Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. III, Ed. 1903, 652 p.

 

PROTESTA DELL'AUTORE.. 5

PREFAZIONE.. 5

CAPO I. L'indipendenza della patria dallo straniero desiderata dagli Italiani - I liberali - Scaltro lavorio delle sette cosmopolite  6

CAPO II. Spirito di pietà e il GIOVANE PROVVEDUTO. 8

CAPO III. Povertà e mortificazione - Il Terz'Ordine di S. Francesco - Saggi delle scuole domenicali e serali - Visite e premii - Infestazione diabolica - Colloquio misterioso - Il prezzo di un calice Sogno: Un pergolato di rose. 13

CAPO IV. D. Bosco per Torino in cerca di fanciulli e sue industrie per invitarli all'Oratorio festivo - In mezzo ai monelli nella piazza Emanuele Filiberto - Scene memorabili, ed' esortazioni di D. Bosco al popolo - Il sito ritorno alla casa Pinardi. 17

CAPO V. Continua il medesimo argomento - D. Bosco nelle osterie, nelle locande, nei caffè, nelle botteghe dei barbieri. 21

CAPO VI. D. Bosco predicatore - Sua preparazione alle prediche e sito metodo quando improvvisa - Predicazione continua - Sofferenze nei viaggi - Buon esempio e zelo nelle missioni spirituali al popolo - La messe raccolta, l'affetto e la stima delle moltitudini - Varie predicazioni a Quassolo, ad Ivrea, a Strambino a Villafalletto, a Lagnasco  - Panegirico di genere nuovo in una chiesa di monache. 24

CAPO VII. D. Bosco e il Sacramento della Penitenza - Il continuo concorso dei fedeli - Ogni parola di D. Bosco è un invito a salvare l'anima per mezzo della Confessione - Sua mirabile franchezza a Porta Nuova, in Piazza Castello, in Piazza d'armi e altrove nel ricondurre a Dio i peccatori - Gli inquilini della tettoia Visca - Ricca messe di anime fra i vetturali. 28

CAPO VIII. D. Bosco studia e scrive il REGOLAMENTO DELL' ORATORIO di S. Francesco di Sales per gli esterni - Scopo di questo Oratorio - Condizioni per l'accettazione dei giovani 32

CAPO IX. Il Regolamento dell'Oratorio festivo prelude alla pia Società di S. Francesco di Sales - Uffizii varii dei coadiutori di D. Bosco nell'assistenza degli alunni esterni - Esattezza de' giovani ai quali sono affidate le cariche inferiori - Difficoltà nell'avere sacerdoti per la direzione - Confronto tra il primo manoscritto delle regole e l'ultima edizione di queste - Incombenze degli uffiziali dell'Oratorio. 34

CAPO X. Il mattino di un giorno festivo nell'Oratorio - Il contegno dei giovani in chiesa - La santa Messa e le Comunioni - Ripetizioni scolastiche - Dispiaceri di D. Bosco - Dolcezza e carità - Un santo sdegnono non è contrario alla virtù della mansuetudine. 39

CAPO XI. L'’Oratorio festivo dopo il mezzogiorno - Il ritorno dei giovani - La prima ricreazione - Il catechismo e le funzioni sacre - Compelle intrare - La seconda ricreazione e il contegno prescritto ai giovani - D. Bosco anima dei giuochi - Scioglimento di problemi - Avvisi salutari e promesse di premii - La partenza alla sera - Stanchezza di D. Bosco - Meravigliosa riforma di costumi - Speranze per la società. 42

CAPO XII. Le principali solennità nell'Oratorio - Le indulgenze Preparativi - La gioia di questi giorni - Straordinarii divertimenti e spettacoli - I giuochi di prestigio - La ruota della fortuna - Lotterie. 47

CAPO XIII. Il canto nelle sacre solennità - Primi strumenti musicali - Nuove scuole, nuovo metodo e nuove composizioni - Pazienza di D. Bosco - I cantori alla Consolata e il maestro Bodoira - I1 canto gregoriano. 50

CAPO XIV. D. Bosco e le confessioni dei giovani - Sua pazienza e sua industria coi più piccoli - Corrispondenza, consolazioni e casi commoventi - Senza rispetto umano - Confidenza in D. Bosco - Regolamento per le confessioni e comunioni. 53

CAPO XV. Giorni feriali - Contegno dei giovani fuori dell'Oratorio - Visite alle officine - Il buon cuore di un fanciullo e l'invetriata - Una rissa per amore di D. Bosco. - Gli Spazzacamini - Le suppliche ai signori per soccorsi ai poveri della città - Gli studenti in Valdocco nel giovedì - Conferenze agli impiegati nell'Oratorio - Il ritorno di Don Bosco in Torino dopo una predicazione - Suo Incontro coi giovani nella piazza Emanuele Filiberto. 57

CAPO XVI. Il carnevale nell'Oratorio - Il catechismo nella quaresima - Zelo di D. Bosco nell'andare in cerca di giovani per il catechismo - Incontri spiacevoli e lepidi - Metà quaresima. 61

CAPO XVII. L'Oratorio scuola di rispetto - Nuove rimostranze dei parroci - L'esame di catechismo - Le promozioni alla prima Comunione - Lettera dell'Arcivescovo e la nuova parrocchia dei fanciulli abbandonati - Erezione della Via Crucis in Valdocco - La Pasqua - Premii e lotteria - Sempre nuovi giovani al catechismo. 64

CAPO XVIII. Necessità di un ospizio - Un crocchio di monelli - Tentativo fallito - Il primo giovine ospitato - Il primo sermoncino avanti il riposo - Il primo letto e il primo dormitorio - Umile ed oscuro principio e benedizione di Dio - Il pianto di un orfanello. 68

CAPO XIX. La Compagnia di S. Luigi - Sue regole - La prima accettazione di ascritti - Alcuni alunni dei Gesuiti - I primi esercizii spirituali nell'Oratorio - Il Teologo Federico Albert - Consolanti conversioni - Conseguenze di questi esercizii. 72

CAPO XX. Le sei Domeniche di S. Litigi - Annunzio della prima visita di Mons. Fransoni - I preparativi - La festa di S. Litigi e la funzione in chiesa La Cresima - Il teatrino - Parole dell'Arcivescovo - La processione - La fine della festa - Socii d'onore - Come D. Bosco preparava i giovani a ricevere la Cresima - Sua, divozione allo Spirito Santo. 76

CAPO XXI. Ciò che vide una suora del buon Pastore, e pronostico di D. Bosco - Il Gesuita moderno, di Vincenzo Gioberti Pio IX concede a' suoi popoli varie riforme politiche e arti dei settarii per ottenerle - Gli applausi a Pio IX giudicati da Mons. Fransoni e da D. Bosco - Gridate, Viva il Papa e non Viva Pio IX. - Cartelli nell'Oratorio che ricordano la dignità del Vicario di Gesù Cristo - Applausi insidiosi al Clero secolare - Accuse ingiuste contro il Vescovo di Asti. 80

CAPO XXII. Proponimenti di D. Bosco negli esercizii spirituali a S. Ignazio - Minacce di Carlo Alberto dell'Austria - D. Bosco e l'Istituto della Carità - Ospitalità generosa - Viaggio a Stresa - D. Bosco lontano conosce ciò che accade nell'Oratorio - Stazione dei giovani a Moncucco nella passeggiata ai Becchi - Il primo studente nell'Oratorio - I primi sacerdoti che hanno stanza con D. Bosco - Signori e signore che si prendono cura dei giovani esterni ed interni - I medici. 83

CAPO XXIII. Il giovane ebreo di Amsterdam - Suo incontro con D. Bosco nell'Ospedale - Sua storia - Una sua sorella si rende cattolica - Suoi dubbii religiosi - Causa della sua malattia - Conferenze con D. Bosco - Maneggi degli Ebrei per impedire la sua conversione - Battesimo e morte preziosa. 87

CAPO XXIV. Bisogno di un secondo Oratorio festivo - Accordo di due amici - Suggerimento di Monsignor Fransoni - Il capitano in cerca di una posizione strategica - Un colpo di fulmine - Le api e l'annunzio del nuovo Oratori - Visite - Le lavandaie inferocite e poi ammansate. 89

CAPO XXV. Congedo del Ministro La Margherita - Supplica al Re per l'emancipazione dei Valdesi e degli Ebrei - Pubblicazione delle prime Riforme civili - Libertà di stampa Entusiastiche dimostrazioni popolar; - Avvisi dell'Arcivescovo al clero e ai fedeli - D. Bosco benchè invitato non prende parte alle dimostrazioni - Processioni mensili in onor di S. Luigi e l'amore alla Chiesa tenuto vivo nei giovani - D. Bosco presso Mons. Fransoni - I Seminaristi. 91

CAPO XXVI. Facoltà concesse dall'Arcivescovo per l'Oratorio di S. Luigi - Invito - Felice presagio - Apertura - Primo sermoncino - Il dono della madre - Rettifica di una data - Il primo Direttore - Insulti e sassate. 94

CAPO XXVII. Il 1848 - Costante fermezza di Mons. Fransoni - Carlo Alberto promette lo Statuto - Emancipazione dei Valdesi D. Bosco si rifiuta di partecipare alle dimostrazioni politiche - È chiamato in Municipio. 96

CAPO XXVIII. La cacciata dei Gesuiti - Dimostrazioni ostili al Convitto Ecclesiastico, al Rifugio ed all'Arcivescovo - La chiusura del Seminario - Malvagi scrittori - Premunizioni - Vile attentato contro D. Bosco. 99

CAPO XXIX. Lo Statuto - L'Emancipazione degli Ebrei - La seconda edizione della Storia Ecclesiastica - Prudenza nel confutare i Protestanti e gli altri nemici della Chiesa - Giudizioso ammonimento - Silvio Pellico ed il vocabolario. 101

CAPO XXX. Principio della guerra per l'indipendenza italiana - Insulti all'Arcivescovo di l'orino e sua partenza per la Svizzera - Effervescenze pericolose - Mezzi di preservazione e Via Crucis - Musica e passeggiate - Funzione al santuario della Consolata - Visita ai santi sepolcri - La lavanda dei piedi - Il dialogo. 105

CAPO XXXI. L'età favolosa dell'Oratorio - Le Cocche - Insulti alla gendarmeria - Le battaglie a sassate - Misure preventive - D. Bosco in mezzo a turbe di ragazzi inferociti - Un giovane ucciso - L'offesa di Dio impedita a qualunque, costo - L'evidente protezione del Signore - Energia, amorevolezza e imponenza misteriosa - Il Catechismo tranquillo dopo una lotta brutale - Alcuni Capi delle Cocche ricoverati nell'Oratorio - La guerra dell'indipendenza nel maggio. 108

CAPO XXXII. Nuovi giovani ricoverati - L'albero della vita rifugio di un secondo fanciullo - Il piccolo barbiere - L'espulso dalla casa paterna - I primi Santi protettori delle camerate. 111

CAPO XXXIII. Maniera di vita dei primi ricoverati - Refettorio romantico - Il cucchiaio in tasca Il pane e i soldi per comprarlo - Il discorsetto alla sera - L'esercizio di buona morte - Visita ai laboratorii - Premiazione per voto comune - Le scuole e i mestieri - Il lepido cuoco - Il Padre adottivo - I giovani dopo il pranzo e la cena di D. Bosco - La prima parola sulla Patagonia. 114

CAPO XXXIV. Margherita Bosco e i giovani interni dell'Oratorio - Spirito di sacrificio, di carità e di prudenza - Vigilanza e rimproveri - Lodi cordiali - Misericordia verso i colpevoli - I proverbii - Amore materno e cristiano - L'ordine nell'Oratorio assente D. Bosco - Spirito di preghiera. 119

CAPO XXXV. IL CRISTIANO GUIDATO SECONDO LO SPIRITO DI S. VINCENZO DE' PAOLI - L'infallibilità del Papa - D. Bosco imitatore di S. Vincenzo - La virtù della dolcezza - Confronto della vita di D. Bosco con quella di S. Vincenzo - Un dono alla Piccola Casa della Divina Provvidenza - Mezzi per la stampa di questo libro. 123

CAPO XXXVI. La guerra dell'indipendenza - Malvagi scrittori - Il buon senso di un contadino - Insulti ai preti - D. Bosco in mezzo ai Barabba - Sua prudenza e carità nel sopportare le ingiurie e far del bene agli offensori - Giovinastri indotti a confessarsi - Un difensore inaspettato. 126

CAPO XXXVII. I Valdesi - Amari frutti - I sedici soldi ed il libro del De Sanctis - Il segnale della guerra - Diverbio - Le sassate - Due colpi di pistola - Il padrone del campo - La festa di S. Litigi - I due fratelli Cavour in processione - Il giornale l'ARMONIA - Palmate misteriose. 130

CAPO XXXVIII. I giovani alle dimostrazioni politiche - Semi di disunione - Disgustoso incidente - Invito respinto - Nuovo abbandono - Seconda muta di spirituali esercizii - Ho perduto i peccati - Rovescio delle armi piemontesi 133

CAPO XXXIX. D. Bosco e Vincenzo Gioberti - Pericolo corso da Carlo Alberto in Milano - Preghiere pel Re - L'esercito piemontese rientra in Piemonte - Gli emigrati - Insulti all'Arcivescovo di Vercelli - Dicerie pericolose contro D. Bosco - Accademia e distribuzione dei premii - Lettera di Carlo Alberto a Pio IX - Il Re giunge a Torino. 137

CAPO XL. Ritorno all'Oratorio male abbandonato - Pacificazione ed esaltazione - Nuova scelta di giovani coadiutori - Studenti generosi - Il primo chierico nell’Oratorio - Manovre militari - L'orto della mamma - Col cibo materiale il pane spirituale - Meraviglie di una comunione generale. 141

CAPO XLI. La Cappella del Rosario ai Becchi - Tenerezza di Mamma Margherita pel nipote - Nuove leggi scolastiche e sagge previsioni di D. Bosco - Scuola nell'Oratorio per i giovani adulti - Progetti di alleanza fra i varii Oratorii della città D. Cocchis e l'Oratorio di Vanchiglia - D. Bosco vuol essere indipendente - Sicurezza di un prospero avvenire. 144

CAPO XLII. Compra di casa Moretta - Fuga di Pio IX da Roma - Minacce dell' Opinione ai Vescovi - Morte del Teol. Guala - Il Ministero Gioberti - Rivendita della casa Moretta. 148

CAPO XLIII. Una scuola di morale nell'Oratorio - Incoraggiamenti dell'Arcivescovo Sacerdoti illustri che vengono ad ascoltare D. Bosco - Avvisi per le confessioni dei giovani - Alcune norme per la predicazione - Chiusura del Convitto Ecclesiastico, ed esclusione da questo degli esterni - Radunanze di Teologi - Amore costante di D. Bosco agli studii ecclesiastici. 151

CAPO XLIV.Un saluto da Lisbona e rimembranze dell'Oratorio di Torino - Morte di Antonio Bosco - Libri perversi e teatri immorali - Gravi insulti al clero e a D. Bosco - Giornali empii e proteste dei Vescovi Prevalenza dei giornali settarii sui giornali cattolici - D. Bosco stampa il periodico: L'AMICO DELLA GIOVENTU - Suo scopo e vantaggi ottenuti - Sue circolari per aver sussidii in questa impresa - Cause del suo ritiro dal campo giornalistico - Noiose conseguenza finanziarie - D. Bosco avverso a far della politica - Sito trovato per diffondere i giornali cattolici - Giudizio di D. Bosco sulla lettura dei giornali. 154

CAPO XLV. Una causa del prestigio di D. Bosco sui giovani - La vista perduta e riacquistata - Benedizione che guarisce dal male di denti - Una intera famiglia sfamata con quattro soldi - D. Bosco legge nei cuori e vede le cose lontane - Una storpia guarita istantaneamente - Da morte a vita e al paradiso - Testimonianze - Umiltà di D. Bosco - Una distrazione - Giudizio del Padre Giuseppe Franco e dell'Arcivescovo di Siviglia - Parole di Mons. Cagliero. 159

CAPO XLVI. Apparecchi per una nuova guerra - Opera del denaro di S. Pietro - Partenza del Re coll'esercito - L'obolo degli artigianelli - Discorso di un giovanetto - Inno a Pio IX - Parole del Marchese Cavour. 163

CAPO XLVII. La battaglia di Novara - Abdicazione di Carlo Alberto - La rivoluzione a Genova - Parma, Modena, Toscana e Sicilia sottomesse agli antichi principi - Causa della tranquillità che regna nell'Oratorio nel 1849 - Affittamento della casa di Valdocco rinnovato col Pinardi - La Divina Provvidenza aiuta a pagare i fitti - Anarchia negli Stati Papali; alcune Potenze si muovono per far cessare i disordini; i Francesi sotto le mura di Roma - Sentimenti del Papa nel ricevere l'offerta dei giovani di Valdocco - Lettera del Nunzio Apostolico - Offerta dei giovani dell'Oratorio di S. Luigi - Libri di Gioberti e di Rosmini messi all'Indice - D. Bosco tenta piegare Gioberti alle decisioni della Chiesa - Sottomissione di osmini e lettera di D. Bosco a D. Fradelizio. 167

CAPO XLVIII. Visite dei Vescovi all'Oratorio e festose accoglienze - L'onomastico di D. Bosco e due cuori d'argento - A S. Ignazio sopra Lanzo - Due corsi di esercizii spirituali ai giovani sulle colline di Moncalieri - Liberazione di Roma - Morte di Carlo Alberto - Alcune decisioni dei Prelati subalpini a Villanovetta - Buon esito della prudenza e carità di D. Bosco. 172

CAPO XLIX. D. Bosco risolve di dar principio alla Pia Società di S. Francesco di Sales - Tempi difficili per aver vocazioni  - Scelta di quattro giovanetti popolani dell'Oratorio - Don Bosco incomincia ad iniziarli nella grammatica italiana e latina: rapidi progressi. Scuola continua ai Becchi - Due lettere di D. Bosco scritte da Morialdo al Teol. Borel - Indirizzi al Governo perchè sia richiamato l'Arcivescovo in Torino - Un assassino convertito e confessato. 176

CAPO L. Apertura dell'Oratorio dell'Angelo Custode - Primordii difficili - I Direttori - Imprudenza di un catechista e sue conseguenze - Frutti consolanti - D. Bosco, D. Verri, D. Olivieri e i fanciulli africani riscattati - Speranze di future missioni per la salvezza eterna dei Moretti - Eroica decisione di D. Biagio Verri presa nella Cappella dell'Oratorio di Valdocco - Sua grande stima per le virtù di D. Bosco. 180

CAPO LI. D. Bosco continua la scuola di latino ai quattro giovani prescelti - Studio sui regolamenti di varii Ospizii e Collegii - La moltiplicazione delle castagne - Elogi all'Oratorio del Conciliatore Torinese. 184

CAPO LII. L'Oratorio di S. Francesco di Sales sul finire del 1849 - Carità di D. Bosco coi giovani esterni e loro corrispondenza - Le ricreazioni dei giovani interni e i consigli amorevoli - Odio al peccato - La presenza di Dio - Preghiera affettuosa - Un'antifona e alcune immagini in onore di Maria SS. - D. Bosco e la virtù della purità. - Origine del teatrino per gli interni - Carceri ed ospedali - Gran stima di molti per le virtù di D. Bosco. 187

CAPO LIII. Il sistema metrico sul teatro - Il litro appoggiato alla brenta Otto dialoghi - Sussidio del Regio Economato - Fatiche di D. Bosco nell'esercitare i giovani in queste recite - Risultati ed amenità - Esercizii spirituali alla gioventù di Torino - Avvisi ai giovani. 191

CAPO LIV. I Chierici della Diocesi dispersi sono raccolti nell'Oratorio - Le scuole del Seminario - Regole per questi chierici nell'Oratorio - Ammaestramenti, consigli, correzioni - Il Kempis - I biglietti di D. Bosco - Le strenne pel Capo d'anno ai chierici - La scuola di geografia in Seminario e nell'Oratorio - I chierici di D. Bosco e il servizio religioso nelle chiese di Torino. 195

NOTA. Dialoghi scritti da D, Bosco sul Sistema Metrico. 199

DIALOGO I. Scoperta - Definizione del sistema - Sue unità fondamentali. Cesare e Ferdinando. 199

DIALOGO II. Spiegazione delle unità e loro derivazione dal metro. Lorenzo ed Alberto. 200

DIALOGO III. Multipli e Sottomultipli. Antonio e Beppe. 201

DIALOGO IV. Metro - Ettometro – Kilometro paragonati col Piede - Trabucco - Miglia. Un falegname ed un Maestro di Sistema Metrico. 203

DIALOGO V. Metro paragonato col Raso. Luigi (Girard) e Costante (Cagliano). 205

DIALOGO VI. Litro, Ettolitro, Decalitro paragonato colla Pinta, Boccale, Brenta, Emina, Coppo Battista brentatore, (Camp. L.co) Pietro mugnaio, (Mistralletti) Un militare (Camp. G.pe) 206

DIALOGO VII. Gramma, Ettogramma, Kilogramma, Miriagramma confrontati coll'oncia, colla libbra, col rubbo. Giacomo cuoco, Alessandro carbonaro, Fabrizio panattiere. 208

DIALOGO VIII. Kilometri e Miglia - Tavola e Ara - Stero e Tesa. Lucio padre di famiglia fittaiuolo e Renzo Impresario. 209

 


PROTESTA DELL'AUTORE

 

                Conformandomi ai decreti di Urbano VIII, del 13 marzo 1625 e del 5 giugno 1631, come ancora ai decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiaro solennemente che, salvo i domini, le dottrine e tutto ciò che la Santa Romana Chiesa ha definito, in tutt'altro che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendo di prestare, nè richiedere altra fede che l'umana. In nessun modo voglio, prevenire il giudizio della Sede Apostolica, della quale mi professo e mi glorio di essere figlio obbedientissimo.

 

 


 

PREFAZIONE

 

                ECCO amati confratelli, il terzo volume delle Memorie Biografiche del nostro ammirabile fondatore. Si presenta a voi ornato colla veneranda effigie del Sacerdote Giuseppe Cafasso. È questo un segno di quella gratitudine imperitura che professano i Salesiani per quel gran servo di Dio che fu maestro, consigliere, Benefattore del nostro D. Bosco nel primordi della sua carriera sacerdotale ed apostolica. D. Bosco lo amò di un affetto tenerissimo e in tutto il corso della sua vita lo ricordava ai suoi figliuoli e loro proponevalo qual modello da imitarsi. I due nomi adunque e la memoria di D. Bosco e di D. Cafasso non vanno disgiunti. È gloria di un figlio santo la santità del padre suo, come gloria del padre è il figlio sapiente. [VIII]

                Noi perciò continuiamo a svolgere la narrazione dei fasti di questa gloria, che formò lo stupore e la felicità spirituale e temporale di migliaia di testimoni, di molti dei quali noi riporteremo i nomi. Se talora non fossero citati è segno che noi stessi abbiamo appresa la cosa da coloro che erano presenti.

                Intanto mentre rammentiamo le norme date dal nostro Venerato Rettor Maggiore sull'uso riservato di queste Memorie, da noi esposte nelle precedenti Prefazioni, ci raccomandiamo caldamente alle vostre preghiere.

                Il Signore ci benedica, e la Vergine Santissima Ausiliatrice incoronata, ci aiuti a conseguire quella immortale corona che è promessa ai servi fedeli del suo Divin Figlio e che il nostro caro D. Bosco, speriamo con certezza, abbia conseguita.

 

                Torino, 25 Marzo 1903

                Festa dell'Annunciazione di Maria SS.

 

Sac. Gio. BATTISTA LEMOYNE

della Pia Società

di S. Francesco di Sales.

 

 


CAPO I.
L'indipendenza della patria dallo straniero desiderata dagli Italiani - I liberali - Scaltro lavorio delle sette cosmopolite

 

                SUL principio del 1847 era generale l'aspettazione di novità politiche. Libri, opuscoli e fogli riboccanti di amor patrio proclamavano la necessità di infrangere il giogo straniero che pesava sulle migliori provincie italiane e di stringere in confederazione i varii Stati della penisola per conquistare e difendere la propria indipendenza. Queste aspirazioni per sè non recavano offesa nè alla religione nè alla morale; e rispondendo ad un desiderio latente in tutti i cuori, furono causa per cui molti di ogni ordine e condizione secondarono poi quel movimento, che dicevasi nazionale. Nello stesso tempo Silvio Pellico col suo racconto delle Mie Prigioni, ingenuo e senza recriminazioni, aveva destato e teneva vivo nel cuore dei giovani italiani un fermento di odio inestinguibile contro l'Austria.

                Quelli intanto che erano designati col nome di liberali, giovandosi di tanta eccitabilità degli animi, davano la spinta [2] ai popoli coi grandi nomi di Religione e di Patria, a fine di predisporli in varii modi agli avvenimenti che andavano preparando. La mutazione di forma nel governo era il primo svolgimento dei loro ideali.

                Fra questi non pochi erano onesti, affezionati al loro sovrano ed in buona fede, quantunque fossero caldi per qualche idea non totalmente equa e scevra di errore; si professavano ed erano sinceramente cristiani, perchè il liberalismo non si era ancor palesato come un sistema contrapposto alla Chiesa Cattolica, alla fede, al Decalogo del Signore. Questi pel bene dei popoli domandavano istituzioni politiche rette da principii di savia e più ampia libertà, una maggiore autonomia dei Municipii dalle Autorità centrali, e disapprovavano i moti di piazza preparati nelle Congiure.

                Ma leali come costoro non erano altri dello stesso partito, ai quali l'educazione, le pessime letture, l'indole ambiziosa e insofferente di ritegno facevano desiderare quel governo costituzionale, spento prima di esser nato nel 1821, non tanto per amore di libertà, quanto per salire ai seggi più eminenti del potere ed avere il monopolio della cosa pubblica. Essi non rifuggivano dalle macchinazioni segrete e dai tumulti per raggiungere il loro scopo. Infatti non potendo da soli nulla tentare, si erano collegati coi settarii, i quali, pochi allora, ma astuti, avevano loro promesso aiuto. In contraccambio però vollero ed ebbero l'assicurazione che lo Stato sarebbe messo sulla via del progresso moderno, rompendola colla Santa Sede e calpestando le immunità e gli altri diritti ecclesiastici. Tenevano però nascoste le loro aspirazioni estreme cioè l'idea repubblicana. Tosto si videro scrittori scaltri ed infinti con modi blandi ed ingannevoli cercar di trarre i cattolici alla rivoluzione e vestire di forme religiose le dottrine settarie per sedurre gli incauti; e mentre talvolta assalivano [3] le Istituzioni della Chiesa in modo di far abborrire il clero, designavano e lodavano ipocritamente la religione stessa come fonte e strumento di patrio amore.

                Tuttavia eziandio tale alleanza nulla poteva innovare nel Piemonte senza il consenso di Carlo Alberto, stando per lui l'amore del popolo e la fedeltà dell'esercito. Ed egli era gelosissimo e di irremovibili propositi in ciò che riguardava le prerogative della Corona e le attinenze della Religione. Questi liberali invero erano in tempo riusciti a cattivarsi l'animo del Re, come abbiamo narrato, sedevano ne' suoi secreti consigli, approvavano il suo disegno di fondare un regno italico, ma non era ciò che essi avevano solamente ideato. Volevano servirsi di lui come di arma e bandiera contro tutti i principi d'Italia e in ispecie contro il Romano Pontefice; mentre il Re sabaudo, nemico della supremazia austriaca, vagheggiava di unire a' suoi dominii non più di Parma, Piacenza, Modena Reggio, la Lombardia ed il Veneto. Egli designava con tale conquista formare un baluardo in difesa del Papato del quale egli dichiarava, che sarebbe stato fino all'ultimo valoroso difensore.

                Per altro i liberali avevano potuto ottenere un gran vantaggio, quello di attenuare nella Corte l'influenza dei conservatori dell'ordine stabilito, i quali erano schietti cattolici, devoti a tutta prova alla dinastia di Savoia, e di loro contendere politicamente il campo. Gioberti co' suoi odiosi libelli, riusciva a farli qualificare come una sêtta Austro - Gesuitica nemica della patria. Oltre a ciò, coi settarii del Piemonte - speravano in un trionfo non lontano, poichè erano sostenuti da tutte le sêtte cosmopolite repubblicane, strette fra loro in lega, offensiva e difensiva. Protette efficacemente da Lord Palmerston ministro degli Affari Esteri in Inghilterra e capo della Massoneria, avevano silenziosamente arreticata l'Europa [4] colle loro trame sovversive e andavano preparando moti improvvisi di popoli. Ogni loro pensiero ed opera indirizzavano nell'abbattere i troni e la Chiesa Cattolica, prima rappresentante e custode dell'autorità. La Francia colle sue dottrine rivoluzionarie, causa di enorme guasto morale; l'Austria indebolita dalle dottrine di Giuseppe II e che pretendeva servirsi della Chiesa come strumento di governo, invece di ascoltarla come maestra e obbedirla come madre; gli Stati, protestanti della Germania, col loro principio di libero esame scalzante ogni principio di rispetto all'autorità divina ed umana sembrava dovessero rimanere preda non difficile dei congiurati, Toscana e Napoli colle dottrine Leopoldine e Tanucciane fatto sorgere una generazione di ingegni avversi alla Ecclesiastica legislazione. Con tutti questi elementi crescevano facilmente e si moltiplicavano le congreghe occulte in ogni, parte d'Europa, e sotto ad ogni trono era stata preparata la mina. I capi si erano accordati che, per quanto fosse possibile, le insurrezioni scoppiassero simultaneamente, sicchè in nessun modo ogni governo stabilito potesse ricevere aiuto dagli altri; e così essi rimanere i padroni della terra, e dei popoli. Nell'ordire tutte queste macchinazioni, volgevano il loro sguardo, infiammato dall'odio, verso la sede del Romano Pontefice per distruggerne il potere temporale e spirituale, mentre in questi giorni Roma accoglieva tra le sue mura o palesi o, nascosti un gran numero dei più audaci settarii, quivi discesi da ogni parte. Omai la pubblica tranquillità dipendeva dal beneplacito di costoro, e l'Angelico Pio IX, senza quasi avvedersene, era da loro assediato nella sua capitale, mentre non cessavano le pubbliche e assordanti feste in suo onore.

                Ciò non ostante l'ordine e la pace continuavano, generalmente, a regnare in Europa se eccettuasi la Svizzera, ove già da tempo i radicali, stracciati gli antichi statuti e i patti [5] giurati, con inaudite violenze avevano mutata la costituzione federale. Ultimo ostacolo da superare per render salda la loro tirannide erano i sette Cantoni cattolici. Perciò, raccogliendo nelle loro file quanti malvagi avevano trovata salvezza in quelle regioni, fuggendo dalla giustizia dei loro paesi, mossero per impadronirsi del governo supremo di tutta la confederazione. Nelle terre Elvetiche adunque in quest'anno incominciarono i tumulti, e bande armate di migliaia di malfattori percorrevano i monti e le valli dei territorii cattolici commettendo ogni sorta di infamie e di nequizie. I sette Cantoni prevedendo allora che sarebbero ben presto assaliti dall'esercito regolare, si strinsero in alleanza tra loro e invocarono, l'intervento delle Potenze in difesa della giusta loro causa. Avendo chieste armi, delle quali difettavano, a Carlo Alberto, le ottennero dalla sua magnanima generosità, e questi fu il solo tra i regnanti che cercasse di sorreggerli nell'ora dell'infortunio. Tuttavia i cattolici nel novembre 1847 soccombettero. Si difesero con grande valore dall'invadente esercito radicale forte di 118.000 uomini, ma i tradimenti, le tregue violate li diedero in mano ai loro nemici. Assassinii di sacerdoti, saccheggi di conventi, incendii di templi, leggi inique che spogliavano e vincolavano la Chiesa Cattolica, prigionie di Vescovi, avevano disposta, accompagnata e stabilita siffatta conquista, col grido di Viva la libertà!

                Questo colpo sanguinoso faceva parte dei disegni della rivoluzione universale. Confinando la Svizzera coll'Alemagna, colla Francia e coll'Italia, ed essendo nazione indipendente, si prestava a meraviglia per stabilirvi il quartiere generale di tutti i capi settarii: quivi sarebbe stato impunemente mantenuto acceso il focolare dal quale si propagherebbero gli incendii delle rivolte nei regni circostanti; e questo luogo servirebbe di rifugio sicuro e d'asilo di tutti i complici ed emissarii delle [6] congiure, qualora non arridesse la fortuna ai tentativi scellerati. E così venne fatto, perchè i figliuoli di questo secolo sono nel loro genere più prudenti dei figliuoli della luce[1]. Tutto adunque era stato preparato: strette le ultime fila delle trame; più non aspettavasi che il segnale per insorgere. Speravano di trionfare non pensando che le sorti della Chiesa e di tutte le nazioni della terra stanno nelle mani, di Dio, che nulla accadrà senza ch' Ei lo permetta, e saprà Egli a suo talento mutare il corso degli avvenimenti: chè le prove più o meno lunghe per gli uni, i castighi per gli altri si avvicenderanno, ma il trionfo sarà sempre per la sua legge. Ad ogni passo Egli dimostrerà ai ribelli che non est sapientia, non est prudentia, non est consilium contra Dominum. Equus paratur ad dieni belli; Dominus autem salutem tribuit[2].

 

 


CAPO II. Spirito di pietà e il GIOVANE PROVVEDUTO.

 

                MENTRE il nemico del genere umano, quegli che fu omicida fin da principio, smaniava per scristianeggiare il mondo, D. Bosco proseguiva a lavorare a tutt'uomo, formando un popolo di giovanetti, amante coll'opera la Religione di Gesù Cristo, e studiando il modo di guidarne molti ad una vita perfetta. Ei fondava la loro educazione cristiana sulla preghiera, che egli praticò sempre con sommo fervore, facendosi continuo e salutare esempio ad innumerevoli anime.

                Pel succedersi incalzante delle sue occupazioni non gli era dato di poter impiegarvi lunghe ore nel giorno; ma quanto faceva si può dire che raggiungesse la perfezione. Il suo atteggiamento raccolto e devoto palesava la sua fede. Non tralasciava mai di celebrare la santa Messa, eziandio quando era infermiccio. Il breviario lo recitava regolarmente. Più volte al giorno pregava per sè, per le anime che gli erano state affidate, e in ispecie per i suoi penitenti. Più volte chi entrava in sua camera lo vide col rosario in mano cui egli stava recitando. Allorchè pregava ad alta voce, pronunciava le parole con una specie di vibrazione armoniosa, che dava a conoscere come queste partissero da un cuore infiammato di carità e da un'anima che possedeva il gran dono della sapienza. Talora [8] quando era troppo stanco sospendeva i suoi lavori e si faceva leggere buoni libri. Con tutto ciò non di rado si doleva di non poter dare una più larga parte del suo tempo all'orazione vocale e mentale: e suppliva con molte giaculatorie, il cui suono però non usciva dalle sue labbra. Così affermano i primi allievi dell'Oratorio fra i quali D. Michele Rua e D. Turchi Giovanni.

                Ricco di questo spirito di orazione, D. Bosco ideò un nuovo manuale divoto, facile e breve, ad - uso dei giovanetti. Innumerevoli erano i libri di pietà che correvano per le mani dei fedeli, ma in generale si prestavano poco ai bisogni dei tempi e della gioventù. Per rimediare a questa lacuna ci si accinse all'opera con alacrità e compose IL GIOVANE PROVVEDUTO, per la pratica de' suoi doveri, degli esercizii di Cristiana pietà, e dei principali Vespri dell'anno, coll'aggiunta di una scelta di Laudi sacre.

                Presentato il suo manoscritto ai tipografi, Marietti gli fece un preventivo di spesa pel quale ogni copia ben legata ed ornata avrebbe costato 4 lire e 50. Paravia volendo concorrere a quell'opera buona si contentava di 25 centesimi alla copia dando i soli fogli stampati, che D. Bosco avrebbe poi fatti legare a suo piacimento. D. Bosco accettò la proposta di Paravia e non avendo di che far fronte alle spese di stampa, incominciò a prevalersi di uno di quei varii ripieghi, che poscia moltiplicati dal suo genio pratico approdarono così felicemente. Come forse aveva già fatto, nel pubblicare la Storia Ecclesiastica, la Storia sacra ed il Sistema metrico, mandò attorno una circolare annunziando il suo nuovo libro. Quando si fu assicurato che, secondo la convenzione fatta con Speirani, 10.000 copie sarebbero esitate, diede corso alla stampa. Il libro riusciva un 16° di 352 facciate. Fattane la spedizione a coloro che avevano aderito alla circolare, si dovette subito [9] stamparne altri 5000 esemplari per soddisfare alle domande che insistenti pervenivano. D. Bosco allora avvisò Paravia a non disfare la composizione dei caratteri, e ne aveva per risposta: - Ho già capito che questo libro avrà uno spaccio straordinario - Infatti se ne dovettero imprimere ancora nello stesso anno altre 5000 copie. Marietti ebbe l'impresa di coprire con fodera riccamente ornata quelle destinate in dono ai benefattori, o da mettersi in vendita per le persone agiate.

                Crescendo, coll'andare del tempo, le continue domande e il bisogno di provvederne gli Oratorii festivi ed i collegi, vivente D. Bosco se ne tirarono oltre a cento ventidue edizioni di circa 53.000 copie ciascuna, come attesta D. Rua Michele; aggiungendosi poi le traduzioni fatte in ispagnuolo, in francese e in altre lingue, si oltrepassò di molto la cifra di sei milioni di copie, sparse fino ad oggidì nel popolo Cristiano, sicchè puossi dire che il Giovane Provveduto penetrato in ogni istituto di educazione, in ogni casa di lavoro, in ogni famiglia cristiana, cooperò efficacemente a promuovere la pietà e a conservare la fede tra il popolo.

                Nelle prime pagine di questo suo libro D. Bosco stampava nel 1847 un caloroso appello in questi termini:

 

ALLA GIOVENTU'.

 

                Due sono gli inganni principali con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù. Il primo è far loro venire in mente che il servire al Signore consista in una vita melanconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiana, che vi possa nel tempo stesso rendere allegri e contenti e additarvi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, talchè voi possiate dire col santo profeta Davidde: [10] Serviamo al Signore in santa allegria: Servite Domino in laetitia. Tale appunto è lo scopo di questo libretto: insegnare a servire il Signore e a stare sempre allegri.

                L'altro inganno è la speranza di una lunga vita, colla comodità di, convertirvi poi nella vecchiaia o in punto di morte. Badate bene, miei figliuoli, che molti in simile guisa furono ingannati. Chi ci assicura di venir vecchi? Uopo sarebbe patteggiare colla morte che ci aspetti fino a quel tempo; ma vita e morte sono nelle mani del Signore, il quale può disporne come a Lui piace.

                Che se Iddio vi concedesse lunga vita, udite il grande avviso che Egli vi dà: Quella strada, che un figlio comincia in gioventù, si continua nella vecchiaia fino alla morte: Adolescens, juxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet abea. E vuol dire: se noi cominciamo una buona vita ora che siamo giovani, buoni saremo negli anni avanzati, buona sarà la nostra morte e principio di un'eterna felicità. Al contrario se i vizii prenderanno possesso di noi in gioventù, per lo più continueranno in ogni età nostra fino alla morte, caparra troppo funesta di una infelicissima eternità. Acciocchè questa disgrazia a voi non accada, vi presento un metodo di vivere, breve e facile, ma sufficiente perchè possiate diventare la consolazione dei vostri parenti, l'onore della patria, buoni cittadini in terra, per essere poi un giorno fortunati abitatori dei Cielo.

                Questa operetta è divisa in tre parti. Nella prima voi troverete le cose principali che dovete operare, e quanto dovete fuggire per vivere da buoni cristiani. Nella seconda si raccolgono parecchie pratiche divote, come soglionsi usare nelle parrocchie e nelle case di educazione. Nell'ultima si contiene l'Uffizio della B. V., i Vespri dell'anno coll'aggiunta di una scelta di canzoncine spirituali. [11]

                Miei cari, io vi amo tutti di cuore, e mi basta sapere che voi siete ancora in tenera età perchè io vi ami assai; e, vi posso accertare che troverete libri propostivi da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo e che più desideri la vostra vera felicità. La ragione di questo mio affetto si è che nel vostro cuore voi conservate il tesoro della virtù, il quale possedendo avete tutto; perdendolo, voi divenite i più infelici e sventurati del mondo.

                Il Signore sia sempre con voi e faccia sì che, praticando questi pochi suggerimenti, possiate accrescere la gloria di Dio, e giungere a salvare l'anima, fine supremo per cui fummo creati.

                Il cielo vi conceda lunghi anni di vita felice, e il santo, timor di Dio sia ognora quella grande ricchezza, che vi colmi di celesti favori nel tempo e nell'eternità.

Affezionatissimo in Gesù Cristo

Sac. Bosco GIOVANNI

 

                Quale ardenza di carità in questa prefazione! Qualche frase parrà esagerata, e più tardi la tolse; ma pure bisognava che dal principio della sua missione egli facesse sentire tutta la forza di un amore paterno ad anime fino allora refrattarie e direi selvagge, le quali da altro vincolo non potevano essere tratte e tenute nelle vie del bene se non da un affetto, le cui prove dovevano essere così forti da non temere smentita. E il suo affetto si palesò quasi ad ogni pagina di questo nuovo libro, indirizzandosi egli ai suoi alunni, coll'appellativo di figliuoli. Come parlava, così scriveva. E i giovani convinti di essere amati, arrendevansi a' suoi dolci inviti e si

                riguardavano come fratelli, sicchè nei primi tre lustri prevalse fra loro l'usanza di chiamarsi a vicenda figli; e [12] accennando ai loro compagni ripetere e scrivere: il figlio tale, il figlio tal altro. Erano infatti i figli dell'Oratorio, i figli di D. Bosco, ma per divenire ed essere figliuoli di Dio.

                E tali tendeva a formarli il Giovane Provveduto, poichè le norme che loro dettava per riuscir virtuosi e fuggire le occasioni di peccato non rimanevano lettera morta inefficace. D. Bosco ricordandole ogni giorno in varie circostanze e maniere, procurava che fossero tradotte in atto. Non è qui il luogo di esporre minutamente i tesori celesti di un libro, che è posto nelle mani di tutti, ma non crediamo di dover omettere alcuni intendimenti di D. Bosco nello scriverlo e alcuni punti storici che lo riguardano.

                In primo luogo, nelle preghiere del mattino e della sera prescrive la recita del simbolo apostolico, degli atti di fede, speranza e carità, dei comandamenti di Dio e della Chiesa, perchè ripetute ogni giorno rimanessero indelebili nella mente dei giovani le verità, che dovevano credere e i precetti ai quali attenersi.

                Quindi espone il modo di assistere con frutto alla santa Messa; e in questa ben tre volte fa pregare per tutta la Chiesa e pel Sommo Pontefice, invocando pace, concordia e benedizione ad ogni Autorità spirituale e temporale. Con ciò i giovani affermavano la loro gran sorte di appartenere alla Chiesa Cattolica. Queste e le altre orazioni, brevissime e sugose, faceva leggere a voce alternata, nel tempo del Santo Sacrifizio alla Domenica. Anche gli allievi dei Fratelli delle Scuole Cristiane le recitavano con piacere avendo i loro Superiori adottato il Giovane Provveduto per le Congregazioni Domenicali. Il loro antico manuale di pietà conteneva orazioni piuttosto prolisse, che li stancavano assai.

                Aggiunge eziandio le parti che si cantano nelle Messe solenni festive e in quelle dei defunti, per renderle famigliari [13] a' suoi cantori nelle loro semplici note, e a tutti gli altri giovani che coll'udirne avrebbero facilmente imparato quei canti. Non omette di descrivere la maniera pratica di servire la Messa privata, ponendo egli poi grande cura che fossero in questa bene esercitati quei numerosi giovani che destinava a così santo ufficio.

                Oltre a ciò, dopo una istruzione chiara e precisa sul modo di confessarsi bene, che era l'oggetto costante delle sue prediche e delle sue esortazioni, suggeriva i motivi adattati ad eccitare nelle anime un vero dolore delle proprie colpe. Il difetto grave di certi libretti di pietà diffusi allora nel popolo consisteva nel trattar l'argomento della confessione troppo, teologicamente. I giovanetti si lamentavano di non sapere come pentirsi dei loro peccati; e che le preghiere proposte in quei libri erano troppo astruse e prolisse. Quindi non è a dirsi quanto godessero allorchè D. Bosco presentò loro il Giovane Provveduto.

                Alle preghiere per il Sacramento della Penitenza facevano seguito altre per la preparazione e il ringraziamento alla santa Comunione. Queste nei giorni di comunione generale si incominciavano a leggere ad alta voce dopo l'elevazione interrompendosi le preci dell'assistenza alla S. Messa e ripetendo la moltitudine con voce spiccata le frasi pronunziate dal lettore. Per coloro i quali per qualsivoglia motivo non potevano accostarsi alla sacra Mensa, D. Bosco stampava: “Se non potete comunicarvi sacramentalmente fate almeno la comunione spirituale, che consiste in un ardente desiderio di ricevere Gesù nel vostro cuore”. E questo desiderio, da lui eccitato, conduceva ogni domenica più di un centinaio di quei giovanetti alla santa Comunione.

                Non aveva egli dimenticato di presentare una bellissima preghiera per la visita al SS. Sacramento, cui faceva [14] seguire una corona al Sacro Cuor di Gesù, del quale stampava eziandio i vespri per la Festa in suo onore. Questa divozione, osteggiata in quei tempi da molti che erano imbevuti di errori e pregiudizii giansenistici, e che poi per Don Bosco fu causa delle sue più belle glorie, egli incominciava fin d'allora a radicarla nei cuori, e notava come la corona del Sacro Cuor di Gesù, potesse servire per far le novene di tutte le feste di N. S. Gesù Cristo. Chi può numerare le volte che migliaia e migliaia di fanciulli, succedendosi innanzi al santo tabernacolo ripeterono e ripeteranno continuamente queste affettuose preghiere di fede e di riparazione per le offese sopportate dal Cuore Divino nella SS. Eucaristia dagli eretici, dagli infedeli e dai cattivi cristiani! Ricordiamoci che D. Bosco fu eziandio l'Apostolo della visita al SS. Sacramento.

                Ma l'amore di Gesù agli uomini dev'essere celebrato coi misteri della sua nascita, della sua passione e morte. E il Giovane Provveduto contiene le cosiddette profezie, i cantici, gli inni, le antifone solenni per la novena del Santo Natale, che dovevano essere cantate con tutta la possibile grandiosità e tenerezza del rito. In quanto alla passione, D. Bosco stesso compilò un modo di praticare la Via Crucis, col quale le quattordici stazioni sono accennate colla massima brevità, ma con una efficacia incomparabile per la riforma dei costumi. Come era stampato, così si eseguiva fin da quest'anno e si eseguisce tuttora. Nei primi venti anni si celebrò in tutti i venerdì quadragesimali di marzo. D. Bosco prima con pochi, e direi in privato e poi quando furono molti i giovani presenti, preceduto dalla croce e da due torcie, vestito di rocchetto e, di stola procedeva nella cappella di stazione in stazione leggendo in ginocchio colla sua voce commossa e che gli altri commoveva, le narrazioni, le riflessioni, e i proponimenti nel caro libretto. In questo riportava eziandio in ultimo [15] un piccolo ricordo in latino della passione di N. S. G. C., forse perchè venisse recitato al letto dei bambini infermi o agonizzanti.

                Colle divozioni al Divin Salvatore non dovevano mancare quelle in onore della Sua Madre SS. D. Bosco scriveva per i suoi giovani: “Siate intimamente persuasi che tutte le grazie che voi chiederete a Maria SS. vi saranno concesse, purchè non domandiate cose che siano di vostro danno”. Era suo impegno che il nome di Maria fosse invocato continuamente dai Cristiani. La divozione al sacro Cuore della Vergine benedetta era in uggia a molti dei cosiddetti spiriti forti imbevuti di idee ultramontane; e D. Bosco, nella semplice sua fede, fattosene banditore, terminava la visita al SS. Sacramento e la corona del Sacro Cuore di Gesù coll'orazione al sacratissimo cuore di Maria scritta da S. Bernardo. E così questa diventò la divozione pure quotidiana dei più fervorosi. Insisteva perchè al mattino, alla sera e lungo il giorno si ripetesse: “Cara madre Vergine Maria, fate che io salvi l'anima mia”; e prevenendo la definizione dogmatica, insegnava la giaculatoria da recitarsi ogni giorno: “Sia benedetta la Santa Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria”.

                In onore della Madonna, ne stampava l'Ufficio. Voleva trasferite nell'Oratorio le pratiche di pietà, che tanti giovani, della campagna avevano frequentato nelle Confraternite dei proprii paesi. Quindi, appena ebbe un numero di alunni interni che poterono leggere in latino, si incominciò a cantare prima il Vespro della B. V. alla sera fra il catechismo e la predica e più tardi a recitarne il Mattutino e le Lodi avanti all'unica Messa, mentre egli confessava. Quando ebbe un altro sacerdote stabilito in casa, il Mattutino e le Lodi si presero a cantare nel tempo della seconda Mesa. L’Ufficio [16] intero riserbavasi per tutti quei giorni nei quali sarebbero, stati dettati gli esercizii spirituali.

                Ma sovrattutto stava a cuore a D. Bosco il santo Rosario e ond'è che aveva scritto con brevissime contemplazioni i quindici misteri. Una terza parte di Rosario la faceva recitare ogni festa, esortando con gran fervore i suoi giovani a continuare, potendolo, questa pia pratica, ogni giorno della settimana nelle loro case. Egli intanto finchè fu solo ne recitava giornalmente luna terza parte con sua madre e poi, aggiungendosi i giovani ricoverati, col Rosario si assisteva nei giorni feriali alla santa Messa. Dal punto che l'Oratorio fu aperto, in Valdocco fino ai tempi presenti, ad ogni sorgere di aurora il suo caro recinto risuonò impreteribilmente di questa orazione, così cara al cuor di Maria e così efficace nelle angustie della Chiesa. Una sol volta all'anno in cappella nella sera di Ognissanti si recitò sempre intiero il Rosario in suffragio delle anime del purgatorio, e D. Bosco non mancava mai di prendervi parte inginocchiato nel presbitero e guidando sovente egli stesso la preghiera.

                A questi atti di pietà in onore della Madre di Dio aveva eziandio uniti i due opuscoletti già dati da lui alla stampa anni prima: La corona di Maria addolorata, e Le sette allegrezze che gode Maria in Cielo. In tempi di poco posteriori a questi un gruppo di giovanetti più distinti nella pietà andava in cappella, a recitare tutte le Domeniche dopo le funzioni della sera questo secondo ossequio innanzi all'immagine di Maria, e così continuossi fino oltre al 1867. Sovente in mezzo a loro si vedeva D. Bosco, ad animarli col suo esempio.

                Come è agevole arguire, tutte le divozioni che D. Bosco suggeriva, avevano l'alto scopo di rendere i giovani simili agli angioli, con una vita immacolata. Erunt sicut [17] Angeli Dei in coelo! Quindi egli aggiungeva al Giovane Provveduto altri due opuscoli, da lui separatamente stampati: L'esercizio di divozione al Santo Angelo custode e le sei Domeniche e la novena di S. Litigi Gonzaga - Gli Angioli, protettori dei giovani; S. Luigi, loro modello! Le Domeniche dell'angelico giovanetto erano celebrate in cappella fin dai primi tempi e D. Bosco esortava tutti a farne la novena nelle loro case. La Festa era segnalata da una bella processione. Di questo Santo egli cita gli esempi, imitati dal Comollo, e in ogni circostanza lo richiama alla memoria dei giovani e ne suggerisce l'invocazione. - L'obbedienza ai vostri genitori è lo stesso come se fosse prestata a Gesù Cristo, a Maria SS. ed a S. Luigi - Esaminate come vi regolaste pel passato nelle preghiere e procurate d'infervorarvi sempre più, massimamente nel recitare lungo il giorno qualche giaculatoria a Dio e al vostro avvocato S. Luigi. - Se non potete dissipare una tentazione fate il segno della santa croce, baciate qualche medaglia benedetta, invocate Maria, oppure S. Luigi dicendogli: O Luigi santo, fate che io non offenda il mio Dio! - Nell'accostarvi al Sacramento della Penitenza, dite: Vergine SS., S. Luigi Gonzaga, pregate per me, onde possa fare una buona confessione. - Aggiungeva eziandio: Invocate S. Luigi per ottenere di fare una buona comunione e di ricavarne frutti più copiosi. - Al fine della Messa recitate una Salve a Maria SS. e un Pater a S. Luigi affinchè vi aiutino a mantenere i proponimenti fatti, specialmente di evitare i cattivi discorsi. Nel decorso del giorno dite la giaculatoria: Vergine Maria, Madre di Gesù e S. Luigi Gonzaga, fatemi santo. Infine, nelle orazioni da recitarsi al principio ed al fine della giornata, aggiungeva una preghiera per ottenere la protezione di S. Luigi in vita ed in morte. [18] A questo modo D. Bosco rendeva come visibile agli occhi dei giovani S. Luigi, loro lo metteva al fianco, sicchè continuamente con lui s'intrattenessero, come con un compagno ed amico, con lui vivessero la vita del paradiso, e circondati dal profumo delle sue virtù, sentissero abborrimento grande a tutto ciò che poteva macchiare la purezza della loro anima. Così li preparava eziandio ad ascoltare la voce del Signore, siccome aveva fatto S. Luigi, ed i prescelti potevano con sicurezza abbracciare la vita religiosa della quale è indispensabile sostanziale decoro la castità. Infatti nell'ottavo giorno della novena di S. Luigi aveva stampato: “Preghiamo altresì il Signore che ci faccia conoscere in quale stato Egli voglia essere servito da noi, affinchè possiamo spendere bene, quel tempo che egli pose in nostro potere e da cui dipende la nostra eterna salvezza”. E nella meditazione dell'inferno aveva eziandio scritto questo avvertimento: “Se Dio ti chiama anche a lasciare il mondo, arrenditi presto. Ogni cosa che si fa per iscampare da una eternità di pene è poco, è niente. Nulla nimia securitas ubi periclitatur aeternitas (S.BERNARDO). Oh! quanti nel fiore di loro età abbandonarono il mondo, la patria, i parenti e andarono a confinarsi nelle grotte e nei deserti, vivendo soltanto a pane ed acqua, anzi talvolta a sole radici d'erba; e tutto questo per evitare l'inferno. E tu che fai?”.

                Quindi, perchè chi possedeva la grazia di Dio non ne facesse lagrimevole getto, e chi l'avesse perduta la riacquistasse il più presto possibile, ecco da lui stabilita un'altra pratica commoventissima, ossia l'Esercizio di Buona Morte.

                Badate, ei diceva, che al punto di morte si raccoglie quello che abbiamo seminato nel corso di nostra vita. Se avremo fatte opere buone, beati noi; la morte ci riuscirà di contento; il paradiso sarà aperto per noi. Al contrario guai [19] a noi! Rimorsi di coscienza nel punto di morte e un inferno aperto che ci aspetta: Quae seminaverit homo haec et metet. E ripeteva ancora: Tutta la vita dell'uomo deve essere luna continua preparazione alla morte.

                D. Bosco adunque nel 1847 incominciava a fissare la prima Domenica di ogni mese per un così salutare esercizio, invitando tutti ad una comunione generale e raccomandando la confessione come se fosse l'ultima della loro vita. Perchè tale giorno fosse distinto dagli altri con segno di speciale allegrezza preparava loro pane e companatico per colazione. Con ciò egli direttamente intendeva porgere ad essi nuova occasione perchè si avvezzassero sempre più alla frequenza ai sacramenti, e alla sera del sabato e al mattino della Domenica, con una carità e pazienza inalterabile, ascoltava una folla di penitenti che ad ogni ora si rinnovava.

                Finita la Messa e deposti gli abiti sacri, D. Bosco andava ai pie' dell'altare ove per lui era stato preparato un inginocchiatoio, e là recitava l'affettuosa preghiera per implorare da Dio la grazia di non morire di morte improvvisa, e una supplica a S. Giuseppe per averne l'assistenza negli estremi momenti. Aveva sempre insistito che i suoi giovani, col nome di Maria SS. e di S. Luigi, invocassero eziandio quello del Padre putativo di Gesù. Quindi leggeva con grande compunzione i brevi periodi che ricordano le singole fasi dell'agonia di un cristiano, ad ognuno dei quali i giovani rispondevano: Misericordioso Gesù, abbiate pietà di me i Finiva con una orazione per le anime del Purgatorio.

                Gli stavano pur molto a cuore queste anime benedette e nel suo manuale inserì il Vespro dei defunti da cantarsi nel giorno di Ognissanti dopo il Vespro della solennità, e i salmi e le preghiere per le esequie dei defunti e per le sepolture. Notava pure le indulgenze largite dai Sommi Pontefici all [20] suddette pratiche di pietà, tanto pel grande guadagno che avrebbero fatto i giovani coll'acquistarle, quanto pei suffragii coi quali molti di loro avrebbero recato refrigerio ai poveri trapassati.

                Vi stampò eziandio la Compieta maggiore per quelle festività della quaresima nelle quali il rito porta che si canti il Vespro prima di mezzogiorno, e che poi modulata dai nostri giovanetti francesi avrebbe formato la delizia di varie Chiese in quella generosa nazione; e insieme colla Compieta i sette Salmi Penitenziali colle Litanie dei Santi, le quali sarebbero recitate dopo la santa Messa nella festa di S. Marco e nei tre giorni delle Rogazioni quando nell'Oratorio abiterebbero alunni interni. In fine ei poneva i salmi, gli inni e i versetti dei Vespri per tutte le Domeniche e le feste dell'anno in onore di Dio, della Madonna, di S. Giuseppe, degli Angioli, degli Apostoli e dei Santi principali. Omise le antifone, perchè oltre ad accrescere di troppo il volume, queste dovevano essere cantate solamente dal coro. Perciò si provvide di un antifonario e con grande pazienza incominciò ad insegnarne le note ad alcuni giovanetti. Turco Giuseppe lo sorprese una sera mentre dava lezione a tre suoi allievi, e tenendo in mano una caramella, promettevala in premio a quegli che avrebbe cantato meglio l'antifona: Dixit pater familias.

                D. Bosco non poteva conchiudere meglio il suo libro che stampando una scelta di Laudi sacre. Fra quelle della Madonna avvene una del Sacro Cuor di Maria, dono di Silvio Pellico, e altra a Maria Consolatrice, che i giovani cantavano in molte occasioni e specialmente quando si recavano processionalmente due volte all'anno a visitare il vicino famoso Santuario dedicato alla Madonna sotto questo titolo. Sovente facevale cantare in cortile, ma sempre se ne ripeteva qualche strofa all'entrare ed uscire di chiesa, perchè rimanesse coperto [21] quel rumore sgradevole prodotto dal muoversi di tanti; e Così pure prima delle orazioni della sera, per troncare quel leggiero mormorio cagionato inevitabilmente dall'assembrarsi degli alunni. In tempo della santa Comunione D. Bosco voleva eziandio che si cantasse, perchè coloro i quali non si comunicavano, per la leggerezza dell'età non avrebbero mantenuto un perfetto silenzio. Ed era un incanto ascoltar centinaia di voci giovanili che sembrava ripetessero: mihi erant justificationes tuae in loco peregrinationis meae.

                Da quanto abbiamo detto puossi giudicare dello spirito dipietà che animava D. Bosco e come sapesse trasfonderlo ne' suoi allievi. Nello scriverne in queste pagine abbiamo tenuto conto solamente della prima edizione del Giovane Provveduto. Quando dovremo parlare delle susseguenti edizioni, noteremo le aggiunte che egli vi fece secondo che la convenienza o la necessità gli suggerivano. È un fatto però ben meraviglioso come i figli del popolo tenessero questo come il codice che guidava la loro condotta, e come, benchè non avvezzi prima a frequentare la chiesa, ora si assoggettassero non solo calmi, ma entusiasmati all'assistenza di funzioni e alla recita di preghiere, che talora non erano così brevi. L'amore compieva questo miracolo. E D. Bosco servivasi eziandio del Giovane Provveduto per segnare, con una o con parte delle variate sue pratiche di pietà, la penitenza sacramentale e da questo metodo, opportunamente adoperato in tutto il tempo della sua vita, rendeva proficue le soddisfazioni rese alla Divina Giustizia. Il Giovane Provveduto fu sempre il Veni mecum dei giovani più buoni in ogni circostanza della vita. Di giorno lo custodivano nelle tasche del giubbetto, e anche di notte lo ponevano tra il materasso ed il capezzale, reclinando su di esso il loro capo; molte volte alcuni in punto di morte, non essendo presente un sacerdote, se lo facevano leggere dai circostanti, [22] e altri ordinarono che fosse posto loro sul petto, quando il proprio cadavere fosse chiuso nel feretro. I giovani amavano questo libretto, perchè sentivano che era stato da D. Bosco composto proprio per essi ed ogni massima trovava sempre, un' eco nel loro cuore. Ogni frase, anzi direi ogni parola, era stata da lui pesata perchè corrispondesse a' suoi santi intendimenti. Sovrattutto voleva esclusa ogni menoma espressione che non fosse rigorosamente modesta.

                Non fidandosi però del proprio giudizio nella versione italiana di alcune preghiere nelle quali eragli sembrato potersi modificare qualche parola; e volendo prevenire alcune osservazioni che gli avrebbero potuto fare i Revisori Ecclesiastici su qualche altro punto, compilando il suo libro, presentavasi colle bozze di stampa al Canonico Zappata per udirne il parere.

                Egli accoglieva con perfetta deferenza le decisioni del buon canonico, il quale talora scherzando a certe sue minuziose osservazioni e correzioni, gli disse: “Avete finito di fare lo studio anatomico del vostro libro?”. E D. Bosco in modo, faceto, a ripigliare: - Non ancora: debbo chiedere licenza di porre un O maiuscolo, alla parola Oriens del cantico di Zaccaria, là dove si legge: Visitavit nos oriens ex alto. Il termine oriens in questo luogo non è participio, ma sibbene nome proprio del Divin Salvatore. Ciò è dimostrato dal senso, dal testo Greco, e dall'antifona della novena di Natale colla quale la Chiesa invoca il Messia: O Oriens.

                Il canonico Zappata gli rispose sorridendo: - Oh! ciò si può cambiare sul vostro libro senza radunare Commissioni. Fate pure.

                Abbiamo ricordato questo fatto, perchè si noti come Don. Bosco fosse esatto in tutto e ponesse il medesimo studio nello scrivere lettere, o nel leggere quelle che riceveva: ponderava [23] attentamente ogni frase. La stessa minuziosa diligenza usava nell'esplicare un progetto, nel dare un ordine, nel chiedere una spiegazione, nell'udire un rapporto, nel leggere un libro, nell'affidare un ufficio o un lavoro di qualunque genere fosse. Chi de' suoi parlava o trattava con lui era obbligato a misurare bene le frasi, a ponderare le parole, perchè egli non mancava di fare osservazioni, quantunque cortesi, persino alla pronunzia. Qualche impaziente talora era tentato di giudicarlo importuno; eppure stava in ciò una delle cause per le quali egli eseguiva progetti così grandiosi da far stupire il mondo! Li aveva studiati in ogni anche minima loro parte, ponderando gli ostacoli, i mezzi di esecuzione, i vantaggi e la sicurezza della riuscita. Nulla lasciava al caso, ma tutto si riprometteva dall'aiuto di Dio.

 

 


CAPO III. Povertà e mortificazione - Il Terz'Ordine di S. Francesco - Saggi delle scuole domenicali e serali - Visite e premii - Infestazione diabolica - Colloquio misterioso - Il prezzo di un calice Sogno: Un pergolato di rose.

 

                MENTRE D. Bosco col Giovane Provveduto sovveniva ai bisogni spirituali de' suoi allievi, non intermetteva di avvantaggiare la propria santificazione. Quanto più il cuore dell'uomo si distacca dalle cose della terra, altrettanto si avvicina a quelle del cielo e diviene vero seguace di Gesù Cristo. Perciò da quanto abbiamo già narrato apparisce chiaramente come D. Bosco aveva colla mortificazione interna fatto sacrifizio a Dio della propria volontà, delle inclinazioni del cuore, delle tendenze più dolci della natura; e colla mortificazione esterna aveva continuamente crocifissi tutti i suoi sensi. In conseguenza, egli che amò la povertà evangelica fin da' suoi primi anni, in questo amore andava sempre crescendo. Così gli stava assai a cuore la pulizia degli abiti, ma voleva che essi, come la calzatura, fossero di poco costo e piuttosto grossolani. Per molti anni portò i zoccoli in casa e un soprabito così logoro che non aveva più colore. Indossava la veste talare per tanto tempo, quanto poteva valersene, ed allorchè la smetteva, a stento se ne poteva formare una sottanina per i chierichetti [25] della sua cappella. Quindi non pensando egli punto al vestire, conveniva talora che qualche benefattore provvedesse.

                La sua stanza era affatto spoglia di ogni ornamento. Un letto senza cortine, un tavolino senza tappeto e senza stuoia per terra, pareti con qualche immagine in carta ed un crocifisso, una o due sedie di paglia; una piccola stufa, che rare volte si accendeva nel più forte dell'inverno e ciò con gran parsimonia per risparmiare quanto si poteva le legna! Tanta economia eragli ispirata eziandio dal desiderio di impiegare per l'Oratorio quanto sottraeva alle sue necessità, dicendo che gli averi del prete sono il patrimonio dei poverelli.

                Il suo nutrimento corrispondeva al vestiario ed alla stanza. Non si potè mai sapere qual genere d'alimento fosse di suo gusto; ed ei mangiava ben poco, non già per mancanza di appetito, ma perchè erasi fatta una legge di non mai soddisfarlo.

                La sua mensa era tanto frugale, che avendo qualcuno dei suoi colleghi fatta la prova di vivere qualche giorno con lui, non vi potè resistere ed assuefarvisi. La minestra non era meglio condita di quella dei contadini poveri. Aveva di più una sola pietanza; ma la madre per ordine suo gliela faceva alla domenica e servivagli ogni giorno per pranzo e cena sino al giovedì sera. Al venerdì ne confezionava una seconda di magro, e con questa si terminava la settimana. La famosa pietanza era generalmente una torta, e bastava farla riscaldare perchè fosse tosto preparata. Talora d'estate diveniva un po' rancida; ma D. Bosco non vi badava e figurandosi che la madre l'avesse cospersa con un po' d'aceto, se la mangiava come se fosse un piatto squisito. Questo fu l'apprestamento di tavola di D. Bosco sino a quando egli incominciò ad avere con sè chierici e sacerdoti, i quali per lo studio e le occupazioni ebbero bisogno di un vitto più confacente e sostanzioso. [26] È per l'affetto a questa santa povertà e per un caro ricordo della sua giovinezza che in questo tempo pare abbia egli fatto adesione al serafico sodalizio del Terz'Ordine dei penitenti in S. Francesco d'Assisi. Infatti il suo nome, benchè non comparisca nei registri di questa Congregazione, pure è notato nel suo elenco fin da questi anni. Perciò il Direttore del Terz'Ordine in Torino, P. Candido Mondo M.O. con diploma dato il 1° Luglio 1886 dal Convento di S. Tommaso, dichiarava che D. Giovanni Bosco, Patriarca dei Salesiani verso il 1848 vestiva l'abito dei Terziarii, e dopo il noviziato ne professava a tempo utile la santa Regola a tenore delle Pontificie Costituzioni; e che perciò dichiaravalo vero fratello di tutti i Religiosi dei tre Ordini istituiti dal Serafico Padre.

                Intanto le scuole dell'Oratorio prosperavano. L'esercizio della declamazione, e poi il canto e la musica entravano nel loro programma, e D. Bosco intendeva che contribuissero alla educazione religiosa e morale dei giovani. Quindi allorchè per utile sollievo procurava loro l'occasione di recitare, o alla presenza di insigni personaggi che visitavano l'Oratorio, ovvero in saggi scolastici per dar prova della loro istruzione, voleva che si esponessero i principii e le massime di nostra santa fede, o poesie che riguardassero qualche mistero della religione, o i privilegi e le glorie della SS. Vergine, o alcuni fatti della Santa Scrittura. Assegnava egli stesso ai giovani più istruiti ciò che dovevano imparare a memoria, loro insegnava il modo di recitare, e per animarli prometteva un regalo.

                Egli vide ben presto coronata felicemente anche questa sua fatica. Infatti dopo alcuni mesi di scuola festiva e sul principio del 1847, D. Bosco volle che gli intervenuti dessero un piccolo saggio sopra il Catechismo, la Storia Sacra [27] e la relativa geografia. A quest'uopo egli invitò ad assistervi parecchi personaggi di Torino, tra cui l'abate Aporti, il deputato Boncompagni, il Teol. Baricco, il Prof. Giuseppe Rayneri, il Superiore delle Scuole Cristiane fratello Michele, e più altri. Queste celebrità interrogarono gli allievi sulle mentovate materie; rimasero soddisfatti delle loro risposte; applaudirono al loro esperimento, lasciando ai migliori premii e ricordi. Il Prof. Rayneri, il più distinto fra gli insegnanti di Pedagogia nella Regia Università, ne rimase entusiasmato. Facendo lezione disse più volte a' suoi scolari, allievi maestri: “Se volete vedere messa mirabilmente in pratica la pedagogia, andate nell'Oratorio di S. Francesco di Sales e osservate ciò che fa D. Bosco”.

                Animati da questa prima prova, i giovani poco dopo ne diedero un' altra sulle materie apprese alla scuola serale. Questo secondo esperimento fu dato con grande solennità. Siccome da tutte le parti di Torino si parlava di queste scuole come di una novità, e molti professori ed altri uomini cospicui le venivano con frequenza a visitare, così il Municipio stesso, avutane contezza, mandò una Commissione composta dei signori Cotta e Capello, detto Moncalvo, con alla testa il Comm. Giuseppe Duprè, appositamente incaricato di verificare, se i risultati che decantavansi fossero realtà o, esagerazioni. Quei signori fecero eglino stessi da esaminatori sulla lettura e retta pronunzia, sull'aritmetica e sistema metrico, sulla declamazione e via dicendo, e non sapevano capacitarsi, come giovinotti, stati idioti sino ai sedici e diciotto anni, avessero potuto in pochi mesi portarsi così avanti nella istruzione. Allo scorgere poi un gran numero di giovani adulti, che invece di andare girovagando per le vie della città, stavano colà raccolti per istruirsi, l'onorevole Commissione se ne partiva piena di ammirazione e di entusiasmo. Fatta [28] poscia una fedele relazione della sua visita in pieno Municipio questo ne fu tanto soddisfatto, che assegnò alle scuole di D. Bosco un annuo sussidio di lire trecento, le quali furono, dal buon padre adoperate subito in favore de' suoi protetti. Egli percepì questa somma sino al 1878 anno in cui se la vide tolta, senza averne potuto sapere la ragione.

                Il Cav. Gonella, la cui carità e zelo pel bene lasciarono in Torino gloriosa e imperitura memoria, era in quel tempo Direttore dell'Opera Pia La Mendicità Istruita. Or, questo nobile signore, avendo udito a raccontare tante meraviglie delle scuole serali, le venne a visitare ancor egli; interrogò i giovani, s'informò dei metodo che si seguiva, e ne rimase molto appagato; cosicchè, avendone riferito agli amministratori di quell'Opera, ottenne che questi decretassero un premio di lire mille da consegnarsi a D. Bosco in vantaggio delle sue scuole, e a vantaggio ed incoraggiamento degli allievi, che le frequentavano. L'anno seguente poi, cioè nel 1848, le introdusse cogli stessi metodi nell'Istituto a lui affidato. Il Municipio ne seguiva l'esempio.

                Intanto il Re Carlo Alberto e l'Arcivescovo Fransoni gli prodigavano incoraggiamenti e sussidii; perciò D. Bosco scriveva nelle sue memorie: “I conforti che mi vennero dalle Autorità Civili ed Ecclesiastiche, lo zelo con cui molte persone accorsero in mio aiuto con mezzi temporali e colle loro fatiche, sono segno non dubbio delle benedizioni del Signore e del pubblico gradimento degli uomini”.

                Ma il bene che faceva D. Bosco non garbava punto al principe delle tenebre, il quale, permettendolo Iddio, aveva incominciato a manifestare il suo malumore. D. Bosco stesso ci confidava quanto siamo per narrare. Fin dal primo anno, che dal Refugio egli trasportò la sua abitazione in casa Pinardi tutte le notti, dopo che si era coricato, udiva sopra il [29] solaio della sua stanza un rumore rimbombante, continuato, che non lasciavagli chiuder occhio. Pareva che qualcuno sollevasse grossi macigni e slanciandoli a tutta forza d'uomo su quel pavimento di legno, li facesse rotolare. Sulle prime si provò a tendere alcune trappole, se fossero mai stati grossi topi, o faine, o gatti; ma nessun animale restò preso. Disseminò qua e là nel sottotetto noci, pezzi di pane e di formaggio: al mattino seguente era andato a vedere, ma con sua meraviglia nulla era stato mangiato e neanco toccato. Fece allora trasportare altrove quanto eravi sopra il solaio, legna, assi distaccati, e oggetti in disuso, per togliere in tal modo a chiunque fosse il disturbatore, ogni mezzo per fare quel terribile fracasso; e a nulla valse questa precauzione. Ne parlò con D. Cafasso, il quale, sospettando chi potesse essere la causa di uno, scherzo così maligno, lo consigliò di aspergere quel luogo, coll'acqua lustrale. Pure, non ostante la data benedizione, tutte le notti si rinnovava quel pauroso fenomeno. D. Bosco si risolse pertanto a cangiar di camera, trasportando le sue povere masserizie in quella che allo stesso piano era l'ultima verso levante; ma neppure questo espediente giovò: quella, diavoleria erasi pur trasportata sopra la nuova stanza. Intanto D. Bosco diveniva magro, sofferente nella sanità, perchè più non poteva nè dormire, nè riposare. Di quando, in quando sua madre alla sera gli entrava in camera e fissando gli occhi in alto, gridava: “Oh brutte bestie, lasciatelo in pace D. Bosco, finitela una volta!”.

                Un giorno finalmente, fatto venire un muratore, D. Bosco, gli ordinò che praticasse un'apertura larga vicino al muro, nel soffitto della sua camera in forma di botola, sicchè egli potesse avere facile accesso al solaio; quindi portò una scala, assestò quanto gli occorreva per potere alla sera, al primo, colpo che sentisse, trovarsi col lume e colla testa sporgente [30] nei sottotetti e tentare così se potesse veder qualche cosa. Ed ecco all'ora solita un primo colpo spaventevole. In men che si dice D. Bosco è al sommo della scala, spinge in su colla sinistra la ribalta di legno e col lume nella destra si affaccia sopra il solaio: guatò attorno, ma nulla vide. Allora costernato nel riconoscere evidentemente chi fosse l'autore di un tal fatto, prese un quadrettino della Madonna e lo attaccò al muro del solaio, pregando la Vergine Santissima a liberarlo da quel disturbo. Felice idea! Da quell'istante non si udì mai più niente, ed il quadretto stette là appeso, finchè si gettò giù quella casa vecchia per fabbricare l'attuale. E D. Bosco tranquillo all'ombra, direi così, del manto di Maria, per sei anni più non lasciò la nuova stanza che servivagli, eziandio per studio e per sala di ricevimento. Sull'architrave della porta esterna volle pure che fosse scritto il saluto: SIA LODATO GESU' CRISTO, affinchè questo santo nome fosse letto e ripetuto con divozione da chi entrava da lui. Con ciò egli intendeva di far atto di riparazione alle bestemmie che pur troppo nel volgo si facevano ognor più frequenti e che in lui destavano un orrore così profondo da farlo impallidire e fremere ad un tempo.

                Intanto qui pareva si rinnovasse ciò che narra il santo Vangelo allorchè il Divin Salvatore digiunò per quaranta giorni. Quando Satana vinto si ritirò, gli angioli si avvicinarono.

                La camera che D. Bosco abitava fu sempre considerata dai giovani come un recesso misterioso di ogni più bella virtù, come un santuario nel quale la Madonna compiacevasi, di far conoscere la sua volontà, come un vestibolo che metteva in comunicazione l'Oratorio colle celesti regioni; e quando vi si recavano, non potevano fare a meno di provare un senso di grande riverenza. Mamma Margherita non pensava diversamente. Ella aveva trasportato il proprio letto nella [31] stanza più vicina a quella del figlio. Era persuasa per varii indizii che D. Bosco vegliasse pregando una parte della notte, e sospettava che in quel tempo di quando in quando accadesse qualche cosa di sorprendente che non sapeva ben definire. Infatti ella narrava al giovane Bellia Giacomo che una volta, qualche ora prima dell'alba, aveva udito D. Bosco parlare in sua camera. Talora sembrava che rispondesse, talora che interrogasse. Si era messa in attenzione, ma nulla aveva potuto intendere. Al mattino, benchè fosse certa che a sua insaputa, nessuno poteva penetrare nella camera di D. Bosco, gli chiese con chi si fosse intrattenuto. E D. Bosco:

                - Ho parlato con Comollo Luigi.

                - Ma Comollo è morto da più anni!

                - E pure è così! - D. Bosco non aggiunse altra spiegazione mentre si vedeva che una grande idea signoreggiava la sua mente. Rosso in volto come bragia e cogli occhi scintillanti, era agitato da una commozione che gli durò più giorni.

                Dopo qualche tempo D. Bosco aveva bisogno di un calice, e non sapeva come procurarselo, non avendo i danari occorrenti per l'acquisto. Quand'ecco una notte gli fu indicato in sogno come nel suo baule vi fosse deposta una sufficiente somma. Il domani andò in Torino per varii affari e mentre camminava rifattoglisi alla mente il sogno, pensò al piacere che avrebbe provato se questo si fosse mutato in realtà, e fu sì grande l'impressione che ne ricevette, da determinarlo a ritornare subito a casa per rovistare nel baule. Così fece, e vi trovò otto scudi, precisamente la somma colla qual e comperare il calice. Nessun estraneo aveva potuto riporveli, poichè la cassa era sempre chiusa. Sua madre Margherita non aveva danaro per fargli simili improvvisate, ed ella pure grandemente stupì quando seppe la cosa. [32] Ma il fatto più sorprendente lo narrava lo stesso D. Bosco, per la prima volta, diciassette anni dopo che era avvenuto. Nel 1864 una sera dopo le orazioni radunava a conferenza nella sua anticamera, come era solito a fare di quando in quando, coloro che già appartenevano alla sua Congregazione: tra i quali D. Alasonatti Vittorio, D. Michele Rua, D. Cagliero Giovanni, D. Durando Celestino, D. Lazzero, Giuseppe e D. Barberis Giulio. Dopo aver loro parlato del distacco dal mondo e dalle proprie famiglie per seguire l'esempio di N. S. Gesù Cristo, continuò in questi termini:

                “Vi ho già raccontato diverse cose in forma di sogno, dalle quali possiamo argomentare quanto la Madonna SS. ci ami e ci aiuti; ma giacchè siamo qui noi soli, perchè ognuno di noi abbia la sicurezza essere Maria Vergine che vuole la nostra Congregazione e affinchè ci animiamo sempre più a lavorare per la maggior gloria di Dio, vi racconterò non già la descrizione di un sogno, ma quello che la stessa Beata Madre si compiacque di farmi vedere. Essa vuole che riponiamo in Lei tutta la nostra fiducia. Io vi parlo in tutta confidenza, ma desidero che quanto io sono per dirvi, non si propali ad altri della Casa, o fuori dell'Oratorio, affinchè non si dia appiglio alle critiche dei maligni.

                “Un giorno dell'anno 1847 avendo io molto meditato sul modo di far del bene, specialmente a vantaggio della gioventù, mi comparve la Regina del cielo e mi condusse in un giardino incantevole. Ivi era come un rustico, ma bellissimo e vasto porticato, fatto a forma di vestibolo. Piante rampicanti ne ornavano e fasciavano i pilastri e coi rami ricchissimi di foglie e di fiori protendendo in alto le une verso le altre le loro cime ed intrecciandosi vi stendevano sopra un grazioso velario. Questo portico metteva in una bella via, sulla quale a vista d'occhio prolungavasi un pergolato incantevole [33] a vedersi, che era fiancheggiato e coperto da meravigliosi rosai in piena fioritura. Il suolo eziandio era tutto coperto di rose. La Beata Vergine mi disse: “Togliti le scarpe!”. E poichè me l'ebbi tolte, soggiunse: “Va avanti per quel pergolato: è quella la strada che devi percorrere”. Fui contento di aver deposto i calzari perchè mi avrebbe rincresciuto calpestare quelle rose, tanto erano vaghe. E cominciai a camminare; ma subito sentii che quelle rose celavano spine acutissime, cosicchè i miei piedi sanguinavano. Quindi, fatti appena pochi passi, fui costretto a fermarmi e poi a ritornare indietro.

                - Qui ci vogliono le scarpe, dissi allora alla mia guida.

                - Certamente, mi rispose: ci vogliono buone scarpe. -

                Mi calzai e mi rimisi sulla via con un certo numero di compagni, i quali erano apparsi in quel momento, chiedendo di camminar meco. Essi mi tennero dietro sotto il pergolato, che era di una vaghezza incredibile; ma avanzandomi quello appariva stretto e basso. Molti rami scendevano dall'alto e rimontavano come festoni; altri pendevano perpendicolari sopra il sentiero. Dai fusti dei rosai altri rami si protendevano di qua e di là ad intervalli, orizzontalmente; altri formando talora una più folta siepe, invadevano una parte della via; altri serpeggiavano a poca altezza da terra. Erano però tutti rivestiti di rose, ed io non vedeva che rose ai lati, rose di sopra, rose innanzi a' miei passi. Io mentre ancora provava vivi dolori nei piedi e alquanto mi contorceva, toccava le rose di qua e di là e sentii che spine ancora più pungenti stavano nascoste sotto di quelle. Tuttavia andai avanti. Le mie gambe si impigliavano nei rami stesi per terra e ne rimanevano ferite; rimoveva un ramo traversale, che impedivami la via oppure per ischivarlo rasentava la spalliera, e mi pungevo e sanguinavo non solo nelle mani, ma in [34] tutta la persona. Al di sopra le rose che pendevano, celavano pure grandissima quantità di spine, che mi si infiggevano nel capo. Ciò non per tanto, incoraggiato dalla Beata. Vergine proseguii il mio cammino. Di quando in quando però mi toccavano eziandio punture più acute e penetranti, che mi cagionavano uno spasimo ancor più doloroso.

                Intanto tutti coloro, ed erano moltissimi, che mi osservavano a camminare per quel pergolato dicevano: “Oh! come D. Bosco cammina sempre sulle rose: egli va avanti tranquillissimo; tutto gli va bene”. Ma essi non vedevano le spine che laceravano le mie povere membra. Molti chierici, preti e laici da me invitati si erano messi a seguitarmi festanti, allettati dalla bellezza di quei fiori; ma quando si accorsero che si doveva camminare sulle spine pungenti e che queste spuntavano da ogni parte, incominciarono a gridare dicendo: “Siamo stati ingannati!”.

                Io risposi: - Chi vuol camminare deliziosamente sulle rose torni indietro: gli altri mi seguano.

                Non pochi ritornarono indietro. Percorso un bel tratto di via, mi rivolsi per dare uno sguardo a' miei compagni. Ma qual fu il mio dolore quando vidi che una parte di questi era scomparsa, ed un'altra parte mi aveva già voltate le spalle e si allontanava. Tosto ritornai anch'io indietro per richiamarli, ma inutilmente, poichè neppure mi davano ascolto. Allora incominciai a piangere dirottamente ed a querelarmi dicendo: - Possibile che debba io solo percorrere tutta questa via così faticosa?

                Ma fui tosto consolato. Veggo avanzarsi verso di me uno stuolo di preti, di chierici e di secolari, i quali mi dissero: “Eccoci; siamo tutti suoi, pronti a seguirla”. Precedendoli mi rimisi in via. Solo alcuni si perdettero d'animo e si arrestarono, ma una gran parte di essi giunse con me alla meta. [35]

                Percorso in tutta la sua lunghezza il pergolato, mi trovai in un altro amenissimo giardino, ove mi circondarono i miei pochi seguaci, tutti dimagriti, scarmigliati, sanguinanti. Allora si levò un fresco venticello e a quel soffio tutti guarirono. Soffiò un altro vento e come per incanto mi trovai attorniato da un numero immenso di giovani e di chierici, di laici coadiutori ed anche di preti, che si posero a lavorare con me guidando quella gioventù. Parecchi li conobbi, di fisonomia, molti non li conosceva ancora.

                Intanto, essendo io giunto ad un luogo elevato del giardino mi vidi innanzi un edifizio monumentale sorprendente per magnificenza di arte, e varcatane la soglia, entrai in una spaziosissima sala, di tale ricchezza che nessuna reggia al mondo può vantarne una eguale. Era tutta sparsa e adorna di rose freschissime e senza spine dalle quali emanava una soavissima fragranza. Allora la Vergine SS., che era stata la mia guida, mi interrogò: - Sai che cosa significa ciò che tu vedi ora, e ciò che hai visto prima?

                - No, risposi: vi prego di spiegarmelo.

                Allora Ella mi disse: - Sappi che la via da te percorsa tra le rose e le spine significa la cura che tu hai da prenderti della gioventù: tu vi devi camminare colle scarpe della mortificazione. Le spine per terra rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie o antipatie umane che distraggono l'educatore dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di procedere e raccogliere corone per la vita eterna. Le rose sono simbolo della carità ardente che, deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori. Le altre spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Colla carità e colla mortificazione, tutto supererete e giungerete alle rose senza spine. [36]

                Appena la Madre dì Dio ebbe finito di parlare, rinvenni in me e mi trovai nella mia camera”.

                D. Bosco, che aveva intesa la qualità del sogno, concludeva affermando che dopo quel tempo vedeva benissimo la strada che doveva percorrere, che le opposizioni e le arti colle quali si tentava di arrestarlo gli erano già palesi e che sebbene molte dovessero essere le spine tra le quali aveva da camminare, era certo, sicuro della volontà di Dio e del riuscimento della sua grande intrapresa.

                Con questo sogno D. Bosco era avvisato eziandio di non, scoraggiarsi per le defezioni che sarebbero avvenute fra coloro che parevano destinati a coadiuvarlo nella sua missione. I primi che si allontanano dal pergolato, sono i preti diocesani ed i secolari, che sul principio si erano consacrati all'Oratorio festivo. Gli altri che sopraggiungono, rappresentano i Salesiani, ai quali è promesso l'aiuto e il conforto divino, figurato dal soffiare del vento. Più tardi D. Bosco manifestò essersi ripetuto questo sogno o visione in anni diversi, cioè nel 1848 e nel 1856, e che ogni volta gli si presentava con qualche variazione di circostanze. Noi qui le abbiamo collegate in un solo racconto, per non dar luogo a superflue ripetizioni.

                Ma benchè D. Bosco nel 1847 avesse serbato per sè questo segreto, pure, come ci faceva osservare Buzzetti Giuseppe, fin d'allora si vedeva apparire sempre più viva la sua divozione verso Maria SS. e si adoperava con modi sempre più insinuanti perchè i giovani celebrassero con frutto le feste della Madonna e il mese di Maggio. Era evidente essersi egli gettato nelle braccia della divina Provvidenza, come un bambino in quelle di sua madre. La risolutezza colla quale senz'ombra di esitanza prendeva il suo partito nelle più, gravi questioni o difficoltà, dimostrava troppo chiaro come [37] avesse innanzi un programma già preparato da seguire, un modello da imitare e che a lui fosse stato detto come a Mosè: Inspice et fac secundum exemplar[3]. In fine si aggiunga che gli sfuggivano di quando in quando esclamazioni, per cui i suoi confidenti, intravedevano un mistero. Pareva che egli vagheggiasse una figura di Maria SS., risplendente, campeggiante in alto, al cospetto di tutto il mondo ed in atto di invitare ognuno a ricorrere al suo patrocinio.

 

 


CAPO IV. D. Bosco per Torino in cerca di fanciulli e sue industrie per invitarli all'Oratorio festivo - In mezzo ai monelli nella piazza Emanuele Filiberto - Scene memorabili, ed' esortazioni di D. Bosco al popolo - Il sito ritorno alla casa Pinardi.

 

                LA SICUREZZA che la Madonna lo avrebbe sempre, assistito rendeva D. Bosco ogni dì più infaticabile ed animoso. Uno dei mezzi principali per accrescere il numero dei suoi ragazzi fu quello di andarli a cercare sulle piazze, nelle strade, lungo i viali. Incontrando qualche piccolo girovago, qualche scioperato che non aveva potuto trovar padrone, fermavali con molta amorevolezza e ben tosto li interrogava, se sapevano farsi il segno della santa Croce: se non sapevano, traendoli all'angolo della via o invitandoli a sedere su di; una panchina del viale, con molta pazienza loro insegnavalo. Quando lo avevano bene appreso e avevano con lui recitata, un' Ave Maria, faceva loro qualche regalo, invitandoli ad intervenire all'Oratorio. Il giovane Rua Michele fu testimonio più volte di queste scenette edificanti che svolgevansi in pubblico, senza che D. Bosco badasse alla gente che andava e veniva.

                Passando innanzi alle officine nell'ora del riposo o della colazione non si peritava di avanzarsi dove scorgeva in [39] crocchio molti dei giovani apprendisti, e dopo averli cordialmente salutati, domandava di qual paese fossero, come si chiamasse il loro parroco, se fossero ancor vivi i genitori, quanto tempo era che avessero incominciato ad apprendere quel mestiere. E così dopo essersi guadagnata la loro simpatia, loro domandava se ancor ricordassero ciò che avevano imparato ai catechismi uditi nella parrocchia, se nell'ultima Pasqua si fossero accostati ai Sacramenti, se recitassero mattino e sera le loro orazioni. Alle franche risposte dei giovani, D. Bosco con eguale franchezza indicando la propria abitazione in Valdocco, loro manifestava il desiderio di voler essere loro amico, pel bene dell'anima. E quegli accettavano promettendo, e la seguente domenica D. Bosco li vedeva intorno a sè e attenti alle sue istruzioni.

                Se imbattevasi con qualche giovanotto di sua antica conoscenza, che da qualche mese non avesse più visto alla domenica non lasciava di chiedergli da quanto tempo non si fosse più confessato, se ascoltasse la Messa nei giorni festivi, se la sua condotta fosse sempre buona, e concludeva: “Vieni, mi farai sempre piacere e, potendolo, conduci con te i tuoi amici”.

                Scorgendo un gruppo di monelli in mezzo ai prati, si fermava accennando che desiderava intrattenersi con loro. Essi accorrevano, ed egli chiedeva loro se fossero allegri e buoni, come passassero la giornata, ove abitassero, qual mestiere esercitassero i loro genitori, quali giuochi essi prediligessero; quindi passava a descrivere i sollazzi di ogni genere preparati nel suo cortile, e il tamburo, e la tromba, e la passeggiata e cento altre meraviglie. Aggiungeva che se fossero venuti da lui, avrebbero uditi dei bellissimi racconti e un po' di dottrina cristiana. Nel congedarli, se era il caso, donava loro alcuni soldi. Quei giovanetti rimanevano incantati e gridavano: “Domenica verremo anche noi!”. [40] Accadde più volte che in una pubblica piazza delle meno frequentate egli osservava un capannello di adolescenti popolani, i quali, seduti per terra, giocavano alle carte, a tombola, all'oca o ad altri giuochi analogi. Sopra un fazzoletto disteso nel mezzo stavano i soldi. D. Bosco si avvicinava.

                - Chi è questo prete? - domandava uno di quei giovani con quel tono leggermente beffardo che risuona con facilità sul labbro del popolo.

                - Desidero di giuocare con voi! - Rispondeva Don Bosco: - Chi è che vince? Chi perde? Di quanto si giuoca? Orsù, metto anch'io la mia posta! - E gettava una bella moneta nel fazzoletto. - Il nuovo giuocatore era accolto con piacere, ed egli dopo aver giuocato per qualche minuto, incominciava ad interrogarli sulle verità essenziali di nostra santa Religione e trovandoli ignari, li istruiva colle parole più facili e più chiare; e finiva il suo brevissimo trattenimento, invitandoli all'Oratorio e a confessarsi. Quindi ripigliavasi il giuoco, e D. Bosco lasciando la sua moneta, se ne partiva per le sue incombenze. E accadeva sempre che varii di quei giovani attirati da quel suo fare disinvolto andassero a visitarlo ed anche a confessarsi.

                Altra fiata ei traversava il piazzale presso la chiesa di un sobborgo vicino alla città, ove molti ragazzi giuocavano rincorrendosi l'un l'altro. Egli aveva in mano un cartoccio di ciambelle, che gli avevano poc'anzi donato. Si ferma, chiama a sè que' scapatelli e dicendo loro: - Qui ho delle ciambelle; chi mi raggiunge saranno sue si dà alla corsa. Tutti gli vanno dietro. Egli entra in chiesa, fa segno di cessar dalle grida, li invita a sedere nei banchi presso la porta e dice: - Ora darò a ciascuno la sua parte; ma prima ascoltate un po' di catechismo. - E rivolto al più grandicello: - Dimmi un po' tu che sembri più dottore degli altri: [41] Chi morisse con un peccato mortale sull'anima, quale sorte incontra nell'eternità? Con quale rimedio si toglie dall'anima il peccato commesso dopo il battesimo? - Gli occhi intanto dei giovani erano rivolti al cartoccio che D. Bosco teneva - in mano, e nella speranza di toccare una buona porzione di que' dolci, facevano il possibile per rispondere il meglio che sapessero. Con altre domande, con qualche amenità sulle risposte errate li tratteneva alquanto, finchè ricondottili poi fuori di chiesa, distribuiva le ciambelle, narrava un fatterello morale, ma lepido, e li invitava ad intervenire all'Oratorio. Quando se ne partiva, lasciavali maravigliati di aver incontrato come essi dicevano, un prete di nuovo genere, che li aveva divertiti, regalati, dicendo insieme tante belle cose. Costoro difficilmente mancavano poi dall'andare al suo catechismo.

                La franchezza di D. Bosco nell'invitare i giovani aveva alcunchè di straordinario. D. Garigliano compagno di D. Bosco - alle scuole di Chieri, ricordando con grande tenerezza quella sua antica amicizia, narrò a D. Carlo Maria Viglietti nel 1839 fra altro il seguente episodio:

                “Accompagnava un giorno D. Bosco per Torino, quando, giunti innanzi alla chiesa della Trinità in via Doragrossa, c'imbattemmo in un giovanotto, malvestito e arrogante nell'aspetto.

                D. Bosco lo salutò amorevolmente, lo fermò e: - Chi sei tu? - gli disse.

                - Chi sono io?... e Lei che cosa vuole da me? chi è Lei? - rispose il giovane.

                - Io vedi, rispose D. Bosco, sono un prete che voglio tanto bene ai giovani, e li raduno alla domenica in un bel luogo presso la Dora vicino al Refugio, e poi dò loro delle cose buone, li diverto, ed essi mi portano molta affezione; io [42] sono D. Bosco. Ma adesso che io ti ho detto chi sono, ha diritto di sapere chi sei tu.

                - Io sono un povero giovane disoccupato, senza padre e senza madre, e cerco d'impiegarmi.

                - Ebbene, guarda; io ti voglio aiutare... e come ti chiami

                - Io mi chiamo... - e disse il suo nome.

                - Bene, ascolta: domenica ti aspetto con i miei figli... vieni, ti divertirai; poi io ti cercherò padrone... ti farò stare allegro.

                Il giovane fissò per qualche istante gli occhi in viso a D. Bosco e gli disse bruscamente: - Non è vero!

                D. Bosco trasse allora di tasca una pezza da dieci soldi, la pose nelle mani del giovane e: - Si... sì... è vero; vieni e vedrai.

                Quegli guardò commosso la moneta e rispose: - Don Bosco... verrò... Se domenica manco, mi chiami: Busiard.

                E andò e continuò assiduo a frequentare l'Oratorio, e credo che ora sia uno de' sacerdoti della loro Congregazione, perchè, venendo talora a veder D. Bosco, lo incontrai nell'Oratorio vestito da chierico”.

                D. Bosco adoperò eziandio molte e molte volte l'industrioso mezzo di invitare seco a pranzo qualche giovane che incontrava per via, e facevalo sedere al suo fianco, dividendo con lui la sua povera pietanza. Così fece finchè l'Ospizio non fu pienamente ordinato. Questa amorevolezza legava talmente a lui i giovani, che non si può dire quanto strettamente e con risultati felicissimi per le anime loro. Basti un fatto fra i tanti.

Verso mezzo giorno D. Bosco ritornava a casa, e sul cancello che chiudeva il suo cortile ed il suo orto vide il giovane

                B …..che abitava poco distante. Aveva mani e faccia sudicie e indossava una blouse unta e bisunta. Fino allora D. Bosco non aveva fatta con lui una gran relazione perchè rifiutavasi [43] di venire alle funzioni; si erano però scambiati talora qualche parola. Tuttavia lo conosceva per fama, perchè il povere, giovane ne aveva fatto d'ogni colore, e a lui si attribuivano, gravi delitti. Adunque D. Bosco gli si avvicinò salutandolo

                - Buon giorno, mio caro!

                - Buon giorno! rispose B….. tenendo il capo basso coi capelli che gli cadevano sulla fronte.

                - Sono molto contento d'averti incontrato. Oggi devi farmi un gran piacere... e non dirmi di no.

                - Se posso, ben volentieri.

                - Sì che puoi; che tu venga a pranzo con me.

                - Io a pranzo con D. Bosco?

                - Sì, tu: oggi mi trovo solo.

                - Ma Lei si sbaglia: mi scambia con qualche altro. Lei non mi conosce.

                - Sì che ti conosco: non sei il figlio del tale?

                - Io che ne ho fatte tante, che Lei non si può neppur immaginare?

                - Proprio tu in persona.

                - Ma Lei prendersi quest'incomodo per me...

                - Nessun complimento... è cosa decisa... vieni.

                - Io non ho coraggio di venir così... nello stato in cui mi trovo! Potessi almeno andarmi prima a confessare!

                - Ci andrai, se crederai bene, sabato sera o domenica mattina, ma quest'oggi devi venire con me a pranzo.

                - Verrò un'altra volta. Mia madre non è avvertita, mi aspetterà a casa.

                - A tua mamma glielo manderemo a dire che oggi pranzi con D. Bosco. Il signor Pinardi mi farà il piacere di mandare una persona.

                - Ma veda, sono così sporco! bisognerebbe che mi lavassi, che andassi a cambiarmi i panni. Ho vergogna di venir così. [44]

                - No; ti voglio oggi e come ti trovi: sono troppo contento che passiamo un'ora insieme.

                Ma... ma...

                Non c'è ma che tenga. Vieni, la minestra è in tavola. Già che Lei vuole proprio così... andiamo.

                E andarono. Mamma Margherita al vedere quell'ospite

                - Oh! disse a D. Bosco sottovoce, perchè hai condotto questo sporcaccione? Dove l'hai trovato?

                - Non dite così, rispondeva D. Bosco. È mio amico e grande amico, sapete. Trattatelo bene.

                E si pranzava. B…… da quel giorno incominciò a cangiar costumi e divenne poi un buon giovane.

                Tuttavia queste care anime da lui raccolte nella rete del Signore, benchè fossero numerose, non reggevano per quantità al confronto della pesca, che, secondo la sua espressione consueta, faceva nella piazza Emanuele Filiberto. La parte vicina a Porta Palazzo brulicava di merciai ambulanti, di venditori di zolfanelli, di lustrascarpe, di spazzacamini, di mozzi di stalla, di spacciatori di foglietti, di fasservizi ai negozianti sul mercato, tutti poveri fanciulli che vivacchiavano alla giornata sul loro magro negozio. Ognuno può intendere genia di qual fatta, divenuta adulta, debba riuscire questa povera gioventù, senza persona che la sorvegli, l'istruisca e la consigli, abbandonata a se stessa ed a mali esempi di ogni specie. La maggior parte di questi appartenevano alle così dette Cocche di Borgo Vanchiglia, cioè numerose compagnie di giovinastri stretti fra di loro da patti di reciproca difesa, capitanati da alcuni dei più grandi e più audaci. Insolenti e vendicativi erano pronti a venire alle mani al menomo pretesto di offesa ricevuta. Non avendo - appresa alcuna professione, crescevano amanti dell'ozio e del giuoco, dati al furto di borse e di fazzoletti. Il più delle [45] volte finivano coll'essere condotti in carcere, e scontata la pena delle malefatte, ritornavano a Porta Palazzo, continuando con maggior accortezza e malizia le loro malnate abitudini.

                D. Bosco adunque tutte le mattine recavasi su questa piazza, ove egli aveva già fatta conoscenza con un certo numero di que' giovani, fin da quando l'Oratorio festivo era stato per qualche mese trasferito dal Refugio alla Chiesa dei Molini. Incominciò a intrattenersi con qualcuno di que' garzoni prima coi pretesto di chiedere qualche indicazione di via, o di farsi lucidare le scarpe; e quindi allorchè passava vicino ad essi, li salutava. Tanto più che fra questi alcuni avevali già trovati nelle carceri, che erano sempre una parte del suo campo evangelico.

                Si fermava qua e là presso i varii gruppi eccitandoli al riso, con qualche facezia, domandando loro notizie della sanità, o del guadagno fatto nel giorno precedente; e nello stesso tempo dimostrava il suo vivo gradimento di averli incontrati; anzi talora diceva come fosse passato a bell'apposta in quel luogo pel desiderio di vederli e di salutarli.

                A poco a poco li conobbe tutti per nome e parlava loro colla dimestichezza che un padre usa coi proprii figli, della necessità di guadagnarsi il paradiso. Incontrandone qualcuno, senza altri testimoni, con una abilità tutta sua, e che nessuna riuscirà mai a degnamente descrivere, lo interrogava come stessero le cose dell'anima sua, e se andasse a confessarsi. Il giovane rispondeva con sincerità, ma in quanto alla confessione di raro diceva di sì, poichè quasi non sapeva che cosa fosse il sacramento della Penitenza.

                - Ebbene, conchiudeva D. Bosco, vieni a farmi una visita ed io ti insegnerò a fare una buona confessione, e tu ne sarai molto contento.

                Per sempre più affezionarseli, talora comprava su quel [46] mercato uno o due cesti di frutta. E - venite qua, diceva ai più vicini; chiamate gli altri; tutti. Diamo un pomo per uno. - E grande era la gioia di chi riceveva quel regalo inaspettato.

                Allorchè percorreva il tratto di via fra il principio di Porta Palazzo e la chiesa di S. Domenico, lo circondavano i venditori di zolfanelli, i quali lo assordavano colle loro grida: - Bricchetti di cera - bricchetti alla prova - compri da me... non ho ancora venduto niente... Mi faccia guadagnare perchè possa comprarmi la colazione. - E D. Bosco invitandoli a non vociare a quel modo, e parlando or con l'uno, or con l'altro, impiegava una buona mezz'ora a percorrere quel breve spazio di via. Ad un tratto rivolgendosi a quella turba: - Ebbene per questa volta voglio che tutti abbiate da guadagnare, qualche cosa, ma ad un patto: che cioè domenica veniate tutti all'Oratorio! - Essi promettevano e D. Bosco comprava, da tutti qualche scatolino, e andava dicendo a’ suoi nuovi amici. - Anch'io faccio conto di metter su un piccolo banchetto; con - una cordicella me lo appenderò al collo e verrò qui con voi a Porta Palazzo per vendere zolfanelli. - Tutti ridevano e ringraziavano contenti dei due soldi ricevuti, e D. Bosco ritornava sovente a casa colle saccocce piene di scatolette di zolfanelli, che alcuni buoni signori ricompravano poi da lui per uso proprio.

                Spesse volte distribuiva a que' monelli le medaglie della Madonna, che essi stessi avevano con replicate istanze richieste e mentre gli sporgevano la mano, D. Bosco ripeteva: - Mettetevela al collo... Ricordatevi che la Madonna vi vuole un gran bene; e pregatela di cuore perchè vi aiuti.

                Non si può dire da quanto amore fossero presi per Don Bosco questi giovanetti e a quali scene graziose e varie desse questo origine. Ogni volta che si doveva passare per piazza [47] Milano non gli era possibile proseguire il suo cammino senza fermarsi. Al suo comparire, i primi fanciulli che lo scorgevano gli andavano incontro; poi a poco a poco altri ed altri ancora finchè, sparsasi la voce, tutti lasciavano i loro posti per corrergli intorno ed augurargli un giorno felice. D. Bosco allora diceva:

                Volete che io vi conti qualche bel fatto da ridere?

                Sì, sì, racconti, - gridavano i fanciulli. Intanto quel crocchio così numeroso attirava la curiosità delle donnicciuole che vendevano la frutta ed i legumi, e anch'esse facevano ressa intorno a D. Bosco. Soldati, facchini e altro popolo numeroso accresceva la folla.

                - Che cosa c'è? - interrogavano gli ultimi venuti.

                - Noi saprei! mi son fermato vedendo tanta gente

                - rispondeva il vicino.

                - Veh! È un prete che sta nel mezzo! - annunciava un terzo alzandosi sulla punta dei piedi.

                E D. Bosco! - s'intrometteva a dire un suo conoscente.

                - E chi è D. Bosco? - domandava un contadino venuto al mercato.

                Ma!!! - esclamava colui che era stato interrogato.

                Qualche cittadino però appagava la curiosità dei forestieri, narrando quello che sapeva di D. Bosco. Intanto col crescere della folla cresceva il bisbiglio ed eziandio un vociare confuso.

                - Silenzio! - gridavano i giovani.

                - Silenzio! - ripetevano gli altri; e imponendo silenzio, come avviene, aumentavano il rumore. Finalmente tutti tacevano.

                D. Bosco allora saliva sopra qualche gradino o su qualche sedia che gli andavano a prendere in una bottega vicina; [48] oppure cercava solamente di avere qualche appoggio per non essere spinto e fatto cadere. Tutta la gente stringevasi sempre più intorno a lui per udire, quindi incominciava a predicare. Talora giungeva ad avere attorno centinaia di persone. Perfino i bottegai venivano sulle porte dei loro negozii per ascoltarlo. Accorrevano anche le guardie della città ed i carabinieri, i quali da principio temevano che quel prete cagionasse qualche disordine, poi ascoltavano anch'essi. È certo che difficilmente potevansi udire prediche più popolari e nello stesso, tempo più efficaci. D. Bosco narrava qualche episodio ameno, qualche fatto morale di storia, qualche esempio contemporaneo o antico, ricavandone sempre una massima che fosse profittevole per i suoi uditori. Nessuno zittiva più. Eziandio i più discosti benchè nulla potessero capire pure non osavano dir parola per tema di recar disturbo. Quando aveva finito, la gente ripeteva: - D. Bosco ha ragione; prima cosa è l'anima. - E molti si allontanavano raccolti e pensosi. Talvolta distribuiva qualche medaglia e allora la turba accorrente non aveva più fine.

                In queste circostanze l'impresa difficile per lui era l'allontanarsi da quel luogo, perchè tutti volevano seguirlo ed andare dove egli andava. Perciò ogni volta doveva studiare qualche stratagemma, per sbrigarsi da tanta gente. Ora si toglieva il cappello in mano, simulando di lasciarlo cadere, si chinava e così curvo passava tra l'uno e l'altro. Ora nascondevalo sotto il mantello, si abbassava, pregava un giovane ad imprestargli il berretto, se lo poneva in capo e così dietro alla barriera de' suoi monelli, rasentando il muro, spariva, e prima che la folla se ne avvedesse già si trovava lontano. Ora s'involava sotto i portici; ora entrando inosservato in una bottega ne usciva per una retroporta, avviandosi per i suoi affari. [49] La massa della folla restava ancora là immobile per un po' di tempo e poi vedendo che era sparito, chiedeva: Dov'è? Dov'è?

                Qualche buona donna esclamava: - Gli angioli lo hanno portato in altro luogo. - L'assemblea intanto formava piccoli gruppi, nei quali chi non aveva udito si faceva narrare da altri quanto il prete aveva detto. Tutti approvavano, poichè in quei tempi la fede era molto viva nel cuore de' popolani.

                Era poi ben divertente l'udire i commenti che facevano nell'atto di sbandarsi, sulle parole e sulla novità dei modi di quel prete. Chi lo diceva un santo, chi un folletto. Molti lo conoscevano e giudicavano il fatto sotto il suo vero aspetto; ma altri lo chiamavano un matto. D. Bosco prendeva tutto in buona parte, ed era contento che coloro, i quali raramente o quasi mai andavano in chiesa, avessero sentita la loro buona predica e proprio di quelle che difficilmente sfuggono alla memoria. Soleva dire: - Il prete per fare molto bene bisogna che unisca alla carità una grande franchezza.

                Quando poi D. Bosco ritornava dall'interno della città, non solo rinnovavasi a quando a quando lo stesso spettacolo, ma la folla, specialmente dei giovani, finito di udire qualche leggiadro racconto, accompagnavalo a casa. I giovani non si stancavano di stargli attorno e di udirlo parlare. Talvolta intonava una canzone spirituale nota al popolo, e un coro di voci si univa alla sua. D. Bosco rinnovava la scena del Divin Salvatore quando era circondato dalle turbe e camminava per le contrade della Galilea. Si andava lentamente. D. Bosco ora, interrogato, rispondeva, ora egli stesso prendeva la parola. Finalmente tutti giungevano alla porta di quella microscopica abitazione. Giunto sulla soglia, D. Bosco, volgendosi a coloro che lo avevano seguito, esortavali a rimaner sempre fedeli alla Chiesa Cattolica ed agli insegnamenti della fede, e invitava [50] i giovanetti a venire al Catechismo della domenica prossima. Finalmente ritiravasi fra le grida che altamente risuonavano di: Evviva D. Bosco!

                Tutti questi aneddoti li abbiamo scritti sotto il dettato or dell'uno or dell'altro fra gli antichi allievi che ne erano stati testimonii. Simili spettacoli si rinnovarono con grande frequenza fino al 1856.

                Varie persone però, prudenti secondo il mondo e non esperte nel conoscere le vie per le quali il Signore conduce i suoi servi fedeli, censuravano D. Bosco con poco riguardo alle sue buone intenzioni.

                Lo stesso signor Scanagatti, amico dell'Oratorio e antico conoscente di D. Bosco, non vedeva troppo bene da principio certe maniere del buon prete, certe usanze dell'Oratorio, e l'assembramento di tanti giovani. Ne parlò quindi con D. Cafasso anche suo confessore, pregandolo di avvertire D. Bosco affinchè desistesse da più coserelle che non gli garbavano. Ma D. Cafasso: - Lasciatelo fare, gli rispose; D. Bosco ha dei doni straordinarii sembri a voi quello che si vuole, egli opera per impulso superiore: aiutiamolo per quanto possiamo.

                Anche d'arcivescovo, prevedendo come ben presto la Chiesa sarebbe rimasta destituita dell'appoggio delle autorità civili, giudicava umanamente necessario sopperirvi con quello del popolo e che i sacerdoti si avvicinassero sempre più alle moltitudini dei fedeli, attraendoli a sè, col soccorso in tutti i loro bisogni, colle persuasioni della divina parola, coll’influenza della loro autorità e della santità della vita.

                Egli perciò approvava che a questo fine D. Bosco si valesse di ogni mezzo lecito anche straordinario, suggerito da una prudente carità. Tanto più che in ogni azione di D. Bosco trionfava il dono della parola, da lui chiesto ed [51] ottenuto dal Signore nel giorno della sacerdotale ordinazione. E in vero di lui si poteva dire: “La sapienza esce fuori predicando alza la voce sua nelle piazze. Là dove si aduna la moltitudine, ella si fa sentire; alle porte della città ella espone i suoi documenti”[4].

 

 


CAPO V. Continua il medesimo argomento - D. Bosco nelle osterie, nelle locande, nei caffè, nelle botteghe dei barbieri.

 

                CHI imprendesse a descrivere tutte le industrie adoperate da D. Bosco per riuscire a salvare il maggior numero possibile di anime e specialmente per trarre sulla buona strada i fanciulli, giungerebbe a comporre un racconto fra i più commoventi e più ameni. Senza rispetto umano era pronto a far getto di ogni, cosa, eziandio, abbassandosi ed umiliandosi, senza neppure lasciarsi imporre dalle critiche dei poco oculati e talora maligni, purchè potesse promuovere la gloria di Dio.

                - Per far del bene, era solito a ripetere, bisogna avere un po' di coraggio, essere pronti a soffrire qualunque mortificazione, non mortificare mai nessuno, essere sempre amorevole. Con questo sistema gli effetti da me ottenuti furono veramente consolanti, anzi magnifici. Chiunque, anche oggi, giorno, potrebbe riuscire al pari di me, purchè abbia la disinvoltura e la dolcezza di S. Francesco di Sales. - E talora ricordando quegli anni antichi l'udimmo più volte esclamare commosso: - Ah che tempi, che bei tempi erano quelli!

                Egli adunque percorrendo le vie, le piazze e i dintorni di Torino aveva avvertiti altri luoghi nei quali non era. [53] facile che un sacerdote comparisse. Fra questi si contavano locande, osterie, spacci di vino; ed egli vi entrava ora per accompagnarvi un viandante che gli aveva chiesto un indirizzo per potersi rifocillare, ora un forestiere suo amico che domandava un decoroso albergo, ora uno studente che aveva mestieri di stare a' dozzina. Talora essendo esaurita la sua piccola provvista di vino, mandatagli dal fratello Giuseppe, vi si recava per comprarne un mezzo barile, già destinato per certi galantuomini dei quali meditava guadagnarsi l'amicizia ovvero per gli operai ai quali aveva commesso qualche lavoro in sua casa. Non esitava alcuna volta d'introdursi chiedendo una bibita calda o anche semplicemente un bicchiere di acqua. Erano tutti pretesti e nulla più. Infatti la comparsa di un prete in taluni di questi negozii era cagione di meraviglia. Il padrone gli si appressava per domandare i suoi ordini, e preso dalle sue maniere affabili, intavolava con lui conversazione. Gli avventori sparsi, qua e là lasciavano le loro tavole per venire a fargli corona. D. Bosco prima allettavali con discorsi faceti, lepidezze, arguzie, aneddoti, e poscia faceva capo alle cose riguardanti l'eterna salute. Entrava arditamente in argomento, ma con poche parole e manifestando l'interesse che nutriva per le loro anime. Interrogavali col suo sorriso composto: - È molto tempo che non vi siete più confessati? Avete fatto la Pasqua? - Le risposte degli astanti erano schiette, come amorevolmente franche erano le interrogazioni. Talvolta D. Bosco era obbligato a sostenere dispute, a sciogliere obbiezioni, a dissipare pregiudizii; e ciò faceva con tanto bel garbo, che nessuno offendevasi, e senza che acrimonia di sorta sorgesse a turbare la pacifica conversazione. Egli assicurava che in quei luoghi frequentati da ogni specie di persone, non si ebbe mai un insulto, nè un brutto scherzo. Quando partiva, erano tutti [54] divenuti suoi amici, i quali gli facevano promettere che sarebbe ritornato; e molti, come avevano promesso, andavano, a visitarlo al confessionale. In mezzo a questi colloquii osservava se vi fossero fanciulli, interrogava il locandiere o l'oste se avesse figliuoli, chiedeva ad essi con premura notizie di questi e se fossero buoni, mostrava vivo desiderio che formassero la consolazione dei genitori, domandava per grazia di, poterli vedere, in ultimo instava per aver licenza che venissero nell'Oratorio a frequentare le sacre funzioni. Le madri saputa la novità che accadeva nella loro bottega, spinte dalla curiosità, scendevano dalle loro stanze nel crocchio e commosse insieme coi loro mariti, dagli elogi che il prete loro faceva, e dalla premura che dimostrava pel benessere anche temporale dei loro figliuoli, acconsentivano alle sue domande, specialmente a quella di mandarli a confessare. I figli poi, appena venivano a conoscerlo, non sapevano più distaccarsi da lui.

                Fra i molti fatti ne citiamo uno. Per i suoi fini era andato più volte in un'osteria nelle parti di Valdocco, dove aveva stretta amicizia col figlio dell'oste. Questo giovane, benchè di buona volontà, aveva però poco tempo libero alla domenica per andare in chiesa, essendo continuo il concorso dei buontemponi pei quali era obbligato ad apprestar le mense. Mentre un giorno s'intratteneva con D. Bosco, l'oste venne a sedersi fra di loro, prendendo parte alla conversazione. D. Bosco, colto un momento opportuno, lo pregò a voler permettere che il figlio e la sua famiglia andasse a confessarsi all'Oratorio. Quell'uomo che da più anni non erasi accostato ai Sacramenti, accondiscese volentieri. - Ma ciò non mi basta, esclamò D. Bosco; ho bisogno che venga anche il papà. - L'oste stette un istante pensoso e poi rispose: - Sì, verrò, ma ad un patto.

                - Sentiamo. [55]

                - Che lei accetti un pranzo da me.

                - Accetto.

                L'oste era fuori di sè per la gioia e nella propria abitazione allestì quanto potè e seppe di meglio. D. Bosco andò nel giorno stabilito ed il pranzo riuscì di una vera magnificenza, benchè vi si assidesse la sola famiglia. L'oste ad ogni istante andava ripetendo essere quello il giorno più bello della sua vita. In sul partirsi e ringraziando, D. Bosco concludeva

                - Mantenga la sua parola, sa?

                - Sarò fedele! - rispondeva l'oste.

                Dopo pochi giorni mandava la sua famiglia a confessarsi, ma egli non comparve. Più volte D. Bosco lo incontrò:

                - Ebbene, quando?

                - L'oste accampava pretesti e scuse, ma infine dopo alcuni mesi manteneva la sua parola, confessandosi dallo stesso D. Bosco e mantenendosi con lui sempre in grande amicizia.

                D. Bosco però sapeva ricompensare i locandieri e gli osti della loro arrendevolezza a' suoi salutari consigli e della loro buona condotta. Perciò, parlando o scrivendo ai parroci e alle persone più ragguardevoli dei paesi, rendeva loro noto, facendone fede, il trattamento onesto ed economico che avrebbero trovato negli alberghi che indicava; e numerosi vi affluirono i forestieri ed altresì non pochi i dozzinanti.

                Eziandio nelle botteghe da caffè di Torino D. Bosco esercitava la sua salutare missione.

                Egli comandava una tazza e l'oggetto delle sue sollecitudini era, ben s'intende, qualcuno di que' garzoncelli che recavano le bibite. Entrava sommessamente in conversazione con questo o quello, nell'atto che gli ponevano innanzi la guantiera, ed eglino ben presto gli aprivano il loro cuore: mentre nessuno di coloro che sedevano ai tavolini circostanti avrebbe potuto immaginarsi qual fosse l'argomento dei loro [56] discorsi. Erano poche parole per non destar ammirazione, ma efficaci. La domenica successiva quei giovanetti sul far dell'alba erano già all'Oratorio. Quando poi ebbe aperto l'Ospizio, lasciavano anche la bottega per seguirlo e fissar dimora presso di lui.

                Talora D. Bosco chiamava il padrone e dicevagli

                - Mi farebbe un piacere?

                - Domandi pure; troppo fortunato di servirla.

                - Permetterebbe che qualche volta questo giovanetto venisse a visitarmi?

                - E dove?

                - All'Oratorio in Valdocco. Là potrebbe imparare un po' di catechismo e farsi buono.

                - Ne ha bisogno di farsi buono! È un biricchino, è un insolente, è un poltrone. Ha tutti i difetti immaginabili.

                - Oh possibile! Mi sembra che non debba esser così. E volgendosi al giovanetto, che stringeva le labbra e volgeva gli occhi altrove, soggiungeva: - Non è vero? - Continuando quindi il discorso col padrone: - A tutti i modi, siamo intesi; Lei mi farà questo piacere ed io gliene sarò riconoscente.

                - Oh, quando non vuol altro; contento, contentissimo. E il giovanetto compariva all'Oratorio.

                Talora D. Bosco cercava di invitare il padrone stesso ed i suoi figli a venirsi a confessare, specialmente in tempo di Pasqua. - Ebbene, signor padrone, quando facciamo Pasqua?

                - Siamo cristiani sa! Il nostro dovere lo sappiamo.... ma veda bene, i continui affari... non si ha mica il tempo a disposizione... Basta, vedremo.

                - E i suoi figli Pasqua l'hanno già fatta?

                - I miei figli voglio che si regolino bene: hanno da fare con me, se mancassero a questo dovere. [57]

                - Dunque li manderà?

                - Certamente. E quando Lei sarà in comodo?

                - Tutte le mattine; ma per essere più sicuri di trovarmi, li mandi sabato a sera.

                - Sarà fatto.

                Certe volte per i padroni replicava l'invito, ma in ultimo, acconsentivano ed andavano coi loro figliuoli a confessarsi.

                Un'altra categoria di giovanetti ebbe le cure amorevoli, di D. Bosco: i garzoni del barbiere che imparavano l'arte. Avendo bisogno di farsi radere la barba entrava in una di - queste botteghe, scegliendo di preferenza quelle che in certe ore erano più frequentate. Il barbiere accoglieva il nuovo avventore con quella gentilezza che è proverbiale nei Torinesi, e portagli una sedia, lo pregava di voler attendere, finchè avesse finito di servire coloro che già aspettavano. D. Bosco volgendo lo sguardo e adocchiato il garzone che preparava i rasoi: - Ho premura, replicava, non posso attendere. Voi servite pure tranquillamente questi signori. Quel giovanetto, che vedo disoccupato, potrà farmi la barba a meraviglia.

                - Per carità, rispondeva il barbiere, non si faccia scarnificare da quel marmocchio là. Sono poche settimane che incomincia a maneggiare rasoi: Lei passerebbe un brutto quarto d'ora. E poi è così sbadato, ha così poca voglia di imparare!

                - Eppure, replicava D. Bosco, mi sembra un giovane intelligente. La mia barba non è troppo difficile. Se voi permetteste che incominciasse a far le sue prove sulla mia faccia, mi fareste un piacere. Vedrete che tutto andrà bene.

                - Sia come vuole, concludeva il barbiere, io l'ho avvisato, e uomo avvisato è mezzo salvato.

                - Grazie, rispondeva D. Bosco. E poi voltosi al giovinetto che era venuto rosso per la vergogna all'elogio fattogli [58] dal suo principale - Vieni qua, gli diceva, su, fatti onore. Son certo che il padrone si ricrederà dell'opinione che La formata di te. - E il giovane, rincorato, prima esitava e poi francamente prendeva il rasoio e incominciava a sbarbare il povero prete. Non è a dire quanto quella mano inesperta facesse soffrire D. Bosco. Il rasoio non radeva, e tante volte strappava i peli. D. Bosco, che soffriva molto eziandio, quando il barbiere era molto abile nel suo mestiere, sopportava in quell'istante una vera tortura. Pure sempre tranquillo non dava segni di dolore; e il giovane si rasserenava sempre più, credendo di riuscir bene, e prendeva simpatia per chi gli aveva dato quel segno di stima. Non mancavano i frizzi del padrone a burlare il novizio ed a compatire il prete, ma D. Bosco protestava che il giovane faceva benissimo la propria parte. Finita la dolorosa operazione, non sempre senza che le guancie di D. Bosco riportassero qualche taglio, gli elogi, che il giovane riceveva dal buon servo di Dio, erano come tanti vincoli che allacciavano il cuore di chi era solito a sentir rimproveri. D. Bosco usciva dalla bottega promettendo che sarebbe ritornato, ma a patto che quel giovanetto e non altri gli facesse la barba.

                Di quando in quando cambiava barbiere e si diportava sempre nello stesso modo. La seconda volta che rientrava nella medesima bottega, incominciava a dire qualche parola di, vita eterna al giovanetto garzone, e finalmente concludeva: - Quanto tempo è che ti sei confessato? - E il giovane rispondeva secondo verità a chi egli già considerava come amico suo, e non mancava tante volte di manifestargli interamente l'anima. Poche parole bastavano perchè D. Bosco intendesse come stessero le cose e quindi invitavalo ad andare all'Oratorio la domenica seguente per ivi imparare il catechismo e confessarsi. Talvolta il giovanetto rispondeva [59] che sarebbe andato volentieri, ma che il padrone non avrebbe permesso; e allora D. Bosco intendevasi col padrone, il quale, per non perdere l'avventore, concedeva volentieri licenza. Tal altra fiata quando non vi era in bottega alcun testimonio, D. Bosco interrogava il garzone in presenza del padrone stesso, col disegno di chiamare a Dio il padrone ed il giovane. Domandava quindi al giovane se avesse fatta Pasqua, se ascoltasse la Messa alla domenica e particolarità consimili. Il padrone non tralasciava di entrare in conversazione, e facendo pompa di virtù, protestava, desiderare esso che il giovane fosse un buon cristiano, che tali erano i suoi consigli, ecc., ecc. D. Bosco colle sue maniere così insinuanti, mentre commoveva il giovane ed otteneva da lui promessa di venire all'Oratorio, in sul partire con una paroletta ed un'occhiata al padrone, talvolta riusciva a vederlo poi nell'Oratorio genuflesso a' suoi piedi.

                In simil guisa adoperavasi D. Bosco in ogni altra bottega o casa dove incontrasse fanciulli, e così aveva tutti i giorni il merito di qualche nuova anima ridonata a Dio.

 

 


CAPO VI. D. Bosco predicatore - Sua preparazione alle prediche e sito metodo quando improvvisa - Predicazione continua - Sofferenze nei viaggi - Buon esempio e zelo nelle missioni spirituali al popolo - La messe raccolta, l'affetto e la stima delle moltitudini - Varie predicazioni a Quassolo, ad Ivrea, a Strambino a Villafalletto, a Lagnasco  - Panegirico di genere nuovo in una chiesa di monache.

 

                IL PIU' vivo desiderio di D. Bosco, l'unico scopo della sua vita era la distruzione del peccato e che Dio fosse più conosciuto, servito, adorato ed amato in ogni luogo e da tutti. Ministro consecrato di Gesù Cristo, sentiva in sè tutta la forza di quel detto del suo

                Divino Maestro: “Lo spirito del Signore sopra di me; per la qual cosa mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato a curare coloro che hanno il cuore contrito”[5].

                Perciò allo studio dei libri santi accoppiava la lettura degli oratori sacri più insigni tenendo per altro sempre per modello il Divin Salvatore, il quale essendo la sapienza incarnata, parlava con ammirabile semplicità per adattarsi all'intelligenza del popolo. [61]

                Dopo il 1844 D. Bosco aveva scritto e corretto un centinaio e più di nuove prediche. Si era preparato le meditazioni e le istruzioni per diciotto giorni di missione da predicarsi al popolo, varii corsi per esercizii spirituali ai religiosi, ai chierici, alle monache, ai giovanetti; varie novene, tridui per le Quarantore, con molti panegirici e discorsi per le principali feste dell'anno.

                Sul principio del suo apostolato non saliva i pulpiti, specialmente delle città e dei borghi più riguardevoli, senza aver prima scritto quanto voleva dire. Era suo assioma, ripetute, le cento volte: “La predica che produce migliori effetti è quella che fu meglio preparata e studiata”. Ciò attestarone, d'aver udito di sua bocca Mons. Manacorda Vescovo di Fossano e D. Albino Carmagnola.

                Senonchè moltiplicandosi le occupazioni, che tutto esigevano il suo tempo, ed essendo egli amantissimo di annunziare la parola di Dio, per ogni argomento nuovo si contentava di scrivere traccie in foglietti di carta, dei quali noi abbiamo la fortuna di possedere un gran numero.

                In appresso non gli fu possibile prepararsi neppure le traccie: talora predicava dopo aver fatta breve riflessione su ciò che voleva esporre, e tal altra, detta un'Ave Maria mentre saliva sul pulpito, improvvisava. Ma quanto felice era la sua estemporaneità! Benchè lento nel parlare, quasi senza gesto, la sua voce argentina penetrava i cuori, e li commoveva colle ragioni le più semplici, In luoghi dove l'uditorio era composto di gente tutt'altro che dedita alle pratiche di religione e che era venuta in chiesa per curiosità, per udire un valente oratore, o per criticare un prete segnato come capo partito contro le loro opinioni, noi stessi abbiamo udito, finita la predica, ripetersi all'unisono in chiesa e in piazza: “Ha detto bene, ha detto bene”. [62]

                Ma eziandio in questi casi il suo parlare era perfettamente ordinato. Incominciava con un testo scritturale: nell'esordio stabiliva con esattezza la definizione dell'argomento, ovvero, enunciava con chiarezza l'oggetto della festa, o il mistero che si celebrava. Quindi svolgeva la definizione, recava una brevissima ragione teologica, esponeva un fatto storico, o un paragone, o una parabola che riuscivano la parte principale del suo discorso, e non mancava mai con alcune riflessioni di scendere alla pratica. Aggiungeremo che era sempre mirabilmente preparato a cambiare argomento nell'atto stesso che si affacciava dal pulpito, secondo gli suggerivano le circostanze o la non preveduta qualità de' suoi uditori. Ma per conseguire buoni risultati con un simile metodo non basta la scienza nel sacro oratore, bensì è necessario che, egli già prima siasi guadagnato un grande ascendente morale sopra i fedeli. D. Bosco predicando, ogni volta che gliene presentavano l'occasione e qualunque fosse il ceto delle persone che lo aspettavano con vivo desiderio, era sempre ascoltato come si ascolta un santo.

                Continua era la sua predicazione. È difficile numerare le popolazioni non solo del Piemonte, ma eziandio dell'Italia centrale che udirono la sua voce. Specialmente in Piemonte non vi è quasi città o paese nei quali egli non abbia predicato. Quando poteva contare sulla diligenza e vigilanza di coloro che aveva incaricati di varii uffizii nell'Oratorio, allontanavasi da Torino, mentre non mancava mai di ritornarvi - nei giorni che richiedevano la sua presenza. Ove egli andava, succedevano mille aneddoti sorprendenti, uno più grazioso, dell'altro e a stento i posteri li crederebbero, se non avessero l'attestazione di serii testimonii che noi verremo citando nel corso di queste memorie. Ad Alba, Biella, Ivrea, Novara, Vercelli, Asti, Alessandria. Cuneo, Mondovì, Nizza [63] Monferrato, Rivoli, Racconigi, Carmagnola, Bra, Foglizzo, Pettinengo, Fenestrelle, ne è tuttora viva la fama.

                Egli, come N. S. Gesù Cristo, si preparava a predicare con una fervorosa preghiera. Preferiva andare fra le popolazioni della campagna. Nell'atto di mettersi in viaggio si muniva sempre del segno di santa Croce, invocava l'aiuto del Signore e recitava qualche preghiera a Maria SS. Mentre essendo in Torino confessavasi regolarmente ogni otto giorni, durante queste sue peregrinazioni umiliavasi più di sovente al tribunale di penitenza. Benchè non patisse di scrupoli, pure non poteva soffrire in sè la più piccola imperfezione, e quindi s'imponeva uno studio di piacere a Dio anche nelle minime cose. Ed è perciò che le sue fatiche erano sempre ricompensate con frutti copiosi.

                Aveva egli inoltre il raro merito di un grande abituale spirito di sacrifizio. Poche, e per brevi tratti, essendo in questi, anni costrutte le prime ferrovie, si doveva viaggiare in vettura o nella così detta diligenza; ed egli pel dondolamento del legno pativa immensamente di stomaco, e pure non passava quasi settimana senza che si assoggettasse a questo tormento. Secondo il suo costume, avrebbe voluto continuare viaggiando a scrivere o correggere i suoi opuscoli, senonchè il male sovente impedivalo, Saliva allora accanto al vetturino, ma ogni scossa gli produceva un continuo eccitamento al vomito. Il vetturino ne era preso da compassione: - Povero prete, esclamava spesso, se potessi in qualche modo aiutarlo! - E giunto ad una stazione, procuravagli qualche bibita offerta di gran cuore, che poi era cagione di peggiori conseguenze. Molte volte si percorreva a piedi un lungo e faticoso, tratto di via, ma non sempre ciò permettevano le distanze da luogo a luogo.

                Giunto al campo delle sue fatiche, accolto festosamente dai parroci, presentavasi qual modello di sacerdote a coloro [64] i quali coabitavano nella casa parrocchiale. Era osservato con attenzione e di continuo, e più d'uno di coloro che gli furono compagni dissero a noi: - Vigilava talmente sovra ogni sua parola ed azione che per mancar meno di lui bisognava non essere uomini.

                Infatti nulla aveva mai a dire per la stanza, talora incomoda che gli era destinata, e per il cibo che gli apprestavano a mensa. Pareva non sentisse il rigore delle' stagioni, benchè talvolta l'abitazione o la chiesa fosse male riparata. Manifestava una mortificazione a tutta prova nel sostenere la prolissità delle udienze, delle confessioni o delle funzioni sacre. La sua umile pazienza era invincibile nel sopportare le contraddizioni, le mancanze di riguardi e la rusticità delle persone colle quali aveva a trattare. Indifferente in tutto che riguardava la sua persona, nulla esigeva più di quello che gli fosse dato, nulla pretendeva, accettando qualunque sito, tempo, che gli fosse assegnato; cedeva umilmente un impiego un posto più onorifico eziandio a chi a lui era inferiore per dignità o per anni, e se il demonio muoveva ostacoli al suo ministero, con una perfetta confidenza in Dio continuava calmo ed imperterrito, e non cedeva.

                Sul pulpito, con un zelo senza amarezza e mai violento, ispirava una viva confidenza nei suoi uditori, ma, senza lusingarli, tutta intiera diceva la verità. In tempo di esercizii e di missioni non perdevasi in discussioni inutili. L' importanza della salvezza dell'anima, il fine dell'uomo, la brevità della vita e l'incertezza dell'ora della morte, l'enormità del peccato e le conseguenze funeste che trae seco, l' impenitenza finale, il perdono delle ingiurie, la restituzione dei maltolto, la falsa vergogna nel confessarsi, l'intemperanza, la bestemmia, il buon uso della povertà e delle afflizioni, la santificazione delle Domeniche e delle feste, la necessità e il [65] modo di pregare, di frequentare i Sacramenti, di assistere al sacrifizio della Messa, l'imitazione di N. S. Gesù Cristo, la divozione verso la SS. Vergine, la felicità della perseveranza, erano i suoi argomenti ordinarii. I titoli di queste prediche li abbiamo tolti da alcuni dei molti suoi autografi, che i suoi vecchi amici e condiscepoli, i quali li possedevano, a noi li consegnarono nel 1900 acciocchè non andassero perduti.

                Siccome predicavasi di buon mattino, e alla sera dopo il tramonto del sole, acciocchè i contadini e gli operai potessero occuparsi lungo il giorno nei loro lavori, D. Bosco, quando avea terminato di ascoltare le confessioni, usciva per paese.

                Andava ad ossequiare le autorità municipali, a visitare e consolare gli ammalati, a mettere pace nelle famiglie ove sapeva esservi dissensioni, a conciliare con buone maniere coloro che l'interesse aveva fatti nemici. Mostrava gran rispetto ai vecchi e dimestichezza coi servitori e coi poverelli. Usando ogni mezzo per trarre la gente a predica, recavasi perfino nelle botteghe e nelle case per invitare i padroni ed i garzoni a venire in chiesa, e costoro si arrendevano facilmente a' suoi inviti. Folle immense accorrevano ad ascoltarlo, e i fanciulli stessi che facilmente si annoiano de' serii ragionamenti, erano avidi di udire la sua parola. E a questi, allorchè era invitato, si prestava volentieri a fare il catechismo, e se li rendeva tanto amici, che ogni volta che potevano si stringevano intorno a lui e non sapevano distaccarsene; e più d'uno fu visto piangere quando D. Bosco lasciava il paese.

                Nè meno tenera e profonda era la riconoscenza degli adulti al giungere del momento di congedarsi da un prete che con tanto affetto loro aveva ridonata la pace del cuore la grazia di Dio, la speranza fondata del paradiso, la gioia nelle famiglie e la carità nel paese verso i poveri e le opere [66] di religione. In queste sue peregrinazioni apostoliche egli diffuse in tutto il Piemonte la pratica devota dei tre gloria Patri da recitarsi dopo l'Angelus.

                Abbiamo detto che D. Bosco dal pulpito non amava disputare; tuttavia sapeva da pari suo sostenere la causa della religione quando vi era costretto dalle circostanze del luogo o dall'invito di un Superiore Ecclesiastico. A Quassolo sopra Ivrea avevano fissata la loro dimora alcune persone, che i paesani, per la poco cristiana condotta, indicavano coll'epiteto di protestanti. Noncuranti delle leggi ecclesiastiche, erano d'imbarazzo al parroco, D. Giacoletti Giacomo, per lo scandalo che ne poteva derivare alla popolazione, mentre coi discorsi spargevano errori gravi contro le verità della fede. I settarii qua e là in varii paesi contavano già i loro adepti Mons. Luigi Moreno pensò adunque di scrivere a D. Bosco, perchè venisse a Quassolo per dettare una sacra Missione. D. Bosco annuì: la fama del suo nome lo precedette e al suo comparire gli oppositori si ritirarono. D. Bosco nelle prediche della sera prese ad esporre il catechismo, intrattenendosi specialmente a spiegare e provare quei punti sui quali l'errore aveva tentato spargere il veleno de' suoi dubbii e delle sue negazioni. Egli però, umile e prudente, non uscì in invettive, non fece allusioni odiose, cercando solamente che i semplici restassero convinti della verità in modo che nessuno potesse ingannarti. Gli avversarii, sorpresi di questa sua mitezza d'animo, ritornarono in paese, ma nulla osarono dire o fare contro chi li combatteva trionfalmente, applaudito da tutti i terrazzani. Il suo dire era di tanta unzione e di tanta persuasione, che trasfondeva agli uditori la propria fede

                Realmente era infaticabile. Basti un esempio. Ad Ivrea dava gli esercizii spirituali al popolo, nella parrocchia di S. Salvatore, facendo quattro prediche al giorno. Nello stesso [67] tempo fu invitato a farne due nel Seminario ai chierici; ed egli accettò. Intanto venne ammalato il predicatore che in que' giorni dettava gli esercizii nel Collegio Civico ai convittori ed egli pregato di supplirlo, andò, predicando eziandio qui due volte al giorno. Erano quindi otto prediche al giorno, e nel tempo rimanente e gran parte della notte tutti lo volevano per confessarsi.

                Quando rientrava in casa, quasi contraffatto per la stanchezza, sua madre rimproveravalo amorosamente di quegli strapazzi eccessivi; ma egli rispondevale sempre: - In paradiso avrò tempo per riposarmi.

                Le sue predicazioni continuarono fino al 1860, anno nel quale essendo la sua presenza necessaria all'Oratorio, per il cresciuto numero dei giovani ricoverati, dovette diminuire a poco a poco le sue assenze dalla casa. Verso il 1865 più non partiva che per fare qualche triduo, panegirico, predica o conferenza.

                Chi legge sarà curioso di conoscere qualche fatto riguardante questo periodo di vita del nostro D. Bosco, per farsi un'idea della potenza della sua parola: ed eccoci a soddisfarlo.

                Tra l'anno 1850 e il 1855 era andato a Strambino il giorno dell'Assunta. Nei paesi vicini saputosi che predicava D. Bosco, vi fu un'affluenza straordinaria di popolo. Quando venne l'ora di salire, in pulpito, benchè la chiesa fosse piena e zeppa, pure gran parte degli accorsi rimaneva fuori. Fu d'uopo pertanto predicare in piazza, ove si eresse in tutta fretta una specie di palco. Il sole batteva con forza sulle teste, scoperte; eppure tutti stavano così attenti, che non si muovevano punto, e neppure coi fazzoletti si tergevano il sudore che si vedeva scorrere a rivoletti sui loro volti. La predica durò un'ora sana. [68] Molte persone però non erano arrivate in tempo per udirlo, ed espressero il desiderio che il domani facesse il panegirico di S. Rocco. Questa festa celebravasi in una cappella, un po' fuori del paese, in mezzo ai campi ed ai prati. Il parroco, D. Comola Gaudenzio vicario foraneo invitò adunque D. Bosco in nome della popolazione, e D. Bosco volentieri accondiscese. La dimane sebbene giorno di lavoro, convennero più migliaia di persone nella spianata innanzi alla cappella, vicino alla cui porta all'aria aperta era collocato il pulpito. Ma appena D. Bosco ebbe proferite le prime parole, il cielo, che da molte settimane era stato sereno, anzi di fuoco incominciò a rannuvolarsi, a lampeggiare e tuonare che parea un finimondo, ed in un istante cadde tal rovescio torrenziale di acqua, che era un diluvio. Quei contadini osservavano, se D. Bosco discendesse per andare al coperto, ma visto che non si muoveva, neppur essi si mossero. Il predicato sostò un istante, e passato il temporale, che non durava lungamente, continuò come se nulla fosse stato. Nè l'attenzione del popolo fu sminuita da quel contrattempo, che anzi più e più crebbe, perchè tutti, nel colmo della gioia, ringraziavano il Signore, per l'abbondanza di pioggia mandata in tempo cotanto opportuno. Infatti le campagne erano fino a quel punto arse da un'ostinata siccità, la quale per ottenere che cessasse, eransi fatte molte preghiere e processioni di penitenza. Quindi poco mancò che il popolo non gridasse al miracolo.

                Altra volta era invitato a fare il discorso in lode di S. Anna in Villafalletto, diocesi di Fossano. Essendosi sparsa la voce che veniva D. Bosco, si radunò una calca così grande, che la moltitudine rimasta fuori di chiesa era dieci volte più numerosa di quella che si pigiava in chiesa. I maggiorenti avrebbero voluto contentare il popolo. Gli uni dicevano [69]

                - Bisognerebbe predicare in piazza. - In piazza no; dicevano gli altri: fa troppo caldo, e si resterebbe in ogni parte sotto il sollione; andiamo nel prato.

                Detto, fatto. Improvvisarono un pulpito all'apostolica in un prato, al quale facevano ombra alberi altissimi e quivi si recarono le confraternite in divisa, e gli altri a migliaia. D. Bosco incomincia la predica, ma la voce era dispersa dall'aria e si perdeva tra le foglie ed il bisbiglio della moltitudine. Benchè gridasse a tutta possa non poteva essere udito neppure dalla metà dei fedeli. Allora una voce stentorea si leva tra la folla: - È impossibile udir la predica; andiamo in piazza; si sentirà meglio. - Tutti i lontani allora, come un sol uomo: - In piazza, in piazza. - I più vicini al pulpito si opponevano alla proposta. Fu una scena difficile a descriversi. Gli uni gridavano, si, gli altri urlavano, no; chi va, chi viene. Questi guardano ciò che il predicatore sta per fare; quelli gli si avvicinano a persuaderlo a discendere, e quasi lo spingono perchè si muova. Il predicatore discende, e i confratelli detti i Battuti si prendono in ispalla quella specie di pulpito e lo portano come in processione fino alla piazza. La moltitudine lo circonda e fa tal massa compatta che per gridare che si gridasse - Fate luogo, fate luogo il predicatore non poteva assolutamente avanzarsi. Finalmente come a Dio piacque D. Bosco giunse presso il pulpito. Ma qui alla prima succede altra scena. Nel trasporto si erano rotti i gradini del pulpito, il quale era abbastanza alto da non potervisi salire senza questi. I più vicini sciolgono ogni difficoltà. Chi fa scala a D. Bosco colle mani, chi con le spalle, chi lo spinge in su, chi lo tiene saldo perchè non precipiti. Ed eccolo sul pulpito. Il bisbiglio continuava tale, che D. Bosco non potea essere udito che dai più vicini. Allora egli gridò: - Ma se desiderate che io predichi [70], fate tutti silenzio. - Fu quella una parola magica. In meno di un minuto non si sentì più un zitto. Si era al 26 di luglio, tutti avevano il capo scoperto, il sole batteva sulle loro teste tanto cocente, che sembrava dovesse abbrustolirlo. Eppure, sebbene quella non fosse una delle prediche più brevi, non si vide un solo a mostrarsi stanco, o far atto d'impazienza. Finite le funzioni, non cessavano di encomiare le magnifiche cose esposte da D. Bosco. Il parroco teologo ed avvocato Mandillo Giovanni ricordava sempre con amore la visita di D. Bosco.

                Prova ancora dell'incanto che D. Bosco esercitava sulle moltitudini fu il suo panegirico di S. Candido e di San Severo nella parrocchiale di Lagnasco, diocesi di Saluzzo, presso Savigliano. Era giunto tardi, e per la premura non aveva ancora pranzato. Il popolo in chiesa attendeva l'oratore essendo finito il vespro. Il parroco già aveva indossato il roccetto per salire egli stesso in pulpito, quand'ecco D. Bosco entrare in sagrestia. Senz'altro indugio, benchè sfinito dal digiuno, incomincia la predica. Avea già parlato per un'ora del solo S. Candido, ma vedendo il tempo trascorso disse esservi ancora la seconda parte del sermone riguardante S. Severo, ma che a quel punto finiva la predica per non stancare l'uditorio. Il popolo ad una voce gli gridò che continuasse. D. Bosco riflettè un istante; il parroco teologo Giuseppe Eaudi dall'altar maggiore gli disse con tono solenne di voce: Vox populi, vox Dei! E D. Bosco continuò per un'altra buona ora rimanendo tutti stupiti e in gran diletto nell'averlo udito.

                Era un diletto che lasciava sempre nei cuori una salutare impressione, poichè qualunque fosse il suo uditorio, presenti eziandio Vescovi, dotti sacerdoti, nobili, scienziati, qualunque argomento trattasse, l'idea dominante, era quella della [71] necessità di salvar l'anima. Anzi più di una volta, contro l'aspettazione di tutti, in feste solennissime, invece di tessere le lodi del Santo Titolare della chiesa, finito l'esordio, svolgeva alcuni punti sui novissimi oppure su qualche comandamento della legge di Dio.

                Un giorno fu invitato a predicare alle religiose di un illustre monastero. Era la festa di una Santa martire loro principale Patrona. Sapendo come possedesse bene la storia ecclesiastica, speravano che descrivesse la loro Santa sotto qualche aspetto nuovo o facesse risaltare circostanze da esse non ancor conosciute di sua vita, e con riflessioni ascetiche e mistiche che dessero prova della sua scienza.

                Invece tutto all'opposto D. Bosco, essendo la chiesa piena eziandio di cospicui signori e di nobili dame, incominciò a dire che da tanti anni, anzi da più di un secolo, i sacri oratori in quel giorno e in quel luogo avevano sempre narrata la vita e fatto gli elogi di quella Santa martire: quindi chiedeva a se stesso qual vantaggio poteasi ricavare dal ripetere fatti che tutti sapevano. Poscia domandando licenza alla Santa martire, l'interrogava se non sarebbe stato conveniente cambiare, almeno per la varietà, il tema della predica per quell'anno; e senz'altro fissò la proposizione che voleva dimostrare, cioè: “Tendere alla perfezione e salvar l'anima per mezzo delle confessioni ben fatte”. Pensate voi come rimase l'udienza!

                D. Bosco parlò così per umiltà, oppure fu spinto da lume superiore a trattare quell'argomento? Comunque sia uno fu sempre il fine delle sue predicazioni: conquistare anime al signore.

 

 


 

CAPO VII. D. Bosco e il Sacramento della Penitenza - Il continuo concorso dei fedeli - Ogni parola di D. Bosco è un invito a salvare l'anima per mezzo della Confessione - Sua mirabile franchezza a Porta Nuova, in Piazza Castello, in Piazza d'armi e altrove nel ricondurre a Dio i peccatori - Gli inquilini della tettoia Visca - Ricca messe di anime fra i vetturali.

 

                GESU' CRISTO ha detto agli Apostoli: “Venite dietro a me e vi farò diventare pescatori di uomini”[6]. E D. Bosco era tutto compreso della dignità e del merito di questa vocazione. Abituale per lui il prorompere in sante aspirazioni che manifestavano un desiderio ardente di conseguire la beatitudine eterna per sè e per quanto gli fosse stato possibile, per tutti gli uomini. Egli aveva fatta sua la sentenza di S. Giovanni Battista de' Rossi, soprannominato in Roma il cacciatore delle anime: “La strada più corta del Paradiso che io ho conosciuta è quella del confessare, essendo un bene grandissimo quello che ne ricava per sè un confessore”. Perciò D. Bosco predicava per poter poi confessare pregava e faceva pregare [73] per i poveri peccatori, ordinando che tutti i suoi giovani recitassero ogni giorno una Salve Regina per la loro, conversione.

                Ed il tribunale di penitenza fu per lui luogo di riposo e di delizia, e non di fatica.

                Infatti non intermise mai questo sacro ministero cui destinava d'ordinario due o tre ore al giorno, e talvolta in occasioni speciali gli accadeva di impiegarvi giorni intieri e talvolta eziandio le intere notti. Neppur durante le sue infermità cessava dal confessare. Varie chiese in Torino furono il campo, nel quale esercitò l'inesauribile suo zelo. Nelle tante sue predicazioni nei varii paesi e città del Piemonte, colla sua scienza e dolcezza, colla sua prudente perspicacia, coi doni soprannaturali dei quali la gente dicevalo fornito, attraeva a sè le moltitudini. Anche dalle prime ore del giorno e poi fino a notte avanzata stava in que' giorni ad ascoltare una folla di penitenti senza fine; e ciò per anni ed anni dal 1844 fino al 1865. Il suo nome suonava presso tutti quelli che lo conobbero come sinonimo di confessione. Quindi era continuo l'accorrere a lui di persone che volevano riconciliarsi con Dio, in qualunque luogo ei si recasse, ancorchè non salisse il pulpito; e specialmente di quelle che, essendo per cadere nel baratro della disperazione, avevano più bisogno della sua carità sacerdotale. Molti venivano in Valdocco. Quante volte, ci narrava D. Francesco Dalmazzo, mi fu detto e ho veduto io stesso, a tarda ora arrivavano nell'Oratorio uomini oscuri in volto, che avendo udito a parlare della santità di D. Bosco, venivano a' suoi piedi per confessare i loro peccati. Bene spesso entravano sfiduciati di ottenere il perdono e poi si vedevano uscire dalla stanza dell'uomo di Dio, col volto raggiante di gioia e il cuore pieno di consolazione. E D. Bosco li aveva invitati a [74] ritornare spesso, assicurandoli che Dio nella sua infinita misericordia aveva cancellate tutte le loro colpe.

                Queste visite erano causa di gaudio ineffabile a D. Bosco, tanto più che egli preoccupavasi con perenne sollecitudine

                della salute eterna di quanti incontrava sulla sua via, ed eziandio di coloro che prima non aveva mai conosciuti. Non riusciva a parlar di altro che di cose spirituali e aveva grandissima facilità nell'introdurre questi discorsi in qualunque occasione, suggerendo pensieri efficaci per il conforto dei buoni e per la conversione dei peccatori. Questi non solo attendeva, accogliendoli con festa, ma spesso ne andava in traccia, e li sollecitava, ora con un consiglio, ora con un invito, ora con una parola alla sfuggita ma penetrante, ad assestare le cose della coscienza. Era in questo di una sorprendente franchezza: - Avete fatto Pasqua? Come stiamo in quanto alle cose dell'anima? Quanto tempo è che non vi siete confessato? - Queste e consimili uscite dirette o indirette, adattate però alle varie specie di persone con cui trattava, erano sempre sulle sue labbra. Noi l'abbiamo udito far domande od insinuazioni di questo genere non solo ad uomini del volgo, a negozianti, a letterati, a nobili signori, ma ancora a principi, a duchi, a senatori, a deputati, a generali d'esercito, a ministri di Stato, e ad altri potenti personaggi noti per opinioni, scritti ed opere contrarie alla Chiesa; ed abbiamo sempre constatato, con grande meraviglia, come nessuno siasi mai offeso per questa sua apostolica libertà, che andava però sempre del pari ad una squisita gentilezza di modi, ad una protesta di stima e riverenza, ad una espressione di sentito affetto e talora ad una opportuna e spiritosa facezia. D. Bosco più tardi era solito a dire a' suoi Salesiani: - Un prete è sempre prete, e tale deve manifestarsi in ogni sua parola. Ora esser prete vuol dire aver per [75] obbligo, continuamente di mira il grande interesse di Dio, cioè la salute delle anime. Un sacerdote non deve mai permettere che chiunque si avvicini a lui ne parta senza aver udita una parola, che manifesti il desiderio della salute eterna della sua anima.

                E D. Bosco riusciva all'intento con grande abilità e frutto. Conversando, sapeva bellamente investigare lo stato morale di certe persone, qualunque ne fosse la condizione, il grado o sapere, persone le quali ordinariamente hanno poco tempo e poca volontà di accostarsi ai SS. Sacramenti. Quindi colla sua amabilità le andava disponendo in modo, che quasi senza avvedersene svelavano le loro interne miserie e così gli davano il destro di essere ricondotti con facilità sul buon sentiero. Incontrando facchini, operai od altri che abitualmente con bestemmie e turpiloqui o imprecazioni offendevano il Signore, egli sapeva loro accostarsi e colla sua gran dolcezza a poco a poco li induceva a dichiararsi in colpa e ben sovente ancora a confessarsi da lui stesso. Citiamo i fatti.

                Verso il 1847, così narra un signore di Cambiano, D. Bosco un mattino camminava fuori di Porta Nuova fra mucchi di rottami,

                fossi, terreni sterili, che poi scomparvero quando venne fabbricato il Borgo Nuovo. Ritornava dalla parrocchia della Crocetta. Ivi si incontrò con quattro giovani dai 22 ai 26 anni, dalle faccie tutt'altro che piacevoli. Questi lo fermarono con finta affabilità e gli dissero: - Ascolti, di grazia, signor abate: costui dice che io ho torto ed io dico che ho ragione: decida dunque Lei chi ha torto e chi ha ragione. - D. Bosco dato uno sguardo attorno e non vedendo nessun altro cittadino comparire in quel deserto quantunque si fosse già a due ore di sole, temette qualche affronto. Quindi si raccomandò a Dio, mentre or questo or quello, raccontando di strane fanfaluche, e senza mai esporre qual fosse [76] la questione da giudicarsi, ripeteva insistendo: - Decida adunque chi ha ragione e chi ha torto.

                D. Bosco, vedendo che lo avevano preso per loro zimbello, pensò: Qui bisogna giuocare d'astuzia per cavarsela liscia; e disse loro: - Sentano signori; qui su due piedi non posso decidere: andiamo tutti a prendere una tazza di caffè al San Carlo e colà io deciderò. - D. Bosco pensava: Purchè possa entrare in Torino, e allora non avrò più timore di nulla.

                A quell'invito uno disse: - Lo paga Lei?

                - Certo che pago io, perchè sono io che faccio l'invito.

                - Bene! andiamo! - E si incamminarono verso le abitazioni, discorrendo come se fossero antichi amici. Giunti vicino alla chiesa di S. Carlo, D. Bosco prese a dire: - Sentano, signori: io promisi di pagar loro una tazza di caffè e sono di parola e la pago; ma io prete voglio pagarla da prete; entriamo perciò primi qui in chiesa a dire una sola Ave Maria.

                - Ah cerca delle scuse Lei! per....

                - No, non cerco scuse; la pago, ma voglio prima che, diciamo una sola Ave Maria.

                - E poi tirerà fuori il rosario....

                - Se dico una sola Ave Maria....

                - Ebbene, andiamo.

                Entrarono, s'inginocchiarono, e recitata quella preghiera, D. Bosco disse: - Orsù andiamo. - Furono al caffè, tutti bevettero la loro tazza. D. Bosco pagò, e uscito dalla bottega fece loro un altro invito. - Giacchè ebbi il piacere di far la conoscenza di loro signori, ora voglio che vengano a prendere un rinfresco in casa mia.

                Accettarono, e D. Bosco, condottili in Valdocco, siccome era già entrato in famigliarità con loro, prese a dire: - Mi dicano un po' in confidenza: quanto tempo è che non si sono [77] confessati? E colla vita che fanno, se la morte li sorprendesse in questo stato, che ne sarebbe di loro?

                Si guardarono l'un l'altro in viso, e poi guardavano Don Bosco che continuava il suo predicozzo. Uno di quelli finalmente esclamò:

                - Se trovassimo un prete come Lei, oh! sì che andremmo a confessarci, ma .....

                - In quanto a questo io ci sono.

                - Ma ora non siamo preparati.

                - Ci penserò io a prepararli. E presone uno per mano e trattolo verso un inginocchiatoio: Qui, qui, gli disse; non tante chiacchere cogli amici, e intanto loro tre si preparino che io sono qui per tutti.

                Così tre di loro si confessarono con sentimenti di vera compunzione, mentre il quarto non si piegò, dicendo che pel momento non si sentiva disposto. Quando partirono promisero tutti e quattro a D. Bosco che sarebbero ritornati a visitarlo. Un Ave Maria recitata da D. Bosco produceva sempre effetti sorprendenti.

                Altra volta a notte fatta venendo egli dai portici di Po, verso piazza Castello, gli si avvicinò uno sconosciuto, il quale senz'altro gli chiese danari. D. Bosco lo intrattenne con le sue amabili maniere, gli trasse di bocca ogni segreto, gli fece vedere la conseguenza della sua vita cattiva; poi sedutosi sopra il parapetto del fosso dietro al palazzo Madama, luogo, in quei tempi piuttosto solitario e oscuro perchè rari vi erano i lampioni, confessò quell'amico di un'ora, inginocchiato al suo fianco. Il canonico Borzarelli, zio del canonico Antonio Nasi, in quel mentre traversava l'immensa piazza e gli cadde sott'occhi quello spettacolo strano in un luogo pubblico. Egli per l'oscurità non riconosceva D. Bosco, ed avvicinatosi ad alcuni i quali da lontano osservavano pure il fatto, chiese chi fosse quel prete. Gli fu risposto: - È D. Bosco! - Il [78] canonico aspettò che D. Bosco finisse, e quando quel tale si allontanò, accostatosi al buon sacerdote, lo accompagnò all'Oratorio e finchè visse restò suo benefattore ed amico.

                Avvenne pure che, trovatosi un giorno D. Bosco in piazza d'armi, s'incontrasse in varii farabutti, uomini già d'età matura, i quali, non essendovi in quell'ora altra gente che vedesse, tolsero ad insultarlo apertamente. D. Bosco con aria gioviale prese a discorrere con loro. Ammansati dalle sue parole e riconoscendo il loro torto, alcuni se ne partirono per le loro faccende. Rimasero solo due, uno dei quali, arrabbiato con D. Bosco stesso ed eccitatore di quella scena disgustosa, voleva farsi dar ragione di non so che. Costui però finì per stancarsi, sorpreso dalla calma del prete, e si allontanò. Quell'unico rimasto continuava ad inveire contro i sacerdoti ed i religiosi, e a dirne ogni peggior male.

                - Veda, lo interruppe D. Bosco, Ella parla male dei preti, e perciò di me che pure sono suo amico; ma questo è solo perchè non mi conosce; se mi conoscesse, parlerebbe in modo diverso.

                Quel tale, stupito, squadrava bene D. Bosco da capo a piedi per ricordarsi se realmente e quando già si fosse in lui incontrato; e D. Bosco proseguiva: - Io sono uno de' suoi più grandi amici; ed ha una prova del mio affetto perchè, mentre Ella mi rimprovera, io non mi offendo, e se potessi farle qualunque servizio, glielo farei volentieri, e immediatamente. Così potessi colmarla come vorrei di ogni felicità e in questa terra e nell'altra vita.

                Questo discorso condusse quel povero uomo a parlare con moderazione, e D. Bosco venne a dirgli schietto: Creda pure, mio signore, che la felicità non si trova in questo mondo, se non si ha la pace con Dio; se Ella è così malcontenta ed arrabbiata, è perchè non pensa guari alla [79] salute dell'anima sua. Se la morte venisse a colpirla in questo istante, certo che non ne sarebbe contenta.

                L'amico si fece prima pensieroso e poi commosso. Don Bosco di parola in parola lo persuase ad andarsi a confessare, essendo che da molto tempo non aveva più saldate le partite di sua coscienza. Temendo però che quella buona disposizione fosse fuoco di paglia e che appena lontano non eseguisse più l'attuale proponimento, lo invitò a confessarsi subito.

                - Son pronto, rispose, ma dove? Qui, in questo stesso luogo.

                - Ma si può?

                - Certo che si può

                Parlando, aveano continuato a camminare, e benchè sempre in piazza d'armi erano giunti ove non eravi persona e varii alberi servivano loro di schermo. Ivi D. Dosco confessò quel poveretto che poi fuori di sè dalla contentezza, non sapea più staccarsi da chi aveagli procurata la pace del cuore.

                Altri fatti gli occorsero di simil genere che sarebbe soverchio qui addurre. Anche un buon signore confidava a noi aver egli fatta la sua confessione a D. Bosco vicino alle torri presso la piazza Emanuele Filiberto.

                In quei primi anni dell'Oratorio, lungo la via della Giardiniera, eravi, come abbiamo già detto, una vasta tettoia dei signori Filippi appigionata all'appaltatore Visca, ove si ritiravano i carri del Municipio. Quivi, oltre i carrettieri, andava a rifugiarsi alla sera una poveraglia di ogni specie, ubbriaconi, bestemmiatori; e sovente all'aria aperta nella mite stagione, ballonzolavano sguaiatamente. Erano vicini che non ispiravano troppa fiducia.

                Un giorno Mamma Margherita stava sulla loggia ripulendo una veste nuova del figlio e dopo averla stesa [80] sulla ringhiera di legno, si ritirava nella stanza per brevi momenti. Quella loggia era poco alta da terra e Margherita ritornando trova che la veste non c'è più. Era stata rubata. La buona donna va in cerca di D. Bosco, e si lamenta con lui di quella cattiva sorpresa fattale: Senz'altro dicevagli, è qualcuno di coloro che stanno oziando in quella tettoia

                - E con questo?

                - Bisognerebbe andar là per ricuperare ciò che mi fu tolto.

                - Solo per questo volete esporvi forse ad una brutta figura?

                - E ti lascieresti portar via una veste nuova, la sola che hai?

                - Che cosa volete farci?

                - Sempre lo stesso tu! Di nulla t'importa.

                - Lasciate un po' andare queste melanconie. Non inquietatevi. La persona che ha presa quella veste ne aveva forse più bisogno di me. Per parte mia, guardate, se chi me l'ha rubata venisse a confessarsi da me, io mi accerterei del suo fermo proponimento di non rubare mai più e poi gli regalerei la veste, e gli darci l'assoluzione in lungo e in largo.

                E realmente sotto quella tettoia erasi acquistati molti amici. Nel tempo pasquale per varii anni soleva recarsi tra quella ciurmaglia e colle sue caritatevoli maniere invitarla a confessarsi: - Venite, miei cari, diceva loro; venite quando vi piace, a qualunque ora vi comodi di mattina, di sera, ad ora tarda, anche tardissima, ed io sarò sempre pronto ad Ascoltarvi. Non prendetevi soggezione di me; siamo amici, e cogli amici si trattano le cose con tutta confidenza. Anzi guardate, vi preparerò alcune buone bottiglie, e aggiustatele cose dell'anima, berremo una volta alla nostra salute. [81] E numerosi accorrevano quei poveretti con fine sincero, e trovarono sempre buona accoglienza. Finite le confessioni Mamma Margherita doveva dare fondo alle sue provviste di vino, poichè ce ne voleva a togliere la sete a quella brava gente. D. Bosco però era contento, perchè egli sapeva colle sue efficaci parole come accendere facilmente in simili cuori, anche nei più insensibili, un po' d'amor di Dio. Fu questo un dono speciale di cui avevalo il Signore favorito. In qualunque luogo si recasse D. Bosco, succedevano fatti di vario genere, che gli porgevano occasione di confessare: nelle carrozze, nelle case private, negli alberghi, nei campi, nelle vie, e sempre con persone a ciò indotte dalle sue amorevoli esortazioni. Potremmo compilare un grosso volume col solo narrare questi aneddoti. Qui ci contenteremo di accennare come D. Bosco diportossi coi vetturini.

                Per questa classe di persone egli ebbe sempre un gran riguardo, dovendo per i suoi viaggi servirsi di vetture pubbliche. Terminata la corsa, dava sempre al carrozziere qualche soldo di più oltre la pattuita mercede, dicendogli con buona grazia: - Questo è per voi. - A chi non sapeva darsi ragione della sua larghezza, diceva Io colgo l'occasione per fare un po' di elemosina a questa povera gente, e dir loro qualche buona parola di cui hanno tanto bisogno.

                Avveniva qualche volta che costoro si abusassero nel domandare la mercede, ed egli la dava sempre quale era domandata, perchè non avvenissero alterchi o bestemmie, e così non fosse oltraggiato il Signore. Anzi voleva che lo stesso facessero i suoi dipendenti. Di questa sua generosità fu testimonio per più di vent’anni D. Gioachino Berto suo segretario.

                D. Bosco adunque colla sua carità si faceva benvolere da tutti quegli uomini poco educati. Ne' suoi viaggi a Novara, [82] a Vercelli, a Casale, ad Asti, e in cento altre città e luoghi, studiavasi di avere un posto in cassetta col carrozziere e quindi aspettava il momento opportuno per guadagnare quell'anima. Il vetturino non tardava a lasciarsi sfuggire di bocca qualche bestemmia e allora D. Bosco, scherzando: - Che cosa avete detto! Son persuaso che proferite simili parole senza riflettere. Voi nel vostro cuore non siete cattivo. Si vede alla faccia che siete un bravo uomo.

                - Ha ragione, sa; rispondeva il vetturino: è un'abitudine che ho presa. Detesto questa maniera di parlare; ma quando non ci penso, son da capo. Specialmente quando sono con i preti, mi rincresce tanto che mi scappino queste parolaccie.

                - Dunque state attento a correggervi

                - Sì, sì, voglio proprio, sa; lo voglio! ripeteva. Ma dopo qualche tempo o per un intoppo, o per una bizzarria del cavallo, o per intercalare, ecco una nuova bestemmia. Don Bosco lo guardava; l'altro rimaneva confuso e ascoltava con attenzione ciò che il buon prete andava dicendogli sulla bontà e sui castighi di Dio, sull'importanza di emendarsi e salvar l'anima. Il ragionamento finiva sempre con un invito alla confessione. Quelle esortazioni erano così bene condotte, che i vetturini si arrendevano sempre. Molti si confessarono stando in cassetta e guidando il legno; altri mentre si faceva lo scambio dei cavalli, nelle stalle, nelle osterie, o nei dintorni.

                Un giorno D. Bosco andava a Carignano, e discorrendo col conduttore del calesse, fra le altre cose uscì a dirgli

                Credo che avrà già fatta la sua Pasqua!

                Il vetturino: - Non ancora; è già molto tempo che non sono più andato a confessarmi: mi confesserei però volontieri da quel prete dal quale ho fatta l'ultima mia confessione; se potessi incontrarlo! [83]

                Costui erasi confessato da D. Bosco trovandosi nelle carceri di Torino, ma in quel momento non lo aveva riconosciuto; mentre anche D. Bosco più non ricordavasi d'averlo visto. D. Bosco continuò ad interrogarlo: - E chi prete dal quale sareste contento di confessarvi? - D. Bosco! Non so se Lei lo conosca. - Se lo conosco! Io sono D. Bosco!

                Il vetturino lo fissò, richiamò le sue rimembranze, lo riconobbe e pieno di contentezza esclamò: - Ma come fare adesso a confessarmi?

                - Lasciate a me le briglie del cavallo e mettetevi in ginocchio: - gli disse D. Bosco.

                Il vetturino ubbidì all'istante e mentre il cavallo lentamente procedeva, si confessò. D. Chiatellino narravaci questo fatto, accaduto come la maggior parte dei già esposti, prima del 1850.

                D. Bosco stesso ci raccontò quest'altro fatto: “Veniva da Ivrea a Torino in omnibus, non essendo allora ancora stata costrutta la ferrovia, e sentii che il cocchiere ogniqualvolta sferzava i cavalli, pronunciava una o due bestemmie. Io allora lo pregai di lasciarmi salir con lui in cassetta. Egli di buon grado accondiscese, e mi sedei al suo fianco. Quindi gli dissi: - Vorrei da voi un piacere …… - Egli m'interruppe dicendo: - Vuole arrivar presto a Torino? Bene! -

                E qui si mise a sferzare con tutta lena i cavalli ed alle sferzate frammischiava bestemmie.

                - Non è questo che voglio, io ripresi; poco m' importa d'arrivare a Torino un quarto d'ora prima o un quarto d'ora dopo. Quello che io voglio, è questo: che non bestemmiate più. Me lo promettete?

                - Oh, se è solamente questo, stia pur sicuro che non bestemmierò più: e sono uomo di parola io! [84]

                - Ebbene, se ciò farete, che cosa volete per premio?

                - Niente, rispondeva colui; sono obbligato a non bestemmiare.

                lo insisteva, ed egli domandò la mancia di quattro soldi: io gliene promisi venti. E qui una sferzata ai cavalli ed una bestemmia. Io lo avvisai ed egli: - Oh! il bestione che sono io: ho perduta la testa.

                - Non vi rattristate per questo, io soggiunsi; guardate vi darò egualmente venti soldi: ma ogni volta che direte ancora una bestemmia, i venti soldi diminuiranno di quattro.

                Va bene, rispose egli; stia certo che li guadagnerò tutti.

                Dopo un bel tratto di via i cavalli rallentavano già il passo, ed il cocchiere sferza e giù una bestemmia Sedici soldi, amico mio, gli dissi.

                Ed il povero uomo si vergognava e diceva: - Davvero che le abitudini cattive non possono più togliersi. E così continuava a rammaricarsi borbottando.

                Dopo un altro pezzo di strada, una sferzata e due bestemmie.

                - Otto, amico mio; siamo ad otto soldi.

                - Possibile, gridava stizzito colui; possibile che siano così tenaci e dannose le male abitudini: lo sono avvilito. Possibile che io non sia più padrone di me stesso? E poi questo maledetto vizio mi ha fatto già perdere dodici soldi.

                - Ma, amico, non dovete rattristarvi per così poco, ma piuttosto pel male che vi fate all'anima.

                - Il suo nome?

                - Oh! sì, rispose egli; è vero, gran male faccio io; ma, sabato voglio andarmi a confessare. È qui di Torino Lei?

                Sì; sono dell'Oratorio di S. Francesco di Sales.

                Bene; voglio venirmi a confessare da Lei. Di grazia, il suo nome? [85]  - D. Bosco.

                - Va bene: ci rivedremo dunque ancora. - E viaggiando fino a Torino pronunciò ancora una bestemmia. Perciò io gli doveva soli quattro soldi, ma gliene feci accettare venti, allegando che lo sforzo di non bestemmiare l'aveva fatto. Licenziatici, io ritornai a casa, ed aspettandolo di sabato in sabato, eccolo finalmente venire nel quarto dopo quell'incontro. Lo vidi mescolarsi coi giovani, ma io subito non lo riconobbi le quando venne il suo turno mi disse: - Non mi conosce?: Sono quel tal cocchiere…… ha già inteso…..: e sappia che io, nei giorni scorsi, in un istante di innavvertenza, pronunciai il santo nome di Dio, ma poi non ho più bestemmiato. Mi son prefisso di stare a pane ed acqua ogni volta che avessi detto una bestemmia; e ci sono stato una volta sola e non, ci voglio più stare”.

                Parecchi di costoro raccontavano molti anni dopo a Don Michele Rua il bello e fortunato incontro avuto con D. Bosco, mostrando ancora la loro riconoscenza a chi avevali rimessi nella grazia di Dio.

 

 


CAPO VIII.
D. Bosco studia e scrive il REGOLAMENTO DELL' ORATORIO di S. Francesco di Sales per gli esterni - Scopo di questo Oratorio - Condizioni per l'accettazione dei giovani

 

                DON Bosco era sempre tutto intento a studiare il maggiore sviluppo ed il progresso dell'Oratorio. Nel convocare tanti giovanetti di varia indole, costumi, educazione, istruzione e stato sociale, non intendeva di agglomerare un'accozzaglia senza ordine e senza disciplina.

                Egli perciò non stancavasi di promuovere l'unità di spirito e di direzione. Quindi vedeva la necessità di fissare norme stabili che guidassero nell'amministrazione di questa parte del sacro ministero le persone di chiesa, le quali con caritatevole sollecitudine vi consacravano le loro fatiche. I giovani intanto, da lui scelti per aiutarlo, li andava educando in modo tutto speciale, e aveva loro minutamente prescritta la condotta che dovevano tenere nella chiesa, nella scuola e nella ricreazione, senza però mettere in carta quelle regole.

                Più volte vi si era provato, ma aveva sempre deposta la penna per varie difficoltà abbastanza gravi, cagionate dai diversi pareri de' suoi coadiutori, e dalle condizioni dei luoghi per i quali l'Oratorio era trasmigrato.

                Tuttavia da più anni aveva presa la sua decisione. Erasi fatto spedire molti regolamenti di Oratorii festivi più o meno antichi, fondati da uomini zelanti della gloria di Dio, i quali [87] fiorirono in varie città d'Italia Voleva esaminare ciò che altri aveva già imparato dall'esperienza. Noi fra le sue carte trovammo ancora: Le regole dell'Oratorio di S. Litigi eretto in Milano nel 1842 nella contrada di S. Cristina; e Le regole per i figliuoli dell'Oratorio sotto il patronato della Sacra Famiglia.

                Tutti questi regolamenti, però, compilati con vario scopo e metodo, imponevano a D. Bosco un'attenta meditazione, perchè potesse farsene un giusto concetto e giovarsene adattandoli al suo scopo. Gli uni erano stati scritti quando le famiglie cittadine almeno in generale, davano ai loro figli la prima istruzione cristiana, li sorvegliavano perchè non patisse danno l'innocenza dei loro costumi e li conducevano alla chiesa e ai sacramenti. Allora era facile il compito assegnato al Direttore dell'Oratorio. Bastava radunare i giovani in certe ore dei giorni festivi, trattenerli in onesta ricreazione, catechizzarli, dare in particolare consigli o riprensioni per raddrizzare le cattive tendenze, far crescere il buon seme che già era stato posto nei loro cuori. Ma nei tempi presenti non si trattava solo di coltivare, poichè in famiglia molti giovani di certe classi sociali più non ricevevano alcuna istruzione religiosa, e stavano lontani dalla chiesa, bisognava quindi prima risanare il loro cuore, svellere le male radici che il cattivo esempio, la corruzione precoce vi avevano fatto germogliare, e quindi seminare i germi della virtù. Anzi devesi aggiungere che molti di questi, perchè perseverassero nel bene, sarebbe stato assolutamente necessario toglierli dal guasto ambiente nel quale vivevano. Una mente sagace poteva eziandio facilmente prevedere come il male sarebbe andato ognora crescendo e in modo spaventoso.

                Adunque era necessario che l'Oratorio moderno popolare divenisse il campo di un vero apostolato, e quivi si adoperassero [88] tutti quei mezzi di santificazione istituti da N. S. Gesù Cristo e amministrati secondo lo spirito della Chiesa. Doveva surrogare la parrocchia con tutte le sue funzioni, come stabilisce il Concilio di Trento. Doveva essere la sede di un'autorità paterna, la quale rimediasse con tutte le sue forze alla negligenza dei genitori e che sapesse cattivarsi talmente l'animo dei fanciulli, da esercitare una vera influenza morale e continua sulla loro condotta.

                Vi erano Patronati che si avvicinavano agli ideali che vagheggiava D. Bosco. Vi si celebrava la Messa, si faceva il catechismo, si procuravano i confessori, si raccomandava la santa Comunione una volta al mese, si assistevano i ragazzi nelle ricreazioni. Ma l'Oratorio si chiudeva a mezzo mattino, e i giovanetti nel pomeriggio non avendo luogo ove raccogliersi, restavano abbandonati a se stessi. Perciò D. Bosco conoscendo che le insidie più gravi ai giovani, specialmente operai, erano tese nella sera, decideva che il suo Oratorio dovesse rimanere aperto l'intero giorno.

                Altri regolamenti di Oratorii festivi, quantunque procurassero tutti gli aiuti spirituali ai giovanetti e li raccogliessero nel dopo pranzo, non accettavano se non quelli che fossero di savia e provata condotta; quindi ordinavano che i parenti stessi li presentassero alla direzione, e se non si comportassero bene, fossero obbligati a ritirarli. Ma D. Bosco voleva che prendessero parte al suo Oratorio non solo i più ignoranti per istruirli, ma anche i giovanetti cattivi per convertirli, purchè non recassero scandalo ai buoni: questi desiderava servissero ai primi di modello e di eccitamento al ben fare. Quindi reputava inutile imporre condizioni di accettazione a chi bisognava talora fare quasi una caritatevole violenza morale per introdurlo al convito del Padre celeste; e non permetteva che fossero congedati quelli che [89] talora lasciavano di frequentare l'Oratorio per mesi e mesi, stimando una fortuna il loro ritorno, anche per poco tempo. Era eziandio evidentemente inutile chiedere guarentigie di buona condotta ad un'autorità paterna o materna, la quale, non solo poco o nulla s'interessava della sorte dei figli, ma su di essi non godeva alcun prestigio, e tavolta financo avversava le pratiche di chiesa.

                D. Bosco ebbe anche i programmi che riguardavano alcuni Oratorii destinati per i discoli che erano ricoverati in ospizii, e nei quali si radunavano eziandio giovani esterni di quella stessa classe. Ma non gli garbava il sistema disciplinare loro imposto, la sorveglianza quasi poliziesca, benchè forse necessaria, e la coercizione per obbligarli alla frequenza. Questo sistema non potea più sussistere per l'opinione pubblica che gli si mostrava contraria, e D. Bosco desiderava che i suoi alunni facessero il bene liberamente e per amore.

                Studiando tutti questi regolamenti prendeva note, modificando adattando, combinando secondo il suo punto di vista, e appigliandosi specialmente a quelli degli Oratorii di S. Filippo Neri in Roma, e di S. Carlo Borromeo in Milano fondato verso il 1820.

                Non fece però sue ed eliminò certe disposizioni che non gli parvero più adatte ai tempi e che avrebbero potuto respingere i giovani, piuttostochè allettarli ad intervenire. Nell'accettazione eccettuò solamente quelli di troppo tenera età o affetti da malattia contagiosa. In pratica trattandosi di insubordinazione, mise per principio una gran tolleranza e ai castighi sostituì l'ammonizione cordiale, insistente ed efficace. Allontanava dell'Oratorio solamente coloro che offendevano gravemente il Signore collo scandalo, e non ammetteva registri ufficiali, che notassero le mancanze dei colpevoli, o degli indifferenti nelle cose di pietà. In quanto alla frequenza [90] dei sacramenti lasciava la massima libertà; nessun obbligo di procurarsi il biglietto di confessione: nessun rimprovero per chi stesse molto tempo senza confessarsi. Nessuna divisione di classi per accedere al Santo Tribunale di, Penitenza: chi primo giunge, primo si confessa, e chi vuol ritirarsi non dà nell'occhio a nessuno. Lo stesso si dica della sacra mensa e nei giorni solenni la colezione è data egualmente a chi si è comunicato e a chi non ha ricevuto il sacramento. Stabilisce i libretti di frequenza, ma questi servono solamente ad attestare chi è degno di premio. Questa libertà però, governata dallo zelo prudente e dalle continue esortazioni di D. Bosco, doveva produrre mirabili effetti.

                D. Bosco adunque esaminati i Regolamenti che gli erano stati trasmessi aveva scritto le proprie osservazioni su di un foglio che ci servì di guida per compilare queste pagine. Sul principio pertanto del 1847, dopo di aver organizzatele scuole serali, in ossequio ai consigli di parecchie autorevoli persone, fra le quali l'Arcivescovo e D. Cafasso, egli si diede finalmente a distendere il suo regolamento e in capo a poche settimane lo ebbe finito. In esso espose quello che tradizionalmente già si praticava nell'Oratorio, designò varii uffizii da compiersi in chiesa, in ricreazione, e nelle scuole, e stabilì norme opportune per ciascuno dei medesimi. Questo, regolamento venne pubblicato verso il 1852 e poscia in edizioni posteriori, fu secondo i bisogni riveduto e perfezionato. Esso è diviso in tre parti. La prima tratta dello scopo degli Oratorii festivi, dei varii impieghi e rispettive regole; la seconda contiene le opere di pietà da praticarsi dai giovanetti e il modo onde questi devono portarsi in chiesa e fuori; la terza, che fu data alle stampe posteriormente, si occupa delle scuole diurne e serali e porge generali avvertenze ultimissime all'uopo. [91]

                Fin da questi anni parecchi Vescovi e parroci, essendone venuti in cognizione, fecero domanda per introdurre gli Oratorii nelle proprie diocesi e parrocchie e ordinarli collo stesso, metodo che il nostro, per quanto era loro possibile. Essi conoscevano la perizia di D. Bosco nell'educare cristianamente i figli del popolo, e ne avevano novella prova in questo Regolamento[7].

 

 


CAPO IX.
Il Regolamento dell'Oratorio festivo prelude alla pia Società di S. Francesco di Sales - Uffizii varii dei coadiutori di D. Bosco nell'assistenza degli alunni esterni - Esattezza de' giovani ai quali sono affidate le cariche inferiori - Difficoltà nell'avere sacerdoti per la direzione - Confronto tra il primo manoscritto delle regole e l'ultima edizione di queste - Incombenze degli uffiziali dell'Oratorio.

 

                A GIUDIZIO di persone autorevoli e Competenti non, sarà opera inutile esporre le Regole dettate da D. Bosco per l'Oratorio festivo e meditare le genuine idee della sua mente ordinatrice. Incominciando a svolgere il suo primo manoscritto dal quale, nel Capitolo precedente, abbiamo appreso qual fosse lo scopo, della sua opera e le condizioni fatte ai giovani per essere accettati nell'Oratorio, si presenta subito spontanea un'importantissima riflessione: cioè che il primario disegno, da D. Bosco, vagheggiato costantemente, e svolto con prudente lentezza, era di preparare le fondamenta alla pia Società di S. Francesco di Sales. Egli stesso svelò più volte tale sua intenzione. Infatti ai Sacerdoti superiori dell'Oratorio festivo dà i titoli corrispondenti agli uffizii, coi quali designerà poi i Superiori della sua Congregazione. Appella sempre coi nome di Rettore, quegli che tiene la direzione suprema, mutando questa [94] denominazione in quella di Direttore, quando diverrà secondaria l'autorità del Capo dell'Oratorio festivo, per averla egli trasmessa ad un suo rappresentante.

                In due articoli accenna alla perpetuità ed all'estensione dell'opera da lui fondata. Nella Parte I, Cap. I, art. 9, ove si parla del Rettore, sta scritto: Egli può nominarsi un successore, la qual nomina però deve essere di un Ecclesiastico ed approvato dal Vescovo. E per dare un fido appoggio al Rettore, nota nel Cap. 11, art. 6: Il Prefetto coadiuverà il Rettore in tutto quello che può e si adopererà per avere comune con liti lo spirito, comune lo scopo e lo zelo per la gloria di Dio. Questi articoli furono cancellati posteriormente al sorgere della Pia Società, ma rimane ancora l'art. 5: Il Prefetto compierà anche gli uffizii del Direttore spirituale nei paesi dove fosse penuria di Sacerdoti. Dunque ei prevedeva che i suoi Oratorii in avvenire si sarebbero fondati anche fuori della città di Torino. Stabiliva eziandio, come vedremo, che gli incaricati di alcuni uffizii fossero eletti, come in un Capitolo, a maggioranza di voti dagli impiegati dell'Oratorio stesso, e fin d'allora ordinava speciali suffragii, non solo alla morte di coloro che lo coadiuvavano nella santa impresa, ma eziandio in occasione di quella dei loro genitori. Finalmente nella Parte 11, Cap. VII, art. 8 insinua nei giovani il gran pensiero della divina vocazione: Nelle cose di grave importanza, come sarebbe nell'elezione del vostro stato, consultate sempre il confessore. Il Signore dice che chi ascolta la voce del confessore ascolta Dio stesso. Qui vos audit me audit. Ma se in questo Regolamento non si scorgeva che un semplice accenno di una futura società religiosa, vi appariva fin d'allora splendido lo spirito che doveva animarla. I giovani, la maggior parte delle volte, vi erano allora indicati col nome di figliuoli, allo stesso modo col quale l'apostolo [95] S. Giovanni chiamava figli i suoi discepoli. A coloro poi che presiedevano, s'inculcava che dovessero essere disposti a fare grandi sacrifizii, nulla risparmiando, nulla trascurando di quanto può contribuire alla maggior gloria di Dio e alla salute delle anime: ed aggiungevasi ad ogni pagina che la carità usata verso i giovani era il mezzo più acconcio per far loro del bene.

                Premesse queste osservazioni generali, vediamo l'organizzazione che D. Bosco ideò pel buon andamento dell'Oratorio. Egli scriveva:

                “Gli uffizii che devono compiersi da coloro, che desiderano occuparsi con frutto dell' Opera degli Oratorii, si possono distribuire tra i seguenti incaricati, che nelle rispettive incombenze sono considerati come altrettanti Superiori. - 1. Direttore. - 2. Prefetto. - 3. Catechista o Direttore Spirituale. - 4. Assistenti. - 5. Sacristani. - 6. Monitore. - 7. Invigilatori. 8. Catechisti. - 9. Archivisti. - 10. Pacificatori. - 11. Cantori. - 12. Regolatori della ricreazione. - 13. Protettore”.

                Si potrà da taluno credere che troppi oltre il bisogno fossero questi ufficii, ma convien riflettere che D. Bosco così E disponeva, perchè molti fossero gli interessati al bene dei giovanetti e quindi maggiore e più estesa la necessaria vigilanza; per aver modo di occupare or l'uno or l'altro secondo le loro attitudini, o abilità; per dare a qualcuno di più, come premio meritato, un segno di speciale confidenza; perchè certe indoli intraprendenti, lusingate da quella preminenza sui compagni, si affezionassero sempre più all'istituto.

                Definiti i principali uffizii colle speciali loro attribuzioni, delle quali non tarderemo a parlare, D. Bosco li affidò a quelli tra i giovani, che per buona condotta ed assennatezza gli parvero più abili a disimpegnarli, creandoli, per così dire, suoi uffiziali od aiutanti di campo. Li avvisava nello stesso [96] tempo non intendere di imporre nè leggi, nè precetti. Siccome egli soleva lasciarli responsabili dell'impiego loro affidato, limitando l'opera sua ad invigilare che ciascuno facesse il propria, dovere, così ognuno si dava grande sollecitudine per conoscere ed eseguire la parte sua nel miglior modo che dato gli fosse. Per questa guisa le cose dell'Oratorio presero ad ordinarsi con molto profitto dei giovinetti, ed anche con grande sollievo dello stesso suo Direttore, il quale poi soleva ogni settimana raccogliere a sè d'intorno i suoi uffiziali, e da esperto generale li animava con fervorose parole a rimanere fedeli e saldi al loro posto, suggerendo le cose da farsi o da fuggirsi per lavorare con buona riuscita. In qualunque altra circostanza venissero a lui, accoglievali sempre con maniere soavi e festose; e aveva scritto per norma di un Direttore: “Egli deve essere pronto ad accogliere con bontà quegli impiegati che a lui si dirigessero, e a dar loro quei suggerimenti che possono tornare utili al mantenimento dell'ordine, e a promuovere la gloria di Dio ed il vantaggio spirituale delle anime. Colla dolcezza e colla esemplarità procuri d'acquistarsi la loro stima e benevolenza”. Talora dava loro qualche premiuzzo, una divota immagine, un libretto e simili, terminando sempre coll'additare loro la bella corona che li attendeva in Cielo. Queste parole e questi atti di confidenza erano di efficacissimo stimolo, e di rado avveniva che, o per negligenza o per mala condotta, si dovesse dispensare qualcuno dal propria ufficio, e privarlo del suo grado.

                Ma se non era difficile trovare giovani di buona volontà ai quali affidare molte incombenze, ci tornava malagevole riguardo agli uffizii di Prefetto e di Catechista, ossia Direttore spirituale. Zelanti sacerdoti accettavano questi due incarichi, senonchè ben presto si stancavano o erano impediti dagli obblighi personali assunti in città, quando nell'Oratorio vi era [97] maggior bisogno dell'opera loro. In conseguenza troppo sovente si mutavano questi Superiori. D. Bosco però non sgomentavasi per così poco, ed assumevasi eziandio i lavori degli altri, aspettando senza premura i nuovi coadiutori, che la Divina Provvidenza gli avrebbe mandati. Per ciò aveva scritto un regolamento completo che non solo abbracciava lo stato dell'Oratorio nel 1847, ma eziandio il suo svolgimento futuro. Quindi stabiliva presentemente ciò che aveva determinato di attuare di mano in mano che ne possederebbe i mezzi, per es., la recita o il canto ogni domenica del Mattutino dell'Ufficio della Beata Vergine: ordinava la Compagnia di S. Luigi ed una biblioteca circolante, alle quali si darà vita in quest'anno; e nello stesso tempo accennava, come abbiamo visto nel Capo precedente, ad una società di mutuo soccorso, che poi si fondò nel 1850.

                Degna di ammirazione è questa previdenza, ma quello che a noi più che tutto importa si è l'esporre in modo compiuto come D. Bosco in tutto il tempo della sua vita, intendesse rendere fruttuosa la missione di un Oratorio festivo.

                A questo fine presentiamo al lettore l'ultima edizione del Regolamento stampato nel 1887, confrontandola col manoscritto del 1847. Le differenze non sono molte, tuttavia, per distinguere i tempi nell'interesse della storia, quanto D. Bosco cancellò dalla prima regola, lo rimetteremo a posto notandolo in carattere corsivo; quanto vi aggiunse oppure incominciò a mettere in pratica verso e dopo il 1852, lo chiuderemo tra parentesi. I capitoli poi o gli articoli che provvedono a dirigere i giovani nella morale e religiosa condotta, li disporremo altrove come annotazioni, secondo che ci suggerirà lo svolgimento dei fatti. Non è occupazione superflua lo studio attento di ciò che deve formare lo scopo principale della nostra attività religiosa. Nelle nostre Costituzioni [98] sta scritto: Primum charitatis exercitium in hoc versabitur, ut pauperiores ac derelicti adolescentuli excipiantur, et sanctam Catholicam Religionem doceantur, praesertim vero diebus festis (I, 3).

                Noi pertanto primieramente riferiremo le attribuzioni degli ufficii, che D. Bosco aveva affidati ai suoi coadiutori, ricordando quel che si legge nel libro dei Proverbi: “Figliuoli, ascoltate i documenti del padre e state attenti ad apparar la prudenza”[8].

 

                CAPO I. Del Direttore. - 1. Il Direttore è il Superiore principale, che è responsabile di tutto quanto avviene nell'Oratorio. - 2. Egli deve precedere gli altri incaricati nella pietà, nella carità, e nella pazienza; mostrarsi costantemente amico, compagno, fratello di tutti, perciò sempre incoraggire ciascuno nell'adempimento dei proprii doveri in modo di preghiera non mai di severo comando. - 3. Nel nominare qualcuno a carica dimanderà il parere degli altri impiegati, e se sono Ecclesiastici consulterà il Superiore Ecclesiastico, (o il Parroco della Parrocchia in cui esiste l'Oratorio, a meno che siano notoriamente conosciuti, e si presupponga nulla esistervi in contrario). - 4. Una volta al mese radunerà i suoi impiegati per ascoltare e proporre quanto ciascuno giudica vantaggioso per gli allievi. - S. Al Direttore tocca avvisare, invigilare che tutti disimpegnino i rispettivi uffizii, correggere, ed anche rimuovere dai loro posti gli impiegati, qualora ne sia mestieri. - 6, Ascolta le confessioni di quelli che si dirigono a lui spontaneamente; terminate le confessioni, il Direttore o un altro Sacerdote celebrerà la Santa Messa, cui terrà dietro la spiegazione del Vangelo (o un racconto tratto dalla Storia Sacra o dalla Storia Ecclesiastica). - 7. Egli deve essere come un padre in mezzo ai proprii figli, e adoperarsi in ogni maniera possibile per insinuare nei giovani cuori l'amor di Dio, il rispetto alle cose sacre, la frequenza ai Sacramenti, figliale divozione a Maria Santissima, e tutto ciò, che costituisce la vera pietà.

 

                CAPO II. Del Prefetto. - 1. Il Prefetto deve essere Sacerdote, e farà le veci del Direttore ogniqualvolta ne occorra il bisogno. - 2. Riceverà gli ordini dal Direttore e li comunicherà a tutti gli altri impiegati; [99] invigilerà che le classi del Catechismo siano provvedute a tempo del rispettivo Catechista, e sorveglierà che durante il Catechismo non avvengano disordini o tumulti nelle classi. - 3. In assenza di qualche impiegato, Egli deve tosto provvedere chi lo supplisca. - 4. Deve badare che i cantori siano preparati sopra le antifone, i salmi ed inni da cantarsi. - 5. (Il Prefetto compierà anche gli uffizii del Direttore Spirituale nei paesi dove fosse penuria di Sacerdoti). Egli è confessore ordinario dei giovani.; dirà messa, farà il catechismo, e se fa mestieri, anche l'istruzione dal pulpito. - 6. Al Prefetto è pure affidata la cura delle scuole (diurne), serali e domenicali.

 

                CAPO III. Del Catechista o Direttore Spirituale. - 1. Al Direttore Spirituale si appartiene l'assistere e dirigere le sacre Funzioni, perciò deve essere Sacerdote; e qualora non possa per se, concerti col Prefetto per cercare chi lo disimpegni nei suoi uffizii. - 2. (Il mattino all'ora stabilita principierà od assisterà al mattutino della B. Vergine; finito il canto del Te Deum, andrà a vestirsi per celebrare la santa Messa della Comunità). - 3. Farà il Catechismo in coro agli adulti, assisterà al Vespro e disporrà quanto occorre per la Benedizione del SS. Sacramento. - 4. Dovrà tenersi ben informato della condotta de' giovani per essere in grado di darne le debite notizie e spedirne i certificati d'assiduità e moralità qualora ne sia richiesto. In caso di Solennità Egli procurerà che vi sia un conveniente numero di confessori, e di Messe; disporrà quanto occorre pel servizio delle sacre funzioni. - 6. Il Direttore Spirituale dell'Oratorio è altresì Direttore della Compagnia di S. Luigi, le cui incombenze sono descritte, ove si parla di questa Compagnia e della società di mutuo soccorso. - 7. Se viene a conoscere che qualche giovane grandicello abbia bisogno di Religiosa istruzione, come spesso accade, Egli si darà massima sollecitudine di fissargli il tempo e il luogo più adatto per fare Egli stesso, o disporre che da altri sia fatto con Pazienza e carità il dovuto Catechismo; si tratta di guadagnare un'anima a Dio. - 8. Si ritenga che gli uffizii del Prefetto e del Direttore Spirituale si possono con facilità riunire nella stessa persona. Qualora non si potesse avere un sacerdote, che copra la carica del Direttore spirituale, tutti gli uffizii che lo riguardano saranno affidati al Prefetto.

 

                CAPO IV. Dell'Assistente. - 1. All'Assistente, che deve essere un secolare Pieno di carità e di zelo Per la gloria di Dio, incombe di assistere a tutte le sacre Funzioni dell'Oratorio, e vegliare che non succedano scompigli in tempo di esse. - 2. Baderà che non avvengano disordini entrando in Chiesa, e che ciascuno prendendo l'acqua benedetta [100] faccia bene il segno della santa Croce, e la genuflessione all'altare del Sacramento. - 3. Se succederà che si portino in Chiesa ragazzini, i quali disturbino con grida e con pianto, avviserà con bontà chi di ragione affinchè siano portati via. - 4. Nell'avvisare alcuno in Chiesa usi raramente la voce; dovendo correggere qualcuno con discorso un po' prolungato, differisca di ciò fare dopo le funzioni, oppure lo conduca fuori della Chiesa. - 5. Nel cantare il Vespro od altre cose sacre, indicherà, occorrendo, in qual pagina del libro si trovi quello che fu intonato.

 

                CAPO V. Dei Sacrestani. - 1. I Sacrestani devono essere tre; (un chierico), e due secolari, scelti fra i giovani dati alla pietà, più puliti, e maggiormente capaci per questa carica. - 2. (Il Chierico è primo. Sacrestano, e a lui particolarmente incombe di leggere il Calendario, mettere segnali a posto nel Messale, e insegnare, se occorre, le cerimonie per servire la Messa privata e per la Benedizione del SS. Sacramento). - 3. Al mattino giunti in Sacrestia, sarà loro prima cura di aggiustare tosto l'altare per la santa Messa, preparare acqua, vino, ostie, particole, calice, e l'ostensorio, se occorre, per la Benedizione; (poscia, mentre si incominciano le Lodi della B. V. M., o al più tardi quando si intona l'inno, invitano il Sacerdote a vestirsi per celebrare la santa Messa. 4. All'ora della predica ne avvisino il predicatore, lo accompagnino sul pulpito, e lo riconducano dopo in Sacrestia. - S. Alla Messa ordinariamente accendano due candele sole; quattro alla Messa della Comunità nei giorni festivi; sei alle Messe solenni. Nelle feste ordinarie al Vespro quattro, nelle Solennità sei; alla Benedizione del Santissimo se ne devono accendere non meno di quattordici: (Sinod. Dioces. Tit. X, 22. - Taurin). - 6. Non si accendano mai le candele mentre si predica, perchè ciò dà troppo disturbo al predicatore, ed agli uditori. - 7. Nella Sacrestia devesi mantenere silenzio, nè mai introdurre discorsi, che non riguardino a cosa di Chiesa, oppur ai doveri dei Sacrestani. - 8. È caldamente raccomandato ad un Sacrestano di mettersi vicino al campanello solito a suonarsi nella Benedizione, per dar segno quando il Sacerdote si volge al pubblico col Santissimo, ma non suonarlo la seconda volta, finchè non siasi chiuso il tabernacolo, e ciò per togliere ai ragazzi una specie di voglia di alzarsi, e uscire di Chiesa con irriverenza a Gesù Sacramentato. - 9. Devono trovarsi in Sacrestia prima che comincino le Funzioni sacre, nè mai partirsi finchè i Paramentali non siano piegati, e tutti gli altri oggetti messi in ordine e sotto chiave. - 10. Non usciranno mai di Sacrestia senza chiudere bene le guardarobe ed i cancelli. [101] Avvisi per coloro che sono addetti alla Sacrestia. - 1. È principalissimo loro dovere aprire e chiudere la porta della Chiesa, mantenere la mondezza di Essa, e di ogni arredo, od oggetto riguardante l'altare, al Sacrifizio della santa Messa, come sono bacini, ampolline, candellieri, tovaglie, asciugamani, corporali, purificatoi, avvertendo il Prefetto, quando faccia bisogno, di lavare biancheria, ripulire oggetti, o rifarli. - 2. Uno dei Sacrestani è incaricato di suonare le campane, e dare col campanello avviso del tempo in cui deve cessare la ricreazione, e della entrata in Chiesa per le sacre funzioni. - 3. (La sera, un po' prima che suoni l'andata in Chiesa, aggiustino le panche disponendole in classi distinte, come viene indicato dal rispettivo numero affisso alla parete della Chiesa. - 4. (Mentre i giovani entrano in Chiesa, i Sacrestani distribuiscano ai Catechisti i catechismi numerati, e cinque minuti prima che finisca il Catechismo due di loro, uno a destra, e l'altro a sinistra distribuiscano i libri per cantare il vespro; verso il fine del Magnificat, passino a raccoglierli e li portino al loro posto; chiudano l'armadio, e consegnino la chiave al capo di Sacrestia).

 

                CAPO VI. Del Monitore. - 1. Il Monitore ha per uffizio di regolare le preghiere vocali che si fanno nell'Oratorio. - 2. Ogni giorno festivo entrato in Chiesa incomincia le preghiere del mattino, continua quelle che accompagnano la S. Messa e recita la terza parte del Rosario della Beata Vergine Maria. Dopo la Messa reciterà gli atti, di Fede, di Speranza e di Carità. - 3. Nelle feste di maggior solennità, al Sanctus leggerà la preparazione della santa Comunione, e quindi il ringraziamento. - 4. Dopo la predica recita un' Ave Maria, ed al mattino vi aggiunge un Pater noster ed Ave per i Benefattori, ed un altro Pater ed Ave a S. Luigi, e finirà coll'intonare: Lodalo sempre sia. 5. La sera prima del Catechismo, appena giunto in Chiesa un competente numero di giovani, intonerà il Padre nostro e il Dio ti salvi. Finito il Catechismo, reciterà gli atti di fede con voce alternata come al mattino, e procurerà di mettersi in quella parte della Chiesa dove più facilmente può essere udito da tutti. - 6. Deve darsi massima sollecitudine per leggere con voce alta, distinta, e divota in modo, che gli uditori comprendano che Egli è penetrato di quanto legge. - 7. Deve parimenti ritenere, che nella santa Messa, all'elevazione dell'Ostia Santa e del Calice, all'Ite Missa est, e nell'atto che il Sacerdote dà la benedizione, si sospendano le preghiere comuni, dovendo ciascuno in quel gran momento parlare a Dio solamente cogli affetti del proprio cuore. - 8. Lo stesso dovrà osservarsi alla sera nell'atto che si dà la Benenedizione col Santissimo Sacramento. [102].

 

                CAPO VII. Degli Invigilatori. - 1. Gli Invigilatori sono giovani scelti fra i più esemplari, i quali hanno l'incombenza di coadiuvare l'assistente specialmente nelle sacre Funzioni della Chiesa nella sera. - 2. Essi dovranno essere almeno quattro, e prenderanno posto in quattro punti o angoli principali della Chiesa (uno prenderà ad invigilare la parte vicina all'altare della Beata Vergine, l'altro quella verso S. Luigi, gli altri due il rimanente della Chiesa nella metà verso la porta grande), e se non v'è motivo non si moveranno dal proprio posto. Occorrendo di avvisare devono evitare il correre precipitato, nè mai passare dinanzi all'Altare Maggiore senza fare la genuflessione. In que' luoghi ne' quali si possono avere i Catechisti dal principio fino al termine della funzione, potrà bastare il solo assistente coadiuvato dai detti Catechisti delle singole classi. - 3. Sorveglino che i giovani, entrando in Chiesa, prendano il loro posto, facciano l'adorazione, stiano con rispetto tanto nell'aspettare quanto nel cantare. - 4. Vedendo taluno ciarlare o dormire, lo correggeranno con belle maniere, movendosi il meno possibile dal loro posto, senza mai percuotere qualcuno anche per motivi gravi; nemmeno sgridarlo con parole aspre, o con voce alta. In casi gravi si condurrà il colpevole fuori della Chiesa e si farà la debita correzione.

 

                CAPO VIII. Dei Catechisti. - 1. Una delle principali incombenze dell'Oratorio è quella di Catechista; perchè lo scopo primario di quest'Oratorio, è d'istruire nella dottrina Cristiana quei giovani che ivi intervengono. “Voi, o Catechisti, insegnando il Catechismo, fate un'opera di gran merito dinanzi a Dio, perchè cooperate alla salute delle anime redente col prezioso sangue di Gesù Cristo; additando i mezzi atti a seguire quella via che li conduce all'eterna salvezza: un gran merito ancora dinnanzi agli uomini, e gli uditori benediranno mai sempre le vostre parole, con cui loro additaste la via per divenire buoni cristiani, buoni cittadini, utili alla propria famiglia, ed alla medesima! civile società”. - 2. I Catechisti per quanto si può siano preti o chierici. Ma perchè tra di noi vi sono molte classi, e d'altronde abbiamo la buona ventura di avere parecchi esemplari Signori, che si prestano a quest'opera, perciò a costoro con gratitudine si offra una classe di catechizzandi. Nel coro per la classe degli adulti, se è possibile, vi sia sempre un Sacerdote. - 3. Qualora il numero dei Catechisti sia inferiore a quello delle classi, il Prefetto d'accordo col Direttore, farà scelta di alcuni giovani più istruiti, e più atti, e li collocherà in quella classe che manchi di Catechista. - 4. Mentre si canta il Padre nostro, ciascun Catechista dovrà già trovarsi nella classe assegnata. - 5. Il Catechista deve disporre la sua classe in forma di semicircolo di cui egli sia nel mezzo; nè mai [103] si curvi verso gli allievi per interrogarli, e udire le risposte, ma si conservi composto sulla persona facendo spesso girare lo sguardo sopra de' suoi allievi. - 6. Non si allontani mai dalla sua classe. Occorrendogli qualche cosa ne faccia cenno al Prefetto, o all'Assistente. - 7. Ciascuno assista la sua classe fin dopo gli atti di Fede, Speranza e Carità, e se può non si muova di posto finchè siano terminate le sacre Funzioni. - 8. Cinque minuti prima che termini il Catechismo, al suono del campanello, si racconterà qualche breve esempio tratto dalla Storia Sacra, o dalla Storia Ecclesiastica, oppure si esporrà chiaramente e con popolarità un apologo, od una similitudine morale, che deve tendere a far rilevare la bruttezza di qualche vizio, o la bellezza di qualche virtù in particolare. - 9. Niuno si metta a spiegare prima di aver imparato la materia di cui deve trattare, e non prima che i giovani sappiano bene a memoria la domanda da spiegarsi. Le spiegazioni siano brevi e soltanto di poche parole. - 10. Non si entri in materia difficile, nè si mettano in campo questioni che non si sappiano risolvere chiaramente e con popolarità. - 11. I vizii che si devono spesso ribattere sono la bestemmia, la profanazione dei giorni festivi, la disonestà, il furto, la mancanza di dolore, di proponimento e di sincerità nella confessione. 12. Le virtù da menzionarsi spesso sono: carità coi compagni, ubbidienza ai superiori, amore al lavoro, fuga dell'ozio e delle cattive compagnie, frequenza della Confessione e della santa Comunione. - 13. Le classi del Catechismo sono divise come segue: in coro i Promossi per sempre alla santa Comunione, e che hanno compiuto i quindici anni. (Alle cappelle di S. Luigi e della Madonna quelli che sono promossi per sempre alla santa Comunione, ma inferiori ai quindici anni). Le altre classi saranno divise per scienza e per età sino ai più piccoli. Nello stabilire le classi di coloro, che non sono ancora promossi alla Comunione, si badi bene di non mettere i piccoli insieme co' più adulti. Per esempio facciasi una classe di quelli, che sono maggiori di quattordici anni: un'altra da' dodici a' quattordici; da' dieci a' dodici. Ciò contribuirà efficacemente a mantenere l'ordine nelle classi, e a palliare quel rispetto umano, che hanno i più adulti, quando sono messi a confronto dei più piccoli. - 14. L'ordine da tenersi nell'insegnare la dottrina cristiana è segnato con numeri posti nelle domande del Catechismo. Le dimande segnate col numero I, s'insegnino assolutamente a tutti e piccoli e adulti. Quelle segnate col numero 2, a coloro che si preparano per la Cresima o per la prima Comunione; le segnate con 3 e 4, a chi desidera d'esser promosso per tutto l'anno. Le dimande segnate coi numeri 5 e 6, a quelli che desiderano di essere promossi per sempre. - 15. Il Catechista del coro per lo più ha soltanto giovani già promossi per sempre alla santa Comunione [104] perciò non esigerà la risposta letterale del Catechismo, ma annunziata una domanda la esporrà con brevità e chiarezza; e per ravvivare l'attenzione potrà fare casi pratici, analoghi alla materia che tratta, e non mai di cose che non siano adattate all'età, e condizione degli uditori. - 16. Ciascun Catechista dimostri sempre un volto ilare, e faccia vedere, come difatti lo è, di quanta importanza sia quello che insegna; nel correggere od avvisare usi sempre parole che incoraggiscano, ma non mai avviliscano. Lodi chi lo merita, sia tardo a biasimare. Tutti gli impiegati liberi in tempo di Catechismo sono considerati come Catechisti, perchè essi sono più in grado d'ogni altro di conoscere l'indole ed il modo di contenersi coi giovani.

 

                CAPO IX. Dell'Archivista o Cancelliere. - 1. Lo scopo dell'Archivista si è di tenere registro di quanto riguarda l'Oratorio in generale ed in particolare. - 2. Scriverà sopra un cartello nome, cognome e carica di ciascun impiegato, e lo appenderà in Sacrestia. Formerà un catalogo di tutti gli oggetti che servono ad uso di Chiesa, (particolarmente quelli destinati e donati per qualche Altare determinato). Nel che seguirà gli ordini del Prefetto. - 3. Avrà cura e ne renderà conto all'uopo dei libri, catalogo, ed altre cose spettanti alla Compagnia di S. Luigi ed alla Società di Mutuo Soccorso. - 4. In cancello apposito chiuderà sotto chiave tutta la musica dell'Oratorio, e non la darà se non al capo dei cantori. Non mai impresterà musica da portar via. Può bensì permettere che taluno la venga a copiare nella casa dell'Oratorio. - 5. A lui pure è affidata una piccola Biblioteca di libri scelti per la gioventù, che Egli può liberamente imprestare per leggersi sul luogo ed anche da portarsi alle rispettive case, ma dovrà notare nome, cognome, dimora di colui al quale fu imprestato; e ciò per sapere dove andare a ripetere il libro imprestato, se dopo un mese non sarà rimesso. (Si vedano le regole del Bibliotecario nella parte 3). - 6. È cura principalissima dell'Archivista di vegliare che non si perda alcuna cosa di proprietà dell'Oratorio, nè oggetto di sorta venga di qui allontanato senza che egli ne abbia preso memoria. - 7. Gli ufficii dell'archivista propriamente spettano al Prefetto, perciò tale carica verrà ad altri affidata nel solo caso che egli noti la possa disimpegnare.

 

                CAPO X. Dei Pacificatori. - 1. La carica dei Pacificatori consiste nell'impedire le risse, gli alterchi, le bestemmie, e qualsiasi cattivo discorso. - 2. Quando avvenissero simili mancanze, che grazie a Dio tra di noi sono rarissime, avvisino immediatamente il colpevole, e con pazienza e carità facciano vedere come simili colpe siano vietate [105] rigorosamente dal Superiore, contrarie alla buona educazione, e quello, che è più, proibite dalla santa legge di Dio. - 3. In caso di dover fare, correzioni, abbiasi riguardo che siano fatte in privato, e per quanto è possibile, non mai in presenza altrui, eccetto che questa fosse necessaria per riparare un pubblico scandalo. - 4. È pure incombenza dei Pacificatori il raccogliere i giovani che veggano in vicinanza dell'Oratorio, condurli in Chiesa con promessa di qualche piccolo premio, a cui certamente il Direttore non si rifiuterà. - 5. I Pacificatori procurino d'impedire con modi graziosi, che alcuno esca in tempo delle religiose funzioni. Niuno si fermi a fare schiamazzo, o trastulli vicino alla Chiesa durante le medesime; succedendo questi casi si esortino con pazienza, a recarsi in Chiesa appena dato il segno del campanello. - 6. È pure affidato ai Pacificatori il riconciliare coi Superiori chi avesse fatto mancanza; ricondurre ai genitori chi da loro fosse fuggito; lungo la settimana incoraggiare i compagni all'assiduità all'Oratorio nel giorno festivio. 7. Finalmente è ufficio dei Pacificatori, usando molta prudenza, condurre a qualche confessore e così riconciliare con Dio, coloro che venissero a conoscere aver bisogno di confessarsi. - 8. Sebbene tutti gli impiegati dell'Oratorio si debbano considerare come altrettanti Pacificatori, tuttavia dite sono specialmente incaricati di tal dovere e saranno eletti a maggioranza di voti dagli impiegati dell'Oratorio. - 9. Il Priore ed il vice Priore della Compagnia di S. Luigi sono Pacificatori nati dell'Oratorio.

 

                CAPO XI. Dei Cantori. - 1. È cosa desiderabile che tutti fossero cantori, perchè tutti debbono prendere parte al canto; tuttavia per impedire varii inconvenienti, che potrebbero avvenire, si scelgono alcuni giovani che abbiano buona voce e sanità, ed a costoro viene affidato la direzione del canto. - 2. Fra di noi vi sono due categorie di cantori: quelli del coro, l'altra davanti all'altare. Niuno però deve essere eletto cantore se non ha buona condotta, e se non sa leggere correttamente il latino. - 3. Per essere poi cantore in coro, si esige che l'allievo sappia solfeggiare e conosca i toni del canto fermo. - 4. La cura del canto è affidata ad un Corista, ossia capo dei cantori, e ad un vice Corista. Essi devono adoperarsi che il canto sia ripartito tra' cantori in modo che tutti possano prendervi parte ed essere animati a cantare. - S. (Al mattino si canta l'Uffizio della B. Vergine Maria a voce corale, ad eccezione degli Inni, Lezioni, Te Deum, e Benedictus che si cantano secondo le regole del canto fermo. Nelle feste solenni si canta tutto in canto Gregoriano). La sera si canta il vespro segnato nel Calendario della Diocesi Dove non si possa cantare il mattutino, si canterà almeno alla sera il Vespro della B V oppure la sola Ave Maris Stella col Magnificat, e l'Oremus ecc. [106] 6. Intonato un salmo od un'antifona, cantino tutti a voce unissona, evitando gli strilli, le intonazioni troppo alte o troppo basse. Quando taluno sbaglia nel canto, non si rida, nè si disprezzi il compagno; ma il Corista procuri di sottentrargli nella voce per metterlo in tono. - 7. I cantori posti davanti all'altare devono stare attenti per rilevare nel medesimo tono e grado di voce tutto quello che verrà intuonato in coro o, dall'orchestra. Il capo Corista procuri che i salmi, ed inni siano cantati alternativamente prima dal coro e poi dalla Chiesa. - 8. L'ultima Domenica di ciascun mese si canta l'Uffizio dei morti per li compagni e benefattori defunti, il quale Uffizio sarà parimenti cantato in suffragio, d'ogni impiegato e del Padre e della Madre sua, la Domenica immediatamente dopo che ne verrà partecipata la morte. - 9. Ai cantori è caldamente raccomandato di guardarsi dalla vanità, e dalla superbia; due vizii assai biasimevoli, che fanno perdere il frutto di ciò che si fa, e producono inimicizie tra compagni. (Un cantore veramente cristiano non dovrebbe mai offendersi, nè avere altro fine se non lodare Iddio, ed unire la sua voce a quella degli Angeli, che lo benedicono e lo lodano, in Cielo.

 

                CAPO XII. Regolatori della Ricreazione. - I. È vivo desiderio che nella ricreazione tutti possano prender parte a qualche trastullo nel modo, e nell'ora permessa. - 2. I trastulli e giuochi permessi sono le boccie, le piastrelle, l'altalena, le stampelle, la giostra a passo del gigante, bersaglio a palla, corda; esercizii di ginnastica, oca, dama, scacchi, tombola, corriere, o barra rotta, i mestieri, il mercante ed ogni altro giuoco che possa contribuire alla destrezza del corpo. - 3. Sono poi proibiti i giuochi delle carte, dei tarocchi, ed altro giuoco che inchiude pericolo, di offender Dio, recar danno al prossimo, e cagionar male a se stesso. - 4. Il tempo ordinario per la ricreazione è fissato al mattino dalle 10 alle 12, e da i a 2½ pomeridiane, e dal termine delle religiose funzioni sino a notte. Nell'inverno anche lungo la sera, non però più tardi delle otto, vi saranno trattenimenti di ricreazione nelle ore, in cui non si disturbino le scuole. - 5. I trastulli sono affidati a cinque invigilatori, di cui uno sarà il capo. - 6. Il capo invigilatore tiene registro del numero e qualità dei trastulli, e ne è responsale. Qualora ci vogliano provviste e riparazioni ai trastulli, ne renderà consapevole il Prefetto. - 7. Gli invigilatori presteranno i loro servizii due per domenica. Il capo veglia solamente che non avvengano disordini, ma non è tenuto a servizio, eccettochè manchi qualcuno degli invigilatori. - 8. Ogni trastullo è segnato con un numero, per esempio: se vi fossero nove giuochi di boccie, si fanno nove cartelli sopra cui si scrive 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9. Se ci fossero cinque paia di stampelle si noteranno col numero 10 - 11 - 12 - 13 - 14. E così [107] progressivamente degli altri giuochi. - 9. Giunta poi l'ora della distribuzione, chi vuole un trastullo, deve lasciare qualche cosa in pegno, sopra cui l'invigilatore metterà il numero corrispondente al trastullo preso. In caso che qualche giuoco sia stato guastato o smarrito ne farà partecipe il capo invigilatore od il Sig. Prefetto, al citi ordine e non altrimenti sarà rimesso il pegno. - 10. Durante la ricreazione un invigilatore passeggerà pel cortile, per vegliare che nulla si guasti o si porti via; l'altro non si allontanerà mai dalla camera dei trastulli, ma non si permetterà mai ad alcuno l'introdursi per qualsiasi pretesto nel luogo dove quelli si chiudono. - 11 È particolarmente raccomandato agli invigilatori, il procurare che tutti possano partecipare di qualche divertimento, preferendo sempre quelli che sono conosciuti pei più frequenti all'Oratorio. - 12. Terminata la ricreazione, e verificato che nulla manchi, si metteranno in ordine i giuochi, poscia, chiusane la camera, se ne porterà la chiave al Prefetto.

 

                CAPO XIII. Dei Patroni e Protettori. - 1. I Patroni ed i Protettori hanno l'importantissima carica di collocare a padrone i più poveri, ed abbandonati, e vegliare che gli apprendisti, e gli artigiani, che frequentano l'Oratorio, non siano con padroni presso di cui sia in pericolo la loro eterna salute. - 2. È ufficio dei Patroni il ricondurre a casa quei, giovani che ne fossero fuggiti, adoperandosi per collocare a padrone coloro che hanno bisogno d'imparare qualche professione, o che sono privi di lavoro. - 3. I Protettori saranno due, ed avranno cura di notare nome e cognome e dimora dei padroni, che abbisognano di apprendisti e di artigiani per mandare all'uopo i loro protetti. - 4. Il Protettore dà opera per assistere e correggere i suoi protetti, ma non si assume alcuna obbligazione pecuniaria, nemmeno presso i rispettivi padroni. 5. Nelle convenzioni coi padroni abbiasi per prima condizione, che lascino l'allievo in libertà per santificare il giorno festivo. - 6. Accortisi che qualche allievo è collocato in luogo pericoloso lo assista affinchè non commetta disordini, avvisi il padrone, se parrà conveniente, e intanto s'adoperi per cercare miglior partito al suo protetto.

 

                PARTE III. CAPO V. Del Bibliotecario. - i. Al Bibliotecario verrà affidata una piccola scelta di libri utili ed ameni da distribuirsi ai giovani, che desiderano, e che fanno sperare di fare qualche profitto. - 2. Noterà sopra un registro nome e cognome di quelli cui impresta il libro, avvisandoli, che allo scadere del mese procurino di riportare il libro somministrato. - 3. Terrà pure conto dei libri che entrano ed escono dalla Biblioteca per poterne dar conto a chi di ragione. - 4. Gli [108] addetti alla Biblioteca saranno due, cioè: il Bibliotecario, che distribuisce i libri, e l'Assistente generale, che ne dà il permesso, e prende nota del nome, e dimora dell'allievo, e del titolo del medesimo libro. L'ufficio di Bibliotecario, e di Assistente si possono riunire nella stessa persona, come pure si possono a vicenda supplire, in assenza dell'uno o dell'altro. - 6. Si raccomanda a tutti di non perdere libri, guastarli, o scrivervi sopra il proprio nome, e di restituirli entro un mese.

 

                PARTE II. CAPO I. Incombenze riguardanti tutti gli impiegati di quest'Oratorio. - 1. Le cariche di quest'Oratorio, essendo tutte esercitate a titolo di carità, deve ciascuno adempirle con zelo, come omaggio che presta alla Divina Maestà, perciò debbono tutti incoraggirsi vicendevolmente a perseverare nelle rispettive cariche ed a compierne gli annessi doveri. - 2. Esortino all'assiduità quei giovani, che già frequentano l'Oratorio, e nel corso della settimana invitino dei nuovi ad intervenire. Non mai censurino le regole od altro che riguardi l'andamento dell'Oratorio, nè mai disapprovino in faccia ai giovani le disposizioni del Direttore e degli altri superiori. - 3. È una grande ventura l'insegnare qualche verità della fede ad un ignorante, e l'impedire anche un sol peccato. - 4. Carità, pazienza vicendevole nel sopportare i difetti altrui, promuovere il buon nome dell'Oratorio, degli impiegati, ed animare tutti alla benevolenza e confidenza col Rettore, sono cose a tutti caldamente raccomandate, e senza di esse non si riescirà a mantenere l'ordine, promuovere la gloria di Dio, ed il bene delle anime. - 5. (Avvi grande difficoltà a provvedere individui a coprire tanti uffizii, ed a tale scopo si possono riunire più uffizii nella stessa persona: p. e. l'uffizio dei pacificatori, dei patroni, e degli assistenti, si possono riunire nella stessa persona). - 6. (Similmente l'uffizio dei Prefetto può costituire una carica sola con quella del Direttore spirituale. Il pacificatore, vegliatore, monitore, possono formare un ufficio solo. Così pure l'archivista, l'assistente, il bibliotecario può affidarsi ad uno dei Sacrestani che ne abbia la capacità).

 

 


CAPO X.
Il mattino di un giorno festivo nell'Oratorio - Il contegno dei giovani in chiesa - La santa Messa e le Comunioni - Ripetizioni scolastiche - Dispiaceri di D. Bosco - Dolcezza e carità - Un santo sdegnono non è contrario alla virtù della mansuetudine.

 

                NON sarà discaro ai nostri lettori che ritorniamo sovra un argomento già toccato più volte, ma in tempi diversi, quello cioè dei giorni festivi nell’Oratorio di S. Francesco di Sales. È troppo dolce cosa ripresentarci D. Bosco in mezzo al campo delle sue fatiche, narrare alcune prove della sua carità, delle quali ancora non abbiamo fatto parola, far risorgere quei tempi antichi collo, spirito vivificante che diffondevasi dal suo nuovo regolamento.

                A procedere con ordine, notiamo fin sulle prime il modo col quale di consueto santificavasi il giorno del Signore, e come dopo lunga esperienza avesse sanzione da D. Bosco, nella parte seconda, capo sesto delle Regole:

                “1. Le pratiche religiose tra di noi sono: La Confessione e Comunione, e a tale fine ogni Domenica e festa di precetto, si darà comodità a quelli che vogliono accostarsi a questi due augusti Sacramenti.

                2. L'Uffizio della B. Vergine, la santa Messa, la lezione di Storia Sacra od Ecclesiastica, il Catechismo, il Vespro, [110] il discorso morale, la Benedizione col SS. Sacramento sono le Funzioni religiose dei giorni festivi”.

                Aggiungiamo che una terza parte del Rosario talora si recitava al mattino, tal altra alla sera.

                Vi furono persone pie, ed anche religiose, alle quali non sembravano opportune queste molteplici sacre funzioni e obiettavano aver ragione di temere che i giovani le prenderebbero in uggia. Ma D. Bosco rispondeva sempre: “Diedi il nome di Oratorio a questa casa per indicare ben chiaramente, come la preghiera sia la sola potenza sulla quale dobbiamo fare assegnamento, e si recita il santo Rosario perchè fin dai primi istanti misi me stesso ed i miei giovani sotto la protezione immediata della SS. Vergine”. D'altronde aveva saputo introdurre tanta varietà in queste pratiche, che la folla dei giovani non dava segni di noia; tanto più che in essi sapeva infondere la certezza delle grazie senza numero, eziandio temporali, preparate dal Signore e dalla Madonna in premio della loro divozione.

                Così al mattino per tempo si apriva la chiesuola di Valdocco, e D. Bosco comparendo sulla porta radunava i giovani che puntuali accorrevano da ogni sentiero. Essi ricordavano le sue ammonizioni: “Siamo cristiani, aveva detto loro, perciò dobbiamo venerare tutto quello che riguarda specialmente la chiesa, che è denominata tempio del Signore, luogo di santità, casa di orazione. Qualunque cosa domandiamo al Signore in chiesa, la otterremo: In ea omnis qui petit, accipit. Ah, miei cari figliuoli! che grande piacere recate a Gesù Cristo, che buon esempio date al popolo standovi con divozione e raccoglimento! Quando S. Luigi andava in chiesa, la gente correva per osservarlo, e tutti erano edificati dalla sua modestia e dal suo contegno. Entrate in chiesa senza correre o fare strepito. Fatta la debita riverenza all'altare, o [111] la genuflessione se vi è il SS. Sacramento, andate al posto assegnato e ponendovi in ginocchio adorate la SS. Trinità con tre Gloria Patri. In caso che non sia ancor tempo delle sacre funzioni potete recitare le sette Allegrezze di Maria o fare qualche altro devoto esercizio di pietà. Guardatevi poi bene dal ridere in chiesa o dal parlare senza necessità, perchè basta una parola od un sorriso per dare scandalo e disturbare quelli che assistono alle sacre funzioni”[9].

                I giovani tosto andavano ad inginocchiarsi intorno al luogo destinato per le confessioni e talora D. Bosco con brevissima esortazione preparavali a confessarsi bene, raccomandando una figliale confidenza col loro confessore anche nei [112] soli dubbii di coscienza; quindi sedevasi per ascoltare i penitenti. Venivano eziandio a confessarsi da lui molte altre persone estranee adulte, che poi ascoltavano la santa Messa facendo la loro Comunione coi giovani.

                Finite le confessioni, D. Bosco diceva la santa Messa, quando egli doveva assentarsi, la celebrava qualche altro buon prete, e il più delle volte il Teol. Giovanni Vola. I giovani vi assistevano con molta divozione. D. Bosco non soffriva che una spensierata abitudine li conducesse ai sacri misteri, ma, come ci narrano gli allievi di questi anni, ripetendo sovente ciò che aveva scritto nel Giovane Provveduto, parlava con grande fuoco della natura e del valore infinito del sacrifizio dell'altare. Esclamava: “Il vedere nel mondo tanti figliuoli con volontà deliberata assistere distratti alla santa Messa, irriverentemente, senza modestia, senza rispetto, rimanendosi in piedi, guardando qua e là, è uno spettacolo troppo affliggente. Ah! costoro rinnovano più volte, come i Giudei, i patimenti del Calvario con grave scandalo dei compagni e disonore di nostra santa Religione. Assistete dunque alla Messa, miei cari figliuoli, colle disposizioni di vero cristiano, statevi con modestia e raccoglimento tale, che alcuna cosa non riesca a disturbarvi. Il vostro spirito, il vostro cuore, i sentimenti vostri non siano ad altro intenti che ad onorare Iddio. Supponete di vedere Gesù Cristo nel tempo della sua dolorosa passione soffrire e morire per la nostra salvezza. Abbiate grande premura di andare alla santa Messa, eziandio nei giorni feriali, tollerando a tal fine anche qualche incomodo. Con ciò otterrete dal Signore ogni sorta di benedizioni, per modo che ogni vostro lavoro riuscirà a bene. Pregate per voi, per i vostri parenti e benefattori, e per le anime del purgatorio”.

                I giovani lo comprendevano, e venuto il momento della Comunione, era una scena commoventissima osservare anche [113] nelle feste ordinarie duecento e più di loro, pienamente liberi di sè e prima così sbrigliati, accostarsi alla sacra Mensa colle mani giunte e con grande raccoglimento. Vedeasi la fede splendere nei loro occhi, e D. Bosco comunicandoli gustava una gioia di Paradiso.

                Finita la messa, D. Bosco saliva il pulpito, ed era ascoltato con grande attenzione e piacere dai ragazzi. In quest'anno incominciò a raccontare la Storia Sacra. Come l'ebbe finita passò più tardi ad esporre la Storia Ecclesiastica e poscia la vita dei Papi.

                Era così intelligibile nelle sue narrazioni e nei commenti, che in sul finire, interrogando, come soleva, pubblicamente alcuni, questi non solo ripetevano le sue parole, ma erano in grado di rispondere alle amene, ma pure importanti domande, che loro muoveva. Ciò riferiva Mons. Bertagna Giovanni Battista, che, allora chierico, andava ad insegnare il catechismo in Valdocco.

                Abbiamo già detto che dopo questo sermone del mattino D. Bosco voleva che sempre si cantasse la giaculatoria Lodato sempre sia il nome di Gesù e di Maria. Con ciò intendeva riparare alle tante bestemmie che si udivano nel mondo. Talora egli stesso l'intonava dal pulpito senza attendere la voce del capo cantore. Finita la giaculatoria i giovani uscivano di chiesa cantando l'inno Luigi, onor dei Vergini.

                Quindi la maggior parte andava a casa a far colazione; per alcuni di quelli che rimanevano, secondo la possibilità e i bisogni di ciascuno, avevano luogo varie scuole, come già abbiamo detto; qualche studente era aiutato di grammatica e di sistema metrico con una breve ripetizione; D. Bosco stesso si occupava in tale insegnamento, oppure ne incaricava uno o due suoi amici, come ci asseriva D. Giacomelli. Infine dopo una ricreazione di vario genere, alla quale D. Bosco [114] sempre presiedeva, a mezzogiorno erano tutti licenziati perchè andassero a pranzo.

                D. Bosco provava grandi consolazioni per la corrispondenza affettuosa dei giovani alle sue cure; ma a queste si frammischiò sul principio dell'anno qualche dispiacere da lui vivamente sentito. Ne era cagione il veder trattati talora con modi severi i suoi allievi da qualcuno de' suoi coadiutori.

                Egli stesso raccontava: “Una Domenica sera vidi certo giovane adulto maltrattare uno de' suoi compagni più piccoli. A quell'atto io fremetti e dovetti farmi grande violenza per non parlare. All'indomani però, incontrato quel giovanotto, non tralasciai di fargli un'amorevole correzione”.

                Ma non ostante i ripetuti avvisi, non poteva sempre impedire simili inconvenienti, sia perchè certuni, destinati all'assistenza, erano di natura piuttosto rozza ed imperiosa, sia perchè la loro scarsa pazienza era spesso messa a dura prova. Perciò, specialmente nella chiesa, dispensavano troppo sovente pesanti scapaccioni su quei pochi che dormivano o che disturbavano in tempo della predica o delle orazioni. Per questo motivo talora vi fu malcontento dentro e fuori dell'Oratorio. Temendo però D. Bosco di recar disgusto e di allontanare da sè certi sorveglianti che pur erano di buona volontà, predicando dissimulava e studiava di contenersi; ma, risoluto di porre un termine a quel disordine, accordavasi col giovane Brosio Giuseppe, il quale fin dal 1841 aveva incominciato ed aiutarlo a S. Francesco d'Assisi. Brosio, che a lui si mantenne sempre famigliare ed amico per ben quarantasei anni, fu lieto di poter togliere D. Bosco di pena. Siccome guidava egli le preghiere stando nel presbiterio, finite queste andava a passeggiare su e giù per la chiesa, al fine di prevenire ogni atto violento de' compagni assistenti. Di quando in, quando leggermente scuoteva quelli che dormivano, [115] e talora, se vedeva che volontariamente si abbandonavano al sonno, coll'ingrata sorpresa di un po' di tabacco nel naso li faceva star desti; quelli poi che disturbavano, chiacchierando e muovendosi, li fissava con uno sguardo molto serio che imponeva obbedienza, essendo egli di alta statura e sui venti anni. Se alcuni non davano retta al primo invito, un gesto di minaccia bastava. Intanto qua e là prometteva qualche piccolo premio a chi stesse buono, e allorchè D. Bosco saliva in pulpito, la sua udienza era perfettamente tranquilla.

                A queste industrie D. Bosco aggiungeva la sua persuasiva parola, e nelle prediche, e nei ragionamenti in cortile, raccontava esempii che dimostravano la necessità della fratellanza che doveva regnare tra compagni, e principalmente della buona unione tra i figli dell'Oratorio per essere degni delle benedizioni di Dio. E riuscì nel suo intento. In breve cessò il lamentato disordine e non si udì più alcuna mormorazione a questo riguardo.

                D. Bosco infatti, asserisce il giovane Chiosso che interveniva all'Oratorio in questi anni, non castigava mai, tranne rarissime volte allorchè si trattava di qualche giovane insolentemente ribelle, o bestemmiatore, o sorpreso a fare discorsi immorali. E ciò in quei soli casi nei quali, tolto lo scandalo, sarebbe stato fatale per l'anima di quell'incauto il cacciarlo dall'Oratorio. Difficilmente i compagni si accorgevano della punizione inflitta; ma talora, essendo palese, tutti parteggiavano per D. Bosco, e dicevano: “Ha fatto bene”. E poi ne convenivano eziandio i colpevoli, perchè giammai accadeva che si lasciasse guidare dall'amor proprio ferito: la sua dolcezza era abituale.

                E questa formava il fondo del suo sistema, poichè era fermamente persuaso essere necessario per educare i giovani, aprire i loro cuori, potervi penetrare come in casa propria, [116] per estirparne i germogli del vizio e coltivarvi i fiori delle nascenti virtù. Era suo studio formarli colle sue belle maniere, all'espansione, alla semplicità, alla schiettezza; per guadagnarsi la loro confidenza, cercava di procurare in ogni modo che lo amassero e sapessero di essere amati. I cuori chiusi che nascondevano i loro segreti, vale a dire quasi sempre i loro vizii, coloro che stavano solitarii, cupi, dissimulatori, ipocriti formavano il suo tormento, e studiava ogni via per vincerli e rendersene padrone coi beneficii.

                Il Teologo Savio Ascanio, che in questi anni, come vedremo, visse con lui, disse che D. Bosco usava sempre bei modi, soavi, paterni, ispirati a mansuetudine nell'attirare alla virtù i ragazzi, nè mai lo vide trattare alcuno con sgarbatezza, o minacciare di castighi, anche i più spensierati o discoli. Ed è perciò che l'Oratorio rigurgitava di fanciulli e di adulti, e la maggior parte di essi si accostava ogni domenica ai Sacramenti.

                Tutti coloro che conversavano eziandio una volta sola con lui, restavano innamorati della dolcezza e nobiltà de' suoi modi, della giovialità del suo tratto, dell'opportunità e grazia delle sue parole. Ciò spiega in parte il fascino che esercitava sopra i suoi giovani attirandoli irresistibilmente a sè. I loro cuori sempre aperti e confidenti davano ai loro volti quell'attrattiva speciale ch'è, direi così, la trasparenza dell'anima. Lo circondavano con gaudio ineffabile, e tanto loro costava il separarsi da lui, che non sapevano indursi ad andarsene: quasi bisognava che D. Bosco stesso li staccasse da sè.

                La fisionomia di D. Bosco, ci narrò molte volte Giuseppe Buzzetti, e con lui cento e cento altri, aveva un'espressione simpatica, così bella, amorevole, e direi angelica, che sembrava non fosse cosa di questo mondo; nello sguardo e nel sorriso palesava l'incanto della santità che aveva dentro di [117] sè. Le cento volte si udivano i giovanetti che gli stavano intorno ripetere: “Sembra Nostro Signore!”. Frase divenuta loro abituale.

                Tuttavia sarebbe illusione credere che in D. Bosco tanta amabilità avesse talora principio da debolezza o da trascuranza. Egli sapeva mostrarsi corrucciato, perchè anche l'ira è strumento di virtù, ma non mai fuor di modo e solo quando si trattava dell'onore di Dio oltraggiato. Lo stesso N. S. Gesù Cristo si adirò più volte contro de' Farisei: Circumspiciens eos cum ira[10], e l'ira ben governata non si oppone alla virtù della mansuetudine. Nel corso di queste Memorie vedremo rifulgere anche per questo lato lo zelo del caro D. Bosco.

 

 


CAPO XI. L'’Oratorio festivo dopo il mezzogiorno - Il ritorno dei giovani - La prima ricreazione - Il catechismo e le funzioni sacre - Compelle intrare - La seconda ricreazione e il contegno prescritto ai giovani - D. Bosco anima dei giuochi - Scioglimento di problemi - Avvisi salutari e promesse di premii - La partenza alla sera - Stanchezza di D. Bosco - Meravigliosa riforma di costumi - Speranze per la società.

 

                LE ORE pomeridiane della Domenica non riuscivano per D. Bosco meno faticose di quelle del mattino. Egli sollecitava la sua refezione, poichè verso un'ora, ovvero un'ora e mezzo si riapriva l'Oratorio. I giovani correvano spinti dal vivo desiderio di trovarsi con D. Bosco, il quale aspettavali con eguale desiderio di essere in mezzo a loro, e accoglievali festosamente. Aveva già fatti disporre quanti più giuochi poteva: il cavallo di legno, l'altalena, la sbarra pel salto, e tutti gli altri attrezzi di, ginnastica; e affinchè non succedessero dissidii e risse, segnava il sito dove ogni squadra potevasi divertire a piacimento.

                Intanto il Teol. Borel e il Teol. Carpano si aggiravano per le adiacenze in cerca di quei fanciulli che, venuti da altri borghi della città per divertirsi in quei prati solitarii, nulla sapevano o volevano sapere dell'Oratorio. Scoperto un [119] crocchio di questi, li invitavano con maniere cortesi a venir seco promettendo ai più restii un premio se si arrendessero. E ben di rado tornavano vane le loro esortazioni. Quando questi buoni preti non potevano compiere tale ufficio di carità, D. Bosco ne incaricava or l'uno or l'altro dei catechisti o dei chierici.

                In quel frattempo i giovani incominciavano la ricreazione e D. Bosco stesso aveva loro distribuiti i giuochi. Egli era sempre in mezzo ai ragazzi, ci narrava D. Reviglio. Aggiravasi qua e là, si accostava or all'uno ora all'altro, e, senza che se ne avvedessero, li interrogava per conoscerne l'indole e i bisogni. Parlava in confidenza all'orecchio a questo e poi a quello, dando qualche santo consiglio o invitando ai divini sacramenti. Fermavasi presso coloro che per caso si mostrassero melanconici e studiavasi di infondere in essi l'allegria con qualche lepidezza. Egli poi era sempre lieto e sorridente, ma nulla di quanto accadeva sfuggiva alla sua attenta osservazione, ben sapendo di quali pericoli potesse essere causa l'agglomeramento di giovani di varia età, condizione e condotta. E non intermetteva questa sua vigilanza, anche quand'ebbe chierici e preti assidui nell'assistenza, volendo egli pel primo stabilire col suo esempio il metodo così importante di non lasciar mai i giovani da soli.

                Durante questa ricreazione, oltre i sacerdoti, dei quali abbiam già fatta menzione, giungevano, invitati da D. Bosco, il Teol. Rossi, il Teol. Vola Giovanni iuniore, il Can. Lorenzo Gastaldi, D. Bologna, e alcuni sacerdoti dei Convitto Ecclesiastico. Questi degni ministri del Signore si prestavano volentieri ad insegnare il catechismo e, or l'uno ora l'altro, a fare la predica. Ma nè tutti, nè sempre potevano intervenire all'Oratorio ogni domenica, e benchè rare volte, intrattenersi coi giovani dopo le funzioni. Tuttavia un caro spettacolo in [120] questo momento sorprendeva le persone di cuore. All'apparire di que' buoni ecclesiastici cessavano in gran parte i giuochi, e i giovani correvano in folla e circondavano in gruppi distinti ciascuno di essi, ed anche D. Bosco. Si domandava un racconto, si cantava qualche lode alla Madonna. Ciò accadeva, o prima o dopo, in tutte le ricreazioni.

                Verso le due e mezzo si ripigliavano le funzioni religiose. Era ammirabile l'ordine che regnava fra tanta moltitudine di giovani, anche in mezzo ai più clamorosi e svariati divertimenti. Bastava un tocco di campana perchè tutti tacessero, si ordinassero e contenti si avviassero alla cappella.

                Non bisogna però supporre che simile obbedienza non patisse qualche rara eccezione. Talora alcuni pochi, o perchè venuti la prima volta attirati dal compagni e dai giuochi, o perchè insolentelli di indole, appena udito il segnale di lasciare il divertimento cercavano di fuggire dal recinto dell'Oratorio, rispondendo con un'alzata di spalle a chi li richiamava e facendosi beffe delle esortazioni. Era quindi necessaria un po' d'energia per ricondurli ad imparare le cose di religione, delle quali nulla sapevano, e per impedire che, rimanendo abbandonati a se stessi, non cadessero in qualche pericolo dell'anima e del corpo. Nell'estate la smania di gettarsi a nuoto nella Dora o in qualche profondo canale aveva costato la vita a più di un incauto. Alcune madri avevano condotti a lui i loro figli, asserendo che erano incorreggibili e pregandolo a farli buoni. D. Bosco sentivasi responsabile in faccia a Dio delle loro anime, e talora egli stesso prendeva la rincorsa per fermarli. Ora quasi subito li raggiungeva, ora l'inseguimento durava qualche minuto. Alcuni si rassegnavano e ridendo si lasciavano condurre al catechismo, altri resistevano ed occorreva la virtù di un santo per non irritarsi a tanta caparbietà. Un giorno D. Bosco teneva dietro [121] a due di costoro, e per la corsa era rosso in viso e alquanto affannato. A un tratto comparisce tra le piante D. Giacomelli, il quale esclama: - Ehi! è la seconda volta che ti vedo alterato! - D. Bosco intanto fatti prigionieri i due fuggitivi e tenendoli per mano, dava a D. Giacomelli una risposta che, dimostrava la calma del suo animo: - Che vuoi! Questi benedetti ragazzi cercano di fuggire per non andare in chiesa!

                Intanto nell'Oratorio, dopo la recita della terza parte del Rosario, così avendo D. Bosco variato l'ordine primitivo delle funzioni, si incominciava il catechismo nelle classi, divise secondo l'età e la capacità. I catechisti avevano preso il loro posto e ritti in piedi soprastavano ai giovani ad, essi affidati. D. Bosco, tutto cura, nell'ordinare le classi affinchè l'insegnamento riuscisse proficuo, agli ecclesiastici di maggior dottrina assegnava i più grandicelli, ed eziandio a pii e dotti laici del patriziato torinese, fra i quali poi gli furono di grande aiuto, anche per le scuole, il Conte Carlo Cays e il Marchese Domenico Fossati.

                Egli, potendolo, riserbava per sè il catechismo in coro agli adulti e quando ne era impedito, ne incaricava sempre un distinto sacerdote e più specialmente il Teol. Francesco Marengo. D. Bosco, ben si può dire che possedesse in grado eccelso il dono dell'intelletto, nell'esporre le verità della fede e nell'impugnare gli errori che incominciavano a penetrare nelle menti. Ne parlava con molta chiarezza e facilità, esponendo la dottrina cristiana in modo che la faceva capire a tutte le intelligenze e riusciva un diletto per quanti l'udivano. In ciò il suo zelo era più unico che raro, ci notava il Teologo Leonardo Murialdo, come lo era eziandio nel promuovere lo spirito di pietà nel cuore della gioventù.

                Il catechismo non durava più' di mezz'ora, e cinque minuti prima del fine, il campanello della Messa dava un [122] segnale, che era accolto dai giovani col grido unanime, prolungato: Esempio! - I catechisti allora narravano un bel fatto da loro letto o udito, riguardante specialmente la vita dei Santi, o la storia della Chiesa, o i miracoli della Madonna, con grande piacere dei loro uditori. Quel grido poteva parere poco riverente in chiesa, ma D. Bosco conoscendo che i giovani immobili e silenziosi da parecchio tempo, avevano bisogno di uno sfogo, lo permise allegramente fino al 1868, persuaso che anche questo era gradito al Signore.

                Dopo il catechismo, D. Bosco, se non vi erano altri predicatori, anche alla sera faceva un'istruzione popolare, e dopo la Benedizione, prima di uscire di chiesa, soleva far cantare una laude sacra. Siccome egli amava in modo specialissimo il nome di Gesù, e lo invocava spesso, e lo scriveva con gusto, così preferiva la canzone in onore di questo Nome Santissimo, che incomincia: Su figli cantate. Ogni strofa terminava con un ritornello da lui escogitato, col quale più volte ripetevasi il nome di Gesù. Ed insisteva perchè a tale cantico si partecipasse con allegrezza di spirito e divozione.

                Talvolta D. Bosco non assisteva a tutte le funzioni. Quando ogni classe, anche quella del coro, aveva il proprio, catechista ed un predicatore era pronto a sostituirlo, egli percorreva un largo spazio della regione all'intorno, in cerca di pecorelle randagie, ossia di quel giovinastri ai quali non era facile far intendere ragione.

                Costoro, invece di andare alle parrocchie, si radunavano nei prati, nei viali e specialmente sotto ai portici delle case campestri a giuocare. Egli avvicinavasi bel bello a questi crocchi e con aspetto indifferente stava osservando il giuoco. In mezzo, sovra una sedia o il più sovente per terra, avevano steso un fazzoletto che serviva di tavoliere sul quale mettevano i danari della partita. Si giuocava disperatamente [123] alle carte: a tresette, all'asina, alla capra, e alcuni di questi, giuochi, come per esempio la capra, erano proibiti dalle leggi. Sul fazzoletto si trovavano ammucchiate da 15 a 20 e più lire per giuocata. Non era raro il caso che una questione di giuoco finisse a coltellate.

                D. Bosco adunque si intrometteva nel loro divertimento, e talora vi prendeva parte egli pure. Ma quando vedeva il fazzoletto ben provvisto di lire e i giuocatori scaldati nel gettar le carte, ratto come un lampo, prendeva i quattro angoli del fazzoletto e involgendo danari e carte, il tutto portava seco fuggendo con rapidità.

                I giovani sbalorditi si alzavano e gli correvano dietro gridando: - I danari, ci restituisca i danari! - Ma non potevano raggiungere D. Bosco, il quale nella corsa aveva pochi che potessero stargli a paro. Di quando in quando egli volgendosi diceva loro: - State sicuri; non voglia rubarvi i danari; venite con me, correte, raggiungetemi. Vi restituirò il danaro, anzi vi darò altri regali dei quali voi sarete contenti. Venite, correte.

                E così l'uno fuggendo e gli altri inseguendolo giungevano alla porta dell'Oratorio.

                La cappella era piena di giovani. Il Teol. Carpano, ovvero il Teol. Borel, era in pulpito che già predicava. Ma al giungere di D. Bosco con quella nuova turba di monelli, era indispensabile prendere un fare spigliato ed anche berniesco. Si trattava di calmare quei giuocatori irritati dalla sorpresa poco gradita che loro era stata fatta, e di attirarli in chiesa, e farli restare alla predica. D. Bosco entrava fingendosi ora un negoziante, ora un giovinastro mandato per forza dalla madre a udire la predica, ora uno invitato dal Direttore a venire all'Oratorio, ora anche un buon compagno che aveva condotti altri suoi bravi amici. I giovani [124] già in chiesa si volgevano ridendo, e contenti della scena, che si preparava, si alzavano in piedi per vedere.

                D. Bosco si avanzava talvolta come se fosse un venditore ambulante e gridando. - Torroni, torroni! Chi compra torroni!

                Il predicatore dal pulpito si rivolgeva a lui Olà, biricchino: esci di chiesa! E forse questa la piazza del mercato?

                - Oh bella! lo faccio i miei affari dove c'è da guadagnare. Ho visto qui tanti giovani e ho pensato di vendere i miei torroni.

                - E questo è il rispetto che porti alla casa di Dio?

                I due interlocutori parlavano in piemontese coi frizzi vivacissimi di questo dialetto e, o si proseguiva l'argomento in corso, ovvero s'interrompeva, per intrattenersi sul rispetto alla chiesa, sulla santificazione delle feste, sul giuoco, sulla bestemmia, sulla confessione.

                I giuocatori, entrati in chiesa, all'udire quell'inaspettato battibecco si fermavano, prestavano attenzione, ridevano, finivano con sedersi se vi era ancor posto, e stavano tranquilli fino alla fine del dialogo. Per questo genere di predicazione D. Borel e D. Bosco, facendo l'uno da maestro e l'altro da allievo, disponevano di tanta destrezza ed arguzia da durarla anche un'ora e mezzo, sì che i giovani provavano rincrescimento quando finiva.

                Si incominciava quindi il canto delle litanie. D. Bosco, era sempre in fondo alla chiesa in mezzo a' suoi merlotti. Qualcuno di que' garzoni gli diceva sotto voce. - Quando mi restituisce i soldi? - E D. Bosco: - Ancora un momento; lascia che si dia la Benedizione. - Allora invitava quei giovani a uscire con lui, li conduceva nel cortile, loro restituiva il danaro, aggiungeva qualche bel dono, si faceva [125] promettere che sarebbero venuti tutte le domeniche all'Oratorio, e che non avrebbero più giuocato come prima. Loro, faceva vedere i bei divertimenti che vi erano all'Oratorio, e si divideva da essi in guisa, che innamorati delle sue maniere, infine addivenivano suoi amici. E la domenica seguente prendevano ad intervenire all'Oratorio.

                Così finite le funzioni e dato un po' di svago ai giovani, seguiva la scuola per gli operai, prima o dopo il tramonto, secondo le stagioni, scuola questa a cui prestava D. Bosco la sua opera personale. Riprese le ricreazioni, si protraevano fino all'annottare[11]. [126]

                Ci raccontava il Sig. Castagno, testimonio oculare: “Don Bosco era il primo ai giuochi, l'anima della ricreazione. Colla persona e coll'occhio si trovava in ogni angolo del cortile, in mezzo ad ogni gruppo di giovani, prendendo parte a tutti i divertimenti In una partita incominciava una contesa, e D. Bosco a dire a chi ne era causa: Va là in quell'altro crocchio che manca di un giuocatore lo prendo il tuo posto. - E giuocava ai birilli, alle boccie, al volante, col plauso di coloro che erano felici di aver D. Bosco per compagno. Quando poi in un altro luogo scorgesse qualcheduno che usava modi e parole sguaiate in certi esercizii ginnastici: - A te! dicevagli: vieni al mio posto; io prenderò il tuo. - E facevasi il cambio. Così passava da un punto all'altro del cortile, sempre riportando il vanto di abile giuocatore, cosa che richiedeva sacrificio e fatica continua. “Innamorava il vederlo in mezzo a noi, diceva uno di questi allievi, ora già in età avanzata. Alcuni di noi erano senza, giubba, altri l'aveano, ma tutta a brandelli; questi a stento teneva ai fianchi i calzoni, quell'altro non aveva cappello, o le dita dei piedi sì affacciavano dalle scarpe rotte. Si era scarmigliati, talora sudici, screanzati, importuni, capricciosi, ed egli trovava le sue delizie stare coi più miserabili. Pei più piccini, aveva poi un affetto da madre. Talora due fanciulli per questioni di giuoco si ingiuriavano e si percuotevano. D. Bosco tosto si faceva presso di loro invitandoli a smettere. Accecati dalla rabbia alcuna volta non gli badavano, ed egli allora alzava la mano come in atto di percuoterli; ma ad un tratto [127] si fermava, prendendoli per un braccio li divideva, e tosto quei biricchini cessavano come per incanto da ogni alterco”.

                Sovente schierava in due campi opposti i giovani per la barrarotta, e facendosi egli stesso capo di una parte, si incamminava un giuoco così animato che, parte giuocatori e parte spettatori, tutti i giovani si infiammavano per quelle partite. Da un lato si voleva la gloria di vincere D. Bosco, dall'altro si, faceva festa per la sicurezza della vittoria.

                Non di rado egli sfidava tutti i giovani a sopravanzarlo nella corsa, e fissava la meta destinando il premio al vincitore. Ed eccoli allineati. D. Bosco solleva la veste al ginocchio: - Attenti, grida: Uno, due, tre! - E un nugolo di giovani si slancia, ma D. Bosco è sempre il primo a toccar la meta. L'ultima di queste sfide ebbe luogo precisamente nel 1868 e D. Bosco, non ostante le sue gambe enfiate, correva ancora con tanta rapidità da lasciarsi indietro 800 giovani fra i quali moltissimi di una snellezza meravigliosa. Noi presenti, non potevamo credere ai nostri occhi.

                Accadeva eziandio che allentandosi talora la ricreazione, D. Bosco andasse a riempire le sue saccoccie di caramelle e poscia ne slanciasse un bel numero in mezzo ai crocchi. Pensare a quell'abbruffamento degli uni sugli altri, agli spintoni, alle capriole che si succedevano, volendo ciascuno impadronirsi di uno almeno di quei dolci; quindi come tutti corressero per circondare D. Bosco, gridando: - A me, a me! - Ma D. Bosco prendeva a fuggire, i giovani ad inseguirlo; di quando in quando erano fermati da confetti gettati a piene mani, ma poi ritornavano a rincorrerlo, finchè non fosse esaurita la provvista.

                D. Bosco era affranto da quel moto continuo, ma ciò che più di tutto lo spossava era il parlare sempre dal mattino alla sera, in confessionale, dal pulpito nel catechismo, nella [128] scuola e nella ricreazione. I giovani, e fra questi un certo, numero di studenti, gli facevano mille interrogazioni di ogni genere e sopra ogni argomento, di arti, mestieri, invenzioni, lingua, storia, geografia, e sovra ciò che fu prima della creazione del mondo, e ciò che resterà dopo la sua distruzione, dove era raccolta tanta acqua prima del diluvio, il tutto con un'infinità di perchè quando non sapevano darsi ragione di questo o quello. D. Bosco doveva rispondere con franchezza a tutti, in modo che restassero appagati, avvertendo di non sbagliare e non contraddirsi, perchè i giovani, tenevano per oracoli le sue risposte ed anche le riferivano ai parenti od a persone istruite le quali poi convenivano coll'approvazione. A questo modo si erano formato un concetto altissimo della scienza di D. Bosco che, secondo essi, era unica, inarrivabile. Bisognava quindi che D. Bosco stesse sempre all'erta per non restar nell’imbroglio, poichè se avesse esitato o sbagliato, se una volta sola avesse detto di non saper rispondere, avrebbe perduto, almeno presso alcuni, quell'aureola che per il loro stesso bere importavagli di conservare. Tanto più che gli studenti nelle scuole interrogavano i professori. Questa fama di scienza universale era un vincolo - la stima! - che a lui traeva tutti i giovani più intelligenti, ed erano molti, i quali influivano poi sulle altre centinaia dei più rozzi, e così a D. Bosco tornava facile anche da solo imporsi paternamente a tutti. Egli si era fatta legge di non ignorare veruna di quelle cognizioni che i suoi giovani possedevano, oppure che dovevano avere o avrebbero necessariamente acquistate. Era un nuovo e continuo studio, al quale solo poteva attendere chi aveva come lui una meravigliosa memoria, e crediamo che, per es. alcune sue note sull'algebra fino alle equazioni di secondo grado, appartengano a questi tempi. [129] Tuttavia sarebbe una chimera il supporre che D. Bosco possedesse tutto lo scibile umano; perciò quando non sapeva che rispondere ad una interrogazione, con grande abilità e senza scomporsi, si toglieva dall'impaccio in modo evasivo. Per es. esclamava: - Olà, ho sempre da dire tutto io? Come! Ignorate questa cosa? Rispondete voi almeno una volta! Se ora non sapete sciogliere il quesito, pensateci, chè non vi sono troppe difficoltà. Preparo un bel premio a chi saprà rispondere meglio per la domenica ventura, - E i giovani lungo la settimana si davano d'attorno per sciogliere il problema; andavano ad importunare i maestri, il curato, i periti della materia proposta, e alla prima domenica riportavano trionfanti una risposta, che anche D. Bosco si era preparata. Egli però sapeva ampliarla, esaminandola nelle singole parti, trarne le conseguenze se gli veniva bene aggiungere un fatto storico, riguardante la materia esposta, insomma adornare di veste attraente ciò che gli altri avevano detto in poche parole. Allo stesso modo e collo stesso esito egli proponeva ai giovani interrogazioni di varia natura, giudicando essere un mezzo attissimo a preservarli dal male, il tenere sempre preoccupata con nuove idee singolari la loro mente e la loro fantasia.

                Eziandio in chiesa dopo la predica molte volte annunziava ad essi un problema da sciogliere, non omettendo mai di promettere premii. Colle sue prediche erasi acquistato presso i giovani anche una gran fama di oratore. E infatti sapeva così ben descrivere la magnificenza di Dio creatore e conservatore, le sue misericordie e le sue giustizie, che i giovani uscivano dalla cappella non sapendo, direi, da che parte passassero, tanto rimanevano sbalorditi. Perciò approfittandosi del loro entusiasmo, dall'argomento che aveva svolto traeva la domanda da fare, e diceva:

                Nella prossima festa [130] sappiatemi dire perchè il SS. Sacramento si chiama Eucaristia; quale è il primo naturale significato dell'espressione Paradiso... Altra volta proponeva si spiegasse la parola Morte, un'altra Purgatorio, poi i varii sensi della voce Inferno. Molte di queste dimande le ricavava dalla S. Scrittura: per es.: Trovatemi a qual lingua appartenga la parola parco, per indicare boschi e giardini reali, e usata da Salomone ne' suoi libri.

                I giovani lungo la settimana correvano a visitare molti teologi di Torino e riportavano risposte teologiche, le quali talvolta, per non essere stata esposta la questione nei termini esatti, non erano quelle richieste da D. Bosco. Egli diceva loro: - Non avete indovinato; studiate ancora. - E ritornavano dai loro teologi, per avere più ampie spiegazioni.

                Talora nessuno era premiato. Un giorno aveva chiesta qual fosse l'etimologia presso i latini della parola Peccatum - Nessuno portò la vera risposta, benchè avessero consultati uomini molto eruditi. D. Bosco allora fattosi recare il Metthiae - Martini, lexicon philologicum, lesse che peccatum viene da pecu, ossia pecus pecoris, perchè gli empii camminano come le pecore, le quali non son guidate dal lume della ragione, ma solo condotte dai loro brutali istinti. - I problemi proposti da D. Bosco avevano sempre per oggetto una massima morale.

                Talvolta per varie cause le risposte non erano conformi, e allora D. Bosco diceva: - Roetti, va a prendere in mia camera il tal libro Ed egli lo sfogliava in mezzo alla viva attenzione di tutti, e loro presentava la risposta esatta, e dava il premio ai fortunati. Il Prof. Teol. Ghiringhello venne un giorno a trovarlo e a dirgli ridendo che per carità lasciasse in pace i teologi di Torino, che ormai non ne potevano più per le visite continue dei suoi giovanetti. D. Bosco [131] però ne era contento, perchè così avvicinava molti de' suoi allievi ai santi e dotti sacerdoti della città, i quali con le loro gentili maniere facevano crescere più vive le simpatie verso il clero.

                Avvicendandosi tutte queste scene che, d'estate specialmente, avevano lunga durata, sopravveniva la notte e Don Bosco prima di congedare i giovani soleva dar loro qualche avvertimento. Ora li esortava a guardarsi dalle risse o dall'imporre soprannomi ai compagni, ora a far sempre il loro dovere per amore e non per timor dei castighi, ora ad usar, gran rispetto a tutti i superiori, levando il cappello quando li incontrassero, ora a baciare riverentemente la mano ai sacerdoti che venivano all'Oratorio per far loro del bene, e a rispondere con parole umili e con sincerità alle loro interrogazioni. Raccomandava eziandio a tutti una somma esattezza nell'osservanza delle Regole, sicchè ciascuno facesse a gara di essere il più divoto, il più modesto, il più puntuale negli esercizii di divozione.

                Ma più sovente, dopo che si era informato se tutti i suoi piccoli artigiani avessero lavoro, felice nel venir a conoscere che nessuno all'indomani sarebbe stato vittima dell'ozio, li premuniva contro quei pericoli che s'incontrano eziandio da chi ha fatto proponimento di mantenersi buono. “Qualcuno di voi, ei diceva si troverà in una casa, in una scuola, in una bottega, in un negozio, in una fabbrica, dove si fanno cattivi discorsi; ed io vi suggerisco il modo di liberarvene senza offendere il Signore. Se sono persone a voi inferiori, correggetele coraggiosamente e con severità; qualora siano persone a cui non convenga fare rimproveri, fuggite se potete; e non potendo, state fermi a non prendervi parte nè con parole, nè con sorrisi, e dite nel vostro cuore: Gesù mio, misericordia... Non lasciatevi mai vincere dal rispetto umano. Può [132] darsi che taluno vi metta in canzone e si beffi di voi, ma non importa. Verrà il tempo in cui il ridere e il burlare dei maligni si cangerà in pianto nell’inferno, e il disprezzo dei buoni si muterà nella più consolante allegria in paradiso. Notate peraltro che stando voi fedeli al Signore ne avverrà che gli stessi vostri dileggiatori saranno costretti a pregiare la vostra virtù, di maniera che non oseranno più molestarvi coi loro perversi ragionamenti. S. Luigi aveva preso un tale ascendente sovra i suoi compagni, e vecchi e giovani, che al suo comparire nessuno azzardava una parola meno onesta. Del resto, qualora poi, malgrado tutte le precauzioni, vi trovaste in pericolo di offendere Iddio, fuggite, abbandonate il luogo, la casa, il lavoro, l'officina; sopportate qualunque male del mondo piuttosto che dimorare in luoghi e trattare con persone, che mettono in pericolo la salvezza dell'anima, vostra. State sicuri che Dio e la Madonna SS. non vi abbandoneranno. Anche D. Bosco si impegnerà per aiutarvi con tutte le sue forze e troverà sempre lavoro e pane per i suoi cari figliuoli”.

                Non di rado egli annunziava che avrebbe rese più amene le loro ricreazioni con giuochi di prestigio, o con distribuzione di medaglie, d’immagini, di libretti, con qualche lotteria di premii estratti a sorte, colazioni, merende, musiche vocali e istrumentali, e anche con regali di oggetti di vestiario ottenuti dai benefattori, purchè stessero attenti in chiesa ed imparassero. E siccome tutti sapevano per prova che D. Bosco, manteneva la sua parola, andavano in visibilio per la gioia.

                Dopo una giornata trascorsa in mezzo a tante occupazioni, e per il poco cibo che aveva preso, D. Bosco non poteva quasi più muoversi. I giovani artigiani, che erano gli ultimi a partire, poichè gli studenti ritornavano a casa ad ora meno tarda, gli dicevano sovente: - Ci accompagni fuori! [133]  - Ma io non posso, rispondeva D. Bosco.

                - Faccia un solo passo con noi. - E tanto lo pregavano che usciva. Andato per lo spazio di un tiro di pietra, accennava a ritornare indietro, ma i giovani che non sapevano - staccarsi da lui: - Venga ancora per un piccolo tratto; venga con noi fino a quegli alberi. - E D. Bosco pazientemente li compiaceva. Giunto al luogo indicato, fermavasi, e quei trecento e più ragazzi, piccoli e grandi, gli facevano intorno corona e tutti instavano perchè narrasse un fatto. D. Bosco si scusava, dicendo: - Ma basta; lasciatemi andare a casa, chè sono molto stanco.

                - No, no, rispondevano. Noi canteremo una lode; lei intanto si riposerà e poi ci racconterà un bell'esempio.

                - Ma non ne posso più

                - Un solo e poi basta.

                - Ma non sentite che non ho quasi più voce!

                - Un fatto breve! - La folla intanto cresceva intorno a D. Bosco, perchè la gente passando si fermava e così pure molti soldati che uscivano dalle bettole. Tutti stavano per udire che cosa avrebbe detto il prete. I giovani cantavano due o tre strofe della canzone Lodate Maria; quindi Don Bosco, salito sopra un sedile di pietra o sopra un tumolo di sabbia, diceva: - Ebbene! vi racconto ancora un fatto e poi andate a casa. E raccontava, concludendo E ora basta; buona notte

                I giovani con tutta l'altra folla rispondevano: Buona notte! - e mandavano un ultimo assordante grido di evviva a D. Bosco. Tutti si sbandavano per ritornare alle loro famiglie, o al luogo ove solevano riposare; ma prima ciascuno voleva avvicinarsi a D. Bosco per salutarlo anche una volta. Allora alcuni dei più adulti sostenendolo sulle loro braccia e cantando a squarciagola la nota canzone: Andiamo, compagni [134], D. Bosco ci aspetta, lo riportavano a casa. Entrato in sua camera, sentivasi così estenuato che, più volte venendo Mamma Margherita per invitarlo a cena, egli rispondevale: - Lasciate che mi riposi alquanto. - E rimaneva profondamente assopito; ed anche scosso, non lo si poteva destare. Talvolta andava a cena, e dopo il primo cucchiaio di minestra, restava preso dal sonno, sicchè la testa cadeva sulla scodella. Allora, dopo qualche istante, Brosio Giuseppe ed altri giovanotti, che si erano ivi fermati per fargli compagnia, senz'altro quasi di peso lo trasportavano nella sua stanza, ed egli così vestito com'era si gettava sul letto e non era più capace di voltarsi sul fianco nè di muovere un braccio od una gamba. Aveva lavorato continuamente dalle 4 del mattino fino alle 10 e più della sera.

                Ma quando lungo la settimana cadevano altre feste di precetto, pensi ognuno in quale stato venisse ridotto D. Bosco, non ancor riavutosi dalle fatiche della domenica. Sua madre avvertita alla sera del suo avvicinarsi dai canti marziali dei giovani che lo riconducevano dal Rondò, gli andava incontro sulla porta e gli diceva: - Sei ancora vivo? - Ma il figlio pareva quasi che non sentisse, saliva in camera e, sedutosi sulla prima sedia, o baule, o panca nella quale imbattevasi, subito si addormentava; e talvolta si destò solamente sul far dell'alba. Certe altre mattine si svegliò mezzo vestito, appoggiato col dorso al letto e coi piedi puntati contro il muro.

                Così ogni istante della giornata di D. Bosco era segnato da un atto di sacrifizio che diremo eroico. Nè solo per le fatiche; perchè non bisogna supporre che talvolta non lo ferissero dispiaceri anche gravi. Ciò conoscono per esperienza quanti si prendono cura della gioventù. Ma egli ricordava aver detto N. S. Gesù Cristo: “Guadagnerete le [135] anime vostre mediante la pazienza”[12]. Infatti in mezzo a' suoi giovani, pieno di fiducia nell'aiuto di Dio e nell'efficacia di un'istruzione schiettamente cattolica, soleva esclamare:

                - Spero di potervi vedere tutti un giorno riuniti in cielo!

                Le sue fatiche e le sue speranze erano ricompensate da un risultato sorprendente. Narrava Buzzetti Giuseppe: - Conobbi centinaia di ragazzi, i quali prima di venire all'Oratorio erano del tutto privi d'istruzione e di sentimenti religiosi, mutare in brevissimo tempo costumi; e talmente affezionarsi alle nostre radunanze festive, da non sapersene allontanare, frequentando i sacramenti non solo ogni domenica, ma anche nelle feste soprasettimana. - E il Cari. Anfossi esponeva ciò di che era stato testimonio per molti anni: Vidi io stesso giovanastri adulti e scapestrati, i quali dopo poche feste diventavano buoni e fervorosi. Si mostravano a dito alcuni che, prima di venir con D. Bosco noti per una vita scandalosa, erano poi divenuti dei più edificanti; e diversi di loro avrebbero voluto fare, per umiliarsi, le loro confessioni anche pubblicamente, se D. Bosco l'avesse loro permesso.

                E questa morale riforma continuò, senza essere interrotta mai. D. Bosco, si argomentava di poter riuscire col tempo a cambiare almeno in parte la faccia della società; e non passarono molti anni che dei giovani da lui allevati nella fede e nella pietà se ne trovarono in tutte le parti del mondo, e migliaia di essi divennero capi di nuove famiglie cristiane. “Che tale fosse il suo divisamento, scriveva D. Francesco Dalmazzo, si scorgeva dall'inflessione speciale della voce, dal suo sguardo fisso in alto, quando in ogni occasione che gli si presentava, egli stesso intonava il salmo: Laudate Dominum omnes gentes!”

 

 


CAPO XII. Le principali solennità nell'Oratorio - Le indulgenze Preparativi - La gioia di questi giorni - Straordinarii divertimenti e spettacoli - I giuochi di prestigio - La ruota della fortuna - Lotterie.

 

                ALL'’ORATORIO in nessuna stagione rimanevano giorni di vacanza. Le sacre funzioni si avvicendavano tutti i giorni festivi. Alcuni però di questi si distinguevano fra gli altri per la maggiore solennità, le sante industrie e per le fatiche ancor più gravose cui sobbarcavasi D. Bosco. Erano le feste di S. Francesco di Sales, Titolare dell'Oratorio; di S. Luigi Gonzaga, Patrono principale; dell'Angelo Custode, Patrono dell'Oratorio; e quelle di Maria Vergine, l'Annunziazione, l'Assunzione, la Nascita, il Rosario e l'Immacolata Concezione. D. Bosco raccomandava in queste maggior devozione e raccoglimento, specialmente per l'indulgenza plenaria concessa poi per ciascuna di esse dal Romano Pontefice; e desiderava che i giovani ne comprendessero l'importanza e quindi conoscessero le condizioni necessarie per lucrare tutto l'inestimabile tesoro. “È bene qui notare, scriveva nel Regolamento degli Oratorii festivi, che per lucrare la plenaria indulgenza è prescritto: 1° La sacramentale Confessione e Comunione; 2° Visitare questa nostra chiesa; 3° Far qualche preghiera secondo l'intenzione [137] del Sommo Pontefice”[13]. E nel suo manoscritto autografo si legge: “Nelle occorrenze di queste feste tutti i figli dell'Oratorio e specialmente li incaricati dei varii uffizii, anche per dare buon esempio, sono invitati a partecipare dei celesti favori e ad accostarsi ai santi Sacramenti”.

                Ei non si lasciava sfuggir nessuna di queste occasioni per esortare calorosamente tutti quelli dell'Oratorio ad una comunione generale; e non si stancava mai, benchè tali comunioni per questo o quel motivo si celebrassero per lo meno una volta al mese. Nè si appagava del numero delle comunioni, ma per quanto era in lui si adoperava con vivissimo impegno ad impedire, che neppur una di queste recasse sacrilego oltraggio a N. S. Gesù Cristo. In quanto alla confessione ei ripeteva ciò che aveva pur scritto nell'autografo sopra citato: “Per lucrare le sante indulgenze è indispensabile lo stato, di grazia, perchè non può ottenere la remissione della pena temporale chi meritasse la pena eterna”. E in quanto alla SS. Comunione erano continuamente sulle sue labbra alcune massime, che allievi di questi anni ci ripeterono testualmente:

                “Prima di accostarvi a ricevere l'adorabile corpo di Gesù Cristo dovete riflettere se avete nel cuore le debite disposizioni. Sappiate che quel figlio il quale dopo di aver peccato non vuole emendarsi, cioè a dire, vuole di nuovo offendere il Signore, ancorchè siasi confessato, non è degno di accostarsi alla mensa del Salvatore, e comunicandosi, invece di arricchirsi di grazie, si rende più colpevole, e degno di maggior castigo. Al contrario, se vi siete confessati con un fermo, efficace proponimento di emendarvi, accostatevi pure a ricevere il pane degli Angioli ed arrecherete piacere grandissimo a [138] N. S. Gesù Cristo. Egli stesso quando era visibile su questa terra, sebbene invitasse chiunque a seguirlo, tuttavia dimostrava una benevolenza speciale ai pii ed innocenti fanciulli, dicendo: - Lasciate che questi pargoli vengano a me, e non impediteli! - e dava loro la benedizione. Ascoltate pertanto il suo amorevole invito, e andate non solo a ricevere la sua benedizione, ma Lui stesso in persona”.

                I frutti consolanti delle sue esortazioni erano confessioni senza numero che doveva ascoltare.

                Queste feste imponevano a D. Bosco nuovi impegni. Ad ogni cosa pensava, a tutto provvedeva e metteva la sua opera: ornare la cappella, addestrare i cantori, insegnare le cerimonie ai chierichetti, farsi imprestare dal Rifugio i sacri paramenti che gli mancavano, disporre in sagrestia l'occorrente alle sacre funzioni, stampare l'orario, in persona o per lettera invitare i benefattori, scegliere il Priore, trovare sacerdoti per la Messa solenne e l'oratore per il panegirico, cercare elemosine per sopperire alla spesa, provvedere la colezione per tutti i giovanetti, che si distribuiva senza distinzione, eziandio a quelli che non avessero fatta la S. Comunione. Chi è pratico di Oratorii festivi aggiunga quello che io ometto.

                E alle cure di D. Bosco corrispondeva l'ordine e la gioia nella moltitudine dei figli; e nella cappella, che per essi era divenuta un paradiso, la loro divozione splendeva ancor più viva e più attraente agli occhi di chi si compiaceva osservarli. Per D. Bosco poi era il colmo della felicità, persuadersi che erano tutti in grazia di Dio e nel vederli accostare alla sacra Mensa per lungo tempo, a schiere a schiere.

                Nella sera dopo la Benedizione D. Bosco trovava sempre nuovi modi per divertire i suoi giovanetti, e giuochi riserbati solamente per le grandi solennità. Alla moltitudine di que' dell'Oratorio si aggiungevano numerosi benefattori ed [139] invitati. D. Bosco ciò faceva sempre con uno speciale apparato, disponendo un posto onorevole per i personaggi più insigni. Egli presiedeva sempre e i pacificatori stavano nel cortile vicino per quietare chi recasse disturbo. Un po' di musica istrumentale di amici esterni faceva talora sentire ad intervalli le sue note. Incominciava la corsa nel sacco con una merenda preparata al primo o ai primi che avessero, raggiunta la meta; ovvero la rottura delle pignatte piene di ciambelle. Sopra un modesto albero della cuccagna stavano appesi varii oggetti che aspettavano chi si sarebbe arrampicato fino a quell'altezza per impossessarsene. Eravi il così chiamato, giuoco del rompicollo, consistente in un piano inclinato e molto unto col sapone, il quale però non presentava pericolo di sorta, e si dava un premio a chi ne avesse raggiunto l'orlo superiore: impresa non tanto facile e che destava una viva ilarità per gli sforzi che molti facevano per ascendere, mentre il proprio peso li faceva sdrucciolare. Non mancavano le illuminazioni delle finestre e del cortile, l'ascensione, di globi areostatici e i fuochi d'artifizio.

                Non di raro D. Bosco stesso cingeva il grembiale del giocoliere, e innanzi al tavolino preparato all'uopo faceva giuochi di prestigio coll'antica sua destrezza di mano. Dai bussolotti faceva uscire ogni sorta di pallottole grosse e piccole con altre cose diverse, che facevano strabiliare gli spettatori.

                Faceva andare oggetti nelle tasche altrui, indovinava le carte che altri teneva in mano. Possedeva tal forza nelle dita che quando era in mezzo a' suoi giovani si faceva dare da essi ossa di pesche e le apriva adoperando le sole mani. Se si trovava tra persone che avessero del denaro chiedeva uno scudo in imprestito. Avutolo, diceva al possessore: - Ma guardate che ve lo restituirò solo in pezzi! - Faccia pure gli era risposto. Viva era la curiosità di chi gli stava [140] intorno, ed egli presa la moneta fra quattro dita, la spezzava di un colpo. Da questi esercizii e da quelli di prestigio cessò nel 1860, e l'ultima volta dopo aver esilarati motto i giovani, li atterrì facendoli comparire senza testa.

                Ciò D. Bosco aveva fatto a bello studio. La frase essere senza testa, aver la testa tagliata, frase che sovente pronunciava parlando ai giovani, aveva un gran significato: primieramente cioè dover un giovane essere umile, vincere l'amor proprio, rimettersi alla volontà, al giudizio, al consiglio dei suoi superiori e non ostinarsi nelle proprie inconsulte risoluzioni e nei proprii capricci; e in secondo luogo alludeva, ma più velatamente e più di raro, all'obbedienza religiosa nella Congregazione, che egli voleva per mezzo loro fondare; ossia in altri termini, poichè di Congregazione ancora non parlava, di rimanere con D. Bosco nell'Oratorio per aiutarlo nel salvare la gioventù. Ciò diceva solo e alla sfuggita, a quei che conosceva di molta virtù, d'indole generosa e a lui più affezionati. Altri giuochi gli davano poi argomento in vario modo per avvisare qualcuno, in modo festevole, consigliarlo ed invitarlo al bene.

                Ricordavano questi spettacoli D. Bellia Giacomo, Buzzetti Giuseppe e cento loro compagni, e aggiungevano notizie d'altri trattenimenti che rendevano sempre più belle queste serate.

                Talora D. Bosco in certe feste primarie, p. es., in quella, di S. Francesco di Sales, preparava la ruota della fortuna con biglietti, parte numerati e parte no. Sovra un gran tavolo aveva disposti molti oggetti anche di valore, che era andato a chiedere in dono a' suoi benefattori. Ogni premio, aveva il suo numero. Gli invitati accorrevano in folla; un giovanetto girava la ruota, e D. Bosco stesso estraeva i biglietti, i quali erano dieci volte tanti più dei premii, e li consegnava a chi avea pagato l'importo stabilito. Talora ad [141] uno di quei signori toccavano successivamente dieci o dodici biglietti tutti bianchi, cioè senza diritto al premio, ed essi si, mostravano allegri per l'avuta disdetta, mentre gli spettatori, e specialmente i giovani, ridevano saporitamente. Questa ruota era uno spediente per coprire le spese della festa.

                La sorte era eziandio adoperata per tenere gradevolmente occupati i giovani. Era stabilito che almeno ogni trimestre si facesse per loro una lotteria, cioè alla festa di S. Francesco, di Sales, a quella di S. Luigi Gonzaga, di Maria Assunta in cielo, e di Ognissanti[14]. Gli oggetti a ciò destinati consistevano in libri di divozione o di amene letture, quadretti crocifissi, medaglie, giuocattoli diversi, ed anche pei più esemplari qualche paio di scarpe o qualche taglio di vestito. L'estrazione dei numeri era così combinata, che il premio era a scelta, e chi guadagnava, lo aveva corrispondente alla frequenza e alla morale sua condotta.

                Oltre a queste, quasi ogni mese, D. Bosco disponeva altre lotterie meno solenni, ma non meno attraenti. Era un'occupazione non tanto spiccia scrivere un seicento numeri su altrettanti biglietti da distribuirsi uno per uno a ciascun giovane; ripetere tutte queste cifre su scaccoli separati e accartocciatoli riporli in un taschetto; infine notarle tutte in un registro, e a lato di ciascuna indicare il premio assegnato. D. Bosco sul poggiuolo davanti alla sua stanza, oppure salito sovra una sedia appoggiata alla chiesa, dopo avere annunziate le condizioni della lotteria scuoteva il taschetto, e adagio, volendo protrarre il divertimento il più che poteva, estraeva i numeri e li proclamava ad alta voce. I giovani si pigiavano in cortile, cogli occhi ora fissi in D. Bosco, ora sul [142] loro biglietto che si tenevano in mano. Talora non essendovi premii abbastanza per tutti, più decine di essi dovevano restare a mani vuote; quindi l'ansietà li teneva sospesi per lunga ora, sperando di essere tra i fortunati. Il più delle volte però tutto era ordinato in modo che ad ogni giovarle toccasse qualche coserella e allora la curiosità li rendeva ancor più attenti, fantasticando che cosa mai avrebbero guadagnato. Sul banco vi erano alcune cravattine, un cappello, un berretto, una giubba, una focaccia dolce, frutta, zuccherini ed altri oggetti che dovevano rendere più ameno quel trattenimento. E le risa e i battimani scoppiavano fragorosi quando il banditore annunziava i premii guadagnati da certi numeri. - Una patata cotta, ovvero: una carota, una cipolla, una rapa, una castagna! - E colui che era chiamato non mancava di presentarsi a ritirare il magnifico dono.

                Talvolta i premii erano collettivi, cioè un certo numero di giovani coi loro biglietti ne guadagnavano uno che dovevano poi ripartire fra di loro. Per es., una larga focaccia fra dieci, una bottiglia di birra fra quattro; due pani, due porzioni di salame o di formaggio, una bottiglietta di vino corrispondevano a cinque numeri e formavano un lotto solo. Ma il primo vincitore doveva aspettare che la sorte indicasse gli altri quattro suoi compagni che poi andavano insieme a merendare, ciascuno facendo parte eguale di ciò che loro era toccato. Nuovi commenti e nuove risa provocava la formazione di questi gruppi, fatta dal capriccio della fortuna, che accozzava talvolta caratteri disparati ed avversi. Ma tutto andava pel meglio ed anche i mali umori si dileguavano.

                Nè hassi però a credere che D. Bosco largheggiasse di soverchio in queste occasioni. Eccettuati alcuni casi straordinarii, e quando riceveva a tale fine doni vistosi dai benefattori, sapeva far risparmio di danaro per impiegarlo in altre [143] spese più urgenti. La compra dei premii non oltrepassava mai le dieci lire, e trovava sempre distinti personaggi che volentieri gliene facevano dono. Anzi, aggiungeva D. Michele Rua testimonio del fatto, con tre lire e mezzo spesse volte contentava tutti e in modo sorprendente; e non mancava mai qualche premio di bella apparenza, benchè di poco valore. D. Bosco soleva dire: “I giovani stimano le cose secondo hanno imparato a giudicarle. Non è il molto ma il dato di cuore, anche a poco a poco, e in tempo opportuno che torna loro gradito”.

                Ed egli col suo fare e colla sua parola incantevole tutto rendeva bello ed amabile.

 

 


CAPO XIII. Il canto nelle sacre solennità - Primi strumenti musicali - Nuove scuole, nuovo metodo e nuove composizioni - Pazienza di D. Bosco - I cantori alla Consolata e il maestro Bodoira - I1 canto gregoriano.

 

                NEL CAPITOLO precedente abbiamo descritto come D. Bosco si affaticasse, nel preparare quanto occorreva per entusiasmare i ragazzi nelle grandi solennità. Abbiamo accennato al canto e qui ne parleremo più diffusamente per far sempre meglio risaltare lo zelo costante di D. Bosco. Egli era appassionatissimo per le funzioni di chiesa, perciò continuava la sua scuola di canto, alla quale sul finire del 1847 e nel 1848 dava una, nuova e gagliarda spinta, aumentando il numero degli allievi. Ma quanto grandi difficoltà dovette superare! Egli senza maestro aveva imparato da sè a suonare il pianoforte, e non potendo permettersi in casa sua il lusso di un così costoso istrumento, talora si esercitava su quello di qualche amico sacerdote. Per ritenere in tono i suoi discepoli ed anche per accompagnare le lodi alla Madonna col suono, nel luglio del 1847 comprava per dodici lire una fisarmonica. Per la sua, cappella - tettoia provvedeva il 5 novembre 1847 eziandio un organuccio, che gli era costato la somma favolosa di trentacinque [145] lire. Pensate quali note armoniose doveva emettere. Suonavasi col manubrio e i pezzi musicali del suo cilindro portavano l'Ave maris stella, le Litanie della Madonna, il Magnificat con qualche altro inno della Chiesa. Forse per anni ed anni era stato trasferito da una cappella campestre all'altra nei giorni di solennità. Ma se poteva servire per le feste ordinarie, diveniva inutile allorchè era conveniente variare la musica. Quindi la necessità che D. Bosco trovasse un pianoforte per la sua scuola di canto. Il Teol. Giovanni Vola fu quegli che provvide a quel bisogno donando un cembalo, o meglio una vecchia spinetta che aveva in casa. “Mi costa trenta lire, sapete!” aveva detto mentre la consegnava al giovani venuti per trasportarla all'Oratorio.

                D. Bosco raccolse allora una cinquantina di ragazzi che avevano voce più bella, intelligenza più aperta, e orecchio più fino. Ad alcuni aveva fatto imparare gli esercizii degli intervalli e delle scale; pochi altri, i quali appartenevano a quella antica scuola della quale altrove abbiamo discorso, si erano già avvezzati per la molta pratica a certo suo nuovo metodo, adattato unicamente ad essi ed allo stile musicale di D. Bosco; la massima parte però non aveva mai cantato ed era al tutto ignara dei primi elementi di questa nobilissima arte.

                Perciò D. Bosco, che voleva a qualunque costo celebrare le feste coi canti de' suoi giovanetti, non si scoraggiò alla vista del lungo tempo che occorreva perchè essi imparassero ad orecchio e ritenessero a memoria i motivi musicali. Conformandosi alla loro ignoranza ed al bisogno, e non trovando facili musiche, a quelle, come abbiamo già detto, da lui composte negli anni trascorsi, aggiunse una sua nuova Messa, un Tantum ergo, ed altri salmi pel vespro. Ricavava sovente le sue armonie, con qualche modificazione, dalle varie [146] laudi sacre che i giovani conoscevano perfettamente, aggiungendo qualche nota per l'introduzione e per il finale. V'intrometteva tratti di canto gregoriano, tolti ora dall'antifonario ed ora dal graduale, che reputasse più maestosi e devoti facendovi talora leggere variazioni od accordi. Qualche semplice motivo era eziandio trovato dal suo genio, specie negli a solo.

                Questo suo lavoro, benchè sembri così esiguo da non doverne tener conto, pure, lo diciamo con franchezza, era il principio lontano di riforme nella musica sacra da lui ardentemente desiderate. In fatti un gran numero di maestri poco istruiti e poco amanti dello studio, seguendo l'andazzo dei tempi, abborracciavano i Kyrie, i Gloria, i Credo, le altre parti cantabili della Messa, unendo insieme cori e a soli di opere teatrali. Così facevano per i vespri; e si udiva sul motivo della Stella confidente cantarsi il Tantum ergo e il Genitori. Parole sacre e musica profana. D. Bosco non poteva soffrire questa specie di sacrilegio.

                Egli adunque, seduto alla spinetta ed avendo innanzi schierati i suoi cantori novizii, tante volte batteva i suoi motivi sui tasti, li cantava egli stesso, li faceva ripetere dal suo coro, che finalmente riusciva a farli imprimere nella loro memoria. La scuola però procedeva con stento, perchè talora un certo numero degli allievi, essendo operai, erano impediti dall'intervenire.

                Venuta la vigilia d'una festa, distribuiva le parti che ciascuno doveva eseguire e qui a nuove prove era messa la longanimità di D. Bosco. Il domani alcuno dei cantori non compariva all'ora stabilita, punto da invidia o da gelosia, offeso per non essergli toccata quella parte che desiderava, o per congeneri motivi. D. Bosco rimaneva allora negli imbrogli e doveva egli stesso eseguire la parte di chi era [147] rimasto a casa, o accomodarsi come meglio poteva con altri cantori. Era quella una specie d'ingratitudine, perchè ai cantori ed a quelli eziandio che vestivano da chierici per servire la santa Messa, al mattino di una festa D. Bosco faceva, qualche regaluccio o concedeva una speciale colazione.

                La domenica seguente quei giovanetti permalosi ritornavano all'Oratorio come se nulla fosse stato. E D. Bosco si guardava bene dal far loro rimproveri, dissimulando in quel, momento l'offesa per non irritarli, e non essere con ciò causa, che si allontanassero dall'Oratorio. Egli per primo capo metteva sempre il fine di non porre impedimento alla salute delle anime. “Colla pazienza si accomodano tante cose!” diceva. Tuttavia, per ovviare a questi inconvenienti, faceva, imparare le parti a solo contemporaneamente a più giovanetti, cosicchè mancando il migliore dei cantori, questi poteva essere supplito da altri; e i capricci avevano un freno, potendosi vedere soppiantati da un rivale negli immaginarii onori, e così un dispetto non poteva ottenere lo sfogo desiderato. A suo tempo però, benchè tardivo, D. Bosco non mancava di porgere un ammonimento fruttuoso a chi aveva bisogno di modificare la propria indole, esortandolo a cantare col solo pensiero di far cosa grata a Dio.

                Questa musica fu un'attrattiva di più per legare i fanciulli all'Oratorio festivo e per attirarne sempre dei nuovi. Anche la gente estranea e i sacerdoti che venivano in Valdocco rimanevano meravigliati di quel nuovo coro infantile, il quale corrispondeva così bene alle cure del maestro, e domandavano e facevano premura di averlo a cantare nelle loro chiese.

                Era però necessario che D. Bosco lo guidasse, poichè nessun maestro del mondo vi sarebbe riuscito: “Io solo, diceva D. Bosco ridendo, era capace a dirigere quell'orchestra”. [148]

                Infatti la sua partitura era indecifrabile. Alcuni motivi erano, scritti politamente colle sue note, di altri era notata solamente la prima frase; una sgraffa, una lettera, un numero indicava una ripresa, ovvero un ritornello. Non mancava, qualche nota di canto fermo. Le indicazioni della chiave degli accidenti e del tempo erano rimaste nella penna e nella mente di D. Bosco.

                Fu invitato una volta co' suoi giovani a cantare una, Messa nel santuario della Consolata, ed egli vi si portò all'ora convenuta con pochi cantori, recando con sè il cartolare di., una Messa da lui composta. Organista di quella chiesa era, il celebre maestro Bodoira. D. Bosco gli chiese con un misterioso sorriso, se avrebbe potuto accompagnare il canto, essendo, la Messa affatto nuova. “Qualche cosa farò”, rispose alquanto, risentito Bodoira, il quale era valente nell'interpretare a prima vista qualunque musica anche delle più difficili. E non volle dare neppure uno sguardo a quello spartito che D. Bosco gli presentava. Scocca l'ora della Messa, apre il fascicolo contenente la musica, dà uno sguardo, crolla il capo e tenta di suonare. Tutti i cantori sono fuori di tono. - Ma chi ci capisce? Qual chiave è questa? Io ne ho abbastanza, esclama, e preso il cappello, scende in chiesa, e se ne va pe' fatti suoi. Don, Bosco che aveva preveduta questa ritirata, siede all'organo e con maestria accompagna la Messa sino al fine senza che i giovani sgarrassero una sola nota. La bellezza delle voci, il loro contegno divoto, e i volti che esprimevano fede ed innocenza attraevano i cuori del popolo. Venuti i giovani in sagrestia ebbero molti elogi pel loro canto, come pure fu lodato il suonatore dell'organo credendo quei religiosi che fosse il maestro Bodoira. E questa lode riuscì tutta ad onore di D. Bosco, che aveva accompagnato così bene, e tanto più sincera quanto meno era sospetta. Ci fu narrato questo racconto [149] da un distinto dottore in belle lettere, che fu allievo dell'Oratorio nei primi tempi.

                D. Bosco intanto, perchè aveva l'anima e la fantasia piena di armonie celestiali e uno squisito senso musicale, faceziando apprezzava, per quel che valevano, i suoi capi d'opera; i quali tuttavia per la carità, dalla quale erano ispirati, per l'umile sentire di sè che animava l'autore, ben potevano essere fregiati coll'iscrizione: “In cospectu angelorum psallam tibi”. Scherzando e con mezzi insufficienti, come in tutte le altre sue imprese, fondava la scuola di musica, che saviamente condotta non solo doveva essere di lustro e decoro al divin culto, ma riuscire eziandio un buon mezzo di educazione tanto morale, quanto intellettuale per i suoi allievi. E il culto della musica doveva riuscire in perpetuo uno dei distintivi delle sue Case, da lui giudicato come elemento necessario della loro vita.

                E fin d'allora, per dimostrare il pregio nel quale tenevalo, alla festa di Santa Cecilia invitava a pranzo e faceva sedere alla sua tavola i primi cinque o sei giovanetti cantori di migliore abilità e condotta, pratica che amò continuare per molti anni.

                Animati i cantori, e con loro provveduto all'attuale necessità, dopo pochi mesi egli organizzava una scuola preparatoria e destinava a maestro il giovane Bellia Giacomo. Non solo D. Bosco voleva far cantare, ma insegnare a cantori. L'arredo della scuola non poteva competere con rivali. Per leggio serviva una sedia, posta sopra di un tavolino appoggiato al muro, e su questa si collocavano i cartelloni dei primi esercizii di musica che egli stesso aveva scritto a stampatello. Il Teol. Nasi e D. Chiatellino ebbero poi eziandio a fare, quando potevano, alcune ripetizioni, direi di perfezionamento, a quelli che D. Bosco designava come di migliori speranze. [150]

                Intanto in città si era sparsa la notizia di queste lezioni. Essendo la prima volta che avevano luogo pubbliche scuole di musica e così numerose, e la prima volta che il canto era insegnato in classe a molti allievi contemporaneamente, vi fu un concorso stragrande di curiosi. Lasciò scritto D. Bosco: “I famosi maestri d'armonia Rossi Luigi, Blanchi Giuseppe, Cerutti Giuseppe e altri venivano per più settimane, quasi ogni sera, ad ascoltare le mie lezioni. Ciò era in contraddizione col proverbio che dice non essere l'allievo sopra il maestro, mentre io non sapeva un milionesimo di quanto sapevano quelle celebrità; tuttavia la faceva da maestro in mezzo di loro. Essi per altro non venivano da me per ricevere insegnamenti, ma per osservare come fosse il nuovo metodo, direi simultaneo, che è quello stesso oggidì praticato nelle nostre Case. Nei tempi passati ogni allievo che avesse desiderato imparar la musica vocale doveva cercarsi un maestro che gli desse lezioni separate. Quando tali allievi erano sufficientemente istruiti, si univano, formavano i cori, e sotto abile professore d'orchestra si esercitavano a cantare pel teatro o per la chiesa”.

                Quei valenti professori ammiravano adunque il silenzio, l'ordine e l'attenzione degli allievi, le varie industrie colle quali D. Bosco riusciva nell'insegnare a molti insieme una musica che, se non era classica, aveva però le sue difficoltà, e come sapesse far modulare le voci nel passaggio da tono a tono; come, calcolandone l'estensione, li addestrasse a cantar da soprano senza che i giovani si stancassero e senza nocumento della loro sanità. E in ciò, essi stessi affermarono di aver imparato più cose da D. Bosco, e ne seguirono l'esempio e il metodo. Egli intanto dimostrava non essere inferiore al suo compito e che sarebbe riuscito o per sè solo, o coll'aiuto altri al di là di quello che potevasi prevedere. Infatti quella scuola iniziale, quella povera spinetta dovevano dipoi [151] produrre musici di assai notevole abilità, non pochi organisti di vaglia, centinaia di scuole che levarono bella fama di sè; e l'autorità comunale di Torino assegnò a D. Bosco un premio di mille franchi per l'ardore col quale promoveva la musica vocale ed istrumentale. Da questa e altre occasioni D. Bosco traeva argomento di raccomandare ai giovani radunati il rispetto, la riconoscenza e l'obbedienza a coloro che presiedevano alla città, e le sue parole producevano buoni effetti.

                Ma egli di tutto ciò non ancora soddisfatto, vagheggiava grandi masse di voci, non a modo di concerto musicale, ma come spontanea espressione della preghiera e degli inni del popolo fedele. Voleva il canto liturgico, ma genuino e non eseguito alla grossa.

                - Così, egli diceva, i fedeli troveranno in chiesa quelle attrattive di cui tante belle cose ci lasciarono scritte gli antichi, e segnatamente S. Agostino. Più tardi ripeteva le cento volte che la sua più grande consolazione era l'udire una Messa in canto gregoriano nella chiesa di Maria Ausiliatrice, cantata da tutti i giovani, cioè da circa mille voci in due cori. Per esso ciò toccava il non plus ultra del sublime.

                Perciò fin dal 1848 al sabato sera, non tenendosi in questo giorno le solite scuole, divideva i giovani in due classi. La prima classe era occupata ed esercitata a leggere i salmi del vespro specialmente, sicchè i giovanetti più non cadessero in errore di pronuncia e di senso. La seconda classe era composta di quelli, che sapendo già leggere correntemente i salmi, imparavano il canto corale delle antifone per la domenica seguente. Va notato che gli allievi erano tutti poveri artigiani.

                Quando poi egli ebbe un bel numero di giovanetti ricoverati, nei primi mesi dell'anno scolastico faceva loro imparare il metodo del canto fermo. Tutti i nuovi entrati in tempo [152] di vacanza erano applicati a studiare le note ed i solfeggi; gli altri, che già questo canto conoscevano, i salmi, le antifone, le messe. Era eziandio suo desiderio e mira che i giovani ritornando al proprio paese fossero di aiuto al parroco nel cantare alle sacre funzioni. Tanto più che egli vedeva come a poco a poco il rispetto umano e l'ignoranza, avrebbero disertate le cantorie parrocchiali. Voleva che i giovani fossero introdotti nella scuola di musica vocale, solo quando conoscessero il canto gregoriano. Di quanto abbiamo esposto in questo capitolo abbiamo testimonii D. Rua Michele, Mons. Giovanni Cagliero e mille altri.

 

 


CAPO XIV. D. Bosco e le confessioni dei giovani - Sua pazienza e sua industria coi più piccoli - Corrispondenza, consolazioni e casi commoventi - Senza rispetto umano - Confidenza in D. Bosco - Regolamento per le confessioni e comunioni.

 

                FESTE, ricreazioni, giuochi, musiche, lotterie, scuole, per D. Bosco erano altrettanti mezzi rivolti ad un solo scopo, senza che ei la risparmiasse ad incomodi e sacrificii: indurre i suoi giovani a confessarsi bene e con frequenza.

 

                “Cari figliuoli, diceva continuamente, e lo aveva stampato nella prima edizione del Giovane Provveduto, se voi non imparate da giovani a confessarvi bene, correte pericolo di non apprenderlo in vita vostra, e per conseguenza, di non confessarvi mai a dovere, con vostro grave danno e a rischio di vostra eterna salvezza. E prima di tutto vorrei che foste persuasi che qualunque colpa voi abbiate sulla vostra coscienza, vi sarà perdonata nella confessione, purchè vi accostiate colle debite disposizioni”. E queste disposizioni le insegnava e spiegava, insistendo in modo affettuoso e convincente, sulla sincerità dell'accusa, per così guadagnare la piena confidenza de' suoi giovanetti. Nello stesso tempo sapeva rappresentare alle loro menti la formidabile cosa che è il peccato mortale, e al loro cuore i mille motivi che abbiamo di amare Iddio. “Il Signore essendo un buon padre, prova grande [154] dispiacere, quando è costretto a condannare qualcheduno all'inferno. Noi eravamo i condannati a morte, e Gesù per salvarci è morto per noi. Vogliamo ancora offenderlo?” Ed esortandoli a mantenere i proponimenti fatti e a praticare i mezzi suggeriti dal confessore per non cadere mai più in peccato, raccomandava loro di prendere queste tre risoluzioni nelle quali, tutte le altre si concentravano, pregando Maria, la cara loro Madre, ad aiutarli per mantenerle:

                1ª Di voler diportarsi in chiesa con grande divozione. 2ª Prestare pronta obbedienza ai genitori e a tutti gli altri Superiori. - 3ª Essere grandemente animati per l'adempimento dei doveri del proprio stato, e di voler lavorare per la maggior gloria di Dio e per la salvezza dell'anima.

                Oltre a ciò, egli che aveva l'usanza di salutare l'Angelo custode di quelli che incontrava, pregava eziandio gli Angioli de' suoi giovanetti perchè lo aiutassero nel farli buoni, e ai giovani stessi raccomandava che in loro onore recitassero tre Gloria Patri.

                In conseguenza di tante sue belle e sante maniere i giovani si sentivano attratti al Sacramento della Penitenza con grande soavità, sia per l'amore, la stima e la confidenza che professavano verso D. Bosco, sia pel vedere come per lui il confessare fosse la sua vita, la sua consolazione. E non solo nell'Oratorio, ma per le medesime ragioni in tutte le città e paesi ove andasse, i giovanetti sentivansi condotti verso di lui da una misteriosa attrattiva. Per D. Bosco avere intorno a sè una folta corona di giovanetti che aspettavano la loro volta per raccontargli i segreti dell'anima, era, direi così, il suo trionfo. Aveva faticato tanto a raccogliere quelle care anime, che il rimetterle nella santa grazia di Dio formava la sua delizia e inebbriavalo di giubilo.

                Talvolta, in ispecie nei primordii dell'Oratorio, D. Bosco [155] ne aveva intorno cento fra i più giovani che volevano confessarsi. Ma nulla avvezzi a idee di ordine ed essendo le prime volte che si accostavano a questo sacramento, colla loro rozza impazienza avrebbero persuaso qualunque altro sacerdote, non essere possibile compiere convenevolmente quel sacro ministero. Non trovandosi allora nessun catechista che li assistesse, gli uni gridavano di voler essere i primi, gli altri si urtavano per farsi avanti, e altri respingevano coloro che tentavano soppiantarli. Era fatica improba mettere un po' di calma in quel garbuglio; ma finalmente, se non altro, tutti erano in silenzio ed inginocchiati. D. Bosco, allora rivoltosi a quegli che eragli più vicino, alzava la mano per fare su di lui il segno della santa croce; ma ecco che tutti i più vicini si segnavano come se per ciascuno di loro fosse dato il segnale di incominciar l'accusa. E D. Bosco, sempre imperturbabile e sorridente, era allora costretto a confessare stando in piedi con una mano tenendo indietro gli altri che gli si gettavano addosso e coll'altra approssimando il suo orecchio alla bocca di chi si confessava, perchè nessuno potesse udirne l'accusa. In quell'istante però ciò che notavasi di mirabile, era la trasformazione che succedeva nei penitenti di mano in mano che si accostavano a D. Bosco. Divenivano calmi come se fossero lontani da ogni disturbo, intenti solo a ciò che dovevano dire: alla brevissima ammonizione loro fatta da D. Bosco, vedevasi dal loro volto quanto ne fossero compresi, e, ricevuta l'assoluzione, si ritiravano silenziosi in un angolo solitario a fare la penitenza. Quasi vedevasi la grazia del Signore stendere le sue ali misericordiose sopra D. Bosco e i suoi giovanetti. Non corse però gran tempo che i giovani incominciarono a tenere un miglior contegno; sebbene non mancassero altre difficoltà che D. Bosco doveva studiarsi di superare. Ne riporteremo una fra le altre. [156] D. Bosco tutti accoglieva benignamente, fossero pur rozzi, ignoranti, sbadati, poco disposti, e trovava la maniera per guadagnarli a Dio. Egli stesso diceva di certe classi di giovanetti: “Vengono a confessarsi e poi dicono nulla, ed anche interrogati non rispondono. Questi, quando si confessano nelle parrocchie, è bene chiamarli d'innanzi e non lasciarli alle grate, perchè così si potranno far parlare con maggior facilità. Vale tanto a questo riguardo porre loro una mano sul capo, per impedire che non guardino qua e là come usano fare. Per lo più si riducono a dire tutto, ma bisogna da principio usare tanta e tanta pazienza, e continuare a far loro varie interrogazioni e ripeterle con carità, perchè incomincino a dir qualche cosa. Mi capitò di incontrarne di quelli che a me stesso pareva impossibile strappar loro una sola parola, e mi riuscì poi a confessarli con questo stranissimo espediente. Vedendoli sempre muti ad ogni mia domanda, li interrogava: “Hai già fatto colazione stamattina?

                - Si! mi dicevano sorridendo.

                - L'hai fatta con buon appetito? - Sì!

                - Quanti fratelli hai in casa? - e altre cose simili.

                Allora essi incominciavano a rispondere alle interrogazioni che io faceva per conoscere lo stato della loro coscienza e poi seguitavano con tutta facilità ad esporre i casi loro”.

                Qui non è luogo che noi ci distendiamo a descrivere le varie industrie che adoperava perchè i suoi penitenti si confessassero bene. Ciò si vedrà nel corso di queste Memorie. Diremo ora solamente della folla di coloro che lo avevano scelto per confessore.

                Egli moltissime volte al sabato stava in confessionale le 10 e 12 ore consecutive. E quei giovanetti, prima così insofferenti di freno e pieni di vivacità, aspettavano pazientemente [157] il loro turno per far bella la loro coscienza. Avveniva spesso, che essendo già le undici o eziandio la mezza notte, D. Bosco si addormentasse mentre confessava. Il penitente accortosene, taceva, e non osando svegliarlo, dopo aver aspettato alquanto, sedevasi sull'inginocchiatoio. D. Bosco dopo un'ora, due ore, si destava al rumore che facevano i giovani russando. Erano le 3 o le 4 del mattino e la sagrestia dell'Oratorio presentava una scena singolare. Un giovane dormiva così inginocchiato come era, colla testa appoggiata nell'angolo, della stanza; un altro seduto sulle calcagna; questi accoccolato per terra, col capo sulle braccia, incrociate sulle ginocchia; quello seduto colle gambe distese e le spalle appoggiate alla parete. Alcuni colla testa reclinata sulle spalle dei vicini; altri coricati sul pavimento.

                D. Bosco contemplava quello spettacolo commoventissimo. Pensare che quei poveri giovanetti erano fuori delle case loro, senza che i parenti si dessero nessuna premura di venirli a cercare, lasciati in piena balía di se stessi, assuefatti prima a girovagare di notte per la città, liberi di commettere qualunque trascorso, e poi avere per legittima conseguenza delle loro azioni la prigione e la galera in questo mondo, e forse la dannazione nell'eternità. Eppure essere adesso così pazienti, perseveranti per poter confessarsi, e là tranquilli, lontani dal pericolo di mal fare.

                Al muoversi di D. Bosco qualcuno sì svegliava, guardavasi attorno e poi sorrideva al sorriso di D. Bosco.

                - Che cosa facciamo qui?

                - Andare a casa non vale più la spesa. Dunque confessiamo.

                - Confessiamoci!

                E si ripigliavano le confessioni. Coloro che si erano svegliati, si accostavano per i primi, lasciando che gli altri [158] dormissero. Venivano poi svegliati un dopo l'altro in modo che avessero tempo di fare ancora un po' di preparazione.

                Intanto spuntava l'alba ed ecco si batteva alla porta replicatamente ed entrava la folla dei giovani che venivano all'Oratorio; la sagrestia era invasa dai nuovi penitenti, e le confessioni continuavano senza interruzione fino alle 9 o alle 10 antimeridiane.

                “Quante volte, ci narrava Buzzetti Giuseppe, vidi Don Bosco in questi anni passare le notti intere ad ascoltare i giovani in confessione, trovandosi al mattino seguente seduto ancora nello stesso confessionale ove erasi posto al tramonto!”.

                Accadde una sera, vigilia di grande solennità, che suonate le dieci vi fosse ancora un bel numero di penitenti da confessare.

                - Andate a dormire, o figliuoli, loro disse D. Bosco; è tardi molto!

                - No, continui a confessare, abbia pazienza: esclamavano i giovani.

                Continuò ma in breve tempo un dopo l'altro tutti si addormentarono. D. Bosco stesso si abbandonò sul braccio, di Gariboldi nell'atto che confessavalo e fu preso dal sonno. Il fanciullo aveva le mani congiunte, tenendo disteso e sporgente l'antibraccio sul banco. Verso le 5 antimeridiane Don Bosco si destò e visti tutti i giovani che adagiati per terra dormivano, si rivolse a Gariboldi che fino allora era stato sveglio, e gli disse: - Omai è tempo che andiamo a riposo. - Ma in così dire gli altri si svegliarono, e D. Bosco a continuare le confessioni.

                Verso le 2 pomeridiane portatosi in cortile vide che Gariboldi aveva il braccio dritto legato al collo e fasciato

                - Che hai fatto, caro Gariboldi, a quel braccio?

                - Oh! niente, rispondeva il giovane; e non voleva dir nulla a D. Bosco. [159] D. Bosco, che lo conosceva per un giovane vispo e ardito, non si acquietò e volle assolutamente sapere che cosa avesse al braccio.

                - Dacchè lo vuote proprio sapere glielo dirò. - E narrogli il fatto. Quel braccio era nero e livido da fare compassione, poichè durante la notte era stato immobile tra l'inginocchiatoio e la testa di D. Bosco, e il giovane, pieno di venerazione per il suo Direttore, non aveva osato destarlo, benchè per quell'indolenzimento soffrisse non poco.

                Di qui si può argomentare quale confidenza i giovani avessero riposta in lui. In qualche domenica, nella quale, egli era andato a predicare fuori di casa, essi venivano a frotte all'Oratorio, e non trovandolo in cappella, andavano da Mamma Margherita: - Dov'è D. Bosco?

                - Non c'è: è andato a Carignano.

                - E dove si passa per andare a Carignano? chiedevano alcuni.

                - Vedete; si va a Moncalieri e poi c'è lo stradone che mena sino là. E che cosa volete da lui?

                - Confessarci!

                - Ma ha lasciato qui un prete che tenga il suo posto.

                - Noi vogliamo D. Bosco. - E si mettevano anche in viaggio come se Carignano fosse allo svolto della porta. Arrivavano a Carignano verso le 11 antimeridiane, polverosi, stanchi, affamati, e subito cercavano ove fosse D. Bosco.

                Appena incontratolo: - Oh, finalmente, caro D. Bosco! Venga ad ascoltarci! Vogliamo confessarci e fare la santa Comunione.

                E siete ancora digiuni? S'intende!

                D. Bosco scendeva in chiesa, e confessatili li comunicava. Intanto egli era in angustia non essendo possibile rimandarli [160] digiuni. I parroci però pieni di carità lo toglievano d'imbarazzo e commossi per quella pietà, allestivano un po' di pranzo. I giovani poi salivano in orchestra e cantavano i vespri, le litanie, il Tantum ergo in musica, che avevano imparato nelle scuole serali. Niuno può credere la meraviglia e' la contentezza dei terrazzani nell'udire quei canti. Quindi rifacevano la lunghissima via per ritornare a casa. Ciò accadde molte volte a Sassi, a Superga e in altri paesi più vicini. Se erano arrivati al mattino in tempo, cantavano eziandio la Messa in musica e alla sera erano fuor di sè dalla gioia quando D. Bosco ritornava in loro compagnia.

                In questi tempi i giovani volevano tutti confessarsi da lui. D. Bosco invitava altri sacerdoti, e fra questi il P. Luigi Dadesso, Oblato di M. V.; ma pochi o nessuno volevano servirsi del loro ministero. Quindi i confessori straordinarii o si presentavano solamente per breve tempo o cessavano d'intervenire. I giovani preferivano che D. Bosco ritardasse l'ora della Messa, quantunque non celebrata regolarmente ad ora rigorosamente fissa, ma sibbene dopo che D. Bosco, il quale doveva dirla, avesse finite le confessioni; e pazientavano digiuni per fare la santa Comunione.

                Così di questo singolare affetto e commovente divozione abbiamo inteso a parlare da moltissimi che divenuti uomini dicevano di D. Bosco: “Egli mi diresse spiritualmente per cinque, otto, dodici anni, e se attualmente sono quel che sono, e per riguardo all'anima e per riguardo alla mia onorevole posizione sociale, devo tutto a lui”.

                Non si può conoscere l'un mille delle vere conversioni che operava la carità di D. Bosco. Ci piace scegliere un fatto di cui noi stessi fummo testimonii. La sagrestia era piena zeppa di fanciulli inginocchiati, e un giovanotto operaio sui diciotto o vent'anni, alto di persona e tarchiato, con un viso [161] serio serio si confessava. Era la prima volta che si avvicinava a D. Bosco. Con voce piuttosto forte, sicchè tutti potevano intendere, prese a narrare le sue miserie le quali non erano nè poche, nè leggiere. Invano D. Bosco lo avvertì di parlar più dimesso, e col fazzoletto bianco cercava di ammortire la sua voce. I compagni più vicini lo toccavano dicendo: “Parla piano!”. Ma egli non badando a nessuno continuava come prima; e senza desistere di quando in quando dava del piede a coloro che lo importunavano. I giovani dovettero, per non udire, turarsi le, orecchie colle dita.

                Ricevuta l'assoluzione, baciò la mano di D. Bosco con tale scoppio di labbra, che fece sorridere più d'uno. Quindi si alzò per ritirarsi, e quando si rivolse, la sua fisionomia aveva un'espressione di pace, di umiltà e di gioia sorprendente. Egli intanto cercava di farsi largo tra quella folla stipata, che da una e dall'altra parte gli andava ripetendo: “Perchè parlar a voce così alta? Hai fatti conoscere a tutti i tuoi peccati”. Il giovanotto si fermò, allargò le braccia e con un candore singolare. “E con questo? esclamò; che importa a me che abbiate udito! Li ho commessi, è vero, ma il Signore mi ha perdonato. Da qui avanti sarò buono. Ecco tutto!” E ritiratosi in disparte s'inginocchiò, e immobile protrasse per una buona mezz'ora il suo ringraziamento.

                D. Bosco stesso ne' tardi suoi anni ricordava con grande piacere i fatti sopra narrati, e diceva a noi che l'ascoltavamo con vivo interesse:

                “Non potete immaginare quanto grande sia il rincrescimento che ora provo di non potermi più intrattenere coi giovani esterni e specialmente coi muratori, tra i quali io poteva fare e, coll'aiuto di Dio, faceva tanto bene. Ancora adesso quando posso conversare qualche tempo con loro, provo la più grande consolazione. Essi allora mi amavano tanto, [162] che qualunque cosa io avessi loro detto, l'avrebbero fatta. Diceva ad alcuno: - Quando verrai a confessarti?

                - Quando vuole: vengo anche tutte le domeniche.

                - No; io desidero solo che tu venga ogni due o tre domeniche.

                - Ebbene; lo farò.

                “Ed io proseguiva: - Perchè vuoi venirti a confessare?

                - Per mettermi in grazia di Dio.

                - È ciò che importa soprattutto; ma solo per questo?

                “E mi rispondeva: - Per farmi del merito.

                - E per altro motivo?

                - Perchè il Signore lo vuole.

                - E per altro?

                “Il giovane non sapeva più che cosa dire. Allora io gli diceva: - E perchè piace a D. Bosco, che è il tuo amico e cerca il tuo bene.

                - A queste parole restavano commossi, mi prendevano la mano, la baciavano e ribaciavano, versando alcune volte lagrime di consolazione. Ciò io diceva per ispirar loro sempre maggior confidenza”.

                Non era l'uomo, ma il sacerdote che loro domandava i cuori per darli a Dio, e a questo fine aveva dettate nel Regolamento dell'Oratorio Festivo le norme pratiche per accostarsi degnamente alle fonti della grazia, Confessione e Comunione[15].

 


CAPO XV. Giorni feriali - Contegno dei giovani fuori dell'Oratorio - Visite alle officine - Il buon cuore di un fanciullo e l'invetriata - Una rissa per amore di D. Bosco. - Gli Spazzacamini - Le suppliche ai signori per soccorsi ai poveri della città - Gli studenti in Valdocco nel giovedì - Conferenze agli impiegati nell'Oratorio - Il ritorno di Don Bosco in Torino dopo una predicazione - Suo Incontro coi giovani nella piazza Emanuele Filiberto.

 

                DON Bosco scorgeva ed amava in ciascuno de' suoi giovani la persona di Gesù C. adolescente, ed era sua cura che risplendessero colla grazia di quel modello divino. E i fanciulli con quell'intuito che direi quasi infallibile, proprio della loro ingenua età, erano certi del suo puro affetto verginale, pronto per loro a qualunque sacrifizio, e di egual animo accoglievano i suoi consigli. Perciò D. Bosco poteva guidarli pure in tutti i momenti dei giorni di lavoro, benchè fossero lontani da lui. Questo era eziandio il frutto delle sue fatiche nelle scuole serali. I suoi allievi avevano presso di sè il Giovane Provveduto, leggendo il quale ricordavano quanto da lui avevano udito nelle prediche.

                “La prima virtù di un giovane è l'obbedienza al padre, e alla madre. Pregate per essi ogni giorno, affinchè Dio loro, conceda ogni bene spirituale e temporale. Dopo le preghiere [166] del mattino recatevi dai vostri genitori per intendere i loro, ordini e non intraprendete cosa alcuna senza il loro consenso. Prestate loro assistenza se ne hanno bisogno, sia per quei servizii domestici di cui siete capaci, e molto più consegnando loro ogni danaro o roba che vi possa per regalo o per mercede venire tra le mani, e farne quell'uso che dai medesimi, vi verrà suggerito. Siate sinceri coi vostri maggiori, non coprendo mai con finzioni i vostri mancamenti, molto meno negandoli. Dite sempre con franchezza la verità; perchè le bugie, oltre all'essere offesa di Dio, ci rendono figli del demonio, principe della menzogna, e fanno sì che conosciuta la verità voi sarete reputati menzogneri, disonorati presso i vostri, superiori e presso i vostri compagni. Un buon figliuolo deve lungo il giorno attendere a quelle cose che riguardano il proprio stato e indirizzare ogni azione al Signore, dicendo: Signore, vi offerisco questo lavoro: dategli la vostra santa benedizione. Prima di prendere il cibo e dopo fate il segno della santa croce, e recitate la vostra breve preghiera. Non abbiate rossore di comparire cristiani anche fuori di chiesa.

                “Lungo il giorno leggete un tratto della vita di qualche santo, p. es. quella di S. Luigi, oppure una delle considerazioni poste in principio di questo libro. Talvolta pensate agli avvisi che il confessore vi diede nell'ultima confessione. Recitate tre volte al giorno la salutazione angelica nelle ore stabilite. Accompagnate il santo Viatico quando è portato agli infermi, e non potendo andare dite un Pater ed Ave. Ripetetelo quando la campana dà il segno di un'agonia, qualora foste impediti di intervenire alla chiesa a pregare pel moribondo Al segno della morte dite tre Requiem aeternam in suffragio di quell'anima che è passata all'eternità. Alla sera recitate la terza parte del Rosario (se non l'avete ancor [167] recitata lungo il giorno) in compagnia dei vostri fratelli e delle vostre sorelle, ma divotamente, nè troppo in fretta, senza appoggiarvi incivilmente sulla tavola o sugli scanni o sedendo sulle calcagna. Dopo le orazioni della sera, fermatevi alcuni istanti a considerare lo stato di vostra coscienza e se vi trovate rei di qualche grave peccato, fate di cuore un atto di contrizione promettendo di confessarvene il più presto possibile”.

                D. Bosco, mentre nel Giovane Provveduto aveva aggiunti a questi altri importantissimi avvisi, perchè tenessero lontano dalla loro anima il peccato quei giovani che abitavano coi genitori, altri consimili ammonimenti, ma più generali, stampava nel Regolamento dell'Oratorio per quelli che non vivevano sotto la tutela di una famiglia[16]. [168]

                Immenso è il bene morale che arrecavano ai giovani le suddette norme, perchè molti vi si attenevano fedelmente, altri non trascuravano almeno le più essenziali; in quanto poi alle pratiche di pietà, se non tutte, era difficile che qualcuna giornalmente non la ricordassero e mandassero ad effetto.

                D. Bosco però nella settimana, essendo in Torino, continuava, come aveva incominciato al Convitto di S. Francesco, a fare or qua or là le sue ispezioni per mantenere i frutti raccolti nella domenica. Uno dei precipui suoi impegni era di visitare i padroni dei giovani dell'Oratorio nelle loro officine o botteghe, specialmente quando poteva dare o ricevere buone notizie degli apprendisti. Tutti riconoscevano in quelli che frequentavano la casa di D. Bosco un evidente miglioramento riguardo ai costumi ed all'istruzione religiosa; e molti capi d'arte si rivolgevano a lui per avere dei garzoni, sapendo per esperienza che erano obbedienti, onesti e laboriosi. Tuttavia egli domandava sempre informazioni sulla loro condotta, e ripetutamente i capi di fabbrica e di negozio gli attestavano la loro soddisfazione, perchè quei giovani, oltre ad essere rispettosi, riuscivano abili nei loro mestieri. E Don Bosco non mancava di dare la lode dovuta a chi se l'era meritata, lode che tornava loro tanto cara che sentivansi stimolati ad essere migliori. Il vedere comparir D. Bosco in un laboratorio era una festa per i capi d'arte e per i garzoni, e quando si congedava lo pregavano a ritornare presto a visitarli. Ed ei li compiaceva e talora conducendo qualche nuovo garzone. Nel percorrere le vie di Torino incontrava sovente poveri fanciulli, che gli chiedevano l'elemosina e non di rado aveva nulla in saccoccia. Allora con belle parole li confortava a sperare nella Provvidenza Divina, esortavali a non viver nell'ozio e a cercarsi lavoro; quindi invitavali a [169] venire nell'Oratorio la Domenica seguente. Egli poi se continuavano ad essere, senza loro colpa, disoccupati, cercava per essi un padrone, al quale caldamente li raccomandava più che non avrebbe fatto un padre amoroso. In queste visite alle officine, che furono continue per anni ed anni, lo accompagnavano più volte D. Giacomelli e il Prof. Can. G. B. Anfossi.

                Ma non solo i giovani dati alle arti, ma eziandio quelli sparsi nei negozii, o nelle piazze gli addimostravano il loro affetto e la loro riconoscenza. Ci terremo paghi di darne qualche saggio.

                Quante volte i Torinesi videro per le contrade sbucare all'improvviso i giovani dalle porte delle case e dei negozii e accalcarsi attorno a lui per baciargli la mano! Ed essi a rimanere commossi per tanta affezione, e ammiravano la grande pazienza dell'uomo di Dio. Il prevosto Teol. Giorda, che fu parroco di Poirino, lo vide un giorno circondato da numerosi giovani, che, per stringerlo amorosamente e festeggiarlo, lo urtavano e spingevano a segno che corse più volte pericolo, di essere gettato a terra. Allora il prevosto alquanto indispettito si avvicinò e rimproverandoli voleva allontanarli; ma D. Bosco dolcemente a dirgli: - Lasciali, lasciali fare.

                Una sera D. Bosco camminando lungo un marciapiede in via Doragrossa, ora chiamata via Garibaldi, passò innanzi all'invetriata di un magnifico fondaco da panni il cui cristallo teneva tutta l'ampiezza della porta. Un buon giovanetto dell'Oratorio, il quale ivi serviva da fattorino, visto D. Bosco, nel primo slancio del suo cuore, senza riflettere che l'invetriata era chiusa, corre per andarlo a riverire; ma dà col capo nel cristallo e lo riduce a pezzi. Al rovinoso cader dei vetri D. Bosco si ferma e apre la vetrata; il fanciullo tutto mortificato gli si fa da presso; il padrone esce di bottega, alza la voce e grida; i passeggieri fanno crocchio. - Che cosa [171] sui 12 o 13 anni. Un lustrascarpe vedendolo: - Oh D.Bosco, esclamò, venga qui da me: voglio lustrarle le scarpe.

                - Ti ringrazio, mio caro, ma ora non ho tempo.

                - Le pulisco in un momento, sa!

                - Un'altra volta; ho premura.

                - Ma io gliele lustro e lei non mi darà niente. È solamente per avere il piacere e l'onore di farle questo, servizio.

                A questo punto un spazzacamino bruscamente l'interruppe. - Lascia un po' andare la gente per la sua strada

                - Oh bella! parlo con chi voglio.

                - Ma non vedi che ha premura?

                - Che cosa c'entri tu? io conosco D. Bosco, sai?

                - Ed io pure lo conosco.

                - Ma io sono suo amico.

                - Ed io pure.

                - Ma io gli voglio più bene di te.

                - No; sono io che gli voglio più bene.

                - Sono io!

                - Sono io!

                - Vuoi tacere sì o no?

                - No, no! Io voglio parlare.

                - Guarda che ti pesto il grugno

                - Tu? fa la prova

                - Sei una bestia

                - Lo sei tu!

                Ed uno si slanciò sull'altro, e incominciarono una tempesta, di pugni e calci. Si presero per i capelli, si gettarono per terra, si rovesciò la cassetta del lustrascarpe, e spazzole e lucido andarono qua e là. D. Bosco si mise in mezzo: - Pace, pace, amici miei, non fate così! [172] A stento furono divisi, ma si guardavano sempre inviperiti uno contro dell'altro:

                - Ti dico e lo sostengo che gli voglio più bene io! Io sono andato a confessarmi.

                - Io pure.

                - A me ha dato una medaglia.

                - A me un libretto!

                - Dica Lei, D. Bosco, non è vero che vuol più bene a me?

                - No, ti dico!….. A me!

                - Ma dica Lei, a chi vuol più bene fra noi due?

                - Ebbene, esclamò D. Bosco: sentite! Voi mi proponete una questione molto difficile. Vedete voi la mia mano? e loro mostrava la destra; vedete voi il mio dito pollice e l'indice? A quale dei due credete voi che io voglia più bene? Lascierei tagliarmi più uno che l'altro?

                - Vuol bene a tutti due!

                - Così io voglio bene a voi due; siete come due dita della mia stessa mano. Nello stesso modo amo tutti gli altri miei giovani... E quindi non voglio che vi battiate; venite con me: non facciamo scene. Sono figure poco belle, queste: venite. E s'incamminò tenendosi vicini i due contendenti. Intorno a lui camminavano gli altri spazzacamini e lustrascarpe, e dietro una piccola folla che erasi radunata a quel battibuglio. Così si andò chiacchierando fino alla basilica dei SS. Maurizio e Lazzaro ove si divisero, e i giovani andarono a sedersi al sole sulla gradinata di quel tempio.

                Lo spazzacamino fu poi ricoverato all'Oratorio, e riuscì un giovane buonissimo e delle più belle speranze. Era della valle d'Aosta. Venne la madre a visitarlo, sentito che il figlio era stato messo a studiare non le parve conveniente, che proseguisse. - Uno spazzacamino prete? esclamava. No, non va! [173] D. Bosco esortolla a lasciare che le cose andassero avanti e poi si sarebbe veduto. La madre accondiscese. Ma il figlio fu preso da un malessere che lo costrinse ad andare a casa, ove morì di una morte da santo.

                - Quanti buoni giovani, diceva D. Bosco, ho trovato fra questi spazzacamini. Era nera la loro faccia, ma tante volte quanto bella la loro anima, quando venivano a confessarsi.

                Verso di essi egli dimostrava una carità tutta particolare. Quando li incontrava, per lo più li soccorreva con qualche elemosina e li invitava sempre a venire a' suoi Oratorii.

                Gli spazzacamini erano in quel tempo l'oggetto delle sue ricerche speciali. Questi piccoli savoiardi scendevano innocenti dalle loro montagne, senza alcuna idea della malizia del mondo, ignari perfin del dialetto. Perciò, non solo avevano bisogno di istruzione religiosa, ma di più era necessario preservarli dal cadere nei lacci di scellerati compagni. Don Bosco riuscì molto bene in questa sua impresa, traendoli a sè, provvedendoli anche del necessario alla vita, sorvegliandoli, e co' suoi avvisi salutari conservandoli buoni. Quante consolazioni gli procurarono questi ingenui figliuoli.

                Continuò egli a durar la fatica di andare in cerca di giovani per l'Oratorio festivo, e specialmente pel catechismo, della quaresima, fino al 1865.

                Mentre così si andava guadagnando i giovanetti poveri, non trascurava di occuparsi degli adulti e delle loro povere famiglie, specialmente nei giorni feriali. Tornato a casa verso mezzogiorno, non erasi ancor levato da mensa, che già prendeva la penna per iscrivere suppliche in favore di quei popolani che si trovavano nell'indigenza. Fu un'opera di carità che sembra di menoma importanza, mentre deve annoverarsi fra le più belle compite da D. Bosco. Finchè ebbero [174] in Torino ferma stanza la Casa Reale e i Ministeri, gli infelici solevano ricorrere a queste Autorità con suppliche per venir sollevati dalle loro miserie. Di ogni specie erano i casi dolorosi e i bisogni urgenti. Senonchè moltissimi poverelli non sapevano scrivere, molti non avevano chi accondiscendesse ad esporre gratuitamente in un foglio le loro domande; e non mancavano persino quelli che non possedevano un soldo per provvedersi carta da rispetto. Perciò un gran numero di costoro accorrevano all'Oratorio, e D. Bosco ascoltava pazientemente i loro mesti racconti e li rimandava soddisfatti. Nei primi cinque o sei anni egli stesso compieva, questo lavoro in sè importunissimo, ma per lui facile e grato. Quando potè destinare più tardi una stanza ad uso di portieria, quivi a certe ore dispose, che un chierico o altra persona idonea, fosse pronta a dare udienza a chi ricorreva e stendesse debitamente la supplica. Ciò stabiliva massime per quei giorni, nei quali egli avrebbe dovuto allontanarsi da Torino. La spesa della carta molte volte sostenevala egli stesso e non si deve credere che, a lungo andare, fosse importo tanto leggiero. Non passava giorno senza che si presentasse più di un supplicante, e ciò dal 1847 fino oltre al 1870. Anche alle più illustri e generose famiglie di Torino, erano indirizzate dimande di soccorso. Furono adunque migliaia e migliaia che vennero in questo modo consolati ottenendo in gran parte il loro intento, e perciò l'Oratorio acquistava nei dintorni una grande popolarità. D. Bosco però a costoro che a lui ricorrevano chiedeva se avessero figli, e in caso affermativo, dati i consigli opportuni pel bene di quelli, si faceva promettere che li avrebbero mandati ai catechismi.

                Egli prendevasi cura altresì di quei giovani i quali, venuti in Torino a perfezionarsi in qualche arte, gli erano stati raccomandati dagli amici di provincia. [175] Carlo Tomatis, ora professore di disegno nella Regia Scuola tecnica di Fossano, nel 1847 studiava pittura e plastica presso il professore Boglioni. Un giorno gli si presenta D. Bosco e, chiestogli il nome, il paese, lo interroga delle condizioni in cui attualmente si trovava. Tomatis gli rispose cortesemente, e quindi interrogò a sua volta: - E lei chi è? - E D. Bosco: - Sono il capo dei biricchini; sto in Valdocco; domenica vienmi a trovare, e ci divertiremo - D. Bosco si era portato a cercar di Tomatis, perchè glielo aveva raccomandato il Teol. Bosco, professore nel Seminario a Fossano. Il buon giovane, nella prima domenica dopo questo incontro, aspettata da lui con viva impazienza, corse in Valdocco, che trovò gremito da una moltitudine, nella massima parte composta d’artigiani, e da quel giorno tutte le feste dell'anno andava a passarle nell'Oratorio con D. Bosco, e talora vi si recava anche nei giorni feriali.

                La prima volta che vi entrò in un giovedì, vide con sorpresa un gran numero di studenti.

                Infatti l'Oratorio era al giovedì il convegno di molti studenti dei collegi di Torino, i quali venivano per intrattenersi con D. Bosco e per farvi un'allegra ricreazione che durava tutto il dopopranzo fino a tarda sera, essendo messi a loro disposizione tutti i giuochi e gli attrezzi di ginnastica. D. Bosco stava sempre in mezzo a loro, e colle stesse sante industrie colle quali traeva al Signore i figli del popolo, conduceva eziandio al bene i giovanetti delle famiglie borghesi; e legavali a sè con eguale affezione. Gran parte di questi li conosceva già prima facendo il catechismo nelle classi civiche, altri erano condotti dai loro compagni.

                Se non spossava le sue forze fisiche come nella domenica, attesa la miglior educazione, ingegno e coltura di questi giovani, tanto maggiore rimaneva la stanchezza della sua [176] mente. Doveva continuamente rispondere a questioni scolastiche o scientifiche e proporre problemi che dovevano essere sciolti nella prossima vacanza.

                Nel congedarli raccomandava loro soprattutto di fuggire l'ozio, di star sempre occupati adempiendo con ogni diligenza i loro lavori scolastici. Ma soggiungeva: “Non intendo per altro che vi occupiate da mattina a sera senza nessun sollievo, perchè io vi voglio bene e vi concedo volentieri e in gran numero tutti quei divertimenti nei quali non vi è peccato. Tuttavia non posso a meno che raccomandarvi tutti, quei trastulli, che, mentre servono di ricreazione cagionandovi diletto, possono recarvi qualche utilità. Tali sono lo studio, della storia, della geografia e delle arti meccaniche e liberali, il canto, il suono, il disegno, ed altri studii e lavori domestici, i quali ricreando possono procurarvi cognizioni utili ed oneste, e contentare i vostri parenti e i vostri superiori. In certi giorni che vi sentite svogliati adornate altarini, aggiustate immagini e quadretti, libri, quaderni.

                “Potete anche divertirvi in giuochi, trattenimenti atti a sollevare e non ad opprimere lo spirito ed il corpo; ma non recatevi mai a questi senza la debita licenza, e qualche volta alzate la mente al Signore offerendo quei trastulli a gloria e onore di Lui. - Oltre a ciò ripeteva sempre: - Frequentate i santi Sacramenti, siate divoti di Maria SS.; abborrite le malvagie letture più che la peste; fuggite dai compagni cattivi più che dal morso di un serpente velenoso”.

                Al giovedì raccoglieva eziandio intorno a sè a conferenza i suoi maestri catechisti ed altri giovani impiegati nell'Oratorio festivo, e letto qualche Capitolo del Regolamento, esortato ciascuno di essi a praticare esattamente gli articoli riguardanti il proprio uffizio, constatato qualche inconveniente al quale bisognava riparare con opportuno rimedio, raccomandava [177] loro di essere sempre i più esemplari e zelanti nelle pratiche di pietà e che quando volevano confessarsi e comunicarsi procurassero di farlo nell'Oratorio, perchè questo contribuiva molto al buon esempio e ad animare gli altri alla frequenza de' Sacramenti. Li esortava, che essendo essi i più istruiti, si facessero a raccontare agli altri degli esempii edificanti nel tempo della ricreazione. Soprattutto loro raccomandava somma riverenza ai Sacerdoti che assistevano all'Oratorio, procurando di chiedere sempre permissione quando dovevano assentarsene. E soleva sovente ripetere: “Qualora udiste o vedeste qualche cosa sconveniente a questo santo luogo, procurate di darne segretamente avviso al Superiore, affinchè egli impedisca quanto possa tornare ad offesa di Dio”.

                Così D. Bosco anche nei giorni feriali non riposava un istante, ma solo cambiava lavoro, e di qualunque genere fosse, come scrivere lettere, opuscoli, confessare, predicare, era sempre pronto; e in qualunque radunanza si facesse, ora a molti, ora a pochi, teneva più volte al giorno qualche discorsetto sulle verità della fede o sulle pratiche della morale cattolica.

                Se recavasi a predicare fuori di Torino, al suo ritorno attendevalo sempre una festosa accoglienza. I giovani dell'Oratorio informandosi dell'ora in cui sarebbe ritornato, andavano ad aspettarlo al ponte di Po o al ponte Mosca. Erano più decine. Appena spuntavano i cavalli dell'omnibus scoppiavano i saluti con un formidabile: Evviva D. Bosco! Tutti gli si lanciavano incontro e circondavano la carrozza. Il carrozziere montava sulle furie, li sgridava, li minacciava colla frusta, dava loro i titoli più sonori, ma riusciva a nulla perchè gli altri continuavano a correre e ad acclamare, e così entravano in Torino. La gente si fermava a vedere [178] quelle turbe di ragazzi allegri e trafelanti, mentre D. Bosco sorridendo li salutava colla mano, chiamandoli per nome. Quando poi la vettura fermavasi, allora i giovani facevano tanto ressa contro lo sportello che i viaggiatori non potevano scendere. Il carrozziere balzato di cassetta correva per far largo, ministrando scappellotti a destra e a sinistra. D. Bosco che era sceso gli diceva: - Poveri figliuoli! Sono i miei amici, sapete!

                - Lei ha di questa fatta di amici? Si vede che non li conosce: sono birbanti, mascalzoni, oziosi. Via di qua!

                Tutti intanto si erano stretti a D. Bosco per baciargli la mano e per accompagnarlo, mentre il carrozziere scrollava le spalle e si allontanava brontolando.

                Ancora un fatto. La sera dei Morti del 1853 i giovani convittori ritornavano dal Camposanto. D. Bosco era rimasto un po' addietro. Quand'ecco tutti i lustrascarpe, i venditori di zolfanelli, gli spazzacamini sparsi in piazza Emanuele Filiberto al vederlo mandano un grido, gli corrono incontro, lo circondano e fanno risuonare l'aria di mille evviva. Don Bosco sorridente erasi fermato. I convittori, arrestato il passo, osservano quella scena commovente. Fra questi vi era il giovanetto Francesia Giovanni. La gente si affollava. Le sentinelle di un quartiere vicino stavano indecise se gridare all'armi. Altri soldati vengono sulla porta. I carabinieri corrono temendo chi sa che cosa; forse qualche ferimento, furto o tumulto. Ma D. Bosco intanto procedeva in mezzo a quel trionfo di nuovo genere, che dimostrava quanto grande fosse l'influenza della Religione sugli animi di quei fanciulli.

 

 


CAPO XVI. Il carnevale nell'Oratorio - Il catechismo nella quaresima - Zelo di D. Bosco nell'andare in cerca di giovani per il catechismo - Incontri spiacevoli e lepidi - Metà quaresima.

 

                NEI CAPITOLI precedenti di questo volume abbiamo esposto il racconto in complesso della missione di D. Bosco per quasi tre lustri: ma ora conviene procedere con ordine cronologico, tanto più che i pubblici avvenimenti intrecciandosi e collegandosi più strettamente colla vita di D. Bosco porranno, accennati in tempo opportuno, chiaramente in mostra qual nobiltà di fine egli si prefiggesse in tutte le sue azioni.

                Il 17 febbraio del 1847 era il giorno delle ceneri, e D. Bosco andava allestendo quanto era necessario per il catechismo quotidiano nella quaresima. Ed i provvedimenti da lui adottati in detto anno, servirono di norma per i continuatori dell'opera sua fino ai giorni nostri; e furono stampati molto tempo dopo nel Regolamento degli Oratorii festivi.

                D. Bosco adunque nella domenica di sessagesima incominciò ad avvertire i giovani che nella domenica seguente e il lunedì e martedì ultimi giorni di carnevale, vi sarebbero stati trattenimenti e giuochi straordinarii che li avrebbero [180] molto divertiti. Era suo disegno toglierli dai baccanali della città, dove avrebbero potuto vedere e udire cose nocevoli alle loro anime, e tenerli lontani dai compagni pericolosi, i quali ogni cosa si credono lecita tra il vortice di una follia universale. I giovani accolsero con plauso quell'invito, e in quei tre giorni invasero l'Oratorio, trovandovi i mezzi per abbandonarsi alla più viva ed innocente allegria, mentre D. Bosco, con distribuzione di regali e con una buona merenda, faceva dimenticare al maggior numero che in Torino vi fossero i tripudii del carnevale. E intanto con varie pratiche di pietà santificavansi le anime, risarcivasi il Signore delle offese che in quel tempo riceveva dal mondo, suffragavansi le Anime sante del Purgatorio. Si fece l'esercizio di buona morte, e dopo il mezzogiorno del martedì D. Bosco e il Teol. Borel tennero in cappella un'istruzione amenissima in forma di dialogo, che destò l'ilarità di quei buoni figliuoli. La benedizione col Santissimo Sacramento, pose termine alle funzioni religiose. Qualche anno dopo D. Bosco volle che si cantassero anche i vespri. Ripigliavasi quindi, e animatissima, la ricreazione fino ad ora tarda. Il giuoco preferito in questo giorno era quello della pignatta. Ad avere un'idea di questo divertimento il lettore s'immagini appesa ad una corda una pignatta con entro frutta, dolci o altri commestibili, e talora piena d'acqua, o di rape e patate, mentre un giovane cogli occhi bendati, con un bastone in mano, circondato dai compagni, gira attorno cercando di colpirla. Ad' ogni istante quale gli grida avanti, quale indietro, chi a destra, chi a sinistra, chi sì, chi no; così che il poverino non sapendo a chi prestar fede, or si ferma, or si avanza, finchè di tante voci facendosi un criterio di maggiore o minore probalità di trovarsi a tiro, si pianta lì, misura attento e poi giù un colpo da orbo. Il più delle volte ci batte a [181] cinquanta metri di distanza dalla pignatta; talora più o meno vicino; di rado colpisce nel segno. Se sbaglia, si ride a sue spese; se indovina, tutti si gettano carponi e si affaccendano ,a chi più coglie della caduta manna, restando pur talvolta bagnati e burlati. A chi colpisce, rimane l'onore della vittoria ed un salametto od un gingillo assicurato. Egli però getta subito il bastone, e si strappa la benda dagli occhi per arraffare qualche altra cosa. Rotta la pignatta, se ne sostituisce un'altra e si rinnova il divertimento. Molte volte negli anni seguenti si formava un fantoccio di paglia, che rappresentava il carnevale, si portava attorno nel cortile sovra una barella improvvisata tra gli schiamazzi dei giovani che andavano alle stelle ; e si finiva col dargli fuoco.

                Il mercoledì delle Ceneri incominciavano ad attuarsi le disposizioni necessarie pel catechismo quaresimale. Desiderando D. Bosco che ogni classe fosse composta di soli dieci o dodici allievi, bisognava che fossero molto numerosi i catechisti, e se questi mancassero, darsi d'attorno per cercarne dei nuovi Per ciascuno di questi si preparava un foglio o un libretto nel quale egli tenesse nota esatta de' suoi alunni e desse ogni giorno il voto di condotta e di profitto. Il disporre i posti e i banchi per le classi era pure un pensiero non indifferente.

                La Domenica prima di quaresima i giovani venivano classificati secondo la relativa loro età e scienza. Era stabilito che se in una classe vi fosse qualcuno già adulto, ma ignorante di religione, lo si dovesse consegnare a D. Bosco, perché potesse fargli impartire un'istruzione adattata. I catechisti S'impegnavano sicchè gli allievi fossero sufficientemente istruiti nei Misteri principali, e in modo speciale sulla Confessione e Comunione, prima che finisse la quaresima. Siccome molti giovani, specialmente gli apprendisti nelle officine e [182] nelle costruzioni, non potevano presentarsi alle rispettive parrocchie in quelle ore nelle quali generalmente insegnavasi la dottrina cristiana in preparazione alla Pasqua, così Don. Bosco aveva preso, con suo grave incomodo, il partito che nel suo Oratorio si facesse il catechismo tutti i giorni feriali, nel pomeriggio dalla mezza sino ad un'ora e mezzo. Per tal guisa i catechizzandi avevano tempo a pranzare, recarsi ali catechismo e trovarsi per tempo nella scuola, nel laboratorio o sulle fabbriche, senza dar motivo a lamenti, nè ai maestri ai padroni.

                Il lunedì dopo detta domenica si incominciavano le istruzioni catechistiche, alle quali per oltre a 30 anni presiedette D. Bosco stesso. Aveva assai del piacevole il modo, che si usava per chiamarvi i giovanetti. Poco dopo il mezzogiorno, sullo stile di S. Francesco di Sales, un fanciullo a ciò deputato, dato di piglio ad un grosso campanello, prendeva, a girare nei dintorni e per le vie principali agitandolo senza compassione; quel suono penetrando nelle vicine case ricordava il dovere del catechismo ai padri ed ai figli, ed era stimolo a, quelli per mandarli, a questi per intervenire. Dopo alcuni minuti era bello il vedere frotte di fanciulli spuntare da tutte parti, farsi attorno al piccolo campanaro, accompagnarlo qua e colà, e al tintinnio aggiungendo il proprio esempio, invitare altri ad unirsi con essi e condurli all'Oratorio. Dopo una mezz'ora questo rigurgitava di giovanetti, che divisi nelle varie classi, assistevano alle lezioni del proprio catechista, con un'attenzione che edificava.

                Intanto fin da questi primi giorni D. Bosco osservava se fra quelli che intervenivano ve ne fossero da cresimare. In tal caso, e quando un Vescovo poteva accondiscendere alla sua, domanda, divideva i cresimandi in due o tre classi e faceva dar loro istruzione a parte sul modo di ricevere questo [183] Sacramento. Desiderava che non più tardi della metà della quaresima fossero cresimati, perchè vi fosse poi tempo a prepararli per la Pasqua. Se mancava il Vescovo, e non era tanto facile averlo, ne riteneva scritti con diligenza i nomi, e rimandava ad altro tempo quella funzione.

                Accorgendosi inoltre che parecchi giovani non potevano partecipare durante il giorno a quelle istruzioni, stabilì per loro comodità e vantaggio il catechismo serale, il che diede origine a quel catechismo, che finiti i lavori del giorno, ora van facendo gli operai cattolici ai giovani apprendisti durante la quaresima.

                Eziandio nelle sere del sabato si faceva la dottrina, ma lasciando comodità di confessarsi a quelli che lo desideravano. Anzi D. Bosco aveva massima cura che i catechizzandi si confessassero almeno una volta ed anche di più nel corso della quaresima, e ciò per evitare gli inconvenienti che sogliono accadere quando si accostano per la confessione pasquale. Così rendeva più facile il compito del confessore, più breve l'accusa del penitente, e con una meno lunga aspettazione non si stancava quella moltitudine che voleva confessarsi.

                Ma D. Bosco non si contentava che molti giovanetti venissero a sè, spontaneamente, ma di più andavane in cerca specialmente nella quaresima. In quei primordii spesse volte fu visto salire su per le scale delle case e dei palazzi in costruzione, passeggiare per i ponti, intrattenersi cogli impresarii e coi capi mastri, e poi chiamare intorno a sè i garzoni muratori per invitarli al catechismo. La gente che passeggiava per i viali pubblici, si fermava per contemplare lo strano spettacolo di un sacerdote lassù così in alto su quegli assi o su quelle scale. Gli uni esclamavano: - È matto quel prete che va lassù? [184] Altri interrogavano: - Chi sarà mai? - Coloro che lo conoscevano dicevano nei crocchi: - Oh! è D. Bosco in cerca di fanciulli.

                Egli andava a far visita ai proprietarii ovvero ai capi delle grandi officine, di cotone, di ferro, di legnami, e li pregava che, nello stesso loro interesse, lasciassero venire i loro apprendisti all'Oratorio pel catechismo. Le sue ragioni erano così convincenti, che non trovavano opposizione od ostacolo: quindi la licenza veniva concessa ben volentieri. I giovani, suonato il mezzodì, andavano a casa, pranzavano in fretta per non perdere un sol momento di istruzione cristiana, correvano in Valdocco attorno a quel prete dal quale sapevano di essere grandemente amati e quindi si trovavano al loro posto sul lavoro nell'ora stabilita. I padroni, vedendo l'entusiasmo dei garzoni e come a vista d'occhio diventassero più morigerati, fedeli, obbedienti, concessero loro una mezz'ora di più per stare fuori dell'opifizio, acciocchè potessero mangiare più riposatamente, e senza ansietà stessero al catechismo.

                Quando D. Bosco incontrava un fanciullo sulla porta di una casa o dovunque, si fermava e interrogavalo: - Come ti chiami?

                - Giacomo, Antonio.

                - Come stai? Stai bene?

                - Io sì!

                - Quanti anni hai?

                - 9, 10, 12.

                - E sei bravo?

                - Il piccolino faceva una smorfia.

                - Hai ancora papà e mamma?

                - Si.

                - C'è nessun altro in casa tua? [185]

                - C'è mio nonno.

                - Hai fratelli e sorelle?

                - Sì! - e ne indicava il numero.

                - Sei più buono tu od essi?

                - Io!

                - E tuo papà e tua mamma stanno bene?

                - Sì! - ovvero: - Mio padre è ammalato.

                - E tuo nonno è ancora giovane?

                - No, è vecchio!

                - Sei buono a farmi una commissione?

                - Sì!

                - Ti ricorderai?

                - Oh, sì!

                - Tornando a casa, dirai a tuo nonno che D. Bosco gli manda il buon giorno; prendi questa medaglia, portala a papà e gli dirai che D. Bosco lo saluta! - E il giovane correva a casa tutto contento di avere una commissione da fare, e il vecchio nonno, il padre, la madre andavano fuor di sè per la contentezza dell'improvviso saluto. Se le medaglie erano per tutta la famiglia, come spesso accadeva, se ne faceva la distribuzione con molto piacere. Quando poi D. Bosco ripassava innanzi alle loro case, venivano tutti fuori per ringraziarlo de' suoi saluti e della sua bontà. E D. Bosco s'intratteneva a parlare con loro, li esortava a mandare i giovanetti al catechismo e diceva al capo di famiglia: - Sabato dovete farmi un piacere.

                - Diavolo! s'immagini! e quale è questo piacere?

                - Mandare la vostra famiglia a confessarsi. La Pasqua si avvicina.

                - Ben volentieri; e ci verrò anch'io, perchè ne ho di bisogno, sa! Sono due anni che non ci sono più stato.

                - Ebbene, venite; aggiusteremo le cose da buoni amici. [186]

                - Ma ne sentirà delle grosse, che non istanno nè in cielo nè in terra!

                - Sono proprio quelle lì che voglio io. - E così, ridendo faceva del gran bene alle anime.

                Queste scene graziose si ripetevano quasi tutti i giorni, ovunque D. Bosco andasse, anche fuori di Torino.

                A certa distanza dall'Oratorio, a ponente e a levante, alcune case racchiudevano un cortile abbastanza vasto. Quivi abitava agglomerata molta poveraglia, e le donne in certe ore si vedevano radunate lavorando e facendo comaratico. D. Bosco compariva sulla soglia della porta e salutandole diceva loro scherzando: - Olà! avete figliuoli da vendere?

                - Oh D. Bosco; non sono merce da negozio i nostri figliuoli!

                - Non per me, ma per il Signore, che li vuole e ve ne darà il premio. Or dunque mandateli al catechismo - E le madri ridevano e promettevano.

                Ma non bisogna credere che D. Bosco andando a raccogliere i giovani facesse opera senza sacrifizio; non tutti si arrendevano al primo suo invito; e chi acconsentiva noi faceva sempre con buon garbo. Doveva trattare con persone grossolane nelle parole e nei modi, qualche volta con gente importuna che si approfittava del momento per chiedere un'elemosina, che non poteasi rifiutare. E poi nelle stanze a pian terreno di tutte quelle case vi erano bettole e bagordi, e quindi non difficili incontri poco piacevoli. Eppure D. Bosco, che aveva un sentire così delicato, con prudente pazienza sopportava, dissimulava il suo disgusto, non faceva rimproveri quando li scorgeva inutili, era con tutti cortese.

                Lasciando da parte i fatti disgustosi ne riporteremo un solo molto lepido. [187]

                Un certo Tes abitava presso l'Oratorio. Costui si ubbriacava quasi tutte le settimane, e in tale stato se incontrava D. Bosco gli si avvicinava, e:

                - Oh D. Bosco! esclamava. Lei è un bravo prete! Oh io Le voglio tanto bene! Si lasci fare un bacio, se lo lasci fare - Ma no! mai più! - diceva D. Bosco schermendosi da quelle carezze.

                - Ma è forse male fare un bacio a Lei che è un prete così buono! Se fosse cattivo... no... ma... Ebbene, so io come fare! Le prometto che domenica vengo a confessarmi da Lei... ma Lei si lasci baciare.

                - Venite come volete; io vi ascolterò volentieri, vi darò una penitenza leggiera... ma ora lasciatemi andare per i fatti miei.

                - Ma non sono mica ubbriaco, sa! E intanto misurava la strada barcollando. Sono un po' male in gamba, perchè ho bevuto un quintino di più - ma sono in pieno possesso delle mie facoltà mentali. E poi, se avessi bevuto di quel cattivo, pazienza, ma era di quel buono, proprio buono! e vinum bonum laetificat cor hominis. - E così dicendo, gli metteva le mani sulle spalle. E D. Bosco con tutta calma a stento riusciva a staccarlo da sè, guardandosi però bene da ogni sorriso che indicasse disprezzo, o parola che potesse essere presa in mala parte. Schivava, come egli disse, di cagionare antipatie le quali in vita e anche in punto di morte fanno talora respingere un sacerdote. Egli infatti era chiamato sovente ad assistere i moribondi nei dintorni.

                Questo brav’uomo però non andava mai a confessarsi, e la dimane tutto serio incontrando D. Bosco più non faceva motto della sua promessa.

                Così si appressava la metà quaresima, e le classi dei catechizzandi occupavano ogni spazio dell'Oratorio. Ma in [188] tale giovedì D. Bosco dovette risolversi a non radunare i giovani per evitare certi scherzi che erano cagione di risse e di scandalo. Il popolano, attaccato ad antiche usanze, si prendeva in questo giorno un gusto matto di mandare una sega a qualche amico o farla chiedere a questi da qualche semplicione, o eziandio da qualche furbo che non avvertiva il giorno e lo scherzo, e questi era poi accolto dai burloni, con battimani e grida poco piacevoli. Altri tagliavano un foglio di carta in forma di sega e la appiccicavano dietro alle spalle sul vestito di un compagno e gli facevano gazzarra attorno. Ora siccome non tutti prendevano in buona parte il giuoco e i burlati si indispettivano, non rare volte succedevano scene disgustose. Non potendosi sradicare queste usanze in sè innocenti e non volendo D. Bosco proibirle, pensò essere miglior partito concedere vacanza.

 

 


CAPO XVII. L'Oratorio scuola di rispetto - Nuove rimostranze dei parroci - L'esame di catechismo - Le promozioni alla prima Comunione - Lettera dell'Arcivescovo e la nuova parrocchia dei fanciulli abbandonati - Erezione della Via Crucis in Valdocco - La Pasqua - Premii e lotteria - Sempre nuovi giovani al catechismo.

 

                L’ORATORIO di S. Francesco di Sales era una scuola di rispetto e di obbedienza verso tutti coloro che sulla terra rappresentano l'autorità del Signore. D. Bosco aveva scritto a chiare note nella sua prima, edizione del Giovane Provveduto questi moniti a' suoi giovanetti: “Obbedite ad ogni vostro superiore Ecclesiastico o secolare, come altresì ai vostri maestri, ricevendo volentieri con umiltà e rispetto tutti i loro insegnamenti, consigli e correzioni, tenendo per certo che ogni cosa si fa per vostro vantaggio... Vi raccomando un sommo rispetto ai sacerdoti; scopritevi il capo, in segno di riverenza quando parlate con essi o li incontrate per le strade e baciate loro ossequiosamente la mano. Guardatevi principalmente dal disprezzarli con fatti o con parole... Chi non rispetta i sacri ministri, deve temere un gran castigo dal Signore”. [190]

                E a coloro che più non intervenivano all'Oratorio inculcava: “Vi raccomando di fare ogni possibile per intervenire alle vostre parrocchie per l'adempimento dei doveri da buon cristiano, essendo il vostro Curato in modo particolare destinato da Dio ad aver cura dell'anima vostra”.

                E nelle edizioni seguenti di quest'aureo libro, spiegando sempre meglio le sue intenzioni, esortando i giovani più adulti a frequentare i Sacramenti nelle Congregazioni e negli Oratorii, aggiungeva: “Eccettuate per altro la Comunione Pasquale, che si deve fare alla propria parrocchia; anzi, quando ne avete la comodità, procurate parimenti di accostarvi ai Santi Sacramenti nella stessa vostra chiesa parrocchiale pel buon esempio altrui”. E ciò applicava eziandio alle comunioni nei giorni feriali.

                I parroci di Torino non ignoravano in qual modo Don Bosco educasse i suoi giovani, e mentre ne constatavano gli effetti per il maggior rispetto e deferenza che questi, incontrandoli, loro dimostravano, ne erano a lui grati. Ma benchè gli fossero tutti personalmente amici, alcuni non avevano cessato di riguardare l'Oratorio come un contro altare innalzato di fronte alle loro chiese. E in quest'anno ne muovevano nuove rimostranze all'Arcivescovo. Infatti non si trattava più di un semplice catechismo fatto nelle sole Domeniche in luoghi ristretti, ma di un vero e solenne catechismo quaresimale, mentre questo tenevasi contemporaneamente in tutte le parrocchie della città. E in Valdocco si radunavano tanti catechizzandi quanti non ve n'erano nella maggior parte delle chiese di Torino, computati insieme. “A chi spetta, dicevano, l'ufficio d'insegnare? A chi il dovere di riconoscere con un esame se un giovane è istruito abbastanza nella dottrina cristiana e se merita di essere promosso alla Comunione o per sempre o per un tempo determinato? Non è diritto riconosciuto nei [191] parroci di comunicare per la prima volta i loro fedeli? Come si potrà conoscere chi ha soddisfatto all'obbligo pasquale e chi no?” E qualcuno aggiungeva, che per troncare ogni questione, non sarebbe stato cattivo consiglio che D. Bosco fosse destinato a Viceparroco in qualche paese di montagna.

                D. Bosco ripeteva loro che la maggioranza de' suoi giovani non apparteneva alla popolazione stabile della città, e che in quanto agli altri i parenti non si curavano di mandarli alla parrocchia; ma non gli venne fatto di persuaderli, quei buoni sacerdoti.

                Allora invitò il parroco del Carmine, Teol. Dellaporta a venire nell'Oratorio, perchè rilevasse in persona la verità di sue asserzioni. Venne, si mise in mezzo ai giovani e loro incominciò a chiedere a quale parrocchia appartenessero: - Io - rispondeva uno - sono di S. Biagio.

                - E dov'è questa parrocchia?

                - A Biella!

                - E tu? - chiedeva ad un altro.

                - Io sono di Santa Filomena.

                - Ma dov'è questo borgo?

                - Sul Lago di Como.

                - E tu? - ad un terzo.

                - Di Santa Zita.

                - Santa Zita?

                - Sissignore, presso Genova.

                - Io a S. Eusebio di Vercelli - E così in varii modi molti risposero che erano di Novara, di Novi, di Nizza e di altre città e villaggi.

                - Ma qui a Torino dove abitate?

                Alcuni sapevano dire il nome della via e il numero della porta, ma non conoscevano quale fosse la parrocchia sotto cui era la loro abitazione; altri avean cambiato più volte [192] domicilio in pochi mesi seguendo un loro capo squadra; altri dormivano alla ventura cercando un rifugio notte per notte. Chi non era più co' parenti, chi li aveva perduti, e chi non avevali mai conosciuti. - Il Teol. Dellaporta, persuaso da quelle risposte, riconobbe il gran bene che faceva D. Bosco, essendo i giovani da lui raccolti veramente gli abbandonati, dagli altri.

                Anche D. Gattino parroco di Borgo Dora, sotto la cui giurisdizione era la casa Pinardi, si recò un giorno a parlare con D. Bosco, e dopo aver visitato l'Oratorio e le classi gli disse: - Tutto va bene, ma non so come Lei potrà continuare la sua opera qualora il parere dei parroci Le fosse contrario. Io però Le prometto, nella prima radunanza nostra del collegio, di prendere le sue difese per quanto mi sarà possibile.

                La ringrazio, replicò D. Bosco, ma capirà che la questione non si può sciogliere come essi desiderano. Io non ho nessuna difficoltà di dire a tutti questi giovani che prima s'informino quale sia la loro parrocchia attuale e là vadano a, prepararsi per la Pasqua. Ma vorranno essi abbandonai, l'Oratorio? E se io li congedassi, vi andranno o non piuttosto si sbanderanno in mezzo alle strade o per i prati? E chi li andrà a raccogliere? E se facessero qualche monelleria chi sentirassi in grado di trattenerli?

                - Non ha torto, osservò D. Gattino... ma pure... vedremo.

                Venne eziandio Padre Serafino da Gassino Curato di N. S. degli Angioli, il quale avendo conosciuto tra i giovani più d'uno che sapeva della sua giurisdizione, ne fece osservazione a D. Bosco, il quale rispose: - Ma io non ho difficoltà di congedarli anche tutti, questi giovani; trovino essi il modo di prenderne cura. Basta una parola dell'Arcivescovo, ed io [193] lascio tutto, e me ne ritorno a Castelnuovo ove non avrò tanti fastidii.

                - Avrei un progetto che, mi sembra, accomoderebbe bene la cosa, disse il nuovo venuto. Non potrebbe in questo tempo di quaresima condurre alla mia parrocchia i giovani che mi appartengono e quanti altri non hanno domicilio fisso? Presso di me non potrebbero compiere il dovere pasquale? Io Le assegnerò un confessionale nella mia chiesa e là potrà fare tutto il bene che le piace.

                - La cosa pare spiccia, osservò D. Bosco; ma in questo caso non dovrei dare la preferenza al mio Curato di S. Simone e Giuda? Se, io vengo nella sua chiesa, Lei permetterà che vengano i giovani delle altre parrocchie, i quali non vorranno certamente distaccarsi da me? Sarebbe suscitare più viva ancora la stessa questione tra i parroci! E se vengono tutti i miei settecento e più giovani, dove li metteremo? E se Lei escludesse quelli che non sono della sua parrocchia, potrei io permettere che rimangano abbandonati? E osservi ancora, mio caro signor Curato, un punto degno di riflessione, se non altro in teoria: io dovrei diventare suo viceparroco?

                - Ha ragione, concluse il parroco di N. Signora degli Angeli, la questione non è così piana come sembravami a prima vista. Basta... ne parleremo ancora... Vedremo che cosa deciderà il nostro Collegio.

                Comparve in ultimo il curato di S. Agostino Teol. Ponzati il quale più degli altri era fermo nel sostenere il suo diritto per il catechismo e la Pasqua. Discusse lungamente con D. Bosco, il quale arrecò ogni fatta di ragioni, ma sempre dicendosi pronto a cedere, solo che così volessero i suoi Superiori Ecclesiastici. La calma di D. Bosco e l'ineluttabile forza de' suoi ragionamenti impacciarono il suo oppositore, [194] il quale però nel congedarsi concluse: - Comunque decida il Collegio dei parroci, intendo riservare a me il diritto di dare l'esame per la promozione alla prima Comunione.

                D. Bosco gli fece notare che si trattava di un centinaio di giovani ogni anno; ma il buon parroco replicò la sua conclusione in tono perentorio.

                Giunta intanto la settimana di Passione, D. Bosco ordinava che ogni catechista esaminasse i proprii allievi, li dichiarasse promossi alla santa Comunione se li trovava idonei e ne desse a lui il voto per metterlo in un registro a parte. D. Bosco stesso e altri sacerdoti presiedevano a quell'esame.

                Ma i giovani della parrocchia di S. Agostino li mandò al loro Curato.

                Il parroco, vista quella turba: - Che cosa volete da me? disse loro un po' brusco.

                - L'esame di catechismo per la prima Comunione.

                - Tornate altra volta: ora non ho tempo. - E quei giovani sì restituirono all'Oratorio dicendo: - L'esame non ce l'ha voluto dare.

                - Ma, osservò D. Bosco, gli avete detto che sono io che vi mandavo?

                - Questo no!

                - Ebbene, ritornate e pregatelo in mio nome che abbia la bontà di esaminarvi.

                I giovani rifecero i loro passi. Invece del parroco trovarono in sagrestia un addetto alla chiesa, e ripeterono la domanda in nome di D. Bosco. Il sagrestano li squadrò da capo, a piedi. Erano tutti adulti e alcuni avevano la barba. - Come! esclamò con ironia: Mi meraviglio! Avete ancor da fare la prima Comunione? Oh i piccolini! Avete aspettato abbastanza a quel che pare! Non c'è male! - E proseguiva di questo tenore. [195] I poveri giovani, che avevano fatto uno sforzo per assoggettarsi a prendere quell'esame, ritornarono da D. Bosco confusi, umiliati, protestando di non voler più saperne di esame. D. Bosco allora si presentò all'Arcivescovo esponendogli lo stato delle cose, e Monsignore, preso tempo a riflettere, gli promise di fargli conoscere per lettera le sue decisioni. Intanto D. Bosco, sul finire della settimana di Passione, annunziò nell'Oratorio, che nella Settimana Santa sarebbesi incominciato un triduo di prediche, in quel giorno e in quell'ora che egli giudicò di maggiore comodità a' suoi giovanetti. La voce di D. Bosco, del Teol. Borel e di altri santi preti non cessò di infervorare in questa Settimana per anni ed anni le turbe, che si preparavano a ricevere degnamente il pane Eucaristico.

                Ma essendo straordinario oltre ogni credere il numero degli accorrenti al tribunale di penitenza, D. Bosco assegnò loro alcuni giorni distinti per l'adempimento dei doveri religiosi. Il Lunedì santo al mattino incominciavano le confessioni dei più piccoli non ancora promossi alla santa Comunione; questi raccomandava ai confessori da lui invitati perchè li trattassero con molta pazienza e carità, ispirassero loro grande confidenza per ottenere un'accusa sincera, infondessero nei loro cuori un santo orrore al peccato, essendo essi pur troppo capaci di offendere Iddio, facessero loro concepire dolore dei loro falli, e per quanto era possibile non li rimandassero senza assoluzione.

                Per quelli che dovevano comunicarsi la prima volta, se fossero stati motti, aveva fissato un giorno distinto per loro soli. Non badava all'età, o a certe consuetudini; ma quando sapevano distinguere tra pane e pane ed erano sufficiente mente preparati, li mandava alla sacra Mensa. Aveva grande premura che Gesù prendesse per tempo possesso dei loro [195] I poveri giovani, che avevano fatto uno sforzo per assoggettarsi a prendere quell'esame, ritornarono da D. Bosco confusi, umiliati, protestando di non voler più saperne di esame. D. Bosco allora si presentò all'Arcivescovo esponendogli lo stato delle cose, e Monsignore, preso tempo a riflettere, gli promise di fargli conoscere per lettera le sue decisioni. Intanto D. Bosco, sul finire della settimana di Passione, annunziò nell'Oratorio, che nella Settimana Santa sarebbesi incominciato un triduo di prediche, in quel giorno e in quell'ora che egli giudicò di maggiore comodità a' suoi giovanetti. La voce di D. Bosco, del Teol. Borel e di altri santi preti non cessò di infervorare in questa Settimana per anni ed anni le turbe, che si preparavano a ricevere degnamente il pane Eucaristico.

                Ma essendo straordinario oltre ogni credere il numero degli accorrenti al tribunale di penitenza, D. Bosco assegnò loro alcuni giorni distinti per l'adempimento dei doveri religiosi. Il Lunedì santo al mattino incominciavano le confessioni dei più piccoli non ancora promossi alla santa Comunione; questi raccomandava ai confessori da lui invitati perchè li trattassero con molta pazienza e carità, ispirassero loro grande confidenza per ottenere un'accusa sincera, infondessero nei loro cuori un santo orrore al peccato, essendo essi pur troppo capaci di offendere Iddio, facessero loro concepire dolore dei loro falli, e per quanto era possibile non li rimandassero senza assoluzione.

                Per quelli che dovevano comunicarsi la prima volta, se fossero stati motti, aveva fissato un giorno distinto per loro soli. Non badava all'età, o a certe consuetudini; ma quando sapevano distinguere tra pane e pane ed erano sufficiente mente preparati, li mandava alla sacra Mensa. Aveva grande premura che Gesù prendesse per tempo possesso dei loro [196] cuori. Non trascurava in certi casi di seguire l'usanza diocesana di promuoverli alla comunione per una sola volta, o per tre o quattro in quell'anno, ed eziandio secondo la licenza che dietro domanda sarebbe loro accordata. Questa pratica aveva per fine di costringere i giovani, se volevano essere promossi per sempre, ad assistere ai catechismi quaresimali ancora per qualche anno, poichè senza questa riserva certuni non li avrebbero più frequentati.

                D. Bosco però era solito a promuovere per sempre, non solo quelli che erano bene istruiti nelle verità della fede nel tempo pasquale, ma eziandio in qualunque tempo dell'anno, anche senza speciali solennità.

                Intanto Mons. Fransoni premuroso di sciogliere D. Bosco da' suoi impicci, così gli scriveva nel Mercoledì santo:

 

30 Marzo 1847.

 

                                Molto Rev. Signor Padrone Oss.mo,

 

                Fatto maturamente riflesso a quanto V. S. M. R. mi accennava l'altro giorno, mi sono determinato ad autorizzarla come in virtù della presente l'autorizzo, ad istruire ed ammettere alla prima Comunione quei giovani che intervengono alla sua pia istituzione. Ad oggetto poi che i rispettivi signori parroci dalla cui giurisdizione dipenderebbero tali giovani possano conoscerli, converrà che loro partecipi aver Ella, con mia speciale delegazione esaminato ed ammesso alla prima Comunione i tali e tali, indicandone i nomi, ed aver essi soddisfatto in virtù della medesima al pasquale precetto nella, Cappella destinata pei medesimi.

                Nel soggiungerle poi che la suddetta delegazione s'intende estesa anche all'ammettere i medesimi al sacramento [197] della Cresima, con munirli del relativo consueto biglietto, mi rinnovo coi sensi della più perfetta stima.

 

                Di V. S. M. R.

 

D. O. S.

LUIGI Arcivescovo

 

                Torino, Sig. D. Giovanni Melchiorre Bosco.

 

                Con questo formale decreto era tolto ai parroci qualsiasi futuro pretesto a rimostranze, le quali però non si potevano - dire ingiustificabili, se l'Arcivescovo non avesse dichiarata la sua volontà.

                Mons. Fransoni diceva loro: - Le Cappelle degli Oratorii saranno le parrocchie di que' fanciulli che le frequentano. - E adducendo la ragione delle sue concessioni a D. Bosco, aggiungeva: - Stante la circostanza che molti giovani sono forestieri e che gli altri tutti sono per natura volubili ed incostanti, senza gli Oratorii che in bel modo ve li attirino, molti non andrebbero in chiesa, e così crescerebbero ignoranti e discoli. - I parroci si arresero senza esitare alla sua decisione, e D. Bosco compiacevasi di chiamar l'Oratorio

                “La parrocchia dei fanciulli abbandonati”.

                Se la lettera dell'Arcivescovo consolava D. Bosco, aveva eziandio data maggior lena a' suoi catechisti, i quali non risparmiavano fatiche e premure perchè i figli del popolo si apparecchiassero ai santi Sacramenti colle migliori disposizioni, ascoltassero attenti il triduo di prediche, che incominciava il Giovedì santo nell'ora stessa consacrata prima al catechismo, e mettessero in pratica i brevi, ma caldi avvisi che D. Bosco loro andava suggerendo di quando in quando.

                In questi giovani catechisti poi si trasfondeva lo zelo e lo spirito di D. Bosco, poichè quantunque non facessero vita [198] comune con lui, or l'uno or l'altro stavano sempre al suo fianco dal mattino alla sera, studiavano ogni suo passo, erano edificati da' suoi esempii, lo imitavano anche in quegli atti, di pietà che sembravano di minore importanza.

                E qui mi si consenta a proposito una digressione.

                Lo spirito religioso di D. Bosco si manifestava continuamente eziandio nel rispetto, nell'amore e nella stima per tutti quegli atti di culto e pratiche di pietà che la Chiesa senza imporre approva, promuove e raccomanda. Tali sono l'uso dei sacramentali, l'assistenza alle funzioni di chiesa, la recita in comune del rosario, l'aggregarsi a pii sodalizii, la recita dell'Angelus, la benedizione della tavola, l'esercizio della Via Crucis. Riguardo a quest'ultima, vivissima era la sua divozione verso i misteri della passione e morte di Gesù Cristo. Ne meditava con affetto i dolori, e discorrendone, si commoveva così che le parole gli venivano meno e muoveva gli uditori al pianto. Raccomandava a tutti i suoi dipendenti questa tenera divozione, e sapeva parlarne in modo tenerissimo al tribunale di penitenza.

                Egli perciò aveva fin dall'anno antecedente presentata all'Arcivescovo la seguente supplica, scritta dal Teol. Borel.

 

                               “Eccellenza Reverendissima,

 

                I sacerdoti applicati all'istruzione dei giovani dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, recentemente aperto in Valdocco, fuori di questa Capitale, affine di accendere vieppiù la pietà ne’ giovani accorrenti in grande numero, bramerebbero di erigervi la santa pratica della Via Crucis; osano perciò ricorrere rispettosamente alla Pastorale cura di V. E. Reverendissima. [199] Supplicandola umilmente a volersi degnare di accordar loro questo favore e delegare chi Ella giudica per la erezione della medesima....

                Che della grazia”.

 

                L'11 Novembre 1846 era stata concessa l'implorata erezione della Via Crucis colla clausula che ne avesse incarico alcun religioso sacerdote della famiglia minoritica, deputato dal proprio superiore: salvi i diritti Arcivescovili e parrocchiali. La concessione era firmata dal Can. Celestino Fissore Provicario generale e dal Teol. Gattino Curato. La firma del proprietario Francesco Pinardi attestava il suo consenso. Il 1° Aprile Fr. Antonio dell'Ordine dei Minori Osservanti di S. Francesco, Guardiano del Convento di S. Tommaso in Torino, deputava il Padre Buonagrazia, predicatore e confessore approvato dall'Ordinario, ad erigere le sopraddette stazioni. D. Bosco aveva comprati i quattordici quadretti colle rispettive croci, sborsandone 12 lire. La sua povertà non gli aveva permesso una spesa maggiore.

                Il medesimo 1° Aprile, Giovedì santo, con solennità, alla presenza dei molti giovani, il Padre Buonagrazia, seguendo le forme prescritte dalla Sacra Congregazione delle Indulgenze, benedisse i quadri colle croci, e portati in processione attorno alla cappella furono appesi ai posti designati. Ad ogni quadro che si collocava commemoravasi la stazione da quello rappresentata, e per la prima volta si eseguì il breve modo per praticare la Via Crucis stampato nel Giovane Provveduto. Vi furono dei canti ed il francescano pronunciò qualche fervorino. Nel Venerdì santo D. Bosco volle che fosse ripetuto questo esercizio di pietà, arricchito dai Sommi Pontefici da indulgenze senza numero. Si poteva trovar mezzo [200] più efficace per far conoscere l'amore infinito che Gesù porta agli uomini, ed il dovere che questi hanno di corrispondervi?

                Compresi da questo pensiero i giovani dell'Oratorio, tutti artigiani, la Domenica di Risurrezione fecero la Pasqua. Benchè D. Bosco avesse loro data tutta la comodità e libertà necessaria per confessarsi invitando altri sacerdoti, più centinaia solo a lui vollero confidare i segreti della loro coscienza.

                Con tale festa, rallegrata da quanto D. Bosco poteva disporre perchè i suoi giovani fossero pienamente contenti, non finivano ancora le sue occupazioni pasquali.

                Nella Domenica in Albis ebbe luogo la solenne distribuzione dei premii a quelli che colla loro frequenza e buona condotta si erano segnalati nell'intervenire al catechismo in tempo di quaresima. Erano presenti molti invitati, perchè D. Bosco volle che la premiazione rivestisse il più solenne aspetto che fosse possibile, ed ebbe parole di lode e di incoraggiamento per quei bravi figliuoli, con promesse da parte del Signore di altri premii ben più ricchi e consolanti.

                Nella seconda Domenica dopo la Pasqua, 18 Aprile, si fece la lotteria per coloro che avevano frequentato nell'anno l'Oratorio Festivo. Questo ordine di cose in preparazione e chiusa del tempo pasquale si mantenne negli anni successivi e fino ancora ai presenti.

                Terminate le feste, D. Bosco riordinava subito le classi pel catechismo domenicale. In queste settimane in fatti giungevano in Torino molti giovanetti forestieri per imparare un mestiere, o per lavorare come braccianti. Di costoro un bel numero sarebbe venuto all'Oratorio e bisognava quindi mutar di posto in chiesa quelli che erano stati promossi alla santa Comunione, formandone classi a parte.

                Questa classificazione però non poteva mantenersi per molti mesi, e D. Bosco nei primi giorni di Novembre riordinò [201] le sue squadre. La maggior parte dei giovani muratori, essendo interrotti i lavori di costruzione, ritornavano ai loro paesi, e molti giovanetti montanari scendevano in città o soli o con qualche parente, per guadagnarsi un pane che era troppo scarso tra le nevi dei loro villaggi. Gli uni si davano all'accattonaggio, gli altri facevano il mestiere dell'arrotino, o vendevano lavoretti in legno; i più erano spazzacamini. Invitati da D. Bosco, spinti dagli amici, prendevano nell'Oratorio il posto di quelli che erano partiti; e con essi non pochi loro coetanei torinesi, i quali, finite le divagazioni della bella stagione, si rifugiavano in un luogo simpatico pei loro sollazzi.

                Più tardi si aggiunsero altri figli del popolo, che frequentavano le scuole elementari, ed erano così numerosi, che sul principio dell'autunno D. Bosco dovette formare di essi una categoria distinta da quella degli altri giovani operai.

                Così più volte all'anno si rinnovavano in gran parte le turbe giovanili intorno a D. Bosco, con quanta sua fatica e con quanto vantaggio delle loro anime a voi l'immaginare.

 

 


CAPO XVIII. Necessità di un ospizio - Un crocchio di monelli - Tentativo fallito - Il primo giovine ospitato - Il primo sermoncino avanti il riposo - Il primo letto e il primo dormitorio - Umile ed oscuro principio e benedizione di Dio - Il pianto di un orfanello.

 

                FINO a questo punto D. Bosco, in Valdocco, erasi occupato quasi esclusivamente ad organizzare i mezzi per far rifiorire l'istruzione religiosa coi catechismi e la letteraria colle scuole domenicali, serali e diurne, e per eccitare alla virtù i giovanetti con acconce pratiche di pietà. Ma un altro bisogno sentivasi pur grande assai. La quotidiana esperienza faceva toccare con mano a D. Bosco che per giovare efficacemente a un certo numero di giovanetti non bastavano le scuole e le radunanze festive, ma era d'uopo fondare un caritatevole ospizio.

                Molti di loro, e torinesi e forestieri, mostravansi pieni di buona volontà di darsi ad una vita morigerata e laboriosa; ma, invitati a principiarla o a proseguirla, solevano rispondere che non avevano nè pane nè abiti nè casa onde ripararsi; ed erano talora costretti ad una vita così stentata, ed alloggiare in siti così pericolosi, da far dimenticare in un giorno o in una notte i buoni proponimenti di una [203] settimana intera. Difatti la maggior parte di essi, o accettati o intrusi, passavano le notti nelle stalle, nelle rimesse e nei pagliai; o a cielo scoperto, sulla nuda terra e sulle panche dei viali pubblici; ora rannicchiati sotto i portici dei palazzi, dietro una porta trovata aperta, o in un sottoscala. Alcuni di questi poveretti erano perfino impediti di venire la Domenica all'Oratorio, perchè obbligati a procurarsi con fatica il pane giornaliero. D. Bosco cercava soccorrerli il meglio che poteva: dava pare e minestra ai più affamati, mamma Margherita raccomodava o rammendava i brandelli dei loro abiti già troppo usati; ma che potevasi fare di più? D. Bosco mentre li compiangeva nel veder lì così derelitti più volte fu udito esclamare: - Mi fanno tanta pena questi poveri giovani, che se fosse possibile darci loro il mio cuore in tanti pezzi! - Egli pertanto ed il Teologo Borel da qualche tempo studiavano il modo di riuscire nella costruzione di un piccolo ospizio. Avevano gettato un motto al Sig. Pinardi per conoscere a qual prezzo avrebbe venduta la sua casa, ma la risposta era stata: - Ottantamila lire!

                D. Bosco non aveva replicato, ma nella sua mente incominciò a colorire un vastissimo disegno, con quella fortezza d'animo che forse nessuno de' suoi contemporanei potè superare, e così che prima di morire potè vederlo compiuta a tenore dello scopo che sì era proposto. Una potenza misteriosa lo spingeva sempre avanti. Quindi, benchè privo di beni di fortuna, risolvette di mettersi all'opera, dicendo: - Cominciamo; i mezzi verranno. - Prevedeva con certezza che si preparavano tempi di grandi calamità, ma sapeva eziandio che “chi bada ai venti, non semina, e chi fa attenzione alle nuvole, non mieterà”[17]. [204]

                Senz'altro preparò un ripostiglio per alloggiare di notte i giovanetti che avrebbe conosciuti più bisognosi di quella carità. Il ripostiglio era un fienile presso all'Oratorio stesso, e provvide una certa quantità di paglia, alcune lenzuola e coperte, e in mancanza di queste un sacco entro cui ravvolgersi alla meglio. Non potè fare altrimenti, perchè non disponeva ancora di tutte le camere. Ma in sul bel principio questa sua paterna sollecitudine fu assai male ricompensata. Eccone il fatto.

                Una sera di Aprile del 1847 D. Bosco, essendosi dovuto fermare più a lungo in città presso un malato, veniva a casa tardi passando pei prati, detti in allora i prati di cittadella, coperti oggidì di superbi palazzi. Quando egli fu presso ai quartieri sulla via di Dora Grossa (ora via Garibaldi) e a principio del Corso Valdocco, eccoti un crocchio di circa 20 giovinastri dal primo pelo, ignari ancora di Don Bosco e dell'Oratorio, i quali, scorto un prete che veniva alla loro volta, cominciarono a gettare frizzi poco gentili. - I preti sono tutti avari, diceva uno. - Sono superbi ed intolleranti, soggiungeva un altro. - Facciamone la prova con quello là, gridò un terzo; e via dicendo.

                A queste voci poco lusinghiere D. Bosco aveva preso a rallentare il passo; egli avrebbe voluto evitare quel circolo, ma accortosi che non era più in tempo, tirò innanzi, e vi s'introdusse coraggiosamente. Non dandosi per inteso di averli uditi:

                - Buona sera, cari amici, disse loro: come state?

                - Poco bene, signor Teologo, rispose il più audace; abbiamo sete, e non abbiam quattrini; ci paghi Lei una pinta[18]. [205]

                - Sì, sì, ci paghi una pinta, signor Abate, gridarono tutti gli altri con isquarciata voce: una pinta, una pinta, altrimenti non lo lasciamo più andare. - In così dicendo lo accerchiarono siffattamente, che era impossibile dare un passo.

                - Ben volentieri, disse allora il buon prete, ben volentieri io ve la pago; anzi, stante il numero in che siete, ve ne pagherò anche due; ma voglio bere anch'io con voi.

                - Si figuri! signor Teologo, s'intende. Oh! che buon prete è Lei! Oh! se tutti fossero così. Andiamo adunque, andiamo all'albergo delle Alpi qui vicino.

                E a D. Bosco fu giuocoforza accompagnarsi con quei disgraziati, e per evitare maggiori guai, e per vedere se mai gli riuscisse di far loro qualche bene all'anima.

                Ognuno può immaginarsi che spettacolo fosse quello! Un prete in un albergo, cinto da cotale corona! All'entrare tutti fecero tanto di occhi; ma quanti si trovavano colà presenti, non tardarono a sapere chi fosse quel prete, e perchè vi fosse, e niuno ne prese scandalo.

                Chiamato l'oste, D. Bosco mantenne la data parola, e fece portare una e poi un'altra bottiglia ancora. Quando vide i suoi monelli alquanto esilarati, e fattisi più mansueti e benevoli, egli disse loro: - Ora voi dovete farmi un piacere.

                - Dica, dica, signor D. Bosco (aveva già loro manifestato il proprio nome), dica pure, non solo un piacere, ma due, ma tre gliene faremo, perchè d'ora innanzi vogliamo essere suoi amici.

                - Se volete essere miei amici, voi dovete farmi il piacere di non più bestemmiare il nome di Dio e di Gesù Cristo, come taluni hanno fatto in questa sera.

                - Ha ragione, rispose uno dei bestemmiatori, ha ragione, signor D. Bosco. Che vuole? Talora la parola ci scappa senza che ce ne accorgiamo; ma per l'avvenire non sarà [206] più così, e ce ne emenderemo mordendoci la lingua. Lo stesso promisero gli altri.

                - Bene; io ve ne ringrazio e me ne parto contento. Domenica poi vi aspetto all'Oratorio. Ora usciamo di qui, e voi da bravi giovinotti recatevi ciascuno alla propria casa.

                - Ma io non ho casa, prese a dire uno di loro; ed io nemmeno, aggiunse un secondo; e così parecchi altri.

                - Ma dove andavate a dormire alla notte?

                - Talvolta presso a questo o a quell'altro stalliere insieme coi cavalli dell'albergo; tale altra al dormitorio comune, dove si dorme per quattro soldi; e qualche notte in casa di un conoscente ed amico.

                D. Bosco si accorse ben tosto del pericolo di immoralità in cui versavano quei poverini, la maggior parte forestieri, e quindi soggiunse: - Allora facciamo così: quelli che hanno casa e parenti se ne vadano; - e intanto li salutò, ed essi se ne partirono; - gli altri vengano con me.

                Ciò detto, riprese la via di Valdocco, seguito da dieci o dodici di quei meschini, poichè per istrada se ne erano aggiunti altri sei:

                Arrivato all'Oratorio, dove la madre lo aspettava ormai con ansietà, D. Bosco fece recitare a' suoi ospiti il Pater noster e l'Ave Maria, che avevano quasi dimenticato; poi per una scala a piuoli li condusse sul mentovato fienile; diede a, ciascuno un lenzuolo ed una coperta, ed infine raccomandato loro il silenzio ed il buon ordine, ed augurato una felice notte, discese di colà, contento di aver dato principio, come ei si credeva, al divisato Ospizio.

                Ma non era di cotal gente, che la divina Provvidenza voleva servirsi per gettare le fondamenta di un sì magnifico edifizio, e D. Bosco ebbe a persuadersene fin dall'indomani. Infatti al mattino appena giorno egli esce di camera per [207] vedere i suoi giovinotti, dir loro una buona parola e invitarli che si rechino ciascuno al lavoro presso al proprio padrone. Fattosi nel cortile, egli non ode il minimo rumore. Credendo che fossero tutt'ora immersi nel sonno, sale per isvegliarli; ma quei bricconi si erano alzati due ore prima, e se l'erano chetamente svignata, portando via lenzuola e coperte per andarle a vendere.

                Il primo tentativo di un Ospizio andava dunque fallito, ma non falliva la buona volontà di colui, che n'era da Dio incaricato.

                Era una sera di maggio in sul tardi; la pioggia cadeva dirotta; D. Bosco e sua madre avevano poc'anzi cenato, quando si presenta loro alla porta un giovinetto sui quindici anni, tutto bagnato da capo a piedi, che domandava pane e ricovero. Era stato a loro indirizzato da qualche persona conoscente dell'Oratorio, o meglio dalla Provvidenza di Dio, che in quella sera appunto voleva dare incominciamento all'Ospizio di S. Francesco di Sales.

                La buona mamma Margherita lo accolse amorevolmente in cucina, lo avvicinò al fuoco, e, dopo averlo riscaldato e asciugato, gli porse una fumante minestra e pane.

                Ristorato che fu, D. Bosco lo interrogò donde venisse, se aveva parenti e che mestiere esercitasse. Egli rispose: - Io sono un povero orfano, venuto poc'anzi da Valsesia per cercarmi lavoro, e fo il muratore. Aveva con me tre lire, ma le ho spese prima di guadagnarne altre; adesso non ho più niente, e sono più di nessuno.

                - Sei già promosso alla Comunione?

                - Non sono ancora promosso.

                - Hai già ricevuta la Cresima?

                - Non ancora.

                - E a confessarti sei già stato? [208]

                - Sì, qualche volta, quando viveva ancora la mia cara madre.

                - E adesso dove vuoi andare?

                - Non so: dimando per carità di poter passare la notte in qualche angolo di questa casa.

                Ciò detto, egli si mise a piangere. A questa vista la pia Margherita che aveva un cuore di tenera madre, pianse ancor essa. D. Bosco n'era estremamente commosso. Dopo, alcuni istanti egli riprese a dire:

                - Se sapessi che tu non sei un ladro, cercherei di aggiustarti in questa casa; ma altri mi portarono via una parte delle coperte, e temo che tu mi porti via il resto.

                - No, signore: stia tranquillo; io sono povero, ma non ho mai rubato niente.

                - Se vuoi, domandò a D. Bosco sua madre, io lo accomoderò per questa notte, e domani Iddio provvederà.

                - Dove volete metterlo?

                - Qui in cucina.

                - E se vi portasse via le pentole?

                - Procurerò che ciò non succeda.

                - Fate pure, ch'io sono contentissimo.

                Allora la madre ed il figlio uscirono fuori, e aiutati dall'orfanello raccolsero alcune teste di mattoni, fecero con essi quattro pilastrini in mezzo alla cucina, vi adagiarono due o tre assi, e vi sovrapposero il materasso tolto per quella sera dal letto di D. Bosco con due lenzuola ed una coperta.

                Questo fu il primo letto ed il primo dormitorio del Salesiano Ospizio di Torino, che contiene oggidì circa mille ricoverati, diviso in quaranta e più cameroni! Chi non ravvisa in questo fatto la mano di Dio?

                Preparato il letto, la pietosa donna fece al garzoncello un sermoncino sulla necessità del lavoro, della fedeltà e della [209] Religione. Ella, senza punto avvedersi, diede così l'origine ad una pratica, che si mantiene tutt'ora nell'Oratorio, e che anzi venne introdotta in tutte le Case da esso dipendenti: di volgere cioè alcune cordiali parole ai giovanetti alla sera prima del riposo; pratica feconda di ottimi risultati.

                Infine lo invitò a recitare le preghiere.

                - Non le so più, rispose egli arrossendo.

                - Le reciterai con noi, soggiunse la buona madre; e postisi in ginocchio gliele fecero ripetere parola per parola. Auguratogli la buona notte, D. Bosco e sua madre uscirono di colà per portarsi a riposo; ma questa, per assicurare le sue pentole, ebbe la precauzione di chiudere a chiave la cucina, e più non aprirla che al mattino. Ma il giovinetto non era punto un furfantello come gli altri e voleva guadagnarsi onestamente il pane; anzi per la sua condotta egli era ben degno di servire di prima pietra fondamentale ad un Istituto, tutto affatto provvidenziale.

                Al domani D. Bosco gli cercò un posto ove lavorare. Il fortunato ragazzo continuò a portarsi per mangiare e dormire all'Oratorio sin verso l'inverno, quando cessando il lavoro, ritornò in sua patria. D'allora in poi non se ne ebbe più notizia alcuna, e si ha ragione di credere che egli sia morto poco dopo. A malgrado di molte ricerche, non ci riuscì di scoprire il nome di questo primo ospitato, per la ragione che in quel tempo D. Bosco non teneva ancora registro dei ricoverati, essendo questi soltanto eventuali, e come di passaggio. Ma forse così ha disposto il Signore, perchè viemeglio spiccasse il suo intervento in un'Opera ormai cotanto grandiosa, la quale ebbe sì umile ed oscuro principio.

                Dopo questo un secondo se ne aggiunse poco di poi; ed ecco in quale occasione. Sul principio di giugno di quell'anno [210] stesso, un giorno verso il cader del sole D. Bosco dalla chiesa di S. Francesco d'Assisi si recava verso l'Oratorio. Giunto sul viale del Corso S. Massimo, appellato ora Corso Regina Margherita, vide un povero ragazzo in sui dodici anni, che appoggiato il capo ad un olmo piangeva dirottamente. L'amico della gioventù gli si avvicina:

                - E che hai, figliuolo mio? gli domandò; perchè piangi?

                - Piango, rispose il poverino tra i singhiozzi e a stento, piango perchè sono abbandonato da tutti. Mio padre morì prima ch'io potessi conoscerlo; mia madre, che mi prodigò tante cure, la mia povera madre, che mi voleva tanto bene, è morta ieri, e l'hanno portata poc'anzi a seppellire.

                Ciò detto si pose a lagrimare più dirottamente ancora, da muovere a compassione.

                - La notte scorsa dove hai dormito?

                - Ho ancora dormito nella casa d'affitto; ma oggi il padrone, a motivo della pigione non pagata, si appropriò le poche masserizie che vi erano, e appena trasportato il cadavere di mia madre, chiuse la camera, e io son rimasto orfano e privo di tutto.

                - Adesso che cosa vuoi fare e dove vuoi andare?

                - Io non so che fare nè dove andare. Sento bisogno di ristoro per non morir di fame; ho bisogno di ricovero per non cadere nel disonore.

                - Vuoi venire con me? Io farò di tutto per aiutarti.

                - Sì che vengo, ma Lei chi è?

                - Chi io sia, il conoscerai dappoi; per ora ti basti il sapere che io voglio farti da fedele amico.

                Ciò detto, invitò il fanciullo a seguirlo, e poco dopo consegnavalo nelle mani di sua madre Margherita, dicendole: Ecco un secondo figlio, che Dio ci manda: abbiatene cura, e preparate un altro letto. [211] Essendo di una famiglia civile già benestante, ma ridotta alla miseria, il giovinetto fu posto in qualità di commesso in un negozio di Torino. Col suo ingegno svegliato, colla sua fedeltà a tutta prova, egli sui 20 anni era già riuscito a crearsi in società una posizione onorata e lucrosa. Divenuto padre di famiglia, si condusse sempre da buon cittadino e buon cattolico, e fu ognora affezionato al luogo ed all'uomo, che lo ha raccolto, istruito, educato.

                Dopo questi due, più altri se ne aggiunsero; ma di quell'anno per difetto di locale D. Bosco si limitò al numero di sette, che per la loro buona condotta furono pel suo cuore altrettante allegrezze e gioie, che lo incoraggiarono a proseguire l'ardimentosa impresa. Fra questi vi fa Giuseppe Buzzetti, che già prima poteasi dire di casa in Valdocco, tanto era famigliare con D. Bosco. Una domenica sera Don Bosco, mentre congedava i giovani, lo aveva trattenuto per mano e, rimasto solo con lui, dicevagli - Verresti a stare con me?

                - Volentieri: ma cosa dovrò fare?

                - Quello che fanno gli altri compagni che ho in casa e poi altre cose che a suo tempo ti dirò…… e ne sarai contento. Ne parlerò col tuo fratello Carlo e faremo quanto sarà meglio nel Signore. - E il fratello che da sette anni era assiduo all'Oratorio, accondiscese alla proposta di D. Bosco; Giuseppe prese allora stanza in Valdocco, ma continuò ad esercitare in Torino il suo mestiere di garzone muratore.

                Pochi furono questi primi giovani, eziandio perchè Don Bosco col suo zelo illuminato metteva sempre in pratica il detto: Festina lente. Era nemico delle precipitazioni e soleva dire che queste conducono ai passi i più falsi: ma incominciata un'opera, la continuava con fermezza e indefessamente. Avea destinato per dormitorii due stanze attigue, in ciascuna [212] delle quali, capaci a stento di quattro letti, collocò un crocifisso, un'immagine di Maria SS. e un cartello che portava la scritta: Dio ti vede! Non prescrisse alcun Regolamento speciale. Le norme giornaliere date dal Giovane Provveduto e alcuni suoi avvisi alla sera dovevano allora bastare. La sua prima esortazione fu questa: - Un sostegno grande per voi, figliuoli miei, è la, divozione a Maria SS. Ella vi assicura che se sarete suoi divoti, oltre a colmarvi di benedizioni in questo mondo, per mezzo del suo patrocinio avrete il paradiso nell'altra vita. Siate adunque intimamente persuasi che tutte le grazie, le quali voi domanderete a questa buona, Madre, vi saranno concesse, purchè non imploriate cosa che torni a vostro danno. E tre grazie, in modo particolare a Lei dovete chiedere con vive istanze: Di non commettere mai peccato mortale in vita vostra: Di conservare la santa e preziosa virtù della purità: Di star lontani e fuggire dai cattivi compagni. Per ottenere queste grazie reciteremo ogni giorno tre Ave Maria, un Gloria Patri, ripetendo per tre volte la giaculatoria: Cara Madre Vergine Maria, fate ch'io salvi l'anima mia.

                Intanto al mattino di buon'ora nella piccola cappella si incominciarono a recitare tutti i giorni le orazioni in comune e la terza parte del Rosario, mentre D. Bosco celebrava la santa Messa. Da quel punto in Valdocco non si cessò più neppure per un giorno solo di dar lode a Dio col Rosario e con santo Sacrifizio, malgrado la corrente contraria che andavasi formando in quei tempi contro queste pratiche giornaliere di pietà. Quando D. Bosco era assente da Torino lo sostituivano all'altare sacerdoti da lui invitati, e ordinariamente or l'uno or l'altro dei due teologi Vola. Alla Domenica gli alunni interni prendevano parte a tutte le funzioni dell'Oratorio festivo. [213] Questi nei giorni feriali, provvisti di pane si recavano a lavorare in città, e D. Bosco, sollecito a guisa di padre, a pranzo e a cena apparecchiava loro minestra abbondante, pane e talora qualche companatico. Li forniva anche di vestimenta, secondo il bisogno o la possibilità.

                Mentre D. Bosco provvedeva ai loro bisogni materiali noi lo vedremo prendersi cura anche maggiore di quelli dell'intelletto e del cuore. Che egli avesse attitudine e vocazione ad educare cristianamente la gioventù lo mostrerà il fatto perchè l'esito si vide straordinariamente meraviglioso, prima coi giovani esterni e poi coi giovani ricoverati che dal numero di sette dovevano crescere a migliaia. Ma Dio era il fondamento del suo sistema. Aveva studiato la pedagogia nella santa Scrittura dettata da quel Divino educatore il quale rialzò l'uomo caduto e lo vuole simile a sè, perfetto, santo, beato, immortale. Quindi D. Bosco si adoperava ad istruire i suoi allievi, prima di tutto nelle verità più essenziali della fede, poi, a misura che progredivano, faceva loro imparare il piccolo catechismo della Diocesi e quindi per quelli di maggiore capacità dava anche a studiare il catechismo grande. Infine insegnava ai più avanzati in questa istruzione le ragioni per confutare gli errori del giorno. Alla scuola di D. Bosco la scienza della salute dell'anima teneva il primo posto.

 

 


CAPO XIX. La Compagnia di S. Luigi - Sue regole - La prima accettazione di ascritti - Alcuni alunni dei Gesuiti - I primi esercizii spirituali nell'Oratorio - Il Teologo Federico Albert - Consolanti conversioni - Conseguenze di questi esercizii.

 

                DON BOSCO in tutte le sue spirituali industrie, come nel regime dell'Oratorio, spiegò il maggior zelo, prudenza, giacchè tutto studiava dapprima al cospetto di Dio nella preghiera e poi colla lunga, riflessione andava provando in appresso grado a grado, quale poteva essere l'efficacia di questi mezzi che voleva, adottare a vantaggio dell'anima de' suoi allievi. E da ciò seguiva che non ebbe mai a recedere dall'uso delle pratiche introdotte constatando i felici risultati che ne provenivano.

                Dopo aver posto in mano agli alunni dell'Oratorio il Giovane Provveduto, cotanto utile, per la pietà e per i buoni costumi, dopo aver gettate le basi organiche con un Regolamento per promuovere e conservare l'unità di amministrazione, e fondato l'ospizio, era mestieri di dare eccitamento al bene operare con qualche pratica stabile ed uniforme che collegasse Insieme i più virtuosi, destasse fra di loro una santa emulazione, ed essendo in molti, li rendesse forti contro il rispetto umano. D. Bosco pensò quindi d'instituire [215] la Compagnia di S. Luigi Gonzaga, allo scopo d'impegnare i giovani a praticare costantemente le virtù che furono in questo Santo più luminose. Intendeva avviarli ad una vita così morigerata e pia, da addivenire sale e luce in mezzo alla moltitudine dei compagni. Per la qual cosa egli escogitò e compose alcune poche ma sugose regole, che gli sembrarono più opportune e le presentò all'Arcivescovo. Il Venerando Pastore che non tralasciava mai d'incoraggiar per quanto poteva i disegni di D. Bosco, le esaminò e le fece esaminare da altri, e il giorno 11 aprile 1847 gliele rimandava, scrivendo di suo pugno le seguenti osservazioni.

 

                               “Molto Rev. Signor P.ne oss.mo,

 

                Ho fatto esaminare il progetto di regolamento per la Compagnia di S. Luigi, o per meglio dire, per quei giovani che vorranno mettersi sotto il suo patrocinio mediante un tenore di vita che aspiri ad imitarne le virtù, e mi risultò, che, mentre la cosa sostanzialmente è senza dubbio ottima in se stessa, converrebbe però spiegare in qualche luogo, che le relative promesse non obbligano sotto colpa neppure veniale. Inoltre la promessa di accostarsi ai Sacramenti ogni otto giorni sembra troppo forte e che basterebbe ogni quindici giorni, con anche maggior frequenza, occorrendo particolari solennità della Chiesa; inoltre quel dover dire al superiore il motivo, per cui non si è andato ai Sacramenti, può cagionare imbrogli anche gravi. Finalmente l'ultimo periodo dell'articolo relativo, cioè il secondo, ove si esorta a frequentare i Sacramenti, dopochè nel principio già si dice di accostarvisi ogni otto giorni, resta fuori di luogo.

                Nel ciò significarle, mi rinnovo colla più perfetta stima ecc.

 

LUIGI Arcivescovo” [216]

 

                D. Bosco nello schema presentato all'Arcivescovo, aveva fissata la Confessione e la Comunione ogni otto giorni, perchè il fiore de' suoi giovani, aggregati in questa Compagnia, avessero un'occasione novella di ricevere il loro Divin Salvatore. L'esortazione che sembrava superflua, di frequentare i Sacramenti, aveva per iscopo di eccitare indirettamente i più fervorosi ad accostarsi qualche volta alla sacra Mensa anche nei giorni feriali; l'invito a quelli che non fossero venuti per confessarsi e comunicarsi di manifestare il motivo della loro assenza, altro non era che un ritegno a non mancare all'Oratorio festivo con poco buon esempio dei compagni. Tuttavia D. Bosco, obbedì subito al consiglio del suo Arcivescovo, e depennò, modificò, aggiunse secondo gli era stato indicato.

                Mons. Fransoni con Rescritto autografo il 12 aprile 1847 approvava la Compagnia di S. Luigi; concedeva alla medesima 40 giorni di indulgenza a lucro spirituale degli aggregati ogni qualvolta recitassero la giaculatoria Gesù mio, misericordia, invocazione già arricchita da Pio IX con 100 giorni; e Monsignore stesso volle pel primo essere iscritto al pio sodalizio.

                Le regole furono le seguenti; e tali si conservano tuttora.

                1. Siccome S. Luigi fu modello di buon esempio, così tutti quelli che desiderano di farsi ascrivere nella sua Compagnia devono adoperarsi ad evitare quanto può cagionare scandalo, anzi procurare di dare buon esempio in ogni cosa, ma specialmente nell'esatta osservanza dei doveri di un buon cristiano. S. Luigi fin da fanciullo fu così esatto nell'adempimento di ogni suo dovere, così amante degli esercizii di pietà, e così divoto che quando andava in chiesa, la gente correva per osservarne la modestia ed il raccoglimento.

                2. Ogni quindici giorni ciascun Confratello procurerà di accostarsi alla S. Confessione e Comunione, ed anche con più [217] frequenza, specialmente nelle maggiori solennità. Queste sono le armi con cui si porta compiuta vittoria contro il demonio, S. Luigi ancor giovinetto si accostava a questi Sacramenti ogni otto giorni, e divenuto alquanto grandicello, con maggior frequenza. Chi per qualche motivo non potesse adempiere questa condizione, col consiglio del Direttore della Compagnia potrà mutarla in altra pratica di pietà. Si esortano inoltre gli ascritti a frequentare i Sacramenti, e assistere alle sacre funzioni nella propria loro Cappella per edificazione dei compagni.

                3. Fuggire come la peste i compagni cattivi, e guardarsi bene dal fare discorsi osceni. S. Luigi non solo evitava tali discorsi, ma era così modesto, che niuno ardiva proferire parola per poco sconcia alla sua presenza.

                4. Usare somma carità verso i compagni, perdonando volentieri qualunque offesa. Bastava fare un'ingiuria a San Luigi per averselo tosto amico.

                5. Grande impegno pel buon ordine della Casa di Dio, animando gli altri alla virtù ed a farsi ascrivere alla Compagnia. S. Luigi pel bene del prossimo andò a servire gli appestati, il che fu cagione della sua morte.

                6. Mettere grande diligenza nel lavoro e nell'adempimento dei proprii doveri, prestando esatta ubbidienza ai proprii genitori ed agli altri superiori.

                7. Quando un Confratello cadrà infermo, ciascuno si darà premura di pregare per lui, ed anche aiutarlo nelle cose temporali, nel modo compatibile colle proprie forze.

                A questi articoli fondamentali nella Parte seconda al Capo XI del Regolamento dell'Oratorio, D. Bosco aggiungeva alcune norme perchè la Compagnia avesse una ben determinata organizzazione. Trascriviamo il suo primo autografo. [218]

                “1. Lo scopo che si propongono i soci della Compagnia di S. Luigi si è di imitare questo Santo nelle virtù compatibili al proprio stato, ed avere la protezione di Lui in vita, e in punto di morte.

                2. L'approvazione dell'Arcivescovo di Torino, deve animarci ad aggregarci a questa Compagnia.

                3. A maggior tranquillità di tutti vuolsi notare, che le regole della Compagnia di S. Luigi non obbligano sotto pena di peccato nemmeno leggero; perciò chi trascura qualche regola della Compagnia, si priva di un bene spirituale, ma non fa alcun peccato. La promessa che si fa all'Altare di S. Luigi non è un voto; chi però non avesse volontà di mantenerla, fa meglio a non iscriversi.

                4. Questa Compagnia è diretta da un Sacerdote col titolo di Direttore Spirituale e da un Priore il quale non dev'essere Sacerdote.

                5. Il Direttore Spirituale è nominato dal Superiore dell'Oratorio. È suo uffizio di vegliare che tutti i Confratelli osservino le regole; fa l'accettazione di quelli, che gli paiono degni; tiene il catalogo de' vivi e dei defunti; è visitatore degli ammalati della Società di Mutuo Soccorso. Il tempo della sua carica non è limitato.

                6. Il Priore si elegge a pluralità di voti da tutti i Confratelli della Compagnia insieme radunati. La sua carica dura un anno e può essere rieletto. Il tempo stabilito per la elezione del Priore è la sera del giorno di Pasqua.

                7. La carica di Priore non porta alcuna obbligazione pecuniaria. Se fa qualche oblazione in occasione della festa di S. Luigi, di S. Francesco di Sales, od in altre circostanze, è a titolo di limosina. È pure uffizio suo di vegliare nel coro e procurare che il canto sia ben regolato, e che le Solennità si facciano con decoro. [219]

                8. Al Priore è raccomandata la parte disciplinare delle regole dell'Oratorio, ed è coadiuvato dal vice - Priore, che è pure eletto a pluralità di voti la Domenica in Albis”.

                Grande entusiasmo eccitò tra i giovani dell'Oratorio l'annunzio di questa Compagnia, che fu denominata da essi dei fratelli di S. Luigi, e in tutti si accese vivo desiderio di farvisi ascrivere. Ma affinchè non accadesse di dover ripetere il detto del profeta: Multiplicasti gentem et non magnificasti laetitiam, ed anche per lasciare ad ognuno un più forte stimolo a riformare la propria condotta, D. Bosco per l'accettazione appose due condizioni. La prima si era che l'aspirante facesse un mese di prova, mettendo in pratica le regole e dando buon esempio in chiesa e fuori; la seconda, che fuggisse i cattivi discorsi e frequentasse i santi Sacramenti. Questa disposizione produsse ben tosto nei giovanetti un notabilissimo miglioramento vuoi nei costumi, vuoi nella pietà.

                La prima accettazione venne fatta in una Domenica del mese di maggio, cioè il giorno 21, che fu la prima delle sei precedenti alla festa di S. Luigi. Fu questo un avvenimento per l'Oratorio di imperitura ricordanza. I giovani stipavano la chiesuola, ansiosi di contemplare quella novità. I postulanti erano in ginocchio innanzi alla statua di S. Luigi, e a D. Bosco, vestito di cotta e stola bianca. Cantato il Veni Creator, mosse ai congregati le interrogazioni che soglionsi rivolgere a chi domanda di essere aggregato a qualche pia società e recitata la Salve Regina, i cantori intonarono: Elegi abiectus esse in domo Dei mei, magis quam abitare in tabernaculis peccatorum. Intanto ciascuno dei postulanti scrisse o fece scrivere il proprio nome nel formolario e quindi ciascuno lo lesse a chiara voce. Eccone il tenore.

                “Io N. N. prometto di fare quanto posso per imitare S. Luigi Gonzaga, perciò di fuggire i cattivi compagni, di [220] evitare i discorsi osceni, di animare gli altri alla virtù colle parole e col buon esempio, tanto in chiesa come fuori di chiesa; prometto altresì di osservare tutte le regole della Compagnia. Questo spero di eseguire coll'aiuto del Signore e colla protezione del Santo. Ogni giorno dirò:

                Glorioso S. Litigi Gonzaga, vi supplico umilmente di ricevermi sotto la vostra protezione e di ottenermi dal Signore l'aiuto onde praticare le vostre virtù in vita per fare una santa morte ed essere un dì partecipe della vostra gloria in Paradiso. Così sia.

                Pater, Ave, Gloria ecc.

                Gesù mio, misericordia.

 

                Il…………………18

 

IL DIRETTORE

 

                D. Bosco tenne una breve esortazione ai nuovi soci, dimostrando quanto piace al Signore di essere servito in gioventù, e conchiuse la funzione cantando l'Oremus di S. Luigi.

                Finita quella cara cerimonia, coi nomi e cognomi dei novelli ascritti, incominciò il Registro generale della Compagnia. Era dessa una nuova occupazione alla quale assoggettavasi lietamente. Infatti egli, o qualcuno da lui incaricato, talora ogni settimana, e sempre una volta al mese, radunati a parte i soci, teneva loro una breve conferenza sopra qualche articolo dei Regolamento, o sopra qualche fatto della vita di S. Luigi o di alcuna delle sue virtù. Un segretario era incaricato di redigere i verbali, notando le deliberazioni con un transunto delle parole del Direttore, o del conferenziere straordinario. Così si continuò e si continua tuttavia.

                In quei giorni il giovane Picca Francesco, che frequentava il collegio dei Gesuiti posto ove ora è il Museo d'antichità, [221] essendo molto influente sugli animi dei compagni, ne condusse quindici in Valdocco, li presentò a D. Bosco e li fece ascrivere a detta Compagnia. Da quel punto essi per qualche tempo, aiutarono i catechisti dell'Oratorio, avendoli i loro superiori dispensati dalla Congregazione della Domenica.

                D. Bosco intanto maturava l'attuazione di un altro mezza dei più efficaci per la santificazione di un certo numero de' suoi giovani: la pratica dei santi spirituali esercizii. Gli alunni interni erano appena quattro o cinque, ed essi specialmente egli aveva in mira; senza escludere però i più adulti che frequentavano l'Oratorio festivo, fra i quali ne aveva preparati ed invitati alcuni ad uno spirituale ritira di sette od otto giorni. Grandi erano le difficoltà per la mancanza di camere in cui ritirarli, per l'incomodo di un'assistenza continua che tutta avrebbe pesato sopra di lui, per l'indole vivace de' giovani che non avrebbero inteso l'importanza del silenzio e del raccoglimento, per i rumori continui cagionati dai vicini e dai molti che affluivano a casa Pinardi, per il disturbo che ne provavano i parenti o i padroni, e per le spese non indifferenti che doveva incontrare. Non ostante che la sua cucina mancasse perfino delle stoviglie più necessarie era deciso di ammannire il pranzo agli esercitandi, perchè andando alle case loro a mezzogiorno non avessero occasione di troppo distrarsi. Tuttavia egli non aspettò a procacciare quel vantaggio a' giovani quando già ogni cosa fosse stata convenientemente disposta a tale scopo, persuaso della verità dell'aforismo che l'ottimo è nemico del bene. Perciò in questo stesso anno 1847 volle che avessero principio gli esercizii; e la Divina Provvidenza gli mandò il predicatore nella persona del teologo Federico Albert, Cappellano Palatino, che fu valentissimo oratore apostolico e morì in concetto di santità nel 1876 Vicario parrocchiale a Lanzo. D. Bosco [222] narrò in qual modo lo incontrò la prima volta, ricordando come da quel momento divenisse suo cooperatore e rimanesse sempre in relazione con lui, anche quando per altre sue occupazioni non poteva più venire all'Oratorio. Ecco le parole di D. Bosco: “Una domenica del 1847 essendo io nell'Oratorio, vidi venirmi incontro un giovane sacerdote il quale dopo i saluti di convenienza, si fece a dirmi - Sento che V. S. ha bisogno di qualche prete che lo aiuti nel fare il Catechismo e nell'indirizzare questi ragazzi al bene. Se crede che io sia capace a qualche cosa, mi presto ben volentieri.

                - Ella si chiama?

                - Teologo Albert.

                - Ha già predicato?

                Qualche volta, rispose con grande umiltà; ma se è il caso, mi preparo. E se non sarà il caso di predicare, Ella avrà bisogno di chi lo aiuti a fare catechismi, a scrivere, a copiare.

                - Ha già qualche volta dettati esercizii spirituali?

                - Non ancora, ma se mi dà un poco di tempo, io mi metterei attorno a prepararmi e proverei.

                - Bene; io ho varii giovani, veda: alcuni che stanno già qui con me ed altri verrebbero di fuori, e mi pare che andrebbe tanto bene se facessero gli esercizii spirituali. Si prepari pel tal tempo e poi vedremo.

                Io potei radunare una ventina di ragazzi e furono i primi esercizii spirituali che siansi dati nell'Oratorio”.

                Erano quei giovani una mescolanza dei migliori coi peggiori. Fuori di questi, nessun altro fu ammesso ad ascoltare le prediche. Alcuni di coloro che vi assistettero, fra i quali Giuseppe Buzzetti, ci attestarono aver queste prediche prodotto in loro una straordinaria impressione. Il Signore benedisse quegli esercizii, e D. Bosco ne fa molto contento. Alcuni [223] giovani, intorno ai quali erasi lavorato lungo tempo inutilmente, da quel punto si diedero davvero ad una vita virtuosa.

                D. Bosco pur a costo di qualunque sacrificio, volle che una tale pratica si ripetesse ogni anno, sicchè continuò con un progresso sempre crescente di vere conversioni e di frutti singolari di santità: in tutta quella settimana proseguì per varii anni a tenere gli esterni a pranzo con sè e talora fin in numero di cinquanta. Di questa occasione prevalevasi specialmente per conoscerne l'indole, per animare nella pietà fervorosa i tiepidi, per incoraggiare vieppiù i ferventi, e per scrutarne eziandio le vocazioni, avviando poi alla carriera ecclesiastica quelli che ravvisava essere chiamati a tale stato. Queste cure però esercitava con tale spontaneità e prudenza, che mentre lasciava i giovani pienamente liberi nel loro operare, eccitava in essi un grande amore verso Dio e le cose celesti, e un gran distacco dalle cose di questo mondo. Ed era causa di grande consolazione al suo gran cuore, il vedere non pochi figli del popolo, occupati nell'apprendere un umile e faticoso mestiere, aspirare con perseveranza dopo gli esercizii non solo ad una vita buona, ma addirittura percorrere la via della santità. Nè questa è esagerazione, perchè noi potremmo fare molti nomi, che ci vennero palesati da Giuseppe Buzzetti. Fare col Giovane Provveduto un po' di meditazione tutte le mattine, levarsi presto per andare alla chiesa e fare la santa Comunione quotidiana, o almeno due o tre volte per settimana, recarsi verso sera a visitare per un po' di tempo Gesù in Sacramento, erano le divozioni di questi buoni giovani. Nella Domenica nel tempo della ricreazione vi era sempre chi dopo le funzioni fermavasi nella chiesuola e pregava per un tempo notevole; qualche altro ritiravasi dietro la siepe dell'orto di mamma Margherita per non essere disturbato da alcuno, e quivi, piegate le ginocchia, recitava [224] il santo Rosario; altri passeggiavano nel vialetto dell'orto, leggendo qualche libro di pietà, o la vita di un santo o conversando di cose di religione; vi furono taluni che digiunavano più volte alla settimana, e praticavano altre mortificazioni e penitenze. Sovratutto commoveva la franchezza colla quale alcuni si mostravano in pubblico ferventi cattolici, prendendo le difese della Religione, e impedendo il male fra i compagni. Certe indoli violente e superbe si mutarono in benigne ed umili per sforzo risoluto di volontà unito, alla preghiera. Più d'uno si era fatto una legge di dar buon esempio per riparare gli scandali dati quando nessuno aveagli ancora insegnato il timor di Dio; e se qualcuno lodavali per la loro esemplare condotta in famiglia, nell'opificio e dovunque, rispondevano con un'espressione ingenua di fisionomia: - Oh, una volta era tanto cattivo! È D. Bosco che mi ha salvato!

                E questa benedizione, per iniziativa di D. Bosco, si propagò in tutto il mondo, sicchè oggigiorno ogni anno si predicano alla gioventù specialmente popolana un seicento e più corsi di esercizii spirituali, i quali Dio sa quante migliaia di anime conducano a salvamento.

 

 


CAPO XX. Le sei Domeniche di S. Litigi - Annunzio della prima visita di Mons. Fransoni - I preparativi - La festa di S. Litigi e la funzione in chiesa La Cresima - Il teatrino - Parole dell'Arcivescovo - La processione - La fine della festa - Socii d'onore - Come D. Bosco preparava i giovani a ricevere la Cresima - Sua, divozione allo Spirito Santo.

 

                INTANTO approssimavasi la festa di S. Luigi.

                A fine di ben prepararsi a questa solennità, i giovani avevano celebrato con particolare impegno le sei Domeniche, in ciascuna delle quali molti di loro si accostavano ai Sacramenti per lucrare l'Indulgenza plenaria concessa dal Pontefice Clemente XII. Si rammenta che in quell'occasione D. Bosco, per facilitare a tutti la frequenza ai Sacramenti, come soleva fare di quando in quando, diede facoltà di andarlo a trovare in qualunque ora del giorno e della sera. Al sabato poi egli aveva da confessare sino a notte avanzata, e talora sin dopo le undici, e al mattino della domenica dalle quattro sino al tempo della Messa e spesso sino alle nove o dieci. Erano due cose degne di ammirazione: la pietà e pazienza dei giovani e lo zelo instancabile di D. Bosco, il quale pel bene delle anime stava come inchiodato nel tribunale di penitenza ore ed ore di seguito, se ne togli un brevissimo riposo nel cuore della notte. Anzi gli avvenne [226] parecchie volte, come già abbiamo narrato, in non poche circostanze di proseguire le confessioni tutta la notte, cosicchè i primi penitenti del mattino trovavano ancora intorno a lui gli ultimi della sera. Per tal guisa, succedendosi gli uni agli altri, obbligavanlo a rimanere in confessionale sino a 16, 17 e 18 ore consecutive. Questa dura fatica non poteva non colpire la fervida immaginazione dei giovani; sicchè molti dei venuti all'Oratorio nell'ultime ore e che erano i più trascurati, vedendo il povero prete a sacrificare in questo modo la propria vita senza verun temporale interesse, aprivano gli occhi, pensavano all'anima e si convertivano al bene più facilmente che fatto non avrebbero, se avessero udito la migliore predica del mondo.

                Nè qui fu il tutto. Molti giovani che frequentavano l'Oratorio, specialmente i forestieri, dovevano ancora ricevere il Sacramento della Confermazione. Perciò D. Bosco venne in pensiero di farlo amministrar loro dall'Arcivescovo nell'occasione della festa di S. Luigi e nello stesso Oratorio. Recatosi pertanto da Monsignor Fransoni gliene fece rispettoso invito, che il benevolo Prelato accolse di buon grado, ed assicurò che sarebbe venuto non solo a cresimare, ma eziandio a celebrare la Messa e a distribuire la santa Comunione. Indicibile la gioia che recò a tutti la grata notizia, ed incredibile il lavoro che cadde in allora sulle spalle dei Direttore. Il Catechismo della domenica essendo insufficiente, lo si fece anche alla sera di ogni giorno. Il concorso fu immenso. Tuttavia coll'aiuto di zelanti sacerdoti e signori laici della città si prepararono egregiamente i cresimandi, e pel giorno prefisso tutto fu all'ordine. Nello stesso tempo D. Bosco e chi era incaricato dell'ufficio di Prefetto, e Direttore spirituale avevano preso insieme i debiti concerti col Priore della Compagnia di S. Luigi per quanto occorreva. [227]

                Era la prima volta che Mons. Fransoni veniva, a visitare l'Oratorio in Valdocco, e che facevansi tali funzioni nella Cappella; epperciò, sebben poverelli, nulla risparmiarono i giovani, per rendere la festa più splendida che si potesse. I musici prepararonsi a rallegrarla con melodiosi concenti: i sacrestani ornarono con buon gusto la chiesa, e mancando di tappeti, supplirono ingegnosamente con lenzuola e coperte da letto e tele colorate disposte a festoni. Venne eziandio per opera loro preparato un modesto padiglione ed un bell'arco di trionfo davanti la porta d'ingresso coperto di frondi e fiori, portante questa iscrizione: In questa prima tua visita, o inclito Antistite, allievi e superiori di quest'Oratorio festanti li accolgono e ti offrono un serto coi figliali affetti del loro cuore.

                Neppure i campanari mancarono alla parte loro. Non bastando la piccola campana a mandare molto lontani i suoni festivi essi diedero di piglio ad un grosso campanello, e fin dalla vigilia girando pei dintorni lo agitarono opportune et importune, da far sapere a chi premeva e a chi no, come al domani nell'Oratorio si faceva la festa di S. Luigi, onorata dalla presenza di Mons. Arcivescovo. Altri, ed ecclesiastici e laici, prepararono i biglietti per la Cresima; taluni i giovanetti per la Confessione e Comunione; parecchi per la declamazione, pei dialoghi e pel teatrino. Il teologo Giacinto Carpano scrisse e fece imparare da alcuni giovani una commediola intitolata: Un Caporale di Napoleone, da rappresentarsi nel giorno della festa. D. Bosco poi pensava a tutte queste e sì svariate cose, attendeva personalmente alle più importanti, dava ordini e sorvegliava che si eseguissero. Insomma in quei giorni tutto era in moto; e i pensieri e le parole e le azioni di ognuno miravano ad un fine solo: la festa di S. Luigi e il modo di ben celebrarla. [228] Ed ecco questa giungere finalmente. Affinchè tutti vi Potessero prendere parte venne fissata al 29 Giugno, solennità dei SS. Pietro e Paolo, perchè essendo festa sovra settimana i giovani non avevano da recarsi a ricevere dai padroni la paga, nè venivano costretti al lavoro, e perciò trovavansi liberi fin dal mattino. Di buonissima ora un buon numero, di essi già assiepava D. Bosco e più altri sacerdoti per confessarsi, e verso le sette la folla erane si grande, che mai, per lo innanzi. Pareva che tutta la gioventù di Torino si fosse riversata nell'Oratorio; così che molti di quelli i quali, non avevano da ricevere la Cresima, dovettero rimanersi fuori di chiesa, e recarsi ad udire la Messa al Santuario della Consolata.

                Poco dopo le sette si vide spuntare la carrozza dell'Arcivescovo. Lo accompagnavano varii ecclesiastici della città con due Canonici della Metropolitana. Venne poi anche il Nuncio Apostolico Pontificio di Torino, con parecchi distinti, personaggi. Altri sacerdoti che già erano nell'Oratorio vestiti di cotta gli andarono processionalmente incontro. Arrivato sotto il detto padiglione, D. Bosco gli si fece innanzi e lesse una bella allocuzione, colla quale esprimeva la gioia che provava egli, i Sacerdoti, i Signori suoi Cooperatori e i giovani tutti, nel vedere tra di loro l'amoroso e benemerito, Pastore; mostrava soprattutto il vivo desiderio di fargli un'accoglienza degna dell'alto suo carattere e della sua bontà incomparabile; e lo pregava a non guardare la meschinità degli apparati, ma l'affetto interno che era grandissimo. Fra le altre cose gli diceva: “Noi vorremmo possedere preziosi arredi, per adornare le squallide mura di questa casa; vorremmo avere i più bei fiori per seminarne la strada per cui passar sovete; vorremmo esser padroni di ampie ricchezze per presentarvi doni e regali non indegni della vostra persona. Ma [229] tutto questo non sarebbe che il simbolo del nostro cuore, pieno di stima, di riconoscenza e di amore per Voi. Or bene, poichè la nostra povertà non ci permette di offrirvi i simboli, noi vi preghiamo, o eccellentissimo Monsignore, di gradirne la realtà. Sì, gradite i nostri ossequii; gradite i nostri affetti, gradite le preghiere che in questo giorno innalziamo al Signore, perchè vi colmi di grazie e vi conservi ancora per molti anni in vita, affinchè noi possiamo godere più a lungo delle finezze della vostra beneficenza, e voi possiate vedere più copiosi i frutti della vostra insigne carità”.

                Entrato in Cappella e vestito dei sacri paramenti, l'Arcivescovo celebrò la Messa, durante la quale distribuì il pane degli Angeli a parecchie centinaia di giovinetti. Al vedere coi proprii occhi tanti giovani, in gran parte una volta trascurati nei loro doveri di pietà e di religione, i quali ora stavano in chiesa e si appressavano alla Comunione con un contegno che rapiva a divozione, il buon Prelato provò un piacere celestiale, e confessò poscia che fu quella una delle funzioni che maggiormente lo avevano commosso e deliziato. “Come non sentirmi innondare il cuore di gioia, andava egli dicendo, al vedermi attorniato da più centinaia di giovanetti virtuosi e pii, che forse senza di quest'opera provvidenziale sarebbero, come tanti altri, caduti nel vizio e nell'empietà? Come non sentirmi spuntare sulle ciglia una lagrima di contentezza, scorgendo in sen della Chiesa e in braccio a Gesù Cristo tanti agnelli, che senza il pascolo e i recinti dell'Oratorio sarebbero forse andati a cibarsi di erbe avvelenate, incorsi nelle zanne dei lupi e divenuti lupi essi medesimi?”.

                Anche un fatterello avvenne nel mentre che egli dispensava la Comunione. Un buon ragazzo non ricordò più l'avviso dato in proposito da D. Bosco; perciò quando Monsignore prima di presentargli la sacra Particola gli porse, [230] secondo l'uso, l'anello a baciare, egli invece di baciarlo, lo prese colla bocca.

                Dopo la Messa, invocato il divino Spirito, Monsignore amministrava il Sacramento della Confermazione a circa 300 giovani, e prima di licenziarli volse loro acconcie parole, suggerite dalla circostanza.

                In questa occasione accadde un lepido episodio già accennato in altro volume, ma che giova qui ricordare. Secondo il consueto delle altre chiese, erasi pure innalzata nella Cappella, dell'Oratorio, accanto all'altare, una specie di sedia episcopale, che altro non era fuorchè uno sgabello velato da setini, avente per base un tavolato coperto di un tappeto, sopra cui il Pontefice doveva ascendere. Salitovi per parlare colla mitra in capo, l'Arcivescovo non riflettè che le volte della Cappella non erano così alte come quelle della sua Cattedrale, e perciò non avendo chinata la testa, diede nel soffitto colla punta della mitra. In quel momento lasciò sfuggire un modesto sorriso e mormorò sotto voce dicendo: “Bisogna usare rispetto a questi giovani, e predicar loro a capo scoperto”; e così fece. Monsignor Fransoni non dimenticò mai, questa particolarità; si compiaceva di raccontarla sovente, ed eccitando D. Bosco a fabbricare pei suoi giovanetti una chiesa più vasta, soggiungeva graziosamente: “Procuri per altro di farla abbastanza alta, affinchè io non abbia più da levarmi, la mitra per predicare”.

                Ai cresimati Monsignore ricordò brevemente il significato, delle sacre cerimonie che aveva compite sopra di loro; e li esortò a mostrarsi forti contro le tentazioni da buoni soldati di Gesù Cristo. “Combattete specialmente il rispetto umano, disse loro, e non vi avvenga mai di tralasciare il bene o di commettere il male pel vano timore delle dicerie, degli scherni, degli insulti dei cattivi. Che direste voi di un soldato che si [231] vergogna della sua divisa, ed arrossisce del suo Re?” Aggiunti poscia alcuni avvisi opportuni, conchiuse: “Nell'amministrare la Cresima io ho poc'anzi augurata la pace a ciascuno di voi in particolare, dicendo: Pax tecum. Or questa pace dolcissima auguro a tutti insieme, e dico: Pax vobis. Sì, abbiate sempre la pace, miei cari figliuoli; abbiate la pace con Dio, la pace con voi medesimi, la pace col vostro prossimo. Pace con tutti, eccetto col demonio, col peccato e colle massime del mondo. A questi tre nemici muovete anzi una guerra implacabile, consolandovi però sempre col pensiero che da questa guerra perseverante sino alla morte verrà la vittoria; e da questa vittoria una pace eterna”.

                Uscendo di Cappella i giovani ricevettero alla porta pane e companatico, provveduto dalla carità dello stesso Arcivescovo, che volle in questo modo pagar loro la festa, e mostrarsi pastore non solamente dell'anima, ma eziandio del corpo.

                Se fu divota la funzione in chiesa, non fu meno dilettevole la festa preparata al di fuori, a cui dopo un qualche ristoro degnossi prender parte anche Mons. Arcivescovo. Era quello eziandio il suo giorno onomastico; e quindi, colta la propizia occasione, i giovani gli lessero da bel principio varii componimenti in poesia ed in prosa. Fra gli altri piacque assai un grazioso dialoghetto tenuto da alcuni fanciulli, e condotto con una mirabile disinvoltura. Dopo queste letture cominciò il teatrino, e venne fuori il celebre Caporale di Napoleone. Costui altro non era che un graduato in caricatura, il quale, ad esprimere la sua contentezza in quella solennità, usciva in mille facezie. Esso fu di sì amena ricreazione per l'esimio Prelato, che ebbe a dire di non aver mai riso cotanto in vita sua. Il teatrino erasi preparato nel cortile, avanti alla chiesuola, dalla parte della strada. [232] Finito il trattenimento, l'Arcivescovo si alzò e fece una bella allocuzione. Era presente, fra gli altri da noi conosciuti, D. Francesco Oddenino. Monsignore cominciò dall'esternare la grande consolazione che provava nel vedere in quel giorno i frutti ubertosi dell'Oratorio, equiparandola a quella dei Missionarii, quando tra la povertà delle loro Cappelle si vedono circondati dalle famiglie dei novelli Cristiani, ricchi dell'oro della carità e del fervore; tributò ampie lodi a quanti vi lavoravano intorno, ecclesiastici e laici; e facendo risaltare la nobiltà di questa parte di Ministero, con parole che soleva trarre fuori dal suo petto pieno di zelo per la Chiesa, per le anime e sopra tutto per la gioventù, tutti eccitò a preservare in quest'opera caritatevole, assicurandoli di sua speciale benevolenza.

                Rivolto poscia ai giovani, li esortò a portarsi all'Oratorio con assiduità e buon volere; segnalò i grandi vantaggi che ne avrebbero ricavati: vantaggi spirituali e materiali; vantaggi per la vita presente e per la vita futura. “Ahi! quanti miserabili, egli esclamò con paterno accento, quanti miserabili stanno oggidì gemendo in fondo ad una oscura prigione, e sono peso a se stessi, sono l'infamia di loro famiglie, il disonore della Religione e della Patria; e perchè? Perchè nell'aprile dei loro anni non ebbero un uomo amico e benefico, non ebbero un angelo visibile, che almeno nei giorni festivi li raccogliesse dalle vie e dalle piazze, lì tenesse lontani dai pericoli d'immoralità e dai mali compagni, li ammaestrasse sui loro doveri di cristiani e di cittadini, mostrando quanto sia onorabile il lavoro, e quanto vituperevole l'ozio. Di voi, o miei cari, non sarà così, io lo spero. Qui venite pertanto finchè le circostanze della vita ve lo permetteranno; fate tesoro degl'insegnamenti che vi s'impartiscono; fatene regola della vostra condotta per tutta la vita, e io vi assicuro che ancora nella vostra età più tarda voi benedirete il giorno [233] in cui imparaste la via, che vi guidò in questo asilo della scienza e della virtù. Io non posso por fine al mio dire senza ringraziarvi della cordiale accoglienza che mi avete fatto. Sì, ringrazio delle affettuose espressioni che a nome di tutti mi hanno rivolte i poeti ed i prosatori; ringrazio i comici del giocondo divertimento che mi hanno procurato; ringrazio i musici che hanno cantato sì bene; ringrazio quelli che lavorarono eziandio ad innalzare padiglioni ed archi; ringrazio soprattutto coloro che con tanto zelo cooperarono fin qui alla vostra coltura; ringrazio tutti e di tutto. E poichè nei vostri componimenti voi mi chiamaste Pastore e Padre, io vi assicuro che tale vi sarò, ed avrovvi sempre per miei agnelli e per miei figli carissimi”.

                Era tosto mezzogiorno, quando l'Arcivescovo si mosse per ritornare in Episcopio. Allora successe un commovente spettacolo. E qui bisogna avvertire che Monsignor Fransoni, era di sì belle maniere e così affabile, che bastava vederlo, udirlo, parlargli un istante per prendere tosto ad amarlo ed usargli la più figliale confidenza. Adunque i giovani, quando lo videro partire, gli si affollarono tanto attorno da impedirgli il passo. Chi voleva baciargli la mano, chi toccargli le vesti, chi gridava grazie e chi evviva; facevano ricordare le solenni acclamazioni colle quali il popolo cristiano dei primi secoli della Chiesa salutava un Vescovo: Deo gratias; Episcopo vita; te Patrem; te Episcopum: ed egli pareva il Salvatore in mezzo alle turbe commosse. Se fosse stato loro concesso, gli avrebbero, come gli antichi ai loro Re e come ancor essi a D. Bosco, fatto un trono delle loro braccia, e portatolo a casa in trionfo. Questo slancio fece dire al Fransoni: “Mi convinco oggi più che mai, che la gioventù ha buon cuore e se ne può fare quello che si vuole, quando si prenda per la via della carità”. Riuscito a salire in [234] vettura il degnissimo Arcivescovo tra una salva di fragorosi evviva, tra gli ossequii e i ringraziamenti di D. Bosco, partiva benedicendo l'Oratorio dal più profondo dell'animo.

                Partito che ei fu, si stese una specie di verbale in cui si notava chi aveva amministrato quel Sacramento, nome e cognome del padrino colla data del luogo e del giorno; quindi, si raccolsero i biglietti, che ripartiti secondo le varie parrocchie, vennero portati alla Curia Ecclesiastica, perchè li trasmettesse al rispettivo parroco. I giovani allora si recarono ancor essi alle loro case pel pranzo; ma verso le due già erano ritornati. Sino alle quattro ebbero luogo nel cortile varii trastulli; quindi si cantarono i vespri e si fece il panegirico, in cui si dimostrò S. Luigi modello della gioventù, soprattutto nella virtù della modestia e nel darsi per tempo a Dio. Con un bello e nuovo stendardo seguì poscia la processione. Di questa tra le altre cose si ricorda che un grazioso fanciullo, vestito da chierichetto, camminava innanzi alla statua con un bel giglio in mano. Nell'aspetto e nel devoto contegno egli risvegliava l'idea di S. Luigi, e quindi gli occhi di tutti erano rivolti a lui, rinnovandosi a un di presso il caro spettacolo, che già avveniva al tempi del Santo, quando la gente correva in chiesa per contemplarlo a pregare, parendo ad ognuno di vedere un angioletto sotto mortali spoglie. Rientrati in chiesa, si cantò il Tantum ergo in musica, e si diede la benedizione coll'Augustissimo Sacramento.

                La festa si chiuse alla sera collo spettacolo di alcuni fuochi artificiali, e coll'ascensione di palloni areostatici. Erano circa le ore nove, quando D. Bosco chiamati i giovani a sè d'intorno, fece loro cantare le due prime strofe dell'inno: Luigi onor dei vergini; poscia li esortò a recarsi a casa con ordine e quiete, ed essi lo ubbidirono gridando ancora una volta: Viva S. Luigi, viva D. Bosco! [235]

                Qualche tempo dopo, D. Bosco annunziò che alcuni grandi personaggi si erano fatti ascrivere alla Compagnia di S. Luigi, come socii di onore, ed essi rimasero non poco edificati ed ammirati, quando udirono il nome del Grande Pio IX, del Cardinale Giacomo Antonelli, di Mons. Luigi Fransoni, di Monsignor M. Antonucci, allora Nunzio Apostolico alla Corte di Torino e poi Cardinale Arcivescovo di Ancona, ed altri.

                Questa solennità che lasciò la più salutare impressione nei giovani, fu ripartita negli anni seguenti, assegnando quasi sempre D. Bosco giorno diverso e per onorare S. Luigi e per amministrare la santa Cresima. Ma se il primo crebbe sempre più di splendore per gli ascritti alla Compagnia, per un migliaio e più di comunioni e per la processione, il secondo non era meno importante per lo zelo del servo di Dio e per i vantaggi duraturi delle anime. Indefesso nel preparare i giovani, loro spiegava che cosa fosse la Cresima, quali, effetti produceva nell'anima e con quali disposizioni si dovesse ricevere. Dopo averli confessati nella vigilia o nel mattino stesso in cui si doveva amministrare tal Sacramento, dopo essere andato incontro al Vescovo sulla porta della chiesa, egli prendeva parte alla sacra funzione per assistere e tener raccolti i cresimandi. Passava lungo le file in cui erano disposti e diceva ancora qualche parolina all'orecchio, all'uno e all'altro dei più bisognosi, pieno del santo desiderio che il Divin Paracleto trovasse in quei teneri cuori un tempio meno indegno.

                Da quel momento sovente loro ripeteva, come essendo divenuti soldati di Gesù Cristo dovessero dimostrarsi pieni di coraggio col manifestare innanzi al mondo la loro fede e nell'essere pronti a qualunque sacrificio piuttostochè offendere il Signore. Loro raccomandava più calorosamente di prima il segno della santa Croce, come professione di fede, arma [236] contro il demonio, divisa, parola d'ordine, che distingue il cristiano dall'infedele, e quindi li esortava a farlo con divozione e sovente; aveva la pazienza di segnalare i varii difetti in cui per ignoranza o per negligenza taluni cadevano e per correggerli tra le varie industrie usava quella di mettere in burla coloro che si segnavano male, come se, invece di compiere un atto di religione, volessero pararsi le mosche. Egli poi colla sua viva fede ne dava l'esempio, poichè in tutte le circostanze pubbliche e private faceva il segno della Croce così compito e posatamente, che anche in questo era un'edificazione a vederlo.

                Inoltre per ricordare ai giovani i doni che infonde lo Spirito Santo, celebrava con singolare pietà la novena e festa di Pentecoste, ed eccitava i suoi a fare altrettanto. Per più anni egli stesso predicava e più tardi faceva predicare da altri sacerdoti in tutte quelle sere ed impartiva la benedizione col SS. Sacramento.

                Da questo suo zelo, da questa sua fede verso lo Spirito d'amore, possiamo anche argomentare quale sia stata la sua preparazione, quando egli aveva ricevuto da Mons. Gianotti l'augusto indelebile carattere della santa Cresima.

 

 


CAPO XXI. Ciò che vide una suora del buon Pastore, e pronostico di D. Bosco - Il Gesuita moderno, di Vincenzo Gioberti Pio IX concede a' suoi popoli varie riforme politiche e arti dei settarii per ottenerle - Gli applausi a Pio IX giudicati da Mons. Fransoni e da D. Bosco - Gridate, Viva il Papa e non Viva Pio IX. - Cartelli nell'Oratorio che ricordano la dignità del Vicario di Gesù Cristo - Applausi insidiosi al Clero secolare - Accuse ingiuste contro il Vescovo di Asti.

 

                GIUSEPPE BUZZETTI ci narrava un avvenimento dì quest'anno che affermò essere stato allora noto a tutti quelli dell'Oratorio.

                Mentre D. Bosco celebrava Messa al Buon Pastore una suora mandò un grido acutissimo in tempo dell'elevazione, sicchè turbò tutta la comunità. D. Bosco a stento potè continuare il santo Sacrifizio, e non conobbe la cagione di quel grido, ma la suora venne poi all'Oratorio a chiedergli scusa del disturbo che aveagli arrecato nell'atto della celebrazione.

                - Che cosa avete visto? - chiese D. Bosco.

                - Gesù nell'Ostia sotto forma di bambino tutto grondante sangue.

                - E ciò che cosa vorrebbe dire? [238]

                - Non lo so!

                - Sappiate che ciò indica una gran persecuzione che sì prepara contro la Chiesa! - E il doloroso pronostico poche settimane dopo incominciava ad avverarsi. Infatti, stampato in Isvizzera, in moltissime copie era introdotto nel Piemonte il Gesuita Moderno, opera in sette grossi volumi di Vincenzo Gioberti. Versando egli torrenti di odio e di plateali ingiurie contro la Compagnia di Gesù, aveva ricopiato quanto nel corso di due secoli scrissero di calunnioso e di maligno, per farla apparire esecranda, ogni genia di eretici e di increduli; ma però, coll'orpello di buon zelo e di sana dottrina frammischiando alle violenti invettive, lunghe pagine di magnifici elogi al Papato. Così si ottemperava alle istruzioni segrete date da Giuseppe Mazzini nell'ottobre 1846. “Si strilli e si gridi contro i Gesuiti che personificano il clero…..La potenza clericale è personificata nei Gesuiti. L'odioso di questo nome è una potenza pei socialisti; ricordatelo!”[19]. Perciò Gioberti coinvolgeva in quelle sue diffamazioni personaggi esimii del clero e del laicato, le Istituzioni di S. Raffaele e di S. Dorotea; dipingeva coi più neri colori Ordini e Congregazioni religiose, specialmente gli Ignorantelli; e non risparmiava le Dame del Sacro Cuore, accumulando contro di esse tante malvagie menzogne da disgradarne i romanzieri più scellerati. Stendeva pure due pagine nel combattere il Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi, affermando che il Teol. Guala era un Gesuita e gesuitica la sua istituzione; che nel Convitto si insegnava una morale troppo lassa; che era una fabbrica di bugie, un seminario di errori, un'officina di giaculatorie, un ritrovo politico, ecc. [239]

                Immenso fu in Italia e fuori il rimbombo dell'opera Giobertiana; le sette la strombazzarono in tutti i toni come gloriosa, benemerita, imperitura. Il nome di Gioberti fu dato alle strade e ai caffè, e festeggiato ed elevato alle stelle da un volgo ignorante, sobillato dai mestatori. Dappertutto si vedevano i suoi busti e i suoi ritratti. Tutto facevasi perchè divenissero popolari le idee del Gesuita Moderno, il cui fine primario era di fuorviare l'opinione pubblica a danno degli Ordini religiosi, togliere a questi l'educazione della gioventù, aizzare contro di loro le ire della plebaglia e costringere le autorità a bandirli e così impedire che facessero il bene tra il popolo. Tenevansi sicuri della vittoria, ed ecco quasi scherzo della Divina Provvidenza, proprio in quel tempo era fondato l'Ospizio di S. Francesco di Sales in Valdocco!

                Eziandio in Roma i capi delle congiure seguivano fedelmente le istruzioni di Mazzini sul modo di circonvenire il Papa e gli altri Sovrani. “Il Papa, aveva scritto, si avanzerà nelle riforme per principio e per necessità... Profittate della menoma concessione per riunire le masse, non fosse altro per attestare la riconoscenza: feste, canti, assemblee... dare al popolo il sentimento della sua forza e renderlo esigente... uno scalino per volta….Ottenuta una legge liberale, applaudite e domandate quella olio deve seguire”.

                Il Papa infatti, animato da santi pensieri, disposto a far tutto pel bene del suo popolo gli accordava certe libertà che più parevano desiderate; e subito si organizzarono imponenti dimostrazioni popolari per ringraziarlo e per chiedere ad alta voce nuove riforme. E Pio IX il 15 marzo aveva concessa la legge sulla stampa con una libertà dentro giusti limiti, la quale però non impedì che in agosto nella sola Roma si pubblicassero cinquanta giornali, la maggior parte detestabili, corruttori dello spirito dei cittadini. Il 14 giugno [240] Egli nominava un consiglio di Ministri, composto però di ecclesiastici, e i settarii, aspettando il momento opportuno per imporre al Papa un Ministero di laici, fecero udire unito al grido di Viva Pio IX, quello di Viva Gioberti, Viva l'Italia, e misto ad inni quasi repubblicani. Il 5 luglio avendo poche truppe a' suoi ordini permetteva che fosse istituita la guardia civica per la tutela dell'ordine pubblico, e così i rivoluzionarii ebbero le armi. Alcun tempo dopo, ordinato e nominato, il Consiglio comunale di Roma, inaugurava la Consulta di Stato; ma fra i consultori che rappresentavano le singole città del regno erano stati eletti non pochi cospiratori fra i più pericolosi. E intanto non vi era lode e gloria che non si tributasse a Pio IX.

                A Torino giungevano le notizie di Roma ed anche qui continuavano ad ogni occasione le grida frenetiche, ostinate di Viva Pio IX. Mons. Fransoni però aveva compreso tra i primi che sotto quelle esagerate espressioni di entusiasmo si celava l'artificio delle sette, e sollecitato dal Papa a muovere i fedeli in aiuto degli Irlandesi che lottavano contro la fame, il 7 giugno 1847 scriveva in una sua lettera pastorale: “Quella essere un mezzo assai acconcio di mostrare ossequio al Pontefice, e perciò averglisi a dar plauso. Non come quei tali che applaudono a Pio IX, non per quello che è, ma per quello che vorrebbero Egli fosse. Doversi ancora riflettere, che non il battere fragoroso di palma a palma, nè l'incomposto acclamar tumultuoso, sono gli applausi che possono a Lui tornar graditi, bensì l'ascoltarne docilmente gli avvisi, e il pronto eseguirne, non che i comandi, gli inviti”. D. Bosco non la pensava diversamente dal suo Arcivescovo. Naturalmente anche all'Oratorio era un gridare a tutta gola di viva e di osanna al gran Pontefice; tanto più che D. Bosco parlava sempre del Papa colla massima stima; ripeteva frequentemente [241] essere necessario di stare uniti al Papa perchè egli era quell'anello che unisce i fedeli a Dio, e preconizzava fatali cadute e castighi a quelli che presumevano osteggiare o censurare anche menomamente la S. Sede; e tanto era l'amore che sapeva infondere verso di questa ne' suoi giovani, che sentivansi disposti ad esserle sempre obbedienti e fedeli e a difenderla anche a costo della vita. I giovani adunque ripetevano: Evviva Pio IX; ma con meraviglia intesero D. Bosco che cercava di cambiar loro le parole in bocca: - Non gridate Viva Pio IX, ma Viva il Papa!

                - Ma perchè, gli domandarono, Ella vuole che gridiamo Viva il Papa? Pio IX non è appunto il Papa? - Avete ragione, replicava D. Bosco: ma voi non vedete più in là del senso naturale; vi è certa gente che vuol separare il Sovrano di Roma dal Pontefice, l'uomo dalla sua divina dignità. Si loda la persona, ma non veggo che si voglia prestar riverenza alla dignità di cui è rivestita. Dunque se vogliamo metterci al sicuro, gridiamo Viva il Papa! - E tutti i giovani ripetevano: Viva il Papa!...

                - Ed ora, continuava D. Bosco, se volete cantare un inno in lode del glorioso Pontefice, s'intoni pure quello che ha testè composto il Maestro Verdi:

 

Salutiamo la santa bandiera Che il Vicario di Cristo innalzò.

 

                E tutti prorompevano in un coro fragoroso cantando quell'inno che secondo l'interpretazione di D. Bosco, era un omaggio al vessillo della santa Croce.

                Più di una volta vennero alla Domenica, nei giorni di maggior fermento, alcuni signori in voce di buoni cristiani, ma liberali. Entusiasmati al vedere tante centinaia di baldi giovani, dopo brevi parole d'incoraggiamento li invitarono a [242] gridare Viva Pio IX; ma riuscì loro non grata sorpresa sentire un tuono di cinquecento e più voci che rispondeva: Viva il Papa! - Non era stata dimenticata la lezione di D. Bosco, e perchè questa rimanesse sempre più impressa, egli collocò in ogni parte del piccolo Oratorio cartelli stampati per invitare i giovani ad obbedire al Papa, a riverirne gli ordini, a rispettarne l'autorità. Su uno si leggeva: - Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa - Su un altro:

                - Dove è Pietro ivi è Dio - Un terzo: - Io sono con voi sino alla consumazione de' secoli - Dove è Pietro ivi è la Chiesa - Pasci le mie pecorelle.

                Narrava D. Bosco al Card. Bernabò nel 1873: “Nel 1847 lessi alcuni fogli di arrabbiati rivoluzionarii; eravi scritto: “S'incominci a gridare Viva Pio IX ma giammai Viva il Papa; si dia opera a screditare i Gesuiti, ma non toccate il Pontefice. I preti buoni lodateli, incoraggiateli e tentate lusingarne l'amor proprio colla lode, i preti cattivi se potete tirarli dalla vostra parte farete un gran guadagno”. E questo programma fu messo in pratica alla lettera, e fin d'allora, chi non fosse stato cieco, si poteva vedere, come ogni mossa dei liberali fosse diretta a tribolare e spodestare il Papa, togliendogli tutti i mezzi e gli appoggi umani. Essi vanno tuttora ripetendo: Quando non abbia più nessuna speranza di riacquistare ciò che gli fu tolto, bisognerà pure che ceda e si pieghi ai nostri voleri”.

                A questo fine adunque nel 1847 mentre Gioberti assaliva il clero regolare, si incominciò astutamente dai congiurati a blandire il clero secolare. Mazzini aveva scritto: “Conviene conciliarsi il clero, e guadagnarne ad ogni modo l'influenza... Il clero non è nemico delle Istituzioni liberali…. Se voi poteste in ogni capitale creare dei Savonarola, faremmo passi da gigante….. Non attaccate il clero nella sua fortuna e nella [243] sua ortodossia, promettetegli la libertà e lo vedrete nelle vostre file... L'essenziale è che il termine della grande rivoluzione sia sconosciuto. Non lasciamo mai vedere che il primo passo da fare……”.

                E la parola d'ordine delle loggie in Torino fu adunque: Lodate i preti. Chi non era iniziato alle segrete cose nulla capiva dell'inusitata riverenza e cordialità colla quale il clero era trattato anche da quelli che poco usavano alla Chiesa. Ogni ricorrenza patriottica non tardò ad avere il suo epilogo nella visita di un santuario, nell'assistenza ad una Messa, o ad un Te Deum colla benedizione del SS. Sacramento. Il prete era invitato ai congressi, ai circoli, alle dimostrazioni e trattato con tutti i riguardi che poteva desiderare. Nell'Università di Torino, ove erano trincerati i giansenisti come in una cittadella, gli studenti delle varie facoltà si affratellavano coi chierici e coi preti, che frequentavano le scuole teologiche. Questi talora non potevano sottrarsi alle ovazioni più entusiastiche dei compagni e dei professori. Fuori di là anche di lontano potevasi sapere il passaggio di qualche insigne Ecclesiastico, o di una camerata degli alunni del Seminario alla frenesia colla quale la folla gridava: Viva i Preti! Viva i Seminaristi! - Non è quindi a far meraviglia se in quei primi giorni non pochi tra il clero minore pigliarono parte al movimento liberale. Gli uni eransi riscaldato il cervello colla lettura degli scritti Giobertiani; gli altri poi, in maggior numero, erano di quegli illusi o ingenui, che non sapevano vedere ove tendessero tante acclamazioni smaccate. E nemmeno cadevano in sospetto, che le riforme politiche che da tutti sembravano desiderarsi, potessero avere qualche lato pericoloso, mentre vedevano che Pio IX medesimo ne aveva largite alcune al suo popolo. Tutti costoro potevano facilmente abboccare l'esca delle acclamazioni, ma [244] non tutti i preti si lasciarono abbindolare dai popolari entusiasmi e fra costoro va collocato in prima linea D. Bosco, il quale era persuaso che agli osanna sarebbero seguiti i crucifige. Anzi interrogato in questo stesso anno dai suoi amici sugli avvenimenti presenti e futuri della Chiesa, aveva risposto: che la rivoluzione sarebbe andata a poco a poco fino, alle ultime conseguenze de' suoi propositi!

                Ed incominciava ad esserne prova il modo col quale trattavasi coi Vescovi, mentre dimostravasi tanta tenerezza pel clero inferiore. Contro Mons. Filippo Artico, Vescovo di Asti vigilante custode della disciplina ecclesiastica, nel 1847, si era, inventata un’infame calunnia. La potestà civile prima spalleggiò i detrattori, e il Senato di Piemonte, non curando il concordato del 1841 che stabiliva il Papa solo essere giudice dei Vescovi, mandò con grande apparato i suoi delegati nella stessa città di Asti. Questi istruirono contro Monsignore un processo criminale; ma dovettero proclamarne l'innocenza, tanto luminose ne furono le prove. Il Re, per temperare il dolore di quell'esimio prelato e dargli segni di stima, lo volle seco a Racconigi. Ma ciò non valse a por termine alle manifestazioni ostili e agli sfregi della cricca Astigiana contro il buon Vescovo, il quale sul finir dell'anno, non potendo vivere sicuro in città, ritirossi nella villa Episcopale sulla vetta di un solitario colle. Ma qui neppure gli fu concessa un po' di quiete, essendo fatto bersaglio di inverecondi motteggi. Gli tornarono però di gran conforto in tante amarezze le difese che di lui aveva pigliate tutto l'Episcopato Subalpino e la costante amicizia di D. Bosco.

 

 


CAPO XXII. Proponimenti di D. Bosco negli esercizii spirituali a S. Ignazio - Minacce di Carlo Alberto dell'Austria - D. Bosco e l'Istituto della Carità - Ospitalità generosa - Viaggio a Stresa - D. Bosco lontano conosce ciò che accade nell'Oratorio - Stazione dei giovani a Moncucco nella passeggiata ai Becchi - Il primo studente nell'Oratorio - I primi sacerdoti che hanno stanza con D. Bosco - Signori e signore che si prendono cura dei giovani esterni ed interni - I medici.

 

                MENTRE tutti i buoni vivevano in gravi apprensioni per il misterioso agitarsi dei nemici della Chiesa a S. Ignazio sopra Lanzo si iniziavano i santi spirituali esercizii. D. Bosco per amore della povertà evangelica, per varii anni, accompagnato da D. Giacomelli, vi andava a piedi, percorrendo oltre a trenta chilometri in un mattino solo. Il Prof. D. Alasonatti Vittorio di Avigliana tenne memoria che in quest'anno D. Guala e D. Cafasso avevano invitati a predicare un padre Gesuita ed un Canonico di Vercelli. D. Bosco scriveva in un foglio: “Proponimenti fatti negli esercizii sp. del 1847.

                Ogni giorno: Visita al SS. Sacramento.

                Ogni settimana: Una mortificazione e confessione.

                Ogni mese: Leggere le preghiere della buona morte. Domine, da quod jubes et jubes quod vis. [246]

                Il Sacerdote è il turibolo della Divinità. TEODOTO. È soldato di Cristo. S. Giov. G.

                L'Orazione al Sacerdote è come l'acqua al pesce, l'aria all'uccello, la fonte al cervo.

                Chi prega è come colui che va dal Re”.

                Riconfortato e riposato nello spirito, D. Bosco scendeva dalla solitudine e dalla pace dei monti per ritornare in città, ove ben presto l'ambiente politico fu scosso da inaspettati avvenimenti. La questione dei sali tra il Piemonte e l'Austria toccava già il periodo acuto di una vicina guerra, quando, giunse la notizia che le truppe austriache, col pretesto di necessaria difesa pel regno Lombardo - Veneto, avevano occupata la città di Ferrara violando i diritti Pontificii. Questo fatto accresceva nuovo sdegno nel cuore degli italiani e nuovo ardire alle sette. Cogli evviva patriottici incominciaronsi a udire da ogni parte le grida: Fuori il barbaro; abbasso, l'Austria. Carlo Alberto, risoluto di non separare mai la causa propria da quella del Papa, si affrettava a far sapere al Pontefice come fosse egli pronto a' suoi servigii coll'esercito e colla flotta; e nell'agosto il Conte di Castagnetto leggeva al congresso agragrio di Casale una lettera a lui scritta dal Re, colle seguenti frasi: “Se la Provvidenza ci manda la guerra per l'indipendenza d'Italia, io monterò a cavallo co' miei figli, mi porrò alla testa del mio esercito... Un bel giorno, sarà quello in cui si potrà gridare: Alla guerra per l'indipendenza d'Italia”. Tutti i giornali ripeterono queste frasi, le quali produssero una penosa sensazione in quanti prevedevano le conseguenze di tale guerra.

                D. Bosco intanto sentiva che non avrebbe resistito a sopportare da solo per lungo tempo tutto il peso così gravoso dell'Oratorio: e non trovava chi volesse far vita comune con lui consacrandosi intieramente e per sempre alla salvezza [247] della gioventù. Aveva per qualche anno accarezzata l'idea di ascriversi a qualche Istituto già esistente, dal quale gli si lasciasse compiere il suo disegno o gli si dessero mezzi da poterlo eseguire. Desiderava vivamente di circondarsi di confratelli, nei quali potesse infondere ciò che egli sentiva nell'ardente suo cuore. Da parte sua era disposto ad essere obbedientissimo a chiunque nell'Istituto da lui prescelto, fosse deputato a comandargli; anzi avrebbe preferito poter condurre avanti il suo piano, passo per passo, guidato dall'ubbidienza di un superiore.

                “Ma la Vergine Maria, ci narrava più tardi D. Bosco, mi aveva indicato in visione il campo nel quale io doveva lavorare. Possedeva adunque il disegno di un piano premeditato, completo dal quale non poteva e non voleva assolutamente staccarmi. Io era in modo assoluto responsabile della riuscita di questo. Vedeva chiaramente le fila che dovevo tendere, i mezzi che doveva adoperare per riuscire nell'impresa; quindi non poteva espormi al rischio di mandare a vuoto un tale disegno col sottoporlo in balia del giudizio e della volontà di altri. Ciò non ostante in questo stesso anno 1847 volli osservare con maggior diligenza se già esistesse qualche Istituzione nella quale io potessi aver la sicurezza di eseguire, il mio mandato, ma non tardai ad avvedermi che no. Per quanto fosse santissimo lo spirito che animavale e lo scopo al quale tendevano, tuttavia non corrispondevano a' miei fini. Questi furono i motivi che mi rattennero dall'ascrivermi a qualche Ordine o Congregazione di religiosi. Quindi ho finito collo starmene solo, e invece di unirmi a socii già provati nella vita di comunità ed esercitati nelle varie opere del ministero apostolico, dovetti andare in cerca, secondo che mi era stato indicato nei sogni, di giovani compagni che io stesso doveva scegliere, istruire, e formare”. [248] Tuttavia non eragli stato vietato di cercare un appoggio per l'opera sua in qualche Congregazione, e di studiarne le costituzioni se adattate a' suoi tempi.

                Egli perciò lasciavasi attirare da una speciale simpatia e da un vivo interesse verso l'Istituto della Carità. Conosceva per fama la virtù e la dottrina onde il suo fondatore e i suoi religiosi erano forniti; sapeva aver essi a Rovereto tenute istruzioni serali ai poveri artigiani per allontanarli dall'osteria e dal vizio; a Trento e altrove essere stati aperti da essi Oratorii festivi per i giovanetti; la loro predicazione ai popoli della campagna produrre un gran bene; e i loro missionarii ricondurre in Inghilterra molte anime all'ovile di Gesù Cristo. Nello stesso tempo era convinto che le basi del loro ordinamento monastico fossero appunto come si convenivano ai nuovi tempi e che dessero garanzia di stabilità e difesa contro l'uragano ormai inevitabile che addensavasi contro gli Ordini religiosi e i loro patrimonii. Alla proprietà collettiva avevano sostituito il diritto, almeno in radice, della proprietà personale, e quindi non potevano sorgere cavilli che contestassero un possesso soggetto alle leggi comuni. D. Bosco aveva eziandio riflettuto sull'importanza di potersi giovare in certe occasioni dell'influenza che l'Abate Rosmini esercitava in Torino sugli uomini nuovi rivestiti di autorità, e quindi la convenienza di averlo amico e protettore. Era suo sistema premunirsi diligentemente con ogni mezzo umano, lasciando poi con fiduciosa rassegnazione, che la Divina Provvidenza guidasse le cose a suo beneplacito.

                Agevolava i suoi intenti l'amicizia da lui stretta con alcuni sacerdoti dell'Istituto della Carità, di stanza nell'Abbazia di S. Michele della Chiusa, i quali emulavano lo zelo e le fatiche degli antichi figli di S. Benedetto; e l'aver egli, D. Bosco, indirizzati al loro noviziato di Stresa alcuni de' suoi [249] giovani, desiderosi di abbracciare lo stato religioso. L'ospitalità da lui offerta a questi buoni padri, i quali non avevano casa in Torino, rendeva più intime quelle attinenze. Qualunque volta l'Abate Rosmini giungesse in Torino il Marchese Gustavo Benso di Cavour volevalo in casa sua; ma i suoi discepoli qui condotti dagli affari o bisognosi di riposo in un lungo viaggio, venivano per più anni a prendere alloggio nell'Oratorio. D. Bosco faceva loro quelle migliori accoglienze che permettevagli la sua povertà, e quei generosi, avvezzi ad una vita austera, erano sempre di tutto contenti.

                Quando poteva, assegnava loro una cameretta, e se la piccola casa era occupata da altri ospiti, conduceva il nuovo venuto nella sua stanza, gli cedeva il proprio letto e in un piccolo spazio celato da un armadio che serviva come di steccato, stendeva per terra un materasso e su quello si coricava. Se però il forastiero era persona di riguardo, andava a cercarsi un cantuccio da passarvi la notte o in cucina o nella sagrestia. E così continuò fino al 1854

                Riconoscenti per queste e per altre sue attenzioni, spesse volte i padri Gilardi e Fledelicio lo avevano con insistenza invitato a recarsi a Stresa; ma era stato ritenuto dagli affari. Finalmente nell'autunno del 1847 ci decidevasi a quel viaggio. Andava per avere un abboccamento coll'Abate Rosmini e chiedere il suo giudizio su varii progetti che stavangli a cuore e dei quali noi più tardi dovremo parlare; e nello stesso tempo per intrattenersi alquanto con i suoi giovani, da lui mandati a quel noviziato.

                Prima di partire consegnava l'Oratorio al Teol. Carpano e ai due giovani Barretta e Costa, che erano i factotum e i cantori principali; raccomandò caldamente l'assistenza dei loro compagni, quindi montò sul calesse dell'impresario Federico Bocca, il quale in persona volle accompagnare D. Bosco [250] guidare il suo cavallo. È dal signor Bocca che ebbimo i seguenti e pochi cenni di questo viaggio.

                Dopo alcuni giorni, essendo Domenica, a un certo punto, della via, D. Bosco, che silenzioso erasi concentrato ne' suoi pensieri, esclamò ad un tratto: “Ecco, che approfittandosi della mia assenza, Barretta e Costa non sono andati all'Oratorio; e il Teol. Carpano non è al suo posto, e invece ora fa la tale e la tal altra cosa”

                Bocca, udite queste parole, ne prese nota per verificarle al ritorno. Toccate le stazioni di Chivasso, Santhià, Biella, Varallo, Orta, a Miassino nell'osteria piena di persone, D. Bosco co' suoi modi gioviali ed affettuosi, avendo preso, ascendente su tutti, narrò la vita di S. Giulio con gran piacere di quella gente, poco avvezza ad ascoltare panegirici. Partito di là visitò i piccoli Seminarii di Gozzano e S. Giulio, della diocesi di Novara, ed alloggiò presso i signori Razzini, e giunse a Stresa passando per Arona e S. Carlone. Quivi con suo rincrescimento trovò che l'abate Rosmini era lontano; ma il padre Fledelicio lo accolse con gran festa, perchè sperava che D. Bosco sarebbesi fatto Rosminiano. Lo condusse quindi alle isole Borromee, ad Intra, a Pallanza e al Santuario di S. Caterina del Sasso al di là del lago Maggiore, ove si vede un gran macigno star miracolosamente quasi sospeso in aria sopra il sacro edifizio. Intanto osservando ed interrogando conobbe perfettamente lo spirito dei Rosminiani e come non andasse d'accordo col suo in varie opinioni e su certi principii. Tuttavia non disse parola che palesasse il suo pensiero. Contento per le amorevolezze di quei novizii e dei loro Superiori, ritornò a Torino, passando per Arona, Novara, Vercelli, Chivasso. Varie scene graziose e salutari per le anime erano accadute cogli osti presso i quali erasi fermato per rifocillarsi, e al solito aveva confessaio [251] vetturini e stallieri. Il viaggio era durato quasi dodici giorni. Il Sig. Bocca andò subito dal Teol. Carpano e gli disse:

                - Lei Domenica non era al suo posto nell'Oratorio ed ha fatto questo e questo.

                - Da chi lo ha saputo?

                - Da D. Bosco in persona.

                Il Teologo, che era di naturale sanguigno, si tolse la berretta di capo, e gettandola dispettosamente per terra: - Ecco lì, esclamò, sono subito andati a raccontargli tutto. Chi glielo ha detto? - E ammutolì e si calmò quando seppe che D. Bosco solo da sè aveva indovinata o veduta la sua assenza. Così pure il Sig. Bocca, constatò avverate le parole, di D. Bosco, riguardo ai due giovani cantori.

                D. Bosco fermossi per poco tempo in Torino.

                Pel 2 ottobre disposta col Teol. Borel una passeggiata di tutto l'Oratorio a Superga, dove erasi comprata molta uva per una merenda, partiva a piedi per la solita gita ai Becchi, con alcuni allievi. Sua madre accompagnavalo col suo canestro appeso al braccio. Fintantochè si era nelle vie della città, discorreva col figlio sul modo di alloggiare e invigilare quei buoni ragazzi; ma uscita dalla cinta del dazio e avanzandosi per le strade solitarie, incominciava ad alta voce il rosario, al quale tutta la comitiva rispondeva. I Signori Moglia suoi antichi padroni e benefattori, avvertiti per lettera del suo passaggio, preparavano ogni cosa nella loro cascina per accoglierlo degnamente. Nei primi anni egli andava con soli quattro o cinque giovani, poi con dieci o quindici. L'ultima volta furono venticinque, e cessò dall'andare alla Moglia, perchè temette abusare della generosità de' suoi ospiti e pel numero sempre crescente dei suoi compagni. Il suo arrivo, era un giorno di festa e di allegria. Per i giovani era [252] preparata una gran polenta con salsiccia in quantità, che essi stessi facevano cuocere. D. Bosco co' suoi coadiutori, quando avea con sè preti e chierici, sedevano a mensa col padrone e colla sua famiglia. Di qui D. Bosco riprendeva il suo cammino per Morialdo, ove soleva dimorare nella sua casa paterna per qualche settimana, aiutando D. Cinzano nella festa del Rosario.

                Ritornato a Torino, conduceva con sè in Valdocco il primo studente di Castelnuovo d'Asti e suo cugino di nome Alessandro, figlio del signor Pescarmona Giovanni Battista. Il padre, ricco possidente, aveva formata con D. Bosco una convenzione, colla quale obbligavasi a pagare una regolare retta mensile e a provvedere il figlio di abiti, libri e quanto potesse occorrere in occasione di malattia. Doveva questi ascriversi al terzo corso di lingua latina e abitando con D. Bosco andare alle lezioni di un Professore in città, che aveva nome Giuseppe Bonzanino. Il padre sapendo le strettezze nelle quali si trovava D. Bosco, volle anticipargli la somma totale convenuta per tre anni.

                Abbiamo fatto cenno di questo fatto per ricordare una massima che D. Bosco fin d'allora stabiliva per l'accettazione di un alunno pel suo Ospizio. “Abbiamo per iscopo, diceva, di raccogliere e mantenere gratuitamente giovani poveri, e non è giusto che colui il quale poco o molto possiede di beni suoi o di sua famiglia, volendo essere ammesso fra noi, si profitti delle elemosine che sono elargite per gli altri. Questo principio servirà nel fissare la somma mensile, più o meno tenue, per la pensione di un giovanetto”.

                Il giovane Alessandro non fu il solo che D. Bosco fece sedere alla sua propria mensa. Egli era sempre in cerca di coadiutori che gli prestassero mano nel far prosperare l'opera sua; quindi volentieri dava alloggio in sua casa ad ecclesiastici [253] e ad altri che desideravano stabilirsi in Torino per gli studii o per diversi motivi. Costoro corrispondevano una pensione convenuta. D. Palazzolo, il suo amico e discepolo a Chieri prendeva stanza con lui il 23 ottobre 1847, e il giorno 29 dello stesso mese ed anno venne pure in Valdocco D. Pietro Ponte, che forse fu il secondo che ebbe l'ufficio di Prefetto nell'Oratorio festivo; abitarono con D. Bosco per tutto il 1848 mentre erano impiegati in chiese della città. Le due torte settimanali con erbe non erano presentabili a quei pensionarii. La mensa perciò fu imbandita a pranzo e a cena all'incirca secondo l'usanza delle comunità. Vi era il necessario per nutrirsi, ma certamente facevano difetto le delizie. Le insistenze altrui non indussero D. Bosco a cambiar sistema. Perciò i suoi commensali non si fermarono lungo tempo con lui, il quale per volontà deliberata faceva una vita di continuo sacrifizio e mortificazione. Era solito ripetere con S. Paolo. - Avendo gli alimenti e di che coprirci contentiamoci di questo[20].

                Qui sta bene il ripetere come la sua povertà e mortificazione eccitasse' i benefattori a soccorrerlo più largamente vedendo che nulla riteneva per sè; come fosse per essi una prova che nessun fine umano lo guidava nel sostenere tanti disagi e stenti; e come inducesse le anime generose ad imitare il suo zelo col prestargli in vario modo eziandio l'opera loro. Alcuni nobili signori e borghesi si unirono ai catechisti e ai giovani maestri, e li aiutavano in chiesa e fuori di chiesa nei loro uffizii. Essi davansi specialmente premura di cercare tra i giovani, quelli cui mancava il lavoro; procuravano di metterli bene in assetto ed in grado di potersi presentare [254] nelle officine o nei negozii, e li collocavano presso qualche onesto padrone andando a visitarli sul lavoro lungo la settimana. D. Bosco in una conferenza ai cooperatori nel 1878, esclamava: - Era proprio la Divina Provvidenza che lì mandava, e per mezzo loro il bene andò moltiplicandosi Questi primi cooperatori salesiani, sia ecclesiastici che secolari, non guardavano a disagi ed a fatiche, ma vedendo come molti giovani discoli si riducessero nella via della virtù, sacrificavano se stessi per la salvezza degli altri. Molti io ne vidi lasciare ogni comodità di loro case e venire non solo tutte le domeniche, ma ben anco tutti i giorni della quaresima, e ad un'ora che li disagiava moltissimo, ma che era più comoda per i ragazzi, a fare il catechismo. Li vidi eziandio durante l'invernale stagione recarsi ogni sera in Valdocco per vie e sentieri dirupati, pericolosi, coperti di neve e di ghiaccio per fare scuola nelle classi che mancavano di maestro, impiegandovi il maggior tempo possibile. - Fra costoro si debbono annoverare il Conte Cays di Giletta, il Marchese Fassati e poi il Conte Callori di Vignale e il Conte Scarampi di Pruney, il quale nel 1900 in età di 80 anni parlando col Prof. D. Celestino Durando piangeva di consolazione e di tenerezza ricordando D. Bosco e questi anni antichi.

                Insieme coi coadiutori erano comparse nell'Oratorio le coadiutrici, delle quali D. Bosco eziandio parlava nella conferenza suddetta: “Si faceva vieppiù sentire il bisogno di aiutare materialmente i nostri poveri fanciulli. Ve ne erano di coloro i cui calzoni e la giubbetta erano in brandelli, e ne pendevano i pezzi da ogni parte, anche a scapito della modestia. Ve ne erano di quelli che non potevano mai cambiarsi quello straccio di camicia che avevano in dosso; erano così luridi che nessun padrone li voleva accogliere a lavorare nella [255] propria officina. Fu qui che incominciò a campeggiare la bontà e l'utilità che arrecavano le cooperatrici. Io vorrei ora a gloria delle signore torinesi raccontar ovunque come molte di esse, sebbene di famiglie così cospicue e delicate, tuttavia non avessero a schifo prendere quelle giubbe, quei calzoni ributtanti e colle loro mani aggiustarli; prendere quelle camicie già tutte lacere, e forse mai passate nell'acqua, prenderle esse stesse, dico, lavarle, rattopparle e consegnarle poi nuovamente ai poveri ragazzi, i quali attirati dal profumo della carità cristiana perseverarono nell'Oratorio e nella pratica delle virtù. Varie di queste benemerite signore mandavano biancheria, vesti nuove, danari, commestibili e quant'altro potevano. Alcune sono presentemente qui ad ascoltarmi e molte altre furono già chiamate dal Signore a ricevere il premio delle loro, fatiche ed opere di carità”.

                Queste sante donne si erano raggruppate intorno a mamma Margherita, e prima fra tutte, colla sua buona sorella, la signora Margherita Gastaldi, madre del Can. Lorenzo Gastaldi, e con essa la Marchesa Fassati; poi un'altra illustre dama di Corte; e altre ancora, le quali non isdegnavano di associarsi all'umile contadina del Becchi per rimendare stracci nella povera sua stanzetta.

                E quando D. Bosco incominciò a ricoverare gli orfanelli, con una abnegazione materna esse ne presero cura come dei proprii figli. Ogni sabato portavano agli allievi camicie e fazzoletti. Ogni mese somministravano lenzuola pulite e talora rappezzate con diligenza. Era la signora Gastaldi che prendevasi cura di far lavare la biancheria. Alla domenica passava in rivista i letti, poi come un generale d'armata, schierava gli alunni, ad uno per uno osservava se eransi cambiata la camicia, se si erano lavate le mani ed il collo. Quindi, fatto mettere da parte tutto ciò che doveasi mandare [256] al bucato, lo faceva trasportare presso le persone che aveva incaricate di quel lavoro. Dava eziandio una rivista agli abiti per vedere se abbisognassero d'essere riparati, ricorrendo, sovente a varii pii istituti e case di educazione femminili, che gareggiavano nel prestarsi a questo lavoro di beneficenza. Essa passava gran parte della giornata nella guardaroba dell'Oratorio aiutando la buona Margherita a tenerla in ordine; provvedeva o faceva provvedere quanto mancava per i letti e per le persone; somministrava quanto poteva eziandio aiuti in danaro, cosicchè i giovani la consideravano, insieme con la sua sorella, come particolare benefattrice. Per più anni durò in quest'opera di carità, anche dopo la morte della madre di D. Bosco.

                Fin qui abbiam detto delle cure di cui erano oggetto i figli dell'Oratorio quando erano sani, ma dobbiamo aggiungere che essendo infermi, fin dal principio, non mancarono loro insigni benefattori che li assistettero, alleviarono i loro dolori e si studiarono di restituirli in sanità. I giovani esterni D. Bosco sapeva raccomandarli ai medici di beneficenza, pronto anche a procurare soccorsi ai più indigenti, quando, erano curati in famiglia; quelli che erano stati trasportati agli ospedali indicavali alle suore infermiere ed ai dottori, perchè usassero loro speciali riguardi; gli uni e gli altri poi visitava con affetto di padre. In quanto ai giovani ricoverati in Valdocco egli fin da quest'anno volle che vi fosse il medico della casa e il primo fu il Dottor Vella, nativo di Cavaglia. D. Bosco portavagli grandissima affezione, come pure a suo, fratello che, mandato con altri chierici dalla Curia di Monsignor Fransoni, veniva ad insegnare il catechismo nell'Oratorio. Il Dottore si dedicò con grande affetto a quest'opera di carità, continuando fino al 1856, e cessando quando fu nominato professor di medicina nell'Università di Bologna. [257] Al Vella successero altri medici valenti, animati dello stesso suo spirito, dei quali faremo cara memoria nel corso della nostra narrazione; ma oltre questi, direi così, curanti ordinarii, furono centinaia di sanitarii che nel corso di quaranta e più anni gratuitamente, ad un invito di D. Bosco o de' suoi rappresentanti, di giorno e di notte, venivano a visitare e curare qualche alunno gravemente ammalato. Erano uomini di grande fama per sapere, esperienza, abilità nelle più difficili operazioni chirurgiche, occupatissimi da mane a sera; eppure, non ostante il grave incomodo, ringraziavano chi lì aveva chiamati, e si dicevano pronti a prestar l'opera loro ogni volta ve ne fosse bisogno. E i figli del popolo erano trattati del pari dei figli dei grandi signori. Tanto può la gentilezza d'animo unita alla carità cristiana. Onore ai medici di Torino! Non cesseranno le nostre preghiere e la nostra riconoscenza, perchè non solo le Sacre Carte ci insegnano: “Rendi onore al medico per ragione della necessità”, ma aggiungono esser desso un dono del Signore: “perchè egli è stato fatto dall'Altissimo”[21].

 

 


CAPO XXIII. Il giovane ebreo di Amsterdam - Suo incontro con D. Bosco nell'Ospedale - Sua storia - Una sua sorella si rende cattolica - Suoi dubbii religiosi - Causa della sua malattia - Conferenze con D. Bosco - Maneggi degli Ebrei per impedire la sua conversione - Battesimo e morte preziosa.

 

                NELL'ANNO 1847 e 1848 la Divina Bontà adoperò D. Bosco come strumento di una meravigliosa conversione. Un giorno andando egli secondo il consueto nell'ospedale di S. Giovanni, fu avvisato dalla Superiora delle monache, suor Serafina di Buttigliera, come fossevi entrato per curarsi un giovane ebreo in sui 23 anni, il quale mostrava propensione a farsi cristiano. D. Bosco diede alla suora prudenti regole per incominciarne l'istruzione, senza impegnarsi in controversie, e promise di prendersi a cuore quella povera anima. La suora intanto, per intrattenere piacevolmente il giovane ebreo, fra le altre cose prese a narrargli quanto sapeva intorno a D. Bosco, specialmente del suo amore ai giovanetti e quanto avesse operato ed operasse per essi in Torino. Il giovane ebreo ascoltava con meraviglioso e crescente diletto questi racconti, sicchè insensibilmente si accese di vivo desiderio di conoscere questo prete. Ed ecco un [259] bel giorno entrargli in camera suor Serafina, la quale aveva prima invitato D. Bosco, e dire all'infermo: “Vengo a darle una notizia che le farà piacere, io spero. In questo momento è giunto nei cameroni quel D. Bosco del quale abbiamo tanto parlato. Se desidera vederlo, conoscerlo, io lo introdurrò. È questa una visita che cagionerà a lei una grata distrazione”.

                Il giovane contentissimo disse alla suora: “Sì, sì, tanto volontieri!”. D. Bosco venne. Era quella una delle camere più nobili dell'ospedale. Il giovane che ancora avea tanto di forze da stare fuor di letto, era seduto. All'entrare del prete si alzò e si tolse rispettosamente il berretto che colla visiera gli celava il volto. Era di aspetto gentile, che svelava un'anima sofferente. D. Bosco alle prime interrogazioni conobbe aver quegli un'indole ottima e un cuore sincero; la prima sua visita fu breve, ma aperse la strada a molte altre che furono di lunga durata e di frutto consolante. Il giovane, appena conosciuto D. Bosco, sentissi animato di una simpatia tenera e profonda pel prete cattolico; quindi gli narrò tutta la sua storia.

                Si chiamava Abramo, era nativo di Amsterdam, ove abitavano i suoi parenti, ricchissimi di censo. Di grande ingegno, aveva fatti rapidi progressi nella scuola, ed essendo l'idolo della famiglia veniva largamente soddisfatto in ogni suo desiderio di divertimenti, teatri, convegni, agiatezze. Tuttavia egli erasi mantenuto sempre morigerato. Aveva una sorella maggiore della quale era amantissimo, di nome Rachele: nutriva ella segreto desiderio di farsi cristiana, e avendone trovato modo, o leggendo di nascosto ottimi libri che trattavano di religione, o essendosi incontrata con qualche persona cattolica, di istruirsi nella verità, veniva a poco a poco insinuando Pel fratello massime cristiane, senza però che egli se ne avvedesse. Rachele aveva qualche anno di più di [260] Abramo, e, decisa di farsi suora della Carità, toccati i 17 anni, palesò al padre il suo pensiero, chiedendo licenza di andare in Francia. Il padre si sdegnò altamente, e non potendo smuoverla dal suo divisamento, non volle assolutamente permettergliene l'andata finchè non fu maggiorenne. Allora acconsentì che partisse per dove meglio le talentasse, ma diseredolla, non accordandole alcun sussidio per vivere. Però una sua zia, pur essa ebrea, mossa a compassione, la provvide della somma necessaria per costituirle la dote, onde potesse entrare tra le figlie di S. Vincenzo. Rachele andò a Parigi; ma Abramo, quando seppe che la sorella voleva farsi cattolica e suora, concepì per lei una profonda avversione, in gran parte cagionata dal crederla disamorata di lui. Tuttavia nel suo cuore stavano scolpiti sufficientemente i sentimenti cristiani, bastanti a tenere vivo un principio di dubbio sulla sua religione.

                La mamma sua noti tardò ad avvertire questo dubbio e per mantenerlo costante nella fede ebraica andavagli spesso raccontando le ridicole e paurose favole del Talmud, minaccianti terribili castighi agli Ebrei che mutassero religione. Abramo però si mostrava incredulo e andava ripetendo: “Ma che cosa debbo temere da quella maga, che voi mi dite, vivesse già fin dai tempi di Adamo? Se ancora esiste, come voi mi assicurate, deve esser ben vecchia e quindi ha poca potenza di farmi del male”. Il padre, che era superstizioso all'eccesso, vedendolo sempre più allontanarsi dalle sue opinioni, anzi talora deriderle, fece venire un dotto Rabbino che lo persuadesse colle sue ragioni. Ma Abramo, che era di sottile ingegno, questionò specialmente sul punto capitale del regno eterno promesso da Dio a David e chiedeva ove fosse questo regno nei tempi presenti. Chiedeva pur sempre e ripeteva: “Sta scritto nei libri di Mosè che non [261] sarà tolto lo scettro da Giuda e il Capitano dal suo fianco, finchè non venga il Messia. Ora se il Messia non è venuto, dove è il nostro regno di Giuda?  E se il regno di Giuda è stato tolto, non è egli segno che il Messia è già venuto?”. Il Rabbino, per quanto si sforzasse, non riuscì a soddisfarlo.

                Il padre, che lo amava come figlio prediletto, vedendolo sempre agitato e desideroso d'istruirsi nella religione lo mandò ai ministri protestanti, perchè vedessero essi di sciogliere le sue obbiezioni, persuaso che lo avrebbero potuto appagare senza che abbandonasse le credenze nelle quali era nato. Costoro si adoprarono a trarlo nella loro setta; al giovanetto però non sembrava religione una società senza sacrificii, senza riti solenni, senza unità, senza dottrine certe. Quegli sciagurati allora, per convertirlo, lo incamminarono nella strada del vizio, e pur troppo egli cadde in quel laccio. Conseguenza però del disordine fu una lenta malattia di petto, della quale, quando Abramo provò i primi sintomi, riconoscendone la causa nei perfidi consigli dei Protestanti, si accese di odio verso il Cristianesimo. Fece quindi amare lagnanze col padre perchè avevalo indirizzato ai ministri. Ma il padre gli rispondeva: “Hai voluto conoscere il Cristianesimo, e quelli ne sono i maestri”. Ad Amsterdam infatti tutto ciò che avea nome di Cristianesimo era protestante. Tali i tribunali, i templi, la società. I Cattolici erano pochi e sconosciuti, anzi il loro nome e quello della Religione nostra santissima non aveva mai risuonato al suo orecchio. Abramo era quindi persuaso che la sorella Rachele coll'essersi fatta cristiana appartenesse ai protestanti.

                Persistendo intanto quel malore, i parenti decisero di provare modo di guarirlo sotto la cura dei più esperti medici; lo mandarono perciò a Vienna, ove si trattenne qualche tempo in quegli ospedali, trattato con ogni lautezza, perchè [262] il padre non guardava a spese. La malattia però proseguendo il suo corso, si credette conveniente tentare se gli fosse di giovamento prima l'aria di Innsbruch e poi quella di Torino. Le prove non riuscirono, e la polmonite risolvevasi in vera etisia. In sulle prime fu accolto premurosamente in una casa di ricchi Ebrei, i quali però, temendo per i loro ragazzi, lo mandarono a Chieri. Ma qui peggiorando ritornò a Torino presso quei suoi parenti, i quali dopo qualche giorno finirono col metterlo nell'ospedale di S. Giovanni, affittando una stanza.

                Fu allora che ebbe la fortuna di incontrarsi con D. Bosco, il quale le prime volte che lo visitò non gli parlò punto di religione, ed entrò in argomento solo quando fu sicuro della sua affezione. Abramo conobbe allora il suo errore intorno al Cristianesimo, che aveva confuso con una setta di protestanti e restò ammirato della bellezza del Cattolicismo. Gli Ebrei però seppero delle visite prolungate di D. Bosco e si misero in guardia per impedire quella conversione. Da quel punto riuscì difficile parlare con Abramo di religione, e D. Bosco rare volte potè ancora avvicinarlo. Gli erano state messe ai fianchi due serve che lo sorvegliassero continuamente, l'una di giorno, l'altra di notte. Abramo era angustiato, desiderando sempre più d'istruirsi, quando si avvide che una di quelle serve parlava solamente il francese, l'altra il francese e il tedesco. Conoscendo egli a perfezione eziandio la lingua inglese, comunicò quella scoperta a suor Serafina, la quale sapeva pure l'inglese, e rimasero d'accordo di continuare l'istruzione religiosa in quella lingua, sicuri di non essere intesi. D. Bosco dirigeva la suora nel modo di procedere in quel catechismo, dandole a leggere le Discussioni dirette agli Ebrei di Paolo De Medici e Gli Ebrei del Teol. Vincenzo Rossi di Mondovì: due opere, nelle quali sono [263] esposti gli argomenti per convincere gli Ebrei che il Messia cioè Gesù Cristo è venuto. Le due serve presenti a quei dialoghi, benchè non intendessero parola, sospettarono e fecero rapporto ai padroni, i quali avevano dal padre l'incarico di impedire assolutamente ad Abramo di farsi cattolico. Quindi vollero che fosse trasportato a Chieri; ma la ripugnanza che vi era nelle famiglie ebree di Chieri per quella infermità, non potè esser vinta dalla prospettiva di un grosso lucro, e consigliò a lasciarlo nell'ospedale di S. Giovanni. Intanto la malattia precipitava, gli Ebrei stavano all'erta, e il padre avvertito ordinò che a qualunque costo, o vivo, o morto, il figlio fosse mandato ad Amsterdam. Ma i medici si opposero risolutamente a ciò che essi chiamarono omicidio, dicendo non esservi più nessuna speranza di guarigione, e che per la debolezza il giovane sarebbe morto prima di tempo a causa del viaggio. Gli Ebrei di Torino sull'ultima ora vedendo che non poteva più guarire e vinti dal superstizioso terrore che hanno dell'avvicinare i morenti, lo abbandonarono, poco curandosi di guardarlo dai Cristiani. Colto il momento opportuno D. Rossi cappellano lo battezzò, lo comunicò, gli diede l'Olio santo a due ore dopo mezzanotte. Gli Ebrei nulla seppero. D. Bosco alcuni giorni dopo andava per visitarlo ma s'imbattè nella corsia in un convalescente che lo chiamò.

                - Va forse a far visita al giovane Abramo?

                - si.

                - È morto ieri sera!

                Sei mesi aveva durato infermo in quell'ospedale.

                Quando D. Bosco fu a Parigi nel 1883, andato a far visita alle suore di Carità, chiese se in quella casa si trovasse ancora una suora di Amsterdam che prima era Ebrea.

                - Sì, sì, c'è ancora, rispose la suora portinaia: Rachele [264]

                - Or bene, le direte che io debbo darle ultime notizie di suo fratello.

                - Suo fratello? È morto da un pezzo.

                - Lo so, ma si può dire che è morto col capo appoggiato a questo braccio.

                - Dunque è morto cattolico? La sorella lo seppe che si era fatto cristiano; ma fu una voce vaga, nulla di certo.

                - Io posso assicurarla di certa scienza! Quando potrò vedere suor Rachele?

                - Ritorni domani a dirci la santa Messa ed io parlerò alla Superiora. Quanto sarà contenta suor Rachele!

                All'indomani D. Bosco non mancò. Grande fu la gioia della buona sorella in quell'abboccamento. Aveva innanzi quel sacerdote che il Signore aveva destinato per compiere la salvezza eterna del suo caro fratello, e veniva a sapere che il seme da essa sparso tanti anni innanzi aveva dati i suoi frutti di vita eterna. D. Bosco celebrò Messa e predicò, e tutte quelle buone suore passarono con Rachele un giorno di vera festa.

 

 


CAPO XXIV. Bisogno di un secondo Oratorio festivo - Accordo di due amici - Suggerimento di Monsignor Fransoni - Il capitano in cerca di una posizione strategica - Un colpo di fulmine - Le api e l'annunzio del nuovo Oratori - Visite - Le lavandaie inferocite e poi ammansate.

 

                QUANTO più D. Bosco e l'incomparabile suo aiutante, il Teologo Borel, e gli altri loro coadiutori davansi sollecitudine nel promuovere l'istruzione scolastica e religiosa nell'Oratorio di S. Francesco di Sales, altrettanto più cresceva il numero dei giovanetti, che lo frequentavano. Nel giorno di festa erano questi in sì grande folla, che una parte appena poteva raccogliersi nella cappella; laonde in tempo delle sacre funzioni era mestieri trattenerne un ducento e più nelle scuole, o in un angolo del cortile. Questo poi, sebbene non affatto ristretto, era divenuto nondimeno insufficiente al libero divertirsi; imperocchè ei ti pareva una piazza d'arme, nella quale pei troppo fitti soldati torni pressochè impossibile fare gli esercizii militari senza pigiarsi, urtarsi l'un coll'altro, o darsi delle involontarie sciabolate. Occorreva quindi un provvedimento.

                Una festa del mese di agosto, dopo le funzioni della sera,

                Don Bosco prese il Teol. Borel in disparte e così gli parlò: [266] Da qualche Domenica in qua, ed oggi sopratutto, V. S. avrà osservato lo sterminato numero di giovanetti all'Oratorio: non sono meno di ottocento. Come vede, in chiesa non istanno più tutti, e gli altri si premono che è una compassione. Nel cortile poi che ne diciamo? Ad ogni istante l'uno cade sopra l'altro; sembra il giuoco dei mattoni. E più andiamo innanzi e peggio sarà. Diminuirne il numero col metterne fuori una parte non conviene, perchè sarebbe come un lasciarli, anzi esporli al pericolo di perdizione. Come fare adunque, signor Teologo?

                - Ho veduto tutto, rispondeva questi, e mi sono convinto che un sito, il quale da principio pareva abbastanza spazioso, si fece ormai ristrettissimo; ma dovremo di bel nuovo levare le tende, ed emigrare altrove, come fanno tutti gli anni le grue e le rondinelle?

                - A me pare, riprese D. Bosco, che potremo rimediare in altro modo. Da varie domande fatte sono venuto a conoscere che un buon terzo di questi ragazzi vengono qui sin da piazza Castello, da piazza S. Carlo, da Borgo Nuovo e da S. Salvario, facendo chi uno e chi due miglia di cammino. Or se noi aprissimo un secondo Oratorio da quelle parti, non le sembra che otterremmo egualmente il nostro intento pur rimanendoci qua?

                A questa uscita di D. Bosco, il savio Teologo stette alquanto a pensare, e poi con un' aria di gioia: optima propositio, esclamò, ottima proposta. In questo modo noi conseguiremo due vantaggi: diminuendo il numero dei giovani di quest'Oratorio potremo coltivar meglio i rimanenti e intanto ne tireremo al nuovo Istituto altri molti, i quali ora non si portano a questo, perchè troppo lontano. Dunque mettiamoci all'opera. - Così l'accordo dei due amici era perfetto. [267] Anzitutto fin dal domani D. Bosco si presentò a Monsignor Fransoni, e gli espose il bisogno ed il progetto di un secondo Oratorio per le adunanze festive, domandando l'appoggio del suo illuminato consiglio. Il degnissimo Arcivescovo lodò ed approvò il saggio divisamento, e conoscendo il bisogno della popolazione che gli era affidata, suggerì che l'impianto del nuovo Istituto si facesse al mezzodì della città.

                Confortato dalle parole del venerato Pastore, D. Bosco andò ad esporre il suo disegno eziandio al Curato della Madonna degli Angioli, e questi non solo ne fu contento, ma promise che lo avrebbe aiutato il più largamente che gli fosse possibile. Rassicurato da questa risposta si condusse un giorno nelle parti di Porta Nuova, e visitò parecchi siti di quei dintorni. Dopo aver bilanciato i motivi di maggiore o minore opportunità dell'una e dell'altra posizione, deliberò di scegliere un sito sul così detto Viale del Re, ora Corso Vittorio Emanuele II, nelle vicinanze del Po. Quel luogo è presentemente coperto di magnifici palazzi, intersecati da spaziose vie e deliziosi giardini; ma in quel tempo non era che un vasto gerbaio, con alcune casupole sparse qua e colà in disordine e senza disegno, abitate generalmente da lavandaie. Essendo una regione libera e come fuori di città, ombreggiata inoltre ne' suoi dintorni, prestavasi molto a pubblici convegni. Sopratutto nei giorni festivi radunavansi colà nugoli di giovinetti a fare i monelli, molti dei quali vi duravano nel tempo stesso del Catechismo e delle funzioni parrocchiali, crescendo nell'ignoranza delle cose religiose e nella scienza di ogni malizia. Era quindi luogo molto adattato per lo scopo che si prefiggeva D. Bosco, il quale da esperto capitano lo elesse appunto quale posizione strategica per istabilire i suoi accampamenti. [268] Sorgeva colà presso una casetta, con una misera tettoia ed un cortile. Domandato di chi fossero, seppe che ne era proprietaria una certa signora Vaglienti. Egli pertanto andò a trovarla, ed espostole lo scopo di sua visita, la pregò che volesse affittargli quel locale. La buona signora si mostrò disposta al contratto, ma non potevasi accordare sull'annuo prezzo della pigione. Dopo un lungo disputare si correva ormai pericolo di rompere le trattative, quando un caso singolare venne a togliere ogni difficoltà. Il cielo era rannuvolato. In quell'istante si fa sentire un colpo di fulmine così gagliardo da mettere in grande turbamento la pia signora, la quale voltasi a D. Bosco gli disse: - Iddio mi salvi dal fulmine, e io le concedo la casa per la somma che lei mi esibisce.  Io la ringrazio, rispose D. Bosco, e prego il Signore che la benedica ora e per sempre. - Dopo alcuni momenti cessa il rumoreggiare del tuono, si estinguono i lampi, e il contratto viene stipulato a lire 450. In tal guisa anche il fulmine mostravasi propizio a D. Bosco, facendogli da mediatore benevolo.

                Licenziati gl'inquilini, furono tosto mandati i muratori a preparare la cappella. Intanto D. Bosco una Domenica, raccolti intorno a sè i giovani, dava loro l'annunzio, che presto si sarebbe aperto un secondo Oratorio. È tuttora ricordata la graziosa similitudine, che usò nel comunicare la grata novella.

                - Miei cari figliuoli egli disse, quando le api si sono moltiplicate di troppo in un alveare, una parte di loro se ne esce, costituisce un'altra famiglia, e vola ad abitare altrove. Come vedete, qui siamo tanti, da non sapere più dove rivoltarci. Nella medesima ricreazione di tratto in tratto or l'uno or l'altro è sospinto, cacciato a terra e ne porta insanguinato il naso. In cappella poi stiamo pigiati come le acciughe. Allargarla a colpi di schiena e di spalla non ci [269] conviene, che potrebbe caderci addosso. Che faremo adunque? Noi imiteremo le api: formeremo una seconda famiglia, e andremo ad aprire un secondo Oratorio.

                Queste parole furono accolte da un grido di gioia. Lasciato calmare alquanto il giovanile entusiasmo, il buon Sacerdote riprese la parola e disse: - Ora voi sarete curiosi di sapere dove si aprirà il nuovo Oratorio, e quali di voi lo dovranno frequentare; vorrete sapere quando si aprirà, se presto, se tardi; e qual nome gli sarà dato. Fate silenzio e risponderò in breve. - L'Oratorio sarà impiantato verso Porta Nuova, a poca distanza dal ponte di ferro, sul Viale del Re, detto anche viale dei platani, da cui è fiancheggiato. Quindi dovranno frequentarlo quelli di voi, i quali abitano in quelle parti, sia perchè più vicini, sia perchè col loro esempio vi attirino altri giovani di quei dintorni. - Quando lo si aprirà? - Presentemente gli operai già stanno eseguendo i lavori per la cappella, e io spero che nel giorno otto del prossimo dicembre, festa dell'Immacolata Concezione di Maria, noi potremo benedirla. Così, come questo primo, noi apriremo il secondo Oratorio in un giorno consacrato alla gran Madre di Dio, mettendolo sotto la valida sua protezione. - E qual nome gli daremo noi? - Lo chiameremo Oratorio di S. Luigi, per due ragioni: la prima si è per dare ai giovanetti un modello d'innocenza e di ogni virtù da imitare, quale si è appunto S. Luigi Gonzaga, propostoci dalla Chiesa stessa; la seconda per riconoscenza e gratitudine al veneratissimo nostro Arcivescovo Monsignor Luigi Fransoni, il quale tanto ci ama, ci benefica, ci protegge. Vi piace? Siete contenti? - Una fragorosa salva di Sì fu la risposta, seguita da ripetuti Evviva S. Luigi, Evviva l'Oratorio di Porta Nuova, Evviva D. Bosco. Non vi fu mai plebiscito più innocente, più lieto, più unanime. [270] Tale notizia, portata dai giovanetti in seno alle loro famiglie, scuole e laboratorii, fece ben tosto il giro del quartiere. Quindi di quando in quando drappelli di fanciulli si portavano a visitare il sito del nuovo Oratorio, e vedendo come fosse ben adattato ai loro graditi trastulli, ne andavano in gioia, e loro pareva ogni giorno mille che venisse aperto. Per siffatta guisa alcune settimane innanzi alla sua inaugurazione l'Istituto era già per quelle parti conosciutissimo.

                Non a tutti però tornò gradita la deliberazione presa da madama Vaglienti. In quel sito alcune lavandaie avevano la loro abitazione, lo stenditoio e i mastelli per il bucato. Appena seppero che D. Bosco aveva affittato quel locale, per farne un Oratorio, divennero siccome furie, e, riscaldatesi l'una coll'altra, risolvettero di assalire in corpo il povero Prete, e colle ingiurie e colle minacce costringerlo a disdire il contratto. Pertanto un giorno che D. Bosco colla signora Vaglienti erasi recato a visitare le camere appigionate per vedere il da farsi secondo il bisogno, ecco a circondarlo una dozzina di quelle donne. Rosse in faccia come altrettanti gamberi, cogli occhi scintillanti per rabbia e furore, colle braccia inarcate sui fianchi, a guisa di spiritate presero ad eruttare sopra di lui una lava d'ingiurie ed imprecazioni, che non mai l'eguale. Prete senza cuore e senza carità, che male le abbiamo fatto noi, perchè ci venga a cacciare via da questa casa? - Non vi sono in Torino altri luoghi più liberi per farvi il monello coi bricconi e coi ladri? Sarebbe meglio che si rompesse il colto. - Che le venisse un accidente. - Vada alla malora lei ed il suo Oratorio. Se non va, sapremo cacciarnelo: abbiamo buone mani, sa, e sapremo lavarle la faccia; e in così dicendo gliele mostravano in atto minaccioso. - Don Bosco per acquetarle, ascoltate, diceva, ascoltate, buone donne. - Non vogliamo [271] ascoltare niente affatto, gridavano quelle: ci lasci stare queste camere; vada via di qua, o lo faremo portare più morto che vivo. - Qualcuna difatto più inviperita alzava già la mano sopra il mal capitato D. Bosco, quando madama Vaglienti fattasi innanzi: “Voi v'ingannate, disse, mie care inquiline: voi credete che questo Sacerdote venga qui per togliervi il pane, ed invece egli viene per darvene. Piantando in questi luoghi un Oratorio, e poi un Collegio di giovani, egli vi darà biancheria da lavare, calze da pulire, camicie e lenzuola da rappezzare, e via dicendo. Perchè dunque ve la prendete contro di lui, mentre invece dovreste ringraziando? In quanto poi all'alloggio, io stessa ve ne cercherò un altro qui vicino. Così voi sarete egualmente presso il Po, godrete la medesima comodità di lavare ed esporre al sole i vostri bucati, e nel tempo stesso avrete più lavoro e maggior guadagno”.

                Questa savia parlata della padrona fu come una manata di sabbia sopra due sciami di api in lotta tra loro, o meglio come uno spruzzo d'acqua benedetta sopra uno stormo di spiriti folletti. Le lavandaie cominciarono a tacere, poi a udire ragioni, infine a domandare perdono delle loro insolenze, e per allora lasciarono in pace D. Bosco e il suo Oratorio.

                Ma ben altre battaglie si stavano preparando più pericolose ed aspre; e non solamente contro D. Bosco ed il suo Oratorio.

 

 


CAPO XXV. Congedo del Ministro La Margherita - Supplica al Re per l'emancipazione dei Valdesi e degli Ebrei - Pubblicazione delle prime Riforme civili - Libertà di stampa Entusiastiche dimostrazioni popolar; - Avvisi dell'Arcivescovo al clero e ai fedeli - D. Bosco benchè invitato non prende parte alle dimostrazioni - Processioni mensili in onor di S. Luigi e l'amore alla Chiesa tenuto vivo nei giovani - D. Bosco presso Mons. Fransoni - I Seminaristi.

 

                LA LETTERA scritta dal Re al Conte di Castagnetto svelava decisioni prese. Infatti il 9 ottobre il Conte La Margherita, l'unico dei Ministri che non adulasse il Sovrano, fu congedato dal Ministero e nel governo ebbero pieno trionfo i liberali rimanendo padroni del campo. Carlo Alberto non tardò ad accorgersi del suo errore, ma troppo tardi.

                Di questo si vide subito un primo effetto. Il Marchese Roberto d'Azeglio, fratello del Conte Massimo, si fece capo di una sottoscrizione, sollecitando quanti erano amici della libertà di ricorrere al Re e domandargli che gli Ebrei e i Valdesi cessassero di essere sottoposti a leggi speciali, fossero pareggiati agli altri sudditi, concedendo loro ciò che si chiamava [273] emancipazione. Non pochi, anche del clero, che non avevano badato alle espressioni ereticali scritte in quella supplica, si lasciarono accalappiare dalle parvenze di giustizia e di libertà. Eppure tali decreti erano stati sanciti per difendere i cattolici dalle seduzioni dei Valdesi, dalle rapacità degli Ebrei, e dall'intolleranza e dall'odio degli uni e degli altri.

                Il Marchese erasi rivolto eziandio al Vescovi, ma questi presentarono al Re una protesta contro la ragionevolezza del favore che s'implorava. D. Bosco pure fu sollecitato a porre la sua firma, facendoglisi osservare che si erano già sottoscritti sei canonici della metropolitana, dieci curati dalla città, e altri canonici, parroci e semplici sacerdoti in numero di cento. D. Bosco lesse quell'indirizzo e quindi rispose cori pacatezza:

                - Quando vedrò qui la firma dell'Arcivescovo, allora vi apporrò anche la mia! - La supplica ebbe poco più di seicento firme, non tutte di Torinesi, e fu poi presentata al Sovrano il 23 dicembre.

                Stretti al loro partito i Valdesi e gli Ebrei, si accinsero i liberali colle più vive istanze ad indurre Carlo Alberto a mettere in opera le desiderate innovazioni politiche e civili. Ma siccome il Re mostravasi irresoluto, i giornali stranieri, ispirati da Massimo d'Azeglio, incominciarono a parlare dell'influenza perduta dal Re del Piemonte e dell'opinione pubblica in Italia volta contro di lui. Carlo Alberto irritato e impaurito per quei biasimi e per quelle satire, si arrese, e dal 29 ottobre al 27 novembre pubblicava le prime Riforme contenute in una serie di editti. Comprendevano: Un magistrato supremo di cassazione; discussione orale nella procedura criminale; abolizione del foro e di giurisdizioni speciali per alcuni enti civili; trasferimento dal militare al civile delle attribuzioni di polizia; riordinamento del consiglio di Stato libertà ai comuni di eleggere tutti i proprii consiglieri [274] libertà di stampa con censura preventiva. In questo ultimo editto, pur dichiarando vietata la stampa di opere che offendessero la religione e i suoi ministri, o la pubblica moralità; non si fece conto della Revisione Ecclesiastica; e nel fatto si tennero sottoposte alla censura civile anche le pubblicazioni pastorali dei Vescovi, i catechismi e tutti gli altri libri religiosi e di chiesa, e la stessa Bibbia.

                I Vescovi reclamarono l'osservanza delle leggi sancite dal Concilio Lateranense V e dal Tridentino, non per loro vantaggio ma pel bene dei popoli, per la difesa della fede, per la sicurezza del trono, per la gloria del Re. Ma nulla ottennero e Mons. Andrea Charvaz offeso rinunziava alla sua diocesi di Pinerolo.

                Intanto dal 29 ottobre Torino fu in preda a un delirio di feste, e più mesi durarono le manifestazioni entusiastiche di tripudio per quelle riforme. Si incominciò con una splendida illuminazione spontanea combinata prima. Turbe immense di popolo vestite a festa, ornate sul petto di coccarde tricolori, con una selva di bandiere percorrevano le piazze e le vie acclamando, l'Italia, Carlo Alberto, Pio IX, Gioberti. Quasi ogni giorno serenate coi canti degli inni patriottici. I capi setta spargevano e allargavano quel movimento in tutte le classi operaie: ad ogni poco si tenevano pubbliche adunanze e banchetti; le società commerciali mandavano messaggeri al Re per offrirgli vite e sostanze qualora a difesa della patria volesse cavare la spada dal fodero. Carlo Alberto non poteva uscire di palazzo senza essere assordato dalle grida di plauso e dai battimani. Il 2 novembre partendo egli alla volta di Genova, dove aspettavanlo altri chiassosi trionfi, fu accompagnato dalla moltitudine fino al Po con fiori e sbandierate. Altra luminaria generale si accese pel 4 novembre onomastico del Re, e si cantò un solenne Te [275] Deum nella chiesa del Miracolo. E l'anima di tutte queste ed altre scaltrissime evoluzioni fu Roberto d'Azeglio.

                Mons. Fransoni vedendo allora che a molti ecclesiastici anche provetti si era appigliato l'ardor febbrile di novità, di sottoscrizioni e feste civili, e con lodi esagerate levavano al cielo le Riforme, Carlo Alberto, e Pio IX, l'undici novembre con un avviso pubblicato nelle sagrestie, cominciò col vietare al clero di prendere parte alle dimostrazioni politiche, dicendo fra l'altro che i ministri della Chiesa debbono essere i primi a dimostrare la loro devozione al Re, ma non già con secolareschi festeggiamenti, sibbene coll'osservare premurosamente i doveri che ad esso li legano. - E il 13 novembre con una circolare ai parroci, data licenza di cantare il Te Deum se ne fossero richiesti, ingiungeva loro di esporre al popolo: che il modo di rendere grazie al Signore e averlo propizio alle nostre preghiere si è, liberar l'anima dalla schiavitù del peccato: nè potersi sperar bene da chi, mentre si fa promotore di qualche sacra funzione, sprezza le leggi ecclesiastiche esservi sempre stati di tali che per celare le loro opere malvagie si coprono del manto di religione.

                A questo franco parlare rumoreggiavano contro il santo prelato le recriminazioni tra i liberali, alle quali facevano eco un buon numero di ecclesiastici secolari e regolari con apprezzamenti che indicavano la mancanza in loro di una netta cognizione dei fatti. Si diceva essere Mons. Fransoni partigiano dell'Austria e de' Gesuiti, nemico dell'Italia, osteggiatore dello stesso Sommo Pontefice che era acclamato e benedetto da tutto il mondo. Si spargeva a Voce e a stampa che Pio IX sarebbe stato il capo e il centro della lega Italica; che si era alleato con Carlo Alberto, del quale era nota la grande pietà, per la cacciata degli Austriaci; e che [276] gli aveva mandata in dono una spada da sè benedetta e col motto cesellato: In hoc gladio vinces, e altre panzane di simil conio.

                Fra i critici di Monsignore vi erano alcuni preti che sentendo il peso della disciplina ecclesiastica, speravano fosse venuto il tempo di scuotere il giogo dell'autorità episcopale; vi erano religiosi che facevano combriccole manifestando desiderii di riforme interne nei loro conventi, di mutazioni di qualche regola un po' austera, di temperamento all'autorità, del Superiore, di un regime popolare di maggior libertà e che poi furono dimessi o chiesero d'uscire di Congregazione.

                Ma il clero pio, laborioso, e seriamente occupato nel sacro, ministero era coll'Arcivescovo.

                Fra tanti vaneggiamenti spiccava brillantemente l'esimia prudenza di D. Bosco, fermo di non prendere mai parte, o, da solo o co' suoi giovani, alle dimostrazioni di piazza. Egli vedeva chiaro, che sotto il colore di libertà si mirava a sommuovere i popoli contro i diritti di tutti i legittimi princìpi e in modo speciale contro quelli del Romano Pontefice. Perciò non si mostrava favorevole alle innovazioni politiche, ma si asteneva egualmente dall'opporvisi con atti o parole ostili. Era suo programma, diceva, fare il bene, il solo bene e a qualunque costo. Tuttavia non potè mantenere senza molestie il suo proposito. Persone autorevoli ed influenti sapendo che egli poteva disporre di tante centinaia di giovani, fra i quali un bel numero di adulti, lo invitarono ad accrescere con quelli le turbe che accorrevano alle feste ed alle sfilate; ma egli non ostante le profferte, le insistenze e i rimproveri, sempre ricusò.

                Un giorno incontrossi con Brofferio, il quale gli disse: Domani in piazza Castello è già fissato il posto per lei e per i suoi giovani. - E se io non andassi, rispose D. Bosco, [277] vi saranno altri che l'occuperanno. Io ho affari urgentissimi che non permettono dilazioni.

                - Ma crede forse che ci sia dei male nel dar una pubblica testimonianza del proprio amore alla patria? osservò Brofferio con un leggero tono sarcastico.

                - Io credo niente; ma le faccio osservare che sono un semplice prete, senza autorità riconosciuta dai poteri dello Stato ed il cui ufficio si limita al predicare, confessare e fare il catechismo. Io non posso esigere ubbidienza dai giovani fuori della mia cappella, e quindi non è possibile che mi prenda responsabilità in circostanze così solenni.

                Intanto D. Bosco preparava dimostrazioni e sfilate di altro genere. Il due settembre aveva comprato per 27 lire una statua di Maria SS. Consolatrice col suo piedestallo, e deliberò che in quell'anno e nell'anno successivo si portasse processionalmente nel dintorni dell'Oratorio quando ricorrevano le feste principali della Gran Madre di Dio Stabilì eziandio che in onor di S. Luigi la prima Domenica di ciaschedun mese si facesse una bella processione nel recinto dell'Oratorio, fissando per l'esercizio mensile della Buona Morte l'ultima Domenica. Questo esercizio fu arricchito da Pio IX con una Indulgenza Plenaria applicabile alle Anime sante del Purgatorio, e a tutti quelli che intervenissero alla processione furono concessi 300 giorni. Ora mentre in città s ventolavano per le vie mille bandiere, e musiche e canti erano eccitati da passioni patriottiche, nell'Oratorio schiere di giovani, seguendo umili gonfaloni, uscivano dalla chiesuola colla piccola statua di S. Luigi tra gigli e fiori, giravano intorno all'orto di mamma Margherita cantando le glorie dell'innocenza e della purità e ritornavano davanti all'altare per essere benedetti dal Divin Salvatore. La processione mensile si fece regolarmente per un anno o poco [278] più, cioè per tutto il tempo che durarono le dimostrazioni in città. - Queste e altre pratiche di pietà, che erano assolutamente necessarie in que' giorni, fecero un bene immenso, e D. Bosco stesso si meravigliava nel vedere come i giovani si lasciassero da esse attirare. Ogni arte, come vedremo, la più lusinghiera, la più atta a colpire la fantasia, ad irritare gli affetti patriottici, ad accendere le passioni adoperavasi dai settarii, per rappresentare la Chiesa come nemica della libertà e del benessere dei popoli. Quindi per più anni in molti dei popolani si dovette deplorare mancanza o languore di fede; e irriverenza, anzi avversione contro i Vescovi e i Sacerdoti. Non si può formare idea fino a qual punto giungessero le vertigini delle teste riscaldate. D. Bosco diceva umilmente a D. Turchi Giovanni: - Quanto sono contento d'esser sacerdote! Se non fossi tale, che cosa mai sarebbe stato anche di me in que' tempi? - Ciò che sentiva eragli norma per far giungere al cuore dei giovani la sua parola, dissipare i pregiudizii, insegnare la verità, tenere acceso in essi l'amore alla religione.

                Tutte queste cure non lo distoglievano dal prendere parte alle angustie e ai dolori di Mons. Fransoni, e siccome per lui vi era sempre portiera alzata nel palazzo Arcivescovile, negli ultimi mesi del 1847 e nei primi del 1848 vi si recava tutte le sere verso le 5½ e vi rimaneva fino alle 8. Sovente il giovane Francesco Picca venendo dalle scuole di Porta Nuova lo incontrava, ed era invitato da lui ad accompagnarlo. - Ben volentieri, gli rispondeva: ma dove è incamminato?

                La risposta era quasi sempre la stessa: - Dall'Arcivescovo. - Quivi il giovane prete e il venerando Prelato s'intrattenevano sui gravissimi avvenimenti che si andavano succedendo con tanta rapidità; e D. Bosco era sovente [279] incaricato di missioni difficili e delicate, poichè eranvi tali che spiavano ogni parola, scritto, o passo dell'Arcivescovo.

                I tempi si facevano ogni giorno più tristi. Le Commissioni che dovevano vigilare sulla stampa permettevano che fossero impressi libri scellerati, lasciavano libera la via a tutti i più empi volumi e fascicoli stampati in Francia e in Svizzera, e non cercavano di interdire romanzi, commedie, tragedie, poesie piene di odio contro la Chiesa, che già da tempo si introducevano clandestinamente nelle case, nelle università e quando si - poteva anche nei conventi e nei seminarii. Nello stesso tempo i capi delle sette incominciavano a maneggiare l'arma strapotente del giornalismo e videro per i primi la luce l'Opinione, il Risorgimento la Concordia.

                Se ciò già tanto affliggeva Monsignore, più grave ancora gli fu un dolore, che direi quasi domestico. Si manifestava nei seminaristi un'inquietudine insolita, un'intolleranza di disciplina. Incontrato un giorno il nunzio Apostolico per le vie della città, non gli diedero quelle mostre di riverenza che erano doverose. La lettura di certi libri, il rumore di tante feste, i consigli clandestini dei mestatori avevano accesa ed esaltata anche la mente dei chierici. Avvezzi a non veder nelle cose oltre la corteccia, si erano lasciati sedurre dalle lustre di rispetto alla religione, che avevano saputo apporre i settarii a quel movimento nella sua origine, e chiamavano codini, gesuiti, pessimisti, uomini che non capivano nulla, quei sacerdoti i quali si adoperavano a farli rinsavire, pronosticando tutt'altro che giorni felici per la patria e per la Chiesa.

                Ed ecco il 4 dicembre essendosi preparata una grande ovazione a Carlo Alberto che ritornava da Genova, la maggior parte di essi decisero di pigliarvi parte. L'Arcivescovo ne fece loro severo divieto, dichiarando che avrebbe riputati indegni degli ordini sacri i chierici contravventori a' suoi ordini. Nello [280] stesso tempo aveva disposto che si lasciassero aperte le porte del Seminario, Ma circa 80 chierici uscirono a sera tarda e si unirono alla folla acclamante. Nella solennità poi dei Santo Natale Mons. Fransoni che Pontificava, ebbe l'ingrata sorpresa di vedere i suoi seminaristi schierati in presbitero, col petto fregiato di coccarde tricolori.

                A queste angoscie però dovettero recare qualche lenimento le preghiere e le comunioni dei giovani di Valdocco alla messa di mezzanotte e l'apertura dell'Oratorio di S. Luigi a Porta Nuova.

 

 


CAPO XXVI. Facoltà concesse dall'Arcivescovo per l'Oratorio di S. Luigi - Invito - Felice presagio - Apertura - Primo sermoncino - Il dono della madre - Rettifica di una data - Il primo Direttore - Insulti e sassate.

 

                IL SAC. GIOVANNI BONETTI così narra nel Cinque lustri di Storia dell'Oratorio Salesiano l'inaugurazione solenne dell'Oratorio di S. Luigi a Portanuova.

                “Avvicinandosi il tempo prefisso per la sua apertura, fu domandata a Monsignor Fransoni la facoltà di benedire la cappella del nuovo Oratorio, con quante altre occorressero a pro dei giovanetti; e lo zelante e sempre benevolo Arcivescovo le concesse amplissime e senza restrizione di sorta. Aveva delegato per quella benedizione il Curato della Madonna degli Angioli, che sì fece sostituire dal Teol. Borel.

                La Domenica precedente D. Bosco diede avviso che nella festa consecutiva avrebbe avuto luogo la inaugurazione dell'annunziato Oratorio, e invitò i giovani della parte meridionale della città a trovarsi fin dal mattino per tempo sul luogo già loro ben noto; che si sarebbe data comodità di confessarsi; poscia benedetta la cappella; celebrata la Messa e distribuita la santa Comunione a chi vi si fosse preparato.

                Sì, portatevi numerosi e divoti, miei cari figli, ci disse, [282] perchè si tratta di onorare degnamente la Immacolata ed Augusta Regina del Cielo, e Madre nostra carissima; si tratta di pregarla che si degni di volgere i suoi occhi benigni sopra il nuovo Oratorio, prenderlo sotto il suo manto, proteggerlo, difenderlo, farlo prosperare per la salute di tanti giovanetti. Coloro poi, che sono di queste regioni, facciano altrettanto nell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Così in quel giorno memorando noi formeremo come due famiglie, le quali, quantunque separate di corpo, saranno nondimeno unite di spirito nel celebrare in due parti opposte di Torino la più santa, la più amabile delle creature, la gran Madre di Dio, stata sempre pura ed immacolata.

                Usciti di chiesa una turba di giovani furono attorno a D. Bosco e al Teol. Borel, e chi prometteva di condurre al nuovo Oratorio il parente, chi il vicino, chi il compagno; laonde i due Sacerdoti ebbero un felice presagio che per bontà di Dio l'opera loro non avrebbe fallito.

                Alla vigilia della festa la cappella da dedicarsi a S. Luigi era allestita. Un quadro del Santo, candellieri, candele, tovaglia, camice, pianeta, piviale, panche, inginocchiatoi, non che un piccolo armadio con una mensa ad uso di sacrestia, erano stati provveduti dalla carità di parecchi benefattori e benefattrici, che costituivano in allora i così detti Cooperatori di D. Bosco. La massima parte dei sacri paramenti vennero ricamati colle stesse loro mani da alcune pie signore. Quei pochi oggetti che ancor mancavano per le sacre funzioni vennero portati dall'Oratorio di S. Francesco di Sales, o pigliati ad imprestito dalla vicina parrocchia.

                L'otto dicembre 1847 era finalmente spuntato in mezzo alla neve, che cadeva turbinosa e fitta. Compievasi in quel giorno il terzo anniversario dacchè D. Bosco presso l'Ospedaletto della Marchesa Barolo benediceva in onore di S. Francesco [283] di Sales la prima cappella del nostro Oratorio, che da quel tempo prendeva il nome dal dolcissimo Santo, e dilatavasi in modo sorprendente. Come a certa prova che questo secondo avrebbe pure, come il primo, arrecato immenso vantaggio alla gioventù ed avuta la stessa felicissima sorte, Iddio dispose che gli si desse principio nella medesima circostanza, cioè in un giorno sacro alla Vergine Immacolata, vigile custode e sostegno potente delle opere più belle. Anche le bianche falde, che dal cielo cadevano, furono di lieto augurio. Parve difatto che il Signore volesse con ciò indicare che i giovanetti di questo Oratorio si sarebbero col tempo moltiplicati come i fiocchi di neve, il cui candore fosse altresi quale un simbolo di quella innocenza, che verrebbe nelle anime loro conservata o ricondotta. Il Santo ancora, che si prendeva a titolare ed esempio, era pure alla sua volta un'arra sicura di un tanto bene. Che queste non fossero illusioni l'evento lo comprovò in appresso.

                Il tempo cattivo non trattenne i giovani dal recarsi a nuovo Oratorio in numero grande. Al mattino circa le sette parecchi già vi si trovavano per confessarsi, e intorno alle otto la cappella erane piena. D. Bosco dovendo attendere all'Oratorio in Valdocco, la funzione venne eseguita dal Teologo Borel. Ei benedisse la chiesetta, celebrò la Messa, dopo la quale voltosi sull'altare fece un breve e cordiale sermoncino, che in sostanza fu questo.

                - Io non posso qui contenermi, o giovani carissimi, dal manifestarvi la immensa, gioia, che m'innonda il cuore, in questo momento avventurato. - Dette queste parole il buon Teologo si fermò un istante, perchè la commozione gli tolse la voce: egli piangeva di consolazione. Ripigliato poscia il suo dire continuò: - Il tempo ed il freddo non vi hanno scoraggiati. La divozione alla Madonna, e l'amore al vostro [284] nuovo Oratorio vi scaldarono il cuore, traendovi qui divoti e numerosi. Parecchi avete pur fatta la santa Comunione; tutti udiste la Messa con particolare raccoglimento. Io ne godo molto, e nel tempo stesso apro il cuore ad una grande speranza. Sì, io spero che voi continuerete a portarvi qui con assiduità e buon volere. Spero che col vostro esempio e savii consigli vi condurrete ancora molti altri compagni. Spero che questo Oratorio di S. Luigi sarà degno fratello di quel di S. Francesco, e che ambidue guadagneranno molte anime a Dio. Oh! la Vergine Immacolata, nella cui festa abbiamo dato incominciamento a quest'opera, ci aiuti, ci protegga, ci difenda.  E qui fattosi strada, e colta la circostanza del giorno, egli esortò i giovani a fuggire il peccato, e a praticare soprattutto la virtù della purità, proponendo per modello S. Luigi, della cui vita raccontò alcuni fatti edificanti.

                Finito il discorso, si recitarono alcune preghiere, si cantò la giaculatoria: Sia benedetta, e si uscì di chiesa con ordine e silenzio. Alla porta i giovanetti trovarono persona appositamente incaricata di distribuire a ciascuno una pagnottella ed una fetta di salame, che tutti ricevettero di buon rado, quale un dono, che loro faceva la Madre celeste, e mangiarono con singolare appetito per esser l'ora già alquanto avanzata.

                Credo inutile il fermarmi a dire dell'andamento festivo di questo Istituto. Basta il notare che vi fu introdotto il regolamento dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, ed ogni cosa facevasi e si fa collo stesso metodo”.

                Fin qui la narrazione di D. Bonetti, il quale, come abbiamo letto, fissa al giorno 8 dicembre l'apertura dell'Oratorio di S. Luigi e la stessa data troviamo nel dizionario di Goffredo Casalis, Articolo Istituti di beneficenza, Voi. XXI, anno 1851. [285] Ma sorge una grave difficoltà, perchè il Decreto di Monsignor Fransoni, che delega il Curato della Parrocchia della Madonna degli Angioli a benedire la cappella di detto Oratorio e concede la facoltà di celebrarvi quindi la santa Messa, porta in tutte lettere la data del diciotto dicembre mille ottocento quarantasette. E non si può credere che vi sia stata una licenza antecedente a voce, perchè D. Bosco nella relazione storica manoscritta sulla Pia Società di S. Francesco di Sales, mandata alla santa Sede nel 1864 per ottenere la prima approvazione, dice chiaramente che il Superiore Ecclesiastico con Decreto del 18 Dicembre 1847 concedeva la facoltà di aprire un novello Oratorio dedicato a S. Luigi. Non è dunque ammissibile che siasi celebrata la santa Messa prima di ottenere la debita autorizzazione Come andò pertanto la cosa? Crediamo che il Sac. Bonetti abbia confusi insieme due fatti. L'apertura e l'inaugurazione dei locali dell'Oratorio può benissimo aver avuto luogo nella sera della festa di Maria SS. Immacolata, mentre al mattino i giovani di quella regione erano andati al solito a fare le loro divozioni nell'Oratorio di Valdocco; nelle due Domeniche seguenti al dopo pranzo si saranno radunati nella cappella non ancor benedetta, per il catechismo e per la predica; e ciò per noti dover recarsi in Valdocco due volte al giorno in così fredda stagione e con sere così brevi. Escludiamo la solennità del Santo Natale, che correva in Domenica dopo il giorno 18, poichè il Teol. Borel doveva essere troppo occupato nelle sacre funzioni al Rifugio. In conclusione, a noi pare che una festa così solenne siasi celebrata, o nel giorno di S. Stefano o in quello di S. Giovanni Evangelista, che allora erano feste di precetto, religiosamente osservate dalla popolazione. Ponderate ancora varie altre circostanze e specie la stanchezza insopportabile che avrebbero portato due feste [286] immediate di tal fatta, a noi sembra motto probabile che precisamente nella solennità dell'Apostolo S. Giovanni siasi benedetta la cappella e celebrata la prima Messa. E nulla osta che in tale occasione, salvo il Rito, Maria SS. Immacolata abbia divisi gli onori col suo figlio adottivo.

                Ma proseguiamo nel nostro racconto.

                Siccome D. Bosco non poteva assumersi la direzione immediata di quell'Oratorio così egli d'accordo coi Teol. Borel l'affidò successivamente a varii zelanti Sacerdoti di Torino, mandando ogni festa, mattino e sera, a coadiuvarli varii giovani più adulti ed assennati. Sovente andava egli stesso o il detto Teologo. Pel primo ne fu eletto a Direttore il Teol. Giacinto Carpano, che, coadiuvato dal Sac. Trivero, con affettuosa sollecitudine provvedeva quanto mancava ancora al decoro della cappella e procurava di acquistarsi l'amore e la confidenza dei giovani. E vi riuscì così bene che questo divenne l'emulo del primo Oratorio.

                Più di cinquecento fanciulli, attesta D. Michele Rua, accorrevano all'Oratorio di S. Luigi, che egli stesso visitò più volte, essendo ancor giovanetto, e poi chierico facendovi il catechismo.

                Ivi dopo le religiose funzioni si incominciò e continuossi sempre a fare una scuola ai giovani, ove nel modo più semplice si insegnava loro a leggere e a scrivere, l'aritmetica, il canto gregoriano e la musica. Eziandio lungo la settimana moltissimi poveri giovanetti non tardarono ad intervenire alle scuole serali elementari. Eravi pure un annesso cortile ove si facevano loro eseguire esercizii militari e ginnastici e trovavansi provveduti di tutti quei leciti giuochi che loro tornavano maggiormente a grado.

                Tuttavia siccome già spirava troppo forte l'aria della libertà, il Teol. Carpano ricevette da quelle parti serii affronti. [287]

                Egli doveva portarsi volta per volta il vino e l'ostia per la santa Messa, le particole per chi faceva la S. Comunione e un po' di pane per la sua colazione; ed essendo d'inverno e rigido pungendo il freddo, portava eziandio sotto il mantello un fascio di legna per riscaldare alquanto una cameretta che serviva di sagrestia. Un mattino, mentre tutto solo percorreva le vie ancor silenziose di Borgo Nuovo, alcuni malviventi vedendolo così avviluppato nel mantello, come sollecito a nascondere chi sa che cosa, cominciarono a gridare; e sospettosi, gli corsero d'appresso, gli aprirono con violenza il mantello e quasi glielo gettarono a terra. Scoperto quel fascio di legna e udito da lui che erano destinate per riscaldare i poveri ragazzetti operai dell'Oratorio di S. Luigi, confusi e meravigliati si allontanarono.

                Una sera poi mentre dall'Oratorio ritornava alla casa assai stanco, arrivato nell'antica piazza d'armi fu assalito da una tempesta di sassi. Mentre si credeva giunto alla sua ultima ora, sente una voce che grida: “Lasciatelo stare, è il Teol. Carpano!”. E a un tratto cessò la sassaiuola e fu un miracolo se ne rimase illeso.

                Il demonio incominciava a dimostrare la sua furia contro il secondo asilo che aprivasi alla gioventù pericolante.

 

 


CAPO XXVII. Il 1848 - Costante fermezza di Mons. Fransoni - Carlo Alberto promette lo Statuto - Emancipazione dei Valdesi D. Bosco si rifiuta di partecipare alle dimostrazioni politiche - È chiamato in Municipio.

 

                L'ANNO 1848 dava principio a grandi avvenimenti. Le sette cosmopolite erano pronte ad entrare in azione. Da un'estremità all'altra d'Italia si chiedevano ai principi le riforme civili. I giornali del Piemonte erano pieni delle invenzioni di sevizie, angherie, oppressioni fatte soffrire dagli Austriaci ai Lombardo - Veneti e in Torino formidabili si levarono le grida di guerra e di abbasso all'Austria, la quale ingrossati i presidii nelle provincie italiane del suo, dominio, vi teneva in arme 80.000 uomini. Ma a queste grida si frammischiavano ancor più feroci quelle di morte ai Gesuiti, perchè i settarii spargevano la voce che questi religiosi fossero partigiani dell'Austria e che Carlo Alberto a loro istigazione non avesse concessa l'amnistia per i delitti politici, la guardia civica e la diminuzione del prezzo del sale. Gli scritti del Gioberti avevano eziandio acceso l'odio contro le Dame del Sacro Cuore spacciandole affigliate alla Compagnia di Gesù.

                Intanto Carlo Alberto credeva ancora di poter comporre insieme le pretensioni rivoluzionarie e le regie prerogative [289] di monarca assoluto: Egli aveva detto: - La Costituzione io non la darò mai! - Ma il 7 gennaio i Capi del giornalismo piemontese si radunavano per domandargliela. Era una rispettosa minaccia, e il Sovrano ne rimase perplesso ed impaurito. Ed ecco che il 12 gennaio scoppiava sanguinosa la rivoluzione in Sicilia, preparata dai mazziniani, mentre minacciavano di sollevarsi le provincie napoletane; e Ferdinando II concedeva la Costituzione, imitato poco dopo dal Granduca di Toscana. Come una scintilla elettrica il primo febbraio, con queste notizie, si sparge nella cittadinanza torinese il motto d'ordine: - Non vogliamo essere al disotto della Toscana e di Napoli.

                - E Brofferio e Azeglio colle bande dei demagoghi venuta la sera correvano per le strade colle torce accese, e serenando quasi tutta la notte sotto le finestre del Ministro Napolitano, acclamavano la Costituzione con alti e rumorosi evviva. Si voleva pure che per questo motivo l'Arcivescovo concedesse di cantare un Te Deum nella chiesa di S. Francesco di Paola, ma si ebbe una risposta negativa. Questo franco contegno di Mons. Fransoni irritava quei capoccia che volevano la libertà per tutti, fuorchè per il clero. Una turba di mascalzoni aveva già di pieno giorno mandate grida furiose sotto le finestre del suo palazzo, ed altra volta, circondata la sua carrozza mentre tornava da visitare il Teol. Guala gravemente infermo nel convitto Ecclesiastico, lo insultava con fischi ed urla.

                In questi giorni assemblee incessanti e sinistre incominciarono a pretendere un governo liberale. Re Carlo Alberto fu avvertito dai Ministri della necessità di dare la Costituzione prevedendosi altrimenti inevitabile un conflitto tra il governo e il popolo. L'immensa maggioranza dei cittadini era a siffatte novità o indifferente o contraria, ma i pochi s'imponevano ai molti. Il 5 febbraio gran folla si assembrò in piazza Castello. [290]

                Una deputazione del Municipio andò a chiedere al Re la promulgazione delle Istituzioni rappresentative e la milizia cittadina. Il 7 febbraio Carlo Alberto, profondamente commosso per l'importanza della concessione che doveva fare, sedeva coi Ministri in pieno consiglio. Fissando i punti principali dello Statuto, insistè che in quanto alla libertà della stampa, per i libri religiosi, si richiedesse la permissione Vescovile, e che la proprietà Ecclesiastica rimanesse assolutamente intangibile. Stringendo il tempo e il differir più oltre potendo diventar esiziale, l'8 febbraio fu promulgata la promessa dello Statuto esponendone in 14 articoli i punti fondamentali: I poteri del Re; le due camere legislative; il modo di imporre i tributi; la libertà della stampa soggetta a leggi repressive; la libertà individuale guarentita; l'inamovibilità dei giudici; l'istituzione della milizia comunale. Con ciò Carlo Alberto spogliavasi di una parte dì sua Regia autorità per investirne il popolo rappresentato dalla Camera dei Deputati e dal Senato, mutando così il suo governo assoluto in governo costituzionale.

                Questa promulgazione fu seguita da nuove e caldissime manifestazioni popolari, ma il Municipio non diede esecuzione alla deliberata luminaria generale, avendo il Re fatto conoscere che non gli andava a grado. Il 9 febbraio molti chierici uscirono di bel nuovo dal Seminario andando a passeggio per la città colla coccarda sul petto, riscuotendo così le lodi dei giornalismo rivoluzionario che li eccitò a nuove ribellioni. Intanto D. Bosco continuava ogni giorno a stare per più ore presso il suo Arcivescovo.

                Il 12 febbraio ebbe luogo una funzione di ringraziamento nella chiesa del Miracolo coll'intervento dei decurioni, celebrando il Sacro rito l'Arcivescovo, il quale con lettera assai breve lo stesso giorno dava facoltà a tutte le chiese della [291] Diocesi di cantare un solenne Te Deum. Si attendeva da tutti che Mons. Fransoni, come avevano fatto altri Vescovi, desse qualche cenno sullo Statuto nell'annunciare l'indulto della vicina quaresima che aveva principio l'8 di marzo. Ma egli nella lettera pastorale del 24 febbraio ne tacque, e raccomandò ai parroci che nelle prediche non entrassero in cose politiche. Questo scritto fu dai liberali severamente giudicato e preso come evidente argomento di avversione alle concesse franchigie, e quindi si macchinava il modo di allontanare l'Arcivescovo dalla Diocesi.

                Intanto la supplica per l'emancipazione dei Valdesi e degli Ebrei era stata in parte esaudita dal Re, e il 17 febbraio un decreto dichiarava essere ammessi i Valdesi a godere di tutti i diritti civili e politici, a frequentare le scuole dentro e fuori della università e a conseguire i gradi accademici. Nulla però sì innovava di quanto era in vigore sull'esercizio del loro culto e le scuole da essi dirette. Si andava perciò dì festa in festa.

                Il 27 febbraio il Municipio deliberò di celebrare pomposamente la promessa dello Statuto con una messa solenne e un Te Deum nella chiesa della Gran Madre. Monsignor Fransoni fu pregato di presiedervi e dar facoltà di cantare la S. Messa sotto il portico di quella. Egli ricusò questa licenza e di intervenirvi, e solo permise che di là si desse la benedizione col SS. Sacramento. La dimostrazione fu quella di una processione pubblica splendidissima. La gente concorsavi da tutto il Piemonte, dalla Liguria, da Nizza, dalla Savoia, dalla Sardegna e dalla Lombardia gremiva l'immenso tratto di strada che si stende dalla reggia fino all'altra riva del Po. Vi intervenne il Re coi principi, il Municipio, le deputazioni dei Comuni coi proprii gonfaloni, quelle delle provincie, le società artigiane e in capo ad esse una [292] comitiva di Valdesi. La moltitudine cantava a piena gola: Fratelli d'Italia, l'Italia si è desta. Molti chierici, non ostante un nuovo e preciso divieto dell'Arcivescovo, si erano recati sopra un terrazzo in via Po. Quell'immensa processione non aveva ancora bene spiegati i suoi giri sinuosi, quando giunsero da Parigi i primi dispacci che annunziavano la caduta, di Luigi Filippo, la guerra civile nelle strade di Parigi e la proclamazione della Repubblica in Francia. L'annunzio di quella catastrofe colpì il Re di tanto sgomento, che non lo, seppe dissimulare nè colle parole, nè col colore del volto. Se un tale avvenimento fosse accaduto un mese prima, non avrebbe certamente concessa la Costituzione. Il Prevosto della Metropolitana, assistito da quattro canonici e da altri del clero impartì dall'alto della maestosa gradinata la benedizione col SS. Sacramento. Ma quel tripudio e il contegno della moltitudine fu una vera profanazione del giorno festivo, e i buoni ne trassero un triste presagio.

                Il Marchese Roberto d'Azeglio quella stessa sera vide varie centinaia di Valdesi, concorrere intorno alla sua casa co' loro pastori a cantargli l'inno della loro allegrezza, come fecero in quello stesso giorno gli Ebrei del ghetto Torinese iniziati da lui alla gloria e alla felicità della nuova Italia. E ben si meritava questi applausi. Le sette avevano, organizzato quella sfilata fin dal principio dell'anno per imporre al Re la Costituzione, e l'esecuzione era stata commessa al Marchese, il quale si adoperò colla solita maestria, invitando con lettere e circolari i municipii ad accorrere. Avendo il Re ceduto prima, quell'immensa dimostrazione aveva servito a festeggiare la promessa dello Statuto. Fu un tradimento che per forza delle cose mutavasi in trionfo. Forse Carlo Alberto lo ignorò. Ma l'astensione dell'Arcivescovo e di D. Bosco è prova della loro mirabile prudenza. [293] Infatti anche a D. Bosco erasi presentato il Marchese Roberto d'Azeglio invitandolo con insistenza che alla testa de' suoi giovanetti volesse partecipare con tutti gli altri Istituti di Torino alla festa spettacolosa nella piazza Vittorio Emmanuele. Più volte erasi intrattenuto con lui famigliarmente nelle case patrizie di Torino, e si teneva certo che avrebbe accondisceso. Ma D. Bosco gli rispondeva: - Signor Marchese, questo Ospizio ed Oratorio non forma un ente morale: esso non è che una povera famiglia, la quale vive della carità cittadina; e noi ci faremmo burlare se facessimo di simili comparse.

                - Per lo appunto, riprese il nobile patrizio; sappia la carità cittadina che quest'Opera nascente non è contraria alle moderne istituzioni. Ciò le farà del bene; aumenteranno le offerte, ed io stesso ed il Municipio largheggeremo in suo favore.

                - Io la ringrazio dei suo buon volere, ma è mio fermo proposito di attenermi all'unico scopo di fare del bene morale ai poveri giovanetti, per mezzo dell'istruzione e del lavoro, senza ingombrare loro il capo d'idee che non sono da essi. Coi raccogliere giovanetti abbandonati e coll'adoperarmi di renderli alla famiglia ed alla società buoni figli ed istruiti cittadini, io fo vedere abbastanza chiaramente che l'Opera mia, lungi dall'essere contraria alle moderne istituzioni, è anzi tutta affatto conforme ed utile alle medesime.

                - Capisco tutto, soggiunse il D'Azeglio, ma Lei si sbaglia, e se persiste in questo sistema l'Opera sua sarà da tutti abbandonata e si renderà impossibile. Bisogna studiare il mondo, mio caro Don Bosco, bisogna conoscerlo e portare gli antichi e moderni istituti all'altezza dei tempi.

                Le sono riconoscente dei consigli che mi dà, ottimo signor Marchese, e saprò trarne profitto; ma Lei mi perdoni [294] se io non posso co' miei giovanetti fare atto di presenza alla prossima festa. La S. V. m'inviti a qualche luogo, a qualche opera in cui il sacerdote possa esercitare la sua carità, e mi troverà pronto a sacrificare sostanze e vita; ma io non voglio turbare la mente de' miei giovani col farli assistere a spettacoli, dei quali non sono in grado di apprezzare il vero significato. E poi, signor Marchese, nelle condizioni in cui mi trovo è mio fermo sistema tenermi estraneo ad ogni cosa che si riferisca a politica. Non mai pro, non mai contro.

                D. Bosco intanto gli faceva vedere la sua casa e parlavagli de' suoi progetti futuri, mentre raccontavagli con quale regolamento giornaliero occupasse i giovanetti. Il Marchese ammirando ogni cosa lodava altamente tutto, ma giudicava: tempo perduto quello che s'impiegava nelle lunghe preghiere, e diceva che a quell'anticaglia di 50 Ave Maria infilzate una dopo l'altra non ci teneva guari e che D. Bosco avrebbe dovuto abolire quella pratica noiosa.

                - Ebbene, rispose amorevolmente D. Bosco: io ci sto molto a tale pratica: e su questa potrei dire che è fondata la mia istituzione: e sarei disposto a lasciare piuttosto tante altre cose ben importanti, ma non questa; e anche se facesse d'uopo rinunzierei alla sua preziosa amicizia, ma non mai alla recita del S. Rosario.

                Trovato D. Bosco irremovibile nel suo principio, il nobile uomo se ne partì, e da quel giorno non ebbe più alcuna relazione con lui.

                Ma queste replicate ripulse di D. Bosco a non voler comparire tra le file dei dimostranti, la sua illimitata devozione al Capo della Chiesa ed all'Arcivescovo, non erano ignorate da chi sorvegliava perchè non sorgesse qualche improvviso moto reazionario. Chi era avvezzo da tanti anni alle congiure, ad ogni passo temeva che i supposti avversarii adoperassero [295] le stesse sue armi; e i lunghi e giornalieri colloquii di D. Bosco con Mons. Fransoni, e le centinaia di giovani che parevano pronti ad ogni suo cenno, avevano accresciuti i sospetti. Perciò di quando in quando egli fu chiamato agli uffizii del palazzo municipale, ove fra gli impiegati era vivo il fermento per la mutazione di forma nel governo. Alcuni di quei signori lo sollecitavano a manifestare le proprie opinioni e a fare qualche atto che lo mettesse in onore presso il partito liberale. Ma D. Bosco non diede loro che mezze risposte. Rifiutare era un dichiararsi nemico dell'Italia, accondiscendere valeva un'accettazione di principii che egli giudicava di funeste conseguenze. Quindi non condannava mai nessuno e non approvava. Vi fu chi gli disse sdegnosamente: - E non sa Lei che la sua esistenza sta nelle nostre mani? - Ma D. Bosco fece le viste di noti intendere la minaccia. Si era presentato col fare di un bonomo, colla barba da radere, colle vesti indosso più che dimesse colle scarpe quasi rosse e camminando alquanto grossolanamente. Sembrava uno de' più romiti cappellani di montagna. Perciò gli impiegati del municipio, che in quei giorni lo conoscevano solo per nome, finirono cori averlo in concetto di persona da non curarsi, quasi fosse uomo misero di mente; ed egli rendendosi trascurabile non era temuto. Ci par quasi di vedere riprodotto lo stratagemma di David alla Corte di Achis re di Seth.

 

 


CAPO XXVIII. La cacciata dei Gesuiti - Dimostrazioni ostili al Convitto Ecclesiastico, al Rifugio ed all'Arcivescovo - La chiusura del Seminario - Malvagi scrittori - Premunizioni - Vile attentato contro D. Bosco.

 

                GLI INSULTI contro i Gesuiti si ripetevano ogni giorno.

                Una deputazione di cittadini si presentava al Re per chiederne l'espulsione dallo Stato; ma non essendo ricevuti nè esauditi, si lasciò che la plebe compiesse in Torino i voti della massoneria. La sera del 2 marzo un'accozzaglia di settarii del Piemonte e di banditi dai varii Stati della penisola, fracassando vetri e sfondando porte, irrompeva con urla selvagge nelle case dei Gesuiti ai Santi Martiri e al Collegio del Carmine, e sforzava i religiosi ad uscirne in mezzo ad imprecazioni e ad insulti. La polizia venne a richiamar l'ordine quando l'oltraggio fu consumato. Il giorno dopo i tumultuanti attorniarono il monastero delle Dame del Sacro Cuore in Via dell'Ospedale, ma le guardie impedirono che vi penetrassero. Durato per ben sette giorni quel minaccioso assedio, e avendo il Ministro dell'interno fatto rispondere alla supplicante superiora, - Il Re non può far nulla per voi - le Dame, costrette alla partenza,

                si ritirarono in Francia.

                I Gesuiti sbandati in quella notte dolorosa avevano cercato rifugio nelle case di varii cittadini. Il Teol. Guala ne [297] ricoverò un gran numero nel Convitto Ecclesiastico, che era poco lontano dai Santi Martiri e dal Carmine, e diede loro ad imprestito somme considerevoli perchè provvedessero ai loro più urgenti bisogni D. Bosco pure in questi frangenti si adoperò quanto potè nell'aiutarli, specialmente col provvederli di abiti secolareschi, coi quali travestiti non fossero riconosciuti nell'uscire dalla città. E pur troppo la polizia non tardò a dar compimento alle violenze della piazza con intimare il loro allontanamento dai Regii Stati. Essi partirono mentre i loro confratelli erano espulsi da tutte le altre città d'Italia, con violenze tanto indegne, quali appena succedono tra i popoli barbari.

                Nè tali disordini in Torino cessarono così presto.

                Le invettive di Gioberti nel suo Gesuita moderno e il ricovero prestato ai Gesuiti, avevano scatenato eziandio contro il Convitto le ire della plebe in guanti e senza guanti. Una sera comparve una folla di popolo sotto le finestre dell'Istituto in via Mercanti, gridando a squarcia gola: - Abbasso il Convitto, morte al Teol. Guala! - e altre villanie. Il Teol. Guala era infermo e D. Cafasso scese in istrada per veder di ammansare quei pochi furiosi, seguiti per curiosità da altri molti fannulloni. La comparsa di D. Cafasso, già conosciuto a que' schiamazzatori, quando accompagnava i condannati al patibolo, e le sue parole tutte dolcezza e mansuetudine ridussero tosto al silenzio la ciurma. In quei mentre un convittore, testa balzana ed infatuato delle idee di Gioberti, improvvisò di motu proprio alle finestre un simulacro d'illuminazione con quelle poche candele che trovò nelle camere dei compagni. Bastò questo perchè gli abbasso si cambiassero in evviva e la dimostrazione ben tosto si dileguò. Il Teologo ne provò gran pena, ed il convittore liberaleggiante fu in bel modo licenziato. [298]

                Ogni pericolo di guai sembrava rimosso, quando una notte comparvero al Convitto sei questurini, quattro in borghese e due in divisa. Avevano ordine di praticarvi una minuta perquisizione, quasi fosse quello uno dei covi che minacciassero la sicurezza dello Stato. Rovistarono minutamente ogni cosa alla presenza del Teol. Guala, il quale si era alzato dal letto e dal seggiolone osservava ogni loro movimento. Nulla però trovarono d'incriminabile: solo asportarono un fascio di carte, le quali, a quanto pare, furono ben tosto restituite.

                Vi furono anche tumulti contro la Marchesa Barolo, accusata di tener celati quindici Gesuiti nel suo palazzo e nello stesso tempo minacciata di morte come se avesse rapite le figlie ai genitori e le tenesse chiuse per forza ne' suoi istituti. Era questa la gratitudine pel gran bene che aveva fatto in Torino. Dalla casa Pinardi si udivano gli schiamazzi indecenti di uomini ubbriachi rotti al mal fare e di donnacce scapigliate che vomitavano ogni sorta d'ingiurie contro il Rifugio, minacciando di farne uscire le figlie e d'incendiarlo.

                Nello stesso tempo i settarii non avevano dimenticato Mons. Fransoni e macchinavano una nuova chiassata contro di lui. Senonchè il Marchese Roberto d'Azeglio con un drappello di guardie nazionali prese quartiere nel portico del palazzo e tenne lontani i dimostranti.

                Facendosi intanto sentire fra i seminaristi il pericolo di nuove commozioni, l'imminente guerra contro l'Austria e l'interruzione degli studii nell'Università consigliarono a Monsignor Fransoni la chiusura del Seminario. Quindi tutti i chierici che avevano pigliato parte a quelle manifestazioni politiche furono esclusi dai sacri ordini. Buon numero di essi, ricevuto avviso delle deliberazioni dell'Arcivescovo discesero nel cortile e cantarono l'inno popolare Genovese: I figli d'Italia si [299] chiaman Balilla. Tanto generale era il delirio per la guerra che motti di essi, gettata alle ortiche la sottana, presero le armi. Alcuni mantenendosi buoni cristiani, divennero valenti professori in belle lettere, e a suo tempo, affezionati a Don Bosco, prestarono segnalati servigii alle scuote ginnasiali dell'Oratorio. Pochi si aggregarono ad altre diocesi e furono ammessi al Sacerdozio.

                Non era possibile che le suddette brutte scene non cagionassero scandalo nei giovani, che frequentavano l'Oratorio festivo di S. Francesco di Sales, perchè praticando essi in città, e vivendo in seno alle famiglie e nelle officine, ne udivano a parlare in diverso senso e non sempre sfavorevolmente. Ben presto se ne avvide D. Bosco e perciò in pubblico e in privato ne li premuniva in debito modo. Sapendo poi il male che facevano i pessimi giornali scongiurò i suoi allievi a non leggerli mai. Sebbene il Gesuita Moderno non fosse ancora dalla Santa Chiesa condannato, tuttavia fin d'allora egli ne vietò la lettura a tutti i suoi catechisti, maestri e giovani studenti; e per farlo prendere in uggia notò loro come il suo autore, per ismania di maldicenza, avesse avuto persino la sfrontatezza di denigrare il Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi, dove i primi loro compagni avevano ricevuto tante prove di benevolenza.

                La raccomandazione di D. Bosco, corroborata dalle testuali ributtanti parole di Gioberti contro la culla dell'Oratorio, bastò ai giovani per ogni legge, e nessuno mai nè prima nè dopo che venisse posta nell'indice dei libri proibiti, osò mai far lettura di quell'opera pestifera, ed ognuno ne riguardò l'autore come un dichiarato nemico della Chiesa.

                Ma se in causa della sfrenata licenza della pubblica stampa ebbero a piangere i padri Gesuiti, le Dame del Sacro Cuore, e più altre degnissime persone di Torino, certamente non [300] toccò miglior sorte a D. Bosco. Invero egli pure venne ben presto fatto segno ad insulti, a minacce. Anzi accadde un fatto, che, fin dall'esordire delle mal concepite libertà, pose a repentaglio la vita del buon padre, e quindi la esistenza del nostro Oratorio.

                A pochi metri dalla Cappella di S. Francesco di Sales, verso mezzanotte, sorgeva in allora un muriccio, che la separava dagli orti e dai prati di Valdocco, i quali si estendono tuttavia sino alla sponda destra della Dora. Oggi si veggono seminati di fabbriche, case e palazzi, ma allora erano deserti. Or bene, nella primavera di quell'anno, una Domenica a sera, i giovani dell'Oratorio erano già tutti raccolti nelle rispettive classi di catechismo e D. Bosco istruiva i più adulti in coro. Egli spiegava loro l'immensa carità di Gesù Cristo nel farsi uomo, patire e morire per noi. Una finestrella chiusa, e a pochi metri dal muriccio, corrispondeva al luogo dove egli stava, e una porta aperta dal lato opposto illuminava la sua persona. Quand'ecco un furfante, armato di archibugio carico a palla, spinto non sappiamo da quale spirito malefico, appostatosi dietro al muriccio, sale sulle spalle di un complice, e sollevato sul ciglio del muro, appunta l'arma alla finestrella del coro e spara. Aveva mirato al cuore di D. Bosco; ma, la Dio mercè, il colpo andò fallito. Un grido universale rispose a quella detonazione, poi un profondo silenzio, e i giovani pallidi in volto tenevano tutti gli occhi fissi e sbarrati in lui. Il proiettile, veloce come il baleno, forato il vetro della finestra senza frantumarlo, gli era passato tra il braccio sinistro e le coste, e gli aveva stracciato un po' dì veste sul petto e la manica; infine, percuotendo il muro della cappella, aveva fatti cadere più decimetri quadrati di calcinaccio. D. Bosco di quel colpo non aveva sentito quasi null'altro che un urto leggero come se qualcuno [301] passando gli avesse toccata la zimarra. Egli però non si era punto scomposto ed ebbe ancora tanta tranquillità e presenza, di spirito da calmare lo spavento indescrivibile che aveva destato nei giovani quel fatto sacrilego con dir loro sorridendo: “E che! vi spaventate di uno scherzo fatto di mala, grazia? È uno scherzo e nulla più. Certa gente male educata non sa far ma i una burla senza offendere il galateo. Guardate! Mi hanno stracciata la veste e guastato il muro! Ma torniamo al nostro catechismo”. Questa giovialità di D. Bosco e il vederlo sano e salvo da quel vile attentato, rinfrancò tutti.

                Finito il catechismo, D. Bosco tutto tranquillo, cantò il Vespro, predicò, diede la benedizione, e quindi si recò in mezzo ai giovani che si erano riversati nel cortile. Qui ebbe luogo una scena commovente. Molti stringendosegli attorno singhiozzavano e piangevano di consolazione; altri gli bagnavano le mani di caldissime lagrime; tutti poi colla più grande espansione del cuore ringraziarono Iddio pietoso di averlo così mirabilmente conservato. D. Bosco frattanto diceva loro: “Se la Madonna non gli faceva sbagliare la battuta, mi avrebbe colpito davvero; ma colui è un cattivo musico”. Poi guardandosi la veste forata esclamava: “Oh! povera mia veste! Mi rincresce per te che sei l'unica mia risorsa”.

                Intanto un fanciullo aveva raccolto il proiettile nel coro e lo presentava a D. Bosco. Era una pallottola di ferro di grossezza discreta, perchè le carabine di quei tempi avevano maggior calibro che le moderne. D. Bosco la prese in mano e mostrandola soggiungeva: “Eccola! La vedete? Si tratta, di giovani inesperti che vogliono giuocare alle boccie e non fanno bene il colpo!”.

                Di colui che aveva sparato non si potè avere indizio, perchè era sparito tra il fumo della sua arma. D. Bosco, [302] però, fatte prudenti ricerche, venne a conoscere ogni cosa per filo e per segno, e seppe come l'assassino fosse uno scellerato colpevole di altri delitti, che in quel giorni era lanza spezzata d certi partiti e quasi pareva che fosse sicuro di rimanere impunito. Altri forse avevano armata la sua mano. D. Bosco, che già conoscevalo, un giorno lo incontrò, e persuaso che vedendosi scoperto non avrebbe altra volta attentato alla sua vita per timore di una denunzia, senz'altro lo interrogò da qual motivo fosse stato spinto a fargli quel brutto giuoco. Sorpreso, ma non avvilito, con brutale burbanza e alzando le spalle gli rispose: - Il motivo quasi neppur io lo so. Voleva provare se il fucile faceva buon colpo, contro il muro della sua casa.

                - Sei un disgraziato... io però ti perdono di cuore... e desidero di essere tuo amico.

                Nel corso di questa istoria verrà occasione di narrare più altri iniqui attentati contro la vita di D. Bosco, allora soprattutto quando incominciò a scrivere le Letture Cattoliche, e a confutare gli errori dei Protestanti. Noi toccheremo con mano, che, se questo amico e padre della gioventù non fu ucciso, lo dobbiamo intieramente a Dio, che ha sempre vegliato sopra di lui in modo affatto provvidenziale, e lo ha difeso e protetto più volte anche meravigliosamente.

 

 


CAPO XXIX. Lo Statuto - L'Emancipazione degli Ebrei - La seconda edizione della Storia Ecclesiastica - Prudenza nel confutare i Protestanti e gli altri nemici della Chiesa - Giudizioso ammonimento - Silvio Pellico ed il vocabolario.

 

                LE SETTE cosmopolite mantenevano i patti reciproci, e subito dopo i tumulti e le rovine di Francia e Sicilia incominciavano sommosse e mutazioni in tutti gli Stati della Germania, non senza incendii, saccheggi e scontri tra il popolo e le truppe. Da ogni parte gridavasi libertà. Ebrei, socialisti, repubblicani, razionalisti commovevano le plebi, e migliaia di studenti e di operai si gettavano allo sbaraglio. Le moltitudini non premunite, dai governi fiacchi e irreligiosi, ed ingannate dai settarii che promettevano la rivendicazione di diritti stati rapiti e speranze di beni desiderati, erano con loro. I fieri moti di Vienna strappavano la Costituzione all'Imperatore Ferdinando I, e il Re di Prussia era pur costretto a concederla a' suoi popoli.

                Intanto a Roma essendo la rivoluzione passata dalle ipocrisie, alle minaccie ed alle violenze, Pio IX non ebbe più forza a resistere, e cedette; nel giorno 14 marzo dava la Costituzione, salvi però tutti i diritti della Chiesa, le sue leggi e l'integrità del potere temporale.

                Eziandio Carlo Alberto il 4 marzo aveva posto la sua firma al nuovo Statuto fondamentale del Regno, che venne [304] solennemente promulgato da una loggia del Palazzo reale prospiciente Piazza Castello. Le luminarie, le ovazioni, i canti popolari, le allegrezze durarono più giorni in Torino e nelle provincie. Gli 84 articoli dello Statuto erano preceduti da una affettuosa dichiarazione:

                “Con lealtà di Re e con affetto di Padre Noi veniamo oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai nostri amatissimi sudditi col nostro proclama dell'8 dell'ultimo scorso, febbraio, nella fiducia che Dio benedirà le pure Nostre intenzioni, e che la Nazione, libera, forte e felice si mostrerà sempre più degna dell'antica fama, e saprà meritarsi un glorioso avvenire”.

                Alcuni di questi articoli erano scritti per le insistenze dello stesso Sovrano, e qui conviene riportarli essendo una guarantigia per la Chiesa.

                ART. I. - La Religione Cattolica Apostolica Romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi.

                ART. XXVIII. - La stampa sarà libera, ma una legge reprime gli abusi. Tuttavia le Bibbie, i catechismi, i libri liturgici e di preghiera non potranno essere stampati senza il preventivo permesso del Vescovo.

                ART. XXIX. - Tutte le proprietà senza alcuna eccezione sono inviolabili.

                Al Conte Cesare Balbo fu dato l'incarico della formazione del primo Ministero Costituzionale, e con ciò era stabilito il principio che il Sovrano regna e non governa. Il 17 marzo si pubblicava la legge elettorale: il 7 aprile vennero nominati i Senatori del regno in numero di sessantasei, strano miscuglio di Vescovi, di sinceri cattolici e di settarii. Assai peggio riuscirono le elezioni dei deputati, ed ebbero il mandato di legislatori molti personaggi notissimi per [305] l'avversione al Cattolicismo e per legami stretti con settarii d'ogni paese.

                D. Bosco, che studiava attentamente gli avvenimenti dei giorno, si recò alcuna volta ad assistere alle discussioni del Parlamento nei primi mesi della sua apertura, e intese subito la piega che avrebbero prese le cose pubbliche riguardo alla Chiesa. L'ambiente era saturo di volterianismo, e la maggioranza teneva come programma: “Appartenere allo Stato il diritto senza limiti di determinare da sè solo e a proprio talento la sfera dei diritti e delle libertà di cui la Chiesa può godere”.

                Uno dei primi atti del nuovo Governo fu l'emancipazione degli Ebrei, ai quali si era già provvisto coll'ART. 24 dello Statuto che dichiarava tutti i regnicoli, qualunque fosse il loro titolo o grado, essere eguali in faccia alla legge; tuttavia il 29 marzo un decreto reale li dichiarava ammessi a godere i diritti civili e a conseguire i gradi accademici. Il 6 aprile, in una nuova legge sulla stampa, si decretava la carcere e una multa di danaro contro chi deridesse ed oltraggiasse i culti permessi nello Stato.

                D. Bosco conosceva il movente, le intenzioni, e il fine di certi legislatori; ma come aveva fatto e sempre farà, voleva procedere impavido per la sua via, schermendosi però dalle offese.

                La prudenza cristiana deve sempre tendere ad un fine, cioè a Dio solo. Essendo buoni i motivi che la muovono ad operare, sceglie i mezzi che reputa più convenienti, regola le azioni e le parole, e fa tutto con maturità, peso, numero e misura, eziandio per vincere gli ostacoli e schivare i pericoli che sa prevedere. E non consulta solamente la ragione, ma tiene fissi gli occhi nelle massime di fede e di condotta morale insegnateci da N. S. Gesù Cristo. Con questa prudenza D. Bosco, in mezzo all'imperversare delle scatenate [306] passioni politiche e religiose, lavorava alla seconda edizione della Storia Ecclesiastica. Voleva dire ai giovanetti tutta la verità anche su certi fatti contemporanei, voleva indicare loro quali fossero i nemici attuali della Chiesa; ma d'altra parte conosceva la necessità di non provocarne l'ira sopra i suoi Oratorii. Perciò, seguendo, come già si disse, un suo piano ben maturato, non specificava accuse in capitoli distinti, ma presentava le sue asserzioni, svolgeva i fatti qua e là secondo l'ordine cronologico, senza invettive, senza apparir battagliero e senza palesare il suo fine, che era di combatterli. Questa ristampa procedeva, come la prima edizione, per domande e risposte; era quasi un'intiera riproduzione di questa, ma recava alcune notevoli varianti, ispirate dai tempi, e che più non trovandosi oggigiorno nella sua Storia Ecclesiastica che abbiamo tra le mani, non conviene che vadano perdute.

                Nella prima pagina egli stampava lo stemma del Sommo Pontefice e sotto a questo una vignetta che rappresentava S. Pietro inginocchiato innanzi al Divin Salvatore che a lui porge le chiavi, coll'iscrizione: Et tibi dabo claves Regni coelorum. Matt. XVI, 19. Di fronte il suo nome e cognome era come una professione della propria fede.

                Quindi non tralasciando nessuna occasione per far risaltare le divine prerogative del Papa e della Chiesa, passa in rivista i loro nemici ossia i Protestanti, gli Ebrei, e i settarii di varie specie.

                E in primo luogo i Protestanti. Dei Valdesi narrava brevemente l'origine, l'ignoranza delle Sacre Scritture, le eresie, la fuga da Lione, la venuta nella valle di Luzerna presso Pinerolo, la condanna dei loro errori pronunciata nel Concilio Lateranense III da 302 Vescovi presieduti da Alessandro III, le ribellioni ai Sovrani represse con gravissimi castighi, e la fusione coi Protestanti ai tempi di Calvino. [307]

                Dai Valdesi giunto D. Bosco nel corso della sua storia alle luride, empie e sanguinarie figure di Lutero, di Calvino e di Arrigo VIII, loro contrapponeva la celeste visione dei figli della Chiesa Cattolica che vissero ad esse contemporanei: S. Gaetano di Thiene, S. Girolamo Emiliani, S. Giovanni di Dio, S.Tommaso da Villanova, S. Ignazio di Lojola, S. Francesco Zaverio, S. Pietro d'Alcantara, S. Filippo Neri, S. Pio V.S. Teresa, S. Carlo Borromeo, S. Francesco di Sales, S. Vincenzo de' Paoli, S. Luigi Gonzaga e cento altri. La santità è una cosa sola colla verità.

                Altro modo adottò nello svelare gli errori dei Protestanti, cioè coll'accennarli mentre esponeva le antiche eresie. Per es.: dopo aver detto che il settimo Concilio ecumenico, secondo di Nicea, aveva condannato gli Iconoclasti, ossia i distruttori delle sacre immagini, notava: I Protestanti seguono anche gli errori degli iconoclasti. Presa eziandio nota dell'orribile bestemmia di Gottescalco, insegnante che come Dio predestina alcuni alla gloria eterna, così destina altri all'inferno non volendo che tutti siano salvi, soggiungeva: Questi errori furono poi riprodotti da Lutero e da Calvino.

                Finalmente siccome i Protestanti affermano, la presente Chiesa Cattolica non essere più, quella dei primi secoli fondata da Gesù Cristo, egli senza fare allusione a questi eretici dimostra coi fatti come sia sempre la stessa.

                Nel primo secolo, scrive, fu istituita la celebrazione della Domenica, del Natale di N. S., dell'Epifania, della Pasqua, dell'Ascensione e della Pentecoste fu istituito ed osservato il digiuno della quaresima, delle quattro tempora per tradizione apostolica, l'uso dell'acqua benedetta contro le infestazioni del demonio ed altri mali spirituali e corporali, la lavanda dei piedi nel giovedì santo, il segno della santa croce; fu pure ingiunto che mentre si celebrava il santo sacrificio [308] della messa si ponessero sull'altare due candellieri accesi con un crocifisso nel mezzo. Nel secondo secolo nella notte del Santo Natale già da ogni sacerdote si celebravano tre messe. Nel terzo secolo Papa Zeffirino ordinava a tutti i cristiani sotto precetto di fare la S. Comunione al tempo Pasquale. Nel quinto secolo S. Zosimo Papa stabiliva che nella settimana santa in ogni parrocchia si benedicesse il cero pasquale, e furono istituite le pubbliche rogazioni. Nell'anno 431 il Concilio di Efeso approvato da Celestino I definiva solennemente essere la Vergine Maria, vera Madre di Dio; e l'anno 1136 cominciava la Chiesa di Lione a celebrare solennemente la festa dell'Immacolata Concezione della Madonna, argomento che dimostra come nei secoli trascorsi già esistesse tale credenza nei popoli. Nel 491 Papa Gelasio teneva in Roma un concilio di molti Vescovi e decretava quali fossero i libri autentici del nuovo e del vecchio Testamento e quali gli apocrifi; ordinava un libro disseminato Sacramentale in cui si contiene l'ordine di quasi tutte le messe che abbiamo nel Messale Romano e la formola per impartire le benedizioni; istituì la processione colla candela in mano nella festa della Purificazione di Maria SS.; stabilì le ordinazioni degli Ecclesiastici alle quattro tempora. S. Gregorio il grande, eletto Papa nel 590, nelle cui mani si cangiò in carne una particola consacrata, componeva l'antifonario ed il breviario che la Chiesa usa ancora ai giorni nostri; istituiva le litanie dei santi, la processione per la festa di S. Marco, e l'imposizione delle ceneri nel primo giorno di quaresima. Da questi libri e da queste preghiere apparisce evidente la credenza della presenza reale di Gesù Cristo nella SS. Eucaristia, l'uso d'invocare Maria SS. ed i Santi, l'esistenza del purgatorio, e la confessione auricolare e gli altri sacramenti. In fine, per tagliar corto, nel 553 Papa Vigilio e il Concilio Costantinopolitano II [309] porgeva una prova luminosa dei potere che ha la Chiesa di condannare gli scritti cattivi, di pronunciare sul senso di detti libri e di esigere che i fedeli si sottomettano al suo giudizio.

                A questi e ad altri argomenti recati da D. Bosco come potrebbero i Protestanti negare senza un'insigne malafede che la Chiesa Cattolica non faccia e non creda ciò che faceva e credeva nei primi secoli?

                Dai Protestanti D. Bosco passava agli Ebrei. Descriveva avverata da Tito e da Giuliano apostata la profezia di Gesù Cristo nella distruzione di Gerusalemme, mentre coi libri ispirati affermava che negli ultimi tempi del mondo tutto il popolo d'Israele si renderà cristiano. Accennava all'atrocissima persecuzione nella Spagna al tempo dei Mori contro i cristiani per costringerli ad abbracciare l'Ebraismo o a farsi seguaci di Maometto. Dimostrava quanto l'Ebreo odia il Cristiano coll'orribile martirio di tre giorni fatto da essi soffrire al santo giovanetto Vincenzo Verner di Treves nella Francia, l'anno 1287; e colla morte egualmente dolorosa del Padre Tommaso di Sardegna a Damasco negli ultimi anni di Gregorio XVI. “Questi fatti” non si peritava a stampare “devono rendere avvertiti i Cristiani a guardarsi bene dal trattare e dal famigliarizzare con questa razza di gente”.

                In terzo luogo, risalendo alle cause dell'aberrazione di tanti cristiani e dei fatti dolorosi che ultimamente contristavano la Chiesa, veniva a parlare de' razionalisti e sedicenti moderni filosofi, i quali avendo per corifei Voltaire e Rousseau rigettano ogni sorta di religione, ogni legge, ogni diritto e coi pretesto di seguire il puro lume della ragione, fanno quanto il capriccio suggerisce. Scrive ancora: “È difficile il definire quale fosse la loro dottrina, poichè non ne avevano alcuna; chi legge attentamente i loro scritti conchiude che [310] negare ogni verità, calunniare qualunque virtù, insegnare tutti gli errori, incoraggiare a qualsiasi delitto, cavillare onde rimuovere dal cuor dell'uomo la dolce speranza della vita futura, insomma ridurre l'uomo al grado delle bestie forma la moderna filosofia. I Franchi Muratori macchinavano in segreto, i Filosofi diedero loro mano con pubblici scritti e col porne in pratica la dottrina; e per riuscirvi, cominciarono a levarsi contro gli Ordini religiosi screditandoli colle più sozze calunnie. Egli fu in mezzo a questi trambusti che Clemente XIV, dopo lungo esitare, ad istanza delle Corti di Francia, di Napoli, di Portogallo e di altre Potenze, soppresse la Compagnia di Gesù l'anno 1774. Pio VII poi considerati i vantaggi che questa Compagnia poteva prestare alla Chiesa, la reintegrò tra gli Ordini religiosi. Ai nostri giorni quest'Ordine venne quasi disfatto, e gli individui vennero perseguitati ed espulsi dalla Svizzera e da tutta l'Italia. E per non mancare alla verità storica, conviene aggiungere che questi religiosi in più luoghi vennero cacciati in modo indegno, insultati nella loro miseria, vilipesi contro ogni legge e fin contro la naturale equità. Così Vincenzo Gioberti[22]”.

                D. Bosco mostrava un gran coraggio nel prendere le difese di un Ordine religioso, perseguitato in questo stesso anno, ma usava eziandio una ammirabile prudenza nel citare le parole stesse del più acerrimo nemico dei Gesuiti. E alcune pagine dopo scrivendo di Pio IX non esitava a dire: “Il gran Gioberti chiamava il giorno che lo vide il più bello di sua vita”. Non era adulazione poichè uno può esser detto grande per motivi diversi. D. Bosco seguiva l'esempio del Sommo Pontefice che il 30 settembre 1847 aveva [311] scritto a Torino al suo messo straordinario presso il Re, Mons. Corboli Bussi, affinchè fosse cauto e andasse a rilento nel parlare del Gioberti, idolo momentaneo della rivoluzione, levato a cielo da tutti i faziosi e novatori[23].

                In fine D. Bosco, senza entrare in considerazioni politiche di nessun genere, dichiara colla storia alcuni diritti della Chiesa che gli adoratori del Dio Stato le avrebbero negati.

                “Nel primo secolo, egli scrive, ebbero principio i libri con cui si registravano i nomi dei battezzati e dei defunti che noi appelliamo libri di nascita e di morte. - Nel terzo secolo si cominciarono a consecrare i cimiteri, che rimanevano proprietà della Chiesa. - Già nel sesto secolo niuno dei preti o chierici andava soggetto ai giudici laici, ma soltanto ai giudici ecclesiastici. - Nel Concilio Lateranense V si stabilirono regolamenti per l'uso della stampa da poco tempo inventata, proibendo di stampare qualsiasi libro il quale non si fosse esaminato e approvato dall'autorità ecclesiastica, sotto pena di scomunica da essere pronunciata senza indugio”.

                Così D. Bosco, sparsi qua e là nella sua Storia Ecclesiastica, dava a' suoi giovani i giusti criterii per giudicare i fatti che andavano svolgendosi sotto i loro occhi a danno della Chiesa, sapendo poi a voce far risaltare quelli che isolati servivano al suo scopo, ovvero assumerne molti insieme quando abbisognava d'una dimostrazione completa. È questo eziandio il motivo per cui quasi sorvola il medio evo. La circospezione però non essendo mai troppa, poichè i tempi si facevano ognor più turbolenti, D. Bosco dando uno sguardo allo stato prospero della Chiesa, nell'Europa e nelle Missioni [312] estere, benchè fra le persecuzioni e gli ostacoli; considerando il discredito ognor crescente nel quale il protestantesimo cadeva ogni giorno più nell'Inghilterra, affermava di sembrargli che Dio preparasse una reazione con vantaggio universale. E soggiungeva: “E vero che nel movimento generale, in cui tutti gli Stati si trovano per le vertenti forme di governo, la religione deve superare gravi difficoltà, specialmente da parte di quelli che rozzi affatto delle cose ecclesiastiche ne vogliono dare il loro giudizio, bestemmiando perciò quello che ignorano; ma noi italiani abbiamo a capo il gran Pio IX e il religioso e valoroso Carlo Alberto, onde non possiamo aspettarci che un felice avvenire, pieno di avvenimenti onorevoli al trono, alla religione gloriosi”.

                Era questo il voto ardentissimo del suo cuore, ma che non scevro di fondati timori, alcune pagine prima, fatto un magnifico elogio di Pio IX, dettavagli le seguenti parole: “Noi Cattolici preghiamo Iddio di agevolargli le vie opportune per impedire i danni che i malvagi tentano cagionare alla Chiesa e a dargli aiuto per governarla con nuovi trionfi”.

                Concludeva il libro con una bella perorazione:

                “Dalla Storia Ecclesiastica noi dobbiamo imparare primieramente che tutti quelli che si sono ribellati contro alla Chiesa, per lo più provarono anche nella vita presente i più tremendi castighi divini... e che tutte le altre sette religiose, non essendo nella Chiesa di Gesù Cristo Salvatore, appartengono alla Sinagoga dell'Anticristo in ogni tempo la Chiesa Cattolica fu sempre col ferro e cogli scritti combattuta; e sempre trionfò. Ella vide i regni, le repubbliche egli imperi a sè d'intorno crollare e rovinare affatto; essa sola è rimasta ferma ed immobile. Corre il secolo decimonono da che venne fondata e si mostra tutto giorno nella più florida età. Verranno altri dopo di noi e la vedranno sempre fiorente. [313] E retta dalla mano divina, supererà tutte le vicende del mondo, vincerà tutti i suoi nemici, e si avanzerà con piè fermo a traverso de' secoli e de' rivolgimenti umani sino al finire dei tempi, per fare poi di tutti i suoi figli un solo regno nella patria de' Beati”.

                D. Bosco nel consegnare questo suo libro ai giovani, spiegandolo in pubblico e nelle conversazioni private, rammentava loro di non schierarsi in alcun modo tra gli avversarii della Chiesa, perchè sarebbe stato un fabbricarsi la propria rovina: “Combattere la Chiesa, diceva, è lo stesso che dare un pugno sulla punta aguzza di un chiodo”.

                Questa seconda edizione non incontrò ostacoli; ebbe un grandissimo spaccio anche nelle scuole e così D. Bosco ottenne il suo intento. Eragli però costata molta e paziente fatica. Volendo che la semplicità dello stile la rendesse Popolare ebbe la costanza di leggerla a sua madre, la quale fraintese che l'imperator Costantino avesse perseguitati i cristiani. D. Bosco ritoccò quel racconto, e allora solo fu contento quando conobbe che sua madre avevalo perfettamente compreso.

                È anche degno di nota il riserbo nello scrivere, che diede occasione ad un suo giudizioso ammonimento. Andando un giorno a Borgo Cornalense per visitare la Duchessa di Montmorency, s'incontrò col giovanotto Tomatis Carlo. Questi vedendogli in mano le bozze di stampa della Storia Ecclesiastica, gli chiese come si regolerebbe quando si fosse imbattuto in punti difficili a trattarsi, dovendo p. es. dir male di qualche personaggio. D. Bosco rispose: “Ove posso dir bene lo dico, ed ove dovrei dir male, taccio.

                - E la verità?

                - Io scrivo non per i dotti, ma specialmente per gli ignoranti e per i giovanetti. Se narrando un fatto poco [314] onorevole e controverso io turbassi la fede di un'anima semplice, non è questo indurla in errore? Se io espongo ad una mente rozza il difetto di un membro di una Congregazione, non è vero che in quella nascono dubbii che la inducono a provar repugnanza per l'intera comunità? E questo non è errore? Solo chi ha sott'occhi l'intera storia di due mila anni può vedere che le colpe di uomini anche eminentissimi per nulla offuscano la santità della Chiesa; anzi sono una prova della sua divinità, perchè se si mantenne sempre indefettibile, vuol dire che il braccio di Dio l'ha sempre sostenuta e la sostiene. E questo pure intenderebbero i giovani quando potessero integrare i loro studii. Del resto ricordati che le sinistre impressioni, ricevute in tenera età per un parlare imprudente, portano sovente lagrimevoli conseguenze per la fede e pel buon costume”.

                Aggiungeremo in ultimo che D. Bosco scrivendo non fidavasi del proprio giudizio. Abbiamo già detto come stringesse relazioni amichevoli con Silvio Pellico, ammirando in lui un; umiltà che impedivagli di far pompa del proprio ingegno, quantunque il suo nome fosse celebrato in tutta l'Europa.

                Spesse volte recavasi a visitarlo in Torino e a Moncalieri e non di rado Silvio veniva a restituirgli la visita e a compiacersi dello spettacolo dell'Oratorio. Si scrissero a vicenda varie lettere, e finalmente D. Bosco lo pregò a voler dare il suo giudizio sul compendio di Storia Ecclesiastica che stava per pubblicare. Silvio Pellico esaminò attentamente quel manoscritto, vi fece qualche correzione e lo commendò.

                Di un suo consiglio D. Bosco tenne sempre memoria. Un giorno Silvio Pellico avevalo interrogato se, come scrittore, facesse molto uso del vocabolario. D. Bosco gli rispose, sembrargli di possedere sufficientemente la lingua italiana e in mezzo a tante faccende non aver tempo a ricercare i vocaboli. [315]  - No, mio caro D. Bosco, continuò Silvio Pellico; non si fidi troppo ed abbia pazienza. Io, veda, non posso scrivere un foglio senza adoperare il vocabolario, e se lasciassi di consultarlo, non di rado cadrei in errori. È cosa troppo necessaria per conoscere tutta la forza ed esattezza delle parole, come pure per la ortografia. Molti termini ci sembra di conoscerli, ed in realtà c'inganniamo. Non di rado si può cadere in francesismi, in locuzioni latine o anche del dialetto. Segua il mio parere; tenga sempre il vocabolario sopra il suo scrittoio. Adoperandolo, vedrà come io abbia ragione, nel permettermi di darle simile avviso.

                Da quel momento D. Bosco non solo seguì quel consiglio, ma ne' suoi viaggi continui non dimenticava mai di porre nella valigia il vocabolario. Fu questo poi l'avviso che spesse volte egli dava ai chierici e ai preti della sua Congregazione: Usi il vocabolario? - Lo tieni sul tavolino? - Più di una volta l'interrogato sorrideva come di una domanda da farsi ad uno scolaretto di grammatica e non ad un uomo che aveva compiuti i suoi studii. Ma D. Bosco insisteva nella sua interrogazione, e se la risposta era negativa, inculcava l'uso continuo di quel libro, concludendo: - Silvio Pellico me lo ha detto; io l'ho provato: per iscrivere senza errori bisogna avere alle mani sempre un vocabolario di pregio. Questa sua amicizia preziosa, anche pel vantaggio letterario, ebbe solo termine, quando Silvio Pellico fu chiamato da Dio all'eternità nel 1854.

 

 


CAPO XXX. Principio della guerra per l'indipendenza italiana - Insulti all'Arcivescovo di l'orino e sua partenza per la Svizzera - Effervescenze pericolose - Mezzi di preservazione e Via Crucis - Musica e passeggiate - Funzione al santuario della Consolata - Visita ai santi sepolcri - La lavanda dei piedi - Il dialogo.

 

                SOMMOSSE a Vienna, tumulti a Pest, avevano messa l'autorità nelle mani dei nemici dell'Austria. Questi fatti aggiungevano coraggio ai liberali della Lombardia e del Veneto. Padova e Pavia incominciarono ad agitarsi. Il 18 marzo si manifesta una gran commozione a Modena; gli Austriaci ausiliari partono dal Ducato e il Duca Francesco V esce da' suoi dominii. Il 20 a Parma la gioventù prende le armi e costringe i tedeschi a sgomberare mentre il Duca Carlo Il concede la Costituzione e poi si ritira a Marsiglia. Il 22, dopo cinque giorni di ostinati combattimenti, i Milanesi scacciano dalla città e dal Castello il presidio austriaco costringendolo a ritirarsi, con gravissime perdite, nel quadrilatero; lo stesso giorno Como, Bergamo, Brescia, Venezia insorte si liberano dallo straniero. Il governo provvisorio di Milano invocava l'aiuto dell'esercito Piemontese e il 23 Carlo Alberto bandiva la guerra all'Austria con un baldo e generoso proclama ai popoli della Lombardia [317] e della Venezia. Il 24 l'Arcivescovo, presente il Re e tutti i pubblici ufficiali, mentre la guardia nazionale era schierata in piazza Castello, cantò il Te Deum nella metropolitana per la scacciata dei tedeschi da Milano. Ma nell'uscire dal Duomo una turba di popolaccio, alla quale si erano unite persone che in società si chiamano degne di riguardo, presero ad indirizzare contro di lui parole ingiuriose e a minacciarlo colle pugna, seguendone per un tratto di via la carrozza. Nessuno cercò di far cessare quegli insulti, benchè fossero presenti molti carabinieri. Alla sera si rinnovarono gli insulti sotto le finestre del palazzo arcivescovile con urla e fischi indiavolati. Si voleva costringere l'Arcivescovo ad abbandonare Torino ed il regno.

                Il 25 marzo Carlo Alberto partiva per la guerra con 60.000 valorosi soldati, i quali il 26 passavano il Ticino, e una brigata di essi entrava in Milano. Le autorità Ecclesiastiche intanto indicevano preghiere pubbliche ed esortavano le popolazioni a soccorrere le famiglie povere dei soldati, e il Governo stesso chiedeva appoggio e preghiere ai Vescovi. Il 29 il Re poneva piede in Pavia, che gli Austriaci avevano abbandonata, arrivava a Milano e intorno a lui si stringevano le genti lombarde e poi quelle di Parma e di Modena.

                Il 29 marzo il santo ed imperterrito Arcivescovo di Torino alle 6 della sera partiva per la Svizzera. Il Ministro degli Interni gli aveva fatto per mezzo di Ecclesiastici di gran merito vive sollecitazioni, acciocchè si allontanasse dallo Stato per qualche tempo finchè gli animi de' suoi avversarii si fossero calmati. Anche altre persone benevole andate a visitarlo, fra le quali D. Bosco, avevano giudicata necessaria la sua partenza; e gli facevano osservare essere impossibile resistere a quel tranello delle sette, poichè chi aveagli fatto [318] dare quel consiglio, aveva forse permessi segretamente i gravissimi insulti da lui sofferti. Prima però di salire in carrozza l'Arcivescovo raccomandò a D. Bosco quei chierici, specialmente i poveri, che s'erano mantenuti obbedienti a' suoi ordini, e che in quel momento erano dispersi. Don Bosco promise che avrebbe corrisposto a quella fiducia e vedremo come non mancasse di parola.

                Il 6 aprile anche a Vienna turbe di studenti e di popolani urlavano contro l'Arcivescovo, minacciavano estreme violenze ai conventi, gridando essere Pio IX nemico dell'impero; e il Governo ordinò la soppressione dei Liguorini, delle Liguorine e dei Gesuiti. Senz'altro, religiosi innocenti e povere donne furono buttati sulle vie, senza tetto e senza pane, costretti a chiedere l'elemosina. E dopo pochi giorni i tumulti che si facevano sempre più minacciosi a Vienna, a Pest e a Praga poco mancò non finissero in lotta micidiale colle truppe. Intanto il 7 aprile, i Piemontesi con splendida vittoria cacciavano da Goito gli Austriaci e passavano il Mincio.

                Il 21 aprile il generale piemontese Giacomo Durando mandato dal Papa a guardare i confini, non curando gli ordini ricevuti passava il Po con 17.000 pontificii. Il Re di Napoli aveva spediti in Lombardia altri 16.000 uomini in soccorso di Re Carlo Alberto comandati dal vecchio Carbonaro Guglielmo Pepe; e il Governo del Granduca di Toscana Leopoldo II altri 6.000. Truppe piemontesi, chiamate da Governi provvisorii per tener in freno i Repubblicani, occupavano i ducati di Modena e di Parma.

                Intanto il 25 aprile, con dolore di tutti i veri cattolici, dal quartiere generale di Volta Carlo Alberto decretava il regio exequatur sulle provvisioni di Roma, richiamando in vigore editti dimenticati, e riprovati da Clemente XI e da Benedetto XIV. [319]

                Il 30 aprile i regii dopo fiero combattimento restavano padroni di Pastrengo e stringevano l'assedio Peschiera, una delle quattro città fortificate, che se arava, o le provincie Lombarde dalle Venete. Il Re si era posto a Sommacampagna. Gli Austriaci eransi ritirati sulla sinistra dell'Adige.

                In Torino giungevano, aspettate con viva ansietà, le notizie di questi fatti, e il popolo tripudiava quasi delirando per le vittorie dell'esercito. Persino nei giovanetti si eccitò tale un'effervescenza ed esaltamento, che senza un qualche ritegno per molti di loro poteva farsi pericoloso. Ad altro più allora non si pensava che alla guerra, di guerra si parlava, di guerra si scriveva, di guerra si cantava nelle case, nei teatri e nelle piazze, e sarei per dire che ancor dormendo di guerra si sognava. I fanciulli medesimi tant'alti parevano divenuti così prodi soldati da trapassare colla punta della spada due Austriaci ad un colpo. Voi li avreste veduti, finita la scuola, o liberi appena dalla bottega o dalla fabbrica, armati di un bastone, unirsi a frotte in questo o in quell'altro luogo, eleggersi un capo, costituirsi in drappelli, esercitarsi alle manovre, armeggiare tra loro, e talvolta venire a battaglia una schiera contro dell'altra, ed ora per imperizia ed ora per troppo ardor bellicoso, si davano e si ricevevano delle bastonate solenni degne di miglior causa. Sovratutto poi nelle Domeniche e nelle altre solennità della Chiesa, i viali e le adiacenze della città parevano tramutarsi in piccole piazze d'armi Aggiungevano ebbrezza alle giovanili fantasie, il suono dei tamburi delle trombe colle manovre e sfilate delle guardie nazionali, l'arrivo dei prigionieri di guerra, le feste pubbliche rinnovate ad ogni vittoria.

                Il catechismo della quaresima era incominciato il 13 marzo, ma per le cause sovraccennate, in quasi tutte le parrocchie [320] le classi si diradavano e talune restavano come deserte. Non era moralmente possibile che in mezzo a tanta dissipazione anche i giovani dell'Oratorio non venissero a soffrire detrimento nella loro condotta. Per verità parecchi nella festa mancavano alle sacre funzioni, e nei giorni feriali non si vedevano ai catechismi; altri v'intervenivano a malincuore; molti vi si mostravano annoiati e disattenti; la frequenza poi alla confessione e alla comunione veniva ridotta ai minimi termini.

                Ad impedire questo malessere religioso e morale, che minacciava i giovani dell'Oratorio, era d'uopo che l'industriosa carità e lo zelo di D. Bosco trovassero dei mezzi efficaci. Nè questi si fecero molto aspettare. Egli incominciò colla preghiera.

                In quest'anno introdusse la santa pratica dell'esercizio della Via Crucis, la quale s'incominciò coi giorno lo del mese di marzo e si ripetè negli altri venerdì fino al termine della quaresima. Volle che vi assistessero tutti i giovani della Comunità colla maggior divozione possibile; a questi si univano molti giovani esterni ed altre persone dei vicinato che per comodità nei giorni feriali venivano ad ascoltare la santa Messa e a confessarsi. D. Bosco stesso vi prendeva parte principale, compreso da tali sensi di compassione al pensiero dei patimenti sofferti dal Divin Salvatore per la nostra salute, che il suo contegno valeva come predica efficacissima.

                Intanto acconciandosi alle esigenze dei tempi, in tutto ciò che non era disdicevole alla religione e al buon costume, egli non esitò di permettere ai giovani che facessero ancor essi nel cortile dell'Oratorio le loro manovre, anzi trovò modo di avere una buona quantità di fucili senza canne con appositi bastoni. Appose per altro la condizione che non si dispensassero delle busse in copia come facevasi tra [321] Piemontesi ed Austriaci, e che al suono del campanello pel catechismo ognuno deponesse le armi e si portasse in chiesa. Diede ancor principio a parecchi altri nuovi giuochi di ginnastica meno pericolosi; provvide boccie, piastrelle, e via dicendo. Faceva ripetere più volte il divertimento della pignatta, e la corsa nel sacco, e rappresentare eziandio oneste commediole e piacevoli farse. Insomma nulla risparmiò, affinchè tutti, chi in un modo e chi in un altro, avessero agio di trastullarsi nell'Oratorio, assistiti sempre e paternamente sorvegliati.

                Potente mezzo di preservazione riuscì anche la scuola di canto. Alle lezioni di musica vocale D. Bosco vi aggiunse quelle di pianoforte e di organo, nonchè per molti la musica istrumentale, che suscitò un grande entusiasmo. Mentre si attendeva ad organizzare la banda e addestrare alcuni giovani a strimpellare sul piano per far guaire l'organo a suo tempo, la musica vocale si perfezionava. Quindi preparati per benino i cori ed esercitate molte graziose vocine Don Bosco li condusse a cantare nelle pubbliche chiese di Torino in occasione del mese di Maria e di altre funzioni, a cui tutti i giovani prendevano parte. Questo li attirava e legava sempre più all'Oratorio e faceva del bene altresi tra il divoto popolo. Imperocchè l'essersi fino allora udito sempre sulle orchestre voci robuste e d'uomini adulti; faceva sì, che i canti a solo, i duetti e i cori di voci fanciullesche risvegliassero tra i fedeli l'idea del canto degli angioletti, e toccassero più sensibilmente le fibre del cuor umano; e perciò non era raro il caso di vedere in quelle funzioni uomini e donne a versare lagrime di consolazione. Per la qual cosa da tutte parti si parlava della musica di D. Bosco, la si ambiva, la si cercava per le feste e solennità; e quindi con grande giubilo dei giovani si cantò più volte non solamente [322] a Torino, come alla chiesa del Corpus Domini e della Consolata, ma in appresso si andò eziandio a Moncalieri, Rivoli, Chieri, Carignano e in più altri paesi circonvicini. L'esimio canonico Luigi Nasi di Torino e il Sac. Don Michelangelo Chiatellino di Carignano continuavano per lo più ad essere i due fidi accompagnatori della società filarmonica. Colla loro perizia musicale essi la toglievano dal rischio di far dei fiaschi, le facevano fare la più bella figura del mondo, e le procacciavano sperticate lodi. L'amor proprio dei giovani soddisfatto, le passeggiate che essi sospiravano per giungere alla meta prefissa, le merende ed anche i pranzi che erano apparecchiati nelle parrocchie pel loro arrivo, facevano dimenticare ogni fantasia politica.

                Tra le altre una bella festicciuola venne fatta in quell'anno al vicino Santuario della Consolata. I giovani vi si recarono dall'Oratorio processionalmente. Il canto per via e la musica in chiesa trassero gran folla di gente appiè di Maria Consolatrice. Si celebrò la Messa e si fece da molti la santa Comunione. In fine D. Bosco tenne un breve discorso, in cui parlò delle amabilità di Maria, infervorando tutti ad amarla. - “Maria, diceva egli tra molte altre cose, Maria è la creatura più amata e la più amante. L'ama Iddio Padre, l'ama Gesù suo divin Figliuolo, l'ama lo Spirito Santo, l'amano gli Angeli, l'amano i Santi, I' amano tutti i cuori ben fatti.

                Questo medesimo Santuario è una prova lampante del come in questa città sia sempre stata amata Maria. Ella poi ama noi coll'amore di una madre; e se ama tutti i cristiani in genere, porta un amore più tenero alla gioventù. Maria fa come il divin suo Figlio Gesù, il quale voleva tanto bene ai fanciulli, che li avrebbe sempre voluti presso di sè a fargli corona. Se Gesù diceva agli Apostoli. Lasciate che i fanciulli mi vengano a trovare, Maria va pure ripetendo a sua [323] volta: Chi è piccolo venga da me: Si quis est parvulus, veniat ad me. È soprattutto col suo amore dolcissimo, che Ella si mostra la Consolatrice degli afflitti: Consolatrix afflictorum. Rendiamole adunque il contraccambio, amiamola ancor noi, miei cari figliuoli; e per amor suo fuggiamo il peccato. A ricordo poi di questa divota visita lasciamo qui appiè di Maria il nostro povero cuore, e preghiamola che lo accetti e ce lo conservi sempre puro ed immacolato; facciamo sì, che all'ombra dei suo manto noi possiamo vivere contenti e morire consolati”.

                Questa processione venne poi fatta ordinatamente a quel caro Santuario una o due volte all'anno, fino al 1854, e i giovani scendevano sempre nella cappella sotterranea per recitar ancora una preghiera.

                La Settimana Santa, porse anche occasione ad infervorare i giovani nella pietà. Il Giovedì si fece in processione la visita ai Santi Sepolcri. Andando da una chiesa all'altra della città cantavano salmi o lodi in musica, e giovanetti di ogni età e condizione, tratti dal canto e dall'esempio, vincendo ogni rispetto umano, si univano alle loro file con trasporto di gioia. Giunti sul luogo, dopo alcuni minuti d'adorazione, le voci più belle, con una espressione la più commovente, cantavano la Passione o qualche mottetto, fattovi da D. Bosco appositamente imparare. A quelle dolenti armonie molte persone non potevano trattenere le lagrime, e da una chiesa li seguivano in un'altra per piangere di nuovo sulla tomba di Gesù. Questo pietoso spettacolo riuscì d'incoraggiamento a certi adulti i quali in seguito ad alcune burle, o se vogliamo dir meglio, insulti e disprezzi non osavano più prendere parte a quella pratica di religione.

                In sul cader di quel giorno si fece per la prima volta nella cappella dell'Oratorio la funzione del Lavabo, ossia della [324] lavanda dei piedi alla presenza di moltissimi giovani. A tal uopo ne furono scelti dodici, rappresentanti i dodici Apostoli. Disposti in giro nel presbitero, si cantò il tratto di Vangelo prescritto dalla Chiesa; poscia D. Bosco, cinto di un pannolino, s'inginocchiò dinanzi ad ognuno, e lavò loro i piedi, come fece il divin Salvatore ai discepoli suoi nell'ultima cena, li asciugò e baciò con umiltà profonda. Mentre ciò si compieva i cantori tra le altre facevano risuonare queste parole del rito: Ubi caritas et amor, Deus ibi est: Ov'è carità ed amore, vi è Dio. E quest'altre: Cessent iurgia maligna, cessent lites; et in medio nostri sit Christus Deus; vale a dire: Cessino le maligne contese, cessino le liti; e in mezzo di noi regni Gesù Cristo Dio.

                Un morale discorso, che tenne dietro, spiegò il significato e segnalò gli ammaestramenti della sacra cerimonia, una delle più atte ad educare ed informare i giovani cuori alle due principali virtù del Cristianesimo, l'umiltà e la carità.

                Dopo la funzione i giovani Apostoli si assisero a frugal cena con D. Bosco, che li volle servire di propria mano per meglio rappresentare l'ultima cena del Divin Salvatore. In ultimo, fatto loro un grazioso regaluccio, li mandò a casa ricolmi di gioia. Questa sacra cerimonia prosegui a praticarsi tutti gli anni nell'Oratorio con molta edificazione, e fu una delle predilette da D. Bosco, il quale continuò a celebrarla finchè gli bastarono le forze. Egli stesso sceglieva gli Apostoli fra gli alunni più buoni, e ne aggiunse un decimoterzo. Invitava un sacerdote a dire alcune parole a' suoi giovani prima di incominciar la funzione, e nel 1850 fu scelto D. Giacomelli. Nell'atto di quella lavanda il suo spirito di fede, umiltà e semplicità inteneriva i cuori di tutti gli astanti. Dopo la cena il regalo a' suoi piccoli apostoli era generalmente un fazzoletto bianco ed un crocifisso. [325] Si continuò eziandio la Visita ai Santi Sepolcri, ma processionalmente e in corpo solo fino al 1866. D. Bosco accompagnava sempre i suoi giovani, dopo aver chiesto il consenso dei Rettori delle singole chiese fissate da lui per stazioni di quel pio pellegrinaggio. Grande era l'accrescimento di cristiana pietà nella popolazione edificata dal contegno devoto di quella balda gioventù. Quando poi le circostanze più non permisero queste visite, si supplì collo stabilire nella cappella dell'Oratorio altre pratiche di pietà adattate a quei memorabili giorni: per es. la visita al SS. Sacramento colla corona del Sacro Cuore di Gesù, la Via Crucis ed il canto in musica dello Stabat Mater.

                Coi mezzi suesposti adunque D. Bosco riuscì a richiamare e trattenere i suoi giovani, di maniera che bene istruiti nel catechismo, il 23 aprile celebrarono numerosissimi la loro Pasqua.

                Ma si voleva che tale affluenza non cessasse, e per impedire le assenze domenicali un altro mezzo posero in opera D. Bosco e il Teol. Borel. Oltre al distribuire sovente dei piccoli doni ai giovani più frequenti al Catechismo e ai meno indevoti, come sarebbero immagini, medaglie, e talora frutta e dolci, eglino presero a fare l'istruzione o la predica della sera quasi sempre, sotto forma di dialogo. Il buon Teologo, mescolato tra i fanciulli, faceva da penitente o da scolaro, ed usciva di tratto in tratto in domande e risposte così lepide, che li tenevano attenti e li facevano ridere, nel mentre che D. Bosco dalla cattedra istruiva e moralizzava secondo il bisogno. Questa maniera d'istruzione fu sempre pei giovani cosa desideratissima, e bastava che si dicesse che la Domenica vegnente vi sarebbe stato il dialogo, perchè la cappella si riempisse dei piccoli uditori.

 

 


CAPO XXXI. L'età favolosa dell'Oratorio - Le Cocche - Insulti alla gendarmeria - Le battaglie a sassate - Misure preventive - D. Bosco in mezzo a turbe di ragazzi inferociti - Un giovane ucciso - L'offesa di Dio impedita a qualunque, costo - L'evidente protezione del Signore - Energia, amorevolezza e imponenza misteriosa - Il Catechismo tranquillo dopo una lotta brutale - Alcuni Capi delle Cocche ricoverati nell'Oratorio - La guerra dell'indipendenza nel maggio.

 

                LA STORIA dell'Oratorio, diceva un giorno D. Bosco, potrebbe con giustezza essere divisa in tre periodi: età favolosa, età eroica, età storica. La prima età scorse nei primi dieci anni, ed ebbe principio quando io era ancora solo e non aveva si può dire abitazione fissa;

                continuò in Valdocco allorchè incominciai ad accogliere in casa alcuni giovani, ed ebbe termine verso il 1855. Il racconto delle cose di allora potrà sembrare a taluno un intreccio di favole (e perciò la dico età favolosa), tanto gli avvenimenti sono straordinarii; eppure chi li narrasse, non direbbe altro che la schietta verità. Fu un decennio sempre di lotte. -

                Se quanto abbiamo già esposto è prova delle sue asserzioni, non lo sarà meno il proseguimento di queste memorie. Egli [327] adunque allontanando i suoi giovani da una pericolosa dissipatezza, riusciva a mantenere fiorenti i due Oratorii di Valdocco e di Portanuova; ma la sua carità non era ancor soddisfatta. Per smania di guerra si erano formate fra il basso popolo e in ogni borgo della città le Associazioni della Gioventù, chiamate in dialetto cocche; e vi era la Cocca di Vanchiglia, quella di Portanuova, di Borgo Dora e via dicendo. Queste erano suddivise in frazioni più o meno numerose, e ora comparivano quale piccola squadra ed ora come un intero battaglione. Tenevano i loro assembramenti ed avevano i loro capi.

                Ognuna di queste cocche era in guerra dichiarata contro le altre; e continue erano le risse e le battaglie a sassate o per ispirito di malvagia brutalità, o per offese che avesse ricevute dagli avversarii un loro compagno, o anche per una sfida colla quale un partito voleva accrescere i vanti delle sue prodezze. Erano lotte spaventose di cui ora nessuno può farsi un'idea, alle quali con una moltitudine di giovanetti prendevano parte i giovanastri più adulti. Non c'era poi forza umana che valesse a tenerli in freno. Nè i carabinieri, nè le guardie di pubblica sicurezza potevano più nulla contro di loro e non osavano porsi in mezzo per separare i combattenti. Al primo loro comparire, se erano pochi, ecco un fischio convenzionale, e tutti i proiettili in un istante erano slanciati contro i custodi dell'ordine; se altri gendarmi sopraggiungevano più numerosi, ecco un secondo fischio, e quelle turbe feroci si disperdevano e si nascondevano; se le guardie si ritiravano, ad un terzo fischio i giovani ricomparivano e ricominciava la sassaiuola.

                D. Bosco, fin dal bel principio di queste scene selvagge, cercò di impedirle e di fare un po' di bene a que' sciagurati. Incominciò a stringere agli Oratorii, con legami di speciali [328] larghezze, certi giovani più alteri e proclivi a menar le mani, che li frequentavano. Incontrando per la città e alla spicciolata alcuni cattivi soggetti già colpiti di condanna dai tribunali, e sue antiche conoscenze, li intratteneva cercando di rinnovarne l'amicizia. Andando alle prigioni ove di quando in quando era rinchiuso per qualche giorno un capo banda acciuffato dai gendarmi, di notte, solo e fuori del suo borgo, adoperava tutte le arti della più fina carità per acquetarli, soccorrerli e distaccarli da quelle maledette associazioni. Con questi modi non fa meraviglia vedere che tra quelle orde incontrasse dei benevoli. Tuttavia non era facile la sua impresa e dovette tollerare gravi insulti.

                Accadde che, passando in una spianata rimota della città, scorse un crocchio animato che ventilava una spedizione contro le cocche di altro borgo. Senz'altro si avvicinò e salutandoli chiese loro: - Come state? Che cosa si fa di bello?

                - Che cosa vuole lei da noi? Continui la sua strada! gli rispose bruscamente uno di quelli.

                - E perchè mi rispondi con villania? Credeva di aver da fare con amici.

                - Io amico dei preti? - e sghignazzava.

                - Non sai chi è questo prete? - dicevagli in quel momento sottovoce un compagno: È D. Bosco!

                - E che m'importa? - esclamò quel gradasso, eruttando un insulto dei più grossolani.

                - Olà! - replicò ad alta voce l'altro compagno. - Guai a te se manchi di rispetto a D. Bosco. Se dici ancora una parola, ti sfondo lo stomaco! - E alzando il pugno accingevasi a tradurre la minaccia in fatti. Tacque l'insolente, tanto più che vedeva una parte dei compagni, i quali già erano qualche volta andati all'Oratorio, tener le parti del suo contradditore. D. Bosco allora li interrogò sulla causa che aveva [329] eccitato in loro sì vivo risentimento, calmò gli animi dimostrando come l'offesa che dicevano di aver ricevuta fosse cosa da nulla; e ricordò come il Divin Salvatore perseguitato e straziato, potendo vendicarsi con una sola parola, pure non l'aveva detta. Quella turba persuasa, metteva in mezzo D. Bosco, lo accompagnava per un lungo tratto, finchè non era da lui congedata dopo aver tutti promesso di cessare da quegli odii.

                Altra volta fu sorpreso in mezzo ad un lungo viale mentre ad un'estremità avanzavasi urlando una torma di quei feroci, e dalla parte opposta con alte grida altra turba veniva incontro alla prima. Già erano a portata di slanciare i sassi, ma D. Bosco non deviava. A quella vista le due schiere si arrestarono per un istante e gli intimarono: - D. Bosco, si ritiri! Stia indietro, stia indietro

                - E perchè ho da ritirarmi? No! Voglio andare per la mia strada!

                - Ebbene replicarono, i giovani non vuol ritirarsi? Peggio per lei! - E di qua e di là incominciò a volare una grandine di sassi, alcuni dei quali gli rasentavano e il capo e le spalle. Finalmente più di uno fra gli adulti, commossi dal suo pericolo, gridarono ai compagni

                - Finitela e basta! - I più accaniti però continuarono a trarre sassi; ed allora furono minacce, pugni, calci, schiaffi; e nell'eccitamento di quella improvvisa repressione e resistenza si estrassero i coltelli che sempre portavano seco. D. Bosco fu obbligato ad interporsi, perchè non si sbudellassero per sua cagione.

                Sovente i pressi dell'Oratorio divenivano il campo di queste lotte, quasi mai incruente. Un giorno vi era accanita battaglia tra i giovani del Pallone e quelli di Porta Susa. Erano quasi tutti armati con bastoni, coltelli ed alcuni [330] eziandio con pistole. Le pietre della pubblica via servivano per dar principio allo scontro. Invano i carabinieri, accorsi al primo nunzio, avevano cercato colle buone maniere e anche con severe intimazioni di far retrocedere le avanguardie di quei demoni grandi e piccoli. D. Bosco vedendo dalle finestre della sua casuccia che la vita di molti versava in pericolo, ed essendo già conosciuto da varii dei combattenti, uscì dal cortile e corse in mezzo alla tempesta delle pietre che già fischiavano da tutte parti. Poco dopo, quelli delle prime file si erano avvicinati, e si udirono alcuni colpi di pistola. D. Bosco si slanciò allora per separare due disgraziati che si avventavano uno contro l'altro col coltello in mano; ma giunse mentre uno gridava: - Prendi, tu ne hai abbastanza! - e l'altro cadeva a' suoi piedi spruzzandolo del sangue che usciva da una larga ferita nel ventre. L'omicida scomparve, e il ferito sulle braccia di due compagni fu trasportato all'ospedale, mentre rabbiosamente mormorava contro il suo feritore: - Me la pagherai: appena guarito ti farò la pelle. - D. Bosco gli tenne dietro esortandolo a perdonare, e quando gli parve che fosse cessato quel parossismo di vendetta, potè confessarlo alla bella meglio; e all'indomani l'infelice moriva. Non finivano mai queste sfide senza che restassero sul terreno varii giovani con gravi ferite e talora mortali.

                D. Bosco si era assunta questa missione per impedire l'offesa di Dio e la perdita delle anime. Quando ebbe con sè preti e chierici raccontando ad essi le vicende dei primi anni dell'Oratorio, una volta diceva: “Un giorno un gran numero di giovani esterni si presero il barbaro piacere di venire a battaglia qui vicino al nostro Oratorio. Scagliavansi sassi tali da rimanersene morto chiunque ne venisse ben colpito. Io accorsi subito e con segni e con grida cercava di trattenere [331] quei forsennati; ma nulla valeva. Allora dissi fra me Ma questi giovani corrono grave pericolo; qui c'è l'offesa di Dio; che io debba lasciar proseguire impunemente questa lotta micidiale? No! La voglio impedire a qualunque costo. A mali estremi, estremi rimedii. - Che cosa ho pensato? Ciò che prima d'allora non aveva mai fatto. Vedendo questa volta inutili le mie parole, mi sono gettato in mezzo a quel turbinare di proiettili e scagliatomi addosso ad una parte belligerante, a scapaccioni e a pugni ne atterrai un gran numero e gli altri misi in fuga; corsi poscia su quelli della parte opposta….. e feci lo stesso. In tal modo ottenni che cessasse quel disordine,

                causa di tante funeste conseguenze. Io rimasi padrone di quei prati e per quel giorno nessuno osò ritornarvi, e quando volli ritirarmi, fui salutato da qualche urlo lontano. Dopo che rientrai in casa, pensava: Ma che cosa ho fatto? Io poteva essere colpito da uno di quei sassi, ed essere stramazzato a terra!.... Ma nè in questo, nè in simili altri casi mai, mi accadeva alcun male, eccetto una volta che ricevetti un colpo di zoccolo sulla faccia e ne portai il segno per alcuni mesi. E proprio com'io dico: quando uno confida nella bontà di sua causa non teme più nulla. - E dopo una breve pausa, riprendeva: - Io sono così fatto: quando vedo l'offesa di Dio, se avessi contro ben anco un esercito, io, per impedirla, non mi ritiro e non cedo”.

                E Dio premiava il suo zelo, tenevalo incolume sotto la sua santa custodia e davagli autorità sopra quegli scapestrati. Allorchè alla Domenica invadevano la regione di Valdocco, andava subito in mezzo a loro, proibendo prima ai giovani interni ed a quelli dell'Oratorio festivo di venirgli dietro. I giovani con trepidazione stavano osservandolo, dietro alle siepi ed agli alberi o sporgendo sul ciglio dei muricci. Lo vedevano impavido in mezzo a quel tumulto [332] senza che gliene venisse mai alcun male grave e neppure contusioni, benchè i sassi lo colpissero talora nelle spalle o nelle gambe. Ma per lo più al suo comparire si spargeva la voce tra quei mascalzoni: - C'è D. Bosco, c'è D. Bosco! - E ciò bastava perchè la maggior parte si dileguasse. Gli altri si avvicinavano a D. Bosco, il quale con raccomandazioni affettuose, con facezie argute, e talora con rimproveri, cercava di persuaderli del gran male che facevano. Mentre parlava, le lame dei coltelli già aperti erano ripiegate nel manico e messe in saccoccia con precauzione, perchè D. Bosco non le vedesse; chi stringeva il sasso, apriva la mano facendolo sdrucciolare lungo la gamba perchè non facesse rumore cadendo. E D. Bosco riusciva a ricondurli a sensi più miti se non altro per alcuni giorni.

                Le guardie spettatrici lontane di quei fatti affermavano, che il solo D. Bosco aveva animo di gettarsi in mezzo a quei terribili tafferugli, e che era il solo capace di ammansare quelle indomabili masnade.

                D. Giacomelli per ben tre volte vide D. Bosco avanzarsi risoluto in mezzo a due schiere, una delle quali dal circolo Valdocco bersagliava l'altra ben più numerosa che difendevasi presso lo spazio ove ora in Via Cigna si vede la trattoria di Viù. Ma ciò che maggiormente lo fece stupire si fu che rivoltosi D. Bosco agli uni e agli altri con aria d'imperio intimò: - Giù quelle pietre! - I giovani, sospesa la lotta, col sasso stretto in mano, lo guardavano indecisi, ma alla sua reiterata intimazione deposero i sassi per terra e si sbandarono.

                Molte volte però, fatto cessare nella Domenica quel tristo giuoco, li raccoglieva intorno a sè per istruirli. Siccome nemmanco coi più amabili inviti, poteva in nessun modo indurli ad entrare in chiesa, dicendo essi scherzando che [333] soffrivano l'odor della cera, così egli sedeva per terra in mezzo ai prati.

                Allora tutta quella marmaglia seduta o sdraiata sull'erba gli faceva corona, silenziosa e attenta. Ed egli colle sue buone maniere per circa un'ora insegnava il catechismo, e guadagnava sempre qualche anima a Dio.

                Siccome durarono molto tempo i fatti deplorevoli sopradescritti, così D. Bosco negli anni seguenti finiva quasi sempre le sue pacificazioni conducendo alcuni dei perturbatori della pubblica quiete a prendere stanza nell'Oratorio. Molti di quelli erano affatto poveri ed abbandonati dai parenti. Suo scopo precipuo era il tentativo di trarre a sè i capi delle cocche, e vide più volte che, accolto in sua casa uno di quei capi, la cocca si scioglieva. Era certamente necessaria molta pazienza e destrezza per tenere nell'ospizio senza pericolo simile razza di giovanetti, ma si potè fare una consolante constatazione. Costoro benchè si fermassero poco tempo nell'Oratorio e volessero ben presto uscirne, tuttavia neppur uno vi fu che tornasse ad immischiarsi in quegli assembramenti micidiali.

                Così D. Bosco otteneva in parte il suo scopo, ma non poteva in sul principio colla sua azione benefica sradicare quel male. L'eccitazione degli animi per la guerra cresceva e i più adulti e maneschi delle bande scapigliate erano assoldati dai mestatori per le dimostrazioni di vario genere che quasi ogni giorno mettevano a rumore la città. Secondo gli avvenimenti, era un alternarsi delle grida di gioia, di minaccia, di rabbia e di trionfo.

                Il 30 aprile Vincenzo Gioberti giovandosi dell'amnistia concessa ai proscritti politici, lasciava Parigi, ritornava in patria e smontava all’Hotel Feder. Saputosi il suo arrivo in Torino la stessa sera gli si fece una splendida ovazione [334] innanzi all'albergo e la città fu illuminata come nelle grandi feste. L'Abate però non era venuto solamente per ricevere omaggi. Siccome le sette repubblicane minacciavano di togliere alla monarchia Sabauda la direzione e i vantaggi dei movimento nazionale, i liberali monarchici ed il ministero speravano che egli in tale frangente avrebbe dato aiuto al loro partito. Gioberti accettava l'incarico. E infatti si era inteso a Parigi con Mazzini ed erasi convenuto che questi pel momento lascierebbe fare e non guasterebbe il procedimento legale degli avvenimenti. Nello stesso tempo aveva ricevuta la missione segreta di persuadere in tutta l'alta Italia l'unione degli Stati Italiani col Piemonte sotto lo scettro di casa Savoia, e l'occupazione degli Stati Pontificii, lasciando a Pio IX la solo Roma, sua vita naturale durante. Gioberti il 7 maggio si presentava a Carlo Alberto in Somma Campagna, e il 24 giungeva a Roma dopo aver percorso la Lombardia, la Liguria, la Toscana, accolto nelle città con tale frenesia di applausi e sfoggio d'onori che superano l'immaginazione. Salito in Campidoglio come un trionfatore, dichiarato cittadino Romano, acclamato professore alla Sapienza, visitava il Papa per ingannarlo sulle intenzioni dei liberali, lo confortava alla confederazione Italiana e gli proponeva di coronare Carlo Alberto colla corona ferrea in Milano. E Pio IX, che pur conosceva chi fosse Gioberti, gli aveva risposto che, ove questo giovasse a consolidare la pace e a rendere felice l'Italia, egli il farebbe. Gioberti erasi abboccato ovunque con tutti i capi partito e la sua opera non parve caduta a vuoto. La parte repubblicana per qualche tempo stette quieta, e buon numero di provincie deliberarono l'unione col Piemonte. Piacenza il 10 maggio, Parma il 25, Reggio il 26, Modena il 29, Milano l'8 giugno e il 4 luglio Venezia accettarono a sovrano Carlo Alberto. Torino aveva [335] ragione di tripudiare essendo riconosciuta per capitale di tanta e così nobile parte d'Italia.

                Intanto continuava la guerra. Il generale austriaco Nugent con 22.000 uomini il 16 aprile entrava nel Friuli dal lato dell'Isonzo, e dopo facile vittoria presso Palmanuova, il 23 occupava Udine e poi Conegliano, e il 5 maggio Belluno e quindi Feltre. Il 6 Carlo Alberto assaliva gli Austriaci a Santa Lucia sperando una sommossa in Verona, ma dopo un lungo combattimento i Piemontesi dovettero ritirarsi. Il 9 i soldati di Nugent respingono un assalto accanito, e i legionarii Pontificii che sostenevano questi scontri, sobillati da emissarii repubblicani, incominciano a rifiutare obbedienza ai loro capi ed a sbandarsi. A Napoli il 15, per opera dei ministri settarii che lavoravano per la repubblica, insorgono le plebi appoggiate dalla guardia nazionale e alzano le barricate. Ma le truppe regolari dopo un feroce combattimento per le vie e per le case spengono la sedizione. Siccome questa si riaccendeva nelle provincie e nella Sicilia ribellata, un partito volendo la repubblica e un altro offrendo la corona reale al Duca di Genova, Re Ferdinando, che aveva bisogno di tutti i suoi battaglioni, ordina che retrocedano quelli che erano partiti per la Lombardia. E fu obbedito con gran danno della causa nazionale. A Vienna i disordini continuati giungono al punto che l'Imperatore temendo per la sua vita il 17 corre a rifugiarsi ad Innsbruk. Il 20, il 22 e il 24 gli Austriaci tentano di entrare in Vicenza, ma il valore degli italiani rende vani i loro sforzi e poco dopo per due volte li rintuzzano anche a Bardolino.

        Il 29 maggio gli imperiali con più di cinquanta cannoni sloggiavano da Curtatone presso Mantova 4.000 volontarii la maggior parte toscani, i quali però resistettero con tale valore ed ostinazione, quale non si era ancor veduto in [336] quella guerra. Il 30 Radetzki, per soccorrere Peschiera assediata, assaliva i 20.000 Piemontesi che erano a Goito con quaranta cannoni e ributtato, si ritirava a Mantova. Allora Peschiera apriva le porte a Carlo Alberto. Per così fausto avvenimento in Torino e in tutte le città del Piemonte si pose mano a solenni funzioni in rendimento di grazie al Signore.

 

 


CAPO XXXII. Nuovi giovani ricoverati - L'albero della vita rifugio di un secondo fanciullo - Il piccolo barbiere - L'espulso dalla casa paterna - I primi Santi protettori delle camerate.

 

                STANCHI ed assordati dal fragore delle battaglie e dalle urla della piazza, cerchiamo qualche istante di riposo nella pace che rallegra la casa Pinardi. Quantunque un mille e cinquecento giovani della città si raccogliessero in giorno di festa nell'Oratorio di S. Francesco di Sales e in quello di S. Luigi Gonzaga, tuttavia troppi altri, come abbiam visto, per incuria dei parenti e dei padroni, ancor ne rimanevano erranti per le piazze e per le contrade, lontani dalle sacre funzioni. Tra questi ve n'era un drappelletto, avente a capo un garzoncello sui 16 anni, snello della vita, di carattere ardente, capace a guidare di per sè un reggimento di soldati. Costui aveva udito più volte da qualche suo amico parlare con entusiasmo di D. Bosco, come di un padre amoroso della gioventù, senza però rimaner impressionato da quelle lodi. Ora una Domenica del 1847, essendosi riuniti que' tristanzuoli nel consueto ridotto dei loro divertimenti, egli trova che manca un compagno e ne domanda agli altri la ragione.

                - Si è recato, risponde uno di essi, si è recato all'Oratorio di D. Bosco, un prete molto bravo che tratta la gente con buone maniere. [338]

                - Oratorio di D. Bosco? ripetè il giovanotto; ma che cosa è questo Oratorio? Che cosa vi si fa?

                - Dicesi che è un luogo, dove si raccolgono molti giovani; là corrono, giuocano, saltano, cantano e poi si ritirano in una chiesetta vicina a pregare.

                - Corrono, giuocano, saltano, cantano! Tutte cose che fanno per me; ma dov'è questo luogo?

                - È in Valdocco.

                - Andiamo a vedere, - conchiuse il capitanello; e gli altri lo seguirono. Giunto sul luogo, trovò chiusa la porta, perchè i giovani dell'Oratorio erano già ritirati in cappella. Ma il nostro bravaccione non si lascia vincere dai piccoli ostacoli e aggrappatosi su per il muriccio, vedendo nessuno nel cortile, saltò al di là come un gatto.

                Stava poi girovagando; e mentre osservava quel meschino Oratorio, che sembravagli non poter essere altro fuorchè una rimessa o una tettoia, essendo egli stato visto da taluno, venne interrogato e poi condotto in chiesa. Fin dal primo istante ci fu maravigliosamente sorpreso nello scorgere tanti giovani della sua età, condizione ed indole, modesti, divoti pendere dal labbro di un piccolo e venerando sacerdote, il quale li istruiva con semplicità, dolcezza, e affabilità. Chi predicava era il Teol. Borel, il quale proprio opportunamente parlava degli agnelli e dei lupi, facendo rilevare che i primi sono i giovani innocenti, e i secondi sono i compagni maliziosi e perversi. - Se non volete, egli diceva, se non volete essere sbranati dai lupi rapaci, fuggite, o miei cari giovani, dalle compagnie cattive, da quelli che bestemmiano, da quelli che parlano sconcio, da quelli che rubano, da quelli che stanno lontani dalla Chiesa. Alla festa poi venite all'Oratorio. Qui vi trovate come riparati nell'ovile; qui i lupi non entrano, e qualora entrassero, vi sono [339] anche i cani fedeli, vi sono dei buoni Sacerdoti, dei buoni assistenti, che vi difendono e vi custodiscono. - Queste ed altre consimili parole fecero una profonda impressione sul cuore dei giovanetto, che non mai in vita sua aveva udito una predica più adatta e più affettuosa di quella. Finito il breve sermone, s'intonarono le litanie, ed egli che aveva una bellissima voce e sentiva passione per la musica, prese parte a quel canto con un trasporto di gioia. Questa ineffabile allegrezza da lui provata per la prima volta era una chiamata di Dio che lo traeva a sè. Smanioso intanto di conoscere D. Bosco, e uscito di cappella, domandò ad uno dell'Oratorio: - Qual è D. Bosco? È forse quel piccolo prete che ha fatta la predica?

                - No, gli rispose l'interrogato; vieni con me e te lo farò conoscere. - E lo condusse dinanzi a lui, attorniato già da una turba di giovani l'accoglienza fattagli da D. Bosco fu tanto amorevole, che il giovanetto ne rimase profondamente commosso. Dopo alcune interrogazioni sopra il suo stato e sovra la sua condizione, lo invitò a prendere parte ai trastulli, lo fece cantare da solo, ne lodò la bella voce, gli promise di fargli imparare la musica, e cento altre cose. Una parolina dettagli in fine nell'orecchio, una di quelle potenti parole, delle quali egli solo aveva il segreto, finì per guadagnarlo appieno e legarlo a D. Bosco con un vincolo di sincerissimo affetto. Da quel momento il giovane sentissi interamente mutato. In quel mentre entrati nell'Oratorio e avvicinatisi a lui alcuni compagni del suo drappello, avendo saputo D. Bosco che amavano il canto, li invitò a dar prova della loro valentia. Accondiscesero volontieri; il capitanello si mise in mezzo a loro, che erano circondati da tutti i giovani accorsi per godere di quella novità, e furono cantati alcuni pezzi d'opera da teatro. Il capo orchestra aveva scelto quelli, che meglio [340] esprimevano le condizioni dell'anima sua. Tali armonie furono molto gradite e impegnarono sempre più D. Bosco a prendersi cura di quel giovanetto. D'allora in poi questi frequentò l'Oratorio festivo con una assiduità esemplare, conducendovi ancora parecchi suoi compagni.

                Ma era nella più profonda ignoranza della dottrina cristiana, che aveva interamente dimenticata; e persino della stessa orazione domenicale, causa per cui alcuni anni prima, essendo già stato ammesso alla Comunione, il parroco di S. Agostino gliela aveva proibita. D. Bosco, intenerito dal miserando suo stato, nel secondo suo abboccamento con lui lo invitò dolcemente a portarsi nel coro della cappella, dicendogli che sarebbe tosto venuto ad ascoltare la sua confessione. Era sua industria girare attorno nel cortile, mentre i giovani si ricreavano, per raccogliere quelli che il suo occhio penetrante, e diremo, ispirato, conosceva aver più bisogno della sua carità. In fatti avendo questo suo nuovo amico di primo slancio aderito alla sua proposta, trovò già riuniti allo stesso scopo più altri giovani. Venuto il suo turno, versò il suo cuore in quello di D. Bosco e udì un'altra parola che infuse nell'anima sua una pace ineffabile. Dopo la confessione Don Bosco si offerse d'istruirlo meglio nei rudimenti della fede: ma siccome aveva bisogno di un'istruzione particolare, così lo affidò alle cure dei buon sacerdote D. Pietro Ponte, in allora suo commensale. Questi lo riceveva tutti i giorni e gli insegnava il catechismo. Non fu difficile il suo cómpito per l'attenzione e l'ingegno dell'allievo, e per il richiamo alla mente di quelle lezioni già apprese alla parrocchia, sicchè dopo quindici giorni ei, per le mani dello stesso D. Bosco, faceva la sua prima Comunione.

                In seguito l'Oratorio divenne il suo luogo prediletto, lo frequentava almeno tutti i giorni e non di rado più volte al [341] giorno. In quelle ore imparava la musica, che ben presto potè eseguire tanto nell'Oratorio come altrove. La sua bella voce dominava armoniosamente quella dei compagni allorchè alla sera dopo la scuola faceva risuonare i viali di varie lodi alla Madonna, mentre tutti ritornavano alla propria casa accompagnati per un piccolo tratto da D. Bosco.

                Ma questa non è che una parte del racconto. Qui è da sapersi che il povero ragazzo aveva due genitori, che potevano chiamarsi meritatamente due persecutori. I maltrattamenti erano quotidiani: e ben sovente, dopo avergli logorata tutto il giorno la vita, gli facevano soffrire la fame. Dell'anima non si curavano nè punto nè poco; anzi quando seppero che egli frequentava l'Oratorio, presero a dargliene la baia per allontanarmelo.

                D. Bosco sapendolo in siffatta tribolazione e pericolo lo veniva incoraggiando, ed una volta tra le altre vistolo a piangere gli disse con grande effusione di cuore:

                - Ricordati che in ogni evento io ti farò sempre da padre, e tu trovandoti a mal partito fuggi a casa mia. - Questo fatto non tardò ad accadere. Fioriva la primavera del 1848. Il padre suo esercitava l'arte del compositore tipografo, e una sera in tipografia, essendo caduto il discorso su Don Bosco e il suo Oratorio, egli, disse al figlio: Voglio che tu la finisca, e fin di Domenica ti guarderai bene dal recarti da quel…. - e qui eruttava una villania ed una bestemmia. Il figlio, quantunque rispettoso, stanco dal lavoro, affranto dalla privazione di cibo, e offeso dalle continue ingiurie e minacce, aveva nondimeno la lingua molto sciolta, e gli rispose pertanto: - Se all'Oratorio io imparassi a rubare, a rissare, o a fare lo scellerato, avreste ragione di proibirmi che io vi andassi; ma colà io imparo nulla di male, anzi m'insegnano persino a leggere, a scrivere e a far conti; [342] perciò io ci voglio andare e ci andrò sempre. - Ci andrai sempre? - rispose il padre, e in così dire gli dà tale uno schiaffo da fargli girare il capo. Il povero figlio, temendo di peggio, prende la porta e fugge verso l'Oratorio. Quivi giunto chiede di D. Bosco e avendo appreso che non aveva fatto ancora ritorno a casa, temendo di essere raggiunto da sua madre, si arrampicò sopra il gelso innanzi al portone che colle ricche sue foglie lo nascose agli sguardi della gente. Erano le 8 di sera.

                Egli attendeva con grande trepidazione l'arrivo di Don Bosco. Intanto incominciarono a sfilare i giovani che si portavano alla scuola serale, finchè venne D. Bosco e nello stesso tempo in fondo alla via compariva sua madre. Persuasa che si fosse colà fuggito, voleva ricondurlo a casa. D. Bosco si fermò alla voce della donna, che, affrettando il passo lo aveva chiamato. Entrati ambedue in cortile, tra Don Bosco e quella brava madre s'ingaggiò un dialogo, anzi un diverbio che durò lungamente, poichè essa insisteva ingiuriando e protestando essere suo figlio nascosto nell'Oratorio. Molti giovani erano accorsi alle sue grida li figlio inosservato ascoltava quel poco dilettevole dialogo e non temeva altro, se non che qualche occhio si portasse all'albero e lo scoprisse. Intanto D. Bosco, e i giovani che ignoravano la vicinanza dei loro compagno, asserivano, secondo verità, alla madre, che si mostrava incredula, di non averlo veduto. Partita la madre il figlio incominciò a respirare e attese, per discendere dall'albero, che le scuole finissero e i giovani si fossero allontanati. Allora scivolò a terra e, attraversato il cortile deserto, andò a picchiare alla camera di D. Bosco. Il buon sacerdote sommamente sorpreso di vederlo, e udito il racconto dell'avvenuto lo accolse e accettò in casa, gli fece somministrare pane e minestra dalla veneranda sua madre e [343] gli assegnò un letticciuolo per riposare nella notte. La dimane il giovanetto, incontrata sua madre che ritornava a ricercarlo, ottenne il suo pieno consenso per rimanere all'Oratorio. Questo giovane chiamavasi Reviglio Felice che fu Teologo Curato della stessa sua parrocchia di S. Agostino, esaminatore prosinodale e da lui stesso abbiamo raccolta la descrizione di questo fatto.

                Da prima, e per tutto l'anno 1848, egli fu applicato ad imparare l'arte di legatore da libri. Le delicatezze, per l'addietro a lui sconosciute, della carità lo avevano completamente cambiato. Essendo di gran cuore ed ingegno, di una pietà viva ed ardente, talora faceva mirabili discorsetti ai suoi compagni. Avendo naturale inclinazione per la musica, la imparò a meraviglia. Ricevette lezioni di pianoforte da D. Bosco, e riuscì buon suonatore di organo e il braccio destro di lui nelle partite e feste musicali.

                Un'altro dei fanciulli raccolti nel 1848 merita pur qui una particolare memoria. D. Bosco entrò un giorno in una barberia di Torino per farsi radere la barba. Colà egli trovò un ragazzetto che vi faceva l'apprendista, e secondo il suo solito gli volse tosto la parola per guadagnarlo al suo Oratorio festivo.

                - Come ti chiami, caro mio?

                - Mi chiamo Carlino Gastini.

                - Hai ancora i tuoi genitori?

                - Ho solamente più la madre.

                - Quanti anni hai?

                - Undici.

                - Hai già fatta la tua prima Comunione?

                - Non ancora.

                - Vai al Catechismo?

                - Quando posso ci vado sempre. [344]

                - Oh! bravo, bravino! Ora in paga voglio che tu mi faccia la barba.

                - Per carità, disse allora il padrone, non si arrischi, signor Teologo, perchè questo ragazzo è da poco tempo che impara, ed è appena capace a radere la barba ai cani.

                - Non importa, signor mio, rispose D. Bosco: se il garzoncello non fa la prova, non imparerà mai.

                - La mi scusi, mio reverendo; la prova, se occorre, gliela farò fare sulla barba di un altro, ma non su quella di un Prete.

                - Oh! bella! la barba mia è forse più preziosa che quella di un'altro? Non si affanni dunque, signor barbiere; e qui svelato il suo nome, la mia barba, soggiunse, è barba di Bosco:[24] purchè il suo apprendista non mi tagli il naso, il resto non cale.

                Fu quindi giuocoforza che il piccolo barbiere si accingesse all'operazione. Non occorre il dire che sotto quelle mani inesperte e tremanti il povero D. Bosco dovette ridere e piangere ad un tempo; ma lasciò fare intrepidamente. Finito il cómpito - Non c'è malaccio, disse al fanciullo il paziente Sacerdote, non c'è malaccio; poco per volta, e tu diventerai un famoso Barbiere. - Egli s'intrattenne ancora alquanto con lui, lo invitò all'Oratorio per la Domenica veniente, e il fanciulletto glielo promise di cuore. Pagato poscia lo scotto al padrone, D. Bosco se ne partì, palpandosi per istrada di quando in quando la faccia, che assai gli bruciava, contento nondimeno di essersi guadagnato l'affetto di un nuovo ragazzo.

                Il Carluccio tenne la data parola, e la Domenica dopo fu all'Oratorio. D. Bosco ne lo encomiò altamente, lo fece [345] trastullare coi compagni e prendere parte alle sacre funzioni. Terminate le quali, il buon Prete avutolo a sè gli disse all'orecchio una di quelle parole che guadagnano i cuori, e menatolo in sacrestia lo preparò convenientemente e ne udì la confessione. Fu tanta la contentezza che il fanciullo provò in quell'atto, che ad un punto si pose a piangere dirottamente, e trasse le lagrime anche a D. Bosco. Da quel giorno l'Oratorio divenne il luogo di sua predilezione, e nel giorno festivo appena era in libertà vi correva tantosto. Egli profittava sì bene degli insegnamenti che gli si davano, che nella sua bottega quando udiva qualcuno ad uscire in cattivi discorsi lo rimbrottava dicendo: Non avete vergogna di parlare in tal modo alla presenza di un fanciullo? e lo faceva tacere.

                Erano passati pochi mesi da questo felice incontro, quando il giovinetto già orfano di padre perdeva la madre. Un suo fratello maggiore si trovava sotto le armi; ed egli rimasto solo con una sorellina fu di soprassello cacciato in mezzo ad una via dal padrone di casa, perchè la madre durante la malattia non aveva potuto pagare la pigione. Una sera pertanto D. Bosco veniva verso Valdocco, quando arrivato presso al così detto Rondò, ode i singhiozzi di un fanciullo. Gli si accosta e vede il suo piccolo barbiere immerso nel dolore e nel pianto. - Che cosa hai, gli domanda, Carlino mio? Ed il poveretto con un parlare interrotto dai singulti gli racconta la dolorosa storia. D. Bosco ne fu intenerito, e come se Dio gli avesse fatto trovar un tesoro, prende per mano, il desolato orfanello e se lo conduce all'Ospizio. La sorellina fu alla sua volta alloggiata in casa di povera, ma cristiana donna, e poscia collocata all'Ospizio di Casale Monferrato, dove terminava i suoi verdi anni nella pace dì Dio. Il nostro giovinetto poi fu istruito, e crebbe morigerato e pio, a D. Bosco affezionatissimo. [346]

                Un mattino D. Bosco incontrò un giovanetto coi panni che gli cadevano a brandelli, bagnato dalla rugiada della notte, seduto presso il fosso di un viale, tremante dal freddo e coi segni di molti patimenti sul viso.

                - Che cosa fai qui solo?

                - Mio padre ieri mi ha cacciato di casa...

                - Ne avrai fatto qualcheduna delle tue

                - Oh no! Il mio padrone mi congedò dalla fabbrica perchè non ero capace di certi lavori. E lui tornato a casa, furioso afferrò un bastone ed io dovetti fuggire.

                - Come ti chiami?

                - Andrea S...

                - E hai mangiato?

                Ed il giovane abbassando la voce: - Ho rubato una pagnotta al panettiere.

                - E se ti mettevano in prigione, poveretto! - E il giovine incominciò a piangere. D. Bosco lo consolò con affettuose parole, lo condusse all'Oratorio, e siccome era suo continuo impegno di rendere i giovani sottomessi ai padri, placare questi se erano offesi e far loro chiedere le debite scuse dai figli, mandò D. Giacomelli ad intercedere grazia a nome suo per quel poveretto. Ma il genitore si mostrò duro, irragionevole; e allora D. Bosco pieno di compassione, accrebbe di uno i suoi ricoverati.

                Dopo questi, D. Bosco nel 1848 ritirava in casa altri cinque giovani dei più bisognosi, prendendo a pigione altra stanza, sebbene a prezzo esorbitante non essendo ancor libera la casa da tutti gli antichi inquilini. Cosi il numero totale dei ricoverati ascese a 15. Intanto incominciò a dare il nome di un Santo protettore ad ognuno di quei poveri dormitorii, o famiglie come esso allora chiamavale, perchè i giovani fossero animati sempre più alle pratiche di pietà e di religione, e i primi [347] furono: S. Giovanni, S. Giuseppe, S. Maria, il Santo Angelo Custode.

                Sua madre, nel veder crescere il numero dei ricoverati, e se un posto rimaneva vacante, venir subito occupato da un nuovo giovine, spesso interrogava D. Bosco: - E che cosa vuoi dar loro da mangiare, che non abbiamo nulla? - E D. Bosco scherzando: - Loro daremo dei fagiuoli: non prendetevi di ciò fastidio. - Altra volta gli aveva detto: - Ma se tu fai sempre così e tutti i giorni mi conduci in casa dei giovani nuovi, non ti resterà nulla per te, quando sarai vecchio. Mi resterà sempre, rispondeva D. Bosco, un posto all'Ospedale dei Cottolengo. Ma se questa mia impresa è opera di Dio, andrà avanti. - E Margherita riposava tranquilla sulla parola del figlio, essendo testimone dei miracoli continui della Divina Provvidenza.

 

 


CAPO XXXIII. Maniera di vita dei primi ricoverati - Refettorio romantico - Il cucchiaio in tasca Il pane e i soldi per comprarlo - Il discorsetto alla sera - L'esercizio di buona morte - Visita ai laboratorii - Premiazione per voto comune - Le scuole e i mestieri - Il lepido cuoco - Il Padre adottivo - I giovani dopo il pranzo e la cena di D. Bosco - La prima parola sulla Patagonia.

 

                NON SARA' discaro al lettori sentire la maniera i vita dei primi giovani ospitati da D, Bosco. Nei primi giorni dal loro ingresso egli trattenevali in casa, insegnava loro le orazioni, li istruiva nelle verità della religione, li preparava ad accostarsi ben presto ai Sacramenti. Assicuratosi della loro buona volontà e condotta, pensava a qual mestiere potessero applicarsi. Quindi li collocava in città presso capi di laboratorio, che erano da lui conosciuti come oneste persone e buoni cristiani. Egli stesso con grande bontà li accompagnava per la prima volta, presentandoli ai padroni ed assicurandosi che loro non sarebbe mancata una coscienziosa vigilanza. Nell'interesse dei giovani patteggiava che fossero ben trattati ed istruiti nell'arte. Non cercava tanto la retribuzione, quanto la sicurezza che non sarebbero stati da nessuno indotti al male e che gli altri operai non avrebbero mai proferite bestemmie, o discorsi osceni. Voleva [349] soprattutto che fosse impedita l'offesa di Dio. Così continuò eziandio quando il numero dei giovani era cresciuto d'assai.

                L'orario della giornata ripartivasi con questa norma:

                Al mattino alzati di letto, più o meno di buon'ora, secondo la stagione, e fatta pulizia, discendevano in cappella, ascoltavano la Messa di D. Bosco, il quale pur con suo gran disagio, sempre scendeva in chiesa anche nel più freddo inverno. Recitavansi durante la medesima le orazioni e la terza parte del Rosario, e si finiva con una breve lettura spirituale. Alcuni di maggior pietà facevano anche la santa Comunione. Affinchè tutti avessero comodità di compiere questo atto solenne, D. Bosco o alla sera o al mattino per tempo prestavasi di buon grado ad ascoltare le confessioni di coloro che desiderassero di riconciliarsi. Questo ad esempio di lui si pratica tuttora in tutte le Case Salesiane, con immenso vantaggio spirituale e conforto dei giovanetti.

                Terminata la Messa, ognuno si recava in città presso il rispettivo padrone, lavorando chi da sarto, chi da calzolaio, chi da falegname, legatore, muratore, e via via, perchè non si ebbero i laboratorii interni se non nel 1856. A mezzodì tornavano a casa pel pranzo. Allora ciascuno, dato di piglio ad una scodella o ad un pentolino di terra cotta, si accostava al paiuolo, che fumava sul focolare o era stato posto sopra uno sgabello presso la porta d'entrata; e la buona mamma Margherita, e sovente Buzzetti Giuseppe, e talora lo stesso D. Bosco colla mestola alla mano distribuiva la minestra. Questa consisteva per lo più in riso e patate, talora paste e fagiuoli e più sovente castagne bianche cotte insieme con farina di meliga, che formava un intriso, manicaretto per i giovani ghiottissimo. Anche la polenta la si metteva nella scodella, ma in quel caso o la si spruzzava di cacio grattugiato, o la si aspergeva con qualche intingolo, lasciandovi [350] scorrere talvolta un pezzettino di salsiccia o di merluzzo cotto, soprattutto nelle principali solennità, talora mentre si scodellava, ad una finestra a pian terreno compariva D. Bosco, tenendo in mano un pomo e additandolo ad un giovanetto il quale contento si arrampicava al davanzale per riceverlo. Tutto spirava la più schietta allegria in quella poverissima casa, e quando D. Bosco, data la benedizione al cibo, augurava ai suoi figli il buon appetito, scoppiava una delle più gioviali risate, perchè vedevano da sè di non aver bisogno di simile augurio.

                Romantico poi il refettorio. Nelle belle giornate, dispersi qua e colà nel cortile, a gruppi di tre o quattro, alcuni soli, seduti quale sopra una trave, quale sopra un sasso o un ceppo d'albero, questi su di una panca, quelli sulla nuda terra, davano fondo a quel ben di Dio, che loro sommistrava la industriosa carità di D. Bosco. Nei casi d'intemperie mangiavano presso la stessa cucina e seduti sul pavimento di una stanza, e alcuni sui gradini della scala e altri nel dormitorio. E per bere?... scaturiva là presso una sorgente di acqua freschissima, e quella, senza costo di spesa, era la loro botte e la loro cantina.

                Pranzato che si aveva, ciascuno lavava la sua scodella e la riponeva in luogo sicuro. Ma d'inverno, quando faceva molto freddo e si provava ripugnanza a mettere le mani nell'acqua, i giovani, con una partita di giuoco, facevano decidere dalla sorte chi dovesse lavare la propria scodella, e il perdente talora ne risciacquava due, tre ed anco di più.

                Ognuno era poi il custode dei suo cucchiaio. Perdutolo, se lo doveva provvedere a sue spese; quindi lo si guardava gelosamente. A questo fine, non avendosi in refettorio cassetto a parte, ciascuno per lo più se lo metteva in tasca. Al qual proposito accadde una volta un episodio, che riscosse le risa [351] più saporite. Un certo Conti Paolo, andando a scuola in città, lasciossi tra i suoi condiscepoli cadere di tasca il celebre arnese. A quella vista fu unanime l'esclamazione: Oh! un cucchiaio! e tutti si diedero a ridere e a celiare a spese di lui. Il giovane Conti, come se il portare il cucchiaio fosse la cosa più naturale ed ovvia del mondo, senza scomporsi rispose: Oh! Volete che io venga a scuola senza cucchiaio? Ciò detto, con tutta gravità lo raccoglie e lo rimette in tasca meglio assicurato.

                Ad un'ora e mezza si ritornava al lavoro. La sera, rientrati in casa, si cenava da tutti, mangiando di bel nuovo una scodella od un pentolino di minestra. Talvolta alcuni erano trattenuti dai padroni nella bottega, e le galline salivano sulla tavola per beccare nelle scodelle. I giovani che stavano osservando, avvisavano mamma Margherita, che per un istante aveva rivolti gli occhi altrove, e facevano le risa più cordiali, dicendo che quelle galline erano inviolabili come i deputati al Parlamento.

                Fin qui non ho parlato dei pane. Si ha da sapere che in quel principio D. Bosco, invece di somministrarlo a tavola, ogni sera, radunati in refettorio i suoi artigiani, distribuiva a ciascheduno 25 centesimi affinchè se lo provvedesse giorno per giorno. “Ne' suoi occhi, diceva D. Reviglio, brillava allora un raggio così caro ed amorevole con un sorriso così soave, che dopo cinquant'anni io l'ho sempre presente, non posso dimenticarlo, e mi riempie ancora oggigiorno di consolazione. Egli in quel mentre soleva dirci La Divina Provvidenza li dà a me, ed io li dò a voi.

                Con tale somma quotidiana, ognuno al mattino uscendo in città si comperava quel tanto di pane che gli occorreva. Quei di buona bocca provvedevansi pane inferigno, o biscotto da soldato; i più delicati tendevano al pan buffetto. [352] Chiunque per altro sapeva regolarsi, ne aveva non solamente a sufficienza, ma in quei tempi di cuccagna essendo le derrate a buonissimo prezzo, poteva ancora risparmiare un soldo per comperarsi un po' di pietanza. Talora qualcuno si comprava una bottiglietta d'olio e d'aceto e D. Bosco gli permetteva di raccogliere erbe nell'orto per farsi una insalata. Per la Domenica però si aggiungevano sempre altri cinque centesimi per il companatico. Ai migliori, e che non sprecavano, D. Bosco dava al sabato tutta la somma fissata per l'intiera settimana. Tale usanza durò fino al 1852. In questa guisa i giovani imparavano a divenire buoni massai e savii economi, avvezzandosi fin d'allora a sapersi regolare, quando si fossero trovati liberi di sè in mezzo al mondo. E ne avevano bisogno. Basti dire che uno di quei primi ricoverati vendette il materasso per otto soldi. Fortuna volle che D. Bosco venisse a saperlo. Egli fece ben tosto rescindere il contratto, dando al venditore una buona lezione di economia e al compratore una di giustizia.

                Durante la cena si raccoglievano presso l'Ospizio i molti giovanetti che frequentavano l'Oratorio festivo, e ad una certa ora, dopo che gli alunni interni eransi alquanto ricreati con alcuni giuochi, incominciava la scuola serale. Il campanello aveva già fatto il giro dei prati suonando a raccolta per gli esterni. Con una breve preghiera si dava principio e termine ad ogni occupazione di studio e di lavoro. D. Bosco, come altrove abbiamo notato, vigilava sulle varie classi e nel tempo stesso faceva scuola. Talora, non avendo potuto cenare prima, assisteva ed insegnava mangiando e specialmente ai ricoverati. Quindi l'avreste veduto col boccone tra i denti correggere questo che leggeva male, addestrare a far conti quell'altro che ignorava la tavola pitagorica, accomodare la penna tra le dita a chi incominciava esercizii di scrittura. La scuola [353] si faceva tutte le sere, e durava circa un'ora. Si eccettuava il sabbato, affinchè ognuno avesse comodità di andarsi a confessare. D. Bosco diceva non aver trovato nessun altro mezzo, migliore per allontanare i giovani dal vizio ed avviarli alla virtù, che la confessione settimanale.

                Finita la scuola, i giovani esterni recavansi alle rispettive case e gli interni, raccolti, recitavano insieme con D. Bosco le orazioni. Augurata poscia la buona notte a colui che loro faceva da padre, e ricevutone un grazioso contraccambio, andavano in cerca del loro letto, che il sonno, la stanchezza e soprattutto la gioia del cuore rendevano soffice e come sprimacciato, quantunque non fosse per i più che un saccone pieno di foglie o di paglia, disteso su due assi, sostenuti da pochi mattoni. L'Oratorio era allora una vera famiglia. Al sabato ritardavasi l'ora di andare al riposo. Quando alla Domenica non vi erano speciali solennità, egli tornava a casa tardi dopo aver sbrigati molti affari che aveva in Torino, e si metteva a confessare verso le nove dopo che i giovani avevano cenato; questi lo aspettavano pazientemente poichè le loro confessioni non finivano prima delle 11 o 11 e mezzo. E così continuossi fino al 1856. Il mattino della Domenica era intieramente consacrato a confessare gli esterni.

                Con varie industrie egli cercava di addestrarli ad essere perseveranti nel ben operare. E in primo luogo col far loro di quando in quando un breve sermoncino famigliare alla sera subito dopo terminate le orazioni. Egli dava gli avvisi occorrenti pel buon andamento della casa, raccontava qualche fatto edificante, oppure li intratteneva con una piccola istruzione per inculcare i buoni principii di pietà e di moralità. Sempre in guardia perchè i suoi giovani non avessero a prendere nessun cattivo esempio, loro raccomandava di stare ben guardinghi nell'uscire fuori dall'Oratorio o nel ritornarvi [354] e di fuggire le cattive compagnie: Valdocco era un luogo dei più deserti e più pericolosi della città. Dava loro eziandio savii consigli sul modo di comportarsi presso i padroni. Insisteva perchè attendessero bene al mestiere da cui dovevano poi ricavare il necessario sostentamento. E aggiungeva: - La preghiera, ecco la prima cosa; e colla preghiera il lavoro: chi non lavora non ha diritto di mangiare. Ma insisteva molto che si praticassero con fedeltà gli esercizii di divozione, senza badare ai bisogni del lavoro. Inculcava ed otteneva che si distinguessero per la divozione in chiesa, per la diligenza e docilità nelle officine e per moralità in tutta la loro condotta. Dissipava eziandio qualche cattiva impressione che erasi accorto aver essi ricevuta lungo la giornata. Perciò s'informava delle cose che avevano udite e se avessero corso pericoli, e sapeva in bel modo correggere le storte massime udite e dare opportuni consigli per preservarli da ogni scandalo, e li premuniva contro gli errori del giorno, sicchè potessero rispondere a quelli che spropositavano in materia di religione. Nell'intento eziandio di sempre meglio educarli, li ammaestrava intorno a tutte la sacre solennità, ed alla vigilia di queste dava un cenno della festa che sarebbesi celebrata, cosicchè quasi senza avvedersene l'animo loro rimaneva imbevuto dello spirito della Chiesa. Non lasciava mai passare alcuna festa del Signore o di Maria SS. senza preparare i giovani a celebrarla divotamente coll'accostarsi ai santi Sacramenti.

                E siccome la frequenza a questi era il fine di tutte le sue sante industrie, perciò prima della Messa non permetteva mai alcun giuoco; dava tutta la comodità di confessarsi, ogni giorno vi erano alcune comunioni e alla Domenica pressochè tutti si accostavano alla sacra mensa. D. Bosco aveva stabilito il principio: La frequente Comunione e la [355] Messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio educativo.

                Metteva eziandio una cura speciale affinchè i giovani si facessero una esatta idea delle indulgenze e delle condizioni necessarie per acquistarle, e qualche giorno prima delle solennità dava l'annunzio di quelle che potevansi lucrare, specificando ogni qual volta erano applicabili alle anime del purgatorio.

                Un altro mezzo efficacissimo fu l'esercizio di buona morte.

                Appena ebbe giovani interni, fece loro prendere parte cogli esterni a tale esercizio, e poi li divise assegnando sul principio l'ultima Domenica del mese per questi, e la prima a quelli dell'Oratorio festivo. Loro insegnava a farlo in modo proficuo. Esortavali a disporre tutti gli affari spirituali e temporali come se in quel giorno dovessero presentarsi al tribunale di Dio e coi pensiero di una chiamata improvvisa all'eternità. Alla sera della vigilia inculcava che riflettessero come avevano passato il mese antecedente, e che il domani mattino si confessassero e comunicassero come se realmente fossero in punto di morte.

                Agli amatori del mondo parrà che il ricordo della morte dovesse riempire di funesti pensieri la fantasia dei giovanetti; eppure questo era la cagione della loro pace e della loro allegrezza. Ciò che turba le anime è l'essere in disgrazia di Dio: togliete il peccato e la morte non fa più paura; perciò diceva loro D. Bosco: “Quando il giusto muore, quel Dio che egli ha servito ed amato, corre in suo soccorso, colla Vergine SS. e lo conforta nell'agonia, lo riempie di coraggio, di confidenza, di rassegnazione e lo conduce trionfante in paradiso”.

                E l'effetto delle sue parole era quale esso desiderava, tanto più che i giovani erano eccitati dal suo esempio. Talvolta, per [356] allettarli colla varietà, sceglieva in giorno feriale luoghi fuori dell'Oratorio per fare la comunione e recitare le preghiere prescritte, conducendoli a qualche chiesa in campagna e quando erano ancor pochi, eziandio nell'oratorio privato di famiglie divote e benefattrici.

                E a proposito della morte di quando in quando parlando alla sera ripeteva al giovani un avviso importantissimo, che era argomento eziandio delle sue prediche: “Siccome, o cari figli, potrebbe succedere che doveste passare da questa all'altra vita con una morte subitanea, o per una qualche disgrazia, o per una malattia che non vi lasciasse tempo a chiamare un prete e ricevere i santi sacramenti, così vi esorto a fare sovente durante la vita, anche fuori della confessione, anzi tutti i giorni, atti di dolore perfetto dei peccati commessi e atti di perfetto amor di Dio, perchè anche un solo di tali atti, congiunto col desiderio di confessarsi, basta in ogni tempo e specialmente negli estremi momenti a cancellare qualsiasi peccato e introdurvi in paradiso”. E colle statistiche alla mano loro faceva apprendere quanto grande fosse il numero dei cristiani che in punto di morte non potevano ricevere i sacramenti: loro spiegava la natura del dolore perfetto, e dimostrava la facilità di ottenerlo, essendosi dalla creazione di Adamo alla venuta del Salvatore, tutti i peccatori, a milioni e milioni, salvati coll'atto di contrizione perfetta.

                Con queste sante industrie adoperavasi nel sorvegliarli continuamente anche fuori di casa.

                Era suo costume di portarsi tutte le settimane ora dall'uno ora dall'altro dei padroni di officina o di bottega, per vedere co' proprii occhi e per informarsi minutamente della condotta e del profitto nel mestiere de' suoi giovani. Quando aveva buone notizie, per incoraggiarli, regalava loro qualche [357] coserella perchè avessero un po' di peculio da spendere in certe occasioni, p. es. di passeggiata. Li raccomandava intanto con insistenza alla vigilanza dei capi. Faceva loro capire che se egli procurava che i giovani apprendisti fossero docili e laboriosi, i padroni dovevano altresì dal canto loro, aver cura di ben istruirli nel loro mestiere e di tener lontano da essi ogni scandalo. Così egli riusciva a far del bene agli uni ed agli altri. Se qualcuno maltrattava i suoi figli, ne prendeva con fermezza la difesa, volendo che fossero trattati bene e che eziandio verso di loro, benchè piccoli, fosse rispettata la virtù della giustizia. Se in un laboratorio scorgeva pericoli per l'anima o per il corpo, risolutamente li cambiava di padrone. E del nuovo padrone cercava sempre informazioni, incaricandone più volte alcuni suoi amici, volendo notizie certe della loro condotta morale, dell'abilità nell'arte e se santificassero le feste. Quando non poteva egli stesso far nuove ispezioni, mandava altri di sua confidenza; e appena ebbe dei chierici, eziandio questi incaricò di tale vigilanza. Collo stesso zelo continuava ad assistere nelle officine i giovani esterni dell'Oratorio festivo, i quali conservandosi buoni e laboriosi formarono la propria felicità.

                Sapeva eziandio destare l'emulazione ne' suoi ricoverati. A stimolo ed anche a guiderdone di buona condotta Don Bosco stabiliva e introdusse poi una lodevole pratica, che rimase in vigore per molti anni, e fu la premiazione ai reputati migliori per voto comune. La distribuzione dei premii facevasi per ordinario alla sera della festa di S. Francesco di Sales a studenti ed artigiani. Nella settimana innanzi ognuno dei ricoverati scriveva sopra un foglio di carta il nome di un dato numero di compagni, che a suo giudizio parevangli di più specchiata condotta religiosa e morale, e lo consegnava a D. Bosco. Questi ne faceva [358] lo spoglio, e i sei, otto, dieci od anche più giovani, che ricevevano più voti, ossia che si trovavano più degli altri scritti nelle singole liste, venivano letti in quella sera e premiati alla presenza di tutti. È degno di considerazione che il giudizio dato dal compagni riusciva ogni volta così giusto ed assennato, che migliore non sarebbe riuscito quello dei superiori stessi. Nessuno infatti è più atto a conoscerci di chi ci frequenta, ci usa insieme alla famigliare, e senza che ce ne accorgiamo, ne spia le azioni e le parole.

                Non dobbiamo passare oltre nel nostro racconto senza far cenno dei varii mestieri che D. Bosco stesso esercitava in questi tempi. Anzitutto mentre gli artigiani stavano occupati in città, egli in casa in date ore del giorno continuava a far da maestro ad alcuni giovani di Torino, che mostravano maggior attitudine allo studio e lo venivano aiutando nell'Oratorio festivo e nella scuola serale. Con un metodo tutto suo e con una pazienza più unica che rara, egli in poco tempo li rese capaci ad intraprendere onorate carriere, o a condurre egregiamente i negozii di loro famiglia. In altro tempo, come asseriva D. Reviglio, dava lezioni di teologia ad alcuni chierici, mantenendo così la promessa fatta all'Arcivescovo.

                Nelle sere d'inverno e d'autunno alcuni dei suoi allievi tornando a casa al tramonto del sole, e altri non comparendo se non due o tre ore dopo, secondo portavano le esigenze dei rispettivi mestieri, D. Bosco cercava di dare ai primi venuti una proficua occupazione, perchè non oziassero. Buzzetti Giuseppe ci dipingeva una scena degna di un quadro fiammingo. Si radunavano tutti in cucina... Dalla soffitta pende un lume. In un angolo siede mamma Margherita, intenta a cucire una giubba. A cavalcioni di una panchetta un giovane appoggiato al tavolino scarabocchia il suo quaderno. Vicino [359] a lui un suo compagno studia la lezione col libro in mano e un altro recita ad alta voce alcune risposte del catechismo. In disparte quasi all'oscuro appoggiato alla parete un garzone fa stridere un suo vecchio violino. Presso alla porta nella stanza vicina si ode chi pesta i tasti della spinetta e più innanzi alcuni fanciulli eseguiscono colle carte in mano un pezzo di musica, rivolti a D. Bosco, il quale nello sfondo della scena, tolta dal fuoco la pignatta, segna la battuta col matterello fumante per la rimestata polenta.

                Ma ciò non basta: egli si dava in casa a più altre occupazioni. Non potendosi fidare di prendere gente di servizio, con sua madre faceva ogni lavoro domestico. Mentre Margherita si occupava della cucina, presiedeva al bucato, adattava e cuciva la biancheria e accomodava gli abiti logori, egli attendeva a tutte le più minute faccenduole. D. Bosco in questi primi anni, facendo vita comune coi giovani, allorchè non si muoveva di casa era pronto ad ogni servigio. Al mattino insisteva perchè i giovani si lavassero le mani e la faccia; ed egli a' pettinare i più piccoli, a tagliare loro i capelli, a pulirne i vestiti, assettarne i letti scomposti, scopare le stanze e la chiesuola. Sua madre accendeva il fuoco ed egli andava ad attingere l'acqua, stacciava la farina di meliga o sceverava la mondiglia dal riso. Talora sgranava i fagiuoli e sbucciava pomi di terra. Egli ancora preparava sovente la mensa per i suoi pensionarii e rigovernava le stoviglie ed anche le pentole di rame che in certi giorni facevasi imprestare da qualche benevolo vicino. Secondo il bisogno fabbricava o riattava qualche panca perchè i giovani potessero sedersi; e spaccava legna.

                Per risparmiare spese di sartoria tagliava e cuciva i calzoni, le mutande, i giubbetti e coll'aiuto della madre in due ore un vestito era fatto. Nella notte poi, allorchè i [360] giovani dormivano, andava per le camere raccogliendo quegli abiti che aveva visti sdrusciti, e ne faceva le richieste riparazioni.

                Se qualcuno cadeva ammalato, egli subito ordinava che fosse chiamato il medico e provvedeva quanto era necessario; e prestavagli ogni assistenza, servendolo come infermiere. Se era impedito destinavagli un compagno che esercitasse tale pietoso ufficio e fu il primo Felice Reviglio; e semprechè poteva si recava soventissimo a visitarlo di giorno e di notte.

                Il genovese Cigliutti narrava alcuni anni dopo a Villa Giovanni: “Il cuore paterno di D. Bosco, amante delle umiliazioni, a tutto si acconciava per amore dei giovani e non vi fu lavoro al quale siasi sottratto per farci del bene. D. Bosco ciò eseguiva collo stesso gusto e prontezza con cui faceva scuola o compiva i suoi ufficii sacerdotali, persuaso di fare la cosa più naturale del mondo, anzi un suo obbligo”. D. Bosco ricordava poi sempre con piacere questi primi tempi, che formavano uno dei più vaghi oggetti della sua fantasia. Narrava come più volte facesse cuocere la minestra, e contentasse i giovani con una spesa due volte più modica di quella solita a farsi giornalmente. I giovani erano rapiti all'ammirazione nel vederlo cinto di un grembiale e fare da cuoco. Allora mangiavano con maggior appetito. Loro pareva che la minestra e la polenta fatta da D. Bosco avesse un sapore squisito, e ne domandavano più volte. Servivano di gradita pietanza le amorevoli facezie che loro rivolgeva.

                - To', mio caro, diceva all'uno mangia con appetito, perchè l'ho fatta io - Fa onore al cuoco, e mangiane molta, ripeteva all'altro - Ti vorrei dare anche un pezzo di carne, soggiungeva ad un terzo, se lo avessi; ma lascia fare da me..  appena troveremo un bue senza padrone, voglio che stiamo allegri. - Con queste ed altre tali lepidezze, di [361] cui egli era fecondo, condiva così bene il pranzo e la cena, da far dimenticare ogni companatico. Questo però non mancava nei giorni solenni ed il buon Padre era lieto oltremodo quando con una sorpresa poteva fare qualche aggiunta straordinaria all'ordinario vitto quotidiano.

                Le sollecitudini di ogni sorta, e a costo di gravi sacrificii, che egli impegnava in favore de' suoi figli non si ponno descrivere in poche parole.

                Il Teol. Ignazio Vola ne era ammirato, ed essendo testimonio di quanto D. Bosco faceva non solo per gli alunni, ma eziandio per gli esterni, esclamò: - D. Bosco si sviscera per i suoi figliuoli! - E D. Giacomelli, che udì queste parole e a noi le riferiva, aggiungeva: - Io credo e son persuaso che questa espressione avesse nulla d'esagerato. Quanti giovani conobbero che cosa fosse amor di padre solo da quando s'incontrarono con D. Bosco!

                D. Bosco s'intratteneva sempre volentieri co' suoi ricoverati per cogliere il destro di indirizzar loro un consiglio, una parola amica, un avviso, un incoraggiamento. In questa guisa, mentre loro educava il cuore, e miglioravane la condotta, faceva loro passare allegramente la vita. Quindi, sebbene gran parte di essi fossero poveri orfanelli nondimeno pareva a tutti di trovarsi tra le gioie della famiglia. Tanta era la bontà del padre adottivo!

                Egli trattava tutti i suoi giovani senza parzialità, colle medesime dimostrazioni di benevolenza. Li amava tutti egualmente, e, per evitare fra di loro ogni gara, li assicurava di tratto in tratto di questa sua eguaglianza d'affetto. E ben la dimostrava coll'interessarsi pel bene spirituale e temporale di ognuno di essi, coll'ascoltarli pazientemente non solo in confessione, ma anche in ogni circostanza che ne lo richiedessero. E tutti erano persuasi di essere amati indistintamente, e nessuno [362] aveva motivo di concepire gelosia ed invidia. Ei desiderava che nei loro cuori regnasse la carità verso il prossimo e pressochè ogni giorno ripeteva quella sentenza dì S. Giovanni: Qui non diligit manet in morte. Li esortava ad essere caritatevoli non solo tra essi medesimi, trattandosi a vicenda con bontà e dolcezza, e perdonando pienamente le offese che uno poteva ricevere dall'altro, ma altresì ad essere generosi verso i poverelli che stentavano in Torino. Di questa carità esso ne dava continuamente l'esempio; perciò regnava tra i giovani la più gioviale concordia e taluni di essi si privavano talvolta di un soldo o di un pezzo di pane, per darlo ad un meschino che per via loro stendeva la mano.

                Su questa corrispondenza dei giovani alle insinuazioni di D. Bosco, così si esprimeva ancora D. Reviglio:

                “D. Bosco, per poter maggiormente conoscere l'indole dei giovani ed altresì per ispirare loro un grande desiderio di santificazione, permetteva loro di stargli continuamente ai fianchi, cosicchè non aveva ancor terminato il suo frugale pranzo e cena che già essi penetravano nel suo piccolo refettorio e lo circondavano; ed oh con quale compiacenza rammento l'accoglienza che ci faceva il nostro caro padre! Giunti a lui, noi lo stringevamo, e a cento a cento imprimevamo i baci su quella mano che ci beneficava. Malgrado la molestia che gli dovevamo procurare, egli tollerava con bontà gli sfoghi della nostra riconoscenza. Io poi, forse perchè più bisognoso del suo zelo, potei più volte rannicchiandomi sotto la tavola posare la mia testa sulle sue ginocchia. D. Bosco approfittava dì tal tempo o per raccontare qualche esempio edificante o per dir nell'orecchio ora all'uno ora all'altro e quasi a tutti una parola così dolce, che ci infondeva un vero entusiasmo per la virtù e orrore al peccato. Non è esagerazione l'asserire che dopo tale trattenimento, noi [363] uscivamo dalla camera con sempre maggior desiderio di essere buoni”

                Eziandio per questo motivo D. Bosco tutte le Domeniche faceva sedere alla sua mensa i due giovani che per turno gli avevano servita la santa Messa nell'intera settimana, i quali alla fine del pranzo avvicinandosi a lui per ringraziarlo, riportavano sempre l'incancellabile impressione di un santo consiglio.

                E giacchè abbiamo fatto cenno dei refettorio, diremo come egli spiegasse quivi un suo pensiero in quest'anno 1848, e lo manifestasse anche negli anni seguenti sedendo a mensa coi suoi primi convittori. Il giovane Bellia Giacomo, che abitava colla sua famiglia in una casa vicino all'Oratorio, dopo aver pranzato si affrettava a portare a D. Bosco i fogli cattolici, gli Annali della propagazione della fede e quelli della santa Infanzia. Sedutosi presso alla mensa, faceva ad alta voce lettura di quei fascicoli che tanto interessavano D. Bosco, il quale dopo aver udito la narrazione delle gesta dei missionarii, molte volte esclamava: - Oh! se avessi molti preti e molti chierici, vorrei mandarli ad evangelizzare la Patagonia e la Terra del Fuoco. E sai tu il perchè, o caro Bellia? Indovina!

                - Perchè forse è il luogo dove c'è più bisogno di missionarii, osservò Bellia.

                - Hai indovinato; perchè questi popoli finora furono i più abbandonati.

                D. Bosco adunque si sentiva già attirare dalla Provvidenza Divina verso quelle lontanissime regioni. - Era il tipo del santo prete, - esclamava D. Savio Ascanio. Se tutto il clero avesse fatto come lui, si sarebbe convertito il mondo universo. Si struggeva dal desiderio di convertire tutti i popoli e di salvare tutte le anime ed in lui era personificato il detto dello Spirito Santo: Zelus domus tuae comedit me.

 

 


CAPO XXXIV. Margherita Bosco e i giovani interni dell'Oratorio - Spirito di sacrificio, di carità e di prudenza - Vigilanza e rimproveri - Lodi cordiali - Misericordia verso i colpevoli - I proverbii - Amore materno e cristiano - L'ordine nell'Oratorio assente D. Bosco - Spirito di preghiera.

 

                LA NOSTRA descrizione della vita intima di casa Pinardi non è perfetta: oltre il padre i giovani ricoverati avevano la madre loro, Margherita Bosco.

                In lei splendevano le virtù di una vera madre cristiana, un buono spirito, molta semplicità, pazienza e carità. Era ammirabile la sua vita, tutta sacrificata in beneficio dell'opera santa di suo figlio. Si contentava del cibo frugale preparato per D. Bosco, cibo che se veniva suggerito dallo spirito di mortificazione, sovente era imposto dalla povertà. Non dava nell'occhio, vivendo ella ritirata; faticava continuamente e pregava sempre; e, col crescere dei giovani cresceva il suo lavoro. Tutti la chiamavano Mamma.

                Fra sola in questo tempo, eppure pensava e provvedeva a tutto. Oltre attendere alla cucina, rammendava i panni; le camicie, le mutande, le calze erano opera delle sue mani. Spettava a lei presiedere alle lavandaie. Facevasi una gloria che i giovanetti andassero convenientemente vestiti nei giorni feriali e che comparissero lindi e puliti alla Domenica, mentre insinuava loro i portamenti convenevoli e la bontà domestica. [365]

                I giovani, quando loro occorresse qualche cosa, solevano rivolgersi a lei, ed ella potendolo, subito li aiutava, somministrando loro il bisognevole. Per gli stessi suoi due figli Giovanni e Giuseppe non avrebbe potuto fare di più; anzi avrebbe fatto meno, perchè il resistere ad una vita così pesante, era grazia datale da Dio per la sua nuova missione.

                Margherita poneva ogni studio nell'indovinare le intenzioni di D. Bosco. Nell'ordinamento della casa e nell'economia ne interpretava così fedelmente la volontà, ne preveniva in modo così felice i pensieri, che D. Bosco con sua meraviglia sovente trovava fatta una cosa, prima di aver parlato. A tutti la sua presenza nell'Oratorio sembrava ed era, diremo, indispensabile. Ogni volta che trovavasi obbligata ad allontanarsene per qualche giorno, la sua assenza pareva lasciasse un vuoto rincrescevole nella casa, e quando ritornava, era sempre accolta con acclamazioni festive.

                Sempre allegra, sempre amorevole e generosa si faceva amare da tutti. Bello era il vedere la parte che prendeva nella direzione dell'Oratorio. Sorvegliava continuamente che ogni cosa riuscisse bene: la sua voce era sempre in aria quando si trattava di riprendere, avvertire, comandare, impedire qualche guasto. Soleva però sempre mischiare il rimprovero colla lode. La sua eloquenza naturale, energica, ricca di figure, di parabole, spesse volte attirava l'attenzione dello stesso D. Bosco, il quale, dietro ad una imposta, osservava, ed udiva con piacere e talora con meraviglia la vigoria di quelle uscite. I giovani poi stavano innanzi a lei con un rispetto e cori un silenzio ammirabile, sicchè la buona donna tanto più sfogavasi quanto meno trovava opposizione. E chi avrebbe osato fare opposizione alla mamma di D. Bosco? Ella però non abusavasi di tale [366] prerogativa, anzi mai che se ne valesse per dominare nell'Oratorio. Aveva sempre di mira che il figlio in nessun modo potesse venir costretto a sostenerla, con iscapito di quella confidenza assoluta che erasi acquistata fra i giovani Seppe eziandio sempre schivare quelle piccole gelosie, quell'apparenza di dualismo, di comando, quelle suscettibilità che si trovano necessariamente in una accolta di persone diverse per indole, per inclinazione, per educazione e per ufficio. Perciò quando fu imposta la veste clericale al primo giovanetto che aspirava alla carriera Ecclesiastica, e costui incominciò ad avere autorità, ella prese a trattarlo subito come suo superiore e si ritirò completamente da tutto ciò che riguardava l'avvisare, il correggere o il dare disposizioni. Da quel momento si mostrò umile e sottomessa innanzi ad un giovane chierico, il quale però, come prima per più anni, così dopo, continuava a chiamarla rispettosamente col nome di Madre.

                Quando ancora era sola con D. Bosco, invigilava sull'andamento di tutta la casa, e specialmente i giovani più bizzarri e più caparbii erano l'oggetto delle sue cure più tenere e insistenti. Suoi moventi la giustizia e la carità. Talora s'imbatteva in qualcuno di quelli indisciplinati, che nessuno poteva tenere a freno, ed ella: - Già! dicevagli; e quando ti metterai ad essere buono? Non vedi che sei come il cavallo di Gonella che sovra la sola coda aveva cento guidaleschi? Tutti al mondo studiano di rendersi capaci a qualche cosa, e tu invece studii ogni mezzo per diventar cattivo e farti rimproverare. Oh prova un giorno solo quanto sia bello essere stimato dai compagni, veder sereno il volto dei superiori, aver nulla da rimproverarsi, pensare che Dio è contento di te!

                Altra volta ad un altro che a malincuore imparava il suo mestiere: - D. Bosco da mane a sera suda sangue per [367] cercare un pezzo di pane per te, e tu non vuoi lavorare? Non hai rimorso di mangiarlo a tradimento? Vergogna! Possibile che non abbi cuore? e che non ti metta una volta a consolare chi ti vuol bene? Se non impari l'arte, come farai ad avere un pane quando sarai grande? Bisognerà pure che mangi! E allora? Vuoi guadagnarti la prigione? L'infamia di qui e l'infamia di là, l'inferno di qui e l'inferno di là.

                Talora a chi, essendo rissoso, era facile ad accapigliarsi coi compagni, andava dicendo: - Sai che cosa ti so dire? Che tu sei peggiore di una bestia. Infatti non so che differenza ci sia fra te ed un animale irragionevole. I cavalli, le pecore, non si battono tra di loro e quasi quasi si direbbe che al confronto son migliori di te. Battere i compagni! Dio non è padre di tutti? I compagni non sono adunque tuoi fratelli? Chi si vendica, non sarà un giorno castigato dal Signore?

                A chi sorprendesse nell'atto di mangiare cori troppa avidità e soverchiamente, ovvero era abbattuto per qualche indigestione: - Ma guarda! ripeteva. Le bestie, che sono bestie, mangiano quanto basta alla loro necessità e non di più; e tu vuoi rovinarti la sanità a questo modo! Chi non sa frenar la gola non è uomo, e la golosità è madre di mille vizii. Vuoi morir giovane? Vuoi andare a finire i tuoi giorni in un ospedale?

                Accadde che un giovanetto, raccolto di mezzo ad una strada, nelle prime settimane non voleva assolutamente andare all'officina. Passando vicino a lei cercava di schivarla, ma ella lo chiamò, e fermatolo gli diceva: - Tu non vuoi lavorare; vuoi mangiare il pane del sudore altrui. Or bene: quando sarai grande, fuori di qua non ti resterà altro mezzo per vivere che rubare e fare l'assassino: ecco il tuo avvenire. [368] Il giovane a quell'apostrofe cercava di ritirarsi, ma la buona madre proseguì arrestandolo: - Non andartene, non impazientirti, ascoltami: Vedi tu là il Rondò? e gli accennava il luogo vicino ove in quei tempi si eseguivano le sentenze capitali. E il patibolo che forse ti aspetta, povero disgraziato! Credi a me! Provvedi a te stesso.

                Il fanciullo piangeva, e Margherita con voce blanda gli soggiunse: - Ma a tutto c'è rimedio, sai. Se vuoi farti buono è cosa facile. Mettiti fin d'oggi ad essere obbediente, a rispettare i tuoi superiori, e va a lavorare. Incomincia a pregar bene, incomincia a pregar bene In cento altre circostanze trovava parole adattate, ora in pubblico ed ora in privato, secondo i caratteri. Ma bisogna averla veduta, averla udita per farsi un'idea dell'efficacia delle sue sentenze. A' suoi affettuosi rimproveri furono visti piangere non solo i ragazzi, ma i giovani, adulti e talora eziandio i chierici. Ciò che in lei era però ancora più sorprendente si è che, col suo naturale sempre calmo, passava in un istante dal rimprovero alla lode. Mentre terminava di dare un avviso, ecco comparire poco lontano da lei un giovanetto di buona condotta: - Bravo! dicevagli, vieni qua! Continua così come hai incominciato! D. Bosco è contento di te, ed eziandio il Signore ne è contento! Non dimenticarti del premio che sta preparato per i buoni in paradiso e procura di ottenerlo.

                Con ciò non vogliamo dire che l'eloquenza di Margherita producesse sempre effetti infallibili. Talvolta vi erano dei biricchini i quali, mentre la mamma gridava, stavano in contegno, e quando ella allontanavasi si permettevano di fare qualche smorfia. Allora accadeva una scena graziosa: si aprivano le imposte di una finestra e compariva D. Bosco. A quella vista, e preso sul fatto, il bricconcello si copriva

                [369] il volto colle mani. Intanto Margherita persuasa d'averlo convinto saliva nella camera del figlio, e: - Poveri figliuoli! esclamava: se loro non si parla chiaro, non capiscono! Ma ho schiuse ad essi le orecchie e vedrai che cambieranno, condotta! Sono di buon cuore! Ma son tanto giovani! Riflettono così poco! Usiam loro carità. La carità trionfa sempre!

                Tuttavia non era così facile ingannare la buona madre, poichè, siccome affermava D. Bosco, ella conosceva non solo la condotta e l'indole di ciascun ricoverato, ma ne indovinava con facilità e sicurezza la stessa intenzione.

                Al sabato sera i giovani artigiani che lavoravano in città portavano a casa il salario settimanale, e lo consegnavano a D. Bosco come era prescritto. Un cattivello volle ritenerlo per sè e un giorno, graffiatosi il viso e piagnucolando, venne raccontando a D. Bosco, alla presenza di tutti i compagni, come i ladri lo avessero derubato di quei pochi soldi e lo avessero per sopramercato battuto aspramente, perchè aveva tentato difendersi. D. Bosco lo compativa; senonchè mamma Margherita, avvicinatasi a suo figlio, gli disse sottovoce:

                - E tu gli credi?

                - Lo so che vuole ingannarmi, le rispose D. Bosco a bassa voce per non essere udito; ma se io in questo momento non faccio le finte di credergli, esso mi perderebbe la confidenza. - D. Bosco così regolavasi, sperando col non svergognarlo in pubblico, di riuscir poi a farlo ravvedere del suo, errore e della sua brutta menzogna. Questo giovane però non corrispose alla carità del suo educatore e fece una cattiva riuscita.

                Mamma Margherita anche per altro motivo si meritava ogni più grande elogio. Ella non lasciava mai di tener d'occhio, coloro che avevano ricevuta una seria riprensione dai capi [370] d'arte, ovvero si trovavano in castigo. Teneva per massima che non bisogna lasciarli soli a ruminare quel po' di fiele che in taluni fa nascere il vedersi contrariati; ma ritrarli dal meditare l'umiliazione che si sono meritata. - Dopo la ferita, ci vuole sempre l'impiastro, soleva dire, e conviene far loro conoscere che è per loro bene che si sono usate misure alquanto severe.

                I modi che usava D. Bosco nell'educare e correggere i giovanetti tendevano a farli migliori per coscienza, e non per timore di un rimprovero o di un castigo. D. Bosco allora era solo, ma il suo ausiliare, il prefetto, l'assistente, il censore era la coscienza stessa dei giovani, che per amor di Dio e del loro buon Direttore si astenevano dal male, ovvero si riconoscevano colpevoli. Il detto di S. Paolo: Chi non lavora non mangi, era invalso nell'Oratorio come assioma impreteribile, e la frase burlesca: Qui non laborat, non mangiorat era continuamente sulle labbra degli artigianelli. Se talora qualcuno per poltroneria o per altro motivo aveva commessa qualche mancanza, D. Bosco, saputa la cosa, andavagli incontro: - Ebbene, come va? Come ti regoli? È vero quello che ho udito di te? Possibile che tu non voglia una buona volta metterti a far bene? Se tu fossi superiore ed io al tuo posto e mi regolassi come ti regoli tu, che cosa faresti? Giudicati da te stesso. Che cosa ti meriti?

                D. Bosco si ritirava nella sua stanza, lasciando il giovane alle sue riflessioni; ed il colpevole, venuta l'ora del pranzo, invece di andare cogli altri a mensa, ritiravasi solitario in un angolo del cortile e stava pensieroso, mortificato, colla testa bassa. Mamma Margherita però non tardava ad andargli vicino: - Che cosa hai fatto, dicevagli amorevolmente; sono queste le consolazioni che ci dái? Noi desideriamo il tuo bene, e perchè tu non ti avvezzi ad essere buono e [371] laborioso? Se tu fai così essendo ancor giovanetto, avendo tanti buoni esempii dinanzi e con tanti buoni consigli, quando sarai grande, lontano da questi luoghi che cosa farai? Sarai un disgraziato! Povero figlio! - E intanto traeva fuori di saccoccia un bel pezzo di pane, nel quale aveva nascosto un po' di pietanza. Quell'atto di madre pietosa commoveva fino alle lagrime il piccolo colpevole, il quale alcune fiate esitava perfino ad accettare quel dono, se non fosse poi stato costretto ad un comando di Margherita.

                Altre volte, dopo che i giovani avevano fatto il loro pasto, ella andava a prendere chi si era nascosto in una stanza, sapendo di meritare una punizione e temendo di essere svergognato dai compagni. - Che cosa hai tu fatto, gli diceva; le belle cose, non è vero? Sempre dispiaceri!... Ma non sono venuta per rimproverarti! Sarai buono? Sì? Ed io ti levo di castigo! - Così dicendo, lo conduceva in cucina e qui ripigliava la sua predica mostrandogli i danni spirituali e materiali che in avvenire si sarebbe tirati sopra colla sua sregolata condotta. Quindi proseguiva: - Quanti dispiaceri hai già dati a D. Bosco! Egli si logora per provvederti di tutto, e tu come lo ricompensi? Va dunque a domandargli perdono e promettigli che non farai più quello che hai fatto.

                - Sì, sì; farò quanto mi dite; rispondeva il fanciullo.

                - Ma chiedere perdono a D. Bosco non è tutto, continuava Margherita. E Dio! Sai tu chi è Dio? - E qui prendeva un fare e un tono maestoso tale da disgradarne Demostene e Cicerone. - Dio! A Lui prima di tutto devi chiedere perdono. Egli vide non solo le opere tue, ma eziandio i tuoi pensieri più nascosti, forse la stizza interna che ti agitava mentre D. Bosco ti ammoniva, e forse eziandio la poca voglia che tu avevi di cambiar costume. Domandagli adunque perdono di tutto, ma di vero cuore. [372] Intanto gli preparava da pranzo, lo faceva sedere, gli metteva innanzi la minestra, mentre il giovane, convinto e consolato, proponeva di farsi migliore. - Ma non dirlo a nessuno che io ti ho dato il pranzo, continuava quella buona donna. Io farei una brutta figura: sembrerebbe che io tenessi mano alle tue biricchinate. Si direbbe forse che la mia dabbenaggine è causa della tua insolenza. E poi non voglio che D. Bosco resti compromesso. Altrimenti guarda che è peggio per te. Non desidero aver fama di proteggere chi non lo merita, ma sibbene voglio che si creda, che tu hai riconosciuto il tuo torto e che ti sei pentito del fallo.

                Queste sue maniere la rendevano padrona dei cuori. Tutti coloro che ebbero la fortuna di godere l'amabile compagnia di Margherita e gustare i tratti del suo materno amore, ora divenuti uomini, ricordano con gran piacere quegli anni felici della loro fanciullezza; e non dimenticano il sorriso inalterabile che rifluiva sulle labbra di quella buona donna, e il suo repertorio di proverbii popolari, coi quali infiorava il suo discorso e scolpiva nelle menti massime morali e di prudenza.

                E qui contenteremo anche varii antichi allievi, che insistono di vedere in queste carte ricordate certe piccole graziose scenette delle quali or l'uno or l'altro furono testimonii e anche parte.

                Margherita è seduta nella sua stanza, e a destra e a sinistra sono alcune sedie sulle quali stanno ammonticchiate le robe da cucire. Cucisce indefessamente senza alzare gli occhi. Un giovinetto le sta innanzi colla testa bassa. Prima era docile e devoto, ed ora incomincia a divenir capriccioso e dissipato. Margherita gli sta dicendo: - E perchè sei così cambiato da quello di una volta? Perchè sei diventato cattivo? Perchè non preghi! Se Dio non ti aiuta, che cosa vuoi [373] fare di bene? Se non ti emendi dove andrai a finire? Guarda che il Signore non ti abbandoni. - E concludeva: Scende chi vuole, monta chi può. Quando aveva da fare con un imprudente dicevagli: Il mondo è rotondo e chi non sa navigare va al fondo.

                Un altro che ha commesso qualche fallo non tanto leggiero, viene a chiederle un favore. Colla destra tesa, colla mano aperta attende di essere contentato, ma colla sinistra un po' vergognosetto si copre una parte della faccia. Margherita gli dice: - Sì: farò quel che tu domandi; ma dimmi: sei andato a confessarti?

                - Ieri mattina non ebbi tempo.

                - E sabato?

                - Ce ne erano troppi intorno al confessionale.

                - E Domenica?

                - Non ero preparato.

                - Già! Una cattiva lavandaia non trova mai una buona pietra.

                Uno è in atto di presentarle una giubba, facendole vedere che manca un bottone e pregandola a volerglielo cucire. Essa gli porge bottone e ago, e gli dice: - E perchè non puoi cucirlo tu stesso? Prendi il filo, prendi l'ago. Bisogna avvezzarsi a fare un po' di tutto: Non sai che colui il quale non è capace a tagliarsi le unghie con tutte due le mani, non riuscirà a guadagnarsi il pane?

                Un piccolino è venuto piangendo a lamentarsi con lei dei torti che gli sembra di aver ricevuti, ovvero degli sgarbi che gli hanno fatto i compagni. Si è seduto sovra uno sgabelletto ai piedi della buona mamma; e in atto di sorridere, mentre coi dosso della mano si asciuga le ultime lagrime. Margherita gli ha detto una facezia e gli porge un grappoletto d'uva. Essa in questi casi era mirabile nel consolare [374] gli afflitti; diceva: - Piangi solamente per questo? Oh minchione! Non lo sai che bisogna avere un po' di pazienza? Solo in paradiso starai tranquillo. Già si sa: In nessun paese si sta più male che nel paese di questo mondo: Ovvero: Non vi è alcun paese in cui vi siano tante miserie come al di qua e al di là di Po.

                Uno spensierato è intento a stracciare un fazzoletto lacero per fare una palla o un libro già usato per i suoi divertimenti. Margherita lo sorprende in quell'atto e gli toglie di mano quell'oggetto, dicendogli: - E perchè sciupi a questo modo la roba? Mi dici che non serve più: Fino le unghie vengono a proposito per togliere la pelle all'aglio. - E questo proverbio lo ripeteva parlando della preziosità del tempo, del tener conto delle minime cose, del disimpegnare contemporaneamente varii ufficii quando si poteva.

                Alcune volte un bricconcello riusciva a sottrarle dalla cucina una cipolla, o altra cosa di simil genere e sorridendo la faceva vedere di nascosto ad un compagno, che stava in agguato osservandolo. Margherita colla coda dell'occhio lo sorprendeva in quell'atto: - Ma bravo, dicevagli: La coscienza è come il solletico: chi lo sente, e chi non lo sente.  - Frase che ripeteva eziandio tutte le volte che uno si scusasse quando era avvertito, o diceva: Che male ho fatto io! Quando un allievo non si correggeva di qualche suo difetto, se qualcuno scusavalo col dire che era giovane e che farebbe giudizio poi, ella rispondeva: - Chi a venti (anni) non sa, a trenta non fa e sciocco morrà!

                Le erano pure comuni certi frizzi per insegnare ai giovani quei principii di buona educazione che si confanno ad ogni classe di gente. Per dire di alcuno, se un fanciullo entrava in sua camera lasciando la porta spalancata: Pst, pst, te, te!  - essa diceva, come chiamando un cagnolino. [375] Con ciò indicava che i cagnolini entrano per una porta senza chiuderla. Lo spensieratello intendeva benissimo quel gergo e arrossendo chiudeva adagio adagio la porta mentre Margherita sorrideva. Di tutte queste piccole scene famigliari se si volessero ritrarre le varie circostanze, se ne potrebbe comporre una piccola galleria di quadretti da sbizzarrire il pittore più fantastico, ornate di un'ingenuità e placidezza da rapire i cuori.

                Che se tanta diligenza usava Margherita pel bene dei ricoverati, non prendevasi minor cura di quello del suo amatissimo D. Giovanni, specialmente per conservarlo in sanità. Ma nulla procuravagli di costoso o di superfluo. Le sue premure erano improntate a profonda saviezza mirando, nel mantenimento della salute corporale, a far sì che potesse meglio provvedere al vantaggio spirituale del prossimo. Ella che nei giorni di festa solenne portava tutto il peso dell'apparecchio del pranzo, e questo preparava nel modo che si conveniva alle persone invitate, negli altri giorni si accomodava ad allestire un cibo frugalissimo, e nulla trovava a modificare. Conosceva l'importanza della mortificazione cristiana, senza che però ignorasse la prudenza che ne deve accompagnare la pratica. Quindi se il figlio in giorno di digiuno giungeva a casa stanco e affranto dalla fatica per la predicazione o pe' viaggi e voleva stare alle prescrizioni della legge ecclesiastica, essa glielo proibiva dicendo: - Non sei tu che predichi che il digiuno non obbliga, quando da questo ne viene danno alla sanità? - E bisognava che D. Bosco si piegasse al suo volere.

                Da quanto si è detto, si argomenterà qual fosse la grandezza e sensibilità di cuore di Margherita. Tuttavia in lei non prevaleva il cuore, ma sibbene la mente che regolava ogni più piccolo moto del cuore. Intorno a lei ogni cosa era [376] ordine ed in lei poteva dirsi personificato l'Oratorio. Infatti in que' primi anni D. Bosco era quasi sempre fuori di casa per visitare carceri, ospedali, ospizii e dettare missioni, tridui, novene in moltissimi luoghi; e più volte alla settimana recavasi a confessare in varii Istituti di Torino. Alcuni non sapevano capacitarsi come quelle assenze così protratte non recassero danno veruno al buon andamento dell'Oratorio, anzi meravigliavano nel vedere le cose procedere sempre con perfetta tranquillità. Agente di ciò era il fine buon senso di Margherita, buon senso che valeva un tesoro. Ella scioglieva ogni difficoltà, preveniva ogni inconveniente, ovviava ad ogni sconcio. Non rimaneva mai imbarazzata in nessuna circostanza. Riceveva le visite, trattava eziandio colle autorità di qualunque genere fossero, sbrigava qualunque affare, comprava, vendeva. Per lei tutto era piano e facile; di nulla si sgomentava; vedeva tutto e conosceva tutto.

                Quando il figlio tornava a casa, gli andava incontro. Se lo vedeva preoccupato da qualche serio pensiero, nulla dicevagli di quanto era occorso lungo la settimana, rimettendo ciò ad altro tempo. Se invece lo vedeva allegro e gioviale allora riferivagli per filo e per segno ogni cosa con precisione, in modo conciso, senza commenti, e quindi ritiravasi tosto per le faccende domestiche.

                Donna ammirabile, perchè informata dallo spirito di preghiera che è maestro di sapienza agli umili ed anche agli ignoranti delle scienze umane, Margherita pregava sempre. Oltre alla Messa ascoltata tutti i giorni, la Comunione frequente, la visita al SS. Sacramento, la recita del Rosario, con una compostezza e devozione al tutto edificante, da mane a sera era in un continuo intrattenersi con Dio. Quante volte interrompeva un Pater od una Salve, per dare un consiglio a questo, un ordine a quello, un avvertimento a quell'altro. [377] Ad un giovane che entrava in cucina mentre ella aveva qualche faccenda per le mani:

                - Fammi il piacere: togli dal fuoco quel pezzo di legno: è di troppo; così brucia il rame: Dimitte nobis debita nostra!

                - Eja ergo advocata nostra: Tu - ad uno che incontrava per le scale - prendi la scopa, pulisci qui.

                Ora si affacciava alla finestra e chiamando un allievo: - Vedi quel lenzuolo che il vento ha gettato per terra? Rimettilo sulla corda: Angele Dei, qui custos es mei.

                Talora mentre così pregava le si avvicinava un fanciullo: - Mamma, vorrei dirvi una parola! - Ed ella subito sospendeva la sua orazione, ascoltava, dava la soddisfazione chiesta e quindi ripigliava la sua preghiera.

                Se trovavasi in mezzo alla gente, proferiva le parole labbreggiando; ma quando era sola, allora ad alta voce per ore continue sfogava i suoi affetti con Dio. D. Bosco nella camera vicina ascoltava tutto, e qualche volta, per isvagarla alquanto, chiamandola le diceva: Mamma, con chi avete diverbio?

                E Margherita tranquilla: - Oh! no; io non risso con nessuno. Recito una preghiera per i nostri giovanetti e per benefattori. - Quante volte, restandole un momento di respiro, andava ai piedi di Gesù Cristo in Sacramento nella cappella!

                Queste sue costumanze potranno a taluno sembrare alquanto improprie. In altre persone ciò potrebbe forse essere; ma non in Margherita. In essa scorgevasi tanta naturalezza, tanto candore splendeva ne' suoi occhi, tanta espressione e compostezza era scolpita sul suo volto, che si vedeva avere ella fisso il pensiero nella presenza di Dio.

                - La sua fiducia nella preghiera era senza limiti; ci affermava lo stesso D. Bosco.

 

 


CAPO XXXV. IL CRISTIANO GUIDATO SECONDO LO SPIRITO DI S. VINCENZO DE' PAOLI - L'infallibilità del Papa - D. Bosco imitatore di S. Vincenzo - La virtù della dolcezza - Confronto della vita di D. Bosco con quella di S. Vincenzo - Un dono alla Piccola Casa della Divina Provvidenza - Mezzi per la stampa di questo libro.

 

                IN MEZZO al tumulto delle agitazioni politiche non distratto dall'attendere alle sue provvidenziali intraprese, tutto dato al ministero della parola, in guisa da essere circa 3000 tra discorsi, prediche, conferenze, sermoncini, catechismi, che faceva ogni anno in casa e fuori di casa, D. Bosco anelava sempre a nuovi lavori. Egli non era come quei molti che sembrano virtuosi, e lo sono infatti, ma però inclinati ad una vita dolce e dilettevole; la sua era una virtù gagliarda e laboriosa fino all'eroismo. Andati i giovani al riposo, recitato il breviario, sedeva a tavolino e alla pallida fiammella di una povera lucerna, passava gran parte delle notti scrivendo. Egli professava una speciale divozione a S. Vincenzo de' Paoli, il quale, come lui, da fanciullo, aveva per molti anni guardati gli armenti; e poi studente, chierico, e sacerdote, era stato istitutore di giovanetti. Così in questo anno componeva un nuovo libro, nel quale compendiava la vita del grande [379] apostolo della carità. Gli dava per titolo: Il Cristiano guidato alla virtù e alla civiltà secondo lo spirito di S. Vincenzo de' Paoli. Opera che può servire a consacrare il mese di luglio in onore del medesimo Santo.

                Ecco come egli dava ragione del suo lavoro.

                “Al lettore - Lo scopo di quest'operetta è di proporre a tutti i fedeli un modello di vita cristiana nelle azioni, nelle virtù e nelle parole di S. Vincenzo de' Paoli.

                Esso porta per titolo: Il Cristiano guidato alla virtù e alla civiltà secondo lo spirito di S. Vincenzo de' Paoli, perchè questo Santo avendo quasi percorso tutte le condizioni basse ed elevate della umana società, non fu virtù che in questi diversi stati non abbia fatto risplendere. Si aggiungono quelle parole alla civiltà, perchè egli trattò colla più elevata e più ingentilita classe d'uomini, e con tutti seppe praticare quelle massime e quei tratti che a cittadino cristiano, secondo la civiltà e prudenza del Vangelo, si addicono.

                Secondo lo spirito di S. Vincenzo de' Paoli, perchè quanto si esporrà nel decorso di queste considerazioni è letteralmente ricavato dalla vita di lui e dall'opera intitolata: Lo spirito di S. Vincenzo de' Paoli, inserendovi solo alcuni detti della sacra Scrittura sopra cui si fondano tali massime.

                Si comincia col dare un cenno sulla vita del Santo, e questo formerà come l'indice di quei concetti che verranno con maggior corredo di circostanze sviluppati.

                Intanto quel Dio che suscitò un Vincenzo qual fiaccola luminosa a portare la luce della verità fra popoli barbari ed ingentiliti, quel Dio che volle togliere dalla plebe un uomo abbietto per collocarlo sopra il trono de' suoi principi, affinchè colle sue eroiche virtù facesse cangiare di aspetto la Francia e l'Europa insieme; quel Dio faccia che la stessa carità, lo stesso zelo si riaccenda negli ecclesiastici, affinchè [380] indefessi adoperinsi per la salute delle anime; si riaccenda eziandio nei popoli a segno, che illuminati dalle virtù del Santo, eccitati e mossi dal buon esempio de' sacri ministri corrano a gran passi per quella strada, che alla vera felicità l'uomo conduce: al Paradiso”.

                Non ci intratterremo a provare come D. Bosco con questo libro abbia raggiunto il suo scopo; ci limiteremo piuttosto ad alcune poche ed importanti riflessioni. Anzi tutto, come fin d'allora professasse ed insegnasse la sua ferma credenza nel l'infallibilità del Romano Pontefice, e ciò ventidue anni prima che nel Concilio Ecumenico Vaticano si definisse dogma di fede questa solenne verità; come dimostrasse il suo perfetto accordo con S. Vincenzo de' Paoli, il quale per frenare l'agitazione giansenistica e le sue arti diaboliche, induceva i Vescovi di Francia a ricorrere, non ad un Concilio generale, essendo il male troppo pressante, ma sibbene direttamente al Papa: e Innocenzo X nel 1653 come Dottore universale condannava senza ammettere appello gli errori e le perfidie di tali eretici[25]. E più di tutto come D. Bosco nel 1848 sostenesse le divine prerogative del Pontefice, insultate orribilmente dai settarii, dicendo egli ai fedeli: “Approvate quanto il Papa approva; e condannate quelle cose che il Papa condanna. Ogni fedele cristiano si adoperi per amare, rispettare le disposizioni dei superiori Ecclesiastici, e guardiamoci dall'essere di quelli che, avendo spesa la loro vita in tutt'altro studio che in materia ecclesiastica, si fanno lecito di censurare detti o fatti dell'autorità della Chiesa, bestemmiando così quelle cose che la loro ignoranza non capisce. Guardatevi, dice il Signore, guardatevi dall'intaccar i sacri ministri con [381] fatti o con parole: Nolite tangere Christos meos: perchè quanto sì fa o si dice contro di loro, lo è parimenti contro di me stesso: Qui vos spernit, me spernit”.

                Da una seconda osservazione emerge che non solo Don Bosco volle tratteggiare la vita di S. Vincenzo, ma ne studiò ad una ad una le virtù teologiche e cardinali e per regola di sua condotta ne scrisse quasi un memoriale. Ed infatti, con quelle differenze che esigevano il suo secolo, i nuovi e diversi bisogni e la sua special vocazione, egli talmente ricopiò in sè questo Santo, che, percorrendo molte pagine del libro, un lettore che abbia conosciuto D. Bosco sentesi inclinato a sostituire col suo nome quello di S. Vincenzo; tanto la somiglianza è perfetta. Identici gli oggetti della più tenera divozione, eguale lo zelo per la gloria di Dio e il pieno abbandono nella divina Provvidenza; lo stesso amore per gli Ordini e le Congregazioni religiose, la stessa carità verso i miserelli e nell'istruire i prigionieri, nel servire gli affetti da' malattia contagiosa, nell'adoperarsi alla conversione degli eretici.

                Ma quivi a recare qualche prova dei nostro asserto, notiamo come avendo D. Bosco sortito da natura, al pari di S. Vincenzo, un'indole biliosa, di spiriti vivaci e inclinati alla collera, lo imitasse nella dolcezza per cattivarsi i cuori degli uomini; e da lui come per riflesso ritraesse la soave affabilità di S. Francesco di Sales, sicchè lo spirito di Don Bosco si possa definire essere quello di S. Francesco, ma trasfuso dal cuore di S. Vincenzo. D. Bosco infatti scriveva le norme date dal suo caro modello per l'acquisto di tale virtù: “Congregazioni pauperum affabilem te facito...[26]. Il Santo [382] fondava la sua dolcezza sopra due principii: l'uno era la parola e l'esempio del Salvatore, e l'altro la conoscenza dell'umana debolezza. In quanto al primo principio, diceva, la dolcezza e l'umiltà essere due sorelle, che si uniscono molto bene insieme; Gesù Cristo aveva insegnato ad unirle quando ha detto: Imparate da me che sono dolce ed umile di cuore; e queste parole sono state sostenute dai suoi esempii. Perciò il Salvatore ha voluto avere per discepoli uomini grossolani e soggetti a varii difetti, per insegnare a coloro che sono in dignità la maniera con cui devono trattare quelli di cui hanno la direzione... Quanto al secondo principio, S. Vincenzo, diceva che è proprio dell'uomo il fallire, come è proprio dei rovi avere spine pungenti; che il giusto stesso cade sette volte, cioè molte volte; che lo spirito al pari dei corpo ha le sue malattie; che essendo sovente un uomo da se stesso un grande esercizio di pazienza, non è cosa strana che egli eserciti quella degli altri; la vera giustizia conosce la compassione e non conosce la collera le parole che ci feriscono sono sovente piuttosto impeti della natura che indisposizioni del cuore; i più saggi non sono esenti dalle passioni; e queste passioni strappano loro qualche volta certe espressioni, delle quali si pentono un momento dopo; in qualunque luogo uno sia, deve sempre soffrire; ma che potendosi nello stesso tempo meritare, è molto utile fare provvigione di dolcezza, poichè senza questa virtù si soffre, però senza merito e anche con pericolo della eterna salvezza.

                “La dolcezza, aggiungeva il Santo, ha tre principali atti. Il primo di questi atti reprime i movimenti della collera e gli impeti di quel fuoco che turba l'anima, sale al volto e ne cangia il colore. Un uomo dolce non lascia di sentire la prima emozione, perchè i movimenti della natura prevengono quei della grazia; ma sta fermo perchè la passione non trionfi, e [383] se suo malgrado comparisce in lui qualche alterazione nel suo esteriore, si rimette ben presto e rientra nel suo stato naturale. Se è costretto a riprendere e a castigare, segue la via del dovere e non mai quella dell'impeto: in ciò imita il figlio di Dio, che chiamò S. Pietro Satana, rimproverò i giudei d'essere ipocriti, rovesciò le tavole dei negoziatori nel tempio; ma tutto ciò fece con una perfetta tranquillità, mentre un uomo senza dolcezza in simili circostanze avrebbe fatto per collera.

                Il secondo atto della dolcezza consiste in una grande affabilità, in quella serenità di volto che rassicura chiunque si avvicina. Certe persone con aria ridente ed amabile contentano tutti, e dal primo istante sembrano offrirvi il loro cuore e chiedere il vostro; altre all'opposto si presentano con aspetto riservato, e il loro viso arido e accigliato spaventa e sconcerta. Un sacerdote, un missionario che non ha maniere insinuanti le quali cattivino i cuori, non farà mai frutto e sarà come una terra secca, altro non producendo se non cardi selvatici.

                Finalmente il terzo atto della dolcezza consiste nello sbandire dal proprio spirito le riflessioni che seguono pur troppo le pene che ci vennero cagionate o i cattivi servigii che ci furono resi. Bisogna allora assuefarsi a distogliere il proprio pensiero dall'offesa, a scusare quegli da cui proviene, a dire a se stesso che egli ha operato con precipitazione, e che un primo movimento l'ha trasportato, soprattutto non bisogna aprir bocca per rispondere a coloro che altro non cercano se non d'inasprirci. Devonsi egualmente trattare con dolcezza coloro che hanno meno riguardi per noi, e se giungessero ad oltraggiarci sino a darci uno schiaffo, bisogna offerire a Dio e soffrire per amor suo questo ingiurioso trattamento; devonsi ancora trattenere gl'impeti della collera e [384] preferire ad ogni altro linguaggio quello della dolcezza, perchè una parola di dolcezza può convertire un ostinato, quando all'opposto una parola aspra è capace di desolare un'anima....

                “La dolcezza, la quale alletta sempre, aveva presso il sant'uomo un non so che di schietto, di spiritoso e di saggio ch'era difficile a resistervi”. Fin qui D. Bosco.

                E noi diciamo: Lette queste regole, esaminata tutta intera la vita del nostro buon padre, non appare egli un vivo e parlante ritratto di S. Vincenzo de' Paoli?

                Ma vi ha ancora di più. Tracciando come un indice dei nostri futuri racconti si vedrà che il raffronto fra questi due uomini del Signore diventa sempre più sorprendente quanto più si esaminano le loro geste.

                D. Bosco, come S. Vincenzo de' Paoli, si reca a Roma per ossequiare il Pontefice, per venerare la tomba del Principe degli Apostoli, per visitare i celebri santuarii della capitale dell'orbe cattolico. Come S. Vincenzo, predica non solo nelle città, ma in un grandissimo numero di villaggi. Come lui, è sollecito per la formazione di un clero zelante, supplisce alla mancanza di Seminarii, e sviluppa in modo meraviglioso le vocazioni allo stato ecclesiastico e religioso; come Vincenzo, concede udienza a persone senza numero di ogni specie e di ogni condizione che a lui ricorrono per avere consigli; e scrive tante lettere che sole richiederebbero la vita intera di un uomo. Come lui, tratta con diversi sovrani e coi grandi del secolo e si fa ammirare pel suo contegno e per la sua franchezza colla quale non tace la verità.

                Se Vincenzo de' Paoli fa rifiorire in molti monasteri la primitiva osservanza, D. Bosco cerca con un coraggio ispirato dalla fede di salvarne centinaia dalla legge della soppressione, alcuni riesce a preservare. Se Vincenzo istituì la Congregazione [385] dei Lazzaristi e quella delle Figlie della carità, Don Bosco fondò la Pia Società di S. Francesco di Sales e l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Se Vincenzo profuse tesori grandissimi per soccorrere i poverelli e di intiere provincie alleviare le estreme miserie, il povero D. Bosco trovò milioni per i tanti orfanelli raccolti ne' suoi Ospizii e ne' suoi Oratorii. Vincenzo stabilì confraternite ed assemblee di nobili dame perchè lo aiutassero nelle sue opere di carità, e D. Bosco per lo stesso fine organizzò i Cooperatori e le Cooperatrici salesiane. Vincenzo influì coi saggi consigli alla nomina di santi Vescovi da preporsi alle Chiese di Francia; per opera di D. Bosco più di cinquanta diocesi in Italia ebbero il loro Pastore di cui da lungo tempo erano destituite. Se Luigi XIII volle essere confortato nell'ora della sua morte da S. Vincenzo, il Granduca di Toscana Leopoldo Il fu assistito da D. Bosco nella sua agonia. Se Vincenzo fa l'Apostolo in Francia dell'Infallibilità del Pontefice, D. Bosco si recò espressamente a Roma per vincere i pregiudizii di certi prelati i quali sostenevano l'inopportunità della definizione dogmatica. Se Vincenzo anelando alla propagazione del Vangelo manda i suoi figli in Barberia, Scozia, Irlanda, Inghilterra, nel Madagascar e nelle Indie, D. Bosco spedisce i suoi Salesiani in Inghilterra, fra i selvaggi della Patagonia e di altre regioni dell'America. Ed ambedue per quarant'anni ebbero a sopportar le medesime dolorose malattie, cioè le febbri e la gonfiezza delle gambe,

                È per questi rapporti così evidenti, che nei Congressi Cattolici, la Francia riconobbe D. Bosco e lo salutò pel nuovo Vincenzo de' Paoli del secolo XIX e che le Conferenze sotto il patrocinio di questo Santo lo chiamarono ed aiutarono ad aprire gli Ospizii di Sampierdarena, di Nizza Marittima, dì Buenos - Aires di Montevideo e di altre città. [386] D. Bosco finiva il suo volume con un quadro conciso, ma fedele di tutte le stupende e innumerevoli opere di santità compiute da S. Vincenzo, e con tali espressioni che manifestano la sua tenerissima devozione per lui; e in calce scriveva:

 

AL GLORIOSO S. VINCENZO DE' PAOLI

L'AUTORE A NOME DE' SUOI DEVOTI

QUESTO LIBRO DEDICA E CONSACRA.

 

                Nello scrivere quelle pagine l'intenzione secondaria, ma affettuosa di D. Bosco, era di prestare ossequio e servizio alla Piccola Casa della Divina Provvidenza, siccome colla sua Divozione alla Misericordia di Dio, aveva cercato di procurare un gran bene al pio Istituto del Rifugio. Infatti all'Opera del Venerabile Cottolengo due volte accenna scrivendo della carità di S. Vincenzo verso il prossimo; e asserisce quella Casa, posta sotto gli auspicii di questo Santo e meravigliosa per le migliaia di poverelli e infermi di ogni specie che ricovera, esser nata sotto l'influsso del suo spirito. Quindi raccomanda al fedeli, nel frutto che propone da raccogliersi sul fine di ogni considerazione, di staccare il cuore dai beni della terra e farne buon uso; di soccorrere il prossimo travagliato dalla necessità; di obbedire a Gesù Cristo col dare al poveri quanto sopravanza al necessario sostentamento; di ridurre a meno qualche spesa domestica per poter maggiormente largheggiare in opere di carità.

                Terminata l'opera bisognava stamparla; ma come gli era possibile mancando di mezzi? D. Bosco andò pertanto a visitare il Canonico Anglesio, successore del Venerabile Cottolengo, e presentandogli il suo manoscritto gli disse: - Ho bisogno che mi aiuti in questa stampa, prendendone un buon numero di copie. [387] Ben volentieri; ne prenderò 300 Copie.

                - Troppo poche; avrei bisogno che ne prendesse 3.000.

                - Oh, questo poi è troppo! E chi le paga? io non posso.

                - Le pago io!

                - A questa condizione ben volentieri accetto.

                D. Bosco andò subito dalla contessa Del - Piazzo e propostole di comperare 3.000 copie di quel libro per l'Opera pia del Cottolengo, la buona signora gli diede subito il danaro.

                Il libro fu stampato in Torino coi tipi di Paravia, e distribuito in tutte le famiglie religiose della piccola casa della Divina Provvidenza, e ancora oggigiorno è un libro ben accetto per la lettura spirituale. La prima edizione fu anonima. Il nome di D. Bosco fu stampato sulla seconda e sulla terza nell'anno 1876 e 1887. Nel noviziato dei Lazzaristi a Chieri questo libro era letto nel mese di Luglio per onorare il santo Fondatore.

 

 


CAPO XXXVI. La guerra dell'indipendenza - Malvagi scrittori - Il buon senso di un contadino - Insulti ai preti - D. Bosco in mezzo ai Barabba - Sua prudenza e carità nel sopportare le ingiurie e far del bene agli offensori - Giovinastri indotti a confessarsi - Un difensore inaspettato.

 

                IL MESE di giugno incominciava con un grave insulto alla Chiesa. Mons. Galvano Vescovo di Nizza aveva negata la sepoltura ecclesiastica ad un emigrato morto impenitente, e un popolaccio di circa seicento persone, coi soliti schiamazzi strappava lo stemma dal suo palazzo e lo trascinava nel fango. Perciò Angelo Brofferio nella camera dei deputati urlava una diatriba violentissima contro i Vescovi.

                Ma la guerra dell'indipendenza intanto volgeva a male. L'11 di giugno Vicenza, difesa da solo 10.000 italiani, assalita da Radetzki con 30.000 uomini, fulminata da 110 cannoni, dopo due giorni di resistenza disperata si arrendeva al nemico. Parve che in buon punto fosse tentata una ribellione in Boemia, e se fosse riuscita, avrebbe dato un tracollo all'impero Austriaco; ma Praga insorta il 12, dopo quattro giorni di fieri combattimenti dovette assoggettarsi. E l'esercito Austriaco in Italia, non ostante una tenace difesa, il 13 era padrone di Treviso, il 25 di Palmanuova; i Pontificii [389] che avevano presa gran parte a tutti quegli scontri, abbandonata anche Padova, si ritirarono oltre Po, e si ridussero a Roma. Così tutta la terra ferma Veneta ritornava sotto il giogo straniero.

                Questi avvenimenti però non attiravano tutti i pensieri del Governo di Torino. Il 16 giugno il ministro Pareto scriveva al Pontefice come i tempi volessero assolutamente la cessazione di tutti i privilegii ancora esistenti del fóro ecclesiastico e di quei favori che furono nei tempi passati accordati al clero. Il 17 giugno il Ministro Sclopis scriveva ai Vescovi accusando una parte degli ecclesiastici di cagionare scontentezza e diffidenza nel popolo, col manifestarsi avversi al presente ordine di cose, e minacciando i rigori della legge. Ma ben diversa era la causa di tale rimpianto. Le vittorie degli Austriaci avevano fatto succedere lo scoramento all'entusiasmo dei primi giorni; si aggiungevano i danni delle famiglie, il timore di mali più gravi, i sospetti, le gelosie, le ambizioni non soddisfatte, le agitazioni settarie e repubblicane. Mazzini, venuto a Milano, infiammava i suoi seguaci, sicchè suscitarono tumulti. Non avendo però forze bastanti per dominare, aspettavano con viva ansietà soccorsi dalla Francia rivoluzionaria. Infatti dopo lunghi torbidi il 23 giugno i socialisti in Parigi presero le armi per impadronirsi del Governo. Le guardie nazionali e le truppe si schierarono in difesa. Per quattro giorni in tutta la città durò una battaglia crudele e sanguinosa. Mons. Affre, vittima della sua carità, cadeva mortalmente ferito in mezzo alle barricate; i socialisti vennero sconfitti: e così furono interrotti i disegni delle sette in Italia.

                A tutti questi malanni il 16 giugno se ne era aggiunto in Torino un altro gravissimo. Veniva fuori la Gazzetta del Popolo, opera di Bottero, Borello e Govean. Questo giornale, piccolo di mole, ebbe parte grandissima nell'eccitare e promuovere [390] l'odio alla Chiesa, sicchè forse più di ogni altro recò danno alla Religione ed al Sacerdozio. Al che, oltre al saper solleticare tutte le passioni popolari, conferì assai lo stile semplice ed elementare con cui fu scritto, e il dare gran copia di notizie commerciali: questo gli apriva facile l'entrata nei pubblici uffizii, quello lo faceva andare tra le mani di moltissimi del popolo; e non solo della capitale, ma delle altre città, fino ai più piccoli villaggi del Piemonte.

                Quando ne furono stampati i primi numeri, accadde un fatto che dimostrava il buon senso di un popolano, e col racconto del quale D. Bosco talora rendeva più amena la sua conversazione cogli amici.

                Entrato egli una volta nel caffè del signor Fiorio ed essendo a conversare con un garzoncello che aveva intenzione di ricevere nell'Oratorio, apparve nella sala una bella figura di montanaro. Per cappello teneva in capo un pelliccione e aveva un paio di calzoni che gli arrivavano fino al ginocchio, con due tasche che parevano due sacchi. Costui sedette e domandò una scodella di caffè. Come fu servito, colle dita nere pel tabacco, che ad ogni istante annasava, prese lo zucchero mettendolo nella tazza. Lo colse in quell'atto una dozzina di buontemponi studenti e damerini, e dopo averlo contemplato un istante, si guardarono l'un l'altro ghignando. Quindi gli si avvicinarono: - Galantuomo, gli dissero, avete letta oggi la Gazzetta del Popolo?

                - Oh! io, vedano, non so leggere; però se essa contiene qualche cosa di bello, me la diano pure; lo la porterò a mio figlio che è una vera arca di scienza: egli a quest'ora è già capace a fare i salami, e contemporaneamente a leggere e scrivere.

                - Ha egli le patenti da avvocato questo vostro gioiello di figlio? - Esclamò ridendo uno della brigata. Queste parole [391] furono seguite da una salva di evviva e da sonori scroscii di risa. Allora quel galantuomo puntò i pugni serrati sulle anche: - E perchè, disse, ridete così? Il mio parroco quando predica suole esclamare sovente: orum, orum, orum.

                Le risa questa volta furono assai più prolungate. - E cosa vuol dire questo vostro parroco con delle parole così sublimi? - saltò su a dire uno.

                - Io, vedete, so nulla di latino, e perciò il parroco me le ha spiegate; e mi ha detto che significano come il riso abbondi nella bocca degli stolti.

                I damerini intesero allora che quel contadino non era tanto tanghero come essi credevano, e proseguirono facendo l'elogio della Gazzetta, narrando gli ultimi aneddoti da essa riferiti e specialmente ciò che riguardava i preti; mentre sottecchi guardando D. Bosco, gli facevano intendere che quel frizzo era per lui.

                - Possibile! esclamava quel buon uomo. Sì che me la contate bella!

                - Ma come, non sapete queste cose?

                - No, proprio in mia coscienza: e non m'interessano.

                - La Gazzetta dice che il regno dei preti è finito.

                - E ora comandavano noi, non è vero?

                - Certo. E dei preti se ne dicono delle belle da questo giornale. Sembra impossibile che i preti siano capaci di certe nefandità.

                - Ed essi ci credono a queste cose?

                - Certo! Dal punto che le narra la Gazzetta e tutti lo dicono… e voi?

                - Io?... E quel brav'uomo dopo aver pensato alquanto, senza scomporsi, con la sua ruvida semplicità: - Miei cari, disse in buon dialetto piemontese; bisogna che essi sappiano come i asu a pettu pi fort dii mûi; il raglio dell'asino è più [392] fragoroso di quello dei muli, e gli ignoranti dánno ragione a chi grida più forte.

                Più oltre D. Bosco non udì, poichè a questo aforismo non potè comprimere le risa, e seguito dal suo nuovo alunno uscì dal caffè, lasciando che quell'uomo senza istruzione continuasse a dare lezioni agli scaldapanche delle scuole.

                Ma l'opera ferocemente demolitrice della Gazzetta del Popolo e di un altro empio giornale, l'Opinione, in un colle bestemmie e menzogne di un certo apostata e ciurmadore che si faceva chiamare Bianchi - Giovini, e di cento e cento altri, incominciavano a produrre i più funesti effetti. Insinuavasi nella gente l'errore che non vi fosse alcuna distinzione tra cattolici ed eretici, che tutte le religioni fossero egualmente buone e gradite a Dio, come se bianco e nero, dolce ed amaro, luce e tenebre, verità ed errore, lode e vitupero fosse una medesima cosa. Confondendo la libertà colla licenza, fomentavano le malnate passioni e dicevano lecito quel che non era. Avevano preso a spacciare favole contro la Chiesa Cattolica, inventare e pubblicare storielle infamanti, contro i Vescovi, i Sacerdoti e i Religiosi, nulla risparmiando per metterli in discredito e in uggia presso il popolo. Per queste ed altre cause, che troppo lungo sarebbe l'enumerare, successe che in capo a poco tempo una buona parte della plebe fosse così pervertita nelle idee e sì male impressionata, che un Ministro di Dio non era più sicuro per le vie della stessa civilissima Torino.

                In questi tempi D. Bosco corse eziandio varii pericoli, ma coll'aiuto della Madonna riuscì a liberarsene, e con vantaggio di coloro che lo avevano insultato. Per più anni fu un continuo svolgersi di fatti analoghi a quelli che siamo per narrare.

                Un giorno egli passava vicino a Porta Nuova, e in fondo, alla via che metteva nei campi vide un crocchio di venti [393] giovanastri che avevano faccie tutt'altro che da chiesa. Costoro, scoperto il prete che si avanzava, incominciarono a pronunciare sotto voce motti di scherno, ed alcuni ad urlare:

                - Dágli al prete, dágli al prete!

                D. Bosco avrebbe voluto ritornare indietro; ma non essendo più in tempo e d'altra parte non credendo conveniente mostrarsi timoroso, continuò ad avanzarsi a lento passo. Quando fu vicino, il crocchio si aperse; egli dovette passare nel bel mezzo, mentre tutti gli occhi dei farabutti erano fissi su di lui con espressione beffarda. Non erasi ancor discostato di due passi, quando uno gridò: - Perchè lasciar passare questo prete?

                - Non è padrone di andare per la sua strada? Rispose una voce ironica. Sapete forse chi possa essere costui? Potrebbe farci imprigionare lutti quanti!

                - Un prete far imprigionar noi! replicò il primo. Che cosa è mai un prete? Nient'altro che un corvo, una cornacchia e tanto basta; e a squarciagola gridava qua, qua, qua!

                - Ma perchè, continuò il secondo interlocutore, volete far del male a chi in nessun modo vi ha offeso?

                - Hai ragione! saltò su a dire un terzo; dunque voglio che ripariamo l'insulto che abbiamo fatto a questo prete: voglio che tutti insieme andiamo all'osteria e che gli paghiamo una pinta di Barolo.

                - Non tocca a te gridava un quarto; voglio avere io questo onore e darò una bella merenda a tutti.

                - Ma che merenda! saltava a dire un ultimo. Zitti tutti voi; vi farò contenti io: ha da essere una partita di prima classe

                E urlavano in pieno coro: - Tocca a me, tocca a me! quasi contendendosi ciascuno l'onore di pagare la cena al prete; e sembrava che volessero addirittura venire a risse per [394] questo. D. Bosco andando lentamente udiva tutto il dialogo, che evidentemente era uno scherno continuato; ma ad un tratto si arrestò e voltosi, ritornò sopra i suoi passi.

                I giovanotti fecero silenzio e D. Bosco: - Ascoltatemi, disse loro: vedo che siete negli imbarazzi per decidere chi pagherà; scioglierò io la questione. Venite con me: pagherò io da bere a tutti.

                Lunghi, fragorosi scoppiarono gli evviva al prete. Don Bosco rispose: - Evviva a voi! Ma prima vorrei un piacere da voi, continuò D. Bosco.

                - Sì, sì, siamo pronti!

                - Vorrei che qualche Domenica andaste là in fondo al corso Valdocco, dove si è aperto un Oratorio.

                - Là dove mi han detto che alla Domenica si radunano tanti giovani per giuocare e per divertirsi?

                - Precisamente.

                - Da D. B