa, i diritti e la dottrina di Dio e della santa sua Chiesa, e con quale alacrità tanti fedelissimi sacerdoti, strettamente uniti a Noi ed ai loro Vescovi, coraggiosamente combattono le battaglie del Signore, e finalmente qual figliale amore tanti popoli fedeli si glorino di portate a questa Sede Apostolica e si oppongano agli sforzi degli empii. Quindi fra le gravissime pene che ci opprimono, con vero conforto dell'animo Nostro veniamo a conoscere dalla tua lettera con quanto zelo tu, o diletto Figliuolo, ed i sullodati sacerdoti e laici vi adopriate a procurare la salute dei fedeli, ed a scoprire e mandare a vuoto le insidie e gli errori dei nemici. Perciò, mentre di gran cuore ce ne congratuliamo con Te e con cotesti Ecclesiastici e secolari, esortiamole ed essi tutti a continuare con zelo sempre più ardente nel propugnare la causa della divina nostra religione. Facciamo poi ardenti voti perchè tu ed i tuoi innalziate continue e ferventissime preghiere a Dio ricco in misericordia, affinchè sorga, prenda a difendere la sua causa e col suo potentissimo aiuto assista Noi e soccorra la sua Chiesa. Dal rescritto poi che qui è annesso, apprenderai con quanto piacere Noi accondiscendiamo a tutti i tuoi desiderii. Finalmente a Te ed a tutti gli Ecclesiastici e secolari suddetti con tutta effusione di cuore, impartiamo l'Apostolica Benedizione auspice di tutte le grazie celesti e qual pegno della nostra singolare benevolenza verso di voi.

                Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 13 di Gennaio 1862. Anno Decimosesto del Nostro Pontificato.

 

Pio PP. IX

Al Diletto Figlio, Sacerdote Giovanni Bosco - Torino[3]. [45]

 

                Il rescritto incluso colla domanda fatta da D. Bosco era il seguente:

 

                               Beatissimo Padre,

 

                Il sacerdote Bosco Giovanni Direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino (Piemonte) si prostra ai piedi di V. B. supplicandola di accordare i seguenti spirituali favori:

 

 

Dilecto filio Praesbytero Ioanni Bosco

Augustam Taurinorum. [46]

 

                I° Celebrare le tre Messe nella mezzanotte del Santo Natale e distribuire la Santa Comunione a quelli, che prendono parte a questa sacra funzione, AD SEPTENNIUM

                2° Indulgenza Plenaria a chi in quella occasione si accosta ai Santi Sacramenti della Confessione e Comunione;

                3 ° La medesima Indulgenza una volta al mese, quando i giovani si accostano ai Santi Sacramenti, facendo l'esercizio della buona Morte;

                4° Indulgenza Plenaria in articulo mortis ai giovani ORA ESISTENTI di questa Casa ed alli Benefattori ATTUALI della medesima.

                Che della grazia ecc.

                A Sua Santità PIO PP. IX.

 

                Pro gratia serv. servandis.

 

PIUS PP. IX.

 

                NB. Le parole in maiuscoletto furono aggiunte dallo stesso Pio IX nella supplica soprascritta.

 

                D. Bosco annunziava a' suoi giovani anche esterni le benigne concessioni della S. Sede, e queste gli porgevano occasione di aggiungere alla Parte seconda del Regolamento dell'Oratorio festivo un Capitolo, nel quale conferma le pratiche divote già in uso per la settimana santa e pel mese di maggio[4]. [47]

                La lettera del Pontefice fu letta a tutti i membri della Pia Società, i quali nel gennaio del 1862, compreso D. Bosco, erano trentotto, uniti in Domino: cioè 5 preti, 28 chierici, e 5 laici.

                Vennero proposti quindi due ottimi postulanti per la loro accettazione all'anno di prova e dei quali si legge nei verbali del Capitolo:

 

                Li 20 gennaio 1862 il Capitolo della Società di S. Francesco di Sales radunato dal Signor Rettore D. Bosco, fece colle solite formalità l'accettazione del suddiacono Fusero Bartolomeo da Caramagna, figlio di Clemente e del Chierico Racca Pietro di Volvera, figlio di Giacomo. Avendo tutti e due ottenuti i voti favorevoli furono ammessi nella società.

 

                Dopo la votazione così narra la cronaca di Bonetti:

                “D. Bosco parlò dei voti. Lasciando da parte la povertà e la castità, fece qualche riflessione sull'obbedienza. - Essa è Voluntas prompta se tradendi ad ea quae pertinent ad Dei famulatum. Questa definizione coincide con quella della divozione. Noi abbiamo bisogno che ciascheduno sia disposto a fare grandi sacrifizii di volontà: non di sanità, non di danaro non di macerazioni e penitenza, non di astinenze straordinarie nel cibo, ma di volontà. Perciò uno adesso deve essere pronto ora a salire in pulpito ed ora ad andar in cucina: ora a fare scuola ed ora a scopare; ora a fare il catechismo, o pregare in chiesa ed ora assistere nelle ricreazioni; ora a studiare tranquillo nella sua cella ed ora accompagnare i giovani alle passeggiate; ora a comandare ed ora ad obbedire.[48]

                Con tale disposizione di animo operando avremo la benedizione di Dio, perchè saremo veri e fedeli suoi discepoli e servi. Domanda forse il Signore, diceva Samuele a Saulle, degli olocausti o delle vittime e non piuttosto che si obbedisca alla sua voce? Melior est enim obedientia quam victimae; et auscultare magis quam offere adipem arietum. Dobbiamo perciò ascoltare e seguire con generosità la voce del Superiore, che rappresenta Dio e la voce del dovere. Seguendo questa raggiungeremo il fine della nostra vocazione, ci faremo de' gran meriti e salveremo le anime nostre e quelle degli altri -”.

                Sovente egli tornava a parlare sull'argomento dell'obbedienza, facendo osservare il gran premio che attende i religiosi obbedienti, anche su questa terra, cioè la fortuna di poter salvare delle anime. Continua la Cronaca di Bonetti. “Il 23 gennaio trovandosi D. Bosco al mattino in mezzo ai suoi chierici alla recita del Testamentino, scuola che ha luogo ogni giovedì, pregato di ricavare dal sacro testo qualche moralità, si fermò su quelle parole di S. Giovanni qui facit veritatem venit ad lucem e, fra le altre cose che disse, svolse questo pensiero. - Ah fortunato quel chierico, il quale abbia gustato quanto sia dolce il lavorare per la salute delle anime! Egli allora più non teme nè freddo, nè caldo, nè fame, nè sete, nè dispiaceri, nè affronti e nè anco la morte. Ogni cosa egli sacrifica, purchè possa guadagnare anime al Signore! Qui facil veritatem venit ad lucem. Colui che fa il bene viene ben tosto ad ammirarne lo splendore. Provate e vedrete -”.

                Mentre D. Bosco cercava d'istillare il suo spirito nell'anima de' suoi chierici, un certo numero dei quali non apparteneva alla Pia Società, venne all'Oratorio e vi si trattenne qualche giorno D. Serafino Allievi, uomo dotto, e pieno di zelo sacerdotale, vero apostolo della gioventù, che in Milano operava un gran bene, dirigendo quell'Oratorio di S. Luigi. D. Bosco,  [49] che era stato suo ospite nel 1850, lo accolse con molte feste e una sera lo fece parlare a tutti i giovani dopo le orazioni. D. Allievi aveva il progetto di fondare una casa per i fanciulli bisognosi di ricovero; e per custodirli ed educarli dare principio ad una Congregazione Religiosa. Perciò chiese il consiglio di D. Bosco, il quale, conoscendo le gravi difficoltà di simili imprese, gli domandò se in qualche modo avesse per sè, per sua sicurezza, qualche fatto o qualche invito soprannaturale, che lo accertasse del volere, di Dio. D. Allievi gli rispose che no; e allora D. Bosco lo dissuase da simile tentativo, e lo incoraggiò a continuare indefessamente l'opera sua primitiva. D. Allievi gli fu grato dell'avviso; fece però qualche prova per tradurre le sue idee in atto, ma non approdò a gran cosa. Egli aveva confidate le parole di D. Bosco al Sac. Francesco Rainoni, ora (1908) assistente al Santuario della B. V. in Treviglio, il quale le palesava poi a Don Giovanni Garino.

                Ma D. Bosco, che aveva per sè le promesse divine, non trascurava un istante perchè i suoi alunni eli queste si rendessero degni. “Il 22 gennaio salito sulla cattedra dopo le orazioni della sera, interrogato da un chierico intorno al modo di passar bene il carnevale, rispose: - I° Tutto quello che farete durante questo tempo indirizzatelo tutto a onore e gloria di Maria. - 2° Tutto quello che farete a gloria di Maria fatelo anche per suffragare le anime del purgatorio. - Disse poi, notò D. Bonetti, molte altre cose che non ho tempo a scrivere: e annunziò la morte di Bianciotti Luigi da Cantalupo che era nei 17 anni, avvenuta il 21 gennaio nell'Ospedale di S. Giovanni”.

                “Nei giorni seguenti trovandosi in un crocchio di giovanetti, disse loro:

                - Volete farvi santi? Ecco! La confessione è la serratura; la chiave è la confidenza nel confessore. Questo è il mezzo per entrare per le porte del paradiso. [50]

                Altra volta disse pure: - Due sono le ali per volare a cielo, la confessione e la comunione.

                Tal'altra sussurava all'occhio di uno: - Coraggio, mio caro; il tempo della prova è vicino. - Ciò bastava chè i giovani stessi, premuniti, si accorgessero dei lacci preparati dall'uomo nemico”.

                In ricreazione non soffriva che alcuni stessero appartati da tutti gli altri compagni; nè permetteva che vi fossero panche per sedersi. Un giorno, ci narrò nel 1905 D. Anglois allora studente nell'Oratorio e poi sacerdote e cappellano nelle carceri delle donne in Torino, tre alunni si erano seduti in tempo di ricreazione sopra un grosso trave, che doveva servire per una costruzione. D. Bosco si avvicinò e disse loro con molta amorevolezza: - Separati siete tre ottimi giovani, uniti siete tre biricchini. - E quei giovani corsero a fare ricreazione.

                Egli aveva eziandio per la sorveglianza un udito speciale. Era prescritto che il danaro personale mandato dai parenti fosse consegnato al Prefetto, che l'avrebbe somministrato con prudenza secondo la domanda di chi ne era padrone. Misura ragionevole per ovviare molti disordini. Ora “D. Bosco il 31 gennaio, - è la Cronaca di D. Bonetti che parla, dopo pranzo passeggiava sotto i portici con alcuni giovani, quando tutto ad un tratto si fermò e chiamato a sè il Diacono Cagliero Giovanni, gli disse sottovoce: - Sento suonare i danari e non so in qual parte si giuochi. Va, cerca questi tre giovani (e gliene disse i nomi) e li troverai giuocando.

                - Io tosto mi posi a cercare, così narrava lo stesso Cagliero, da una parte e dall'altra e non riusciva a poterli trovare; quando ecco vedo comparire uno dei tre. Tosto gli domandai: - Donde vieni, e dove ti eri ficcato, mentre è tanto, tempo che ti cerco e non ti trovo?

                - Era in quel luogo così e così. Che cosa facevi colà? [51]

                - Giuocavo ai birilli.

                - Con chi?

                - Coi tali N. e R.

                - Giuocavate per danaro eh?

                Il giovane ingarbugliò qualche parola, ma non negò che giocava di danari.

                - Allora andai in quel posto indicatomi che era molto nascosto, ma non trovai più gli altri. Continuai ad indagare e venni a sapere di certo, che quei tali un 10 minuti prima erano molto scaldati in un giuoco d'interesse. Allora portai la risposta a D. Bosco. - D. Bosco raccontò all'indomani che nella notte precedente aveva veduti quei tre nel sogno a giocare da disperati”.

                Cosi finiva il mese di gennaio ricco di fatti sorprendenti, i quali però noti avevano impedito - qualche piccolo inconveniente come narra fra gli altri il suddetto D. Anglois. Essendo caduta molta neve gli studenti e gli artigiani costrussero con questa due torri, che rappresentavano due campi, l'un contro l'altro armato; e gli uni assalivano le fortificazioni degli altri. In principio fu un divertimento innocuo che occupava con intenso piacere gli alunni; e si tollerò. Ma la notte seguente dagli studenti fu eguagliata al suolo la torre degli artigiani, i quali al mattino, gridando al tradimento, la ricostrussero e vi stabilirono le sentinelle. Gli animi si erano accesi di spirito bellicoso, tanto più che tra due classi, diverse di alunni accade talvolta che vi sia qualche ragione o pretesto di animosità! Ed ecco al mattino del terzo giorno gli artigiani, armati di bastoni, corsero all'assalto della torre degli studenti ben guernita di difensori, mentre le trombe suonavano il passo di carica. L'assalto e la difesa erano accanite. Le palle di neve volavano da tutte le parti. Accorsero D. Alasonatti, D. Anfossi, Buzzetti e Rossi: si gettarono in mezzo a quel tumulto ordinando che si deponessero le armi. Ci fu alquanta riluttanza nell'obbedire, ma suonata la [52] campana gli uni andarono nelle scuole e gli altri nei laboratorii. Buzzetti con varii famigli s'affrettò a distruggere ledue trincee.

                I giovani intanto, riflettendo, avevano riconosciuto il loro torto. Venne mezzogiorno; e unitisi gli studenti cogli artigiani, si presentarono a D. Bosco mentre discendeva pel pranzo. Chiedendogli perdono, promettevano di andare silenziosamente in refettorio, e che non avrebbero più fatto chiassi simili a quelli del mattino. D. Bosco si fermò a guardarli. - Un superiore, che gli stava a fianco, insisteva perchè desse qualche esempio; D. Bosco gli rispose:

                 - Ma non vedi che domandano perdono? - E dopo qualche istante di riflessione continuò: - Dal momento che han chiesto perdono, basta. Sì, perdono; vadano e stiano in silenzio nel refettorio. - E così venne fatto. Alla sera D. Bosco proibì quelle battagliucce ed esortò tutti a recitare con maggior fervore nelle orazioni comuni l'Ave Maria per la pace della casa.

 

 


CAPO VII. Ricompensa retribuita dal Signore a Don Bosco pel suo desiderio efficace d'istruire cristianamente i giovani dati allo studio - Un pensionato presso l'Oratorio - La scuola elementare per gli esterni in Valdocco e suo regolamento Compimento delle Scuole Cattoliche a Porta Nuova: Don Bosco ad Ivrea per la scelta de' maestri elementari; accoglienze del Vescovo e del Clero Una tipografia nell'Oratorio di S. Francesco di Sales Sentenza del Card. Pie sulla cattiva stampa - Pratiche di D. Bosco per ottenere dall'Autorità civile il permesso di iniziare la tipografia Letture Cattoliche: Lettera agli associati - D. Bosco a nome de' tipografi annunzia ai benefattori il nuovo laboratorio Destini della tipografia di Valdocco.

 

                LA carità apostolica di D. Bosco abbracciava con efficace desiderio di salvezza tutta la gioventù del mondo. Vedeva e prevedeva le insidie che a lei si tendevano e si sarebbero poi tese da scuole eretiche, irreligiose e pestifere. Spesse volte se ne lamentava co' suoi collaboratori, dimostrando loro la necessità di aprire numerose scuole cattoliche, e pregava il Signore a volerlo aiutate anche in questa impresa. Dio lo esaudì oltre ogni sua speranza. Noi lo vedremo, trascorsi non molti anni, fondare quasi un migliaio di scuole per i giovanetti, e per le fanciulle; per sua iniziativa in Europa ed in America; per sua indicazione in Africa ed in Asia; e con risveglio meraviglioso di fede nel [54] popolo, come or ci attestano continuamente i primarii personaggi di que' paesi.

                Chi avrebbe potuto credere tale portento nel 1862?

                E fu il premio per lo zelo di D. Bosco, il quale, appoggiato alle promesse di Maria SS., non aveva negletti i mezzi anche più esegui posti in sua mano per fare quel maggior bene che poteva ad ogni ceto di giovanetti col fine primario dell'istruzione religiosa. Oltre le prime classi rudimentali negli Oratorii Festivi e nell'Ospizio, aveva incominciato sul bel principio a a raccogliere in Valdocco gran numero di studenti della città, per le ricreazioni del giovedì. Interessandosi della loro istruzione, raccomandava alle famiglie che li mandassero ad istituti ove era sicuro l'insegnamento cristiano; si recava a visitarli in pubbliche scuole, i professori delle quali gli erano amici, per catechizzarli; ne ammetteva un certo numero a frequentare regolarmente il suo ginnasio; per loro vantaggio rialzava il collegio di Giaveno; e più tardi istituiva per essi, nei quattro mesi delle vacanze d'autunno, scuole speciali per ripetizioni e preparazione agli esami.

                Aveva eziandio aperto nel 1861 a sue spese un convitto a giovani, che per età o altro motivo non potevano essere ammessi nell'Ospizio, allogandoli in un appartamento di casa Bellezza, ossia dell'antica Giardiniera. Il maestro Giacomo Miglietti, al quale aveali affidati, li conduceva ogni mattina nell'attigua chiesa di S. Francesco per assistere nei giorni Festivi a tutte le funzioni con i giovanetti dell'Oratorio, e ogni mattina dei giorni feriali per ascoltare la santa messa celebrata a parte. Lungo il giorno nella sala presso la porteria faceva loro scuola unitamente ad altri fanciulli, che andava, raccogliendo qua e là ne' dintorni. Alla sera poi accorreva a lui gran numero di giovani popolani per imparare a leggere, scrivere, fare conti.

                La scuola elementare serale e diurna contava sedici anni di vita producendo molti e buoni frutti, mentre D. Bosco era [55] andato elaborando a poco a poco e facendo mettere in pratica un Regolamento che infine dopo molti anni dava alle stampe. Doveva servir di norma per le scuole di tutti i futuri oratorii festivi, e venne aggiunto a quello di Valdocco col titolo: Parte terza: Delle scuole elementari diurne e serali)[5].

                Nell'anno 1862, superate non leggiere difficoltà ed opposizioni, aveva anche ultimato l'impianto modesto di scuole cattoliche sul corso Vittorio Emanuele in Torino, per contrapporle alle scuole protestanti. Nel dicembre del 1857 Don Bosco aveva presentato questo suo disegno nella radunanza generale delle conferenze di S. Vincenzo de' Paoli e a quando a quando erasi condotto ad Ivrea per consultare su questa impresa il Vescovo Mons. Moreno.

                Si legge nella cronaca di D. Bonetti: “D. Bosco il giorno 18 Febbraio andò ad Ivrea per aggiustarsi con quel Vescovo sul personale da mettere nelle scuole Cattoliche che stanno per aprirsi, essendo quella diocesi fornita di eccellenti maestri. Stette quattro giorni sebbene avesse intenzione di fermarsi poco: chè ciò non gli era stato possibile. Il Vescovo godeva tanto di intrattenersi seco lui, che non gli permetteva di partire e sempre metteva incagli alla sua fretta. Al Venerdì mattina però D. Bosco era risoluto di ritornare ad ogni costo in Torino, come fece. Chiesto il Vescovo quanto tempo ci andasse per recarsi alla ferrovia, rispose: - Un quarto d'ora!

                - Ebbene è tempo che io mi parta, osservò D. Bosco.

                - Sonvi ancora cinque minuti da aspettare, riprese Monsignore: mi permetta almeno che goda ancora seco lei questo breve momento.

                Uscito D. Bosco fuori dalla stanza del Vescovo, vi erano già molti sacerdoti, parroci, vicecurati, tra i quali il can. Tea, che lo attendevano per parlargli, ma egli non aveva più tempo di fermarsi. Ciascuno allora s'industriò di potergli [56] parlare lungo quel tratto di via che eravi dalla casa del Vescovo alla stazione. Cinque o sei non ancora contenti presero il biglietto della ferrovia e montati sul convoglio, col solo fine di conversare con lui, lo accompagnarono sino a Chivasso”.

                Ma D. Bosco non aveva trattato con quel Vescovo solamente delle scuole; sibbene anche di una tipografia, per edizioni di classici greci, latini ed italiani e di vocabolari, purgate da tutto ciò che poteva nuocere al buon costume: e specialmente per le Letture Cattoliche e per la diffusione più attiva della buona stampa per il popolo.

                Il Vescovo e D. Bosco erano dell'opinione del Cardinale Pie, il quale scriveva: “Quando tutta una popolazione, fosse anche la più devota ed assidua alla Chiesa ed alle prediche, non leggesse che giornali cattivi in meno di trent'anni diventerebbe un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando non vi è predicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva”.

                D. Bosco per undici anni aveva vagheggiata l'idea di una tipografia di sua proprietà e negli ultimi mesi del 1861 il suo desiderio diveniva realtà. Nel settembre aveva ordinato al Maestro Miglietti di traslocarsi colla sua scolaresca, dalla sala presso la porteria del cortile, in un stanzone a pian terreno nel lato a levante della casa comprata da' Signori Filippi. E nel locale sgombrato collocava due vecchie macchine a ruota, con un torchio, compra d'occasione; e un banco e le cassette per i caratteri, lavoro de' falegnami della casa. Ripeteva intanto a suoi giovani: - Vedrete! avremo una tipografia, due tipografie, dieci tipografie. Vedrete! - Già pareva le contemplasse in Sampierdarena, in Nizza Marittima, in Barcellona, Marsiglia, Buenos Aires, Montevideo e in altri paesi ancora.

                Egli intanto scriveva la seguente domanda al Governatore della Provincia di Torino. [57]

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Il sac. Bosco Giovanni Direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales espone rispettosamente a V. S. come il numero accresciuto de' giovani ricoverati in questa casa, importerebbe di avere qualche altra professione oltre quelle che già ivi si esercitano di falegname, sarto, calzolaio e legatore da libri. Sembra che tornerebbe di vistosa utilità l'iniziare una piccola tipografia.

                A tale oggetto ricorre a V. S. Ill.ma per essere autorizzato:

                I°) Di aprire in questa casa una tipografia sotto al titolo di Tipografia dell'Oratorio di San Francesco di Sales.

                2°) Atteso lo scopo di questa piccola tipografia esclusivamente benefico, e la tenuità dei mezzi e dei lavori cui quella deve restringersi, permettere che si apra in casa del Direttore dell'Oratorio medesimo.

                3°) Prima di dare incominciamento ai lavori tipografici, il ricorrente si obbliga di provvedere una persona dell'arte, che possa garantire i lavori che si dovessero intraprendere.

                Siccome questa piccola tipografia tende a dar lavoro ed a beneficare i giovani più poveri e più abbandonati della società, il sottoscritto confidando nella nota di Lei bontà, spera che la sua dimanda sarà presa in benigna e favorevole considerazione, mentre colla massima stima ha l'onore di professarsi di V. S. Ill.ma

Torino, 26 Ottobre 1861

Umile ricorrente

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                Il Governatore così gli faceva rispondere:

 

                D. VI, N.° Pr. 2725                                                                       Torino, addì 29 Ottobre 1861.

 

                A nome della legge 13 novembre 1859 non possono accordarsi permessi per stabilimenti di tipografie, litografie etc. che a quelle persone le quali, oltre le altre condizioni prescritte dagli articoli 128 e 129 della suddetta legge, abbiano fatto un tirocinio di tre anni presso un qualche tipografo, litografo etc. approvato dal Governo, ed abbiano da questi ottenuto un certificato di idoneità nell'arte, e che le tipografie, litografie etc. siano stabilite in luogo esposto al pubblico.

                Ad ottenere quindi il permesso instato dal Sig. D. Bosco Giovanni, direttore dell'Istituzione sotto il titolo di - Oratorio di S. Francesco di Sales - per una tipografia in quello stabilimento, è necessario che la domanda sia fatta da persona, che abbia tutte le qualità statuite dalla citata legge, e che il locale ove s'intenda esercire la detta tipografia sia esposto a seconda del prescritto dalla legge medesima.

P. il Governatore

VIANI. [58]

 

                D. Bosco rispondeva al Governatore, chiedendo di poter essere egli stesso il titolare legale della tipografia. Nel Superiore egli tendeva sempre a concentrare ogni supremazia.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Secondo la lettera del 29 scorso ottobre V. S. Ill.ma permetterebbe di aprire una tipografia sotto il titolo Tipografia dell'Oratorio a favore de' giovani ricoverati in questa casa, purchè la dimanda fosse fatta in capo a persona approvata nell'arte, e che il locale desse adito al pubblico.

                La seconda condizione si accetta senza riserva.

                Farei soltanto rispettosa preghiera, affinchè fosse in via di favore modificata la prima, permettendo che fosse aperta in capo al Direttore di questa casa, che si obbligherebbe di presentate un individuo pratico ed approvato in questa arte, quando siano terminati i preparativi e si debba dare cominciamento ai lavori tipografici. Così mi fu assicurato praticarsi in Genova nello stabilimento dei Sordo - Muti e nell'Opera degli Artigianelli ed anche in Monza nel piccolo ricovero di carità.

                Il gravarne che se ne avrebbe aprendola in capo ad un terzo e l'incertezza della durata, la maggior spesa da assegnarsi al proto tipografico, sono due cose che renderebbero incerto il vantaggio morale dei giovani e nullo il vantaggio materiale.

                Pieno di fiducia nella nota di Lei bontà con la massima stima ho l'onore di professarmi

                Di V. S. Ill.ma

 

                Torino, 18 Novembre 1861.

 

Obbl.mo Ricorrente

Sac. BOSCO GIOVANNI.

Direttore.

 

                Il Conte Pasolini Giuseppe senatore del regno, Prefetto della Provincia, poichè il titolo di Governatore era stato mutato in quello di Prefetto, rispondeva a D. Bosco, dandogli norme per compiere l'affare in vertenza; e D. Bosco gli scriveva:

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Dopo l'ultima lettera di V. S. Ill.ma riguardante alla piccola tipografia, credo che ogni cosa sia secondo il prudente e legale di Lei parere nel modo seguente: I°) L'adito è rivolto al pubblico. 2°) Avrà il [59] titolo: Tipografia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales. 3°) Sarà aperta sotto la direzione del Signor Andrea Giardino, di cui si uniscono i necessarii documenti, ma proprietà del Sac. Bosco Giovanni direttore dell'Oratorio suddetto. Sono pieno di fiducia nella nota di Lei bontà, e spero di presto effettuare quanto sopra per così porgere pane e lavoro ad una parte de' poveri giovanetti ricoverati in questa casa.

                Coi sentimenti della più sentita gratitudine ho l'onore di professarmi

                Di V. S. Ill.ma

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                La licenza di aprire una tipografia era finalmente accordata colla firma di due signori, che avevano preso parte alle perquisizioni nell'Oratorio l'anno 1860.

 

                N.° Prot. Gen. 3472

                Noi Prefetto della Provincia di Torino,

 

                Visto la domanda del Rev.do Sig. D. Bosco Giovanni del 26 p. p. Ottobre tendente ad ottenere il permesso di aprire nella casa sotto il titolo di - Oratorio di S. Francesco di Sales - un esercizio di Tipografia sotto la materiale direzione del Sig. Giardino Andrea;

                Visto li documenti da quest'ultimo all'indicato scopo prodotti a quest'ufficio di Prefettura col mezzo del Sudd. Sig. D. Bosco sotto la data del 27 spirante Dicembre,

                Visto li articoli 128 - 129 della legge di S. P. 13 Novembre 1859;

                Abbiamo accordato ed accordiamo al Sig. D. Bosco predetto il permesso di aprire nel suddetto suo stabilimento un'esercizio tipografico servendosi dell'opera del precitato Sig. Andrea Giardino, con che si conformi esattamente alle prescrizioni dell'Art. 128 della succitata legge 13 Novembre 1859.

                Torino, 31 Dicembre 1861.

 

P. il Prefetto

RADICATI

 

                31 Dicembre 1861: Visto e registrato alla Questura di Torino

 

Il Questore

CHIAPUSSI. [60]

                UFFICIO di P. SICUREZZA SEZIONE BORGO DORA.

 

Torino, il 2 Gennaio 1862.

 

                               M. R. Signore,

 

                In senso alla precedente recomi ad onore di trasmetterle il permesso, di aprire un esercizio tipografico col N.° 3472 del Prot, Gen. dell'Ufficio di Prefettura e N.° 6373 dell'Ufficio Questura.

                Un suo segno alla presente terrà luogo di ricevuta. Pregiomi essere di V. S. M. R.

 

L'Ispettore

Avv. TUA.

 

                Mentre si facevano queste pratiche presso le Autorità del Regno, Paravia preparava il fascicolo delle Letture per Febbraio col titolo: La giovane Siberiana, ossia L'amore figliale, per Zaverio De Maistre: Traduzione libera. Narra di una giovanetta, che partì dalla Siberia a piedi, andò fino a Pietroburgo, e riuscì ad ottenere la grazia per suo padre, condannato all'esiglio in perpetuo.

                Un indirizzo agli associati leggevasi prima del frontispizio di questo libretto.

 

Agli associati e lettori delle Letture Cattoliche.

 

                Col fascicolo che pubblicheremo nel prossimo mese di Marzo, le Letture Cattoliche entrano nel decimo anno di loro vita.

                Noi speriamo che i nostri amici continueranno a sostenerci coni loro aiuti e consigli; e che i nostri lettori ci continueranno eziandio il loro favore. L'opera nostra è opera morale in tutta l’estensione dei termini; il bene che ne speriamo è tutto a vantaggio della religione e della Società.

                Estranei ad ogni partito e ad ogni principio che non sia rigorosamente cattolico, nulla abbiamo a temere dai cattivi e speriamo tutto dai buoni. Da questi solamente imploriamo aiuto per la maggior diffusione possibile dei nostri opuscoli; in essi abbiamo tutta la fiducia per credere che vorranno adoperarsi con tutto lo zelo, affinchè i sani principii della cattolica religione e della moralità siano ognor più nel popolo propagati. Tanto più che non si tratta che di far conoscere e propagare con tenuissima spesa libri che ora sotto aspetto di amene letture [61], ora di cattoliche istruzioni, ora di consigli e pratiche religiose, ma sempre morali, sono dirette a civilizzare il popolo, il quale, avido di sapere, sovente si guasta il cuore e lo spirito con libri immorali, solamente perchè o ignora o non può avere libri buoni.

                Possano queste poche parole, e la tenuità del sacrificio che chiediamo, portare quel frutto che desideriamo per la gloria di Dio e pel bene del nostro prossimo....

                Le associazioni si ricevono in Torino all'ufficio, Via S. Domenico N.°II. I vaglia postali devono unicamente essere intestati al Direttore delle Letture Cattoliche.

                N.B. - Presso l'Ufficio trovasi l'elenco delle operette vendibili che furono pubblicate nella presente collezione.

 

                Le seguenti Letture Cattoliche furono ancor stampate da Paravia.

                Pel Marzo: - Gli orfani ebrei, traduzione dal francese con alcune canzoncine per la festa della Santa Infanzia.

                Fra queste canzoncine ve ne sono alcune di Silvio Pellico; per la festa dell'invenzione di Santa Croce, giorno anniversario della fondazione dell'Opera, e per la festa di S. Francesco Zaverio protettore della stessa Opera.

                Il racconto tratta di due giovani fratello e sorella convertiti alla fede, osteggiati dai loro vendicativi correligionarii e finalmente fatti degni della grazia del battesimo.

                Pel mese d'Aprile: - L'Orfano di Fénelon ossia gli effetti di una educazione cristiana. Le norme fondamentali di questa educazione sono tratte dal Pater noster.

                Pei mesi di maggio e di giugno: - Diario Mariano ovvero eccitamento alla divozione della Vergine Maria SS. in ciascun giorno dell'anno per cura di un suo divoto.

                Dice l'autore anonimo: “Io tanto più m'indussi a dettare questo libretto, in quanto che grande è la gratitudine che io professo alla Vergine SS. per speciali favori e benefizi dal suo possente patrocinio ottenuti in gravissime circostanze della mia vita. Quindi non è egli giusto, che essendo stato così favorito da Lei, io pure mi adoperassi con ogni mia possa a farla onorare ed amare anche dagli altri? [62]

                L'opuscolo incomincia con brevi cenni della vita di Maria SS.; quindi ogni giorno è contrassegnato da una giaculatoria sempre nuova, da un atto di ossequio per ottenere l'aiuto della celeste Madre a classi distinte di ogni genere di persone, da una sentenza tratta dai santi Padri in onore di Lei; dalle sue solennità, apparizioni, santuarii, grazie ai popoli, vittorie sulle eresie; e da svariatissime pratiche di devozione colle quali onorarono la Vergine benedetta i Papi, i Santi, le Sante e i grandi ed illustri personaggi. È  nominato il Cottolengo, Don Cafasso, Savio Domenico, Magone Michele; e ciò scopre la mano di D. Bosco.

                Il libro finiva con questa raccomandazione: “Dire un Ave Maria pel compilatore di questo libretto Mariano e per tutti coloro che cooperarono con lui, onde possano ottenere il perdono dei loro peccati, essere sempre divoti di Maria e poscia essere un giorno ammessi a godere l'eterna felicità con Maria in Cielo”.

                Intanto la tipografia dell'Oratorio venne inaugurata. Andrea Giardino fu il primo Capo d'arte o Proto. Alcuni giovani destinati quale a fare il compositore e quale lo stampatore avevano imparato con vivo impegno l'arte loro e non tardarono a rendersi abili operai. Buzzetti Giuseppe per più di un anno li ebbe sotto la sua custodia e poi il Cav. Oreglia di Santo Stefano fu incaricato dell'assistenza e della direzione, mentre da lui continuava a dipendere il laboratorio de' legatori.

                Disposte così le cose, D. Bosco si era affrettato a scrivere una lettera circolare in nome de' suoi giovani, annunziando ai benefattori l'iniziamento del nuovo laboratorio.

 

                               Benemerito Signore,

 

                Noi giovani dell'Oratorio di S. Francesco di Sales con grande piacere partecipiamo a V. S. benemerita essersi in questa casa iniziata una tipografia collo scopo di dar lavoro ad un maggior numero de' nostri compagni, Ma siamo poi grandemente lieti di poter indirizzare i primi lavori della novella officina tipografica ad esprimere la [63] sentita gratitudine del nostro cuore verso de' nostri benefattori, tra cui fortunatamente ci è dato di annoverare la rispettabile di lei persona.

                In questa occasione abbiamo a comunicarle una notizia, che speriamo le sia per tornare assai gradita. Il sommo Pontefice Pio IX, che ci ha già in diversi tempi ed in più modi beneficati, degnavasi testè d'inviare l'apostolica benedizione coll'Indulgenza plenaria in articolo di morte a tutti i benefattori di questa casa, e perciò anche a lei, nostro venerato benefattore.

                Ella intanto si degni di continuarci la sua beneficenza; e noi con una condotta buona e laboriosa continueremo ad esserle ognor più grati e riconoscenti; nè mai dimenticheremo i benefizi ricevuti; anzi non lasceremo passar giorno senza invocare dal cielo sopra di lei vita felice e copiose benedizioni.

                Persuasi che nella sua bontà voglia gradire questi sinceri nostri sentimenti di gratitudine, godiamo assai di poterci rispettosamente professare

                Di V. S. benemerita

 

Obbligatissimi beneficati

e a nome di tutti

Il Sac. GIOVANNI BOSCO

 

                Torino 1862 - Tip. dell'Oratorio di S. Frane. di Sales.

 

                I benefattori a voce e per lettera si congratularono con lui, ma chi allora avrebbe potuto prevedere che la minuscola tipografia colle due ruote fatte girare a braccia, si sarebbe allargata tanto da avere a sua disposizione oltre a quattro torchi, dodici scelte macchine mosse successivamente dal vapore, da forza d'acqua, dal gaz, dall'energia elettrica, con l'annessa stereotipia, fonderia di caratteri e calcografia? Le somme enormi che la Providenza avrebbe fornite a D. Bosco, per acquisto di materiale e per opere di pubblicazioni che non potevano essere compensate da guadagni ? Il numero diremmo quasi sterminato di libri e fogli anche in lingue straniere, che vennero alla luce vivente ancora D. Bosco ? Le onorificenze segnalatissime riportate nelle principali esposizioni d'Europa come per es. alla Vaticana di Roma, all'Italiana di Londra, all'internazionale di Bruxelles, a quella di Torino e ad altre ancora?

 

 


CAPO VIII. Abiure di Valdesi in mano a D. Bosco - Sua disputa cogli eretici: il culto esterno - Assicura i novelli convertiti che li provvederà delle cose necessarie alla vita - Pensa a collocare i figli de' più bisognosi e sua prudente condotta Le infestazioni diaboliche tormentano D. Bosco - Ritorna ad Ivrea per cercar sollievo in quei travaglio - Lo spirito maligno contro D. Bosco e contro i suoi alunni - Effetto delle preghiere - Rimembranza delle sofferenze di questi giorni.

 

                RIPIGLIAMO la cronaca di D. Bonetti: “Molte sono le famiglie protestanti che in questi giorni vengono alla vera Chiesa. D. Bosco ha frequente corrispondenza con un ministro valdese di nome Wolf, il quale è già cattolico in cuore, sebbene non abbia ancor fatta l'abiura. Questi a quando a quando viene a fargli visita e conduce seco de' suoi correligionarii, che restano convinti di essere nell'errore dalle ragioni di D. Bosco e volentieri abbracciano la Cattolica Religione.

                Giovedì 13 febbraio recitando i chierici il testamentino, ossia i dieci versicoli del Nuovo Testamento, trovandosi D. Bosco in mezzo a noi, sopra quelle parole di S. Giovanni: Sed venit hora quando veri adoratores adorabunt Patrem in spiritu et veritate, ci fece notare come i protestanti interpretino malamente tali parole, da esse prendendo argomento per escludere ogni culto esterno. Quindi ci raccontò come cinque ovvero sei giorni fa i protestanti gli avessero dato, in una casa [65] di Torino, un gagliardo assalto. - Io, disse, incominciai a domandar loro se sapevano ciò che volesse dire in spiritu.

                Mi risposero: - Vuol dire che Dio va adorato colla purità e fervore degli atti interni, non colle superstizioni come fanno i cattolici. - E chiamavano mascherate dei cattolici, quanto noi usiamo nel culto esterno.

                - Se si trattasse, io ribattei, di superstizioni e mascherate, andremmo d'accordo. Si tratta però di ben altro! Ma andiamo avanti. Ed in verità che cosa Vuol significare?

                - Vuol dire che bisogna adorare Iddio con cose reali e non vane. - Allora io dissi: - Dunque ammettete cl - le si deve adorare Iddio con cose vere e reali?

                - Sì, questo lo ammettiamo.

                - Ma queste cose vere e reali stanno esse nell'interno, nello spirito?

                Un po' ingarbugliati gli oppositori mi risposero: - Ma se sono cose sensibili, materiali, non possono stare nell'interno.

                - Dunque, replicai, dobbiamo dire che quella parola verità, indichi pure qualche cosa di esterno, che si debba e si possa usare nell'adorazione di Dio. In spiritu et veritale manifesta eziandio un contrapposto di idee e di fatti, fra i riti e le cerimonie giudaiche e i riti del Cristianesimo. Quelle parole vogliono significare che sarebbero cessate tutte le cerimonie, i riti usati nei sacrifizi dell'antica legge, che erano altrettante figure delle cerimonie e dei riti del sacrificio della nuova: e che sarebbero succeduti riti reali, veri, accetti a Dio. Leggete il capo primo, del Vangelo di S. Luca e voi vedrete la celebrazione di un magnifico sacrificio con tutte le cerimonie, con tutti i riti esterni; vedrete l'altare, il turibolo, l'incenso ecc. Era una figura, un'ombra della messa solenne che era la cosa figurata, la realtà, la verità. Leggete il capo primo degli Atti de' santi Apostoli, e troverete che questi coi discepoli si univano a pregare insieme nel cenacolo. Leggete il capo [66] secondo degli stessi Atti, e vedrete che in quel cenacolo si offriva il sacrificio dell'ostia santa e si distribuiva la comunione eucaristica. Leggete le storie autentiche de' primi tre secoli del Cristianesimo e vedrete che i cristiani, seguendo le prescrizioni apostoliche celebravano la santa messa con altari, riti solenni, canti di salmi, fiori, incensi, lampade accese. Se poi volete di più, leggete il capo quarto e i seguenti dell'Apocalisse e vedrete descritta una sacra funzione, con tutte le sue particolarità, sicchè vi pare di vedere un sacrifizio, quale si celebra in una delle nostre chiese. Vedrete l'altare, il turibolo, l'incenso, i candelabri, i lumi, i nappi d'oro pieni di profumi, le corone d'oro ossia mitre in capo ai seniori, le prostrazioni, le cetre, i cantici e il corteggio de' vergini vestiti di bianco: insomma tutto quanto adopera la Chiesa nelle sue cerimonie.

                Come ebbi finito si cercò da que' protestanti il libro del Nuovo Testamento, ma non avevano altra traduzione fuor di quella adulterata dal Diodati. Nondimeno lasciai che esaminassero quel libro eretico, perchè era sicuro che vi avrebbero trovato ancora quanto bastava a persuaderli. Lessero i luoghi citati, e alcuni altri che loro additai, spiegandoli; e poi dissero: - Non avevamo ancora posto mente con attenzione a questi tratti della S. Scrittura.

                Ed io continuai: - Ora ditemi: quale analogia hanno i vostri templi con quello antico di Gerusalemme? Avete voi nel vostro tempio l'altare, avete il turibolo, avete l'incenso, avete i candelabri? Quale analogia vi ètra ciò che fate voi per onorar Dio, con quanto fecero gli apostoli e fanno gli angeli stessi nel cielo? Non pare a voi che noi possiamo imitare i santi e gli angeli del cielo nell'adorare Iddio?

                - Certamente; e noi abbiamo nulla di quanto voi dite.

                Allora uno di essi, che era Pastore Evangelico, concluse: - Questo è un punto degno di considerazione.

                Il dialogo, quella specie di dubitazione del Pastore, recò [67] un grave colpo all'eresia, sicchè i protestanti in questi giorni vengono in bel numero alla verità.

                Fin qui D. Bosco il quale ha per le mani un nuovo lavoro per confutare gli errori dei Valdesi.

                Non contentasi però di sole istruzioni ed opuscoli. Egli invita molte famiglie povere ritornate alla Chiesa Cattolica a venirsi a stanziare vicino all'Oratorio, assicurandole che loro non lascierebbe mancare niente di ciò che è necessario alla vita. Ed è questa una cosa mirabile, perchè innumerevoli e grandi sono le altre spese che deve fare, sia col provvedere a circa 570 alunni, sia coll'erigere nuove fabbriche.

                Noi aggiungeremo che di queste famiglie curava eziandio il collocamento de' figliuoli e delle figliuole, quando ne riconosceva il bisogno. In una lettera alla Marchesa Fassati scrive di una fanciulla che, ricoverata momentaneamente presso una persona caritatevole, riusciva a quella di peso e di fastidio.

 

                               Ill.ma Signora Marchesa,

 

                Finora siamo in aspettativa. Da quanto parmi non è un erpete, ma sembra piuttosto scabbia. Faccia adunque quanto può per questa povera ragazza. Se non si può ricevere altrove, la raccomanderemo al Cottolengo e credo sarà ricevuta con facilità.

                Oggi non potrei occuparmi di questo affare, eppure di 14 attendono con impazienza di essere esonerati da quel disturbo. Povera ragazza, almeno avesse già ricevuto il battesimo!

                Il Signore doni buona giornata a Lei e a tutta la sua famiglia e mi creda

                Di V. S. Ill.ma

 

                Torino, 22marzo 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIO.

 

                La prudenza però guidava ogni passo di D. Bosco, il quale in certi casi per ovviare ogni possibile contestazione dei parenti o anche sopruso da parte degli eretici, facevasi sempre [68] stendere in carta l'autorizzazione da coloro che aveano diritto in faccia alle leggi civili[6].

                Per queste perdite il demonio si mostrava talmente indispettito contro D. Bosco, che più non lasciavalo dormire di notte.

                “Fu una vera vessazione diabolica, scrive Mons. Cagliero, incominciata coi primi giorni di febbraio. Noi ci eravamo accorti [69] che la sanità del Servo di Dio andava di giorno in giorno deperendo; e lo vedevamo pallido, sparuto, abbattuto, stanco più del solito, e bisognoso di riposo. Gli si domandò qual fosse la causa di così grande spossatezza e se non si sentisse bene. Allora egli rispose: - Avrei bisogno di dormire! Sono quattro o cinque notti che non chiudo più gli occhi.

                - E dorma, gli dicemmo noi; e di notte lasci ogni lavoro.

                - Oh! non è che io vegli volontariamente, ma vi è chi mi fa vegliare contro voglia.

                - E come va la cosa?

                - Da parecchie notti, rispose, lo spirito folletto si diverte a spese del povero D. Bosco e non lo lascia dormire; e vedete se ha proprio buon tempo. Appena addormentato mi sento un vocione all'orecchio che mi stordisce, ed anche un soffio che mi scuote come una bufera, intanto che mi rovista, disperde le carte e mi disordina i libri. Correggendo a sera tarda il fascicolo delle Letture Cattoliche intitolato La Podestà delle tenebre e tenendolo per ciò sul tavolino, levandomi all'alba, talora lo trovai per terra, e tal'altra era scomparso e doveva cercarlo or di qua or di là per la stanza. È  curiosa questa storia. Sembra che il demonio ami di starsene co' suoi amici, con quelli che scrivono di lui. - A questo punto sorrise e poi continuò: - Sono tre notti che sento spaccar le legna che stanno presso il mio franklin. Stanotte poi essendo spenta la stufa, il fuoco si accese di per sè e una fiamma terribile pareva che volesse incendiare la casa. Altra volta essendomi gettato sul letto e spento il lume incominciava a sonnecchiare, quand'ecco le coperte tirate come da mano misteriosa, muoversi lentamente verso i piedi, lasciando a poco a poco metà della mia persona scoperta. Benchè la sponda del letto alle due estremità fosse alta, pure sulle prime volli credere che quel fenomeno venisse prodotto da causa naturale; quindi preso il lembo della coperta me la tirava addosso; ma non appena avevala aggiustata, di bel nuovo sentiva che [70] essa andava scivolando sulla mia persona. Allora sospettando ciò che poteva essere, accesi il lume, scesi dal letto, visitai minutamente ogni angolo della stanza, ma trovai nessuno e ritornai a coricarmi abbandonandomi alla divina bontà. Finchè il lume era acceso nulla accadeva di straordinario, ma, spento il lume dopo qualche minuto ecco muoversi le coperte. Preso da misterioso ribrezzo riaccendeva la candela e tosto cessava quel fenomeno per ricominciare quando la stanza ritornava al buio. Una volta vidi spegnersi da un potente soffio la lucerna. Talora il capezzale incominciava a dondolare sotto il mio capo, proprio nel momento che stava per pigliare sonno. Io mi faceva il segno della santa Croce e cessava quella molestia. Recitata qualche preghiera di nuovo mi componeva sperando di dormire almeno per qualche minuto; ma appena incominciava ad assopirmi il letto era scosso da una potenza invisibile.  La porta della mia camera gemeva e pareva che cedesse sotto l'urto di un vento impetuoso. Spesso udiva insoliti e spaventevoli rumori sopra la mia camera come di ruote di molti carri correnti. Talora un acutissimo grido improvviso mi faceva trasalire; ed una notte vidi spalancarsi l'uscio della mia camera ed entrare colle fauci aperte un orribile mostro, il quale si avanzava per divorarmi. Fattomi il segno della croce il mostro disparve.

                Fin qui il racconto di D. Bosco, udito con me dai principali superiori dell'Oratorio. Di tutto questo fracasso non si erano accorti coloro che stavano nelle vicine camere. Una notte però D. Savio Angelo, avendo risoluto di vegliare nell'anticamera di D. Bosco, per accertarsi di quel fenomeno, verso la mezzanotte udito all'improvviso un strano fragore, non potè resistere allo spavento che lo incolse, e pieno di orrore fuggi nella propria stanza. Egli era un uomo fra i più coraggiosi e si era dimostrato impavido in molte occasioni, uomo che non temeva ostacoli e nemici, pronto ad affrontare ogni pericolo. [71]

                D. Bosco avrebbe desiderato che qualcheduno vegliasse con lui, ma nessuno ne ebbe il coraggio. Il chierico Bonetti andò una volta col Ch. Ruffino per passare la notte nell'attigua biblioteca; ma dopo pochi minuti dovettero ritirarsi presi da tremito. Perciò dovette rassegnarsi a starsene solo, aspettando ove andasse a finire quella noiosa infestazione”.

                Fin qui Mons. Cagliero. Ma D. Bonetti scrisse, si può dire, i bollettini ufficiali di questa guerra, che durò più mesi interi; e noi riportiamo la sua cronaca.

                “12 Febbraio. D. Bosco ci raccontò quanto segue: - La notte del 6, o 7 di questo mese, ero appena coricato e già incominciava ad assopirmi, quando mi sento prendere per le spalle e darmi un crollo tale che mi spaventò grandemente: - Ma chi sei? - mi posi a gridare. Accesi tosto il lume e mi vestii, guardai sotto il letto, e in tutti gli angoli della stanza per vedere se vi fosse nascosto qualcuno, causa di quello scherzo; ma nulla trovai. Esaminai l'uscio di mia camera ed era chiuso. Esaminai parimente l'uscio della biblioteca; tutto era chiuso e tranquillo. Ritorni ai pertanto a coricarmi. Ero appena assopito quando mi sento dare un altro crollo che tutto mi sconvolse. Voleva suonare il campanello e chiamare Rossi o Reano: - Ma no, dissi tra me, non voglio disturbare alcuno! - E intanto mi posi a dormire supino; quando mi sento su lo stomaco un peso enorme che mi opprimeva, e quasi m'impediva il respiro. Non potei tenermi dal gridare - Che cosa c'è? - - e diedi ad un tempo un forte pugno: ma nulla toccai. Mi posi sull'altra parte e si rinnovò quell'oppressione. In tale miserando stato passai tutta quella notte. La sera dopo prima di coricarmi, volli dare la benedizione al letto; ma a nulla valse e continuò quel brutto giuoco, che da quattro o cinque notti si rinnova continuamente. Questa notte vedrò un poco! - (Era la sera di mercoledì 12 Febbraio vigilia dell'esercizio della buona morte e all'indomani per la prima volta lucravasi l'indulgenza plenaria concessa [72] dal Beatissimo Padre Pio IX, il 13 gennaio di questo anno 1862”.

                “15 Febbraio. - Questa sera trovandosi alcuni chierici e preti col Cav. Oreglia intorno a D. Bosco dopo cena, tosto lo interrogarono se fosse stato lasciato tranquillo di notte; ed egli raccontò quanto segue: - L'altra sera sono andato in camera e vidi il tavolino da notte ballare e battere: tak, tak, tak, tak. - Oh questa è bella! - dissi fra me, e mi avvicinai e lo interrogai:

                E sicchè, che cosa vuoi? - Ed egli continuava: tak, tak, tak, tak. Mi poneva a passeggiare per la camera ed egli taceva; andavagli vicino ed egli ballava e batteva. Vi assicuro che se io avessi udito a raccontare quanto ho veduto o sentito, non avrei certamente creduto. E non ci pare di vedere i fatti delle streghe che ci raccontava la nonna? Se io narrassi mai simili cose ai giovani, guai! Morirebbero di paura.

                Noi lo pregammo di volerci raccontare qualche cosa di più. Sulle prime non voleva saperne di continuare quel discorso, rispondendo: - Quando si ha da raccontare qualche cosa, bisogna vedere se quel racconto sia di gloria di Dio e vantaggioso per la salute delle anime: ora questo mio racconto sarebbe inutile.

                Io (Ch. Bonetti) gli feci osservare: - E chi sa se non sarà pel bene delle anime nostre? - E instando ancora gli altri, egli continuò: - Essendo andato a letto vedeva ora la forma di un orso, ora di una tigre, ora di un lupo, ora di un grosso serpentaccio, ma di un aspetto orribile; li vedeva muoversi per la stanza, arrampicarsi pel letto e stavano lì. Io li lasciava fare un poco e poi esclamava: O bone Jesu! e tosto con un soffio ogni larva spariva. - In questo modo passai la notte”.

                “16 Febbraio. - Questa sera alcuni osservarono che Don Bosco da cinque o sei giorni non prendeva più latte nel caffè, al mattino. Argomentarono che in quei giorni avesse digiunato per ottenere dal Signore la liberazione dal tormento notturno [73] che accennammo sopra. Pertanto interrogato D. Bosco se la notte scorsa fosse stato più tranquillo, rispose: - Sì; un poco”

                “17 Febbraio. - Questa mattina, lunedì, alcuni di noi eravamo intorno a D. Bosco mentre prendeva il caffè, e gli domandammo se nella notte era stato ancora disturbato. Ei disse: - Il tavolino continuò a saltare e fece cadere il cappello del lume. Mi coricai, quand'ecco che sento passarmi sulla fronte come un freddo pennello, che leggermente fosse maneggiato. Allora io mi tirai giù la berretta da notte, ma quella mano misteriosa mi faceva passare il pennello sul naso e sulla bocca molestando le narici, cosicchè non mi lasciò dormire e chiudere occhio per un solo istante. Ciò mi accadde altre volte, anzi invece di una penna, mi sembrò che fosse una coda così puzzolente, che mi svegliava di soprassalto. Stamane mi sentiva oppresso dalla stanchezza.

                La notte seguente fu pure disturbato fino allo spuntar dell'alba. Il capezzale si agitava e sollevavasi tosto chè era per addormentarsi”.

                “22 Febbraio. - Il Cav. Oreglia gli domandò se essendo angustiato in quel modo dal maligno non avesse paura. Egli rispose: - Ribrezzo sì; paura no. - Siccome non ho timore di tutti gli angioli del cielo, essendo io, come spero, amico di Dio, così non ne ho di tutti i demoni dell'inferno, essendo io nemico di tali nemici di Dio, che saprà difendermi. Faccia pure quel che vuole Satana; ora è il suo tempo; ma verrà pure anche il mio”.

                “23 Febbraio. - Oggi Domenica, D. Bosco, trovandosi moltissimo stanco, fu costretto a porsi a letto, cosa per lui più che insolita. Non era ancora un quarto d'ora che vi si era messo che andò il Cav. Oreglia a chiamarlo, perchè andasse a vedere in una vicina abitazione un ammalato che lo chiedeva. Si alzò all'istante, andò a confessarlo e lo confortò. Giunto a casa si pose di bel nuovo a letto. D. Rua Michele alla sera andatolo a trovare, lo interrogò come stesse: - Mi [74] sento molto, molto stanco, rispose, non posso riposare; sono di continuo disturbato. La notte passata fu una continua alternazione di assopirmi e di svegliarmi. Non appena incominciava a chiudere gli occhi, che sentiva battere un martello sotto al capezzale. Mi sedeva sul letto e tutto cessava: mi adagiava di nuovo, e di nuovo sentiva a battere. Fu un vero tormento. Sospiravo il giorno. Quando io narro alcunchè di queste cose, le espongo ridendo: ma ti assicuro che non rido di cuore, perchè mi danno molto a pensare. L'anno scorso è stato per l'Oratorio un anno eteroclito, straordinario; ma questo lo è ancora di più.

                - Ma se è cosi esorcizzi questo malo spirito.

                - Oh, dopo domani andrò a passare alcuni giorni col Vescovo d'Ivrea. Al mio ritorno se questo démone verrà di nuovo a seccarmi col continuo disturbo notturno, saprò io cosa fare; adopererò un mezzo che non usai ancora.

                - Quale sarebbe?

                - Lo interpellerò in nome di Gesù Cristo, lo provocherò a parlare e a dirmi se venga dalla parte di Dio che mi vuole assoggettato a questa prova, o da parte di Lucifero, che intende d'impedire lo svolgimento di quel bene che abbiamo incominciato. Di qui non può sfuggire.

                - E se non volesse parlare?

                - Lo costringerò e dovrà rispondere.

                - Ed ella che cosa gli dirà?

                - Dirò così: Adiuro te: in nomine Jesu Christi, die mihi quis sis et quid vis.

                - Ma lei non conosce ancora il motivo di questi disturbi?

                Ei rispose: - Dubito non volere il demonio che si aprano le scuole cattoliche a Porta Nuova, contrapposte a quelle de' Protestanti.

                - Ma è forse ella sola che le abbia stabilite?

                - Io le ho consigliate, le ho promosse, ho procurato di incominciare le pratiche per l'acquisto del terreno, e mi sono [75] impegnato di cercarne e provvederne il personale e di pagare coloro che vi saranno destinati……Oh no! Il maligno non potrà impedirle!”.

                “26 Febbraio. - D. Bosco ritornò ad Ivrea presso Mons. Moreno, ove era stato pochi giorni prima con suo grande sollievo, per vedere se poteva essere libero da quella infestazione notturna. Ormai era un mese intiero di angosciosa insonnia. Per la prima notte potè riposare con suo mirabile ristoro. Era cessato ogni disturbo.

                Una sera protrasse con Monsignore la conversazione da un'ora all'altra fino al tocco dopo mezzanotte; e andò a riposarsi tranquillo, pensando che il demonio avesse perdute le sue tracce. Ma ecco che spento il lume, il cuscino incomincia a dondolare come a Torino, e poi gli si presenta a piedi del letto un mostro spaventoso in atto di avventarsi sopra di lui. A tale apparizione egli mandò un grido da svegliare tutti quelli che erano nell'Episcopio. Corsero i servi, corse il segretario del Vescovo, il Vicario generale, il Vescovo stesso, temendo che a D. Bosco fosse accaduta qualche disgrazia. Lo trovarono prostrato di forze ma tranquillo. Tutti gli chiedevano ansiosamente che cosa fosse stato. D. Bosco sorridendo rispondeva: È  nulla, è nulla... È  stato un sogno... non si spaventino... ritornino a riposare, vadano a dormire.

                All'indomani però narrava ogni cosa al Vescovo.”

                “4 Marzo. - D. Bosco da più giorni reduce da Ivrea è di continuo disturbato. - La notte del 3 al 4 marzo, ci raccontò egli, il demonio mi prese la lettiera, la sollevò in alto, quindi lasciolla cadere sì forte che mi scosse per tutta la vita, sicchè parevami volesse uscire il sangue dal capo. Verso il mattino, dopo avermi disturbato tutta la notte, ora scuotendo gli usci ora le finestre, prese il cartello sopra cui è scritto: Ogni minuto di tempo è un tesoro e diede un colpo sì forte in terra, che pareva uno sparo di fucile. Levandomi trovai il cartello in mezzo alla camera.  [76]

                Noi con ogni istanza lo pregammo che mantenesse la promessa che aveva fatta, di scongiurare il demonio e mandarlo via, tosto che egli fosse ritornato da Ivrea.

                - Se io lo mando via da me, disse, egli si attacca ai giovani.

                Allora il Chierico Provera domandò: - Dunque vuol dire che quando Lei era a Ivrea e fu lasciato libero una notte avrà fatto qualche strage ne' giovani?

                - Sì; fece molto male.

                - Ma, noi proseguimmo, ma almeno lo interroghi che cosa vuole.

                Ed egli: - E chi lo sa, se non lo abbia ancora interrogato !

                Allora noi: - Ci dica, ci dica che cosa gli ha detto; gridammo ad una voce. Egli volse ad altro il discorso e non ci fu più mezzo di trargli altra parola fuori di questa: - Pregate! -”.

                E i giovani pregarono sicchè a poco a poco potè ripigliare le forze perdute. Tuttavia quella lotta collo spirito delle tenebre durò ad intervalli fino al 1864.

                Una sera del 1865 D. Bosco narrava ad un gruppo di giovani le terribili notti di questi tempi. Noi stessi eravamo presenti.

                 - Oh! io non ho paura del diavolo! interruppe un giovane.

                 - Taci ! non dir questo; rispose D. Bosco con voce vibrata che colpi tutti. Tu non sai qual potenza abbia il demonio, se il Signore gli desse licenza di operare.

                 - Sì, sì! Se lo vedessi lo prenderei pel collo e avrebbe da fare con me.

                 - Ma non dire sciocchezze, caro mio; moriresti dalla paura al primo vederlo.

                 - Ma io mi farei il segno della croce.

                 - Varrebbe per un solo momento.

                 - E lei come faceva a respingerlo?

                 - Oh! io l'ho ben trovato il mezzo per farlo fuggire e per un buon pezzo non comparir più. [77]

                - E qual è questo mezzo? Il segno della croce certamente. Sì, ma non bastava! Ci Vuol altro! Il segno della croce valeva solo per quel momento.

                 - Coll'acqua benedetta?

                 - In certi momenti anche l'acqua benedetta non basta.

                 - Quale è dunque questo rimedio che ha trovato?

                 - L'ho trovato! E di quale efficacia esso fu!... Quindi tacque e non volle dire altro. Poscia concluse: - Quello che è certo si e che non auguro a nessuno di trovarsi in momenti terribili come mi Son trovato io; e bisogna pregare il Signore che non permetta mai al nostro nemico di farei simili scherzi.

 

 


CAPO IX. E preso un'altra volta il ritratto a D. Bosco - Suo desiderio, della vita futura - - Suoi incomodi di sanità - Inquietudini de' suoi coadiutori - Costante mortificazione di D. Bosco: una cena - Migliaia di giovani che D. Bosco vuole con sè in paradiso - Dolore nel vedere il raffreddamento di alcuni nel servizio di Dio - Elogi di D. Bosco alla purità'  - Sua condotta e sue parole per accendere negli alunni l'amore a questa virtù: consigli per conservarla - Precauzioni consigliate ai preti e ai chierici - D. Bosco commenta il versicolo 34 al capo IV del Vangelo di S. Giovanni Una grazia da chiedere ad una santa scrivendo la sua vita - D. Bosco serve la S. Messa. - avviso a chi la celebra con troppa fretta - Dono del Card. Corsi - Questioni gravi tra l'Austria e la Prussia - Preghiere dei giovani per la pace di Europa - Previsioni di D. Bosco.

 

                NEI primi giorni di Febbraio, racconta la cronaca di D. Bonetti, venne a far visita a D. Bosco ed ai suoi antichi condiscepoli ed amici il giovane Bellisio, valente pittore che aveva acquistato fama come ritrattista. Il Cav. Oreglia e D. Savio colta quell'opportunità, pregarono D. Bosco a voler concedere qualche momento di udienza privata a quel caro figlio in sua camera, permettendogli, non di prendere il suo ritratto, perchè già era stato preso altra volta, ma di fissarne in carta solo le linee principali del volto e della testa. Dopo calde preghiere e vive istanze, D. Bosco acconsentì, ma adagiandosi sulla sedia a tal [79] uopo recata, trasse dal cuore un profondo sospiro e disse: - Questi sono gli atti più violenti di mia vita! - Bellisio colla sua matita ritrasse un'altra volta rapidamente le fattezze del Servo di Dio; e data loro una diligente ritoccata, che animò d'un ideale che stava scolpito nel suo cuore, consegnò il suo lavoro a D. Savio.

                La causa di questo nuovo ritratto era una certa inquietudine risvegliatasi nei figli dell'Oratorio. In questi giorni Don Bosco parla sovente delle miserie della povera nostra vita mortale e delle bellezze del paradiso; dice che desidera di andarvi presto e di toglierei l'incomodo della sua poco utile presenza; di non aver più forze per fare quelle opere, che avrebbe intenzione di compiere; rimettersi in tutto al beneplacito del Signore, il quale per la sua gloria ha molti altri istrumenti migliori di lui. - Le sue parole sono per noi argomento di molti discorsi e tengono l'animo nostro in gran rammarico. Noi temiamo forte che presto ci abbandoni. Che Dio ci scampi da tanta sciagura! Egli continua ad essere malaticcio. Lo sputo pare che bruci il suo fazzoletto. I medici asseriscono che, se egli non uscisse tutti i giorni di casa, avrebbe termine la sua vita in tempo non lontano”.

                 Tuttavia D. Bosco assoggettavasi alle privazioni ordinarie imposte dalla regola comune, non accettando le ordinazioni dei medici, che prescrivevano cibi più confacenti al suo stomaco.

                Il giovane Giacomo Reano così scrisse a D. Bonetti.

                La vigilia di una solennità, D. Bosco aveva confessato fino quasi a mezzanotte e scese in cucina per cenare. Il cuoco era a letto, la minestra e la pietanza per D. Bosco stavano nel forno del potagè col fuoco già spento da ore. La pietanza di legumi era fredda, la minestra era divenuta densa essendo di semola. Io ammirai D. Bosco. Non fece lamento nè del cuoco, nè delle vivande. Lo aveva accompagnato il Ch. Francesia e qualcun altro. Quando D. Bosco ebbe innanzi la minestra, che il Ch. Francesia gli aveva portata, la toccò col [80] cucchiaio, si provò a mangiare, ma, tra la consistenza di essa, e lo stomaco stanco del lungo confessare, non poteva tranguggiarla. Disse allora al Ch. Francesia: - Va a prendere un bicchiere d'acqua! - Quando l'ebbe, la versò nella scodella, rimescolò quella poltiglia e ridendo la mangiò tutta, dicendo: - Non è troppo calda, ma la mangio con buona intenzione e fa bene egualmente.

                Più volte il cibo era condito con un motto poco cortese. Una sera l'inserviente disse al cuoco, che almeno desse un po' più calda la roba destinata per D. Bosco. Ma quegli, ruvido di carattere, rispose: - E chi è D. Bosco? È come un altro qualunque della casa! - Vi fu chi riferì a D. Bosco quella risposta insolente, ma il buon Servo di Dio osservò con tutta calma: - Il cuoco ha ragione” !

                E questo distacco da tutto ciò, che poteagli riuscire di sollievo, era un sacrifizio continuo che offriva a Dio per la santificazione de' suoi figliuoli.

                Notava D. Bonetti nella sua Cronaca.

                “8 Febbraio. - Trovandosi D. Bosco in refettorio con diversi chierici e secolari della casa e parlando loro delle miserie fra le quali si trovava l'uomo in questo mondo, concluse: - Ah! nulla importa purchè possa andare in paradiso io coi miei giovani e con Bonetti insieme (imperocchè io eragli vicino ed egli aveva gli sguardi a me rivolti).

                - Quanti vuole averne insieme? tosto gli domandai.

                - Brami saperlo quanti ne voglio insieme? Ho dimandato al Signore il posto almeno per dieci mila. - Difatti questo l'aveva già detto e lo ripeteva di quando in quando, sicchè tale voce erasi già sparsa in varii paesi; ed una madre di Caramagna venne a Torino per chiedere a D. Bosco la grazia, che mettesse nel numero dei diecimila suo figlio, sebbene non potesse mandarlo ad abitare nell'Oratorio.

                Io intanto continuai a chiedergli: - Quanti ve ne sono già presentemente in paradiso? [81]

                - Circa duecento! rispose.

                Io proseguii: - Contando quelli che già furono da lei indirizzati alla via del paradiso e che ancora vivono e quelli che furono e sono presentemente nell'Oratorio, quanti arriveranno alla meta e andranno ad occupare il loro posto?

                - Oh mio caro; mi domandi una cosa che non so. Chi può mai fidarsi della buona condotta di un giovane? Alcune volte vedo dei giovani bene avviati sul sentiero della virtù che è una delizia; e poi eccoli non di rado raffreddarsi e tenere una condotta che mi cava le lagrime. Potrei dire uno per uno i giovani della casa che sono presentemente in grazia di Dio, ma non saprei dire se essi persevereranno sino alla fine”.

                Alla sera dalla cattedra, quasi armeggiasse contro l'immondo spirito che lo assediava così crudelmente, non si stancava di far trionfare la virtù della purità. Ne descriveva i pregi e le bellezze con, tanta eloquenza, e specialmente riserbo, che era un incanto l'udirlo. Per molti anni non osava trattare della bruttezza del vizio opposto tanto gli era in abborrimento; e solo in ultimo vedendo essere cresciuta continuamente la malizia nei giovani, i quali fin da bambini erano stati vittime o spettatori di cose nefande, per due o tre volte si indusse a svelare le spaventose conseguenze di tale colpa.

                Ma più delle parole valea sul cuore degli alunni l'aura di purezza, che circondava il loro caro padre. Il solo suo trovarsi in mezzo a loro, lo sguardo, il gesto, il sorriso, tutta la sua persona, rivelavano il modello da imitare. Come era edificante l'usuale carezza, che egli faceva ad un giovanetto col porgli leggermente la mano sul capo e dirgli nello stesso tempo: - Che Dio ti benedica!

                Attestò D. Berto Gioachino: “lo gli sono stato attorno, l'ho servito per oltre venti anni e posso affermare che la virtù della modestia negli sguardi, nelle parole, nei tratti fu da lui portata al più sublime grado di perfezione. Il segreto che egli adoperò per raggiungere questa perfezione, fu la continua [82] occupazione di mente, l'eccessiva fatica di giorno e di notte, e una calma imperturbabile. Da lui si diffondeva un'influenza vivificante. Io stesso posso dire che, stando vicino a lui, la sua presenza allontanava da me ogni pensiero molesto”.

                Ciò era effetto dell'amor che gli ardeva nell'anima pel suo Signore, col quale stava sempre in intimi colloqui. Le giaculatorie però rare volte potevan essere avvertite e forse solo quando intendeva dare ad alcuno norma da seguirsi in circostanze simili a quelle nelle quali egli si trovava.

                Un giorno un certo D. Merlone accompagnava al Rifugio D. Bosco, il quale prima di entrare, esclamò sottovoce: Pac Domine ut servem cor et corpus meum immaculatum tibi ut non confundar. - E rivoltosi a D. Merlone, gli disse: - Vedi mio caro; un sacerdote fedele alla sua vocazione è un angelo; e chi non è tale, che cosa è? Diventa un oggetto di compassione e spregio per tutti.

                Egli bramava che angioli fossero tutti i suoi figli e loro andava ripetendo i consigli da lui stesso praticati, premonendoli di ciò che poteva riuscire dannoso all'anima loro. La cronaca di D. Bonetti del mese di Febbraio ci conservò alcune di queste esortazioni.

                “10 Febbraio. - Questa sera D. Bosco dando a tutti i giovani alcuni avvisi per conservare la virtù della modestia, li compendiò con due versi, che disse aver letti nel Foresti circa 25 anni fa: - Abstrahe ligna foco si vis extinguere flammam; Si carnis motus; otia, vina, dapes”.

                “11 Febbraio. - D. Bosco prima che i giovani andassero a riposo li esortò a non perdere un minuto delle loro giornate, ma di occuparle interamente per non dare luogo al demonio tentatore. In tempo di preghiera o di Chiesa, si preghi; in tempo di studio, si studii; in tempo di ricreazione, si giuochi allegramente; in tempo di riposo, se tarda il sonno a venire, si lavori colla mente, per es. ripetendo la lezione da recitarsi per l'indomani, riandando una traduzione, ordinando le idee [83] di una composizione: - Io, egli disse, quando ero giovane e non poteva dormire recitava intieri canti di Dante; talora numerava dall'uno fino al diecimila; tal altra pregava ed è ciò che io vi consiglio. Se tardate a pigliar sonno e molto più se vi assalisse una tentazione, vi raccomando, qual mezzo sicuro di vincere, che vi proponiate la recita di cinquanta Ave Maria. Incominciandole subito, contatele sulle dita di mano in mano che andate ripetendole. Vi assicuro che la grazia di Dio, e la protezione della Madonna vi recheranno infallibilmente aiuto; e lo sforzo della memoria nel contare quelle Ave vi concilierà il sonno prima ancora che giungiate alla metà, o anche ad un terzo di queste preghiere.

                “12 Febbraio. - D. Bosco raccomanda particolarmente e con calore la divozione a Maria SS. e la visita frequente al SS. Sacramento”.

                “14 Febbraio. - Stassera dopo le orazioni D. Bosco suggerì ai giovani un altro mezzo per conservare la virtù della purità.

                 - Rendetevi famigliare l'uso delle giaculatorie. Quando vi sentite tentati, rivolgete tosto i vostri occhi a Maria:

                 - O Maria, esclamate, mia cara Madre, aiutatemi. Oppure dite la preghiera che ci mette in bocca la S. Chiesa: - Santa Maria, Madre di Dio, pregate per me peccatore adesso e nell'ora della mia morte. - Oppure fate il segno della Santa Croce, il quale è molto trascurato da alcuni Cristiani e non gli si dà l'importanza dovuta. Io vi assicuro che se voi in quel momento domandate come uno, il Signore ve ne dà come dieci. Se poi volete ancora di più domandate questa virtù nella S. Messa. Guardate! Fin dal principio dell'Oratorio io ho stabilito che, giunta la Messa all'elevazione, cessasse ogni rumore e canto e orazioni vocali. Volete che vi dica il perchè? Appunto perchè ciascuno in quel momento prezioso avesse la comodità, senza distrazioni, di chiedere al Signore la virtù della modestia. Ah! miei cari giovani, credetemi, se [84] voi domandate al Signore questa grazia in quel tempo solenne, il Signore ve la darà sicuramente”.

                “16 Febbraio. - In questa Domenica alla sera diede ai giovani un altro mezzo per conservare la virtù della modestia: - Confessatevi, disse, ogni quindici giorni od una volta al mese: non lasciate mai passare il mese. Di più; quelli che hanno la comodità, prendano il consiglio di quel grande amico della gioventù, S. Filippo Neri, il quale raccomandava ai suoi figli: - Confessatevi ogni otto giorni e fate la Comunione più spesso, secondo l'avviso del vostro Confessore. - Così io dico pure a voi: Confessatevi ogni otto giorni, ma non più spesso: perchè, tenete bene a mente, non sono le frequenti confessioni che fanno buoni, ma è il frutto che si ricava dalle confessioni. Eccettuo però il caso in cui taluno avesse da fare la Comunione, ed avesse qualche cosa che gli facesse pena, allora può accostarsi al confessore, esporgli la sua inquietudine, domandargli un consiglio: questo non sarebbe propriamente confessarsi ma riconciliarsi.

                - Tenete intanto a mente queste due cose che sono fondamentali: I° Abbiate un confessore che conosca bene il vostro cuore e non cangiatelo mai per timore che sappia qualche vostra caduta. È  vero che non è peccato il cangiar confessore, quando non si osa confessargli qualche colpa, ma è però molto pericoloso per la virtù della modestia. Perocchè voi ritornando da lui, ed egli non conoscendo bene lo stato dell'anima vostra, non potrà mai darvi quei consigli opportuni per questa virtù.

                2° Ascoltate e mettete in pratica i consigli che il confessore vi dà; sarà un avviso solo, sarà una sola parola; ma questa, datavi in confessione, è, tutta addattata ai bisogni dell'anima vostra. Miei cari giovani, S. Filippo Neri con questi consigli ha, fatto molti santi. E chi sa!…… Se noi li metteremo in pratica, avremo anche la bella sorte di farei tutti buoni, di farci tutti santi”. -  [85]

                “Anche a' suoi preti e chierici D. Bosco disse in una conferenza, che si guardassero da ogni minima cosa benchè lecita, ma che possa in qualche modo essere occasione di scandalo agli altri: raccomandò che si osservassero le regole della temperanza, non si mangiasse o si bevesse fuori di pasto, e che nessuno si preparasse in camera il caffè colla macchinetta. Aggiungeva: - Nessuno vada mai a casa sua o dei parenti, o di amici, o di conoscenti, se non per l'interesse della Congregazione o per esercitare un atto di carità. Per qualsiasi pretesto non si accettino mai inviti ai festini di nozze o ad altri pranzi secolareschi di qualunque genere siano. Per quanto è possibile non si viaggi mai di festa, e mai con persone di sesso diverso. Nel convoglio non si stia in ozio, ma si dica il breviario, si reciti la corona della Madonna, o si legga qualche buon libro.

                “Il mattino del 5 Marzo, scrive D. Bonetti continuando la sua cronaca, giorno delle sacre ceneri, abbiamo recitato il Testamentino, ove si narra dell'incontro di Gesù colla Samaritana al pozzo di Sichem. D. Bosco si trovava in mezzo a noi e ci esortò a preferire il cibo delle anime a quello del corpo e che ci preparassimo un grande appettito di questo cibo squisito. - Noi pure, ei disse, abbiamo la messe matura, in questo e negli altri Oratorii. Abbiamo i giovani della casa e gli esterni, ai quali possiamo fare molto bene, se ci mettiamo di buon animo. -

                 In ogni occasione raccomandava ai chierici in pubblico ed in privato, lo zelo per la salute delle anime. I catechismi quadragesimali in quest'anno incominciano il 10 marzo e vi si promette un grande impegno.

                In questi giorni D. Bosco mi dava a rivedere, con varii documenti ed una biografia, la vita della beata Caterina da Racconigi, che egli aveva annotata, ma raccomandommi che prima di scrivere facessi un patto colla santa.

                Io gli domandai: - - Che patto dovrò fare? [86]

                Rispose: - Che ti ottenga la grazia che quante saranno le pagine, che comporranno la sua vita, altrettante anime tu possa guadagnare al Signore: ma che al frontispizio metta l'anima tua”.

                Questo amore alle anime eragli certamente ispirato dallo amore che D. Bosco portava al santo sacrifizio dell'altare. Abbiamo già detto del modo col quale celebrava la Santa Messa; e qui osserveremo come egli la servisse molto volentieri.

                Proprio a quest'anno e a questi giorni si riferisce ciò che scriveva D. Bonetti. “Il Conte di Camburzano uscendo dalla camera di D. Bosco e fermatosi a parlare con alcuni della casa, narrò il seguente fatto: - D. Bosco un giorno era entrato nel Santuario della Consolata per fare una visita a Maria SS. Mentre così stava, sente dare i tocchi convenzionali del campanello che chiamava qualcuno dalle vie o case circostanti a servire la S. Messa. Si alza, va in sagrestia, prende il messale e serve messa. Finita la messa ed essendo già partito D. Bosco, qualcuno fece notare al Sacerdote che aveva celebrato, come avesse avuto D. Bosco a servirgli la messa. Quegli fuori di sè per la meraviglia gli corse dietro per ringraziarlo, ma non lo potè più trovare”.

                 - Ma i preti ai quali D. Bosco serviva la santa Messa erano da lui caritatevolmente avvisati, se in qualche modo avessero trascurata la rubrica.

                “In una di queste mattine, continua la cronaca, D. Bosco parlando della precipitazione colla quale alcuni dicono la Santa Messa, ci raccontò quanto segue: - Andai un mattino a servir messa ad un sacerdote, il quale così frettolosamente diceva le parole, che niente se ne poteva capire. Incominciò adunque con tutto impeto: In nomine Patris et Filii etc. Ed io adagio più del solito: Ad Deum qui laetificat juventutem meam. Io non aveva ancor terminato queste parole, che l'altro aveva già recitato il versetto seguente; e così di seguito giunse [87] al Confiteor, senza che io avessi avuto tempo di rispondere ai versetti precedenti. Io gli lasciai dire il Confiteor e poi cominciai dove era io rimasto a rispondere, e con maggior chiarezza e lentezza ancora proseguii: Sicut erat in principio et nunc et semper etc. Allora quegli si accorse del suo errore e si mise a recitare il rimanente con chiarezza, facendo tutti i suoi sforzi affine di riuscirvi. Dopo la messa mi disse: - Non sa che mi ha fatto sudare per dire bene e chiaramente quelle parole? - È per questo che ai miei giovani inculco sempre, invigilo e fo invigilare, che imparino bene le parole di rito e le dicano chiaramente e distintamente”. - Aggiunse:

                “Una volta un Chierico dell'Oratorio andò a servire la messa ad un prete molto frettoloso, il quale, sia per abito, sia per qualche altro motivo, smozzicava le parole per metà. Il Chierico invece rispondeva con tutta calma. Allora il prete gli disse: - Fa un po' più presto! - Ed il giovane: - Faccia un po' più adagio! - E così fu. Questo fatto lo raccontò poi quel prete medesimo, mostrandosi molto edificato della savia ammonizione di quel giovane chierico. La regola che io dò per dire Messa si è di impiegarvi dai 22 ai 27 minuti, ma non di meno”.

                Per questo suo amore alla Santa Messa gli riusciva graditissimo il dono mandatogli dal Cardinal Corsi; cioè una magnifica pianeta che anche oggi giorno conta fra i più preziosi paramenti della Chiesa di Maria Ausiliatrice. Era accompagnata dalla seguente lettera.

 

                               Carissimo Sig. D. Bosco Gio.

 

                Indimenticabile è rimasta nella mia memoria la visita da me fatta nel 1860 all'ammmirabile casa pia da Lei diretta e vive sempre la consolazione che ne provò il mio cuore allora, e che tutt'ora quasi per così dire si ringiovanisce e riproduce nello spirito, quante volte mi veggo favorito dagli utilissimi parti della di Lei penna e zelo. Facendo tale ricordo, mi sento spronato a prendermi l'ardire di spedirle una pianeta, onde più di sovente possano Ella e i da Lei ricoverati avere stimolo [88] ed eccitamento a pregare per la mia diocesi e cose di mia spettanza; preci all'Altissimo affinchè ricevano da Lui la benedizione, il calore e l'efficacia. Colle assicurazioni della più alta stima mi confermo

                Di lei Sig. D. Bosco,

 

                Pisa, 12 Marzo 1862.

 

Aff.mo pel Signore

C. Cardinale ADOLFO Arc. di Pisa.

 

                La fiducia del Cardinale nelle preghiere degli alunni dell'Oratorio non era certamente mal posta.

                “Sul principio di Febbraio 1862, racconta D. Bonetti, D. Bosco ci esortò una sera dopo le orazioni a pregare, per ottenere una grazia singolare dal Signore: che se l'avessimo ottenuta, ci avrebbe detto quale fosse. I giovani si fecero una premura particolare di secondar questa esortazione e frequentavano più dell'Ordinario i SS. Sacramenti. Noi intanto stavamo aspettando che D. Bosco ci dicesse l'esito delle nostre povere preghiere, ma vedendo che nulla ci diceva glielo domandammo. Allora egli raccontò e disse: - In quei giorni erano nati dissapori tra l'Austria e la Prussia. Io vedeva che qualora queste discordie avessero continuato, la rivoluzione avrebbe trionfato e chi sa come sarebbero andate le cose di Roma. Dissi tra me: voglio mettere alla prova le preghiere dei nostri giovani; e vi esortai perciò a pregare, chè il Signore ponesse egli fine a questi dissapori tra le due Corti; e stava ad aspettare l'esito delle cose. Per due o tre giorni le notizie continuavano ad essere gravi; i due giornali ufficiali si mordevano a vicenda. Dopo qualche giorno incominciarono a calmarsi, sempre più pacifiche venivano le notizie e fino al punto, che ora regna la concordia, che ci fa sperare molto bene. Quando vi esortai a pregare per questo motivo, ne feci menzione al Marchese Dovando. Ora avendo egli veduto questo avvicinamento ed aggiustamento fra le due Corti; mandommi a dire che desidera parlarmi di questo e che mi aspetta in sua casa. [89]

                Questo D. Bosco non volle dirlo in pubblico, ma lo disse solo in privato con alcuni chierici, raccomandandosi loro di non propalarlo”.

                Noi aggiungeremo una spiegazione alle parole di D. Bosco.

                Gravi dissidii da anni, regnavano tra Berlino e Vienna. I settarii volevano dare a Berlino il primato tenuto così lungamente da Vienna; e fondare l'unità Alemanna sulle rovine dell'Austria e de' minori stati Tedeschi, valendosi della Prussia, come la rivoluzione italiana si era valsa del Piemonte. Il governo Prussiano era anche spinto ad ingrandire lo Stato da Potenze nemiche dell'Austriaco, e studiavasi di formare una nuova confederazione, senza rompere apertamente la più vasta, che già esisteva fra gli stati Alemanni, ma annientando di fatto la Dieta di Francfort, come inutile. Perciò non tralasciava di coltivare le occasioni di ridurre con alleanze sotto la sua direzione diplomatica e militare i minori Stati tedeschi, salvando però l'autonomia dei medesimi: e vi riusciva. Nell'Assia Cassel intanto per la Costituzione sospesa nel 1852 e mutata nel 1860 dal Grati Duca Elettore con l'appoggio della Dieta Germanica, i democratici che meditavano annessioni, con imprese rivoluzionarie, osteggiavano in più modi il loro Sovrano e quindi la Dieta, incoraggiati dalle promesse Prussiane. Ma l'Austria era stanca e sdegnata di quelle insidie, come pur lo erano la Baviera, il Wurtemberg, l'Annover, l'Assia Darmstadt e Nassau e vi fu un momento nel quale la guerra sembrò inevitabile. Senonchè, verso il fine di Febbraio, il Ministero Prussiano vedendosi in pericolo di essere cacciato dalle sette sul pendio rovinoso della rivoluzione democratica, ristette e veline a pratiche di accordo coll'Austria per un'azione comune sulla questione Costituzionale di Assia Cassel, e così la pace per allora non fu turbata.

                E qui sono da notarsi le fine previsioni di D. Bosco. Aveva detto: Se quelle discordie avessero continuato, la rivoluzione avrebbe trionfato e chi sa come sarebbero andate le cose di Roma. [90] E infatti la guerra vittoriosa che Austria e Prussia alleate mossero alla Danimarca nel 1864, fece sorgere fra loro nuovi e gravi dissidii sul modo di spartirsi l'Holstein e lo Schleswig; e finirono nel 1866 colla battaglia di Sadowa perla quale la Prussia divenne padrona della Germania e l'Austria fu esclusa dalla nuova confederazione. Ma l'indebolimento dell'Austria rendeva possibile la spaventosa invasione dei Prussiani in Francia, la loro conquista dell'Alsazia e della Lorena; e l'occupazione di Roma permessa da Bismarck all'Italia in compenso della sua neutralità.

 

 


CAPO X. Lotteria 1862 - Note e Documenti. Perchè D. Bosco era insistente nel chiedere la carità - La sua parola persuasiva ottiene quanto egli ha di bisogno - La Pubblica beneficenza risvegliata in molti luoghi da' suoi appelli - Una nuova Lotteria: lettera circolare - Adesione de' benefattori - Perquisizione nel palazzo del Conte Cays - Invito stampato per la lotteria e motivi di questa: Piano di regolamento - D. Bosco si rivolge ai Principi Reali perchè accettino la presidenza della lotteria: i principi non possono accettare: accetta il Sindaco di Torino - - Nomi de' membri della Commissione per la lotteria.

 

                La formazione delle scuole cattoliche, l'impianto di una tipografia, le dispute co' protestanti il ricevimento delle abiure dei loro adepti, le lotte collo spirito delle tenebre, le abituali infermità, le cure necessarie dirette a preservare gli alunni dal male non avevano infiacchito l'animo di D. Bosco nella ricerca di grandi somme, per sopperire alle tante spese richieste dalle sue opere già iniziate e per l'innalzamento di nuovi edifizii nell'Oratorio di Valdocco.

                Scrisse il Teologo Reviglio. “La sollecitudine di D. Bosco nell'andar questuando cresceva col moltiplicarsi delle sue opere e de' suoi giovani; e la sua vita fu tutta quanta nel provvederli del necessario per l'anima e pel corpo. Talora usciva per andare a battere alle porte dei benefattori,  [92] povero al punto di essere ridotto a chiedere qualche soldo al signor Rossi Giuseppe, per le eventuali lemosine da distribuirsi strada facendo, Ma le primarie famiglie Torinesi, capacissime di scorgere la virtù negli uomini, avevano riconosciuto in D. Bosco un sacerdote incaricato dal cielo di una missione speciale e la stima che gli professavano cresceva a misura che lo avvicinavano. Presentandosi egli, non solo otteneva soccorsi, ma riceveva tali dimostrazioni di devozione e di rispetto, che maggiore, parmi, non si potevano professare ad un santo”.

                Qualche persona tacciò D. Bosco di essere troppo insistente nel chiedere la carità; egli però era solito a dire che bisognava fare il bene ed averne i mezzi. Ex nihilo, nihil. Senza denaro, non potersi far niente o ben poco.. Anche i più grandi saliti ne avevano avuto di bisogno. Ed egli era abilissimo a raccoglierne, perchè Dio evidentemente aveagli dato un tale dono.

                La sua parala produceva miracoli di persuasione. Un giorno aveva predicato sul distacco dai beni temporali e, pochi minuti dopo essere sceso dal pulpito, si vide comparire innanzi un signore che la mattina stessa gli aveva portato in imprestito dodicimila lire.

                 - Ecco, gli disse quel signore, presentandogli la ricevuta; questo è un biglietto che lei può stracciare; io non ne ho più bisogno. 1 miei occhi, per le sue parole, si sono aperti alla vera luce. Dio solo, non c'è altro che Dio. - Dopo qualche anno, quel benefattore abbandonava il secolo e rinunziava ad una beffa fortuna per farsi povero e vivere in povertà con D. Bosco.

                Qualcuno tentando di menomare il merito di D. Bosco, osò dire: - Egli ha operato il bene col danaro altrui. - Ma ciò è appunto che deve farlo ammirare. Se egli fosse stato milionario ed avesse eretto co' proprii mezzi le sue case, non vi sarebbe motivo di meraviglia. Avrebbe dato un po' della ricchezza [93] a lui da Dio largita. Ma egli con nulla interessò i ricchi a favore del povero, ampliò la beneficenza, rese partecipi del suo merito i benefattori, strinse più intimamente il legame di fratellanza fra quelli che molto posseggono e quelli che vivono nella miseria.:E per questo che l'opera sua sorpassa le forze umane!

                Dio benedetto, oltre l'efficacia della parola, rendeva efficaci i suoi scritti. Non alle sole famiglie di una città, ma alle provincie, ai regni, al mondo intero doveva fare appello per raggiungere il suo scopo che era mondiale. Per ciò necessaria la pubblicità. Egli ardito, tenace in ogni manifestazione dei suoi disegni, non si trincerava dietro una taciturna modestia. Umile e modesto in se stesso, sapeva di essere obbligato a far palese a tutti la sua missione. Nello stesso tempo colle sue opere persuadeva molte popolazioni, che non avevano coraggio di metter mano in tempi di miserie a nuove Istituzioni, a riconoscere la propria potenza caritativa e ad innalzare ospizii colossali.

                D. Bosco adunque ricorreva alla stampa. Così aveva fatto nel passato non ostante la disapprovazione di molti, i quali poi saran costretti ad imitarlo; così farà per l'avvenire, ed ora nel 1862 bandiva una nuova lotteria colla seguente lettera litografata.

 

Charitas benigna est, patiens est.

La carità è benigna e paziente.

S. Paolo.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                La carità di Nostro Signore Gesù Cristo che in ogni cosa è benigna e paziente, mi fa sperare da V. S. Ill.ma benevolo compatimento al disturbo che le sono per cagionare. Le cose che la Divina Provvidenza mi pose tra le mani mi mettono in quest'anno nella necessità di ricorrere alla piccola e pubblica beneficenza mediante una lotteria di oggetti. Questo mezzo, è vero, essendo da qualche tempo assai spesso praticato, divenne presso a taluno meno gradito, tuttavia non seppi trovarne altro più compatibile ai tempi e più acconcio al bisogno. [94] Affinchè Ella abbia un giusto concetto del genere di spese cui trattasi di sopperire, ne darò qui breve cenno.

                Primieramente sono i tre Oratorii di S. Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta Nuova, del S. Angelo Custode in Vanchiglia. In queste tre chiese si fanno le sacre funzioni mattino e sera, si amministrano i santi Sacramenti, e si istruiscono i giovanetti più pericolanti, i quali numerosi vi intervengono. Questi giovani, cui spesso tocca somministrare vitto e vestito, per quanto si può, vengono collocati a padrone per apprendere un mestiere. Ma le tre chiese non hanno reddito fisso per provvedere quanto è necessario pel Divin culto e sono sprovvedute degli arredi indispensabili. Di più i locali di Vanchiglia e di Porta Nuova sono a pigione, il primo a f. 650 annui, il secondo a f. 500. Oltre il fitto corrente vi sono alcuni arretrati, che dovrebbero già essere prima d'ora pagati. In questi locali stessi, e per le scuole diurne e per le scuole serali, si dovettero fare molte riparazioni indispensabili, in gran parte ancor da pagare. Avvi pure un ragguardevole numero di giovani artisti e anche di studenti, ricoverati nella casa annessa all'Oratorio di Valdocco, cui si provvede pane, istruzione, vestito, alloggio e mestiere; per costoro la spesa è assai grave.

                Accennato così lo scopo della lotteria, io fo umile invito a V. S. Ill.ma a volermi venire in aiuto;

                I° Per raccogliere quegli oggetti che caritatevoli persone le volessero consegnare, dando poi mano a distribuire alcuni biglietti a tempo opportuno.

                2° Qualora Ella conoscesse chi volesse accettare il benefico incarico di promotore o di promotrice di questa lotteria, massime se secolari, usasse la bontà di indicarmene il nome, il cognome e la dimora; di poi io stesso ne farei regolare invito.

                3° Che se V. S. per qualche speciale motivo non giudicasse che il suo nome comparisse notato nel catalogo dei promotori e delle promotrici, la pregherei rispettosamente di volermelo significare in quel modo che a Lei riuscirà di minor disturbo.

                Spero di poterle presto trasmettere l'analogo piano di regolamento insieme colle altre notizie che riguardano a questa lotteria, che in modo particolare alla nota e provata di lei carità raccomando.

                Il Signore Iddio, che è infinitamente ricco in favori, largamente la ricompensi concedendole sanità e copiose benedizioni. Intanto da parte mia e a nome dei giovani beneficati, le offro i più sentiti ringraziamenti, mentre con pienezza di stima ho l'onore di professarmi Di V. S. Ill.ma

                Torino, 30 Gennaio 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI. [95]

                Le persone benefiche da ogni parte si affrettavano a dimostrare la loro simpatia per l'Opera degli Oratorii, e bastino fra tante le due lettere che presentiamo ai lettori.

Nizza, li 9 Febbraio 1862.

                Signor Abbate,

 

                Ho ricevuta la lettera che V. S. ebbe la bontà di indirizzarmi, e l'ho letta col vivo interesse che m'ispirano le sue opere. Nessuno meglio del Conte di Camburzano e di me stessa è convinto della importanza de' suoi istituti e della loro immensa utilità al punto di vista cattolico e sociale.

                Non ostante il progresso delle dottrine empie, non ostante la strage desolante che fa l'immoralità in mezzo delle nostre popolazioni, Ella va preparando una tribù eletta di giovani, le cui virtù, i cui fermi principii e l'innocenza dei costumi consolano le anime di fede e danno esempi i più edificanti.

                ...... noi faremo quanto potremo per la lotteria e ci stimeremo felici di poterle per tal modo provare quanto abbiamo a cuore le sue opere. La ringrazio poi delle preghiere che promette di fare per noi, perchè io ho una grande fiducia nelle medesime.

                Voglia gradire, Signor Abate, insieme cogli omaggi del Conte di Camburzano, l'espressione della mia più alta stima e del mio profondo rispetto.

 

                CONTESSA DI CAMBURZANO

 

                Ad un foglio del Barone Ricci dimorante in Cuneo rispondeva D. Bosco.

 

                               Car.mo Sig. Barone,

 

                Probabilmente La potrò servire di un buon domestico e tic parleremo all'occasione che Ella farà una gita a Torino.

                Ogni tempo, purchè io sia in casa, è a sua disposizione. Le ore più tranquille sono generalmente dalle 9 alle 12 mattutine.

                La ringrazio delle buone disposizioni che manifesta per la nostra Lotteria. Spero che avrà buon esito..

                Oggi dalle io mattino alle 3 pomeridiane fu fatta una solenne perquisizione al conte Cays, come Presidente della società di S. Vincenzo de' Paoli etc.

                Il Signore doni a Lei ed alla Sig. sua moglie sanità e grazia mentre con pienezza di stima mi professo di V. S. Car.ma

                Torino, 9 Febbraio 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI. [96]

                Spiegando l'eccettera di D. Bosco, diremo che la Domenica 9 Febbraio, per ordine del Questore, un delegato con una frotta d'impiegati e di agenti di polizia aveva invaso il palazzo del Conte Cays di Giletta, per sequestrargli alcune lettere pervenutegli dal Presidente del Consiglio generale di Parigi della Società di S. Vincenzo de' Paoli, signor Baudon. Frugarono e rifrugarono con rigoroso esame armadii, tavolini, scanzie, carte, lettere, tutti i documenti della Conferenza, ma nulla trovarono che potesse porgere il minimo sospetto di cospirazioni contro l'ordine stabilito in Italia e in Francia. Dove credevano di trovare scritto: politica, si trovò ovunque carità e sola carità ai poverelli di Gesù Cristo. Il Conte Cays infatti, non essendo più deputato al Parlamento, dal 186o, lasciata ogni altra cura, era sempre tra i primi ogni qual volta trattavasi di compiere un bene o di impedire un male. Si occupava nell’impiantare e presiedere le conferenze di S, Vincenzo de' Paoli in città e fuori, nel visitare gli infermi nelle case e negli ospedali, nel soccorrere i poveri più derelitti, nel catechizzare i fanciulli.

                E in queste lotterie egli fu sempre di grande aiuto a Don Bosco; il quale andava preparando il programma di quest'ultima, consegnandolo alle stampe per averne migliaia di copie[7]. [97]

                Stampato il programma, il 22 febbraio, D. Bosco supplicava i principi reali Umberto ed Amedeo ad accettare la presidenza della lotteria; ma non potè essere compiaciuto. [98]

 

CASE D'EDUCAZIONE DEI REALI PRINCIPI.

 

Moncalieri, - 24 Febbraio 1862.

                               Ill.mo e Molto Rev. Signore,

 

                Onde distogliere il meno possibile i giovani Principi dai loro studii ordinarii venne stabilito in massima che, finchè dura la loro educazione, Essi non possano accettare d'essere Presidenti di veruna Società ed Istituto, eccetto in casi rarissimi e col consenso di S. M. da ottenersi direttamente dai richiedenti. [99]

                Laonde finchè questa circostanza non si realizzi, devono Essi, Loro malgrado, rinunciare alla fatta offerta della Presidenza della Lotteria a favore dei tre Oratorii menzionati dalla S. V. Molto Rev.da: ma si riservano però di soccorrere quei pii Istituti acquistando biglietti della Lotteria col peculio della loro cassetta particolare.

 

Il Governatore dei Reali Principi Rossi.

 

                Si rivolse allora al Sindaco di Torino, Lucerna di Rorà Marchese Emanuele, il quale accettò la presidenza della Commissione, così formata:

 

                Lucerna di Rorà, marchese Emanuele, Sindaco di Torino, presidente.

                Duprè cav. Giuseppe, vice - presidente.

                Cotta comm. Giuseppe senatore del Regno, cassiere.

                Oreglia cav. Federico, segretario. [100]

                Baricco teol. cav. Pietro, assessore del Municipio.

                Biandrate di S. Giorgio, conte.

                Bosco di Ruffino cav. Alleramo.

                Bosco sac. Giovanni, direttore degli Oratorii.

                Cays di Giletta conte Carlo, Caselette.

                Chiala Cesare, impiegato.

                Costa della Torre conte Francesco.

                Fassati march. Domenico.

                Ferrari di Castelnuovo march. Evasio, Castelnuovo Scrivia.

                Galleani d'Agliano cav. Lorenzo.

                Gonella avv. cav. Marco, Chieri.

                Migliassi Giuseppe, negoziante.

                Montù cav. Giuseppe, negoziante.

                Provana di Collegno conte Alessandro.

                Roasenda di Roasenda cav. Giuseppe, Sciolze.

                Scarampi di Pruney march. Lodovico.

                Seyssel d'Aix conte Aymar.

                Solaro della Margherita conte Alberto.

                Villa di Monpascale conte Giuseppe.

 

 


CAPO XI. Lotteria 1862 - Note e Documenti. Si lavora per la lotteria - Scherzevole commento di D. Bosco ad una parola di un chierico in sua lode - Rimprovero a chi rammentava un suo fatto prodigioso - Umiltà abituale - Estimo degli oggetti raccolti per la lotteria - D. Bosco domanda al Prefetto di Torino che autorizzi la lotteria: decreto d'approvazione - Inaugurazione della lotteria - D. Bosco ottiene Per quest'anno dal Ministero un biglietto gratuito Per viaggiar in ferrovia - D. Bosco a Vercelli - Discorsi di D. Bosco sul treno ritornando a Torino e rispetto che gli dimostrano i viaggiatori - Apparecchi ultimi Per la lotteria: promotori e promotrici - Il Ministro delle finanze sospende la lotteria - Circolare di D. Bosco ai benefattori per annunziare l’ordine del Ministro - Morte di Mons. Fransoni.

 

                NELL'ORATORIO, scrive D. Bonetti, ferveva l'opera nel ricevere doni e disporli in ordine nelle sale del secondo piano, a levante della scala centrale (ove ora è l'infermeria). D. Bosco era tutto in pensieri, e il giorno 3 marzo in sul mattino, trovandosi con alcuni chierici e laici, domandò sorridendo ad uno: - Fra tutte quelle cose che hai vedute durante la tua vita, quale è quella che più ti abbia piaciuto?

                Quegli rispose: - È il signor D. Bosco. - Allora D. Bosco prese a raccontare il fatto seguente [102]

                Nell'ultima lotteria che abbiamo aperta venne a visitare gli oggetti un contadino con sua moglie ed alcuni suoi figli. Io lo conduceva per quelle grandi sale dell'esposizione. Mentre altri visitatori talora si fermavano a guardare qualche oggetto ammirandone la bellezza e la preziosità, quel buon paesano non dava mai segno di ammirazione; niente lo colpiva. Io diceva tra me: - Possibile che fra tanti oggetti alcuno non ve ne sia che possa piacergli? - Andammo ancora un poco, finchè venimmo ad un posto, ove trovavasi fra i doni un bello e grosso salame: - Ah! questi sì che è proprio bello, esclamò allora il paesano, restando attonito per la meraviglia.

                Noi ci mettemmo tutti a ridere a tale racconto: ed alcuni dissero sotto voce: - Vuole forse paragonar se stesso ad un salame?”.

                Queste parole sonavano come uno scherzo, ma rispecchiavano fedelmente l'umile concetto che D. Bosco aveva di sè e che nessun elogio potea solleticare il suo cuore.

                Infatti “uno di questi giorni D. Rua, sedendo a pranzo, narrava a coloro che gli erano vicini, come i Romani, quando egli trovavasi in quella città con D. Bosco, gli raccontassero il miracolo fatto a Torino dallo stesso D. Bosco, alcuni anni prima, mostrandosi così benissimo informati di ciò che era accaduto. D. Bosco, sebbene sedesse un poco discosto, nondimeno, prestava attenzione a tutto questo racconto e noi osservavamo come venisse molto rosso in volto. A un tratto voltosi al narratore lo interrompe e gli dice con voce sostenuta: - Taci: non ho mai detto che fossi io, e nessuno deve saperlo!”

                D. Bongiovanni Domenico osservò: “D. Bosco era proprio indifferente alle lodi ed ai biasimi. Parlando a noi suoi antichi allievi nell'occasione della sua festa annuale, mentre tutti noi riconoscevamo le grandi opere da lui fatte, egli in bei modi attribuiva a noi il bene operato ed in specie a' suoi [103] coadiutori. Io stesso nell'occasione della prima messa di mio fratello Giuseppe, il 21 Dicembre 1862, elogiando D. Bosco, attorniato dai giovani dell'Oratorio e dicendogli: - E il Papa parlando di te ha già usato la parola santo, non vidi in lui alcun mutamento di viso, nè segno di compiacenza. Gli osservatori bene attenti mai sorpresero in lui, in somiglianti circostanze, il menomo indizio di amor proprio lusingato”.

                I premii intanto raccolti ormai erano 383 e il più cospicuo era un quadro dipinto ad olio, che rappresentava la tentazione di S. Antonio, valutato lire 6000, opera del cav. Federico Peschiera, professore dell'Accademia Ligustica di Genova. Gli estimatori ufficiali fecero l'elenco di tutti gli oggetti in quaderni di carte bollate da 50 centesimi caduna e quindi consegnarono la loro dichiarazione[8].

                Lo stesso giorno, 14 marzo, D. Bosco mandava la domanda al Prefetto della Provincia per l'autorizzazione della lotteria[9] [104] e vi univa il modulo dei biglietti, i nomi dei membri della Commissione, il Programma, il piano di regolamento, l'elenco degli oggetti e l'estimo di Volpato e di Buzzetti.

                Una settimana dopo dalla Prefettura si comunicava a D. Bosco il chiesto decreto.

 

                IL PREFETTO DELLA PROVINCIA DI TORINO.

                N. 35. Div. 5. N. 3229. P. G.

 

                Visto il ricorso presentato dal Sig. Sacerdote Bosco Giovanni con cui chiede l'autorizzazione di aprire una lotteria di oggetti stati donati dalla generosità cittadina, destinandone il prodotto a favore degli [105] Oratorii di S. Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Portanuova e dell'Angelo Custode in Vanchiglia;

                Visto l'annesso programma e piano della Lotteria;

                Visto l'elenco degli oggetti donati in numero di Trecento ottanta tre, il cui valore ascenderebbe a L. Trentaquattro mila novecento trenta nove, centesimi sessanta, giusta la perizia dei signori Professore Giovanni Volpato e Buzzetti Giuseppe in data 14 corrente mese;

                Visto il Regolamento approvato con R.° Decreto in data 4 marzo 1855, N.° 6o6;

 

DECRETA

 

                Articolo 1° È autorizzata l'apertura della lotteria suddetta in conformità del proposto piano e coll'emissione di Sessanta nove mila ottocento ottanta biglietti al prezzo di centesimi cinquanta caduno; i quali dovranno prima di essere distaccati e distribuiti, essere numerati e debitamente sottoposti al marchio esistente presso l'ufficio del R.° Lotto nel ministero di Finanze e firmati da un membro della Commissione della Lotteria.

                Articolo 2°. Il prodotto dei biglietti sarà di mano in mano versato nella cassa della Commissione per essere poi destinato all'uso indicato nel memoriale programma e piano relativo.

                Articolo 3°. Nell'annunzio al Pubblico della presente Lotteria si dovrà far conoscere il tenore del presente decreto.

                Articolo 4° Il giorno per l'estrazione di detta lotteria è fissato pel giorno 1° di Luglio e nella casa annessa all'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, alla presenza dei membri della Commissione e del Sindaco della città di Torino, il quale è incaricato di vegliare all'esatta osservanza delle avanti tenorizzate condizioni, e di quelle che in avvenire credesse questo Ufficio opportune di prescrivere, la cui innosservanza renderà nulla e di niun effetto la lotteria.

                Articolo 5°. Non si potrà aumentare il numero dei biglietti, nè differire l'estrazione della lotteria senza la previa superiore approvazione.

                Torino, 21 Marzo 1862.

 

Per il Prefetto

RADICATI.

 

                Intanto la sala coi doni, che andavano ogni giorno crescendo, era all'ordine. Perciò la domenica 23 marzo celebrandosi nell'Oratorio la cara festa di S. Giuseppe, così D. Bonetti,  [106] si fece l'inaugurazione della lotteria. Il Consigliere Municipale Galvagno venne a rappresentare il Sindaco. Moltissimi signori erano stati invitati, ma nessuno o quasi nessuno comparve nell'Oratorio, poichè in quel giorno cadeva in gran copia la neve. Ebbe luogo un po' di accademia, si cantò il melodramma di D. Cagliero: Il Poeta ed il filosofo e si declamarono alcuni componimenti d'occasione. Tuttavia non potè darsi una giornata più uggiosa di quella”.

                D. Bosco aveva deciso di recarsi dopo questa inaugurazione in varie città del Piemonte, per promuovere più efficacemente di persona gli interessi della lotteria. Ma siccome questi viaggi avrebbero richiesta una forte spesa, egli tempo prima presentava domanda al Ricasoli, Ministro dell'Interno, per ottenere la rinnovazione del biglietto circolare gratuito in seconda classe, statogli concesso solamente per l'anno 1861. Egli aveva sperato che, il suo ricorso sarebbe stato accolto favorevolmente, tanto più che aveva dato ricovero a qualche giovane a lui raccomandato dallo stesso Ministro. Alla sua lettera era stata fatta la seguente risposta:

 

                MINISTERO DELL'INTERNO                                                            Torino, addì 20 Febbraio 1862.

                Div. 2° Sez. I°. N. 4633 - 1298] Il sottoscritto, mentre porge le dovute grazie per le favorevoli intenzioni espresse rispetto al ricovero dell'orfanello Giovanni Fissore, Le partecipa di aver in oggi disposto che lo stesso orfanello si presenti presso cotesto stabilimento per le opportune verificazioni, di cui il pregiato di Lei foglio 8 corrente mese.

                Siccome poi nell'ultima parte della sua lettera Ella si raccomanda per ottenere un viglietto di favore della ferrovia, il Sottoscritto, nello scopo di secondare, per quanto gli è possibile, l'esternato desiderio, La prega a voler segnalare la ferrovia, cui allude e citare la data ed il numero della superiore disposizione, in virtù della quale nello scorso anno conseguiva simile favore.

Il Direttore Generale

SALINO.

 

                D. Bosco aveva scritte le chieste spiegazioni a questo Ministero, il quale trasmessele a quello dei Lavori Pubblici, finiva [107] col dichiarare a Don Bosco non potersi aderire alla sua domanda[10].

                D. Bosco allora pensò, di ottenere per altra via simile favore, tanto più che come Presidente dei Ministri, a Ricasoli, che aveva date le sue dimissioni il 3 marzo, era successo Urbano Rattazzi, anche titolare del Ministero dell'Interno. Infatti ottenne quel che desiderava dal Comm. Bona Bartolomeo, senatore del Regno e Direttore generale delle strade ferrate.

                Uno dei primi suoi viaggi fu a Vercelli per trattenersi di affari coll'Arcivescovo, col Canonico Arciprete della Metropolitana Pietro Degaudenzi, e col Parroco di S. Maria Maggiore D. Giovanni Momo. Nel ritorno ebbe, come sempre, un incontro da notarsi, e a noi venne raccontato da quello stesso che gli fu compagno di viaggio, il parroco di Rossignano Monsignor Bonelli.

                “Salii a Vercelli diretto a Casale col mio predicatore della quaresima, che era Genovese. 1 posti erano quasi tutti occupati dai viaggiatori, quando entrò un altro prete, giovane all'apparenza. Il controllore venne a verificare i biglietti ed io notai come il giovane prete gli presentasse un foglio bianco che indicava essere un biglietto di favore. Ciò mi mise in sospetto e mentre fissavo quel prete, quegli senz'altro mi interrogò: - Scusi, chi è lei? [108]

                - Perdoni, risposi, prima che io le dica chi sono, favorisca lei di dirmi il suo nome.

                - Io sono un povero prete che poco le importerà conoscere.

                - Forse di Torino.

                - Non sono di Torino, ma di un paese non molto distante, di Castelnuovo d'Asti.

                - Oh! io ne conosco alcuni di Castelnuovo. Fra gli altri D. Bertagna è stato mio compagno di scuola. E lei conoscerà forse D. Bosco!

                - Sì, lo conosco abbastanza.

                - Sento che sta per aprire un collegio a Mirabello.

                - Sono informato della cosa.

                „ - E crede lei che riuscirà bene in questo impegno?

                - Oh là! Vedremo che cosa saprà fare! È un'impresa, a dir il vero, un po' ardita questa nella quale si mette quel buon uomo. Le cose andranno come potranno.

                - Io invece, replicai, credo che tutto andrà bene, perchè D. Bosco riuscì sempre in qualunque impresa.

                - Io ne dubito là vedremo che cosa saprà fare.” - Però a Torino so che le scuole procedono a maraviglia e che ha valenti professori. È certo che li manderà anche a Mirabello. Lei, che mi sembra bene informato delle cose di Don Bosco, saprà dirmi se tutti questi professori sono, patentati.

                - Alcuni hanno titoli equipollenti, ma tutti di grande ingegno, scienza e studio. Ha perfino un giovane sui diciotto anni che fa scuola di prima rettorica.

                Il Predicatore, che fino a questo punto era stato ad ascoltare in silenzio, allora esclamò con alquanta ironia: - Oh questo poi! Un professore di diciotto anni e di rettorica! Senta, signore, prima di piantar carote bisogna almeno misurarle. È  troppo grossa questa.

                - Veda, replicò quel prete, vada a Torino, chiami questo giovane, gli dia pure l'esame di latino, di greco, di storia, di [109] letteratura e vedrà se non dico il vero. (Questo insegnante era il Ch. Francesco Cerruti).

                - Che un giovane a diciotto anni possa essere uno scolaro di rettorica mediocre ne sono persuaso. E poi, se vogliamo concederò che al massimo sia ottimo; ma professore? le torno a ripetere che prima di piantar carote bisogna misurarle.

                Siccome l'accento del predicatore si era fatto sempre più ironico e tutti i viaggiatori stavano ad ascoltare quel dialogo, gli troncai le parole in bocca e senz'altro  lei, dissi al prete, quanti anni ha?

                - Quarantasette.

                - Dunque lei è D. Bosco.

                - Sissignore, io sono D. Bosco. - Questi aveva appena pronunciato il suo nome, che tutti gli altri viaggiatori si tolsero il cappello salutandolo. Il predicatore, restò per un istante interdetto e poi: - Scusi se fui alquanto ardito nelle mie espressioni. Io non sapevo con chi avessi l'onore di parlare: ma ora che so lei essere D. Bosco stesso, protesto di credere pienamente a ciò che ha detto.

                Io poi predicando ai chierici raccontava questo aneddoto per concludere: - Se i preti non sono rispettati talora è colpa loro. I veri preti hanno sempre molti che li stimano, per non dire tutti. Infatti al nome di D. Bosco, anche coloro che non lo conoscevano, lo salutarono”.

                D. Bosco rientrava nell'Oratorio ma non ancora erano aperte le sale della lotteria per l'esposizione dei premii. L'opera però era continua. D. Bosco Aveva stabiliti centri per ricevere premii e distribuire biglietti in molte città e paesi dell'Italia settentrionale e centrale, sicchè i Promotori erano 327 e le Promotrici 208, tra cui un gran numero di persone della prima nobiltà. Quand'ecco la Prefettura comunicare a D. Bosco una disposizione del Ministro delle Finanze che pel momento non permettevagli di aprire la lotteria. [110]

 

                PREFETTURA DELLA PROVINCIA DI TORINO.

N. 3745 - 597

Torino, addì 4 Aprile 1862.

 

                Il Ministro delle Finanze, cui venne rassegnata l'istanza del Sacerdote Bosco, tendente ad ottenere l'autorizzazione della lotteria al margine indicata, con sua nota in data 1° corrente mese, ha partecipato a quest'Ufficio che giusta il disposto dell'articolo 3° del Regolamento, sancito con Regio decreto 4 Marzo 1855, e fin tanto che non si troverà compiuta la Lotteria di beneficenza, attualmente in corso ed autorizzata a favore dei feriti nella guerra Italiana, la di cui estrazione dovrà aver luogo il 18 p. v. Giugno, non potrebbe annuire alla domanda del predetto Signor Sacerdote onde aprire quella da esso divisata, non essendo massima di accordare autorizzazioni preventive.

                Nel portare quanto sopra a cognizione del sunnominato Sacerdote Bosco, il Sottoscritto a nome del prelodato Ministero pregiasi soggiungergli, che il medesimo non ha veruna difficoltà d'autorizzare la lotteria, di cui si tratta, appena sarà trascorso il suindicato termine.

                Si ritornano intanto tutte le carte relative.

P. il Prefetto

RADICATI.

 

                Per Don Bosco era vantaggioso il temporeggiare e spediva una circolare stampata ai promotori.

 

                               Benemerito Signore,

 

                Mi fo dovere di comunicare a V. S. benemerita che la pubblica esposizione della Lotteria, raccomandata alla carità di Lei, deve alquanto differirsi per la coincidenza di un'altra lotteria di simil genere, iniziata in questa città. Spero per altro che tra breve se ne potrà fissare il giorno ed allora mi farò premura di rendermela consapevole.

                Intanto per guadagnare tempo nelle varie incombenze che rimangono a compiersi, la prego rispettosamente a voler far pervenire al luogo destinato per l'esposizione quegli oggetti che V. S. od altre caritatevoli persone volessero donare per questo bisogno.

                Siccome poi un ragguardevole numero di oggetti descritti e stimati furono presentati ed approvati dalla Prefettura generale di questa città, così comincio, ad inviarle biglietti N.° …….a fine di recare qualche soccorso a questi Oratorii, che versano in vere strettezze. Non potendosi ancora fare la pubblica esposizione, noi possiamo soltanto dare smercio ai biglietti privatamente. [111] A norma di ogni occorrenza Le noto che dovendo fare spese per questa Lotteria Ella può prelevarle sopra il provento che speriamo di ricavare dai biglietti della medesima.

                Voglia gradire che Le auguri ogni bene dal cielo, mentre con pienezza di stima ho l'onore di professarmi

                Di V. S. Benemerita

                Torino, aprile 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                Come appare, D. Bosco non diminuiva la sua attività per la lotteria, mentre in que' giorni un gravissimo dolore avealo ferito.

                Il 26 marzo 1862 moriva santamente in Lione l'Arcivescovo di Torino Monsignor Luigi de' Marchesi Fransoni, benedicendo i suoi amici e i suoi nemici. Egli potè ripetere con San Gregorio VII: Dilexi iustitiam et odivi iniquitatem; propterea morior in exilio.

                Il Capitolo della Metropolitana Torinese eleggeva a Vicario capitolare il Canonico Zappata.

                Nell'Oratorio si pregò molto per l'anima dell'invitto e glorioso Prelato. Benchè spoglio delle rendite della mensa, aveva assottigliato di molto le parchissime spese, ch'egli usava fare pel suo sostentamento, impiegando i risparmi a sollievo dei poveri ed anche degli, Oratori di D. Bosco. Questi non dimenticarono l'amato Pastore.

                La sua memoria è e sarà sempre venerata e in benedizione nella Pia Società di S. Francesco di Sales, e il suo nome si ripeterà con plauso in ogni parte della terra ovunque sarà ricordato D. Bosco. Se questi riuscì nel fondare le sue opere è al santo Arcivescovo che va attribuito il merito specialissimo: Egli ne fu il consigliere, il difensore, il benefattore, il padre.

 

 


CAPO XII. Un debito urgente da pagare - Largizione del Re ai chierici dell'Oratorio - Nuovo edifizio lungo la via della Giardiniera - D. Bosco è certo dell'aiuto della divina provvidenza - Perchè nelle costruzioni non si eseguì un disegno regolare e prestabilito: Dio non promette soccorsi per le spese superflue - Elemosina straordinaria - Altri lavori - Il laboratorio de' fabbri ferrai - Disposizione di tutti i laboratorii: nuovi regolamenti - Disordine represso - Importanza della scelta di buoni maestri d'arte - Fine disgraziata di un operaio - Un eccellente capo dei fabbri.

 

                SOSPESA la lotteria, D. Bosco non interruppe l'esecuzione del disegno di innalzare un nuovo edificio nell'Oratorio, benchè si trovasse sempre al secco di moneta e aggravato di grossi debiti. Ciò argomentiamo da una lettera scritta alla Marchesa Fassati, che certamente ebbe una generosa risposta.

Torino, 26 Marzo 1862,

 

                               Benemerita Signora Marchesa,

 

                Questa mattina mi trovo in un vero imbarazzo. Ho bisogno di pagare una somma pel cui totale mi mancano quattrocento franchi e non ne posso differire il pagamento. Se mai Ella potesse dire una parola al Sig. Marchese, perchè me li volesse dare in limosina, o semplicemente imprestarli, farebbe una vera opera di carità: in questo secondo caso potrei far fronte coi proventi che spero di ottenere dalla lotteria. Compatisca questo disturbo; il Signore non mancherà di dare largo compenso a Lei, al Sig. Marchese e a tutta la famiglia.

                Con pienezza di gratitudine me Le professo rispettosamente.

                Di V. S. Benemerita

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco Gio. [113]

 

                Nello stesso tempo indirizzava una Supplica al Re sottoscritta da tutti i suoi chierici.

 

                               Sacra Real Maestà,

 

                I Chierici infrascritti espongono rispettosamente che essendo orfani o figli di genitori poveri ebbero nell'impossibilità di progredire nello stato cui loro sembra essere da Dio chiamati. Per loro buona ventura furono caritatevolmente accolti nella casa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales; ma ora si trovano in grande bisogno sia per provvedersi gli abiti opportuni nelle sacre funzioni ed anche per uso ordinario, sia anche per dare aiuto al sacerdote Bosco Giovanni loro superiore, che in questo momento pei molti giovani ricoverati sanno trovarsi in gravi strettezze.

                Per questo motivo ricorrono alla nota bontà di V. S. R. M. supplicandola a voler loro accordare sopra la cassa dell'Economato quel maggiore caritatevole sussidio che a Lei sarà beneviso; o in capo di ciascuno degli infrascritti, oppure in capo del loro Superiore Sac. Bosco.

                Pregando il cielo a voler spandere copiose benedizioni sopra di V. S. R. M. e sopra tutta la Real famiglia, colla massima gratitudine si professano.

                1862.

Umili Supplicanti.

(Seguono le firme).

                Venne una risposta favorevole.

 

                REGNO D'ITALIA

                MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA E DE' CULTI

Div. 4 - N. 26241

 Torino, addì 23 Aprile 1862.

 

                Il sottoscritto partecipa a V. S. M. Rev.da che sua Maestà in udienza del 21 corrente mese si è degnata di assegnare, a favore di varii giovani chierici ricoverati presso codesto stabilimento, un sussidio sul Regio Economato generale di lire 400 pagabili però alla S. V.

 

D'ordine del Ministro,

 

Il Direttore Superiore

A. MAURI.

 

A Don Bosco. [114]

                La nuova costruzione doveva innalzarsi lungo la via della Giardiniera ombreggiata da un filare di gelsi, cioè sullo stesso spazio occupato dalla tettoia appigionata un tempo dal Filippi al Visca ed ora proprietà di D. Bosco. Il nuovo edificio, alquanto più lungo della tettoia, doveva misurare metri 60 circa di lunghezza, 7, 20 di larghezza e 12 di altezza. Il pian terreno era destinato per la tipografia con numero duplicato di macchine, per il magazzeno delle somministranze, e per il laboratorio de' falegnami. Il secondo piano e le soffitte per dormitorii. In capo di questo edifizio a levante si doveva aprire una nuova comoda porteria coll'ingresso per i carri, colla sala di ricevimento per i parenti degli alunni, e l'abitazione del portinaio. La vecchia porteria, coll'androne e la sala annessa, chiuso il passaggio all'esterno, ridotta ad un sol corpo, doveva contenere un laboratorio ed il deposito della carta tipografica e de' libri stampati.

                Era questo un lavoro di non lieve costo, ma D. Bosco avea detto sul principio dell'anno: - Quando io debbo fare una cosa che è di gloria a Dio, non mi regolo mai dal denaro che ho, ma solo dal bisogno in cui mi trovo; poichè son certo che la Divina Provvidenza in tal caso ci soccorre. Finora non ci venne mai meno.

                D. Dalmazzo Francesco l'udì spesse volte ripetere fin dal 1861: che la piccola casa di Valdocco si sarebbe tramutata in una costruzione colossale con lunghi portici: che di qui la sua Pia Società si sarebbe diffusa nelle varie parti del mondo, che tanti suoi giovani divenuti sacerdoti sarebbero andati missionarii nella lontana America.

                Il capo mastro Buzzetti Carlo, al quale Don Bosco aveva fatto conseguire la patente di costruttore, poneva mano all'opera.

                Sarebbe stato grandemente vantaggioso il seguir fin dal principio un disegno generale di tutte le costruzioni future, e, secondo le linee regolari di questo, ingrandire a poco a poco [115] l'Ospizio. E D. Bosco l'aveva in mente questo progetto ma, avendo fretta, fu necessario che si addattasse alle esigenze impostegli dall'economia, dalle angustie dell'area e da' bisogni speciali e pressanti. Quindi la fondamenta e una parte delle mura della tettoia sopraccennata furono conservate e sopra di esse sorse la fabbrica. Come ora si vede, coll'ingrandimento dell'Oratorio verso mezzogiorno, questa forma quasi una diagonale in mezzo ai cortili. D. Bosco disse poi più volte come quell'edifizio sarebbe coll'andar del tempo atterrato, qual deturpatore della simetria interna dell'Oratorio: ma che egli finchè fosse vissuto non avrebbe tollerato tale spreco. - Il Signore ci ha promesso, diceva, e ci dà tutti i mezzi necessarii per un'opera gigantesca, ma non li promette per le imprese di ornamento superfluo.

                E i mezzi non mancarono. Narrava lo stesso D. Bosco ai suoi giovani nelle vacanze autunnali del 1862 un fatto accaduto nel mese di giugno, invero strepitoso o almeno provvidenziale comunque si spieghi. Il Capo mastro muratore erasi portato a lui chiedendo alcune migliaia di lire onde pagare i suoi subalterni. D. Bosco sapeva con certezza assoluta di non aver danaro, nondimeno non osò dargli risposta negativa, conoscendo le strettezze di Buzzetti. Poco dopo saliva in camera pensando in qual modo potesse trovare la somma richiesta; e mentre seduto al tavolino rivolgeva carte, lettere, stamponi, ecco affacciarsi un plico, del quale ignorava la provenienza. Lo apre e vi trova 5000 lire, che abbisognavano al Capo mastro, e con tranquillità discese e gliele consegnò. Tal fatto non può che dimostrare la gran cura che Dio ha de' suoi servi, sia che egli abbia ispirato qualcuno a portare segretamente que' danari, sia diciamolo pure, che prodigiosamente gli abbia fatti colà comparire. E tanto buono Iddio! D. Bosco però non potè mai sapere da qual mano gli venisse un tal dono.

                Di un altro lavoro era incaricato Buzzetti. Una baracca [116] di legno aperta, con tetto coperto di tegole, serviva per deposito degli attrezzi de' muratori e della calcina, sotto le finestre delle stanze di D. Bosco a mezzogiorno. Quivi si doveva innalzare un portico di pilastri, di metri 14 per lunghezza, alto 4, e largo 6, 75, che sosteneva un terrazzo a volte. Chiusi con muro gli spazii tra pilastro e pilastro ne riusciva una bella sala dove sarebbero state trasportate le macchine della prima tipografia, finchè fosse pronto il nuovo locale per esse destinato; e poscia la fonderia dei caratteri vi avrebbe occupato il suo posto.

                Questi disegni furono a suo tempo eseguiti, ma richiedendo essi gran quantità di lavori in ferro, D. Bosco iniziava l'officina de' fabbri ferrai. Per questi destinò lo stanzone, ove, come abbiamo già esposto, il Maestro Miglietti aveva emigrato dalla vecchia portieria co' suoi alunni esterni; e a lui per scuola veniva assegnata una stanza nei primi portici a fianco de' laboratorii dei legatori de' Vibri, de' calzolai e de' falegnami. I  sarti lavoravano al primo piano dietro l'ufficio di D. Alasonatti e in un pianterreno della casa, una volta di Filippi, lavoravano alcuni tintori e cappellai.

                Questo aumento progressivo di laboratorii induceva Don Bosco a modificare due successivi regolamenti anteriori, che attribuivano ai Capi d'arte la responsabilità del lavoro, dell'economia, della disciplina e della moralità degli allievi.

                Quindi ne preparava un nuovo, col quale affidava del tutto ogni laboratorio ad un assistente laico della casa, il quale però doveva essere coadiuvato dal Capo d'arte[11]. Fra i primi assistenti furono Rossi Giuseppe e Buzzetti Giuseppe. [117]

                Il Cav. Federico Oreglia di S. Stefano poco tempo dopo era messo a capo della tipografia e della legatoria.

Con questa modificazione di regolamento non erano ancora stabilite definitivamente tutte le norme per il buon ordine degli artigiani. Crescendo il numero di questi e l'importanza dei loro lavori, la parte disciplinare e morale venne affidata a' chierici ai quali fu dato il titolo di assistente, mentre ai laici confratelli rimaneva la direzione materiale ed economica [118].

                Quindi D. Bosco formolò un quarto regolamento che non fu, in sostanza, più mutato, ed è quello che nel 1877 fu stampato per le Case della Pia Società di S.Francesco di Sales.

                Ma che intanto nel 1862 fosse necessario l'ordinamento dei laboratori lo dimostrò il fatto. Nell'officina dei fabbri ferrai accadde un grave disordine contro l'articolo 3 del regolamento.

                Avvicinandosi la festa di S Eligio, protettore di quell'arte, i due operai esterni e i loro apprendisti si accordarono di celebrare quella ricorrenza con un buon pranzo o merenda che fosse. Si quotarono e si provvidero di vino e di commestibili. D. Bosco, avuto sentore della cosa, la vietò anche per i disordini che poteva cagionare; e perchè altri laboratorii avrebbero preteso in simile occasione di fare altrettanto, se avessero sperata una inconsulta tolleranza. Ma que' fabbri, in parte entrati da poco tempo nell'Oratorio e non ancora avvezzi all’obbedienza e insofferenti di giogo, spalleggiati da chi doveva contenerli, usando qualche precauzione, vollero egualmente fare baldoria.

                D. Bosco però, che era così blando nel dare ordini, se la necessità lo costringeva a fare uso di un comando risoluto, allora sapeva far valere la sua autorità, nè tollerava impunita la resistenza. Tuttavia abborriva da ogni maniera precipitata e violenta; e atteso il domani diede i suoi ordini al Prefetto. Questi, chiamati i giovani colpevoli, dopo un rimprovero ragionato e calmo, li rimandò alle loro case. Fu una giusta ed utile lezione anche per altri dell'Oratorio, che avessero [119] nutrita qualche velleità di ribellarsi al comando de' superiori, sicchè per molti anni - non accaddero trasgressioni importanti e collettive alle regole. Pestilente flagellato stultus sapientior erit, dice lo Spirito Santo (Prov. XIX, 25).

                Tuttavia D. Bosco essendo stato supplicato da quegli artigiani espulsi che domandavano perdono e promettevano obbedienza ne riaccettò la maggior parte; ma stette fermo a non più ammettere in casa i due operai esterni. E ne aveva ben donde. Il Maestro d'arte ha più di ogni altro influenza sui giovani sia nel bene, sia nel male, perchè da lui direttamente dipende il loro avvenire professionale. Perciò D. Bosco doveva essere oculato in tale scelta e rigoroso nel togliere quell'ufficio a chi se ne fosse reso indegno. E talora parve che Dio confermasse la sua sentenza.

                “Mi incontrai, narrava Giuseppe Reano, presso la chiesa di S. Dalmazzo con un capo d'arte congedato dall'Oratorio, il quale mi disse: - Reano, devi sapere che D. Bosco e Don Savio avranno da fare con me!

                E perchè mi viene ora a parlare di queste cose? io risposi; sarei contento di saperne nulla, perchè soffro molto nell'udirle. -

                Ma l'altro essendosi riscaldato nelle sue recriminazioni, gli replicai: - Senta, signore, ascolti un mio consiglio: ciò che è stato, è stato ed io non posso erigermi a giudice del fatto. A lei non manca lavoro, lasci adunque andare l'acqua alla china. Vorrebbe dichiararsi avversario di D. Bosco? lo non avrei tanto coraggio, nemmeno per tutto l'oro di questo mondo.

                Alle mie parole questi andò sulle furie e venne al punto di offendere anche me, sicchè ci separammo sgarbatamente.

                Ma dopo pochi mesi la moglie di costui fuggì dal tetto coniugale, e quindi dopo alcune settimane gli fuggì di casa il figlio maggiore. Sei mesi dopo queste fughe, fu assalito da un colpo apopletico per cui gli rimase paralizzata una gamba,  [120] costringendolo a camminare appoggiato ad un bastone. Tra scorso un anno un altro colpo apopletico lo tolse di vita. Il suo secondo figlio, rimasto privo di padre e di madre, campava a gran stento la misera vita, soccorso talvolta da Don Bosco”.

                La Divina Provvidenza intanto aiutava D. Bosco mandandogli buoni capi d'arte ed alcuni veramente eccellenti, dei quali a suo tempo faremo menzione onorevole. Per ora ci contentiamo di nominare un solo, quello dei fabbri ferrai Garando Giovanni Battista. Era un bravo cristiano all'antica e vero artista nel suo mestiere. Per varii anni aveva accettati nella sua officina giovani raccomandati da D. Bosco e tutti furono molto contenti di un tale maestro. Per mancanza di committenti però e per disgrazie finanziarie aveva dovuto chiudere la sua bottega, costretto a lavorare come semplice operaio presso un padrone. Nel 1863 Pietro Enria che aveva lavorato per tre anni sotto la sua maestranza, lo incontrò per Torino, e fattegli molte feste gli chiese sue notizie. Quegli rispose che di sanità grazie a Dio non c'era male: - Ma vedi, gli soggiunse, a che punto sono ridotto a 7o anni! Mi tocca fare il garzone d'officina. - Enria gli rispose: - Caro Battista; vuol venire con me all'Oratorio? Sono sicuro che D. Bosco lo accetterà subito in casa tanto più che stenta ad avviare un laboratorio di fabbri. - Ahi esclamò Garando; se il Signore e la Madonna mi faranno questa grazia, io non verrò mai più via da quel luogo. -

                D. Bosco l'accettò e il buon artista era così contento, che andava ripetendo: - Ma io sono entrato in paradiso! - Lavorava come un giovane sui vent'anni, addestrava con diligenza i suoi allievi, e vigilava perchè non dessero mai alcun dispiacere a D. Bosco. Fu egli che preparò poi tutte le ferramenta della Chiesa di Maria Ausiliatrice e specialmente le finestre. Visse quattro anni nell'Oratorio ripetendo fino nella estrema ora della sua Vita: Benedetto quel giorno nel quale D. Bosco mi accettò nella sua casa.

 

 


CAPO XIII. Carità di D. Bosco nel visitare gli infermi in città: sollievo che loro procura; come tranquillizza le loro coscienze - Sue maniere nel disporre un ammalato a morire - Ad una signora, ridotta agli estremi e risanata dalla sua benedizione, predice che farà il suo purgatorio in questo mondo - Predizione di morte: un sogno; uno spettro; la citazione ad un giovane per l'eternità; una bara - Essendo morto un alunno D. Bosco annunzia non essere costui quello del sogno, del cui nome svela la lettera iniziale.

 

                DON Bosco continuava ad esercitare le sue opere di carità anche fuori dell'Oratorio, specialmente nel visitare gli infermi. Andando nei palazzi, o nelle case dei borghesi e dei poveri, se veniva a sapere che vi fossero degli ammalati, appartenenti alla famiglia del padrone, o alla servitù, chiedeva di vederli per dir loro una parola di conforto spirituale. Era così conosciuta questa sua costumanza, che era chiamato sovente al loro letto.

                “Gli infermi, così la cronaca di D. Bonetti, sembrano essere sollevati dai loro mali, quando possono avere D. Bosco vicino, e lo desiderano quasi per essere più sicuri del paradiso. La contessa Lazzari trovandosi costretta al letto oggi, 14 marzo, venerdì, lo mandò a chiamare nell'Oratorio. Il domestico non avendolo trovato a casa, sapendo quanto viva fosse l'impaziente aspettazione della sua signora, chiese in qual parte di Torino avrebbe potuto rintracciarlo; ed essendogli [122] indicata si recò in fretta da lui e lo condusse presso la contessa. Quell'ottima signora e fervente cristiana si consolò al vederlo, e pretendeva ad ogni costo, che D. Bosco le dicesse se morendo in quello stato, ella sarebbe andata in paradiso; e gli domandava: - Le mie confessioni sono state tutte buone? - Sorrideva D. Bosco vedendo come la signora lo credesse da tanto, ma egli, come disse aver fatto in altre simili circostanze, cercò in bel modo di svignarsela, facendo qualche interrogazione da porlo in grado di metterle il cuore in pace”.

                Anche agli infermi aggravati molto dal male D. Bosco sapeva porgere inestimabile conforto.

                “Il giorno 16 marzo, parlando della morte a noi chierici, fece notare come questo passo tremendo avesse spaventati anche i più buoni, anzi i più gran santi. - Io però, egli disse, quando vado a vedere qualche ammalato grave non istò a dirgli che bisogna prepararsi, che può essere che non muoia e guarisca: son modi che non diminuiscono punto l'affanno della morte. Io invece gli fo' notare che siamo nelle mani di Dio, che è un padre il più buono che ci sia, che veglia di continuo al nostro bene e sa quel che è meglio per noi e quello che non lo è. Perciò lo esorto ad abbandonarsi nelle sue mani, come un figlio si abbandona nelle mani di suo padre ed a stare quivi tranquillo. In questo modo l'ammalato resta sollevato da quell'affanno di morte, trova un supremo piacere nel pensare che la sua sorte è nelle mani di Dio, e sta in pace e si prepara aspettando quello che nella sua bontà infinita voglia disporre di lui”.

                Ma presso il letto de' sofferenti D. Bosco arrecava ben altro di più che parole di conforto e di consolazione. La signora Delfina Marengo ci scrisse:

 

                Nell'inverno dell'anno 1962 mia madre, che allora contava quarant'anni, cadde gravemente ammalata di tifo e polmonite e dopo circa due mesi di malattia fu ridotta in fin di vita. Ricevuti i Sacramenti [123], compreso quello dell'estrema unzione, fu visitata dal servo di Dio D. Bosco per desiderio ed invito del teologo Felice Golzio confessore dell'inferma.

                Appena D. Bosco si avvicinò al letto, affabilmente le domandò come si sentisse, e lei, che conservava piena lucidità di mente, lo riconobbe e lo ringraziò. Allora il sant'uomo fece recitare a me ed a mia sorella tre Ave Maria assieme con Lui, finite le quali si volse a me, che ero la maggiore e mi disse: Sta di buon animo; tua madre non morrà, perchè voi due siete troppo giovani e anche avete bisogno grande di lei. - Poi volto all'inferma soggiunse: - Però io ho detto al Signore che le faccia fare qui il suo purgatorio; adunque non si meravigli se sarà molto tribolata. - Mia madre, che era una santa donna, con un filo di voce rispose. - Io voglio fare la volontà di Dio! - E D. Bosco: - Così va bene. - La benedisse e partì.

                Da quel punto mia madre cominciò a migliorare e all'indomani domandò al medico il permesso di succhiare uno sparagio. Il dottore che si era meravigliato di trovarla ancora viva, mettendole la mano al polso, le rispose: - Non uno sparagio, ma un pezzetto di pollo. La convalescenza fu lunga e difficile, ma la guarigione perfetta, tanto che per trent'anni circa non cadde più ammalata.

                Le sue tribolazioni furono abbondanti massime per il morale, e ogni volta che se ne presentava una nuova, mia madre soleva dire celiando: - Ecco un biglietto di visita di D. Bosco.

                Quando venne per lei il momento della morte, che la rapì a settantacinque anni, il sacerdote D. Valimberti, vice parroco del Carmine che l'assistette, senza sapere niente di ciò che D. Bosco aveva detto tanti anni prima, mi consolò dicendomi, che per quanto a lui sembrava mia madre aveva fatto il suo Purgatorio in questo mondo e che c'era fondamento a sperare che fosse subito andata in Paradiso.

 

                D. Bosco non era meno meraviglioso nell'Oratorio. “Il 21 marzo alla sera, scrive D. Bonetti, saliva la piccola cattedra per dare la buona notte ai giovani. Rimasto qualche istante in silenzio, quasi per prendere un po' di respiro, incominciò:

 

                Debbo raccontarvi un sogno. Figuratevi l'ora della ricreazione nell'Oratorio, che risuona di grida animatissime e liete. Mi sembrava di essere appoggiato alla finestra della mia camera e di stare osservando i miei giovani che nel cortile andavano, venivano, si divertivano allegramente giuocando, correndo, saltando. Quando udii un gran strepito alla soglia della porteria e rivolti colà i miei sguardi, vidi entrare nel cortile un personaggio, alto di statura, colla fronte spaziosa, cogli occhi stranamente infossati, con lunga barba bianca e [124] con pochi capelli pur essi candidi, che dal capo calvo ondeggianti gli scendeano sugli omeri. Pareva avvolto in un lenzuolo funereo che colla mano sinistra teneva stretto al corpo e nella mano destra aveva una fiaccola con fiamma fosco - azzurra. Camminava a passi lenti e gravi. Talora si fermava e chino il capo e la persona, andava miranda attorno come chi cerca qualche cosa perduta. Percorse così il cortile facendo alcuni gin e passando in mezzo ai giovani che continuavano la loro ricreazione. Io stupefatto, non sapendo chi mai fosse, non lo perdeva di vista. Arrivato là ove presentemente si entra nel laboratorio dei falegnami, si ferma avanti ad un giovane che era in atto, di avventarsi contro uno della parte avversa, giuocando bara rotta, e steso il suo lungo braccio avvicina la fiaccola alla faccia del giovine. - È  proprio costui - disse; e chinò e sollevò bruscamente per due o tre volte il capo, Senz'altro lo fermò in quell'angolo e gli presentò un biglietto, che trasse dalle pieghe del mantello. Il giovane prese il biglietto, lo aperse, lesse e intanto cangiava colore e diveniva pallido e domandò. - E quando? Presto o tardi?

                E quel vecchione con voce sepolcrale rispose: - Vieni; l'ora per te è suonata.

                 - Almeno posso continuare il giuoco?

                 - Anche giuocando puoi essere sorpreso. - Con ciò indicava una morte improvvisa. Il giovane, tremava, voleva parlare, scusarsi, ma non poteva. Allora lo spettro, lasciando cadere un lembo della sua veste indicò colla sinistra mano il porticato: - Là, vedi? disse al giovane; quella bara è per te. Presto vieni. - Si vedeva la cassa posta nel mezzo del portone che mette nell'orto. - Non son preparato, sono ancora troppo giovane, andava gridando il giovane. Ma l'altro senza più proferire parola, più in fretta di quello che era entrato, se ne uscì dall'Oratorio.

                Uscito lo spettro, mentre io andava ripensando chi mai fosse, mi sono svegliato.

                Da quello che ho detto, voi già potete arguire che uno di voi deve prepararsi, perchè il Signore lo chiamerà presto all'eternità. Io che fui spettatore di quella scena, so chi è costui e lo conosco perchè ho visto quando gli fu da quello sconosciuto presentato il biglietto; egli è qui presente che mi ascolta; ma non lo dirò a nessuno, finchè egli sia morto. Non tralascerò però nulla di ciò che posso per prepararlo a ben morire. Ora ciascuno ci pensi, perchè mentre egli dice: - Chi sa chi sia questo tale ! - può essere egli stesso. Io vi ho detto la cosa come sta, perchè se ciò non avessi fatto, il Signore mi avrebbe poi domandato conto, dicendomi; - Cane! perchè non abbai quando è tempo? - Ognuno vi pensi a mettersi in buono stato e specialmente in questi tre giorni che restano ancora della novena della SS. Annunziata. Si facciano preghiere speciali per questo fine e ciascuno in questi tre giorni [125] dica almeno una Salve a Maria SS. per quel tale che deve morire. Cosi egli all'uscir di questa vita troverà poi parecchie centinaia di Salve, che gli saranno di grande aiuto.

 

                Sceso dalla cattedra alcuni gli domandarono in privato che ei dicesse almeno, giacchè non voleva dire chi fosse costui, se presto o tardi dovesse morire. Rispose che non avrebbe sicuramente passato due solennità che incominciassero per la lettera P. - Potrebbe darsi soggiunse che egli non ne passasse nè anche più una, e morisse di qui a due o tre settimane.

                Questo racconto aveva messo un brivido per le vene di tutti, ognuno temendo di essere quel tale. Come già altre volte ciò fece un grandissimo bene e siccome ciascheduno pensava ai fatti suoi, all'indomani le confessioni incominciarono ad essere assai più numerose dell'usato”.

                Molti giovani per più giorni si appressarono a D. Bosco interrogandolo per conto proprio, cioè se fossero essi i destinati a morire. Vive durarono le insistenze, ma D. Bosco deviava i discorsi e nulla disse. Due idee restavano intanto fisse nella mente. Che quella morte sarebbe stata improvvisa: che accadrebbe prima che si celebrassero le due solennità il cui titolo incomincia colla lettera P cioè Pasqua e Pentecoste. La prima cadeva in quest'anno il 20 di aprile.

                “Nell'Oratorio vi era una grande aspettazione, quando il mercoledì 16 aprile, continua la cronaca di D. Bonetti, moriva a casa sua il giovane Fornasio Luigi di Borgaro Torinese in età di 12 anni. Sonvi alcune cose da notare a suo riguardo. Quando D. Bosco disse che uno doveva morire, questo giovane sebbene dapprima non cattivo, prese a condurre una vita veramente esemplare. Nei primi giorni domandava a D. Bosco che gli lasciasse fare la confessione generale. D. Bosco non voleva perchè l'aveva già fatta una volta, ma egli avendogli chiesto di udirlo, come per grazia speciale gli fu concesso. La fece in due o tre volte. In quel giorno stesso che [126] chiese tale grazia o nel giorno in cui incominciò la confessione, incominciò pure a non sentirsi bene; stette alcuni giorni all'Oratorio sempre incomodato. Venuti due suoi fratelli a vederlo e saputo del suo malessere, chiesero a D. Bosco che lasciasse andare Luigi a casa, per qualche tempo. Don Bosco diede il permesso. In quel giorno stesso o il giorno prima, Fornasio aveva finito di fare la sua confessione generale ed aveva ricevuta la S. Comunione. Andò a casa, stette ancora alcuni giorni alzato, ma poi si coricò. Il male si fece grave, lo prese nel capo, gli tolse la parola e a pochi intervalli lasciavagli l'uso della ragione. Fatto sta che non potè più nè confessarsi, nè comunicarsi. Il buon padre Don Bosco andò a Borgaro per vederlo. Fornasio ancor lo riconobbe, voleva parlare, e non potendo, pel dolore si mise a piangere e con esso tutta la sua famiglia. Il giorno dopo moriva.

                Giunta nell'Oratorio la notizia di questa morte, varii chierici domandarono a Don Bosco se Fornasio fosse colui che aveva nel sogno ricevuto quel biglietto, e il Servo di Dio, lasciò travedere non essere lui. Nondimeno alcuni in questo giorno tenevano che la profezia si fosse adempiuta in Fornasio.

                In questa stessa sera (16 aprile) D. Bosco annunziò agli alunni e descrisse quella morte, facendo osservare che dava a tutti una grande lezione. - Chi ha tempo non aspetti tempo: non lasciamoci ingannare dal demonio colle speranze di aggiustare le cose dell'anima nostra al punto di morte. Interrogato pubblicamente se Fornasio fosse colui che doveva morire, rispose che per allora voleva dir nulla. Soggiunse però essere costume nell'Oratorio che i giovani muoiano a due a due, e che uno chiami l'altro: e perciò stessimo noi ancora in guardia, e mettessimo bene in pratica l'avviso del Signore, di star preparati. Estote parati quia qua hora non putatis filius hominis veniet. [127]

                Sceso dalla cattedra disse chiaramente in privato a qualche prete e chierico non essere Fornasio quegli che nel sogno aveva dallo spettro ricevuto il biglietto.

                Il 17 di aprile in tempo di ricreazione dopo il pranzo D. Bosco era in cortile circondato da un numero di giovani, i quali curiosamente lo interrogavano: - Ci dica il nome di chi deve morire! - D. Bosco sorridendo faceva segno col capo che non lo avrebbe detto. Ma i giovani insistevano:

                - Se non lo Vuol dire a noi lo dica almeno a D. Rua. D. Bosco continuava a far segno che no.

                - Allora ci dica l'iniziale del nome, lo pressarono alcuni.

                - Volete proprio saperlo? In quanto a questo vi contenterò, disse D. Bosco. Colui che ha ricevuto il biglietto da quel misterioso vecchione porta un nome che incomincia colle stesse iniziali del nome di Maria.

                La parola di D. Bosco non tardò un istante a sapersi da tutta la casa. Si voleva indovinare, ma era cosa difficile, perchè più di trenta alunni avevano il cognome che incominciava colla lettera M.

                Non mancarono però alcuni spiriti diffidenti. Era in casa un ammalato grave di nome Marchisio Luigi, del quale molto si dubitava che sarebbe guarito; e infatti il 18 aprile era condotto in seno alla propria famiglia. Sospettando che D. Bosco alludesse a Marchisio, dicevano: - Se fosse così, saprei anch'io indovinare che uno deve morire e che il suo nome principia colle iniziali del nome di Maria!” -

 

 


CAPO XIV. La Pasqua: stanchezza di D. Bosco - Ricorda le confessioni de' giovani esterni ne' primi anni dell'Oratorio - Suo orrore per la bestemmia - La Commissione per raccogliere i fatti e le parole di D. Bosco continua nel sito officio - Morte improvvisa del giovane indicato nel sogno - Varie circostanze che precedono ed accompagnano questa morte - Mistero svelato - - Perfetto avveramento del sogno - Don Cagliero Giovanni conosceva il segreto di D. Bosco - - D. Bosco rallegra i giovani con ameni discorsi: il cane grigio talora a lui solo visibile - Predica di D. Bosco nella Domenica in Albis.

 

 

                PROSEGUIAMO colla Cronaca di D. Bonetti. “Il 20 aprile giorno della SS. Pasqua D. Bosco stette molto male e non poteva più reggersi in piedi. Sentendosi lo stomaco rotto, a stento riusciva a proferir le parole. Nondimeno discese in Chiesa e confessò i giovani dalle 6 ½  sino alle g. Gli facemmo notare che era in obbligo di conservarsi e non lavorar tanto. Egli ci rispose: - Oh! miei cari, è ora il tempo di lavorare; quando non ci sarò più io, vi saranno altri che faranno meglio di me. La gran quantità di giovani forestieri che ieri mattina mi circondavano, mi faceva venire alla memoria quando dodici o quattordici anni fa avevo alle volte intorno 150 e più giovani dell'Oratorio festivo, che tutti volevano confessarsi da me. Quanto mi amavano e quanto bene si potea far loro! -  [129]

                Quindi prese a parlare del gran frutto che producono i catechismi nella quaresima, dando a noi chierici alcune regole da seguirsi nel trattare di certi argomenti. In quanto alla bestemmia ci diceva, che usassimo grande cautela parlando coi giovani, non ripetendo mai gli epititi orrendi aggiunti al nome santo di Dio; sebbene negli avvisi o catechismi ci paresse doverli pronunciare per avere o dare uno schiarimento o una riprensione.

                E quasi colle lagrime agli occhi ci assicurava: - Mi fa più pena il sentire una di tali bestemmie, che il ricevere un forte schiaffo: ed anche nello ascoltare le confessioni, dopo avere udito due o tre di questi peccati, io mi sento il cuore talmente oppresso, che non ne posso più. -

                Noi gli abbiamo fatto osservare come il Teologo Borel sul pulpito non di rado, quando parlava delle bestemmie, le proferiva nel modo che usa il popolaccio.

                D. Bosco alle nostre osservazioni, rispose: - Il Teol. Borel è zelantissimo ed è innegabile essere innumerevoli le conversioni, che egli produce colle sue prediche, ricche di racconti e dialoghi vivacissimi. Tuttavia io non reggo nell'udirlo pronunciare quelle frasi. Più volte l'ho avvisato, anzi pregato, che procurasse di emendarsi di un tale difetto, ma si vede che l'abitudine e la foga nel dire talvolta non glielo permettono”. Fin qui D. Bonetti.

                A questo punto della Cronaca noi leggiamo la seguente nota.

                “21 aprile. Questa quaresima per essere stati molto occupati chi da una parte, chi dall'altra nel fare i catechismi ed in diverse incombenze, non abbiamo più potuto nè scrivere, nè radunarci in Commissione. Ora intraprendiamo di bel nuovo per la gloria di Dio l'opera nostra, rubando i ritagli di tempo per iscrivere quelle cose, che ci paiono più rimarchevoli nella vita di D. Bosco. E incominciamo subito dal notare l'avveramento del sogno”. [130]

                Queste poche parole ci assicurano che la Commissione, formatasi per raccogliere i fatti della vita di D. Bosco, aveva ne' due anni scorsi continuato a compiere il suo ufficio, esaminando, approvando o correggendo quanto era stato scritto da Bonetti, da Ruffino e da qualche altro de' suoi membri.

                D. Bonetti adunque riempiute nella Cronaca le lacune dei mesi di marzo e aprile, ripiglia le sue narrazioni col notare l'avveramento della predizione fatta col sogno del 21 marzo.

                “Dall'annunzio di quella era trascorso un mese e andava scemando in alcuni l'apprensione salutare prodotta dalle parole di D. Bosco. Molti però andavano ripetendo: - Chi morrà? Quando morrà? - La festa di Pasqua, il primo P è passato!

                Ed ecco il 25 aprile, morire all'improvviso, colpito d'apoplessia, Maestro Vittorio di anni 13, nativo di Viora, Mondovì. Era un giovane di specchiata virtù, che si comunicava più volte la settimana. Fino al giorno della predizione aveva goduta una perfetta sanità; ma ora da due settimane affliggevalo un po' di male agli occhi, e alla sera gli si offuscava la vista; da due o tre giorni sentivasi anche qualche leggero dolore allo stomaco. Il medico gli ordinò che al mattino non si alzasse cogli altri dal letto, ma che riposasse fino ad ora più tarda.

                D. Bosco un mattino incontratolo per le scale aveagli domandato: - Vuoi andare in paradiso ?

                - Sì, sì; rispose Maestro.

                - Dunque preparati! soggiunse D. Bosco. - Il giovane lo fissò con un po' di turbamento, ma credendo che quella parola fosse detta per facezia, subito si ricompose. - D. Bosco per altro, standogli attorno per alcuni giorni, lo andava, preparando con prudenti avvisi e lo induceva a fare la confessione generale, della quale Maestro rimase contentissimo.

                Il 24 aprile un giovanetto, visto Maestro seduto sul poggiuolo dell'infermeria, ebbe una singolare idea e si avvicinò a D. Bosco, dicendogli: - È vero che colui che vuol morire [131] è Maestro? - Che cosa ne so io! rispose D. Bosco; domandalo a lui!

                Il giovanetto salì al poggiuolo ed interrogò Maestro: Maestro si mise a ridere e andò a pregare D. Bosco, perchè gli permettesse di passare alcun tempo in famiglia. - Volentieri, gli rispose D. Bosco; prima però di partire fatti fare un certificato dal medico della tua infermità - Questa risposta consolò molto il giovane, il quale così ragionava: Uno deve morire nell'Oratorio. Se vado a casa è segno che non sono io; farò le vacanze più lunghe e ritornerò guarito.

                Il 25 venerdì Maestro, levatosi al mattino cogli altri e ascoltata la S. Messa, ritornava in camerata; e, sentendosi molto stanco, si rimetteva a letto, manifestando ai compagni il piacere che provava di andare a casa.

                Intanto alle 9 suonava il campanello della scuola e i compagni, salutato Maestro e augurategli le buone vacanze e il felice ritorno, andarono nella propria classe ed egli restò solo nel dormitorio. Verso le 10 l'infermiere passò avvertendo Maestro che il Dottore sarebbe giunto fra brevi istanti e che perciò si alzasse e venisse nell'infermeria a parlargli e a chiedere il biglietto convenuto con D. Bosco.

                Poco dopo ecco il segnale della venuta del medico e un giovane della camerata attigua, anch'egli indisposto, si mise all'uscio del dormitorio di Maestro, e disse forte: - Maestro, Maestro, è tempo che andiamo alla visita. - Lo chiama una volta, lo chiama due e Maestro non risponde. Il compagno credette che si fosse addormentato. Allora si accosta al letto lo prende per un braccio, lo chiama, lo scuote, e l'altro immobile. Non si può spiegare lo spavento di quel compagno; mandò fuori il grido: - Maestro è morto! - - Corse tosto a dar novella e per primo s'imbattè in D. Rua, il quale affrettandosi arrivò per assolverlo mentre mandava l'ultimo respiro. Fu subito avvertito D. Alasonatti, ed io (Bonetti) chiamai D. Bosco. [132]

                La notizia di quella morte si sparse come un lampo nelle scuole e ne' laboratorii. Molti accorsero e si inginocchiarono pregando per l'anima del defunto. Alcuni speravano che Maestro fosse ancor vivo e vennero intorno al letto con scaldaletti e liquori forti. Ma tutto fu inutile. Sopraggiunto D. Bosco, subito che lo vide perdette ogni speranza: la vita era spenta. Il cuore di tutti fu pieno di rincrescimento, specialmente perchè Maestro era partito da questo mondo senza avere neanco un amico vicino al letto. D. Bosco vedendo i giovani costernati li assicurò della salute eterna di Maestro. Egli aveva fatta la sua comunione mercoledì; e specialmente dalla festa di Ognissanti fino a quel giorno, aveva tenuta una condotta tale da essere disposto e preparato alla morte. I chierici e i giovani si succedettero nell'andare a vedere l'estinto e, compiangendolo, riconoscevano colla sua morte avverato il sogno.

                D. Bosco alla sera fece una commovente parlata che trasse a tutti le lagrime. Fece notare come Iddio ci avesse tolti due compagni nello spazio di nove o dieci giorni e senza che nè l'uno ne l'altro avessero potuto ricevere gli ultimi conforti di nostra santa Religione! - Quanto sono mai ingannati, esclamava, quelli che dicono di voler aspettare ad aggiustare le cose della loro coscienza al fine della vita! Ma ringraziamo il Signore che con siffatta morte ha chiamati all'eternità due compagni, i quali, siamo sicuri, essersi trovati in buono stato di anima. Quanto maggiore dolore sarebbe il nostro, se il Signore avesse permesso che ci fossero stati tolti altri, i quali nella casa tengono una condotta poco soddisfacente!

                Questa morte fu una benedizione del Signore. Al mattino ed alla sera del sabato i giovani in gran numero domandavano di fare la confessione generale. D. Bosco con due sole parole li metteva in pace. Disse poi francamente: - Maestro è quegli che ho visto nel sogno ricevere quel tal biglietto. Ciò che molto mi consola si è che egli, come varii mi assicurano, erasi accostato [133] ai SS. Sacramenti eziandio nello stesso mattino del venerdì, sicchè la sua morte fu bensì repentina, ma non improvvisa.

                Nelle ore antimeridiane della Domenica 27 aprile fu portato al cimitero il cadavere di Maestro. Si notò una circostanza per la quale appuntino si verificava la profezia di quella morte. Quando D. Bosco sognò quel personaggio o spettro presentare il biglietto a Maestro, lo vide sotto il porticato in faccia all'androne che mette agli orti. Da quel luogo egli indicò al giovane la cassa, che si trovava sotto l'androne, pochi passi da lui distante.

                Venuti i becchini, passando per la scala centrale, trasportarono la bara sotto i portici all'entrata dell'androne e domandate delle sedie sovra queste la deposero, aspettando il prete e gli alunni che dovevano accompagnarla al Campo Santo.”

                Dobbiamo ancora aggiungere che D. Cagliero Giovanni sopraggiunto, visto il feretro in quel sito, mentre usavasi negli altri funerali porlo all'estremità dei portici presso la porta della scala vicina alla Chiesa, provò rincrescimento per quella novità; e tanto più quando seppe che gli stessi becchini avevano fatto quivi trasportare le sedie già preparate nel solito posto. Quindi insistette perchè la cassa fosse portata nel luogo consueto; ma i becchini brontolarono stizziti e non vollero rimuoverla.

                In quel mentre D. Bosco usciva dalla Chiesa e osservando commosso questa bara: - Guardate! disse a D. Francesia e ad altri, che gli erano vicini; combinazione!…… nel sogno l'ho veduta proprio qui.

                Questi fatti furono anche descritti in una relazione di D. Secondo Merlone.

                Ma se nessuno degli alunni era giunto a conoscere che Maestro fosse il morituro, vi erano due della casa che ne conoscevano il nome e aveano saputo anche qualche cosa di più. [134]

                Sulla fine di febbraio era morto un alunno, da qualche tempo uscito dall'Oratorio. Due chierici anziani già in sacris, uno de' quali D. Cagliero Giovanni, avutane notizia, un mattino salendo le scale avevano incontrato D. Bosco, che discendeva nel cortile, e gli annunziarono questa perdita per lui sempre dolorosa. D. Bosco rispose: - Non sarà il solo; prima che passino due mesi, altri due dovranno morire. - E loro ne palesava il nome. Non di raro il Servo di Dio faceva simili confidenze e sotto segreto, a chi egli conosceva fornito di grande saviezza, perchè, senza che i giovani indicati se ne addassero, fossero da lui animati amichevolmente a tener buona condotta, a frequentare i sacramenti; e nello stesso tempo li sorvegliasse per tenerli lontani da ogni pericolo dell'anima.

                I due chierici assunsero volentieri quell'ufficio da angelo custode, ma intanto presa una carta vi scrissero la profezia, la data del giorno nel quale D. Bosco l'aveva annunciata, i due nomi e la firmarono. Quindi recatisi in Prefettura e appostivi i sigilli, ivi la depositarono perchè fosse gelosamente custodita.

                Mons. Cagliero dopo quaranta sette anni trascorsi da quel giorno, conferma quanto abbiam descritto e rammenta ancora la compassione che provava nel vedere que' due giovanetti correre allegramente su e giù pel cortile e giuocare, senza pensiero al mondo della sorte, benchè non infelice, che loro sovrastava; il compimento della profezia nel tempo fissato; e la commozione provata anche dal Prefetto quando fu dissigillato il biglietto scritto due mesi prima.

                “In que' giorni, continua D. Bonetti, gli alunni, che avevano bisogno di divertire la propria mente dalle idee funebri, presero a parlare a D. Bosco di quel cane misterioso, che in varii incontri avealo salvato da tante aggressioni dei malvagi. E D. Bosco con molte lepidezze, dopo aver raccontato varii episodii della sua vita, venne a descrivere la valentia del famoso [135] cane grigio, sicchè gli alunni ne erano entusiasmati e ridevano saporitamente.

                Gli domandarono se fosse lungo tempo da che non l'avea più veduto ed ei rispose, che lo vide e fu da lui accompagnato solamente l'anno scorso, una sera molto avanzata, trovandosi egli senza compagno.

                - Una volta, proseguì, me lo vidi innanzi all'improvviso sulla strada da Buttigliera a Moncucco, essendo già tarda la sera e mi difese da grossi cani, che, usciti da una prossima cascina, mi erano venuti incontro poco garbatamente.”

                Possiamo ben dire che la storia di questo cane è qualche cosa di ben curioso ed insieme di sovrumano, tanto più che a quel che sembra talora appariva visibile al solo D. Bosco.

                Infatti ci scrisse D. Garino Giovanni. “Nel 1862, un sabato dopo pranzo verso le ore 2, D. Bosco mi chiamò con sè, perchè lo accompagnassi in Torino. Giunto alla porteria fa per mettere il piede sulla soglia, ma io che gli era dietro, vedeva che stentava ad uscire e per quanto cercasse e da una parte e dall'altra, non riusciva ad incamminarsi. A un tratto si volge indietro e dice: - Non posso uscire; il Grigio non me lo permette! - E non potendo superare quell'insistente impedimento, tornò indietro e per quel giorno non uscì.

                L'indomani io sentiva essersi sparsa una voce come il giorno prima alcuno stesse in agguato per fare su D. Bosco qualche brutto tiro”.

                Colla comunione generale e colla sepoltura di Maestro veniva adunque nell'Oratorio osservata santamente la Domenica in Albis. “Alla sera, narra la cronaca, mancò il predicatore e dovette perciò salire in pulpito D. Bosco. La sua fu predica da santo. Gli cadevano dagli occhi le lagrime e trasse le nostre. Parlò delle feste che anticamente facevansi e si dicevano feste Pasquali, essendo tutti gli otto giorni feste di precetto. Poscia spiegò perchè questa Domenica si chiami in albis, cioè perchè in questa i catecumeni, stati vestiti [136] di bianco nel giorno del battesimo, deponevano la veste candida. Quindi passò a narrare dell'apparizione di Gesù agli Apostoli, dell'istituzione del Sacramento della penitenza. Per conclusione prese quel saluto di Gesù: Pax vobis. Disse di essere tempo di far pace col Signore, esaltò la misericordia di Dio, che offeso ci offre pel primo la pace, mentre a noi toccherebbe offrirla a lui, anzi con calde lagrime a lui domandarla. - Saravvi alcuno in questa chiesa, disse, che vedendo un Dio da lui oltraggiato offrirgli pel primo la pace, voglia nondimeno intimargli la guerra? Suvvia, miei cari giovani, accettiamo questa pace. Verrà il fine della nostra vita e se noi avremo fatto pace con Dio in questo giorno, Gesù Cristo, in quel punto tremendo della morte, ci farà risuonare all'orecchio questo bel saluto: Pax vobis. Sarà poi una pace eterna”.

 

 


CAPO XV. Malumore a Giaveno contro D. Bosco - Dialogo diplomatico D. Bosco si ritira dalla direzione del piccolo Seminario Alcuni de' suoi chierici allettati dalle promesse dei Superiori del Seminario acconsentono a rimanervi; altri ritornano all'Oratorio - Maneggi per indurre parecchi della Congregazione ad abbandonare D. Bosco - D. Bosco tratta bene quelli che lo trattano male - D. Bosco e la Curia Arcivescovile - Chi la fa, l'aspetti - Il Governo restituisce alla diocesi di Torino il Seminario Metropolitano e le sue rendite - Dimenticanza deplorevole e sue conseguenze - Deterioramento dal Seminario di Giaveno - Mons. Lorenzo Gastaldi s'informa delle norme date da D. Bosco per far rivivere quel Seminario, le approva e le prescrive al Rettore da lui eletto - D. Giuseppe Aniceto - Splendida e duratura prosperità del piccolo Seminario - D. Bosco gode di quel trionfo da lui iniziato.

 

                SE D. BOSCO amava tanto le anime de' giovanetti educati nel suo Oratorio non portava minore affetto a quelle degli alunni del piccolo Seminario di Giaveno, delle quali era pur responsabile al cospetto del Signore. Sul principiar dell'anno scolastico e nel mese di gennaio del 1862, era andato a visitarli con gran vantaggio dello studio, delle vocazioni e del rifiorimento delle più elette virtù. Le sue parole erano state accolte come uscite dalla bocca di un santo ed ei si era prestato a confessare tutta la comunità. Ma certi cuori gretti e ignoranti le vie del Signore non [138] potevano soffrire l'influenza salutare, che egli esercitava sopra que' giovani, la confidenza che questi avevano in lui e sopratutto certe norme e certi consigli, che credeva doveroso suggerire a coloro, che egli stesso aveva messi alla direzione del Seminario. Quindi malumori e critiche.

                Persona ecclesiastica di autorità in varie occasioni aveva scritto a D. Bosco, bellamente insinuandogli non, essere conveniente che si immischiasse troppo in quella direzione, e che procurasse invece di tenersi a parte per non dare ombra al Rettore. D. Bosco, ben sapendo chi ispirava quelle lettere, rispondeva sorvolando tale questione. Egli non ignorava che secondo il Concilio di Trento un Seminario dipendeva dall'autorità Diocesana, ma questa non aveva ancora osato revocare un mandato, che a lui aveva conferito con tanta pienezza di poteri.

                Intanto moriva l'Arcivescovo suo principale appoggio; e alcuni del clero di Giaveno sobbillati dai malcontenti andavano dicendo che D. Bosco col suo predominio in collegio, faceva perdere alla Curia quel prestigio, che a lei sola doveva appartenere. In questo senso scrissero al Canonico Vogliotti, presentandogli lo stato delle cose in modo da ferirne l'amor proprio. I signori della Curia presero in considerazione quelle rimostranze e soddisfatti, perchè in Giaveno era stato, rimesso l'antico onore, decisero di pregare D. Bosco a non più occuparsi del Seminario.

                Uno di questi venne infatti in Valdocco e prese a dirgli: - Signor D. Bosco, le siamo troppo riconoscenti di ciò che ha fatto per noi; ma capirà bene che, trattandosi di un Seminario della diocesi, sarebbe cosa desiderabile che a Giaveno vi fosse una direzione uniforme con quella che vige in varii altri nostri Seminarii.

                 - E che cosa trova di difforme e che cosa le dispiace nella nostra direzione? osservò D. Bosco.

                 - A noi sembra che vi domini una pietà troppo spinta fra [139] i giovani e troppa frequenza de' sacramenti. Vi è chi critica questa frequenza come un abuso.

                 - E quale altro mezzo si vorrebbe sostituire a questo per la vera educazione della gioventù, e per lo sviluppo e la sodezza delle vocazioni ecclesiastiche?

                 - Pare che bastino gli ordinamenti antichi tuttora vigenti e tante comunioni sanno un po' troppo di sistema gesuitico.

                 - Gesuitico! Ma se i gesuiti avessero trovato ciò esser meglio per l'educazione della gioventù, io mi metto subito dalla parte loro.

                 - Ma capisce! ... I tempi in cui viviamo così contrarii ad ogni apparenza di fanatismo religioso ....; il sistema suo così diverso da quello che governa la formazione dei chierici in tutti i Seminarii del Piemonte ...; i partiti avversi che accusano e cercano di screditarci presso la popolazione, con insinuazioni velenose, ironie, sarcasmi per causa di nuove divozioni .....

                 - Sì! Hanno ragione, l'interruppe D. Bosco; intendo bene ove vada a parare questo suo ragionamento... Io ho dovuto faticar molto e assoggettarmi a sacrifizii per quel piccolo Seminario…… Io vi ho mandato un gran numero di giovani, che senza il mio invito sarebbero andati altrove, oppure non si sarebbero mossi dalle loro case.... Io ho provvisto il personale dirigente…… E tutto ciò per condiscendere ed obbedire, ad un loro invito formale, che mi prometteva piena libertà d'azione.... Ed ora vogliono mettermi da banda. Sia pure....

                 - Oh questo poi no!

                 - No ? Mio caro Signore, non sono tanto cieco da non vedere, …… da non capire.

                 - Non prenda le cose in mala parte. S'immagini se vogliamo escluderlo! Lei sarebbe sempre quegli che ne terrebbe l'alta direzione, considereremo sempre Lei come un insigne benefattore…… Solamente poi la pregheremmo a, lasciar fare gli altri…… a non impicciarsi in ciò che riguarda l'azione di quel Rettore…… Del resto saranno meno disturbi per lei... - E [140] finì col fargli intendere essere meglio, per amor della pace, che per qualche tempo si astenesse dal mettere piede nel piccolo Seminario.

                D. Bosco senza fare osservazioni, rispose risoluto ma calmo: - Se è così, io mi ritiro!

                Il giorno dopo di quel colloquio il Canonico Vogliotti andò a Giaveno. Dopo aver annunziato al Rettore D. Grassino l'atteso e deciso ritiro di D. Bosco dalla direzione, chiamò a sè il Ch. Vaschetti e tante gliene disse, con promessa di assegnargli un patrimonio ecclesiastico e di anticipargli di un anno l'ordinazione sacerdotale, che quegli acconsentì a continuare l'opera sua nel piccolo Seminario. Il Ch. Vaschetti amava molto D. Bosco, ma non era legato a lui con obblighi speciali; d'altra parte desiderava di ottenere una posizione stabile in diocesi e suo ideale era una parrocchia dove esercitare con zelo il sacro ministero.

                Il Ch. Ruffino intanto, essendo di Giaveno, venne a conoscere i particolari delle trame che da più di un anno si erano ordite contro D. Bosco e non potè a meno di esclamare: È un vero tradimento!

                Con simile persuasione un chierico de' più anziani dell'Oratorio scrisse a Vaschetti una lettera molto pungente, il quale la mandò a D. Bosco lamentandosene. E D. Bosco gli rispose da buon padre, pacificandolo e ancora oggidì (1909) egli conserva questo biglietto per suo conforto e giustificazione. Don Bosco aveva scritto ai chierici, che gli appartenevano, di ritornare all'Oratorio; ma D. Grassino, eseguendo le istruzioni avute loro fece la proposta di abbracciare apertamente il suo partito. Boggero e Bongiovanni preferirono obbedire a D. Bosco e senza frappore indugi, non avendo danari per pagare la vettura, partirono a piedi da Giaveno e ritornarono nell'Oratorio. Si noti che que' chierici nei due anni avevano prestate gratuitamente le loro fatiche senza il menomo compenso pecuniario. [141] Lo stesso D. Bosco pago di aver conservato all'Archidiocesi un istituto di tante speranze, dopo averlo reso fiorentissimo con gravi sollecitudini, erasi ritirato senza pretendere nessuna retribuzione.

                Ciò non ostante in quel tempo e poi per anni parecchi sembrava che una congiura fosse ordita contro di lui. Ogni volta che all'Oratorio eravi un sacerdote o un chierico d'ingegno o di virtù speciale, non mancava chi cercasse di allettarlo con larghe promesse ad abbandonare chi tanto aveva fatto per mantenerlo ed istruirlo, amandolo qual carissimo figliuolo. Nutriva forse quel consigliere le più buone intenzioni del mondo, ma intanto D. Bosco non di rado vedeasi strappare dal fianco quelli sui quali aveva riposte le sue speranze.

                D. Bosco però non conservava rancori. Tutti coloro che, ebbero disparità di sentimenti o di interessi con il Servo di Dio, in questioni anche gravi, è cosa mirabile l'udirli a parlare di lui con profonda commozione e a ricordare la benevolenza colla quale egli continuava a trattarli. D. Grassino affermava alla nostra presenza e a quella di D. Vaschetti, che D. Bosco dopo i fatti di Giaveno più volte aveagli detto con molta affezione di cuore, che davagli il diritto di prendere alloggio nell'Oratorio e di sedervi a mensa ogni qualvolta gli fosse piaciuto.

                Eziandio colla Curia Arcivescovile non mantenne dissapori. D. Rua Michele testificò con giuramento: “Dopo la morte di Mons. Fransoni, D. Bosco si trovò nella necessità di sovvenire l'opera sua contro esigenze, che ne sarebbero state la rovina, come pure sostenere diritti, che erangli stati concessi del defunto Arcivescovo, o dallo stesso Sommo Pontefice, ma si mostrò sempre pieno di rispetto e sottomissione e in tutto ciò, che non era contrario alla vita della sua Istituzione. Qualche differenza sorgeva a quando a quando per ragione dei chierici; ora perchè volevasi che questi passassero i loro corsi come interni nel Seminario della diocesi,  [142] ora perchè insistevasi che almeno frequentassero la scuola di cerimonie col clero della città. Ma D. Bosco, senza muovere doglianza su tali pretese, faceva conoscere in quanto alla prima aver egli provveduto ai chierici con tanti sacrifizii, perchè ne aveva sommo bisogno e per altra parte gli sarebbero mancati i mezzi per mantenerli in Seminario. In pari tempo procurava che i suoi chierici frequentassero le scuole del Seminario di Torino come esterni e per la scuola di cerimonie procurava loro come maestri alcuni di quelli, che erano maestri del Clero della città; e quando non poteva averli suppliva con qualche ecclesiastico capace e beneviso dalla Curia stessa. E così capacitava, i Vicarii o Provicarii, che muovevangli tali difficoltà.

                „ In questo modo si procedette fino alla venuta in Torino dell'Arcivescovo Mons. Riccardi di Netro nel 1867”.

                Ma intanto quali erano state le sorti del piccolo Seminario di Giaveno? Abbiamo più sopra esposto fedelmente quanto ci narrò il nostro compagno Vaschetti e ora Canonico Prevosto e Vicario Foraneo di Volpiano; e sotto la sua scorta continuiamo la nostra narrazione.

                D. Grassino si era avveduto ben presto dello sproposito che aveva fatto respingendo il valido appoggio, prestatogli da Don Bosco. Il Ch. Vaschetti però con un coraggio eroico sosteneva il suo Rettore, ricordandogli continuamente i consigli essenziali che D. Bosco aveva loro ripetutamente inculcati, e disimpegnava senza risparmiarsi le accresciute e già prima molteplici occupazioni; ma sul finire del 1863, stanco di quella vita, volle ritirarsi. Il Can. Vogliotti cercò di smuoverlo dal suo proposito con nuove promesse, col dargli un grazioso compenso pecuniario pel suo servizio gratuito di tre anni; gli fece vere, benchè amorevoli, pressioni morali, ma egli tenne fermo. Entrò nel Convitto Ecclesiastico e per due anni tutte le domeniche veniva all'Oratorio per fare il catechismo ai giovani e per intrattenersi con D. Bosco. [143]

                In quanto a Giaveno, la Curia poteva sostenere finanziariamente quel Seminario e anche gli altri di Bra, Chieri e Torino, perchè il Governo, che aveva in odio il  Vicario Generale Can. Fissore, risoluto come Mons. Fransoni nel sostenere/i diritti della Chiesa, aveva gradita l'elezione del Vicario Capitolate Can. Zappata in fama di essere più conciliante. A questi perciò rendeva non solo il maestoso edifizio del Seminario maggiore, ma tutte le sue rendite, sicchè molti chierici ebbero pensioni gratuite.

                I soli mezzi materiali però non bastano a far, prosperare una comunità. Il Rettore di Giaveno col suo naturale impetuoso guastava tutto per non aver più chi lo frenasse o avvertisse; anzi parve che avesse interamente dimenticato Don Bosco e i suoi consigli. D. Turchi Giovanni andatovi come professore di ginnasio l'anno 1863 - 1864, con sua meraviglia non vide cosa, non udì parola che rammentasse le benemerenze del Servo di Dio.

                Quel Rettore vedendo ogni anno diminuire maggiormente il numero de' suoi alunni, dovette nel 1866 dare le sue dimissioni. I Rettori che gli successero fino al 1872, non furono più fortunati di lui, sicchè gli alunni diminuirono talmente da essere ridotti a poche decine.

                Non è però da far meraviglia di queste vicende, perchè le istituzioni umane più o meno vanno soggette a tali alti e bassi, ma non tardano a risorgere quelle, che, appartenendo alla Chiesa, hanno in sè un alito della sua vita.

                Così accadde al piccolo Seminario di Giaveno. Da tre anni Mons. Lorenzo Gastaldi governava l'Archidiocesi di Torino, quando mandò un giorno a chiamare D. Vaschetti già parroco a Volpiano e si fece raccontare tutta la storia del passato intorno al Seminario di Giaveno; la causa della sua prima decadenza, i mezzi adoperati da D. Bosco per rialzarlo, le condizioni da lui poste alla Curia accettandone la direzione, i motivi per i quali era stato costretto a dimettersi. Don [144] Vaschetti diede una esatta relazione a Monsignore, il quale approvò pienamente la condotta di D. Bosco e poi gli disse di volere assolutamente che nel Seminario di Giaveno si addottassero i sistemi di educazione introdotti da D. Bosco.

                Nell'udir queste lodi, D. Vaschetti, pensando alle questioni già sorte tra l'Arcivescovo e D. Bosco, si azzardò ad interrogare: - Ma perchè, Monsignore, combatte D. Bosco?

                 - Perchè voglio conservare quel tesoro per la nostra Diocesi, e non che si estenda a servizio di altri. - E poi soggiunse: - Sono i mezzi che D. Bosco adopera per ritenere i chierici per sè, che non mi piacciono.

                D. Vaschetti rispose: - Non è così, Monsignore: Veda: vengo ora dall'Oratorio, ove ho cinque giovani della mia parrocchia, che presto metteranno la veste clericale in Seminario.

                Dopo queste informazioni, Mons. Gastaldi pose mano alla riforma del piccolo Seminario di Giaveno, e prima cosa vi nominava Rettore l'egregio Sacerdote Giuseppe D. Aniceto nativo di Susa, che stabilivasi nel nuovo ufficio il settembre del 1875. Educato nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, per disposizione del Can. Anglesio aveva frequentati con altri suoi compagni le classi ginnasiali dell'Oratorio; e D. Bosco nel 1857 alla solenne chiusura dell'anno scolastico nel porgergli il primo premio gli aveva detto: - Ricordati che il Signore ha su di te grandi disegni. - Egli oltre a belle doti di educatore, aveva una grande esperienza per essere stato prima assistente e poi professore in quel Seminario. Mons. Gastaldi, secondo l'idea di D. Bosco, gli aveva concessa una piena autorità nell'interno dell'Istituto; e per suo ordine D. Aniceto rimise in vigore quanto facevasi nell'Oratorio di Valdocco per la direzione spirituale, tutte le pratiche di pietà quivi in uso, e specialmente le frequentissime comunioni. Così riusciva in poco tempo a far fiorire quell'Istituto ecclesiastico a benefizio della Diocesi. Nei 24 anni che fu Rettore gli alunni [145] sorpassarono ogni anno il numero di 250. Dovette perciò innalzare nuovi edifizii e mettere le fondamenta di una maestosa cappella. Severissimo nell'espellere i giovani bacati nella moralità, coltivò grandissimo numero di vocazioni. Mons. Pechenino, che per molti anni visitava quel Seminario come direttore degli studi, soleva dire che là parevagli di trovarsi all'Oratorio. Lo stesso attestarono i professori Salesiani Don Durando Celestino e D. Francesia Gio. Batt., che erano spesso invitati a dare gli esami agli alunni.

                D. Bosco godeva del gran bene che si faceva a Giaveno, e che si sarebbe fatto da successori di D. Aniceto per l'impulso che egli aveagli dato fin dal principio. Egli poteva ripetere, come ripetè in tante altre occasioni, le parole di S. Paolo: Quid enim? Dum omni modo, sive per occasionem, sive per veritatem Christus annuntietur; et in hoc gaudeo, sed et gaudebo[12].

 

 


CAPO XVI. Il Collegio di Dogliani offerto a D.Bosco - Come la D. Bosco a scegliere il personale che dovrà dirigere un suo Istituto - Non fondar case senza ottener licenza dall'Ordinario diocesano - D. Bosco è soprappensiero - Va a Dogliani: predica alle Domenicane: accetta la convenzione col Municipio per l'apertura di quel collegio - D. Bosco si, reca a Mondovì e recede da quel contratto condiscendendo alle osservazioni  di Mons. Ghilardi. - Rispetto di D. Bosco ai Vescovi - Delibera di far stampare le Letture Cattoliche dalla tipografia dell'Oratorio - Benemerenze del Vescovo d'Ivrea verso l'associazione - Il suo rappresentante amministratore di questa in Torino nell'ufficio centrale - D. Bosco intende lasciar erede delle Letture Cattoliche la Pia Società - Nell'Oratorio si dà principio alla stampa dei fascicoli - Lettera scritta a D. Bosco in nome del Vescovo d'Ivrea negandogli il diritto di proprietà su queste Letture - Motivi che ispirano tale lettera - Risposta di D. Bosco in difesa del sito diritto - I primi quattro fascicoli stampati nell'Oratorio - IL, PONTIFICATO DI S. FELICE PRIMO E DI S. EUTICHIANO PAPI E MARTIRI - NOVELLA AMENA DI UN VECCHIO SGARBATO DI NAPOLEONE I - L'amministrazione rimane ancor affidata al rappresentante del Vescovo.

 

                DON Bosco già nell'anno 1861 aveva preveduto il suo ritiro da Giaveno e sentivasi spinto da un vivo desiderio di stabilirsi in qualche altro collegio del Piemonte. Voleva che i suoi chierici avessero un nuovo campo [147] per esercitare la loro zelante attività. E in buon punto il Municipio di Dogliani, nella Diocesi di Mondovì, invitavalo a prendere la direzione di quel Collegio Convitto Civico e delle Scuole.

                Ed ecco come andò il fatto secondo la relazione che ne fece a noi per iscritto il nostro venerato amico Canonico Anfossi. “L'anno 1861, essendo io chierico, fui dal Sig. Teol. Francesco Reggio, Prevosto di Vigone, condotto ad un piccolo viaggio. Fummo a Dogliani ospiti dell'ottima famiglia Bruno. In que' giorni, si era sul finire di Agosto, il Comune di Dogliani trattava del riordinamento delle scuole e del Collegio - Convitto e non sapeva a qual partito appigliarsi per dargli vita e buon indirizzo. L'Avvocato Bruno, capo della famiglia, nella quale eravamo ospitati io e il mio Prevosto, apparteneva al Consiglio Comunale e parlò delle difficoltà in cui si trovava il Comune. Il Prevosto Reggio disse: - Si rivolgano a D. Bosco e vedranno il loro collegio col ginnasio fiorire per numero e per buoni studii. - Fu accettato il suggerimento e dal Consiglio io fui incaricato a farne parola a D. Bosco. Dopo una gita al Santuario io feci ritorno all'Oratorio e comunicai a D. Bosco l'incarico avuto”.

                “D. Bosco, sottentra qui all'Anfossi la cronaca di D. Bonetti, gradiva questa domanda appoggiata dal Parroco dei SS. Quirico e Paolo Can. Drochi Alfonso e avviava le pratiche per una convenzione. Una sera sul principio di maggio del 1862, trovandosi in mezzo ai chierici, espresse un gran desiderio di avere il collegio di Dogliani, li assicurò essere quel collegio quasi accettato da lui e che già egli pensava alle persone le quali avrebbe dovuto mandare: - Io prego molto, disse loro, e faccio pregare affine di sapere a quali chierici debba essere affidata tale missione. Ed ecco come mi regolo per determinarmi ad una scelta. Prima penso ad uno di voi; dopo lo scrivo sopra una lista; poi mi rivolgo al Signore; in fine ne parlo con quel tale ogni cosa esaminando per essere sicuro. Quindi [148] passo ad un altro e così di seguito. Ma ciò non è tutto. Io non voglio nè ora, nè poi aprir casa senza mettermi prima ben d'accordo coll'Autorità Ecclesiastica, andando personalmente a farle visita, o scrivendo; e finchè non abbia il suo esplicito consenso nulla deciderò”.

                Così si regolarono e si regolano i santi per assicurarsi di fare la volontà di Dio.

                “La sera del 26 maggio D. Bosco si raccomandò tanto alle preghiere de suoi giovani, affermando di trovarsi in gravi imbrogli. Non sappiamo bene quali possano essere. Alcuni suppongono che trovi opposizioni e difficoltà nell'accettare il Collegio di Dogliani, insorte per parte del Vescovo della Diocesi. Da un canto D. Bosco avrebbe già dato parola al Municipio; dall'altro non vorrebbe operare con dispiacere del Vescovo. Altri vogliono gli diano fastidio le cose di Giaveno e vi è chi asserisce esservi questioni per l'aria relative alla direzione delle Letture Cattoliche”.

                “E D. Bosco, ripiglia il Canonico Anfossi, bramoso di espandere l'opera sua, dopo aver temporeggiato per qualche tempo e scambiate varie lettere, presomi insieme, partì per Dogliani. L'Avvocato Bruno si riputò fortunato di accoglierci; il giorno seguente si radunò il Consiglio Municipale; si udirono le proposte dall'una parte e dall'altra, le quali erano abbastanza favorevoli. A D. Bosco, fatte le debite riparazioni, si dava il locale pubblico delle scuole maschili elementari e ginnasiali, e l'edifizio per il Convitto; lire 14.000 annue per il personale assistente ed insegnante, il quale però sarebbe stato nominato da Don Bosco o dal Direttore che egli vi avrebbe stabilito.

                Nel mattino seguente mentre il Consiglio Comunale deliberava, D. Bosco andò nel Monastero delle monache Domenicane, che era in Dogliani Superiore, per celebrarvi la Santa Messa. L'accompagnò il parroco D. Drochi, che godeva stima di santità ed era predicatore valente: io li seguii [149] per servire. Ricordo che dopo la Messa D. Bosco tenne alle suore un bellissimo discorso facendo un confronto tra il loro Monastero e il Paradiso terrestre, quale ci è descritto dalla sacra Scrittura e secondo l'interpretazione dei Santi Padri.

                Discesi quindi in casa Bruno, si ebbe una visita della Giunta che riferì le condizioni colle quali volentieri si sarebbe affidato a D. Bosco il Convitto colle scuole. Egli uditele vi aggiunse alcune osservazioni. Il Sindaco sollecitava D. Bosco ad accettare definitivamente quella direzione; ed egli concluse dicendo: - Accetto: una sola condizione però ancora mi riservo e si è che il Vescovo di Mondovì, Mons. Ghilardi, approvi l'opera mia; perciò intendo di recarmi tosto di qui a lui per averne il parere e l'assenso. - I membri della Giunta, ammirando la prudenza del Servo di Dio, e persuasi della convenienza del suo suggerimento, acconsentirono.

                Senza frappore indugio l'avv. Bruno dispose che si pranzasse e subito dopo si potè partire per Mondovì. Io fui il compagno di viaggio. Monsignore ci accolse molto bene: era grande la stima, che questo insigne e dotto Vescovo sentiva per D. Bosco; ci diede ospitalità, si cenò, si ebbe una bella camera per la notte.

                Ma ora è importante che io ricordi la conversazione relativa allo scopo del nostro viaggio. D. Bosco espose i desiderii del Sindaco e dei consiglieri di Dogliani, e l'intenzione sua d'accettare per avere mezzo di far del bene alla gioventù, principalmente coltivando le vocazioni ecclesiastiche. Monsignore riconobbe che l'opera di D. Bosco sarebbe certamente riuscita bene, conoscendo l'andamento dell'Oratorio di Valdocco, dove non mancava mai di venire ogni qualvolta si recasse a Torno; - ma, continuò, se ella, mio caro D. Bosco, si stabilisce a Dogliani, in pochi anni mi vuota il mio piccolo Seminario! Prenda invece sotto la sua direzione i miei Seminarii; io sono disposto ad affidarglieli; ma per farmi piacere non vada a Dogliani. - D. Bosco osservò rispettosamente che [150] non ne sarebbe avvenuto alcun danno al Seminario, che anzi prevedeva l'opposto. Ad ogni modo insistendo Mons. Ghilardi nella sua idea, D. Bosco retrocedette dalla convenzione già quasi stabilita col Consiglio Municipale di Dogliani, e incaricò me di scrivere in proposito all'avvocato Bruno. Ignoro se abbia scritto ancor egli. Questo fatto addimostra quanto D. Bosco fosse sottomesso non solo alla volontà, ma anche ai desiderii dei Vescovi sebbene con suo danno.

                Di tutto questo fui io testimonio. Can. G. B. ANFOSSI”.

                D. Bosco infatti ebbe sempre la massima deferenza ed ogni maggior rispetto verso le autorità Ecclesiastiche. Dovendo passare per qualche città Vescovile, fatta una visita al SS. Sacramento in qualche Chiesa, andava subito ad ossequiare pel primo l'Ordinario, e partendo ne implorava in ginocchio e con grande umiltà la benedizione sovra di sè e de' suoi.

                Ma questa umile ed affettuosa deferenza non valse a dissipare que' gravi dispiaceri che da parecchio tempo l'angustiavano e pei quali erasi raccomandato alle preghiere de' suoi giovani il 26 maggio. Si trattava delle Letture Cattoliche, che D. Bosco aveva risoluto di far stampare da qui innanzi nella tipografia dell'Oratorio. Di queste per maggior chiarezza è conveniente rifare un po' di storia.

                La pubblicazione dei fascicoli era stata fin da principio in grande prosperità per il numero degli associati, che in ogni anno, dal 1853 al 1862, furono oltre a novemila. D. Bosco l'aveva ideata e la riteneva come opera che gli appartenesse; ma essendosi associato con Mons. Moreno, Vescovo d'Ivrea, e di comune accordo avendola fondata, dovette attribuirgli una ingerenza quale richiedeva la dignità vescovile, l'attività, la scienza, l'interesse e l'amicizia della quale da tanto tempo onoravalo quel Prelato. E Monsignore si tenne per confondatore e comproprietario; e ben si meritava di essere per tale riguardato sia per una maggior importanza che dava a quella collezione di fascicoli col proteggerla, sia pel numero di associati [151] raccolti nella sua diocesi. E questo suo titolo dovette dare maggior garanzia all'imprestito di una somma abbastanza vistosa, fatto dal Marchese Birago, per assicurare i fondi necessarii pel bilancio di previsione. Nel 1856 permetteva che si vendesse una sua cartella del reddito di 425 lire in favore delle Letture Cattoliche, riserbando però il suo diritto sul valore di quella cedola: firmava eziandio qualche cambiale. Ma i danari erano da lui somministrati, dietro richiesta, al Canonico onorario della Cattedrale Francesco Teologo Valinotti, al quale era stata affidata la gestione materiale delle Letture Cattoliche. Egli rappresentava il Vescovo d'Ivrea ed era con lui una cosa sola.

                L'ufficio delle Letture, come si ricava dal fascicolo di Gennaio 1854, primieramente ebbe la sua sede in Torino, Via Bogino, porta N.3, piano secondo. Dì qui, il primo ottobre 1855, la direzione passava in via S. Domenico, N. II. Quivi si conservavano i cataloghi degli associati e i registri per la riscossione degli abbonamenti. Il Teologo più volte alla settimana veniva in Torino, incassava il danaro, iscriveva i nuovi associati e rispondeva alle lettere. A lui spettavano i contratti coi tipografi, la revisione de' lavori ed i convenuti pagamenti. Per aiuto nello scrivere aveva qualche impiegato. Giuseppe Buzzetti ed altri giovanotti dell'Oratorio andavano per mettere l'indirizzo ai fascicoli e ad aiutare la spedizione.

                Il Teologo Valinotti, anche per le firme che era autorizzato dal Vescovo a porre in vece sua, reputavasi che fosse il terzo confondatore e comproprietario e non andò molto tempo che il suo ufficio divenne nel fatto il centro della direzione; ed egli a far da padrone e a credersi tale. Sui programmi e su molte copertine dei fascicoli si leggevano varie avvertenze. “Le associazioni si ricevono in Torino, all'ufficio via S. Domenico N. Le - I vaglia postali devono essere unicamente intestati al Direttore delle Letture Cattoliche. - Per tutto ciò che riguarda le Letture Cattoliche, lettere, pieghi, reclami ecc. [152] deve essere diretto unicamente alla Direzione delle Letture Cattoliche, via S. Domenico N. II, Torino. Diversamente la medesima reclina ogni responsabilità. - Le domande delle operette già uscite nelle Letture Cattoliche degli anni antecedenti devono essere fatte per lettere affrancate, col vaglia postale del prezzo delle opere richieste unicamente alla Direzione centrale delle Letture Cattoliche, via S. Domenicco N. II, Torino”.

                A questo ufficio il Vescovo e D. Bosco dovevano trasmettere quanto lo riguardava per la regolarità dei conti. Di questi conti il Vescovo mai si era informato ed era ignaro di tutto avendo una confidenza illimitata nel suo rappresentante. D. Bosco, del quale era tutta la fatica, poichè esso preparava i libretti, talvolta chiedeva amichevolmente notizie di questa contabilità, ma ottenne risposta che vi erano serii debiti da pagare e che le spese della stampa superavano le entrate.

                D. Bosco per riguardo al Vescovo accettava o pareva accettare simili rendiconti, per non rompere un'amicizia che durava da tanti anni, ed anche perchè odiava ogni discordia, che avrebbe potuto recar danno a quella sua prediletta associazione. Ma nello stesso tempo ei meditava di renderla duratura, lasciandola in eredità alla Congregazione salesiana, e consolidarne in sè la proprietà. Essendo in ordine la sua tipografia aveva intanto deciso che questa avrebbe avuto l'incarico di pubblicare i fascicoli delle Letture Cattoliche. La cosa parlava da sè in suo favore, tuttavia egli con grande prudenza aveva con lettere e con visite cercato di persuadere il Vescovo della necessità di questa risoluzione: in primo luogo per l'occupazione continua che avrebbero avuta i suoi alunni; in secondo luogo per la maggior economia colla quale que' lavori sarebbero eseguiti.

                Il Vescovo approvò; quand'ecco nei primi di maggio giungere a D. Bosco una lettera a nome di Monsignore scritta dal Can. Teol. Avv. Pinoli Angelo, Provicario generale, in cui gli si rimproverava l'innovazione eseguita, per far la quale [153] asserivasi mancargli il diritto di proprietario. Che cosa dunque aveva mutato l'animo del Vescovo? Probabilmente chi aveva interesse in questa faccenda. Si ebbe sospetto che D. Bosco facesse un primo passo per sottrarsi ad una tutela non voluta, ma tollerata; si temette che tolto a Paravia l'incarico di quelle stampe, il tipografo avrebbe chiesto per lo meno il pagamento de' suoi crediti, senza più accordar dilazioni; si vide il pericolo di dover presentare un resoconto dell'attivo e del passivo che per varie cause non potevasi in que' giorni determinare e regolare. Per queste ragioni si trovò l'espediente di sostenere presso il Vescovo, che D. Bosco non aveva considerato i suoi diritti, appartenere a lui la proprietà delle Letture Cattoliche; che senza il suo appoggio D. Bosco sarebbe riuscito a poco, e che il cambiamento di tipografia poteva essere pericoloso alle Letture stesse.

                Questi furono i motivi che avevano ispirato la lettera del Canonico Pinoli, il quale, essendo amico di D. Bosco, pareva che probabilmente avesse dovuto scriverla mentre altri la dettava.

                Il Teol. Valinotti erasi incaricato di mandarla all'Oratorio e D. Bosco faceva la risposta a questo Teologo.

 

                               Carissimo Sig. Teologo,

 

                Non può immaginarsi, sig. Teologo, quale dolorosa sensazione mi abbia cagionato la lettera che mi ha comunicato riguardante le Letture Cattoliche, sia per la materia trattata, sia per la persona cui si riferiva. Più volte ieri mi provai per rispondere, ma l'agitazione me l'ha sempre impedito. Questa mattina soltanto dopo aver celebrato il Sacrificio della S. Messa e raccomandato ogni cosa al Signore, rispondo semplicemente narrando le cose nel reale loro aspetto.

                Io non mi sono mai pensato che le Letture Cattoliche fossero proprietà altrui. Io ho fatto il programma, ho cominciato la stampa, l'ho sempre assistita, corretta colla massima diligenza; ogni fascicolo fu da me composto o redatto a stile e dicitura adattata. Io sono sempre stato responsabile di quanto si stampò. Feci viaggi, scrissi e feci scrivere lettere per la propagazione delle medesime. L'opinione pubblica, il medesimo S. Padre in tre lettere indirizzatemi considera me come autore delle Letture Cattoliche. [154] Arbitro sempre di quanto faceva, ho sempre lasciato ad altri, con mia dipendenza, che fu però trascurata, la sollecitudine materiale della spedizione e della contabilità.

                Vedendo ultimamente il continuo ritardo nella stampa, ho cominciato a far stampare qualche fascicolo alla Tipografia Ferrando; nè potendosi tuttavia ottenere regolarità nella stampa mi sono risolto a provvedere qui una tipografia. Ho fatto fare caratteri, carta, formati, ampiezza della macchina, adattata alle stampe di Paravia. La stampa è cominciata, ho la materia preparata per tutti i fascicoli di quest'anno. Io adunque intendo di continuare la stampa in questa casa e così dar lavoro ai nostri poveri giovani.

                Ella stessa signor Teologo, mel disse più volte con queste parole: - Faccia presto, D. Bosco, a mettere una tipografia, affinchè ci togliamo dagli impicci della stampa.

                Credo la lettera del sig. avvocato Pinoli non sia stata di consenso con Monsignore, imperocchè esso mi disse più volte ad Ivrea ed anche a Torino queste formali parole: - Da queste Letture non dobbiamo cercare alcun utile materiale; che se ci Verrà qualche vantaggio, sarà buono per l'Oratorio che si trova certamente di averne bisogno. Avrei certamente un bel vantaggio, se dopo aver duramente faticato io anni per queste Letture senza un soldo di corrispettivo, potessi adesso nemmanco aver quello di darle come lavoro ai miei giovanetti! Ma niuno mai mi contrastò la padronanza di una cosa da me cominciata, continuata con tanta fatica e tanto dispendio.

                Potrà dirsi: ci sono debiti a pagare. Si paghino. Lavoro da dieci anni e non ho cercato un soldo; nemmeno adesso il voglio, perocchè il sordido interesse non lui guiderà mai nelle cose che si riferiscono alla gloria di Dio.

                Io temo molto che il demonio metta la coda in questo affare e che sotto l'aspetto di materiali interessi, riesca a mettere scissura fra gli individui e fare, ciò che lamentiamo in molti, danno a quel poco di bene, che tolto l'impegno e l'interesse, si potrebbe promuovere a vantaggio delle anime.

                Ho scritto colla mente molto agitata da quella benedetta lettera dell'avvocato sig. Canonico Pinoli, onde se fosse occorsa qualche espressione che potesse sembrare mordace, non è voluta; anzi posso assicurarlo che non ho scritto altro se non quello che mi sembra di maggiore gloria di Dio e bene delle anime.

                Abbia la bontà, signor Teologo, di dare comunicazione della presente al prelodato sig. Canonico Pinoli, e se crede bene allo stesso Monsignor Moreno, che credo comprenderanno ambidue di leggieri, spero, la ragionevolezza delle mie deliberazioni.

                Ella poi voglia sempre annoverarmi tra quelli che l'amano nel Signore, mentre con tutta stima e venerazione mi professo di V. S. Carissima

 

                Torino, 10 Maggio 1862.

 

Dev.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI. [155]

                Scritta questa lettera non desistette dal suo disegno e consegnò a' suoi giovanetti, che incominciavano a comporre per benino, i manoscritti preparati per le Letture Cattoliche che dovevano uscire alla luce dalla Tipografia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales.

                Il primo destinato pel mese di Luglio fu: Teofilo ossia il giovane romito, ameno racconto del Canonico Cristoloro Schmid. - Una tempesta getta Teofilo sopra un isolotto disabitato in mezzo al mare. Per tre anni la Provvidenza Divina gli fa trovare mezzi per aiutarsi nelle sue necessità e infine maravigliosamente lo riconduce alla sua spiaggia nativa. Con ciò si dimostra che colui il quale prega conferma il proverbio; che il bene nasce dal male e Dio sa tutto acconciare pel meglio.

                Il secondo fascicolo pel mese d'Agosto: - Il Pontificato di S. Felice Primo e di S. Eutichiano Papi e martiri per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (M). Si dimostra la visibilità della vera Chiesa. Si descrivono anche i patimenti di varii gloriosi martiri contemporanei. In appendice si narrano i tormenti sopportati da S. Caritone Abate per la fede, le sue virtù, e la fondazione di varie Laure, ossia monasteri d'eremiti da lui fatte nella Palestina.

                Il terzo fascicolo che usciva dalla Tipografia dell'Oratorio pel mese di settembre: - La podestà delle tenebre ossia osservazioni dommatiche - morali sopra ali spiriti malefici e gli uomini maledici, seguite dalla relazione di una infestazione diabolica avvenuta nell'anno 1858 in Val della Torre.

                Si descrive il potere esterno dei demonii sopra gli oggetti esterni; le loro tentazioni, ossessioni; la magia, il magnetismo, le tavole giranti e scriventi. Autore dell'Operetta è Fra Carlo Filippo da Poirino sacerdote Cappuccino.

                Pel mese di ottobre il fascicolo portava il titolo: Le due, orfanelle, ossia le consolazioni nella cattolica religione. È  la storia di una signora inglese ed anglicana, la quale commossa allo spettacolo di una fanciulletta, che si prepara alla prima [156] comunione, tratta a poco a poco dalla grazia celeste con soavità e fortezza alla conoscenza della vera Chiesa, ottiene la conversione del marito morente e fatta anch'essa l'abiura si chiude fra le carmelitane. D. Bosco vi aggiunse tre spaventevoli esempi di castighi divini, i quali colpirono in questi anni gli spregiatori di Dio, del Papa, e dei Vescovi. In ultimo egli pone il regolamento della pia Società delle comunioni mensili pei presenti bisogni di Santa Chiesa, eretta Canonicamente in Roma nella parrocchia di S. Lorenzo in Damaso.

                D. Bosco intanto mentre i suoi tipografi incominciavano alacremente la stampa di questi libretti, adoperavasi nell'attenuare i malumori d'Ivrea. Quindi benchè temesse uno sbilancio nell'amministrazione per inettitudine o per negligenza, giudicò opportuno il silenzio sulla contabilità. Il Teologo continuò indisturbato nel suo ufficio come prima tenendo presso di sè tutti i registri, con questa sola innovazione che la Tipografia dell'Oratorio aveva preso il luogo di Paravia nei lavori e negli utili, quantunque all'antico suo tipografo D. Bosco avesse stabilito di dare ancora ordinazioni.

                Così procedette la cosa per due anni e i fascicoli continuarono ad annunziare l'ufficio di Via S. Domenico colle avvertenze sopra notate delle edizioni di Paravia.

                Le attinenze però di D. Bosco con Mons. Moreno avevano, ricevuta una grave scossa.

 

 


CAPO XVII. Un orto liberato dai bruchi - Un chierico guarito dalla febbre - Un segreto desiderio svelato e soddisfatto - Parlate di D. Bosco: raccomanda tre cose ai giovani: allude ad una morte non lontana: anima i giovani ed i membri della Congregazione ad amare e difendere il Papa - D. Bosco prepara i suoi Salesiani alla professione religiosa - Dalla fanciullezza ha fatto volo di entrare in religione - I primi voti formali emessi nella Pia Società di S. Francesco di Sales: parole d'incoraggiamento e gioia di D. Bosco - Morte predetta ed edificante di altro alunno - Un secondo biglietto profetico - La Madonna di Spoleto - Persone che vengono da lontano per confessarsi da D. Bosco - Egli esorta i giovani a terminar bene il mese di Maria ed a pregare per que' compagni che stanno ancora lontani da Dio - Sua predica sulla purità.

 

                I GIORNI del Venerabile Servo di Dio, fossero pure a lui apportatori di fastidii, erano sempre segnati da fatti piacevoli e singolari.

                Con atto del 9 novembre 1861, rogato dal notaio Turvano, D. Bosco costretto dal bisogno di danaro aveva venduto a  Giacomo Berlaita una pezza di prato dell'estenzione di ettari 0,35,4, Ossia giornate 0,92,24 per il prezzo dichiarato di lire 4480,20. Apparteneva una volta alla proprietà Filippi ed era confinante colla cinta dell'Oratorio a settentrione. Berlaita, essendo ortolano, aveva piantati nel 1862 in quel [158] suo nuovo podere una grande quantità di cavoli che promettevano una buona raccolta. Ed ecco comparire i bruchi in numero incredibile minacciando di distruggere ogni sua speranza. Egli corse tutto desolato a chiamare D. Bosco, perchè venisse a recitare gli scongiuri del rituale. D. Bosco andò e benedisse, e si fermò per qualche tempo a confabulare col Berlaita. In quel mentre succedeva un fatto singolare. Tutti i bruchi si mettono in movimento. Scendono dai cavoli e s'avviavano verso la piccola porta aperta della cinta dell'Oratorio. Davanti a questa vi era un lungo fosso pieno, d'acqua corrente scavalcato da un asse; i bruchi in massa si spingono su questo, si avviano verso il muro della cappella di San Luigi, lo salgono, entrano nel finestrone sopra l'altare e quindi vanno ad attaccarsi al cornicione ed alle mura di detta cappella.

                Le muraglie apparivano tutte nere per la gran quantità di bruchi morti che le coprivano, e più volte si dovettero spazzare. Tutti in casa erano meravigliati di quella inesplicabile novità. Ma l'orto del Berlaita era stato intieramente liberato. D. Rua ne fa testimonianza.

                Ci raccontò D. Giovanni Garino: “Era l'anno 1862 ed io mi trovava preso da lenta febbre, che ogni di più mi indeboliva per modo da non potermi io occupare nei miei studii di filosofia. D. Bosco il seppe e mi diede una scatoletta con nove pillole, dicendomi di prenderne tre per mattina e recitando un'Ave Maria ogni pillola. Feci quanto mi comandò e le febbri sparirono tosto completamente. Aggiungo che d'allora in poi sino al presente (6 maggio 1888) non ebbi mai più a soffrir febbri”.

                Una distinta signora di Torino, nota D. Bonetti, espose quanto segue di D. Bosco. “Il Servo di Dio, dopo molte istanze, era venuto un giorno a pranzo con noi. Io aveva un giovane da raccomandargli, perchè lo accettasse nel suo Oratorio, ma non osava parlargliene per tema che un'altra volta egli [159] non venisse più a casa mia per sfuggire simili seccature. Mentre in mia mente rivolgeva questo pensiero, Don Bosco all'improvviso uscì a dirmi: - In quanto poi a quel giovane, e me ne disse il nome, me lo conduca poi a casa sul fine di questo mese. - A tali parole io rimasi fuori di me, non potendomi persuadere che egli non mi avesse letto il pensiero in mente”.

                Con questa nota D. Bonetti ripigliava la Cronaca, esponendo il sunto di qualche parlata di D. Bosco agli alunni nel maggio e ciò che in questo mese accadde di memorabile nell'Oratorio.

                “2 maggio. - D. Bosco salì sul pulpito del parlatorio e disse di voler inculcare tre cose: allegria, lavoro, pietà. Ripetè più volte quel detto di S. Filippo Neri a' suoi giovani: - Quando è tempo correte, saltate, divertitevi pure finchè volete, ma per carità non fate peccati”.

                “4 maggio, Domenica. - D. Bosco parlava ai giovani del modo col quale desiderava che si passasse il mese di Maria, quando tutto ad un tratto cambia argomento e dice: Mi viene adesso un pensiero che non posso tenermi dal palesarvi. Chi sa se durante questo mese non ci toccherà di fare qualche funerale?... staremo a vedere! - E quindi ripigliò il primo argomento, lasciandoci tutti meravigliati per quell'insolito modo di parlare”.

                “6 maggio. - Non si potrebbe dire quanto sia grande l'affezione di D. Bosco alla Santa Sede e al Papa. Egli faceva oggi osservare ai suoi giovanetti come il Papa Pio IX, sebbene attorniato dagli affari di tutto il mondo, nondimeno di frequente volgesse i suoi pensieri e le sue cure ai figli poveretti dell'Oratorio, nascosti in un angolo di Torino; e loro mandasse la sua apostolica benedizione, colmandoli in ogni guisa di favori. Prese quindi occasione ad animarci ad amarlo, e non tanto come Pio IX, ma sibbene come Papa, stabilito da Gesù Cristo sopra la Chiesa. Finì dicendo: - Vorrei che Pio IX [160] avesse in ciascun giovane dell'Oratorio uno zelante difensore in qualunque angolo della terra egli si trovi”.

                “Alcuni giorni dopo, parlando ai membri della sua Congregazione, venne a dire: - Il Cattolicismo va via via perdendo ogni giorno i mezzi materiali per far del bene, l'appoggio delle Potenze e molte anime che le sono strappate dalla perfidia de' suoi nemici. È tempo ormai che ci stringiamo sempre più intorno a Pio IX e con lui combattiamo se fia d’uopo fino alla morte. Diranno gli stolti che certe idee sono un capriccio ostinato di Pio IX: non importa; ci sarà più caro andare in paradiso con Pio IX per un tale suo capriccio, che andare all'inferno con tutte le speciosità e le grandezze del mondo”.

                “8 maggio. - D. Bosco radunò in camera sua alla sera dopo le orazioni, que' preti, chierici e giovani, i quali conosceva disposti a rimanere con lui nell'Oratorio e a far parte della Pia Società. Incominciò a descrivere quanto nobile, meritoria, divina fosse la missione di chi è chiamato a salvare le anime; provò quanto grande fosse l'amore di Gesù Cristo ai fanciulli; ci animò a lavorare indefessamente per la gioventù; fece notare che la messe era abbondantissima e che la divina Provvidenza avrebbe benedette meravigliosamente le nostre fatiche. Quindi ci propose di fare una prova, unendoci al Divin Salvatore con vincoli più stretti d'amore, cioè di promettere a Dio l'osservanza delle Regole, facendo voto di povertà, castità ed obbedienza per tre anni.

                Noi per un anno intero ci eravamo preparati a questa grande azione e all'invito di D. Bosco nessuno avendo fatta difficoltà, fu deciso che il mercoledì prossimo avremmo emessi i nostri voti”.

                La Madonna aveva preparata a D. Bosco, in questo mese a Lei consecrato, la più grande delle consolazioni. Il Servo di Dio avrebbe anche adempiuto il suo voto, fatto essendo ancora fanciullo, di entrare in religione.

                14 maggio 1862. - Giorno memorando! Si legge nei verbali [161] del Capitolo. “I confratelli della - Società di S. Francesco di Sales furono convocati dal Rettore e la maggior parte di essi si confermarono nella nascente Società coll'emettere formalmente i voti triennali. Questo si fece nel modo seguente:

                Il sig. D. Bosco Rettore, vestito di cotta, invitò ognuno ad inginocchiarsi, ed inginocchiatosi egli pure, incominciò la recita, del Veni Creator, che si continuò alternativamente sino al fine. Detto l'Oremus dello Spirito Santo, si recitarono le Litanie della Beata Vergine coll'Oremus. Quindi si disse un Pater, Ave e Gloria a S. Francesco di Sales a cui si aggiunse l'invocazione propria e l'Oremus. Finite queste preghiere, i confratelli in sacris D. Alasonatti Vittorio, D. Rua Michele, D. Savio Angelo, D. Rocchietti Giuseppe, D. Cagliero Giovanni, D. Francesia Giov. Batt., D. Ruffino Domenico; i chierici Durando Celestino, Anfossi Giov. Batt., Boggero Giovanni, Bonetti Giovanni, Ghivarello Carlo, Cerruti Francesco, Chiapale Luigi, Bongiovanni Giuseppe, Lazzero Giuseppe, Provera Francesco, Garino Giovanni, Jarac Luigi, Albera Paolo; i laici Cav. Oreglia Federico di S. Stefano, Gaia Giuseppe pronunciarono ad alta voce e chiaramente tutti insieme la formola dei voti che incomincia: Conoscendo l'instabilità della volontà mia ecc. Ciò fatto ciascuno si sottoscrisse in apposito libro”.

                D. Bonetti scrisse: - “14 maggio. - Questa sera dopo molti desiderii, si emisero la prima volta formalmente i voti di povertà, di castità, di obbedienza dai varii membri della Pia Società novellamente costituita, che avevano compiuto l'anno di noviziato e che a ciò si sentivano chiamati. Oh come bello sarebbe il descrivere in quali umili modi si compiesse questo atto memorando! Ci trovammo stretti stretti in una angusta cameretta, ove non avevamo scanni per sederci. La maggior parte dei membri si trovava nel fior degli anni, chi nella rettorica, chi nel primo e secondo anno di filosofia, alcuni nel primi corsi di Teologia e pochi nei sacri ordini. Qualche laico [162] avrebbe potuto trarre felici i suoi giorni nel seno della propria famiglia! Un delizioso avvenire ci si parava innanzi, il mondo colle sue promesse, colle sue lusinghe a sè c'invitava. Ma avanti agli occhi nostri stava sopra un tavolino fra due ceri accesi, un crocifisso, quasi aspettando l'offerta del nostro cuore, il sacrifizio della nostra vita. Sì, Gesù colle sue attrattive celesti a lui ci chiamava. Noi formavamo un piccolo gregge, che scompariva agli occhi del mondo, e dai più della casa stessa sconosciuto. Nondimeno questi umili principii non ci facevano perdere, d'animo, che anzi ci aprivano il cuore alle più alte speranze, ben sapendo quello che dice l'Apostolo Paolo, che Iddio elegge le cose deboli per abbattere le forti, le stolte per confondere i sapienti, le ignobili e le spregievoli e quelle che non sono per distruggere quelle che sono.

                Facemmo dunque in numero di 22, non compreso D. Bosco, che in mezzo a noi stava inginocchiato presso il tavolino su cui era il crocifisso, i nostri voti secondo il Regolamento. Essendo in molti ripetemmo insieme la formola a mano a mano che D. Rua la leggeva.

                Dopo ciò D. Bosco alzatosi in piedi, si volse verso di noi che eravamo ancora inginocchiati e ci indirizzò alcune parole per nostra tranquillità e per infonderci maggiormente coraggio per l'avvenire. Fra le altre cose ci disse: - Questo voto che ora avete fatto, io intendo che non vi imponga altra obbligazione che quella di osservare ciò che fin ora avete osservato, cioè le regole della Casa. Desidero grandemente che nessuno si lasci poi prendere da qualche timore, da qualche inquietudine. Ciascuno in ogni occorrenza mi venga tosto ad aprire il suo cuore, mi esponga i suoi dubbii, le sue angustie. Vi dico questo perchè potrebbe darsi che il demonio, vedendo il bene che potete fare stando in questa Società, vi metta in capo qualche tentazione cercando di farvene allontanare contro la volontà di Dio. Ma se io sarò tosto da voi informato, potrò essere in grado di esaminare la cosa, e mettere la pace [163] nei vostri cuori ed anche sciogliervi dai voti, qualora vedessi tale essere la volontà di Dio ed il bene delle anime.

                Ma qualcuno mi dirà: - D. Bosco ha egli pure fatti questi voti? - Ecco: mentre voi facevate a me questi voti, io li facevo pure a questo Crocifisso per tutta la mia vita; offrendomi in sacrificio al Signore, pronto ad ogni cosa, affine di procurare la sua maggior gloria e la salute delle anime, specialmente pel bene della gioventù. Ci aiuti il Signore a mantenere fedelmente le nostre promesse.

                Pronunciate che ebbe queste memorabili parole, ci siamo tutti alzati in piedi ed egli riprese: - Miei cari, viviamo in tempi torbidi e pare quasi una presunzione in questi malaugurati momenti cercare di metterci in una nuova comunità religiosa, mentre il mondo e l'inferno a tutto potere si adoperano per schiantare dalla terra quelle che già esistono. Ma non importa; io ho non solo probabili, ma sicuri argomenti essere volontà di Dio che la nostra Società incominci e prosegua.

                Molti già sono gli sforzi che si fecero per impedirla, ma tutti riuscirono vani, anzi alcuni che più ostinatamente le si vollero opporre, l'ebbero a pagar cara. Non è molto che una persona distinta, che per varii motivi non nomino, forse per zelo, si oppose grandemente a questa Società. Ebbene; fu presa da un grave malore ed in pochi giorni se ne andò all'eternità.

                Non la finirei di questa sera se vi volessi poi raccontare gli atti speciali di protezione che avemmo dal cielo, dacchè ebbe principio il nostro Oratorio. Tutto ci fa argomentare che con noi abbiamo Iddio. Possiamo nelle nostre imprese andare innanzi con fidanza, sapendo di fare la sua santa volontà!

                Ma non sono ancora questi gli argomenti che mi fanno sperar bene di questa Società; altri maggiori ve ne sono fra i quali v'è l'unico scopo che ci siamo proposti, che è la maggior gloria di Dio e la salute delle anime. Chi sa che il Signore non voglia servirsi di questa nostra Società per fare molto [164] bene nella sua Chiesa i Da qui a venticinque o trent'anni, se il Signore continua ad aiutarci, come fece finora, la nostra Società sparsa per diverse parti del mondo potrà anche ascendere al numero di mille socii. Di questi alcuni intenti colle prediche ad istruire il basso popolo, altri all'educazione dei ragazzi abbandonati, taluni a fare scuola, tal' altri a scrivere e diffondere buoni libri, tutti insomma a sostenere, come generosi cristiani, la dignità del Romano Pontefice e dei ministri  della Chiesa: quanto bene non si farà!

                Pio IX si crede che noi siamo già in tutto punto ordinati: eccoci adunque questa sera in ordine; combattiamo con lui per la causa della Chiesa, che è quella di Dio. Facciamoci coraggio, lavoriamo di cuore, Iddio saprà pagarci da buon padrone. L'eternità sarà abbastanza lunga per riposarci, ecc.

                Abbiamo osservato che in questa sera D. Bosco mostrava una contentezza inesprimibile, non sapeva allontanarsi da noi, assicurandoci che avrebbe passata in pia conversazione tutta la notte. Ci raccontò ancora tante belle cose specialmente riguardanti il principio dell'Oratorio. Ci narrò la tragica fine di alcune persone che volevano impedirgli di radunare la gioventù”.

                23 maggio. - Dopo le orazioni D. Bosco annunziò la morte di un nostro compagno, Marchisio Luigi di 22 anni, nativo di Calliano, passato all'eternità nella propria casa, il giorno 19 del corrente mese.

                Così giusta il suo pensiero espressoci una sera con modo insolito, non era terminato il mese di Maria senza un funerale ad un nostro compagno.

                Chi sa se in quell'istante D. Bosco non ricevesse qualche lume particolare? Dall'accaduto pare che si potrebbe dedurre. Questo nostro amico era già ammalato quando andossene in patria. D. Bosco ci raccontò un colloquio con lui tenuto qualche tempo prima, il quale dimostra come quel giovane fosse rassegnato alla morte ed anche quale sia l'industria di D. Bosco [165] stesso nell'infondere nel cuore degli ammalati l'amore del paradiso e farli partire da questa vita con vivo desiderio di esso.

                Ecco il dialogo. - Marchisio, dissegli D. Bosco, quando sii giunto in paradiso fammi una commissione.

                - Sì, ben volentieri purchè io possa, gli rispose il giovane.

                - Appena sii giunto in quella gloria celeste fa un saluto a Maria SS. da parte mia, e da parte di tutti i giovani dell'Oratorio.

                - Lo farò sicuramente; ed altro?

                - Dille che versi dal cielo ogni celeste benedizione sopra questo Oratorio.

                - Glielo dirò pure.

                D. Bosco continuò: - Vieni poi a farei qualche visita, a raccontarci cosa facciano e come stiano i giovani dell'Oratorio. Ed egli: - Il Signore mi lascierà venire?

                - Glielo domanderai; se te lo permette bene, se no, ti contenterai di guardarci dal cielo pregando per noi, chè tutti possiamo presto venirti a fare compagnia.

                Insomma egli parlava in modo di riempire di consolazione chiunque lo avesse sentito. Il parroco stesso, che scrive ed annunzia la sua morte, dice che egli lo andava a quando a quando a visitare, non tanto per edificarlo, ma per essere da lui edificato. Fu grande la sua pazienza sino all'ultimo e nutrì fino agli estremi aneliti una grande divozione alla Madonna. È in questo modo che imparano a morire quei giovani fortunati, che hanno la bella sorte di stare con D. Bosco”.

                “La morte di questo giovane, spiega la Cronaca di D. Ruffino, era stata segnalata da una delle solite previsioni di Don Bosco. Sul principiare all'incirca, del mese di marzo, una sera dopo cena D. Bosco era nel refettorio in mezzo aduna folta corona di giovani e aveva detto che uno della casa sarebbe andato all'eternità verso il fine di maggio. Tutti domandarono chi fosse costui, ma D. Bosco non volle dirlo. Allora lo pregarono a volerne scrivere il nome in un biglietto da [166] chiudersi in una busta e da aprirsi solamente trascorso il tempo fissato. D. Rua Michele alle istanze dei giovani aggiunse le sue e allora D. Bosco non seppe negarsi, e scritto quel nome e sigillatolo, lo consegnò a Ferdinando Imoda, uomo fidato nel conservare un segreto. Non passò molto tempo e il giovane Marchisio s i ammalò. Nell'aprile morivano Fornasio e Maestro con meravigliose circostanze; tuttavia il biglietto di D. Bosco non fu aperto. Ma appena si ebbe notizia della morte di Marchisio, gli alunni corsero da Imoda, perchè dissigillasse il misterioso biglietto. Così si fece essendo testimonio D. Rua. Sovra quella carta era scritto per mano di D. Bosco: Marchisio”.

                Ritorniamo alla Cronaca di D. Bonetti. “24 maggio. -

                D. Bosco annunzia alla sera con sua grande contentezza la prodigiosa manifestazione di un'immagine di Maria avvenuta nelle vicinanze di Spoleto”.

                Nell'aperta campagna esiste sulla vetta di una piccola collina un pilastro con una nicchia, nella quale nel 1570 fu dipinta a fresco un'immagine di Maria SS. nell'atteggiamento di abbracciare il Bambino Gesù. Sussiste tutt'ora un avanzo di muro che fa vedere esser quivi esistita in tempi antichi una chiesa. Quel luogo totalmente dimenticato era ridotto a covo di rettili e particolarmente di serpi.

                Ed ecco un bel giorno di quest'anno un fanciullo, non ancora di cinque anni nominato Enrico, essendosi recato a divertirsi presso quelle macerie, si udì chiamare per nome. Ritornato ne' giorni successivi in quel luogo, più volte udì una voce dolcissima ripetere: - Enrico! Enrico! - Avendolo sua madre smarrito, e non potendolo trovare, benchè lo cercasse in varie parti, finalmente lo rinvenne presso le rovine della chiesa e del pilastro. Il suo bambino le aveva già prima narrato della voce che aveva udita, della Madonna che gli era comparsa, ma non sapeva esprimersi in che modo l'avesse veduta. Si parlò fra que' terrazzani di ciò che diceva Enrico, ma non gli si diede, come dovevasi, alcun credito ed importanza. [167] Ma la Vergine SS. aveva indicato il luogo dal quale intendeva arricchire i cristiani co' suoi favori, e questo attirò l'attenzione del popolo il 19 marzo. Un giovane contadino, aggravato da molti inali cronici, e abbandonato dai medici, sentissi ispirato di recarsi a venerare la suddetta immagine. Andò, si raccomandò alla SS, Vergine e senz'altro ritornò in perfetta sanità. Da questo punto incominciò un gran concorso di fedeli, anche delle altre diocesi circonvicine, sicchè nei di festivi intorno a quel sacro pilastro si vedono inginocchiate da cinque a seimila persone. Gli stessi nemici della Chiesa  sono costretti a confessare non potersi dar spiegazione di questo sacro entusiasmo de' popoli.

                È  un continuo succedersi di prodigiose e singolari grazie spirituali e corporali. Taluni increduli, essendosi recati a visitare la SS. Immagine per dileggiarla, giunti al luogo, contro ogni loro idea, hanno sentito il bisogno di inginocchiarsi e pregare; e sono ritornati con tutt'altri sentimenti, parlando pubblicamente de' prodigi di Maria. L'Arcivescovo di Spoleto ha già commesso a valenti artisti il disegno di un bel tempio; e siccome la divota immagine non aveva alcun titolo proprio, giudicò che fosse venerata sotto il nome di Auxilium Christianorum[13].

                “25 maggio. - La fama della scienza e santità di D. Bosco attira a lui non pochi penitenti anche da' paesi lontani. Oggi si trovavano nella sagrestia dell'Oratorio quattro persone venute una da Chieri, l'altra da Fossano, la terza da Verzuolo, la quarta da Mondovì per confessarsi dal Servo di Dio”.

                “26 maggio. - Alla sera dopo le orazioni D. Bosco ci raccomandò che domani avessimo domandato alla Madonna che ci aiutasse sempre in vita, ma che spiegasse poi in modo particolare la sua protezione nel punto di nostra morte. Ci esortò vivamente tutti a terminare santamente il mese di Maria, ed [168] insistette in modo speciale, perchè si mettessero di buona voglia coloro che, sebbene pochi, finora si mostrarono ostinati: disse che tutto quel bene, che domani si sarebbe fatto in Chiesa, fosse indirizzato a Maria con questo fine, cioè perchè ammollisca i cuori di que' tali, li faccia entrare in se stessi e si convertano una volta sinceramente e con ferma risoluzione a Dio.

                Ci promise in fine di direi qualche bella - cosa l'ultimo o il penultimo giorno del mese”.

                29 maggio. - Giorno dell'Ascensione di N. S. G. C. al cielo. Questa mattina D. Bosco raccontando secondo il solito dal pulpito la storia Ecclesiastica, venne a parlare delle Vestali fra i pagani. C'intrattenne intorno alla virtù della purità. Sempre belle sono le sue parole, sempre care le sue prediche, ma non pare più un uomo sibbene un angelo quando viene a parlare di questa regina delle virtù. Vorrei scrivere qualche suo pensiero, ma temo scemargli quella bellezza, quella forza che riceve da lui: prescindo dal farlo. Basti il dire che egli porta non solo il nome del discepolo prediletto di Gesù, ma pur anco il celeste suo candore; e perciò non è da stupire se tanto bene egli sappia parlare di questa preziosa virtù. Sono sette anni che ebbi dal cielo la grazia di essere suo figlio spirituale, di abitare con lui, di accogliere dal celeste suo labbro parole di vita. Più volte dal pulpito l'ho udito parlare di questo argomento, ma sempre, una volta più dell'altra, lo confesso, sperimentai la forza delle sue parole, e sentivami spinto ad ogni sacrifizio, per amore di così inestimabile tesoro. Questo non sono io solo a dirlo, ma ho il testimonio di quanti con me l'udivano.

                Usciti di Chiesa molti venivano meravigliati ad esclamare con me e con altri: - Oh che belle cose disse mai stamane D. Bosco! Io passerei il giorno e la notte per ascoltarlo! Oh quanto bramerei che Iddio mi concedesse il dono di poter io pure, quando sarò sacerdote, innamorare in tal modo il cuore della gioventù e di tutti per questa sì bella virtù.”

 

 


CAPO XVIII. Sogno: i futuri avvenimenti della Chiesa: le due colonne in mezzo al mare: la nave del Papa assalita e sua strepitosa vittoria - Spiegazione del sogno - Difficoltà che incontrano i fedeli raccoglitori delle parole di D. Bosco - Una questione insoluta riguardo al sogno - Padre Passaglia e la tentata ribellione del Clero contro il Papa - D. Bosco, Padre Passaglia e Nicomede Bianchi - Ritrattazione di un sacerdote apostata.

 

                DON Bosco il 26 maggio aveva promesso ai giovani di raccontar loro qualche bella cosa nell'ultimo o nel penultimo giorno del mese.

                Il 30 maggio adunque raccontò alla sera una parabola o similitudine come egli volle appellarla.

 

                Vi voglio raccontare un sogno. È vero che chi sogna non ragiona, tuttavia io, che a voi racconterei persino i miei peccati, se non avessi paura di farvi scappar tutti e far cadere la casa, ve lo racconto per vostra utilità spirituale. Il sogno l'ho fatto sono alcuni giorni.

                Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio, sopra uno scoglio isolato e di non vedere altro spazio di terra, se non quello che vista sotto i piedi. In tutta quella vasta superficie delle acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, le prore delle quali sono terminate da un rostro di ferro acuto a mo' di strale, che ove è spinto ferisce e trapassa ogni cosa. Queste navi sono armate di cannoni, cariche di fucili, di altre armi di ogni genere, di materie incendiarie, e anche di libri, e si avanzano contro una nave molto più grossa e più alta di tutte loro, tentando di urtarla col rostro, di incendiarla o altrimenti di farle ogni guasto possibile.

                A quella maestosa nave arredata di tutto punto, fanno scorta molte [170] navicelle, che da lei ricevono i segnali di comando ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalle flotte avversarie. Il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.

                In mezzo all'immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l'una dall'altra. Sovra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, a' cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: - Auxilium Christianorum; - sull'altra, che è molto più alta e grossa, sta un'Ostia di grandezza proporzionata alla colonna e sotto un altro cartello colle parole: Salus credentium.

                Il comandante supremo sulla gran nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, pensa di convocare intorno a sè i piloti delle navi secondarie per tener consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando il vento sempre più e la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.

                Fattasi un po' di bonaccia, il Papa raduna per la seconda volta intorno a sè i piloti, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.

                Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portar la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte áncore e grossi ganci attaccati a catene.

                Le navi nemiche si muovono tutte ad assalirla e tentano ogni modo per arrestarla e farla sommergere. Le une cogli scritti, coi libri, con materie incendiarie di cui sono ripiene e che cercano di gettarle a bordo; le altre coi cannoni, coi fucili e coi rostri: il combattimento si fa sempre più accanito. Le prore nemiche l'urtano violentemente, ma inutili riescono i loro sforzi e il loro impeto. Invano ritentano la prova e sciupano ogni loro fatica e munizione: la gran nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta ne' suoi fianchi larga e profonda fessura, ma non appena è fatto il guasto spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.

                E scoppiano intanto i cannoni degli assalitori, si spezzano i fucili, ogni altra arma ed i rostri; si sconquassan molte navi e si sprofondano nel mare. Allora i nemici furibondi prendono a combattere ad armi corte; e colle mani, coi pugni, colle bestemmie e colle maledizioni.

                Quand'ecco che il Papa, colpito gravemente, cade. Subito coloro, che stanno insieme con lui, corrono ad aiutarlo e lo rialzano. Il Papa è colpito la seconda volta, cade di nuovo e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio. Senonchè appena morto il Pontefice un altro Papa sottentra al suo posto. I Piloti radunati lo hanno eletto così subitamente, che la [171] notizia della morte del Papa giunge colla notizia dell'elezione del successore. Gli avversarii incominciano a perdersi di coraggio.

                Il nuovo Papa sbaragliando e superando ogni ostacolo, guida la nave sino alle due colonne e giunto in mezzo ad esse, la lega con una catenella che pendeva dalla prora ad un'áncora della colonna su cui stava l'Ostia; e con un'altra catenella che pendeva a poppa la lega dalla parte opposta ad un'altra áncora appesa alla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.

                Allora succede un gran rivolgimento. Tutte le navi che fino a quel punto avevano combattuto quella su cui sedeva il Papa, fuggono, si disperdono, si urtano e si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre. Alcune navicelle che hanno combattuto valorosamente col Papa vengono per le prime a legarsi a quelle colonne.

                Molte altre navi che, ritiratesi per timore della battaglia si trovano in gran lontananza, stanno prudentemente osservando, finchè dileguati nei gorghi del mare i rottami di tutte le navi disfatte, a gran lena vogano alla volta di quelle due colonne, ove arrivate si attaccano ai ganci pendenti dalle medesime, ed ivi rimangono tranquille e sicure, insieme colla nave principale su cui sta il Papa. Nel mare regna una gran calma.

                D. Bosco a questo punto interrogò D. Rua: - Che cosa pensi tu di questo racconto?

                D. Rua rispose: - Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo. Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell'Eucarestia. -

                D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: - Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un'espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! - Divozione a Maria SS. - frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti.

                Buona notte !

 

                Le congetture che fecero i giovani intorno a questo sogno furono moltissime, specialmente riguardo ai Papa; ma Don Bosco non aggiunse altre spiegazioni. [172] Intanto i chierici Boggero, Ruffino, Merlone e il signor Chiala Cesare descrissero questo sogno e ci rimangono i loro manoscritti. Due furono compilati il giorno dopo la narrazione di D. Bosco, e gli altri due trascorso maggior tempo: ma vanno perfettamente d'accordo e variano solamente per qualche circostanza, che l'uno omette e l'altro nota.

                Tuttavia è da osservarsi come in questo caso e in altri di simil genere, benchè il racconto fatto da D. Bosco fosse scritto subito colla maggiore fedeltà possibile, pure non poteva schivarsi qualche imperfezione. Un discorso durato mezz'ora e talvolta un'ora, naturalmente doveva rimaner compendiato in pochi fogli, raccolte le sole principali idee. Qualche frase non aveva potuto esser percepita dall'orecchio, qualche altra: non era più ricordata; la mente si stancava, l'ordine dei fatti si confondeva, quindi piuttosto che azzardare una amplificazione, si ommettevano quelle cose delle quali non si era certi.

                Di qui ne venivano oscurità in argomenti già di loro natura in molti punti oscuri, in specie se riguardanti cose future; perciò dispute e spiegazioni diverse e contradditorie. E ciò, accadde anche riguardo al sogno o parabola da noi sopra riferita. Qualcuno disse che i Papi, i quali si succedettero nel comando della nave, furono tre e non due. Di questo parere è il Can. D. Bourlot Giovanni Maria, che fu parroco di Cambiano, il quale, essendo studente di filosofia nel 1862, era presente quando D. Bosco raccontò il sogno suddetto. Venuto, nell'Oratorio l'anno 1886, parlando con D. Bosco in tempo di pranzo delle impressioni rimastegli della sua gioventù, asserendo di essere sicuro della fedeltà della sua memoria, prese a descrivere il sogno delle due colonne in mezzo al mare, affermando che i Papi caduti furono due. Alla caduta del primo, aver esclamato i piloti: - Affrettiamoci: È presto fatto rimpiazzarlo. - E alla caduta del secondo essere accorsi i piloti, ma senza pronunciar questa frase.

                Chi scrive queste memorie in quel momento era distratto,  [173] conversando col suo vicino di tavola: e D. Bosco gli disse: Ascolta e sta attento a ciò che dice D. Bourlot.

                Quegli avendogli risposto di conoscere abbastanza bene quel fatto per i documenti che possedeva, e che secondo lui i Papi della nave erano solamente due, D. Bosco gli replicò: - Ti dico che sai niente.

                Nel 1907 D. Bourlot ritornato nell'Oratorio ripeteva, con, esattezza, segno di sua buona memoria, dopo 48 anni, il racconto del sogno, sosteneva il numero dei Papi essere tre, rammentava la nostra contestazione alle sue affermazioni e le parole di D. Bosco a noi dirette.

                Con tutto ciò di queste due versioni quale sarà la genuina? quella della Cronaca oppure quella del Can. Bourlot? Forse gli, avvenimenti daranno la soluzione del dubbio.

                Dobbiamo però concludere dicendo che Cesare Chiala cogli altri, sono le sue precise parole, l'intese per una vera visione e profezia, benchè D. Bosco nel raccontarla non paresse aver altro scopo che d'indurre i giovani a pregare per la Chiesa e pel Sommo Pontefice, e di attirarli alla divozione verso il SS. Sacramento e verso Maria Immacolata.

                E di queste preghiere e divozioni efficacissime vi era necessità, imperversando senza tregua la guerra contro la S. Sede; e specialmente per il bisogno che tutto il clero fedele continuasse a sostenere i diritti del Papa, insidiati anche e combattuti da un certo numero di sacerdoti indegni. Il Gesuita Padre Carlo Passaglia per superbia di mente, causa prelature e ufficii ambiti e non ottenuti, essendosi accostato al partito liberale romano, era stato espulso dalla Compagnia. Venuto a Torino per invito di Cavour, erasi accordato con lui anche sul da farsi quando morto Pio IX si radunasse il conclave per l'elezione del successore; e ritornato a Roma cercò di corrompere, ma invano alcuni prelati per averli complici nel riuscire ad indurre il Papa alla rinunzia de' suoi diritti. Verso la metà del 18 - 61 pubblicò in Firenze un appello ai Vescovi, intitolato [174] Pro caussa italica, loro volendo insegnare le sue massime sul dominio temporale dei Papi; deposto quindi l'abito ecclesiastico, ritornò a Torino a farsi capo degli avversari di quel dominio.

                Ottenuta la cattedra di filosofia morale nel Regio Ateneo, aveva fondato il Mediatore per trarre in inganno quelli del Clero, che, ingenui o liberali, pensavano che la Chiesa si potesse conciliare colla rivoluzione.

                Quindi pubblicò un indirizzo al clero, perchè sottoscrivesse un'istanza al Papa, con minaccia di scisma, per indurlo a smettere il potere temporale. Una combriccola d'apostati istituita in Torino, sotto l'egida e spese del Governo, si era messa all'opera. Le autorità subalterne dovevano incoraggiare con ogni assistenza i preti ribelli ai proprii Vescovi ed alla Santa Sede. Emissarii, con sottana e senza, correvano per tutta l'Italia con un modulo di petizione che presentavano ai preti delle singole città e borgate; e dove colle minaccie a mano armata, dove colla prospettiva della carcere, dove con infami seduzioni, dove con promesse e dove a danari contanti carpirono ed ottennero le firme di parecchie centinaia di ecclesiastici. Il loro periodico ufficiale ne pubblicò 1943, senonchè molti protestarono di non aver dato il loro nome, di altri nulla si potè sapere, perchè erano invenzioni; molti erano stati ingannati, molti si ritrattarono saputa la condanna fulminata dalla Chiesa.

                Si erano anche formate in varie città associazioni clerico - scismatiche - liberali - italiane composte di apostati, razzolati qua e là nel fango delle umane miserie. Di esse tutte era stato eletto, il 21 dicembre 1861, Presidente onorario Mons. Michele Caputo, Vescovo d'Ariano, che accettò. Cappellano maggiore di Garibaldi fu l'unico Vescovo ribelle al Papa. Si temeva con fondamento che fosse messo a capo della vagheggiata Chiesa Nazionale, colla celebrazione della messa in lingua italiana e con massime che puzzavano di gnosticismo e di [175] protestantesimo, ma Iddio lo tolse dal mondo il 6 settembre del 1862 e impenitente moriva a Napoli.

                D. Bosco sentendo parlare o di defezioni alla Chiesa di persone autorevoli o di altri pubblici scandali, esclamava, parlando a' suoi discepoli: - Non dovete maravigliarvi di niente; dove sono uomini vi sono miserie. Però la Chiesa non ha nulla a temere e se anche tutti congiurassero per gettarla a terra, vi è sempre lo Spirito Santo per sostenerla.

                Egli però continuava senza mai scoraggiarsi ad avvicinare quegli erranti, nei quali sperava di poter infondere un buon seme di rescipiscenza. E in questo mese di Maggio cercava di attirare a sè per restituirli a Dio due preti ed un secolare. Uno di essi corrispose agli inviti della sua carità, gli altri si convertirono in fin di vita. Le sue preghiere e quelle de' suoi giovanetti non avranno influito alla loro salvezza eterna?

                Il primo fu Passaglia. D. Bonetti così scrive nella sua cronaca:

                “Nel maggio ferveva lo sforzo per indurre il clero a sacrilega ribellione, quando il Professore di Rettorica, signor Dini, già protestante ed ora fervente Cattolico, avendo parlato di D. Bosco col famigerato Passaglia, questi con una delle solite sue frasi ampollose gli disse: - D. Bosco, possiede tutti i carismi dello Spirito Santo. - E aggiunse che sarebbe andato a trovarlo in Valdocco, ma che mandava ad altri tempi la visita, temendo ora di rimaner vinto. Essendo state riferite dal professore queste parole a, D. Bosco, egli fece osservare a' chierici: che per Passaglia era necessario un colpo straordinario della grazia; che le parole degli uomini a nulla valevano con lui, e che essi pregassero il Signore a volerlo ricondurre sul buon sentiero”.

                Tuttavia trattandosi di un'anima di sacerdote che tanto scandalo recava alla Chiesa, come aveva fatto con Grignaschi ed altri, così fece con Passaglia. Cercò di avvicinarlo ed ebbe più colloquii con lui condotti con isquisita prudenza, per non [176] irritarlo. Quel poveretto, conveniva di essere sulla falsa via, ma D. Bosco capì che non si sarebbe indotto a riconoscere pubblicamente il suo torto. Vedutolo avido di lodi e rispettose dimostrazioni di stima, gli fu largo di meritati elogi pel suo Commentario sopra l'Immacolata Concezione, stampato pel 1854, opera dottissima e celeberrima: e incontrandolo anche nelle vie più frequentate della città, gli prestava pubblicamente ossequio.

                Eletto deputato al Parlamento, propose ancora una legge che obbligava il clero al giuramento di fedeltà al Re e allo Statuto e di non osteggiare l'unità d'Italia; ma la Camera non le fece buon viso. Dopo non lungo tempo però ridottosi a migliori consigli, ritiratosi a vita privata, dalla sua cattedra di Filosofia morale, più non si pronunziò contro la Chiesa ed i suoi diritti. Compose anche e pubblicò parecchie opere utilissime, come la confutazione della Vita di Gesù dell'empio Renan, e una conferenza contro il divorzio. Con tutto ciò, benchè agitato da vivi rimorsi, non si poteva indurre a formolare una domanda di perdono al Papa. Ma in fine, nel 1887, vedendosi vicino a morire, faceva ampia ritrattazione; e, ricevuti i Sacramenti, con molta pietà, passava di vita il 12 marzo.

                Il secondo fu Nicomede Bianchi, Modenese, il quale dopo aver cospirato contro il suo Sovrano e servito alle sette, era venuto in Torino. Qui ebbe uffici nel Municipio e fu Direttore degli Archivi di Stato.

                “Il 12 maggio alla sera si recitava nell'Oratorio la Commedia latina Minerval, dice la Cronaca: si erano fatti inviti, come altre volte, e il fiore de' professori della città si era certi che sarebbe accorso; ma il tempo fu tutto il giorno noioso per una pioggia dirotta.”

                Aveva pur ricevuto l'invito Nicomede Bianchi e il domani D. - Bosco riceveva il seguente biglietto: [177] PRESIDENZA DEL LICEO DEL CARMINE.

 

                               Reverendissimo Signore,

 

                Il cattivo tempo mi tolse, giovedì 12 dello Stante, il piacere di godere nell'istituto della S. V. Ill.ma un grato trattenimento. Desidero però che Ella abbia i miei più cordiali ringraziamenti per il gentilissimo invito. Colgo questa occasione per professarmi con istima

 

                13 Maggio 1862.

 

Dev.mo Servo

NICOMEDE BIANCHI.

 

                Con questo signore, avverso quanto altri mai agli Istituti religiosi di educazione, ebbe poi D. Bosco più volte in lunghi anni questioni spinose, riguardanti le sue Opere; ma personalmente lo trattò sempre con quella cortesia amorevole che gli procurava tanti amici, anche fra gli avversarii.

                Nicomede Bianchi scrisse la storia della Diplomazia Italiana in Europa ad uso della rivoluzione e antipapale. Collo stesso intento incominciò a scrivere la Storia della Monarchia Piemontese, ma non la potè condurre a termine. Però verso il cadere de' suoi giorni tornò a ravvedimento, frequentò le chiese, e morì cristianamente.

                Il terzo fu un ecclesiastico che D. Bosco ricondusse al seno della Chiesa come lo prova il seguente documento.

 

                Mi credo in dovere di coscienza dare al pubblico questa mia ritrattazione. Illuso dal pastore valdese di Torino abbandonai la Religione cattolica romana e mi aggregai alla sua Chiesa, della quale feci parte come Evangelista. Ma ben ponderati questi punti:

                I°. La nessuna carità cristiana che regna nella Chiesa valdese: e sia prova di ciò la scandalosa disunione che regna tra i due principali pastori di Torino;

                2°. Visto che predicano che anche il battesimo non è di necessità di mezzo alla nostra eterna salvazione, e perciò la Chiesa valdese non sarebbe cristiana;

                3°. Conosciuti tutti gli altri errori che ammettono contro lo stesso santo Evangelo; [178] Intendo di abbandonare detta Babilonia di Chiesa valdese, facendo ritorno alla Chiesa Cattolica Romana, sacrificando alla professione e sostegno della medesima, se farà di bisogno, la vita, le sostanze, l'onore.

                In fede di ciò mi dichiaro

                Torino, li 22 Maggio 1862.

 

Sacerdote ANDREA TARANELLI

Cattolico romano.

 

                GIUSEPPE BARLONI - DINI

                fui presente e testimone.

 

Testimonio per quanto sopra

FEDERICO OREGLIA

Cav. di Santo Stefano.

 

 


CAPO XIX. I viaggi di D. Bosco sono apostolati - Le preghiere mantengono la pace in Roma - La canonizzazione de' martiri Giapponesi - Sacra ordinazione Sacerdotale di D. Cagliero e di D. Francesia: gioia de' giovani: lettura di una composizione memorabile - Discorsi famigliari degli alunni con D. Bosco: dubbio sull'avveramento di una predizione: se in qualche caso debba reputarsi libera la vocazione allo stato ecclesiastico: la strenna della Madonna, il lume misterioso in camerata e conseguenze: misericordie di Dio per chi viene nell'Oratorio: il bene si diffonde fuori della casa: conversione di protestanti: l'Oratorio quanto più si nasconde tanto più va bene - Un ritorno alla Chiesa Cattolica.

 

                ABBIAMO visto negli anni passati assentarsi D. Bosco a quando a quando dall'Oratorio per recarsi in città e paesi del Piemonte e della Lombardia. Da qui innanzi però più frequenti e più lunghe dovranno essere le sue peregrinazioni, ma sempre chiamato dagli interessi della gloria di Dio e della salute delle anime. Egli infatti ovunque si recasse, incontravasi in persone desiderose di confessarsi da lui. Perciò, benchè il Papa gli avesse concessa a voce la facoltà di confessare in ogni luogo del mondo, pure egli aveva creduto bene di chiedere a Roma di poter assolvere dai casi contemplati dalla pagella della Sacra Penitenzieria; e la sua domanda era stata appagata il 3 maggio 1862. In quanto alla facoltà pei casi riservati dai Vescovi, già da tempo, o per richiesta [180] o spontaneamente, molti gliela avevano concessa amplissima o gliela concedevano al primo suo metter piede nelle loro diocesi.

                Mentre D. Bosco pensava alla scelta de' suoi itinerarii, a Roma si preparavano solennissime feste per la Canonizzazione dei Martiri Giapponesi; e la Contessa di Camburzano scriveva da Nizza Marittima a D. Bosco il 4 giugno.

                “Voi avete fatto certamente un grande sacrifizio, signor Abate, non andando a Roma; ma le vostre ferventi preghiere e quelle de' vostri fanciulli contribuiscono senza alcun dubbio alla pace che gode la Santa Città, e a questo primo trionfo della Chiesa. È impossibile non riconoscerlo in questa imponente riunione di Vescovi, di preti, e di fedeli; e a noi sembra un pegno di quella vittoria del Papato che affrettiamo con tutti i nostri voti”.

                La canonizzazione si celebrò l'8 giugno, essendo presenti 43 Cardinali, 5 Patriarchi e Primati, 52 Arcivescovi e 168 Vescovi. Mancavano tutti i Vescovi italiani, avendo loro proibito il Governo di recarsi presso il Papa. Essi però con lettere ed indirizzi protestarono la loro fedeltà, ossequio, ed affetto alla Cattedra di Pietro. Nello stesso tempo manifestavano quanto fosse amareggiato il loro cuore nell'essere stata chiusa ad essi la via di prostrarsi al cospetto del Vicario di Gesù. Cristo.

                Alla gioia che D. Bosco provò per le feste di Roma e per le nuove glorie della Chiesa Cattolica, un'altra se ne aggiunse da lui egualmente sentita per un avvenimento sospirato e domestico dell'Oratorio. Il 14 giugno, sabato delle quattro tempora, venivano ordinati sacerdoti da Mons. Balma tre suoi Diaconi, D. Fusero Bartolomeo, D. Cagliero Giovanni, D. Francesia Giovanni Battista. Questi lesse al Vescovo, per ringraziarlo, un componimento a nome degli ordinati, religiosi o ascritti alla diocesi, i quali lo avevano pregato di esprimere i loro sentimenti. In queste occasioni toccava sempre ad un salesiano tale incarico, poichè dicevasi essere i figli di D. Bosco fatti per la letteratura. [181] Il domani, mentre D. Fusero celebrava la prima messa in Caramagna sua patria, D. Francesia e D. Cagliero con giubilo di tutta la Comunità celebravano nell'Oratorio, il primo quella della Comunione generale, il secondo la cantata in musica.

                Nel dopo pranzo vi fu accademia sotto i portici in loro onore. Musiche, canti, componimenti in poesia ed in prosa, applausi frenetici resero testimonianza dell'affetto e della stima degli alunni per i neo - sacerdoti. IL Chierico Berruti, ora Vescovo di Vigevano, incominciò il suo complimento col testo d'Isaia. Dedi te in lucem gentium ut portes nomen meum usque ad fines terrae. Fu un presagio del futuro, fondato però sopra lo zelo attivo di D. Cagliero e sulla preminenza che aveva sempre tenuta fra i compagni. Fin da quando era studente si era acquistato talmente il loro affetto e la loro confidenza, che alla sera data la buona notte a D. Bosco, passavano ad augurarla anche a lui.

                Dopo le funzioni dei vespri, D. Bosco in tempo di ricreazione fu circondato da un numero di giovanetti, da chierici e da preti. Abbiamo già fatto cenno altrove dei dialogi famigliari e interessanti, che si svolgevano in queste circostanze. Gli alunni avevano sempre domande da fare e si succedevano non già con un nesso logico, ma sibbene secondo le idee che frullavano in testa di chi interrogava; e talvolta da lungo tempo meditate, aspettando l'occasione opportuna per esporle al Servo di Dio. Queste erano una prova che non dimenticavano nessuna delle sue parole, sicchè egli parlando non poteva arrischiare ad essere preso in fallo, cosa che d'altra parte la sua stessa coscienza gli avrebbe vietato. Le richieste erano tanto più libere, in quanto che la libertà e la confidenza loro accordata era quella di un padre amantissimo.

                I giovani pertanto, dopo che ebbero parlato della cara festa poc'anzi goduta, incominciarono ad esporre un loro dubbio sopra una predizione di D. Bosco dell'anno passato, poichè erano sicuri dell'avveramento di tutte quelle annunziate in [182] questo anno. Quindi gettarono un motto, rinnovando la domanda fatta il 10 settembre 1861.

                La Cronaca di D. Ruffino ci narra per esteso la svariata conversazione.

                “Uno dei giovani interrogò D. Bosco: - Si ricorda quanto lei disse l'anno scorso il giorno 3 del mese di giugno nell'occasione dell'esercizio di buona morte, cioè che uno di noi non l'avrebbe più fatto un'altra volta? Or bene; come si è avverato il suo annunzio?.... Noi non ce ne siamo accorti!

                D. Bosco rispose: - L'esercizio della buona morte - quel tale non l'ha fatto. Io non ebbi più notizie di lui, ma sto a vedere dove egli andrà a, terminare. Ti dirà poi tutto.

                Così egli parlò con serietà; ma concluse scherzando e sorridendo: - E se anche non si avverasse che importa?

                Risero i giovani, divagarono in altri discorsi, finchè uno de' più adulti chiese: - Mi permette D. Bosco?

                - Parla pure.

                - Giudicando secondo la nostra corta intelligenza, pare che talora la scelta della nostra vocazione non sia del tutto libera, o almeno non senza morale costringimento: per es.: il suo nipote Luigi non si sentì chiamato allo stato Ecclesiastico e fu costretto a lavorare la terra, mentre non gli fu lasciata libera nessuna strada per altra carriera. Un secondo esempio: quando Rigamonti andò a casa, dicendo che non si sentiva chiamato allo stato Ecclesiastico, i suoi parenti gli risposero: - Bene; se è così, ti metterai a lavorare con noi. - Venuta questa decisione a sua notizia lei approvolla, dicendo: - Essere questo il vero modo di fare.

                D. Bosco ascoltò; poi rispose: L'elezione dello stato qui nella casa è pienamente libera, e senza tutti i necessarii requisiti, per esempio, nessuno è ammesso a vestire l'abito clericale. Chi fu vestito di questo ha un segno di vocazione; ma chi non è chiamato a questo stato nei tempi miserabili in cui viviamo, io giudico assai meglio che lavori la terra. Per quello [183] che spetta agli esempi addotti, a Bosco Luigi furono date le norme intorno all'elezione dello stato; finito l'anno di rettorica disse che non sentivasi di farsi prete, andò a casa, fu messo a lavorare la terra, ma nemmeno allora seppe decidere quale carriera più aggradisse. Rigamonti poi ha i suoi parenti contadini: questo è da badare; perchè se fosse un giovane nato di civil condizione, non sarebbe conveniente il metterlo a lavorare la campagna; ma uno stato tolto dai campi e mandato allo studio per vedere se il Signore lo chiamasse, posto che non corrisponda, non gli si fa torto, ed è meglio per lui, rimandandolo a lavorare la terra.

                La memoria e il frutto della strenna data al principio dell'anno durava ancora, e un altro allievo, come D. Bosco ebbe finito di parlare, gli disse: - Intorno alla strenna non si può proprio sapere nulla di più di quello che ci disse? Vuole proprio seppellire tutto? Dica qualche cosa a me!

                D. Bosco rispose: - Tutto quello che era necessario alla maggior gloria di Dio si è già detto; se non fossi io compromesso direi qualche cosa, ma siccome sono cose personali non conviene dirle.

                - Dica almeno: il fatto del lume ha connessione colla strenna?

                - Ma!... può essere.... Il fatto sta che la Madonna vuole la casa pulita e perciò dopo il Natale quasi 20 giovani partirono dall'Oratorio senza essere mandati. Quel Batt….. era proprio una spina per la casa; sventuratamente esistevano motivi per non poterlo mandar via: aveva la protezione del Conte X. e il suo stato era un serio impedimento, perchè espulso sarebbesi trovato in mezzo alla strada. Tutto ciò non mi lasciava prendere la determinazione di allontanarlo, quantunque col suo esempio facesse male agli altri, e fingesse continuamente. Ebbene: avvenne che andò via da se...Vi sono poi certi uni cui nulla valse quanto si fece e si disse in tutto l'anno scorso; ammonizioni pubbliche e private; tutto [184] fu nulla. Ma furono vinti da que' biglietti della strenna ed indotti ad aggiustare la loro coscienza.

                - Bisogna confessarlo, esclamò un giovane: quante grazie fa il Signore a chi viene accolto in questa casa.

                - C'è proprio da ringraziare la misericordia di Dio. Conoscevate il giovane Delma...! Poco tempo fa venne in casa. Io ero già stato prevenuto intorno alla sua passata condotta; tale qual si può immaginare di uno, che erasi arruolato ed aveva militato sotto Garibaldi. Giunto qui si aggirava di qua e di là, stava all'erta guardando se era spiato, pensava con chi avesse potuto parlare a fidanza, ma dapertutto trovava aria e terreno a lui non confacente. Da ogni parte si vedeva osservato. Finalmente venne una sera a visitarmi. Io gli domandai:

                - Come ti chiami?

                Ed egli: - Delma....

                - Come ti chiami?

                - Delma .....

                - Come ti chiami?

                - Delma...

                - Io chi sono?

                - D. Bosco!

                - Io chi sono?

                - D. Bosco!

                - Ripeti ancora una volta: io chi sono?

                - Lei non è D. Bosco?

                - Sai perchè ti faccio ripetere tre volte queste parole? Perchè tre sono le parole che ti dice il Signore: cioè: lascia il peccato; aggiusta gli imbrogli di tua coscienza; datti a Dio che è tempo. A rivederci.

                Delma se ne partì tutto turbato, andò a dormire e passò tutto l'indomani sopra questi pensieri, che io gli aveva espressi. Alla sera me lo veggo giungere in mia camera tutto fuori di sè. Io credevo al primo vederlo che avesse altercato [185] con qualcuno, ma egli piangendo, mi disse: - D. Bosco io sono nelle sue mani; mi aiuti a salvarmi l'anima.

                - Ma il bene non si ferma nella casa, osservò un altro giovane: e le Letture Cattoliche?.... e i protestanti convertiti?....

                - Oh sì. E avrei bisogno di un po' di tempo libero dalle cure della casa per lavorare intorno ai Protestanti. Vi è tra essi un grande movimento verso il Cattolicismo. L'altro giorno ricevei un biglietto da uno dei loro capi, in cui mi si diceva che egli da diciotto anni aveva abbandonata la vera Chiesa e che ora voleva fare la sua confessione. Sabato debbo portarmi a trovarne un altro per questo stesso motivo. Saranno forse una ventina che faranno la loro abiura insieme.

                - A questo modo l'Oratorio acquisterà un bel nome, saltò su a dire un piccolino, quando si sapranno tutte queste cose.

                - Ho conosciuto, rispose D. Bosco, che quanto più l'Oratorio sta nascosto, tanto più va bene. Spesso ci sono cose, le quali, pubblicate, paiono promuovere la gloria di Dio, ma poscia vedo che tornano a danno”.

                Così finiva questa conversazione, che ci lasciò anche memoria dell'opera di D. Bosco per la conversione degli eretici. Di uno di questi, ecco l'abiura.

                “Io sottoscritto avendo conosciuto che era caduto in una Chiesa d'orrore e di superstizione, ben diversa dalla Santa Madre Chiesa nella quale era stato educato da' miei genitori, tanto io, come tutta la mia famiglia, siamo pronti: prima di chiedere di cuore perdono a Dio, perchè ci conceda la sua santa grazia e di poter fare una nuova professione di fede; e poi di osservare i comandamenti della legge di Dio e della Santa Madre Chiesa, di credere tutto ciò che Dio ha rivelato. Perciò proponiamo e promettiamo, mediante la grazia del Signore e di Maria SS. sua Madre, di voler vivere e morire nella Santa Religione Cattolica e Apostolica, nella quale siamo nati e battezzati. Quindi vogliamo sperare che Lei (D. Bosco) ci raccomanderà nelle sue preghiere e nella S. Messa a Dio, perchè ci abbia misericordia, perdonandoci i nostri peccati commessi coll'abbandonare la sua Chiesa. Per ciò crediamo e confidiamo nella bontà del Signore di essere ancora accettati nel grembo della sua Chiesa, nella riunione de' suoi fedeli.

                Mi affermo

 

ROVEDA GIOVANNI.

 

 


CAPO XX. Commedia latina Capitolo della Pia Società ed accettazione di socii - L'Onomastico di D. Bosco: gli omaggi più graditi: una lettera affettuosa fatta scrivere da D. Bosco ad un alunno infermiccio a casa in risposta ai suoi augurii - Parlate di D. Bosco alla sera: riprensione fruttuosa ad un bestemmiatore: uno schernitore della sorella gravemente inferma Perchè si confessa, punito con misericordia dal Signore - La festa di S. Luigi: la divozione alla Madonna che ricompensa chi tiene una lampada accesa in suo onore - Avvisi ai sacerdoti: premunire i giovani dai pericoli che li attendono ad una certa età: come regolarsi coi recidivi e cogli scandalosi: penitenze medicinali: chiedere a Dio la grazia per riuscire a salvar le anime col sacro ministero: confessioni sacrileghe - Previsioni di D. Bosco manifestato al Papa Garibaldi e Aspromonte.

 

                IN que' giorni mentre si compievano nell'Oratorio le sei domeniche in onore di S. Luigi Gonzaga, si dava principio con molta divozione alla novena che precedeva la festa dell'angelico giovane. Questa si celebrava il 29 giugno, perchè vi fosse un certo lasso di tempo da quella di S. Giovanni Battista.

                Tuttavia non volendo D. Bosco che passasse inosservato il giorno 21, raccomandò ai giovani nella sera precedente la [187] santa comunione per il domani con tanto calore, che riuscì quasi generale.

                Pel dopo pranzo era preparata la recita di una commedia latina e intervennero alla rappresentazione molti esimii letterati della città.

                L'invito era scritto da D. Francesia[14].

                La domenica terzo giorno della novena di S. Luigi, succedeva un altra modesta, ma sempre cara radunanza. Si legge nei verbali del Capitolo:

 

                Li 22 Giugno 1862 il Sig. D. Bosco Rettore, radunato il Capitolo, dopo la solita preghiera allo Spirito Santo, propose all'accettazione i due giovani studenti, Cagliero Giuseppe di Castelnuovo figlio di Giacomo e Peracchio Luigi di Vignale figlio di Giovanni. Ambedue ebbero i voti favorevoli e furono ricevuti nella Società.

 

                Il giorno dopo alla sera, vigilia della festa di S. Giovanni Battista, si celebrava il fausto onomastico di D. Bosco. Così descrisse l'Avvocato Comm. Carlo Bianchetti questo lietissimo annuale avvenimento, nel suo discorso pronunziato nella solenne commemorazione di D. Bosco, il 24 giugno 1903.

                “Oh ci pare ancora vederlo il venerato e venerando D. Giovanni! Il fabbricato interno era tutto pavesato; iscrizioni, [188] bandiere, banderuole, nastri, lumi e lumicini multicolori attestavano la gioia comune. Qua e là si affollavano i sacerdoti, gli studenti, gli artigiani interni, poi si aggiungevano i benefattori, i cooperatori, gli amici e gran codazzo di curiosi. Era un dolce sussurro, un bisbiglio, una letizia universale. Tutto ad un tratto giù uno scroscio di musica, con trombe e tromboni, timpani e tamburi, segnanti l'apparizione del caro festeggiato, tutto umile e quasi mortificato. Allora scoppiavano battimani! erano salve di gioia, evviva, cappelli e fazzoletti agitati per l'aria già elettrizzata; seguiva un discorso, indi nuovi battimani; poi un dialogo; indi battimani, poi una poesia, indi altri battimani; poi una nuova musica e replicati battimani.... E D. Bosco era là, dimesso, , confuso, raggiante di modestia e di grazia; sorridente a tutti, quasi oppresso dalla soverchia dimostrazione. E non sapeva chè dire; tentennava il capo, guardava come trasognato a diritta e sinistra, sorrideva, salutava, ringraziava; infine metteva insieme due parole appropriate per assicurare tutti e ciascuno che quella festa gli era andata fino al cuore, e che non sapeva come dimostrare la sua riconoscenza”.

                Il giorno 24 tra i doni degli alunni e de' benefattori il più gradito a D. Bosco fu l'attestato del Seminario sull'esito degli esami finali de' suoi chierici, parte salesiani, parte stati a lui confidati da varie diocesi. Ventitre erano studenti di Teologia, ventinove di Filosofia, e a lui presentarono 10 egregie, 9 peroptime, 18 optime, 4 fere optime, e 7 bene. Un solo aveva meritato un medie e questi non era salesiano. D. Cagliero Giovanni gli aveva preparato, per segno d'omaggio, quella sua famosa messa funebre, che ancora oggigiorno viene stimata un gioiello di fede e di armonia.

                Non è a dire quanto rimanesse commosso D. Bosco a que' segni di riconoscenza e di affetto che gli davano i suoi cari alunni e una prova di questo è una lettera che egli faceva scrivere (28 Giugno 1862) dal Chierico Jarac Luigi al giovane [189] Rostagno Severino[15]. Questo buon figliuolo, già altre volte nominato, moriva a Pinerolo, il 12 marzo 1863.

                Intanto procedendo la novena di S. Luigi al suo termine, Don Bosco aveva ogni sera un bel racconto da interessare i giovani. Il 25 giugno, scrive D. Bonetti, ei diceva:

 

                Un giorno viaggiando in vettura mi trovava seduto vicino al vetturino, che sovente profanava il Nome santo di Gesù Cristo. Io lo avvisai più volte con molta grazia che non volesse in tal modo profanare questo augusto Nome. Quel disgraziato ripeteva di non essere capace di astenersi dalla bestemmia, perchè la lunga abitudine lo spingeva a ciò. Allora io gli promisi di dargli una pezza da otto soldi (una mutta) se si fosse astenuto dal proferire tali parole fino a Torino. Farà la prova; - disse il vetturino; e si mise di proposito. A quando a quando gli usciva di bocca la prima sillaba di quel Nome, ma tosto accorgendosi troncava la parola a metà; e tanto fece che giunse a Torino senza che gli fosse mai sfuggita quella bestemmia. Allora io dandogli la moneta promessagli, gli dissi: - Veda un poco; per guadagnare otto soldi ha potuto astenersi dal bestemmiare; perchè adunque non farà altrettanto per guadagnarsi il paradiso? Qual conto non dovrà rendere al Signore se non si emenda da questo vizio! [190]

                Queste parole produssero un tale effetto nel cuore di quell'uomo, che dopo qualche tempo venne nell'Oratorio a confessarsi.

                Le abitudini cattive si ponno vincere da chi si mette alla prova con buona volontà.

 

                Il giovedì 26 giugno alla sera, nota Ruffino nella cronaca D. Bosco raccontava il seguente fatto:

 

                Sul principio di questo mese fui chiamato ad assistere un'inferma. Nel mentre che ella faceva la sua confessione, entra in casa il fratello, il quale pur troppo non aveva molta religione. Sentii che nell'altra camera si cercava di trattenerlo, finchè sua sorella si fosse confessata; ma egli non ne volle sapere. - E ci fosse anche l'Imperatore che importa a me? - e così dicendo entrò nella stanza ove giaceva la sorella; e, visto me, prese a motteggiarla, perchè si rompesse la testa colla malattia addosso. Ma la sorella lo pregava di lasciarla aggiustare le partite della sua coscienza. - L'hai fatto venir tu? - Sì, son io che l'ho cercato, mi sento vicina all'eternità, desidero terminare i miei conti. - L'altro brontolando e dicendo tutto quel che gli veniva in capo contro i preti e contro la religione, lasciò che la sorella terminasse di confessarsi. Dopo io m'alzai, e quando fui nell'altra camera, quel disgraziato mi disse: - Se vengo malato io spero che non le darà anto disturbo!

                 - Fortunato te, esclamò dall'altra stanza la sorella che aveva sentito, fortunato te, se il Signore ti farà la grazia di morire con un prete accanto al letto. Pregalo che non ti avvenga di averne bisogno e di non poterlo trovare.

                Questo si passava, credo, il 31 di Maggio in sabbato. La Domenica appresso quel fratello parte per un paese lontano. Là giunto, alla sera lo prende una gran febbre che lo mise in pericolo di vita.

                In quel punto si pose a gridare che gli si cercasse un prete, che il male lo strozzava, che si sentiva nell'inferno. Venne il Prevosto del luogo, lo confortò, lo confessò e quando stette per andarsene, l'altro il trattenne scongiurandolo che per carità nol lasciasse in mezzo alle fiamme ed ai demoni.

                Al lunedì sera egli era cadavere. Quel che lascia credere che Iddio gli abbia usata misericordia sono i sentimenti con cui spirò. - Predichi, egli diceva al Prevosto, predichi dappertutto questo fatto. L'altra sera appena, io beffava mia sorella che aveva voluto chiedere un prete per confessarsi; ella mi avvertì di non prendere a giuoco la cosa, perchè avrebbe potuto darsi che io dovessi morirmene desiderando un prete senza poter avermelo accanto. Il Signore non volle così; mi ha usata misericordia. Predichi che si burlino pure di tutto, ma per carità non si burlino di nessuna cosa che riguardi la religione. [191] Il Prevosto scrisse l'accaduto alla sorella ed ella quest'oggi mi fece vedere quella lettera. E anch'io: - Guardatevi di beffare o di parlar male di tutto ciò che riguarda al culto di Dio. Non criticate il contegno, la frequenza ai Sacramenti, la lontananza dai compagni dissipati che scorgerete nei vostri compagni buoni; tutte queste beffe s'attirano la maledizione di Dio.

 

                Il 29 si celebrava dai giovani dell'Oratorio di S. Francesco di Sales la Festa di S. Luigi Gonzaga. Al benemerito loro Priore il sig. Trivella Giovanni era dedicato un sonetto che si conserva ne' nostri archivi. Secondo l'usanza, che mai s'interruppe, si fece la processione e si accesero i fuochi artifiziali.

                Alla sera, ripiglia D. Ruffino, D. Bosco dopo aver parlato della divozione di S. Luigi per la Madonna, delle grazie da lui ottenute senza numero da questa buona madre, e di quelle che stanno preparate anche per i giovani, se sapranno domandarle con fede, uscì in queste parole:

 

                 - Ieri mi raccontarono questo fatto. Una buona madre di famiglia era travagliata da una infermità Fece pertanto promessa alla Madonna di accenderle ogni sabato una lampada e di consumarvi lui soldo di olio, se la liberasse dai suoi dolori. Infatti guarì. Il marito non vedeva molto  di buon occhio quella spesa: tant'è che sabbato scorso si pose a darle la baia, dicendo: - Beh! adesso che hai sprecato quel soldo di olio, te lo restituirà la Madonna? - E l'altra: - Ebbene si! Vedi, son dieci mesi che io accendo ogni sabato questo, lumicino e non soli mai più stata inferma, e credo che fra il medico che più non ebbe a visitarmi, le medicine che più non ebbi a comperare, il tempo che non dovetti più perdere in letto, la Madonna mi abbia ripagata beli ad usura del soldo che consumo per Lei ogni settimana. - Va là che hai ragione! - esclamò il marito. Ed egli stesso mi raccontò ieri quel suo diverbio, dicendomi: - Son contento che mia moglie mi abbia data quella risposta; me la meritava proprio; ed ora manifesto e glorifico la protezione di Maria.

                Questo ci deve essere di stimolo a confidare nella Madonna e a non pensare di non essere esauditi, perchè non ci avvengono le cose, come desideriamo Altrimenti faremo come quel marito che aspettava che la Madonna rendesse il soldo alla moglie e non vedeva che la Madonna glielo restituiva a cento doppi, preservandola dal medico e dalle medicine. [192] Così col nome della Madonna terminava la Festa di S. Luigi, poichè D. Bosco voleva che di Lei fossero degni i suoi figliuoli; e a questo fine s'intratteneva non di rado anche co' suoi preti. La Cronaca di D. Bonetti espone qualche consiglio dato ad essi:

                “30 giugno 1862. - Bisogna premunire i giovani per quando avranno 17, o 18 anni. Dir loro: - Guarda verrà un'età molto pericolosa per te; il demonio ti prepara lacci per farti cadere. In primo luogo ti dirà che la comunione frequente è cosa da piccoli e non da grandi, che basta andarvi di raro. E poi farà di tutto per trarti lontano dalle prediche e metterti noia della parola di Dio. Ti farà credere che certe cose non sono peccato. Infine i compagni, il rispetto umano, le letture, le passioni ecc. ecc. Sta all'erta! Non permettere che il demonio ti rubi quella pace, quel candore di anima che ora ti rende amico di Dio! - I giovani non dimenticano queste parole! Quando poi fatti grandi e usciti nel mondo noi gli incontreremo, diremo loro: - Ti ricordi quello che io ti diceva una volta?

                - Ah! è vero! - rispondono. E questa reminiscenza farà del bene”.

                “Alcun tempo prima radunati i confessori della Casa, loro raccomandò molta cautela nell'interrogare i ragazzi sulle cose lubriche, per non insegnar loro quello che non sanno; di non privare dell'assoluzione neppure i recidivi ed abituati se mostrano qualche disposizione ad emendarsi, ma di negare l'assoluzione o la comunione qualora questo mezzo serva a scuoterli e farli ravvedere; di usare molta severità ed anche negare l'assoluzione al complice agente, e in questo di essere tutti d'accordo, per impedire ai lupi di menare strage nel gregge; di ingiungere al complice vittima o sedotto, di palesare ai superiori il lupo od i lupi, in quel modo che la prudenza suggerirà per impedire l'offesa di Dio e lo scandalo e la rovina degli altri. Suggerì due avvertenze: che loro non rincrescesse di impiegare [193] il tempo necessario per disporre con zelo i penitenti che non fossero disposti: che riflettessero sullo stato spaventoso di un anima che stia anche un'ora sola in peccato mortale. In fine raccomandò ai confessori di non dar penitenze leggere per peccati gravi, ma fissarne qualcuna adattata a guarire il male ed a prevenirlo. Per es. qualche meditazione che si trova nel Giovane Provveduto, per ciascun giorno della settimana; o qualche altra considerazione, come l'esercizio di buona morte; o pratica di pietà, come sarebbe la Via Crucis, la visita al SS. Sacramento, la Corona di Maria Addolorata ecc., ecc., che si trovano esposte nel medesimo libro. Si cerchi insomma di fermare il loro spirito su qualche punto o verità ivi contenuta. Così le penitenze torneranno proficue.”

                “Nella prima settimana di luglio, intrattenendosi di bel nuovo co' suoi preti, raccomandava loro una grande carità e pazienza nel confessare i fanciulli per non perdere la loro confidenza; e nello stesso tempo assicuravali come la prudenza necessaria e l'efficacia della parola per rendersi padroni dei cuori, erano doni del Signore, e che bisognava ottenerli con molte preghiere, con perfetta purità d'intenzione ed anche con atti di penitenza e di sacrifizio, come fanno i confessori zelanti. Quindi venne a parlare delle confessioni sacrileghe dei giovani, cagionate specialmente dal tacere a bella posta cose che dovrebbero assolutamente palesarsi; e raccontava un fatto accaduto a lui stesso: Una notte sognai e vidi nel sogno un giovane che aveva il cuore rosicchiato dai vermi, che egli colla mano strappava e gettava via. Non diedi retta al sogno. Ma ecco che la notte seguente vidi il medesimo giovane, il quale aveva accanto un grosso cane che gli mordeva il cuore. Non dubitai più che il Signore avesse qualche grazia speciale per quel giovane e che il poveretto avesse qualche pasticcio sulla coscienza. Perciò lo teneva d'occhio. Un giorno lo presi alle strette e gli dissi: - Vuoi farmi un piacere?

                - Sì, sì; purch'io possa. [194]

                - Se vuoi, puoi farmelo.

                - Ebbene domandi pure che io glielo farò.

                - Ma sicuramente?

                - Sicuramente!

                - Dimmi: non hai mai taciuto niente in confessione?

                Egli voleva negare, ma subito gli dissi: - Ma questa è quell'altra cosa perchè non la confessi? - Allora mi guardò in faccia e si mise a piangere e rispose: - Ha ragione: sono due anni che voglio confessarla e da una volta all'altra non ho mai osato! - Allora gli feci coraggio e gli dissi quello che doveva fare per mettersi in pace con Dio.”

                Così D. Bosco mentre porgeva saggi avvisi ai suoi coadiutori, perchè riuscissero nell'arte difficile di salvare le anime, ed era continuamente intento a formare dei suoi giovani altrettanti figliuoli di Dio, si addensava una nuova tempesta contro la nave di Pietro.

                Nel marzo del 1861, narra la cronaca, D. Bosco aveva scritto a Pio IX, che sarà una grazia speciale della Madonna se non dovrà abbandonare Roma. E d ecco nel 1862, il 28 giugno, Garibaldi, partito per Caprera, sbarcava a Palermo, accolto dalla plebe con un turbine di clamori. 1 suoi discorsi erano stomachevoli per empietà quando riguardavano la religione e il Papa. Egli contando anche sulle promesse del Governo inglese, giurava che fra poco, presto presto muoverebbe al riscatto di Roma. Il Governo italiano, che pareva fargli opposizione, gli spediva di soppiatto navi cariche di armi e di munizioni.. Da Londra aveva ricevuto un sussidio di tre milioni, un milione da Torino. Da ogni parte d'Italia accorrevano lui giovani e venturieri assoldati.

                Intanto i battaglioni dell'esercito regio attraversavano la Toscana appressandosi ai confini delle provincie rimaste al Pontefice, per entrare in Roma onde reprimere i preveduti eccessi dei Garibaldini, se questi fossero riusciti a penetrarvi, e rimanervi come padroni. [195]

                Ma Garibaldi accompagnato dai precipui Capi della setta mazziniana, aveva fatto conto di valersi della connivenza del Governo e del suo danaro, per soppiantare primo di tutti lui medesimo e poscia acquistare a sè e al partito repubblicano l'Italia, Roma e ogni cosa.

                A Palermo gli applausi frenetici de' suoi aderenti gli fecero girare il cervello e, perduto ogni ritegno, finì con prorompere più volte in furiose contumelie contro ]'Imperatore dei francesi, perchè occupava Roma. Gravissima commozione eccitarono tali esorbitanze a Parigi e a Torino, sicchè i Ministri del Re con molta fretta riprovarono quelle fiere parole. E fu giocoforza che invitassero Garibaldi a deporre le armi, mentre Vittorio Emanuele con un suo proclama lo dichiarava ribelle.

                Allora i mazziniani, che in Sicilia incominciavano ad avere un deciso sopravvento, si preparavano ad insorgere, se il governo si fosse opposto alla marcia di Garibaldi. E questi con 500 volontarii si muoveva verso l'interno dell'isola, visitando le popolazioni per commuoverle con discorsi violenti contro il Papa e col grido continuamente ripetuto: Roma è nostra! O Roma, o morte! E nelle città di terra ferma le plebi prezzolate ripetevano tumultuosamente questo grido, per far credere al mondo che tale fosse il voto di tutta la nazione. Si cercava di mettere Napoleone nella necessità morale di abbandonare Roma alla mercè dei rivoluzionarii. Intanto le truppe regolari, con l'ordine di evitare ogni scontro, fingevano di inseguire Garibaldi, il quale, accolto però con ogni sorta di onori da rappresentanti del Governo e dai Municipii, il giorno 18 agosto giungeva a Catania. Quivi egli assunse il pieno esercizio delle funzioni da Dittatore, e così rivelavasi, il pericolo di un rivolgimento repubblicano contro la monarchia. Allora il Ministero il giorno 20 decretò e pubblicò lo stato d'assedio e il blocco marittimo effettivo di tutta la Sicilia, dandone partecipazione ufficiale ai ministri delle potenze straniere. [196]

                Il 25 agosto Garibaldi potè sbarcare in Calabria con 2000 uomini, perchè la flotta, che manovrava nello stretto, col pretesto di dover impedire quello sbarco, aveva consegna di lasciarlo passare. Egli aveva pubblicato un bando col quale protestava di voler ubbidire al Re, ma non ad un ministero che tradiva la nazione; essere egli risoluto o di entrare vincitore in Roma, o a morire sotto le sue mura.

                Il Generale La Marmora, avuto di ciò notizia, rinforzate le guarnigioni di molte migliaia di soldati, bandì lo stato d'assedio in tutte le provincie del Napoletano, eseguendo gli ordini ricevuti da Torino.

                Si era venuto in chiaro come Napoleone, non volendo inimicarsi i cattolici francesi, del favore dei quali aveva bisogno per le nuove elezioni del 1863, assicurasse il Papa che egli non avrebbe permesso mai che si toccasse l'attuale Stato della Chiesa; avesse dato ordine al generale Montebello Comandante dei Francesi in Roma, di unire i suoi soldati ai Zuavi Pontificii per ributtare ogni assalto. Continuar dunque l'impresa era lo stesso che mandare a precipizio ogni cosa e d'altra parte si aveva la certezza che Garibaldi non avrebbe desistito dal suo proposito. Perciò si decise di abbarrare quel torrente minaccioso.

                Ma Garibaldi non persuaso che il Governo facesse davvero, rassicurato da lettera in cifra scambiata col Re, come egli andava dicendo; illuso dalla speranza che i battaglioni Francesi si sarebbero dileguati da Roma; fiducioso sulla promessa del Comitato d'azione, che cioè avrebbe commosso Roma e che gli sarebbe venuto incontro col popolo, si mise co' suoi in marcia verso Reggio. Ma qui trovate le truppe pronte a respingerlo, prendeva le montagne e il 29 agosto assalito ad Aspromonte da alcuni battaglioni di linea e di bersaglieri, dopo breve fucilata, ferito gravemente al collo del piede, era condotto prigioniero alla Spezia. Trattato con ogni attenzione, guarito, messo in libertà da un'amnistia, ritornava a Caprera. [197] Così il sopravvento minaccioso che aveva preso il partito mazziniano e repubblicano, qualche monito di Napoleone offeso, il bisogno che aveva il Governo del Re di mostrarsi forte nel reprimere quelle esorbitanze e coprire la sua complicità, furono le cause per le quali Roma allora fu salva.

 

 


CAPO XXI. Lotteria 1862 - Note e Documenti. Si riprende la lotteria - Incoraggiamenti: L'Armonia: lettere del Vescovo d'Iglesias e de' Cardinali   Vannicelli e Marini - Doni del Papa - Circolare di D. Bosco che dà spiegazione de' biglietti rossi della lotteria - Richiesta al Prefetto del permesso di aprire l'esposizione de' premii ed l'aumentare il numero de' biglietti - Decreto favorevole annunzio di questo ai benefattori - Il fascicolo dell'elenco de' premii - Apertura dell'esposizione: visita del Sindaco e sua risposta alle parole di omaggio di un allievo - I benefattori sono invitati a visitare l'esposizione - Il Sindaco raccomanda con circolari i biglietti di lotteria ai Sindaci della Provincia ed a varii Prefetti del regno: spedizioni e recapito alla Prefettura di Torino - Lettere dello stesso con serie di biglietti al Ministro de' Lavori pubblici, dell'Istruzione, della Marina, dell'Interno, e delle Finanze: loro risposte - Lettera di D. Bosco con offerta di biglietti ai principi di casa Savoia e risposte: il Principe Tommaso Duca di Genova; il Principe di Carignano: la Principessa Pia - Il Re Vittorio Emanuele accetta mille biglietti.

 

                LA Lotteria autorizzata in favore dei feriti nella guerra italiana terminava il 18 di giugno e prima di questo giorno D. Bosco non poteva aprire l'esposizione dei premii per la sua.

                Egli però non aveva un istante solo cessato di darle incremento [199] e riceveva continuamente lettere che lo incoraggiavano e lodavano con promesse di aiuto. Fra i più illustri personaggi del patriziato vi fu il Conte Federico Sclopis; e fra i Vescovi quelli di Tortona, Mandovì e Iglesias[16].

                I giornali avevano ripigliato a parlare dell'Opera degli Oratorii e l'Armonia il 28 maggio, riportando i nomi de' membri della Commissione per la lotteria e il prezzo de' biglietti, stampava:

 

                Lotteria per gli Oratorii di D. Bosco. - I nostri lettori non hanno bisogno che loro facciamo conoscere chi sia D. Bosco, e che cosa siano i suoi Oratorii. Si sa che questo degnissimo sacerdote è tutto dedicato a sottrarre dalla miseria e dall'abbandono i poveri ragazzi, che lasciati a sè stessi sarebbero rovinati o per l'anima o pel corpo, o per amendue. D. Bosco per alimentare, alloggiare, vestire parecchie centinaia di giovani non ha altro sussidio che la sua confidenza in Dio e nella carità dei buoni cristiani. Ora egli ottenne la necessaria approvazione per fare una lotteria di oggetti che si esporranno al pubblico nella casa dell'Oratorio in Valdocco di questa Capitale. Una Commissione a questo fine venne nominata….. Siamo certi che questo semplice annunzio procaccierà allo zelante sacerdote una abbondante raccolta di oggetti ed uno spaccio grandissimo di biglietti. [200] Infatti alle lettere di D. Bosco eransi degnati di rispondere due Eminentissimi Cardinali, l'Em.mo Vannicelli Arciv. di Ferrara e l'Em.mo Marini[17]. [201]

                Anche il Sommo Pontefice volle dar segno di approvazione alle intraprese di D. Bosco. L'Armonia ne dava notizia il martedì 24 giugno.

                Pio IX e la lotteria di D. Bosco. - L'animo di Pio IX è quello d'un padre tenerissimo, il quale, sebbene oggidì, come tutti sanno, abbisogni egli stesso di soccorso, non di meno sempre accorre ove si tratti di promuovere qualche opera pia, o di sollevare il poverello. Di fatto come ebbe notizia della lotteria d'oggetti testè aperta in Torino a favore degli Oratorii di San Francesco di Sales, di San Luigi e dell'Angelo Custode, degnossi inviare insieme con paterne espressioni due oggetti al tutto preziosi e per sè e per la mano onde provengono. Son essi due bellissimi cammei, con cornice d'oro squisitamente lavorati sulla schiuma, inclusi in eleganti custodie, e rappresentanti l'uno S. Pietro e S. Paolo l'altro. Anzichè sperare vogliamo credere che la pietà di tanti buoni cattolici, cui verranno lette le nostre parole, avvalorata a sì nobile esempio, si recherà a gloria e vorrà gareggiare in vedersi rappresentata al lato dei doni del Padre comune di tutti i fedeli dividendone così i sentimenti e le opere.

                Intanto essendo nati dei dubbi in molti compratori di biglietti sul valore di questi, D. Bosco scriveva la seguente circolare e la dava alle stampe.

 

                               Benemerito Signore,

 

                Per impedire alcuni equivoci, che presso taluni sono avvenuti, intorno ai biglietti rossi della Lotteria alla carità di Lei raccomandata, stimo bene dare ai medesimi qualche spiegazione.

                Essi adunque contengono ciascuno la venticinquina, cioè una serie equivalente ai 25 biglietti gialli che a cent. 50 caduno fanno franchi 12, 50, che è l'ammontare di ciascun biglietto di premio assicurato.

                I ventiquattro primi numeri racchiusi nel biglietto rosso hanno l'eventualità di guadagnare o no, siccome tutti gli altri della Lotteria in generale; il venticinquesimo poi, l'ultimo dei 25, ha il premio sicuro. Perciò dopo l'estrazione a chi presenterà un biglietto rosso, gli sarà dato senz'altro, un oggetto più o meno prezioso, secondo che sarà stato favorito dalla sorte.

                In questa stessa occasione le partecipo che è in corso di stampa l'Elenco dei promotori ed il catalogo degli oggetti della Lotteria, che spero poterle fra breve mandare, coll'indicazione del giorno dalla Commissione fissato per la pubblica esposizione degli oggetti.

                Con vera consolazione poi Le noto che gli oggetti già pervenuti alla [202]

                Lotteria sono assai considerevoli e nel numero e nel pregio. La qual cosa ci fa sperare un esito felice della nostra pia impresa.

                In fine se mai V. S. od altri di sua attinenza avessero oggetti destinati per quest'opera di carità, Le farei umile preghiera di farli pervenire al luogo dell'esposizione con quel mezzo che Le tornerà di minore incomodo. In questo modo gli oggetti possono a tempo essere descritti per le opportune incombenze e debitamente collocati nel giorno della pubblica mostra.

                Abbia la bontà di dare benigno compatimento a questo novello disturbo e voglia gradire che Le auguri ogni bene dal Cielo, mentre colla più sentita gratitudine ho l'onore di professarmi.

                Di V. S. Ill.ma

                Torino …..giugno 1862.

 

Obbligatissimo servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Ma ciò che importava in quel momento era la facoltà di aprire l'esposizione de' premii, aumentare lo spaccio de' biglietti e chiedere alcuni favori. D. Bosco a questo fine si rivolgeva alla Prefettura.

 

                               Illustrissimo Sig. Prefetto della Provincia di Torino,

 

                La Commissione instituita a promuovere la Lotteria iniziata a favore degli Oratorii di S. Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta nuova, dell'Angelo Custode in Vanchiglia, espone rispettosamente come, pel prorogamento d'un'altra Lotteria dello stesso genere, non potè aver luogo la progettata pubblica esposizione. Ora essendo cessata la difficoltà che si opponeva, spera che V. S. Ill.ma nella nota sua bontà vorrà concedere i seguenti favori:

                I.° Che la pubblica esposizione possa cominciare il giorno 3 luglio prossimo 1862 e duri due mesi.

                2.° Oltre all'emissione dei biglietti già presentati, essendo stati offerti molti altri doni che uniti agli antecedenti montano al N° di 1820, i quali, secondo il prezzo notato in margine dai periti, formerebbero fr. 64, 133, 60 corrispondenti a biglietti 128.268, se ne domanda facoltà per lo smercio.

                3.° Per agevolare lo smercio dei biglietti dandosi l'undecimo gratuito, si avrebbe la diminuizione del decimo sul prezzo degli oggetti, quindi a titolo di speciale favore si supplica di poter accrescere del 10 per % il valore dei doni, che perciò invece di franchi 64, 133, 60 sarebbero lire 70,546 corrispondenti ai biglietti 141.092. In questo modo [203] avrebbesi anche un compenso per le spese che occorrono per la stampa e per l'avviamento della Lotteria.

                4° Siccome nelle lotterie antecedenti (con decreto dell'Intend. Gen. delli 7 marzo 1854) fu permessa la sostituzione del bollo della Commissione a quello a secco delle R. Finanze, così per agevolare le molte incombenze, la Commissione fa umile preghiera per ottenere lo stesso favore.

                La parte favorevole che V. S. Ill.ma ha sempre preso in tutte le cose che riguardano al bene di questi poveri e pericolanti giovanetti, fa sperare alla Commissione che Voglia coadiuvarla a condurre a felice risultato l'opera di beneficenza che a null'altro tende, che a migliorare la parte più bisognosa e più essenziale della umana società.

                Colla più sentita gratitudine

                Torino, 17 giugno 1862.

 

                A nome di tutti i membri della Commissione

 

Il Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                A questa domanda univa un secondo elenco de' premii, dal N.° 384 al 1820, registrati in un quaderno di carte da bollo da 50 cent. colle necessarie perizie[18].

                La richiesta fu accolta favorevolmente.

 

                PREFETTURA

                Torino, addì 9 Luglio 1862

                DELLA PROVINCIA DI TORINO

                Div. 5 ° N.° di prot. 8839 - N° di reg. 309.

 

                Avendo il Ministero delle Finanze approvato, in senso dei disposto dell'artic. 8 del regolamento 4 Marzo 1855, il Decreto di questo ufficio delli 2 Luglio1 col quale viene autorizzata l'esecuzione della [204] progettata Lotteria d’oggetti mobili donati a favore degli Oratorii di S. Francesco di Sales, di San Luigi e dell'Angelo Custode eretti in questa città, il Sottoscritto si pregia di trasmettere il relativo incarto al Signor Sacerdote Bosco Giovanni ad opportuna di lui norma.

Il Prefetto F. PASOLINI. [205]

 

                Ma D. Bosco non aspettò che gli fosse recapitato il decreto ed appena ebbe notizia del suo tenore fece dare alle stampe un'altra circolare.

 

                               Benemerito Signore,

 

                Partecipo con piacere a V. S. benemerita che gli oggetti destinati per la Lotteria alla carità di Lei raccomandata, secondo la deliberazione presa dai benemeriti signori della Commissione e secondo il decreto della Prefettura di questa città, comincieranno ad esporsi pubblicamente il giorno 3 prossimo luglio.

                Se in quel giorno Ella potesse onorarci della sua presenza ci farebbe un vero favore e servirebbe a dare utile movimento all'Opera che Ella prese a promuovere.

                La sala dell'esposizione rimane ogni giorno aperta al pubblico dalle ore 9 alle 12 del mattino, e dalle 4 e ½  alle 7 di sera.

                Tanto il numero dei doni quanto lo smercio dei biglietti sono molto soddisfacenti; ed Ella pure si unirà con noi a sperare bene, quando ci abbia favoriti di una sua visita personale.

                Se mai tenesse ancora qualche dono destinato a questo scopo, Le fo umile preghiera di farlo pervenire a destinazione per collocarlo in ordine cogli altri per la pubblica mostra.

                Voglia gradire i sentimenti della mia viva gratitudine con cui reputo ad onore di potermi professare

                Di V. S. benemerita

 

                Giugno 1862

Obbligatissimo servitore per la Commissione

Sac. GIOVANNI BOSCO

 

                In questo tempo D. Bosco aveva fatto stampare dal Tipografo Speirani l'elenco degli oggetti ricevuti in dono e posti in lotteria, coi nomi de' donatori. In testa riportavasi l'appello di D. Bosco a tutte le persone di cuore, il piano di regolamento per la lotteria, il nome dei membri della Commissione, l'elenco e l'indirizzo dei promotori e delle promotrici. Era un fascicolo di 104 facciate, e si dava al prezzo di 50 centesimi. Fu pubblicato sul fine di giugno avendo i doni raggiunto il numero di 2430. I doni che sarebbero arrivati ulteriormente dovevano stamparsi in un altro catalogo a parte e furono [206] circa 570. Fra questi vi erano dei candelieri in composizione offerti dai giovani degli Oratorii di S. Luigi e dell'Angelo Custode. Vi furono eziandio oggetti regalati con facoltà di ritenerli ad uso degli Oratorii e non computati tra i premii della, Lotteria. Ai visitatori dell'Esposizione si indicava trovarsi l'Oratorio di S. Francesco di Sales sul fine di Via Cottolengo.

                Il giorno 2 di luglio festa della Visitazione di Maria SS. si inaugurava l'esposizione. Narra l'Armonia del 3 luglio:

 

                Lotteria di D. Bosco. - Ieri, 2 Luglio, alle ore 9 ½ del mattino il marchese Lucerna di Rorà, Sindaco della città di Torino e presidente della Commissione della lotteria a favore degli Oratorii di S. Francese di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta Nuova e dei S. Angelo Custode in Vanchiglia, unitamente agli altri membri della Commissione andò a ad inaugurare la pubblica esposizione degli oggetti posti in lotteria nella casa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, la quale per due mesi sarà aperta dalle ore 9 alle 12 meridiane e dalle 4 e ½  alle 7 di sera.

 

                Erasi convenuto, narra la cronaca, che in questa circostanza si sarebbe rinnovata una festicciuola d'inaugurazione, essendo così mal riuscita per la neve la prima fatta nel mese di marzo. Il tempo era bellissimo. Il Sindaco fu ricevuto alla, porta da D. Bosco. Come ebbe visitato l'esposizione, la casa, ed i laboratorii sceso sotto i portici trovò i giovani schierati e un seggio preparato per lui. La banda die' fiato agli strumenti e si cantò un inno. Quindi il giovanetto Ramognini si presentò al Sindaco e gli lesse un breve, ma grazioso indirizzo composto, da D. Bosco.

 

                               Illustrissimo Signor Sindaco e benemeriti Signori,

 

                Prima che voi partiate dal nostro umile recinto, Illustrissimo Signor Sindaco e Voi Benemeriti Signori, permettete che io, da parte de' miei amati compagni, vi esprima alcuni sentimenti di gratitudine la più sincera, quale noi tutti sentiamo in cuore in questo fortunatissimo momento. I miei Superiori, tutti questi miei compagni vorrebbero dirvi qualche cosa. Chi vorrebbe ringraziarvi dell'onore fattoci [207] in questo giorno, chi annoverare i benefizii in molte occasioni da voi ricevuti, chi raccomandarsi di continuarci sempre la vostra protezione, la vostra benevolenza. Tutti poi bramerebbero supplicarvi a volervi ognora ricordare di noi; a volerci favorire, assistere e proteggere.

                In mezzo a questo comun desiderio di esprimere gli affetti del cuore, permettete, o Illustrissimo Signor Sindaco, e voi Benemeriti Signori che a nome de' miei venerati Superiori, io raccolga, e vi esponga i pensieri de' miei amati compagni. Sappiano le S. V. che in mezzo alla gioia siamo confusi, perchè la nostra condizione (noi siamo poveri giovanetti) il tempo e il luogo non hanno permesso di farvi la desiderata accoglienza, perciocchè noi avremmo voluto che le strade fossero tutte coperte di tappeti, le mura, ogni angolo della casa fosse inghirlandato di fiori, per significare le belle virtù di cui le S. V. vanno adorne. Questo non abbiam potuto fare non per mancanza di buon volere, che certamente in noi è grande, ma per nostra insufficienza. Solo ci vien dato di potervi offrire questi pochi fiori e con essi intendiamo di offerirvi i più caldi affetti del nostro cuore; a cui aggiungiamo una medaglia di S. Luigi per assicurarvi che noi non mancheremo di invocare ogni giorno dal Cielo le più elette benedizioni sopra di voi, Illustrissimo Signor Sindaco, e sopra di voi, Benemeriti Signori. In mezzo però alla nostra confusione ci consola l'animo il pensiero, che quella bontà, che le S. V. hanno usato venendo fra noi, farà dare benigno compatimento alla pochezza nostra. Di una cosa tuttavia possiamo assicurarvi, ed è che noi riguarderemo mai sempre questo giorno fra i più belli di nostra vita ed ognora benediremo quella pietosa Provvidenza, che si degnò di condurvi qui fra noi.

 

                Il Sindaco ascoltò con visibile compiacenza e quindi volse ai giovani un conciso, ma stupendo discorso. Esso era un valente oratore: parlando di D. Bosco disse: - Egli prepara le feste a - ] i altri, ma chi le merita se non lui? - Egli attribuisce agli altri il merito di queste grandiose imprese, ma non è forse Lui che fa tutto? È largo di elogi agli altri, ma a Chi si debbono tributare se non a lui? Ed io son ben contento di poterlo ringraziare a nome di Torino, che egli benefica con tanta generosità.

                Concludeva dicendo! - Giovani, volete un giorno essere buoni cittadini? Obbedite a D. Bosco! - Inaugurata la lotteria D. Bosco diffondeva un nuovo invito a' suoi benefattori. [208]

 

                               Benemerito Signore,

 

                Per parte della Commissione della Lotteria fo rispettoso invito a V. S. benemerita onde voglia venire a vedere la pubblica esposizione degli oggetti, che durerà nella casa annessa all'Oratorio di San Francesco di Sales fino ai primi giorni di settembre.

                Nella medesima occasione Le partecipo che per dar principio alla sistemazione della contabilità relativa, e più ancora per far fronte ad alcuni urgenti bisogni dell'Opera degli Oratorii, farebbe un vero piacere, anzi vera carità, se si compiacesse di farmi pervenire al più presto possibile l'importo dei biglietti che Ella già potè esitate, con quel mezzo che Le parrà più facile e benevolo fosse anche con vaglia postale.

                Persuaso della esperimentata di Lei sollecitudine nel corrispondere a questo desiderio della Commissione, La ringrazio a nome della medesima ed ho intanto l'onore di protestarmi con perfetta stima.

                Della S. V. Illustrissima

 

Obbligatissimo servitore

Cav. OREGLIA di S. Stefano, Segretario.

 

                Proporzioni collossali aveva preso il lavoro per mandar lettere e biglietti di Lotteria ad ogni ceto di persone non solo in Torino, ma nelle provincie. Il Prefetto ed il Sindaco caldeggiavano l'opera.

                Il Sindaco di Torino mandava una lettera stampata nell'Oratorio ai sindaci di questa Provincia.

 

                               Ill.mo Signor Sindaco,

 

                Nella qualità di Presidente della Commissione stabilita per la Lotteria, di cui le unisco programma, mi fo animo di ricorrere a V. S. illustrissima per un'opera di pubblica beneficenza.

                A fine di ultimare questa Lotteria rimanendo ancora biglietti a smerciare, fu risoluto di raccomandarne N°……decine alla, S. V. Illustrissima e per mezzo di Lei ai Signori di questo Municipio. La Commissione si è a ciò deliberata, perchè l'opera cui si vuole beneficare è in particolar modo diretta a favorire i giovanetti dei paesi e delle città di provincia. Noi speriamo buon esito dalla nostra raccomandazione - qualora per altro Ella stimasse di rimandare una parte degli uniti biglietti si prega di volerne fare un piego segnato col bollo Municipale e col semplice indirizzo - All'Ill.mo signor Prefetto della Provincia di Torino. Lo stesso Ella può fare del provento dei biglietti, a meno che Le tornasse di maggior comodità il trasmetterlo a qualcuno [209] dei recapiti notati nel mentovato programma; o meglio ancora se Ella od altri di sua conoscenza volessero servirsi di tale occasione per venire a visitare la pubblica esposizione; sarebbero certamente i benvenuti e verrebbero accolti con vero piacere.

                La pubblica esposizione poi che si trova nella casa annessa all'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, non ebbe luogo nel tempo notato nel programma, ma potè soltanto cominciare col 3 corrente luglio e durerà due mesi. Per norma della Commissione e pel bene della Lotteria le aggiungo la preghiera, di voler rinviare quei biglietti che non intendesse ritenere entro quindici giorni dalla ricevuta del piego.

                Piena di fiducia nella bontà di Lei, la Commissione le anticipa i dovuti ringraziamenti, intanto che con, gratitudine ho l'onore di professarmi

                Di V. S. Illustrissima

 

Obbl.mo servitore

March. EMANUELE DI RORÀ .

                Torino, luglio 1862.

 

                Una simile lettera era eziandio fatta spedire da quel nobile signore ai Prefetti delle Provincie degli antichi Stati.

 

                               Illustrissimo Signor Prefetto,

 

                E Governo di S. M. avendo autorizzato testè una Lotteria per un'opera di pubblica beneficenza, di cui Le unisco programma, venne questa affidata ad una apposita Commissione presieduta dal Sindaco di questa Capitale. Animato dalla cortese cooperazione del Governo e segnatamente dal signor Prefetto di Torino, che si assunse l'incarico di recapitare alquante decine di biglietti ai Sindaci della Provincia per parte della Commissione stessa, mi fo pure animo di pregarla di consimile favore pei Sindaci del suo Circondario, affinchè possano godere il beneficio della franchigia postale.

                Tanto io spero dalla di Lei gentilezza, per cui Le acchiudo copia della lettera diretta ai Signori Sindaci. Qualora per altro Ella stimasse di rimandare qualche pacco degli uniti biglietti, Le si farebbe rispettosa preghiera di volerlo indirizzare al signor Prefetto della Provincia di Torino. A nome di tutta la Commissione La ringrazio ce. ecc.

 

                Il Conte Radicati primo consigliere di Prefettura, grande amico di D. Bosco, lo aiutava colla sua influenza e con tutte le sue forze. Aveva messo in Prefettura un impiegato a posta per sbrigare le cose della Lotteria. [210] Anche ai Ministri di Stato il Marchese Rorà scrisse chiedendo che prendessero parte alla Lotteria.

 

A Sua Eccellenza il Ministro de'Lavori Pubblici.

 

Torino, I agosto 1862.

 

                               Eccellenza,

 

                La parte che la S. V. suole prendere nelle opere di pubblica beneficenza, specialmente quando tendono a sollevare la classe più bisognosa del popolo, mi danno animo a fare eziandio ricorso per invitarla a dar mano a compierne una che, come può vedere dall'unito programma, ha il nobile scopo di togliere dalla via del disordine i più pericolanti giovanetti di codesta nostra Capitale per avviarli al lavoro ed alla moralità.

                So che codesto Ministero venne più volte in aiuto di quest'opera, che favorì ogni qual volta si porgeva opportuna occasione; perciò in qualità di presidente ed a nome della Commissione fo umile ma caldo invito alla E. V. di voler largire qualche dipinto o qualsiasi altro dono, che nella conosciuta di Lei filantropia sembrasse beneviso.

                La Casa Reale, S. A. R. il Principe Eugenio e il Principe. Tommaso vi hanno già preso parte generosamente. Nella fiducia che Ella sia pure per annuire a questo invito, Le mando biglietti N. 300 facendole preghiera di volerli ritenere distribuendoli alle varie divisioni di codesto Ministero.

                Pieno di speranza e colla più sentita gratitudine reputo alto onore di potermi professare colla più perfetta stima e rispetto

                Di V. Eccellenza

 

Obb.mo servitore

RORÀ .

 

                Il Ministero dei Lavori Pubblici acquista N. 100 biglietti della lotteria di cui è cenno nella presente e ne restituisce dugento corrispondendo l'importo di quelli acquistati in lire cinquanta, delle quali ne richiede ricevuta.

                Il 18 settembre 1862.

 

D'ordine PAUTRIER.

 

                Anche altri Ministri rispondevano alle lettere del Sindaco. [211]

 

                REGNO D'ITALIA

                MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE.

                Divis. 1°, Sez. Ia, N° di Posiz. 2. N° del Protoc. Gen. 20540

                               N° di Partenza 3691.

 

Torino, addì II agosto 1862.

 

                Dispiace molto al Sottoscritto che lo stato in che si trova il Bilancio di questo Ministero renda impossibile di fare quanto si vorrebbe, specialmente in servigio di cotesta veramente santa e civile istituzione. Il sottoscritto non può se non ritenere 20 de' biglietti che la S. V. gli mandò e che saranno pagati fra breve al Cassiere dell'Oratorio. Gli altri 130 si restituiscono. Con ciò lo scrivente dichiara alla S. V. la sua singolare considerazione

 

per il Ministro

BRIOSCHI.

 

                MINISTERO DELLA MARINA

                Gabinetto del Ministro

                               N.° 2131.

 

Torino, addì 12 Agosto 1862.

 

                Dei 150 biglietti per la lotteria di cui tratta il foglio di V. S. Ill.ma il corrente, per ragione di economia, questo Ministero non può ritenerne che il solo numero di venti.

                E mentre di questi le spedisce unitamente al presente lo importo in L. 10, le ritorna altresì i rimanenti 30 biglietti.

 

Per il Ministro

Il FF. di Segretario Gen.le MONTANO.

 

                REGNO D'ITALIA

                MINISTERO DELL'INTERNO

Torino, addì 21 agosto 1862

                Segretario Generate

 

                Div. 3a, Sez. Ia, N° 15 - 13469] Il sottoscritto nel partecipare alla S. V. che il Ministero ritiene i 600 biglietti della Lotteria per l'Oratorio di S. Francesco di Sales, le fa pure conoscere che furono date le opportune disposizioni perchè ne sia pagato il prezzo di L. 300 con mandato intestato alla S. V. e riscuotibile fra 10 o 12 giorni alla Tesoreria centrale.

 

Pel Ministro

CAPRIOLO [212]

                MINISTERO DELLE FINANZE

                Segretariato Generale                                      Torino, 11 agosto 1862] 3a Div. - Gabinetto e servizio interno

                               N° 22525 - 3893.

 

                Quantunque il sottoscritto desideri il migliore risultato dall'opera di beneficenza a favore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino, che V.S. Ill.ma ha preso a dirigere, pure per le ben note circostanze in cui versa il pubblico erario, è dispiacente non potervi contribuire che in misura assai limitata, mancando fondi all'uopo disponibili. Per conto del Ministero trattengonsi pertanto 100 dei biglietti trasmessi il prezzo dei quali sarà pagato con mandato su questa Tesoreria a favore del cassiere dell'Opera pia suddetta; e nel restituire a V. S. Ill.ma gli altri 200 biglietti, lo scrivente le dichiara altresì che il Ministero delle Finanze, non avendo oggetti da poter offrire per la Lotteria a pro dell'Oratorio summentovato, è nell'impossibilità di concorrere anche in questa maniera allo scopo dal signor Sindaco ideato.

Il Ministro

A. SELLA.

 

                Il Marchese di Rorà aveva scritto ai Ministri come la Casa reale avesse preso parte alla Lotteria dell'Oratorio. Infatti D. Bosco faceva istanza presso i Principi ed otteneva il suo intento. Riferiamo le risposte, ma sono perdute alcune lettere.

 

                CASA DI S. A. R.

                IL PRINC. TOMMASO DI SAVOIA                                                            Torino, addì 25 Giugno 1862

                DUCA DI GENOVA

                                N° 91

 

                               Molto Rev.do Signore,

 

                Concorrendo la Casa di S. A. R. il Principe Tommaso di Savoia Duca di Genova alla Lotteria di beneficenza che la S. V. Molto Rev. apre a favore dell'utilissimo Instituto da Lei fondato, Le trasmetto gl'infrassegnati oggetti per premi e nello stesso tempo La prevengo che si prenderanno trecento biglietti.

                Oggetti per premi: I° Canestro vimini. - 2° Un paio vasi di cristallo. - 3° Un calamaio. - 4° Una statuetta rappresentante S. Vincenzo de' Paoli. - 5° Un servizio tête - à - tête in porcellana. - 6° Un [213] boite a timbre uso Corame. - 7° Un Caché pot monté bronzé et doré.

                Gradisca l'espressione della mia più distinta stima e considerazione.

L'intendente Generale

RANDONE.

 

AL PRINCIPE EUGENIO.

 

                               Altezza,

 

                La Lotteria che Vostra Altezza nella sua grande munificenza favorì di tanti preziosi doni, si trova al suo termine col più soddisfacente risultato. Ma ci rimane ancora una notevole quantità di biglietti a smerciare.

                Lo mi fo animo di raccomandarne un pacco di sessanta decine alla tante volte esperimentata carità di V. A. con preghiera di volerli ritenere a favore di questi poveri giovanetti, che Ella ha già in tante guise beneficati, assicurandola che non saremo già per dimenticare i benefizii ricevuti; ed ogni giorno invocheremo sopra di Lei copiose benedizioni dal cielo.

                Permetta in fine che io abbia l'alto onore di potermi professare con pienezza di riconoscenza,

                Di Vostra Altezza,

                Torino, 20 agosto 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                Al Cav. CAMPORA intendente della Casa di Sua A. R. il Principe Eugenio.

 

                La bontà con cui ha favorita la nostra Lotteria, mercè i preziosi doni che S. A. a di Lei intercessione ci inviava, lui fa animo a raccomandarmi per la continuazione de' suoi buoni uffizi presso Sua Altezza medesima, affinchè si degni di accogliere i biglietti uniti.

                I Reali Principi ne mandarono a prendere cento decine, io ne acchiudo qui sessanta. Chi sa che una buona ispirazione di Sua Altezza congiunta ad una buona parola di V. S. Ill.ma non faccia che siano ritenuti?

                Con questa fiducia auguro ogni bene dal cielo a Lei ed a Sua Altezza, mentre con pienezza di stima e di gratitudine mi professo,

                Di V. S. Benemerita,

                Torino, 21 agosto 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI. [214]

                CASA DI S. A. R.

                IL                                                                          Torino, il 29 agosto 1862.

                PRINCIPE DI CARIGNANO.

 

                               Ill.mo e M. Rev.do Signore,

 

                S. A. R. avendo stabilito di prendere N.° 12 decine dei biglietti della lotteria da lei diretta, qui unito ritorno a V. S. Ill.ma il pacco contenente le sessanta da Lei trasmessemi, pregandola di rimettere al latore del presente dette 12 decine, coi biglietti gratis in aggiunta, secondo il programma, contro pagamento del loro importo in lire 72, come ne tiene l'ordine.

                Ho l'onore di raffermarmi con distinta stima

Suo Dev.mo Servitore

CARLO CAMPORA.

 

                La famiglia regnante era in festa per essere stato conchiuso il trattato di nozze tra la principessa Maria Pia di Savoia col Re di Portogallo D. Luigi I. D. Bosco mandava i biglietti della sua lotteria alla nuova Regina.

 

ALLA PRINCIPESSA PIA.

 

                               Altezza Reale,

 

                Nella comune esultanza per le feste nuziali che meritamente si stanno preparando a V. A. R. mi fo animo di raccomandarle un'opera di beneficenza sostenuta dalla carità dell'Augusto di Lei genitore, della sempre compianta di Lei genitrice e dalla munificenza di Vostra Altezza medesima.

                Sono sessanta decine di biglietti che umilmente raccomando alla esperimentata di Lei carità, facendole umile preghiera di volerle ritenere a favore di questi poveri giovani, che oltre la più sentita gratitudine, invocheranno ogni giorno sopra di Lei e sopra l'Augusto di Lei sposo, copiose benedizioni dal cielo.

                Dio La benedica e La colmi di sue grazie e permetta che anche a nome dei giovani già più volte beneficati abbia l'alto onore di potermi professare colla massima venerazione,

                Di V. A. R.

                Torino, 21 agosto 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI. [215]

 

A S. E. LA CONTESSA VILLAMARINA.

 

                               Eccellenza.

 

                La bontà con cui V. E. promosse più volte il bene di questi nostri poveri giovani, mi fa sperate la continuazione dei suoi favori anche nel presente bisogno.

                La prego pertanto di voler dire una parola in nostro favore a S. A. R. la Principessa Pia, affinchè si degni di accogliere i biglietti di Lotteria ivi acchiusi.

                I Reali Principi ne mandarono a prendere cento decine; qui io ne ho acchiuso sessanta, che raccomando all'efficace di Lei protezione e alla carità della Reale Principessa.

                Pieno di fiducia di essere favorito, prego Iddio che conceda sanità e grazia a Lei e a tutta la rispettabile di Lei famiglia, mentre La prego di permettermi l'onore di professarmi di V. E.

                Torino 21 agosto 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

Torino, 15 settembre 1862.

 

                               Ill.mo Signor Cav. Oreglia,

 

                La persona da me incaricata di rimettere a V. S. Ill.ma il pacco contenente i biglietti della Lotteria a favore degli Oratorii, inviatimi in data 20 agosto, è il segretario privato di S. R. A. come si disse; e questo venne eseguito di mio ordine per non avere la prefata A. S. fondi a ciò destinati come già le fecero conoscere.

                Egli potrà, Sig. Cavaliere, se così crede, rivolgersi al Ministero della R. Casa dove potranno essere accettati in nome della prefata A. R.

                La Dama Governatrice delle Reali Principesse

 

Contessa CAROLINA di VILLAMARINA.

 

                Anche al Re Vittorio Emanuele D. Bosco aveva rivolta la sua domanda e il Sovrano lo accontentava.

 

GABINETTO PARTICOLARE DI SUA MAESTÀ.

 

Torino, 15 Ottobre 1862.

 

                               Molto Rev.do Signore,

 

                Ho avuto l'onore di rassegnare a S. M. il desiderio da V. S. Molto Rev.da espresso perchè accettasse i mille biglietti trasmessimi della [216] Lotteria di oggetti, che venne aperta a benefizio degli Oratorii maschili di questa città, de' quali Ella è alla direzione; e godo nel significarle essersi la Maestà del Re degnata di aderirvi.

                In adempimento di tale generosa determinazione del munifico nostro Sovrano, mi faccio gradita, premura di notificarle aver già dati gli ordini opportuni per la spedizione del mandato per Lire 500, importo dei suindicati mille biglietti, che potrà quando che sia ritirare dalla tesoreria della Real Casa.

                Le offro intanto, Molto Rev.do Signore, gli atti della mia ben distinta stima.

 

Il Ministro della Real Casa

NIGRA.

 

 


CAPO XXII. D. Bosco annunzia un funerale pel mese di luglio - Sogno: il cavallo rosso - Rivoluzione: sventare le sue furie coll'ispirare ai popoli stima ed amore al Papa - Come giudicare se un libro sia buono o cattivo - Non può scrivere di D. Bosco chi non ha studiato il suo affetto pel Papa prudenza di D. Bosco nel parlare di politica ecclesiastica.

 

                LE cronache del mese di luglio notano nuove meraviglie di D. Bosco.

                D. Ruffino scrisse. “I luglio 1862. - D. Bosco disse a pochi che gli stavano attorno dopo pranzo: - In questo mese ci toccherà fare un funerale. - Altre volte ripetè la stessa cosa, ma sempre a pochi”.

                Queste confidenze accendevano nei chierici una grande curiosità, sicchè nelle ore di ricreazione, permettendolo i loro doveri, si stringevano intorno a D. Bosco ripromettendosi di udire qualche novità, e una di queste fu come, più tardi compresero, il disegno di fondare istituti anche per le fanciulle. Infatti così ebbero a scrivere D. Bonetti e Chiala Cesare. Il 6 di luglio D. Bosco raccontò ad alcuni il seguente sogno fatto da lui nella notte dal 5 al 6 luglio. Erano presenti Francesia, Savio, Rua, Cerruti, Fusero, Bonetti, Cav. Oreglia, Anfossi, Durando, Provera e qualche altro.

 

                Stanotte ho fatto un sogno singolare. Sognai di trovarmi insieme colla Marchesa di Barolo e passeggiavamo su di una piazzetta che metteva in una grande pianura. Io vedeva i giovani dell'Oratorio a correre [218], a saltare, a ricrearsi allegramente. Io voleva dare la destra alla Marchesa, ma ella mi disse: - No; resti dov'è.

                Quindi si mise a discorrere dei miei giovani e mi diceva: - Va tanto bene che ella si occupi dei giovani, ma lasci a me soltanto la cura di occuparmi delle figlie; così andremo d'accordo. -

                 - Io le risposi: - Ma, mi dica un poco; nostro Signore Gesù Cristo è venuto al mondo solo per redimere i giovanetti o non anche le ragazze ?

                 - Lo so, ella mi rispondeva, che N. S. ha redenti tutti, ragazzi e ragazze.

                 - Ebbene; io debbo procurare che il suo sangue non sia sparso inutilmente, tanto pei giovani, quanto per le fanciulle.

                Mentre tenevamo questi discorsi ecco fra i miei giovani, che stavano sulla piazzetta, farsi un cupo silenzio. Tutti lasciano i loro trastulli e si mettono a fuggire, chi da una parte, chi dall'altra, pieni di spavento.

                Io e la Marchesa arrestammo il passo e rimanemmo per un istante immobili. Cerco il motivo di quel terrore e quindi vo innanzi colla Marchesa. Alzo alquanto gli occhi ed ecco là in fondo nella pianura scorgo discendere a terra un cavallo grosso... ma così grosso!!.... Rimasi col sangue agghiacciato per la paura.

                 - Era grosso come questa stanza? esclamò D. Francesia?

                 - Ohi assai più, rispose D. Bosco. Sarà stato alto e grosso tre, o quattro volte di più del palazzo Madama. Insomma era una cosa straordinaria. Mentre io voleva fuggire, temendo che seguisse qualche catastrofe, la Marchesa di Barolo svenne e cadde per terra. Io quasi non poteva reggermi in piedi, tanto mi tremavano le ginocchia. Corsi a nascondermi dietro ad un casolare, che era non molto distante, ma di là mi scacciarono, gridando: - Vada, vada! Non venga qui! - Intanto io diceva fra me: - Chi sa che diavolo sia questo cavallo! Non voglio più fuggire, voglio farmi avanti ed osservarlo più da vicino, benchè tutto tremante, mi feci coraggio, ritornai indietro e mi avanzai.

                Uh! che orrore! Con quelle orecchie ritte, con quel musaccio! Ora pareami che avesse tante gente addosso, ora che avesse le ali, cosicchè io esclamai: - Ma questo è un demonio!

                Mentre lo contemplavo siccome ero accompagnato da altri, chiesi ad uno: - Che cosa è questo cavallaccio?

                Mi fu risposto . - Questo è il cavallo rosso equus ruffis dell'Apocalisse.

                Dopo mi svegliai e mi trovai sul letto tutto spaventato, e tutta questa mattina, dicendo messa, nel confessionale, aveva sempre davanti quella figuraccia. Adesso voglio che alcuno cerchi se questo equus rufus è veramente nominato nelle S. Scritture, e quale ne sia il significato. [219] E lasciò a Don Durando che cercasse di risolvere il problema. D. Rua osservò che veramente nell'Apocalisse al capo VI versicolo IV si parla del cavallo Rufo, simbolo della persecuzione sanguinosa contro la Chiesa come spiega nelle note alla Sacra Scrittura Mons. Martini. Così sta scritto: Et cum aperuisset sigillum secundum, audivi secundum animal, dicens: Veni et vide. Et exivit alius equus rufus: et qui sedebat super illum datum est ei ut sumeret pacem de terra, et ut invicem se interficiant et datus est ei gladius magnus.

                Nel sogno di D. Bosco pare che il cavallo rosso rappresentasse la democrazia settaria, che, sbuffando per furore contro la Chiesa, si avanzava in danno dell'ordine sociale, senza arrestarsi di un passo; s'imponeva ai Governi, alle scuole, ai municipii, ai tribunali, e anelava a compiere l'opera devastatrice incominciata dalle sue complici autorità costituite, a danno d'ogni società religiosa, di ogni pio istituto, e del diritto comune di proprietà. D. Bosco diceva: - Bisognerebbe che tutti i buoni e anche noi, nel nostro piccolo, , con zelo e coraggio, procurassimo di torre un freno a questa bestia, che irrompe nei campi senza cavezza.

                E in che modo? Mettendo in guardia i popoli coll'esercizio della carità e colle buone stampe, contro le false dottrine di tale mostro, volgendo le loro menti e i loro cuori alla cattedra di Pietro. Qui è il fondamento inconcusso di ogni autorità che viene da Dio, la chiave maestra che lega ogni ordine sociale, il codice immutabile dei doveri e dei diritti degli uomini, la luce divina che sfolgora gli errori delle malnate passioni; qui il fedele custode e tutore possente della morale evangelica e della naturale, qui la conferma della sanzione immutabile di premii eterni per chi osserva la legge del Signore e di pene egualmente eterne per i trasgressori. Ma Chiesa, Cattedra di S. Pietro e Papa sono la stessa cosa. Quindi per rendere accette tali verità, D. Bosco voleva che si facesse ogni sforzo, per sfatare le calunnie contro il Papa, si recassero le [220] prove degli immensi beneficii da lui recati alla vita sociale, e si cercasse di accendere in tutti riconoscenza, fedeltà e amore verso di lui.

                Così faceva D. Bosco che nell'amore al Sommo Pontefice, nei fatti e nelle parole, si mostrava veramente grande. Egli diceva che avrebbe baciato una per una le pagine della storia ecclesiastica del Salzano, appunto perchè questo storico italiano si mostrava in essa amante del Papa. Parlando ai chierici dei libri sospetti, dava loro fra le altre questa norma per giudicare se un libro fosse buono o cattivo: - Quando vedete che un autore scrive poco bene del Papa, sappiate che il suo non è un libro da leggersi. “Quando parla ai giovani dei Papi, scrisse D. Bonetti in questo stesso anno 1862, più non la finirebbe; ha sempre da dire cose in loro lode, e le dice così belle e così attraenti che infiamma tutti quelli che lo ascoltano. In due argomenti specialmente egli si mostra ammirabile nel parlare: quando ragiona della virtù della modestia, e dei Papi. Allora ognuno rimane estatico, compreso di meraviglia. Di ciò potrà di leggieri convincersi chiunque leggerà le sue opere e specialmente le vite dei Sommi Pontefici, alle quali tutte noi rimandiamo colui, che dalla Divina Provvidenza sarà destinato a scrivere la biografia di questo suo servo fedele”.

                Regolavasi però con certo riserbo nel parlare con persone ostili al Papato, perchè ubi non est auditus, nec effundas sermonem, ed anche perchè ragionevolmente temeva che taluni fossero mandati ad interrogarlo ut caperent eum in sermone.

                Frattanto il grido: - Vogliamo Roma; o Roma o morte udivasi ruggire da ogni parte d'Italia. Era quasi impossibile poter schivare questioni sul potere temporale del Papa. “Quindi noi, chierici e i preti, si legge nella Cronaca di D. Bonetti, il 7 luglio alla sera dopo cena trovandoci con D. Bosco, cercammo di farlo entrare in ragionamento, affine di imparare il modo col quale dobbiamo regolarci, parlando in questi [221] tempi così calamitosi; e senza che egli se ne accorgesse venimmo a trargli di bocca quanto segue: - Quest'oggi mi sono trovato in una casa dove ero circondato da una schiera di democratici e alcuni di questi Passagliani in sottana. Dopo aver parlato di diverse cose indifferenti, il discorso cadde sulle cose politiche del giorno. Quei liberaloni volevano sapere che cosa pensasse D. Bosco dell'andata dei Piemontesi a Roma e di ciò lo interrogavano apertamente. D. Bosco, vedendo che il mettersi a discorrere di tali cose e con gente tale era lo stesso che sfiatarsi senza trarne nessun vantaggio, rispose recisamente: - Io loro dirò subito quel che penso: io sono col Papa, son Cattolico, obbedisco al Papa ciecamente. Se il Papa dicesse ai Piemontesi: - Venite a Roma! - Io pure direi: - Andate! - Se il Papa dice che l'andata dei Piemontesi a Roma è, un latrocinio, allora io pure dico lo stesso.

                - Ma, si posero a gridare, sit rationabile obsequium vestrum !

                - Si; sia pure ragionevole il vostro ossequio, ma nel modo che dice S. Paolo; cioè, sia razionale il culto che prestate a Dio, il quale consiste nello spirito dei riti e nella santità della vita. Sia razionale nel modo, per es., col quale dobbiamo dire le nostre orazioni mattina e sera, nel modo che dobbiamo tenere nel fare un po' di meditazione ogni giorno; nell'ascoltare o celebrare la messa; in queste ed altre simili cose sit rationabile obsequium vestrum; ma in cose che riguardano un dogma di fede, o un precetto di morale, allora se vogliamo essere Cattolici, dobbiamo pensare a credere come pensa e crede il Papa.

                - Ma dica almeno quello che pensa sulla possibilità di questa andata.

                - Ecco quello che io penso e quel che loro dico: è un sogno che i Piemontesi vadano a Roma; è un sogno che i Piemontesi qualora andassero vi possano rimanere; e infine dico che alcune volte anche sognando uno può rompersi la testa. –  [222]

                Tutti diedero in uno scroscio di risa e si mostrarono soddisfatti. - Questo è il modo di riportar vittoria senza entrare nelle questioni, dalle quali uno che sia contrario ai vostri principii, non esce se non colla testa scaldata e coll'animo ieppiù ostinato!

                Un'altra volta vi fu chi voleva discorrere meco sul potere temporale del Papa. Era uomo governativo, ma di poco comprendonio. Io subito gli domandai: - Vuole che trattiamo la questione in senso storico, o in senso teologico, o in senso filosofico, o in senso oratorio?

                L'altro rispose: - Non capisco che cosa voglia dire con queste parole. -

                Veda, replicai io, tale questione può essere trattata  secondo la storia, o secondo la teologia, o secondo la filosofia, o secondo l'arte oratoria.

                Il mio oppositore soggiunse: - Ma io non ho mai studiate tali cose!

                Allora io gli dissi: - Ebbene; procuri di istruirsi su tale questione e poi venga e parleremo: ma metterci a discorrere su due piedi di una cosa, di cui non abbiamo cognizione, è un volersi porre nel pericolo di dire errori uno più grosso dell'altro. Se bramasse studiare una tale questione io potrei indicarle gli autori che ne parlano. - E così quel signore si tacque”.

 

 


CAPO XXIII. Tranquillità allegra di D. Bosco nel patire - D. Bosco va a S. Ignazio sopra Lanzo - Annunzia in modo inesplicabile la morte del giovane Casalegno a Chieri - Vede da que' monti tre alunni in Torino che vanno a nuotare - Sua lettera ai giovani dell'Oratorio: narra il suo viaggio a S. Ignazio svela ciò che accade nell'Ospizio - Altra sua lettera - Sua nota segreta di alcuni nomi non palesati nella lettera - Suo ritorno nell'Oratorio - Dà ai giovani spiegazione di ciò che ha visto e scritto da Lanzo: le sferzate sulle spalle di quelli che nuotavano - Prove di questi colpi di titano invisibile - D. Bosco predicando narra la conversione di una traviata moribonda - Buona e commovente morte di un giovanetto guasto da un compagno - Parlata di D. Bosco sul finire dell'anno scolastico: dare buon esempio in famiglia - Il tenor di vita da praticarsi nelle vacanze.

 

                DON Bosco, mentre in questi giorni appariva così spiritoso e disinvolto, pure si trovava assai incomodato, di sanità. “La sua pazienza, scrisse D. Bonetti, è veramente da santo. Basta vedere lui in tale stato conservare una faccia ognora allegra, per sentirei spinti ad abbracciare anche noi con pace i più gravi patimenti. È in questa circostanza che pregato da qualche giovane, affinchè supplicasse il Signore a liberarlo da quelli incomodi, ripetè: Se sapessi che una sola giaculatoria bastasse per farmi guarire, non la direi. - [224]

                Non ostante questo malessere, continua a scrivere D. Bonetti, il 15 luglio D. Bosco partì per S. Ignazio sovra Lanzo, ove starà pel tempo degli esercizi. Quivi succedettero diverse cose degne di memoria. Già fin dal principio di luglio, D. Bosco aveva detto che in questo mese un giovane della casa doveva partire per l'eternità. Ora Casalegno Bernardo di Chieri moriva mentre D. Bosco si trovava a S. Ignazio, il venerdì 18 luglio, in sua patria e moriva della morte del giusto: contava soli 18 anni. D. Bosco disse il venerdì stesso ai giovani della casa con lui a S. Ignazio, che egli si era trovato al letto di Casalegno Bernardo, e lo aveva assistito negli ultimi momenti. Noi a Torino ancora sapevamo nulla, ed egli già scriveva al sig. D. Alasonatti la morte di Casalegno, ordinando preghiere. Quando poi giunse a casa, (D. Bonetti) interrogai quelli che erano con lui agli esercizii e dopo varie interrogazioni potemmo conoscere aver D. Bosco annunziata quella morte dopo breve ora che di fatto era accaduta: la quale cosa era impossibile sapersi umanamente, stante la lontananza dei luoghi di oltre 21 miglia.

                Non è da maravigliare che Iddio abbia voluto rinnovare in questa circostanza, quello che già fece con molti altri santi; e ciò tanto più facilmente credo, sapendo quanto fosse vivo il desiderio di quel bravo giovane di vedere ancora una volta D. Bosco prima di morire e di averlo al fianco nell'ora della sua morte; e quanto fosse l'amore di D. Bosco per lui”.

                Noi aggiungiamo che il padre stesso, Cav. Geom. Giuseppe Casalegno, confermò al Sac. Bartolomeo Gaido, come D. Bosco, trovandosi lontano, annunziasse pubblicamente la morte del figlio nel momento stesso che spirava.

                “Non meno meraviglioso è il fatto seguente. Alcuni giovani artigiani della casa Davit, Tinelli e Panico, sapendo che D. Bosco non era nell'Oratorio e sperando perciò di farla più facilmente franca, mancarono nella Domenica 20 luglio dalle sacre funzioni della sera, ed usciti di soppiatto [225] dall'Istituto andarono a nuotare nelle acque del canale presso la Dora.

                Malgrado la vigilanza di D. Alasonatti e degli assistenti, nessuno, stante la moltitudine de' giovani interni ed esterni, se n'era accorto. Finì quel giorno e il giorno seguente e nell'Oratorio nulla sapeasi di questa solenne mancanza. I colpevoli stavansi tranquilli, ma furono delusi nella loro sperata impunità. Erano stati veduti ed osservati da D. Bosco, il quale nel lunedì 21, al mattino per tempo, spediva una bellissima lettera a tutti i giovani, nella quale, fra le altre cose, accennava a que' tre colpevoli senza farne il nome”.

                Ecco la lettera di D. Bosco:

 

                               Carissimi Figliuoli

 

                So che voi, figliuoli amatissimi, desiderate delle mie notizie, ed io stesso, avendo dovuto partire da casa senza potervi dare un comune addio, sento il bisogno di parlarvi con questa mia lettera. Io parlerò colla sincerità di padre che dice tutto il suo cuore ai teneri ed amati suoi figliuoli. C'è da ridere e c'è da piangere.

                La sera del 15 corrente luglio, poco bene in salute, recavami alla vettura per alla volta di S. Ignazio. Fino a Caselle ho potuto godere il sole, che mi dava bagni a vapore gratis essendo sull'imperiale, ovvero sulla parte superiore della vettura. Da Caselle poi a S. Maurizio ho avuto per mia compagnia un vento prima fresco, poscia freddo, poi burrascoso; poi tuoni, poi fulmini, quindi la pioggia. Da S. Maurizio a Ciriè la pioggia mista ad un po' di grandine fu soltanto per burla. Ma da Ciriè a Lanzo, che è lo spazio di cinque miglia, fu un dirotto piovere, un grandinare, un tuonare, un vento freddissimo, che impediva fino il respiro. I cavalli a stento traevano a lento passo la vettura. Io ero tutt'ora sull'imperiale ma tutt'altro che da imperatore. Con me erano parecchi altri. Tenevansi aperti due ombrelli (parapioggia), i quali paravano coloro che li aveano in mano; ma io, che ero nel mezzo del sedile, non avea altro benefizio se non quello di ricevere sopra le spalle lo scolo o meglio la scarica d'acqua da ambedue gli ombrelli, sicchè io giunsi a Lanzo gelato pel freddo senza un filo di abito asciutto.

                Voi, o cari giovani, avreste veduto D. Bosco discendere dalla vettura tutto inzuppato, simile a quei grossi sorci, (ratti) che spesso vi accade di osservare uscire dalla bealera dietro al cortile. Se ci fosse stato D. Francesia avrebbe avuto un bel tema per fare alcune rime sopra di lui bagnato. [226] Doveva giungere in Lanzo alle 7 e invece giunsi alle 8 e 314 pel che non potendo continuare il cammino per S. Ignazio, ho domandato se nell'ufficio della vettura fossevi un buco per cangiarmi gli abiti. Fummi risposto esservi la sola camera d'ufficio. Allora diedi ordine di portarmi il sacco in parrocchia e subito rivolsi il passo colà. Io giunsi ma il sacco non veniva: ma il parroco (V. Albert), tutto bontà e generosità, mi somministrò quanto occorreva e non avendo una talare a mio dosso, mi vestì di un fraccone alla canonica a segno che sembrava un Abate di professione. Messomi così all'asciutto, ristoratomi con una minestra me ne andai tosto a letto, di che sentivami grave bisogno. Fra il viaggio, la stanchezza, il mio tumore al naso, il mal di capo, non ho potuto dormire, sebbene avessi buon letto, buona camera e fossi ben coperto.

                Al mattino alle 7 mi levai e cercatomi un somarello, che tosto fu ai miei cenni, l'indirizzai al mio cammino a S. Ignazio, ove si giunse dopo tre miglia di salita per rapida montagna. Mercoledì, giovedì e venerdì fui molto male in salute; ma verso la sera di questo giorno il mio tumore cominciò a suporare e potei riposare un poco. Il sabato poi mi trovai molto meglio e la B. Vergine mi aiutò in modo, che la Domenica era ritornato il D. Bosco di una volta senza incomodi essenziali.

                Fino ad ora ho parlato di me; ora è bene che io parli di voi. Cominciamo da Casalegno Bernardo nostro amato compagno. Dopo molti incomodi, dopo aver ricevuto i SS. Sacramenti in modo veramente esemplare, senza lasciarsi fare paura dalla morte, pieno di confidenza nella protezione della B. Vergine Maria, egli cessava di vivere venerdì 18 corrente. Egli si preparava da molto tempo a questo passo e la serenità del suo volto, il sorriso fatto negli estremi, la sua vita, la sua preparazione al paradiso ci fanno fondatamente sperare che egli sia andato a trovare Savio Domenico in cielo. Il suo cadavere sabato era portato alla sepoltura; a Chieri si pregò per lui; ieri voi faceste altrettanto nell'Oratorio, ed io dal primo giorno di questo mese ho indirizzato tutto il bene che si faceva nella casa pel bisogno di questo nostro compagno, che il Signore voleva chiamare a sè. Requiescat in pace. Dio ci aiuti a fare anche noi una buona morte.

                Sono già andato più volte a visitare l'Oratorio ed ho trovato un poco di belle ed lui poco di male. Ho veduto quattro lupi che correvano qua e là in mezzo ai giovani, ed alcuni furono morsi dai loro denti. Forse questi lupi rapaci non si troveranno più tutti nell'Oratorio, ma se ci sono ancora voglio strappar loro di dosso la pelle d'agnello di cui si vogliono vestire.

                In un'altra visita ho veduti alcuni che al tempo della preghiera della sera, stavano chiacchierando sul terrazzo accanto al campanile. Altri su per la scala piccola della casa nuova. Provera ne snidò alcuni che erano al pian terreno, ma non vide quelli che erano nei piani superiori [227]. Ho pure veduti alcuni uscire al mattino di Domenica e perdere una parte delle funzioni religiose. Ma fui non poco sdegnato che taluni nel tempo delle funzioni della sera siano fuggiti per andare a nuotare! Poveri giovani! Quanto poco pensano all'anima loro!

                Ho pure veduti molti giovani, che aveano un serpente, il quale attorcigliandosi alla loro persona, lì andava a mordere nella gola. Alcuni di essi piangevano dicendo: - Inique egimus. - Altri ridevano, cantando: - Fecimus hoc: quid accidit nobis? - - Ma intanto gonfiando ad essi la gola loro mancava quasi il respiro. Quest'oggi poi vedo il demonio che fa molta strage coll'ozio.

                Coraggio, giovani miei, presto sarò con voi e mi unirò con D. Alasonatti e con tutti gli altri preti e chierici, e per sino colla barba del Cavaliere per cacciare i lupi, i serpenti e l'ozio dalla nostra casa. Vi dirò poi tutto.

                Vorrei ancora dirvi molte cose ma non ho più tempo. Ho ricevuto molte lettere dai giovani che mi hanno fatto molto piacere: mi rincresce di non poter rispondere a ciascuno. Li ringrazio tutti e se mi rimane un bricciolo di tempo farò loro l'analoga risposta. Venerdì mattina (25) coll'aiuto del Signore spero di essere di nuovo con voi. La grazia di nostro, Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e la SS, Vergine ci conservi suoi e sempre suoi. Amen.

                S. Ignazio presso Lanzo, 21 Luglio 1862.

 

Vostro aff.mo nel Signore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                NB. - D. Rua o D. Alasonatti la legga ai giovani dopo le orazioni.

 

                Unita a questa vi era una lettera pel Cavaliere Oreglia di S. Stefano.

 

                               Carissimo Signor Cavaliere,

 

                Ho ricevute le sue due lettere. Va bene. Cerchi danaro smerci biglietti, raccolga oggetti e questo va bene.

                Ella poi si faccia coraggio ed un grande coraggio. Rumores fuge, altrimenti ne rimane assordato.

                Intanto ella favorisca di dare delle mie notizie a Mad. Gastaldi, ed a Mad. Massarola, salutandole e ringraziandole da parte mia di quanto fanno per la Lotteria. Dica lo stesso al benemerito Sig. Grosso. Un vale a Boggero, a Bonetti, a Cuffia, ai due Perucatti, a Morando, a Bongiovanni Maggiore, a Pelazza, a D. Francesia i quali mi hanno scritto. [228] Dica a D. Alasonatti che prepari danaro ecc.

                La passeggiata a Morialdo forse non sarà opportuna.

                Se il Signore vorrà, venerdì sarò con lei all'Oratorio in buon essere di salute. Vale in Domino.

                Lanzo, 21 Luglio 1862.

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco GIOVANNI

 

                Alla sera di quel giorno D. Alasonatti lesse a tutta la comunità radunata la lettera di D. Bosco. Quelle manifestazioni riempirono ognuno di meraviglia, non sapendosi spiegare come avesse D. Bosco potuto conoscere da S. Ignazio tali cose. Benchè non avesse fatto il nome dei colpevoli, pure questi erano pieni di timore.

I loro nomi però erano stati da lui notati sopra un foglio e distinti in due categorie: Deceptores et illusi. Dal loro numero si capisce che un Superiore non deve mai lusingarsi colla persuasione, che in una comunità vi sia nulla di male; che anzi talora una calma apparente può essere indizio di una tempesta che sta preparandosi.

                Tutti intanto lo aspettavano ansiosamente per udirlo spiegare quanto era scritto nella sua lettera.

                Il venerdì 25 luglio, D. Bosco arrivò all'Oratorio. Dopo le orazioni della sera saliva sul pulpitino.

                “Interrogato da D. Rua, dice la Cronaca, e pregato a darci schiarimenti, disse schiettamente che da S. Ignazio aveva veduti quei tre giovani partirsene dall'Oratorio, mancare alle funzioni e andarsi a bagnare. Ma accorgendosi a tale confessione che noi rimanevamo compresi d'alta ammirazione, continuò sorridendo: - Forse qualcuno di voi domanderà, ma come ha fatto D. Bosco a sapere tali cose? - lo vi rispondo; io lo seppi per mezzo del mio telegrafo. Per mezzo del mio filo telegrafico io, comunque da lontano, stabilisco la mia comunicazione e veggo e conosco quanto può ridondare ad onore e gloria di Dio e alla salute delle anime. [229]

                Vi dico ora cose che non dovrei dirvi, ma credo bene il dirvele tuttavia, affinchè nessuno si creda di poterla fare franca quando io sono lontano dall'Oratorio: perchè egli s'inganna a partito se credesse di non essere veduto. Badate però che io non voglio già che vi asteniate dal male solo per paura di essere veduti e scoperti da D. Bosco, ma bensì perchè siete veduti da quel Dio che nel giorno del giudizio vi domanderà rigorosissimo conto.

                Adesso io avrei bisogno di poter parlare con ciascheduno di voi e dirgli tante cose, ma veggo che mi manca il tempo. Vi dirò in breve che io da S. Ignazio ho veduto qual sia il nemico principale di tutti e singoli i miei giovani. Procurerò di mano in mano, che avrò qualche ritaglio di tempo, di parlare con ciascuno in particolare e dargli quelle norme che gli saranno necessarie. Tanto è l'amore, o miei carissimi figliuoli, che io porto alle vostre anime, che non finirei di parlare e dirvi tante belle cose che potessero contribuire alla vostra salute.

                Il Signor Cavaliere Oreglia, volle ancor sapere da D. Bosco se per mezzo del suo filo telegrafico non avrebbe potuto da lontano, oltre il vedere, fare qualche altra cosa. Don Bosco ridendo, rispose: - Eh! avrei potuto dare qualche sferzata a quei tali, qualche colpo del filo elettrico sulle loro spalle. E questa sferzata, sia per mezzo del mio filo misterioso, sia con altro, se lo sentirono quei tre, i quali mentre si trovavano nell'acqua, provarono sulla loro pelle un colpo che li fece sbalzare: e tosto domandarono ad un soldato che con loro nuotava, che cosa fosse stato e perchè li avesse percossi.

                Mentre D. Bosco finiva di parlare, il giovane Tinelli si volse ad un suo amico che gli era vicino, e al quale aveva già detta in segreto quella sua scappata, ed esclamò sotto voce: - Adesso ho capito da chi mi vennero sulle spalle que' colpi così forti e dolorosi. Ed io mi bisticciai con un soldato, il quale si bagnava alquanto lontano, sospettando che fosse lui. Io (Bonetti), che gli era alle spalle, udite queste parole, lo [230] presi per mano e lo condussi a D. Alasonatti; Tinelli narrò schiettamente il fatto, e palesò il nome dei due camerata. Da tutti tre si ebbe la conferma del racconto di D. Bosco, poichè confessarono di aver rivevute quelle botte, di essere usciti subito dall'acqua senza vedere alcuno, e pieni di spavento, indossati gli abiti, essere ritornati nell'Oratorio.

                Iddio è meraviglioso nell'aiutare i suoi servi, specialmente quelli che sono tutto zelo per l'amor suo e per la salute delle anime.

                Tinelli dopo pochi giorni se ne andò via dall'Oratorio, mentre gli studenti subivano l'esame finale”.

                D. Bosco negli ultimi giorni dell'anno scolastico, continua la cronaca, soleva fare un triduo in chiesa, predicando per tre giorni consecutivi alla sera. Ciò serviva per mandare i giovani in vacanza giustificati e premuniti. In una di queste prediche, l'anno 1862, narrava il seguente fatto accadutogli in quella stessa settimana.

                Un dopo pranzo, mentre era ancora in ricreazione, entrò nell'Oratorio un uomo, che, avvicinandosi a lui, pregavalo di voler affrettarsi ad assistere una povera moribonda che era ormai agli estremi. D. Bosco fissò quell'uomo ed entrato in sospetto gli disse. - È quello un luogo dove possa andare un prete?

                 - Si tratta di una infelice, ma è sola in casa, rispose quell'uomo.

                D. Bosco andò, e appena entrato nella camera dell'inferma, la vide smunta quasi uno scheletro che alzando le braccia: Ah un prete! dunque il Signore mi usa ancora misericordia! Dunque potrò almeno salvare l'anima mia! - Faceva profonda compassione lo stato di quella poveretta, che contava soli diciotto anni.

                D. Bosco fatta ritirare una donna che assistevala e rianimate le speranze dell'inferma nella bontà infinità di Dio, la confessò. Costei coi sensi del più profondo dolore, usciva [231] poscia in gemiti e preghiere verso Dio. Di quando in quando però era presa come da un parossismo convulsivo e allora gli si drizzavano i capelli in capo e rompeva in grida e maledizioni contro coloro che l'avevano tradita. Imprecava specialmente alla donna che era rientrata dopo la confessione e che era stata strumento di sua rovina. - Sì, o scellerati, la vendetta di Dio deve cadere sopra di voi, i fulmini del cielo dovrebbero annientarvi... voi, voi, foste la causa di tutte le mie sventure.

                D. Bosco cercava di calmarla. - No, no, figliuola: non pensiamo a vendette; il passato non è più. Il Signore vi ha perdonato, perdonate anche voi.

                Quella poveretta ritornava in sè e gli rispondeva: - Ha ragione; ho perdonato e perdono di cuore.... Ma.... ricordo il giorno che sono fuggita dalla mia casa, ho abbandonato e disonorati i miei parenti. Appena fui qui, nei primi giorni voleva ritornare presso mia madre, piangeva, ma voi, rivolgendosi alla donna, me lo avete impedito, mi avete afferrata per un braccio per trattenermi. Ed ora è per causa vostra che provo tanti rimorsi…… -

                E così continuava a lamentarsi, ma D. Bosco colle sue parole riusciva a farla pensare solamente al Signore.

                Entrava in agonia, tutto era silenzio in quella camera: l'inferma affondata la testa nei guanciali stava immobile quasi senza respiro. A un tratto si alza a sedere sul letto, gira intorno gli occhi già quasi spenti, solleva in alto il crocifisso che teneva nella destra e grida: - Scandalosi! vi aspetto al tribunale di Dio! - Ricadde quindi sui guanciali. Era morta.

                Il modo col quale Don Bosco raccontò questo fatto fu cosi vibrato, che gli stessi preti rimasero esterrefatti.

                Un altro simile caso - D. Bosco aveva raccontato alcun tempo prima. Egli era stato chiamato in premura a confessare un giovanetto sui sedici anni, che aveva frequentato l'Oratorio festivo, il quale si trovava agli estremi, consunto [232] dall'etisia. Abitava in una casa vicina a S. Rocco. D. Bosco andò. Quel poveretto lo accolse con molte feste, si confessò e quindi entrarono nella camera suo padre e sua madre, ponendosi ai lati del letticciuolo. D. Bosco rimase vicino al capezzale. Sul viso del morente era comparsa un'espressione di profonda melanconia e a un tratto si rivolse alla madre e le disse: - Vi prego di invitare quel giovane, stato mio amico, che abita il piano inferiore di questa casa, a venirmi a fare una visita sul momento.

                 - Ma perchè desideri vederlo? gli disse la madre.

                 - Lo so io il perchè! Debbo dirgli una parola.

                Sembrando a D. Bosco che tale visita ripugnasse ai genitori - Non agitarti così, gli soggiunse; che bisogno c'è di farlo chiamare ?

                 - Voglio salutarlo per l'ultima volta.

                Questi non tardò a giungere; gettato uno sguardo quasi di terrore sull'infermo, si avvicinò ai piedi del letto. Il morente si sforzò di alzarsi a sedere e i parenti lo aiutarono mettendogli un altro cuscino sotto le spalle. Allora egli fissò uno sguardo di angoscia inesprimibile sul compagno, tese la mano destra verso di lui, appuntandogli il dito indice e con voce stentata: - Tu!.. gli disse, e riprese un po' di fiato, dopo un violento assalto di tosse.... tu, proseguì, sei quello che mi hai assassinato….. Maledetto sia il momento nel quale io t'incontrai per la prima volta.... È colpa tua se ora io muoio così giovane!.... Tu mi hai insegnato ciò che non sapeva.... Tu mi hai tradito... Tu mi hai fatta perdere la grazia di Dio... Sono i tuoi discorsi, sono i tuoi cattivi esempi, che mi hanno spinto al male e che ora riempiono di amarezza l'anima mia.

                Oh! avessi seguito il consiglio, il comando di chi mi aveva esortato a fuggirti ….. - .

                Tutti piangevano a queste parole.

                Il tristo compagno tremante, più pallido del morente sentendosi venir meno, sostenevasi al ferro della sponda del letto. [233] Basta, basta, calmati! disse D. Bosco all'infermo. E adesso perchè vuoi angustiarti così? Ciò che è stato è stato, ora non è più... Non pensarci.... Tu hai fatta bene la tua confessione ed hai più nulla a temere…..Tutto è scancellato e dimenticato.

                Dio è tanto buono!……

                Sì, è vero! Ma intanto se non fosse per lui, io sarei ancora innocente io sarei felice non mi troverei ridotto a questo punto.

                 - Là.... perdonagli! soggiunse D. Bosco; il Signore ha già perdonato a te! Il tuo perdono otterrà anche a lui misericordia.

                 - Sì, sì gli perdono! esclamò quel poveretto. E coprendosi colle mani il volto, ruppe in pianto e ricadde sul guanciale.

                Nessuno poteva più reggere a questa scena straziante. Don Bosco fece segno ai parenti che conducessero via quel compagno, il quale singhiozzava senza poter pronunciare una parola. Non reggendosi sulle gambe fu d'uopo sostenerlo. Intanto D. Bosco con alcune di quelle parole che sapeva dir lui, ricondusse piena calma nel povero cuore di quel tradito e lo assistè fino all'estremo momento.

                Uno degli ultimi discorsi di D. Bosco, prima che i giovani andassero alle case loro, fu il 27 luglio. Raccomandò il buon esempio. - Date buon esempio, quando sarete alle vostre case; fate vedere che avete la fede; ora che siamo in tempo di libertà, usate della libertà col fare del bene, col professarvi veri cristiani, e coll'obbedienza esatta alle leggi di Dio e delle Chiesa. Vi voglio raccontare l'effetto del buon esempio di un nostro studente, ancora assai giovane. Avendo costui terminato l'anno scolastico, si recò a casa nel tempo delle vacanze. Il primo giorno del suo arrivo, andato a mensa coi suoi genitori, prima di sedersi fece il segno della santa croce. I parenti suoi nel vedere quell'atto religioso del loro piccolo figliuolo, rimasero stupiti e dissero fra loro: - Ecco il figlio nostro che ci dà buon esempio; ciò che dovremmo fare noi per [234] i primi, lo fa lui stesso e c'insegna. - E da quel giorno quei genitori presero la santa abitudine di fare anch'essi il segno della santa croce ogni qual volta sedevano a mensa. Chiuso l'anno scolastico colla distribuzione de' premi, ogni alunno ebbe da D. Bosco il seguente ricordo:

 

                                Tenor di vita nelle vacanze.

 

                1° Ogni giorno. Servire la S. Messa se si può; meditazione ed un po' di lettura spirituale; fuga dell'ozio; buon esempio ovunque. 2° Ogni settimana. Confessione e comunione. 3° Giorno festivo. Messa, predica, benedizione e Ogni momento. Fuga del peccato: Dio ci vede: Dio ci giudicherà. Le scuole si ricomincieranno il 16 agosto.

 

 


CAPO XXIV. D. Bosco e l'onomastico degli alunni - Predizione di malattie - Solo l'amore di Dio può unire a D. Bosco i suoi alunni - D. Bosco narra la morte di una pubblica peccatrice, che si converte: suggerisce ai giovani - la mortificazione de' sensi ed una preghiera - Una morte che accadrà dopo tre lune; un infermo grave è assicurato da D. Bosco che non morrà - Sogno: il serpente ed il Rosario - Spiegazione del sogno - La recita del Santo Rosario raccomandata sempre e voluta da D. Bosco - I figli continuano le tradizioni paterne.

 

                BENCHÈ tempo di vacanze molti alunni rimanevano nell'Oratorio e D. Bonetti e D. Ruffino raccoglievano nelle loro cronache qualche tratto notabile della loro conversazione con D. Bosco. Anche D. Garino Giovanni e D. Provera Francesco ci lasciarono qualche memoria importante di questo mese.

                D. Bonetti “Il 3 agosto, il Ch. Bongiovanni Domenico gli (a D. Bosco) domandò: - Domani è il mio giorno onomastico. Mi faccia adunque un regalo in onore di S. Domenico, come è Solito a fare a' suoi giovani in simile circostanza. - E D. Bosco gli rispose: - Il regalo che ti faccio è una corona di spine.

                La sera dello stesso giorno Bongiovanni si coricò, per un certo malessere che il domani divenne seria malattia: i dolori lo presero alla testa, la quale gli doleva tutto intorno a guisa di cerchio, e lo tennero in vaneggiamento per parecchi giorni. [236]

                Questa non fu la sola volta che annunziò a diversi giovani di prepararsi a soffrire malattie. Fra i molti annunziò al Ch. Ballesio, sotto la figura di una veste nera, una malattia, che lo incolse gravemente tre o quattro giorni dopo.

                Ogni volta che D. Bosco scende a mensa, quando gli altri superiori hanno già finito il loro pranzo e sono usciti in cortile, i giovani irrompono in refettorio. Si può dire che l'opprimono tale è la loro calca. Un giorno mentre D. Bosco, pranzava e parlava, un chierico sporse il proprio capo vicina al suo per udir meglio quel che dicesse. D. Bosco stesa la mano, toccò il capo del chierico all'improvviso, sicchè legger mente lo fece urtare nel suo. Il Chierico gli disse: - Si, sì, metta in comunicazione le due teste. - D. Bosco gli rispose: - L'amor di Dio solamente le può unire”.

                D. Ruffino: - Parola di D. Bosco ai giovani nella sera del 6 agosto.

 

                 - Oggi alla ½  venne uno in mia camera a recarmi un biglietto cui mi si dava l'indirizzo d'una persona gravemente inferma.

                Il latore m'aveva una faccia affatto sconosciuta. Uscii e dopo fatta un'altra commissione di breve durata, mi recai nel luogo indicatomi. Entro; era una casa cattiva. - A qui che c'è un infermo che mi ha fatto domandare?

                 - Sì, venga qua. - E mi condussero in una camera e io avevo paura, perchè il demonio si vedeva chiaro che faceva da padrone in quella casa. Posto il piede nella camera vidi l'ammalata, che allungando le mani, prese le mie, dicendo: - Mi salvi l'anima, .... mi salverò io?...

                 - Lo spero, le risposi. Poi detto alle altre donne di scostarsi, ne udii la confessione; ed era tempo perchè presto fu agli estremi. Finito che ebbi, uscendo dalla camera, le altre compagne mi si affollarono attorno: - Ebbene, guarirà?

                 - Oh sì guarirà!... ancora pochi momenti e poi sarà all'eternità.

                 - Oh poveretta! Oh disgraziata!... - E qui ad affannarsi, e piangere.

                 - Non dite disgraziata lei, soggiunsi io, dite piuttosto disgraziate voi, che siete proprio nell'anticamera dell'inferno. - E qui presi a far loro una predica quale non avevano mai sentita. Ed esse. - Come fare? Come fare? Lei dice bene. Ma come fare?

                 - Prima di tutto fuggitevene di qui ..... [237]

                - Ma i sacramenti glieli porteranno?

                 - Oh lo pensate voi? temerei, se entrasse qui il Signore, che sprofonderebbe tutta la casa con quanti ci sono.

                 - E allora?

                 - Adesso mi reco dal Parroco e lui farà come crede. Così detto uscii, corsi dal Parroco, gli raccontai la storia. - Lasci fare a me, disse; prendo su di me la cura di ciò. - Si recò dell'ammalata: ebbe appena il tempo di somministrarle l'Olio santo e pochi istanti dopo se ne morì. Alla sera più nessuno eravi in quella casa. Fortunata quella figlia, cui Dio concedette tempo di fare la sua confessione. I sentimenti che manifestò fanno sperare molto della sua eterna salute. Ma bisognerebbe essere stato là a vedere quelle altre compagne coi capelli ritti, le labbra livide, gli occhi stralunati, per capacitarsi che terribile flagello sia il peccato per chi lo ha in seno, massime quando si ha la morte davanti. D. Cafasso diceva, che se il peccato non avesse altra punizione che il rimorso che lascia a chi lo commette, sol per questo sarebbe da fuggire. È impossibile che un uomo possa durare in uno stato così inquieto come è quello di un'anima, che fermandosi brevi istanti a pensare a’ casi suoi, sente la coscienza squarciata dai rimorsi dei peccati.

                In questa sera D. Bosco suggerì per l'avvenire di fare qualche cosa in onore della Madonna, come sarebbe, fuggire gli sguardi pericolosi o le letture cattive ecc., e di recitare a questo fine ogni giorno una Salve, Regina. Amen!

 

                D. Garino: “Il 15 agosto moriva all'ospedale S. Giovanni (Torino) il giovane Petiti Giovanni da Fossano in età di 14 anni. È di lui che Don Bosco, parlando, me presente, ad alcuni in privato, avea predetto alcun tempo prima, come non sarebbero passate tre lune che uno degli alunni sarebbe morto. Ora in quei tre mesi un artigiano sarto nato a Novara nel 1843, di nome Quadrelli David, erasi ammalato gravemente. Sapendo della profezia temeva forte di dover morire. D. Bosco andò a trovarlo per dargli conforto, ed anche vedere se fosse il caso di amministrargli i Sacramenti. Quadrelli appena lo vide esclamò: - Ma io non voglio morire!...  D. Bosco lo fissò con sguardo amorevole e gli rispose: - Ebbene tu guarirai…… un altro morirà in tua vece….. -  Quindi lo benedisse. E Quadrelli si rimise pienamente in salute”.

                D. Provera: “D. Bosco ebbe una nuova prova degli assalti [238] continui mossi dal demonio contro le anime, dei danni che arreca, della necessità di continue battaglie per respingerlo, e strappargli le prede fatte. Militia est vita hominis super terram. Un centinaio di alunni erano tornati da casa pel mese di ripetizione e preparazione al prossimo anno scolastico. Il 20 agosto 1862 recitate le preghiere della sera D. Bosco, dopo dati alcuni avvisi spettanti l'ordine della casa, disse:

 

                Voglio contarvi un mio sogno fatto poche notti sono. (Deve essere la notte che precedeva la festa dell'Assunzione di Maria SS.)

                Sognai di trovarmi con tutti i giovani a Castelnuovo d'Asti a casa di mio fratello. Mentre tutti facevano ricreazione, viene a me uno ch'io non sapeva chi fosse, e mi invita ad andar con lui. Lo seguii e menommi in un prato attiguo al cortile e là mi indicò fra l'erba un serpentaccio lungo sette od otto metri e diuna grossezza straordinaria. Inorridii a tal vista e voleva fuggirmene: - No, no, mi disse quel tale; non fugga; venga qui e veda.

                 - E come, risposi, vuoi che io osi avvicinarmi a quella bestiaccia? Non sai che è capace d'avventarmisi addosso e divorarmi in un istante ?

                 - Non abbia paura non le recherà alcun male; venga con me.

                 - Ah! non son così pazzo di andarmi a gettare in tal pericolo.

                 - Allora, continuò quello sconosciuto, si fermi qui! - E poi andò a prendere una corda e con questa in mano ritornò presso di me e disse:

                 - Prenda questa corda per un capo e lo tenga ben stretto fra le mani; io prenderà l'altro capo e andrò alla parte opposta e così sospenderemo la corda sul serpente.

                 - E poi?

                 - E poi gliela lascieremo cadere attraverso la schiena.

                 - Ah! no per carità! Perchè, guai se noi faremo questo. Il serpe salterà su indispettito e ci farà a pezzi.

                 - No, no; lasci fare da me.

                 - La, là! Io non voglio prendermi questa soddisfazione che può costarmi la vita. - E già me ne voleva fuggire. Ma quel tale insistette di nuovo, mi assicurò che non avevo di che temere, che il serpe non mi avrebbe fatto male alcuno e tanto disse che io rimasi e acconsentii a far il suo volere. Egli intanto passò dall'altra parte del mostro, alzò la corda e poi con questa diede una sferzata sulla schiena del serpe. Il serpente fa un salto volgendo la testa indietro per mordere ciò che l'aveva percosso, ma invece di mordere la corda, resta da essa allacciato come in cappio corsoio. Allora mi gridò quell'uomo: - Tenga stretto, tenga stretto e non lasci sfuggire la corda. - E corse ad un pero che [239] era là vicino, e legò a quello il capo di corda che aveva tra le mani: corse quindi da me, mi tolse il mio capo di corda e andò a legarlo all'inferriata di una finestra della casa. Frattanto il serpente si dimenava, si dibatteva furiosamente e dava giù tali colpi in terra colla testa e colle immani sue spire, che laceravansi le sue carni e ne faceva saltare i pezzi a grande distanza. Così continuò finchè ebbe vita; e morto che fu, più non rimase di lui che il solo scheletro spolpato.

                Morto il serpente, quel medesimo uomo slegò la corda dall'albero e dalla finestra, la trasse a sè, la raccolse, ne formò come un gomitolo e poi mi disse: - Stia attento neh! - Così mise la corda in una cassetta che chiuse e poi dopo qualche istante aprì. 1 giovani erano accorsi attorno a me. Gettammo l'occhio dentro alla cassetta e fummo tutti stupiti. Quella corda si era disposta in modo che formava le parole Ave Maria! - Ma come vai ho detto. Tu hai messa quella corda nella cassetta così alla rinfusa ed ora è così ordinata.

                 - Ecco, disse colui; il serpente figura il demonio, e la corda l'Ave Maria o piuttosto il Rosario che è una continuazione di Ave Maria, colla quale e colle quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demonii dell'inferno.

                Fin qui, concluse D. Bosco, è la prima parte del sogno. V'è n'è un'altra parte, la quale sarà, ancor più curiosa e interessante per tutti. Ma l'ora è già tarda e perciò differiremo a contarla domani a sera. Frattanto teniamo in considerazione ciò che disse quel mio amico riguardo all'Ave Maria ed al Rosario. Recitiamola divotamente ad ogni assalto di tentazione, sicuri di uscirne sempre vittoriosi. Buona notte!

 

                E qui domandiamo che ci si permettano alcuni commenti, giacchè D. Bosco non diede su questa scena alcuna interpretazione.

                Il Pero di cui si tratta nel sogno è quello stesso al quale D. Bosco fanciullo aveva tante volte attaccata una fune, assicurandone l'altra estremità ad un secondo albero poco distante, per intrattenere co' giuochi di ginnastica i conterrazzani e così obbligarli ad ascoltare i suoi catechismi. Questo pero ci pare di poterlo raffrontare con quella pianta, della quale si legge nel Cantico dei Cantici, al Capitolo II, versicolo 3. Sicut malus inter ligna silvarum, sic dilectus meus inter filios. Il Tirino e molti altri celebri commentatori della Sacra Scrittura, notano che il melo è qui posto per qualunque pianta che [240] porti frutto. Simile pianta, che spande un'ombra gradita e salubre, è un simbolo di Gesù Cristo, della, sua croce, dalla virtù della quale viene l'efficacia della preghiera e la sicurezza della vittoria. Sarà questo il motivo pel quale un capo della corda, fatale al serpe, è primieramente assicurato al pero? E l'altra estremità annodata alle spranghe della finestra non può essere indizio che all'abitante di quella casa ed a' suoi figli era affidata la missione di propagare la pratica del Rosario.

                E D. Bosco da tempo l'aveva intesa.

                Egli ai Becchi ne aveva istituita la festa annuale; ogni giorno volle che ne fosse recitata una terza parte dagli alunni di tutte le sue case; e colle prediche e colle stampe cercò di rimetterne l'antica usanza nelle famiglie. Ei reputava essere il Rosario un'arma che avrebbe data la vittoria non solo agli individui, ma anche alla Chiesa. Perciò da' suoi discepoli furono poi pubblicate tutte le Encicliche di Leone XIII su questa preghiera così cara a Maria; e col Bollettino Salesiano caldeggiarono l'esecuzione dei voti del Vicario di Gesù Cristo.[19]

 

 


CAPO XXV. D. Bosco svela la seconda parte del sogno  Le carni del serpe, l'avvelenamento di chi ne mangia, il rimedio che può richiamare in vita - La verità nella storia - Nostre riflessioni sulla seconda parte del sogno - Fioretti per la novena della Natività di Maria SS.: non commettere peccati: dare un buon consiglio: correggere gli abiti cattivi e aver  confidenza ne' superiori: confessione generale per chi non l'ha latta ancora: amiamo Gesù per essere amati dalla Madonna: compostezza in Chiesa: obbedienza - D. Bosco è invitato a predicare e a benedire un quadro del Sacro Cuore di Maria   in Montemagno: per lettere chiede informazioni e suggerisce le previdenze necessarie - Predicazione a Montemagno del Can. Galletti e di D. Bosco - Lodi di D. Bosco alla santità e alla zelante parola del Canonico - Pubblico sacrilegi o in Torino - Discorso famigliare di D. Bosco: si vedranno giovani dell'Oratorio elevati all'onore degli altari: il mezzo più facile per farci santi: sua sollecitudine pel bene dell'anima de' giovani - Terza edizione della Storia d'Italia e la Civiltà Cattolica.

 

                ESPOSTE ai lettori di queste pagine le nostre povere idee intorno al significato della casetta di Morialdo e dell'albero della sua aia, riprendiamo il memoriale di D. Provera, che ci racconta altre circostanze del sogno ed altre parole di D. Bosco.

                “Il 21 agosto alla sera, recitate le comuni orazioni, eravamo tutti impazienti di sentire la seconda parte del sogno che [242] D. Bosco aveva detta curiosa ed interessante per tutti: ma i nostri desideri non furono soddisfatti. D. Bosco salì sulla solita tribuna e disse: - Ieri sera vi annunziai che oggi vi avrei raccontata la seconda parte del sogno, ma mio malgrado non credo opportuno mantener la parola.

                A questo punto levossi da ogni parte un sussurro che indicava rincrescimento e scontentezza. D. Bosco lasciato alquanto sedare quel mormorio, ripigliò: - Che mai volete? Ci pensai iersera, ci pensai quest'oggi ed ho visto non essere cosa conveniente raccontare il restante del sogno; poichè esso contiene cose che io non vorrei che si sapessero fuori di casa. Contentatevi perciò di trarre profitto di quanto vi dissi della prima parte.

                Il domani 22 agosto, lo pregammo più volte a volerci raccontare se non in pubblico, almeno in privato quella parte di sogno che aveva taciuta. Non voleva accondiscendere. Dopo però molte suppliche si piegò e disse che alla sera avrebbe ancor parlato del sogno. Così fece. Dette le orazioni, incominciò:

 

                Dietro molte vostre istanze racconterò la seconda parte del sogno.

                Se non tutta, almeno vi dirò quel tanto che potrò raccontarvi. Ma prima debbo premettere una condizione, cioè che nessuno scriva o dica fuori di casa quello che io racconterò. Parlatene tra di voi, ridetene, fatene tutto quel che volete, ma fra di voi soli.

                Mentre adunque io e quel personaggio parlavamo della corda, del serpente e dei loro significati, mi volgo indietro e vedo giovani che raccoglievano di quei pezzi di carne del serpente e mangiavano. Io allora gridai subito: - Ma che cosa fate? Pazzi che siete! Non sapete che quella carne è velenosa e vi farà molto male?

                - No, no, mi rispondevano i giovani: è tanto buona!

                Ma intanto, mangiato che avevano, cadevano in terra, gonfiavano e restavano duri come pietra. Io non sapeva darmi pace, perchè non ostante quello spettacolo altri e altri giovani continuavano a mangiare. Io gridava all'uno, gridava all'altro; dava schiaffi a questo, pugni a quello, cercando di impedire che mangiassero: ma inutilmente. Qui uno cadeva, là un altro si metteva a mangiare. Allora chiamai i chierici in aiuto e dissi loro che si mettessero in mezzo ai giovani e si adoperassero in ogni modo perchè più nessuno mangiasse di quella carne. Il mio ordine non ottenne l'effetto desiderato, che anzi alcuni degli [243] stessi chierici si misero a mangiare le carni del serpe e caddero egualmente che gli altri. Io era fuori di me stesso, allorchè vidi tutto intorno a me un gran numero di giovani distesi per terra in quello stato miserando.

                Mi rivolsi allora A quello sconosciuto e gli dissi: - Ma che cosa vuol dire ciò? Questi giovani conoscono che - quella carne reca loro la morte, tuttavia la vogliono mangiare! E perchè?

                Egli rispose: - Sai bene: che animalis homo non percipit ea quae Dei sunt.

                 - Ma e ora non c'è più rimedio per riaver di nuovo questi giovani?

                 - Sì che c'è

                 - Quale sarebbe?

                 - Non vi è altro che l'incudine ed il martello.

                 - L'incudine? il martello? E che cosa fare di tali cose?

                 - Bisogna sottoporre i giovani alle azioni di questi strumenti.

                 - Come ? Debbo forse io metterli su di un incudine e poi batterli con un martello?

                Allora l'altro spiegando il suo pensiero, disse: - Ecco; il martello significa la confessione; l'incudine la S. Comunione: bisogna fare uso di questi due mezzi. - Mi misi all'opera e trovai giovevolissimo questo rimedio, ma non per tutti. Moltissimi ritornavano in vita e guarivano, ma per alcuni il rimedio fu inutile. Questi sono coloro che non facevano buone confessioni.

 

                Come i giovani si furono ritirati nelle camerate, io chiesi privatamente a D. Bosco perchè il suo ordine ai chierici, di impedire ai giovani che mangiassero le carni del serpe, non avesse ottenuto l'effetto desiderato. Mi rispose: - Non fui obbedito da tutti: anzi vidi alcuni degli stessi chierici, come ho già detto, a mangiare quelle carni”.

                Questi sogni in buona sostanza rappresentano la realtà della vita e colle parole e fatti di D. Bosco manifestano lo stato intimo di una, di cento comunità, ove in mezzo a preziosissime virtù si trovano non poche miserie. E non è da farne le meraviglie. Pur troppo che il vizio di sua natura si espande assai più che la virtù, quindi la necessità di una vigilanza continua.

                Qualcuno potrebbe osservare che sarebbe stato conveniente attenuare od anche omettere qualche descrizione [244] troppo disgustosa, ma non è tale il nostro parere. Se la storia deve effettivamente adempiere al suo nobile ufficio di maestra della vita, essa deve descrivere la vita passata quale fu realmente, acciocchè le future generazioni possano non solo trarre coraggio e fervore dalle virtù di quelli che li precedettero, ma al tempo stesso dai loro mancamenti ed errori imparino con quale prudenza debbano regolarsi. Una narrazione che rappresenti un lato solo della realtà storica  non può condurre che ad un falso concetto. Errori e difetti altre volte commessi, quando non siano conosciuti o non riconosciuti come tali, torneranno ad essere commessi, senza emendazione. Una malintesa apologia, non giova nulla ai benevoli e non converte i mal disposti, potendo sola una franchezza illimitata generare credito e fiducia.

                Quindi noi per esporre tutto il nostro pensiero, diremo di vantaggio come D. Bosco avesse dato al sogno le spiegazioni più ovvie all'intelligenza de' giovani, ma che però altre ne lasciava travedere di non minore importanza. Non le svelò perchè forse in quel momento non li riguardavano. Infatti ne' sogni lo vediamo tratteggiare non solo il presente, ma anche l'avvenire lontano, come in quello della Ruota e in altri che verremo esponendo. Ma intanto le carni imputridite di quel mostro non potrebbero indicare scandalo che fa perdere la fede, lettura di libri immorali, irreligiosi? Che cosa indica la disobbedienza al Superiore, la caduta, la gonfiezza, la durezza come di pietra, se non colpa, superbia, ostinazione, malizia ?

                È il veleno che in loro ha trasfuso quel cibo maledetto, quel dragone descritto da Giobbe nel Capo XLI, che asseriscono i Santi Padri essere figura di Lucifero. Il versicolo 15° dice così: Il cuore di lui è duro come la Pietra. E cosi diventa il cuore dei miseri avvelenati, ribelle e ostinato nel male. E quale sarà il rimedio a tale durezza? D. Bosco si esprime con un simbolo alquanto oscuro, ma che in sostanza indica un aiuto soprannaturale. A noi sembra che si possa spiegare così: Essere necessario [245] che la grazia preveniente, ottenuta colla preghiera e coi sacrifizii de' buoni, accenda i cuori induriti e li renda malleabili; che i due sacramenti, cioè il martello dell'umiltà e l'incudine dell'eucaristia sulla quale il ferro riceve una forma costante, artistica per essere poi temperato, possano esercitare la loro efficacia divina; che il martello che batte, e l'incudine che sostiene, concorrano insieme a compiere l'opera che nel nostro caso è la riforma di un cuore ulcerato, ma divenuto docile. Ed è allora che questo, circondato come da un nimbo di splendenti scintille, ritorna ad essere quel che era una volta.

                Espressa così la nostra idea, ripigliamo le cronache. Colla protezione di Maria SS., D. Bosco era sicuro nel sostenere e vincere gli urti del nemico infernale, e quindi preparava i suoi alunni alla festa della Natività della Madre di Dio. Il 29 agosto diede il primo fioretto e quindi altri cinque nelle sere successive. D. Bonetti li trascrisse.

 

                I.° Tutti facciamo uno sforzo per passar questa novena senza commettere alcun peccato, nè mortale nè veniale.

                2° Dare un buon consiglio ad un amico.

                Egli la sera dopo lo diede pure a tutti in generale e disse che ci facessimo una generosa violenza per correggere i nostri cattivi abiti mentre siamo ancora giovani; e che avessimo coi superiori una grande confidenza, sia nelle cose dell'anima, sia anche nelle cose del corpo.

                3.° Pensare se sia bene di fare una confessione generale, e ciò per quelli che non l'hanno ancor fatta; quelli che l'hanno già fatta procurino di recitare un atto di contrizione per tutti i peccati della vita passata.

                4° Ci raccontò quello che disse una volta Don Cafasso ad un brentatore, il quale gli aveva domandato qual cosa piacesse più alla Madonna. Interrogò egli il brentatore: - Quale è la cosa che molto piace alle madri?

                L'altro rispose: - Alle madri molto piace che si accarezzino i loro figli.

                 - Bravo, riprese D. Cafasso; hai risposto bene. Se adunque vuoi fare una cosa molto gradevole alla Madonna, fa molte carezze al suo Divin figliuolo Gesù, prima col mezzo di una santa Comunione, quindi col tener lontano dal tuo cuore ogni sorta di peccato anche solo veniale. - Così disse D. Cafasso a quel tale e così io dico a voi tutti. [246]

                5° Domani nelle orazioni si faccia ogni possibile per non appoggiarsi o sulle calcagna, o sui banchi, o cercare qualche altra comodità, e questo sia detto specialmente per coloro che sono soliti fare altrimenti. Per tutti poi sia questo il fioretto; di parlare sempre italiano e di avvisarci di farlo se taluno non si ricorda.

                6° Obbedienza perfetta e in tutto. Domani facciamoci nè anche avvisare per osservare le regole della casa, nè per adempiere ai proprii doveri. Se alcuno poi venisse in particolare comandato di fare qualche cosa, la faccia con tutto piacere e prontamente. Vi assicuro che questo sarà il più bel fioretto che possiamo presentare a questa nostra Madre celeste. Così facendo noi ci meriteremo il titolo di suoi figli ed ella come madre amorosa c'insegnerà il santo timore di Dio, come essa stessa per bocca della Chiesa ci promette: Fili, audite me; timorem Domini docebo vos.

 

                Così parlava D. Bosco a' suoi figliuoli, dai quali doveva allontanarsi in que' giorni per andare a Montemagno ove nel giorno 8 settembre sarebbesi celebrata la festa del Sacro Cuore di Maria.

                La Marchesa Fassati aveva provvisto un magnifico quadro dipinto dal Lorenzoni per l'altare della Madonna e disponeva di un reddito di 400 lire annuali da pagarsi al Pievano, per un prete da lui scelto che ogni sabato facesse per tempo una funzione a quell'altare. Questa doveva consistere nella celebrazione della S. Messa, nel canto delle litanie della B V. e nella benedizione col SS. Sacramento. Si era anche stabilito di erigere la confraternita del Sacro Cuore di Maria, e si desiderava un triduo di prediche a modo di esercizi spirituali in preparazione a questo grande atto.

                La Marchesa fin dal principio di agosto aveva trattato della cosa con D. Bosco, il quale volentieri acconsentiva e rispondeva ad una lettera della Marchesina Azelia, che gli aveva scritto per ordine della madre:

 

                               Dillettissima in Gesù e Maria,

 

                È inteso col Can. Galletti che andiamo a Montemagno in onore di Maria. - Abbiamo soltanto bisogno di sapere.

                I° Quando si comincia e quante prediche. [247]

                2° Se l'uso è di predicare italiano o piemontese.

                La ringrazio molto delle belle notizie che mi dà; rincresce che io non possa scrivere molto. Le raccomando soltanto di essere la consolazione di Papà e di Mamma e l'esempio di Emanuele con una condotta veramente cristiana. Il nemico delle anime vorrà anche metterla alla prova; non tema, obbedisca, speri in Gesù Sacramentato ed in Maria Immacolata.

                La benedizione del Signore sia sopra di Lei, sopra Papà e Maman e sopra il mio amicone Emanuele. Preghino anche per me che di tutti mi professo

                Torino, 15 agosto 1862

 Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                E alla Marchesa spediva il seguente

 

                               Benemerita Sig. Marchesa,

 

                Tutto come ha scritto. Abbia ancora la bontà di aggiungere alcuni schiarimenti.

                Se partendo da qui alle 11 del 6 Settembre giungeremo ancora a tempo per la predica di quella sera.

                Se per Domenica e Lunedì il Prevosto stima a proposito che si facciano tre prediche.

                Se il Prevosto ama meglio che si predichi italiano o piemontese; per noi è cosa indifferente.

                Il Sig. Prevosto abbia là bontà d'intendersi col Sig. Vicario Gen. per le opportune facoltà essendo noi di Diocesi diversa.

                Il medesimo sig. Prevosto pensi ai confessori, giacchè in simili occasioni si penuria sempre di tempo e di sacerdoti per ascoltare le confessioni.

                La Santa Vergine Immacolata ci conservi tutti suoi, e la grazia di nostro S. G. C. discenda copiosa sopra di Lei, sopra il sig. Marchese e sopra tutta la venerata di Lei famiglia, mentre con la più viva gratitudine ho l'onore di professarmi di V. S. Benemerita,

                Torino, 29 agosto 1862

Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

                Il Can. Eugenio Galletti e D. Bosco giunsero adunque a Montemagno nel giorno stabilito e incominciarono la loro predicazione, che fu, non è a dire, ricca di messe ubertosa, quale [248] poteva aspettarsi dalla parola di due santi sacerdoti. D. Porta Luigi ci raccontò che il Canonico Galletti sembrava un serafino parlando di Maria. Eziandio D. Bosco, affermò D. Rua, parlava poi con viva ammirazione della virtù, dell'austerità le dell'unzione delle prediche del Canonico; ed in guisa da parer egli ben lontano dalla perfezione di quel servo di Dio. Eppure anche le sue prediche erano ascoltate con entusiasmo dalla moltitudine che riempiva la Chiesa.

                Ma nello stesso tempo che D. Bosco a Montemagno benediceva il quadro del Sacro Cuore di Maria, un orrendo misfatto funestava la città di Torino nel di 8 settembre. Tra grande folla di popolo incominciava a sfilare dalla Cattedrale la processione che, secondo il prescritto delle leggi dello Stato, si faceva ogni anno in questo giorno, per commemorare la liberazione di Torino dall'assedio dei Francesi nel 1706. Ad un tratto un uomo si slanciò sul trono ove era la statua di Maria SS. col bambino in braccio, che si doveva portare in processione. Trattasi di sotto all'abito un accetta, prese a menar colpi furiosi contro la statua di Maria Vergine di rame argentato e contro il bambino. La testa ed un braccio del bambino spiccati caddero. Il descrivere le grida, i pianti, la confusione, il tumulto che destossi nella vasta Chiesa è cosa impossibile. Un carabiniere accorso fece stramazzare con una sciabolata quel miserabile che continuava a menar colpi contro la Madonna. Grondante sangue, legato, difeso dalle guardie perchè il popolo si avventava contro di lui per farlo a pezzi, gridava: - Me lo hanno fatto fare; mi hanno pagato per fare questo colpo. Il ribaldo non era mai stato pazzo, ma avendo bisogno l'Autorità pubblica di velare le scelleraggini di un partito del quale aveva paura, tale lo fece dichiarare e lo mandò diritto al manicomio.

                Un solenne triduo espiatorio di quella profanazione fu celebrato prima nella Cattedrale e poi nel Santuario della Consolata e a questo prese parte D. Bosco ritornato da Montemagno. [249] I giovani dell'Oratorio lo avevano atteso e D. Bosco non cercava altro che di averti attorno a sè. D. Bonetti nota nella sua cronaca - “13 settembre. A stare vicino a D. Bosco sempre si impara e dai suoi discorsi, anzi da una sola parola si ricevono grandi stimoli per correre sulla strada della virtù. Un giorno dopo pranzo ci eravamo a lui avvicinati attorniandolo, ansiosi di udire, qualche bell'ammaestramento. Il discorso venne a cadere sul modo di farei santi ed osservavamo come tutti i veri servi di Dio amassero e praticassero la penitenza, come faceva pure il nostro Savio Domenico.

                Dopo aver buona pezza di ciò parlato, recando l'esempio or dell'uno or dell'altro, D. Bosco venne a dire: - Quello che vi assicuro si è, che noi avremo dei giovani della - casa elevati agli onori degli altari. Se Savio Domenico continua così a fare miracoli, io non dubito punto, se sarò ancora in vita e possa promuovere la sua causa, che la Santa Chiesa ne permetta il culto almeno per l'Oratorio. - Oh giorno fortunato, si esclamò da tutti, quale festa non sarà mai per noi!

                Quindi D. Bosco fece questa domanda al Ch. Anfossi: Quale credi che sia il mezzo più facile a noi per farci santi?

                Gliene furono detti parecchi, ma egli dopo aver udito in silenzio senza interrompere, disse. - È  il seguente. Riconoscere la volontà di Dio in quella dei nostri Superiori in tutto ciò che ci comandano e in tutto quello che ci accade lungo la vita. Alcune volte ci pare proprio, proseguì egli, che le cose non debbano essere così. Allora è tempo di farci coraggio e dire a noi stessi; mi fu detto così, perciò andiamo avanti. Altre volte ci sentiamo oppressi da qualche calamità od angustia di corpo o di spirito: non ci perdiamo di coraggio, confortiamoci col dolce pensiero che tutto è ordinato da quel pietoso nostro Padre che è nei cieli e per nostro bene: a lui tutto offriamo, noi e le cose nostre. Questo è il mezzo più acconcio per arrivare con somma facilità alla più alta perfezione. Vi sarà per es. chi vuole fare penitenza, digiunare [250]; il Superiore lo consiglia a ciò non fare: ebbene, ubbidiamo, chè cosi saremo sicuri di fare la volontà di Dio e saliremo un gradino sulla scala della santità.

                Una volta parlando egli del desiderio che aveva di salvare le anime de' suoi giovani, venne a dire: - Se io mettessi tanta sollecitudine pel bene dell'anima mia come ne metto pel bene delle anime altrui, potrei essere sicuro di salvarla. - Altra volta dicendo come desiderasse di possedere il cuore de' suoi giovani, soggiunse: - Tutto io darei per guadagnare il cuore dei giovani e così poterli regalare al Signore”.

                Intanto in quest'anno 1862 D. Bosco aveva fatta stampare la terza edizione della sua Storia d'Italia dalla Tipografia di Luigi Ferrando con una carta geografica della penisola: e la Civiltà Cattolica serie V, vol. III, pag. 474 così davane giudizio.

                In un tempo come il nostro nel quale della menzogna storica si fà un manicaretto per avvelenare le menti giovanili, molto importa rendere note le opere che nell'educazione della gioventù possono servire d'antidoto alle predette corruttele. E che tale sia questo veramente egregio libro del chiarissimo D. Bosco non ci bisogna provarlo alla lunga. Altrove parlando di questa storia notammo i meriti particolari che in se contiene[20]; e che sono di assai cresciuti nella nuova edizione che annunziamo.

                Per lo scopo che l'autore si propone, che è d'insegnare la storia patria ai giovanetti Italiani con facilità, con brevità, con chiarezza, noi non esitiamo ad affermare che il libro nel suo genere non ha forse pari in Italia. È  composto con grande accuratezza e con una pienezza rara a trovarsi nei compendii.

                Tutto il lavoro è diviso in quattro epoche, la prima delle quali incomincia dai primi abitatori della penisola; e l'ultima giunge fino alla guerra del 1859. Un breve studio di storia antica con un confronto dei nomi geografici dell'Italia vetusta coi nomi moderni, chiude il libro a maniera di appendice. Sotto la penna dell'ottimo D. Bosco la storia non si tramuta in pretesto di bandir idee di una politica subdola e principii di una ipocrita libertà, come pur troppo avviene di certi altri compilatori di Epiloghi, di Sommarii, di Compendii che corrono [251] l'Italia e brulicano ancora per molte scuole godenti riputazione di buone. Alla veracità dei fatti, alla copia della materia, alla nitidezza dello stile, alla simmetria dell'ordine, l'autore accoppia una sanità perfetta di dottrine e di massime, vuoi morali, vuoi religiose, vuoi politiche. E questa è la qualità che ci sprona a raccomandare caldamente questo bel libro a quei padri di famiglia, a quei maestri, a quegli istitutori che desiderano di avere figliuoli e discepoli eruditi nella germana istoria patria, ma non dalla falsa storia patria attossicati.

                Ecco di fatto come l'egregio autore rende ragione del modo da sè serbato nel compilare e scegliere ed ordinare questo suo prezioso ristretto. “Attenendomi ai fatti certi e più fecondi di moralità, e di utili ammaestramenti, tralascio le cose incerte, le frivole congetture le troppo frequenti citazioni di autori, come pure le troppo elevate discussioni politiche, le quali tornano inutili e talora dannose alla gioventù. Posso non pertanto accertare il lettore che non scrissi un periodo senza confrontarlo coi più accreditati autori e, per quanto mi fu possibile, contemporanei o vicini al tempo cui si riferiscono gli avvenimenti. Nemmeno risparmiai fatica nel leggere i moderni scrittori delle cose d'Italia, ricavando da ciascuno quanto parve convenire al mio intento”.

                Convien pur dirlo, giacchè è per nostra sciagura troppo vero. Quella colluvie di scritti elementari e pedagogici, che ora allaga la nostra penisola, è per la massima parte appestata dagli errori moderni contro il Papato, contro la Chiesa, contro il Clero, contro l'autorità divina ed umana. La diabolica congiura dei figliuoli delle tenebre contro la Luce eterna opera indefessamente a guastare fino dal seme le tenere anime dei giovanetti. Quindi noi stimiamo di fare un atto d'amicizia suggerendo ai cattolici nostri lettoti un libro elementare, il quale nè procede da un congiurato contro la verità, nè ha le magagne che corrompono ai di nostri le menti inesperte.

                In prova delle quali asserzioni, e come per saggio dello spirito sodamente cattolico, che anima tutto questo lavoro, porremo sotto l'occhio dei lettori, i sugosi e sapientissimi ammonimenti coi quali l'autore conchiude tutta la sua esposizione.

                “Noi pertanto porremo qui termine ai racconti sulla storia d'Italia, ma, per conclusione di quanto vi ho finora esposto, vorrei che v'imprimeste bene in mente alcuni ricordi da non mai dimenticarsi e che voi potete applicare a qualsiasi altra storia che siate per leggere.

                Ricordatevi adunque che la storia è una terribile e grande maestra dell'uomo. Maestra terribile, perchè espone le azioni degli uomini tali quali sono state fatte, senza avere alcun riguardo alla dignità, grandezza e ricchezza di coloro a cui si riferiscono. Compiuta un'azione la storia è in diritto di esporla, approvarla o biasimarla secondo che merita. Perciò dobbiamo temer grandemente quello che altri saranno [252] per dire intorno alle nostre azioni, e vivere in modo che gli uomini abbiano argomento di parlar bene di noi.

                La storia è eziandio una grande maestra per le cose che insegna. Essa insegna come in ogni tempo è stata amata la virtù e furono sempre venerati quelli che l'hanno praticata; al contrario fu sempre biasimato il vizio e furono disprezzati i viziosi. La qual cosa deve essere a noi di eccitamento a fuggire costantemente il vizio e praticare la virtù.

                Finalmente vi rimanga altamente radicato nell'animo il pensiero che la religione fu in ogni tempo riputata il sostegno dell'umana società e delle famiglie, e che dove non vi è religione, non vi è che immoralità e disordine; che perciò noi dobbiamo adoperarci per promuoverla, amarla e farla amare anche dai nostri simili e guardarci cautamente da quelli che non la onorano o la disprezzano.

                Gesù Cristo nostro Salvatore ha fondata la sua Chiesa e unicamente in questa Chiesa conservasi la vera religione. Questa religione è la Cattolica, unica vera, unica santa, fuori di cui niuno può salvarsi.

                Amiamo pertanto questa religione, dico di nuovo, e pratichiamola: amiamola colla fermezza nel credere, pratichiamola coll'adempimento, de' suoi precetti. E poichè avvi un solo Dio, una sola fede ed una sola religione, uniamoci anche noi in un solo vincolo di fede e di carità per aiutarci nei bisogni della presente vita; sicchè, l'uno dall'altro a vicenda confortati nel corpo e nello spirito, possiamo pervenire un giorno a regnare eternamente con Dio nella patria dei beati in cielo.”

 

 


CAPO XXVI. Lotteria 1862 - Note e Documenti. Terza ripresa della Lotteria - Domanda al Prefetto di Torino per una seconda proroga dell'estrazione della Lotteria e per un aumento di biglietti - Decreto favorevole del Ministero delle Finanze e della Prefettura - L'Armonia: Una visita all'esposizione de' Premii - L'Opera pia di S. Paolo e il Municipio di Torino non possono accettare biglietti di Lotteria - Contribuzione del Vescovo di Guastalla - Graziosa lettera di D. Bosco ad un Signore al quale erano stati mandati per la seconda volta molti biglietti di Lotteria - Generosità dell'Arcivescovo di Firenze - È raccomandata la Lotteria ai Ministri delle Corti straniere presso il Re d'Italia.  SUL principio di settembre doveva porsi termine alla lotteria, ma Don Bosco volendo approfittarsi quanto maggiormente poteva delle favorevoli circostanze che secondavano i suoi disegni, d'accordo coi Sindaco Presidente, fece scrivere al Prefetto della Provincia la seguente lettera:

 

                               Ill.mo Signor Preletto,

 

                La benigna accoglienza fatta dal pubblico alla Lotteria da V. S. Ill.ma approvata con decreto del 2 luglio anno corrente ed il vistoso numero degli oggetti offerti a favore della medesima, hanno messo la Commissione nel bisogno di dovere novellamente ricorrere alla esperimentata di Lei cortesia affine di ottenere ulteriori favori.

                I° Che venga approvato l'estimo degli oggetti compresi dal, N. 1821 [254] al 2835 inclusivo, sommanti al N. di 1014 Oggetti, formanti il complessivo valore di lire 28, 014 come da perizia dei Sig. estimatori in fine sottoscritti: aggiungendovi il decimo pel biglietto gratuito ogni decina, siccome fu già conceduto col precedente citato decreto di questa Prefettura, importerebbe un totale di lire 30, 815, e equivalente al numero 61,630 di biglietti, di cui si prega di volerne autorizzare l'emissione.

                2° Che sia accordata la facoltà di tenere aperta, la pubblica esposizione sino al 23 del prossimo settembre per aver campo a smerciare i biglietti di cui chiedesi l'autorizzazione.

                Nella fiducia di essere esaudita, la Commissione porge a V. S. Ill.ma i suoi più sentiti ringraziamenti, mentre a nome della medesima mi professo con distinta stima e considerazione.

                Di V. S. Ill.ma

 

                Torino, 26 agosto 1862.

 

Pel Presidente assente il segretario

FEDERICO Cav. OREGLIA.

 

                Unita a questa domanda vi era un terzo elenco di oggetti in carte bollate, dal numero 1821 al 2835 con le relative perizie[21]

                Pure questa richiesta fu accolta favorevolmente.

 

                PREFETTURA DELLA PROV. DI TORINO

                Divisione                                         Torino, addì 25 settembre 1862.

                Prot. N.° 12129 - Reg° N° 664] Debitamente autorizzato dal Ministero di Finanze il Sottoscritto, si pregia di trasmettere al Signor Sacerdote Bosco il Decreto di quest'ufficio delli 21 andante mese[22], con cui viene autorizzata un'aggiunta [255] di premii, un aumento di biglietti e proroga all'estrazione della Lotteria a favore degli Oratorii di S. Francesco di Sales ed altri eretti in Torino, come veniva domandato con apposito ricorso delli 26 Agosto passato.

                Si compiega pure il relativo 3° elenco d'oggetti donati per quegli ulteriori provvedimenti che al riguardo occorrono.

Pel Prefetto

RADICATI.

 

                Un mese guadagnato non era poca cosa per D. Bosco e l'Armonia del 3 settembre pubblicava un articolo intitolato:

 

                Bella Mostra di una Lotteria. - Ieri abbiamo con nostro piacere visitato la pubblica esposizione degli oggetti posti in lotteria a favore dei tre Oratorii maschili di S. Francesco di Sales, di S. Luigi e del Santo Angelo Custode. Fummo pieni di ammirazione e di sorpresa nel vedere la elegante numerosa e svariata quantità di doni provenienti da vari paesi, e da ogni classe di persone. Primeggiano fra gli altri due preziosissimi, rappresentanti uno S. Pietro, l'altro S. Paolo, offerti dalla munificenza del regnante Pio IX. Copiosi e ricchi sono specialmente i doni di S. A. R. il Principe Eugenio, quelli del Principe Tommaso, duca di Genova, del Sindaco di Torino e di molti altri che non è possibile tutti nominare tanto meno descrivere. [256]

                Abbiamo saputo che i Reali Principi prima della loro partenza dalla Capitale mandarono a prendere un vistoso numero di biglietti. Anche il Ministro dell'Interno concorse generosamente per acquisto de' medesimi. Molti benemeriti promotori e molte zelanti promotrici concorsero alla raccolta de' doni ed allo spaccio dei biglietti.

                Rimanendo tuttavia a smerciarsi buona quantità di biglietti, l'estrazione che doveva avere luogo oggi (3) venne differita fino al 23 del corrente settembre. Noi speriamo che gli amatori dei poveri figli del popolo vorranno concorrere a quest'opera di beneficenza. Ognuno sa che questi Oratorii tendono ad avviare i giovanetti più pericolanti alla moralità ed al lavoro. Quale opera può tornare più utile all'umana società? Il prezzo di ciascun biglietto e di centesimi 50; chi ne prende una decina ha l'undecimo gratuito; chi ne prende 25 ha un premio sicuro. I biglietti a premio sicuro hanno la venticinquena, cioè, la serie di 25 biglietti che è di color rosso, e costa fr. 12, 50.

 

                Era continuo lo studio di D. Bosco per far indirizzare, e raccomandare dalla Commissione i pacchi de' suoi biglietti a persone, o Istituti che fossero stati dimenticati; ed anche a quelli che sapeva non li avrebbero ritenuti. Se non otteneva danari aveva almeno il vantaggio di far conoscere l'Opera degli Oratorii.

                La direzione delle Opere Pie di S. Paolo restituiva al Segretario della Commissione i biglietti.

                Notiamo però che il Direttore, quale amico di D. Bosco e membro della Commissione per la lotteria, ne aveva tempo prima acquistate e pagate più decine.

                Torino, addì 30 Agosto 1862

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Questa Direzione concorre anche con sovvenzione a promuovere l'istruzione religiosa in Istituti di beneficenza e ad un tal fine già più d'una volta furono favorevolmente accolte domande all'uopo ad essa inoltrate sia per cotesto Oratorio che, per quelli di S. Luigi e dell'Angelo Custode.

                Non potendo però prender parte alle lotterie che si fanno a beneficio degli Istituti medesimi, mentre non ha in bilancio somme che possano divertirsi in tale uso, il sottoscritto si trova suo malgrado costretto a restituire alla S. V. Ill.ma i 216 biglietti della lotteria apertasi in [257] favore dei tre Oratorii anzidetti, ai quali Ella presiede, che furono alla lodata Direzione trasmessi unitamente ad un esemplare del programma.

                Pregiasi frattanto chi scrive dichiararsi con distinta considerazione della S. V. Ill.ma

Dev.mo Servitore

pel presidente della Direzione

il Direttore DUPRÈ.

 

                Anche al Municipio di Torino facevasi spedizione di biglietti.

 

                               Ill.mo Signor Sindaco,

 

                Ogni volta che in passato mi trovai in bisogno eccezionale e feci ricorso a codesto rispettabile Municipio, ho sempre incontrato un valido appoggio.

                Ora alcuni gravi bisogni avendomi consigliato di ricorrere alla pubblica beneficenza, col mezzo di una Lotteria di oggetti, che già trovasi verso il suo termine, e rimanendo ancora a smerciare parecchi biglietti, mi fo animo di raccomandarne sessanta decine, con preghiera di volerli ritenere a favore de' poveri giovani che frequentano gli Oratorii, che formano l'oggetto di questa Lotteria.

                Pieno di fiducia nel favore, auguro a Lei e a tutti i Signori del Municipio ogni bene dal cielo mentre colla più sentita gratitudine mi professo

                Di V. S. Ill.ma

 

                Torino, 5 sett. 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

                Dal Municipio gli veniva risposto:

 

                CITTÀ DI TORINO

                3° Ufficio                                                                            Torino, addì 12. sett. 1862

                Protocollo dell'Ufficio N. 824

                Risposta a Lettera del 5 settembre.

 

                L'istanza presentata da cotesta direzione della Lotteria di beneficenza a favore degli Oratorii di S. Francesco di Sales e di S. Luigi, diretta ad ottenere l'acquisto per parte del Municipio di N° 60 decine di biglietti di detta Lotteria, fu dal sottoscritto riferita alla Giunta Municipale.

                La prefata Giunta in seduta delli 9 corrente, ritenuto che a motivo [258] del continuo succedersi di siffatte lotterie di beneficenza, la Civica Amministrazione non ha mai fatto acquisto di biglietti; e considerata la convenienza per l'interesse dell'erario Municipale (che altrimenti verrebbe a sopportare gravi e ripetuti pesi imprevveduti) di mantenere tale massima in osservanza, deliberava di non accogliere con favore la presentata istanza.

                Il sottoscritto nel parteciparle la presa determinazione, le trasmette di ritorno le 60 decine di biglietti della Lotteria ed ha l'onore di dirsi

 

Per il Sindaco

FARCITO Ass.

 

                Non ritenuto da convenienze economiche rispondeva all'appello del Marchese di Rorà il buon Vescovo di Guastalla Mons. Pietro Rota.

Modena, 10 settembre 1862.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Avendo ricevuto un ossequiato dispaccio a stampa del p. p. agosto, con entro cento biglietti della Lotteria a favore dei tre oratorii, pei fanciulli di codesta città, io spedisco alla Sig. V. Ill.ma, che me, l'inviava e che tanto meritamente presiede la Commissione stabilita per quella Lotteria, un biglietto di banca del valore di lire cinquanta corrispondente all'importare dei biglietti medesimi.

                Nel desiderio che sia abbondante il lucro che si ricaverà da questa pia industria, per sostenere quei così utili stabilimenti, io colgo con piacere l'incontro di attestarle la mia viva soddisfazione per vedere così degno personaggio occupato di così santi e veramente cristiani pensieri e per protestarmi con somma stima e profondo rispetto

                Della S. V. Ill.ma

Umil.mo, e dev.mo servo

+ PIETRO Vescovo di GUASTALLA.

 

                Ma D. Bosco, non avendo esauriti tutti i biglietti, a molti generosi suoi benefattori ne aveva fatta un seconda spedizione. Gli uni li accettarono, gli altri li respinsero. Qualcuno che li ritenne non mancò di fare qualche affettuoso rimprovero al Servo di Dio. D. Bosco scusò la propria indiscrezione con lettere che sono di una sorprendente e gentile amorevolezza. Ne possediamo una ricevuta a Cuneo dal Barone Feliciano Ricci. [259] Charitas benigna est, patiens est (S. Paolo).

 

Torino, 5 Settembre 1862.

 

                               Car.mo Sig. Barone,

 

                La parrucca fu per me ed io sono contento perchè ha ritenuto i biglietti a favore dei poveri nostri giovani.

                La Signora Baronessa ci ha rimandati i biglietti. Ci pensi bene; che se mi troverò in assoluto bisogno io ricorrerò egualmente alla sua carità ed ella nella sua bontà non saprà rifiutarsi. Così ella mi manderà poi denaro senza che io le possa più dare biglietti di lotteria.

                Accetto il giovane Cavallo che Ella compiacquesi raccomandarmi colla tangente mensile di fr. 15 dalla madre. Ella si offre di aggiungerci qualche cosa di sua saccoccia. Io non fisso niente: accetto come limosina qualunque cosa ed in qualunque misura Ella voglia fare pei nostri poveri giovanetti.

                Riceverà unitamente a questa lettera biglietti di Lotteria N ........

                o che sproposito!. e già dimenticava la parrucca fatta testè?

                Perdoni la celia. Dio benedica Lei e la pia di Lei consorte e mi creda sempre con gratitudine di V. S. Car.ma

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco Giovanni.

 

                Una sorpresa simile a quella del Barone Ricci, era toccata all'Arcivescovo di Firenze. D. Bosco e il Marchese di Rorà ambedue per conto proprio gli avevano mandato circolari e biglietti: ed il generoso prelato ritenne i biglietti dell'uno e dell'altro. Ei scriveva a D. Bosco:

 

                               Molto Rev. e Pregiatissimo Signore,

 

                Ella mi fece tempo fa pervenire io decine di biglietti della Lotteria d'oggetti a favore dei tre Oratorii da Lei diretti, più un biglietto equivalente a 25 e così in tutto 125 biglietti . Da altra parte il Presidente di codesta Commissione me ne inviò 100. Siccome spedisco a lui il valore di questi, così mando a Lei il valore di quelli nell'accluso vaglia postale, col quale Ella potrà ritirare costì in Torino italiane lire 62 e cent. 50 che sono appunto il prezzo dei 125 biglietti.

                Ben volentieri concorro a codesta opera sì caritatevole, quantunque non siano nè pochi nè lievi i bisogni che ogni di van crescendo anche in questa città, e che richiedono non piccoli sacrifizii. [260] Ma mi consolerò nel pensiero che il nostro Divin Salvatore, si degnerà di far sì che anche in questo caso si verifichino quelle sue belle parole: Beati misericordes quoniam misericordiam consequentur.

                Desiderandole intanto ogni bene e raccomandandomi alle sue orazioni passo a confermarmi con perfetta stima ed ossequio

                Di Lei preg.mo Signore,

 

                Firenze, il 21 settembre 1862.

 

Dev.mo ed Obbl.mo servo

GIOACCHINO, Arcivescovo di Firenze.

 

                Nello stesso tempo mandava un suo foglio al Marchese Emanuele di Rorà presidente della Commissione per la Lotteria[23].

                Ad una sola classe di persone non era ancora stato, fatto l'invito di partecipare alla Lotteria, cioè ai Ministri delle Corti straniere presso S. M. il Re d'Italia. Il Cav. Federico Oreglia ne ebbe l'incarico e scrisse una lettera al Signor Kalergis Demetrio inviato straordinario e ministro plenipotenziario della Grecia. [261]

Torino, 20 settembre 1862.

 

                Sta aperta una Lotteria a favore degli Istituti maschili eretti in questa città, sotto il nome di Oratorii. Dal qui unito programma V. E. può argomentare quanto vantaggio da questi ne derivi alla classe povera al cui sollievo sussistono.

                Il Signor Sindaco della città di Torino, quale presidente della Commissione per la Lotteria suddetta, m'incarica fare rispettosa preghiera a V. E. di accogliere e ritenere per sè numero 10 decine biglietti della medesima.

                Fiducioso che la conosciuta filantropia di V. F. sarà per accogliere benignamente questa preghiera, Le porgo i più vivi ringraziamenti a nome del Signor Sindaco suddetto e dell'intera Commissione e mi professo colla massima stima e rispetto

                Di V. E.

 

Obbl.mo Servitore.

Cav. FEDERICO OREGLIA

Segretario della Commis.

 

                Altri simili fogli indirizzò alle varie Legazioni delle quali si conservano solo alcune risposte.

 

                LEGATION DES PAYS BAS A TURIN

                Protocollo generale N. 5925.

Turin, ce 21 Septembre 1862.

 

                               Monsieur le Président,

 

                J'ai l'honneur de vous restituer ci - joint les 50 billets de la Loterie en faveur des Oratoires que en date d'hier, M. Stefano Oreglia Secrétaire de la Commission a bien voulu m'adresser en votre nom.

                Regrettant, Monsieur le Président que d'autres misères à soulager ne me permettent pas de m'associer à la bonne œuvre que vous patronnez, je saisis avec empressement cette occasion pour vous offrir l'assurance de ma considération très distinguée

 

HELDERWIER IKHR.

 

                LEGACION DE ESPANA EN TURIN

 

Torino, li 28 settembre 1862.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Ogni qualvolta si è trattato di atti filantropici in sollievo della classe necessitosa, la Legazione di Spagna non è mai venuta meno a concorrervi [262] colle sue offerte, epperciò accetto col massimo piacere i quaranta biglietti della lotteria che la S. V. Ill.ma si compiacque di acchiudere al di Lei foglio del 20 corrente e qui unita mi pregio rimetterle la somma di lire venti, ammontare dalle suddette 4 decine.

                Gradisca intanto i sensi della mia più distinta stima e pari considerazione.

 

L'Incaricato d'affari di Spagna

A. de DURO.

 

                PORTUGAL, LEGACAO DE S. M. F. EM TURIM.

 

Turin, ce 21 octobre 1862.

 

                               Monsíeur,

 

                Mes innombrables occupations dans ces derniers temps m'ayant empêché de répondre à une quantité de lettres qui m'ont été adressées, ce n'est que maintenant que je puis accuser la réception de votre lettre du 20 du mois passé, ainsi que de cinq douzaines de billets de la Loterie en faveur des Instituts masculins dits Oratori, et vous envoyer 30 fr., montant desdits billets.

                Toujours heureux de pouvoir concourir ali soulagement des malheureux, je vous prie, Monsieur de vouloir agréer l'expression de mes sentiments distingués

CASTRO.

 

 


CAPO XXVII. Lotteria 1862 - Documenti e Note. La Commissione delibera l'estrazione dei numeri per i premii della Lotteria, ed espone al Sindaco un suo desiderio - Risposta del Sindaco - Circolare, e un articolo dell'Armonia che annunziano il giorno dell'estrazione - Verbale dell'estrazione compiuta - Circolare che annunzia i numeri vincitori - L'Armonia pubblica il tempo utile per ritirare i premi - Ingrata sorpresa: un biglietto duplicato assegna a due vincitori lo stesso primo premio - La Commissione per la Lotteria si raduna e propone il modo di accomodare quell'incidente - D. Bosco sborsa cinque mila lire ad uno dei vincitori - Consegna degli altri premi vinti: biglietto della Duchessa Melzi Sardi da Roma - D. Bosco non accetta la proposta di far riconoscere dal Governo l'Oratorio come Opera pia.

 

                ERA ormai terminato lo spaccio dei biglietti e radunatasi la Commissione, deliberava il giorno e il luogo per l'estrazione dei numeri che avrebbero guadagnati i premii. Il Segretario ne dava notizia al Sindaco per ottenere il suo consenso e interpellai lo sul modo di compiere quell'atto importante con qualche solennità.

                Torino, addì 22 settembre 1862

 

                               Ill.mo Sig. Sindaco,

 

                Con sua seduta del 16 corrente mese la Commissione per la Lotteria a favore degli Oratorii esistenti in Torino, fissava il giorno 30 per l'estrazione dei prendi dalle ore 9 alle 10 mattina. [264] In pari tempo e per uniformarsi a quanto fu praticato nelle precedenti lotterie e per maggiore soddisfazione del pubblico, avrebbe pure esternato il desiderio che l'estrazione avesse luogo in una sala del palazzo civico, purchè la S. V. Ill.ma avesse creduto poter accondiscendere a questa domanda.

                A questo fine Le faccio preghiera affinchè si degni concederci il chiesto favore, come anche sia fatta facoltà ai giovani musici dell'Oratorio di aprire la pubblica estrazione con alcune sinfonie.

                Nella fiducia che Ella sarà per accordare l'implorato favore, mi professo colla massima considerazione

 

Obbl.mo Servitore

Cav. FEDERICO OREGLIA.

 

                Il Sindaco rispondevagli:

 

                CITTÀ DI TORINO

                Protocollo dell'Ufficio N. 849.

                Torino, addì 26 sett. 1862.

                Risposta a lettera del 22 settembre.

 

                In riscontro alla nota controdistinta il Sottoscritto partecipa alla S. V. che per parte di questa Civica Amministrazione non si ha difficoltà di permettere che l'estrazione della Lotteria si faccia in una sala del palazzo civico; solo è necessario che due giorni prima della estrazione una persona dalla S. V. incaricata si rechi a quest'ufficio per i relativi concerti.

                Rincresce al sottoscritto di non potere del pari assecondare la seconda domanda, quella cioè di pur permettere ai giovani musici dell'Oratorio di aprire la estrazione con alcune sinfonie.

                Siffatta permissione aumenterebbe il non poco disturbo agli impiegati, i quali già da oltre tre mesi sono di continuo interrotti nelle loro occupazioni a cagione dei lavori di riattamento che si stanno compiendo per gli uffizii municipali.

Il Sindaco

RORÀ .

 

                Le decisioni della Commissione con una circolare diffusa a migliaia di copie erano state annunziate alla cittadinanza.

 

                               Benemerito Signore,

 

                La Commissione stabilita per la Lotteria a favore degli Oratorii maschili di questa città, radunatasi il 16 del corrente mese, prendeva le seguenti deliberazioni che mi affretto di comunicarle per sua norma.

                I° L'esposizione degli oggetti rimane aperta al pubblico fino a tutto il 23 corrente settembre. Dopo vi saranno quattro giorni per ritirare [265] il provento dei biglietti, e raccogliere quelli che non fossero stati smerciati.

                2° Se Ella potesse dare spaccio ancora ad alcuni biglietti che esistono presso di Lei, o di quelli che rimangono nella sala dell'esposizione, avrebbe tempo utile fino al giorno 27 corrente.

                I biglietti non consegnati in tale spazio di tempo s'intendono ritenuti a benefizio della Lotteria.

                Qualora non avesse altro mezzo più facile per farei pervenire quanto è del caso, Ella potrebbe inviarlo in forma di piego al Sig. Prefetto della provincia di Torino.

                3° Dal 27 al 30 si faranno gli opportuni preparativi per la pubblica estrazione. Pertanto nel giorno 30 del corrente nella sala Municipale di questa città, in presenza del Sindaco, sig. Marchese di Rorà, benemerito e zelante Presidente della Lotteria, si procederà alla pubblica estrazione dei numeri vincitori, secondo le norme stabilite per le estrazioni del debito pubblico. Gli oggetti da vincersi sommano a 3000.

                Mentre le dò comunicazione di queste deliberazioni sono pure incaricato dalla Commissione di esternarle i dovuti ringraziamenti per le sollecitudini spiegate in quest'opera di beneficenza, facendole preghiera di continuare la sua cooperazione per condurla a felice compimento.

                Mi voglia in fine credere, coi sentimenti della massima stima con cui mi reputo ad onore di potermi professare

 

Dev.mo ed Obbl.mo Servitore

FEDERICO OREGLIA di S. Stefano.

 

                L'Armonia del 19 settembre pubblicava pure una lettera circolare comunicatale dal Cavaliere Oreglia[24]. [266]

                Finalmente si fece l'estrazione ed eccone il verbale:

 

                L'anno del Signore 1862 allì 30 del mese di Settembre, secondo l'autorizzazione e le norme fissate dal Signor Prefetto di questa Provincia per la Lotteria iniziata e promossa a favore degli Oratorii di San Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta Nuova e del Santo Angelo Custode in Vanchiglia, si procedeva alla pubblica estrazione dei numeri vincitori degli oggetti alla medesima Lotteria destinati.

                A tale scopo il benemerito Signor Marchese Di Rorà Presidente della Commissione, il Cav. Giuseppe Luigi Duprè Vice - Presidente, il Cav. Federico Oreglia di Santo Stefano, Segretario, il Sacerdote Giovanni Bosco Direttore degli Oratorii si radunarono in pubblica sala del palazzo municipale e procedevano alle loro operazioni nel modo esposto nel piano di regolamento della lotteria.

                Si prepararono sei urne. Cinque erano, destinate alle pallottole portanti i numeri sino a duecento otto mila, che corrispondono al numero di biglietti approvati; si verificarono le urne e le pallottole e si trovarono precise e nel numero di esse e nel risultato della combinazione fortuita dei numeri da comporsi.

                La sesta urna fu preparata pei biglietti di premio sicuro e siccome tali biglietti che vennero spiccati dalla rispettiva matrice risultarono ascendere al numero di 1600, così furono deposti nell'urna summentovata altrettanti biglietti, ciascuno dei quali veniva interpolatamente estratto cogli altri ed erano certi del premio.

                Le cose così disposte, il Benemerito Signor Marchese di Rorà quale presidente della Commissione e come incaricato dal Ministero di presiedere nella sua qualità di Sindaco della Città, dava principio alla seduta e dichiarava aprirsi il tiraggio, che fu continuato fino alle dieci ore di sera con brevissima interruzione per riposare.

                Un essendosi però potuto terminare in detto giorno tutta l'estrazione, così il primo di Ottobre alle ore 7 di mattino si dava di nuovo principio a questa, previa verificazione delle urne e delle pallottole che furono riconosciute esatte in tutte le loro parti. Alle undici ore della mattina stessa veniva estratto l'ultimo numero. Così compiuta l'operazione del tiraggio se ne è redatto il presente erbale da presentarsi all'Ill.mo Signor Prefetto della Provincia di Torino, con riserva di pure presentargli copia autentica dei numeri estratti tosto che saranno compiuti gli incombenti dell'ordinamento progressivo dei numeri vincitori suddetti.

                Torino, 3 ottobre 1862.

 

RORÀ

GIUSEPPE DUPRÈ

BOSCO GIOVANNI

Cav. FEDERICO OREGLIA Segr. [267]

 

                Un supplemento al numero 245 della Gazzetta ufficiale del Regno pubblicava i numeri vincitori della Lotteria d'oggetti a favore dei tre Oratorii di D. Bosco; il quale si affrettava a mandarne copia a tutti gli interessati.

 

                               Benemerito Signore,

 

                La Lotteria più volte raccomandata alla carità di V. S. Benemerita è terminata col più soddisfacente risultato, sia pel numero d'oggetti raccolti, sia pei biglietti smerciati. Ora Le trasmetto l'Elenco dei numeri sortiti nella pubblica estrazione de' premii; da questo Ella ed i suoi amici potranno verificare se i biglietti ritenuti siano stati da qualche vincita favoriti.

                Posso dirle anche a nome della Commissione che si fece quanto si è potuto affinchè ognuno rimanesse soddisfatto. Tuttavia se involontariamente fosse avvenuta qualche mancanza di riguardo o qualche dimanda non appagata, si attribuisca alla sola impotenza cagionata dalle molte incombenze che si dovettero compiere, ed io Le dimando benigno compatimento di ogni disturbo cagionato e di ogni cosa che possa essere tornata di minor gradimento.

                In questa medesima occasione mi fo' animo di assicurarla che quanto Ella fece per quest'opera di beneficenza non sarà giammai dimenticato nè da me nè dai giovani beneficati, anzi ci uniremo tutti insieme per invocare le benedizioni del Signore sopra di Lei e sopra tutti quelli cui Ella intende augurare belli dal cielo.

                Prima di chiudere le relazioni di questa Lotteria, Le voglio ancora fare rispettosa preghiera di volermi cioè continuare i suoi favori nelle caritatevoli di Lei largizioni, e di voler anche pregare per me e per questi giovanetti in certo modo dalla Divina Provvidenza a me affidati, affinchè coll'aiuto di Dio possano diventar tutti buoni cittadini e buoni cristiani in questa vita per poter poi un giorno ringraziare di presenza i loro benefattori nella patria dei beati in Paradiso.

                In fine permetta che con pienezza di stima e colla più sentita gratitudine abbia l'onore di professarmi ora e sempre

                Di V. S. benemerita

 

                Torino, 10 ottobre 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI

 

                L'Armonia, il mercoledì 12 novembre pubblicava un importante avviso:

 

                Si previene chi di ragione che il tempo utile per ritirare gli oggetti vinti nella Lotteria degli Oratorii maschili di Valdocco, di Vanchiglia [268] e di Porta Nuova, scade collo spirare del corrente mese di novembre. La Commissione si reca perciò a dovere di avvertire tutti gl'interessati, che gli oggetti non ritirati a quell'epoca s'intendono donati alla pia opera a cui favore questa Lotteria si è compiuta.

 

                Fu una magnifica e fruttuosa Lotteria, ma siccome non vi ha rosa senza spine, era accaduto un grave inconveniente. Due signori si presentarono per ritirare il primo premio, cioè il magnifico quadro di S. Antonio, dono del Cav. Federico Peschiera professore dell'Accademia Ligustica di, Genova. Era stimato pel valore di 5000 lire. Ambedue possedevano un biglietto, riconosciuto autentico, duplicato evidentemente da coloro che ne avevano fatta la stampa.

                Come sia andato il fatto si narra dalla relazione che presentiamo.

 

                In seguito ad invito dell'Ill. Sindaco della città di Torino, il Marchese di Lucerna di Rorà, quale Presidente della Commissione per la Lotteria a favore dei tre Oratorii di S. Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta Nuova e dell'Angelo Custode in Vanchiglia, radunavasi il giorno 23 corrente novembre la detta Commissione nella sala del palazzo municipale di questa città. Aprivasi la seduta alle ore tre pomeridiane e vi prendevano parte gli infra descritti membri. Erano presenti i Signori Cav. Giuseppe Duprè Vice - presidente, Com. Giuseppe Cotta Senatore del Regno Cassiere, Marchese Lodovico Scarampi di Pruney, Cav. Lodovico Lorenzo Galleano d'Agliano, Signor Giuseppe Migliassi Neg.te, D. Giovanni Bosco Sacerdote, Direttore degli Oratorii ed il Cav. Federico Oreglia, segretario.

                Apertasi la seduta alle ore tre pomeridiane si dava comunicazione d'una lettera del signor Sindaco in cui per impreveduta occupazione era nella obbligazione di assentarsi dalla seduta.

                Il Vice presidente dava allora cognizione del motivo della radunanza consistente nell'essersi rinvenuti nella distribuzione dei premi della Lotteria due cartolari a matrice di biglietti smerciati aventi lo stesso numero progressivo; in questa serie appunto trovavasi il numero vincitore del primo premio, il quale perciò ebbe due vincitori riconosciuti nei signori Negro Neg.te in panni nella via del Seminario e il Signor Silvetti Fondachiere sull'angolo delle vie San Maurizio e Barbaroux. Amendue pretendendo il premio per sè, e per essere un quadro di valore non essendo possibile il duplicarlo, come si fece di altri premi caduti nella stessa serie, così invitavasi i membri della Commissione [269] a dare il loro parere sopra il modo di aggiustare con equità i due pretendenti.

                Dopo gli opportuni schiarimenti dati dal Segretario e la presentazione dei due registri a matrice i quali si riconobbero identici, quantunque l'uno dei due portasse una correzione progressiva nel numero che costituiva l'identicità, perchè il segretario fece constare che tale correzione fu fatta dopo l'estrazione dei numeri vincitori e quando già i biglietti staccati da detta matrìce erano stati tutti distribuiti; sentito il parere dei singoli membri si deliberò di dover stare alle seguenti conclusioni esposte dal Signor Comm. Giuseppe Cotta:

                I° Che i due registri a matrice, essendo identici li due biglietti ritenuti dalli Signori Negro Neg. e Silvetti Fondachiere, hanno ugual diritto al premio designato per tale numero.

                2° Che erasi da esperimentare presso li detti Signori vincitori la via conciliativa di estrarre a sorte fra essi due il premio in questione, assegnando al non vincente le lire cinque cento che la Commissione riteneva per l'opera, dietro largizione appositamente fatta e formante parte del premio primo, come risulta dal piano di regolamento, articolo quinto.

                3° Che ove la proposta conciliativa non avesse avuto buon esito si dovesse far estimare, o dai Professori dell'accademia in genere o particolarmente da uno nominando dal tribunale, il valore dei quadro; e ponendosi a fronte dei dipinto la somma estimata se ne venisse all'estrazione, la quale definirebbe nella via più equa e legale possibile il vincitore del quadro.

                4° Finalmente con unanime voto si delegava il Comm. Giuseppe Cotta a voler incaricarsi di comunicare allo signor Negro e Silvetti queste decisioni, confidando alla sua operosa carità che avrebbe condotto a buon termine questo sgraziato incidente

 

Cav. FEDERICO OREGLIA.

 

                Non essendosi potuto venire ad accordi, uno dei vincitori ebbe il quadro e all'altro D. Bosco dovette sborsare 5000 lire. Fu per lui una perdita sensibile, ma la Divina Provvidenza voleva metterlo a queste prove per dargli poi inaspettati compensi.

                Egli intanto ebbe ancora per più mesi un gran da fare per le conseguenze della Lotteria; cioè rispondere alle lettere e spedire i premi vinti. Ce ne dà prova il biglietto da lui conservato di una sua benefattrice: [270] La D.ssa Melzi Sardi presenta i suoi rispetti al Rev. D. G iovanni Bosco e nel mandarle per parte del Marchese Patrizi Giovanni scudi 100, desidererebbe sapere se, fra i Numeri Premiati della Lotteria, di cui le mandò da Torino i biglietti, ve n'era nessuno fra il 701 e il 750 che Ella prese. Potrà rispondere nello spedire la ricevuta al M. Patrizi e, se vi fosse qualche premio, pregare la Sig.ra Marchesa Fassati se volesse tenerlo in deposito. - Si raccomanda alle sue orazioni. -

 

                Roma, 7 Febbraio 1863.

 

                Ma in vista dell'ampliazione dell'Oratorio e dell'esito della lotteria, molti personaggi, anche politici, si adoperarono per indurre D. Bosco a far riconoscere il suo Istituto e i suoi oratorii come ente morale approvato dal Governo, dal quale a questo fine aveva già avuti eccitamenti e quasi disturbi. Lo stesso impegno avean preso con insistenza il banchiere Comm. Cotta e altri suoi amici. Spesso enumeravano a D. Bosco gli immensi vantaggi che gliene sarebbero venuti; la protezione assicurata delle Autorità; il credito che acquisterebbe l'opera presso la cittadinanza; la maggior fiducia degli oblatori nel lasciare legati e testamenti; la certezza che nessuno con pretesti legali avrebbe potuto contestare le eredità; la diminuzione dei diritti del fisco per i trapassi; l'esenzione da certi pesi e tasse. Quindi gli mettevano sott'occhio un aumento incalcolabile di soccorsi, come ogni giorno verificavasi per la pia opera del Cottolengo. Aggiungevano, come i parroci ed i notai avrebbero potuto con maggior franchezza raccomandare la sua istituzione a coloro che desideravano beneficare morendo qualche Opera di carità. Gli facevano eziandio osservare ripetutamente che durante la sua vita sarebbe stato l'unico e libero amministratore, e che in conseguenza, per la maggiore abbondanza di mezzi, avrebbe potuto procurarsi un esistenza più comoda e più tranquilla.

                D. Bosco però non si lasciò persuadere, sicchè ne venne perfino un po' di freddezza fra lui e questi suoi buoni amici. Ma gli avvenimenti fecero vedere con quanta prudenza di [271] ordine superiore egli si fosse governato in tale affare. Infatti egli intravide e fors'anco nell'apparizione del Cavallo rosso, i tempi che si preparavano. Amando Dio e non se stesso, amava la povertà e sapeva che sarebbe stato obbligato a conservare case, terreni, o capitali che gli fossero pervenuti in favore dell'Oratorio, con pericolo di eccitare le cupidigie dei democratici. Temeva che i Governanti per mezzo della Commissione legale, finirebbero poi collo spadroneggiare in casa sua mutandone l'indirizzo e lo scopo. Prevedeva lo sperpero dei beni delle opere pie e fors'anche la legge Crispi del 1892, che avrebbe ordinato l'accentramento delle varie istituzioni aventi lo stesso scopo.

                D. Bosco sopratutto voleva per le sue opere tutta la possibile indipendenza e libertà e si rifiutava di sottostare a nessuna influenza estranea a quella della Santa Sede, ad aiuto e difesa della quale egli aveva posta interamente la sua Congregazione. Ed era cosa tanto evidente, che non ebbe mai in eredità soccorsi di grande importanza per solo spirito di umana filantropia. “Distinti personaggi, afferma D. Rua, vollero indurlo a mutare indirizzo delle sue imprese, riducendole a solo scopo filantropico, ma egli non si lasciò smuovere; e per questa ragione non rare volte perdette eredità di grande importanza, che certamente egli avrebbe conseguite”.

                Per questa regola seguita da D. Bosco molti superiori di altre Istituzioni religiose, di ogni parte del mondo, sovente si presentavano a lui per formarsi un concetto giusto del suo modo di pensare e di agire in tale importantissima questione.

 

 


CAPO XXVIII. La passeggiata autunnale - Fallisce il disegno di andare a Vigevano - Severa e paterna lezione ad un insolente - Don Bosco conforta quelli che non possono prender parte alla passeggiata - I Becchi: predica memorabile di D. Cagliero: una voce misteriosa: occhio vigilante - Castelnuovo - Un giorno piovoso e rifugio a Piea - Villa S. Secondo: la Compagnia di S. Luigi - Calliano: ospitalità generosa non preveduta: un alunno in vacanza - Montemagno: Luigi Lasagna - Vignale: una predica di Don Bosco in lode del S. Cuore di Maria: profezia avverata di morte imminente: una grande benefattrice delle Opere Salesiane Casorso: un prete che non veste l'abito ecclesiastico - Concessione gratuita di due vagoni sulle ferrovie dello Stato Cantagna - Mirabello: ultime disposizioni per l'erezione del Collegio - Castelletto - Alessandria: visite alle Chiese, alla cittadella e al campo della battaglia di Marengo - A Torino.

 

                DON Bosco sul finire della Lotteria prendeva le necessarie disposizioni per la grande passeggiata autunnale. Aveva pensato sulle prime di spingersi fino a Vigevano, e spediva la seguente lettera.

 

                               Al Can. Prevosto Colli Cantone Ludovico di Vigevano.

 

                Qualche settimana fa scriveva a Lei una lettera che forse non Le pervenne per mancanza di giusto indirizzo. L'anno scorso Ella mi accennava la possibilità di fare costà una camminata con una porzione dei [273] nostri giovani. Ora avrei bisogno di sapere se potrebbonsi alloggiare militarmente, cioè sopra di un paglione, una settantina di giovani per quattro o cinque giorni e se avvi mezzo di somministrare loro pane e minestra, giacchè il resto si può comprare facilmente altrove.

                Se Ella mi farà in breve qualche risposta l'avrò come un favore. Il giovanetto Albasio gode buona salute e fa bene.

                Le auguro ogni belle dal cielo e mi professo con gratitudine Di V. S. Car.ma

                Torino. 20 settembre 1862.

 

Obblig.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                Informato però che non era possibile ottenere ospitalità per ragioni che non conosciamo, dovette cangiar disegni.

                Il 25 settembre partiva dall'Oratorio, una piccola squadra con qualche chierico e prete alla volta dei Becchi, per incominciare la novella del Salito Rosario. Il grosso della compagna li doveva raggiungere la vigilia della festa.

                Questa passeggiata era un mezzo scelto da D. Bosco per dare un premio ai più buoni fra i suoi allievi; per esercitare nella virtù dell'obbedienza e della mortificazione quelli che il dovere riteneva nell'Oratorio e per infliggere una meritata punizione a chi lungo l'anno non aveva dato prova di buona condotta.

                Fra coloro che erano soliti ad accompagnare Don Bosco n'era uno, lavoratore indefesso e industrioso, meccanico, cuoco, barbiere, e che per i bisogni dell'Oratorio aveva imparato i principii di varii mestieri, Nelle passeggiate appariva un vero factotum; cantore, suonatore, comico, apprestatore delle mense, benvisto da tutti i compagni, bene accolto nelle case ove si presentava. Ma tanta abilità era offuscata da non leggeri difetti, che D. Bosco non potea lasciare impuniti, come lo stesso giovane ci confessò per iscritto.

 

                Eravamo ai primi di giugno del 1862, ed un giorno D. Bosco passandomi vicino, mi disse: Mio caro Pietro, io non son più contento di te: ho sentite tante lagnanze sul tuo conto! - Già parecchie altre [274] volte mi aveva ammonito e benchè io soffrissi terribilmente nell'udire quelle rimostranze, pure mi era sempre contenuto, rimanendo silenzioso. In quel giorno, non so quel che avessi pel capo, invece di rispondergli che mi sarei da qui innanzi regolato in maniera da non recargli alcun dispiacere, stizzito e in un modo villano, sbottai. - Insomma! Non sa, che io sono stanco di vedermi sempre preso di mira, di sentire sempre rimproveri? Son pentito di aver imparato a fare tanti mestieri in servizio dell'Oratorio! - Un altro Superiore all'udire queste insolenze mi avrebbe preso a schiaffi e messo fuori di casa; ma Don Bosco, che amava la mia anima, si contentò di dirmi: - E tu disimparali i mestieri imparati! - E si ritirò nella sua camera, lasciandomi a pensare sulle sue parole. Ma appena si fu allontanato, io rimasi sbalordito e diceva fra me: - Che cosa ho mai fatto! Oh me infelice

                Rispondere a quel modo ad un padre così buono!

                D. Bosco in quel giorno dovette partire da Torino per raccogliere elemosine e spacciare biglietti della lotteria e stette fuori parecchio tempo. Quando rientrò tutti gli corremmo incontro ed egli a tutti faceva un sorriso ed un saluto. Io gli presi la mano per baciarla, ma egli fece le finte di neppure vedermi, e voltosi ad un altro giovane gli disse qualche amorevole parola. Io vedendo che non badava a me, fui persuaso non essere più degno di quella grazia e del suo amore; andato nella mia stanza piansi tutto il giorno.

                Da quel punto D. Bosco non mi chiamò più a radergli la barba, come soleva tutte le settimane. Passati però due mesi mi fece chiamare perchè gli rendessi quel servizio, ma non mi disse un sol motto. Io soffriva, ma non aveva ancor pensato di riparare al mio errore, chiedendo perdono.

                Venne l'autunno, il tempo della lunga passeggiata, alla quale negli anni antecedenti io aveva sempre preso parte, come uno della banda de' suonatori e membro della compagnia drammatica. Buzzetti Giuseppe presentò a D. Bosco la lista di coloro che sembravano meritarsi di essere prescelti. D. Bosco l'esaminò e visto il mio nome vi tirò sopra una riga.

                Alla vigilia della partenza per Castelnuovo si lessero alla sera, secondo il solito, i nomi eli coloro che dovevano accompagnare D. Bosco ed il nome che tutti credevano di udire non si udì. Non si può immaginare come io restassi nel vedermi escluso, tanto più quando seppi da Buzzetti che D. Bosco stesso lui aveva scancellato. Era la prima volta che ciò mi accadeva. D. Bosco però non disse il motivo di quell'esclusione e nessuno lo conobbe. Ed io dovetti rimanere nell'Oratorio.

                Partiva la felice brigata in compagnia di Buzzetti Giuseppe, Pelazza Andrea, Gastini Carlo e di alcuni superiori; e D. Bosco giunto che fu al primo paese, forse Chieri, mi fece scrivere da un mio amico un biglietto a suo nome, in questi termini: “Caro Pietro, io ho nulla contro di te. [275] D. Bosco è sempre tuo amico, ti vuole sempre bene, e non cerca altro che la salvezza dell'anima tua. Ciò che ho fatto si è perchè tu impari a parlare. Ricordati di non rispondere mai con insolenza a' tuoi Superiori. Prega per me, che ti raccomando tutti i giorni nella santa Messa. Sta allegro”. Questa lettera mi consolò alquanto nel mio dolore, ma continuava a dire a me stesso: - Come ho potuto io maltrattare un padre così buono?

 

                D. Bosco il 2 ottobre giungeva ai Becchi; il 5 celebrava la festa del Santo Rosario e scriveva al Cavaliere Oreglia da lui invitato a venire ai Becchi.

 

                               Carissimo Sig. Cavaliere,

 

                L'invito fatto è solo in caso che le cose il comportassero; ma nel caso che mi espone rimanga pure all'opera col nostro caro Suttil.

                Quelli de' chierici o borghesi non compresi nella partita non si inquietino; di essi eravi bisogno a casa, oppure eravi ragionevole motivo di disporre così.

                Mentre scrivo giunse Suttil ed ella se la cavi come può.

                Dio l'aiuti ad essere perseverante nel bene operare e mi creda tutto

                Castelnuovo, 5 Ottobre 1862.

 

Aff.mo in G. C.

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

                Nel dopo pranzo prima della benedizione col SS. Sacramento, D. Cagliero, sopra un pergamo improvvisato nel cortile della casa paterna di D. Bosco, recitava innanzi ad una moltitudine dei suoi conterrazzani, le glorie del S. Rosario. A un certo punto del suo popolare e vivacissimo discorso, venne a dire che quella piccola vetta di collina doveva essere da tutti loro guardata con amore, e che sarebbe stata forse un di rinomata per aver colà avuti i natali il venerato loro D. Bosco. - Ecchè, esclamava, sarò io considerato ammiratore cieco di colui, che devo chiamare mio secondo padre?

                Non voglia il Signore che io esageri nel riconoscere i suoi meriti; ma io vedo nel vostro medesimo concorso in questo luogo una qualche ragione e speranza di ciò che io credo [276] faranno i nostri posteri. - Piacque assai alla moltitudine la felice allusione di un altro tempo più glorioso per D. Bosco e fu saviamente interpretata ed applaudita.

                In que' giorni accadde un fatto sorprendente. Un alunno si era allontanato dalla casa e soletto inoltrossi in un bosco. Qui all'improvviso trovò persona che gli volse indegni discorsi. Il giovane come intontito capiva e non capiva; ma subito udì una voce che distintamente lo chiamò due volte per nome. Egli corse all'istante dal suo professore, poichè sua gli era parsa quella voce, chiedendogli perchè lo avesse chiamato. Il Professore gli rispose non aver egli chiamato nessuno. Allora si fece luce nella sua mente, capì qua! pericolo aveva corso, intese la voce salvatrice non essere stata voce semplicemente umana, e si recò ove trovavasi D. Bosco in mezzo ai giovani. Questi fissò in lui lo sguardo con tale insistenza ed espressione, accompagnato da un sorriso così significante, che il giovanetto fu persuaso aver D. Bosco visto quanto gli era accaduto.

                Altra volta una sera mentre gli alunni dopo la loro cena riempivano la camera ove D. Bosco mangiava la sua minestra, ad un tratto egli aveva chiesto: - Andatemi a chiamare Marcora, Salvi, Daniele! - Alcuni corsero a cercare di quei tre: erano andati, senza permesso, a giuocare fuori di casa. D. Bosco ciò aveva detto per far comprendere che nulla poteva sfuggirgli di ciò che accadeva; e gli alunni dopo essersi interrogati a vicenda, per conoscere se qualcuno avesse dato avviso a D. Bosco, esclamarono: - Come ha fatto a saperlo?

                In quante altre simili circostanze si udì ripetere questa esclamazione!

                Il lunedì 6 ottobre era fissata la partenza verso più lontane regioni. Quel mattino fitta ed uggiosa cadeva la pioggia. I giovani erano impazienti e dissero a D. Bosco, uscito dalla cappella: - Ed ora che cosa facciamo? [277] Quello che facevano i nostri buoni vecchi, rispose Don Bosco.

                 - E che cosa facevano?

                 - Lasciavano piovere.

                Alle 9 fu distribuita la colazione. Apparve un po' di sole e fu salutato con un generale applauso. - Tutti gli occhi erano rivolti a Don Bosco: - Dunque si va' - D. Bosco riflettè alquanto e poi sorridendo: - Ho con me soldati valorosi: niente paura: si parta!

                 - Evviva D. Bosco, si gridò: musica avanti. - E tutti si mossero. Verso le 11 si arrivò a Castelnuovo.

                Il Teol. Cinzano, riboccante di gioia, aveva imbandite lautamente le solite mense e finito il pranzo la comitiva si rimetteva in cammino per Villa S. Secondo. In quel frattempo aveva piovuto ed il cielo si manteneva minaccioso. Perciò alcuni alunni, di costituzione più delicata, ebbero ordine di fermarsi a Castelnuovo e di ritornare poi a Morialdo.

                Intanto si vide D. Bosco in un calesse aperto ove un buon signore avevalo fatto salire, perchè non andasse a piedi per quelle vie fangose. I giovani si fecero da banda per lasciarlo passare, rompendo in evviva e battendo le mani: ed egli salutandoli ed agitando il cappello, diceva loro: - Vi precedo per andarvi a preparare la cena. -

                Quei buoni figliuoli continuarono il viaggio verso la meta. Il sole si affacciò a rallegrarli, ma, passato Mondonio, li sorprendeva una dirottissima pioggia che durò più ore. La via si cambiò in un torrente, il fango, tutto argilla, rendeva difficile il passo, rattenendo tenacemente le scarpe; ma ciò non ostante quei coraggiosi arrivarono a Piea. Ormai era notte; e andando a Villa S. Secondo, con quelle tenebre, temevano smarrire la via.

                 - Che cosa fare adesso? esclamarono alcuni.

                 - Sentite, disse un prete, al quale Don Bosco, previsto il caso, aveva date le istruzioni necessarie: Piea è paese [278] di nostra conoscenza. Andiamo al Castello a chiedere ospitalità.

                 - Andiamo, tutti risposero.

                Il castello è collocato sulla cima di una collinetta di tufo e quindi la salita liscia e sdrucciolevole fu lenta e faticosa, e causa di qualche capitombolo. Ma un tratto si udirono voci amiche che invitavano quella turba a salire: e sulla porta spalancata i servitori dicevano ai giovani: - D. Bosco vi aspetta. - Egli era giunto un'ora prima annunziando al Cav. Gonella l'arrivo de' suoi alunni.

                Il Cavaliere li accolse a festa e colla sua famiglia si diede d'attorno per far loro mutare gli abiti, i quali non avevano filo che fosse asciutto. La guardaroba di casa, del fattore, dei massari, fu tutta fuori. I giovani apparvero camuffatti nelle più strane guise. Chi era in zoccoli, chi in pantofole, chi in stivali e chi in scarpe più larghe dei loro piede. Questi indossava una giubba da contadino, quegli una veste da camera. Uno vestiva una vecchia marsina, l'altro un camiciotto e altri un lungo pastrano. Chi era involto in una coperta, chi in un soprabito da viaggio. Acceso un gran fuoco si fecero asciugare i vestiti deposti. Tutti ridevano a crepapelle nel vedersi in que' abbigliamenti. In cucina intanto si preparava minestra, pietanza, e una grande polenta che tutti assalirono con quell'appetito che Dio vi dica. Verso le 10, essendo cessata la pioggia, D. Bosco voleva partire, ma il Cavaliere non volle assolutamente e fece entrare tutti i giovani in un gran salone al piano superiore. Qui si cantò, si suonò, Bongiovanni fece il Gianduia. Suttil cantò una canzone Veneziana: e una romanza da lui composta, intitolata:. Il ponte della pietà. Si tenne conversazione famigliare fino a mezzanotte con piacere infinito di que' nobili signori, che avevano preparate coperte in abbondanza, perchè i giovani non soffrissero dormendo.

                Intanto due giovanotti erano andati a Villa S. Secondo,  [279] ove D. Bosco era aspettato per una funzione religiosa fissata pel domani. Così fu levato d'imbarazzo quel buon parroco coll'assicurazione che anche la pioggia non avrebbe impedito a D. Bosco e a suoi di arrivare all'ora convenuta.

                Infatti il martedì si partì da Piea. Il tempo erasi rabbonacciato e verso le 10 la banda suonava entrando in Villa San Secondo, mentre il sole splendeva in un cielo sereno.

                Qui si celebrò in Chiesa una cara funzione per la compagnia di S. Luigi, composta di molti giovanetti del paese. Don Bosco benedisse un loro quadro rappresentante l'angelico patrono della gioventù, dipinto da Tomatis; e predicò, dimostrando quanto S. Luigi doveva ora essere contento per aver amato Pio nella sua giovinezza. Alla sera si diede una piccola rappresentazione teatrale, interrotta dalla pioggia.

                Il mercoledì, 8 ottobre, a mezzo giorno, D. Bosco dopo la refezione e la recita dell'Angelus, lasciò Villa S. Secondo. L'aria era infuocata dal sole. Alle 3 e ½ i giovani tutti in sudore stanchi, trafelati ascendevano una collina. Via facendo un signore, che aveva cooperato attivamente alle annessioni del 1860, visto D. Bosco lo aveva chiamato dalla cinta del suo giardino. D. Bosco ne riconobbe la voce, ma voltosi ad un suo prete, che gli camminava a fianco: - Non guardiamo, gli disse, non rispondiamo. Non conviene fermarci!

                Finalmente la banda suonava all'entrata di Calliano. Il Vicario Foraneo Teologo Sereno Giuseppe col suo coadiutore venne incontro a D. Bosco, il quale in quella stessa mattina avevagli mandato un biglietto con preghiera di trovargli pane necessario per quelli che lo accompagnavano. Il Prevosto adunque gli offerse subito cordialmente la sua nuova casa parrocchiale, della quale in quell'anno era finita la costruzione, per alloggiarvi i giovani. Qui in un momento fece disporre tavole e panche pel refettorio, e preparare per tutti un vero pranzo con una buona minestra. Ma volle con sè D. Bosco nella vecchia sua abitazione. Il Servo di Dio voleva ripartire [280] dopo breve ora, ma quell'eccellente sacerdote non glielo permise. Quindi alla sera si diede una benedizione solenne coi canti a grande orchestra; e alle nove il teatro per tutta la popolazione in un cortile illuminato con molte fiaccole e lanterne ad olio. I ragazzi del paese specialmente godettero una serata indimenticabile. Intanto il parroco con un alto strato di paglia battuta formava nella casa nuova i letti per la notte.

                Il mattino seguente, 9 giovedì, i giovani dell'Oratorio diedero al paese uno spettacolo edificante in Chiesa, coll'ascoltare devotamente la S. Messa e fare in gran numero la Comunione.

                Alle 10 si partì e verso le 12, presso la piccola borgata San Desiderio, i giovani s'incontrarono con un loro compagno che era in vacanza. Da ogni parte si gridò: - Accomasso, Accomasso! - e quegli fattosi largo fra i condiscepoli che lo applaudivano, arrivò alla presenza di D. Bosco, gli baciò la mano e lo invitò anche a nome dei suoi parenti ad entrare per qualche momento in sua casa, dicendosi felicissimo di aver D. Bosco con sè. Egli aveva preparato per i suoi amici una buona merenda all'aria aperta.

                Ripresa la marcia si passò per Grana, e si volse il passo a Montemagno per visitare il Marchese Domenico Fassati e la Signora Marchesa.

                Mentre la comitiva avvicinavasi alle abitazioni un giovanetto sui dodici anni, vivacissimo, di famiglia benestante, stava in quel momento giuocando in una valle con alcuni compagni presso un piccolo santuario, detto la Madonna di Valino. A un tratto ode un rullo di tamburo, e quindi lo squillar delle trombe. - Che cosa è? esclama. Andiamo a vedere! - E senza altro lasciando nel prato il cappello, le scarpe, la giubba, che si era tolta, corre a precipizio coi compagni verso il luogo donde partiva la musica. D. Bosco co' suoi era entrato in paese e si era fermato sulla piazza. Il giovanetto si fa largo fra la moltitudine e a furia di spintoni giunge in prima fila e va a piantarsi davanti a D. Bosco. Il santo prete fu subito [281] colpito dall'arditezza del suo sguardo e dalla fisonomia che palesavagli un'anima aperta; e: - Chi sei tu, gli disse.

                 - Io sono Lasagna Luigi.

                 - Vuoi venire con me a Torino?

                 - E a che cosa fare?

                 - A studiare con tutti questi compagni.

                 - E perchè no?

                 - Se vuoi venire, di a tua madre che venga a parlarmi domattina in Vignale in casa del Vicario.

                La musica e i giovani salivano intanto al Castello e il Marchese scendeva incontro a D. Bosco, grato che avesse voluto fargli una simile improvvisata. Suo figlio fece subito preparare dai servi un ristoro sostanzioso per i pellegrini. La Marchesa madre gli aveva detto: - Emanuele, fatti onore!

                D. Cagliero suonò il pianoforte, si cantò, si recitò qualche verso in ringraziamento a quei cari ospiti; e la banda che aveva fatte udire nel cortile le sue sinfonie, le continuò uscendo dalla casa dell'insigne benefattore e percorrendo la strada che metteva a Vignale. Questo paese sta in faccia a Montemagno sovra una delle più alte colline del Monferrato.

                A Vignale attendevano D. Bosco nel loro Castello il Conte e la Contessa Callori. Questa nobile signora nel 1861 erasi trovata a pranzo a Montemagno colla Marchesa Fassati, mentre vi era giunto D. Bosco. Quivi la Contessa invitollo a venire a Vignale co' suoi giovani per l'anno venturo. D. Bosco le rispose:

                 - Ma Lei mi fa l'invito con serietà?

                 - Certamente e sarà per me un gran piacere.

                 - Ed io ci vengo.

                La Contessa poi avendo molti fastidii e molte croci, disse a D. Bosco: - Lei preghi perchè cessino le mie tribolazioni.

                D. Bosco alzò gli occhi al cielo per un istante, come era solito a fare, e poi rispose: - Oh no, io non prego per questo fine.

                 - Dunque vuol dire che continueranno? [282]

                 - Continueranno.

                 - E cresceranno forse?

                 - Cresceranno.

                 - Pazienza! - E D. Bosco aveva preveduto il suo avvenire.

                D. Bosco adunque fu a Vignale verso le 8 di sera. La moltitudine di contadini era tale che le file dei giovani furono disordinate: il Conte Federico Callori venuto loro incontro, non potè arrivare ove era D. Bosco; e fermatosi alla testa dei musicanti, risalì guidandoli al Castello con molto stento. Don Bosco era in mezzo a tutta quella gente che lo stringeva in modo, che appena si poteva muovere, scortato però da alcuni robusti giovani, i quali colle loro spalle impedivano che fosse sbalzato qua e là. Molte torce accese illuminavano la via. Finalmente il Contino primogenito, Giulio Cesare, lavorando di gomiti con grandi sforzi aperse un passaggio a D. Bosco e lo introdusse con tutti suoi nel magnifico castello, le cui sale e corridoi erano vagamente illuminati. Egli stesso introdusse gli alunni alle mense preparate con grande magnificenza, e quindi li fece salire alle stanze dell'ultimo piano, ove si trovarono provvisti di tutto per dormire comodamente.

                Il 10 venerdì: D. Bosco celebrò la messa nella bellissima cappella del Castello, alla presenza dei nobili ospiti e degli alunni; i quali dovettero pregare nella sala attigua innanzi alla porta, non essendovi spazio per tutti.

                In questi giorni il Professore Celestino Durando, in una stanza che aveagli assegnata il Conte, dava l'esame a que' giovani, che i parenti avevano presentati a D. Bosco, perchè li accettasse nell'Oratorio come studenti.

                Fra questi vi fu il giovanetto Lasagna Luigi che sua madre aveva accompagnato a Vignale. Il Vicario Foraneo di Montemagno, D. Beccaris Evasio, lo presentò a D. Bosco con tre altri de' suoi compagni. D. Bosco osservandolo, disse: Degli altri tre non posso dir nulla: ma posso assicurare che quegli dei cappelli rossi (il Lasagna) farà buona riuscita.  [283] Que' giovani vennero adunque accettati da D. Bosco per gli studii.

                Sabato gli alunni furono condotti dal Contino, a visitare le rovine dell'antico castello, ove circondata da alti cipressi, è la cappella mortuaria della nobile famiglia Callori.

                La Domenica, 12 ottobre, si celebrava in parrocchia la festa del Sacro Cuore di Maria. D. Bosco e altri sacerdoti confessarono per quattro ore. Ci fu la comunione generale. Alle 10 messa cantata da un prete dell'Oratorio e servita da dieci giovani del piccolo clero. D. Cagliero dirigeva l'orchestra. Dopo i vespri D. Bosco predicò in dialetto. La Chiesa di una sola navata, maestosa e vastissima, era zeppa di popolo. Narrò D. Bosco la storia dell'Arciconfraternita del Sacro Cuore di Maria per la conversione dei peccatori, e fece osservazioni così efficaci sopra questo argomento, che tutto l'uditorio si vedeva profondamente commosso.

                Il Vicario Foraneo D. Goria Giuseppe che assisteva in mozzetta, attentissimo sovra tutti, non distoglieva gli occhi pieni di lagrime dal predicatore, il quale parlò per un'ora e più e non parve lungo. D. Bosco terminata la predica discendeva dal pulpito; e il parroco entrato in sagrestia piena di gente, si presentò a lui piangendo e gli baciò la mano, ringraziandolo del bene che aveva fatto ai suoi parrocchiani e specialmente all'anima sua.

                Dopo la predica si cantarono le litanie, si diede la benedizione e quindi teatro, fuochi artificiali e ascensione di molti palloni.

                Ma un fatto ancor più memorabile accadeva quella stessa sera. Un certo numero di giovani erano attorno a D. Bosco fra i quali Buzzetti Giuseppe e lo studente Davico Modesto. Quand'ecco D. Bosco sta alcuni momenti sovra pensiero e quindi dice: - Mettiamoci in ginocchio e recitiamo un'Ave Maria ed un De profundis per quello dei vostri compagni che stanotte deve morire.

                Pensate lo stupore dei giovani! Si misero tutti in ginocchio [284] e recitarono quelle preghiere. Davico allora alzandosi: Ma contacc, esclamò volgendosi a D. Bosco; questa si che è bella! Ci porta alla passeggiata e poi ci annunzia che dobbiam morire!

                D. Bosco volgendosi a tutti i giovani: - Qui Davico ha paura eh? Teme di esser lui!

                 - Io non ho paura; ma non son queste notizie che accomodano lo stomaco.

                 - Rasserenatevi, che nessuno di coloro che sono qui presenti è destinato a morire. Chi deve morire è in questo momento all'Oratorio, sano, allegro, che corre in ricreazione cogli altri compagni, e non sa che prima che sia giorno dovrà presentarsi al tribunale di Dio!

                “Dopo la cena, ci scrisse Gerolamo Suttil nel 1888, eravamo, tutti raccolti nella cappella per le orazioni ed erano presenti i padroni di casa.

                Finite le solite preghiere D. Bosco, che stava in ginocchio, sul gradino dell'altare si alzò, si voltò e disse ad alta ed intelligibile voce: - Preghiamo per uno dei nostri che sta molto male all'Oratorio.

                All'indomani conoscemmo un fatto che ci fece strabigliare. Erano le dieci di sera, quando D. Bosco ci raccomandò il moribondo. Nella notte la posta non porta lettere. Vignale non aveva il telegrafo. Malgrado ciò l'indomani alle 5 del mattino raccoltici tutti nella cappella per le orazioni, D. Bosco prima ancora di indossare le paramenta per la messa, si volse come la sera precedente, e ci disse: - Recitiamo un De profundis per l'anima del ragazzo che morì stanotte nell'Oratorio.

                Il giorno appresso, cioè martedì, giungeva lettera di Don Alasonatti che annunziava la morte avvenuta nella notte indicata. Garantisco la precisione del fatto non avendone mai potuto perdere la memoria, tanto mi colpi. Monsignor Cagliero e altri che erano alla passeggiata se ne ricordano e ne faranno fede con me”. [285]

                Leggiamo nelle tavole necrologiche dell'Oratorio: “Ottobre 12, 1862, muore all'improvviso Pappalardo Rosario, nativo di, Giarre, provincia di Catania”. Era un giovanetto di 10 anni grasso, bianco e rosso, bassotto di statura che vestiva una piccola uniforme da cannoniere. Così lo descrisse Sandrone Giuseppe suo conoscente e compagno che, presente alla profezia di D. Bosco, conferma il meraviglioso caso. Era andato alla sera a coricarsi sano e vispo e al mattino fu trovato morto nel letto.

                Il giorno 13 ottobre dopo il pranzo i giovani ebbero licenza di visitare i dintorni di Vignale, ordinati in piccole brigate; ed il 14 D. Bosco recossi con tutti a Casorzo, invitato da quel parroco, Bova D. Felice, uomo zelantissimo, che lo accolse con una benevolenza e generosità da non potersi desiderar maggiore. Musica, canto, rappresentazione drammatica rallegrarono l'intero paese. Qui D. Bosco ebbe occasione di mostrare il suo zelo non solo pel bene delle anime dei giovani, e di ogni classe di persone, ma anche dei sacerdoti.

                Era in sul lasciare Casorzo, quando un sacerdote di ricca famiglia, vestito elegantemente, più da secolare che da prete, con stivaletti verniciati, cravattina ed aureo spillo, sicchè pareva un damerino, si presentò a lui onde farne la conoscenza. Incominciò a congratularsi con lui, del bel numero de' suoi giovanetti, a rallegrarsi della loro buona condotta, e con un lungo elogio gli faceva i suoi complimenti per l'educazione che loro veniva impartita. D. Bosco lasciò spiovere tutta quella eloquenza, non guardò mai in faccia quel sacerdote, nè fece segno di attendere alle sue parole; ma quando ebbe finito, come se non l'avesse nè veduto, nè ascoltato: - Chi è lei? gli disse: Donde viene?

                 - Io sono astigiano, si udì rispondere, e avendo saputo che lei era di passaggio per questo paese, mi feci un dovere di conoscere un tanto uomo.

                 - Come! esclamò D. Bosco: ella ha osato portarsi fin qui da Asti vestito in quel modo? [286]

                 - Sì, ed è molto tempo che vesto così, nè da alcuno mi fu mossa ancora lagnanza.

                - Ecchè replicò D. Bosco; e il Vicario Capitolare di Asti non le ha fatto proibizione di tal cosa? - E con gran calore prese a dimostrargli il male che commetteva diportandosi in quel modo.  Fu un dialogo piuttosto lungo, e dopo ragioni e scuse, quel Sacerdote fini con accogliere riverentemente le ammonizioni di D. Bosco. Al domani andò a Vignale in veste talare, intrattenendosi con D. Bosco, per assicurarlo che da qui innanzi avrebbe seguiti i suoi salutari consigli.

                Don Bosco intanto pensando al modo di ritornare a Torin mandava il Ch. Giov. Batt. Anfossi al Comm. Bona, Direttore generale delle ferrovie, per chiedergli due vagoni gratuitamente di terza classe per quella destinazione che avrebbe richiesto l'itinerario della passeggiata. Il Comm. lo accolse benevolmente, udì la richiesta e disse al Chierico di ritornare la mattina seguente per la risposta. E questa fu una lettera nella quale, ricordando le grandissime benemerenze di Don Bosco verso la Società e lo Stato, gli concedeva quel favore. Il suo foglio doveva presentarsi a qualsivoglia Capo Stazione al quale veniva ordinato di mettere a disposizione di que' dell'Oratorio i due vagoni gratuitamente, e per qualunque linea fosse indicata. Questo favore fu rinnovato per le passeggiate del 1863 e 1864.

                Assicurato D. Bosco dalla lettera del Comm. Bona decise di partire da Vignale, ove la sua amabilità e sodezza nel parlare avevagli guadagnato ogni cuore.

                Questi suoi ospiti generosi si devono annoverare fra i più larghi e costanti benefattori di tutte le opere Salesiane. La Signora Contessa aveva promesso a D. Bosco di concorrere con una grossa somma alla costruzione del Collegio di Mirabello, e mantenne più di quello che avesse promesso. E per lui fu sempre una vera madre. Egli soleva chiederle consiglio in molte cose, e in linea generale andavan d'accordo,  [287] poichè ella conosceva perfettamente lo spirito ed i fini del Servo di Dio.

                Quando egli ebbe decisa l'erezione del tempio di Maria SS. Ausiliatrice, gliene fece parola senza palesargliene il titolo; e le domandò:

                - A chi dedicheremo questa chiesa?

                - A Maria Aiuto dei cristiani! rispose subito la Contessa.

                Così pure ella poi suggerì di dare il nome di S. Giovanni Evangelista alla Chiesa sul corso del Re, titolo che D. Bosco aveva già fissato in cuore. Mentre egli però intendeva di erigere un monumento a Pio IX, era intenzione della Contessa di perpetuare il nome di D. Bosco.

                Martedì adunque a tarda mattina, D. Bosco partiva da Vignale. La Contessa aveagli donato 1000 lire in oro per le spese occorrenti nel viaggio. A Camagna il parroco D, Varvelli Pietro aveva preparato un rinfresco a tutta la comitiva, la quale alla sera entrava in Mirabello, ove dormì una sola notte, ospitata dal Signor Provera. Con lui, che già aveva fatto preparare il disegno del nuovo collegio e radunati molti materiali, D. Bosco stabilì che si affrettassero i lavori, cosicchè per l'anno venturo le costruzioni fossero terminate.

                Il 15 fu percorso la lunga via da Mirabello ad Alessandria. A metà strada si fece una fermata nel paese di Castelletto Scazzoso, prendendo un ristoro apprestato dal parroco.

                Arrivati i giovani ad Alessandria a notte avanzata, andarono silenziosi al Seminario, ove il Rettore Parnisetti Pietro accolse festosamente D. Bosco, dichiarandolo padrone assoluto di casa. Si cenò ed ognuno ebbe per dormire una cella dei seminaristi, i quali erano ancora in vacanze.

                Il 16 Giovedì i giovani fatte le solite divozioni nella bellissima cappella del Seminario, non tralasciarono di visitare tutte le chiese e i monumenti della città, mentre D. Bosco andava a fare ossequio al Vicario generale Capitolare il Can. Teologo,  [288] prevosto della Cattedrale, Ansaldi Filippo e a qualche altro cospicuo personaggio del Clero e dei laicato.

                Il 17 Venerdì nella mattinata, si visitò la formidabile cittadella, per licenza straordinaria concessa dal Generale Conte Radicati; e nel dopo pranzo i giovani andarono a Marengo per vedere il campo della famosa vittoria di Bonaparte, primo Console, sugli Austriaci, ottenuta il 17 giugno 1800. Entrarono nel palazzo dove si custodisce, colla carrozza di Napoleone I, un museo d'armi e di oggetti che riguardano quell'avvenimento: e del quale D. Bosco espose loro minutamente il racconto. La sera nel Seminario vi fu lo spettacolo del teatro con l'intervento di molti invitati.

                Il sabato mattina, 18 ottobre, D. Bosco andò a salutare in duomo la Madonna detta della Salve con tutti i suoi allievi e dopo il pranzo suonando la musica per le strade furono alla stazione della ferrovia. Li precedeva col suo bastone, come un capo tamburo, il parroco di S. Pietro, Grossi Teol. Lorenzo. Questi aveva invitato D. Bosco a venire co' suoi alunni ad Alessandria, aveva loro ottenuta ampia licenza di suonare per le vie della città, ed era andato ad incontrarli all'arrivo. D. Bosco sopraggiunse accompagnato da molti sacerdoti, dai Canonici Bolla Vittorio e Braggione Carlo suoi amici e cooperatori: e tosto si recò a riverire il Capo Stazione. Giunto il convoglio, i giovani salirono, e con evviva e suoni salutarono Alessandria.

                Sul far della sera e al suono delle trombe i viaggiatori entrarono nell'Oratorio già pieno di alunni, o novelli o ritornati dalle vacanze, i quali corsero intorno a D. Bosco per baciargli la mano. Quindi circondarono i reduci dalla passeggiata, tolsero loro di spalla i fagotti, e con mille interrogazioni, che poi si continuarono per più settimane, vollero udire le loro avventure.

                D. Bosco mentre cenava venne informato che il povero Pietro il quale come abbiam detto, non aveva preso parte a [289] quella passeggiata, era ammalato da qualche giorno per febbri. Nella sera stessa egli andò a visitarlo nell'infermeria. “Venne subito, scrisse il giovane,  mi consolò, mi confessò, mi diede la sua benedizione e non mi parlò mai più della mia mancanza. Rimasi infermiccio più mesi, anche pel dispiacere provato di avere offeso D. Bosco, ma finalmente mi riebbi”.

 

 


CAPO XXIX. Ricognizione della salma del Ven. D. Cafasso - D. Bosco è mandato da Dio per i giovani - Letture Cattoliche: Ricordi ai giovani: Miseria dell'infingardo - NOVELLA AMENA DI UN VECCHIO SOLDATO DI NAPOLEONE - D. Pestarino Domenico viene nell'Oratorio e si consacra indissolubilmente alle opere di D. Bosco - Chi era D. Pestarino - D. Bosco prevede il futuro Istituto delle figlie di Maria Ausiliatrice - Progetto presentato da D. Bosco al Ministro dell'Interno per l'erezione di un Ospizio in favore dei fanciulli poveri inferiori di età ai dodici anni - Suoi fini con questo progetto - Il Ministro della Guerra dona all'Oratorio vestiarii militari.

 

                IL bisogno di trovarsi all'apertura dell'anno scolastico e una cara e mesta funzione avevano anche richiamato D. Bosco a Torino. Agli ammiratori di Don Cafasso era parso affatto sconveniente che la sua salma rimanesse sepolta in una fossa ordinaria in piena terra, e si pensò circondarla di un muro. Ottenuta perciò l'autorizzazione dalle autorità competenti, si estrasse dal sepolcro la bara, la quale era tutt'ora in ottimo stato, ed al canto del Miserere si portò nella chiesetta del Cimitero dove rimase tutta la notte.

                Il mattino seguente si cantò Messa di suffragio colle relative esequie alla presenza di molte persone, che si erano procurate il biglietto d'ingresso. Quindi s'intonò di nuovo il Miserere e si riportò la bara al sito primitivo. Durante la funzione la fossa era stata tutt'attorno murata, e collocati alcuni sostegni [291], perchè la cassa non avesse a toccare la nuda terra e così fosse meglio preservata dall'umidità. Giunti sul luogo si rinnovarono le assoluzioni e fu scoperta la salma. Con meraviglia di tutti si trovò intatta e quale vi era stata collocata due anni e quattro mesi prima, ad eccezione di un orecchio alquanto guasto, e dei capelli che erano cresciuti di alcuni centimetri. Il Can. Galletti pronunciò alcune parole d'elogio, poi la bara si coprì, si chiuse a chiave e si collocò nel sito primiero, mentre gli astanti la coprivano di fiori che avevano portato seco. Qualche settimana dopo vi si collocò un basso rilievo con un'iscrizione.

                Nella seconda ricognizione, fatta nel 1891 si rinvenne il solo scheletro.

                Mentre D. Bosco dava segno di sua figliale affezione al santo e venerato maestro, si ultimava la spedizione delle Letture Cattoliche per novembre ed egli consegnava al tipografo quelle destinate pel dicembre, che aveva esaminate e in parte corrette in tempo della passeggiata autunnale.

                D. Ruffino scrisse nella Cronaca il 28 ottobre: “D. Bosco ha detto: - Il Signore mi ha mandato per i giovani; perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro. - Ma in quale cose egli risparmiavasi, mentre in tutto o direttamente o indirettamente vedeva i giovani?”

                Per essi pure stampava le Letture Cattoliche. Paravia pel mese di novembre aveva pubblicato: Germano l'ebanista o gli effetti di un buon consiglio[25]. La conclusione di questo racconto era che nelle famiglie degli operai amanti della Religione regna la felicità; e regna la miseria e la desolazione in quelle che non amano Dio.

                D. Bosco vi aggiungeva un'appendice indirizzata al bene di que' giovani che stanno in famiglia e in mezzo ai pericoli del mondo. [292]

 

RICORDI.

 

                I° Procurate di vincere quella illusione che a tutti i giovanetti suol fare la vostra età, di pensar sempre cioè: che avete ancora da campar molto. Questo è troppo incerto, miei cari figliuoli, quando invece è certo e sicuro che dovete morire, e che, se morite male, siete perduti per sempre. Siate dunque più solleciti di prepararvi alla morte, col tenervi in grazia di Dio, che di qualunque altra cosa.

                2° Se fate qualche poco di bene, il demonio e la vostra accidia vi diranno che è troppo e forse il mondo vi taccierà di bigottismo e di scrupolosità; ma voi pensate che in morte vi parrà troppo poco e troppo mal fatto, e vedrete allora come foste ingannati. Sforzatevi di conoscerlo ora.

                3° Una delle cose, cui dovrebbero sempre pensare e studiare i giovanetti, si è la elezione dello stato. Per loro disgrazia ci pensano poco e perciò la più parte la sbagliano; si fanno infelici in vita, e si mettono a gran rischio di essere infelici per tutta la eternità. Voi pensateci molto, e pregate sempre perchè Dio vi illumini e non la sbaglierete.

                4° Due cose vi sono che non si combattono e non si vincono mai troppo; la nostra carne e gli umani rispetti. Beati voi se vi assuefate a combatterli ed a vincerli nella tenera età.

                5° Un poco di ricreazione non sarebbe cattiva, ma è difficile farne la scelta e poi moderarsi. Fate dunque così. Le vostre ricreazioni e tutti i vostri divertimenti fateli sempre approvare dal vostro confessore, ed anche di questi non ve ne saziate mai; e quando ve ne asterrete per vincervi, sappiate che avete fatto una gran vincita e un bel guadagno.

                6° Fintantochè non andiate volentieri a confessarvi ed a comunicarvi, e finchè non vi piacciono i libri divoti ei divoti compagni, non crediate di avere ancora una sincera divozione.

                7° Quel giovanetto che non è ancora capace a sopportare una ingiuria senza farne vendetta, e che non sa tollerare le riprensioni, anche ingiuste, de' suoi superiori, massime de' suoi genitori, è ancora troppo indietro nella virtù.

                8° Ogni veleno è meno fatale alla gioventù dei libri cattivi. A' giorni nostri sono tanto più da temersi quanto sono più frequenti o più mascherati di religione. Se vi è cara la fede, se vi è cara l'anima, non ne leggete, se prima non vi sono approvati dal confessore o da altre persone di conosciuta dottrina e di distinta pietà; ma distinta e conosciuta, rapitelo bene.

                9° Finchè non temete e non schivate le cattive compagnie, non solo dovete credervi in pericolo e grande; ma temete di essere cattivi voi pure.

                10° Gli amici ed i compagni sceglieteli sempre fra i buoni ben conosciuti, e tra questi i migliori; ed anche nei migliori imitate il buono e l'ottimo, e schivatene i difetti, perchè tutti ne abbiamo. [293]

                11° Nel vostro fare non siate ostinati, ma nemmeno siate incostanti. Ho sempre veduto che gli incostanti, che facilmente variano risoluzione senza gravi motivi che li determinino, fanno cattiva riuscita in tutto.

                12. Una delle più grandi pazzie d'un cristiano è quella di aspettare sempre a mettersi sulla buona strada, dicendo poi, poi, quasi fosse sicuro del tempo avvenire e come se poco importasse il farlo presto e mettersi in sicuro. Siate dunque voi saggi ed ordinatevi subito come se foste certi che poi nol farete più. Confessarvi ogni quindici giorni al più tardi: un poco di meditazione e di lettura spirituale tutti i giorni; l'esame della coscienza tutte le sere; la visita al Santissimo Sacramento e alla Madonna; la Congregazione; la protesta della buona morte; ma sopratutto una grande, una tenera, verace e costante devozione a Maria SS. Oh! se sapeste che importa questa devozione; non la cambiereste con tutto l'oro del mondo! Abbiatela, e spero che direte un giorno: Venerunt omnia mihi bona Pariter cum illa.

 

                In questi ricordi si fa cenno della Congregazione, cioè delle radunanze dei giovani studenti nei giorni festivi per soddisfare o in chiesa propria e nella parrocchiale all'obbligo della S. Messa e a quello dell'istruzione religiosa. In molte scuole anche pubbliche erano ancora in vita quest'anno, ma languivano per la noncuranza dell'Autorità scolastica; e ben presto il soffio della rivoluzione doveva estinguerle specialmente ne' grandi centri.

                Pel dicembre la tipografia dell'Armonia, via della Zecca, casa Birago, stampava l'Opuscolo Il lavoro, discorso del famoso oratore alla Metropolitana di Parigi il Padre Felix d. C. d. G. alla gioventù studiosa, in occasione di una solenne distribuzione dei premi. Vi sono esposti argomenti che tante volte noi udimmo ripetere da D. Bosco a' suoi alunni. Il lavoro sia materiale sia intellettuale obbligare tutti gli uomini: mediante il sudore della tua fronte mangerai il tuo pane. L'ozio essere il padre di tutti i vizii e di sventure senza numero. Se il lavoro forma l'uomo, l'ozio lo getta nell'impotenza di prevedere, debilitando l'intelletto e producendo lo scadimento della volontà. Lo Spirito Santo descrive l'ozioso nel libro dei Proverbi: - Il pigro vuole e non vuole. - I desiderii [294] uccidono il pigro, perchè le mani di lui non han voluto far nulla. - Il pigro nasconde la sua mano sotto l'ascella e non la porta fino alla sua bocca. - Come l'uscio si volge sopra i suoi cardini (senza muoversi dal suo luogo), così i 1 pigro nel suo letto. - La pigrizia fa venire il sonno e l'anima negligente patirà la fame. - Il (vano) timore abbatte il pigro; e dice (per scusare la sua inerzia): Fuori avvi un leone: sarò ucciso in mezzo alla piazza. La strada dei pigri è quasi cinta di spine.

                Il Padre Felix svolte le sentenze scritturali sopranotate, ne dava una sua ai giovani studenti volenterosi di arricchire la propria intelligenza.

                “La scienza estesa, chiaroveggente e profonda non si acquista senza ostinato lavoro. L'uomo non sa tranne ciò che ritiene; non ritiene tranne ciò che impara: e non impara fuori di ciò che accumula e fa suo per forza col lavoro di sua mente: ecco, s'io non erro, quale è il vero e filosofico senso di questa tanto semplice quanto profonda parola: imparare”.

                A questo fascicolo, per completare il numero delle pagine determinato dal programma, si univa l'opuscolo, stampato all'Oratorio, col titolo: Novella amena di un vecchio soldato di Napoleone I, esposta dal sacerdote Bosco Giovanni. È  uno dei moltissimi racconti che D. Bosco esponeva ai giovani in ricreazione, al quale egli aggiunse in appendice un breve cenno sulla vita e sul martirio di due Cattolici Annamiti.

                D. Bosco intanto, appena rientrato nell'Oratorio, ebbe la consolazione d'incontrarsi con D. Pestarino Domenico. Di questo esimio sacerdote nato in Mornese, diocesi d'Acqui, il 5 gennaio 1817, è necessario dare qualche cenno biografico. Giovanetto di un gran cuore, compieva nel Seminario di Genova tutti i corsi elementari, ginnasiali, filosofici e teologici. Era un modello di mortificazione e amava appassionatamente Gesù Crocifisso e la Vergine Addolorata. Ancora chierico e poi sacerdote, prefetto dei seminaristi, colla sua dolcezza si era guadagnato il cuore di tutti, sicchè fece rifiorire la pietà e la [295] frequenza ai SS. Sacramenti. I suoi intimi amici, il dotto sacerdote Alimonda Gaetano, il priore di S. Sabina, Frassinetti, D. Sturla, il zelante missionario, ne parlavano sempre come di un prete modello. Preso in mira dai settarii, nel 1849 rimpatriava, ma trovò che in Mornese era spenta la divozione, rarissima la frequenza dei sacramenti e, quello che è peggio, regnavano disordini nella gioventù con grande scandalo di tutto il paese.

                Il suo apostolico zelo però in poco tempo mutava l'aspetto delle cose, sicchè Mons. Modesto Contratto nella visita pastorale a quel paese ebbe a dire: - Mornese è il giardino della mia diocesi. - Quando D. Pestarino aveva fatto ritorno a Mornese cagionava meraviglia taluno che si accostasse alla S. Comunione lungo la settimana; pochi anni dopo la maggior parte degli uomini e delle donne si vedevano ogni giorno alla sacra mensa. Egli era tutto a tutti, ma pel bene della gioventù aveva un trasporto speciale. Basti accennare alle industrie che usava negli ultimi giorni di Carnovale per allontanare i giovani dai disordini e dai pericoli. Li radunava tutti in casa sua, preparava a sue spese l'occorrente per trattenerli con diversi giuochi onesti, con un po' di canto, con qualche commedia morale; e poi bottiglie, confetti e tutto ciò che era necessario ad una cordiale allegria; e D. Pestarino era sempre con loro. Ad un'ora discreta della sera andavano tutti insieme alla Chiesa parrocchiale per recitare le preghiere; e quindi ognuno si recava tranquillamente a riposo dopo essere stato invitato pel domani ad intervenire alla Santa Messa, a recitare il rosario e ad accostarsi ai Sacramenti. Gli stessi svaghi procurava per le ragazze in altra casa sotto la direzione della Maestra Maccagno e tutto sempre a sue spese.

                Questa buona maestra, guidata da lui nelle cose di spirito, in età di 18 anni, nel 1850, erasi determinata di darsi intieramente a Dio, senza abbracciare la vita religiosa, rimanendosi nel secolo. Cercatesi altre compagne pronte a seguire il suo tenor [296] di vita, formava la pia unione delle figlie di Maria SS. Immacolata e davale principio in Mornese l'8 dicembre 1855. Era questo un Istituto secolare nel quale le ascritte, anche rimanendo nelle loro famiglie o in mezzo al mondo, per quanto è fattibile, avrebbero avuto in pronto i mezzi più opportuni per conseguire la perfezione cristiana ed esercitare lo zelo per la salute eterna delle persone in mezzo alle quali dovevano vivere.

                La pia unione era fondata all'intento di supplire all'impossibilità in cui si trovavano tante zitelle di essere ammesse negli Istituti religiosi, o per mancanza di dote o per altri impedimenti di persona e di famiglia. In questa sarebbero state ascritte solamente le zitelle desiderose di conseguire la perfezione cristiana colla pratica dei tre consigli evangelici, povertà, obbedienza e castità; ma non ne avrebbero fatto voto, nè si sarebbero assunte alcun altro obbligo di coscienza, al quale mancando potessero commettere peccato neanche veniale. La pia unione ebbe un regolamento molto semplice, che contiene i doveri delle zitelle, per la consecuzione del doppio fine; la norma per le loro radunanze, che debbono essere private a modo di conversazione spirituale; e il metodo di vita che devono tenere. Il 20 maggio 1857 Mons. Modesto Contratto Vescovo d'Acqui dava il suo pieno assenso alla pia associazione ne approvava i Capitoli, ed essa si propagò con tanta rapidità che nel 1862 era stabilita in quasi tutte le provincie d'Italia[26].

                Alla fondatrice adunque di questa pia unione, D. Pestarino aveva commessa la cura di tutta la gioventù femminile di Mornese, dalla quale egli era amato ed obbedito, allo stesso modo che dai giovani. Egli era indefesso nel predicare e nel confessare tanto di giorno come di notte. Gli avvenne talora [297] di passare quindici ore continue nel confessionale. Amava tutti, faceva del bene a tutti, e da tutti era grandemente riamato, cosicchè poteva chiamarsi il vero amico del popolo. I suoi compaesani lo elessero varie volte consigliere municipale; ed egli corrispose alla loro fiducia promovendone costantemente il bene spirituale e temporale: e non solo i Mornesini, ma anche i paesi d'intorno non prendevano alcuna importante deliberazione senza interpellarlo.

                Tale era D. Pestarino, il quale avendo udito parlare di Don Bosco, s'invogliò di conoscerlo. Ma prima di partire per Torino andò al Santuario della Madonna delle Rocchette col Teologo Raimondo Olivieri, Arciprete di Lerma, che gli aveva suggerito quel pellegrinaggio, per supplicare la celeste Madre a manifestargli la sua volontà. E sentissi ispirato a consecrare vita e sostanze, che erano copiose, per D. Bosco. Giunto a tal fine in Torino rimaneva talmente stupito dello zelo e della carità di D. Bosco, che strinse con lui amicizia. Innamorato dello spirito della pia Società Salesiana, volle subito alla medesima dare il suo nome, cominciando a praticarne le regole nel modo più esemplare. Prometteva a D. Bosco illimitata obbedienza, pronto a stabilirsi nell'Oratorio. Ma il Servo di Dio in vista del gran bene che operava nel secolo, volle che egli continuasse a rimanere nella sua patria.

                Aveva conosciuta anche la necessità di non privare l'Unione delle Figlie di Maria Immacolata in Mornese e altrove di un così pio e saggio Direttore.

                D. Bosco previde allora che passati dieci anni, da quelle giovani di Mornese avrebbe scelte alcune fra le più virtuose per dar principio alla Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice?

                Pare che sì, poichè nel 1863 la signora Carolina Provera di Mirabello, sorella del nostro Francesco, desiderosa di entrare in qualche Congregazione religiosa, ne fece parola a D. Bosco, il quale le rispose: - Se volete aspettare un po' di tempo anche [298] D. Bosco avrà le suore Salesiane come adesso ha i suoi chierici ed i suoi preti. - Ma essa non giudicò bene di attendere; andò in Francia, si legò coi voti alla Congregazione delle Fedeli compagne; e a D. Rabagliati Evasio, che la trovò a Parigi nel 1890 fra le Superiore di Rue de la Santé, la buona suora narrava le parole udite dalle labbra di D. Bosco.

                D. Pestarino ritornava a Mornese, mentre D. Bosco attendeva la risposta ad un suo ricorso indirizzato al Ministro degli Interni Urbano Rattazzi, che per la lotteria aveagli donate 5oo lire. Nella sua mente prodigiosa trovava sempre nuovi disegni per giovare ai fanciulli, e nuovi aspetti in uno stesso disegno per ampliare la sua opera e rinnovare le domande per sussidii.

 

                               Eccellenza,

 

                Il sottoscritto espone rispettosamente a V. E. un bisogno che da qualche tempo si fa gravemente sentire fra noi: esso riguarda ai giovanetti di età inferiori agli anni dodici.

                A quelli che hanno raggiunta tale età si provvede colla casa di questo Oratorio e con altre case analoghe di pubblica beneficenza. Ma spesso s'incontrano ragazzini assolutamente poveri ed abbandonati, cui non evvi mezzo di provvedere, siccome questo medesimo Ministero si trovò più volte nel caso pratico.

                L'esponente, mosso dal vivo desiderio di dare all'uopo provvedimento, avrebbe divisato di aprire un Ospizio vicino a questa casa, ma con regolamento e disciplina tutta propria e diversa da quella praticata da questi giovani che sono più grandicelli.

                Nell'ideato ospizio si accoglierebbero ragazzi da 6 a 12 anni. Ivi con apposita istruzione ed educazione verrebbero preparati per quell'arte o mestiere cui si mostrassero maggiormente inclinati e compatibilmente colle loro forze.

                Raggiunta poi l'età di 12 anni sarebbero accolti nell'Oratorio di San Francesco di Sales.

                La principale difficoltà consiste nel - trovare mezzi pel primo impianto e per questo io domanderei a codesto Ministero un mutuo di L. cinque mila che si estinguerebbe con altrettanti poveri giovanetti che venissero da Lei indirizzati a questo Ospizio.

                La spesa ben calcolata sarebbe limitata a centesimi 65 al giorno per ciascuno dei ragazzi, compresa la scuola, il vitto, vestito ed assistenza. [299] il Governo pagherebbe soltanto centesimi 40 al giorno; e venticinque ragazzi servirebbero ad estinguere il debito col medesimo Governo contratto.

                L'Eccellenza Vostra, che cotanto ama e promuove il vantaggio morale della povera gioventù, vorrà gradire il presente progetto che Ella può a piacimento modificare.

                In ogni caso l'esponente La prega di voler dare benigno compatimento a questo disturbo, assicurandola che il solo amore di fare del bene al suo simile l'ha a ciò determinato.

                Colla massima stima ha l'onore di professarsi dell'E. V.

                Torino, 2 Ottobre 1862.

 

Umile esponente

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

                D. Bosco probabilmente era persuaso che il suo progetto non sarebbe stato preso in considerazione, come di fatti nol fu; ma la sua domanda era presentata ad un Ministro, che nutriva per lui stima grandissima e aveva sempre protetti i suoi Oratorii e il suo ospizio. Non trattavasi quindi altro che di una esposizione di pensieri, la quale egli era certo che non sarebbe oggetto di critica. Siccome più volte era stato costretto a non accettare giovanetti poveri raccomandati dal Ministero e a non poter aderire a replicate istanze, perchè quelli non avevano raggiunta l'età prescritta dal regolamento; così proponeva un mezzo ovvio per render possibile l'accettazione di coloro, che per varii motivi non potevano accumunarsi cogli altri allievi più adulti. Al Maestro Miglietti, come già abbiamo narrato, aveva ceduto un appartamento nella casa Bellezza da lui presa in affitto: a questo si poteva aggiungere altro quartiere e così dar principio d'esecuzione al suo progetto. Per la vigilanza degli alunni era pronto qualche assistente o chierico o secolare. Nello stesso tempo D. Bosco senza parere, metteva le condizioni per la pensione che si sarebbe dovuta pagare per que' giovanetti inferiori agli undici anni; e il vantaggio fu che quantunque non accettata la proposta, non pochi bambini raccomandati erano da lui accolti e rimessi al maestro Miglietti. [300] Egli aveva anche mandata una supplica al Luogotenente generale Conte Petitti Agostino, Ministro della Guerra, chiedendogli vestiarii dimessi dai soldati per riparare i suoi ricoverati dai rigori dell'inverno. E il Ministro accondiscendeva cortesemente alla sua domanda.

 

                MINISTERO DELLA GUERRA.

                N. 10483.

 

Torino, addì 25 Novembre 1862.

 

                A gradevole a questo Ministero il poter accorrere a sollievo del Pio Istituto dalla S. V. diretto, ed è per ciò che si affretta a partecipare di avere ordinato alla Direzione del Magazzino generale di questa città che vengano posti a di lei disposizione gli oggetti qui sotto descritti.

                Tovaglie                                                               113

                Asciugatoi                                                               9

                Cappotti panno barban isabella                    100

                Cappotti tournon                                                                50

                Pantaloni id.                                                          80

                Coperte lana bigia                                             100

                Id. da campo                                                      100

                Resta quindi a cura della S. V. di farli di colà ritirare da persona munita della debita autorizzazione.

 

Il Maggiore Generale

incaricato della Direzione generale

de' servizi amministrativi

INCISA.

 

 


CAPO XXX. L'Oratorio si ripopola - Alcune notevoli accettazioni di giovani - Sono molti, ma il Signore li manterrà - D. Bosco li prova e fa la scelta: ripete che uno di essi sarà Vescovo Luigi Lasagna - Un giovane che non la per l'Oratorio Si aprono le scuole: insegnanti senza diploma - Tolleranza dell'Autorità scolastica nell'anno passato - D. Bosco fa preparare i chierici pel conseguimento dei titoli legali - Scrive a questo fine al provicario, perchè dispensi in quest'anno i suoi insegnanti dagli esami di Teologia - Procura il - patrimonio ecclesiastico agli ordinandi - A D. Cagliero Giovanni è affidata la predicazione della Domenica sera - L'uso del dialetto sul pulpito - D. Bosco dalle parti di Alba per una predica: ospitalità sulle prime gretta e poi graziosa - La Contessa vecchia - Il Galantuomo: cessa dal far profezie.

 

                AL  ritorno di D. Bosco l'Oratorio si riempiva di alunni, il cui numero oltrepassava i seicento. Fra questi era il giovanetto Berto Gioachino di Villar Almese, che già conosceva D. Bosco per fama fin dalla sua prima puerizia, e che poi Salesiano e prete destinavalo la Divina Provvidenza ad essere segretario e famigliare di D. Bosco, quale persona di intima fiducia, dal 1866 al 1886. A lui la Congregazione andrà debitrice di molte memorie raccolte intorno alla vita del Venerabile Servo di Dio. Entravano anche quelli accettati da D. Bosco personalmente a Montemagno, a Vignale e in altri paesi, che egli aveva percorsi nella passeggiata autunnale. [302] Ed ora egli ricordavasi di qualche povero giovane di Torino, al quale aveva promesso d'aiutarlo.

                Bernocco Secondo era garzone in un caffè di piazza Carlina, e D. Bosco una sera mandò Belmonte Domenico, che allora faceva rettorica, a dirgli che venisse nell'Oratorio. Belmonte andò; e chiesto del giovane, gli disse: - Prendi il tuo fagotto e vieni con me all'Oratorio.

                 - Ti manda D. Bosco?

                 - Sì. - E senz'altro il giovane venne all'Oratorio, studiò e laureato in belle lettere ebbe una cattedra a Roma. Morì sul fine del 1889.

                Nel vedere quella moltitudine di giovani qualcuno della casa domandò a D. Bosco: - Ma come farà a mantenerli.

                D. Bosco disse sorridendo: - Eh! Il Signore che me li ha mandati me li mantenga! - E si compiaceva di scendere nel cortile in mezzo a loro e di intrattenerli colle sue mirabili industrie; mentre studiava attentamente la loro indole, le inclinazioni, le deficienze, i progressi e regressi nel bene, qual vocazione appariva in ciascuno; studio che noi diremmo essere come il primo grado di quella grazia, che dona il Signore ad un suo servo per la discrezione degli spiriti. E questa si ottiene colla prudenza, preghiera e paziente carità. Perciò D. Bosco faceva suo quel motto di S. Paolo ai Tessalonicensi, che risuonava sovente sulle sue labbra, come un monito in ogni circostanza e affare, ai suoi coadiutori: Omnia probate, quod bonum est tenete.

                Egli però aveva sempre qualche episodio o qualche parola che interessava e distraeva i suoi piccoli amici.

                Di una parola detta da lui ci scrisse Suttil Gerolamo il 21 novembre 1884. “Verso il finir dell'autunno dell'anno 1862 un dopo pranzo, prima delle ore due, D. Bosco era appoggiato al pilastro, che sta tra la scala e l'atrio, proprio sotto il becco del gaz. Eravamo diversi giovanotti e ragazzi intorno a lui in semicircolo. Non potrei precisare chi ci fosse con me; parmi però di poter dire con sicurezza che vi fossero D. Cagliero,  [303] i chierici Durando, Jarac, il ragazzo Lasagna ed altri. D. Bosco (mi pare ancor di vederlo) girò il dito indice attorno, senza fermarsi davanti a nessuno, e disse queste precise parole: - Uno di voi un giorno sarà Vescovo. Tali parole mi restarono sempre impresse, come tutte le altre di D. Bosco, e quando D. Rua mi scrisse a Parigi annunziandomi la partenza di D. Cagliero per l'America, ricordandomi subito della profezia, esclamai: - Ecco il Vescovo profetato da Don Bosco, tanto la profezia fatta quel giorno mi colpì! Ma siccome io non posso sapere la spiegazione delle profezie di D. Bosco, e non potrei giurare che D. Cagliero fosse presente, così quella profezia potrebbe riguardare altri, forse anche qualche ragazzo, forse Lasagna stesso. Chi sa!”

                Era presente Luigi Lasagna, giovanetto di 12 anni, il quale tutte le volte che il buon padre compariva in mezzo ai suoi figli, sentivasi subito attirato verso di lui, riputando a gran ventura se gli rivolgeva la parola o almeno uno sguardo benigno. Nei primi giorni però, essendo di un indole vivacissima e quasi indomabile, nelle ricreazioni voleva esser padrone del campo in mezzo a quel mondo di vispi giovanetti, sicchè non erano state rare le risse clamorose che aveva fatte nascere per sostenere sue ragioni. Assuefatto alla vita libera dei campi, eragli parso pesante il giogo della regola, che fissavagli il tempo pe' suoi doveri e talvolta aveva dato prova ai compagni di questa sua ripugnanza. Di fibra sensibilissima e di viva immaginazione, preso dalla nostalgia del paese nativo, aveva trovato modo di fuggire dall'Oratorio e ritornare a Montemagno; ma ricondotto immediatamente dai parenti in Valdocco, D. Bosco lo aveva accolto senza fargli rimproveri per quella scappata; lo trattò con tanta amorevolezza di incoraggiamenti e ammonizioni paterne, che fu guadagnato a Dio ed alla salute de' suoi fratelli.

                D. Bosco aveva intraviste subito le sue rare doti. Egli era franco, ingenuo, generoso, di una forza di volontà straordinaria [304], di un cuore affettuosissimo, di grande memoria ed ingegno: e sovente D. Bosco fu udito ripetere fin d'allora: In lui c'è buona stoffa; vedrete. - C'era la stoffa della quale si fanno i vescovi.

                Era anche mirabile l'intuito col quale D. Bosco sapeva discernere e giudicare quali giovani facessero o meno perla sua casa. Ci lasciò scritto D. Provera Francesco.

                “Un cotale voleva mettere suo figlio all'Oratorio, ma Don Bosco non lo voleva accettare per nessun costo. Tuttavia le istanze furono così vive che fu quasi costretto a dire di sì. Il padre condusse il ragazzo che all'aspetto sembrava un buon figliuolo, e D. Bosco lo chiamò a sè, dicendogli: - Ti piacerà stare qui con me?

                - Sì sì; rispose il giovane: l'ho tanto desiderato.

                - Ebbene ascolta; e chinandosi continuò a dirgli in un orecchio: per stare qui, bisogna che tu non faccia questa e quell'altra cosa. - Il giovane allora alzò il capo come spaventato: - Ma! e chi le ha detto queste cose?

                - Chi me le ha dette? Io le so!

                - Ah! io non voglio star qui: no, no!

                - Ma e perchè?

                - Perchè se ella sa già tali cose, io non voglio più stare. E corse da suo padre e non ci fu mezzo per farlo rimanere”.

                Nel giorno stabilito si era dato principio alle scuole e a Don Michele Rua D. Bosco affidava la direzione degli studi. Gli insegnanti però non erano forniti di titoli legali. Nel tempo passato le autorità scolastiche non recavano disturbi a Don Bosco, ma nell'anno scolastico 1861 - 62 avevano incominciato a farsi vive. Egli era stato messo sull'avviso dalla seguente lettera del Provveditore agli studii, Giovanni Francesco Muratori. [305]

 

                R. PROVV. AGLI STUDI DELLA PROVINCIA DI TORINO.

                N. 613. - Oggetto - Statistica - Circolare N. 19. Serie 2°.

 

Torino, addì 28 Marzo 1862.

 

                Nei due quadri uniti alla presente circolare sono indicati particolari, che al Ministro della Pubblica Istruzione preme di avere sia intorno al personale direttivo insegnante ed inserviente di cotesto ginnasio, sia intorno al numero degli alunni ed uditori per ogni classe, alla spesa e alla provenienza dei fondi nel medesimo.

                Lo scrivente prega pertanto V. S. di voler porgere siffatte indicazioni, con riempiere e rinviare dentro un termine non maggiore di giorni cinque a questo ufficio i moduli qui compiegati.

                Laddove poi non possano in essi capire tutti i riscontri e riflessi cui Ella stimi opportuno di comunicare, sarà sua cura di farne argomento, di uno speciale rapporto.

 

Il R. Provveditore agli studii

MURATORI.

 

                D. Bosco adunque mandò al Regio Provveditore un dettagliato resoconto delle sue scuole private, dal quale risultò che i maestri non erano forniti di titolo legale per insegnare. Ma fu lasciato per qualche tempo tranquillo dietro sua dichiarazione di essere disposto a ricevere maestri che gli venissero assegnati dal Ministero: facendo però osservare che non avrebbe potuto loro assegnare altro stipendio, che un posto in paradiso, se avessero lavorato per la gloria di Dio.

                Il Provveditore si contentò della promessa che D. Bosco avrebbe procurato di mettersi in regola colle leggi. Non appare che i due Ministri dell'Istruzione Pubblica che nell'anno tennero il portafoglio, prima Mancini poi Matteucci, pensassero a misure odiose contro l'Oratorio. Fors'anco Urbano, Rattazzi, Presidente del Ministero dal 4 marzo col portafoglio degli affari Esteri e degli Interni, aveva fatto valere in Consiglio la sua opinione favorevole all'opera di D. Bosco.

                Questi intanto per l'anno scolastico 1861 - 62 non ebbe a soffrire altra molestia. Prevedendo egli però che le leggi sulla pubblica istruzione lo avrebbero da un momento all'altro [306] messo in gravissimi imbarazzi, aveva già disposto che alcuni chierici studiassero le materie necessarie per l'insegnamento nel ginnasio, onde conseguirne il regolare diploma.

                Già aveva mandato a subire gli esami di licenza ginnasiale i chierici Durando Celestino e Anfossi Giov. Batt. nel luglio 1857 C il Ch. Francesco Cerruti nel 1859, che in appresso presentava alla Regia Università di Torino come uditori. Don Francesia Giov. Batt. già da qualche tempo la frequentava. Erano insegnanti per la letteratura latina il prof. Tommaso Vallauri, per l'Italiana Michele Coppino, perla greca Bartolomeo Prieri. I chierici di D. Bosco, interrogati pubblicamente su varii punti delle cose insegnate, avevano dato buon saggio del loro profitto. I professori avevano rilasciato loro ben volentieri gli attestati di frequenza.

                Pel 1862 - 63 era deciso che avrebbero continuato a frequentare l'Università come uditori e, diciamolo subito, anche quest'anno accademico doveva procurar loro gran profitto negli studii e grande stima da parte degli insegnanti. Ma Don Bosco aveva bisogno che questi suoi collaboratori avessero maggior tempo per occuparsi dei classici delle tre letterature, quindi ne scriveva al Cali. Vogliotti, Rettore del Seminario e Provicario. Nello stesso tempo chiedeva varie licenze e favori per i chierici e per altri giovani aspiranti allo stato ecclesiastico.

 

                               III.mo e M. R. Signore,

 

                Volevo andarle a parlare personalmente perchè ho millanta cose da esporle, ma in questi giorni non mi fu possibile. Dirò qui tutto in breve. Ella poi dica sì o no siccome Le sembrerà di maggior gloria di Dio.

                I°) I chierici Durando, Anfossi e Cerruti (con D. Francesia) hanno in vista di prendere l'esame di belle lettere in quest'anno, cominciando nel p. Novembre. A tale scopo dimanderebbero di essere dispensati dagli esami, concedendo loro di studiare gli opportuni trattati nelle future vacanze del 1863.

                2°) Ghivarello essendo già in età di anni ventotto supplica di poter aggiungere pel prossimo esame i trattati del 5° anno di teologia, nella [307] speranza di essere ammesso alle sacre Ordinazioni nell'anno corrente che sarebbe solo il 4° di Teologia.

                3°) Il chierico Lazzero dimanderebbe di poter aggiungere qualche trattato ai prescritti pel p. esame col medesimo scopo, essendo già in età di 26 anni. Sono ambedue di lodevole ed esemplare condotta morale e preparati sopra la materia dell'esame.

                4°) Il chierico Racca, essendo in età di 20 anni, supplicherebbe pure di poter unire al pr. esame i trattati di fisica, che egli ha studiato nel corso delle spiranti vacanze, quindi cominciare il corso di teol. nell'entrante anno scolastico.

                5°) Rimarebbero qui nell'Oratorio fra i novelli chierici Baracco, Cagliero, Do, Ferrero Antonio d'Airasca, Peracchio, diocesi di Casale, Giuganino e Pignolo già seminaristi di Chieri.

                6°) Domandano di andare a scuola in Seminario vestiti in borghese, perchè non possono comprarsi l'abito clericale, Chicco, Cinzano, Croserio De Paoli, Righetti, Rebuffo. Forse alcuni di essi saranno vestiti nei primi mesi dell'anno scolastico.

                7°) Fra i Fisici avvi anche Bourlot che, per impotenza di pagarsi la pensione, chiede di rimaner (lui nell'Oratorio.

                8°) Non so se Sona abbia chiesto di andare in Seminario, oppure intenda di far dimanda per venir qui. Se ne parlò, ma non si è fatta conclusione.

                9°) Il portatore di questa lettera è il Chierico Rolle commendevolissimo per pietà e studio. A costui bisogna o che conceda la pensione in Seminario totalmente gratis, o che mi aiuti anche in piccola quota Ella medesima, onde possa ritenerlo qui nella casa. Egli può pagare nulla.

                La mia parte è fatta; ora Ella metta in opera la sua pazienza ed io in compenso del disturbo Le farò dire un'Ave Maria, augurandole dal cielo copiose benedizioni e professandomi

                Di V. S. Ill.ma e R.ma

                Torino, 30 ottobre 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                A mano a mano che questi chierici dovevano ricevere gli ordini maggiori, D. Bosco non avea mancato di provvedere il patrimonio ecclesiastico a coloro le, cui famiglie, ed erano la maggior parte, si trovavano in povertà. Finchè potè non cessò di aprire le pratiche presso il Ministero di Grazia Giustizia e Culti. Il Chierico Ruffino perciò, consigliato da D. Bosco [308] porse una supplica al Ministro Conforti per ottenere il titolo o beneficio ecclesiastico, o sopra la Cassa dell'Economato o in qualunque altro modo fosse beneviso alla bontà di Sua Eccellenza.

                D. Bosco accompagnava la supplica del Chierico col seguente attestato.

 

                Il sottoscritto dichiara che il Chierico Ruffino Domenico di Giaveno, da sette anni in questa casa, tenne sempre lodevole condotta. Egli si prestò ognora con zelo a fare catechismo e scuola ai poveri ragazzi che intervengono a questo Oratorio; si rese utile alla casa coll'assistenza prestata e che tutt'ora presta ai giovani ricoverati ed applicati ne' varii laboratorii di questo stabilimento e sempre con vantaggio morale e materiale degli allievi. In mezzo alle non leggere sue occupazioni, trovò tempo per distinguersi tra i suoi colleghi nello studio e riportò sempre voto d'encomio ne' suoi esami.

                Per questi motivi caldamente si raccomanda alla clemenza Sovrana, onde sia favorito nella sua domanda, tanto più che il beneficio fatto al supplicante tornerebbe eziandio utile a tutti i poveri giovani di questa casa.

                Torino, 29 Ottobre 1862.

 

Sac. Bosco GIOVANNI, Direttore

 

                Queste sue premure riuscivano anche in favore della Diocesi Torinese. D. Rocchietti dopo l'ordinazione sacerdotale erasi fermato per un anno nell'Oratorio, ma aveva dovuto uscirne per le continue sofferenze corporali. Ciò non ostante vi ritornava per l'amore che portava a D. Bosco, anzi ascrivevasi alla Pia Società; e vi stette finchè vi fu bisogno dell'opera sua. Confessava i giovanetti e teneva la conferenza domenicale alla sera. Era mirabile la semplicità e l'ordine delle sue prediche. Ma non potendo adattarsi alla vita comune, per l'accresciuta acerbità de' suoi mali, fu costretto di bel nuovo a ritirarsi con licenza di D. Bosco e ad aggregarsi al clero della diocesi. La Curia lo mandò nel dicembre del 1862 nel piccolo Seminario di Giaveno come Direttore spirituale. L'Oratorio aveva dato un apostolo alla diocesi. Destinato alla piccola parrocchia di San [309] Gilio fu per molti anni parroco zelantissimo anche nel promuovere le vocazioni allo stato ecclesiastico; e finiva santamente i suoi giorni pochi mesi dopo che era entrato come novizio nei Lazzaristi di Chieri.

                Nell'Oratorio mancato D. Rocchietti, D. Bosco affidava la predica domenicale della sera a D. Cagliero Giovanni, il quale incominciò le sue prediche nella solennità di Tutti i Santi e colla commemorazione di tutti i fedeli defunti, con un brillante esito, che svelò un valente oratore. E così continuò tutte le sere nelle domeniche, finchè non ebbe da partire per le missioni della Repubblica Argentina. Nei primi tre anni, seguendo la consuetudine generale in Piemonte, predicò in dialetto; ma poi usò la lingua italiana, quando D. Bosco prescrisse che nell'Oratorio fosse escluso il dialetto. Ormai le scuole, sia per gli studenti, come per gli artigiani, davano alla casa aspetto di vero collegio. Anche D. Bosco in quello stesso anno, 1865, che fino allora aveva predicato in piemontese, prese a parlare italiano esponendo la vita dei Papi.

                D. Bosco, il 2 novembre, Domenica, faceva una breve escursione, della quale a noi ricordò le vicende D. Savio Angelo, che gli fu compagno. Era andato a predicare in lui paese della diocesi d'Alba, distante dalla ferrovia Torino - Cuneo. Nel ritorno scendeva col suo prete da quelle colline per andare alla stazione di Bra; ma avevano smarrita la via, l'ora si faceva tarda e incominciò a piovere. Accortosi D. Bosco che non sarebbero giunti in tempo al treno, pensò di chiedere ospitalità ad un cappellano, la chiesa del quale sorgeva sopra un poggio a fianco della strada. Andò pertanto a bussare a quella porta, ma ci volle tempo prima che si aprisse. La pioggia veniva giù a furia. Fu accolto con un' po' di malumore. Egli fece sue scuse, dimostrò il dispiacere di essere venuto a dare incomodo ed espose l'urgente necessità che avealo spinto col suo compagno a chiedere ricovero. Quel signore lo fece sedere e quindi domandò chi fossero. [310]

                 - Due poveri preti di Torino.

                 - E quale uffizio esercitano?

                - Io sono sagrestano in una chiesa dalle parti di Valdocco.

                - E avranno ancora da cenare?

                - Se nella sua carità vorrà darci qualche cosa, la prenderemo volentieri.

                 - Mi rincresce che mi trovo senza niente in casa; loro darà qualche po' di formaggio, del pane...

                 - Ma sì: anche troppo: tutto va bene; gliene sarò riconoscentissimo.

                Il cappellano diede ordine alla fantesca, la quale portò quanto gli era stato comandato. Assisi a tavola incominciarono la magra cena, mentre il padrone continuava:

                 - E stasera farebbero assegnamento di fermarsi qui a dormire?

                 - Vede bene, rispose D. Bosco, con questo tempo indiavolato non saprei dove andare in cerca di altro alloggio.

                - Già! L'è che io non ho letti disponibili, non saprei dove metterli a dormire.

                 - In quanto a questo si rimedia subito: due sedie bastano, tanto più che domani facciamo conto di partire per tempo.

                 - Se è così, si accomodino; mi dispiace, doverli trattare a questo modo! - Quindi proseguì: - Essi dunque vengono da Torino!

                 - Sissignore.

                 - Conoscono per caso un certo D. Giovanni Bosco ?

                 - Sì, un poco, rispose D. Bosco, mentre D. Savio che era alquanto stizzito per così gretta accoglienza, incominciava a rider a fior di labbra, dando un'occhiata al Servo di Dio.

                Quel sacerdote che di nulla si era accorto perchè il cappello del lume proiettava la sua ombra sul viso di D.Savio, proseguì: - Io non mi son mai incontrato con D. Bosco; ma ora mi trovo in circostanze di doverlo pregare di un favore. È facile a prestar servizio a chi si rivolge a lui? [311]

                - Quando egli possa, rispose D. Bosco, si fa un piacere di esser utile agli altri.

                 - Io aveva designato di scrivergli domani una lettera.

                 - In quanto alla lettera, scappò a dire D. Savio, può risparmiarsi la pena di scrivere. Dica a questo sacerdote ciò che desidera chiedere a D. Bosco.

                 - Lei adunque è molto amico con D. Bosco?

                 - Abbastanza, rispose D. Bosco sorridendo.

                 - Ma è qui D. Bosco stesso in persona! replicò D. Savio, che non poteva più frenar le risa.

                Lei D. Bosco? - esclamò quel cappellano meravigliato, arrossendo, confuso: - D. Bosco! Se me lo avesse detto subito appena entrato in casa.... Mi perdoni se non l'ho trattato bene... il suo arrivo mi fu così improvviso, inaspettato.... Lasci stare quel formaggio. Mi ricordo ora di aver posto in serbo qualche cosa a pranzo.... Lasci fare a me. - E corse ad un armadio, trasse fuori un mezzo pollo arrosto, comandò alla fantesca di far cuocere alcune uova al tegame, e stese una tovaglia sulla mensa.

                D. Bosco sorrideva graziosamente e D. Savio godeva dell'affannarsi dell'ospite in quell'apparecchio.

                Si finì la cena venne l'ora di dormire e il cappellano trovò un materasso da mettere sopra alcune sedie ed un sofà fu mutato in letto.

                D. Bosco colla sua amorevolezza aveva sgombrata dall'animo di quel reverendo ogni confusione e chiestolo di ciò che desiderasse da lui, si mostrò dispostissimo a favorirlo. Si trattava di ricoverare un giovanetto nell'Oratorio, e fu accettato. Egli però non lasciava mai di dare un avviso quando lo credeva necessario pel bene degli altri. Nel congedarsi al mattino lo prese per mano e ringraziandolo affettuosamente, mentre l'altro rinnovava le sue scuse! - Veda, gli disse, con D. Bosco non è il caso di chiedere scuse, però prendiamo lezioni da tutto ciò che ci accade. Se abbiamo nulla diamo nulla,  [312] se poco diamo poco, se molto diamo ciò che si crede conveniente. Ma lasciamoci sempre guidare dalla carità, la quale in fine dei conti tornerà sempre a nostro vantaggio.

                D. Bosco giunto a Bra salì con D. Savio in ferrovia per ritornare in Torino e dopo aver pregato e letta qualche lettera, volle raccontare al suo compagno un fatto ameno, che gli era occorso qualche tempo prima su quella stessa linea. Più volte egli aveva udito parlare di una contessa, persona molto ricca e molto religiosa e desiderava trarla ad aiutarlo nelle sue opere, ma le circostanze avevano impedito che stringesse relazioni. Ora costei aveva una compatibile debolezza donnesca. Si offendeva acerbamente solo che qualcuno accennasse alla sua età avanzata: e siccome aveva una figlia che oltrepassava i trent'anni, era per lei cosa insopportabile l'udirsi indicare coll'appellativo di Contessa vecchia.

                Ora accadde che un giorno essendo D. Bosco salito in ferrovia, s'imbattè nello stesso compartimento con questa contessa. Raccolto ne' suoi pensieri si assise senza avvedersi di lei, la quale però appena il treno fu in moto gli volse la parola: - Scusi sarebbe forse D. Bosco?

                 - Per obbedirla, signora! E da chi ho l'onore di essere interrogato?

                 - Sono la Contessa X...

                D. Bosco allora: - Son proprio felice di questo incontro. E la la signora Contessa sua madre come sta?

                 - Mia madre! È un pezzo che il Signore l'ha presa con sè.

                 - Ma come? Poche settimane sono, venne a mia cognizione che stava benissimo.

                 - Ma lei ha preso errore, sa. Mi ha forse scambiata con mia figlia. Io sono la Contessa madre!

                D. Bosco replicò, - Davvero? Ma lei è così prosperosa e ben portante, che uno è scusabile se prende abbaglio.

                 - Cosa vuole! soggiunse la Contessa, sorridendo con visibile compiacenza, mi mantengo come meglio posso; non ho mai [313] fatto disordini in vita mia, e quindi godo di tutta la mia sanità.

                 - Ed io prego il Signore, concluse D, Bosco, che la conservi ancora per molti anni.

                Il dialogo si prolungò fino ad una vicina stazione alla quale D. Bosco discese. Da quel momento la Contessa X... fu tutta per D. Bosco e finchè visse continuò a beneficarlo.

                Verso i primi di novembre D. Bosco pubblicava l'Almanacco pel 1863 intitolato: Il Galantuomo e le sue novelle[27]. Del Ch. Celestino Durando sono le brevi notizie de' ventisei martiri Giapponesi canonizzati il giorno 8 giugno 1862, colla descrizione di questa solennità. Tre bei racconti, due stupende canzoni del Sac. G. Peragallo, la romanza l'Orfanello che aveva musicata D. Cagliero, brevi cenni sul nuovo servizio postale compievano il libretto.

                Dopo l'indice vi si leggeva una nota: “Quest'anno il Galantuomo per gravi motivi non dà l'interpretazione delle sue profezie, nè espone quelle che gli potrebbe dettare il suo strano cervello”.

                Motivi di prudenza avevano dettata questa nota. Se i vaticinii degli anni antecedenti avevano destato rumore in Torino e nelle altre città del Piemonte, quelli del 1861 avevano dato eziandio causa a molte dicerie, messo addosso il malumore a certi crocchi di liberali e accresciuti i sospetti che in certi Ministeri vi fossero impiegati infedeli o imprudenti. Si vedeva che D. Bosco sapeva più di quello che si sarebbe voluto e non si poteva conoscere con quale mezzo penetrasse i segreti governativi e settarii. Noi sappiamo come da varii sogni egli apprendesse, almeno in gran parte le sue previsioni; prima ancora di stamparle ne aveva palesate alcune a' suoi giovani, dandone spiegazioni chiare e precise e gli avvenimenti non smentirono i suoi annunzi. Di ciò abbiamo testimoni ancora viventi. [314]

                Il Governo impensierito sulla fine 1859 avealo fatto avvertire di non compromettersi con certe rivelazioni e D. Bosco prometteva di usar prudenza. Tuttavia aveva continuato nel 1860 e nel 1861, ma con certi riguardi, come appare da alcune predizioni abbastanza oscure, e da certe applicazioni dei fatti avvenuti alle profezie, che sono un po' stentate. Per es. dove nel Galantuomo aveva predetto pel 1860: Vedrete il vino a miglior prezzo, ma il pane più caro sembra che la spiegazione più naturale dovrebbe dire: Che per guerre micidiali la scarsità o mancanza di bevitori avrebbe fatto vendere il vino a miglior prezzo; e i campi incolti o devastati non avrebbero prodotto il grano necessario. Ma D. Bosco sapeva quel che diceva e aveva i suoi perchè nel dire.

                Nel Galantuomo poi del 1861 dice chiaramente: Motivi di prudenza e di rispetto mi persuadono a differire i miei racconti ad un tempo più sereno in cui non vi sia più pericolo di temporali, di grandine, di turbini e di uragani. Ma non ostante questa dichiarazione aveva detto anche troppo, perciò il Governo, prima che finisse quell'anno, volle assicurarsi che il Galantuomo non gli avrebbe più dato alcun disturbo. Perciò il Cav. A. Buglione di Monale aveva mandato a chiamare D. Bosco a nome del Presidente del Consiglio dei Ministri e gli diceva:

                 - Senta D. Bosco: tutti le vogliamo bene, ma il suo Galantuomo ci mette negli impicci. Da ogni parte ci vien domandato: come fa D. Bosco a sapere certe cose? Si fanno castelli in aria, si deducono conseguenze strane; si vuol sapere, si vuol interrogare l'uno l'altro, insomma è un putiferio insopportabile. Per conseguenza prenda in buona parte il mio consiglio: è meglio cessare dallo scrivere certe cose nel suo almanacco.

                D. Bosco intese come fosse quella una proibizione in piena forma, benchè cortese nei modi, e da quel punto cessò dallo stampare le sue previsioni.

 

 


CAPO XXXI. Nuovi fastidii - Piano di guerra degli avversarii per far chiudere il ginnasio dell'Oratorio - Il Cav. Gatti capo de' malevoli: maligna cortesia - Domanda inascoltata di D. Bosco al Ministero, perchè siano ammessi gl'insegnanti dell'Oratorio ad un, esame di idoneità - Udienza non ottenuta dal Ministro dell'Istruzione Pubblica - Bastonate e vita dell'Oratorio - Massime umili e confortanti di Don Bosco - Il Comm. Selmi nuovo Provveditore agli studii: suppliche e dinieghi - D. Bosco alla presenza di Selmi - Dialogo: biografia di Savio Domenico: storia d'Italia: Duca di Parma - Domanda, visita ufficiale, approvazione degli insegnanti.

 

                DON Bosco, da chiari indizi e da segreti avvisi informato, prevedeva una tempesta che stava per cadere sull'Oratorio. Il Ministero Rattazzi per le continue invettive, le accuse e le minacce de' suoi avversari e rivali politici, non poteva più avere lunga esistenza, anzi da un giorno all'altro aspettavasi che lasciasse il potere. Perciò il suo, qualunque fosse, appoggio veniva mancando a D. Bosco.

                Abbiamo già narrato il grave pericolo al quale D. Bosco andò incontro per le calunnie di alcuni malevoli, che, lo accusarono di professare una politica contraria al Governo; ed abbiamo esposto in pari tempo, come avendo egli potuto fare udire personalmente le proprie difese, alla presenza degli stessi Ministri, salvasse dalla minacciata violenza se medesimo e tutti [316] i suoi alunni con grande confusione e dispetto di coloro i quali eransi confederati alla rovina dell'Oratorio.

                Ma costoro che parte lo combattevano per massima e per servire alla rivoluzione e parte per farsi un nome e progredire in carriera, non si diedero per vinti; perciò, dopo due anni di tregua, ritornarono contro D. Bosco alla riscossa e sulla fine del 1862 ricominciarono a dargli nuovi fastidii e nuove angustie. E qui confessiamo di essere dolenti in dover segnalare al pubblico alcuni atti poco onorevoli per taluni di essi, ma lo facciamo senza mal'animo e solo per servire alla storia. Anzi ci consola il pensiero di poterli almeno in parte scusare dicendo che non sapevano quello che si facessero. Per verità alcuni di loro, non appena conobbero meglio le cose, da nemici si fecero amici, e taluno persino avvocato di D. Bosco e de' suoi fanciulli. Ma tiriamo innanzi.

                Alla testa dei malevoli stava il Cav. Stefano Gatti, Capo di Divisione al Ministero della Pubblica Istruzione, già nota abbastanza ai nostri lettori.

                Questa volta gli avversarii non presero più a pretesto la politica, ma la legalità dell'insegnamento che si dava nelle scuole dell'Oratorio. Nel loro piano di battaglia essi ragionavano così: - Don Bosco per tenere le sue scuole aperte si giova di professori sforniti di legale diploma; in questo momento pagarne e sopratutto trovarne dei patentati non può, perchè il suo Istituto vive di carità e l'anno scolastico è già incominciato; dunque obblighiamolo a provvedersi di tali professori, e così riusciremo a fargli chiudere le scuole. - Stabilito il loro piano, quei signori, avendone in mano il potere, aspettarono il momento per cominciarne la facile esecuzione.

                Ma D. Bosco conoscendo le loro intenzioni e vistosi a sì mala parata, senz'altro pensò di andare a parlare col cav. Gatti per cercare di abbonirlo. Questi lo accolse fingendo, affabilità e cortesia e suggerì che presentasse i suoi maestri all'esame d'idoneità all'insegnamento cui attendevano. Costui [317] così rispose, perchè credeva che i maestri dell'Oratorio fossero lontani le mille miglia dall'essere preparati a subire, quasi su due piedi, esami difficilissimi; e quando seppe che eglino erano pronti alla prova e domandavano di sottoporvisi, ne fece a D. Bosco calde congratulazioni. Ma da quel punto torturò il cervello in cercare appigli, perchè non fossero ammessi a quelli esami, come vedremo tra poco.

                D. Bosco non si era lasciato illudere da quelle lustre, ma aveva inteso benissimo quale unica via gli fosse aperta, per giungere al conseguimento del suo scopo. L'aveva già preveduta scrivendo al Can. Vogliotti, ed ora indirizzava una supplica al Ministero, perchè autorizzasse i suoi insegnanti a presentarsi ad un esame, che giudicasse della loro idoneità.

 

                               Eccellenza,

 

                Espongo rispettosamente a V. S. Ill.ma, come nel vivo desiderio di promuovere l'istruzione secondaria nella classe meno agiata del popolo, da alcuni anni, oltre alle classi elementari che hanno luogo pei poveri giovanetti, ho aperto anche una piccola scuola col corso Ginnasiale.

                Privo di redditi fissi, ed i giovani accogliendosi per lo più gratuitamente, o ad una assai modica pensione, non avrei potuto proseguire in questa opera senza l'altrui materiale e personale aiuto.

                Quattro giovani abbastanza istruiti mi vennero in soccorso e accettarono gratuitamente la carica di insegnanti nelle varie classi.

                I loro nomi sono.

                Sac. Francesia Gio. Batta. di Giacomo di San Giorgio per la quinta Ginnasiale.

                Il Chierico Cerruti Francesco fu Luigi da Saluggia, studente del 2° anno di Teologia per la quarta Ginnasiale.

                Il Chierico Durando Celestino di Francesco da Farigliano, studente del 4° anno di Teologia sostituito della quinta ed insegnante nella terza.

                Il Chierico Anfossi Gio. Battista fu Luigi da Vigone, studente del 4° anno di Teologia sostituito della quarta Ginnasiale, ed insegnante nella seconda.

                I risultati ottenuti riuscirono quanto mai si può desiderare soddisfacenti. La loro sollecitudine, il loro zelo fu sempre per ogni riguardo commendevole. Questi benemeriti reggenti mentre compivano i doveri di insegnanti, trovarono modo di frequentate le lezioni di Lettere Greche, Latine ed Italiane nella nostra Regia Università. [318] La disciplina osservata nelle nostre scuole è sempre stata secondo le disposizioni governative, e furono sempre mai seguiti i Programmi pubblicati dal Ministero per le classi Ginnasiali. I regii Provveditori agli studii, gli Ispettori ed altri insigni Professori si compiacquero di visitare più volte le nostre classi e, se ne dimostrarono sempre soddisfatti.

                Sua Eccellenza il Ministro di Pubblica Istruzione ha eziandio veduto ognor con bontà questo sforzo di diffondere l'istruzione secondaria fra i giovanetti meno agiati, ma commendevoli per ingegno e per virtù; ha più volte detto parole d'incoraggiamento a me ed ai maestri delle classi, largì anche sussidii pecuniari, e talvolta scrisse lettere benevole con cui assicurava essere disposto a favorire queste scuole con tutti quei mezzi che erano in suo potere. Ma il medesimo sig. Ministro mi ha più volte animato a studiare il mezzo per mettere nelle rispettive classi i maestri approvati, affinchè, egli diceva, questo Ministero con più regolarità si possa prestare con mezzi materiali e morali.

                Per secondare il mentovato desiderio del Signor Ministro, cioè di aver maestri titolati nello insegnamento, fu già provveduto a tutte le classi elementari, mercè gli esami sostenuti da alcuni giovani di questa casa medesima, i quali in parte sono maestri in altri paesi, e gli altri continuano come maestri patentati a prestar gratuitamente l'opera loro ai poveri giovani che intervengono a queste scuole. Rimane ancora a compiere il suggerimento del Sig. Ministro riguardo alle classi Ginnasiali: ed appunto per questo fo umile preghiera onde i suddetti benemeriti maestri, approvati indirettamente dal Ministero, siano considerati come Reggenti, e sia loro fatta facoltà di presentarsi all'esame di Belle Lettere in questa Regia Università.

                Eglino hanno fatto regolarmente i loro studii Ginnasiali ed Universitarii, ed a giudizio dei loro Professori sarebbero idonei a subire l'esame, cui domandano di essere ammessi.

                Questo è il favore che domando a Vostra Eccellenza, favore che sarà un vero incoraggiamento ed in certo modo un compenso a questi benemeriti insegnanti, e nel tempo stesso sarà un novello benefizio, che con gratitudine ricorderà questa casa, che si sostiene con sola privata e pubblica beneficenza.

                Dio spanda copiose benedizioni, sopra l'Eccellenza Vostra e sopra tutti quelli che si occupano per educare ed istruire la gioventù, mentre reputo al più alto onore di potermi colla più sentita gratitudine professare

                Di Vostra Eccellenza

 

                Torino, II Novembre 1862.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI. [319]

 

                La sua lettera non ebbe risposta. Allora tentò di avere un udienza dal Ministro della Pubblica Istruzione, Matteucci Prof. Carlo, Senatore del regno e non potè riuscire ad averla.

                D. Bosco in uno di que' giorni fu udito a fare questa veridica osservazione: - L'Oratorio di S. Francesco di Sales nacque dalle bastonate, crebbe sotto le bastonate, e in mezzo alle bastonate continua la sua vita. - Infatti dai maltrattamenti e dalle percosse del sagrestano di S. Francesco d'Assisi in Torino ad un povero giovanetto, colse D. Bosco occasione di cominciare l'opera degli Oratorii a vantaggio della gioventù abbandonata e pericolante. Mentre quest'opera medesima, mediante la sollecitudine di lui e la carità dei benefattori, andava sviluppandosi, venne or dalle private, or dalle pubbliche persone osteggiata e combattuta sino al punto che, come abbiamo detto, fu ad un pelo di cadere estinta; e d'allora in poi e ad intervalli, più o meno brevi, non mancarono contro di essa assalti di altri nemici non meno audaci e potenti.

                D. Bosco però soleva, dire ad alcuni de' suoi, sfiduciati da tante difficoltà e persecuzioni: - Non dubitiamo di nulla; io ho esperimentato che quanto più mancano gli appoggi umani, tanto più Dio vi mette del suo. - Altre volte diceva: - In mezzo alle prove più dure ci vuole una gran fede in Dio. - Spessissimo usciva in questa invocazione: - Se l'Opera è vostra, o Signore, voi la sosterrete; se l'opera è mia sono contento che cada.

                Intanto il I° dicembre Rattazzi annunziava alla Camera aver dato con tutto il Ministero le sue dimissioni ed averle il Re accettate. Questi chiamava a comporre il nuovo Ministero Carlo Farini e Giuseppe Pasolini e l'8 dicembre era composto. Farini ne fu il Presidente, ma senza portafoglio. Il Senatore Professore Micheli Amari ebbe quello della Pubblica Istruzione. Al Professore Muratori, Provveditore agli studi per la Provincia di Torino, era successo il Comm. Francesco Selmi,  [320] farmacista modenese, donde era stato condotto da Carlo Farini, già dittatore a Modena.

                Il nuovo regio Provveditore, che pur egli col Cav. Stefano Gatti, aveva concepita trista idea delle cose di D. Bosco, entrò subito in campo contro l'Oratorio domandando a Don Bosco i titoli legali dei suoi maestri. Questi mandò il loro nome e cognome, e in quanto al titolo osservò che erano in via di provvederselo, perchè frequentavano già le lezioni di lettere italiane, latine e greche alla regia Università di Torino. In pari tempo faceva notare, che essendo scuole di carità e di beneficenza a vantaggio dei poveri giovanetti, erano state pel corso di più anni raccomandate e incoraggiate dall'Autorità scolastica, dai regi Provveditori e dallo stesso Ministro della Pubblica Istruzione, col lasciare piena libertà ai maestri d'insegnare, senza esigere che fossero patentati; citava poi - una lettera del Ministro Giovanni Lanza, in data del 20 aprile 1857, nella quale si diceva che - quel Ministero desiderava di concorrere con tutti i mezzi che erano in suo potere, affinchè coteste scuole avessero il maggiore sviluppo. - Addotti questi motivi, Don Bosco domandava quindi al Provveditore che volesse approvare per l'insegnamento quegli stessi professori, almeno sino a che avessero subìto gli esami a cui aspiravano. Ma il Selmi non ascoltò ragioni, si mostrò inflessibile alle suppliche, respinse con disdegno chi voleva fare da mediatore, ed insistette che D. Bosco o si provvedesse fin di quell'anno di maestri patentati, o chiudesse le scuole.

                Ma questi risolse di ritentare la prova presso di Selmi. Aveva pensato: - Se possiamo ripararci dal colpo mortale per un anno, il tempo e il bisogno ci suggeriranno il modo di schermircene in appresso.

                Egli pertanto non scrisse più, nè mandò intermediarii, ma recitata la solita Ave Maria, si presentò in persona al Regio Provveditore. Era uno dei primi giorni del mese di dicembre. Dopo più ore di anticamera, finalmente D. Bosco venne introdotto [321] alla sua presenza. In seguito a pazienti ricerche e da persona che si trovò a parte del fatto, abbiamo saputo circostanze, che ci mettono in grado di esporre la sostanza dell'intrattenimento.

                Pomposamente seduto sopra un seggiolone, il Provveditore ordinò al povero prete di porsi di fronte a lui in piedi; poscia cominciò così:

                 - Dunque... Dunque ho l'onore di avere innanzi a me un famoso Gesuita, anzi il maestro dei Gesuiti. - E con ciò intendeva dire che D. Bosco era un nemico delle moderne istituzioni.

                Dopo questo preambolo continuò a discorrere per buona pezza contro dei preti, dei frati, del Papa, di D. Bosco, delle sue scuole e dei suoi libri, e parlava con tanta acrimonia e adoperava termini tali, che avrebbero fatto perdere la pazienza a Giobbe. D. Bosco, ricordando forse le parole di Gesù Cristo, colle quali esorta i fedeli a godere agli insulti che si riceverebbero per amor suo, raccoglieva tutta quella tempesta d'improperii con animo calmo e con un dolce sorriso sulle labbra. Questo dignitoso contegno di D. Bosco, così opposto al suo, diede fortemente sui nervi al Selmi, che, fissandogli in volto due occhi di bragia, gli disse quasi furioso:

                 - Come? io sono delirante di rabbia e lei si ride di me?

                 - Signor Commendatore, rispose D. Bosco, io non rido in disprezzo di lei, ma perchè ella parla di cose che non mi riguardano.

                 - Ecchè? Non è lei D. Bosco?

                 - Sì, lo sono.

                 - Non è lei il direttore delle scuole di Valdocco?

                 - Lo sono altresì.

                 - Non è lei D. Bosco, famoso Gesuita e gesuitante?

                 - Non capisco.

                 - Ma è forse lei un imbecille?

                 - Lascio alla Signoria Vostra il farne giudizio. Se ancor io volessi usare consimili termini avrei materia e ragioni sufficienti [322] a cui ispirarmi, ma la qualità di onesto cittadino, il rispetto dovuto a tutte le Autorità, il bisogno di provvedere a più centinaia di poveri orfanelli, mi consigliano di tacere, anzi di prendere tutto con indifferenza e di pregare la S. V. che mi usi la bontà di ascoltarmi.

                Queste parole, spiranti profumo di una pazienza e di una carità ammirabile, portarono un po' di calma nell'animo esaltato del Provveditore, che, ritornato a migliori sentimenti, prese a dire:

                 - Che cosa sono adunque queste sue scuole per cui domanda favori?

                 - Sono la riunione di poveri fanciulli, raccolti da varie parti d'Italia e di altre nazioni, avviati gli uni allo studio, gli altri ad un'arte o mestiere, con cui potersi un giorno guadagnare onestamente il pane della vita.

                 - Ne ha molti?

                 - Contando gli esterni ne ho oltre ad un migliaio.

                - Oh che diavolo! oltre ad un migliaio! E chi stipendia lei per ricoverare tanti giovani?

                 - Io non sono stipendiato da alcuno; la mia mercede l'attendo da Dio solo, giusto rimuneratore delle opere buone. Neppure ho reddito per mantenere questi fanciulli e perciò fatico da mane a sera per provvedere loro vitto e vestito.

                A queste parole il Provveditore, divenendo non solo sempre più calmo, ma anche cortese, fece sedere D. Bosco e proseguì:

                 - Ascolti, signor D. Bosco; io la credeva un imbecille, ma mi accorgo che ho preso un abbaglio, perchè un imbecille non è capace di dirigere tale impresa. Ma perchè mai ella si mostra così avversa al Governo e alle sue Autorità?

                 - Io mi trovo, signor Commendatore, in dovere di protestare contro a quest'ultima sua asserzione. Sono oltre a vent'anni che dimoro in questa città, ed ho sempre goduto la benevolenza dei miei compatriotti e di tutte le classi di cittadini, nè mai mi venne fatto rimprovero d'insubordinazione alle pubbliche [323] Autorità. Di ciò chiamo in testimonio la mia vita, le mie parole, le mie prediche, i miei libri. Fino a tanto che la rivoluzione non si impadronì dei miei compatriotti e le pubbliche cariche stettero in mano loro, l'opera mia fu sempre stimata da tutti; soltanto dacchè molti impieghi sono caduti in mani straniere (non intendo parlare di lei), io divenni il bersaglio dei tristi. Costoro, incapaci di provvedere essi medesimi alla sventura dei figli del popolo, osteggiano e vilipendono quelli che vi provvedono, anzi congiurano alla rovina di opere che ci costarono sostanze, fatiche e sudori. - A queste parole troppo chiare per non essere intese, il Provveditore, che era appunto uno straniero, interruppe Don Bosco e - Aspetti un momento, disse: pensa ella forse che come forestiere io sia un suo nemico?

                 - No, signor Commendatore, ed appunto per questo io l'ho eccettuata. Io intendo parlare di certi uomini, che sacrificano il benessere dei loro concittadini in deferire menzogne allo scopo di fare un passo innanzi nell'impiego, o per guadagnare danaro. Questi uomini indegni sono la rovina della civile società.

                Qui il Selmi si accorse che D. Bosco andava toccando certi tasti, che mandavano un suono poco grato alle sue orecchie; onde cercò di volgere altrove il discorso, e facendo una destra evoluzione, disse:

                 Lei parla bene; in ciò le sono perfettamente d'accordo; ma debbo dirle che mi piacciono assai poco i suoi libri. -

                Come vede il lettore qui i libri di D. Bosco non avevano nulla a che fare, ed entravano, per così dire, come il cavolo a merenda, tuttavia nella fiducia di portare un po' di luce nelle tenebre e trarre il suo interlocutore sopra un buon terreno, egli assecondò il deviamento della conversazione, e rispose:

                 - Mi rincresce che i miei poveri scritti non abbiano la fortuna di tornarle graditi, ma se la S. V. si degnasse di notarmene i difetti ne terrei conto nelle future edizioni. [324]

                 - È  ben lei l'autore della biografia del giovanetto Domenico Savio?

                 - Per l'appunto.

                 - Ebbene quel libro è pieno di fanatismo; lo lesse mio figlio e ne fu talmente preso, che ad ogni ora domanda di essere condotto da D. Bosco, e temo quasi che gli dia volta il cervello.

                 - Ciò vorrebbe dire che i fatti ivi contenuti sono chiaramente esposti ed ameni, da essere con facilità intesi dai giovanetti e da incontrare il loro gusto; questo appunto era il mio divisamento. Ma intorno alla lingua e allo stile vi ha ella trovato qualche difetto a correggere?

                 - Di questo no: anzi vi ho scorto purezza e proprietà di lingua ed uno stile facile e popolare. Ma lasciando a parte il libretto accennato perchè di poca mole, non posso passarle per buona la sua Storia d'Italia, che va tra le mani di tutti. Per far disapprovare quest'opera sua basterebbe quanto ella scrisse di Ferdinando Carlo III, Duca di Parma[28]. Di quello [325] scellerato, che ne ha commesse di ogni colore, lei ne ha fatto un eroe, un martire. Le so dire che erano due mila, i quali eransi offerti e legati con giuramento per assassinarlo l'uno in mancanza dell'altro.

                 - Io non sapeva quest'ultima particolarità; ma ancorchè l'avessi conosciuta, non potrei assicurare se l'avrei accennata, perocchè io ho scritto un compendio di storia e ad uso della gioventù, e perciò dovea restringermi in certi limiti, e scegliere quei fatti soltanto, che potessero tornare di qualche morale utilità ai miei lettori. Del resto di quel principe non ho tessuto una biografia, ma narrato solamente la tragica morte, che dissi morte di un buon cristiano, perchè egli morì di fatto rassegnato ai divini voleri, munito dei conforti religiosi, e perdonando al suo assassino.

                 - Basta, io la consiglierei a correggere questa Storia prima di ristamparla.

                 - Se lei, sig. Commendatore, volesse essermi tanto cortese di notarmi o farmi notare le modificazioni o le correzioni da introdursi, l'assicuro che ne farei tesoro per la nuova ristampa.

                 - Mi piace questa sua condiscendenza; lei non si mostra ostinata nelle sue idee; questo mi piace. Ma ora passiamo ad altro, e mi dica che imbarazzo incontri per le sue scuole, e quale difficoltà trovi nel sottomettersi all'Autorità scolastica.

                 - In ciò io non trovo alcuna difficoltà; dimando solo che la S. V. voglia concedere che gli attuali maestri possano continuare il loro insegnamento nella rispettiva classe, cui sono presentemente addetti.

                 - Quali sono questi maestri? [326]

                - Sono Francesia, Durando, Cerruti ed Anfossi.

                 - Da chi sono pagati?

                 - Non sono pagati da alcuno. Furono anch'essi allievi dell'Istituto, ed ora godono d'impiegare le proprie fatiche a benefizio altrui, come altri un tempo le impiegò per loro.

                 - Io non vedo in ciò nessuna difficoltà. Se la cosa sta così, io li approvo senz'altro. Ella mi faccia soltanto una formale domanda, indicando il nome dei maestri e la classe in cui insegnano, ed io le spedirò tantosto apposito decreto di approvazione.

                 - Io la ringrazio di cuore, signor Commendatore, e di tale benefizio le serberò profonda gratitudine. Prima però di congedarmi vorrei ancora pregarla di un favore, ed è ch'ella si degni di prendere i miei fanciulli sotto la sua protezione, e che un giorno o l'altro venga ad onorarci di sua presenza. Sono persuaso che la S. V., amante qual è del povero popolo, proverà grande soddisfazione al vedere colà raccolto un migliaio dei più bisognosi suoi figli. -

                A queste parole di D. Bosco, il Selmi fu tocco nel più profondo dell'animo; onde guardandolo con occhio di compiacenza,

                 - Caro D. Bosco, disse: lei è un angiolo della terra. L'assicuro che d'ora innanzi farò tutto ciò che è in mio potere a pro dei suoi giovanetti, e quanto prima insieme colla mia famiglia renderò al suo Istituto una visita amichevole. Spero poi che in avvenire le nostre conversazioni avranno altro condimento che non ebbe da principio questa prima. Sono nondimeno contento di averla veduta e conosciuta. Dunque siamo intesi e a bel rivederci.

                Questo, la Dio mercè, fu il termine della esposta visita, che da prima minacciava una dolorosa conclusione. D'allora in poi il Provveditore Selmi, convinto del bene che l'Oratorio faceva alla povera gente, lo trattò sempre con molta benevolenza e lo favorì nei limiti di sua autorità. [327] Giunto a casa D. BOSCO gli inviò tosto domanda formale per l'approvazione degli insegnanti, secondo le anteriori intelligenze.

 

                               Ill.mo Sig. Provveditore,

 

                Espongo rispettosamente a V. S. Ill.ma come nel desiderio di promuovere l'istruzione secondaria nella classe meno agiata del popolo, ho iniziati i corsi ginnasiali per li poveri giovani accolti in questa casa, a fine di provvedere a chi colle arti o mestieri, a chi collo studio, un mezzo di guadagnarsi onestamente il pane della vita. Pel passato gli insegnamenti si uniformarono mai sempre ai Programmi ed alle discipline governative. Ma ora desiderando di ottenere una regolare approvazione di queste scuole, fo a Lei, Ill.mo Signor Provveditore, rispettosa preghiera affinchè le medesime vengano approvate come Istituto privato a norma dell'Articolo 246 della Legge sulla Pubblica Istruzione.

                L'insegnamento sarà secondo i Programmi, e secondo le discipline governative in conformità all'art. sopracitato, siccome si è già sinora praticato.

                Riguardo agl'Insegnanti per la Ia Ginnasiale proporrei il Sac. Alasonatti Vittorio, patentato per la 4a Latina secondo l'altra Nomenclatura.

                Per l'Aritmetica il Sac. Savio Angelo Maestro patentato per la 4a Elementare.

                Per la seconda Ginnasiale il Ch. Anfossi Giovanni.

                Per la terza Ginnasiale il Chierico Durando Celestino.

                Per la quarta Ginnasiale il Chierico Cerruti Francesco.

                Per la quinta Ginnasiale il Sac. Francesia Giovanni.

                Per questi quattro ultimi non ho altri titoli che la dichiarazione de' loro professori, perocchè oltre la scuola che da sei anni fanno nella rispettiva classe, frequentano eziandio le lezioni di lettere Greche e Latine nella Regia nostra Università. I giovani loro allievi ne riportarono vistoso vantaggio. Niuno è stipendiato e tutti questi insegnanti impiegano caritatevolmente le loro fatiche. Per questi quattro ultimi dimando un'approvazione provvisoria riservandomi, pel tempo che lui sarà fissato, di presentare gli stessi oppure altri, ma con tutti i titoli voluti dalla Legge.

                Gli studii poi sarebbero sotto la direzione del benemerito Sig. Prof. di rettorica D. Matteo Picco, come sono sempre stati finora.

                Noto qui di passaggio che lo scopo di questa Casa si è che queste scuole Ginnasiali siano una specie di piccolo Seminario, ove possano t