Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. IV, Ed. 1904, 755 p.

 

CAPO I. Ribellione e fedeltà. 5

CAPO II. Giovani ricoverati nel vizio di Valdocco - Padre, salvatemi - Un garzone caffettiere insidiato - D. Bosco alla cerca pe' suoi merlotti - La Provvidenza non manca mai - Contravveleni - Il sermoncino serale ed i quesiti - Le Quarant'ore e le scuole di canto - Una strana comparsa sul teatrino - Amore, umiltà e vigilanza. 6

CAPO III. Visita di senatori all'Oratorio - Dialogo - Lettera a Don Bosco dal Ministero degli Interni - Siccardi prepara la legge sulle Immunità Ecclesiastiche - Mons. Fransoni a Pianezza e visita di D. Bosco - L'Arcivescovo lo consiglia a d istituire una Congregazione Religiosa. 9

CAPO IV. Buona riuscita dei giovani dell'Oratorio festivo - D. Bosco fa il catechismo in mezzo ad un campo, e stupore di alcuni Inglesi - Prudenza di D. Bosco nell'andare a visitare gli Oratorii - Il Marchese di Cavour insegna il catechismo - Due altri celebri catechisti - Relazioni amichevoli tra l'Abate Rosmini e D. Bosco - Progetto da D. Bosco presentato a Rosmini. 13

CAPO V. Tornata del Senato a pro dell'Oratorio - Discussione - Favorevole deliberazione. 17

CAPO VI. Una festa disgustosa dello Statuto - Il Parlamento approva la legge Siccardi - Mons. Fransoni rientra in Torino Dolorosa settimana santa - La Comunione Pasquale negli Oratorii festivi - Ricordi ai giovani - L'esempio dei figli converte i padri - Insulti all'Arcivescovo - Il Senato e l'abolizione delle Immunità Ecclesiastiche - Ritorno di Pio IX a Roma - Una trama sventata contro la vita del Papa - Accademia nell'Oratorio in onore di Pio IX. 20

CAPO VII. Mons. Fransoni prigioniero in Cittadella - Visite dei giovani dell'Oratorio all'Arcivescovo - Sottoscrizione per un pastorale - Mons. Fransoni e D. Bosco a Pianezza - Una nuova società di apostolato fra il clero - Fondazione delle conferenze di S. Vincenzo de' Paoli in Torino - D. Bosco e le Conferenze. 23

CAPO VIII. Feste e canzoni nell'Oratorio - Decadimento delle antiche Maestranze - Società operaie irreligiose - Società di mutuo soccorso fondata da D. Bosco - Suo regolamento - Guerra contro questa Società - Bene da essa prodotto e seme gettato - Le classi operaie: aspirazioni, miserie, seduzioni, e azione cattolica. 26

CAPO IX. Un regalo del Papa ai giovani degli Oratorii - La festa delle Corone - Articolo di un giornale cattolico - Lettera del Cardinale Antonelli - Indulgenze. 30

CAPO X. Morte del Cav. Di Santarosa - Espulsione dei Serviti Monsignor Fransoni a Fenestrelle - Condanna di altri Vescovi - Perquisizioni agli Oblati e tumulti popolari D. Bosco e gli Oblati - Dimostrazione contro l'Oratorio sventata - Restituzione ai Serviti della roba tolta dal fisco - Turpe eresia di D. Grignaschi - D. Bosco lo visita nelle carceri d'Ivrea. 34

CAPO XI. D. Bosco e il Conte di Cavour - Un'induzione - Mons. Fransoni in esiglio e visita di D. Bosco - I segretarii del Conte. 37

CAPO XII. Esercizii spirituali a Giaveno - Lettera di D. Bosco al Teol. Borel - Amorevolezza di D. Bosco per gli esercitandi - Il mercante e le scimmie - Le prediche di D. Bosco - Visita alla Sacra di S. Michele - Il ritorno a Torino - Guarigione di una febbre ostinata - Minacce contro i giovani dell'Oratorio e perdono. 39

CAPO XIII. Compra del campo dei sogni - Trattative con Rosmini per un imprestito e disegno di una fabbrica in Valdocco - Don Bosco per la seconda volta a Stresa - A Castelnuovo - Indulgenze per la Cappella dei Becchi - Lettera di D. Bosco al Teol. Borel - Cagliero Giovanni incontra D. Bosco. 43

CAPO XIV. L'Arcivescovo permette la vestizione clericale dei primi quattro studenti dell'Oratorio - Rua Michele allievo delle scuole di latinità - Il Can. Gastaldi prima dì ascriversi tra i Rosminiani raccomanda l'Oratorio a sua madre - MANIERA FACILE PER IMPARARE LA STORIA SACRA, AD USO DEL POPOLO CRISTIANO. 48

CAPO XV. D. Bosco modello di amor figliale - L'onomastico della madre - Umiltà di mamma Margherita e sua semplicità - Accoglienza alle persone distinte - Riconoscenza ai benefattori - Spirito di povertà e di giustizia. 50

CAPO XVI. D. Bosco e l'assistenza agli infermi ed ai moribondi - Mirabile conversione di un ateo - Altra conversione di un seccarlo - Un brutto impiccio colle sétte. 53

CAPO XVII. Pia Unione provvisoria di laici cattolici per impedire i progressi dell'empietà - D. Bosco predica il giubileo a Milano - Fatti edificanti - Conferenza annuale in ringraziamento a Maria SS. Immacolata - La Madonna di Rimini. 58

CAPO XVIII. Spirito di penitenza - Raccomandazioni ai giovani - Testimonii continui della vita di D. Bosco - Il suo riposo e il suo cibo - L'Abate Stellardi e il Can. Ronzino alla mensa di D. Bosco - Sue distrazioni - Il firmamento in una notte serena. 62

CAPO XIX. Come D. Bosco tenesse rigorosamente in freno tutti i suoi sensi - Mortificazione nel parlare, nell'ascoltare, nel lavorare - Magnifico elogio di Don Bosco scritto da Mons. Cagliero - Penitenze straordinarie e segrete di D. Bosco - Non le permette a' suoi alunni - Sue dolorose e continue malattie. 68

CAPO XX. La Fede cattolica assalita dai Valdesi e difesa da D. Bosco - Seconda edizione del Giovane Provveduto e FONDAMENTI DELLA CATTOLICA RELIGIONE - Un libraio valdese - Una sentinella vigilante - Costruzione di un tempio valdese in Torino - AVVISI AI CATTOLICI -Accanimento dei settarii contro l'insegnamento della Teologia - Nepomuceno Nuytz - Vestizione clericale dei primi quattro alunni dell'Oratorio - Ritiratezza ed eroismo di Mamma Margherita - Due lettere di un antico allievo - Indulgenze. 72

CAPO XXI. Il Signor Pinardi propone a D. Bosco la compra della sua casa in Valdocco - Imprestito dell'abate Rosmini a Don Bosco - Visibile tratto della Divina Provvidenza - Contratto e compra della casa - Riconoscenza a Rosmini. 78

CAPO XXII. I finanzieri del secolo - D. Bosco e la banca della Divina Provvidenza - Progetto della Chiesa di S. Francesco di Sales - Il Carnovale in Valdocco - Catechismi della Quaresima - D. Bosco all'Oratorio di S. Luigi - Disegni dei Deputati contro gli Ordini religiosi e la legge della Manomorta - Gli scavi per le fondamenta della nuova chiesa. 82

CAPO XXIII. D. Bosco chiede oblazioni ai benefattori per la costruzione della nuova chiesa - Risposta dell'abate Rosmini Don Bosco a Biella e suo incontro col Padre Goggia - Ad Oropa - Lettere incoraggianti dei Vescovi La festa in Valdocco di S. Giovanni e di S. Luigi - D. Bosco a S. Ignazio e a Lanzo: sue previsioni. 86

CAPO XXIV. Altre pratiche di Don Bosco per aver sussidii - Generosa promessa del Re - Benedizione e collocamento della pietra fondamentale della chiesa - Discorso del P. Barrera - Feste, dialogo e nuova predizione - Don Bosco e gli Ebrei. 90

CAPO XXV. Giovanni Cagliero - Impressioni e giudizii del giovane Turchi accettato nell'Oratorio - La Commemorazione di tutti i defunti a Castelnuovo - Cagliero è condotto da D. Bosco in Valdocco - Sua testimonianza della povertà della casa e della bontà e Zelo di D. Bosco - Cagliero e Rua a scuola - Scritture di locazione d'opera per gli artigiani. 94

CAPO XXVI. La Compagnia di S. Luigi - Conferenze - Meraviglie di D. Bosco - Predice l'avvenire della Casa di Valdocco e degli altri Oratorii festivi - Annunzia la morte vicina di alcuni giovani e una guarigione insperata - Svela lo stato delle coscienze - Il dono delle lagrime. 98

CAPO XXVII. Articolo di Goffredo Casalis - Sintomi di malcontento negli Oratorii - Insolenza perdonata - Irragionevole pretesa Lettera del Teol. Borel a D. Ponte - Risposta - La festa dell'Immacolata - Il primo decennio. 101

CAPO XXVIII. Deficienza di mezzi per l'erezione della chiesa - Circolare del Vescovo di Biella - Generose sovvenzioni del Re - La prima grande lotteria. 104

CAPO XXIX. Il primo refettorio dei giovani - Sistema mutato nella distribuzione del cibo - Varie classi di giovani - Il primo regolamento interno: i dormitorii - Due lettere per accettazioni di giovani - Paterna tolleranza - Cagliero incomincia lo studio della musica - Tenerezza materna - Margherita e gli infermi. 109

CAPO XXX. Apostasie - Predica sulla Verginità di Maria SS. - Zelo e carità di D. Bosco per gli ingannati dagli eretici - Dispute coi partigiani de' Valdesi e co' loro ministri - Un perfido sermone; l'aquila e la volpe - Il giubileo nell'Oratorio di S. Francesco di Sales - Costruzioni de' Valdesi intorno al loro tempio. 113

CAPO XXXI. Doni per la lotteria - In cerca di un locale per l'esposizione -Largizione del Re - Esposizione dei premi per la lotteria -Condono delle spese di posta - L'estimo dei doni - Apertura dell'esposizione - Il Conte di Cavour - Una disgrazia. 116

CAPO XXXII. Una spina per D. Bosco - La passione fa velo all'intelletto - Saggia osservazione del Teol. Leonardo Murialdo -Lettera di D. Cafasso a D. Ponte - Assemblea maligna e tempestosa - Defezione e guerra dichiarata - Insulti, fermezza e pazienza. 120

CAPO XXXIII. Tranelli degli avversari di D. Bosco - Pranzi e merende a ufo - Effetti delle mormorazioni - L'Arcivescovo e la patente a D. Bosco di Capo Direttore dei tre Oratori -Lettera laudativa di Mons. Fransoni al Direttore dell'Oratoria di Vanchiglia - D. Bosco congeda i perturbatori - Nuove industrie e nuovi catechisti - Riconciliazione. - Una scatola di zolfanelli. 123

CAPO XXXIV. Scoppio della polveriera - Eroismo del Sergente Sacchi - Il cappello di D. Bosco - Visibile protezione di Maria Fatti diversi - Una colomba - Una trave infuocata - Il giovanetto Gabriele Fassio - Il Pater ed Ave a San Luigi -Guasti nell'Oratorio - Valdocco, luogo di rifugio - Sovvenzioni - Un'immagine commemorativa - D. Bosco e la Piccola Casa della Divina Provvidenza. 127

CAPO XXXV. Il mese di maggio nell'Oratorio - Lettera di D. Bosco al Vescovo di Biella - I Vescovi e la Lotteria Saggio di studio dato dai giovani delle scuole serali Elogio dell'Armonia - Approvazione dell'Abate Aporti - Giudizio sull'opera di D. Bosco di un emigrato politico. 132

CAPO XXXVI. Carità di D. Bosco verso i poverelli - Alcune testimonianze Gli emigrati politici - Il giocoliere - Francesco Crispi - Altri profughi beneficati - Inganno non riuscito -Beneficenza spirituale. 135

CAPO XXXVII. Desiderio di convertire il mondo - Spirito di vita religiosa insinuato nei giovani - La nuova chiesa di S. Francesco di Sales è terminata - Benedizione di un tabernacolo e di una campana - I Vescovi di Vercelli e d'Ivrea non possono intervenire alla dedicazione della chiesa - Invito e risposta del Sindaco, del Vicesindaco e dei Professore Baruffi - Poesia - D. Bosco nostro Re. 138

CAPO XXXVIII. Benedizione della Chiesa di S. Francesco di Sales - Prima Messa - Le funzioni della sera - Ringraziamenti Musica e poesia - Il giornale “La Patria”. 144

CAPO XXXIX. Nuovi ordinamenti della chiesa e dell'Ospizio - D. Bosco e il SS. Sacramento - Le Chiese - La musica sacra. Le solennità - Il servizio all'altare - La Santa Messa La preparazione ed il ringraziamento - Le sacre cerimonie - La Comunione e la visita in chiesa - Unione con Dio. 147

CAPO XL. Festa solenne in onore di S. Luigi - Nota buffa e caso doloroso - Lettere dei Vescovi per la Lotteria - Il Vescovo di Fossano all'Oratorio - Discorso memorabile del Vescovo di Biella - Estrazione della Lotteria - Mons. Fransoni si congratula con D. Bosco. 151

CAPO XLI. Costruzione del nuovo Ospizio - Secondi esercizii spirituali a Giaveno - Un santo Artigianello - Una predica di Don Bosco e la castità - Un testimonio della vita di Doti Bosco in questi anni e della sua carità. 155

CAPO XLII. D. Bosco ai Becchi - Generosità del fratello Giuseppe e suo affetto ai giovani dell'Oratorio - Lettera di D. Bosco al Ch. Buzzetti - Vestizione clericale di Rua Michele e di Rocchietti Giuseppe - Elargizioni del Re - D. Bosco non accetta la croce di cavaliere - Il Comm. Luigi Cibrario - Le decorazioni, premio della beneficenza. 158

CAPO XLIII. Chierici che si ritirano dall'Oratorio - Previsioni avverate di D. Bosco - Sua bontà - Nuovi giovani iniziati negli studi - Accettazione memorabile e conversione di un giovane. 161

CAPO XLIV. Si continua la costruzione dell'Ospizio - Avvisi ingegnosi e salutari di D. Bosco ai muratori - Il Can. Gastaldi e suo interesse per l'Oratorio - Rovina della nuova casa - Visibile protezione del cielo - Tranquillità e rassegnazione di D. Bosco - Scuole improvvisate - Poesia. 164

CAPO XLV. Macchinazioni contro il Papa - Una grazia di Maria SS. Consolatrice - Un Ministro Protestante confuso da Don Bosco - Progetto delle Letture Cattoliche - Mons. Fransoni e Mons. Moreno - Segreti di D. Bosco per trovare il tempo a tanti suoi lavori - Ad Oropa: umiltà - Lettera del Vescovo d'Ivrea a D. Bosco e consultazioni per dare principio alle Letture Cattoliche - Due Rescritti del Papa a D. Bosco. 169

CAPO XLVI. Letture Cattoliche - Piano di associazione - Importanza di quest'Opera - Il primo fascicolo d'introduzione - Il Vescovo d'Ivrea - Incessante attività di D. Bosco - Le sue lettere - Operazioni simultanee e diverse della mente di D, Bosco - Il primo Regolamento dell'Ospizio di San Francesco di Sales. 173

CAPO XLVII. Il Sistema Preventivo - Sua applicazione - Suoi vantaggi. 177

CAPO XLVIII. Una parola sui castighi. 181

CAPO XLIX D. Bosco in mezzo ai giovani e ai popolani - Oratorii festivi - Le prime Letture Cattoliche - IL CATTOLICO ISTRUITO NELLA SUA RELIGIONE - Difficoltà della Revisione - I Valdesi e la festa dello Statuto - NOTIZIE STORICHE INTORNO AL MIRACOLO DEL SS. SACRAMENTO IN TORINO - Ristampa ordinata al Ch. Rua pel 1903 - Feste del quarto centenario del miracolo - D. Chiatellino a Borgo Cornalense. 185

CAPO L. La casa Pinardi e D. Cafasso - D. Bosco suo penitente - Sua famigliarità e unione di spirito col Direttore del Convitto Ecclesiastico - Generosità di D. Cafasso verso l'Oratorio e suoi lumi sovranaturali - Le vocazioni - Riconoscenza di D. Bosco e de' suoi giovani. 189

CAPO LI. La ripresa dei lavori per rialzare la fabbrica dalle rovine - Benefattori - Piccolo lotto - Carità di D. Bosco pel Capo-mastro - Predicazioni - Ornamenti della nuova chiesa - La nuova campana - Le Quarantore - Monsignor Artico, D. Bosco e la festa di S. Luigi. 191

CAPO LII. I Fratelli delle Scuole Cristiane assoggettati al servizio militare - Il Ministro Cibrario; Catechismo e Storia Sacra nelle scuole elementari - Distruzione di una bettola - L'Oratorio padrone del campo nemico, 194

CAPO LIII. Un padre protestante e la sua famiglia ferma nella fede - Conversione di un giovanetto valdese - Il Diodati intruso nelle scuole - D. Bosco a S. Ignazio e a Villastellone - FATTI CONTEMPORANEI ESPOSTI IN FORMA DI DIALOGO - Le ire dei protestanti - Le dispute - Seduzione e minacce - Progetti di una casa Rosminiana presso l'Oratorio. 198

CAPO LIV. Studii dei giovani nelle vacanze - Il latino della Chiesa e dei Santi Padri Letture Cattoliche - La processione della Consolata - Riduzione del numero delle feste di precetto - Preparazione alla solennità del Santo Rosario - I giovani dell'Oratorio a Morialdo - Una guarigione insperata - IL GALANTUOMO. 203

CAPO LV. Ancora le Letture Cattoliche - Semplicità di D. Bosco nello scrivere - Sua umiltà - Il Prof. Peyron e una radunanza di sacerdoti - Testimonianza dell'umiltà di D. Bosco. 207

CAPO LVI. D. Bosco e gli alunni occupano il nuovo edifizio - Temeraria ma sicura risoluzione - Istituzione dei laboratorii interni per calzolai e sarti - Primo Regolamento per i laboratorii - Padroni e operai di manifatture - Progetti di D. Bosco a beneficio della società e degli artigiani. 210

CAPO LVII. La classe degli studenti - Le scuole private dei professori D. Picco e Bonzanino - I cappotti dei militari - Nuove testimonianze delle meraviglie di D. Bosco nell'Oratorio - Gli scolari cittadini delle scuole private e D. Bosco - La festa di S. Matteo ed una sassaiuola - Influenza salutare di D. Bosco su alcuni insegnanti - Elogi meritati dagli studenti dell'Oratorio - Cordialità tra i figli del popolo e quelli dei signori. 213

CAPO LVIII. Vita intima e regime dell'Oratorio - Bontà degli alunni - D. Antonio Grella - Lettera del Card. Antonelli -Progetto di una tipografia dell'Abate Rosmini - Sacerdoti accusati di ribellione -Inaugurazione del tempio valdese - Articolo del Rogantino e predizione di D. Bosco - Un pranzo agli operai - Lettera di D. Bosco al Card. Arcivescovo di Ferrara - UNA DISPUTA TRA UN AVVOCATO E UN MINISTRO PROTESTANTE: Dramma - Le galline di Mamma Margherita. 217

CAPO LIX. Attentati - Castagne e vino avvelenato - Coltello da macellaio - Biasimevole condotta della pubblica forza - Buon ufficio di un amico - Grandine di bastonate Cagliero difensore di D. Bosco - Pericolo sulla via di Moncalieri - Cautele di Mamma Margherita - Affezione del vicinato. 223

CAPO LX. Storia di un cane. 227

CAPO LXI. D. Bosco, il magnetismo e lo spiritismo - Le sonnambule - I gabinetti magnetici - Le tavole giranti - Gli spiriti - Il diavolo -Infestazioni misteriose - Libri contro le nuove empietà. 230

APPENDICE PRIMO PIANO DI REGOLAMENTO.. 235

APPENDICE PER GLI STUDENTI. 240

 


CAPO I. Ribellione e fedeltà.

 

                I CORIFEI delle sette studiavano di stabilire uno Stato il quale non governasse più in nome di Dio, nè secondo Dio facesse le leggi, ma in nome del popolo e secondo il mutevole volere del popolo, che essi stessi colle loro arti avrebbero formolato. Volevano rovesciare a poco a poco ciò che ipocritamente avevano fino allora predicato doversi rispettare, in modo però che i popoli non se ne avvedessero, o solo allorquando già vi fossero preparati per corruzione di costumi, per errori di mente bevuti nei giornali, nei libri, nei teatri, nelle scuole, e nelle adunanze politiche. A tal fine, predicando la necessità dell'indipendenza della nazione, si facevano apostoli della libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di stampa. Era quella libertà definita da S. Pietro: Velamen habentes malitiae libertatem[1], cioè null'altro in fondo che guerra contro tutto ciò che da lontano o da presso ricorda [2] alla superbia umana, che vi è un Dio al quale si deve assoluta obbedienza. Ed è per questo che i legislatori settari hanno proclamato e proclamano: Noi siamo la legge e sopra la legge non sta alcuno, nè Dio, nè Chiesa. Considerarono la Chiesa Cattolica come una semplice società privata, senza valore, senza diritti, senza interesse per la vita civile, separata dallo Stato e, peggio ancora, nemica da doversi combattere incessantemente. Rex sum ego! proclamò Gesù Cristo: ma essi gli rispondono. Nolumus hunc regnare super nos.

                Ma vae qui condunt leges iniquas, minacciava Isaia[2]. La politica d'ogni genere, dice Bonald, si rende forte da tutto ciò che concede alla religione e si impoverisce da tutto ciò che le nega. Dove venga meno il rispetto verso il Papato, il rispetto verso il Sovrano si estingue. Il celebre Colbert nel suo testamento così parlava a Luigi XIV aizzato contro la Chiesa da perfidi consiglieri: “Non mai impunemente il figlio si rivolta contro al padre. Tutte le imprese che Ella condurrà contro il Sommo Pontefice, ricadranno sulla stessa Maestà Vostra”.

                E purtroppo i reggitori dei popoli disprezzarono la Chiesa e furono avvinti dalla rivoluzione, la quale vuole la sovranità del popolo, per rendere il monarca schiavo del parlamento, il parlamento schiavo delle masse. L'ultima sua parola: Non più Dio, non più re, non più padrone. Abolizione della proprietà! Socialismo e comunismo! - La voce però e la preghiera della santa Chiesa e l'onnipotente braccio di Dio renderan vano l'insensato disegno, ma non tanto che le nazioni apostate non abbiano da pagare il fio della loro ribellione. [3] Tuttavia, come sale della terra e luce del mondo, non vi era nazione, non vi era città e quasi direi borgo, ove non fiorissero sante persone di ogni ceto, e specialmente Vescovi, sacerdoti e religiosi, i quali, mentre invocavano le divine misericordie sugli uomini, sollevavano i miserelli con opere eroiche di carità, prestavano a Dio ed alla Chiesa quel tributo di ubbidienza, che loro negavano gli insensati. Fra questi si annoverava D. Bosco. Egli si era prefisso come codice delle sue azioni il decalogo, i comandamenti della Chiesa, le obbligazioni del proprio stato, e poneva un grande studio nell'osservarle con tutta fedeltà. Era così impossessato dallo spirito di questa osservanza, che in tutto il tempo della sua vita parve non potesse fare diversamente. Non si ebbe mai a scorgere in lui, in tutto il suo insieme, difetto o trascuranza nell'adempimento de' suoi doveri come cristiano, come ecclesiastico, come capo di Comunità, come Superiore di una Congregazione; ed era osservantissimo delle regole che a questa egli aveva dato.

                Nello stesso tempo provava una gran pena nel vedere come da molti fosse conculcata la divina legge, nell'udire bestemmiato il nome di Dio, di N. S. Gesù Cristo e della Beata Vergine; era profondamente amareggiato nello scorgere come l'immoralità insidiasse l'innocenza di tanti giovanetti; il suo cuore sanguinava nel sapere oltraggiato il Papa, e misconosciuti i diritti della Chiesa. E la sua obbedienza ai precetti di questa buona Madre abbracciava le prescrizioni più minute, le sacre cerimonie e rubriche, le varie risposte delle Sacre Congregazioni Romane, ed esigeva che altrettanto facessero i suoi dipendenti. Nelle stesse cose in cui era lasciata libertà d'interpretazione e di pratica, sceglieva l'opinione più conforme allo spirito della Chiesa. [4] Il Teol. Savio Ascanio affermava: “Io lo conobbi inappuntabile in tutto e non ho mai sentito nel mio cuore il menomo sospetto che egli abbia perduta l'innocenza battesimale”.

                Il Teol. Reviglio appoggiò questa testimonianza: “Era in lui talmente profondo l'orrore alla colpa, che negli undici anni da me vissuti con lui non lo vidi mai commettere deliberatamente un peccato veniale”.

                E D. Michele Rua non esitava nel dire: “Ho vissuto al fianco di D. Bosco per trentasette anni, e quanto più penso al suo tenor di vita, agli esempi che ci ha lasciati, agli insegnamenti che ci ha dati, tanto più cresce in me per lui la stima e la venerazione, l'opinione di santità, in modo da poter dire che la sua vita fu tutta del Signore. Mi faceva più impressione osservare D. Bosco nelle sue azioni, anche più minute, che leggere e meditare qualsiasi libro divoto”.

                La stessa convinzione hanno espresso più centinaia dì coloro che abitarono dal 1846 al 1883 col caro. D. Bosco.

 

 


CAPO II. Giovani ricoverati nel vizio di Valdocco - Padre, salvatemi - Un garzone caffettiere insidiato - D. Bosco alla cerca pe' suoi merlotti - La Provvidenza non manca mai - Contravveleni - Il sermoncino serale ed i quesiti - Le Quarant'ore e le scuole di canto - Una strana comparsa sul teatrino - Amore, umiltà e vigilanza

 

                PROSEGUIAMO ne' nostri racconti. Mentre D. Bosco attendeva alla cultura religiosa e morale dei 700 e più giovani dell'Oratorio festivo di S. Francesco di Sales ed invigilava sui 1000 che frequentavano quelli di S. Luigi Gonzaga e dell'Angelo Custode, non perdeva di vista i poveri giovanetti del suo nascente ospizio. Anzi questi ei riguardava come la pupilla degli occhi suoi, e ne aveva quella cura, che maggiore non ne avrebbe avuta il più sollecito ed affettuoso dei padri. In quest'anno i suoi alunni erano quaranta all'incirca. Quasi di continuo scrivevano a lui parroci, parenti, o altre persone per raccomandargli qualche fanciullo. D. Bosco ascoltando tante miserie se ne sentiva commosso e temendo che per un suo rifiuto quel ragazzo andasse poi a finir male, sovente lo ospitava. Alle preghiere degli stessi giovani non poteva far resistenza.

                L'Ispettore scolastico della Spezia, Sig. Bonino Alvaro, nel 1884 ci narrava il seguente grazioso fatto, del quale egli [6] fu testimone quando frequentava l'Oratorio come catechista, essendo maestro elementare municipale nel 1850.

                Un padre erasi fatto protestante in Torino, per riceverei 30 danari, coi quali i nemici di Dio pagavano le apostasie. Il disgraziato pretendeva che la moglie ed il figlio facessero altrettanto, ma non ci poteva riuscire, poichè la buona donna era ferma nella religione e tenea fermo il suo piccolino. Erano Savoiardi. La povera madre piangeva e pregava. Quand'ecco, una notte il figlio ebbe un sogno. Sembravagli di essere trascinato al tempio dei Protestanti e invano dibattersi per resistere a quella violenza. Mentre però così lottava, ecco comparire un prete, liberarlo dalle male branche e condurlo con sè. Svegliatosi al mattino narrava il sogno alla mamma, la quale cercava ogni strada per allogare il figlio in qualche istituto, poichè il padre non voleva desistere dal suo perfido divisamento. Lungo la settimana si imbattè in persona che la consigliò a presentarsi a D. Bosco in Valdocco e a vedere se nell'Oratorio avesse potuto trovare un rifugio al figlio. Essa vi andò col suo ragazzo la domenica mattina e, saputo che era tempo di funzione, entrò in chiesa. Ed ecco uscire D. Bosco per celebrare. Il signor Bonino Alvaro era inginocchiato a fianco di questo fanciullo, il quale appena vide D. Bosco gridò ripetutamente quasi fuori di sè: C'est lui, maman! c'est lui même! c'est lui même! cioè il prete apparsogli in sogno. Il piccolo gridava, la mamma piangeva, e il Sig. Bonino dopo aver dato avviso che in chiesa non era luogo da gridare così, vedendo che non riusciva a quietarlo, condusse la madre e il figlio in sagrestia, ove udì la narrazione del sogno e come in D. Bosco avesse il figlio riconosciuto il prete liberatore. Intanto D. Bosco ritornava in sagrestia e non era ancora ben svestito degli abiti sacri che il fanciullo corre a stringersi alle sue ginocchia, dicendogli [7] Padre mio, salvatemi! - D. Bosco lo accettò in casa e il piccolo Savoiardo stette più anni all'Oratorio.

                Quanti altri giovani pericolanti furono salvati da Don Bosco per averli incontrati egli stesso e accolti in casa sua! Un giorno entrava in un certo caffè di Torino e venne a servirlo un giovane di grazioso aspetto. Mentre il garzone versava il caffè, D. Bosco incominciò a chiedergli amorevolmente di sue notizie, e poi di interrogazione in interrogazione passò a scandagliare il suo cuore. Il giovane, vinto dalle sue maniere paterne, non ebbe segreti con lui e gli palesò interamente lo stato dell'anima sua, che era ben deplorevole. Il dialogo però era interrotto poichè il giovane di quando in quando andava a servire nuovi avventori, ma ritornava sempre a fianco di D. Bosco, ora con un pretesto, ora con un altro. D. Bosco parlava sottovoce e nessuno, neppure il padrone, si accorse di un dialogo così interessante.

                D. Bosco finì con dirgli: - Chiedi licenza al tuo padrone di venire all'Oratorio e poi qualche cosa decideremo.

                - Il padrone non darà mai questa licenza.

                - Ma tu in questo luogo non devi più rimanere.

                - Lo vedo, lo capisco; ma come fare?

                - Fuggi.

                - Ma dove?

                - Presso i tuoi parenti.

                - Non ne ho più: sono morti; io sono solo.

                - Allora vieni con me.

                - E dove?

                - In Valdocco, numero tale.

                - E quando sarò là?

                - Prendi le tue robe e più presto che puoi corri presso di me. Fa' in modo che nessuno possa accorgersi della tua intenzione; e vieni; non ti mancherà ne pane, nè tetto, nè [8] un'educazione che ti provveda un lieto avvenire. Io ti farò da padre.

                D. Bosco uscì dalla bottega. L'indomani il giovanetto era fuggito e giungeva all'Oratorio colle sue povere robe sotto il braccio. Divenne un eccellente cristiano e per vari anni fu il modello degli alunni dell'Oratorio.

                Ma a questi ed agli altri D. Bosco doveva pensare per mantenerli, calzarli, vestirli. Non si poteva per la condizione dei raccomandanti e dei raccomandati fare calcolo sopra l'aiuto di una pensione; e la maggior parte de' suoi ricoverati nulla o ben poco guadagnavano. Egli non aveva stipendi, e mancava di ogni altro provento. Perciò i debiti, causa eziandio gli Oratorii festivi, aumentavano a dismisura e ben sovente non avendo egli onde soddisfarli, nel tempo e nella misura che esigevano i creditori, era minacciato dal pericolo o di lasciar soffrire i suoi figliuoli o di ricondurli a chi glieli aveva affidati. Ma nè all'una nè all'altra delle due alternative il suo cuore caritatevole si poteva acconciare.

                Per la qual cosa, collocando la più grande fiducia in Dio, nelle promesse della Madonna, nella certezza della propria missione, voi lo avreste veduto uscire di quando in quando lungo la settimana, portarsi ora presso questa, ora presso quell'altra persona della città, e colle maniere più umili, e col più bel garbo del mondo domandare qualche soccorso per essi. Se incontrato per via gli veniva chiesto dove andasse: Vo alla cerca pe' miei merlotti! rispondeva; e tirava innanzi.

                Era questo un eroico sacrificio, del quale solo Iddio può apprezzare il valore. “Per sua stessa confessione, ci scrive Mons. Cagliero, il suo naturale era focoso ed altero, per cui non poteva soffrire resistenza, e provava in sè una lotta inesprimibile, quando doveva presentarsi a qualcuno per chiedere l'elemosina. Eppure con frequentissimi atti contrari seppe [9] vincersi in modo, da accostarsi e di buonissimo animo, non solo a chi sapeva esser disposto a dargli soccorso, ma eziandio a quei medesimi i quali conosceva esser più o meno alieni od avversi. E non ottenendo la prima volta ciò che desiderava, più e più volte si presentava con una piacevolezza che soggiogava gli animi. E questo lo posso attestare sia perchè più tardi moltissime volte lo accompagnava in queste visite, sia per le confidenze che a mia istruzione talvolta mi faceva.

                “Per i suoi giovani non risparmiava nè fatiche, nè umiliazioni. Talora non trovava che buone parole; sovente incontrava mortificazioni, insulti e amare ripulse, ma tutto soffriva con gaudio senza offendersi, nè mai diminuire l'ardore della sua carità. Moltiplicava le sue lettere alle persone facoltose supplicandole per aver soccorsi, e un giorno a chi avevagli mandato un biglietto insultante, rispondeva incaricando uno de' suoi a scrivergli, e indicandogli le parole che doveva usare: - Scrivigli, disse, che se egli non vuole o non può aiutare i miei orfanelli, è padrone di farlo; ma che però l'ingiuriarmi perchè mi occupo di essi, non è cosa gradita al Signore; tuttavia presentandogli i miei rispetti, assicuralo che non conservo per ciò nessun risentimento. -Quel signore nel ricevere tal lettera si indusse a più miti consigli e da quel punto divenne amico ed ammiratore di D. Bosco”.

                D. Bosco però non era importuno o molesto. Contentavasi di esporre i bisogni che avevano i suoi giovani senza precisare la somma necessaria; e lasciava che coloro i quali lo ascoltavano, tirassero essi stessi la conseguenza caritatevole e logica dal suo ragionamento. Tante volte fu chiesto della somma che occorrevagli ed egli ripeteva semplicemente il racconto già esposto, senza far caso della domanda. Questo suo metodo gli fruttava elemosine ancor maggiori di quello che potesse sperare dai più generosi. [10] Tuttavia non sempre presentavasi supplicante a qualche ricco signore; ma in casi straordinarii imponevagli amorevolmente, come uno che ha autorità di così fare, il versamento di somma cospicua, e otteneva quanto chiedeva. E anche questa fu una delle meraviglie di D. Bosco, che appariva come rappresentante di una volontà soprannaturale. A suo tempo i fatti.

                Non riteneva per sè un soldo, e spesso dovette egli stesso privarsi del necessario per darlo a' suoi ricoverati. Quanto gli era dato in elemosina, tutto destinava di gran cuore per essi. L'uso che faceva dei danari era quello che si conveniva ad un abile amministratore; e quando era necessario fare delle spese, le sapeva far bene e a tempo debito. Questa era l'opinione che avevano di lui quanti lo conoscevano. “Un giorno, narrava Brosio Giuseppe, per affari di negozio mi trovava, anni dopo, in un circolo di grossi commercianti, banchieri, giornalisti, fra i quali mi parve eziandio riconoscere gli scrittori della Gazzetta del Popolo, Govean e Bottero.

                Benchè avversi alla Religione e quindi nemici di D. Bosco e dell'Oratorio, udii che non si vergognavano di ripetere, che se D. Bosco fosse stato ministro, il regno sarebbe senza debiti. - Tale stima era la causa della fiducia che in lui riponevano i cittadini nel dargli le loro offerte”.

                Molte volte però sembrava che i soccorsi fossero per mancare. Nel 1850, per le conseguenze della guerra e in appresso per altre sinistre vicende, quella cara famigliuola si trovò sovente nelle strettezze. Sapevasi talora che pel domani in dispensa non c'era un pane nè in casa un centesimo, ma Don Bosco non mostrò mai il menomo dubbio di restar privo di mezzi, e sempre tranquillo e sempre allegro: - Mangiate, o figliuoli, diceva loro, che ce ne sarà! - Infatti la Provvidenza Divina non lo abbandonò mai: e mentre il numero dei [11] giovani ricoverati cresceva ogni giorno più, e le condizioni dei tempi si facevano gravissime, non dovette mai allontanare dall'Oratorio neppure un ricoverato per mancanza del necessario. Fu questo un premio della sua intiera vita, che ben, si può dire non sia stata altro che un complesso di carità eroica verso il prossimo, adoperandosi egli con ogni sorta di fatiche e di sante industrie.

                Ma la sollecitudine più squisita egli la usava per gli interessi dell'anima. I mezzi di pervertimento facevansi ogni giorno più incalzanti e funesti. Per la libertà di stampa si andavano a larga mano spargendo nelle officine e nelle botteghe libri e gazzette perniciosissime. Era poi frequentissimo il caso di udire padroni e domestici, negozianti e commessi, sarti e ciabattini intavolare questioni di religione e di morale, e sputare sentenze, come se fossero altrettanti dottori della Sorbona. Perciò la fede ed il buon costume erano posti al più grande cimento. Or D. Bosco, costretto ad inviare i suoi giovanetti in città per impararvi un'arte o mestiere, prendeva anzitutto minute informazioni sull'onestà degli individui, presso cui voleva affidarli, ed, occorrendo, li toglieva pur anco da un posto per consegnarli ad un altro, che gli presentasse più sicure guarentigie. Oltre di ciò andava spesso a domandare notizie al padrone sui loro portamenti, dando così a dividere come gli stesse a cuore la loro fedeltà al lavoro, e nel tempo stesso come gli premesse che i suoi cari protetti non incontrassero pericoli nè per la moralità, nè per la religione. In casa poi egli si fermava con essi il più che gli fosse possibile; in bel modo andava spiando quello che avessero udito o veduto di male nella giornata; e poi come un esperto ed amoroso medico porgeva tosto il contravveleno, per espellere dalle loro menti le mal succhiate massime, e per iscancellare dal loro cuore le cattive impressioni, che ne avevano ricevute. [12]

                Già fin dal primo anno egli soleva tenere una parlatina,dopo le orazioni della sera; ma se da principio questo egli faceva di rado, e solamente nella vigilia delle feste o in occasione di qualche solennità, in quest'anno invece prese a farlo molto di spesso e pressochè tutte le sere. Nel suo discorsetto, che durava da due a tre minuti, esponeva ora un punto di dottrina, ora una verità morale, e ciò col mezzo di qualche apologo, che i giovani ascoltavano col massimo piacere. Soprattutto ci mirava a premunirli contro le insane opinioni del giorno, e contro gli errori dei protestanti, che serpeggiavano per Torino. Talora, per meglio attirare la loro attenzione e per iscolpire più profondamente nell'animo una buona massima, egli raccontava loro un fatto edificante, avvenuto nel giorno, o tolto dalla storia, o dalla vita di un santo. Altre volte, come aveva fatto e faceva eziandio cogli esterni dell'Oratorio festivo, proponeva un quesito da risolvere, od una domanda, a cui fare adeguata risposta; come per es., che cosa significassero le parole “Dio” e “Gesù Cristo”, che cosa importasse la denominazione di “Chiesa Cattolica”; che cosa significasse “Concilio perchè il Signore punisce il peccatore impenitente con pene eterne, e via dì questo tenore. Per lo più egli lasciava alcuni giorni di tempo a rispondere. La risposta facevasi sopra un biglietto portante il nome e cognome dell'autore; ed un premiuccio toccava a chi dava nel segno. In questa guisa D. Bosco faceva pensare, e intanto apriva a se stesso la via a sviluppare le più utili verità, che non si dimenticavano più. Questa piccola parlata era sempre preceduta dalla consegna degli oggetti che i giovani rinvenissero smarriti nella casa e nel cortile. D. Bosco li annunziava, e quelli cui appartenevano si presentavano a ritirarli.

                Intanto alle varie pratiche, di pietà e solennità religiose che egli aveva istituite confine di promuovere la frequenza [13] alla confessione e comunione, aggiungeva ogni anno l'esposizione del SS. Sacramento, detta delle Quarant'ore; e nella piccola chiesa tettoia, messa graziosamente a festa, durava tre giorni con messa cantata, vespri e Tantum Ergo in musica e predica ogni giorno, come si usa nelle parrocchie. Era questa nuova occasione per esercitare le scuole di musica. Divideva i giovani in tre gruppi, in ognuno de' quali poneva a sostenere il canto uno de' suoi allievi già bene addestrato e conoscitore delle note. Fra questi Bellia Giacomo.

                “D. Bosco, scrisse Tomatis Carlo, strimpellava sopra un meschinissimo piano per farci imparare le sue melodie e talora addestrava alquanto a suonare il violino un volonteroso di apprendere il maneggio di questo istrumento, per accompagnare qualche a solo. Un giorno nel 1850 si ispirò ad un motivo che udì suonare dalle trombe dei soldati che venivano ad esercitarsi nei pressi dell'Oratorio, e scrisse un Tantum Ergo ad una voce sola, che io conservo e che molte volte cantai, andando con lui e con altri compagni musici alle funzioni sacre celebrate in Torino, nei paesi vicini e più sovente alla Crocetta. Anche Reviglio Felice aiutava D. Bosco nel canto dal 1830 al 1856.

                “Un regalo D. Bosco preparava ai suoi musici qualche tempo dopo. Egli faceva acquisto di un piccolo organo a tastiera colle canne tutte di legno, costrutto forse un due secoli prima. Era sdruscito, poco armonico, ma pur serviva per esercitar le dita del novizio suonatore. Tutti ricordano come una canna colla valvola rotta mandasse certe urla sgarbate, che provocavano nei giovani le risa più saporite. Quest'istrumento era stato collocato nella camera vicina a quella di Don Bosco, e più d'uno dei primi che lo suonarono divenne valente organista. [14]

                Musica e teatro sono in correlazione e D. Bosco continuava a dare ai giovani il divertimento di gradite rappresentazioni. Escludeva però ogni azione drammatica che potesse esigere spese di vestiarii.

                Questa sua esigenza cagionò alcune lepide scene, che restarono memorabili anche molti anni dopo. Avendo gli attori preparato un dramma intitolato I tre Re Magi, tennero fra di loro una piccola segreta congiura, e col pretesto di vespri solenni che dicevano doversi cantare all'Oratorio, si presentarono al Rifugio e in alcune parrocchie chiedendo in imprestito quattro piviali. Ci voleva anche un manto per Erode. Avutili facilmente, essendo andati a nome di D. Bosco, li nascosero con gelosa cura, e al momento di entrare in scena, eccoli trionfanti coi piviali sulle spalle. Superfluo descrivere le risa convulsive degli spettatori, e la ridicola, figura di que' giovani, ai quali D. Bosco faceva subito deporre quelle sacre vesti. Un'allegra ed ingenua spensieratezza era il carattere della maggior parte de' miei compagni, i quali però studiavano o lavoravano con amore. Intanto continuavano le scuole serali. D. Bosco c'insegnava l'aritmetica e la calligrafia, e la sua presenza infondeva in tutti un senso di gioia inesprimibile.

                Ciò che ammiravamo in lui, in queste e in altre mille circostanze, si era come alla fermezza unisse sempre la dolcezza dei modi, la pazienza e quella illimitata longanimità colla quale superava o non creavasi ostacoli, sia nelle cose piccole come nelle cose grandi, e tutto conducesse ad esito felice. Soprattutto ci attraeva la sua umiltà.

                Una sera, insegnando egli il sistema metrico e facendo calcoli sulla lavagna, per caso si sbagliò, ed in conseguenza non riusciva a condurre a termine lo scioglimento del problema. La numerosa scolaresca stava attenta e non intendeva. [15] Io, accortomi ove fosse l'errore, mi alzai e, nel modo che seppi migliore, lo corressi. Altri maestri non avrebbero gradita una simile osservazione in pubblico; ma D. Bosco accettò amorevolmente il mio avviso e da quel punto mi prese in maggior considerazione, sicchè io ne rimasi incantato.

                “La sua vigilanza poi sulla nostra condotta era incessante, non soffrendo che il demonio gli rubasse le anime”.

                Fin qui Carlo Tomatis. Per la disciplina in questi anni 1849, 1850 lo aiutava D. Grassini, esercitando l'ufficio di Prefetto, e venendo a dimorare all'Oratorio, allorchè D. Bosco era chiamato a predicare nelle varie parti del Piemonte.

 

 


CAPO III. Visita di senatori all'Oratorio - Dialogo - Lettera a Don Bosco dal Ministero degli Interni - Siccardi prepara la legge sulle Immunità Ecclesiastiche - Mons. Fransoni a Pianezza e visita di D. Bosco - L'Arcivescovo lo consiglia a d istituire una Congregazione Religiosa.

 

                LE FATICHE indefesse di D. Bosco facevano prendere l'Oratorio in viemmaggior considerazione. In Torino molto se ne parlava e, dimenticate le prime apprensioni, moltissimi lo stimavano e ne dicevano bene. Ognuno dai fatti lo giudicava mezzo opportunissimo per allontanare dalla porta della prigione tanti poveri giovani, rendendoli in quella vece buoni cristiani ed onesti cittadini, chè i buoni risultati erano a tutti palesi e negar non si potevano. Dalla pubblica voce, da private relazioni e poscia da un voto del Senato lo stesso Governo fu indotto ad interessarsene. In quel tempo una persona benevola, il signor Volpotto, parente di casa Gastaldi, e che teneva un posto eminente nello Stato, consigliò D. Bosco a mettere in certo qual modo l'opera dell'Oratorio sotto la protezione del Governo. D. Bosco non acconsentì, e allora quel signore a sua insaputa, ma a nome suo, inoltrò per mezzo dell'Alta Camera una petizione al Pubblico Ministero per un sussidio a vantaggio de' suoi giovani. Il Senato, prima di prendere [17] una deliberazione e raccomandare la cosa al Governo, volle attingere le più minute informazioni. Per la qual cosa nominò un'apposita Commissione coll'incarico di fare una visita all'Oratorio, informarsi e poi riferire. L'onorevole Commissione era composta di tre Senatori, che furono il conte Federigo Sclopis[3], il marchese Ignazio Pallavicini, e il conte Luigi di Collegno.

                Pertanto, ad esecuzione dell'alto incarico, i tre nobili signori nel mese di gennaio del 1850 si portarono all'Oratorio in Valdocco nel pomeriggio di una festa. Erano circa le ore due, e più di 500 ragazzi nel bollore di loro ricreazione, occupati quali in uno, quali in un altro trastullo, porgevano di sè all'attento osservatore il più gradito spettacolo. Al mirar sì gran turba di giovani insieme raccolti, gli uni a correre, gli altri a saltare, questi a fare di ginnastica, quegli a camminare sulle stampelle, assistiti qua e colà da varii sacerdoti e laici, quei signori ne rimasero. Dopo alcuni istanti il conte Sclopis esclamò: - Che bello spettacolo! - Bello davvero, rispose il [18] marchese Pallavicini. - Fortunata Torino, aggiunse il Conte di Collegno, fortunata Torino se nel suo seno sorgessero parecchi di questi istituti. -Allora i nostri occhi, riprese lo Sclopis, non sarebbero così sovente offesi dall'ingrato aspetto di tanta misera gioventù, che nei giorni festivi scorrazza nelle vie e nelle piazze, crescendo nell'ignoranza e nel mai costume.

                Don Bosco, che si trovava in un circolo di giovani, veduto quei signori che punto non conosceva, loro si avvicinò. Fatti i primi convenevoli, ebbe luogo un dialogo, che coll'aiuto dell'uno e dell'altro, e specialmente di Don Bosco, abbiamo potuto ricomporre, almeno nella sostanza.

                Sclopis. - Stavamo osservando con istupore lo spettacolo di tanti giovani insieme raccolti in lieti trastulli, spettacolo che ci sembra più unico che raro. Sappiamo che anima di tutto questo è il Sacerdote Bosco. Vorrebbe favorire la S. V. di presentarci a lui?

                D. Bosco. - Le Signorie Loro gli sono appunto presenti; il povero Don Bosco sono io. - Ciò detto li pregò che volessero degnarsi di passare innanzi, e li condusse nella sua cameretta.

                Scl. - Godo assai di fare oggi sua personale conoscenza; chè per fama Don Bosco già mi era noto da lungo.

                D. B. - Debbo la mia fama non ai meriti miei, ma piuttosto alla lingua de' miei giovanetti.

                Pallavicini. - Sono questi giudici assai competenti e affatto veridici, giacchè ex ore infantium, come dice il profeta, perfecisti laudem.

                Scl. - La notizia di quest'opera sua è testè salita alla Camera del Senato, e l'alto Consesso c'incaricò di raccogliere esatte informazioni onde riferire in proposito. Io sono il conte Sclopis, questi è il marchese Pallavicini, quegli è il conte di Collegno. [19]

                D. B. - Questo povero istituto ebbe fin qui ben molte e care visite, ma questa sarà certamente annoverata tra le più preziose. Le SS. LL. domandino pure quanto occorre, che sarò lieto di soddisfarle in quanto so e posso.

                Scl. - Qual è lo scopo di quest'opera sua?

                D. B. - Lo scopo si è di raccogliere nei giorni festivi il maggior numero di giovani, i quali, o perchè trascurati dai parenti od abbandonati, o perchè forestieri, invece di recarsi alle sacre funzioni e al Catechismo, andrebbero girovagando e giocando per la città facendo i monelli. Qui al contrario, attirati dall'amore dei trastulli, nonchè da regalucci e da belle maniere, sono trattenuti in lieta ricreazione sotto gli occhi di vari assistenti. Intanto nel mattino vi hanno comodità di accostarsi ai Santi Sacramenti, ascoltano Messa e un breve sermone loro adattato. Nel pomeriggio poi, dopo alcune ore di onesto divertimento, si raccolgono in Cappella pel Catechismo, pel canto dei Vespri, per l'istruzione e Benedizione. In poche parole: lo scopo si è di radunare i giovani per farli onesti cittadini col renderli buoni cristiani.

                Pall. - Fine nobilissimo. Egli sarebbe desiderabile che siffatti istituti si moltiplicassero in questa città.

                D. B. - La Dio mercè l'anno 1847 uno consimile ne venne aperto presso la Villa Reale, il Valentino, ed un terzo fu inaugurato poc'anzi nel Borgo di Vanchiglia.

                Collegno  - Benissimo! Benissimo!

                Scl. - Qual è il numero approssimativo dei giovani, che frequentano questo luogo?

                D. B. - Sono generalmente per ogni festa un 500 e spesso di più. Quasi altrettanti si annoverano in ciascuno degli altri.

                Coll. - In media sono adunque 1500 giovani abitanti in questa città, raccolti da provvida mano, e per mezzo della [20] Religione indirizzati sulla via della moralità e dell'onore. È un grande beneficio per questa metropoli; è un grande sostegno pel nostro Governo.

                Pall. - Da quando Ella cominciò questa sua istituzione?

                D. B. - Cominciai a raccogliere alcuni ragazzi più rozzi e bisognosi di una cura speciale sin dal 1841, e vi fui spinto dallo sperimentare che molti, sebbene un po' discoli, non erano malvagi, ma che lasciati a se stessi si davano facilmente a tristissima vita e riuscivano alla prigione.

                Scl. - L'opera sua è veramente filantropica e di una grande importanza sociale. Sono opere siffatte che il Governo deve promuovere e sostenere. E per suo conforto le dico che l'Intendenza e tutta la Famiglia Reale apprezzano quest'opera e le daranno il loro appoggio.

                Coll. - Quali mezzi adopera la S. V. per moralizzare e tenere in ordine sì grande moltitudine di giovani?

                D. B. - L'istruzione ed una carità dolce, paziente e longanime sono gli unici mezzi. Qui l'amore prevale al bastone, anzi regna da solo.

                Pall. - Avremmo bisogno che questo metodo venisse adottato in tanti altri istituti e specialmente nei penitenziali. In questo caso non occorrerebbero più tante guardie e gendarmi e, quello che val meglio, si formerebbe alla virtù il cuore di tanti rinchiusi, che do o anni ed anni di punizione n'escono peggiori di prima.

                Scl. - Questi ragazzi sono essi tutti di questa città?

                D. B. - No, signor Conte, ma varii sono delle parti di Biella, Vercelli, Novara e di altre province del Regno: alcuni sono di Milano e di Como e fin della Svizzera. Venuti in questa capitale per cercare lavoro, essi, perchè lontani dagli sguardi dei loro parenti, sarebbero esposti ad evidente pericolo di riuscire cattivi cristiani. [21]

                Scl. - Aggiunga pure: e malvagi cittadini, e non tarderebbero a dare molto da fare alla Polizia ed allo stesso Governo.

                A questo punto un giovanetto sui 12 anni venne a bussare alla porta della cameretta per fare una commissione a Don Bosco, il quale lo fece fermare. Piacque allo Sclopis la confidenza e l'ingenuità del fanciullo e lo interrogò: Come ti chiami? - Mi chiamo Giuseppe Vanzino. - Di che paese sei? - Di Varese. - Che mestiere fai? - Lo scalpellino. - Hai ancora i tuoi genitori? - Mio padre è morto. - E tua madre?

                A questa domanda il buon ragazzo abbassò gli occhi, chinò la fronte e fecesi vergognoso e muto. - Dimmi, replicò lo Sclopis, hai ancora tua madre? È forse morta anch'essa?

                Allora il poveretto, con voce stentata e commossa, rispose

                - Mia madre è in prigione.

                Ciò detto diede in un pianto dirotto. A questa vista il Conte, i suoi compagni e Don Bosco furono inteneriti, ed una furtiva lagrima comparve sul loro ciglio. Dopo un istante di silenzio il buon signore riprese il discorso e disse: - Povero figlio, mi fai compassione; ma stasera dove andrai a dormire? - Finora dormiva in casa del mio padrone, rispose egli asciugandosi gli occhi, ma oggi D. Bosco mi promise di prendermi presso di sè ed annoverarmi tra i suoi ricoverati. - Come? domandò qui lo Sclopis rivolto a Don Bosco, oltre all'Oratorio festivo Ella tiene aperto eziandio un Ospizio di beneficenza?

                D B - Così volle il bisogno, e presentemente ne albergo una quarantina, la maggior parte poveri orfanelli o giovanetti dei più abbandonati. E si mangiano e dormono in questa casetta, e vanno a lavorare in città, quali in una e quali in un altra bottega.

                Pall - Sono questi i miracoli della carità cattolica. [22]

                Coll. - Ma dove attinge Ella i mezzi per sostenere cotale ricovero? Imperocchè quaranta bocche giovanili consumano pane assai.

                D. B. - Il provvedere il vitto e vestito a questi miei cari ragazzi è certamente un còmpito alquanto difficile, e che talora mi dà non poco a studiare; Imperocchè la maggior parte di essi non guadagnano ancor nulla, ed alcuni fanno un sì scarso guadagno, che non basta a calzarli e vestirli. Ma, ad onor del vero, debbo dire, che fin qui la divina Provvidenza non mi venne ancor meno; anzi ho tanta fiducia che Dio mi sarà ancor largo de' suoi favori, che desidero di avere un più vasto locale, per accrescere il numero dei miei ricoverati.

                Scl. - Si potrebbe visitare l'interno della casa?

                D. B. - Purchè vogliano degnarsi; la casa è tanto meschina, che temo ne sarà offeso il loro sguardo.

                Giusta il loro desiderio, D. Bosco li accompagnò nel dormitorio a pian terreno, a cui si entrava per un uscio molto basso. Il Senatore Sclopis, che vi entrò pel primo, nel passarvi urtò col cappello, che rovesciato gli sarebbe caduto per terra, se il Pallavicini, a cui battè sul naso, non glielo avesse trattenuto di dietro. L'egregio Conte sorridendo disse: - Nelle sale del Re questo non mi accadde mai. - E il Marchese a sua volta soggiunse: - E a me non cadde mai un cappello sul naso.

                Visitato quel sito, i tre Senatori vennero menati in cucina. La buona Margherita stava in quel momento assestando i piatti e le pentole: -Ecco mia madre, disse D. Bosco; ecco pure la madre dei nostri orfanelli.

                Scl. - Da quanto pare, voi fate anche la cuciniera, non è vero, madre?

                Margh. - Per guadagnare il Paradiso facciamo un po' di tutto. [23]

                Scl. - Quali pietanze date ai giovanetti?

                Margh. - Pane e minestra, e minestra e pane.

                Scl. - E quante al vostro D. Bosco?

                Margh. - Son presto contate: per lui una sola.

                Scl. - È un po' troppo poco una sola; ma almeno gliela farete molto buona?

                Margh. - Buonissima! S'immagini che egli mangia quasi sempre la stessa, mattino e sera, dalla domenica al giovedì.

                A queste parole quei tre signori risero della miglior voglia.

                Scl. - E perchè sino al giovedì, e non da una domenica all'altra?

                Margh. - Perchè pel venerdì e sabato, giorni di vigilia, ne fo una di magro.

                Scl. - Ho capito. Si vede che voi siete una cuciniera molto economica. Credo per altro che ai tempi nostri il vostro metodo di cucinare non farà molto progresso nel mondo.

                Pall. - Non avete niuno a porgervi la mano?

                Margh. - Gli altri giorni ho bensì un buon aiutante ma oggi egli ha molto da fare, e mi lasciò sola.

                Pali.  - E chi è dunque il vostro garzone di cucina?

                Margh. - Eccolo, disse sorridendo e additando D. Bosco.

                Scl. - Mi rallegro con Lei, sig. D. Bosco. Non avevo dubbio veruno che Lei fosse un buon educatore della gioventù ed anche un abile scrittore; ma ancora ignorava che se ne intendesse pure di gastronomia.

                D. B. - Vorrei che Ella mi vedesse all'atto pratico, e allora soprattutto quando fo la polenta.

                Tutti si misero a ridere, e salutata la buona donna uscirono di cucina.

                Intanto essendo ormai tempo di terminare la ricreazione, D. Bosco ne fe' dare il segno, e i tre signori si ebbero una [24] nuova sorpresa. Questa si fu il pronto cessare di tanti giovani da ogni giuoco e trastullo, e il loro disporsi in fila, per recarsi ordinatamente in Chiesa.

                I Senatori visitarono poscia le singole classi di Catechismo; indi assistettero al canto del Vespro e alla istruzione, e ricevettero coi giovani la Benedizione col SS. Sacramento, edificandoli tutti col loro divoto contegno. Usciti di Cappella, eglino si compiacquero di trattenersi ancora un po' nel cortile tra i giovani, interrogando or questo or quell'altro. - Che mestiere fai tu? domandò il Conte Sclopis ad uno di essi. - Fo il calzolaio. - Sapresti dirmi che differenza vi passa tra il calzolaio e il ciabattino? - Il ciabattino, rispose il garzoncello abbastanza istruito, è colui che cuce e rattaccona le ciabatte o le scarpe rotte; il calzolaio invece è quegli che le fa nuove. Per esempio, queste sue belle scarpe o stivali son fatti dal calzolaio. - Bravo, disse il Conte, mi hai risposto da maestro.

                D. B. - Egli è difatto molto assiduo alla nostra scuola serale.

                Pall. - Hanno qui luogo anche le scuole serali?

                D. B. - Sì, per servirla. Le abbiamo incominciate fin dall'anno 1844 a vantaggio di quei giovani, i quali, o perchè tutto il giorno occupati nei proprii lavori, o perchè già troppo inoltrati in età, non possono frequentare le scuole comunali. Da qui ad un'ora esse incominciano in quelle camere attigue.

                Pall. - Quale insegnamento abbracciano esse?

                D. B. - I primi elementi di lettura e scrittura, la grammatica, la Storia Sacra e la storia patria, la geografia, l'aritmetica e il sistema metrico. Vi ha pure una classe per quelli che imparano il disegno e la lingua francese: nè vi mancano lezioni di musica vocale e istrumentale.

                Pall. - E chi le presta la mano? [25]

                D. B. - Quegli ecclesiastici e laici che io chiamo miei cooperatori. Quei caritatevoli mi aiutano, non in questo solo, ma in più altri bisogni. Tra l'altro essi s'impegnano nel trovare onesti padroni ai giovani, che rimangono disimpiegati, e nel provvedere di camicie, di calzatura e di decente vestito coloro che altrimenti non potrebbero più recarsi al lavoro.

                Coll. - Bravi! Sono questi i benefattori dell'umanità, i benemeriti della patria.

                Scl. - Signor D. Bosco, conchiuse allora il Conte Sclopis, Capo della Commissione, io non sono uso all'adulazione; ma con tutta la schiettezza del cuore le confesso, anche a nome dei miei colleghi, che noi partiamo di qui altamente soddisfatti, e come Cattolici e come cittadini e Senatori del Regno applaudiamo all'opera sua, e facciamo voti che prosperi e si diffonda.

                Prima di partire il conte Sclopis trasse fuori una limosina e la diede a D. Bosco pe' suoi giovanetti più bisognosi. Tutti e tre poi da quel giorno divennero benefattori dell'opera sua.

                Ma se le lodi tributate a questo Istituto erano di grande conforto per chi tanta cura se ne prendeva, doveva pur riuscire di non lieve momento il vivo interesse, che ne dimostravano i più ragguardevoli personaggi del Regno.

                Dal Ministero alcuni giorni dopo D. Bosco riceveva la seguente lettera in risposta ad una sua petizione:

 

                Regia Segreteria di Stato per gli affari dell'Interno. Divisione 5, N. 563.

 

Torino, addì 12 Febbraio 1850.

 

                               Ill.mo e M. R. sig. P. Col.mo,

 

                Non mi è possibile di accedere in modo alcuno alla domanda di V. S. Ill.ma e M. R. infino alla definitiva approvazione dei Bilancio di questo Dicastero per parte del [26] Nazionale Parlamento, come avrei desiderato, per coadiuvare in tutto che io possa all'incremento di un'opera, la quale altamente onora chi con sentimenti di cristiana carità se ne faceva promotore, onde scemare il più possibile il novero di quei disgraziati, che orbati sul fiore degli anni loro di chi li informi il cuore ai veri principii di religione e civiltà, vivendo, dei tristi la vita, infestano la società col mai esempio ed a lor preparano un miserando fine. Mi riesce però soddisfacentissima cosa il poterle qui attestare la più sentita ammirazione per lo zelo indefesso ond'Ella si mostra prodiga per la pericolante e povera gioventù, la quale mi auguro Le valga almeno a confortarla e ad infonderle coraggio per continuare nell'arduo, ma filantropico intendimento.

                Riservandomi di prendere in tutta la considerazione la sua domanda, tosto ottenuta l'approvazione del Bilancio del Parlamento, ho l'onore di proferirmi con ben distinta stima Di V. S. Ill.ma e M. Rev.

 

Devot.mo obbligat.mo Servitore

PEL MINISTRO IL P. OFFICIALE

DI S. MARTINO

 

                Ma più che un soccorso pecuniario a D. Bosco importava indurre il Governo a commendare l'opera sua con atto pubblico e a dimostrare la sua approvazione ed il suo interessamento. Ciò doveva, per disposizione della Divina Provvidenza, temperare a suo riguardo l'astio ingiusto e i sospetti di reazione politica, che molti nutrivano contro il clero, e servirgli di scudo nelle nuove perturbazioni che si preparavano in odio alla Chiesa.

                Nei segreti consigli delle sette e del Governo si era stabilito di porre mano all'abolizione legale dell'Immunità [27] Ecclesiastica; ma prima, volendo simulare ossequio all'autorità della Chiesa, si decise di ripigliare col Pontefice le pratiche per un nuovo concordato, andate fallite nel 1848, sia per la mala fede dei commissarii piemontesi, sia per la partenza di Pio IX da Roma. Per questo fine e per ottenere che Monsignor Fransoni e Mons. Artico rinunziassero alle loro diocesi, nel novembre del 1849 il conte Giuseppe Siccardi era stato inviato a Gaeta. Ma il Papa non volle transigere nel modo che pretendeva il Governo Subalpino, benchè fosse disposto a qualche concessione; e in quanto ai due Vescovi respinse le ingiuste pretese. Il conte Siccardi allora indispettito troncò le trattative, e venne a Torino. Il Papa, perchè il Re non fosse tratto in inganno, incaricò Mons. Andrea Charvaz di assicurarlo della sua benevolenza verso di lui e d'esporgli i gravi obblighi impostigli dal suo apostolico ministero. E il Re Vittorio con una sua lettera promise al Papa che avrebbe fatti rispettare i diritti della Chiesa e protetti i due Vescovi.

                Già da tempo i giornali settarii e opuscoli in gran numero lavoravano a rendere odiosi al popolo i privilegi di S. Chiesa, proponendone l'abolizione. Ed ecco, il 25 febbraio 1850, il Conte Siccardi, che aveva ricevuto il Portafoglio di Grazia e Giustizia, proporre al Parlamento l'abolizione totale delle Immunità, ossia del Foro Ecclesiastico.

                Era questo il più antico di tutti i tribunali così in Piemonte come negli altri stati cattolici; aveva il fondamento in diritto e giustizia, come appare dalla S. Scrittura e dalle decisioni dei Sommi Pontefici e dei Concilii. I magistrati non erano giudicati dai magistrati, i senatori e i ministri dai senatori, i militari dai militari, il commercio e la marina da tribunali appositi? I deputati stessi, durante le sessioni del Parlamento, non potevano essere imprigionati senza l'autorizzazione della Camera. [28] Si voleva dunque l'asservimento del clero al potere civile. Intanto, in sul cominciare di quest'anno, Mons. Fransoni aveva deliberato di non più differire il suo ritorno in diocesi. I tempi si facevano sempre più incerti e difficili. Il clero cresciuto in un lungo periodo di pace, di armonia tra le due podestà, di sottomissione dei popoli alla materna autorità della Chiesa, era affatto nuovo alle lotte che si preparavano, e non trovava orientazione nel nuovo mare burrascoso in cui doveva navigare.

                Il 22 gennaio pertanto l'Arcivescovo aveva mandata una lettera pastorale, dando comunicazione ai fedeli dell'indulto quaresimale, rinnovando la proibizione dei giornali licenziosi ed eretici, e annunziando il ristabilimento del Governo Pontificio. Il 25 febbraio si era mosso da Chambery, e il 26 prendeva stanza a Pianezza, dando notizia con una lettera del suo arrivo al Sovrano e aggiungendo che veniva spinto dalla voce del dovere, alla quale non poteva resistere senza grave colpa.

                Il Re gli mandò varii personaggi distinti, anche ecclesiastici, perchè con varii pretesti cercassero di persuaderlo a ricondursi all'estero; ma egli con franchezza rispondeva che sarebbe rimasto.

                D. Bosco a sua volta affrettavasi a recarsi a Pianezza, distante da Torino circa dieci chilometri. Era andato tutto solo e a piedi. Monsignore vedendolo gli rivolse amorevolmente, con un sorriso, queste parole - Vae homini soli! E D. Bosco con garbo senz'altra spiegazione gli rispose prontamente: - Angelis suis Deus mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis. - Ripetute volte qui venne D. Bosco a visitarlo poichè molte cose aveva da dirgli, di molte e confidenziali lo incaricava l'Arcivescovo; e poi chi saprà dire come l'affetto lo attirasse verso il suo primo benefattore? E Mons. Fransoni, non ostante le gravi preoccupazioni dalle quali era stretto [29] volentieri parlava dell'opera degli Oratorii festivi, che riteneva come sua propria per averla promossa come patrono, e provava molta inquietudine e premura del suo avvenire. Prima di partire da Torino aveva ripetutamente mandato a chiamare D. Bosco per esortarlo a prevenire in qualche modo ogni possibile disfacimento di quell'opera. Esprimevagli il vivo desiderio di veder costituita una società, atta a promuovere sempre più lo sviluppo dell'educazione dei poveri giovanetti, e a conservarne lo spirito e quelle usanze tradizionali che per lo più dalla sola esperienza soglionsi imparare. Ed ora ripetevagli: - Come farete a continuare l'opera vostra? Voi siete mortale come gli altri uomini, e se non provvedete, i vostri Oratorii morranno con voi. E perciò bene che pensiate al modo di fare sicchè vi sopravvivano. Cercate adunque un successore che pigli a suo tempo il vostro posto. - E concludeva essere necessario dar principio ad una Congregazione religiosa.

 

 


CAPO IV. Buona riuscita dei giovani dell'Oratorio festivo - D. Bosco fa il catechismo in mezzo ad un campo, e stupore di alcuni Inglesi - Prudenza di D. Bosco nell'andare a visitare gli Oratorii - Il Marchese di Cavour insegna il catechismo - Due altri celebri catechisti - Relazioni amichevoli tra l'Abate Rosmini e D. Bosco - Progetto da D. Bosco presentato a Rosmini.

 

                FRA le apprensioni e le speranze, celebratosi nell'Oratorio l'esercizio di buona morte, il 18 febbraio, dopo la prima domenica di quaresima, incominciavano in Valdocco, a Porta Nuova ed in Vanchiglia i catechismi preparatorii alla Pasqua. Nulla però si era innovato nelle usanze degli anni trascorsi, eccettochè il Santo Rosario alla domenica non si recitò più alla sera, sibbene prima o dopo la messa.

                Frattanto gli occhi di tutto il Piemonte si può dire fossero rivolti verso questi Oratorii con diversi giudizii; e non mancavano quelle persone inette a fare il bene e maligne, che schernivano D. Bosco e i suoi allievi. - Sono birbanti, gli dicevano, e voi non ne farete nulla di buono. - E dovettero poi ricredersi, vedendo come egli invece ne formava perfetti operai, onesti negozianti, professori., avvocati, militari [31] valenti e santi preti. In quanto agli operai, diremo come nel 1862 D. Bosco scrivesse un cenno storico sull'Oratorio di San Francesco di Sales. Questo documento venne stampato e si rileva che egli ogni anno era riuscito a collocare più centinaia di giovani presso buoni padroni, da cui essi appresero il mestiere.

                Tutte le domeniche riceveva visite di molte persone che volevano vedere come si impartisse l'istruzione religiosa. Ed era veramente uno spettacolo degno di essere contemplato. Mentre alcuni facevano il catechismo in cappella, altri in sagrestia e in sale attigue, altri nel cortile e nell'orto innanzi alla casa, D. Bosco raccoglieva i più discoli e andava a sedersi con essi in mezzo a un campo un poco discosto, ove ora è la chiesa di Maria Ausiliatrice, in uno spazio libero tra le patate e i fagiuoli. Dopo l'ordinario saluto: - Oh i voi siete proprio i miei più grandi incominciava le sue spiegazioni catechistiche.

                Mons. Cucchi una Domenica veniva all'Oratorio con alcuni Inglesi, che desideravano assicurarsi coi loro proprii occhi quanto vi fosse di vero in ciò che la fama narrava del prete di Valdocco. Il buon prelato aveva detto loro: - Vedranno chi è D. Bosco! - Non volendo però che fosse prevenuto del loro arrivo, senza far motto ai tanti giovani nei quali s'imbattevano, lo cercarono in chiesa e in casa, da una parte e dall'altra, e non poterono incontrarlo. Finalmente, usciti dal cancello, Monsignore scoperse in un prato un gruppo di giovani all'ombra di un albero e senz'altro esclamò: - Là vi sono dei giovani; dunque vi sarà lui. - Infatti D. Bosco era seduto in atto di fare il catechismo ad una ventina circa di giovanastri dei più grandi e di aspetto baldanzoso che pure pendevano attentissimi dalle sue labbra. - E là! - replicò Mons. Cucchi. Quei signori inglesi si fermarono un buon pezzo [32] ad osservare stupiti quello spettacolo, e poi esclamarono: - Se tutti i sacerdoti facessero così, catechizzando anche in mezzo ai campi, il mondo sarebbe presto convertito interamente.

                La tranquillità di questa ora Don Bosco se l'aveva guadagnata con molte precedenti industrie. Moltitudini di fanciulli accorrevano ai catechismi, eziandio a Porta Nuova e a Vanchiglia e perciò D. Bosco là mandava la maggior parte dei suoi chierici ed i catechisti più esperti. Non trascurava però di sorvegliarli e capitava, non raramente, inaspettato in mezzo ad essi. Usciva però dall'Oratorio in berretta, mentre poco lontano lo aspettava un suo fidato col cappello: e ciò faceva perchè i giovani di Valdocco non conoscessero la sua assenza e tenessero per certo trovarsi egli in casa.

                Senonchè provvedendo a quei due Oratorii, venivangli per varie ragioni a mancare il personale per Valdocco. In quanto la disciplina ne aveva dato l'incarico a D. Grassino anche per gli esterni. Ma per ciò che spetta ai catechismi talvolta si trovava impacciato. Tuttavia rimediava a quella deficienza, invitando chiunque in quei momenti gli si presentasse fornito della scienza necessaria. In tal modo fu ingaggiato il Teol. Marengo, il quale continuò catechizzando per circa otto anni, e quando fu impedito da altre occupazioni, non tralasciò di venire ad ascoltare le confessioni ed aiutare D. Bosco in tutti i modi onde gli fosse stato possibile.

                Altro giorno sopraggiunse il Marchese Gustavo di Cavour con un signore suo amico, mentre già erano incominciati i catechismi. Conoscendo le abitudini di D. Bosco, si volse senz'altro al prato ove egli era in mezzo ai suoi biricchini. Avvicinatosi, gli presentò quel suo amico, pregandolo di volerlo condurre a visitare l'Oratorio, essendo desideroso di saperne da lui l'origine, lo scopo e l'andamento. - Come [33] vede, signor Marchese; gli rispose D. Bosco, ho qui alcuni fanciulli da catechizzare. Se ella Vuol favorire di trattenerli un poco, io sarò felice di compiacere il suo compagno. - Il Marchese acconsentì, sedette fra quei poveri garzoni e proseguì le interrogazioni che D. Bosco aveva incominciate. E il buon prete allora condusse quel forestiere a visitare le varie classi.

                Nel pomeriggio di un altro giorno festivo D. Bosco ebbe la visita di due rinomatissimi sacerdoti forestieri. Trovandosi in Torino, si presentarono all'Oratorio per fare conoscenza con D. Bosco. Erano circa le ore due. I giovani stavano allogandosi, e D. Bosco vedendovi mancare parecchi catechisti si torturava il capo per improvvisarne e disporre le classi, quando i due Ecclesiastici accostatisi a lui, mostrarono vaghezza di parlargli.

                - Vi è questo signor Abate, disse uno dei due accennando al compagno, ed io pure, che desideriamo di visitare il suo Oratorio e di osservare il metodo che la S. V. vi tiene.

                - Troppo volentieri, rispose D. Bosco, io farò loro visitare l'Oratorio in tutte le sue particolarità; ma piuttosto dopo le funzioni: ora, come vedono, sono qui tutto occupato tra queste centinaia di giovani. Ma è Iddio che in questo momento li ha mandati. Abbiano la bontà di aiutarmi a fare il Catechismo e poi parleremo a nostro bell'agio. Ella, soggiunse ad un di essi che gli sembrava di maggiore autorità, vorrebbe favorire di fare il catechismo alla classe che è nel coro dove sono i più grandicelli?

                - Ben volentieri! rispose quel sacerdote.

                - Ella, proseguì D. Bosco rivolgendosi al secondo, avrà in presbiterio la classe d'i più dissipati!

                Anche il secondo religioso aderì all'invito colla miglior [34] voglia del mondo. D. Bosco porse ad ambedue il catechismo della diocesi, e senza domandare chi fossero, li condusse nelle classi assegnate e così egli potè invigilare all'ordine generale nella Chiesa. Il giovanetto Michele Rua, che dall'anno 1849 aveva incominciato a frequentare regolarmente l'Oratorio festivo, era presente a questo incontro; e potè osservarli seduti in mezzo ai ragazzi e ne ammirò il contegno. Quei preti parevano a D. Bosco persone assai distinte e si accorse che facevano il catechismo a meraviglia. Essendosi posto in luogo donde poteva udire colui che catechizzava in coro, l'udì parlare della fede con esempi e paragoni. - La fede, diceva, si aggira intorno a quelle cose che non si vedono; delle cose che noi vediamo, non si dice: “Io le credo”; le cose che noi vediamo, le giudichiamo: si credono invece le cose che non sono a noi sensibilmente presenti. Così ora che noi siamo in terra, crediamo la vita eterna, perchè presentemente non siamo di essa in possesso; ma quando noi avremo la fortuna di trovarci in cielo, quelle cose più non le crederemo, ma le giudicheremo, le godremo.

                Don Bosco udendo queste ed altre spiegazioni così sode e tuttavia molto adattate all'intelligenza dei giovani, lo pregò a volerli dopo i vespri regalare di un sermoncino. Quell'abate gli fece osservare che, essendo egli forestiero, non era cosa conveniente: aver bisogno i giovani di udire una voce che conoscessero. Don Bosco insistette e nello stesso tempo invitò anche l'altro a voler impartire la benedizione col Venerabile; ed ambedue accettarono senza difficoltà. Nel tempo della predica l'altro sacerdote assisteva i giovani. Terminate le sacre funzioni, D. Bosco era impaziente di abboccarsi con loro per sapere chi fossero. - Questo reverendo è l'abate Rosmini, fondatore dell'Istituto della Carità! - rispose uno di essi indicando l'altro. [35] D. Bosco altamente sorpreso esclamò: - L'Abate Rosmini! il filosofo!

                - Oh? il filosofo! rispose sorridendo Rosmini.

                - Un personaggio di tanto grido, continuava D. Bosco; colui che scrisse tanti libri di filosofia!

                - Eh, sì; scrissi qualche libro! - rispose Rosmini con aria di tanta umiltà e noncuranza da far meravigliare D. Bosco, che soggiunse: -Allora non mi stupisco più se lei ha fatto il catechismo tanto bene e con tanto sugo. E lei, continuò volgendosi all'altro, vorrebbe anch'ella favorirmi il suo nome?

                - D. Giuseppe Degaudenzi.

                - Canonico Arciprete di Vercelli?

                - Appunto.

                - Oh come sono contento di conoscere di persona, chi già così bene conosceva per corrispondenza epistolare. Un uomo così insigne per carità e zelo!

                Ambedue s'intrattennero poscia a discorrere lungamente con D. Bosco, e fin d'allora divennero ammiratori, amici e benefattori dell'Oratorio.

                Quando si furono congedati, i giovani, ai quali il canonico aveva fatto il catechismo, chiesero a D. Bosco chi fosse quel sacerdote, ed egli rispose: - Questo prete è uno di quelli che sono scelti per farne un Vescovo. Abita a Vercelli ed è uno dei titolari di quell'Archidiocesi! - E infatti il canonico Degaudenzi fu poi Vescovo di Vigevano e splendido luminare dell'Episcopato Cattolico.

                L'abate Rosmini venne ancora altre volte a visitare Don Bosco, accompagnato dal Marchese Gustavo di Cavour.

                “Rosmini, narrava il Prof. Tomatis Carlo di Fossano, venne ad onorare colla sua presenza le scuole serali; si compiacque di fare ripetutamente il catechismo e talvolta [36] assistè alle funzioni religiose dell'Oratorio, che avevano per noi un incanto maraviglioso. Egli pure ne rimase così entusiasmato che le paragonava a quelle che si fanno nei paesi selvaggi tra le foreste, o nelle chiese nascoste delle missioni di città ancora pagane, come sarebbero quelle della Cina e dell'India. Sorprese anche D. Bosco mentre sotto un gelso istruiva un bel numero di giovanetti. E fu per lui un quadro consolante, di cui ebbe a dire: - La calma amorevole di quel buon prete è indizio del suo anelito al riposo eterno del paradiso, al quale perverrà colle migliaia dei salvati da lui, i quali così come ora in terra, gli faranno affettuosa corona un giorno nella gloria dei beati. - Venne pure all'Oratorio in un giorno feriale mentre gli artigiani ritornavano dalle officine. D. Bosco li chiamò intorno all'Abate, il quale interrogò questo e quello, ed ebbe per tutti ed anche per me una parola d'incoraggiamento: quindi visitò la nostra casetta, rimanendo commosso per quell'estrema povertà”.

                In altri tempi gli alunni dell'Oratorio recitarono un piccolo dramma, bene ideato e scritto da D. Bosco stesso, innanzi a Rosmini e al Marchese Cavour, del quale l'Abate era sempre ospite venendo a Torino. Turchi Giovanni ne fu il protagonista.

                Rosmini venendo in Valdocco soleva fermarsi molto tempo e con famigliare domestichezza nella camera di D. Bosco. Fin dalle prime visite gli aveva confidato, come avesse una somma del suo Istituto da mettere a frutto in qualche banca, e gli domandava un apposito parere e suggerimento. Avrebbe però preferito di dare il mutuo a qualche onesta famiglia senza fare nessun atto pubblico, purchè rimanesse nello stesso tempo sicuro del fatto suo.

                - Bene, disse D. Bosco, che meditava costrurre un edifizio in Valdocco; io so a chi indirizzarla. È una persona [37] che io credo possegga la loro fiducia. Presto le scriverò di un mio progetto, che spero non le dispiacerà.

                Infatti dopo pochi giorni così gli scriveva a Stresa:

 

                               Ill.mo e Reverendissimo Signore,

 

                La parte favorevole che V. S. Ill.ma e Rev.ma prende in tutto ciò che riguarda il pubblico bene, e specialmente la salute delle anime, m'induce ad esternarle un sentimento, già manifestato al Sig. D. Fradelizio e testè comunicato al Sig. D. Pauli.

Trattasi di costrurre un nuovo edifizio per un Oratorio, avente scopo dell'educazione civile-morale-religiosa della gioventù più abbandonata. Già parecchi di simili Oratorii sono aperti in Torino, a cui comunque siasi mi trovo alla testa. La messe è spinosa, ma è molta e se ne può sperare gran frutto. Ma ci vogliono ecclesiastici, ed ecclesiastici ben formati nella carità.

                Non potrebbesi in qualche prudente modo introdurre l'Istituto della Carità nella Capitale? Per es., se V. S. Ch.ma concorresse pecuniariamente al novello edifizio, in cui cominciassero venire ed abitare alcuni studenti dell'Istituto e così insensibilmente prendere parte alle molteplici opere di carità, secondo il grave bisogno? Ci pensi V. S. nella sua prudenza e qualora a ciò risolvesse di tentare qualche mezzo, conti sopra di me in tutte quelle determinazioni che potranno tornare a vantaggio delle anime e a maggior gloria di Dio. Il Sig. D. Pauli ha veduto tutto e, sapendo pienamente la mia intenzione, può dichiarare la cosa meglio che non comporta la brevità di una lettera. [38] Mentre La prego a voler dare benigno condono alla forse troppa confidenza con cui scrivo, l'assicuro essere per me il più grande onore il potermi dichiarare

                Della S. V. Ill.ma e Rev.ma

Umil.mo Servitore

BOSCO GIO. Sacerdote.

                Torino, 11 marzo 1850.

 

                All'Illustrissimo e Chiarissimo Signore, il Sig. Ab. Cav. D. Antonio Rosmini, Superiore dell'Istituto della Carità.

Stresa.

 

                L'abate Rosmini faceva rispondere a D. Bosco in questi termini:

Stresa, 4 aprile 1850.

 

                               Molto Rev.do e Pregiat.mo D. Giovanni,

 

                La pia Opera ideata da V. S. Rev.da e proposta nella gentilissima sua dell'11 marzo p. p. piacque assai al mio Venerato Superiore Don Antonio Rosmini, e desidera di potervi efficacemente concorrere. Non sembrandogli però sufficientemente sviluppato e messo in chiaro il disegno della medesima, tanto nella detta sua lettera, quanto nella relazione che gliene fece a voce D. Pauli reduce da cotesta Capitale, egli, innanzi d'impegnarvisi a prendervi parte, bramerebbe di averne schiarimenti maggiori. Al che gli parrebbe del tutto necessario un abboccamento con V. S. R.da, perocchè a voce parlando s'intende assai meglio che per iscritto, ed è assai più facile il conchiudere qualche cosa. Pertanto quando V. S. Rev.da potesse fare una scorsa fino a Stresa onorandoci una [39] seconda volta della sua presenza, Ella ci farebbe un nuovo regalo, e potrebbe a tutto bell'agio intendersi col mio Rev.mo Padre. Nel caso affermativo, sarebbe ben fatto che Ella si compiacesse di avvisarci del tempo preciso in cui ci verrebbe.

                Intanto, baciandole le mani, e, coi rispetti cordialissimi del prelodato mio Superiore e di tutti gli altri che qui La conoscono, mi pregio di essere

Suo Devot.mo Servo

C. GILARDI P.

 

                D. Bosco non tardava a spiegare con specificata descrizione le sue idee, scrivendo a D. Carlo Gilardi:

Torino, 15 aprile 1850.

 

                               Molto Rev. e car.mo Sig. D. Carlo,

 

                Godo molto che l'idea esternata al Venerat.mo Sig. D. Antonio Rosmini sia tornata gradevole, e ci trovo anch'io il bisogno di un abboccamento; ma più circostanze concorrono a rendere incerta l'epoca in cui possa fare una scorsa fino a Stresa, siccome grandemente desidero.

                Stimo bene pertanto di ridurre il mio sentimento ad alcuni punti speciali, offrendomi per quel schiarimenti che si potessero a tal riguardo desiderare. Il mio progetto ha due aspetti: uno di aver un sussidio materiale e spirituale per gli Oratorii, che la Provvidenza Divina dispose che fossero aperti sui tre lati principali della città; l'altro, per provare se il Signore ha scelto questo tempo e questo mezzo per dilatare l'Istituto nella Capitale, a refrigerare le moltissime e gravissime piaghe fatte e che minacciano farsi alla Religione. Come ben vede, [40] bisogna usare tutta la semplicità della colomba, ma non dimenticare la prudenza del serpente. Tenere ogni cosa destramente celata affinchè l'uomo nemico non corra a seminare zizzania.

                Ciò nondimeno le cose pubbliche dovendo avere una legalità pubblica onde nessuna delle parti abbia a patirne danno in faccia alle leggi, così presento all'Ill.mo e Rev.mo suo Superiore il seguente progetto, che parmi possa appagare l'occhio del pubblico senza essere presi a vedetta.

                1. Trattasi di costrurre una casa a tre piani con allato una chiesa per l'Oratorio. L'edificio verrebbe costrutto in un piano cinto di mura, di are 38, ovvero tavole 100, a Porta Susina - sezione Valdocco.

                2. Il Sac. Bosco cede sei camere e anche di più all'Istituto della Carità per gli studenti che venissero a far il loro corso nella Capitale, o per altri secondo il beneplacito dei Superiore. In simil caso si offre un campo aperto per esercitare opere di carità a favore degli Oratorii, ospedali e delle carceri, scuole ecc.

                3. Il Sac. Bosco è disposto di prestarsi in tutto ciò che può tornare ad onore e vantaggio dell'Istituto.

                4. L'Istituto della Carità concorrerebbe per la fabbrica colla somma per es. di dodicimila franchi da versarsi in più rate: in principio - nella metà - sul finire dell'edificio.

                5. Questa somma sarebbe garantita con ipoteca sopra il sito e sopra il corpo dell'edifizio.

                6. Al caso di morte del Sac. Bosco, l'Istituto acquista la proprietà di una porzione di edifizio da fissarsi, oppure avrà diritto alla somministrata. Ciò nel solo caso che per via testamentaria non siasi altrimenti disposto a favore dell'Istituto.

                Questo è il mio sentimento: noti però che il Governo e la Città, propensi per la pubblica istruzione, si mostrano favorevoli agli Oratorii, ed hanno già più volte dimostrato [41] desiderio di stabilire scuole quotidiane in tutti tre gli Oratorii: al che non ho ancora potuto aderire per mancanza di maestri.

                Diciamo tutto in poco: è mia intenzione di procurare un vantaggio all'Istituto della Carità, col fare in modo che venga insensibilmente nella Capitale. Se ciò voglia il Signore, potremo farne la prova.

                Intanto favorisca di salutare da parte mia l'ottimo Sig. D. Antonio Rosmini, mentre prego il Signore che ambidue Li conservi a pro della religione, in tante guise ai giorni nostri

                ressa, e sono di cuore

                Di V. S. Car.ma e M.to Rev.da

Umil.mo Servitore

D. BOSCO GIO.

 

 


CAPO V. Tornata del Senato a pro dell'Oratorio - Discussione - Favorevole deliberazione.

 

                ERA PASSATO poco più di un mese dalla visita dei tre illustri Senatori all'Oratorio di Valdocco, quando sul principio di marzo si venne a sapere che l'alto Consesso erasi occupato delle cose dell'Oratorio. In vero, il primo di detto mese, sotto la presidenza dei marchese Alfieri, i Senatori, tra le altre, discutevano due petizioni quasi analoghe, già annunziate sin dall'undici gennaio dell'anno stesso. L'una sotto il N° 47 era così concepita: “Brune, Giuseppe Carlo, professore, propone che sia provvisto con legge al ricovero e alla educazione dei giovani oziosi e vagabondi”. - L'altra sotto il N° 48 era di questo tenore: “Bosco Giovanni, Sacerdote, espone come per opera sua siansi istituiti tre Oratorii nei contorni di Torino per la educazione morale ed istruttiva dei giovani abbandonati, e chiede che il Senato voglia concorrere con opportuna deliberazione al sostentamento di detti Istituti”.

                Relatore erane il marchese Ignazio Pallavicini, il quale, venuto il turno della prima petizione, sorse, e a nome della Commissione stabilita a tal uopo, parlò così, come ricaviamo, dagli Atti Ufficiali, nella tornata del 1° marzo 1850. [43]

                Senatore Pallavicini. - Il professore Giuseppe Carlo Bruno, medico-chirurgo del ricovero penitenziario dei giovani discoli, colla petizione contrassegnata N° 47, si mostra giustamente commosso dal numero notabilissimo di giovanetti oziosi, orfani ed abbandonati dai genitori, bene spesso oziosi e fuggitivi dal paterno tetto, dormienti nelle vie, che percorrono la città vendendo zolfanelli o gomitoli di cera, o piccoli stampati, e quindi non dedicati a stabile mestiere, e senza ricovero fisso, per cui crescono all'infingardaggine, all'ozio, al delitto, alle pene, avvezzandosi fin da piccini a torre di tasca con arte finissima ora un fazzoletto, ora la scatola, ora l'orologio: presagio funestissimo di più gravi delitti. Ad ovviare un sì luttuoso disordine, vorrebbe il benemerito professore che tali monelli venissero tolti alla loro vita scioperata, e si allogassero invece in qualche stabilimento, onde appararvi insieme alle massime religiose un qualche proficuo mestiere, che loro valga dipoi quale mezzo bastevole di onesta risorsa; e a tale uopo propone l'istituto agrario-forestale della Generala, di recente ristaurato secondo i moderni principii della riforma penitenziaria, e munito di tutti i soccorsi atti a somministrare una educazione morale, elementare, professionale. A corroborare la sua proposta, cita l'esempio di ciò che praticasi a Losanna, nel Belgio, ed in Francia, ed invoca una legge che provveda al proposito. La vostra Commissione non può non far plauso grandissimo alle mire benefiche e filantropiche dello zelante, professore, e convinta come ella è (e crede bene che tale sua convinzione venga con lei divisa dall'intiero Senato), essere utilissima misura da non doversi procrastinare più a lungo quella di provvedere efficacemente ad un tanto disordine, e popolare di giovanetti le case d'istruzione, onde restino deserte di adulti le carceri ed i bagni, a gran cuore vi propone di tramandare [44] simile petizione al Ministro degli Interni, affinchè provveda senza indugio e con efficacia a tórre la causa di tanta depravazione tuttodì nascente pei monelli.

                Senatore Giulio. - Domando la parola.

                Presidente.  - La parola è al Senator Giulio.

                Giulio. - I sentimenti di umanità manifestati dal petizionario, e dei quali fa plauso la Commissione, di cui abbiamo ora udita la relazione, sono certamente divisi da ognuno di noi; e di certo, tutti facciamo eguale voto, perchè si ponga efficace rimedio a mali, che il petizionario e la Commissione a ragione lamentano. Si può tuttavia dubitare, anzi egli è certo che i mezzi dal petizionario proposti, e che il Senato in certo modo approverebbe col rinvio della petizione al Ministro, ben lungi dal poter sradicare il male che si lamenta, verrebbero ad aggravarlo ed accompagnarlo con altri mali maggiori.

                Prima di pronunziare il proposto rinvio il Senato considererà certamente nella sua saviezza, se sia possibile che il Governo si incarichi direttamente dell'educazione di tutti questi fanciulli, se sia desiderabile che potendo lo faccia, se potendolo, l'incoraggiamento, che si verrebbe a dare alla negligenza dei parenti, non sarebbe male molto peggiore di quello, che si vorrebbe evitare.

                Io non prolungherò di più queste osservazioni, certo che basteranno per mettere il Senato in guardia contro un sentimento di umanità, il cui effetto potrebbe essere tanto diverso da quello, che evitare si propone.

                Qui il Senatore Giulio proponeva il così detto ordine del giorno contro la petizione del professore Bruno, vale a dire proponeva che il Senato passasse oltre, senza prenderla in considerazione e senza rinviarla nè raccomandarla al Governo del Re. [45]

                Presidente. - Essendo proposto dal Senatore Giulio l'ordine del giorno, io lo metto ai voti perchè ha la precedenza. Chi passa all'ordine del giorno voglia rizzarsi.

                Dopo prova e contro prova l'ordine del giorno del Senatore Giulio è approvato, e perciò la detta petizione rimase inesaudita.

                Questo infelice risultato della prima domanda faceva temere che sorte consimile toccasse alla seconda; ma la cosa andò ben altrimenti. Ed ecco l'esito avventurato della petizione di D. Bosco, malgrado le opposizioni del Senatore Giulio.

                Senatore Pallavicini. - Analoga, per l'oggetto ed il fine che si propone, a quella che testè ebbi l'onore di riferirvi, sebbene differisca alquanto nei mezzi da adoperare, trovasi la petizione N° 48, che appartiene al distinto e zelante ecclesiastico di questa città, Sacerdote Giovanni Bosco.

                Anch'egli desideroso del vantaggio di tanti giovanetti forviati, ed in pari tempo di tutta intiera la società, dedicossi già da qualche anno, coll'annuenza dell'Autorità Ecclesiastica e Civile, a radunare nei dì festivi, ed in diversi luoghi, giovinetti dai 12 ai 20 anni, e ben 500 frequentano l'Oratorio situato in Valdocco.

                Quivi non capiendone più pel crescente numero, or sono tre anni, un altro ne apriva a Porta Nuova, e da ultimo un terzo in Vanchiglia, ed in questi tre luoghi con istruzioni e scuole e ricreazioni si inculca il buon costume, l'amore al bene, il rispetto alle autorità ed alle leggi, secondo i principii della nostra santa Religione, cui hannosi ad aggiungere le scuole convenienti intorno ai principii della lingua italiana, aritmetica e sistema metrico; ed in fine un Ospizio aprissi per ricoverare 20 o 30 giovani dei più abbandonati e necessitosi.

                L'opera santa si sostenne così coi soccorsi di zelanti e caritative persone ecclesiastiche e secolari, chè la città di [46] Torino non si rimane indietro in fatto di pii Istituti e di pie largizioni a pro del povero e dell'ignorante.

                Ma le spese crebbero ogni anno, e l'Esponente è gravato dal fitto de' locali, che ascende a L. 2,400; da quelle della manutenzione dell'Ospizio e della rispettiva Cappella, cui aggiungonsi le quotidiane spese che l'estrema miseria di parecchi fanciulli rende indispensabili, e quindi trovasi costretto a cessare la continuazione di sì lodevole Istituto, troppo di frequente dovendo ricorrere alle persone, che finora lo beneficarono. Egli vorrebbe pertanto che il Senato prendesse in benigna considerazione un'opera sì proficua, e che la sostenesse colle sue deliberazioni.

                La Commissione non accontentossi di quanto veniva esposto dal petizionario; e, benchè avesse già conoscenza di sì salutare Istituzione, nondimeno procurossi maggiori cognizioni, e risultolle che oltre i doveri religiosi che vi si praticano nei dì festivi a vantaggio di tali giovanetti, ai quali eziandio porgesi la necessaria istruzione, i benemeriti fondatori altro scopo si erano prefisso, e quello si era di insegnar loro, oltre le cose già dette, il disegno lineare, la Storia Sacra, la Storia patria, e le nozioni della legge adatte al popolo, cui si sarebbe aggiunta la ginnastica, giuochi di destrezza, corse, ecc., ecc.

                Si pensava ben anco di eccitare l'emulazione con qualche esposizione di oggetti d'arte, di industria, di dar qualche accademia e distribuire premii. Tutto ciò volevasi fare, ma non tutto potè praticarsi per la deficienza di mezzi e per le sorvenute critiche vicende. L'idea che vi accennai di una tale Istituzione da sè manifestasi per eminentemente religiosa, sociale, proficua, senza che abbia da spendere molte parole per persuadervene. Danno gravissimo sarebbe per la città tutta quanta, se a vece di prosperare tale Istituzione, e conseguire [47] quello sviluppo, che si erano proposto quei buoni amici del popolo, che la coltivano, dovesse interrompersi o perdersi affatto per non trovar braccio soccorrevole che sostenga anche quel bene, quantunque incompleto, che sinora conservasi. - La vostra Commissione crederebbe di mancare a se stessa, al Senato che l'onorò di sì apprezzevole incarico, alla Società, se con tutta la convinzione del suo animo non vi proponesse di inviare simile istanza al Ministero dell'Interno, acciocchè voglia venire efficacemente in soccorso di un'Opera sì utile e vantaggiosa.

                Giulio. - Con mio profondo rincrescimento adempio per la seconda volta ad uno spiacevole dovere, quello di impedirvi di entrare in una via, nella quale tutti siamo tratti dal proprio cuore, la via della carità legale, via, credo, funesta, via nella quale spero che il Senato non vorrà entrare a proposito di una petizione.

                Io propongo ancora su questa petizione l'ordine del giorno.

                Sclopis. - Le considerazioni esposte per la seconda volta dal mio onorevole collega, il signor Senatore Giulio, toccano sicuramente ad una delle più grandi questioni, che si agitano oggidì nella Società Europea. Non è questo nè il luogo, nè il tempo di discuterla: ma forse sarebbe, non dirò pregiudicar la questione, ma uno scoraggiare quegli Istituti, che (provenienti da beneficenza privata) intendono a sopperire ad una lacuna immensa, che è nella nostra Società attuale, se il Governo non desse qualche soccorso.

                E qui mi pare che non conviene veder risolta la questione di carità legale, mentre s'invoca un soccorso, un aiuto in parte solamente sussidiario. Quando si trattò in altri paesi la gran questione della beneficenza pubblica, credo che coloro i quali con molta ragione volevano escluderne i principii assoluti, tuttavia riconobbero che là dove c'è impossibilità di [48] soccorrere dal canto dei privati, e dove il Governo, senza impegnarsi in istituzioni sue proprie, può per altro riempiere, se non altro, temporariamente almeno, qualche lacuna, lo possa e lo debba fare.

                Io vedo poi un bisogno tanto urgente, tanto stringente di provvedere a questa condizione dei ragazzi, i quali uscendo da quelle scuole infantili, di cui abbiamo qui il benemerito promotore presente, si trovano quasi abbandonati dappoi nella circostanza, in cui le passioni si risvegliano, il sangue bolle. Credo importante che il Governo sussidii le opere più urgenti di beneficenza, senza impegnarsi tuttavia in modo permanente in queste istituzioni.

                Ond'è che in questo caso inviterei il Governo a far ciò, e provvedere in modo che vi sia un mezzo di sopperire a queste gravissime esigenze. Per conseguenza dichiarando che la Commissione non ha (e credo che la Commissione sia del mio parere) avuto in mente di entrare in una discussione di carità legale, ma solo di invocare un sussidio, che il Governo dia come a tanti altri Stabilimenti di pubblica beneficenza, insisterò nella domanda dell'invio al Ministro degli Interni.

                E lo dico colla più profonda convinzione, perchè appunto (come aveva già l'onore di esprimermi in questo Consesso in un'altra circostanza), il Consiglio Comunale avendo dovuto esaminare la condizione degli Operai, ha dovuto avvertire che c'è un gran difetto di assistenza in questa parte; e si può, senza esporre il Governo a prendere una assoluta determinazione, giovare per altro a mantenere in vita queste fondazioni, le quali poi con altri mezzi potranno forse diventare più durature. Il Governo debbe farlo; esso è un grande rimedio al male presente, una grande anticipazione di bene futuro. [49]

                Giulio. - Risponderò primieramente all'osservazione del Senatore Sclopis con due sole parole. I Governi sono tenuti a distribuire la giustizia ai cittadini, non a distribuire elemosine, perchè non disponendo dei beni proprii, ma sibbene dei beni dei cittadini, non possono disporne se non per motivi di giustizia. Queste considerazioni, che credo indubitabili, mi paiono sufficienti a dimostrare che non è obbligo di un Governo di concorrere con fondi non suoi alla manutenzione di opere di beneficenza, comunque raccomandate da sentimenti di umanità e di religione.

                I Governi non hanno altre beneficenze a distribuire che giustizia a tutti.

                Sclopis. - Il Governo deve essere giusto anzitutto; sì, ma il Governo deve essere anche provvido: il Governo non deve impegnarsi in istabilimenti di carità legale, ma deve apportar sussidii nelle emergenze straordinarie. In questa parte l'assoluto non è la miglior via che si possa tenere. La esclusività, massime nelle emergenze attuali, potrebbe indurre a far disperare del bene di molte istituzioni, che ci sono raccomandate non solo dalla voce della carità, ma anche da quelle della previdenza politica.

                Sauli. - Aggiungerò che queste istituzioni non sono di semplici limosine, ma istituzioni di educazione morale e religiosa, alle quali credo che il Governo sia tenuto.

                Pallavicino-Mossi - Mi permetto di far osservare al Senato, che non è molto tempo egli avvisò opportuno il dare un'educazione coatta ai ragazzi vagabondi per le vie, il quale avviso manifestò con un suo voto dato per tale effetto ad un progetto di legge presentato dal Ministro alla Camera. Ora a che tende la petizione, della quale ci venne fatta relazione? Essa tende a dare un'educazione non punto dissimile da quella accennata. Dunque, se il Governo era disposto a mantener [50] questa educazione, può benissimo anche ora sopperire alle spese a ciò necessarie, senza entrare nella teoria della carità legale.

                Sclopis. - Il Governo lo ha fatto in una circostanza recente degli scaldatoi, e ne è stato rimeritato dalla riconoscenza di tutti i cittadini.

                Presidente. - Due proposizioni sono fatte. Una della Commissione che raccomanda la petizione al Governo per un sussidio; l'altra del cavaliere Senatore Giulio, che vorrebbe che il Senato passasse all'ordine del giorno. Io porrò ai voti l'ordine del giorno, come quello che deve avere la precedenza.

                Messo ai voti l'ordine del giorno non è approvato.

                Presidente. - Pongo ai voti le conclusioni della Commissione.

                Queste sono adottate; e perciò la domanda di D. Bosco fu dal Senato, rinviata al Ministro dell'Interno, affinchè gli venisse in soccorso pel sostentamento del suo Istituto.

                Tale deliberazione dell'Alta Camera fu di una importanza grandissima; imperocchè da quel giorno l'Oratorio ed Ospizio annesso fu preso in considerazione dallo stesso Governo, il quale di tratto in tratto ne andò mostrando gradimento, ora lodandone il nobile scopo, ora inviandovi sussidii, ora racco- mandandovi poveri ragazzi come in luogo sicuro, dove potessero imparare a divenire onesti cittadini, utili a se stessi, alla famiglia, allo Stato.

                Eziandio varii giornali irreligiosi della città, facendo eco al Senato, pubblicarono articoli di lode per D. Bosco, e pel momento più non osarono parlar male di lui.

                Ma D. Bosco, se aveva motivo di rallegrarsi del buon effetto prodotto da questa discussione in Senato, non meno dolevasi delle notizie pervenutegli dal suo Arcivescovo. Il Re Vittorio Emanuele avevagli scritto di proprio pugno una [51] lettera, dicendogli che prima di rientrare in diocesi Avrebbe dovuto aspettare di essere richiamato; e siccome sapevasi che era poco propenso al governo costituzionale, ravvisar necessario che con una pastorale dichiarasse di non avversarlo. E l'Arcivescovo, con lettere del 4 marzo, annunziava l'imminente suo arrivo in Torino, ringraziava il clero ed i laici delle prove di attaccamento che avevangli dato, lodava la loro costanza nella fede cattolica; e con parole di elogio alla eccelsa stirpe Sabauda, asseriva dover tutti riconoscersi soggetti allo Statuto dato da Re Carlo Alberto, poichè il primo articolo di esso dichiara con formali parole: La Religione Cattolica Apostolica Romana è la sola religione dello Stato.

 

 


CAPO VI. Una festa disgustosa dello Statuto - Il Parlamento approva la legge Siccardi - Mons. Fransoni rientra in Torino Dolorosa settimana santa - La Comunione Pasquale negli Oratorii festivi - Ricordi ai giovani - L'esempio dei figli converte i padri - Insulti all'Arcivescovo - Il Senato e l'abolizione delle Immunità Ecclesiastiche - Ritorno di Pio IX a Roma - Una trama sventata contro la vita del Papa - Accademia nell'Oratorio in onore di Pio IX.

 

                IL MESE di marzo, che dai buoni cristiani santificavasi in preparazione alla Pasqua, era funestato in quest'anno da avvenimenti disgustosi. Il giorno 4, anniversario della promulgazione dello Statuto, vi furono feste ufficiali nella chiesa della Gran Madre di Dio, ove si celebrò la Santa Messa e si cantò il Te Deum essendo schierati, nella magnifica e immensa piazza sottostante, Vittorio Emanuele, i battaglioni della guardia nazionale e tutti gli Istituti maschili della città. Uno spazio era stato destinato eziandio per i giovani dell'Ospizio di Valdocco, ma questi non comparvero. D. Bosco era risoluto di impedire anche ai giovani dell'Oratorio festivo qualunque dimostrazione che si dicesse politica, perchè conosceva dove queste andassero a finire. Dovette assai adoperarsi con varie industrie, come afferma il Can. Anfossi, per raggiungere il suo intento, [53] dal 1850 al 1855; ma tenne sempre fermo, e riuscì senza inconvenienti.

                Infatti in questo stesso giorno, 4 marzo, la sfrenatezza anticlericale delle turbe per le piazze e per le vie contro i sacerdoti, e gl'insulti sotto le finestre del Legato Pontificio Mons. Antonucci, furono ben deplorevoli. Le minacce costrinsero i proprietari e gli inquilini ad imbandierare le case; e una furia di sassate alle finestre ottenne una spontanea e generale illuminazione.

                Intanto in Parlamento volgeva al termine la discussione della legge che toglieva al Clero il privilegio del foro. I migliori oratori cattolici della Camera combattevano quel disegno, ma la maggior parte dei deputati, uomini senza fede e senza religione, si curavano poco dei diritti e nulla dei doveri religiosi. Quindi rispondevano alle ragioni dei cattolici con rumori, risa, mormorii di disapprovazione, ed applaudivano alle odiose diatribe di Brofferio e degli altri suoi compari. E il 9 marzo, con cento trenta voti contro ventisei, approvavano il progetto. A nulla valsero i forti richiami del Cardinale Antonelli, del Nunzio e dei Vescovi, e dei giornali cattolici, perchè non si manomettessero i diritti pubblici della Chiesa e fosse rispettato il primo articolo dello Statuto. L'Armonia fu sequestrata e condannata; i predicatori quaresimalisti minacciati e molestati, e allontanato da Torino quello di S. Dalmazzo. Proibito il clero di promuovere istanze contro l'abolizione di questo privilegio, s'incoraggiavano quelle dei laici in favore della legge. La Gazzetta del Popolo padrona della piazza e ammonitrice del Parlamento aveva, con altri fogli liberali, scherniti arrabbiatamente i senatori e i deputati sostenitori della giustizia.

                In questi frangenti, il 15 marzo, Mons. Fransoni rientrava finalmente in Torino, prendeva stanza nel palazzo arcivevile, [54] e recavasi ad ossequiare il Sovrano nella sua reggia. Ma Vittorio Emanuele lo accolse freddamente e alquanto risentito.

                Il 28 era giovedì santo. D. Bosco quel mattino disse a D. Giacomelli:

                - Andiamo in Duomo ad osservare se c’è  qualche cosa di nuovo. - E andarono e assistettero alla confezione degli olii santi. Con alcuni dei più robusti giovinotti di Valdocco stava in piazza, vicino alla vettura di Sua Eccellenza, il gerente della Campana, giornale cattolico, pronto a qualunque sbaraglio se l'Arcivescovo avesse ricevuto insulto. Venne però fischiato mentre dalla Cattedrale ritornava al palazzo. Lo stesso affronto ricevette per le vie il venerdì santo. Fu rispettato il sabato nell'andare e ritornare dalla Cappella di Corte, dove amministrò la Comunione Pasquale al Re e alla sua famiglia,

                Mentre nel centro di Torino si tumultuava insultando Mons. Fransoni, alla periferia della città nei tre Oratorii di Porta Nuova, Vanchiglia e Valdocco, quasi due migliaia di giovani popolani, bene istruiti nel catechismo, dopo tre giorni di prediche ed una buona confessione, si accostavano alla mensa Eucaristica, per compiere il dovere pasquale. Molti per la prima volta facevano la santa Comunione.

                D. Bosco aveva fatti stampare da Paravia seimila biglietti per distribuirli ai suoi cari alunni. Vi si leggeva:

                “Tre ricordi ai giovani per conservare il frutto della comunione Pasquale.

                Cari giovani, se volete conservare il frutto della Santa Comunione che fate in questo tempo Pasquale, praticate questi tre avvisi. Essi renderanno contento il vostro cuore e formeranno la felicità dell'anima vostra.

                1° Santificate il giorno festivo, non mancando mai di sentire divotamente la santa Messa ed intervenire ad ascoltare la parola di Dio, cioè prediche, istruzioni e catechismi. [55]

                2° Fuggite come la peste i cattivi compagni; cioè state lontani da tutti quei giovani che bestemmiano oppure nominano il Santo Nome di Dio invano; fanno o parlano di cose disoneste. Fuggite altresì quelli che parlano male di nostra santa Cattolica Religione, criticando i sacri ministri e sopratutto il Romano Pontefice Vicario di Gesù Cristo. Siccome è un cattivo figlio quello che censura la condotta di suo padre, così è un cattivo cristiano colui che censura il Papa, che è il padre dei fedeli cristiani che sono in tutto il mondo.

                3° Accostatevi spesso al Sacramento della Penitenza. Non lasciate passare un mese senza confessarvi ed anche comunicarvi secondo l'avviso del confessore.

                Dopo la comunione fermatevi più che potete per ringraziare il Signore e chiedergli la grazia di non morire in peccato mortale.

                Un Dio solo: se mi è nemico, chi mi salverà?

                Un'anima sola: se la perdo di me che sarà?

                Un solo peccato mortale merita l'inferno: che sarà di me se morissi in tale stato?

 

“Ascolta, caro figlio, il detto mio

Fallace è il mondo, il vero amico è Dio”.

 

                I giovanetti però non erano i soli che si approfittassero della carità apostolica di D. Bosco; eziandio molti dei loro padri ricorrevano all'Oratorio per assestare con Dio i conti della loro coscienza, trascurati da anni. Coll'avanzarsi della quaresima avevano constatato come l'insegnamento del catechismo portasse in casa loro maggior rispetto ed obbedienza. Ascoltavano dai figli interrogati, ciò che D. Bosco loro raccomandava, cioè la docilità e l'amore ai genitori e l'obbligo [56] di pregare per essi, poichè Dio così vuole, e perchè si deve loro essere grati per le tante fatiche che sostengono per la famiglia. Ora simili lezioni loro ispiravano simpatia e stima per il prete. La sera nella quale i figli si erano confessati li avevano visti ritornare a casa così pieni di gioia, da far dileguare ogni pregiudizio contro il sacramento della Penitenza, e conoscere la felicità di una coscienza tranquilla. E quando se li vedevano innanzi, spinti dal consiglio di D. Bosco, a chiedere loro perdono di tutti i dispiaceri cagionati nel passato e promettere obbedienza senza limiti nell'avvenire, il rimorso si destava nel loro cuore, ricordando gli esempi poco buoni che avevano loro dati, e profondamente commossi li abbracciavano. Il giorno poi della prima comunione non pochi, anche invitati da D. Bosco, li accompagnavano all'Oratorio, e osservando la loro compostezza in chiesa, i loro volti raggianti e belli come quelli degli angioli allorchè ritornavano dall'altare, sentivano destarsi nel loro cuore qualche cosa d'inconcepibile, invidiavano la contentezza del figlio, e i loro occhi si empivano di lagrime, rammentando gli anni della loro innocenza. In quel giorno non comparivano all'osteria; in casa loro era imbandita la mensa, e gustavano la vita di famiglia e la felicità di un'anima tranquilla ed amata. Perciò incominciavano a provar ripugnanza per quei disordini che loro più volte avevano cagionato amarezze; una salutare melanconia li costringeva a riflettere; una lotta tra il bene e il male si accendeva nel loro cuore; e la grazia del Signore trionfava per le preghiere dei loro figli. Chi andava nella cappella ad aspettare che D. Bosco venisse in coro, chi si presentava a lui in sagrestia dopo che aveva celebrato la S. Messa e chi saliva in sua camera a sera inoltrata per non essere disturbato da nessuno. E D. Bosco che al primo colpo d'occhio intendeva ciò che essi volevano [57] da lui, li accoglieva con volto allegro, li invitava a confidargli le loro pene di coscienza, li assicurava che avrebbero parlato ad un amico che già aveva visto ogni genere di miserie nel mondo sicchè più nulla gli faceva specie: li incoraggiava a vincere il rispetto umano, li invitava ad inginocchiarsi e a confessarsi. E così facevano: e contenti e felici ritornavano alle loro case per formare da qui avanti la consolazione delle loro famiglie. E da quel punto con esse recitavano le orazioni mattino e sera, assistevano ai divini uffizi della chiesa alla domenica, frequentavano la santa Confessione e Comunione, e venivano talvolta all'Oratorio per passare la sera in piacevole ricreazione.

                Era questo un altro grande benefizio che recavano a Torino gli Oratorii festivi.

                Ma se D. Bosco vedeva coronate di frutti così belli le sue fatiche, apportatrice di nuove ferite al cuore del buon Arcivescovo fu la Domenica di Pasqua. Nell'uscire dalla porta maggiore della Cattedrale, benchè due file di carabinieri gli facessero ala fino alla carrozza e vi stesse schierato uno squadrone di cavalleria e un battaglione di guardie nazionali, pure Egli fu accolto da una furiosa tempesta di fischi, urla e minacce, che soffocavano gli evviva, i battimani e altri segni di rispetto che gli venivano dai Cattolici. Fra questi coraggiosi vi erano i giovani adulti e più fidati dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, mandati da D. Bosco alcune ore prima, perchè , non potendo far altro, almeno lo applaudissero. Di ciò a noi fece testimonianza il Teol. Reviglio Felice. Aveva saputo il sacrilego insulto che stavasi preparando da que' facinorosi. Costoro infatti slanciatisi contro la vettura, ne percuotevano colle pugna i vetri, e tentavano tagliare le tirelle della carrozza. E le truppe guardavano impassibili. Fortunatamente l'Arcivescovo fu tratto da quel grave pericolo dall'avvedimento [58] del cocchiere, il quale, con due potenti frustate sulle mani e sulle orecchie di quei bricconi, aveva impedito il taglio e spinti avanti i cavalli.

                A tutti i costi si voleva costringere Mons. Fransoni ad allontantarsi da Torino. Infatti il Senato doveva decidere sulle Immunità Ecclesiastiche, e l'8 aprile, su ottanta senatori si opposero alla legge soli ventinove, e così venne approvata. La sera di quel giorno e di parecchi altri successivi una turba di patrioti emigrati sovvenuti dal Governo e giovinastri pagati e istigati dagli agitatori, la quale aveva già fischiato Mons. Vescovo di Chambery mentre andava al Senato, percorreva le vie della città imprecando al Clero e urlando: Viva Siccardi! Il peggio di quella gazzarra fu riservato al palazzo Arcivescovile. Gridando Abbasso l'Arcivescovo, abbasso la Curia, abbasso il Delegato Pontificio, ruppero a sassate molti vetri delle finestre, e tentarono scassinare la porta maggiore. A porre un termine a quella dimostrazione selvaggia accorsero soldati di fanteria e di cavalleria.

                Il 9 Sua Maestà sanzionava la legge che, fra le altre disposizioni odiose, sottoponeva vescovi e sacerdoti al giudizio dei tribunali laici; e il Nunzio Apostolico, chiesti i passaporti e fatta al Re visita di congedo, il 12 partiva per Roma.

                Nei segreti intendimenti delle sétte si era intesa l'esautorazione dell'Episcopato e la ribellione del clero. Speravano che i preti ed i parroci della campagna infrangerebbero la disciplina e si formerebbe un clero civile, un clero agli stipendi ed al servizio dello Stato. Ma la Chiesa doveva rifulgere di nuovo splendore; e nuovi esempi di sacrifizio, di generosità e di costanza rifiorivano nel clero e nel laicato.

                A temperare intanto il dolore dei cattolici ed a riempirne di gaudio i cuori, succedeva un fatto provvidenziale: il ritorno di Pio IX a Roma. Dopo che i Francesi ebbero [59] tolta la capitale del mondo cattolico di mano ai repubblicani, lasciato trascorrere alcun tempo perchè si riordinassero alquanto le cose dai ribelli sconvolte, l'esulante Pontefice deliberava di fare ritorno tra il suo popolo diletto, che anelante lo attendeva. Pertanto, da Gaeta essendosi già recato a Portici ed a Napoli, dì qui egli prendeva le mosse il 4 di aprile, e dopo un viaggio di otto giorni, che fu per lui un glorioso trionfo, il 12 rimetteva il piede nell'alma Città, in mezzo ad apparati, a feste ed acclamazioni, così cordiali e splendide, che nessun Sovrano e forse nessun Papa aveva sino allora ricevute uguali. Nè  solo Roma, ma il mondo intero ne esultò. Dal canto loro, i giovani dell'Oratorio, quando ne udirono da D. Bosco il fausto avvenimento, ne provarono sì gran consolazione da versarne giocondissime lagrime.

                D. Bosco, ricevuta da Roma la narrazione particolareggiata di quel viaggio memorabile, procurava che fosse data alle stampe; e l'Armonia riproduceva gli articoli dell'Osservatore Romano. Nello stesso tempo per ordine di Mons. Fransoni in tutte le chiese dell'Archidiocesi, e così pure nell'Oratorio di Valdocco, con gioia sincera e viva gratitudine, furono rese per otto giorni azioni di grazia alla Divina Provvidenza.

                Non tutti però i favori accordati dal Signore al Pontefice per conservarlo alla Chiesa, erano allora noti. Dimorando ancora il Papa a Gaeta, un gruppo di anarchici e di repubblicani, sotto l'ispirazione di Mazzini, aveva deciso a Ginevra di far assassinare il Papa da quattro sicarii travestiti da preti. La polizia di Parigi ne aveva avvertito il Gabinetto di Torino e l'avvocato Giambattista Gai, impiegato presso il Ministero degli Affari Esteri che riceveva que' dispacci, ne avvisò confidenzialmente D. Cafasso; e forse anche D. Bosco fu a parte del segreto, poichè lo stesso avvocato ci narrava nel 1890 quanto grande fosse la sua confidenza anche in lui fin dal 1841. [60] D. Cafasso aveva scritto subito a Gaeta e il disegno fu sventato[4], rimanendo segreta la cosa fino al 1898, anno della morte dell'Avvocato Gai. Questo fatto è autentico e se ne potrebbero trovare le testimonianze nelle corrispondenze e nelle note diplomatiche del Ministero degli Affari Esteri. Per tutti questi motivi D. Bosco volle dare solenni dimostrazioni del suo affetto al Papa. Un'ode stupenda era stata pubblicata in quei giorni a Roma per celebrare il fatto memorando e D. Bosco dopo averla spiegata ai giovani, più volte la fece declamare in varie accademie. Crediamo conveniente d'arricchirne queste pagine. Eccola:

 

                Ei ritornò.... di Roma

                S'eleva fino al ciel plaudente grido...

                Il Tevere orgoglioso

                Al mar vicino rivolgendo l'onde,

                Ei ritornò.... risponde...

                Il Tago, il Gariglian, la Senna, il Reno

                La fronte innalzan dal nativo seno

                E i lieti accenti ripetendo a gara

                Dall'uno all'altro polo

                Un eco, un eco solo

                Annunzia al mondo intiero:

                Ritornò a Roma il Successor di Piero!

                Non di catene cinti

                Miseri schiavi ingombrano la via

                Il trionfal carro seguitando vinti....

                Un Angelo del Cielo lo precede:

                Intorno van, facendogli corona,

                La carità, la fede, La speranza divina,

                Che come eterna pianta

                Nacque a piè  della Croce sacrosanta! [61]

                Silenzio!... Udite!... Il religioso canto

                Nell'antica Basilica risuona,

                Qual dolce mormorio,

                Che fanno degli Arcangeli le piume,

                Quando il trono circondano d'Iddio!

                Tace il concorso immenso.

                Il Pontefice Augusto,

                Fra nuvole d'incenso,

                Umido il ciglio, timido cammina,

                E di Pietro alla tomba s'avvicina....

                La triplice corona,

                Che leggi all'orbe impone,

                Dell'ara al piè depone;

                La sacra fronte inchina,

                Mentre del sole un raggio,

                Per la cupola immensa penetrando,

                Qual iride di pace e di speranza,

                Al volto aggiunge maestà divina!

                Salve, Eletto di Dio!

                Salve, dell'almo Ciel sublime dono!

                Salve, clemente, pio,

                Sereno contrastando il fatto rio,

                Più, grande ancor che sull'eccelso trono

                Vieni, o Padre! Dall'alto Vaticano

                Tendi la sacra mano....

                In umile contegno

                La terra aspetta il venerando segno;

                E di Sionne il cantico intonando,

                Ripeta il mondo intiero:

                Ritornò a Roma il Successor di Piero!

 

 


CAPO VII. Mons. Fransoni prigioniero in Cittadella - Visite dei giovani dell'Oratorio all'Arcivescovo - Sottoscrizione per un pastorale - Mons. Fransoni e D. Bosco a Pianezza - Una nuova società di apostolato fra il clero - Fondazione delle conferenze di S. Vincenzo de' Paoli in Torino - D. Bosco e le Conferenze.

 

                NUOVE amarezze erano preparate per l'Arcivescovo di Torino. Il 15 aprile l'intrepido successore di S. Massimo, adempiendo con un prudente coraggio al suo apostolico ministero, senza accennare a coloro che avevano votata ed approvata la legge Siccardi, scriveva una pastorale segreta ai parroci della Diocesi, perchè la comunicassero a tutti gli ecclesiastici delle loro parrocchie. Con questa dava al clero esatte norme di condotta, perchè non urtassero nella nuova legge che non poteva dispensarli dai loro obblighi e così mantener salva la coscienza; nello stesso tempo ordinava loro, che occorrendo di essere citati, non comparissero in giudizio senza licenza del Superiore Ecclesiastico.

                Ma la Polizia sospettosa, facendo spiare dai sindaci se il clero avesse ricevuto istruzioni dai Vescovi contrarie alla legge sulle immunità, venne assai presto a conoscere la [63] lettera di Mons. Fransoni. Perciò, il 21 aprile, la faceva sequestrare nella tipografia Botta, negli uffizii postali e nel palazzo Arcivescovile, ordinando che si frugasse nello stesso camerino di studio dell'Arcivescovo.

                Non si tardò a citare Mons. Fransoni avanti al tribunale civile per rendere conto della sua pastorale, ed Egli rispondeva che ne avrebbe chiesta licenza al Papa, e se questa venisse, si presenterebbe. I giudici non gli menarono buona la ragione. Venne quindi condannato, assente, a 500 lire di multa e ad un mese di carcere; e il 4 di maggio, giorno in cui si celebra in Torino la festa della SS. Sindone, ad un'ora pomeridiana fu condotto a scontarlo nella cittadella di Torino. All'udire un tal fatto è indescrivibile la pena che tutti i buoni ne provarono; molti amaramente ne piansero: tra questi gli alunni di D. Bosco, perchè amavano l'Arcivescovo come loro protettore e padre. Lo stesso maggiore conte Viallardi nell'accoglierlo in cittadella non potè  frenare le lagrime, e il comandante generale Imperor gli cedette il proprio quartiere. La sera medesima, per la cortesia del comandante, Monsignore potè  ricevere le condoglianze di una deputazione del Capitolo Metropolitano; e poi, nei giorni successivi, penetrarono sino a lui molti della nobiltà torinese e del clero.

                D. Bosco andò fra i primi, anzi dispose che varie deputazioni de' suoi giovani si recassero a consolare il venerando prigioniero. Mandava Reviglio Felice con un compagno, i quali ritornati a casa narravano come avessero attraversati due o tre cortili circondati da muraglie con sentinelle e carabinieri ad ogni passo, e finalmente fossero giunti al cospetto del generoso difensore dei diritti della Chiesa. Mons. Fransoni nel quartiere destinatogli aveva accolti con bontà gli omaggi che gli presentavano a nome di D. Bosco e ad ambedue aveva regalata una corona del rosario. [64] Alcuni giorni dopo andarono in cittadella altri cinque giovani dell'Oratorio. Bellisio e tre altri vennero trattenuti nell'ultimo atrio a cielo scoperto dai soldati che custodivano varie stanze d'anticamera. Ad un solo, a Ritner l'orefice, fu permesso di entrare; e quando uscì porgeva ai compagni profondamente commosso, quattro rosarii coi grani cerulei che loro mandava il santo Arcivescovo. Bellisio, che era entrato nell'Oratorio in quest'anno, nel 1902 conservava ancora gelosamente quella preziosa corona, e l'adoperava pregando.

                Intanto dal Vicario generale erano state ordinate preghiere pubbliche in tutte le chiese dell'Archidiocesi; e continuavano le dimostrazioni di affetto e di stima all'Arcivescovo.

                Il 27 maggio 1850 l'Armonia invitava i subalpini ad offrire un bastone pastorale a Mons. Fransoni. I più ragguardevoli del Clero e dei laici risposero volentieri a quella proposta. I settarii ne provarono un fiero dispetto. Siccome divulgavansi di tempo in tempo nell'Armonia i nomi dei sottoscrittori, quelli presero a ristamparli e a farli vendere per la città dai monelli che gridavano a squarcia gola: L'elenco dei codini e dei retrogradi. Intanto la Gazzetta del Popolo con modi da trivio svillaneggiava coloro che promovevano la dimostrazione, fra i quali era il Can. Gastaldi: ma non potè  impedire che in breve ora si raccogliessero più di 8000 lire; e il pastorale riuscì prezioso anche per l'arte. Il nome di D. Bosco Giovanni comparve il lo giugno nella prima lista degli oblatori coll'offerta di lire cinque.

                Il 2 di giugno, che era Domenica e si compivano i trenta giorni stabiliti dalla sentenza, di buon mattino Mons. Fransoni fu posto in libertà. Ei disse in quel giorno: - Un'altra volta non più in cittadella, ma sarò condotto a Fenestrelle! - Stette pochi dì in Torino e poi si ritirò a Pianezza a [65] riposar l'animo dal travaglio, che pur dovevano avergli recato le descritte vicende.

                D. Bosco ve lo seguì, per sentire il suo giudizio definitivo sul metodo adoperato nella direzione dell'Oratorio, e se questo potesse essere come traccia o fondamento delle regole di una società religiosa; e nello stesso tempo per avere da lui parole di conforto ed anche appoggio. Monsignore approvò le idee di D. Bosco e poi aggiunse: - Vorrei potervi dare appoggio, ma, come vedete, io stesso sono incerto del domani. Fate come potete; continuate pure coraggiosamente l'opera incominciata: vi do tutte le mie facoltà, vi do la mia benedizione, vi do tutto quello che posso. Solo una cosa non posso darvi: liberarvi cioè dalle angustie che potranno venirvi sopra.

                Ma la prigionia dell'Arcivescovo era stata confortata da due avvenimenti, che vantaggi inestimabili dovevano arrecare alle anime.

                Sul principio di quest'anno, fra i sacerdoti più zelanti, che intervenivano alle conferenze spirituali solite a tenersi una volta alla settimana nella chiesa del Cottolengo, erasi fondata una specie di società che prendeva il nome da S. Vincenzo de' Paoli, e si radunava in una sala del Seminario. A queste adunanze partecipavano uomini di grande dottrina e santità: il Can. Vogliotti, il Teol. Borel, il Teol. Luigi Anglesio Rettore della Piccola Casa, D. Giuseppe Cafasso, il Teol. Vola, il Signor Durando Superiore dei preti della Missione, il Can. Eugenio Galletti, il Prof. di storia Ecclesiastica Francesco Barone, il Can. Bottino, D. Ponsati, D. Destefanis, D. Cocchi e il nostro D. Bosco. Il Teol. Roberto Murialdo fungeva da segretario della Società. Questi operosi ecclesiastici studiavano i modi più efficaci per infervorare i sacerdoti nella pratica dei loro doveri; e promovevano una [66] viva azione cattolica. Essi avevano di mira specialmente i catechismi, che allora erano alquanto decaduti nelle parrocchie, e segnatamente attendevano a promuovere l'istruzione religiosa nei due Borghi di S. Salvario e S. Donato, in quegli anni più staccati dal centro della città e per poco abbandonati. Si occupavano ancora a provvedere predicatori per le missioni dove ne fossero richiesti, e fornire di catechisti gli Oratorii festivi, che riconoscevano essere il gran bisogno del tempo. Gettavano i primi semi di varie associazioni fra le quali la società contro la bestemmia, contro la profanazione delle feste, e la stampa dei buoni libri contro la propaganda Valdese. Iniziavano i catechismi nelle carceri correzionali e nella Generala, ospizio di tanti giovanetti discoli.

                D. Bosco era assiduo, il più che potesse, a queste adunanze; e dal procedimento nel nostro racconto, risulterà evidente come egli fosse uno dei membri zelanti nell'eseguire tutte le opere proposte od iniziate, nessuna esclusa.

                Nello stesso tempo buoni cristiani laici si organizzavano, per formare come una legione sacra a fianco del clero; e il 13 maggio 1850 fondavasi in Torino la prima Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli, sul modello di quelle istituite dall'Ozanan in Francia nel 1833. Era venuto da Genova il Conte Rocco Bianchi presidente della prima conferenza genovese sorta nel 1846, poichè per suo incitamento si dava principio ad un'opera così salutare. D. Bosco avevalo appoggiato co' suoi consigli. Il Conte era stato promotore convinto di altre conferenze in Italia. La funzione inaugurale ebbe luogo nella sagrestia della chiesa parrocchiale dei SS. Martiri. I socii fondatori furono sette: il Rev. D. Battista Bruno Curato dei SS. Martiri, il padre Andrea Barrera, sacerdote Dottrinario, il Marchese Domenico del Carretto di Balestrino, l'avv. Francesco Luigi Rossi, il Cavaliere Luigi [67] Ripa di Meana colonnello in ritiro, l'ingegnere Guido Goano, il Conte Rocco Bianchi. D. Bosco invitato intervenne ed ebbe il seggio d'onore. La conferenza si radunò nel nome di Dio e venne posta sotto i portentosi auspicii di Maria Immacolata e il patrocinio dei santi martiri Solutore, Avventore e Ottavio. L'avv. Rossi fu eletto presidente. Accettarono di essere i primi socii Onorarii, S. E. Mons. Luigi Fransoni, Silvio Pellico e D. Bosco, il quale nei primordii assisteva a queste conferenze e ne fu sempre il socio d'onore, l'amico, il venerato protettore. L'Opera di S. Vincenzo si sviluppò senza fretta inquieta, ma con perseverante costanza. Le visite che facevano i socii nei miseri e spesso luridi tugurii dei poveri, con soccorsi materiali, con avvisi, conforti, ammonizioni, erano come l'apparizione di angioli che recavano salute e pace. Procuravano l'istruzione religiosa, rendevano cristiane le unioni illegittime. Con sole 24 lire e 15 centesimi i socii si accinsero alla pratica delle opere di carità, incominciando le visite ai poveri e la distribuzione dei soccorsi dopo la terza adunanza tenutasi il 26 maggio 1850. Le loro prime benefattrici furono le auguste e pie Regine Maria Teresa e Maria Adelaide, e la Marchesa di Barolo.

                La Conferenza dei SS. Martiri fu aggregata alla Società del Consiglio Generale residente in Parigi il 1° settembre 1850, e nel 1853, essendo sessantatrè  i membri attivi e trentuno i membri onorarii, si formarono in città quattro distinte conferenze e primo presidente del Consiglio Particolare fu eletto nel 15 settembre il conte Carlo Cays, che ne era stato membro zelantissimo. Nel 1856 essendovi già in Torino undici conferenze e diciannove fuori di questa città, il Consiglio Generale di Parigi istituì un Consiglio Superiore al quale fu assegnato per distretto tutto il Piemonte. Il Conte Cays ne fu presidente fino al 1868. [68] D. Bosco, che ebbe grandissima parte nella fondazione della prima conferenza, l'ebbe pure in quella di altre, che in varii modi protesse ed aiutò, specialmente quando sorsero contro di esse forti contraddizioni. Tra lui e la benefica Società correvano i rapporti più intimi, e il buon prete consegnava al patronato di questa i giovani usciti dal carcere, che egli aveva condotti sul buon sentiero. Anzi alcuni membri della Società di S. Vincenzo fecero anche parte con lui di un protettorato, legalmente costituito, per sorvegliare efficacemente ed educare i giovani corrigendi rimessi in libertà dalla Questura.

                D. Bosco raccomandava loro eziandio di avere un amore di padre a vantaggio dei figliuoli dei poverelli visitati, e quei generosi favorivano l'erezione degli Oratorii festivi, promovevano i catechismi e le scuole. Non si può dire quanto si rendessero benemeriti della Patria e della Chiesa. 1 giovanetti da essi patronati in cinquant'anni furono quasi 100.000.

                Per molti anni D. Bosco andava ad assistere alla grande radunanza generale delle conferenze, che in dicembre facevasi solenissima, ora nella chiesa dei Martiri, ora in quella dei Mercanti ed ogni volta prendeva la parola. Egli conosceva a fondo lo spirito di S. Vincenzo de' Paoli, e ne esponeva gli esempi e le massime. Talvolta discorreva sull'obbligo di fare elemosina, il modo di farla e il premio preparato dal Signore; tal altra dimostrava come la fede senza le opere noti vale a niente, e che bisogna fare il bene finchè siamo a tempo, Certe esortazioni rivolte ai socii si aggiravano sulla necessità di formarsi un carattere cristiano e religioso in modo che le parole e le azioni siano sempre regolate secondo le massime del vangelo, e sull'importanza di usare affabilità e dolcezza quando si tratta di dare consigli quanto a religione certe altre riguardavano i poverelli visitati e [69] soccorsi, inculcando che loro si ricordasse come la Divina Provvidenza invocata accorse in modo talvolta meraviglioso in aiuto de' suoi amici sofferenti; e la promessa infallibile del Signore, che, cioè, chi patisce rassegnato con Gesù Cristo sarà per sempre partecipe della sua gloria. Le sue parole producevano un mirabile effetto, perchè le persone di ogni ceto e di ogni condizione, sia del clero sia del laicato, lo tenevano per un uomo tutto dì Dio e molti socii delle Conferenze andavano a gara anche nel soccorrere le sue opere.

                Ma venne un giorno finalmente nel quale la sua voce più non si udì in quelle radunanze. Negli anni ultimi della sua vita, ritirossi e più non comparve. Egli aveva compiuta la sua missione, e superflua era l'opera sua. Le Conferenze di S. Vincenzo prosperavano meravigliosamente. Esse infatti nel 1900 in Torino erano diciassette e trentuna in Piemonte. In cinquant'anni avevano visitati più di 40.000 poveri e loro distribuito in sussidio un milione e mezzo. D. Francesia un giorno interrogò D. Bosco perchè non andasse ancora alle conferenze generali, mentre vi contava tanti amici; ed ebbe per risposta: - Ho più nulla da fare in questa occasione. Adesso non sarebbe altro che andarvi per fare comparsa. Sfuggiva gli applausi coi quali sicuramente sarebbe stato accolto.

                Ma i suoi cari amici e benefattori non lo dimenticarono punto, e il 6 maggio 1900, quattrocento confratelli della Società di S. Vincenzo de' Paoli si radunavano nella casa Salesiana di Valsalice per assistere ad una divota e religiosa funzione presso la tomba di D. Giovanni Bosco. Essi commemoravano il cinquantesimo anniversario dalla Istituzione delle Conferenze in Torino ed in Piemonte. S. E. il Cardinal Richelmy celebrava la S. Messa e distribuiva il pane Eucaristico. I rappresentanti delle conferenze erano in [70] maggior parte operai e agricoltori. In una sala di Valsalice tenevasi una plenaria adunanza e poscia i confratelli sedevano a lieta agape. E si inneggiò più volte anche a D. Bosco, le cui ossa dovettero esultare nel trovarsi in mezzo a quel trionfo della carità.

                Ogni frase di questo capitolo l'abbiamo raccolta o dalle relazioni ufficiali delle Conferenze, o da notizie stampate, manoscritte od orali, non solo dai confratelli dell'Opera di San Vincenzo, ma eziandio da varii antichi allievi, i quali, essendone testimoni, ci riferirono quanto abbiamo esposto.

 

 


CAPO VIII. Feste e canzoni nell'Oratorio - Decadimento delle antiche Maestranze - Società operaie irreligiose - Società di mutuo soccorso fondata da D. Bosco - Suo regolamento - Guerra contro questa Società - Bene da essa prodotto e seme gettato - Le classi operaie: aspirazioni, miserie, seduzioni, e azione cattolica.

 

                LE FESTE di S. Luigi e di S. Giovanni Battista eransi celebrate nell'Oratorio con grande solennità: i cortili avevano risonato degli inni a D. Bosco, e noi abbiamo ancora udita l'eco di queste antiche canzoni che per molti anni furono ripetute Sono versi incolti, ma a noi tornano gradite al paro di quelle che poi furono scritte da motti valenti cultori delle muse. Temendo però che vadano in oblío, onoriamo queste povere pagine, colla bellezza dei cari sentimenti dei nostri antichi compagni.

 

                Su, fratelli, grato il core                     E gridate: Egli è la luce

                Si dimostri in questo dì,                     Dal Signor tra noi mandata

                A Don Bosco buon pastore              Acciò fosse illuminata

                Pel gran ben che c'impartì.               L'inesperta gioventù.

                Su, alle trombe date fiato,                                È un appoggio ai vecchierelli,

                Martellate le campane,                     Pel fanciul che non ha pane;

                Invitate il vicinato                              Ei sostiene i tenerelli

                A far festa in questo di.                     E li guida alla virtù. [72]

                Dunque tutti i meschinetti                E prostrati innanzi a Dio

                Faccian l'aure risonar                        Supplichiamolo di cuore

                Con bei inni e bei concetti                Che conservi l'uomo pio

                Si rallegri questo dì.                            Qui tra noi per lunga età.

 

                All'amore dei suoi giovani D. Bosco corrispondeva con una prova novella di sua carità, della quale per giudicarne l'importanza, è necessario che ci rifacciamo un po' addietro di qualche anno.

                Nel 1847 esistevano ancora in Torino gli avanzi medioevali delle antiche Università, ossia corporazioni di arti, di mestieri e di commercio, colle loro confraternite ed un sacerdote per moderatore. Queste provvedevano alle anime dei socii col rendere loro facile l'adempimento di tutti i doveri religiosi; quelle, alle cose temporali con zelare l'istruzione degli apprendisti, procacciar lavoro, tener casse di risparmio, curar gli infermi, dare assistenza ai vecchi, alle vedove, agli orfani, fissare assegni per i giovani che mettevano su casa, premunire il pubblico contro le frodi degli artefici e dei negozianti, procurare i fondi per le funzioni dei loro magnifici Oratorii.

                Ma lo spirito liberalesco non aveva tardato a contaminare la maggior parte di queste associazioni, loro togliendo l'indole religiosa che avevano in passato, e sottraendole alla dipendenza delle Autorità Ecclesiastiche. In queste anzi videsi spesso i membri come divisi in due categorie; gli uni, i liberali, amministrare i patrimoni e le opere di carità; solo i confratelli cattolici vestirne le divise e frequentarne gli ufficii religiosi.

                Contemporaneamente alla decadenza, procurata per maligno istinto di queste società, venivano sorgendo varie associazioni ispirate dalla Massoneria, le quali, sotto il manto [73] della carità o filantropia, nascondevano il bieco divisamento di pervertire nelle loro riunioni le idee dei socii e in quanto a politica e in quanto a religione.

                Quivi spacciavansi favole contro la Chiesa cattolica; inventavansi, facevansi stampare e diffondevansi storielle infamanti contro i Vescovi, i sacerdoti ed i religiosi, nulla risparmiando per metterli in uggia presso il popolo. Una parte di questo, in capo a poco tempo, fu così pervertito nelle idee e così male impressionato, che un ministro di Dio non era più sicuro per le vie della stessa civilissima Torino.

                Una di queste associazioni fu la così detta Società degli operai. Parecchi, che le avevano già dato il nome, non tardarono ad accorgersi che avevano messo il piede in una trappola, e furono abbastanza pronti a ritirarnelo per tempo; ma non pochi pur troppo vi rimasero, e fecero ben presto miseramente naufragio nel costumi e nella fede. I buoni cattolici non avevano ancor volte le loro premure a guadagnarsi gli operai, prendendo a patrocinare i loro interessi, poichè fino a pochi anni addietro le Maestranze li tutelavano.

                D. Bosco pertanto, dopo di aver organizzata colla compagnia di S. Luigi una nuova confraternita, conobbe che questa non bastava a stringere in fascio gli operai; e che era necessario attrarli con qualche materiale vantaggio. Ora, per impedire che i giovani esterni dell'Oratorio s'invogliassero d'inscriversi a società pericolose, Don Bosco ideò di stabilirne una tra di loro, avente per iscopo il benessere corporale, non disgiunto dal vantaggio spirituale de' suoi componenti. A questo fine pensò di imporre ai soci la condizione che essi fossero già ascritti alla Compagnia di S. Luigi, nella quale è inculcata la pratica di accostarsi ai sacramenti ogni quindici giorni. Egli adunque cominciò a [74] parlarne coi più adulti, ne spiegò il fine, i vantaggi e le condizioni, e il suo progetto fu accolto con unanime applauso. Quindi propose che una commissione di essi ne prendesse l'iniziativa ed ebbe la loro adesione.

                L'Associazione, sotto il titolo di Società di mutuo soccorso, fu inaugurata in cappella il primo luglio del 1850, e riuscì a meraviglia per ottenere lo scopo prefisso. Di qui si vede che il primo seme di quelle innumerevoli Società od Unioni di Operai cattolici, che in questi ultimi anni pullularono in molte città d'Italia, fu gettato da D. Bosco medesimo tra i giovani del suo Oratorio. Mi par utile di qui riportarne per intiero il regolamento, sì a memoria del fatto, sì a norma di chi volesse istituirla altrove con quelle modificazioni ed aggiunte che i tempi e le persone richiedono.

                Al regolamento andava innanzi questa Avvertenza, che portava la firma di D. Bosco:

                “- Eccovi, o cari giovani, un regolamento per la vostra, Società. Esso vi servirà di norma, affinchè la Società proceda con ordine e con vantaggio. Non posso a meno di non lodare questo vostro impegno e questa diligenza nel promuoverla. Ella è vera prudenza. Voi mettete in riserbo un soldo per settimana, soldo che poco si considera nello spenderlo, e che vi frutta assai qualora vi troviate nel bisogno. Abbiate dunque tutta la mia approvazione.

                Solo vi raccomando che mentre vi mostrerete zelanti pel bene della Società, non dimentichiate le regole della Compagnia di S. Luigi, da cui dipende il vantaggio fondamentale, cioè quello dell'anima,

                Il Signore infonda la vera carità e la vera allegrezza, nei vostri cuori, e il timor di Dio accompagni ogni vostra azione”. Il regolamento susseguiva.

                1° Lo scopo di questa Società è di prestare soccorso a [75] quei compagni che cadessero infermi, o si trovassero nel bisogno, perchè involontariamente privi di lavoro.

                2° Niuno potrà essere ammesso nella Società se non è iscritto nella Compagnia di San Luigi, e chi per qualche motivo cessasse di essere confratello di detta Compagnia, non sarà' più considerato come membro della Società.

                3° Ciascun socio pagherà un soldo ogni domenica e non potrà godere dei vantaggi della Società che sei mesi dopo la sua accettazione. Potrà però aver diritto immediatamente al soccorso della Società se entrando pagherà 1.50, purchè allora non sia nè  infermo nè  disoccupato.

                4° Il soccorso per ciascun ammalato sarà di centesimi 50 al giorno, fino al suo ristabilimento in perfetta sanità. In caso poi che l'infermo fosse ricoverato in qualche Opera pia, cesserà il soccorso, e non gli sarà corrisposto se non alla sua uscita pel tempo di sua convalescenza.

                5° Quelli poi che senza loro colpa rimarranno privi di lavoro, cominceranno a percepire il suddetto soccorso otto giorni dopo la loro disoccupazione. Quando il sussidio dovesse oltrepassare i venti giorni, il Consiglio prenderà a tale riguardo le opportune determinazioni per l'aumento o per la diminuzione.

                6° Si accetteranno con riconoscenza tutte le offerte fatte a benefizio della Società, e si farà ogni anno una colletta particolare.

                7° Chi per notabile tempo negligentasse di pagare la sua quota, non potrà godere dei vantaggi della Società, sinchè abbia soddisfatto la quota scaduta e per un mese non potrà pretendere cosa alcuna.

                8° La Società è amministrata da un direttore, vice-direttore, segretario, vice-segretario, quattro consiglieri, un visitatore e sostituto e un tesoriere. [76]

                9° Tutti gli amministratori della Società, oltre l'esatto pagamento di un soldo ogni domenica, avranno somma cura di osservare le regole della Compagnia di S. Luigi per attendere così alla propria santificazione e incoraggiare gli altri alla virtù.

                10° Il direttore nato della Società è il Superiore dell'Oratorio. Questi avrà cura che gli amministratori facciano il loro dovere, e che il bisogno dei soci venga soddisfatto a norma del presente regolamento.

                11° Il vice-direttore aiuterà il direttore, darà al segretario gli ordini opportuni per le adunanze, ed esporrà in Consiglio quanto possa tornar vantaggioso alla Società.

                12° Il segretario avrà cura di raccogliere le quote nelle domeniche, notando puntualmente quelli che compiono la loro obbligazione, nel che userà grande carità e gentilezza. È cura altresì del segretario di spedire biglietti al tesoriere, in cui noti cognome, dimora dell'infermo; tutte le decisioni di qualche rilievo prese nel Consiglio saranno registrate dal segretario. In questa moltiplicità di cose sarà aiutato dal vice-segretario, il quale, occorrendo il bisogno, ne farà le veci.

                13° I quattro Consiglieri diranno il loro sentimento intorno a tutto ciò che riguarda al vantaggio della Società, e daranno il voto, tanto in quello che spetta all’amministrazione delle cose, come alla nomina di qualche membro.

                14° Il visitatore nato della Società è il Direttore spirituale della Compagnia di S. Luigi. Questi si porterà in persona alla casa l'inferno, onde verificare il bisogno e farne la al segretario. Ottenuto che avrà l'opportuno biglietto o porterà a casa del tesoriere, dopo di che recherà l'assegnato soccorso all'infermo. Nel consegnare il soccorso, il visitatore avrà cura somma di ricordare all'infermo qualche massima di nostra Santa Religione, e di animarlo a ricevere [77] i Santi Sacramenti, qualora si faccia grave la malattia. In ciò sarà aiutato dal sostituito, il quale mostrerà la massima premura per aiutare il visitatore specialmente nel portare i soccorsi e consolare gl'infermi.

                15° Il tesoriere terrà cura dei fondi della Società e ne darà conto ogni tre mesi. Ma non potrà dar denaro ad alcuno senza un biglietto portato dal visitatore, sottoscritto dal direttore, in cui si dichiari la realtà del bisogno.

                16° Ogni impiegato durerà nella sua carica un anno potrà essere però rieletto.

                17° Il Consiglio ogni tre mesi renderà conto della sua amministrazione.

                18° Il presente regolamento comincerà ad essere in vigore il primo di luglio del 1850.

                Ad ogni socio fu assegnato come tessera un libretto, intitolato Società di Mutuo Soccorso di alcuni individui della Compagnia di S. Luigi eretta nell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Torino, Tipografia Speirani e Ferrero, 1850. Sotto il frontispizio era stampato il motto “Quanto mai, o fratelli, è piacevole e vantaggioso stabilirsi in società”. Salmo 133.

                In fine vi andava unito il modulo d'iscrizione così formulato:

 

                Il Giovane

                figlio del dimorante                                           di professione

                è stato inscritto nella Società il giorno

                del mese di                           l'anno 18

 

                Pel Regolamento ha pagato cent. 15.

 

                SEGRETARIO                                                   DIRETTORE [78]

 

                Questa società così organizzata servì a meraviglia al suo scopo, ma destò le ire di quelli, i quali ogni loro sforzo facevano convergere nel corrompere le plebi, e averle ai loro cenni in date occasioni.

                Brosio Giuseppe così scriveva a Don Bonetti Giovanni: “In faccia alla porta d'entrata della nostra chiesuola di Valdocco, divisa dal nostro cortile per un muro di cinta, sorgeva la taverna detta la Giardiniera. Era il rifugio dei ladri, il ritrovo dei vagabondi. Qui si radunavano continuamente i fannulloni, i giuocatori, i beoni, i musici ambulanti, i domatori di orsi, gli sfaccendati di ogni genere, e con questi i socii delle società operaie liberali allora nascenti, che avevano sede principale nel vicolo di Santa Maria in una cantina sotterranea. I Capi segreti di questa società erano alcuni protestanti e certi signori di pessima condotta. Se, negli anni precedenti, le orgie degli antichi avventori della Giardiniera recavano disturbo, tuttavia non erano espressamente ostili contro l'Oratorio. Ma in quest'anno gli schiamazzi nel tempo delle sacre funzioni avevano evidentemente in mira di far dispetto a D. Bosco e dargli la baia con parolacce da trivio. Quei furfanti erano pagati dal mestatori perchè facessero sentire all'Oratorio tutta la loro rabbia.

                D. Bosco vedeva la necessità di allontanare da Valdocco quella batteria avanzata del demonio; ma non era impresa facile, sia per le spese ingenti, sia per essere pericoloso offendere quella marmaglia, pronta a qualunque violenza piuttostochè permettergli l'occupazione di una casa che riteneva come di suo proprio dominio.

                D. Bosco ne ebbe più volte disgustose prove. Un giorno venne chiamato in sagrestia, dove alcuni uomini lo attendevano ed egli andò subito credendo che volessero confessarsi. Ma appena fu entrato quelli chiusero le porte. Allora vari [79] giovani dei più adulti, fra i quali Buzzetti ed Arnaud, sospettando qualche trama, passarono in presbiterio e di là stettero origliando e guardando dalla serratura dell'uscio che metteva in sagrestia. Infatti sentono ad un tratto un parlare forte e concitato di quei malvagi, venuti per disputare con D. Bosco. Egli però con poche parole avendoli confusi, e non sapendo più quelli che cosa rispondergli, si mettono a dirgli rabbiosamente molte villanie. D. Bosco cercava di calmarli, ma gli altri si accendevano ancora di più ed estraevano i coltelli. A questo punto i giovani appostati, dopo aver fatto rumore, sfondarono la porta; e quei disgraziati fuggirono dall'uscio che si apriva nel cortile.

                Intanto accadevano certe diserzioni misteriose di giovani fra i più grandi, appartenenti alla nostra società di Mutuo Soccorso senza che si potesse conoscerne la cagione. Quand'ecco un giorno due signori vestiti con molta eleganza mi fermarono. Parlavano francese, lingua che lo conosceva bene, e dopo un cordiale discorso, mi offersero una grossa somma di danaro, circa 600 lire, con promessa che mi avrebbero altresì procurato un grasso impiego, se però io avessi abbandonato l'Oratorio e condotti via i miei compagni, sui quali essi si erano informati come io avessi grande influenza. Mi sdegnai per questa offerta, e con poche parole loro risposi: - D. Bosco è mio padre e non lo abbandonerò e non lo tradirò per tutto l'oro del mondo! - Quei signori, che poi conobbi essere l'anima di quella cricca operaia, non si offesero; mi pregarono di riflettere, e più altre volte, ad intervalli, rinnovarono la loro offerta di danaro, che io sempre ricusai. Intesi allora come una vile moneta avesse sedotti certi miei disgraziati compagni ad abbandonare l'Oratorio.

                Io aveva narrato ogni cosa al solo D. Bosco, e giudicammo essere prudenza tener segreti questi fatti, per non [80] destar la cupidigia di qualcheduno poco saldo nella virtù, e nello stesso tempo pregare, raddoppiando la vigilanza e gli allettamenti all'Oratorio”

                Ma non ostante questa guerra, la società operaia di D. Bosco per anni parecchi crebbe di numero, e vi furono ammessi per eccezione alcuni artisti della città, eccellenti cristiani, perchè col loro esempio dessero ordine ai novellini. Nel 1856 la società era fiorente ed anche Villa Giovanni volle esservi ascritto, invitato dal suo compagno Gravano. Nel 1857 questa medesima si cangiò in conferenza, e avendo sede nell'Oratorio fu annessa a quelle di S. Vincenzo de' Paoli per un tempo considerevole.

                D. Bosco erasi adoperato eziandio in questa istituzione vinto da due altri gravissimi motivi. Egli fu tra quei pochi che avean capito fin da principio, e lo disse mille volte, che il movimento rivoluzionario non era un turbine passeggiero, perchè non tutte le promesse fatte al popolo erano disoneste, e molte rispondevano alle aspirazioni universali, vive dei proletarii. Desideravano d'ottenere eguaglianza comune a tutti, senza distinzione di classi, maggior giustizia e miglioramento delle proprie sorti.

                Per altra parte egli vedeva come le ricchezze incominciassero a divenire monopolio di capitalisti senza viscere di pietà, e i padroni, all'operaio isolato e senza difesa, imponessero patti ingiusti sia riguardo al salario sia rispetto alla durata del lavoro; e la santificazione delle feste sovente fosse brutalmente impedita, e come queste cause dovessero produrre tristi effetti; la perdita della fede negli operai, la miseria delle loro famiglie e l'adesione alle massime sovversive.

                Perciò come guida e freno alle classi operaie, egli riputava partito necessario che il clero si avvicinasse ad esse. Egli non poteva dare alla sua Società di Mutuo Soccorso quello [81] sviluppo che avrebbero richiesto i bisogni dei tempi, quantunque meditasse di innalzare per i giovani artigiani un gran numero di ospizii. Ma ora prevedeva che la direzione, la sorveglianza sui registri delle somme versate, l'amministrazione, la distribuzione dei soccorsi a lungo andare non gli sarebbe tornata possibile. Resistette, progredì; ma poi dovette fermarsi, tanto più che la sua impresa non fu secondata da chi poteva; anzi non andava esente da critiche. Egli però ebbe il merito di dare il primo impulso e il modello a tante altre associazioni tra gli operai cattolici, per migliorarne la sorte, appagarne i giusti richiami e così sottrarli all'influenza tirannica dei rivoluzionarii. La prima delle unioni operaie cattoliche, stabilita in Italia, fu quella di Torino, nel 1871, per impulso di un pugno di giovani generosi. Purtroppo le sétte avevano già raccolti gli operai e stabilito fra di loro e in proprio vantaggio il mutuo soccorso; tuttavia meglio tardi che mai. Crebbero di numero quelle cristiane unioni in tutto il Piemonte e in altre parti d'Italia, ed ebbero l'assistente ecclesiastico, con grande vantaggio della causa cattolica e con tanta consolazione di D. Bosco. Varie di queste, con diploma, lo proclamarono loro Presidente Onorario. Lo spirito del Signore aleggiava sul mondo e con nuove istituzioni provvedeva ai nuovi bisogni. Il Sac. Kolping fondava in Germania la Società Cattolica dei giovani garzoni o apprendisti, i quali, con sedi proprie in molte città, assommano ora a molte decine di migliaia. La Francia dava pure così nobile esempio; ricchi industriali concorsero generosamente a introdurre nelle loro immense officine il benessere di un lavoro rimuneratore, cristiano e senza ansietà per l'avvenire. Fra gli altri Leone Harmel detto le bon père, il padre dell'operaio, intimo amico di D. Bosco per uniformità di sentimenti.

 

 


CAPO IX. Un regalo del Papa ai giovani degli Oratorii - La festa delle Corone - Articolo di un giornale cattolico - Lettera del Cardinale Antonelli - Indulgenze.

 

                SE IN Valdocco regnava l'affetto per il sacerdote, altrove incancreniva l'astio contro la Chiesa. Benedetto XIV aveva concesso al Piemonte, in Vicariato perpetuo, alcuni feudi ecclesiastici coll'obbligo di pagare ogni anno in Roma, ai 28 di giugno, un calice di 2000 scudi: questo patto era stato confermato con solenne convenzione ai 5 gennaio del 1740, e sempre erasi mantenuto.

                Nel 1850 però non si volle più pagare il calice, perchè lo Stato proclamava sè  padrone di tutto e la Chiesa un'associazione senza diritti. Ma l'angelico Pio IX, benchè in tante maniere offeso, amava i Piemontesi e porgeva al figli di Don Bosco novella occasione di grande esultanza. I lettori ricorderanno che quando il Papa ricevette in esilio il loro piccolo obolo di lire 33, lo mise in disparte per farne a suo tempo, come ci disse, un uso particolare. Durante il suo soggiorno in Gaeta, il Santo Padre aveva parlato più volte di detta offerta, e con alta compiacenza l'aveva mostrata ad alcuni viaggiatori, che si erano recati ad ossequiarlo. Or bene, un dì egli chiamò a sè  l'Eminentissimo Cardinale Antonelli, prese quella piccola somma, vi aggiunse quanto [83] occorreva e gli disse: “Mandate a comperare con questo denaro altrettante corone”. Fu tosto eseguito l'ordine, e se ne comperarono ben 60 dozzine, riposte in due grossi pacchi. Avutele a sè , Pio IX le benedisse, e di propria mano le consegnò alla prelodata Eminenza, dicendo: “Queste corone si mandino agli artigianelli del prete Bosco, e sia questo un segno dell'amor di padre verso i suoi figli”. Ricevuto l'augusto comando, l'Eminentissimo Antonelli spediva quel regalo al Nunzio Apostolico in Torino, accompagnandolo colla lettera seguente:

 

                               Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Memore di quanto partecipava a V. S. Ill.ma e Rev.ma col mio dispaccio del 14 maggio dell'anno scorso, le rimetto per mezzo del Console generale pontificio in Genova due pacchi di corone benedette da Sua Santità, da distribuirsi ai buoni artigianelli del sacerdote Bosco.

                Avrei voluto prima d'ora dar effetto a questa dimostrazione del Santo Padre, se la moltiplicità e la gravezza degli affari me ne avesse dato agio.

                Ella si compiaccia di far gradire il dono per l'alta sua provenienza, e con sensi della più distinta stima mi confermo Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

                Portici, 2 aprile 1850.

G. Card. ANTONELLI.

 

                Chi rifletta che il Papa è la persona più grande e più veneranda che esista sulla terra, chi osservi agli affari sterminati e di gravissimo momento che Pio IX aveva in quei giorni tra mano, non tarderà a riconoscere che questa [84] sua sollecitudine per poveri fanciulli era di un valore impareggiabile. Per la qual cosa quando Don Bosco loro annunziò che l'amabilissimo Pontefice, prima di lasciare il suo esiglio, non solamente erasi ricordato della loro pochezza, ma aveva mandato un regalo, il loro cuore giovanile trasalì di gioia e loro tardava mille anni di esserne a parte. Ben ponderata la singolarità della cosa, D. Bosco, ritornato dagli Esercizii di S. Ignazio, ove il Curato di S. Dalmazzo in Torino avea predicato le istruzioni e il Vicario Generale di Fossano le meditazioni, giudicò di distribuire quelle corone, in modo solenne, celebrando in quella occasione una festa particolare a perpetua ricordanza del fatto. Questo venne ancora ricordato colla pubblicazione, di un libretto, scritto da D. Bosco, col titolo: Breve ragguaglio della festa fattasi nel distribuire regalo di Pio IX ai giovani degli Oratorii di Torino. Torino, 1850, Tipografia Eredi Botta.

                Giunse pertanto la domenica 21 luglio; la chiesa era apparata a festa. Alla sera tutti i giovani degli Oratorii si radunarono in quello di S. Francesco di Sales, siccome primario. Sebbene un buon numero rimanesse fuori della Cappella, tuttavia questa n'era gremita. Brosio Giuseppe, il bersagliere, colla sua grande armata faceva ala per il buon ordine. Il chiarissimo Padre Barrera della Dottrina Cristiana, oratore di alto grido, recitava un bellissimo discorso di opportunità. Il modo chiaro e dignitoso, le tenere espressioni con cui egli parlò del supremo Pastore della Chiesa, trassero l'attenzione dei giovani uditori e li commossero profondamente. Tra le altre cose egli diceva: “Sapete, giovani, perchè Pio IX vi mandò questo regalo? Vel dirò io: Pio IX è tutto tenerezza per la gioventù, ed ancor prima che fosse Papa, si occupava in più guise per istruirla, educarla, avviarla alla virtù. Egli vi mandò una corona, perchè , ancor semplice [85] secolare, era grandemente divoto di Maria Santissima. Io, io stesso lo vidi più volte in pubblico ed in privato a dar segni non ordinari di divozione verso la Gran Madre di Dio”.

                Finita la predica e impartita la benedizione col Venerabile, i giovani l'uno dietro all'altro passarono in fila dinanzi all'altare, e ciascuno riceveva una corona dalle mani del canonico Giuseppe Ortalda, che ne faceva la distribuzione, assistito dal teologo Simonino e dal suddetto Padre Barrera. I grani delle corone erano rossi, incatenati con un filo di metallo bianco, Coi giovanetti, tra i quali erano Rua Michele e Savio Ascanio, trovavansi eziandio parecchi sacerdoti ed altri addetti all'Oratorio; ed era spettacolo edificante il vederli accostarsi tutti con venerazione e stimarsi fortunati di possedere un oggetto regalato dal Vicario di Gesù Cristo. Stante l'immenso numero degli accorsi, non furono sufficienti le corone venute dal Papa. Quindi se ne dovettero provvedere parecchie centinaia in Torino e distribuirle colle altre per non lasciare alcuno malcontento.

                Fatta la distribuzione ed usciti di chiesa, un giovane si presentò dinanzi ai sacri Ministri, circondati da parecchi distinti personaggi, e a nome de' suoi compagni prese a dire

 

                               Illustrissimi Signori,

 

                “Se fosse un principe, un re, un imperatore, che volgendo uno sguardo benigno sopra alcuno de' suoi sudditi, si degnasse di fargli un dono, sarebbe favore grande da rendere compiutamente pago e glorioso il suddito fortunato.

                Che poi il Successore del Principe degli Apostoli, il Capo della Cattolica Religione, il Vicario di Gesù Cristo, dal mezzo delle molteplici cure, cui deve attendere nel reggere e governare l'universo mondo cattolico, rivolga un [86] pensiero verso di noi poveri artigianelli, questa, ah sì questa è degnazione sì grande, che ci rende altamente confusi, e nella nostra umiliazione siamo solo capaci di parlare cogli affetti della gratitudine.

                Ma se mai nella pochezza nostra potessimo far giungere le nostre parole all'orecchio di sì buon Padre, coraggiosi vorremmo dare uno sfogo al nostro cuore con dire: Beatissimo Padre, noi comprendiamo l'alta provenienza e la grandezza del dono che ci avete fatto, e conosciamo in pari tempo il dovere di gratitudine che ci stringe. Ma come mai possiamo adempirlo? Coi mezzi di fortuna? No, questo noi non possiamo, e nemmeno voi tali cose ambite. Forse con elegante discorso? Noi non siamo da tanto. Ah! sappiamo ben noi, o Beatissimo Padre, ciò che voi volete.

                E’ l'amor di padre che vi spinse a ricordarvi di noi, e noi come figli affezionati conserveremo tutto il nostro amore per Voi e per quel Dio, di cui in terra siete rappresentante. Nè  giammai il nostro labbro si schiuda a profferire parola, che possa tornare discara a tale benefattore, nè  giammai il cuor nostro concepisca un pensiero indegno della bontà di un sì tenero Padre.

                Il desiderio che noi tendiamo alla virtù vi spinse a ricordarvi di noi; e noi vi accertiamo che strettamente uniti a quella divina Religione, di cui siete Capo supremo, noi sapremo sostenerla, offerendoci pronti a perdere qualsiasi cosa, fosse anche la vita, anzichè rimanerne per un solo momento separati.

                Del resto, lasciando alla sublime sapienza di Vostra Santità a supplire all'insufficienza nostra, diciamo unanimi che, riconoscendo in Voi il Successore del Principe degli Apostoli, il Capo della Chiesa Cattolica ed unica vera Religione, a cui chi ricusa di essere unito perisce eternamente, [87] supplichiamo la Santità Vostra, che si voglia degnare di aggiungere un nuovo beneficio coll'impartire a noi, vostri umili figli, l'apostolica benedizione,

                In simile guisa noi, sempre memori di questo avventuroso giorno, in tutto il viver nostro serberemo caro un sì bel dono, e nell'ultimo respiro ci sarà dolce il dire: Il Vicario di Gesù Cristo, il grande Pio IX, usando un tratto dell'immensa sua bontà, mi ha regalato una corona con appeso un crocifisso, quale per l'ultima volta divotamente baciando, spiro l'anima mia in pace.

                Voi intanto, illustrissimi Signori, se in qualche modo poteste far giungere questi nostri sentimenti al supremo nostro Gerarca, vi saremmo sempre mai riconoscenti dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, rendendovi grazie le più cordiali e perenni”.

 

                Proferite queste parole, alcuni giovanetti offerivano un mazzetto di fiori, ed altri festosamente cantavano:

 

                Degnatevi d'accogliere

                Questo d'amor tributo,

                A onor nostro indicibile,

                Signori, a voi dovuto.

                Sulla prima alba, al sonito

                Del bronzo mattutino,

                Nel povero giardino,

                Colto l'abbiam per voi.

                Per voi, che in dì festevole,

                Sacro al buon cuor di Pio,

                A noi degnaste porgere

                Quant'Ei ne fece invio.

                Pel che serbiam durevole

                Di lui memoria, e il cuore

                Rispondagli in amore,

                Gli serbi pura fè , [88]

 

                Finito il canto, da tutte le parti risonarono prolungati e festevoli EVVIVA PIO IX, EVVIVA IL VICARIO DI GESÙ CRISTO! Nè  sarebbero così presto finiti gli applausi, se il bersagliere non avesse sonata la tromba, chiamando i compagni al divertimenti della manovra militare. Per rendere più varia la festa si diede una finta battaglia, cioè la difesa e l'assalto di una specie di fortezza, cinta da piccoli tumoli che ne rappresentavano i bastioni. I difensori e gli assalitori spiegarono tanta energia, vivacità e obbedienza agli ordini dei comandanti, che i signori invitati se ne mostrarono molto contenti ed un generale d'armata che era nel cortile, esclamò: - I giovani di D. Bosco sarebbero capaci di difendere la patria.

                La festa delle corone levò in Torino non lieve rumore. Dappertutto se ne parlava, portando a cielo la bontà di Pio IX, e prendendosi in viemmaggiore stima gli Oratorii festivi, siccome da lui favoriti e benedetti. Anche i giornali se ne occuparono, ed uno dei più accreditati ne pubblicava un articolo così ben concepito, che mancheremmo al dovere di storici se qui non lo riportassimo. Eccolo pertanto:

                “Un nuovo tratto, così l'Armonia del 26 luglio 1850, un nuovo tratto di generosità venne a rivelare al mondo, essere tuttavia costante quel cuore già tanto acclamato del Vicario di Gesù Cristo. Fu questo il dono che faceva distribuire ai giovanetti dei tre Oratorii di questa capitale. Vogliamo sperare che alcuni cenni a questo riguardo non riusciranno discari al leggitori.

                E oggimai noto a tutti come alcuni zelanti sacerdoti vanno rinnovando tra noi gli esempi dei Vincenzi de' Paoli e dei Geronimi Emiliani. Si pigliano a levare dai pericoli delle strade e delle piazze tutti quei giovanetti che, abbandonati a se stessi, consumerebbero inutilmente, per non dire malamente, [89] il dì festivo: li radunano in luogo riparato per istruirli nelle verità religiose, nelle cose più necessarie al vivere socievole ed intrattenerli quel dì in onesti divertimenti. Questa opera caritatevole, che moveva da tenuissimi principii, fu così benedetta dal Signore che ora grandeggia. Non conta ancora due lustri di vita, e già novera più d'un migliaio di giovanetti che assiduamente vi accorrono. Un luogo solo non bastando più a dare ricetto a tutti, tre vennero aperti nei punti principali della città. Il Senato del Regno, dietro unanime deliberazione, instava presso il Governo del Re, affinchè sostenesse un'istituzione così benemerita della religione e della società. Il Municipio delegava un'apposita Commissione per riconoscere il bene che si operava e coadiuvarlo.

                Finalmente lo stesso Sommo Gerarca Pio IX, dall'alto del suo trono pontificale, rivolgendo l'occhio paterno alle piccole non meno che alle grandi opere di beneficenza cristiana, si compiaceva di benedirla e promuoverla nella maniera seguente.

                Quando questo glorioso Successore di S. Pietro esulava in Gaeta, i buoni fedeli, ad imitazione di quanto operavano i primitivi cristiani verso del Principe degli Apostoli, andavano a gara non solo nell'innalzare fervide preci all'Altissimo, affinchè gli alleviasse le fatiche, addolcisse le pene dell'esilio e presto lo ridonasse alla sua Sede, ma inoltre vedevano, secondo le loro forze, di concorrere a fornirgli quel mezzi materiali, che erano indispensabili per condurre vita meno dura in terra non sua. Tra questi non furono degli ultimi i giovani dei tre Oratori di Torino. Deponendo il loro obolo nelle mani del Sacerdote Don Giovanni Bosco (tale è il nome dello zelante ecclesiastico che dirige quest'Opera), ne lo pregavano lo facesse umiliare al Santo Padre per mezzo di S. E. il Nunzio Apostolico. [90]

                Nella tenue ma generosa offerta Pio IX, ad imitazione di Lui che rappresenta in terra, vide i due denari della vedova evangelica, e disse: Questo dono è troppo prezioso perchè si abbia a consumare come gli altri; vuol essere tenuto quale una cara memoria; ed in ciò dire vi scriveva sopra il nome dei donatori e lo poneva in serbo. Ritornato sott'occhio il dono in epoca meno trista, mandava ordine si acquistassero due grossi pacchi di corone portanti appesa una crocetta, e queste, benedette di sua mano, inviava al prelodato sacerdote, affinchè fossero distribuite ai giovanetti degli Oratorii.

                Veniva tale funzione fissata la domenica testè  passata 21 luglio, e nell'Oratorio centrale situato nella regione di Valdocco.

                Come tutti furono radunati, il benemerito Padre Barrera, con quel suo chiaro e fervido dire che illumina le menti e rapisce i cuori, li intratteneva intorno al prezioso dono. Pigliava le mosse accennando al fatto biblico del giovane Daniello e compagni, i quali a fronte di tutte le arti di seduzione, adoperate con loro alla corte del re babilonese, vollero rimanersi fedeli alla religione e alle leggi dei padri loro, e n'ebbero perciò da Dio un premio temporale come saggio ed arra dell'eterno. - Così voi, proseguiva, coll'esservi serbati fedeli alla religione di Gesù Cristo, devoti al suo Vicario, non solo nella prospera, ma ancora nell'avversa sorte, chiudendo l'orecchio ai detti di quei sedotti e seduttori, che intendevano a consigliarvi diversamente, vi meritaste questa dolcissima caparra, che vi manda il Redentore per mezzo del suo Vicegerente. - Entrava poi a ragionare del dono, toccando di volo come gli antichi Romani usavano incoronare di quercia quei che con qualche azione eroica si erano segnalati nel porgere aiuto o scampo ai concittadini, e mostrava come Pio IX, regalandoli di quella corona, mirava ad incoronare la fortezza da loro spiegata: vedessero di tenerla in [91] sommo pregio, di valersene onde pigliare animo in ogni sorta di combattimenti, che loro toccasse di sostenere per la causa di Dio; rimirando la crocetta che portava appesa ricordassero come solamente il patire con Cristo apre la via alla gloria da lui meritataci.

                La brevità di un articolo non ci permette di tener dietro alle moltissime cose da lui discorse, segnatamente allora quando entrava a trattare del tema suo prediletto, la divozione alla divina Madre, e, per invogliarli ad amarla viemmeglio, loro ricordava l'esempio dell'adorato Pontefice, il quale fin dagli anni più teneri le era vissuto divotissimo.

                Tenero spettacolo era mirar tanti giovani pendere attentissimi dal labbro del facondo dicitore e bevere avidamente ogni parola; sensibilissima era la commozione che un tal dire destava in quei vergini cuori, massime allorchè toccando l'oratore del modo, col quale essi dovevano rispondere a tanta premura del Santo Padre, lor diceva: - Amor si paga con amore; pensate ora all'amore che vi portò Pio IX, mentre fra tanti figliuoli, che novera di dove nasce fin dove tramonta il sole, fra tante occupazioni che assediano continuamente quel cuore, pensò a voi, operò per voi; vedete perciò di amarlo, ma amarlo tanto! chè chi è con lui è con Cristo; promettete perciò, giurategli fedeltà, amore sino alla morte. - Se a tali detti rimaneva muto il labbro di quei giovanetti, parlava però eloquentemente il loro volto infiammato, lo sguardo, le lagrime, che a non pochi cadevan dagli occhi, talchè ognuno poteva accertarsi essere il Sommo Pio ardentemente riamato da quei cuori. Appena finito il sermone, in riconoscenza si facevano pregare ad alta voce Gesù Sacramentato pel Sommo, Pontefice, poi pel Sovrano e Reale Famiglia e per tutti i sudditi loro. Impartitasi la benedizione del Venerabile, ricevevano a' piè dell'altare la corona regalata da Pio IX. Bello [92] era il veder come, avutala, non finivano mai di baciarla e stringerla al cuore.

                Usciti dal tempio, un drappello di milizia cittadina, allevata nello stesso Oratorio, la quale aveva presieduto al buon ordine della funzione, eseguiva alcune evoluzioni militari; un coro di giovani scioglieva col canto un inno di grazie all'immortale Pontefice, mentre il resto faceva echeggiar l'acre di lieti evviva, e portava alle stelle il nome venerato del Vicario di Gesù Cristo.

                Così chiudevasi una lietissima festa di famiglia promossa dal Padre dei credenti. Le molte persone ecclesiastiche e secolari accorse ad essere spettatrici, vedendo la religione sì profondamente radicata in quei teneri cuori, bene auguravano di lei, ed a noi, che eravamo tra quelle, pareva veder avverato il verso dei salmo: Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem propter inimicos tuos, ut destruas inimicum et ultorem.” Fin qui l'egregio periodico.

                Qualche tempo dopo la lesta delle corone, D. Bosco, per mezzo del cardinale Antonelli, mandava i suoi e i figliali ringraziamenti de' giovani al Santo Padre per l'inviato regalo e vi univa la relazione di detta festa. Sua Eminenza, informatone Pio IX, ne comunicava ben tosto l'alta soddisfazione a D. Bosco medesimo, e gliene rendeva pur grazie con questa benevolissima lettera:

 

                               Illustrissimo Signore,

 

                Rassegnai al Santo Padre il contenuto del foglio di V. Signoria Ill.ma del 29 del p. p. mese, col quale esprimeva i sensi di arato animo da Lei concepiti e dai suoi alunni per l'invio delle corone benedette. La Santità Sua ne provò una vera soddisfazione, e si augura che i giovanetti alle sue cure affidati proseguano nel sentiero della virtù. [93] Accolse poi benignamente l'istanza che Ella mi compiegava, e la medesima è già in corso.[5]

                Ho ricevuto gli esemplari inviatimi del libretto pubblicatosi in occasione dell'invio medesimo, e La ringrazio di tal pensiero. Speriamo che il Signore, mosso ancora dalle orazioni che incessantemente si porgono negli Oratorii da Lei diretti, si degni concedere alla Chiesa giorni più felici.

                Con questa fiducia ho il piacere di confermarle la mia distinta stima.

                Di V. S. Ill.ma

                Roma, 13 settembre 1850.

Aff.mo per servirla

GIACOMO CARD. ANTONELLI. [94]

                Sono questi ben chiari argomenti della smisurata bontà del Romano Pontefice verso D. Bosco e verso i suoi giovanetti.

                Così la Chiesa fin d'allora esternava il proprio gradimento ad un'opera, che mostrava di riuscire altamente vantaggiosa alla società civile ed alla Religione cattolica.

 

 


CAPO X. Morte del Cav. Di Santarosa - Espulsione dei Serviti Monsignor Fransoni a Fenestrelle - Condanna di altri Vescovi - Perquisizioni agli Oblati e tumulti popolari D. Bosco e gli Oblati - Dimostrazione contro l'Oratorio sventata - Restituzione ai Serviti della roba tolta dal fisco - Turpe eresia di D. Grignaschi - D. Bosco lo visita nelle carceri d'Ivrea.

 

                AL PADRE Superiore dell'Ordine dei Servi di Maria che col Padre Carlo Baima era andato a Pianezza, diceva Mons. Fransoni: - L'idra è sguinzagliata, tristi cose si vedranno succedere; il piano è preparato, i mezzi sono pronti. - Indi facendo allusione alla scacciata dei figli di S. Ignazio, ripigliava: - Prima Gesù (i Gesuiti), poi Maria (i Serviti), quindi tutti gli altri santi (gli ordini religiosi) ed io... io dovrò andare in esiglio. Lo vedrete!

                E le tristi previsioni si avverarono, rincrudendo in D. Bosco e nei suoi giovanetti i passati dolori.

                Uno di quelli che avevano votato la legge Siccardi, incorrendo le scomuniche, fu il Cav. Pietro Derossi di Santarosa, Ministro di agricoltura e commercio. Apparteneva egli alla parrocchia di S. Carlo, amministrata dai Servi di Maria, di [96] cui era parroco, superiore e provinciale il Padre Buonfiglio Pittavino, religioso che ad una grande bontà di cuore univa una fedeltà incrollabile al sacro suo dovere. Sulla fine di luglio, il Santarosa cade gravemente ammalato e domanda i sacramenti. Egli si era bensì confessato, ma per ricevere il Santo Viatico gli è richiesta dal parroco una sufficiente ritrattazione del mal operato contro la Chiesa. Il Santarosa la ricusa, ma finalmente agli estremi vi si arrende, e muore la sera del 5 agosto senza avere così potuto essere viaticato.

                Parenti, amici, ministri, senatori, deputati, tra i quali il Conte Camillo di Cavour, giornalisti e strilloni strepitano e gridano all'intolleranza del Parroco e dell'Arcivescovo, accusandoli di avere violentata la coscienza del defunto; un nembo di fannulloni e prezzolati, quasi tutti fuorusciti da varii Stati d'Italia, urlano sulle piazze, assalgono il Convento dei Serviti, con parole da cannibali minacciano la vita al parroco, e poco mancò che non lo facessero a brani. Durante il trasporto funebre non cessarono di svillaneggiarlo e minacciarlo, e le grida e le fischiate furono così alte e frequenti da coprire il canto del Miserere.

                Il 7 agosto il Padre Pittavino con tutti i suoi correligiosi erano espulsi dal Convento, del quale il Governo pigliava possesso: e fattili salire in carrozze già preparate e scortate dai carabinieri, parte furono condotti ad Alessandria e parte a Saluzzo.

                Dopo i Servi di Maria si venne alla volta di Mons. Fransoni. Al domani della morte del Santarosa, in nome del Governo, il conte Ponza di San Martino col cav. Alfonso La Marmora, Ministro della guerra, si porta a Pianezza, dove l'Arcivescovo si trovava in campagna e gli domanda la rinunzia dell'Arcivescovado. Egli risponde intrepidamente di no, e con parola franca soggiunge: “Mi stimerei un vile se, in momenti [97] così critici per la Religione, rinunziassi alla diocesi”. Ed ecco che il giorno dopo, 7 agosto, i carabinieri si portano a Pianezza e lo conducono prigione nella fortezza di Fenestrelle, posta sopra le Alpi, ove regna un lungo e rigidissimo inverno con venti, nevi, nebbie spaventose. Il governatore Alfonso de Sonnaz lo accolse cortesemente, ma dovette chiuderlo in poche camere, e tenerlo sotto stretta sorveglianza. Il Ministero gli ricusò persino di poter confessarsi ad uno dei cappuccini cappellani del forte. Poco dopo si toglieva al Teologo Guglielmo Audisio, celebre per l'educazione che dava al clero, la presidenza dell'Accademia di Superga, in punizione di essere uno degli scrittori dell'Armonia, rimanendo l'Accademia da quel punto senza convittori. Nello stesso tempo, per la legge Siccardi, l'Arcivescovo di Sassari era condannato ad un mese di carcere, che scontò chiuso nel suo palazzo essendo mal fermo dì salute; e l'Arcivescovo di Cagliari, privato della sua Mensa e scacciato dal Regno, veniva condotto per forza a Civitavecchia.

                In Torino parte della popolazione era fuori di sè  per lo spavento, un'altra parte ubbriaca per le invettive dei giornali e per l'orridezza dei fatti calunniosi che si narravano. Una canzone piena d'ingiurie contro Mons. Fransoni era cantata da un cieco a suon di chitarra per tutte le vie e le piazze in mezzo al popolaccio.

                Il 12 agosto 1850 il Questore con dodici carabinieri andava in grande solennità a perquisire la casa degli Oblati alla Consolata di Torino per avere prove di reità del Fransoni; ma nulla trovava. Si pretendeva che gli Oblati fossero Suoi complici a danno dello Stato La solita plebe tumultuava, essendosi fatto correre voci di congiure, e così ferocemente che si dovette aumentare il numero delle guardie e dei carabinieri, e dipoi chiamare i bersaglieri e in ultimo la guardia nazionale [98] senza però sciogliere quell'attruppamento di bordaglia e di scioperati. Sulla sera il tumulto era a tal segno, che bisognò por mano alla forza per contenere l'impeto irrompente della moltitudine. Il Questore fattosi allora alla porta del Convento, lesse una dichiarazione, da cui constava che, malgrado le più accurate indagini, pur non si era potuto trovare il menomo indizio di colpabilità in quei religiosi. - Le turbe si dispersero, ma i giornali a servizio della rivoluzione stamparono che le prove di congiura vi erano e che i colpevoli avevano fatto sparire ogni traccia di cospirazione.

                E’ in questa occasione che, per quanto venne raccontato dal Teologo Reviglio, D. Bosco scrisse un libretto ovvero qualche articolo in difesa degli ordini religiosi; ed eziandio per l'influenza che egli godeva presso autorevoli personaggi, potè  impedire la cacciata degli Oblati, stornando per allora dal loro capo una già decisa e immeritata rovina. È conosciuto il grande affetto che egli portava a que' religiosi e come più d'uno de' suoi giovani, eccitato dalle lodi che loro tributava, si ascrivesse a quel sodalizio.

                Mentre però difendeva gli Oblati, dovette pensare a sè , contro fieri attacchi preparati nei covi delle sétte. Egli era conosciuto per caldo sostenitore dei diritti della Chiesa, e i nemici della medesima avevano deciso, ed effettuarono poi sempre il loro piano, col cercare di far diminuire la sua azione d'influenza, ogni qualvolta tramavano nuove offese contro essa e contro il Papa. Quindi lo dipingevano al popolo come nemico delle nuove Istituzioni e come un sacerdote guidato dallo spirito dei Gesuiti, educatore fanatico di torcicolli e contrario alla libertà. Lo designavano esso pure quale complice dell'Arcivescovo in congiure reazionarie. Or dunque, pel 14 dello stesso mese di agosto, era stata preparata un'odiosa dimostrazione al piccolo ospizio di S. Francesco di Sales, per [99] distruggerlo, cacciandone via D. Bosco. In pubblico nulla era ancor trapelato di questo disegno, quando il sig. Volpotto, quello stesso che aveva mandato a nome di D. Bosco la supplica all'Alta Camera, venne lo stesso giorno ad avvertirlo del pericolo che gli sovrastava, perchè si allontanasse. D. Bosco chiamata allora sua madre, le disse di preparare per quella sera la cena. - Oh, bella! osservò Margherita; - perchè mi dai quest'ordine? Perchè temi che io non la prepari? Perchè qualunque cosa accada, soggiunse D. Bosco, state certa che io non partirò da Torino.

                Verso le 4 di sera, secondo l'avviso, doveva giungere all'Oratorio la folla tumultuante; ma nessuno comparve; neppure il giorno seguente, neppure il terzo. Che cosa era accaduto? La plebaglia, dopo avere schiamazzato contro gli Oblati di Maria, aveva fatto conto di recarsi in Valdocco. La fiumana già stava per versarsi a questa volta, quando uno dei dimostranti, che conosceva D. Bosco e ne aveva avute prove di benevolenza, salito sopra un paracarro, alzò la voce e disse: - Amici, uditemi. Alcuni di voi vorrebbero calare in Valdocco per gridare anche contro D. Bosco. Ascoltate il mio consiglio, e non andate. Essendo giorno di lavoro, colà non vi è che lui, la sua vecchia madre, e alcuni poveri giovani ricoverati. Invece di morte, noi dovremmo gridare evviva, perchè D. Bosco ama e aiuta i figli del popolo.

                Un altro oratore ascese dopo il primo e gridò: - D. Bosco non è un amico dell'Austria! È un filantropo! È l'uomo del popolo! Lasciamolo in pace! Non andiamo a gridare nè  viva, nè  morte, e rechiamoci altrove. - Queste parole calmarono e fermarono la masnada, che andò ad assordare le orecchie ai Domenicani ed ai Barnabiti.

                Intanto una dispiacente e non prevista sorpresa toccava a D. Bosco. Il Governo, che erasi impadronito anche del mobiglio [100] trovato nel convento dei Serviti, ne mandò una parte all'Oratorio di Valdocco. Alcuni avrebbero voluto che Don Bosco ricusasse questo mobiglio. Invece D. Bosco lo accettò, ma senza ringraziamenti, e tosto avvertì il Padre Pittavino a Saluzzo di mandar a ritirare ciò che era di loro proprietà: solo pregavalo di cedergli una tavola, di cui abbisognava per i suoi giovani; cosa che volentieri gli fu donata. I RR. PP. Serviti in tal modo ricuperarono il proprio, e D. Bosco senza ledere la giustizia, evitò un urto col Governo che gli avrebbe potuto recare grave danno. Questo fatto fu narrato al Can. Anfossi dal Rev. P. Francesco Faccio dell'Ordine dei Servi di Maria, già Curato di S. Carlo.

                Ma nel succedersi di questi avvenimenti gloriosi per il clero, avendo insegnato Gesù essere beato chi soffre per la giustizia, grave sfregio riceveva l'ordine sacerdotale dalla condanna dì D. Antonio Grignaschi. Era costui nativo di Corconio, sulla riviera di S. Giulio presso Orta, diocesi di Novara. Ordinato sacerdote, ottenne la Rettoria di Cimamulera fin dal 1843. Aveva preso, con sacrilego inganno, ad insinuare esser egli Dio che operava la sua terza manifestazione, lo stesso Gesù Cristo in persona nuovamente incarnato. Egli dicevasi disceso in terra per fondare una nuova chiesa, che doveva sostituirsi al Cattolicismo, e quindi predicava massime contrarie alla vera fede. Operava eziandio cose meravigliose e strane da non potersi attribuire che ad intervento diabolico, ma che i suoi ammiratori dicevano essere miracoli divini. Di una donna da lui sedotta, di nome Lana, egli affermava essere la Vergine Maria. La briffalda prestavasi a rappresentare questa commedia; affettava vesti e portamento che nel suo concetto erano proprii della Madonna; e D. Grignaschi la faceva ascendere in mezzo alla chiesa sovra un banco, avendo innanzi candele accese, come se fosse una statua. [101] Le donnicciuole aggregate alla nuova sétta andavano ad inginocchiarsi dinanzi a lei ed a pregarla.

                Un ecclesiastico, mandato dalla Curia entrò in chiesa e vide l'empia venerazione prestata a quella lurida persona; ma nulla disse per non destare tumulti, e passato in sagrestia, chiese allo scaccino:

                - Che festa fate quest'oggi?

                - Nessuna festa occorre in questo tempo.

                - Ma che titolo ha quella statua della Madonna che è in chiesa?

                - Ah, soggiunse il sagrestano alzando le spalle; è la Madonna rossa?

                - Che cosa? Madonna rossa?

                - Sì, la Madonna di D. Grignaschi.

                Conosciute queste giunterie sacrileghe, il Vescovo di Novara rimosse il Grignaschi dalla parrocchia e lo sospese dal ministero sacerdotale. Questi, venuto a Torino, si recò all'Oratorio ed espose le sue dottrine a D. Bosco, il quale, inorridito, cercò con ragioni e promesse di ritrarlo dalla mala via. Ma non vi riuscì, e il Grignaschi dopo aver vagato per varii luoghi anche del Casalese, finalmente si stabiliva in una borgata vicino a Viarigi, piccola terra dall'Astigiano, conducendo con sè  la Madonna rossa, che era la serva. Qui fu il teatro principale delle sue geste tutt'altro che gloriose. Ingannati con nuove arti di prestigi spiritici, e l'amministratore parrocchiale e i preti del vicinato, colle sue eresie dementava e pervertiva gran parte di quella popolazione. Grignaschi abusava scelleratamente dei sacramenti, appariva nelle case a porte chiuse, indovinava i pensieri più nascosti, fingeva ordini venuti dal cielo e commetteva azioni nefande. La gente pareva ipnotizzata. Quando era lontano, si vedevano partire a piedi uomini ed anche giovani e fare 18, 20 e più miglia [102] dì stentato cammino e digiuni, solamente per vederlo e udire una sua parola, Riceveva seduto i suoi adepti, i quali si inginocchiavano alla sua presenza, ed esso li assolveva colle seguenti parole: Ego Dominus Jesus Christus te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. Disseminava le sue empie dottrine col mezzo di persone da lui ingannate e indotte a fingere santità e virtù, per l'iniquo scopo di essere dichiarato per un uomo del tutto straordinario ed un altro Salvatore.

                Il suo sguardo aveva un non so che da ammaliare e trascinare le anime. Di ciò si parlava molto dalla gente. Il signor B... si burlava di ciò che dicevasi su questo sguardo magico e volle far visita a Grignaschi. Entrato in quella casa venne subito preso da misterioso orrore, e quando fu alla presenza di quel disgraziato, costui gli fissò gli occhi in volto di maniera che restò conquiso; e al suono della sua voce: - Ti aspettava; lo sapevo che dovevi venire: - cadde in ginocchio. Da quell'istante fu tutto suo. Gli fece credere che desso B ... era S. Paolo, mentre un altro suo amico era S. Pietro. B ... credeva realmente d'essere S. Paolo e si lasciò crescere la barba e si prestò obbedientissimo col compagno a quanto voleva Grignaschi: preghiere, lunghe penitenze, andare nelle osterie, mettersi in ginocchio tra le mense, pregar la gente a non voler offendere il Signore con bestemmie, intemperanze, giuochi; e altre simili cose che avrebbero certamente sdegnato di, fare se loro fossero state comandate prima di essere infatuati a quel modo. Come essi, erano tutti gli altri abitanti, fatte pochissime o forse nessuna eccezione. B… stesso raccontando la cosa a noi non sapeva darsi ragione di quella ossessione. Ed era persona ricca, di senno, di carità e abbastanza istrutta.

                Fu debitore della sua conversione alle prediche di D. Bosco. [103] Intanto le turpitudini della sétta giunsero al punto che, essendo notorie, il Procuratore del Re fece mettere in prigione il Grignaschi con tredici dei principali suoi complici, fra i quali la Madonna rossa, e li fece trarre innanzi ai Magistrati d'Appello in Casale. Dello scandaloso processo sono pieni i giornali di quell'anno.

                Il 15 luglio 1850, non ostante la difesa dell'avvocato Angelo Brofferio, il Grignaschi fu condannato alla reclusione e a' suoi affigliati vennero inflitte altre pene. La cattura del Grignaschi aveva posto in sommovimento il comune di Viarigi, perchè la maggioranza degli abitanti era fanatica per la nuova sétta; sicchè il Governo, perchè l'ordine non venisse turbato, vi stabilì un presidio militare. Ma l'uso della forza non bastando a richiamarvi la calma, i Vescovi di Casale e di Asti vi si condussero a dir parole di carità e di pace. Poi vi rimase solo Mons. Artico, e con una predicazione di cinquanta giorni, con generosi soccorsi ai poveri e visite agli ammalati, fe' cessare i contrasti e gli scandali, ricevette le abiure di molti e ottenne l'allontanamento del presidio militare. Ritornava così la tranquillità; ma non pochi di que' settari si ostinavano sui loro errori.

                D. Grignaschi intanto era stato condotto nel Castello d'Ivrea a scontarvi per sette anni il suo falso e sconcio misticismo Egli come uomo, diremmo, ossesso dal demonio perfidiava nel mostrarsi convinto di una missione divina; ma ben pesante doveva riuscirgli la solitudine di quel carcere. D. Bosco però pensava a lui, e, come ci raccontava il teologo Savio Ascanio, egli, che andava due o tre volte all'anno ad Ivrea, si affrettò a recarsi in quelle prigioni. Più volte potè  parlare all'infelice eresiarca e seppe insinuarsi siffattamente nel suo cuore, da persuaderlo del male che aveva recato a se stesso e agli altri co' suoi gravissimi scandali; e finì con [104] ottenere da lui una promessa di mutar vita, cominciando coll'espiare i suoi falli mediante la rassegnazione cristiana. Vedendo che il condannato gradiva le sue visite, ritornava ad intrattenersi con lui, recandogli opportuni sussidii in danaro, ogniqualvolta andava in quella città per far la predica in duomo, gli esercizii spirituali ai chierici del Seminario, o per trattare col Vescovo delle Letture Cattoliche e degli affari riguardanti il bene della Chiesa.

 

 


CAPO XI. D. Bosco e il Conte di Cavour - Un'induzione - Mons. Fransoni in esiglio e visita di D. Bosco - I segretarii del Conte.

 

                IN QUESTI tempi il Conte Camillo di Cavour era tutto per l'Oratorio. Fa meraviglia il vedere come D. Bosco giungesse ad ottenere l'appoggio di illustri personaggi che pure avversavano la Chiesa. Costoro colle più belle e seducenti maniere, colle più larghe promesse di aiutarlo nelle sue pietose intraprese, colla proferta d'insigni onorificenze, colla accondiscendenza a molte sue domande, parve che potessero mettere a pericoloso cimento la sua pietà e fedeltà alla Santa Sede e ai principii religiosi. I suoi giovani erano stati scelti, a preferenza di quelli appartenenti ad opere pie riconosciute, per estrarre i numeri del giuoco del Regio Lotto, e due fra i più piccoli, indossando speciali distintivi, ogni quindici giorni per molti anni andarono a compiere questo ufficio. Una retribuzione era perciò pagata dal Governo all'Oratorio. D. Bosco però con eroica fortezza dimostravasi sempre sostenitore della causa di Dio, senza ombra di rispetto umano.

                Tuttavia, come noi stessi tante volte abbiamo ammirato, egli seguiva in questi casi le norme dettate dall'Ecclesiastico: [106]

                “Se un potente ti chiama a sè , tirati indietro; conciossiachè per questo appunto egli ti chiamerà e ti richiamerà. Non essere importuno per non essere cacciato via e non tenerti tanto indietro da essere dimenticato. Nol trattenere per parlare con lui come con un eguale e non ti fidare delle molte parole di lui: perocchè con farti parlar molto ti tenterà, e come per giuoco t'interrogherà per cavare da te i tuoi segreti. L'animo fiero di lui terrà conto di tue parole e non la guarderà a farti del male. Bada a te e sta molto attento a quello che ti senti dire; perchè tu cammini sull'orlo del tuo precipizio. Ma tali cose ascoltando quasi in sogno, risvegliati[6]”.

                Il Conte Camillo adunque, profondo conoscitore degli uomini e delle passioni e che possedeva l'arte difficilissima di sapersene destramente giovare ai proprii intendimenti, veniva con una certa frequenza a visitare D. Bosco in Valdocco, e voleva che egli di quando in quando si recasse a pranzo o a colazione nel suo palazzo. Ne era testimonio, Tomatis Carlo. Dimostrava di provare un gran piacere nell'udirle a parlare degli Oratorii festivi, e lo interrogava de' suoi progetti e delle sue speranze nello sviluppo futuro dell'opera sua, mentre assicuravalo che gli avrebbe prestato ogni possibile aiuto. D. Bosco intrattenevalo con quei modi rispettosi che si convengono ad un inferiore, ora franco nelle sue risposte, ora circospetto; ma sempre con quell'amabilità che legava i cuori. Il Conte non cessò di mostrarsi benevolo quando successe al Santarosa nel Ministero del commercio, e quando divenne Presidente del Gabinetto e l'anima del [107] Governo. “Il Conte Camillo, narravaci poi D. Bosco, il quale in Piemonte fu uno dei Capi dirigenti le sétte e che fece un male immenso, mi teneva come uno de' suoi amici. Più volte mi consigliò a far erigere in ente morale l'Opera degli Oratorii. Un giorno, animandomi a seguire il suo avviso, mi prometteva nientemeno che un milione per l'incremento della mia opera. Io non sapendo che cosa pensare di simile offerta e che cosa rispondere all'offerente, mi rimasi silenzioso, sorridendo fra me, ed egli riprese - Dunque che risolve? - Ed io risposi con garbo di essere dolente di non poter accettare così bel dono. - E perchè ? replicò il Conte guardandomi con meraviglia. Perchè rifiutare una somma così cospicua, mentre lei ha bisogno di, tutto e di tutti? - Perchè , Signor Ministro, osservai tranquillo, se io accettassi, domani mi sarebbe tolto, e forse lei stesso mi riprenderebbe quel milione, che oggi mi offre con tanta generosità. - Il Conte, a questo schietto parlare, non si risentì e mutò discorso”. Ma non sembra che D. Bosco leggesse l'avvenire di un uomo che avrebbe promossa la soppressione degli Ordini Religiosi, l'incameramento del patrimonio della Chiesa? Ed eziandio non è ammirabile la sua franchezza nel dire la verità? E in queste offerte di sussidii, più volte ripetute, anche per parte del. Governo, è possibile supporre che Cavour non avesse un fine nascosto? supporre che non avesse un disegno premeditato?

                Ci narrò eziandio lo stesso D. Bosco: “Io non ero troppo facile ad assidermi alla mensa del Conte, non ostante i suoi premurosi inviti; ma siccome talora avevo da trattare con lui di affari importanti, bisognava che mi recassi al suo palazzo o a quello del Ministero. Ma più volte, e già egli era Ministro, mi disse risolutamente di non volermi dare udienza se non nell'ora del pranzo o della colazione, e che [108] avendo io bisogno di qualche favore da lui, mi ricordassi che alla sua mensa vi era sempre un posto per me. - Sono questi i momenti, ei mi faceva osservare, nei quali abbiamo campo di parlar con maggior libertà. Negli ufficii vi è troppa folla, e possiamo appena dirci due parole in fretta, quasi di mala grazia, e poi dividerci subito. - Ed eziandio il Marchese Gustavo suo fratello, aveva stabilito le stesse ore, e non voleva altrimenti, per conversare de' miei negozii. Ed io dovetti acconciarmi a così cortese, ma per me pesante condizione. Tanto più che un giorno, essendomi presentato per motivi urgenti all'ufficio del Conte, questi rifiutò di ricevermi, ed ordinò ad un servo di condurmi in un salotto. Quivi mi invitò ad attenderlo, perchè assolutamente voleva che io pranzassi con lui, promettendo che mi avrebbe ascoltato. Allora mi concedeva quanto io domandava”.

                Noi abbiamo più volte pensato qual cosa d'importanza potè  D. Bosco chiedere al Conte Camillo. Pare che presso di lui abbia patrocinata la causa degli Oblati; è poi certo che per suo mezzo ottenne locali dal Governo per la prima lotteria e condono di tassa postale; d'altro non ci consta. Non sembra che si trattasse di largizioni poichè non ne abbiamo trovato cenno nelle carte di D. Bosco ed egli non ne parlò mai; non di protezione contro qualche sopruso, poichè allora le autorità si dimostravano favorevoli all'Oratorio. Ora, siccome D. Bosco non aggiunse alcuna spiegazione sulle accennate concessioni ci pare di poter arguire esservi state domande e accondiscendenze custodite da un promesso e mantenuto segreto. Tanto più che sappiamo con certezza che gravissimi affari furono da lui ordinati a questo modo con altri personaggi. Quindi noi ci domandiamo: E D. Bosco nulla avrà tentato per alleviare in qualche modo la prigionia del suo Arcivescovo? Egli di quando in quando recavasi a Fenestrelle presso il Curato [109] D. Guigas Giambattista, suo amico, ed ivi predicava. È un fatto, stando alle attestazioni di antichi allievi, che anche nel 1850 vi andò. I nostri appunti, presi sono ormai sette lustri, non hanno data del giorno e del mese. Tuttavia, esaminando dove D. Bosco abbia dimorato in quest'anno, da quali luoghi abbia spedito sue lettere, siamo rimasti persuasi che tale gita potè  aver luogo solamente o negli ultimi giorni di agosto o nei primi di settembre.

                Interrogato molti anni dopo perchè si fosse recato a Fenestrelle in quell'anno, senz'altro rispose: - Desiderava di vedere quelle cime di monte ove accadde la battaglia dell'Assietta, perchè andava ideando di scrivere una storia d'Italia. Fin d'allora ci parve un po' strana questa passeggiata di semplice divertimento, perchè cosa contraria alle abitudini di D. Bosco, specialmente in tempi nei quali era tanto oppresso dalle occupazioni; così pure strana la ragione che adduceva, poichè solo nel 1856 usciva alla luce la Storia d'Italia. Tuttavia allora non abbiamo pensato ad investigare di più, essendo senza sospetti, che ci potesse essere un mistero. Ma ora, riflettendo che dentro a quelle nere mura della fortezza stava rinchiuso il suo Arcivescovo, che egli era in attinenza colla famiglia del comandante del forte, Alfonso de Sonnaz, non potrebbe aver relazione questa sua gita con quelle parole: Allora Cavour mi concedeva quanto io domandava? Non avrà cercato di giungere, fino al carcere del suo Pastore, oppure a voce o per iscritto per mezzo di qualche fidato fargli pervenire qualche desiderata notizia? Potrà essere questa una nostra supposizione, ma è certo però che D, Bosco un giorno ci asseriva: Nessuno saprà mai gran parte delle cose che ho fatte in vita mia!

                Intanto in quei giorni, per ordine di Massimo d'Azeglio, Mons. Fransoni, senza prove di reità, senza processo, era [110] stato spogliato dei beni della sua mensa e condannato al bando dal Regno. Quindi il 28 settembre venne estratto dalla fortezza e attraverso le alpi condotto ai confini. L'illustre campione della Chiesa sceglieva per luogo del suo esiglio la città di Lione, dove le Autorità civili e militari, ecclesiastici e laici andarono a gara per onorarlo. Qui a lui fu presentato il magnifico bastone pastorale, dono dei subalpini. Da Lione egli continuò a governare la sua Archidiocesi, nel miglior modo che poteva, sino alla morte. I nemici di questo grande Arcivescovo, ne inventarono di ogni sorta per denigrarne la fama, e lo additarono financo quale cospiratore contro il Governo del Re; ma inutili sforzi. Il Papa, i Vescovi del Piemonte, della Savoia, della Liguria e di altre parti, i cattolici, direi, di tutto il mondo, ne lodarono la condotta e gli offersero, eziandio con ricchi doni, attestato di alta ammirazione. La veridica storia poi ha già messo in chiara luce tutta la sua innocenza, e mentre avrà sempre una pagina gloriosa alla sua imperitura memoria, non lascerà d'infliggere un marchio d'infamia indelebile a' suoi persecutori.

                Mons. Fransoni anche lontano non lasciò mai di proteggere l'Oratorio e di favorirlo in tutti i modi, e di raccomandare a D. Bosco la necessità di provvedere alla continuazione della sua opera pel caso della sua morte Anche a mezzo del Teol. Borel e del Teol. Roberto Murialdo, andati a Lione, gli fe' ripetere un simile ammonimento. E D. Bosco da parte sua a lui sempre ricorreva per avere consiglio. Anzi il Can. Prof. Anfossi assicura come cosa certa che D. Bosco non molto tempo dopo si recò a visitare in Lione il suo Arcivescovo, dimostrando schiettezza d'animo anche a fronte di coloro che lo avevano esigliato.

                Finiremo con dire che le amichevoli attinenze col Ministro Cavour cessarono nel 1855, quando furono soppresse [111] molte case religiose. Il Conte però non dichiarossi mai ostile a D.Bosco. La Divina Provvidenza quasi scherzando avevagli a tempo messi al fianco due cordiali ammiratori dell’Oratorio ed eccellenti cattolici. Il primo era il già nominato Avv. Giambattista Gal, il quale, caduto Gioberti dal potere, era stato scelto dal Conte Camillo per suo segretario particolare e fino al 1861 potè  conoscere tutte le manovre segrete della politica. Addetto poi agli Affari esteri per ben 10 anni, chiesto il suo riposo al Governo nel 1870, veniva a visitare più volte all’anno il suo amico D. Bosco, ora da Torgnon valle d’Aosta sua patria e ora da S. Remo ove soleva svernare. Il secondo fu il Cav. Cuglia Delitala, che successe al Gal nell’ufficio di segretario particolare e vi rimase fino alla morte di Cavour. Noi conserviamo le affettuose e belle poesie che Delitala presentava a D. Bosco nel giorno del suo onomastico. D. Bosco aveva amici dappertutto.

 

 


CAPO XII. Esercizii spirituali a Giaveno - Lettera di D. Bosco al Teol. Borel - Amorevolezza di D. Bosco per gli esercitandi - Il mercante e le scimmie - Le prediche di D. Bosco - Visita alla Sacra di S. Michele - Il ritorno a Torino - Guarigione di una febbre ostinata - Minacce contro i giovani dell'Oratorio e perdono.

 

                NEL SETTEMBRE D. Bosco condusse molti de' suoi giovani a passare una settimana di sacro ritiro nel piccolo Seminario di Giaveno, allora, per le vacanze, vuoto di allievi. Vi si recarono a piedi i giovani dell'Ospizio e un buon numero dei frequenti ai tre Oratorii, che poterono ottenere il permesso dei parenti o dei padroni. Guidati dall'ottimo Teol. Roberto Murialdo, facevano allegramente il viaggio, cantando lodi a Maria Santissima e canzoni morali imparate nell'Oratorio. Don Bosco partì in vettura, sia per andar a preparare il pranzo in Avigliana, sia per accompagnarne alcuni, che per indisposizione non potevano fare il viaggio a piedi. Giunti ad Avigliana, fecero tappa e con discreto pranzo ristorarono la vita sulla riva del delizioso lago. In quell'occasione ebbero la cara sorte di contrarre intima relazione col pio e caritatevole sacerdote D. Vittorio Alasonatti, il quale nutriva tanta stima per l'Oratorio e grande amore a D. Bosco. [113]

                Per la spesa occorrente, pel vitto e simili, durante gli esercizi, D. Bosco aveva ottenuto dall'Opera di San Paolo un apposito sussidio, che fu una vera provvidenza. I predicatori furono il canonico Arduino, arciprete della Collegiata di Giaveno, uomo rinomatissimo per dottrina e zelo, il Teologo Giorda e D. Bosco; loro aiutante per le confessioni era il Teol. Roberto Murialdo, direttore dell'Oratorio dell'Angelo Custode. Affinchè il pio esercizio tornasse utile ad un maggior numero di anime, combinò che vi prendessero parte eziandio i giovani del paese; e il bene ottenutone fu grande per tutti.

                D. Rua Michele, dopo tanti anni, narra ancora vivamente commosso la cura paterna che D. Bosco prendevasi di lui e di tutti gli altri, sopportando le fanciullesche vivacità di molti e ottenendo amorevolmente silenzio ed attenzione nei tempi designati.

                Di questi esercizi così scriveva D. Bosco al Teol. Borel:

 

                               Car.mo Sig. Teologo,

 

                Spero far cosa grata a V. S. Car.ma il partecipare che i nostri esercizii sono ottimamente incominciati. Il numero inter totum ascende a cento trenta; a tavola siamo solo centocinque, gli altri intervengono di fuori per le sacre funzioni. I predicatori sono il Sig. Prevosto per la meditazione, il Teol. Giorda Juniore per l'istruzione; ambedue appagano compiutamente la mia aspettazione e quella dei figli.

                Dalle quattro alle cinque è ricreazione, e oggi uscendo di cappella neppur uno volle approfittarne e tutti volevano andare alla camera di riflessione.

                A questi giovani vorrei dare una memoria, e per questo lascio a Lei a provvedermi quello che stima, medaglie, croci, ecc. Mi dimenticavo di dirle che nella mia camera [114] all'Oratorio sotto al Burò (Barracon) ci sono corone comperate tempo fa; chi sa che non vada bene il darne una ciascuno? Faccia dunque così: vada a casa mia, prenda le corone in numero di centotrenta; vicino a queste ci sono dei Giovane Provveduto legati in oro, me ne mandi una dozzina; di tutto facendo un pacco solo, lo consegni alla vettura di Giaveno, che parte ogni giorno alle quattro da Torino dall'Albergo della Fucina, e partecipi anche a mia madre che io sto notevolmente meglio; il Teol. Murialdo è un po' rauco, Savio ha le febbri, il portinaio di Vanchiglia anche; gli altri stanno tutti bene. Preghi affinchè tutto vada bene. Saluti D. Pacchiotti, D. Bosio e gli altri nostri preti dell'Oratorio.

                Non ho più tempo a scrivere: partecipi il contenuto di questo foglio al Sig. D. Cafasso. Il Signore l'accompagni: Dominus det.

                Giaveno, 12 Settembre 1850.

Aff.mo amico

D. Bosco G.

 

                P. S. Fu dimenticato un piccolo fagotto in cucina, unito ad un involto di carta, che prego di unire a quanto sopra.

 

                In questa lettera si ricorda la ricreazione. D. Bosco s'intratteneva sovente coi suoi esercitandi, i quali dopo pranzo e dopo cena andavano tutti intorno a lui. Scrisse Brosio Giuseppe: “Egli aveva sempre qualche fatterello ameno da raccontare, qualche nuovo scherzo per rallegrarli. Ei non prendeva tabacco, e impediva che i suoi alunni ne prendessero; ma uno dei primi giorni trasse fuori dalla saccoccia una grossa scatola ricolma di questo. Tutti i giovani gli furono ai panni domandandone [115] un pizzico, e D. Bosco rispose: - Sì, volentieri quando vi fosse necessità: quindi ne darò a tutti quelli che hanno la tabacchiera. - Tosto alcuni già anziani, fra i quali Gillardi Giovanni e Randù Giuseppe, presentarono la loro scatola poichè fiutavano tabacco o pel consiglio del medico avendo male agli occhi o al capo, oppure per antica abitudine. A costoro D. Bosco riempì le tabacchiere e loro provvide il tabacco per tutto il tempo che durarono gli esercizi. Attenzioni di simil fatta gli guadagnavano mirabilmente i cuori”.

                Ma sovratutto in queste ricreazioni D. Bosco andava interrogando or l'uno or l'altro sopra il soggetto della predica e sui fatti più importanti. Una mattina egli aveva fatto l'istruzione intorno allo scandalo; perciò nella ricreazione del pomeriggio, trovandosi attorniato da molti giovanetti, tra cui varii della parrocchia, prese a domandare che cosa avesse detto. Interroga uno, e non gli risponde; chiede ad un altro, e si trova nell'impaccio; passa ad un terzo, ad un quarto, ad un quinto, e tutti si grattano la fronte senza dare una soddisfacente risposta. Oh! povero me, esclamò allora Don Bosco! O io ho parlato in tedesco, o voi avete dormito. Finalmente salta fuori un ragazzetto: - Io, io, gridò, mi ricordo. - Di che ti ricordi? - Mi ricordo dell'esempio delle scimmie.

                Il racconto di D. Bosco, a mo' di similitudine, era stato questo.

                Un mercante, portando sulle spalle, dentro un botteghino (in piemontese bóita), varie sue merci, viaggiava dall'uno all'altro paese per ispacciarle. Una volta tra le altre egli fu sorpreso dalla notte prima che arrivasse ad una certa città. Era d'estate; in cielo risplendeva la pallida luna, e il mercante, stanco del lungo cammino, risolse di prendere [116] riposo per terra presso ad un albero gigantesco. A ripararsi poi il capo dalla umidità della notte, egli, aperta la sua cassetta, ne cava una delle berrette bianche, di cui era fornito a dovizia, se la mette in testa e così si addormenta. Il paese era la patria delle scimmie, ed i rami di quella pianta n'erano coperti. Le bertuccie veduto quell'uomo colla berretta in capo, tratte dal loro istinto, lo vogliono imitare. Che fanno? Comincia una a scendere pian pianino a basso, rovista colle zampe nel botteghino aperto, ne trae una berretta, se l'acconcia in testa e risale sull'albero. Allora tutte, l'una dietro l'altra, fanno altrettanto, e non cessa il giuoco finchè rimane una berretta. Il mercante dormiva saporitamente, e le scimmie per la prima volta dormirono anch'esse col berrettino in capo, siccome delicate signorine. Intanto la notte era trascorsa. Dall'oriente già sorgeva bella e rosseggiante la mattutina aurora, annunziatrice dell'astro del giorno, e il nostro mercante svegliatosi si alza per riprendere il suo cammino. Ma quale non fu la sua sorpresa ed il suo dolore, quando si accorse che gli erano state involate tutte le berrette! Povero me, gridò, vi furono i ladri; io sono rovinato. Ma osservando meglio e riflettendo più attentamente, eppure sembra di no, soggiunse; se fossero stati i ladri mi avrebbero rubato tutto e non solo le berrette; io non ne capisco nulla. In quell'istante egli solleva per caso gli occhi, e vede tutte le scimmie imberrettate. Ah! grida tosto, ecco le furfanti; e subito si mette ad impaurirle, lanciando sassi per costringerle a rilasciargli la sua merce; ma le scimmie saltando da un ramo all'altro non si davano per intese. Dopo parecchie ore d'inutili sforzi, il povero mercante, non sapendo ormai più quel che si facesse, si mette le mani nei capelli quasi per disperazione, e getta rabbiosamente a terra la berretta, che ancor teneva in capo. Visto quell'atto, le scimmie fanno egualmente, [117] e in un batter d'occhio una pioggia di berrette cade dall'albero a consolare l'addolorato mercante.

                I giovanetti, aveva conchiuso D. Bosco, fanno presso a poco come le scimmie. Se vedono altri a fare il bene, il fanno pur essi; se il male, lo imitano ancor più presto. Di qui la grande necessità di mettere sotto ai loro occhi degli esempi edificanti, e allontanarli le mille miglia dagli scandali.

                Dal vedere poi che tra tante cose, che dette aveva nella sua predica, i giovani a mala pena ricordavano certi fatti, D. Bosco si fece un grande impegno di tessere le sue istruzioni di frequenti esempi e similitudini, che meglio colpissero la loro immaginazione, e per questo mezzo farsi strada ad illuminare la mente e muovere il cuore; e la cosa riuscì con felicissimo esito.

                Egli infatti predicava e infiammava le sue narrazioni con tanto affetto per la salute delle anime, che un giorno si commosse al punto da scoppiare in forti singhiozzi, e disceso dal pulpito disse al chierico Savio Ascanio in modo umile e quasi mortificato: Non ho potuto contenermi. - Ma negli ascoltatori commossi produsse un effetto indicibile.

                Toccò a lui far la chiusa di questo ritiro spirituale e diede il seguente ricordo: - Fate ogni mese l'esercizio di buona morte. Fate bene ogni mese l'esercizio di buona morte. Fate infallantemente e bene ogni mese l'esercizio di buona morte. - D. Rua che ne tenne memoria.

                In premio della loro docilità, ed a sollievo dell'animo, l'indomani della chiusa dei santi esercizi D. Bosco condusse i suoi allievi a fare una passeggiata sino alla Sacra di San Michele. La banda musicale di Giaveno li volle accompagnare per rallegrarli colle dolci sue armonie. Il tragitto per l'erta salita fu un divertimento dei più deliziosi.

                Il loro capitano cavalcava un piccolo giumento, e i [118] giovani gli facevano corona, ora scherzando col somarello, ora ripetendo la canzone, allora famigliarissima, che incomincia:

 

                Viva D. Bosco,

                Che ci conduce

                Sempre alla luce

                Della virtù,

                Che in lui men lucida

                Giammai non fu.

 

                D. Bosco invece, facendo una variante al primo verso, cantava: Viva Roberto, rivolgendo il resto della lode al Teol. Murialdo, compagno di viaggio. Di tratto in tratto poi si faceva una breve fermata; i musici davano fiato alle trombe, e le armoniose note, battendo dall'una all'altra cima, echeggiavano maestosamente nelle sottostanti vallate. A quell'insolito rumore gli uccelli atterriti svolazzavano da un albero all'altro; i contadini uscivano dai loro abituri per ascoltare; e l'asinello rizzava le orecchie, e col suo scomposto raglio si provava d'accordarsi colla banda; erano scene di un piacere indicibile. Giunti alla sospirata meta, vi furono accolti con amorevole trasporto dai cortesi Padri Rosminiani, che amministravano religiosamente quel celebre santuario. A questi era stretto D. Bosco con grande amicizia, e quando erano in viaggio, non avendo essi casa in Torino, venivano ospitati in Valdocco. I giovani visitarono poscia la chiesa, lo stabilimento e le sue vetuste memorie; ne udirono da D. Bosco la storia, riportandone cognizioni utilissime.

                D. Bosco in qualsivoglia paese andasse co' suoi giovani, soleva raccontare l'istoria dei luogo e di qualche fatto memorabile ivi accaduto. Perciò disse loro: “Questo santuario di S. Michele della Chiusa detto comunemente La Sacra di S. Michele, perchè consacrato ad onore di quest'Arcangelo, è una delle più celebri Abbazie dei Benedettini in Piemonte. [119]

                Da semplice romitaggio che era verso l'anno 990, fabbricato ad ispirazione di S. Michele da un certo Giovanni da Ravenna, uomo di santa vita, che s'era colà ritirato, fu mutato pochi anni dopo da Ugone di Montboisier detto lo Scucito, gentiluomo dell'Alvernia, in maestosa chiesa di stile gotico, con un grande Convento annesso per l'abitazione dei monaci. Ugone, che faceva costrurre a sue spese questo monastero, in penitenza dei suoi peccati, pel cui perdono aveva fatto il pellegrinaggio di Roma, lasciò l'incarico dei lavori ad Atverto o Avverto, Abbate di Lusathe in Francia; il quale, terminata la costruzione dell'edificio, chiamò ad abitarlo i monaci Benedettini, che elessero Atverto stesso per loro primo Abbate. Sparsasi in breve la fama di lor santità, venne il monastero ad annoverare fino a 300 monaci; e Papi e Vescovi, Re e Duchi si diedero a gara nel largheggiare in privilegi e donativi al medesimo. - Perdutasi però la primitiva regolar disciplina, fu nel 1383 eretto in Abbazia commendatizia sotto il protettorato dei Conti di Savoia, e durò tale sino all'invasione francese, sul principio di questo secolo, quando col resto fu anche soppressa la celebre Abbazia. Ristorato però ed abbellito dai danni del tempo per magnificenza dei nostri buoni sovrani Carlo Felice e Carlo Alberto, venne ceduto ai Padri Rosminiani, che oggi vi accolsero con tanta affezione e generosità. Fra questo monte sul quale ora siamo, detto Pircheriano, e l'altro monte detto Caprasio che vi sta di fronte, voi vedete là in fondo una valle larga poco più di mille passi. Quella forma la chiusa o gola di Susa, così detta perchè quasi chiude il passo agli eserciti, che per colà scendessero dalla Francia. È celebre nella storia questo passo per lo stratagemma di Carlo Magno, che per soccorrere il Pontefice di Roma, superata la Chiusa, prese alle spalle Desiderio re dei Longobardi, e sconfittolo, pose fine al loro regno in Italia”. [120]

                Quantunque ai giovani non facesse dispiacere l'imparare cose fino allora ignorate, tuttavia verso il mezzogiorno un'altra curiosità ne preoccupava la mente. La passeggiata del mattino e l'aria finissima che spirava su quelle giogaie alpine, avevano suscitato dentro di loro un bisogno, a cui si dà il nome di appetito; anzi più che appetito, il loro si poteva dire vera fame. Laonde nella visita, passando da un luogo all'altro, non potevano trattenersi di volgere di quando in quando un'occhiata furtiva al refettorio, e tardava mille anni che venisse l'ora del pranzo. Questa giunse alla perfine, e quantunque non fossero tutti musici, mangiarono nondimeno tutti con appetito musicale.

                Non avendo poi di che soddisfare i caritatevoli ospiti, li retribuirono cantando e sonando. Quindi, se i figli di D. Bosco goderono in quel giorno, assai più si mostrarono lieti i buoni Padri, che fattisi in mezzo a loro li menavano qua e colà a visitare i contorni, ed altre rarità pur degne di particolar attenzione. Passate alcune ore di nuovi divertimenti, si raccolsero tutti appiè dell'altare, e cantate le litanie, s'impartì la benedizione col. SS. Sacramento.

                Invocata così la protezione del Cielo, si fece ancora una sonata, si diede un cordiale saluto ai vigili custodi del rinomato Santuario, e verso le cinque pomeridiane, fattasi da quei buoni Padri una distribuzione di pagnotte coll'accompagnamento di eccellente frutta, pieni di riconoscenza, presero da loro commiato e cominciarono a discendere. Arrivati a S. Ambrogio, sito dove la via si divide in due, si fece una breve sosta. I musici sonarono un'allegra sinfonia, alla fine della quale quei di Torino gridarono Evviva ai Giavenesi, e questi ripeterono Evviva ai Torinesi, e coi segni della più affettuosa amicizia si separarono, quelli per ritornare a Giaveno, e questi a Torino per la via di Rivoli. Camminarono [121] tra lieti cantici, la recita di preghiere divote e il racconto di graziosi fatterelli, ora di D. Bosco, ora del Teol. Murialdo; il quale rifacendosi sui santi Esercizi lasciò loro per ricordo, che ogni giorno di loro vita recitassero un'Ave Maria, per ottenere la grazia che niuno di quelli che li avevano fatti, avesse da perdersi nell'inferno. - Che dolce piacere non sarà mai, loro diceva quel buon religioso, che gioia non sarà mai quando potremo fare tutti insieme le nostre belle passeggiate sugli eterni ed amenissimi colli del Paradiso!

                Giunsero alla città di Rivoli a notte alquanto avanzata, la maggior parte stanchi da non poterne più. Rimanevano ancora a farsi 12 chilometri. A D. Bosco non resse il cuore di far proseguire la via sino a Torino in quello stato, e condottili ad un albergo cercò di quante vetture ed omnibus si poterono rinvenire, per farveli trasportare. Ma non si trovarono veicoli quanti bastassero, e quindi una ventina di giovani dovettero rassegnarsi e continuare il viaggio a piedi. Ma a questi D. Bosco pensò in altro modo, e dopo averli rallegrati con buone parole, chiamato a sè  Brosio, il cosi detto Bersagliere, gli consegnò una somma di danaro, affinchè li facesse tutti ristorare con una buona cena; e così fu fatto. Tornò allora in mente il buon Gesù, che, vedute le turbe indebolite per averlo seguito sino nel deserto, esclamò da Padre amoroso: Ho compassione di questa gente: Misereor super turbas; e loro provvide, perchè non venissero meno per istrada.

                Riposata alquanto e rifocillata, la retroguardia si rimise in via per alla volta di Torino. La notte era già molto inoltrata, e per bandire la paura dall'animo dei più timidi e per far parere meno lungo il loro tragitto, il Bersagliere usò uno stratagemma: diè  di piglio a due pietre, invitò gli altri a far altrettanto, e tutti ad un tempo incominciarono a batterle insieme. In tal modo fu improvvisata una musica ed una luminaria [122] di nuovo conio, e tra quel martellare e scintillare di sassi giunsero all'Oratorio verso le undici di sera.

                Il 21 settembre 1850 D. Bosco firmava e presentava in carta da bollo la nota dei nomi dì ben cento di questi esercitandi, alla direzione dell'Opera pia di S. Paolo, la quale pagò la spesa intiera dei loro esercizi. Una lista di altri nove nomi completava la precedente, cosicchè dai nostri archivii si può conoscere la maggior parte di quelli che andarono a Giaveno e la loro età[7]. [123]

                Abbiamo voluto narrare distesamente la storia di questi Esercizi e di questa passeggiata, perchè nei giovani rimase impressa come una delle più grate rimembranze, e perchè meglio si conosca lo studio di D. Bosco nel far servire Iddio in una santa allegrezza.

                Ad alcuni questa passeggiata diede eziandio argomento, delle singolari virtù di D. Bosco. Egli, per ottenere da Dio guarigioni ed altre grazie era solito a suggerire a coloro che a lui ricorrevano preghiere speciali e qualche volta anche voti. Il giovane Reviglio Felice aveva sopportate per più mesi febbri terzane, le quali lo avevano ridotto al punto che i medici lo dichiararono etico. D. Bosco lo aveva condotto a Giaveno, e nella confessione, come Reviglio stesso ci raccontò, gli suggerì di fare il voto di frequentare il Sacramento di penitenza ogni otto giorni per lo spazio di sei mesi. Nello stesso tempo consigliavagli alcune pie pratiche. Questo mezza fu più efficace di tutte le medicine che fino ad allora non avevano giovato, e in breve tempo il giovanetto fu rimesso in perfetta salute.

                Un altro giovane sui ventisette anni, uno fra i più vecchi che frequentavano allora l'Oratorio, che faceva gli esercizi, del quale è meglio tacere il nome, entra in sagrestia mentre [124] D. Bosco era pronto per andare a celebrare la S. Messa. Brosio Giuseppe teneva già il messale per servirla e quel giovane villanamente glielo strappa di mano e difilato si avvia. D. Bosco, che fu sempre l'uomo del perdono, vedendo Brosio così ingiuriato, gli fece subito cenno coll'occhio di cedere e tranquillarsi. Ma dopo la messa, presolo a parte gli disse: - Brosio, hai fatto una bella azione a cedere. Vedrai a suo tempo chi è questo giovane! - E purtroppo D. Bosco indovinava.

                Infatti dopo qualche tempo questi vendevasi ai protestanti, disertava dall'Oratorio e primeggiava fra gli schiamazzatori e bestemmiatori della Giardiniera. Più volte compariva minaccioso nei pressi dell'Oratorio per spaventare i giovani e così indurli a star lontani da D. Bosco; ma questi aveva già detto qualche cosa a Brosio riguardo alla condotta di quel miserabile, e perciò il Bersagliere lo sorvegliava. Un giorno si presentò al cancello di entrata del cortile, armato di un lungo stiletto, pronto ad adoperarlo se qualcuno avesse tentato di respingerlo. Un fanciullo corse subito ad avvertire il Bersagliere, mentre gli altri compagni pieni di spavento erano fuggiti all'estremità opposta. Brosio si avvicinò a lui, pregandolo a ritirarsi, prima amorevolmente e poi con alquanta risolutezza; ma vedendo che nulla poteva guadagnare, perchè quell'accattabrighe ubbriaco cercava pretesti per venire a colluttazione, si ritirò, osservandolo a rispettosa distanza. Ma quel furioso non tardò a cadere nelle mani della giustizia, e D. Bosco chiamato a deporre contro di lui, gli ottenne il perdono e il condono della pena, e solo si raccomandò al tribunale che volesse tutelare la sua persona, e l'Oratorio: il che venne eseguito coll'allontanamento di quel soggetto, riconosciuto pericoloso, dalla città di Torino. Ciò seppe D. Rua da chi aveva accompagnato D. Bosco al tribunale.

 

 


CAPO XIII. Compra del campo dei sogni - Trattative con Rosmini per un imprestito e disegno di una fabbrica in Valdocco - Don Bosco per la seconda volta a Stresa - A Castelnuovo - Indulgenze per la Cappella dei Becchi - Lettera di D. Bosco al Teol. Borel - Cagliero Giovanni incontra D. Bosco.

 

                NEI MESI precedenti D. Bosco non aveva perduto di mira le proposte fatte all'Abate Rosmini. Perciò il 20 giugno, con atto rogato Turvano, faceva acquisto dal Seminario di Torino di una giornata di terreno (38 are), coltivato a orto e di forma triangolare, per il prezzo, di lire 7.500. È quel sito medesimo, dove dopo altre rivendite e compere, sorgono oggidì la Chiesa di Maria Ausiliatrice e i laboratorii della tipografia coll'annesso cortile.

                Il Padre Gilardi Carlo aveva intanto scritto da Stresa a D. Bosco, accondiscendere volentieri l'Abate Rosmini alla sua domanda di dargli una somma ad imprestito. D. Bosco così rispondevagli:

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Con grande soddisfazione ho ricevuto la compitissima lettera di V. S. Ill.ma esprimente i sentimenti del Rev.mo Sig. Abate Rosmini, e mi tornò tanto più di gradimento, perchè l'offerta superò l'aspettazione mia. [126] Accetto pertanto l'imprestito di ventimila franchi da impiegarsi nell'edifizio già da noi nominato, dandone assicurazione ipotecaria e riserbandoci a tempi migliori il venire a determinazioni analoghe ai tempi, ai luoghi ed alle persone. Siccome però presentemente sono assai aggravato dai fitti, così chiederei solo mi venisse condonato l'interesse per tre anni, finchè andando al possesso del nuovo Oratorio resti scaricato in parte del fitto presente. Questo dico soltanto per convenienza, non come condizione di contratto, giacchè io gradisco la proposta anche senza ulteriori vantaggi.

                Per intenderci adeguatamente, scorgendo necessaria la presenza di ambe le parti, aspetterò solamente che sia terminato il disegno già incominciato della nuova fabbrica per portarlo personalmente costà ed avere cosi i savi pareri del Chiar.mo Sig. Abate Rosmini.

                Faccia gradire i sentimenti della più viva gratitudine al veneratissimo suo Superiore e nella speranza che quel Signore il quale dispose venissero cominciate le nostre trattative, le voglia compiere a sua maggior gloria e a vantaggio spirituale delle anime nostre e altrui, mi reputo ad onore il potermi dichiarare

                Di V. S. Ill.ma

                Torino, 13 luglio 1850.

Um.mo Servitore amico

D. BOSCO GIO.

Capo dei Biricchini.

 

                Il Padre Gilardi, come procuratore de' Rosminiani, così rispondeva al Direttore del pio Ricovero in Valdocco: [127] Stresa, 26 luglio 1850.

 

                Premesse le debite scuse per avere sin qui tardato a rispondere alla gentilissima sua del 13 corrente, il mio Rev.mo P. D. Antonio Rosmini non potrebbe nè  meno nei primi tre anni privarsi del frutto del capitale inteso; potrebbe però accordarle di dilazionarne oltre ai tre anni il reale versamento dietro dei vaglia, o pagherò, come li chiama, ch'Ella gli farebbe intanto.

                Il Rev.mo Sud. con molto piacere ha inteso la sua determinazione di venir presto a vederci e desidera che troppo non indugi, anche per questo che la pecunia sarebbe quasi tutta pronta da mettersi quandochessia a di Lei disposizione ecc. ecc.

C. GILARDI P.

 

                D. Bosco gli riscriveva:

 

                               Car.mo Sig. D. Carlo,

 

                Temo che il mio ritardo a recarmi a Stresa cagioni qualche incertezza riguardo alla nostra intelligenza; perciò reputo bene lo scrivere a V. S. Car.ma e significarle che l'unico motivo di questo mio ritardo si è l'aspettazione del piano e del disegno della casa da fabbricarsi. Il Sig. Bocca mi ha assicurato che nella corrente settimana finisce il desiderato lavoro, sicchè nella ventura prossima spero di potermi recare a Stresa. Però, dovendo il 9 settembre essere impegnato per una muta di Spirituali Esercizii, ne avverrà che se non vado nella prossima settimana, non ci potrò fino al 16 del venturo settembre. [128] Egli è questo il motivo per cui non ho potuto effettuare la mia gita a Stresa, come desiderava. Onde La prego a farmi scusato presso il Rev.mo Sig. Abate Rosmini e di accertarlo che sono tuttora nella medesima determinazione.

                Mentre, coi sentimenti della massima venerazione, mi reputo a grande onore il potermi dire di tutto cuore in Domino

                Di V. S. Ill.ma e Car.ma

                Torino, 27 agosto 1850.

Obbl.mo Servitore

D. BOSCO GIO.

 

                Il 16 settembre adunque del 1850 D. Bosco partiva da Torino per Stresa. Andava per intendersi intorno ad affari ed a costruzioni; ma nello stesso tempo voleva osservare meglio il regolamento e il metodo disciplinare di quella casa, che era la principale della Congregazione dei preti della carità, ed il noviziato.

                Giunto a Santhià verso mezzanotte confessava il conducente della diligenza; quindi, toccata Vercelli e Novara, scendeva ad Arona. Aveva fatto disegno di recarsi a Stresa sul battello. All'ufficio della diligenza però trovava il Marchese Arconati, suo amico e benefattore dell'Oratorio, il quale gli propose di lasciare la via per acqua e di salire sulla propria carrozza, poichè egli lo avrebbe accompagnato. Con ciò sperava che il viaggio riuscirebbe meno penoso per D. Bosco. In questa stessa occasione il Marchese proponeva una visita ad Alessandro Manzoni. D. Bosco accettò il cordiale invito. Attaccati i cavalli in breve tempo giunsero a Lesa, ove in quella stagione dimorava Manzoni in villeggiatura. Furono accolti con ogni cortesia, ed ivi D. Bosco fece il dejuné col grande scrittore, che aveva seco alcuni parenti, e che gli [129] fece vedere i suoi manoscritti tutti scarabocchiati per le tante correzioni. D. Bosco col Manzoni non ebbe altro contatto in sua vita che la fermata di quelle poche ore; ma tanto gli bastava perchè sempre più si persuadesse la semplicità nello scrivere essere frutto di lunghi studii.

                Ripartito col Marchese, fu condotto a Stresa, ove venne accolto con mille feste dall'Abate Rosmini e da' suoi religiosi, che si compromettevano di averlo poi sempre per confratello. Quivi dimorò soli cinque o sei giorni ed ebbe lunghi trattenimenti coll'Abate. Si parlò eziandio dei beni Ecclesiastici, avidamente insidiati. Vedevasi chiaramente che le antiche forme degli Ordini religiosi non potevano più sussistere di fronte alle usurpazioni che i Governi minacciavano alle loro proprietà collettive. Bisognava adunque trovar modo di assicurare l'esistenza di una società in maniera che un Governo si trovasse di fronte al diritto comune dei singoli cittadini e nel tempo stesso che durasse il sacro legame dei voti. Don Bosco aveva sciolto il problema nella sua mente, ma l'Abate Rosmini era stato fra i primi a conciliare nelle regole della sua Istituzione il voto di povertà col possesso personale. Esso presentò adunque a D. Bosco le Costituzioni dei Preti della Carità, narrandone la storia, le ragioni, e l'approvazione ottenuta da Roma. Egli aveva stabilito che ogni membro mantenesse il dominio de' suoi beni al cospetto della autorità civile, ma non potesse alienarli, o disporne in altro modo senza il consenso del superiore; e così mentre il voto di povertà rimaneva essenzialmente salvo, si evitavano i pericoli della proprietà collettiva. La cosa pareva in sul principio così nuova, che la Congregazione romana, a cui era raccomandato l'esame delle costituzioni, aveva mosse gravi difficoltà. Ma avendo egli fatto osservare, l'essenza della virtù stare nell'anima e non nelle cose di fuori, e la povertà religiosa [130] consistere nel distacco da ogni affetto alle ricchezze e nella pronta disposizione di privarsene, e professare la povertà effettiva, quelle ottennero approvazione. - E concludeva: - La nostra Congregazione non sarà mai soppressa, perchè non vi è nulla da guadagnare!

                A Stresa accadde un fatto degno di essere ricordato. Una ricca e colta signora, Anna Maria Bolongaro, aveva donato all'Abate Rosmini una villa delle meglio situate sulle sponde del Lago Maggiore, con annesso giardino e piccolo bosco. Siccome molti dotti venivano a visitarlo per conoscerlo di persona, per conferire con lui, per udire i suoi ammaestramenti, egli, per non cagionar disturbi nella casa di noviziato, aveva trasferito in quest'anno la sua dimora in quel palazzo. Quivi i suoi ospiti si raccoglievano a scientifiche disputazioni, e con agio maggiore vi erano albergati. Abitando D. Bosco nel Convento, Rosmini un giorno lo invitò a pranzo a casa di Donna Bolongaro, ed egli accondiscendendo si trovò in un convegno di scienziati e di filosofi di quel tempo, parte dei dintorni, parte venuti da lontano. I commensali erano circa trenta e fra questi Nicolò Tommaseo, il poeta e romanziere Grossi, il napoletano Roggero Bonghi, e il medico Carlo Luigi Farini di Russi; e altri che poi figurarono nelle rivoluzioni italiane. Farini aveva pubblicato la Storia dello Stato Romano, e parve moderato nei giudizii. D. Bosco aveva letto questo volume, ma non ne conosceva l'autore e molto meno sospettava che si trovasse presente al convegno.

                A mensa ragionossi di argomenti politici e religiosi; ma i giudizii emessi dai commensali non erano molto retti. Da tutti si zoppicava verso il liberalismo nel vero senso odierno della parola; si criticavano le disposizioni della Corte romana, e si lodavano quei Governi d'Italia, che con atti illegittimi avevano posto ostacolo ai diritti della S. Sede. [131]

                L'Abate Rosmini non mostrossi contrario a qualcuna di quelle osservazioni che riguardavano la politica, e D. Bosco avendo tutto il suo cuore attaccato alla S. Sede, ed al Papa in modo speciale, ne era grandemente disgustato; trovandosi però in casa altrui fra uomini in fama d'essere consumati negli studii, ascoltava senza proferir parola. Ad un certo punto si venne a parlare delle nuove relazioni della Chiesa collo Stato in Piemonte; si prendevano le difese dell'Opuscolo di Rosmini La Costituzione secondo la giustizia sociale, stampato nel 1848 e proibito dalla Sacra Congregazione dell'Indice; si parlava anche delle elezioni dei Vescovi da rimettersi ai comizii del clero e del popolo. Quelle discussioni si erano accese in modo che uscivano dai limiti del discorso tra vicino e vicino. D. Bosco stava come persona che non s'interessa di ragionamenti altrui. Rosmini a un tratto fa cenno ai convitati di parlare più sommessamente e poi di smettere, e sottovoce disse a Bonghi: - C'è Don Bosco! - Ma Bonghi con giovanile insolenza rispose a Rosmini, credendo che D. Bosco non l'udisse: - Non capisce nulla quell'imbecille! - D. Bosco simulò di non avere inteso quell'insulto; ma Rosmini, cui tali discorsi non garbavano, e che sapeva quanto valesse D. Bosco, era soprappensiero. Ed ecco in sul levar delle mense aggirarsi i discorsi sulla storia dello Stato Romano del Farini, che allora allora era stata data alla stampa. Rosmini avendo osservato come D. Bosco fosse rimasto taciturno in tutto il tempo del pranzo, lo invitò ad esporre anch'egli qualche sua idea. Don Bosco annuì volentieri, perchè la palla gli veniva al balzo. Senza acrimonia, ma con franchezza, in mezzo alla curiosità universale, osservò che la storia di Farini non era degna di gran lode e per certe inesattezze storiche e per il disonore che talora versava sopra il dominio temporale dei Papi; dimostrando [132] di conoscere a fondo gli scritti di Farini. Tutti i convitati si misero a ridere per quella critica inaspettata, approvando con arte quanto diceva, ed incitandolo a continuare le sue osservazioni. D. Bosco non sospettando di nulla, proseguiva. Quando si trattava dell'onore della Chiesa e del Papa non transigeva. Farini impassibile in volto, taceva; gli altri si prendevano un matto divertimento di quell'incidente. Finalmente pensate qual fu la sorpresa di D. Bosco allorchè gli fu detto: - Conosce lei il dottor Farini?

                - Non lo conosco!

                - Eccolo! ho l'onore di presentarglielo. - D. Bosco non si turbò; salutò cortesemente Farini, gli domandò scusa, dichiarando che non aveva intenzione di offendere alcuno; e mantenne il suo detto, continuando a fargli notare con bel garbo come fosse caduto in parecchi grossi errori nel capitolo dei Casi di Romagna. Tutti credevano che Farini se ne adontasse, andasse in collera e si difendesse; ma egli mostrò invece di gradire molto quella critica assennata, e ringraziò Don Bosco, dicendogli: - Si vede che lei è pratico e conosce bene la storia; mi piace la sua schiettezza: nessuno finora mi fece mai queste osservazioni.

                Lo stesso Rosmini rimase stupito del coraggio di D. Bosco e quando fu solo con lui esclamò: - Io non mi sarei azzardato di dire a Farini tali cose. - Un altro aveva ammirato D. Bosco; Nicolò Tommaseo.

                Sul finir di quella settimana D. Bosco ritornò a Torino sulla diligenza, poichè alla domenica voleva trovarsi in mezzo a' suoi giovani dell'Oratorio festivo.

                Di qui sul finir di settembre prendeva le mosse per Castelnuovo. Non dimentichiamo le fatiche da lui sopportate in quest'anno, facendo scuola continuata di lingua latina ai quattro giovani Buzzetti, Gastini, Bellia, Reviglio. Ed ora li [133] conduceva con sè  ai Becchi per la festa del S. Rosario, che doveva celebrarsi con speciale solennità per i favori spirituali chiesti e concessi dal Papa[8]; ed eziandio perchè avessero un po' di sollievo, veramente meritato con l'intensa applicazione allo studio, di cui abbiamo detto nel volume precedente. Con questi conduceva con sè  varii altri suoi alunni.

                Nei paesi pei quali transitava andando o ritornando dalla casa paterna, s'intratteneva colle persone che incontrava, e dopo aver con affabile interesse chieste notizie delle campagne [134] non ommetteva di insinuare nel discorso qualche richiamo spirituale: -Che bella cosa è il paradiso; ma non è fatto per i minchioni... e coraggio. - Altre volte diceva: - Che bella cosa quando vedremo Dio faccia a faccia. - Sovente si udiva ripetere: - Mandate i vostri figliuoli al catechismo ed ai Sacramenti? - Abbiate piena fiducia nella nostra buona madre Maria SS. - Fuggite il peccato se volete che Dio benedica i vostri campi e i vostri vigneti. - Il suo parlare era una predica continua, qualunque fosse l'affare che aveva tra le mani. A Buttigliera tutti ricordano ancora le parole dette da D. Bosco or all'uno ora all'altro in questa occasione.

                Giunto ai Becchi non tardava a scrivere una lettera al Teol. Borel, sempre pronto a vegliare sull'Oratorio quando l'amico se ne allontanava.

 

                               Car.mo Sig. Teologo,

 

                All'occasione che Comba si porta a Torino per alcune commissioni, non stimo far cosa discara il darle alcune delle nostre nuove.

                Da cinque giorni che son qui parmi aver molto acquistato in salute, però non con quella solita abbondanza degli [135] altri anni. Senescimus annis. Savio ha assolutamente congedato le febbri, Reviglio pare che vada pure migliorando, gli altri stanno bene, eccetto l'inquietudine di un continuo famelico appetito; ma c'è buona polenta.

                Io mi occupo a correggere un compendio di Storia della Real Casa di Savoia che il Sig. Marietti vuole ristampare. Prima di partire abbiamo avuto poco tempo a parlarci, ma faccia da buon padre di famiglia per la sua e per la mia casa: se ha bisogno di danaro, vada da D. Cafasso e Le rimetterà quanto occorre.

                Io scorgerei necessaria una passeggiata a Castelnuovo che farebbe bene a me ed a Lei; e se lo stima, fare una partita col Sig. T. Vola, Carpano, Murialdo (che mi esternò di venire molto volentieri da Moncalieri) ed anche D. Ponte. Stabilito il giorno per la partenza a buon'ora pel vapore, io spero di essere in grado di spedire una guida itineraria, che forse non lascerà loro toccare terreno di strada. O quam bonum et jucundum habitare fratres in unum!

                Mi scriva molte cose di Lei, dell'Oratorio e del Refugio, e mentre prego il Signore che l'accompagni, La prego di salutare i soliti nostri amici dell'Oratorio e di credermi sempre

                Di V. S. Car.ma

Aff.mo amico

D. BOSCO GIOVANNI.

 

                Castelnuovo d'Asti, 30 Settembre 1850.

 

                P. S. - Ho ricevuto in buon tempo la facoltà per dare la benedizione coi Venerabile; di che, grazie.

                Mentre scrivo ricevo la sua lettera, che mi dice più cose che desiderava di sapere. Le raccomando un nostro ricoverato, Rossi Giuseppe calzolaio, con Costantino, che da alcuni [136] giorni il veggo passeggiar per Torino, senza darsi studio del suo mestiere.

 

                D. Bosco aveva scritto al Teol. Borel di rivolgersi per aver danaro a D. Cafasso; ma i suoi bisogni dovevano essere molti, poichè aveva incaricato il suo procuratore di alienare alcuni appezzamenti di sua proprietà in Valdocco. Infatti il 6 ottobre 1850 con atto rogato Turvano vendeva a Nicco Michele un terreno di centiare 38 per lire 250: a Franco Marianna vedova Audagnotto, are 3,89 per lire 2250,62: a Ferrero Giacomo e a Mo Giovenale centiare 6 per lire 37,16.

                In questo frattempo D. Bosco a Castelnuovo si vide innanzi per la prima volta un giovanetto: Cagliero Giovanni sui dodici anni, nativo di quel borgo, che a lui era presentato dal parroco D. Antonio Cinzano, perchè esaminasse la sua vocazione e lo accettasse nell'Oratorio di Torino, Lo stesso Cagliero, ora Vescovo, narravaci il suo primo incontro con D. Bosco: L'impressione che io ricevetti fu quella di riconoscere in Don Bosco un sacerdote di merito singolare, sia pel modo e l'attrattiva con cui mi accolse e sia pel rispetto ed onore con cui veniva egli trattato dal mio buon parroco e da' miei maestri a Castelnuovo e dagli altri sacerdoti; impressione che in me non si cancellò nè  diminuì mai, ma crebbe ognor più nei trentatrè  anni durante i quali convissi con lui al suo fianco. Don Bosco adunque dopo avermi interrogato fissò la mia entrata nell'Oratorio per l'anno venturo.

                Accettato Cagliero, Don Bosco si trattenne per qualche tempo ancora ai Becchi, e giovandosene per la conclusione del suo affare coll'Abate Rosmini, così gli scriveva: [137]

 

                All'Ill.mo e Chiar.mo Signore, il Sig. Ab. D. Antonio Rosmini, Superiore Generale dell'Istituto della Carità. - Stresa.

 

                               Ill.mo e Reverend.mo Signore.

 

                Partecipo a V. S. Ill.ma che le circostanze di mia sanità mi hanno risolto a passare alcune settimane di più in campagna. Presentemente, grazie a Dio, essendomi ristabilito, spero nel giorno di domani di potermi restituire alla Capitale. Pertanto Ella può dare le disposizioni che giudica del caso per quanto riguarda all'imprestito di cui abbiamo parlato. L'assicurazione parmi si possa fare o per mezzo dell'ipoteca sullo stabile, o con una immediata disposizione testamentaria in ciò mi rimetto a quanto Ella meglio giudicherà.

                Non posso a meno di rinnovare qui i miei più cordiali ringraziamenti per la gentile accoglienza e cortesia usatami in quei fortunati giorni che passai a Stresa; e mentre Le auguro dal Signore ogni bene, tanto per la conservazione della veneratissima sua persona, quanto per l'incremento dell'Istituto, mi reputo al massimo onore di potermi sottoscrivere Di V. S. Ill.ma e Reverend.ma Castelnuovo d'Asti, 25 ottobre 1850.

Umil.mo Servitore

D. BOSCO GIOVANNI (vicino al Refugio).

 

                L'indomani eragli fatta risposta:

Stresa, 26 ottobre 1850.

 

                               Sig. D. Giovanni M. R. e Car.mo,

 

                Alla gradita sua del 25 scadente rispondo per commissione del mio Superiore D.re Ab. Rosmini, che caramente La riverisce. [138]

                Egli è ben pronto a dare le disposizioni relative al concertato imprestito; ma innanzi bramerebbe al tutto che V. S. R. facesse fare da un abile architetto un disegno regolare della casa, che intende di costrurre secondo le intelligenze che hanno qui seco avute, e tale che possa venire approvato da esso sig. Ab. Rosmini

                La somma dei 20 mila franchi gliela verserebbe in una sola volta all'atto dell'analogo istrumento di obbligazione ed assicurazione che Ella gli passerebbe, e ciò anche per evitare la moltiplicità degli istrumenti che occorrerebbero, versandosi la somma in più rate. Ella poi potrebbe per conto di Lei proprio collocarne a frutto quella parte che così tosto non Le occorresse. Il che sarebbe vantaggioso a V. S. potendone Ella ricevere un frutto maggiore dell'interesse a cui si obbligherebbe al prelodato sig. Abate. Finalmente questi presceglierebbe che V. S. gli assicurasse la detta somma con ipoteca sopra il fondo e sopra la fabbrica da costruirsi, anzichè per testamento, anche per la ragione che in quest'altro caso egli o chi per lui dovrebbe soggiacere alla tassa di successione estranea del 10 per 100 ecc.

C. GILARDI.

 

 


CAPO XIV. L'Arcivescovo permette la vestizione clericale dei primi quattro studenti dell'Oratorio - Rua Michele allievo delle scuole di latinità - Il Can. Gastaldi prima dì ascriversi tra i Rosminiani raccomanda l'Oratorio a sua madre - MANIERA FACILE PER IMPARARE LA STORIA SACRA, AD USO DEL POPOLO CRISTIANO.

 

                DON BOSCO giudicando che i suoi quattro discepoli di lingua latina potessero subire lodevolmente l'esame per indossare la veste clericale, e avendo bisogno urgente del loro aiuto negli Oratorii, ne scrisse da Castelnuovo all'Arcivescovo per ottenere le opportune licenze. Da Lione pertanto Mons. Fransoni rispondeva a D. Bosco il 23 ottobre 1850:

 

                               Carissimo D. Bosco,

 

                Spiacemi di non poter soddisfare alla sua domanda per ammettere fuori tempo all'esame per l'abito clericale i raccomandatimi giovani Reviglio Felice, Bellia Giacomo, Buzzetti Giuseppe e Gastini Carlo, giacchè se aprissi questa via cesserebbe subito la disposizione data dal mio antecessore fissando un solo esame nell'anno per tutti insieme i postulanti. Qualche rarissima volta ho preso il temperamento di [140] tollerare che alcuno indossasse l'abito clericale senza patente, e che poi subisse l'esame all'epoca stabilita per tutti. Questo pertanto è quello che posso fare per i suoi raccomandati, e parmi che possa adequare le sue mire, giacchè con questo Ella ottiene il suo intento. Conservi dunque la presente lettera per sua giustificazione, ed intanto faccia maggiormente esercitare i giovani per assicurare vieppiù l'esito dell'esame.

                Preghi per me che sono di tutto cuore

Suo dev. obblig. Servo

LUIGI Arciv. di Torino.

 

                D. Bosco fu grato alla bontà dell'Arcivescovo e, ritornato in Torino, continuò a dar le sue lezioni fino al termine dell'anno. Per ben quattordici mesi aveva fatto scuola di latino quasi tutti i giorni, prima del meriggio, e per cinque,o sei ore consecutive. Era adunque tempo di far dare ai suoi alunni un esame almeno privato. Di questo incaricò il Dottore in Teologia Sacerdote Chiaves e il Professore di Rettorica D. Matteo Picco, i quali non poterono in nessun modo spiegarsi, come fosse stato in poco tempo possibile a Don Bosco di preparare scolari cosi ben istruiti. E li dichiararono capaci di starsene tra gli studenti di filosofia.

                La soddisfazione provata da D. Bosco per questo esame era stata preceduta da un bel guadagno e da una non piccola perdita. Abbiamo visto il giovanetto Rua Michele assistere agli esercizii spirituali di Giaveno. Egli aveva compiuto il corso elementare alle scuole dei discepoli del La-Salle; lungo l'anno, il Fratello Michele suo maestro, che era amatissimo dagli scolari, conoscendo la sua intelligenza, e il suo spirito di pietà, l'amabilità, la prudenza, l'amore al lavoro, gli aveva proposto di farsi iscrivere come confratello nel [141] suo Istituto Religioso. Il giovinetto, che motto lo riamava, acconsentiva al cordiale invito, e rispondeva: - Se nel venturo anno scolastico, lei torna alla sua scuola, farò ciò che mi consiglia.

                Rua abitava in Valdocco poco lontano dall'Oratorio: suo padre ortolano, era un cristianone all'antica, e sua madre non dimostravasi da meno di mamma Margherita nell'educar bene i suoi figli. La vicinanza delle due case traeva il giovane Michele all'Oratorio anche nei giorni feriali. Come egli ebbe preso l'ultimo esame e fu chiuso l'anno scolastico, Don Bosco, che, coll'intuito tutto suo proprio, aveva pronosticato bene delle sue rare qualità, gli domandò se non gli sarebbe piaciuto farsi prete. Michele gli rispose: - Oh sì, molto! - Ebbene, preparati a studiare la lingua latina.

                Il giovanetto allora gli espose, l'invito fattogli dal suo maestro e la risposta che egli aveva data. D. Bosco ciò udendo nulla più soggiunse, ma le sue parole avevano prodotta una viva impressione. Dio intanto guidava gli avvenimenti. Il Fratello Maestro era stato tolto dalla sua scuola per ordine de' Superiori, e trasferito ad insegnare in altra lontana località Michele sciolto così dal suo impegno, chiese ed ottenne da' suoi parenti di poter seguire il consiglio di D. Bosco. Nel dare la cara notizia al padre spirituale dell'anima sua, Michele presentavagli gli attestati di menzione onorevole mensili di secondo e di primo grado, ottenuti alla scuola elementare superiore negli anni 1848-49, 1849-50, per la sua ottima condotta ed applicazione allo studio. Questi furono tanto cari a D. Bosco, che volle ritenerli per sè , li conservò finchè visse, ed esistono ancora nei nostri archivii.

                D. Bosco nei tre mesi di vacanza autunnale affidò Rua Michele, coi giovani Ferrero e Marchisio, a D. Merla, il quale li istruì nei principii della lingua latina. Ma dopo la festa [142] di Ognissanti, non potendo più D. Bosco ammaestrarli egli stesso regolarmente, incominciò a mandarli alla scuola privata del Professore Bonzanino Giuseppe, patentato per le tre ginnasiali inferiori. Questi insegnava, presso la piazza di San Francesco d'Assisi, nella casa appartenente alla famiglia Pellico e in quelle stesse camere dove il buon Silvio aveva scritte Le mie prigioni; ed accoglieva volentieri la domanda di D. Bosco. D. Bosco alla sera però faceva ripetizione a tutti di grammatica, insegnava loro il sistema metrico e li esercitava a fare conti.

                Michele Rua continuava ad abitare co' suoi parenti per più di un anno ancora, mentre si aggiungeva a' suoi condiscepoli, ma come alunno interno dell'Oratorio, Savio Angelo. Assiduo il Michele alle lezioni, grande profitto faceva negli studii, sicchè , al termine dell'anno scolastico 1850-51, con meraviglia degli insegnanti, coronò con felicissimo esame e con gran lode i tre corsi inferiori di ginnasio.

                Fin d'allora D. Bosco lo mandava, con Savio Angelo ed altri, ad assistere e fare il catechismo ai giovani a Vanchiglia ed a Porta Nuova, e così continuò per più anni.

                D. Bosco recavasi sovente a chiedere notizie dei suoi allievi al professore Bonzanino. Un giorno Savio Ascanio con Rua Michele andavano all'Oratorio di S. Luigi, e Savio confidò a Rua: - Senti, Michele; D. Bosco mi ha detto di essere stato a chiedere di tue notizie al Prof. Bonzanino e che le ebbe molto lusinghiere. E mi soggiunse che su di te aveva fatti i suoi progetti e che tu gli saresti stato in avvenire di grande aiuto. - Rua Michele non dimenticò mai queste parole.

                D. Bosco adunque aveva acquistato un nuovo prezioso alunno, ma nello stesso tempo perdeva un caro amico. Il Can. Teol. Collegiato Lorenzo Gastaldi dei preti di S. Lorenzo [143] in Torino, che aveva dato principio ad un fruttuoso apostolato di predicazione, erasi deciso di rinunziare al Canonicato, bramoso di vita più austera e più studiosa. Ammiratore di Rosmini, seguace della sua filosofia, difensore colla stampa delle sue dottrine, sentivasi attratto da viva simpatia alla Congregazione dei Preti della Carità; e perciò abbandonando agi ed onori, andato a Stresa, entrò in quel noviziato. Ma quivi a poco a poco avendo mutati i suoi principii filosofici, terminata la prova, i superiori dopo qualche tempo lo tolsero da professore di Razionale, e dietro sua domanda lo avevano mandato missionario in Inghilterra. Quivi giunto, gli permisero che tenesse corrispondenza coi giornali italiani, ma gli proibirono di scrivere su argomenti filosofici. Infatti tutte le notizie d'Inghilterra pubblicate sull'Armonia di Torino e scritte da lui, parlano esclusivamente di fatti storici. Intanto, spinto da vivo zelo per la gloria di Dio e fornito di singolare ingegno erasi addomesticato facilmente colla lingua inglese, per anni parecchi predicando il Cattolicismo agli Anglicani.

                Egli però non cessava di amare D. Bosco, anzi prima di partire per Stresa e per l'Inghilterra aveva detto a sua madre: - Io per secondare la mia vocazione vi lascio corporalmente; ma voi non vogliate rammaricarvi per questa mia partenza: rassegnatevi ai divini voleri, ed in vece mia considerate per vostro figlio D. Bosco e i poveri suoi giovanetti. Le cure che avreste per me, prodigatele a quella nascente famiglia e farete cosa a me la più cara e di gran merito presso il Signore. -Come le disse il figlio, così fece la madre, e d'allora in poi non lasciava quasi passar giorno senza che si recasse, malgrado la sua età avanzata, a visitar l'Oratorio, colla sorella del teologo e la figlia di lei, continuando ad occuparsi in modo speciale a tener in buon ordine le biancherie, rappezzarle ed anche provvederne delle nuove [144] quando era d'uopo. E fin che visse, fu sempre benefattrice insigne di tutte le opere di D. Bosco.

                Ma se il Can. Gastaldi anelava alle missioni d'Inghilterra, D. Bosco si adoperava continuamente a conservare la fede in Italia. Un altro opuscolo era uscito dalla sua penna col titolo: Maniera facile per imparare la Storia Sacra, ad uso del popolo cristiano. Esponeva in forma di dialogo i fatti del vecchio e del nuovo Testamento in trenta brevi capitoli, con domande e risposte estremamente concise ma chiare, sicchè restavano subito impresse nella mente del lettore. Con queste parole dava ragione del suo scritto:

                “La presente Storia Sacra è destinata ad uso dei Cristiani e specialmente di coloro che o per occupazione o per mancanza di studio non possono percorrere libri di maggior mole e di più elevata erudizione.

                Mio scopo si è di far notare come siano contenute nella Bibbia molte verità professate dai Cattolici e negate dai nemici di nostra santa Religione. Questo libretto è un compendio della Storia Sacra da me compilata, e che già si usa in parecchie pubbliche scuole. Nello scrivere ho procurato dì seguire, per quanto mi fu possibile, compendi di Storie Sacre annessi ad alcuni catechismi approvati in diverse diocesi. Io spero che tutti quelli che leggeranno questa Storia si adopereranno per diffonderla nelle scuote e nelle famiglie, persuaso che riuscirà vantaggiosa alla nostra Santa Religione. Iddio benedica tutti quelli che lavorano pel bene delle anime, infonda ne' loro cuori forza e coraggio onde possano perseverare nel cammino della verità, colmandoli di quelle celesti benedizioni che sono necessarie per la vita presente e per la futura”.

                Per invitare a Gesù Cristo gli Ebrei aveva esposta la profetata ed avvenuta distruzione di Gerusalemme, e per convincere i fedeli sugli errori dei Protestanti trattava della [145] Bibbia e della tradizione, del governo e dei caratteri della vera Chiesa, e delle Società separate dalla Chiesa Cattolica. Questi dialoghi dava da studiare a' suoi giovani, e nelle accademie si udivano ripetere: - S. Pietro fu stabilito da Gesù Cristo capo della Chiesa e suo Vicario. - Gli Apostoli e i Vescovi riconobbero S. Pietro per loro capo. - A San Pietro succedono i Papi investiti dalla pienezza di sua autorità. - La spiegazione della Bibbia e la testimonianza della tradizione, dobbiamo riceverla soltanto dalla Chiesa Cattolica, perchè Gesù Cristo ha data a Lei, e a nessun altro, l'autorità infallibile per la conservazione della fede. - Gli errori contro la fede furono sempre condannati dai Papi, e le loro sentenze furono sempre rispettate dai veri cristiani come uscite dalla bocca medesima di Gesù Cristo. - Gesù Cristo ha promesso che assisterà la sua Chiesa fino alla fine dei secoli.

                A questo libretto D. Bosco aggiungeva poi una carta geografica della Terra Santa, e nel 1855 ne faceva eseguire una seconda ristampa. È incalcolabile il numero delle copie diffuse nel popolo colle successive sette edizioni.

 

 


CAPO XV. D. Bosco modello di amor figliale - L'onomastico della madre - Umiltà di mamma Margherita e sua semplicità - Accoglienza alle persone distinte - Riconoscenza ai benefattori - Spirito di povertà e di giustizia.

 

                ONORA TUO PADRE E TUA MADRE, ha detto il Signore: e D. Bosco era un modello ai giovanetti nell'osservanza di questo comandamento, e fu sempre tenerissimo nell'amare i suoi genitori. Parlava sovente e con affetto di suo padre, che si può dire non avesse neppur conosciuto, e pregava ogni giorno pel riposo dell'anima sua. Aveva per sua madre tutte le attenzioni degne di un figlio il più rispettoso e la consolava nella sua vecchiaia con una pietà commovente. Mentre da una parte non fu mai che anteponesse l'amore di lei a quello di Dio, d'altra parte l'assisteva e l'aiutava in tutto quello che dipendeva da lui. L'obbediva, si sottometteva docilmente a' suoi consigli e nulla intraprendeva d'importante senza fargliene parola. Egli era felice pel suo desiderio soddisfatto di vederla cooperare al bene degli alunni, ed essere come madre di tutti. Ne parlava con venerazione, e le professava riconoscenza vivissima per le fatiche e le sollecitudini che aveva durato nell'allevarlo. L'encomiava specialmente perchè per tempissimo gli aveva insegnato ad amare e servire Iddio, insinuandogli grande [147] orrore al peccato. Eziandio nella più tarda età ricordava sua madre con tenerezza, con figliale rispetto e non senza una viva commozione di cuore. Benchè nella sua profonda umiltà egli narrasse con molto piacere de' suoi bassi natali e mamma Margherita comparisse ognora come una semplice contadina, pure egli in faccia a qualsiasi condizione di persone l'onorava grandemente.

                Voleva che anche i giovani l'obbedissero e la rispettassero, e se qualche volta taluno per leggerezza d'età o per capriccio le si dimostrava meno riverente, ei parlando nei sermoncini della sera inculcava l'obbedienza, dicendo: - Io stesso, che sono il Direttore della casa, obbedisco alla madre e la rispetto: fate voi altrettanto! - E in pari tempo faceva conoscere ai giovani le fatiche che ella sopportava per essi, ed enumerava i grandi servigi che loro rendeva. Di qui traeva anche argomenti per ricordare le madri che avevano lasciate alle loro case, ripetendo le parole di Tobia: - Onora la madre tua in ogni tempo della tua vita, perchè tu devi ricordarti come e quanto ella abbia sofferto per te1.

                D. Bosco non si lasciava sfuggir occasione per renderle onore. L'affabile ingenuità di sua madre compariva costante anche nei momenti più solenni.

                Il suo onomastico cadeva nel mese di novembre, e i giovani lo festeggiavano affettuosamente; alla sera della vigilia D. Bosco conducevali egli stesso a recarle un mazzolino di fiori. La buona madre accoglievali sorridendo, ed ascoltava tranquilla, e senza far motto, le prose e le poesie che andavano leggendo. Finita quella lettura, rispondeva; ma erano poche parole: - Là! Vi ringrazio, benchè io faccia nulla [148] per voi. Chi fa tutto, è D. Bosco. Tuttavia vi ringrazio dei vostri augurii e complimenti, e domani, se D. Bosco lo permette, vi darò una pietanza di più.

                Allora il grido di Viva Mamma risuonava fragoroso e scioglievasi l'adunanza.

                Dalle parole di Margherita si vede come ella non avesse altra mira che esaltare il suo D. Giovanni al cospetto dei giovani e farlo tenere come l'unica autorità.

                Questa sua umiltà rendevala cara a tutti, ed era quindi venerata da quanti la conoscevano ed eziandio da coloro che si erano intrattenuti per poco con lei nell'Oratorio. Fin dal principio che venne in Torino, appena fu conosciuta dai cittadini dei vicini quartieri, non fu chiamata con altro nome che con quello di mamma. Essa trattava colla medesima dolcezza e carità il Duca, il Marchese, il ricco banchiere, il ciabattino e lo spazzacamino.

                Molti nobili signori e signore e gli stessi Vescovi, benefattori insigni della casa, venendo a far visita a Don Bosco non mancavano mai di affacciarsi alla porta di Margherita e di salutarla sia nell'andare come nel venire. La sua schietta virtù, la sua semplicità di modi e il suo squisito buon senso, era l'oggetto della loro più viva compiacenza. Se talora non trovavano D. Bosco in casa, ovvero se in quel momento dava udienza a qualcuno, senz'altro si risolvevano di aspettare intrattenendosi con Mamma Margherita. In quei tempi non vi era anticamera, e quei signori non volendo introdursi per non recar disturbo, trovavano essere cosa poco confacevole stare sul poggiuolo all'aria aperta, al sole od alla pioggia.

                Battevano quindi alla porta di Margherita: - Mamma, si può? - La buona donna era seduta in mezzo a poche sedie, sulle quali stavano ammonticchiati i poveri e laceri vestiti dei giovani, da rattoppare: - Vengano, entrino, signori [149] miei, rispondeva tutta giuliva; che Iddio li benedica: - e sgombrando le sedie, le presentava ad essi invitandoli a sedere. Erano le persone più ricche di censo, più elette d'ingegno, più fornite di scienza, più chiare per fama che avesse Torino; ma essa non confondevasi, nulla rimetteva della sua abituale disinvoltura; anzi talora diceva con tutta ingenuità: -Se permettono finisco tre Ave Maria, che ho cominciate, e poi sarò tutta nell'ascoltarli.

                - Fate pure! rispondevano quei signori sorridendo, poichè erano entrati a posta per godere della sua semplicità; e Margherita finiva con tutta pace la sua preghiera. Quindi incominciava la conversazione; ma se questa talora languiva, essa sottovoce incominciava altre orazioni.

                Que' signori spesse volte s'intrattenevano con lei delle mezz'ore e ore intiere interrogandola e facendola parlare. Si dilettavano infinitamente delle sue risposte, dei suoi pensieri e dei proverbi che le fiorivano sempre a proposito sulle labbra. Talora per quella famigliarità che avevano con lei le proponevano perfino questioni di morale, di storia, di politica. Margherita conservava sempre una perfetta e serena tranquillità. Giammai rimaneva confusa, o impaziente, o vergognosa, o impacciata. Le sue risposte non sapevano di sciocchezza, di presunzione o di leggerezza. Il buon senso ed il Catechismo sovente venivano in suo aiuto; un frizzo o un proverbio sulla propria ignoranza, il racconto di un fatto o visto, ovvero udito a narrare, o eziandio accaduto a lei stessa, le davano argomento per eludere le interrogazioni che non intendeva. I suoi nobili visitatori ridevano di cuore, perchè a bello studio la mettevano su quei discorsi, desiderosi di ammirare il modo col quale si cavava d'impaccio una povera contadina che appena allora, si può dire, era uscita per la prima volta dai confini del suo campicello. Margherita pure rideva di cuore. [151] angioli della Provvidenza. Se le giungevano dal paese frutta primaticcie o rare, o Giuseppe le avesse recato qualche lepre o qualche volatile prezioso, era in festa e mandava subito il suo dono a quelle famiglie per le quali professava tanta affezione.

                Ma sovratutto manteneva quella promessa che sovente faceva ai benefattori: - Pregherò per loro Iddio che faccia le nostre parti, e loro conceda tutte le prosperità che si meritano.

                Queste cospicue attinenze nulla mutarono nelle sue idee e nelle sue costumanze. Ispirata dall'amore alla vita di privazioni sofferta da N. S. Gesù Cristo, ripeteva più volte: Son nata povera e voglio vivere e morir povera.

                Soleva di quando in quando, per restituire le visite, recarsi nei palazzi dei benefattori, ove era accolta a festa. Con tutto ciò non volle mai dismettere il suo abito da contadina, nè  permettere che si usassero per lei stoffe o lini di un qualche valore. - Lo sanno quei signori che sono povera, esclamava, e quindi mi perdoneranno la rozzezza del mio vestito. - Tuttavia quei panni erano sempre così lindi che rallegravano chiunque si intratteneva con lei.

                Coll'andar del tempo però e dopo varii anni che portava lo stesso vestito, questo benchè senza macchie, pure era, venuto scolorito e rappezzato.

                Un giorno D. Bosco le diceva: - Mamma, per carità provvedetevi di un'altra veste. Sono già tanti anni che avete quella indosso!

                - Oh bella! E non ti pare che vada ancora bene questa veste?

                - Bene? Io vi dico che non è più decente. Vengono da voi il Conte Giriodi e la Marchesa Fassati, e certo non è conveniente che li riceviate con quell'abito. Nessuno di quelli che scopano per la strada è vestito peggio di voi. [152] Ma come vuoi che faccia a comprarmi una veste mentre non abbiamo niente?

                - È vero che non abbiamo niente; ma piuttosto che vedervi così lacera, lasceremo di comprare il vino, lasceremo la pietanza, e voi provvedetevi.

                - Quando la cosa sia così, vada pure questa spesa.

                - E quanto costerà un vestito?

                - Venti lire

                - Eccole!

                Margherita, prese le venti lire, se ne andò pe' suoi lavori. Passa una settimana, ne passano due, passa un mese e Margherita aveva sempre la stessa veste indosso. D. Bosco finalmente la interrogava: - Mamma! E il vestito nuovo?

                - Già! Hai ragione! Ma come si fa a comprarlo se non ho un soldo?

                - E le venti lire?

                - Oh! a quest'ora sono spese! Con quelle ho comperato sale, zucchero, cipolle e cose simili. Poi ho visto un povero giovane che era senza scarpe, e gliene ho dovuto comprare un paio. Mi rimase qualche residuo, ed ho provvisto di calzoni il tale, e di cravatta il tal altro.

                - Sia pure: avete fatto bene; ma non posso più soffrire di vedervi in quello stato: ce ne va del mio onore!

                - Ciò mi rincresce: bisogna rimediarci; ma come fare?

                - Ebbene; vi darò altre venti lire, ma questa volta esigo assolutamente che provvediate a voi stessa.

                - Provvederò, se così ti piace.

                - Ecco le venti lire; ma ricordatevi che desidero di vedervi finalmente vestita con più decoro!

                - Sta' tranquillo, sta' tranquillo!

                Ma si era da capo: tutto veniva speso per i giovani. Una benefattrice le regalò una bella mantiglia di seta molto larga. [153] Margherita dopo averla esaminata con attenzione, disse alla sorella di D. Giacomelli: - A che cosa potrà servire questa ricchezza? Io, povera contadina, vestita di seta? Non voglio mica farmi burlare! - E prese le forbici, scucì tutta la mantiglia, e ne tagliò alcuni giubbetti per i fanciulli ricoverati.

                Essendo già in casa alcuni chierici e preti, D. Bosco in loro riguardo aveva dovuto aggiungere una pietanza di più pel pranzo. Essa avrebbe potuto mangiare come i Superiori, chè ce ne sarebbe stato anche per lei. Eppure non si cibava che di polenta fredda, con un peperone, una cipolla, alcuni ravanelli conditi solamente col sale, ed era contentissima. - I poveri, esclamava sovente, non hanno sempre il cibo, che a me non manca, e quindi io mi posso chiamar signora.

                Talora qualche personaggio distintissimo, come un Vescovo, un parroco, venendo all'Oratorio, si avvicinavano a lei, e, porgendole la scatola che era di valore, la invitavano a, prendere un pizzico di tabacco.

                Margherita rifiutava sempre, ringraziando.

                - Ma, per il continuo star seduta ed occupata, non vi pare che vi farebbe bene questo sollievo?

                - Signore, ho da comperare calzette per i giovani!

                - Ed io vi regalo questa scatola!

                - È troppo buona la S. V., ma lei sa che le abitudini,costano e molto... e noi siam poveri.

                Non ostante la grande povertà che regnava nella casa, essa era di una giustizia rigorosa nel dare a ciascuno ciò che spettavagli per diritto, e in ogni occasione il cuore di questa donna mostravasi pieno di delicata attenzione per tutti. Un giorno, colla giovanetta Giacomelli, andò a far provvista di aghi, filo, bottoni in una bottega in faccia alla chiesa del Corpus Domini, e, pagato tutto, tornava a casa co' suoi [154] acquisti. Via facendo andava riandando i conti e trovò che vi era differenza di tre o quattro lire a danno del negoziante. Da quel momento non potè  più stare in pace e rientrata in casa, disse alla Giacomelli: - Ritorna subito alla bottega a riconoscere se realmente ci fu sbaglio; ma abbi l'avvertenza di chiamare a parte il garzone che ci ha venduta la roba, e di parlar in modo da non farti scorgere dal padrone.

                La giovinetta fece la commissione con esattezza, e riferendo le parole di mamma Margherita, pose in mano al garzone quelle lire. Il garzone restò sorpreso, e le dimandò chi fosse colei che aveala così bene indettata:

                - È la mamma di D. Bosco, rispose la Giacomelli.

                - Ebbene, ditele che la ringrazio tanto, specialmente pel riguardo usatomi. Se vi foste indirizzata al padrone stesso, io sarei rovinato, perchè mi avrebbe senz'altro mandato via, ed io sarei rimasto senza pane. Ringraziatela dunque quella buona signora, e ditele che venga pure a provvedersi in questa bottega, che io la servirò meglio e a miglior prezzo di qualunque altra persona.

                Tutte queste narrazioni ci furono ripetute dal Teol. Savio Ascanio, da Tomatis, da Buzzetti e sopratutto dallo stesso D. Bosco.

 

 


CAPO XVI. D. Bosco e l'assistenza agli infermi ed ai moribondi - Mirabile conversione di un ateo - Altra conversione di un seccarlo - Un brutto impiccio colle sétte.

 

                LE VIRTU' amabili di Margherita, ricopiate e perfezionate nel figlio fino all'eroismo, ispiravano alla gente in ogni loro angustia una illimitata confidenza versa D, Bosco. In modo speciale, la sua carità verso gli infermi ed i moribondi era così notoria in Torino, che frequentemente, non solo i giovanetti esterni dell'Oratorio, ma gli infermi degli ospedali e della città lo mandavano a chiamare per confidargli i secreti dell'anima. Era desideratissimo dalle famiglie, perchè sapeva confortare i loro cari con maniere così soavi, che inducevali, senza che si turbassero, e con facilità, a ricevere il santo Viatico. Colla sua viva fede si dava eziandio premura che fosse loro amministrata l'estrema unzione colla benedizione papale, sicchè morivano confortati dalla speranza cristiana. E non rare volte, testifica D. Rua, il Signore ricompensava questa sua fede e sollecitudine, coll'accordare la salute eziandio corporale agli infermi da lui assistiti, appena ricevuto l'Olio santo.

                Era eziandio ammirabile nel dissipare le angosciose trepidazioni di certe anime pie, che, giunte agli estremi. [156] temevano grandemente le pene del Purgatorio. Sapeva parlar così bene dei meriti che si guadagnano colle indulgenze, delle pene che si scontano soffrendo con rassegnazione i dolori dell'infermità, dell'offerta generosa a Dio della propria vita, della carità perfetta che scancella ogni macchia, da riempirle di fiducia consolante nella misericordia di Dio. Aggiungeva che si sarebbero celebrate molte messe di suffragio, e che egli avrebbe pregato e fatto pregare per loro. E se talvolta alcuna non era così arrendevole alle ragioni, egli, spinto dalla sua carità, per tranquillarla e confortarla, l'assicurava che si assumeva egli stesso una parte almeno delle espiazioni che ella avesse dovuto incontrare nell'altro mondo. E infatti gli avvenne di essere una volta assalito da un fortissimo male di denti, che per una settimana non gli diede requie nè  dì nè  notte. Interrogato da D. Rua come ciò gli fosse accaduto, gli manifestò confidenzialmente come egli, per consolare un povero moribondo, gli avesse fatto promessa di prendere sopra di sè  le pene che avrebbe dovuto soffrire esso in Purgatorio.

                Per tanta sua bontà e perizia nel compiere questo sacro ministero, occorreva spesso che venisse chiamato da parenti o da amici di infermi che ricusavano ostinati o procrastinavano di riconciliarsi con Dio. Invitavano lui piuttosto che altro sacerdote, convinti che sarebbe riuscito a ridurli a buoni consigli e ad aiutarli a fare una buona morte. Egli possedeva in grado eminente ciò che S. Paolo chiama Gratias curationum.

                Un certo avvocato, abitante in città sotto la parrocchia di S. Agostino, cadde infermo, e la malattia era al punto di non lasciare più alcuna speranza di guarigione per la sua età avanzata. La vita di quest'avvocato non era stata quella d'un cristiano, ma piuttosto d'un ateo, di modo che aborriva [157] le cose di religione. Il parroco appena ebbe tale notizia andò a visitarlo e fece quanto può suggerire la carità e la prudenza per risvegliare in lui sentimenti cristiani, onde poterlo confessare; ma tutto fu inutile ed il parroco venne respinto villanamente. Si provarono varii zelanti sacerdoti, misero in opera quanto seppero: ma tutto invano; ed alcuni che vollero insistere furono mandati via con mala grazia. L'infermo ripeteva non voler saperne nè  di preti nè  di confessione. Finì coll'intimare a quei della famiglia che assolutamente e per nessun motivo permettessero che alcun prete gli si avvicinasse. La conversione dì costui pareva veramente disperata. Tuttavia la carità sacerdotale seppe trovare altri mezzi.

                Il Teol. Roberto Murialdo, uno di coloro che l'avevano visitato, venne un mattino all'Oratorio a darne notizia a Don Bosco, affinchè volesse anch'egli far la prova di salvare quell'anima che minacciava di perdersi. D. Bosco disse che volentieri avrebbe fatto il possibile. Intanto diedesi tosto a studiar il modo di visitar quell'infermo, e dopo averci pensato assai non trovò ragione o pretesto con cui potesse introdursi in quella casa. Nondimeno, uscito dall'Oratorio, si mise in via, e passando vicino alla Chiesa della Consolata, vi entrò e fermossi qualche tempo a pregare Maria SS. per l'infermo. Quindi s'incamminò alla casa dell'avvocato. Era entrato nella porta, aveva salite le scale, già trovavasi sul pianerottolo del malato, stava quasi presso l'uscio; e non sapeva trovar nessun modo per introdursi, fantasticando quali accoglienze gli sarebbero fatte. Ma ad un tratto esce da un corridoio un fanciullo che frequentava l'Oratorio, ed appena lo vide prese tosto a gridare: - D. Bosco! D. Bosco! Come sta? - e gli si avvicinò salutandolo rispettosamente.

                - Io sto bene, gli rispose D. Bosco. E tu stai qui di casa? [158]

                - Sì, è quella la mia abitazione. Venga a trovar mia madre, venga. Mamma, mamma, c'è D. Bosco.

                D. Bosco seguì quel giovanetto in casa sua, il quale tutto contento lo presentò a sua madre che gli era venuta incontro.

                Sedettero e discorsero alcun poco, quando ad un tratto il fanciullo disse:

                - Sa, signor D. Bosco? Qui vicino c'è un ammalato,

                Ed esso dissimulando: - E come sta?

                - È assai aggravato; venga a vederlo.

                - Sì, ma vorrà ricevermi? prima bisogna sapere se è contento, se la mia visita non l'incomoda! Va' a vedere; a domandare; digli così: D. Bosco è venuto a trovare mia madre; gli abbiamo detto che lei era ammalato, e se lei fosse contento, egli verrebbe a trovarlo.

                - Io vado subito, rispose il fanciullo.

                Corre, apre l'uscio che metteva nell'abitazione dell'avvocato, e senza dir nulla e badar a quei di casa, attraversa le camere e si porta vicino al malato e gli dice: - Signor avvocato, è venuto da noi D. Bosco; gli abbiamo parlato di lei e perciò desidererebbe di venirlo a trovare. È in casa mia, sa! È contento che venga a vederlo? Veda, le darà la benedizione e lo farà guarire, poichè so di tanti che erano ammalati, e avendo D. Bosco loro data la benedizione, tosto guarirono.

                Il malato domandò: - Chi è questo D. Bosco?

                - Egli è quel prete che là in Valdocco raduna tanti giovanetti all'Oratorio tutte le feste, rispose il fanciullo: che ne riceve anche tanti dei più poveri in casa sua e li mantiene e loro insegna un mestiere.

                - Oh bene, riprese il malato, so chi è D. Bosco... Stette un momento a pensare e poi disse: Eh là, venga; sì, venga se è D. Bosco. [159]

                Appena detto questo, il giovane corse a D. Bosco che ancora parlava colla madre, e gli disse che l'ammalato lo aspettava. D. Bosco, senza più indugiare, va e si presenta all'ammalato, il quale al primo vederlo subito esclamò salutandolo graziosamente: - Oh D. Bosco! Son contento di vederla. La ringrazio di tanto disturbo e di tanta gentilezza.

                Ed egli: - Sono proprio qua; e poi disse ridendo Osservi un po'; ho bene una fisonomia da galantuomo?

                Il malato rispose: - Non c'è male, non c'è male.

                - E come va, un uomo robusto e coraggioso come lei, starsene ora in quel letto?

                - Fu un tempo in cui poteva dir mia ragione: adesso bisogna cedere;…… ma si segga.

                - Oh lasci pure; se non l'incomoda, io sto ritto.

                - No, no, si segga; mi dà pena il vederla così in piedi.

                Allora D. Bosco si pose a sedere accanto al malato e cominciò a discorrere con lui senza mai parlare di confessione. Il discorso fu variatissimo e sì portò su molte questioni di politica, di legge, di medicina, di milizia, di filosofia, ecc. Don Bosco lo secondava sempre, e seppe in tutto rispondergli ed appagarlo così bene, che l'avvocato pieno di stupore in fine gli disse: - Ella pare l'enciclopedia in persona. -Erano già passati tre quarti d'ora e D. Bosco voleva licenziarsi; perciò alzatosi, fece per salutare l'ammalato, il quale disse:

                - Vuole già andar via? Stia pure, se non l'incomoda.

                D. Bosco: - È tempo che io vada a casa per alcuni affari; non posso più fermarmi.

                - Oh, si fermi ancora un poco.

                - No, debbo andare; ma se è contento, verrò di nuovo a trovarlo.

                - Sì, venga di nuovo. - Intanto aveva presa tra le sue la mano di D. Bosco e la teneva stretta. [160] D. Bosco lo esortò a farsi coraggio e lo salutò per la seconda volta in atto di partire.

                Quel signore senza rispondere continuava a trattenerlo fissandolo in volto.

                Allora D. Bosco sorridendo: - Io so che cosa ella vuole.

                - Che cosa voglio? Possibile! vediamo un po'?

                - Ella vuole che io le dia la mia benedizione.

                Allora tutto maravigliato esclamò: - È proprio così! Ma come è possibile che ella sappia questo! Sono 35 anni che aborrisco preti e religione, ed ora che per la prima volta mi viene in mente questo pensiero, D. Bosco subito me lo indovina! Dunque me la dia pure.

                - Sì, volentieri; e che cosa vuole che domandiamo al Signore?

                - Che io guarisca.

                - Mi rincresce a dirglielo, ma se fosse decretato lassù che ella debba passare all'eternità?

                - Come ella sa questo? I medici tutti mi dicono che sto meglio, che mi faccia coraggio, che presto sarò guarito!

                - Anch'io le faccio coraggio, gli replicò D. Bosco con grande amorevolezza; pure è stabilito così: ella non guarisce più. Io non posso ottener niente per la sua guarigione; posso darle però la benedizione, e quello che domanderò sarà che il Signore le dia tempo per poter aggiustare i conti della sua coscienza, mettere in grazia di Dio la sua anima e fare una santa morte.

                Queste parole non fecero tuttavia gran colpo; il malato si stette quasi indifferente. Non ostante, ricevette la benedizione e prima che D. Bosco lo lasciasse, con certo slancio gli disse: - Venga ancora a trovarmi, sa!

                Erano 4 o 5 ore da che D. Bosco era ritornato all'Oratorio quando arriva un domestico a cercare di lui per [161] parte dell'infermo, dicendo che l'avvocato desiderava molto un'altra sua visita. Era già vicina la notte; D. Bosco andò. L'avvocato appena lo vide fu contento e disse: - Oh! desiderava molto un'altra sua visita. Questa mattina mi ha ricreato e fatto ridere.

                - È niente quello di stamane; questa sera voglio farla ridere ancor di più. Dica un po': so che in casa sua si fa del buon caffè e, se me lo concede, ne prenderci volentieri una tazza.

                - Anzi è un grandissimo piacere che mi fa.

                Chiamò subito la gente di servizio:

                - Presto, presto una tazza di caffè pel signor D. Bosco

                Benchè quella bevanda gli riuscisse piuttosto fastidiosa che utile, D. Bosco la prese; poi disse a que' di casa: - Andate pure adesso, vogliamo discorrere tra noi due.

                Rimasto solo coll'infermo, si assise e cominciò a dargli la benedizione, dicendo: Dominus sit in corde tuo etc. Ma l'altro non intendeva, nè  si faceva il segno della santa croce.... e domandò: -Che cosa fa?

                - Niente; lei faccia il segno della santa croce.

                - E perchè ?

                - Non cerchi il perchè , faccia quel che le dico.

                - Ma ella Vuol confessarmi?

                - Non parli di confessione adesso; si segni; non è buono a segnarsi? Vorrei vedere che un avvocato, dotto e stimato come lei, non sappia fare il segno della santa croce

                - Certamente che so.

                - Vediamo un po'. Io non credo ciò che non vedo.

                - Vuole questo? eccomi; e cominciò a segnarsi: Nel nome dei Padre ecc

                Allora D. Bosco si servì del suo dono speciale di conoscere esattamente, quando era d'uopo, lo stato di coscienza del [162] penitente senza che parli, nè  che siasi già confessato da lui. Pertanto cominciò a interrogarlo così: - Dica un po', signor Avvocato, quanto tempo sarà che non s'è più confessato?

                - Ma vuole confessarmi?

                - Non parliamo di questo adesso; lasci fare a me: sa quello che le ho promesso: voglio contentarlo: mi ascolti; adunque sono tanti anni, e precisò il numero, che non si è più confessato?

                -Et appunto il tempo che ella ha detto, ma sa che io non voglio confessarmi?

                - Non parli di questo. Intanto continuava dicendo: Le sue cose in quel tempo andavano in questo e in quell'altro modo. Allora il suo stato era così e così. - E precisava a meraviglia.

                - Appunto; ma pare che ella sappia la mia vita!

                - Dopo, nella tal circostanza ha fatta questa e quell'altra cosa.

                - È proprio vero; mi rincresce, ho fatto male. Oh non vorrei averla fatta. - In tal modo D. Bosco, un per volta, diceva tutti i peccati dell'infermo, il quale diveniva sempre più pensieroso e più commosso e a ogni peccato che D. Bosco gli metteva innanzi esclamava: - Di questo mi rincresce; questo mi avvilisce; ho proprio fatto male! Ad ogni espressione di pentimento D. Bosco gli prendeva la mano e gli diceva: Caro signore, si faccia coraggio. - Queste parole parevano ferire il suo cuore, ed ogni volta che D. Bosco le ripeteva, rendevano più viva la sua commozione e gli facevano cadere una lagrima dagli occhi. Così venne al termine della sua confessione, versando come un fanciullo lagrime dirottissime di vero pentimento. Ricevuta l'assoluzione esclamava. - D. Bosco! Ella mi ha salvato! da principio non mi sarei confessato per qualunque cosa; era disposto a fare qualsiasi [163] bestialità piuttosto che cedere ma lei mi ha saputo prendere con arte, mi ha vinto; grazie adesso farei mille confessioni: il mio cuore è straziato dal dolore, e tuttavia provo una grandissima consolazione, che non ho mai provato, nè  avrei potuto immaginare. Mi si porti pure il SS. Viatico - In questo tempo giungevano per visitarlo due o tre de' suoi amici, che certamente avrebbero tentato di distruggere quanto s'era fatto.

                Allora D. Bosco, essendone stato avvisato, disse all'infermo: - Se venisse qualcheduno per visitarlo, dobbiamo dir loro che lo lascino tranquillo e che tornino domani, perchè ora ha bisogno di riposo?

                - Dia pure l'ordine in questo senso, rispose l'infermo.

                Così fu fatto, e quei tali presero la cosa in bene e se ne partirono per ritornare il domani. D. Bosco allora uscì e tutta la famiglia rientrata in quella stanza fu piena di gioia nell'udire dall'infermo i modi usati da D. Bosco per ricondurlo a Dio.

                Il domani mattina, dopo che ebbe ricevuto il santo Viatico e l'estrema Unzione, ritornarono i suoi vecchi amici e compagni d'incredulità e di vita libera e furono introdotti. Avendo saputo che egli aveva compiuti i suoi doveri da buon cristiano, incominciarono a burlarsi di lui, che per debolezza aveva piegato il capo alle intimazioni del prete. Ma l'infermo, cui D. Bosco aveva suggerito che cosa dovesse dire a costoro, rispose con franchezza: - All'ora della morte le cose si giudicano da ben altri punti di vista, e quest'ora si avvicina anche per voi. Dopo la vita presente ve ne ha un'altra ed un inferno di pene interminabili. Pretendereste forse che io fossi così stolto di precipitarmi tra quelle fiamme? Voi avete un bel ridere; riderà bene chi riderà l'ultimo. Voi dite di non credere alla vita futura ed all'eternità; ma ci sono troppi altri che affermano la sua esistenza, e non siete perciò ragione [164] voli se non ve ne prendete pensiero. Anche solo supposto che fosse dubbia l'esistenza dell'inferno, non è una stupida spensieratezza il vivere con tanta indifferenza e con manifesto pericolo di cadervi, se realmente esistesse? Non è forse da persona di senno, trattandosi di eternità, prendere la via più sicura? Perchè burlarmi? Io sono più prudente di voi I suoi amici, a questa dichiarazione, non seppero che cosa rispondere, e dopo qualche breve e inconcludente parola, si ritirarono. L'avvocato visse ancora una settimana visitato e confortato ogni giorno da D. Bosco; e ringraziandolo, spirava nel bacio del Signore.

                Un altro giorno una distinta signora veniva in Valdocco a cercar di D. Bosco, pregandolo caldamente che andasse a trovare un cotale gravemente ammalato e ormai in fin di vita. Si trattava di un personaggio immischiato nella politica, molto avanzato nei gradi delle sette. Erasi recisamente rifiutato di ricevere il prete, assicurando che sarebbe mal capitato quel sacerdote che osasse avvicinarsi al suo letto. Solo a stento aveva permesso che si invitasse D. Bosco. E D. Bosco, pieno di fiducia in Dio e nella protezione della Beata Vergine, vi andò. Appena entrato in camera e chiuso l'uscio, quel signore raccolte quelle poche forze che ancora gli rimanevano, gli disse bruscamente: - Ho ceduto alle istanti preghiere di una persona che io stimo ed amo; ma lei viene come amico o come prete? Io non amo le farse, nè  sono amico delle burattinate. Guai a lei se mi nomina anche solo la confessione. Così dicendo impugnò due pistole, che aveva riposte una da una parte, l'altra dall'altra parte del cuscino. Le appuntò al petto di D. Bosco e: - Si ricordi bene, esclamò, che al primo momento che ella nominerà la confessione, un colpo di questa pistola sarà per lei e quello di quest'altra per me: poichè per me non vi sono più che pochi giorni di vita. [165] D. Bosco gli rispose con calma e sorridente che stesse pure tranquillo, poichè non gli avrebbe mai parlato di confessione, senza suo permesso. Quindi gli chiese della sua malattia, di quel che ne dicevano i medici e del metodo di cura prescelta. Il suo dire era così amorevole, così interessante e pieno di conforto, che non stancava il suo uditore, rammolliva i cuori anche più insensibili e destava in essi simpatia e confidenza verso la propria persona. Cogli uomini colti usava un'industria che non poche volte lo condusse al suo pio intento. Accennava a qualche fatto contemporaneo interessante, lo confrontava con qualche avvenimento storico di tempi anteriori, e lo sceglieva in modo che coincidesse colla vita di qualche empio famoso, conosciuto per i suoi fatti o per i suoi scritti. La sua arte era di farsi interrogare. Descrivendo la morte di quel personaggio, che secondo ogni apparenza era morto impenitente, egli tuttavia concludeva: - Alcuni, arrivati a questo punto della storia, dicono che siasi dannato; io non lo dico, od almeno non mi sento di dirlo, perchè so che la misericordia di Dio è infinita e non palesa i suoi segreti agli uomini.

                E così D. Bosco erasi adoperato eziandio con questo infermo, il quale sorpreso e tutto commosso: - Come, interruppe, vi è ancora speranza anche per costui?

                - E perchè no? - E gli dimostrava con poche ma calde e persuasive parole, come Dio fosse disposto a perdonare i peccati per quanto enormi e numerosi a chi si pente di vero cuore, e che la più grave offesa che gli si possa fare si è il diffidare della sua misericordia.

                Quel signore allora rimase qualche tempo assorto ne' suoi pensieri, e poi gli porse la mano e gli disse: - Se è così, abbia la bontà di confessarmi!

                D. Bosco lo preparò, lo confessò e appena l'infermo ebbe ricevuta l'assoluzione, bagnato di lagrime, proruppe in esclamazioni [166] di contentezza, affermando che egli non aveva mai goduta tanta pace in vita sua, come in quel momento. Nello stesso tempo sottomettevasi di buon grado a tutte le prescrizioni della Chiesa. Intanto l'infermo fu avvertito essere giunti due signori dalla fisonomia burbera, e che stavano di guardia in sala. Erano due ascritti alla loggia; l'infermo ordinò che fossero introdotti nella stanza, e appena comparvero:

                - Partite subito, gridò loro: via dalla mia casa.

                Gli risposero: - Ma sa bene! I nostri patti sono......

                L'infermo allora trasse fuori dal tavolino da letto una delle pistole, che quivi aveva riposte, e mostrandola replicò: - Era preparata per i preti, ed ora è destinata per voi se non partite. Non una parola di più!

                - Quando è così noi usciremo, - risposero quei due, dando un'occhiata minacciosa al prete; e si allontanarono.

                La dimane gli fu portato il Santo Viatico; ma prima di comunicarsi chiamò nella sua camera tutti quei di casa e chiese pubblicamente perdono dello scandalo che aveva loro dato. Dopo il Viatico migliorò grandemente di sanità, sicchè visse ancora due o tre mesi, che furono da lui impiegati nella preghiera, nel chiedere sovente a quanti lo visitavano, perdono de' suoi scandali, e nel ricevere ancora più volte, dando ai vicini la più grande edificazione, Gesù Sacramentato.

                Questa conversione però metteva D. Bosco in un brutto impiccio. Quel signore gli aveva consegnate, poco prima di morire, i diplomi e le insegne dei suoi gradi nella setta e le carte contenenti i nomi dei complici, che teneva gelosamente custodite altrove. D. Bosco le lesse e stupì a que' nomi. Erano di persone che in faccia al mondo comparivano come buoni cattolici e che poi ebbero parti principali nelle rivoluzioni italiane. Fra costoro varii ecclesiastici estradiocesani venuti a stabilire il loro domicilio in Torino. D. Bosco chiamò [167] subito il suo confidente Buzzetti Giuseppe, che era un giovane di segretezza a tutta prova. Fino al 1849 egli aveva lavorato nel suo mestiere da muratore ed ora, studiando, occupavasi unicamente nell'aiutare Mamma Margherita nelle faccende di casa e nell'assistere l'infermeria. Egli custodiva il danaro per le spese, e una volta D. Bosco, non ricordandosi più di avergli dato uno scudo, mentre gliene porgeva un secondo, sentissi rispondere: Vuol darmelo due volte? - La sua fedeltà era proverbiale. D. Bosco adunque lo incaricò di trarre due copie di quelle carte fatali, ordinandogli che una delle copie fosse bruciata, l'altra ritenuta dallo stesso Buzzetti e nascosta cogli originali senza dire allo stesso D. Bosco ove l'avesse riposta. Era necessario che temporeggiasse per chiedere sconsiglio a' suoi Superiori. Aveva giudicato esser meglio consegnar alla Curia quella copia, anzichè fare altrimenti per non provocare odiosità ed angherie contro di essa in tempi così procellosi.

                Intanto alcuni settarii, mandati dai loro capi, erano corsi alla casa del defunto, appena spirato, per impadronirsi di que' gelosi documenti e avendoli invano ricercati, s'immaginarono subito in quali mani potessero trovarsi. E in quello stesso giorno due signori si presentarono a D. Bosco, e prima con maniere cortesi e poi risolutamente, gli chiesero quelle carte. D. Bosco cercò schermirsi, trovò pretesti, e affermò di aver visto quei fogli che essi chiedevano, ma non sapere pel momento ove fossero custoditi. Sopraggiunte altre persone finì per congedarli; e quelli partirono borbottando.

                D. Bosco si affrettò a chiedere istruzione alla Curia. Infatti, come egli prevedeva, i due signori poche ore dopo ritornarono e questa volta minacciosi. D. Bosco rispondeva non sapere quali diritti potessero avere su carte, le quali erano state a lui confidate da un amico, e quindi non credersi [168] autorizzato a violare simile segreto. D'altra parte affermava quelle carte essere di nessuna importanza, poichè Contenevano solo alcuni nomi.

                Quei signori si calmarono, vedendo come D. Bosco dimostrasse di non farne gran caso, e scesero con bel modo alle preghiere, dimostrando come se questi nomi si fossero palesati, ne sarebbe venuto disonore e danno agli individui ed alle loro famiglie.

                D. Bosco si lasciò persuadere, e consegnate le carte autentiche, dalle loro stesse parole trasse argomento per dimostrare quanto mala fosse la via per la civile quale si erano messi, quanto pericolosa per la loro anima e in faccia, alla stessa società civile.

                Gli altri lasciarono dire, balbettarono scuse e partirono. Non tardarono pero a ricomparire la terza volta, e dopo lunghi giri di parole gli chiesero se avesse presso di sè  copia di quelle carte. Nello stesso tempo gli facevano intendere che la setta aveva mezzi per vendicarsi.

                D. Bosco rispose francamente che no. Infatti l'unica copia era stata consegnata a chi di dovere. Gli altri insistevano, e D. Bosco assicurò che per verità ne aveva presa copia, ma che aveala data alle fiamme; perciò stessero tranquilli. Parlava però in modo da eguale ad eguale, senza lasciarsi intimidire.

                Quei signori erano per allontanarsi, ma ritornarono indietro chiedendo giurasse il segreto. D. Bosco si mostrò alquanto offeso che lo credessero capace di recar danno a qualcuno, e si rifiutò di giurare; promise però che nessuno avrebbe da lui saputo cose che li compromettessero. E così parve finisse quella pericolosa seccatura.

                Tuttavia accadde un fatto, che non osiamo assicurare essere conseguenza di tale diverbio. In questo stesso anno [169] mentre D. Bosco una notte attraversava un tratto oscuro di Piazza Castello, due sconosciuti appressatisi a lui, e tratti i pugnali, gli furono sopra. Ma un certo sig. Rolando, che poi narrava l'accaduto a D. Michele Rua, passando con un suo amico poco lungi, dai primi movimenti di quei bricconi, avvedutisi dell'insidia, accorsero ambedue coi poderosi bastoni dei quali erano muniti, e li costrinsero a fuggire.

 

 


CAPO XVII. Pia Unione provvisoria di laici cattolici per impedire i progressi dell'empietà - D. Bosco predica il giubileo a Milano - Fatti edificanti - Conferenza annuale in ringraziamento a Maria SS. Immacolata - La Madonna di Rimini.

 

                LA VITA di D. Bosco si fa ogni giorno più ricca di lavori e di meriti. Sul finire del 1850 egli è sulle mosse per andare a Milano. Il Sommo Pontefice aveva pubblicato un nuovo Giubileo per riparare ai tanti danni cagionati alle anime dagli odii di parte, dalle guerre e dalle ribellioni. D. Serafino Allievi, Direttore a Milano dell'Oratorio di S. Luigi in via S. Cristina, invitava D. Bosco, perchè venisse a predicarlo ai suoi giovani. Questo floridissimo Oratorio festivo aveva per iscopo di istruire i fanciulli più poveri, più abbandonati ed ignoranti della città, accoglierli sbandati, allontanarli dal giuoco e dalle bettole, e, in una parola, educarli cristianamente. D. Biagio Verri, modello nel pregare, nel confessare, nel predicare e nello svolgere tra quei giovani un gran numero di vocazioni, sì ecclesiastiche che religiose, abitando presso D. Serafino, ed essendo tanto amico di D. Bosco per averne conosciuto da vicino le rare virtù, lo attendeva con viva impazienza. L'invito era [171] stato fatto di pieno accordo coll'Arcivescovo Mons. Romilli. Eziandio il parroco di S. Simpliciano, chiesa parrocchiale dell'Oratorio di S. Luigi, non solo aveva approvato questa deliberazione, ma con vive istanze da parte sua rinnovava l'invito a D. Bosco, sperando di servirsi del suo sacro ministero a gran bene della propria popolazione.

                Volentieri D. Bosco accondiscese a fare quel viaggio, e ne chiedeva licenza all'autorità ecclesiastica e il permesso all'autorità civile ed alla Legazione Austriaca. Il passaporto reca contrassegni che noi abbiamo stimato bene di non ommettere: età anni 35; statura oncie 38 capelli castagni oscuri; fronte media; sopraciglia castagne occhi id.; faccia ovale; carnagione bruna; condizione maestro di scuola elementare.

                Ma prima di partire egli desiderava di assistere alla riuscita di alcune conferenze che si erano promosse per opporre un argine efficace all'errore invadente. Egli, sin dai primordii dell'Oratorio, aveva intiero nella mente il programma delle opere che da lui esigeva la Divina Bontà. Ponderava, ciò che altri solo più tardi compresero, di quale aiuto poteva essere ai Vescovi e al Clero il laicato cattolico, quando fosse disciplinato in modo da concorrere alla difesa della società cristiana minacciata. Nello stesso tempo non gli sfuggiva l'importanza di una associazione che stringesse in comune accordo i suoi benefattori per il conseguimento de' suoi fini. Era quindi nella sua mente eziandio un tentativo per dare inizio, per quanto esiguo e non senza riserve di prudenza, alla pia unione di coloro che poi furono chiamati Cooperatori Salesiani. Il seguente documento spiega il disegno caldeggiato da D. Bosco. [172]

 

Copia di deliberazione costitutiva.

 

                Vien formata la seguente scrittura per servire di positiva e solenne testimonianza, che essendosi radunati li qui sottoscritti amici tutti cattolici e laici, i quali addolorati dagli abusi della libera stampa in materie religiose, e dalla sacrilega guerra dichiarata da molti cattivi cristiani contro la Chiesa ed i suoi ministri, e dal pericolo di vedere in Piemonte la religione vera soppiantata dal Protestantesimo, avuto il favorevole parere di cinque dottissimi Ecclesiastici fra li più distinti e zelanti del clero di questa Capitale, sono addivenuti alle seguenti determinazioni:

                1° Di costituirsi essi medesimi in Pia unione provvisoria sotto l'invocazione di S. Francesco di Sales, preferendo questo Santo per ragione di analogia tra le circostanze attuali del nostro paese e quelle della Savoia ai tempi di detto Santo, il quale col suo zelo illuminato, predicazione prudente e carità illimitata l'ha liberato dagli errori del protestantesimo.

                2° Che questa pia società provvisoria sia il principio di un consorzio in grande, il quale col contributo di tutti i soci e con quelli altri mezzi leciti, legali e coscienziosi che si potrà procurare, attenda a tutte quelle opere di beneficenza istruttiva, morale e materiale che si ravviseranno le più adatte e speditive ad impedire all'empietà di fare ulteriori progressi, e se è possibile, sradicarla dove già si fosse radicata.

                3° Che a cominciare da questa provvisoria unione la Società, o Consorzio che venga a chiamarsi, sia un'istituzione laicale, onde non possano certi malvagi appellarla, nel loro gergo di moda, un ritrovato pretesco della bottega. Ma che, [173] ciò malgrado, non se ne escludano que' buoni e fervorosi ecclesiastici che ben vorranno favorire la società colla loro adesione, coi loro lumi, e colla loro cooperazione, secondo lo spirito ed i fini di questo istituto.

                4° Per regolarizzarne la esistenza morale e l'opera di questa provvisoria società, li pochi intervenuti qui presenti si sono divisi tra di loro per reciproco consenso le incombenze della società nel modo seguente:

                Primo Promotore. - Bognier Giuseppe Maria.

                Secondo Promotore. - Roggieri Domenico.

                Terzo Promotore. - Donna Domenico.

                Quarto Promotore. - Battistolo Pietro.

                Quinto Promotore. - Bognier Leandro.

                Sesto Promotore. - Gilardi Gio. Batta.

                Settimo Promotore. - Bosso Amedeo.

                E per far le parti di segretario si delega il Promotore Bognier. Come Tesoriere si deputa il Promotore Roggieri Domenico.

                Si fa atto della colletta fattasi qui tra noi, la quale ha prodotto la somma di lire cinque, che furono qui consegnate al sig. Promotore Roggieri nella sua qualità di Tesoriere, per servire di primo obolo alla società e da spendersi solo dietro ordinato regolare della medesima.

                5° Tutti li qui intervenuti Promotori predetti, cui si è aggiunto, seduta stante, il qui presente sig. Borel Giuseppe, s'impegnano di adoperarsi, per quanto sta in loro, a procurare alla socie à quel maggior numero di nuovi membri che si potrà sempre pero colle cautele necessarie, onde non introdurre ipocriti o fratelli di equivoca cattolicità, o di uno zelo esagerato.

                6° Che Domenica prossima abbia luogo una nuova adunanza, colla presentazione dei nuovi soci che si saranno [174] procurati, a quell'ora, ed in quel luogo che verrà indicato dal primo Promotore.

                7° Che fra la settimana il Promotore Bognier presenti copia di quest'atto a quelle notabilità fra i laici ed ecclesiastici che giudicherà capaci di favorire la nostra Istituzione, pregandoli di aderire, prescindendo però subito ogni ulteriore pratica con chi si mostrerà piuttosto contrario che favorevole.

                In fede:

 

                Torino, li diciassette novembre mille ottocento cinquanta, alle ore otto di sera.

 

Sottoscritti all'originale

 

Bognier Giuseppe.              Gilardi Gio. Batta.

Domenico Roggieri.            Bognier Leandro.

Donna Domenico.              Borel Giuseppe.

Battistolo Pietro.

 

                Seguono le firme degli aderenti e le cifre delle oblazioni volontarie.

                In calce sta scritta questa Istruzione:

 

                Si proporrà primieramente la cosa come un solo desiderio, poi come una necessità, quindi come un progetto, a misura che risponde favorevolmente l'animo dell'ascoltante; ma per poco che esso si mostri ritroso, si prescinderà subito da ogni pratica ulteriore, comunque pia ed ottima sia la persona. Si noteranno però le risposte ed osservazioni avute, per regola della Società.

                Le persone che per motivi particolari consentiranno solo a condizione di secreto sul loro nome, resteranno conosciute dal solo Promotore che le avrà scritte. Figureranno anonimi [175] con solo un'iniziale sull'elenco della Società, oppure coll'appellativo di benefattore.

                Forse si faranno tre categorie: Socii, aderenti e benefattori. Si prevengano tutti che i soci avranno da pagare almeno 20 soldi al mese, oltre la prima oblazione. Gli altri qualche piccola moneta a lor volontà ogni settimana.

 

                Chiuse queste conferenze, D. Bosco partiva da Torino il 28 novembre alle ore 2 pomeridiane, e con viaggio non interrotto, passando per Novara e per Magenta, giungeva a Milano all'indomani alle ore 11 antimeridiane. Aveva sofferto molto nel viaggio pel moto della vettura.

                I tempi correvano difficilissimi. Milano, dopo le famose giornate, sembrava sedesse sopra un vulcano ancora acceso. I liberali e le sette avevano sempre rivolti tutti i loro disegni alla Lombardia, aspettando e cercando l'occasione di scacciarne i Tedeschi. Questi poi spiavano e conoscevano quasi tutti i disegni e le brighe dei congiurati e raddoppiavano la vigilanza. Di quando in quando gli arresti e le gravissime condanne per delitto di lesa maestà cagionavano terrore ai cittadini. La polizia austriaca teneva aperti mille occhi, eziandio sul clero e sui predicatori, perchè temeva che dai sacri pergami si facessero allusioni all'insurrezione di recente domata. Intanto per timore del Governo i parroci esitavano a dar principio alle sacre missioni in preparazione all'acquisto del Giubileo; gli assembramenti numerosi nelle chiese, avrebbero potuto dar appiglio ad effervescenze politiche o provocare sospetti, divieti e repressioni. I sacri oratori non si azzardavano di salire il pulpito, potendo una loro frase male interpretata essere causa di guai.

                In queste critiche circostanze D. Bosco prendeva alloggio [176] presso D. Serafino Allievi e D. Biagio Verri, ed annunziò al parroco di S. Simpliciano che avrebbe subito incominciata la predicazione pel Giubileo nella sua chiesa. Ma il parroco, forse per suggestione di timidi consiglieri, aveva mutato parere: osservò che altra cosa era predicare nell'interno e come in privato, nell'Oratorio di S. Luigi, e altra il predicare a una gran folla in pubblica chiesa; e dichiarò assolutamente di non poter permettere che s'incominciasse quella missione senza prima parlarne coll'Arcivescovo. - Oh, in quanto a questo ci penso io! - rispose D. Bosco; e senz'altro recossi da Mons. Romilli per chiedergli quella licenza.

                Il Prelato, che era ben accetto alla Corte di Vienna, non gliela negò; ma sul principio cercava di dissuaderlo. Vedendo però come D. Bosco fosse pieno di coraggio e nulla temesse: Signor Abate, gli disse, io non ho nulla in contrario, ma predicate sulla vostra responsabilità. Se vi accade disgrazia io non ci entro. Voi sapete che noi viviamo in tempi pericolosi.

                - Ed lo predicherò, rispose D. Bosco, in quel modo che si usava nel fare le prediche cinquecento anni fa.

                - Siete in libertà, vi replico, concluse l'Arcivescovo. Se vi sentite l'ardire andate pure e predicate. Io nè  ve lo comando, nè  ve lo consiglio, ma ve lo permetto di buon grado. Ricordatevi però, che per quanto grande sia la vostra prudenza, non sarà mai troppa.

                E D. Bosco cominciò a predicare a S. Simpliciano. Fin dalla prima predica la folla accorse con una curiosità ed un'ansia da non potersi descrivere. In mezzo a quelle febbri rivoluzionarie sembrava impossibile l'indifferenza, politica. Si aspettava una cosa ed era un'altra ben diversa. Egli predicava nè  più nè  meno di quello che avrebbe fatto un oratore sacro due o tre secoli prima. Con grande franchezza ed affetto invitava i peccatori a penitenza; e ciò che era da dirsi per [177] la riforma dei costumi lo esponeva senza ambagi, non badando a nessuno. Riguardo a ciò che si agitava nel cuore dei popolani, e che teneva desta la vigilanza risoluta del Governo, non fece il minimo accenno e schivò di narrare qualunque paragone o fatto anche antico che avesse potuto essere giudicato, anche alla lontana, allusivo alle circostanze attuali: in tutto sì comportava intieramente come se non esistessero questioni politiche e non fossero mai esistite. Perciò nessuna delle autorità ebbe a fargli la minima osservazione. Tutti i suoi uditori trovavano nelle sue parole in lungo e in largo null'altro che la meditazione sui novissimi e le istruzioni sul modo di confessarsi e di comunicarsi. Milano fu meravigliata del modo di predicare da lui seguito.

                Il suo stile era quello di S. Alfonso Maria de' Liguori. Di questi esercizii dettati a Milano noi abbiamo conservato le tracce scritte da lui stesso; e si capisce come la sua parola avesse sempre una forza irresistibile. Benchè lento nel parlare, pure stampava le sue sentenze nel cuore di chi l'udiva. Ci basti per saggio l'esordio della sua predica sul giudizio universale: “E fino a quando, o peccatori, abuserete della bontà di Dio, fino a quando continuerete ad offenderlo? Già gridano vendetta i compagni scandalizzati da voi; già gridano vendetta le chiese nelle quali commetteste tante irriverenze; già gridano vendetta i sacramenti profanati con tanti sacrilegi; già gridano vendetta il sole, la luna, le stelle, testimoni della vostra ribellione al loro Creatore; già grida vendetta la terra, da voi fatta teatro delle vostre iniquità; già gridano vendetta gli angioli stessi che vorrebbero vendicare gli insulti da voi fatti al loro Dio. E fino a quando vi abuserete della pazienza di questo misericordioso Signore? Vi rincresce forse mutar vita? Non tremate innanzi alla spada della giustizia celeste, già sfoderata per colpirvi? [178] Ebbene, continuate a bestemmiare il suo santo Nome, continuate pure a parlar male contro la SS. Religione nostra e contro i suoi ministri, continuate pure a mormorare contro il vostro prossimo, continuate, pure a fare cattivi discorsi, continuate pure a profanare i giorni festivi, fate presto a crocifiggere di bel nuovo sa questo duro legno il buon Gesù, perchè il tempo che vi resta è breve, l'eternità si avanza, è imminente, le folgori già lampeggiano in aria e stan per piombare su di voi, già si innalza il tribunale ove siederà il Giudice Eterno. Non lusingatevi, non sperate salvezza: il braccio del Signore è già steso e non avrete luogo di scampo. Al giudizio vi attendo, al giudizio, al quale tutti dovremo comparire e rendere strettissimo conto delle nostre azioni; di tutto ciò che avremo fatto, sia di bene omesso, come di male operato...” Era questa la politica per l'eternità.

                Bello osservare allora in chiesa certi mostacchi appostati, solamente per osservare se gli sfuggisse qualche parola contro il Governo o contro lo stato attuale della cosa pubblica. Ed eziandio costoro di quando in quando non potevano tenersi dall'asciugare una lagrima, atterriti al pensiero del giudizio e dell'inferno.

                Non aveva ancor finito questo triduo di due prediche al giorno in S. Simpliciano che il 2 dicembre, lunedì dopo la prima domenica di Avvento, incominciava ad ore diverse gli esercizii spirituali nell'Oratorio di S. Luigi, che dovevano durare pure tre giorni. D. Serafino aveva raccolti a centinaia i suoi giovani.

                D. Bosco, che tante meraviglie operava tra i suoi giovani di Valdocco, doveva attirare a sè  egualmente i cuori dei giovani di Milano. D. Serafino Allievi molti anni dopo ne faceva, noi presenti, cara testimonianza. Di queste prediche di Don Bosco abbiamo eziandio i punti principali da lui notati [179] sopra un foglietto. La prima sua parola fu la parabola di una madre che manda in viaggio due suoi figliuoli con due rispettivi compagni e dà loro i necessarii avvisi, perchè possano giungere sani e salvi, con un tesoro che loro affida, ad una lontana città ove li attende il padre loro. Essi partono, incontrano varie vicende, ed eziandio un nemico il quale si sforza di far loro disprezzare gli avvisi materni. Uno li segue e riesce bene, l'altro li trascura e riesce male. Applicazione. I due figli siamo noi; la madre è la S. Chiesa; i compagni, gli angeli custodi; il viaggio, la vita nostra mortale; la città, il paradiso; il padre che ci attende, il Signore; il nemico, il demonio; il gran tesoro, l'anima nostra. Su questa idea fondamentale svolse gli argomenti del fine dell'uomo, della salvezza dell'anima, dello scandalo, della morte che può venire improvvisa, della sacramentale confessione e del paradiso.

                L'ultima sua parola fu quella già predicata agli esercitandi di Giaveno. Lasciava per ricordo: - Ogni mese apparecchio alla buona morte.

                In quel frattempo varii Rettori di chiese assicurati che la sua predicazione a S. Simpliciano, non solo non aveva dato il minimo pretesto nè  a disordini, nè  a violenze, ma era riuscita felicemente con molto frutto per le anime, lo chiamarono nelle loro chiese. Egli acconsentì volentieri, e predicò in S. Maria Nuova, in S. Carlo, in S. Luigi e in Santo Eustorgio, come afferma D. Rocca Luigi per averne udito a parlare dai suoi parenti e concittadini milanesi. Talora predicava una sol volta al giorno in una delle sopradette chiese, talora fino a cinque prediche al giorno in diverse chiese.

                Mentre predicava un triduo a S. Rocco, ebbe invito dai padri Barnabiti, alcuni dei quali aveva conosciuti a Moncalieri, [180] di andare a dettare gli esercizii spirituali a Monza. Allora tra Milano e Monza vi era l'unica ferrovia che si avesse nelle terre lombarde. D. Bosco partiva da Milano alle l0 e mezzo ant., predicava a Monza e ad un'ora pomeridiana era già a Milano per la predica a S. Rocco. Grandissimo era il numero di coloro che venivano a confessarsi.

                Un giorno mentre D. Bosco andava al suo confessionale assiepato di penitenti, un giovanotto lo prese per la veste, lo tirò in un banco in mezzo alla chiesa, alquanto oscura per le tendine abbassate, e gli disse: -Mi confessi qui! D. Bosco si assise e l'altro gettandosi in ginocchio si confessò. Finita la confessione quel giovane disse a D. Bosco: - Lei confessa tale e quale e colle stesse parole di un prete dal quale io mi confessava a Torino anni sono.

                - E se questo prete qui fosse quel prete là? gli rispose D. Bosco.

                - Lei D. Bosco! esclamò il giovane fissandolo in volto.

                - Proprio D. Bosco! - disse il buon prete. Quel giovanotto ruppe allora in pianto, tanta fu la consolazione e la tenerezza che provava in quell'istante.

                D. Bosco non solo per quella predicazione non incorse in alcun mal partito, ma in varii luoghi, trovatosi in mezzo ai soldati ed agli ufficiali austriaci, era visto assai volentieri. Tanto più che egli si giovava di quel po' di lingua tedesca che aveva imparata nel 1846, per ispirar loro qualche buon sentimento.

                Intanto, dietro il suo esempio, altri sacerdoti si erano posti a predicare, e l'Arcivescovo per questo gli attestò più tardi la sua viva riconoscenza.

                Questa predicazione aveva durato 18 giorni. Don Bosco ritornava a Torino passando per Magenta e Novara. Al solito, confessò il conduttore del velocifero e nel tempo di [181] una fermata uno stalliere nella stalla. Coi locandieri poi ebbero luogo le stesse scene graziose, di prediche e di inviti a pensare seriamente all'anima.

                Alla Barriera detta di Milano trovava i giovani Rua Michele e Savio Angelo che lo attendevano.

                Appena giunto in Torino, fu suo primo pensiero porgere un attestato di riconoscenza a Maria SS. col ricordare le tante grazie che Ella aveva accordate all'Oratorio. Era una sua pratica speciale, direi quasi un atto di confidenza famigliare. Fino dall'anno 1842 era solito tenere una conferenza, ai suoi figli, intorno al suddetto argomento nel giorno dell'Immacolata: la prima volta ai giovanetti, poi ai soli catechisti, poi ai chierici; e infine la continuò ai Salesiani in tutti gli anni della sua vita, cioè di mano in mano che svolgendosi la sua Istituzione gli uni prendevano importanza e preminenza sugli altri. Se qualche rara volta ne era impedito, non ommetteva mai di tenerla prima che l'anno terminasse.

                E in quest'anno per accendere sempre più ne' suoi cari la divozione verso la Madre del Divin Salvatore gli dava eziandio argomento di parlare un fatto che riempiva di sua fama l'Italia. A Rimini nella piccola chiesa di Santa Chiara, si venerava un quadro della Vergine SS. sotto l'invocazione: Regina Madre di Misericordia. Sull'imbrunire dell'11 maggio tre buone signore postesi a pregare innanzi a Lei, con grande meraviglia e consolazione, osservarono un movimento nelle pupille della santa effigie, in senso orizzontale e verticale; talora dolcemente si elevavano fino a nascondersi sotto le palpebre con un leggiero cangiamento nel colore del sacro volto. La città come in un baleno fu piena della sorprendente notizia e tutta si affollava intorno a quell'altare. E il prodigio sensibilissimo, evidente, continuò per quasi otto mesi [182] innanzi a migliaia e migliaia di testimonii. I costumi mutati di tutto il popolo, i sacramenti frequentati in modo meraviglioso, una fonte inesausta di grazie che fin d'allora incominciò a scaturire, il rigoroso processo diocesano approvato dalla Sacra Congregazione dei Riti, l'Ufficio e la Messa propria consentita per questo portento, la corona d'oro concessa dal Sommo Pontefice, la chiesa ridotta ad una elegante architettura di croce latina e dedicata nel novembre di questo stesso anno, erano altrettante testimonianze della verità del prodigio.

                Colla viva gioia di questa nuova gloria della Madonna e colle soavi emozioni delle Feste Natalizie D. Bosco giungeva alla fine del 1850.

 

 


CAPO XVIII. Spirito di penitenza - Raccomandazioni ai giovani - Testimonii continui della vita di D. Bosco - Il suo riposo e il suo cibo - L'Abate Stellardi e il Can. Ronzino alla mensa di D. Bosco - Sue distrazioni - Il firmamento in una notte serena.

 

                LE VIRTU' di D. Bosco erano esimie come le sue opere. Aveva preso per suo modello la vita mortificata sia interna, sia esterna del Divin Salvatore, crocifiggendo le proprie passioni e le naturali inclinazioni. Anche a' suoi alunni raccomandava questa mortificazione, proclamando che chi vuol godere con Gesù Cristo in cielo, fa d'uopo che patisca con lui sulla terra. Insisteva specialmente che fossero temperanti nel cibo, nel bere e nel dormire, dicendo che il demonio tenta di preferenza gli intemperanti. Sebbene stabilisse che il vitto fosse abbondante, onde ognuno avesse di che sostentarsi senza detrimento della sanità, specialmente perchè i suoi commensali erano giovani, tuttavia dispose che ne fosse allontanato ogni apprestamento superfluo. Non tollerava che alcuno si lagnasse del cuoco e dei cibi dei quali si nutriva egli stesso; però quando alcuno avesse avuto bisogno di nutrimento diverso, volentieri lo provvedeva. Esortava tutti ad evitare l'ingordigia e la troppa fretta nel mangiare, ripetendo la sentenza: prima digestio fit [184] in ore. Disponeva che il vino ai chierici fosse dato in molto discreta misura, affermando che l'acqua buona giova assai meglio a spegnere la sete ed alla sanità. Molto insisteva sulla temperanza dell'uso del vino. Predicando soleva ripetere le parole della Scrittura: In vino luxuria. Faceva attenzione se alcuno, per il gusto di assaporare il vino, bevesse a centellini, oppure se bevesse vino generoso senza annacquarlo: ciò che accadeva raramente, cioè nelle feste solenni e se vi erano forestieri a mensa. E su questo faceva agli alunni le sue raccomandazioni. Li esortava eziandio caldamente a non andare mai a letto nelle ore pomeridiane, premunendoli, come diceva egli, ab incursu et demonio meridiano. Però loro permetteva che nella stagione estiva, o nello studio comune o nella scuola, dormissero una mezz'ora o tre quarti d'ora, appoggiando le braccia o la testa sul tavolo o sul banco.

                Soleva dire: - Datemi un giovanetto che sia temperante nel mangiare, nel bere e nel dormire, e voi lo vedrete virtuoso, assiduo ne' suoi doveri, pronto sempre quando si tratta di far del bene, e amante di tutte le virtù; ma se un giovane è goloso, amante del vino, dormiglione, a poco a poco avrà tutti i vizii. Diverrà sbadato, poltrone, irrequieto, e tutto gli andrà a male. Quanti giovani furono rovinati dal vizio della gola. Gioventù e vino sono due fuochi. Vino e castità non possono coabitare insieme!

                Le sue parole tanto più efficaci, in quanto che i suoi discepoli lo videro sempre temperante in tutto. Nondimeno quanto fosse eroico questo spirito di penitenza, come quello di S. Filippo Neri, per sua industria e suo maggior merito, non si potè  avvertire per anni ed anni da moltissimi estranei alla casa che lo conoscevano, senza esserne famigliari. Quelli stessi che gli stavano continuamente attorno, se ne formarono un sicuro giudizio solo dopo continuate e lunghe [185] osservazioni, tanto egli era gioviale e faceto. Questi furono, dal principio fino al termine della sua vita, testimoni continui e talora importuni, di notte e di giorno, in casa e fuor di casa, di ogni anche minima sua azione. Dal 1841 Buzzetti Giuseppe, dal 1848 Savio Ascanio, dal 1852 Rua Michele, Cagliero Giovanni e poi Cerruti Francesco, Bonetti Giovanni e infine Berto Gioachino, che dal 1864 fu il suo segretario intimo, il suo confidente, fino al 1888 circa: e con essi migliaia e migliaia di altri, da molti de' quali raccogliemmo ciò che siamo per dire.

                Fin dai primordii non mancarono i critici per interpretare meno rettamente certi suoi atti, giudicandoli dalle apparenze; ma dovettero le cento volte ricredersi dopo un esame spassionato. Diremo di un fatto accaduto verso il 1850, del quale ci scrisse Brosio Giuseppe

                “L'Oratorio era anche frequentato da giovani esterni grandi e molto propensi alla critica; essi per leggerezza censuravano qualunque più piccola cosa, e non solo tra loro compagni, ma anche tra le persone tutt'affatto estranee all'Oratorio. D. Bosco per una sua indisposizione mangiava la minestra anche alla sera nei giorni di digiuno; ma era condita di puro sale ed io lo sapeva. Allora la costumanza generale imponeva che nelle vigilie alla colaziuncola non si apprestasse la minestra. Ora accadde che un giovedì santo dopo la lavanda dei piedi, che faceva D. Bosco stesso, egli invitasse a cena con lui i tredici giovani che avevano raffigurato gli apostoli: in quell'anno io rappresentava S. Paolo. Per essi fu posta sulla mensa un'abbondante pietanza di magro, e secondo il solito Mamma Margherita portò la minestra a D. Bosco. Ed ecco subito un giovane dire ad un altro: - To', guarda; D. Bosco mangia la minestra questa sera che è digiuno! - Io ascoltando queste parole, desiderai [186] che D. Bosco desse una buona lezione a cosiffatti scrupolosi e dissi ad alta voce alla Margherita: - Eh brava mamma! Ha data la minestra a D. Bosco oggi che è digiuno: non sa che non se ne può mangiare? - A questa mia uscita tutte le persone che si trovavano in quella camera presero a ridere. La mamma e la zia di Don Bosco si schermivano col dire che la minestra condita al puro sale era tutt'altro che gustosa. D. Bosco non fiatava, ed io desiderando che parlasse, fingeva di non capire e continuava a battere il chiodo, cioè che di minestra in quella sera non se ne doveva portare in tavola. Allora D. Bosco, che forse intese ciò che io voleva, fece un discorso così commovente sull'argomento in questione, sulla necessità che dispensa anche da una legge, sulla debolezza del suo stomaco dopo tante confessioni ascoltate, che il giovane, il quale aveva arrischiato quel motto imprudente, piangeva; e d'allora in poi io più non udii criticare gli andamenti dell'Oratorio”.

                Dopo tali schiarimenti, passiamo ad esporre fatti e testimonianze relativamente allo spirito di mortificazione di Don Bosco sebbene si riferiscano a parecchi anni.

                “Io, così il primo chierico dell'Oratorio Teol. Savio Ascanio, non lo vidi mai praticare penitenze straordinarie; però, a mio giudizio, nella sua vita ordinaria di buon prete appariva straordinario. Non mi consta che portasse cilicio, si desse sanguinose discipline, si affliggesse con prolungati digiuni o altre macerazioni; ma pure praticò la mortificazione corporale così assidua, costante e minuta, con tanta facilità e sì gran piacere, che il suo vivere si può paragonare a quello dei monaci più austeri, e dei penitenti più rigidi. Attese le sue malattie, le continue fatiche, cure, affanni, avversità, persecuzioni, ogni giorno, anzi direi ogni ora ebbe la sua croce da lui portata pazientemente”. [187]

                Il medesimo soggiungeva: “E’ mia ferma convinzione che egli passasse le intere notti anche insonni, per attendere alla preghiera, scrivere i suoi libri, studiare, sbrigare le corrispondenze e disegnare con Dio le sue opere”. - “Don Bosco una volta mi confidò, diceva D. Rua, che fino all'età di cinquant'anni non aveva dormito più di cinque ore per notte, vegliando una intiera notte a tavolino ogni settimana; ed io ne fui testimonio fino all'anno 1866, perchè vedevo sempre il lume acceso in sua camera fino oltre le dodici ore. Dal 1866 al 1871 incominciò a concedersi sei ore di riposo continuando la sua veglia di una notte per settimana. Ordinariamente però nella bella stagione alzavasi alle 3 del mattino e coricavasi alle 11 e ½, di sera. Di ciò accorgevasi il suo segretario D. Berto, che dormiva nella stanza vicina. Dopo la malattia di Varazze nel 1872, dovette rassegnarsi a prendere sette ore di riposo e rinunciare alla veglia di una notte per settimana. Ciò non toglieva però che qualche volta non ritornasse all'antica abitudine”.

                A sua volta Bisio Giovanni ci affermò: “Io, destinato a fare il servizio della sua camera, dal 1864 al 1871, più volte trovai il suo letto intatto, e lamentandomi con lui che non avesse riposato, egli rispondeva che pel gran lavoro non aveva potuto coricarsi”.

                Alla mattina era pronto a levarsi con tutti gli altri alle 5 ovvero alle 5½ eziandio nell'inverno più crudo, appena la campana della comunità dava il primo rintocco. Scendeva dal suo povero letto, che tenne, fin quasi negli ultimi anni, nella medesima camera dove dava udienza; e quantunque per la troppa debolezza il suo corpo talvolta trasudasse e tanto, e dovesse durare molta fatica per vestirsi, sempre lo fece da sè . Quando i giovani discendevano in chiesa, era già al suo posto per le confessioni, e prima e [188] durante la messa della comunità ascoltava ogni giorno i penitenti, e ciò finchè le forze glielo permisero. Solo negli ultimi anni prolungava il suo riposo fino alle 6, perchè diversamente avrebbe contristato i suoi figli.

                Se l'alba sorprendevalo al tavolino, dove aveva passata la notte lavorando, alzavasi dalla sedia e andava a confessare i giovani, e, celebrata la S. Messa, ritornava al suo scrittoio. Se null'altro intrattenevalo, attendeva subito al disbrigo de' suoi lavori, con tutta l'intensità della sua mente, e loro sacrificava ogni necessità della vita. “All'inverno, disse il suddetto Bisio, si metteva a lavorare senza mai riscaldarsi al fuoco. A me pareva impossibile che col freddo intenso potesse scrivere senza che gli cadesse la penna dalla mano. E non l'ho mai udito a lamentarsi del freddo, nè  del caldo, nè  di qualsiasi incomodo”.

                A colazione non prendeva per molti anni altro che una piccola tazza di caffè mescolato a cicoria, bevanda che non faceva gola a nessuno, mescolandovi alcune gocce di latte solo quando veniva costretto da qualche indisposizione. Per qualche tempo e di rado vi bagnava tanto di pane, e quello comune, da non rompere neppure il digiuno, e in fine lasciò anche questo. Noteremo che osservava rigorosamente le astinenze prescritte dalla Chiesa, e digiunava ogni sabato, che poi nelle regole da lui date ai Salesiani si cambiò col venerdì.

                Suonato il mezzo giorno, talvolta era ancora trattenuto in camera dalle udienze, che furono causa, come vedremo, della più grande delle sue mortificazioni, quindi ordinariamente giungeva nel refettorio molto in ritardo. Tanto più che in quel tragitto era sovente fermato da più persone, che l'una dopo l'altra volevano dirgli o sentire da lui qualche parola; e talora ne incontrava di quelle che non conoscevano [189] discrezione, trattenendolo lungamente. Ed egli, con ammirabile pazienza e tutta pacatezza, ascoltava, rispondeva e cercava di dare ad ognuno soddisfazione. Se chi servivagli da segretario, inquieto faceva qualche rimostranza agli indiscreti, D. Bosco lo avvisava di tollerare e lasciare che ognuno potesse a lui venire, troppo rincrescendogli che dovessero partire insoddisfatti.

                Giunto in refettorio, se erano già usciti i soliti commensali, pranzava, attorniato dai giovanetti sopravvenuti, che lo circondavano così da togliergli quasi il respiro, assordato, dal loro chiasso, in mezzo ad un polverio e ad un ambiente non certamente gradito ai sensi, ma gratissimo a lui che non cercava i suoi comodi, sibbene il vantaggio de' suoi figliuoli.

                Fra questi Monsignor Cagliero Giovanni ci diceva: “La mensa di D. Bosco fu sempre frugalissima, per non dire meschina. Io da giovanetto nel 1852 e 1853 assisteva al suo desinare e alla sua cena. La minestra ed il pane era quello che mangiavamo noi; e la pietanza che gli preparava la sua buona Mamma Margherita era per lo più di legumi e alle volte con pezzettini di carne o di uova: sovente di zucca condita: e vedeva che lo stesso piatto presentato alla mattina ritornava alla sera riscaldato. Anzi lo vedeva alle volte ritornare per più giorni ed anche sino al giovedì se era una torta di mele”. Egli però mai non occupavasi degli apprestamenti di sua madre. Tenne sempre la massima di San Francesco di Sales: “Nulla chiedere e nulla rifiutare” - e il consiglio eziandio dell'Apostolo Paolo: - Manducate quae apponuntur vobis.

                Qualche tempo dopo però, in grazia de' suoi commensali, alla minestra e alla pietanza aggiunse un po' di frutta o formaggio, e nel 1855 una seconda pietanza a pranzo quando vennero alcuni sacerdoti a dimorare con lui. Solamente il [190] primo piatto aveva carne e il secondo legumi cotti, ovvero insalata. Se per minestra apprestavasi la polenta, con qualche condimento, questa serviva anche per una pietanza. D. Bosco soleva eziandio raccomandare ai cuochi che evitassero le vivande eccitanti, e ciò pare che fosse per amore della moralità.

                E D. Bosco preferiva patate, rape ed erbe purchè ben cotte, quantunque insipide, adducendo per ragione che erano più confacenti al suo stomaco; e ripeteva frequentemente la massima: - Dover l'uomo mangiare per vivere e non vivere per mangiare. - Di quando in quando i suoi chierici cercavano di fargli provvedere qualche vivanda più adattata alla sua mal ferma salute; ma se egli avvedevasi di tale particolarità, se ne lagnava e raccomandavasi al Prefetto della Casa perchè desse ordini in cucina che impedissero il rinnovarsi di simili attenzioni. Era ammirabile la sua indifferenza riguardo alla qualità e al condimento dei cibi. I più saporiti erano quelli dei quali meno gustava. Non fu mai udito lamentarsi del vitto. Avvenne talvolta che dopo di lui si servisse di minestra qualche altro il quale, al primo gustarla, lasciavala per qualche sapore ripugnante, ma egli, senza farne caso, aveala mangiata. Talora gli erano portate uova o altre vivande che incominciavano ad alterarsi ed egli se ne cibava tranquillamente senza dar segno di avvedersene. Era sua risoluzione presa di non mai dire: Questo mi piace, questo non mi piace. - Quando però la minestra era migliore o pel brodo o pel condimento, molte volte si vide versarvi la caraffa d'acqua, con la scusa che la doveva raffreddare per essere troppo calda. Anche il pane servivagli per esercizio di mortificazione e nello stesso tempo per promuovere lo spirito di economia. Aveva istituita in casa una specie di compagnia, detta dei tozzi di pane, i cui membri si proponevano di servirsi a preferenza di tutti gli [191] avanzi del pane, lasciati nel pasti precedenti, anche dagli altri, prima di spezzare una pagnotta ancora intera. E Don Bosco era il primo a darne l'esempio.

                Mangiava poi in misura così parca che noi eravamo meravigliati come potesse reggere a tante fatiche. Il suo cibo bastava semplicemente a mantenerlo in vita. Interrogato perchè si assoggettasse a tante privazioni, rispose con umiltà allo scrivente queste memorie: - Con tanti affari che ho da sbrigare, pel grande e continuo lavoro della mia mente, se non avessi fatto così, i miei giorni sarebbonsi presto spenti. - E questa fu costumanza di tutto il tempo che visse. Anzi più volte si assoggettava a straordinarie astinenze. “Talora, ci ripeteva Buzzetti Giuseppe, attento osservatore di ogni più piccola azione di D. Bosco, se a pranzo o a cena, essendo finite le provvigioni in cucina, capitava all'improvviso qualche forestiero amico, egli privava se stesso della pietanza per darla tutta intiera all'ospite. Ma sapeva ciò fare con tanta grazia e tale onestà di pretesti, che il commensale non si accorgeva della sua industria”.

                Anche nel bere fu modello di temperanza. Il poco vino lo beveva propter stomachum, come dice S. Paolo, ma così adacquato, che quasi perdeva la sua natura. Fino al 1858 e più, la sua cantina era in parte fornita dal Municipio, che mandava all'Oratorio quasi ogni settimana una misura di campioni, saggi, fondi di botte che rimanevano nel mercato del vino, mescolato il bianco col nero, il dolce col forte e talora il sano coll'inacetito. Ed usava di questo, benchè egli provenisse da un paese ove si fa vino eccellente. Spesse volte si dimenticava di bere, essendo assorto in ben altri pensieri, e toccava ai vicini di tavola di versarglielo nel bicchiere. Ed allora egli, se il vino era buono, cercava subito l'acqua per farlo più buono, diceva. E aggiungeva sorridendo: [192] - Ho rinunziato al mondo e al demonio, ma non alle pompe: - alludendo alle trombe che estraggono l'acqua dai pozzi. Ad ogni pasto beveva un solo bicchiere.

                Mons. Giovanni Bertagna, che ben conosceva la vita intima di D. Bosco, un giorno di lui asserì “Nella temperanza fu di raro esempio: in casa sua mai non ricercò delicatezza; anzi pare che si sarebbe potuto permettere per sè  e per gli altri un qualche miglior trattamento”.

                Ma D. Bosco aveva un suo ideale di perfezione. Verso il 1860, avendo dovuto migliorare il vitto per i bisogni di coloro che abitavano con lui, mangiava senza difficoltà quello che gli veniva posto innanzi, Tuttavia spesse volte l'udimmo esclamare: - Speravo che nella mia casa tutti si sarebbero contentati di sola minestra e pane e al più di una pietanza di legumi. Vedo però che mi sono ingannato. Il mio ideale era una Congregazione modello di frugalità e che tale avrei lasciato alla mia morte, quella che pensavo di fondare. Ora però mi sono persuaso che la mia idea non era effettuabile. Mille cause mi spinsero a poco a poco a seguire l'esempio di tutti gli altri Ordini religiosi. Minestra, due pietanze, e frutta. La stessa Sacra Congregazione non avrebbe approvate le regole, se fossi stato troppo rigoroso nel limitare la qualità dei cibi; eppure anche adesso mi sembra che si potrebbe vivere come io viveva nei primi tempi dell'Oratorio.

                Nondimeno, cosa incredibile! nel primi lustri dell'Oratorio, narra D. Turchi Giovanni, in Torino si diceva da taluno che D. Bosco si mostrasse povero a parole, ma che in casa tenesse piuttosto un trattamento signorile. Anzi vi fu chi osò dire, non senza un po' di malignità: - D. Bosco fa star male i suoi giovani, ed intanto lui sa mantenersi bene.

                Vi fu adunque chi volle conoscere le lautezze di Don Bosco, L'Abate Stellardi con varii signori era stato [193] invitato a pranzo dal Conte d'Agliano, e conversando cadde il discorso su D. Bosco. L'Abate diceva che i pranzi di Don Bosco erano quali si convengono a persona che maneggia molti denari. Fra i convitati, chi era pel sì, chi pel no. Chi diceva D. Bosco mangiare poverissimamente; chi invece, la sua mensa essere molto lauta. A porre termine alla questione l'Abate si offerse di andare a sorprendere inaspettato Don Bosco mentre si poneva a mensa. Ed ecco ei comparisce un giorno all'Oratorio poco prima del mezzogiorno col pretesto di un'informazione da chiedere; e dopo che si fu trattenuto alquanto con D. Bosco, gli disse, se avrebbe favorito d'invitarlo a pranzo in sua compagnia, poichè i suoi affari non gli permettevano di ritornare a Soperga. - Ben volentieri, rispose D. Bosco; ma lasci prima che avvisi mia madre dell'onore che ci fa, poichè noi non abbiamo sul momento modo da trattar lei come si merita, nè  vivande come la S. V. vede portare sulla sua tavola.

                - No; mi faccia questo piacere; non dia alcuno avviso in cucina. Mi basterà il suo trattamento ordinario.

                Dopo un po' d'insistenza dall'una e dall'altra parte si andò a tavola. D. Bosco rivoltosi a mamma Margherita - Vedete, le disse, abbiamo qui con noi l'Abate Stellardi.

                - Potevi darmene avviso prima, io adesso ho niente di apparecchiato, - disse Margherita.

                - Ma egli non vuole altro se non il nostro pranzo, esclamò D. Bosco sorridendo.

                - Sì, sì, soggiunse l'Abate, mi contento di pranzare come pranza D. Bosco.

                - E così sia! replicò mamma Margherita, che subito pose in tavola. La minestra era di riso con castagne e farina di meliga. D. Bosco mangiò col migliore appetito, ma l'Abate ne assaggiò un mezzo cucchiaio e, torcendo il viso ad altra [194] parte, non potè  ingoiarlo e disse: - Oh! mangerò la pietanza.

                Per prima pietanza venne portato un pezzo di merluzzo condito con un po' d'olio tutt'altro che sopraffino. D. Bosco continuò a mangiare; ma quel signore, odorato quell'olio, fece un atto di sgradimento e lasciò tutto. I chierici che pranzavano con lui, e poi descrissero questa scena, a stento frenavano le risa. Per seconda portata venne in tavola un po' di cardo bollito con sale, e per frutta una fetta di formaggio fresco. L'Abate non potè  trangugiar niente, e partitosi dall'Oratorio andò immantinente dalla famiglia d'Agliano dicendo: Per carità, datemi da pranzo perchè non reggo dalla sfinitezza. E raccontava l'avvenuto, mentre tutti saporitamente ridevano. Il Conte d'Agliano conosceva D. Bosco e aveva già nel frattempo scherzato sulla preveduta disillusione dell'Abate, solito a tenere in sua casa una lauta cucina, con scelta di vivande. Così l'Abate si potè  convincere, e lo disse poi in molti luoghi, che il pranzo di Don Bosco era tutt'altro che invidiabile.

                Un altro esimio ecclesiastico, per fine diverso, ma colla persuasione che ci fosse qualche cosa di vero in quel che dicevasi di D. Bosco, era venuto all'Oratorio per trattare non so di che. Era il Canonico della metropolitana Ronzini Cesare. Venuta l'ora del pranzo D. Bosco lo invitò a prendervi parte. Il Canonico prima si scusò, e poi finì per accettare. Il servizio al solito modesto e povero: allesso e cavoli. Don Bosco però, in onore del suo commensale, aveva fatto aggiungere un po' d'antipasto. Il Canonico gradì molto quella gentilezza, e nel congedarsi disse al suo ospite: - Mi avevano fatto supporre che all'Oratorio si tenesse per lei una buona tavola; ma ora mi persuado che la cosa sta ben diversamente. - E guardandolo cogli occhi pieni di lagrime e [195] stringendogli la mano ripetè : - Ah D. Bosco! Io ne sono contento, molto contento! Più tardi, a cagione di alcuni sofferenti di petto, aveva fatto aggiungere qualche cosa più di carne e anche a cena. Ciò era necessario per chi si dava allo studio ed alle fatiche del ministero sacerdotale, e per accondiscendere a coloro che essendo di condizione agiata desideravano far parte della famiglia dell'Oratorio. Egli aveva anche visto come parecchi sacerdoti e secolari, venuti ad abitare con lui, avessero provato a vivere parecchi mesi secondo i regolamenti, ma che in fine, non potendosi adattare a quel metodo di vita, avessero dovuto ritirarsi ed ascriversi a qualche altro Ordine religioso.

                La minestra però ed il pane li lasciò sempre comuni coi giovani ricoverati.

                Tuttavia l'abbiamo udito più volte lamentarsi di questa abbondanza di carne, come egli diceva, poichè notava che avrebbe potuto, fomentare le passioni. E fu in quella circostanza che egli senza volerlo fece un'ingenua confessione del suo spirito di penitenza, dicendo, - che egli si era sempre astenuto dal mangiare carne, perchè aveva temuto la ribellione della concupiscenza; - e soggiungeva meravigliato: - Forse gli altri non sono sensibili, come lo sono io, e non hanno da appigliarsi alle stesse precauzioni!

                Egli infatti generalmente si asteneva dalle carni; anzi pareva che le avesse quasi in orrore, e per quanto poteva, evitava di mangiarne, sotto pretesto che i suoi denti molto guasti gli dolevano e che non poteva masticarle. Ma rifuggendo sempre dalla singolarità, talora accettava ciò che gli veniva offerto. Se gli domandavano qual porzione preferisse, soleva dire: - Per me la porzione di carne più gradita è la più piccola! - Una parte però la lasciava nel [196] piatto e quella poca che mangiava non la condiva mai col sale. Solamente negli ultimi anni di sua vita si arrese a servirsene più frequentemente, in forza dei replicati ordini dei medici.

                Dopo il pranzo, stanco dalle male notti, passate nel lavoro, o con insonnia, o con vessazioni diaboliche, come a Mons. Cagliero e a parecchi suoi intimi confidò, sfinito dalle fatiche, vinto dalla stanchezza talora dormicchiava per breve tempo a tavola, seduto sulla sedia senza appoggio e reclinando il capo sul petto. Allora i presenti, zitti zitti, uscivano dal refettorio sulla punta dei piedi per non destarlo. Ma non fu mai che in quest'ora prendesse riposo sul letto, neppure negli ultimi suoi tempi. Era questa per lui l'ora più pesante della giornata, perchè era solito uscire in Torino, per visitare i benefattori, compiere affari pressanti e cercare soccorsi per la sua opera. Tormentato dalla sonnolenza toglievasi per compagno qualche giovanetto pratico della città, dicendogli., - Conducimi nel tale e tale altro luogo; ma tu sta' attento perchè potrebbe vincermi il sonno e farmi incespicare. - E appoggiato colla mano al braccio dei giovane camminando, sonnecchiava, quasi gli bastasse quel moto e quel momento di sopore per riparare alla stanchezza del non aver dormito.

                Una volta avendo passato più notti insonni e dimenticata tale precauzione, trovossi soletto sulla piccola piazza della Consolata, quasi neppur sapendo ove fosse e dove volesse andare. Un calzolaio che abitava lì presso, gli si avvicinò e gli disse che cosa si sentiva, se stesse male, o se fosse di cattivo umore.

                - No: gli rispose D. Bosco, ma ho sonno.

                - Ebbene, venga pure a casa mia; dormirà un po' e quindi ripiglierà il cammino per le sue faccende. - Don [197] Bosco accettò: entrò in quella piccola botteguccia, si sedette ad un deschetto e dormì dalle due ore e mezzo pomeridiane fino alle cinque Quando si destò, lagnossi col calzolaio che non lo avesse svegliato: -Oh caro lei, gli rispose quel bravo uomo; lo vedeva così stracco, dormiva così profondamente appoggiato a quel muro! Io lo guardava con divozione, pensando alle tante fatiche che avrà sopportate!

                Talora accadde che sentendosi mancare le forze entrasse in una bottega, pregando il padrone di quella a lasciarlo riposare un istante. Se il bottegaio era suo conoscente, subito ben volentieri gli porgeva una sedia, perchè sapeva la cosa. Se il bottegaio non era conoscente, D. Bosco, interrompendo le solite proferte di mercanzia, in atto di confidenza dicevagli: - Mi faccia il piacere di permettermi che mi fermi qui; di darmi una sedia perchè possa riposarmi un poco. - E il padrone: -Sì sì faccia pure il suo commodo. - D. Bosco appena sedutosi si addormentava. Intanto andavano e venivano gli avventori stupiti di vedere un prete dormire in quel luogo. Pochi minuti però bastavano per rinfrancarlo e quando congedandosi ringraziava Scusi: chi è lei?

                - Son D. Bosco!

                - Ma perchè non dirmelo? Vuole una tazza di caffè, un po' di vino? - E quei buoni bottegai erano poi contenti di poter narrare quella piccola avventura.

                Nulla mai beveva, nè  assaggiava briciola di alcunchè fuori dell'ora dei pasti, eccetto negli ultimi anni di sua vita, nei quali, per la grande difficoltà nel digerire, prendeva per ordine del medico un po' di vermouth, prima di andare a mensa; ma non comprato sibbene ricevuto in dono dalla caritatevole famiglia del Teol. Carpano; ma se non glielo presentavano egli non lo domandava. Così pure permettevasi in questi tempi un po' di camomilla, quando gliela offrivano, [198] mentre attendeva per molte ore alle confessioni. Durante il giorno, sebbene fosse stanco e sfinito dalle udienze, e talora riarso dalla sete, essendo soggetto a grande infiammazione in bocca, non chiedeva nemmeno acqua, e quando talvolta il suo segretario D. Berto gliene portava per compassione, importunandolo che bevesse almeno per fargli piacere, ne prendeva soltanto qualche sorso col pretesto che lo faceva sudare. Bisio Giovanni narrava di non averlo mai veduto bere un rinfresco, e che un giorno nei gran calori d'estate avendogli presentato una bibita con ghiaccio spezzato e limone ci la rifiutò graziosamente dicendo:

                - Prendilo tu! Non volle mai in sua camera vini, sciroppi, liquori; e se gliene regalavano, o li mandava in dispensa comune o in infermeria per gli ammalati, o li faceva riporre per donarli a sua volta ai benefattori. Di quando in quando raccomandava a' suoi allievi giovani, chierici e sacerdoti di non tenere presso di sè  quelle ghiottonerie spesso pericolose; nè  si stancava di ripetere simile raccomandazione, e puniva anche i trasgressori. Quando nelle case ospitali gli veniva offerto del vino, egli bellamente se ne schermiva, o col pretesto che poteva cagionargli male di capo o con altre scuse.

                Voleva abolite le merende con vino, frutta od altri commestibili, dicendo che venter pinguis non gignit mentem tenuem. Non fece mai una refezione tra il pranzo e la cena nè  in casa propria, nè  in casa altrui, nè  anche allorquando invitato, o da solo, o co' suoi giovanetti insieme, vi si recava. In tali circostanze, se era solo, e l'invito era un caso straordinario, si contentava di intrattenersi in utili conversazioni colle persone di casa. Se lo accompagnavano i suoi giovani, era tutto premura che fossero serviti a piacimento loro e, dell'invitante, a norma delle convenienze; ma egli nulla gustava, adducendo per ragione che aveva da fare [199] per essi. Tutt'al più limitavasi a poche gocce di vino adacquato, per accondiscendere in qualche modo alle cortesie altrui. “In tanti anni che vissi con lui, dice Don Rua, ricordo di averlo visto una sol volta fuori di pasto con qualche grappolo d'uva in tempo di vendemmia, ed anche allora piuttosto per fare animo a' suoi giovanetti che aveva condotti espressamente a fare campagna”.

                Non parlava mai di cibi nè  di bevande, e coll'esempio e col consiglio distoglieva anche i giovani da simili discorsi e desiderii. Assisteva con eguale appetito ai grandi pranzi, ai quali era costretto ad intervenire, come alle semplici refezioni dell'Oratorio. Tutti vedevano che mangiava per necessità. In lui non appariva ombra d'immortificazione, ed evitava la troppa fretta. Chi sedette al suo fianco a tavola per tanti anni, può attestare che prendeva cibo come distratto, sempre occupato in altre cose, non facendo distinzione tra cibo e cibo. Accadde che gli si domandasse a pranzo se avesse già mangiato del secondo piatto, oppure solamente del primo; come pure, subito dopo alzatosi da mensa, per qualche circostanza speciale, si discorresse di ciò che era stato servito a tavola ma egli non sapeva dirlo. Erasi abituato a frenare il senso del gusto, fino al punto di perderne quasi lo stimolo.

                Infatti, predicando gli esercizii in una parrocchia di campagna, verso il fine dei medesimi, una sera levatosi ad ora tarda dal confessionale, rientrò in canonica quando tutti ed anche il parroco erano già al riposo. Sentendone bisogno andò in cucina per fare un po' di cena. Al chiarore di un lumicino che colà si trovava acceso, cercò se gli avessero riservato un piatto di minestra, e vide un pignattino nel fornello sulla cenere calda. Credendo che quello contenesse la minestra, presolo e trovato un cucchiaio, mangiò tranquillamente ciò che esso credeva una polentina di semola. Ma [200] quale non fu l'indomani lo stupore della cuoca, quando, cercando l'amido, che aveva preparato per soppressare, più non lo trovò! - La buona donna non finiva di lagnarsene. Il parroco intanto venuto in sospetto, interrogò D. Bosco e con grande meraviglia apprese come egli non si fosse accorto di aver mangiato dell'amido. Del caso quegli faceva tema spesso di ragionamento, descrivendo a' suoi amici la mortificazione ammirabile del servo di Dio.

                D. Bosco era tanto lontano dal soddisfare il suo palato, che, a somiglianza dei santi, pareva provasse una specie di ripugnanza ogni qualvolta doveva mettersi a tavola. Più volte fece atto come di chi si adonta di dover sottostare a tale necessità, e diceva: - Che bassezza dover tutti i giorni l'uomo nutrirsi di cibi materiali. - E soleva ripetere frequentemente: - Di due cose desidererei far senza: dormire e mangiare. - Egli aveva sovente bisogno che qualcuno lo avvisasse dell'ora del pasto, chè altrimenti se ne scordava.

                Non poche volte ignorava anche se avesse già pranzato. Talora al mattino usciva per la città, e rientrato verso le due pomeridiane si poneva a tavolino. Margherita, credendo che fosse stato a pranzo presso qualche benefattore aveva già riposto ciò che aveva preparato, sparecchiata la mensa e spento il fuoco. Verso le quattro non reggendo più all'occupazione di mente, intorbidandosi la sua vista e venendogli meno le forze, D. Bosco deponeva la penna pensando: -Ma perchè mi viene questo capogiro? che non stia bene di sanità? - E passeggiava per svagarsi. Non potendo però più reggersi in piedi, chiamava la madre.

                - Di che cosa hai bisogno? - dicevagli Margherita affacciandosi alla porta.

                - Mi sento debole; mi gira il capo; mi sento un po' male.

                - E dove hai pranzato quest'oggi? [201]

                - Curiosa domanda! In casa! Vi siete dimenticata?

                - Oh! in casa, no sicuramente; te ne faccio fede io.

                - Dunque?

                - Dunque non hai pranzato: a mezzogiorno non eri in casa e fino alle 2 tenni la minestra al caldo. Credevo che avessi fatto pranzo altrove.

                - Allora capisco, perchè son tanto debole. - E mamma Margherita ridendo andava a mettere la pentola sul fuoco.

                Raccontava D. Reviglio, come essendo egli già parroco in Torino, un giorno entrasse nell'Oratorio mentre D. Bosco pranzava da solo verso le ore cinque pomeridiane, dopo aver lavorato molte ore a tavolino. Aveva dinanzi una scodella di stagno, mangiava soli fagiuoli malamente conditi, e tutto il suo vitto si ridusse a così poco, che esso Reviglio ne sentì una stretta al cuore.

                A cena soleva prendere qualche cosa meno che a pranzo, insegnando coll'esempio quanto raccomandava eziandio ai suoi giovani di mantener cioè leggiero il ventricolo alla sera. Sovente gli accadeva di cenare molto tardi, specialmente al sabato, alla vigilia delle feste e nell'occasione dell'esercizio della buona morte. Finchè visse sua madre, il cibo se non altro era caldo, e qualche rara volta leggermente più sostanzioso del solito. - Una volta, narrava il Teol. Savio Ascanio, Margherita vedendo il figlio spossato, gli preparò una minestra con dentro un tuorlo d'uovo. Ma egli vedendo che ancor io ero molto stanco, la divise con me. - Mancata la madre, il cuoco non sempre previdente, metteva da parte per lui una minestra cotta da circa quattro ore, e Don Bosco si contentava di quella, ridotta a poltiglia e talvolta troppo salata. La pietanza di erbe fritte, di coste bollite, non solo non era appetitosa, ma tale da dover essere rinviata. Ci ricordiamo ancora come sempre contento e senza cercare altro, [202] rompesse la crosta di quelle paste o di quel riso che erasi formata nel caldo del forno; qualche volta incominciava a pescar sotto quella corteccia, e poi mangiava questa ancorchè fredda e dura senza dare alcun segno di disgusto. Nello stesso tempo parlava di cose utili, affatto estranee alla cena, con qualcuno de' suoi chierici e preti che lo avevano atteso per fargli compagnia in quella tarda ora, e senza manco più pensare al lavoro sostenuto, mentre quelli lo vedevano così affranto. Avrebbero desiderato fargli preparare qualche cosa di meglio, ma egli non voleva preferenze, il cuoco per suo ordine era andato a dormire, e il fuoco in cucina era spento. Se qualcuno proponevagli di far cuocere un uovo, rispondeva immancabilmente: - Mi basta la minestra dei giovani, e questo cibo; - ovvero: - Se questa pietanza bastò per gli altri, perchè non deve bastare per D. Bosco? - E rifiutava qualsiasi altra cosa, non ostante le lunghe ore di confessionale, la S. Messa e la predica che l'indomani gli avrebbero impedito di prendere ristoro prima delle 11 o del mezzogiorno.

                Alla sera era l'ultimo a ritirarsi in camera, visitando prima i dormitorii, soffermandosi a dare qualche disposizione per il buon andamento della casa, o tenendo conferenza ai chierici. Rimasto solo, il pensiero di Dio traevalo sovente fuori di sè , lasciandolo come sbalordito. Egli ci raccontava: - Negli anni 1850-51-52, dopo di avere tutta la giornata del sabato lavorato e confessato e d'essermi trattenuto a raccontare cose curiose ai giovani, che servivano in refettorio, dopo cena, o ai chierici dopo le orazioni, saliva verso le 11 alla mia camera. Giunto sul balcone mi fermava a contemplare gli spazii interminabili del firmamento, mi orizzontava coll'orsa maggiore, fissava lo sguardo nella luna, poi nei pianeti, poi nelle stelle; pensava, contemplava la [203] bellezza, la grandezza, la moltitudine degli astri, la lontananza sterminata fra di loro, la distanza da me: e inoltrandomi in questi pensieri, saliva fino alle nebulose e al di là ancora; e riflettendo che l'ultima stella dell'ultima nebulosa, e che ciascuna di quelle che a milioni formano quel gruppo, poteva essere come un centro dal quale si poteva godere uno spettacolo quale si gode dalla terra, da qualunque parte, da qualunque punto si volge attorno lo sguardo in una notte serena, tanto ne era preso che mi venivano le vertigini. L'universo mi appariva un'opera così grande, così divina, che non poteva reggere a quello spettacolo, e mio unico scampo era di correre presto nella mia camera... - Tutti i giovani a questo punto stavano sorpresi, ritenendo il respiro, aspettando che cosa avrebbe detto ancora D. Bosco; ed egli, fatta breve pausa, ripigliava: -…. e correva a cacciarmi sotto le lenzuola. - I giovani ridevano a questa uscita e D. Bosco concludeva: - Solamente là sotto, in quel buco mi sembrava di non essere così piccolo e disprezzabile.

                D. Bosco a tali meraviglie sideree era così impressionato, che sovente entrava in discorsi cogli amici sull'enorme distanza degli astri a noi più vicini e poi dei più lontani dalla terra e ancora visibili, e del loro immenso volume. E si compiaceva nel computare i dieci milioni di anni che ci vorrebbero, colla velocità della luce di 300,000 chilometri al minuto secondo, per giungere a certe stelle. - La nostra mente si perde, esclamava, e non può formarsene un'idea per quanto languida. Come è meravigliosa l'onnipotenza di Dio!

                Con questi sublimi pensieri entrava in camera; ma non prendeva riposo, se non quando la stanchezza ve lo costringeva. Talora, vestito come era e senza accorgersene, si gettava sopra il letto e così restava dormendo sino al mattino. Spesso però era tormentato dall'insonnia e in quelle poche [204] ore che stava in letto pregando, fantasticava intorno a' suoi progetti e sui modi di attuarli. Ma, come di giorno, cosi comportavasi di notte. Chi dormiva nella stanza vicina, udendo un grido e temendo che D. Bosco avesse male, più volte entrò in sua camera all'improvviso e in punta di piedi. E lo vide coricato nel letto, assopito, supino, colla testa alquanto rialzata, colle mani giunte sul petto, così ben composto da sembrare uno di quei corpi di santi che si conservano sugli altari alla venerazione dei fedeli dentro alle loro urne di cristallo. Noi stessi con molti altri possiamo farne testimonianza.

 

 


CAPO XIX. Come D. Bosco tenesse rigorosamente in freno tutti i suoi sensi - Mortificazione nel parlare, nell'ascoltare, nel lavorare - Magnifico elogio di Don Bosco scritto da Mons. Cagliero - Penitenze straordinarie e segrete di D. Bosco - Non le permette a' suoi alunni - Sue dolorose e continue malattie.

 

                IL CONTEGNO di D. Bosco rivelava sempre la sua grande modestia e mortificazione. Lo vedevi, diritto sulla persona, anche quando era inginocchiato. Seduto, non poneva mai una gamba a cavalcioni sull'altra; non appoggiava mai la schiena alla spalliera della sedia o del sofà: se non scriveva, teneva le mani giunte sul petto colle dita incrociate. Non fu visto mai cercare una posizione più comoda, o coricato sopra un sofà, se non quando vi fosse obbligato da grave malore. Sedendo il suo contegno era così dignitoso, che imponeva rispetto. Fu sorpreso le mille volte di giorno e di notte; fu anche spiato dalla fessura della porta mentre lavorava da solo, o meditava; e si dovette sempre ammirare la sua modestia, che maggiore non avrebbe potuto essere. Altrettale era il suo aspetto quando stava in piedi o passeggiava. Non appoggiavasi mai al braccio di un altro, eziandio nella più tarda età, se non quelle volte che, mancandogli le forze, minacciava di cadere. E così sostenevasi, ma solo per brevi [206] istanti. Una sol volta in molti anni, dopo aver rifiutato il braccio che gli era offerto da chi lo vedeva strascinare penosamente i piedi, lo chiese e vi si appoggiò, perchè altrimenti sarebbe stramazzato sul selciato della strada. Però finchè potè , conserte le braccia dietro alle spalle, tenevasi da per sè  in equilibrio.

                Che questi suoi atti fossero ispirati dalla virtù della temperanza, ne sono prova le raccomandazioni a' suoi giovani di non trascurare le piccole mortificazioni cagionate dallo stare composti e modesti pregando, sedendo, studiando, passeggiando, e dal suo fermo proposito, praticato per tutta la vita e non mai trasgredito, di non concedere sollievo a' suoi sensi.

                Confessava i giovani seduto sopra una semplice scranna, disagiato, sempre senza appoggio e colle braccia sospese per tenere coperta la sua faccia e quella del penitente col fazzoletto bianco. D'inverno tollerava quelle lunghe ore nell'ambiente gelato del coro o della sagrestia, e d'estate il fiato di tanti giovani che lo circondavano gli impediva quasi il respiro. Aggiungendosi alla moltitudine degli interni quella degli esterni non è a stupire che fosse tormentato da certi insetti che abbondavano. Ma egli sopportavali con indifferenza, senza fare atto di provare molestie.

                Quando più tardi andava in riviera, in confessionale, veniva punzecchiato nella faccia e nelle mani dalle zanzare, e mentre i penitenti se ne liberavano col fazzoletto, D. Bosco lasciava che mordessero a loro piacimento; e poi scendendo a cena e scorgendo le sue mani coperte di punture, diceva scherzando ai Superiori della casa: - Vedete come le zanzare vogliono bene a D. Bosco! - Per questa causa un mattino uscì di camera col volto tutto gonfio e sanguinolento. Quanti lo incontravano lo compativano; ma quella faccia era sempre ilare. [207] Egli era pazientissimo nel sopportare i disagi delle stagioni, ed esortava i suoi figli ad accettarli dalle mani di Dio come fonte di meriti. Soffriva un freddo intenso ai piedi, eppure non volle mai usare dello sgabelletto calorifero.

                Da tutti si notava costantemente la sua mortificazione nel parlare. Sempre moderato, conversava con calma, adagio e con dolce gravità. Evitava ogni parola inutile; aborriva dai discorsi profani, dai modi troppo vivaci, dalle espressioni risentite e concitate. Parlava poco, dando importanza ad ogni parola, la quale non cadeva mai invano, perchè istruiva sempre ed edificava. Se talora diceva qualche cosa di ameno o di arguto, per sollevare sè  o gli altri, ciò si permetteva con molta parsimonia e sempre condita con qualche pensiero al tutto spirituale. Teneva così a freno la lingua, che non mai scendeva a mordacità, ironie, nè  a facezie più o meno disdicevoli in bocca di un sacerdote. Non poteva soffrire le offese alla carità, e una delle sue più ripetute raccomandazioni era appunto quella di fuggire qualunque sgarbo nel gestire e nel parlare. Non permetteva che si facessero mormorazioni, e senza che gli interlocutori se ne avvedessero, destramente divertiva il discorso sovra altri argomenti. Discorreva anche a lungo nei casi di convenienza; ma quando non eravi particolare bisogno sapeva osservare il silenzio, specialmente per attendere alle sue occupazioni.

                Temperantissimo si mostrava colle persone che, o per mal animo, o per errore, lo contrariavano o trattavanlo ingiustamente. In questi casi, quanto più erano aspre ed insolenti le espressioni dell'avversario, altrettanto più soavi e più mansuete erano quelle di D. Bosco. “Ricordo, dichiara Mons. Cagliero, che venuto un cotale a parlargli sulla scala con fare iroso e parole sconvenienti, vinto dalle sue risposte affabili e dai suoi modi cortesi, si calmò e gliene domandò [208] scusa alla stessa presenza di noi giovani”. Talora, non potendo persuadere il suo oppositore, taceva affatto.

                Questa sua temperanza animavalo eziandio quando riceveva lettere ingiuriose. Era solito a non rispondere o più ordinariamente ancora a rispondere con dolcezza. Quante volte contraccambiò gli insulti con benefizii!

                A chi non sapeva tenersi abbastanza calmo nel rispondere, dava questo ricordo: - Non scrivere parole offensive: Scripta manent.

                - Ve lo raccomando caldamente, - diceva con frequenza a' suoi; -evitate nel vostro parlare i modi aspri e mordaci: sappiatevi compatire gli uni e gli altri da buoni fratelli.

                Un sacerdote stava per pubblicare un suo libro sull'istruzione e sull'educazione e a lui chiedeva norme e consigli. - Ti raccomando, - gli rispose, - una cosa in particolare: non offendere la carità. - E la sua temperanza è rispecchiata dai suoi scritti, dove tutto è calmo e limpido senza ombra d'acrimonia.

                Frenava il naturale appetito di vedere e sapere cose che non gli appartenevano. Benchè avesse un gusto squisito per giudicare delle opere d'arte, non lasciavasi sedurre dalla curiosità di visitare monumenti, palazzi, pinacoteche, musei. In qualunque luogo si trovasse, gli occhi per lo più li aveva rivolti a terra, sicchè non iscorgeva le persone, anche quando lo salutavano. Era per lui mortificazione assai penosa il rinunziare alla lettura di libri che eccitavano il suo desiderio di scienze, letteratura o storia. Pure, per attendere alle opere di carità che la Divina Provvidenza gli aveva affidate, se ne asteneva quasi sempre, a meno che non gli fossero necessarie. Di rado leggeva o si faceva leggere giornali, e solamente in quelle occasioni che davano notizie di qualche fatto glorioso o doloroso per la Chiesa Cattolica, o [209] che riguardavano direttamente le sue Istituzioni. Chiedeva però di quando in quando che alcuno gli riferisse le notizie principali del giorno, specie nei momenti dei maggiori trambusti politici, per dare ad altri un indirizzo nel giudicare certi fatti pubblici e per non esserne affatto ignaro nelle conversazioni, in cui per sua condizione doveva trovarsi. Tuttavia si vedeva apertamente che non aveva bramosia di sapere. Non ammetteva poi giornale che non fosse sinceramente cattolico; e raccomandava, insistendo, a' suoi allievi che si guardassero dalla vana curiosità di leggere libri o giornali che non fossero utili al proprio stato.

                Non fiutava tabacco, quantunque ne avesse bisogno pel male d'occhi e pel continuo mal di capo; mali causati dal sangue che si portava alla testa in conseguenza delle sue assidue e gravi occupazioni. Consigliato dal medico a prenderne, ne conservava qualche po' in una scatola microscopica di carta pesta regalatagli da amici, nella quale a stento entravano due dita; ma o si dimenticava di aprirla, o ne prendeva di raro alcuni grani. Il più sovente si contentava di avvicinarla al naso per sentirne l'odore e risvegliarsi, sollecitando lo starnuto. Servivasene nelle conversazioni e nei viaggi per farsi degli amici, come egli diceva, offrendone, quando la convenienza lo indicava, a compagni viaggiatori e aprendosi così la strada ad intavolar discorso; specialmente per dire qualche buona parola ad alcuni che erano di poca religione. Perciò talora la scatola gli servì di esca per pescare anime a Dio. Qualche rarissima volta ne offriva ad alcuno de' suoi giovani, cui diceva: - Prendi; questo caccia via tutti i cattivi pensieri. - Ed era così poco il consumo di quel tabacco, che il Teologo Pechenino il quale glielo forniva, riempivagli quella tabacchiera una sol volta all'anno. Se poi qualcun altro gliene offriva, egli [210] scherzando ne intingeva il dito mignolo e ne fiutava il pollice. E intanto raccomandava a' suoi alunni di non usare tabacco senza il prescritto del medico e vietava assolutamente a tutti l'uso del fumare, sino a porre quest'abito come impedimento per essere ricevuto nell'Oratorio e nella Congregazione.

                Non odorava mai fiori. Se un ragazzo gliene offriva qualcuno, lo accettava e gradiva; e sorridendo avvicinavalo al naso contraendo le narici, e alitandovi sopra invece di aspirarne la fragranza; quindi esclamava: - Oh che prezioso odore, che gradevole profumo ha questo bel fiore! - Lo stesso atto faceva ricevendo in dono, da persone benevole, un mazzo di fiori, per compiacere chi glielo offeriva; e lo mandava tosto in chiesa all'altare della Madonna.

                Amante della mondezza, nel lavarsi non usava saponette, e soleva raccomandare ai chierici, ai sacerdoti ed ai coadiutori di non usare profumi, buoni solo per la vanità.

                Così pure non prendeva bagni, neppure nel più caldo dell'estate, e raramente vi si rassegnò solo per ordine dei medici. Si privava delle passeggiate di semplice svago, mentre gli erano raccomandate tutti i giorni per il grande giovamento che ne avrebbe ricavato la sua malferma salute. Ma egli fedele alle risoluzioni prese nell'ordinazione del presbiterato, se usciva di casa era per visitare un infermo, per recarsi a qualche ospedale, per trovare soccorsi a' suoi figli. Oppure usciva per cercare un nascondiglio dove dar corso alla corrispondenza ed alla composizione delle opere che andava pubblicando; effetto che difficilmente avrebbe potuto ottenere nell'Oratorio, assediato com'era dalle udienze. Ed uscendo si faceva accompagnare da alcuno de' suoi coadiutori o giovanetti, conversando di cose utili od istruttive.

                Viaggiando, la sua mente non riposava mai; correggeva [211] bozze di stampa, leggeva e postillava lettere per le risposte, pregava, o meditava.

                “Un giorno, narrava D. Rua, io doveva accompagnarlo nel convoglio da Troffarello a Villastellone. Mentre ci avvicinavamo alla stazione, il fischio del vapore ci avvisò della sua partenza. D. Bosco, senza per nulla scomporsi, trasse di tasca un grosso quaderno, si mise in cammino a piedi e colla matita in mano non alzò più gli occhi da quei fogli fino all'arrivo a Villastellone. Là giunti mi disse: - Proprio vero che tutte le disgrazie non vengono per nuocere; se noi avessimo raggiunto il convoglio, non avrei potuto correggere tutto questo volumetto. Così sono riuscito a finirlo e di quest'oggi potrò mandarlo alle stampe. - Così soleva far sempre ne' suoi viaggi; e quando la vista più non glielo permise, entrava con maggior frequenza in discorsi edificanti.

                Si sarebbe detto un conforto qualche scampagnata nella quale accompagnava i suoi giovanetti, oppure le passeggiate che faceva con essi nei primi anni dell'Oratorio sulle colline circostanti a Castelnuovo. Ma se per gli altri riuscivano un sollievo, per lui diventavano una fonte di serie preoccupazioni, fatiche e grandi sollecitudini, dovendo pensare a tutto ed a tutti. Ma approdavano ad una vera missione tanto per gli alunni, come per i paesi in mezzo ai quali passava.

                Si privò sempre di ogni sorta di divertimenti, e non prese mai parte a feste pubbliche di pura ricreazione, spettacoli anche onesti, riviste militari, illuminazioni, ingressi di principi in città, ancorchè più volte fosse invitato e sollecitato ad intervenire. Mortificatissimo come era negli occhi, mentre permetteva i fuochi artificiali per divertire i giovani, egli se era in cortile non vi badava, se in camera non usciva sul balcone. Pregato di venir ad assistervi, si scusava dicendo [212] che le sue pupille non reggevano a quelli sprazzi di luce troppo viva, e che gli dolevano. Ci ricordiamo che una sera nella quale tutto l'interno dell'Oratorio era artisticamente illuminato, egli stette per più di un'ora vicino alla finestra acciocchè i giovani lo vedessero, ma volgendo sempre le spalle e il fianco a quel lato ove più intrecciate e varie erano le fiammelle. Qualche volta lungo l'anno interveniva alle rappresentazioni drammatiche dell'Oratorio; ma egli a ciò s'induceva per istruire e rallegrare i suoi giovani, per dare loro una soddisfazione, per animarli allo studio, per dimostrar loro che la pietà non è nemica dell'onesta allegria, per tener compagnia e fare onore alle persone di riguardo che invitava; ma non prendeasi spasso. Si compiaceva, applaudiva, ma noi notavamo che il suo sguardo tranquillo non fissava la scena e gli attori. Del resto, quando non era richiesta la sua presenza, preferiva ritirarsi nella solitudine della sua cameretta.

                Era ammirabile il pieno dominio sulle passioni e la padronanza sopra il suo cuore, moderando gli affetti di simpatia, di sensibilità, come pure di collera e di avversione, in guisa da assoggettarli sempre alla retta ragione, agli insegnamenti della fede, e dirigerli alla maggior gloria di Dio. Quanti lo conobbero da vicino, dovettero ammirarlo. Infatti una vita così straordinaria e grave riusciva a lui così spontanea, che avrebbe provato una gran pena a fare altrimenti. Erano abiti che egli possedeva in grado eroico.

                Ora un cenno alle sue occupazioni. Non fu mai visto un momento ozioso. Parlando egli della fatica e del lavoro e rispondendo a chi domandavagli come potesse resistere, diceva: - Iddio mi ha fatta la grazia che il lavoro e la fatica invece d'essermi di peso, mi riuscissero sempre di ricreazione e di sollievo. - Nel 1885 per l'importanza e la moltitudine delle [213] lettere che richiedevano una risposta di suo pugno, stava chiuso in camera da mane a sera per più settimane. Fu interrogato: - È possibile che lei non rimanga annoiato, da questa stucchevole occupazione, senza uscire a respirare un po' d'aria più salubre? - Vedi, rispose: io ciò faccio col maggior gusto del mondo. Non vi è cosa che più mi piaccia di questa.

                E così rispondeva in tempi diversi, se era compatito ora per le confessioni interminabili, ora per le predicazioni, per le lotterie, per le stampe, per altre sue svariate preoccupazioni: - Non vi è cosa che più mi piaccia di questa.

                “Nel patire, scrisse D. Bonetti, provava una grandissima gioia, che apparivagli ancora sul viso, e perciò non tralasciava mai dall'intraprendere, nè  desisteva da un lavoro per disgustoso e faticoso che fosse, dando a divedere che provava maggior pena nel tralasciarlo che nel proseguirlo”.

                Scriveva Mons. Cagliero: “Io e tutti i miei confratelli siamo persuasi che il nostro caro padre, quantunque gelosamente occultasse all'esterno le sue mortificazioni, astinenze e penitenze, sino a sembrarci la sua virtù ordinaria e comune a qualunque sacerdote esemplare, e non atterrisse nessuno, anzi infondesse in altri coraggio e speranza di poterlo imitare, tuttavia riunendo insieme la sua cagionevole salute, gli incomodi nascosti, il distacco dai beni della terra, la durissima povertà, specialmente nei primi venticinque anni del suo Oratorio, la scarsezza di cibo, la privazione di spassi, sollievi, divertimenti e di ogni agiatezza, e sopratutto le fatiche continue di mente e di corpo; possiamo affermare con tutta verità che D. Bosco abbia menata una vita così mortificata e penitente, quale non conducono che le anime giunte alla più alta perfezione e santità. E tutte queste mortificazioni in lui erano così facili e naturali, che ci persuasero il servo di Dio aver posseduta la virtù della temperanza in grado eroico”. [214]

                Giusta questa affermazione di Mons. Cagliero, e noi abbiamo argomento per essere persuasi che D. Bosco praticasse eziandio penitenze straordinarie. Abbiamo incominciato a congetturarle quando un giorno ci disse, che per ottenere dal Signore qualche grazia segnalatissima e necessaria aveva dovuto ricorrere a mezzi proporzionati e che aveva conseguito il suo fine. Non volle però direi, per quanto lo pregassimo, quali fossero questi mezzi. Non è da tacersi come egli, così composto in ogni atto della sua persona, alzasse di quando in quando leggermente le spalle, come se avesse ai fianchi qualche oggetto che gli recasse molestia o dolore. Un piccolo cilicio pungente, che non avesse da far sospettare l'uso al quale era destinato, ci voleva poca arte a formarlo; e D. Bosco aveva un'epidermide molto delicata. E questa nostra opinione, non l'abbiamo smessa per trenta e più anni continui. Carlo Gastini, rifacendogli il letto, un mattino trovò sparsi sopra il materasso, e coperti dal lenzuolo, alcuni pezzi di ferro, che certamente erano stati dimenticati da D. Bosco nella fretta di alzarsi per andare in chiesa. Il giovane non pensò più in là e, posti i ferri sul tavolino, non ne fece parola a Don Bosco. L'indomani più non vide quei rottami e più non comparvero nei varii mesi nei quali continuò a porre in assetto quella stanza. D. Bosco non gliene fece motto, e solo dopo molti anni Gastini riflettè  su quegli strani ordigni, e capì a quale uso avessero dovuto servire. “Furono altra volta, narra Mons. Cagliero, trovati su quel letto alcuni ciottoli e pezzi di legno”. Aveva dunque trovato D. Bosco il modo di tormentare di notte il suo già affranto corpo, e rendersi penoso quel poco sonno.

                Dubitando però che qualcuno potesse aver scoperto quel segreto, messosi più attentamente sull'avviso, egli stesso ben di sovente ricomponeva il suo letto, scopava e assestava la sua [215] camera, e spolverava le povere masserizie. Giuseppe Brosio lo sorprese un giorno in questa faccenda e D. Bosco gli trasse una bellissima morale riguardo ad una camera ben ordinata; ma Brosio osservò eziandio con sorpresa che solo in simili circostanze sovente la porta era chiusa a chiave.

                Le maggiori austerità però sembra che le riservasse per quando andava a passare qualche giorno presso i suoi più insigni benefattori, ove la vastità degli edifizii e la lontananza della camera assegnatagli da quelle della famiglia de' suoi ospiti gli dava maggior sicurezza contro le investigazioni indiscrete. Egli accettava talora l'invito di una veneranda e nobile matrona, e si recava alla sua villeggiatura, sempre tranquillo e sempre gioviale. Ora una persona della famiglia a notte avanzata, forse nel 1879, attraversando la sala nella quale metteva la porta della camera ove era D. Bosco, udì per entro un rumore sordo, monotono e prolungato come di colpi. Sospettò, ma non ne fece parola ad alcuno: si mise in vedetta, e constatò ripetersi quel fenomeno ogni volta D. Bosco era ospitato, e si convinse, che imitando D. Bosco S. Vincenzo de' Paoli, ottenesse dal Signore moltissime grazie. Avendo dopo alcuni anni confidata la cosa ad alcuni altri signori, soliti ad accogliere D. Bosco, seppe che essi pure avevano fatta la medesima osservazione, ed erano persuasi che il servo di Dio si desse la disciplina. Tuttavia, prudenti e cortesi, nessuno fece mai a lui cenno di questa scoperta. Ed egli teneva gelosamente celate certe sue penitenze, sia per umiltà, sia perchè non era questo l'esempio che voleva lasciare a' suoi Congregati. Non erano pratiche che solesse raccomandare, e cogli stessi suoi penitenti era tutto bontà e compassione.

                La stessa mentovata persona soleva giovarsi di lui per il sacramento della Confessione e gli chiese un giorno permesso di [216] potersi infliggere qualche penitenza corporale, come avevano fatto certi santi di cui aveva letto la biografia. Era dessa di una costituzione molto delicata e cagionevole. D. Bosco non approvò ciò che gli domandava, e alle sue insistenze per conoscere il modo onde ricopiare in sè  i patimenti di Nostro Signore Gesù Cristo, rispose: - Oh vedi! Mezzi non mancano. Il caldo, il freddo, le malattie, le cose, le persone, gli avvenimenti... Ce ne sono dei mezzi per vivere mortificati!

                Eziandio a' suoi giovani vietava che si dessero ad austerità troppo rigorose, osservando come il demonio stesso talvolta suggerisca per i suoi fini tali straordinarie penitenze. Quando qualcuno di questi suoi alunni o penitenti gli domandavano licenza di fare digiuni prolungati, oppure dormire sul nudo terreno, o praticare altre mortificazioni penose, egli soleva commutarle in mortificazioni degli occhi, della lingua, della volontà e in esercizii di carità. E tutt'al più permetteva che lasciassero la merenda o una parte della colazione. Del resto andava ripetendo: - Miei cari giovani! Non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro!

                E questa sua mortificazione, continua, laboriosa, tranquilla, appare non solo eroica ma quasi sovrumana, riflettendo che egli era soggetto ad infermità che lo tormentarono per tutto il tempo del suo vivere senza concedergli tregua, e che egli sopportò con una fortezza da santo. Fin dal principio del suo apostolato gli accadeva di sputar sangue, malanno che di quando in quando si rinnovava, per cui i medici gli avevano prescritto di fare immancabilmente tutti i giorni una passeggiata, perchè diversamente la sua vita non sarebbe durata lunga. Dal 1843 incominciò ad avere male agli occhi con bruciore, causato dalle lunghe veglie e dal continuo leggere, scrivere e correggere stampe, e questo male crebbe lentamente fino al punto da rendergli spento l'occhio destro. [217]

                Nel 1846 gli si diffuse nelle gambe una leggera enfiagione che si accrebbe di molto nel 1853, producendogli dolori ed estendendosi ai piedi; e gli si andò sempre crescendo di anno in anno, sicchè negli ultimi tempi stentava a camminare, e fu costretto a far uso di calze elastiche. Inabile a scalzarsi da sè , era mestieri che qualcuno gli rendesse questo servizio. Chi si prestava a questo atto di figliale carità, si meravigliò come la carne gli si piegava sopra l'orlo delle scarpe, e non sapeva come egli potesse resistere a stare in piedi tante ore. Questa gonfiezza dolorosa D. Bosco era solito chiamarla bellamente: la sua croce quotidiana.

                Simultaneamente era bene spesso tormentato da forti mal di capo, in guisa da parergli che il suo cranio si fosse dilatato, come egli stesso qualche volta manifestò a D Rua; e Don Berto constatò tale sollevamento. Anche atroci dolori al denti gli duravano, molte volte, più settimane, e ostinate insonnie non gli concedevano riposo.

                Aggiungi una palpitazione di cuore, che gli rendeva difficile il respiro e parve perfino che una delle sue coste avesse ceduto a quell'impulso.

                Negli ultimi quindici anni della sua vita agli antichi si aggiunsero malori nuovi. Tratto tratto era visitato dalle febbri miliari con frequenti eruzioni cutanee. Sull'osso sacro gli si era formata un'escrescenza di carne viva della grossezza di una noce, sulla quale sedendo o posando in letto il corpo ne risentiva grande pena. Di questa tribolazione non fece mai parola con alcuno, nè  cercò punto di liberarsene manifestandola al medico, che avrebbe potuto rimediarvi facilmente con un piccolo taglio; ma egli non volle per amore della modestia cristiana. Coloro che gli stavano attorno da anni ed anni si accorgevano che pareva soffrisse stando seduto, e avendolo interrogato, egli si contentò di rispondere: - Sto meglio in [218] piedi o passeggiando. Lo star seduto mi reca molestia. Eppure continuò ad usare una semplice scranna di legno. Infine negli ultimi cinque anni l'indebolimento della spina dorsale lo costrinse a curvarsi sotto il peso delle sue croci.

                Con tanti incommodi, pei quali un altro nelle sue condizioni si sarebbe dato infermo o si sarebbe astenuto da qualsiasi lavoro, egli non rallentò mai il suo solito passo da gigante nell'intraprendere e compiere le sue meravigliose imprese. Crescendo le difficoltà e le malattie, egli aumentava il coraggio, dicendo: - D. Bosco fa quello che può! - E potè  tanto che le opere del suo zelo si estesero per tutta la terra.

                E tutto ciò senza mai lamentarsi delle sue tribolazioni, senza mai dar indizio della menoma impazienza, a segno che sempre di buon umore e faceto, pareva godesse ottima salute. Col suo aspetto abitualmente giulivo e sorridente, e colle sue amene ed edificanti conversazioni infondeva coraggio ed allegria in quanti a lui si avvicinavano, e tutti rimandava consolati.

                Quantunque ritenesse la vita per un dono di Dio ed amasse di vivere lungo tempo per lavorare alla sua maggior gloria, tuttavia pensava sempre con piacere al giorno della morte che gli avrebbe aperto le porte del cielo. Per questo suo desiderio non pregò mai per la propria guarigione, lasciando che pregassero gli altri per esercizio di carità. I medici che venivano regolarmente a visitare gli ammalati, specialmente il dottor Gribaudo suo compagno di scuola, quando sapevano che era molto oppresso e pareva venir meno, lo esortavano ad aversi qualche riguardo. Egli ben di rado dava importanza al loro consiglio o si atteneva ad alcuna delle cose ordinate, e rispondeva: Ma, se sto bene: io non ho bisogno di tanti riguardi! Ed entrava in argomenti di medicina, sicchè i dottori dicevano che quando si trovavano con D. Bosco dovevano sempre subire un esame. [219]

                Nelle malattie dichiarate non si consegnava mai nelle mani dei medici, se non era costretto da chi gli comandava; e allora stava alle loro prescrizioni, ma dimostravasi indifferente al miglioramento, o al peggioramento. Anche allora però, se un motivo di carità o di religione obbligavalo ad un lavoro o ad un viaggio, si cimentava coraggiosamente, fosse pur anco contro il parere dei dottori, ben lieto di lasciar la vita per la Chiesa e per le anime.

                In queste pagine abbiamo recato le testimonianze di varii nostri confratelli, anticipando di più anni la loro comparsa sulla scena dei nostri racconti. Ma era necessario che i lettori avessero sott'occhio, ad ogni istante e in ogni circostanza che saremo per esporre, la vita costantemente mortificata del nostro ammirabile fondatore.

 

 


CAPO XX. La Fede cattolica assalita dai Valdesi e difesa da D. Bosco - Seconda edizione del Giovane Provveduto e FONDAMENTI DELLA CATTOLICA RELIGIONE - Un libraio valdese - Una sentinella vigilante - Costruzione di un tempio valdese in Torino - AVVISI AI CATTOLICI -Accanimento dei settarii contro l'insegnamento della Teologia - Nepomuceno Nuytz - Vestizione clericale dei primi quattro alunni dell'Oratorio - Ritiratezza ed eroismo di Mamma Margherita - Due lettere di un antico allievo - Indulgenze.

 

                IL RE CARLO ALBERTO, come abbiamo detto, aveva emancipato i Protestanti. Pareva che con quell'atto egli intendesse solamente di dare la libertà di professare esternamente il proprio culto, senza detrimento della Religione Cattolica. Ma gli eretici non la intesero così e perciò, appena ottenuto quell'atto e la libertà di stampa, si erano tosto dati a fare tra il popolo irrequieta propaganda dei loro errori con tutti i mezzi possibili, particolarmente con libri e fogli pestiferi. Comparvero tra gli altri i giornali: La Buona Novella, La Luce Evangelica e il Rogantino Piemontese; e poi una colluvie di libri biblici adulterati, di poca mole, prese a dilagare nei nostri paesi, penetrare nelle [221] famiglie, scorrere per le mani di tutti, pervertendone la mente, corrompendone il cuore, instillando insomma nelle anime il veleno delle più esiziali dottrine.

                Nello stesso tempo scellerati trafficanti di anime si presentavano a quanti venivano a conoscere travagliati dall'indigenza ovvero oppressi dai debiti, e loro offrivano una somma purchè si ascrivessero alla loro setta e abbandonassero la vera fede dei loro maggiori. E purtroppo vi erano di quei miseri che adescati dal luccicare di quelle monete, non sapevano resistere alla tentazione.

                Dava mano alla ereticale propaganda il giornale l'Opinione, nel quale, tra gli altri nemici della Chiesa, continuava a scrivere più impudentemente di tutti Bianchi-Giovini, autore di una lurida e calunniosa Storia dei Papi e di altre opere infami. Si aggiungeva che i Protestanti a questa propaganda erano preparati, ed i Cattolici non lo erano punto per opporle un argine, impedirla, o almeno scemarne le disastrose conseguenze. Fidandosi delle leggi civili, che fino allora avevano protetta la Religione Cattolica dagli assalti della eresia; fidandosi sopratutto del primo articolo dello Statuto che porta: La Religione Cattolica, Apostolica, Romana, è la sola Religione dello Stato, i Cattolici si trovarono come soldati scossi all'improvviso dal suono della tromba guerriera, e chiamati a scendere in campo di battaglia, senza armi adatte a combattere nemici premuniti in ogni punto. Infatti i Cattolici abbisognavano di giornaletti di buona lega per diffonderli a larga mano, e pochissimi ne possedevano; facevano mestieri sopratutto libretti semplici e di poco costo, ed invece non si avevano che opere voluminose di grande erudizione. Erano quindi in pericolo di perdere la fede non solamente i giovanetti, ma tutto il basso popolo, alla cui seduzione miravano i nemici della Chiesa. [222] A quella vista si accese di carità e di zelo il cuore del nostro D. Bosco, il quale, col fine di preservare dai serpeggianti errori i suoi cari giovanetti, provvide un mezzo di salute eziandio a migliaia, anzi a milioni di altre persone.

                Compose e pubblicò pertanto alcune tavole sinottiche intorno alla Chiesa Cattolica, foglietti volanti, ricchi di ricordi e di massime morali e religiose adattate ai tempi, e si diede a spargerli gratuitamente tra i giovani e tra gli adulti a migliaia di copie, specialmente in occasione di esercizi spirituali, di sacre missioni, di novene, di tridui e feste.

                  a semplici fogli si limitò l'industriosa carità del nostro buon Padre; poichè nel 1851 mise pure in luce una seconda edizione del Giovane Provveduto coll'immagine sul frontispizio di S. Luigi e i versi: Venite, o giovanetti, - offrite al Divin Cuore - il verginal candore, - ch'io vi proteggerò,  - e vi aggiunse in fine sei capitoli in forma di dialogo che portavano per titolo comune: Fondamenti della Cattolica Religione. Questi dimostravano, una sola essere la vera religione: le sette dei Valdesi e dei Protestanti non avere i caratteri della Divinità, non trovarsi in esse la vera Chiesa di Gesù Cristo; essere i Protestanti separati dal fonte della vera vita, che è il Divin Salvatore, e convenire essi stessi che i Cattolici si possono salvare e che si trovano nella vera Chiesa. Non tralasciava un monito su ciò che debbono fare gli Ebrei, i Maomettani ed i Protestanti per salvare le loro anime.

                Nelle seguenti ristampe del Giovane Provveduto D. Bosco ampliò queste sode istruzioni in dieci capitoli, che volle fossero sempre indivisi dal corpo del libro, acciocchè i Cristiani li avessero di continuo alla mano, colle spiegazioni del dogma dell'Infallibilità Pontificia. Più tardi si voleva di questi Fondamenti farne un fascicoletto a parte, ma D. Bosco assolutamente si oppose, persuaso che, staccati dal suo libro, [223] nessuno li leggerebbe. - Hanno da essere un Vade mecum! esclamò.

                E questi Fondamenti, eziandio come erano compendiati nel 1851, al protestanti dovettero sembrare un colpo abbastanza serio per le loro false dottrine, poichè correvano, come la Storia Ecclesiastica e la Storia Sacra, nelle mani di tante migliaia di giovani, ai quali di preferenza essi tendevano le loro reti. D. Bosco nel concludere aveva scritto: “Tutti quelli che perseguitarono la Chiesa nei tempi passati non esistono più, e la Chiesa di Gesù Cristo tutt'ora esiste. Tutti quelli che perseguitano la Chiesa presentemente, di qui a qualche tempo non ci saranno più; ma la Chiesa di Gesù Cristo sarà sempre la stessa, perchè Iddio ha impegnato la sua parola di proteggerla e di essere sempre con lei sino alla fine del mondo”.

                Una grande consolazione ebbe D. Bosco a provare mentre lavorava alla seconda suddetta edizione. Una sera, tornando a casa dalla tipografia e passando per la così detta Porta Palazzo, si fermò sotto i portici a sinistra ed osservava un banco di libri in vendita. Il venditore gli disse che quei libri non facevano per lui, perchè libri di Protestanti. Allora egli rispose: - Vedo che non fanno per me; ma sarete poi contento in punto di morte d'aver venduto tali libri? - E salutandolo se ne andò, Mentre D. Bosco si allontanava, il venditore chiese ai vicini chi fosse quel prete, e fugli risposto essere D. Bosco. All'indomani si portò da lui coi quale tenuta una conferenza, finì per recargli tutti i suoi libri e rimettersi sulla buona via.

                Intanto D. Bosco aveva notizie certe che l'eresia valdese s'insinuava e faceva ogni giorno più strada in varii paesi. In Valdocco affluivano persone di ogni specie che una simpatia provvidenziale attirava verso D. Bosco, e alcuni di questi [224] gli riferivano quanto accadeva nelle congreghe settarie o protestanti, le loro speranze, i loro disastrosi successi, con una famigliarità singolare. Vi fu chi avvisava D. Bosco a non fidarsi; ma egli stava all'erta, prendeva informazioni e ne avvertiva fedelmente la Curia. Un distinto Ecclesiastico però se ne mostrava importunato, per l'importanza che sembrava dare D. Bosco a simili rivelazioni. Tuttavia il buon prete non ristette, a costo di umiliazioni, dal compiere il suo dovere. Fra le altre volte, i Protestanti si erano infiltrati alla chetichella in Ciriè , e incominciavano a fare adepti. Saputolo Don Bosco non tacque. - E che? egli rispose quell'Ecclesiastico: Lei sa ciò che non sanno gli altri? A Ciriè  vi sono due parroci; e questi non hanno occhi? Crede che non siamo informati di quanto accade? Dunque adesso la luce ha da venire solamente da Valdocco? - D. Bosco non replicò; ma passò poco tempo e la zizzania crebbe in maniera così visibile, che si dovette di premura dar principio in Ciriè  ad una missione per opporsi agli eretici e confutare i loro errori.

                Varie altre parrocchie dovettero eziandio essere premunite, e D. Bosco ne ebbe il merito principale.

                In mezzo a queste sue sollecite cure, da un povero infelice di nome Wolff che aveva apostatato, e che, per le solite contraddizioni dei cuore umano, gli narrava tutte le decisioni e i passi de' suoi correligionarii, seppe come i Valdesi fossero risoluti di innalzare un tempio in Torino. Infatti a questo fine avevano domandato al Municipio la concessione di un'area fabbricabile presso il giardino pubblico. I Protestanti in Torino erano poco più di duecento. Il Municipio non aveva acconsentito, benchè il progetto fosse appoggiato dall'Avvocato generale presso la Corte d'Appello. Allora gli eretici comperarono a loro spese un'altra area lungo il viale del Re poco lontana dall'Oratorio di S. Luigi, autorizzati da regii [225] decreti, del 17 dicembre 1850, e del 17 gennaio 1851, costruire il progettato tempio. Approvati dalla commissione edilizia i disegni di questo e degli edifizi annessi, il Municipio cercava di guadagnar tempo volendo declinare ogni responsabilità in faccia ai Cattolici; ma il Ministro degli Inter Galvagno fece note le disposizioni sovrane, e fu giuocoforza che cessassero le nobili opposizioni a quell'onta che si voleva recare alla città. Appena la cosa si fece pubblica, i Torinesi anzi tutti i Cattolici del Piemonte, ne furono vivamente addolorati e pregarono il Signore a tener lontano dal paese tanto scandalo. I Vescovi reclamarono in una lettera colletti al Re, in nome della religione, dello Statuto, dell'onore Casa Savoia, citando le disposizioni del codice penale e codice civile. Ma non si tenne conto di questi reclami e si diede subito mano alla costruzione del tempio l'esercizio del culto riformato protestante. Così riceve appoggio chi moveva una guerra fierissima alla Religione Cattolica.

                D. Bosco appena seppe di queste mene, non ancor pago di ciò che aveva già fatto, compose e pubblicò un libretto col titolo: Avvisi ai Cattolici. È pregio dell'opera di riprodurne qui il proemio.

                “Popoli Cattolici, così egli scriveva, aprite gli occhi tendono a voi moltissime insidie col tentare di allontana da quell'unica, vera, santa Religione, che solamente conservasi nella Chiesa di Gesù Cristo.

                Questo pericolo fu già in più guise proclamato nostri legittimi Pastori, dai Vescovi, posti da Dio a difenderci dall'errore ed insegnarci la verità.

                La stessa infallibile voce del Vicario di Gesù Cristo avvisò di questo insidioso laccio teso ai Cattolici, cioè molti malevoli vorrebbero sradicare dai vostri cuori la [226] Religione di Gesù Cristo. Costoro ingannano se stessi e ingannano gli altri; non credeteli.

                Stringetevi piuttosto di un cuor solo e di un'anima sola ai vostri Pastori, che sempre v'insegnarono la verità.

                Gesù disse a S. Pietro: Tu sei Pietro e sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non la vinceranno mai, perchè io sarò coi Pastori di essa tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli.

                Questo disse a S. Pietro e ai suoi successori, i Romani Pontefici, e a nissun altro.

                Chi vi dice queste cose diverse da quanto vi dico, non credetelo: egli v'inganna.

                Siate intimamente persuasi di queste grandi verità: Dove c'è il successore di S. Pietro, là c'è la vera Chiesa di Gesù Cristo. Niuno trovasi nella vera Religione, se non è Cattolico; niuno è Cattolico senza il Papa.

                I nostri Pastori e specialmente i Vescovi, ci uniscono al Papa, il Papa ci unisce con Dio.

                Per ora leggete attentamente i seguenti avvisi, i quali, ben impressi nel vostro cuore, basteranno a preservarvi dall'errore.

                Quello poi, che qui viene ora brevemente esposto, fra poco l'avrete in apposito libro diffusamente spiegato.

                Il Signore delle misericordie infonda a tutti i Cattolici tanto coraggio e tale costanza, da mantenersi fedeli osservatori di quella Religione, in cui noi fortunatamente siamo nati e siamo stati educati.

                Costanza e coraggio, che ci faccia pronti a patire qualunque male, fosse anche la morte, anzichè dire o fare alcuna cosa contraria alla Cattolica Religione, vera e sola Religione di Gesù Cristo, fuori di cui niuno può salvarsi”.

                A questa specie di proclama, non più indirizzato solo ai giovani, ma in generale ai Piemontesi e in ispecie ai Torinesi, [227] facevano seguito i Fondamenti della Cattolica Religione stampati poco prima nella seconda edizione del Giovane Provveduto; e si prometteva intanto un apposito libro nuovo che egli stava scrivendo. Questo avrebbe per iscopo di mettere in guardia le anime contro le insidie ereticali, di ammaestrarle nelle verità più necessarie a sapersi, di svelare l'errore dei seduttori, di arrestarne la mala influenza e così confermare nella fede i cattolici. Era il libro che ebbe per titolo: Il Cattolico istruito nella sua religione.

                Degli Avvisi ai Cattolici fu straordinario lo spaccio; in soli due anni se ne diffusero oltre a duecento mila esemplari. Ma se questa operetta tornò gradevolissima a tutti i buoni, inasprì i Protestanti e li fece montare in sulle furie. Mentre si credevano di poter a loro bell'agio devastare, a guisa degli antichi Filistei, il campo del Signore, si vedevano venire innanzi un novello Sansone a scoprire le loro arti, a rompere le loro file, a scompigliare le loro schiere in difesa del popolo di Dio.

                Con questa pubblicazione e con le altre molte che la seguirono, D. Bosco indicava al secolo l'arma più potente per combattere i nemici della religione e segnava la strada a quanti volessero correre in difesa della società cristiana minacciata. In questi anni tutto pareva morto nel campo cattolico, e D. Bosco lo risvegliò in Torino.

                  stancavasi nel diffondere da ogni parte l'ultima sua operetta. Fra gli altri ne mandava 150 copie a D. Scesa, maestro dei novizi a Stresa, con lettera del 3 marzo 1851; e così ne scriveva al suo Professore, il Teol. Appendino, a Villastellone.

 

                               Amatissimo Sig. Teologo,

 

                Mando a V. S. amatissima le cento copie degli Avvisi ai Cattolici, facendole soltanto osservazione che se si occupa di [228] questi libri, perde la protezione della Gazzetta del Popolo e chi sa ancor di più, giacchè questo libriccino, sebbene visibile appena, le è avverso e fa quanto può onde averne ed abbruciarne.

                Nulladimeno se si occuperà a propagar libri buoni (e la credo ottima limosina) sarà a fulmine tutus.

                Tutto il suo ammontare è : libri già spediti                   1 95

                Avvisi ai cattolici copie 100                                            5 00

                -                                                                                             6 95

che spero poter andare io stesso ad esigere sul luogo del luogo.

                Mi ami nel Signore, mi comandi, e se valgo a qualche cosa, mi sarà di gran piacere il poterla servire con quel figliale affetto con cui mi sottoscrivo

                D. S. V. Ill.ma e amat.ma

Obbl.mo servitore ed allievo

Sac. BOSCO GIO.

Capo dei birichini.

 

                Ma pur troppo che i Protestanti avevano i loro complici tra i legislatori che non si lasciavano sfuggir occasione per far proposte e muovere accuse contro la Chiesa. Nel marzo vi fu in Parlamento un'accanita discussione contro l'insegnamento teologico, che si diceva pieno di errori, di viete dottrine e di una morale bassa e corrompitrice. Si gridò essere meglio che si attivassero gli studi biblici, come presso i Protestanti. Si voleva attribuire al Governo la nomina dei professori nei collegi vescovili e che ai Vescovi si togliesse la direzione dell'insegnamento teologico: si protestò doversi abolire nelle Università e nei collegi gli Oratorii e le Congregazioni, e che ai giovani si lasciasse piena libertà di essere atei o credenti. Ma il conte Camillo di Cavour, che non erasi ancor [229] dichiarato nemico del clero, parlò alquanto in favore dell'insegnamento vescovile, e così quelle sfuriate non ebbero per allora altro effetto, che una lettera dei Ministro dell'Istruzione Pubblica ai Vescovi, colla quale tentava di loro imporre alcune condizioni per l'insegnamento teologico e che provocava da essi forti richiami.

                L'irritazione dei settari era prodotta dall'essere ortodossi tutti i Dottori del Collegio Teologico dell'Università di Torino, eccettuato il professore di diritto canonico Nepomuceno Nuytz, povero teologo laico, pressochè ignorante di storia, educato sui libri di Febronio e del Van Espen, giansenista per imitazione. Da più anni faceva scuola ed era stato posto su quella cattedra appunto perchè co' suoi mali insegnamenti pervertisse la gioventù ecclesiastica. Propugnava gravissimi errori intorno ai diritti del sacerdozio e dell'impero, sul sacramento dei matrimonio e sulle scomuniche. Alcuni suoi trattati erano stati colpiti dalla condanna di un Breve Pontificio. I giornali e il Governo lo sostenevano. I Vescovi dirigevano un memoriale al Re, perchè facesse cessare quello scandalo, ed ebbero qualche ascolto. L'insegnamento del Diritto Canonico fu sospeso; e poco dopo il Nuytz fu sostituito da Filiberto Pateri, non meno di lui regalista e avverso ai diritti della Chiesa, ma più riguardoso. Nuytz moriva nel 1876, senza ricevere i Sacramenti, rifiutandosi di fare ritrattazioni.

                Intanto in quest'anno il Ministro cercava di eccitare i chierici a frequentare l'Università, invitando la Curia Metropolitana ad avvertirli che nel nominare ai beneficii, il Governo continuerebbe sempre ad anteporre gli Ecclesiastici che avessero conseguito i gradi nello studio universitario. I Vescovi non acconsentirono che gli alunni del santuario frequentassero tali scuole sul diritto canonico. [230] Ma ciò non bastava. L'errore oltre la libertà doveva avere il suo premio. Il 16 marzo 1851 un decreto reale dichiarava istituzione civile l'Ordine religioso equestre dei Ss. Maurizio e Lazzaro, fondato dall'autorità dei Pontefici che aveanlo dotato di beni e di rendite ecelesiastiche; e aboliva la professione religiosa che i commendatori ed i provvisti dei beni dell'Ordine dovevano prestare. Questo si faceva per poterne così conferire gli onori e le rendite anche ad ebrei, a protestanti e ad eterodossi.

                Noi abbiamo scritto questa pagina, perchè sempre meglio, s'intenda qual fosse la lotta che D. Bosco aveva ingaggiata.

                Egli intanto aveva visto compiersi un ardente suo voto. Il 2 febbraio, giorno della Purificazione di Maria, nel quale in quest'anno celebravasi nell'Oratorio eziandio la festa di S. Francesco di Sales, i giovani Giuseppe Buzzetti, Felice Reviglio, Giacomo Bellia, Carlo Gastini avevano indossato la veste clericale. Compieva la funzione il Teol. Collegiato Ortalda Giuseppe Canonico Teologo della Metropolitana, il quale in così bella occasione svolse il testo del Vangelo di quel giorno: Positus est hic in resurrectionem et in ruinam multorum, e spiegò ai nuovi chierici quale sarebbe stata la loro missione se avessero corrisposto alla grazia ricevuta.

                D. Bosco, pieno d'immenso giubilo, non si contentò della solennità in chiesa, ma volle imbandire un pranzo, al quale invitò, eziandio il Can. Ortalda, il Teol. Nicco, il Can. Nasi e il Dottor Collegiato Teol. Can. Berta. Fu quello un convito che rimase memorabile. I cucinieri diedero prova della loro abilità, perchè D. Bosco non fu mai gretto cogli amici, ma nessuno dei commensali potè  mangiare il lesso e bere il caffè. Mentre Mamma Margherita era occupata negli apprestamenti di tavola e aveva già fatto bollire il caffè in una pentola, sua sorella Marianna Occhiena, che dopo la morte di D. Lacqua suo [231] padrone dimorava all'Oratorio, aveva inavvertentemente messa la carne a cuocere in quella stessa pentola. Come sia andata la cosa dei porre in tavola di questi manicaretti noi non lo sappiamo; ma il Can. Berta ancora nel 1901 ci raccontava il gusto strano che avevano, senza che ne sapesse la causa; e come nessuno dei convitati potesse inghiottirne, benchè , da persone educate, non dimostrassero la loro ripugnanza. Noi allora gli spiegammo quel mistero, ed egli ridendo, ma con ammirazione, aggiunse che D. Bosco aveva mangiato con indifferenza un pezzetto di quella carne nauseabonda e succhiata la sua tazza di caffè condita al grasso.

                L'indomani della vestizione i quattro nuovi chierici incominciarono ad andare a scuola di filosofia dai Teologi Farina e Mottura, ed alla ripetizione dal Can. Berta, e dopo qualche mese D. Bosco per sopperire alle spese che gliene derivavano, fece scrivere da ognuno di essi una supplica al Re per ottenere un sussidio, che fu accordato[9].

                D. Bosco poteva finalmente sperare che i nuovi chierici fossero suoi; ma anche questo tentativo, da lui preparato con [232] tanto zelo, non doveva riuscire, poichè , come racconteremo, due di costoro dopo qualche tempo deposero la veste, due altri uscirono dall'Oratorio per varie ragioni da loro indipendenti e furono zelanti sacerdoti nelle loro diocesi. Reviglio però divenne subito un potente ausiliare di D. Bosco per l'Oratorio di S. Francesco e per l'Ospizio fino al 1857.

                Anche gli altri tre lo aiutarono efficacemente nell'opera degli Oratorii festivi, sia nel catechizzare ed istruire i giovani esterni ed interni, sia nell'assisterli in chiesa e nelle ricreazioni, sia nel dar loro lezioni di canto. Margherita gioiva nel veder crescere intorno a D. Bosco le vocazioni ecclesiastiche; senonchè amava vivere ritirata, e colla sua grande perspicacia conosceva ciò che a lei era conveniente e ciò che non lo era. Sin da quando la casa fa costituita e D. Bosco incominciò a sedere a mensa in compagnia de' suoi primi chierici e preti, più non fu vista a pranzare con lui. D. Bosco avrebbe desiderato che qualche volta comparisse, ma essa sapeva sempre scusarsi. Siccome talora egli soleva invitare i giovanetti più buoni seco a pranzo, insistette perchè ella sedendo in mezzo ad essi e assistendoli, procurasse di impedire le sgarbatezze, il vociare troppo forte, e che si insudiciassero, o mangiassero con troppa avidità. In modo speciale quando aveva commensali gente estranea alla casa o forestieri da lui invitati, desiderava di impedire quanto a questi signori avesse potuto dare argomento di censura. Mamma Margherita alla fine acconsentì, benchè a malincuore; andò per circa una settimana, ma poi non si vide più. -Non è quello il mio posto, disse a Don Bosco; la presenza di una donna in quel luogo, stuona.

                Non ostante però il suo aspetto tranquillo non è da credere che ella passasse la sua vita in Valdocco senza tribolazioni. Una donna amante dell'ordine e dell'economia domestica non [233] può vedere di buon occhio sciupata quella roba che le costò spesa e fatica. E come impedire che giovanetti vivacissimi, non per mal animo, ma per spensieratezza, cagionassero più di un volta danni non indifferenti e quindi recassero qualche fastidio alla buona mamma?

                Rinnovandosi però fatti consimili, un bel giorno del 1851, Margherita entrò nella camera del figlio, e: - Ascoltami, gli disse. Tu vedi come non sia possibile che io faccia andare innanzi bene le cose di questa casa. I tuoi giovani tutti i giorni fanno qualche nuova loro prodezza. Qua mi gettano in terra la biancheria pulita stesa al sole, là mi calpestano l'orto e tutti gli erbaggi. Non hanno cura alcuna dei loro vestiti e li stracciano in modo che non c'è più verso di riuscire a rattopparti. Ora perdono i moccichini, le cravatte, le calze; ora nascondono camicie e mutande, e non si possono più trovare; ora portano via gli arnesi di cucina per i loro capricciosi divertimenti e mi fanno andare attorno mezza giornata per cercarli. Insomma, io ci perdo la testa in mezzo a tanta confusione. Io era ben più tranquilla quando stava filando nella mia stalla senza rompicapi e senza ansietà. Vedi! Quasi quasi ritornerei là nella nostra casetta ai Becchi, per finire in pace quei pochi giorni di vita che ancora mi restano.

                D. Bosco fissò in volto sua mamma, e commosso, senza parlare, le accennò il crocifisso che pendeva dalla parete.

                Margherita guardò; i suoi occhi si riempirono di lagrime: - Hai ragione, hai ragione! - esclamò: e senz'altro ritornò alle sue faccende. Da quell'istante più non sfuggì dal suo labbro una parola di malcontento.

                Infatti da quel punto parve insensibile per quelle miserie. Un giorno uno di quei dissipatelli spaventava le galline e inseguendole le faceva correre sbandate per i prati circostanti. Marianna, la sorella di Margherita, gridava con quanta [234] voce aveva in gola, perchè il birichino lasciasse in pace le galline, e si affannava a ricondurle verso il pollaio.

                Margherita, udendo quel gridio venne fuori, ed osservato il caso con tutta calma disse alla sorella: - Là là! Chè tati! Abbi pazienza! Che cosa vuoi farci! Vedi bene che hanno l'argento vivo nelle ossa!

                Ma se nell'Oratorio vi era qualche spensierato, il cuore di tutti i giovani ardeva per D. Bosco di un amore costante: e vivo lo mantenevano usciti dell'Istituto per ritornare alle loro famiglie e prendere una carriera o uno stato. Tra le molte prove che potremmo addurre scegliamo per ora le due seguenti lettere di tempi diversi scritte dall'allievo Comba Antonio.

                La prima è impostata a Rumilly in Savoia colla data del 16 febbraio 1851 e diretta al Sig. D. Bosco: “Non saprei come esprimere la gioia ed il contento che provo nel ricevere una delle sue care lettere desiderata da tanto tempo. Oh quante volte col pensiero mi porto là in quel ridente e giulivo recinto! Oh quante fiate colla mente mi trovo fra loro! Ora mi vi presento sotto un aspetto, ora sotto un altro. Non creda che la mia memoria sia così ingrata da dimenticarsi sì presto del bell'Oratorio, che anzi sarà perpetua; sì, saranno eterni quei giorni felici che con loro passai.

                Godo e mi rallegro assaissimo del felice successo de' miei compagni, cioè che abbiano vestito l'abito chiericale; il che spero coll'aiuto di Dio fare un po' più tardi. In questa scuola di rettorica ho molto da lavorare; ma ne sono contentissimo poichè ho già occupato il secondo posto... Abbiamo un buonissimo superiore, che è stato molto tempo a Roma; sa egregiamente l'italiano. Ogni venerdì ne abbiamo una scuola. Qualche volta vado a trovarlo, e discorriamo in italiano; siamo molto amici; l'ho scelto per mio confessore. Abbiamo [235] ottimi professori... siamo 57 pensionarii. Il martedì, il giovedì e la domenica dopo pranzo andiamo tutti insieme al passeggio Altro non saprei se non che Ella dica tante cose dalla mia parte a sua madre, al suo fratello Giuseppe, a D. Grassino, Savio, Bellia, Buzzetti, Gastini, Reviglio, Angeleri, Piumatis, Aellisio, Tomatis, Canale, Arnaud ecc. ecc. senza dimenticare il Teol. Vola, il Teol. Borel, il Teol. Carpano ecc. ecc. Sarei bramoso di ricevere una lettera dal mio compagno Bellia, in cui mi desse qualche notizia di Torino e mi facesse il piacere di mandarmi una copia della canzone: È consumato il calice colla prima strofa in musica. Credo Buzzetti l'abbia in stampa. Quando mi scrive, la prego a non affrancare le lettere”.

                  questa affezione durava solo pochi anni dalla partenza di Comba dall'Oratorio; ma nel 1882, l'11 settembre, scriveva una seconda lettera da Montauroux par Callian, dipartimento del Varo.

 

                               Car.mo amico ed antico compagno Sig. D. Rua,

 

                Prima La ringrazio infinitamente, come pure il Sig. Don Lago, della loro affezionatissima lettera del 15 agosto scorso, che ci diede tanta consolazione. Dunque grazie e grazie molte..

                Abbiamo recitato in famiglia le preghiere prescritteci, e grazie a Gesù nel SS. Sacramento, alla B. V. Maria Ausiliatrice, alle potenti preghiere del nostro sempre amatissimo padre, il Sig. D. Bosco, ed a quelle di voi altri tutti, carissimi amici ed ottimi fratelli, siamo stati consolati nel vedere che la mia buona consorte ha potuto andare alla messa nel bel giorno della Natività di M. V. Una volta D. Bosco mi scriveva in Savoia: Conservati nel santo timor di Dio, amami sempre nel Signore, e se in qualche cosa ti potrò servire, mi troverai sempre affezionatissimo amico. D. Giovanni Bosco. Ed [236] io l'ho sempre amato, il carissimo D. Bosco; non ho mai dimenticato l'Oratorio, i miei cari compagni, e mi ricordo sempre con gioia le canzoncine di un tempo già ben lontano

 

Di vivo giubilo                     Viva D. Bosco

Tutti esultanti                      Che ci conduce

Da noi si canti                     Sempre alla luce

Inno d'amor                         Della virtù,

Pel nostro amabile              Che in lui men fulgida

Caro pastor.                         Giammai non fu.

 

Mille volte benedetto

Sia il nostro padre eletto (bis),

Nostra gioia e nostro amor.

Ah! Ah! per te

Cui sostegno il ciel ne diè  (bis).

Cresceremo alle virtudi,

Diligenti negli studi (bis);

Ed assidui nel lavor.

Ah! Ah! per te

Cui sostegno il ciel ne diè  (bis).

Se vicino a noi t'assidi

Amoroso a noi sorridi! (bis)

Noi siam figli del tuo amor.

Ah! Ah! per te,

Sotto l'ali della fè  (bis).

Questa schiera insieme unita

Passerà gioconda vita (bis)

Nei contenti del Signor,

Ah! Ah! per te,

Sotto l'ali della fè !

Viva D. Bosco!

 

                Addio, signor D. Rua, addio, o tutti i miei cari compagni ed amici; addio.

Sempre affezionatissimo

COMBA ANTONIO. [237]

 

                Ripigliando ora noi il filo del racconto va qui notato come D. Bosco nel mese di febbraio ottenesse altro favore spirituale dal S. Padre, ben sapendo che indulgentiae tantum valent quantum sonant, e che quando si dice essere una remissione piena e totale, lo è anche di fatto. - Fate gran conto delle indulgenze, - ei diceva ai giovani, e con questo spirito così scriveva al Papa

 

                               Beatissimo Padre,

 

                Il Sacerdote Giovanni Bosco, con i suoi compagni sacerdoti addetti agli Oratorii per gli artisti della città di Torino, supplica umilmente la S. V. ad accordare l'indulgenza plenaria a tutti quei giovani che ogni festa frequentano detti Oratorii, confessati e comunicati, per l'ultima domenica di ciascun mese.

                Che della grazia ecc.

 

                “Ex audientia SS.mi SS.mus Dominus Noster Pius Papa IX omnibus Christi fidelibus, de quibus tantum in precibus, Plenariam Indulgentiam semel in mense, in ultima nempe cujuslibet mensis dominica acquirendam, dummodo vere poenitentes et confessi SS.mum Eucaristiae Sacramentum sumpserint, nec non aliquam ecclesiam seu oratorium publicum visitaverint, ibique per aliquod temporis spatium juxta mentem Sanctitatis Suae oraverint, benigne concessit, Praesenti ad septennium valituro absque ulla Brevis expeditione.

                Datum Romae ex Secreteria S. Congregationis Indulgentiarum die 18 februarii 1851] (L. S)         F. Card. ASQUINIUS Bp.

                A. Archipr. Prinzivalli Substitutus”.

 

 


CAPO XXI. Il Signor Pinardi propone a D. Bosco la compra della sua casa in Valdocco - Imprestito dell'abate Rosmini a Don Bosco - Visibile tratto della Divina Provvidenza - Contratto e compra della casa - Riconoscenza a Rosmini.

 

                L’ORATORIO di S. Francesco risiedeva tuttora su terreno altrui. L'appigionamento di tutta la casa Pinardi, quantunque materialmente gravoso, era stato nondimeno un grande guadagno morale; ma non bastava ancora a pienamente assicurare D. Bosco. Coloro che erano stati sloggiati da quel tugurio, non potevano darsene pace; e, - non ripugna, andavano gridando, che una casa, la quale da tanto tempo era il luogo di convegno, di ricreazione, di allegria sia caduta nelle mani di un prete intollerante? Ma intanto taluno, per rientrare in quel sito, e per avidità di lucro, ritornarlo ad essere luogo di bagordi e di mal costume, propose al signor Pinardi una pigione quasi doppia di quella che pagava D. Bosco. Ma l'onest'uomo non volle mancare di parola; anzi da buon cristiano, trovandosi assai contento di vedere la sua casa servire ad un'opera santa, aveva più volte esternato il desiderio di venderla, qualora D. Bosco la volesse comperare; ma, o perchè credesse di possedere un gioiello, o perchè avesse bisogno di danaro, egli, domandava nientemeno che l'ingente somma di ottanta mila lire. [239] A tale richiesta D. Bosco rispondeva sempre che gli era impossibile il sobbarcarsi a simile spesa.

                - Ma faccia lei un prezzo, e vedremo; - insisteva il sig. Pinardi.

                - Non posso farlo dopo una domanda così esorbitante, replicava D. Bosco,

                - A sessanta mila lire può andare?

                - Mi scusi, ma io non posso fare esibizioni

                - Vengo alla proposta infima, all'ultima parola: Cinquanta mila lire!

                - Non ne parliamo più, restando però sempre amici.

                In que' giorni il giovane ingegnere Spezia abitava in una stanza nei pressi dell'Oratorio. D. Bosco un mattino l'incontrò e vedendo nel suo volto un'aria di grande ingenuità ne restò colpito, e fermandolo, gli chiese di quale arte si occupasse in Torino. - Ho conseguita, rispose il giovane, or sono pochi giorni la laurea d'architetto, ed attendo a potermi procurare il modo di esercitare la mia professione.

                D. Bosco ciò udito invitollo a visitare la casa Pinardi e a stimare quale sarebbe il prezzo onesto da fissarsi per la compra di quell'edifizio, colla tettoia e l'area circostante. Il giovane architetto scusavasi, perchè realmente non sapeva ancora che cosa costassero le costruzioni ed i terreni. Dovette però accondiscendere, e il suo estimo, piuttosto alto, tenne che quel podere poteva aver il valore dalle venticinque alle trenta mila lire. D. Bosco nel congedarlo gli disse: Veda; altra volta avrò bisogno di lei. - E l'architetto Spezia si ricordò di queste parole, quando D. Bosco gli affidò i disegni per la costruzione della Chiesa di Maria Ausiliatrice.

                Non sembrava adunque facile per ora l'acquisto della casa di Valdocco, tanto più che D. Bosco non aveva nessuna probabilità di potersi procacciare tutta la somma vistosa di danaro [240] che prevedeva necessaria. Egli e sua madre avevano già alienato ogni loro avere a pro dei giovanetti e in casa loro non avevano ormai più alcuna risorsa. Anzi mancava persino il danaro per comperare pane in que' giorni.

                Ma sul principio del 1851 Dio faceva vedere esser egli il padrone dei cuori e che aveva destinato quel sito pel nostro Oratorio. Ed ecco in qual modo.

                Era il pomeriggio di un giorno festivo. I giovani erano già raccolti in Cappella; il Teol. Borel predicava, e Don Bosco stavasi sulla porta del cortile, a fine d'impedire disturbi ed assembramenti di que' giovanetti che continuavano a venire.

                In quella mala casa, che era vicina, pochi istanti prima era accaduta una rissa violenta. Un ufficiale giaceva steso a terra lontano pochi metri colla testa rotta, e tutto intriso nel proprio sangue, che era una pietà il vederlo. In quel momento comparisce il signor Pinardi, sdegnoso perchè già più volte era stato chiamato in questura, per simili fatti di sangue, a deporre come testimonio, con perdita di tempo, e pericolo di venire in odio ai feritori. Sì presentò adunque a D. Bosco tutto pensieroso colle braccia incrociate: - È proprio tempo di finirla, - incominciò; - è una cosa che non va più, è una continua disperazione: risse e sempre risse.

                - Io voleva comperar questa casa, - osservò D. Bosco, ma voi non volete vendermela, e quindi come proprietario ne avrete ancora dei fastidii per certe vicinanze.

                - Io non voglio venderla? Alto là, - esclamò Pinardi in tono scherzevole e insieme risoluto; - D. Bosco comprerà la mia casa!

                - Alto là, - rispose D. Bosco, - bisogna che il signor Pinardi me la voglia vendere pel prezzo che vale, e io la compero subito. [241]

                - Sì, che gliela vendo per quel che vale.

                - E quanto?

                - Quello che le ho già chiesto: ottanta mila lire.

                - Non posso fare offerte.

                - Offra, offra.

                - Non posso.

                - Perchè ?

                - Perchè è un prezzo esagerato, e io non voglio offendere chi domanda.

                - Offra dunque quello che vuole.

                - Me la date pel suo valore?

                - Parola d'onore che gliela do.

                - Stringetemi la mano, e poi farò l'offerta.

                - Di quanto adunque?

                - Nei mesi scorsi, - soggiunse D. Bosco, - io l'ho fatta stimare da un vostro e mio amico, il quale mi assicurò che nello stato attuale questa casa deve patteggiarsi tra le ventisei e le ventotto mila lire; e io, affinchè sia cosa compiuta ve ne offro trenta mila.

                - Regalerà ancora uno spillo di 500 franchi a mia moglie?

                - Farò anche questo regalo.

                - Mi pagherà in contanti?

                - Pagherò in contanti.

                - Quando faremo il contratto?

                - Quando vi piaccia.

                - Da domani in quindici, e con un pagamento solo.

                - Come volete.

                - Cento mila franchi di multa a chi desse indietro.

                - E così sia, - concluse D. Bosco: - anzi, se voi siete contento, darò ancora un pranzo al quale saranno invitate quelle persone che indicherete. [242]

                - Anche nove o dieci?

                - Sì, anche nove o dieci. - E così quell'affare fu conchiuso in pochi minuti.

                A D. Bosco stava molto a cuore l'acquisto di quella casa, e temeva che, se non concludeva subito, il sig. Pinardi mutasse pensiero e la vendesse a migliori offerenti. Ma dove trovare trenta mila lire, e in così breve tempo?

                Egli scriveva subito all'Abate Rosmini, che si trovava a Stresa.

 

                               Ill.mo e Reverendissimo Signore,

 

                Mi faccio dovere di partecipare a V. S. Ill.ma e Rev.ma che nel tempo che eseguivasi il piano del novello edifizio futuro, mi si porse migliore occasione di avere altrettanto con vantaggio più grande.

                Il padrone della casa che presentemente abito, per alcune sue private circostanze è disposto a vendere, ed essendosi sul proposito trattato, si potrebbe conchiudere il contratto, con cui acquisterebbesi un corpo di casa di venti membri abitabili e sito di tavole 95 tutto cintato. Il prezzo è di fr. ventotto mila e cinquecento.

                Noti qui che il comperato pel nuovo edifizio, vendendolo senza fretta, monterebbe non meno di fr. 30.000: sicchè verrebbe cambiato un sito con un altro di quasi eguale estensione, fabbricato e cinto. La posizione dei due siti è coerente e gode i medesimi favori riguardo alla distanza dalla città.

                Se V. S. fosse presentemente disposta ad imprestare la somma di cui altre volte già abbiamo concertato, sarebbe un gran bene per l'Oratorio. La nuova compra verrebbe intieramente saldata, ed Ella potrebbe assicurare il suo danaro sopra una casa e sito scevro da qualsiasi onere. Nel migliorare [243] poi l'edifizio una parte qualsiasi potrebbesi ridurre a nostro beneplacito al mentovato Ospizio.

                Il Sig. P. Puecher, D. Scesa, D. Pauli hanno piena cognizione del luogo, essendo precisamente quello ove esiste l'Oratorio di S. Francesco di Sales, Ospizio pei giovani abbandonati ecc. Attendo solo un cenno di Lei per conchiudere il contratto.

                Nella speranza che voglia cooperare a quest'opera, che io reputo essere della maggior gloria di Dio, Le auguro ogni bene dal Signore reputandomi all'onore massimo il potermi dichiarare

                Di V. S. Ill.ma e Reverend.ma

                Torino, 7 gennaio 1851.

Umilissimo Servitore

Sac. BOSCO GIOV.

 

                Il Sig. D. C. Gilardi si affrettava a rispondergli:

 

                               Molto Rev. e Car.mo Don Giovanni Bosco,

 

                In risposta alla riverita sua del sette gennaio corrente, il Rev.mo mio Superiore D. Antonio Rosmini, che caramente La riverisce, mi ordina di scriverle, che quando il locale e fabbricato, che presentemente Ella abita in Valdocco, e che Le verrebbe venduto dal padrone, fosse realmente libero da ogni altro peso; egli sarebbe dispostissimo a somministrarle la somma di lire 20.000 alle condizioni che già furono intese vicendevolmente: laonde Ella può contare sulla detta somma per l'acquisto, la quale le verrà rimessa parte in danaro e parte in cedole od obbligazioni fruttanti dello Stato ad un suo cenno, e stipulerà il contratto di prestito. [244]

                Colgo occasione per augurarle tutte le desiderabili benedizioni del Signore pel nuovo anno incominciato e per altri molti su di Lei, e sulle opere di carità da Lei intraprese. Voglia ricordarmi alla sua ottima madre, e credami sempre

                Stresa, 10 gennaio 1851.

Suo devot. ed obbl. servo

CARLO GILARDI prete.

 

                Ma ventimila lire non erano trenta, e dovevansene trovare ancora dieci. Dio però non manca mai ai bisogni de' suoi servi; ed Egli che aveva incominciata l'opera la mandò a buon termine. Ed ecco un visibile tratto di sua Divina Provvidenza a favore del nostro Oratorio.

                La sera di una domenica entra nell'Oratorio il sig. Don Giuseppe Cafasso. Era cosa veramente insolita che l'illustre ecclesiastico si portasse all'Oratorio in giorno di festa, perchè sempre occupato nella chiesa di S. Francesco d'Assisi. Adunque egli si accosta a D. Bosco, e gli dice: - Sono venuto a darvi una notizia che non vi farà dispiacere. Una pia persona (la Contessa Casazza - Riccardi) mi ha incaricato di portarvi diecimila lire, da spendersi in quello che giudicherete della maggior gloria di Dio. - Deo gratias, rispose D. Bosco, è proprio il cacio sui maccheroni. - E intanto gli raccontò come avesse poco prima conchiusa la compera di casa Pinardi e che incominciava a mettere il cervello alla tortura per trovare l'intera somma convenuta. I due sacerdoti non poterono non iscorgere in quel fatto il dito di Dio, e quale non fu la meraviglia di Pinardi quando, trascorsa appena una settimana dalla parola ricevuta, il 14 gennaio vide comparirsi innanzi D. Bosco che gli diceva: Quando vorrà che facciamo lo strumento, i danari sono pronti, ed è [245] tutto oro! - Il giorno dopo fu stabilito pel compromesso; il Pinardi ricevette in acconto brevimano senz'atto legale due mila lire; e fu invitato al pranzo, secondo la promessa.

                D. Bosco intanto affrettavasi a compiere tutte le pratiche necessarie per far distendere colla forma legittima il pubblico istrumento, e ne scriveva a D. Carlo Gilardi:

 

                               Car.mo e M. Rev.do Signore,

 

                In seguito alla sua preg.ma lettera scrittami da parte dell'Ill.mo e Rev.mo Ab. Rosmini, ho visitato l'Ipoteca della casa Pinardi, di cui trattasi, e trovatala libera da ogni peso e da ipoteca, divenni alla conclusione del Contratto. Nella stipulazione dello Istrumento non si porrà altra ipoteca su detta casa e sito che i franchi ventimila dal benefattore Sig. Abate Rosmini imprestati. Resta solo che il prefato sig. Rosmini voglia delegare persona che la rappresenti, sia per verificare trovarsi lo stabile veramente libero, sia per la stipulazione dell'Istrumento.

                Offra intanto i miei più sinceri ringraziamenti al Venerat.mo suo Superiore per quanto vuole fare per noi, e spero che quest'opera di carità, nel tempo che è della maggior gloria di Dio farà discendere sopra di lui e sopra tutto l'Istituto le divine benedizioni.

                Quasi tutti i giorni passo un po' di tempo coll'amato D. Costantino e D. Nicolino. Mi ami nel Signore, e mi creda quale di tutto cuore nel Signore

                Torino, il 15 gennaio 1851.

Obb.mo Servitore

D. BOSCO GIO.

 

                P. S. Un po’ in fretta e disturbato dal chiasso dei birichini. [246]

 

                Finalmente giunse in Torino il sacerdote Carlo Gilardi, procuratore generale dei Rosminiani, che recava le ventimila lire. - Iddio me le ha proprio mandate, esclamò D. Bosco, e lo disse con tale sentimento, che il buon religioso ne fu commosso.

                Si legge nella minuta notarile: “l 19 febbraio 1851 con atto rogato Turvano, Francesco Pinardi vende in comune ai sacerdoti Giovanni Bosco, Teol. Giovanni Borel, Teol. Roberto Murialdo, Giuseppe Cafasso terreni e fabbricati, che hanno per coerenti i signori fratelli Filippi a levante e notte; strada della Giardiniera a giorno; e la signora Maria Bellezza a ponente. Il prezzo è stabilito per la somma di lire 28.500, che per lire 20.000 viene pagato dal Rev. Sig. Carlo Gilardi come rappresentante del Signor Abate Antonio Rosmini - Serbati; e per il resto si rilascia scrittura privata”.

                Occorrevano ancora altre 3.500 lire per le spese accessorie, e furono aggiunte dal Comm. Giuseppe Cotta, nella cui banca venne stipulato lo strumento. Questo signore era il primo patrono ed appoggio dell'Oratorio, e tale fu sempre finchè visse.

                Come si vede, il nostro D. Bosco in quell'occasione ebbe novella prova della divina Bontà a favore dell'Opera sua, e concepì una fiducia ed un convincimento vie maggiore, che la Provvidenza non gli avrebbe mancato neppure per l'avvenire. E noi crediamo che questa fiducia illimitata, che questo convincimento, non mai smentito pel corso di quasi 50 anni, sia una delle principali cause dell'operosità di Don Bosco. Il mondo stesso vorrebbe talora chiamarlo uomo audace; ma dalla felice riuscita delle sue imprese è invece costretto a chiamarlo uomo provvidenziale; e ne ha ragione.

                Ed egli era tale per il concorso generoso di tanti cuori cristiani; e fra questi fu l'Abate Rosmini che provvide la [247] maggior parte dei mezzi necessarii perchè l'Oratorio di San Francesco di Sales avesse sede propria. E dando quel mutuo al quattro per cento, avvisò poi che i frutti sarebbero pagati quando egli li avesse richiesti e non domandò mai con insistenza nè  l'interesse nè  il capitale. Tuttavia D. Bosco fedele alle sue obbligazioni assestava ogni anno i conti col C. Gilardi procuratore. Rosmini fu amico con D. Bosco fino all'ultimo istante di sua vita, e la stessa affezione gli porta- vano i suoi religiosi; e D. Bosco li contraccambiava, anche per dovere di riconoscenza, come già si è visto dalle sue lettere, e tra queste da una che noi riportiamo, tanto più che accenna alle predicazioni da lui fatte in questi mesi. È indirizzata ad un altro sacerdote dell'Istituto della Carità, trasferito alla Sacra di S. Michele.

 

                               Car.mo Sig. D. Fradelisio,

 

                Mi confesso propriamente colpevole di negligenza: tra le occupazioni, alcuni impicci, alcuni giri e tra che sono un birichino, non ho risposto alle gentilissime sue lettere: onde senza cercare scuse mi dichiaro reo e ne domando benigno compatimento.

                Intanto Le spedisco la copia dei libri richiestimi, a cui unisco alcune altre coserelle che giudico poter tornare costà di allettamento per quei figliuoli che nella persona di Lei trovano un padre. Unisco quivi la nota di quanto ho speso per alcune commissioni fatte in Torino.

                Mi è molto rincresciuto non essermi trovato a casa quando passò qui a Torino; ora però dimorando a minor distanza che non è Stresa, spero di vederla presto, e qui in casa birichinoira. Reputo un tratto della Provvidenza ch'Ella sia andata alla Sacra; io giudico che farà del bene a quelle [248] popolazioni; il suo buon cuore lo può e lo vuole; quei popolani corrispondono.

                Tanti saluti a D. Cesare e agli altri di mia conoscenza: mi ami nel Signore; se valgo qualche cosa mi comandi, non sarò più così negligente.

                Torino, il 18 gennaio 1851.

Aff.mo Amico

D. BOSCO GIO

 

 


CAPO XXII. I finanzieri del secolo - D. Bosco e la banca della Divina Provvidenza - Progetto della Chiesa di S. Francesco di Sales - Il Carnovale in Valdocco - Catechismi della Quaresima - D. Bosco all'Oratorio di S. Luigi - Disegni dei Deputati contro gli Ordini religiosi e la legge della Manomorta - Gli scavi per le fondamenta della nuova chiesa.

 

                DON BOSCO, comprando e rivendendo casa Moretta, acquistando il campo che noi diremo di Maria Ausiliatrice, divenendo proprietario della casa Pinardi, mentre i poco sagaci potevano crederlo interessato al proprio vantaggio, faceva invece i primi passi in un arringo nuovo, al quale chiamavalo il Signore.

                Innanzi ad un secolo materiale e finanziere, nel quale tengono i primi posti le scienze dette economiche, la meccanica colle svariate sue macchine, i monopolii coll'accumulamento di milioni; in mezzo a tanti uomini speculatori, banchieri, egoisti, noncuranti o sprezzatori superbi della Divina Provvidenza, solo avidi di accumulare ricchezze, perchè tutto obbedisce al danaro[10]; Iddio faceva sorgere un uomo il [250] quale, senza capitali, senza nome sulle piazze del commercio, senza associazioni di azionisti, senza pratica dei moderni sistemi economici, condurrà le opere sue a proporzioni colossali, maneggerà milioni e milioni, provvedutigli dalla carità e che tutti saranno da lui spesi per la gloria del suo Signore e per la salute delle anime. Il danaro, al quale non porterà ombra d'affetto, non sarà che un mezzo per raggiungere il fine.

                Si rifletta un istante sull'intera vita di D. Bosco. Egli sentiva in sè  la dignità e la sicurezza di amministratore dei tesori della Divina Provvidenza; ma come servo fedele incominciò a negoziare i talenti che il Padre di famiglia gli aveva consegnati. Sua regola fu la massima di S. Ignazio di Loiola: “Lavorare come se l'esito di un affare dipendesse unicamente dai nostri sudori, e nello stesso tempo diffidare di noi come se ogni cosa dipendesse unicamente dal Signore”. È questo principio la causa di quei mille mezzi che egli escogitò per fare appello alla beneficenza cristiana dei fedeli, non stancandosi mai fino ad imprese compiute e a costo di ogni più grave fatica e patimento. E il servo fedele non ne vide mai fallire nessuna, perchè Dio rimunerava le sue virtù. Quando gli mancavano i denari, la banca alla quale ricorreva era quella della Divina Provvidenza; e per staccarne da questa i mandati di pagamento visse egli, e volle che vivessero anche i suoi alunni, nella vera povertà evangelica. Prima però d'intraprendere tante sue opere, le aveva meditate lungamente nell'orazione, erasi raccomandato alle preghiere de' suoi figli e di altre anime pie, e per assicurarsi sempre meglio della volontà, del Signore, fu costante fino a' suoi ultimi giorni nel chiedere consiglio a sacerdoti prudenti, a superiori ecclesiastici e allo stesso Romano Pontefice. Di quanto diciamo fa ampia testimonianza D. Rua e quanti vissero con D. Bosco. [251]

                La povertà volontaria adunque, la preghiera continua, l'umiltà sincera lo rendevano degno di questa sua missione. Si aggiunga la sicurezza della sua confidenza in Dio. Così Mons. Cagliero e D. Rua ci poterono dettare la seguente pagina: “D. Bosco soleva dire, e noi l'udimmo più volte: - Il padrone delle mie opere è Iddio, Iddio l'ispiratore e il sostenitore, e Don Bosco non è altro che lo strumento; perciò Iddio si trova impegnato a non far cattive figure. Maria SS. poi è la mia protettrice, è la mia tesoriera. - E quando era maggiore la deficienza di mezzi, o più grandi le difficoltà o tribolazioni, lo si vedeva più allegro del solito, tantochè nel vederlo più frequente e spiritoso nel dir facezie, dicevamo: - Bisogna che Don Bosco sia ben nei fastidi, giacchè si mostra così sorridente. - Infatti, esaminando le circostanze nelle quali si trovava allora, ed interrogandolo, venivamo a scoprire i nuovi e gravi ostacoli che gli si paravano avanti. Ma Don Bosco ripeteva sempre quelle parole di S. Paolo. - Omnia possum in eo qui me confortat. - Era sicuro che Iddio come altre volte, dopo averlo messo alla prova, lo avrebbe esaudito. Nessuno scorgeva in lui fastidio o noia. Queste continue sollecitudini erano per Don Bosco cose tanto naturali, che quasi non se ne avvedeva, e vi durava da mane a sera e un giorno dopo l'altro; e sempre come se non fosse lui a sostenerne il peso. Non si dava alcuna pretesa, e si vedeva umile come chi avesse nulla a fare, ed avesse fatto nulla”.

                Eppure non potea dirsi facile il maneggio dei tesori che la Provvidenza Divina deponeva nelle sue mani, perchè in questa amministrazione egli doveva necessariamente valersi dell'opera altrui. Era oculato nel predisporre ogni disegno, attento nella scelta delle persone, minutissimo nel cercare che si risparmiasse il più che si poteva, esatto nel chiedere di esaminare i contratti, ma nello stesso tempo non diffidente. Scelta una [252] persona che aveva fama di onestà, si regolava come il Pontefice Iojada ai tempi del Re Gioas nella riparazione del tempio. “Non si faceva render conto a quelli i quali ricevevano il danaro per pagare gli artefici, ma lo amministravano sulla loro fede[11]”.

                Tuttavia egli, di cuore aperto, incapace d'ingannare, credette talora essere negli altri quello stesso amore alla giustizia che egli adoperava in ogni contratto; e non conoscendo le trame usate dalla gente del mondo, nei loro commerci fu più volte ingannato, basando i suoi calcoli su una preventiva di spesa che poi vide salire a somme più elevate. Talvolta i provveditori, specialmente ne' suoi primordi, lo tradirono in varie maniere; tal altra, stretto da circostanze imperiose, s'incontrò in persone poco delicate, che lo costrinsero a vendere per poco ciò che valeva molto, e a comprare per molto ciò che valeva poco. Non mancarono e frodi e furti, perchè Don Bosco non poteva sempre tener l'occhio a tutto. Nè  ciò deve far meraviglia. Gesù benedetto non aveva affidato ad un Giuda la borsa delle elemosine? Moltiplicate le aziende, egli cercò persone del suo Istituto che lo coadiuvassero in questi svariati bisogni; e trovò finalmente uomini onestissimi, fidati a tutta prova, ma taluni non sempre pratici degli affari, non atti a certe operazioni commerciali, e tutti sprovvisti sovente del denaro che era indispensabile, perchè D. Bosco aveva la cassa vuota. Aggiungiamo ancora che i debiti dell'Oratorio salivano spesso a somme enormi, e ciò senza un centesimo di reddito. Eppure Don Bosco quasi passeggiando sull'orlo di un fallimento, fece sempre [253] fronte a tutti i suoi impegni; i suoi creditori non perdettero mai un centesimo; continuamente si innalzarono edifizii; ed i suoi giovani in numero sterminato e sempre crescente non mancarono mai di nulla. Perchè le fabbriche di Francia, d'Austria, d'Inghilterra facessero spedizione di quantità di merci alle sue case, bastava per garanzia il suo nome; molti imprestiti gli furono concessi sulla semplice parola o con una carta senza forma legale, e vi furono banche nell'America che prima versarono ai Salesiani grosse somme e poi mandarono a Don Bosco, al quale era intestato il mutuo, le cambiali in bianco perchè le firmasse, come egli fece.

                Tutto ciò non fu un miracolo strepitoso, continuo per quasi mezzo secolo? Non è evidente che Don Bosco fu l'uomo che Dio volle presentare al secolo materialista, per fargli toccar con mano che cosa può, senza i calcoli e le arti umane, l'appoggio della Divina Provvidenza, a chi ripone in Lei una confidenza senza limiti?

                Anche di questa missione di Don Bosco è adunque da tenersi conto nel procedere nella nostra narrazione, mentre qui dobbiamo dire che nel 1851 egli con D. Cafasso, col Teol. Borel e con D. Giacomelli aveva più volte manifestato il suo pensiero di mettere presto mano all'opera per la costruzione del suo futuro e grandioso Oratorio. Anzi un giorno sul principiar dell'anno, mentre era attorniato da' suoi giovani, loro parlò dello splendido avvenire della casa di Valdocco, di un porticato che avrebbe attorniato un ampio cortile, descrivendo eziandio, come se già ciò avvenisse, le feste che si sarebbero celebrate in una grande chiesa, e le musiche stupende che vi avrebbero risuonato, e il concorso dei popoli accorrenti ai piedi degli altari.

                Don Bosco pertanto nel mese di marzo risolveva di incominciar subito la fabbrica di una cappella più decorosa [254] pel divin culto, e più acconcia al crescente bisogno. L'antica, come abbiamo già esposto, coll'aggiunta di alcune camerette, si era bensì alquanto ingrandita, ma non cessava di essere insufficiente e disadatta. Siccome per entrarvi bisognava discendere due scalini, così d'inverno e in tempo piovoso era sovente allagata ed inumidita. D'estate poi, a causa della bassezza e della poca ventilazione, vi si veniva meno e soffocavasi per l'eccessivo caldo, onde passavano ben pochi giorni di festa, senza che qualche giovanetto venisse colto da sfinimento, e portatone fuori come asfissiato. Era dunque non solo utile, ma necessario che si desse mano ad un sacro edifizio più divoto, più capace e più salubre.

                Ma di quali mezzi poteva disporre Don Bosco, mentre da poche settimane aveva pagata la casa Pinardi? Brosio Giuseppe così scriveva a D. Bonetti Giovanni: “Un giorno feriale sono andato a fargli visita e lo trovai nel cortile che pensieroso teneva una lettera in mano. Dubitando qual fosse la cagione di quella preoccupazione, lo interrogai; e Don Bosco mi porse la lettera perchè la leggessi. Era un fornitore che minacciava di farlo chiamare in giudizio se non gli sborsava subito circa duemila lire in acconto del suo avere. Terminata di leggere quella lettera, chinai la testa riflettendo qual dispiacere e vergogna sarebbe per Don Bosco dover comparire in giudizio e sentirsi condannato per debiti; e mi sfuggì un lungo sospiro. Don Bosco invece tutto tranquillo mi disse: - Come, caro Brosio, tu sospiri per questo? Credi tu che la Provvidenza Divina mi abbandoni? Preghiamo e vedrai quello che farà la Madonna per l'Oratorio! - E siamo andati a pregare in cappella. Terminata la preghiera, ecco presentarsi un signore che desiderava parlare con Don Bosco e gli consegnava i denari necessari per quel pagamento. [255] Questa somma riparava un solo sdruscio, rimanendogli ancora altre partite da spegnere, non contando le spese continue da farsi. La chiesuola era troppo piccola per contenere tanti giovani, il locale angustissimo per dare alloggio ai ricoverati. Come fare? Dove prendere tanti danari per provvedere a tutte le necessità? Avendo io esposte queste osservazioni a Don Bosco egli mi disse: - Ho intenzione a suo tempo di fare una lotteria; manca però il locale e gli oggetti che dovrebbero servire come premio agli oblatori. Dove mai prendere tutta questa roba? - E così dicendo sorrideva. Lei, gli risposi, che conosce tanti signori, domandi ad essi gli oggetti necessarii, ed io farò quello che potrò presso negozianti di mia conoscenza, e vedrà una lotteria che riuscirà sorprendente. - E in ciò abbiamo convenuto. Ma Don Bosco tenne per sè  i suoi disegni, sui fini e sul modo di fare appello alla pubblica carità. La costruzione della chiesa doveva provvedere le somme necessarie per innalzare l'Ospizio e per ricoverare i giovani. E questi tre scopi li seppe conseguire ogni volta che si accingeva ad un'impresa grandiosa che era la principale: questa doveva sostenerne due altre eziandio importanti”.

                Di quegli stessi giorni Don Bosco una sera diceva a sua madre: -Ora voglio che innalziamo una bella chiesa in onore di S. Francesco di Sales. - Ma dove prenderai i danari? gli domandò la buona Margherita. Sai che di nostro non abbiamo più nulla; tutto fu già fatto fuori per dare vitto e vestito a questi poveri giovani. Quindi prima di assoggettarti alle spese di una chiesa, devi pensarci due volte, e intenderti bene col Signore. - E faremo appunto così. Se aveste del danaro me ne dareste voi? - Puoi immaginarti con quanto piacere. - Or bene, conchiuse il figlio, Iddio, che è tanto più buono e più generoso di voi, del [256] danaro ne ha per tutto il mondo, e per un'opera che deve tornare alla sua maggior gloria, spero che me ne manderà a tempo e luogo.

                Con questa fiducia Don Bosco fece un giorno chiamare l'ingegnere, il signor cav. Blachier, lo condusse sul luogo da destinarsi al sacro edifizio, e lo pregò di fare un disegno; quasi nel medesimo tempo, avuto a sè  un certo sig. Federico Bocca, gli domandò se voleva assumersi l'impresa di eseguirlo. - Di buon grado, rispose quegli. - Ma l'avverto, soggiunse Don Bosco, che potrebbe darsi che qualche volta io non avessi il danaro per le opportune spese. - E allora andremo più adagio nei lavori. - Ma no, che io vorrei che andassimo in fretta, e tra un anno avessimo la chiesa bell'e fatta. - E andremo anche in fretta, riprese l'impresario. - Dunque incominci, conchiuse Don Bosco. Qualche cosa di fondo vi è già; il resto la Divina Provvidenza ce lo spedirà a suo tempo.

                Mentre si prendevano queste disposizioni, si avvicinava la quaresima, e negli ultimi giorni di carnovale in mattine diverse i giovani interni ed esterni dell'Oratorio compivano l'esercizio della buona morte. “Ricordo, ci scriveva il Can. Anfossi, che ogni anno nel carnovale in compenso di tanti disordini che si commettono, Don Bosco ci esortava a ricevere la SS. Eucarestia ed a fare delle ore di adorazione innanzi al tabernacolo. E mentre parlava, pensando agli insulti che riceveva Gesù Sacramentato, specialmente in quei giorni, piangeva e faceva piangere anche noi. Ci raccomandava eziandio di compiere le nostre pratiche di pietà il più divotamente che fosse possibile coll'intenzione di acquistare l'annessa indulgenza plenaria, e diceva: Procuriamo un buon carnevale alle povere anime purganti, cooperando a farle entrare più presto nei gaudii del paradiso. [257]

                Insisteva anche perchè nelle preghiere non dimenticassimo i nostri benefattori. Quindi, sebbene in Torino si facesse sfoggio di molti divertimenti pubblici e tutta la città fosse in moto colle sue maschere, noi ragazzi non sentivamo punto il bisogno di uscire per Torino; non ci veniva neanche il pensiero di chiederne il permesso; Don Bosco però in compenso ci procurava qualche divertimento nel cortile e nel teatrino”.

                L'11 marzo i catechismi quadragesimali erano ordinati. Nell'Oratorio di S. Luigi il Direttore Sac. D. Pietro Ponte ebbe con sè  il giovane Teologo Sac. Felice Rossi. Il Teol. Leonardo Murialdo incominciava a frequentare l'Oratorio dell'Angelo Custode in Vanchiglia, diretto poi dal Teol. Roberto Murialdo suo cugino, e vi si portava tutte le feste a farvi il catechismo. In aiuto di questi e di altri zelanti sacerdoti Don Bosco mandava da Valdocco non solo chierici ma i suoi giovani medesimi più sodi e più sicuri, esercitando essi quell'ufficio anche tutte le domeniche dell'anno. Nel 1851 per deferenza al Parroco di Borgo Dora, nella cui parrocchia trovavasi l'Oratorio di Valdocco, prese eziandio a mandarli a fare il catechismo nella sua chiesa dei Ss. Simone e Giuda e così continuò sempre, tolte brevi interruzioni, per lunghi anni.

                D. Bosco catechizzava nell'Oratorio di Valdocco, ma sorvegliava su tutto e su tutti.

                Abbiamo la testimonianza a noi data dal sig. Cristino Nicolao: “Fui dei primi ad intervenire all'Oratorio di San Luigi e lo frequentai per più anni. D. Bosco molte volte vi si recava, sia nella quaresima sia lungo l'anno e talora accompagnato da nobili e distinti personaggi della città che lo coadiuvavano, ed era accolto con un entusiasmo difficile a descriversi. Presiedeva ai catechismi e alle funzioni, predicava ed eccitava lo zelo de' suoi cooperatori. Io ammirai spesso l'ascendente che D. Bosco aveva su quei giovanetti. [258] Talora alcuni infuriati si battevano e D. Bosco si avvicinava con tutta calma dicendo: - Eh là! Eh là! - e prendevali, come accarezzandoli, per un orecchio; e a quell'atto istantaneamente si pacificavano.

                Talora, in premio ai più diligenti, li conduceva a pranzo, o nella villeggiatura del Teol. Vola a S. Margherita, o a Sassi presso quel buon parroco. Stando in mezzo ai giovani, ne studiava attentamente le inclinazioni, la pietà e la condotta, per scorgere se scoprisse indizii di vocazione ecclesiastica. Fra gli altri, parendogli che io potessi fare buona riuscita, mi affidò al Teol. D. Pietro Ponte, perchè mi facesse incominciare lo studio della lingua latina. Ma non riuscii, perchè il mio fratello maggiore non pazientò nell'attendere che il corso degli studii rendesse più chiaramente palese la mia vocazione, e perciò dovetti applicarmi ad un'arte liberale. Ma altri da D. Bosco aiutati direttamente furono insigniti del sacerdozio; altri appresero onorevoli professioni, tutti lo amarono, molti gli si mostrarono riconoscenti, e sovente andavano a visitarlo in Valdocco. Ed io, dal giorno che morì, non posso fare a meno di recarmi tutte le settimane a visitarne la tomba a Valsalice”.

                Le stesse cure D. Bosco prestava all'Oratorio di Vanchiglia.

                Avvicinandosi la festa di Pasqua, che nel 1851 occorreva il 20 aprile, ferveva l'opera santa dei tridui e delle confessioni, e i Cappuccini del Monte a Portanuova e gli Oblati di Maria della Consolata in Valdocco, si prestavano, come altre volte nell'anno, ad esercitare con loro disagio il sacro ministero. I cori dei giovanetti preparati alla prima comunione cantavano la laude che D. Bosco aveva loro insegnata, e aggiunta in quest'anno al Giovane Provveduto:

 

                Anche a noi concesso alfine,

                E’ degli Angioli il Convito, ecc. [259]

                E il clero secolare e regolare affaticavasi in città e in provincia nel santificare le anime e nello stesso tempo, convien pur dirlo, a formare dei buoni cittadini fedeli al Sovrano e obbedienti alle leggi dello Stato; senza far menzione degli altri innumerevoli benefizii morali e materiali che recavano ai popoli. Ma i settarii non volevano, anzi odiavano il vero bene e anelavano a togliere ogni influenza alla religione.

                Nel Parlamento, che ormai aveva l'aspetto di un sinedrio di protestanti, verso il fine di marzo, tra le villanie e gli insulti al clero, era stata proposta una riforma degli Ordini monastici, volendosi vietare l'emissione dei voti solenni ai novizii prima dei ventun anno, e imporre che nei due anni precedenti la professione i novizii e le novizie vivessero almeno sei mesi continui fuori del chiostro: chi avesse accettato una professione religiosa non permessa dalle leggi fosse condannato alla relegazione e il professante privato dei diritti civili. Non si venne però al voto, e pochi giorni dopo, non essendo ancora ben maturati i disegni di soppressione dei Benefizii e degli Ordini religiosi, si cominciò ad imporre su questi gravi balzelli, e, lasciando esenti le chiese, si colpivano le abitazioni dei parroci e dei beneficiati. Il 15 aprile il Re firmava la nuova legge che aboliva le decime in Sardegna, e il 23 maggio sanciva quella della manomorta, la quale estendevasi alle province, ai comuni e agli istituti di carità e beneficenza; ma mentre per questi ultimi la quota era del mezzo per cento, per le Istituzioni Ecclesiastiche fu elevata al quattro.

                Intanto Don Bosco in sul finire di maggio, demolito in parte il muro interno che divideva i due cortili, fece incominciare gli scavi per l'erezione della Chiesa progettata, cosicchè sul principio dell'estate se ne poterono gettare le prime fondamenta. Ma siccome i muratori di quando in quando [260] si lasciavano andare a bestemmie, Don Bosco li chiamò a sè , pregolli a non più bestemmiare, e per impedire l'offesa al Signore, promise che ogni sabato avrebbe loro dato uno ed anche due bicchieri di vino a ciascuno, purchè lasciassero quella brutta abitudine. I muratori promisero e mantennero la parola, e per più di un anno ogni sabato Margherita recava ad essi una botticella, che era vuotata a onore di Dio, a merito di D. Bosco e a refrigerio dell'ugola di quegli operai.

 

 


CAPO XXIII. D. Bosco chiede oblazioni ai benefattori per la costruzione della nuova chiesa - Risposta dell'abate Rosmini Don Bosco a Biella e suo incontro col Padre Goggia - Ad Oropa - Lettere incoraggianti dei Vescovi La festa in Valdocco di S. Giovanni e di S. Luigi - D. Bosco a S. Ignazio e a Lanzo: sue previsioni.

 

                DON Bosco non aveva messo tempo in mezzo nel cercare oblazioni dai fedeli per dar principio alla chiesa progettata, e fra gli altri ricorreva all'Abate Rosmini.

 

                               Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

                Il poco tempo che V. S. Ill.ma e Rev.ma potè  fermarsi qui in Torino, non ci permise di farle vedere il modo con cui si desiderava di erigere la nostra chiesa, e di ristorare la nostra casa; motivo per cui fatto il disegno ho pensato di radunare una decina di persone perite in tali materie, a fine di far esaminare il lavoro da farsi.

                Fu pertanto ponderato il piano e il modo di eseguirlo: e in seguito ad alcune osservazioni igieniche ed economiche fu deciso d'incominciare la costruzione della chiesa. Ma [262] siccome i mezzi per effettuare una tale opera sono unicamente appoggiati sulle oblazioni dei privati, secondo che nel modo e nella quantità ciascuno desidera liberamente concorrere, mi faccio lecito col massimo rispetto d'invitare V. S. a volerci prestare la mano benefica. La spesa per la chiesa fu calcolata dall'architetto di franchi trentamila; dalle oblazioni fatte in materiali, danari e lavori di opera, abbiamo già quindicimila franchi. Ce ne mancherebbero ancora altrettanti. Noti però che qualunque somma anche tenuissima, sarà ricevuta colla massima gratitudine, e mi sarà sempre un piacere grandissimo il poterla annoverare fra i benefattori che concorsero per la costruzione di una chiesa sotto il titolo di S. Francesco di Sales, la prima che in Piemonte siasi innalzata a favore della gioventù abbandonata.

                In quanto poi al restauramento della casa fu deciso di alzarla tutta d'un piano, la qual cosa duplica lo spazio della presente abitazione; i mezzi poi per questo secondo lavoro, sono fondati sopra la pezza di sito posta in vendita, il cui esito (è  già in parte venduta) ci pare buono.

                Persuaso che nella sua bontà ci voglia continuare la sua mano benefica, la ringrazio di tutto cuore di quanto ha fatto a nostro riguardo, pregando il Signore onde La voglia nei santi suoi desiderii favorire e prosperare nel modo che tornerà alla maggior gloria di Dio.

                Mentre poi di cuore raccomando me stesso alle divote sue orazioni, coi sentimenti della più viva gratitudine mi dichiaro con tutta venerazione

                Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

                Torino, 28 maggio 1851.

Riconoscent.mo Servitore

Sac. BOSCO GIO. [263]

 

                Il P. Gilardi così rispondevagli da Stresa il 1 giugno 1851:

 

                               Molto Rev.do e car.mo D. Giovanni,

 

                Fu di grande consolazione al Molto Rev.do P. D. Antonio Rosmini il leggere nella riverita sua del 28 p. p. come Iddio benedice le di Lei zelanti premure, apprestandole i mezzi da edificare la chiesa e da ampliare la casa destinata alla pia opera che Le ispirò di promuovere: e bramerebbe egli pure di potervi concorrere con qualche larga oblazione; ma le attuali sue circostanze e le molte spese che ha dovuto subire in questi ultimi anni, e che gli toccano ancora, non gli permettono dì secondare tutto il desiderio suo. Tuttavolta, qualora ciò piacesse alla S. V., egli Le offrirebbe un certo numero di libri delle Opere sue, cui Ella facendo vendere ne convertirebbe il prezzo a sussidio di cotesta sua fabbrica. Se il partito Le conviene, me ne faccia un cenno, acciò si possa mandare ad effetto…….

P. GILARDI.

                D. Bosco riconoscente spediva la sua risposta.

 

                Torino, 4 giugno 1851.

 

                               Car.mo e Molto Rev. Sig. D. Carlo,

 

                Nella persona di V. S. Car.ma ringrazio il Rev.mo Signor Abate Rosmini della parte che vuol prendere a questo nostro or ora incominciato edifizio destinato per la casa del Signore.

                Essendo un'oblazione di carità, perciò qualsiasi somma si accetta; ed anche i libri spero si potranno facilmente ridurre in danari. Abbia solo la compiacenza di significarmi il modo con cui Ella desidera di mandarmeli, ed io sarò [264] pronto a riceverli; mi sarebbe anche cosa vantaggiosa per mia norma, se m'indicasse approssimativamente il prezzo con cui tali libri sono posti altrove in vendita.

                Mi rincresce molto della notizia di D. Carlo Rusca; spero però in Domino che l'infermità non sarà ad mortem. Ad ogni modo ho già pregato e continuo a pregare onde si faccia la santissima divina volontà.

                La saluto di cuore e La ringrazio dicendomi Di V. S. Car.ma

Obbl.mo servitore

Sac. BOSCO GIO.

 

                D. Bosco intanto, secondo il suo costume, quando doveva mettere mano ad una impresa più importante, aveva stabilito di recarsi al santuario della Madonna di Oropa per invocare con tutta l'espansione dell'animo il suo materno aiuto. “Avendolo io pregato, ci scrisse D. Giacomo Bellia, venne a fare la chiusa del mese di Maria a Pettinengo. Era la prima volta che in questo paese si celebrava una così commovente funzione. D. Bosco predicando, da un mazzolino di gigli, rose, violette e altri fiori trasse argomento a parlare delle virtù, colla pratica delle quali si può riuscir gradevoli a Maria SS. Abitò una settimana presso di noi, dando molta edificazione, e parecchi si confessarono in casa nostra.

                Passando poi a Biella nella chiesa di S. Filippo ei fu richiesto del celebret, ma non l'aveva con sè . Interrogato se conoscesse qualcuno che facesse per lui testimonianza, rispose: - Sì; p. es. Padre Goggia. - Lo conosceva però solamente di fama. Ed ecco il Padre Goggia entrare in sagrestia. I due sacerdoti appena si videro, si abbracciarono, cosa che rare volte in sua vita fece D. Bosco, chiamandosi l'un l'altro per [265] nome, senza essersi mai veduti. Io restai preso da meraviglia, poichè il nome di D. Bosco non era stato pronunciato, e dovetti osservare con altri che un santo abbracciava l'altro, senza essersi prima d'allora mai ravvisati.

                In questo viaggio andò ad Oropa, vi celebrò la S. Messa e fu invitato dal Rettore a ritornare per fermarvisi fino a tre mesi, lavorando ne' suoi manoscritti e celebrando in compenso per il Santuario. D. Bosco accettò e ringraziò, pensando che qualche settimana di quiete e di preghiera innanzi alla santa immagine, se pure gli fosse possibile, gli avrebbe recato un grande sollievo. Infatti qualche tempo dopo vi ritornò; ma era cambiata l'amministrazione e non gli fu concesso di rimanere”. Fin qui D. Bellia.

                Don Bosco ritornato dal Santuario d'Oropa si affrettò a far preparare i disegni della chiesa da costruirsi, e, con una sua domanda per ottenere l'approvazione, li presentò al Municipio. Subito dopo incominciò a scrivere lettere ad un gran numero di persone che sapeva propense a beneficare, esponendo loro la necessità nella quale si trovava la regione Valdocco di un edifizio consecrato al divin culto, chiedendo che venissero in suo aiuto, e loro trasmettendo una scheda di sottoscrizione da lui formulata[12].

                Per varii mesi continui egli non desistette dal suo scrivere e ne ebbe le risposte anche dei Vescovi del Piemonte, ai quali aveva indirizzato la sua calorosa domanda, pregandoli a [266] volersi far promotori nelle loro diocesi della sottoscrizione. I Prelati si dichiaravano prontissimi ad aiutarlo; ma lamentavano la difficoltà di ottenere le oblazioni richieste, avendo essi molte spese alle quali non potevano sopperire per mancanza di fondi, che la raffreddata carità lasciava desiderare. Chi aveva chiese da erigere o riparare, chi si trovava ristrettissimo di finanze, chi era aggravato da istituzioni da sostenersi in città e diocesi molto povera, e assediato da molteplici richieste per opere pie e altre non pie. Ciò non pertanto promettendo che col tempo non fallirebbero alla sua aspettazione, uno manda il suo obolo, altro accetta messe che celebrerà lasciando l'elemosina a disposizione di Don Bosco. Ma sovratutto è da notarsi la deferenza che spira dalle loro risposte. Scrive il Vescovo di Fossano: “Io La conforto nel Signore a proseguire con alacrità l'opera sua, e Dio non Le mancherà nella sua Provvidenza. Mi continui la sua amicizia”. Il Vescovo d'Alba: “Dio non verrà meno a V. S., che fa un'opera così buona. Io non manco di pregare S. D. M. a benedirla”. - Il Vescovo di Susa: “Il Teol. Gey mi ha rimesso la preg.ma lettera di V. S. M. Rev., nella quale mi informa del progetto di aggiungere una chiesa alle grandi opere che il Signore Le inspira di fare in favore della gioventù abbandonata”. - Il Vescovo di Saluzzo: “Non si può fare tutto quello che si vorrebbe. Ad ogni modo Le mando un attestato del caso che io faccio della santa opera intrapresa dal di Lei zelo”. - Il Vescovo di Vigevano: “Sempre intenta V. S. Ill.ma e Rev. ad opere buone, acquisterà un nuovo titolo di benemerenza ed alle benedizioni del Cielo colla pubblica chiesa che si è proposto di erigere a vantaggio speciale degli abitanti tra Borgo Dora e il Martinetto”.

                Ma tutte queste lettere sembra riassumerle quella del Vescovo di Mondovì. [267]

 

                               M. Rev. Signore,

 

                Io non ho mai sentito parlare della S. V. M. R. e Pre.ma e delle sante opere in cui si sta occupando a beneficio della gioventù, senza che ringraziassi veramente con tutto l'animo il Signore di avere in questi tempi così perversi suscitato in Lei un Sacerdote pieno del suo spirito e di santo zelo per la salute delle anime. Ella può quindi immaginarsi di leggieri quanto io sarei disposto a coadiuvarlo pel buon esito dell'impresa dì cui mi scrisse. Ma sono tanti gli impegni che ho assunti, tante le spese a cui debbo soggiacere, che mi è giocoforza limitarmi per ora al mio buon volere. Per non dire che delle sole chiese, quattro, e fra queste due parrocchiali, se ne stanno presentemente costruendo in questa mia Diocesi. Io non posso assolutamente dispensarmi dal contribuire, per quanto me lo permettono le mie forze, a queste costruzioni, che s'intrapresero per mio eccitamento e dietro la promessa del mio aiuto. Non parlo dello sterminato numero di poveri, cui debbo talvolta provvedere vitto, alloggio e vestito, nè  della difficoltà generalmente e da me in ispecie sentita in questi giorni, di aver danaro, per cui non di rado non posso supplire ad ingenti bisogni. Per questi motivi non mi è possibile prestare presentemente alla S. V. M. R. e Pre.ma il soccorso che da me si aspetta per la creazione della nuova chiesa a cui pose mano. Non fia però che io dimentichi la sua domanda. Io l'avrò sempre presente per secondarla, se non ora, nella prima favorevole circostanza. Procurerò pure di raccomandare la generosa sua intrapresa a quelle pie e caritatevoli persone dalle quali posso sperare qualche oblazione. Intanto quello da cui non debbo attualmente dispensarmi si è di porgerle le mie più cordiali congratulazioni pel grande bene che va facendo, e di pregare [268] il buon Dio a benedire sempre più e prosperare le sante opere da Lei cominciate. Si ricordi anch'Ella di me nelle fervide sue preghiere, e gradisca l'attestato della distinta affettuosa considerazione con cui ho il piacere di professarmi...

                Mondovì, 12 agosto 1851.

Fr. GIO. TOMMASO Vescovo.

 

                In mezzo a questi scambi di lettere, il giorno 24 di giugno, mentre i giovani in Valdocco festeggiavano l'onomastico di D. Bosco, radunatosi il Consiglio edilizio nel Palazzo di città, approvava i disegni per la nuova chiesa di S. Francesco e dava licenza per la costruzione. Il 30 il V. Sindaco Bursarelli comunicava a D. Bosco copia dell'aspettata e presa deliberazione.

                Alla festa di S. Giovanni Battista succedeva quella di S. Luigi. Con assi erano stati coperti tutti gli scavi delle fondamenta della nuova chiesa, e di fronte alla porta dell'antica, s'innalzava un gran palco per gli invitati. Questo e il cortile erano ornati di tappeti e di tappezzerie; e due file di antenne alte, vestite di tele a vario colore, dalle quali pendevano orifiamma, dalla porta della chiesuola al cancello esterno, segnavano la via che doveva tenere la processione.

                A questa solennità era stato invitato il Vescovo di Fossano; ma egli impedito, ne mandava le scuse a D. Bosco[13] [269] e in sua vece si prestava il Vescovo di Pinerolo. L'Armonia del 4 luglio 1851 così riferisce di questa festa: “Domenica scorsa (29 giugno) nell'Oratorio di San Francesco di Sales in Torino si celebrò la festa di S. Luigi Gonzaga nel modo il più devoto e più solenne. Lungo il mattino gran frequenza de' Santi Sacramenti; Mons. Renaldi, previa calda esortazione, amministrò il Sacro Crisma a pressochè quattrocento individui tra ragazzi e adulti. Non mancò per una solennità celebrata da gioventù sodamente cristiana, musica di voci giovanili rispondenti, recite di dialoghi e cose analoghe; apparato modesto e con maestria eseguito; un globo areostatico, parecchi razzi e fuochi artifiziali chiudevano l'amena giornata. L'allegria, la gioia, la serenità era scolpita sul volto di quella numerosa gioventù, che con rincrescimento lasciava quel festevole soggiorno. Fu la festa di una famiglia di oltre 1500 giovani, che, fra i più cordiali e religiosi evviva di un cuor solo e di un'anima sola, dalle labbra dell'amante loro padre pendevano. A rendere magnifica questa solennità ci mancava una chiesa conveniente, giacchè due terzi degli intervenuti dovettero rimanersene fuori per la bassezza e ristrettezza del presente edifizio, ma ci gode l'animo nella divina Provvidenza, la quale sembra [270] preparare i mezzi per una chiesa novella più decente pel divin culto, più adattata ai presenti bisogni”.

                Noi ricorderemo ancora che il Ch. Reviglio, per suggerimento di D. Bosco, aveva posti sul balcone tre barili pieni d'acqua, in ciascuno dei quali aveva infusa una diversa materia colorante. Da questi partivano tre canaletti, che, scendendo in cortile e passando sotterra, facevano capo ad una vasca. Quivi alla sera zampillarono all'improvviso tre getti a tre colori, con stupore e gioia immensa dei giovani. Ci voleva poco a contentarli.

                Poco dopo questa festa D. Bosco si recava a S. Ignazio sopra Lanzo per gli Esercizii ove predicavano il Teol. Gastaldi le istruzioni e il Padre Molina di Calvarista le meditazioni. Di questa sua gita ci dà relazione Giuseppe Brosio in questi termini: - “La benevolenza anzi l'affetto di D. Bosco verso di noi, non si può descrivere. Aveva sempre paura che i suoi figli patissero di qualche privazione, o non fossero contenti di lui[14]. Per lo spazio di circa quarantasei anni ho [271] sempre conosciuto che D. Bosco non fu mai avaro nel favorire i giovani, che desiderava fossero sempre tutti allegri, cercando continuamente i mezzi più atti per soddisfare alle loro aspirazioni o voglie, quando erano possibili e giuste. Potrei raccontare più d'un fatto a questo proposito.

                D. Bosco ci consigliava anche noi esterni di ritirarci, se potevamo, a fare ogni anno gli esercizii spirituali; e qualora le nostre occupazioni nol permettessero, a spendere almeno un giorno per aggiustare gli affari della nostra coscienza nel modo che avremmo desiderato trovarci in punto di morte. Ora io aveva molto piacere di andare a S. Ignazio presso Lanzo a fare gli esercizii spirituali, e D. Bosco mi condusse con lui e mi volle compagno di tavola, di ricreazione e di passeggio. Eravamo quasi sempre insieme. A pranzo e a cena manifestava il timore che mangiassi e che bevessi troppo poco, e procurava che la mia porzione di pietanza fosse abbondante. Talora mi diceva alla sera: - Anche quest'oggi hai mangiato poco. Sei giovane. Guarda che il tuo stomaco non abbia a patirne.

                Dopo gli esercizii, discesi a Lanzo, siamo andati a visitare il paese e i suoi dintorni. Giunti che fummo sopra una bella vetta, ci siamo fermati a considerare il luogo. D. Bosco rimase pensieroso per un po' di tempo, ed io lo guardava, e non sapeva che cosa dirmi di tale improvviso cangiamento. Dopo un lungo silenzio mi prese per mano ed esclamò: Come andrebbe bene qui un Oratorio e che bella posizione per un collegio E là 14 anni dopo il suo Collegio era impiantato!

                Giungendo a Torino mi disse: - Ascolta, caro Brosio; se tu studierai, prenderai la patente di maestro e così diverrai insegnante... Pensa che io ti amo e molto come figlio, e ti prometto che finchè D. Bosco avrà un tozzo di pane lo dividerà sempre con te. - Spesse volte mi ripetè  queste [272] parole. Scorgevo che l'idea della sua mente era fissa in scuole elementari e in un collegio, e finalmente un giorno gli risposi: - Ebbene, sì, D. Bosco; studierò da maestro. - Infatti ho studiato; senonchè , stancatomi presto, continuai nella mia professione di negoziante; ma nulla perdetti della famigliare confidenza di D. Bosco.

                Aveva anche piacere di andare al Santuario d'Oropa, e non potendo D. Bosco accompagnarmi, mi consegnò un biglietto per quel Rettore, che mi ricevette come se io fossi un personaggio distinto. Fui alloggiato nelle camere dei sacerdoti e mi fu assegnato un domestico perchè mi servisse... E con me furono moltissimi che in diverse occasioni provarono gli effetti di tratti consimili della bontà di D. Bosco”.

 

 


CAPO XXIV. Altre pratiche di Don Bosco per aver sussidii - Generosa promessa del Re - Benedizione e collocamento della pietra fondamentale della chiesa - Discorso del P. Barrera - Feste, dialogo e nuova predizione - Don Bosco e gli Ebrei.

 

                NEL MESE di giugno e di luglio D. Bosco non aveva cessato un istante dall'occuparsi per l'erezione della sua chiesa.

                Ad alcuni parve che D Bosco fosse troppo importuno nel domandare elemosine e quasi troppo sollecito per ottenere danaro. Ma noi osserveremo che non domandava per sè , che era sempre in grande bisogno, che i suoi debiti non poteva mai estinguerli interamente, che senza una virtù eroica non avrebbe potuto sottomettersi a tanti sacrifizii di ogni genere.

                Infatti il 18 giugno con atto rogato Porta era stato costretto a vendere al sig. Giovanni Battista Coriasso un suo terreno presso Casa Moretta di ettari 0,03,43 per il prezzo di lire 2.500, il quale confinava a ponente col campo dei sogni. Il Coriasso vi edificava una casetta con un laboratorio da falegname nel sito ora occupato dalla porteria dell'Oratorio.

                D. Bosco fatta questa vendita, oltre le schede da sottoscriversi spediva inviti famigliari a' suoi amici, dei quali diamo qui per saggio uno diretto alla Sacra di S. Michele. [274]

 

                               Carissimo Sig. D. Fradelizio,

 

                Pieno di desiderio di volare sul Pirchiriano, ne sono dalle mie faccende trattenuto. Causa principale di queste faccende è la chiesa costruenda a cui V. S. Car.ma deve (non sub gravi) prendere parte. In qual modo? Non con mattoni che sono troppo pesanti; non con danaro, perchè in Torino v'è la Zecca: dovrà prendere parte col mandarmi qualche fascio di legna, qualche trave di maleso, alcuni listelli o montanti per fare il coperto alla mia povera chiesa. Mi raccomandi di questo anche al sig. Prevosto di S. Ambrogio; e inter totos et omnes mi aiutino pel coperchio del già cominciato edifizio.

                Questa mia lettera manca di molte qualità, ma La tolleri come scritta da un birichino; facciami anche una perrucca, purchè mi mandi qualche fascio di legna.

                Offra li miei più cordiali saluti al Sig. D. Puecher, Don Gagliardi, D. Costantino, D. Flecchia; e mentre Le auguro ogni bene dal Signore, mi raccomando di tutto cuore alle sue preghiere, dicendomi

                Torino, 4 luglio 1851.

Obbl.mo Servitore ed amico

Sac. BOSCO GIOVANNI

(vicino al Rifugio)

 

                P. S. L'esame del Chierico Nicolini riuscì bene; deve ancora subire il pubblico per lunedì.

 

                  dimenticava di rivolgersi eziandio a ricchissimi personaggi non abituati a fare la carità. Talvolta non otteneva risposta, e talvolta rinnovava le pratiche anche prevedendo [275] una negativa. Però, confidando in Dio, egli diceva: - Facciamo dal canto nostro quanto possiamo, e il Signore farà colla sua bontà quello che noi non possiamo. - E dopo aver lasciato trascorrere un tempo notevole riannodava sotto altra forma le sue prove.

                Pertanto poco dopo la metà di giugno egli aveva presentato al trono di Re Vittorio Emanuele una supplica, nella quale ricordava con gratitudine la sovrana sua benevolenza verso i giovanetti dell'Oratorio, gli dava contezza della costruzione della novella chiesa, lo pregava che si volesse degnare di recarsi a collocarne la prima pietra, e, ove ciò non potesse fare, supplicava la Maestà Sua, che seguendo, come aveva fatto sino allora, le gloriose pedate dell'augusto suo Genitore, volesse continuare al nostro Istituto il suo appoggio sovrano. Or bene, poco appresso, D. Bosco riceveva dalla Regia Segreteria di Stato la seguente importantissima lettera

 

Torino, addì 5 luglio 1851.

 

                               Molto Rev.do Sig. Oss.mo,

 

                Sua Eccellenza il Duca Pasqua, Prefetto del Real Palazzo, cui questo Dicastero ha dovuto trasmettere per ragione di competenza il ricorso stato presentato da V. S. M. Rev., ha con suo foglio del 25 ultimo scorso mese notificato che, avendo rassegnato alle reali determinazioni le inoltrate istanze, Sua Maestà vide con vera soddisfazione la determinazione presa dalla S. V. e dalle altre pie persone, di raccogliere giovani nell'Oratorio quivi stabilito, onde procurar loro una religiosa e morale educazione.

                Che per ciò nel desiderio di promuovere l'esecuzione della pia opera, e non potendo, attese le molte sue occupazioni, intervenire al collocamento della pietra fondamentale della [276] nuova chiesa, di cui fu progettata la costruzione, si è degnato di dare fin d'ora una prova del generoso Reale suo animo, con manifestare l'intenzione di concorrere in qualche modo per siffatta opera, quando ne sarà il caso.

                Mi è ben soddisfacente il far conoscere alla S. V. M. Rev. le favorevoli disposizioni manifestate dalla Maestà Sua a riguardo di una istituzione cotanto commendevole per il pio scopo cui è diretta, e non potendo non aggiungere nel mio particolare un tributo d'encomio per le zelanti cure, con cui Ella la promuove e dirige, profitto della propizia occasione, che mi si presenta, per proferirmi con distinta stima

                Di V. S. M. Rev.

Devotissimo Servitore

Pel Ministro

Il primo Uffiziale DEANDREIS.

 

                Intanto lavorandosi a tutta lena, le fondamenta della chiesa erano giunte a fior di terra, e D. Bosco e gli altri ecclesiastici incaricati degli Oratorii presentavano in Curia una supplica per l'Arcivescovo, chiedendo la facoltà di benedirne la pietra fondamentale. Il 18 luglio il Can. Celestino Fissore Provicario Generale, a nome di Mons. Fransoni assente, annuiva per lettera alla domanda, concedendo a D. Bosco, e, ad altro sacerdote da lui richiesto, la facoltà di quella benedizione e funzione a termine del Rituale Romano.

                Il 20 luglio si decise il collocamento della pietra angolare. I seicento e più giovani dell'Oratorio, come altrettante trombe, avendo sparsa questa notizia per tutta la città, la sera di quel giorno si trovò sul luogo sì gran folla di gente, quanta non si era mai vista in quelle parti.

                La benedizione della pietra sarebbe certamente stata fatta da Mons. Luigi Fransoni, che tanto amava D. Bosco e l'Opera [277] sua, ma pur troppo questo intrepido Prelato dimorava esigliato in Lione. La benediceva in sua vece il Can. Ab. Moreno, economo generale; e la collocava a posto il signor Comm. Giuseppe Cotta, grande amico dei poveri e insigne benefattore delle opere di D. Bosco. Di tutto fu redatto apposito verbale, di cui una copia con monete grandi e piccole, medaglie ed altre memorie, venne deposta dentro la pietra medesima. Il Sindaco Bellono colla cazzuola versò la prima calcina.

                In quell'occasione il celebre P. Barrera della Dottrina Cristiana, commosso alla vista del gran popolo accorso ed edificato del bel numero di Sacerdoti, di Patrizi e Matrone torinesi, che gli facevano corona, montò sopra un rialto di terra, ed improvvisò un discorso stupendo. Egli esordiva con queste parole: - Signori, la pietra, che fu testè  benedetta e collocata nelle fondamenta di questa futura chiesa, ha due grandi significati. Essa significa il granello di senapa, che crescerà in albero mistico, presso cui molti ragazzi, come augelli dell'aria, verranno a cercarvi rifugio; essa significa ancora che l'Opera degli Oratorii, basata sulla fede e sulla carità di Gesù Cristo, sarà qual masso immobile contro del quale invano lotteranno i nemici della Religione e gli spiriti delle tenebre. - L'oratore dimostrava poscia l'una e l'altra delle proposizioni con tanta eloquenza, che tutto l'uditorio pendeva come estatico dal suo labbro. Ma la caratteristica del discorso in una similitudine ed una preghiera. Egli paragonò i tempi ad un uragano, che minaccia di devastazione e rovina città e villaggi. - In quel periglioso cimento, che vediamo noi, o signori? domandò l'illustre Dottrinario. Noi vediamo ogni vivente impaurito e trepidante cercarsi un riparo. La gente si ritira nelle sue case; le fiere del campo fuggono alle loro tane; e gli augelli dell'aria volano al proprio nido, fortunati [278] se lo hanno fabbricato sopra un albero ben saldo e sicuro. I tempi che corrono si fanno cattivi, cattivi sopratutto per la povera gioventù. Ecco qui un albero, che metterà profonde le sue radici, e non crollerà la cima pel soffiar dei venti. All'ombra di questo albero, nel recinto di questo sacro edifizio verranno migliaia di giovanetti a trovar riparo e difesa contro ad errori, seminati oggidì da uomini empi e da scrittori venali; riparo e difesa contro a massime distruggitrici di ogni idea di virtù e di morale; riparo e difesa eziandio dalle saette infuocate delle ardenti giovanili passioni, eccitate dai mali esempi e dagli scandali di ogni ceto di persone. Già mi par di vedere stormi di giovanetti, come colombe atterrite, levarsi a volo quali da una e quali da un'altra parte, e qui dirigersi come in luogo sicuro, e qui riunirsi non solamente per trovarvi riparo e difesa, ma cibo, ma nutrimento di vita temporale ed eterna. Signori che mi ascoltate, deh! col consiglio e colla mano adoperatevi a far sì, che questo albero cresca presto gigante, distenda i suoi rami per tutta la città, e sotto vi raccolga tanti poveri giovanetti, che a disdoro della Religione a vitupero della morale, veggonsi scorrazzare nei giorni di festa per le vie e per le piazze, in pericolo di divenire così il disonore di se stessi, l'onta delle famiglie, lo scompiglio e la desolazione della civile società. La vostra carità, o Signori, non potrebbe oggimai impiegarsi in opera più utile alla Chiesa ed allo Stato; poichè dalla gioventù bene o male educata dipende la vita o la morte delle famiglie, dei regni e del mondo. - In fine il buon Padre rivolto a Gesù Cristo gli fece una preghiera sì bella, che a molti trasse le lagrime. - E voi, mio Dio, egli disse, Voi, Salvator nostro Gesù Cristo, simboleggiato nella pietra qui collocata, deh! colla virtù del vostro braccio onnipotente proteggete l'Opera di questo Oratorio. Sarà ella forse dagli empi maledetta? [279] e Voi beneditela; combattuta? e Voi difendetela; odiata? e Voi amatela come la pupilla degli occhi vostri. Essa ha tutti i titoli alla vostra benevolenza, perchè ha per iscopo di raccogliere, istruire, educare quei fanciulli, che in vostra vita mortale formavano la delizia del vostro cuore, e sono e saranno sempre l'oggetto delle vostre amorose finezze, come agnelletti del vostro gregge, come il fiore più eletto del giardino della vostra Chiesa. Sì, sotto il vostro usbergo duri quest'Opera imperitura; anzi il suo seme, portato dal vento della vostra grazia, si spanda per ogni dove, e pria abbiano a crollare le colonne che sostengono il firmamento, che dessa venga a cessare in sulla terra. - Le parole dell'eloquente religioso furono di un effetto mirabile, ed al presente paiono quasi dal Cielo inspirate, paiono come profetiche, perchè si avverarono e continuano ad avverarsi luminosamente.

                Dopo che l'Abate Antonio Moreno ebbe firmata la dichiarazione attestante che la pietra era stata da lui benedetta, si incominciò una graziosa accademia. Il Ch. Bellia lesse un indirizzo, alcuni alunni qualche breve poesia, e sei giovinetti dei più piccoli fra gli esterni recitarono un dialoghetto, scritto da D. Bosco, mentre recavano un mazzo di fiori da presentare al Sindaco.

 

Giovannino, Carlo, Cesare, Agostino, Pietro, Manfredo.

 

                Cesare - Giovannino! Hai tu pensato a quello che devi dire a questi signori prima di presentar loro questa umilissima nostra offerta?

                Giovannino - Sai bene che io non son capace.

                Cesare - Almeno hai studiata la lezione che ti hanno assegnato in scuola per questo bel giorno?

                Giovannino - Sì, l'ho studiata, ma ..... [280]

                Cesare - Che ma? l'hai già dimenticata?

                Giovannino - Dimmi soltanto la prima parola e il restante lo dirò io!

                Cesare - Nella scuola non si deve far così! Dunque o complimento, o lezione. Se tu studiata l'hai, recita quel che sai!

                Giovannino - Giacchè non so più tutta la lezione, dirò quello che potrò. Signori, io vi ringrazio da parte de' miei compagni di tutto il disturbo che avete avuto per noi.

                Agostino - Io ringrazio il sig. Sindaco e nella sua persona ringrazio il Municipio per tutti i favori fatti al nostro Oratorio.

                Carlo - Io dirò altrettanto al sig. Canonico Moreno, al Sig. Cavalier Cotta e a tutti questi nostri benefattori. Grazie a tutti.

                Pietro - Io dico altresì da parte de' miei compagni. Noi amiamo la religione, amiamo la patria, amiamo la scienza e la virtù.

                Manfredo - Non sapendo più dire altro, invito i miei compagni a dire ad alta voce: Viva il Sindaco! Vivano sempre felici tutti quei signori, che oggi sono venuti fra noi!

 

                Piacquero a tutti i modi spigliati ed ingenui di questi rozzi figli del popolo, mentre la milizia dei ginnasti dell'Oratorio festivo, comandata dal Bersagliere Brosio, dopo aver partecipato alla festa mantenendo il buon ordine, chiudeva i divertimenti di ogni specie, eseguendo evoluzioni militari, come soleva fare in tutte le solennità.

                Caduta la notte e ritiratasi la moltitudine D. Bosco rimase coi soli alunni interni, ai quali la costruzione di quella chiesa sembrava l'opera massima che avrebbe potuto fare D. Bosco. Ed egli al Ch. Reviglio, che manifestava [281] il suo stupore per la chiesa di S. Francesco, con tutta sicurezza, come se avesse tesori a sua disposizione, rispose: Oh questo è nulla; vedrai che si fabbricherà qui... avanti... attorno... - e descrisse la casa colossale che presentemente si rimira. E mentre parlava, i giovani notavano attentamente i suoi detti, e aspettavano l'avveramento delle sue predizioni, benchè allora non comparisse alcuna probabilità di successo.

                La nuova costruzione però bastava per accrescere l'entusiasmo dei giovani dell'Oratorio festivo, e con essi non di rado venivano ragazzi ebrei. D. Bosco che aveva dimostrato tanta amorevolezza ai loro correligionari suoi condiscepoli a Chieri, e che aveva aiutato le conversioni di Abramo e di Giona, li accoglieva molto volentieri. Uno di questi un giorno lo affidò al Ch. Savio Ascanio perchè lo istruisse, e il giovanetto fu battezzato. Molti altri di buon grado si sarebbero convertiti, ma avevano l'ostacolo dei parenti. Dopo l'emancipazione, frequentando essi le scuole pubbliche, volere o non volere, ascoltavano qualche istruzione catechistica, ed un eccitamento dovevano provare verso il cristianesimo. Ma i genitori non mancavano di premunirli che si guardassero bene dai cristiani come da nemici, contro i quali era doveroso per essi mantener odio implacabile. E se qualcuno dava indizio di propensione pei cattolici, lo toglievano subito dalle scuole.

                “Io ne ho conosciuti molti di questi fanciulli, ci diceva D. Bosco negli ultimi suoi anni, i quali ardevano di desiderio di abbracciare la nostra santa religione; e perchè insistevano di voler venire alla fede cristiana, le loro famiglie presero a chiamarli ingrati, traditori della loro religione, infamatori della loro parentela ed a minacciarli che li avrebbero diseredati, espulsi dalla casa paterna ove non mutassero proponimento. E ne conosco eziandio alcuni i quali [282] furono chiusi per molto tempo in una stanza, come in una carcere, a fine di impedirli di rendersi cristiani. Nè  ciò deve recar sorpresa. L'Ebraismo moderno non è più la santa legge di una volta, annunziata dai profeti e confermata dai miracoli. Ha la Bibbia, ma tiene in maggior pregio il Talmud ispiratore di odio contro i cristiani, e bestemmiatore di Dio, negandone indirettamente l'esistenza.

                Nel corso della mia vita non rare volte mi toccò di trattare con Ebrei adulti, e spesso cadde il discorso sopra cose di religione; parlando del Messia faceva compassione, udire come ragionassero di tale importantissima verità. Alcuni, interrogati da me, mi commossero quasi fino all'indegnazione per le loro ciniche risposte. Vi ebbe chi domandato, se credeva nel Messia, mi rispose: “Il mio Messia è il danaro della mia borsa”. Un altro a somigliante interrogazione mi replicò: “Un buon pranzo è per me un vero Messia”. Che cosa si ha mai a rispondere a persone siffatte? Il maggior numero di essi passa la vita nell'ignoranza della propria religione, senza curarsi del Messia e fuggendo chiunque volesse adoperarsi per istruirli. I Rabbini poi ricusavano sempre di entrare in tale argomento.

                Non a tutti però era sconosciuto N. S. Gesù Cristo, ma stavano nell'Ebraismo tenutivi dal solo interesse. Non ha gran tempo che un Ebreo fattosi istruire nella religione cristiana, mostravasi dispostissimo a ricevere A Battesimo, sì veramente che gli fossero pagati alcuni debiti che egli aveva contratti. Un altro mi assicurò che avrebbe abbracciato la nostra religione, ove con ciò non fosse stato costretto a rinunciare all'eredità del padre. Un terzo, uomo dottissimo, era pronto a convertirsi, purchè io gli assicurassi i mezzi di sua sussistenza con una grossa somma. Egli era Rabbino. Ciò non ostante, io trovai anche fra gli Ebrei persone oneste [283] nei contratti e benefiche e alcune poche che vivevano secondo la legge di Dio, e mi parve che stessero in buona fede aspettando il Messia”.

                D. Bosco, anche tra gli Ebrei, contava degli amici e di due specialmente ne parleremo a suo tempo. Per ora diciamo che un giorno noi, accompagnando D. Bosco per Torino, abbiamo visto un signore d'aspetto rispettabile che, avvicinatosi a lui con riverenza, prese a parlare in modo che noi eravamo persuasi fosse cattolico. Come si fu congedato, D. Bosco ci disse: - Vedi quel signore? Tutte le volte che m'incontra, s'intrattiene con me lungamente. Sai tu chi è ? Un Rabbino! Conosce la verità, ma non l'abbraccia per timore della povertà alla quale sarebbe ridotto qualora perdesse il pingue onorario che gli provvede la Sinagoga. Più volte io lo esortai a confidare nella Provvidenza, ma gli manca il coraggio.

                E D. Bosco era pieno di compassione per gli Ebrei e pregava ed esortava gli altri a pregare per una nazione che fu un giorno il popolo di Dio, destinato ad entrare alla fine dei tempi nel grembo della Chiesa.

                E finchè visse continuò a procurare come poteva la loro salute. Anche gli adulti, come abbiamo visto, ebbero le sue cure, e nel corso dei racconto esporremo altri fatti. Li trattava con carità e li ospitava quando ne lo richiedevano. Ricoverò anche giovanetti, li istruì e battezzò.

                Il 17 luglio 1851 Mons. Luigi Calabiana Vescovo di Casale gli raccomandava un giovane israelita di cognome Deangelis, chiamato per soprannome Giovanni de' Farisei. Costui era spedito da Casale a Torino per vedere se ci fosse posto nell'Ospizio dei Catecumeni per essere istruito nella religione cattolica e per sottrarlo alle persecuzioni de' suoi correligionarii, essendosi messo sossopra il Ghetto di Casale per [284] impedire al giovane l'adempimento di sua vocazione. Se non vi fosse ricovero nell'Ospizio, il Vescovo pregava D. Bosco a ricevere fra i suoi figli il Deangelis, almeno per breve tempo, sicuro di consegnarlo ad un padre, e promettendo di pagare tutte le spese di mantenimento.

                D. Bosco era felice nel ricevere tali giovani, e nel presentarli a Giona di Chieri, il quale, sempre suo buon amico, veniva spesse volte a visitarlo nell'Oratorio.

 

 


CAPO XXV. Giovanni Cagliero - Impressioni e giudizii del giovane Turchi accettato nell'Oratorio - La Commemorazione di tutti i defunti a Castelnuovo - Cagliero è condotto da D. Bosco in Valdocco - Sua testimonianza della povertà della casa e della bontà e Zelo di D. Bosco - Cagliero e Rua a scuola - Scritture di locazione d'opera per gli artigiani.

 

                SUL principio dell'ottobre D. Bosco giungeva alla borgata dei Becchi per la festa della Madonna del Rosario, conducendovi varii de' suoi alunni. Il giovanetto Cagliero Giovanni lo aveva aspettato con impazienza. I suoi compagni di Castelnuovo lo riconoscevano per capo in ogni divertimento Essendo venuto un Vescovo a dar la cresima nella parrocchia, il giovanetto, ammirando il paludamento di Monsignore, erasi fatta una mitra ed un piviale di carta; di una canna aveva formato un pastorale, quindi sedutosi su di una scala a piuoli facevasi portare sulle spalle dei compagni, in mezzo alla turba dei fanciulli che applaudivano al piccolo vescovo, mentre esso seriamente li benediceva. Questo spiritello così vivace, ma buono, godeva le simpatie di Don Cinzano, il quale lasciavalo liberamente venire in canonica, lo incaricava di qualche piccolo servizio, tanto più quando D. Bosco gli ebbe promesso di accettarlo nell'Oratorio. Ed [286] è qui che Giovanni Cagliero incominciò a sentirsi preso da affetto ed entusiasmo per D. Bosco.

                Lo stesso Cagliero ci raccontava - Udiva continuamente gli elogi di D. Bosco. I miei conterranei, e specialmente mia madre, i miei cugini ed amici, mi dicevano di aver sempre visto nella fanciullezza del giovanetto Bosco alcunchè di straordinario che lo distingueva da' suoi coetanei e che il suo portamento, modestia e dolcezza rivelavano un giovane più che virtuoso. Io conosceva in Castelnuovo parecchi de' suoi condiscepoli di ginnasio e di chiericato, come il sig. Matta di Morialdo, il dottor Allora e l'avvocato Musso. Essi mi parlavano del servo di Dio sempre con tale riverenza ed elogio di sua bontà e virtù, da considerarlo più che modello di perfezione cristiana, modello di vita santa. Il medico Allora disse poi a me e ad altri, che in Chieri presso i compagni era tenuto in concetto di santo. D. Cinzano, Vicario di Castelnuovo, parlandomi di lui ripeteva:

                “Io ho sempre visto in D. Bosco qualche cosa che non era ordinaria: non era ordinaria la sua pietà, la sua giovialità, la sua riservatezza, la sua obbedienza, la sua umiltà ecc., Era straordinario in tutto. E poi, alludendo alla sua tenacità nel bene e nelle opere sue intraprese, soleva dirmi celiando: - D. Bosco fu sempre stravagante e testardo come i Santi.

                Cagliero adunque appena saputo l'arrivo di D. Bosco si affrettò a correre ai Becchi, e all'esteriore grave, composto, modesto del buon prete, subito riconobbe essere desso ornato di quelle tante virtù di cui aveva udito parlare. Ritornato a casa, invitò un compagno, certo Giovanni Turchi, che aveva 16 anni, ad andarvi esso pure. “Cagliero, - ci riferiva Don Turchi, ora cavaliere e professore in belle lettere. - mi disse tante ottime cose di D. Bosco, che io da Castelnuovo mi portai ai Becchi. Colà giunto, fui colpito dallo scorgere un sacerdote [287] così compreso del suo ministero e così affabile, cosa cui io non era affatto abituato; e fin d'allora ne concepii un'idea ed un'impressione incancellabile. Al vedere poi il modo amorevole con cui parlava con me e con gli altri giovani, ne restai entusiasmato. Avendomi egli dato un po' d'esame sulle materie che studiava e sulla elezione dello stato, finì con dirmi: - Io conosco tuo padre e sono suo buon amico; digli che venga domani a trovarmi! - Mio padre andò, e così fu conchiuso che io sarei entrato nell'Oratorio verso la metà di ottobre.

                Condotto in Valdocco per gli studii, udii dai miei compagni come D. Bosco operasse cose straordinarie, e questa fama dovetti constatare che andava sempre ingrandendosi; e vidi le scuole serali che esso dirigeva, e fra gli altri maestri il Teol. Chiaves e certo Signor Geninatti. Le mura della nuova chiesa di S. Francesco erano all'altezza dei finestroni, ed io pure coi compagni attesi subito a sporgere mattoni sino sopra i ponti. Nelle feste intervenivano alle funzioni di chiesa moltissimi giovani esterni, e tanto ci divertivamo, fra gli altri giuochi, agli esercizii militari fatti con grucce di fucili smessi dall'arsenale. Ma sopratutto ciò che mi colpì entrando nell'Oratorio si fu il trovarvi una pietà, della quale non aveva idea, e debbo asserire che capii allora che cosa volesse dire confessarsi. Eravi frequenza di Sacramenti, non solo nei dì festivi, ma anche nei feriali. Don Bosco ci raccomandava che lungo la settimana distribuissimo i giorni per le comunioni, perchè esse fossero continue. In massima parte andavamo a confessarci da lui, benchè nei giorni festivi vi fosse pure qualche altro sacerdote per coadiuvarlo. Era tanta la delicatezza di molti giovani per accostarsi alla sacra mensa, che nei giorni feriali, mentre ei si parava per la S. Messa, aveva quasi sempre qualcuno [288] che gli confidava all'orecchio qualche pena o scrupolo per essere assicurato di poter fare tranquillamente la comunione. Allora e sempre ho visto nell'Oratorio un buon nucleo di giovani di una pietà sì soda ed ammirabile, che intonava tutta la casa ed attirava tutti gli altri al bene. - E Don Bosco era zelantissimo che si facessero i catechismi. Le sue prediche erano tutto sugo. Soleva esporre la Storia Ecclesiastica in modo facile, chiaro, attraente, e, prima di terminare il suo dire, soleva interrogare qualcuno degli uditori a farvi su qualche osservazione, ossia a dedurre qualche conseguenza pratica. Alla sera poi dopo le orazioni ci dava dalla cattedra avvertimenti così appropriati, che io ritiratomi nella mia camera, ne sentiva un'impressione ed un gaudio che non posso esprimere. D. Bosco educava i giovani e li portava al bene colla persuasione, e quelli lo facevano con trasporto di gioia. Egli procedeva sempre con dolcezza; dando ordini quasi ci pregava, e noi ci saremmo assoggettati a qualunque sacrifizio per contentarlo. Così di bene in meglio vidi procedere l'Oratorio nei dieci anni che quivi dimorai cioè fino alla mia ordinazione sacerdotale; e dopo aver visitati molti Istituti, non ne trovai alcuno che albergasse tanta pietà come quello di D. Bosco, del quale godetti sempre anche lontano la benevolenza”. Fin qui D. Turchi.

                L'accettazione definitiva di un altro giovane faceva Don Bosco a Castelnuovo il 1° novembre 1851 che lascerà eterna memoria negli annali dell'Oratorio. Quella di Giovanni Cagliero, rimasto orfano di padre, da pochi giorni.

                L'anno 1851 il giorno d'Ognissanti doveva giungere da Torino a Castelnuovo d'Asti D. Bosco per fare il discorso dei morti. Cagliero con ansia febbrile aveva preceduti i compagni in sagrestia alcune ore prima che incominciasse la funzione. Desiderava di essere prescelto ad [289] accompagnare in qualità di chierichetto il predicatore al pulpito. Messosi la veste talare e la cotta, aspettava pazientemente mentre i suoi coetanei erano andati incontro a Don Bosco; e quando giunse, ebbe la gioia di veder soddisfatto il suo desiderio.

                D. Bosco fece una di quelle prediche ammirabili che non si dimenticano più. Disse essere passato, nel venire, innanzi al cancello del Camposanto e di aver udito voci lamentevoli che lo chiamavano per nome. Si appressò e vide in mezzo alle croci uscir le anime da quelle fosse: - Di' a mio figlio, gli diceva una, di' a mia figlia, gli diceva l'altra, che mi trovo in purgatorio, che io l'ho sempre amata, e pure non pensa più a me. - Era un marito, una moglie, un figlio, un amico che gli davano commissioni da recare a quei del paese, perchè si movessero a liberarli da atroci tormenti! D. Bosco descriveva quelle scene pietose, quelle tenere lamentazioni, quei ricordi del passato, con tanta vivacità, candore e verità, che gli uditori piangevano. Abbondantissima fu la elemosina raccolta, circa 150 lire. A quelli che si meravigliavano delle abbondanti offerte che le sue prediche conseguivano, rispondeva: - Per ottenere dal popolo la carità bisogna fargli capire essere suo interesse abbondare nell'elemosina, eziandio per ottenere dal Signore vantaggi temporali, e come invece sia suo danno essere avari colle anime sante, o colla Chiesa: che aver protettori in cielo è vantaggioso anche per le campagne. Essi allontanano i castighi, le disgrazie, le tempeste, le malattie, gli insetti dalle piante, le siccità, ecc. ecc. È questo il segreto per indurre la gente a far elemosina, altrimenti si ottiene poco o nulla.

                Fatto il discorso, D. Bosco scendeva in sagrestia e con aria dolce ed affabile voltosi al suo piccolo inserviente:

                - Sembra, gli disse, che tu abbia qualche cosa a [290] dirmi ed a manifestarmi qualche tuo ardente desiderio. Non è vero?

                - Sissignore, rispose tutto infiammato in volto il giovanetto; voglio proprio dirle una cosa che da tempo mi agita; voglio venire con lei a Torino, continuare gli studii e farmi prete.

                - Bene, verrai con me, gli disse D. Bosco: il sig. Prevosto già di te mi ha parlato; di' a tua madre che ti accompagni stasera in canonica e ci intenderemo.

                Al suono lugubre delle campane che invitavano i fedeli a pregare per i defunti, tra il mesto raccoglimento della popolazione, entrano nella casa del parroco la madre ed il figlio.

                - Mia buona Teresa, disse allora scherzando quel caro sacerdote e padre già di tanti orfani, siete venuta a tempo: io già vi attendeva; parliamo adunque del nostro negozio. È vero che volete vendermi vostro figlio?

                - Oh! venderlo no, esclamò la buona madre; ma se lo gradisce, piuttosto glielo regalo.

                - Meglio ancora, rispose D. Bosco; allora preparategli il suo piccolo fardello. Domani verrà con me ed io gli farò da padre.

                L'indomani Giovanni Cagliero era pronto, e sul far dell'alba si trovava in chiesa per servire la S. Messa a Don Bosco. Da tutti i suoi movimenti dimostrava un'estrema vivacità. D. Bosco da Castelnuovo a Torino faceva il viaggio a piedi.

                - Ebbene, Cagliero, andiamo a Torino?

                - Andiamo.

                - E tua madre?

                - Essa è , contenta; ed ora io sono con D. Bosco

                Si misero in cammino. Cagliero ora camminava al fianco di D. Bosco, ora lo precedeva correndo, ora lo aspettava, ora rimaneva indietro per cogliere qualche frutto dalle siepi [291] e quindi lo raggiungeva, ora saltava il fosso e scorrazzava per i prati. D. Bosco di quando in quando lo interrogava, e le sue risposte erano di un candore ammirabile. Parlava del suo presente, del suo passato, de' suoi progetti in avvenire. Narrava quanto aveva fatto a casa, svelava i segreti più reconditi del suo cuore. Era tanto sincero, che D. Bosco ebbe a dire di averlo in poche ore conosciuto così perfettamente, che se si fosse trattato di confessarlo non avrebbe più avuto da far altro che dargli l'assoluzione

                Cagliero parlavaci delle sue impressioni in questo viaggio: “D. Bosco non mi discorreva che di Dio, della Vergine SS., se mi accostava ai Sacramenti, se ero divoto della Madonna, e di altre cose spirituali. E talora anche scherzando mi invitava ad essere buono. Finalmente giungemmo a Torino.

                Ricordo sempre con piacere il momento della mia entrata nell'Oratorio la sera del 2 novembre. D. Bosco mi presentò alla buona mamma Margherita, dicendo: - Ecco, mamma, un ragazzetto di Castelnuovo, il quale ha ferma volontà di farsi buono e di studiare.

                Rispose la mamma: - Oh sì, tu non fai altro che cercare ragazzi, mentre sai che manchiamo di posto.

                D. Bosco sorridendo soggiunse: - Oh, qualche cantuccio lo troverete!

                - Mettendolo nella tua stanza, - rispose la mamma.

                - Oh, non è necessario. Questo giovanetto, come vedete, non è grande, e lo metteremo a dormire nel canestro dei grissini; e con una corda lo attaccheremo su in alto ad un trave; ed ecco il posto bello e trovato alla maniera della gabbia dei canarini. - Rise la madre ed intanto cercommi un sito, e fu necessario per quella sera che dormissi con un mio compagno ai piedi del suo letto. [292]

                L'indomani vidi che tutto era povero in quella casetta. Bassa ed angusta la stanza di D. Bosco, i dormitorii nostri a pian terreno, stretti e col selciato di pietre da strada, e con nessuna suppellettile, tranne i nostri pagliericci, lenzuola e coperte. La cucina era meschinissima e sprovvista di stoviglie, eccetto di alcune poche scodelle di stagno col rispettivo cucchiaio. Forchette e coltelli e salviette li vedemmo poi molti anni dopo, comprati o regalati da qualche pia e caritatevole persona. Il refettorio nostro era una tettoia, e quello di D. Bosco una stanzetta, vicina al pozzo, che serviva di scuola e luogo di ricreazione. E tutto questo cooperava a tenerci nella condizione bassa e povera nella quale eravamo nati e nella quale ci trovavamo educati dall'esempio del servo di Dio, il quale molto godeva, quando poteva egli stesso servirci nel refettorio, prestarsi a tenere in assetto il dormitorio, pulire e rappezzare gli abiti, ed altri simili servizii.

                La sua vita comune, che faceva con noi, ci persuadeva che noi più che in un ospizio o collegio, ci trovavamo come in famiglia, sotto la direzione di un padre amorosissimo e di niente altro sollecito fuorchè del nostro bene spirituale e temporale.

                Amava farsi piccolo coi piccoli, ed anche alle volte succedeva che qualcuno di noi dimenticavasi del rispetto che gli era dovuto; ed allora più che da D. Bosco, che tutto tollerava dai fanciulli, veniva avvisato dai più grandicelli, i quali dicevano: - Sta' a modo! Non vedi che urtando noi, urti e calpesti anche D. Bosco? Se è tanto buono con noi, e noi dobbiamo essere buoni con lui!

                Spesse volte vedevamo dei signori che venivano a visitare D. Bosco, tratti dalla fama delle sue opere, e non pochi meravigliavansi di trovarlo seduto sopra un cavalletto di [293] legno, ed anche per terra e come nascosto in mezzo ad un numeroso stuolo di ragazzi, mentre c'intratteneva con ameni racconti e piacevoli lepidezze, o mentre giocava con noi a mancalda, oppure gareggiava in sveltezza nel battere le palme della propria mano e poi quelle del compagno (la sinistra contro la destra, la destra contro la sinistra).

                Nulla aveva di più a cuore se non che i giovani salvassero l'anima propria. Se vedeva che qualcuno fosse meno buono, s'industriava di avvicinarlo, dirgli qualche buona parola all'orecchio; e poi lo faceva sorvegliare per trarlo al bene e rassodarlo nella pietà! Aveva tutta la fiducia che Dio l'avrebbe aiutato nell'educazione e nell'istruzione cristiana di tanti giovanetti.

                Ricordo che, ancor piccolo alunno dell'Oratorio, l'udii raccontare con santa semplicità e spesse volte, che aveva domandato al Signore un posto in paradiso per diecimila de' suoi giovanetti. E soggiungeva che l'aveva ottenuto, ad un patto: che non offendessimo il Signore: - Oh! miei figliuoli, diceva, saltate, correte, giuocate, schiamazzate; ma non fate dei peccati, ed il vostro posto è sicuro in paradiso.

                Vedendo poi che i giovani andavano crescendo in numero, gli domandavamo se fossero sufficienti diecimila posti in cielo per noi. Allora soggiunse che aveva chiesto un locale più ampio per molti altri giovani, che sarebbero venuti ed otterrebbero la loro eterna salvezza coll'aiuto di Dio e colla protezione di Maria SS.

                E queste sue parole facevano tanto maggior effetto in quantochè il suo spirito profetico era manifesto in mille guise e in mille circostanze ed occasioni, ed era persuasione comune nell'Oratorio che D. Bosco sapesse le cose occulte”. Fin qui lo stesso Mons. Cagliero. [294]

                Dopo, adunque, la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, Cagliero incominciò il suo corso classico di latinità frequentando la scuola del Prof. Bonzanino con Turchi, Savio Angelo ed altri. Nello stesso tempo Michele Rua era stato ammesso alla scuola privata di D. Matteo Picco, professore di umanità e rettorica che insegnava in un appartamento di una casa presso la parrocchia di S. Agostino. Questo esimio insegnante, pregato dallo stesso D. Bosco, volonterosamente si incaricò di istruirlo nella classe di umanità. E qui pure fu stupenda la riuscita del giovane Rua, il quale continuava ad abitare presso i suoi genitori.

                D. Bosco continuava sempre ad aiutare i suoi alunni negli studii classici. Ed era veramente maestro nel dare consigli, acciocchè essi studiassero con molto profitto la grammatica latina. Di ciò fa ampia fede il Prof. D. Cerruti Francesco. D. Bosco diceva loro e particolarmente a Rua Michele: - Vuoi imparare bene la lingua latina? Traduci prima in italiano un tratto di autore classico; quindi, senza più vedere il testo, volta in latino la tua traduzione e in ultimo confronta col testo la tua composizione latina. Con questo esercizio, fatto tutti i giorni per un mese, ti assicuro che intenderai moltissime difficoltà senza aver bisogno di vocabolario.

                Mentre D. Bosco collocava a scuola gli studenti, con cura non minore attendeva al profitto nel mestiere de' suoi artigiani, che mandava dall'Oratorio ad imparare l'arte ed a lavorare nelle botteghe di Torino. Perchè non ne risentisse danno la loro moralità, educazione ed istruzione, sempre vigilante, non solo continuava ad andare spesse volte a visitarli, ma si assoggettava a stringere coi padroni speciali convenzioni che intendeva fossero rigorosamente osservate. Ed è qui pregio dell'opera riportarne alcune, perchè ci danno idea di quei tempi ed anche ci risparmiano non inutili osservazioni. [295]

 

Contratti di locazione d'opera.

 

                “In virtù della presente privata scrittura da potersi insinuare a semplice richiesta di una delle parti, fatta nella Casa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales tra il Sig. Carlo Aimino ed il giovane Giuseppe Bordone allievo di detto Oratorio, assistito dal suo cauzionario Sig. Ritner Vittorio, si è convenuto quanto segue:

                1°. Il Sig. Carlo Aimino riceve come apprendizzo nell'arte sua di vetraio il giovane Giuseppe Bordone nativo di Biella, promette e si obbliga di insegnargli la medesima nello spazio di tre anni, i quali avranno il suo termine con tutto il mille ottocento e cinquantaquattro il primo dicembre e dargli durante il corso del suo apprendizzaggio le necessarie istruzioni e le migliori regole riguardanti l'arte sua ed insieme gli opportuni avvisi relativi alla sua buona condotta, con correggerlo, nel caso di qualche mancamento, con parole e non altrimenti; e si obbliga pure di occuparlo continuamente in lavori relativi all'arte sua e non estranei ad essa, con avere cura che non eccedano le sue forze.

                2°. Lo stesso mastro dovrà lasciare per intiero liberi tutti i giorni festivi dell'anno all'apprendizzo acciocchè possa in essi attendere alle sacre funzioni, alla scuola domenicale ed agli altri suoi doveri come allievo di detto Oratorio.

                Qualora l'apprendizzo per causa di malattia (o di altro legittimo motivo) si assentasse dal suo dovere, il mastro avrà diritto a buonificazione per tutto quello spazio di tempo che eccederà li quindici giorni nel corso dell'anno. Tale indennità verrà fatta dall'apprendizzo con altrettanti giorni di lavoro quando sarà finito l'apprendizzaggio. [296]

                3° Lo stesso mastro si obbliga di corrispondere giornalmente all'apprendizzo negli anni suddetti, cioè il primo lire una, il secondo lire una e cinquanta, il terzo lire due, in ciascuna settimana (secondo la consuetudine gli si concedono ciaschedun anno 15 giorni di vacanza).

                4° Lo stesso signor padrone si obbliga in fine di ciascun mese di segnare schiettamente la condotta del suo apprendizzo sopra di un foglio che a tale oggetto gli verrà presentato.

                5° Il giovine Giuseppe Bordone promette e si obbliga di prestare durante tutto il tempo dell'apprendizzaggio il suo servizio al mastro suo padrone con prontezza, assiduità ed attenzione; di essere docile, rispettoso ed obbediente al medesimo e comportarsi verso di esso come il dovere di buon apprendizzo richiede, e per cautela e garanzia di questa sua obbligazione presta in sua sicurtà il qui presente ed accettante Sig. Ritner Vittorio Orefice, il quale si obbliga al ristoro di ogni danno verso il padrone mastro, qualora questo danno avvenga per colpa dell'apprendizzo.

                6° Se venisse il caso che l'apprendizzo incorresse in qualche colpa per cui fosse mandato via dall'Oratorio (cessando ogni suo rapporto col Direttore dell'Oratorio), cesserà allora anche ogni influenza e relazione tra il Direttore di detto Oratorio ed il mastro padrone; ma se la colpa dell'apprendizzo non riflettesse particolarmente il mastro, dovrà esso ciò non ostante dare esecuzione al presente contratto fatto coll'apprendizzo e questo compiere ad ogni suo dovere verso del mastro sino al termine convenuto sotto la sola fidejussione sopra prestata.

                7° Il Direttore dell'Oratorio promette di prestare la sua assistenza pel buon esito della condotta dell'apprendizzo e di accogliere con premura qualsiasi lagnanza che al rispettivo [297] padrone accadesse di fare a cagione dell'apprendizzo presso di lui ricoverato.

                Locchè tanto il mastro padrone che l'apprendizzo allievo, assistito come sopra, per quanto a ciascuno di essi spetta ed appartiene, promettono di attendere ad osservare sotto pena dei danni.

                Torino, novembre 1851.

Carlo Aimino.

Giuseppe Bordone.

D. Gio. Batt. Vola Teol.

Ritner Vittorio Cauzionario.

D. Bosco Giovanni

Direttore dell'Oratorio.

 

                Le prime convenzioni erano fatte in carta semplice, ma quelle dell'anno seguente sono in carta bollata: tale è la convenzione tra il Sig. Giuseppe Bertolino mastro falegname dimorante in Torino ed il giovane Giuseppe Odasso nativo di Mondovì, coll'intervento del Rev. Sacerdote Giovanni Bosco e coll'assistenza e fidejussione del padre di detto giovane Vincenzo Odasso, nativo di Garessio e domiciliato in Torino. In questa si richiede che la scrittura sia fatta in doppio originale: si specifica essere il padrone obbligato a dare all'allievo, relativamente alla sua condotta morale e civile, quegli opportuni e salutari avvisi che dovrebbe dare un buon padre al proprio figlio: correggerlo amorevolmente in caso di qualche suo mancamento, sempre però con semplici parole di ammonizione e non mai con atto alcuno di maltrattamento: si dichiara con termini espressi che chi presta cauzione è solo obbligato quando un danno recato dall'apprendista al padrone possa giustamente venir imputato al danneggiante, [298] fosse cioè per risultar proveniente da volontà spiegata e maliziosa e non quale un semplice effetto di accidentalità, o per conseguenza di imperizia nell'arte: si dichiara che l'assistenza di D. Bosco prestata per la buona condotta del giovane cesserà dal punto che il giovane cessa di appartenere all'Oratorio. Seguono le firme di Giuseppe Bertolino, Odasso Giuseppe, Odasso Vincenzo, Sac. Bosco Giovanni. La Convenzione porta la data dell'8 febbraio 1852.

                Queste convenzioni variano nella durata del tempo, nella paga giornaliera, secondo l'età e l'abilità del fanciullo, e secondo l'importanza, la difficoltà dell'arte che si doveva apprendere. Ma dal leggere questi articoli si potrà intendere quante contrarietà, quante difficoltà sorgessero ogni istante a preoccupare D. Bosco. Quante noie, quanti dispiaceri, ma che non valevano a turbare la sua serenità. Si trattava sovente di padroni troppo esigenti e di giovani spensierati. Tuttavia la sua carità poneva sempre rimedio a tutto: e questa sua carità, specialmente verso i giovani, quanto apparisce luminosa in ogni riga di questi contratti da esso stesso compilati o adottati!

 

 


CAPO XXVI. La Compagnia di S. Luigi - Conferenze - Meraviglie di D. Bosco - Predice l'avvenire della Casa di Valdocco e degli altri Oratorii festivi - Annunzia la morte vicina di alcuni giovani e una guarigione insperata - Svela lo stato delle coscienze - Il dono delle lagrime.

 

                LA COMPAGNIA di S. Luigi Gonzaga fioriva negli Oratorii di Portanuova e di Vanchiglia, arricchiti di indulgenze che dovevano estendersi anche a tutti gli altri Oratorii che si sarebbero aperti nell'avvenire; ma dove portava i frutti più preziosi ed abbondanti era in Valdocco. Quivi presiedeva D. Bosco, il quale, amandola come la pupilla degli occhi suoi, una volta all'anno invitava a mensa con sè  la sessione dei giovani esterni. Teneva di quando in quando le sue radunanze nella cappella, e un segretario redigeva i verbali. Ne facevano parte i migliori giovani esterni e i giovani interni, poichè D. Bosco voleva che questi vi fossero tutti ascritti. Ed essi si facevano premura di dare il nome loro e portavano indosso la medaglia di S. Luigi.

                In questa Compagnia si erano aggregati, come membri onorarii, anche personaggi illustri della nobiltà torinese, i quali non si peritavano di intervenire alla festa, fregiarsi essi pure della medaglia di S. Luigi ed accompagnare la [300] processione. Gli ufficiali della Compagnia dovevano prendere insieme col Priore di questa, i debiti concerti per la festa di San Francesco di Sales e di S. Luigi. Nei nove giorni che precedevano queste due feste si cantavano in chiesa l'Iste confessor o l'Infensus hostis, con qualche preghiera od un sermoncino, o almeno un po' di lettura della vita del Santo, o di qualche verità della fede. Nelle funzioni del mattino e della sera alla domenica precedente la solennità si esortavano i giovani ad accostarsi ai SS. Sacramenti della confessione e comunione. E non si ometteva mai di avvertirli dell'indulgenza plenaria che in questi giorni potevano lucrare. Queste disposizioni furono poi registrate nel Regolamento degli Oratorii festivi. Congiunta alla Compagnia di S. Luigi prosperava sempre la Società di mutuo soccorso ed eziandio i suoi ufficiali e i suoi membri più distinti erano invitati a pranzo da D. Bosco una volta all'anno.

                D. Bosco in sua camera radunava sovente i suoi più fidi e più distinti per bontà, per dar loro istruzioni particolari sull'andamento dell'Ospizio e dell'Oratorio e sul modo di fraternamente sorvegliare. Quivi D. Bosco educavali secondo il suo scopo, cogli esempi di S. Luigi, e diceva loro: - Ricordatevi che S. Luigi passava più ore al giorno innanzi al SS. Sacramento. - Egli amava più degli altri compagni coloro che lo disprezzavano. - Ancor secolare, portavasi nella chiesa ad insegnare il catechismo agli ignoranti, ne correggeva i costumi e studiava di acquietarli nelle risse e nelle discordie. - S. Luigi, istruendo in Roma i poverelli, li conduceva da qualche confessore perchè fossero assolti dalle loro colpe e rimessi in grazia di Dio. - Quando noi non potessimo fare il catechismo ai poveri giovanetti, conduciamoli ove altri li istruiranno. Quante anime potremo così levare dal sentiero della perdizione e rimetterle in quella strada che li [301] condurrà a salvamento. Ed allora quante grazie ci otterrà S. Luigi da Dio.

                Non è a dire quanto riuscissero efficaci le parole di Don Bosco, sia per la santità della sua vita, come per la persuasione in tutti che egli operasse cose maravigliose. Ed era naturale, dicendo S. Paolo: - Chi sta unito col Signore, è un solo spirito con lui[15]. - Quindi non avvi nessuna difficoltà che possa conoscerne certi segreti e talora giovarsi della sua onnipotenza. Quanto a D. Bosco è incontestabile che Dio volle accompagnare le sue esimie virtù con doni sovrannaturali e grazie gratis datae, le quali, mentre gli erano di grande aiuto per procurare la divina gloria e la salute delle anime, manifestavano agli uomini la sua celeste missione. Infatti egli era decorato dello spirito profetico, della scrutazione dei cuori, della cognizione delle cose occulte e segrete, del dono delle lagrime e di quello delle guarigioni e dei miracoli.

                D. Savio Ascanio, che abitò nell'Oratorio dal 1848 al 1852, e D. Vacchetta suo compagno ci asserirono che, fino dai primordii della casa, D. Bosco annunziava che Dio avrebbe benedetti i suoi disegni e le sue opere, e loro parlava, dell'Oratorio che avrebbero essi Visto crescere meravigliosamente.

                D. Turchi Giovanni, venuto nell'Ospizio nel 1851, ci confermava come D. Bosco fin d'allora parlasse di una gran casa, di grandi laboratorii e specialmente di una tipografia propria, per promuovere la gloria di Dio colla diffusione di buoni libri, destinati a diffondere e conservare la religione e la virtù nei giovani e ad opporsi agli errori dei Protestanti e al diluviare dei pessimi libri. [302]

                Dal signor Villa Giovanni, che incominciò a frequentare l'Oratorio come esterno nel 1855, udimmo aver egli avuto conferma di queste profezie da molti de' suoi compagni che da varii anni prima di lui frequentavano in Valdocco le radunanze festive, e ne erano stati testimoni auricolari. Anzi altri aggiunsero: “D. Bosco per animare i socii della Compagnia di S. Luigi, narrava talora come avesse visto in sogno l'incremento e lo sviluppo meraviglioso dell'Opera degli Oratorii festivi, indicando così, senza nominarla, la sua futura Congregazione. Con questo veniva anche a far conoscere loro l'importanza e l'estensione che avrebbe raggiunto la Compagnia. Egli, per umiltà parlava di sogni; ma tutti i giovani erano intimamente persuasi che D. Bosco loro annunziasse quanto aveva conosciuto per il dono di profezia”.

                E una prova che ben si apponessero, erano le predizioni di avvenimenti prossimi, avverate sotto i loro occhi.

                Narra D. Rua Michele: “Fin dai primi giorni che io frequentai l'Oratorio festivo, dal 1847 al 1852, ricordo che, ogni qualvolta doveva morire qualche giovane della Compagnia di S. Luigi, D. Bosco annunziava qualche tempo prima tale evento. Non ne pronunziava mai il nome, bensì diceva: - Fra quindici giorni, oppure, fra un mese, uno della Compagnia sarà chiamato all'eternità; posso essere io, può essere uno di voi. Teniamoci preparati! - Un salutare timore teneva attenti i giovani per notare se quell'annunzio fosse veritiero. All'epoca della predizione quelli, ai quali alludeva D. Bosco come chiamati all'eternità, talora erano sani e robusti e talora infermicci; ma le morti avvenivano nei tempi determinati. Io stesso parecchie volte sentii dare tali annunzi, talora ne ebbi avviso dai compagni, e sempre ho visto verificarsi le predizioni. Egli predisse la morte di mio fratello e di altri di mia ricordanza”. Rua Luigi, fratello [303] maggiore di Michele, era morto il 29 marzo 1851 contando 19 anni. Frequentava l'Oratorio festivo e teneva una condotta ammirabile.

                Eziandio Buzzetti Giuseppe ci dettava la seguente attestazione di un fatto avvenuto nel 1850.

                “D. Bosco una sera, dopo aver parlato ad alcuni giovani della Compagnia di S. Luigi che radunava a conferenza speciale, mentre tutti erano per congedarsi da lui, disse loro: - Contatevi pure: la prima volta che ci raduneremo mancherà uno. - Tutti intesero che quell'espressione - mancherà indicava il passaggio all'altro mondo. Perciò vi furono i più confidenti, fra i quali il fratello di D. Rua Michele, i quali presolo in disparte, gli chiesero chi di loro sarebbe mancato. D. Bosco sulle prime cercò di dare una risposta evasiva, ma pressato, disse Il nome di colui che morirà incomincia colla lettera B.

                I giovani nell'udire questa franca risposta si guardarono l'un l'altro. - Chi sarà costui? - Fra i presenti alla conferenza vi erano due soli il cui nome incominciasse colla lettera B e, cosa singolare! benchè non fossero parenti, tutti e due si chiamavano Burzio. I giovani si raccomandarono l'un l'altro il segreto e stettero a vedere a chi dei due sarebbe toccata quella sorte. Ambedue allora godevano ottima salute.

                Il più giovane dei due Burzio era un piccolo S. Luigi e D. Bosco lo teneva in gran concetto di virtù. Una domenica mentre D. Bosco celebrava e i giovani assistevano al santo Sacrifizio, questo Burzio rimase come assorto, quindi mandò alcune grida lamentevoli e in fine svenne. I compagni attribuirono ciò a malessere; ma D. Bosco, che aveva udite quelle grida, volle interrogarlo sul motivo di esse. Il giovane rispose: - Nel tempo dell'elevazione ho visto l'ostia tutta grondante sangue, e nello stesso tempo ho ascoltata una voce [304] formidabile che diceva: - Questa è un'immagine del come sarà trattato Gesù in Piemonte coi sacrilégi.

                E questo santo giovanetto fu quello che morì prima che si tenesse la susseguente conferenza”.

                Buzzetti accennava pure a fatti simili, accaduti quando D. Bosco era ancora al Refugio.

                E non solamente la morte, aggiungeva D. Rua, ma altresì la guarigione preannunziò molte volte, anche in casi disperati. - Ricordo certo chierico Viale, mio compagno, il quale cadde una volta gravemente ammalato nel 1853. Non eravi più speranza di guarigione. D. Bosco fu a trovarlo all'Ospedale, e raccomandatogli di ricorrere a qualche Santo, non so quale, forse S. Luigi, gli promise che fra tre giorni sarebbe ritornato da lui e l'avrebbe trovato seduto sul letto a mangiare qualche porzione e che ben tosto sarebbesi levato pienamente libero. Così predisse; così si avverò precisamente”.

                Tutti i nomi che abbiamo citati sono di giovani appartenenti alla Compagnia di S. Luigi, dai quali e da molti altri abbiamo udito eziandio raccontare come D. Bosco fosse fin d'allora dotato da Dio della scrutazione dei cuori. Ci narravano rivelazioni avvenute nell'atto delle confessioni e fuori di queste e che gli uni andavano confidando agli altri. Egli aveva conosciuti i loro pensieri più intimi, e quanto avevano dimenticato o taciuto nelle confessioni precedenti. - Come un'acqua profonda, dicono i Proverbi, così i consigli dell'uomo nel cuore di lui; ma l'uomo sapiente li trarrà a galla1.

                I giovani ne erano convinti e taluni che avevano qualche grave imbroglio sulla coscienza schivavano d'incontrarsi con [305] D. Bosco, sperando così che egli non avvertirebbe e non conoscerebbe la loro ostinazione nel male ovvero la loro miseria interna. “Molti, e lo attesta un esimio professore di se stesso, sentendosi la coscienza rimordere di qualche mancanza erano da una forza misteriosa tenuti lontani da D. Bosco durante le private conversazioni, ma intanto sentivansi spinti a recarsi al più presto a' suoi piedi per farne la confessione. E allora molte volte udivano D. Bosco ricordare precisamente le loro colpe anche di più anni, non senza grande loro sorpresa; e di più la confessione, fatta da lui, riusciva loro facilissima e li lasciava coll'animo pienamente soddisfatto, perchè per suo suggerimento potevano esporre, senza ometterne una, tutte le loro colpe, colle rispettive circostanze. Altri invece andavano a lui con ansia e giubilo per aver la sicurezza di essere in grazia di Dio, ovvero che la confessione, che erano per fare, sarebbe stata coll'aiuto di D. Bosco, di pieno gradimento del Signore”.

                Vi fu qualche illustre e dotto personaggio che, avendo saputo da molti che D. Bosco faceva profezie, leggeva nei cuori, manifestava cose occulte, dubitò che, essendo egli di sottilissima intelligenza e tenendosi bene in cognizione delle cose dall'Oratorio, dell'indole e dei costumi dei giovani e di quelli che lo avvicinavano, potesse naturalmente prevedere certe cose impreviste agli altri e che intuisse con sagacia ciò che era nascosto ai meno esperti. Noi concediamo che D. Bosco possedesse tale naturale discernimento, e aggiungeremo che portentosa era la sua ritentiva dei nomi delle persone, delle fisionomie, dei fatti e delle parole, e che talvolta a bene del prossimo è possibile che siasi approfittato di queste cognizioni. Ma le tante cose straordinarie che si dissero, vuoi dagli esterni vuoi dagli allievi, e quelle innumerevoli che abbiamo vedute noi stessi ci costringono a [306] conchiudere che qui dentro vi fosse certamente molto e molto di soprannaturale. Del resto le stesse doti naturali di Don Bosco, tutte adoperate eroicamente a gloria di Dio, è ovvio che fossero ricompensate con doni così eccelsi perchè il suo zelo fosse più fruttuoso. Il buon servo del Vangelo ha detto al suo padrone: - La tua mina ne ha fruttate altre dieci. - Ed egli disse - Buon per te, servitore fedele, perchè sei stato fedele nel poco, sarai signore di dieci città2.

                D. Savio Ascanio ci lasciò una chiara testimonianza.

                “Era voce comune nell'Oratorio fin dal 1848 che Don Bosco scopriva i peccati dei giovani, e li leggeva sulla loro fronte. I giovani per metterlo alla prova dicevano: - Don Bosco, mi indovini i peccati. - E D. Bosco qualche volta si metteva a parlare confidenzialmente all'orecchio di qualcheduno, e questi dava a divedere che li aveva indovinati, perchè non parlava più. Una sera si trovava in quella conversazione un giovanetto di Vercelli, chiamato Giulio. Questi disse a Don Bosco con insistenza: - L'indovini anche a me i peccati che ho commessi. - E D. Bosco gli parlò segretamente all'orecchio come faceva cogli altri. Questi, sentite le parole di D. Bosco, si mise a piangere esclamando: - E lui, è lui che ha predicato la missione nella tal chiesa, alludendo a qualche chiesa del Vercellese. Essendo quel giovane venuto da lontano paese, in quel giorno solamente, senza essere stato mai conosciuto da D. Bosco, e questi non avendo mai confessato in quella chiesa indicata, io credo che D. Bosco abbia conosciuto l'interno di quel giovane per lume soprannaturale. Era così diffusa questa opinione che D. Bosco leggesse i [307] peccati sulla fronte, che parecchi in bei modi cercavano di coprirsi la fronte affinchè non potesse leggerli.

                Mi disse il mio fratello D. Angelo, che una volta Don Bosco alzandosi il mattino scrisse alcuni avvisi a varii giovani dell'Oratorio, tra i quali uno al detto mio fratello. Io gli domandai: - Te li ha indovinati i tuoi difetti? - E mi rispose di sì. Nel modo con cui mi parlò si vedeva che erano difetti nascosti, e che non potevansi conoscere se non per lume soprannaturale”.

                Oh, in D. Bosco non eravi finzione, non rispetto umano, e ciò che diceva aveva per movente un sacro dovere, tanto più grave, quanto erano più misericordiosi i disegni di Dio. E i giovani ne erano certi, vedendo come ogni suo atto, ogni sua parola fosse ispirata da uno zelo calmo, prudente, sereno. Il dono poi delle lagrime era evidente prova della grande unione che aveva con Dio e del tenero amore che gli portava. Versava dolci lagrime talora nella celebrazione della santa Messa, altre volte quando amministrava la santa Comunione, e anche semplicemente benedicendo il popolo dopo il santo Sacrifizio. Parlando alla sera ai giovani e nelle conferenze a' suoi coadiutori, o dando i suoi brevi ed efficaci ricordi al termine degli esercizii spirituali, e accennando al peccato, allo scandalo, alla modestia, alla poca o niuna corrispondenza degli uomini all'amore di Gesù Cristo, o al timore che alcuno de' suoi avesse a perdersi eternamente, bene spesso per la commozione era interrotto dal pianto in modo da eccitarlo anche ne' suoi uditori. E in mezzo alle lagrime talvolta il suo volto fu visto raggiante da buoni giovani, come asseriva D. Giovanni Bonetti. Scrisse Mons. Cagliero: “Mentre D. Bosco predicava sull'amor di Dio, sulla perdita delle anime, sulla passione dì Gesù Cristo nel venerdì santo, sulla SS. Eucaristia, sulla buona morte e sulla [308] speranza del paradiso, lo vidi io più volte, e lo videro i miei compagni, versare lagrime ora di amore, ora di dolore, ora di gioia; e di santo trasporto quando parlava della Vergine SS., della sua bontà e della sua immacolata purità”.

                Ciò succedeva sovente quando predicava nelle chiese pubbliche. D. Reviglio lo vide versare lagrime nel Santuario della Consolata mentre faceva la predica sul giudizio universale, descrivendo la separazione dei reprobi dagli eletti. D. Dalmazzo Francesco osservollo più volte lagrimare, specialmente quando toccava il punto della vita eterna, sicchè moveva a compunzione i peccatori ostinati, i quali dopo la predica cercavano di lui per confessarsi.

                Noi stessi che stendiamo queste pagine fummo testimoni con mille altri di questo dono divino, che a D. Bosco fu dato fin da quando fondava l'Oratorio e anche prima e durò fino alla sua morte.

                Del dono delle guarigioni e dei miracoli abbiamo già parlato; ma è un nulla a petto di ciò che ne resta a dire; e quanto narrammo in questo capitolo, non è che una piccola traccia di un argomento inesauribile.

 

 


CAPO XXVII. Articolo di Goffredo Casalis - Sintomi di malcontento negli Oratorii - Insolenza perdonata - Irragionevole pretesa Lettera del Teol. Borel a D. Ponte - Risposta - La festa dell'Immacolata - Il primo decennio.

 

                GOFFREDO CASALIS, nel suo Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale, scriveva un articolo intitolato: Istituti di beneficenza, nel Volume XXI stampato nel 1851. Dopo aver narrato con molti elogi la fondazione dei tre Oratori festivi di Don Bosco in Torino, concludeva:

                “I vantaggi che ricavano i giovani che frequentano questi Oratorii sono il dirozzamento dei costumi, e la coltura dell'intelletto e del cuore, così che in poco tempo acquistano un trattare affettuoso e civile, e divengono affezionati al lavoro, buoni cristiani ed ottimi cittadini. Questi frutti, che ricavansi copiosi, varranno al certo a muovere il Governo a prendere in considerazione un'opera che riesce di giovamento grandissimo alla classe più povera del popolo, usufruttuando lo zelo che anima i molti sacerdoti dedicatisi a questo genere di beneficenza, con cui si possono togliere dall'ozio, e rendere utili alla patria ed alla società motti giovani, i quali senza le cure che loro si prodigano, farebbero senza dubbio [310] la mala fine. Non vogliamo qui tacere che il benemerito Teologo Carpano ha concepito l'idea di aprire uno stabilimento per ricoverare coloro fra gli operai che, usciti di fresco da qualche Ospedale, non trovano tosto lavoro, o sono ancora incapaci di esso per la non ancor ferma salute, e non tarderà a mettere in esecuzione il suo felice concepimento se non gli mancheranno quegli appoggi in cui fermamente confida.

                Qualcuno forse dirà esser noi troppo minuti nel parlare di questi Istituti; ma formerannosi ben altro giudizio coloro che sanno come la pubblica riconoscenza, essendo l'unico premio che ricevono delle loro continue e gravi fatiche i benemeriti personaggi, che spendono la loro vita a pro di questi giovani, sarebbe ingiusto il negar loro questo tributo di gratitudine a cui hanno un ben meritato diritto”.

                Il Teol. Carpano si era adunque ritirato, e con suo grande rincrescimento abbandonava quell'opera che egli aveva veduta nascere, ed ampliarsi eziandio per la sua cooperazione. All'Oratorio di S. Luigi era nel 1851 ancor preposto Don Pietro Ponte, coadiuvato dall'Ab. Carlo Morozzo, dal Sac. Ignazio Demonte, dall'Avv. Bellingeri, dal Teol. Rossi e dall'Avv. D. Berardi. Ma D. Ponte, ottimo ecclesiastico, era però uomo molto facile a ricevere impressioni, e si lasciava raggirare da alcuni catechisti, malcontenti dei modi usati da Don Bosco nel regolare l'andamento degli Oratorii di Vanchiglia e di Porta Nuova. Costoro attribuivano le opere del suo zelo a spirito di ambizione, a voglia di dominare, “benchè a me, affermava il Teol. Murialdo Leonardo, non risultasse mai che tale fosse la sua intenzione, dovendo anzi ammirare il felice e benefico svolgimento della sua opera”.

                Ma questa prosperità doveva attribuirsi all'unità di comando che D. Bosco voleva rispettata, mentre i sussurroni avrebbero voluto scinderla. Purtroppo che, generalmente [311] parlando, gli uomini non stimano che quello che essi stessi credono di poter fare, e non vedono di buon occhio che vi sia chi vada innanzi assai a tutti gli altri in questo o quel genere di cose, in specie se quegli è loro eguale. Si crederebbero umiliati se l'ammirassero. L'invidia, camuffata da zelo, è definita dal Tommaseo: “Ammirazione repressa da odio e da tristezza”.

                E’ perciò che poco benignamente si interpretavano gli ordini, benchè riguardosi, che dava D. Bosco, e le mormorazioni continuate e maligne si diffondevano, benchè in centri ristretti, da un Oratorio all'altro. La passione accecava gli animi. Si manifestavano sintomi di insofferenza nell'obbedire. D. Bosco soffriva e taceva per non spingere le cose agli estremi; ma anche il silenzio gli era imputato a colpa. Tuttavia era pronto ad agire venuto il momento, poichè incominciava a spuntar la zizzania.

                A D. Bonetti scrisse Giuseppe Brosio:

                “Una domenica dopo le funzioni del pomeriggio non vedendo D. Bosco nel cortile e non sapendo il motivo della sua insolita assenza, andai a cercarlo in tutti gli angoli della casa. Finalmente l'ho trovato in una camera, contristato e quasi piangente. Vedendolo così abbattuto, lo pregai insistendo che mi dicesse il motivo di quella melanconia. Don Bosco, che nulla mi aveva mai negato, cedendo alle mie replicate istanze, mi narrò che un giovane (e mi disse il nome) lo aveva oltraggiato in modo da recargli grave dispiacere. - Ma riguardo a me, soggiunse, non me ne importa; ciò che mi duole è il trovarsi quel malcauto sulla via della perdizione.

                Queste parole mi ferirono gravemente il cuore e mi avviai subito per chiedere ragione, e aspramente, a quel giovane, e fargli ingollare le sue insolenze. Ma D. Bosco, che [312] si avvide della mia alterazione, mi fermò e fattosi tutto ridente mi disse: - Tu vuoi punire l'offensore di D. Bosco ed hai ragione; ma la vendetta la faremo insieme; sei contento?

                - Sì, gli risposi; ma lo sdegno in quell'istante non mi lasciò travedere che D. Bosco intendeva vendicarsi col perdono. Infatti mi invitò a fare con lui, una preghiera per l'insultatore, e credo che egli abbia eziandio pregato per me, perchè ho provato un subitaneo cambiamento nelle mie idee, e lo sdegno contro quel compagno si mutò in amore tale che se mi fosse stato vicino lo avrei perfino baciato.

                Terminata la preghiera, narrai a D. Bosco l'interno mio mutamento ed egli mi disse: - Essendo la vendetta del vero cattolico il perdono e la preghiera per la persona che ci offende, così, avendo tu pregato per questo compagno, hai fatto ciò che piace al Signore, e perciò ora ti trovi contento. Se tu farai sempre così, passerai una vita felice”.

                Tale era l'animo di D. Bosco nelle contrarietà; e il fatto suaccennato rendeva palese che già qualcuno eziandio in Valdocco parteggiava pei dissidenti. Siccome andava accentuandosi il pericolo di scisma, si formò allora quasi un comitato di sacerdoti, per cercare il modo di stornarlo. Vi era il Teol. Roberto Murialdo, il Teol. Tasca, Prof. Barone, Berizzi, D. Cocchis, e il Can. Saccarelli fondatore della Sacra Famiglia. D. Ponte, invitato ad esporre le sue lagnanze, stette fermo nelle sue pretensioni e non volle prendere parte a quella radunanza. D. Bosco era pronto a far qualunque concessione, ma non ad abdicare a quella supremazia che gli spettava di diritto.

                Vi fu intanto un momento di tregua. Siccome la Marchesa di Barolo cercava un cappellano che fosse addetto alla sua casa, D. Bosco raccomandò a D. Cafasso la scelta di D. Ponte il quale desiderava tale ufficio; e la Marchesa acconsentì [313] alla proposta del Rettore del Convitto. La nobile signora, verso la metà di ottobre, partiva per Roma con Silvio Pellico e D. Ponte, il quale con una lettera al Teol. Borel manifestava le sue risoluzioni e lamentavasi di gravami che diceva di non poter soffrire. D. Bosco raccomandava allora al Teol. Rossi l'Oratorio di S. Luigi.

                Il Teol. Borel erasi affrettato a rispondere a D. Ponte in modo da non offendere la di lui suscettibilità, e da questa lettera si ha qualche spiegazione dei sorti dissidii.

 

                               Carissimo e Molto Rev. Sig. D. Ponte,

 

                Premendoci sempre assai il bene degli Oratorii, siccome ravvisiamo l'unione tra i membri, di qualunque grado essi siano, essere il miglior consiglio, perchè così avremo Dio con noi, perciò siamo tutti d'accordo, con l'aiuto Divino, di promuovere questa unione tanto desiderata, sia con stringerei maggiormente tra noi in questo spirito, sia con levare di mezzo tutto ciò che vi si opponga. Fra le altre cose non dubitiamo che sia di notevole pregiudizio all'unione, il ritenersi e riservarsi la proprietà e l'uso delle cose che si sono provvedute a benefizio di un Oratorio, escludendo gli altri Oratorii dal giovarsene; come pure nello stesso Oratorio un membro potersi servire degli oggetti ivi esistenti per uso dell'Oratorio, esclusi gli altri membri in assenza di quello. Siamo pure tutti d'accordo nel pensiero e nel volere, che ogni Oratorio nella persona del suo Direttore tenga come fatte a tutti tre le offerte ricevute da quello, stando a noi in tale caso di rendere informate le persone benefattrici dello spirito che ci regge e delle Fondazioni dell'Oratorio. A questa determinazione ci ha condotto il contenuto della lettera di V. R. e il fatto analogo susseguente. Quindi siccome può accadere, nella [314] nostra ristrettezza di arredi, che in qualche solennità manchi alcun oggetto in un Oratorio, è bene che gli altri concorrano, come siamo soliti concorrere con le persone e con l'opera; e se avvenga che alcuno di noi giudichi di imprestare qualche cosa sua o tolga da altri allo stesso scopo checchessia, oltre di essergli molto riconoscente, è nostra intenzione che gli sia restituito e portato a casa sua quanto prima, come si è sempre praticato: del che abbiamo un esempio sul presepio, che graziosamente ci fu imprestato più volte per l'Oratorio dì S. Luigi.

                  poi dobbiamo temere per ciò che sia per cessare la Divina assistenza agli Oratorii. Anzi è da sperare maggiore benedizione. Ognuno dei membri fa più generale la sua carità, allarga per sè  la via a fare maggior bene alla gioventù, sarei per dire che sì fa più addentro nella comunione dei santi, sottrae tutto ciò che sa di proprio, o di volontà propria, per entrare nello spirito puro di carità non inceppato da particolari riguardi. Nè  minore è lo interessamento di ciascun socio, perchè niente è sottratto al bene particolare dell'Oratorio cui esso è applicato, anzi ha il vantaggio che se altri gode della comunione sua, esso pure gode della comunione degli altri. Questo sia detto ora e per sempre. Oh, sia benedetto il Signore, quando siamo tutti fermi nello stesso spirito, e così uniti alleviamo la nostra gioventù in tutti i lati della città.

                Mi gode il cuore di poterle annunziare che gli Oratorii sono sufficientemente assistiti, e la gioventù continua colla stessa affluenza, docilità e religione. Per la mancanza del carissimo D. Grassino, il Signore ha messo in cuore al Teol. Murialdo di assumere il suo uffizio in Vanchiglia e già è in possesso. Il carissimo Teol. Rossi è diligente all'Oratorio di S. Luigi, e sino ai Santi farà il discorso della sera mentre io continuo al mattino. A S. Francesco di Sales D. Bosco provvede; altrimenti supplisce egli. [315]

                La chiesa nuova è arrivata all'ultima pontata e prima dell'inverno si coprirà colle tegole.

                Ho ricevuto notizie dell'arrivo a Firenze che fu felice per la signora Marchesa e per V. R. Solo mi rincresce che il Sig. Pellico ne abbia sofferto. Ieri 22 le sorelle Maddalene hanno rinnovato le preghiere per la nuova partenza della loro fondatrice e benefattrice per Roma. Io non lascio ogni giorno di fare i miei voti al Signore per la prosperità, lunga vita e consolazione della medesima. Non ho notizie di riguardo da dare per rapporto al Monastero o al Rifugio. Mi pare che ogni cosa proceda assai bene, e possa fare sicura la signora Marchesa e contribuire alla sua quiete con questa parola.

                I Sacerdoti stanno tutti bene come pure lo scrivente che a quest'ora trovasi a casa e si fa un dovere di restare quanto più gli è possibile, tanto per il bene delle famiglie, come per compiacere chi tanto le ama e benefica.

                Ancora di una cosa voglio pregare V. R., e questa è di farmi sapere quanto prima il suo sentimento intorno a quello che le scrissi sovra degli Oratorii e dello spirito nostro in governarli; e quali ordini sia per dare intorno alle cose che non sono di spettanza degli Oratorii.

                In attesa di tanto favore, rinnovandole i miei sentimenti di perfetta stima e sincerissima carità, passo all'onore di dichiararmi

                Della R. V. Carissima

                Torino, 23 ottobre 1851.

Dev.mo aff.mo amico e servitore

Sac. GIOV. BOREL

Direttore del Refugio.

 

                Al sig. Sacerdote D. Pietro Ponte - Roma. [316]

                Ecco la risposta ricevuta dal Teol. Borel:

 

Al Teol. Borel Giovanni Direttore del Refugio.

 

                               Carissimo e Molto Rev. Sig. Teologo,

 

                Ricevei con gran piacere la lettera che la R. V. degnossi di scrivermi; leggendola il mio cuore si è rallegrato. Aveva gran bisogno di ricevere notizie degli Oratorii: la mancanza di queste mi cagionava delle inquietudini; la Dio mercè  ora sono calmate.

                Veniamo all'oggetto principale della lettera. L'unione che la R. V. tanto desidera fra i direttori degli Oratorii, è quello che forma l'oggetto principale dei miei voti, e di cuore anelo a quel momento in cui dissipate le divergenze, tutti concordi potremo sicuramente sperare più abbondante aiuto dal Signore e maggior merito alle nostre fatiche. Io credo che l'origine della disunione, che finora deplorasi fra di noi, provenga dal non aver un capo ove dirigersi e dal troppo mutismo che vi regna; e non sono io il solo a deplorare questa cosa. Procuri la R. V. di rimediare a questi inconvenienti e sarà tolto il fornite alla disunione.

                E’ stato in tutta coscienza e con maturo esame che fu da me presa quella deliberazione che le ho già manifestato e non posso assolutamente mutarla; e se per caso gli oggetti da me lasciati nell'Oratorio di Porta Nuova fossero d'incomodo, appena giunto a Torino li farò levare. Però se fossero adesso di disturbo darò gli ordini opportuni, perchè anche in mia assenza siano tolti. Per l'avvenire (se il Signore vuole che io impieghi ancora le deboli mie forze a pro degli Oratorii), di buon grado mi adatterò alla determinazione presa di far causa comune; cioè che nella persona del rispettivo Direttore tengansi come fatte a tutti gli Oratorii le offerte [317] fatte ad uno e se si presenterà il caso, terrò informate le persone benefattrici dello spirito che ci regge e delle condizioni degli Oratorii.

                Godo assai che mercè  le cure della R. V. e del carissimo Teol. Rossi l'Oratorio di Porta Nuova proceda sempre bene. Dal canto mio sebben lontano di corpo, col cuore son sempre fra di loro e nelle deboli mie preghiere non fo che raccomandare quest'opera a Dio; e fra poco dovendomi recare, come spero, all'udienza del Vicario di G. Cristo chiederò pei Direttori e pei ragazzi la santa benedizione.

                Il nostro viaggio finora è stato buono. La signora Marchesa gode buona salute e fu molto contenta delle buone notizie de' suoi stabilimenti. Il Sig. Pellico dopo pochi giorni di malattia ora sta bene. La S. V. preghi per me e faccia anche pregare i ragazzi. Saluti tutti i preti degli Oratorii e nella consolante speranza di avere dalla bontà della S. V. fra poco altre notizie del buon andamento degli Oratorii, mi dichiaro col più profondo rispetto e colla più sentita effusione del cuore

                Della Sig. V. Car.ma

                Roma, 4 novembre 1851.

 

                Devot.mo servitore e l'ognor più aff.to amico

D. PONTE PIETRO.

 

                Frattanto una viva soddisfazione aveva provata Don Bosco per le lettere encicliche del 21 novembre, colle quali il Papa aveva concesso un giubileo: e con questo si preparò ad una gioia ancor più grande.

                Il giorno 8 dicembre di quest'anno medesimo 1851 compievasi il primo decennio dell'incominciamento dell'Oratorio, e la domenica innanzi D. Bosco lo ricordò ai giovani con [318] affettuosissime parole. Egli avrebbe voluto celebrare quel decimo anniversario della sua Istituzione con particolare solennità; ma non avendo ancora in pronto la nuova chiesa, si limitò ad infervorare i suoi allievi a ringraziare con lui la Vergine Immacolata della materna benevolenza, con cui li aveva sino allora circondati e protetti, e raccontare per sommi capi le grazie più belle ricevute in quello spazio di tempo; raccomandò che in prova della loro figliale gratitudine si accostassero in quel giorno ai santi Sacramenti ad onor di Maria.

                Tutti accondiscesero; e sotto il manto della celeste Regina si dava principio al secondo decennio. Il primo si può chiamare periodo di nascimento e d'infanzia, il secondo d'incremento e di giovinezza.

                Ma il primo periodo finiva con un fatto che si può dire fatidico. Così stampava il Prof. Rayneri nel 1898 in un suo omaggio a D. Bosco: “Nel pomeriggio di una domenica del 1851 si era fatta una lotteria; i vincitori erano molti, e per ciò molti i contenti. Per ultimo D. Bosco dal balcone gettò caramelle a destra ed a sinistra, ed erano pur molti che avevano la bocca addolcita. Era facile che raddoppiassimo gli evviva. D. Bosco disceso dal balcone fu preso ed alzato come in trionfo qual segno della massima gioia, quando un giovane studente e chiericando disse: O Don. Bosco, se potesse vedere tutte le parti del mondo ed in ciascuna di esse tanti Oratorii! - D. Bosco (parmi vederlo) volse intorno lo sguardo maestoso, soave, e rispose: - Chi sa non debba venire il giorno in cui i figli dell'Oratorio non siano sparsi per tutto il mondo! - Egli fu profeta”.

 

 


CAPO XXVIII. Deficienza di mezzi per l'erezione della chiesa - Circolare del Vescovo di Biella - Generose sovvenzioni del Re - La prima grande lotteria.

 

                NE' MESI trascorsi di quest'anno D. Bosco non aveva cessato un istante nel darsi attorno per l'erezione della sua chiesa . In agosto, già il sacro edifizio sporgeva alcuni metri da terra, quando egli si accorse che erano pressochè esauste le sue finanze. Coll'aiuto di alcune benemerite persone egli aveva raccolto 35 mila lire; ma queste erano scomparse come ghiaccio al sole. Fu d'uopo allora di ricorrere alla beneficenza pubblica. Il Vescovo di Biella, Mons. Pietro Losanna, riflettendo che il novello edifizio e l'istituzione degli Oratorii tornava a particolare vantaggio dei garzoni muratori di sua Diocesi, per la maggior parte dell'anno residenti in Torino, invitò i suoi Parroci a concorrervi col loro obolo. A questo fine egli diramò la circolare seguente:

 

                               Rev. Signore,

 

                L'egregio e pio Sacerdote D. Bosco, animato da una veramente evangelica carità, prese a raccogliere nei dì festivi in Torino quanti giovani incontrava, abbandonati e [320] dispersi per le piazze e per le contrade nel lungo e popoloso tratto tra Borgo Dora e il Martinetto, e a ricoverarli in un sito appropriato, sia per un onesto loro trattenimento, che per la loro istruzione ed educazione cristiana. Tale fu la di lui santa industria, che la Cappella locale divenne si ristretta all'uopo, che attualmente non sarebbe sufficiente a contenere più di un terzo fra li seicento e più che già vi accorrono. Spinto dall'amor di tanto bene, si accinse all'ardua opera di costrurre una Chiesa corrispondente ai bisogni del pietoso suo disegno, e si rivolse perciò alla carità dei Cattolici fedeli, onde poter sopperire alle troppo gravi spese, che vi vogliono per compirla. Con particolare fiducia poi egli ricorre a questa Provincia e Diocesi per mio mezzo, in quanto che di seicento e più che già si riuniscono a lui d'intorno, e frequentano il suo Oratorio, più di un terzo (oltre a 200) sono giovani Biellesi, di cui anche parecchi vengono da lui ricoverati in casa sua, e gratuitamente provveduti di quanto loro occorre pel vitto e pel vestito, onde possano apprendere una professione. Oltre al titolo quindi di carità, tal soccorso lo reclama da noi anche il titolo di giustizia, per cui io prego la S. V. Rev. di voler prevenire li buoni suoi Parrocchiani su di sì interessante oggetto, di ricorrere, ai più facoltosi, e destinare un dì festivo per una elemosina da farsi in Chiesa a tal fine, la quale verrà tosto trasmessa alla Curia in modo sicuro, e colla sovrascritta etichetta sì della somma entro-chiusa, che del luogo di sua provenienza.

                Mentre li figli delle tenebre tentano di aprir un tempio per insegnarvi l'errore a perdizione dei loro fratelli[16], [321] verrano eglino meno li fortunati figli della luce per aprire una Chiesa, onde insegnarvi la verità a salvamento loro, e dei loro fratelli, e massime compatriotti?

                Nella viva speranza pertanto di poter quanto prima colle offerte, che ci perverranno, porgere un confortevole aiuto all'impresa dell'encomiato uomo di Dio, ed insieme un pubblico attestato della pietà illuminata e riconoscente dei miei Diocesani verso un'opera sì santa, sì utile, anzi sì necessaria ai tempi che corrono, colgo questa opportunità per ripetermi colla maggiore stima ed affetto

                Della S. V. M. Rev.

                Biella, li 13 settembre 1851.

Dev. Obbl. Servo

GIO. PIETRO Vescovo.

 

                Questo appello fruttò la somma di mille franchi. Non era gran cosa, ma il Sovrano compieva la promessa del 5 luglio.

 

Economato Generale Regio Apostolico.

 

                               Al R. Sac. Giovanni Bosco,

 

                Con dispaccio della Regia Segreteria di Stato per gli Affari Ecclesiastici di grazia e di giustizia del 30 ora scorso settembre si notificò all'Azienda Generale dell'Economato R. Apostolico essersi S. M. degnata d'accordare a V. S. M. R. la somma di lire 10.000 sovra di questa cassa da pagarsele a rate, cioè lire 3000 fin d'ora e la rimanente somma negli anni successivi e a quelle epoche in cui questa cassa si troverà in grado di fare fronte ai relativi pagamenti, da erogarsi questo sussidio particolarmente nell'edificazione di una Chiesa per lo stabilimento filantropico da [322] Lei istituito perla povera gioventù artistica nella regione Valdocco, come altresì nelle ricorrenti spese per l'educazione religiosa di quei giovani; non che per il mantenimento degli individui che trovandosi più abbandonati, è caso di colà ricoverare.

                Ne do avviso a V. S. affinchè si presenti personalmente, ovvero incarichi qualche conosciuta persona, che munirà del di Lei bianco segno debitamente legalizzato, per esigere l'ammontare del relativo Mandato.

                Torino, il 2 ottobre 185,1.

L'Economo Generale Regio Apostolico

Ab. MORENO.

 

                Un'altra opportunissima sovvenzione concedeva Vittorio Emanuele a D. Bosco pochi giorni dopo.

 

Sovraintendenza generale della lista civile.

 

Torino, il 10 ottobre 1851.

 

                               Al Sig. Teologo Bosco,

 

                Pregiomi partecipare alla S. V. Ill.ma essersi S. M. degnata in udienza delli 5 corrente prendere in considerazione le circostanze accennatemi nella pregiatissima di Lei lettera e che io ebbi l'onore di sottometterle, accordando per l'erezione di una Chiesa annessa a cotesto stabilimento un sussidio di lire 1000.

                Mi reco a premura di rendere avvisata la S. V. Ill.ma di questo nuovo tratto di Sovrana Munificenza ad opportuno di Lei governo, onde Le piaccia di farmi conoscere l'epoca in cui Ella desidera sia fatto il relativo pagamento, e [323] pregandola a volermi indicare la persona in capo della quale a tempo debito potrà essere spedito l'occorrente mandato, ho il pregio di raffermarmi con ben distinta considerazione

                Di V. S. Ill.ma

Devot.mo Obb.mo Servitore

S. M. PAMPARA.

 

                Ma D. Bosco, mentre ringraziava il Re delle sue offerte, cercava di risparmiare quanto più poteva le spese, e dovendo ancor pagare al Municipio i diritti stabiliti per la spedizione del permesso di fabbricare, con lettera del 22 ottobre chiedeva di esserne dispensato. Il Sindaco così rispondevagli

 

Torino, addì 23 ottobre 1851.

 

                Non potendo nelle massime assentate acconsentire il condono dei diritti stabiliti per la spedizione del permesso, che la S. V. M. Illustre e M. R. avrebbe dovuto ritirare prima di far intraprendere la costruzione della Chiesa, che ne era l'oggetto, ho provveduto per la gratuita spedizione, facendone integrare la cassa con fondi destinati alla beneficenza, avuto riguardo alla pia destinazione cui è rivolto quel provvedimento.

                Compiegole quindi la stessa carta di permesso, che debbe rimanere presso chi sovrintende alla costruzione, onde evitarsi la contravvenzione che potrebbe essere accertata ove non fosse tale documento esibito alla richiesta degli agenti comunali a ciò autorizzati.

                E colla speranza che le religiose di Lei sollecitudini possano trovare sollecito compimento mi pregio di raffermare con riverentissima e pari considerazione...

Il Sindaco G. BELLONE. [324]

 

                Ma il danaro non era mai bastante, quantunque con atto del 20 novembre 1851 rogato Turvano vendesse a Giovanni Emanuel ettari 0,01,99 del terreno proveniente dal Seminario per lire 1573. Tutte queste somme non furono tuttavia che poche gocce d'acqua sopra un terreno arsiccio. Onde fu mestieri ricorrere ad altro mezzo. Fu allora che Don Bosco mise mano alla sua prima ideata grande lotteria di oggetti, ossia di piccoli e numerosi doni che si riprometteva dalla generosità dei Cattolici. L'attuazione di questo disegno era oltremodo faticosa, ma egli indirettamente aveane già preparata la riuscita.

                D. Bosco era instancabile nel chiedere soccorsi alle autorità governative, umile nei modi, ma colla franchezza di chi lavorava efficacemente pel pubblico bene. Quindi batteva a tutte le porte, entrava in ogni ufficio, si presentava ad ogni ministero, ricorreva alla Provincia ed al Comune, si rivolgeva ai membri della famiglia reale. Ogni ramo dell'Amministrazione dello Stato aveva ricevute le molteplici sue petizioni. Spesse volte ne scriveva fino a dieci per settimana, ed in generale veniva esaudito. Molte largizioni erano per un mandato di sole lire 10, 15, 20 e con questi presentavasi alle tesorerie per riscuotere, ed era sempre accolto con ogni urbanità.

                Per ottenere però il suo intento doveva sobbarcarsi a non pochi lavori, e umiliazioni e noie. Ci volevano conoscenze, amicizie, persone che lo raccomandassero, quindi visite e lettere continuamente. Tutte le volte che si cambiava un ministro, un sindaco, un prefetto, un capo ufficio, doveva trovar modo di avvicinarlo per renderselo favorevole. E quindi mettere in moto conoscenti, protettori, e sempre lettere e sempre visite. Non gli importava tanto che grande o piccolo fosse il sussidio ricevuto, quanto che il sussidio [325] dato equivalesse ad una approvazione dell'autorità per l'opera sua. Prevedeva il caso di ostilità, e voleva poter rispondere: - Siete voi che mi avete finora aiutato, e non dovete distruggere ciò che un giorno stimavate secondo le leggi e degno della vostra protezione.

                Infatti egli riusciva nel suo intento, e ne fu una prova la lotteria.

                Egli incominciò a far ricerca di quei benemeriti che volessero coadiuvarlo in questa impresa di carità. Quarantasei di condizione diversa, artigiani, signori e sacerdoti, tra i quali primo il Teol. Cav. Anglesio, Direttore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, accettarono di essere Promotori; ottantasei signore della borghesia e del patriziato, e fra queste non ultima la Marchesa Maria Fassati, nata De-Maistre, dama di S. M. la Regina Maria Adelaide, accondiscesero con piacere ad essere promotrici. Nello stesso tempo D. Bosco formava e stabiliva la Commissione che doveva presiedere. Membri di questa furono:

 

                Arnaud di S. Salvatore conte Cesare.

                Baricco T. Pietro, vice sind., segretario.

                Bellingeri Avv. Gaetano.

                Blanchier Cav. Federico, ingegnere.

                Bocca Federico, impresario.

                Borel T. Giovanni, rettore dei Rifugio.

                Bosco D. Giovanni, direttore dell'Oratorio.

                Bossi Amedeo, negoziante.

                Cappello cav. Gabriele, detto Moncalvo, consigliere comunale.

                Cotta cav. Giuseppe, senatore del Regno, consigliere comunale, tesoriere.

                Cottin Giacinto, intend., cons. com. [326]

                D'Agliano di Caravonica Cav. Lorenzo.

                Duprè  Cav. Giuseppe, cons. com.

                Gagliardi Giuseppe, chincagliere.

                Murialdo T. Roberto, capp. di corte.

                Ortalda T. Gius., Can., direttore della pia opera della Prop. della Fede.

                Ritner Vittorio, orefice estimatore.

                Rocca Avv. Luigi, cons. com.

                Ropolo Pietro, fabbr. serr., cons. com.

                Scanagatti Michele.

 

                Esaurite tutte le pratiche necessarie per questa organizzazione, presentava memoriali per ottenere l'approvazione governativa.

Torino, dicembre 1851.

 

                               Ill.mo sig. Intendente,

 

                I sottoscritti desiderosi di procurare una lunga durata all'Oratorio di S. Francesco di Sales, di cui è cenno nella circolare annessa alla presente, scorgendo divenire ogni giorno più angusto il locale, che era stato destinato a uso di cappella, pel numero sempre crescente dei giovani che vi convengono per compiere i doveri religiosi nei dì festivi e per ricevere una buona educazione intellettuale e morale, divisarono di innalzare una chiesa più decorosa e più ampia. Messisi coraggiosamente all'opera per mezzo di private oblazioni poterono recarla fino al compimento del tetto. Ma richiedendo ancora le opere da farsi una ragguardevole somma e non volendo lasciare incompiuta l'impresa, vennero in pensiero di fare un appello alla pubblica beneficenza, onde raccogliere dalle persone caritatevoli il numero di oggetti, che si potrà maggiore, per farne quindi una pubblica lotteria. [327]

                In obbedienza della legge 24 febbraio 1820, modificata dalle regie patenti 10 gennaio 1833 e dalle istruzioni pubblicate dalla Azienda Generale delle R. Finanze in data del 24 agosto 1834, ricorrono i sottoscritti alla S. V. Ill.ma invocando la di Lei approvazione alla progettata lotteria.

                Con tal fine hanno l'onore di rassegnarle, a tenore delle citate istruzioni, un progetto di Circolare in cui viene brevemente tracciata la storia e lo scopo del Pio Istituto ed è indicato il mezzo a cui intendono appigliarsi per la raccolta dei doni: ci uniscono pure il piano della lotteria.

                Ogni vantaggio, che si potrà trarre dalla lotteria divisata, sarà consecrato all'ultimazione della nuova cappella; i fondi poi che verranno riscossi, resteranno presso il Senatore Cotta, sottoscritto pure alla presente, il quale compierà le funzioni di tesoriere.

                Pronti a dare ogni maggior spiegazione in proposito, i sottoscritti dichiarano di riferirsi per ogni cosa al disposto delle precitate Istruzioni dell'Azienda delle Finanze.

                Persuasi che la S. V. vorrà concedere la implorata approvazione pel bene di un'opera quanto modesta, altrettanto vantaggiosa alla povera gioventù popolana, Le anticipiamo i più vivi ringraziamenti.

Seguono le firme.

 

                Il piano presentato per la lotteria era il seguente

 

                1. Sarà ricevuto con riconoscenza qualunque oggetto d'arte, d'industria, cioè lavori di ricamo e di maglia, quadri, libri, drappi, tele e simili.

                2. Nell'atto di consegna dell'oggetto verrà rilasciata una carta di ricevuta, ove sarà descritta la qualità del dono [328] ed il nome del donatore, a meno che questi ami conservare l'anonimo.

                3. I biglietti della lotteria saranno emessi in numero e, proporzionato al valore degli oggetti, e nei limiti segnati dalla legge, cioè col benefizio del quarto.

                4. I biglietti saranno spiccati da un foglio a madre, e saranno muniti della firma di due membri della Commissione. Il loro valore è di centesimi 50.

                5. Si farà pubblica esposizione di tutti gli oggetti nel prossimo mese di marzo, e durerà per lo spazio di un mese almeno. Sarà dato avviso nella Gazzetta Officiale del Regno del tempo e del luogo in cui si farà questa esposizione. Verrà pure indicato il giorno, che sarà fissato per la pubblica estrazione dei numeri vincenti.

                6. I numeri saranno estratti uno per volta. Occorrendo che per isbaglio se ne estraessero due, non si leggeranno, ma saranno rimessi nell'urna.

                7. Si estrarranno tanti numeri quanti sono i premi da vincersi. Il primo numero estratto vincerà l'oggetto corrispondente segnato col numero 1; così il secondo, e successivamente finchè siansi estratti tanti numeri quanti sono i premi.

                8. Nel Giornale Officiale del Regno saranno pubblicati i numeri vincitori, e tre giorni dopo si comincerà la distribuzione de' premi.

                9. I premi non ritirati dopo tre mesi si terranno per ceduti a benefizio dell'Oratorio.

 

                Il Sig. Intendente Generale di Torino con suo decreto del 9 dicembre 1851 concedeva la desiderata licenza, e dal Municipio era trasmessa a D. Bosco. [329]

 

                Al signor D. Bosco, Direttore dell'Oratorio festivo di San Francesco di Sales, fuori di Porta Susa, Regione Valdocco.

 

CITTA' DI TORINO.

Torino, addì 17 dicembre 1851.

 

                Trasmetto copia alla S. V. M. Reverenda del Decreto Intendenziale col quale si autorizza la lotteria di oggetti da Lei implorata a vantaggio dell'Oratorio festivo di S. Francesco di Sales.

                Siccome poi stabilisce il decreto che la Direzione di questa lotteria debba sempre andare d'accordo col signor Sindaco di Torino, il quale è incaricato di sorvegliare l'adempimento delle relative disposizioni, io prego la S. V. a compiacersi di spedire a questo Municipio copia di tutte le carte da Lei presentate all'Intendenza Generale, e d'ogni altro documento relativo alla pratica, affinchè possa aver luogo la imposta sorveglianza, e tutto proceda colla dovuta regolarità.

                Colgo l'occasione per raffermarmi con dovuta stima

 

Il vice-sindaco

BARICCO.

 

                D. Bosco affrettossi a pubblicare colla data del 20 dicembre 1851 l'appello della Commissione alla pietà dei concittadini, approvato dall'Intendenza Generale.

 

                               Illustrissimo Signore,

 

                Una modesta opera di beneficenza fu intrapresa, or fa dieci anni, nel distretto di questa città sotto il titolo di Oratorio di S. Francesco di Sales, diretta unicamente al bene intellettuale e morale di quella parte di gioventù che [330] per incuria de' genitori, per consuetudine di amici perversi, o per mancanza di mezzi di fortuna trovasi esposta a continuo pericolo di corruzione. Alcune persone, amanti della buona educazione del popolo, videro con dolore farsi ogni giorno maggiore il numero dei giovani oziosi e malconsigliati che, vivendo di accatto o di frode sul trivio e sulla piazza, sono di peso alla società e spesso strumento d'ogni misfare. Videro pure con sentimento di profonda tristezza molti di coloro che si sono dedicati per tempo all'esercizio, delle arti e delle industrie cittadine, andar nei giorni festivi consumando nel giuoco e nelle intemperanze la sottile mercede guadagnata nel corso della settimana, e desiose di portare rimedio ad un male da cui sono a temersi funestissime conseguenze, divisarono di aprire una casa di domenicale adunanza, in cui potessero gli uni e gli altri aver tutto l'agio, di soddisfare a' religiosi doveri, e ricevere ad un tempo una istruzione, un indirizzo, un consiglio per governare cristianamente e onestamente la vita. Fu perciò instituito un Oratorio dedicato a San Francesco di Sales coi mezzi che somministrò la carità di quei generosi, che sogliono largheggiare in tutto ciò che al pubblico bene riguarda; si apprestò quant'era d'uopo per celebrare le funzioni religiose, e per dare ai giovani una educazione morale e civile; varii giocherelli atti a sviluppare le forze fisiche e a ricreare onestamente lo spirito furono pure adottati, e così si studiò di rendere utile ed insieme gradita la loro dimora in quel luogo.

                E’ difficile a dire con quale favore sia stato accolto l'invito che si fece a' giovanetti senza veruna pubblicità, e in quella guisa soltanto che si vuole tra i famigliari, di convenire ogni dì festivo nell'Oratorio; il che diè  animo ad ingrandire il recinto e ad introdurvi in progresso di tempo [331] quei miglioramenti, che una carità ingegnosa e prudente potè  suggerire; quindi si incominciò ad insegnare prima nelle domeniche, e poi ogni sera nell'invernale stagione la lettura, la scrittura, gli elementi dell'aritmetica e della lingua italiana, ed uno studio particolare si pose per rendere a quei giovanetti volonterosi famigliare l'uso delle misure legali, di cui, essendo la più parte addetti a' mestieri, sentivano il maggior bisogno.

                Instillare nei loro cuori l'affetto ai parenti, la fraterna benevolenza, il rispetto alle autorità, la riconoscenza ai benefattori, l'amor della fatica, e più di ogni altra cosa istruire le loro menti nelle dottrine cattoliche e morali, ritrarli dalla mala via, loro infondere il santo timor di Dio, e avvezzarli per tempo all'osservanza dei religiosi precetti, sono queste le cose a cui per due lustri da zelanti sacerdoti e laici si dà opera assidua e si consacrano le cure maggiori. Così, mentre vi ha chi lodevolmente si adopera per diffondere gli scientifici lumi, per far progredire le arti, per prosperare le industrie e per educare i giovani agiati nei collegi e ne' licei, nel modesto Oratorio di San Francesco di Sales si compartisce largamente l'istruzione religiosa e civile a coloro, che, quantunque siano stati meno favoriti dalla fortuna, hanno pure la forza ed il desiderio di essere utili a se medesimi, alle loro famiglie ed al paese.

                Riconoscendo però in brev'ora angusto, pel numero sempre crescente dei giovani, il locale che era stato destinato ad uso di cappella, e non volendo lasciare a mezzo un'impresa così bene avviata, i Promotori, pieni di confidenza nella generosità dei loro concittadini, deliberarono dimettere mano ad un edifizio più ampio e meglio acconcio all'uopo, e di assicurare in tal guisa la durata di un così utile istituto educativo. Fu troncato ogni ritardo, si superarono [332] le incertezze, e con coraggio si gettarono le fondamenta del nuovo Oratorio.

                Le oblazioni, i regali, gl'incoraggiamenti d'ogni fatta non vennero meno sinora, e tanto si progredì nel lavoro, che nel volgere di pochi mesi si potè  giugnere alla formazione del tetto.

                Ma per condurre a compimento l'edifizio i mezzi ordinarii più non bastano, ed è necessario che l'inesausta carità del pubblico venga in soccorso della privata beneficenza. Egli è a tal fine che i sottoscritti Promotori della pia opera si rivolgono alla S. V. Ill.ma invocando il di Lei concorso, e proponendole un mezzo che, essendo già stato adoperato con buon successo in altre benemerite istituzioni, non fallirà certamente all'Oratorio di S. Francesco di Sales. Consiste questo mezzo in una lotteria d'oggetti, che i sottoscritti vennero in pensiero d'intraprendere per sopperire alle spese di ultimazione della nuova cappella, ed a cui la S. V. vorrà, non vi ha dubbio, prestare il suo concorso, riflettendo all'eccellenza dell'opera cui è diretta.

                Qualunque oggetto piaccia alla S. V. offerire, o di seta, o di lana, o di metallo, o di legno, ossia lavoro di riputato artista, o di modesto operaio, o di laborioso artigiano, o di caritatevole gentildonna, tutto sarà accettato con gratitudine, perchè in fatto di beneficenza ogni piccolo aiuto è gran cosa, e perchè le offerte anche tenui di molti insieme riunite possono bastare a compir l'opera desiderata.

                I sottoscritti confidano nella bontà della S. V., sicuri che il pensiero di concorrere alla buona educazione della gioventù abbandonata non potrà a meno di non piegare il di Lei animo ad una qualche sovvenzione. Valga del resto a raccomandare presso di Lei il pio istituto, la singolare benevolenza con cui persone d'ogni ordine e d'ogni grado [333] ne hanno promosso lo stabilimento e favorita la estensione. Valga soprattutto il voto emesso dal primo Corpo legislativo dello Stato, che, dopo averlo preso in benigna considerazione, nominava una Commissione apposita per averne precisi ragguagli, e conosciutane l'utilità, raccomandavalo caldamente al Governo del Re. Valga eziandio il generoso sussidio decretatogli per due anni continui con voto unanime del Municipio torinese; la singolare larghezza con cui S. M. il Re e S. M. la Regina si degnarono di venirgli in aiuto, e la speciale benignità con cui venerandi Prelati e distintissimi personaggi si compiacquero di raccomandarlo alla pubblica carità.

                I sottoscritti rendono alla S. V. Ill.ma anticipati ringraziamenti per la cortese cooperazione, che vorrà prestare pel buon esito della progettata lotteria, e Le pregano dal Cielo ogni benedizione.

                Di V. S. Ill.ma

Obbl. Servitori

I PROMOTORI E LE PROMOTRICI.

 

                In calce a questo appello erano stampati i nomi dei Signori Promotori e delle Signore Promotrici, col poscritto: “Gli oggetti saranno ricevuti dai Signori Promotori e dalle Signore Promotrici e per maggior comodità potranno depositarsi presso ai Signori:

                Gagliardi Giuseppe, chincagliere, avanti la Chiesa della Basilica - Chioitti Carlo, negoz. in maiolica e porcellana in Dora Grossa avanti la Chiesa dei SS. Martiri - Pianca e Serra, negoz. contrada della Madonna degli Angeli casa Pomba n. 6. Giacinto Marietti, tip. libraio sotto i portici dell'Università”.

                Così D. Bosco colla spedizione in ogni parte di alcune migliaia dei suddetti inviti alla carità, santificava anche le Feste Natalizie.

 

 


CAPO XXIX. Il primo refettorio dei giovani - Sistema mutato nella distribuzione del cibo - Varie classi di giovani - Il primo regolamento interno: i dormitorii - Due lettere per accettazioni di giovani - Paterna tolleranza - Cagliero incomincia lo studio della musica - Tenerezza materna - Margherita e gli infermi.

 

                SUL PRINCIPIO del 1851 i ricoverati più non si disperdevano nel cortile o nella casa per mangiare la minestra a pranzo e a cena, ma incominciarono ad assidersi a qualche tavola disposta sotto una tettoia, ed essendo molti cresciuti in età, si era concessa a tutti in più una pagnotta a colazione. Ma nel 1852 ci fu un altro progresso. D. Bosco cessò la distribuzione dei 25 centesimi al giorno ad ogni giovane, perchè alcuni, non sapendo regolarsi, li spendevano in ghiottonerie, rimanendo poi senza pane. Aboliti i pentolini, li sostituì con capaci scodelle di stagno, e da quel punto il pane fu provvisto dalla dispensa della casa, aggiungendo regolarmente un po' di pietanza al pranzo del giovedì e della domenica. Tempo dopo, si distribuiva tutti i giorni pietanza o frutta a mezzogiorno e un bicchiere di vino nelle feste.

                D. Bosco s'industriava quanto poteva per dare a' suoi giovani il vitto necessario; e questo non fu mai che mancasse, [335] non tanto fino, ma sano ed abbondante. Minestra e pane erano sempre a piena disposizione di tutti, che ne mangiavano a sazietà. Si invigilava però che di questo non ne fosse portato fuori di refettorio, e per raggiungere tale intento si concesse una metà di pagnotta per la merenda. D. Bosco contrattava che il pane fosse di prima qualità e avendogli il Cav. Cotta suggerito di nutrire i suoi giovani con grissini, volle far la prova per una settimana. Ma scorgendo che quel nutrimento, benchè dei più fini, non li soddisfaceva, perchè essendo senza midolla bisognava mangiarlo con lentezza, subito smise. Nelle solennità e nelle feste della casa concedeva loro qualche cosa di più, che ordinariamente consisteva nel companatico a colazione, in un modesto antipasto e in una bicchierata a pranzo. Anche pel vestito non lasciava mancar nulla ai più poveri.

                La massima parte dei giovani avevano miglior trattamento nell'Oratorio di quello che potevano avere nelle loro proprie famiglie, ed erano a pensione gratuita. In generale D. Bosco dava la preferenza agli orfanelli più bisognosi ed abbandonati, esposti al pericolo di commettere dei delitti, o ad essere guasti dagli scandali che avevano in famiglia, o a rimaner arreticati da qualche cattivo compagno. Egli diceva tutto commosso e colle lagrime agli occhi: - Per questi giovani farò qualunque sacrifizio: anche il mio sangue darei volentieri per salvarli. - E raccomandava a' suoi coadiutori la stessa compassione.

                Esigeva però qualche tenue tangente da coloro che avevano ancora i genitori, o possedevano qualche sostanza, o avevano benefattori, solendo dire non esser giusto che fossero costoro mantenuti dalla pubblica beneficenza, la quale deve servire solo per coloro che si trovano nella vera necessità. Il loro mantenimento però era sempre più costoso di ciò che [336] qualunque di essi corrispondesse; al che D. Bosco suppliva coi soccorsi somministratigli dalla Provvidenza.

                Quello che loro dava era dunque superiore a ciò che potessero pretendere ed egli molte volte biasimava il sistema di certi Istituti moderni per cui i poveri giovani ricoverati ricevono un trattamento oltre la loro condizione ed in seguito, dovendo uscire dall'Istituto, non si adattano a certe privazioni con danno materiale ed anche morale.

                Vi erano anche altri giovanetti all'Oratorio in questi primi tempi, appartenenti a famiglie piuttosto agiate, le quali pregavano D. Bosco di accettare in educazione i loro figliuoli, disposte a concorrere con una retta anche vistosa; e questi avevano un trattamento speciale. D. Bosco l ammetteva alla mensa de' suoi chierici, perchè ricevessero buon esempio. Ma questa eccezione non fu di lunga durata, cioè finchè D. Bosco non aprì altri collegi all'uopo nel 1860 e 1863.

                Ma fra gli studenti e gli artigiani, chi pagava la pensione e chi non la pagava oppure la retribuiva esigua, fra chierici e ricoverati regnava la più viva amicizia e la più schietta eguaglianza. D. Bosco legava tutti i cuori. Buono come la più amante delle madri, giusto, senza parzialità per alcuno, affettuoso colle stesse persone destinate a servire, apprezzatore e rimuneratore dei meriti, sollecito cogli infermi, soccorritore dei bisognosi, pacificatore incantevole nelle piccole discordie dicendo: Chi ha maggior prudenza l'adoperi, soffriva quando i giovani si allontanavano anche per breve tempo e adoperava ogni industria per tenerli presso di sè  nelle vacanze, anche gratuitamente, perchè temeva che andando via colle ali, ritornassero colle corna.

                Ma la rara tranquillità, che i giovani generalmente sani e robusti per le sue attenzioni godevano, non era senza qualche [337] disagio. La minestra, per la grande quantità, non era sempre secondo tutti i gusti, i locali ristretti e poveri, gli alunni troppo più numerosi che la sua casa potesse capirli con agio, e varii altri incomodi che non dipendevano dalla volontà e diligenza di D. Bosco. Tuttavia l'amore che i giovani portavano all'Oratorio, anche quelli che pagavano pensione, è cosa incredibile. Ancor oggi narrano gli antichi allievi, e fra questi il Can. Ballesio: “La minestra e la pietanza non erano all'altezza dei tempi. Pensando come si mangiava e come si dormiva, adesso ci meravigliamo d'aver potuto allora passarcela senza talvolta patirne e senza lamentarci. Ma eravamo felici, vivevamo di affetto. Si respirava in una regione di splendide idee, che ci riempiva tutto di sè  e non pensavamo ad altro”.

                D. Bosco in quest'anno aveva eziandio incominciato a stabilire alcune regole disciplinari, poichè , nei primordii dell'Oratorio, non vi erano regolamenti scritti. Non essendovi là entro nè  scuole, nè  laboratorii, la classificazione dei giovani veniva fatta per camerate, e perciò in ogni dormitorio fu destinato un chierico o un giovane per assistente e venne affissa una tabella la quale conteneva articoli da osservarsi nella casa. Eccone il tenore.

 

                1. Ogni giovane dovrà essere sottomesso all'assistente od a chi ne fa le veci, il quale è obbligato a render conto di quanto si fa e di quanto si dice nel dormitorio.

                2. Non si può introdurre nel dormitorio alcuna persona anche parente senza licenza: nemmeno i giovani di un dormitorio possono andare in quello degli altri senza speciale permesso dei Superiori.

                3. Ciascuno procuri di dare buon esempio ai compagni, [338] particolarmente nella frequenza dei Sacramenti, accostandovisi almeno ogni quindici giorni.

                4. Ognuno abbia cura della nettezza tanto della persona quanto del dormitorio.

                5. La sera, dette le orazioni, si venga subito in camera e non si stia a girare pel cortile: si osserverà quindi rigoroso silenzio per non incomodare coloro che hanno bisogno di riposare,

                6. Al mattino al segno della levata, ciascuno si vestirà colla massima modestia, osservando esatto silenzio.

                7. È strettamente vietato di vendere o comperare qualsiasi oggetto o tener danaro presso di sè . Chiunque avesse danaro deve consegnarlo al Prefetto, che ne terrà conto e lo somministrerà nei casi di bisogno.

                8. È pure vietato di scrivere sui muri della casa, piantar chiodi o far rotture per qualsiasi pretesto.

                9. Si raccomanda la carità fraterna, perciò sopportare pazientemente i difetti dei compagni e non mai disprezzarli od offenderli.

                10. È rigorosamente proibito ogni atto sconvenevole ed ogni sorta di cattivi discorsi.

                11. Chi osserverà queste regole sia dal Signore benedetto, Ognuno si ricordi che colui il quale comincia a vivere da buon cristiano in gioventù, condurrà buona vita fino alla vecchiaia, e Dio lo conserverà fino a quell'età.

                N. B. Questo regolamento sarà letto a chiara voce la prima domenica di ciaschedun mese a tutti quelli del dormitorio.

 

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

                Questo regolamento col quale i giovani erano chiamati i figli della casa nell'originale primitivo, venne a poco a poco alquanto modificato e ridotto nella forma su esposta. [339] I giovani in que' tempi memorabili godevano moltissima libertà, essendo come in famiglia. Ma di mano in mano che sorgeva un bisogno o nasceva un disordine, D. Bosco gradatamente restringeva la libertà con qualche nuova regola opportuna. E i giovani, riconoscendo la necessità di quelle nuove disposizioni, vi si assoggettavano volontieri, ma ne rimproveravano coloro che colle mancanze ne erano stati la causa. Così ad una ad una, a varii intervalli, furono stabilite le norme disciplinari che ora formano il regolamento delle Case Salesiane.

                Ogni camerata o dormitorio aveva il suo Santo titolare e patrono, il cui nome era scritto sulla porta d'entrata ed ogni anno i giovani appartenenti a quella ne celebravano la Festa coll'accostarsi tutti ai Sacramenti, e, ottenuta licenza, coll'addobbare e ornar con lumi l'effigie del Santo, col cantare inni, recitare preghiere innanzi alla stessa. Sceglievano quell'ora del giorno o della sera che meno disturbasse l'orario generale, e invitavano i Superiori. Era presente un priore scelto da essi, ed un giovane od un chierico faceva il panegirico. Talora davasi da baciare la reliquia. Era questo un mezzo, che unito agli altri, accendeva sempre più il fervore della divozione. La camerata tenevasi come un santuario. In ogni dormitorio, e poi nelle sale di studio, D. Bosco prescrisse vi fosse la conchiglia coll'acqua benedetta, della quale facevasi uso. Eravi l'altarino colla statua della Madonna ed il crocifisso. Tutti i giorni del mese di maggio recitavasi prima di coricarsi una piccola preghiera innanzi all'immagine di Maria, ornata da molti lumi e di tappezzerie. Queste usanze furono ridotte per i troppi chiodi che si piantavano nel muro, ma durarono lungo tempo. Talora le feste del Titolare della camerata davan luogo in questa ad una bell'accademia, presente D. Bosco stesso. Abbiamo trovato e custodiamo alcuni [340] sonetti composti e recitati in varii anni successivi dai giovani studenti della camerata di Sant'Agostino in onore del grande Vescovo d'Ippona e dedicati a D. Bosco, a Dori Alasonatti Vittorio, e ad uno dei loro priori, Berruto Giovanni.

                In quanto all'ordine generale D. Bosco vide l'importanza che vi fosse nella casa un rappresentante permanente della sua autorità; e quando egli doveva allontanarsi da Torino, per qualche giorno, invitava, come aveva fatto nell'anno, trascorso, anche nel 1852 D. Grassino ad abitare in Valdocco:

                Il suo zelo e la sua prudenza gli suggerivano i detti provvedimenti, mentre la sua carità verso i giovani traspariva anche dalle lettere che scriveva a quelli che li raccomandavano. Il Rev. Don Francesco Puecher dell'Istituto della Carità, da Stresa per lettera auguravagli la benedizione dì Dio per la sua lotteria, lo salutava insieme col Teol. Gastaldi, e, a nome dell'Ab. Rosmini, disposto a pagare una retta mensile, gli raccomandava un giovanetto. D. Bosco rispondeva il 16 Febbraio 1852. “In seguito alla lettera di V. S. Ill.ma e car.ma ho tosto fatto venire il giovanetto C ......... Io fui intenerito al solo vederlo; ha un aspetto proprio di chi patisce fame di corpo e di anima; l'indole però mi parve ottima, sicchè gli dissi che venisse presso di me nella corrente settimana, onde tenerlo per alcuni giorni per prova, senza dirgli altro. Io giudico di mandarlo ancora qualche tempo a scuola per conoscere meglio se il Signore lo chiama allo studio o ad un mestiere.... Comunque sia io conto di tener qui questo giovane perchè ne scorgo troppo grave il bisogno”. E tempo dopo scriveva al Rev. D. Gilardi: “Il giovanetto C….. è assai distinto nella buona condotta e nella pietà: dimostra propensione per lo stato ecclesiastico, primeggia nel terzo corso di grammatica latina: fa sperar bene [341] di sè  per l'avvenire; ma tocca solo i quattordici anni; bisogna fare in modo che egli prosegua i suoi studii”.

                Altra lettera indirizzava al Conte Zaverio Provana di Collegno.

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Comprendo tutta l'importanza di occuparci del giovane,dalla bontà di V. S. Ill.ma raccomandato, e l'assicuro che ne prenderò tutto l'interessamento possibile.

                Soltanto che mi trovo in momento scabroso, perchè scarso di mezzi e affatto privo di locale, tuttavia diami cinque o sei giorni di tempo, e farò in modo di occuparlo in qualche maniera, quindi collocarlo o qui o presso qualche altra sicura persona.

                La ringrazio di tutto cuore della buona memoria che conserva per me, mi raccomandi al Signore e gradisca che mi dica colla massima venerazione

                Di V. S. Ill.ma

                Torino, 21 febbraio 1852.

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

                Intanto le scuole di latinità davano eccellenti frutti. Anche il giovane Cagliero dimostrava un bell'ingegno, e un umore allegro. Sempre il primo nei giuochi e nelle partite, capo e maestro di ginnastica, e intraprendente al sommo grado.

                Ma la sua indole focosa sul principio non pareva che fosse possibile frenarla. Specialmente nel recarsi alle scuole, non c'era modo che potesse piegarsi ad andare di conserva cogli altri compagni. Il ch. Rua, che era, incaricato della sorveglianza, non riusciva a metterlo in riga. Esso, appena fuori dell'Oratorio, [342] correva in piazza Milano ove erano i ciarlatani, dava un'occhiata al giuochi, e quando i compagni giungevano alla porta del prof. Bonzanino, trovavano Cagliero che già li attendeva tutto molle di sudore

                Rua dicevagli spesse volte: - Perchè tu non vieni cogli altri?

                - Oh bella! a me piace più così; che male c'è passare per una strada piuttostochè per un'altra?

                - E l'ubbidienza?

                - L'ubbidienza? Non sono io puntuale nel giungere alla scuola? Anzi non arrivo sempre prima degli altri? Io il lavoro lo faccio, la lezione la so sempre; dunque perchè prendervi fastidio per queste bazzecole?

                E continuava ad andare solo, pel matto piacere di vedere i ciarlatani. Qualcuno incominciò a proporre a D. Bosco che sarebbe meglio mandare a casa propria un giovane così poco amante della disciplina; ma D. Bosco, che teneva in massimo conto la schiettezza di Cagliero, non volle saperne. Infatti l'anno seguente il giovane Cagliero, dopo alcune ammonizioni di D. Bosco, divenne più osservante della regola e non tardò ad essere il modello di tutti.

                Era adorno di molte belle qualità, e D. Bosco, che in lui aveva scoperta una felice disposizione per la musica, gliene insegnò i primi rudimenti e lo consegnò al chierico Bellia, perchè proseguisse ad esercitarlo. Egli desiderava di formare un maestro che scrivesse cose facili pel popolo, e lo fece applicare sul serio a tale studio, mercè  un buon metodo di cui in breve si videro i risultati. Un giorno venne a mancare chi alla festa suonava l'armonio in chiesa. Chi suonerà in vece sua la domenica? Che figura si farà in chiesa senza suoni e senza canti? Cagliero vede l'imbroglio, nè  vuole che sia detto che per l'assenza di uno ne scapiti [343] l'Oratorio. Con un'energia di volontà superiore all'età sua, tanto fa e tanto si adopera che la domenica seguente siede all'armonio e con mano sicura suona le melodie solite a udirsi nelle domeniche precedenti.

                Dopo questa riuscita, la sua passione per la musica si fece ognor più prepotente, e stava ore ed ore allo sgangherato pianoforte. Sonava con tanta foga note poco armoniche per un orecchio profano, che un giorno la buona Margherita perdette alquanto la pazienza, e non si peritò per cella di minacciar colla granata il giovane musico, che amava da buona madre. Essa infatti dolce, affabile, paziente, in ogni circostanza, o grande o piccola, dimostrava la grande carità che nutriva verso i poveri giovanetti. Sovente accadeva che d'inverno qualcheduno fosse costretto dal padrone a lavorare fino ad ora tardissima; non vedendoli comparire cogli altri a cena e saputa l'urgenza del lavoro: - Poveri figli! esclamava, ricordiamoci di tenere la minestra al caldo! E non aveva coraggio di andare a riposarsi, ma li stava sempre aspettando fino alle 11 ore e talora fino a mezzanotte tremando dal freddo. Quando giungevano, li rallegrava eziandio con un avanzo di pietanza che aveva messo in serbo.

                Qualcuno dei più piccoli talora, alla sera della domenica, dopo le funzioni di chiesa andava in cucina. - Che cosa vuoi, piccolino?

                - Mamma, datemi una pagnotta.

                - Ma non hai già mangiata la tua merenda?

                - Sì; ma ho ancora tanta fame!

                - Poveretto, prendi; e gliela dava; - ma non dirlo a nessuno, altrimenti vengono anche gli altri compagni, e poi mi lasciano i pezzi di pane in mezzo al cortile.

                - Mamma, state tranquilla, non lo dico a nessuno. [344] E correva in cortile colla sua pagnotta in mano. I compagni, vedendo che mangiava, gli andavano attorno: - Chi te l'ha dato questo pane?

                Il piccollino rispondeva subito colla bocca piena: - Mamma Margherita.

                E gli altri correvano difilati da lei, che non sapeva dire di no.

                La domenica seguente lo stesso fanciullo ritornava, a chiedere pane: - Tu, dicevagli Margherita, la settimana scorsa hai raccontato a tutti che io ti ho dato del pane, e mi hai messa negli imbrogli. Perciò oggi non te ne do più.

                - Ma dovevo io dire la bugia? Mi hanno interrogato e ho dovuto rispondere secondo verità.

                - Hai ragione, la bugia non va detta. - E senz'altro lo contentava.

                Come si vede, i buoni giovani avevano un grande ascendente sopra il suo cuore. Quando nell'Oratorio erasi incominciata la classe degli studenti, alcuno di costoro, ritornato dalla scuola e avuto il pane per la merenda, andava in camera di Margherita e le diceva: - Niente altro?

                - E non ti basta? rispondeva Margherita.

                Il giovanetto incominciava a mangiare il suo pane e poi ripeteva:

                - Mamma, non posso trangugiarlo.

                - E perchè ?

                - È asciutto! Se aveste un po' di formaggio o una fetta di salame, sarebbe più buono.

                - Va' là, va' là, ghiottone i Ringrazia la Provvidenza che hai pan bianco.

                - Oh mamma! - quasi con un gemito ripigliava il furbacchiotto, fissandola pietosamente in volto. - Oh mamma!

                E Margherita finiva con dargli quanto chiedeva.

                Abbiamo rammentati questi due umili fatti, che si diranno forse da qualcuno troppo comuni, perchè ci è più cara una [345] stilla d'amore, che un pelago di glorie, di grandezze, di meraviglie, e perchè riguardano due nostri compagni che furono poi insigniti di altissime dignità'.

                Da ciò puossi eziandio argomentare che cosa essa facesse per i giovanetti quando erano melanconici o ammalati. Per i primi, non lasciava di mettere in opera ogni mezzo per far ritornare il sorriso sulle loro labbra; per i secondi, gareggiava per spirito di sacrifizio e per continue cure con qualunque madre possa darsi più affettuosa. Un mal di testa, un dolor di denti che qualcuno avesse era per lei una pena grande. I giovanetti al primo sentirsi qualche leggiero malore ricorrevano a lei, ed essa era pronta in loro servigio, di giorno e di notte. Se avesse udito un gemito, un pianto, non tra tranquilla finchè non ne avesse saputa la cagione. Se per malattia uno era costretto a coricarsi, essa gli era sempre attorno; preparava le medicine, andava a lavorare vicino al suo letto, vegliavalo quando gli altri andavano a dormire. Valga, per dire tutto in breve, il seguente fatto. Un giovane cadde infermo di malattia infettiva, e il medico avendo prescritto che fosse isolato dagli altri, Margherita gli si mise al fianco amorevole infermiera. Quando fu stabilito che fosse ricoverato all'Ospedale e lo vide trasportar giù per le scale, lo seguì silenziosa fin sulla soglia; quando i servi sollevarono la barella e si avviarono, ruppe in dirotto pianto.

                Margherita era l'angelo custode dell'Oratorio.

 

 


CAPO XXX. Apostasie - Predica sulla Verginità di Maria SS. - Zelo e carità di D. Bosco per gli ingannati dagli eretici - Dispute coi partigiani de' Valdesi e co' loro ministri - Un perfido sermone; l'aquila e la volpe - Il giubileo nell'Oratorio di S. Francesco di Sales - Costruzioni de' Valdesi intorno al loro tempio.

 

                I VALDESI continuavano colla parola e colla stampa a spargere i loro errori nel popolo, regalando 80 lire a chi si faceva ascrivere alla loro setta. Alcuni dei giovani degli Oratorii festivi, che avevano dati gravi dispiaceri a D. Bosco, e in certe questioni avevano parteggiato contro di lui, si erano lasciati tirare all'apostasia, accettando quella vile moneta. Ne venne quindi per conseguenza che il loro astio cercava di sfogarsi contro gli antichi loro compagni, dai quali la coscienza avvertivali che da qui innanzi sarebbero tenuti in concetto di rinnegati. Una sera Tomatis rincasava verso le 9 ore. Passando vicino alla chiesa della Consolata, scendeva verso l'Oratorio, quando si accorge che due individui lo inseguono. Impaurito affretta il passo, ed essi pure. Si mette alla corsa e può entrare nel cortile e chiudere la porta in tempo, perchè se avesse ritardato un istante lo avrebbero raggiunto. Egli si recò subito a narrare il fatto [347] a D. Bosco, il quale dispose per alcune precauzioni che tutelassero la sicurezza della comunità.

                “D. Bosco, ci scrisse Giuseppe Brosio, soffriva molto per queste defezioni e tradimenti. Una domenica predicava in Valdocco contro gli errori dei protestanti e con affocate parole si lamentava di quei giovani, che si lasciavano ingannare dai corifei dell'empietà, e smascherava le arti ingannevoli delle quali costoro servivansi per trarre a certa perdizione la gioventù. A un tratto interruppe la predica, come era uso a fare qualche volta, e prese ad interrogare alcuno dei fanciulli, affinchè i compagni comprendessero bene l'argomento. Così dilucidò le ragioni che difendevano invincibilmente alcuni dei dogmi negati dai protestanti, principalmente la verginità, della Madonna. D. Bosco si infiammò tanto nello svolgere il suo argomento, che la sua faccia divenne risplendente quasi fosse stata la fiamma di una lucerna. Questo l'ho veduto io”. Diremo a suo tempo come in altra circostanza fummo eziandio noi testimonii di simile meraviglia.

                Intanto D. Bosco aveva incominciato a darsi con grande sollecitudine all'opera di convertire gli eretici. Per anni molti fu tale la sua costanza, che ebbe la consolazione di ricevere, in numero considerevole, abiure di apostati e di quelli che erano nati nell'eresia. Non è a dire quanto egli godesse quando poteva aggregare qualcuno alla vera Chiesa.

                Spesso veniva visitato da coloro che, ingannati dai Valdesi, avevano rinnegata la fede, ed egli con tutta benignità li accoglieva, spiegava loro le verità cattoliche con molta chiarezza, mostrava loro come fossero stati sedotti, metteva loro davanti il mal passo che avevano fatto: incoraggiandoli a non disperare mai della Misericordia di Dio. Nello stesso, tempo li aiutava quanto poteva. Alcuni erano bisognosi, ed egli dopo averli istruiti dava loro qualche sussidio. Altri [348] accolse nell'Oratorio affinchè fossero tolti dall'occasione di ricadere nell'errore e per poterli meglio catechizzare. Alcuni poveri ragazzi protestanti ricoverò, istruì, e converti. Intiere famiglie furono da lui ricondotte nell'ovile di Gesù Cristo, procurando ad alcune il modo di vivere onestamente colle proprie fatiche. Di tutto il qui detto fa testimonianza D. Rua.

                Taluni dei neofiti valdesi venivano all'Oratorio più per disputare che per convertirsi, e D. Bosco acconsentiva. “Io stesso, ci disse il Can. Anfossi, ho assistito parecchie volte a queste dispute da lui sostenute, ed era ammirabile la sottigliezza degli argomenti da lui adoperati, ed appariva chiaramente che non solo aveva fatto studio particolare nell'intento di confutare gli errori del Protestantesimo, ma che di più aveva dal cielo un lume speciale; e che traspariva ancora dalla grande carità colla quale s'intratteneva con questi illusi. Costoro non adoperavano sempre verso di lui modi cortesi, ma egli non smise mai dal trattarli con dolcezza. Questa ei la diceva la virtù più necessaria particolarmente cogli eretici”. Infatti se si accorgono che si voglia prevalere sopra di essi, allora si preparano, non già a conoscere la verità, ma a combatterla; e le vive contestazioni chiudono la porta del loro cuore, mentre l'affabilità l'avrebbe aperta. Infatti San Francesco di Sales sebbene abilissimo nella controversia, guadagnava più eretici colla sua dolcezza, che non per mezzo della scienza. La forza di una disputa senza la dolcezza non convertì mai nessuno.

                E più d'uno dei sopraddetti presuntuosi furono persuasi da D. Bosco, e rimessi nella barca di Pietro.

                I così detti pastori valdesi non tardarono ad accorgersi dello zelo col quale D. Bosco si adoperava per fare ritornare alla fede cattolica i traviati. Quindi alcuni di loro vennero essi stessi da D. Bosco, colla speranza di confutarlo e [349] di menarne poi vanto pubblicamente. Ma non poterono riuscirvi mai, non solo per la sodezza delle sue ragioni, ma perchè sapeva fermarli in quelle divagazioni da un argomento all'altro, nelle quali sono maestri, sia per la loro ignoranza, sia per l'arte di rendere impossibile la conclusione di una tesi, determinata. D. Bosco talora lasciava l'argomentazione diretta e positiva, e procedeva per interrogazioni, specialmente trattandosi della storia ecclesiastica, dei concilii, dei SS. Padri, e le loro risposte a vanvera cadevano in tali anacronismi da far ridere le galline. Era poi espertissimo nell'ottenere, anche da un avversario abbastanza colto, concessioni di cui questi non aveva potuto prevedere le conseguenze, e gli creava tali imbarazzi e difficoltà dalle quali non poteva sciogliersi. Quei signori perciò se ne tornavano scornati.

                Intanto anche in quest'anno egli continuava a diffondere una nuova edizione dell'opuscoletto intitolato Avvisi ai Cattolici, che a migliaia di copie promovevano un grandissimo bene in Piemonte e specialmente in Torino. Mentre però D. Bosco, combatteva l'eresia accampata fuori del cerchio delle mura di Valdocco, la brutta bestia tentava di seminare la zizzania nello stesso Oratorio.

                Un certo frate minore riformato del convento di S. Tommaso in Torino, Padre Vitale Ferrero, fratello di alcuni ragazzetti che frequentavano l'Oratorio, si era fatto molto amico di D. Bosco. Costui seppe così bene dissimulare la malvagità del cuore, che D. Bosco, credendo fosse persona di fiducia, più volte avevalo invitato a pranzo con sè . Quindi in quell'anno 1852 incaricavalo di fare il panegirico di San Francesco di Sales nel giorno della Festa. Il frate salì il pulpito, e incominciò a parlare in dialetto piemontese che possedeva assai bene. Vive erano le descrizioni che tratteggiava. Dipinse S. Francesco che a piedi, stanco, saliva la montagna [350] per salvare le anime, e che rattoppava lui i suoi abiti che aveva guastati, facendo il parallelo con altri che vanno in carrozza e mandano le loro robe al sarto. Con quell'altri alludeva ai Vescovi.

                Quindi portò una parabola dell'aquila e della volpe. L'aquila era sopra un albero, e la volpe si strisciava per terra, piena di piaghe schifose, pestifere, e volendo nascondere le sue piaghe, cercava di occultarsi tra le siepi per poi andare in mezzo agli animali ed infettarli. Ma l'aquila stette a guardare un po' di tempo tutti i passi subdoli della volpe, e poi gridò ad ogni specie di animali: - Guardatevi dalla volpe! - E concludeva il perfido predicatore: - Figliuoli, sapete chi era l'aquila? Lutero! Sapete chi era la volpe? La Chiesa Cattolica!

                A questa conclusione D. Bosco, che fino a quel punto era stato con pena immensa attento ad ogni sua parola, si avanzò verso il pulpito mentre il frate scendeva, e presolo per un lembo della tonaca, gli disse con voce vibrata, sicchè tutti i giovani udirono: - Lei è indegno di portare quest'abito!

                Quel disgraziato dopo poco tempo usciva di convento con licenza dei superiori, col pretesto di assistere al suo vecchio padre. Giunto però a casa vestito da prete secolare, cacciò il padre in mezzo ad una strada, quindi gettò l'abito, e finì con darsi al Protestantesimo con pubblica professione di fede eterodossa, sotto la guida del pastore valdese Amedeo Bert. Mandato a Londra acciocchè pervertisse gli Italiani ivi residenti, morì nello stesso anno per una coltellata ricevuta da un connazionale.

                L'infelice era venuto a predicare nell'Oratorio d'accordo coi protestanti; ma non aveva saputo contenersi con accortezza, gettando subito la pelle di pecora. Quei giovanetti che l'udirono, [351] dopo circa 40 anni ricordavano ancora per filo e per segno l'empia parabola. Tanta impressione aveva fatto quel racconto sui loro animi!

                E D. Bosco con gran dolore aveva narrata ad essi l'apostasia dì quell'infelice, raccomandandolo alle loro preghiere

                L'eresia con un tale colpo mal riuscito aveva fatto concepire contro di sè  maggior aborrimento nell'animo di quelli dell'Oratorio, e D. Bosco servissi eziandio di un felice avvenimento per confermarti sempre più nel buon proposito. Nel 1851 il Papa aveva concesso a tutti il Giubileo. Fuori di Roma poteva lucrarsi l'anno seguente. Il Teol. Giovanni Borel in nome di D. Bosco aveva supplicato la Curia ad acconsentire che i giovani degli Oratorii, assistiti dai sacerdoti che li dirigevano, prendessero le perdonanze nelle proprie cappelle. Se gli si concedeva questo provvedimento, esprimeva la speranza di ricavar maggior frutto spirituale. Il Vicario generale Can., Filippo Ravina il 2 febbraio 1852 accordava volentieri la chiesta facoltà. Queste visite, come si costumò poi sempre nell'Oratorio, si fecero nel numero prescritto, uscendo e rientrando processionalmente nella cappella. Con grande impegno i giovani procurarono di guadagnare l'indulgenza, infervorati dalle prediche di D. Bosco, il quale agli alunni interni ed anche ad un certo numero di esterni, perchè non dimenticassero que' giorni solenni, diede consiglio, che ciascuno scrivesse sopra un foglietto i proponimenti che avevano fatto, e questo o ritenessero presso di sè  o lo consegnassero a lui, che lo avrebbe custodito.

                Ai giovani piacque la proposta. Molti scrissero intestando il loro foglio col titolo: Il mio giubileo, oppure col proprio nome. Altri firmarono il loro proponimento per es.: - Sono Sacco Giovanni Battista. Prometto ed attendo. - Quei pochi foglietti che ancora si conservano, colla semplicità delle espressioni, [352] le ripetizioni e le sgrammaticature manifestano esserne gli scrittori principianti artigiani, o studenti novellini da poco tempo entrati nell'Oratorio.

                Ecco alcune di quelle scritte: - Io debbo fuggire quelli che bestemmiano. - Io debbo fuggire quelli che sono soliti ad altercare, e prometto di non più altercare con nessuno. Io devo promettere di non più bestemmiare e dire cose cattive. - Io devo fuggire le cattive compagnie colle quali vado insieme. - Io prometto di essere diligente ne' miei doveri e più devoto in chiesa. - Io devo accostarmi con maggior frequenza ai Santi Sacramenti. - Io devo promettere di fuggire coloro che parlano male della Chiesa. - Questa frase si legge in tutte quelle cartine, indizio evidente che era stata suggerita e spiegata da D. Bosco. Lo stesso dobbiamo dire, perchè uniforme, dell'ordine delle idee, il quale è forse il medesimo tenuto da lui nelle sue prediche. Ne riportiamo un intiero esemplare, alquanto corretto, come documento:

 

“QUESTO È IL GIUBILEO Di ROCCHIETTI

 

FUGGIRE.

 

                1° Io debbo fuggire le cattive compagnie.

                2° Io debbo fuggire quei che parlano male della Religione Cattolica.

                3° Io debbo fuggire i cattivi discorsi.

 

IMITARE.

 

                1° Io debbo imitare S. Luigi Gonzaga.

                2° Io debbo imitare quei che sono molto divoti del Signore e dei santi, e seguire i loro buoni consigli.

                3° Io debbo imitare quelli che parlano bene della Religione Cattolica. [353]

 

PROMETTERE.

 

                1° Io debbo promettere al Signore di non mai più peccare per tutto il tempo della mia vita.

                2° Io debbo promettere di fuggire le cattive compagnie, i cattivi discorsi e quelli che sono soliti a bestemmiare il mio Signore Iddio, o a nominarlo invano.

                3° Io debbo promettere di non dire bugie nè  per scusa, nè  per altra causa, nè  bestemmiare o dire cose cattive, e di fuggire il male.

 

                Rocchietti Pietro, prometto ed attendo sempre per tutto il tempo della mia vita”.

 

                Questo biglietto era stato con altri molti consegnato dai giovani a D. Bosco, perchè potesse avvertirli qualora si dimenticassero delle loro promesse. Tanta confidenza col buon padre era la loro salvaguardia.

                Intanto i Valdesi, presso il tempio che andavano edificando, incominciavano a fondare scuole per fanciulle di famiglie agiate, altre per giovani poveri d'ambo i sessi, un asilo d'infanzia, un ospedale, una Diaconia per distribuire sussidii ai poveri, e poco distante un collegio di artigianelli valdesi. Ma a questa operosità nel male, retribuita largamente dall'Inghilterra, D. Bosco contrapponeva la sua operosità nel bene con grandi sacrifizii: a costruzioni profane, ove sarebbe insegnato l'errore e avrebbe risonato la bestemmia, edifizii sacri, nei quali si predicherebbe la verità e si glorificherebbe il nome santo di Dio; ai tesori accumulati delle Società Bibliche, l'obolo della fede e della carità.

                Frattanto proseguiva alacremente negli apparecchi per la lotteria.

 

 


CAPO XXXI. Doni per la lotteria - In cerca di un locale per l'esposizione -Largizione del Re - Esposizione dei premi per la lotteria -Condono delle spese di posta - L'estimo dei doni - Apertura dell'esposizione - Il Conte di Cavour - Una disgrazia.

 

                I PRIMI giorni dell'anno 1852 trovarono D. Bosco tutto occupato nella sua lotteria. Una seconda edizione dell'Appello fu consegnata alle stampe colla data del 16 gennaio per domandare doni da tutte parti. Ciò importava di scrivere migliaia e migliaia di indirizzi. Era la prima volta che si ricorreva in questo modo alla pubblica beneficenza per la costruzione di una chiesa e l'Appello ebbe un'accoglienza assai favorevole.

                “D. Bosco che mi voleva immischiato in tutti i suoi affari, scrisse Brosio Giuseppe, mi diede varie incombenze per la lotteria del 1852 e per quella poi di Portanuova, e perciò lo accompagnava nelle visite che faceva ai grandi signori e nello stesso tempo alle case nelle quali erano degli infermi”.

                Intanto arrivavano molti doni. S. M. la Regina Maria Adelaide mandava un bicchiere di cristallo rosso col coperchio; un torsello in velluto rosso con guernizione in bronzo dorato a foggia di piccolo seggiolone; altro in velluto verde guernito in avorio; un bicchiere di cristallo bianco e azzurro; [355] un servizio di due persone per caffè e latte di porcellana;bianca con fiori a rilievo composto di otto pezzi. S. M. la Regina Vedova Maria Teresa regalava due vasi di bronzo dorati ed argentati, un piccolo scrittoio in legno intarsiato,ed altri dodici oggetti. S. A. R. la Duchessa di Genova donava un calcalettere in bronzo con un gruppo di tre statuette. Eziandio tutta la corte reale e la nobiltà torinese si segnalarono colle proprie offerte. Il Sommo Pontefice Pio IX, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele avevano fatto intendere che in qualche modo volevano dare il loro contributo. E il lavoro cresceva per D. Bosco. Bisognava tener registro dei singoli doni ricevuti, col nome degli offerenti, numerarli, custodirli, scrivere lettere di ringraziamento ai precipui donatori.

                Ma dove esporli, perchè i cittadini potessero recarsi a vederli? La povera casa di Valdocco non aveva certamente sale che servissero all'uopo. D. Bosco pertanto, avuta licenza dal superiore dei Domenicani, chiedeva un locale al Marchese Alfonso La Marmora, per mezzo del Teologo D. Pietro Baricco Vice-Sindaco. A questi rispondeva il Ministro.

 

Ministero della Guerra. Divisione Amm. Milit.

 

Torino, addì 16 Gennaio 1852.

 

                In seguito all'istanza sporta dal Rev. Don Giovanni Bosco Direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, onde potersi valere nella parte del convento di S. Domenico in questa Capitale, tuttora a disposizione dell'Amministrazione militare, di n. 3 camere per l'esposizione degli oggetti donati per la lotteria, per l'ultimazione della nuova cappella dell'Oratorio predetto, e visto il filantropico e benefico scopo cui tende siffatta istanza, mi son fatto premura di assecondarla [356] ed ho perciò disposto presso l'azienda Generale di Guerra, perchè presentandosi:il prenominato D. Bosco o chi per esso, siengli temporariamente consegnate le camere in discorso.

                Partecipo siffatta determinazione alla S. V. Ill.ma per norma della Commissione per la lotteria predetta e del sacerdote Bosco.

IL MINISTRO SEGRETARIO DI STATO

ALFONSO LA MARMORA.

 

                Ma crescendo sempre il numero dei doni, quelle tre camere erano evidentemente insufficienti; perciò D. Bosco si rivolse all'Abate Gazzelli di Rossana, limosiniere di Sua Maestà, perchè volesse appoggiare presso il Sovrano una supplica colla quale chiedevagli di voler concedergli l'uso di qualche sala in una delle fabbriche appartenenti alla Corona. L'Abate Gazzelli riceveva la seguente risposta.

 

Sovraintendenza Generale della lista civile.

 

Torino, il 18 febbraio 1852.

 

                               Ill.mo sig. Padr. Col.mo,

 

                Non essendovi nei reali fabbricati alcun locale di cui si possa disporre per l'esposizione degli oggetti della lotteria che si vuol fare a vantaggio dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, io non saprei in quale altro modo si potrebbe secondare la domanda sporta a tale proposito dal Rev. D. Bosco, ed appoggiata da V. S. Ill.ma e M. Rev.da, salvo che appigionando per il detto uso il locale del giuoco del Trincotto o pallacorda in attiguità dell'Accademia filodrammatica. [357]

                L'affittavolo di questo locale sarebbe disposto a lasciarlo a D. Bosco per tutto il mese di marzo, ma a condizione che per il giorno primo aprile esso gli sia di nuovo dato compiutamente sgombro, perchè per quell'epoca è già stato affittato come negli anni scorsi alla società promotrice delle Belle Arti, per la sua esposizione annuale.

                Prego V. S. Ill.ma di comunicare questo progetto a Don Bosco, ed, ove lo creda di sua convenienza, io avrò l'onore di riferirne a S. M. e di proporle si degni di autorizzare il pagamento del fitto relativo sui fondi della sua particolare cassetta.

                Avendo però il detto affittavolo osservato che i telai delle finestre del locale del Trincotto sono di proprietà esclusiva della Società promotrice delle Belle Arti, e che egli perciò non sarebbe autorizzato a farli mettere a sito, sarà bene V. S. Ill.ma informi anche di ciò D. Bosco, onde possa praticare per tempo gli incombenti che stimerà presso la Società sullodata all'oggetto di ottenerli ad imprestito.

                In attesa di un di Lei riscontro per opportuno mio governo, ho l'onore di essere con distintissima considerazione,

                Di V. S. Ill.ma

Dev.mo obbl.mo servitore

S. M. PAMPARÀ.

 

                E il Re faceva spiccare un mandato di 200 lire, per pagare il fitto chiesto dall'utente del Trincotto. Ma essendo troppo breve il tempo che l'affittavolo poteva concedere per l'esposizione, si incominciarono pratiche presso il Municipio, il quale metteva benignamente a disposizione di D. Bosco una vastissima sala dietro alla Chiesa di S. Domenico. Don Bosco ne dava notizia per lettera all'Abate Gazzelli, unendovi [358] un'altra supplica pel Re, e l'Abate trasmetteva i due fogli al Marchese Pamparà. La risposta che ebbe il Limosiniere del Re fu la seguente:

 

Sovraintendenza Generale della lista civile.

 

Torino, li 15 marzo 1852.

 

                               Ill.mo sig. Padron Col.mo,

 

                Essendochè pei motivi espressi dal Rev. sacerdote Don Bosco nella lettera che V. S. Ill.ma mi ha trasmesso il 25 scorso febbraio, non potendosi profittare dell'offerto locale del Trincotto per esporre al pubblico gli oggetti di lotteria a pro dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, il detto benemerito Sacerdote avrebbe già ottenuto a tal uso un altro locale, S. M., cui ho avuto l'onore di riferire le supplicazioni di D. Bosco, avvalorate dalla commendatizia di V. S. Ill.ma, affinchè gli venga ciò nondimeno largita quella somma che sarebbesi corrisposta al proprietario del Trincotto, si è degnata di accoglierle favorevolmente e di destinare che la somma di L. 200, convenuta per il fitto dei surriferito locale, sia pagata al prefato Sacerdote coi fondi della reale cassetta privata, onde la impieghi nella pia opera intrapresa.

                Mentre do questa risposta al pregiatissimo foglio della S. V. Ill.ma sovra datato, mi fo carico di prevenirla che venne già trasmesso alla Tesoreria della lista civile l'occorrente mandato in capo di D. Bosco, ed ho il vantaggio di tributarle gli atti della mia distintissima considerazione.

                Di V. S. Ill.ma

Dev.mo obbl.mo servitore

S. M. PAMPARÀ. [359]

 

                Riscossa questa largizione sovrana, nel salone concesso dal Municipio si disposero tutt'all'intorno tavole a gradinata, ornate con decoro, sulle quali si misero in mostra tutti i doni numerati, 3007, e col nome dei donatori, e secondo tale ordine registrati in un accurato catalogo. Questo per cura di D. Bosco veniva stampato in un fascicolo di 158 facciate col primo appello della Commissione ai cittadini, col piano della Lotteria e l'elenco dei promotori e delle promotrici. Si vendeva al prezzo di 50 centesimi a beneficio dell'Oratorio di S. Francesco di Sales nella sala dell'Esposizione e presso i librai Giacinto Marietti e Paravia.

                Con gentile pensiero D. Bosco vi aveva posto nelle prime pagine la seguente dedica.

 

AGLI

ILLUSTRI E BENEMERITI SIGNORI

ALLE

GENTILI E CARITATEVOLI DAME

CHE NELLA LORO PIETA' GENEROSAMENTE CONCORSERO

A RENDERE RICCA E COPIOSA IN OGGETTI

LA LOTTERIA

PER ULTIMARE LA CHIESA DELL'ORATORIO MASCHILE

DI S. FRANCESCO DI SALES

IN VALDOCCO

IN ATTESTATO DELLA PIÙ VIVA GRATITUDINE

I PROMOTORI E LE PROMOTRICI

D. D. D.

 

                D. Bosco in mezzo a tutto questo avvicendarsi di cose aveva scritto al Conte Camillo di Cavour, pregandolo eziandio [360] di farlo esentare dalle spese di posta. Il Marchese Gustavo gli aveva risposto in questi termini:

 

Al signor D. Bosco.

 

Torino, li 16 febbraio 1852.

 

                               River.mo D. Bosco,

 

                Mio fratello avendo esaminato il richiamo di V. S. M. Rev.da per la lotteria di beneficenza in favore dell'opera dei giovani abbandonati, mi incarica a farle sapere ch'egli è pienamente deciso a darle senza verun indugio l'autorizzazione voluta a questo fine, tosto che gli sarà pervenuta regolarmente l'opportuna richiesta. Veda pertanto di sollecitare nell'ufficio competente la spedizione della cosa per le necessarie formalità. A questo fine potrà, ove il voglia, rendere ostensiva a chi sarà del caso questa mia lettera, ed asserire che il Ministro delle finanze ha già preso positivo impegno di concedere l'anzidetta autorizzazione.

                Colgo l'opportunità onde profferirmi con predistinti sensi di considerazione,

                Di V. S. Reverenda

Dev.mo obbl.mo servo

G. DI CAVOUR.

 

                D. Bosco gli aveva mandato il memoriale e il Governo gli condonò varie spese di posta, sia per circolari e pieghi, sia per inviare e ricevere doni e biglietti. Senonchè , mentre i disegni di D. Bosco procedevano a gonfie vele, ecco un incaglio. Secondo le prescrizioni della legge i biglietti da estrarsi dovevano essere in numero proporzionato al valore dei doni. Quindi fu delegato dall'Autorità un estimatore che [361] ne facesse la perizia. Venne fatta; ma D. Bosco si credette leso e presentò un reclamo in carta bollata all'Intendenza Generale.

 

                               Ill.mo signor Intendente Generale,

 

                Il sottoscritto, a nome della Commissione istituita per la lotteria a favore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, espone rispettosamente a V. S. Ill.ma che, sebbene detta Commissione sia molto soddisfatta della premura con cui l'estimatore da V. S. delegato fece la perizia intorno agli oggetti di commercio, tuttavia alla medesima rincresce doversi uniformare al giudizio degli oggetti d'arte, che sono fuori della sfera dell'ordinario estimatore, per i seguenti motivi:

                1° Perchè molti oggetti d'arte furono stimati nemmeno un quinto del valore dato da persone di notoria capacità, il che sarebbe in danno dell'opera, che i distinti membri della Commissione e la carità pubblica prende a proteggere.

                2° Parecchie persone informate dell'inesatto prezzo stabilito agli oggetti da loro donati cessano di concorrere colle loro offerte.

                3° Perchè tale perizia cagiona continuamente inconvenienti e ritardi al progresso della lotteria con pubblico rincrescimento e danno dell'opera medesima.

                Per questi motivi il ricorrente supplica V. S. Ill.ma a voler prendere in benigna considerazione il vantaggio di questa opera col delegare la persona che meglio crederà dei caso, per fissare il giusto valore agli oggetti d'arte, che la pubblica beneficenza ha già offerto ed offre tuttora.

                In simile guisa il sig. Angelo Olivero lasciando a parte gli oggetti d'arte, può continuare la sua perizia per gli oggetti di commercio, ed i membri della Commissione, lieti di [362] poter promuovere il bene di questa pia istituzione, potranno altresì andare al riparo delle lagnanze del pubblico.

                Persuaso della grazia, il sottoscritto a nome della Commissione si dichiara

Umile ricorrente

Sac. Bosco GIOVANNI

DIRETTORE DELL'ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES.

 

                La domanda di D. Bosco fu accolta con favore.

 

                               L'Intendente Generale della divisione amministrativa dì Torino.

 

                Visto il presente ricorso con cui il sacerdote Gio. Bosco, Direttore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, a cui è stata autorizzata con decreto di questo Generale Ufficio delli 5 marzo corrente l'apertura d'una lotteria d'oggetti, col quale si farebbe a chiedere la nomina di un perito speciale per gli oggetti di belle arti, non sembrando abbastanza corrispondenti i prezzi apposti ai doni di tal genere dall'estimatore Olivero:

                Si nomina a perito per l'estimo degli oggetti di belle arti offerti a favore della suddetta lotteria il signor professore Cusa, segretario della Accademia Albertina, il quale dovrà visitare accuratamente i doni indicati e riportato a fianco di ciascheduno su apposito elenco in carta da bollo il prezzo, corrispondente, farne quindi a mani di questo uffizio la sua giurata relazione.

                Torino, il 22 marzo 1852.

Per l'Intendente Generale

RADICATI. [363]

 

                Esaurite tutte queste pratiche l'Armonia del 21 marzo Domenica, in un supplemento al num. 34, poteva pubblicare il seguente annunzio: “Ieri (19 marzo) si aperse l'esposizione della lotteria di oggetti destinata all'ultimazione dell'Oratorio maschile in Valdocco sotto la direzione del Sig. D. Bosco. Gli oggetti esposti sommeranno in breve a più di tre mila; non parleremo del valore dei medesimi, che la sarebbe troppo lunga cosa, diremo solo che concorsero a questa lotteria ragguardevoli personaggi, fra cui ci è lieto nominare S. M. la Regina Regnante, S. M. la Regina Vedova, il Duca Pasqua, Prefetto dei RR. Palazzi, l'Ill.mo Sindaco della città ecc. Siamo lieti di dire che la Gazzetta Piemontese d'oggi fa di quest'opera di beneficenza i ben meritati elogi”.

                Intanto, giudicata accettabile la seconda perizia dei donativi, i promotori e le promotrici continuarono a spiegare uno. zelo mirabile, coll'offrire e cercar doni e poscia nel distribuire biglietti. Il numero totale degli oggetti raccolti ben presto raggiunse la cifra di 3251, e si aggiunse un supplemento all'elenco già stampato. In merito al loro valore si ottenne l'autorizzazione di emettere cento mila biglietti. E anche questa era un'improba fatica se non fosse stata sorretta da un grande amore. La stampa degli intieri quaderni, una doppia numerazione progressiva, il taglio dei biglietti dalla matrice, il timbro dell'Oratorio e la firma di due membri della Commissione sovra ciascun biglietto e sulla matrice, le spedizioni e le registrazioni di queste che furono senza numero; e poi le continue circolari, le quitanze per i pagamenti incassati non concedevano un istante di riposo. In tutte le principali città e paesi dello Stato fu nobile la gara colla quale persone ecclesiastiche e laiche concorsero alla caritatevole opera a di ritenere que' biglietti per sè , o di smerciarli presso i conoscenti ed amici trasmettendone il prezzo a D. Bosco. Ne [364] accettarono anche i senatori, i deputati ed i consiglieri del Municipio.

                Egli intanto, come se fosse un nulla tutto questo lavoro, non stancavasi di mandare i suoi autografi alle persone caritatevoli di maggior riguardo con biglietti di lotteria.

                Per mezzo di Giovanni Francesia tempo dopo ne mandò uno al Can. Vogliotti. Questi lo lesse e poi disse al latore: “Io non volevo accettare di questi biglietti; ma D. Bosco mi ha scritto una lettera così bella e commovente che non posso fare a meno che mandargli la somma corrispondente. Ecco cinquanta lire. Ma glielo dica che la sua lettera così bella è quella che mi ha convinto e vinto”.

                I cittadini accorrevano in gran numero a vedere i premi della lotteria. Il Marchese Gustavo di Cavour aveva promesso di recarvisi.

A D. Bosco.

 

Torino, il 22 febbraio 1852.

 

                               Riveritissimo Signore,

 

                Varie premurose occupazioni mi hanno fatto indugiare a riscontrare sinora il pregiatissimo di Lei foglio del 18 corrente. Godo che la lotteria da Lei intrapresa per la santa e benefica opera cui consacra tante fatiche si presenti bene. Non mancherò di andare a visitare l'esposizione degli oggetti donati per questo pio scopo e di prendere dei biglietti, e spero che l'opera medesima avrà un vantaggioso risultato da questo divisamento. Avevo sin da principio osservato che il locale di cui poteva disporre per questa lotteria era poco adatto per quel fine, e godo che il Governo gliene abbia concesso un altro più opportuno. [365] Intanto mi valgo di questa opportunità di raffermarmi con predistinta e ben divota considerazione

                Di V. S. Reverenda

Dev.mo obbl.mo servo.

G. DI CAVOUR.

 

                Il Marchese mantenne la promessa e anche il Conte Camillo si recò a quell'esposizione, accompagnato dal Conte Brozzolo. D. Bosco andò incontro al Conte sulla porta della sala a capo scoperto e lo condusse ad esaminare gli oggetti più preziosi, tenendo sempre umilmente il berretto in mano.

                Per evitare che nei locali ove erano esposti i premi s'introducessero i ladri, D. Bosco aveva disposto che il Ch. Buzzetti con un altro giovane adulto andasse a passarvi la notte. Per essere più sicuri, questi solevano tenere presso di sè  una piccola pistola carica a sola polvere, per dar l'allarme ai vicini con un'esplosione se ne occorresse il bisogno. Or dunque una sera dei primi di marzo, mentre nell'Oratorio Buzzetti caricava la sua pistola per andare a far la solita guardia, quella prese fuoco, e lo stoppaccio colpendo l'indice della sua mano sinistra tutto lo scarnificò. Fu subito portato all'Ospedale Mauriziano, che allora era presso a Porta Palazzo, ove gli si dovette amputare il dito. Dopo due o tre giorni ritornato col suo braccio al collo, riprese subito i soliti ufficii, insegnando il canto delle antifone per il vespro della Domenica, e non cessando di assistere ai lavori gravosissimi che si andavano moltiplicando per la lotteria. Buzzetti da quest'anno fu il braccio forte di D. Bosco in tutte le molte lotterie che egli fece, ed acquistò una meravigliosa attitudine e perspicacia in queste complicate preparazioni.

 

 


CAPO XXXII. Una spina per D. Bosco - La passione fa velo all'intelletto - Saggia osservazione del Teol. Leonardo Murialdo -Lettera di D. Cafasso a D. Ponte - Assemblea maligna e tempestosa - Defezione e guerra dichiarata - Insulti, fermezza e pazienza.

 

                NELLO stesso tempo che D. Bosco organizzava la lotteria, col suo volto sempre sorridente, dissimulava una spina acuta, la quale però non aveva forza d'indebolire l'energia delle sue azioni. Abbiamo già esposti i malintesi che sul finire del 1851 avevano incominciato a dividere gli animi di alcuni, i quali s'interessavano per gli Oratorii festivi. Vi erano persone che parevano contrarie al buon andamento dell'Oratorio di Valdocco, perchè D. Bosco non teneva conto delle loro pretese. Andavano a gara nello spargere zizzania fra i giovani che lo frequentavano, non lasciando passare occasione per trarne pretesti a maldicenze. Fra queste eravi specialmente uno il quale, rispettando il suo vero nome, noi indicheremo con quello di D. Rodrigo. Vi fu chi gli prestava orecchio, perchè “le parole del susurrone pajono semplici, ma esse penetrano nell'intimo delle viscere[17]”. [367]

                Ma qui si domanderà: Perchè D. Bosco erasi associato tali coadiutori? Perchè erano buoni e zelanti; senonchè , la passione facendo velo alla loro intelligenza, più non ragionavano. - Ma essi non erano testimoni delle tante virtù che ornavano D. Bosco? Le avessero puranco conosciute, nello stato d'animo nel quale si trovavano, non potevano apprezzarle. Del resto avvicinavano D. Bosco solamente nei giorni festivi, occupati nei loro catechismi e in mezzo al trambusto di tante folle di giovanetti, sicchè non avevano tempo a studiarlo con ponderazione. E poi D. Bosco usava tanta semplicità in ogni sua parola, in ogni sua azione, e nei fatti più straordinarii da lui operati davasi così poca importanza, che pervenuti al loro orecchio, erano giudicati con criterii puramente comuni o anche come illusioni di fantasia.

                Il Teol. Leonardo Murialdo, alieno da ogni dissensione, sostegno per tanti anni degli Oratorii dell'Angelo Custode e di S. Luigi, amico sincero e costante di D. Bosco, sebbene non suo famigliare per le gravi occupazioni che gli incombevano lungo la settimana, narrava il giudizio che di lui si era formato in questi anni, e come lo avesse riconosciuto dopo lungo studio per quello che era.

                “Sulle prime ravvisai in D. Bosco un sacerdote assai zelante, ma senza riscontrare in lui un santo. Cominciai a sospettarlo tale, e la mia stima andò via via crescendo, quando incominciarono a parlare in favore di lui le sue opere, che rivelavano un uomo non ordinario e tale da far proclamare: - Digitus Dei est hic! e che ricordavano, in qualche maniera almeno, il detto di nostro Signore Gesù C.: - Opera quae ego facio in nomine Patris mei, haec testimonium perhibent de me.

                “D'altra parte D. Bosco fu uno di quei servi di Dio, i quali costituiscono la santità nel sacrificarsi per la salute [368] delle anime e per la gloria di Dio, secondo il motto che, se non erro, aveva famigliare S. Giuseppe Calasanzio: - Qui orat bene facit, qui juvat melius facit. A me non constano di D. Bosco nè  prolungate orazioni, nè  penitenze straordinarie; ma mi consta il lavoro indefesso, incessante per lunga serie di anni in opere di gloria di Dio, con fatiche non interrotte, fra croci e contraddizioni d'ogni fatta, con una calma e tranquillità al tutto unica, e con un risultato per la gloria divina ed il bene delle anime al tutto prodigioso. - Ora Dio non suole scegliere a speciale strumento della grande opera della santificazione delle anime uomini nè  malvagi, nè  mediocri in fatto di virtù”. Così il Teol. Murialdo.

                Se adunque allora D. Rodrigo ed i suoi compagni non videro ciò che non vedeva il dottissimo e già molto avanzato nella vita spirituale Teol. Murialdo, non è a farne le meraviglie. Intanto D. Cafasso cercava di ricondurre alla buona armonia gli animi agitati e scriveva la seguente lettera:

 

                Al M. Rev. D. Ponte Pietro presso la Signora Marchesa di Barolo. - Napoli.

 

                Carissimo Sig. D. Ponte,

 

Torino, 6 gennaio 1852.

 

                Credeva poter rispondere alla carissima sua prima che Ella partisse da Roma, ma non ne ebbi il piacere, e non mi fu in verun modo possibile per la serie continua d'occupazioni e d'imbrogli Venendo subito in questo momento di tempo all'oggetto più importante, io comincio a raccomandarle che deponga ogni sorta d'inquietudine ed affanno sulla risoluzione a prendersi per l'affare che mi nomina, perchè i compagni sono certo che non lo fanno per spirito d'impegno, nè [369] di malumore con Lei, nè  per voglia di romperla, che anzi so che sperano sempre nella sua cooperazione, quando il Signore La voglia di nuovo in Torino e fosse pur presto. V. S. in coscienza può determinarsi come crede per esserne veramente padrone, e se vuole che io Le avanzi un mio sentimento, nel presente stato di cose, penso che Ella farebbe bene a cedere ogni cosa, non già ad alcun individuo, ma bensì ad uso degli Oratorii colla facoltà però di servirsene prima d'ogni altro Ella medesima, finchè potrà prestarsi, come spero,