Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. V, Ed. 1905, 940 p.

 

                modello

 

 


 

PROTESTA DELL'AUTORE

 

                Conformandomi ai decreti di Urbano VIII, del 13 marzo 1625 e del 5 giugno 1631, come ancora ai decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiaro solennemente che, salvo i dommi, le dottrine e tutto ciò che la Santa Romana Chiesa ha definito, in tutt'altro che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendo di prestare, nè richiedere altra fede che l'umana. In nessun modo voglio prevenire il giudizio della Sede Apostolica, della quale mi professo e mi glorio di esser figlio obbedientissimo.

 

 


CAPO I. 1854 - Letture Cattoliche: ristampa de' CENNI SULLA VITA DEL GIOVANE LUIGI COMOLLO - Domanda di sussidii al Conte De la Margherita - Disturbi per un fascicolo sulle rivoluzioni - Corrispondenza con Rosmini per la Tipografia.

 

                DON BOSCO con vera purità d'intenzioni, con umiltà di cuore in tutte le sue imprese, senza alcuna mescolanza di proprio interesse, continuava infaticabile per quella via che il Signore avevagli indicata.

                Pel fine del dicembre 1853 e pel principio del gennaio 1854 egli ristampava nelle Letture Cattoliche i suoi Cenni sulla vita del giovane Luigi Comollo. Ne aveva cambiato la prefazione che prima era dedicata ai Chierici.

“Al Lettore. -- Siccome l'esempio delle azioni virtuose vale assai più di qualunque elegante discorso, così non sarà fuor di ragione un cenno sulla vita di un giovanetto, il quale in breve periodo di tempo praticò sì belle virtù da [2] potersi proporre per modello ad ogni fedele cristiano, che desideri la salute dell'anima propria. Qui non ci sono cose straordinarie, ma tutto è fatto con perfezione a segno, che possiamo applicare al giovane Comollo quelle parole dello Spirito Santo: Qui timet Deum nihil negligit. Chi teme Dio nulla trascura di quanto può contribuire ad avanzarsi nelle vie del Signore.

                Quivi sono molti fatti e poche riflessioni, lasciando che ciascuno applichi per sè quanto trova adatto al suo stato.

                Tutto quello che qui si legge, fu quasi tutto tramandato a scritti contemporaneamente alla sua morte e già stampati nel 1844; e mi consola assai di poter con tutta certezza promettere la verità di quanto scrivo. Sono tutte cose pubbliche da me stesso udite e vedute o apprese da persone, della cui fede non avvi luogo a dubitare.

                Leggi volentieri, o lettor Cristiano, e se ti fermerai alquanto a meditare quel che leggi avrai certamente di che dilettarti e farti un tenor di vita veramente virtuosa”.

                Di questi cenni faceva poi una terza edizione nel 1867; e nell'edizione del 1884, per confermare la verità di quanto scrisse, aggiungeva: “I superiori che in quel tempo reggevano il Seminario di Chieri, vollero essi stessi leggere e correggere ogni più piccola cosa che non fosse abbastanza esatta.

                “Giova notare che questa edizione non è riproduzione delle precedenti, ma contiene molte notizie, che allora sembravano inopportune a pubblicarsi, ed altre che pervennero più tardi a nostra cognizione”.

                A questo volumetto era aggiunto il seguente annunzio.

                Ci facciamo grato e premuroso dovere di comunicare ai nostri benemeriti cooperatori e lettori la venerata lettera [3] pur ora scrittaci dall'Em.mo Cardinale Antonelli a nome di Sua Santità Pio IX.

                Mentre il benigno suffragio del Vicario di Gesù Cristo conforta le anime nostre a sostenere con alacrità le fatiche intraprese in difesa di nostra santa Cattolica Religione e a svelare le arti seduttrici dei nemici della fede, noi non dubitiamo che sarà pure di non lieve incoraggiamento per quelli che patrocinano l'opera nostra, e sarà in pari tempo un pegno di sicurezza per quelli cui noi ci sforziamo di porgere un antidoto contro l'errore”.

                Ma se queste approvazioni erano di conforto allo spirito, anche il corpo esigeva la sua parte. Vuota essendo ormai di viveri la dispensa dell'Oratorio, D. Bosco si rivolgeva ai benefattori e scriveva a Sua Eccellenza il Conte Solaro De la Margherita, Ministro e Consigliere di Stato.

 

                Direzione Centrale delle Letture Cattoliche - caldamente raccomandate al Sig. Conte e Contessa De la Margherita.

Torino, 5 gennaio 1854.

 

                               Eccellenza,

 

                Sebbene io non sia mai ricorso all'Eccellenza Vostra per sussidio, tuttavia la parte che prende in molte opere di carità ed il bisogno grave in cui mi trovo, mi fanno sperare che leggerà quanto espongo.

                L'incarimento d'ogni sorta di cibo, il maggior numero di giovani cenciosi ed abbandonati, la diminuzione di molte oblazioni che private persone mi facevano e che ora non possono più, mi hanno posto in tal bisogno da cui non so come cavarmi: senza calcolare molte altre spese, la sola nota del panettiere di questo trimestre, monta ad oltre L. 1600 e non so ancora dove prendere un soldo: pure bisogna mangiare, e se io nego un tozzo di pane a questi poveri giovani pericolanti e pericolosi, li espongo a grave rischio e dell'anima e del corpo. [4] In questo caso eccezionale ho stimato bene di raccomandarmi all'Eccellenza Vostra, onde mi voglia prestare quell'aiuto che nella sua carità stimerà a proposito e di raccomandarmi a quelle benefiche persone che nella sua prudenza stimerà propense a queste opere di carità. Qui non trattasi di soccorrere un individuo in particolare, ma di porgere un tozzo di pane a giovani cui la fame pone al più gran pericolo di perdere la moralità e la religione.

                Persuaso che vorrà prendere in benigna considerazione queste mie calamitose circostanze, l'assicuro che ne conserverò la più grata memoria e, augurando a Lei e a tutta la rispettabile famiglia ogni bene del Signore, mi reputo al massimo onore il potermi dire

                Di V. Eccellenza

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                P. S. I) Qualora la sua carità stimasse di fare qualche oblazione in questo caso, potrebbe, se così ben giudica, farlo tenere al benemerito Sia. D. Cafasso.

                2) È pure rispettosamente invitato ad un dramma religioso che ha luogo domani ad un'ora e mezzo nell'Oratorio di San Francesco di Sales.

                Era una di quelle commedie morali, come disse Savio Ascanio, che egli aveva composte al fine di ricreare ed istruire i giovani specialmente artigiani, e che faceva rappresentare da essi stessi con molto loro vantaggio.

                Intanto i tipografi preparavano il secondo fascicolo del mese di gennaio, riproduzione di un'operetta della quale si erano già fatte quattro edizioni, per sostenere la causa della Chiesa e della Società civile. Il libro si svolgeva per domande e risposte. Aveva per titolo: Il Catechismo Cattolico sulle rivoluzioni. [5]

Accenniamo agli argomenti vigorosi dell'autore.

                “Il Cattolicismo è la sola scuola del rispetto, il Protestantesimo è la scuola della ribellione. È  colpa gravissima ribellarsi al Sovrano. Il rivoluzionario si spaccia per liberatore dei popoli, ma se riesce a distruggere l'ordine pubblico, diviene tiranno delle persone, delle anime, delle sostanze e persin dei pensieri de' cittadini. Odia la Chiesa ed il Sovrano perchè odia Iddio. Un oscuro fazioso, degno sol delle forche, quasi ad ogni momento promulga leggi e decreti. Darsi in balía delle passioni senza che alcuna legge od autorità nè divina nè umana possa impedirli, è il programma dei maestri della rivoluzione. Fanno guerra ai principi per non avere più alcun contrasto nella perfida guerra che hanno mossa al cielo. Essi proteggono e amano ogni setta d'infedeli pel male che ciascuna contiene. Ordinariamente son membri di società segrete fulminate dai Papi colle censure. Essi mettono quasi sempre le mani sui beni ecclesiastici, come sono quelli dei parroci e degli altri religiosi, delitto pel quale s'incorre la scomunica, che eziandio colpisce quelli che usurpassero il dominio temporale della S. Sede. Odiano il clero, lo calunniano di avverso allo Statuto ed alla patria e ciò perchè alza la sua voce autorevole contro alla corruttela dei costumi da essi promossa. Il potere secolare ha diritto e dovere di procedere contro di essi anche coll'estremo supplizio; il Sovrano Dei enim minister est in bonum, ed è responsabile di tutti i danni da essi cagionati sì nell'ordine temporale, come nell'eterno. La clemenza di un Re non deve ritornare in danno alla società e rendere più audaci, perchè impuniti, i nemici abituali del pubblico bene. Dio nella Santa Scrittura ciò ordina ripetutamente. Il suddito è obbligato in coscienza a dar [6] notizia al Governo di quelle occulte congiure delle quali ha contezza, perchè il Sovrano è il padre del popolo”.

                Il Vescovo d'Ivrea aveva decisa la pubblicazione di questo fascicolo nelle Letture Cattoliche. D. Bosco era stato di contrario parere, sembrandogli pericolosa tale pubblicazione, pei molti, che, allora in auge, avrebbe feriti, ma cedette alle insistenze di Monsignore e si assoggettò coraggiosamente alle prevedute conseguenze. Venne infatti chiamato presso le Autorità civili, udì rimproveri, ed ebbe altri disturbi, che per fortuna presto cessarono.

                In questo frattempo egli recavasi ad Ivrea, dove lo raggiunse una lettera da Stresa del Sig. D. Vincenzo Devit dell'Istituto della Carità, il quale a nome dell'Abate Rosmini richiedevalo di uno schema di progetto per la fondazione nell'Oratorio dell'ideata tipografia. E D. Bosco così rispondevagli:

Ivrea, 11 gennaio 1854.

 

                               Ill.mo e M. Rev.do Signore,

                In seguito alla venerata lettera di V. S. Ill.ma M. Rev.da con cui mi manifesta la buona volontà del benemerito Abate Rosmini a pro degli Oratorii maschili di questa città, comincerò esternare un mio qualunque siasi sentimento sopra cui fondare una base per una tipografia; e sebbene io conosca appieno che la base sopra cui intende camminare il prelodato sia. Abate Rosmini sia fare un'opera di carità diretta a beneficare, mercè lavoro, li miei poveri figli, tuttavia è bene che le cose siano chiare dinanzi a Dio ed anche dinanzi agli uomini. Eccole il parere mio:

                I. L'Abate Rosmini somministrerà un capitale per ultimare un corpo di fabbrica e per le spese di un primo impianto di una tipografia.

                2. Il suo danaro sarebbe assicurato: quello impiegato nella fabbrica, sulla fabbrica medesima; quello poi speso nella tipografia, sopra i medesimi oggetti di cui conserverebbe la proprietà. [7]

                3. Io metterei la mia assistenza e quella di un chierico e il fitto del locale.

                4. La tipografia sarebbe a comune vantaggio: ed in tempo da determinarsi ci sarebbe un rendiconto.

                5. Alle Opere che farà stampare l'Abate Rosmini ci sarà un ribasso del cinque per cento sopra i prezzi ristretti degli avventori.

                6. Tutti d'accordo per procacciare lavoro e fare che le cose procedano con ordine.

                7. Utili e spese a carico di ambe le parti.

                Non so se questo mio progetto sia ben espresso, ma l'Abate Rosmini saprà aggiugnere e togliere ed anche variare quanto sarà del caso; ed io mi rimetto a lui pienamente.

                Intanto La ringrazio dei graziosi sentimenti manifestati a mio riguardo e mentre auguro al benemerito Sig. Abate e P. Generale, ed a Lei ogni benedizione del Signore, mi raccomando rispettosamente alle sue preghiere con dirmi

                Di V. S. Ill.ma e M. Rev.da

 

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI

 

                Il progetto di D. Bosco, già spiegato a voce, consisteva nel destinare ed adattare ad uso tipografia un locale nello stesso edificio dell'Oratorio di Valdocco; ed alla sua lettera rispondeva il P. Devit in data del 21 gennaio per commissione del Rev.mo Padre Generale. Dicevagli come l'Abate Rosmini dopo maturo esame venisse alla conclusione di non potersi risolvere alcuna cosa relativa alla tipografia prima di aver veduto il locale e tenuto un abboccamento con lui stesso in Torino, per appianare le difficoltà che si prevedevano doversi incontrare per tal affare. In conseguenza il Rosmini avrebbe spedito entro alcuni mesi persona conveniente per avere questo colloquio con D. Bosco.

 

 


CAPO II. I decennii dell'Oratorio - Conferenza.- per la prima volta i collaboratori di D. Bosco prendono il nome di SALESIANI -Prediche efficaci - La festa di S. Francesco di Sales e il premio di buona condotta ai chierici e ai giovani - Il volo mensile - Carità eroica di D. Bosco nel sollevare da gravi dolori i suoi giovani - Il dono delle guarigioni - Cure paterne per gli infermi.

 

                DON Bosco lasciò scritto in una sua memoria: “Chi, osserva attentamente, resta maravigliato come sieno memorabili i decenni dell'Oratorio. Il primo decennio si può intitolare: L'Oratorio vagabondo. Nel secondo decennio si possiede un luogo ed un'abitazione fissa, e questo periodo può definirsi: L'Oratorio, stabile, e successivo ordinamento della casa. Nel terzo decennio si incominciarono ad aprire alcune case, come Mirabello e Lanzo e poi tutte le altre in Italia, e si denominerà: Decennio d'ingrandimento esterno. Sul principio del quarto decennio incominciò la Congregazione a stendere le sue ali fuori d'Italia, andò in Francia colla casa di Nizza e Marsiglia e volò fino al nuovo mondo aprendo i, suoi collegi nella Repubblica Argentina e in quella. [9] dell'Uruguay; e questo periodo si denominerà: Espansione mondiale”.

                Ma ora siamo al secondo decennio, e D. Bosco continua: “Nel 1854 si può dire che finisse la parte poetica dell'Oratorio e incominciasse la parte positiva. I giovani avevano cessato di andare a scuola col proprio cucchiaio in saccoccia, e una sala era destinata ad uso refettorio col necessario occorrente. La venuta poi di D. Alasonatti Vittorio, uomo pacato e di ordine, mi avrebbe permesso di sistemare la casa non essendo io più solo. Allora incominciai a prendere qualche nota delle cose principali riguardanti l'Oratorio. Queste però consistevano in un breve indice piuttosto che in racconti”.

                Avvicinandosi intanto la festa di S. Francesco di Sales, D. Bosco continuava ad insinuare nell'animo di alcuni suoi allievi una vaga idea di Congregazione religiosa. Tenne perciò una radunanza, nella quale parlò del gran bene che molti uniti insieme avrebbero potuto fare al prossimo in generale, e ai fanciulli in particolare. Il chierico Rua ne tenne memoria in un suo scritto, che ancora si conserva negli archivi. “La sera del 26 gennaio 1854 ci radunammo nella stanza di D. Bosco: esso D. Bosco, Rocchietti, Artiglia, Cagliero e Rua; e ci venne proposto di fare coll'aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente di farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si proporranno tale esercizio”.

                Questa proposta fece grande impressione in que' buoni chierici, perchè trovò un'eco nei loro cuori, preparati anche dalle sue prediche, nelle quali coordinava a' suoi [10] fini segreti i pensieri che trasfondeva negli altri. Egli per lo più faceva comprendere a' suoi uditori le verità .religiose continuando ad esporre sul pulpito fatti della storia ecclesiastica o la vita dei Papi; e per assicurarsi di essere inteso e per eccitare l'emulazione, in fine del racconto egli soleva rivolgere la parola ad alcuni degli uditori, ora esterni ed ora interni, domandando quali riflessioni suggerissero quelle narrazioni e quale moralità se ne sarebbe potuta trarre. Così li obbligava tutti a stare attentissimi ed esercitava l'acume del loro intelletto. Quindi raccoglieva egli dalle risposte avute i varii precetti che si potevano apprendere, li esponeva con una massima generale, applicandola alla vita de' suoi ragazzi; e a questo modo accoppiava l'istruzione alla morale. Mirabile in specie era la semplicità e l'ordine, la chiarezza, l'affetto con cui,dipingeva i vincoli di fratellanza degli antichi cristiani, l'unione figliale dei ministri dell'altare col Sommo Pontefice e coi loro vescovi, il fervore di virtù dei primi ordini monastici e le fatiche degli apostolati e le conversioni dei popoli. Quindi interrogava pubblicamente uno dei chierici qual fosse la causa di così magnifici effetti e si veniva a concludere in mezzo alla generale attenzione: - L'obbedienza unisce, moltiplica le forze e colla grazia di Dio opera portenti.

                E dalle prediche di D. Bosco e da' suoi splendidi esempi molti sentironsi germogliare e crescere in cuore il seme della vocazione religiosa od ecclesiastica, che li rese glorie dell'Oratorio e della Chiesa. Egli poi tali cercava formarli colla pratica delle varie virtù necessarie al loro stato, specialmente collo spirito di umiltà e di sacrificio, eziandio in ciò che spettava le azioni giornaliere e comuni, e raccomandava ai chierici che fossero a tutti modelli d'obbedienza. [11]

                Sopravveniva intanto la festa del Santo Titolare dell'Oratorio di Valdocco. Abbiamo già detto che per stimolo e guiderdone alla buona condotta dei ricoverati aveva D. Bosco introdotto una lodevole pratica, che rimase in vigore per molti anni: e fu la premiazione ai creduti migliori, per voto comune. La distribuzione di questi premii facevasi per ordinario nella sera della festa di S. Francesco di Sales agli studenti ed artigiani. La settimana innanzi ognuno degli alunni notava sopra un foglio di carta il nome di un dato numero di compagni, che a suo giudizio parevangli di più specchiata condotta religiosa e morale. Tra i votanti non poteva esservi precedente accordo e non rendevano ragione del loro voto. I Superiori non s'immischiavano, neppure col consiglio in tale votazione, ed era perfettamente libera. Quei fogli, sottoscritti, erano consegnati a D. Bosco. Egli ne faceva lo spoglio, e i sei, otto, dieci ed anche più giovani che ricevevano più voti, ossia che si trovavano più volte degli altri scritti nelle singole liste, venivano letti in quella sera e premiati solennemente con qualche libro, alla presenza di tutti, Superiori e alunni. È  degno di considerazione che il giudizio dato dai compagni riusciva ogni volta così giusto ed assennato, che migliore non sarebbe riuscito quello dei Superiori medesimi. Non si vide mai premiato un immeritevole, e gli impostori, per quanto fini, non ebbero mai fortuna. Nessuno infatti è più atto a conoscerci di chi ci frequenta, ci usa insieme alla famigliare e, senza che ce ne accorgiamo, osserva le azioni e le parole nostre. Questa premiazione dopo tre soli mesi d'entrata dei giovani nell'Oratorio, non era solo di grande eccitamento ai buoni, ma un avviso e una rivelazione per quelli che non avevano avuto alcun suffragio. [12] In tale plebiscito però, in quest'anno, ma solo per unica eccezione, era stata introdotta una novità: cioè, gli alunni diedero i loro voti anche ai chierici.

                Si legge in un registro autografo di D. Bosco: “In quest'anno nella solenne distribuzione dei premi fatta nel giorno di S. Francesco di Sales tra i chierici vennero compresi per eccezione, Rua Michele e Rocchietti Giuseppe. Fra gli studenti, onorati della premiazione, furono Bellisio, Artiglia, Cagliero. Tirarono le sorti: Turchi Mag., Savio Angelo, Pepe L. Comollo”.

                In questo registro è notato il voto della condotta morale di tutti i giovani della casa, che erano 76, dal 1° novembre 1853 al 10 agosto 1854. Il voto migliore vi è espresso con io decimi. Vi si legge anche il voto complessivo mensile intorno alla condotta morale, religiosa, scolastica dei chierici; fra questi compariscono oltre Marchisio Domenico alcuni non ancora da noi nominati e sono: Olivero Giuseppe, Luciano Giovanni, Viale Luigi. La ragione per la quale due chierici deposero la veste talare è svelata dai voti progressivamente scadenti coll'avanzarsi dell'anno, e da una spiegazione di D. Bosco stesso. Furono particolarmente negligenti nell'intervenire alle pratiche perdettero mollo tempo senza studiare, furono poco edificanti nel discorrere e nel trattare.

                Anche i voti della condotta dei chierici erano a quando a quando letti in pubblico ne' giorni stabiliti insieme con quelli de' giovani. E nessuno se ne offendeva o facevane le meraviglie. L'Oratorio era il regno della vera democrazia. Chierici, studenti, artigiani si trattavano a vicenda con fratellevole famigliarità, dandosi del tu non solo allora, ma quando, divenuti uomini, sembrava che le differenze sociali dovessero esigere mutazione di linguaggio. Il verace [13] affetto non soffre mutazione, e tale era quello che veniva loro ispirato dall'eroica carità di D. Bosco, costante, generosa, pronta ad ogni sacrificio per i suoi figliuoli. Godeva se essi godevano, soffriva se essi soffrivano, piangeva al loro pianto, era fortunato nelle loro fortune; persino si infermava, se essi cadevano ammalati. Poteva asserire con S. Paolo: Quis infirmatur et ego non infirmor? Anzi egli diveniva infermo perchè guarissero. Nei primi anni dell'Oratorio tutte le volte che un giovane era assalito da febbre, da male di denti, o dolor di capo, o spasimi di viscere, egli si recava innanzi al Signore supplicandolo a togliere dall'affanno il povero giovanetto, mandando a lui quella penitenza. Ed era ascoltato.

                Quando un giovanetto si sentiva male, dicevagli:

                - Su, fatti coraggio; io prenderò per me una parte del tuo male. - Egli proferiva queste parole ridendo, ma poi era assalito da un male di capo, o mal d'orecchi, o male dì denti terribile, e il giovane all'istante sentivasi perfettamente libero. Dopo qualche anno però avendo provato che se non era sano non poteva più adempiere a' suoi doveri, e che era necessaria la sua presenza pel buon andamento di tanti affari e dell'Oratorio, stabilì di non più pregare per simile motivo. - Io era pazzo! diceva ai giovani, nascondendo per quanto poteva la sua virtù; ma quelli conoscevano quanto questo buon padre li amasse, mentre egli continuava a chiamar pazzia quest'atto eroico di carità.

                Un giorno vide un giovane tormentato da un così atroce dolor di denti, da lasciarsi andare ad atti di frenesia. D. Bosco gli disse: - Sta di buon animo: io andrò a pregare acciocchè il Signore dia a me una parte del tuo male. - Il giovanetto rispose che non voleva assolutamente [14] veder patire D. Bosco, ma il buon superiore mantenne la parola.

                Venuta la sera, appena ebbe mangiato, D. Bosco sentissi assalito da mal di denti che gli andava ognor crescendo, a segno che dovette chiamar sua madre e dirle: - Per carità non mi abbandonate, perchè io temo di gettarmi giù da qualche finestra. Questo mio dolore ho paura che mi tolga il cervello. - Tuttavia, come era solito a fare, non si pentì del suo sacrifizio, non volle chiedere al Signore d'essere liberato da quel tormento, e assoggettossi alle conseguenze della sua offerta.

                La buona Margherita era in angustie e non sapeva che fare, nè qual rimedio trovare. D. Bosco passò a questo modo una parte della notte, finchè il dolore acutissimo essendo venuto insopportabile, chiamato il giovane Buzzetti, pregollo ad accompagnarlo da qualche dentista. Andarono adunque in cerca e videro sovra di un uscio l'insegna di Camusso, dentista del Re. Bussarono e la porta venne loro aperta, ma un ragazzo che si era presentato disse che il signor Camusso a quell'ora si trovava a letto.

                - Chiamatelo, disse D. Bosco; vedano se può venire a farmi un'operazione: sono così tormentato!

                - Allora venga pure avanti, rispose quel garzone: mio padre sa che cosa è questo male e si leverà facilmente.

                Difatti il signor Camusso venne; esaminò i denti, ma nulla vide di guasto: erano tutti sani. Solamente tutta la mascella era infiammata sopra ogni dire.

                - Che fare? disse il dentista: non ci resta che tentare l'estremo rimedio, come si fa in una botte, il cui liquore fermenta. Facciamo l'esperimento di cavare un dente.

                La prova era difficile, dovendosi strappare un dente sanissimo e ben compatto cogli altri; ma in quello stato [15] in cui D. Bosco si trovava se gli sarebbe fatti strappare tutti. Non temendo di sentir maggior dolore di quello che già provava, si assise, e di un colpo il dente fu strappato il dentista fece bensì più delicatamente che potè, ma Don Bosco svenne e gli si dovette somministrare alcuna cosa per farlo rinvenire.

                Uscito di là se ne ritornò a casa, e il dolore, scemato, in breve lo lasciò libero del tutto. Anche il giovanetto era guarito.

                Ma di tanta generosa carità di D. Bosco, fu certamente premio segnalato il dono delle guarigioni, che fu continuo finchè visse. D. Turchi Giovanni, testimonio oculare, in un suo manoscritto dei primi tempi ci racconta più fatti, meravigliosi di vario genere operati da D. Bosco, assicurandoci che ebbe riguardo alle date, per quanto gli fu possibile, e alla esattezza delle cose che narra, amando meglio a tal proposito smettere forse cose vere, ma incerte, che registrar le dubbie, benchè forse avvenute, a detrimento della verità. Noi di questo già ci siamo giovati nei volumi precedenti e ci gioveremo ancora nel procedere del nostro racconto, in specie narrando di guarigioni, riportandole all'anno nel quale accaddero. Per ora ci, limitiamo a due.

                Prima del 1850 un giovane, che frequentava l'Oratorio festivo, ammalò in una gamba che venne in suppurazione con buchi da dar ribrezzo per la tabe che ne scaturiva. La cancrena minacciava. I suoi parenti mandarono a chiamare D. Bosco, il quale non tardò ad andare, e dolenti gli dissero come i medici trattassero di fare l'amputazione.

                - No, rispose loro D. Bosco, non si farà. Abbiate fede e non si farà. [16] Quindi invitò il giovane a fare alcune promesse e lo benedisse, invocando S. Luigi Gonzaga e Luigi Comollo. L'indomani giunge il medico, visita la gamba ed era guarita, rimanendo tuttavia i buchi.

                Il giovane si alzò e la gamba continuò a dolergli alquanto, ma solo nei cangiamenti dì atmosfera. Egli però essendo stato, dopo breve tempo, infedele alle sue promesse, tornò ammalato come prima. D. Bosco andò a visitarlo ed intuì tosto il motivo della ricaduta. Allora, fattegli rinnovare le promesse, di nuovo lo benedisse e l'infelice guarì.

                Nel 1853 un giovane studente, G. Turco, una sera d'inverno erasi coricato con una febbre fortissima. Sentiva un gran male in tutta la persona; provava forti smanie, per cui si voltava in tutte le posizioni, senza trovarne una che gli procurasse un po' di requie: e gemeva e si lamentava piangendo. D. Bosco, informatone, dopo cena andò tutto solo a trovarlo, mentre gli alunni facevano ricreazione ed attendevano agli esercizi di canto. Colle sue dolci maniere gli infuse una gran calma, lo esortò ad aver viva fede in S. Luigi, facendogli' fare a questo amabile Santo una promessa speciale. Infine lo benedisse invocando S. Luigi e lo lasciò augurandogli amorevolmente la buona notte. Quel che successe l'infermo non seppe dirlo e non ricordò più altro. Si addormentò all'istante tranquillo tranquillo, sudò, e al mattino si svegliò dopo un sonno solo, trovandosi perfettamente guarito. D. Bosco, sempre curante della sanità de' suoi alunni, appena uscì di chiesa, domandò nuove dell'infermo, ed ebbe per risposta: - Turco è cogli altri che mangia allegramente la sua pagnotta. - Il giovane stesso raccontò: Io tanto allora come poi ho sempre stimato l'improvvisa cessazione de' miei mali come una cosa straordinaria. [17] Ma non sempre il Signore giudicava essere conveniente una subitanea o affrettata guarigione, ed allora in altro modo manifestavasi la carità di D. Bosco.

                “Se un giovanetto ammalavasi, D. Bosco facevalo trasportare nella camera destinata per infermeria ed usavagli e facevagli usare una diligente assistenza con molti riguardi, come io stesso ne feci la prova”; ci narrava il Teol. Savio Ascanio. “lo provai le sue cure direi materne quando fui colpito dal tifo”, ci ripeteva il Can. Anfossi. D. Bosco, sebbene occupatissimo, non tralasciava di visitare i suoi infermi, ed affrettavasi subito se il caso era grave. Chiamava il medico e lo conduceva egli stesso al loro letto. Gli stavano così a cuore, che non potendo talora recarsi da essi, ne domandava sovente notizia, s'informava se eransi provviste le medicine, e ripeteva l'ordine che loro non si lasciasse mancar nulla. Soleva dire: “Si faccia economia in altre circostanze, ma agli infermi si provveda quanto è necessario”. Se il fanciullo peggiorava, egli, occorrendo, stava presso di lui non solo di giorno, ma anche lunghe ore di notte, e sopratutto si adoperava perchè ricevesse i santi sacramenti per tempo e colle dovute disposizioni. Le sue maniere erano così incantevoli, le sue parole così affettuose e piene di santa unzione, da parere che gli ammalati più non sentissero pena. “Era voce comune di tutti, noi, dissero D. Turchi e Mons. Cagliero, che dolce sarebbe stato il morire nell'Oratorio, purchè si avesse l'assistenza dei nostro caro padre”.

                Quando erano in convalescenza, raccomandava al Prefetto di usar loro riguardi nel cibo, di servirli eziandio di vino generoso, e li interrogava con premura per conoscere il loro stato. “Egli era fatto così, diceva Enria: dimenticava se stesso per pensare a noi”.

 

 


CAPO III. Letture Cattoliche - Il primo anno di questo periodico Dichiarazione di D. Bosco agli associati - CONVERSIONE DI UNA VALDESE - Notificanza del Vescovo di Biella sulle trame dei protestanti - Leggi penali contro il clero e la leva militare dei chierici.

 

                COLLA stessa carità colla quale amava i suoi figli, D. Bosco proseguiva nella stampa e diffusione delle Letture Cattoliche. Non bastandogli il proprio lavoro per soddisfare alle esigenze e ai bisogni della società insidiata, si adoperava per impegnare vari dotti sacerdoti ed anche laici a scrivere su argomenti di religione, assegnando egli stesso a ciascuno la materia da trattarsi. Alcuni si prestavano volentieri; ma altri cercavano di eludere il suo incontro, per non rimanere interessati in simili lavori, poichè rincresceva loro per altra, parte dare una negativa al buon servo di Dio, che li invitava con  invincibile amabilità.

                Perciò nei primi quindici anni si può dire che gran parte di que' fascicoli furono opera sua e gli altri tutti vennero da lui esaminati attentamente, completati, corretti, e non solo per ciò che riguarda il manoscritto originale, ma eziandio le bozze di stampa. [19] Pel mese di febbraio 1854 era pubblicato il duplice fascicolo anonimo che portava per titolo: AI CONTADINI - Regole di buona condotta per la gente di campagna, utili a qualsiasi condizione di persone. “Vorrei, incomincia a dire ai contadini, o cari amici, potervi fare amare il vostro stato al disopra di tutti gli altri, vorrei potervi far comprendere che tra le condizioni ordinarie della vita la vostra è una delle più onorevoli, delle più favorite da Dio, delle più feconde di mezzi di santificazione... Voi siete i servitori, gli operai della potenza del Creatore ..... Se tutti voi cessaste dal vostro lavoro tutti in una volta, la vita cesserebbe da per tutto... La vostra condizione è la più degna di rispetto perchè Dio creò coltivatore della terra il primo uomo”. E con auree pagine continua a descrivere le attrattive della vita in campagna, la carità che regna più che altrove tra i coltivatori, la pace e l'amore nelle case, e il loro pesante lavoro meritorio quanto quello dei santi solitari nei deserti. Quindi li avvisa a conservare la semplicità, la modestia, la purezza delle loro antiche abitudini, di non andare a giuocare nei caffè i giorni di mercato, di non permettere la vanità nel vestito alle loro famiglie, di non far discorsi poco convenienti, alla presenza dei loro fanciulli e servitori contro le autorità civili ed ecclesiastiche.

                Loro proponeva infine mezzi di salute: - La preghiera -L'elevazione del cuore a Dio col pensiero che Dio ci vede - La santificazione delle domeniche e feste - La frequenza dei Sacramenti - La docilità ai giudizi e avvisi del Confessore - Le letture divote, p. es. la Storia Sacra, l'Ecclesiastica ecc. da leggersi nelle serate e nelle veglie. “Avanti però di comprar libri, osservava, prendete consiglio dal vostro Curato; e ciò per tener lontano [20] dalle vostre case la peste che arreca un libro malvagio. Non accettate libri gratuitamente da persone che non avete mai conosciuto, giacchè vanno vagando uomini incaricati di spargere stampe tra il popolo, per trascinarlo all'apostasia”.

                Questo opuscolo compievasi colla seguente dichiarazione:

 

                                “Ai nostri associati,

                Nel pubblicare il vigesimoterzo fascicolo delle Letture Cattoliche, col quale chiudesi il primo anno dell'associazione, compiamo altresì abbondantemente alle promesse fatte  nel nostro programma.

                In esso annunciammo di dare agli associati un fascicolo mensile non minore di 96 pagine; ma la favorevole accoglienza incontrata, gli incoraggiamenti dei buoni, i consigli e il desiderio espressoci da gran numero degli associati, ci determinò di pubblicare, noti avuto riguardo alla maggiore spesa cui avremmo dovuto sottostare, due fascicoli al mese di 50 a 60 pagine, secondo che avrebbe richiesto la materia, e di dare 108 pagine per ciascun mese invece di 96: e così 1296 pagine in luogo di 1152 all'anno, siccome puossi rilevare dal rendiconto che riportiamo in fine.

                Noi speriamo di non aver fallito l'aspettazione degli associati, nè per ciò che riguarda l'interesse materiale, nè per ciò che concerne i principii e le questioni trattate, nelle quali abbiamo eziandio secondato i suggerimenti che distinte persone vollero benevolmente esporci.

                Ringraziamo pertanto, e ne proviamo un vero bisogno di pubblicamente testimoniare la nostra riconoscenza ai Reverendissimi Prelati, i quali si degnarono accordarci la loro protezione; ai degni ecclesiastici nostri confratelli, i quali con noi cooperarono; ed alle anime nobili e generose che sostennero quest'opera colla loro associazione.

                La continuazione di questo concorso ci dà la speranza che, coll'aiuto di Dio, noi potremo progredire con vie maggior efficacia [21] nel secondo anno che siamo per incominciare, a procurare alla società, alla religione, quel bene che l'una e l'altra si attendono dai buoni nei tempi che corrono, critici per l'una e per l'altra. Che se giungeremo coi nostri sforzi solo ad arrestare l'immoralità, la corruzione dello spirito e del cuore, che con tanto impegno, con tanti mezzi si tenta vie maggiormente disseminare nella nostra povera patria, specialmente nei villaggi tra le persone rozze ed ignoranti, noi saremo stati gli strumenti con cui Iddio avrà operato un gran bene, del quale darà il merito a noi ed a tutti quelli che con noi si adoperarono alla difesa della fede cattolica e alla diffusione dei principii di cristiana virtù.

                L'approvazione del Santo Padre, espressaci, per mezzo dell'E.mo suo Segretario di Stato Card. Antonelli, nella lettera che abbiam pubblicato di fronte al fascicolo 20-21, infuse nel nostro animo nuovo coraggio e portiamo fiducia che la benedizione dell'Augusto Pio IX avrà eziandio incoraggiato i benemeriti nostri cooperatori a proseguire con lieto animo a prestarci quel soccorso di cui ci furono cortesi pel passato, e che noi nuovamente e caldamente imploriamo.

                I nemici della cattolica religione e della società con incredibile attività, e con ogni mezzo si adoprano a pervertire lo spirito, a corrompere il cuore dei tiepidi e dei semplici; è dover nostro, è dovere di tutti i buoni di opporsi altresì con tutta attività e con tutti i mezzi leciti ed onesti al torrente che tenta travolgere nelle corrotte sue onde la società e la religione.

                Ma a quest'opera eminentemente sociale e santa è necessaria l'unione, l'accordo. Uniamoci dunque, accordiamoci ed operiamo energicamente. Iddio benedirà le nostre fatiche, darà il necessario incremento alle nostre opere, ed avremo la consolazione un giorno di vedere i nostri nemici, i nemici della fede cattolica e della società, o convinti dei loro errori, delle loro utopie, convertirsi e unirsi a noi; o scornati e confusi ravvolgersi nel fango della loro sconfitta, incapaci di più nuocere.

                Intanto annunciamo che l'associazione continua colle stesse condizioni e basi dell'anno cadente:

                Che le materie e i principii che si imprenderanno a trattare saranno compiuti in ciascuna particolare pubblicazione, di modo che i fascicoli non avranno relazione, ossia non saranno continuazione [22] di altri. Che la direzione si darà tutto l'impegno, perchè gli associati ricevano in tempo i fascicoli che si pubblicano.

                Annunciamo finalmente che sta sotto i torchi una traduzione in lingua francese di tutti i fascicoli pubblicati nel corso dell'anno, onde appagare il desiderio e provvedere ai bisogni di quelle provincie e diocesi cui è comune il francese. Rinnoviamo ancora l'avviso già stampato sulla coperta del fascicolo 20-21”.

 

                Questo ultimo avviso riguardava gli associati della Savoia.

                Con questa notazione le Letture Cattoliche entravano nel secondo anno di loro esistenza. D. Bosco per raccomandarle aveva fatta stampare da Doyen 3000 circolari, e pel marzo egli stesso esponeva in due fascicoli un fatto contemporaneo col titolo: Conversione di una Valdese. È  un racconto veramente storico, nel quale sono travisate solamente alcune circostanze che non era conveniente che fossero per allora manifestate. Eroina di scene pietose è una giovanetta nata da parenti eretici, che invidiando la pace goduta nella loro fede dalle compagne cattoliche, istruita segretamente dal Parroco, combattuta dal Ministro protestante, punita e imprigionata dal padre, riesce miracolosamente a fuggire di casa, ed entra nel grembo della vera Chiesa, non ostante le insidie dei nemici dell'anima sua.

                Questo libretto portava in fronte le seguenti autorevoli parole:

                “Fin qui dai protestanti si distribuivano gratis a larga mano ora la Bibbia adulterata, ed ora scritti apertamente ostili ai dommi, al culto, alla morale della Chiesa Cattolica: vedendo però rimanersi tali manovre senza successo si tentò di comprare le coscienze coll'oro! Ma ora si va più in là; al sacrilegio e all'oro si aggiunge [23] l'inganno; nuova perfidia di cui solo è capace l'infernale nemico del bene. Girano fra noi, come in altre provincie .dello Stato, uomini prezzolati e perversi, che coll'apparente scopo di un commercio qualsiasi o di un'arte, si introducono nei negozi e nelle case, e perfino vi assalgono nelle contrade, onde vendervi a modico prezzo, o farvi accettare anche con niuna o con una minima spesa libriciattoli pieni di eresie e di bestemmie, e portanti i più bei titoli in fronte, al fine di sorprendere gli incauti, e far da loro stessi recare in seno alle famiglie il più reo quanto men sospettato veleno”.

                Così scriveva a' suoi diocesani in una Notificanza del 15 marzo 1854 il Vescovo di Biella, dando loro gli opportuni consigli e precetti; e D. Bosco aggiungeva: “I nemici del cattolicismo, o fratelli, i protestanti in ispecie, si adoperano colla massima attività per corromperci la fede. Noi preghiamo e supplichiamo caldamente tutti coloro cui sta a cuore la conservazione della religione dei loro padri, ad unirsi con noi per difendere la fede, il più bel dono che ci abbia fatto la Divina Misericordia; ad aiutarci colla loro opera alla diffusione delle Letture Cattoliche che appunto si pubblicano per far conoscere gli errori che si propagano, e perchè si conservi intatta nelle nostre popolazioni la FEDE CATTOLICA, la quale sola ha il carattere della verità, e fuori della quale è impossibile piacere a Dio e salvarsi”.

                Senonchè i Valdesi tanto più insolentivano quanto più sapevano che sarebbero impuniti, mentre ai cattolici non si risparmiavano le più nere calunnie.

                I Vescovi nel gennaio 1854 avevano protestato al Re per le gravi e ingiuste accuse di ribellione mosse contro il Clero e gli raccomandavano di comporre le differenze [24] colla Santa Sede. Ma, come per risposta, Urbano Rattazzi, ministro di Grazia e Giustizia, proponeva alla Camera certe sue modificazioni alle leggi penali. Temperate di molto quelle che prima erano stabilite contro gli offensori della religione, insisteva che i ministri del culto, i quali in pubblica adunanza nell'esercizio del loro ministero pronunciassero discorsi contenenti censura delle Istituzioni o LEGGI dello Stato, fossero puniti col carcere da tre mesi a due anni. Se poi la censura si facesse con scritti od altri documenti, letti in pubblica adunanza o in altra forma pubblicati, il carcere fosse esteso da sei mesi a tre anni; in ambedue i casi si aggiungesse una multa da toccare anche le due mila lire. Il 16 marzo la legge fu votata nel Parlamento da 93 deputati contro 33.

                I Vescovi Subalpini e Liguri con lettera del 30 marzo pregarono allora il Senato di assicurare al Clero Cattolico quella libertà e quei diritti che lo Statuto concedeva a tutti i cittadini. E il Senato approvò la legge con qualche modificazione, e il Re la sanciva il 5 luglio.

                Ma ciò non era tutto. Avendo il governo fin dall'anno antecedente preparato un disegno di legge sulla leva militare, la Camera dei deputati aveva approvato l'ART. 98 Così espresso: -Sono dispensati dal concorrere alla formazione del contingente, nel numero proporzionato ai bisogni del culto, da limitarsi e stabilirsi ogni anno ed in ciascuna diocesi per decreto reale, da emanare sulla proposta del Ministro di Grazia e Giustizia, gli inscritti che siano:

                I Alunni cattolici in carriera ecclesiastica richiamati anteriormente all'estrazione dai Vescovi di loro diocesi.

                2. Gli aspiranti al ministero di altro culto in comunioni religiose tollerate nello Stato, richiamati, come nei precedente numero, dai superiori della loro confessione. [25] Da questo articolo risultava che l'esenzione dei chierici dalla leva cessava di essere un privilegio, un diritto, per diventare una grazia sovrana: che questa grazia si estendeva ai Valdesi, agli Ebrei e a qualunque altra setta che abbia danaro da comperare qualche dozzina di discepoli.

                I Vescovi avevano fatto ricorso al Re e al Senato, dimostrando come in molte diocesi si patisse difetto di sacerdoti, ma il 2 febbraio 1854 i Senatori approvavano quella legge con 50 suffragi contro soli 12. Il Re la sanciva il 20 maggio. Ogni Vescovo ebbe la facoltà di richiamare un chierico ogni ventimila diocesani, ma ove il chierico non conseguisse prima dei 26 anni alcuno degli ordini maggiori sarebbe decaduto dall'esenzione. Per i ministri protestanti non vi era questo incaglio.

 

 


CAPO IV. Un terreno venduto a D. Bosco dal Seminario di Torino - Altri progetti per la costruzione di un edifizio tipografico - Lettere di D. Bosco a Rosmini e risposte dell'Abate - Letture Cattoliche: RACCOLTA DI CURIOSI AVVENIMENTI CONTEMPORANEI - Legatoria di libri, terzo laboratorio interno nell'Oratorio.

 

                CONTINUAVANO le pratiche coll'Abate Rosmini per l'impianto di una tipografia. Si era messo da parte il progetto di adattare a quest'uso alcune sale dell'ospizio costruendo, e arrideva il pensiero di -erigere di sana pianta un edifizio isolato. Perciò erasi volto l'occhio al terreno di figura triangolare di are 38 circa, venduto a D. Bosco dal Seminario di Torino, rappresentato -dal Rettore Can. Vogliotti. Il contratto erasi conchiuso per autorizzazione ottenuta, con decreto del 28 febbraio 1850, da Mons. Fransoni, delegato dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari con Rescritto del i dicembre 1849. Il 5 febbraio 1850, fu concesso il Regio exequatur. L'apice del triangolo incominciava alla biforcazione ad angolo acuto delle due vie Giardiniera e Cottolengo, e questa divergenza è ancora evidente nel cortile del [27] l'Oratorio, denominato poi da Maria Ausiliatrice; la base del triangolo cadeva oltre la metà dello spazio, ora occupato dal nostro santuario.

                Ora D. Bosco, nel 1851 il 18 giugno, aveva venduto per 2500 lire parte del fondo pervenutogli dal Seminario al sig. Giovanni Battista Coriasco, cioè un rettangolo di 17 metri di larghezza sulla via Cottolengo e metri 1940 verso l'interno, area che occupava all'incirca Io spazio intero dell'attuale nostra porteria. Il signor Coriasco erasi qui costrutta una casetta di un piano, avente due ali parallele, e vi abitava esercitando il mestiere da falegname. Nello stesso anno 1851, il 20 novembre, D. Bosco aveva pur ceduto in proprietà a Giovanni Emanuel, ettare 0,I,99 al levante della casetta Coriasco per la somma di 1573 lire.

                Potendosi riscattare le due suddette proprietà, Don Bosco le proponeva a Rosmini, come molto opportune all'effettuazione del proprio disegno. L'Abate Rosmini aveva perciò nuovamente scritto a D. Bosco, chiedendo informazioni, incaricandolo di iniziare le pratiche con Coriasco ed Emanuel, ed esponendogli la convenienza di trattare colla Curia Arcivescovile. Questa lettera non si rinvenne negli archivi, ma se ne arguisce il contenuto,da un foglio di D. Bosco.

 

                All'Ill.mo Ch.mo Signore, il Sig. D. Antonio Rosmini Cavaliere Ab. Gen. dell'I. d. C. - Stresa.

 

                               Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Non posso a meno che ringraziare V. S. Ill.ma e Rev.ma dei buoni sentimenti espressi a mio riguardo: e poichè Ella mi dice di fare quello che può, io pure farò quanto posso dal canto mio affinchè i nostri progetti siano effettuati a maggior gloria di Dio [28] e a salute delle anime. Bisognerà ancora fare qualche modificazione sulle condizioni apposte per avere l'intiero quartiere a nostra disposizione.

                Sarebbe una condizione alquanto grave per me il ricuperare la casetta e il sito venduto al Coriasco, col sito confinante a levante e a mezzanotte, con obbligo di non alienarlo. Credo sia meglio che V. S. compri tal sito e casa e così saranno tolte due difficoltà; e poichè Ella mi dice che per ora non potrebbe fare tale spesa io appianerei in parte tale impedimento versando l'ammontare di quel  la ventina di tavole, cioè quello che eccederebbero il quartiere regolare di cui non avvi difficoltà, per la estinzione di una parte dei debito mio verso V. S., assumendosi Ella, la spesa relativa al Coriasco, che monterebbe intorno ad ottomila cinquecento franchi, di cui basterebbe ora pagarne tre.

                Io mi assumerei di fare le trattative con detto Coriasco per avere ogni agevolezza possibile. Noto qui però che V. S. ne ha particolarmente bisogno di questo tratto di fabbrica del Coriasco; perciocchè dovendo dare principio ad un edifizio resta indispensabile una tettoia, bastantemente capace di ricevere i molti oggetti che vi si ricercano, con qualche cameretta per un assistente e per un governante: la qual cosa sarebbe già fatta.

                Oggi sono andato in città dall'architetto degli edili, e mi disse che avrebbe dato la linea di fronte quando che sia; ma perciò è necessario presentare un piano di costruzione, in seguito a cui il Consiglio edilizio emanerebbe un decreto analogo delle quali incombenze m'incarico io medesimo.

                Sebbene le spese d'insinuazione e d'istrumento siano regolarmente a carico del compratore, tuttavia io ci entrerò per la metà, come Ella dice; e ciò per facilitare l'impresa.

                In quanto al parlarne col nostro sig. Vicario Generale giudicherei bene differirne ancora, e forse sarà meglio cogliere l'occasione, che qualcheduno dell'Istituto passi a Lione per parlarne verbalmente all'Arcivescovo medesimo; ma il parlare di ciò al nostro Vicario forse sarebbe suscitare difficoltà, dove io, credo non ci siano. Se Ella giudica altrimenti mel dica ed eseguirò quanto mi suggerisce,

                Stando le cose in questi termini, io credo che Ella possa mandare una persona a ciò incaricata, che segni i limiti entro cui [29] dobbiamo tenerci, e qui sul luogo del luogo aggiusteremo ogni cosa; perchè ho veramente piacere di questo progetto e desidero che sia compiuto ed effettuato.

                Noto finalmente che una persona attende il risultato di queste trattative per fare acquisto del sito che io sarò in grado di vendergli. Che se noi possiamo dar principio alla provvista di materiali in questo momento, avrebbesi un agio non inferiore al quindici per cento, cosa che non si avrebbe più sul finire di aprile. Eccole quali sono le espressioni del mio cuore riguardo alla risposta della venerata sua lettera, disposto a seguire ogni paterno consiglio che Ella vorrà suggerire; perchè qui non trattasi del vantaggio temporale dell'Istituto o dell'Oratorio, ma trattasi di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime.

                Il Signore benedica Lei e il suo benemerito Istituto, e mentre Le auguro ogni bene dal cielo mi raccomando alle divote di Lei preghiere e me Le offro in quel che posso.

Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

                Torino, 24 febbraio 1854.

 

Obbl.mo ed Affmo in Gesù Cristo

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                A questo foglio l'Abate Rosmini corrispondeva con altra sua lettera.

 

                Stresa, 2 marzo 1854.

 

 

                               Mio Caro e Rev. Signore e fratello in G. C.,

 

                La cara sua mi dà molto a pensare, perchè quantunque sia mia intenzione di fare per adesso solo un braccio di fabbrica, quant'è necessario strettamente allo scopo, ho tuttavia da temere che altri poi non dica: “Coperti aedificare et non potuit consummare”. Vorrei dunque pregarla che Ella si risolvesse di aiutarmi un po' di più di quello, che mi promette. Le propongo dunque, che io mi risolverò anche a comprare il pezzo Coriasco, ma non più, e a condizione che Ella restituisca qualche cosa dei capitale delle ventimila lire, restando del rimanente ferme le altre condizioni. [30] In quanto al prezzo da convenirsi col signor Coriasco mi raccomando molto a Lei. In ragione di tavole a lire 350, il terrena non potrebbe eccedere lire 3500; ci sarà poi il fabbricato, che non so quanto possa valere. Ma in somma sono certo ch'Ella tratterà l'interesse comune.

                Non è possibile al momento presentare al Municipio il disegno del fabbricato da erigersi, perchè l'architetto non l'ha ancora formato, ma basterà per intanto dire all'architetto degli Edili, che si vuol chiudere il luogo con una cinta di muro, e che più tardi, se si vorrà fabbricare, si presenterà il disegno. Riguardo alla detta cinta Ella potrà farla tracciare e stabilire una mediocre altezza del muro, e su questa traccia presentata in carta, non dubito che sarà segnata dal detto architetto la linea di fronte, com'è necessario prima di estendere l'istrumento di compra-vendita nel quale la detta linea deve venire indicata, come pure la misura del fondo.

                Riguardo all'atto di urbanità, che pensavo doversi fare con cotesto Monsignore Vicario Generale, m'atterrò al suo consiglio.

                Mi mandi dunque una risposta favorevole, di che ho tutta la fiducia, ed io manderò sopra luogo persone, sia per eseguire l'acquisto, sia per far subito la provvista dei materiali.

                In questa aspettazione raccomandandomi alle sue orazioni, mi onoro di essere con tutta la venerazione e l'affetto in Gesú Cristo

 

Suo umil.mo e obbl.mo servo fratello

antonio rosmini

Prep. G. D. S. D. C.

 

                Dal complesso di queste trattative si viene a conoscere come il primitivo valore dei terreni in Valdocco si fosse di molto elevato, e che eranvi impresarii desiderosi di farne acquisto. Infatti in que' giorni correva una voce abbastanza fondata che la' stazione della ferrovia di Milano, poi edificata a Porta Susa, dovesse essere costrutta poco lungi dall'Oratorio e che le avrebbe dato accesso [31] una piazza. Don Bosco certamente aveva informato l'Abate Rosmini di questo progetto governativo. Quindi spediva un'altra lettera a Stresa.

 

                Direzione centrale delle Letture Cattoliche.

Torino, 7 marzo 1854.

 

                                Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Quanti disturbi debbo recare a V. S. Ill.ma e Rev.ma per questo affare! Abbia pazienza. Tali disturbi saranno tante cambiali per la Divina Provvidenza. Il motivo per cui non posso accondiscendere alle proposte condizioni si è la strettezza dei mezzi in cui mi trovo ed il bisogno di sostenere alcuni affari riguardanti la costruzione dell'edifizio or ora ultimato. Tuttavia, nel vivo desiderio di accordarci in tale iniziativa, accolgo la sua proposta modificata come segue:

                I. Nella vendita e nella compra della casa Coriasco io lascierei a sconto del prezzo di sito venduto, cinquemila franchi, di cui tre imprestatemi lo scorso autunno e due mila sopra i ventimila di cui fa cenno nella sua lettera.

                2. La parte che terrei come annessa allo stabilimento, non potrebbe vendersi per tre anni, in fine di cui se mi trovassi in grave bisogno e non potessi approfittare di quel sito altrimenti sarei libero di poterlo alienare, con preferenza di 25 franchi per tavola sopra i prezzi vigenti, qualora si voglia acquistare dall'Istituto della Carità.

                3. Il Municipio di Torino garantisce la linea di fronte per un semplice muro di cinta, di che ho già dato ordine per la formazione di un piano analogo da sottoporsi all'architetto di città, la qual cosa si compie entro quest'oggi.

                Debbo però notare che ci sono altri avventori per la compra Coriasco, ma che esso preferisce noi; gli fu offerta la somma di franchi 9,500 e la cederebbe a diecimila in contanti, oppure dodicimila con mora. Questa compera vorrebbe esser fatta presto, o prescindendo per ora, perchè l'avvicinarsi della primavera favorisce molto i venditori. [32] Ecco quel tanto che Le posso significare nella presente mia posizione in riscontro alla veneratissima sua. E sarei solamente a pregarla di una decisione tra breve per avere una norma con alcuni individui che mi hanno fatto inchiesta del medesimo sito.

                Nella dolcissima fiducia che le cose siano tutte aggiustate, dia pure incarico alla persona, che giudicherà del caso, per ulteriori incombenti, e se nel progresso della nostra impresa s'incontreranno difficoltà, studieremo reciprocamente il modo di superarle.

                Compatisca questa mia lettera. Il Signore Iddio colmi di sue benedizioni Lei e tutti i suoi compagni e figli dell'Istituto e colla massima venerazione mi professo in G. C.

                Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

 

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI

                Il 10 marzo rispondevagli D. Carlo Gilardi, che il suo superiore lo avrebbe mandato a Torino nella prossima settimana per conchiudere definitivamente la cosa e che sperava si accorderebbero con tutta facilità. Pregava pure D. Bosco di dargli, se poteva, alloggio e vitto presso di lui, pagando egli pensione.

                D. Bosco in questa attesa finiva di preparare il doppio fascicolo delle Letture Cattoliche pel mese di aprile da lui stesso compilato: Raccolta di curiosi avvenimenti contemporanei, che tutti riguardavano i Protestanti e le arti loro e portavano per titolo: Un parroco in mezzo agli assassini - Buon senno di un operaio - Una bella similitudine - Fermezza cattolica - Le miserie dell'annata - La verità conosciuta - Il lavoro nei giorni festivi. Erano in forma di dialoghi pieni di vivacità. A questi aggiunse l'apparizione della Beata Vergine ai due pastorelli della Salette, la conversione e morte di un giovane protestante, e qualche altro grazioso aneddoto. [33] D. Bosco aveva premesso a questo fascicolo il seguente Avviso. “Nel pubblicare la presente Raccolta di fatti,contemporanei, stimiamo a proposito di avvisare i nostri lettori come i protestanti siansi dimostrati altamente indegnati soprattutto per altri fatti da noi dati già alle stampe che li riguardano! Ciò dimostrarono con detti con lettere private e cogli stessi loro pubblici giornali. Noi aspettavamo che entrassero in questione per farci rilevare qualche errore da noi stampato; ma non fu così.

                “Tutto il loro dire, scrivere e pubblicare non fu che un tessuto di villanie ed ingiurie contro alle Letture Cattoliche e contro chi le scrive. A dire ingiurie e villanie, noi concediamo loro di buon grado la vittoria, senza fermarci a dare nemmeno una parola di risposta. Perciocchè abbiamo avuto sempre massimo impegno di non voler mai pubblicare cosa alcuna che fosse contraria alla carità, che devesi usare a qualunque uomo di questo mondo. Laonde perdonando di buon grado a tutti i nostri dileggiatori, ci studieremo di evitare le personalità; ma di svelare l'errore ovunque si nasconda.

                “Iddio colmi di sue celesti benedizioni i nostri lettori, e tutti quelli che si uniscono con noi per sostenere la verità e conservare nei popoli la Santa Cattolica Religione”.

                E gli errori degli eretici erano sempre più valorosamente sconfitti con due altri fascicoli, in un sol libro, consegnati al tipografo pel mese di maggio. Basta indicare il nome dell'autore per dimostrarne il pregio:

                Catechismo intorno al Protestantesimo ad uso del popolo per il P. Giovanni Perrone della Compagnia di Gesù. Comprendeva la storia e la dottrina del Protestantesimo, l'e sue male arti per disseminare l'errore, la vita infelice e la morte lagrimevole degli apostati. [34] D. Bosco intanto mentre sperava di avere in tempo non lontano una tipografia a sua disposizione, nei primi mesi dell'anno apriva, scherzando, come era solito a fare, in molte sue imprese, un terzo laboratorio nell'Ospizio: Legatoria di libri. Ma fra i giovani che aveva nella casa non ve n'era alcuno che s'intendesse di questo mestiere: pagare un capo d'arte esterno non era ancora il tempo. Tuttavia un giorno, avendo intorno a sè i suoi alunni, depose sopra un tavolino i fogli stampati dì un libro che aveva per titolo: Gli Angeli Custodi, e chiamato un giovane gli disse:

                - Tu farai il legatore!

                - Io legatore? Ma come farò se non so nulla di questo mestiere?

                - Vieni qua! Vedi questi fogli? siediti al tavolino bisogna incominciare dal piegarli.

                D. Bosco pure si assise, e fra lui ed il giovane piegarono tutti quei fogli. Il libro era formato ma bisognava cucirlo. Qui venne in suo aiuto mamma Margherita e fra tre riuscirono a cucirlo. Subito con farina si fece un po' di pasta ed al libro si attaccò anche la copertina. Quindi si trattò di eguagliare i fogli, ossia raffilarli. Come fare? Tutti gli altri giovanetti circondavano il tavolino, come testimoni di quella inaugurazione. Ciascuno dava il suo, parere per rendere eguali que' quinterni. Chi proponeva il coltello, chi le forbici. In casa all'uopo non vi era ancora nulla, assolutamente nulla. La necessità rese Don Bosco industrioso. Va in cucina, prende con sussiego la, mezzaluna d'acciaio che serviva a tagliuzzare le cipolle, gli agli, le erbette, e con questo strumento si pone a tagliare le carie. I giovani intanto si rompevano lo stomaco dal ridere. [35]

                - Voi ridete, esclamava D. Bosco, ma io so che in casa nostra ci deve essere questo laboratorio dei legatori e voglio che s'incominci.

                Il libro era legato e raffilato.

                 - Ed ora, interrogò D. Bosco, vogliamo indorarlo sui fogli?

                 - Vedremo anche questa! esclamò mamma Margherita.

                 - Ebbene se non c'è oro, proseguì D. Bosco, daremo solamente un po' di giallo sui fogli! Ma come fare? Prese un po' di terra d'ombra, gialla, e vóltosi ai circostanti: - Ed ora? Con quale liquido la mescolerò? Coll'acqua pura!

                - Non attacca, risposero i giovani a coro.

                - Coll'olio?

                - Sì che imbratterebbe bene il suo libro!

                D. Bosco pensò alquanto, mandò a comprare alcuni soldi di vernice, con questa sciolse la terra gialla, ed ecco il libro legato a perfezione. D. Bosco rideva, rideva pure Margherita e con essa i giovani; ma il laboratorio era inaugurato, e si stabilì nella seconda stanza della prima parte del fabbricato nuovo, vicino alla scala, dove al presente corrisponde uno de' refettori. Attesa la penuria dell'annata, non si erano ripigliati i lavori di costruzione, ma se ne fecero poi solamente ultimare alcuni già fatti e che erano di prima necessità. Egli, intanto, nelle botteghe di Torino procurava di imparare le regole di questo mestiere, che di mano in mano insegnava al suo primo legatore.

                A questo ne aggiunse alcuni altri e comperò qualche istrumento col quale si lavorava alla buona; poi vennero ricoverati nell'Oratorio alcuni giovanetti, che per un po' di tempo avevano già fatto il legatore di libri in città. [36] Costoro aiutarono il progresso dei lavori, e il laboratorio incominciò a far sue prove colla piegatura e cucitura delle Letture Cattoliche e dei libri scolastici. Il primo giovane legatore fu Bedino, soprannominato Governo.

                Questi esigui principii però a quale sviluppo e perfezionamento non dovevano giungere! Fin dall'autunno di questo stesso anno l'Armonia del 9 novembre 1854 poteva pubblicare il seguente annunzio, facendo cenno ad un fatto che presto discriveremo.

                “Ad oggetto di procurare lavoro ad alcuni poveri figli ricoverati nell'Oratorio maschile di S. Francesco di Sales in Valdocco, sotto la direzione del benemerito sacerdote D. Giovanni Bosco, fu aperto un laboratorio da legatore di libri. Le persone che somministreranno libri o altri oggetti di lavoro, oltre l'agevolezza del prezzo, concorreranno a sostenere un'Opera di pubblica beneficenza. Noi caldamente raccomandiamo questo stabilimento, sapendo essere già stati ivi ricoverati diciotto ragazzi, rimasti orfani nella micidiale emergenza del coléra; e altri ancora saranno fra breve ricoverati”.

                E presso questa legatoria incominciò a formarsi in questo stesso anno 1854 una piccola libreria commerciale.

 

 


CAPO V. Gli Oratorii festivi - Cooperazione del Clero secolare regolare della città - I priori nelle feste - L'avvicinamento delle classi sociali e l'amore dei giovani ai loro nobili benefattori - Morali soddisfazioni - Amore al sacerdote e suoi effetti salutari - Catechismi quaresimali - Ammirabile costanza di un giovane nel frequentare L'Oratorio - D. Bosco cede a Rosmini il campo comprato dal Seminario per l'erezione della tipografia D. Bosco a Castelnuovo e guarigione sorprendente di un giovanetto - I beni del Seminario di Torino sequestrati.

 

                GLI affari e le Letture Cattoliche non diminuivano zelo di D. Bosco per gli Oratorii Festivi. I giovani accorrevano numerosi per apprendere il catechismo. I chierici alla domenica e nelle feste erano occupati da mane a sera insegnando la dottrina cristiana, sorvegliando continuamente in chiesa e fuori, prendendo parte a tutte le ricreazioni per animare i divertimenti. Nell'Oratorio di Valdocco dopo le funzioni vespertine D. Bosco una volta al mese tirava a sorte qualche oggetto di vestiario, commestibili e libri a favore dei giovani si [38] interni che esterni; e specialmente di questi ultimi per eccitarli a frequentare con assiduità le sue radunanze domenicali.

                Negli altri due Oratorii vigeva la stessa usanza. In quello di S. Luigi i chierici dovevano pensare a provvedere gli oggetti per quel lotto e D. Demonte donava loro fino al 1861 cinque lire ogni mese a questo scopo, ed essi da abili amministratori con tale somma sapevano procurarsi tanti oggetti da contentare i giovani. Era loro incombenza, mancando talvolta il direttore D. Felice Rossi, giovane di molto zelo, ma di precaria salute, andare per Torino in cerca di un sacerdote che acconsentisse di celebrare la S. Messa, predicare e confessare nella prossima domenica. E trovavano sempre chi si prestava volentieri a quest'opera di carità. Anche per le solennità della Chiesa e per l'esercizio di buona morte ricorrevano a confessori della città, e, qualora questi fossero stati impediti per le loro occupazioni, i buoni chierici salivano al convento del Monte; ed il Padre Guardiano dei Cappuccini mandava loro qualcuno de' suoi religiosi, i quali caritatevolmente per ore ed ore ascoltavano i giovani penitenti. E ciò accadde molte volte e per più anni.

                Per le distribuzioni annuali dei premi e le feste patronali, era necessario preparare accademie con prose, poesie e un po' di musica e canto; ed ecco che a tempo nulla mancava di lustro e attraenza a quelle solennità. A tutto pensavano i chierici. Anche si consigliavano sui Priori da scegliere, e ai scelti si recavano a far visita, pregandoli a voler accettare quella specie di presidenza. Sovente il Priore era un giovane distinto di cospicua famiglia, e nel suo giungere all'Oratorio, nel tempo delle funzioni e nel dipartirsene era trattato con tutte quelle distinzioni, che si usano [39] colle persone, dalla presenza delle quali ci teniamo onorati. L'avvocato Garelli, che fu in predicato di essere sindaco di Torino, ci narrava con molto piacere che nell'età di venti anni era stato Priore a Porta Nuova.

                Sia quivi come in Vanchiglia al Priore riserbavasi, nelle accademie e nelle distribuzioni dei premi, un seggio dei più onorevoli, e sul finire, uno dei chierici faceva la parlata di chiusura ovvero invitava il Priore a indirizzare qualche parola alla moltitudine dei giovani, alla presenza dei loro parenti e dei benefattori. Se quegli non era troppo esperto nel maneggio della parola, oppure manifestava timidità, il chierico gli stava al fianco, suggerivagli un'idea provocava un applauso per incoraggiarlo, se vedevalo impacciato; e talora gli prendeva la parola di bocca e continuava egli stesso a nome dell'oratore, approvando quanto quegli aveva detto fino a quel punto. Ciò faceva però con tale garbo, che l'uditorio di nulla accorgevasi; e il chierico Rua aveva nel dare questo aiuto una grande prontezza di spirito. Il Priore poi soleva con una generosa oblazione concorrere alle spese della festa.

                D. Bosco adunque, date a' suoi chierici certe norme generali, lasciandoli in libertà di cercare i mezzi per raggiungere il fine proposto, assuefacevali a fare da sè, pronto egli però sempre a porger loro efficace aiuto.

                Ma se l'Oratorio festivo era una palestra utilissima per i chierici, recava ai giovani, oltre a tutti i benefizi già accennati altrove, il vantaggio di togliere dalla loro mente certi pregiudizii che sarebbero stati perniciosi per il civile consorzio. Tale era l'avversione che le invettive degli arruffapopoli, libri, giornali, teatri ispiravano nelle plebi contro alle classi superiori della società. Nel vedere infatti molti signori prendere parte alle loro sacre funzioni [40], inginocchiarsi in chiesa nei loro banchi, far la comunione al fianco di essi, insegnar loro il catechismo, stare in mezzo alle ricreazioni, far da maestri nelle scuole serali, essi li stimavano, li amavano, li trattavano con famigliarità, facevano loro festa, li salutavano per via, ne imitavano i buoni esempi, e si gloriavano di averne fatta la conoscenza.

                In questi personaggi non vedevano solamente il patrizio, il banchiere, il medico, il professore, l'avvocato, il notaio, lo studente dell'Università, ma eziandio e molto più l'amico del poveretto. Così erano tolte le distanze e le avversioni sociali. Il figlio dell'operaio toccava con mano quanto, fossero bugiarde le massime dei rivoluzionarii; e imparava che Dio opera sapientemente nel far nascere gli uomini in condizioni diverse, perchè il ricco è fatto pel povero e il povero è fatto pel ricco: questi dando il superfluo de' suoi beni a chi manca del necessario, quegli contraccambiando il beneficio coll'affetto, coll'aiuto e col lavoro. Riconosceva che ambedue sono creati da Dio per la sua gloria: umile dover essere il dovizioso nell'avvicinarsi al miserello, ed umile il povero nel sopportare i disagi del proprio stato: e ciascuno nella propria condizione avere il mezzo per giungere alla felicità eterna. Nello stesso tempo era consolato dal gran pensiero, che Gesù benedetto volle nascere da famiglia nobilissima, ma visse povero, proclamando beati i poveri e che i poveri rappresentavano la sua stessa divina persona.

                E dei poveri giovani quei signori erano realmente i patroni ed i benefattori, e molti di quelli, allora derelitti come furono adulti ci dissero: - Se mi sono formato una sociale onorevole condizione, se ho guadagnato una fortuna, che provvede abbondantemente a tutti i bisogni della mia [41] vita, lo debbo a D. Bosco, alle virtuose abitudini, alle conoscenze, alle commendatizie, ai soccorsi, che tanto mi giovarono per aver io frequentato l'Oratorio. - Per dire di una sola ne abbiamo prova nella seguente lettera scritta da D. Bosco il 1° aprile 1854 al Conte Zaverio Provana di Collegno: “Eccole il Morra, cui credo si possa affidare il ragazzo di cui nella carità Ella prende parte. È disposto di fare tutte le agevolezze possibili. Sentirà da lui il regime domestico. Mi ami nel Signore e in tutto quello che posso me Le offro di cuore”.

                Eziandio questi signori guadagnavano non solo ricchezze di meriti per le loro anime, benedizioni per le loro famiglie, ma anche la ricompensa di veder coronate nell'Oratorio le loro fatiche e la loro fede. “Nei giorni di festa, diceva l'avv. Belingeri, ciò che attiravaci irresistibilmente all'Oratorio, era lo spettacolo delle comunioni dei nostri biricchini. Si vedevano sporgere dalla balaustra centinaia di quelle facce, le cui sembianze poco tempo prima erano o insignificanti, o rozze, o maliziose, o beffarde, o superbe e alcune direi quasi truci. Ebbene, in quel momento si trasfiguravano e prendevano un'aria di candore, di semplicità, di fede, di amore e di bellezza, quale prova della presenza reale di Gesù Sacramentato nei loro cuori. Ciò serviva per noi di grande edificazione”.

                Ma il grande trionfo dell'Oratorio festivo, si era l'amore,e il rispetto al sacerdozio, anche allorquando coloro che lo avevano frequentato da fanciulli erano divenuti uomini. Da questo ne scaturiva la perseveranza nel vivere morigerato, il ritorno sulla buona via di chi erasi lasciato trascinare dalle passioni, il cercare, un saggio consigliere e benefattore nei dubbi, nelle difficoltà della, vita e nei disastri; e a tutti il cuore additava ognora la strada che [42] conduceva in Valdocco e la stanza o la chiesa dove D. Bosco stava sempre aspettandoli.

                Quante belle pagine si potrebbero scrivere su questo .argomento; si vedrebbe essere l'Oratorio maestro della vita per le sue tradizioni, per la riuscita di tanti giovani che lo frequentarono, per gli svariati accidenti che occorsero a ciascuno di questi, non solo dalla loro prima età fino al conseguimento della loro vocazione, stato, o professione, ma fino all'ora della loro morte. Un numero stragrande, di biografie potrebbero scriversi, le più istruttive,e dilettevoli del mondo. Tutte le virtù, tutti gli errori, tutte le perfezioni, tutti i difetti col loro principio, svolgimento e col loro esito finale si vedrebbero passare a rassegna, intrecciati cogli aneddoti più vari, e talora .eziandio i più strani, nella maggior parte dei quali risplende la misericordia di Dio e la protezione di Maria SS.

                Ma frutti così preziosi ben si può dire che germogliassero in modo speciale per la buona semente gettata nei catechismi giornalieri della quaresima. I campi evangelici erano benedetti dal Signore in proporzione del lavoro de' suoi agricoltori. In quest'anno la quaresima incominciava il I° di marzo. D. Bosco aveva coraggiosi seguaci emulatori del suo spirito di sacrificio.

                Nei giorni feriali i chierici coi giovani catechisti destinati a Porta Nuova e a Vanchiglia dovevano anticipare il loro pranzo, per correre più chilometri e fatto, il catechismo andare alla scuola in Seminario; e tante volte dopo aver cenato attendevano all'istruzione religiosa di qualche classe speciale di operai. Erano, queste, fatiche da veri missionarii.

                D. Bosco in una sua lettera a D. Abbondioli, curato di Sassi, faceva cenno dei catechismi in Valdocco. Mentre [43] la grazia di Dio riviveva nei cuori, egli pensava anche a far rinverdire l'orticello di mamma Margherita e così scriveva in modo scherzevole:

 

Torino, 4 Aprile 1854.

 

 

                               Carissimo Sig. Curato,

 

                Sebbene mia madre abbia qui molti fagiuoli, e ben grossi, tuttavia desidera di averne di quelli di Sassi, e a tale fine si raccomanda a Lei perchè le doni un po' di semente di certi fagiuoli detti della Regina, di cui fu altra volta da Lei favorita.

                Desidera pure di avere alcuni altri erbaggi, se pure Ella ne è in grado di averne e che il portatore meglio Le dirà a bocca.

                Ho circa quattrocento catechizzandi al catechismo quotidiano del mezzodì. Vuol dire che la moralità nei poveri giovani non è ancora perduta.

                Mi ami nel Signore e mi creda in tutto quel che posso, tutto suo.

                Di V. S. Carissima

 

Umilissimo servitore

Bosco GIOVANNI Capo dei birichini.

 

                P. S. Dopo Pasqua avrà una visita.

 

                L'affermazione di D. Bosco era giusta, che cioè la moralità fosse conservata tra i giovani esterni. Questi poveretti, malgrado tutte le seduzioni del male e l’affievolimento delle virtù pubbliche e cristiane, si lasciavano attrarre al bene dalla sua parola semplice ed affettuosa. Nessuno può calcolare i salutari effetti dei catechismi uditi nell'Oratorio. Si vedevano perfino famiglie intiere di operai guadagnati al Signore dai loro giovanetti, che nell'Oratorio avevano, cercato un sicuro rifugio contro i mali esempi e le deplorabili lezioni della casa paterna. [44] E non pochi si mostrarono eroi perseverando nel bene. Basti un sol fatto. - Se tu andrai ancora, diceva un padre, capo di bottega, al giovanetto suo figlio, che lavorava sotto di lui, se tu andrai ancora la domenica ad impacciarti con quella canaglia di preti non ti terrò più come lavorante. Va pure se il vuoi, ma io ti sospenderò il salario che cominciavi a guadagnare ogni dì. - E il fanciullo persisteva a frequentare l'Oratorio, continuando a lavorare senza veruna mercede nella bottega del padre, e mostrando ardor maggiore ed una abilità pari a quella di qualunque de' suoi compagni. Questi, facendo coro col padre, colmavanlo degli sciocchi loro motteggi; ma venne il dì in cui il suo coraggio e la sua fede furono ricompensate dalla conversione del padre suo.

                In questo frattempo il sig. D. Carlo Gilardi, procuratore generale dei Rosminiani era venuto a Torino. Esaminato il progetto proposto da D. Bosco per l'edifizio della tipografia, smise subito l'idea di comperare la casetta Coriasco, e senz'altro domandò di far acquisto dello spazio più largo del terreno triangolare che prima apparteneva al Seminario. Noi crediamo che D. Bosco esitasse alquanto ad accondiscendere a quel contratto, perchè a poco a poco si vedeva sfuggir di mano un luogo, al quale per tante ragioni portava amore. Stretto dalla necessità, l'8 marzo, il 10 aprile del 1849, e il 10 giugno del 1850, aveva dovuto rivendere alcune pezze di terreno che la via Cottolengo divideva dalla sua attuale proprietà e che erano un accessorio, ma di grande importanza, dello spazio indicato ne' suoi magnifici sogni. Ed ora avrebbe dovuto rinunciare, alla stessa zolla benedetta, sulla quale gli era parso che posasse i piedi la Regina degli Angeli. Ma il bene della gioventù costringevalo a fare questo sacrifizio, e quindi [45] acconsentì, lasciando alla Divina Provvidenza la cura di condurre a compimento i vaticinii.

                Perciò, dopo il mezzogiorno del io aprile, lunedì della Settimana Santa, mentre i giovani incominciavano a prepararsi per la Comunione Pasquale, con atto rogato dal notaio Turvano vendeva al D. Carlo Gilardi, rappresentante l'Abate Rosmini, tavole Si, piedi 10 e once 5 di terreno pari ad ettari 0,19,48 per il prezzo di dieci mila lire. Il podere confinava all'est colla casa Coriasco e con D. Bosco, all'ovest con altra possessione del Seminario, al sud colla strada Cottolengo ed al nord coll'Oratorio.

                Nello stesso tempo per convenzione privata l'Abate Rosmini condonava a D. Bosco il debito gratuito di 3000 lire ed assumevasi il suo obbligo di 5000 lire verso il Seminario di Torino. Rimanevagli però sempre il credito con D. Bosco di 20.000 lire al quattro per cento impiegate nella compera di casa Pinardi.

                D. Bosco pertanto lieto per la speranza di veder sorgere la tipografia, pagati alcuni de' suoi creditori più esigenti, nella seconda settimana dopo la Pasqua andava a Castelnuovo d'Asti col Vescovo d'Ivrea, che era stato invitato dal Teol. Cinzano ad amministrare la S. Cresima.

                Uno studente, S. A., giaceva a casa in Pranello, oppresso da grave male di occhi, per modo che la sua guarigione era disperata da' medici e già da più di un anno aveva dovuto interrompere gli studii. Prima di ritornare a Torino Don Bosco volle andarlo a vedere accompagnato dal giovane Turchi Giovanni. “Là giunti, è Turchi che narra, si apre la camera dell'ammalato. Egli giaceva in letto con gli occhi bendati. Il letto era circondato da una coperta che scendeva dalla volta. Chiusa la finestra, una doppia e spessa cortina ne toglieva tutta la luce; eppure bastava [46] aprire l'uscio della camera perchè l'infermo gridasse di chiuderlo per non soffrirne. D. Bosco entra e noi stemmo fuori. Ciò che là dentro sia avvenuto non ho saputo mai questo so, che il giorno dopo l'ammalato cominciò a sbendarsi gli occhi, poi aprirli, poi leggere, poi levarsi, poi guarire del tutto. Dopo pochi giorni si recò all'Oratorio, ove da quel tempo in poi non dette mai indizio di aver avuto male agli occhi”.

                D. Bosco rientrato in Torino, colla seguente lettera a D. Carlo Gilardi dava gli ultimi schiarimenti richiestigli, per una memoria da mandarsi a Roma onde ottenere l'approvazione del loro contratto.

 

                               Carissimo Sig. D. Carlo,

                Ho ricevuto le carissime sue lettere con gli oggetti entro nominati, cioè: un libro pel chierico Olivero, che gli fu rimesso; e la commedia: -Il Gianetto, che mi piace assai e che vedrà presentarsi al primo ritornare che Ella farà a Torino. Ho pure, veduto il Sig. D. Setti Luigi, il quale non può dimorare regolarmente in casa dell'Oratorio, per le molteplici scuole cui deve attendere ad ore diverse ed irregolari. A giorni le manderò l'istrumento di vendita, quale il notaio Turvano mi ha promesso.

                Per rapporto alla memoria da darsi a Roma credo che non produca effetto alcuno, perchè nello stato presente Roma non può, autorizzare alcuno a fare l'istrumento; non il Seminario cui fu interdetta l'amministrazione; non l'Economato, che finora non ne è ancora riconosciuto padrone. Il Sig. Dorna nel bisogno di comperare egli pure una striscia di questa fatta, avendone parlato coll'Abate Vacchetta e al Ministero, gli fu risposto di attendere fino ad una decisiva risposta di Roma. Così giudico possiamo, fare anche noi.

                Del resto noi abbiamo sempre in bocca D. Carlo, e ci fu una sensibile novità quando non cel vedemmo più fra noi.

                Mia madre, tutti i nostri chierici, il sig. Dorna ed un gran numero dei nostri giovani La salutano cordialmente; ed io, salutando [47] rispettosamente il Padre Generale, auguro a Lei ogni bene dal Signore con raccomandarmi alle sue divote orazioni, e dichiarandomi

                Di V. S. Carissima

                Torino, 9 maggio 1854.

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco G. Capo dei birichini.

 

                La cagione di certe frasi di D. Bosco riguardanti l'Autorità Ecclesiastica è quella che siamo per dire.

                Il 2 marzo un decreto reale aveva ordinato all'Economo, Abate Vacchetta di assumere l'amministrazione del Seminario Arcivescovile, già prima convertito in ospedale militare e poi in magazzino per strumenti militari e foraggi. All'indomani l'economo, senza farne parola al Vicario Generale, erasi affrettato a presentarsi al Rettore Can. Vogliotti, e senz'altro avevagli intimato di consegnargli le somme cospicue, custodite nelle casse, gli Archivii, e quanto apparteneva a quel ragguardevole patrimonio. Il Can. Vogliotti erasi ricusato a tale consegna; senonchè, alla minaccia dell'intervento dei reali carabinieri, dovette cedere alla forza, protestando. Con ciò i Seminari di Bra e di Chieri mancarono del necessario, poichè le rendite di quello di Torino provvedevano agli insegnanti e al mantenimento degli alunni. I Valdesi però abbondavano di oro, spedito dall'Inghilterra e dall'America.

 

 


CAPO VI. Il Ministro Urbano Rattazzi all'Oratorio - Predica di Don Bosco sulla vita di S. Clemente Papa - Pericolosa Interrogazione prudente risposta - Dialogo tra Rattazzi e D. Bosco - Simpatie provvidenziali.

 

                Di un altro fatto memorabile per le sue conseguenze dobbiamo far parola.

                Era una domenica mattina del mese di aprile dell'anno 1854, verso le ore dieci e mezzo. I giovani dell'Ospizio con molti altri degli esterni si trovavano per la seconda volta in Chiesa; avevano cantato Mattutino o Lodi dell'Ufficio della Beata Vergine, ascoltata la Messa. D. Bosco salito in pulpito stava raccontando un tratto di Storia Ecclesiastica, colla solita incantevole sua semplicità. In quel mentre entra per la porta esterna della nostra Chiesa un signore, che nessuno e neppur D. Bosco conobbe. Udendo che si stava predicando, ei si sedette sopra uno dei banchi preparati in fondo pei fedeli, e fermossi ad ascoltare sino alla fine. D. Bosco aveva principiato la domenica innanzi a narrare la vita di S. Clemente Papa, e in quel mattino raccontava come il santo Pontefice in odio alla Religione Cristiana era stato dall'Imperatore [49] Traiano mandato in esilio nel Chersoneso, chiamato oggidì Crimea.

                Terminato il racconto, egli per dargli un più vivo interesse, interrogò uno dei giovani esterni se avesse qualche domanda a fare in proposito, e quale moralità si potesse trarre dal fatto storico. Costui, contrariamente ad ogni aspettazione, venne fuori con una domanda appropriata bensì, ma inopportuna pel luogo, e per quei tempi molto pericolosa. Disse adunque: - Se l'Imperatore Traiano commise una ingiustizia cacciando da Roma e mandando in esilio il Papa Sali Clemente, ha forse fatto anche male il nostro Governo ad esiliare il nostro Arcivescovo Monsignor Fransoni? -A questa domanda inaspettata D. Bosco rispose senza punto scomporsi: -Qui non e il luogo di dire, se il nostro Governo abbia fatto bene o male a mandare in esilio il nostro veneratissimo Arcivescovo: è questo un fatto di cui si parlerà a suo tempo; ma il certo si è che in tutti i secoli, e fin dal principio della Chiesa i nemici della Religione Cristiana hanno sempre preso di mira i Capi della medesima, i Papi, i Vescovi, i Sacerdoti, perchè credono che, tolte di mezzo le colonne, cada l'edifizio, e che, percosso il pastore, si sbandino le pecorelle, e divengano facile preda dei lupi rapaci. Noi pertanto quando udiamo o leggiamo che questo o quel Papa, questo o quel Vescovo, questo o quel Sacerdote è stato condannato ad una pena, come per es. all'esilio, alla prigione e forse anche alla morte, non dobbiamo tosto credere che egli sia veramente colpevole come lo dicono; imperciocchè potrebbe darsi in quella vece che egli sia una vittima del suo dovere, sia un confessore della fede, sia un eroe della Chiesa, come furono gli Apostoli, come furono i Martiri, come furono [50] tanti Papi, Vescovi, Sacerdoti e semplici fedeli. E poi, teniamo sempre a mente che il mondo, il popolo ebreo, Pilato condannò alla morte di croce lo stesso divin Salvatore, quale un empio bestemmiatore ed un sovvertitore del popolo, mentre era vero Figliuolo di Dio, aveva raccomandato obbedienza e sottomissione alle potestà costituite, mentre aveva ordinato di dare a Cesare quello, che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio.

                Aggiunte alcune altre parole sul dovere di tenersi forti nella fede e nella divozione e rispetto ai Ministri della santa Chiesa, D. Bosco discese dal pulpito, e i giovani, recitato il solito Pater ed Ave in onore di San Luigi Gonzaga, e cantato il Lodalo sempre sia il nome di Gesù e di Maria, se ne uscirono di Cappella per la porta laterale. Dietro di loro usciva pure lo sconosciuto signore, che, venuto nel cortile, domandò di parlare con Don Bosco. Questi era allora allora salito in camera, e gli fu accompagnato da un giovane. Fatti i primi convenevoli, tra D. Bosco e quel Signore uscì un breve dialogo, udito dal, giovine medesimo, il quale, secondo il solito di quei tempi pericolosi, dopo aver introdotto il forestiere, erasi fermato, colà sino a che D. Bosco non gli accennò di andarsene pure, perchè nulla occorreva.

                Il dialogo è questo.

                D. Bosco. -Potrei sapere con chi ho l'onore di parlare?

                - Con Rattazzi.

                D. B. - Con Rattazzi! Quel grande Rattazzi[1] Deputato, già Presidente della Camera ed ora Ministro del Re? [51]

                Ratt. - Per lo appunto.

                D. B. - Dunque (sorridendo) posso preparare i polsi alle manette e dispormi per andare all'ombra della prigione.

                Ratt. - E perchè mai?

                D. B. - Per quello che V. Eccellenza udì poc'anzi nella nostra Chiesa a riguardo di Monsignor Arcivescovo.

                Ratt. - Niente affatto. Lasciando a parte se fosse più o meno opportuna la domanda di quel ragazzo, Lei dal canto suo rispose e se la cavò egregiamente, e niun Ministro del mondo potrebbe fargliene il minimo rimprovero. Del resto, quantunque io sia di parere che non convenga trattare di politica in Chiesa, tanto meno con giovanetti, che non sono ancor capaci di farne il dovuto apprezzamento, non si hanno tuttavia da rinnegare le proprie convinzioni in faccia a nessuno. Si aggiunga anche che in un Governo Costituzionale i Ministri sono responsabili delle loro azioni, le quali possono essere sindacate da qualsiasi cittadino, e perciò anche da D. Bosco lo stesso, sebbene non tutte le idee e gli atti di Mons. Fransoni mi arridano, sono lieto che la severa misura contro di lui non sia stata presa sotto il mio Ministero.

                D. B. - Se è così, conchiuse facetamente D. Bosco, posso dunque stare tranquillo che V. E. per questa volta non mi farà mettere in gattabuia, e mi lascerà respirare l'aria libera di Valdocco. Allora passiamo ad altro.

                A questo lepido esordio tenne dietro un serio discorso di quasi un'ora; e il Rattazzi con una infilzata di domande [52] a D. Bosco si fece dire per filo e per segno l'origine, lo scopo, il progresso, il frutto della instituzione dell'Oratorio e dell'unito Ospizio. Tra le varie sue interrogazioni, una si fu intorno al mezzo da D. Bosco adoperato per conservare l'ordine tra tanti giovani, che affluivano all'Oratorio.

                - Non ha la S. V. a' suoi cenni, domandò il Ministro, almeno due o tre guardie civiche in divisa o travestite?

                - Non me nè occorrono punto, Eccellenza.

                - Possibile? Ma questi suoi giovani non sono mica dissimili dai giovani di tutto il mondo; saranno ancor essi per lo meno sbrigliati, accattabrighe, rissosi. Quali riprensioni, quali castighi usa adunque per infrenarli e per impedire scompigli?

                - La maggior parte di questi giovani sono davvero svegliati della quarta' come si dice; ciò non di meno per impedire disordini qui non si adoperano nè violenze, nè punizioni di sorta.

                - Questo mi pare un mistero; favorisca di spiegarmi l'arcano.

                - Vostra Eccellenza non ignora che vi sono due sistemi di educazione; uno è chiamato sistema repressivo, l'altro è detto sistema preventivo. Il primo si prefigge di educare l'uomo colla forza, col reprimerlo e punirlo, quando ha violato la legge, quando ha commesso il delitto; il secondo cerca di educarlo colla dolcezza, e perciò lo aiuta soavemente ad osservare la legge medesima, e gliene somministra i mezzi più acconci ed efficaci all'uopo; ed è questo appunto il sistema in vigore tra di noi. Anzitutto qui si procura d'infondere nel cuore dei giovanetti il santo timor di Dio; loro s'inspira amore alla virtù ed orrore al vizio, coll'insegnamento del catechismo e con [53] appropriate istruzioni morali; s'indirizzano e si sostengono nella via del bene con opportuni e benevoli avvisi, e specialmente colle pratiche di pietà e di religione. Oltre a ciò si circondano, per quanto è possibile, di un'amorevole assistenza in ricreazione, nella scuola, sul lavoro; s'incoraggiano con parole di benevolenza, e non appena mostrano di dimenticare i proprii doveri, loro si ricordano in bel modo e si richiamano a sani consigli. In una parola si usano tutte le industrie, che suggerisce la carità cristiana, affinchè facciano il bene e fuggano il male, per principio di una coscienza illuminata e sorretta dalla Religione.

                - Certo, è questo il metodo più adatto ad educare creature ragionevoli; ma riesce egli efficace per tutti?

                - Per novanta su cento questo sistema riesce di un effetto consolante; sugli altri dieci esercita tuttavia un influsso così benefico, da renderli meno caparbii e meno pericolosi; onde di rado mi occorre di cacciare via un giovane siccome indomabile ed incorreggibile. Tanto in questo Oratorio, quanto in quelli di Porta Nuova e di Vanchiglia, si presentano o sono talora condotti giovani, che o per mala indole, o per indocilità, od anche per malizia furono già la disperazione dei parenti e dei padroni, e in capo a poche settimane non sembrano più dessi; da lupi, per così dire, si mutano in agnelli.

                - Peccato che il Governo non sia in grado di adottare siffatto metodo nei suoi Stabilimenti di pena, dove per bandire disordini occorrono centinaia di guardie, e i detenuti diventano ogni giorno peggiori.

                - E che cosa impedisce il Governo di seguire questo sistema ne' suoi Istituti penali? Vi s'introduca la Religione; vi si stabilisca il tempo opportuno per l'insegna [54] mento religioso e per le pratiche di pietà; si dia a queste da chi presiede l'importanza che si meritano; vi si lasci entrare di spesso il Ministro di Dio, e gli si permetta di trattenersi liberamente con quei miseri, e di far loro udire una parola di amore e di pace, ed allora il metodo preventivo sarà bell'e adottato. Dopo alcun tempo le guardie non avranno più nulla o ben poco da fare; ma il Governo avrà il vanto di ridonare alle famiglie e alla società tanti membri morali ed utili. Altrimenti egli spenderà il danaro, a fine di correggere o punire per un tempo più o meno lungo un gran numero di discoli e colpevoli, e quando li avrà rimessi in libertà, dovrà proseguire a tenerli d'occhio, per premunirsi contro di loro, perchè pronti a fare di peggio.

                Di questo tenore D. Bosco tirò innanzi per un buon pezzo; e siccome fin dal 1841 egli conosceva lo stato dei prigionieri giovani e adulti, perchè faceva a quei miseri frequenti visite, così potè far rilevare al Ministro dell'Interno l'efficacia della Religione sulla morale loro riabilitazione. - Al vedere il Sacerdote di Dio, ei soggiunse, all'udire la parola di conforto, il detenuto rammenta gli anni beati, in cui assisteva al catechismo, ricorda gli avvisi del Parroco o del Maestro, riconosce che se è caduto in quel luogo di pena si è, o perchè cessò di frequentare la Chiesa, o perchè non mise in pratica gli insegnamenti che vi ha ricevuti; onde richiamando a mente queste care rimembranze, sente il più delle volte commuoversi il cuore, una lagrima gli spunta in su gli occhi, si pente, soffre con rassegnazione, risolve di migliorare la sua condotta, e, scontata la sua pena, rientra in società disposto a ristorarla degli scandali dati. Se invece gli si toglie l'amabile aspetto della Religione e la dolcezza [55] delle sue massime e delle sue pratiche; se lo si priva delle conversazioni e dei consigli di un amico dell'anima, che sarà del misero in quell'odiato recinto? Non mai invitato da una voce amorevole a sollevare lo spirito oltre la terra; non mai animato a riflettere che peccando ha offeso non solo le leggi dello Stato, ma Iddio, Legislatore Supremo; non mai eccitato a domandargli perdono, nè confortato a soffrire la sua pena temporale in luogo della eterna, che gli vuol condonare, egli nella sua misera condizione altro non vedrà che il mal garbo di una fortuna avversa; quindi invece di bagnare le sue catene con lagrime di pentimento, egli le morderà di mal celata rabbia; invece di proporre emendamento di vita, si ostinerà nel suo male; da' suoi compagni di punizione imparerà nuove malizie, e con essi combinerà il modo di delinquere un giorno più oculatamente, per non ricadere nelle mani della giustizia, ma non già di migliorare e farsi buon cittadino.

                D. Bosco, colta la favorevole occasione, segnalò al Ministro l'utilità del sistema preventivo, sopratutto nelle pubbliche scuole e nelle case di educazione, dove si hanno a coltivare animi ancor vergini di delitti; animi che si piegano docilmente alla voce della persuasione e dell'amore. - So bene, conchiuse D. Bosco, che il promuovere questo sistema non è compito devoluto al dicastero di Vostra Eccellenza; ma un suo riflesso, ma una sua parola avrà sempre un gran peso nelle deliberazioni del Ministro della pubblica istruzione.

                Il signor Rattazzi ascoltò con vivo interesse queste ed altre osservazioni di D. Bosco; si convinse appieno della bontà del sistema in uso negli Oratorii, e promise che dal canto suo lo avrebbe fatto preferire ad ogni altro [56] negli Istituti governativi. Se poi non mantenne sempre la sua parola, la cagione si è che anco a Rattazzi mancava il coraggio di manifestare e difendere le proprie convinzioni religiose.

                Finita così la conversazione, egli se ne andò tanto bene impressionato, che da quel giorno divenne avvocato, e protettore di D. Bosco. Fu questo un tratto di speciale Provvidenza, imperciocchè facendosi anno per anno più difficili le condizioni dei tempi, ed avendo il Rattazzi avuto molto sovente le mani al Governo, ed essendo rimasto ognora uomo influente, l'Oratorio ebbe in lui tale un appoggio, senza di cui avrebbe forse risentite delle fortissime scosse, ed anche sofferto dei gravissimi danni.

                I lettori faranno le meraviglie nell'apprendere che il Ministro Rattazzi pigliasse sì vivo interessamento per D. Bosco e per l'opera sua, imperocchè son note a tutto il mondo le sinistre opinioni politiche di quell'uomo, e la parte purtroppo efficace che egli ebbe in fatti dolorosi a danno della Chiesa. Eppure così fu, perchè Dio, qual provvido padre, così voleva.

                Quando Iddio sceglie un uomo per servirsene come di strumento in gloriose imprese, gli concede quanto ha di mestieri per condurre a termine la sua missione; e se questa esige il concorso e la cooperazione di molti, mette nel suo eletto una specie di sigillo, un non so che di misterioso, perchè tutti innanzi a lui s'inchinino e si prestino ad aiutarlo, anche gli avversari. La Sacra Scrittura, e la Storia Ecclesiastica hanno migliaia di fatti in conferma di questa verità. Giuseppe è destinato ad essere in Egitto il salvatore de' suoi fratelli e Dio dispone le cose in modo che lo schiavo, il carcerato, lo straniero, trovando grazia nell'animo di Faraone e del suo popolo, giunga. [57] alla più alta dignità del regno, dopo la regale. Daniele deve essere nei tristissimi giorni della cattività il consolatore de' suoi fratelli prigionieri in Babilonia, e il Signore imprime nella sua faccia e nella sua persona alcunchè di straordinario, che innamora tutti i Re che si assisero sul trono Caldeo da Nabuccodonosor fino a Ciro e a Dario, e lo mette in condizione di essere quel che fu per quasi cinquant'anni. Così accadde a S. Benedetto, a S. Francesco d'Assisi e ad una moltitudine dei santi del testamento nuovo. Lo stesso può affermarsi di D. Bosco; e l'attraimento verso di lui di molti uomini ostili alla Chiesa è una prova di più della sua divina missione.

 

 


CAPO VII. Nuove strettezze nell'Oratorio - Circolari per altra lotteria - Rattazzi e il Sindaco di Torino accettano biglietti - Un confessore non preveduto - Estrazione della lotteria - Esercizii ai giovani esterni - L'esposizione delle quarantore nell'Oratorio di S. Francesco -Globo di fuoco sul campo dei sogni - Note di esperienza onde             prevenire inconvenienti nelle solennità - La festa di S. Luigi - letture cattoliche.

 

                IN Piemonte si pativa penuria per la scarsità dei raccolti e per l'aumento dei prezzi delle derrate causato dalla guerra d'Oriente. Nel 1853 lo Czar

                Nicolò I, col segreto disegno d'impadronirsi di Costantinopoli, aveva intimato al Sultano di affidare a lui la tutela esclusiva di tutti i sudditi Greci dei dominii Turchi e di proclamare la supremazia delle Chiese Greche sulla Chiesa Latina. Essendosi il Sultano rifiutato, le armi Russe avevano invaso nel Luglio ed occupati i principati, di Valdacchia e di Moldavia; e nel novembre distrutta nel porto di Sinope la flotta maomettana. In quest'anno poi 1854 assediavano la fortezza di Silistria posta sul Danubio ai confini della Bulgaria, ma non riuscivano ad [59] espugnarla. La guerra intanto impediva i trasporti delle granaglie dal Mar Nero in Italia.

                Diminuiva perciò la pubblica carità; e D. Bosco, prevedendo che i suoi ricoverati ne avrebbero sofferto, ricorreva nuovamente al piccoli aiuti di molti, mediante una lotteria d'oggetti che erangli rimasti dalla precedente. Ottenuta l'autorizzazione dall'Autorità civile, la Lotteria ebbe sede in via S. Chiara; e in locali disponibili del,convento dei RR. PP. Domenicani furono esposti i premii. Cadun biglietto costava 20 centesimi. I giovani più adulti andavano per turno a far da guardiani nelle varie sale. -Così D. Bosco col prezzo dei biglietti, non senza grande sua fatica e travaglio, smerciati qua e colà, riusciva a provvedere alla sua famiglia quanto era necessario per la vita.

                Egli aveva mandato attorno un gran numero di circolari, delle quali ecco un esemplare, con note a penna pel Teologo Appendini in Villastellone.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                I gravi bisogni cui mi trovo ridotto in quest'anno, per le molte spese che occorrono nei tre Oratorii eretti in questa città a favore della gioventù pericolante, mi costringono di ricorrere alla pubblica beneficenza ed in singolar maniera alla S. V. Ill.ma la cui bontà e carità ho già altre volte sperimentato.

                Appoggiato pertanto al buon cuore di Lei, senza dilungarmi a particolarizzare i singoli casi del mio bisogno, mi fo animo a spedirle N. 200 biglietti di una piccola lotteria di oggetti, parte rimasti dalla lotteria or son due anni ultimata, e parte offerti da altre benemerite persone. Ho viva fiducia che tra Lei e le persone di particolare sua conoscenza saranno smerciati i biglietti qui uniti.

                Mi trovo però nella dolorosa circostanza di poterla assicurare -che se vi fu tempo calamitoso per la gioventù certamente è questo. Un gran numero trovasi ad imminente pericolo di perdere [60] onestà e religione per un tozzo di pane. La sollecitudine che Ella si darà in questo caso è proprio un cooperare alla salute delle anime e sarà pure senza dubbio per Lei sorgente di celesti benedizioni.

                Pieno di gratitudine pei favori già fatti, e che spero vorrà, continuare a pro di questi miei poveri figli, l'assicuro che nelle deboli mie preghiere e de' miei figli imploreremo sempre mai copiose le grazie del Cielo sopra di Lei e sopra tutti quelli che si vorranno adoperare in quest'opera di carità.

                Mi permetta intanto che con massima venerazione mi dica

                Di V. S. Ill.ma

                Torino, 13 Marzo 1854

Dev.mo Obbl.mo Servitore

D. Bosco.

 

                P. S. Prendendo parte a quest'opera di carità, concorre a beneficare i poveri giovani di Villastellone, i quali in numero, considerevole intervengono a questi Oratorii ed alcuni intieramente ricoverati nell'Oratorio di Valdocco.

                Di tante risposte che egli ricevette due sole vennero conservate. L'una del Ministro Rattazzi, l'altra del Sindaco di Torino.

 

 

ministero dell'interno

Gabinetto particolare.

Torino, 12 Maggio 1854.

 

 

                               Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Di buon grado assecondando la richiesta dalla S. V. fattami di concorrere alla pia opera instituita per sopperire alle urgenti spese che occorrono all'Oratorio maschile di S. Francesco dì Sales in Valdocco, Le acchiudo nella presente L. 40 in un colla restituzione dei 200 biglietti di lotteria inviatimi; e ringraziandola di avermi per tale effetto richiesto, ho l'onore di costituirmi con distinta stima

 

u. rattazzi. [61]

                Dopo il Ministro così scriveva il Sindaco:

 

                Città di Torino

 

                Risposta a lettera del 30 passato aprile.

 

Torino, addì 13 maggio 1854.

 

                Premuroso di dimostrare, sebbene in tenue modo, il vivo mio desiderio di concorrere per quanto possa tornare ad utile degli Oratorii festivi dalla V. Signoria Molto Reverenda con tanto plauso iniziati e sorretti a profitto morale e materiale dei giovani abbandonati, mi professo ben fortunato di poter secondare l'invito da Lei ricevuto colla lettera in margine accennata, ritenendo i cento biglietti di Lotteria a benefizio degli Oratorii medesimi trasmessimi, e compiegando il prezzo di detti biglietti in lire 20, uniti alla presente, faccio voto perchè i pii Oratorii trovino ognora patrocinio presso chi si trovi in grado di proteggerli, come ben lo meritano, e dommi il pregio di professarmi ossequiosamente

                Di V. S. molto Reverenda

 

Dev.mo Obbl.mo servo

Notta

                L'estrazione della Lotteria era stata fissata pel 27 aprile; ma D. Bosco aveva ottenuto che fosse differita di qualche settimana.

In questi giorni intanto accadeva un fatto degno di nota.

                D. Bosco essendo andato nelle sale della Lotteria, fra le molte persone venute a visitare l'esposizone vi fu un signore, il quale gli chiese con istanza di confessarsi. D. Bosco gli disse di recarsi ad attendere un istante nella Cattedrale poco lontana, ove recatosi egli pure, si mise in un banco appartato, aspettando che quel signore gli fosse [62] venuto vicino per confessarlo in quel luogo; ma invece lo vide andare difilato ad inginocchiarsi presso ad un confessionale. Come fare? D. Bosco temeva che il sagrestano venisse a metter lui fuori come un intruso, o peggio che arrivasse il canonico cui apparteneva quel confessionale per confessare qualche suo penitente. Quindi esitò alquanto; finalmente si risolse e andò a confessare. Ma dopo il primo, si presentò il secondo, e a poco a poco sopraggiungendo altri, fu tenuto in quel luogo quasi una mezza giornata.

                Fra questi venne un uomo impiegato nell'Oratorio in cerca di un confessore che non lo conoscesse, e visto quel confessionale occupato, andò a porsi in ginocchio e venuto il suo turno si confessò. Nel corso della confessione palesò come si fosse recato a confessarsi in quel luogo, perchè non voleva che D. Bosco venisse a conoscere una mancanza abbastanza grave nella quale si era lasciato incappare nel maneggio, forse, dei danari della casa. Don Bosco ascoltò tutto senza pronunciar verbo e poi gli disse: - Guarda, ti assicuro che D. Bosco saprà nulla, e per tua tranquillità di coscienza anche in avvenire, sappi che egli passa sopra a questa cosa. -Pensate lo stupore di costui nell'accorgersi che si era confessato proprio da quegli al quale non aveva osato manifestare la coscienza. Egli ritornò all'Oratorio tutto consolato, e narrava a Buzzetti Giuseppe lo strano fatto occorsogli.

                I premi intanto della Lotteria venivano estratti il 24 maggio alle ore 2 pom. in una camera dell'Oratorio di Valdocco, e il 30 maggio l'Armonia pubblicava i numeri vincitori.

                Ma nel frattempo D. Bosco non aveva lasciato di occuparsi con intensità nel campo evangelico colla predicazione. Dal 22 aprile, giorno di sabato, varii zelanti sacerdoti, [63] avevano, col suo aiuto, dettati gli esercizi spirituali, per otto giorni ad un numero di giovani e di adulti della città, nella chiesa della Veneranda Confraternita della Misericordia. Per certo a più d'uno venne assicurata l'eterna salute, nel flagello che doveva in quest'anno colpire Torino.

                Dopo ciò D. Bosco preparava un'altra speciale funzione della quale abbiamo notizia dall'annunzio che si legge, nell'Armonia del 20 maggio 1854.

 

Quarantore ed Ottavario nell'Oratorio maschile

di S. Francesco di Sales in Valdocco.

 

                Affine di ottenere le benedizioni del Signore sopra i popoli cristiani e sopra i frutti delle nostre campagne, fu divisato un sacro ottavario da farsi in onore di Maria Santissima in questo Oratorio dal 21 al 28 corrente mese di Maggio.

                L'orario dei tre primi giorni è come segue Lungo il mattino un competente numero di Messe lette; alle ore io Messa solenne ed esposizione per le Quarantore.

                Alla sera, ore 6, vespro, discorso, benedizione col SS. Sacramento.

                Nei giorni che seguono le Quarantore, alle ore 7 di sera, avrà luogo la recita del Rosario, predica e benedizione,

                Giovedì (25) giorno dell'Ascensione del Salvatore e la domenica (28), le sacre funzioni avranno luogo come nel decorso dell'anno.

                Tutti i fedeli cristiani, e specialmente i giovani che sogliono frequentare quest'Oratorio, sono caldamente invitati ad intervenire a queste sacre funzioni; e a tal fine il Sommo Pontefice concede indulgenza plenaria a tutti quelli che confessati e comunicati visiteranno questa chiesa nel triduo delle Quarantore; e Sua Santità il Regnante Pio IX, con particolare suo decreto, concede la medesima indulgenza plenaria per la domenica 28 corrente, solenizzandosi in tal giorno la chiusa del mese dedicato a Maria Santissima. [64] D. Bosco in queste feste un'altra volta narrava ai giovani come avesse visto un luminosissimo globo di fuoco in aria sul terreno ove più tardi si innalzò la Chiesa di Maria Ausiliatrice. Sembrava che la Vergine affermasse con questo segno di non aver Ella rinunziato alla sua presa di possesso. Buzzetti Giuseppe, testimonio di tali parole, nel 1887 a Lanzo rammentando a D. Bosco questa sua narrazione gli diceva: - Era la cupola illuminata, non è vero?

                - E perchè no? rispose D. Bosco.

                Dopo le Quarantore si preparavano le solennità di S. Luigi e di S. Giovanni. Per queste e per ogni altra festa, D. Bosco, che voleva ordine in tutte le cose, instava perchè coloro che erano alla direzione predisponessero in chiesa e fuori di chiesa quanto era necessario, per ovviare ad ogni inconveniente. Perciò raccomandava

                I. che si tenesse nota per iscritto ogni anno delle cause di qualsivoglia disordine che fosse accaduto, perchè servisse di esperienza nelle feste venture.

                2. Che si conservasse o rifacesse l'elenco di tutti i benefattori e benefattrici o persone di riguardo amiche per mandare loro gli inviti alle feste di chiesa, al teatro o alle accademie.

                3. Che si compilasse sempre un programma da conservarsi presso il Prefetto per l'ordinamento materiale delle feste.

                Infatti noi troviamo nelle sue carte le disposizioni per la festa di S. Luigi:

I. Cercare un Priore per tempo, mandargli una deputazione con preghiera di accettar quest'ufficio; almeno il giorno della vigilia fargli avere copia del sonetto, l'orario ecc. [65]

2. Novena o triduo. Mandare l'orario ai Sigg. Benefattori.

3. Nettezza fuor della chiesa e per le vie dove passerà la processione. Distese le tele ad ombrello.

4. Esposizione e bacio della reliquia. Purificatoi preparati.

5. Lotteria in cortile se si crederà conveniente.

6. Acque gazose per i musici.

7. Prevenire l'Ispettore di sicurezza mandandogli il programma della festa.

D. Bosco poi in preparazione alla festa di S. Luigi, nel primo fascicolo delle Letture Cattoliche destinato pel mese di giugno, ristampava Le sei domeniche e la novena in onore di S. Luigi Gonzaga; faceva imprimere 500 immagini di questo santo dalla litografia Doyen per distribuirle ai giovanetti. Una poesia in omaggio di S. Luigi, che ancora è conservata negli archivii, fu data alle stampe e così sottoscritta: I figli dell' Oratorio di San Francesco di Sales e per essi il Teol. Giov. Battista Vola, Direttore spirituale della compagnia di S. Luigi ivi eretta.

                Il conte Cays, rieletto Priore di questa Compagnia, provvedeva un drappo rosso con tocca similoro per coprire tutto intorno il cornicione interno della Chiesa.

                In mezzo a queste solennità D. Bosco non cessava di combattere i Protestanti, e in tre fascicoli per giugno e per luglio dava alle stampe il Catechismo intorno alla Chiesa Cattolica ad uso del popolo per Giovanni Perrone della Compagnia di  Gesù. L'autore in questo volumetto, di oltre 200 pagine, dimostra l'origine e la natura della Chiesa Cattolica; le note e le prerogative della vera Chiesa di Gesù C, la sua infallibilità, la santità, la fermezza, l'immutabilità. Parla della sua Costituzione, dell'obbligo di [66] ascoltare il suo magistero, risponde alle obbiezioni dei protestanti contro l'inquisizione, la confessione, la messa, il purgatorio, il culto e l'invocazione dei santi. Finisce coi dimostrare il dovere che hanno i fedeli di amare la, Chiesa Romana,

                D. Bosco interrompeva questi lavori per recarsi a S. Ignazio a confessare, e conducendo con sè il Ch. Michele. Rua, desideroso di fare gli esercizi spirituali; ma li riprendeva appena ritornato in Torino.

                Pel mese di agosto pubblicava in due fascicoli un libretto anonimo, intitolato: Trattenimento intorno al Sacrificio della Santa Messa. Sono dialoghi tra un padre e suo figlio. Si prova l'istituzione divina dei sacrificii antichi e di quello della S. Messa; si confutano le sfrontate menzogne dei Protestanti colle antiche e varie Liturgie di tutte le Chiese cristiane e anche scismatiche, le quali confermano pienamente la credenza Cattolica; si dimostra l'eccellenza della S. Messa e le sue prerogative o proprietà di valore infinito, e il frutto che ne ridonda al Sacerdote e ai fedeli vivi e defunti.

 

 


CAPO VIII. Sussidio del Re a D. Bosco - Il solo Rettore non basta più al governo dell'Ospizio - D. Vittorio Alasonatti primo prefetto ed economo - Virtù esimie di questo sacerdote.

 

                SUL principio del mese di agosto D. Bosco aveva fatto ricorso al Re per avere qualche sussidio, ed ecco la risposta pervenutagli.

 

                Regia Segreteria del Gran Magistero dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

 

Torino, 15 agosto 1854.

 

                Veramente in questo anno di straordinarie miserie, l'Ordine Mauriziano avendo dovuto erogare soccorsi anche straordinari a sollievo di nuove ed insolite calamità, non troverebbesi in grado di sovvenire replicatamente ad un medesimo istituto.

                Tuttavia riflettendo che la carezza dei viveri mentre aumenta sensibilmente la spesa di mantenimento dei giovani abbandonati che Ella va ricoverando, ed accresce anche notevolmente il numero di questi, ho pensato per questa volta potersi derogare alle massime stabilite, e proporre a S. M. la concessione di un nuovo speciale sussidio a pro di cotesta Pia Opera. [68] Essendosi la Maestà del Re degnata assegnarle a questo fine la somma di L. 250, io mi pregio di rendernela avvertita per sua norma, mentre Le confermo gli atti della mia distinta considerazione.

 

Per il primo Segretario di S. M.:

Il Primo Uffiziale

SOMIS DI CHIAVRIE

 

                Ma non solo di danaro aveva D. Bosco grande necessità. Fin dal 1853 era oppresso da gravi cure, e non poteva più da solo rispondere al bisogno morale e materiale della direzione interna della casa, che andava assumendo sempre maggiori proporzioni. Ed il Signore in buon punto gli provvedeva chi sarebbegli poi stato il braccio destro, il forte e intelligente sostegno dell'Opera degli Oratorii. Già D. Bosco aveva posto l'occhio sopra il sacerdote Vittorio Alasonatti di Avigliana, amicissimo di D. Giacomelli, e quindi anche suo. Molte volte e anche nel 1854 si erano trovati ambidue agli esercizii di S. Ignazio e avevano percorsa insieme la strada da Torino a Lanzo. Conosceva a prova quanto D. Alasonatti potesse servire all'importante e difficile assunto che aveva progettato d'imporgli Gli mosse perciò la proposta di venire a dividere le sue fatiche nell'Oratorio Molto lavoro e poco riposo, molte sofferenze e pochi conforti, povertà, abnegazione, sacrifizio, ecco il programma che D. Bosco mise sotto gli occhi a D. Alasonatti nell'invitarlo ad accettare l'ufficio di Prefetto nell'Oratorio Per stipendio null'altro gli promise che il vitto ed il vestito e a nome di Dio una ben ricca corona di gloria in cielo. Era come l'invito che il Salvatore aveva fatto a Pietro e a Giovanni. D. Bosco aveagli scritto poi una lettera; D. Alasonatti la ricevette mentre era nella sua cameretta; la lesse, rivolse gli occhi al cielo, come [69] per interrogare la volontà del Signore, diede uno sguardo al crocifisso, abbassò il capo ed accettò.

                Ma chi era questo degno sacerdote, di cui avrà sempre a gloriarsi e professarsi riconoscente la Congregazione di D. Bosco?

                Nato il 15 novembre 1812 in Avigliana, aveva frequentate le scuole normali del suo paese, che allora comprendevano eziandio la prima ginnasiale, e nel Seminario di Giaveno compieva i corsi di Grammatica, Umanità e Rettorica; in Avigliana vestiva l'abito clericale per mano del Prevosto D. Pautassi; e nel Seminario di Torino studiava la Filosofia e la Teologia. Dovunque, era stato il modello de' suoi compagni in ogni virtù. Studiata la Teologia morale nel Convitto di S. Francesco d'Assisi, veniva ordinato sacerdote nel 1835. Mentre si occupava indefessamente nel sacro ministero nella sua patria, venne per voto di tutto il popolo nominato maestro della scuola elementare. Egli era amantissimo dei fanciulli. Malgrado la nobile gravità de' suoi modi sapeva farsi semplice coi semplici, quasi volesse diventare uno di loro. Lo rendeva ammirabile a tutta la popolazione e a tutto il clero la carità veramente materna con cui guidava alla chiesa la sua classe e la pazienza inalterabile colla quale correggeva le mancanze de' suoi allievi irrequieti. Li ammoniva preventivamente in scuola del contegno divoto e grave che dovevano poi osservare nella casa di Dio. Assisterli nel trasferirsi dalla scuola alla chiesa, far loro prendere l'acqua benedetta ed eseguire con precisione il segno della croce, disporli poscia al posto loro assegnato, procurando coll'assidua vigilanza e coll'esempio che assistessero col dovuto raccoglimento alle sacre funzioni; erano sollecitudini che s'imponeva con un zelo veramente sacerdotale. [70] Oltre alle scuole private gratuite, che faceva a persone adulte e a chi desiderava intraprendere qualche corso speciale, aiutava il parroco nel disimpegno delle cure della parrocchia, spiegava il Vangelo alla domenica, faceva il catechismo, serviva all'altare come un semplice chierico, insegnava il canto fermo, passava le lunghe ore al confessionale, assisteva gl'infermi ed i moribondi. Era il tipo dell'uomo apostolico.

                Quando si ritirava stanco per riposarsi nella sua umile cameretta, recitava ogni giorno il Rosario seguito da lunghe altre orazioni, e il breviario diceva sempre in ginocchio col capo scoperto anche negli ultimi anni del vivere, benchè logoro dalle lunghe e gravi fatiche, da continui mortificazioni e da varii dolorosi incomodi. Mai si rimise da questo rigore di vita, e tanta fortezza d'animo si deve massimamente attribuire alla somma temperanza, sempre da lui osservata nel riposo, nelle ricreazioni e nel cibo. Ogni giorno faceva lunga meditazione, la visita al SS. Sacramento, un rigoroso esame di coscienza; negli ultimi dieci anni leggeva tutte le sere il Proficiscere, applicando a se stesso le preghiere dei moribondi. Quand'ecco mentre il parroco d'Avigliana il Teol. Vignolo, il paese ed il clero facevano maggior assegnamento sopra di lui, D. Bosco lo chiamava a Torino nell'Oratorio, con una frase che più volte gli aveva ripetuta: -Venga ad aiutarmi a dire il breviario!

                Il giorno 14 del mese di agosto 1854, D. Alasonatti, lasciata generosamente l'agiatezza di sua benestante famiglia, rinunziato ad un considerevole stipendio che percepiva come esperto e stimato maestro, messe in non cale le considerazioni più o meno mondane che alcuni conoscenti e persone anche ragguardevoli del clero gli avevano [71] messe dinanzi per distornarlo dal suo divisamento, entrava nell'Oratorio col breviario sotto il braccio e diceva a D. Bosco:

                - Dove devo mettermi a recitare il breviario?

                D. Bosco lo condusse nella stanza, che aveagli destinata in casa Pinardi come ufficio di Prefettura, dicendogli:

                - È  questo il suo posto!

                Da quell'istante D. Alasonatti si mise sotto la totale dipendenza del suo nuovo Superiore, pregandolo a volergli comandare senza riserva in tutto ciò che egli potesse riuscire utile alla casa, e a non risparmiarlo, sempre che lo richiedesse la gloria di Dio. Non ebbe a durar molto a trovarsi aggravato di occupazioni, perchè il programma di D. Bosco non era stato uno sterile complimento. La casa contava allora circa ottanta giovani tra studenti ed artigiani, oltre agli esterni che venivano alle scuole diurne e serali. D. Alasonatti aveva l'incarico dell'amministrazione generale. Questo importante uffizio abbracciava la vigilanza sulla condotta morale dei giovani, la direzione delle scuole, dei laboratorii, l'assistenza in chiesa e nello studio, la sopraintendenza alle funzione sacre, la tenuta dei libri di entrata e di uscita, i registri dell'amministrazione, e una vasta corrispondenza epistolare.

                Egli, primo sempre a porsi a lavoro, era l'ultimo nell'andare a riposo e bene spesso, al mattino si trovava il suo letto ancor fatto dal giorno precedente. Non di rado era così continua l'udienza, che uno scritto incominciato il mattino doveva sospendersi fino alla sera ed anche all'indomani, poichè le persone introdotte nella sua stanza succedendosi a vicenda non gli lasciavano ripigliare la penna. Spesso l'udienza riusciva doppiamente penosa, per [72] la varietà delle cose che doveva trattare, per l'indiscrezione dei concorrenti, per le spiacevoli riprensioni che talvolta doveva infliggere ai colpevoli. All'uno conveniva fare una lunga ammonizione, all'altro bastava volgere uno sguardo un po' espressivo talvolta doveva interrompere un discorso per visitare un dormitorio, troncare la visita al dormitorio per prevenire un disordine nello studio. Spesso si avviava a passare in rassegna i laboratorii, e allora veniva chiamato in tutta fretta in Prefettura per ricevere parenti dei giovani, soddisfare agli uni, appagare gli altri. Tutta l'amministrazione della casa dipendeva dal prefetto; per qualunque grande o piccolo bisogno si faceva capo a lui. Quindi egli doveva contemporaneamente farsi maestro nelle scuole, assistente nella Chiesa, superiore nel laboratorio e talvolta medico ed infermiere nella stessa infermeria.

                D. Alasonatti rispondeva a questa calca d'incombenze con tale imperturbabile costanza d'animo, che mal si saprebbe dire, se fosse maggiore in lui la pazienza nel soffrire o la previdenza nel dirigere gli affari; o la calma nel maturare o la disinvoltura nello spedire le faccende più intricate; o la soddisfazione dei travagli sostenuti o, il desiderio d'averne dei nuovi. Nè tanta fatica era poi sempre da felici successi premiata; talora le ingratitudini erano il compenso del suo instancabile zelo.

                Ei sovvenivasi allora che aveva in Avigliana una famiglia, i genitori che lo avrebbero accolto a braccia aperte, che egli avrebbe potuto godersi in patria le dolcezze di una vita tranquilla e pacifica all'ombra del tetto, paterno. Aggiungevasi l'incurvarsi degli anni, lo spiegarsi degli incomodi fisici, che non resistendo a quell'eccessivo lavoro, cominciavano già a farsi dolorosamente sentire. [73] Ma ben lungi dall'arrestarsi in faccia a simili riflessi, egli ne traeva anzi argomento di rinfrancarsi ancora di più. - Vittorio, ad quid venisti? diceva allora a se stesso. A che sei venuto nell'Oratorio di S. Francesco di Sales? Gesù Cristo non riposò che sulla croce e tu vuoi ripor sarti a mezza via?

                Confortato da questi pensieri egli andava incontro a nuove occasioni di lavoro. Sostituendo D. Bosco, istruiva nel canto gregoriano i giovani, perchè si cantassero i vespri e le messe facendo due cori, e così gli allievi si abilitassero al canto nelle parrocchie. Insegnare le sacre cerimonie, spiegare il nuovo testamento ai chierici, dirigere le funzioni di chiesa, confessare, predicare, fare il catechismo, diventarono per D. Alasonatti un pane quotidiano. Fu visto più volte assestare dei letti che erano male in arnese, spazzare le scale, servire a mensa con una semplicità da disgradarne l'ultimo servo di casa.

                D. Bosco dividendo col prefetto tante e gravi cure voleva alleggerirlo in qualche modo dal faticoso incarico che l'opprimeva; ma egli con costante fermezza sempre vi si oppose. Appena però la Divina Provvidenza, benedicendo al laborioso zelo di entrambi, fece trovare soggetti capaci di sollevare in parte le incombenze del Prefetto, gli pose in aiuto un viceprefetto per la tenuta dei libri, riserbando a D. Alasonatti le cose di maggior rilievo; creò un economo per le spese, un direttore per gli studii e dopo qualche tempo un prefetto per la sagrestia.

                A far conoscere quanto grande fosse lo spirito della, mortificazione in D. Alasonatti, aggiungeremo che egli, quando partì da Avigliana per l'Oratorio, disse a Don Giacomelli: - lo non lascierò D. Bosco e non ritornerò, [74] più a casa, finchè D. Bosco non abbia qualche aiutante. - Giunto nell'Oratorio trovò che ivi di tutto si mancava. II vino, provvisto di quando in quando dalla beneficenza del Municipio e da quella dei negozianti del foro vinario, composto di varie qualità, talora acido, o col sapore di muffa, non si confaceva col suo stomaco, ed egli prese subito la sua risoluzione: - A me basta per vivere pane ed acqua! - Egli era solito bere a casa sua vino generoso, poichè le sue cantine erano ben provviste. Ma non volendo procacciarsi una risposta di rimprovero dai suoi parenti che malvolentieri l'avevano lasciato partire, temendo recar onta a D. Bosco manifestando questa sua necessità, ed eziandio aborrendo dal fare un'eccezione, che avrebbe dato ad altri incentivo di conservar vino nella propria cella, determinò di non* chiederne ai parenti e bere sempre acqua. E così fece fino all'anno della sua morte, se si eccettuano alcuni rari casi nei quali la cortesia costringevalo ad accettare un bicchiere di vino.

                Questa privazione era da lui molto sentita, ma egli sempre sereno, sempre tranquillo non badava a ciò: -Semper in gratiarum actione manere. Iustus meus ex fide vivit, erano i suoi motti abituali.

                Tale fu il primo prefetto ed economo inviato dal Signore ai giovani dell'Ospizio. Il domani del suo arrivo nell'Oratorio, festa di Maria Santissima Assunta in cielo, venne fissato l'orario delle funzioni di chiesa nei giorni festivi e più non si mutò. Verso le 7 e ½

                D. Alasonatti prese a celebrare la santa Messa, ossia quella detta della Comunione, e D. Bosco saliva all'altare alle 10 e in quell'ora finiva di confessare gli esterni; e quindi faceva la predica. Prima di questa seconda Messa continuossi regolarmente [75] il canto o la recita del Mattutino e delle Lodi del piccolo ufficio della Madonna, come tuttora si costuma. Fino al 1858 D. Bosco celebrò la seconda Messa.

                Intanto D. Alasonatti il 15 agosto 1854 dava principio alla sua missione in Valdocco coll'assistere un coleroso, essendo scoppiato micidiale in Torino il morbo asiatico.

 

 


CAPO IX. Il coléra asiatico predetto - Sua comparsa in Torino - Il Municipio ricorre alla proiezione di Maria SS. Consolatrice - Mortalità nella regione Valdocco - Precauzioni nell'Oratorio - D. Bosco offre la sua vita per gli alunni - Discorso memorando - Virtuosa condotta degli alunni - D. Bosco incomincia ad assistere i colerosi - Figli degni del padre - Opportuni ammaestramenti - I giovani infermieri - Soccorsi agli ammalati e generosità di Mamma Margherita - Il Governo fa sgombrare varii conventi e monasteri.

 

                Don Bosco, asseriva D. Rua, nel mese di maggio annunziava ai giovani che il coléra sarebbe pervenuto a Torino facendovi strage aveva detto in pari tempo: - Ma voi state tranquilli: se farete quanto vi dico sarete tutti salvi da quel flagello.

                - E che cosa c'è da fare? - chiesero i giovani ad una voce.

                - Prima di tutto vivere in grazia di Dio; portare al collo una medaglia di Maria SS. che io benedirò, distribuendone [77] a ciascuno la sua; recitare ogni giorno un Pater, Ave, Gloria coll'Oremus di S. Luigi, aggiungendo la giaculatoria: Ab omni malo libera nos, Domine.

                Infatti il coléra uscito dalle Indie, ove regna continuo, dopo aver percorso varie contrade d'Europa, penetrava in Italia, e in Liguria e in Piemonte. Nel mese di luglio esso invadeva la città di Genova, dove nello spazio di due mesi toglieva la vita a circa tre mila persone.

                All'annunzio dei primi casi il 25 luglio il Ministero con un dispaccio dava norme di precauzione al Vicario Generale di Torino, perchè il Clero venisse in aiuto alle autorità civili, nell'esecuzione degli ordini emanati. I parroci obbedirono, il Clero si disse pronto, e i Religiosi di San Camillo, i Cappuccini, i Domenicani, gli Oblati di Maria si offersero per l'assistenza dei colerosi.

                Terribili erano i sintomi e gli effetti dell'asiatico morbo, sicchè incuteva spavento ai più coraggiosi. Era generalmente preceduto da intestini disturbi; ma ad un tratto manifestavasi, nell'assalito, vomito e diarrea incessante. Opprimevalo un senso di grave peso allo stomaco; granchii e contrazioni orribili lo straziavano in tutte le estremità delle membra. Gli occhi facevansi incavati e circondati da un cerchio di color di piombo, languenti e senza vivacità; il naso affilato, il viso scarno e talmente alterato, da non potersi più riconoscere l'individuo. La lingua diventava bianca e fredda, la voce fioca e il parlare appena intelligibile. Il corpo tutto assumeva un color lividastro, e nei casi più gravi diveniva persin ceruleo e freddo poco meno che un cadavere. Alcuni colti dal malore stramazzavano a terra, come colpiti da apoplessia fulminante; altri non sopravvivevano che poche ore,; pochi passavano le ventiquattro. Nei primi giorni dell'infestazione, [78] quanti erano i colpiti, altrettanti erano i morti. Appresso in media sopra cento assaliti ne soccombevano sessanta; quindi è che, tolta la peste, niuna malattia, sino allora conosciuta, presentava una mortalità così spaventosa; anzi, se la peste uccideva un maggior numero di attaccati, ciò non faceva per altro in così breve spazio di tempo come il coléra. Di qui ognuno può argomentare la paura che tutti invadeva.

                Fomentava questa paura il sapere che niun rimedio erasi trovato efficace contro il morbo esiziale, e la persuasione che esso fosse non solo epidemico, ma contagioso. Si aggiungeva il pregiudizio del basso popolo, il quale s'incaponiva nella idea, che i medici somministrassero agli ammalati una bibita avvelenata, cui in Torino davasi il nome di acquetta, e ciò allo scopo di farli più presto morire, e per tal modo distornare più facilmente il pericolo per sè e per gli altri.

                Prova poi della costernazione, che spargeva negli animi la comparsa del morbo distruggitore, era il cessare del commercio, il chiudersi delle botteghe, il fuggire che tosto moltissimi facevano dal borgo invaso. Che più? In certi luoghi, appena uno era assalito, i vicini e talora gli stessi parenti impaurivano siffattamente, che lo abbandonavano senza aiuto e senza assistenza, da rendere necessario che si portasse presso di lui una qualche persona caritatevole e coraggiosa, la quale pur troppo non sempre si poteva trovare. Fu talora persino mestieri che i becchini passassero per le finestre o rompessero le porte, per entrare nelle case ed estrarne i cadaveri, che già mandavano all'intorno orribile puzza. Insomma in alcuni paesi si sono visti ripetuti in quei giorni gli stessi fatti di terrore, che narransi avvenuti nello infierire delle passate [79] pestilenze, delle cui descrizioni abbondano i libri degli scrittori antichi e moderni  Ma il coléra non dava retta alla comune paura; che anzi, come nemico imbaldanzito dallo sbigottimento dei suoi avversarii, procedeva di paese in paese, di città in città, mietendo nel suo passaggio innumerevoli vittime. I luoghi più salubri, come le colline e le montagne, non erano da lui risparmiati. Il 30 luglio, superati gli Appennini, esso già si trovava sul territorio di Torino, e nei primi giorni di agosto cominciava a fare qualche vittima ne' suoi sobborghi. Tutta la casa reale, invitata dal Conte Cays, andava ad abitare nel suo Castello, di Caselette, situato su di un fresco poggio a piè delle Alpi, e colà rimaneva sicura per ben tre mesi.

                Appena comparso il pericolo di tanto flagello, il Municipio diede un bellissimo esempio di pietà a tutto il popolo. Il Sindaco Notta, dopo di avere adottate le richieste misure sanitarie per la cura ed assistenza degli ammalati ed emanati opportuni provvedimenti, volle altresì che si facesse ricorso alla Regina del Cielo, della quale in altre consimili strettezze erasi provato il valido patrocinio. Ordinò pertanto una funzione religiosa nel Santuario di Maria Consolatrice, a cui nel mattino del 3 agosto, insieme con una immensa folla di fedeli, prese parte una apposita rappresentanza del Consiglio municipale. Il Sindaco ne dava egli stesso comunicazione all'Autorità ecclesiastica con una lettera, nella quale tra le altre leggevansi queste parole:

                “Il Consiglio delegato, interprete del voto della popolazione di questa capitale, nella circostanza della temuta invasione del coléra asiatco, ha assistito stamane ad una, Messa, susseguita da Benedizione, nella chiesa della Beata Vergine della Consolata, onde impetrarne il patrocinio”. [80] E Maria Consolatrice non ispregiò queste preghiere, poichè la terribile malattia, contro ogni aspettazione, infierì assai meno in Torino, che in tante altre città e paesi d'Europa, d'Italia e pur del Piemonte.

                Ciò non ostante, i casi da uno salirono a 10, a 20 a 30 e poi sino a So e 60 al giorno. Dal I di agosto al 21 di novembre la città coi sobborghi e territorio ebbe circa 2500 casi, 1400 dei quali seguiti da morte. La regione più afflitta fu quella di Valdocco, dove nella sola parrocchia di Borgo Dora furono in un mese 800 i colpiti e 500 i morti. Vicino al nostro Ospizio vi ebbero delle famiglie non solamente decimate, ma affatto distrutte. In casa Bellezza, in casa dell'Osteria del Cuor doro'  in casa Filippi e in casa Moretta a pochi metri dall'Oratorio, ci narrava l'assiduo infermiere Tomatis, morirono in brevissimo tempo più di quaranta. In altri siti del Regio Parco e di Bertóla accadde il medesimo.

                Or bene, nella invasione e nello imperversare del fatal morbo così da vicino, e nello sbigottimento degli uomini più animosi, qual fu la sorte, quale fu l'opera dell'Oratorio di S. Francesco di Sales? Lo diremo brevemente.

                Quando si sparse la notizia che il malore cominciava a serpeggiare in città, D. Bosco mostrossi pei figli suoi quale amoroso padre, quale buon pastore. Egli, per non tentare il Signore, usò tutti i mezzi di precauzione possibili, suggeriti dalla prudenza e dall'arte. Fece quindi ripulire il locale, aggiustare altre camere, diminuire il numero dei letti nei dormitorii, migliorare il vitto, sobbarcandosi perciò a gravissime spese.

                Perciò in quei giorni la cattolica e benemerita Armonia avendo saputo la strettezza, in cui si trovava D. Bosco, [81] faceva per lui e pei suoi giovanetti un caldo appello alla carità dei fedeli, con questo breve ma sugoso articolo:

 

Soccorso all'Oratorio di S. Francesco di Sales.

 

                “A tutti è noto con quanto zelo e con quanta carità il Sacerdote Don Giovanni Bosco si sacrifichi per l'istruzione e per l'educazione dei giovani dell'infima classe del popolo, i quali in generale sono abbandonati a loro stessi in fatto di educazione. E quale sia il risultato di quest'abbandono, niuno meglio potrebbe dircelo, che i magistrati incaricati a punire i delinquenti, i quali sono per la maggior parte spettanti a questa classe. Quanti delitti non previene la carità del pio Sacerdote! A tutti è noto parimenti che quest'Opera, sotto il patrocinio di S. Francesco di Sales, non ha altro modo di sostentamento da quello in fuori, che le, viene dalla carità delle persone dabbene, non ricevendo la medesima alcun sussidio di pubblica beneficenza. Ognuno potrà di leggieri immaginarsi quali spese occorrano per mantenere ed alloggiare un centinaio di giovani, massime in quest'anno, in cui la carezza dei viveri si fa sentire sopra tutte le borse. All'approssimarsi del colèra, nuove ed urgenti spese furono necessarie per ripulire il locale, per diminuire nel medesimo sito il numero dei letti, e quindi riattare altre camere a quest'uso destinate, provvedere biancheria ecc. Sappiamo di buon luogo che il bravo Sacerdote, benchè sempre eguale a sè medesimo e riposantesi tranquillamente in quella Provvidenza che non viene meno agli augelli dell'aria ed alle fiere del bosco, tuttavia si trova in gravi strettezze, ed è disposto a qualunque sacrificio, piuttostochè abbandonare i suoi cari giovani, ora che più che mai abbisognano di soccorso. Non dubitiamo che le anime generose verranno in aiuto dell'ottimo e caritatevole Sacerdote, alle quali il medesimo si dichiara debitore di tutto ciò che ha finora adoperato a vantaggio della gioventù”.

 

                Così il cattolico giornale nel suo n. 95 dell'anno 1854, 10 agosto. [82]  Ma D. Bosco non pago dei provvedimenti terreni, si appigliò di gran cuore a provvedimenti di gran lunga più efficaci, ai provvedimenti celesti. Da persona degna di fede abbiamo saputo che; fin dai primi giorni del pericolo, Don Bosco prostrato dinanzi all'altare fece questa preghiera al Signore: - “Mio Dio, percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge”. Poscia rivolgendosi alla Beatissima Vergine disse: “Maria, voi siete Madre amorosa e potente; deh! preservatemi questi amati figli; e qualora il Signore volesse una vittima tra noi, eccomi pronto a morire quando e come a Lui piace”.

                Era il buon Pastore, che offriva la vita pe' suoi agnelletti.

                Il 5 agosto, festa della Beata Vergine della Neve, che in quell'anno cadeva in sabato, egli ad una cert'ora della sera raccolse tutti i ricoverati intorno a sa, e tenne loro un discorsetto, che coll'aiuto dell'uno e dell'altro si potè ricomporre nella sua sostanza.

                “Come avrete già udito, egli disse, il colèra è comparso in Torino, e vi furono già alcuni casi di morte. Molti in città ne sono costernati, e so che non pochi di voi ne vivono in pena. Voglio pertanto suggerirvi alcune cose in proposito, le quali se voi metterete in pratica, io spero che andrete tutti esenti dal terribile morbo.

                Primieramente dovete sapere che questo malore non è nuovo nel mondo. Di esso già si fa parola nei Libri Santi, nei quali Iddio ci avverte delle cause primarie che lo producono. - Il molto mangiare, dice l'Ecclesiastico, cagiona malattia, e la golosità conduce sino al coléra.- In multis escis erit infirmitas, et aviditas appropinquabit usque ad CHOLERAM[2]. - Ma Iddio, che ci fa indicare i germi [83] fatali di questo morbo, ci suggerisce anche i preservativi per evitarlo. - Sii frugale, Egli ci dice, delle vivande, che ti sono messe davanti. -Poco vino è sufficiente ad un uomo bene educato. - Altrove il Signore dà il rimedio, che vale più di ogni altro, e dice: - Allontanati dal peccato, raddrizza le tue azioni e monda il cuor tuo da ogni colpa.

                Ecco adunque, miei cari figli, i rimedii che vi suggerisco per andare esenti dal colèra. Essi sono pressochè i medesimi, prescritti dai medici: Sobrietà, temperanza tranquillità di spirito e coraggio. Ma come potrà avere tranquillità di spirito e coraggio chi è in peccato mortale, chi vive in disgrazia di Dio, chi pensa che morendo cade nell'inferno?

                Io voglio poi anche che ci mettiamo anima e corpo nelle mani di Maria. Il coléra sarà egli prodotto da cause naturali, come dall'infezione dell'aria, dal contatto e simili? In questo caso noi abbiamo bisogno di una buona medicina, che ce ne preservi. Or qual medicina migliore e più efficace, che la Regina del Cielo, chiamata dalla Santa Chiesa Salute degli infermi, Salus infirmorum? Oppure il morbo micidiale sarà piuttosto un flagello nelle mani di Dio, sdegnato pei peccati del mondo? E allora noi abbiamo bisogno di un'avvocata eloquente, di una madre pietosa, la quale colla sua valida preghiera, colla soavità, del suo amore ne plachi lo sdegno, ne disarmi la mano, e ci ottenga misericordia e perdono. E Maria è appunto questa avvocata, è appunto questa madre: Advocata nostra; Mater misericordiae; vita, dulcedo et spes nostra.

                Nell'anno 1835 questa istessa malattia fece pure la sua visita a Torino, ma la Vergine Santissima ne la cacciò ben tosto. In memoria di questa grazia, la città di Torino [84] innalzò la bella colonna di granito, colla statua di marmo bianco della Beata Vergine in cima, che noi vediamo tuttora sulla piazzetta del Santuario della Consolata. Chi sa che Maria non sia per difenderci nuovamente in quest'anno, allontanando questo rio malore, o almeno non lasciandolo infierire con tanta forza tra noi?

                Oggi è festa della Madonna della Neve, e domani comincia la novena della più bella Solennità che la Chiesa celebri in onore di Maria Santissima; solennità che ci ricorda la sua placidissima e santa morte; solennità che ci rammenta il suo trionfo, la sua gloria, la sua potenza in Cielo. Io raccomando che domani ognuno di voi faccia una buona Confessione ed una santa Comunione, affinchè io possa offrirvi tutti insieme a Maria e pregarla a riguardarvi e proteggervi come suoi figli dilettissimi. Lo farete voi?” - Sì, sì, fu risposto da tutti ad una voce.

                Qui D. Bosco si fermò un istante, e poi, ripresa la parola, proseguì con tono singolare, che non saprebbesi ripetere. Disse adunque e conchiuse:

                “Causa della morte è senza dubbio il peccato. Se voi vi metterete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che niuno di voi sarà tocco dal coléra; ma se mai qualcuno rimanesse ostinato nemico di Dio, e, quel che è peggio, osasse offenderlo gravemente, da quel momento io non potrei più essere garante nè di lui, nè per qualunque altro della Casa”.

                Così D. Bosco la sera del 5 agosto 1854.

                La penna è inetta ad esprimere l'effetto prodotto nei giovani da queste parole memorande. Parte in quella sera istessa, parte al domattina, tutti i giovani dell'Ospizio, con parecchi altri dell'Oratorio festivo, andarono a confessarsi e a fare la Santa Comunione. [85] Da quel giorno in poi la condotta religiosa e morale dei giovani dell'Ospizio fu di una tale edificazione ed esemplarità, che non si sarebbe potuto aspettare di più. Preghiera, frequenza ai Sacramenti, lavoro, obbedienza, carità, timor di Dio erano portati al più alto grado di perfezione. Soprattutto si aveva tanto timore di commettere peccati, che appena uno avesse detta una parola o fatta un'azione, la quale gli paresse offesa di Dio ancorchè leggiera, correva tosto a confidarla a Don Bosco e a domandargli opportuno consiglio e conveniente penitenza. Specialmente alla sera dopo le orazioni tutti lo circondavano, per esporgli i proprii dubbii, o manifestargli le piccole mancanze della giornata; e talvolta il paziente Sacerdote stava in piedi un'ora ed anche più, per udire e l'uno e l'altro, assicurando, confortando, consolando e mandandoli a dormire tutti contenti e tranquilli. Era quello uno spettacolo che muoveva alle lagrime e dava il più chiaro indizio della nettezza del cuore, che ciascun giovane voleva conservare per Dio.

                Anche i giovani, che frequentavano solamente l'Oratorio festivo, presero a condurre una vita molto virtuosa. Nei giorni del Signore si portavano puntualmete alle sacre funzioni, e si accostavano numerosi ai  Santi Sacramenti; lungo la settimana poi erano di esempio a quanti li vedevano e praticavano.

                Intanto i casi di coléra in Torino e nei sobborghi facevansi ogni dì più frequenti, e D. Bosco appena ebbe notizia che l'epidemia era scoppiata nei dintorni dell'Oratorio, senz'altro accorse ad assistere gli appestati. Mamma Margherita, che in varie circostanze aveva dimostrata tanta trepidazione per la vita del figlio, dichiarò essere doveroso per lui l'affrontare il contagio. [86]

                Nello stesso tempo il Municipio torinese creava in fretta dei lazzaretti, per raccogliere i colerosi che non avessero mezzi di assistenza e di cura nella propria casa. Due di questi ospedali improvvisati vennero stabiliti nel Borgo S. Donato, che allora faceva ancor parte della parrocchia di Borgo Dora. Ma se al Municipio torinese riusciva facile fondare qua e colà lazzaretti, tornava poi difficilissimo il trovare persone, le quali ancorchè per paga volessero prestarsi a servire gli ammalati nei medesimi e nelle case private. Anche i più coraggiosi temevano di contrarre il malore, e rifiutavano di esporre a cimento la propria vita. Allora fu che alla mente di D. Bosco balenò un gran pensiero: pensiero, che gli suggerì una generosa e nobile determinazione. Dopo essersi per parecchi giorni e parecchie notti prestato qua e colà all'assistenza dei colerosi, insieme con D. Alasonatti e con alcuni Sacerdoti di Torino addetti all'Oratorio festivo; dopo di aver veduto coi proprii occhi il bisogno in cui molti malati versavano, D. Bosco un giorno radunò i suoi giovani e fece loro una tenera parlata. Egli descrisse loro lo stato miserando, in cui tribolavano tanti poveri colerosi, alcuni dei quali soccombevano per mancanza del pronto e necessario soccorso. Disse il bell'atto di carità, che si era il consacrarsi in loro sollievo; che il divin Salvatore aveva assicurato nel santo Vangelo di riguardare come fatto a se stesso il servizio prestato agli infermi; che in tutte le epidemie, e nelle stesse pestilenze vi erano sempre stati Cristiani generosi, i quali avevano sfidata la morte allato degli appestati, per servirli ed aiutarli nel corpo e nell'anima. Loro notificava come il Sindaco stesso erasi raccomandato, per avere degli infermieri ed assistenti; che D. Bosco con [87] varii altri già si erano esibiti; e conchiudeva esprimendo il desiderio che alcuni de' suoi giovani si facessero suoi compagni in quell'opera di misericordia. - Queste parole di D. Bosco non caddero invano. I giovani dell'Oratorio le raccolsero religiosamente e si mostrarono degni figli di un tal padre. Quattordici di essi gli si presentarono bentosto, pronti a compiere i suoi desiderii, e gli diedero il proprio nome, per essere consegnato in nota alla Commissione sanitaria; e pochi giorni dopo altri trenta ne seguirono l'esempio.

                Chi considera per una parte il terrore, che in quei giorni padroneggiava gli animi a segno, che molti, non esclusi i medici stessi, fuggivano dalla città, e che molti infermi venivano abbandonati dagli stessi parenti; e per altra parte rifletta alla età e naturale timidezza della gioventù in simili casi, non può non ammirare questo nobile slancio dei figli di D. Bosco, il quale ne andò sì lieto, che ne pianse di consolazione.

                Prima per altro di metterli in campo di battaglia, il buon padre loro prescrisse varie norme da seguire, affinchè l'opera loro tornasse ai colerosi vantaggiosa tanto pel corpo quanto per l'anima. La terribile malattia aveva generalmente due stadii o periodi; l'assalto cioè, il quale senza un pronto soccorso per lo più era mortale; e la reazione, per cui, ridestandosi nel corpo la circolazione del sangue, molti scampavano alla morte. Per la qual cosa chi prestava il suo servizio ad un coleroso doveva avere di mira il vincere la violenza dell'assalto, col produrgli addosso la reazione, la quale si procurava sopratutto per mezzo di moderate fregagioni e di caldi fomenti, con pannilani alle estremità del corpo, colte dal granchio e dal freddo. Su questo punto D. Bosco diede ai giovani [88] infermieri ammaestramenti opportuni ed assai utili cognizioni, da renderli come altrettanti medici improvvisati. Egli aggiunse poi alcuni suggerimenti spettanti le partite dell'anima, affinchè per quanto dipendeva da loro niuno degli ammalati avesse a morire senza i conforti della Religione.

                Istruitili adeguatamente, venne stabilito un orario, e furono dispersi quali in uno e quali in un altro luogo. Gli uni dovevano porgere il loro aiuto nei lazzaretti, gli altri nelle case particolari, questi in una e quegli in un'altra famiglia. Alcuni poi giravano all'intorno per esplorare, se vi fossero malati non ancora conosciuti; altri rimanevano a casa, per essere ognora pronti alla prima chiamata.

                Appena si seppe che i giovani dell'Oratorio eransi consacrati alla cura ed assistenza dei colerosi, e che riuscivano eccellenti infermieri, le domande per averli si moltiplicarono talmente, che dopo una settimana si dovette rinunziare allo stabilito orario. Parenti, vicini, conoscenti, Municipio, tutti facevano capo a D. Bosco, così che si può dire che i giovani erano sempre in moto. Alcuni giorni avevano appena tempo a prendere un boccone di pane, e talvolta in fretta nella casa stessa del coleroso. Di notte poi era un continuo andirivieni, e chi si levava e chi si coricava, e parecchie furono le notti che passarono insonni o presso gli infermi, o vegliando senza un bricciolo di riposo, ma sempre lieti e contenti.

                Da principio, prima di recarsi al caritatevole uffizio, ciascuno si muniva di una boccetta di aceto, o di una dose di canfora e simili; ritornato poscia a casa si lavava e profumava, per disinfettarsi; ma in appresso questa operazione si sarebbe dovuta fare così di sovente, che fu d'uopo darle il bando, per non perdere tempo. Allora ad [89] altro più non pensarono che ai loro poveri infermi, lasciando la cura di se stessi alla divina Provvidenza.

                Nè in quei dolorosi frangenti l'opera dell'Oratorio fu solamente personale; poichè, quantunque poveri, poterono nondimeno provvedere anche materialmente a molti malati. Avveniva sovente di trovarsi presso ad un infermo, che mancava di lenzuola, di coperte, di camicie e di questo e di quello. Vedendo tanta penuria delle cose più necessarie, si veniva a casa, si esponeva il fatto alla buona mamma Margherita; ed essa ai loro racconti presa da tenera compassione andava alla guardaroba, n'estraeva e somministrava gli oggetti, secondo il bisogno. All'uno dava una camicia, all'altro una coperta, a questo un lenzuolo, a quello un asciugamano, e così via via. In capo a pochi giorni non si possedeva più nulla fuori di ciò che si portava indosso, o serviva a ravvolgersi in letto.

                Un giovane infermiere le venne un giorno a raccontare come un suo malato, colto allora allora dal terribile morbo, si dimenava in un misero giaciglio senza lenzuola, e le domandava un qualche lembo per coprirlo. La caritatevole donna andò tosto in cerca, se mai le venisse tra mano qualche oggetto di biancheria; ma non trovò più altro che una tovaglia da tavola. - Prendi, disse la pietosa madre; ecco l'unico oggetto di biancheria che ancor mi rimanga: va e ingegnati alla meglio col tuo povero malato. - E quel giovanetto correre dal suo infermo tutto contento di poterlo avvolgere in un qualche cosa di pulito.

                Ma le domande di soccorsi continuavano: erano povere madri di famiglia che venivano a raccomandarsi per le loro figlie, o ragazze per le loro madri, o altre donne che si prestavano per l'ufficio di infermiere; e Margherita, [90] donate le sue cuffie, il suo scialle, terminava con dar loro le sue vesti e le mezze sottane, in modo da non avere più altri panni fuori di quelli che indossava.

                Un giorno le si presenta una persona  chiedendo ancora qualche oggetto per coprire i sofferenti. Margherita è presa da vivo dolore per non aver più niente da donare. Poi, colpita da una subitanea idea, prende una tovaglia della mensa dell'altare, un amitto, un camice e va a chiedere licenza a D. Bosco di poter dare in elemosina quegli oggetti di chiesa. D. Bosco concede e Margherita porge tutto alla richiedente. Così i sacri lini rivestivano le membra di Gesù Cristo, chè tali sono i poverelli. D. Bosco aveva scritto di sua mano sovra un foglio: Si può egli fare cosa più degna dei vasi destinati a contenere il sangue del Redentore che col ricomprare per la seconda volta coloro che sono già stati comprati col prezzo di questo sangue medesimo Così S. Ambrogio, costretto dalla necessità a vendere i vasi sacri in riscatto degli schiavi. Il suo caso equivaleva a quello del santo Vescovo di Milano.

                Il Governo intanto aveva designato di sbarazzarsi degli ordini monastici; e Urbano Rattazzi, col pretesto del coléra, il 9 agosto avvertì la Curia che, non bastando i Lazzaretti municipali, intendeva occupare i conventi di S. Domenico e della Consolata, e i monasteri delle Lateranensi e delle Cappuccine. Il Provicario Fissore fece le necessarie rimostranze, poichè trattavasi di violare la clausura, senza la Superiore autorizzazione Ecclesiastica; e protestò di non poter acconsentire a tale usurpazione. Rattazzi gli rispose acerbamente che gli ordini dati non potevano essere discussi, e il solo Governo essere giudice competente dei bisogni della società civile. E il 18 agosto [91] le guardie alle 3 del mattino davano la scalata al monastero delle Canonichesse Lateranensi e conducevano le suore ad una villa della Marchesa di Barolo presso la città; e la notte del 22, quaranta tra carabinieri e guardie, rotta la ruota, invadevano il monastero delle Cappuccine, e trovate le monache che pregavano in coro, le costringevano ad uscire, e in carrozze trasportatele a Carignano le chiudevano nel monastero di S. Chiara.

                I Religiosi dovettero pur sgombrare da S. Domenico e dalla Consolata, rimanendovi i soli necessarii per il servizio delle Chiese. Collo stesso pretesto furono usurpati qua e là varii altri conventi in Piemonte; e i Certosini vennero espulsi colla forza dalla magnifica Certosa di Collegno per mutarla poi in Ospedale de' pazzi. Tutto ciò si faceva a dispetto dei diritti riconosciuti dallo Statuto, mentre quelle case religiose non servirono menomamente allo scopo pel quale il Ministro ne aveva preso possesso.

 

 


CAPO X. Calma di D. Bosco e intrepidezza dei giovani nell'assistere i colerosi - I lazzaretti e le sassate - Varii aneddoti nelle case degli infermi - Un coleroso da D, Bosco trasportato all'infermeria - Suo nuovo appello e nuovi infermieri - La Madonna risana la madre del chierico Francesia.

 

                D. Bosco era stato dato l'incarico di Direttore spirituale di un lazzaretto della parrocchia di Borgo Dora, stabilito ove ora è il ritiro di san Pietro ed in una casa attigua. Egli e D. Alasonatti erano sempre pronti a correre ove fossero chiamati. Si davano lo scambio perchè uno di essi rimanesse in casa, ma talora dovevano andare tutti e due. Non badavano nè a cibo, nè a sonno, nè a riposo. D. Bosco gettavasi allo sbaraglio, non curandosi di veruna precauzione per non attaccarsi il morbo. La prima volta che andò al lazzaretto si lavò con acqua di cloruro, come usavano gli altri ogni qualvolta entravano in quel luogo; ma poi non volle più assoggettarsi a simile precauzione per non perdere tempo. Vegliava di giorno e di notte. Per [93] lungo tempo non prese altro riposo che gettandosi per un'ora o due su qualche sofà o seggiolone. Di dormire in letto non se ne parlava.

                Coi giovani più grandicelli egli andava continuamente qua e là dove sapeva esservi colerosi, portando medicine, limosine e robe. Entrava in tutte le case ove erano infermi, ma non poteva fermarsi molto tempo essendo troppi coloro che avevano bisogno del suo ministero sacerdotale. Quando vedeva che in quelle case vi era nessuno per l'assistenza corporale, lasciava o mandava poscia uno dei suoi giovani, i quali passavano molte notti al letto degli ammalati. Colla sua calma amorevole egli sapeva incoraggiarli, lodandone la buona volontà, e non ebbe mai Parole che accennassero alla minima impazienza. Il ch. Francesia, essendo già passata la mezzanotte, assisteva un infermo in una casetta, posta ove ora è la nostra tipografia. Vedendolo venir meno corse fuori, saltò il muretto di cinta del cortile e chiamò D. Bosco, rincasato da poco tempo. Egli andò subito, ma l'infelice era già morto. Tuttavia non si lamentò d'essere stato costretto ad alzarsi inutilmente a quell'ora; nè redarguì il giovane che avesse così tardato a chiamarlo; e tutto tranquillo ritornò in camera.

                Anche la carità dei giovani infermieri si mostrò eguale a quella di D. Bosco. Ma non si ha a credere che loro non toccasse di fare da principio un supremo sforzo, per superare la paura e vincere se stessi. Tra gli altri uno di quei 14, che pei primi diedero il proprio nome, e si accostarono coraggiosamente al letto dei colerosi, basterebbe da solo a farci comprendere la violenza che fu loro necessaria, per applicarsi a quell'opera, e durarla sino alla fine. Imperocchè la prima volta che egli pose piede nel lazzaretto, al vedere gli atti che facevano i colpiti dal [94] terribile morbo, al mirarne le facce livide e incadaverite, gli occhi incavati e semispenti, al vederli sopratutto a spirare in orribil modo, fu preso da tanto spavento, che divenne pallido al pari di loro, gli si oscurò la vista, gli mancarono le forze e svenne. Fortunatamente si trovava con lui D. Bosco, il quale, accortosi del caso, lo trattenne dal cadere a terra, lo trasportò all'aria libera, e lo fece tosto confortare con apposita bibita; chè altrimenti il poverino sarebbe forse stato giudicato per assalito dal coléra, e messo cogli altri infermi.

                Veramente non di poco coraggio era d'uopo esser fornito, per raggirarsi intrepido tra quei luoghi del dolore e della morte. Imperocchè oltre gli strazianti patimenti, a cui erano in preda tanti poveri malati, restringeva il cuore per alta compassione, il vederli, non appena spirati, trasportare nel vicino deposito, e quasi subito trasferire al cimitero e sotterrare. Talvolta parevano ancor vivi, e già venivano collocati tra i morti. Nel lazzaretto ove servivano i giovani dell'Oratorio, avvenne tra gli altri questo episodio. Si era da poco trasferito nella vicina camera mortuaria un cadavere, mentre D. Bosco s'intratteneva col dottore; quando il custode viene nella infermeria e dice al medico: - Signor dottore, quel tale si muove ancora; dovremo forse riportarlo qui? -Lascialo pur là, rispose burlescamente il medico; bada solo che non ti scappi. - E poi rivoltosi a D. Bosco, riprese: - Bisogna essere crudeli a parole, per non essere crudeli nei fatti. Guai se lo scoraggiamento invadesse i nostri inservienti! Che ne sarebbe degli infermi? - Gli inservienti infatti avevano tanta paura, che bisognava quasi ubbriacarli quando vi erano morti o malati da trasportare. Quindi ognuno può immaginarsi quale sangue freddo, o, per meglio dire, [95] quale fortezza d'animo fosse necessaria possedere, per assistere impavidamente a siffatte scene.

                Nei primi giorni poi, non solo era mestieri rendersi superiore alla paura del morbo e della morte, ma delle minacce altresì di certa gente. Qui giova sapere che i lazzaretti, quantunque venissero impiantati nei sobborghi e fossero una saggia provvidenza, tuttavia erano mal visti, anzi aborriti e dai malati e da coloro che ne avevano le abitazioni vicine. I primi erano dominati dal pregiudizio, che in quei luoghi si morisse più presto e si facesse anche morire, mediante l'acquetta; i secondi temevano non senza ragione che il lazzaretto corrompesse più facilmente l'aria all'intorno, e mettesse a repentaglio la loro vita. Perciò, non avendo potuto impedire che si fossero là aperti, taluni si argomentarono di farli chiudere o renderli inservibili, per vie altrettanto vili, quanto illegittime. In Borgo S. Donato, come pure altrove, una turba di monellacci del vicinato prese il partito di atterrire quanti si presentavano a servizio degli infermi colà ricoverati, immaginandosi che non se ne sarebbero portati altri, qualora niuno si ardisse di recarsi a curarli ed assisterli. A questo intento quei, malevoli cominciarono colle minacce, indi scesero persino alle busse ed alle sassate, sicchè per portarsi al lazzaretto o partirne, specialmente di notte, convenne per alcun tempo farsi scortare dalla pubblica forza. Era appunto una delle prime sere, quando due dei nostri, tra cui il chierico Michele Rua, se la videro assai brutta; poichè usciti dal lazzaretto, allorchè furono in una oscura discesa diretti verso l'Oratorio, odono un incomposto frastuono di urli e di fischi, misti alle grida di dagli, dagli. Nè bastò; perocchè quei dissennati, dato di piglio a ciottoli, di cui abbondava il sito, ne diressero [96] alla loro volta tale una tempesta, che i due giovani infermieri dovettero alla prestezza delle loro gambe e al fortunato incontro di due guardie daziarie, se non ne furono raggiunti e malconci. Anche D. Bosco più volte fu preso a sassate.

                Non ostante questa disumana accoglienza, si continuò a recarsi al lazzaretto, finchè ne fu bisogno. In appresso si raffreddò l'ira dei vicini, rimanendo solo l'ammirazione di tutta la città.

                Agli infermi però era cosa ben difficile toglier loro dal capo l'ubbìa del veleno. Fra i molti fatti non ne passeremo sotto silenzio alcuni per essere abbastanza interessanti e graziosi.

                In casa Moretta eravi un uomo colpito dal male. Il meschino, persuaso che questo malore fosse opera di gente malvagia che lo spargesse recando seco l'acquetta, aveva messo un'arma da fuoco carica presso il letto, proibendo a chiunque non fosse della famiglia di entrare in camera. Minacciava risolutamente di sparare sovra qualunque estraneo. Infatti, essendosi presentato un prete per confortarlo, costui aveva dovuto indietreggiare ed allontanarsi, avendo l'infermo abbrancata la sua arma.

                Il male cresceva rapidamente, i suoi parenti non sapevano a qual partito appigliarsi e finalmente andarono a chiamare D. Bosco che lo conosceva, e che era da lui molto stimato.

                D. Bosco accettò subito quell'invito ed andò, e quando fu su la loggia lo chiamò per nome.

                - Oh D. Bosco! rispose l'ammalato.

                - Posso venire?

                - Venga, venga, D. Bosco. Lei, son certo, non mi porterà l'acquetta! [97] D. Bosco entrò, ma appena ebbe passata la soglia, colui lo fermò con voce imperiosa e gli intimò - Apra le mani.

                D. Bosco gli mostrò la palma della mano destra.

                - Mostri anche la sinistra! continuò con impazienza l'infermo.

                D. Bosco aperse la sinistra.

                - Scuota le maniche colle braccia in giù!

                D. Bosco eseguì.

                - Ha nulla in saccoccia?

                D. Bosco scosse e rovesciò le saccocce.

                - Adesso venga pure vicino al letto, son sicuro!

                D. Bosco lo confessò! Dopo qualche istante, avendo quell'infelice perduta la conoscenza, Tomatis, entrato con un altro compagno, lo involse in una coperta, e, stesolo sopra una barella, lo portò al lazzaretto, ove morì.

                Si era sparsa eziandio nel popoletto un'altra voce: che cioè il coléra fosse cagionato specialmente da una certa acqua biancastra per causa di certe polveri mortifere, che si diceva trovarsi nei pozzi: quindi molti non volevano più bere.

                Ora D. Bosco, essendo stato chiamato presso un infermo piuttosto grave, dopo avergli amministrato i sacramenti, vide che, quantunque avesse arse le fauci da una gran sete, pure non voleva in nessun modo inumidirle.

                Siccome D. Bosco era sempre ascoltato, quindi gli preparò un'ampolla e gli disse di bere quel liquido senza timore quando fosse crucciato dalla sete. L'infermo promise, e D. Bosco, lasciato un giovane per servirlo lungo la notte, se ne andò a visitare altri colerosi. Dopo un po' di tempo, quel giovane vedendo l'infermo aggravarsi, gli disse: - Eccole un po' da bere. [98] Il malato, dimentico delle assicurazioni di D. Bosco, si fa forza, si volge e lo guarda con aria

                - Prenda, prenda; beva, continua il giovane porgendogli l'ampolla.

                - Che cosa hai detto? Che cosa dici? Parti, parti immediatamente da questa camera!

                -Si acquieti; beva: ne sentirà sollievo replicò il piccolo infermiere.

                - Non parti? grida l'ammalato; e preso come da frenesia, sbalza dal letto, corre barcollando a prendere un fucile e lo appunta verso la porta. - Vedi: se non parti! - Ma il giovane aveva già prese le scale a precipizio.

                Più volte D. Bosco stesso aiutò a trasportare i colerosi. Nel mattino del 16 di agosto, festa di S. Rocco, compatrono di Torino, mentre si avvicinava per rientrare nell'Oratorio, vide seduto sulla sponda di un fosso del prato dei fratelli Filippi, già campo de' suoi primi convegni, un giovanotto che mangiava con avidità un grosso melone.

                 - Lascia stare, gli disse D. Bosco, potrebbe farti male.

                - È  tanto buono questo melone che a me non farà del male, rispose quel giovane; sono io che ne faccio a lui. - D. Bosco lo invitò ancora a desistere, ma non vi riuscì; e quindi continuò il suo sentiero ed entrò in casa. Ma non era ancora giunto in camera, che arriva una persona annunciando che un povero operaio era nel prato in preda ai dolori e chiedeva soccorsi. D. Bosco si porta subito sul luogo e vede il giovanotto, che non aveva dato ascolto al suo consiglio, gemere e contorcersi, avendo ancora d'accanto una metà del suo melone. [99] Alcuni curiosi lo stavano osservando da lontano con aria di spavento, e niuno osava avvicinarsi. D. Bosco, fattoglisi da presso, lo confortò con incoraggianti parole e gli soggiunse: - Che cosa hai? - Non so.... mi viene freddo.... ho un brivido nelle ossa.... - D. Bosco lo prese per le mani, che erano gelate, sintomo certo del morbo micidiale. Allora invitò il poveretto ad alzarsi ed a venire con lui; ma l'altro malgrado i suoi sforzi, fatto qualche passo tornò a sedersi dicendo: - Le gambe non mi reggono più.

                D. Bosco, girati gli occhi attorno per chiamare gente, vide passare Tomatis e fattogli cenno, egli da una parte e Tomatis dall'altra, preso l'infermo sotto le ascelle, lo sollevarono e si misero in via. Il poveretto per qualche tempo potè ancora strascinare i piedi e camminare; ma arrivato ad un certo punto fu assalito dal granchio e da dolori così gagliardi che si lasciò andare a terra come corpo morto. Ciò visto, i due pietosi incrociando le mani, formarono una specie di sedile e così lo portarono per un tratto. - Ma dove mi conducono? - chiedeva quel poveretto.

                - Qui vicino, presso un mio amico, in una casa sanitaria dove tu potrai essere curato; rispondeva Don Bosco. - Non diceva al lazzaretto, perchè questo nome lo avrebbe spaventato.

                Intanto, via facendo, gli cadeva il melone che ancora teneva fra le mani e voleva che i suoi portatori si fermassero per raccoglierlo. D. Bosco lo contentò; ma Tomatis, vedendo il suo Superiore soverchiamente stanco, tirossi l'infermo sulle spalle, che per lui robustissimo era peso leggero, D. Bosco lo seguiva, sostenendo di dietro quel poveretto perchè non stesse troppo disagiato. A [100] questo modo si giunge al lazzaretto, dove gli infermieri, vista la gravità del caso, prepararono subito un bagno caldo. D. Bosco frattanto invitò il giovane a confessarsi, per disporlo a morire e il poveretto si confessò alla meglio, ma con vero sentimento di dolore. Subito dopo entrò in delirio, parlando del suo melone e di otto soldi che aveva nascosti in saccoccia. Temeva che qualche mano ladra glieli portasse via. D. Bosco gli chiese se desiderava che egli glieli custodisse, e quel giovane tranquillatosi gli con segnò il suo piccolo tesoro, dicendogli: - Me li conservi per quando sarò guarito. - Intanto arrivava il dottore; il giovane è messo nel bagno e vengono eseguite le fregagioni per farlo sudare. Cure inutili: a mezzogiorno egli non era più.

                Il morbo invadente imponeva adunque continui sacrifizii di carità corporale e spirituale, e D. Bosco a stento poteva provvedere a tanti bisogni. Talora accadde che i giovani, fattisi inscrivere come infermieri, si trovassero tutti contemporaneamente ad assistere i colerosi e in casa rimanessero solamente i più giovani, i più deboli di sanità, e anche i più timidi. Eppure D. Bosco aveva bisogno di altri che lo accompagnassero o che andassero ove erasi fatta urgente richiesta. Un mattino doveva recarsi al lazzaretto per amministrare l'Olio santo; ma conveniva che qualcuno gli portasse i vasi sacri, mentre egli avrebbe amministrato il sacramento. Nessuno dei giovani rimasti in casa osava accompagnarlo. Dopochè alcuni si erano rifiutati, D. Bosco invitò Cagliero Giovanni, che allora stava ricreandosi con i compagni:

                - Vuoi tu che andiamo noi?

                - Andiamo! rispose risolutamente Cagliero; e subito si misero in cammino. Giunti al lazzaretto, Cagliero [101] aiutò D. Bosco nei preparativi per l'amministrazione dell'Olio santo e rispondeva alle preghiere di rito, passando da un giaciglio all'altro. Un medico sopraggiunto vide quel giovanetto e disse: -D. Bosco, che cosa fa? questo giovane non può e non deve star qui! Non le pare una grave imprudenza? - No, no, signor dottore, rispose D. Bosco, - nè lui, nè io abbiamo paura del coléra e non succederà niente.

                Cagliero infatti per coraggio e abilità poteva star a paro di un provetto infermiere, e con lui anche Anfossi Giovanni Battista, il quale così ci lasciò:scritto: “Ebbi la fortuna di accompagnare D. Bosco in parecchie visite che faceva ai colerosi. Io allora aveva soli 14 anni, e ricordo che, prestando la mia opera come infermiere, provava una grande tranquillità, riposando sulla speranza di essere salvo, speranza che D. Bosco aveva saputo infondere ne' suoi alunni. In tale assistenza mi confortava anche la carità di D. Bosco. Era una tenerezza il vedere con quanta amabilità e destrezza egli sapeva indurre gli ammalati a ricevere i conforti della religione e a fare una buona morte; e come riuscisse a tranquillizzarli sulla sorte dei poveri, figliuoli, che sarebbero rimasti senz'alcun appoggio. Un giorno lo vidi ritornare all'Oratorio conducendo ben sedici fanciulli, che aveva raccolti qua e là nelle case, rimasti orfani dei genitori. E li tenne tutti con sè, e poi li avviò secondo l'attitudine o agli studi o ad un'arte. E questi non furono i soli, che lagrimosi traeva per mano per consegnarli nelle braccia amorose della Divina Provvidenza”.

                L'esempio di Cagliero, di Anfossi e di altri qualche giorno dopo animò quelli che non avevano saputo ancora risolversi. [102]

                “Infatti, attestò il Ch. Reviglio Felice, tornando Don Bosco dalla città, i rimasti in casa si stringevano intorno a lui. Ed egli esclamava: - Chi vuole andare al lazzaretto e nelle case dei privati ad assistere i colerosi? - lo! Io! - gridavano tutti con slancio di carità. - Egli allora rivolse direttamente a me quella interrogazione, e forse fui l'unico che non accettò, perchè io desiderava un comando. D. Bosco con un sorriso sulle labbra parve accondiscendere a lasciarmi in pace. Ma, quasi avesse letto nel mio cuore, mi scelse tosto ad accompagnarlo; mi chiamò e, mandato da lui stesso, prestai l'opera mia, assistendo sei colerosi sino all'estremo della loro vita”.

                Presero parte a queste veglie, con D. Bosco, Turchi Giovanni e Gastini Carlo; ma nell'assistenza continua si segnalarono in modo particolare il Ch. Rua, il Ch. Buzzetti Giuseppe e il Ch. Francesia. D. Bosco pregava continuamente per la salute de' suoi figliuoli, e la Madonna lo esaudiva, dando per soprappiù al Ch. Francesia una prova della sua materna protezione.

                La madre di questo buon chierico era stata colpita dal morbo in modo fierissimo. Il figlio avvisato corse a casa e la trovò in uno stato che dava poca speranza. Ritornato in fretta all'Oratorio, chiamò D. Bosco, il quale tosto si mosse per confessarla. Abitava in faccia alla chiesa della Consolata. Come D. Bosco fu innanzi alla colonna dell'Immacolata posta sulla piazza, scoprendosi il capo e mostrando a Francesia la statua di Maria: La vedi? gli disse; Essa ti guarirà infallantemente la madre se le prometti di consacrare, quando sarai prete, in modo particolare la tua vita per propagare la sua gloria e la sua divozione. - Il chierico accettò il patto. D. Bosco salì allora all'abitazione dell'inferma, la consolò e confessò, [103] e subito le fu amministrata l'Estrema Unzione. Ritiratosi D. Bosco e rimasto il figlio, venne il medico, impiegato alla fucina delle canne, il quale disse unico rimedio essere una replicata estrazione di sangue. Le donne del vicinato, che avevano ingombrata la stanza, criticavano l'ordinazione del medico e insistevano presso l'inferma perchè non si lasciasse aprir la vena. Il medico, immobile e silenzioso in mezzo a quel chiacchierio, disse in fine: - Io non cavo sangue se l'inferma non lo permette. -E quindi uscì. Il figlio fece allora sgombrare la camera e pieno di fede nella parola di D. Bosco disse alla madre: - E che cosa faremo dunque?

                - Di' tu, replicò la buona donna: - qual è il tuo parere?

                - Io direi di fare quello che il medico ha proposto.

                - E tu vallo a chiamare!

                Il figlio raggiunse il medico ai piedi delle scale e lo pregò a risalire, dopo averlo assicurato che la madre si rimetteva pienamente al suo consiglio. Fu cavato sangue cinque o sei volte e l'inferma guarì e visse ancora ventun anno.

 

 


CAPO XI. Gravissima infermità di Cagliero Giovanni - Visione profetica - Convalescenza, ricaduta, guarigione - Cagliero veste l'abito chiericale - Conseguenze e prove della profezia.

 

                ALTRA prova dava Maria SS. di sua protezione e di suo gradimento per quello che operavasi dai figli dell'Oratorio, colla guarigione del giovane Cagliero Giovanni. “Mentre nessuna speranza avevasi sui mezzi umani, scrisse D. Rua, D. Bosco raccomandò all'infermo di ricorrere alla Madonna, annunziandogli che sarebbe guarito; ed io rimasi meravigliato nel veder compiuta quella profezia”. Esponiamo il fatto colle sue particolarità.

                Un giorno, in sul finire del mese di agosto, Cagliero Giovanni, stanco per il lavoro dell'assistenza agli ammalati, ritornato a casa dal lazzaretto, sentissi male e dovette coricarsi. D. Bosco, che lo amava qual padre, gli fece prodigare tutte le cure possibili per salvarlo dalle terribili febbri gastriche tifoidée che lo afflissero per quasi due mesi; ma inutilmente. Attesa la gravità del male, pochi giorni dopo che erasi messo a letto, Cagliero si confessava e riceveva la SS. Comunione. Ma le febbri progredirono [105] tanto, che nel termine di un mese lo ridussero agli estremi. D. Bosco aveva annunziato in pubblico che nessuno dei suoi giovani sarebbe morto di coléra, purchè si mantenessero in grazia di Dio. Cagliero, che allora contava 16 anni, fidavasi pienamente nelle parole di D. Bosco; ma il guaio si era che in quel suo caso non trattavasi di morbo asiatico. Nell'Oratorio tutti presagivano che da un giorno all'altro passasse all'eternità; egli tuttavia era tranquillo. Intanto i due celebri medici di Torino, Galvagno e Bellingeri, dopo un consulto, dichiararono esser quello un caso disperato e dissero a D. Bosco che amministrasse pure all'infermo gli ultimi sacramenti, perchè non avrebbe potuto durarla fino al demani. Il Ch. Buzzetti allora avvertì Cagliero del pericolo nel quale si trovava e gli annunziò che D. Bosco sarebbe venuto per confessarlo, viaticarlo e amministrargli l'Estrema unzione.

                D. Bosco non tardò ad entrare nella stanza di Cagliero coll'intento di prepararlo al gran passo; quando, fermatosi sulla soglia, a' suoi occhi apparve un meraviglioso spettacolo. Vide comparire una bellissima colomba, la quale, come un punto luminoso, mandava attorno a sè sprazzi di luce vivissima, sicchè tutta la camera n'era abbagliata. Portava nel becco un ramo d'olivo e svolazzava girando più e più volte all'intorno. Quindi raccolse il volo sul letto del giovanetto infermo, e toccò le sue labbra col ramoscello d'olivo, che lasciò poi cadere sopra il suo capo. Mandando quindi una luce ancor più viva scomparve. L'intuizione di D. Bosco allora fu che Cagliero non sarebbe morto, ma che molte e molte cose gli restavano ancor da fare per la gloria di Dio; che la pace, simboleggiata dal ramoscello d'olivo, sarebbe stata annunziata dalla sua parola; che lo splendore della colomba denotava la [106] pienezza della grazia dello Spirito Santo che lo avrebbe rivestito. Da quel momento D. Bosco ebbe un'idea confusa ma ferma, e gli durò costante e continua, che il giovane Cagliero sarebbe stato Vescovo. - E senz'altro tenne per già avverato quel pronostico, quando per la prima volta Cagliero partì per l'America.

                Alla prima infatti era successa una seconda visione. D. Bosco inoltratosi a metà della camera, sparvero come per incanto le pareti, e intorno al letto vide una moltitudine di strane figure di selvaggi, che fissavano lo sguardo nel volto dell'infermo e trepidanti sembravano domandargli soccorso. Due uomini, che si distinguevano sopra tutti gli altri, uno di aspetto orrido e nerastro, l'altro color di rame d'alta statura e portamento guerriero, misto a una cert'aria di bontà, stavano curvi sopra il piccolo moribondo. D. Bosco più tardi veniva a conoscere essere quelle le fisonomie dei selvaggi della Patagonia e della Terra del fuoco.

                Le due visioni durarono brevi momenti, e il giovanetto infermo e gli astanti di nulla si accorsero.

                D. Bosco, colla sua solita calma e col suo dolce sorriso, lento lento si avvicinò al letto, e Cagliero gli domandava: - È  forse questa la mia ultima confessione?

                - Perchè mi fai questa domanda? gli, rispose D. Bosco.

                - Perchè desidero sapere se debbo morire.

                D. Bosco si raccolse alquanto in sè e poi gli disse: Giovanni, dimmi un po': ti piace più andare in paradiso adesso, o ami meglio guarire ed aspettare ancora?

                - O mio caro D. Bosco, rispose Cagliero, io scelgo ciò che è meglio per me.

                - Per te sarebbe certamente meglio che te ne andassi in, paradiso ora, attesa la tua giovine età. Ma non è ancora [107] tempo: il Signore non vuole che tu muoia adesso. Vi sono ancora molte cose da fare: guarirai, e, secondo è stato sempre il tuo desiderio, vestirai l'abito da chierico... diventerai sacerdote... e poi... e poi - qui D. Bosco s'interruppe, stette alquanto pensoso - e poi col tuo breviario sotto il braccio ne avrai da fare dei giri... e il breviario hai da farlo portare a tanti altri... eh! ne hai ancora da fare delle cose prima di morire!... e andrai lontano, lontano. - E tacque senza dirgli ove sarebbe andato.

                - Quando è così, esclamò Cagliero, non occorre che mi prepari a ricevere i sacramenti. Io mi sento tranquillo di coscienza. Aspetterò a confessarmi quando sia alzato da letto e quando eziandio tutti i miei compagni andranno ai sacramenti.

                - E sia; gli rispose D. Bosco, puoi aspettare per quando sarai alzato. - E non le confessò, nè più si parlò di sacramenti in articolo di morte.

                Da quel punto Cagliero non si diede più pensiero di nulla e, non ostante la gravità della malattia, teneva per fermo la sua guarigione essere certissima. E invero non tardò a migliorare e ad entrare in convalescenza. Ma quando sembrava rimosso ogni pericolo, avendogli i parenti nel mese di settembre mandato dell'uva, egli ne mangiò con avidità, come cibo che riputava innocuo; e ricadde e si trovò di bel nuovo agli estremi.

                Si dovette avvertire la madre sua che ritornasse a visitarlo, avvisandola della piega mortale che aveva ripresa la malattia del figlio; ed essa affrettossi a giungere da Castelnuovo. Appena entrata in quella stanza e vide il figlio in quello stato, esclamò volgendosi alle persone che l'assistevano: - Il mio Giovanni è bell'andato! A quel che vedo, tutto è finito. - Ma Giovanni, dimostrando [108] la sua allegrezza per l'arrivo della madre, senz'altro incominciò a dirle che pensasse a comprargli la sottana da chierico, con tutti gli altri accessorii, perchè doveva fare la vestizione clericale. La buona madre credette che il figlio vaneggiasse e disse infatti a D. Bosco che allora allora era sopraggiunto: - Oh D. Bosco, è proprio vero che il mio ragazzo va male! Egli vaneggia e mi parla di vestire l'abito da prete e mi dice che gli prepari tutto l'occorrente.

                E D. Bosco: - Ah no, mia buona Teresa, il vostro figlio non vaneggia mica: egli dice benissimo; preparategli pure tutto il necessario per vestirlo da chierico: egli ha da fare ancora molte cose e non ha voglia di morire.

                Cagliero che ascoltava tutto: - Ebbene, madre mia, le disse; avete capito? Voi mi farete la veste da chierico e D. Bosco me la metterà.

                - Sì, sì, esclamava la madre piangendo: povero figlio! Una Veste te la metteranno, ma Dio non voglia che sia diversa da quella che desideri.

                D. Bosco cercò di tranquillarla, assicurandola che, avrebbe veduto il figlio chierico; ma la buona madre andava borbottando: -Ti metteranno indosso una veste qualunque, quando ti porranno nella cassa.

                Il figlio però sempre ilare parlava con tutti coloro che andavano a visitarlo della veste clericale che presto avrebbe indossato, Infatti, come Dio volle, ripigliate alquanto le forze, la madre lo condusse al paese. Era immagrito così che sembrava uno scheletro; debolissimo di forze, non poteva reggersi in piedi se non camminando appoggiato ad un bastoncello; faceva compassione vederlo. Intanto insisteva sempre presso la madre che gli preparasse il corredo da chierico, e la buona madre decise di [109] contentarlo. La gente che vedevala darsi attorno a questi lavori la interrogava: - Che cosa fate, Teresa?

                - Preparo la veste da chierico per mio figlio.

                - Ma se è mezzo morto che non può star diritto.

                - È  mio figlio che vuole così.

                Una risposta di D. Bosco da Torino ad una sua lettera, scritta il 7 ottobre gli aveva detto: “Carissimo Cagliero. Ho piacere che tu vada migliorando nella tua sanità; noi ti attendiamo qui quando che sia, purchè guarito, bravo, allegro secondo il solito. Va bene che ti prepari per la veste... Saluta i tuoi parenti, pregate tutti per me, e il Signore vi benedica e vi prosperi. Credimi tuo aff.mo D. Bosco”.

                Già avvicinavasi il giorno di andare a Torino per la vestizione. Gli amici ed i parenti di Cagliero cercavano sconsigliarlo a motivo del suo stato infermiccio, dicendogli di rimettere ad altro tempo la sua vestizione. Ma egli rispondeva: - Niente affatto. La veste debbo prenderla adesso, perchè me lo ha detto D. Bosco.

                Altri trovavano che era troppo giovane, avendo ancor da fare l'ultimo anno di ginnasio; ma egli rispondeva: - Non importa: D. Bosco me lo ha detto.

                Per una coincidenza il giorno nel quale doveva partire per l'Oratorio era stato destinato per le nozze di suo fratello, il quale perciò stava attorno a Giovanni pregandolo a volersi fermare per assistere a quella festa. Giovanni rispose: - Tu prendi quella che vuoi ed io prendo quella che voglio: - cioè la veste da chierico.

                I parenti volevano ritenerlo, dicendo che se partiva, dava segno di non gradire la presenza di quella persona che il fratello aveva scelta per isposa. - Mio fratello [110] faccia quel che vuole; vi dico che son contento, contentissimo della scelta che ha fatta. Non vi basta? Ve l'ho da lasciar scritto con atto notarile che son contento?

                Il 21 novembre Cagliero, perfettamente risanato, ritornava all'Oratorio, e il giorno 22, festa di S. Cecilia, Don Bosco benediceva la veste clericale e ne vestiva il suo diletto figliuolo. Il Rettore del Seminario Metropolitano, Can. A. Vogliotti, il 5 novembre 1855 concedeva al chierico Cagliero di abitare presso D. Bosco, frequentando le scuole del Seminario e riportandone le opportune fedi da presentarsi nella Curia Arcivescovile, prima di prendere l'ultimo esame dell'anno scolastico. Ciò era a tenore delle disposizioni emanate da S. E. Rev.ma Mons. Arcivescovo nella sua circolare in data del i settembre 1834. Simile licenza era pur stata data agli altri chierici che abitavano nell'Oratorio.

                D. Bosco intanto, avendo sempre innanzi alla mente la visione della colomba e dei selvaggi, pare ne avesse confidato il segreto al Prefetto D.. Alasonatti. Questi, incontrato un giorno Cagliero, gli disse: - Tu devi farti molto buono, perchè D. Bosco mi disse cose troppo particolari a tuo riguardo.

                Nel 1855 circa, parecchi chierici e giovani erano attorno a D. Bosco, seduto ancora a tavola, e scherzando discorrevano della loro futura condizione. D. Bosco, rimasto infine alquanto silenzioso, presa un'aria grave e pensierosa, come talora soleva, e guardando a ciascuno de' suoi alunni, disse; - Uno di voi sarà fatto Vescovo!. -L'annunzio riempiè tutti di meraviglia; e poi ridendo soggiunse. D. Bosco però sarà sempre solo D. Bosco.

                A queste parole tutti si misero a ridere, perchè erano semplici chierici, e non avrebbero saputo indicare sopra [111] di chi potesse avverarsi tale predizione. Nessuno di essi apparteneva ad una classe elevata nella società, ma sibbene erano di condizione molto dimessa, per non dir povera, e alla dignità Vescovile solevansi, principalmente in quei tempi, innalzare persone di nobile casato, o per lo meno di raro ingegno e scienza. D'altra parte la posizione di Don Bosco e del suo Istituto era allora così modesta, che umanamente parlando sembrava impossibile che un suo allievo potesse essere prescelto per un Vescovato. Tanto più che allora nemmanco si aveva l'idea di Missioni estere. Ma la stessa improbabilità di tale avvenimento tenne viva la memoria della predizione, nonchè l'amor proprio di qualcheduno che per lungo tempo si lusingò di essere il designato.

                Erano presenti e udirono le parole di D. Bosco i chierici Turchi, Reviglio, Cagliero, Francesia, Anfossi e Rua. E questi stessi udirono D. Bosco ripetere: - Chi mai direbbe che uno di voi debba essere promosso Vescovo?

                Disse ancora non poche volte: - Oh! stiamo un po' a osservare se D. Bosco sbaglia. Vedo in mezzo a voi una mitra e non sarà la sola. Ma qui già ve n'è una.

                E i chierici allora tentavano, scherzando con D. Bosco, d'indovinare, chi, allora semplice chierico, sarebbe a suo tempo Vescovo. D. Bosco però sorrideva e taceva. Talora sembrò che lasciasse trapelare alcun che del suo segreto.

                Narra Mons. Cagliero: - Nei primi anni dei mio sacerdozio incontrai D. Bosco ai piedi della scala e alquanto stanco. Con amore figliale ed in tono di - scherzo: - Don Bosco, mi dia la mano, gli dissi; vedrà che son capace ad aiutarla a salire le scale. - Ed egli paternamente mi diede la sua mano; ma giunto all'ultimo piano mi avvedo [112] che egli tenta di baciare la mia destra. Subito la ritirai, ma non feci a tempo. Allora gli dissi: - Con ciò ha inteso di umiliarsi, o di umiliarmi?

                - Nè l'una, nè l'altra cosa, mi rispose ed il motivo lo saprai a suo tempo.

                Nel 1883 porgeva a D. Cagliero un indizio più chiaro; perchè nell'atto di partire per la Francia, fatto il suo testamento e dati i ricordi a ciascuno dei membri del Capitolo Superiore, a lui consegnava una scatoletta sigillata, dicendogli: - Questo è per te! - E se ne partì. Alcun tempo dopo D. Cagliero fu preso dalla curiosità di esaminare il contenuto di quella scatoletta, ed ecco che vide un prezioso anello.

                Finalmente nell'ottobre del 1884, avvenuta l'elezione del Cagliero a Vescovo titolare di Magido, questi domandò a D. Bosco che volesse svelare il segreto di trent'anni addietro, quando dicevagli che uno de' suoi chierici sarebbe stato Vescovo. - Sì, gli rispose; te lo dirò alla vigilia della tua consacrazione. - E fu la sera di quel giorno che D. Bosco, passeggiando solo con Mons. Cagliero nella sua stanza, gli disse: - Ti ricordi della grave malattia che hai fatto, quando eri giovane e sul principio de' tuoi studii?

                - Sissignore, mi ricordo, rispose Cagliero, e mi rammento che lei era venuto per amministrarmi gli ultimi sacramenti, e che non me li amministrò, e mi disse che sarei guarito e che col mio breviario sarei andato lontano lontano a lavorare nel sacro ministero di sacerdote... e... ma non mi disse altro.

                - Ebbene ascolta, soggiunse D. Bosco; e gli raccontò per filo e per segno le due visioni. Mons. Cagliero dopo aver tutto ascoltato, pregò D. Bosco che volesse di quella [113] sera stessa durante la cena narrare ai confratelli del Capitolo Superiore quelle visioni. E siccome D. Bosco non sapeva rifiutarsi, specialmente quando ne risultava la maggior gloria di Dio ed il maggior bene delle anime, accondiscese e raccontò, presente il Capitolo, le stesse cose che abbiamo sopra esposte. Noi queste pagine le abbiamo scritte quella sera stessa e sotto il dettato di Monsignor Cagliero.

 

 


CAPO XII. Un pubblico elogio alla carità di D. Bosco e de' suoi figli - D. Bosco si offre al sindaco di Pinerolo per l’assistenza dei colerosi -Lettera di Nicolò Tommaseo - Visite illustri all'Oratorio e cortesie di D. Bosco per i suoi giovani - Consiglia ad un chierico la carriera prelatizia - Letture Cattoliche - Un perfido scroccone.

 

                RIPRENDIAMO il filo del nostro racconto dal settembre 1854. Il servizio prestato in quei giorni ai colerosi dai giovani dell'Oratorio fu giudicato così commendevole, che il migliore dei giornali di quel tempo, registrando gli atti di carità del Clero cattolico durante il coléra, lo volle segnalare con un bellissimo articolo. Affinchè i lettori vi abbiano una conferma di quanto siamo venuti fin qui esponendo, lo mettiamo loro sott'occhio. È del tenore seguente:

 

                 “Nel pubblicare la nostra cronaca della carità del Clero in tempo del coléra, finora del Clero di Torino abbiamo potuto fare poco più, che registrare l'offerta fatta da molti di esso, che esibirono l'opera loro ad un bisogno: fra quali annoverammo i padri Domenicani ed i Sacerdoti Oblati della Consolata. Ma se la mitezza del male (nei quartieri centrali) non diede occasione alla carità del Clero Torinese di dare buona prova del suo zelo, tuttavia quel poco che ebbe a fare, ci rivelò abbastantemente [115] quel troppo più, che avrebbe fatto, se la Provvidenza divina avesse altrimenti di noi disposto.

                Potremmo narrare come il Clero abbia usata della sua influenza nel dissipare i pregiudizi sciocchi del volgo contro i medici e le medicine. Il Clero ebbe la consolazione di vedere che, a dispetto di tutti gli improperii, con che il sozzo giornalume lo ricopre, i poveri popolani tocchi dal tremendo morbo, in quella che fanno chiudere brutalmente la porta in faccia al medico, accolgono a braccia aperte il Sacerdote, che va a loro per conforto spirituale e corporale. E basta una parola del Sacerdote, perchè accolgano il medico, e tracannino le medicine quelli che prima detestavano l'uno e le altre più che il morbo, onde sono travagliati.” Vogliamo per saggio, anzichè tutte raccontare le opere del Clero, parlare del servigio reso al lazzaretto di Borgo S. Donato, raccomandato alle cure del Sia. D. Galvagno, cappellano della Fucina, e del signor D. Bosco, fondatore e direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Per parecchie settimane non  si posero a letto, se non così vestiti per pigliare un po' di riposo, interrotto tre o quattro volte nella notte, per essere sempre a richiesta dei bisognosi. Anzi D. Bosco potè presentare alla Commissione sanitaria una nota di 14 de' suoi giovani, i quali volontariamente si offrirono a rendere ogni sorta di servizio ai colerosi tanto nei lazzaretti, quanto nelle case private. Questi giovani sono sufficientemente istruiti di ciò che conviene fare intorno ai colerosi tanto per l'assistenza spirituale, per suggerire pii sentimenti, parole di conforto quanto per fare da infermieri. Animati dallo spirito del loro padre più che superiore, D. Bosco, si accostano coraggiosamente ai colerosi, inspirando loro coraggio e fiducia, non solo colle parole, ma coi fatti, pigliandoli per le mani, facendo le fregagioni, senza dar vista del menomo orrore o paura. Anzi entrati in casa di un coleroso si volgono tosto alle persone esterrefatte, confortandole a ritirarsi se hanno paura, mentre essi adempiono a tutto l'occorrente, eccettuato che si tratti di persone del sesso minore, chè in tal caso pregano che alcuno di casa resti, se non vicino al letto, almeno in luogo conveniente. Spirato il coleroso, se non è donna, compiono intorno al cadavere l'estremo uffizio. [116]

                Oltre ai 14 portati in nota, ve ne ha ancora una trentina degli allievi del buon Sacerdote, parimenti istruiti ad aiutare l'anima ed il corpo, pronti a correre in aiuto dei loro compagni, se per sventura ne fosse il bisogno.

                Abbiamo voluto in modo particolare insistere sui servizi di questa preziosa istituzione, perchè questo è come un debito che dessa ha, e noi per essa, di rendere ragione delle sue opere a quei pietosi benefattori, che la sostengono colla loro carità. Poche settimane sono ci volgemmo alla loro generosità pei bisogni gravissimi dell'Oratorio. Le nostre parole ebbero buon risultato, e sieno rese dovute grazie anche a nome dell'ottimo Rettore,dello stabilimento a quei generosi. Siamo certi che saranno lieti di sapere, almeno in parte, quanto sieno fruttuose le loro limosine fatte a quei poveri giovani, e questo sarà nuovo stimolo alla loro carità, la quale non permetterà che sieno lasciati nella necessità coloro, che sono pronti a sacrificare la vita in servizio dei loro fratelli”.

 

                Fin qui l'egregia Armonia di quei giorni, nel n. 112, 16 settembre 1854.

                Ma per quanto D. Bosco faticasse in Torino non era così assorbito delle sue cure pietose, da non pensare al modo di sollevare dall'infortunio coloro che abitavano fuori della capitale. Avendo saputo che eziandio in Pinerolo il fiero morbo faceva le sue vittime, sicuro nel valore dei suoi figli, scriveva al Sindaco di quella città, offrendo a servizio degli ammalati alcuni de' suoi infermieri. Il Sindaco gli rispondeva:

 

Pinerolo, addì 2 ottobre 1854.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Mille grazie alla S. V. M. R. è mio debito di profundere per la generosa e ad un tempo pietosa offerta di quattro giovani individui che si dedicherebbero al soccorso della languente umanità al servizio dei colerosi in Pinerolo. Se occorrerà ancora [117] (che però voglia impedirlo il sommo Iddio) che siano necessari degli infermieri pel servizio dei colerosi ricoverati nel Lazzaretto di Pinerolo, profitterò della graziosa offerta, ma pel momento pare che il morbo micidiale sia per giungere al suo termine; essendo da alcuni giorni diminuito il numero delle vittime e colla speranza che più non sarà per aumentare il male d'intensità.

                Li ricoverati nel Lazzaretto non sommano più che a 29 dei quali 24 sono fuori di pericolo ed in situazione di uscire tutti entro otto o dieci giorni dall'Ospedale. Se da un mese che è stato aperto il Lazzaretto e nel quale passarono circa duecento individui, io avessi conosciuto che esisteva in Torino una sì pia associazione per l'assistenza dei malati, avrei sicuramente implorata la filantropica opera di quella benemerita società che di grande utilità sarebbe tornata ai nostri infelici malati.

                Nel pregare la S.V. di gradire i sensi della massima mia gratitudine non che quelli del Municipio di Pinerolo e con premura di ricorrere a Lei all'occasione, ho l'onore di protestarmi colla massima stima e divozione.

                Della S. V. Ill.ma

 

Umilissimo e devotissimo Servo

Il Sindaco GIOSSERANO.

 

                Di questi fatti gloriosi per D. Bosco abbiamo memoria in un foglio a lui indirizzato in quel tempo da Nicolò Tommaseo, che in quest'anno era venuto a stabilirsi in Torino, ove dimorò fino al 1859:

 

                               Reverendissimo Signore,

 

                S'Ella ha le opere del Rosmini, dal tomo XI al XVI, La prego di volermeli prestare, se tutti a un tratto non può, ad uno ad uno. Il mio mal d'occhi ed altri incomoducci, che mi visitano di tanto in tanto, mi impediscono di venire io stesso a pregarnela. E da gran tempo Le debbo ringraziamenti per l'onorevole dono di libri; e Le debbo notizia che de' miei due figliastri l'uno è, collocato in una stamperia, l'altro presso un legatore di libri, e [118] per ora vivono in casa meco. So della generosa carità esercitata da Lei e dai suoi nella malattia che minacciava specialmente i poveri della città; e anche di ciò Le debbo ringraziamenti vivissimi come Cristiano. Se il latore non la trovasse in casa, prego la sua bontà d'una parola di risposta da indirizzare al nome mio al N. 22 in Dora Grossa. Creda alla riconoscenza del suo

                Torino, 3 Ottobre 1854.

 

 Devotissimo

N. TOMMASEO.

 

                Il Tommaseo veniva talora a visitare D. Bosco, col quale aveva comuni gli amici, l'Abate Rosmini e il Marchese Gustavo di Cavour. Ci narrò Carlo Tomatis: “. Un mattino io era in dormitorio, cioè in una camera bassa, stretta, con quattro letti, nella casa Pinardi. Ritornava dal Lazzaretto. Ed ecco verso le 9 entra D. Bosco con un signore la cui vista pareva debolissima, conducendolo a visitare l'Ospizio. Era Nicolò Tommaseo, il quale seguendo D. Bosco, in quel mentre gli diceva: Caro Sig. D. Bosco, sono lieto di poterle dire 'che lei trovò uno stile facile, il vero modo di spiegare al popolo le sue idee in maniera che le intenda. Anzi lei seppe rendere popolari e piane anche le materie difficili Intanto D. Bosco appena mi ebbe visto mi chiamò innanzi a quel signore, esponendogli il mio nome e la mia professione. Ciò non mi fece maraviglia, perchè nel 1853, tornando con lui un giorno dalla città a casa, c'imbattemmo in Silvio Pellico, e D. Bosco prima di incominciare un ragionamento, che fu abbastanza protratto, volle presentarmi con parole di lode all'autore delle Mie Prigioni. E non solamente a me usava tali riguardi, ma sibbene a tutti i suoi figli adottivi; poichè fu sua costante costumanza di presentarli sempre, quando erano con lui, a [119] qualunque personaggio gli si, avvicinasse, dando segno della sua deferenza rispettosa verso di essi. E si noti che fin dal principio della mia dimora all'Oratorio non furono pochi i personaggi eminenti ed i letterati di grido, che venivano in Valdocco, per visitare quell'asilo e quell'uomo di carità”.

                Ma fra queste visite, gratissima fu al nostro D. Bosco quella del Ch. Emiliano Manacorda, che gli faceva acquistare un grande amico. Questo chierico era venuto all'Oratorio risoluto di fermarsi con D. Bosco. Passeggiò lungamente con lui nel cortile davanti alla casa, chiedendo consiglio, perchè non gli era troppo simpatica la vita del Seminario, e il suo naturale pareva portato ad una maggiore attività ed esercizio di pratiche religiose. Don Bosco, che pure aveva tanto bisogno di chierici, lo ascoltò con bontà, lo persuase ad andare in Seminario e concluse che quando avesse finiti gli studi teologici, allora si sarebbe veduto la risoluzione da prendersi. Il Ch. Manacorda di quando in quando negli anni seguenti ritornava presso D. Bosco, esponendogli anche il suo disegno di partir missionario per i paesi infedeli; ma non parve che D. Bosco approvasse quella propensione. Allora D. Manacorda, ordinato prete, venne verso il 1863, all'Oratorio e vi abitò per circa sei mesi, e quindi partì per Roma,, avendolo consigliato D. Bosco ad intraprendere la carriera prelatizia. Egli nel tempo che stette nell'Oratorio studiò Don Bosco con tanta attenzione, da restare ammirato delle sue eroiche virtù. Divenuto Monsignore e, poi Vescovo di Fossano, ne fu il più ardente testimonio e predicatore.

                Frattanto l'assistenza ai colerosi non aveva impedito a D. Bosco di preparare i due opuscoli pel mese di settembre e stampavasi anonimo il seguente libretto: Del [120] Commercio delle coscienze e dell'agitazione protestante in Europa. Vi si leggeva:

                “È  coi trenta denari di Giuda che i protestanti cercano di indurre i Cattolici a rinnegare Gesù Cristo e la sua Chiesa, abusando specialmente delle miserie dei poverelli. Benchè fra coloro che son nati protestanti non pochi siano, in buona fede, i Capi delle loro sette non credono più nè alla Bibbia nè a Dio. Divisi fra di loro, da irrimediabili opinioni diverse, in un solo punto convengono; cioè nell'odio furioso contro la Chiesa Cattolica.

                Non sono in buona fede i Pastori, i catechisti, i missionari protestanti sia per ragione del mostruoso principio del libero esame, che nega l'infallibilità del Papa e della Chiesa mentre la concede ad ogni fedel minchione eziandio se non sa leggere; sia perchè il loro movente sono le buone paghe colle quali vengono retribuiti. Il loro fine non è di convertire i malvagi, ma di corrompere le anime ingenue ed incaute e ribellarle alla verità. Satana ingannatore dei nostri primi parenti nel paradiso terrestre è il loro modello; ne ricopiano in sè la malizia, conoscendo la perfidia della propria ignoranza”.

                Ciò non ostante i malvagi non si stancavano di inventar nuove armi contro D. Bosco. Si legge nell'Armonia del 17 ottobre: “Un parroco dei dintorni di Torino ci scrive che il 13 corrente verso sera, recandosi a casa incontrò un giovane, che, accostandoglisi con aria semplice e bonaria, gli presentò alcuni libriccini a nome del Sig. Don Bosco, pregandolo di raccomandare al suo popolo l'opera dell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Soggiungeva che il parroco tale, ed il parroco tale aveano dato chi due, chi tre lire per l'Oratorio. Essere incaricato dal Sig. Don Bosco di presentarsi per questo scopo da tutti i parrochi: [121] e siccome l'ora era tarda, lo pregava dell'ospitalità. Il buon parroco accettò i libri, diede lire tre, scrivendo il suo nome e la somma offerta sul libro presentatogli dal dabben giovane, e rifiutò con buon pretesto di accordargli l'ospitalità.

                Il Parroco, entrato in casa, aprì uno dei libretti, e quale non fu il suo stupore scorgendo che erano tutt'altro che libri buoni! Allora solo si avvide d'essere stato scroccato da un furfante, che va vivendo col rubare i danari ai parrochi e la riputazione al Sig. D. Bosco. Questo serva d'avviso a chi di ragione”.

 

 


CAPO XIII. A Castelnuovo - Accettazione di Savio Domenico - Vestizioni clericali - Savio Domenico e Bongioanni Giuseppe all'Oratorio - Scopo principale di D. Bosco nell'avviare i giovani agli studi - Lotteria di un crocifisso d'avorio - Gli orfanelli delle vittime del coléra - Don Bosco si offre per istruirli - Lettera del Sindaco Prima visita di D. Bosco agli orfani ricoverati a S. Domenico - Ringraziamenti del Sindaco - La classe dei più piccoli nell'Oratorio.

 

                SULLO scorcio del settembre, essendo quasi cessata la moría, D. Bosco conduceva un numero de' suoi giovani ai Becchi, perchè dopo tante fatiche si svagassero e respirassero l'aria pura di quelle colline. Quivi il Signore, quasi in premio di ciò che l'Oratorio aveva fatto per gli infermi, gli mandava un allievo che dovea riuscire suo lustro e sua gloria: Savio Domenico. D. Cugliero Giuseppe, suo maestro in Mondonio, piccolo paese confinante con Castelnuovo, verso la metà dell'anno era venuto in Torino a parlare con D. Bosco del suo allievo e dopo avergliene descritta l'esemplare condotta, concludeva: - Qui in sua casa può avere giovani uguali, [123] ma difficilmente avrà chi lo superi in talento e virtù. Ne faccia la prova e troverà un S. Luigi. - D. Bosco perciò s'intese con lui che lo avrebbe mandato a Morialdo, nell'occasione che egli stesso vi si sarebbe trovato per fare la novena e celebrare la solennità del Rosario di Maria Santissima.

                D. Bosco così narra il suo incontro col giovane Savio Domenico:

                 Era il primo lunedì, giorno 2 d'ottobre di buon mattino, allorchè vedo un fanciullo, accompagnato da suo padre, che si avvicina per parlarmi. Il volto suo ilare, l'aria ridente, ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi.

                - Chi sei, gli dissi, onde vieni?

                - Io sono, rispose, Savio Domenico, di cui le ha parlato D. Cugliero mio maestro, e veniamo da Mondonio.

                Allora lo chiamai da parte, e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza egli con me, io con lui.

                Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva già operato in così tenera età.

                Dopo un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse queste precise parole: - Ebbene che gliene pare? mi condurrà a Torino per istudiare?

                - Eh! mi pare che ci sia buona stoffa.

                - A che può servire questa stoffa?

                - A fare un bell'abito da regalare al Signore.

                - Dunque io sono la stoffa; ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un bell'abito pel Signore. [124] Io temo che la tua gracilità non regga per lo studio. Non tema questo; quel Signore che mi ha date, finora sanità e grazia, mi aiuterà anche per l'avvenire.

                - Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino, che cosa vorrai fare?

                - Se il Signore mi concederà tanta grazia, desidero ardentemente di abbracciare lo stato ecclesiastico.

                - Bene: ora voglio provare se hai bastante capacità per lo studio: prendi questo libretto (era un fascicolo delle Letture Cattoliche), di quest'oggi studia questa pagina, domani ritornerai per recitarmela.

                Ciò detto lo lasciai in libertà d'andarsi a trastullare con altri giovani, indi mi posi a parlare col padre. Passarono non più di otto minuti, quando ridendo si avanza Domenico e mi dice: - Se vuole, recito adesso la mia pagina. - Presi il libro e con mia sorpresa conobbi che non solo aveva letteralmente studiato la pagina assegnata, ma che comprendeva benissimo il senso delle cose in essa contenute.

                - Bravo, gli dissi, tu hai anticipato lo studio della tua lezione ed io anticipo la risposta. Sì; ti condurrò a Torino e fin d'ora sei annoverato tra i miei cari figliuoli comincia anche tu fin d'ora a pregare Iddio, affinchè aiuti me e te a fare la sua santa volontà.

                Non sapendo egli come esprimere meglio la sua contentezza e la sua gratitudine, mi prese la mano, la strinse, la baciò più volte e infine disse: - Spero di regolarmi in modo che non abbia mai a lamentarsi della mia condotta”.

                D. Bosco s'intratteneva pochi giorni ai Becchi, poichè gravi affari lo richiamavano in Torino. Il giovane Savio Angelo aveva in quel tempo indossato l'abito clericale e Turchi Giovanni, con altri si preparava a ricevere quella [125] sacra divisa. D. Bosco soleva disporli con diligenza a questo grande atto, loro ripetendo essere un dono di Dio la vocazione allo stato ecclesiastico. Nello stesso tempo esponeva ad essi i segni per riconoscere la propria vocazione, cioè l'attitudine e l'inclinazione al sacro ministero, e la purità d'intenzione nel mettersi al servizio di Dio. Spiegava loro eziandio, in modo piano e famigliare, colle parole di S. Paolo[3], l'altissima dignità del Sacerdozio, e gli obblighi imposti dalla vocazione divina: “Coloro che Dio ha preveduti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figliuol suo, ond'egli sia il primogenito tra molti fratelli. Coloro poi che egli ha predestinati, li ha anche chiamati: e quelli che ha chiamatili ha anche giustificati: e quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati”. Quindi descriveva il premio immortale preparato per coloro che rimangono fedeli alla propria vocazione.

                Intanto le persone confidenti dì D. Bosco, vedendolo così occupato nel procurarsi chierici che si fermassero ad aiutarlo, gli dicevano:

                - Ma che bisogno ha lei per tre oratorii di tanta gente?

                - I bisogni io li vedo e sono molti.

                - E che cosa vuol farne di questi chierici?

                - Qualche cosa ne faremo: lo so io.

                - E chi vuole che dia loro gli ordini sacri se alcuni non appartengono a veruna diocesi?

                - Troveremo chi li ordinerà.

                  Ma non vede che quando saranno preti, i Vescovi glieli toglieranno? [126]

                - Anche a questo inconveniente, si penserà di rimediare.

                Questi dialoghi erano ripetuti, sotto varii aspetti, le mille e mille volte poichè nessun poteva prevedere il futuro. D. Pacchiotti però, cappellano al Rifugio, ricordando le antiche parole profetiche, sovente ripeteva a D. Bosco: Adesso credo che hai preti e chierici!

                Ma il principio dell'anno scolastico ormai si avvicinava colle ultime settimane di ottobre, e i giovani novellamente accettati entravano nell'Oratorio. Fra i primi fu Savio Domenico, il quale si recò nella camera di D. Bosco per darsi, come egli diceva, intieramente nelle mani de' suoi superiori. Il suo sguardo si portò subito su di un cartello, sopra cui a grossi caratteri erano scritte le seguenti parole che soleva ripetere S. Francesco di Sales: Da mihi animas, caetera tolle. Fecesi a leggerle attentamente, e D. Bosco desiderava che ne capisse il significato. Perciò invitollo, anzi l'aiutò a tradurle e cavar questo senso: O Signore, datemi anime, e prendetevi tutte le altre cose. Savio pensò un momento e poi soggiunse: - Ho capito; qui non avvi negozio di danaro, ma negozio di anime, ho capito; spero che l'anima mia farà anche parte di questo commercio. - E senz'altro incominciò ad applicarsi con impegno allo studio ed a tutti i doveri di pietà, e a dare quegli splendidi saggi di virtù, così ben descritti poi dallo stesso D. Bosco in un caro fascicolo delle Letture Cattoliche.

                Savio aveva studiato i principii di latinità a Mondonio; e perciò colla sua grande assiduità nello studio e colla non ordinaria sua capacità ottenne in breve di essere classificato nella quarta, o come diciamo oggidì, nella seconda grammatica latina. Fece egli questo corso sotto il [127] pio e caritatevole professore Bonzanino Giuseppe, continuando i giovani dell'Oratorio a frequentarne le scuole. Di complessione alquanto debole e gracile di aspetto, misto di gravità e affabilità con un non so che di serio e piacevole, d'indole mitissima e dolcissima, di un umore sempre uguale, quel giovanetto aveva un'aria veramente angelica. E non tardò a guadagnarsi i cuori e la stima di tutti i compagni. La morte, ma non peccati! era il motto nel quale si compendiò la sua vita,

                Con Savio Domenico prendea posto nell'Oratorio Bongioanni Giuseppe. Rimasto orfano di padre e di madre, era stato raccomandato da una zia a D. Bosco, che caritatevolmente lo accolse nel novembre del 1854. Tocava, allora l'età di 17 anni, e a malincuore, forzato dalle circostanze, egli venne, ma ancora colla mente piena delle vanità del mondo e con varii pregiudizi in materia di religione. Si vide però in lui chiaramente l'operazione della divina grazia, giacchè in breve si affezionò grandemente alla casa, alle regole e ai Superiori; rettificò insensibilmente le sue idee e diedesi con tutto ardore all'acquisto, della virtù ed alle pratiche di pietà. Dotato com'era d'ingegno molto perspicace e di grande facilità ad apprendere venne applicato allo studio. Con mirabile rapidità compiè i corsi classici, facendovi eccellente riuscita. Fornito di fervida immaginazione, spiegò una grande abilità nel poetare, sia nell'italiana favella, sia nel dialetto piemontese; e mentre nelle famigliari conversazioni serviva di diletto agli amici coll'improvvisare su argomenti scherzevoli, scriveva al tavolino bellissime poesie, di cui molte furono pubblicate, come quella ad onore di Maria Ausiliatrice: “Salve salve, pietosa Maria, ecc.” che trovasi nel Giovane Provveduto. [128] Oltre a questi due, altri giovani erano accettati come allievi studenti nell'Oratorio, e il primo abboccamento con D. Bosco faceva loro una impressione così favorevole, che subito incominciavano ad amarlo ed a venerarlo. Anche le continue premure per loro di mamma Margherita, che dirigeva l'economia della casa e della cucina, la sua devozione, la sua pietà, la sua fede restavano in loro così impresse, che non furono l'ultima causa di una gratitudine perenne verso l'Oratorio. Tali sono le relazioni che ci pervennero dagli stessi antichi alunni del 1854 e 1855.

                Di questi giovani D. Bosco studiava attentamente l'indole, i portamenti, le propensioni, e se non davano segni di vocazione al sacerdozio, intendeva di conservarli o condurli a Dio, formarne uomini virtuosi, che non solo amassero il Signore essi medesimi, ma che colla parola e coll'esempio promovessero poi il timore e l'amor di Dio nelle famiglie e nella società. Non permetteva però che seguitassero gli studi a spese dell'Oratorio. Colla stessa misura egli trattava i suoi nipoti che accettava nell'Ospizio alle stesse condizioni colle quali ammetteva in casa i figli dei poveri. Era pronto a soccorrere i parenti se fossero caduti nella miseria, perchè tale è il precetto della carità, ma nulla avrebbe fatto per procurare ad essi una vita più comoda. Infatti, tenuto presso di sè il nipote Francesco fino all'autunno del 1854, lo rimandò a casa perchè non gli parve che fosse chiamato alla carriera ecclesiastica, benchè avesse ingegno e fosse molto buono. E Francesco continuò ai Becchi nella professione del suo genitore, e fu poi un eccellente capo di famiglia. In questo stesso autunno fu chiamato da D. Bosco ad occupare il posto di Francesco nell'Oratorio il secondogenito di suo fratello Giuseppe, per nome Luigi. D, Bosco [129] aveva detto ai due nipoti: - lo non intendo far di voi nè avvocati, nè medici, nè professori. Se il Signore vi chiama allo stato ecclesiastico, bene; diversamente è meglio che seguitiate l'occupazione di vostro padre!

                Anche di Luigi ebbe D. Bosco una cura veramente paterna impartendogli un'educazione religiosa e civile adattata alla sua condizione. Ma nulla di speciale. - Quello che ho, diceva di quando in quando, e che mi dánno i benefattori devo impiegarlo a comperare il pane a' miei giovani. Guai a me se ne facessi altro uso!

                E pareva che il pane fosse per mancare nell'Oratorio. La guerra dell'Oriente cagionava enormi disastri commerciali, i quali producevano grandi contraccolpi in molte famiglie benefiche. La Francia e l'Inghilterra, temendo che la loro influenza e i loro interessi venissero menomati nel Levante, si erano collegate in favore della Turchia. Sbarcate le loro soldatesche prima a Varna e poi in Crimea, sconfitti i Russi in varie battaglie, il 9 ottobre 1854 stringevano d'assedio Sebastopoli.

                D. Bosco pertanto il 2 novembre 1854 chiedeva per lettera ed otteneva dalle autorità la licenza di fare una piccola lotteria di un crocifisso d'avorio, alto 35 centimetri, di molto pregio per l'arte, donato a questo scopo dal sig. Giacomo Ramella.

                Con questa industria si potè per qualche giorno sostentare la famiglia di Valdocco, che andava crescendo per gli orfani, privati dalla pestilenza de' genitori. Anche il Municipio Torinese riconosceva tale necessità e meritava la gratitudine di tutta la cittadinanza non soltanto per aver usate le più sollecite cure per prevenire e per scemare i tristi effetti del malore pestilenziale, ma pur col soccorrere a tanti poveri fanciulli di mano in mano che [130] venivano orbati dei loro parenti. A questo benefico scopo egli aperse provvisoriamente un Orfanotrofio presso la Chiesa di S. Domenico, dove provvide albergo, vitto e vestito ad un gran numero di orfanelli, i quali, senza di questa caritatevole misura, sarebbero stati in quel terribile frangente abbandonati sopra di una strada. Si fece di più: poichè il Sindaco non fu pago che quei poveri fanciulli fossero provvisti delle cose necessarie al corpo, ma pensò eziandio alla coltura della mente e del cuore. Espresse quindi con alcuni signori la sua opinione, che sovra ogni altro D. Bosco avrebbe adempiuto con zelo l'ufficio di loro Istitutore. D. Bosco, conosciuto il desiderio del Capo del Municipio di Torino, non è a dire con quanto piacere si accingesse a secondarlo, e gliene fece perciò in iscritto domanda formale. Il Sindaco così gli rispondeva:

 

Torino, addì 31 ottobre 1854.

 

                Essendosi la S.V. Ill.ma graziosamente offerta d'istruire quei poveri orfani che trovansi provvisoriamente ricoverati nell'Orfanotrofio di S. Domenico, ed avendola il Sindaco sottoscritto comunicata al Comitato centrale di beneficenza, il medesimo ben di buon grado accettò tale offerta ed affidò allo scrivente il gradito ufficio di rendere alla S. V. i più sentiti atti di grazia.

                Nell'adempire pertanto all'affidatogli incarico il sottoscritto La prega di ben volere a suo comodo portarsi al detto Orfanotrofio onde prendere i necessarii concerti coi sig. Ioassa, economo del medesimo.

                Nel rinnovarle i particolari suoi ringraziamenti ha l'onore chi scrive di raffermarsi coi sensi della più distinta stima e considerazione.

 

Il Sindaco Presidente

NOTTA. [131]

 

                D. Bosco prese adunque a dividere il suo tempo tra gli infermi e i poveri orfani, passando varie ore del giorno con essi; ed affinchè avessero la necessaria istruzione, scelse alcuni dei giovani dell'Oratorio più abili e qualche chierico, e li destinò a fare loro scuola in ore determinate e ad ammaestrarli nella Dottrina Cristiana.

                E così praticossi sino alla fine di novembre. Però non bisogna credere che D. Bosco, solo quando ne fece domanda, incominciasse a prendersi cura degli orfani a San Domenico.

                Enria Pietro, nostro confratello, ci lasciò il seguente scritto:

                “Ho conosciuto il servo di Dio nel settembre 1854 nel convento dei Domenicani, ove per cura di un comitato raccoglievansi i fanciulli rimasti orfani per causa del coléra che imperversava. Ivi un giorno venne D. Bosco a visitarci, accompagnato dall'Economo dell'Orfanotrofio. Eravamo un centinaio. Io non l'aveva mai visto. La sua aria sorridente e piena di bontà lo faceva amare prima ancora di parlargli. Egli sorrise a tutti, e poi ci domandava nome e cognome, se sapevamo il catechismo, se ci eravamo confessati, se avevamo già fatta la prima comunione: e tutti gli rispondevamo con piena confidenza. Passò finalmente vicino a me, ed io mi sentii battere il cuore, non per tema, ma per l'affetto che già sentiva verso di lui. Mi domandò nome e cognome e poi mi disse: Vuoi venire con me? Saremo sempre buoni amici finchè possiamo andare in paradiso! Sei contento?

                Ed io risposi: - Oh! sì, signore.

                Egli poi soggiunse: - E questo che hai vicino è tuo fratello?

                - Sissignore, risposi. [132]

                - Ebbene; verrà anche lui!

                Pochi giorni dopo fummo condotti tutti e due all'Oratorio; io allora aveva tredici anni, mio fratello undici. Mia madre era morta di coléra, e mio padre era tutt'ora aggravato dallo stesso male.

                Diciassette anni trascorsero da questi giorni ed io ne parlava a D. Bosco infermo a Varazze: - Si ricorda, D. Bosco, quando sua madre lo sgridava perchè accettava sempre nuovi ragazzi? Essa gli diceva: Tu accetti sempre nuovi fanciulli; ma come si fa a mantenerli e a vestirli? In casa vi è nulla e comincia a far freddo. - E infatti a, me, appena entrato, toccò di dover dormire per parecchie notti sopra un mucchio di foglie con addosso null'altro che una piccola coperta. E alla sera quando eravamo a letto, lei, D. Bosco, e la sua mamma, ci aggiustavano i pantaloni e la giubba lacera, perchè ne avevamo una sola. - D. Bosco sorrideva nell'udir le mie parole e diceva: Quanto ha faticato la mia buona mamma!... Santa donna!... Ma la Provvidenza non ci è mai mancata!”

                Cessata la mortalità, nei primi di dicembre il Municipio chiuse il suo orfanotrofio provvisorio e ne affidò i fanciulli parte ad uno e parte ad un altro Istituto di beneficenza. Venti dei più piccini furono consegnati a Don Bosco e da quel giorno divennero suoi figliuoli adottivi, Formavano essi una classe a parte, che per celia i compagni chiamavano la classe bassignana perchè composta, dei più piccoli o bassi di statura; e prima che finisse l'anno, raccontò Enria Pietro, trenta altri coetanei ai primi, erano da D. Bosco ricoverati.

                L'istruzione impartita agli orfanelli di S. Domenico, e il ricovero di una buona parte di loro nell'Ospizio di San Francesco di Sales, furono due atti, che gradirono [133] altamente al Comitato di pubblica beneficenza stabilitosi in quel tempo a Torino, e il Sindaco ne scriveva a Don Bosco lettere, che qui riproduciamo.

 

Città di Torino - Torino, addì 7 dicembre 1854.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Il Sindaco sottoscritto, a nome del Comitato di pubblica beneficenza pei poveri colerosi e loro famiglie, recasi a doverosa premura di rendere alla S. V. Ill.ma le più distinte grazie pel nobile e generoso di Lei concorso prestato coll'istruire quei poveri orfani, che vennero temporariamente ricoverati nell'Orfanotrofio di S. Domenico, i quali non mancheranno al certo di innalzare preci a Dio pel loro degno istruttore.

                Nell'adempiere lo scrivente l'affidatogli incarico, si pregia nel suo particolare di rinnovarle i sensi della sua più distinta stima e considerazione.

 

Il Sindaco Presidente

NOTTA.

 

                In altro foglio in data del 4 dello stesso mese, nel pregare che ei fa D. Bosco, che voglia accogliere nel suo Istituto un nuovo orfanello per nome Andrea Fioccardi, il medesimo sig. Sindaco aggiunge: “Coglie il sottoscritto questa opportunità, onde ringraziare la S.V., a nome del Comitato a tal fine istituitosi, pel concorso da Lei prestato nel ricoverare quei poveri orfani, di cui i genitori rimasero vittima del fatal morbo, che per circa quattro mesi afflisse la nostra città e territorio”.

                D. Bosco intanto aveva pensato a collocare convenientemente quei piccoli orfanelli. Preparò per essi un posto distinto per la scuola e per i dormitorii, provvedendo loro prima l'istruzione ed educazione religiosa ed intellettuale e [134] poi la professionale; più di un anno fece loro scuola prima da solo e quindi con l'aiuto di varii amici esterni. Fra questi orfani ve ne fu uno di molta abilità, di nome Cora, il quale riuscì un distinto attore drammatico e per anni con Gastini sul teatrino dell'Oratorio facevasi ammirare dagli spettatori. Alcuni di loro, imparata che ebbero una professione, uscirono poscia dall'Ospizio, affezionati sempre a colui che divenne loro secondo padre; altri vi rimasero e vi rimangono tuttora, testimoni di quei giorni memorabili.

                Enria Pietro chiudeva una sua relazione con queste parole: “Io restai sempre nell'Oratorio dove D. Bosco e la sua madre ci raccolsero con tanto amore; e noi riguardavamo la madre di D. Bosco come fosse la nostra, e tutti eravamo contenti e felici”.

 

 


CAPO XIV. Letture Cattoliche - Risposte dei Vicarii generali invitate a divulgarle - Il GALANTUOMO pel 1855 - Scissioni tra i Valdesi - Lettera di D. Bosco al Ministro Valdese De Sanctis perseguitato da' suoi correligionarii - Risposta Due altre lettere di D. Bosco allo stesso Ministro Per invitarlo a ritornare a Dio - Visite, dispute, ostinazione - Morte disgraziata.

 

                NARRATI avvenimenti non avevano interrotta la regolare pubblicazione  delle Letture Cattoliche. Per l'ottobre, per la prima metà di novembre e pel mese di febbraio 1855, eransi fissati cinque fascicoli, nei quali era divisa l'operetta anonima: La buona regola di vita per conservare la sanità.- Conversazioni.

                Sono dieci conversazioni sugli effetti fisici e morali dell'intemperanza, dell'abuso del bere e del mangiare, di certe abitudini contro l'onestà dei costumi, dell'ira e delle passioni egoistiche; e suggeriscono i mezzi di emendarsene, descrivendo i felici effetti di questa emendazione. Si accenna anche ai vizii de' coriféi del protestantesimo. L'ultima conversazione espone una buona regola di vita in famiglia e in società. Un dottore è il caritatevole [136] consigliere di varii giovanotti che egli riconduce sul retto sentiero, rimettendo la pace e la felicità nelle loro case D. Bosco continuava intanto a cercarsi nuovi associati, e per questo fine si raccomandava con lettere e circolari stampate, alle diverse Curie ecclesiastiche del regno. Ecco le risposte che ancora si conservano:

 

                Ho ricevuto le 180 copie della lettera circolare di cui mi fa cenno nel pregiatissimo suo foglio del 31 scaduto ottobre. Ne ho tosto fatto la diramazione in tutte le parrocchie della diocesi, e spero che ne risulterà l'effetto corrispondente a; benefici e pii di Lei desiderii.

                Gradisca, ecc.

 

                Nizza, li 10 novembre 1854.

 

Can. Arcid. GUIGLIA, vic. gen.

 

                Ieri sera mi giunse il pacco colle incluse circolari che saranno poco per volta diramate in tutta la nostra diocesi. Il Signore benedica lo zelo sempre più edificante della S. V. M. R. Dovunque possa cooperare in qualche cosa alle religiose di Lei intraprese, non mi risparmi e farò tutto quel poco che mi sarà possibile.

                Gradisca con tutta stima ecc.

 

                Novara, II novembre 1854.

 

SCAVINI, vic. gen.

 

                Insieme col gentil foglio di V. S. Preg.ma delli 31 p.p. mese di ottobre mi pervennero, non sono che due giorni, le ivi enunciate circolari, che di concerto col ven.mo Prelato d'Ivrea furono compilate.

                Le circolari stesse munite del timbro vescovile verranno subito diramate ai Parrochi di questa città e diocesi e ad altre pie persone onde vengano viemaggiormente diffuse le letture cattoliche. [137] E’ commendevolissimo e santo lo scopo cui si mira, epperò io spero che le zelanti fatiche della S. V. Preg.ma saranno da Dio benedette e coronate di felice successo.

                Gradisca intanto, ecc.

                Asti, 15 novembre 1854.

 

Can. Mussi, vic. gen.

 

                Contemporaneamente D. Bosco preparava il Galantuomo, almanacco pel gennaio 1855. In queste pagine dettava ricette per bevande suppletive al vino, e per levare le macchie dagli abiti: quindi dava una bella esposizione delle principali solennità della Chiesa, varii aneddoti edificanti, un dialogo intorno alla sacramental Confessione, e due poesie graziose, una in lingua italiana, l'altra in dialetto piemontese.

                Ma degna di nota speciale è la prefazione colla quale D. Bosco, usando uno stile festevole, vuol togliere dal popolo certi pregiudizii, e ricorda quanto fecero il Sindaco e i buoni cittadini per soccorrere i poveri nell'ultima epidemia. Ne rechiamo alcuni periodi:

 

Il Galantuomo ai suoi amici.

 

                Son ancor vivo; sono ancor vivo! Che trista annata ho dovuto passare... Alla metà dell'anno rimasi privo di lavoro, privo di danaro, carico di debiti... Ma la miseria fu il minore dei miei mali. Appena scoppiò quella malattia terribile che chiamano cholera-morbus, parecchie famiglie che dimoravano vicino a me ne furono orribilmente colpite. Dieci miei amici di mia età (io ho quarant'anni), sani e robusti ne furono vittima; oh! che morte spaventosa fecero mai!... Se si fossero lasciati portare al Lazzaretto forse non sarebbero morti; ma non ci vollero mai acconsentire, perchè erano imbevuti della falsa idea, che colà loro venisse data una caraffina bianca per farli morire, e intanto [138] morirono senza caraffina. Poveri amici, requiescant in pace. Mi consola però che sono morti da buoni cristiani e spero che saranno in cielo con Dio.

                Mentre io credeva di avere ormai passata la burrasca e quasi voleva cantare alleluia, il temporale cadde terribilmente sopra di me... Io ed un mio ragazzo fummo colpiti dal coléra; e poichè in casa mia non eravi che miseria, fummo ambidue portati al lazzaretto. Colà non mi fu risparmiata cura e diligenza; io sono guarito; mio figlio andò all'altro mondo. In quei momenti fatali la Divina Provvidenza venne in mio soccorso. Il Sindaco della città fece ricoverare due miei superstiti ragazzi, che spero presto poter ritirare in casa mia; alcuni pii signori della società di S. Vincenzo de' Paoli mi hanno con assiduità assistito. Più volte essi mi portarono danaro, lenzuola e coperte; al presente ancora mi portano un biglietto per carne, due per pane in ciascuna settimana. Insomma la carità di persone pubbliche e private, dopo Dio, mi hanno salvato la vita. Il Cielo sia loro propizio, e tutti li difenda dal cholera-morbus.

                Intanto ho pensato di metter testa a partito, e pensare un po' più seriamente all'anima mia; perciò non istupitevi, miei cari amici, se in questo anno lascierò a parte alcune minchionerie e parlerò più assennato.

                Ho fatto una raccolta di notizie e di varii aneddoti, i quali, leggendo, spero che potrete ritrarre molto vantaggio per voi e per le vostre famiglie. Il Cielo ci sia propizio, ci scampi dai pericoli, e ci doni tempi migliori; l'anno venturo, se avrò ancor vita, ritornerò a farvi una visita.

                In questi mesi frattanto gli eretici di vario colore, che parevano stretti ad un patto per disfarsi di D. Bosco, avevano cessato di far parlare di loro. Ma scomparso il coléra,, ripresero le loro geste odiose e in specie riaccendevano le loro antiche intestine discordie. Si erano scissi come in due partiti, gli Evangelici ed i Valdesi, e di quando in quando si accapigliavano e si maledicevano a vicenda. Eransi proposti di comporre un catechismo [139], ed era già stato preparato da tre dei loro pastori, ma non poterono mettersi d'accordo. Avevano tanti principii religiosi quante erano le teste. Odiandosi a vicenda, in varii paesi delle valli e in altri luoghi del Piemonte, formavano nuove sette, assumendo, con varie denominazioni, il titolo fastoso di chiese libere.

                La discordia si era accesa fin da quando si trattò di nominare il Ministro che officiasse il nuovo tempio sul corso del Re. I Valdesi avevano parteggiato per Amedeo Bert, gli Evangelici per l'ex-parroco apostata De Sanctis. Le questioni si accentuarono a tal punto che nel mese di novembre del 1854 il Ministro Valdese De Sanctis, venuto a rottura co' suoi colleghi, era stato destituito dal suo uffizio per ordine della così detta Venerabile Tavola, ossia Supremo Magistrato della Chiesa Valdese. Il periodico della setta degli Evangelici, La luce evangelica nel suo numero del 4 di detto mese, ne dava la notizia con queste piccanti parole: - “Il Signor De Sanctis, Ministro del Santo Vangelo, che da due anni in qua ha evangelizzato in Torino con soddisfazione di tutti, è stato, dalla Venerabile Tavola della Chiesa Valdese dimesso istantaneamente dall'uffizio di Evangelista. Siccome una tale determinazione della Venerabile Tavola scandalizza la Chiesa, e può attaccare presso i forestieri (non presso gli Italiani che lo conoscono) il carattere del Signor De Sanctis, la Direzione della Luce Evangelica invita i membri della Chiesa che si sentono abbastanza indipendenti, a dire se possono o no in coscienza, e davanti a Dio che ci dovrà giudicare approvare la determinazione della Venerabile Tavola”.

                Questo disinganno toccato al povero apostata era una voce, che gli faceva udire il Signore, per richiamarlo sul [140] buon sentiero e al seno della Cattolica Chiesa, che egli aveva vergognosamente abbandonata. Quindi D. Bosco, il quale regolavasi co' suoi avversarii in ben altra maniera di quella colla quale essi aveanlo trattato, cercò, in quei giorni, di render più facile al De Sanctis la via della salute. Gli scrisse perciò una lettera:

 

Torino -Valdocco, 17 novembre 1854.

 

                               Ill.mo e Stimabile Signore,

 

                Da qualche tempo andavo meditando in cuor mio di scrivere una lettera a V. S. Ill.ma, ad oggetto di esternarle il mio vivo desiderio di parlarle e di offerirle quanto un sincero amico può offrire all'amico. E ciò derivava dall'attenta lettura fatta dei suoi libri, la cui mercè parevami scorgere una vera inquietudine del cuore e dello spirito di Lei.

                Ora da alcune cose stampate nei giornali sembrando essere V. S. in disaccordo coi Valdesi, Le faccio invito di venire in casa mia, qualora Le gradisse. A che fare? Quello che il Signore Le inspirerà. Avrà una camera per dimorare, avrà meco una modesta mensa; dividerà meco il pane e lo studio. E ciò senza alcun tratto consecutivo di spese per parte sua.

                Ecco i sentimenti amichevoli che Le esterno dal profondo del mio cuore. Se Ella potrà venire in cognizione quanto sia leale e giusta l'amicizia mia verso di Lei, accetterà le mie proposte, o almeno mi darà un benigno compatimento.

                Secondi il buon Dio questi miei desiderii, e faccia di noi un cuor solo ed un'anima sola per quel Signore, che darà il giusto compenso a chi lo serve in vita.

                Di V. S. Ill.ma

 

Sincero amico in G. C.

Sacerdote Bosco Giovanni.

 

                Questo scritto di D. Bosco scosse le più intime fibre del misero De Sanctis, il quale rispose tostamente in questi termini: [141]

Torino, S. Salvario, via de' Fiori n. 1.

 

                               Stim.mo Signore,

 

                V. S. non potrebbe mai immaginare l'effetto che ha prodotto in me la sua gentilissima lettera di ieri. Io non credeva mai di trovare tanta generosità e tanta gentilezza in un uomo, che mi è apertamente nemico. Non ci dissimuliamo: V. S. combatte i miei principii come io combatto i suoi; ma mentre mi combatte mostra di amarmi sinceramente, porgendomi una mano benefica nel momento dell'afflizione; e così mostra di conoscere la pratica dì quella carità cristiana, che in teoria è predicata così bene da tanti. Dio volesse che imitassero la sua carità i suoi confratelli del Campanone, i quali non sanno parlare senza insultare, o senza gettare lo spregio ed il ridicolo sulle cose più serie[4].

                Per rispondere poi alla sua lettera Le dico che accetto come un prezioso dono la offerta di sua amicizia, e mi auguro che possa presto presentarmisi occasione, senza offendere la mia coscienza, di dimostrarle che La amo non di parola nè di lingua, ma d'opera ed in verità.

                Per moltissime ragioni non sono ora in grado di poter accettare la sua generosa esibizione; ma la profonda impressione, che essa ha fatto nel mio cuore, non sarà cancellata così facilmente. Intanto preghiamo l'uno per l'altro, acciò Dio ci faccia la grazia di trovarci insieme per tutta l'eternità avanti al trono di Dio, a cantare l'inno dei riscattati dal sangue dell'Agnello.

                Mi creda con sincerissima stima

 

Dev.mo Servo ed Amico

Luigi De Sanctis.[142]

 

                Fortunato il De Sanctis, se avesse ascoltato il consiglio di D. Bosco e si fosse svincolato da' suoi vergognosi lacci! Ma l'infelice chiuse le orecchie alla voce del Cielo, si contentò di ringraziare D. Bosco e far pubblicare sulla Luce evangelica queste parole: - “Mentre i Valdesi trattano il Signor De Sanctis nella maniera che ognun sa, il Sacerdote D. Giovanni Bosco scrive al medesimo una lettera piena di gentilezza e di carità, invitandolo a dividere seco lui l'abitazione e la mensa. Onore a chi lo merita”.

                Quindi in una lettera al Direttore della Buona Novella, data alle stampe, diceva: “Io debbo rendere giustizia alla verità: i preti non mi hanno mai trattato così male”, comparativamente ai Valdesi.

                Ma D. Bosco non si contentava d'aver ottenuto dal De Sanctis un elogio: non voleva lasciar l'opera sua incompiuta; quindi gli indirizzava la seguente lettera:

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Ho veramente piacere che la mia lettera sia stata di gradimento a V. S. Ill.ma e car.ma; e poichè Ella mi dice che trovasi nell'afflizione, vorrei che, mentre degnasi di accettare l'umile ma leale mia amicizia, mi desse occasione con cui io Le potrei recare qualche conforto. Vorrei però che si persuadesse che il numero di quelli che l'amano e stimano sinceramente è forse più grande di quello che Ella immagina. Il sig. Can. Anglesio Rettore dell'Opera del Cottolengo, il Teol. Borel Rettore del Rifugio, D. Cafasso capo di conferenza e Rettore del Convitto di San Francesco d'Assisi e moltissimi altri dividono meco gli stessi [143] sentimenti verso di Lei, e sarebbero assai contenti di avere un'occasione per mostrare verso di Lei la realtà di quanto affermo.

                Poichè Ella compiacquesi di chiamarmi amico, avrei caro di parlare seco Lei, sia per conoscere di persona colui che amo senza aver mai veduto, sia per confermarle di persona quanto Le scrivo. Che se Ella gradisse una mia visita, o volesse fissarmi un posto per la città; oppure, e sarebbe un favore per me, volesse venire a casa mia, sarebbe cosa, credo, di reciproca soddisfazione, ed Ella non avrebbe soggezione di alcuno.

                Solamente vorrei che mi dicesse il giorno e se può anche l'ora per non assentarmi da casa ed impedire che si rechi qua senza ritrovarmi.

                Voglia gradire questi miei amichevoli sentimenti, e mentre La prego a volermi continuare la sua amicizia Le auguro ogni bene dal cielo con dirmi

                Di V. S. Ill.ma e car.ma

                Torino - Valdocco, 30 novembre 1354.

 

Aff.mo Servitore ed Amico

Sac. Bosco Giov.

 

                De Sanctis, il povero sacerdote apostata, lo scrittore dell'empio Amico di casa, aderì all'invito a patto che D. Bosco non lo nominasse ne' suoi scritti.

                E venne all'Oratorio. D. Bosco lo ricevette col berretto in mano e così stette finchè da lui non fu pregato di coprirsi; gli fece visitare la piccola casa, e lo introdusse nei primi laboratorii, ove Gastini faceva il libraio. Quindi tenne con lui una conferenza e i giorni seguenti più altre. Le questioni si aggiravano specialmente sui caratteri della vera Chiesa.

                De Sanctis ammetteva, come fanno tutti i Protestanti, la visibilità della Chiesa, a chiare note annunziata dal Santo Vangelo; ma affermava che il protestantesimo esisteva dacchè cominciò ad esistere il Vangelo e che desso era [144] la società visibile di quelli che credono in G. C. e posseggono la sua genuina dottrina.

                - Ma dove era la vostra chiesa prima di Lutero e di Calvino? obbiettavagli D. Bosco; dove era il protestantesimo nei 1500 anni che scorsero dalla Chiesa primitiva fino alla riforma? Se la società di questi uomini era visibile, questa deve sempre aver avuto dei capi: datemi adunque il loro nome, patria, successione, il tempo in cui vissero, il luogo in cui abitarono, il loro culto, liturgia, dommi, morale, disciplina. Anzi non vi domando il nome di molti: datemi il nome di un sol uomo che prima di Lutero e di Calvino abbia professata la dottrina che oggidì voi professate.

                - Un nome? Oh un nome vi è. - E qui ripeteva le favole inventate da' suoi correligionarii, e accennava ad eretici antichi che nulla ebbero di comune coi riformatori del secolo XVI.

                D. Bosco sfatava questi errori e tanto più facilmente lo convinceva in quanto che il De Sanctis non ignorava la Storia Ecclesiastica, e conchiudeva: - Dunque la vostra setta, o chiesa che sia, fu invisibile per 1500 anni, dunque le manca il carattere evangelico, dunque non è la vera!

                I giovanetti dell'Oratorio talora si accostavano cautamente alla finestra per udire qualche parola della disputa e poi ripetevano scherzando fra di loro: - Mi dica il nome di un solo, un solo nome!

                De Sanctis fu convinto de' suoi errori, ma del convertirsi non ne fu nulla. Giustamente aveva scritto a Don Bosco in questi tempi il Teol. Marengo: “Dall'ultima dispensa della Luce appare che il De Sanctis è strettamente impegnato e vincolato colla Società Evangelica italiana, il qual legame gli può essere funesto”. Tuttavia qualche [145] cosa di bene provenne da questi colloqui. L'azione generosa di D. Bosco verso un così famoso suo avversario, caduto in disgrazia, parve' calmare contro di lui le ire nemiche. Da quel giorno infatti gli eretici cessarono dalle violenze, e si limitarono alle innocue armi della polemica.

                D. Bosco però non desistette dal tentare la conversione del povero De Sanctis, e l'anno seguente indirizzavagli un'altra lettera.

20 maggio 1855.

 

                               Carissimo Signore,

 

                Desideroso che la nostra amicizia non fosse limitata a sole parole, andava aspettando occasione di manifestarla con qualche fatto. Inoltre da' suoi scritti e dalle sue parole sembrandomi di scorgere che V. S. Car.ma non sia intieramente tranquilla, attendeva anche circostanza propizia di poterle palesare i vivi sentimenti che ho per la sua eterna salvezza; ed Ella, giacchè mi fe' dono della sua amicizia, mi palesasse a tu per tu le sue speranze e timori. Non già con animo di disputare, ciò non deve essere tra gli amici, ma per discorrere e conoscere il vero  era perciò ansioso di rivederla.

                Ora Le dirò schiettamente che desidero, e desidero di tutto cuore, la salvezza dell'anima di V. S. e che sono disposto a fare tutti i sacrifizi spirituali e temporali per coadiuvarla. Resta solo che V. S. mi dica se Le pare di essere tranquilla e di potersi salvare; se giudica che un buon cattolico si possa salvare nel suo attuale sistema religioso; se Le pare aver maggiori garanzie di salvezza un cattolico o un dissidente. Si persuada però che tutto ciò che passerà fra di noi o con iscritti o con discorsi non Le potrà mai recare alcun discapito nella sua posizione civile, sociale, religiosa; giacchè l'assicuro che ogni cosa sarà detta e posta sotto al più stretto amichevole segreto.

                Stupirà V. S. di questa mia lettera; pure io son fatto così; contratta una qualche amicizia, io bramo di continuarla e procurare all'amico tutto il bene a me possibile. [146] Iddio buono La benedica e La conservi; ed io con pienezza di stima me Le offro in quel che posso.

                Di V. S. Ill.ma e car.ma

 

Aff.mo Servo ed Amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                De Sanctis conosceva quanto fosse leale l'amicizia dì D. Bosco: le passioni gli offuscavano l'intelletto, ma non, poteva misconoscere la falsità di ciò che insegnava. Perciò andando a visitare D. Bosco non riusciva a ribattere le ragioni stringenti colle quali il santo prete lo confortava a ritornare in seno alla Chiesa Cattolica. De Sanctis però schermivasi sempre col dire: Ho famiglia e non posseggo mezzi di sussistenza.

                D. Bosco rispondevagli: - Stia certo che i Cattolici non lo abbandoneranno, ed io sono pronto a dividere il mio pane con lei. Lo aiuterò con tutti i mezzi possibili.

                - Ma... e la moglie non mi permette di fare, il passo che lei mi consiglia.

                D. Bosco allora a fine di cavarlo da ogni impiccio si assunse perfino l'incarico di provvedere alla pretesa sua, moglie un convenevole sostentamento; ma De Sanctis non accettò. L'ultima volta che fu a parlare con D. Bosco, lasciogli un barlume di speranza, che si sarebbe convertito. Era commosso e riconoscente fino alle lagrime per la bontà colla quale si vedeva trattato.

                Ma l'infelice apostata non volle rompere le vergognose catene, e pochi anni dopo, colpito da accidente, moriva all'improvviso, dicendo alla compagna di sua mala vita Muoio, muoio! Voglia il cielo che in quell'istante abbia almeno potuto fare in cuor suo un atto di contrizione!

 

 


CAPO XV. Letture Cattoliche - IL GIUBILEO E PRATICHE DIVOTE PER LA VISITA DELLE CHIESE - I giovani dell'Oratorio tutti preservati dal morbo asiatico - D. Bosco e l'unico caso di coléra - Pio IX proclama dogma l'immacolato concepimento di Maria SS. - Solennità e azioni di grazia nell'Oratorio - Amore corrisposto di D. Bosco alla Madonna.

 

                IL SOMMO PONTEFICE con Enciclica del I agosto 1854 aveva concesso e intimato il Giubileo universale invitando i popoli a penitenza ed a pregare il Signore, col patrocinio di Maria SS. Immacolata, perchè rimuovesse o almeno rendesse più miti i castighi che sovrastavano al mondo. Fra i motivi d'accordarlo, il Papa esponeva quello che i Vescovi di conserva con tutti i fedeli implorassero con suppliche e voti ferventi la bontà del Padre delle misericordie, affinchè si degni di illuminare la nostra anima colla luce del suo Santo Spirito, e Noi possiamo recare al più presto sulla Concezione della SS. Madre di Dio, l'immacolata Vergine Maria, una decisione che ridondi a maggior gloria di Dio e di questa stessa Vergine nostra Madre diletta. [148]

                Nell'Archidiocesi di Torino il giubileo aveva luogo dal 1 ottobre al 31 dicembre. D. Bosco adunque nel novembre, colla Tipografia De Agostini, dava alle stampe nelle Letture Cattoliche il suo libretto: Il Giubileo e pratiche divote per la visita delle Chiese. In esso D. Bosco pubblicava l'Enciclica papale, e nella prefazione, diceva:

 

                Al lettore. - Lo scopo principale di questo libretto si è di far conoscere ai fedeli Cristiani la vera origine del Giubileo, e come esso sia passato dalla Sinagoga degli Ebrei alla Chiesa Cattolica.

                Mi sono fatto coscienzioso dovere di consultare i più antichi e i più accreditati scrittori, fermo di nulla trascrivere che presentasse alcun dubbio sulla verità. Si aggiungono alcune pratiche religiose, che possono servire alla visita delle tre chiese, secondo che viene prescritto dal Romano Pontefice nell'accordare il presente Giubileo.

                La qual cosa servirà pure a confutare l'accusa che i protestanti ed alcuni cattivi Cattolici fanno alla Cattolica Chiesa, quasi che il Giubileo e le sante indulgenze siano un'istituzione degli ultimi tempi.

                Leggi, o Cristiano, e leggi attentamente; chi sa che per me e per te non sia l'ultimo Giubileo? Fortunati noi, fortunati tutti i Cristiani se lo faranno bene. La Misericordia divina ci attende; i tesori celesti sono aperti, faccia Iddio che tutti ne sappiano approfittare.

Sac. Bosco Gio.

 

 

                L'opuscolo poi del dicembre veniva opportuno, poichè in quei giorni sentivansi tali bestemmie contro la Madonna, sulle labbra e negli scritti dei settari, da far inorridire gli stessi demonii. Sulla fronte dell'opuscolo stava scritto: Riflessioni in proposito dell'attesa definizione dogmatica sull'Immacolato Concepimento della SS. Vergine, scritte dal [149] Prof. Fr. Costa Sacerdote Romano, coll'aggiunta di preghiere per una novena.

                Definiva la dottrina dell'Immacolato Concepimento di Maria, narrava la condotta della Chiesa riguardo a questa dottrina dai primi tempi fino ai giorni nostri, esponeva il fine che la Chiesa si proponeva nella anzidetta deliberazione dogmatica, e i doveri che in seguito alla prefata definizione dogmatica incomberanno ad ogni Cattolico.

                Questi stampati erano eziandio segni della riconoscenza dell'Oratorio a Maria SS., essendosi avverata la promessa fatta con tanta fiducia da D. Bosco ai giovani. L'esito era sorprendente anche per un scettico. In quel tempo gli alunni dell'Ospizio, compresovi D. Bosco e sua madre, formavano già una famiglia di quasi cento persone. Or bene posti in un sito, dove il coléra infierì così crudelmente, che, a destra, a sinistra e di fronte, ogni casa ebbe a piangere i suoi morti, dopo circa quattro mesi, passato il flagello, si contarono, e di tanti che erano, non uno mancava. Il morbo aveva loro serpeggiato attorno, erasi avanzato fin sulla porta dell'Oratorio, era penetrato anzi nella stessa camera di D. Bosco; ma parve che una mano invisibile gli additasse di retrocedere, ed egli obbedì, rispettando la vita di tutti. Cosa poi, la quale faceva stupire, si fu il vedere i giovani, che in quel tempo eransi consacrati al servizio degli infermi. Stavano essi così sani, vegeti e prosperosi, che parevano aver passati quei giorni, non già tra le esalazioni mefitiche dei lazzaretti e delle case appestate, ma in campagna deliziosa e salubre, in seno alle vacanze ed al riposo. Quindi tutti quelli che conoscevano la cosa, ne erano maravigliati; ed era impossibile non iscorgere in quel fatto la pietosa mano di Dio, che li aveva visibilmente protetti. [150] Abbiamo accennato di sopra, che il morbo era penetrato sin nella camera di D. Bosco; dobbiamo aggiungere che ancor lo assalì.

                Egli aveva, come già abbiam detto, pregato il Signore che se il morbo avesse dovuto colpire alcuno de' suoi giovani, esso offeriva se stesso come vittima in loro vece. E fu messo alla prova. Infatti raccontò a D. Bonetti la madre Margherita, che una sera, in quella settimana nella quale il coléra incominciava a far strage, dopo un giorno di grande strapazzo, D. Bosco, postosi in letto, si addormentò. Ma non tardava a svegliarsi; sentivasi sorpreso da una gran debolezza in tutta la vita; poscia dal freddo e dal granchio ai piedi e alle gambe. La testa gli girava, impeti di vomito gli sconquassavano lo stomaco; sentiva insomma tutti i segni precursori del gran nemico. Si pose a sedere sul letto. Che fare? Prese il campanello per chiamar gente, ma non suonò. Temeva di spaventare i giovani se domandava aiuto. Incominciò pertanto a pregare Maria SS., rimettendo però a Dio le sue sorti, e si prestò da se stesso il servizio, solito a prestare ai colerosi. Laonde, tenendo con ambe le mani la coperta e le lenzuola, ei si diede a fregare l'uno coll'altro e a dimenare i piedi e le gambe con tanta forza nel letto, che, dopo un quarto d'ora, stanco ed oppresso dalla fatica, tutto il suo corpo era immerso in un sudore. In quello stato D. Bosco si addormentò, svegliandosi al mattino senza alcun male. Fu questo l'unico caso di coléra, che si avesse in casa, il quale però dovette essere cagionato non solo dalla carità verso i suoi giovani, ma anche da un motivo ancor più sublime, inspiratogli da un sentimento di viva fede per il trionfo della Chiesa e di Maria SS. Noi infatti da certe sue parole e scritti [151] abbiamo fondate ragioni per essere convinti che D. Bosco avesse fatto a Dio offerta generosa della propria vita per,ottenere che fosse proclamato in quest'anno il Dogma dell'Immacolata Concezione della Vergine benedetta. È  -cosa anche certa che egli ricordò con molta lode persone che nel 1854 avevano emesso un simile voto. Perciò noi crediamo che il male che lo incolse, fu prova che il sacrificio era stato accetto al Signore e la sua guarigione effetto della bontà di Maria SS.

                Cessato che fu intieramente il malore in città e nel suo territorio, D. Bosco volle che i giovani ne rendessero vive grazie al Signore, per averneli così amorosamente difesi. A questo fine venne fissato l'otto di dicembre, solennità dell'Immacolato Concepimento di Maria Vergine, che in quel giorno stesso l'immortale Pontefice Pio IX, nella Basilica Vaticana, circondato da 200 tra Cardinali, Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi, accorsi anche da lontane parti del mondo, proclamava solennemente dogma di fede. Nel mattino di quel dì memorando i giovani dell'Ospizio e molti dell'Oratorio festivo si accostarono divotamente ai Santi Sacramenti delle Confessione e della Comunione ad onore di Maria Immacolata, che li aveva coperti col manto della sua bontà di Madre. Nella sera poi D. Bosco con apposito discorso preparò gli animi loro al rendimento di grazie. Parlò in modo conveniente e ad essi adattato del caro mistero che si definiva in quel dì quale verità di fede; disse poscia della bontà e potenza di Maria a pro de' suoi divoti; e infine passò a dire come, scomparso ormai ogni pericolo del coléra, fossero tutti in dovere di ringraziare il Cielo per averneli preservati. Don Bosco paragonò il passaggio del coléra nei nostri paesi al passaggio dell'Angelo sterminatore in Egitto; e per far [152] meglio comprendere l'insigne benefizio, che aveva lor fatto il Signore, descrisse varie scene dolorose, avvenute in più luoghi della Liguria, del Piemonte, in Torino stessa e in alcune case del vicinato. - “Sì, così egli terminò, sì, miei cari figli, ringraziamo Iddio, chè ne abbiamo ben donde; poichè, come voi vedete, Egli ci ha conservati in vita tra mille pericoli di morte. Ma, affinchè il nostro ringraziamento gli riesca più gradito, uniamolo con una cordiale e sincera promessa di consecrare a Lui solo il resto dei nostri giorni, amandolo con tutto il cuore, praticando la Religione da buoni cristiani, osservando i comandamenti di Dio e della Chiesa, fuggendo insomma il peccato mortale, che è un morbo infinitamente peggiore del coléra e, della peste'„. Ciò detto, egli intonò il Te Deum, e i giovani ne proseguirono il canto col più vivo trasporto di riconoscenza e di amore.

                Somma in que' giorni era la sua gioia, e aveala trasfusa ne' suoi allievi, i quali la manifestarono eziandio, con una bella accademia e con musiche. Aveva fervorosamente pregato, aveva celebrato messe per affrettare la grazia di questa definizione dogmatica, che da lungo tempo, desiderava; e continuò a pregare e a ringraziare il Signore per aver così glorificata in terra la Regina degli Angeli e degli uomini. La festa dell'Immacolata divenne la sua prediletta, benchè con grande solennità continuasse a celebrare quella di Maria Assunta in cielo.

                Chi può descrivere quanto D. Bosco amasse la Madonna! Dopo il SS. Sacramento la sua prima divozione era quella a Maria SS. Pareva che non vivesse che per Lei. Questa divozione raccomandava di continuo a tutti, predicando, confessando, tenendo discorsi famigliari, con una tenerezza figliale che traspariva dal suo volto. Visitava [153] sovente i santuarii della sua celeste Madre. Aveva sempre con sè medaglie benedette e immagini di Maria SS., che distribuiva volentieri, massime ai fanciulli, i quali si affollavano intorno a lui, raccomandando loro di portarle divotamente addosso e di pregare tutti i giorni la Madonna.

                Con giubilo e santo trasporto cantava coi giovanetti, sia in chiesa, sia nel cortile le lodi di Maria; e non bastandogli la voce quando intonava la canzone: Noi siam figli di Maria, alzava le mani in segno di allegrezza e con santa semplicità faceva la battuta. Narra il Canonico Anfossi: “D. Bosco voleva che Maria SS. fosse lodata continuamente da' suoi giovinetti. Quante laudi io ricordo d'aver cantato in sua compagnia. Tanto era l'entusiasmo da lui inspirato per la Madonna, che una domenica sera ritornando egli dall'Oratorio dell'Angelo Custode in regione Vanchiglia, seguito da uno stuolo numerosissimo di giovani, tra i quali io pure mi trovava, intonò il canto: Mille volte benedetta, o dolcissima Maria, che noi cantammo ad alta voce traversando la piazza Emanuele Filiberto”. Il suo contento era poi al colmo quando, in questi anni, vedeva i suoi alunni, chiesto il permesso, formare altarini nella sala di studio e nelle camerate, per celebrare con solennità il mese di maggio.

                Egli poi, così in questo mese come nelle novene delle feste di Maria, ogni sera faceva un fervorino, parlava di una virtù o di una prerogativa della Madonna, narrava una grazia ottenuta da Lei, e sempre consigliava un fioretto da tradursi in pratica in suo onore. Non lasciava avvicinar festa della Madonna senza annunziarla. In queste occasioni, promoveva sempre la maggior frequenza ai Sacramenti, confessando egli stesso per lunghe ore, e quando nella festa non poteva egli predicare, aveva cura [154] che fosse invitato un predicatore, che sapesse innamorare i cuori di Maria.

                Spesso indirizzandosi a qualche studente dicevagli un testo latino della Bibbia che la Chiesa applica alla Madonna; come per esempio: Beatus homo qui audit me, et qui vigilat ad fores meas quotidie et observat ad postes ostii mei. Qui me invenerit inveniet vitam et hauriet salutem a Domino[5]. Quindi ne chiedeva loro la traduzione, cui egli poscia commentava, esortando a viva confidenza nella celeste Madre, e assicurando che si sarebbero ottenute tutte le grazie delle quali si potesse abbisognare.

                Ai giovani esterni dell'Oratorio festivo raccomandava di recitare tutti i giorni una terza parte di Rosario, e piuttosto che lo tralasciassero per mancanza di tempo, desiderava che lo recitassero in parte anche durante il lavoro, e in parte nell'andare o nel ritornare dalle fabbriche. Egli assicurava essere il santo Rosario un mezzo meraviglioso per ottenere la virtù della purità e sicura difesa contro le insidie del demonio.

                Egli poi era l'apostolo di tutte quelle pratiche di pietà che sapeva essere gradite alla gran Madre di Dio. In molte parrocchie del Piemonte dopo l'Angelus fece aggiungere i tre Gloria Patri, che allora generalmente non solevansi recitare, perchè seppe che una pia persona era venuta a conoscere per rivelazione che sarebbero riusciti gradevolissimi alla Madonna.

                Egli poi sempre incominciava, proseguiva e finiva tutte le opere sue invocandola; e avendo a inviare lettere circolari procurava che fossero spedite colla data [155] di una delle sue feste, e talora ne differì di parecchie settimane la spedizione perchè recassero tale data. Similmente adoperavasi nell'iniziare un'impresa o nel tenere una solenne radunanza de' suoi collaboratori. Ogni,sua opera attribuivala alla Madonna, e nelle prediche e nelle conferenze andava ripetendo che quanto faceva l'Oratorio e la Congregazione tutto si doveva attribuire alla bontà di Maria. Nel corso intero della sua vita nulla mai intraprese d'importante senza prima affidare alla sua protezione i proprii disegni.

                L'invocazione a lui più famigliare era: Maria, mater gratiae, Dulcis parens clementiae, Tu nos ab hoste protege, Et mortis hora suscipe. E Maria lo liberava in tutte le sue strettezze.

                “Maria fu sempre la mia guida”, esclamava spesso. Erano evidenti le moltissime grazie che D. Bosco per intercessione di Maria otteneva per sè, per i suoi giovanetti e per le persone che per mezzo suo a Lei si raccomandavano. E i giovani andavano dicendo tra loro: - D. Bosco deve essere bene in relazione con Maria SS., poichè Essa gli ottiene tante grazie. - E il popolo si persuadeva che la Vergine SS. nulla gli negasse di quanto egli pregavala. La sua fede illimitata appariva ogni giorno più viva, ed in modo speciale al letto degli infermi, ottenendo guarigioni straordinarie. La sua benedizione invocava sui presenti e sui lontani la materna e valida protezione di Maria, e non attribuendo a sè alcun merito, andava ripetendo: - Quanto è mai buona la Madonna.

                La Regina del cielo e della terra, che D. Bosco riguardò e chiamò sempre col nome soavissimo di madre, corrispondeva al suo affetto e a quello de' suoi giovani [156] coll'assumere direttamente l'alta direzione dell'Oratorio. Le novene celebrate in suo onore erano fatali ai cattivi. D. Bosco annunciandole era solito dire: - Facciamola bene, perchè la Madonna stessa vuole purificare la casa, e ne scaccerà chi è indegno di abitarla. - Infatti quei giorni erano sempre segnalati per la scoperta di qualche volpe, o di qualche lupo, i quali, per quanto sapessero celarsi, per un motivo o per l'altro, e la maggior parte delle volte spontaneamente, abbandonavano l'Oratorio. È  un fatto che si ripetè le centinaia di volte, constatato da tutta la Comunità.

                E basti per ora di questo argomento. Ciò che la Madonna fece per D. Bosco e quanto D. Bosco operò per lei colle fatiche, colla penna e colla voce, lo vedremo, nel corso di queste pagine.

                Di quanto abbiamo sopra esposto fanno testimonianza Mons. Cagliero, D. Rua, il Can. Anfossi, D. Cerruti, Villa Giovanni tra i viventi, con molti altri: e ne scrissero autorevoli ricordanze il Teol. Reviglio, D. Giacomelli, D. Bonetti, già da Dio chiamati alla eternità.

 

 


CAPO XVI. Don Bosco e la virtù della purità.

 

                UN affetto così ardente verso la Madonna era una irradiazione ed una prova della purità del cuore di Don Bosco.

                Sì, noi siamo intimamente persuasi che qui consista sovratutto il segreto della sua grandezza, vale a dire che Dio lo abbia colmato di doni straordinari e che di lui siasi servito in opere meravigliose, perchè si mantenne sempre puro e casto. “Al solo vederlo, asserisce D. Piano, si poteva conoscere quanto amore portasse alla bella virtù”. Le sue parole, i suoi portamenti, i suoi tratti ed in complesso ogni sua azione spiravano tale un candore ed un alito verginale, da rapire ed edificare qualunque persona si avvicinasse a lui, fosse pure un traviato. L'aria angelica che traspariva dal suo volto aveva un'attrattiva tutta speciale per guadagnare i cuori. Non uscì mai dal suo labbro una parola che potesse dirsi meno propria. Nel suo contegno evitava ogni gesto, ogni movimento che avesse anche solo per poco del mondano. Chi lo conobbe nei momenti più intimi della sua vita, ciò che riscontrò sempre in lui di più straordinario. [158] fu l'attenzione somma che egli ebbe costantemente nella pratica dei più gelosi riguardi per non mancare menomamente alla modestia. Alcuni de' suoi vollero esaminare in tutto e per tutto la sua condotta esteriore, spiandolo talvolta persino dalla fessura della toppa dell'uscio, e mai fu sorpreso in atteggiamento men che dignitoso. Non fu mai visto neppure una volta sola accavalciare le gambe, star sdraiato sopra un seggiolone, mettersi le mani in seno o nelle scarselle, anche nel maggior freddo, per riscaldarle.

                Non permetteva mai alla sua presenza scherzi anche solamente grossolani; una frase un po' libera lo faceva arrossire e non esitava di avvertire chi l'aveva pronunciata. Tutti i suoi scritti sono un modello della delicatezza somma che egli aveva a questo riguardo, vero e limpido riflesso dell'animo suo. “Alcune volte accadde a me, disse D. Rua, e a vari miei compagni di trovarci incagliati nel raccontare alcuni fatti dell'antico testamento; e, consultando la sua storia sacra, trovavamo il modo di esprimerci con tale delicatezza, da escludere ogni pericolo di sconvenienza. Si può dire anche di lui ciò che si dice del nostro Divin Salvatore, che, accusato in tante guise dai suoi nemici, non si osò intaccarlo sulla castità. Di modo che devesi conchiudere che in modo eroico conservò questa virtù in tutto il corso della sua vita”.

                Un giorno D. Chiattelino si trovò in conversazione con D. Bosco, suo confidente e consigliere. Il buon prete era angustiato da gravi scrupoli dopo avere ascoltato le confessioni, e dubitava sempre se avesse fatto le necessarie interrogazioni per assicurare l'integrità del Sacramento. Allora D. Bosco per calmarlo gli narrò che egli essendosi andato a confessare da un sacerdote ancora [159] novello nel sacro ministero, interrogato su varie mancanze, egli aveva risposto che colla grazia di Dio noti, ne aveva mai commesse.

                - E questa tal cosa?

                - Nossignore, mai; Iddio mi ha sempre assistito.

                - E quest'altra?

                - Nemmeno, per bontà di Dio! - E aggiungeva. D. Bosco che quel confessore pareva non ci si raccapezzasse, e quasi temesse che il suo penitente non fosse sincero. Quindi egli faceva osservare a D. Chiattelino, che se una persona si presume sufficientemente istrutta nei suoi doveri, esser regola sicura di prudenza, che il confessore accetti senz'altro l'accusa come è presentata, e non turbarsi o recare turbamento. Perciò si persuadesse, i suoi timori non essere altro che fantasie.

                D. Chiattelino raccontandoci questo fatto, aggiungeva: -Ascoltando io queste parole di D. Bosco, e confrontandole con altre che mi ricordava essergli una volta sfuggite nel dare un importante consiglio, mi feci persuaso che D. Bosco non fosse mai caduto in colpa grave.

                Anche D. Savio Ascanio, che fin dal principio e per ben quarant'anni studiò D. Bosco, affermava come fosse persuaso ch'egli non avesse mai perduta la innocenza battesimale e che tale opinione era pur divisa con lui da altri antichi allievi sacerdoti.

                Nel trattare cogli uomini D. Bosco si lasciava baciar le mani, ma ci diceva che ciò dovevasi permettere perchè i sacerdoti sono rivestiti di un carattere e di una autorità divina e le loro mani sono consacrate. Questi sentimenti erano fatti evidentemente palesi da ogni suo atto. Alle persone di altro sesso talora permetteva quell'atto di ossequio, senza mai però tenere la loro mano nella sua, e [160] sovente si schermiva, ma senza sgarbatezze. Nei primi anni dell'Oratorio, quando non aveva ancora porteria, soleva attendere alle udienze, dopo la messa, sotto i porticati della casa, e non si vide mai che conducesse donne in camera per dar loro udienza. In appresso poi ingrandita la casa, le riceveva nella sua stanza, la quale però era attigua a quella di aspetto, in cui si trovavano altre persone che attendevano, ed uno della casa che annunziava chi voleva parlargli. E teneva sempre la porta semichiusa, affinchè tutti gli astanti potessero liberamente vedere. Se alcune volte si presentava a lui una signora vestita un po' vanamente, teneva gli occhi fissi al suolo, come tutti videro sempre, e come attestano D. Rua, D. Piano e cento altri.

                Sedeva ad una certa distanza dalle visitatrici e non mai di fronte; non le mirava in volto e mai stringeva loro la mano al loro uscire od entrare; e se ne sbrigava il più presto che potesse. Siccome molte di queste persone avevano bisogno d'essere consolate, non usava mai espressioni affettuose, che non avrebbero potuto guarire un male, se non producendone un altro. Perciò composto in contegno grave, le confortava nelle loro avversità con una ragione che soleva ripetere frequentemente: - Fiat voluntas tua! Ed anche: “Dio non abbandona nessuno; chi ricorre a lui coll'anima monda dal peccato e colla preghiera ben fatta, ottiene quanto gli abbisogna”. Evitava persino di dare del tu ad alcuna, ancorchè fosse sua parente, eccettochè alle bambine o fanciulle di pochi anni. Ma anche con queste era sempre riservatissimo. Talvolta qualche donna, chiedendo a lui la benedizione, lo pregava a farle un segno di croce sulla fronte o sugli occhi sperando di poter guarire da un suo incomodo; ma D. Bosco [161] non accondiscese mai al loro desiderio. Un giorno una di queste gli prese la mano per portarsela sulla testa; ed egli allora ne la rimproverò severamente. Era testimonio D. Rua.

                Per via non salutava mai alcuna dama pel primo, fosse anche una benefattrice. Non faceva mai visita ad una signora, se non quando lo esigeva la gloria di Dio, o qualche grande necessità. Più volte venne invitato da qualche dama ad approfittare della propria vettura dovendo uscire contemporaneamente; e D. Bosco ringraziando non accettava; e se qualche volta accettò l'invito, fu quando era accompagnato da qualcheduno de' suoi, oppure da un altro uomo.

                Tale somma compostezza egli raccomandava a' suoi allievi. Narrava il Teol. Reviglio: “Mi ricordo che quando andai parroco e Vicario Foraneo a Volpiano, D. Bosco mi diede l'avviso di non fare mai la più piccola carezza anche per premio o per incoraggiamento alle ragazze, perchè diceva: Ciò può dare occasione a maldicenze. E quando poi era già curato alla parrocchia di S. Agostino in Torino, mi inculcava di usare anche nelle cose lecite ogni circospezione e riservatezza al fine di conservare il prestigio di parroco casto”.

                E D. Bosco era geloso di questo prestigio. D. Savio Angelo e Mons. Cagliero ci raccontarono come egli, giunto una volta a Castelnuovo e avendo bisogno di farsi radere la barba, cercò di una bottega di barbiere. Trovatane una, vi entrò. Tosto gli si presentò una donna che dopo averlo cortesemente salutato lo invitò a sedersi, assicurandolo che presto sarebbe stato servito. È  da notarsi che il padre di colei era barbiere e, non avendo alcun figlio maschio, aveva insegnato il suo mestiere alla [162] figlia. Quella adunque cominciò a stendergli innanzi l'asciugamano. - Fin qui meno male, disse tra sè D. Bosco, credendo che sopraggiungesse il barbiere in persona. Ma ecco che vede quella donna disporre il rasoio, prendere il vasetto del sapone, in atto di mettersi all'opera di radergli la barba. Ciò visto D. Bosco si alzò, prese il suo cappello e salutando disse: - Non permetterò mai che una donna venga a prendermi pel naso. Oh no! Finora nessuna fuori di mia madre toccò queste guance! - E se ne andò. Aggiungeremo che nelle sue malattie non volle mai essere servito da persone di altro sesso e neppure dalle suore, e non ammise mai altri intorno al letto fuori de' suoi coadiutori adulti, che ammirarono sempre la sua estrema diligenza nell'evitare ogni più piccola cosa che potesse offendere la modestia.

                Ma ex abundantia cordis os loquitur D. Bosco nelle sue prediche, fervorini, conversazioni, conferenze sapeva insinuare nei cuori l'amore alla regina delle virtù. Parlava continuamente del tesoro intrinseco inestimabile che dessa è; dipingeva la bellezza di un'anima casta e le gioie che gode, i premii che il Signore le ha preparato in terra ed in cielo, e come nel paradiso stesso segua l'Agnello, ovunque vada. Le sue parole producevano un effetto mirabile in quelli che l'udivano, sicchè rimanevano invaghiti della purità; parole ancora oggi ricordate con affetto da Villa Giovanni e da mille altri. D. Bosco non pareva un uomo che parlasse, ma un angelo, e gli uditori andavano poi ripetendo: -Solamente chi è puro e casto come gli angioli, saprebbe parlare della purità in tal modo. - Elettrizzava D. Bosco i suoi giovani e sovente, eziandio in ricreazione con improvvise esclamazioni: Vorrei che foste tanti S. Luigi! - Manteniamo le nostre [163] promesse! Spero che l'infinita misericordia di Dio farà che ci possiamo un giorno trovare tutti colla candida stola nella beata eternità!  - E se qualche meticoloso aveva dei dubbi, esclamava: Là, là, ricórdati: Omnia possum in eo qui me confortat. E in modo speciale inculcava a tutti con istanza la divozione alla Vergine Santissima, dicendo d'invocarla nei pericoli colla giaculatoria: Maria, aiutatemi; anzi suggeriva loro di scrivere sui libri e sui quaderni tale giaculatoria con queste iniziali: M. A. E li premuniva contro i pericoli da evitarsi.

                Oltre i mezzi spirituali e molteplici che già conosciamo, insisteva sulla necessità di stare sempre occupati in qualche cosa, in ricreazione essere sempre in moto, nei divertimenti non mettersi mai le mani addosso, non camminare a braccetto o tenersi per mano o stringere quella del compagno. Non tollerava che i giovani fra loro fossero sgarbati o si abbracciassero anche solo per ischerzo. Rigorosamente, ma con prudenza, inibiva le amicizie particolari, per quanto sulle prime non presentassero pericolo di sorta, ed in ciò era inesorabile. Non solo esecrava il turpiloquio, ma non poteva soffrire che si pronunciassero parole plateali, che potessero suscitare un pensiero, un sentimento men che onesto, ed esclamava: - Certe parole nec nominentur in vobis. - Li esortava eziandio a regolare ogni azione in modo da allontanare ogni menomo sospetto sulla loro condotta.

                Nelle sue esortazioni però D. Bosco parlava della purità più che non del vizio contrario, e di questo faceva cenno con termini riservati e prudenti. Evitava di pronunciare i nomi di tal peccato; alle tentazioni non dava altro epiteto che quello di cattive; una caduta appellava disgrazia. Per contrario lo stesso vocabolo castità non gli [164] sembrava abbastanza soddisfacente; vi sostituiva quello di purità, che presentava un senso più esteso e secondo lui meno risentito dalla fantasia. Nei giovani incuteva il massimo orrore per questo vizio non tanto la sua parola, quanto un tutto insieme di grazia divina, di persuasione, di affetto, di spavento, che dal cuore di D. Bosco si riversava nei loro cuori. Ed egli esclamava frequentemente per incoraggiarli a combattere il demonio: Momentaneum quod cruciat, aeternum quod delectat. E piangeva dal dolore al pensare che tanta gioventù andava in rovina per il peccato della disonestà. Anche in pubblico ei pianse parlando con grande calore in proposito su questo argomento: -Piuttosto, egli disse, che si commettano di questi peccati nell'Oratorio, è, meglio chiudere la casa. Tali colpe portano la maledizione di Dio anche sulle intiere nazioni. - E i giovani andavano a riposo commossi e colla testa bassa, risoluti di custodire gelosamente il loro cuore per Dio.

                “Beati quei giorni, esclamò D. Bongioanni, in cui un piccolo neo riguardo ai costumi, ci commoveva al pianto e ci spingeva con insistenza ai piedi del confessore, sì grande era l'effetto prodotto in noi dalle parole di Don Bosco”.

                E soggiungeva D. Reviglio, che visse per tanti anni in Valdocco: - Si può asserire con giuramento che nell'Oratorio regnava tale ambiente di purezza, che aveva dello straordinario.

                Nello stesso tempo D. Bosco formava i chierici assistenti simili a sè. Li avvertiva, se scorgeva che usassero cogli alunni troppa famigliarità. Non permetteva che li tenessero per mano, che li introducessero nelle loro celle, e che nelle camerate si portassero tra l'uno e l'altro [165] letto, tolto il caso di grave necessità. Ogni trattenimento, conversazione esigeva che si facesse alla presenza di tutti, e per nessun pretesto mai in luoghi appartati. Li avvertiva che in ogni loro gesto, scritto, parola nulla vi fosse che, anche da lungi, mettesse in dubbio la loro virtù. Inculcava loro di custodire con severità i propri sensi e, mandandoli a servire nelle sacre funzioni negli educatorii, li avvisava di lasciare gli occhi a casa. Questa mortificazione, ei diceva, è una gran custodia della purità. - D. Bosco un giorno era uscito di casa con un giovanotto, il quale giunto in una piazza, essendo distratto, fissava con insistenza l'architrave di una finestra. A un tratto fu scosso dalla voce di D. Bosco: - Che cosa guardi? - Il giovanotto si affrettò a dargli una risposta soddisfacente, e D. Bosco rasserenato, quasi riflettendo, disse sottovoce: - Pepigi foedus cum oculis meis. - A questo fine cercava d'impedire che le giovani signore venissero a consultarlo nell'Oratorio, e fissava in altri luoghi l'incontro da esse desiderato. Ne abbiamo prova certa in varie sue letterine, fra le quali una in data da Torino 13 luglio 1854.

 

                               Signora contessina,

 

                Sono giunto a S. Francesco quando non era più a tempo di renderla avvertita. Abbia la bontà di dire a Maman che domani dalle 3 alle 5 pomeridiane sarò al Convitto; e non avranno che farmi chiamare dal portinaio.

                Dio La benedica affinchè colla pratica della virtù possa formare la consolazione degli ottimi suoi genitori.

 

Obbl.mo

Sac. Bosco Giovanni [166]

 

                Rigorosissimo poi quando eragli chiesto consiglio intorno alla vocazione ecclesiastica, soleva dire che non si consigliassero o permettessero mai le sacre ordinazioni a quelli che non fossero fermi nella pratica dell'angelica virtù.

                Nell'esortare i chierici a prendersi cura affettuosa dei giovani, recava loro l'esempio di N. S. Gesù Cristo; ma pur temendo che taluno non sapesse valersene in bene, non citava in pubblico per intero, o senza commenti quei passi del vangelo nei quali si dice che il Divin Salvatore stringeva al seno i fanciulli, perchè, soggiungeva, ciò che Dio faceva, non potevano farlo essi, senza pericolo. Non cessava di raccomandare la continua vigilanza, e che allontanassero dalle mani e dagli occhi dei giovani qualunque cosa potesse far nascere in loro qualche mala curiosità, o insegnare qualche malizia, dicendo: - Ricordatevi: De moribus! ecco tutto; salvate la moralità. Tollerate tutto, vivacità, insolenza, sbadataggine, ma non l'offesa di Dio e in modo particolare il vizio contrario alla purità. State bene in guardia su questo, e mettete tutta l'attenzione vostra sui giovani a voi affidati.

                Ed ecco D. Bosco stesso in mezzo ai fanciulli maestro e modello nelle parole e nelle opere ai preti, ai chierici e a tutti i suoi coadiutori; e la sua purità brillare così rigorosa, delicata e pubblica, da non dar mai luogo al più lieve dubbio. Il suo amore per i fanciulli, e specialmente per i più poveri ed abbandonati come più bisognosi di sue cure, perchè in maggiore pericolo di perdersi, si manifestò sempre tenerissimo, grande, forte; ma tutto spirituale, veramente casto. Benchè cercasse in tanti modi di manifestarlo, non si permetteva nessun atto troppo sensibile e neppure stringeva lungamente le mani di un [167] giovane nelle sue. Egli dava un'idea perfetta della presenza del Salvatore in mezzo ai giovanetti. La virtù della purità era come una sopravveste che lo copriva da capo a piedi; e quindi i giovani volentieri gli si avvicinavano, gli avevano illimitata confidenza, conoscendo come egli fosse innocente e puro. E il Teol. Murialdo Leonardo aggiungeva come conseguenza, che tale carità che Don Bosco aveva verso i giovani faceva sì che essi pure lo riamassero di sincero affetto ed in tal grado, che non si saprebbe trovare altro esempio da mettere in confronto.

                Il Can. Ballesio presta la sua testimonianza: “Sempre in mezzo ai giovani circondato da loro e tirato alle volte dai medesimi da una parte e dall'altra, nelle ricreazioni, e i giuochi di mano e di corsa, dimostrava una semplice, disinvolta e pudicissima sveltezza; e non solo le sue parole, ma anche la sua presenza e molto più un suo sguardo, un sorriso, ispiravano amore a questa virtù, che era ai nostri occhi uno dei più splendidi ornamenti del servo di Dio e pel quale egli era tanto per noi venerando ed amabile. Sovente, quando non giuocava, teneva un gran, numero di giovani avvinti per una mano colle sue dita, discorrendo ad un tempo di cose utili e morali. Sempre molto riservato, di quando in quando, per dare qualche suggerimento ad alcuno di essi piegava alquanto il di lui capo, per poter dirgli decorosamente la sua parola nell'orecchio, sicchè i vicini non l'udissero. Ed ora consigliava una di quelle giaculatorie che egli stesso ripeteva frequentemente, ed ora si raccomandava per una preghiera. Lasciavasi baciar la mano, e di quest'atto servivasi, per intrattenere qualche giovane a cui avesse da indirizzare qualche ammonimento o incoraggiamento. Ma sia allora che poi, usciti i giovani dall'Oratorio ed anche i [168] sacerdoti, gli baciavano volentieri la mano, e questo lo facevano per un misto di stima e di profonda riverenza come se baciassero una reliquia”.

                D. Turchi Giovanni afferma: “Quando eravamo intorno a lui, la stessa sua presenza aveva tanta attrattiva per la virtù della purità che non si era neppur più capaci ad avere un pensiero meno che onesto; e questa stessa impressione la sentivano pure i miei compagni”. Mons. Cagliero faceva eziandio osservare: “Quando D. Bosco ci confessava era tale la compostezza della persona ed il candore dell'anima sua, che ci sentivamo compresi di santo e religioso contegno e come in un ambiente di paradiso. Come egli sapeva con poche parole ispirare ardente amore per la castità!”

                Diremo ancora che non fu visto mai usare verso dei giovani quelle carezze che altri usa onestamente. Per dare come un premio ed un segno della sua benevolenza, si limitava a mettere loro per un istante la mano sul capo o sopra una spalla, o sulla guancia appena appena sfiorandola colle dita. “E in queste carezze che usava con noi, scrisse il Teol. Reviglio, vi era un non so che dì così puro, di così castigato, di così paterno, che pareva infonderci lo spirito della sua castità, a segno che noi ci sentivamo rapiti e maggiormente risoluti a praticare la bella virtù”. Da notarsi però che quando un alunno andava a parlargli solo in camera, lo trattavo con un riserbo ancor maggiore; benchè sempre affettuoso nelle parole non si permetteva nessuno dei segni sopraddetti, benchè minimi, di famigliarità.

                Così D. Bosco con quel suo atteggiamento prudente, ingenuo e santo, fin dal principio incominciò e continuò poi fino al suo ultimo respiro a infondere amore per la [169] purità e quindi per la verginità nei giovanetti. Sebbene questi fossero un'accolta di gente diversa e di ogni condizione e paese, ne furono così compresi, e la tenevano in tale pregio, che lo splendore di così bella virtù spiccava in particolar modo nella maggior parte di essi. Si rilevava nelle loro parole, nello sguardo, nel contegno della loro persona. È  indicibile l'orrore che avevano per il peccato. Di qui quel fondo di pietà cara, soda e vera che era la caratteristica dell'Oratorio: pietà che era quasi superiore alla loro età, ed incredibile ai profani. Noi li abbiamo visti mille volte in chiesa e la loro fisonomia presentò sempre un aspetto così amabile da incantare, e lo sguardo un tale fuoco d'inestimabile candore, che nessuna penna può descrivere. È  il riflesso del volto del Signore: Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt.

                Alcuni di questi giovani, senza che essi nulla sapessero, erano da D. Bosco condotti in certe grandi famiglie della città per edificazione dei loro figliuoli, e talvolta per il medesimo fine signori e patrizi di Torino conducevano i loro figliuoli alle funzioni dell'Oratorio.

                La ragione di tanta carità e purità nei giovanetti ce la disse un esimio vecchio professore, già alunno nell'Oratorio: “Giudicando adesso le cose che io vidi per dieci e più anni nell'Oratorio, conchiudo che nessun altro sacerdote, di molti che ne conosco, vidi ardere di tanto puro amore di Dio come D. Bosco, e che tanto si sia, adoperato perchè tutti lo amassero”.

 

 


CAPO XVII. Si prepara la legge sui beni ecclesiastici e di soppressione dei Conventi - Le minacce delle tavole di fondazione dell'Abbazia di Altacomba - Le due regine benefattrici dell'Oralorio - Due sogni: grandi funerali in corte Avvisi non accolti dal Re - La legge è presentata alla camera dei Deputati - D. Bosco si prepara a nuove predicazioni.

 

                AL candore e alla pace che regnava nel cuore dei giusto, facevano singolar contrasto le ree passioni di molti, che perfidiavano nel cagionare sempre nuovi danni ed offese al clero, agognando a spogliarlo delle sue proprietà e diritti, per togliergli, fosse loro dato, ogni influenza nelle popolazioni. Erano trame di ribellione contro la stessa Divinità.

                La Chiesa Cattolica, società spirituale perfettissima e pel suo fine supremo indipendente da ogni terrena giurisdizione, essendo composta di uomini, non può fare a meno di mezzi materiali, cioè edifizii per le sue radunanze, templi per il culto, seminarii per gli alunni del santuario, episcopii per i suoi pastori, conventi e monasteri per la pratica dei consigli evangelici e di altri beni di varia natura, per il sostentamento de' suoi ministri, per le mille sue opere di carità, e per tutti gli altri obblighi a lei [171] imposti dalla sua divina missione. Di questi beni avrà sempre a valersene, dovendo Ella restare sulla terra fino alla consumazione dei secoli; e di qui il suo diritto naturale sopra possessioni permanenti e durature. Quindi tale diritto in nessun modo nasce e dipende dall'autorità civile, ma sibbene dalla sola autorità di Gesù Cristo, il quale espressamente glielo concesse, come effetto e conseguenza del dominio che Egli aveva ed ha sovra tutto il creato. Data est mihi omnis potestas in coelo et in terra: euntes ergo docete omnes gentes[6].

                Ma i settari, nel loro programma di odio contro la Chiesa, dopo averle contestato il potere legislativo, esecutivo, giudiziario, congiuravano a negarle il diritto di possedere beni proprii ed ogni sovranità territoriale. Procedevano però con moltasca ltrezza per attuare, a poco a poco, interamente i loro disegni. Alcuni consigli Provinciali da essi ispirati avevano già fatti voti per l'incameramento dei beni ecclesiastici; senonchè il Governo nel 1852 si pronunciava solennemente contrario a tale confisca. Da quel punto però si erano incominciate a promuovere petizioni a questo fine, e una Giunta incaricata presentava alle Camere quella di cento Consigli Comunali, di trentadue consigli delegati e di 20.213 cittadini, che domandavano l'incameramento dei beni ecclesiastici, la riduzione dei Vescovadi, l'abolizione dei conventi, e dell'esenzione di tutti i chierici dal servizio militare. Quella Giunta dichiaravasi favorevole a tali istanze; facendo notare, i beni della Chiesa, compresi quelli dei beneficii semplici, delle confraternite, dei legati e delle opere pie, [172] ascendere a 15 milioni di rendita, con un capitale di circa 380 milioni; e che questa somma sarebbe stata un gran ristoro per le finanze dello Stato.

                A questi armeggi i Vescovi pubblicarono utilissime istruzioni, dimostrando che tale confisca era una gravissima ingiustizia, un vero sacrilegio. La stessa legge fondamentale dello Stato riconosceva alla Chiesa: il diritto di proprietà. L'ART. 2 diceva: “Il Re si gloria di essere protettore della Chiesa e di promuovere l'osservanza delle leggi di essa nelle materie che alla potestà della medesima, appartengono”. E l'ART. 25 aggiungeva: “La Chiesa, i Comuni, i pubblici stabilimenti, le società autorizzate dal Re, ed altri corpi morali si considerano come altrettante persone e godono dei diritti civili sotto le modificazioni determinate dalle leggi”[7]. - Eziandio lo Statuto dichiarava: garantita la libertà individuale, il domicilio inviolabile, e inviolabili pure le proprietà senza alcuna eccezione.

                Ma tutte queste ragioni furono messe in non cale. I conventi tolti ai religiosi, col pretesto del coléra, non erano stati restituiti. Da mille indizii avevasi la certezza essere imminente la legge d'incameramento, e i Cattolici Piemontesi vivevano in gravi apprensioni.

                D. Bosco sentivasi intanto ispirato e spinto a cercar di impedire i nuovi attentati contro la Chiesa. Siamo per esporre un fatto memorabile, che getta nuova luce sulla missione che Dio aveva affidata al suo fedel servo. Noi lo racconteremo come lo abbiamo udito dalle labbra di, D. Angelo Savio, il quale non solo ne fu testimonio con [173] altri molti, ma attore principale. Non ci fidiamo tuttavia della sola nostra memoria, ma consultiamo le note da lui corrette, che noi abbiamo scritte sotto il suo dettato.

                D. Bosco adunque, fin da quando erasi incominciato a parlare della soppressione degli ordini religiosi, aveva narrato ai giovani, in un discorsetto della sera, le maledizioni che stavano scritte dagli antichi Duchi di Savoia nelle carte di fondazione dell'Abbazia d'Altacomba contro quei loro discendenti che avessero osato distruggerla od usurparne i beni. Il giovane Savio Angelo nell'udire quella serie di orrende minacce concepì un'idea ardita. D. Bosco, senza dargli consiglio, gliela aveva destramente insinuata; e bastò. Il giovane cercò e trovò copia di quella carta di fondazione, trascrisse tutte le maledizioni in un foglio, si firmò con nome, cognome e qualità, chiuse il suo foglio in una busta e lo indirizzò al Re.

                Vittorio Emanuele, letto un simile documento, intese il motivo di quel foglio a lui indirizzato, e mandò a chiamare il Marchese Domenico Fassati, col quale spesse volte s'intratteneva con grande famigliarità. Questo signore scendeva da una delle più nobili famiglie del Piemonte. Fedele al suo Re, lo aveva servito da prode in pace ed in guerra, e si era segnalato sui campi Lombardi nel 1848 e 49. Pel suo valore militare era insignito del grado di maggiore Comandante delle guardie del corpo, che formava come l'antica coorte dei pretoriani. Era congiunto in matrimonio con Maria De Maistre, figlia dell'illustre Rodolfo e degna nipote di quel Giuseppe che fu diplomatico accorto ed abilissimo, filosofo insigne e profondo, scrittore forbito e sapiente, della cui fama è tuttora ripieno il mondo; donna di sì rare qualità di mente e dì cuore, che la Regina Maria Adelaide, sposa [174] di Vittorio Emanuele II, l'aveva scelta per sua Dama di corte, anzi per sua prima amica ed intima confidente.

                Ora questo uomo di sì alti meriti e di così splendide e rare attinenze era ammiratore e sostenitore dell'Opera di D. Bosco, e sovente veniva all'Oratorio come se vi ospitasse una sua famiglia e vi si portava ad istruire i giovanetti interni ed esterni.

                Il Re adunque avuto a sè il Marchese gli presentò confidenzialmente quella copia dell'Atto di fondazione d'Altacomba e si lamentò con lui di una sgarbatezza, come ei la chiamava, dalla quale sentivasi offeso. Ma chi poteva essere lo scrittore di quel foglio? Il Marchese Fassati, letto il nome di Savio Angelo, intese subito chi fosse quegli che avevalo scritto; tuttavia essendo uomo prudente, non ne fece parola, ma venne a far visita a Don Bosco. Quivi incominciò a lagnarsi con lui dell'ardimento di Savio Angelo; gli fece osservare come fosse riprovevole trattare il Sovrano con tanta insolenza, e quindi il giovane meritarsi una severa riprensione. D. Bosco ascoltò le recriminazioni piuttosto vive del Marchese, suo buon amico; ma non approvò il suggerimento dì far rimproveri allo scrittore di quel foglio; e gli rispose: - La verità in certi casi non si può e non si deve nascondere. Anzi il giovane Savio ha fatto molto bene. Quella lettera non è una sua mancanza di rispetto all'augusta persona del Re, ma indica invece l'amore che egli porta alla famiglia reale. - Il Marchese partì poco soddisfatto dell'esito della sua visita; egli non prevedeva quali avvenimenti stavano per isvolgersi e come quella legge ne fosse il doloroso principio.

                In Corte intanto si credette per un po' di tempo che suggeritore o autore di quel foglio fosse il Canonico [175] Anglesio, il Padre Superiore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, perchè andava dicendo co' suoi famigliari, coi medici e con altri personaggi della città: - A bocce ferme! a bocce ferme, vedremo come certe stelle si ecclisseranno, e certe birbonate a quale esito riusciranno.

                Non tardossi però a sospettare da qual parte venisse simile avviso, sospetto che divenne ben presto certezza.

                Ma se D. Bosco in primo luogo intendeva prendere la difesa dei diritti del Signore, nello stesso tempo desiderava eziandio dar testimonianza di affetto e di riconoscenza verso Casa Savoia, dalla quale i suoi giovanetti avevano ricevute molte beneficenze. Specialmente le regine Maria Teresa e Maria Adelaide erano tutte viscere di carità per i poverelli. Maria Teresa, vedova di Carlo, Alberto e madre del re Vittorio Emanuele II, mandava sovente a D. Bosco non comuni limosine, ora per mano del Sig. Teologo Roberto Murialdo, ora per mezzo del Cav. Sangiusto. Una volta inviò all'Oratorio ben mille lire in suffragio dell'anima dell'augusto suo consorte. In un'altra circostanza, trovandosi D. Bosco in grave bisogno, le scrisse domandandole un qualsiasi soccorso, e la santa donna al domani per tempo gli faceva tenere altre lire mille. In diverse occasioni ella fu per l'Oratoria l'angelo della Provvidenza, e l'ultimo sussidio fu da Lei elargito sul finire del 1854. Riportiamo la relativa lettera.

 

                Intendenza particolare di S. M. la Regina vedova Maria Teresa.

 

                Moncalieri, addì 19 novembre 1854.

 

                               Molto R. Signore Padre Oss.mo,

 

                Nel novero delle elargizioni assegnate dalla pia munificenza di S. M. la regina Maria Teresa, mia Augusta Signora, in contemplazione [176] della presentanea ricorrenza del santo Giubileo, avendo eziandio voluto che venissero compresi alcuni corpi morali e stabilimenti di pubblica beneficenza ed istruzione di questa Capitale particolarmente raccomandati dal proprio instituto, mi ha perciò ordinato di far mettere a di lei disposizione la somma di lire quattrocento per essere erogata per la concorrente di lire 200 in aiuto alle spese di mantenimento dell'Oratorio e ricovero di giovani pericolanti in Valdocco, e per altra simile somma in aiuto alle spese delle scuole festive negli Oratorii di S. Luigi a Porta Nuova, e dell'Angelo Custode a Porta di Po, in quel modo che Ella crederà più conveniente.

                Nel porgere a di Lei notizia questa benefica disposizione della M. S. onde possa disporre pel ritiramento di detta somma dall'ufficio dell'Intendenza particolare, mediante analoga ricevuta di scarico, profitto dell'incontro per dichiararmi con sensi della più sincera divozione

                Di V. S. Reverenda

 

Il Proc. Gen. della M. S.

Sangiusto di  San Lorenzo.

 

                D. Bosco adunque anelava a dissipare una minacciosa nube che andava sempre più oscurandosi sulla Real Casa.

                Egli in una notte verso il fine del mese di novembre, aveva fatto un sogno. Gli era parso di trovarsi ove è il portico centrale dell'Oratorio, costrutto allora solo per metà, presso alla pompa idraulica fissa al muro della casetta Pinardi. Era circondato da preti e da chierici: ad un tratto vide avanzarsi in mezzo al cortile un valletto di Corte, col suo rosso uniforme, il quale, con passo affrettato venuto alla sua presenza, gli parve che gridasse:

                - Grande notizia!

                 - E quale? gli chiese D. Bosco.

                 - Annunzia: gran funerale in Corte! gran funerale in Corte! [177]

                D. Bosco a questa improvvisa comparsa, a questo grido, restò come di sasso, e il valletto ripetè: - Gran funerale in Corte! -D. Bosco allora voleva domandargli spiegazione di questo suo ferale annunzio, ma quegli erasi dileguato. D. Bosco, risvegliatosi, era come fuori di sè e, inteso il mistero di quell'apparizione, prese la penna e preparò subito una lettera per Vittorio Emanuele, palesando quanto gli era stato annunziato, e raccontando semplicemente il sogno.

                Dopo il mezzogiorno egli entrava in refettorio pel pranzo, e molto in ritardo: i giovani ricordano ancora, come essendo in quell'anno il freddo acutissimo, Don Bosco avesse le mani in guanti vecchi e sdrusciti, recando un fascio di lettere. Si formò crocchio intorno a lui. Erano presenti D. Alasonatti, Savio Angelo, Cagliero, Francesia, Turchi Giovanni, Reviglio, Rua, Anfossi, Buzzetti, Enria, Tomatis ed altri, la maggior parte chierici. D. Bosco prese a dir loro sorridendo: - Stamane, miei cari, ho scritto tre lettere a personaggi di grande importanza: al Papa, al Re ed al carnefice. - Fu uno scoppio di risa generale all'udire accoppiati i nomi di questi tre personaggi. In quanto al carnefice però non fece loro meraviglia, conoscendo come D. Bosco avesse amicizia con i custodi delle carceri, e come quest'uomo fosse veramente un buon cristiano. Egli esercitava: la carità coi poveri il meglio che poteva, scriveva le suppliche che i popolani volevano indirizzare al Re ed alle Autorità; ma soffriva gran dolore avendo un suo figlio dovuto ritirarsi dalle scuole pubbliche, respinto dal ribrezzo che di lui provavano i compagni, quando conobbero l'ufficio di suo padre.

                In quanto al Papa non se ne ignoravano le corrispondenze per lettera, Quindi ciò che aguzzava la curiosità [178] loro, era di conoscere ciò che D. Bosco aveva scritto al Re, tanto più che sapevano cosa egli pensasse intorno all'usurpazione dei beni ecclesiastici. Don Bosco non li tenne in indugio e loro palesò quanto aveva scritto pel Re, perchè non permettesse la presentazione dell'infausta legge. Quindi narrò il sogno, concludendo: Questo sogno mi ha fatto star male e mi ha affaticato, molto. - Egli era sopra pensiero ed esclamava a quando, a quando: - Chi sa?.... chi sa?.... preghiamo!

                Sorpresi i chierici presero allora a discorrere, interrogandosi a vicenda se avessero sentito a dire che nel palazzo reale vi fosse qualche nobile signore infermo; ma tutti conchiusero, non constare in nessun modo questo. D. Bosco intanto, chiamato presso di sè il Ch. Angelo Savio, gli consegnò la lettera: - Copia, gli disse, ed annunzia al Re: Grande funerale in Corte! - E il Ch. Savio scrisse. Ma il Re, come D. Bosco venne a sapere dai suoi confidenti impiegati a palazzo, lesse con indifferenza quel foglio e non ne tenne conto.

                Erano passati cinque giorni da questo sogno, e Don Bosco, dormendo, nella notte, sognò di bel nuovo. Gli pareva di essere in sua camera a tavolino, scrivendo; quando udì lo scalpitare di un cavallo in cortile. Ad un tratto vede spalancarsi la porta ed apparire il valletto nella sua rossa livrea, che entrato fino a metà della camera gridò:

                Annunzia: non grati funerale in Corte, ma grandi funerali in Corte! -E ripetè queste parole due volte. Quindi ritirossi con passo rapido e chiuse la porta dietro di sè. D. Bosco voleva sapere, voleva interrogarlo, voleva chiedergli, spiegazione; quindi si alzò da, tavolino, corse sul balcone e vide il: valletto nel cortile che saliva a cavallo. Lo, chiamò, chiese perchè fosse venuto a ripetergli quell'annunzio [179]; ma il valletto gridando: - Grandi funerali in Corte! - si dileguò. Venuta l'alba, D. Bosco stesso indirizzò al Re un'altra lettera, nella quale raccontavagli il secondo sogno e concludeva dicendo a sua Maestà “che pensasse a regolarsi in modo da schivare i minacciati castighi, mentre la pregava di impedire a qualunque costo quella legge”.

                Alla sera dopo cena D. Bosco esclamò in mezzo a' suoi chierici: - Sapete che ho da dirvi una cosa ancor più strana, che quella dell'altro giorno? - E raccontò ciò che aveva visto nella notte. Allora i chierici, più stupiti di prima, si domandavano che cosa indicassero questi annunzi di morte; e si può immaginare quale fosse la loro ansietà nell'attendere come si sarebbero verificate queste predizioni.

                Al chierico Cagliero e ad alcuni altri svelava intanto apertamente essere, quelle, minacce di castighi che il Signore faceva sentire a chi più danni e mali già aveva arrecati alla Chiesa ed altri stava preparandone. In quei giorni egli era addoloratissimo e ripeteva frequentemente: - Questa legge attirerà sulla casa del Sovrano gravi disgrazie. - Tali cose diceva a' suoi alunni per impegnarli a pregare per il Re, e per intercedere dalla misericordia del Signore che impedisse la dispersione eli tanti religiosi e la perdita di tante vocazioni.

                Intanto il Re aveva confidate quelle lettere al Marchese Fassati, che avendole lette, venne all'Oratorio e diceva a D. Bosco: - Oh! le pare la maniera questa di mettere sossopra tutta la Corte? Il Re ne è rimasto più che impressionato e turbato!.... Anzi montò sulle furie.

                E D. Bosco gli rispose - Ma se ciò che fu scritto è verità? Mi rincresce di aver cagionato questi disturbi al [180] mio Sovrano; ma insomma, si tratta del suo bene e di quello della Chiesa.

                Gli avvisi di D. Bosco non furono ascoltati. Il 28 novembre 1854 il Ministro guardasigilli Urbano Rattazzi presenta va ai deputati un disegno di legge per la soppressione dei conventi. Il Conte Camillo di Cavour, Ministro delle finanze, era risoluto di farlo approvare a qualunque costo. Questi signori stabilivano come principio incontrastato e incontrastabile, che fuori del gran corpo civile, non v'ha e non può darsi società a lui superiore e da lui indipendente; che lo Stato è tutto, e che perciò nessun ente morale, e neppure la Chiesa Cattolica può sussistere giuridicamente senza il consenso e riconoscimento dell'autorità civile. Perciò tale autorità non riconoscendo nella Chiesa universale il dominio dei beni ecclesiastici, e attribuendo questo dominio a ciascun ente delle corporazioni religiose, sostenevano essere queste creazione della sovranità, civile e la loro esistenza modificarsi od estinguersi per volontà della sovranità medesima, e lo Stato, erede d'ogni personalità civile che non abbia successioni, divenire solo ed assoluto proprietario di tutti i loro beni quando fossero soppresse. Errore grossolano perchè tali patrimonii, per qualsivoglia causa una Congregazione Religiosa cessasse d'esistere, non rimanevano senza padroni, dovendo essere devoluti alla Chiesa di G. C., rappresentata dal Sommo Pontefice, per quanto gli statolatri perfidiassero a negarlo.

                L'annunzio di siffatta presentazione cagionò vivo dolore ai buoni cattolici, vivissimo a D. Bosco. Egli, per ottemperare ai voleri del Cielo, aveva replicatamente ammonito il Sovrano, ed era quello un atto pericoloso, del quale non potevansi prevedere tutte le conseguenze. Un altro [181] uomo, per quanto d'animo freddo e risoluto, in mezzo a tanti avversarii, non avrebbe potuto a meno che vivere in continua apprensione. D. Bosco invece, sempre imperturbato, attingendo vigore nel Cuore SS. di Gesù in Sacramento e nell'aiuto della celeste Madre, mentre preparavasi alle sante esultanze del Natale, disponevasi ad annunziare la parola di Dio alle popolazioni.

                Scriveva pertanto al suo antico maestro il Teol. Appendino, Amministratore parrocchiale a Villastellone.

 

                Torino, 21 Dicembre 1854.

 

                               Car.mo Sig. Teologo,

 

                Per mia norma avrei bisogno che V. S. car.ma mi dicesse in qual tempo cominci e finisca l'ottavario che mi sono assunto di fare a Villastellone, e ciò per fissare il tempo ad esercizii spirituali in altro luogo.

                Intanto buone feste a Lei, alla signora sua sorella e copiose benedizioni del Signore mentre con rispetto e con gratitudine mi dico

                D. V. S. Car.ma

 

Obbl.mo allievo ed amico

Sac. Bosco Gio.

 

 


CAPO XVIII. 1855 -Discussione nella Camera dei Deputati sulla legge d'incameramento - Morte della Regina Maria Teresa Avviso al Re - Morte della Regina Maria Adelaide Testimonianza della predizione di queste due morti Una carità generosa e prudente guadagna a D. Bosco Potenti protettori - Giovani raccomandali dai Ministri e dalla Casa Reale - Prediche a Villastellone - Anche viaggiando D. Bosco attira anime a Dio.

 

                INCOMINCIAMO l'anno 1855, e proseguendo ad esaminare la vita di D. Bosco, passeremo di meraviglia in meraviglia. Il professore sacerdote D. Turchi Giovanni, spettatore giudizioso dei fatti nei primi tre lustri dell'Oratorio, e alunno, volle ricordarne alcune in varie sue pagine, loro premettendo un'osservazione, eco della testimonianza de' suoi compagni. “Quando Dio, così egli esprimevasi, è largo de' suoi doni verso qualche uomo, e lo eleva al grado della santità, ciò fa principalmente per manifestare la sua gloria; la quale, se risplende mirabilmente nella vita dei Santi finchè sono in vita, non è a dire in quale immensa proporzione cresca, allorquando, passando questi agli eterni gaudii, sogliono i posteri [183] leggerne scritte le memorabili e sante gesta, lodare Dio, che di ogni dono è dispensatore, e calcare le vie dai suoi servi fedeli battute; per cui camminando si migliorano gli uomini, si moltiplicano i santi, e si riscuotono i popoli alla ricerca del vero bene. Laonde il dovere che a tutti incombe di promuovere la gloria di Dio, quello è che mi spinge a dar di piglio alla penna, e registrare alla meglio che mi fia possibile quelle cose, che mi paion più luminose e degne di menzione intorno alla vita di D. Giov. Bosco, mio venerato superiore, acciocchè non vadan sepolte nell'oblio tante azioni degne non so se più d'essere ammirate o imitate”.

                Noi facendo nostra questa dichiarazione, ripigliamo il corso degli avvenimenti.

                Il progetto di legge contro i conventi non era stato ancor discusso nella Camera dei Deputati; tuttavia se ne era già discorso in due sedute in quella cioè del 27 dicembre e del 2 gennaio. All'Arcivescovo di Genova ed ai Vescovi dì Annecy e di Morienna, che erano andati a Roma, il Ministero aveva caldamente raccomandato, se la cosa fosse parsa loro possibile, di procurare pratiche colla S. Sede, per la cessione allo Stato di beni ecclesiastici. Ma erano lustre. Si voleva ad ogni costo conculcare i diritti della Chiesa. Il S. Padre erasi mostrato disposto a venire in aiuto delle finanze del Piemonte, e poneva condizioni molto ragionevoli a questa concessione. Il Governo però per tutta risposta aveva mandato a Roma una copia della proposta di legge: il che fu come rompere evidentemente ogni pratica per tutta la durata del presente Ministero. Intanto da tutte parti giungevano petizioni al Parlamento, perchè rigettasse la legge. Due indirizzi dell'Episcopato del regno, per dignità e forza di ragionamento [184] degni veramente dei personaggi che li sottoscrissero, furono presentati alle Camere.

                I Cattolici, che potevano avere influenza nella cosa pubblica, si andavano preparando alla lotta. A quando a quando alla sera, personaggi fra i più segnalati di Torino andavano al Convitto Ecclesiastico e si intrattenevano a conferenza con D. Cafasso, durante la cena dei convittori. Venivano a lui per rassodare le loro convinzioni, armarsi di coraggio, e ricevere da' suoi lumi un indirizzo esatto a fine di evitare seduzioni ed inganni. D. Cafasso, stando sempre nel giusto termine, sapeva indicare con precisione il da farsi, ed a tutti raccomandava l'unione, l'obbedienza, il rispetto al Papa e la fermezza nell'adempimento dei doveri di buon cristiano. Erano, tutti costoro, amici di D. Bosco; fra questi il Marchese Fassati, il quale conosceva ciò che D. Bosco metteva in opera in quei giorni per la buona causa, e certamente non senza intesa con D. Cafasso. Anche il Conte Clemente Solaro della Margherita veniva ogni settimana da quel santo Direttore per attingere la fortezza d'animo colla quale poi sosteneva i diritti della Chiesa nella Camera Subalpina.

                Intanto il 9 gennaio 1855 nella Camera dei Deputati si poneva mano alla discussione sull'incameramento dei beni ecclesiastici. Sulle bocche dei liberali risuonarono queste pellegrine frasi: - La podestà civile ha diritto d'ingerirsi nella proprietà ecclesiastica, quando con quella non, si ottiene più il suo fine. La Chiesa non ha diritto di possedere. Sui beni della Chiesa han diritto i poveri, e quando la nazione è povera doversi questa rifare su di essi. Le comunità religiose devono riconoscere la personalità civile unicamente dalla sovranità del paese cui appartengono. - Il Conte della Margherita confutò con eloquenza e coraggio [185] senza pari tutti quegli spropositi, e non temè di qualificare la proposta di Rattazzi per un sacrilego latrocinio, e conchiuse il suo caldo discorso presagendo guai al Piemonte, se la legge fosse approvata. Altri deputati e il giornalismo cattolico, l'Armonia di Torino e il Cattolico di Genova, combattevano valorosamente quel progetto.

                Le cose trovavansi in questi termini quando un doloroso avvenimento sopraggiungeva ad interrompere la discussione. Il 5 gennaio la Regina Madre Maria Teresa quasi improvvisamente erasi ammalata, e benchè nella notte fosse crucciata da una gran sete non bevette per potersi comunicare il giorno dell'Epifania; ma non si potè alzare. Il Re Vittorio Emanuele scriveva al generale Alfonso La Marmora: “Mia madre e mia moglie non fanno che ripetermi che esse muoiono di dispiacere per causa mia”[8].

            L'augusta inferma moriva il 12 gennaio poco dopo il pomeriggio, in età di cinquantaquattro anni; la Camera per significare al Re la sua mestizia sospendeva i suoi lavori. Grande sventura fu pel Piemonte la perdita di Maria Teresa, che spandeva quotidianamente sugli infelici beneficenze senza numero. Il lutto fu universale, come universali erano le benedizioni che da ogni parte si mandavano alla sua cara memoria.

                Mentre si chiudeva quel feretro, giungeva all'indirizzo del Re un'altra lettera misteriosa, che diceva senza nominare alcuno: “Persona illuminata ab alto ha detto: Apri l'occhio: è già morto uno: se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il [186] preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua. Se non recedi, aprirai un abisso che non potrai scandagliare”.

                Il Sovrano, letto questo foglio, rimase sbalordito, e in preda a viva inquietudine non poteva più aver riposo.

                L'avv. Enrico Tavallini accenna a questo stato di animo del Re, minacciato dei castighi del cielo da continue lettere di prelati[9].

 

                I solenni funerali di Maria Teresa si celebrarono la mattina del giorno 16; la salma venne trasportata a Soperga con una temperatura rigidissima che fece ammalare _molti soldati ed anche il Conte di Sangiusto, scudiere della Regina. Ma la Corte non era ancora ritornata dal rendere gli estremi uffizi alla madre di Vittorio Emanuele, che si mandò in fretta ad invitarla affinchè accorresse pel viatico della nuora della defunta. La Regina Maria Adelaide nel punto della morte di Maria Teresa trovavasi nel quarto giorno del puerperio, avendo dato alla luce felicemente un bambino. Ed essa, che tanto amava la suocera, fu colpita da sì vivo dolore, che colta da una metro-gastro-enterite si ridusse a pericolo di vita. Alle 3 pom. le fu portato il Santissimo Sacramento dalla Regia Cappella della Sindone. Folla immensa accorreva in tutte le chiese per il ristabilimento della sua salute. L'intiero Piemonte si associava ben di cuore alle pene della famiglia reale, verificandosi l'antica massima che in Piemonte le sventure del Re sono sventure del popolo. Ma il giorno 20 fu amministrato l'Olio santo alla Regina, e verso il mezzogiorno l'augusta inferma, entrò in agonia; alla sera verso le ore 6 spirava nel bacio del Signore, a soli 33 anni di età. [187]

                Nè qui finivano i lutti di casa Savoia. La stessa sera fu dato il Santo Viatico a S. A. R. Ferdinando duca di Genova, già logoro di sanità, fratello unico del Re Vittorio Emanuele era immerso nel più straziante dolore.

                Il giorno 21 la Camera dei Deputati si radunava alle ore tre pomeridiane, e udita la triste notizia della morte della Regina, deliberò di prendere il lutto per 13 giorni e la sospensione delle sedute per 10 giorni.

                I funerali di Maria Adelaide furono celebrati il 24 gennaio e la salma veniva tumulata a Soperga.

                I chierici dell'Oratorio erano esterrefatti nel vedere avverate in modo così fulmineo le profezie di D. Bosco, e tanto più ne rimanevano colpiti per essere andati ai singoli accompagnamenti funebri. Circostanza particolare; il freddo era così penetrante, che il gran cerimoniere di corte al trasporto della salma della Regina Adelaide permise al clero di indossare il soprabito e di coprirsi il capo.

                Per l'Oratorio fu anche quella una grande sventura, e i chierici dicevano a D. Bosco: - Ecco avverato il suo sogno. Sono stati proprio grandi funerali come le annunziava il valletto di corte!

                - È  vero, rispose D. Bosco, sono proprio imperscrutabili i giudizi di Dio. E non sappiamo se con questi due funerali sarà paga la giustizia divina.

                D. Bosco infatti doveva, conoscere molto più di quello che non aveva palesato. La contessa Felicita Cravosio-Anfossi ci mandava la seguente testimonianza da lei sottoscritta: “Correva l'anno 1854 e pregai D. Bosco di accettare nell'Oratorio un fratello da latte di mio figlio, rimasto orlano di padre e di madre. Egli accettollo mediante la condizione che, essendo io ammessa alla Corte, mi fossi presentata alle Regine,:per ottenere dalla loro carità, due mila [188] franchi di cui aveva bisogno, onde poter pagare un debito urgente. Io promisi ed era risoluta di adempiere la mia promessa; ma poi sorsero delle difficoltà che mi fecero differire la visita alle auguste signore, le quali frattanto si erano allontanate da Torino e abitavano allora nella villeggiatura del Conte Cays di Giletta. Andata ancor io in campagna, ritornai alla città in autunno avanzato, e mi recai a trovare D, Bosco, il quale subito mi disse: -Ha accettato il suo protetto, ma lei non ha tenuta la sua promessa: non ha parlato alle Regine del mio debito col panattiere. - È  ben vero, risposi un po' confusa, ma stia certo che appena le Regine saranno di ritorno in Torino, non mancherò di eseguire la promessa fattagli.

                Mentre io parlava, D. Bosco faceva col capo un movimento, che indicava negazione, e con un sorriso alquanto mesto mi disse: - Pazienza! Possono accadere tante cose, che lei forse non parlerà mai più alle Regine.

                - Perchè mi dice questo? -Tant'è; lei non vedrà più le Regine.

                Dopo una quindicina di giorni trovandomi in una casa patrizia, appresi il ritorno delle Regine a Torino e che la Regina Maria Teresa stava assai male e che aveva ricevuti i Santi Sacramenti. Abbiamo avuto ben presto la notizia della sua morte. Otto giorni dopo morì la giovane Regina Maria Adelaide: tutte e due compiante e venerate come due sante Regine. Allora solamente mi ricordai delle parole del servo di Dio e non dubitai punto del suo spirito veramente profetico”.

                Intanto un atto gravissimo aveva luogo in quei giorni; l'arrivo in Torino dell'Allocuzione Pontificia del 22 gennaio. Pio IX, con quella franchezza che non gli venne mai meno, dimostrava quanto aveva fatto per alleviare i mali della Chiesa in Piemonte, esponeva i molti decreti coi quali [189] quel Governo vessava la Religione, provava come la nuova legge d'incameramento fosse del tutto ripugnante al diritto naturale, divino e sociale, e come aprisse la strada agli errori perniciosissimi del socialismo e del comunismo; e ricordava le censure che avrebbero colpiti i fautori dell'ultima legge e chiunque avesse usurpati i beni ecclesiastici.

                Era universale il desiderio di leggere la parola di Pio IX. Il Ministero diviso sulle prime di affettare noncuranza. Il Ministro Rattazzi fe' anzi distribuire ai deputati una copia dell'Allocuzione Pontificia; ma intanto di celato mandò ordini severissimi alle province, acciò intendenti e sindaci processassero quanti parrochi ardissero parlare o alludere semplicemente a quell'allocuzione.

                Il Pontefice però, sempre mite e misericordioso, scriveva il 26 gennaio un'affettuosissima lettera di condoglianza al Re, per la morte delle due Regine, dandogli alcuni moniti qual padre al suo figliuolo.

                Nello svolgersi di questi avvenimenti desta sorpresa l'avvisare come il coraggio di D. Bosco, nel fare nota la verità ai governanti, non estinguesse punto in que' giorni l'amorevole loro stima verso di lui. Ma lo stupore cessa ben tosto al riflettere che oltre alla protezione da Dio concessa al suo servo, ed era il più, tutti, anche gli avversarii riconoscevano in lui una potenza di carità che legava i cuori; ed egli di questa seppe valersi per tutto il tempo della sua vita. Per quanto crescessero i bisogni dell'Oratorio, D. Bosco non rimetteva punto della sua beneficenza.

                Allorchè in qualche paese succedesse una catastrofe, affrettavasi a far sapere al Prefetto della provincia, e per mezzo di lui al Sindaco, di essere disposto ad accettare nel suo Oratorio giovanetti rimasti orfani. Ora erano incendi, che avevano distrutto una borgata; ora il crollo di [190] un muro, che aveva travolti e uccisi operai sotto le macerie; era un'epidemia, che desolava una città; ora una frana, che aveva sepolti varii contadini; ora una valanga di neve, che aveva schiacciato un abituro sui monti, rimanendo vittima un capo di famiglia. E l'offerta di Don Bosco era accolta con viva gratitudine, e si tributava gran lode alla sua generosità.

                In questi anni poi, 1855 e 1856, la miseria di molte famiglie faceva moltiplicare le domande di accettazione di poveri giovani nell'Oratorio. Mancando il posto, il più delle volte davasi bensì una dolorosa negativa; ma talora l'abbandono di certi ragazzi e i pericoli dell'anima e del corpo, in cui versavano, erano di tal fatta, che a D. Bosco non reggeva il cuore di rispondere con un rifiuto.

                Anche il Municipio[10] ed il Governo, con espressioni [191] di gran deferenza, molto di spesso gli raccomandavano, ora il figlio di un impiegato, ora l'orfanello di un militare; e ora un giovanetto derelitto, o di famiglia incapace a mantenerlo, o un altro la cui condotta non era ancora così biasimevole da meritare un luogo di correzione, ma che tuttavia faceva assai temere per l'avvenire se non gli si provvedeva un'educazione morale. Per ciò col crescere del numero degli alunni si gravavano le spese, e si facevano ingenti i debiti, specialmente verso il panattiere.

                Questo stato di cose riusciva assai gravoso per Don Bosco; tuttavia se qualcuno de' suoi collaboratori gli diceva che mancando egli di mezzi non era opportuno d'ingolfarsi in tante spese con nuove accettazioni, calmo e sorridente rispondeva: - Maria SS. mi ha sempre aiutato e continuerà sempre ad aiutarmi! -Egli però non condonava l'intera pensione se non a quelli che erano veramente poveri, ed esigevala con una ragionata risolutezza, chiunque fosse il protettore, da chi poteva pagarla. Soleva dire: - Io non sono il padrone, ma semplice distributore dei tesori che mi affida, la Divina Provvidenza; e non è giusto che mangi il pane del povero chi tale non è.

                Un prezioso vantaggio però ritraeva realmente dall'accettazione e ricovero dei giovani a lui raccomandati dalle autorità. Il Ministro della Guerra, Alfonso Ferrero della Marmora, riguardava con benevolenza l'Oratorio: il Ministro dell'Interno, Rattazzi, e quello dell'Istruzione pubblica, Cibrario, sappiamo già in quale conto tenessero.

                Bosco; il comm. Bona Bartolomeo, senatore del regno e, direttore generale dei lavori pubblici, non aveva tardato a divenire suo grande amico.

                Perciò, D. Bosco era bene accolto allorquando si recava negli uffizii di qualche Ministero, e non solo dai capi [192] ma anche dagli impiegati subalterni; e queste visite gli recavano una grande utilità morale. Era suo principio che gli uomini quanto più si avvicinano tanto meglio si conoscono, e con ciò svaniscono i sospetti, le animosità, le impressioni avverse ispirate dai malevoli, e quindi facilmente si appianano le difficoltà che sogliono frapporsi alla soluzione dei varii negozii. Chi trattava con D. Bosco restava preso dalla sua schietta giovialità ed umiltà, dalla semplicità de' suoi ragionamenti, e si persuadeva non esservi in lui sentimenti ostili contro nessuna persona d i qualsivoglia partito. Ed è questo il motivo pel quale non si offendevano nel conoscere che egli risolutamente, ma senza acrimonia, anzi con molta cortesia e bontà, sosteneva principii e una causa contraria alla loro. Più d'uno di essi veniva in Valdocco per informarsi di qualche suo raccomandato e per osservare D. Bosco in mezzo alla moltitudine dei fanciulli. Era uno spettacolo ben differente da quello che presentavasi a chi visitava altri istituti. L'Oratorio dava una testimonianza manifesta, che si trova giovialità e tripudio solo ove è innocenza dì vita e pace e gaudio della coscienza. Quivi la disciplina era facile, perchè insinuata dall'amore, lo studio e il lavoro lieto e piacevole perchè dettato dal sentimento del dovere e dell'onore. Queste constatazioni, che si presentavano spontanee alla mente di quei signori, finivano con dissipare ogni pregiudizio che fosse ancor rimasto contro D. Bosco, sicchè essi divenivano suoi affettuosi ammiratori. Lo stesso Vittorio Emanuele non poteva disconoscere le rette intenzioni di D. Bosco, e passati questi giorni nefasti e di così grande turbamento, lo vedremo continuare le sue largizioni all'Oratorio, e fissare sussidii per que' giovani dei quali faceva raccomandare l'accettazione dagli ufficiali della reale sua Casa. [193]

                In questo frattempo D. Bosco nel mese di febbraio si disponeva ad annunziare fuori di Torino la parola di Dio, non ostante e la grave questione agitata nella Camera dei Deputati, che tenealo in angustia, e la cara convivenza co' suoi alunni, e le strettezze finanziarie dell'Oratorio. Queste invero si facevano molto sentire quando egli era assente, perchè i benefattori portando elemosine volevano deporle in sua mano; oppure egli stesso ne doveva andare in cerca, fiducioso di ottenere le somme occorrenti. Nè il suo zelo si restringeva per questo.

                Così egli aveva scritto al Teol. Appendino, in Villastellone:

                Torino, 6 Febbraio 1855.

 

                                Carissimo sig. Teologo,

 

                Siamo all'ottavario, ed io mi accingo per adempire la promessa. Vorrei soltanto fare una proposta, se pure è effettuabile. Potrebbe Ella od altri fare la prima predica sabato? Giungo a tempo Domenica partendo di qui pel vapore delle 2 e mezzo pomeridiane? Queste due risposte, se affermative, aggiusterebbero tutte le cose del mio Oratorio.

                Abbia la bontà di farmi due linee di riscontro, e comunque siano, io farò di adattarmi.

                Mi ami nel Signore e mi creda in quel che posso

                Di V. S. Car.ma

 

Aff.mo alunno

Sac. Bosco Giov.

 

                Egli partiva per Villastellone. Allontanandosi però dall'Oratorio soleva usare la precauzione di non dir nulla della sua partenza ai giovani, i quali perciò ignoravano se fosse in casa o fuori. Se ne accorgevano solamente coloro che avrebbero voluto confessarsi e non lo trovavano al confessionale. Per lo più non lo palesava neppure ai [194] Superiori, ad eccezione del Prefetto che doveva prendere il suo posto nella direzione. Così pure taceva eziandio il giorno del suo ritorno. Ma dal momento della sua uscita dall'Oratorio a quello del suo rientrare esercitava un vero apostolato, non solo sul pulpito, ma per le vie e nelle case nelle quali doveva soffermarsi. Non lasciava sfuggire alcuna occasione per dare con grande carità avvertimenti spirituali, eziandio a persone non mai prima d'allora conosciute; e qualche sacerdote o chierico che lo accompagnava, rimaneva stupito dell'affetto che poi tutti gli dimostravano Talvolta si vedevano giungere all'Oratorio uomini che si erano incontrati con D. Bosco viaggiando; e da lui esortati a confessarsi, venivano per soddisfare la fatta promessa. Fra questi fu il cocchiere di una pubblica vettura. D. Bosco, sedutosi presso di lui, soffriva tanto nell'udirlo assai frequentemente bestemmiare. Egli però non tacque, ma con bel garbo lo pregò di cessare. Rispose quegli che tale era l'abitudine contratta, e che non sperava di riuscire a correggersi. Allora D. Bosco gli disse:

                - Se voi di qui fino alla prima muta dei cavalli, cioè dove si fermerà la vettura, non pronunzierete più una bestemmia, vi pago da bere un litro.

                Da quel punto dal labbro del vetturino non si udì più ripetere il nome di Dio invano.

D. Bosco mantenne la parola e poi gli fece osservare:

                - Se per un premio così da poco avete potuto vincervi per questo tempo, perchè non potrete tralasciare affatto, di bestemmiare, pensando al paradiso che vi aspetta ed anche all'inferno nel quale potreste cadere da un momento all'altro?

 

 


CAPO XIX. Alleanza del Piemonte colla Francia e coll'Inghilterra contro la Russia - Morte del Duca Ferdinando - La legge sui Conventi è approvata dalla Camera dei Deputati Il Marchese Domenico Fassati catechista in Valdocco Un santo e lieto carnovale nell'Oratorio - Saggia osservazione sugli Oratorii festivi.

 

                DON Bosco ritornava da Villastellone mentre, passati i giorni di lutto, si riaprivano le aule della Camera dei Deputati e del Senato. Un fatto però, di gravissima importanza, interrompeva la discussione sull'incameramento dei beni ecclesiastici e sull'abolizione dei conventi.

                Il Ministro Cavour aveva aderito alla lega colla Francia e coll'Inghilterra contro la Russia, allettato dalla speranza di un futuro ingrandimento di territorio del regno sardo; e il 10 gennaio 1855 sottoscriveva il trattato, riserbandosi di chiederne l'approvazione alle Camere. Era stabilito che per questa impresa in Crimea sarebbero spediti 15.000 soldati, e che tal numero, con rinforzi successivi, sarebbe sempre conservato. Il Piemonte doveva sostenere tutte le spese del suo esercito. Le discussioni nel Parlamento [196] incominciarono il 3 di febbraio, e il 10 febbraio venne approvata l'alleanza. Erasi affrettato questo voto per non perdere tempo nel proseguire a discutere le proposte di Rattazzi.

                Poche ore dopo, nella notte dal 10 all'11, moriva il principe Ferdinando di Savoia Duca di Genova, fratello del Re, nell'età di 33 anni. Così per la terza volta si dovevano sospendere quelle infauste sedute. I funerali del principe ebbero luogo il 14 del mese, e la salma fu portata a Soperga e deposta accanto a quelle degli avi suoi. I chierici dell'Oratorio ne seguirono il feretro.

                Questa incalzante serie di sciagure avrebbe dovuto convincere il Re che da quelle lettere misteriose eragli stata annunziata la volontà di Dio. E per vero, incominciava a riflettervi seriamente. Non era mai avvenuto, nemmeno nelle pestilenze più crudeli, che in meno di un mese si aprissero tre tombe, per accogliervi le salme di principi, così strettamente uniti in parentela col Sovrano. Non pure i cattolici ma molti dei liberali vi scorsero un avvertimento venuto dal Cielo a Vittorio Emanuele dì non proseguire più avanti per la via nella quale si era inoltrato.

                Ma il 15 febbraio con una deplorevole pervicacia, nella Camera dei Deputati si riaperse la discussione sulla legge Rattazzi, che occupò ben diciassette sedute. Si domandava l'approvazione del progetto, perchè il Papa lo aveva condannato!! Intanto il 23 febbraio e il 3 marzo i due solennissimi funerali, celebrati nella Metropolitana per le anime delle due auguste defunte, dovevano ricordare a qualcuno la profezia di D. Bosco; ma il 2 marzo la legge di soppressione era approvata da 117 Deputati contro 36. Rattazzi presentavala allora al Senato, al quale [197] i Cattolici mandavano suppliche firmate da ben 97.700 cittadini perchè la respingesse. Il Governo però di sottomano ne promoveva altre in favore, che ebbero 36.6oo sottoscrittori.

                Mentre gli animi dei cittadini erano contristati riflettendo sulle conseguenze della guerra e della legge anticristiana, l'Oratorio di Valdocco godeva i favori di Dio e degli uomini. D. Bonetti Giovanni ne' suoi Cinque lustri di storia dell'Oratorio Salesiano, scrisse una bella pagina intorno a questo anno 1855, e noi qui la riportiamo:

                “Se prima di questo tempo molte persone del Clero e del laicato si mostrarono affezionatissime verso l'Oratorio, d'allora in poi i benevoli crebbero e di numero e di zelo. L'opera di carità, l'assistenza prestata dai giovani ai colerosi durante la terribile epidemia, e la pubblica lode tributata dal Municipio di Torino, fecero vie meglio conoscere l'Istituto di D. Bosco, la sua natura e il benefico scopo. Per altra parte la straordinaria, per non dire prodigiosa, preservazione dal primo all'ultimo dei suoi giovani dal morbo fatale, mostrò ad un tempo un tratto di specialissima protezione e benevolenza del Cielo verso l'opera del sant'uomo. Di qui ne venne che gli antichi benefattori continuarono ed accrebbero le loro sollecitudini a pro dei figli suoi poverelli, e molti altri ne imitarono l'esempio.

                Avrei qui da registrare varii nomi di persone benemerite, che furono per D. Bosco gli strumenti della Divina Provvidenza; ma riserbandomi di farne parola a luogo più opportuno, ricordo in quella vece il signor Marchese Domenico Fassati. Per più anni nelle feste e in tutti i giorni della Quaresima egli recavasi assiduamente nell'Oratorio a fare il catechismo ad una classe numerosa [198] di poveri artigiani, trasferendo persino ad ora più incomoda la sua refezione. Una volta che vi giunse un po' tardi, e trovò un altro catechista a suo posto, l'umile non meno che nobile signore disse: “Ho commesso un fallo e ne debbo fare la penitenza”. Ciò detto si pose a sedere sulla panca tra i ragazzetti, e vi stette insino alla fine ad ascoltare il catechismo come uno di loro.

                Singolare era lo zelo, mirabili le industrie che adoperava per rendere i giovani attenti ed assidui, e per farli progredire nella scienza della religione. Assuefatto all'ordine, egli da buon soldato disponeva i suoi giovanetti in modo di averli tutti sotto gli occhi, interrogava or questo or quello alla spicciolata e come all'improvviso, affinchè nel timore di essere domandato a rispondere niuno si divagasse. In un foglio teneva registrato il nome e cognome di tutti i suoi catechizzandi, ne segnava le assenze e la più o meno buona condotta. Di quando in quando distribuiva imaginette, medaglie, libriccini e simili ai più diligenti. Quantunque tenesse coi giovani un aspetto serio e da militare, pure questi lo amavano tanto, che quando lo vedevano giungere in classe ne davano vivi segni di gioia, e difficilmente vi mancavano. Insomma il Marchese Fassati manteneva i fanciulli in sì bell'ordine di disciplina e li ammaestrava sì bene da essere proposto a modello. Desideroso di perfezionarsi ognor più nell'arte d'istruire i piccoli, il nobile uomo non disdegnava di assistere alle conferenze che D. Bosco teneva di tratto in tratto ai suoi catechisti. Soleva poi dire che niuna conversazione, niun convegno, niuna serata anche la più brillante tornavagli di tanta soddisfazione, quanto una mezz'ora di catechismo fatto ai giovani dell'Oratorio. Esempio questo e parole assai edificanti, e ben meritevoli [199] che ne faccia tesoro ogni buon cattolico specialmente nei giorni che corrono.

                Nè il sig. Marchese mostrava la sua benevolenza solamente a parole, ma bensì con certi fatti non tanto facili ad essere dimenticati. Uno di questi fu nell'ultimo giorno di carnovale del 1855, nel quale si compieva l'esercizio di buona morte in suffragio delle Anime del Purgatorio. Ciò saputo il Marchese Fassati disse: -I figli di D. Bosco l'ultimo giorno di carnevale sogliono consolare le anime purganti, coll'offrire in loro sollievo la Confessione, la santa Comunione ed apposite preghiere, ed io voglio rallegrare essi medesimi; - e così fece. Era il 20 febbraio. Al mattino oltre un centinaio di giovanetti dell'Ospizio e molti altri dell'Oratorio festivo udirono la Messa, si accostarono ai SS. Sacramenti, risposero alle preghiere della buona morte recitate da D. Alasonatti, ed offersero a Dio per le anime sante non solo quelle pratiche di pietà, ma la pena di un freddo intenso, che intirizziva le membra. Ma all'uscire di Chiesa essi trovaronsi un premio inaspettato; ed erano due buone pagnotte, -accompagnate da una grossa fetta di salame. Pareva che le Anime purganti li ricompensassero, per mano del signor Marchese,del sollievo loro portato coi loro suffragi.

                 Ma fuori di ogni usato fu il pranzo allestito in quel giorno medesimo. Il caritatevole signore oltre ad una buona pietanza volle che i giovani fossero serviti di agnellotti. Ne occorrevano oltre a 100 dozzine; onde fu necessario che nella vigilia vi lavorassero attorno la buona mamma Margherita, e parecchi giovani sotto la sua guida. “Ma gli agnellotti vanno bagnati”, disse il provvido signore; e quindi spedì all'Oratorio una buona quantità di ottimo vino delle sue vigne del Monferrato. [200] Si compiacque poi di assistere egli stesso in persona al convito, dicendo: -Voglio vedere cogli occhi miei l'effetto, che producono nei giovanetti due bicchieri di buon vino e il vide e l'udì con sua grande soddisfazione. Dopo cinque minuti che ne avevano bevuto il primo, i giovani non potevano più stare nella pelle; le chiacchiere si mutarono in un passeraio; gli evviva al sig. Marchese si succedevano senza interruzione; era uno spettacolo da carnevale, ma onesto ed innocente. Si trattava di mescere il secondo bicchiere; ma in vista della molta allegria giunta ormai al colmo, D. Bosco domandò al sig. Marchese che gli permettesse di battezzare alquanto quel generoso liquor di Bacco, a fine di premunire i giovani dai suoi fumi e dai capogiri. Se in quel giorno gli orfanelli di D. Bosco, furono arcicontenti, la gioia più soave fu quella del signor Marchese. La pietà, la fede, che guidava tutte le sue azioni, gl'insegnava che aveva rallegrato uno stuolo di poveri giovanetti, i quali avrebbero pregato Iddio ad aprirgli un giorno il seno della sua misericordia, e a dargliene in Cielo un premio adeguato ed imperituro; questo pensiero gli inondava l'anima di consolazione ineffabile. Ed io ritengo che in vista di questa carità il Signore gli abbia data quella pazienza, rassegnazione e fortezza d'animo, che sempre dimostrò nelle molte tribolazioni, colle quali in vita lo venne sovente purificando e preparando pel Cielo e in fine una morte preziosa, quale la divina Bontà suol concedere a' suoi prediletti.

                E qui, poichè mi cade in acconcio, giova ripeterlo per norma dei direttori e promotori degli Oratorii festivi. Se si vogliono frequentati dai giovanetti, vi sono indispensabili onesti allettamenti. Senza di questi, la maggior [201] parte dei fanciulli liberi di se stessi, o perchè orfani di genitori, o perchè trascurati dai medesimi, non s'inducono punto ad intervenire alle sacre funzioni e alla istruzione religiosa, che vi s'imparte. Per sua leggerezza e vivacità questa cotal gente rifugge quasi per natura dallo stare ritirata, e dall'assoggettarsi alla sorveglianza. Bisogna quindi attirarvela e prenderla come le mosche, con buoni favi di miele. Quindi affinchè prosperi un Oratorio festivo si richiedono divertimenti, giuochi, trastulli, belle ed amorevoli maniere, e questo sempre; poscia di quando in quando occorrono teatrini, piccole lotterie, regalucci, passeggiatine, colezioni, merenduole e via dicendo. Se vi hanno queste attrattive, si vedranno gli Oratorii gremiti di ragazzi; se no, si avrà il rammarico di vedere nei giorni festivi le piazze, i viali, i dintorni delle città ingombri di monelli, i quali crescono nell'ignoranza della religione e nella scienza di ogni mal fare; si avrà il cordoglio di vedere crescere una generazione senza Dio, senza fede e senza legge; si avrà il dolore di vedere a formarsi famiglie e società, che ripiomberanno il mondo negli orrori del paganesimo e nella barbarie. Se ne veggono fin d'ora luttuosi esempi in molte città d'Italia e di Francia, che non è mestieri di qui segnalare. Si scuotano, adunque i Cattolici più o meno favoriti dì beni di questa terra, e in tanta tristizia di tempi sappiano fare qualche sacrifizio, sappiano privarsi eziandio dei loro onesti piaceri, per attirare al bene tanti scappatelli, per conservarli o ridonarli a Dio, alla patria, al Cielo. Se più si aspetta non saremo più in tempo; chè l'ignoranza, le passioni, le male compagnie faranno di tanti poveri ed incauti giovani le reclute, i gregarii delle società sovvertitrici, i discepoli di coloro, che si gloriano persino di inneggiare [202] a Satana, di raccogliersi a combattere sotto i suoi neri vessilli, gridando: Viva l'inferno.

                I signori badino anche a se stessi, e temano che Iddio tardi o tosto non si serva di qualcuno di questi esseri disgraziati, come di un flagello a punirli di quella loro indifferenza, per cui tanta gioventù cresce empia e scellerata; procuriamo tutti almeno colla carità e colla beneficenza nostra di meritarci la misericordia di Dio nel giorno, forse non lontano, nel quale scoppierà la giusta ira sua”.

 

 


CAPO XX. Letture Cattoliche - Consolazione di D. Bosco pel ritorno di alcuni giovani alla vera religione e pel battesimo di un israelita e di un valdese - Savio Domenico prega per la conversione dei protestanti, e indica a D. Bosco la morte imminente di un apostala - D. Bosco insegna ai giovani il modo di farsi santi nel loro stato - Industrie di Savio per fare del bene alle anime - Il suo amico Massaglia Giovanni - Il Ch. Rua emette i tre voli per un anno - La Madonna di Taggia - Gli esercizi  spirituali nel tempo pasquale.

 

                E LE  Letture Cattoliche? Incominciavano strenuamente il loro terzo anno. Le riscossioni del prezzo degli abbonamenti erano fatte dagli incaricati del Vescovo d'Ivrea[11]. D. Bosco lavorava specialmente intorno alle stampe. I due fascicoli del mese di marzo, stampati da Paravia, erano la seconda edizione di una operetta edita alcuni anni prima: Maniera facile per imparare la storia sacra ad uso del popolo Cristiano, con [204] una carta di geografia della Terra Santa per cura del Sac. Bosco Giovanni. Con domande e risposte brevissime, ma scultorie, ei svolge in trentun capitolo il suo argomento. Aveavi aggiunto la geografia comparata dei nomi che trovavansi in quella storia, e la cronologia dei Patriarchi, Giudici, Re e Pontefici del popolo Ebreo.

                Accennando agli insegnamenti di Gesù Cristo alle turbe, notava ciò che Egli disse sugli onori, sul buon uso delle ricchezze, sulla fuga dei piaceri della terra, sulla virtù della castità, sulla temperanza, contro l'invidia, la collera e l'accidia, e conchiudeva il suo libro: “Per quelli che vivono fuori della Chiesa Cattolica, dobbiamo pregare Iddio che infonda tanta grazia ne' loro cuori, sicchè, superando ogni umano rispetto, entrino nella Chiesa Cattolica, per appagare il vivo desiderio di Gesù Cristo, che amorosamente chiama a sè tutti gli uomini del mondo per formare un solo ovile con un solo pastore in terra, e dare a tutti poi una ricompensa eterna in cielo”.[205]

                Nell'ultima pagina esponeva alcune massime morali ricavate dalla Santa Scrittura; la prima era questa: “A chi ama Iddio riusciranno bene tutte le cose” (Sap. III). E noi vedremo avverarsi in D. Bosco questa grande promessa, specialmente nel raggiungere il suo fine principale: la salvezza delle anime.

                Ne porge una prova l'Armonia nel suo numero del 7 marzo 1855 col titolo: Conversioni al Cattolicismo nell'Oratorio di S. Francesco di Sales.

                Non avvi cosa più consolante pei cattolici quanto il vedere ogni giorno crescere il numero dei figli della luce. Noi abbiamo già più volte accennato, come parecchi cattolici incautamente strascinati all'errore, mercè la frequenza agli oratorii per la gioventù di questa città, siano entrati in loro stessi, ed abbiano fatto ritorno alla Religione Cattolica. Sono appena tre mesi, che un giovane israelita, allievo di quest'Oratorio, abbandonava l'ebraismo, e diveniva cristiano.

                Un mese e mezzo addietro pubblicavamo come un certo Michele Trombotti, lusingato dai doni e dalle promesse dei protestanti, aveva dato il suo nome a questa setta. Frequentò qualche tempo l'Oratorio di S. Francesco di Sales, i raggi della grazia divina penetrarono nel cuore di lui e trionfarono. Ora vive da buon cristiano, da fervoroso cattolico.

                Due domeniche fa abbiamo con vera compiacenza veduto ivi due giovanetti, che avevano cessato di frequentare le scuole protestanti (a cui erano allettati da offerte quotidiane), e con cuore pieno di giubilo cominciarono nuovamente a frequentare le pratiche religiose dei Cattolici. Domenica scorsa (4 marzo) abbiamo assistito al battesimo di un valdese.

                Questo giovane, di nome Avandetto, era nato a Torre di Luserna. I suoi genitori il lasciarono crescere nell'abbandono e nel totale oblio della religione e della moralità, affinchè, dicevano essi, giunto all'età competente, scegliesse o si facesse quella religione, che più gli sarebbe gradita. Nella fatale invasione del coléra vennero colpiti ambi i suoi genitori, ed egli rimase [206] orfano, abbandonato, esposto ai pericoli, cui va purtroppo soggetto un giovane di quindici anni senza educazione e senza religione. La divina Provvidenza, però, che veglia sul destino degli uomini, dispose che egli fosse ricoverato nella casa dell'Oratorio di San Francesco di Sales. Ivi ebbe alloggio, vitto, vestito, istruzione. Interrogato quale religione intendesse abbracciare, rispondeva - Io desidero di abbracciare quella religione, che mi può salvare. - Dopo quattro mesi di catechismo apparve abbastanza istruito per ricevere il Battesimo, ed essere ricevuto in grembo, alla Chiesa Cattolica.

                Domenica pertanto, alle tre e mezzo pomeridiane, Monsignor Giovanni Pietro Losana, Vescovo di Biella, si recava all'Oratorio di S. Francesco di Sales per fare la pia funzione. Non sappiamo, se sia più degna d'ammirazione la grande allegrezza che inondava il cuore del catecumeno, o la gioia che traspariva in volto a numerosa schiera di giovanetti che lo circondavano. Padrino fu il cavaliere Marco Gonella, madrina la signora Angela Gonella nata Piacenza, amendue membri di quella famiglia, la quale si trova sempre dovunque havvi un'opera di beneficenza, un atto, di cristiana pietà da esercitare.

                Compiuta la sacra funzione, Monsignore pronunciò un breve discorso, in cui dimostrò quanto esultasse il suo cuore nel rimirare in questi giorni tanti figliuoli delle tenebre abbandonare l'errore per venire a riposare in seno alla Chiesa Cattolica. Deplorò poi con viva commozione come tanti figliuoli della luce, lasciandosi pazzamente trascinare all'errore, e abbagliati dall'idea di novità, abbracciano una religione senza autorità, senza Sacramenti, abbandonata al capriccio di ciascuno.

                Miei cari figli, diceva con forza, credetemi; il protestantesimo è una religione senza Credo, senza Simbolo, perchè ciascun protestante crede quello che vuole, e nel modo che vuole. Non si possono avere due paesi protestanti, nemmeno due famiglie, anzi neppure due individui della medesima famiglia, i quali credano le medesime cose in fatto di religione. Può darsi che ci siano cattolici così privi di senno, che giungano ad abbandonare la loro religione santissima, per tener dietro ad un fantasma religioso, che da ogni lato non presenta altro che capriccio, vanità e disordine? [207] Conchiuse poi coll'ammonire il neofito a farsi ulteriormente istruire nella religione abbracciata, adoperandosi con diligenza, e coraggio a mantenersi fermo nella fede fino alla morte. Volse infine un'apostrofe agli astanti animandoli tutti a vivere da buoni cattolici, per dimostrare colle opere e colle parole che noi professiamo una religione santissima, religione divina, quale si è la Cattolica, Romana, Apostolica, fuori di cui niuno può salvarsi.

                Finalmente il buon prelato, fra concenti musicali eseguiti dai giovani addetti a questo Oratorio, impartiva la benedizione col Santissimo Sacramento.

                Così possiamo annumerare un cattolico di più, e speriamo che vivrà in modo da essere un giorno abitatore del cielo.

                Le preghiere e le comunioni che si facevano nell'Oratorio avevano gran parte nel togliere gli ostacoli a questi trionfi della grazia. Perciò non si può dire quanto fosse piena la consolazione di Mamma Margherita nel vedere un giovanetto che pregasse bene. Un giorno diceva a D. Bosco: - Tu hai tanti giovani buoni, ma nessuno supera la bellezza del cuore e dell'anima di Savio Domenico. - D. Bosco le chiese perchè dicesse questo, ed ella rispose: - Lo vedo sempre pregare, restando in Chiesa dopo gli altri, finite le funzioni comuni; e sovente con un gruppo di compagni raccolti intorno all'altare della. Beata Vergine, recitar il Rosario. Ogni giorno si toglie dalla ricreazione per andare a far visita al SS. Sacramento; più volte, dimentico di recarsi cogli altri a prendercibo, resta innanzi all'altare in orazione e come fuori di sè. Sta in chiesa come un angelo che dimori in paradiso.

                Savio Domenico adunque pregava e molto, ma specialmente per la conversione d  ei protestanti. Più volte fu udito esclamare: - Quante anime aspettano il nostra aiuto in Inghilterra; oh, se avessi forza e virtù, vorrei [208] andarvi sul momento, e colle prediche e col buon esempio vorrei guadagnarle tutte al Signore! - E la sua preghiera era efficace, come lo prova il seguente fatto raccontato da D. Bosco.

                “Un giorno Savio entrava nella mia camera, dicendomi: - Presto, venga con me: c'è una bell'opera da fare. - Dove vuoi condurmi? gli chiesi. - Faccia presto, soggiunse egli, faccia presto. - Io esitava tuttora, ma istando egli, ed avendo già provato altre volte l'importanza di questi inviti, prendo il cappello e lo seguo. Savio esce di casa con passo piuttosto accelerato e s'inoltra di contrada in contrada senza mai fermarsi e senza pronunciar parola. Infine prende la via delle Orfane, entra in una porta, sale una scala, monta al terzo piano e tira con forza il campanello. - È qua, egli mi dice, che deve entrare; e tosto se ne parte, ritornando a casa.

                “Una donna apre l'uscio, ed - Oh! presto, mi dice, presto, altrimenti non è più a tempo. Mio marito ebbe la disgrazia di farsi protestante; adesso è in punto di morte e domanda per pietà di poter morire da buon cattolico. Io mi recai tosto al letto di quell'infermo che mostrava viva ansietà di acconciarsi dell'anima. Aggiustate le partite della coscienza colla massima prestezza, giunge il curato della parrocchia di S. Agostino, che già prima era stato chiamato. Esso potè appena amministrargli il Sacramento dell'Olio Santo con una sola unzione, poichè il moribondo diveniva cadavere. Alcun tempo dopo volli domandare a Savio, come mai avesse egli saputo che in quella casa vi fosse un infermo ridotto a quello stato; ed egli mi guardò con aria di dolore, di poi si mise a piangere. Io allora non cercai più altro, ricordando quelle parole della Sacra Scrittura che dice: “È  cosa buona [209] tenere nascosto il segreto del Re: Sacramentum regis abscondere bonum est” e che alle anime sante riesce più penoso lo svelare i doni che Iddio fa loro, che non i peccati commessi”.

                In mezzo a queste misericordie di Dio erano incominciati nei tre Oratorii festivi i catechismi quadragesimali. D. Bosco in una di quelle domeniche faceva una predica sul modo di farsi santi e si fermò specialmente a sviluppare tre pensieri: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi: è assai facile di riuscirvi: è preparato un grande premio in cielo a chi si fa santo. Queste parole fecero una grande impressione sull'animo umile di Savio, il quale diceva poi a D. Bosco: - Mi sento un desiderio, un bisogno di farmi santo; io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, voglio assolutamente farmi santo.

                D. Bosco lo confortò nel suo proposito, gli indicò come Dio volesse da lui per prima cosa una costante e moderata allegria; e consigliandolo ad essere perseverante nell'adempimento de' suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandò dì prendere sempre parte alla ricreazione co' suoi compagni. Nello stesso tempo gli proibì ogni rigida penitenza e le preghiere troppo prolungate, perchè non compatibili colla sua età e sanità, e colle sue occupazioni.

                Savio obbedì, ma un giorno D. Bosco lo incontrò tutto afflitto, che andava esclamando: - Povero me! Io sono veramente imbrogliato. Il Signore dice che se non fo penitenza, non andrò in paradiso; ed a me è proibito dì farne. Quale adunque sarà il mio paradiso?

                La penitenza che il Signore vuole da te, gli disse D. Bosco, è l'ubbidienza. Ubbidisci e a te basta. [210]

                - Non potrebbe permettermi qualche altra penitenza? - Sì; ti si permettono le penitenze di sopportare pazientemente le ingiurie, qualora te ne venissero fatte; tollerare con rassegnazione il caldo, il freddo, il vento, la pioggia, la stanchezza, e tutti gli incomodi di salute, che a Dio piacerà di mandarti.

                - Ma questo si soffre per necessità.

                - Ciò che dovresti soffrire per necessità, offrilo a Dio, e così diventa virtù e merito per l'anima tua.

                - E niente altro?

                - Adóperati nel guadagnare anime al Signore.

                - Ho capito! - Da quel punto si accese sempre più in Domenico un tale zelo per la salvezza delle anime, da farlo apparire un vero, benchè piccolo apostolo. Per imparare il modo di vie più riuscire bene nel santo esercizio di giovare al prossimo, egli leggeva volentieri la vita di quei santi che avevano lavorato in modo speciale per la salute delle anime, come la vita di S. Filippo Neri, di S. Francesco Zaverio, di S. Francesco di Sales, e simili. Parlava volentieri dei Missionarii, che faticano alla conversione degli infedeli e degli eretici, pregava per essi, e ne invidiava la sorte. Più volte fu udito ad esclamare: - Quante anime non vanno mai perdute, perchè non vi ha chi predichi loro la parola di Dio! Quanti poveri fanciulli forse andranno alla perdizione per mancanza di chi li istruisca nella fede!

                Nè egli si contentava dei desiderii, ma veniva ai fatti. Per quanto lo comportava la sua età e la sua istruzione, si prestava con indicibile piacere a fare il catechismo ai piccoli nella chiesa dell'Oratorio; anzi, se alcuno ne mostrava maggior bisogno, egli si assumeva di buonissima voglia l'incarico di fargli scuola di religione, in qualunque [211] giorno della settimana, e in qualunque ora del giorno. Tutto gli riusciva dolce, quando pensava di cooperare a salvare un'anima.

                Erano veramente mirabili le industrie, che in tempo di ricreazione egli usava per meglio conseguire il nobile fine. Se aveva un confetto, un frutto, una croce, una medaglia, una immagine o simili, egli la riserbava a quest'uopo. - Chi la vuole? chi la vuole? andava dicendo. - Io, io, - da tutti si gridava, correndogli incontro. Adagio, egli soggiungeva allora; io la darò a chi meglio risponderà ad una domanda di catechismo. - Intanto il santo giovane interrogava solo i più discoletti, ed appena essi davano una risposta alquanto soddisfacente, egli faceva loro quel regaluccio. In questo modo e in poco tempo si guadagnava l'animo di tutti gli scapatelli, dai quali era quasi sempre circondato.

                Nè solamente di questa sorta di fanciulli egli cercava la compagnia, ma di un'altra non meno degna di amorevoli sollecitudini. Fra i giovanetti che stavano nell'Ospizio e fra i molti che frequentavano l'Oratorio festivo, alcuni ve n'erano alquanto rozzi, ignoranti e meno educati, i quali per lo più erano dai loro compagni lasciati in disparte. Ora questi erano i più ambiti e più ricercati dal caro Domenico. Egli con uno spirito ed un'intuizione che diremo soprannaturale, non si curava punto delle apparenze, nè secondava le simpatie; ma, avendo in mira unicamente l'anima, si avvicinava a costoro, li ricreava col racconto di qualche esempio, li invitava a passeggiare con lui, li faceva discorrere, li toglieva insomma dall'avvilimento, consolandoli con ogni miglior conforto.

                Una sua industria merita di essere qui rilevata in modo particolare. Quando si accorgeva che taluno da qualche [212] tempo più non si accostava alla Confessione, lo zelante giovanetto usava così: in bel modo procurava di associarsi con lui, si metteva a discorrere o a giuocare insieme e vi tirava innanzi per un po' di tempo; ma ad un tratto rompeva il filo del discorso, sospendeva la partita e diceva all'amico: - Vorresti farmi un piacere? Sì, sì, e quale? - Domenica io vorrei andarmi a confessare; verresti tu a farmi compagnia? - Generalmente il compagno per compiacerlo rispondeva di sì. Domenico ne aveva abbastanza, e riattaccava il filo del suo discorso, o proseguiva il suo trastullo. Al domani praticava il medesimo con un altro; così che al sabato sera o alla domenica mattina era cosa che edificava il vederlo appiè del confessore con due, tre, e talora persino con sette od otto giovanetti de' più restii agli esercizii di pietà, da lui attirati a quella pratica di religione. Questi fatti erano molto frequenti, e tornavano di grande vantaggio ai compagni, e di dolce consolazione a D. Bosco, il quale perciò soleva dire che Domenico Savio gli tirava più pesci nella rete co' suoi trastulli, che non i predicatori colle loro prediche.

                Savio non era però solo in queste sante imprese; fra gli altri se ne notava uno, l'ottimo giovanetto Massaglia Giovanni, suo vicino di paese, venuto contemporaneamente con lui all'Oratorio e come lui desideroso di abbracciare lo stato ecclesiastico con vero desiderio di farsi santo. - Non basta, un giorno Domenico diceva al suo amico, non basta il dire che vogliamo farci ecclesiastici, ma bisogna che ci adoperiamo per acquistare le virtù che a questo stato sono necessarie.

                - È  vero, rispondeva l'amico; ma se facciamo quello che possiamo dal canto nostro, Dio non mancherà di [213] darci grazia e forza per meritarci un favore così grande quale si è diventar ministri di Gesù Cristo.

                Nel fiorire di tante virtù nell'Oratorio, D. Bosco vedeva la mano della Vergine benedetta che le coltivava, sentiva l'efficacia della sua materna, protezione, mentre egli da parte sua cercava di corrisponderle col più ardente impegno. Ecco il movente ed il segreto da cui fu indotto alla prima prova di quello che fu poi la più grande sua opera: l'inizio cioè di quella Pia Società, alla quale aveva sempre rivolti i suoi desiderii. A questo fine dopo aver parlato lungamente in conferenze, ad alcuni suoi chierici più fidi, delle tre virtù che sono oggetto di voto in Religione, invitò il Ch. Rua, che allora percorreva il secondo corso di filosofia, ad emettere questi voti per un anno. Nulla però disse del suo gran disegno. Il buon chierico acconsentì, persuaso che si trattasse solamente di abitare con D. Bosco, e di aiutarlo con maggior efficacia nell'Opera degli Oratorii colla pratica di quelle virtù.

                Il Ch. Rua adunque, alla sera della festa della Annunciazione di Maria SS., nella camera di D. Bosco, senza alcun testimonio, assistito dal buon servo di Dio, in semplice veste talare, inginocchiato innanzi ad un crocifisso emise i primi voti annuali; imitato poco dopo da Don Alasonatti, il quale certamente doveva conoscere qualcosa più dei disegni del santo suo amico.

                In que' giorni, 25, 26, 27, 28 marzo, coll'intervento dell'Arcivescovo di Chambery e dei Vescovi di Mondovì e Casale, nel Santuario della Consolata celebravansi le feste solennissime della definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione.

                Ma i sacri riti in Chiesa, la processione e la generale illuminazione in città erano stati rallegrati eziandio dalla [214] fama di un grande miracolo accaduto a Taggia in occasione che ivi festeggiavasi lo stesso glorioso avvenimento. Una statua di Maria SS. in plastica, di composizione durissima, alta circa un metro, colla veste color di rosa ed il manto azzurro, e reggente nella destra un cuore, veneravasi nella chiesa parrocchiale. I suoi occhi vivissimi erano rivolti dolcemente a destra. Ed ecco, l'11 marzo, quegli occhi si mossero fissando amorevolmente una fanciulletta inginocchiata innanzi all'altare. Quindi più volte le pupille si portarono sensibilmente da destra a sinistra ritornando poi alla loro posizione normale; ovvero si sollevavano fino a nascondersi quasi per intero sotto le palpebre superiori, e dopo si abbassavano. Questi moti accadevano ora lentamente, ora con assai celerità, e talora gli occhi si fissavano con insistenza su coloro che avevano davanti. Talvolta spiravano affetto, tal altra maestà. Talora il volto benedetto della Vergine, deposta la naturale dolcezza, atteggiavasi a dolore o mestizia, e svanito il suo colore vermiglio, coprivasi di un pallore sensibilissimo per circa due minuti. Erano frequentissimi questi cangiamenti di fisionomia. Più frequentemente offrivano l'aspetto di una persona assorta in profondi pensieri.

                All'eseguirsi delle movenze, oltre la turgidezza degli occhi, l'increspamento delle palpebre, si osservava animarsi lo sguardo in modo che sulla cornea, più brillante e più morbida dell'ordinario, appariva come l'umore cristallino di un occhio naturale. La fronte e il collo pareva trasudassero; sulle guance si scorgevano come dei moti muscolari; queste variazioni erano ancora più sensibili che non le stesse movenze delle pupille.

                Fanciulli e pie donne furono i primi a constatare il portento, e tosto tutta la città accorreva a contemplare [215] commossa, lagrimando, le meraviglie di Maria Immacolata. Il fatto era evidente, e si ripetè prima quasi tutti i giorni fino al 25 marzo, e si rinnovò molte volte interpolatamente nei mesi di aprile, maggio e giugno. Un severo processo dell'autorità ecclesiastica, istituito sul luogo nell'atto stesso dell'azione miracolosa, dichiarò doversi quella attribuire solamente ad una grazia del cielo, mentre 120 testimoni giurati attestavano la realtà di tanta meraviglia. D. Bosco se ne fece mandar relazione, che noi conserviamo, ne parlò ai giovani magnificando la bontà di Maria e il suo aiuto offerto ai popoli in tempi così calamitosi. Il Teol. Bellasio poi, ritornato da Taggia, ove era stato spettatore del miracolo, confermava entusiasmato nell'Oratorio quanto .aveva già annunciato D. Bosco.

                Così gli alunni dell'Oratorio di Valdocco colla mente e col cuore pieno del pensiero di Maria SS. si preparavano a celebrare la Pasqua, che ricorreva l'8 aprile, e presero parte ai sacri riti della settimana santa, che in quest'anno si incominciò a celebrare con qualche regolarità. Degli esercizii spirituali ai quali assistettero, Don Bosco ne tenne memoria, così scrivendo di Savio Domenico e di Garigliano:

                “Venuto il tempo pasquale, furono assidui cogli altri giovani agli spirituali esercizi con molta esemplarità. Terminati gli esercizi, Domenico disse al compagno: - Voglio che noi siamo veri amici per le cose dell'anima; perciò desidero che d'ora in avanti siamo l'uno monitore dell'altro in tutto ciò che può contribuire al bene spirituale. Quindi se tu scorgerai in me qualche difetto, dimmelo tosto, affinchè me ne possa emendare; oppure se scorgerai qualche cosa di bene che io possa fare, non mancar di suggerirmelo. [216]

                - Lo farò volontieri per te, sebbene non ne abbisogni; ma tu lo devi fare assai più verso di me, che, come ben sai, per età, studio e scuola mi trovo esposto a maggiori pericoli.

                - Lasciamo i complimenti da parte ed aiutiamoci vicendevolmente a farci del bene per l'anima.

                E mantennero con fedeltà la parola.

 

 


CAPO XXI. La Generala - D. Bosco e gli esercizii spirituali ai giovani prigionieri - Ottiene da Rattazzi di condurli a libera passeggiata - Lieto annunzio - A Stupinigi - Zelo affettuoso per i giovani detenuti - Società reale pel patrocinio dei giovani liberati dalla casa di educazione correzionale - Catture prevenute.

 

                LE prigioni continuavano ad essere uno dei campi ove D. Bosco esercitava il suo ministero sacerdotale. Ma fra questi luoghi di pena uno ve n'era pel quale egli nutriva speciale affezione. Si aveva e si ha tuttora in Torino una casa correzionale pei giovani minori, o consegnátivi dai parenti per indocilità, od anche condannati dai consigli di polizia, o dai Tribunali per qualche delitto più o meno grave. Lo stabilimento chiamasi La Generala.

                Fu aperto dal Governo Piemontese nel marzo del 1845, a mezzodì della città; è capace di 300 giovani e dipende dal Ministero degli interni. Sul principio era stata affidata la direzione di quel penitenziario alla Società di S. Pietro in Vincoli, fondata nel 1839 dal Can. Abate Fissiaux sotto gli auspizii di Mons. de Mazenod Vescovo [218] di Marsiglia. Ma cambiati i tempi, questa società venne congedata.

                Nella Generala, molti dei detenuti spettano a genitori che poco o nulla si curarono della loro educazione; altri appartengono a famiglie o cattive, o di sospetta condotta; taluni hanno od ambidue i genitori od uno di essi od,altri parenti già incarcerati; non pochi sono orfani e lasciati in tale abbandono, per cui si macchiarono di colpe che interessarono la polizia. I giovani generalmente, varcati i venti anni, sono incorporati nell'esercito, e quelli che non hanno ancora terminato la loro pena, sono traslocati nelle carceri degli adulti. I detenuti, di notte sono rinchiusi in celle separate, e di giorno vengono applicati,o all'agricoltura, o a qualche arte o mestiere, sorvegliati sempre dalle guardie.

                Quando la Religione vi ebbe il suo posto d'onore e venne fatta conoscere, amare e praticare, la disciplina si rese più facile, migliorarono i costumi e a poco a poco i giovani si trovarono come rigenerati a vita novella. Ma quando poca o niuna influenza vi potè esercitare la Religione, successero in quel luogo deplorevoli disordini. Bisognò punire rivolte giornaliere, litigi, risse, ferite, attentati contro i costumi, ed altre azioni abbominevoli. I sovrastanti dovevano talora sorvegliare colle baionette in canna.

                D. Bosco adunque, finchè i Capi si mostrarono benevoli al prete e finchè i regolamenti carcerarii e le sue, occupazioni glielo permisero, ottenne di potersi recare a quando a quando in mezzo a quei poveri giovani, degni della più alta compassione. Egli col permesso del Direttore delle carceri li istruiva nel catechismo, faceva loro prediche, li confessava, e molte volte s'intratteneva con essi [219] amichevolmente, come praticava co' suoi figliuoli dell'Oratorio. Non occorre dire che i giovani prigionieri, vedendosi trattati con sì bel garbo, riguardavano D. Bosco come un padre, e gli davano ogni volta le più sincere prove di stima e di affetto, e per non disgustarlo si sforzavano di menare una vita, per quanto sapevano, irreprensibile. Una volta operarono, per così dire, un miracolo, e dimostrarono luminosamente quale potere abbia il sistema preventivo per ammansare gli animi, anche i più ostinati e ribelli. Il fatto venne già pubblicato da varii scrittori. Fra gli altri ne parlarono l'abate Luigi Mendre, il dottor Carlo d'Espiney, e il Conte Carlo Conestabile.

                Poco dopo la Pasqua del 1855 D. Bosco aveva dato a que' giovani gli esercizii spirituali, che furono fecondi di benedizioni per le loro anime. La dolcezza e la carità del suo cuore avea guadagnati anche i più discoli ed era riuscito a farli accostare tutti a' santi Sacramenti, un solo eccettuato. Ne' suoi uditori, ne' suoi penitenti aveva riconosciuto una sincera conversione al bene, e nel tempo stesso una affezione profonda ed una riconoscente simpatia per la sua persona. Il santo Prete ne fu commosso, e risolvette di ottenere per essi un qualche allievamento alla loro prigionia. Il primo pensiero che gli venne fu di una bella passeggiata, persuaso che la privazione di moto e di libertà era la più dura e insopportabile punizione. .Si recò pertanto dal Direttore delle carceri della città, e, - Vengo, gli disse, a farle una proposta; vi è probabilità che sia accettata?

                - Faremo tutto quello che potremo, signor Abate, per compiacerla, rispose l'Ufficiale, perchè la sua influenza sui nostri carcerati ci è stata di grande aiuto. [220]

                - Ebbene! la mi permetta, Signor Direttore, che io implori una grazia per questi poveri giovani, la cui esemplare condotta da parecchio tempo non dà motivo ad alcuna lagnanza; la mi permetta di farli uscir tutti per un giorno: li condurrò a fare una gita a piedi a Stupinigi; si parte di buon'ora e si torna a notte: questa passeggiata farà loro del bene per l'anima e pel corpo.

                Il Direttore sbalordito aveva fatto un salto sulla seggiola. -Ma lei non parla sul serio, signor Abate, esclamò!

                - Parlo colla maggior serietà del mondo, ripigliò il prete, e la supplico di prendere in considerazione la mia domanda.

                - E non sa ella che io son responsabile di ogni fuga?

                - Stia sicuro che di fughe non ve ne sarà nessuna; io se vuole affidarmeli questi giovani, mi impegno di ricondurglieli tutti, fino ad uno.

                Lunga fu la discussione: D. Bosco insisteva: il Direttore trinceravasi dietro la inflessibilità del regolamento; finalmente non potendo prendere nulla sopra di sè, acconsentì di parlarne al Ministro.

                D. Bosco intanto recavasi a visitare il Cav. Carlo Farcito di Vinea, che era in quel tempo intendente generale, ossia Prefetto della Provincia, al quale spettava dare il permesso. Ma l'Intendente ascoltata la domanda fu inesorabile nella negativa.

                Il Direttore delle Carceri però manteneva la data parola.

                Era sempre al Ministero Urbano Rattazzi, uomo che, se difettava di qualità morali, aveva però molto ingegno. Riflettè un istante sulla proposta, che il Direttore delle prigioni gli presentò a nome di D. Bosco; poi fece sapere [221] a questi che desiderava di vederlo. Erano per trovarsi faccia a faccia l'avversario e il difensore degli Ordini religiosi. Rattazzi doveva avere, almeno confusamente, notizia delle lettere scritte da D. Bosco al Re, ma non sembra che ne abbia fatta parola.

                D. Bosco si presentò al Ministro con quell'aria semplice ed aperta, che gli era naturale, e che conservava sempre anche alla presenza dei più alti personaggi. Il Ministro lo ricevette con isquisita gentilezza. - Voglio, signor Abate, acconsentire, diss'egli, alla proposta, che in nome della S. V. mi è stata fatta uno di questi giorni. Lei potrà mettere in esecuzione il suo disegno di passeggiata, la quale farà molto bene a questi giovani prigionieri sì dal lato morale come dal lato fisico: darò gli ordini necessarii: da lontano la seguiranno carabinieri travestiti per aiutarla in caso di bisogno a mantener l'ordine, e per far uso della forza, se alcuni recalcitranti rifiutassero la sera di rientrare in prigione.

                Il Ministro aveva pronunciato queste parole con accento fermo, e credeva di aver soddisfatto a tutti i desiderii di D. Bosco. Ma questi aveva sorriso udendo parlare di carabinieri.

                - Eccellenza, rispose egli, io Le sono riconoscentissimo della sua cortesia, ma non metterò in atto il mio disegno che ad una sola condizione, che Ella mi permetta cioè di essere tutto solo coi miei giovani, che mi dia la sua parola di onore di non mandare la forza pubblica sulle mie tracce. Prendo la cosa tutta a mio rischio; e Vostra Eccellenza mi farà mettere in prigione se avverrà qualche disordine.

                Il Ministro fu stupefatto.

                 - Ma, esclamò egli, Lei alla sera non ne ricondurrà nemmeno più uno di quei tristi arnesi. [222]

                - La si fidi di me, rispose D. Bosco; e il suo contegno mostrava chiaramente che non avrebbe ceduto.

                Dunque o prendere o lasciare. D'altra parte Rattazzi era curioso di fare la prova; oltre a ciò, quel prete gli ispirava piena fiducia; e perciò permise a D. Bosco di fare quel che voleva.

                Per altro lato egli avrà pur detto a se stesso: Qualora taluno avesse l'ardimento di prendere la fuga, non sarà difficile ai gendarmi di rinvenirlo tra pochi giorni e ricondurlo in gabbia.

                D. Bosco non tardò a ritornare alla Generala per disporre i trecento prigionieri a godere degnamente del singolarissimo favore loro accordato. La sera innanzi a quel giorno memorando, egli li raccolse tutti insieme e tenne loro un discorso, concepito presso a poco in questi termini:

                - Giovani cari, ei disse, vi ho da dare una notizia, la quale vi farà molto piacere. In premio della benevolenza che mi avete finora dimostrata; in premio della buona condotta che da qualche tempo menate; in premio sopratutto della vostra corrispondenza alle povere mie fatiche nel corso degli Esercizi spirituali, mi sono recato dal signor Intendente generale, indi dal signor Ministro, ed ho ottenuto la licenza di condurvi domani a fare una passeggiata sino a Stupinigi. - Udite queste parole, quei poveri giovani alzarono un grido colossale di maraviglia e di gioia, impossibile a descriversi. Ricondotto dopo alcuni momenti il silenzio e la calma, D. Bosco continuò: - Voi vedete quanto sia grande questo favore; è questa una grazia più unica che rara; e fino ad oggi non fu concessa ancora. - Viva il Ministro! Viva D. Bosco, esclamarono con gran voce i giovani pieni di entusiasmo. - Sì, viva [223] il Ministro, proseguì D. Bosco; ma ora ascoltate, o miei cari, il più necessario: Io ho impegnata la mia parola che voi dal primo all'ultimo vi sareste regolati sì bene,, da non aver bisogno nè di guardie, nè di gendarmi presso, di noi; ho impegnata la mia parola che domani sera dal primo all'ultimo voi sareste rientrati in questa dimora, Potrà io vivere tranquillo sulla vostra condotta? Potrò io stare sicuro che niuno di voi cercherà di fuggire? - Sì, sì, stia sicuro; saremo buoni, saremo buoni; - fu questo il grido unanime. Anzi uno dei più adulti prese a dire: - Pel corpo di mille bombe, se mai qualcuno cercasse di fuggire gli correrò dietro e lo squarterò come un pollo; - ed io, soggiunse un altro non meno violento, con una, pietra spaccherò la testa a chiunque le desse un dispiacere; - non verrà di certo più a casa vivo, gridò alla, sua volta un ercolaccio sui 18 anni, quel furfante che disonorasse la nostra partita. - Basta, basta, disse Don Bosco; questo parlare non istà bene e mi fa pena. Io mi fido di voi tutti; so che mi volete bene, e non mi darete disgusti. Intanto, così per dire, vi noto solo che la città di Torino domani avrà gli occhi sopra di noi. Se mai qualcuno si regolasse male, ne scapiteremmo tutti e ne scapiterei io pel primo, che ho domandato e vi ho ottenuto questo favore, e il pubblico avrà ragione di dire che io, fui imprudente e che mi sono lasciato gabbare; ne scapitereste voi pure, e passereste per giovani, di cui niuno abbia più a fidarsi. E poi che cosa varrebbe il fuggire? A meno che uno mettesse le ali, del resto dopo poche ore, o tutto al più dopo un giorno o due, sarebbe nuovamente arrestato, messo in più dura prigione. Invece se tutti vi diportate bene, e che alla sera rientriate in Casa senza alcuna difficoltà, chi sa che non vi sia in appresso [224] riconceduto questo favore medesimo, e così di quando in quando possiate godere di consimili passeggiate? - Ma tutte queste sono considerazioni umane; una ve ne ha ancora, miei cari giovani, molto più importante. Voi avete ultimamente fatto le più belle promesse a Dio, di essere buoni e di non più offenderlo. Orbene egli vi guarda dal Cielo, pronto a benedirvi adesso e in avvenire, se gli sarete fedeli. Date adunque domani una prova luminosa della sincerità e fermezza delle vostre risoluzioni. Tutti all'ordine; bando alle disobbedienze, agli alterchi, alle risse. Lo promettete? -Sì, sì, lo promettiamo; parola d'onore; vedrà, vedrà. - Ed uno di loro aggiunse - Lei sarà nostro generale in capo, e a nome di tutti i miei compagni l'assicuro, che non mai generale alcuno avrà avuto soldati più docili e più disciplinati.

                D. Bosco così assicurato passò indi ad annunziare l'ora dell'uscita, l'ordine dell'andata, della fermata e del ritorno, e in fine licenziandosi per ritornare in Valdocco disse: A rivederci domattina. - Quei poveri giovani non capivano più in sè per la gioia, e fin da quella sera si mostrarono coi loro custodi così quieti ed ubbidienti quali non erano stati mai.

                Al domani per tempo guidati da D. Bosco prendevano la strada di Stupinigi. È  questo un villaggio di circa mille anime, situato presso il Sangone, a quattro miglia ed a sud - ovest di Torino, dove vi ha un regio parco. Quivi li aspettava il parroco il M. Rev. D. Emanuele Amaretti amico cordiale di D. Bosco e di D. Alasonatti.

                Usciti dalla loro prigione, godevano con riconoscente gioia una giornata di sole e di libertà, preceduti da un somiere carico di provvigioni. L'affettuosa loro tenerezza verso D. Bosco fu commovente. Quando lo videro un po' [225] affaticato pel cammino, in un batter d'occhio tolsero sulle loro spalle le provvigioni di cui era caricato il giumento e, lo costrinsero a salire a cavallo di quell'animale. Due di loro tenevano la briglia. A Stupinigi D. Bosco li condusse in chiesa, celebrò la santa Messa, li trattò allegramente a pranzo e a merenda e durante tutta la giornata li occupò in svariati divertimenti. Descrivere la contentezza che rifioriva su tutti quei volti è cosa impossibile. Godettero un mondo di delizie, nei viali del castello reale, all'ombra delle piante, sulle sponde delle acque, in quei prati vestiti di erbe e smaltati di fiori.

                La loro condotta fu inappuntabile; nessuna contesa venne a turbare la pace di quel giorno, e D. Bosco non ebbe bisogno nè di avvertimenti nè di rimproveri per mantenere la disciplina. La sera rientrarono tutti nella loro triste dimora più rassegnati alla loro sorte e più docili di prima.

                Il Ministro aspettava con impazienza il risultato della spedizione; non ostante la fiducia che gli ispirava Don Bosco, egli non si sentiva del tutto tranquillo. Ma Don Bosco, senza perdere tempo, andò in persona dal Ministro, il quale fu attonito al racconto del prete.

                - Le sono riconoscente, signor Abate, diss'egli, di quanto ha fatto pei nostri giovani prigionieri, ma vorrei sapere dalla S. V. motivo, per cui lo Stato non ha sopra quei giovani l'influenza, che Lei ha esercitato?

                - Eccellenza, rispose il prete, la forza che noi abbiamo è una forza morale; a differenza dello Stato, il quale non sa che comandare e punire; noi parliamo principalmente al cuore della gioventù, e la nostra parola è la parola di Dio.

                Ed il Ministro dovette comprendere che la Chiesa possiede una forza misteriosa che non attinge quaggiù, e [226] che le persecuzioni degli uomini non fiaccheranno giammai. E disse a D. Bosco: - Voi potete regnare sopra il cuore della gioventù: noi non lo possiamo punto; questo è dominio a voi riservato. - Egli così potè toccare, diremmo con mano la efficacia del sistema preventivo, nella educazione dei giovani, anche i più discoli, come D. Bosco gli aveva dimostrato nell'anno antecedente.

                E se ne ricordò quando più non seppe ove collocare un suo giovane nipote assai dissipato per fargli prendere una buona piega. Per un istante aveva risoluto di metterlo in una casa di corrigendi, ma poi riflettè: - C'è ancora D. Bosco che può insinuarsi nel cuore di questo, povero figliuolo. - E glielo condusse affinchè lo riducesse a buoni sentimenti e a sani consigli. “E D. Bosco lo accettò, attesta D. Rua, ne formò un buon operaio ed un buon Cristiano, quale io conobbi intimamente. Il fatto è noto a tutto l'Oratorio”.

                Di questa gita memorabile fa testimonianza Piano Gio. Batt., ora curato della Gran Madre di Dio in Torino, che udiva parlarne da molti de' suoi compagni, dei quali un bel numero è ancor tra i viventi. La stessa cosa confermò, avendone ricevuto certa notizia, Don Savio Ascanio, che da qualche anno era uscito dalla casa di Valdocco.

                Il commendatore Giuseppe Boschi, senatore e Capo, Sezione al Ministero degli Interni, da cui dipendeva la Generala, zio paterno del Can. Anfossi, narrava a suo nipote quanto abbiamo esposto sopra della passeggiata alla Villa di Stupinigi. E questo signore favoriva quanto poteva l'opera di D. Bosco giudicandola meravigliosa, e parecchie volte gli fece avere sussidii dal Governo.

                Tale fatto è pure ricordato dal Bollettino Ufficiale della [227] Direzione generale delle Carceri, anno XVIII, 1888, fascicolo 1 - 2, pag. 85.

                In ultimo, quasi a suggello di queste testimonianze diremo che quella predicazione di D. Bosco ebbe frutti grandi e duraturi. Quando egli non potè più andare alla Generala, continuò a mandarvi qualche suo prete come confessore ordinario; e poi, per inviti delle Autorità e per esortazioni di lui, i Salesiani da quell'anno continuarono sempre, come tuttora continuano, a prestarsi a pro di quei giovani infelici, colla predicazione degli esercizi spirituali, i quali però non devono impedire il solito orario del lavoro: disposizione disturbatrice, e imprescindibile!

                Ma quali dovettero essere i sentimenti di D. Bosco quando, ritornato da Stupinigi, udì tante voci commosse che lo ringraziavano, e vide chiudersi le porte della prigione dietro le spalle de' suoi disgraziati amici? Oh, la sua soddisfazione fu amareggiata certamente da grande tristezza. Non tutti que' giovani si potevano chiamar colpevoli. Là, nella Generala, vi erano fanciulli dei quali, per sbarazzarsene, genitori senza cuore, avevano accusata come insubordinazione la leggerezza dell'età e la vivacità di carattere. Altri erano stati imprigionati per un primo furto di pochi soldi, o di qualche frutto o pane sul mercato, talora spinti dalla fame. Ora più d'uno di questi miserelli, entrando in carcere, ancor non sapevano che cosa fosse vizio; ma tra non pochi compagni rotti al mal fare, con un regolamento che solo riconosceva la forza come sistema di educazione, correvano rischio di venir depravati quasi irreparabilmente.

                Perciò D. Bosco, sovente e da più anni, allorchè un giovanetto non era stato colpito da sentenza di tribunale, faceva le pratiche necessarie per poterlo restituire in [228] libertà, e quando non aveva alcuno che si interessasse di lui, talvolta lo accoglieva nel suo Ospizio, oppure si occupava di collocarlo presso buoni padroni. In questo caso non lo dimenticava, ma andava a visitarlo per incoraggiarlo al bene, e intanto l'animava e frequentare l'Oratorio, o la parrocchia nei giorni festivi.

                Ma di ciò non ancora soddisfatta la carità di Don Bosco, egli prestava l'opera sua ad una Società stabilitasi in Torino, con regia approvazione, come protettrice dei giovanetti che venivano liberati dal Carcere. Dai documenti, che qui esponiamo, s'intenderà l'importanza e lo scopo di quella.

                D. Bosco riceveva adunque il seguente foglio.

 

Torino, 8 Agosto 1855.

 

                               Preg.mo e Rev.mo Signore,

 

                La commissione di Collocamento in Adunanza delli 23 Luglio p. p. ha nominato il Sig. Sacerdote D. Giovanni Bosco socio operante a Patrono del giovane Luigi Pesciallo di Vacarezza d'anni 16, il quale sarà rilasciato dalla casa di Educazione correzionale sotto li 15 corrente mese.

                Egli attendeva nella stessa casa alla professione di sarto e desidererebbe continuare nella medesima.

                E sottoscritto nel comunicare al prefato Sig. Sacerdote Don Bosco la di lui nomina lo prega di voler dedicare le sue cure a pro del giovane liberando a seconda delle istruzioni annesse al presente foglio[12]. [229]

                Lo prega inoltre di volersi previamente concertare in proposito col signor Intendente Generale Costa segretario della Società e [230] col Sig. Teologo Tasca Rettore del Collegio degli Artigianelli dove il liberando sarà accompagnato, mentre gode dichiararsi con perfetta osservanza

                Del Signor Socio

Dev.mo obb.mo Servitore

Il Vice - Presidente anziano della Società

Presidente della Commissione di Collocamento

Cagnone.[231]

                A nome di D. Bosco così rispondevagli il Prefetto dell'Oratorio:

 

                In osservanza degli ordini del mio sig. principale D. Bosco, al quale V. S. Ill.ma destinava il patrocinio del giovane Luigi Pesciallo, datandolo dall'imminente giorno 15, mi reco a premuroso dovere di comunicarle come il prefato sacerdote di buon grado vi acconsente. Disposto anzi a riceverlo e tenerlo nella casa annessa all'Oratorio sovrindicato, mira di proposito a liberare cotesta benemerita Commissione da ogni responsabilità sull'avvenire del giovane, comechè nondimeno le faccia certezza di farlo continuare nella professione di sarto, e non intenda rinunziare alla consueta pensione ed ai relativi benefizii.

                Non è altrimenti che per l'assenza di lui d'alquanti dì e per l'impossibilità mia di recarmi nuovamente presso la S. V. Illustrissima, che debbo per lettera recarle ragione dell'indugio a venire presso di Lei, onde prendere le intelligenze volute, e che induce necessità di esprimerle in iscritto l'accettazione del patronato sotto le preaccennate condizioni, che ebbi l'onore di rassegnare alla nota di Lei saviezza.

                Nel supplicarla di voler gradire gli attestati della più alta considerazione e del massimo rispetto pel prefato Sig. Sacerdote e pel dovere mio passo a costituirmi con lui

                Di V. S. Ill.ma

                Torino (Valdocco) il 14 agosto 1855.

Umil.mo osseq.mo servitore

Sac. Don Alasonatti Prefetto.

 

                Col giovane Pesciallo D. Bosco accolse eziandio il suo compagno Morgando alle stesse condizioni. M tardi ne trasse alcuni altri da quelle prigioni; ma l'esperienza provò che quasi sempre la profonda corruzione li rendeva incorreggibili.

                Quindi D. Bosco, pel desiderio di salvare quei che poteva da tanto disastro, studiavasi di impedire che [232] fossero imprigionati certi vagabondi privi di chi li sorvegliasse, ed altri dei quali erano state presentate lagnanze alle autorità. Perciò allorchè veniva eletto un nuovo sindaco, tosto scrivevagli, dichiarandosi pronto ad accettare nell'Oratorio que' giovanetti che non si sapesse ove ricoverarli. E la questura molti ne raccomandava. Don Bosco però prima di accoglierli, fissava sempre le condizioni, non volendo correre pericolo di aver talora in casi fanciulli pericolosi.

                E se esistevano parenti responsabili, imponeva loro che riconoscessero dall'Oratorio tale benefizio, e che non mettessero in alcun modo ostacolo alla riforma morale del giovane.

                La sua accondiscendenza all'Autorità era corrisposta dalla benevolenza dei delegati della questura, necessaria in molte circostanze e in specie quando si accendevano nel popolo le passioni politiche.

 

 


CAPO XXII. Letture Cattoliche: I BENI DELLA CHIESA - Proposta dell'Episcopato al Governo per il ritiro della legge sui Conventi - Piazzate, menzogne e tradimenti - Massimo d'Azeglio al Re - Morte di un figlio di Vittorio Emanuele - Il Senato approva la legge -Preghiere nell'Oratorio - Ultimi avvisi salutari al Sovrano Parere de' Teologi Cesaristi - È  apposta alla legge la firma reale - D. Bosco rimprovera un consigliere aulico -Vittorio Emanuele presso l’Oratorio - Sdegnose Parole d'un generale contro D. Bosco - Un amico dì più.

 

                I CATTOLICI vivevano in ansiosa aspettazione per l'esito temuto della legge Rattazzi. D. Bosco aveva già prima pubblicato la carta di fondazione di Altacomba con l'esposizione di tutte le maledizioni comminate a chi osasse espropriare i religiosi di quel convento. Ed ora pel mese d'Aprile colla tipografia Ribotta stampava in due fascicoli per le Letture Cattoliche un libro del Barone Nilinse intitolato: I beni della chiesa, come si rubino e quali siano le conseguenze; con breve appendice sulle vicende del Piemonte. Sul frontispizio stava scritto:  [234]

                Come i Per nessun diritto si può violare la casa di un privato e tu hai ardimento di mettere la mano sopra la casa,del Signore! S. AMBROGIO. - Molti dei fatti descritti in,detto libro erano anche tolti da autori protestanti. Esponevano i tremendi castighi che nel corso dei secoli caddero sopra tutti coloro, che, regnanti o sudditi, avevano tolti, venduti, comprati i beni consecrati a Dio; e dimostravano che non solo gli spogliatori della Chiesa e degli Ordini Religiosi, ma eziandio le loro famiglie ne andarono colpite quasi sempre, avverandosi il terribile proverbio: “La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla,quarta generazione!”

                Questi due fascicoli levarono un gran rumore e servirono potentemente ad insinuare nell'animo di molti un salutare timore, distogliendoli dall'acquistar tali beni.

                La polizia se ne sgomentò per l'effetto che si temeva potessero produrre nelle popolazioni. Si parlò di sequestrati, ma poi si riflettè essere meglio non farne caso. Brofferio però in mezzo ai deputati giudicò essere quei fascicoli una provocazione insultante contro il potere legislativo, e gridò che bisognava cercarne I' autore e punirlo; ma nessuno appoggiò la sua invettiva, e si finì con mettere la cosa in tacere.

                Intanto il 23 aprile incominciò la discussione in Senato. I pareri erano discordi e le dispute talora degeneravano in contese, per soffocare la stringente eloquenza degli oratori cattolici. Battagliavasi già da tre giorni, quando il Senatore Mons. di Calabiana Vescovo di Casale, per, smascherare l'ipocrisia e sconcertare le trame dei nemici del clero, previo concerto coll'Episcopato, ottenuto il beneplacito della S. Sede, e avvertito il Re, propose di offrire al Governo la somma di 928.412 lire, purchè si ritirasse [235] la legge. Tale somma era stata cancellata dal bilancio del corrente anno, e trovavasi prima assegnata a congrue e a supplementi di congrue dei parrochi delle province di terraferma. Per questa proposta i Ministri restarono impacciati, perchè la ragione sulla quale si erano più fortemente appoggiati per ottenere la soppressione dei conventi, era precisamente quella di aver danaro per queste congrue. Cavour allora pregava il Senato a sospendere le sedute, poichè il Re Vittorio aveva visto di buon occhio questa transazione. La moglie e la madre nell'estremo momento avevano fortemente perorato, presso il marito ed il figlio, la causa della Chiesa perseguitata. Era potente nel suo cuore il ricordo delle morenti, e sentivasi pronto ad accettare le condizioni offerte da Roma. Quando Monsignor Ghilardi, Vescovo di Mondovì, la sera prima di quella proposta fu a visitarlo per dargliene comunicazione e per mostrargli i vantaggi di quella transazione, ne fu così contento che, congedandosi il Vescovo a notte tardissima, lo accompagnò, a capo scoperto e dandogli il braccio, fino a metà della strada che fiancheggiava il duomo. L'indomani però, 27 aprile, i Ministri sì dimettevano. Il generale Giacomo Durando era stato in quel mentre incaricato della composizione di un nuovo gabinetto con queste condizioni: I° Di ricorrere ad uomini che pensassero come gli antichi ministri: 2° Di mettere per patto gli accordi con Roma. Una di queste condizioni distruggeva l'altra, ed erano indizii di un gran turbamento che agitava l'animo perplesso del Re.

                Intanto i settarii cercavano coi loro soliti maneggi di influire sull'animo del Sovrano. I giornali minacciavano un finimondo se accettavasi la proposta di Calabiana e se Cavour non ritornava al potere. Gli studenti della [236] Università facevano gazzarra gridando: Viva la legge Rattazzi! La plebaglia urlava. I Senatori avversi alla legge erano insultati per le vie. La solita turba prezzolata mandava a pezzi i vetri dell'abitazione di Monsignor Anzini presso il quale alloggiava il Vescovo di Casale. Le autorità pubblicavano illegali ed intempestivi manifesti. Dispacci, ogni giorno in gran copia, annunziavano al Re un'agitazione nelle province, che non esisteva. Egli riceveva continue lettere di dimissioni minacciate dai pubblici ufficiali d'alto grado. Era eziandio angustiato per le repentine venute di alcuni capi militari dichiaranti di abbandonare il comando della spedizione di Crimea, che da essi era stata voluta, qualora la Corona si fosse volta ad uomini non di loro gradimento. Uno straordinario apparecchio di forze militari spiegato sotto le finestre del palazzo del Re stava pronto a dissipare ribellioni immaginarie.

                Massimo d'Azeglio, appena seppe che il Re pareva inchinato a troncare l'opera cominciata contro la Chiesa, ne tremò tutto e cercò subito di parlargli. Andò al palazzo, ma non fu ricevuto. Allora osò scrivere al Re una lettera ne' termini seguenti: “Maestà, creda ad un suo vecchio e fedele servitore che nel servirla non ha mai pensato che al suo bene, alla sua fama ed all'utile del paese; glielo dico colle lagrime agli occhi ed inginocchiato ai suoi piedi, non vada più avanti nella strada che ha preso. È  ancora in tempo. Riprenda quella di prima. Un intrigo di frati è riuscito in un giorno a distruggere l'opera del suo regno, ad agitare il paese, scuotere lo Statuto, oscurare il suo nome di leale. Non v'è un momento da perdere. Le dichiarazioni ufficiali non hanno risolta la questione in ultimo appello. S'è detto che la Corona voleva cercare nuovi [237] lumi. La Corona dica che questi lumi le hanno mostrate inaccettabili le condizioni  proposte. Siano considerate come non avvenute…..e le cose prendano il loro corso naturale costituzionale di prima. Il Piemonte soffre tutto, ma l'essere di nuovo messo sotto il giogo pretino, no, per.....

                Veda in Spagna gli intrighi' dei frati colla Regina per farle firmare un concordalo vergognoso a che cosa l'hanno condotta! Questi intrighi hanno rovinato Giacomo Stuart, Carlo X e molti altri. Maestà, lo sa, le cose che le ho predette sono avvenute; mi creda, non si tratta di religione, ma di interessi; Amedeo Il disputò trent'anni con Roma, e vinse. Sia ferma e vincerà anche V. M.” La lettera porta la data del 29 aprile 1855.

                E quest'uomo, essendo presidente del Ministero, sul finire del dicembre 1849 in un convegno per un accordo tra i Ministri e i Deputati della sinistra, era uscito in questa singolare dichiarazione: che egli non s'intendeva molto di Costituzione e non aveva neppure letto lo Statuto[13].

                E fu lui il mal genio che volle ritrarre il Re dalla buona via, lui che non aveva neppur letto l'ART. 29 dello Statuto: Tutte le proprietà, SENZA ALCUNA ECCEZIONE, sono inviolabili.

                Intanto il generale Durando parve si travagliasse inutilmente per otto giorni in ricerche ed in conferenze per formare il nuovo Ministero. Ma era quella una commedia, e il 3 maggio, radunatosi il Senato, il generale Durando dichiarava che gli antichi Ministri avevano ripreso il portafoglio e Cavour la presidenza. Questi chiedeva subito [238] che fosse continuata la discussione della legge Rattazzi e a tal fine stabilivasi il giorno 5 di maggio.

                Senonchè, mentre in senato si discuteva sul malaugurato progetto, il 17 maggio la casa reale fu coperta nuovamente di gramaglia. La compianta Regina Maria Adelaide aveva messo alla luce un maschio gli 8 di gennaio di quest'anno. Il bambino, Vittorio Emanuele Leopoldo Maria Eugenio godeva di ottima salute e prosperava; quando in breve fu ridotto agli estremi ed andò a raggiungere la madre. In quattro mesi il Re aveva perduto la madre, la moglie, il fratello ed il figlio. Il sogno di D. Bosco erasi pienamente avverato.

                Ciò non ostante, il 22 maggio con 53 voti contro 42 il Senato approvò la legge con qualche modificazione proposta dal senatore Des - Ambrois. Erano soppressi gli Ordini religiosi designati dalla legge col sequestro immediato d'ogni loro proprietà; ma i membri si lascierebbero morire nei conventi obbligandoli però ad abitare in quelle case che sarebbero designate dal ministero e con un assegno corrispondente al reddito netto dei beni ora posseduti dalle loro case; non maggiore però di 500 lire per ogni religioso o religiosa professa e di 240 lire per ogni frate laico o conversa.

                La legge così modificata era cosa certa che il Parlamento si sarebbe affrettato ad approvarla. D. Bosco, deplorando tanto male, aveva fatto pregare in molti Istituti della città, e non solo aveva esortati i suoi giovani a speciali pratiche di pietà, ma eziandio a digiunare a pane ed acqua per un giorno intero. E tutti l'ubbidirono, ci raccontò D. Turchi Giovanni.

                In uno di questi giorni D. Bosco stava in refettorio dopo la cena. Aveva intorno i chierici Turchi Reviglio, [239] Savio Angelo, Francesia, Cagliero, Rua ed altri, e parlandosi di quella legge uscì a dire: - Manca più solo la firma di Vittorio Emanuele perchè molti conventi siano distrutti. Se io potessi parlare al Re gli direi: Maestà, non sottoscrivete questa legge, altrimenti sottoscriverete a molte altre disgrazie su di voi e sulla vostra famiglia.

                Qualcuno dei presenti lo interrogò! - Non sarebbe bene che qualcheduno di noi scrivesse al Re?

                - Certamente; e tu, Savio, ti senti di scrivere?

                - Io sì, rispose Savio Angelo; dica pure.

                - Scrivi dunque così: “Sacra Reale Maestà! Ieri m sono trovato in una conversazione, e tra le persone presenti vi era D. Bosco. Si parlava delle cose del giorno e della legge Rattazzi passata al Senato. D. Bosco disse: Se io potessi parlare al Re gli direi: Maestà, non sottoscrivete la legge soppressiva dei conventi, altrimenti sottoscrivereste a molte disgrazie su di voi e sulla vostra famiglia. Dì ciò vi avverto come suddito fedele, affezionato ed ossequente”.

                Il chierico scrisse e pose la firma: Savio Angelo di Castelnuovo d'Asti.

                Ma spedita questa lettera, D. Bosco non fu ancor soddisfatto; quindi, agitato da una santa impaziente commozione, scrisse un'ultima lettera in latino, nella quale ripeteva la frase: “Dicit Dominus: Erunt mala super mala in domo tua”. Non più scongiurava, minacciava ancor più gravi castighi se avesse posto la sua firma alla legge. Quindi si affrettò a mandarla ad uno dei capi valletti di servizio, uomo che nel palazzo reale aveva moltissimo credito, e la confidenza del Re. Si chiamava Occhiena, era di Castelnuovo, suo amico, un po' suo parente, ed i [240] cui figli frequentavano l'Oratorio. Il Re era partito nello stesso giorno per Susa. Il Sig. Occhiena, ricevuta la lettera: - Sta bene, rispose al latore: di' a D. Bosco che appena il Re sarà di ritorno gli sarà consegnata. Vado a metterla nelle sue stanze.

                - Ma è pressantissima: bisogna che il Re la legga subito.

                - Allora riporta a D. Bosco che stia tranquillo; la lettera sarà spedita all'istante. - E chiamato un valletto, gli ordinò di sellare il cavallo e gli consegnò la lettera. Il valletto raggiunse il Re a S. Ambrogio.

                - Una lettera per Vostra Maestà.

                - Una lettera? Dalla a qualcuno del seguito, la leggerò quando sarò in comodo: ora ho altri affari per le mani.

                - Ma è pressantissima e parla di cose che importano molto a Vostra Maestà.

                - E chi è che me la manda?

                - D. Bosco.

                - Contacc! Ne ha sempre delle nuove costui. Mi scrive cose che mi dánno da pensare. Dammi quel foglio.

                Il Re aperse la lettera, e dopo una rapida scorsa:

                - L'ho detto io, esclamò; sempre così. Riportala, custodiscila, e poi quando sarò di ritorno me la darai. - Così dicendo si avviò; ma fatti pochi passi, si volse indietro, chiamò il paggio. - Ma no, gli soggiunse; dalla a me quella lettera. - E messala in saccoccia continuò il viaggio.

                Il Re ne era stato sconvolto, tanto più che lo addolorava la morte del figlio, come udì il Ch. Cagliero dalla bocca del Marchese Fassati, che aveva vista la lettera dì D. Bosco aperta sul tavolino del Re. Il Sovrano, ritornato [241] a Torino, fece leggere a qualche Ministro la lettera di Don Bosco dicendo: - Guardate quello che mi scrive D. Bosco. Dite voi ora se debbo firmare la legge. - Non sappiamo quale risposta abbiano data que' signori, ma il 28 maggio, ritornata la legge alla Camera dei Deputati, veniva approvata con 95 suffragi contro 23. Essa adunque conteneva cinque disposizioni principali. La soppressione di quei conventi che non attendevano alla predicazione, all'educazione, o all'assistenza degli infermi; quella dei benefici e dei capitoli collegiali nelle città che non oltrepassavano i 20.000 abitanti; l'erezione di una cassa ecclesiastica; le pensioni da assegnarsi ai religiosi; e finalmente una tassa speciale da imporre sui corpi morali ed enti ecclesiastici non soppressi.

                Quando la legge venne presentata al Re per la firma egli rispose; - Sospendiamo; lasciatemi che possa pensarci un po' sopra. - È  forse in questa occasione che il generale La Marmora o qualcuno della sua famiglia si presentò a colloquio segreto da D. Cafasso alle due dopo mezzanotte, intrattenendovisi fino all'alba.

                I Ministri pertanto vedendo che la coscienza del Re era turbata e predisposta contro di loro, o per secondare una sua domanda, o per propria iniziativa, gli proposero di radunare alcuni teologi di Corte dei quali aveva stima, i quali giudicassero i suoi dubbi. Il Re acconsentì. In quel momento era così risoluto, che se i teologi lo avessero consigliato bene, o non avrebbe firmato, o almeno la legge sarebbe stata rimandata a tempo più remoto. I Ministri convocarono allora in palazzo quattro ecclesiastici, Dottori in diritto canonico, tutti cortigiani, allievi dell'Università, discepoli e ammiratori di Nepomuceno, Nuytz. Vittorio Emanuele recossi subito in mezzo a loro, [242] propose la questione, e consegnando ad essi le lettere dì D. Bosco perchè le esaminassero, soggiunse che voleva gli fossero restituite. Quindi per non essere d'impedimento alla libera discussione, andò nella sala vicina, ove aspettando la risposta si mise a passeggiare in preda a viva agitazione.

                I Teologi discussero in poco tempo la questione, ed il Re, stato richiamato, rientrò. Ed ecco il responso di quei signori: -Maestà, non si spaventi di ciò che ha scritta D. Bosco. Il tempo delle rivelazioni è passato, quindi non deve tener conto delle profezie e delle minacce di Don Bosco. In quanto alla legge sui conventi dover ritenersi che, per quell'autorità per cui una cosa è creata, può eziandio distruggersi. Dallo Stato procedere il privilegia di potersi costituire una società in corpo morale e quindi essere lo Stato in pieno diritto di ritogliere questo privilegio, colle conseguenze naturali che ne derivano. Perciò il potere civile essere pienamente libero di dare da sè sola quelle disposizioni legislative che da lui saran credute necessarie all'esistenza o no delle corporazioni religiose, degli altri enti ecclesiastici e dei loro possedimenti. Non sussistere il diritto della Chiesa vantato dagli avversarii della legge.

                - Ma insomma, disse il Re, che poco intendeva di quelle frasi: in coscienza posso firmare questa legge?

                - Può firmarla! risposero quei Dottori!!!

                In questo stesso giorno, 29 maggio, il Re la sottoscrisse. Furono Colpiti 35 Ordini religiosi, 334 case e 5406 persone. Nello stesso tempo un Decreto reale dichiarava soppressa l'Accademia di Soperga, che dopo l'espulsione dell'Audisio era rimasta senza convittori; e il danaro che, in gran copia erasi accumulato nella cassa di quell'amministrazione, [243] più tardi con altro Decreto, si spese in assegni temporanei e vitalizi a beneficio di preti spretati e di certi teologi singolarmente benemeriti del governo nazionale. Quante angoscie queste leggi apportarono specialmente alle povere religiose! E molti preti furono processati per aver adempiuto al loro dovere nell'amministrazione dei Sacramenti.

                Il giorno dopo il famoso parere dato dai teologi al Re, uno di questi, canonico in un paese di provincia, incontravasi con D. Bosco presso il Rondò di Valdocco. D. Bosco lo salutò, il canonico rese il saluto e, fermatosi, chiese:

                - Lei è D. Bosco?

                - Per servirla.

                - È  lei che ha scritto al Re certe lettere insolenti? Sì, sono io; ma non erano insolenti, sibbene quali un suddito fedele è obbligato a scrivere al suo Re, per ritrarlo da un mal passo che sta per fare.

                - Ed è lei dunque che si azzarda di imporre le sue opinioni e a dettar leggi, mentre dovrebbe invece obbedire? Stupisco ben bene che abbia osato tanto.

                -Ed il Re ha seguito il mio consiglio?

                - Il Sovrano era nel suo diritto. Si trattava di un privilegio della Corona.

                - E avete riconosciuto nel Re questo diritto?

                 - Certamente!

                 - E lo avete consigliato a firmare?

                 - Senza dubbio.

                  - Mi perdoni: prima di andare avanti, io vorrei farle una interrogazione. Stamane ha celebrato la S. Messa?

                - Ciò non ha che fare con quanto debbo dirle per suo rimprovero. [244]

                - La prego; ha celebrato stamane o non ha celebrato? - Sì, ho celebrato. E perchè no?

                - E prima di celebrare si è almeno andata a confessare?

                - Quale domanda mi fa! E perchè?

                - Come! Osa accostarsi alla sacra mensa, senza aver chiesto perdono al Signore del consiglio ingiusto dato al Re, e riparato in quanto potrà al danno ed allo sfregio che per colpa loro ha ricevuto la Chiesa?

                Il canonico restò offeso a questa invettiva. Per sua scusa trasse fuori tutti gli argomenti coi quali nell'Università Torinese si dava al Re ogni supremazia riguardo a certi diritti che giustamente la Chiesa rivendicava per sè. D. Bosco ribattè una per una tutte quelle false proposizioni e lo lasciò confuso e sbalordito.

                In quel momento il canonico allontanossi assai disgustato con lui, ma non tardò a divenire suo amico e benefattore insigne; e fu tale sino alla morte. Gli errori imparati in gioventù da certi perfidi professori hanno tale veleno da ottenebrare le verità più evidenti.

                Varie altre erano state le lettere confidenziali che D. Bosco aveva scritte al suo Sovrano, e finchè ebbe speranza di ritrarlo da un passo che prevedeva rovinoso, non cessò dallo scrivergli, talmente che il Re un giorno esclamò: - Io non ho più un istante di pace! D. Bosco non mi lascia vivere! - E incaricò una persona di Corte di riferire a D. Bosco queste sue parole.

                Ma questa rimostranza non avendo ottenuto il suo effetto, mentre la questione si agitava nelle Camere, Vittorio Emanuele, preoccupato ed impaziente, dopo i primi e dolorosi casi, volle conoscere personalmente il luogo ove abitava quel prete, causa a lui di tanto sgomento. [245] Pertanto, un lunedì di buon mattino, vestito alla borghese venne in Valdocco a cavallo con un suo aiutante di campo e fece un giro intorno all'Oratorio. Visto il chierico Cagliero lo chiamò a sè e gli chiese notizie di D. Bosco. Il chierico rispose che D. Bosco si trovava in chiesa, ma, stanchissimo per le confessioni, la predicazione e le assistenze ai giovani del giorno precedente. Ciò udito, il Re si allontanò, ma dopo qualche giorno ritornava in carrozza.

                Pochi momenti prima che giungesse sul Rondò, Don Bosco scendeva dalla sua camera e diceva a Goffi che era portinaio: - Io ho molto da fare, e se venisse anche il Re gli dirai che non ci sono. - Ciò detto, ritornò in camera. Ed ecco il generale Conte d'Angrogna sceso dalla vettura reale, viene all'Oratorio e chiede di D. Bosco. Avuta la risposta da Goffi, ritornò presso il Re che lo attendeva. 11 Ch. Francesia, che osservò ogni cosa, lo vide risalire in vettura e questa avviarsi alla fucina delle canne.

                Il Re però aveva parlato al generale con qualche vivacità dell'ardire di D. Bosco nello scrivergli certe minacce, e quegli, uomo d'indole impetuosa, credè suo dovere, chiedere conto a D. Bosco delle supposte offese fatte al Sovrano.

                Il Conte d'Angrogna adunque entrava varii giorni dopo a cavallo nel cortile dell'Oratorio seguito dal suo attendente e balzato a terra, dopo aver chiesto ove fosse D. Bosco, entrò difilato nella sua camera.

                D. Bosco si alzò in piedi.

                - Lei è D. Bosco? gli chiese il generale con modi risentiti.

                - Sono io.

                  - È  lei che ha osato scrivere certe lettere al Re volendogli, imporre il modo di governare il regno? [246]

                - Io in persona ho scritto; ma non ho mai inteso imporre la mia volontà a nessuno!

                Il generale lo interruppe, e prese ad inveire contro D. Bosco chiamandolo impostore, fanatico, ribelle, nemico del Re, del quale l'accusava aver vilipeso l'onore, oltraggiata la maestà, messa sotto i piedi l'autorità sovrana.

                D. Bosco a quando a quando cercava di interrompere quel torrente d'ingiurie e sforzavasi di dimostrargli come le sue lettere non fossero irriverenti, il fine del suo scrivere essere stato di illuminare il Re; sè amare il proprio Sovrano ed essere pronto a qualunque sacrificio per dargli pegno della propria fedeltà. Ma quel signore .smaniava sempre più, e non capiva, o non voleva capir ragioni; perciò alzando la voce: - Orsù, io non sono venuto perchè la questione finisca in sole parole: lei deve dare soddisfazione degli insulti che ebbe l'ardire di indirizzare al Re.

                - E in che modo?

                - In primo luogo, in nome di Sua Maestà, le intimo di non scrivergli più cose che alludano alla sua Corte ed alla famiglia reale. Il Re è adiratissimo, e se lei non obbedisce si ricorrerà a misure dispiacenti. E ora sieda e scriva ciò che io le detterò.

                - Purchè non sia una ritrattazione, una negazione della verità, lo sono pronto, disse D. Bosco; e sedutosi, prese la penna.

                Il generale incominciò a dettare una formola, colla quale chiedevasi umili scuse al Re, pregandolo a tener come non avvenute le minacce e le profezie scritte.

                 D. Bosco posò la penna: - Non è possibile che io scriva simile dichiarazione.

                - E pure lei deve scriverla a qualunque costo. [247]

                - E quando io l'abbia scritta, sarà lei responsabile in faccia a Dio di ciò che potrà accadere?

                - Qui Dio non c'entra, gridò il generale, e voglio che scriva.

                - D. Bosco si alzò: - Ed io non scrivo.

                A questa risposta, il generale furibondo, messa la mano sull'elsa della spada, intimò di pensar meglio ai casi suoi. Pareva volesse sfidarlo a duello. Ma D. Bosco, con una calma ammirabile, gli rispose che egli non aveva armi per difendersi e che le sole sue difese erano la ragione e la religione. - Del resto, signor Conte, io potrei sfidarla a chi di noi due prega di più. Lei pregherebbe meglio e più di me avendo maggior tempo libero, e perciò sicuramente sarebbe sua la vittoria.

                Il Conte però sbuffava scuotendo la spada, ma Don Bosco per finir quella scena, preso un piglio risoluto: - Olà, esclamò: crede lei forse di intimorirmi con queste sue minacce? Glielo dico apertamente: io non ho paura.

                Questa risolutezza non aspettata arrestò alquanto la foga del generale, il quale rispose: - Come? Lei dunque non ha paura di me?

                - No, non ho paura perchè so con chi tratto in questo momento. Lei è un gentiluomo, un soldato valoroso e non vorrà certamente far violenza ad un povero prete, disarmato, il quale poi all'ultimo ha fatto ciò che credeva meglio per il bene dell'anima del suo Re. Io di ciò sono tanto sicuro, signor generale, che se avessi saputo che lei intendeva di recarsi in casa mia, le avrei tolto l'incomodo di questa visita; io stesso sarei andato al suo palazzo, ove con tranquillità avremmo potuto trovare il modo di dar soddisfazione al Re e nello stesso tempo salvare la mia coscienza. Io sapeva lei essere persona così [248] gentile e rispettabile, che al mio comparire avrebbe tirata fuori una bottiglia e avrei bevuto alla sua salute.

                Il generale mirava D. Bosco e non sapeva più nè che dire nè che fare. L'ira si era calmata, e meravigliato del cambiamento dei sentimenti in lui prodottosi mezzo sbalordito, salutò D. Bosco ed uscì. Montò a cavallo, uscì dal cancello, si fermò, rientrò nel cortile, ridiscese e fu di nuovo nella camera di D. Bosco: -Dunque lei dice, ripigliò, che verrebbe in casa mia?

                - Sicuramente.

                - E avrebbe coraggio?

                - Certo che ci vengo.

                - E se la prendessi in parola?

                - Mi prenda pure.

                 - Venga domani alle II.

                  - Non posso a quell'ora, perchè ho un affare di molta importanza. Mi fissi lei un'altra ora e che le sia comoda.

                - Alle tre dopo mezzogiorno.

                - Ebbene: domani alle tre dopo mezzogiorno sarà a riverirla.

                Il generale guardò fissamente D. Bosco, e poi partì.

                Il giorno dopo D. Bosco fu esatto all'appuntamento. Fu accolto con ogni cortesia e con calma si formulò la lettera da mandarsi al Re. D. Bosco la sottoscrisse. In questa dicevasi rincrescere molto a D. Bosco del dispiacere dato al Re, non essendo sua intenzione di offenderlo menomamente: in quanto alle predizioni il Sovrano le tenesse in quel conto, che giudicava più conveniente alla sua tranquillità. Concludeva promettendo che non avrebbe scritte più simili lettere. - È  da notarsi che la legge era già stata firmata, e i fatti avvenuti nessuno poteva negarli. Tuttavia D. Bosco disse poi che non avrebbe mai [249] sottoscritto quel foglio se non fosse stato per evitare un maggior male e disgustose conseguenze.

                La conversazione di D. Bosco col generale durò per lunga ora, sempre più cordiale ed ilare. Il D'Angrogna voleva che D. Bosco si fermasse a pranzo con lui, ma, D. Bosco si scusò col dire di aver già pranzato. Allora il generale, fermando D. Bosco che voleva partire: - Almeno, gli disse, prima di uscire abbia la compiacenza di assaggiare il vino delle mie vigne: voglio che sigilliamo la nostra amicizia.

                Data una voce, comparve il domestico con una bottiglia e con una guantiera colma di biscotti. Riempiuti i bicchieri D. Bosco guardò il generale e sorrise: sorrise pure il generale e preso un biscotto, l'offerse a D. Bosco.

                D. Bosco scherzando domandò: - C'è nessuna materia eterogenea in questo biscotto?

                Il generale pure scherzando: - Oh questo poi! Veda! mangio io metà del suo biscotto. - E così fece. Dopo alcuni minuti si strinsero la mano, si divisero e da quel punto furono amici.

                Il Conte d'Angrogna, volendo poi far battezzare un suo moro che aveva condotto seco dall'Africa, lo consegnò a D. Bosco perchè lo rendesse Cristiano.

 

 


CAPO XXIII. Sempre Progetti per la tipografia - Letture Cattoliche CONVERSAZIONI TRA UN AVVOCATO ED UN CURATO DI CAMPAGNA SUL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE -L'Ospizio di Carità a Pinerolo e i catecumeni - L'onomastico di D. Bosco e una generosa Promessa - La festa di S. Luigi e bontà del Priore - Nuovi decreti per gli insegnanti religiosi.

 

                Don Bosco, per nulla scosso da queste lotte e da questi impicci, continuava la sua corrispondenza col Sig. D. Carlo Gilardi; e gli aveva scritto il 6 maggio, saldando nello stesso tempo i debiti,dei frutti dovuti alla Congregazione dei Preti della Carità, per la somma che riteneva ancora in imprestito dall'Abate Rosmini.

 

                               Carissimo Sig. D. Carlo,

 

                Il tempo pasquale corre galoppando e perciò è necessario mettersi in buona coscienza... Finora non ho scritto al Padre Generale perchè so essere assai incomodato di salute... È  deciso che lo scalo della ferrovia si fa provvisoriamente qui in Valdocco, perciò il valore dei siti qua vicini è notevolmente aumentato: ciò per sua norma. [251] Il Coriasco che è proprietario di quella casetta vicino al sito comperato e veduto da V. S., si trova in caso di dover vendere la detta fabbrica; e mi lascia di significarle che la cederebbe a fr. 7000. L'anno scorso noi gli avevamo già fatta l'offerta di 10.000.

                Voglia la Beata Vergine benedire e conservare la sanità al Padre Generale, a bene della nostra santa Religione, come di cuore prego e pregano anche i miei figli per ottenere questo favore.

                Mi raccomando alle sue preghiere; mi ami nel Signore; mia madre La saluta unitamente ai nostri chierici e mi creda quale odi cuore mi dico

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco Giov.

 

                Nello stesso tempo D. Bosco curava nella tipografia Ribotta, situata sulla piazza della Consolata, la stampa dei due fascicoli di maggio: Le consolazioni del Vangelo al cristiano che vive nel mondo, per T. K. Sono riflessioni concise, vibrate, su tutto il Vangelo di San Matteo. Si dimostra la facilità dell'obbedienza ai precetti di G. Cristo, la santità ed i vantaggi de' suoi consigli, la perpetuità della sua Chiesa, i doveri che a Lei stringono gli uomini, la facoltà che ha ricevuta da Dio di assolvere i peccati, l'efficacia della preghiera specialmente fatta in comune, l'importanza di meditare i novissimi dell'uomo, la misericordia e giustizia di Dio ecc.

                Pel mese di giugno D. Bosco stesso aveva composto un bellissimo libro in due fascicoli: Conversazioni Ira un avvocato ed un curalo di campagna sul Sacramento della Confessione. Il tipografo Paravia ebbe l'incarico di stamparlo.

                D. Bosco così esponeva lo scopo di queste conversazioni: [252] Non c'e alcun dubbio che nei calamitosi tempi in cui viviamo la fede sia accanitamente combattuta. Riescono tuttavia vani gli sforzi dei nemici di essa se prima non allontanano i cattolici dal Sacramento della Confessione. Ecco il motivo per cui volgono tutte le loro armi contro questa pratica salutare. Il Cattolico allontanato dalla Confessione e abbandonato a se medesimo cammina da abisso in abisso, e qual debole pianta senza riparo, esposta alla gagliardia dei venti, va ai più deplorabili eccessi. Per distruggere dalle fondamenta l'idea della confessione i protestanti stampano e gettano di continuo in faccia ai cattolici, che la Confessione non è stata istituita da Dio, perciò doversi riprovare.

                Noi perciò, non colla calunnia, non colle ciancie, o colla mala fede, che sono le armi ordinarie dei nostri nemici, ma col Vangelo e colla storia alla mano proveremo sino all'evidenza che il bisogno della confessione fu riconosciuto dagli stessi gentili; per ordine di Dio fu praticato dal popolo Ebreo; e che tale pratica venne dal Salvatore elevata alla dignità di Sacramento, e stabilita qual mezzo utile ad ogni cristiano e assolutamente necessario a tutti quelli che hanno peccato mortalmente dopo il Battesimo.

                I Protestanti vanno ripetendo che nei primi tempi della Chiesa non si è mai parlato di Confessione, perciò noi sempre colla storia alla mano faremo loro vedere che la Confessione fu costantemente praticata nella Chiesa Cattolica da Gesù Cristo fino ai nostri giorni.

                Per quanto fu possibile mi sono astenuto dal nominare gli autori e le empietà contenute negli scritti dei nemici della Confessione. Ciò feci per due motivi: per non cagionare troppo grave afflizione ai buoni cattolici, che non possono a meno di essere profondamente addolorati nel vedere profanate le cose più venerande di nostra Religione; ed anche per non eccitare per avventura la curiosità di leggere i libri perversi, che contengono tali errori e tali sconcezze.

                Mi sono limitato a rendere chiara la dottrina della Chiesa Cattolica intorno all'istituzione della Confessione, mostrando la verità, e combattendo l'errore senza quasi nemmen nominarlo. Mi pare per altro di aver con certezza risposto a quanto si dice e si scrive contro alla Confessione. [253] Intanto profondamente afflitto pei mali che si vanno ogni giorno moltiplicando contro alla religione Cattolica, io raccomando ai cattolici coraggio e fermezza.

                Sì, Cattolici, coraggio: teniamoci strettamente uniti a quella religione, che fu stabilita da Gesù Cristo, che ha per capo visibile il Romano Pontefice suo Vicario in terra; che in mezzo alle vicende dei secoli fu sempre combattuta, ma che ha sempre trionfato.

                Questa religione di Gesù Cristo trovasi solamente nella Chiesa Cattolica: niuno è cattolico senza il Papa; guai a chi separasi da questo capo supremo! egli è fuori di quella religione, che unica può condurre a salvamento: chi non ha la Chiesa per madre non può avere Iddio per padre.

                Sia adunque tra noi la medesima fede, la medesima legge, i medesimi Sacramenti, la medesima carità in vita e in morte. Ma sopratutto sappiamo approfittare del Sacramento della Penitenza come di un gran mezzo istituito da Gesù Cristo per comunicare alle anime nostre i meriti della sua passione e morte; per rompere le catene con cui lo spirito maligno tiene incatenate le anime nostre; per chiuderci l'inferno ed aprirci le porte del Cielo. Così sia.

 

                In questa conversazione D. Bosco fa narrare al Curato un fatto sul tema del sigillo sacramentale, accaduto a lui stesso in una delle dispute sostenute contro i protestanti.

                “Non è gran tempo in cui si presentò da me un saputello, assicurandomi che egli aveva molti fatti a rimproverare al clero per la violazione del sigillo. Io gli feci osservare che quand'anche accadesse che qualche sacerdote tradisse il suo sacro ministero, non sarebbe punto diminuita la santità di questo Sacramento. Forsechè si possono chiamare profanatori gli Apostoli perchè ci fu un Giuda traditore? Ma egli insistendo sui fatti che diceva di sapere, io venni a questa proposta: - Se [254] voi; gli dissi, o qualche vostro amico, mi potrete addurre un solo fatto di questo genere, ma che sia certo, io propongo di darvi cinquecento franchi. - Apparecchiatemeli, soggiunse l'altro, sabato sarò da voi. - Aspettate, ripigliai; ho già detto la medesima cosa ad altri e non vorrei che lo stesso accadesse a voi, cioè di non venirmi più a vedere. - Verrò immancabilmente, conchiuse l'altro vi dò parola d'onore.

Credete forse che egli sia ritornato?

                Lo attendo da un pezzo; fino ad ora non è ritornato, ed io credo che non verrà più, perchè si trova nell'impossibilità di trovare un fatto siccome aveva promesso. Veramente quelli che ho udito tante volte a schiamazzare contro alla confessione, mi adducevano sempre fatti vaghi, senza indicare il luogo, senza dire il nome del confessore e del penitente, e cominciavano sempre i loro racconti con queste parole: Ho udito a dire”.

                D. Bosco, finito questo lavoro, il 25 maggio si trovava in Ivrea, donde, predicate le lodi di Maria Immacolata, e dopo aver preso alcune disposizioni con quel Vescovo sul buon ordinamento delle Letture Cattoliche, ritornava in Torino per disporre con Paravia la stampa, dei due altri fascicoli per luglio. Il libro aveva per tema: Conversione di una nobile e ricca signora inglese alla Chiesa Cattolica, al tempo che le leggi penali contro i Cattolici erano ancora in vigore in Inghilterra. - Racconto storico tradotto dall'inglese. Eccone un transunto.

                Nel 1772 i sacerdoti cattolici erano costretti a stare nascosti. Chi avesse celebrata la S. Messa incorreva la pena di morte. Chiunque fosse convinto d'averla lasciata celebrare in casa sua era condannato alla confisca dei suoi beni e ai lavori forzati nelle colonie per tutta la [255] vita. Basti questo per dare un piccolo saggio della famosa tolleranza che predicano continuamente i protestanti. E tanta oppressione dei cattolici durava continua da duecento e più anni. In questo libro adunque si legge quanto dovette soffrire quella signora per convertirsi e conservarsi fedele alla vera Chiesa, vivendo in seno alla sua famiglia anglicana; e come il Signore benedisse le sue eroiche virtù.

                Fascicoli di tal natura valevano una sconfitta per i Valdesi, causa l'avversione che destavano nei lettori contro quella setta. Ma se D. Bosco non si stancava di premunire i fedeli, voleva anche per sè la conquista di anime erranti, e specie quelle dei fanciulli. Oltre agli orfani, nati da parenti protestanti che egli aveva ritirati, più tardi altri giovani accettava dall'Ospizio dei catecumeni in Torino, ed ora a lui si rivolgeva l'Ospizio di Carità a Pinerolo. Lo stesso sindaco Sig. Giosserano, ricordando l'esibizione fattagli da D. Bosco nell'anno antecedente, allogò pressodi lui il giovane Plancia, appartenente all'Ospizio, pagando pensione in ragione di 16 lire mensili, pel tempo che starebbe nello stabilimento, solo però sino alla concorrente di lire 400.

                Fra i giovani sopraddetti una parte nutriva vivo desiderio di abbracciare il Cattolicismo, e il compito del catechista era facile; ma l'istruzione religiosa di altri, raccolti, dalle piazze, esigeva sovente una grande pazienza, sia pel tardo ingegno, come per la nessuna educazione, la bizzarria del carattere, e anche l'abituale indisciplinatezza. D. Bosco sapeva a quante nuove cure e nuovi fastidi doveva assoggettarsi per essi, e li accoglieva volentieri come interni, studiandosi di farli entrare in grembo alla vera Chiesa.

                Una lettera rende testimonianza al suo zelo. [256]

                Pinerolo, 22 giugno 1855.

 

                               Molto Illustre e M. Rev. Signore,

 

                Ringrazio la S. V. R. d'avermi, pel canale del degnissimo di lei collaboratore D. Alasonatti, date notizie del Danielino Brunerotto di cui mi lusingo saranno ognora più contenti, avendosi nello stabilimento da Lei diretto mezzi da cavarne buon costrutto pel temporale e per lo spirituale, quali mancano a quest'Ospizio per una persona zotica, come questi. Quando sia eseguita la sua cattolicizzazione voglia, ne La prego, rendermene avvertito, acciò possa farne l'opportuna annotazione nel registro dell'Ospizio.

                In ordine poi al Pietro Plancia, Dio voglia che sia l'ultima sua melensaggine, ma ne temo assai e potei conoscerlo. Del resto se stette tanto tempo nell'Ospizio vi stette mio malgrado e se ritornare vi volesse, ora che io posso non riceverlo, non lo riceverò più certamente. Quindi è che anche senza osservazione io non avrei riferito all'Amministrazione di Carità la sua fuga. Ne parlai però e di questa e del ritorno col Canonico Badariotti Rettore del Seminario, ma non in qualità di Coamministratore, bensì in quella di amico, e col medesimo dovendo recarmi a Torino il 4 del venturo luglio per quindi andare agli Esercizi Spirituali di S. Ignazio, porteremo con noi il mandato colle lire 200, per rimettergliele in questo stesso giorno se avremo il tempo; in difetto il 13 al nostro ritorno. Sarebbe però cosa più spiccia e più sicura, ove non fosse d'incomodo alla S. V. il ritrovarsi alla stazione della ferrovia il mattino del detto giorno 4 luglio, alle ore 8 e mezzo in cui giungeremo infallantemente.

                Gradisca gli attestati della più alta considerazione e profonda stima coi quali ho il pregio rinnovarmi

                Della V. S.

 

Dev.mo ed obb.mo Servitore

Giov. Batta. Fortoul Can. Pen.

 

                Coll'avvicendarsi di tante opere sante compiute da Dio per mezzo di D. Bosco, giungeva il 24 giugno, nel qual giorno il buon padre volle dare un segno di speciale [257] affetto ai giovani della Casa. Fece pertanto loro facoltà di chiedere con un biglietto, oppure col parlargli in segreto all'orecchio, qualunque regalo fosse a lui possibile, promettendo che l'avrebbe concesso. Forse egli ciò faceva eziandio per conoscerli a fondo dalle loro richieste. Ognuno può facilmente immaginare, non solo le serie, ma anche le ridicole e stravaganti domande degli uni e degli altri. Ma D. Bosco accondiscese a tutte le richieste ragionevoli, quantunque costose, come provviste di libri, di abiti, condono di pensione, e via via.

                “Io, narra D. T., ebbi una nuova prova della straordinaria bontà del suo cuore, ed occorrendomi una veste talare nuova (era chierico), fattomi coraggio gliela domandai; ed egli volentieri mi fece comperare la stoffa, pagando anche la fattura”. Savio Domenico però preso un pezzetto di carta vi scriveva solo queste parole: Domando che mi salvi l'anima e mi faccia santo!

                Un giorno segnalato dalla carità fu anche la festa solenne in onore di S. Luigi, per la quale D. Bosco aveva fatto litografare 4000 immagini dell'angelico giovane. Essendo stato eletto Priore il Marchese Fassati, il nobile signore volle procacciare ai giovani una non comune allegria. La sera di quel dì, che fu la prima domenica di luglio, dopo le sacre funzioni, egli provvide pane e salame a tutti i convenuti all'Oratorio, i quali, compreso il gran numero di esterni, superavano gli ottocento. Siccome era molto generoso, così ei volle che il companatico fosse piuttosto abbondante; onde era un divertimento il vedere i giovani che, ricevuta la propria porzione, se la mettevano dinanzi agli occhi, e mirandola gridavano in tono di giubilo: Non si vede Soperga, non si vede Soperga. È  questa una frase famigliare per dinotare la grossezza [258] di una fetta di salame o di cacio: in quanto che se lascia vedere Soperga, collina al nord - est di Torino, è segno che è sottile e trasparente; se no, è prova che è spessa ed opaca, e vi ha molto a godere. E tale appunto era quella che fu regalata dall'amorevole

                Questi ed altrettali atti di carità, esercitati ora da questo, ora da quell'altro dei signori di Torino, erano di efficace stimolo ai giovanetti esterni ad intervenire al catechismo e alle religiose funzioni dell'Oratorio. Essi vi scorgevano come un avveramento di quella sentenza del santo Vangelo: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato per giunta. Ricevendo a quando a quando questa giunta in modo loro adattato, attendevano più spesso e volentieri alle cose di Dio e dell'anima, a poco a poco si fondavano nella religione, si fortificavano nella virtù, e così rendevansi buoni cristiani, savii ed onorati cittadini.

                Ma alla gioia di queste feste succedeva una nuova prova. Il 29 giugno Giovanni Lanza, Ministro della Pubblica Istruzione, intimava al Provveditore agli studi l'esecuzione della legge sulle patenti, per la quale veniva proibito d'insegnare a chiunque (uomo o donna) non si sottomettesse ad un esame e non ne uscisse coll'approvazione del governo; e più non si ammettessero eccezioni per le monache, le cui scuole dovevano sottostare alla vigilanza dell'Autorità civile. Era questa una nuova pastoia e non lieve che doveva impacciare e rendere ognor più difficile la direzione e la conservazione degli istituti religiosi. Anzi alle monache si interdiceva l'insegnamento, poichè loro si imponevano tali condizioni, alle quali esse non avrebbero potuto adagiarsi.

                La Santa Sede però rendeva meno funeste tali conseguenze [259]. Interrogata, rispondeva al Vescovo di Novara: “L'autorità laica non poter derogare ai diritti della Chiesa sull'insegnamento; perciò i decreti del Governo che tendono a menomarli, non poter essere nè riconosciuti nè approvati. Ma per non venire agli estremi, precipitando la chiusura delle case religiose insegnanti, doversi almeno di fatto esercitare la sorveglianza che compete al Vescovo sull'istruzione religiosa e morale. Quando gli effetti di tale sorveglianza non siano per essere attraversati, si possono tollerare gli esami e l'ispezione del Governo”.

 

 


CAPO XXIV. L'Oratorio sempre in necessità di soccorsi - Ricorso alla Pia Opera della mendicità istruita - Renato d'Agliano e una grazia ottenuta - Piccola lotteria di alcuni quadri Autorizzazione concessa - Piano della lotteria - Appello alla pubblica carità -Il Marchese di Cavour annuncia a D. Bosco la gravissima infermità di Rosmini il quale poco dopo muore - Verbale dell'estrazione della Lotteria - Annunzio della medesima ai benefattori.

 

                LA spedizione in Crimea di i 5 mila soldati Piemontesi in aiuto dei Turchi, dell'Inghilterra e della Francia contro la Russia minacciosa; la così detta crittogama o malattia delle uve, che da alcuni anni intisichiva i più floridi vigneti del Piemonte; la continuata scarsità delle raccolte nelle campagne; la ricomparsa del coléra nella Sardegna, e più altri malanni servirono pure alla lor volta a peggiorare la condizione dei ricchi e dei poveri. Laonde il nostro Ospizio, che viveva di carità, ebbe a trovarsi in gravi bisogni e in dolorose strettezze[14]. [261]

                Ma di tratto in tratto Iddio dava a divedere che non avrebbe abbandonati i suoi poverelli. Appunto in uno di quei giorni, mentre D. Bosco stava per uscire in città in cerca di qualche soccorso, gli si presenta il Conte Renato d'Agliano, nobile gentiluomo di Torino, illustre non meno per sangue che per sentimenti di cristiana pietà, e gli dice: - Ho mia consorte gravemente ammalata, preghi e faccia pregare i suoi giovanetti per la sua guarigione; [262] e in così dicendo gli rimette una limosina, che corrispondeva alla metà del debito del pane. D. Bosco ringraziò il caritatevole signore e lo esortò a confidare, notandogli che con quell'opera di carità, compiuta prima ancora di ottenere la grazia, egli obbligava in certo qual modo Iddio a concedergliela. Intanto, dalla sera stessa, alle orazioni comuni D. Bosco fece aggiungere un Pater ed Ave per una malata, e raccomandò che altrettanto si facesse nei giorni seguenti fino a nuovo avviso. Ma il terzo giorno ritorna all'Oratorio il nobile Conte e, con parole di profonda gratitudine, racconta che con alto stupore del medico la moglie sua era fuori di ogni pericolo e come guarita. Pieno di riconoscenza a Dio pel favore così inaspettatamente ottenuto, egli rilasciava a nome di lei un'altra offerta per ringraziamento. La Divina Provvidenza, sempre ammirevole nel suo governo, aveva disposto che questa seconda limosina fosse eguale alla prima; così che Don Bosco in capo a tre di potè saldare appieno il suo debito col panattiere.

                Questi atti di beneficenza, che avevano piuttosto dello straordinario e prodigioso, infondevano grande fiducia nella bontà di Dio, e nel tempo stesso ispiravano a Don Bosco le più amorose industrie, per provvedere a tutti i bisogni de' suoi cari. Le relazioni che avemmo in proposito sono concordi nel mostrarlo in quel tempo come una povera ma sollecita madre, che, vedendosi circondata da numerosa famiglia e temendo che per la penuria i suoi bimbi abbiano in qualche modo a soffrire, non si dà posa affinchè nulla venga a loro mancare del necessario alla vita.

                A quest'uopo egli, per non istancare la generosità dei soliti benefattori, divisò di fare ricorso alla carità pubblica. [263] Pertanto, essendo sopravanzati alcuni quadri della lotteria precedente, D. Bosco ne ideò una terza più piccola, come appendice delle prime due, con biglietti al prezzo di una lira l'uno. In tale occupazione durò quasi sei mesi. Egli diceva: “Due anni sono, siamo ricorsi alla carità dei fedeli per la fabbrica della chiesa e della casa; ora vi ricorriamo per la fabbrica dell'appetito”. Con questo intento egli stabilì un apposito Comitato di caritatevoli signori e signore di Torino ed una Commissione direttiva e responsabile; quindi domandò le facoltà opportune all'Autorità civile, presentandole il piano della lotteria, i nomi dei membri della Commissione che dovevano essere approvati per firmare i biglietti, il modello di matrice pel biglietto stesso e il catalogo dei quadri.

                La domanda di D. Bosco era concepita in questi termini:

 

22 marzo 1855.

 

                               Ill.mo Signor Intendente generale,

 

                Il sottoscritto espone rispettosamente alla S. V. Ill.ma, come egli nel bisogno di procacciare pane ad alcuni poveri giovani abbandonati e pericolanti che, in numero di circa 100, sono ricoverati nell'Oratorio di S. Francesco di Sales, di cui in gran parte sono stati fatti orfani nella fatale invasione del colèra nello scorso anno 1854, avrebbe divisato di fare una lotteria di alcuni dipinti, per far fronte alle urgenti ed indispensabili spese che occorrono.

                Per tale oggetto ricorre a V. S. Ill.ma, a voler prendere in benigna considerazione lo stato di abbandono di questi poveri giovani, approvando la Commissione nei Membri sotto descritti e delegare quel perito che meglio crederà per la perizia di tali dipinti ed accordare in pari tempo tutte le altre facoltà, che son necessarie per l'esecuzione dell'unito piano di lotteria.

                Attesa poi la tenuità della lotteria, il ricorrente supplica che si voglia riconoscere il timbro della Commissione di cui avvi il [264] modello nel qui unito biglietto e così essere dispensato dal bollo delle R. Finanze, come per speciale favore fu dispensato l'anno scorso.

                Che della grazia

 

Per la Commissione

Sac. Giovanni Bosco.

 

                I quadri messi in lotteria erano undici, del valore dei quali aveva dato giudizio il benemerito M. Cusa, professore e segretario dell'Accademia Albertina. Eccone il catalogo che ci risveglia il caro ricordo dei donatori, i quali appartenevano all'Oratorio, o per abitazione o per famigliarità.

                I. Grande ancona a olio su tela rappresentante l'Incoronazione di Gesù Cristo. Lavoro del celebre Padovanini, dono del Conte Carlo Cays.

                2. Dipinto su tela a olio rappresentante la Maddalena, con cornice dorata, dono del Dottor Viriglio.

                3. Dipinto su tela a olio rappresentante il S. Cuore di Gesù, con cornice dorata, lavoro del professore Gastaldi e dono del Teol. Can. Gastaldi Lorenzo.

                4. Dipinto su tela a olio rappresentante il S. Cuore di Maria, con cornice dorata, lavoro e dono dei medesimi;

                5. Dipinto su tela rappresentante Maria Vergine, lavoro dell'artista Carlo Tomatis allievo dell'Oratorio.

                6. Dipinto su tela rappresentante S. Giovanni Battista, con cornice dorata, lavoro e dono del medesimo.

                7. Dipinto a olio su tela rappresentante Maria Vergine che allatta il Bambino, con cornice ottangolare dorata, dono del Sac. Alasonatti Vittorio.

                8. Dipinto a olio su tela rappresentante S. Francesco d'Assisi, con cornice dorata, dono del Sac. Pietro Merla.

                9. Dipinto a olio;su tela rappresentante Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, anonimo. [265]

                10. Bassorilievo in carta pesta rappresentante la Fede, dono della signora Margherita Gastaldi nata Volpatto.

                11. Bassorilievo in cera rappresentante Leonardo da Vinci, con cornice dorata, dono di S. E. il Duca Litta Visconti.

                Riconosciuto il valore di questi oggetti dalla Regia Intendenza generale della Divisione di Torino, si autorizzava la lotteria col seguente decreto:

 

                Visto l'avanti esteso ricorso in un coll'annesso piano della lotteria di oggetti che l'ivi indicata Commissione intende di aprire a favore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in questa città; risultando dalle assunte informazioni che i prezzi attribuiti a ciascuno degli oggetti offerti per essere destinati in premi rilevanti a L. 5300 non sono esagerati:

                S'autorizza l'apertura della predetta progettata lotteria e la divisata emissione di n. 7000 (settemila biglietti) al prezzo di un franco caduno, i quali prima d'essere staccati dal registro a matrice, dovranno essere firmati da due de' signori membri della Commissione sottoscritti al ricorso, ed improntati dal marchio esistente presso l'Ufficio del Regio Lotto nel Ministero delle Finanze, alla cui superiore approvazione è riservato il presente decreto.

                La lotteria sarà annunciata al pubblico innanzi che incominci la distribuzione dei biglietti, mediante analoga notificanza che contenga il tenore del contesto stesso, del relativo piano, e del presente decreto.

                L'estrazione avrà luogo il 12 pross. venturo luglio con intervento della Commissione e colla assistenza del sindaco di Torino specialmente incaricato di sorvegliare l'esecuzione e farne quindi l'opportuna relazione a questo Ufficio generale.

                La Commissione farà constare che l'intiero prodotto della vendita dei biglietti e di quelli che saranno invenduti, venne erogato unicamente a beneficio dell'opera, a favore della quale è autorizzata la lotteria stessa.

                L'inosservanza di alcune fra le imposte condizioni renderà [266] nulla e di niun effetto l'impartita autorizzazione, indipendentemente dalle pene che possono incorrersi per contravenzione alla legge.

 

                Torino, li 20 aprile 1855.

 

L'intendente generale

Farcito.

 

                Alcuni giorni dopo, per domanda ripetuta di D. Bosco, l'Intendente rilasciava la seguente concessione.

 

                Visto nuovamente in un col dispaccio del Ministero delle Finanze in data del 21 Aprile corrente, si dichiara dispensata per questa sola volta la Commissione della lotteria dall'obbligo di farne sottoporre i biglietti al marchio del Ministero predetto ed autorizza invece l'apposizione del bollo dello stesso Istituto.

 

                Torino, li 23 aprile 1855.

 

L'intendente generale

Farcito.

 

                D. Bosco, ottenute queste facoltà, si diede attorno nel maggio a diffondere il Piano della lotteria, così formulato.

 

                I. Lo scopo di questa lotteria è di sopperire alle indispensabili spese che occorrono pel mantenimento dei giovani ricoverati nella casa annessa all'Oratorio maschile di S. Francesco di Sales in Valdocco.

                2. La lotteria è composta di alcuni dipinti posti in esposizione in una camera di quest'Oratorio fino al giorno dell'estrazione.

                3. 1 biglietti saranno al prezzo di i franco e saranno staccati,da un quaderno a matrice, muniti del bollo dell'Oratorio e se da due membri della Commissione.

                4. L'estrazione avrà luogo il 12 luglio in una sala dell'Oratorio in presenza dell’Ill.mo signor Sindaco di questa città e dei membri componenti la Commissione. Si farà l'estrazione in tanti; numeri quanti sono gli oggetti descritti nel qui unito Catalogo. [267] Il primo numero estratto vincerà l'oggetto segnato n. uno e così successivamente. I numeri estratti saranno pubblicati nei giornali.

                5. La distribuzione dei biglietti è affidata ai membri della Commissione e a quelle benemerite persone che si vorranno adoperare a favore di quest'opera di beneficenza.

                6. I premi vinti verranno distribuiti nell'Oratorio suddetto otto giorni dopo l'estrazione, e coloro che dopo tre mesi non ritireranno gli oggetti vinti si intende che vogliano farne dono all'Oratorio medesimo.

 

                Quindi esponevasi il Catalogo dei, quadri e l'elenco dei membri della Commissione approvata per segnare i biglietti, dei quali ecco i nomi:

 

                Presidente: VALLAURI Dottore FRANCESCO.

                Vice - Presidente: FRANCESETTI DI MEZZENILE cav. CESARE.

                Segretario: D'AGLIANO DI CARAVONICA cav. LORENZO.

                Tesoriere: CAYS Di GILETTA Conte CARLO.

                BIANCO Di BARBANIA barone CARLO GIACINTO.

                Bosco Sacerdote D. GIOVANNI, Direttore dell'Oratorio.

                D'ANGENNES marchese ENRICO.

                FANTONI conte CARLO.

                FASSATI marchese DOMENICO.

                GALLEANI D'AGLIANO conte Pio.

                GONELLA cav. MARCO.

                LUCERNA D'ANGROGNA conte ALESSANDRO.

                PONTE DI PINO conte GIUSEPPE.

                PROVANA DI COLEGNO conte ALESSANDRO.

                RADICATI Di BROZOLO Conte CASIMIRO.

 

                Fra i nomi di questi signori è degno di speciale osservazione quello del conte d'Angrogna, maggior generale di artiglieria, aiutante, di campo di S.M., lo stesso che [268] abbiam veduto venire a diverbio con D. Bosco per le lettere da lui scritte al Re. Egli aveva accettato con gradimento di essere aggiunto ai membri della Commissione.

                Il piano della lotteria terminava con due dichiarazioni, che avevano lo scopo di dare garanzie agli acquisitori di biglietti.

 

                I. Io sottoscritto acconsento di accettare la qualità di tesoriere responsabile delle somme che saranno per riscuotersi nell'implorata lotteria e della esatta loro applicazione all'oggetto retro indicato nel senso dalla legge voluto.

                Torino, 21 marzo 1855.

 

C. CAYS.

 

                2. Il sottoscritto dichiara che i dipinti sopra descritti furono donati all'Oratorio senza compenso alcuno, e che i medesimi rimarranno depositati in una camera di questo Oratorio fino all'ultimazione di quanto riguarda la presente lotteria.

                Torino, 9 aprile 1855.

 

Sac. Bosco GiOVANNI.

 

                D. Bosco non tardò a smerciare per ogni parte i suoi biglietti e ne mandò a tutte le persone costituite in qualche dignità ecclesiastica o civile, e non dimenticò le persone più o meno benestanti, mettendole così nella dolce necessità di fare un'opera buona a sollievo di tanta povera, gioventù, statagli da Dio affidata.

                Ad ogni pacco di biglietti andava unita una copia di lettera litografata, di questo tenore.

 

Torino, 8 maggio 1855.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                La critica annata ed il gran numero di ragazzi, fatti orfani nella fatale invasione del coléra, mi hanno posto quasi nella necessità [269] di dover considerevolmente aumentare il numero dei giovani, ricoverati nella Casa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, sicchè il loro numero attuale ascende a cento circa. Pel che ridotto a gravi strettezze, nè sapendo a qual partito appigliarmi per provvedere loro il pane, ho chiesto il parere di alcuni pii e benemeriti signori, nominati nell'Elenco dei Membri della Commissione, i quali proposero di fare una piccola lotteria di alcuni dipinti. Accolta tale proposta, e adempiute le incombenze dalla legge prescritte, tratterebbesi ora di smerciare i biglietti, che ho divisato di affidare a quelle pie persone che in altre occasioni presero parte ai miei bisogni. Per questo mi faccio animo di ricorrere eziandio alla provata bontà della S. V. Ill.ma, unendovi biglietti N….con preghiera di volersi adoperare per ismerciarli presso coloro che giudicherà propensi a simili opere di carità. Qualora però non potesse distribuirli tutti, e non giudicasse di poterli ritenere per sè, La prego di aggiungere novello favore e spedirli otto giorni prima dell'estrazione (12 luglio) a quello tra i membri della Commissione, presso cui le tornerà più agevole il recapito: la qual cosa potrà egualmente fare per la rimessione dell'importo dei biglietti smerciati o ritenuti.

                Avrei ben voluto poter fare a meno di recare a Lei questo disturbo; ma attesa la gravezza delle spese cui debbo far fronte e il gran numero dei ragazzi abbandonati che dimandano pane, ho dovuto appigliarmi a questo espediente. Mi creda: è proprio un dar da mangiare a poveri affamati.

                Mentre poi Le professo la sincera mia gratitudine, l'assicuro che mi unirò coi beneficati miei figli per pregare Iddio buono, affinchè voglia spandere copiose benedizioni sopra di Lei e sopra di tutti quelli, cui Ella desidera in particolar maniera augurare felicità per la vita presente e per la futura. Con pienezza di stima reputo al massimo onore il potermi dire

                Di V. S. Ill.ma

Obbl.mo Servitore

Sac. giovanni bosco.

 

                Gustavo di Cavour accettava esso pure volentieri i biglietti della lotteria. Era andato a passare alcuni giorni [270] presso l'Abate Rosmini gravemente infermo, conferendo lungamente con lui, e rimanendo molto commosso nel separarsi dall'amico, che temeva di non più rivedere. Pertanto scriveva a D. Bosco.

 

Torino, 3 giugno 1855.

 

                               Rev.mo Signore,

 

                Un'assenza da Torino, la quale si è prolungata per alcuni, giorni e varii affari, mi hanno fatto alquanto indugiare a riscontrare la pre.ma di Lei circolare relativa alla lotteria da Lei intrapresa a beneficio della sua interessante e numerosa famiglia. Ora però mi faccio un dovere di parteciparle che in vista dell'eccellenza dello scopo ritengo per me i biglietti N. 50 che mi vennero offerti e qui unito gliene trasmetto l'ammontare.

                Intanto ho il dolore di doverle dire che le notizie che ho recate da Stresa, ove mi portai alcuni giorni addietro, e quelle che ho avute per lettera ancora questa mane sono molto allarmanti. Preghi per l'illustre ammalato che c'interessa tanto, onde il Signore Io conservi per i bisogni della sua esemplarissima congregazione, e di tutta la Chiesa alla quale sembrami che possa giovare ancora assai.

                Colgo l'opportunità onde raffermarmi con sensi di predistinta e particolare divozione

                Di V. Riverenza

 

Dev.mo Obblmo Servo

G. di Cavour.

 

                L'Abate Antonio Rosmini Serbati moriva nella notte dal 30 giugno al i luglio 1855, e D. Bosco faceva suffragare da tutto l'Oratorio l'anima benedetta del suo benefattore.

                Intanto D. Cafasso aveva benevolmente accondisceso che, andati i convittori in vacanza, i quadri della lotteria fossero esposti in una delle sale a S. Francesco d'Assisi, essendo luogo situato nel centro della città. Senonchè omai [271] tutti i biglietti erano venduti e al tempo stabilito si potè procedere all'estrazione dei numeri come risulta dal seguente verbale.

 

                L'anno del Signore 1855 alli II di luglio alla presenza del Sig. Gonella Cav. Mario, Sac. Bosco Giovanni membri della Commissione per la lotteria a favore dei giovani ricoverati nella casa annessa all'Oratorio maschile di Valdocco, ed alla presenza del signor Conte Broglia Alessandro, del signor Can. Ariccio Giuseppe di Carmagnola e del signor Beglia Antonio capomastro, si venne alla estrazione della mentovata lotteria come segue.

                Fu scelta nel palazzo municipale della città di Torino una Bussola, così detta, a composizione; si posero entro la decina delle unità, delle decine, delle centinaia, dei mila; poi si posero solamente le sei prime cifre, perchè il numero dei biglietti monta solamente a sette mila. - Fatto poscia il debito ballottaggio, si venne all'estrazione in una camera dell'Oratorio suddetto, secondo le norme prescritte dall'intendenza generale e secondo l'esposto del piano di regolamento.

 

Teol. Can. GIUSEPPE ARICCIO.

BEGLIA ANTONIO.

Cav. MARIO GONELLA.

 

                D. Bosco affrettavasi allora colla seguente circolare dar notizia ai benefattori dell'esito della lotteria.

 

Torino, 16 luglio 1855.

 

                               Ill.mo e Benemerito Signore,

 

                Mi fo premura di trasmettere a V. S. Ill.ma uno stampino dei numeri estratti nella lotteria alla carità di Lei raccomandata, affinchè possa comodamente verificare se qualche suo biglietto sia stato dalla sorte favorito.

                So benissimo che in ciò ebbe niente di mira il guadagno, ma solo l'opera di carità cioè di venire in soccorso di questi poveri [272] giovanetti dalla Divina Provvidenza in certa maniera a me affidati e questo è doppio motivo per vieppiù ringraziarla di cuore.

                Ora mentre l'assicuro che noi avremo verso di Lei la più sentita gratitudine, La preghiamo di volerci continuare il suo favore e la sua carità nelle sue opere di beneficenza. E poichè non possiamo altrimenti mostrare la nostra gratitudine, io, il sacerdote D. Alasonatti, mio collega, e tutti i figli dell'Oratorio ricoverati, non mancheranno di pregar il Signore Iddio onde La colmi di celesti benedizioni, mentre con pienezza di stima mi dichiaro

                Di V. S. Ill.ma e Benemerita

 

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

 


CAPO XXV. Il pane quotidiano nell'Oratorio - La Divina Provvidenza e D. Bosco - Fallisce il progetto della tipografia - Ottima condotta dei giovani dell'Oratorio nelle scuole privale -Un eroico paciere - Fastidi di D. Bosco,per le vacanze autunnali e suo racconto nella distribuzione dei premi - Un promessa alla Madonna mantenuta e premiata - Avvisi ai giovani che ritornavano al paese - Savio e Massaglia non vogliono allontanarsi da D. Bosco.

 

                L’ANNO scolastico 1854 - 55 ormai terminava, e nell'Oratorio, benchè si vivesse in povertà, non era mancato; un sol giorno il vitto necessario. Il pane di seconda qualità costava settanta centesimi al chilogramma, e D. Bosco non congedò alcuno de' suoi giovani, non ne restrinse il numero e continuò ad accettarne de' nuovi. Anzi alcune volte rallegrò la loro mensa con qualche cosa di particolare. I proventi della lotteria bastarono al bisogno, ed erano stati premio della carità animatrice delle sue fatiche e delle umiliazioni prevedute, che accrescevano il valore de' suoi sacrifizii.

                Perciò la Divina Provvidenza non lasciava di assisterlo, ed egli abbandonavasi nelle sue braccia con tanta confidenza [274], tenerezza e gratitudine, da potersi affermare che passasse tutta la sua vita in continui ringraziamenti al Signore.

                Da ogni circostanza della vita, da ogni evento sia grande sia minimo, sapeva cogliere l'occasione per esaltare ora la bontà di Dio, ora la sua provvidenza, ora la sua sapienza ed onnipotenza. Un giorno nella stagione estiva egli era nelle vie di Torino accompagnato da D. Rua: fermatosi davanti ad un banco di fruttivendole, gli fece notare la varietà, la bellezza, la bontà delle tante sorta di frutta che vi erano esposte, e poi esclamò: - Quanto è mai buono il Signore che provvede con tanta abbondanza e varietà per i bisogni della nostra vita corporale! - Simili parole si udirono uscire le mille volte dall'amante suo cuore.

                In lui non apparve mai ombra d'impazienza nell'attendere quei soccorsi che talora si facevano desiderare, perchè fossero la ricompensa della sua fede: come pure, allorchè vedeva dileguarsi l'effettuazione creduta imminente di un progetto importante e a lui molto caro. Egli infatti prevedeva di dover sospendere il vagheggiato disegno della tipografia, e non poter riscattare il terreno a questo fine venduto. La morte dell'Abate Rosmini aveva mandato a monte tante speranze! Eppur con animo tranquillo egli rispondeva a D. Carlo Gilardi, il quale proponevagli di far vendere, o tutto o in parte, il campo da lui trasmesso all'Istituto della Carità.

 

                                Carissimo Sig. D. Carlo,

 

                Ricevo con grato animo la cara sua lettera che mi dà notizia ufficiale della elezione del P. Pagani a Padre Generale. Sia lode a Dio. Credo veramente che siasi fatta la volontà del Signore me lo saluti tanto da parte mia. [275] Riguardo al sito che si divisa porsi in vendita, c'è veramente un punto favorevole dello scalo provvisorio di Valdocco. Nella scorsa primavera ci erano domande ed offerte assai vantaggiose: ora siamo in un momento di crisi; pochi cercano di comperare, niuno di fabbricare; perciò io sarei di parere di attendere fin verso la primavera del 1856. In questo tempo se mai si presentasse occasione favorevole si potrebbe accettare, ma non precipitare. Dal canto mio non sarei in grado di comperare.

                Intanto io Le porgo i saluti della mia buona madre, dei miei chierici, che conservano viva di Lei memoria: e mentre ci raccomandiamo tutti alle pie di Lei orazioni mi dico nel Signore.

                Di V. S. Car.ma

                Torino, 15 agosto 1855,

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco Giov.

 

                Questa lettera rispecchia la perfetta calma del suo cuore, ispirata dalla fiducia in Maria SS. e rallegrata dall'ottima condotta de' suoi figliuoli. Per Torino era conosciuta ed in onore la loro virtù. Essi avevano continuato a frequentare le due scuole private pel ginnasio inferiore del professor Giuseppe Bonzanino e pel ginnasio superiore del professore D. Matteo Picco. Nella modestia dei loro abiti, nell'umile condizione loro, apparivano puliti, ben educati, cortesi in guisa che i loro compagni di civile e anche di nobile stato si trattenevano volentieri con essi. E ne riportavano da questa amicizia grande vantaggio, coll'emulazione, col maggior ordine e silenzio, colle attrattive della virtù. 1 professori ne benedicevano il Signore, tanto più per avere uno di essi scongiurato un gravissimo disastro.

                Savio Domenico frequentava le lezioni di seconda grammatica latina del prof. Bonzanino, e due discepoli gli diedero occasione di spiegare sino a qual punto lo ardesse [276] il fuoco di amar Dio e il desiderio d'impedirgli delle offese. Venuti un giorno a contesa tra loro, per alcune parole scambiatesi in dispregio delle rispettive famiglie, passarono dagli insulti alle villanie, e finirono collo sfidarsi a far valere le loro ragioni a colpi di pietra. Domenico, giunto a scoprire quella discordia e quella disfida, ne provò vivissima pena e desiderò d'impedirla; ma come riuscirvi, essendo i due rivali maggiori di forze e di età? Si provò di persuaderli a desistere da quell'insano divisamento, facendo osservare ad ambidue che la vendetta è contraria alla ragione ed alla religione; scrisse lettere all'uno e all'altro; li minacciò di riferire la cosa al professore ed anche ai loro parenti; ma talmente erano inaspriti i loro animi, che tornava inutile ogni parola. Allora il suo cuore magnanimo gli suggerì un atto, che sa dell'eroico. Egli li attese, dopo scuola, e parlando ad ambidue disse: - Poichè perdurate nel bestiale vostro divisamento, vi prego almeno di voler accettare una condizione. - L'accettiamo, risposero essi, purchè non impedisca la nostra sfida. - Egli è un birbante, gridò uno di loro. - Ed io non sarò in pace con lui, soggiungeva l'altro, finchè od egli od io non abbiamo rotta la testa. - Il pio giovanetto tremava a quel brutale diverbio; tuttavia nel desiderio di impedire maggior male, si fece coraggio e disse: La condizione che sono per mettervi non impedisce la sfida. - Qual è questa condizione? - Vorrei soltanto dirvela sul luogo, dove volete misurarvi a sassate. - Tu ci minchioni, o studierai di metterci qualche incaglio. Sarò con voi, e non vi minchionerò: state tranquilli. Forse tu vorrai andare a chiamare qualcuno. - Dovrei farlo, ma nol farò; andiamo, io sarò con voi, mantenetemi soltanto la parola.

                - Glielo promisero, e pel luogo dello scellerato combattimento [277] furono scelti i così detti prati della cittadella vicino a Porta Susa, nell'area ove poi venne innalzata la chiesa parrocchiale di Santa Barbara.

                Giunti al luogo stabilito, il nostro Savio fece un atto, che certamente niuno sarebbesi immaginato. Lasciò che i duellanti, muniti ciascuno di grosse pietre, si prendessero le loro posizioni ad una certa distanza l'un dall'altro. Quando li vide in procinto di venire all'assalto selvaggio, disse: - Prima di effettuare la vostra sfida voglio che adempiate la condizione accettata. - Così dicendo, trasse fuori il suo piccolo Crocifisso, che aveva al collo, e, tenendolo alto in una mano, voglio, proseguì a dire, Voglio che ciascheduno di voi fissi lo sguardo su questa immagine, di poi, gettando una pietra contro di me, pronunzi queste parole: “Gesù Cristo innocente morì perdonando a' suoi crocifissori, io peccatore voglio offenderlo e fare vendetta”.

                Ciò detto, va ad inginocchiarsi davanti a colui che mostravasi più infuriato, e gli dice: - Fa il primo colpo sopra di me; tira una forte sassata sul mio capo. - Costui, che non si aspettava simile proposta, tremò, impallidì, e: - No, rispose, mai no: io non ho alcuna cosa contro di te, e vorrei invece difenderti, se qualcuno tentasse oltraggiarti. - Domenico, ciò udito, si alza, corre dall'altro, gli si prostra dinanzi, dicendo le stesse parole. A questo atto, anche colui rimase sconcertato e gridò: - Non mai fare del male a te, non mai.

                Allora il santo giovanetto si rizza in piedi e con voce commossa: - Come, dice loro, voi siete disposti ad affrontare anche un grave pericolo per difendere me, che sono una miserabile creatura, e non siete capaci di perdovarvi un insulto, una derisione, per salvare l'anima [278] vostra, che costò il sangue del divin Redentore, e che voi andate a perdere con questo peccato? - Ciò detto, si tacque, tenendo sempre il Crocifisso alto in mano, e cogli occhi bagnati di lagrime.

                A tale spettacolo di carità e di zelo i due compagni furono vinti. - In quel momento, asserì poscia uno di loro, io fui intenerito; un freddo mi corse per tutte le membra, e mi sentii pieno di vergogna per aver costretto un amico sì buono ad usare misure estreme, per impedire l'empio nostro divisamento. - Pochi giorni dopo i due condiscepoli, già riconciliati tra loro, si andavano pure a riconciliare col Signore, mediante la santa Confessione.

                Intanto D. Bosco vedeva con pena, rinnovata ogni anno, il sopraggiungere delle vacanze autunnali e varie settimane prima incominciava ad avvisare i giovani che il demonio, se non si tenevano attenti, avrebbe fatto strage delle anime loro distruggendo il frutto de' suoi sudori. Ragionava di pericoli che si incontrano nel mondo per i cattivi compagni, le cattive letture, l'ozio e il vivere immortificato. Loro inculcava una gran riserbatezza nel trattare con qualsivoglia genere di persone e deplorava altamente il mal vezzo di certi parenti che lasciavano giuocare insieme ragazzi e ragazze, chiamandolo il naufragio dell'innocenza e la scuola elementare della malizia. Ricordava eziandio che S. Filippo Neri non voleva permettere ai fanciulli neppure di divertirsi colle sorelle.

                Per questi motivi faceva loro intendere che gli avrebbero fatto piacere col non andare in vacanza, o col ritornare presto nell'Oratorio, promettendo di compensarli di quel sacrifizio con ricreazioni, merende, teatrini e passeggiate deliziose. Aveva già tolte le vacanze natalizie e carnevalesche, che nei primissimi anni era stato costretto [279] a concedere a qualcuno perchè ciò usavasi in tutti i collegi; ed ora, e per più anni poi, tollerava le vacanze Pasquali, Ma le autunnali duravano dalle prime settimane di luglio fino circa ai venti di ottobre; e perciò D. Bosco aveva stabilito che alla metà di agosto i giovani fossero richiamati dalle loro patrie per un mese intero per frequentare alcune scuole di riparazione, di ripetizione, preparatorie ai corsi superiori. Era convenuto però che quel giovane il quale, senza motivo legittimo, non si fosse presentato in questo mese, non sarebbe più accettato al principio dell'anno scolastico. Stava intanto fisso nella sua mente di togliere a tempo opportuno anche le vacanze Pasquali e ridurre le autunnali ad un solo mese.

                Tutte queste sue disposizioni e disegni erano suggeriti da un'eroica carità.

                Infatti egli doveva assoggettarsi ad una maggiore spesa, di gratuito mantenimento, che col crescere poi dei giovani fino a più di ottocento, diventò enorme; rinunziava volentieri al riposo, che avrebbe potuto godere almeno in questi tempi dell'anno; e accettava di buon grado nuove fatiche personali e sollecitudini che tutto ciò gli procurava.

                Nella prima metà di luglio, subíti gli studenti gli esami, facevasi la festa della distribuzione dei premii, e D. Bosco soleva coronarla con un suo discorsetto tutto cuore. Un antico allievo ci trasmise memoria di uno di questi che, se non fu pronunciato nel 1855, appartiene a quest'epoca. D. Bosco aveva detto che il primo premio spettava a Maria SS. per tutti gli aiuti che aveva prestati ai giovani in quell'anno, e narrava il seguente fatto - “Era un giorno del mese di Maggio, sacro alla Regina del cielo e destinato in un convitto alla distribuzione dei premii. Parecchie ragguardevoli persone vi erano state invitate per rendere [280] la festa più bella e gioconda. I premii erano d'ordinario oggetti pii, come libri,- quadri, statuette e simili. Nel numero degli oggetti esposti trovavansi pure alcuni vasi di fiori naturali, freschi e odorosi, ivi collocati più perchè servissero di abbellimento, che di premio. Que' giovani da premiarsi che primi sarebbero stati chiamati, avevano il vantaggio di poter scegliere l'oggetto fra tutti il più bello e prezioso, e che più loro aggradiva. Giunge l'ora sospirata e tutto essendo preparato, si dà principio alla distribuzione dei premii. Il primo ad essere chiamato avanzatosi fra quella rispettabile assemblea, scelse l'oggetto più caro e più prezioso. Ve ne rimanevano ancora altri molti a quello non di gran lunga inferiori, ed ecco un secondo giovane, di virtù specchiata e di costumi angelici, è chiamato a scegliersi il premio. Quegli modestamente s'avanza, quindi s'arresta, considera un momento sopra quale oggetto debba far cadere la sua scelta, ma pare .che non ne trovi alcuno di suo gusto. Quand'ecco, contro l'aspettazione di tutti i circostanti, fissa i suoi occhi sopra uno di quei vasi di fiori freschi; va, lo prende e tutto ..allegro e giulivo lo porta tosto ai piedi della statua di Maria nella vicina cappella a Lei dedicata, ed in quel mese divotamente festeggiata. Questo atto devoto, tutto ingenuo quale egli era, fu apprezzato come si doveva dall'assemblea. I giovanetti specialmente ne rimasero commossi e approvarono con replicati applausi la divozione dell'amico. Questo esempio fu imitato da altri giovanetti, i quali tutti in quel giorno dimostrarono quale amore nutrissero nei loro teneri cuori verso la celeste loro madre Maria SS”. E concludeva che il premio che la Madonna desiderava da loro era che mantenessero sempre una condotta veramente cristiana. [281] L'anno scolastico si chiudeva coll'esercizio di buona morte. Il ragazzo Fumero Luigi, amantissimo della musica, era giunto in quell'età nella quale la voce suole mutarsi, e dovendo lasciar presto l'Oratorio andò a confessarsi da D. Bosco. Aveva una bellissima voce; e la prima chiesa tettoia e poi quella di S. Francesco di Sales sembravano mutarsi in un paradiso quando egli cantava. D. Bosco gli disse pertanto che procurasse di aver sempre l'intenzione di dare gloria a Dio, ogni volta fosse invitato ad esercitare la sua arte prediletta; e Fumero gli rispose come egli pregasse la Madonna a conservargli sempre senza alterazione quella soave potenza di voce, promettendole che non l'avrebbe mai impiegata in canzoni profane, in concerti secolareschi ed in teatri. D. Bosco allora lo assicurò che Maria SS. gli avrebbe concessa quella segnalatissima grazia. Fumero mantenne la sua promessa cantando solamente in chiesa e per dar lode a Dio e conservò limpida la graziosa sua voce fino a tarda età.

                Finalmente veniva il mattino fissato per la partenza. Buon numero di alunni, o per affezione sincera ai parenti, o per leggerezza giovanile, ed anche per le vive istanze dei genitori, non avevano rinunziato a rivedere la propria casa. E D. Bosco a costoro raccomandava caldamente di accostarsi ogni settimana ai santi Sacramenti, inculcava loro che giunti a casa tosto si presentassero al parroco, considerandolo quasi un altro D. Bosco; ed esortavali a servire la S. Messa ogni giorno, a non lasciar mai di andare alla predica ne' giorni festivi, e, se già capaci, di fare il catechismo ai fanciulli. Distribuiva poi a ciascuno un biglietto nel quale erano le norme per passare bene le vacanze. Benchè D. Bosco apparisse gioviale e calmo, è un fatto che per ogni giovane che si allontanava era uno [282] strappo al suo cuore. Tuttavia non pochi di questi lungo le vacanze facevano viaggi di dieci e più miglia anche a piedi per venire all'Oratorio a confessarsi da D. Bosco, o chiedergli consigli, o anche solamente per vederlo. Ve ne erano talora parecchi che si erano mossi da Bra, da Asti, da Alessandria e da altri paesi anche più lontani.

                Non mancavano però alunni i quali, per far piacere a D. Bosco e mossi dal desiderio di progredire nello studio ed attendere meglio agli esercizi di pietà, preferirono di rimanere all'Oratorio, e tra questi furono Savio e Massaglia. Sapendo D. Bosco quanto fossero ansiosamente aspettati dai parenti, e quanto essi medesimi avessero bisogno di ristorare la loro stanchezza, disse ad ambidue: - Perchè non andate a passare qualche giorno in vacanza? - Essi invece di rispondere si misero a ridere. - Che cosa volete dirmi con questo ridere?

                Domenico rispose: - Noi sappiamo che i nostri parenti ci attendono con piacere; noi eziandio li amiamo e ci andremmo volentieri; ma sappiamo che l'uccello finchè trovasi in gabbia non gode libertà, è vero; è per altro, sicuro dal falcone. Al contrario se è fuori di gabbia, vola dove vuole, ma da un momento all'altro può cadere negli artigli del falcone infernale.

                Ciò non ostante D. Bosco giudicò di mandarli qualche tempo a casa pel bene della loro sanità, e si arresero al suo volere soltanto per ubbidienza, restandovi quei soli giorni che erano stati loro comandati.

                Altri poi dopo un mese di vacanza obbedivano alla prescrizione di D. Bosco; e nel registro del voto complessivo mensile dei figli della casa secondo la loro assiduità ai proprii doveri e la loro cristiana condotta, nell'anno [283] scolastico 1854-55, troviamo che nell'agosto eranvi nell'Oratorio 35 studenti ed 80 artigiani: totale i 15. Non sono annoverati i chierici e altre persone o ricoverate o addette al servizio della casa.

                E prima cura di D. Bosco nell'agosto e nell'ottobre era di esaminarli al loro ritorno, se avessero seguiti i suoi consigli.

 

 


CAPO XXVI. IL GALANTUOMO, Almanacco nazionale per l'anno 1856 - A' suoi amici - Il principio del 1855 - Il Galantuomo parte per la guerra d'Oriente - La vista del mare La Crimea - Il coléra in Crimea - 1 futuri destini della patria.

 

                DON Bosco, per antivenire lo spaccio degli almanacchi eretici, fin dal mese di luglio incominciava a preparare il Galantuomo. Per iscriverlo, farlo comporre dai tipografi, correggere le bozze e stamparlo si richiedevano almeno due mesi. In questo libretto, oltre il ripetere le indicazioni esposte negli anni antecedenti, notavansi alcune date più solenni della vita di Pio IX, e la distribuzione delle quarantore nelle Chiese di Torino per l'anno 1856. Si narravano episodii ameni, scientifici e religiosi; facevasi cenno di scoperte ed invenzioni moderne; si finiva con una graziosa poesia in dialetto piemontese intitolata: Il vizio del giuoco. La Tipografia De Agostini ebbe l'incarico di preparare tale strenna agli associati delle Letture Cattoliche, e le copie che sopravanzassero dovevano essere messe in vendita. [285]

                Il Galantuomo dei due anni precedenti aveva prodotto un gran bene; ma quello in corso di stampa, letto, destò il più vivo interesse, per certe predizioni che vi erano annunciate. Noi qui le riproduciamo unitamente ad altre pagine che invero non hanno tutte la stessa importanza; ma, essendo scritte da Don Bosco, abbiamo giudicato che serviranno a far conoscere sempre meglio il suo carattere e la sua franchezza nel difendere i principii religiosi. Ci siamo anche indotti a riprodurle perchè non vadano perdute, essendosi da oltre cinquant'anni esaurite le loro copie, e noti intravedendosi probabilità che vengano in qualche altro modo a riveder la luce.

                Così adunque si leggeva nel Galantuomo, almanacco nazionale per l'anno 1856.

 

Il galantuomo a’ suoi amici.

 

IL PRINCIPIO DEL 1855.

 

                A questa la terza volta che ho l'onore di presentarmi a voi, o venerati amici, per parlarvi di nuove vicende. Quest'anno ho tante cose gravi a raccontarvi, e di tale importanza, che mi vedo costretto a dividere la materia in alcuni capitoli. Comincerà ad accennarvi ciò che avvenne sul principio di quest'anno per farmi strada al rimanente.

                Mentre s'incominciava il mille ottocento cinquantacinque era in discussione la legge contro ai frati, alle monache, ed ai preti. Poveri frati, che hanno dato tante scodelle di minestra ai miei ragazzi, e vennero tante volte a vedermi quando era stato ammalato! Ma! sia che il Signore volesse punirci con questa legge, o per altri motivi a noi sconosciuti, fatto sta che i mali si moltiplicarono. La nostra cara regina madre, Maria Teresa, cade ammalata, e dopo alcuni giorni di malattia cede al fatale destino e muore. Passano pochi giorni, e la regina regnante, Adelaide, segue sua suocera nella tomba. Oh! povere regine, erano così. [286] buone, facevano tanta limosina! lo ho pianto molto, e parecchi altri piansero al par di me. Al giorno della loro sepoltura io non ho fatto altro che recitare dei Pater noster e dei Requiem aeternam per le anime loro. È  vero che molti si consolavano dicendo: abbiamo perduto due benefattrici in terra, ma avremo due protettrici in cielo; tuttavia era voce unanime che diceva: Sono morte le madri dei poveri; il mondo diveniva troppo perverso e non meritava di avere due Regine tanto buone. Iddio le tolse affinchè non fossero testimoni di mille iniquità, che si sarebbero fra breve commesse.

                Si piangevano ancora le morti delle due Regine, quando ci assalì nuovo malanno. Il Duca di Genova, quel valoroso che aveva tanto combattuto per l'onore della patria, e che aveva affrontati tanti pericoli nella Lombardia e nella campagna di Novara, sul fior di sua età cessò di vivere. Poco tempo dopo un figlio del Re era pure portato alla tomba. Tutti questi mali avvennero mentre si andava discutendo la legge contro ai frati e contro ai preti. Io non voglio dire che Iddio abbia fatto morire tutte queste brave persone a motivo di quella legge: ma molti l'hanno detto e lo dicono ancora, e si diceva perfino che Dio voleva chiamare a sè i buoni per punire debitamente i malvagi.

                In mezzo a tutti questi mali, avvenne che il nostro governo vedendo la Francia e l'Inghilterra a mal partito nella guerra contro ai Russi, pensò di venire in loro soccorso, e ciò mi pare ben fatto, perchè l'aiutare il prossimo è un'opera di carità, e le opere di carità sono sempre lodevoli.

                Tra que' matterelli che ebbero il prurito d'andar contro i Russi, ci fui anch'io. Ma la mia posizione non mi permetteva di arruolarmi, perchè, come è noto a tutto il mondo, ho quarant'anni, zoppico da un piede, sono alquanto gobbo, sordo da un orecchio, cieco da un occhio, cose che impediscono assolutamente di fare il militare. Pure ci voleva andare: non per la smania che avessi di ammazzare soldati, no, perchè mi sento commosso al solo veder uccidere una pulce; ma desiderava di andare per guadagnare qualche cosa da mangiare per me, e per i miei ragazzi.

                Io mi trovava ridotto alle più gravi strettezze, e non  sapeva più dove voltarmi per avere soccorso, perchè Monsignor Arcivescovo, finchè era qui a Torino, mi dava quasi tutte le settimane [287] qualche sussidio, e l'hanno mandato in esiglio; i frati mi davano, qualche piatto di minestra, e trattavasi di mandarli tutti a casa. Che fare adunque? lo mi sono aggiustato da cuoco con un locandiere delle nostre truppe, che doveva partire per la Crimea,

 

LA VISTA DEL MARE.

 

                Voi, o amici, sarete ansiosi di sapere notizie del mio viaggio, ed io vi voglio appagare! State attenti: sebbene io non sia per raccontarvi fatti atroci e sanguinosi, tuttavia avrete di che ricrearvi.

                Sono partito per la ferrovia di Porta Nuova, ed in poche ore sono giunto a Genova. Qui abbiamo messo un milione di arnesi di ogni genere sopra un bastimento, e poi ci siamo imbarcati. Finchè fui vicino alle rive del mare, tutto andò bene; ma quando mi vidi scomparire dinanzi città, rive, colline e montagne, allora fui vivamente costernato, e dissi: Povero Galantuomo! Chissà se rivedrai ancora questi paesi!

                Quando mi trovai in mezzo al mare cominciai a considerare la forma dei bastimenti. Essi sono fatti come le barche, quali voi avrete già più volte veduto a galleggiare sul Po, ma sono più di cinquanta volte più grosse. Colà ci sono molte camere, ove si può mangiare, dormire, passeggiare, fumar sigari, ed altre, cose simili, che si dánno gratuitamente a chi ha danaro per pagarle.

                Il mare! O quanto mai è grande il mare! Immaginatevi una vastissima pianura non circondata nè da monti, nè da montagne; ove non vi siano nè strade, nè case, nè vigne, nè prati, nè piante, nè selve, e che il confine di quella vastissima pianura vada a perdersi nella pianura medesima: voi avrete così una qualche idea del mare.

                Andava eziandio rimirando con maraviglia le onde, in mezzo, a cui passava il nostro bastimento. Provava il più gran piacere in rimirare i pesci or grossi, or piccoli, che mettevano sempre il loro musetto vicino alle sponde del bastimento. Pareva proprio che quegli animali sapessero che io sono un Galantuomo, e nulla avessero a temere di me. Intanto io mi accorsi che si avvicinava la notte; perciò deponendo ogni pensiero ed ogni [288] sollecitudine pel passato e per l'avvenire, andai in cantina e mangiai un tozzo di munizione con una fetta di salame, bevetti un mezzo litro di vino, dopo andai a coricarmi sopra un pagliariccio per riposare.

                Dormiva saporitamente, quando, o apposta o per isbaglio, un mio compagno, credendo forse di prendere un pezzo di legno da fuoco, prese una mia gamba.

                - Adagio, mi posi a gridare, questa gamba è mia. - Non è vero, è un legno, debbo bruciarlo. - Minchione che siete, gridai forte, bruciate le vostre gambe e non le mie lo pago per esse le imposte, e non voglio che alcuno me le tocchi. - L'altro fece i fatti suoi, e lasciò per me le mie gambe.

                Tuttavia essendomi stato interrotto il sonno, non lo potei più ripigliare. Quasi per prendere un po' di fresco, uscii allo scoperto sopra al bastimento. Allora mi apparve uno spettacolo che pari non vidi mai in vita mia. Alzo lo sguardo all'insù, e vedo un'immensa quantità di stelle; abbasso gli sguardi e quante stelle rimiravo sopra e intorno a me, altrettante ne scorgeva sotto i piedi miei. Mi sembrò in quell'istante di essere divenuto un granello di polvere disperso nell'universo.

                Più alzava gli occhi e li abbassava rimirando l'immensa quantità di stelle che mi circondavano, più mi sembrava di divenire piccolo. Colpito da questa immaginazione, mi posi a gridate: - Povero Galantuomo, tu ritorni al nulla! - Ma intanto mi accorgeva che aveva ancora la testa sopra le spalle, che il mio cuore palpitava, che la mia lingua parlava. Onde compreso della mia piccolezza dissi a me stesso: - Vedi, o Galantuomo, quanto sei piccolo in confronto di tante stelle, così grosse e così distanti l'una dall'altra! Quanto bisogna che sia grande colui che ha fatto tutte queste cose!

                Continuando il cammino da Genova siamo passati per un mare detto Tirreno, ed è tra l'isola di Sardegna e la Toscana. Poi ci siamo trovati in Malta, dove abbiamo fatto alcune provviste di acqua; perciocchè voi certamente sapete, che l'acqua del mare, essendo molto salata, non si può bere, epperciò bisogna far provvista di acqua non tanto salata per servirsene poi in alto mare. Dopo abbiamo sempre camminato per acqua da un mare in un altro finchè siamo giunti a Costantinopoli, [289] che è una grande città, più grande di Torino, ma non tanto bella. Ho voluto fare un giro per le vie di quella capitale, che sono molto storte e poco pulite. Ho visto per la prima volta i Turchi, i quali si dicono valorosi in guerra, ma che a vista paiono altrettanti commedianti. Portano due sacchi per calzoni, una camiciaccia copre loro le spalle, in capo poi hanno un berrettone che contiene tre emine di meliga. Sono poi ignorantissimi; sanno nemmeno il piemontese; cosa che sanno i nostri ragazzi più piccoli.

                Ho domandato ad uno di loro, che mi dicesse le ore: l'altro mi rispose: - Rachid Rachid.

                - Io non domando Rachid; domando quante ore sono.

                 L'altro: - Rachid Rabadam Rabadam.

                Io: - Va, va col tuo Rachid e col tuo Rabadam: ce ne son già tanti Rabadam al mio paese, che non occorre più cercarne qui.

                Ciò fatto io mi portai tosto al bastimento, e giunsi al momento che i nostri si radunavano per ripigliare il cammino pel Mar Nero. Io era ansioso di vedere quel mare, e mi pensava proprio che fosse nero; ma ho veduto che l'acqua è simile a quella degli altri luoghi; e mi fu detto che si dice Mar Nero per la grande oscurità che rappresenta nella sera, ed anche per le dense ed oscure nebbie da cui è coperto buona parte dell'anno.

 

LA CRIMEA.

 

                Dopo quattordici giorni di viaggio, un mattino sul fare del giorno sento gridare: Crimea! Crimea! Esco anch'io in maniche di camicia per vedere la Crimea; e di lontano vidi una punta, che sembrava quasi un uomo immerso nell'acqua col naso fuori.

                Più mi avvicinava, più diveniva grosso; e infine comparve un paese, dove abitano uomini che hanno corpo ed anima come abbiamo noi.

                Io ci ho trovata poca diversità dai nostri paesi. Colà il sole spunta il mattino, tramonta la sera; di giorno è chiaro e di notte è oscuro, ad eccezione quando splende la luna. La gente poi cammina coi piedi, lavora colle mani, mangia colla bocca, parla colla lingua, vede cogli occhi, sente colle orecchie. Colà [290] c'è anche l'uso che per mangiare bisogna lavorare; ad eccezione di quelli, e non son pochi, i quali si dánno a fare il ladro.

                La diversità di questo paese dai nostri sta qui: tra noi le cose di cibo sono care; colà carissime. Un piatto di minestra dieci soldi, una limonata fatta colla massima economia otto soldi; il pane due franchi e cinquanta centesimi il chilogramma; un litro di vino alquanto buono tre franchi, la coscia di un cappone un franco, e così del resto. Quante cose erano care ma per me e pel mio padrone andavano bene, perchè contribuivano a far danaro.

                Però in mezzo a queste prosperità non mancavano cose che venissero a recarci grave molestia. Un caldo eccessivo ci opprimeva di giorno e un freddo incredibile ci gelava di notte. Di giorno ci sono tafani e mosche impertinentissime, che ci pungono senza riguardo; di notte ci sono zanzare, farfalle ed una specie di pulci che non lasciano riposare. Più volte ho udito capitani e generali ad esclamare, che non temevano per nulla i cannoni dei Russi, ma che bisognava cedere a questi anima letti, contro di cui valgono più le unghie di un povero contadino, che la forza e la spada dei più coraggiosi.

                Per avere una giusta idea di quel paese ho interrogato un capitano, che non bontà e cortesia un dopo pranzo m'invitò a passeggiare con lui, e per appagarmi prese a parlare così:

                “Tu, o Galantuomo, desideri di avere notizie esatte della Crimea, ed io di buon grado ti darò un celino, di quelle cose che sono adattate alla tua capacità e condizione.

                “La Crimea, anticamente chiamata Chersoneso Taurico, è una penisola circondata dal Mar Nero, dal mare Azoff e mar Putrido A unita agli stati di terra della Russia dall'Istmo di Perekop, che è una lingua di terra lunga circa quattro miglia.

                “I luoghi a te già alquanto noti sono Balaklava, Alma, lnkermann, Eupatoria, dove gli alleati l'anno scorso riportarono grandi vittorie contro i Russi. - Sulla punta dell'isola, verso il mezzodì, avvi una montagnetta molto fortificata, detta torre Malakoff. Da quella montagnetta si scopre la città di Sebastopoli e dietro alla città vi sono altri forti, che presto cadranno nelle mani degli alleati.

                “Ci sono pochi laghi e pochi fiumi. [291]

                “Un torrente considerevole è la Cernaia, che presentemente divide gli - alleati dalle truppe Russe, che noi presto andremo ad assalire.

                “La popolazione della Crimea monta appena a dugento mila abitanti, quasi tutti tartari, i quali seguono la religione di Maometto.

                “La capitale della Crimea è Simferopoli. I principali porti sono Almeschetta, Balaklava e Sebastopoli, che è il meglio fortificato.

                “Tutto questo paese è poco coltivato. Ci sono molti sabbioni; perciò un caldo insopportabile di estate, con un freddo terribile nell'inverno.

                “I principali prodotti sono le biade in abbondanza, olio, lino, canapa, tabacco; si coltivano le viti con ottimo successo. Dà pure un buon raccolto il fico, l'olivo, il melagrano; i quali frutti però vanno molto soggetti al guasto delle locuste. Ci sono pure numerose mandre di buoi, di cammelli, di capre, di montoni, di cavalli e di asini grossi al par di quelli che vivono nei nostri paesi. Non intendo parlar di te!

                “Ci sono pure città, montagne, fiumi, laghi, riviere, che io ti voglio nominare: Karabi, Jaila, Tkhadyz - dugh....”

                Quel cortese capitano voleva continuare a recitarmi una fila di nomi, che io non solo non poteva tenere a memoria, ma nemmeno pronunziare.

                Però l'ho ringraziato della bontà usatami, e sono andato ad eseguire gli ordini del mio padrone, che appunto in quel momento abbisognava dell'opera mia.

 

IL COLÈRA IN CRIMEA.

 

                Appena giunti in Crimea, parecchi dei nostri soldati andarono soggetti a diverse malattie. La più fatale e che menò maggiore strage fu il Cholèra-morbus Da principio si pretendeva che fosse una malattia ordinaria e cagionata dalla stanchezza de viaggio. Ma presto ognuno potè convincersi che era veramente il coléra, in tutto simile a quello che l'anno scorso aveva flagellato i nostri paesi. Io medesimo ne fui spaventato, ma, ripresi alquanto gli spiriti, dissi tra me: - Coraggio, Galantuomo: [292] la fortuna aiuta i coraggiosi; fa quello che puoi pel tuo prossimo e confida nella divina Provvidenza. - Pertanto mi sono messo di buona volontà a servire il mio padrone, ed anche a prestare agli infermi quell'aiuto che a me era possibile.

                Ma le cose presero un aspetto formidabilissimo. I casi e le morti di coléra moltiplicavansi ogni giorno più. Non vi erano più posti negli ospedali; mancavano medici e medicine. Immaginatevi! Da quella parte dove ero io, non si avea altro rimedio, che sale di canale. Un ufficiale prese un'oncia di questa medicina: ma invece di essere sollevato fu sorpreso da un tal male di pancia, che, come furioso, balzò di letto e corse disperatamente, finchè cadde morto. Io non voglio dirvi di più, perchè tali cose rinnovano grave afflizione a me, e cagionano certamente dolore a voi, che avete tutti un cuor buono e sensibile. Vi basti il sapere, che tutto inspirava terrore e spavento. Mi assicurano che in due mesi dei nostri morirono circa due mila e cinquecento. Quello poi, che porse il colmo alla mia desolazione, fu la morte del mio padrone. Io lo amavo molto ed egli mi voleva molto bene. L'ho assistito fino agli ultimi momenti.

                Quando si accorse che cominciava mancargli la parola, mi chiamò vicino a lui, e mi disse: - Galantuomo, io ti ringrazio della tua assistenza; io non ritornerò più in Piemonte: sono agli ultimi respiri di mia vita. Quivi c'è un sacchetto di scudi, che forma il capitale portato dai nostri paesi; tu li porterai alla mia famiglia. Qua c'è il danaro guadagnato colle nostre fatiche: metà di esso è tua; l'altra metà la darai a que' soldati che tu conoscerai trovarsi in maggior bisogno. Vendi quel tanto che abbiamo qui, il prodotto è pure per te. Tutti i crediti registrati nel libro sieno condonati. Io muoio rassegnato, perchè ho ricevuto i conforti della religione. Continua ad assistermi finchè io sia spirato. Quando poi mi avrai fatta la sepoltura, partiti e ritorna in Piemonte per dare notizia di mia morte a' miei parenti ed amici. Siccome qui non posso fare testamento, perciò la mia roba se la prenda chi ne ha diritto secondo le leggi. Galantuomo! Non abbandonarmi in questi ultimi momenti: il Cielo te ne compenserà: raccomanda l'anima mia al Signore”

                Non potè più continuare. Un violento calore interno congiunto ad una grave oppressione di stomaco in mezzo alle più [293] dolorose agitazioni il tolse di vita. Immaginatevi trista condizione! Io era solo di servizio, due compagni erano già morti per la medesima malattia: dovetti acconciare il cadavere del mio padrone; e poi senza preti, senza accompagnamento alcuno me lo presi tra le braccia e avviluppatolo in una grossa coperta lo sotterrai io medesimo in una fossa scavata a poca distanza dalla nostra tenda. Ciò fatto, per dare un qualche conforto all'afflitto mio cuore mi inginocchiai sopra quella povera tomba e recitai cinque Pater, cinque Ave, cinque Requiem aeternam pel riposo dell'anima del mio padrone.

 

I FUTURI DESTINI DELLA PATRIA.

 

                Aveva eseguito gli ordini lasciatimi dal mio povero padrone; la partenza era fissata al 2 luglio, ed eravi favorevole congiuntura per un bastimento che veniva in Piemonte. Quando alla vigilia dell'imbarco a notte avanzata si presentò da me un uomo sconosciuto, che parlava in maniera da farsi intendere. I suoi modi erano cortesi, il suo parlare inspirava confidenza. - Galantuomo, prese a dirmi, domani tu devi partire per la patria; prima che tu parta di qui, voglio farti vedere cosa, che tu certo non vedi in nessun paese del mondo. Vieni meco. - Io: Dove volete condurmi, e qual cosa volete farmi vedere? - Sconosciuto: lo ti voglio condurre da un Mosul (Direttore), che ci svelerà i futuri destini della guerra e della nostra patria. - La curiosità della promessa, il suo parlare piemontese, l'invito grazioso e la sua fisionomia non mi davano indizio di dover temere cosa alcuna. Io lo seguii. Mi prese egli per mano, mi fece percorrere varie strade; di poi mi condusse in una casa. Oh! là non si finiva più  entro in una camera, traverso un corridoio, poi altre sale, altre gallerie, altri corridoi, monta e cala, finchè, dopo di avere camminato due ore all'oscuro, mi trovai in una grotta bellamente addobbata e risplendente.

                Al primo giungere non mi accorsi, che colà abitasse uomo mortale; già pensava che quello fosse un alloggio destinato per me in quella notte. Ma la guida mi trattenne dall'inoltrarmi dicendo: - Non vedi colui che è assiso a quel tavolino? - Volsi colà il mio sguardo, e vidi un vecchio venerando assiso ad un [294] tavolino. Egli aveva i capelli bianchi come la neve; la faccia alquanto rugosa, ma vegeta, vivace e maestosa; leggeva attentamente in un libro sul cui dorso ho potuto vedere scritto: Esperienza, gran maestro.

                Come si accorse del nostro arrivo, alzò lentamente lo sguardo, e rimanendo tuttora seduto, incominciò a parlare così: - Quale desiderio vi spinse a venire in questo luogo separato dalle abitazioni dei mortali?

                La mia guida rispose: - Noi veniamo qui per offerirti i nostri ossequii e pregarti di svelarci i destini della guerra e di nostra patria.

                Il vecchio: “I destini della guerra e della vostra patria sono solamente noti a Dio, e a chi egli si degna rivelarli.

                “State bene attenti, io vi dirò quel tanto che si può già manifestare agli uomini. La guerra è ancor lunga e sarà accanita. Grandi combattimenti, grande spargimento di sangue. Le stragi ed i danni saranno uguali la vittoria degli alleati. Finchè il genere umano non sarà nel tempo stesso travagliato dalla fame, guerra e peste, il mondo non avrà pace.

                “Tu, Galantuomo, ritornerai in patria. Essa in quest'anno sarà orribilmente flagellata dalla mortalità, e poichè gli uomini attribuiranno al caso questo flagello, così terranno dietro mali estremi. Grandini, siccità, terremoti, carestia, fallimenti di commercio seguiranno. A questi colpi della mano divina gli uomini corrisponderanno con furti sacrileghi, con suicidii, omicidii, bestemmie e con empietà.

                “Perciò sarà sempre peggiore il destino della tua patria. Partecipa a' tuoi amici, che colà si vuol distruggere trono e religione; crollerà il primo, ma nulla varranno contro alla seconda. Se il ravvedimento degli uomini non fa cangiare i decreti di Dio, si vedranno cose inaudite in tutti i tempi andati. La religione sarà difesa col capo e col sangue de' suoi ministri e de' suoi fedeli; molti prevaricheranno, molti saranno costanti fino alla morte. Dopo ciò cesserà il comando degli uomini, Iddio solo comanderà. Allora i malvagi amerebbero meglio di non esistere, ma non è più tempo. Bisogna che Iddio sia glorificato, i malvagi puniti, i buoni sollevati. Dopo vi sarà pace universale”.

                Io voleva parlare, ma il vecchio soggiunse tosto: - Taci, io [295] non debbo mai essere interrotto quando parlo; tu volevi domandarmi quando avverranno tutti questi mali. Sappi, che sono già cominciati: vari si effettuano in quest'anno medesimo, gli altri di poi. E se gli uomini continueranno a disprezzare la divina legge, i flagelli saranno assai più tremendi di quel che sono stati predetti. L'unico mezzo per mitigarli ed ottener miglior destino si è l'abbandono dell'empietà.

                In sentendo tali cose io andava tra me riflettendo se sognassi, oppure fosse reale quanto vedeva cogli occhi e sentiva colle orecchie; non sapeva se dovessi credere o non credere. Voleva fargli anche qualche dimanda, ma fui così sbalordito delle disgrazie che annunziava ai nostri paesi, che non ho più osato parlare. Lo ringraziai, gli feci profondo inchino, e partii. La guida fecemi fare il medesimo cammino di prima. Chiesi più volte che mi dicesse il nome, il luogo della persona, con cui avevamo parlato ei nulla mi volle rispondere in proposito.

                Io non so, amici, se voi crediate a queste cose, che vi ho raccontate del vecchio. Voi fate come volete; io ci crederò di mano in mano che le vedrò avverate. Vi noto solamente, che in generale i vecchi ne sanno più dei giovani, e quelli che parlano sopra l'esperienza, raramente s'ingannano.

                Allora accelerai la mia partenza dalla Crimea, e senza alcun incidente particolare giunsi in patria, dove pur troppo veggo, che si vanno avverando le cose, che quel vecchio mi aveva predetto; e fosse vero che il rimanente andasse fallito. Ma io che sono Galantuomo, e che temo sempre male per me e per gli altri, pavento per l'avvenire. L'anno venturo, se avrò vita, avrò molte cose gravi, curiose e di massima importanza a raccontarvi.

 

                D. Bosco aveva incominciato a scrivere queste pagine nel mese di luglio, ed ecco a proposito ciò che accadeva in Crimea. Nel maggio i Piemontesi sotto il comando del generale Alfonso La Marmora erano sbarcati a Balacklava ove tosto vennero colpiti dal coléra. Molte erano state le vittime, tanto fra i soldati che fra gli uffiziali, e tra [296] questi il prode colonnello dei bersaglieri Alessandro La Marmora.

                Il 6 agosto 50.000 Russi assalivano all'improvviso gli assedianti; ma i Piemontesi presso il torrente Cernaia trattenevano così bene l'impeto dei nemici, superiori di forze, che davano tempo agli eserciti degli alleati di sopraggiungere sul luogo del combattimento ed ottenere un'insigne vittoria.

                L'8 settembre i Francesi, fiancheggiati dagli Inglesi, prendevano d'assalto la torre di Malakoff, baluardo formidabile di Sebastopoli. L'assedio aveva durato quasi un anno, e ogni giorno spaventoso era stato il fulminare delle artiglierie da una parte e dall'altra. Si calcolò che in questa guerra perissero più di 500.000 uomini.

                Finalmente nel dicembre la Russia accettava le proposte di pace che furono discusse a Parigi nel Congresso delle Potenze interessate, e firmate il 30 marzo 1856.

 

 


CAPO XXVII. Un giovane che ama D. Bosco prima ancora di vederlo - Affettuoso incontro - Scherni e sassate - D. Bosco accoglie all'Oratorio alcuni suoi offensori - A S. Ignazio; un giornalista liberale: apostasia e morte - Letture Cattoliche - Lettere di D. Bosco al Conte d'Agliano.

 

                IL NOME solo di D. Bosco era un incanto per quegli stessi giovani che ancora non lo conoscevano di persona.

                Villa Giovanni, nativo di Ponderano su quel di Biella, così ci attestava: “Io m'incontrai con D. Bosco nel luglio del 1855 in Torino; però aveva sentito parlare di lui già dal 1852. Il mio parroco il Teol. D. Ferrero, che morì essendo arciprete del Duomo ove fu traslocato nel 1858, prese in una festa a parlare di D. Bosco dal pulpito, quando si fabbricava in Valdocco la chiesa di S. Francesco di Sales. Egli disse che molti dei giovani Biellesi, i quali vanno a Torino colla secchia per servire i muratori, nelle feste si trovavano senza assistenza ed in pericolo. Saper egli però che un giovane prete, ardente di carità, si era dato a raccogliere tutti quei fanciulli intorno a sè, e, mentre porgeva loro campo a divertirsi onestamente, li [298] istruiva nelle verità di nostra santa religione. Aveva soggiunto, che quel prete stava per fabbricare una chiesa, e ci raccomandava di fare una abbondante elemosina per aiutarlo, persuaso che avremmo assecondata la sua domanda; e che quella carità si sarebbe riversata su tanti figli del nostro paese, che andavano a lavorare a Torino. Ei parlò di D. Bosco con tante lodi, e con tanto entusiasmo magnificò l'affetto che portava ai giovani e il bene che loro faceva, da commuovere l'uditorio. Io, che allora contava 14 anni, ebbi, nell'udire il parroco, una grande idea di D. Bosco, e divenni ansioso di conoscerlo. Tre anni dopo, per circostanze di famiglia, fui mandato da' miei parenti in Torino e mi son fatto premura di andare subito in Valdocco. Al vederlo per la prima volta, alla sua affabilità paterna colla quale mi accolse, riportai una così profonda e consolante impressione in me stesso, che non mi si scancellerà mai dalla memoria. Io mi sentii preso da un immenso amore per lui, che non si estinse più.

                “Feci allora confronto del modo di trattare coi giovani tenuto da D. Bosco, col modo tenuto da preti della mia patria e paesi circonvicini, dai quali non aveva mai avuto accoglienza sì affabile e caritatevole. Nè fui solo a provare questo effetto in me, ma lo avevano sperimentato eziandio tanti altri buoni giovani che attorniavano Don Bosco, coi quali mi unii volentieri. Nel primo incontro D. Bosco mi disse: - D'or innanzi saremo buoni amici, finchè ci troveremo in paradiso! - Queste parole erano a lui così famigliari!

                “Io da quel punto non ho mancato mai di frequentare l'oratorio festivo fino al 1866, ad eccezione del tempo in cui feci il servizio militare. Al paese andava già ai Sacramenti, ma presi allora a comunicarmi quasi tutte [299] le settimane e anche più frequentemente, frutto dei consigli di D. Bosco. Dal 1866 in poi a quando a quando mi recava in Valdocco avendo sempre occasione di parlare col servo di Dio.

                “Ma per ritornare alle mie prime impressioni dirò che conobbi la signora Margherita, tipo di buona massaia, di spirito veramente cristiano. Coi giovani dell'Oratorio faceva veramente l'ufficio di una buona e pia madre; ed in essa noi giovani avevamo tutta la confidenza figliale e tutti erano oltremodo edificati delle sue virtù e della sua esemplare condotta.

                “In secondo luogo aggiungerò che allorquando andai la prima volta in Valdocco vidi circa 200 giovani interni, alcuni dei quali già chierici e un 600 esterni che frequentavano l'oratorio festivo; e quando D. Bosco veniva nel cortile, tutti si assiepavano intorno a lui, fortunato chi poteva avvicinarlo e baciargli le mani. Ed egli a ciascuno, si può affermare, diceva una parolina nell'orecchio, la quale faceva una santa impressione, che non si dimenticherà mai,

                “Vidi che D. Bosco, per attirare i giovani, dava ad essi libertà e comodità di divertirsi, di giuocare, di correre. Più si faceva chiasso nel cortile, e più egli pareva ne fosse contento; e quando scorgeva che eravamo alquanto malinconici, o anche solamente non troppo vivaci, egli stesso si dava attorno per rianimarci con mille industrie, con giuochi nuovi, e così tutti ci riempiva di contentezza. Allo stesso modo adoperavasi per radunarci intorno a sè nelle feste e averci tutti sotto i suoi occhi. Venuto il tempo delle funzioni, egli suonava il campanello, o lo faceva suonare da altri. In un istante cessava ogni giuoco e ci portavamo alla chiesa”. [300] Ma se dentro la cinta dell'Oratorio regnava la carità, lo spirito maligno agitava fuori gli animi dei malvagi o meglio degli inconscienti. Una turba di giovanastri, certamente indettati da qualche settario, avevano apposto a D. Bosco un soprannome ingiurioso, inventato da empii giornalisti, e lo andavano ripetendo, a coro, o singolarmente, con atti di scherno al passaggio dell'uomo di Dio. D. Bosco sentiva come il ridicolo fosse un'arma micidiale per l'effetto che produce su gli ignoranti, e come poteva rendere difficile ed anche vana in certe circostanze la sua parola e il suo ministero.

                Talora li avvertiva con bontà che smettessero; ma quando prevedeva inutili gli ammonimenti, soffriva, taceva proseguendo con tranquillità la sua via. Così narra D. Francesia che lo accompagnava.

                Ma non si appagarono di sole parole. Una schiera di questi fannulloni da parecchi mesi gironzava quasi continuamente intorno all'Oratorio, insultando chi entrava e chi usciva e talvolta molestando i passeggieri e lanciando loro dei sassolini. Nei giorni di festa poi scaraventavano pietre nel cortile di ricreazione, con grave pericolo dei ragazzi che si divertivano.

 

                Ci scrisse Fumero Giovenale: “Mi permetto di raccontare un fatto miracoloso, visto co' miei propri occhi, che merita di essere registrato nella vita del caro e compianto padre Don Bosco. Era un giorno di Domenica d'estate nell'anno 1855, e noi altri giovani interni artigiani e studenti uscivamo dalle funzioni dell'Oratorio verso le cinque della sera. Con noi usciva nel cortile un bello stuolo di altri giovanetti, che venivano soltanto a partecipare alle funzioni festive. Allora il cortile non era ancora cinto intieramente da muraglia. Ed ecco che una banda, [301] detta la Coca di Valdocco che già era solita a perseguitare i giovani dell'Oratorio quando incontravali per le vie attigue, in quel giorno infierì in modo straordinario contro di noi, e incominciò a lanciarci una vera pioggia di sassi.

                “Ciò visto il nostro caro Padre D. Bosco, raccomandò a noi tutti di ripararci dietro le mura; e lui solo con un coraggio ed una calma indescrivibile, si avanzava verso quei mascalzoni, i quali continuavano rabbiosamente a gettar sassi contro la sua persona; e fu un vero miracolo che nessuno di essi lo abbia colpito. Intanto lui pregandoli coi gestì e colla voce, ottenne che cessassero da quella furia”.

                Ma ciò non fu tutto. D. Rua continua: “D. Bosco incontrata poco dopo in giorno feriale una dozzina di quei soggetti che stavano divertendosi al solito modo, con scherzi incivili ed offensivi alle persone, si fermò presso di loro ed interrogandoli amorevolmente perchè non andassero a lavorare, ne ebbe in risposta che nessun padrone li voleva. Allora egli li invitò a venire con lui in sua casa, che esso li avrebbe provvisti di tutto, e avrebbe fatto loro insegnare un mestiere. Accettarono l'invito, e D. Bosco colla sua carità ed eroica pazienza mentre liberò l'Oratorio dai disturbi non lievi di quella masnada, ebbe la consolazione di farne altrettanti buoni operai. Giacchè gli uni si fermarono sei mesi, altri un anno, chi due anni, chi quattro o cinque; ma tutti uscirono dopo essere stati istruiti nella nostra santa religione ed aver imparato un mestiere con cui campare la loro vita. Uno di essi dopo molti anni ritornato dall'America, la prima sua visita la fece all'Oratorio, rammentando con riconoscenza la carità che D. Bosco aveva usato a lui ed a' suoi compagni. Io gli [302] parlai in questa occasione”. D. Rua concludeva: “Troppo a lungo dovrei trattenermi se dovessi esporre i molti casi in cui D. Bosco perdonò e beneficò dei giovani che gli avevano perduto il rispetto ed anche l'avevano oltraggiato”.

                Fra tutte queste vicende l'anno era giunto alla metà di luglio e D. Bosco col Ch. Francesia, il Ch. Turchi e altri loro compagni erano saliti a Sant' Ignazio sovra Lanzo per approfittare dei santi Spirituali Esercizi. A questi prendevano parte molti signori torinesi, e Don Cafasso affidavane a D. Bosco la direzione. In gran numero erano le riforme morali che Iddio compieva per mezzo di Don Bosco, e ciò si può anche argomentare dai doni straordinarii che aveva ricevuti dal cielo e dalla confidenza generale degli esercitandi, i quali lo ricercavano per confessarsi. Basti per ora un fatto.

                Un empio giornalista era andato a fare gli esercizi, forse più per avere alcuni giorni di riposo in quell'aria buona che non per pensare all'anima sua. Egli aveva scritti e pubblicati molti articoli contro D. Bosco, che però non conosceva di persona. Nei primi giorni, o per essere stato solitario, oppure per aver frequentato persone che non conoscevano D. Bosco, non aveva saputo che l'uomo di Dio si trovava in quel santuario. Mosso dalle prediche, decise di confessarsi, e visto che il confessionale di Don Bosco era frequentatissimo si avviò esso pure a quello. Naturalmente dovette manifestare quale fosse la sua professione e in qual modo in questa avesse mancato. Don Bosco lo ascoltò con ogni bontà, gli diede i consigli necessari e gli impose ciò che la coscienza esigeva. Egli aveva inteso benissimo chi fosse quel signore, il quale benchè incantato dalle sue maniere tutte carità, non aveva [303] ancor pensato a chiedere il nome del suo confessore. Baciatagli quindi la mano stava per ritirarsi, quando ad un tratto gli balenò alla mente un sospetto. Tornò indietro e chiese al confessore: -Lei è forse D. Bosco?

                - Sono D. Bosco, rispose il confessore, sorridendo. Il giornalista commosso e meravigliato si ritirò colle lagrime agli occhi.

                A questo fatto ne successe un altro ancor più singolare.

                D. Bosco, la sera dell'ultimo giorno degli esercizi, guidando come era solito le orazioni, recitava il S. Rosario. Stava in ginocchio in un lato del presbiterio, avendo al fianco destro l'altare e al sinistro quasi un centinaio di pii signori torinesi.

                Giunto al fine del salmo De profundis, ad un tratto tace: quindi tentando di proseguire coi responsori e coll'Oremus, incespica, balbetta e non può più continuare avanti. Sembrava che avesse perduta la memoria, ovvero fosse assorto in qualche prepotente pensiero. “Io pensai allora, lasciò scritto D. Turchi, che per qualche distrazione avesse dimenticato momentaneamente ciò che doveva recitare; e per essere il mio posto dietro agli altri, non potei vedere ciò che facesse. Dopo un minuto seguitò la preghiera, ed io mi confermai nella mia persuasione. Usciti di chiesa, ritirandoci nelle stanze, domandai ad alcuni se si era osservata quella interruzione; ma dalla risposta conobbi che si giudicava come cosa indifferente”.

                Non pochi tuttavia espressero il loro stupore, che D. Bosco non avesse saputo recitare una preghiera così comune. I suoi più intimi amici però s'immaginarono che forse in quel momento gli si fosso parato innanzi qualche spettacolo straordinario. Infatti era così. [304]

                Aveva visto comparire sull'altare due fiammelle. Dentro alla luce di una era scritto a caratteri chiari: morte, e dentro all'altra: apostasia. Le due fiammelle partivano dall'altare come se si fossero staccate da quelle delle candele, e movevano verso la navata della chiesa. Don Bosco allora erasi alzato per vedere ove andasse a parare la cosa, e vide che quelle fiamme, fatti alcuni giri sovra la folla, andarono a posarsi la prima sul capo di uno e la seconda sul capo di un altro che stavano inginocchiati in mezzo ai compagni. Il riverbero di quelle luci faceva risaltare la loro fisionomia e D. Bosco potè ravvisarli senza pericolo di ingannarsi. Poco dopo le due fiammelle si spensero. Questa era stata la cagione della sua distrazione.

                Il domani, mentre tutti salivano sulle vetture, il signor Bertagna, di Castelnuovo, procurò di prender posto a fianco di D. Bosco per investigare il sospettato segreto. Eziandio i chierici erano di ciò molto curiosi. Don Bosco interrogato, aspettò che le vetture fossero messe in moto e svelò quel mistero, incominciando: - Ieri sera me ne accadde davvero una bella! - E raccontato il fatto, concludeva: “Uscito di chiesa, io stavo ad osservare se gli altri parlassero di tale cosa; ma siccome nessuno diceva nulla, conobbi che io solo l'aveva veduta e me ne stetti pur io in silenzio. Ora la manifesto a voi e starò a vedere, che cosa sarà di quei tali sui quali si spense il lume”.

                E nello stesso anno la visione ebbe il suo compimento. Un ricco negoziante, che aveva fama di buon cristiano e sulla cui fronte fermossi la fiammella coll'indicazione: apostasia, si fece protestante. L'altro segnato dalla seconda fiamma morì nello stesso anno: era un nobile barone. [305] D. Bosco ne confidò i nomi a D. Francesia che li dimenticò più mai. D. Turchi avendo chiesto, alcuni anni dopo, che cosa fosse avvenuto di colui sul quale si era spenta la prima fiammella ebbe per risposta: Si è fatto protestante.

                E’ certo che altre simili fiammelle, apparse sul capo di varie persone, rivelarono a D. Bosco il loro avvenire.

                D. Bosco, ritornato a Torino, si occupava nell'ultimare la spedizione dei due fascicoli di agosto, stampati dalla tipografia Ribotta. In questi ricompariva l'approvazione della Curia Arcivescovile di 'Forino. Il libro aveva per titolo: Istruzione catechistica sul matrimonio pel Teologo Collegialo Lorenzo Gastaldi. - È  una breve e chiara istruzione, scrivendo egli per il popolo. Il dotto Teologo dava ragione del suo scritto. “Da ogni parte avvi un profluvio di libri e giornali diretti a diffondere falsi principii sulla natura dell'unione coniugale: vi ha professori di università, deputati al Parlamento, senatori e magistrati che per la loro ritrosia nel ricevere gli infallibili insegnamenti della Chiesa si lasciano ingannare da una falsa filosofia e mantengono dottrine erronee sul matrimonio; e quel che è peggio dánno opera a convertirle in leggi civili”.

                Concludeva dimostrando, come corollario del matrimonio cristiano, il diritto che ha la Chiesa di intromettersi nell'educazione dei figli cattolici, i doveri dei padri di allevare i figli secondo le massime ed i precetti del Vangelo, di affidarli a maestri o a collegi veramente cristiani e di lasciar loro piena libertà nella scelta dello stato.

                Aggiungeva: “Quando il Governo civile proponesse qualche legge sul matrimonio, che venisse dichiarata dal Sommo Pontefice o dai Vescovi contraria alle dottrine della Chiesa, tutti i cattolici dovrebbero presentare petizioni [306] piene di energia al Parlamento, perchè tal legge venga respinta”.

                D. Bosco intanto scriveva da Torino al signor Conte Pio Galleani d'Agliano.

 

                               Ill.mo e benemerito Signore,

 

                Ritornato dai Santi Spirituali Esercizi di S. Ignazio, mi faccio dovere di scrivere a V. S. Ill.ma e Benemerita ad oggetto di ringraziarla e mettermi in coscienza.

                Pertanto con sentimenti di vera gratitudine ho ricevuto franchi centotrenta per biglietti di lotteria alla sua carità raccomandati; più ho ricevuto dal prestinaio Fornello Kilogr. 105 di grissino che servirono a dar da mangiare ai giovani orfani e poveri ricoverati in quest'Oratorio; come eziandio ne La ringrazio della carità che si compiacque stabilire di quindici Kilogr. al mese a beneficio di questa casa.

                Queste insigni opere di carità saranno perle preziose che unitamente ad altre ingemmeranno la corona di gloria che V. S. colla prudenza del serpente e colla semplicità della colomba si va ogni giorno preparando e assicurando in cielo.

                Ora mi trovo in un novello bisogno ma d'altro genere. Ho, tra mano un lavoro per le Letture Cattoliche, pel che mi farebbe mestiere allontanarmi qualche giorno da Torino onde potermene di proposito occupare. Mi corse più volte il pensiero di andare a Carraglio e precisamente a casa di V. S. ma prima di entrare domandiamo permesso al padrone. Se Ella adunque mi favorirà un cantuccio ove ripor la mia povera persona con qualche libro ed alcuni quaderni, con qualche cosa ad refocilandam famem, io partirei di qua la mattina del giorno sei agosto e farei ritorno al sabbato della stessa settimana.

                Ella mi dirà: Si pagherà la pensione? Mancomale Divideremo per metà lo stipendio del mio lavoro. Vale a dire: se da quel fascicolo ne ridonderà qualche vantaggio alle anime, io ne cedo la metà dell'utile a Lei per l'ospitalità usatami.

                Intanto io La prego di tutto cuore a voler accogliere questa lettera scritta forse con troppa confidenza; del resto non mancherò [307] di pregare e di far eziandio pregare Iddio buono per Lei, per la sua famiglia; mentre con pienezza di stima e di gratitudine reputo ad onor massimo il potermi dire

                Di V. S. Ill.ma e benemerita

                Torino, 31 luglio 1855.

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Alla risposta di questo buon signore, così replica D. Bosco.

 

                               Benemerito Sig. Conte,

 

                Un uomo pari a D. Bosco montare sulla vettura di V. S. Ill.ma! Si teme di sbalordire tutti i democratici di Carraglio; tuttavia siccome honor est honorantis accetto la graziosa offerta della vettura, specialmente che mi sono affatto sconosciute le strade ed i paesi di queste parti. Io parto pel primo convoglio del mattino; non ho alcun motivo di fermarmi a Cuneo fino al mio ritorno.

                Pieno di gratitudine pei moltiplicati favori che si degna usare verso di me La ringrazio di tutto cuore e mi dico rispettosamente nel Signore

                D. V. S. Benemerita

                Torino, 3 agosto 1855.

Obb.mo servitore

Sac. Bosco GiOVANNI.

 

                D. Bosco adunque recavasi nella villeggiatura del Conte, accolto con mille feste, e lavorava ad ordinare i due fascicoli del mese di settembre nei quali trattavasi di un fatto molto importante - Cenno Biografico intorno a Carlo Luigi Dehaller, membro del Sovrano Consiglio di Berna in Svizzera e sua lettera alla propria famiglia per [308] dichiararle il motivo del suo ritorno alla Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.

                Due verità fra le altre si facevano risaltare in questo libro: prima, che gli uomini più eletti d'ingegno, di retto giudizio, di cuore e di buoni costumi, nati nell'eresia ritornano al cattolicismo, mentre quei cattolici che si fanno protestanti sono fior di canaglia viziosa. I primi ritornano per patire, gli altri disertano per smania di piaceri. In secondo luogo, si nota l'iniqua intolleranza colla quale i protestanti perseguitavano coloro che ritornavano al cattolicismo, indifferenti d'altra parte se questi stessi cambiassero setta e magari si facessero Buddisti o Turchi.

                D. Bosco ritornato in Valdocco consegnava a Paravia il manoscritto e le bozze di stampa, e scriveva al Conte d'Agliano.

 

                               Ill.mo e Benemerito Conte,

 

                Partecipo con  piacere a V. S. Ill.ma e Benemerita che il mio viaggio da Palasazzo a Torino fu buono e non fu segnato da altro inconveniente se non dall'incontro di due democraticoni, che mi somministrarono temi a discorrere da Cuneo a Torino, però sempre nei limiti della ragionevolezza e del rispetto.

                Il soggiorno di costà mi fu assai proficuo alla sanità corporale mediante una settimana di riposo e di tranquillità, e mi fu anche utile per lo spirituale, specialmente in vedere la regolarità, l'esemplarità e la condotta eminentemente religiosa di tutta la famiglia. Doppio motivo per me di ringraziarla più distintamente.

                Le mando un centinaio di fascicoli sopra la Confessione, che credo facciano del bene qualora siano distribuiti in questi paesi non affatto digiuni di democrazia.

                Una copia delle Letture Cattoliche dal principio fino ad ora per Lei. Altra copia per la pia Signora Contessa.

Altra poi pel Sig. D. Allione. Due copie poi solo per l'anno [309] corrente, pel Padre Guardiano Capp. di Caraglio, siccome era stato inteso col medesimo.

                A rivederci a S. Filomena. Il giovanotto che giudico di condurre perchè aiuti a cantare, vorrebbe cantare il Tantum Ergo del Maestro Corini ad una voce sola. Ciò dico per norma di chi dovesse accompagnarlo, e se mai potesse far imparare i cori dagli altri cantori; di che potrebbesi anche fare a meno qualora essi non si potessero avere.

                Buona festa, caro Sig. Conte, buona festa a Lei e a tutta la sua famiglia, ed anche al Sia. D. Allione. La Vergine beata li benedica tutti, e a tutti ottenga dal suo Divin Figlio tranquillità, pace, coraggio onde perseverare nel bene, per poterla poi un giorno lodare, benedire in Cielo tutti insieme. Così sia.

                Preghino anche per me che con pienezza di stima e con gratitudine mi dico

                Di V. S. Ill.ma e Benemerita

                Torino, 14 agosto 1855.

Obb.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Più tardi egli ritornava a scrivere al detto signore.

 

                               Benemerito e Car.mo Sig. Conte,

 

                Il giovane Menardi fu accettato nella scorsa primavera pel primo Ottobre, ed è nell'Oratorio da sette giorni. Questi è quel medesimo che V. S. raccomandava la scorsa primavera, e che noi ci adopreremo per farlo divenire virtuoso.

                Mi fece profonda sensazione la morte del Sig. D. Cavallo! La morte non rispetta nemmeno i preti giovani; lezione per noi che andiamo invecchiando.

                Vado meditando di fare ancora una gita al Palasazzo, ma non son certo di poterla effettuare, attesa la moltiplicità di faccende che mi caddero addosso.

                Assicuro poi di compiere la seconda promessa di pregare per Lei e per la bella crescente famiglia; alle mie deboli preghiere [310] unisco quelle de' miei beneficati, poveri figli che tra molti biricchini ce ne sono anche dei molto virtuosi.

                La Vergine SS. del Rosario doni a Lei la vera pace del cuore e colmi tutta la famiglia di tutte le benedizioni necessarie per la vita presente e per la futura.

Con pienezza di stima mi dico

                Di V. S. Benemerita e Car.ma

                Torino, 7 ottobre 1855.

 

Obb.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Abbiamo riprodotte queste lettere, perchè dimostrano quale fiducia amorevole e cristiana famigliarità unisse D. Bosco co' suoi benefattori. Della frequenza poi, dei modi e del fine col quale trattava con molti nobili signori delle prime famiglie, diremo nel capo seguente.

 

 


CAPO XXVIII. Attinenze di D. Bosco coi signori - Come si presentasse alle loro case - Motivi per i quali accetta inviti a pranzi e suo contegno -Sua pazienza, giovialità e mortificazione - Affetto, generosità dei benefattori verso D. Bosco e loro desiderio di averlo spesso con sè - Sua modesta riservatezza - Franche ammonizioni - Riconoscenza per i benefizi ricevuti.

 

                NON fare visite e non occuparsi degli affari altrui se non lo reclamasse l'interesse dell'Oratorio, e un motivo o di carità o di gloria a Dio, tale era la regola di D. Bosco per recarsi o meno nelle case dei signori. Ma siccome di spesso queste ragioni s'imponevano, così egli doveva assoggettarsi, e talora con suo incomodo, ad ascendere le scale di persone benevoli. D. Bosco, che amava tanto intrattenersi con fanciulli idioti ed abbandonati, anzichè con illustri signori che frequentemente venivano a lui, presentavasi nei palagi senza ombra di affettazione e colla più squisita cortesia e semplicità. Trattava tutti coi riguardi dovuti, senza però farsi schiavo dell'etichetta, poichè le minuziose cerimonie non si confacevano [312] colla sua schietta affabilità. Interrogato da taluno de' suoi come dovesse comportarsi, allorchè si trovava con certe persone ragguardevoli, rispondeva: - Alla buona e senza ricercatezza! - Un anno mandò un suo chierico a passare le vacanze autunnali nella villeggiatura di nobilissima famiglia torinese, e gli disse alla presenza della padrona di casa: - Va come andresti in casa tua; avendo bisogno di qualche cosa ricorri alla signora baronessa come se fosse tua madre.

                La sua presentazione, specie la prima volta, in un convegno illustre, era un atto di umiltà. Interrogato della sua patria e della sua condizione, non si vergognava di far sapere che era nato povero e che era stato aiutato a studiare da persone caritatevoli. Raccontava con piacere come ei fosse semplice prete, senza alcun titolo di onore o dignità; non aver laurea di teologo, non diploma di professore, e neppure patente di maestro per la prima classe elementare: - lo mi chiamo il povero D. Bosco, diceva; e non ho altro titolo che quello di Capo dei biricchini. - Nel tempo stesso però si faceva premura di onorare le persone coi titoli che loro competevano, amando con S. Francesco di Sales di abbondare in questa dimostrazione di rispetto e di stima anzichè di scarseggiare.

                Egli recavasi parimenti presso i signori per trattare di affari urgenti, pel bene di quelle famiglie. I suoi discorsi miravano sempre a cose gravi ed edificanti; ma non' è a dire quanto le sue visite riuscissero di gradimento, poichè si verificava in lui quanto si legge ne' libri Sapienziali: Se tu sei affabile nelle conversazioni avrai molti amici. Ed è perciò che egli assicuravasi numerosi benefattori all'Oratorio. Il suo pensiero anche là era continuamente rivolto a' suoi giovani, e talora lo dimostrava [313] prorompendo in esclamazioni che potevano sembrar fuori di luogo. Entrando p. es. in un'ampia sala: - Che bella camera! Potrebbero starvi venti letti! - Ma ciò diceva sempre con tutta delicatezza e prudenza. Era quindi naturale che per appagare ogni giusto desiderio di chi affettuosamente lo interrogava, ragionasse quasi sempre di loro e di ciò che aveva compito e faceva in loro vantaggio. In conseguenza non poteva tacere di se stesso e talora anche di fatti per lui gloriosi. Tuttavia narrava sempre quelle cose con una bonarietà ammirabile, senza darsi importanza. Questo giudizio lo udì D. Berto dalla signora Baronessa Gabriella Ricci, la quale diceva: - È  cosa che veramente fa stupire il sentir D. Bosco quando parla di cose anche straordinarie che lo riguardano: ei lo fa come se parlasse di altri.

                Una bella scena rallegrava quelle famiglie signorili se in esse vi erano dei figlioletti. D. Bosco li accoglieva con gran cuore allorchè erano condotti dalle buone madri alla sua presenza; loro sapeva dire certe parole di ammonimento e di lode che li incoraggiava a farsi sempre migliori per far piacere a Dio e dare consolazione ai parenti; sovente s'intratteneva pure a giuocare con essi come se fosse un loro compagno. Dovunque incontrava ragazzi, egli riprendeva le sue usanze dell'Oratorio, con grande compiacenza delle buone madri, le quali non lo lasciavano partire senza prima aver ottenuta la sua benedizione. Così, fra le altre madri, narrava a D. Rua la contessa di Bricherasio. All'annunzio che D. Bosco arrivava in una casa, tutti i fanciulli gli correvano incontro ed egli sapeva rallegrarli con parole e regalucci, che essi, divenuti adulti, ricordavano con vivo affetto e riconoscenza.

                In queste visite egli usava eziandio ogni riguardo per [314] non essere di aggravio o comunque di fastidio, alle persone di servizio. Una volta gli venne offerta dai padroni una, tazza di buon caffè; in più altre circostanze era stato sollecitato a gradirla, ma egli si era scusato. Ora accettò; ma, invece dello zucchero, gli venne presentato un vasello di sale inglese, ossia solfato di magnesia. D. Bosco si servì senza badare alla differenza, ed assorbi l'intiera tazza; si può immaginare con quale gusto; ma non mostrò ripugnanza, per non far rimanere confuso il cameriere, e non mortificare quella famiglia. Nelle anticamere soleva trattare i servitori con molta famigliarità, e s'intratteneva con loro. Li chiamava amici, lasciava lor intravedere l'aver ancor egli un giorno servito; e quelli si stimavano fortunati per la sua venuta e gli avevano un'affezione che non portavano ai loro stessi padroni. Nè questi suoi modi erano simulazione, ma effetto d'umiltà. Ne è una prova l'accoglienza che faceva all'Oratorio a' suoi parenti che venivano a trovarlo in abito di poveri agricoltori; parimenti le feste alla vecchia signora Moglia Dorotea della quale era stato servitore di campagna, quelle non molte volte che lo visitò in Valdocco: l'onorava con tutta cordialità come se fosse stata sua madre e la faceva sedere vicino a sè durante il pranzo.

                Tali visite gli portavano per conseguenza inviti a pranzo, poichè le famiglie stimavano un gran regalo che D. Bosco acconsentisse a sedere a mensa con loro. E D. Bosco non si rifiutava, sia per testificar loro la propria gratitudine pei soccorsi ricevuti, sia per non mostrarsi insensibile alle istanti preghiere di chi gli era tanto affezionato, sia per aver comodità di esporre con calma i bisogni gravi dell'Oratorio e delle altre sue opere. Ma nell'atto di uscir dalla sua stanza e mantener la parola egli sovente disse [315] a Don Rua o al suo segretario: - Se tu sapessi mai quanto mi ripugna dover andare a pranzo fuori dell'Oratorio!... Eppure per ottenere qualche elemosina bisogna fare così. Alcuni generosi signori mettono per condizione che io vada a pranzo da loro, promettendomi una somma di danaro, e dicono: “Venga lei in persona a prendere la nostra offerta... Se ha bisogno di qualche cosa venga a pranzo da noi”. Se non fosse per questo, non accetterei mai simili inviti, che pure sono ispirati dalla carità. Io amo meglio star qui alla nostra mensa frugale e modesta che non fuori di casa con tanta roba e tanti piatti... Mi rincresce molto, ma pure non si può fare altrimenti. -

                E infatti D. Bosco talora sul principio di que' pranzi, spiegando la sua salvietta, ivi trovava ora un biglietto da 100 lire, ora da 500 e anche da 1000: altra volta alla frutta gli era presentato un tondo contenente un bel gruzzolo.

                Tuttavia D. Bosco, non ostante il bisogno continuo che aveva di denaro, urgendo le sue occupazioni di vario genere e specialmente quelle del sacro ministero, schermivasi da molti inviti.

                Aveva promesso molte volte di andare al Castello di Caselette a pranzare col Conte Carlo Cays nel giorno del suo onomastico, 4 novembre; ma non aveva potuto mantener mai la parola.

                Un anno mandò a dire al Conte che sarebbe andato infallantemente.

                - Se D. Bosco viene, io mangio un cane intiero! esclamò sorridendo il conte.

                E D. Bosco saputa la cosa, andò, recando seco alcuni cagnolini di pasta dolce, confezionati da un valente pasticcere. Trattili fuori alle frutta, li pose sulla tavola: [316] -Signor Conte, gli disse; mantenga la sua parola. Qui c'è un cane, e deve mangiarlo tutto intero!

                Il Conte, che non aspettava quella improvvisa facezia, ne rise di cuore.

                Anche il Marchese Fassati si lagnava che D. Bosco andasse di rado a pranzo nel suo palazzo, desideroso di intrattenersi qualche ora con lui. Venne perciò un giorno ad invitarlo accompagnato dalla signora Marchesa. Don Bosco si scusò in bei modi, tanto più che il personale dirigente in quei tempi l'Oratorio era molto scarso. Disse quindi dover egli attendere con sollecitudine al disbrigo di molti affari e aver da correggere le bozze delle Letture Cattoliche. Il Marchese insisteva, ma Don Bosco replicò di essere costretto ad andare in cerca di danaro per pagare le opere di costruzione fatte innalzare presso la casa Filippi (1862). Il Marchese allora risolse di donargli 3000 lire e gli disse: - Venga dunque a pranzare con me, ed ogni volta che verrà, le farò tenere un biglietto da cento lire. Don Bosco allora, stretto dall'urgente necessità, aderì al desiderio di quel nobile signore per quindici giorni nello stesso mese, sempre ricevendo quanto gli era stato promesso. Senonchè il Marchese, quantunque felice per tale frequenza, non volle più oltre cagionare per allora quel disturbo a D. Bosco, e in sul finire del pranzo gli disse: - Vedo che lei si disagia nell'interrompere per me le sue occupazioni; ebbene: prenda il saldo delle 3000 che ebbi intenzione di darle. Se poi potrà venire a pranzo, ma senza suo grave disturbo, mi farà sempre un gran favore. E gli consegnò 1500 lire. Quindi accompagnollo fino al Rondò di Valdocco. D. Bosco cammin facendo gli narrò come avesse ancor diverse liste di più mila lire da pagare che scadevano nel gennaio del prossimo anno, per calce. [317] pietre, mattoni, travi e mano d'opera; e il marchese gli rispose: -Caro D. Bosco, le prometto che a quel tempo terrò pronte per lei diecimila lire, affinchè possa soddisfare i suoi debiti più urgenti. -Il Marchese, veduto intanto sul Rondò Reano Giuseppe che aspettava il suo superiore, ritornò in città; e D. Bosco, discendendo quel tratto di strada che mette all'Oratorio, narrava al giovane quanto eragli occorso in quella sera, conchiudendo: Sia benedetta quell'anima generosa e pia!

                Il Marchese Domenico Fassati, il quale benchè munifico, era stato da lui animato a largheggiare maggiormente coi poveri, era solito a dire: - È  cosa curiosa, ma vera. Più ne dò a D. Bosco e più ne ricevo.

                Altri benefattori di D. Bosco erano però inflessibili nel protestare che egli non avrebbe ricevuto da loro sussidii, per quante circolari o lettere private avesse spedite; e che se li voleva, andasse a prenderli egli stesso a pranzo presso di loro. Fra questi eravi la Duchessa Laval Montmorency. Questa veneranda matrona, amica della Marchesa di Barolo e come lei tutta occupata in opere di carità, era figlia del celebre Giuseppe De Maistre, e aveva accompagnato suo padre quando andò ambasciatore a Pietroburgo. Aveva appreso a perfezione la lingua russa, francese, inglese, tedesca, latina e greca. Ridotta dalla rivoluzione in povero stato e rimasta orfana, il ricchissimo Duca di Montmorency, per consiglio degli amici, aveala sposata, e morto non molto tempo dopo, lasciò a lei tutto il suo patrimonio. Ella meritava per le sue virtù una simile sorte, e soleva con sentimento di viva riconoscenza indicar sempre il Duca col nome di mio benefattore. Per D. Bosco nutriva grande stima ed affetto, e abitando ordinariamente a Borgo Cornalense ne desiderava le frequenti visite. [318] Finchè visse, lo provvedeva di scarpe, le quali molte volte passavano ne' piedi de' chierici; ma trattandosi di dargli sussidii in denaro, essa aveva formolata la sua volontà con questo perentorio dilemma: - O andare in questa occasione a pranzo da lei, o non ricevere più alcun soccorso. - E andando D. Bosco, ella non mancava mai di essere generosa verso i suoi ricoverati.

                Ma perchè tante insistenze per avere D. Bosco con sè?

                Spesso D. Bosco si faceva accompagnare a questi pranzi or da uno or da un altro de' suoi: Cagliero, Turchi, Anfossi, Francesia, i quali furono spettatori di quanto abbiamo detto e di quanto siamo ancora per dire, e tutti convennero in ciò che D. Rua asseriva.

                “Io potei capire, scrisse D. Rua, per qual ragione tanto si desiderasse D. Bosco alle mense, avendo io stesso avuto più volte occasione di fargli compagnia in tali circostanze. Egli a tavola, con un contegno sempre grave e riservato, introduceva discorsi di tanta amenità ed edificazione, che consolava grandemente i commensali: dimodochè, anche in mezzo alle lautezze, la sua conversazione era una vera predica, adattata però al luogo e al tempo. L'impressione che lasciava nell'anima di chi l'udiva era grandissima, incancellabile. Discorreva spesso di Dio, della sua bontà, sapienza, provvidenza e misericordia, con tanto gusto ed unzione, che rallegrava ed infiammava gli animi da far dire essere quella la conversazione di un santo. Parlava volentieri anche d'argomenti utili o curiosi che riguardavano la scienza, le arti, la storia, la letterattura, eccitando la meraviglia dei convitati; ma aggiungeva sempre una buona parola di religione, ovvero induceva gli ospiti a sentimenti pii e caritatevoli, ad aiutarlo nelle sue imprese”. [319]

                Varie volte per ottenere questo suo intimo intento sapeva adoperare opportuni e felici trovati. Un giorno sedendo ad una mensa imbandita di numerose e delicate vivande, esclamava: - Se fossero qui i miei giovani, come trionferebbero di tutto questo ben di Dio! - In altra occasione portata la seconda e la terza pietanza, cessò di mangiare e non volle più pigliar nulla. - Ma, D. Bosco, lei non istà bene, chiese il capo di famiglia. - Sto benissimo, agli rispondeva; ma come vogliono che io mangi tutta questa roba, mentre i miei figli non hanno di che sfamarsi? - Lì su due piedi allora uno dei convitati si alza e dice: - È  giusto; dobbiamo pensare anche ai giovani di D. Bosco! - E va tosto in giro e raccoglie circa 400 lire, le quali consegnò a D. Bosco. Trovandosi a pranzo dal banchiere Cotta e questi vedendolo alquanto pensieroso gli domandò se avesse fastidii. - Ho sul cuore, gli rispose D. Bosco, quel certo peso di parecchie migliaia di lire che lei mi ha dato in imprestito. - Eh là, rispose, il banchiere; stia di buon animo. Il caffè che prenderà dopo il pranzo le aggiusterà lo stomaco. - Infatti, venuto il caffè, il banchiere gli presentò gli obblighi che teneva da lui firmati, condonandogli ogni debito, per cui D. Bosco parti proprio col cuore allegro.

                In questi conviti ciò che dava tanta autorità ed influenza anche a' suoi scherzi era uno spirito di mortificazione e di umiltà, del quale maravigliavano i signori e le persone di servizio. Egli non badava a quanto gli era presentato; badava e pensava a tutt'altro. Il pranzo o la cena erano per lui semplicemente un'occasione per fare del bene. Sotto colore che certe vivande non gli si confacevano, per quanto poteva non servivasi mai di quelle che erano più squisite e più ricercate. [320]    Infatti nella famiglia del Conte De Maistre Francesco era stato ammanito un tal piatto che supponevasi sarebbe stato di suo gusto, e venne portato in sul fine del pranzo. Don Bosco, sia che già avesse preso cibo secondo il suo solito, sia che volesse mortificarsi, cortesemente ricusò la vivanda che gli era stata presentata. Il Conte, vóltosi al Marchese Fassati che gli sedeva vicino, disse: - Vedi D. Bosco? quel piatto è di suo gusto, ma lo rifiuta per spirito di penitenza. - Avendo D. Bosco indovinato ciò che era stato detto sotto voce, gli rincrebbe che si desse di lui tale giudizio onorevole e aspettò che facessero fare al piatto un secondo giro, e quando il servo gli fu presso in atto di oltrepassarlo, come se qualche momento prima la sua mente fosse stata distratta, esclamò: - E a me? Mi sono accorto essere quello un cibo ghiotto, e ne prenderò la mia parte! - Il servo accorse ed egli tirò nel suo piatto una porzione alquanto abbondante. Ma il Conte ed il Marchese allora soggiunsero: - Vedi quanta umiltà! Ne prende perchè non vuole che da noi si pensi che si mortifica. - D. Bosco raccontava  poi a' suoi chierici e preti questo fatto, e concludeva ridendo: - Che cosa vuol dire aver credito. Se non si mangia, si è mortificati; se poi si mangia si diventa umili. - Era questa una gran verità, e una lezione importante per gli ecclesiastici.

                Egli però si cibava così parcamente, che non si poteva credere se non da chi lo osservava con attenzione. Alcuni dei nostri confratelli, e fra questi D. Cerruti Francesco, condotti da lui a questi pranzi, per imitarlo vollero mangiar solamente quanto e come mangiava lui, e dovettero partirsene da quella casa con un grande appetito. E a questo proposito D. Cagliero ci narrava un grazioso aneddoto. “Ricordo che per uno sbaglio di memoria accettammo [321] l'invito a pranzo del Sig. Conte Radicati e della signora Marchesa Dovando, l'uno per le dodici ore, l'altro per le due pomeridiane dello stesso giorno. D. Bosco, riconosciuto l'equivoco, tutto tranquillo mi disse: - Lascia andare che ci faremo onore a tutti e due i pranzi. - Infatti alle dodici, seduti a mensa del Conte Radicati si cominciò a discorrere e, approfittando della conversazione animata dei commensali, D. Bosco prese poca minestra, poca pietanza e pochissima frutta. Partiti alle 2 dai nostri ospiti fummo alla casa Dovando, e per la strada D. Bosco mi diceva, ridendo: - Adesso andremo a terminare il nostro pranzo ed a prendere l'altra metà della minestra, delle pietanze e della frutta, e vedrai che questa sera ci faremo ancora onore alla cena dell'Oratorio”.

                Da ciò si può argomentare come sapesse nascondere il suo spirito di mortificazione. Egli però non veniva meno alle regole della convenienza. I vicini gli versavano il vino nel bicchiere ed egli lasciava fare; lo portava di quando in quando alle labbra rare volte sorbendone qualche goccia e al fin di tavola il bicchiere era ancor pieno. Per non dar troppo nell'occhio o dispiacere a' suoi ospiti, servivasi di taluna delle vivande più delicate; ma sovente non ne mangiava, poichè attraeva così l'attenzione di tutti ai suoi discorsi, che al sopravvenire di un'altra portata il domestico, e talvolta ad un suo cenno, gli toglieva e cambiava il piatto, senza che altri se ne avvedesse.

                Comunemente assidevasi a convegni di famiglia, ma talvolta per qualche fausta ricorrenza assisteva a solenni banchetti. Gli invitati non erano sempre tutti buoni cattolici, certuni non usavano trattare coi preti; ma D. Bosco finiva sempre con riuscire ad essere il re della festa. In lui nulla appariva d'austero, anzi era l'anima della [322] brigata e mai nessuno prendevasi soggezione. Sempre parco allo stesso modo, talora sembrava che gustasse di tutto e invitava i commensali a cibarsi: allegramente. I suoi racconti spiritosi, le sue arguzie saporite, i brindisi che faceva, le risposte che dava agli augurii che gli erano, rivolti, sempre accompagnati da un'idea religiosa, riuscivano graditi pel modo col quale li esponeva. Coloro che erano tutt'altro che gente di chiesa più volte furono uditi esclamare: - E cosa piacevole trovarsi con un santo prete. Noi credevamo che santità e musoneria fossero sinonimi.

                Ma egualmente, grande in lui era la virtù della pazienza. Le sue occupazioni erano tante che esigevano ogni minuto delle sue giornate. Eppure oltre i pranzi protratti a lungo, succedevano le lunghe conversazioni in salotti ove servivasi il caffè. E tutti avevano qualche cosa da chiedere a D. Bosco, il quale sempre grazioso non dava alcun segno di noia. Tuttavia doveva esercitare un gran dominio sovra se stesso. A proposito, raccontò D. Cerruti: “Mi trovai con lui in una casa delle principali famiglie di Torino, quale è la famiglia Radicati di Passerano. Finito il pranzo, si passò nella sala di conversazione, e uno della famiglia del conte si pose al pianoforte. D. Bosco, seduto sopra il sofà si volse a me e disse sottovoce: - Vedi un po' che vita! Ho tanti impegni, eppure debbo star qui a sentir sonare. Ma che vuoi? Se non fo così, come aver danari per comperar pane ai nostri giovani? E d'altra parte questi buoni signori si meritano ogni riguardo per la carità che ci fanno con tanto cuore”

                Ritornato alla sera in Valdocco, tutti i suoi alunni le cento e cento volte dovettero constatare come fosse in lui radicato l'abito della temperanza e della mortificazione, e [323] come egli non facesse distinzione tra mensa e mensa. Assiso nel refettorio comune, mangiava regolarmente e col miglior appetito la sua cena e prendeva la sua povera e stracotta minestra dell'Oratorio, colla stessa ilarità con cui aveva assaggiate le vivande imbanditegli dai signori. Non si udiva mai parlare della quantità e squisitezza dei cibi che erano stati portati in tavola, dei quali, colla sua memoria, pur così felice, certamente più non si ricordava; e ben sovente diceva che dove si trovava meglio per pasti era sempre nell'Oratorio. Solo quando era interrogato, dava un cenno della durata del pranzo e della condizione dei convitati.

                Va pur fatta menzione di altra splendida virtù osservata attentamente e notata con meraviglia in D. Bosco da quanti frequentavano i palazzi e le case signorili, ove egli interveniva. Era il suo tratto amorevolmente cortese colle dame e colle loro figlie unito ad un severissimo riserbo nel contegno e nelle parole, senza che una volta sola si scorgesse in lui la menoma disattenzione, anche in tali circostanze, da parere inciviltà non accettare una gentilezza che pareva conveniente. Qualche volta in questi anni, e specialmente negli ultimi di sua vita, stentando egli a camminare e poco giovandogli la vista, la padrona di casa lo pregava ad appoggiarsi al suo braccio per discendere le scale. Un giorno infatti D. Rua, che lo accompagnava, stava osservando come egli se la sarebbe cavata, ma sicuro del suo rifiuto. D. Bosco, sorridendo, rispose a quell'invito: Sarebbe bella che D. Bosco, il quale è già stato maestro di ginnastica, non fosse più capace di discendere una scala! - E senz'altro, con un po' di sforzo, discese senza l'aiuto d'alcuno.

                Ma D. Bosco, oltre ad esser modello di conversazione, [324] piacevole e cristiana, lo era eziandio di sincerità e carità. Non mai adulava i ricchi o quelli posti in dignità; anzi dava loro, a tempo e luogo, ammonizioni e consigli. Aveva però sempre l'arte di guadagnarsi talmente i cuori, da conquistarsi la loro riconoscenza. Confermavasi il detto dell'Apostolo: Pietas ad omnia ulilis est, promissionem habens vitae quae nunc est, et futurae[15].

                Ed eccoci alla stregua dei fatti. Cominceremo dal dire del buon esempio che dava D. Bosco nel sopportare gli altrui difetti, nel far tacer l'amor proprio offeso e nel mantenersi in calma trattando con persone di naturale troppo vivace ed imperioso. Tale era una signora della più alta nobiltà, generosissima coi poveri, amante della soda virtù, la quale però non poteva soffrire la minima contraddizione. Volendo vincere il proprio naturale, per esercitarsi nella pazienza, teneva presso di sè una donna di compagnia, bisbetica, passandole oltre il vitto e il vestito 3000 lire annue. Benchè ricambiata da questa con rimbrotti e sfuriate, la sopportò finchè visse, la curò, la servì; ma si bisticciavano continuamente.

                Questa dama, adunque, come era solita, nel 1857 venne un giorno a visitare D. Bosco. Assuefatta a vedere al suo passaggio spalancate da' servitori tutte le porte, si fece per entrare nella camera di D. Bosco, la cui invetriata era aperta solo per metà. Usandosi allora dalle signore  il crinolino, riproduzione dell'antico guardinfante, e non essendo per lei abbastanza larga quell'apertura, impaziente al solito, volle entrare forzando la veste; ma si ruppero le laminette d'acciaio, che la tenevano rigonfiata. Allora su tutte le [325] furie, protestò che non sarebbe mai più venuta all'Oratorio. Don Bosco: - Eccellenza, le diceva, non sa ancora che le porte di D. Bosco non sono larghe come quelle del suo palazzo? - Ma quella signora sempre più stizzita non volle udire ragioni, e tirate su alla bella meglio le rotte lastre, fatta avvicinare alla porta del cortile la carrozza, rialzata come potè la veste, tornò a casa.

                Il domani si presentò all'Oratorio la sua cameriera, la quale, premettendo mille scuse per l'ambasciata che era costretta a fare, disse a Don Bosco di venire ella a nome della sua padrona per fargli sapere, che dessa non avrebbe mai più messo piede nell'Oratorio.

                - Va bene; va bene! - rispose D. Bosco tranquillamente. Prima soleva andarla a visitare una volta al mese, ma da quel punto prese a recarsi al suo palazzo tutte le settimane. La seconda volta che D. Bosco andò: - Oh! gli disse la dama, e come va che siete ritornato così presto?

                - Sè lei non viene da me, rispose D. Bosco, bisogna bene che io venga da lei, altrimenti come potrò andare innanzi co' miei poveri giovanetti che mancano di tutto?

                La Signora, che dava sempre larghe elemosine a Don Bosco tutte le volte che si intratteneva con lui, rise e disdisse i suoi proponimenti. D. Bosco però non mancava di ammonirla, perchè si correggesse di que' tratti d'impazienza in cui scappucciava troppo sovente, ed ella che in fondo era umile ascoltavalo in silenzio e riconosceva il suo torto.

                In un mese d'autunno D. Bosco, da lei invitato, non avendo potuto recarsi alla sua villeggiatura, dalla signora irritata ricevette una lettera furiosa, nella quale dessa protestava che non gli avrebbe mai più dato alcun soccorso. [326] D. Bosco alcun tempo dopo si recò da lei, e le disse con tutta pace: - Le riporto la sua lettera, perchè non vorrei che si conservasse pel giorno del giudizio. - La dama nell'udire queste parole senz'altro si abbonacciò.

                Un altro personaggio estimatore geloso dei proprii meriti, insofferente di opinioni contrarie alle sue, era il celebre Tomaso Vallauri, Dottore in Belle Lettere. Parente del distinto medico Vallauri, aveva conosciuto in sua casa D. Bosco, il quale da tempo la frequentava. Il professore adunque aveva stampato qualche suo giudizio sugli autori latini cristiani, biasimandoli coll'asserire che, essendo essi tutti intenti all'insegnamento e alla difesa della Religione, avessero trascurata, anzi deturpata la lingua. Questo scritto venne alle mani di D. Bosco, il quale studiò il modo di correggere l'autore. Non tardò l'occasione, ed essendo il Professor Vallauri venuto a trovarlo, egli così prese a parlargli: - Godo di aver fatta conoscenza con uno scrittore, il cui nome ormai è noto a tutta l'Europa, e che onora tanto la Chiesa co' suoi scritti.

                Vallauri osservando lo sguardo bonario di D. Bosco lo interruppe dicendogli: - Vuole forse darmi una staffilata?

                - Ecco, signor Professore: io rimettendomi al suo giudizio, le dico soltanto ciò che penso: Ella sostiene che gli autori cristiani latini non scrissero con eleganza i loro libri, mentre S. Gerolamo vien paragonato pel suo modo di scrivere a Tito Livio, Lattanzio a Cicerone, ed altri a Sallustio e a Tacito.

                D. Bosco non disse più; Vallauri riflettè alquanto e poi rispose: - D. Bosco ha ragione; mi dica pure quello che debbo correggere: io ubbidirò ciecamente. A la prima volta, veda, che io sottometto il mio giudizio a quello di un altro. - E da quel giorno cominciò a ripetere, [327] parlando di D. Bosco: - Questi sono preti che mi piacciono! sono schietti.

                Colle sue belle maniere riusciva eziandio a ripristinare pratiche cristiane che in molte famiglie erano andate in disuso. Egli, che annetteva molta importanza al segno della croce fatto prima e dopo il pasto, fu invitato alla mensa in una casa di signori nella quale non si badava più a quest'atto di religione. D. Bosco lo sapeva. - Lascia fare a me, pensò; cercherò di dar loro una qualche lezione. Che cosa fa? S'intrattenne alquanto con un loro ragazzetto dopochè avevano già chiamato pel pranzo. La famiglia si era posta a tavola; D. Bosco entrato nella sala disse al ragazzetto: - Adesso facciamo il segno della croce prima di metterci a mangiare. Lo sai bene il motivo per cui dobbiamo segnarci prima di prendere cibo?

                - No, non lo so; rispose il ragazzo.

                - Ebbene io te lo dico in due parole: il motivo si è per distinguerci dagli animali. Gli animali che non hanno ragione non fanno il segno della santa croce, perchè non sanno che il cibo che mangiano è dono di Dio; ma noi che siamo cristiani, che sappiamo che il pane che mangiamo è una grazia del Signore, dobbiamo fare il segno della santa croce in riconoscenza. E poi tu sai bene quanto sia facile morire. Potrebbe darsi che una briciola di pane ci andasse a traverso e ci togliesse il respiro o una spina di pesce si ficcasse in gola; e se noi pregheremo prima il Signore, egli ci libererà da questi mali. Di' adunque con me: Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo: così sia.

                Il padre e la madre e gli altri si guardarono l'un l'altro -e vennero rossi. Dopo quel tempo in quella famiglia invalse la bella usanza di segnarsi prima e dopo il cibo. [328] Allorchè si trattava di offese a Dio e alla religione, D. Bosco non si tratteneva dal far sentire i suoi amorevoli avvisi.

                Egli stesso nel 1855 narrava a' suoi giovani il seguente fatto, confermato da D. Chiatellino. “Non è gran tempo, che visitai una famiglia di civile condizione. Mentre discorreva coi genitori, un loro ragazzo di appena cinque anni si baloccava nella camera stessa, tirando una carrozzella coi cavallini di legno. Non andando per diritto il balocco, ed essendosi rovesciato urtando in una sedia, s'incollerì e pronunciò con dispetto il nome santo di Cristo.

                Lo corresse la madre, ed io lo chiamai a me e gli dissi amorevolmente e con dolcezza: - Perchè hai così malamente nominato il nome di Gesù Cristo? - Mi rispose il ragazzo. - Perchè la mia carrozzina non vuole andar bene. - Ma non sai che non si deve mai nominare Dio, senza un grande rispetto e divozione? Dimmi, sai i comandamenti? - Sì, mi rispose. Ebbene, fammi il piacere di recitarmeli.

                Il ragazzo li cominciò, e giunto al secondo, Non nominare il nome di Dio invano, lo arrestai; e - Sai che cosa vuol dire, soggiunsi, non nominare il nome di Dio invano? Vuol dire, mio caro, che non dobbiamo mai nominar Dio, che ti vuol tanto bene, senza una ragione giusta e senza divozione, altrimenti facciamo un peccato, cioè un dispiacere a Dio, e questo specialmente quando si nomina con collera, come tu hai fatto or ora!

                Il ragazzo abbassò gli occhi mortificato, e rispose: Papà lo dice sempre. A queste parole, il volto del padre si fece rosso come bragia; la madre impallidì, io restai muto. Il padre, uomo di spirito e desideroso di dare una [329] buona educazione al suo bimbo, sedette, lo pose sulle sue ginocchia e gli disse: - È  vero, perdona.... sì, io faccio male quando lo dico, d'or innanzi nol dirò più, ma voglio che questa sia pure l'ultima volta che tu l'abbia detto: sei d'accordo? - Ora so che quella lezione gli ha molto giovato, e fatto dismettere la mala abitudine di bestemmiare, e non è guari che mi ebbi i ringraziamenti di quella ottima sposa e madre per avervi cooperato”.

                Con un altro giovanetto la cosa andò ben diversamente.

                Il figlio di un illustre generale, giovanetto su dodici anni, aveva molte belle doti di mente e di cuore. Il padre, brav'uomo, ma poco sagace nell'educazione, lasciava nel salotto i giornali scritti secondo lo spirito dei tempi. Aveva qualche precauzione d'impedire che il figlio leggesse certi articoli, ma liberamente permetteva che si baloccasse con i periodici illustrati portanti i ritratti de' principali eroi della rivoluzione, magnifiche litografie delle loro battaglie, dei loro trionfi e delle loro sventure, commentate da irreligiosi giudizi su quelle imprese. La mente del giovane era rimasta fatalmente impressionata e, benchè di famiglia veramente cattolica, incominciò a disdegnare la religione.

                D. Bosco un giorno andò a visitare il generale, il quale gli mosse incontro, gli baciò la mano e fece mille feste. Il figlio era presente e stava in sussiego.

                - Su, Carlino, disse il padre: vieni a baciar la mano a D. Bosco.

                Il giovanetto non si mosse.

                - Non sai chi è questo prete? È  D. Bosco, del quale tante volte hai sentito a parlare! replicò il generale.

                - Porcheria' mormorò fra i denti Carlino. [330]

                - Non hai visto che io stesso gli ho baciata la mano! - Io baciar la mano ad un prete? esclamò con disprezzo.

                 Il padre restò mortificato, D. Bosco sorpreso. Si intavolò la conversazione. Se si parlava di storia, di geografia, di indipendenza italiana, di musica, il giovane, che era buon parlatore, di belle maniere, e di cuore amoroso verso i suoi genitori, sapeva a tempo e luogo entrare in discorso; ma se accennavasi solamente a cose di religione, mostravasi estraneo.

                Carlo erasi ritirato, e il padre addolorato per aver,scoperto nel figlio quell'astio contro la Religione, disse a D. Bosco: - Ma come avrà fatto mio figlio a mutar così sentimenti mentre prima era tanto religioso? Possibile! lo non rinvengo dallo stupore. Non sono queste le massime che gli ha insegnato sua madre, non sono questi gli esempi che gli ha dato suo padre. Noi, si assicuri, Don Bosco, lo abbiamo sempre gelosamente custodito, non gli abbiamo permesso di aver relazione con amici sospetti o che frequentasse società pericolose. Come dunque sarà,accaduto da mettergli così in avversione il prete?

                D. Bosco, che conosceva la, bonomia di quel signore,,aveva girato lo sguardo attorno ed aveva visto sul tavolo la Gazzetta del popolo, La Piemontese, Il Secolo e altri fogli di simile risma.

                - Lei, signor Marchese, cerca la causa? Eccola là su quel tavolino.

                - Che cosa vuole che i giovanetti capiscano di certe questioni? E poi mio figlio è obbediente ed ama suo padre; ed io gli ho fatto intendere come non voleva che perdesse il suo tempo con questi fogli. Posso assicurarla che non li ha letti. [331]

                - Eppure, eppure....

                - Gli ho permesso solamente di vedere qualche giornale illustrato, per le belle incisioni che portava di uomini che hanno fatto parlare di sè in questi ultimi tempi.

                - Bene: allora è chiaro che a queste incisioni si deve l'astio che il suo Carlino ha concepito contro le cose di Chiesa. Si persuada che la fantasia di un giovane si riscalda per ciò che predilige e non si scancellano mai più le prime impressioni.

                - E dunque come fare?

                - Sostituire buone stampe alle stampe cattive e tentare con queste di dargli un contravveleno.

                Il Marchese accettò il consiglio.

                Questo povero giovane però a poco a poco fu preso da,cupa malinconia e moriva, senza mutar sentimenti, a sedici anni!

                Riguardo alla modestia in molte circostanze apparve mirabile il contegno di D. Bosco e la sua franchezza nell'ammonire gli sbadati. Andato egli un giorno a far visita ad un benefattore, mentre stava aspettando in anticamera di essere introdotto all'udienza, vide appeso alla parete un quadro indecente. Senz'altro, montato sopra una sedia, volse a rovescio verso il muro tale pittura. Il padrone comprese quel tacito avviso, ringraziò il servo di Dio e tolse dalla stanza quella sconcezza.

                Altra volta era aspettato dalla Marchesa Dovando, solita a beneficare i suoi giovani, la quale per tale occasione aveva fatti numerosi inviti. Molte signore erano intervenute, vestite con molto lusso, desiderose di intrattenersi con D. Bosco. Due di queste furono a riceverlo, mentre già aveva posto piede nel salone d'entrata; ma erano alquanto scollacciate e colle braccia coperte solo [332] per metà. D. Bosco, appena, le vide, abbassò gli occhi e disse: - Scusino; ho sbagliato porta: credeva di andare in una casa, e invece sono entrato in un'altra. - E si avviò per uscire.

                - No, D. Bosco; non c'è sbaglio: è proprio qui dove l'attendiamo.

                - No, riprese egli: non può essere. Io era persuaso che in quella casa ove sono invitato, un prete potesse venirci liberamente. Le compatisco però, mie buone signore; si usa oggigiorno tanta seta e tela nelle falde dell'abito, che non ne resta più per coprire le braccia. E continuava ad andarsene.

                Accortesi allora quelle dame della loro mancanza dì modestia, arrossirono, e confuse corsero a pigliare scialli, fazzoletti ed altri drappi per coprirsi. Così imbacuccate tornarono, pregando D. Bosco, che già era sulla scala, a volerle perdonare e a ritornare indietro.

                - Adesso sì; egli rispose sorridendo: e così va bene. E si fermò, festeggiato dai commensali; e le due signore non si tolsero per tutto il tempo del pranzo quegl'improvvisati abbigliamenti.

                Del resto D. Bosco ovunque andasse aveva sempre qualche parola che faceva del bene alle anime.

                Egli si trovava a pranzo dal Conte e dalla Contessa. Camburzano, e tra gli invitati vi era un generale dei più valenti in ritiro. I pensieri religiosi non avevano mai occupato di troppo il vecchio soldato, ed era quindi piuttosto freddo in cose di pietà. D. Bosco, dopo aver ragionato a lungo sia col Conte e colla Contessa, sia col generale, era in sul ritirarsi, allorchè questi, che nel tempo del pranzo non aveva mai tolto da lui lo sguardo, colpito vivamente dal suo fare, gli si avvicinò dicendogli: - Mi [333] dica qualche parola che io riterrò in memoria della sua visita.

                - Oh, signor generale, gli rispose accortamente Don Bosco, preghi per me, perchè il povero D. Bosco salvi l'anima sua.

                - Io pregare per lei? esclamò il generale scosso da quell'inaspettata raccomandazione. Piuttosto mi suggerisca qualche buon consiglio.

                - Preghi per me! replicò D. Bosco. Come ella ha visto, tutti quelli che mi stanno d'intorno s'immaginano che io sia lì lì per essere messo sugli altari. E non intendono il loro inganno, e che io sono un poveretto. Deh! almeno lei mi aiuti a salvarmi l'anima.

                Ma insistendo il generale per la terza volta, D. Bosco, che ne aveva con queste parole già preparato il cuore, conchiuse:

                - Il mio consiglio è questo: pensi anche lei a salvare l'anima sua.

                - Ah! D. Bosco, esclamò quel signore; grazie delle sue parole; sì, in avvenire voglio pregare e pregherò anche per lei; ma ella voglia ricordarsi di me. - Ah! ripeteva qualche tempo dopo, da D. Bosco doveva venirmi quell'avviso e lui solo poteva parlarmi con simile delicatezza e franchezza. - E infatti quel consiglio produsse in quell'anima grandissimi frutti. Ed egli non tardò molto a mettere in sesto l'affare della sua salute eterna con una franchezza e assennatezza che furono l'ammirazione e la felicità di tutti i suoi amici.

                Altri fatti innumerabili si potrebbero raccontare di questo genere, poichè D. Bosco parlava sempre in guisa da non offendere l'amor proprio di coloro che voleva tirare a Dio. Era di una prudenza, cortesia, finezza [334] ammirabile per far giungere all'orecchio di chi ne aveva di bisogno un motto di bene spirituale.

                Lo zelo di D. Bosco era anche ispirato dalla profonda riconoscenza verso i suoi benefattori. Non è a dire quanto ad ogni istante si manifestasse questa sua virtù e in ogni minima occasione. Si commoveva pei più piccoli servigi che gli fossero resi. Un fanciullo che gli indicasse la strada, un servo che gli accendesse la lucerna, un famigliare che gli recasse un bicchier d'acqua, o facesse ancora meno per lui, era sicuro di essere ringraziato. Sovente: dopo una visita, o una conferenza un po' lunga, lo abbiamo, udito esclamare: Vi ringrazio che abbiate avuto la pazienza di sopportarmi e di ascoltarmi.

                Da tanto si può arguire ciò che sentiva nel suo bel cuore verso quelli che lo aiutavano a promuovere le sue opere con generosi sacrifizii.

                Per i benefattori egli pregava continuamente, e faceva pregare ogni giorno i suoi giovani, ordinando la recita di un Pater, Ave e Gloria nelle orazioni comuni. Sovente raccomandava comunioni; e celebrava e faceva celebrar messe, e in modo speciale durante le loro malattie e dopo la loro morte. Non dimenticava mai le loro beneficenze. Racconta D. Cerruti Francesco che una volta ad Alassio, nell'atto che usciva per celebrare la santa Messa, lo chiamò a sè e gli disse: - Sai! questa mattina intendo di celebrare la Messa in modo particolare per D. Vallega, quel prete tanto pio, il quale fece la tale carità, anni sono, per noi.

                Questa gratitudine la inculcava ai giovani, e la palesava molto spesso con parole di così visibile trasporto, che li entusiasmava. -Vedete, diceva loro talvolta: noi non avevamo più di che comprare il pane, e venne il tal [335] signore, la tale signora, a prestarmi aiuto. Quanto è grande la bontà dì Dio!

                Aggiungeremo che non a sè, ma a' suoi benefattori attribuiva il merito di quanto andava operando. Mille volte si udì ripetere che, se faceva un poco di bene, lo doveva alla carità delle anime buone. - Noi, esclamava, viviamo della carità dei nostri benefattori! - Scrisse Monsignor Cagliero: “Mi ricordo che il marchese. Fassati ed, il comm. Cotta dissero più volte a D. Bosco: Oh Don Bosco! Lei dice che non ha parole bastanti per ringraziarci di quel poco che abbiamo fatto pel suo Oratorio; ma siamo noi che dobbiamo ringraziar lei: prima, perchè domandandoci aiuti per i suoi giovani ci presenta un'occasione di fare un po' di bene; e poi perchè il Signore per le sue preghiere ci benedice e triplica le nostre sostanze”.

                Pei benefattori non rifiutava mai qualunque servizio per quanto potesse parere gravoso a lui ed a' suoi figli. Così p. es. talvolta richiesto di mandare un suo sacerdote a celebrare in siti lontani, con strade incomode, ad ora tarda, non esitava punto, anche quando si dovesse continuare per un tempo assai considerevole. Talvolta qualcuno gli faceva notare che tale impegno recava grande incomodo e disturbo. D. Bosco ripeteva: -Egli è un nostro benefattore: facciamo anche noi un sacrificio per favorirlo! - Infatti, per dare almeno una prova, diremo che alla famiglia Bonier, che aveva provvisto il patrimonio ecclesiastico per due suoi chierici, mandò per molti anni, finchè ne ebbe bisogno, un sacerdote a celebrare alla loro cappella di campagna, tutte le feste autunnali. Egli stesso molte volte fece viaggi per celebrare, o per predicare, soddisfacendo ai pressanti inviti di chi soccorreva i suoi giovanetti. [336] Ricordiamo pure che era molto sollecito per ottenere dalla S. Sede favori spirituali di indulgenze per essi e per le loro famiglie, benedizioni dal Sommo Pontefice ed altre simili grazie.

                Nella moltitudine di domande, che specialmente negli ultimi anni riceveva per nuove fondazioni di case, aveva sempre riguardo, coeteris paribus, a dar la preferenza a quelle che gli venivano fatte da benefattori insigni.

                A questi e ad altri molti spediva sacre immagini, portanti scritto di sua mano: Dio benedica i benefattori delle opere salesiane. E i suoi augurii si avveravano in un modo sorprendente, come vedremo nel corso della sua vita.

                Varie volte li soccorse nelle disgrazie che li avevano incolti. Due coniugi senza prole gli avevano dato a varie riprese, nell'occasione che si costruiva la chiesa di Maria Ausiliatrice, lire seimila. Senonchè alcuni anni dopo, in seguito ad affari andati a male e sovratutto per fallimento di banche presso cui avevano depositata buona parte del loro capitale, erano caduti in miseria, a tal segno che vivevano in una soffitta a Milano, dove si erano ritirati. D. Bosco venne a saperlo, andò a trovarli e si offerse di restituir loro la somma che gli avevano data. Il marito si rifiutò piangendo di accettarla, protestando che egli aveva fatto quella largizione, per dare un'elemosina.

                - Ebbene, replicò D. Bosco; ella riceva dunque dalla Madonna quello che lei le ha dato, nella misura che avrà bisogno.

                Da quell'istante egli mandò loro ogni mese cento lire. Compiuta la restituzione delle seimila lire, il marito morì, la vedova trovò dopo poco tempo un eccellente partito di matrimonio e riprese a fare elemosine per Maria SS. Ausiliatrice. Così D. Bosco stesso narrava a D. Franc. Cerruti. [337] Era continua la sua corrispondenza coi benefattori. Se scriveva lettere senza numero, per avere sussidii, queste stesse largizioni dei benefattori gli raddoppiavano la fatica del tavolino. Ei non lasciava mai di rispondere, ringraziando e facendo conoscere quanto apprezzasse le beneficenze ricevute e ciò per animare tanti buoni cristiani a perseverare nella loro carità. Questo è uno dei ricordi che ripeteva sovente a' suoi figli. Se l'offerta era anche solo di pochi centesimi, con un suo biglietto di visita accusava ricevuta; ma se la elemosina giungeva alle due lire e anche a una lira e mezzo, non mancava mai di scrivere una lettera autografa di vivi e cordiali ringraziamenti. In ciò egli non ravvisava solamente un dovere di gratitudine, ma eziandio un mezzo per moltiplicare i soccorsi a vantaggio della sua Opera. Nessun può immaginare quanto pesi ai benefattori la trascuranza nel rispondere, e quanto loro torni gradito il sapere che la loro elemosina giunse a destinazione, e che i beneficati sono riconoscenti. Moltissime volte coloro che si vedevano ringraziati per poche lire, ne spedirono dopo pochi giorni centinaia e migliaia, riputandosi favoriti se D. Bosco le accettava.

                Egli poi non la sciava sfuggire occasione per dimostrare la memoria che teneva viva dei benefizi ricevuti. Scriveva ai benefattori biglietti consolanti in ogni fausta circostanza, di onomastico, di matrimonio, di nascite, di onorificenze ottenute, o di fortune acquistate; come pure attestati di condoglianza suggeriti dalla fede quando loro accadeva qualche sventura o la morte toglieva loro qualche cara persona. Pel capo d'anno consumava un intero mese a mandare da ogni parte lettere autografe d'augurio. Noi a suo tempo riporteremo alcune delle lettere sopraccennate [338] e di vario argomento, che sono veri modelli di semplicità, brevità, sentimento cristiano, che gli procuravano, sempre nuovi sussidii.

                Più volte all'anno invitava i singoli suoi giovanetti a scrivere lettere di cordiali ringraziamenti a coloro che ave vano fatto o facevano loro del bene; e in altre circostanze, preparata un'attestazione di riconoscenza, la faceva sottoscrivere ora da una classe di alunni, ora da quanti erano in casa.

                Alla Banca Nazionale, per una largizione accordata, mandava il seguente foglio nel gennaio del 1869:

 

                “I giovani della Casa detta Oratorio di S. Francesco eli Sales unitamente al loro Direttore, Sac. Bosco, offrono i più sentiti ringraziamenti alla benemerita Amministrazione della Banca Nazionale, che eziandio, in quest'anno elargì a loro favore la somma di fr. 250.

                Quest'atto di beneficenza merita speciali ringraziamenti e per l'aumento dei giovanetti ivi ricoverati e per alcune circostanze particolari che concorrono a rendere più sensibile il bisogno e la necessità del soccorso.

                Pertanto tutti unanimi con grato animo pregano dal cielo copiose benedizioni sopra i benemeriti amministratori della Banca Nazionale e sopra tutti quelli che in qualunque modo concorrono al loro bene morale e sociale”.

 

                Ne di ciò si contentava. Nei casi di amministrazioni pubbliche, ricorreva anche al giornalismo per dare maggior lode e fama al benefizio.

                Un altro mezzo adoperava ancora per palesare il grato suo animo, e che più tardi raccomandava a tutti i Direttori delle sue case. Allorchè qualche persona, in prova d'affetto, mandavagli in regalo di cose rare o prelibate, lungi di servirsene per sè o per i suoi, ne faceva tosto la [339] distribuzione a quelli dei benefattori ai quali per vicinanza di luogo, o per facilità di comunicazione, poteva con prestezza farli pervenire. Erano primizie di frutta o di legumi, lepri, galline, aranci, limoni, paste dolci, bottiglie di vini preziosi, certi volatili molto ricercati per la cucina, che sapeva tornare di gradimento a que' personaggi e alle loro famiglie. Così egli fece costantemente, e fu un reciproco contraccambio d'affetto che dava magnifici risultati.

                Un tartufo, venuto nelle sue mani e regalato per la sua straordinaria grossezza, passò in dono da una famiglia ad un'altra, sicchè in ultimo dalla marchesa Fassati, che nulla sapeva della sua prima provenienza, ritornò a Don Bosco. Il primo che aveva ricevuto il tartufo aveva mandata all'Oratorio la sua offerta, e D. Bosco spedito il prezioso frutto ad una ricchissima signora di Marsiglia, ne ebbe poi in contraccambio qual segno di gradimento una somma vistosa. Un'altra volta un simile dono gli aveva fruttato 12.000 lire.

                Così pure avendo ricevuto in dono una grossa scatola di tali túberi, li ripartì e li mandò a diversi capi stazione di ferrovia, sindaci e persone di riguardo in vari paesi, perchè avevano favoriti in qualche modo i suoi giovani o cooperato alle sue lotterie. Erano queste gentilezze che guadagnavano a lui molti cuori. Più tardi raccomandava ai Direttori di collegi ed ospizii sparsi in regioni diverse che vicendevolmente a simili scopi si facessero scambio delle rarità più apprezzato di quelle terre.

                Nè hassi a tacere come D. Bosco conosciuti certi desiderii de' suoi buoni amici, se poteva, si faceva premura di appagarli. Una distinta signora, per contentare i suoi bambini, desiderava avere alcuni uccelletti, e D. Bosco le mandò una nidiata ancora implume. Quella famiglia restò [340] tanto commossa al dono inaspettato, che si mise in ginocchio intorno alla mensa sulla quale era stato posto il nido, e pregò per D. Bosco. Quindi allevò quegli uccelletti, e quando ebbero messe le piume e furono atti a volare, diede loro la libertà, mandando nello stesso tempo una elemosina all'Oratorio.

                E qui noi, svolto sommariamente il nostro argomento cogliendo qua e là alcune prove nell'intera vita del nostro caro fondatore, ritorniamo al 1855.

 

 


CAPO XXIX. Abiura di due protestanti - Lettera di Savio Domenico a suo padre - Singolare scoperta di un ammalato - Gravissima infermità del Re - D. Bosco non accetta gli oggetti confiscati nei conventi - Letture Cattoliche VITA DI S. MARTINO VESCOVO DI TOURS -LA FORZA DELLA BUONA EDUCAZIONE - La banda istrumentale nell'Oratorio - Gita a Castelnuovo e la festa del S. Rosario - D. Bosco e i figli de' signori accollo nell'Oratorio Gavio Camillo.

 

                SIAMO sul finir dell'agosto 1855. Nel numero dell'Armonia, 27 del mese, trovasi la seguente cara notizia: “ABIURE ALL'ORATORIO DI SAN FRANCESCO DI SALES. È  sempre consolante per noi il poter registrare le nuove prede rapite all'eresia a dispetto di tutta la rabbia libertina per iscreditare i dommi e la morale della Chiesa Cattolica. L'ottimo sacerdote D. Bosco, che così attivamente lavora colle opere e cogli scritti a benefizio della classe popolana, raccoglie sovente i frutti del suo zelo anche nel campo dell'eresia. Eccone un nuovo saggio:

                Sabato diciotto del corrente nella chiesa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, due seguaci di Calvino, padre e figlio, rinunziarono all'eresia per ritornare alla religione [342] cattolica, apostolica, romana, da cui i loro antenati sgraziatamente si allontanarono. Il Sig. Marchese Domenico Fassati era padrino; la pia di lui consorte Marchesa Maria nata De - Maistre ne era madrina”.

                In questo stesso mese il coléra era ricomparso in Torino, ma, grazie a Dio, in modo assai mite. D. Bosco e i suoi giovani erano pronti per l'ufficio d'infermiere e per l'assistenza spirituale, ma non ve ne fu bisogno. I tocchi dal morbo guarivano, e pochi ne morirono.

                Ne scrisse a suo padre il giovanetto Savio Domenico che erasi già restituito nell'Oratorio. Questa lettera noi la conserviamo religiosamente nell'archivio.

 

                               Carissimo Padre,

 

                Ho una novella molto curiosa da scrivervi, ma prima di tutto vi do delle mie nuove. Io ringraziando il Cielo fin qui sono sempre stato bene e ancor godo una perfetta salute, come pure spero di voi e di tutta la famiglia. I miei studi vanno avanti progressivamente e D. Bosco ne è ogni ora più contento. La novella è che avendo potuto stare un'ora, solo, con D. Bosco, siccome per lo addietro non ho mai potuto stare dieci minuti solo, gli parlai di molte cose, tra le quali di un'associazione per l'assicurazione dal coléra. Mi disse che il morbo è in sul principio e se non fosse del freddo che già s'inoltra, forse farebbe un grande guasto. Mi ha anche associato ad una sua compagnia, il che sta tutto in preghiere. Gli parlai anche di mia sorella come voi mi avete detto, e mi disse che la conduciate a casa sua alla festa della Madonna del Rosario per giudicare della sua capacità e delle altre qualità che ha. Quindi v'intenderete. D'altro non mi resta che a salutare voi e tutta la famiglia, il mio maestro D. Cugliero, ed anche Robino Andrea ed anche il mio amico Savio Domenico di Ranello. Sono il vostro

                Torino, 6 settembre 1855

Aff. ed amantissimo figlio

Savio Domenico [343]

 

                La festa della Natività di Maria Vergine si celebrò con affetto dai giovani in Valdocco, e fu rallegrata da una piccola accademia, nella quale si presentarono al Prefetto D. Alasonatti Vittorio alcuni sonetti classici che inneggiavano il celeste avvenimento. Ma in questo giorno la gioia di D. Bosco fu più viva per un fatto alquanto singolare e fors'anco prodigioso.

                In una casa, situata in via Cottolengo non lungi dal pio Istituto del Rifugio, portavasi a lavorare una buona, ma povera donna. Ella vi rimaneva lungo il giorno, e nella sera, eccettuate rarissime volte, ritornava a casa sua. Per comodità di lei il padrone lasciava a sua disposizione un oscuro stanzino presso al solaio, dove quella riponeva qualche oggetto di sua spettanza e prendeva un po' di ristoro. Or bene, il giorno 8 di settembre, Savio Domenico si presenta in quel sito e domanda al padrone: - Vi è forse qui alcuna persona presa dal coléra? - No, per grazia di Dio, qui non ve n'è alcuno, rispose colui. - Eppure qui ci deve essere qualche infermo che sta male, riprese il giovinetto. - Scusa, buon ragazzo, conchiuse il padrone, tu avrai presa una casa per un'altra; ma qui in fede mia siamo tutti sani e fuori del letto. - Ad una negativa così recisa il nostro fanciullo se ne esce di là un momento, dà uno sguardo all'intorno, e poi rientra e dice al padrone: - Mi faccia il favore di osservare attentamente, perchè in questa casa vi deve essere una malata. A questa graziosa insistenza quell'uomo accondiscese a fare una visita per la sua casa. Insieme col giovanetto passa dall'una all'altra stanza, finchè giunge eziandio in quel nascosto bugigattolo. Colà appunto con sua dolorosa sorpresa egli trova rannicchiata quella povera donna, ridotta agli estremi di vita. Credeva il padrone che la sera. [344] innanzi, secondo il solito, ella si fosse recata a casa, ed invece, salitavi forse per un po' di riposo, era stata colpita dal coléra all'insaputa di tutti, e non aveva avuto forza di chiedere soccorso. Le si chiamò subitamente il Sacerdote, il quale, confessata che l'ebbe, ed amministratale l'Estrema Unzione, la vide spirare nel bacio del Signore.

                Intanto nuova disgrazia turbava la Casa Reale. Sua Maestà, nel mese di settembre, venne colta nel castello di Pollenzo da una febbre intensa, con artritide acuta e, diffusa a molte articolazioni. La malattia fu gravissima e mise tutto il regno in grande ansietà; ma come Dio volle si sviluppo un'eruzione migliare che fece il suo regolare periodo, e a poco a poco il Sovrano si ristabilì. Il 27 settembre però era stato obbligato a delegare il principe Eugenio di Savoia Carignano a provvedere in suo nome sugli affari correnti d'urgenza, firmando i decreti reali.

                La legge emanata contro i conventi continuava a portare tristi frutti, poichè non si era dato ascolto alla voce di un suddito fra i più fedeli, il quale per amore dello stesso Re aveva arrischiata la libertà, l'Oratorio, la stessa vita. Tuttavia i ministri nulla avevano mosso contro di lui, perchè troppo importava il silenzio su tale argomento.

                Trovarono però il mezzo, direi, di una rappresaglia, e quasi per ironia, cercarono di fargli accettare una parte della preda tolta ai conventi. Un bel giorno Cavour Camillo mandò in regalo all'Oratorio due carri grossi, carichi di biancheria stata confiscata nel convento dei Domenicani. Benchè D. Bosco si trovasse allora in grandi strettezze, pure comandò che i carri rimanessero in cortile e che nessuno toccasse quella roba. Quindi spedì un dispaccio [345] al Superiore dei Domenicani chiedendo il da farsi. Ebbe per risposta: - Consegnate quella biancheria a chi manderò per ritirarla. - Venne l'incaricato, e D. Bosco fatti riattaccare i muli ai due carri, li mandò ove il Padre Superiore aveva indicato.

                Altra volta giunse un carretto di libri tolti ai frati Cappuccini e fra quelli eranvi i volumi de' Bollandisti. D. Bosco ne avvertì subito i proprietarii e li restituì appena richiesto.

                Egli ebbe sempre ripugnanza a comperare beni dei conventi soppressi. Gli oggetti si vendevano a prezzo vilissimo, ed era il caso di fare un buon mercato. Taluni facevano osservare a D. Bosco come tanti sacri paramenti andassero a finire in mano agli Ebrei, fossero impiegati ad uso profano e quindi la convenienza del riscattarli. D. Bosco replicava:

                - Tutte ragioni belle e buone. Vedo ancor io che sarebbe il momento opportuno di provvedere le mie chiese di tanti oggetti che mi mancano, e che non so quando potrò provvedermeli. Ma io penso che se la mia casa fosse soppressa non vorrei entrare nelle chiese altrui e vedervi oggetti che a me fossero stati tolti. Ciò mi cagionerebbe troppo dolore. Gli stessi sentimenti di angoscia son certo che proverebbero i religiosi, che mi vedessero, vestito delle loro spoglie.

                Così pure non volle mai accettare conventi o monasteri, che ora il governo, ora i municipii, ora i privati gli andavano offerendo, sia in dono, sia per vendita. Si piegò solo a comprarli quando Pio IX, al quale aveva manifestati i proprii pensieri e le proprie ripugnanze, gli disse: - Prendete pure i conventi soppressi. Lo voglio. È  meglio che per mezzo vostro ritornino alla Chiesa, piuttosto che [346] rimangano in mano ai secolari, che ne faranno quell'uso che Dio solo può sapere. Procurate però di ottenere le debite autorizzazioni, e ciò solamente per ovviare complicazioni o dissidii cogli Ordini religiosi che prima ne erano al possesso.

                In mezzo ai suddetti avvenimenti il Tipografo Ribotta aveva stampati i due fascicoli del mese di ottobre. Comprendevano la Vita di S. Martino Vescovo di Tours e tre appendici: I. L'invocazione, le reliquie, il culto dei santi e loro efficace intercessione presso Dio, approvata dalle carte del vecchio e del nuovo Testamento, dalla tradizione e da miracoli senza numero; 2. La morte gloriosa dell'arabo cristiano Geronimo, murato vivo in un bastione di Algeri perchè non volle rinnegare Gesù Cristo; 3. Una nota sul Purgatorio, che accenna quale sia la dottrina della Chiesa Cattolica su tale dogma, e come questa dottrina sia,contenuta nella Bibbia.

                D. Bosco che era autore di questo libro, ne aveva incominciato a scrivere un altro per i due fascicoli di novembre, col titolo: La forza della buona educazione. Curioso episodio contemporaneo. È il giovane Pietro che converte il padre suo coll'ottima e paziente condotta. Il volumetto finiva con litanie tenerissime in suffragio dei defunti, tradotte dall'inglese, e serviva di prova che i Cattolici d'Inghilterra erano d'accordo coi Cattolici d'ogni parte del mondo sul dogma del Purgatorio, al quale tutto quel regno unito credeva fermamente prima della riforma.

                Paravia ebbe incarico di pubblicarlo nel tempo stabilito.

                Ordinate queste cose, D. Bosco verso i primi di ottobre si avviò ai Becchi per la festa del Rosario. Questa passeggiata era anche un premio promesso ai giovani più [347] obbedienti, i quali un nuovo allettamento ebbero in questo anno: la banda musicale.

                D. Bosco avevala organizzata fra gli artigiani come un altro mezzo che giudicava convenientissimo per allontanare i giovani dal male. Diceva: - I ragazzi bisogna tenerli continuamente occupati. Oltre la scuola o il mestiere è necessario impegnarli a prendere parte alla musica od al piccolo clero. La loro mente così sarà in continuo lavoro. Se non li occupiamo noi stessi, si occuperanno da sè, e certamente in idee e cose non buone.

                Alla musica vocale dava sempre il primo posto anche negli Oratorii festivi degli esterni.

                Un giorno trovandosi egli a Marsiglia, venne a visitarlo un religioso che aveva fondato in una città della Francia un Oratorio festivo, il quale gli chiedeva se approvasse la scuola di musica fra i divertimenti dei giovani; e prese a narrargli tutti i vantaggi che dalla musica potevano trarsi per l'educazione, l'occupazione, la ricreazione dei giovani. D. Bosco ascoltò approvando e rispose: - Un Oratorio senza musica è un corpo senz'anima. - Ma, il frate soggiunse, la musica porta i suoi inconvenienti, e non piccoli. - E quindi parlò della dissipazione alla quale induce taluni, al pericolo che i giovani vadano a cantare o suonare nei teatri, nei caffè, nei balli, nelle dimostrazioni politiche e via discorrendo. D. Bosco udì tutto senza dir parola e poi recisamente ripetè: - È  meglio l'essere o il non essere? Un Oratorio senza musica è un corpo senz'anima!

                La musica istrumentale pertanto per la prima volta doveva recarsi a Castelnuovo. Capo ne fu l'alunno interno Cerutti Callisto, eccellente musico, valentissimo nel suonare l'organo, e che esercitava questa sua nobile arte [348] nelle, chiese di Torino. Bersano, suo compagno, era pure, organista e distinto per i suoi studii musicali. La banda, .della quale furono successivamente maestri un tal Giani e poi Bertolini e Massa, musici della guardia municipale, non tardò a far risuonare i cortili colle sue melodie, e: Giuseppe Buzzetti e Pietro Enria vi tenevano i primi posti. Componevasi di soli dodici strumenti, numero che per qualche anno non fu accresciuto.

                Qui crediamo opportuno dar qualche notizia più ampiae più ordinata della gita di D. Bosco co' suoi giovanetti.. In tutto il mese di settembre era un gran discorrere nel Oratorio della passeggiata a Castelnuovo, un discuterei quali giovani sarebbero scelti a farne parte, se e quali paesi si sarebbero visitati: era un pregustare le feste e le vendemmie che li aspettavano sulle ridenti colline, e un narrare le allegrezze godute da quelli che l'anno antecedente avevano accompagnato D. Bosco ai Becchi. Le brillanti fantasie non permettevano di pensare ad altro, richiamavano all'Oratorio molti che erano andati in vacanze, e chi non sperava quel premio faceva serii proponimenti per l'anno venturo. Intanto si ordinavano i necessarii preparativi.

                D. Bosco nelle ultime due settimane di settembre verso le otto del mattino partiva da Valdocco con alcuni giovani, i più bisognosi di riguardi, o per la salute poco buona, o, perchè avevano nessuno al mondo che pensasse a loro. Non potendo provvedere a tutti un posto sull'ominibus, si andava generalmente a piedi. Il suo itinerario era per Chieri, Riva e Buttigliera d'Asti; la prima tappa di questa passeggiata fu sempre la regione dei Becchi. La via era lunga; ma i giovani non se ne accorgevano, perchè D. Bosco aveva l'arte di farla sembrar loro più breve, [349] raccontando ora questo ora quell'altro episodio della storia d'Italia, o della storia ecclesiastica. Avvicinandosi a Chieri, alcuni suoi intimi amici, avvisati prima, fra i quali il Canonico Calosso, gli venivano incontro, e volevano avere il piacere di ospitarlo per il pranzo co' suoi piccoli amici. Dopo qualche ora di riposo, rimessisi in cammino si giungeva alla borgata di Morialdo, ove attendevali il fratello Giuseppe. Il domani D. Bosco faceva visitare a' suoi giovani l'umile catapecchia ove era nato, e soleva dir loro. - Ecco i feudi di D. Bosco!

                La dimora ai Becchi erano giorni pieni di grande edificazione, perchè vedevasi la buona gente dei dintorni venire tutte le sere in bel numero alla novena per ascoltare la predica. Non bastando la piccola cappelletta a contenere tutti i divoti, gran parte stava anche di fuori con molto raccoglimento. Si recitava il Rosari  o, si cantavano le litanie, si dava la benedizione col SS. Sacramento. D. Bosco faticava, ma raccoglieva una buona messe di anime.

                Il grosso della schiera partiva da Torino il mattino del sabato, vigilia della festa del Rosario; il giorno antecedente D. Alasonatti aveva letto i nomi di quelli destinati alla comitiva. Questa, composta di un numero sempre crescente ogni anno, marciava a piedi passando per Chieri. Due di questi portavano sulle spalle i scenarii del teatrino e un terzo uno zaino cogli spartiti della musica. Siccome i giovani non erano tutti della medesima età e forza di camminare, così chi arrivava ai Becchi ad un'ora e chi ad un'altra. Non troppi giungevano in gruppi e riuniti, e più di una volta qualcuno arrivò a notte molto inoltrata. Talora, nei primissimi tempi, vi fu chi poco pratico di quelle vie più immaginarie che reali non giunse che alla [350] mattina seguente, poichè i buoni contadini, incontrandolo smarrito, lo avevano condotto alle proprie cascine per ristorarlo.

                Quando tutti erano giunti, s'aspettava il momento opportuno no per salutar e D. Bosco, il quale dimostrava gran piacere nel rivederli e si faceva dire le vicende del loro viaggio, che venivano raccontate fra grandi risa e tripudio. Quindi conducevali a cena; ma qualcuno incominciava a dormire stando ancora a tavola. Il fratello di D. Bosco, Giuseppe, che aveva coperto con uno spesso strato dì paglia il pavimento di uno stanzone all'ultimo piano, disposto in altro tempo da granaio, dava allora a ciascuno un lenzuolo di tela di bucato, e accompagnati dagli assistenti andavano al luogo stabilito. Altre camere della famiglia erano pur state convertite in dormitorio, e tutti trovavano un letto, se non sprimacciato, certo, bastevole.

                Dopo le orazioni, si faceva un silenzio profondo; nessuno più si moveva fino al mattino, eccettuato alcuno de' più fervorosi che svegliandosi si levava su in ginocchio a pregare stando al suo posto.

                La domenica una grande moltitudine affluiva ai Becchi da tutte le borgate circonvicine, e specialmente da Castelnuovo. Era una festa veramente popolare. Al mattino si celebrava la messa della Comunione generale, preceduta talora e seguita dalle messe di altri sacerdoti venuti con D. Bosco. Nei primi tempi suonavasi un piccolo harmonium che portavasi da Torino. Alle 10 messa solenne, cantata quasi sempre dal buon prevosto, il Teol. Cinzano, che in quel giorno si fermava a pranzo con D. Bosco. La cappella essendo troppo piccola, la musica e il popolo stavano nell'aia. Quivi il mastello per il bucato, capovolto, [351] serviva di pulpito al predicatore che narrava le glorie del Rosario. Data la benedizione, Gastini saliva pure su quella, bigoncia, e tratteneva il popolo colle sue buffonate fino, all'ora del teatro, eretto su di un lato di quell'aia, e che non mancava mai per coronare la festa. Finalmente a notte si facevano partire palloni areostatici, si dava fuoco ai razzi, e a ruote pirotecniche: ed era uno spettacolo incantevole il vedere eziandio nelle circostanti colline innalzarsi le fiamme dei falò di gioia.

                L'indomani del Rosario il Teol. Cinzano esigeva che, D. Bosco e i suoi giovani andassero a restituirgli la visita, e fatti venire i suoi massari e apparecchiato un fornello, posticcio nell'angolo del cortile, si preparava una colossale polenta. D. Bosco era accolto con gran festa nella, Canonica. Mentre i giovanetti stessi aiutavano i preparativi del pranzo, i cantori, per contentare il buon Vicario, che voleva sentire della musica buona e classica, salivano in orchestra per eseguire varii pezzi riservati per quella occasione. Bisognava sempre contentarlo in una sua particolare affezione verso la musica del Mercadante e specialmente per il suo famoso Et unam sanctam. Ed ecco comparire nel cortile la polenta accolta al suona degli istrumenti e al canto di una nota canzone popolare, e i giovani, disposti in giro e seduti chi sopra un mucchio di sassi, chi sopra travi, ricevevano la loro razione e quindi pane, cacio, salame, lesso freddo, uva e mele; e tutto sfumava come per incanto.

                Dopo il pranzo dei giovani, D. Bosco co' suoi chierici erano ricevuti a lieta e più comoda mensa dal Prevosto, che in quel giorno voleva pure avere con sè tutti i preti del paese a fargli onore. Soleva dir loro: - Vedrete, quello che sarà un giorno D. Bosco! Ha la testa da [352] Ministro di Stato! - E D. Bosco trattava il suo Prevosto con umile deferenza e quivi e altrove al cospetto di tutti gli baciava la mano i giovani ammiravano e ricordavano sempre quest'atto di ossequio, che D. Bosco mai non ometteva.

                Veniva finalmente l'ora di lasciar Castelnuovo. Pochi giovani perchè infermicci continuavano a fermarsi ai Becchi mentre gli altri, provvisti di abbondanti cibarie, somministrate dalla carità del Prevosto, prendevano la volta di Torino, dove si arrivava verso le nove della sera. Per lo più facevano una breve sosta a Chieri, e poi in un sol fiato fino all'Oratorio. Erano stanchi, ma contenti perchè recavano con sè una cara reliquia. Avevano sgretolato qualche po' di calcinaccio o di mattone della cameretta in cui D. Bosco aveva vissuto ne' primi tempi di sua vita, per mandarlo poi alle proprie famiglie.

                D. Bosco ritornato in Torino ebbe una lettera dalla Duchessa di Montmorency e noi rileggendola ricordammo il molto bene che D. Bosco fece eziandio ai giovanetti di nobili famiglie per anni ed anni, visitandoli nei loro palazzi, ammonendoli quando venivano a vederlo, e scrivendo loro efficaci biglietti, dei quali un certo numero fu a noi consegnato. Eccone un saggio.

 

                               Carissimo Ottavio,

 

                Si avvicina il tempo degli esami e mi dici che ti raccomandi a S. Luigi, e fai bene. Abbi soltanto viva fede nella protezione di questo santo, ed io ti assicuro che l'esito dei tuoi esami sarà felice. Non mancherò di pregare anch'io pel medesimo fine.

                In quanto all'aumento di memoria non darti pena: coltiva quella che hai e crescerà; se poi sarà bene all'anima tua un aumento speciale, Dio lo farà. [353] Avrei altre cose intorno a cui discorrere, ma spero che dopo i tuoi esami avremo tempo di fare tra noi una buona chiacchierata intorno a quanto occorre. Domani avvi nell'Oratorio di S. Francesco di Sales Indul. Plen.; fa eziandio di acquistarla. Saluta maman e gli altri di casa; amami nel Signore e credimi

                Torino 28 giugno 1855.

Tuo aff.m o

D. Bosco Giov.

 

                I parenti di questi giovanetti erano felici per l'aiuto che loro prestava D. Bosco nell'educazione dei figli; lo investivano, direi quasi, della loro autorità. Alcuni li conducevano a confessarsi regolarmente da lui e fra questi si videro i Provana di Collegno. A lui acconsentivano con giubilo che li trattasse familiarmente dando loro del tu, ciò che non avrebbero mai permesso ad istitutori o professori, e a chiunque altro non appartenesse a nobile lignaggio. D. Bosco accoglieva pure alcuni come ospiti nel suo Oratorio per settimane e talvolta per mesi. I parenti glieli affidavano, perchè si preparassero bene alla prima comunione, o si esercitassero nello studio di quelle materie scolastiche nelle quali agli esami pubblici erano stati trovati deficienti; si ispirassero alla pietà dei giovani dell'Oratorio e ne imitassero le virtù; ovvero riformassero la loro condotta; e per altri motivi. La riuscita corrispondeva ai loro desiderii. Nel corso degli anni sotto lo stesso tetto si videro raccolti coi figli del popolo il marchesino, il contino, il cavaliere e il barone.

                La Duchessa di Montmorency aveva affidato a Don Bosco due fratelli, suoi protetti, appartenenti a nobile famiglia francese decaduta, che essa educava con affetto di madre e in tempo di vacanze ritirava presso di sè a Borgo Cornalense. Per più di un anno erano stati istruiti [354] nell'Oratorio, e la Duchessa, soddisfatta della loro riuscita, scriveva a D. Bosco una lettera, che noi qui riportiamo tradotta dall'originale francese.

 

                               Signor Abate Bosco,

 

                Voi mi avete prevenuta. Io voleva scrivervi, come faccio colla presente, per ringraziarvi delle cure che vi siete preso dei miei allievi, durante la mia lunga assenza. Io li ho trovati in perfetta stato di sanità, anzi più paffuti e nello stesso tempo fatti più grandi; progrediti l'uno nel disegno, l'altro nella lingua latina; e, ciò che è molto più essenziale, tutti e due hanno molto guadagnato in saviezza, specialmente Luigi. Non litigano più e non si battono. Enrico ha fatto progressi maravigliosi nel disegna ed io ne ringrazio il sig. Tommasini e il sig. Peire della loro attenta sorveglianza. Il mio intendente che vi porta questo biglietto è incaricato di ritirare tutti gli oggetti dei fanciulli, eccettuati i cassettoni, i tavolini e le altre piccole mobiglie delle quali voi avete dovuto fare acquisto per essi. Io voglio ancora, che egli saldi il conto delle spese che, li riguardano.

                La vostra visita, sulla quale io conto, signor abate, sarà preceduta dalla mia che voi avrete lunedì prossimo, se il tempo lo permette, perchè quando piove io non mi pongo volentieri in viaggio. Tutti qui stanno bene e fanno una festa per la vostra apparizione. Questo è il vero motto appropriato per indicare le vostre visite che sono un lampo.

                Aggradite, Sig. Abate, l'assicurazione de' miei sentimenti più, rispettosi.

                Giovedì a sera, 22 ottobre 1855.

 

DE MAISTRE D.SSA LAVAL MONTMORENCY.

 

                Intanto all'Oratorio ritornavano i giovani dalle vacanze, e venivano accettati i nuovi. Fra questi Bongioanni Domenico, fratello del già nominato Giuseppe, che poi costrusse, la chiesa di S. Alfonso in Torino, e Giovanni Bonetti di [355] Caramagna, che divenne insigne nella Pia Società Salesiana e che allora, per la sua età di anni diciassette e per le sue maniere, ebbe subito dai compagni il soprannome di papà

                Sul finire dell'ottobre entrava come pensionante nell'Oratorio un giovanetto di Tortona, il cui gran genio per la pittura e scultura avevano risolto il municipio di quella città ad aiutarlo, affinchè potesse venire a Torino a proseguir gli studii per l'arte sua. Egli aveva fatto una grave malattia in patria; e come fu all'Oratorio sia per essere convalescente, sia per trovarsi lontano dalla patria e dai parenti, sia anche per la compagnia dei giovanetti tutti sconosciuti, se ne stava osservando gli altri a trastullarsi, ma assorto in gravi pensieri. Lo vide Savio Domenico, e tosto si avvicinò per confortarlo, e tenne con lui questo preciso discorso.

                Il Savio cominciò: - Ebbene, mio caro, non conosci ancora alcuno, non è vero? - È  vero, ma mi ricreo rimirando gli altri a trastullarsi.

                - Come ti chiami?

                - Gavio Camillo di Tortona.

                 - Quanti anni hai?

                  - Ne ho quindici compiuti.

                  - Da che deriva quella malinconia che trasparisce in volto; sei forse stato ammalato?

                - Sì, sono stato veramente ammalato; ho fatto una malattia di palpitazione, che mi portò sull'orlo della tomba, ed ora non sono ancor ben guarito.

                - Desideri di guarire, non è vero?

                - Non tanto, desidero di fare la volontà di Dio.

                Queste ultime parole fecero conoscere il Gavio per un [356] giovane di non ordinaria pietà, e Savio continuò: - Hai dunque volontà di farti santo?

                - Questa volontà in me è grande.

                - Bene; ed io ti dirò in poche parole ciò che devi fare. Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore; procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia fin d'oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia serviamo il Signore in santa allegria.

                Questo discorso fu come un balsamo alle afflizioni di Gavio, che ne provò un vero conforto. Che anzi da quel giorno in poi egli divenne fido amico del Savio e costante seguace delle sue virtù.

 

 


CAPO XXX. L'anno scolastico 1855 - 56 - Stima di santità che hanno di D. Bosco gli alunni ed i loro parenti - La consegna della lista dei libri che ogni giovane ha Presso di sè La classe di terza ginnasiale ritirata nell'Oratorio - Letture Cattoliche - Breve Catechismo Per I Fanciulli - Lettera al Can. Vogliotti; servizio di chierici per la cattedrale; giovani raccomandati pel Seminario di Chieri - La solennità dell'Immacolata  Augurii ad una benefattrice per le feste natalizie - I Fratelli delle Scuole Cristiane rimossi dalle scuole civiche.

 

                COL ripopolarsi dell'Oratorio, disse il Can. Anfossi, D. Bosco, disagiato sopra una semplice scranna, ripigliava le sue lunghe ore di confessionale, in chiesa o in camera, benchè si facesse sempre coadiuvare da altri confessori, dall'Oblato D. Dadesso, da. D. Giacomelli e talora dal Teol. Borel e dal T. Marengo. Il preferito però era sempre D. Bosco, e quanti si confessavano da lui diventavano migliori.

                Il Teol. Marengo aveva tale stima di D. Bosco, che, dopo aver confessato un giovanetto per due o tre anni, [358] così lo consigliava: “Ora tu hai bisogno d'una direzione più accurata, e perciò è bene che ti scelga D. Bosco stesso per confessore”.

                Le madri scrivendo ai figli, o visitandoli, loro raccomandavano che si avvicinassero sovente a D. Bosco e andassero a confessarsi da lui; e dicevano: - Egli è un santo e saprà aiutarti! - I giovani studenti erano collocati dai loro genitori in Valdocco, - perchè, ripetevano, è la casa di un santo. - Gli alunni scrivendo a casa confermavano sempre meglio questa fama, sicchè le azioni di D. Bosco si narravano anche in mezzo al popolo, ed erano considerate e giudicate anche da persone probe e dotte, come portentose. E i parenti riscrivevano ai giovani incaricandoli di chiedere a D. Bosco preghiere per la conversione di una persona della famiglia, per l’aggiustamento di qualche affare imbrogliato, per la guarigione di un infermo. Li esortavano eziandio a chiedergli consigli, sia pel loro stato presente, sia per l'avvenire, e gli alunni, i quali conoscevano il suo cuore e la sua prudenza, gli manifestavano le domando dei parenti e le proprie. E D. Bosco ascoltava que' fanciulli colla stessa attenzione, colla quale s'intratteneva coi personaggi più gravi e di importanza. “Quando gli chiedevamo ci disse Pietro Enria, qualche consiglio egli rifletteva seriamente prima dì rispondere, e talvolta se non era sicuro del fatto suo non pronunciava sul momento un giudizio. Quando poi lo pronunciava, eravamo sicuri che era giusto”.

                Ma i giovani erano sopratutto persuasi della sua santitá dall'affetto soprannaturale che loro portava, diffuso egualmente su tutti, studenti ed artigiani Desideroso di far, ogni sforzo anche pel bene di questi, alla sera venivano da lui fatti istruire nel leggere, scrivere e tener conti, [359] mentre egli studiava tutti i mezzi per ritirarli dalle officine della città.

                Anche per gli studenti aveva presa D. Bosco una importante risoluzione. Alla loro entrata si mise in guardia, perchè non entrassero con essi i nemici più terribili delle case di educazione.

                Quindi ordinò che ogni alunno sul principio dell'anno scolastico presentasse al Superiore una lista esatta e da lui sottoscritta di ogni libro che tenesse o avesse portato seco. Tale precauzione era necessaria per assicurarsi che non penetrassero nell'Oratorio opere immorali o proibite dalla Chiesa. Talvolta dopo qualche mese ordinava una seconda lista.

                Non era mai troppa la vigilanza, perchè, anche senza colpa dei giovani, certi parenti per ignoranza involgevano gli oggetti di vestiario in empi giornali. I falsi amici facevano talora ogni sforzo per far giungere ai ricoverati romanzacci e altra lordura di simil fatta. Perciò era con molta attenzione guardato il parlatorio della porteria,,e venivano scrupolosamente visitati i bauli ed i pacchi.

                Chi lungo l'anno avesse ricevuto da casa o acquistate altre opere, senza prima chiedere licenza, doveva presentarle subito perchè fossero esaminate; e poi annotarle nella lista consegnata che era custodita dal Superiore. Se presso un giovane si fosse scoperto un libro celato dolosamente, e in specie se cattivo, non solo era sequestrato, ma s'imputava all'alunno una grave colpa di disobbedienza. Costui non di rado comprometteva la sua carriera, perchè D. Bosco era molto severo coi possessori di tale veleno. Questa disposizione generale entrò forse in vigore questo anno (1855), perchè sotto tale data sono le prime liste che si conservano negli archivi. Abbiamo anche [360] quella di Savio Domenico. Tali costumanze più non cessarono, perchè le pessime letture sono la rovina della moralità e delle vocazioni ecclesiastiche.

                Esaminato adunque l'elenco dei libri presentati dai giovani, ritirati quelli che non facevano per loro, dato, assetto ai laboratori, stabilito il programma degli studi, col principiar di novembre si ordinavano le classi del canto gregoriano. “D. Bosco, afferma il Teol. Piano, il quale amava che tutti lo imparassero, ogni sera veniva ad assisterci nelle singole lezioni”.

                D. Bosco intanto risolvevasi a stabilire le scuole interne nell'Oratorio. Ottime erano quelle del professor Bonzanino per i grammatici, e del Prof. D. Picco per i rettorici; ma l'andata ed il ritorno era pieno di pericoli morali per ciò che vedevano ed udivano i giovani. Procedendo però colla solita prudenza, ai primi di novembre destinò per una scuola la sala della prima cappella; quivi ordinò i giovani appartenenti alla terza classe ginnasiale e loro assegnò per maestro il Ch. Francesia Giovanni, il quale, compiuti i 17 anni, aveva finito in modo splendido, i suoi corsi di latinità. Egli nello stesso tempo avrebbe dovuto proseguire gli studi filosofici, teologici e letterari. Ma D. Bosco conosceva il valore intellettuale e morale del Francesia e anche di altri chierici, che destinava a suo tempo per l'insegnamento. In vari modi li aveva messi alla prova con simultanee e diverse occupazioni; e scherzando faceva loro osservare che i grandi oratori, storici, poeti del popolo romano avevano passata molta parte della loro vita sui campi di guerra, tra i rumori del foro, nelle faccende dello stato, e riuscivano in cose disparate per l'esercizio che perfezionava ogni loro facoltà.

                Quanto al fare la scuola e studiare nello stesso [361] tempo, D. Bosco ricordava la massima di S. Francesco di Sales: - Vuoi imparare? Studia da te con molto impegno. Vuoi imparare molto? Cerca chi ti istruisca. Vuoi imparare moltissimo? Mettiti a far scuola di ciò che vai studiando. - E la splendida riuscita dei maestri di Don Bosco, per l'entusiasmo in questa applicazione, dimostrò la verità di tale assioma. E poi bisognava far così perchè Dio lo voleva.

                Il Chierico Giovanni Battista Francesia, fiducioso nell'aiuto del Signore, pieno di coraggio incominciò le sue lezioni e riesci bene, perchè chi ha imparato ad obbedire sa comandare ed ha l'imperio sulle altrui volontà. Collo spirito di carità appreso da D. Bosco benigno, paziente, seppe amare i fanciulli, farsi amare da essi. Egli ebbe anche la fortuna in quest'anno di aver per discepolo Savio Domenico, il quale per la sua costante sollecitudine nello studio aveva meritato di essere promosso fra gli ottimi.

                Gli studenti di I e II ginnasiale e quelli di umanità e rettorica continuarono a frequentare le scuole private in Torino.

                I chierici dell'Oratorio poi, essendo iscritti nell'albo del Clero Diocesano, andavano regolarmente ad ascoltare le lezioni dei professori del Seminario. D. Bosco aveva chiesto in Curia che ne fosse dispensato il Ch. Francesia, perchè in quelle stesse' ore doveva occuparsi della sua classe di latino; prometteva però che sarebbesi presentato cogli altri compagni a subire gli esami. La Curia rispose non credersi autorizzata a concedere tale dispensa, e che perciò il Ch. Francesia o intervenisse regolarmente alla scuola, oppure si ritirasse dalla carriera ecclesiastica.

                D. Bosco allora disse a què signori: - Ebbene io [362] chiederò questo favore all'Arcivescovo; ma essi abbiano la bontà di non far sapere a Monsignore la nostra difficoltà, prima che io gli abbia scritto. - Promisero e mantennero, e da Lione giunse la sospirata licenza.

                Il Tipografo Ribotta intanto compieva la stampa di quattro fascicoli, destinati pei mesi di Dicembre e di Gennaio. Erano i Trattenimenti intorno al SS. Sacramento dell'Eucaristia per F. Carlo Filippo da Poirino, Sacerdote Cappuccino.

                A quando a quando il buon religioso fa risaltare nel suo scritto l'empietà, la slealtà e l'ingratitudine dei Protestanti verso N. S. Gesù Cristo.

                D. Bosco in questo mentre preparava un Breve Catechismo Pei Fanciulli ad uso della Diocesi di Torino, Preceduto dalle preghiere del mattino e della sera. In quelle della sera fa ripetere tre volte la giaculatoria: Cara Madre Vergine Maria, fate che io salvi l'anima mia! non essendo questa pratica notata nella prima edizione del Giovane Provveduto del 1847.

                Le orazioni erano seguite da un compendio di Storia Sacra in forma di dialogo diviso in 14 capitoletti, gli ultimi dei quali erano intitolati: Il Governo della Chiesa,e Ragionevolezza della fede cristiana; quindi davasi un sunto di catechismo per quelli che si dispongono a ricevere i tre sacramenti, cresima, confessione e comunione, diviso in nove lezioni. In fine disponeva il piccolo catechismo della diocesi, ove al 4. comandamento della legge di Dio aggiungeva le parole: acciocchè tu viva lungamente sopra la terra.

                Ultimato il suo lavoro, mandava il manoscritto al Caponico Vogliotti, Rettore del Seminario e Provicario diocesano con una sua lettera. [363]

 

                               Ill.mo e M. Rev.do Signor Rettore,

 

                Domani manderò il Ch. Reviglio con un compagno pel servizio di S. Giovanni. Dimandi pure liberamente e farò sempre quel che posso per compiacerla.

                Ricevo fr. 24 Oblazione pel giovanetto Cumino. Ho pure il piacere di sentire il savio parere di Lei e del Sig. Can. Fantolini sul Catechismo.

                Il giovane Ellena andrebbe di buon grado nel Seminario di Chieri piuttosto che in quello di Genova, ma la difficoltà è nella pensione. Il giovane è buono e la costante e regolare ed esemplare condotta fa sperar bene di sè. Se può coadiuvarlo, almeno per questi due anni, che il fratello Ch. è tuttora in Seminario, e favorirlo della piccola pensione, esso si vestirebbe da chierico, e andrebbe immediatamente dove V. S. sarebbe per mandarlo.

Con rispetto e gratitudine me Le offro in quel che posso

                Di V. S. Ill.ma e M. R.

 

Obb.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Il Can. Vogliotti, revisore arcivescovile, il 3 dicembre 1855 per delegazione di Mons. Arcivescovo approvava il Breve Catechismo di D. Bosco, facendovi alcune poche correzioni che vennero fedelmente eseguite. Non era stata ammessa anche questa volta la sostituzione della parola persona a quella di donna nel nono comandamento, perchè non si voleva mutare una dicitura adottata da anni dall'autorità ecclesiastica.

                Con questo catechismo Don Bosco faceva stampare 8000 copie di una coroncina in onore dell'Immacolata, di 4 paginette in16 dal Tipografo De Agostini, coroncina, che poi inseriva nel Giovane Provveduto. Contemporaneamente erano per lui litografate 1000 immagini dell'Immacolata [364]; e la festa dell'8 dicembre fu solenne quanto il suo cuore la desiderava.

                Intanto l'imminenza delle feste natalizie ricordavagli il dovere della gratitudine verso i benefattori de' suoi giovanetti e fra gli altri scriveva alla benemerita Signora Marchesa Fassati Maria che allora si trovava a Borgo.

 

                               Ill.ma Signora Marchesa,

 

                I poveri giovani ricoverati nella casa dell'Oratorio di San Francesco di Sales per mezzo mio ringraziano V. S. Ill.ma del pane che nella sua carità ha voluto loro somministrare e si uniscono a me per augurarle copiose benedizioni dal cielo nelle prossime solennità del Santo Natale.

                Per dimostrare la comune nostra gratitudine siamo d'accordo come segue: lo celebrerò la messa di mezzanotte secondo le intenzioni di Lei, i giovani l'ascolteranno pel medesimo fine. Ella adunque riparta come giudicherà meglio una messa solenne applicata per Lei e circa quattrocento (credo di più) messe udite. Offra al Sig. Marchese Fassati ed al Sig. Conte e famiglia De Maistre quella porzione che bene giudicherà.

                Io li raccomando tutti a Gesù Bambino ed all'Immacolata sua Madre; Ella poi non manchi di pregare per me, onde possa in ogni cosa fare la santa volontà di Dio. Così sia.

                Torino, 22 dicembre 1855.

 

Obl.mo Servitore

Sac. Bosco G.

 

                Senonchè la gioia delle feste natalizie era stata turbata da nuovi pericoli che sovrastavano alla buona educazione della gioventù in Torino. Il 27 dicembre 1855 il Municipio toglieva ai Fratelli delle Scuole Cristiane le scuole civiche, benchè si fosse riconosciuto che essi erano esattissimi nel loro dovere. Fra i pretesti per legalizzare [365] questo affronto, forse non fu estraneo il fatto di Racconigi. Quivi gli Ignorantelli tenevano un collegio e a qualche alunno avevano distribuito il libro del Barone di Nilinse col titolo: I Beni della Chiesa come si rubino e quali siano le conseguenze, pubblicato dalle Letture Cattoliche. Per questo delitto il Ministro sopra la pubblica istruzione aveva subito ordinato al Sindaco di Racconigi di togliere l'incarico dell'insegnamento ai Fratelli, avvertendolo che altrimenti il collegio sarebbe stato chiuso.

                I Fratelli furono adunque congedati dalle scuole civiche, e se questi buoni religiosi rimasero in Torino a educare i figli del popolo, si fu perchè la Direzione della Mendicità Istruita li mantenne in quelle da essa dipendenti.

                Intanto preti spretati, frati apostati, ecclesiastici rivoltosi contro i loro Vescovi, incominciavano ad ottenere la nomina di Presidi o Direttori di Collegi, e a sedere sulle cattedre come professori e maestri.

 

 


CAPO XXXI. D. Bosco e i suoi alunni - Mirabili mutazioni di costumi -Conversione di un piccolo incredulo - Predizione avverata che trionfa di un cuore ostinato.

 

                I MESI di novembre e dicembre erano da Don Bosco tutti impiegati nel preparare il suo campo nell'Oratorio, acciocchè poi lungo l'anno germogliassero nei cuori le semenze delle più elette virtù. Egli stesso accoglieva i giovani, studiava di guadagnarsi il loro affetto e tutta la loro confidenza, li induceva ad una buona confessione; e le anime si aprivano a lui come i fiori in sul mattino all'apparire del sole. In questi mesi con speciale premura non stancavasi di vivere quanto poteva in mezzo a' suoi cari figliuoli, per renderli risoluti nella via del bene.

                Ed era mirabile l'azione della grazia divina che accompagnavalo sempre. Quanti giovani buoni ed innocenti colla frequente comunione parevano emulare S. Luigi nella purità della vita! Quanti, che nei loro paesi erano caduti nei lacci del demonio, riformavano interamente la loro condotta e nella pietà gareggiavano coi primi! La virtù del sacramento della penitenza era evidente. Giovani [367] disgraziati per inveterate abitudini, alla prima confessione fatta nell'Oratorio, sentivansi come rinati e liberi, anche per anni, da ogni tentazione! Guai però se abusando della grazia si gettavano in qualche pericolosa occasione. Ciò noi abbiamo conosciuto dalla confidenza di molti e molti. Vi erano poi di quei poveretti imbevuti dello spirito anticristiano del mondo, accettati da Don Bosco in prova e talvolta entrati con menzognere raccomandazioni. In essi, la malizia talora superava l'età. E D. Bosco? D. Bosco non precipitava una decisione, si armava di un solerte spirito di sacrificio e prudentemente si adoperava per trarre a Dio quelle anime. E più volte la sua carità ottenne il premio. Egli soleva ragionare. “Siccome non v'è terreno ingrato e sterile che per mezzo di lunga pazienza non si possa finalmente ridurre a frutto, così è dell'uomo; vera terra morale, la quale per quanto sia sterile e restìa, produce nondimeno tosto o tardi pensieri onesti e poi atti virtuosi, quando un direttore con ardenti preghiere aggiunge i suoi sforzi alla mano di Dio nel coltivarla e renderla feconda e bella. In ogni giovane anche il più disgraziato avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell'educatore è di cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto”

                Abbiamo già fatto varie volte cenno qua e là in queste memorie di tale sua perspicace attenzione, e nello stesso tempo di sua ammirabile e circospetta longanimità; e qui ne diamo un'altra prova. D. Bosco un mattino dalla chiesa saliva in sua camera; sul poggiuolo incontrò un signore che lo attendeva. Al suo fianco stava un giovanetto, vestito pulitamente, di graziosa fisonomia, con occhi vivaci che palesavano un'intelligenza non comune. Entrato in camera, quel signore venne introdotto e il giovanetto. [368] rimase appoggiato alla ringhiera del balcone, osservando la ricreazione animata degli alunni in cortile. Quel signore intanto diceva a D. Bosco: - Ha visto quel giovane che ho condotto con me?

                - Sì; l'ho visto e mi ha fatto piacere il vederlo, perchè mi pare di carattere aperto.

                - Ebbene: quel giovane è mio figlio, ma se lei sapesse quanti dispiaceri mi cagiona!

                - Possibile?

                - Ascolti: prima l'ho collocato nel collegio di C... e poi in quello di R... Non so come sia andata la cosa, ma le so dire che è divenuto tanto cattivo, che io non so più come fare a mutare i suoi sentimenti. Ha letto di tutto, ha visto di tutto, parla di ogni cosa senza riguardo, e ne ha fatte di ogni colore. Specialmente contro la religione nutre un astio del quale non so darmi spiegazione, perchè in famiglia la religione è rispettata e praticata. Ma vi è d'altro ancora. Tornato dal collegio in paese per le vacanze autunnali, entrò in casa e non salutò nè padre nè madre e uscito dopo pochi istanti andò difilato al caffè vicino e si mise a giuocare al bigliardo e poi ai tarocchi. Li stette fino a notte avanzata... Non vuole udire osservazioni, risponde insolentemente, rifiutasi con franchezza di obbedire, disprezza le pratiche di pietà e non vuol saperne di chiesa. Io e sua madre siamo desolati. Non sappiamo a quale partito appigliarci. Le misure di rigore, ne siamo certi, non serviranno che ad irritarlo. Come fare adunque? Oh D. Bosco! Io le ho esposto sinceramente lo stato lagrimevole di mio figlio. Ci aiuti lei! Abbiamo pensato che solamente D. Bosco potrebbe riuscire a fargli un po' di bene. Tenti una prova! Se avesse la bontà di riceverlo in mezzo agli altri suoi figliuoli, chi sa che ciò [369] non potesse ricondurlo sulla buona strada. Gli avvisi suoi, gli esempi de' compagni potrebbero influire sopra il suo animo pervertito. Lo accetterebbe?

                D. Bosco per qualche momento rimase pensoso, mentre quel signore lo guardava con viva ansia, e disse finalmente: - Quanti anni ha?

                - Quattordici anni appena, rispose il padre. - Don Bosco riflettè ancora; e poi rispose sorridendo:

perchè no?

                - Oh sì, D. Bosco, faccia la prova lo pago quanto fa di bisogno: non guardo a spesa; con quest'opera di carità renderà felice un povero padre e una povera madre, che si trovano oppressi, da un dolore che non si può immaginare.

                - Ebbene! volentieri! Ma il suo giovanetto vorrà fermarsi qui?

                - In quanto a questo ne lasci la cura a me. Ora glielo presenterò; lo interroghi, gli parli, e quindi io gli farò la proposta. -Quel povero padre allora fece entrare il figlio, il quale si presentò a D. Bosco con disinvoltura, che dopo alcune parole divenne amorevolmente espansiva. D. Bosco non gli fece alcun cenno di ciò che più gli stava a cuore, cioè dell'anima sua, ma prese a parlargli di varie cose che prevedeva avrebbero incontrato il suo genio, e con quell'attrattiva che era tutta sua propria, seppe interessarlo in modo che ne rimase incantato. Rise, interrogò, raccontò e rimase preso di affetto per D. Bosco.

                Nell'uscire il padre gli disse: - Ebbene, figlio m io, ti piace D. Bosco?

                - Se mi piace? Mi ha parlato di tante belle cose! Ne ho visti pochi uomini buoni ed amorevoli come lui! Quanto è diverso dagli altri preti che ho conosciuti in quei convitti! E poi non mi ha detto una sola parola [370] di religione. Davvero che sono rimasto contento d'avergli parlato. - Cosi continuarono ancora quel dialogo per qual che istante, e il padre, vedendo che Don Bosco aveva fatta tanta impressione su di lui, uscì a proporgli il progetto che meditava; e gli disse: - È  necessario che tu non interrompa gli studi. In paese non abbiamo le scuole che ti convengono. Dal collegio, dove quest'anno ti avevo messo, mi hanno scritto non avere più alcun posto per te. Or bene, dimmi, ti piacerebbe questo collegio? saresti contento di stare con D. Bosco?

                - Per me non avrei difficoltà.

                - E se io davvero ti mettessi qui con D. Bosco?

                - Per parte mia non ho niente in contrario... anzi... però a tre condizioni.

                - Sentiamo.

                - La prima che non mi parlino mai di confessione la seconda che io sia dispensato dall'andare in chiesa, perchè non vi voglio metter piede; la terza di poter fuggire quando voglio! Altrimenti no.

                Il padre storse un po' le labbra; ma conoscendo con chi aveva da fare, non  credette opportuno opporsi a simile programma. Rientrò pertanto da D. Bosco, e, temendo, una ripulsa, fece note con esitazione le condizioni poste dal figlio. D. Bosco le udì senza punto scomporsi, e sorridendo gli rispose: - Ebbene: dica a suo figlio che accetto. - Il padre era fuori di sè per la contentezza, e lasciò il figlio all'Oratorio esso pure soddisfatto. D. Bosco prese a trattarlo, con tutta bontà, come se fosse uno degli alunni migliori, ma senza dirgli una sola parola di religione, conoscendo che in quel momento sarebbe stato inutile. Tuttavia quel disgraziato, avendo occhi ed orecchie, era costretto a vedere i santi esempi de' suoi [371] compagni e udire i sermoncini della sera e altre ammonizioni che D. Bosco indirizzava alla comunità. Nella prima settimana, quando la campana suonava per andare in chiesa, il giovanetto si ritirava a passeggiare sotto i portici e talora cantarellando canzoni profane.

                Ma siccome nessuno lo rimproverava o invitavalo a stare alla regola, incominciò ad essere quasi stizzito per la noncuranza che parevagli dimostrassero gli altri per i fatti suoi; ed anche a provare noia per la solitudine alla quale egli condannavasi in quell'ora. Quindi, anche per curiosità, si risolse di entrare in chiesa. Senza fare atto di riconoscere la santità del luogo, si piantò in piedi in un angolo e osservava i compagni che pregavano, il confessionale attorniato da penitenti e coloro che andavano alla santa comunione. - Imbecilli! brontolava a voce sommessa, ma in modo che qualcuno l'udì: Imbecilli! - Egli a questo modo voleva dimostrarsi di spirito indipendente e fors'anco cercava ribellarsi ad un nuovo sentimento che faceasi strada nel suo cuore, e al quale voleva resistere ad oltranza. Così la cosa procedette per un po' di tempo, continuando egli ad andare in chiesa, ma sempre con un contegno indifferente o sprezzante. Alcuni giovani però, fra i più adulti della compagnia di S. Luigi e fra i più sodi in virtù, se l'avevano preso in mezzo conversando e giocando con lui per farselo amico e per tenerlo isolato da chi avrebbe potuto riceverne scandalo. D. Bosco intanto pregava, e faceva pregare per lui.

                I consigli dei nuovi e leali amici, alcune di quelle parole di Don Bosco che lasciavano nel suo cuore una incancellabile traccia, a poco a poco lo fece rinsavire. Aveva posto tanto amore in D. Bosco, che gli sembrava di non poter vivere senza di lui. Incominciò a ragionare fra sè: [372]

                - I miei compagni vanno in chiesa, si confessano, si comunicano e sono tanto allegri e si divertono tanto di cuore! Ed io... - Riflettè seriamente, risolse, andò in chiesa con quelli della sua classe e pregò.

                Ed ecco un giorno lo si vide avvicinarsi a poco a poco al confessionale ove era D. Bosco, ed inginocchiarsi. Viene il suo turno e si confessa, quindi si ritira dal confessionale come trasfigurato e gli occhi aveva pieni di lagrime. La sua fisionomia naturalmente molto bella, aveva presa un'espressione tale, che sembrava quella di S. Luigi. Ritornato in chiesa al suo posto, pregò a lungo, si confessò ancora due o tre volte e finalmente si comunicò con molto fervore.

                Da quell'istante egli divenne un alunno fra i più esemplari.

                Altro caso simile aveva suo epilogo sul finire del mese di dicembre. Un alunno studente era ritornato dalle vacanze autunnali, le quali avevano recato danno notevole a' suoi costumi. Quanto era cambiato da quel di una volta! Don Bosco, esauriti tutti i mezzi che gli seppe suggerire il suo zelo, dovette scrivere al padre dolorose notizie.

 

Torino, 17 dicembre 1855.

 

                               Preg.mo Signore,

 

                Gli anni scorsi Le scrivevo per darle buone nuove di Giovannino; questa volta per darne delle cattive. Dacchè venne, dalle vacanze io non ne ho più potuto cavare alcun costrutto.

                Non vuole più saperne di divozione; al mattino non è più possibile a farlo levare di letto, e quando si leva non va in chiesa, esce di casa senza licenza, nella scuola si fa poco onore: e quello che è più non dà più ascolto ai miei avvisi. - Insomma io lo veggo ad un punto di dare gravi dispiaceri a me e gravi disgusti a Lei. [373] La lettura di quei tali giornali nel corso delle ultime vacanze gli hanno guastata la testa e Dio voglia che non gli abbiano guastato il cuore. Provi a scrivergli una lettera in cui lo rimproveri della sua cattiva condotta; che se egli non si correggesse io mi troverei nella spiacevole circostanza di non poterlo più tenere in casa. Ho stimato bene di prevenirla prima che le cose diventino peggiori.

                Caro signore! Se sapesse qual tristo seme siano le cattive letture nel cuore della gioventù! Non mancherò di fare quel poco che posso per suo figlio. Raccomandiamo ogni cosa al Signore, e mi creda quale mi dico rispettosamente

 

Dev.mo Servitore

Sac. Bosco Gio.

 

                Fu recapitata al giovane una lettera del padre, nella quale gli erano fatti serii rimproveri e gravi ammonizioni, ma il figlio non ne fu punto commosso. Si aggiunse a suo carico che nella lista, che dovette dare dei libri recati con sè al principio dell'anno ne aveva ommessi alcuni dei più pericolosi per l'inesperta età. Conosciuto il suo malizioso inganno, D. Bosco riscriveva al padre:

 

                               Car.mo Signore,

 

                La sua lettera unitamente a quanto ho saputo dire al figlio Giovanni non fecero alcuna impressione sopra di lui. L'ho fatto venire qui in mia camera in questo momento e gli ho detto quanto ho saputo. Egli tace e dice niente, o mi dice una serie di bugie. Ha letto i libri più sconci e proibiti per cui s'incorre nella scomunica; e ciò anche in tempo di messa e di predica.

                Domani 24 dicembre dice che va a casa; conchiuda ciò che vuol fare; io non posso più tenerlo in casa. Il suo professore mi ha mandato a dire che non l'accetta più nella scuola se non accompagnato da una lettera. Le ragioni sono che studia poco e spesso manca da scuola. [374] Mi rincresce molto a darle queste notizie, ma non voglio ingannarlo. Se in qualche cosa gli posso essere utile conti pure sopra di me che di tutto cuore mi dico sempre

                Torino, 23 dicembre 1855.

 

Dev.mo Servitore

Sac. Bosco Gio.

 

                Questo caso sembrava disperato, eppure tale non fu. Nell'Oratorio si viveva, e tutti ne erano persuasi, in un ambiente nel quale il sovrannaturale divino aleggiava in modo sensibile. Infatti il 24 dicembre compievasi una predizione, che D. Bosco aveva annunziata circa due anni prima, e che aveva tenuti continuamente sospesi gli animi di tutti gli alunni in aspettazione del suo adempimento. Nessuno poteva sottrarsi all'evidenza del fatto. Ne parleremo nel capo seguente. Il nostro giovane ne provò una stretta violenta e salutare; chiese perdono, pregò D. Bosco, e fu ritenuto nell'Oratorio. Quindi mutò interamente condotta, e attenne.

 

 


CAPO XXXII. I sogni di D. Bosco giudicali da D. Cafasso Il sogno delle 22 lune -Morte di Gurgo Secondo Divozione di D. Bosco per le anime del Purgatorio Morte di Gavio Camillo - Avveramento di altre predizioni sulla fine di varii giovani.

 

                I GIOVANI dell'Oratorio erano di già persuasi che Don Bosco avesse ricevuti dal Signore doni spirituali straordinarii. Aveva egli, fra le altre cose, predetta la morte di parecchie, persone ed altri avvenimenti contingenti ed umanamente imprevidibili. Ma nell'anno 1854 rimasero sempre più impressionati, quando incominciò ad esporre sogni che si possono realmente definire come celesti visioni, perchè in questi Iddio faceva vedere a D. Bosco, quello che voleva da lui e dai giovani e sovratutto ciò che occorreva al bene spirituale dell'Oratorio. D. Bosco annetteva a questi sogni grande importanza, temperata però da una sincera umiltà, essendo evidente che nel parlarne ai giovani non cervava per sè gloria di sorta; anzi nell'esordire in tali narrazioni, per allontanare da sè ogni ombra di merito e di privilegio, sceglieva sempre fra due pensieri il più ordinario e il meno proprio [376] a farle risaltare, e sovente ricorreva a qualche descrizione giocosa e palliava i punti più brillanti, che si presentavano però naturali e spontanei in chi l'udiva.

                Ma la loro importanza D. Bosco la dimostrava coi fatti, giacchè egli in questi casi non risparmiava fatica alcuna come predicare, confessare, dare udienza, anche ad uno ad uno dei giovanetti, che andavano a domandargli conto di ciò che aveva saputo sul loro presente o sul loro, avvenire. L'effetto immancabile di tali racconti era un salutare orrore al peccato, quale non avrebbe incusso un corso di esercizi spirituali. Tutti si confessavano con particolare compunzione, molti facevano la confessione generale, e le comunioni erano assai più frequenti, con indicibile vantaggio delle anime. E non poteva essere altrimenti vedendo avverate predizioni colle scrutazioni dei cuori.

                “Tuttavia, ci disse una volta D. Bosco, parlandoci in confidenza d'amico, nei primi anni io andava a rilento, nel prestare a que' sogni tutta quella credenza che meritavano. Molte volte li attribuiva a scherzi di fantasia. Raccontando quei sogni, annunziando morti imminenti, predicendo il futuro, più volte era rimasto nell'incertezza, non fidandomi dì aver ben compreso e temendo di dire bugie. Talora dopo aver parlato non sapeva più ciò che avessi detto. Perciò alcune volte mi confessai a D. Cafasso di questo, secondo me, azzardato parlare. Il santo prete mi ascoltò, pensò alquanto e poi mi disse: - Dal punto che quanto dite si avvera, potete star tranquillo e continuare. - Però solo anni dopo quando morì il giovane Casalegno e lo vidi nella cassa sopra due sedie nel portico, precisamente come nel sogno, e seppi dell'impegno nel quale erasi messo D. Cagliero di impedire l'avveramento [377] della cosa senza riuscirvi, allora più non esitai a credere fermamente che que' sogni fossero avvisi del Signore”.

                Di questo sogno ne parleremo a suo tempo; ora ripigliamo il filo.

                Nel marzo del 1854 in giorno di festa, D. Bosco dopo i vespri radunò tutti gli alunni interni nella retrosagrestia dicendo di voler raccontar loro un sogno. Erano presenti fra gli altri i giovani Cagliero, Turchi, Anfossi, il Ch. Reviglio, il Ch. Buzzetti, dai quali abbiamo raccolta la nostra narrazione. Tutti erano persuasi che sotto il nome di sogno D. Bosco occultasse le manifestazioni che aveva dal cielo.

                Il sogno fu questo: - Io mi trovava con voi nel cortile e godeva nel mio cuore di vedervi vispi, allegri e contenti. Chi saltava, chi gridava, chi correva. Ad un tratto vedo che uno di voi esce da una porta della casa e si mette a passeggiare in mezzo ai compagni, con una specie di cilindro, ossia turbante, sul capo. Era questo trasparente, tutto illuminato nell'interno; e colla figura di una grossa luna, nel bel mezzo della quale era scritta la cifra 22. Io stupito cercai subito di avvicinarlo per dirgli che lasciasse quell'arnese da carnevale: ma ecco mentre Varia si oscurava, come se fosse stato dato un segnale di campanello, il cortile si sgombra e scorgo tutti i giovani sotto i portici della casa, disposti in fila. Il loro aspetto manifestava un gran timore, e dieci o dodici di essi aveano il viso ricoperto di strana pallidezza. Io passai davanti a tutti questi per osservarli; e scorgo fra di loro quello che aveva la luna sul capo, più pallido degli altri; da' suoi omeri pendeva una coltre funebre. M'incammino verso di lui per chiedergli che cosa significasse quello strano spettacolo; ma una mano mi trattiene, e vedo uno sconosciuto [378] di grave aspetto e nobile portamento, che mi dice: -Ascoltami, prima di avvicinarti a lui; egli ha ancora 22 lune di tempo, e prima che siano passate, morrà. Tienlo d'occhio e preparalo! - Io voleva domandargli qualche spiegazione del suo parlare e della sua improvvisa comparsa, ma più nol vidi. Il giovane, miei cari figliuoli, io lo conosco ed è tra di voi!

                Un vivo terrore si impossessò di tutti i giovani, tanto più essendo la prima volta che D. Bosco annunziava in pubblico e con una certa solennità la morte di uno della casa. Il buon padre non potè a meno di notarlo e proseguì: - Io lo conosco ed è tra voi quel delle lune. Ma non voglio che vi spaventiate. È  un sogno come vi ho detto, e sapete che non sempre si deve prestar fede ai sogni. Ad ogni modo, comunque sia la cosa, quello che è certo si è che dobbiamo essere sempre preparati come ci raccomanda il divin Salvatore nel santo Vangelo e non commettere peccati; ed allora la morte non ci farà più paura. Fatevi tutti buoni, non offendete il Signore, ed io intanto starò attento e terrò d'occhio quello del numero ventidue, il che vuol dire 22 lune, ossia 22 mesi: e spero che farà una buona morte.

                Questo annunzio, se spaventò sul principio i giovani, fece però in appresso grandissimo bene, perchè stavano tutti attenti a mantenersi in grazia di Dio, col pensiero della morte, ed a contare intanto le lune che trascorrevano. D. Bosco a quando a quando li interrogava: Quante lune vi sono ancora? - E gli veniva risposto: - Venti, diciotto, quindici, ecc. - Talora i giovani che badavano a tutte le sue parole, gli si accostavano per annunziargli le lune già passate, e cercavano far pronostici, indovinare; ma D. Bosco stava in silenzio. Il giovane Piano, entrato [379] come studente nell'Oratorio nel mese di novembre 1854, sentiva parlare della nona luna e dai compagni e dai superiori venne a sapere ciò che D. Bosco aveva predetto. Ed egli pure, come tutti gli altri, stette in osservazione.

                Finì l'anno 1854, trascorsero molti mesi del 1855 e venne l'ottobre, cioè la luna ventesima. Cagliero, già chierico, era incaricato di sorvegliare tre stanzette vicine nell'antica casa Pinardi, che servivano di dormitorio ad una camerata di giovani. Fra questi era un certo Gurgo Secondo, Biellese da Pettinengo, in sui 17 anni, di belle e robuste forme, tipo di una florida sanità, che dava tutte le speranze di lunga vita, fino ad estrema vecchiezza. Suo padre l'aveva raccomandato a D. Bosco perchè lo tenesse in pensione. Valente suonatore di pianoforte e di organo studiava da mane a sera la musica e guadagnava di bei, soldi dando lezioni in Torino. D. Bosco lungo l'anno, a quando a quando, aveva interrogato il Ch. Cagliero sulla condotta de' suoi assistiti, con particolare premura. Nell'ottobre lo chiamò a sè e gli disse: -Dove dormi tu?

                - Nella stanzetta ultima, rispose il Ch. Cagliero; e di là assisto le altre due.

                - E non sarebbe meglio che trasportassi il tuo letto in quella di mezzo?

                - Come vuole; ma le faccio notare che le altre due stanze sono asciutte, mentre nella seconda una parete è formata dalla muraglia del campanile della chiesa, costrutto di fresco. Vi è quindi un po' di umidità: si avvicina l'inverno e potrei prendermi qualche malanno. D'altronde di dove mi trovo adesso, posso benissimo assistere tutti i giovani del mio dormitorio.

                - Quanto ad assisterli lo so che puoi; ma è meglio, replicò D. Bosco, che te ne vada in quella di mezzo.  [380] Il Ch. Cagliero obbedì, ma dopo qualche tempo chiese licenza a D. Bosco di tramutare il suo letto nella stanza primiera. D. Bosco non acconsentì, ma gli disse: - Sta dove sei e riposa tranquillo che la tua sanità nulla avrà a soffrirne.

                Il Ch. Cagliero si acquietò e alcuni giorni dopo di bel nuovo fu chiamato da D. Bosco: - Quanti siete nella tua nuova stanza?

                Rispose: - Siamo tre: io, il giovane Gurgo Secondo, il Garovaglia; ed il pianoforte che fa quattro.

                - Bene, disse D. Bosco; va bene: siete, tre suonatori, e Gurgo potrà darvi lezioni di pianoforte. Tu guarda di assisterlo bene. - E null'altro aggiunse. Il chierico, punta da curiosità e venuto in sospetto, incominciò a fargli qualche domanda, ma D. Bosco lo interruppe dicendogli: - Il perchè lo saprai a suo tempo. - Il segreto era che in quella stanza stava il giovane delle 22 lune.

                Al principio di dicembre non vi era alcun ammalato nell'Oratorio, e D. Bosco, salito in cattedra alla sera dopo le orazioni, annunziò che uno dei giovani sarebbe morto prima del santo Natale. Per questa nuova predizione e perchè le 22 lune ormai si compievano, in casa regnava una grande trepidazione, si ricordavano frequentemente le parole di D. Bosco e se ne temeva l'avveramento.

                D. Bosco in que' giorni aveva chiamato a sè ancora una volta il Ch. Cagliero, e gli domandò se Gurgo si portasse bene e se, date le lezioni di musica in città, ritornasse a casa per tempo. Cagliero gli rispose che tutto andava bene e che non vi erano novità ne' suoi compagni. Ottimamente; sono contento: invigila perchè siano tutti buoni, e avvisami se accadessero degli inconvenienti. Cosi gli disse D. Bosco che più altro non aggiunse. [381] Ed ecco verso la metà di dicembre essere il Gurgo assalito da una colica violenta e così pericolosa che, mandato a chiamare in fretta il medico, per suo consiglio gli si amministrarono i santi Sacramenti. Per otto giorni, e molto penosa, durò la malattia e volgeva in meglio, grazie alle cure del dottore Debernardi, sicchè Gurgo potè levarsi da letto convalescente. Il male era come sparito e il medico ripeteva averla il giovane scappata bella. Intanto era stato avvisato il padre, poichè, non essendo ancora morto alcuno all'Oratorio, D. Bosco voleva impedire agli allievi un funereo spettacolo. La novena del Santo Natale era incominciata e Gurgo pressochè guarito contava d'andare al paese nelle feste natalizie. Tuttavia, quando si davano buone nuove di lui a D. Bosco, ci aveva l'aria di chi non voglia credere. Venne il padre, e trovato il figlio già in buono stato, chiesta ed ottenuta licenza, andò a prendere il posto alla vettura per condurlo l'indomani a Novara, e poi a Pettinengo, perchè si ristabilisse pienamente in salute. Era di domenica, 23 dicembre; Gurgo però quella stessa sera mostrò desiderio di mangiare un po' di carne, cibo vietato dal medico. Il padre per rafforzarlo corse a comprarla e la fece cuocere in una macchinetta da caffè. Il giovane bevette il brodo e mangiò la carne, che certo doveva essere mezzo cruda e mezzo cotta e forse troppo -più del necessario. Il padre si ritirò; nella camera rimase l'infermiere e Cagliero. Ed ecco ad una certa ora della notte l'infermo comincia a lamentarsi per i dolori di ventre. La colica era tornata ad assalirlo nel modo più straziante. Gurgo chiamò per nome l'assistente: - Cagliero, Cagliero? Ho finito di farti scuola di pianoforte.

                - Abbi pazienza: coraggio! rispondeva Cagliero.

                - Io non vado più a casa: non parto più. Prega per [382] me; se sapessi quanto male mi sento. Raccomandami alla Madonna.

                - Sì, pregherò: invoca anche tu Maria SS.

                Intanto Cagliero incominciò a pregare; ma vinto dal sonno  si addormentò. Ed ecco all'improvviso l'infermiere lo scuote e accennandogli Gurgo corre subito a chiamare D. Alasonatti, che dormiva nella camera vicina. Questi venne, e dopo qualche istante Gurgo spirava. Fu una desolazione in tutta la casa. Cagliero al mattino incontrò Don Bosco che scendeva le scale per andare a dire la S. Messa ed era molto mesto, perchè già gli era stata comunicata la dolorosa notizia.

                Intanto nella casa si faceva un gran parlare di questa morte. Si era alla vigesima seconda luna e questa non ancora compiuta; e Gurgo, morendo il 24 dicembre prima dell'aurora, compieva anche la seconda predizione, cioè che egli non avrebbe vista la festa del santo Natale.

                Dopo pranzo i giovani e i chierici circondavano silenziosi D. Bosco. A un tratto il Ch. Turchi Giovanni lo interrogò se Gurgo fosse quello delle lune. - Sì, rispose D. Bosco: era proprio lui; è appunto desso che io vidi nel sogno! - Quindi soggiunse ancora: -Avrete osservato, che io, tempo fa, lo aveva messo a dormire in una camerata speciale, raccomandando a taluno dei migliori assistenti, che là trasportasse il suo letto acciocchè potesse continuamente vigilar su di lui. E l'assistente fu il Ch. Giovanni Cagliero. E improvvisamente voltosi a questo chierico gli disse: Un'altra volta non farai più tante osservazioni a quanto ti dirà D. Bosco. Adesso capisci perchè io non voleva che tu lasciassi la camera ove era quel poveretto? Tu mi supplicavi; ma io non volli contentarti, appunto perchè Gurgo avesse un custode. Se egli fosse [383] ancor vivo, potrebbe dire le quante volte gli andava parlando così alla larga della morte e le cure che gli prodigai per disporlo ad un felice passaggio.

                “Io, scrisse Mons. Cagliero, intesi allora il motivo delle speciali raccomandazioni fattemi da D. Bosco, ed imparai a conoscere ed apprezzare vie meglio l'importanza, delle sue parole e dè suoi paterni avvisi”.

                “La sera, vigilia di Natale, narra Enria Pietro, mi ricordo ancora D. Bosco che saliva sulla cattedra girando gli occhi intorno come se cercasse qualcuno. E disse:  il primo giovane che muore nell'Oratorio. Ha fatto le sue cose bene e speriamo che sia in paradiso. Raccomando a voi che siate sempre preparati…..- E non potè più parlare perchè il suo cuore era troppo addolorato. La morte avevagli rapito un figlio”.

                Essendo Gurgo il primo alunno morto nella casa, dal giorno che era stato fondato l'Oratorio, D. Bosco volle fargli un funerale onorevole, benchè con pompa mediocre[16]. In questa occasione D. Bosco trattò col Parroco di Borgo Dora, per intendersi sui diritti parrocchiali, qualora altri giovani fossero chiamati all'eternità. Egli prevedeva con certezza altre morti, alle quali pare che accennasse chiaramente il sogno, benchè non ci consti che [384] desse di tutte avviso agli alunni. D. Gattino usò cortese deferenza verso l'Oratorio nello stabilire le condizioni per il trasporto dei nostri defunti, fissando il costo delle varie classi di funerali, e concedendo agevolezze in quelle spese, che non sui parenti, ma sopra D. Bosco avessero gravato.

                Nelle feste del Natale intanto D. Bosco raccomandava caldamente ai giovani interni ed esterni, che le molte comunioni avessero per fine i suffragi per l'anima del povero Gurgo.

                D. Bosco ardeva di una tenerissima carità verso le anime del purgatorio. Alla morte di un giovane, o di un benefattore o amico della casa, ordinava tosto preghiere pubbliche, comunione generale, recita di una terza parte di Rosario, la celebrazione di un modesto funerale e l'applicazione della messa della comunità in loro suffragio Faceva recitare per i defunti preghiere speciali tutti i giorni, nell'esercizio mensile di buona morte, nell'ultimo giorno di carnevale. La sera di Ognissanti in chiesa, egli assisteva in mezzo ai giovani alla recita del Rosario intiero e sovente la guidava; e il 2 novembre celebrava un ufficio funebre per tutti i fedeli defunti. Raccomandava ai giovani in loro favore l'Atto eroico di carità. Occorrendo una festa in cui si potesse lucrare indulgenza plenaria applicabile alle anime purganti, non mancava mai di notarla. Animava gli infermi e gli afflitti a soccorrere quelle povere anime, coll'offrire per esse a Dio le loro tribolazioni; ed egli offriva le proprie unite a continue preghiere. Quando qualche giovane o altra persona domandavagli un consiglio in modo generico, egli soleva dire: - Fate una comunione o recitate una terza parte del Rosario, o ascoltate la S. Messa in suffragio di [385] quell'anima del purgatorio a cui manca solo il merito di questa opera buona - per soddisfare alla divina giustizia e volare al paradiso. - Queste o altre pratiche di pietà per lo stesso fine ei consigliava, anche non richiesto. La sua fede era vivissima nell'esistenza del Purgatorio. Nelle istruzioni religiose e nei discorsi famigliari si studiava sovente di dare ai giovani un'idea esatta della credenza delle pene del purgatorio; e le descriveva con tanta vivezza di colori, che ispirava in tutta l'udienza una profonda compassione e un caldo desiderio di pregare e patire in suffragio delle anime purganti. Di ciò D. Rua, D. Turchi, D. Francesia, D. Cagliero, tutti insomma ne sono testimonii fin dai primordi dell'Oratorio.

                Seppellito Gurgo, un altro giovanetto era chiamato da Dio all'eternità. Gavio Camillo, nei due soli mesi che visse all'Oratorio, aveva edificati i compagni con un'insigne pietà. Ma la sua malattia antica ricomparve e malgrado le sollecitudini dei medici e degli amici non le si potè più trovare rimedio. Savio Domenico andò più volte a visitarlo e si offerse di passare le notti vegliando presso di lui, sebbene non gli venisse permesso. Dopo alcuni giorni di peggioramento e dopo aver ricevuti con grande edificazione gli ultimi sacramenti, assistito da D. Bosco, rendeva l'anima sua al Creatore il 29 dicembre 1855.

                Quando Savio Domenico seppe che l'amico era spirato, volle andarlo a vedere per l'ultima volta, e mirandolo estinto, commosso gli diceva: - Addio, Gavio, io sono intimamente persuaso che tu sei volato al Cielo; perciò prepara anche un posto per me; io ti sarò sempre amico, e finchè il Signore mi lascierà in vita, pregherò pel riposo dell'anima tua. - Dopo andò con altri compagni a recitare l'ufficio dei morti nella camera del defunto, e si [386] fecero altre preghiere lungo il giorno; quindi invitò alcuni dei più buoni condiscepoli a fare la santa comunione, ed egli stesso la fece più volte in suffragio del caro amico.

                D. Bosco nel registro degli alunni a fianco del nome di Gavio scrisse: Morì in odore di singolar virtù. Da indizii da noi raccolti, certi, benchè non precisati, pare che anche di questo giovanetto D. Bosco abbia preavvisata la morte. Più modesti che per Gurgo furono i suoi funerali[17].

                Oltre la suddetta profezia altre di simil genere furono da D. Bosco annunciate. “Dal 1854 al 1860 parecchie volte, affermò il Can. Anfossi, D. Bosco dopo le orazioni della sera tenendo il solito discorsetto ebbe a dire: - Fra poco (e alle volte determinava il tempo p. e un mese) uno di quelli che sono qui andrà a rendere conto al Signore della sua vita. - È  incredibile quanto grande era l'impressione che queste parole facevano sull'animo nostro, non potendo noi menomamente sospettare a chi si riferisse tale avviso, non essendovi malati in casa; e di più già conoscevamo per esperienza che tale annunzio, altre volte fatto, erasi avverato. Il Cav. Domenico D. Morra Canonico della Cattedrale di Pinerolo, mio compagno nell'Oratorio, da me interrogato confermò pienamente queste profezie”. [387]

                Dal 1860 oltre al 1880, si può dire che quasi ogni mese, annunziando l'esercizio di buona morte, D. Bosco soleva fare simili predizioni; ma narrando con tale precisione le circostanze di quelle morti future da far meravigliare quelli che ne vedevano il pieno avveramento. Il nome di alcuni di questi giovani defunti fu dimenticato; di alcuni sogni verificati i singoli casi e le singole circostanze o non furono scritte, essendo cose consuete, o se ne perdettero in tanti anni i documenti. Però in una sua nota, dice D. Berto Gioachino: “Egli predisse, assai prima che accadesse, la morte di quasi tutti i giovani dell'Oratorio, notando il tempo e le circostanze del loro passaggio all'altra vita. Una volta o due ne avvertì chiaramente il giovane. Sovente lo fece custodire da qualche buon compagno; talora ne disse in pubblico le iniziali del nome. Queste predizioni, per quanto ricordo, posso assicurare che ebbero tutte il loro pieno compimento. Qualche rarissima eccezione vi fu, ma tale che servi di conferma dello spirito profetico di D. Bosco. Io D. Berto testimonio oculare ed auriculare scrivo queste cose”.

 

 


CAPO XXXIII. D. Bosco provvede le diocesi di clero.

 

                Il 1855 lasciava dietro di sè una colluvie di mali che sembravano senza rimedio. Infelici erano le condizioni del Clero in Piemonte. Centinaia di chierici avevano gettato alle ortiche le vesti talari. Le diocesi o erano state private di seminarii, o questi erano quasi deserti. L'irreligione, il mal costume, la falsata educazione, l'odio eccitato dalla stampa contro le autorità ecclesiastiche, i preti pubblicamente vilipesi, taluni di questi gettati in prigione, altri mandati a domicilio coatto, l'abbattimento universale dell'animo de' buoni, una certa diffidenza sparsa nel cuore delle famiglie, la quale ripugnava dal permettere che i loro figli si avviassero per la strada del Santuario, avevano talmente diminuite le vocazioni fra i giovani che nessuno o ben pochi aspiravano alla carriera ecclesiastica.

                Quando Rua Michele, nel 1852, indossava la veste clericale, i chierici in Torino erano diciassette. Nel tempo del primo suo corso di filosofia due soli frequentavano con lui la scuola del Seminario; nel secondo anno ebbe un solo condiscepolo. [389] Per colmo di mali, varie diocesi delle più importanti erano prive del loro Pastore, e altri Vescovi non possedevano i mezzi per provvedere gratuitamente al mantenimento e all'istruzione di un certo numero di giovani, che o potevano essere restii alla chiamata, o che dovevano essere messi alla prova e quindi scelti fra molti.

                D. Bosco però nella sua mirabile prudenza aveva fin dal principio della rivoluzione previsto quale vuoto si sarebbe immancabilmente prodotto nel clero secolare, tanto più che la legge di soppressione dei conventi dava anche un colpo terribile ai sacerdoti religiosi. Provvedere alla penuria di vocazioni sembrava adunque un'impresa umanamente impossibile. Ma egli sentiva in sè avergli Dio affidata la missione di provvedere ai bisogni urgentissimi della sua Chiesa, e non esitò. Abbiamo già visto come da più anni, con improbe fatiche e senza darsi requie, si adoprasse a conservare e promuovere le vocazioni allo stato ecclesiastico. Egli però vedeva la necessità di associare all'opera sua l'azione dei Vescovi e dei parrochi.

                Nel 1852, nel mese di ottobre, D. Bosco raccomandava al Vescovo di Biella un giovinetto suo diocesano perchè lo accogliesse nel suo piccolo Seminario, dando egli speranza di buona riuscita nella carriera ecclesiastica. Il Vescovo gli rispondeva allegando i motivi pei quali in quel momento non poteva dare risposta affermativa; diceva però: “Sempre riti interessano assai li suoi e li miei biricchini e mentre ella fa opera santa nell'iniziarli al retto vivere, io vorrei pure aiutarla a spingerli fino all'apice d'una carriera onorevole per loro, e massime ove fosse utile alla Chiesa”.

                Nel 1853 D. Bosco scriveva al Vescovo di Cuneo Mons. Clemente chiedendogli licenza di far vestire l'abito [390] clericale al giovane Luciano, e il primo ottobre così rispondevagli quel Prelato:

                “Sebbene un poco a malincuore stante il bisogno in cui si trova questa povera diocesi di buoni Ecclesiastici e la mancanza ognor crescente di vocazioni, tuttavolta per far piacere a V. S. Carissima e ad oggetto di procurare la maggior gloria a Dio e il bene delle anime, io non farò difficoltà di lasciarle il futuro chierico Luciano. Con che però sia vestito dell'abito clericale e prosegua nella carriera ecclesiastica per conto di questa diocesi e mi riserbo di inviarle la delegazione di benedirgli e imporgli l'abito quando ella siasi intesa coll'arciprete di Bernezzo al quale scrivo con questo ordinario nel senso sopra espresso”.

                Sul finire del 1854 Lorenzo Renaldi, Vescovo di Pinerolo, mandava a D. Bosco due poveri giovani destinati pel suo Seminario: il Chierico Cavalleris Gio. Battista e lo studente Gora Giuseppe colla licenza di vestir l'abito clericale. “Le ristrettezze del Seminario, scriveva quel Vescovo il 24 ottobre, e i pesi che per altri mi sono già addossato non mi consentono di tenerli in Seminario ad intero mio carico; il perchè ringrazio lei, mio caro signore, della buona disposizione che ha manifestato”.

                Nel 1855 D. Bosco si rivolgeva ad alcuni parrochi acciocchè aiutassero con qualche sussidio un loro parrocchiano candidato per la carriera ecclesiastica e scriveva al Sig. Teologo Appendino arciprete di Caramagna:

 

Torino, 8 giugno 1855.

                               Ill. e molto Rev.do Signore,

 

                Già da qualche giorno meditava di scrivere a V. S. Ill.ma intorno al giovane Fusero Bartolomeo suo parrocchiano, quando [391] il Teol. Valfrè sopraggiunse a darmi eccitamento partecipandomi essere V. S. propensa pel medesimo oggetto.

                Le dico pertanto che questo giovane è veramente deliberato di proseguire la carriera degli studi per la via Ecclesiastica. La sua buona condotta, la sua ritiratezza, la sua frequenza alla pratiche religiose, la sua attitudine agli studii, lasciano niente a desiderare per una buona riuscita. Ma egli è povero: per questi tre anni fu a mie spese; aprirà la Provvidenza qualche strada? La mia speranza e quella del Fusero sono rivolte a Lei. Da quanto V. S. mi scriverà dipende il presentarsi all'esame dell'abito clericale o differire ancora.

                Godo molto di questa occasione per manifestarle i miei sentimenti di stima e di gratitudine offerendomi in tutto quel che posso

                Di V. S. Ill.ma

Obb.mo Serv.

Sac. Bosco Gio.

 

                P. S. Le raccomando la diffusione delle Letture Cattoliche.

 

                E Bartolomeo Fusero indossò la veste clericale nell'ottobre contando 17 anni, per mano del suo parroco; e ritornava nell'Oratorio.

                Intanto cresceva il numero dei giovani educati da Don Bosco per la carriera ecclesiastica, come appare dalle lettere che egli scriveva al Rev.mo Rettore del Seminario Torinese e Provicario Diocesano Canonico Vogliotti.

 

                               Ill.mo Sig. Rettore,

 

                Ecco a V. S. il catalogo de' miei postulanti all'abito ecclesiastico. Ad alcuni mancano ancora parecchi scritti che si attendono dai rispettivi paesi. Di alcuni pure sarà necessario il parlarci personalmente. Ma lasciamo che prendano l'esame e poi vedremo che cosa sarà bene da farsi. [392] Le prove sulla loro condotta e sulla loro capacità attualmente lasciano nulla da desiderare. Tuttavia li rimando alla solita sua bontà.

                Perdoni se anch'io fui portato nel numero dei tardivi a presentare le debite domande; e mentre La ringrazio di cuore mi dichiaro con gratitudine

                Di V. S. Ill.ma

                Torino, 16 agosto 1855.

 

Sac. Bosco Giovanni.

 

                Ma se l'opera di promuovere le vocazioni, benchè desse buoni frutti, finora aveva proceduto alquanto lentamente, in quest'anno incominciava a prendere uno straordinario, sviluppo perchè D. Bosco erasi appigliato ad un nuovo espediente, che fu senza dubbio suggerito da Divina bontà. Egli infatti nel 1875, in una pubblica conferenza a' suoi cooperatori, parlando de' primi anni della sua Istituzione, così diceva: - Dove trovare i giovani pronti a corrispondere ad una chiamata del Signore? L'uomo è un misero strumento della Divina Provvidenza, che nelle sue mani e col suo santo aiuto opera quello che a Lei piace. Or bene in quel tempo Dio fece conoscere chiaramente in qual modo e dove volesse scegliere la sua sacra milizia. Non già tra le famiglie distinte e ricche, perchè queste sono in generale troppo infette dallo spirito del mondo da cui disgraziatamente restano assai presto imbevuti i loro figliuoli; i quali mandati alle scuole pubbliche o nei grandi collegi perdono ogni idea, ogni principio, ogni tendenza di vocazione che Dio ha posto loro, in cuore per lo stato ecclesiastico. Quindi i prescelti da lui a prendere posto glorioso fra coloro, che dovevano avviarsi al sacerdozio, trovarsi in mezzo a quelli che [393] maneggiavano la zappa ed il martello. - Cioè poveri giovani contadini ed artigiani. Non erano però esclusi i giovanetti appartenenti a famiglie di condizione civile, ma decadute dal pristino stato, i quali dessero a conoscere che volentieri si sarebbero applicati agli studi.

                Con questo programma D. Bosco cercavasi un compagno che affrettasse il compimento de' suoi disegni.

                Vicina all'Oratorio di S. Francesco di Sales avvi la Piccola Casa della Divina Provvidenza, due opere che si riguardarono sempre come amicissime, e ambedue suscitate dal Signore a sollievo delle umane miserie e a conforto della religione e della civile società. Ora D. Bosco più volte aveva eccitato e finalmente quasi costretto con santa importunità il Canonico Anglesio, Direttore della Piccola Casa, ad accrescere il numero dei giovanetti appartenenti alla famiglia dei Tommasini, istituita dal Venerabile Cottolengo, collo scopo di promuovere le vocazioni ecclesiastiche. Erano solo dieci ed un sacerdote veniva a far loro scuola dalla città. Bisognava moltiplicarli col fondare un collegio di studenti, il quale avrebbe avuto anche lo scopo di provvedere qualche soggetto stabile per l'esercizio del sacro Ministero verso gli infermi e gli altri ricoverati di quella ammirabile fondazione. Il Canonico adunque persuaso essere il progetto della maggior gloria di Dio, seguì l'esempio ed il consiglio di D. Bosco.

                D. Bosco allora prese con maggior impegno a percorrere, come fece per più anni, i paesi di campagna delle Diocesi di Torino, di Biella, d'Ivrea, di Casale e sovratutto le regioni di Saluzzo e di Mondovì, chiedendo ai parrochi quali dei loro giovanetti più virtuosi, di buona indole e di attitudine allo studio giudicassero potersi avviare allo stato ecclesiastico. Chiamava quindi a sè quelli [394] che gli erano stati indicati e, fatta la proposta ai loro parenti e avutone il consenso, li accettava agli studi per poco o per nulla d'accordo col prelodato Canonico. Condottili quindi con sè a Torino, dopo averli interrogati e udita la loro scelta, li distribuiva parte alla Piccola Casa e parte all'Oratorio.

                A noi ripeteva Buzzetti Giuseppe: “Difficilmente Don Bosco ritornava dalle sue escursioni apostoliche senza condurre con sè qualche orfanello oppure qualche giovane di ottime speranze per la Chiesa. Quanti bravissimi giovani lo seguivano all'Oratorio da Cardè, Vigone, Revello, Sanfront, Paesana, Bagnolo, Cavour, Fenestrelle e da cento altri paesi. Sua madre un giorno gli disse: -Ma se accetti sempre giovani nuovi non ti avanzerai mai nulla per le tue necessità. - E D. Bosco tutto tranquillo le rispondeva: - Mi rimarrà sempre un posto all'ospedale del Cottolengo. - E Margherita accoglieva quei fanciulli con gioia sincera, ed era suo continuo pensiero il loro benessere, dimenticando persino se stessa”.

                Le più cordiali accoglienze faceva pure la Piccola Casa a que' giovanetti che aveanla scelta per loro dimora, e con questa industria il numero degli studenti andò vie più crescendo in ambidue gli Istituti, e nel 1858 e 1859 giungeva a più centinaia. Il Canonico Anglesio procurava a' suoi giovani tutti i mezzi necessarii per riuscire degni ministri del Signore, sicchè il suo mirabile Istituto ebbe anche un buon Seminario, che portò un bene immenso di vocazioni ecclesiastiche non solo all'Archidiocesi di Torino in quegli anni disastrosi, ma ancora oggidì lo porta a questa e a molte altre diocesi d'Italia.

                Intanto D. Bosco, non pago delle sue escursioni, si raccomandava eziandio agli amici perchè gli sapessero [395] indicare fanciulli di ottima condotta. Essendo venuto una volta il Sig. Moglia Giorgio a visitarlo quando la casipola Pinardi non era ancora atterrata, ei gli disse che se conoscesse in Moncucco qualche giovanetto povero e senza genitori glielo conducesse pure, che lo avrebbe accettato. Il Sig. Moglia infatti ritornò con tre fanciulli, che Don Bosco accolse con gran festa.

                Inoltre, qualche tempo dopo prendeva a scrivere lettere prima a molti parrochi del Piemonte e poi a quelli della Lombardia, perchè cercassero le vocazioni nei giovanetti più buoni delle loro parrocchie e borgate e glieli mandassero a Torino per le scuole di latinità.

                Ed era così fisso in questa sua idea, che incontrando o nelle case o per le vie qualche fanciullo, ancorchè a lui sconosciuto, se al suo aspetto aperto ed ingenuo ei poteva supporre che quegli avrebbe ascoltato volentieri le sue parole, lo chiamava a sè, gli donava una medaglia della Madonna e s'intratteneva con lui, interrogandolo se frequentasse i sacramenti, se fosse di buon esempio ai compagni, se andasse a scuola, se avesse desiderio di proseguire negli studi. Finiva talvolta col fargli la proposta di volersi dare al servizio di Dio, accennando alla felicità ed all'onore che procura un simile stato. Se trovava ascolto, aggiungeva pure che se i parenti suoi erano poveri egli avrebbelo provvisto di tutto. Si diede il caso più volte che dopo tale colloquio il giovane seguiva D. Bosco all'Oratorio, e conosciamo qualche sacerdote che in tal modo venne introdotto nella casa di Dio.

                Aggiungeremo ancora che talvolta, costretto per qualche grave motivo a non accettare un giovanetto che eragli stato raccomandato, non lo dimenticava; e anche dopo lungo tempo ne faceva ricerca. Ciò appare da una [396] lettera da lui scritta al Prof. Giuseppe Bonzanino, nella quale egli esprime anche la sua consolazione per la vestizione clericale ottenuta dalla Curia per alcuni suoi alunni.

 

                               Ill.mo e Carissimo Signore,

 

                Alcuni anni sono V. S. Ill.ma e Car.ma mi disse e mi fece di poi vedere un giovanetto della diocesi di Vercelli, che dimostrava una voglia malta di studiare ed abbracciare lo stato ecclesiastico.

                Se mai Ella sapesse dove prenderlo, e continuasse nella medesima volontà, forse presentemente sarei in grado di aprirgli una strada e secondarlo nel suo desiderio. Questo riguarda al giovanetto dalla sua carità raccomandato.

                Giovedì scorso ho veduto D. Picco alla sua campagna colla sua famiglia, e stanno tutti bene.

                Se le cose andranno bene andremo di costà a fare un'esplorazione fino a Castagnetto, ben inteso a casa di V. S. De' miei studenti sette subirono l'esame dell'abito chericale e furono tutti promossi. Tra i suoi allievi c'è Francesia, Cagliero, Morra e Fusero.

                Persuaso che la sua famiglia e V. S. godranno tutti buona sanità, Le auguro dal Signore la continuazione dicendomi con istima e gratitudine

                Della S. V. Ill.ma e Car.ma

Obbl.mo Dev.mo Amico

Sac. Giov. Bosco.

 

                Era una festa per D. Bosco ogni vocazione assicurata, e lasciò scritto: “Ricordiamoci che noi regaliamo un grande tesoro alla Chiesa, quando noi procuriamo una buona vocazione; che questa vocazione, o questo prete vada in diocesi, nelle missioni, o in una casa religiosa, non importa; è sempre un gran tesoro che si regala alla [397] Chiesa di Gesù Cristo. Per mancanza di mezzi non si cessi mai di ricevere un giovane che dà buone speranze di vocazione. Spendete tutto quello che avete, e se fa mestieri andate anche a questuare, e se dopo ciò voi vi troverete nel bisogno, non affannatevi che la SS. Vergine in qualche modo, anche prodigiosamente, verrà in vostro aiuto”.

                Tale era la norma della sua condotta. Il suo cuore fu come quello di Salomone: sicut arena quae est in littore maris. Bisognava trovare i mezzi per gli opportuni locali e per lo studio e pel vitto e pel vestito, pel titolo ecclesiastico e più tardi anche pel riscatto dalla leva militare. Ed egli provvedeva a tutto, andava a cercare la carità per i suoi cari allievi, giudicando di non poter meglio dispensare i tesori che la Divina Provvidenza gli affidava. Il suo ardente desiderio fino agli ultimi istanti di sua vita fu quello di formare molti e santi preti. Centinaia di questi ebbero ciascuno per circa dieci anni cioè fino alle sacre ordinazioni, quanto fu loro necessario, come pure l'ebbero gratuitamente, o quasi, migliaia di giovani per tutto il corso ginnasiale di quattro o cinque anni, cioè fino alla loro entrata nei Seminarii.

                Di questi giovani intanto, allorchè erano all'Oratorio, egli prendevasi una cura speciale nel coltivarli, manifestando egli sempre una somma attitudine come educatore e dando una nuova e gagliarda spinta agli studi ecclesiastici.

                Nei primi tempi, benchè li mandasse alla scuola di D. Picco e di Bonzanino, egli nell'Oratorio procurava che al mattino o alla sera avessero ripetizioni di italiano, latino, aritmetica, storia, che talora succedevansi l'una all'altra, venendo divisi i giovani in varie classi secondo [398] la loro capacità. Nello stesso mentre esortavali a non isgomentarsi innanzi alle difficoltà degli studii e di altre, miserie della vita. Talvolta diceva loro: - Se sapeste quanti stenti ho sofferto per riuscire chierico! Ho sempre avuto bisogno di tutto e di tutti per andare avanti. - E l'amore allo studio, per le sue esortazioni, diveniva e fu sempre, come vedremo nel corso delle nostre memorie, una vera smania d'imparare. D. Bosco però sapeva temperarla, allo stesso modo che equilibrava i divertimenti e le pratiche di pietà. Gli uni non distraevano troppo, le altre non rendevano odiosa la divozione. Così gli alunni dell'Oratorio distinguevansi da quelli di altri Istituti per abilità e costumi religiosi.

                Questi giovani erano poi un potente richiamo per risvegliare altre vocazioni. Quando bene istruiti ritornavano per qualche giorno in vacanza alle loro case, facevano cadere nelle famiglie oneste i pregiudizi e le antipatie per una educazione che i fogli settarii chiamavano per disprezzo di sagrestia, e coll'ottima loro condotta tiravano all'Oratorio altri giovani loro conterranei, dei quali i parenti si auguravano una buona riuscita, lasciando di questa arbitro D. Bosco. E allorquando questi allievi, finito il corso ginnasiale, andavano nel proprio paese a ricevere dalle mani del parroco la benedetta veste clericale, la novità di sì bella funzione risvegliava sempre in qualcuno il desiderio di imitarli.

                E giacchè siamo entrati in questo argomento non si deve tacere un'altra causa la quale indirettamente influiva nel combattere la morbosa influenza che disprezzava la carriera ecclesiastica. Il gran numero di operai, industriali, maestri, impiegati civili, graduati nella milizia, esercenti arti liberali, dei quali non pochi giunsero ad [399] acquistare un nome illustre, usciti dall'Ospizio, o dagli Oratorii di D. Bosco, per l'amore e la stima che gli professavano, per le benemerenze senza numero del clero verso dei popoli da lui udite a narrare nelle prediche e nei discorsi famigliari, per la bontà e lo spirito di sacrificio dei coadiutori di D. Bosco in loro vantaggio, portavano alto l'onore del sacerdozio in ogni luogo ove stabilivano la loro dimora. Così il nome di D. Bosco rendeva simpatico e venerabile il sacerdozio, anche presso quelli che prima l'osteggiavano. E alcuni dei sopraddetti allievi presentando i loro figli a D. Bosco gli dicevano: - Noi non siamo entrati nelle schiere di S. Pietro, ma ecco che mettiamo un cambio. Le consegnamo i nostri figliuoli e, se il Signore li chiama, li faccia preti chè siamo contenti.

                Ma se D. Bosco era premuroso di accogliere ed istruire i giovani, speranza della Chiesa, non si può descrivere lo zelo veramente straordinario col quale li aiutava a conoscere la propria vocazione. Dopo affettuosi eccitamenti per interessarli alla virtù e alla divozione a Gesù e a Maria, parlava loro di questo importantissimo affare. E non una sola volta, ma li voleva a sè più e più volte, interrogava ciascuno sulle proprie inclinazioni, sulla pratica delle opere di pietà e sopratutto come se la passassero, quanto a costumi. Generalmente li preveniva che colui che non fosse veramente chiamato allo stato clericale, piuttosto che mettersi in una falsa strada si facesse operaio. Raccomandava a tutti di avere un confessore stabile, e facevasi volentieri direttore delle loro coscienze.

                Era grande la sua prudenza nel dar consigli a coloro che lo consultavano sulla scelta dello stato, e prima di pronunciare un giudizio ponderava bene ogni cosa, osservava se apparivano i veri segni di vocazione e quindi [400] invocava colla preghiera i lumi dello Spirito Santo. Non decideva se non quando era moralmente sicuro della loro riuscita, e allora parlava senza ambagi, come persona che conosceva di manifestare la volontà di Dio. “Infatti, asseriva D. Francesco Dalmazzo, e con lui Mons. Cagliero e D. Rua, alcuni nostri compagni che non vollero ascoltare il consiglio loro dato da D. Bosco, mi palesarono candidamente di aver essi sbagliato seguendo il loro capriccio e più tardi di aver dovuto deplorare le conseguenze del loro errore. Talvolta, sebbene i suoi consigli non sembrassero conformi alle viste umane, come udii dagli stessi giovani, pure accolti e praticati riuscivano meravigliosamente a mettere la pace ove era turbazione, ad ottenere un consenso che pareva impossibile, a rendere sicuri della retta via i dubbiosi, e i perplessi nella loro vocazione.

                Questa sua mirabile prudenza nello scoprire, sorvegliare, dirigere le vocazioni ecclesiastiche non tardò ad essere conosciuta anche fuori dell'Oratorio e varii Vescovi e Superiori di Ordini religiosi venivano a lui per avere consiglio ed indirizzo. Fra gli altri vi fu il generale dei Servi di Maria”.

                Quando però era interrogato per lettera sopra un affare di tanta importanza, oppure non conosceva chiaramente la volontà di Dio, allora era solito a rimetterli al loro Direttore spirituale o al parroco.

                I chierici di Seminarii diocesani gli chiedevano conforto ed aiuto nelle difficoltà che talora incontravano, gli esponevano dubbii sulla scelta che aveano fatta, gli si raccomandavano perchè suggerisse loro mezzi per far progresso in qualche speciale virtù, ed egli si affrettava a consolarli. Taluno gli scriveva in certe perplessità [401] d’animo, avvicinandosi il tempo delle sacre ordinazioni; e D. Bosco, che seguiva le orme dettate dai teologi più severi, nell'escludere dal Santuario chiunque non è saldo nella Virtù, rispondeva, ma con frasi di tale soavità, che manifestavano in lui l'uomo del Signore. Ecco un saggio della nostra affermazione.

 

                               Amatissimo figlio,

 

                Ho ricevuto la sua lettera; lodo la sua schiettezza e ringraziamo il Signore della buona volontà che Le ispira. Secondi pure gli avvisi del Confessore: Qui vos audit, me audit, dice G. C. nel Vangelo. Si adoperi per corrispondere agli impulsi della divina grazia che Le batte al cuore. Chi sa che il Signore non La chiami a sublime grado di virtù.

                Ma non illudiamoci: se non riporta compiuta vittoria di quell'inconveniente non vada avanti, nè cerchi mai d'inoltrarsi negli Ordini Sacri se non almeno dopo un anno in cui non ci siano state ricadute. Preghiera, fuga dell'ozio e delle occasioni, frequenza dei SS. Sacramenti, divozione a Maria SS. (una medaglia al collo) e a S. Luigi, lettura di libri buoni, ma grande coraggio. Omnia possum in eo qui me confortai, dice S. Paolo.

                Amiamoci nel Signore e Oremus ad invicem ut salvemur e possiamo fare la santa volontà di Dio e mi creda suo

                Torino, 7 Dicembre 1855.

Aff.mo

Sac. Bosco Giovanni.

                S. Ambrosi, ora pro nobis.

 

                               Amatissimo figlio in Gesù Cristo,

 

                Ridotte le cose ai termini espressi nella sua lettera, sono anch'io di avviso di andare ben a rilento ad iniziarsi negli Ordini Sacri. Prima però di prendere una decisione qualsiasi su questo riguardo avrei piacere di potermi abboccare siccome mi fa sperare dopo l'esame dì S. Giovanni. [402] Intanto si metta di buona volontà a studiare per subire un buon esame; ogni sera pensi di quale cosa potrebbe essere rimproverato se dovesse in quella notte presentarsi al tribunale di Gesù Cristo per essere giudicato.

                Dica, spesso durante il giorno: Domine, ne tradas bestiis animas confitentes tibi.

                Preghi per me che di tutto cuore Le sono

                Torino, 16 aprile 1856.

 

Devot.mo amico in G. C.

Sac. Bosco Gio.

 

 

                               Sempre car.mo nel Signore,

 

            Per rispondere direttamente alla preg.ma sua lettera avrei bisogno di sapere il tempo da cui non ci furono più ricadute. Mio sentimento coram Domino sarebbe che non si assumessero, ordini finchè non siano trascorsi almeno sei mesi di prova vittoriosa Non intendo però di proibirlo di seguire il parere delle persone che l'hanno incoraggito di andare avanti. Dio l'aiuti: preghi per me ed io pregherò per Lei mentre con affetto paterno mi dico tutto

                Torino, 28 aprile 1857.

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco Gio.

 

                Ma ritornando col nostro ragionamento all'Oratorio, dobbiamo notare che D. Bosco, quantunque fornito di tanta dottrina, perspicacia, prudenza, conoscimento degli alunni e anche di lumi straordinarii, non si fidava interamente di sè. Per la scelta della vocazione, se trattavasi di giovani che non fossero suoi penitenti, voleva che prima sentissero l'avviso del loro confessore. Sovente, per non dir quasi sempre, li mandava da Don Cafasso ad udire l'ultima parola. Non aveva gelosia che si ricorresse al consiglio di altri sacerdoti prudenti. “Io [403] ricordo, narra Don Francesco Cerruti, che giovanetto e ancora alunno, se non erro, della terza ginnasiale dissi a lui che sentiva piuttosto disposizione ad entrare fra i cappuccini. - Ebbene, mi disse, andremo un giorno al Convento della Madonna di Campagna e là parlerai al Guardiano. - Infatti fu egli medesimo che mi presentò al Padre Guardiano, perchè potessi liberamente parlargli della mia vocazione”. Ed altri ebbero da lui consiglio, licenza di presentarsi ai Superiori di varii ordini, per esempio Gesuiti, Domenicani, Minori Osservanti, Oblati di Maria.

 

                Un venerando sacerdote, antico alunno, narra, ciò che tutti possono testificare i nostri compagni, cioè la diligenza di D. Bosco nel trattenere in due periodi distinti a serii colloqui quelli dei quali era decisa la vocazione. “Il primo, ei diceva, era quando si trattava d'indossare l'abito ecclesiastico. Parlerò di me stesso. Quando stava per finire gli studi ginnasiali, mi ebbe con sè parecchie volte; anzi ricordo che un giorno mi fece uscire in sua compagnia, e la nostra conversazione fu un esame minuto intorno alle disposizioni del mio animo. Il suo discorso non ammetteva alcun motivo umano, era continuamente sulla gloria di Dio e salvezza delle anime a cui insisteva che mi consacrassi tutto; e rallegravasi visibilmente parlando del bene che sperava avrei poi fatto. Il secondo esame intorno alla vocazione D. Bosco lo faceva coi singoli chierici, quando erano per ricevere gli Ordini Sacri. Allora li chiamava ad esaminarsi e a ripetere se nel sacerdozio si sentissero disposti di preferenza, al ministero sacerdotale come parrochi o predicatori, se all'insegnamento, e anche se ad aiutarlo nelle opere sue, facendo vita comune con lui”. [404] Quest'ultima domanda esprimeva un suo vivo desiderio e una grande necessità degli Oratorii, anzi una condizione indispensabile perchè non venisse a mancare l'opera stessa delle vocazioni ecclesiastiche. D. Bosco però non la faceva mai se non a chi era moralmente certo che fosse chiamato dal Signore a far parte della sua Congregazione. Egli professava la gran massima di S. Vincenzo de Paoli: “Spetta a Dio solo scegliere i suoi ministri e destinarli alle varie mansioni; le vocazioni prodotte dall'artificio, e mantenute da una specie di mala fede, recan poi disonore alla casa del Signore”.

                Ma quegli stessi che egli aveva invitati e dai quali egli si riprometteva di poter richiedere una generosa obbedienza e risoluzione, quante volte mandavano a vuoto le sue speranze. Fu questa una croce pesante che dovette portare per anni ed anni, senza però sgomentarsi per un solo istante. Provvedeva i molti per gli altri ed a stento riusciva ad averne alcuni pochi per sè. L'opposizione di un certo numero di parenti, l'incostanza degli individui rendeva scarsi da questo lato le sue eroiche fatiche ed i suoi sacrifizii. Noi l'abbiamo già altrove accennato. “Nessuno, ci narrava D. Bosco, potrebbe immaginare le interne ripugnanze, le antipatie, gli scoraggiamenti, gli adombramenti, le delusioni, le amarezze, le ingratitudini che afflissero l'Oratorio per circa venti anni. Se i prescelti promettevano di rimanere in aiuto di D. Bosco, non era che un pretesto per continuare con agio i loro studi, perchè, finiti questi, esponevano mille pretesti per dispensarsi dalla promessa. Dopo varie prove fallite, in una sola volta si riuscì a mettere la veste talare ad otto giovani, i quali però ben presto se ne partirono tutti dall'Oratorio. Vi furono poi taluni che, proprio il giorno della loro [405] ordinazione sacerdotale o la sera della prima messa, dichiararono francamente non essere fatta per essi la vita dell'Oratorio; e se ne andarono. Per desiderio di una vita più tranquilla e più agiata aspiravano ad una parrocchia, ad un seminario diocesano, ad un ordine religioso anche fuori di Stato. Alcuni dopo qualche anno dì studii teologici deponevano l'abito clericale”.

                Questi abbandoni in gran parte dovettero essere cagionati da turbamento e da agitazioni prodotte dallo spirito delle tenebre, il quale non cessava dall'impedire a Don Bosco dì avanzarsi nella sua via. In quei giovani infatti, anche fuori dell'Oratorio, si mantenne sempre forte l'amore e il rispetto per D. Bosco e se ne ebbero più volte splendide prove.

                D. Bosco, però mentre cercava di attirare a sè alcuni de' suoi alunni e di informarli allo spirito di una società religiosa per averli coadiutori, non fu mai insistente, non impose mai le vocazioni, nè egli nè altri facevano pressione sui giovani per attirarli a tale scopo, ma lasciavali perfettamente liberi nella scelta. Così il Can. Berrone, testimonio più tardi per varii anni.

                Aggiungeva il Teol. Reviglio: “Anzi, benchè D. Bosco vedesse che i chierici non si mantenevano nelle prime disposizioni, ma tuttavia dimostravano vocazione allo stato ecclesiastico, si adoperava con non minor premura a procurare loro i mezzi per arrivare al sacerdozio, lieto di poter provvedere alla Chiesa nuovi preti, di cui specialmente allora se ne sentiva grande bisogno. Io poi sebbene scelto fra i primi a tale fine, quantunque non mi sia sentito l'animo di promettergli l'obbedienza che chiedeva, fui egualmente aiutato da lui a proseguire gli studii e lasciato in perfetta libertà di consacrarmi alla [406] diocesi; ed anzi, per sua raccomandazione speciale, ottenni dall'Arcivescovo Fransoni la mia nomina ad un patrimonio ecclesiastico”.

                Egli non si offendeva di questi abbandoni, come ci narrò il Can. Anfossi, mentre dava la benedizione a quelli che da lui si congedavano, affinchè continuassero nella via della virtù e riuscissero a far del bene alle anime. E soggiungeva il Can. Ballesio: “Per le relazioni che ho avuto con D. Bosco, anche dopo la mia uscita dall'Oratorio, posso assicurare che egli credeva benissimo di aver raggiunto il suo scopo vedendo i suoi alunni o in Seminario o nel ministero di parroco. E per quelli che .si trovavano occupati in questo ufficio pastorale, come dava loro i più savi e pratichi consigli, così mostrava grande affezione e soddisfazione del loro stato.

                “Tuttavia non si può tacere che certi disinganni gli riuscirono molto amari per le defezioni di non pochi che aveva ricolmi de' suoi beneficii, per i quali erasi assoggettato a speciali spese per iniziarli al conseguimento di lauree e patenti con patto almeno implicito che sarebbero rimasti con lui. E alcuni tutto a lui dovevano, scienza, agiatezza, onori e perfino la vita civile. A D. Bosco rincresceva l'ingratitudine come cosa in sè cattiva, ma poi per conto suo non se ne lamentava, e se talora esternava il dispiacere, lo faceva con tutta rassegnazione alla volontà di Dio e per ammonire certi spiriti deboli e volubili nei loro propositi. Ma anche in questi casi egli non cessava di amare gli ingrati, invitarli a fargli visita nell'Oratorio, e all'occorrenza continuare ad essere il loro benefattore”.

                Sovente ricordava quelli che, ritornati alle loro diocesi, erano stati insigniti del carattere sacerdotale, e diceva più di una volta: - Desidero tanto che i miei figli i [407] quali lavorano nel ministero ecclesiastico vengano qualche volta a trovarmi per essere sicuro che continuano nella buona via! - E venendo essi, li accoglieva con gran festa e se faceva d'uopo ricordava gli ammonimenti loro dati quando erano fanciulli. E rammentava talvolta la virtù della povertà, conveniente alla loro condizione. Qualcuno si presentò a lui in guanti, con scarpettine in vernice lucida e larghe fibbie, con polsini candidi come neve, stretti da bottoni di oro. Egli guardavali sorridendo, e dopo replicati avvertimenti dolendogli di vedere nei sacerdoti tanta leggerezza, credette opportuno volgere in ridicolo questo loro portamento troppo mondano, dicendo bellamente: - Oh certo che ne guadagnerai molto presso i tuoi parrocchiani…..Già questo gonfia la maestà. -

                Ed altre cose simili. E con questi scherzi li induceva a smettere.

                Di un altro avendo saputo che teneva in casa troppo lusso di mobili, tappeti e tendine, fece intendere dover un sacerdote provvedere ai poverelli e non alle proprie comodità.

                Intanto si potè constatare il grande trionfo dell'educazione ed istruzione, eminentemente ecclesiastica da lui impartita. Ne fu conseguenza che se la Diocesi di Torino durante la chiusura del Seminario, e le altre diocesi del Piemonte, poterono ancora avere i sacerdoti più necessarii pel ministero parrocchiale, lo si deve certamente in grandissima parte al merito e alla carità di D. Bosco che li preparava: ne furono anche prova le centinaia di giovani aspiranti al sacerdozio che ogni anno egli ebbe attorno a sè.

                Riaperti i seminarii, furono tosto popolati da' suoi alunni, che presentandosi ai loro Vescovi potevano affermare con tutta ragione: - Siamo venuti a prestare l'opera, [408] nostra per la salvezza delle anime: è D. Bosco che ci ha mandati. -E i Vescovi li ricevevano con giubilo e gratitudine. Nel 1865 nel Seminario maggiore di Torino su quarantasei chierici, trent'otto avevano compiuti i loro studii di ginnasio in Valdocco. Nel 1873 su centocinquanta, centoventi venivano dall'Oratorio, come verificò D. Giuseppe Bertello. A questo numero altri ed altri si aggiunsero annualmente, e alcuni sono canonici, sei curati in Torino, quaranta e più parrochi nei dintorni, non contando i preti senza cura di anime, e i missionarii andati all'estero. Nel 1870 Mons. Cagliero visitando con Monsignor Ferrè il Seminario di Casale trovò che, di quaranta chierici che là si trovavano, trentotto erano usciti dalla scuola di D. Bosco; e i tre quarti degli attuali sacerdoti di questa diocesi furono allievi de' Collegi Salesiani. In questi furono educati i due terzi dei parrochi della Diocesi d'Asti, come risulta da un computo esatto di D. Cassetta curato di Costigliole d'Asti. Lo stesso si può dire di altre diocesi subalpine.

                D. Bosco diede anche ogni anno molti chierici alla Diocesi di Milano; e la Liguria conta trecento e più suoi alunni sacerdoti. Anche Roma ne ebbe alcuni insigniti di varii titoli e dignità; e sei Vescovi vissero per anni, essendo fanciulli, ai fianchi di D. Bosco.

                E per tutti questi, la cui vocazione non appariva essere per l'Oratorio, D. Bosco usava le stesse caritatevoli maniere e premure che praticava con quelli che abbracciavano la sua pia Società. Avvicinandosi il tempo nel quale un alunno doveva partire dall'Oratorio per aggregarsi al clero della propria diocesi, ripetutamente lo chiamava a sè per dargli que' consigli che stimava necessarii, perchè potesse riuscire un buon chierico e [409] divenire a suo tempo un buon prete. Specialmente raccomandava loro che conservassero illibata la purezza del cuore, avvertendo che altrimenti andrebbe perduta ogni speranza di felicità e di fruttuoso ministero.

                Così D. Bosco, col suo zelo infaticabile, lavorava a vantaggio della Chiesa Cattolica; e de' risultati di questo e del suo merito fa una viva descrizione ed un magnifico elogio il Rev. Padre Felice Giordano degli Oblati di Maria Vergine, vecchio amico suo e testimonio d'ogni eccezion maggiore, scrivendo da Nizza Marittima a Don Durando nel 1888.

 

                A partire dall'epoca nefasta del 48, i popoli subivano fatalmente una forte scossa nel sentimento religioso, la quale, pur troppo, andò ognora crescendo in detrimento non che della Società, della Chiesa. La Chiesa in conseguenza, da quel tempo in poi, venne ogni anno sempre più scarseggiando di vocazioni, sia pel santuario, sia pel chiostro. Onde è, che poco per volta, tra pei moltissimi estinti e pei ben pochi aggiunti, non aveva più ministri sufficienti pel culto. Frattanto di fianco alla molta zizzania, cresceva più folta la messe, e, non abbastanza braccia a raccoglierla. Allora le anime di gran cuore e di gran fede, rammentando il mandato divino, pregavano il Padrone della messe, perchè si degnasse mandare operai nella sua vigna. Però queste buone anime, con tutte le loro buone intenzioni, non si avvisavano che il Padrone della messe, tuttochè disposto a spedir operai, tuttochè al bisogno così potente, di cavar, se gli piace, dalle stesse pietre i figli di Abramo; ad ogni modo, di via consueta, anche nel fatto di vocazioni, Egli si aspetta il concorso dell'uomo; viene a dire che altri si dia briga e faccenda, e se ne costituisca fortunato strumento. Quindi queste stesse buone anime, questi cuori eccellenti rimanersi in buon'ora, la più parte con gli occhi al Cielo, ma, con in mano le mani, senza nulla adoperarsi, ma, perdersi in astrazioni sole ed eccellenti progetti. Udiamone una di queste anime: una per caso, che, in una eletta di amici, si fa in proposito a dissertare. [410]

                - Ben arrivato, signor Felicissimo! Avevam giusto qui sul tappeto una questione tutta palpitante di attualità, che aspettava Lei a dirimerla.

                - Di che si tratta?

                - Si tratta del come apporsi per fomentare le vocazioni ecclesiastiche.

                - Difficil problema codesto, tuttavia, giacchè tanto mi onorate, sì vi dirò in proposito quel che penso. Innanzi tutto, egli è, secondo me, da por l'occhio sopra i giovani poveri, o del Contado, che, come quelli accostumati dalla lunga ad una vita di sacrifizii, son più capaci dell'Ecclesiastica vocazione. Premesso questo per base, io vorrei che, disseminati su varii punti, se non di tutte le Diocesi, almeno delle più grandi Provincie, o Città, si trovassero de' gran centri, tutti ordinati a raccogliere gioventù povera ed abbandonata. Con questo provvedimento i giovani affluirebbero da tutte parti, e noi avremmo giovani sotto mano nientemeno che a centinaia, a migliaia, tutti s'intende da allevare cristianamente, con l'idea veh! preconcetta di studiarli, notomizzarli, apprezzarne in tempo le disposizioni fisiche, intellettuali, morali, per farne poscia, come fa il giardiniere delle piante del suo vivaio, la cerna, altre pel piano, altre per la collina. Questi non ha testa, nè memoria per nulla, e ben per questi ci accontenteremo di inoculargli le cose necessarie alla salute. Quest'altro non ha volontà, nè attitudine a continuarla sui libri, e ben questi li applicheremo all'arte e mestieri, qual più gli aggrada. Ma poi quest'altro, dall'aria ingenua, dal carattere franco, dalla memoria felice, dall'intelligenza aperta, dagli illibati costumi, ah! questi, come primizia eletta, coltiveremo con maggior cura, perchè metta bene, s'invigorisca, vada in alto. Attenda dunque il mio giovane ad un corso regolare di studi, si renda forte dei primi elementi, più forte nella latina grammatica, ancor più forte nella rettorica. Or bene, con tal cultura mandata innanzi, io metto pegno che come sopravverrà al mio giovane l'età competente, ed egli si farà uom di Chiesa, perchè il Padrone della messe l'avrà scelto ad operare e dissodare la sua vigna. Così a me pare, ed a voi?

                - Togli qua, Felicissimo! Voi con le vostre sortite di progetti felicissimi e così calzanti al bisogno ci sbalordite! Volete [411] voi dunque farei vedere le stelle in pien meriggio? Ma non v'accorgete che i vostri progetti, felicissimi in astratto, sono impossibili nel concreto; e che se mai in tempi migliori sarebbe stato appena fattibile di porli in atto, per fermo, nei tempi che corrono, sono sogni? - Sogni! E chi non avrebbe risposto altrettanto, visto l'impresa, i tempi, le circostanze?

                E pure, pel servo di Dio D. Bosco non furono sogni, ma realtà. Realtà P adunata in centri disparatissimi di gioventù sterminata. Realtà la cerna oculata discernitrice, penetrantissima degli uni a mestieri, degli altri alle arti, degli altri senza fine agli studii. Realtà la coltura delle piante tutte dritte pel Cielo ma quali per la valle, quali per la montagna. Volete sapere quanti centri o stabilimenti simili ha Egli fatto sorgere in mezzo al mondo? Sono da ceincinquanta. Volete sapere a quante vocazioni Ecclesiastico religiose apersero il varco i suoi Collegi? Non io posso dirvelo, perchè oggimai innumerevoli pel corso di 40 anni.

                Domandatene ai Seminari, domandatene ai Chiostri, domandatene alle Missioni.

 

                Infatti nel 1883, noi presenti con D. Dalmazzo, abbiamo udito D. Bosco esclamare: - Sono contento! Ho fatto redigere una diligente statistica, e si è trovato che più di 2000 sacerdoti sono usciti dalle case nostre e sono andati a lavorare nelle Diocesi. Siano rese grazie al Signore e alla sua Santissima Madre, che ci hanno fornito abbondanza di ogni mezzo per fare questo bene.

                Il suo calcolo però non era compiuto. Altri 500 dei suoi giovani si ascrissero al clero prima della sua morte; e poi altri, dei quali egli aveva svolta la vocazione, negli anni seguenti alla sua dipartita da questo mondo, sceglievano per loro porzione il sacro ministero. Aggiungiamo quelli che da tante sue case figliali passarono al Seminario. Non omettiamo i molti che per suo consiglio entrarono a ripopolare le case religiose, e non vi sono Ordini e direi quasi Congregazioni in Italia che non abbiano [412] sacerdoti un giorno figli di D. Bosco. Indirettamente poi non gli si deve negare il merito di aver con varii mezzi accresciuto di nuove forze l'esercito del Cattolicismo. Si può dire che fu dopo il suo esempio, e talvolta per le sue istanze e per la sua cooperazione, che si apersero e si sostennero i piccoli Seminarii. È  da lui che non pochi Direttori di questi e dei grandi Seminarii, venuti a consultarlo, impararono il modo di coltivare gli alunni con amorevole e paterna assistenza, colla pietà e specialmente colla frequenza della Comunione, condizione indispensabile per la perseveranza nella vocazione, sicchè ne ebbe grande vantaggio il clero delle rispettive diocesi; essendo un fatto che prima del 1848 nei Seminarii si teneva un sistema molto diverso. Altre prove del nostro asserto riserbiamo pel corso della storia, dalle quali unite a queste noi possiamo dedurre di non essere lungi dal vero coloro i quali asseriscono aver D. Bosco formati seimila sacerdoti.

                Di quanto abbiamo narrato D. Rua Michele fu testimonio e parte, poichè dal 1850 al 1888 stette a fianco di D. Bosco e lo aiutò in tutte le sue imprese. Ma ciò che egli sovra ogni altra cosa in lui ammirò fu la sua fortezza nei contrasti avuti con avversarii potenti, i quali sistematicamente perseguitavano la sua istituzione per farla cadere. Dicevano a D. Dalmazzo Francesco parecchi tra i primi dignitarii dello Stato e fra questi il commendator Morena, Comissario Regio per la liquidazione dell'asse, Ecclesiastico in Roma: - Mentre noi cerchiamo di disfarci dei religiosi ed impedire le vocazioni Ecclesiastiche, D. Bosco con una costanza degna di miglior causa, ci fabbrica i preti a vapore sotto il naso.

                Abbiamo esposto un gran quadro: questo però nel 1856 era solamente abbozzato.

 

 


CAPO XXXIV. 1856- Sacra missione di D. Bosco a Viarigi -Opposizioni - Prime prediche e annunzio di castighi - Un pazzo Morte improvvisa - Eloquenza ispirala da un feretro - Trionfo della grazia di Dio - Lettera di D. Alasonatti al Can. Rosaz - Grignaschi ritratta i suoi errori - Carità di D. Bosco e morte impenitente di Grignaschi.

 

                NEL mese di gennaio del 1856 il Signore mandava D. Bosco a togliere la zizzania che ingombrava e steriliva un campo evangelico. Per la condanna del Grignaschi e de' principali suoi complici, e per la predicazione dei Vescovi di Casale e di Asti, che pure aveva prodotti frutti copiosi, non erasi spenta interamente a Viarigi quella setta nefasta, che aveva gettate ampie e profonde radici in quella povera terra. Anzi per un nucleo abbastanza numeroso di iniziati fanatici, seguiti da gente ignorante, interessata, durava rigogliosa e più che mai caparbia e sorda ad ogni fatta di ammonizioni de' sacerdoti del luogo e de' missionarii. La sincera conversione del Prevosto di S. Pietro, D. Lacchelli, e di D. Ferraris, che fecero una buona morte, non aveva prodotto in essi alcuna salutare impressione [414]. I così detti Grignaschini non volevano sentir parlare di religione, se non in quanto sembrasse loro di favorire gli errori e la scostumatezza propinata dallo sciagurato maestro. Il nuovo parroco D. Melino Gio. Batt. erasi adoperato invano di far dettare, a varie riprese, esercizi e missioni. Due frati cappuccini avevano tentato di incominciare un corso di prediche, e dovettero partire in fretta senza ottenere alcun bene. Nel 1854 D. Melino recavasi ad invocare l'aiuto di D. Bosco; senonchè dopo matura riflessione, non si credette conveniente di ritentare per allora altra prova; e si lasciarono trascorrere due anni dopo l'ultima missione non riuscita.

                Ma l'ora segnata da Dio alle sue misericordie giunse alfine, e queste furono con tanta larghezza profuse su quel paese, che sorpassarono ogni desiderio de' buoni. Don Bosco aveva deciso col parroco D. Melino di recarsi presso di lui a predicare al suo popolo le verità eterne, insieme col Canonico della Cattedrale di Torino, Borsarelli di Riffredo. Conscio però, come racconta Mons. Cagliero, della difficoltà ed importanza della missione prese anzitutto a pregare egli stesso e a raccomandarsi alle preghiere de' suoi giovani e a quelle di varii istituti religiosi.

                Nella seconda settimana adunque del mese di gennaio giungevano a Viarigi i due predicatori. Tutto il popolo li aspettava, facendo siepe lungo la strada, senonchè varii in attitudine ostile mormoravano fra di loro in modo da essere intesi dai missionarii: - Diran belle cose, ma non sono illuminati. - Vengono a mangiare alle nostre spalle. - Possono ritornare donde son venuti. - Predicheranno ai banchi, perchè nessuno andrà ad udirli.

                Qui vuolsi sapere che non sì tosto pervenne la notizia nel villaggio essere decisa quella missione, i capi della setta [415] eransi radunati a conciliabolo per discutere il modo di regolarsi in questa circostanza. E venne deciso che tutti gli affiliati s'asterrebbero rigorosamente dal frequentare la chiesa, e imporrebbero tale astensione ai loro dipendenti; inoltre risolsero che si dovesse concertare qualche ballo o qualche serata musicale, che si terrebbe nel tempo di missione.

                Furono accontati i suonatori; ed ogni altra cosa di, sposta perchè riuscisse quel maligno contraltare. Anzi alcuni padri di famiglia proposero che i più ricchi di loro, si convitassero alternativamente a vicenda, e all'uopo chiamassero alla loro mensa gli adepti più poveri.

                I due missionarii entrarono in chiesa, ove non trovarono molta gente; ma seppero che già vi aveva preso posto quella serva famosa di Grignaschi di cognome Lana, ossia la Madonna Rossa, che, rilasciata dall'umana giustizia, dopo che ebbe scontata la sua pena, era ritornata, in quel comune. Veniva, spinta dalla curiosità, per ascoltare che cosa fossero per dire i predicatori.

                D. Bosco salì in pulpito per fare la prima predica d'introduzione; e, dato uno sguardo a quella piccola udienza, lungi dal perdersi d'animo, pose più che mai la fiducia in Colui che regge il cuore degli uomini. Incominciò pertanto a parlare. Rallegrandosi con quelli che erano intervenuti, delle loro buone disposizioni, li confortò nel salutare proposito, ed anche li eccitò a condurre quanti più potevano in chiesa. Fra le altre cose toccò, come si suole, del punto gravissimo del dover approfittare della misericordia del Signore, che veniva ad essi offerta, perchè non forse Dio li castigasse col non lasciare più loro tempo di approfittarne un'altra volta. E tanto più esservi ragione di temer che Dio desse mano [416] ai castighi, in quanto si vedeva in alcuni del paese una decisa opposizione alla missione. E potrebbe, soggiunse, il Signore castigare anche con morti improvvise. La notizia di questa minaccia si diffuse rapidamence nel paese, ma senza produrre grande effetto. E la serva di Grignaschi andava ripetendo: - Quel prete predica bene, ma non è illuminato!

                Il domani l'udienza era cresciuta di numero, ma non di molto: in tutto un cento cinquanta persone. I predicatori però continuarono serenamente i loro sermoni, con una costanza ammirabile. Facevano quattro prediche al giorno: D. Bosco due, una al mattino presto e l'altra alla sera tardi.

                Il terzo giorno della missione D. Bosco incaricò i suoi uditori di avvertire la gente del paese che se non volevano venire alla predica Dio li avrebbe fatti venire loro malgrado. Quindi li invitò a recitare un Pater ed Ave pel primo che sarebbe morto nel paese. Tutti quegli abitanti ebbero subito notizia di questo invito, che aveva il tono minaccioso di castigo imminente. Per quella sera uno dei principali proprietarii aveva preparata una gran festa da ballo. Non pare fosse una cattiva persona, senonchè la cecità della mente, le aderenze ad un partito, del quale forse non conosceva tutta l'iniquità, la debolezza di carattere, il rispetto umano, lo spinsero pel primo alle meditate provocazioni.

                Intanto in quel giorno stesso alcuni de' principali fautori e capi del partito Grignaschino erano venuti a visitare D. Bosco, per vedere se fosse ancora risoluto di continuare le sue prediche e per giudicare del suo carattere. Mentre tenevano con lui una conversazione molto lunga ed animata, ecco entrare alcuni bellumori, i quali dissero a D. Bosco: [417]

                - V'è una persona che, se lei permette, verrebbe a farle una visita.

                - Venga pure, mi farà piacere.

                - Ma sappia che è di molta importanza.

                - La riceverò come si conviene.

                - È  nientemeno che l'Eterno Padre.

                - Sta bene.

                - Ma non si trovi paura al suo cospetto: esso non fa male ad alcuno.

                - Non dubitate; starò calmo.

                - Dunque noi gli diremo che venga pure.

                - Sì, io l'aspetto.

                Come la Madonna Rossa, così l'Eterno Padre primeggiavano tra i poveri illusi dalle arti indegne del Grignaschi. Due parodie queste che muoverebbero a sdegno ed orrore, se non muovessero più a pietà que' poveri terrazzani, così grossolanamente abbindolati da un sucido impostore. Eziandio l'Eterno Padre vestiva e parlava coll'intenzione di spacciarsi ciò che il nome assunto significava.

                D. Bosco attendevalo e non andò molto che comparve in sua camera un uomo già vecchio, alto di persona, di forme erculee, che aveva una barba nera e lunga che copriva il petto, un paio di zoccoli ai piedi, di forma strana, ed un cappello in capo, alto un mezzo metro. Teneva un libro sotto il braccio, e procedeva con una sicumera e con una baldanza sorprendente. Quell'individuo era tale da far certamente paura, se apparisse di notte a chi non fosse stato avvertito. Parlava sempre in versi rimati.

Presentatosi a D. Bosco esclamò:

                - Ecco io sono a voi venuto

                - E nessun mi ha prevenuto.

                - E voi dunque siete? [418]

                - Si, io sono il Padre Eterno,

                - E non temo pur l'inferno.

                - E sapete chi sono io?

                - Sì, che il so: abbiamo nosco

                Il famoso prete Bosco.

                Bisognava tenersi per non ridere al cospetto di quel figuro. -Che cosa avete in quel libro?

                Lo aperse; vi erano disegnati in ogni lato di pagina ora preti che battevano diavoli, ora diavoli che battevano preti, poi diavoli a cavallo di uomini, e viceversa. Poi diavoli vestiti da preti, da Vescovi, da Papa. Ogni figura aveva la sua iscrizione. Quell'uomo continuava a svolgere i fogli, e quando D. Bosco vide che incominciavano le pitture immorali: - Basta, gli disse. Ho visto abbastanza. Ed ora parliamo di cose serie. Voi mi sembrate un uomo di senno, che sa riflettere. Quindi se vi interrogherò, chi vi ha creato, son certo che mi risponderete: Mi ha creato Iddio.

                L'altro rispose:

                - Che creato mi abbia Iddio

                - Non ci debbo pensar io.

                 - Ma lasciamo un po' da parte queste stramberie, diceva D. Bosco; ricordatevi che il tempo passa, che la morte viene. La misericordia di Dio ha confine, se il peccatore si ostina.

                Ma ad ogni proposizione l'altro finiva sempre col prendere l'ultima parola, e su questa formava le rime di due versi insulsi e non a proposito.

                - Ah! pensate un po' bene, gli diceva D. Bosco, che presto tutte le cose del mondo saran per voi finite.

                E l'altro: - Tutte cose son finite

                Se coperto è di ferite. [419]

                - Guardate che questo che vi fa il Signore può esser l'ultimo invito!

                - Sissignore, ed io vi invito

                Questa sera a un gran convito.

                - Allora a rivederci a domani se il Signore nella sua misericordia vi avrà lasciato vivo. Io ne ho già abbastanza.

                - Avrà luogo in nostra stanza,

                Questa sera, una gran danza.

                E senza salutare, girando sopra se stesso, come se muovesse sopra un perno, si avviò impettito, ed uscì. D. Bosco non sapeva dire se quell'uomo fosse pazzo, o illuso, o indemoniato.

                Dopo il mezzogiorno alcuni seguaci di Grignaschi aspettavano sulla porta della chiesa la gente quando entrava, o quando usciva dalla predica, dicendo: - Venite, venite stasera da noi: sentirete le belle prediche: là da noi è la verità: - e ridevano. Fra questi colui che aveva preparato il ballo esclamava non valer la pena di andare ad udire i missionarii. - Venite, ripeteva con insipida millanteria, ad ascoltar me, che predico meglio dei missionarii.

                Non si tardò a dar principio alla festa profana. Un convito sontuoso ed il ballo aveva luogo in una casa vicina all'abitazione del Vicario D. Melino, che poteva udire il suono degli strumenti musicali. Ritornata ogni cosa in silenzio, ecco, verso la mezzanotte, si batte replicatamente alla porta del Vicario, e una voce lo chiama perchè corresse alla casa del ballo essendovi uno che moriva. Don Melino temeva un'insidia e stava esitante, ma quel messo insisteva: - Il signor tale, il padrone, fu subitamente assalito da male grave, ed ora si trova in punto di morte: faccia presto per carità. - Il Vicario andò allora in fretta; [420] ma trovò già morto quel disgraziato. Divulgatosi al mattino come un lampo il tristo caso, ognuno rammentava le parole del missionario e vi ravvisava il castigo di Dio. Da quel momento l'intera popolazione corse con un sol cuore a tutte le prediche. Il fatto produsse immensa sensazione anche nei paesi vicini. Quell'infelice che prima sbraitava di predicar meglio del missionario, aveva detto il vero e per sua sventura troppo vero!

                La Madonna Rossa però per più giorni non venne in chiesa, dicendo di D. Bosco: - Quel prete è un diavolo. - Tuttavia la misericordia del Signore non la dimenticava.

                D. Bosco, il mattino dopo quella morte, fece la sua predica senza nessuna allusione. Alla sera spiegò le parole di Gesù Cristo: Estote parati quia qua hora non putatis filius hominis veniet; e provò che colui il quale non è vigilante corre pericolo di non salvarsi, perchè o gli manca il tempo, o la volontà, o la grazia. Finì con dire: Recitiamo un Pater, Ave e Requiem per raccomandare alla misericordia di Dio quel povero nostro amico che è morto stanotte. - E lo recitò lentamente.

                Due giorni dopo, alla sera, la chiesa era piena zeppa, e D. Bosco parlava sul punto terribile della morte, sui rimorsi, sullo spavento, sulle smanie del peccatore impenitente. Ne descriveva l'angosciosa agonia, l'ultimo respiro, e il cadavere deforme immobile sul letto. Ma ad un tratto fu sorpreso da un subitaneo pensiero e prosegui nella descrizione: - Il peccatore morto in disgrazia di Dio, chiuso nella cassa, preceduto dalle confraternite salmeggianti il Miserere, è portato alla chiesa sulle spalle di quattro uomini la bara comparisce sopra la soglia entra in chiesa…..avanti quella cassa…..più avanti…..qui…..in mezzo…..innanzi a me…..su que' due cavalletti…..- La [421] scena era così viva che la gente si mirava dattorno compresa di segreto orrore.

                E D. Bosco prosegui: - Io ho già parlato abbastanza. Un altro deve parlare in vece mia. E chi sarà mai? Il mio compagno? Non è la sua ora! Il signor Vicario? Non tocca a lui! A chi dunque mi rivolgerò io in questo istante perchè faccia sentire la sua parola? Al Crocifisso? Non è tempo di misericordia! Al Santissimo Sacramento? Non è tempo d'amore! Alla Madonna? No, no, cara Madre; non è tempo d'intercessione. A chi dunque mi rivolgerò questa sera? - Tacque; e dopo brevi istanti, ripigliò con voce vibrata: - A te, o cadavere! Scoperchiate quella cassa; alzati! vieni fuori! rispondi! In qual momento ti ha preso la morte? Che cosa ti è mancato per salvarti? Forse le prediche? i Sacramenti? gli avvisi? la grazia? - D. Bosco a tutte queste interrogazioni faceva seguire la risposta particolareggiata, lamentevole, come se il morto stesso parlasse. Questo dialogo continuò lunga ora. L'uditorio era schiacciato, fuori di sè. Due volte il Vicario mandò ad avvertire D. Bosco di cessare, perchè era uno spasimo angoscioso per tutta la chiesa, e D. Bosco concluse: - Che cosa ti è mancato adunque? - Qui fece un'altra pausa. Tutti singhiozzavano ad alta voce. Quindi finì: - Odo la sua voce lugubre che risponde: Mi mancò il tempo... E a voi che cosa manca, o miei uditori? Ne parleremo domani.

                In questi giorni della missione ci fu qualche altro morto nel paese o nei dintorni, e quindi qualche agonizzante da raccomandare alle preghiere dei fedeli. Perciò in tutte le prediche D. Bosco annunziava dal pulpito: Recitiamo un Pater ed Ave pel tale nostro fratello che sta per presentarsi al tribunale di Dio. Recitiamo un Pater, [422] Ave e Requiem pel tale altro che stanotte è passato all'eternità. -Con queste prediche gli animi erano scossi, al punto che non potevano più resistere, e correvano a confessarsi. La benedizione del Signore fu tanta, che di circa tremila persone, quanti contava d'abitanti quella terra, non vi fu un solo tra gli adulti che non si accostasse ai Sacramenti. La misericordia di Dio si estese anche alla Madonna Rossa e al Padre Eterno, i due più manifesti e viventi emblemi della setta. Tra i predicatori e il popolo correva quella simpatia che proviene dalla libertà di parola mossa dall'affetto e dalla stima concepita per l'oratore. Ciò die' causa anche a qualche lepidissimo aneddoto. Un giorno Don Bosco, e senza che volesse alludere a nessuno, faceva la rivista ai vari stati di persone: fanciulli, giovani, zitelle, donne maritate, padri di famiglia, procedendo, secondo il suo costume, colle interrogazioni. Ed ecco che esce a dire: - Dite un po' a quel vecchio dai capelli bianchi: Quando ti risolverai una volta a far Pasqua, a cambiar vita? Non vedi che hai già un piede nella fossa?

                Ed ecco a questo punto alcune voci interromperlo:

                E’ qui, è qui costui del quale lei parla!

                D. Bosco restò un poco sconcertato. Un vecchio era innanzi al pulpito e la gente glielo additava.

                - Ebbene sì, son io, diceva il vecchio ad alta voce; stasera mi confesserò, e tutto sarà finito! - D. Bosco non poteva tener le risa in quell'istante e detto al vecchio un - Bravo, ed io vi aspetto, come si aspetta un amico, - proseguì la predica.

                Intanto i settarii facevano la loro abiura e davano ai missionarii le più consolanti prove che il ravvedimento era proprio opera del Signore. Dal loro canto i due [423] missionarii, sopraffatti dalle straordinarie fatiche nel cogliere tanta messe, furono sostenuti ed abbondantemente compensati dall'immensa consolazione nel vedere quel buon popolo sciolto dal fascino ingannatore della setta: e si può dire che dopo questa missione quella scomparve interamente. Euntes ibant et flebant millentes sentina sua, venientes autem venient um exultatione portantes manipulos suos (PS. 125).

                Questi fatti furono narrati a D. Rua dal parroco stesso D. Melino, dal Sig. Beta e da varii di quelli stessi che erano stati accecati dal Grignaschi.

 

                Il giornale l'Armonia nel numero 27, venerdì i febbraio 1856, così concludeva il suo breve racconto intorno a questa missione.

 

                “Per poter giudicare dell'importanza di questo fatto, converrebbe che i missionarii potessero dire ciò che loro vieta il segreto inviolabile e la modestia; od almeno che noi potessimo raccontare ciò che la prudenza non permette. Tuttavia coloro che sono informati del male grandissimo fatto a quei terrazzani dal Grignaschi e da' suoi secondini, della cecità di quella povera gente, che Asciossi pigliare al laccio di una santità e di un misticismo così poco mistico, e finalmente degli sforzi di parecchi anni tornati inutili per far loro aprire gli occhi, troveranno di che benedire la misericordia del Signore.

                “Giova sperare che colui che cominciò l'opera, ipse perficiet, confirmabit, solidabitque (I PETR. V. 10).Tuttavia conviene che i buoni aiutino quel popolo colle loro orazioni; perchè il tempo si avvicina che il Grignaschi avrà finita la sua pena nel carcere. Quello sciagurato lungi dall'aver mai dato il menomo segno di ravvedimento, dura più che mai ostinato e fanatico nelle sue empietà. E non si tosto sarà posto in libertà, correrà all'antico suo campo per seminarvi la zizzania. Le preghiere dei giusti sostengano i buoni terrazzani di Viarigi sulla buona strada: e tanto più vogliamo sperare la loro perseveranza, in quanto che [424] essi non fuorviarono per tristizia di cuore, ma per inganno della mente: anzi non poterono essere tratti in inganno, se non abusando della loro bontà, ed il lupo non potè entrare nell'ovile, che vestendo la pelle di pecora, anzi pigliando le forme di buon pastore”.

 

                D. Bosco al suo ritorno a Torino fu accolto dai giovani dell'Oratorio come in trionfo, e in quel giorno fu a tutti imbandito un buon pranzo per festeggiare il felice avvenimento.

                D. Alasonatti rispondendo ad una lettera del Reverendissimo D. Rosaz, Canonico della Cattedrale di Susa, ove il Teol. Borel si trovava in que' giorni, fa cenno di questa missione.

 

                               Molto Rev.do e carissimo Sig. Canonico,

 

                Credo che avrà ricevuto i 100 librettini per la Domenica onde tener conto dei giovani che vengono a frequentare le sue istruzioni ed a ricevere giovamento dallo zelo di V. S. Rev.ma.

                La egregia Società di S. Vincenzo de' Paoli, della quale mi chiede notizia, divisa in tante conferenze e diramata per tutta questa città, è la promotrice della sana educazione e della massima parte della moralità che si scorge nel popolo. Essa vuole altresì sapere dove abitano i suoi protetti, con chi, e quando ed in che lavorano: è incredibile il gran bene che fa.

                Abbia la bontà di riferire al Sig. D. Borel che i suoi ordini, saranno eseguiti con puntualità; almeno così mi fu promesso dal giovane cui diedi la nota con dichiarazione apposita; non che di riverirlo colli signori Can. Marzolino, Gey ecc. a nome mio e del Sig. D. Bosco, il quale oggi è reduce da una Terra, dove predicando gli spirituali esercizii riportò i più segnalati trionfi e se ne viene carico delle più gloriose palme. Basti dire che due volto già si era tentato invano di cominciarli nei tempi andati da altri: questa volta presero così bene che per andare in pulpito [425] doveasi persino salire per buche e passare dalla volta della chiesa. E ciò in Viarigi patria del famoso Grignaschi.

                Il Signore benedica Lei e l'opera del suo zelo e mi voglia credere in osculo sancto con perfetta stima e massima considerazione

                Di V. S. Ill.ma.

                Torino, 19 mezzanotte sul 20 del 1856,

 

Oss.mi servitori

D. Bosco e D. ALASONATTI per esso.

 

                D. Bosco però non era pienamente contento del bene fatto se non riusciva a rendere veramente pentito o almeno innocuo il Grignaschi. E colla sua carità tanto adoperossi che finalmente potè da lui, sulle prime riluttante, ottenere in una visita che gli fece nel dicembre 1856 o gennaio 1857, la ritrattazione, per iscritto, de' suoi errori, che fu immediatamente spedita al Vescovo di Novara. Monsignore la trasmise alla Sacra Congregazione del Sant'Uffizio, che, non avendola giudicata completa, ne formulò un'altra più esplicita che dal Grignaschi venne accettata. Mons. Gentile, delegato della Santa Sede si recava al Castello d'Ivrea