Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

 

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

 

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

 

Vol. II, Ed. 1901, 586 p.

PROTESTA DELL'AUTORE.. 4

PREFAZIONE.. 4

CAPO I. Stato delle cose in Piemonte nel 1841 - Carlo Alberto e sue aspirazioni - La congiura delle sette. 5

CAPO II. Slancio e consolazione di D. Bosco nell'esercizio del santo ministero - Chi ben fa ben trova - Le pillole della Madonna - La benedizione e la preghiera di D. Bosco - Sua vivissima fede - I consigli evangelici - Mortificazione. 10

CAPO III. Visite doverose - L'antico maestro D. Lacqua - Singolare avventura - La caratteristica di D. Bosco - D. Carlo Palazzolo - Studi particolari. 13

CAPO IV. Proposte d'impieghi - Consiglio di D. Cafasso - Il Convitto Ecclesiastico di Torino - D. Bosco nell'avviarsi a Torino - Abbandono nella Divina Provvidenza - Gli istrumenti di essa. 16

CAPO V. Accoglienze al Convitto - Vita comune - Il Teol. Guala e D. Cafasso - Esemplare ricopiato. 20

CAPO VI. Spettacolo miserando dei giovani derelitti - D. Bosco nelle carceri - Il soccorso ai poverelli - Ultimo quadro delle miserie umane - Profezia del Venerabile Cottolengo. 22

CAPO VII. Le prime relazioni di D. Bosco coi giovanetti in Torino - Il progetto degli Oratorii festivi - Le disposizioni della, Provvidenza Divina - Bartolomeo Garelli pietra fondamentale - Compagni che lo seguono - La missione di D. Bosco. 25

CAPO VIII. Un altro merito del Convitto - Le conferenze di morale - Utilità pratica - Precetti di sacra eloquenza - Progressi di D. Bosco in questi studii - Suo amore per la castità Mortificazione - La distribuzione ai poverelli. 29

CAPO IX. Il primo canto a Maria - Metodo tenuto all'Oratorio - I primi benefattori di D. Bosco - Escursioni per la città - Visita sui lavori - Viva D. Bosco! e battimano - Prudenti correzioni - Il critico redarguito. 32

CAPO X. Amenità al Convitto - Le ricreazioni più gradite a D. Bosco - Carità industriosa di D. Cafasso nelle carceri - D. Bosco catechista nelle medesime - Impressioni ed ammaestramenti La Pasqua dei carcerati. 35

CAPO XI. D. Bosco è messo alla prova sul pulpito - Il primo corso in iscritto di esercizi spirituali - Ogni giorno un fatto di Maria - La medaglia miracolosa - L'apparizione ad Alfonso Ratisbona - Altro avvenimento religioso in Piemonte. 39

CAPO XII. Un grave lutto per la Chiesa di Torino - Previsioni del Ven. Cottolengo - Pretensioni contro la Chiesa  - Un altro lutto per D. Bosco - Chiusura del primo anno di Convitto - Gli esercizi a S. Ignazio  - In vacanza a Castelnuovo. 42

CAPO XIII. Due consolanti fatti religiosi - La patente provvisoria di confessione - In aiuto del Parroco di Cinzano - Industria per render amene le radunanze domenicali - Le prime prove della scuola di canto - Il Teol. Nasi - Origine di certe arie popolari - Il primo trionfo dei musici di D. Bosco. 45

CAPO XIV. Nuovo incremento dell'Oratorio - Le ricreazioni fuori città - D. Guala concede il cortile del Convitto e la sacrestia - Il Catechismo in due sezioni - Desiderio nei giovanetti per confessarsi da D. Bosco - La Comunione frequente - Consolazioni e prove - La festa di S. Anna - Una cara sorpresa. 48

CAPO XV. La patente definitiva di confessione - In villeggiatura a Rivalba -  Agli esercizi di S. Ignazio - Vincenzo Gioberti e il suo Primato civile e morale degli Italiani - Dispute col Prevosto Don Cinzano -  Le beatelle e saggi consigli di D. Bosco. 50

CAPO XVI. Il terz'anno di Convitto - La principale occupazione di D. Bosco Istruzione catechistica ragionata - Ammonimenti per ben ricevere il Sacramento di Penitenza - Norme pratiche pei confessori di giovinetti Brevi avvertenze per chi si dedica agli Oratorii festivi. 52

CAPO XVII. La speranza cristiana - Il pensiero del Paradiso - Insta opportune et importune - D. Bosco coepit facere et docere - All'opera nella predicazione e nell'amministrazione del Sacramento della Penitenza - Il fetore dei peccati - Varii Istituti ed Ospedali, cui si dedica - D. Bosco è colpito dalle petecchie. 54

CAPO XVIII. All'Ospedale di S. Giovanni. - Una peccatrice ostinata e sua conversione per opera di D. Bosco - Un peccato taciuto, in gioventù e confessato in punto di morte - D. Bosco predice ad una dama in confessione un pericolo imminente, avvertendola di scongiurarlo coll'invocazione dell'Angelo Custode. 57

CAPO XIX. L'apostolato nelle carceri - Le prime accoglienze -  I trionfi della carità - Ostacoli e ripugnanze superate - Franca risolutezza - L amicizia colle guardie - Il carnefice e un suo figliuoletto - Consolantissimi frutti di conversioni. 60

CAPO XX. Deferenza di Mons. Fransoni alle proposte di D. Bosco - Una importante conversione - Filantropia insidiosa - Gli Asili d'infanzia - Principio delle attinenze di Don Bosco co' Vescovi e coll'alta società piemontese. 64

CAPO XXI. La stampa e la scuola - D. Bosco scrittore - Il primo revisore delle sue opere - Una reliquia del Ch. Comollo - D. Bosco perpetua la memoria del suo condiscepolo con una BIOGRAFIA - Scrive l'opuscolo: CORONA DEI SETTE DOLORI DI MARIA SS. 66

CAPO XXII. D. Cafasso conferenziere al Convitto - Stia stima per Don Bosco - Confidenza di D. Bosco in D. Cafasso - Squisito discernimento di D. Cafasso - L'idea di farsi religioso e missionario si fa più viva in D. Bosco - D. Guala lo distorna dall'accettare l'ufficio di Economo spirituale - D. Bosco va agli esercizii - D. Cafasso gli annunzia la volontà del Signore. 69

CAPO XXIII. L'Abate Aporti a Torino - Le scuole di metodo - Dissidio tra Sovrano e Prelato - Relazione di D. Bosco coll'Aporti - La prudenza del serpente e la semplicità della colomba in D. Bosco. 72

CAPO XXIV. Preoccupazioni perchè D. Bosco si fermi in Torino      E’ scelto a Direttore spirituale dell'Ospedaletto - Ne attira più il miele che l'aceto - Fruttuosa missione in Canelli - Segreto dell'efficacia di D. Bosco nella predicazione. 76

CAPO XXV. D. Bosco è destinato al Rifugio - La Marchesa di Barolo - D. Bosco ottiene dalla Marchesa di poter continuare il suo Oratorio festivo presso al Rifugio - Il Teologo Giovanni Battista Borel. 79

CAPO XXVI. Un sogno: La pastorella; uno strano gregge; tre stazioni di un viaggio faticosi; arrivo alla meta. - L'Oratorio trasferito presso il Rifugio - Un'irruzione di fanciulli in Valdocco - Scene lepide e strettezze di locale - Due stanze dell'Ospedaletto ridotte a cappella - Prima chiesa in onore di S. Francesco di Sales - La festa dell'8 dicembre. 82

CAPO XXVII. Perchè S. Francesco di Sales fu dichiarato Patrono dell'Oratorio - D. Bosco imitatore della dolcezza di questo Santo - Principio delle scuole serali e festive - Mutamento felice nella condotta dei giovani - Studi di D. Bosco al Convitto Ecclesiastico - Il Santo Natale - Le prime questue. 85

CAPO XXVIII. Divozione di Don Bosco all'Angelo - Custode Come la raccomandasse ai suoi giovani - Un garzone muratore salvato dal suo Angelo in una mortale caduta - D. Bosco stampa un libro intitolato: IL DIVOTO DELL'ANGELO CUSTODE. 88

CAPO XXIX. Amore di D. Bosco alla Chiesa Cattolica, e suo zelo nel faticare per la sua gloria - Industrie per convertire i carcerati - Una conversione miracolosa - Studio della lingua tedesca - Il Catechismo quadrigesimale presso S. Pietro in Vincoli; proibizione del Municipio - Prima supplica di D. Bosco al Papa per favori spirituali. 91

CAPO XXX. L'Oratorio a S. Pietro in Vincoli - La serva del Cappellano  - Una lettera di accusa - Due disgraziati accidenti - I giovani dell'Oratorio respinti da S. Pietro - Analogia tra certi fatti della vita di S. Filippo Neri e quella di D. Bosco - Si fanno pratiche perchè D. Bosco venga nominato cappellano di S. Pietro in Vincoli - Il Municipio non acconsente a questa domanda  - La festa di S. Luigi. 95

CAPO XXXI. Occupazioni di D. Bosco negli Istituti dei Refugio - La Marchesa Barolo ordina che i giovani sgombrino dai locali destinati per l'ospedaletto - Un altro sogno: moltitudine di fanciulli; la misteriosa Signora; un prato; tre chiese in Valdocco; il luogo del martirio dei Santi Avventore ed Ottavio; la fondazione di una Società di religiosi in aiuto di D. Bosco - Narrazione del martirio dei Santi Solutore, Avventore ed Ottavio stampata dal Can. Lorenzo Gastaldi. 98

CAPO XXXII. L'Oratorio trasportato ai Molini di S. Martino - Ultima domenica nella cappella del Rifugio - Il trapianto dei cavoli e un discorsetto di D. Bosco - Le prime accademiole - I giovani condotti qua e là per ascoltare la santa Messa. 100

CAPO XXXIII. Inaugurazione dell'Ospedaletto di S. Filomena - Opposizioni all'Oratorio degli impiegati nei Molini - La piazza Emanuele Filiberto - Stima del popolo per D. Bosco - Un lepido equivoco - D. Bosco e gli allievi dei Fratelli delle Scuole Cristiane - Il giovanetto Michele Rua. 102

CAPO XXXIV. La Marchesa Barolo a Roma - Vincenzo Gioberti e i Prolegomeni - D. Bosco in vacanza a Morialdo - Una sua lettera al Teologo Borel - La Congregazione Salesiana predetta  - Altra lettera al Teologo Borel - Le piccole inferme dell'Ospedaletto. 105

CAPO XXXV. LA STORIA ECCLESIASTICA - Ragioni che mossero D. Bosco a scrivere questo libro - I Pontefici, i Concilii, i progressi del Cattolicismo Alcuni fasti delle Diocesi subalpine - Fatti edificanti di santi giovinetti. 108

CAPO XXXVI. Nuove accuse d'un segretario dei Molini contro i giovani dell'Oratorio - Il Municipio vieta le radunanze catechistiche nella Chiesa di S. Martino - La mano del Signore e il figlio del Segretario - D. Bosco e la sua fortezza - L'Oratorio ambulante - Spirito di profezia - Impressioni di tino splendido sogno - Speranze e disillusione. 110

CAPO XXXVII. L'Oratorio e le scuole in casa Moretta - Alcuni Benefattori dell'Oratorio - Il Teologo Giacinto Carpano - Il catechismo in alcune scuole pubbliche e private - Dicerie Risposta di D. Cafasso al critici di D. Bosco. 113

CAPO XXXVIII. La sanità di D. Bosco deperisce - Il Teol. Borel difensore dell'Oratorio - I parrochi di Torino - L'opuscolo: LE SEI DOMENICHE E LA NOVENA IN ONORE DI S. LUIGI GONZAGA. 115

CAPO XXXIX. D. Bosco e i condannati al patibolo. 119

CAPO XL. D. Bosco è costretto a sloggiare da casa Moretta - - L'Oratorio in un prato - Un giovanetto affamato -Le passeggiate a Soperga. 122

CAPO XLI. Entusiasmo dei giovani per te passeggiate - Un garzone muratore e il suo primo entrare nel prato di Valdocco - Una colazione al Monte dei Cappuccini  - I cantori di D. Bosco e i navicellai del Po - Ubbidienza militare - Affetto a D. Bosco dei giovani dell'Oratorio. 126

CAPO XLII. LA STORIA SACRA - Metodo pedagogico adottato da Don Bosco in questo libro. - Alcune citazioni. 129

CAPO XLIII. Dicerie in disfavore dell'Oratorio - Il Marchese di Cavour e sue minacce - Nuovo ed ultimo diffidamento  - L'Arcivescovo e il Conte di Collegno  - La Questura fa sorvegliare D. Bosco - Fantasie consolanti. 132

CAPO XLIV. La pazzia di D. Bosco - Il pianto di un vero amico - Le parole del profeta - D. Cafasso dà giudizio dei sogni di D. Bosco - Al manicomio - L'isolamento - Il Teologo Borel e le confidenze di D. Bosco. 135

CAPO XLV. L'ultimo giorno nel prato - Un pellegrinaggio alla Madonna di Campagna - Il suono delle campane - Nuovi rifiuti, afflizione e lagrime - Un raggio di luce - D. Pietro Merla - Casa Pinardi e la tettoia di Valdocco - Patto conchiuso - Commozione ed entusiasmo dei giovani all'annuncio del nuovo Oratorio - La preghiera di ringraziamento a Maria - Ultimo saluto al prato. 138

CAPO XLVI. La presa di possesso del nuovo Oratorio - La grande basilica - Due visite alla Consolata - Metodo tenuto all'Oratorio - L'abile pescatore - Un merlo colto in gabbia - La partenza della sera  - O profezia o pronostico. 141

CAPO XLVII. Nuove intimazioni dei Marchese di Cavour - La Ragioneria in seduta straordinaria - Un augusto protettore - Le guardie civiche  - Il Marchese si riconcilia con D. Bosco - Obbedienza di D. Bosco alle leggi dello Stato - Suo rispetto alle Autorità civili.' 145

CAPO XLVIII. D. Bosco a Sassi - Gli allievi delle Scuole Cristiane - Slancio giovanile - Doppio imbarazzo - La carità supplisce al miracolo. 148

CAPO XLIX. D. Bosco è licenziato dal Rifugio - Lettera della Marchesa al Teologo Borel - Intiera confidenza in. Dio; amore alla povertà evangelica; esimia prudenza nel tutelare il proprio onore - Contrasti noti e segrete elemosine - Prime camere prese ad affitto in casa Pinardi. 150

CAPO L. L'ENOLOGO ITALIANO - Morte di Gregorio XVI - Elezione di Pio IX - Le preghiere per il Papa - Frenetiche dimostrazioni di gioia pel nuovo Pontefice - Prudente circospezione di Mons. Fransoni e di D. Bosco - La Santa di Viù. 154

CAPO LI. IL SISTEMA METRICO DECIMALE - Circolare di Mons. Artico - Difficoltà superate nello scioglimento di un problema - Il nuovo libro e le sue varie edizioni. 157

CAPO LII. Amore alla chiesuola di Valdocco - La festa di S. Luigi e di S. Giovanni Battista - Malattia mortale - Amore e pietà dei giovani per D. Bosco  - Guarigione  - Cordialissima festa. 160

CAPO LIII. Convalescenza a Castelnuovo - L'Oratorio continuato dai cooperatori - La processione nella solennità di Maria SS. Assunta in Cielo - Infedeltà ad un voto punita - Visite ai Becchi - Portare ogni giorno la propria croce Visite ed inviti agli amici. 163

CAPO LIV. Consigli non accolti - Un prezioso suggerimento - Il figlio e la madre - Fine nobile e generoso - Il pianto delle madri. 168

CAPO LV. Partenza dai Becchi - I segnacoli del breviario - Arrivo in Valdocco - Il Teologo Vola - Povertà, miseria e contentezza accoglienze festose - Il corredo della sposa. 170

CAPO LVI. Casa Pinardi e sue adiacenze - Nuovi appigionamenti - L'Osteria della Giardiniera  - Fatti disgustosi. 174

CAPO LVII. Di nuovo la Marchesa Barolo - Suo esercizio di pietà approvato dalla Santa Sede - Il libro di D. Bosco: DIVOZIONE ALLA MISERICORDIA DI DIO. 177

CAPO LVIII. Gli studenti catechisti - Scuole domenicali e serali - La fabbrica dei maestri - Ingegno, memoria e cuore - Uno studente e l'usuraio. 180

CAPO LIX. Col miele si prendono anche le vespe - Un padre irreligioso - L'albero della vita. 183

CAPO LX. La prima campana dell'Oratorio - L'apparizione della Madonna alla Salette - La prima Messa cantata in Valdocco nella mezzanotte del S. Natale. 186

NOTA.. 189

 


PROTESTA DELL'AUTORE

 

                Conformandomi ai decreti di Urbano VIII, del 13 marzo 1625 e del 5 giugno 1631, come ancora ai decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiaro solennemente che, salvo i domini, le dottrine e tutto ciò che la Santa Romana Chiesa ha definito, in tutt'altro che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendo di prestare, nè richiedere altra fede che l'umana. In nessun modo voglio, prevenire il giudizio della Sede Apostolica, della quale mi professo e mi glorio di essere figlio obbedientissimo.

 


 

PREFAZIONE

 

                Segno di rispettoso affetto, offro ai miei confratelli il secondo volume delle Memorie Biografiche che riguardano l'amato fondatore e padre della nostra Pia Società di S. Francesco di Sales. Spero che gradiranno il mio nuovo lavoro e pregheranno per me, acciocchè possa condurlo a termine.

                Nello svolgere i fatti contenuti in questo libro, ho seguito lo stesso programma esposto nella prefazione del primo volume, attingendo alle fonti dalle quali appresi le già descritte narrazioni. Oltre a ciò, mi fu di grande aiuto la lettura attenta delle opere pubblicate colla stampa dal -nastro caro Don Bosco, per sempre meglio conoscerne lo spirito, la fede, la [VIII] carità e gli intendimenti; come pure mi giova-mi rono non poco alcuni suoi scritti autografi, dei quali. espongo qui i titoli:.

                        1° Memorie dell'Oratorio dal 1835 al 1855; esclusivamente, per i Socii Salesiani, nelle quali ci descrive i primordii della sua Istituzione Provvidenziale. Da queste memorie l'indimenticabile D. Giovanni Bonetti trasse ricca materia per compilare i suoi Cinque lustri di Storia dell'Oratorio Salesiano, opera di incontestabile autorità, perchè confortata dalla testimonianza di gran numero di antichi allievi, che furono diligentemente interrogati dal coscienzioso autore.

                Memorie ai miei figli i Salesiani, le quali contengono norme suggerite dall'esperienza, e che D. Bosco lasciava come in eredità al sua Successore nella difficile direzione di tutte le Istituzioni.

                        3° Biografia del Sacerdote Giuseppe Cafassu esposta in due ragionamenti funebri: in questa egli racconta le virtù eroiche del suo maestro e direttore di spirito, la santa intima amicizia che a lui stringevalo, sicchè per riflesso vengono ad essere tratteggiati più anni della stessa sua vita.

            Ho scritto questo volume per i soli Salesiani,: ma secondo le prescrizioni dei nostri Superiori, [IX] intendo che non se ne dia pubblicità, che non se ne facciano traduzioni, ristampe, contraffazioni, compendii, estratti per qualsivoglia fine; che non si consegni a persone che non siano della nostra Pia Società, perchè come a. fonte attingano argomenti per stampare lodi a Don Bosco; e ciò finchè la Santa Sede non abbia data la sua autorevole sentenza. Lo pongo perciò colle debite formalità sotto la protezione delle vigenti leggi.

            In fronte, per attestare la mia profonda venerazione ed affetto all'impareggiabile nostro Rettor Maggiore, D. Michele Rua, ho posto il suo ritratto, poichè, oltre le altre molte ragioni, in queste pagine si narra il primo incontro di lui fanciulletto col caro D. Bosco.

            Il Signore e Maria SS. Ausiliatrice si degnino benedire chi leggerà queste pagine e chi le ha. scritte.

                Torino, 2 febbraio 1901

                Festa della Purificazione di Maria SS.

 

Sac. Gio. BATTISTA LEMOYNE

della Pia Società

di S. Francesco di Sales.

 

 

PROTESTA DELL'AUTORE

 

                Conformandomi ai decreti di Urbano VIII, del 13 marzo 1625 e del 5 giugno 1631, come ancora ai decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiaro solennemente che, salvo i domini, le dottrine e tutto ciò che la Santa Romana Chiesa ha definito, in tutt'altro che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendo di prestare, nè richiedere altra fede che l'umana. In nessun modo voglio, prevenire il giudizio della Sede Apostolica, della quale mi professo e mi glorio di essere figlio obbedientissimo.

 


CAPO I. Stato delle cose in Piemonte nel 1841 - Carlo Alberto e sue aspirazioni - La congiura delle sette.

 

                IL NOSTRO racconto della vita di D. Bosco è giunto al 1841. In Piemonte regnava la pace e la sicurezza. Carlo Alberto per lo spazio di diciotto anni ebbe la gloria di essere stato padre più che principe del suo popolo, di avere amata la legge di Dio, venerata la Chiesa... Per lui mantenne il Piemonte un posto rispettato fra le potenze di Europa, per lui fiorì il commercio, prospere furono le finanze, retta la giustizia, il nome sardo conosciuto e benedetto ne' più rimoti lidi... Politica libera da ogni influenza straniera, attitudine d'indipendenza assoluta....[1]. Il suo esercito e la sua flotta erano formidabili per il piccolo, ma armigero Stato che era il regno sardo. Il nome dì questo Re era glorioso per la bravura dimostrata nel 1823 in Ispagna in difesa di Ferdinando VII contro la rivoluzione vittoriosa e nell'espugnazione [2] del forte Trocadero. Egli Principe degno di regnare, poichè nel 1835 alle intimazioni dei ministri di Francia e d'Inghilterra, De Broglie e Lord Palmerston, i quali non potevano soffrire che Don Miguel in Portogallo e Don Carlos in Spagna fossero sostenuti col peso di sua autorità e col concorso efficace de' suoi consigli, di sue armi e danari, egli rispondeva di volere essere Re in casa sua. Le relazioni internazionali, dirette da mano sicura, lo mantenevano in alta riputazione al cospetto delle grandi potenze.

                In pari tempo egli dava il buon esempio ai sudditi, mostrandosi sinceramente religioso. Frequentava i Sacramenti, leggeva e continuamente commentava la Sacra Scrittura, donde traeva salutari e soprannaturali ammonimenti, ed in Torino assisteva di frequente a novene e ad altre pubbliche pratiche religiose.

                Ma in Carlo Alberto erano sempre vive le fantasie di gloria intravedute ne' suoi sogni giovanili. Egli pensava di succedere all'Austria nel possesso dell'Alta Italia per costituirsi con sincerissima pietà scudo e spada al Papato. Ed era determinato per questa causa a vincere o a morire. Personaggi di grande autorità si univano agli adulatori e accendevano sempre più questa sua passione. Non gli facevano sentire attorno che parole di profonda venerazione per la Chiesa, di gran zelo per la causa di Dio, accompagnate da sospiri pei pericoli, da cui era minacciata la S. Sede per la presenza degli Austriaci in Italia. Gli ipocriti, che volevano fare, se loro fosse stato possibile, la Chiesa serva dello Stato, declamavano contro le leggi di Giuseppe II, e dichiaravano che liberare i Vescovi e il Clero della Lombardia dall'oppressione, in cui giacevano, equivaleva a liberare dalla tirannide dei Turchi i Cristiani di Siria. Tutti questi discorsi, tenuti da gente scaltra e per lunga serie di anni, tolsero a [3] Carlo Alberto assolutamente il lume, che era necessario a discernere il vero[2].[4]

                Manifestava le sue simpatie pel Conte Ilarione Petitti, per il Promis, pel Conte Federico Sclopis, e pel Conte Gallina e Roberto d'Azeglio, ambedue carbonari e congiurati del 1821, tutti sostenitori delle nuove idee liberali e consiglieri di politiche franchigie. Costoro gli suggerivano, ed egli si figurava di poter valersi del concorso delle sette come di un istrumento, che poi spezzerebbe dopo raggiunta la meta. E in effetto, per invito dei liberali del Piemonte, i Capi delle società segrete di tutta la penisola, persuasi omai per prova che a nulla sarebbero riuscite le rivoluzioni violente, venivano segretamente in Torino nottetempo, e introdotti per le stanze della guardaroba e della regia armeria, avevano udienze clandestine con Carlo Alberto. Essendo allora queste sette disperse, senza unità d'intesa, senza disciplina, senza speranza di riuscita, senza uno scopo determinato, si voleva organizzare quelle forze e rivolgerle a quell'unità apparente di scopo, che era stata comune a tutte le sette: Nazionalità libera ed indipendente. Misteriosi messaggeri e segretissimi erano spediti da Torino a tutte le regioni italiane, nonchè a Bruxelles e a Parigi. Intanto in Torino per propagare la nuova idea nazionale, si fondava dal Conte Camillo Cavour il Club della Società del Whist, dove tratti i signori dalla denominazione inoffensiva di quelle radunanze, potessero essere con prudenza iniziati alle volute aspirazioni. Il Re voleva rendere libera l'Italia per farvi fiorire la religione e la giustizia; e certamente se fosse riuscito, dopo la vittoria avrebbe o convertito o spento il liberalismo, che ora accarezzava come mezzo.

                Ingenua speranza! un démone non si converte e non si spegne: introdotto in casa come alleato, conduce con sè il tradimento, e la morte.

                Di questi maneggiamenti nulla trapelava al pubblico, mentre da anni un più ruinoso lavorìo si andava con astuzia facendo dalle sette in ogni regione d'Italia e specialmente nel Regno Pontificio per abbattere i troni e la Chiesa Cattolica. I capi supremi della Massoneria avevano perciò scritta fin dal 1819 e 1820 un'Istruzione permanente, che svelava gli intendimenti più segreti della setta, codice e guida degli iniziati più alti, e perciò scelti a guidare e capitanare tutto il movimento massonico e settario specialmente in Italia. L’Istruzione è del tenore seguente:

                “Dopo che noi ci siamo costituiti in corpo di azione e che (dopo le vicende politiche del 1814 e 1815) l’ordine ricomincia a regnare così nella vendita più rimota come in quella più prossima al centro, vi è ora un pensiero che ha sempre grandemente preoccupati gli uomini che aspirano alla rigenerazione universale. Ed il pensiero è quello della liberazione d'Italia, donde dee uscire, a un dato giorno, la liberazione del mondo intiero, la repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. Questo pensiero non è ancor stato compreso dai nostri fratelli di Francia. Essi credono che l'Italia rivoluzionaria non può che cospirare nell'ombra, distribuire qualche pugnalata a birri od a traditori, ed intanto sopportare tranquillamente il giogo dei fatti compiuti di là da' monti, per l’Italia, ma senza l'Italia. Questo errore ci fu già più volte fatale. Non bisogna combatterlo con parole; il che sarebbe un sempre più propagarlo: bisogna ucciderlo coi fatti. E così, in mezzo alle cure, che hanno il privilegio di agitare gli spiriti più vigorosi delle nostre vendite, ve n'è una che non dobbiamo mai dimenticare. [5]

                Il Papato esercitò sempre un'azione decisiva sopra le sorti d'Italia. Col braccio, colla voce, colla penna, col cuore, de' suoi innumerevoli Vescovi, frati, monache e fedeli di tutte le latitudini, il Papato trova dappertutto gente pronta al sacrifizio, al martirio, all'entusiasmo. Dovunque vuole, esso ha degli amici che muoiono per lui, e degli altri che si spogliano per amor suo. È un'immensa leva, di cui soltanto alcuni Papi hanno capita tutta la potenza. Ed ancor essi non se ne sono serviti che con riserva. Oggi non si tratta di ricostituire a nostro servizio questo potere momentaneamente indebolito: il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l'annichilamento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana: la quale, se rimanesse in piedi sopra le ruine di Roma, ne sarebbe più tardi il ripristinamento e la perpetuazione. Ma per giungere più certamente a questo scopo e non prepararci da noi stessi dei disinganni, che prolungano indefinitamente e compromettono il buon successo della causa, non bisogna dar retta a questi vantatori di Francesi, a questi nebulosi Tedeschi, a questi Inglesi malinconici, che credono di poter uccidere il Cattolicismo ora con una canzone oscena, ora con un sofisma, ora con un triviale sarcasmo arrivato di contrabbando come i cotoni inglesi. Il Cattolicismo ha una vita che resiste a ben altro. Egli ha visti avversarii più implacabili e più terribili; e si è preso soventi volte il gusto maligno di benedire colla sua acqua santa i più arrabbiati tra loro. Lasciamo dunque che i nostri fratelli di quei paesi si sfoghino colle loro intemperanze di zelo anticattolico: permettiamo loro di burlarsi delle nostre Madonne e della nostra divozione apparente. Con questo passaporto noi potremo cospirare con tutto il nostro comodo, e giungere, a poco a poco, al nostro scopo. [6]

                Dunque il Papato è, da mille settecento anni, inerente alla storia d'Italia. L'Italia non può respirare, nè muoversi, senza la licenza del Pastore Supremo. Con lui essa ha le cento braccia di Briareo; senza lui essa è condannata ad una impotenza compassionevole, a divisioni, a odii, ad ostilità, dalla prima catena delle Alpi all'ultimo anello degli Apennini. Noi non possiamo volere un tale stato di cose: bisogna cercare un rimedio a questa situazione. Or bene: il rimedio è trovato. Il Papa, chiunque sia, non verrà mai alle società segrete: tocca alle Società segrete di fare il primo passo verso la Chiesa e verso il Papa, collo scopo di vincerli tutti e due.

                Il lavoro, al quale noi ci accingiamo non è l'opera d'un giorno, nè di un mese, nè di un anno. Può durare molti anni, forse un secolo: ma nelle nostre file il soldato muore e la guerra continua. Noi non intendiamo già di guadagnare il Papa alla nostra causa, nè di farne un neofito dei nostri principii od un propagatore delle nostre idee. Questo sarebbe un sogno ridicolo. Ed in qualunque modo siano per volgere gli avvenimenti, se anche accadesse che qualche Cardinale o qualche Prelato, di piena sua buona voglia e non per insidia, entrasse a parte dei nostri segreti, non sarebbe questa una ragione per desiderare la sua elevazione alla Sede di Pietro. Questa sua elevazione sarebbe anzi la nostra ruina. Giacchè, siccome egli sarebbe stato condotto all'apostasia per sola ambizione, così il bisogno dei potere lo condurrebbe necessariamente a sacrificarci. Quello che noi dobbiamo cercare ed aspettare, come gli Ebrei aspettano il Messia, si è un Papa secondo i nostri bisogni….Con questo solo noi marceremmo più sicuramente all’assalto della Chiesa, che cogli opuscoletti dei nostri fratelli di Francia e coll’oro steso dell’Inghilterra. E volete sapere il perchè? Perchè? [7] con questo solo, per istritolare lo scoglio, sopra cui Dio ha fabbricata la sua Chiesa, noi non abbiamo più bisogno dell'aceto di Annibale, nè della polvere da cannone, e nemmeno delle nostre braccia; giacchè noi avremo il dito mignolo del Successore di Pietro ingaggiato nel complotto: e questo dito mignolo varrebbe per questa crociata tutti gli Urbani secondi e tutti i San Bernardi della Cristianità. Noi non dubitiamo punto di arrivare a questo termine supremo dei nostri sforzi. Ma quando e come? L'incognita non si vede ancora. Ciò nonostante, siccome nulla ci deve smuovere dal disegno tracciato, e che anzi tutto vi deve concorrere, come se il successo dovesse coronare domani l'opera appena abbozzata, noi vogliamo, in questa Istruzione, la quale dovrà tenersi celata ai semplici iniziati, dare ai Preposti della Suprema Vendita alcuni consigli, che essi dovranno inculcare ai fratelli in forma di Insegnamento o di Memorandum. È cosa di somma importanza, non che richiesta imperiosamente dalla più elementare discrezione, che mai non si lasci trasentire a nessuno che questi consigli sono Ordini della Suprema Vendita. Il Clero è troppo direttamente in causa: nè ci è lecito, a questi lumi di luna, scherzare con esso lui come facciamo con questi regoli o principotti che si cacciano via con un soffio.

                Vi è poco da fare coi vecchi Cardinali e coi Prelati di carattere deciso. Bisogna lasciare questi incorreggibili della scuola di Consalvi; e cercare, invece, nei nostri magazzeni di popolarità ed impopolarità, le armi che utilizzeranno o ridicolizzeranno il potere nelle loro mani. Una parola ben inventata (calunniosa) e che si sparga con arte in certe buone famiglie cristiane, passa subito al caffè, dal caffè alla piazza; una parola può, qualche volta, uccidere un uomo. Se un Prelato arriva da Roma in provincia per esercitare qualche pubblico impiego, bisogna subito informarsi del [8] suo carattere, de' suoi precedenti, delle sue qualità, dei suoi difetti; specialmente de' suoi difetti. È egli un nostro nemico?... Subito avviluppatelo in tutte le reti che potrete. Fategli una riputazione che spaventi i ragazzi e le donne, dipingendolo crudele e sanguinario: raccontate qualche fatterello atroce, che facilmente s'imprima nella mente del popolo. Quando i giornali forastieri impareranno poi da noi questi fatti, che essi sapranno bene abbellire e colorire al solito, pel rispetto che si dee alla verità (sic), voi mostrate, o meglio, fate mostrare da qualche rispettabile imbecille il numero del giornale, dove sono riferiti i fatti dei detti personaggi. Come l'Inghilterra e la Francia, così l'Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale in mano, dove vedrà stampato il nome del suo Monsignore Delegato o dell'Eccell.mo suo Signor Giudice, il popolo non avrà bisogno di altre prove. Il popolo qui fra noi, in Italia, è nell'infanzia del liberalismo. Egli crede ora ai liberali come più tardi crederà a qualunque altra cosa.

                Schiacciate dunque, schiacciate il nemico qualunque siasi, quando è potente a forza di maldicenze e di calunnie, ma sopratutto schiacciatelo quando è ancora nell'uovo. Alla gioventù infatti bisogna mirare: bisogna sedurre i giovani: è necessario che noi attiriamo la gioventù, senza che se ne accorga, sotto la bandiera delle società segrete. Ma bisogna operare con massima cautela. Per avanzarci a passi contati, ma sicuri, in questa via pericolosa due cose ci sono assolutamente necessarie. Voi dovete avere aspetto di colombe: ma insieme voi dovete essere scaltri come il serpente. I vostri genitori, i vostri figli, le vostre stesse donne dovranno sempre ignorare il segreto che portate in seno. E se vi piacesse, per meglio ingannare gli occhi scrutatori, di andarvi a confessare [9] sovente, voi siete autorizzati a serbare, anche col confessore il più assoluto silenzio sopra questa materia. Giacchè voi sapete che la menoma rivelazione, che il più piccolo indizio sfuggitovi nel Tribunale di Penitenza o altrove può condurci a grandi calamità: e che il rivelatore volontario od involontario sottoscrive con ciò stesso la sua sentenza di morte (pugnale o veleno).

                Or dunque per fabbricare un Papa secondo il nostro cuore, si tratta prima di tutto di fabbricare a questo Papa futuro una generazione degna del regno che noi ci auguriamo. Bisogna lasciare in disparte i vecchi e gli uomini maturi. Andate, invece, diritto alla gioventù, e se è possibile, anche all’infanzia. Non parlate mai coi giovani di cose oscene od empie. Maxima debetur puero reverentia. Non dimenticate mai queste parole del poeta: giacchè esse vi serviranno di salvaguardia contro la licenza, da cui è necessario astenersi nell'interesse della causa. Per far fiorire e fruttificare la nostra causa nelle famiglie, per aver diritto di asilo e di ospitalità al focolare domestico, voi dovete presentarvi con tutte le apparenze dell'uomo grave e morale. Una volta che la vostra buona fama sarà stabilita nei collegi, nei ginnasii, nelle università e nei seminarii: una volta che voi vi sarete cattivata la fiducia dei professori e dei giovani, procurate che specialmente coloro che entrano nella milizia ecclesiastica desiderino conversare con voi. Parlate loro dell'antico splendore di Roma Papale. Vi ha sempre nel cuore di ogni italiano un desiderio della Roma repubblicana. Confondete con destrezza queste due memorie: eccitate, scaldate queste nature sì infiammabili all'idea dell'orgoglio patriottico. Cominciate coll'offrir loro, ma sempre in segreto, libri innocenti, poesie calde di enfasi nazionale: a poco a poco voi condurrete le menti dei vostri discepoli al grado voluto di fermentazione. [10] Quando su tutti i punti insieme dello Stato Ecclesiastico questo lavoro di tutti i giorni avrà sparse le nostre idee come la luce, allora voi vi potrete accorgere quanto sia savio il consiglio, di cui noi pigliamo ora l’iniziativa.

                Gli avvenimenti, che secondo noi precipitano troppo, chiameranno necessariamente, fra qualche mese, un'intervento armato dell'Austria. Vi sono dei pazzi che si divertono a gettare allegramente gli altri nel mezzo dei pericoli; eppure questi pazzi, in un momento dato, strascinano seco anche i savii. La rivoluzione, che si prepara in Italia (i moti del 1820 e 1821), non produrrà che disgrazie e proscrizioni. Nulla è maturo: nè uomini, nè cose; e nulla sarà maturo per lungo tempo ancora. Ma con queste future disgrazie voi potrete facilmente far vibrare una nuova corda nel cuore dei giovane clero. Questa corda sarà l’odio allo straniero. Fate che il Tedesco diventi ridicolo ed odioso anche prima del suo preveduto intervento. Coll'idea della supremazia papale mescolate sempre la memoria delle guerre del Sacerdozio e dell'Impero. Risuscitate le passioni mal sopite dei Guelfi e dei Ghibellini, e così, a poco a poco, voi vi farete, con poca spesa, una, riputazione di buon cattolico e di amante della patria. Questa riputazione di buon cattolico e di buon patriotta aprirà alle nostre dottrine il cuore del giovine clero e degli stessi conventi. Fra qualche anno questo giovine clero avrà, per la forza delle cose, invasi tutti gli impieghi. Egli governerà, amministrerà, giudicherà, formerà il consiglio del sovrano, o sarà chiamato ad eleggere il Papa futuro. Questo Papa, come la più parte de' suoi contemporanei, sarà necessariamente più o meno imbevuto anche lui dei principii italiani ed umanitarii, che noi cominciamo ora a mettere in consolazione. È un piccolo grano di senapa, che noi confidiamo alla terra, ma il sole di giustizia (?) lo svilupperà fino alla [11] più alta potenza: e voi vedrete un giorno qual ricca messe nascerà da questo piccolo seme.

                Nella via, che noi tracciamo ai nostri fratelli, vi sono grandi ostacoli da vincere e difficoltà di più sorta da sormontare. Se ne trionferà coll'esperienza e colla sagacia. Lo scopo è sì bello, che è necessario spiegar tutte le vele al vento per arrivarvi. Voi volete rivoluzionare l'Italia? Cercate il Papa, di cui noi vi abbiamo fatto il ritratto. Voi volete stabilire il regno degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia? Fate che il clero cammini sotto la vostra bandiera, credendo di camminare sotto la bandiera delle Sante Chiavi. Voi volete far sparire l'ultimo vestigio dei tiranni e degli oppressori? Tendete le vostre reti come Simon Bariona: tendetele al fondo delle sacrestie, dei seminarii e dei conventi, anzichè al fondo del mare: e se voi non precipiterete nulla, noi vi promettiamo una pesca più miracolosa che quella di S. Pietro. Il pescatore di pesci diventò pescatore di uomini: voi pescherete degli amici ai piedi stessi della Cattedra Apostolica. Voi avrete così pescata una rivoluzione in tiara e manto, preceduta dalla croce e dal gonfalone: una rivoluzione, che non avrà bisogno che di ben piccolo ajuto per appiccare il fuoco ai quattro punti del mondo.

                Ogni atto della nostra vita tenda dunque alla scoperta di questa pietra filosofale. Gli alchimisti del medio evo perdettero tempo e denari nella ricerca di questo sogno. Il sogno delle società segrete (di avere complice un Papa), si compirà per questa semplicissima ragione, che esso è fondato sulle passioni dell'uomo. Non iscoraggiamoci dunque nè per un disappunto, nè per un rovescio, nè per una disfatta: prepariamo le nostre armi nel silenzio delle Vendite, puntiamo tutte le nostre batterie, soffiamo in tutte le nostre batterie, soffiamo in tutte le passioni, nelle peggiori come nelle più generose: e tutto ci porta a credere [12] che questo piano riuscirà un giorno anche di là delle nostre più alte speranze”.

                Falliti i moti del 1821, i capoccia mandarono nuovi consigli ai loro adepti: “La sconfitta può agevolarci i mezzi di combattere: basta eccitare sempre gli spiriti e approfittare di tutto.... L'entratura degli stranieri nella polizia interna è arma potente che bisogna maneggiare con destrezza:... in Italia bisogna rendere odioso lo straniero, sì che sia reputato offesa, anche dai sinceri patrioti, il soccorso estero, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione:... intanto attenti a Roma.... screditate il pretume con ogni modo…commovete, agitate la gente di piazza con o senza ragione; agitate sempre.... abbiate martiri e vittime, .... noi troveremo sempre chi saprà dipingere le cose come meglio ci conviene[3]”.

                Intanto, perchè venissero eseguite le loro volontà, erasi stabilito in Roma uno dei principali settarii, membro dell'alta massoneria e capo occulto di questa in Italia. Occupava una posizione diplomatica presso una legazione italiana. Nobile, ricco, eloquente, erudito, ma sopratutto astuto, ardito, impostore, corrotto e cinico, riceveva somme immense dagli Ebrei di Prussia, d'Inghilterra, di Slesia, di Portogallo, di Ungheria e d'altrove per la speranza di poter presto distruggere il Cristianesimo e far risorgere l'antica Gerusalemme. Questo signore adunque così palesava per lettera i suoi progetti e desiderii satanici contro la S. Chiesa ad un suo complice:[13]

 

                               “Caro Vindice….

                Un giorno, se noi trionfiamo, e se, per eternare il nostro trionfo, sarà bisogno di spargere qualche goccia di sangue, non bisogna mica che noi accordiamo alle vittime designate il diritto di morire con dignità e con fermezza. Simili morti non sono buone che a mantenere lo spirito di opposizione e a dare al popolo dei martiri, di cui egli. ama sempre di vedere il sangue freddo. È un cattivo esempio!.... L'uomo che ha bisogno di essere portato a braccia sul palco, non è più un uomo pericoloso. Ma se egli vi sale a piè fermo e guarda la morte con fronte impassibile, benchè colpevole, avrà sempre il favore delle moltitudini.

                Io non sono nato crudele: spero che io non avrò mai l'istinto sanguinario. Ma chi vuole il fine, vuole i mezzi. Ora io dico che, in un dato caso, noi non dobbiamo, noi non possiamo, anche nell'interesse dell'umanità, lasciarci caricare di martiri a nostro dispetto. Credi tu forse che in presenza dei primi cristiani i Cesari non avrebbero fatto meglio di attenuare e di confiscare a profitto del Paganesimo tutti quelli eroici pruriti del cielo, anzichè lasciare accrescere il favore dei popolo con una bella morte? Non sarebbe stato meglio medicarne la forza dell'anima, abbrutendo il corpo? Una droga ben preparata, anche meglio amministrata, che avrebbe indebolito il paziente fino alla prostrazione, sarebbe stata, secondo me, di un effetto salutare. Se i Cesari avessero impiegato in questo commercio le Locuste dei loro tempi, io sono persuaso che il nostro vecchio Giove Olimpico e tutti i suoi piccoli Dei di second'ordine non avrebbero soccombuto così miseramente e il Cristianesimo non avrebbe avuti certamente sì lieti successi. [14]

                Si chiamavano i suoi apostoli, i suoi preti, le sue vergini a morire sbranati dai leoni nell'anfiteatro o in piazza al cospetto di un popolo attento. I suoi apostoli, i suoi preti, le sue vergini, mosse da un sentimento di fede, di imitazione, di proselitismo e d'entusiasmo, morivano senza impallidire e cantando inni di vittoria. Ci era di che dar la voglia di morire; e si sono visti di tali capricci. I gladiatori non generavano forse dei gladiatori? Se questi poveri Cesari avessero avuto l'onore di far parte dell'Alta Vendita, io avrei loro semplicemente detto di far prendere ai più arditi di questi neofiti una bibita secondo la ricetta; e non si sarebbe parlato di altre conversioni, perchè non si sarebbero più trovati dei martiri. Infatti non si trovano più emuli, nè per copie, nè per attrazione, quando si trascina sul patibolo un corpo inerte, una volontà inerte, ed occhi che piangono senza intenerire. I Cristiani sono stati subito popolarissimi, perchè il popolo ama tutto ciò che lo colpisce. Se avesse visto debolezze, paure ed una massa tremante e febbricitante, avrebbe fischiato; ed il Cristianesimo era finito al terzo atto della tragi - commedia.

                Se io credo di dover proporre questo mezzo (dei veleni) è per principio di umanità politica ..... Non fate mai che la morte sul patibolo sia gloriosa, santa, coraggiosa, felice: e voi avrete raramente bisogno di ammazzare.

                La rivoluzione francese, che ebbe tanto di buono, ha sbagliato su questo punto. Luigi XVI, Maria Antonietta e la maggior parte delle vittime di quell'epoca sono sublimi per rassegnazione, per grandezza di animo... Non è questo, di cui noi abbiam bisogno. In una data occasione facciamo in modo che un Papa e due o tre Cardinali muoiano come vecchierelle con tutti i palpiti dell'agonia e nel terrore della morte; e voi avrete paralizzate tutte le vogliette di imitare [15] quel sacrifizio. Voi risparmierete i Corpi, ma voi avrete ucciso lo spirito.

                È il morale che noi dobbiamo colpire: noi dobbiamo ferire il cuore.... Se il segreto è fedelmente custodito, tu vedrai all'occasione l'utilità di questo nuovo genere di medicina. Un piccolo calcolo bastò ad annichilire Cromwel. Che cosa ci vorrebbe per snervare l'uomo più robusto e mostrarlo senza energia, senza volontà e senza coraggio in mano ai suoi carnefici? Se egli non ha la forza di cogliere la palma del martirio, non ne avrà l'aureola: e per conseguenza non avrà nè ammiratori, nè neofiti. Noi avremo così tagliato corto sopra gli uni e sopra gli altri: e sarà un gran pensiero d’umanità rivoluzionaria quello che ci avrà ispirato una simile precauzione. Io te la raccomando in Memento[4]”.

                Sciagurati, ipocriti, blasfemi ed insensati! Una Congrega fondata sulle passioni umane, potrà abbattere la Chiesa, che si appoggia sull'onnipotenza divina? Sta scritto: Noti est consilium contra Dominum[5]. E lo stesso benedetto Gesù, dopo aver solennemente promesso che portae inferi non praevalebunt, indicò fino a qual punto sarebbe giunta la malizia umana, ma assicurò i suoi Apostoli che; trattandosi della gloria di Dio, si mortiferum quid biberint, non eis nocebit[6]. Dio permette le battaglie contro la sua Chiesa: Si me persecuti sunt, et vos persequentur[7]; ma di lei sarà sempre la vittoria. [16]

                I settarii in tutti questi anni avevano seguite fedelmente le norme indicate dai loro capi nell'Istruzione del 1819, col danno di non poche anime. Essi presero consiglio di nascondere i loro lacci e dissero: Chi li scoprirà?[8]. Ma la Provvidenza divina che vigila sopra i suoi eletti, trasse alla luce del sole le trame dei nemici: D. Bosco stesso fin dal principio della sua vita sacerdotale potè conoscere i malvagi loro programmi, ne seguì le varie fasi dell'attuazione, anzi si può dire che fin d'allora avesse come d'innanzi agli occhi simultaneamente in un quadro tutti gli avvenimenti che sarebbero succeduti, quindi predisponesse il suo, animo, studiasse le sue vie, si premunisse contro gli ostacoli che avrebbe incontrati, e così procedesse con sicurezza nella sua importantissima missione. Le cento volte ci ripetè: “Di quanto andava succedendo nulla mi tornò nuovo od improvviso. Tutto conosceva, tutto avea preveduto senza tema di, errare”. Nel corso di questa istoria si vedrà come egli ben dicesse il vero.

 

 


CAPO II.
Slancio e consolazione di D. Bosco nell'esercizio del santo ministero - Chi ben fa ben trova - Le pillole della Madonna - La benedizione e la preghiera di D. Bosco - Sua vivissima fede - I consigli evangelici - Mortificazione.

 

                DON BOSCO è sacerdote. Per lui il sacro ministero è l'ideale della sua esistenza, è l'amore ardentissimo, che vagheggiato per tanti anni ha raggiunto il suo oggetto, è il principio motore di tutti i suoi pensieri, di tutte le sue azioni, che con energia ognor crescente lo lancerà nel campo della gloria di Dio e del conquisto delle anime. Contemplando ogni giorno tra le proprie mani il Corpo SS. di Gesù Cristo, irrorando le labbra col preziosissimo di Lui Sangue, ravviverà vieppiù la sua fede, accenderà sempre meglio il suo amore, che lo affretterà a diffondere sui fedeli quei tesori, dei quali la bontà divina lo ha fatto depositario. Nelle anime egli ravvisa l'opera più grande dell'onnipotenza di Dio sulla terra, l'oggetto di una dilezione che giunge fino al sacrificio della croce, e perciò immedesimandosi col loro Salvatore non soffrirà ritardi per muovere alla loro salvezza. A ciò lo infervorerà pure la vista delle tante insidie tese agli incauti. [18] D. Bosco trascorse i primi mesi di sacerdozio al paese natio. Il fratello Giuseppe da due anni aveva sciolta la mezzadria del Susambrino, divenuta proprietà del cavalier Pescarmona, ed aveva ristabilita la sua abitazione ed eziandio la stanza di D. Giovanni ai Becchi. Però questi passava la maggior parte del tempo in canonica, presso il suo caro prevosto Teol. Cinzano, prestando in parrocchia tutti quei servizi che poteva. Portare agli infermi il SS. Viatico, amministrare loro l'Estrema Unzione, assisterli caritatevolmente negli ultimi momenti, prendere parte a tutte le altre religiose funzioni era l'occupazione sua quotidiana in quel frattempo, come attestarono a D. Secondo Marchisio i vecchi del paese, i quali aggiunsero come egli volontieri si intrattenesse coi fanciulli, li istruisse e li animasse alla vita cristiana. Ciò è pur confermato dal noto manoscritto di D. Bosco stesso. “In quell'anno 1841, così egli, mancando il mio prevosto di vice curato, io ne compii l'uffizio per cinque mesi. Provai il più grande piacere a lavorare. Predicava tutte le domeniche, visitava gli ammalati, amministrava loro i Santi Sacramenti, eccetto la Penitenza, perchè non ne aveva ancora subìto l'esame di Confessione. Assisteva alle sepolture, teneva in ordine i libri parrocchiali, faceva certificati di povertà o di altro genere. Ma la mia delizia era fare catechismo ai fanciulli, trattenermi con loro, parlare con loro. Da Morialdo mi venivano spesso a visitare; quando andava a casa era sempre da loro attorniato. In paese poi cominciavano pure a farsi miei compagni ed amici. Uscendo dalla casa parrocchiale era sempre accompagnato da una schiera di fanciulli e dovunque mi recassi era sempre attorniato dai miei piccoli amici che mi festeggiavano”.

                Una gioia tutta particolare provava egli nel battezzare i neonati, e fu notato come in quei mesi nel libro dei Battesimi [19] i figli maschi quasi tutti avevano il nome di Luigi, o come principale, o come secondario aggiunto, volendo egli, per quanto stava in lui, porli fin dalla loro infanzia sotto la custodia dell'angelico Protettore della purità, affinchè li difendesse dai pericoli che insidiano sì bella virtù.

                Come egli stesso dice, predicava in parrocchia ogni domenica. Avendo molta facilità ad esporre la parola di Dio, era spesso ricercato di predicare, di fare panegirici, anche nei paesi vicini. Fu invitato a dettare quello di S. Benigno a Lavriano sul finir dell'ottobre di quell'anno. “Accondiscesi di buon grado (così il manoscritto), essendo quel paese la patria del mio amico e collega D. Giovanni Grassino, poi parroco di Scalenghe. Desiderava di rendere onore a quella solennità e perciò preparai e scrissi il mio discorso in lingua popolare, ma pulita; lo studiai bene, persuaso di acquistarne onore. Ma Dio voleva dare terribile lezione alla mia vanagloria. Essendo giorno festivo e prima di partire dovendo celebrare la S. Messa a comodità della popolazione, fu mestiere servirmi di un cavallo per arrivare a tempo di predicare. Percorsa metà strada trottando e galoppando, era giunto nella valle di Casal Borgone, tra Cinzano e Bersano, quando da un campo seminato di miglio all'improvviso si alza una moltitudine di passeri, al cui volo e rumore il mio cavallo spaventato si dà a correre per vie, campi e prati. Mi tenni alquanto in sella, ma accorgendomi che questa piegava sotto il ventre dell'animale, tentai una manovra di equitazione; ma la sella fuori di posto mi spinse in alto, ed io caddi capovolto sopra un mucchio di pietre spaccate. Un uomo dalla vicina collina potè osservare il compassionevole caso e con un suo servo corse in mio aiuto. Trovatomi privo dei sensi, mi portò in casa sua e mi adagiò nel miglior letto che avesse. Prodigatemi le più caritatevoli cure, dopo [20] un'ora rientrai in me stesso e conobbi essere in casa altrui. - Non si dia pena, disse il mio ospite, non s'inquieti, perchè sì trova in casa altrui. Qui non le mancherà niente. Ho già mandato pel medico; ed altra persona andò in traccia del cavallo. Io sono un contadino, ma provveduto di quanto mi è necessario. Si sente molto male?

                - Dio vi compensi di tanta carità, o mio buon amico. Credo non vi sia grave male; forse una rottura nella spalla, che più non posso muovere. Qui dove mi trovo?

                - Ella è sulla collina di Bersano, in casa di Giovanni Calosso, soprannominato Brina suo umile servitore. Ho anche io girato pel mondo, ed anch'io ho avuto bisogno degli altri. Oh quante me ne sono accadute andando alle fiere ed ai mercati.

                - Mentre attendiamo il medico, raccontatemi qualche cosa.

                - Oh quante ne avrei da raccontare; ne ascolti una. Parecchi anni or sono, di autunno, io era andato ad Asti colla mia somarella a fare provvigioni per l'inverno. Nel ritorno, giunto nelle valli di Morialdo, la mia povera bestia, carica assai, cadde in un pantano e restò immobile in mezzo la via. Ogni sforzo per rialzarla tornò inutile. Era mezza notte, tempo oscurissimo e piovoso. Non sapendo più che fare, mi diedi a gridare chiamando aiuto. Dopo alcuni minuti, mi si rispose dal vicino casolare. Vennero un chierico, un suo fratello, con due altri uomini portando fiaccole accese. Mi aiutarono a scaricate la giumenta, la tirarono fuori dal fango, e condussero me e tutte le cose mie, in casa loro. Io era mezzo morto; ogni cosa imbrattata di melma. Mi pulirono, mi ristorarono con una stupenda cena, poi mi diedero un letto morbidissimo. Al mattino prima di partire ho voluto dare compenso come di dovere: il chierico ricusò tutto dicendo: Può darsi che domani noi abbiamo bisogno di voi! [21]

                A quelle parole mi sentii commosso e l'altro si accorse delle mie lacrime: - Si sente male? - dissemi.

                - No! Risposi, mi piace tanto questo racconto, che mi commuove.

                - Se sapessi che cosa fare per quella buona famiglia! Che buona gente!

                - Come si chiamava? Famiglia Bosco, detta volgarmente Boschetti. Ma perchè si mostra tanto commosso? forse conosce quella famiglia? Vive, sta bene quel chierico?

                - Quel chierico, mio buon amico, è quel sacerdote, cui ricompensate mille volte di quanto ha fatto per voi. È quello stesso che voi portaste in casa vostra, collocaste in questo letto. La divina Provvidenza ha voluto farci conoscere con questo fatto, che chi ne fa ne aspetti.

                Ognuno può immaginare la meraviglia ed il piacere di quel buon cristiano e mio chè nella disgrazia Dio mi avea fatto capitare in mano di tale amico. La moglie, una sorella, altri parenti ed amici furono in grande festa nel sapere che era capitato in casa colui, di cui aveano tante volte udito parlare. Non ci fu riguardo, che non mi fosse usato. Giunto di lì a poco il medico, trovò che non esistevano rotture, e perciò in pochi giorni sul ritrovato cavallo potei rimettermi in cammino alla volta della mia patria. Giovanni Brina mi accompagnò fino a casa, e finchè egli visse abbiamo sempre conservato le più care rimembranze di amicizia.

                Dopo questo avviso, ho fatto ferma risoluzione di voler per l'avvenire preparare i miei discorsi per la maggior gloria di Dio e non per comparire dotto e letterato”.

                Questa è la risoluzione presa da D. Bosco in quella circostanza; ma a noi ben altre osservazioni vengono spontanee su questo fatto. Anzitutto com'è preciso il Signore nell'adempimento [22] di sue promesse! Egli ha detto: “Beato colui che ha pensiero del miserabile e del povero: lo libererà il Signore nel giorno cattivo. Il Signore lo conservi e gli dia vita e lo faccia beato sopra la terra; e nol dia in potere de' suoi nemici. Il Signore gli porga soccorso nel letto del suo dolore: Tu, Signore, accomodasti da capo a piè il suo letto nella sua malattia[9]”. La famiglia di mamma Margherita fu sempre generosa ed ospitale con chiunque si trovasse in bisogno: nessun povero era mai ritornato dalle sue soglie a mani vuote: nessuno era giunto nell'ora del pranzo a sua casa, senza che fosse stato invitato con maniere cordiali ed insistenti ad assidersi a mensa. Non una sola volta però essa esperimentò la liberalità di Dio nel rimunerarla di quanto faceva pei poverelli. Novella prova è il fatto surriferito.

                Nè dobbiamo lasciar passare inosservata quella cara umiltà, che costantemente risplende nel manoscritto di D. Bosco. Egli parla di sè per accusarsi; ma mentre di tanti difetti si accusa, vediamo passo passo fiorire intorno a lui fatti graziosi quasi per ismentirlo. Fin da quando era chierico in Seminario si valeva di un'industria per giovare agli infermi coll'invocazione di Maria SS. Questa consisteva nel distribuire pillole di mollica di pane, ovvero cartoline contenenti una mescolanza di zucchero e farina di meliga, imponendo a coloro, che ricorrevano alla sua scienza medica, la condizione di accostarsi ai Sacramenti e recitare un dato numero di Ave, di Salve Regina o di altre preghiere alla Madonna. La prescrizione della medicina e delle preghiere talora era assegnata per tre giorni, talora per nove. I malati anche i più gravi guarivano. Di paese in paese si era sparsa la notizia, e [23] grande era il concorso al nuovo medico, che acquistavasi sempre nuova fiducia col buon esito delle sue cure. Fin d'allora egli conosceva tutta l'efficacia delle preghiere fatte alla Madonna. Forse Maria Vergine stessa aveagli visibilmente concessa la grazia delle guarigioni, ed egli con questo artifizio delle pillole e delle polveri si nascondeva per non essere oggetto di ammirazione. Di questo mezzo seguitò a valersi ancora da sacerdote, mentr'era al Convitto Ecclesiastico, e si decise a cessare da esso in seguito ad un fatto veramente singolare.

                Nel 1844 a Montafia cadde ammalato di febbri ostinate il Sig. Turco e nessuna prescrizione di medico valeva a guarirlo. La famiglia ricorse a D. Bosco, il quale, consigliata la Confessione e la Comunione, consegnò per l'infermo una scatola delle solite pillole da prendersi ogni giorno in un dato numero, recitando prima tre Salve Regina. Prese le prime pillole, il Sig. Turco guarì perfettamente. Tutti ne furono meravigliati. Il farmacista si affrettò a recarsi a Torino e presentandosi a D. Bosco gli disse: - Io rispetto il suo ingegno e il ritrovato potente, di cui Ella è l'inventore. Questo è dimostrato dal fatto un sicuro febbrifugo. Io non posso a meno di pregarla che mi voglia vendere una quantità del suo farmaco, ovvero manifestarmene il segreto, onde tutto il paese di Montafia non abbia a correre qui per esserne provveduto. D. Bosco rimase alquanto imbrogliato e non trovò altro espediente che quello di dire: - Ho consumata la provvista di pillole e non ne ho più. - Il farmacista ritornato a casa e smanioso di conoscere gli ingredienti delle pillole, se ne procurò alcune conservate nelle famiglie, ed attentamente ne fece l'analisi chimica. - Ma qui non trovo altro che pane! disse. Eppure le guarigioni sono evidenti! - Si recò presso un altro farmacista suo amico e con lui scompose le pillole, le [24] esaminarono ed ambidue conclusero: - È pane! Non vi ha dubbio! - La voce corse in paese. Il Sig. Turco, recatosi esso pure a Torino a far visita a D. Bosco per ringraziarlo, gli narrò la strana diceria sulle pillole di pane e lo pregò a manifestargli il segreto della medicina. - Ha recitate con fede le tre Salve Regina? gli domandò D. Bosco. - Oh certamente! rispose quel signore. - E questo Le basti - concluse D. Bosco; il quale vedendo scoperta la sua astuzia, cessò da quel metodo di cura, e come prete ricorse unicamente all'efficacia delle benedizioni.

                E Mons. Giovanni Bertagna afferma che, essendo egli giovanetto, vide fin dai primi anni del sacerdozio di D. Bosco una grande premura in molti di Castelnuovo di andare a chiamarlo, colla speranza che la sua benedizione ai loro ammalati avrebbe ridonata la sanità. Avevano ben ragione dì così sperare; imperocchè la sua fiducia nella forza della preghiera e nella potenza della benedizione sacerdotale, appoggiata sulle promesse fatte da N. S. Gesù Cristo nel S. Vangelo, non aveva limiti. Fin d'allora quindi, come uomo che ne aveva l'autorità, persuaso che Dio non lo avrebbe abbandonato, incominciò a benedire, il che continuò poi fino al termine de' suoi giorni. E le grazie, che i fedeli erano persuasi di aver ottenute dal Signore per l'intercessione della Madonna Santissima e mediante la benedizione e le preghiere di D. Bosco, si contano a migliaia e migliaia ogni anno. È una catena sorprendente di meraviglie che del continuo si andarono intrecciando colle imprese di D. Bosco, animandole, sostenendole, moltiplicandole incessantemente, sicchè era venuta persuasione universale che la vita di D. Bosco non fosse altro che un continuo benedire, e che qualunque cosa cui egli avesse messo mano, tutto avrebbe raggiunto prospero successo. [25]

                Nè ciò fa meraviglia quando si pensi che D. Bosco era uomo di grandissima fede. Egli credeva con pienissimo assenso della mente e con perfetto atto della volontà tutte le verità rivelate da Dio. E questo suo assenso, profondo, spontaneo, costante, senz'ombra di menomo dubbio, fu mai smentito da alcun suo atto o parola in tutta la sua vita. Manifestava sovente una grande gioia di essere stato fatto cristiano e divenuto figlio di Dio per mezzo del S. Battesimo. Non cessava di magnificare la sua fortuna di aver avuto una piissima genitrice, che per tempo lo aveva istruito nel Catechismo e indirizzato nella pietà. Di questi così segnalati favori egli ringraziava il Signore mattino e sera. Mille volte fu udito inculcare la gratitudine a Dio per averci fatti nascere nel grembo della S. Chiesa Cattolica e raccomandare la corrispondenza a questa grazia, col professare coraggiosamente e senza umano rispetto la fede innanzi agli uomini colla fuga del peccato e l'osservanza della divina legge. Ricordava il pensiero della presenza di Dio con tali termini, che si vedeva averlo egli sempre dinanzi alla mente. Non accadeva mai a nessuno di accostarsi a lui, senza che egli parlasse di qualche verità o pensiero di fede. Ciò faceva con singolare destrezza, senza nessun sforzo e tutto naturalmente; talora lo faceva parlando anche di cose materiali, di affari e persino quando voleva rallegrare con qualche facezia. E sapeva parlare di Dio in modo sì amabile, da rendere gradevole la conversazione anche a coloro che non avrebbero mai voluto sentire parlare di cose di religione. Era così tutto compenetrato dai pensieri della fede, che lo spirito di essa informava tutti i suoi pensieri ed azioni. Questo abito palesava nel salutare timore che aveva di offendere la santità di Dio e la sua giustizia e nell'orrore grandissimo che portava al peccato. Evitava con sollecita cura non solo ciò che evidentemente era male, ma [26] quello eziandio che ne avesse anche solo l'apparenza. Talora si faceva coscienza di azioni e di parole, che si sarebbero potute giudicare virtuose o almeno scevre di qualsiasi imperfezione.

                Di qui quel suo desiderio efficace di tendere alla perfezione. Perciò si vedeva fin d'allora praticare i tre consigli evangelici: castità, povertà ed obbedienza con un impegno che maggiore non poteva usarsi da chi fosse stato legato dai voti. Chi non lo conosceva, lo ammirava, nè sapeva rendersi ragione di tanta osservanza; ma alcuni pochi compagni di scuola e di Seminario a Chieri, che erano a parte dei suoi segreti, ne dissero il motivo a D. Francesco Dalmazzo, il quale con giuramento era pronto a testificarlo. D. Bosco si era consacrato a Dio con voto perpetuo, quando ancor chierico, dimorava in Seminario. A piedi dell'altare di Maria offriva a lei il giglio del suo cuore. Impedito saggiamente d'entrare per allora in un Ordine religioso, a cui si sentiva fortemente chiamato, mentre obbediva alla voce del Superiore, vincolava la sua libertà per essere pronto al servizio Divino in qualunque momento della sua vita. Ed è perciò che manifestava pur tanto amore alla mortificazione ed alla povertà. Eziandio nei mesi che passò a casa in queste vacanze e poi nei primi anni di sua dimora a Torino ricordava sempre la lezione della Madre Margherita: - Il companatico non è necessario: è da signori: noi siamo poveri e dobbiamo vivere da poveri. - Il suo tenor di vita era una continua mortificazione. Quelli che andavano prima al Susambrino ed ora ai Becchi per visitarlo o per aver qualche lezione di grammatica, talora erano condotti da lui nella vigna e regalati di qualche bel frutto. Egli però non fu mai visto gustare in quelle occasioni, nè uva, nè pesche, nè altra sorta di frutta che in quella stagione abbondavano in tutti i vigneti. Si era [27] fatta legge rigorosa di non mangiar mai, o bere fuori dei tempo di pasto. Era e fu sempre ammirabile il suo comportamento morale, sicchè sembrava che un'aureola di modestia circondasse la sua persona, sfavillasse in ogni suo gesto. Alienissimo da ogni curiosità, non si vedeva più assistere a spettacolo di nessun genere, se si eccettua quei divertimenti, nei quali egli talora era attore per intrattenere i giovanetti.

                Ma la sua vivissima fede appariva in modo particolare nella celebrazione del S. Sacrificio. Giuseppe Moglia, Giovanni Filippello e Giuseppe Turco, coetanei ed amici, narrano come in quei mesi di estate andassero sovente ad assistere alla sua Messa, e sempre restassero grandemente edificati del contegno, della devozione, del fervore suo, che anzi parecchi degli astanti ne rimanessero commossi fino alle lagrime. E D. Giovanni Turchi asserisce: “Io non conobbi sacerdote che avesse fede più viva di D. Bosco. Un uomo che non avesse avuta la sua fede, non avrebbe fatto quello che egli fece”. - “Abbiate fede in Dio, diceva Gesù Cristo ai suoi Apostoli. In verità vi dico che chiunque dirà a questo monte: Lévati e gíttati in mare, e non esiterà in cuor suo, ma avrà fede che sia fatto quanto ha detto, gli sarà fatto. Per questo vi dico: Qualunque cosa domanderete nell'orazione, abbiate fede di conseguirla e l'otterrete[10]”. La fede sola congiunta coll'umiltà profondissima e colla mortificazione di tutto se stesso è la spiegazione di tante meraviglie operate per D. Bosco.

 

 


CAPO III.
Visite doverose - L'antico maestro D. Lacqua - Singolare avventura - La caratteristica di D. Bosco - D. Carlo Palazzolo - Studi particolari.

 

                PER aderire al desiderio con insistenza espressogli ed anche per manifestare la sua inalterabile gratitudine verso di quanti gli avevano fatto del bene, oppure solo gli avevano dimostrato benevolenza, nelle prime settimane del suo sacerdozio D. Bosco si recò a Moncucco a far visita alla buona famiglia dei Moglia; poi fece una gita fino a Pinerolo, presso i Signori Strambio, verso de' quali andava legato pei vincoli d'amicizia coi loro tre figli, ed in pari tempo si portò a Fenestrelle, ove predicò per invito di quel Parroco suo amico. Nè dimenticò il suo antico maestro D. Lacqua, colui che avevalo iniziato nei primi rudimenti del leggere e dello scrivere, il quale, come abbiam già veduto, erasi ritirato a Ponzano ed ora aveva oltrepassati gli ottantasei anni. Annunciatagli per lettera la sua felicità per aver raggiunta la sospirata meta ed essere finalmente sacerdote, gli prometteva una sua visita. D. Bosco conservò la risposta del venerando vecchio fra le sue carte più care, e noi siamo ben felici di poterla qui riprodurre: [29] Ponzano, li 28 luglio 1841.

 

                               Carissimo amico ed allievo dilettissimo,

 

                Ecco in pochi accenti il riscontro alla vostra compitissima, (scrivo sempre con la confidenza e libertà di un maestro verso il suo allievo ) ricevuta, letta e riletta più volte ieri sera. Godo e mi rallegro sommamente alla vostra promozione al grado sacerdotale; onore e premio ben dovuto e destinato dal cielo ai vostri meriti. Vi sono molto tenuto per l’attenzione da voi usata nel cercare di appagare il mio desiderio per la vita solitaria e ritirata e ve ne rendo mille grazie e mille. Per quest’anno venturo prossimo debbo ancora prestare il debole mio servizio a questo Comune a tenore della capitolazione; benchè se io avessi voluto, avrei potuto nell’ora scaduto giugno dismettere l’impiego e battere la ritirata; ma ora la strada è chiusa.

                Piuttosto che accettare un'altra Magistratura o Cappellania, pensatis pensandis, io stimo meglio di tirare innanzi in questo impiego, che propriamente è una panata per un povero vecchio, quale io sono; stantechè d'inverno il numero degli scolari non passa mai i dodici o quindici, e dopo Pasqua la scuola si riduce ad uno scolaro, o a nessuno affatto. Oppure il meglio di tutto, sarà ritornare alla patria a terminare i miei giorni, dove li ho incominciati. Dulcis amor patriae, dulce videre suos: ma quel che è certo si è che sarà quel che Dio vorrà.

                Accetto di buon grado la graziosa commissione delle Messe offertemi dalla vostra gentilezza….. e proseguirò a celebrare favente Deo a vostro conto fino alla metà del [30] venturo settembre, o sino al vostro desiderato arrivo. Marianna sta bene e vi saluta.

                La pagina è omai piena, perciò io chiudo il foglio e attendendovi coi cuore spalancato, insieme alla vostra genitrice, si fieri potest, vi auguro ogni vero bene e sono immutabilmente

 

Il vostro D. LACQUA.

 

                P. S. Vi prego di farmi riverentemente presente al Signor Giuseppe Scaglia e a tutta la sua famiglia, quando vi si presenterà l'occasione.

 

                Dopo aver celebrata la novena e festa del SS. Rosario, D. Bosco potè mantenere la promessa. Il 14 ottobre fu il giorno scelto per la gita a Ponzano. Là attendevano D. Bosco, insieme coll'antico maestro, Marianna, la sorella di sua madre, alla quale egli era debitore di aver potuto incominciare gli studi, ed il Parroco, antica sua conoscenza.

                Ritorno a descrivere minutamente una passeggiata, perchè l'ho udita dalle stesse labbra di D. Bosco, il quale era felicissimo in queste narrazioni e nel ricordare ogni più piccola circostanza di esse. Ciò egli faceva con tanta ingenuità e con tanto gusto, da far trasparire il caro ricordo di un'impressione indelebile scolpita non solo nella mente, ma più nel cuore. Dalle sue parole trapelava la santità dei suoi fini, la correttezza de' suoi diportamenti, anche quando rappresentava un suo aneddoto solo dall'aspetto di una lieta ricreazione. Di nulla aveva anche leggiero rimorso, ossia cagione di qualche rossore. Ricordava, sorrideva, gioiva, si compiaceva di quei tempi passati, ed era per lui un grande conforto tener viva con essi la curiosità e l'allegrezza dei [31] suoi giovanetti. Pei quali ciò era stimolo ad essere timorati di Dio nelle loro ricreazioni, facendo pure ogni chiasso possibile, ma conservando la cara innocenza. Diceva sovente D. Bosco: “Non chiamate divertimento una giornata che lasci rimorsi nel cuore, paura dei giudizi di Dio!”.

                D. Bosco adunque, sceltosi per compagno di viaggio un bravo giovanotto e fattasi insegnare la strada, partì di buon mattino da Montaldo, ove era stato alloggiato presso il Rettore. Fermatosi a pranzare col parroco di Cocconato, ripreso il cammino oltrepassò Cocconito, e benchè l'ora fosse già inoltrata si avviò per la volta di Ponzano. Sgraziatamente però aveva sbagliato strada e si trovò smarrito in una folta selva. La notte si avvicinava, il cielo si copriva di densi nuvoloni e sembrava imminente un temporale. Tuttavia D. Bosco ed il compagno continuarono ancora qualche tratto di quel sentiero, quando a notte buia finirono per smarrire eziandio il sentiero battuto. L'aria era solo rischiarata da continui lampi, accompagnati da fragorosi colpi di tuono. Non ci si vedeva più, e per colmo di sventura si scatenò una dirottissima pioggia che in breve li ebbe inzuppati da capo a piedi: l'oscurità e la troppa fitta boscaglia finì col rendere impossibile il proseguimento del viaggio. Che fare? Si arresero alla contraria fortuna, e trovato un luogo, ove loro parve di essere alquanto al coperto, si sedettero per attendere che si calmasse alquanto l'impeto della bufera. La solitudine, l'oscurità, i lampi, i tuoni, il fischio del vento, lo scricchiolio dei rami che si spezzavano, il lugubre gemito di qualche uccello disturbato dal sonno, loro incutevano spavento. Stavano silenziosi. In fine però l'ostinatezza e la furia del temporale li fece prendere consiglio di cercar scampo in qualche modo. D. Bosco, recitata una preghiera a Maria SS., si alzò e disse al compagno: - Andiamo in questa direzione; in [32] qualche luogo riusciremo. - Così fecero e dopo un breve cammino, udirono il grido di un gallo. Questo canto li rianimò a proseguire con più lena il loro viaggio: ed ecco man mano che si avanzavano, prima l'abbaiare del cane, poi il miagolare del gatto, in ultimo comparire qualche lume che indicava poco lungi esservi delle case. - Oh! ecco un paese! - esclamarono ad una voce con gioia i nostri due viaggiatori. Si affrettarono a quella volta e una grata fragranza di pane che cuoceva loro veniva incontro. Non tardarono a vedere alcune persone attorno ad un forno che lavoravano. Si avvicinarono, ma appena quella gente si accorse della loro presenza, lasciando ogni cosa, fuggì rapidamente in casa, si rinchiuse spaventata, lasciando i sopraggiunti nello stupore e nella costernazione. D. Bosco si avvicinò a quella casa: - Non temete, diceva; venite fuori; noi siamo buona gente, che abbiamo smarrita la strada, e a stento stiamo in piedi fradici dalla pioggia; non vogliamo farvi alcun male; venite ad accudire il vostro pane, che altrimenti abbrucia. - Era un parlare ai sordi; non ascoltavano ragioni di sorta. Dopo molto pregare, apersero alquanto la porta, tanto solo da poter spiare di fuori, e si fecero vedere alcuni uomini armati, chi di coltello, chi di tridente, chi di falcetto: con voce brusca interrogarono D. Bosco chi fosse, e a qual paese volesse arrivare. - Io, disse D. Bosco, sono un povero prete, e questo è un mio amico; eravamo diretti a Ponzano, ma sgraziatamente abbiamo smarrita la strada: assicuratevi; noi non vogliamo farvi male di sorta. - Intanto essendo il temporale cessato, e venuta molta gente intorno ai forestieri, rassicurò alquanto coloro che stavano armati, sicchè uscirono, ritornarono al forno, e intavolarono conversazione con D. Bosco.

                Interrogati perchè si fossero lasciati prendere da tanta paura, risposero che quelle regioni erano infestate da assassini, [33] i quali, nella notte precedente, in quello stesso villaggio avevano commesso un omicidio. Aggiunsero che i reali carabinieri battevano la campagna in cerca dei delinquenti, i quali fino allora non erano caduti in loro potere. D. Bosco allora chiese per grazia di essere accompagnato a Ponzano; ma i contadini meravigliati gli fecero conoscere come fosse troppo lontano dalla sua meta. Li pregò ad usargli la carità coll'imprestito di qualche veste, poichè non avea filo del suo abito che non gocciolasse; e l'umidità era penetrata fino alla pelle. Quella buona gente si scusò col dire che era povera; però gli indicarono un ricco signore che stava poco distante, il quale avrebbe potuto provvederlo dell'occorrente. D. Bosco chiese che gli dessero una guida, non conoscendo il paese. Coloro dopo aver esitato alquanto, armaronsi di tridenti e di falcetti, tanto era la paura degli assassini, e partirono con D. Bosco e col suo compagno. Preso uno stretto sentiero che serpeggiava per un'altura, riuscirono ai piedi di un castello che dominava tutta la borgata. La via era infossata tra due alte siepi, ma giunti al muro che serviva di cinta, ecco risuonare i rabbiosi latrati di due grossi mastini. La comitiva arrestò il passo, poichè era pericoloso avanzarsi, e ad alta voce fu chiamato il padrone, annunziando l'arrivo dei due viandanti smarriti. Il padrone, certo Sig. Moioglio, uno di quei vecchietti fatti all'antica ed alla buona, tutto cuore e carità, venne subito, chiamò i cani, che sembravano due vitelli, e introdusse D. Bosco e il suo giovane in casa, facendo loro le più grate e care accoglienze. Benchè la notte fosse già molto avanzata, avea nel suo salotto un certo numero d'amici, coi quali era solito ricrearsi in onesti giuochi. Al comparir di D. Bosco tutti si alzarono, e il vecchio invitando il prete a sedere, lo interrogò chi egli fosse. Appena seppe che veniva da Castelnuovo, enumerò le conoscenze che avea [34] in quel paese, e la famiglia Bertagna e la tale e la tal altra casa e il parroco e il cappellano e D. Lacqua; e congratulandosi dell'arrivo di persone che conoscevano i propri amici, tosto levò loro di dosso gli abiti bagnati e coprì D. Bosco col suo mantello. Quindi fece allestire una buona cena che li ristorasse. Assisi a mensa, il vecchietto non finiva di parlare di mille cose, essendo di piacevole conversazione, e quando si alzarono: - Io nel castello ho la Cappella, disse a D. Bosco, e se Lei ci vorrà favorire domani, potremo udire la sua Messa. Sarà un gran regalo che farà alla mia signora, che professa gran divozione per le cose di chiesa. - D. Bosco acconsentì con tutto piacere, e stracco stracco, verso la mezzanotte andò a letto. All'indomani sull'alba la campana annunziava la Messa nel castello e tutta la gente dei casali circostanti accorse ad udirla.

                D. Bosco voleva subito ripigliare il suo cammino per Ponzano, ma quel buon signore non permise assolutamente che partisse, e lo condusse a visitare il castello, che era di aspetto così severo da mettere i brividi indosso. Fatto il giro esterno delle mura, D. Bosco osservò l'entrata di oscure gallerie che si addentravano nella collina. - Veda, dicevagli il padrone, nessuno osò esplorare que' sotterranei, che a quel che pare sono estesi molto, perchè ivi è certo aver il loro rifugio ladri, assassini, e forse battitori di moneta falsa. Costoro vanno, vengono, ora vi sono, ora non vi sono, ma non vi è uomo così coraggioso che abbia ardire di penetrare là entro. Gli stessi carabinieri finora non si arrischiarono a questa impresa. A noi tocca tacere, perchè un colpo è presto fatto, e ciascuno ha cara la pelle. Talora incontriamo queste faccie torve che non sono del paese, e non si sa il motivo che qui le conduce; ma ci conviene dissimulare. - Nel castello, fra le altre cose gli mostrò una bella biblioteca, ove [35] D. Bosco, per serbare grata memoria di così ospitale accoglienza scelse e chiese un libro intitolato: Compendio di storia Ecclesiastica di Lorenzo Berti Fiorentino. Il padrone glielo cedè volentieri. D. Bosco scrisse nell’ultima pagina di esso: L’anno 1841, il 14 ottobre, dopo aver camminato più ore per notte oscura, per strada incerta, ricapitai al castello dei Merli (Merletti), presso Moncalvo, dove fui colla più generosa ospitalità ricevuto e trattato da signor Moioglio speziale, da cui ho comperato questo libro per aver del mio ospite grata memoria. Bosco Giovanni. Don Bosco conservò sempre questo libro presso di sè. Quel buon signore dopo un lauto pranzo, volle accompagnare Don Bosco e il suo compagno per un buon tratto di via verso Ponzano.

                Nel racconto di questa singolare avventura D. Bosco nulla lasciò mai trapelare che accennasse a dispiacere, ad inquietudine per i disagi patiti. Le contrarietà d’ogni genere diventano per lui causa di scherzo e di lieti ricordi. La pazienza e la tranquillità d’animo sono sempre la caratteristica di Don Bosco. Il suo cuore gentile più non dimentica un beneficio ricevuto. La sua generosità poi non lascia mai senza un qualche compenso gli incomodi, i disturbi, le spese per lui sopportate. Qui compera un libro, altrove contratterà una misura di vino o di grano, ad altri regalerà libri od oggetti di divozione, oppure manderà ciò che sua madre ha saputo allevare nel cortile o nell’orto o quanto di meglio hanno a lui regalato. Colle persone di servizio non lesinerà nel dare una mancia, lasciandola nel partire sul tavolino della stanza, ove ha pernottato, a dicendo a chi talora interrogavalo confidenzialmente: - Non è giusto che rimanga senza ricompensa chi ha dovuto per causa nostra sottostare ad un accrescimento di straordinario lavoro. [36] In quest'autunno D. Bosco non mancò di visitare anche l'antico sagrestano maggiore del duomo di Chieri, D. Carlo. Palazzolo, il quale aveva celebrata la sua prima Messa nello stesso giorno che D. Bosco. Abbiamo già visto come D. Bosco, lo avesse istruito nella lingua latina. Quando il nostro D. Giovanni era in seminario, Palazzolo andava a prendere da lui le lezioni di filosofia e di teologia, che riceveva scritte in modo limpido ed intelligibile su due o tre fogli e che mandava letteralmente a memoria, volta per volta. Subiva poscia i suoi esami dai professori del seminario con riuscita sempre onorevole. Oltre ad aiutarlo negli studi, D. Bosco gli procurò pure un sussidio di 1000 lire da una caritatevole persona. Nel giorno dell'ordinazione sacerdotale poi, come fece cogli altri compagni, lo esortò a chiedere al Signore nel tempo della prima Messa quella grazia che più desiderava, assicurandolo che sarebbe stato certamente esaudito. D. Palazzolo poi continuò a prendere da D. Bosco ripetizione di morale, venendo all'Oratorio. Fu un santo sacerdote, che lavorò con zelo e moltissimo frutto nel tribunale di penitenza; e resse per parecchio tempo il Santuario di S. Pancrazio presso Pianezza. A D. Bosco egli andava debitore di tanta sua fortuna. Gliene serbò sempre profonda riconoscenza, e felice della dignità sacerdotale, si adoperò a sua volta a promuovere le vocazioni ecclesiastiche, istruendo i giovanetti, collocandoli nell'Oratorio e soccorrendoli coi risparmi che poteva fare. Egli visse fino al 1885 quasi nonagenario. Venendo talvolta a visitare il suo amico, coll'affetto e colla gratitudine che gli dimostrava, palesava quanto fosse meritevole dell'amicizia di D. Bosco.

                Non è da credere, per quanto si è detto finora, che D. Bosco perdesse il tempo in visite. Di queste si permise solo le pure doverose per riconoscenza o per altri legami [37] particolari. Del resto egli si tenne sempre occupato o in canonica o nella sua casa dei Becchi, non pigliandosi ricreazione o riposo fuori del necessario. Continuando la sua lettura prediletta della Storia Ecclesiastica, si applicò allo studio della Teologia Morale, come ne assicura D. Giacomelli, ottenendo così il grande vantaggio di possederne a memoria un bel numero di trattati, quando dovette incominciare i corsi di Morale pratica nel Convitto al fine delle vacanze. In pari tempo si diede a preparare traccie di materie predicabili. Egli aveva il difetto che predicando gli sfuggivano con facilità parole rimate, causa le tante poesie classiche che sapeva a memoria. - Ma D. Bosco, non parli più in rima! gli dicevano talora i suoi confidenti e talora qualche critico non troppo benevolo. E D. Bosco rispondeva sempre sorridendo tranquillamente:

 

                Bisogna ch'io vi pensi e molto prima

                Per non parlare o predicare in rima.

 

                I compagni rideano e scherzavano. Egli però fin dal principio pose un grande studio nello scrivere con diligenza le sue prediche, e usando una faticosa attenzione, non tardò a correggersi di questo difetto. E a questo proposito Turco e Filippello e Moglia asserivano che, sentendolo predicare essi, i loro parenti e compatriotti, ne riportavano sempre salutari impressioni di vita eterna. Una cura tutta particolare, che si era prefisso D. Bosco, era quella di farsi intendere dal popolo e dai giovanetti; e però si studiava che la sua predicazione divenisse più popolare che fosse 1 possibile, vale a dire, che il suo parlare fosse bensì corretto, ma accessibile all'intelligenza di tutti. E quanto bene sia riuscito in questo suo scopo lo possono attestare tutti coloro che come noi ebbero la fortuna di udirlo predicare.

 

 


CAPO IV.
Proposte d'impieghi - Consiglio di D. Cafasso - Il Convitto Ecclesiastico di Torino - D. Bosco nell'avviarsi a Torino - Abbandono nella Divina Provvidenza - Gli istrumenti di essa.

 

                LE FERIE autunnali volgevano omai al loro termine, e Don Giovanni Bosco, che contava già i suoi ventisei anni, doveva pensare al proprio avvenire e formarsi una posizione.

                Tre impieghi gli venivano offerti. Il primo era di maestro in casa di un nobile signore genovese, collo stipendio di mille lire annue. I parenti e gli amici cercavano di indurre Margherita a persuadere D. Giovanni sulla convenienza di accettare questo posto. Siccome sarebbe stato provvisto di vitto e di vestito, l'intiero stipendio avrebbe migliorato le condizioni di sua famiglia. Senonchè la buona Margherita, intravedendo come dietro alle portiere di seta non regnava sempre l'innocenza di costumi, rispondeva: - Mio figlio in casa di signori?.. Che cosa ne farebbe egli di mille lire, che cosa ne faccio io, che cosa ne farà suo fratello, se poi Giovanni avesse a perdere l'anima? - Gli era stato proposto eziandio l'ufficio di Cappellano nella sua borgata di Morialdo coll'aumento della retribuzione solita a darsi sino allora al prete; anzi quei borghigiani nelle loro insistenze avevano dichiarato di essere [39] pronti a duplicargli lo stipendio pel desiderio di ritenerlo in mezzo ai loro figliuoli come maestro. Il terzo impiego era quello di Vicecurato in Castelnuovo, ove era molto amato dai suoi compatriotti e specialmente dal Teologo Cinzano.

                D. Bosco, prima di abbracciare un partito, era solito prefiggersi in primo luogo per fine la gloria di Dio e la salute dell'anima, quindi pensava bene se con essa avrebbe conseguito questo così nobile scopo. Pregava perciò Iddio che lo illuminasse, e nel tempo stesso dimandava consiglio a persona dotta e pia. Fatto moralmente certo che il suo disegno era di gradimento al Signore si risolveva a compierlo. Questa fu sua pratica costante per tutta la vita.

                Trattandosi adunque di prendere una definitiva deliberazione in cosa di tanta importanza, D. Bosco si portò a Torino per chiedere consiglio a D. Giuseppe Cafasso, affine di conoscere e fare la volontà di Dio. Il Santo Sacerdote ripetitore delle conferenze morali nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi, il quale da parecchi anni era divenuto del nostro D. Giovanni guida nelle cose spirituali e temporali, ascoltò tutte le profferte di buoni stipendii, le insistenze dei parenti e degli amici, il suo buon volere di dedicarsi tutto al lavoro evangelico, e poi gli disse senza esitare un istante: - Voi avete bisogno di studiare la morale e la predicazione: rinunziate per ora ad ogni proposta e venite al Convitto.

                Che cosa sia il Convitto Ecclesiastico di Torino non v'è sacerdote omai, almeno in Italia, che nol sappia. Però a soddisfazione di tutti i lettori, ne darò un breve cenno.

                Sul principio di questo secolo fioriva in Torino un degnissimo ecclesiastico, che fu il Teologo Collegiato Luigi Guala, Rettore della Chiesa di S. Francesco d'Assisi. Uomo di costumi irreprensibili, di pietà sincera, disinteressato, ricco di scienza, di prudenza e di coraggio, si faceva amare dai buoni [40] e stimare dai cattivi. Devotissimo del Sommo Pontefice, nei tempi del dominio francese, insieme coi P. Lanteri ed altri insigni personaggi, aveva tenuta una attivissima corrispondenza con Pio VII prigioniero a Savona, informandolo di quanto accadeva e trasmettendo alla Chiesa le volontà dei Papa su molti punti di disciplina ecclesiastica. Anima di un Comitato costituitosi per soccorrere il Sommo Pontefice, con generose offerte, il Teol. Guala ed il Banchiere Gonella caddero in sospetto della polizia, e solo furono salvi per un grazioso equivoco. Il mandato di cattura era spiccato contro il Teologo Gonella e il Banchiere Guala. L'essersi i gendarmi messi in cerca inutilmente di persone così mal designate, pose sull'avviso gli imputati, i quali fatte scomparire tutte le carte compromettenti, si nascosero, finchè per buoni uffici di personaggi altolocati e per mancanza di prove ottennero di non essere più molestati.

                Questo pio e dotto sacerdote adunque, che conosceva assai bene i bisogni de' suoi tempi, vide essere cosa importantissima che i giovani ecclesiastici, compiuti i corsi di studio nel Seminario, attendessero per qualche tempo all'acquisto della morale pratica, innanzi di entrare nell'esercizio del sacro ministero. Altamente persuaso di ciò, il saggio Teologo fin dall'anno 1808 cominciò ad esercitare alcuni novelli sacerdoti con apposite conferenze morali in sua casa. La cosa continuò così sino all'anno 1818, quando, cessato già in Piemonte il governo di Napoleone I, e sgombrato dalla soldatesca il Convento dei Minori Conventuali presso la Chiesa di San Francesco d'Assisi, il Guala vi stabilì un Convitto con apposito Regolamento per giovani preti. Il re Carlo Felice nel 1822 autorizzavalo ad accettare donazioni e legati, ed assegnavagli per abitazione la parte invenduta del Convento soppresso. L'Autorità ecclesiastica porse essa pure il suo [41] appoggio efficace alla santa instituzione, e Monsignor Colombano Chiaverotti, Arcivescovo di Torino, con suo Decreto dei 4 giugno 1823, nominava Rettore del Convitto lo stesso Guala ed approvavane il Regolamento da lui compilato. Meditazione, lettura spirituale, due conferenze al giorno, lezioni di predicazione, comodità di studiare, leggere e consultare buoni autori, ecco le occupazioni dei sacerdoti convittori.

                Immenso fu il bene, che il Guala procurò alle diocesi del Piemonte, specialmente a quella di Torino, con questa fondazione. Egli riuscì primieramente a sbarbicare le ultime radici che vi restavano di Giansenismo; dottrina esecrabile, che con arbitrario e condannato rigorismo scoraggia le anime nella via dell'eterna salute e le allontana e le priva di usare alle fonti vitali della divina Redenzione. Fra le altre enormità insegnava, il penitente reo eziandio di colpe non tanto gravi non essere degno di assoluzione, se non dopo mesi ed anni di austere penitenze: la S. Comunione richiedere disposizioni angeliche ed un cristiano non essere mai preparato sufficientemente per accostarsi alla Mensa Eucaristica. Contro di questi disastrosi errori era sorto nel secolo precedente il Dottor S. Alfonso, Fondatore de' Redentoristi, e le sue opere tutte sono un antidoto efficacissimo contro di essi. Perciò il Teol. Guala si adoperò a diffondere in Piemonte le opere di questo Santo, stampate in Francia e ricevute clandestinamente per l'ostilità del Governo e de' suoi non troppo cattolici consiglieri. Valevasi all'uopo di certo Giani, scultore, nativo di Cerano in Vall'Intelvi sopra il lago di Como, suo penitente, il quale nel negozio di Giacinto Marietti a quanti si presentavano alla libreria dava a poco prezzo ed anche gratuitamente La pratica di amar Gesù Cristo, Le glorie di Maria, Il gran mezzo della preghiera, Le visite al SS. Sacramento. Ben presto questi aurei libri corsero nelle mani di moltissimi [42] religiosi, monache, e specialmente giovani studenti. Colle opere ascetiche il Teol. Guala faceva distribuire ai sacerdoti la Teologia Morale del Santo e l'Homo Apostolicus, che ne forma il compendio. Li donava direttamente a un gran numero di sacerdoti di sua conoscenza, mentre il Giani li regalava ai parroci o ad altri ecclesiastici, quando venivano nel negozio del Tipografo Marietti per far provvista di libri; oppure ne involgeva i preziosi volumi, senza che fossero richiesti, nei pacchi di coloro che scrivendo facevano dimanda di libri.

                Per questo mezzo si incominciarono a rettificare molte idee e a ridurre non pochi sul retto sentiero. Con tale santa ed eroica industria si indusse inoltre gran parte del clero a studiare i principii morali di S. Alfonso. In quei giorni era agitatissima tra i teologi la questione del così detto probabilismo e del probabiliorismo. I promotori del primo seguivano le sentenze dei Dottore Sant’Alfonso de' Liguori, le cui opere erano state dalla Chiesa lodate e proclamate immuni da ogni censura; e i fautori del secondo si attenevano invece alle opinioni di alcuni rigidi autori, la cui pratica non regolata da prudenza poteva condurre ad un rigorismo irragionevole e pernicioso alle anime. Ora il Teologo Guala colla instituzione del Convitto Ecclesiastico mirò a togliere questo dissidio, e per centro di ogni opinione ponendo la carità e mansuetudine di Nostro. Signor Gesù Cristo, riuscì a farlo cessare in gran parte, ottenendo che S. Alfonso divenisse il Maestro delle nostre Scuole di Morale, con sommo vantaggio dei fedeli e quiete delle coscienze. Egli però sul principio insegnando a' suoi allievi, dovette far leggere l'Alasia, che era il testo adottato nelle scuole, ma consultando sempre S. Alfonso, che soleva chiamare il NOSTRO SANTO. In quel tempo era cosa pericolosa combattere le opinioni Alasiane. Le lezioni procedevano colla [43] massima circospezione, perchè, se la notizia di questo nuovo indirizzo dato agli studii della Morale fosse giunta all'orecchio dei Direttori dell'Istruzione nell'Archidiocesi, avrebbe suscitato gravi ostacoli all'opera santa intrapresa.

                Braccio forte dei Teologo Guala era D. Giuseppe Cafasso, suo supplente nelle conferenze morali e poscia suo successore. Con una virtù, che resisteva a tutte prove, con una calma prodigiosa, con un'accortezza e prudenza ammirabile, con una pietà esimia e ad un tempo facile e modesta D. Cafasso fece scomparire affatto in Piemonte quell'acrimonia, che in alcuni probabilioristi ancor rimaneva contro i Liguoristi, e, cooperò efficacemente a formare un Clero dotto ed esemplare.

                Una miniera d'oro nascondevasi pure nel Sacerdote torinese Teologo Felice Golzio, allora convittore. Nella sua vita nascosta egli fece poco rumore, ma col lavoro indefesso, coll'umiltà e scienza profonda, era un grande appoggio del Guala e del Cafasso, che lo amavano e stimavano altamente.

                L'esercizio del ministero di questi tre Sacerdoti non si restringeva al recinto del Convitto e della Chiesa attigua, ma assai più in là si estendeva. Le carceri, gli ospedali, gli Istituti di beneficenza, gli ammalati a domicilio, i palazzi dei grandi ed i tugurii dei poveri, i paesi e le città vicine provarono i salutari effetti della carità e zelo di questi tre luminari del Clero torinese; anzi della loro luce e calore benefico, anche dopo il tramonto, godono tuttavia le Diocesi Piemontesi per mezzo dei numerosi discepoli che vi lasciarono. Tra questi basti nominare il Teologo Giovanni Battista Bertagna, compatriota del nostro D. Bosco, Vescovo Titolare di Cafarnao, per alcun tempo Coadiutore di Torino, e a sua volta esimio maestro di Morale.

                Alla scuola di questi grandi modelli sacerdotali, di questi, insigni maestri era adunque invitato D. Bosco. Saggio era [44] il consiglio di D. Cafasso. Fuori del Convitto, restava difficile a D. Bosco uno studio completo e ben fatto della morale pratica, qual era necessario per la sua futura e svariatissima missione, o perchè sarebbe stato costretto in patria ad uno studio privato ed insufficiente all'uopo, o perchè fuori di patria, essendo privo di mezzi, avrebbe dovuto procurarsi il vitto con occupazioni estranee al Sacro Ministero e con eccessive relazioni con persone secolari. Per il passato la mancanza di quel benefico Istituto aveva cagionata la scarsità di confessori abili per ogni genere di persone e quindi una certa difficoltà d'accostarsi ai Sacramenti nel popolo cristiano. Ed ora D. Bosco non si approfitterà di questa benedizione celeste per rendersi atto al governo di migliaia e migliaia d'anime, d'ogni età, di ogni sesso, di ogni classe sociale, di ogni ordine e grado sacerdotale e religioso? Il sacerdote deve aver scienza “da saper discernere tra il santo e il profano, il mondo e l'immondo[11]” e non imporre obblighi che la legge certamente non impone. E poi i consigli di D. Cafasso erano comandi ed inspirazioni celesti per D. Bosco. E però di buon grado ne accettò il suggerimento, e generosamente rinunziando ad ogni lucroso impiego e pur alla santa soddisfazione, che lo portava ad occuparsi subito dei giovanetti del suo paese, presentendo che Iddio altri ed altri giovanetti gli avrebbe consegnato più tardi, si decise ad entrare nel Convitto Ecclesiastico.

                Il 3 novembre 1841 pertanto celebrava la Messa nella Chiesa di Castelnuovo nell'atto di mettersi in viaggio per stabilirsi a Torino. Quali fossero i suoi pensieri ed affetti in quel momento solenne ci pare di trovarli riprodotti in una [45] vecchia carta scritta di sua mano in un tempo di poco posteriore a quest'anno:

                “Le parole del Santo Vangelo: Ut filios Dei, qui erant dispersi, congregaret in unum[12] che ci fanno conoscere essere il Divin Salvatore venuto di cielo in terra per radunare insieme tutti i figliuoli di Dio, dispersi nelle varie parti della terra, parmi che si possano letteralmente applicare alla gioventù dei nostri giorni. Questa porzione la più delicata, e la più preziosa dell'umana società, su cui si fondano le speranze di un felice avvenire, non è per se stessa di indole perversa. Tolta la trascuratezza dei genitori, l'ozio, lo scontro dei cattivi compagni, cui vanno specialmente soggetti nei giorni festivi, riesce facilissima cosa insinuare nei teneri cuori i principii di ordine, di buon costume, di rispetto, di religione; perchè se accade talvolta che già siano guasti in quella età, il sono piuttosto per inconsideratezza che per malizia consumata. Questi giovani hanno veramente bisogno di una mano benefica che prenda cura di loro, li coltivi quindi alla virtù, li allontani dal vizio. La difficoltà consiste nel trovar modo di radunarli, loro poter parlare, moralizzarli. Fu questa la missione del Figliuol di Dio: questo può solamente fare la sua santa Religione. Ma questa Religione, che è eterna ed immutabile in sè, che fu e sarà mai sempre in ogni tempo la maestra degli uomini, contiene una legge così perfetta, che sa piegarsi alle vicende de' tempi e adattarsi all'indole diversa di tutti gli uomini. Fra i mezzi atti a diffondere lo spirito di religione nei cuori incolti ed abbandonati, si reputano gli Oratorii... Quando mi sono dato a questa parte del Sacro Ministero, intesi di consecrare ogni mia fatica alla maggior [46] gloria di Dio ed a vantaggio delle anime, intesi di adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perchè fossero poi un giorno degni abitatori del cielo. Dio mi aiuti a potere così, continuare fino all'ultimo respiro di mia vita”.

                Da queste linee traspare come l'idea prima a lui manifestata nei sogni fosse quella di un solo gregge sotto un solo pastore, la missione stessa di Gesù Cristo. Anelava a radunare i fanciulli non solamente di Torino e dei dintorni, ma, quelli di tutte le nazioni della terra, cristiane e gentili, cattoliche, scismatiche, eretiche, selvaggie ed incivilite e a tutte far conoscere il vero Dio ed il suo Figliuolo Gesù Cristo. La sua carità non doveva aver limiti. “Un amor tenero verso il prossimo, scriveva S. Francesco di Sales, è uno dei più grandi ed eccellenti doni che la divina bontà faccia agli uomini”. E perciò risoluto D. Bosco esclama: Salviamo la gioventù!

                D. Bosco si allontana da Castelnuovo, ma “le sue vie sono belle ed in tutti i suoi sentieri c'è la pace[13]”. Egli è privo di mezzi umani, non ha soldi in saccoccia, ma nel suo cuore abita Gesù Cristo, e radicato nella carità e ripieno della pienezza di Dio, in lui si abbandona “che è potente per fare tutte le cose con sovrabbondanza superiore a quel che dimandiamo o comprendiamo[14]”, e però cammina nella semplicità e con fiducia si avanza verso di quella città, che in confuso almeno gli era già stata preannunziata.

                A questo suo viaggio a noi pure sembra che alludesse quando l'udimmo predicare in Alba il panegirico di San Filippo Neri. Entrò in argomento ex abrupto e in modo [47] poetico. S'immaginò di trovarsi sovra uno dei colli di Roma, colla città distesa innanzi a sè e di vedere un giovane, il quale, stanco da un lungo cammino, si arresta assorto in gravi pensieri, collo sguardo fisso in quello splendido panorama... Quindi proseguiva: Avviciniamoci ed interroghiamolo: - Giovane, chi siete voi e che cosa rimirate con tanta ansietà?

                - Io sono un povero forestiero; rimiro questa grande città, e un pensiero occupa la mia mente; ma temo che sia follia o temerità.

                - Quale?

                - Consacrarmi al bene di tante povere anime, di tanti poveri fanciulli, che per mancanza di religiosa istruzione camminano la strada della perdizione.

                - Avete scienza?

                - Ho fatto poche scuole e non sono annoverato fra i dotti.

                - Avete mezzi materiali?

                - Niente; non ho un tozzo di pane, fuor di quello che caritatevolmente mi dà ogni giorno il mio padrone.

                - Avete chiese, avete case?

                - Non ho altro che una bassa e stretta camera, il cui uso mi è per carità concesso. Le mie guardarobe sono una semplice fune tirata dall'uno all'altro muro, sopra cui metto i miei abiti e tutto il mio corredo.

                - Come dunque volete senza nome, senza scienza, senza sostanze e senza sito intraprendere un'impresa così gigantesca?

                - È vero: appunto la mancanza di mezzi e di meriti mi tiene sopra pensiero. Dio per altro che me ne inspira il coraggio, Dio che dalle pietre suscita figliuoli di Abramo, quel medesimo Iddio è quello che.... [48] Amate voi la Madonna? - D. Bosco a questo punto sospese il dialogo, descrisse le sembianze del giovane, il lampo degli occhi a tale domanda, il suo sorriso, la sua risposta. Finì col dimandargli: - Come vi chiamate?

                - Filippo Neri, rispose il giovane.

                D. Bosco di qui entrò nel suo argomento, svolgendo ai suoi uditori la missione compiuta in Roma da S. Filippo. Or bene, quando egli ebbe pronunciate le parole: - Filippo Neri! - più d'uno degli ascoltanti corresse sottovoce - Giovanni Bosco! Giovanni Bosco!

                E queste infatti dovettero essere le splendide sue fantasie quando dai colli di Soperga vide apparire la città di Torino. Aveva tanto zelo e tanta fiducia di essere aiutato dalla divina Provvidenza, che era pronto a non mai indietreggiare di fronte a qualsiasi fatica o pericolo. Nelle imprese che gli venivano proposte, osservava se fossero necessarie o di grande utilità per la gloria di Dio e la salute delle anime, quindi studiava ai mezzi, cui appigliarsi, li sceglieva con raro criterio e li metteva, in esecuzione andando avanti con vero coraggio e colla certezza che il Signore non lo avrebbe abbandonato. È solo con questa osservazione che noi possiamo darci ragione del gran bene da lui fatto. Di tutte le sue opere si può dire senza errare, che coepit et perfecit, nessuna rimase a metà, malgrado le difficoltà e le spese enormi che dovette incontrare.

                Oltre a ciò Dio e la sua SS. Madre aveangli già tracciata la strada non solo, ma disposto lungo questa, in stazioni opportune, compagni e cooperatori, i quali in ogni modo sarebbero stati suoi aiutatori potenti. Scriveva D. Bosco poi ai membri del Comitato del Circolo Cattolico di Dinan il 31 ottobre 1887. “La Divina Provvidenza, quasi per togliere ogni merito al mio totale abbandono ai suoi voleri, durante la mia non breve vita, ha fatto sempre che io trovassi sul [49] mio cammino. anime piene d'un eroico spirito di sacrifizio, cuori incomparabilmente generosi”. E tra questi vi fu un grandissimo numero di sacerdoti, uomini di grande santità, sicchè udimmo ripetere dallo stesso D. Bosco: “L'opera degli Oratorii e della Pia Società di S. Francesco di Sales essere opera del Clero”. Il primo fu D. Cafasso, del quale Don Bosco fu più volte udito a dire con espressioni di profonda gratitudine, ciò che lasciò scritto in un suo foglio: “Se io ho fatto qualche cosa di bene, lo debbo a questo degno ecclesiastico, nelle cui mani rimisi ogni mia deliberazione, ogni studio, ogni azione della mia vita

 

 


CAPO V.
Accoglienze al Convitto - Vita comune - Il Teol. Guala e D. Cafasso - Esemplare ricopiato.

 

                PORTA la tradizione che il Convento di S. Francesco di Assisi in Torino, ove erasi eretto il Convitto Ecclesiastico, sia stato fondato nel 1210, con quello di Chieri, da S. Francesco d'Assisi stesso venuto in Piemonte. Nel 1834, per decreto Arcivescovile, erano stati dichiarati suoi Protettori S. Francesco di Sales e S. Carlo Borromeo, che simili Convitti avevano stabiliti e promossi, e proclamato Patrono il Beato Sebastiano Valfrè, vero modello di vita sacerdotale.

                Appena D. Bosco fu quivi giunto, recossi subito alla stanza di D. Cafasso. Questi, come era solito a fare con tutti i convittori, si avanzò ad incontrarlo sulla soglia, con un dolce sorriso sulle labbra e con tutta l'espressione della bontà di un padre. S'informò come avesse passate le vacanze, s'interessò delle notizie di sua sanità, chiese novelle dei parenti, del parroco, di altri sacerdoti del paese e della propria famiglia, e in ultimo con poche e affettuose parole gli spiegò la sostanza del regolamento e lo spirito della Casa. Terminò col dirgli come fosse cosa intesa che egli non avrebbe pagato nulla di pensione, tale essendo la determinazione del Rettore Teol. Guala. [51]

                Il Convitto in quei tempi possedeva molte rendite: gran numero di alunni avevano ottenuto di pagare pensione ridotta, taluni erano stati accettati gratuitamente. Ad alcuni D. Guala e D. Cafasso avevano consegnata segretamente la somma necessaria per pagare l'intiera pensione all'Economo, perchè nessuno venisse a conoscere le strettezze delle loro onorate famiglie.

                D. Bosco compreso da viva gratitudine, accommiatatosi da D. Cafasso, corse dal Rettore, uomo venerando, in sui sessantasei anni, per ringraziarlo della sua generosità! Lo trovò col capo alquanto curvo, seduto innanzi al tavolino, travagliato da male reumatico alle gambe. Dalle accoglienze liete e cordiali D. Bosco si accorse come D. Cafasso gli avesse parlato favorevolmente di lui. Gli fu assegnata una stanza. arredata con semplicità, ma di una nettezza inappuntabile, poichè la pulizia e il buon ordine regnavano dappertutto in quella Casa, segno esteriore dell'ordine spirituale e morale.

                Venuta la sera, rientrati in casa tutti i nuovi e gli antichi convittori, raggruppati qua e là in piccoli crocchi, rinnovavano le relazioni incominciate in Seminario, ne contraevano fraternamente delle nuove e in conversazioni animate, ma non chiassose, attendevano il suono della campana. Entrati in Cappella, venne il Rettore, il quale con espressione di raccoglimento e di gioia intuonò il Veni Creator. E così si apriva l'anno scolastico.

                Nei primi giorni si spiegavano le regole, che erano poche, coll’impronta di grande moderazione e redatte in modo che ne fosse possibile l'osservanza anche fuori di comunità, acciocchè i sacerdoti fossero allettati a continuarla in mezzo al mondo, quando sarebbero liberi di sè. Preghiera del mattino e della sera, assistenza alla Messa per quelli che non fossero [52] ancor sacerdoti, col canto di qualche strofa di sacra laude prima della Comunione; visita al SS. Sacramento, recita della terza parte del Rosario, mezz'ora di meditazione ed un quarto d'ora di lettura spirituale; tutto in comune. Confessione ebdomadaria, mortificazione al venerdì, silenzio fuori delle ore di ricreazione, esercizio mensile di buona morte: due conferenze scolastiche al giorno e studio in comune: passeggio alla sera regolarmente in due, evitando i luoghi più frequentati della città; vietato l'assistere ai pubblici spettacoli o fermarsi nei caffè.

                Notiamo di passaggio come D. Bosco mettesse in vigore, specialmente nelle Case ove sono studenti, le antiche prescrizioni governative per le pratiche di pietà; e più tardi per i suoi Salesiani aggiungesse quelle del Convitto Ecclesiastico. Era la sua vita un continuo aumento di scienza pratica, un appoggiarsi all'esperienza dei seniori, un radunare mezzi per riescire a quella meta, che gli additava la Provvidenza Divina.

                Il Teol. Guala esigeva che il Regolamento fosse osservato in tutte le sue prescrizioni; e non essendo stabilito alcun castigo ai trasgressori, perchè gli alunni dovevano essere trattati da uomini e non da ragazzi, se qualcuno, avvertito più volte non avesse obbedito, era pregato a provvedersi di altro domicilio. Egli si mostrava piuttosto severo coi convittori, li teneva d'occhio in tutti i loro passi; se taluno mancava, chiamavalo tosto a render ragione del suo operato. Era però facile a perdonare, se il colpevole riconosceva il suo fallo. Egli esigeva che ognuno dei convittori avesse impegno a praticare in ogni azione il monito del Sacrosanto Concilio di Trento, Sess. XXIII capo I De Reform.... “Sic decet omnino clericos in sortem Domini vocatos vitam moresque suos ita componere, ut habitu, gestu, incessu, sermone aliisque omnibus [53] nihil nisi grave, moderatum ac religione plenum praeseferant. Levia etiam delicta, quae in ipsis maxima essent, effugiant, ut eorum actiones cunctis afferant venerationem”.

                D. Cafasso andava loro ripetendo: “Fatevi santi! Il Sacerdote! Grande parola, grande dignità, ma insieme grandi obbligazioni, le quali richiedono virtù proporzionate. Un prete può essere dagli uomini reputato santo e non esserlo innanzi. a Dio. Un terzo delle virtù proprie dell'ecclesiastico basta per farlo passare presso gli uomini in concetto di santo, mentre non può esserlo agli occhi di Dio che vede il segreto dei cuori. Un sacerdote veramente tale, alla morte va facilmente in paradiso; ma se egli non è sacerdote interamente, è assai più probabile che cada nell'inferno, che in purgatorio”.

                E i convittori, di santità sacerdotale avevano continuamente due modelli sotto gli occhi. Il Teol. Guala da ben 31 anno reggeva il Convitto. Uomo di grande penitenza, di digiuni e cilizii, tutti lo vedevano fedelissimo al Regolamento comune. Fino alle 10 stava al suo confessionale presso l'altare dell'Immacolata, pregando o confessando. Quindi saliva in cattedra per la conferenza del mattino. Nel rimanente del giorno, predicava, visitava infermi e carcerati, distribuiva grosse elemosine alle famiglie dei poverelli. Soleva andare in cittadella per confessare e confortare i soldati condannati alla fucilazione. Il tempo di ricreazione lo passava in parte coi suoi allievi insieme con D. Cafasso. Ed era cosa rara in que' tempi che i Superiori nei convitti famigliarizzassero cogli alunni.

                D. Cafasso, entrato nel Convitto come semplice allievo il 28 gennaio 1834, il 29 giugno 1836 prese le patenti di confessione, e in questo stesso anno venne fatto ripetitore di morale, dividendo col Teol. Guala le fatiche dell'insegnamento [54] fino al 1844. Egli era, direi, una copia perfezionata di tutte le virtù del Teol. Guala, e benchè piccolo, esile e alquanto difettoso della persona, pure non diede mai tregua al suo continuo lavoro sul pulpito, nel confessionale, nella scuola, nelle carceri e nell'assistere i condannati a morte dai tribunali criminali. Di aspetto piuttosto serio, era più accondiscendente alle domande degli allievi che non il Teol. Guala, il quale però in molti casi diceva loro: Ite ad Joseph, cioè a Cafasso. Questi aveva gran cura della sanità corporale dei convittori, ed era facile a permettere ai più debolucci la passeggiata al mattino e nel dispensarli dall'astinenza delle carni, ordinando loro che in ciò non avessero inquietudini di sorta, ma obbedissero. Desiderava che si conservassero robusti per lavorare molto. Egli però era mortificassimo e di un estremo rigore per sè nei giorni di digiuno.

                “Ma niuna cosa è tanto maravigliosa nella vita privata di D. Cafasso, quanto l'esattezza nell'osservanza delle regole del Convitto: così scrisse D. Bosco medesimo di lui. Come superiore, da più cose avrebbe potuto dispensarsi, sia a motivo della sua cagionevole sanità, sia per la gravità e moltitudine delle occupazioni che in certo modo l'opprimevano. Ma egli aveva fisso nella mente che il più efficace comando di un superiore è il buon esempio, ed il precedere i sudditi nell'adempimento dei rispettivi doveri. Perciò nelle più piccole cose, nelle pratiche di pietà, nel trovarsi per le conferenze, alle ore della meditazione, della mensa, egli era come una macchina, che il suono del campanello portava quasi istantaneamente all'adempimento di quel determinato dovere. Mi ricordo che un giorno per bisogno gli fu portato un bicchiere d'acqua. Già l'aveva in mano, quando udì suonare il campanello pel Rosario. Non bevette più, lo depose, e si recò immediatamente a quella pratica di pietà. - Beva, gli dissi, e [55] poi andrà ancora a tempo per questa preghiera. - Volete, mi rispose, volete preferire un bicchiere d'acqua ad una preghiera così preziosa quale si è il Rosario che diciamo in onore di Maria SS.?”

                D. Cafasso teneva la conferenza della sera. Dallo studio lungo, profondo, non interrotto sugli autori più celebri in fatto di morale, dai confronti tra le opinioni dell'Alasia e di S. Alfonso e dalla attenzione agli appunti del suo venerato maestro aveva ricavato una singolare facilità a cogliere al volo lo stato di una questione ed a sciogliere lì su due piedi anche i casi più difficili ed intricati. Nelle note senza numero da lui fatte sul margine dei suoi volumi egli presenta le questioni di maggiore importanza con tale ordine, chiarezza, brevità e precisione, che riesce facilissimo il comprenderle e più il ritenerle. Da queste note riordinate e completate estrasse poi un compendio sostanzioso di tutta la morale, conosciuto sotto il nome di trattatelli, che egli stesso lasciò in mano a parecchi convittori e del quale tutti a gara traevano copie. Riesce un grosso volume di circa 400 pagine.

                Questo santo sacerdote, questo esperto maestro nell’arte di ben dirigere le anime fu, fin dal bel principio del corso, scelto da D. Bosco per direttore spirituale, dal quale d'allora in poi si confessò sempre regolarmente ogni settimana. A lui professava una grande venerazione, con affetto e riverenza di figlio, non tanto come a suo compaesano, quanto a sua guida sicura nella via della perfezione e della santità, a lui chiedendo sempre consiglio in ogni sua azione od impresa. Anzi D. Bosco volle prendere a suo modello D. Cafasso, e talmente seppe ricopiare in sè questo esemplare, che un gran numero di detti, fatti, metodi ed espedienti di lui, diretti allo scopo di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime, furono riprodotti tantissime volte nella sua lunga [56] vita. Per lui la condotta di D. Cafasso pareva ripetesse dei continuo l'esortazione dell'Apostolo Paolo: Imitatores mei estote, sicut et ego Christi: Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo[15].

 

 


CAPO VI.
Spettacolo miserando dei giovani derelitti - D. Bosco nelle carceri - Il soccorso ai poverelli - Ultimo quadro delle miserie umane - Profezia del Venerabile Cottolengo.

 

                QUELLA misteriosa fiamma, che spingeva D. Bosco a prendersi cura dei giovanetti, colla sua venuta al Convitto vieppiù si accese nel suo cuore alla vista della miseria e dell'abbandono, in cui si trovava tanta gioventù nella capitale del Piemonte.

                Nei grossi centri, nelle città più popolate la gioventù certamente presenta uno spettacolo ben più miserando che non nei paesi di campagna. Passando vicino alle botteghe ed alle fabbriche ben di sovente capita di udire risuonare sogghignamenti equivoci, triviali canzonaccie, imprecazioni ed urla, e fra le voci degli adulti distinguersi pure quella del giovanetto, che, alle volte, percosso ed inseguito da un padrone disumano, piange, imbestialisce, s'indura e racchiude pensieri d'odio e di vendetta. Rasentando le case in costruzione, si scorgono fanciulli dagli otto ai dodici anni di età ancora tanto bisognosi delle cure e delle carezze di una madre, lontani dal proprio paese, servire i muratori, passare le loro giornate su e giù per i ponti mal sicuri, al sole, al vento, alla pioggia, salir le ripide scale a piuoli carichi di calce, di mattoni e di altri pesi, e senza altro aiuto educativo, fuorchè [58] villani rabbuffi, qualche urto o pezzo di mattone scagliato come ammonimento, oppure uno scapaccione tra capo e collo, non di rado accompagnati da bestemmie. Altri bambini s'incontrano, coperti a stento di stracci, che i parenti, o per negligenza o, per infingardia o per vizio, mandano sulla strada o ve li cacciano, non volendo essi andarvi. Talvolta è la necessità di un lavoro o di una commissione da eseguirsi, che ciò consigliano, per poter chiudere la stamberga, senza inquietudine delle povere masserizie che in essa vi sono, durante l'assenza. Non di rado però ciò è effetto di calcolo, costringendo i fanciulli a chiedere elemosina ai passanti, assuefacendoli così all'accattonaggio ed all'ozio, per liberarsi dalla spesa di provvedere loro del pane. E questi poveretti sulle cantonate delle vie, lungo i corsi d'acqua, nei viali, insudiciati di fango, e di polvere, correre, divertirsi, rissare, senza che nessuno dia loro consigli di vita eterna; e non vedono intorno a sè che esempi malsani, miseria e cattiveria, che precocemente avvelena le loro tenere animuccie. Di quando in quando avviene d'imbattersi in qualche capannello di giovinastri oziosi, beffardi, provocatori, che sulla fronte portano scolpito il marchio della depravazione, miserabili che tra non molto, strascinati dai perfidi compagni, e dalle loro passioni a qualche delitto, hanno in prospettiva la galera e forse anche il patibolo, e nessuno v'è che pensi a stender loro la mano a tempo per salvarli dalla giustizia divina ed umana. Sul far della sera tu vedi quelle torme di operai, che, ritornando dal lavoro, salgono alla mefitica soffitta o scendono nelle latebre di certe stanze sotterranee, ed ivi, direi quasi accatastati per potere in molti pagare il fitto, prendere il riposo dopo la faticosa giornata. E in mezzo a loro garzoncelli, o privi di prossimi parenti o da questi abbandonati, respirare l'aria corrotta di quei luridi ricoveri e sciupare in quelle compagnie la floridezza della [59] loro vita, senza mai udire una buona parola, un avviso cristiano.

                Questo desolante quadro si presentò a D. Bosco in tutta la sua orridezza in fin dai primi giorni della sua dimora in Torino. Ordinate che ebbe le sue cose al Convitto, com'egli stesso ci ha narrato più volte, volle tosto farsi un'idea della condizione morale della gioventù della capitale col percorrerne i diversi quartieri nelle quotidiane passeggiate. Quei giovanetti così abbandonati, vagabondi, in mezzo a compagnie procaci stringevano il suo cuore e lo facevano gemere di compassione. Talvolta imbattendosi in quei piccolini, a sè li chiamava, li regalava di una medaglia o di qualche centesimo, e li interrogava sulle prime verità della fede, cui essi non sapevano rispondere.

                Nei giorni festivi sopratutto egli prolungava le sue esplorazioni, e penava nel vedere gran numero di giovanetti di ogni età, che, invece di recarsi alla Chiesa, vagavano per le vie e su per le piazze, guardando con istupida meraviglia le persone profumate e fastose, che andavano e venivano, intorno ad essi noncuranti dell'altrui indigenza, mentre altri dietro l'invetriate di luride osterie, alla luce di lanterne affumicate, sbevazzavano e gozzovigliavano colle carte da giuoco in mano. Quelle turbe specialmente che nei dintorni della cittadella, nei prati fuori dazio e nei sobborghi giuocavano in modo sconvenevole, rissavano, bestemmiavano e tenevano turpi discorsi, per non dire di peggio, gli rappresentavano al vivo la verità del sogno fatto a dieci anni e si andava viemmeglio persuadendo quello essere il campo da coltivare additatogli dalla veneranda matrona la Santa Vergine.

                Più di una volta vedendo quel prete avanzarsi soletto fra di loro e fermarsi ad osservarli, quegli sfrontati garzoncelli ne lo deridevano; ma i loro scherni ed insulti risuonavano [60] all'orecchio del giovane sacerdote quali grida del profeta esclamante: Parvuli petierunt panem, et non erat qui frangeret eis[16]. Fanciulli affamati chiedevano il pane della parola di Dio e non v'era chi si movesse a compassione di loro e loro lo spezzasse. E però andava seco stesso meditando come raccoglierli nel maggior numero possibile in qualche luogo, sottrarli a quei pericoli, toglierli dall'ozio e dalle cattive compagnie, assisterli, istruirli, far loro osservare il precetto festivo, condurli ai SS. Sacramenti. D. Bosco capiva che non andavano ai catechismi, perchè niuno li mandava o vigilava perchè vi andassero.

                I Parroci si occupavano alacremente nel sacro ministero e molto era il da fare. I cittadini in generale avevano cura di mandare i figli alla Chiesa ed i più ve li accompagnavano; ma vi erano due classi numerose proprio abbandonate. Torino a quei dì incominciava ad ingrandirsi, le fabbriche si aumentavano, e quindi accorrevano per questi lavori migliaia di operai vecchi e giovani dal Biellese e dalla Lombardia. Essi partivano dai loro paesi istruiti, ma qui non sapevano dove andare, nè come presentarsi ai Parroci, e quindi dimenticavano le verità imparate, nè praticavano i doveri del buon cristiano. Eziandio una parte della plebe, nei rioni più remoti, non troppo accessibili ai sacerdoti, stava lontana dalle parrocchie e viveva in una grande ignoranza delle cose di religione.

                D. Bosco adunque vedeva un campo vastissimo aperto al suo zelo; ma, ricordando la prudente massima di S. Francesco di Sales: “Seguire e non precedere i passi della Divina Provvidenza”, benchè con un po' di santa impazienza, attendeva l'ora da essa stabilita. [61]

                Se non che, il quadro della desolazione e dello scempio, che producono nei giovanetti la mancanza di religione ed il cattivo esempio, non era ancora completo nella mente di D. Bosco. A formarsene una giusta idea gli era d'uopo recarsi negli ospedali, internarsi nelle misere soffitte dei poveri, penetrare nelle carceri, ove tutte si adunano le sventure che l'irreligione ed il mal costume scagliano sulla misera umanità. E la Provvidenza Divina aveva pur disposto che D. Bosco dal Convitto si potesse recare in simili luoghi a raddoppiare l'ardore del suo zelo per la salvezza dei giovanetti.

                Il Teol. Guala, uomo assai munifico, soleva ogni settimana spedire ai prigionieri, massime a quelli del Correctionel, tabacco, pane ed anche danaro; e per quest'ufficio di carità si valeva dei Convittori che vi andavano a fare il Catechismo.

                D. Cafasso poi, aggregato da più anni alla Compagnia della Misericordia composta di trecento confratelli, era annoverato fra quei soli otto scelti per visitare le carceri e sovvenire i prigionieri nei loro bisogni spirituali e temporali; fra essi egli era il più zelante. Le carceri erano, si può dire, il suo elemento e i carcerati i suoi figli. Il visitare tanti infelici era un bisogno dei suo cuore. Desideroso che il suo discepolo e compatriota D. Bosco si unisse a lui nell'ambito campo delle sue fatiche, lo condusse pur alle carceri. Dal modo, col quale D. Bosco si esprime nel descrivere i portenti del venerato maestro nelle prigioni, ben possiamo dedurre quali siano state le sue prime impressioni nel seguirlo e come avesse comuni con lui gli affetti ed i propositi.

                “Il sacerdote Cafasso vi entra, così D. Bosco. Non lo sgomentano le sentinelle e le guardie; passa le ferree porte e i cancelli; non si commuove al rumore dei catenacci; non lo arresta l'oscurità, l'insalubrità, il fetore del luogo. In [62] una di quelle stanzaccie si ride e sghignazza, in un'altra si canta, e sono urla più di animali feroci che di umane creature; ed egli non si mostra nauseato ed infastidito: neppure dà segno d'apprensione nel trovarsi in mezzo a numeroso stuolo di carcerati, un solo dei quali avrebbe messo terrore ad una schiera di passeggieri e alla medesima forza armata. D. Cafasso è tra di loro. Qua si maledice, là si rissa, colassù si parla osceno, colaggiù si vomitano orribili bestemmie contro Dio, contro la B. Vergine e contro i Santi. Il coraggioso sacerdote a simile spettacolo prova in cuor suo amaro cordoglio, ma non si perde di animo. Egli alza gli occhi al cielo, fa sacrifizio a Dio di se stesso, si pone sotto la protezione di Maria SS., che è sicuro rifugio dei peccatori. Appena egli incomincia a parlare a quel nuovo genere di uditori viene tosto ad accorgersi che costoro sono divenuti infelici, anzi abbrutiti, perchè la loro sventura derivò piuttosto da mancanza d'istruzione religiosa che da propria malizia. Parla loro di religione, ed è ascoltato; si offre di ritornare, ed è atteso con piacere. L'intrepido ministro di Gesù Cristo continua i suoi catechismi, invita ad aiutarlo altri sacerdoti e specialmente i suoi convittori, in fine riesce a guadagnarsi il cuore di quella gente perduta. Si incominciano le prediche, si introducono le confessioni. In simile guisa per opera di un uomo solo quelle carceri, che per imprecazioni, bestemmie ed altri vizii brutali sembravano bolgie d'inferno, divennero un'abitazione di uomini che conoscono d'essere cristiani, incominciano ad amare ed a servire Iddio Creatore e a cantar lodi all'adorabile Nome di Gesù”.

                Però se questi frutti consolanti fin da principio cagionano grande gioia a D. Bosco, un'emozione vivissima egli prova, di spavento e di pietà ad un tempo. L'incontrare nelle carceri turbe di giovanetti ed eziandio di fanciulli sull'età di dodici ai [63] diciotto anni, tutti sani, robusti e d'ingegno svegliato; vederli là inoperosi e rosicchiati dagli insetti, stentando di pane spirituale e temporale, espiare in quei luoghi di pena con una trista reclusione, e più ancora coi rimorsi le colpe di una precoce depravazione, fa inorridire il giovane prete. Egli vede in quegli infelici personificato l'obbrobrio della patria, il disonore della famiglia, l'infamia di se stessi; vede soprattutto anime redente e francate dal sangue di un Dio gemere invece schiave del vizio, e nel più evidente pericolo di andare .eternamente perdute.

                Cercando la causa di tanta depravazione in quei miseri giovani, gli parve di trovarla non solo nell'essere stati lasciati, dai parenti in un deplorevole abbandono nello stesso loro primo ingresso nella vita, ma molto più nel loro allontanamento dalle pratiche religiose nei giorni festivi. Convinto di ciò D. Bosco andava dicendo: Chi sa, se questi giovanetti avessero avuto forse un amico, che si fosse presa amorevole cura di loro, li avesse assistiti ed istruiti nella religione nei giorni di festa, chi sa se non si sarebbero tenuti lontani dal mal fare e dalla rovina, e se non avrebbero evitato di venire e di ritornare in questi luoghi di pena? Certo che almeno il numero di questi piccoli prigionieri sarebbe grandemente diminuito. Non sarebbe ella cosa della più grande importanza per la religione e per la civile società il tentarne la prova per l'avvenire a vantaggio di centinaia e migliaia di altri fanciulli? E pregava il Signore che gli volesse aprire la via per dedicarsi a quest'opera di salvamento per la gioventù. Ne comunicò il pensiero a D. Cafasso, dal quale ebbe approvazione ed incoraggiamento, e coi suo consiglio e co' suoi lumi prese tosto a studiare il modo di effettuarlo, abbandonando il buon esito alla divina Provvidenza, senza di cui tornano vani tutti gli sforzi dell'uomo. [64] Frattanto lo stesso Teol. Guala, generoso verso tutti i poveri, le migliori elemosine soleva recarle insieme con D. Cafasso a domicilio, servendosi anche all'uopo dei convittori, per mezzo de' quali periodicamente soccorreva numerosissimi individui e famiglie che sapeva trovarsi nelle strettezze. E di questo incaricò pure D. Bosco, dandogli appropriati consigli di prudenza ed opportuni ammonimenti, perchè i poverelli colla carità materiale ricevessero eziandio la carità spirituale di dolci ed amorevoli parole e di cristiane esortazioni.

                D. Bosco pertanto saliva a quelle soffitte, basse, strette, squallide e luride, dalle pareti annerite, che servivano di dormitorio, cucina, stanza da lavoro ad intiere famiglie, ove vivevano e riposavano padre, madre, fratelli e sorelle, con quello scapito di convenienze che si può immaginare. Severa qualche infermo coricato, il visitatore doveva alle volte scavalcare tre, quattro pagliericci, dalle foglie trite e puzzolenti pel lungo servizio reso, onde arrivare all'angolo, ove giaceva il miserello battente i denti per la febbre o intirizzito dal freddo, e dirgli in nome di Dio una parola di conforto. Al comparire di quest'angelo consolatore i volti macilenti e pallidi di que' poveri operai, di quelle infelici madri, di quei teneri fanciulli si rischiaravano tosto di un dolce sorriso. E quante benedizioni non si alzavano al nome di Don Cafasso e del Teol. Guala specialmente dalle povere madri! Alcune di esse ignoranti delle verità eterne, altre aliene dalla Chiesa e dai Sacramenti per vergogna della loro povertà, altre irritate e tristi per la propria miseria, non potevano certamente infondere nelle loro creature il sentimento e l'istruzione religiosa, che non avevano esse stesse. Altre, anime dei Signore, rassegnate alla loro indigenza, piangevano la cattiva condotta dei figli pervertiti dagli esempi paterni o dai cattivi compagni. Talvolta s'incontravano uomini disamorati della [65] famiglia, perchè la voce della natura si tace, ogni affezione si distrugge, il sentimento anche più potente finisce per estinguersi, quando l'immoralità si aggiunge alla miseria. Al cospetto degli stessi loro figli non si peritano di bestemmiare, schernire la religione di una buona madre e nella loro ubbriachezza insultare nel modo più villano e persino percuotere la compagna che Dio loro ha dato. L'umanità compatisce, la beneficenza porta consolazioni, ma la carità sola si sacrifica, ed è per questo sacrificio che la religione di Gesù Cristo opera miracoli. La elemosina dà il diritto di parlare francamente e la santa parola è ascoltata prima con deferenza, poi commuove, ed infine col tempo opera anche splendide conversioni. Queste scene tutte passavano sotto gli occhi di D. Bosco, il quale ne riportava sempre profonda impressione e si andava vieppiù persuadendo della necessità che i giovanetti venissero fortificati nei pensieri di fede per resistere alle tentazioni del male sotto il peso delle privazioni e della povertà.

                Ma un altro quadro delle miserie umane voleva svelare il Signore al nostro D. Bosco. Un giorno di questi primi mesi incontratosi col venerabile Cottolengo, questi, fissatolo in volto e richiestolo di sue notizie, gli disse: “Avete la faccia da galantuomo; venite a lavorare nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, che il lavoro non vi mancherà”. D. Bosco gli baciò la mano, promise e a suo tempo mantenne la parola.

                Intanto dopo pochi giorni, insieme con altri convittori, si recò in Valdocco. L'Opera Pia del Cottolengo era già in quei tempi divenuta colossale. Cominciata da tenui principii nel 1827, senza reddito fisso, con solo quei tanto che la quotidiana Divina Provvidenza le somministrava per mezzo di caritatevoli persone, prosperava a segno che annoverava allora 1800 persone d'ambi i sessi, orfani abbandonati, invalidi al lavoro, [66] storpi, paralitici, ebeti, epilettici, ulcerosi, ammalati incurabili di ogni genere, gravità, e schifezza di infermità, stati respinti dagli altri ospedali perchè i regolamenti impedivano di riceverli. E questi accolti tutti gratuitamente, trattati con somma bontà e provveduti del conveniente sostentamento e di tutte le cure necessarie al loro stato. Medici distintissimi li assistevano pure gratuitamente. Molte e varie categorie, ossia famiglie di persone religiose erano addette alla direzione spirituale e temporale. Un numero grande di sacerdoti della città veniva ad ascoltare le confessioni con grande spirito di abnegazione. Tutto questo continua tuttora in proporzione quadruplicata. È una vera porta del cielo, perchè moltissimi dei ricoverati morirebbero altrove senza i conforti religiosi; quivi sono curati egualmente i cristiani e gli acattolici a qualunque setta appartengano, protestanti, eretici, ebrei o gentili; e quasi tutti si rifugiano nel grembo della Chiesa. Sono innumerevoli le anime salvate da questa opera provvidenziale.

                D. Bosco nell'entrarvi vide risplendere sul portone il motto che spiegava il segreto di tanti miracoli: Charitas Christi urget nos. E inginocchiatosi innanzi all'immagine di Maria posta nell'anticamera delle corsie, fu commosso alle lagrime leggendo su quell'arco: Infirmus eram et visitastis me. Quindi chiese di essere presentato al venerabile Padre Fondatore. Questi lo accolse con amorevolezza e gli fece visitare quei vasti locali. Ogni angolo ispirava carità e fervore. Tuttavia D. Bosco ebbe motivo di tristezza, temperata però da consolazione. Vedeva in certe infermerie i letti occupati da poveri giovani, sui quali l'angelo della morte già distendeva le sue ali. Quelle faccie consunte, quelle tossi ostinate, quella totale prostrazione di forze gli palesava chiaramente che l'abito del vizio aveva avvizzito quei poveri fiori di gioventù. Loro disse qualche parola di conforto ed essi [67] l'ascoltarono con rassegnazione al volere di Dio, e al suo sorriso sorridevano essi pure mestamente. “Oh quanto ha bisogno questa povera gioventù di essere premunita e salvata!” pensava D. Bosco.

                Finito lentamente il giro di quella cittadella del dolore cristiano, mentre D. Bosco era sul congedarsi, il venerabile Cottolengo, toccando e stringendo tra le sue dita le maniche della veste di D. Bosco esclamò:

                “Ma voi avete una veste di panno troppo sottile e leggiero. Procuratevene una che sia di stoffa molto più forte e molto consistente, perchè i giovanetti possano attaccarvisi senza stracciarla….. Verrà un tempo, in cui vi sarà strappata da tanta gente!”.

                Questo fatto ci venne narrato dal Can. Domenico Bosso, uno dei successori del Cottolengo, che essendo ancor fanciullo era presente, nè dimenticò più la profezia. Il tempo previsto dal venerabile Cottolengo non è più tanto lontano, e lo spettacolo d'immense moltitudini di giovanetti circondanti D. Bosco avverrà precisamente nella regione medesima ov'è impiantata la Piccola Casa della Divina Provvidenza.

 

 


CAPO VII.
Le prime relazioni di D. Bosco coi giovanetti in Torino - Il progetto degli Oratorii festivi - Le disposizioni della, Provvidenza Divina - Bartolomeo Garelli pietra fondamentale - Compagni che lo seguono - La missione di D. Bosco.

 

                FORTEMENTE impressionato D. Bosco dalle scene dolorose, che gli si offrirono in Torino, di tanta gioventù che batteva la strada del disonore e della perdizione, che non osservava la divina legge perchè la ignorava, che oltraggiava il suo Creatore senza, quasi conoscerlo, sentivasi un continuo potente stimolo a prendersi pronta, sollecita cura di essa. Il suo innocente cuore era grandemente amareggiato al pensiero che la maggior parte di quelle povere anime andavano miseramente perdute, perchè non erano istrutte nelle verità della fede; e col Profeta Isaia gemendo esclamava: “Oh! sì, questo popolo non ha avuto intelligenza delle cose della salute, perciò l'inferno ha dilatato il suo seno, ha aperte le sue smisurate voragini, e vi cadranno i loro campioni, il popolo, i grandi ed i potenti[17]”.[69]

                “Appena entrato nel Convitto di S. Francesco, così scrive nelle sue memorie, subito mi trovai una schiera di giovanetti, che mi seguivano per i viali e per le piazze e nella stessa sagrestia della Chiesa dell'Istituto. Ma non poteva prendermi diretta cura di loro per mancanza di locale”. Tuttavia ogni qualvolta che nella stessa sagrestia di S. Francesco gli avveniva di vedersi in mezzo a ragazzetti, tosto rivolgeva loro la parola con tanto affetto e così saviamente, che questi gli erano sempre d'attorno. Talora si appartava nei camerini attigui alla sagrestia, ed ivi faceva loro un po' di catechismo, li esortava al bene, li invitava a ritornare e li eccitava ad accostarsi debitamente disposti ai SS. Sacramenti. Questo continuo affluire di ragazzi produceva qualche rumore e disturbo, per il che talora il sagrestano si indispettiva ed anche li rimproverava e maltrattava. Così narravano Don Cafasso e i compagni di D. Bosco nel Convitto ai chierici Cagliero, Anfossi, Fusero ed altri. “Il signor D. Cafasso, nota ancora D. Bosco stesso, già da parecchi anni, in tempo estivo faceva ogni domenica un catechismo ai garzoni muratori in una stanzetta annessa alla sagrestia della Chiesa di S. Francesco di Assisi. La gravezza però delle occupazioni di questo sacerdote gli fecero interrompere un esercizio a lui tanto gradito. Lo ripigliai io sul finire del 1841”.

                Contuttociò non era ancora incominciata alcuna opera particolare in favore dei giovanetti. D. Bosco aspettava il momento fisso dal Signore, risolutissimo di secondarne, benchè povero strumento, tutte le volontà.

                Avuto consiglio con Dio in persistente e fervorosa preghiera, e con D. Cafasso, col quale aveva sovente discorso di radunare questi giovanetti, presso la Chiesa di S. Francesco d'Assisi, far loro il Catechismo, intrattenerli in onesti divertimenti per toglierli dai pericoli delle vie e delle piazze [70] e dall'abbandono totale a se stessi, si decise di presentarsi all'Arcivescovo e intendersi con lui, per assicurarsi sempre più della volontà divina ed ovviare a difficoltà che potessero in seguito occorrergli. Il Teol. Guala e D. Cafasso, che lo regolavano in tutto ed erano in intima relazione con Mons. Fransoni, glielo avevano raccomandato. Mons. Fransoni, udito il giovane sacerdote intorno al progetto degli Oratori festivi,  come più volte ci ha narrato D. Bosco, gli diede tosto le più ampie approvazioni e la sua pastorale benedizione. Da quell'istante si strinse grande famigliarità tra il santo Prelato e lo zelante sacerdote, il quale non fece passo nello svolgere i suoi disegni, senza prima consultarlo.

                D. Bosco, ritornato al Convitto, stette qualche giorno sopra pensiero sul quando o sul come dar principio all'opera sua; aspettava un'occasione per colorire il suo disegno: quand'ecco, un fatterello inaspettato venirgliene ad aprire la via. Era l' 8 dicembre del 1841, festa solenne dell'Immacolata Concezione dell'Augusta Madre di Dio. D. Bosco sentiva più vivo del solito nel cuore il desiderio di formarsi una famiglia di giovanetti fra i più bisognosi e più abbandonati. Ma una famiglia, perchè sia bene ordinata, educata e difesa:, abbisogna di un'amorosa madre. Or Madre pietosissima di questa istituzione e loro Protettrice potente esser doveva la gran Vergine Maria. Ed è appunto in un giorno sacro alla sua più bella gloria che la Celeste Regina volle che avesse incominciamento l'Oratorio.

                D. Bosco, all'ora stabilita, nella sagrestia di S. Francesco d'Assisi stava in procinto di vestirsi dei sacri paramenti per celebrare la S. Messa. Attendeva che qualcheduno venisse. a servirgliela. In mezzo alla sagrestia, volgendosi da una parte e dall'altra, stava un giovane dai 14 ai 15 anni, le cui vestimenta non troppo pulite e la sguaiata andatura davano [71] a conoscere come ei non appartenesse a famiglia signorile nè agiata. In piedi, col capello in mano, guardava gli arredi sacri con volto attonito come uno che rare volte avesse di tali cose vedute. Quand'ecco il sagrestano certo Giuseppe Comotti, uomo di cattivo garbo e montanaro, andossene a lui e bruscamente gli disse: - Che fai tu qui? Non vedi che sei d'impaccio alla gente? Presto, muoviti, va a servire Messa a quel prete.

                Il giovanetto nell'udire tali parole restò come balordo, e tremebondo per paura all'austero cipiglio del sagrestano e balbettando frasi sconnesse rispose:

                - Non so: non son capace.

                - Vieni, replicò l'altro; voglio che tu serva Messa.

                - Non so, riprese il giovanetto ancor più mortificato; non l'ho mai servita.

                - Come, come! gridò il sagrestano, non sai? - E scaraventandogli un calcio proseguiva. - Bestione che sei; se non sai a servire Messa, perchè vieni in sagrestia? Vattene subito. - E non essendosi mosso il giovane per lo sbalordimento, egli in men che non si dice dà di piglio allo spolverino e giù colpi sulle spalle del poveretto, mentre questi cercava fuggire.

                - Che fate? gridò D. Bosco commosso e ad alta voce al sagrestano; perchè battete quel giovanetto in cotal guisa? Che cosa vi ha fatto? - Ma il sagrestano tutto infuriato non gli dava ascolto. Il giovane intanto, vedendosi a mal partito e non conoscendo qual fosse l'uscio che metteva in Chiesa, erasi cacciato nella porta che metteva nel piccolo coro, inseguito dall'altro. Qui non trovando nessuna uscita, ritornò in sagrestia, e finalmente trovato scampo, se la dava a gambe in piazza.

                D. Bosco chiamò per la seconda volta il sagrestano e con viso alquanto severo gli chiese: - Per qual motivo avete [72] battuto quel giovinetto? Che cosa ha egli fatto di male da trattarlo in simil guisa?

                - Perchè viene egli in sagrestia, se non sa servir Messa?

                - Comunque sia, voi avete fatto male.

                - A lei che ne importa?

                - M'importa assai: è un mio caro amico!

                - Come, esclamò il sagrestano meravigliato: è suo amico quel bel soggetto?

                - Certamente: tutti i perseguitati sono i miei più cari amici. Voi avete battuto uno che è conosciuto dai Superiori. Andate a chiamarlo sull'istante, perchè ho bisogno di parlargli, e non ritornate finchè l'abbiate trovato, altrimenti dirò al Rettore della Chiesa la vostra maniera di trattare i ragazzi.

                A questa intimazione si calmò l'ira spropositata del sagrestano, il quale, deposto lo spolverino e gridando toder toder[18], corse dietro al giovanetto; lo cercò, trovollo in una via attigua, e assicuratolo di migliore trattamento, lo condusse vicino a D. Bosco. Il poverino si approssimò tutto tremante e in lagrime per le busse ricevute.

                - Hai già udita la Messa? gli domandò il sacerdote con tutta amorevolezza.

                - No, rispose.

                - Vieni adunque ad ascoltarla; dopo avrò da parlarti di un affare, che ti farà piacere.

                Desiderio di D. Bosco era solo di mitigare l'afflizione di quel tapinello e non lasciarlo con sinistre impressioni contro gli addetti alla sagrestia; ma ben più alti erano i disegni di [73] io, che voleva in quel giorno porre la base di un grande edifizio. Quel dialogo era stato interrotto dal sagrestano, il quale veniva accompagnato da un altro giovane, che aveva cercato per servir la Messa.

                Celebrata la Santa Messa e fattone il dovuto ringraziamento, D. Bosco fece a sè venire e condusse il suo candidato in un coretto della Chiesa, ove sedette con faccia allegra, ed assicurandolo che non avesse più timore di percosse, prese ad interrogarlo così: - Mio buon amico, come ti chiami?

                - Mi chiamo Bartolomeo Garelli.

                - Di qual paese sei?

                - Sono di Asti.

                - Che mestiere fai?

                - Il muratore.

                - Vive ancora tuo padre?

                - No, mio padre è morto.

                - E tua madre?

                - Mia madre è anche morta.

                - Quanti anni hai?

                - Ne ho sedici.

                - Sai tu leggere e scrivere?

                - Non so niente.

                - Sai cantare? - Il giovanetto, asciugandosi gli occhi, fissò D. Bosco in viso quasi meravigliato e rispose: - No.

                - Sai zufolare? - Il giovanetto si mise a ridere, ed era ciò che D. Bosco voleva, perchè indizio di guadagnata confidenza. E continuò: - Dimmi: Sei stato già promosso alla prima Comunione?

                - Non ancora.

                - Ti sei già confessato?

                - Sì, ma quando era piccolo.

                - E le tue orazioni mattina e sera le dici sempre? [74]

                - No, quasi mai; le ho dimenticate.

                - Ed hai nessuno che si curi di fartele recitare?

                - No.

                - Dimmi: vai sempre alla Messa tutte le domeniche?

                - Quasi sempre, rispose il giovane, dopo un po' di pausa e facendo una smorfia.

                - Vai al Catechismo?

                - Non oso.

                - Perchè?

                - Perchè i miei compagni più piccoli di me sanno la Dottrina ed io così grande non ne so una parola: per questo ho vergogna di mettermi tra loro in quelle classi.

                - Se ti facessi io stesso un catechismo a parte, verresti ad ascoltarmi?

                - Ci verrei di buon grado.

                - Verresti volontieri anche in questa cameretta?

                - Sì, sì, purchè non mi diano delle bastonate.

                - Sta tranquillo, che niuno ti maltratterà più, come ti ho già assicurato; anzi d'ora in avanti tu sarai mio amico ed avrai da fare con me e con nessun altro. Quando vuoi dunque che incominciamo il nostro catechismo?

                - Quando a lei piace.

                - Stasera forse?

                - Vuoi anche adesso?

                - Sì, anche adesso e con molto piacere.

                D. Bosco allora si pose in ginocchio, e prima di incominciare il catechismo, recitò un'Ave Maria, perchè la Madonna gli desse la grazia di poter salvare quell'anima. Quell'Ave fervorosa e la retta intenzione fu feconda di grandi cose! D. Bosco poi si alzò e fece il segno di santa croce per cominciare; ma il suo allievo nol faceva, perchè ne ignorava [75] il modo e le parole: e perciò in quella prima lezione il maestro s'intrattenne nell'insegnargli la maniera di fare il segno della croce e fargli conoscere Iddio Creatore e il fine per cui ci ha creati e redenti. Dopo circa una mezz'ora lo licenziò con grande benevolenza; e assicurandolo che gli avrebbe insegnato a servire la Santa Messa, gli regalò una medaglia di Maria SS., facendosi promettere di ritornare la Domenica seguente. Quindi soggiunse: - Senti, io desidererei che tu non venissi solo, ma conducessi qua altri tuoi compagni. Io avrò qualche regalo da fare di nuovo a te e a quanti verranno teco. Sei contento?

                - Oh molto, molto - rispose con una grande espansione quel buon giovane; e, baciatagli la mano due o tre volte, se ne andò.

                Garelli innanzi a D. Bosco rappresentava non solo innumerevoli giovani, ma i molti popoli che avrebbe evangelizzati: ut filios Dei congregaret. Questa è la vera origine degli Oratorii festivi. D. Bosco ne fu l'iniziatore e Garelli la pietra fondamentale, sopra della quale la Vergine Santa fe' scendere grazie e favorì senza numero.

                Nella settimana susseguente D. Cafasso pure ebbe ad invitare un giovanetto a servirgli la S. Messa; ma quegli non sapeva, e però D. Cafasso lo pregò a ritornare, che gli avrebbe insegnato. A questo per lo stesso motivo se ne aggiunse un secondo. Ma D. Cafasso non potendosene occupare, ne affidò la cura a D. Bosco, il quale così aumentava il numero de' suoi scolari.

                La Domenica seguente pertanto nella Chiesa di S. Francesco si vide un caro spettacolo. Sei garzoncelli male in arnese, condotti da Bartolomeo Garelli, insieme cogli altri due stavano attentissimi alle parole di D. Bosco, che loro insegnava la strada del paradiso. Sebbene di tarda memoria, [76] tuttavia coll'assiduità e coll'attenzione, in poche feste Garelli riuscì ad imparare le cose necessarie per poter fare una buona Confessione e poco dopo una santa Comunione. Quindi apprese eziandio a servire la S. Messa. Questo giovane d'allora in poi fu discepolo affezionato di D. Bosco, e il Canonico Anfossi ed altri lo videro venire all'Oratorio ancora dopo il 1855.

                A questi giovani allievi altri ancora se ne aggiunsero in appresso, in guisa da riempire il coretto destinato a tali funzioni.

                Una sera di quelle prime Domeniche D. Bosco attraversando la Chiesa per andare in sagrestia, mentre si predicava, vide innanzi ad un altare laterale seduti sui gradini della balaustrata alcuni garzoni muratori, i quali invece di stare attenti, sonnecchiavano. Li interrogò sottovoce: - Perchè dormite?

                - Non capiamo niente della predica, risposero: quel prete non parla per noi.

                - Venite con me! - E li condusse in sagrestia e quivi li invitò a venire cogli altri al suo catechismo. Fra questi giovanetti erano Carlo Buzzetti, Germano, Gariboldo.

                A questo modo di settimana in settimana cresceva il numero dei catechizzandi, ai quali D. Bosco raccomandava sempre di condurgli quanti più compagni potessero. Aveva in mira di attirarli a Dio coll'obbedienza ai divini comandamenti e alle leggi della Chiesa. Subito si adoperava per far loro osservare il precetto di ascoltare la S. Messa nei giorni festivi, faceva loro imparare le orazioni del mattino e della sera, inculcando vivamente questa pratica di pietà, e li andava preparando a confessarsi bene. All'uscire dal catechismo poi in sulle prime si permise che prendessero i loro divertimenti sulla piazzetta innanzi alla Chiesa. Ma [77] per quell'inverno D. Bosco limitò la sua cura in modo particolare ad alcuni dei più grandicelli che si trovavano lontani dalle proprie famiglie, perchè forestieri in Torino e più bisognosi di istruzione religiosa. Fra essi il maggior numero era dalle parti di Biella e di Milano, sopratutto muratori. Il sagrestano nulla aveva più a ridire, perchè D. Bosco colla sua affabilità costante e con qualche dono, lo aveva persuaso del gran bene che si andava operando. Noi lo abbiamo conosciuto vecchissimo nel 1891 e conservava di D. Bosco cara memoria. Questi giovani imparavano con profitto la scienza della salute, ed erano evidenti e consolanti i risultati morali.

                Intanto D. Bosco, col coraggio che dà il vero amore del prossimo, andava attorno per la città da varii padroni per raccomandare or questo or quello de' suoi protetti, per levare qualche altro dall'ozio e tenerlo lontano dal vizio.

                Nel giorno del S. Natale alcuni di questi giovanetti ricevevano nel loro cuore il Sacramentato Gesù, e la gioia che traspariva dai loro volti si rifletteva nel cuore di D. Bosco, che provava in sè le consolazioni di tutti i suoi cari allievi. Il Signore gli dava questa caparra della sua assistenza per l'umiltà che era la sua guida.

                Tutto questo egli fece sempre d'accordo co' suoi Superiori e col consenso dell'Autorità Ecclesiastica alla quale era ossequientissimo. Nella relazione infatti, che mandò a Roma nel 1864 per ottenere l'approvazione della sua Pia società, egli scrisse: “Fin dal 1841 quando l'opera degli Oratorii incominciava con un semplice catechismo festivo nella Chiesa di S. Francesco d'Assisi, ogni cosa fu sempre fatta col consenso e sotto la direzione di Mons. Luigi Fransoni, Arcivescovo di Torino”. [78] D. Bosco era un nuovo apostolo che incominciava la sua missione. La Chiesa in ogni tempo ebbe, per grazia di Dio, uomini straordinari a compiere opere straordinarie, che manifestavano evidentemente il Dito di Dio! Anche il nostro secolo, non meno degno della divina pietà degli altri, possedette molti di tali uomini. Fra essi non credo di sbagliare dicendo che va annoverato Don Bosco!

 

 


CAPO VIII.
Un altro merito del Convitto - Le conferenze di morale - Utilità pratica - Precetti di sacra eloquenza - Progressi di D. Bosco in questi studii - Suo amore per la castità Mortificazione - La distribuzione ai poverelli.

 

                GIÀ abbiam detto qualche cosa de' meriti che si ebbero i Rettori e i Maestri del Convitto Ecclesiastico di Torino nella formazione del Clero in Piemonte. Ma, perchè si palesi sempre meglio quanto sia stato saggio il consiglio del Cafasso nell'invitare quivi D. Bosco per prepararlo alla sua futura missione, non va taciuto un altro merito segnalatissimo, qual è quello di aver addestrato il clero alla lotta contro le persecuzioni ed i travagli che si andavano maturando per la Chiesa. Difatti, se quella grande seduzione, di cui molti anche fra il clero furono vittima e che era il preludio della guerra organizzata dai settarii contro la religione, non ebbe poi tutte le conseguenze esiziali che erano a temersi per la fede delle nostre popolazioni, egli è dovuto principalmente all'opera saggia di questo clero formato al Convitto, che comprese a tempo la tattica degli avversari, e, con fermezza degna dell'era dei martiri, si oppose alle false libertà, foriere di irreligione e corruzione, e conservò ed alimentò tra le popolazioni il sacro fuoco dello spirito cristiano, preparando nel silenzio [80] e nel sacrificio un consolante risveglio dalle utopie ed il ritorno alla fede, risveglio e ritorno omai tanto manifesto.

                E qui ci pare pregio dell'opera dar pure un'idea dell'ottimo metodo seguito ordinariamente nelle conferenze di morale. Parliamo in modo particolare di D. Cafasso, perchè di lui ci ha lasciato copiose notizie D. Bosco stesso. Però. D. Cafasso seguiva D. Guala ed i successori cercarono sempre di imitare gli antichi loro maestri.

                Gli allievi della conferenza del mattino superavano il centinaio: vi convenivano preti da tutti i punti della città: la scuola rigurgitava a tal segno, che alla porta si faceva ressa per poter entrare, e sul limitare i giunti più tardi si arrampicavano perfino sulle spalle dei compagni.

                D. Cafasso all'ora fissata impreteribilmente entrava nella sala di studio, che serviva pure per la conferenza, e recitato con raccoglimento il Veni Sancte Spiritus, prendeva posto al tavolino del docente. Dato uno sguardo al numeroso uditorio, faceva leggere un quesito del Compendio dell'Alasia colla relativa risposta. Proponeva quindi uno o più casi affatto pratici, precedentemente preparati e disposti in modo da abbracciare i varii lati della questione ed esaurire con ordine completamente la materia; ed invitava successivamente a darne la soluzione due o tre convittori, ai quali faceva gli opportuni appunti, essendo di sovente le risposte incomplete, alle volte contrarie l'una all'altra e talora anche fuori di carreggiata; e concludeva poi egli con darne la soluzione completa,  ma con parola franca, precisa, ragionata ed improntata a tanto criterio pratico, che non si poteva a meno di riconoscere esser lui l'uomo della ragione. E qui osserva D. Bosco nella biografia che di lui scrisse: “Era notevole il modo pronto, preciso, chiaro, che aveva nel rispondere. I dubbi, le difficoltà, le domande più complicate dinanzi a lui scomparivano. Fattagli [81] una questione, comprendevala al solo enunciarla; quindi alzato un istante il suo cuore a Dio, rispondeva con prontezza e giustezza tale, che una lunga riflessione non avrebbe fatto pronunciare miglior giudizio. Ciò faceva che ognuno andava a gara per ascoltarlo, e più erano prolungate le sue conferenze e i suoi colloquii con chi veniva a consultarlo, e più grande era la soddisfazione che si provava e con gran rincrescimento vedevasi il finire della conferenza”.

                Aveva di più un'arte assai rara e pregevole, quella di rendere amene le materie di per sè ardue e poco gradevoli. La natura dei casi proposti, il modo di esporli, una costante giovialità, un misto di arguzie gradite e di aneddoti opportuni, il sorriso che gli sfiorava sulle labbra davano vita anche agli argomenti più freddi e pesanti. Nella sola materia, della quale S. Paolo dice “nec nominetur in vobis”, cambiava totalmente metodo. La trattava con sobrietà, ma insieme con sufficiente chiarezza, raccomandava agli allievi di pregare il Signore ad assisterli colla sua santa grazia, nè era mai che in tale argomento uscisse dalla sua bocca una facezia o spuntasse sulle sue labbra un sorriso; il che produceva in tutti una profonda impressione di uomo riservatissimo e custode gelosissimo della bella purità.

                Il suo insegnamento non solo illuminava l'intelletto a conoscere bene la morale, ma eccitava i cuori a praticarla. Raccontava sovente di prigionieri condannati a morte o di persone di vita perduta e da lui guadagnate al Signore, e la conclusione era sempre un eccitamento al bene ed allo zelo per le anime: era un avviso, un'esortazione ad adoperarsi a praticare le virtù proprie del sacerdote, a fuggire i pericoli, ad attendere alla propria santificazione, a mettere ai piedi del Signore qualsiasi impresa colla pura intenzione di fate solo e sempre la sua divina volontà, a non manifestare troppo amore [82] ai parenti, ad essere distaccati dal mondo con spirito di unione con Dio, a non rifiutarsi mai alla grande opera di carità che è la riconciliazione delle anime col Signore, dimostrandole tutte cose facili, nobilissime e di grande consolazione.

                D. Bosco, che pendeva attentissimo dal labbro dell'amato maestro, sicchè ne era, son per dire, affascinato, nota ancora come “lo studio di D. Cafasso non era soltanto lavoro di tavolino, che anzi egli insegnava il vero modo di ascoltare con frutto le confessioni dei fedeli: notava gli effetti e le conseguenze eziandio solamente del vario modo di parlare, di interrogare o di consigliare: e ciò faceva con tale destrezza, o dirò meglio con tale pietà, scienza e prudenza, che non saprebbesi dire se fosse più grande la consolazione ed il frutto in chi lo ascoltava nelle conferenze o in chi aveva la bella sorte di avere in lui una direzione spirituale. Di qui nasceva la sua direi quasi inaudita speditezza nel confessare. Poche parole e talvolta un solo sospiro del penitente bastava a lui per fargli conoscere lo stato di un'anima. Non parlava molto al confessionale, ma quel poco era chiaro, esatto e classico e per modo adattato al bisogno, che un lungo ragionamento non avrebbe ottenuto migliore effetto. In conferenza procedendo con esercizi in dialoghi, addestrava i convittori nel suo modo di confessare e i suoi casi di morale erano di preziosissimo ammaestramento.

                Ma ciò che sovratutto dava un incanto speciale alle sue lezioni e a tutte le sue parole era una confidenza illimitata nella bontà ed amorevolezza di Dio verso di noi. Sentirlo parlare e rimaner consolati era tutt'uno. Una persona disse un giorno in sua presenza: - Chi sa se andrò in paradiso?

                - Oh questa, esclamò, non è cosa da mettersi in dubbio! Vi sono certi cristiani che trattano l'affare della salute come un giuoco al lotto, aspettando quasi dalla sorte se uscirà il buon numero. Non è così che si deve fare. Abbiamo la legge [83] e le promesse di Gesù Cristo e chi cerca di adempiere la legge, non deve dubitare delle promesse. - E parlava del paradiso come chi ci aveva un piede dentro, e cercava sempre d'agevolarne la strada agli altri. Insisteva molto sulla pratica delle virtù piccole, sul non lasciar sfuggire le occasioni dei minuti sacrifizi che si presentano alla giornata, ripetendo spesso che con queste piccole cose si accumulano i grandi tesori”.

                Colla morale D. Cafasso insegnava eziandio i precetti di sacra eloquenza, e soleva assegnare un tema di predica da comporsi nello spazio di quindici giorni e da leggersi in pubblico nelle conferenze da chi era da lui designato. I componimenti degli altri leggevali poi in privato, vi faceva le debite osservazioni in margine e così li restituiva. Era sua persuasione che uno dei mezzi più validi per distruggere il peccato ed uno dei primi ufficii che compete agli ecclesiastici è quello della predicazione. Notava che il crescere e moltiplicarsi del peccato nel cristianesimo è cagionato in parte dal popolo che non ascolta o non pratica, ma in parte anche dai predicatori che non adempiono a dovere il loro ufficio, preparandosi collo studio della teologia, della Scrittura, dei SS. Padri, della storia ecclesiastica, e colla preghiera ed il buon esempio.

                Inculcava che i sermoni fossero adattati all'intelligenza dell'uditorio, semplici nel periodo e nei vocaboli, ordinati, mondi da ogni frase triviale o plebea, rispettosi verso i fedeli che ascoltano, brevi per non disgustarli, abborrenti da ogni allusione irritante o personale, interessanti coi paragoni presi dalle cose sensibili, dagli usi comuni della vita, ricchi di esempi ricavati dalla S. Scrittura e dalla storia ecclesiastica, umili col far intendere che l'oratore fa causa comune col popolo collocandosi nel numero dei peccatori, eccetto quando si ragionasse della disonestà. Egli si dimostrava poco amico [84] dei panegirici di puro encomio e delle conferenze polemiche. Di queste ultime diceva che, fatte in grandi città, ove abbondino i quaresimalisti, da un conferenziere che abbia le volute qualità, per combattere gli errori del giorno, sono assai convenienti, perchè un certo numero di uditori sappia che la religione ha le sue sublimità e le sue arcane ineffabili bellezze; ma affermava che di via ordinaria è sempre meglio un catechismo ragionato, sempre più fruttuosa un'istruzione ben fatta, sempre più commendevoli le prediche e i panegirici morali, che fanno amare la virtù, abborrire il vizio e parlano al cuore, perchè l'incredulità sta più nel cuore che nella mente, e, guarito il cuore, le prevenzioni svaniscono e ritorna la fede. “Non tanta filosofia, diceva, non tante parole che terminano in ismo: positivismo, materialismo, spiritismo, socialismo, e che so io: paradiso vuol essere, osservanza dei divini comandamenti, preghiera, divozione alla Madonna, frequenza dei SS. Sacramenti, fuga dell'ozio, dei cattivi compagni, delle occasioni pericolose, carità col prossimo, pazienza nelle afflizioni, e non terminate alcuna predica senza un cenno sulle massime eterne”.

                Voleva che si lasciassero a parte certi argomenti troppo profani, più adatti alle accademie che alle Chiese; nè poteva tollerare che gli argomenti sacri fossero trattati puramente all'umana, e sostenuti a forza di raziocinio, perchè in tal modo, diceva, cessano di essere parola di Dio. Avvisava di non entrare in questioni disputate dai teologi, di lasciar da parte certi temi che non riescono ad altro che ad eccitare un eccessivo timore ed un grande scoraggiamento, quali sono la predestinazione, lo scarso numero degli eletti, la difficoltà della via al cielo. “- Si preferiscano quelle massime che fanno coraggio ed allettano al bene: confidenza nella misericordia di Dio e divozione a Maria SS. anche nei casi più disperati [85] e nelle contingenze più difficili. Volete incutere, aggiungeva, un salutare timore? Parlate della morte certa, dell'incertezza dell'ora della medesima; parlate dei giudizii di Dio, delle pene orribili dell'inferno; fate capire che basta un solo peccato per dannarsi. Si dica altamente che la via del paradiso, è difficile per chi non sa risolversi, ma facile per chi ha buona volontà. Quando una persona si mette proprio di cuore, le difficoltà svaniscono, e Dio la aiuta colla sua grazia, ed abbondano le consolazioni e le attrattive; che se s'incontra qualche arduo passo, sono tanti i compensi, che quasi non si sente il peso delle difficoltà. L'ostacolo più forte e contro del quale si dovrebbe sempre combattere sta in ciò, che si vuole servire Dio e il mondo nello stesso tempo. Facciamola vedere utile la vita veramente cristiana, dipingendone i vantaggi temporali ed eterni, in vita e in morte, la pace del cuore, le gioie della preghiera, la concordia domestica, il buon successo nei negozii, il conforto della buona coscienza. Parliamo del paradiso, parliamone spesso; dipingiamolo in modo da far nascere nei cuori un vivo desiderio di possederlo[19]”.

                Non è a dire quanto approfittasse da queste lezioni D. Bosco. Desideroso com'era di ben riuscire a guidare le anime nel tribunale di penitenza e tutti attirare all'amore di Gesù Cristo, si applicò indefessamente allo studio della morale pratica, sicchè in esso si distingueva fra tutti i suoi compagni. Egli teneva dietro e con intensa attenzione a tutte le lezioni sia del Teol. Guala, sia di D. Cafasso, facendo tesoro di tutti i loro ammaestramenti con quell'acume d'intelletto, col quale noi poi lo vedremo ideare e compiere tanti grandiosi disegni. Aveva potuto eziandio avere i trattatelli, di cui sopra abbiamo [86] parlato, con molti casi di coscienza risolti nelle Conferenze, e avutane copia per sè, se li ridusse in succo e sangue. Tutto lo spirito, la scienza, la pratica di D. Cafasso in lui si trasfuse. La stessa carità nell'accogliere i penitenti, la stessa precisione nelle interrogazioni, brevità nelle confessioni, sicchè in pochi minuti scioglieva coscienze intricatissime: la stessa concisione in quelle poche parole di eccitamento al dolore che passavano l'anima e vi restavano impresse; la stessa prudenza nel suggerire i rimedii. Chi ebbe la fortuna di confessarsi da lui, ricorda sempre l’unzione e la forza de' suoi consigli.

                Nel 1880 egli teneva ancora presso di sè quei trattatelli e que' quaderni, segno che più di una volta nella sua vita occupatissima aveva riandata questa scienza necessaria per un prete. Dovendo infatti talora dare una decisione su casi, importantissimi e difficili, su dubbi di coscienza intricatissimi, anche negli ultimi giorni la sua risposta coglieva subito il nodo della quistione, e la risoluzione era sempre secondo le conclusioni di D. Cafasso.

                D. Rua Michele conferma come durante tutta la vita attese sempre allo studio della Teologia Morale con quell'impegno che richiedeva D. Cafasso, il quale soleva dire non potersi scusare da peccato mortale quel sacerdote confessore, il quale passasse un anno intero senza rivedere qualche trattato di Morale. E però egli divenne abilissimo in ogni parte del sacro ministero, e per ogni genere, sesso e condizione di persone ed in ogni circostanza giudicava e sentenziava con somma esattezza, ottenendo da Dio pur il dono di indovinare quei peccati che i penitenti tacevano per vergogna, come da molti ci venne riferito.

                Frattanto, durante questo studio D. Bosco continuò a dare prove non dubbie del suo amore per la bella virtù [87] della castità e di una diligentissima cura nel custodirla immacolata. Fino a che il dovere non glielo impose, egli non si azzardò a toccare i due trattati De Matrimonio e De Sexto, e quando la necessità lo richiese, ne provò una grandissima pena. Allorchè aveva da trattare direttamente o indirettamente dei vizi opposti alla purità, un vivo rossore imporporava il suo volto. Sfuggiva studiosamente di entrare in dispute che riflettessero questa materia; e ove non potesse farne a meno, se ne sbrigava presto con singolar disinvoltura. Invitato dal conferenziere a rappresentare la parte di penitente, soleva sempre proporre casi di fanciulli, pel ribrezzo che aveva di accennare ad argomenti delicati. Consultato su questo punto da qualche compagno, teneva un contegno tale da infondere riserbo in chi lo interrogava, e data qualche buona risposta, se occorreva fare un ragionamento prolungato, lo esortava a ricorrere agli autori. Così ci narrò più volte D. Giacomelli, suo compagno al Convitto per un anno.

                Allo studio della morale e della sacra eloquenza D. Bosco accoppiava eziandio quello della storia ecclesiastica, per il che vegliava gran parte della notte: ebbe la pazienza di leggere per intero anche l'Orsi, mentre attentamente consultava i Bollandisti. A questo modo si preparava alle molto dispute, che avrebbe dovuto più tardi sostenere coi protestanti Di lui quindi meritamente si può ripetere l'elogio che fu scolpito sulla tomba del Teol. Guala: Voluptatem in labore, vitam in vigilia posuit.

                E questo suo privarsi del sonno e del riposo, specialmente nell'inverno, era eziandio effetto della sua continua mortificazione. Il mattino invece di un caffè, il quale lo avrebbe riconfortato, si contentava di un frustolo di pane asciutto e ben sovente si asteneva anche da questo. Digiunava tutti i [88] venerdì e spesso anche al sabato. Benchè la madre andando qualche volta a visitarlo, fosse disposta a portargli frutta o vino, pure egli mai di ciò la richiese; e se talora ne riceveva, facevane tosto parte ai compagni, privandosene volentieri come già prima usava fare in Seminario. Scrive D. Maurizio Tirone, Pievano a Salassa Canavese: “Due sacerdoti, che furono compagni di D. Bosco al Convitto, mi raccontarono non una volta sola il seguente fatto di quei tempi. Quando veniva servita a pranzo o a cena una minestra più buona dell'ordinario, D. Bosco che cosa faceva? Giù acqua! Dando di mano alla caraffa di acqua finiva coi fare una broda buona da darsi ai cani da caccia, e poi se la trionfava saporitamente; ed ai compagni che gliene facevano rimostranze, rispondeva semplicemente tutto tranquillo: - È tanto calda! - Quante cose si nascondono sotto queste due parole! Piena vittoria sopra il senso del gusto, amore alla penitenza, umiltà, perchè altri non ammirasse la sua virtù”.

                Egli adunque per la sua diligenza ed il suo profitto negli studii, come pure per la sua singolare pietà e per le altre sue belle virtù, era oggetto di stima de' suoi compagni di sacerdozio e de' suoi superiori D. Cafasso e D. Guala, come ci assicurava Mons. Giovanni Battista Bertagna, ai quali lo rendeva eziandio caro una obbedienza pronta, che non trovava difficoltà di sorta nè ammetteva alcun indugio. Dopo il pranzo solevano i superiori del Convitto far distribuire alla porta dell'Istituto una buona quantità di vivande, e ogni giorno ivi accorrevano numerosi i poveri, sicuri di non partirsene a mani vuote. In certi giorni della settimana largivano eziandio elemosine in danaro a una turba di meschinelli, che ad ore fisse venivano ad aspettare in sagrestia. Non di rado però essendo impediti dalle loro gravi occupazioni, e non potendo recarsi ad esercitare quell'opera di [89] carità in persona, ne commettevano l'incarico a D. Bosco, il quale presiedeva alle distribuzioni e rimetteva nelle mani dei bisognosi il danaro che gli era stato consegnato all'uopo. Non era certo questa una occupazione piacevole, perchè l'incompostezza un po' clamorosa di quelle riunioni, le importunità, le recriminazioni, i lamenti, l'inurbanità, le insistenze di certuni richiedevano una grande pazienza in chi, specialmente sui primordii, voleva mantenuto l'ordine. In simile circostanza accadde un fatto, che più volte si sarebbe ripetuto senza una grande vigilanza. D. Bosco distribuiva le elemosine; i poveri erano in fila. Una mendicante, che aveva già ricevuta la sua moneta, fece un giro, andò a collocarsi in coda alla fila e nuovamente si avvicinò a D. Bosco, stendendo per la seconda volta la mano. - Ma io vi ho già dato una moneta, mia buona donna! - le disse D. Bosco. - Lo sapete voi d'avermela data, signor frate? gli rispose la mendicante; - io credeva che la mano sinistra ignorasse ciò che donava la diritta. - Avete ragione, esclamò D. Bosco: e per quella volta le donò una seconda moneta. Questo fatto incontestabile già si narrò di altri pii personaggi, e ben si può dire che nil sub sole novum; ma intanto esso ci fa conoscere come la dolcezza di cuore e la carità fosse mirabile in D. Bosco.

 

 


CAPO IX.
Il primo canto a Maria - Metodo tenuto all'Oratorio - I primi benefattori di D. Bosco - Escursioni per la città - Visita sui lavori - Viva D. Bosco! e battimano - Prudenti correzioni - Il critico redarguito.

 

                IL CARATTERE delle opere di Dio si è quello di cominciare dal poco, per quindi svilupparsi mirabilmente, contro la comune aspettazione, onde alla mente umana più chiaro risplenda che dal Cielo è la loro ispirazione ed il sostegno. Questa, come vedremo, fu pur l'impronta dell'opera di D. Bosco, il quale nella sua prudenza non aveva fretta. La denominò col titolo di Oratorio, dalla parte principale, che era la frequenza alla Chiesa e l'esercizio della orazione. La religione e le sue pratiche, la virtù, la morale educazione e quindi la salvezza dell'anima ne è il fine; la ricreazione, i divertimenti, il canto e la scuola, che poi fece seguito, non sono che i mezzi.

                Nel corso di quel primo inverno Don Bosco si adoperò a consolidare il piccolo Oratorio. Sebbene suo scopo fosse di raccogliere soltanto i fanciulli ed i giovanetti più pericolanti e più' bisognosi di religiosa istruzione, e di preferenza quelli usciti dalle carceri; tuttavia, per meglio assicurare tra tutti la disciplina e la moralità, egli fin dai primi mesi invitò [91] e trasse al suo Oratorio alcuni altri di civil condizione, di buona condotta e già istruiti. Questi, da lui addestrati, cominciarono ad aiutarlo a conservare l'ordine fra i compagni, a fare lettura ed anche a cantare sacre laudi, le quali cose rendevano ognor più proficua e dilettevole la festiva adunanza. D. Bosco si accorse fin d'allora come senza il canta e la lettura di libri ameni, ma onesti, quelle radunanze sarebbero state come un corpo senza vita. Il giorno della Purificazione, 2 di febbraio del 1842, erano già una ventina di belle voci, e poterono far risuonare il coretto di lodi all'augusta Madre di Dio, cantando per la prima volta: Lodate Maria, o lingue fedeli. Il giorno della SS. Annunziata, il numero dei giovani superava già la trentina. In quel dì si fece un po' di festa in onore della Madre celeste, accostandosi ognuno nel mattino ai Santi Sacramenti. Alla sera poi non potendoli più capire il coretto, si trasferirono nella vicina Cappella della retro sacristia. Poche settimane dopo erano cinquanta.

                Allora l'Oratorio si teneva in questa guisa: Ogni mattino di festa si dava ai giovanetti comodità di accostarsi ai Sacramenti della Confessione e della Comunione; ma una Domenica al mese era stabilita per compiere tutti insieme questa pratica religiosa. La cara funzione veniva sempre annunziata precedentemente da D. Bosco, il quale con poche, ma cordiali parole esortava tutti a confessarsi e comunicarsi bene; poi li assisteva e li preparava con ammirabile pazienza e carità. Per le confessioni si prestavano sempre il Teol. Guala e Don Cafasso. D. Bosco teneva a mente il tempo trascorso, dacchè ogni giovanetto si era confessato, per istimolare con maggior carità coloro che si accorgeva averne più bisogno.

                La sera poi ad un'ora determinata si radunavano nel piccolo Oratorio anzidetto, ove si faceva un poco di lettura. [92] spirituale, si cantava una lode, seguiva il Catechismo, poscia si raccontava un esempio a modo di predica; in fine si distribuiva qualche oggetto ora a tutti, ora tirato a sorte.

                I giovani frattanto si erano in gran parte cambiati, perchè succeduti i rigori del freddo e sospesi i lavori di costruzione, non pochi erano ritornati alle loro famiglie; ma, spuntata la primavera, essi ritornarono in Torino e corsero di nuovo con D. Bosco. Fra questi primeggiava Carlo Buzzetti, allora semplice garzone e poi capomastro muratore, il quale condusse seco per la prima volta in Torino il piccolo fratello Giuseppe, perchè imparasse il suo mestiere. Il buon ragazzetto talmente si affezionò a D. Bosco e a quelle radunanze festive, alle quali interveniva costante in modo esemplare, che ebbe poi a rinunciare a recarsi in famiglia a Caronno Ghiringhello, come sul principiar d'ogni inverno erano soliti fare gli altri suoi fratelli ed amici.

                Il Teol. Guala e D. Cafasso godevano grandemente di questa raccolta di fanciulli, che andavano ogni festa aumentando. D. Bosco aveva osservato a D. Cafasso come, per animare questi giovanetti alla perseveranza, alle riunioni festive, fosse necessario dar loro dei regalucci e come egli non avesse danaro per ciò fare; ma D. Cafasso gli aveva prontamente risposto: - Questo non vi faccia difficoltà; alle spese occorrenti penserò io. - Difatti egli ed il Teol. Guala di quando in quando gli porgevano foglietti, libri, medaglie, crocifissi, da regalare a titolo di premio; talvolta gli consegnavano pezze di panno per vestirne alcuni dei più bisognosi; anzi a taluni di questi somministravano il vitto per più settimane, fino a tanto che non fossero in grado di guadagnarselo, col proprio lavoro. Non di rado, terminato il Catechismo, D. Cafasso faceva distribuire a tutti dei commestibili nel refettorio del Convitto, ed ai più assidui regalava giubbe, [93] panciotti, scarpe, zoccoli, camicie ed altro, di cui li vedeva abbisognare. Avvenne eziandio che consegnasse a D. Bosco del danaro per provvedere egli stesso l'occorrente per qualche lotteria. D. Bosco allora, non uso a maneggiar danaro e specialmente monete grosse, non ne conosceva ancora troppo bene il valore. Certo crediamo non s'immaginasse di dover in vita sua maneggiarne una quantità enorme, di ogni forma, conio e metallo prezioso, proveniente da ogni parte del, mondo! Un giorno avendo ricevuto una pezza d'oro, credendola valesse solamente 20 lire, entrò in un negozio e comandò tanta roba pel valore di un marengo. Posta la moneta sul tavolo, vide che il mercante, senza far parola, gli dava indietro circa nove lire. - Perchè questo, chiese subito Don Bosco, non è un marengo che vi ho dato? - No, rispose il bottegaio; è una pezza da 28 e mezzo!

                In quelle feste, in cui i giovanetti si accostavano in corpo ai SS. Sacramenti, D. Cafasso e D. Guala andavano a far loro una visita e loro raccontavano qualche fatterello, di cui quelli si mostravano avidissimi. Quando avveniva che D. Bosco dovesse assentarsi, lo facevano supplire da qualche convittore ed essi stessi vi andavano a fare il catechismo.

                Quantunque però questi due sacerdoti si porgessero sempre così propizii e benevoli, tuttavia l'anima dell'Oratorio, l'impareggiabile amico, anzi il tenerissimo padre di quei giovanetti era sempre D. Bosco. Era in lui come innata la disposizione di occuparsi dei poveretti abbandonati. I modi affabili, che egli usava colla gioventù, erano tutt'affatto opposti al metodo di severità tenutosi fino allora. Egli consecrava per essi non solamente il giorno festivo, ma anche nei giorni feriali il tempo della passeggiata e qualche altra ora, secondo la licenza ottenuta dal Rettore. Andava qua e là, sulle piazze, nelle vie ed anche nelle officine, invitando i [94] piccoli operai, che nelle feste abbandonati a se stessi, spendono in giuochi e ghiottonerie i pochi soldi guadagnati nella settimana: il che egli sapeva per esperienza essere sorgente di molti vizii e causa per cui anche i buoni diventano ben tosto pericolanti per sè e pericolosi per gli altri. E prendeva di mira specialmente quelli, che, arrivati da lontani paesi, non erano pratici nè di chiese, nè di compagni. Quando poi sapeva che taluno de' suoi amici era disimpiegato o si trovava presso cattivo padrone, si adoperava con sollecitudine affettuosa a trovargli lavoro ed affidarlo a padrone onesto e cristiano. Di ciò non pago, egli andava quasi ogni giorno a visitarli in mezzo ai lavori, nelle botteghe e nelle fabbriche, e quivi rivolgeva una parola ad uno, una domanda ad un altro, dava un segno di benevolenza a questo, faceva un regalo a quello, e tutti lasciava con una gioia indicibile. - Finalmente abbiamo chi si prende cura di noi! - esclamavano quei poveri giovanetti. - Le visite del buon sacerdote tornavano pure gradite ai padroni, i quali di buon grado tenevano al loro servizio garzoni così paternamente assistiti nei giorni festivi e feriali e resi, mediante la religione, ognora più fedeli e puntuali al lavoro. Questi poi si affezionavano talmente a D. Bosco, che l'incontrarsi con lui era sempre reputato un momento di giubilo e di festa e lo salutavano con cordiali ed entusiastiche ovazioni.

                Un giorno avvenne che, presso il palazzo di città, D. Bosco s'incontrò con un giovanetto del suo Oratorio, che veniva dal far le spese. Questi teneva in mano, con le altre provviste, un bicchiere pieno di aceto ed una bottiglia con olio. Il piccolino, visto D. Bosco, si mise a saltare per allegrezza ed a gridare: - Viva D. Bosco! - D. Bosco ridendo gli disse: - Sei capace a fare come faccio io? - e così dicendo batteva le palme della mano una contro dell'altra. Il fanciullo, che [95] era fuor di sè per la contentezza, mette la bottiglia sotto il braccio e grida di nuovo: - Viva Don Bosco! e batte le mani. Naturalmente per far ciò aveva lasciato cadere bicchiere, bottiglia e quanto aveva, e i cristalli si ruppero. A quel rumore egli resta un istante come sbalordito e poi si mette a piangere dicendo che, tornato a casa, sua madre lo avrebbe bastonato. - È un male, al quale si rimedia subito, gli disse tosto D. Bosco; vieni con me. - E lo condusse ancora piangente in una bottega. Raccontato l'aneddoto alla padrona, la pregò di provvedere al giovane quanto aveva perduto. - Presto fatto, rispose la padrona; e lei chi è? - Io sono D. Bosco! - La buona donna prese un bicchiere ed una bottiglia e versato l'olio e l'aceto consegnò il tutto al giovanetto. - Qual somma le debbo? chiese Don Bosco. - Ventidue soldi; ma l'avverto che già è tutto pagato!

                Non minor affezione gli portavano que' giovanetti, che aveva addestrati all'ufficio di catechisti. Essendo studenti, egli come per ricompensa faceva loro un po' di ripetizione delle cose udite in iscuola, spiegando i tratti più difficili degli autori latini, e correggendo i loro compiti in modo che approfittassero delle correzioni. Questi, come usavano certi altri giovanetti operai in tempo di riposo, correvano a trattenersi con lui eziandio lungo la settimana, e più di una volta alcuni si traevano dietro le loro famiglie. Così l'influenza benefica di D. Bosco estendevasi più largamente anche fuori del Convitto.

                Ora accadde che la famiglia Verniano, per mezzo del suo giovanetto di nome Emilio, stringesse relazione con lui, ed ora il padre, ora il figlio, ora le figlie, accompagnate dalla madre, venissero per visitarlo al giovedì nella sala di ricevimento. Quella famiglia era composta di otto figliuoli, e tutti [96] avidissimi di udire la parola di D. Bosco. Ad esso però spiaceva grandemente la loro poca modestia nel vestire. Le figlie che non toccavano ancora i l0 o 12 anni, erano compatibili, ma non potevano scusarsi quelle che oltrepassavano i diciotto. Non volendo tuttavia dare un avviso che avesse l'aria d'acerbo rimprovero, sia perchè tale era la moda, sia perchè buona era la famiglia e non si faceva colpa di quella libertà non smoderata, attese il momento opportuno. Un giorno tutta quella casa era venuta a conversare con lui. Egli parlava e innanzi aveva una di quelle figliuoline, che a bocca aperta stava ad ascoltarlo. Ad un tratto Don Bosco le volge il discorso dicendo: - Vorrei che tu mi dessi una spiegazione. - Sì, mi domandi: rispose l'altra, tutta contenta. - Dimmi: perchè disprezzi così le tue braccia? - Io non le disprezzo. - Eppure mi sembra che sia così. - Oh tutt'altro, entrò a dire la madre; se sapesse: debba sgridarla continuamente per la sua vanità. Non ha mai finito di lavarle e quando le sembra di essere al punto, allora le profuma con acque odorose. - Eppure io ti dico, continuò D. Bosco rivolto alla piccolina, che tu disprezzi le tue braccia. - E perchè? in qual modo? - Perchè quando morirai, io voglio pregare che tu vada in paradiso; ma è certo che queste tue braccia saranno gettate a bruciare nel fuoco. E questa non è disprezzarle? - Ma io nulla faccio di male; io all'inferno non voglio andarci. - Eppure bisogna avere pazienza, la cosa è così: almeno in purgatorio e chi sa per quanta tempo. - Ma questo avviso fa anche per me, esclamò una delle più grandi, arrossendo; ed io, io che anche il collo ha scoperto? - Ebbene; le fiamme dalle braccia saliranno al collo e lo cingeranno tutto. - Ho capito, concluse la madre ho capito! tocca a me mettere il rimedio e la ringrazio dell'avvertimento che mi ha dato. [97]

                Come risplendono in quest'ammonimento la prudenza e la modestia! D. Bosco è sempre lo stesso; ma ora che è sacerdote, non rifugge dall'intrattenersi con ogni sorta di persone. Così S. Paolo dice: “Mi sono fatto tutto a tutti, per tutti far salvi[20]”. Quinc'innanzi egli rivolgerà le sue sollecitudini sacerdotali eziandio alle figliuole, essendo esse pure creature di Dio, redente dal Sangue di Gesù Cristo; ma noi ammireremo sempre in lui una grandissima riservatezza e nei modi e nelle parole.

                Nè le sue relazioni si limitavano alle famiglie dei giovanetti frequentanti l'Oratorio, ma incominciavano ad estendersi pure a persone cospicue, a sacerdoti secolari e regolari; ed anche con loro D. Bosco non si peritava punto di fare le sue salutari osservazioni quando e come gli pareva opportuno.,

                Tra gli altri venivano a visitarlo al Convitto alcuni Padri di un preclaro Ordine religioso. Il discorso di uno di essi cadeva spesso sopra di un dotto e santo teologo, amico di D. Bosco, che, consigliato ad entrare in quell'Ordine, era stato accettato ed ammesso all'esame, ma non ottenne la promozione, nè potè entrare fra i novizi. Per questo fatto l'amico di D. Bosco, era divenuto, agli occhi di quel Padre, ignorante, privo di ingegno e di criterio, e come tale lo bollava nel discorrere con D. Bosco, facendo pur di sovente simile panegirico di questo o di quell'altro sacerdote. Più volte D. Bosco lasciò dire e tacque; ma finalmente un giorno non potè più sopportare la leggerezza di quel critico e con tono un po' risentito così ritorse l'accusa d'ignorante: - Ma se lo hanno invitato, se lo hanno ammesso all'esame, segno è ch'erano persuasi ch'egli fosse uomo di qualche levatura! Il disinganno [98] non farebbe troppo onore alla loro perspicacia! - Il critico mortificato tacque, nè più osò ritornare sull'argomento.

                E D. Bosco, narrando questo ed altri fatti consimili, mentre manifestava la dolorosa impressione ch'egli provava nell'udire certe critiche, esortava tutti a non parlar mai male di alcuno, e tanto meno dei membri appartenenti al clero od a qualche Ordine religioso, essendo cosa affatto contraria alla carità e che lascia sempre una cattivissima impressione in chiunque abbia un tantino di criterio.

 

 


CAPO X.
Amenità al Convitto - Le ricreazioni più gradite a D. Bosco - Carità industriosa di D. Cafasso nelle carceri - D. Bosco catechista nelle medesime - Impressioni ed ammaestramenti La Pasqua dei carcerati.

 

                AL CONVITTO D. Bosco nulla aveva dismesso del suo fare allegro, che rendevalo principe in qualunque conversazione. Come in seminario ed alle scuole di Chieri, aveva sempre qualche invenzione nuova per rallegrare la brigata. Però in questi suoi scherzi e burle egli teneva sempre un contegno calmo, sorridente, nè punto scomposto o nei gesti o nei passi, nè mai dava in iscrosci di risa. Narriamo qui un altro fatterello, che dimostra sempre meglio come un'insigne pietà ed uno zelo apostolico ponno benissimo accoppiarsi con un umore faceto. Di queste ricreazioni graziose godevano assai anche il Teologo Guala e D. Cafasso, che pure erano uomini di tanto senno e serietà.

                Vera nel Convitto un certo D. C...., uomo gioviale ed eteroclito anzichè no, il quale assai bene prestavasi a tenere allegre le brigate, lasciando talvolta anche ridere un poco alle proprie spalle. Costui aveva comprato dagli Ebrei un [100] pastrano così classico per forma e vecchiezza, che era passato in proverbio fra gli alunni del Convitto. Per conseguenza non osava più indossarlo. D. Bosco un bel giorno gli fece andare il pastrano nel suo luogo di studio. Giunta l'ora di studiare, D. C... si pone per sedere e sente un involto che gli dava impaccio: - Che cosa è questo? - esclama; e getta via quell'involto in mezzo alla sala. - Ma che? guarda meglio e riconosce il suo gabbano. Dapprima s'indispettisce, ma poi, non sapendo come andasse la cosa, lo prese e lo portò via fra le risa di tutti.

                Un'altra volta D. Bosco gli fece lo stesso giuoco a tavola, in refettorio; ed allora D. C... un po' seccato chiuse il suo pastrano in un baule, e poi colla maggior segretezza possibile lo mandò a casa sua in Torino, proibendo ai parenti di: lasciarlo vedere ad alcuno. Il divieto però non venne ascoltato..

                Sopraggiunto il carnevale, D. Bosco per passatempo si dilettava molto nel fare i giuochi dei bussolotti. Si concertò pertanto coll'Abate Fava di ridere sul gabbano di D. C... Sicchè? disse una sera l'Abate a D. Bosco, in tempo di ricreazione, vogliamo divertirci?

                - Sì, ridiamo un poco, replicarono il Teol. Guala e D. Cafasso, che erano d'intesa con D. Bosco.

                - Dunque a lei, D. Bosco, disse l'Abate, ci faccia qualche bel giuoco.

                - Ma che giuoco debbo fare? ripigliò D. Bosco.

                I circostanti ne enumerarono molti. D. Bosco ascoltava e taceva, ma finalmente disse: - A voi la scelta di chiedere qualunque cosa meglio vi piacerà, ed io tosto ve la farò comparire innanzi sopra un tavolino.

                Immaginate le cose più ridicole e tutte furono chieste quello voleva un gatto, un altro un passero vivo, questo delle uova, l'altro un pollo arrostito. In mezzo a tanto gridìo [101] si alzò la voce dell'Abate Fava: - Facciamo comparire il gabbano di D. C...

                La proposta fu applauditissima e fece dimenticare tutte le altre. D. Bosco si scusava dicendo che non era possibile, e D. C.... subito gridò: - Fate pure se vi dà l'animo, giacchè il mio pastrano l'ho lasciato in campagna, l'ho posto sotto chiave e nessuno può prendermelo.

                D. Bosco intanto arresosi, si fece dare una bacchetta, si cinse i fianchi con un asciugatoio: poi cantò, e disse parole misteriose. A tutti per le risa dolevano i fianchi. Quindi come scoraggiato assicurò che non poteva riuscire. Pregato con vive istanze, rinnovò i segni cabalistici, e a un tratto esclamò - Silenzio, ora il gabbano è a Costantinopoli, ma lo faremo venire qui! - Le risa si raddoppiavano, mentre D. Bosco faceva ripetere da tutti in coro alcuni paroloni strani, sonori, incomprensibili.

                Intanto comandò che fosse portato in mezzo alla camera un tavolino appartenente ad uno dei convittori. Lo aprì, e poi invitò tutti a testimoniare come fosse vuoto: lo chiuse, nuovamente, lo riaprì, per la seconda volta fece vedere a tutti che nel cassetto vi era nulla, e rinchiusolo diede la chiave al Teol. Guala, il quale doveva tenerla in vista di tutti appuntandola verso D. Bosco. - Fate, fate pure diceva con sicurezza D. C.... mentre un sorriso sardonico di compiacenza passeggiava sulle sue labbra.

                D. Bosco, preso un aspetto da ispirato, e trinciando lentamente l'aria colla bacchetta, pronunciò quattro parole di quelle che non si trovano in tutte le lingue del mondo, e finì con gridare: - È fatto! - Allora diede la chiave a D. C... perchè andasse ad aprire. D. C.. appena ebbe quella chiave tra le mani: - È questa, esclamò stupito, la chiave del mio baule. - Ed aprì, ed ecco sciorinarsi sotto gli occhi di [102] tutti il famoso pastrano. È indescrivibile la sorpresa e il tripudio dei convittori. D. C... rimase a bocca aperta. E D. Cafasso disse: - Per carità partiamoci di qui, altrimenti si muore dalle risa.

                La giocondità del cuore è la vita dell'uomo, ed è un tesoro inesausto di santità[21]. Tuttavia ben più care tornavano a D. Bosco altre ricreazioni che si passavano con D. Cafasso. Riferiremo qui una pagina scritta da D. Bosco stesso.

                Tutti i giorni dopo la mensa eravi un po' di ricreazione. E questo era il tempo di un'altra maravigliosa scuola di Don Cafasso. Qui i suoi alunni succhiavano come latte la bella maniera di vivere in società; di trattare col mondo senza farsi schiavo del mondo; e diventar veri sacerdoti forniti delle necessarie virtù, per formare ministri capaci di dare a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dia. D. Cafasso narrava eziandio le conversioni di peccatori da lui presenziate negli ospedali, nelle carceri e in altri luoghi, con infinito diletto e vantaggio dei convittori. Questi poi, allorchè D. Cafasso non era presente, avevano mille cose da narrare del loro caro ripetitore. Dei moltissimi fatti, di cui sono stato testimonio oculare, trascelgo il seguente, che è lepido e curioso.

                D. Cafasso, per disporre i carcerati a celebrare una festa che occorreva in onore di Maria Santissima, aveva impiegata un'intiera settimana ad istruire ed animare i detenuti di un colloquio, ovvero camerone, ove erano circa quarantacinque dei più famosi carcerati. Quasi tutti avevano promesso di accostarsi alla confessione alla vigilia di quella solennità. Ma, venuto il giorno stabilito, niuno risolvevasi a cominciare la [103] santa impresa di confessarsi. Egli rinnovò l'invito, richiamò in breve quanto aveva loro detto nei giorni trascorsi, ricordò la promessa fattagli; ma, fosse rispetto umano, fosse inganno del demonio od altro vano pretesto, niuno si voleva confessare. Che fare adunque?

                La carità industriosa di D. Cafasso saprà che cosa fare. Egli ridendo si avvicina ad uno, che a vista sembra il più grande, il più forte e il più robusto dei carcerati. Senza proferir parola, colle sue piccole mani lo piglia per la folta e lunga barba. Il detenuto da prima pensava che D. Cafasso facesse per burla, perciò in modo garbato, quanto si può aspettare da tale gente: - Mi prenda tutto, disse, ma mi lasci stare la mia barba.

                - Non vi lascio più andare, finchè non siate venuto a confessarvi.

                - Ma io non ci vado.

                - Ed io non vi lascio andare.

                - Ma... io non voglio confessarmi

                - Dite quello che volete, voi non mi scapperete più, ed io non vi lascierò andare via, finchè non vi siate confessato.

                - Io non sono preparato.

                - Vi preparerò io.

                Certamente se quel carcerato avesse voluto, avrebbe potuto svincolarsi dalle mani di D. Cafasso coi più leggiero urto; ma, fosse rispetto alla persona, o meglio frutto della grazia del Signore, fatto sta che il prigioniero si arrese, e si lasciò tirar da D. Cafasso in un angolo del camerone. Il venerando sacerdote si asside sopra un pagliericcio, e prepara il suo amico alla confessione. Ma che? In breve questi si mostra commosso, e tra le lacrime e tra i sospiri, appena potè terminare la dichiarazione delle sue colpe. [104]

                Allora apparve una grande maraviglia. Colui, che prima bestemmiando ricusava di confessarsi, dopo andava ai suoi compagni predicando non essere mai stato cotanto felice in sua vita come in quel giorno. Quindi tanto fece e tanto disse, che tutti si ridussero a far la loro confessione.

                Sia che si voglia chiamare questo fatto, che scelgo tra migliaia di tal genere, miracolo della grazia di Dio, sia che si voglia dire miracolo della carità di D. Cafasso, è forza riconoscere in esso l'intervento della mano dei Signore.

                È bene qui notare che in quel giorno D. Cafasso confessò fino a notte molto avanzata, e non essendogli stati aperti i fermagli e gli usci della carcere, era sul punto di dover dormire coi carcerati. Ma ad una cert'ora della notte entrano i birri ed i custodi, armati di fucili, pistole e di sciabole, e si mettono a fare la solita visita, tenendo lumi sulle estremità di alcune lunghe bacchette di ferro. Andavano qua e là osservando se per caso apparissero rotture sui muri, o nel pavimento, e se non fossero a temersi trame o disordini tra i carcerati. Al vedere uno sconosciuto si mettono tutti a gridare: - Chi va là? - E senza attendere risposta lo attorniano e lo minacciano dicendo: - Che cosa fate, che cosa volete fare qui? Chi siete? ove volete andare? - D. Cafasso voleva parlare, ma non gli fu possibile, perciocchè i birri tutti ad una voce gridano: - Si fermi, si fermi! e ci dica chi è.

                - Sono D. Cafasso.

                - D. Cafasso...! come...? a quest'ora...? perchè non andare via per tempo? noi non possiamo più lasciarla uscire senza farne relazione al direttore delle carceri.

                - A me non importa; fate: pure la relazione a chi volete, ma badate bene a voi, perciocchè all'avvicinarsi della [105] notte voi dovevate venire a vedere e fare uscire quelli che erano estranei alle carceri. Era questo il vostro dovere, e siete in colpa per non averlo fatto.

                Allora tutti si tacquero, e prendendo D. Cafasso alle buone e pregandolo a non pubblicare quanto era avvenuto, gli aprirono la porta, e per cattivarsene la benevolenza, l'accompagnarono sino a casa sua.”

                Le prigioni allora in Torino erano quattro: una nelle torri presso Porta Palazzo, un'altra in via S. Domenico nel locale che fu occupato poi dalla Casa Benefica, la terza nel Correctionel presso la chiesa dei SS. Martiri, la quarta nei sotterranei del Senato. A tutte pensava e provvedeva Don Cafasso col suo zelo, colla sua carità, ma specialmente a quest'ultima.

                Il regolamento delle carceri era stato da Carlo Alberto cristianamente ordinato nel 1839. Eravi prescritta la S. Messa, un'istruzione religiosa e un'ora di catechismo in ogni giorno festivo. I Cappellani ogni mercoledì e giovedì avevano eziandio obbligo di visitare i carcerati e insegnare la dottrina cristiana in tutti i giorni della quaresima. D. Cafasso per aiutare i Cappellani a preparare i detenuti alla Pasqua, vi mandava i convittori tre volte alla settimana, con un servo, il quale li seguiva portando un cesto pieno di tabacco e di sigari, divisi in tanti pacchi. Alla porta delle carceri erano distribuiti ai catechisti, acciocchè ne facessero dono ai loro poco amabili allievi.

                D. Bosco da principio aveva provata una certa ritrosia nel compiere tale ufficio; quegli androni umidi, malsani, il triste aspetto dei detenuti, l'idea di trovarsi in mezzo a gente macchiata di orrende iniquità e fin'anche di sangue, lo conturbava. Si fece animo però pensando a, quanto dirà il divin Giudice nell'estremo giorno: In carcere eram et venistis [106] ad me[22]. Incominciò adunque i catechismi alla sua classe, Certo i principii non erano troppo incoraggianti: chi rideva, chi faceva interrogazioni fuori di proposito, chi parlava sommessamente col compagno vicino, chi sbadigliava rumorosamente. Ma egli non si sfiduciò per quella poca corrispondenza, trattandoli sempre con somma carità, pazienza e mansuetudine. Discorrendo alla famigliare con quegli infelici, co' suoi bei modi e coll'amenità delle sue istruzioni se li affezionò tanto, che desideravano ardentemente di averlo sovente con loro. Ed egli tanto diceva e tanto si adoperava, che riuscì a guadagnare il cuore di molti ed a ricondurli sulla via della salute., Ammaestrato da D. Cafasso, in queste stesse sue prime prove, era mirabile nell'inspirare grande confidenza nella misericordia di Dio, come ci attestano i testimoni del fatta.

                Ciò però che faceva sempre sanguinare il suo cuore così affettuoso erano i poveri giovani, che la società era costretta a quivi rinchiudere come esseri nocivi, senza avere saputo fare altro per essi. Taluni espiavano delitti superiori alla loro età. D. Bosco s'accorse che il numero di questi disgraziati andava ogni giorno crescendo; e quelli stessi che, scontata la pena, erano restituiti in libertà, ben presto, dopo pochi giorni, ritornavano in quel luogo carichi di nuovi delitti e dì una nuova condanna. Osservò pure, con meraviglia e sorpresa, che ciò accadeva eziandio di quei molti, che pel terrore e i patimenti sofferti erano usciti di carcere con fermo proposito di vita migliore. E quivi dimorando apprendevano più raffinate malizie al mal fare, maggiormente si corrompevano e se ne uscivano sempre peggiori. Eppure fra questi sventurati ve ne erano non pochi di cuore buono, capaci di [107] formare la consolazione della famiglia, ma avviliti, resi aspri da trattamenti duri, costretti a nutrirsi di solo pan nero ed acqua (giacchè allora nelle prigioni si stava peggio di adesso), ricalcitranti colla volontà ai comandi, perchè bisognava obbedire per forza, torvi in viso e col sarcasmo sulle labbra. D. Bosco si avvicinava a loro, profferiva parole di affetto, di fede ed anche di piacevolezza. Scuoteva il loro tedio con ameni racconti, ne calmava i mali umori, intercedeva per essi presso i guardiani, e col suo zelo ardente, ma tutto soavità esercitava sopra di loro un vero impero, un fascino irresistibile. I giovani lo attiravano e ne erano a vicenda attirati. “E di mano in mano, scrive egli, che faceva loro sentire la dignità dell'uomo, che è ragionevole e deve procacciarsi il pane della vita con oneste fatiche e non col ladroneccio; appena facevasi risuonare il principio morale e religioso alla loro mente, provavano in cuore un piacere, di cui non sapevano dar ragione, ma che li faceva risolvere a farsi più buoni. Difatti non pochi cangiavano condotta nel carcere stesso, altri usciti vivevano in modo, da non dovervi più essere tradotti”. In breve, molti nel carcere gustavano i dolci effetti della misericordia divina e trovavano aperta la porta del cielo.

                Finito il suo catechismo, D. Bosco usciva da quelle mura profondamente impressionato e sempre più risoluto di dedicarsi tutto, e a tutti i costi, al sollievo di tanti mali e di tante pene della povera gioventù.. Quando qualcuno di quei giovani prigionieri venivano liberati e il loro domicilio era troppo lontano dall'Oratorio e non credeva cosa prudente ammetterli subito tra' suoi allievi, D. Bosco cominciò eziandio ad affidarli ad alcuni zelanti Signori e bravi artigiani, perchè fossero radunati alla Domenica, sorvegliati e condotti alla santificazione delle feste. Non mancava però di chiedere [108] Informazione della loro condotta, visitarli, incoraggiarli e soccorrerli. Egli già fin d'allora si accorgeva quanto fosse difficile a guarire alcuni di essi, dopo che erano vissuti lungo tempo nel disordine, e comprendeva che il solo mezzo di preservarli dal vizio per l'avvenire era di raccoglierli in sicuri asili, ove si potesse dar loro una educazione religiosa, premunendoli dai tanti pericoli che da soli non potrebbero vincere. Ma come fare?

                Intanto da queste visite ai carcerati D. Bosco traeva molti ammaestramenti per la buona riuscita nell'educazione della gioventù. Egli si persuadeva sempre meglio della necessità di usare modi caritatevoli con questi infelici e con tutti i giovanetti, se si vuol ottenere da loro qualche cosa; e più tardi insisteva su questo punto ed assicurava i suoi cooperatori che un giovane d'indole anche aspra e riottosa facilmente si piega al bene, quando si vede trattato amorevolmente. Apprendeva pure sempre più vivamente quale era la causa che trascinava tanta povera gioventù in quei luoghi di espiazione. Colle lagrime agli occhi narrava a' suoi giovanetti, corredando il suo racconto con commoventi aneddoti avvenutigli durante questo suo ufficio di catechista alle carceri, come molti dei carcerati, specialmente giovani, asserivano di essere stati condotti al mai fare o dal cattivo esempio di un compagno o dalla trascuranza dei genitori, specialmente per ciò che si riferisce all'istruzione religiosa. E però inculcava sempre la fuga dei cattivi compagni ed insisteva sul buon esempio nei genitori e sulla necessità di istruire bene i giovanetti nelle cose di religione, per tenerli sulla retta via e .salvarli.

                Frattanto la quaresima volgeva al suo termine e i catechisti col maggior impegno preparavano i carcerati ad adempiere cristianamente il precetto pasquale. D. Cafasso con varii altri sacerdoti andò a confessarli. La Pasqua in [109] quest'anno cadeva il 29 marzo. Finita la funzione della Comunione generale, D. Cafasso, come era suo costume, recossi a congratularsi con loro. Appena si aprirono i battenti delle carceri, succedette una vera ovazione. - Evviva D. Cafasso! - si gridava da tutte parti - evviva il nostro benefattore, il nostro padre! - Sedati gli schiamazzi, egli li fece schierare in fila e tutto sorridente distribuì a ciascheduno di loro due pagnottelle di pan fino, che loro pareva tanto zuccaro, e qualche frutto.

                Queste distribuzioni soleva farle quattro volte all'anno, nelle maggiori solennità. E intanto si raccomandava che dicessero un'Ave Maria per lui, perchè potesse salvare la sua anima; e poi li esilarava con qualche fatterello e con varie arguzie. E quei poveretti a ridere, e taluni a raccomandarsi con confidenza per tabacco, camicie, mutande, calzoni, danaro, ecc., ciò che il buon sacerdote loro procurava tosto od il giorno seguente. Ogni lunedì, mercoledì, venerdì poi si recava alle carceri del Senato, ove distribuiva limosine non mai inferiori alle due lire, per mezzo del custode provvedeva la minestra ed altri conforti agli infermi, e qualche volta anche somme di danaro per le loro famiglie. Così continuò finchè non venne la proibizione dei Governo. A molti di quei disgraziati colpevoli inoltre il santo prete otteneva la grazia della liberazione dal Re Carlo Alberto.

                In tutto questo santo apostolato, nell'esercizio di questa sublime opera di misericordia, D. Cafasso si prendeva per compagno D. Bosco, al quale commetteva pure più volte nell'anno straordinarie istruzioni catechistiche, come attestavano d'aver udito raccontare D. Rua, D. Bonetti, Enria e molti altri antichi allievi dell'Oratorio, addestrandolo così alle opere più belle del sacerdotale ministero, nelle quali tanto godeva l'animo di D. Bosco.

 

 


CAPO XI.
D. Bosco è messo alla prova sul pulpito - Il primo corso in iscritto di esercizi spirituali - Ogni giorno un fatto di Maria - La medaglia miracolosa - L'apparizione ad Alfonso Ratisbona - Altro avvenimento religioso in Piemonte.

 

                ERAN passati pochi mesi dacchè D. Bosco si trovava al Convitto, quando incontrandosi il Parroco di Castelnuovo con Don Cafasso, gli chiese se nulla di singolare avesse scoperto in lui riguardo all’oratoria sacra. Avendogli risposto Don Cafasso conoscerlo per sacerdote dabbene, ma nulla avere finora osservato di straordinario intorno al suo modo di predicare, poichè non erasi presentata occasione, Don Cinzano gli disse: - Se vuol conoscerlo, lo invii a dettare un quaresimale od una novena, senza prima avvertirlo, e poi ne vedrà la riuscita. - Accettò D. Cafasso la proposta, ed occorrendogli di dover mandare un prete a far la predica per nove giorni all'Ospizio di Carità, ne incaricò D. Bosco, avvertendolo però solo la sera innanzi. Obbedì D. Bosco e si recò a compiere la sua missione. In quel frattempo il Parroco suddetto incontrando di bel nuovo D. Cafasso: - Ebbene, gli chiese, ha provato D. Bosco? È vero quanto [111] le ho detto sulla sua abilità nel predicare? - Sì, rispose Don Cafasso; l'ho invitato a fare una novena all'Ospizio di Carità senza che fosse preparato. Vengo da udirlo questa mattina; gli ho domandato se avesse ancora materia sufficiente per continuare le prediche e mi rispose di sì. Così D. Bosco continuò a fare tutta la novena con grande meraviglia di D. Cafasso e di tutti gli altri che sapevano come tutte quelle prediche fossero state improvvisate, per le sante insidie che gli furono tese. Così ci narrava il Teologo Cinzano. La grazia speciale chiesta da lui al Signore, che la sua parola in qualunque luogo e circostanza tornasse sempre efficace, gli era stata abbondantemente conceduta. D. Bosco aveva già scritto un certo numero di sacre orazioni che trattavano di Maria SS. e di varii santi, ma non ancora erasi occupato di mettere in carta altri argomenti dogmatici e morali. Però, acciocchè non fosse altre volte colto all'improvviso e perchè la sua parola riuscisse di maggior vantaggio alle anime, in quell'anno 1842 incominciò a preparare i suoi corsi di predicazione. Abbiamo i seguenti manoscritti, che si conservano gelosamente colla data, del giorno, nel quale furono finiti.

 

                               Introduzione agli esercizi.  - 2 aprile 1842.

                               Il peccato mortale.  - 17 aprile 1842.

                               La morte del peccatore.  - 1° luglio 1842.

                               Colla morte finisce il tempo e comincia l'eternità.  - 17 luglio 1842.

                               La misericordia di Dio.  - 20 luglio 1842.

                               I due stendardi. - 23 luglio 1842.

                               Istituzione dell'Eucaristia.  - 12 agosto 1842.

                Sulla frequenza della SS. Comunione. - 22 agosto 1842. Molte altre sue prediche noi possediamo, ma di anno incerto e solo ancor una di quest'anno sulla Visitazione di [112] Maria SS. portante sul margine la scritta: Il 9 giugno 1842 nel ritiro delle Orfanelle. Nominando qui la Madonna mi vien bene di accennare come una delle più grandi sue gioie fosse il predicare di Lei. L'udimmo noi stessi incominciare così l'esordio parlando del SS. Rosario. “Se in questo giorno mi fosse dato di salire alla contemplazione delle cose celesti, presentarmi al trono della Vergine Benedetta, oh come vorrei descrivervi adeguatamente, o fratelli, la sua santità immacolata, la sua bellezza, la grandezza de' suoi meriti e delle sue misericordie, la sua dignità come Madre di Dio... Ma purtroppo siamo ancora poveri peregrini e lontani dalla patria e dalla cara Madre nostra... Tuttavia abbiamo la fede e pieni di questa ragioneremo di Maria SS. tutta pietosa, tutta benigna per noi...” Sulle sue labbra, tali parole avevano un incanto inesprimibile da non dimenticarsi mai più e i cuori palpitavano della più tenera divozione verso la Madre celeste.

                E non solo dal pulpito, ma di Lei era solito parlare ogni giorno ed in qualunque ora del giorno; imperocchè avendo il cuore ardentissimo di affetto per la Regina del cielo e della terra e la mente ripiena di inesauribili argomenti per esaltarne la potenza, la gloria e la bontà materna, giammai mancò alla risoluzione presa di raccontare ogni giorno un fatto, una grazia, un miracolo di questa potentissima Signora. Tanto più che i suoi portenti e le sue apparizioni molteplici nel secolo XIX di tratto in tratto rendevano sensibile il suo continuo patrocinio sulla chiesa cattolica e su tutti i fedeli. Gli uditori non difettavano mai, poichè o li incontrava, o li andava a cercare, secondo il proposito fatto. Innamorato della Immacolata Concezione, cui credeva fermamente, benchè la Chiesa non l'avesse ancor dichiarato come dogma di fede, si procurava e distribuiva [113] gran numero di quelle medaglie dette miracolose, perchè i fedeli se le mettessero al collo. La medaglia da una parte ha l'effigie di Maria, che, ritta sul globo terracqueo, tiene sotto i suoi piedi un serpente, mentre dalle sue mani spante, aperte, abbassate partono fasci di raggi illuminanti la terra, simbolo di grazie e di benedizioni. Intorno si legge l'iscrizione: O Maria, concepita senza Peccato, Pregate per noi, che ricorriamo voi. Nel rovescio vi è la lettera M avente sopra la croce e sotto due cuori; il cuore di Gesù circondato da una corona di spine, ed il cuore della Vergine trafitto da una spada; al tutto poi fan corona dodici stelle. Questa medaglia, simbolo di protezione divina, banditrice di un nuovo titolo della Madonna, era stato un dono del cielo.

                La sera del 18 luglio 1830, Catterina Labouré, figlia della Carità di S. Vincenzo de Paoli, dormiva in uno dei vasti cameroni della casa del noviziato a Parigi. L'orologio batteva le undici e mezzo, quando la novizia sentì chiamarsi per tre volte di seguito: - Suor Labouré! - Svegliatasi perfettamente, tirò alquanto la cortina del letto dalla parte donde aveva udita la voce, e con suo stupore vide un bambino dell'età dai quattro ai cinque anni. Era vestito di un lino candidissimo e dalla bionda sua testa, come da tutta la sua personcina, partivano vivissimi raggi che illuminavano tutto quanto eragli intorno, e con voce soave ed armoniosa le disse! - Vieni, vieni in cappella: la Santissima Vergine ti aspetta. - La Suora come estatica, ma indecisa, pensava: Alzarmi? Uscire da questa sala? Sarò scoperta da qualcuna delle tante compagne!... E il leggiadro bambino rispondendo al pensiero della Labouré: - Non temere di nulla, soggiunse: sono le undici e mezzo, dormono tutti, ed io verrò in tua compagnia. - A coteste parole Suor Catterina si veste in fretta e segue il fanciullo che le camminava sempre [114] a sinistra, mandando raggi di luce, mentre le lampade dei corridoi accendevansi al suo passaggio. Crebbe lo stupore e la meraviglia della novizia, quando giunta alla porta della cappella, che sapeva essere saldamente chiusa, al solo tocco del dito della sua guida la vide spalancarsi e trovò la cappella tutta illuminata precisamente come alla Messa di mezzanotte del S. Natale. Giunta alla balaustrata, quivi la Labouré s'inginocchiò, e il fanciullo entrato nel presbiterio si fermò in piedi stando a sinistra. Lunghi parevano a Suor Catterina quei momenti di aspettazione. Finalmente verso la mezzanotte la celeste guida avvisandola esclama: - Ecco la Santissima Vergine, eccola! - In quel mentre ella ode distintamente dalla parte destra della cappella un rumore leggiero, leggiero, simile al fruscìo di una vesta di seta. Ed ecco apparire una Signora d'incomparabile bellezza, coperta di veste bianca tendente al giallo, con velo azzurro, e viene a sedersi nel presbiterio dal lato sinistro dell'altare. Suor Labouré se ne stava come perplessa, lottando internamente col dubbio, ed immobile. Allora il fanciullo con voce forte e severa rimproverando la Suora, le domandò se la Regina del cielo non potesse assumere quel sembiante che più le piacesse per apparire ad una povera creatura! La Suora sentì in un istante svanire ogni suo dubbio, e seguendo l'impeto del suo cuore, andò a gettarsi ai piedi di Maria SS., posando famigliarmente le mani giunte sopra le di lei ginocchia, come avrebbe fatto colla sua mamma. Chi potrà descrivere tutti gli affetti provati in quell'istante dalla fortunata novizia. La Santa Vergine allora l'istruì sul modo di comportarsi nelle pene che l'affliggevano, e indicandole colla mano sinistra il piede dell'altare, le ingiunse di venire a gettarsi lì ad espandere il suo cuore, dove avrebbe ricevute tutte le consolazioni, di cui abbisognasse. Quindi afflittissima e colle lagrime agli occhi le predisse particolareggiata [115] la nuova rivoluzione francese fino al 1871, le calamità di ogni fatta che avrebbero colpito il mondo, gli insulti coi quali sarà trattato N. S. Gesù Cristo, le grazie che saran concesse a tutte le persone che le chiederanno, grandi e piccoli: e assicurandola che chi avrà fede riconoscerà la sua visita e la protezione di Dio, annunziò alla novizia che le avrebbe dato una missione, cioè di far coniare una medaglia, secondo il disegno presentatole in una seconda visione, e di farla conoscere per mezzo dell'autorità ecclesiastica a tutto il mondo, promettendo grazie grandi a chi la portasse al collo. - La Vergine SS. dopo aver così conversato colla Labouré, sparve come ombra leggiera che si dilegua. Suor Catterina si alzò come fuori di sè per l'ineffabile violenza di tanti sublimi affetti. Quel celeste fanciullo disse: Ella è partita! - E ponendosi di bel nuovo alla sinistra della giovane novizia, accompagnolla al dormitorio, mandando lunghesso il cammino raggi di luce. Poi disparve. Suor Catterina era presso il suo letto e l'orologio batteva le due. Le profezie della Madonna che si andavano avverando, la rapida diffusione a centinaia di milioni della medaglia, i miracoli e le conversioni senza numero di peccatori ostinati, e la conferma della Sede Apostolica provarono la verità dell'apparizione di Maria, la quale fu una prima proclamazione della sua Concezione Immacolata.

                Il rumore di tale avvenimento e dei fatti meravigliosi che ne seguivano riempiva allora tutto il mondo cristiano. Ma in questo anno 1842 una nuova luminosissima apparizione venne a confermare la prima. D. Bosco tosto la raccontava ai giovanetti del suo Oratorio per animarli alla divozione ed alla fiducia in Maria, e poi in questi termini la lasciava descritta nel suo primo Compendio di Storia Ecclesiastica: “Alfonso Ratisbona delle più doviziose famiglie [116] israelitiche di Strasburgo, era tutto odio contro la religione cattolica, principalmente perchè suo fratello Teodoro erasi reso cristiano e consacrato di poi al ministero sacerdotale. Per diporto venuto a Roma contrasse famigliarità col Barone di Bussieres, già protestante e ora convertito alla credenza cattolica, il quale insistendo inutilmente per fare al Ratisbona aprire gli occhi alla verità, pregollo di prendere almeno una medaglia di M. V. Immacolata. Per non mostrarsi scortese l'israelita, mattamente ridendo di tali divisamenti del Barone, lasciossela porre al collo. Il dì seguente usciti per Roma, entrano in una chiesa, e avendo il Bussieres alcun che da trattare nell'attiguo convento, prega l'ebreo di attenderlo quivi per poco tempo. Tornò il Barone; cerca qua e là il Ratisbona e lo vede ginocchioni immobile piangente dinanzi ad una cappella dell'Angelo Custode. Lo scuote dolcemente due o tre volte e infine Alfonso come scosso da profondo sonno, tutto molle di pianto, trae fuori la medaglia della Vergine, teneramente la bacia, la stringe al seno esclamando: - Io l'ho veduta, io l'ho veduta - Dimanda un sacerdote, sospira il battesimo e alla presenza di altre persone fra i più teneri movimenti del cuore prende a dire così: - Rimasto solo nella chiesa, ad un tratto mi sentii preso da un'agitazione inesprimibile. Levo gli occhi ed è scomparso tutto l'edifizio, ed una piena di luce si riversa per entro a questa cappella. Quivi di mezzo a quei raggianti splendori, ritta in sull'altare, piena di maestà e di dolcezza, ho veduto la Vergine Maria come è in questa medaglia. Avendomi colla mano fatto cenno che m'inginocchiassi, sentii da una forza irresistibile trarmi inverso di Lei e pareva mi dicesse: “Bene! bene!” Non fece parola, ma io ho tutto inteso. Per un istante potei vedere l'immacolata bellezza del suo volto. Per ben tre volte ancora mi provai a rimirarla, ma non potei alzare gli occhi più [117] alti delle mani benedette, donde uscivano vivi raggi di grazie. E disparve. - In quei brevi momenti gli venne infusa la cognizione delle verità cattoliche. Quattordici giorni dopo, il 31 gennaio 1842, Alfonso ricevette il santo Battesimo. Egli poscia abbracciò lo stato ecclesiastico, fondò la Congregazione religiosa delle Dame di Sion e visse e morì da santo. Il Sommo Pontefice ordinò che il fatto fosse sottoposto ad esame canonico e da questo risultò trattarsi di un vero ed insigne miracolo. Fu una conversione istantanea e perfetta, come quella di S. Paolo, portento più grande della vita ridonata ad un morto.

                Mentre con questi fatti straordinari sempre più si diffondeva la divozione a Maria Immacolata, un altro religioso avvenimento rinfocolava in Piemonte l'amore a Gesù ed alla sua SS. Passione. In Torino, per le nozze del principe ereditario Vittorio Emanuele con Maria Adelaide di Lorena. Arciduchessa d'Austria, il 21 aprile esponevasi dalle logge del Palazzo Madama, allo sguardo e alla venerazione dei popoli la sacratissima Sindone. L'immensa piazza e le vie erano riboccanti di gente di ogni condizione, di ogni età, e di ogni paese, che a mostrare la propria fede recavansi con giubilo a venerare la S. Reliquia ed a contemplare in essa la faccia divina e le piaghe delle mani, dei piedi e del costato del nostro Divin Salvatore. D. Bosco pure vi accorse e con lui tutti i giovani dell'Oratorio. Egli che era tenerissimo verso i dolori del Salvatore e della divina sua Madre di questo commovente spettacolo si valse per destare nei suoi giovanetti odio implacabile al peccato ed un amore ardentissimo a Gesù Redentore, ciò che faceva sempre in tutta la sua vita ogni volta che avea occasione di parlare della Passione del Signore e dei dolori della sua SS. Madre.

 

 


CAPO XII.
Un grave lutto per la Chiesa di Torino - Previsioni del Ven. Cottolengo - Pretensioni contro la Chiesa  - Un altro lutto per D. Bosco - Chiusura del primo anno di Convitto - Gli esercizi a S. Ignazio  - In vacanza a Castelnuovo.

 

                UN GRAN lutto veniva ad occupare la città di Torino. Il venerabile Cottolengo, l'uomo da Dio suscitato in soccorso di ogni sorta di infermità e miseria umana, santamente spirava la sua bell'anima in Chieri, il giorno 30 di aprile.

                Alcuni anni prima, trattenendosi questo gran servo di Dio a parlare col re Carlo Alberto nel palazzo reale, presso ad una finestra che dà sulla sottostante piazza, il Sovrano gli manifestava qualche timore sulla sorte avvenire della Piccola Casa: - Caro Canonico, gli diceva, il Signore ce la conservi; ma ella ha già pensato al suo successore? Se mai morisse, che cosa diverrebbe la sua Istituzione? - Oh Maestà, rispondeva il Cottolengo, dubita della divina Provvidenza? Vede là abbasso che si cangia la sentinella al portone? Un soldato bisbiglia all'orecchio del compagno una parola, questi si ferma coll'archibugio alla spalla, quell'altro se ne va, e, senza che nessuno se ne sia accorto, la sentinella continua e [119] fa il suo dovere benissimo. Così sarà per la Piccola Casa. Io sono un nulla: quando la divina Provvidenza lo voglia, dirà una parola ad un altro, che verrà a prendere il mio posto e vi farà la guardia. - Il giorno da lui tante volte predetto e sospirato, nel quale avrebbe finito la sua guardia per andare in paradiso, era adunque venuto; ed il Can. Anglesio gli succedeva nel montar la guardia alla Piccola Casa, della quale, secondo la profezia del santo fondatore, egli estese le fabbriche fino alla Dora.

                E’ superfluo far qui gli elogi di un uomo, che fra poco sarà elevato agli onori degli altari e del quale tutto il mondo conosce la santità. Tuttavia non debbo tacere di un suo detto pronunciato pochi giorni prima della sua morte. La terza domenica dopo Pasqua, aveva terminato, nel monastero del Suffragio, il suo discorso sul desiderio del paradiso e si avviava alla sagrestia; ma, fatti due passi, tornò subito indietro, e collocandosi accanto l'altare inculcò caldamente di pregare per la Maestà di re Carlo Alberto e per tutta la famiglia reale; quindi, sollevando le braccia e fissati gli occhi al cielo come chi cerca un segreto e trovatolo prega che quel segreto non si compia, coll'anima penetrata da profondo dolore, esclamò: - Fintanto che ci sarà Carlo Alberto!  - e si tacque. Che cosa voleva significare con queste tronche parole il servo di Dio?

                Il Piemonte in quei tempi era uno dei regni più cattolici del mondo nella sua legislazione. I liberali tuttavia elevavano di quando in quando nuovi pretesi diritti dello Stato, che danneggiavano la Chiesa, la quale, madre pietosa, talora accondiscendeva a cedere su qualche punto disciplinare per impedire mali maggiori. Il Governo aveva posto certe limitazioni all'accettazione dei novizii nelle case religiose, e ciò in vista della coscrizione militare. [120]

                Ma non è giusto che a Dio si offrano le primizie delle sue creature pel suo servizio? A lui non sta la scelta di esse colle vocazioni? S. Gregorio Papa per questo non cancellò, come contrario alla legge di Dio, il decreto dell'Imperatore Maurizio, che proibiva ai militari di darsi alla vita monastica?

                E’ vero che la suddetta limitazione a primo aspetto pareva di poco danno alle vocazioni religiose; però con essa aprivasi alle autorità civili una nuova via per introdursi nelle cose ecclesiastiche.

                Venne adunque stabilito dal Governo, annuente la Chiesa, che i Superiori degli Ordini religiosi, per accettar novizi non ancor caduti nella leva militare, richiedessero il consenso del Vescovo della diocesi, in cui stava il convento; escludessero i giovani in sui vent'anni; e i Vescovi dessero ogni anno ai ministri di guerra e di marina la nota di quelli che erano ammessi al noviziato. Vietossi ancora ai Superiori di allontanare i novizi dallo Stato prima della coscrizione: agli stessi fu prescritto di comunicare al Vescovo i nomi di quelli che non proseguivano a vivere nel chiostro: e finalmente ogni novizio, per andare esente dal servizio militare, prima di estrarre il numero di leva, doveva far domanda di entrare in religione e non uscire dallo Stato senza prestare la cauzione prescritta dal regolamento. Queste disposizioni erano annunziate ai fedeli da Mons. Fransoni colle circolari del 9 luglio e 15 novembre 1842. Mons. Fransoni però, esperto conoscitore degli uomini, scorgeva in questa controversia i germi di molte altre e ben più gravi.

                Nello stesso tempo il Conte Camillo di Cavour aveva fondata una società, che s'intitolò dell'Associazione Agraria. Sembrava rivolta al bene della gente così della città come della campagna. Suo scopo morale apparente era di rendere elementi di edificazione sociale specialmente i coltivatori: avviare i [121] popoli a grandi imprese, promovendo l'unione delle forze; affratellare le città e le provincie nei congressi. Scopo segreto politico era di educare i cittadini alla pubblicità delle discussioni, una preparazione ed un esperimento anticipato del sistema parlamentare. Ebbe quattromila soci, tra i quali primo fu iscritto Carlo Alberto, biblioteca, adunanze pubbliche e private e giornale proprio. Il Re vi mise a presidente il Marchese Cesare Alfieri di Sostegno, glorioso avanzo dei congiurati del ventuno, il quale doveva moderare le intemperanze democratiche.

                S'incominciava inoltre a preparare e pubblicarsi da scelti scrittori un'enciclopedia popolare, la quale, mentre promoveva il progresso scientifico e letterario, era destinata ad accendere la scintilla che tenesse vivo in Piemonte quel fuoco patrio, che doveva ravvivarsi a poco a poco in tutte le altre provincie d'Italia[23].

                Il fermento rivoluzionario, che sotto tutto ciò si nascondeva, dava certo a pronosticar male dell'avvenire, e noi siam d'avviso che il venerabile Cottolengo, allorchè pronunziò quelle tronche parole, prevedesse tutti gli avvenimenti che repentinamente poi si succedettero alcuni anni dopo.

                Un altro lutto più familiare amareggiava il cuore di Don Bosco nel mese seguente: la morte di quell'angelo di purezza, che era il chierico Giuseppe Burzio. Di lui, quasi vittima di una calunnia, D. Bosco aveva in seminario prese le difese e con perspicacia e prudenza somma aveva sventato l'intrigo e bellamente fatta trionfare l'innocenza. Ora ventenne, novizio degli Oblati di Maria, e sempre in intima relazione con D. Bosco, dopo aver profetato il luogo della sua morte, da [122] Pinerolo era stato condotto a Torino per aver maggiore assistenza nella sua malattia, ma quivi soccombeva nel Convento della Consolata il 20 maggio. Il suo corpo veniva sepolto nei sotterranei della Chiesa, sotto l'altar della Madonna, in mezzo alle tombe di altri suoi confratelli.

                Frattanto il primo anno di Convitto per D. Bosco volgeva ornai al suo termine. La chiusura secondo il regolamento, dovea farsi cogli esercizii spirituali a S. Ignazio sopra Lanzo.

                A mezzanotte di Lanzo Torinese, sorge, a 910 metri sul livello del mare una vetta isolata delle Alpi, detta Bastia. È un monte in gran parte roccioso e sterile, ombreggiato però qua e là da castagni, abeti e larici. Su quella cima per un voto fatto nel secolo XVI dalle popolazioni dei dintorni, divote di S. Ignazio di Loiola, e per l'apparizione del Santo tra misteriosi splendori, canti e armonie soavissime, si innalzava una Cappella in suo onore. Tosto incominciarono numerosi pellegrinaggi da tutte le parti del Piemonte e principalmente alla vigilia della prima Domenica di Agosto fissata per la solennità del Santo. Nel 1677 la Cappella fu ceduta ai Padri Gesuiti, che vi costrussero l'attuale Chiesa con annesso fabbricato di sedici camere. Espulsi i Gesuiti nel 1774, verso il 1804 il Teol. Luigi Guala incominciò a recarsi in quella solitudine con alcuni compagni a farvi un breve corso di esercizii; e così continuò ogni anno e tanto crebbe il numero dei sacerdoti, che dovettero alloggiare due per cella. Nel settembre del 1808 si tennero pure gli esercizii per i laici e ve ne convennero ben trentadue. Nel 1814 Mons. Della Torre istituì Don Guala Rettore di quel Santuario, rimasto per tanti anni abbandonato, destinandolo all'opera salutare degli esercizii spirituali. E d'allora in poi se ne tennero tre mute tutti gli anni: per gli ecclesiastici, per i laici e per [123] l'Opera Pia di S. Paolo che procurava sussidii pecuniarii. Il Teol. Guala conservò questa reggenza fino alla morte, ed era carissima al suo cuore. Fino al 1847 egli stesso predicò quasi sempre le meditazioni, cercando per predicatori delle istruzioni quanto trovava di meglio nel clero secolare e regolare: fra gli altri sono celebri il Sig. Durando della Missione, il Can. Rebaudengo, i Parroci Compaire e Cagnoli, ed i Gesuiti Bresciani, Menini, Mellia e Lolli. Solo Iddio conosce quante anime uscirono di là ripiene di santo fervore e quanti peccatori si ricoverarono sotto le ali della sua misericordia.

                D. Cafasso nelle ultime conferenze al Convitto faceva una calda esortazione a' suoi allievi, perchè prendessero parte a quegli esercizi e insegnava loro bellamente il modo di percorrerli con profitto. D. Bosco non doveva mancare. Egli scrive: “Fin dal primo anno di Convitto 1841 - 42 D. Cafasso, mi invitò ad andar con lui agli esercizi spirituali dei secolari nel santuario di S. Ignazio sopra Lanzo Torinese. L'andata di D. Cafasso a Lanzo era un avvenimento. Fissato il giorno della partenza i vetturini andavano a gara per condurlo nelle loro carrozze. Nel salir la montagna poi, una moltitudine di poveri si affollava intorno a lui per chiedergli soccorso, ed egli porgeva a tutti l'elemosina dicendo a ciascheduno appropriate parole. A questo: - Abbi pazienza nella tua povertà! - A quello: - Sii divoto di Maria; va a confessarti. - Ad un terzo: - Sii obbediente a' tuoi genitori”.

                In quei tempi, salivasi alla vetta per un largo, ma talora ripido sentiero. Entrò D. Bosco per la prima volta in quella bella Chiesa, nel mezzo della quale, testimonio dell'apparizione del Santo, torreggia la sommità della rupe colle statue di S. Ignazio e del compagno che era apparso con lui. L'antico convento era stato ristorato ed ampliato dal Teologo. Guala in modo da contenere ottanta persone. Egli procurava [124] agli esercitandi ogni comodità possibile e conveniente, ed il regolamento era ridotto in modo che gli esercizii procedevano col maggior ordine e precisione, scendendo a prevedere tutte le avvertenze da usarsi nei preparativi e nella distribuzione delle varie incombenze al personale dirigente e inserviente. Perciò gli Esercizii di S. Ignazio erano divenuti celebratissimi in tutto il Piemonte, e furono norma e modello, su cui si istituirono o ripristinarono nelle singole diocesi così utili pratiche.

                Gli esercizii incominciarono il 7 giugno 1842. Furono predicati dal Padre Menini della Compagnia di Gesù per le istruzioni e dal Teol. Guala per le meditazioni. Ciò consta da uno scritto di D. Bosco contenente le traccie degli argomenti trattati da questi sacri oratori, che noi conserviamo. Ma la predica più efficace per D. Bosco si era ciò che vedeva in D. Cafasso. Il santo suo compaesano non era mai mancato a questi esercizi, nè a quelli dei sacerdoti, benchè non vi predicasse. Tutti precedeva col suo buon esempio, con un raccoglimento costante, coll'essere sempre il primo a tutte le funzioni, e col servire più messe tutte le mattine a guisa di un chierichetto. D. Bosco seguiva fedelmente tutti i suoi passi, come ci affermano i molti che furono con lui a S. Ignazio, fra i quali D. Giacomelli.

                Finiti gli esercizi, D. Bosco ritornò in Torino a dirigere il suo caro Oratorio; ma dopo qualche mese vedendolo D. Cafasso abbattuto di forze, lo mandò a respirare l'aria nativa, supplendo egli e D. Guala o qualche altro sacerdote incaricato nel custodire i giovanetti.

                La debolezza di salute e la comodità della vettura pubblica avrebbero dovuto in questa circostanza consigliare a D. Bosco di non fare il viaggio a piedi; ma l'amore suo alla povertà evangelica vinse sopra tutte le convenienze. [125] I pochi giorni passati a Castelnuovo furono tutti occupati in servizio de' suoi conterranei, catechizzando i fanciulletti dei Becchi, di Morialdo e di Castelnuovo, e preparando il materiale per la pubblicazione della Storia Sacra ed Ecclesiastica e d'altri librettini adattati all'intelligenza dei giovanetti, libretti che poi fecero un bene immenso in mezzo al popolo. D. Bosco comprendeva la grandezza del dono che Dio fa all'uomo col tempo, e però se ne prevaleva in favor suo e degli altri, non perdendone alcuna particella, secondo l'esortazione del Savio: “Non ti privare di un buon giorno e del buon dono non perderne nessuna parte[24]”.

 

 


CAPO XIII.
Due consolanti fatti religiosi - La patente provvisoria di confessione - In aiuto del Parroco di Cinzano - Industria per render amene le radunanze domenicali - Le prime prove della scuola di canto - Il Teol. Nasi - Origine di certe arie popolari - Il primo trionfo dei musici di D. Bosco.

 

                DUE consolanti fatti religiosi, particolare l'uno e generale l'altro, rallegravano il cuore dei Convittori al riaprirsi del nuovo anno scolastico. Gregorio XVI per animare questi sacerdoti e chierici ad invocare ed imitare i Santi Protettori dei Convitto, con Rescritto del 25 settembre 1842, concedeva indulgenza plenaria nel giorno della loro solennità ed in quella di San Alfonso, purchè confessati e comunicati visitassero la Chiesa di San Francesco d'Assisi. Inoltre, altre pubbliche preghiere in forma di giubileo aveva intimato al mondo intero lo stesso Sommo Pontefice, per ottenere che il Signore mettesse fine ai mali della Cattolica Spagna, ove la fazione di D. Carlos e quella dei liberali della Regina Isabella da tempo combattevansi ferocemente. I liberali, dispersi gli Ordini religiosi, impoverito il Clero, incarcerati ed esiliati i Vescovi, abolita la Nunziatura, avevano proposta una legge che tendeva apertamente allo scisma e sottoponeva la Chiesa allo Stato civile. Carlo Alberto proteggeva i Carlisti, dava [127] loro soccorsi e ricovero, ne accoglieva i rappresentanti, ricusava di riconoscere ufficialmente la Regina Maria Isabella, rompeva le relazioni commerciali Colla Spagna, ricoverava in Piemonte il Vescovo di Cuba e quello di Leone, che, ritiratosi nell'eremo di Lanzo, quivi morì; e più tardi accoglieva in Genova lo stesso D. Carlos venuto a chiedergli un rifugio. Mons. Fransoni adunque comunicava alla sua diocesi la parola del Papa con lettera del 31 ottobre 1842 e fissava il giubileo dal 27 novembre all'11 dicembre di quest'anno. In tutte le parrocchie incominciavansi pertanto le divote pratiche prescritte, quando Don Bosco ricevette la seguente lettera Arcivescovile:

 

                Torino, li 30 Novembre 1842.

 

                               M.to Rev.do, Signore,

 

                Ricevo lettera dal Parroco di Cinzano, nella quale mi chiede di permettere a V. S. M.to Rev.da di recarsi colà in suo aiuto per domenica prossima, trovandosi per nuovi sopraggiuntigli suoi incommodi in estremo bisogno. Mentre per parte mia non vi sarebbe difficoltà, osservo che sarebbe necessario avere le patenti di confessione, e quindi resterebbe a vedersi se Ella sarebbe disposta a subirne l'esame, nel qual caso faccia presente questa mia al Teol. Guala, ed io dichiaro che serve per delegazione, onde in compagnia del Sig. D. Cafasso possa darle tale esame.

                Attendendo quindi un riscontro per mia norma, mi protesto con perfetta stima

                Della S. V. M.to Rev.da

 

Devot.mo Obbl.mo Servo

LUIGI Arcivescovo.

                Al Sig. D. Bosco nel Convitto di S. Francesco. [128]

                Mons. Arcivescovo conosceva certamente la carità, lo zelo di D. Bosco, la sua sollecitudine nel consacrarsi al bene delle anime, specialmente della gioventù, nonchè la sua prudenza e scienza morale per fargli una simile proposta.

D. Cafasso adunque ed il Teologo Guala lo chiamarono all'esame, lo dichiararono idoneo ad ascoltare le confessioni, e gli concessero licenza provvisoria, cioè coll'obbligo di presentarsi ancora all'esame definitivo che soleva darsi solo al fine del secondo anno di studii al Convitto. E questo era un'eccezione straordinaria alla regola, come affermarono D. Giacomelli e D. Bonetti.

                Con viva gioia lo accolse a Cinzano il venerando zio di Comollo, e D. Bosco si accinse tosto all'opera. Predicò per una settimana intera, sulle indulgenze e sui mezzi di acquistarle attendendo alle confessioni, e la gente affluiva anche dai paesi vicini.

                Tutta particolare era la fede che D. Bosco aveva nelle sante Indulgenze, delle quali procurava di fare il maggiore acquisto possibile, ed a ciò esortava pure gli altri con grande interesse ogni volta se gliene presentava l'occasione. Per eccitare tutti a farne grande stima ed arricchirsi di questo spirituale tesoro fondato sui meriti infiniti di Gesù Cristo, della Beata Vergine e dei Santi, egli nelle sue istruzioni ne spiegava sovente l'efficacia a' suoi uditori e disapprovava i pregiudizi di coloro che esagerano le difficoltà per l'acquisto delle medesime. Esclamava: - Il Divin Salvatore colla sua grazia ha reso facile e posto alla portata delle nostre forze tutto ciò che giova alla nostra santificazione e alla salvezza delle anime. - E però più tardi ne domandava e ne otteneva moltissime dalla Santa Sede per le sue Case e per tutti i fedeli cristiani, da guadagnarsi mediante la pratica di qualche opera di carità e devozione. [129]

                Ritornato in Torino D. Bosco fu in grado di coltivare con miglior successo i suoi cari giovanetti pel bene delle anime loro, potendo pur riceverne le confessioni.

                A questo proposito, sul finire del 1842 scriveva sopra di un suo libretto questi proponimenti:

                “Breviario e confessione. Procurerò di recitare divotamente il Breviario e recitarlo preferibilmente in Chiesa, affinchè serva come di visita al SS. Sacramento

                Mi accosterò al Sacramento della Penitenza ogni otto giorni e procurerò di praticare i proponimenti che ciascuna volta farò in confessione.

                Quando sarò richiesto ad ascoltare le confessioni dei fedeli, se vi è premura, interromperò il santo ufficio e farò anche più greve la preparazione ed il ringraziamento della Messa, a fine di prestarmi ad esercitare questo sacro ministero”.

                Frattanto D. Bosco cercava ogni mezzo per rendere più amene che poteva le radunanze domenicali. Egli sapeva toccare discretamente l'organo ed il pianoforte, aveva studiato per intero alcuni metodi dei più rinomati per imparare il suono ed il canto, e la sua voce si prestava a qualunque parte salendo armoniosa fino al secondo do della seconda ottava. Avvicinandosi pertanto la festa del Santo Natale, volle preparare una canzoncina in lode del Divino Pargoletto. La poesia fu composta e scritta sul davanzale di un

                coretto della Chiesa di S. Francesco. Esso stesso la mise in musica. Ecco i versi:

 

Ah! si canti in suon di giubilo,

Ah! si canti in suon d'amor.

O fedeli, è nato il tenero

Nostro Dio Salvator.

Oh come accesa splende ogni stella

La luna mostrasi lucente e bella

E delle tenebre squarciasi il vel. [130]

Schiere serafiche, che il ciel disserra

Gridan con giubilo: sia pace in terra!

Altre rispondono: sia gloria in ciel!

Vieni, vieni, o pace amata,

Nei cuor nostri a riposar.

O bambino in mezzo a noi

Ti vogliamo conservar.

 

                La musica non era secondo le regole del contrappunto, ma riusciva così affettuosa da strappare le lagrime. D. Bosco si accinse a farla imparare a' suoi giovanetti, privi di ogni istruzione e ignari delle note. La sua perseveranza superò ogni ostacolo. Non avendo da principio luogo al Convitto per simili esercitazioni, usciva di casa, e la gente fermavasi stupita al vedere un prete in mezzo a sei od otto giovanetti che, tra la via Doragrossa e Piazza Milano, passeggiavano ripetendo a bassa voce una canzone. Quell'aria restò così loro impressa nella mente, che alcuni di quei cantori ancora la ricordavano nel 1886, sicchè dopo tanti anni si potè scrivere colle sue note a perpetua memoria. Si ritrovò eziandio e si conserva il prezioso manoscritto della poesia. Fu cantata nel 1842 la prima volta ai Domenicani e poi alla Consolata, dirigendo D. Bosco la piccola orchestra e suonando l'organo. I Torinesi, non assuefatti in allora ad udire in orchestra le voci bianche dei fanciulli ne furono entusiasmati, poichè soli i maestri, colle loro voci robuste e talvolta poco simpatiche, a quei tempi cantavano nelle funzioni di Chiesa.

                Riuscita bene la prima prova, D. Bosco sullo stesso motivo musicale scrisse la seguente poesia, da cantarsi nel tempo della S. Comunione.

 

Ah! cantiamo in suon di giubilo

Ah! cantiamo in suon d'amor.

O fedeli, qui ci attende

Nostro Dio Salvator. [131]

o come mostrasi

Bontà infinita!

Cibo a noi donasi

Chi diè la vita;

D'immense grazie

Apportator.

Schiere serafiche

Che il Ciel disserra

Scendon con giubilo

Dal cielo in terra;

Ovunque cantano

Lodi al Signor.

 

                Con qualche variazione fece pure servire la stessa musica per un Tantum ergo, che sovente fu cantato nelle Chiese per circa venti anni, specialmente nelle passeggiate che di quando in quando facevansi. Con questo metodo la poca scienza musicale degli allievi, usata a tempo opportuno, loro procurava molta fama e molto affetto dalle popolazioni.

                Dopo musicò il Lodato sempre sia il Nome di Gesù e di Maria, e sempre sia lodato il Nome di Gesù Verbo incarnato, che si canta ancora oggidì nella Chiesa di Maria SS. Ausiliatrice, sul finire della predica al mattino. Compose eziandio un Gloria in excelsis Deo per Castelnuovo, quando vi si recò le prime volte co' suoi giovinetti ancora esterni. Fu il principio di una piccola Messa, che in quei tempi sembrò una meraviglia. Scrisse quindi un motivo per il Magnificat, alternando l'orchestra i versicoli, che il popolo cantava in canto corale, coi primo sempre ripetuto. Lo stesso fece per le Litanie della Madonna.

                In questa santa gara di catechista e musico ben presto si associò a D. Bosco il Chierico Luigi Nasi, di nobile famiglia torinese, laureato in teologia nel 1842, ordinato sacerdote nel 1844, poi Direttore Spirituale del Rifugio, Canonico del Corpus Domini, e tutto consacrato, per opera di [132] D. Cafasso, al ministero delle confessioni e delle missioni. Valente predicatore, fu collega ed amicissimo del celebre Canonico Giambattista Giordano, e salì, come lui, i principali pulpiti d'Italia. Desideroso di dedicarsi alla cura dei giovanetti negli Istituti, fra questi prediligeva quello di D. Bosco, che sorgeva appena allora, e lo frequentava coll'entusiasmo di un santo, accaparrandosi la benevolenza dei giovani cogli ameni racconti e gli esempi di virtù. Poeta ed artista non comune, componeva per loro versi e musica, e coadiuvando mirabilmente D. Bosco, per varii anni facevasi all'uopo accompagnatore d'organo e maestro d'orchestra. Amava e amò sempre D. Bosco di tale intenso affetto, che nel 1893 permise che i Salesiani stampassero i suoi sermoni, stati a lui strappati con dolce ed artificiosa violenza, coll'idea cioè di D. Bosco postagli innanzi; ed egli destinava alle Missioni della Patagonia il frutto che sarebbesi ricavato dalla vendita dell'opera.

                Il Teol. Nasi adunque, suonando l'organo, accompagnava i piccoli cantori di D. Bosco, fra i quali si trovavano voci bellissime, alla Consolata, al Corpus Domini, a Moncalieri nella Chiesa delle Carmelitane. Talora salivano eziandio l'orchestra di S. Francesco d'Assisi. La sacrestia di questo tempio divenne allora l'aula magna dell'accademia musicale ove si diè principio a quella scuola che un giorno doveva cantare le Messe, i Vespri, i Tantum ergo, i mottetti delle prime celebrità musicali, come sono i Cherubini, Rossini, Haydn, Palestrina, ecc. Appassionatissimo della musica, Don Bosco faceva più tardi stampare sulla porta della sua scuola di canto queste parole scritturali: Ne impedias musicam[25]. [133]

                A quei suoi primi giovani Don Bosco insegnò pure varie canzoni in onore della Madonna, e fra le altre notiamo quella che ora forse più non si ricorda: Maria risuona la valle e il monte e l'invito a Gesù Sacramentato, che comincia:

 

A lieta mensa e regia

Del sacro agnello accolti,

In pure vesti e candide

Dell'innocenza avvolti,

Inni cantiam di giubilo

Al Cristo, vincitor.

 

                Le musiche, come le parole di questi inni, non erano sempre di D. Bosco, bensì anche di maestri non oscuri. Alcune però, che ancora oggigiorno si ripetono negli Oratorii e Collegi Salesiani ebbero un'origine piuttosto strana, che qui vogliamo far nota. Un giorno D. Bosco udì un coro di operai, che in sulla sera cantavano un loro stornello armonioso, marziale, che segnava il passo. Sapendo quanto ai giovani piacesse quel genere di canto, lo ritenne a memoria e, conoscendo Silvio Pellico, che veniva a confessarsi dal Teol. Guala, lo pregò che volesse scrivergli alcuni versi all'Angelo Custode; e ne venne fuori quella poesia e quell'aria popolarissima Angioletto del mio Dio, che tuttora si ripete ne' nostri Istituti. Altra volta, passando per Piazza Milano, s'incontrò in alcuni giovani cantori ambulanti, i quali, con accompagnamento di chitarra e violino, cantavano una loro storia profana ma onesta in mezzo a folta corona di gente. Un solo giovane cantava la strofa e gli altri in coro il ritornello. Piacque grandemente a D. Bosco quell'armonia, che era di tal natura da prendere voga per la sua popolarità; e però, tratta fuori carta e matita e appoggiandosi allo stipite del palazzo della Prefettura, in un angolo della stessa [134] piazza, scrisse quelle note. Andò poi in cerca di una poesia sacra, che si adattasse a tal musica, e trovò acconcissima quella: Noi siam figli di Maria, che si canta con tanto slancio da tutti i giovanetti delle Case Salesiane.

                Non è a dire quanto questi canti accrescessero la gioia e l'entusiasmo nei giovanetti e l'ammirazione nelle popolazioni. Un giorno D. Bosco condusse i suoi giovani alla Madonna del Pilone. Su tre barche attraversarono il Po, e quando furono in mezzo al fiume intonarono una bella lode. I popolani, che si trovavano sulle sponde, al sentire quel canto si fermarono ascoltando, quindi, innamorati dell'armonia, si misero a seguire il corso delle barche, camminando per lo stradone. Siccome tra di loro vi erano alcuni trombettieri, questi diedero fiato alle loro trombe e si misero ad accompagnare quel motivo facile, producendo un effetto magico. Tutti gli abitanti della Madonna del Pilone uscirono fuor delle case, e quando le barche approdarono, circa un migliaio di persone si erano raccolte ad attendere e attorniare i giovani cantori. Fu quello uno dei primi trionfi dei musici di D. Bosco, che preludiava ai mille e mille altri che avrebbero in seguito acquistati in ogni parte del mondo.

 

 


CAPO XIV.
Nuovo incremento dell'Oratorio - Le ricreazioni fuori città - D. Guala concede il cortile del Convitto e la sacrestia - Il Catechismo in due sezioni - Desiderio nei giovanetti per confessarsi da D. Bosco - La Comunione frequente - Consolazioni e prove - La festa di S. Anna - Una cara sorpresa.

 

                COLLE sante industrie suddescritte il piccolo Oratorio festivo nel 1843 andava meravigliosamente prosperando. D. Bosco però era alquanto angustiato per la ristrettezza dello spazio che gli era concesso. Per il loro numero, non era più conveniente che i giovanetti sostassero sulla piazza della Chiesa di S. Francesco d'Assisi anche per breve ricreazione. Essendo questa Chiesa centrale e celebrandovisi molte Messe, giacchè i convittori erano quasi tutti sacerdoti, continua e grande era l'affluenza dei cittadini per l'adempimento dell'obbligo festivo e per l'assistenza alle altre religiose funzioni. I giovanetti perciò riuscivano un ingombro ed un disturbo. E poi le guardie della città non potevano tollerare un assembramento clamoroso in uno dei punti più centrali e nobili delle abitazioni ove per soprappiù le strade sono molto ristrette. Per questo D. Bosco, prima e dopo le sue radunanze, andava [136] sul piazzale della Chiesa e nei crocicchi delle vie adiacenti, sia per raccogliere i suoi amici, come per assicurarsi che non tardassero a ritornare alle loro case. A tal uopo li divideva anche in gruppi secondo i borghi, cui appartenevano, e loro raccomandava che non sviassero e spesso egli stesso accompagnava or questa or quella squadra.

                Ma pure i giuochi erano necessari per allettare alla frequenza del Catechismo quella focosa gioventù; ed ei li conduceva sovente in amene passeggiate fuori della città, in siti dove potessero divertirsi a loro piacimento, sotto la sua paterna vigilanza, che mai li abbandonava nè nell'andare, nè nel ritorno. Ma ciò non sempre tornava vantaggioso ai giovani e comodo a D. Bosco, e però il Teol. Guala, riconosciuta la necessità di un luogo fisso per le ricreazioni ordinarie, gli concedette di radunare qualche volta i suoi birichinetti nel cortile annesso al Convitto.

                Anche la retrosagrestia più non bastava per accoglierli tutti al Catechismo, imperocchè il numero già montava ad ottanta; ed il Teol. Guala permise che occupassero eziandio la sagrestia. E siccome, così divisi in due sale e talvolta in tre, occupando pure il coretto, D. Bosco solo più non era sufficiente per la loro sorveglianza, il Teol. Guala dispose che fosse coadiuvato da alcuni convittori, fra i quali si ripartirono le varie classi da istruire.

                Ma v'ha di più: nuovi giovani accorrevano all'Oratorio, e D. Bosco fu costretto a dividerli in due sezioni e stabilire in due diversi tempi l'istruzione catechistica. Ciò avvenne per quasi due anni di seguito. Talora anzi anche alla sera dei giorni feriali faceva venire a sè i più tardi d'ingegno e loro ripeteva e spiegava tante volte le risposte del catechismo, finchè le sapessero a memoria e ne comprendessero bene il significato. [137] Intanto si informava immancabilmente da ognuno e dove abitasse e dove lavorasse, per poterli tutti visitare a tempo debito, incoraggiare al bene e raccomandarli ai rispettivi padroni.

                Al mattino di ogni festa si continuava a dar comodità di accostarsi ai SS. Sacramenti. I giovanetti tanto si erano a lui affezionati e tanta confidenza in lui riponevano, che tutti volevano confessarsi da lui. Ed era cosa consolante vedere il suo confessionale ogni festa attorniato da venti, trenta, quaranta e fino cinquanta fanciulli, che attendevano per ore ed ore che giungesse il loro turno, per confidare a lui i segreti del loro cuore. Poscia celebrava la S. Messa per loro, distribuendo la S. Comunione ad un gran numero di essi, con viva commozione di quanti assistevano a quello spettacolo di portentosa riforma morale. In ultimo teneva una breve istruzione a tutti insieme.

                E’ gloria di D. Bosco l'aver avvezzati tanti giovanetti del popolo alla Comunione frequente, mentre l'usanza deplorevole portava che quasi solo a Pasqua si accostassero alla sacra mensa e quando già erano avanti negli anni. D. Bosco aveva ben comprese le parole di Gesù Benedetto: “Lasciate che i piccoli vengano a me e nol vietate loro: imperocchè di questi tali è il regno di Dio[26]. Io sono venuto, perchè abbiano la vita e l'abbiano abbondantemente[27]”.

                Alla sera non assistevano alla benedizione, perchè non vi era comodità; ma dopo il catechismo D. Bosco li intratteneva insegnando loro a cantare lodi al Signore ed alla Madonna. Mons. Bertagna, allora giovanetto, essendo venuto [138] per qualche tempo in Torino, invitato da D. Bosco interveniva talora in mezzo agli altri come discepolo a queste lezioni di catechismo e di canto.

                Grandi erano le consolazioni che procuravano a D. Bosco questi garzoncelli. Egli scrisse nelle sue memorie: “In poco tempo mi trovai circondato da giovanetti, tutti ossequenti alle mie ammonizioni, tutti avviati al lavoro, la cui condotta, tanto nei giorni feriali quanto nei festivi io potevo in certa maniera garantire. Dava loro uno sguardo, e vedeva l'uno ricondotto ai genitori, da cui era fuggito, l'altro, dato prima all'ozio ed al vagabondaggio, collocato a padrone e laborioso; questi, uscito dal carcere, divenire modello dei compagni, quello, prima ignorantissimo delle cose riguardanti la fede, ora tutto in via d'istruirsi nella religione”.

                Il suo cuore però non era pienamente soddisfatto. Sentiva il bisogno di una Chiesa destinata solamente per i suoi ragazzi, recinti abbastanza spaziosi per la ricreazione, appositi locali per le scuole che aveva ideate, portici o tettoie per riparare gli allievi dalle intemperie nella fredda stagione o in caso di pioggia.

                Aveva eziandio un po' di pena per la freddezza, colla quale trattavalo qualche superiore subalterno, che pareva non amasse troppo quella novità. Anzi attesta D. Giacomelli che i giovanetti raccolti da D. Bosco erano soltanto tollerati e a stento dalla comunità. È legge ordinaria che le opere di Dio si stabiliscono e crescono per mezzo della santificazione e delle avversità. E queste incominciavano. Il regime infatti di comunità richiede silenzio in molte ore del giorno; le pubbliche funzioni, di una Chiesa frequentatissima richiedono tranquillità; ma l'uno e l'altra sembravano compromesse da quella turba noti sempre troppo silenziosa. D. Bosco stesso vedeva essergli indispensabile un altro locale, e se ne aperse [139] col Rettore. Ma il Teol. Guala, benchè avvezzo ad una vita lontana da ogni rumore e conoscesse tutti quei lamentati inconvenienti, pure, giusto estimatore del bene che si faceva e più ancora che si preparava, incoraggiò D. Bosco a perseverare, senza badare alle dicerie; e gli diede una prova di più della sua protezione.

                Altre volte, in occasione di qualche solennità, aveva somministrato ai giovani dell'Oratorio colezione o merenda; ora gli volle procurare una cara gratissima sorpresa. In quel tempo il giovanil drappello era formato di scalpellini, stuccatori, selciatori, e soprattutto di muratori. Per questa ragione il Teol. Guala desiderò che si facesse una bella festa in onore di sant’Anna, speciale patrona di questa professione. Laonde in quel giorno il sant'uomo, dopo le religiose funzioni del mattino, invitò tutti a fare colazione con lui, e a tale uopo li condusse quasi in numero di cento nella gran sala detta delle Conferenze. Colà furono con loro sorpresa serviti tutti abbondantemente di caffè, latte e cioccolata, pane, dolci, confetti e simili, che furono per essi cose ghiottissime sì, che loro pareva di stare alla tavola del re. “Oh! quanti bei casi di morale abbiamo sciolti ancor noi in detta scuola in quell'occasione, mi diceva uno dei superstiti! Davvero! Facevamo scomparire lì su due piedi le difficoltà posteci innanzi, cioè i biscottini, che era una maraviglia. Ognuno quindi può immaginare quanto rumore menasse questa festa tra i nostri compagni, ai quali la raccontammo. Da quel dì, se il locale lo avesse permesso, noi saremmo giunti ben presto a parecchie centinaia. Non meno commovente fu il contegno religioso, e il frutto che abbiamo riportato da quella festa. Ci parve davvero che la santa Genitrice dell'Augusta Madre di Dio ci arridesse in quel giorno dal Cielo, e ci annoverasse tra i suoi protetti. E ne avevamo [140] molto bisogno: poichè chi non sa a quali e quanti pericoli non si trovano tuttodì esposti i poveri artigiani, e specialmente i muratori? Or bene d'allora in poi non si ricorda che alcuno di noi sia stato vittima di qualche disgrazia”.

                Così il Teol. Guala animava D. Bosco, il quale sempre malaticcio mostravasi infaticabile per la salute delle anime. Egli, che lo aveva sovvenuto con danari fin da quando era entrato in Convitto, diceva di lui: Se costui la scampa, ne farà qualcheduna da pari suo!

                Quanto abbiamo fin qui narrato riguardo all'Oratorio e a D. Bosco nel Convitto ci venne riferito da D. Giacomelli, da Giuseppe Buzzetti, dal Prof. Gaidano, che in sua gioventù passò più anni al Convitto, e dal signor Bargetto berrettaio addetto allora al servizio del Convitto medesimo, il quale aggiunse che quanto D. Bosco aveva di suo e di donato dagli altri, tutto impiegava per i bisogni e le ricreazioni de' suoi figliuoli, non ritenendo per sè che lo stretto necessario, che era ben poco.

 

 


CAPO XV.
La patente definitiva di confessione - In villeggiatura a Rivalba -  Agli esercizi di S. Ignazio - Vincenzo Gioberti e il suo Primato civile e morale degli Italiani - Dispute col Prevosto Don Cinzano -  Le beatelle e saggi consigli di D. Bosco.

 

                TERMINATO il secondo corso di morale pratica, Don Bosco ne sosteneva l'esame definitivo, in seguito al quale gli venivano rilasciate le patenti di confessione il giorno 10 giugno del 1843. Poscia, stante l'intimità che aveva con D. Cafasso, fu da lui invitato ad accompagnarlo per alcuni giorni alla villeggiatura che il Convitto possedeva a Rivalba. Non fu questo nè il primo, nè l'ultimo invito accolto con viva gioia. Don Cafasso nel breve tempo che quivi dimorava libero dalle occupazioni di Torino, rimaneva tutto il giorno in camera a studiare le sue prediche ed a pregare, tranne un'oretta verso sera, in cui permettevasi un po' di svago passeggiando pei boschetti e facendo una visita alla Cappelletta di S. Giovanni. Quella solitaria dimora e la compagnia di un amico e padre così pieno di amor di Dio tornò a D. Bosco d'inestimabile refrigerio e per l'anima e pel corpo. Un altro invito gli fe' D. Cafasso, quello di andare a S. Ignazio, che doveva poi essere un campo speciale delle [142] sue apostoliche fatiche. Il Teol. Guala, per rendere più agevole l'accesso da Lanzo al Santuario, aveva iniziata l'apertura di una comoda via carrozzabile, tagliata nel fianco orientale del monte, opera colossale che si protendeva sette chilometri e mezzo. La sola parte da lui compiuta costò oltre centomila lire. D. Bosco, che ammirava lo zelo intraprendente del suo Rettore e ben conosceva a quanti sacrifizi e sollecitudini sottomettevasi per facilitare l'ascensione a quel sacro monte, ove il Signore soleva parlare più intimamente alle anime e attirarle al suo amore ed alla sua sequela, di buon grado accettò la proposta del suo maestro e là si recò agli esercizi dei secolari. A quel tempo gli esercizi spirituali di S. Ignazio dettati ai laici avevano bisogno di un po' più di vita. Per questo D. Cafasso desiderava vivamente che andasse D. Bosco; e D. Bosco per accondiscendere ai santi desiderii di D. Cafasso e per cooperare al buon andamento di un'opera così meritoria al cospetto di Dio, non mancò mai d'andarvi ogni anno fino al 1875. Per molti anni fece quel viaggio a piedi, partendo da Torino alle 3 del mattino ed arrivando a S. Ignazio verso le 10 antimeridiane. D. Cafasso, il Teol. Golzio e D. Begliati lo facevano lassù arbitro di tutto. D. Bosco ivi non venne mai incaricato della predicazione; ma appena ebbe la confessione, quasi tutti volevano confessarsi da lui ed egli dava a tutti ascolto. Non si può calcolare il bene che abbia fatto. Nel corso di questa storia narreremo vari aneddoti che gli accaddero colà. In tempo di ricreazione egli colle sue invenzioni mettea tutti in moto dintorno a sè, ed era questo il momento nel quale coglieva nella sua rete i pesci più grossi, affezionandosegli colle sue belle maniere. Sceso da S. Ignazio, passò l'estate in Torino accudendo al confessionale ed a' suoi cari giovanetti. Però qualche [143] settimana prima della Madonna del Rosario, si recò a Castelnuovo, usanza che sempre praticherà in seguito, specialmente quando potrà ottenere di erigere una Cappelletta alla sua Borgata de' Becchi. In quest'anno si era aggiunta nelle Litanie Lauretane e si cantava l'invocazione Regina sine labe concepta, ora pro nobis. Così aveva ordinato Mons. Fransoni per concessione avuta da Roma. Ma, mentre noi vediamo D. Bosco cogli amati suoi superiori tutti intesi a promuovere l'ordine morale, opposte aspirazioni agitano la reggia. Le segrete e palesi relazioni di Carlo Alberto col partito liberale, operante in Torino, in altre parti d'Italia ed all'estero, aumentano ogni giorno più. Mentre Massimo d'Azeglio stampa i suoi romanzi pieni d'amor patrio, il Balbo, credente cattolico, ma illuso, pubblica il suo libro Le speranze d'Italia, esaltando l'idea dell'unione dell'Italia in una lega fra tutti gli Stati Italici, l'unica possibile, ove non si voglia il Papa Re dell'intera penisola, non dovendo egli essere suddito di nessuno per la divina missione che ha da compiere. Scudo e cavaliere della Lega dover essere poi il Re Carlo Alberto. Quest'opera secondò meravigliosamente le idee dell'Abate Vincenzo Gioberti raccolte nel volume intitolato Il primato civile e morale degli Italiani. Questi libri erano destinati a rendere popolari più che fosse possibile le nuove aspirazioni di libertà. E il nome e le dottrine di questi tre autori piemontesi penetrarono per tutta l'Italia. L'opera però che levò maggior rumore fu quella del Gioberti. In questo suo lavoro, non scevro di gravissimi errori, aveva saputo congiungere così artificiosamente lodi lusinghiere agli Italiani, pensieri religiosi, elogi al Sommo Pontefice, al Pontificato, ai Santi ed eccitamenti a rendere l'Italia libera e indipendente dallo straniero, riconducendola all'antica grandezza, che diede le vertigini ad infiniti lettori, [144] seducendone molti anche dei migliori, non esclusi parecchi dei clero. Metteva in chiara luce che la causa nazionale dell'Italia era e non poteva consistere in altro fuorchè in una confederazione da stringersi fra i suoi Stati con a capo il Pontefice. Ma quel furente amor di patria era tutto una finzione. L'amico di Mazzini, sotto il manto della religione ed il mentito vessillo della croce, aprivasi la via per dar principio alla rivoluzione e riunire insieme tutte le forze dei nemici della Chiesa. Egli disegnava fare un passo alla volta, e non volendo metter paura a nessuno, usò finissima ipocrisia per spargere le su e dottrine anche fra i buoni ed il clero. E scriveva al Mamiani il 13 agosto 1843 che le sue lodi al Papato ed alla Chiesa non erano che modi per incarnare altri suoi pensieri e collocarli, per così dire, in un quadro. Queste lodi bisognava sciorinarle per ottenere il passaporto[28].

                Ora D. Bosco ritornato in Castelnuovo, vide, come ci narrava D. Bonetti, il volume del Primato, sul tavolo di Don Cinzano. Egli il buon Parroco era rimasto infatuato dalle splendide forme e dalle idee religiose di quel libro. Aveva conosciuto Gioberti quando giovane frequentava l'università e radunava intorno a sè molti di quei studenti e chierici del seminario, inculcando le teorie più accese di repubblica e di libera filosofia. Essendo gentilissimo nei modi, dotato di grandissimo ingegno, fornito di molta erudizione, benchè gonfio di una smisurata superbia, i giovani ecclesiastici lo riputavano addirittura l'aquila del clero subalpino. Ed il Teol. Cinzano, anima ardente, nel chierico di corte, che viveva di una pensione che riceveva dal Re Carlo Alberto, aveva ammirati i pregi che l'ornavano, scusate certe esagerazioni, ma ritenute [145] le idee di indipendenza e libertà. Quindi alla lettura di questi libri il suo entusiasmo non ebbe limiti. Egli certamente non sapeva come Gioberti avesse scritto un articolo nella Giovane Italia, nel quale aveva chiamato il Cattolicismo: Religione di servitù e di barbarie[29].

                D. Bosco, nello scorgere quel libro, senza dir parola, fissò il buon Prevosto con uno di quei suoi indefinibili sguardi tra il compassionevole e canzonatorio, i quali valevano una confutazione ed impacciavano l'oppositore. D. Bosco vedeva che le sette incominciavano a svolgere palesemente le istruzioni date dai loro capi nel 1820. D. Cinzano contrariato gli domandò - E che cosa ci trovi a ridire? - Era facile rispondere: Gioberti, essendosi fatto propagatore della Giovane Italia in teoria ed in azione, non solamente nella gioventù civile ed ecclesiastica, ma nello stesso esercito, era stato imprigionato e poi esiliato nel 1834. Rifugiatosi a Bruxelles, insegnava filosofia in un collegio protestante. Quindi vestiva da secolare: non celebrava Messa, non diceva l'ufficio divino, non usava più ai Sacramenti, teneva modi liberi, per non dir libertini. Tuttociò era più che sufficiente per rendere sospetta la sua dottrina. Ma D. Bosco volle prendere in mano quel volume, e cogliendo qua e là alcuni periodi, gli fece constatare che Gioberti, come tutti gli eretici, voleva ritornare la religione verso i suoi principii e non solo purgarla, ma trasformarla. Senonchè D. Cinzano, che non ci vedeva da quell'occhio e giudicava quegli errori sviste cagionate dalla furia dello scrivere, non si capacitava. Varie volte si riaccesero queste dispute, che a nulla approdavano, e il povero Prevosto le finiva sempre col minacciare scherzevolmente D. Bosco con [146] una frase che ripetè non di raro - D. Bosc! D. Bosc, ti 't ses un sant baloss!

                Tuttavia questa discrepanza di opinioni non turbò neppure per un istante l'intima tenerissima amicizia, che univa i due uomini del Signore. Anzi in tutto il resto D. Cinzano stava ai consigli di D. Bosco, direi colla docilità di un fanciullo. Prova ne sia il fatto seguente: “Mi ricordo, diceva D. Bosco stesso, che il parroco di Castelnuovo in sul principio, in privato e anche dal pulpito, dava contro alle così dette beatelle, dicendo che facevano perdere il tempo al confessore, che potevano spiegarsi meglio, essere più concise nelle loro narrazioni e via dicendo. Per questo dovette soffrire non poco, poichè nessuno andava più a confessarsi da lui, essendosi con queste parole alienati gli animi del paese. Tutti coloro che volevano confessarsi andavano dal Vice - parroco. Un giorno se ne lamentava meco, ed io gli feci presente il consiglio di D. Cafasso: cioè l'esortai a parlare dal pulpito diversamente, ad invitare la gente a venire con frequenza a confessarsi, ed aggiungere che il prete confessa sempre volentieri. Specialmente gli raccomandai a trattar bene in confessionale quelle buone donne, usar con loro molta carità e pazienza e a dare eziandio ad esse l'incarico di condurre altri a confessarsi. Il parroco mi ringraziò e fece come io gli aveva suggerito. In poco tempo il paese venne tutto a confessarsi da lui, e si accrebbe moltissimo il numero delle Comunioni in quella parrocchia”.

                In ciò D. Bosco seguiva e dava norme così precise e sapienti, da rattenere l'impazienza di quelli che trovavano troppo noioso e pesante l'ascoltare certe confessioni, e d'altra parte non ometteva dal porre sull'avviso coloro, i quali troppo facilmente credono alle apparenze di santità di quelli che essi dirigono. Sovente accade che un sacerdote debba confessare [147] sante persone, ma scrupolose e non ubbidienti. Talora esse dimandano di cambiar confessore, ed il parroco, per paura che si rompano la testa, non glielo vuol permettere. D. Bosco diceva: “Se costoro continuano a confessarsi da lui voglia essere obbedito. Permetta sempre che vadano da altri confessori. A queste anzi si faciliti e quasi, direi, si consigli il cambiare: se ritornano poi si ricevano nuovamente e si esiga obbedienza; e se nuovamente desiderano altro confessore, si lascino fare”. Egli asseriva, che quelle buone donne pie, ma seccanti, scrupolose, indiscrete, fanno molto del bene, ed egli non permise mai che se ne parlasse scherzando, chiamandole beate in senso biasimevole. Le così dette beate per lo più sono il sostegno religioso d'un paese o d'una parrocchia; e il non curarle o trattarle male è come il raffreddare un paese intiero riguardo alla frequenza de' Sacramenti. Molte volte il modo migliore per far fiorire la pietà in una popolazione si è precisamente di servirsi di queste brave donne. Sono desse che zelano il culto della casa di Dio, che si adoperano per impedire o togliere uno scandalo, che danno o raccolgono i mezzi per promuovere un'opera di beneficenza o di religione. Ed in vero d'ordinario ciò che le rende alquanto pesanti non è altro che un po' d'ignoranza ed il soverchio timore; ma molte volte sono anime affatto innocenti e passano anni ed anni senza peccato non solo mortale, ma forse neppure veniale assolutamente deliberato. Se però vengono contrariate dal confessore, non osano più avvicinarsi a lui, ne parlano colle amiche e colle comari, vanno e vengono sempre con questo in mente, e senza volerlo colle loro lamentazioni raffreddano nella pietà tutti quelli che avvicinano.

 

 


CAPO XVI.
Il terz'anno di Convitto - La principale occupazione di D. Bosco Istruzione catechistica ragionata - Ammonimenti per ben ricevere il Sacramento di Penitenza - Norme pratiche pei confessori di giovinetti Brevi avvertenze per chi si dedica agli Oratorii festivi.

 

                IL TEOL. GUALA aveva permesso a D. Bosco di passare ancora un anno al Convitto, favore che soleva concedersi solamente ai più segnalati per pietà e per studio. E però appena finita la novena e festa del S. Rosario a Castelnuovo, D. Bosco si affrettò a ritornare a S. Francesco di Assisi, ove gli venne pure affidata la carica di ripetitore straordinario, e nel corso dell'anno eziandio la cura di alcuni convittori tardi d'ingegno e bisognosi di maggior istruzione.

                In quest'anno venne pure al Convitto per incominciare i suoi corsi di morale pratica D. Giacomelli, il quale sedendo nella scuola a fianco di D. Bosco, potè osservarlo sempre diligentissimo alle lezioni, non ostante le svariate occupazioni, cui lo costringevano l'obbedienza e la carità sua.

                La principale delle quali però era sempre quella dell'Oratorio festivo coll'istruzione catechistica, in cui egli riponeva il principio dell'educazione morale de' suoi birichini. [149] Perciò, chiedendone l'aiuto al Signore, ripetevagli sovente: La esposizione di tue parole, o Signore, illumina e dà intelletto ai piccoli[30]”. Ed il suo insegnamento non era solamente una ripetizione materiale dì quelle auree dimande e risposte contenute nel volumetto del Catechismo, sibbene le corroborava con prove di miracoli e profezie tratte dai libri sacri, che dimostrano Dio stesso aver rivelate quelle verità che si debbono credere, Dio stesso aver comandato colla sua legge quello che si deve operare e quello che si deve fuggire. Per tal modo i fanciulli si rendono ragione della loro fede; cosa importantissima senza dubbio, perchè, se manca la persuasione, le credenze vacillano e le passioni e l'errore col crescere degli anni finiscono per togliere affatto il santo timor di Dio. E questa fede ragionata non cessa mai dal premunire contro le future cadute, giacchè al dir del Salmista “il giovanetto corregge le sue inclinazioni in osservando le parole del Signore[31]” e del continuo spinge verso il sentiero della salute chi avesse la disgrazia di fuorviare.

                In modo particolare nei catechismi intrattenevasi lungamente nello spiegare le disposizioni necessarie per ben ricevere e con frutto il Sacramento della Penitenza ed i vantaggi che ne provengono all'uomo dal praticarlo con costante regolarità. Era ben persuaso che solo colla frequenza a questo Sacramento e quindi a quello della S. Comunione il giovanetto può passare immacolato il tempo, nel quale coll'età si sviluppano in lui le passioni più pericolose, mentre è pure l'unica tavola di salvamento e di ravvedimento per coloro che dalle [150] passioni fossero sopraffatti. Della quale sua intima convinzione fanno fede le continue esortazioni che a voce e per iscritto rivolgeva a' suoi cari giovanetti. A mo' d'esempio riportiamo quanto egli scrive nella vita di Michele Magone. Egli fa una parentesi tutta rivolta ai giovanetti, ed infine v'aggiunge pur qualche utilissimo ammonimento pei confessori.

                “Per prima cosa, egli dice, vi raccomando di far quanto potete per non cadere in peccato: ma se per disgrazia vi accadesse di commetterne, non lasciatevi mai indurre dal demonio a tacerlo in confessione. Pensate che il confessore ha da Dio il potere di rimettervi ogni qualità, ogni numero di peccati. Più gravi saranno le colpe confessate, più egli godrà in cuor suo, perchè sa essere assai più grande la misericordia divina, che per mezzo di lui vi offre il perdono, ed applica i meriti infiniti del prezioso sangue di Gesù Cristo, con cui egli può lavare tutte le macchie dell'anima vostra.

                Ricordatevi che il confessore è un padre, il quale desidera ardentemente di farvi tutto il bene possibile, e cerca di allontanare da voi ogni sorta di male. Non temete di perdere la stima presso di lui confessandovi di cose gravi, oppure che egli venga a svelarle ad altri. Perciocchè il confessore non può servirsi di nessuna notizia avuta in confessione per nessun guadagno o perdita del mondo. Dovesse perdere anche la propria vita, non dice, nè può dire a chicchessia la minima cosa relativa a quanto ha udito in confessione. Anzi posso assicurarvi che più sarete sinceri ed avrete confidenza con lui, egli pure accrescerà la sua confidenza in voi e sarà sempre più in grado di darvi quei consigli ed avvisi che gli sembreranno maggiormente necessari ed opportuni per le anime vostre.

                Ho voluto dirvi queste cose, affinchè non vi lasciate mai ingannare dal demonio tacendo per vergogna qualche [151] peccato in confessione. Io vi assicuro, o giovani cari, che mentre scrivo mi trema la mano pensando al gran numero di cristiani che vanno all'eterna perdizione, soltanto per aver taciuto o non aver esposto sinceramente certi peccati in confessione! Se mai taluno di voi ripassando la vita trascorsa venisse a scorgere qualche peccato volontariamente ommesso, oppure avesse solo un dubbio intorno alla validità di qualche confessione, vorrei tosto dire a costui: Amico, per amore di Gesù Cristo e pel sangue prezioso che egli sparse per salvare l'anima tua, ti prego di aggiustare le cose di tua coscienza la prima volta che andrai a confessarti, esponendo sinceramente quanto ti dà pena, precisamente come se ti trovassi in punto di morte. Se non sai come esprimerti, di' solamente al confessore che hai qualche cosa che ti dà pena nella vita passata. Il confessore ne ha abbastanza; seconda solo quanto egli ti dice, e poi sta sicuro che ogni cosa sarà aggiustata.

                Andate con frequenza a trovare il vostro confessore, pregate per lui, seguite i suoi consigli. Quando poi avrete fatta la scelta di un confessore, che conoscete adatto pei bisogni dell'anima vostra, non cangiatelo più senza necessità. Finchè voi non avete un confessore stabile, in cui abbiate tutta la vostra confidenza, a voi mancherà sempre l'amico dell'anima. Confidate anche nelle preghiere del confessore, il quale nella santa Messa prega ogni giorno pe' suoi penitenti, affinchè Dio loro conceda di fare buone confessioni e possano perseverare nel bene: pregate anche voi per lui.

                Potete però senza scrupolo cangiare confessore quando voi o il confessore cangiaste dimora e vi riuscisse di grave incomodo il recarvi presso di lui, oppure fosse ammalato, o in occasione di solennità ci fosse molto concorso presso il medesimo. Parimente se aveste qualche cosa sulla coscienza [152] che non osaste manifestare al confessore ordinario, piuttosto di fare un sacrilegio cangiate non una, ma mille volte il confessore.

                Che se mai quanto scrivo fosse letto da chi è dalla divina Provvidenza destinato ad ascoltare le confessioni della gioventù, vorrei, omettendo molte altre cose, umilmente pregarlo a permettermi di dirgli rispettosamente:

                1°. Accogliete con amorevolezza ogni sorta di penitenti, ma specialmente i giovanetti. Aiutateli ad esporre le cose di loro coscienza; insistete che vengano con frequenza a confessarsi. È questo il mezzo più sicuro per tenerli lontani dal peccato. Usate ogni vostra industria, affinchè mettano in pratica gli avvisi che loro suggerite per impedire le ricadute. Correggeteli con bontà, ma non sgridateli mai; se voi li sgridate, essi non vengono più a trovarvi, oppure tacciono quello, per cui avete loro fatto aspro rimprovero.

                2°. Quando sarete loro entrato in confidenza, prudentemente fatevi strada ad indagare se le confessioni della vita passata siano ben fatte. Perocchè autori celebri in morale, in ascetica e di lunga esperienza, persone autorevoli che hanno tutte le garanzie della verità, tutti insieme convengono a dire che per lo più le prime confessioni dei giovanetti, se non sono nulle, almeno sono difettose per mancanza di istruzione, o per ommissione volontaria di cose da confessarsi. Si inviti il giovinetto a ponderare bene lo stato di sua coscienza particolarmente dai sette ai dieci, ai dodici anni. In tale età si ha già cognizione di certe cose che sono grave male, ma di cui si fa poco conto, oppure si ignora il modo di confessarle. Il confessore faccia uso di grande prudenza e di grande riserbatezza, ma non ommetta di fare qualche interrogazione intorno alle cose che riguardano alla santa virtù della modestia. [153]

                Vorrei dire molte cose sul medesimo argomento, ma le taccio, perchè non voglio farmi maestro in cose, di cui non sono che povero ed umile discepolo. Qui ho detto queste poche parole che nel Signore mi sembrano utili alle anime della gioventù, al cui bene intendo di consacrare tutto quel tempo che al Signore Dio piacerà lasciarmi vivere in questo mondo”.

                In una memoria poi scritta per i suoi figliuoli, i Salesiani, nel 1845 così si esprime: “Quando si è richiesti ad ascoltare le confessioni, a ciascuno si presenti con animo ilare, e non si usi mai sgarbatezza, nè mai si dimostri impazienza. I fanciulli si prendano con modi dolci e con grande affabilità. Non mai si strapazzino, nè si facciano le meraviglie per l'ignoranza o per le cose deposte in confessione. Qualora si vedesse necessità in qualcuno di essere istruito, esso sia invitato in tempo e luogo adattato, ma a parte. Le cose che ordinariamente mancano nelle confessioni dei fanciulli sono il dolore dei peccati ed il proponimento. Quando manca l'una o l'altra di queste qualità causa l'ignoranza, si consigli il fanciullo ad istruirsi frequentando il catechismo o studiando la dottrina stampata, se egli è capace di leggere e comprendere quel che legge. Nel dubbio però, se non appare colpa grave, si può loro dare soltanto la benedizione”.

                D. Bosco in questa sua memoria aggiungeva alcune norme generali per fare del bene negli Oratorii festivi, le quali dimostrano eziandio quanto fosse grande la sua prudenza. “È cosa assai importante, egli dice, ed utile per la gioventù di fare in modo che non mai un fanciullo si parta malcontento da noi. Al contrario si lasci sempre con qualche regaluzzo, con qualche promessa o con qualche parola che lo animi a venire volontieri a trovarci. Conviene però poi mantenere costantemente le promesse fatte ai fanciulli, o almeno dare la ragione di non averle adempiute.” [154] Per correggere con frutto, non si deve mai far rimprovero in presenza di altri.

                Cerca di farti amare, di poi ti farai obbedire con tutta facilità. Non sarai mai troppo severo nelle cose che servono a conservare la moralità”.

                Tutto ciò era conseguenza della sua carità verso Dio, carità che si appalesava nel modo edificante, col quale amministrava i SS. Sacramenti, ed informava tutti quanti i suoi modi di trattare coi giovanetti e le sue frequenti esortazioni per ritrarli dall'offesa di Dio e stimolarli al suo santo amore.

 

 


CAPO XVII.
La speranza cristiana - Il pensiero del Paradiso - Insta opportune et importune - D. Bosco coepit facere et docere - All'opera nella predicazione e nell'amministrazione del Sacramento della Penitenza - Il fetore dei peccati - Varii Istituti ed Ospedali, cui si dedica - D. Bosco è colpito dalle petecchie.

 

                I CONSIGLI che D. Bosco dava agli altri sul modo di trattare i giovanetti ed i penitenti erano esattamente da lui praticati. Ed il bene immenso che egli per tal modo fece vuoi colla predicazione, vuoi nell'amministrazione del Sacramento della Penitenza, trova la sua spiegazione unicamente in quella viva confidenza e ferma speranza ch'egli nutriva in Dio, come in suo ultimo fine, la quale informava tutta quanta la sua vita. Fidente nei meriti di G. C., egli senza presunzione teneva come sicura la sua eterna salvezza, perchè l'infinita bontà di Dio gli avrebbe da parte sua dato il perdono dei peccati, gli aiuti necessari per la propria santificazione, e la grazia della perseveranza finale. “Nei trentacinque anni che io vissi al suo fianco, afferma Mons. Giovanni Cagliero, non vidi mai in lui atto di diffidenza, non udii mai l'espressione di un timore o dubbio, non lo vidi mai agitato da alcuna inquietudine circa la bontà [156] e la misericordia di Dio verso di lui. Non apparve mai turbato da angustie di coscienza. Parlava del paradiso con tanta vivacità, gusto ed effusione di cuore, da innamorare chiunque udivalo, ed era evidente che la speranza de' beni celesti bandiva da lui il timore della morte. Ne ragionava come un figlio parla della casa del proprio padre, il desiderio di possedere un giorno Iddio lo accendeva, più ancora che la mercede da lui promessa; e confortavasi colle parole di S. Paolo: Noi siamo figliuoli di Dio: e se figliuoli, anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo[32]”. “Se qualcuno, aggiungeva il Teol. Ascanio Savio, gli avesse all'improvviso domandato - D. Bosco! Dove è incamminato? - egli avrebbe risposto: - Andiamo in paradiso”.

                E questa sua viva confidenza non era solamente per sè, ma ancora per i suoi giovani e per il prossimo, nel quale sapeva bellamente insinuarla ed eccitarla. Ci ripeteva sovente: - Che piacere quando saremo tutti in paradiso! Siate solamente buoni, e non temete! - E che! Credete voi che il Signore abbia creato il paradiso per lasciarlo vuoto? Ma ricordatevi che il paradiso costa sacrificii. - Sì, sì! Ci salveremo mediante la grazia di Dio ed il suo aiuto, che non mancano mai, e la nostra buona volontà. - Deus omnes homines vult salvos fieri[33], dice S. Paolo. Intendete questo latino? Vult: Dio vuole. Dio non mentisce, Dio non burla! Omnes: tutti vuole salvi.... Per parte sua non mancherà mai. Guardiamo di non mancar noi. - Preghiamo, perchè la preghiera fatta per questo fine è infallibilmente impetratoria! È di fede che otterrà ciò che dimanda. Nell'udire [157] anche una sola di queste sue parole i giovani si sentivano oltremodo incoraggiati a farsi buoni e virtuosi per guadagnarsi il regno celeste.

                Se qualcuno gli dimandava: - Ed io mi salverò? Rispondeva: - Voglio vedere che tu andassi all'inferno! Voglio che siamo sempre insieme in paradiso! Fa quello che puoi e confida nella misericordia di Dio che è infinita! Tenetevi pur sicuri dell'eterna salute, purchè corrispondiate alle grazie che Dio ci fa continuamente.

                A chi mostrava troppo timore misto a diffidenza, per cagione dei proprii peccati, rispondeva: - Gesù Cristo è morto per i peccatori; disse egli stesso essere venuto a questo mondo per guarire i malati e cercare e salvare le pecorelle smarrite. La Madonna è chiamata con ragione refugium peccatorum. Facciamo dunque la nostra parte, ricorriamo a Lei, in Lei confidiamo, e saremo salvi, perchè essa è potente. - Esortava quindi a confidare eziandio nei meriti di questa buona Madre e di ricorrere e confidar pure nell'intercessione dei Santi.

                Con questa sua fiducia e speranza facevasi abile strumento della misericordia di Dio. Per lui speranza, misericordia, confessione erano sinonimi. Aveva una gran fede nel Sacramento della Penitenza, e coglieva ogni occasione per raccomandarlo, opportunamente ed importunamente con una costanza inarrivabile. Anche ragionando con persone ragguardevoli, sapeva insinuare in bel modo un pensiero che le invitasse a mettere in sesto le cose dell'anima. Era ben difficile che parlasse alcuni giorni di seguito alla stessa udienza senza che insegnasse a ben confessarsi e ne inculcasse la frequenza. Nelle prediche, nelle conferenze, nelle parlate ai giovani aveva sempre un'osservazione su questo argomento. Il suo sospiro era di portar tutti in paradiso, il [158] suo timore che qualcuno deviasse dalla buona strada. Egli attendeva con ardente zelo alla conversione dei peccatori, logorando la vita, per così dire, nell'amministrare il Sacramento della Penitenza; e fu ben presto così nota la sua carità, che sapendosi aver qualche infelice rifiutato di riconciliarsi con Dio, essendo in punto di morte, si correva a chiamare D. Bosco come l'uomo desiderato e giudicato capace di condurre a salvezza quel disgraziato.

                Egli poi coll'esempio confermava le sue parole: ogni settimana regolarmente confessavasi da D. Cafasso; e ciò faceva, come fece poi sempre, non in luogo recondito, ma in pubblica chiesa, sicchè i fedeli potevano osservarlo; e tanto nella preparazione, quanto nell'accusa e nel ringraziamento dava a conoscere che praticava un atto degno di tutta la venerazione siccome stabilito da Gesù Cristo medesimo. Egli in ogni sua azione ricopiava in sè il Divino Modello, che prima coepit facere e poi docere.

                Ma vediamolo all'opera. È in questo tempo che incominciò a predicare pubblicamente in alcune chiese di Torino, dettando tridui, novene ed esercizi spirituali. Le sue prediche erano quasi sempre una spiegazione od uno svolgimento di un testo scritturale, coi riflessi dogmatici e morali opportuni, e con un esempio edificante ben descritto e particolareggiato.

                Prese eziandio ad esercitare il sacro ministero nel tribunale di penitenza nella chiesa di S. Francesco d'Assisi, attendendovi tutte le mattine per alcune ore. La sua carità, lo zelo, la rara prudenza, e la destrezza nell'interrogare non tardò ad essere conosciuta. Tra i suoi penitenti si annoveravano eziandio parecchi degli stessi sacerdoti suoi compagni; fra i quali D. Giacomelli, che lo scelse tosto per suo confessore. Egli attesta che D. Bosco ebbe subito un numeroso [159] concorso di fedeli, che assiepavano il suo confessionale. Si applicava con tanto amore ad ascoltarli, che tale ministero pareva fosse a lui il più gradito, il più caro, il più conforme al suo cuore. A qualunque ora fosse chiamato ad esercitarlo, vi si prestava prontamente, senza mai fare la minima osservazione in contrario, o per la stanchezza, o per l'ora incomoda, o per altra occupazione, eccettuato il tempo di scuola. Le sue maniere franche inspiravano confidenza eziandio in coloro che per dignità o per età erano a lui maggiori. Allorchè qualcuno gli si avvicinava in sagrestia richiedendolo del suo ministero sacerdotale, si accorgeva a colpo d'occhio, se era di quelli che avessero gravi imbrogli nella coscienza e sorridendo: - Mio caro signore, l'avverto che non vorrei impiegare il mio tempo inutilmente. Se sono cose grosse, va bene; allora io son contento; ma per minuzie non c'è la spesa. - Questi poveretti respirando per quella facezia, gli rispondevano; - Non dubiti che lo contenteremo. - Così va bene; e fra noi amici ce l'intenderemo subito. - Così guadagnavasi la confidenza; e più l'accusa era intricata, la questione difficile, tanto più esso godeva nel vedere l'operazione della divina misericordia.

                Di lui si può ripetere ciò che egli scrisse di D. Cafasso: “Poche parole, un solo sospiro del penitente bastavano per fargli conoscere lo stato dell'anima. Non parlava molto al confessionale, ma quel poco era chiaro, esatto, classico, e per modo adattato al bisogno, che un lungo ragionamento non avrebbe ottenuto miglior effetto”. Egli soleva dire che in mezz'ora avrebbe sbrigato qualsiasi confessione generale. Era breve a segno, che in poche ore confessava centinaia di persone rimandandole con una pace ed allegrezza vivamente sentita. Talora però era costretto a portar seco un liquore amaro, per far cessar la nausea ed i vomiti eccitati dall'udire [160] la narrazione di certe colpe. Una puzza orrenda che emanava da certe persone infette dal peccato, sentivala al solo avvicinarsi di esse, prima ancora che aprissero bocca per parlare. Egli alle volte diceva loro amorevolmente che passassero ad altro confessionale di rincontro. Ma se insistevano pregando lui stesso ad usar loro quella carità, egli vi si prestava, ma con tale suo tormento, che a stento gli permetteva di ascoltarli sino alla fine. E da ciò i penitenti comprendevano la ragione, per cui egli avevali pregati di rivolgersi ad altri, e ben s'accorgevano che a lui era palese lo stato di loro coscienza prima che glielo avessero manifestato. Ciò accadevagli specialmente, quando venivano certi bellimbusti, che, indifferenti e quasi sorridendo, narravano le loro nefandità. Quest'orrore istintivo di D. Bosco era tanto più singolare, poichè esso di certe colpe sapeva solo quanto bastava per giudicarne la gravità della malizia, il pericolo dell'occasione, la necessità di uno o l'altro rimedio, ma nulla più. Monsignor Cagliero attesta che D. Bosco all'età di sessantotto anni non comprendeva come fossero possibili certe offese di Dio. Egli portò sempre odio profondo, fin dalla sua prima età, contro ogni cosa che potesse appannare in qualsivoglia modo, anche il più leggiero, quella virtù che rende gli uomini simili agli angioli. Ciò abbiamo inteso molte volte dalla stessa sua bocca. Da quanto si è narrato si può arguire come già fin d'allora fosse guidato da una luce che non era umana.

                Le sue fatiche però non erano limitate alla sola chiesa di S. Francesco d'Assisi. D. Cafasso lo inviava a confessare e predicare nelle prigioni, nell'Albergo di Virtù, nelle Scuole Cristiane dei Fratelli, nel Collegio Governativo di S. Francesco di Paola, nell'Istituto delle Fedeli Compagne, ove eziandio faceva conferenze, catechismo e scuola di lingua [161] italiana alle giovanette quivi educate; e nel Ritiro detto delle Figlie del Rosario, fondato dal Padre Bernardo Sappelli Domenicano, ove sono educate da una Comunità di Terziarie di S. Domenico un gran numero di fanciulle pericolanti. D. Bosco estese eziandio la sua carità al Monastero del Buon Pastore, aperto nel 1843, per cura del Conte Solaro De La Margherita, dalle Suore fondate in Francia nel 1642 dal P. Eudes, il cui scopo è di emendare le giovani traviate e preservare le figlie che sono vicine a cadere. Avendo queste Suore eziandio una classe di fanciulle a pensione, ne lo ripagarono varie volte col dare ricovero alle sorelline dei giovani del suo Oratorio, le quali altrimenti sarebbero rimaste abbandonate e prive di guida. Ed in queste e più altre Case di beneficenza e di educazione in Torino attendeva al sacro ministero non solo di giorno, ma ancora fino a sera molto avanzata, avendone licenza da D. Cafasso. E tale apostolato continuò per anni ed anni fino ad oltre il 1860. In tutti questi Istituti lasciò un ricordo indelebile del suo zelo e della sua prudenza, come ci assicurava Mons. Cagliero, il quale a lui succedette in varie di queste Pie Case per la direzione spirituale.

                D. Cafasso lo mandava ancora all'Ospedale di Carità, Ospizio di circa un migliaio tra vecchi e vecchie, ragazzi e ragazze, all'Ospedale dei Cavalieri dell'Ordine di S. Maurizio e Lazzaro e a quello di S. Luigi per gli infermi di consunzione incurabile, tre opere assistite dalle Suore di S. Vincenzo, dette le Bigie dal colore dell'abito, rampollo delle Figlie della Carità. Inoltre andava a confessare e a predicare, avendone l'occasione, nell'Ospedale Maggiore o di S. Giovanni, ove le Figlie della Carità lo coadiuvarono grandemente nell'assistenza spirituale degli infermi, e fra queste contò un bel numero di eroiche benefattrici e nel raccogliere giovani [162] abbandonati e nel mantenerli col loro proprio peculio e colle elemosine che sapevano ottenere dalle persone facoltose. Non dobbiamo ommettere che il nome di S. Vincenzo de' Paoli per mezzo delle Conferenze andrà unito a molte fondazioni degli Ospizii di D. Bosco in ogni parte del mondo. Di più, D. Bosco molte volte recavasi agli Ospedali invitato, quando trattavasi di assistere qualcuno che riputavasi bisognoso della sua parola nei momenti estremi; e talora portavasi di propria volontà al letto di chi conosceva impreparato alla morte. Nè lo tratteneva dal frequentare quelle corsie il pericolo di contrarre le malattie dei poveri infermi, come attesta D. Rua; e così continuò fino al 1870.

                Intanto non dimenticava la Piccola Casa della Divina Provvidenza e l'invito che avevagli fatto il Venerabile Cottolengo. Ivi, benchè egli fosse ancora così giovane, erano moltissimi gli infermi che volevano a lui confidare le proprie colpe e le pene che li angustiavano. Molte volte avveniva che non poteva ritornare al Convitto, se non ad ora tarda, quando dai convittori era già stato detto il rosario. Il Teologo Guala, che pur doveva sapere della licenza concessa da D. Cafasso, al suo arrivo lo sgridava alquanto: - Venga, venga a casa all'ora stabilita. - Ma D. Bosco, senza difendersi, nè risentirsene, rispondeva con umiltà: - Ma da fare al Cottolengo oh! quanto ce n'era! - E il Teol. Guala replicava: - Stia all'orario: il di più lo farà un'altra volta. Pare che il Rettore così parlasse per mettere alla prova la virtù del suo allievo. Infatti lasciollo continuare nelle sue visite, così fruttuose per le anime, più volte alla settimana; ed in esse D. Bosco diede prova di eroismo sacerdotale sorprendente. Da quelle infermerie, dove anche un gran numero dei giovani del suo Oratorio trovarono le cure più affettuose, D. Bosco non si allontanò fino al 1874; e dal principio fino [163] al 1860 sovente vi andava tre, quattro volte al giorno, spesso invitato, spesso spontaneamente. Verso il 1845 era scoppiata la malattia epidemica delle petecchie, e D. Bosco continuò a recarsi presso quei miserelli, sicchè contrasse ei pure il morbo e ne riportò traccia per tutto il tempo della sua vita; e sembra con non piccolo suo tormento, come osservò D. Rua e sentì da lui raccontare. D. Sala, che ne curò il corpo dopo morte, lo vide tutto ridotto in stato da far pietà, come se un erpete si fosse diffusa su tutta la sua cute, specialmente nelle spalle. Un cilicio dei più orribili non avrebbe potuto maggiormente straziarlo, e forse come tale Iddio glielo concesse, perchè nessuno venisse a conoscere il suo straordinario amore alla mortificazione ed alla penitenza.

 

 


CAPO XVIII.
All'Ospedale di S. Giovanni. - Una peccatrice ostinata e sua conversione per opera di D. Bosco - Un peccato taciuto, in gioventù e confessato in punto di morte - D. Bosco predice ad una dama in confessione un pericolo imminente, avvertendola di scongiurarlo coll'invocazione dell'Angelo Custode.

 

                NELL'ESERCIZIO del sacro ministero accaddero a D. Bosco varii fatti veramente sorprendenti, che meritano di essere almeno accennati. Li esporremo man mano che ci avanziamo nella storia della sua vita. Frattanto però non possiamo fare a meno di raccontarne alcuni.

                Nel 1844 si trovava ricoverata nell'Ospedale di S. Giovanni una povera donna tisica, all'ultimo stadio della sua malattia. La sua vita era stata deplorevole, e si temeva finisse con una morte disperata. Invischiata in mille tresche, rea di colpe enormi, imbrogliata per danni recati al prossimo nelle sostanze, da molti anni non si era più accostata ai SS. Sacramenti. Resisteva infuriata al Rettore dell'Ospedale, ai cappellani, alle monache e a quanti cercavano di persuaderla a confessarsi. Lo stesso D. Cafasso era stato respinto da quella forsennata, che aveagli lanciato contro un vaso. [165]

                Il santo sacerdote però avendo saputo dai medici come all'infelice restassero più pochi giorni da vivere, e rincrescendogli che andasse all'eternità in quello stato, ritornato al Convitto disse a D. Bosco: - Andate voi! - D. Bosco andò. Entrato nella corsia, si avanzò lentamente, fermandosi prima a parlare colle inferme da una parte attigue al letto di quella che era lo scopo della sua visita. A costei non rivolse uno sguardo, non disse una parola. Quindi passò oltre senza fermarsi, e si intrattenne con un'inferma coricata dall'altro lato. La povera tisica seguiva cogli occhi il prete, e vedendo che non si fermava presso di lei, che non le indirizzava parola, anzi che neppure la guardava: - E da me non viene? - disse.

                - Oh sì, volontieri! - rispose D. Bosco; e prese una sedia, si assise vicino a quel letto e poi: - Ebbene?

                - Mi dica qualche bella parola.

                - Vi è una parola che voglio dirvi.

                - E quale?

                - Confessione!

                - Confessione! È già molto tempo che non mi sono confessata.

                - Dunque confessatevi adesso.

                - Stamane, veda, è venuto un altro prete che voleva confessarmi, ma l'ho trattato male e l'ho fatto andar via.

                - - Non parliamo di questo. Adesso pensate ad aggiustare le cose della vostra coscienza. - E incominciò: Deus sit in corde tuo.

                - Ma ora io non sono preparata a confessarmi.

                - Apposta perchè non siete preparata, io vi ho data la benedizione, affinchè vi prepariate.

                - Ma adesso, io non mi sento: quando sarò guarita andrò a confessarmi in qualche chiesa di Torino: ovvero [166] appena io possa, mi recherò a fare le mie divozioni qui nella cappella dell'Ospedale.

                - E voi credete di poter ancora guarire?

                - Ma ora mi sento meglio.

                - Vi sembra, ma non è.

                - Come?

                - Volete che io vi dica una parola a nome dei medici o a nome di Dio?

                - No a nome dei medici; piuttosto a nome di Dio.

                - A nome di Dio vi dico, che Egli nella sua misericordia vi concede ancora poche ore, perchè possiate pensare all'anima vostra. Ora sono le quattro pomeridiane e avete ancora tempo a confessarvi, a comunicarvi, a ricevere l'Olio santo e la benedizione papale. Non c'è più da lusingarsi. Domani voi sarete all'eternità.

                - Davvero? Ma non è possibile!

                - Vi ho detto che non vi parlo a nome degli uomini, ma a nome di Dio.

                - Eternità!... eternità!... Oh che parola!... mi fa paura!

                - Dunque incominciamo ed io vi aiuterò.

                - Ma quel prete che ho insultato! mi cagiona dispiacere pensare alle mie furiose maniere.

                - Non dubitate, state tranquilla: io lo conosco quel prete, e basta. Lasciate a me ogni fastidio di ciò.

                Così la poveretta si confessò e in quella stessa notte moriva.

Un giorno D. Bosco giungeva in una città, dove avendo saputo essere infermo un suo amico di età molto avanzata, si affrettò a fargli visita, guidato da un presentimento che rendevalo inquieto. Quel signore aveva consumati i suoi ottant'anni in servizio di Dio ed in opere di carità, sicchè tutti lo tenevano in concetto di santo. Costui amava molta [167] D. Bosco, che aveva conosciuto studente. Giunto pertanto D. Bosco a casa di costui, seppe con vivo dispiacere da quelli della famiglia, trovarsi agli estremi, e aver già ricevuto tutti i Sacramenti e la benedizione papale. Chiese di poterlo vedere, ma gli risposero che il medico aveva proibito l'ingresso a qualunque visitatore. Insistette, ma ebbe per risposta trovarsi l'ammalato fuori dei sensi e quindi essere cosa inutile visitarlo. Tuttavia D. Bosco non sapeva darsi pace, e ricordando l'antica famigliarità, seppe dir così bene le sue ragioni, che alla perfine fu introdotto e lasciato solo. D. Bosco si avvicinò al letto e chiamò per nome il morente. La sua voce produsse un effetto magico. L'infermo si scosse, aperse gli occhi, lo fissò e rinvenne in sè. - Oh sei tu! Bosco!

                - Seppi della vostra malattia, e trovandomi qui di passaggio, non ho potuto trattenermi dal farvi una visita

- Grazie, grazie!

                - E come state?

                - Male, molto male.

                - Mi hanno detto che avete già ricevuti i Sacramenti!

                - Sì, li ho ricevuti! Ma dicendo queste parole tremavagli la voce e la sua faccia svelava un turbamento profondo.

                - Ringraziamo adunque il Signore, proseguì D. Bosco, e state tranquillo, poichè sono aggiustate le cose della vostra anima. Dopo una vita impiegata tutta nella gloria di Dio e per il bene degli altri potete essere contento.

                Il povero vecchio mandò un profondo respiro che pareva un gemito, girò lo sguardo attorno e disse: - Bosco!

                - Ebbene?

                - C'è nessuno nella camera?

                - Nessuno. Siamo soli. - Così credeva D. Bosco, ma così non era. Dietro una tendina stava una persona, che non aveva fatto, a tempo a ritirarsi, e non volendo farsi scorgere, [168] non si mosse; e quarant'anni dopo raccontava il fatto senza indicare nomi nè di persone nè di luoghi.

                Il vecchio ripigliò: - Dimmi, hai già preso l'esame di confessione?

                - L'ho già preso, ma in questi momenti qualunque prete può assolvere, eziandio se non avesse ancora la confessione.

                - Ah Bosco! ho da farti una confidenza; compatiscimi; perdona alla mia debolezza, non rimproverarmi... debbo svelarti un segreto.

                - Parlate pure; sapete quanto io vi ami.

                - Or bene: da giovanetto ebbi la disgrazia di cadere in un peccato mortale e da quel momento ne ebbi tanto rossore, che non osai mai confessarlo. Tutte le mie comunioni, anche la prima, furon sacrileghe. Temeva che il confessore mi perdesse la stima.

                - E adesso nell'ultima confessione avete palesato tutto?

                - Ho taciuto! Aiutami tu.

                - Sì, volentieri, e abbiate confidenza piena nel Signore, che è tanto buono ed è morto per voi.

                Il vecchio si confessò, coi sensi del più profondo dolore. D. Bosco lo assolse. Appena ricevuta l'assoluzione, alzò gli occhi al cielo, e sollevò le braccia esclamando: - Sia benedetta in eterno l'infinita misericordia di Dio! - Ciò detto, le sue braccia ricaddero sul letto. Era spirato.

                Il giorno 31 agosto 1844 una ricca signora, moglie dell'Ambasciatore del Portogallo, doveva da Torino recarsi nella città di Chieri per assestare alcuni affari. Essendo fervente cattolica, desiderava prima aggiustare le cose dell'anima sua. Al mattino entrò pertanto nella chiesa di S. Francesco d'Assisi. Essa non conosceva Don Bosco, e neppure D. Bosco non erasi mai incontrato con lei, nè poteva conoscerla [169] per quella che ella era, tanto più che vestiva molto dimessamente. La signora, non essendo ivi il suo confessore ordinario, visto presso un confessionale un giovane prete inginocchiato che pregava con aria molto raccolta e divota, si sentì spinta a confessarsi da lui. D. Bosco l'udì, quindi assegnolle la penitenza consistente, pare, in una piccola elemosina da farsi in determinate circostanze di quello stesso giorno.

                - Padre, non posso farla, rispose la signora.

                - Come? Lei non può farla, mentre possiede tante ricchezze?

                La signora rimase sbalordita nel capire come D. Bosco avesse conosciuta la sua posizione sociale, mentre era certa di non esserglisi mai data in nessun modo e in nessun'altra circostanza a conoscere. Intanto rispondeva: - Padre, non posso farla questa penitenza, perchè oggi debbo andar via da Torino.

                - Ebbene, allora faccia quest'altra: preghi con tre Angele Dei il suo Angelo Custode che l'assista, la preservi da ogni male, sicchè non abbia a spaventarsi nel fatto che oggi le accadrà.

                La signora restò ancor più colpita da questa parola, accettò il suggerimento molto volentieri, e ritornata a casa, recitò quella preghiera unitamente alla sua gente di servizio, riponendo nelle mani del suo Angelo tutelare l'esito felice del viaggio. Salita in vettura con sua figlia e con una cameriera, dopo lungo tratto di strada, percorso a gran carriera, all'improvviso i cavalli si adombrano, e quindi si slanciano ad una corsa disordinata. Invano il cocchiere stringe a sè le briglie, ma essi non sentono più il morso. Mentre le signore mandavano alte grida ed erasi aperto uno sportello della vettura, le ruote urtano in un mucchio di ghiaia, la vettura ribalta, riversa quanti vi sono dentro, e si frantuma [169] scerla per quella che ella era, tanto più che vestiva molto dimessamente. La signora, non essendo ivi il suo confessore ordinario, visto presso un confessionale un giovane prete inginocchiato che pregava con aria molto raccolta e divota, si sentì spinta a confessarsi da lui. D. Bosco l'udì, quindi assegnolle la penitenza consistente, pare, in una piccola elemosina da farsi in determinate circostanze di quello stesso giorno.

                - Padre, non posso farla, rispose la signora.

                - Come? Lei non può farla, mentre possiede tante ricchezze?

                La signora rimase sbalordita nel capire come D. Bosco avesse conosciuta la sua posizione sociale, mentre era certa di non esserglisi mai data in nessun modo e in nessun'altra circostanza a conoscere. Intanto rispondeva: - Padre, non posso farla questa penitenza, perchè oggi debbo andar via da Torino.

                - Ebbene, allora faccia quest'altra: preghi con tre Angele Dei il suo Angelo Custode che l'assista, la preservi da ogni male, sicchè non abbia a spaventarsi nel fatto che oggi le accadrà.

                La signora restò ancor più colpita da questa parola, accettò il suggerimento molto volentieri, e ritornata a casa, recitò quella preghiera unitamente alla sua gente di servizio, riponendo nelle mani del suo Angelo tutelare l'esito felice del viaggio. Salita in vettura con sua figlia e con una cameriera, dopo lungo tratto di strada, percorso a gran carriera, all'improvviso i cavalli si adombrano, e quindi si slanciano ad una corsa disordinata. Invano il cocchiere stringe a sè le briglie, ma essi non sentono più il morso. Mentre le signore mandavano alte grida ed erasi aperto uno sportello della vettura, le ruote urtano in un mucchio di ghiaia, la vettura ribalta, riversa quanti vi sono dentro, e si frantuma [169] scerla per quella che ella era, tanto più che vestiva molto dimessamente. La signora, non essendo ivi il suo confessore ordinario, visto presso un confessionale un giovane prete inginocchiato che pregava con aria molto raccolta e divota, si sentì spinta a confessarsi da lui. D. Bosco l'udì, quindi assegnolle la penitenza consistente, pare, in una piccola elemosina da farsi in determinate circostanze di quello stesso giorno.

                - Padre, non posso farla, rispose la signora.

                - Come? Lei non può farla, mentre possiede tante ricchezze?

                La signora rimase sbalordita nel capire come D. Bosco avesse conosciuta la sua posizione sociale, mentre era certa di non esserglisi mai data in nessun modo e in nessun'altra circostanza a conoscere. Intanto rispondeva: - Padre, non posso farla questa penitenza, perchè oggi debbo andar via da Torino.

                - Ebbene, allora faccia quest'altra: preghi con tre Angele Dei il suo Angelo Custode che l'assista, la preservi da ogni male, sicchè non abbia a spaventarsi nel fatto che oggi le accadrà.

                La signora restò ancor più colpita da questa parola, accettò il suggerimento molto volentieri, e ritornata a casa, recitò quella preghiera unitamente alla sua gente di servizio, riponendo nelle mani del suo Angelo tutelare l'esito felice del viaggio. Salita in vettura con sua figlia e con una cameriera, dopo lungo tratto di strada, percorso a gran carriera, all'improvviso i cavalli si adombrano, e quindi si slanciano ad una corsa disordinata. Invano il cocchiere stringe a sè le briglie, ma essi non sentono più il morso. Mentre le signore mandavano alte grida ed erasi aperto uno sportello della vettura, le ruote urtano in un mucchio di ghiaia, la vettura ribalta, riversa quanti vi sono dentro, e si frantuma [170] lo sportello già aperto. Il cocchiere è sbalzato di cassetta, le viaggiatrici sono nel più grave pericolo di rimanere schiacciate, la signora striscia col capo e colle mani per terra, ed i cavalli continuano a correre precipitosamente. Tutto ciò accadde in men che si dica. La signora, non isperando più altro soccorso che quello dell'Angelo Custode, gridò con quanto aveva di voce l'invocazione: Angele Dei, qui custos es mei ecc. Bastò questo per salvarle. Di botto gli smaniosi cavalli divengono calmi e si arrestano. Il cocchiere rialzatosi incolume li raggiunge, e gente accorre a sollevare i caduti. La signora uscita, senza saper come, dalla vettura insieme colla figlia, rimane tranquilla e senza ombra di spavento. Ambedue si rassettano nella persona il meglio che possono. L'una mira l'altra e vedono con istupore che nessuna ha sofferto il menomo male. Unanimi erompono allora in queste voci: - Viva Iddio e l'Angelo Custode che ci ha salvati! La signora coi suo seguito continua il cammino, mentre il cocchiere rialzava la carrozza, ed aveva ancora forza di fare più ore di strada a piedi e ridursi felicemente alla sua casa di Chieri.

                Non è a dirsi quale concetto siasi formato allora la buona signora di quel giovane prete, che così opportunamente aveala consigliata a raccomandarsi all'Angelo Custode. Ardeva pel desiderio di ritornare presto a Torino e sapere chi egli fosse. Venuta a S. Francesco d'Assisi, domandò in sagrestia chi in quel tempo ascoltasse le confessioni nel confessionale che essa indicava. Saputo che era D. Giovanni Bosco, andò a lui ringraziandolo del salutare avviso. Da quel punto divenne sua ammiratrice, e con tutti ne ripeteva i meriti e gli elogi. E D. Bosco di lei si valse, quando si, trattò di soccorrere D. Carlo Palazzolo, che si trovava in grandi strettezze e desiderava una vita tutta data al sacro ministero e più [171] confacente alla sua età già matura. Ella divenne una zelante benefattrice dell'Oratorio. Suo dono è la piccola urna di cristallo posta ancora oggi giorno sullo scrigno, nella camera di D. Bosco, contenente la statuetta in cera di S. Filippo Neri vestita degli abiti sacri, similitudine del corpo di questo Santo venerato in Roma, a Santa Maria in Vallicella.

                Tutte le circostanze del fatto suesposto ci vennero raccontate da uno scritto di questa stessa buona signora, dalla signora Teresa Martano di Chieri sua cameriera e da Don Michele Rua.

 

 


CAPO XIX.
L'apostolato nelle carceri - Le prime accoglienze -  I trionfi della carità - Ostacoli e ripugnanze superate - Franca risolutezza - L amicizia colle guardie - Il carnefice e un suo figliuoletto - Consolantissimi frutti di conversioni.

 

                L’EVANGELIZZARE i prigionieri è un'impresa di non facile riuscita e che incontra in pratica non poche difficoltà, mentre quei luoghi di sventura e di sventurati sono i più bisognosi del ministero sacerdotale.

                Non tutti i sacerdoti però hanno il coraggio di fermarsi in quegli ambienti oscuri, tra que' catenacci, quelle grosse inferriate, e que' ceffi che destano ribrezzo e paura al solo vederli; non tutti hanno le qualità di prudenza, di abnegazione, di pietà, di presenza di spirito e di scienza tutta propria a tale sorta di gente. Perciò molti, per altri rispetti zelanti sacerdoti, vuoi per mancanza di sanità o di tempo, vuoi per difetto di volontà eroica o di attitudine speciale a quel ministero, o non si accingevano alla difficile impresa, o al cospetto dei molti ostacoli presto si disgustavano e se ne ritraevano. Si aggiunga che l'autorità giudiziaria non sempre concedeva l'accesso nelle carceri, e questo bisognava ottenerlo come grazia. Perciò negli anni dei quali ragioniamo, si possono [173] contare sulle dita gli apostoli delle carceri in Torino. Tali erano D. Mathis, Rettore della Misericordia e Missionario conosciuto per tutto il Piemonte, il Can. Borsarelli, D. Cafasso, il Teol. Borel ed il nostro D. Bosco, i quali ricorrevano ad, ogni sorta d'industrie per superare tutte quante le difficoltà.

                Secondo che ci affermava lo stesso Teol. Borel e più tardi i Monsignori Bertagna e Cagliero, anche D. Bosco si adoperò molto per i poveri prigionieri. Allorchè il tempo glielo permetteva, spendeva intiere giornate nelle carceri. Più volte ivi dettava gli esercizi spirituali. Ogni sabato vi si recava colle saccoccie piene, ora di tabacco, ora di pagnotte, ma collo scopo di coltivare specialmente i giovanetti che avessero avuta la disgrazia di essere colà condotti, assisterli, renderseli amici e così eccitarli a venire all'Oratorio, quando loro toccasse la buona ventura di uscire dal luogo di punizione. Nello stesso tempo però non trascurava gli adulti. L'uno dopo l'altro visitava i varii compartimenti. I carcerati non erano allora divisi per celle, ma agglomerati in camerate di venticinque o trenta persone, con niente altro che un pagliericcio che serviva loro di letto, di tavolino e di sedia. Ivi insieme stavano rinchiusi coloro che per la prima volta erano stati agguantati dalla giustizia ed i recidivi; questi facevano scuola a quelli di furti e di infamie; e colla prepotenza e col dileggio distruggevano il bene che il rimorso o la parola del sacerdote avevano incominciato a far nascere nel cuore eziandio dei perversi, ora rattenuti dalla paura e dal rispetto umano. I più anziani, affatto spudorati, gloriavansi dei delitti commessi, e tante maggiori pretese accampavano di superiorità, quanto maggiori erano le condanne subíte. Quindi è che, insorgendo questioni, volendo dire sempre essi l'ultima parola, rispondevano agli oppositori: - Volete insegnarla a me che sono già stato in galera!? [174]

                Al primo suo comparire in alcuni di quegli antri, D. Bosco talvolta, da chi non lo conosceva ancora, veniva disprezzato ed insultato con ingiurie atroci, motti sconciamente maligni, ed allusioni infamanti per un sacerdote. Quella povera gente imbestialita dalle passioni non avrebbe sofferto ammonimenti e molto meno rimproveri; e però D. Bosco dominava il proprio risentimento, rispondendo colla pacatezza e col sorriso anche quando le stesse sue gentilezze quelli contraccambiavano con villanie, improperii e talvolta minacce. Consigliandosi colla sua fina prudenza, e sapendo che per riuscire conviene essere discreto, si limitava sul principio a far brevi visite, parlava loro con affettuoso rispetto, dava ai più adulti l'appellativo di Signore, dimostrava per essi una grande compassione ed un vivo desiderio di alleggerire le loro pene, li esilarava con qualche facezia, e poichè l'amore viene dall'utile, distribuiva sovvenzioni e regali. E la sua pazienza inalterabile li colpiva e li ammansava.

                La carità preparava i suoi trionfi. Molti di quei disgraziati non avevano forse mai sentita una sincera parola d'affetto. Rigettati dalla società, puniti dalla giustizia, traditi dai complici, avviliti innanzi al mondo, degradati agli occhi proprii, senza alcun appoggio per poter risorgere, furiosi per la privazione della libertà, essi vivevano di odio. Con questa sorta di gente non valgono i ragionamenti; rispondono con una alzata di spalle, con una imprecazione, con una bestemmia. Il solo amore sincero, amore di fatti e non di parole, amore di sacrificio, è il più persuasivo di tutti i linguaggi. Quando conoscono che nessun interesse move il prete a recarsi fra di loro, che altro non cerca che il loro bene, che dicendo di amarli non mentisce, si commuovono, un senso di riconoscenza penetra nei loro cuori, sentono di essere amati e concedono la confidenza desiderata. - Che interesse [175] può avere, riflettono, questo prete a venir qui da noi? Bisogna adunque che sia divina la religione che lo guida, che siano vere quelle dottrine che ci insegna!

                “Tuttavia, così continuava a narrarci il Teologo Borel, quanto ci voleva talora per giungere al punto di loro indirizzare l'evangelo della salute, facendo tacere la loro rozza e beffarda ignoranza! Tale era il loro abbrutimento, che talvolta le stesse parole dei prete riuscivano occasione di scandalo. I motti convenzionali per indicare il vizio e le varie specie e modi di esso sono tanti, che colui il quale non è ben avvertito e non possegga una lunga esperienza, parlando o predicando in simili luoghi corre pericolo ad ogni istante di sentirsi interrompere da un solenne e villano sghignazzamento, sicchè deve fare uno sforzo indicibile per mantenersi serio e calmo e non perdere il filo del ragionamento. Eppure per quanto si studii, non si possono schivare tutte le parole divenute equivoche per causa della malizia umana, poichè eziandio a non poche delle più sante quei disgraziati attribuiscono un pravo significato. E però quando fa d'uopo pronunziarle, bisogna che prima il predicatore, interrompendo la frase con digressioni e con severi ammonimenti, fulmini la malignità del vizio e dica l'etimologia retta della parola che sta per proferire.

                Inoltre, quegli esseri così rozzi non possono ad un tratto aver la forza di elevarsi fino ai pensieri del soprannaturale. Perciò conviene sovente incominciare a farveli salire per scalini più bassi: dimostrare loro che le colpe attirano anche danni temporali, che dall'essere virtuosi ne viene anche un gran cumulo di vantaggi su questa terra”.

                In tal modo si diportava D. Bosco coi prigionieri; e, dopo che se li era guadagnati e fatti amici, chiedeva loro spesso di fare per lui, per fargli piacere, quello che essi gli avrebbero [176] ricusato, se avesse loro semplicemente dimostrato esser quello un dovere da compiersi. E così, per far cosa grata a D. Bosco, cessavano dal turpiloquio, dalle bestemmie, dalle risse. Il detenuto si inteneriva al vedersi amato e stimato da un prete conosciuto per santo. Ed in questa maniera D. Bosco li tirava a sè per condurli a Dio, che loro descriveva come amorosissimo padre, sempre al loro fianco per beneficarli, mentre tutti coloro, da cui si credevano amati, li avevano posti in abbandono; ed acquistava tale ascendente sopra di essi, che al suo comparire tutti lo accoglievano con allegria e cordialità.

                D. Bosco allora colla sua persuasiva parola insegnava e spiegava a que' cari amici la dottrina cristiana. Spesse volte ravvivava il suo dire con paragoni graziosi e famigliari, o con arguti apologhi, o colle parabole del santo Vangelo adattate alla loro intelligenza ed ai loro bisogni spirituali. Non tralasciava di esporre qualche fatto portentoso tratto dalla Santa Scrittura o dalla Storia Ecclesiastica in prova di ciò che insegnava; e con ameni racconti rendeva sempre più desiderate le sue conferenze. Per questo metodo i prigionieri imparavano facilmente e più non dimenticavano le verità e i precetti del catechismo, e nei loro cuori si trasfondeva la convinzione e la fede dell'amorevole maestro. Così eziandio gli ostinati sentivansi vinti, accoglievano i buoni propositi che loro ispirava la grazia divina e a poco a poco s'inducevano, ad una buona confessione.

                Ma tutto questo improbo lavorio non procedeva regolarmente in modo di chi, volendo giungere ad una meta, continua a salire guadagnando strada. Ora rimaneva interrotto, e bisognava riprenderlo; ora tutto andava in fumo, e bisognava cominciare da capo. Il sopraggiungere tutte le settimane di nuovi prigionieri rotti al malfare, le misure disciplinari colle quali il Direttore era costretto a punire le loro [177] insubordinazioni, le risse e gli odii accesi fra di loro per futili motivi, le sentenze dei tribunale più gravi delle temute, dissipavano le speranze del buon prete, il quale però con una costanza e fortezza da santo ricominciava le sue fatiche e le continuava imperturbabile. Intanto pregava, si raccomandava alle preghiere dei tanti Istituti, ne' quali esercitava il sacro ministero, ripetendo quel motto che eragli famigliare:

                “Io posso ogni cosa in colui che mi conforta[34]”.

                Quindi non si stancava di raddoppiare le premure e le visite e ripetere catechismi ed ammonizioni eziandio quando o non volevano ascoltarlo o lo ascoltavano con indifferenza. Ma D. Bosco non vedeva altro in essi che un'anima preziosa, bellissima, benchè deturpata, destinata pel cielo e che egli doveva salvare. Infatti, come afferma il Teol. Borel, non si lagnava mai di tanti incomodi ed eziandio di tante ingratitudini.

                Con quel suo sguardo acutissimo e direi quasi spirituale, D. Bosco studiava nei singoli individui le inclinazioni, i desiderii, le lotte interne, e trovava all'improvviso e scopriva soavemente nei loro cuori dei germi di virtù soffocati dalle spine dei vizi, dei ricordi della loro innocente fanciullezza, di amore al paese natio, di oppressione per la lontananza dalla famiglia, di desolazione per l'onore perduto, e questi germi sapeva così ben coltivare, da costringerli in fine ad inginocchiarsi davanti a Dio, risoluti di mutar vita. Quai lugubri e desolanti racconti non avrà udito in quelle confidenze, in quegli sfoghi, quando il prigioniero colla testa appoggiata sulla sua spalla gli scopriva con abbandono di figlio le miserie più occulte! E il poveretto nel luogo stesso dove gli uomini lo [178] condannavano e punivano, otteneva misericordia e perdono. E D. Bosco quindi gli parlava dell'amore infinito che Dio portavagli, mesceva le proprie lagrime alle sue e facevagli accettare i castighi, dell'umana giustizia con spirito di cristiana espiazione. Così egli passava molte ore a confessare in cameroni comuni, umidi, sucidi e fetenti, tra il chiasso dei maldisposti, e con indicibile cordoglio, di non poter disporre a suo talento dei posto e delle persone per dare libero sfogo al suo zelo. Sonvi cose che umanamente ributtano; eppure non eravi modo di porvi riparo. Ivi bisognava che il confessore si scegliesse un posto ove minore fosse il disturbo. Non vi erano sedie, ed il sacerdote era costretto a sedersi sopra di un lurido pagliericcio e talora anche presso un immondo recipiente, dal quale doveva ritrarsi alquanto allorchè un prigioniero veniva per qualche sua necessità. Quale schifezza! E D. Bosco con una pazienza eroica superava tante ripugnanze.

                Egli però alla bontà ed alla pazienza univa pure una franca risolutezza, se faceva d'uopo.

                Un giorno entrò nell'infermeria, essendo stato chiamato da un giovanastro gravemente ammalato che voleva confessarsi. Si assise vicino al letto e mentre confessava vide accanto al cuscino un coltellaccio dimenticato da un imprudente carceriere. D. Bosco lo prese destramente e lo mise nella sua tasca. Il prigioniero, finita la confessione, si volta ove era il coltello. Cerca li qua, cerca di là, fruga sotto il cuscino, mette la mano sotto il pagliericcio... - Ma che cosa cercate, o buon giovane? gli chiese D. Bosco. È forse questo che cercate? - E gli fece vedere il coltello.

                - Ah! sì, sì, datemelo, datemelo.

                - Oh no; io non ve lo do!

                - Ma io lo voglio. [179]

                - Non ve lo do, ma voi dovete dirmi che cosa volevate farne.

                - Ecco; da uomo d'onore qual sono, vi dirò. Da mesi gemo in questo carcere senza essere condannato o liberato: quindi aveva deciso di colpire lei per essere così giustamente punito.

                A quel che parve l'infelice così parlava per ischerzo, ma D. Bosco conosceva che con certa gente non si poteva fare troppo a fidanza. Tuttavia anche con questa si adoperava in modo da trarla ai piedi di G. C.

                Ma tanti vantaggi non si potevano ottenere senza una grande e continua prudenza. Vi erano le guardie, delle quali era necessario avere la benevolenza per ottenere un libero accesso e perchè non suscitassero incagli od impedimenti al bene che desideravasi di fare alle anime. Costoro sia per il loro mestiere, sia per essere non solo segregati, ma tenuti in poco conto, anzi in orrore dal consorzio civile, divengono ombrosi, bruschi e facili al disprezzo. Una leggiera infrazione del regolamento carcerario per parte del prete, un suo atto meno garbato che potesse esser preso in mala parte, una parola di compassione pei carcerati male intesa, poteva esser causa di un ostile rapporto all'autorità, la quale non avrebbe mancato di vietargli l'accesso alle carceri. Perciò D. Bosco trattava i carcerieri con molta deferenza e con espressioni di stima e di amicizia, che in tante circostanze erano certamente frutto di grande virtù. La sua pace nel dissimulare quando i loro tratti erano scortesi, il suo spirito di carità nell'intercedere per coloro che erano puniti, la sua generosità nel far scorrere nelle loro mani con urbane proteste mancie non piccole ed altri regali, gli avevano acquistato un grande ascendente sopra di essi.

                Rechiamo un fatto che vale mille altri. [180]

                Un giorno D. Bosco uscendo dal luogo, ove stavano i cercerati, non avendo alcuna guardia che lo accompagnasse alla porta, sbagliò scala ed entrò in una stanza, che prima d'ora non avea mai vista. Quivi trovò un uomo con sua figlia e la moglie, i quali al vederlo entrare rimasero confusi ed interrotti. Quell'uomo era il carnefice. D. Bosco si accorse dello sbaglio e delle stanze nelle quali si trovava, e cordialmente augurò a tutti il buon giorno. Quella gente non assuefatta a ricevere visite e ad essere trattata con rispetto, corrispose al saluto, e gli chiese che cosa desiderasse. D. Bosco, che aveva già preso il suo partito: - Ecco, disse, mi sento, molto stanco ed ho bisogno di una tazza di caffè; avreste la bontà di darmelo? - A questa domanda inaspettata con gioia e premura:

                - Sì sì, sclamò la famiglia ad una voce. - E la figlia corse a farlo. Il carnefice guardava D. Bosco meravigliato e con una certa commozione:

                - Ma lei, D. Bosco, sa in casa di chi è venuto?

                - Certo che lo so, in casa di un bravo uomo.

                - Ma come lei si degnò di venire in casa del carnefice? Io so che siete un buon cristiano (e questo era vero, poichè tutte le mattine che vi era un'esecuzione capitale, esso mandava cinque franchi ad una chiesa vicina, facendo celebrare Messa pel morituro) e ciò mi basta e voglio che siamo amici.

                Quel povero uomo, che in vita sua non si era mai visto trattato così amorevolmente da persone distinte, era fuor di sè ed offeriva a D. Bosco quanto aveva in casa. D. Bosco, sedette e venne il caffè con una sola tazza.

                - Recate un'altra tazza, disse D. Bosco, voglio che lo prendiamo insieme.

                - Oh questo poi no, rispose il carnefice, troppo onore! io prendere il caffè in sua compagnia? [181]

                Ma la seconda tazza era stata portata e D. Bosco empiutala, la porse al carnefice, il quale a stento potè trangugiare quella bevanda, perchè nuovi e mai provati affetti gli rendevano stentato il respiro.

                D. Bosco, preso il caffè, si trattenne ancora alquanto e poi partì lasciandolo colla sua famiglia incantati di quella visita insolita.

                La notizia di simili gentilezze correva subito fra le guardie, le quali esclamavano D. Bosco essere un bravo uomo, anzi un santo prete, ed erano disposte a favorirlo ogni qual volta le richiedesse di un piacere a vantaggio o spirituale o corporale dei suoi cari carcerati. Da esse era informato dell'arrivo di nuovi prigionieri e delle loro disposizioni o tendenze; otteneva tolleranza, se fosse trascorsa l'ora fissata per la sua permanenza in quel luogo; veniva subito avvertito se nell'infermeria eravi qualche infermo aggravato. E questo era eziandio il motivo per cui quando sopravvennero più tardi ordini vessatorii contro la frequenza di D. Bosco alle carceri, pure egli ebbe sempre accesso libero, benchè prudentemente circospetto, fino al 1870.

                D. Bosco servivasi inoltre di questo suo ascendente per indurre le guardie stesse ad aggiustare con Dio i conti della loro coscienza. Diceva loro:

                - Voi che siete gli esecutori della giustizia umana, prendetevi guardia dal cadere nelle mani della giustizia divina. - E le sue parole erano prese sempre in buona parte. Le guardie andavano, spesse volte a visitarlo all'Oratorio ed a confessarsi. Lo stesso carnefice non di rado venne per più anni alle funzioni nella chiesa di Valdocco, ma essendo stato riconosciuto dai giovanetti, i quali manifestavano grande ribrezzo alla sua persona, cessò dalle sue visite verso il 1870. Dalle parti di Valdocco però volgeva sempre il piede nelle sue passeggiate, fermandosi sui [182] viali a guardare quei tetti e quella cupola, che gli ricordavano un uomo che forse solo al mondo gli aveva professato stima ed affetto sincero.

                Anche il suo figlio frequentò l'Oratorio. Era buonissimo, e si confessava da D. Bosco, pel quale nutriva un grande amore. Voleva entrare nella carriera ecclesiastica; ma venendo a conoscere che per la professione del padre gli era chiusa la via al santuario, ne provò tanto dispiacere, che venne ammalato., e deperendo rapidamente la sua sanità, morì consunto assistito da D. Bosco.

                D. Bosco adunque, benvisto dalle guardie e amato dai carcerati, andava eziandio a predicare alle carceri del Senato, alla Generala ed alle Carceri Correzionali. D'ordinario predicava al giovedì e poi diceva ai detenuti:

                - Tornerò a farvi una visita sabbato, ma voglio che mi prepariate un bel regalo.

                - E che cosa vuole da noi?

                - Qualche cosa che sia grossa molto, madornale: altrimenti è inutile che io venga: di miserie da nulla non so che farne.

                - Ebbene! dica e siamo pronti.

                - Ciascheduno in particolare mi dia la parte sua. Ma cose grosse, cose grosse.

                Capivano che si trattava di confessarsi e si mettevano a ridere.

                - Ebbene verrò io che le ho più grosse di tutti, incominciava uno.

                - C'è quel là, proseguiva un altro indicando un compagno, che le ha fatte più madornali di te.

                E un terzo al secondo: - Oh per questo tu sei un tomo, che dái dei punti a tutti noi.

                - Sì, venga gridavano in coro, e ci saranno delle belle storie da raccontare e da udire. [183]

                - E così mi piace, concludeva D. Bosco. Che ci sia la spesa di mettersi in confessionale.

                - Oh non dubiti: esclamavano i prigionieri stringendosi vieppiù a lui; verremo, verremo.

                - Io son dieci, io venti, io trent'anni che non mi sono confessato! - E tutti ridevano e con essi rideva D. Bosco, e si dividevano promettendo di rivedersi al sabbato.

                Al sabbato D. Bosco recavasi alle carceri. I prigionieri, che voleano confessarsi, erano inginocchiati in fila. Talora in questo momento accadevano delle scene singolari per la precedenza del posto: - È un'ingiustizia, diceva uno a chi era quasi il primo, levati di lì. Ha diritto di andare il primo quel che è laggiù ultimo della fila. È da soli sei anni che ti sei confessato, mentre quel là è già da quattordici anni che non va ai Sacramenti!

                - Ma io le ho grosse come il mondo! capisci! ed ho il diritto di essere preferito!

                - Ed io che le ho più grosse ancora non ho tante pretese quante ne hai tu. Dunque cedi il posto.

                - Oh bella! vuoi tu scommettere che per birbonerie ti supero di molto?

                L'arrivo di D. Bosco faceva cessare questi strani dialogi; incominciavano le confessioni. D. Bosco teneva per regola che, confessando i rozzi ed i fanciulli, bisogna farli parlare essi con opportune interrogazioni, perchè altrimenti quasi subito si divagano. In questo esercizio aveva imparato a condurre le confessioni in modo che riuscivano molto brevi. I carcerati quindi erano contenti, soddisfatti, e andavano volentieri a confessarsi da lui.

                Talvolta però dopo una settimana d'istruzione, mentre avevano promesso di confessarsi alla vigilia della Domenica, per rispetto umano o per inganno del demonio, venuto D. Bosco. [184] nessuno muovevasi per andare a lui. La carità però finiva sempre con trionfare. E un primo che si arrendeva, sentendosi felice dopo la confessione, induceva i compagni ad imitarlo.

                Questo lavorio apostolico produsse consolantissimi frutti di conversioni. Anche i più riottosi finivano per affezionarglisi sinceramente, e questa loro affezione la manifestavano col recarsi a fargli visita allorchè uscivano di prigione.

                Quando poi egli sapeva che taluno aveva scontata omai la pena, si prendeva sollecitudine di trovargli un impiego presso qualche onesto padrone, specialmente se era giovane e sprovveduto di mezzi di sussistenza: e in appresso s'interessava della sua morale condotta e adoperava ogni industria, affinchè non ritornasse più alla mala vita e coll'onore salvasse anche l'anima. Parecchi, posti in libertà, conducendo col suo aiuto una vita regolata, giunsero perfino ad ottenere una posizione onorata nella società. In Torino vi erano, non è trascorso gran tempo, ancora molti di quelli antichi prigionieri, divenuti per lo zelo di D. Bosco ottimi padri di famiglia e buoni cristiani. Molti si ricordavano del buon prete e venivano all'Oratorio conservandosi sempre in amichevole relazione con lui.

                Accadde eziandio più volte che alcuni di costoro dopo anni ed anni che avevano scontata la loro pena, ricordando D. Bosco e le sue affabili maniere, si sentivano spinti a ritornare a Dio; quindi, venendo all'Oratorio dai loro paesi, si presentavano a D. Bosco dicendo: - Sono quel tale che lei ha confessato alle carceri: si ricorda ancora di me? D'allora in poi non mi sono più confessato. Ora però vengo a lei, perchè mi aggiusti la coscienza, desiderando proprio di farmi bravo. - Di ciò furono testimoni D. Rua Michele, il Sig. Giovanni Tamietti, il Sig. Tomatis Giuseppe, Buzzetti Giuseppe ed altri.

 

 


CAPO XX.
Deferenza di Mons. Fransoni alle proposte di D. Bosco - Una importante conversione - Filantropia insidiosa - Gli Asili d'infanzia - Principio delle attinenze di Don Bosco co' Vescovi e coll'alta società piemontese.

 

                DON Bosco colla sua inesauribile attività passava dalle carceri agli Istituti, da questi' all'Oratorio festivo e alle predicazioni e confessioni in pubbliche chiese. Siccome nulla intraprendeva senza informarne a voce o per iscritto Mons. Fransoni, spesso si recava al suo palazzo per visitarlo, e ne era sempre bene accolto e festeggiato. In ogni difficoltà che incontrava nelle sue svariate missioni, in ogni determinazione d'importanza che dovesse prendere, a lui domandava norme sul modo di governarsi; poi scrupolosamente s'atteneva ai suoi comandi o consigli. Dopo molti anni noi udimmo ancora D. Bosco parlare di tratto in tratto con riverenza ed amore delle sue intime relazioni coll'Arcivescovo; e da ciò potemmo argomentare di quanta benevolenza ei fosse oggetto. Eziandio i suoi rispettosi ragguagli quando era interrogato intorno a cose spettanti la diocesi, erano all'Arcivescovo bene accetti.

                Non ultimo dei suoi pensieri, era quello del Catechismo, libretto che egli prediligeva fra i volumi più cari. Nello spiegarlo ai giovanetti aveva notate, nel Compendio della [186] Dottrina Cristiana ad uso dell'Archidiocesi di Torino, alcune frasi da lui giudicate inesatte. Studiò, fece varie correzioni e si presentò a Mons. Fransoni, esponendogli le sue idee. Certe parole del libretto non gli sembravano d'accordo col testo ebraico e greco. Per es. il IX comandamento della legge di Dio così viene espresso nel Compendio: Non desiderare la donna d'altri. D. Bosco proponeva che si mutasse questa frase nella seguente, più esatta, più delicata, più generale, conforme al testo: Non desiderare la persona d'altri. L'Arcivescovo, trovò giuste le osservazioni, lodò le intenzioni di D. Bosco, ma non volle arbitrarsi a mutare alcuna cosa nel Catechismo della diocesi. Rimise quindi D. Bosco al Can. Ravina Filippo Vicario Generale, perchè esaminasse la questione e desse il suo parere. Così venne fatto; ma il Canonico Zappata ed altri del Capitolo Metropolitano da lui consultati, dopo aver udito e disputato, conclusero che nulla si dovesse mutare. Più tardi il Canonico Gastaldi Lorenzo, che conosceva queste idee di Don Bosco, quando venne Arcivescovo in Torino, accettò e fece introdurre nel Compendio della Dottrina Cristiana, se non tutte, varie di quelle modificazioni.

                Oltre a ciò D. Bosco frequentando il palazzo arcivescovile prendeva viva parte alle gioie ed ai dolori del suo Superiore Ecclesiastico. E in quest'anno gli fu di grande consolazione, l'essere entrata nella Chiesa Cattolica una damigella protestante, sia per la conversione in se stessa, come pure per le circostanze che l'accompagnarono. Più volte ci narrò questo ed altri simili trionfi della grazia del Signore. Allora il Re e l'Arcivescovo erano ancora in perfetta armonia. Il fatto avveniva nel mese di giugno.

                Una figlia del ministro del Re di Olanda presso la Corte di Savoia, contrariata dai parenti nella sua volontà di abiurare il protestantesimo e abbracciare la religione cattolica. [187] fuggiva dalla casa paterna e si ricoverava nel convento delle Canonichesse Lateranensi, ove l’immunità locale l'avrebbe salvata da ogni violenza. Il padre, spalleggiato dai Ministri di Prussia e d'Inghilterra, voleva a tutti i costi che la figlia ritornasse presso la famiglia. Mons. Fransoni rispondeva:

                - Il diritto naturale di abbracciare la vera religione essere superiore a quello dell'autorità paterna: la figlia essere in piena libertà di uscire da quell'asilo che essa erasi liberamente scelto; concedersi tuttavia al padre, o a persona da lui incaricata, di recarsi ad interrogare la fanciulla per accertarsi che il suo consiglio non fosse mutato; ma che giammai le avrebbe fatto l'ingiuria di permettere che fosse espulsa. - Le stesse ragioni esponeva il La Margherita a nome del Re, aggiungendo: - Il convento essere protetto dall'immunità ecclesiastica: questa costituire un diritto superiore ai privilegi diplomatici; e non potersi far violenza alla volontà della figliuola, perchè straniera. - Invano cercò fare opposizione il corpo diplomatico; e la damigella abiurò in mano di Monsignor Arcivescovo gli errori di Lutero e di Calvino, riconciliandosi poco dopo co' suoi genitori e perseverando fervorosa nella religione cattolica. Così a quei tempi era intesa la libertà di coscienza: il debole trovava appoggio e difesa contro l'ingiusta prepotenza del forte.

                Per altro, intrecciate colle gioie non mancavano cause di ansietà e timori. Mons. Fransoni e D. Bosco avevano preveduto e segnalato ove il movimento settario volesse approdare e vedevano come non pochi del clero, accecati dagli scritti del Gioberti, si disponessero inconsciamente ad appoggiare il movimento rivoluzionario. Scaltra era la manovra. I sediziosi del 1821 e dei 1831 e gli amici della Giovane Italia avevano studiato efficacemente di riconciliarsi gli animi e di acquistar credito coll'introdurre e promuovere opere ed [188] istituzioni che favorissero l'educazione popolare, la letteratura, la scienza, il commercio e la costruzione delle ferrovie. Stavano loro a cuore in modo speciale le scuole di metodo, le scuole serali e domenicali, i ricoveri di mendicità. Erano tutte cose sostanzialmente buone che dovevano incontrare il plauso degli onesti senza dare occasione di sospetti. Ma un occhio per poco esperto scorgeva benissimo essere quelle, opere di filantropia e non di carità, che, avvantaggiando l'uomo per l'uomo, erano utili ed oneste, ma non secondo lo spirito del Vangelo, il quale insegna che solo chi fa del bene al povero per Gesù Cristo, avrà per mercede eterna Gesù Cristo medesimo. E questa esclusione dello spirito cristiano, da parte di quella gente, doveva mettere sull'avviso i prudenti e far loro conoscere come quelle opere servissero ad un proselitismo eterodosso, e come, coprendosi i loro autori sotto il palliativo di bene del popolo, tramassero contro la religione e lo stato. Così con fine settario si erano introdotti in Toscana gli Asili infantili, e a Pisa li promoveva la protestante Matilde Calandrini, che esercitava per sistema nella stanza della scuola le cerimonie del culto evangelico. Intorno a lei si aggruppavano eretici, increduli, sedicenti filosofi indifferenti in fatto di religione, per coadiuvarla, dicevano, nell'educare il popolo. Lorenzo Valerio con altri, fra i quali l'Abate Ferrante Aporti, estendevano questa istituzione. L'Aporti era considerato come l'introduttore in Italia degli Asili d'infanzia, secondo il piano del protestante scozzese Owen, capo di una setta sansimoniana. Aveva egli eretto il suo primo Asilo in Cremona nel 1830 e nello stesso tempo insegnava un suo metodo come far scuola nelle classi elementari[35]. [189]

                Benchè esistesse già in Torino fin dal 1825 un fiorente asilo d'infanzia veramente cattolico, fondato dal Marchese Barolo, contro il quale le sette mossero poi aspra guerra, pure i liberali volevano introdotti quelli del nuovo sistema; e patrocinavano l'erezione di una cattedra, che addestrasse i maestri nell'arte pedagogica. Mons. Dionigi Pasio, Vescovo d'Alessandria Presidente del Magistrato della Riforma, si lasciò ingannare da questi Signori e servì inavvedutamente ai cupi disegni della setta, la quale lavorava a porre il germe di un perfido insegnamento. Mons. Pasio scrisse a Milano richiedendo il Console sardo di un Professore di abilità distinta, e il Governatore Generale della Lombardia, interpellato, propose l'Abate Aporti, del quale faceva i più grandi elogi, e Monsignore consigliò Carlo Alberto a farlo venire in Torino. Il Re aveva informato di questi progetti Mons. Fransoni, il quale era contrario ai disegni di Mons. Pasio. Infatti il Santo Padre Gregorio XVI nel 1839, con una circolare ai Vescovi dello Stato Pontificio, aveva fatto proibire gli Asili d'infanzia in quanto erano della qualità promossa dal medesimo Aporti.

                Si avvicinava pertanto l'ora delle prime avvisaglie mosse dai fautori dell'errore contro la Chiesa. Ora D. Bosco nel proseguimento della sua missione aveva necessità di mettersi in relazione coi Prelati di Santa Chiesa, colle persone più nobili, più religiose della città e del Regno, appartenenti al Clero secolare, agli Ordini religiosi, alla Magistratura, ed eziandio al Consiglio del Sovrano. Questi dovevano essere i suoi più insigni benefattori, i suoi consiglieri e sostegni vigilanti. E la Divina Provvidenza operava tale avvicinamento, che senza le circostanze da lei preordinate, non sarebbe stato nè così facile nè così sollecito.

                Frequentando l'Arcivescovado, D. Bosco s'incontrava non di rado coi Vescovi che venivano per intendersi coi Metropolitano [190], e parimenti con i Prelati di altre Provincie Ecclesiastiche del Regno, i quali di frequente capitavano in Torino eziandio per recarsi alla Corte. Io credo che in queste occasioni abbia fatto conoscenza con tanti venerandi personaggi. Infatti, fin dal principio della sua carriera sacerdotale, noi lo vediamo trattare, direi quasi alla pari, salvo il rispetto dovuto al carattere episcopale, con Mons. Filippo Artico Vescovo di Asti, con Mons. Modesto Contratto Cappuccino Vescovo di Acqui, con Mons. Giovanni Pietro Losana di Biella; è familiare dei vescovi Mons. Clemente Manzini di Cuneo Carmelitano scalzo, Mons. Luigi Moreno d'Ivrea, Mons. Alessandro Vincenzo Luigi d'Angennes di Vercelli, Mons. Jacopo Filippo Gentile di Novara; è intimo amico del Domenicano Mons. Giovanni Tommaso Ghilardi vescovo di Mondovi, che godeva gran credito in Corte e zelantissimo nel promuovere la pietà e propugnare i diritti ecclesiastici. A questi e ad altri si aggiunga il nuovo Vicario Apostolico presso la Corte Sabauda, Mons. Antonio Antonucci Arcivescovo di Tarso. Così D. Bosco da questi primi anni fino agli ultimi suoi giorni ebbe la fortuna di poter seguire il consiglio dell'Ecclesiastico: “Frequenta le adunanze dei seniori prudenti e unisciti di cuore alla loro saviezza, affine di poter ascoltar tutto quello che di Dio si ragiona e non siano ignote a te le sentenze degne di lode”[36].

                Ma quanto lo stesso Episcopio, era pure convegno del fiore .della società piemontese il Convitto di S. Francesco d'Assisi. Venivano a consultare D. Guala molti Vescovi e prelati inferiori. Erano suoi penitenti Giannantonio Oddone nel 1845 eletto Vescovo di Susa e Luigi dei Conti di Calabiana, [191] nel 1847 consacrato per reggere la Diocesi di Casale; il Cavalier Vasco, il Cav. Gonella, il Conte di Collegno, Silvio Pellico, la Marchesa di Ruffia, la Marchesa Falletti di Barolo, che da lui dipendeva nella fondazione delle sue opere di carità, e molti altri fra i primari personaggi di Torino. Aveva stretta relazione coi Padri della Compagnia di Gesù, col Padre Bresciani e Felice, mentre i Padri Franco, Merlino e Felice venivano a predicare a S. Francesco d'Assisi. Sovente s'intrattenevano con lui e discorrevano a lungo il Conte Avogadro della Motta, il Conte Clemente Solaro della Margherita. Perfino il Conte Barbaroux era venuto a consultarlo nella compilazione del Codice Albertino.

                Richiedevano la direzione spirituale di D. Cafasso, oltre un gran numero di popolani, alcuni Vescovi e molti parroci, sacerdoti, avvocati, militari, medici e negozianti. Si confessavano da lui ogni settimana quasi tutti i Canonici della Metropolitana: non pochi nobili, fra i quali Sambuy, Cays, La Margherita, e varie fra le più cospicue dame della città. In lui aveva posta tutta la sua confidenza la Duchessa di Montmorency, la quale in tutto a lui si rimetteva non solo per le cose dell'anima, ma nella direzione degli affari domestici e più tardi nelle generose largizioni che per sua mano faceva all'Oratorio di S. Francesco di Sales.

                Questi illustri personaggi noi li vedremo fin dal principio degli Oratorii festivi, dichiararsene amici in tutti quei modi che era loro possibile; e quindi, con molte altre notissime persone, essere testimonii delle meraviglie di gran parte della vita di D. Bosco. Presso di loro non tardò D. Bosco ad essere in grande venerazione, e lo riguardavano come un uomo tutto del Signore. È questo un giudizio che noi abbiamo ascoltato dalle stesse loro labbra.

 

 


CAPO XXI.
La stampa e la scuola - D. Bosco scrittore - Il primo revisore delle sue opere - Una reliquia del Ch. Comollo - D. Bosco perpetua la memoria del suo condiscepolo con una BIOGRAFIA - Scrive l'opuscolo: CORONA DEI SETTE DOLORI DI MARIA SS.

 

                LA PUBBLICA opinione, ispirata dalle necessità dei tempi, spinta da agenti segreti, appoggiata dalle ordinazioni delle leggi civili, dichiarava doversi diffondere, quanto più largamente potevasi, l'istruzione popolare. D. Bosco però aveva subito preveduto come la scuola e la stampa, cose eccellenti in sè volte al bene, diverrebbero inevitabilmente i mezzi più potenti, di cui si sarebbe prevalso il demonio per disseminare il male e l'errore in mezzo alle moltitudini. La Francia dava di ciò un lagrimevole esempio. - Bisogna adunque, affermava e ripeteva D. Bosco, prevenire per quanto possiamo il pericolo. Prepariamoci per opporre alla scuola e alla stampa cattiva, la scuola e la stampa buona. - Così ei risolse e fu costante impegno di tutta la sua vita di educare la gioventù ed il popolo, mediante buoni insegnamenti e buoni libri. E incominciò ad appigliarsi allo scrivere per dare alla stampa. A questo fine toglieva molte ore della notte a' suoi riposi, e nel giorno [193] occupava tutti gli istanti che la: cura de' suoi giovanetti, il sacerdotale ministero e lo studio della teologia morale gli lasciavano liberi.

                Il tavolino della sua stanzetta era ingombro di quaderni e fogli, zeppi di note, che andava diligentemente raccogliendo, su argomenti che trattavano della difesa della religione, della Chiesa Cattolica, del Papato; di fatti edificanti, di pratiche di pietà, di temi sacri e profani per l'istruzione scolastica. Con queste preparava materia per i molti libri che andava ideando e dei quali l'opportunità ed eccellenza sarebbe stata provata dalle molteplici edizioni e dai giudizi favorevoli pubblicati da personaggi di gran fama.

                Tuttavia, benchè D. Bosco sentisse in sè la grazia e la potenza di tale missione, non si atteggiò mai a scrittore, nè manifestò per questo alcun sentimento di vanagloria. Egli non aveva e non ebbe mai altra mira che la gloria di Dio e la salute delle anime, e diffidente di se stesso, non stampò mai opera alcuna senza sottoporla alla revisione Ecclesiastica, obbediente in tutto alle leggi della Chiesa.

                A un tempo stesso, nella sua umiltà, anzichè aspirare ad acquistarsi fama di valente e forbito scrittore, fornito come era di buoni studii, attese in modo speciale ad usare sempre grande semplicità di stile nello scrivere i suoi libri. Gli premeva anzitutto di far bene comprendere, anche al più rozzi operai e alle donnicciuole del volgo, le verità di nostra santa Religione, muovendo i loro cuori verso Dio. Per raggiungere questo fine, scritte alcune pagine, prima di darle alle stampe, usava leggerle a persone poco istruite, facendosi poi dire se le avessero intese. Se rispondevano negativamente per questa o per quell'altra frase o parola, o concetti troppo classici o difficili, egli ritoccava, correggeva, modificava, rifaceva gli intieri periodi una e più volte, fino [194] a che fosse persuaso che capivano tutto. Così potè conoscere la via da tenersi per farsi comprendere dalle persone idiote eziandio predicando. Egli però, mentre si proponeva evitare lo stile ampolloso e troppo elegante, non trascurava nello stesso tempo di congiungere la purità e proprietà della lingua coll'unzione e colla chiarezza, per rendere le sue opere gradite e molto fruttuose ad ogni grado di persone. Erano perciò lette con grande avidità dai giovani e dal popolo. Il primo revisore de' suoi libri, narrava D. Angelo Savio, fu il portinaio del Convitto Ecclesiastico.

                Ed ora cominciamo a rappresentarci D. Bosco quando prende la penna per non più deporla. Egli aveva sempre innanzi agli occhi della mente la cara figura di Luigi Comollo. Gli risuonavano ancora nell'orecchio le sue parole in una delle notti di delirio, che precedettero la sua morte, nella quale aveva gridato contro i nemici dell'anima sua: “Col vostro potente aiuto, o Maria, riportai la palma su tutti i miei nemici! ... Sì, voi siete i vinti... io sono il vincitore! Di Costei è la vittoria! ...” parole da lui notate ne' suoi manoscritti e ripetute le tante volte nelle sue prediche.

                Oltre a varie grazie che si dicevano ottenute da Dio per l'intercessione del santo giovane, un fatto singolare rimasto secreto e confidato da D. Bosco negli ultimi suoi giorni ad un suo famigliare, avevalo grandemente impressionato.

                Trascorsi quattro anni circa dalla morte di Comollo, alcuni suoi compagni chierici, smaniosi di riconoscerne il cadavere, inconsci i superiori del Seminario, cospirarono con tutta segretezza di scoperchiare quella tomba. Smossa una lastra di pietra, scesero nel sotterraneo, accesero alcune faci, ed ecco apparire la cassa sopraterra dal lato sinistro sotto l'altar maggiore. La scoperchiarono, ed il corpo dei morto giovanetto apparve incorrotto e con le sembianze inalterate. Estrema [195] fu la loro commozione e la meraviglia a quello spettacolo. La sua veste talare venne messa a brani, che furono ritenuti come reliquie; un particolare però fu inescusabile, che cioè uno gli asportò un dito. Ciò fatto, ricoperta la cassa uscirono inosservati, e rimisero al posto la pietra, rimovendo ogni traccia di quella esplorazione. Pochi giorni dopo uno di quei compagni venne a far visita a D. Bosco e gli disse con aria misteriosa: - Debbo comunicarti un affare di somma importanza. Mi prometti il segreto?

                - Lo prometto, purchè nulla importi di offesa di Dio o, danno al prossimo.

                - Sia tranquillo: solo è cosa che guai a noi se si venisse a sapere. - Quindi narrò quanto era accaduto e trasse fuori da un involto il dito che aveva strappato, e soggiunse - Questa reliquia l'ho presa per te! - D. Bosco non poteva credere a' suoi occhi, perchè quella carne era morbida e colorita come di persona viva. Stato alquanto sopra pensiero, biasimò quel fatto, perchè non autorizzato dalla necessaria approvazione dei superiori: non volle ritenere quel dono, insistette perchè di nuovo fosse sepolto in terra sacra, e fece eziandio intendere le pene che le leggi civili comminavano contro i violatori delle tombe. Lasciatosi dominare dal ribrezzo, non pensò più in là, perchè altrimenti si sarebbe potuto in tempo opportuno verificare l'esattezza di quella deposizione. Cinquanta e più anni dopo, per varii lavori, essendosi visitato quel sotterraneo, non ritrovossi che il nudo scheletro del santo chierico.

                La venerazione e la stima altissima per Comollo aveva allora cagionata quel l'imprudenza, e D. Bosco, eziandio per annuire ai desiderii de' suoi compagni, volle perpetuarne la memoria, dando così un modello alla gioventù e specialmente a quella che nei seminari aspira al sacerdozio. La vita di [196] Luigi Comollo fu il primo suo opuscolo, e lo scrisse dimorando, ancora in seminario; e quando l'ebbe finito, lo presentò ai suoi superiori, perchè lo esaminassero e dessero il loro giudizio.

                Descrivendo il sogno spaventoso fatto da Comollo poco prima di morire, aveva, coll'intenzione di conservar memorie da non pubblicarsi, notati i nomi di varie persone che dall'amico eragli stato confidato aver lui viste cadere o trovarsi già nell'inferno. Era come un argomento della veracità di quella narrazione. Trattavasi di personaggi distinti, rispettati e in fama di virtuosi, sicchè i superiori, conscii di qualche loro miseria, restarono pieni di orrore per simile rivelazione. Alcuni erano morti, alcuni ancora viventi. Naturalmente si vollero scancellati quei nomi, e poi pienamente approvato, quello scritto si consegnò ai tipi nel 1844. Questa prima edizione è anonima e porta il titolo: Cenni storici sulla vita di Luigi Comollo, morto nel Seminario di Chieri, ammirata da tutti per le sue singolari virtù, scritti da un suo Collega[37]. Precedeva il racconto la seguente prefazione

                “Ai Signori Seminaristi di Chieri.

                Siccome l'esempio delle azioni virtuose vale assai più, di un qualunque elegante discorso, così non sarà fuor di ragione che a voi si presenti un cenno storico sulla vita di colui, il quale essendo vissuto nello stesso luogo e sotto la medesima disciplina ove voi vivete, vi può servire di vero modello, perchè possiate rendervi degni del fine sublime, a cui aspirate, e riuscire poi un dì ottimi leviti nella vigna dei Signore. [197]

                È vero che a questo scritto mancano due cose molto notevoli, quali sono uno stile forbito, un'elegante dicitura: perciò ho indugiato finora, perchè penna migliore che la mia non è, volesse assumersi un tale incarico. Ma scorgendo vana la mia dilazione, mi sono determinato di farlo io stesso nel miglior modo a me possibile, indotto dalle replicate istanze fattemi da diversi miei colleghi, e da altre persone ragguardevoli; e persuaso che la tenerezza, che verso questo degnissimo compagno vostro mostraste, e la distinta vostra pietà sapranno condonare, anzi suppliranno alla pochezza del mio ingegno.

                Benchè però non possa allettarvi colla bellezza del dire, mi consola assai il potervi con tutta sincerità promettere che scrivo cose vere, le quali tutte ho io stesso vedute, o udite, o apprese da persone degne di fede, del che ne potrete giudicare anche voi che pur ne foste in parte testimonii oculari.

                Che se scorrendo questo scritto vi sentirete animati a seguire qualcheduna delle accennate virtù rendetene gloria a Dio, al quale, mentre lo prego vi sia ognor propizio, questa, mia fatica unicamente consacro”.

                E non meno affettuosamente conchiude la sua narrazione, che noi vorremmo fosse letta e meditata ogni anno non solo dai giovanetti, ma eziandio dai chierici.

                Una malattia e una morte accompagnata da tanti belli esempi e sentimenti di virtù e di pietà, risvegliò pure in molti Seminaristi il desiderio di volerlo imitare. Perciò non pochi s'impegnarono a seguitarne gli avvisi e i consigli loro dati mentre ancora viveva, altri a tener dietro a' suoi esempi e virtù di modo, che alcuni Seminaristi, che prima non mostravano gran fatto di vocazione allo stato cui dicevano di aspirare, dopo la morte del Comollo si videro colle più ferme risoluzioni divenire modelli di virtù. [198]

                Egli fu appunto alla morte del Comollo, dice un suo compagno, che mi sono risoluto di menare una vita da bravo Chierico per divenire santo Ecclesiastico, e quantunque tale determinazione sia stata finora inefficace, ciò nulla meno non mi rimango, anzi voglio raddoppiare vieppiù ogni giorno l'impegno.

                Nè queste furono solamente determinazioni di primo movimento, ma continua ancora oggidì a farsi sentire il buon odore delle virtù dei Comollo. Onde il Rettore del Seminario, alcuni mesi or sono m'ebbe a dire, che il cangiamento di moralità avvenuto nei nostri Seminaristi alla morte del Comollo continua ad essere tuttodì permanente.

                Qui sarebbe opportuno osservare che tutto questo avvenne principalmente dietro a due apparizioni dei Comollo seguite dopo la di lui morte; una delle quali viene testificata da un'intera camerata d'individui”.

                Nella prima edizione di 3000 copie egli accennò appena a questi fatti meravigliosi, e solo in quella del 1884 si determinò a pubblicarne uno distesamente, piegandosi alle preghiere di chi scrive queste memorie. Le suesposte ragioni, spiegano lo spavento allora prodotto dalla seconda apparizione. Non solo Samuele, ma anche qualche figlio di Eli, doveva sentire la voce del Signore.

                Nello stesso tempo D. Bosco offeriva le primizie de' suoi scritti alla Vergine Benedetta, come divise in due mazzolini di fiori. Il primo consisteva nel suddetto fascicolo, che dimostrava la protezione di Maria in vita ed in morte per un chierico suo divoto. Il secondo fu un librettino intitolato: Corona dei sette dolori di Maria, con sette brevi considerazioni sopra i medesimi, esposte in forma della VIA CRUCIS. Lo scrisse prima di uscire dal Convitto Ecclesiastico, in occasione di una novena e di una festa in onore dell'Addolorata, che celebravasi [199] tutti gli anni nella Chiesa di S. Francesco d'Assisi. A questo scopo era quivi istituita una pia società, ed ogni confratello o consorella pagava quindici soldi nelle mani di un collettore.

                Il libretto, di 42 facciate, prima esponeva la corona, che poi si ristampò sola nel Giovane Provveduto collo Stabat Mater ed altre orazioni rituali, omettendo le brevissime preghiere che seguivano l'enunciazione di ogni singolo dolore. In queste si domandava a Maria SS. la grazia, di aver sempre fissa nella memoria la passione di Gesù; di essere liberato dalle persecuzioni dei nemici dell'anima visibili ed invisibili; che tutti i peccatori cercando Gesù con atti di vera contrizione lo ritrovino; di poter accompagnare Gesù al Calvario col pianto continuo delle proprie colpe; di ottenere da Dio di ricercare con assidue meditazioni il solo Gesù, crocifisso pei nostri peccati; di lavare continuamente con lagrime di vera compunzione le mortali ferite fatte a Gesù dai nostri peccati; infine che tutti i peccatori possano conoscere di quanto grave danno sia all'anima l'essere lontana da Dio.

                Le sette affettuose meditazioni sopra gli stessi dolori, che non si trovano nel Giovane Provveduto, chiedono alla pietosissima Vergine la corrispondenza alle divine misericordie per ottenere l'eterna salvezza; la permanenza di Gesù e di Maria nel possesso del nostro cuore; il ritrovamento di Gesù, se fosse stato perduto per causa delle malvagie passioni e delle tentazioni del demonio; il conseguimento del perdono da Maria SS. per i disgusti che le abbiamo cagionato; il conoscimento del pregio e del valore grande dei patire; che il cuor nostro si ammollisca una volta e pianga davvero i suoi peccati, cagione a Maria di così grave martirio; che l'ultimo sospiro di vita nostra sia unito ai sospiri di Maria, emessi dal fondo della sua anima nella dolorosa passione di Gesù. [200] L'opuscolo recava in capo il seguente proemio:

                “Il primario fine di questa operetta è di facilitare la rimembranza e la meditazione degli acerbissimi dolori del tenero cuore di Maria, cosa a lei molto gradita, come più volte ha rivelato a' suoi devoti, e mezzo per noi efficacissimo per ottenere il suo patrocinio.

                Affinchè poi si renda più facile l'esercizio di una tale meditazione, si praticherà primieramente con una corona in cui sono accennati i sette dolori principali di Maria, i quali si potranno quindi meditare in sette distinte brevi considerazioni nel modo che suole farsi la Via Crucis.

                Ci accompagni il Signore colla sua celeste grazia e benedizione perchè si ottenga il bramato intento, sicchè l'anima di ciascuno resti vivamente penetrata dalla frequente memoria dei dolori di Maria, con vantaggio spirituale dell'anima; e tutto a maggior gloria di Dio”.

                Questo libro anonimo, uscito dai torchi di Speirani e Ferrero, venne distribuito in gran numero di copie tra il popolo, e se ne fecero varie edizioni. Esso fa testimonianza come D. Bosco nutrisse sempre quella tenera divozione verso la passione di Gesù e gli spasimi della Celeste Madre, che noi abbiamo conosciuto in lui sempre così viva fino all'ultimo de' suoi giorni. Oh, non a caso la divina Provvidenza dispose che sulla sua tomba l'esimio pittore Rollini dipingesse il quadro di Maria SS. Addolorata. Esso è là per ricordare ai figli di D. Bosco il grande ammonimento del padre, di non essere cioè mai cagione di dolore colla propria condotta a questa loro amorosissima Madre, sicchè di nessuno possa Essa dire: “O voi tutti che passate per questa via, ponete mente e vedete se vi ha dolore simile al mio dolore”[38].

 

 


CAPO XXII.
D. Cafasso conferenziere al Convitto - Stia stima per Don Bosco - Confidenza di D. Bosco in D. Cafasso - Squisito discernimento di D. Cafasso - L'idea di farsi religioso e missionario si fa più viva in D. Bosco - D. Guala lo distorna dall'accettare l'ufficio di Economo spirituale - D. Bosco va agli esercizii - D. Cafasso gli annunzia la volontà del Signore.

 

                IN QUEST'ANNO 1844 eravi stato al Convitto Ecclesiastico un necessario cambiamento negli ufficii dei Superiori. Il Teol. Guala in causa dei dolori alle gambe, che più non gli lasciavano requie, aveva interrotte le predicazioni ordinarie e le conferenze di morale, commettendo a D. Cafasso tutto il peso dell'insegnamento e la cura del buon ordine e della disciplina. Egli, confinato fra le quattro mura della sua camera, limitavasi alla direzione suprema. Con grande edificazione dei convittori quando le sue infermità non gli permettevano di celebrare la santa Messa, faceva la comunione quotidiana, e questo suo vivissimo desiderio di unirsi al sacramentato Redentore era una gran lezione agli alunni sacerdoti.

                D. Bosco coadiuvava D. Cafasso in quelle incombenze che erangli affidate, facendo il ripetitore di morale, quando alcuni [202] di intelligenza più limitata necessitavano di maggiori spiegazioni, e talora predicando nella chiesa di S. Francesco. D. Cafasso vedeva alcun che di straordinario nella sua attività così ben regolata in ogni azione: nel tempo stesso aveva sopra di lui un'idea persistente che non palesava, mentre nutriva per il suo giovane amico una stima che rivaleggiava colla venerazione e che mai venne meno. Mons. Cagliero ne fu testimonio per ben dieci anni.

                Quando D. Bosco era venuto al Convitto, avea confidato al santo suo Direttore spirituale ogni suo segreto, e tra le altre particolarità, il sogno nel quale eragli sembrato di essere sarto e rattoppare abiti logori. D. Cafasso, mirandolo fissamente, avevagli dimandato: - Sapete fare il sarto?

                - Sì che lo so fare; e so fare calzoni, giubbe, mantelli, e vesti talari per i chierici.

                - Vi vedremo alla prova - E tutte le volte che incontravalo dicevagli:

                - Come va, sarto?

                D. Bosco intendendo il significato di questa domanda, rispondeva: - Sto aspettando la sua decisione.

                Infatti D. Cafasso scrutava col suo criterio squisitamente fino e sagace, il carattere degli alunni, le loro disposizioni affine di assegnare poi ad essi il conveniente collocamento nella casa di Dio. “Lo studio profondo della morale, scriveva D. Bosco, dell'ascetica e della mistica, congiunto ad un'attenta penetrazione e ad un pronto discernimento degli spiriti, lo aveva reso capace di poter in poche parole conoscere e giudicare dell'ingegno, della pietà, della dottrina, delle propensioni e della capacità degli Ecclesiastici. Egli diceva senza fallirsi: Costui sarà un buon parroco, questi un buon vice - parroco, quell'altro un buon cappellano; quegli sarà un prudente direttore spirituale di un monastero, un degno rettore di uno stabilimento di educazione. Ad uno che lo interrogava, [203] egli diceva: Voi sarete un eccellente cappellano delle carceri; oppure: Vostra missione è l'assistenza degli infermi negli ospedali e farete del gran bene: ad altri: Riuscirete un distinto e fruttuoso predicatore quaresimalista, un zelante missionario apostolico, un valente maestro e catechista, un consigliere sicuro in cose di spirito. E come diceva, l'evento sempre confermava”. Perciò era illimitata la confidenza che gli alunni del Convitto riponevano ne' suoi consigli e nessuno ebbe mai a pentirsi di averli seguiti.

                D. Bosco tuttavia nel Convitto non aveva maggiore impegno che quello di studiare. Pel momento le altre sue occupazioni, benchè così complicate, le giudicava accessorie. Tutte le questioni teologiche, specialmente quelle che riguardavano la storia sacra ed ecclesiastica, lo intrattenevano in modo, che dietro a simili studii andava come perduto. Su questi aveva intenzioni sue proprie, e vista la pace e il silenzio che regnava, nel convento del Monte e in quello della Madonna di Campagna, nei quali si trovavano alcuni suoi buoni amici, desiderava ritirarsi per alcun tempo tra quei Cappuccini, o in qualche altro luogo solitario, per meditare sopra i suoi volumi. Tutto ciò egli designava in ordine alla predicazione.

                Di questa sua fantasia, parlò un giorno a D. Cafasso il quale non gli rispose e si contentò di sorridere.

                Eziandio il pensiero di essere missionario non lo abbandonava mai. Sentiva in sè una forte inclinazione di portare la luce del Vangelo agli infedeli e alle genti selvagge. Anche là avrebbe incontrate le migliaia e i milioni di fanciulli. Lo entusiasmava il fatto che gli Oblati di Maria Vergine nel 1839, per un penoso e quasi sconosciuto cammino, erano penetrati nei regni di Ava e Pegu predicando la vera religione; e nel 1842 questa missione era stata ad essi interamente affidata con un Vescovo della loro Congregazione, ivi riportando [204] copiosi frutti di apostolico ministero. D. Cafasso, al quale non isfuggiva ogni suo menomo atto, gli lasciò studiare la lingua francese e gli elementi della spagnuola; e quando vide che incominciava a prendere la grammatica inglese, senz'altro gli disse: - Voi non dovete andare nelle missioni!

                - Si può sapere il perchè? domandò D. Bosco.

                - Andate, se potete; non vi sentite di fare un miglio, anzi di stare un minuto in vettura chiusa senza gravi disturbi di stomaco, come avete tante volte sperimentato, e vorreste passare il mare? Voi morireste per via! - Così anche questo progetto andò in fumo, non tanto per una difficoltà che non era insuperabile, quanto per l'obbedienza al consiglio dei suo Superiore.

                Ma altre idee che gli rigurgitavano in mente non gli davano tregua, specialmente in sul finire del terzo corso di morale. Egli nutriva in petto una stima tutta speciale, un amore vivissimo per ogni Ordine e Congregazione di Religiosi. Destinato da Dio a fondare la Pia Società di S: Francesco di Sales, si credeva e sentivasi chiamato allo stato religioso. Così egli stesso narrava nei primi anni dell'Oratorio a D. Angelo Savio, suo alunno. Era talmente convinto di questa sua vocazione, la quale parevagli gli avrebbe, somministrati anche i mezzi per aver cura incessante dei fanciulli, che visitando il Santuario della Consolata ne teneva discorso cogli Oblati di Maria Vergine. Pertanto, sia che l'antica idea di andare fra gli Oblati si fosse in lui più vivamente destata, sia che volesse far uscire D. Cafasso da una prudente riserbatezza, per la quale ancora non avevagli dato coll'autorità di superiore un responso decisivo sulla sua vocazione speciale, si presentò a lui e gli espose il suo nuovo pensamento. Il santo prete ascoltò silenzioso tutti i suoi disegni e le sue ragioni, e come D. Bosco ebbe finito di parlare, [205] null'altro:gli rispose fuori di un secco e risoluto - No!

                D. Bosco stupì pel tono energico della sua voce, ma non volle neppure domandare il motivo di quella negativa; e perdurava in fervorose preghiere, acciocchè' la Vergine Santa gli indicasse il luogo e l'ufficio dove esercitare il sacro ministero con frutto delle anime. Con tutto che si sentisse profondamente inclinato ad occuparsi in modo particolare al benessere dei giovanetti più abbandonati per mezzo degli Oratori festivi, non voleva fidarsi del proprio giudizio, temendo eziandio che nei sogni, che pure erano così chiari, potesse esservi qualche illusione.

                Giungeva intanto il tempo nel quale, secondo il regolamento, il nostro caro D. Bosco doveva applicarsi a qualche parte determinata dei sacro ministero ed uscire dal Convitto. Varii Parroci lo desideravano e lo domandavano quale Coadiutore. Fra gli altri, D. Giuseppe Comollo, zio del defunto chierico Luigi Comollo, rettore di Cinzano, lo aveva richiesto ad Economo amministratore della sua parocchia, cui per età e malori non poteva più reggere, e ne aveva già ottenuto il consenso dall'Arcivescovo Fransoni. Il venerando vecchio però era omai vicino al termine de' suoi giorni e poco tempo avrebbe durato D: Bosco in quell'ufficio. Tuttavia quel Dio, che pietosamente vegliava sopra tanti poveri giovanetti, presiedeva altresì alle sorti di colui che doveva essere valido strumento della loro salute. Il Teol. Guala un giorno fece chiamare in sua camera D. Bosco, che nulla ancor sapeva della decisione di Monsignore, e lo consigliò a scrivere una lettera di ringraziamento all'egregio Prelato, pregandolo ad un tempo di volerlo dispensare da quell'onorevole ufficio, a cui per altra parte non sentivasi punto inclinato. D. Bosco obbedì, e fu esaudito. Da ciò si deve argomentare come il Teol. Guala, intuisse egli pure i futuri destini di D. Bosco. [206] Ma omai a S. Ignazio dovevasi dare principio ai santi spirituali esercizi, e D. Cafasso disse a D. Bosco: - La vostra vocazione, perchè sia ben decisa, ha bisogno di essere pensata meglio davanti al Signore; e pregare ancora, pregare molto. Vi sono appunto gli esercizi spirituali a S. Ignazio. Andate a farli. Pregate Dio che vi spieghi chiaramente la sua volontà; e poi ritornato riferirete.

                D. Bosco partì accompagnando D. Cafasso, il quale intraveduta l'estesa missione e la gravissima responsabilità che avrebbe assunto il suo allievo, voleva metterlo in pronto ad essere degno esecutore dei disegni divini. Si era nel mese di giugno. Don Cafasso predicava la prima volta ai sacerdoti dettando le meditazioni. Per dieci anni erasi preparato convenientemente eziandio per le istruzioni, e d'allora in poi continuò a predicare quasi ogni anno ad uno ed anche a due corsi di esercizi, sino al termine della sua vita. La sua parola, piana, semplice, precisa nell'esporre i doveri cristiani ed ecclesiastici, era ricca di una santa unzione, scendeva al cuore, strappava le lagrime, convertiva, faceva un gran bene. Non era egli che parlava, ma la grazia di Dio; e si partiva col desiderio di ascoltarlo un'altra volta. Tutti i preti si confessavano da lui, ed egli mandavali contenti e in pace, pieni di ardore, zelo, coraggio, conforto, risoluti di intraprendere la voluta riforma e durarla nel bene sino alla fine.

                D. Bosco assistette eziandio agli esercizi dei secolari, ai quali volle essere condotto e predicare il Teol. Guala. Ritornato a S. Francesco di Assisi, D. Bosco aspettò che D. Cafasso lo chiamasse per sapere che cosa gli avrebbe detto in conclusione degli esercizi. Ma sembrava che D. Cafasso non se ne desse per inteso. Strana presentavasi la futura posizione di D. Bosco. Era cosa decisa che non avrebbe prolungata la [207] sua dimora al Convitto; dalle parole dei Teol. Guala aveva capito non essere per lui gli impieghi e le dignità diocesane; D. Cafasso negavagli di entrare in ordine religioso o di consacrarsi alle missioni estere. Egli non sapeva ove andare, e sentiva bisogno di essere circondato di aiuti spirituali e materiali. Da qual parte dunque rivolgersi? Quale sarebbe stata la deliberazione del suo direttore spirituale? Per investigare adunque il pensiero di D. Cafasso ricorse ad una:specie di stratagemma. Si presentò a lui, annunziandogli come avesse pronto il baule del suo povero corredo per andar a farsi religioso e che veniva a salutarlo e a prendere commiato. Ma il buon sacerdote col suo dolce sorriso sulle labbra: - Oh che premura! gli disse: e chi penserà da qui avanti ai vostri giovani? Non vi pareva di far dei bene lavorando attorno a questi giovani?

                - Sì, è vero; ma se il Signore mi chiamasse allo stato religioso, egli provvederà che ai giovani pensi qualcun altro!

                D. Cafasso allora, serio, serio, fissò in volto D. Bosco e, con una certa aria di solennità paterna gli disse: - Mio caro D. Bosco, abbandonate ogni idea di vocazione religiosa; andate a disfare il baule, se pure l'avete preparato, e continuate la vostra opera a pro dei giovani. Questa è la volontà di Dio e non altra! - Alle gravi e risolute parole del direttore dell'anima sua D. Bosco abbassò il capo sorridendo, poichè aveva saputo ciò che desiderava. È vero che ancora ignorava la strada che avrebbe dovuto percorrere, i modi per continuare l'opera sua, il luogo dove si sarebbe stabilito; ma di ciò non preoccupavasi. Dio, che aveva parlato per bocca di D. Cafasso, avrebbe provveduto i mezzi. Da tutto il complesso di queste circostanze prevedeva croci, strettezze, miserie, umiliazioni, ma non ne era spaventato. [208] Charitas non est ambiliosa[39]. Egli avrebbe potuto aspirare ad officii onorevoli; e coll'ingegno che possedeva e la destrezza nel trattare colle persone e degli affari, colla fermezza ed abilità nei propositi, gli era garantita una luminosa e lucrosa carriera, anche salendo ad alti gradi. Invece accettò, per sua parte d'eredità, e per tutta la sua vita, i poveri giovanetti. Solo un amore ardentissimo al prossimo poteva indurlo ad un così grave e per lui così gradito sacrificio.

 

 


CAPO XXIII.
L'Abate Aporti a Torino - Le scuole di metodo - Dissidio tra Sovrano e Prelato - Relazione di D. Bosco coll'Aporti - La prudenza del serpente e la semplicità della colomba in D. Bosco.

 

                CARLO Alberto con editto del 10 luglio 1844, stabiliva in Piemonte le scuole così dette allora di metodo, e al presente chiamate normali, ordinate a diffondere universalmente la cognizione e la pratica delle migliori dottrine di educazione e a formare buoni maestri di scuole elementari: e chiamava da Cremona l'Abate Ferrante Aporti, acciocchè per un anno ne fosse in Torino il primo istitutore. Lettere commendatizie scrittegli con molte lodi dall'Arciduca Vicerè, avevano approvata la scelta da lui fatta.

                L'arrivo del l'Aporti in Torino fu come un trionfo. Le ovazioni e gli applausi con affettazione prodigatigli, apertamente dichiaravano che egli veniva considerato dai liberali e dai settarii come l'eroe del loro partito. Dalla Lombardia però erano pervenute a Mons. Fransoni informazioni poco favorevoli intorno a questo abate. Pareva che fosse una dichiarazione di guerra fatta dagli empi contro Dio e contro la Chiesa. [210]

                La scuola superiore di metodo fu inaugurata il 26 agosto in una sala della Regia Università e doveva rimanere aperta sino a tutto il settembre. Nessuno sarebbe stato più ammesso nel prossimo anno scolastico 1844 - 45 all'esame di maestro di scuola elementare nelle Provincie di Torino, di Pinerolo e di Susa, se non dietro certificato di frequenza a tale scuola. Il 30 settembre era fissato per gli esami: le patenti di approvazione a maestro della prima o seconda scuola normale elementare, o di professore di metodo, dovevano essere spedite dalla Segreteria dell'Università. Appena l'Aporti ebbe inaugurate le sue lezioni di pedagogia, queste divennero sempre più sospette ai buoni pel gran rumore che levavano di sè e per gli elogi che loro profondevano gli scrittori settarii. D. Bosco intanto stava in vedetta per conoscere la piega che avrebbero presa questi avvenimenti.

                L'Arcivescovo allora avvertì il Magistrato della Riforma che egli disapprovava l'intervento degli ecclesiastici alla scuola di metodo e fece esporre nelle sagrestie della città una lettera scritta a mano in cui interdiceva al suo clero di frequentare l'insegnamento dell'Aporti. Il Re ne andò sulle furie, e protestò che nè la nomina dell'Aporti, nè le scuole di metodo sarebbero rivocate. Clandestinamente Consiglieri settarii, ai quali Carlo Alberto troppo incautamente dava talora ascolto, soffiavano nuovo alimento sulla regia indignazione. Una delle arti per meglio tradire il Re era quella di mettergli in malo aspetto Mons. Fransoni e di screditarglielo colla calunnia; perchè il senno, la virtù, la rettitudine ferrea di questo gran prelato era un ostacolo ai loro disegni. Vi fu intanto scambio di lettere tra il Sovrano, che era a Racconigi, e l'Arcivescovo, il quale si recò da lui per esporre a voce le sue ragioni. Carlo Alberto nell'accoglierlo si tenne in contegno, non potendo dissimulare gli affetti che lo agitavano; poi si rabbonì, lo ascoltò, [211] e concluse dicendo di essere pienamente soddisfatto, de' suoi schiarimenti. Tuttavia lo sdegno del Re ben presto si riaccese. Monsignore aveva rimproverato un parroco della città per aver concesso all'Aporti di celebrar Messa nella sua Chiesa, senza l’autorizzazione della Curia. Era un obbligo prescritto dai Sinodi, un atto doveroso d'ossequio che l'Aporti non aveva prestato all'autorità ecclesiastica e necessario per non incorrere la sospensione. Forse i cortigiani presentarono quel fatto al Re come un'offesa voluta recare alla sua persona. Da quel punto incominciò a frapporsi la discordia tra due personaggi, che sino allora si erano amati sinceramente. L'Aporti entrava tanto nella grazia del Re, che questi più tardi lo proponeva a Pio IX perchè fosse consecrato Arcivescovo di Genova, e lo nominava Senatore del Regno.

                Il Sovrano tuttavia era in buona fede, mentre l'Arcivescovo non operava dietro semplici sospetti. Da personaggi bene addentro nelle segrete cose e dallo stesso D. Bosco aveva ricevute disgustose rivelazioni. Il giovane prete, era già intrinseco con varie persone influenti di ogni classe di cittadini. Aveva amici tra gli impiegati del Governo, tra gli ufficiali del palazzo reale e dell'esercito e tra i professori dell'Università. Accadeva pertanto che questi per leale apertura di cuore, quegli per imprudenza nel parlare provocata da accorte interrogazioni, altri per stimolo di coscienza timorata, palesavano il poco o il molto che veniva in loro cognizione o per via di sospetti, o di indizii certi, o di qualche discorso indiscreto di chi aveva notizia da segrete conventicole. Varii insegnanti formavano infatti empia, e occulta congiura per togliere dalle scuole ogni idea di religione rivelata. Con astuzia satanica studiavano progetti e programmi, i quali a poco a poco, insensibilmente, e colla costanza e pazienza usati per molti anni, conducessero, se fosse possibile, all'annientamento della [212] fede nel cuore degli alunni. L'Arcivescovo adunque temeva le insidie che si andavano tramando a danno dell'altare e, per conseguenza, eziandio del trono. La posizione di coloro che avevano ricevute quelle gelose confidenze era delicatissima e pregavano Monsignore a non far conoscere da chi avesse saputo ogni cosa. La sua prudenza però era tale, da non compromettere alcuno.

                Egli intanto era ansioso di sapere con esattezza ciò che insegnavasi nella nuova scuola di metodo, poichè non era ancor riuscito a vederci chiaro per le notizie contradditorie. Incaricò adunque D. Bosco di verificare e riferire. D. Bosco pertanto andava alle lezioni, che l'Aporti teneva all'Università. Egli subito contrasse relazione di cortesia con questo Abate. In gran numero accorrevano i maestri ad ascoltarlo, sicchè ne era piena zeppa la vasta sala. Tra gli allievi dell'Aporti notavasi l'Abate Iacopo Bernardi, emigrato veneziano e di grande dottrina, e il Prof. Raineri, uomo di retti principi e valentissimo in pedagogia, che per semplicità di mente si dichiarava suo seguace. Innanzi alla cattedra stavano seduti quindici o venti giovanetti, ai quali egli faceva una lezione pratica, e così indirettamente insegnava ai maestri il modo di fare scuola. Non era cosa facile formarsi un'idea chiara del suo sistema pedagogico religioso, poichè lo svolgeva in svariate e oscure sentenze che nascondevano il vero suo intendimento. Però D. Bosco non tardò ad accorgersi che venivano indirettamente esclusi da quelle lezioni i santi misteri della religione. L'Aporti non voleva che si parlasse mai ai giovanetti dell'inferno. Una volta esclamò - Ma perchè parlare ai bambini dell'inferno? Queste lugubri idee loro fanno del male; sono paure che non vanno bene nell'educazione. - Con ciò toglieva il santo timor di Dio. Vennero poi fuori dalle sue labbra proposizioni che, se non intaccavano apertamente la [213] religione, potevansi però giudicare infette di eresia. Interrogava p. es. i suoi scolari uno per uno: - Chi è Gesù Cristo? - Chi rispondeva una cosa, chi un'altra; dopo molle interrogazioni egli dettava magistralmente la sua sentenza: - G. C., il Verbo di Dio, è la verità eterna soprannaturale. - Dell'uomo Dio, delle due nature perfette in una sola persona non ne faceva cenno. Poi chiedeva: - Chi è Maria SS.? - I giovani davano pure varie risposte, e il maestro non accettandole, concludeva: - Maria SS. è una creatura privilegiata. - Ma taceva per qual motivo fosse privilegiata. D. Bosco, trovandosi in particolare colloquio coll'Aporti, gli chiese perchè non spiegasse le sue definizioni. L'Aporti rispose che i giovani non erano capaci ancora di comprenderle.

                D. Bosco dopo alcune settimane fece adunque relazione all'Arcivescovo in base alla verità. Mons. Fransoni lo ascoltò pensieroso e poi gli disse: - Ora basta: non andate più ad ascoltarlo. - E da quel momento D. Bosco più non vi andò.

                Nello stesso tempo l'Aporti introduceva il sistema dello scozzese protestante, nell'Asilo o Scuola infantile di Po, ed ivi erano escluse le immagini di Maria SS. e dei Santi, tanto dalle pareti, come dalle premiazioni che si facevano ai bambini. Si volle collocato nella scuola il solo Crocifisso. I regolamenti non erano informati a quello spirito veramente cattolico, che deve presiedere alle prime idee della mente e ai primi sentimenti del cuore. Queste cose aveva pur viste D. Bosco e comunicate all'Arcivescovo, come eziandio la non dubbia tendenza ad imbrancare insieme bambini e bambine con grande pericolo del candore delle loro anime. - Basterà, diceva D. Bosco, qualche agnelletto già rognoso, guasto dai compagni, e il mal seme si propagherà tra quelle creaturine semplici, come una scintilla elettrica. - E molti anni dopo, ricordando le impressioni di questi giorni, diceva a [214]

                D. Francesco Cerruti, che gli presentava la sua Introduzione al Regolamento degli Asili d'infanzia per le Suore di Maria Ausiliatrice: “Vuoi sapere chi allora fosse davvero Aporti? Il corifeo di coloro che nell'insegnare riducono la religione a puro sentimento. Tu ricordati bene che una delle magagne della pedagogia moderna è quella di non volere che nell'educazione si parli delle massime eterne e soprattutto della morte e dell'inferno”.

                Mons. Arcivescovo era di ciò grandemente afflitto; sul principio pazientò, e forse sperava ancora che il Re, avvisato, sarebbesi indotto a mettere rimedio a tali inconvenienti che non voleva e non conosceva. Nello stesso tempo però mostravasi irremovibile nel non licenziare il suo clero a fare omaggio a tale maestro colla sua assistenza alla scuola. Forse temeva che i più giovani maestri ecclesiastici ne patissero danno. Infatti continuava e cresceva il fermento cagionato dalle opere di Gioberti.

                Alcuni Vescovi però ed altri esimii personaggi non pensavano intieramente come lui. Prevedevano che queste istituzioni sarebbero durature. E infatti nel 1845 lettere patenti del 1 agosto destinavano la scuola superiore di metodo, eretta nell'Università, a formare professori di metodo. Il corso doveva durare un anno scolastico. Le scuole provinciali di metodo destinate a istruire i maestri delle scuole elementari incominciavano il 1 agosto e terminavano il 20 ottobre. L'Abate Aporti ne era sempre l'ispiratore e il regolatore. Perciò Monsignor Losana, Vescovo di Biella e Consigliere straordinario dello Stato, mentre approvava tali scuole in tutto ciò che avevano di buono, ad impedire la temuta propagazione di principii poco cristiani in mezzo al popolo, affrettavasi ad obbligare i suoi chierici a prendere l'esame per le rispettive patenti di maestro, condizione necessaria per essere ammessi al sacerdozio. [215] La stessa premura adoperava il Vescovo Mons. Ghilardi, perchè in mano al suo clero rimanesse l'insegnamento elementare; e ambedue riescirono felicemente nel loro intento. Mons. Charvaz aveva mandato da Pinerolo il suo Vicario Generale per assistere alle lezioni dell'Abate Aporti.

                Eziandio gli Asili d'infanzia, e le scuole serali e domenicali che si stavano preparando, pesavano sul cuore di Mons. Fransoni. In quanto agli asili non sarebbe stato difficile prevenire il male coll'affidarli a qualche Congregazione religiosa di Suore, sicchè i bimbi ricevessero i germi di una buona e cristiana educazione. Si trattava solamente di moltiplicare le maestre, cosa facile allora, non essendo ancora emanate disposizioni legali per l'idoneità di queste insegnanti. Così avevano operato il Marchese e la Marchesa di Barolo, imitati più tardi fortunatamente da moltissimi municipii e da un gran numero di benefattori dell'infanzia. Ma purtroppo che non si pensava, nè si poteva immaginare in quegli anni, come questa istituzione sarebbe stata accolta in tutte le città e i villaggi, e come per il moltiplicarsi degli opificii che avrebbero richieste moltissime operaie, un luogo ove custodire i bambini sarebbe divenuto una sociale necessità.

                In quanto alle scuole serali e domenicali Mons. Fransoni a formarsene un giusto concetto, richiesto il parere del Sig. Durando, Superiore della Missione, ebbe per iscritto la seguente saggia risposta: “Quelle scuole, ben dirette, poter recare infiniti vantaggi; male ordinate, o in mano a gente malvagia, poter divenire fornite d'empietà. Convenire che i parroci se ne impadronissero, rendendole morali: diversamente ne sarebbero più di una volta maestre e direttori quelle signorine e quei signorini che non assistono neanche alla Messa nei giorni festivi. E se fossero abbandonate ad un [216] comizio agrario, avremmo a pentircene un giorno, ma inutilmente quando vedremo scomparire la fede e il buon costume”.

                D. Bosco era perfettamente del parere di Mons. Losana, di Mons. Ghilardi, del Marchese di Barolo, del Sig. Durando, come disse le mille volte e come ripetè a più Vescovi, perchè, in tempi nuovi con nuove industrie, si adoperassero a premunire la gioventù delle loro Diocesi. - Non è il caso, diceva, di guardare donde quelle istituzioni ricevano l'ispirazione e l'aiuto, sibbene doversene studiare attentamente la natura, e se sono buone in sè, pensare di dare ad esse savia e cristiana direzione; così impedire che vengano guaste dallo spirito irreligioso. - Noi lo vedremo mettere in pratica a suo tempo quanto suggeriva agli altri. Se questi consigli e provvedimenti fossero subito stati accolti e mandati ad effetto, forse sarebbesi evitato assai del male; e uomini di Chiesa e laici devoti alla religione non sarebbero stati dichiarati quali nemici delle scienze, dell'istruzione e del benessere del popolo.

                Tuttavia è da notarsi che le cose non si potevano vedere così chiaramente allora, come si videro di poi: i settarii avevano nel segreto orditi i loro piani e repentinamente incominciavano ad attuarli, mentre i buoni non erano preparati alla lotta: motti del clero, non avvedendosi della gravità del momento, avrebbero esitato nel por mano ad un'opposizione che sembrava inutile, date le apparenze di religiosità conservate dal Governo: l'essere l'Arcivescovo in iscrezio con Sua Maestà alienava da lui molti del mondo ufficiale, dei quali gli sarebbe stato prezioso l'appoggio: aver la sua sede nella Capitale del regno impacciavalo non poco, perchè qui concentravansi tutte le mire settarie e con ogni mezzo sarebbero stati osteggiati i suoi provvedimenti. E contro di lui [217] specialmente ardeva nelle Loggie un odio inestinguibile, essendo conosciuta la fermezza del suo petto apostolico.

                Contuttociò Monsignore, tranquillo ed imperterrito, dopo aver temporeggiato lungamente, mandava a chiamare l'Abate Aporti, e non prima di aver pensato e pregato molto. Sapeva che sarebbe venuto in urto con un personaggio formidabile, perchè dalle sette levato a cielo. Non era questione di scuole, di metodi razionali scolastici, ma sibbene dei principii religiosi dell'insegnante. Avutolo adunque a sè, lo invitava a desistere dal dettare lezioni di pedagogia in quei modi, da lui e da tutti i buoni giudicati sospetti di eresia, pericolosi per la fede, e contrarii a ciò che prescrivevano i regolamenti scolastici dello Stato. Lo avvertiva nello stesso tempo che se avesse persistito, sarebbe egli costretto con suo dispiacere a ricorrere a misure disciplinari. L'Arcivescovo con ciò ottemperava ad un sacro dovere. Aporti non fece caso dell'ammonizione, continuò le sue lezioni e dopo qualche anno cessò dal celebrare la santa Messa. Accadde un finimondo nel campo liberale quando si conobbe simile determinazione e i giudizii erano diversi anche fra i fautori della religione.

                D. Bosco in questo lagrimevole dissidio rimase sempre fuori di combattimento; tutti lo credevano un uomo che per nulla s'interessasse di simili faccende. Anzi lasciata sbollire per un tempo notevole l'irritazione ingiusta dell'Aporti, e dopo essersi certamente consigliato con D. Cafasso e avuto licenza dall'Arcivescovo, riprese con lui buone ma riguardose relazioni. Aveva in mira la fondazione delle sue scuole domenicali e serali, risoluto di aprirle appena la Divina Provvidenza gliene avesse dati i mezzi. Il suo disegno era di una vastità meravigliosa, ma lo teneva ancor segreto nel suo cuore. Egli abbisognava di un protettore, che sul principio gli servisse di riparo in mezzo ai tumulti, che lo aiutasse a superare gli [218] ostacoli qualora sorgessero, e che avesse grande autorità fra coloro che manipolavano la pubblica istruzione. L'Aporti ne era l'arbitro in quegli anni, e D. Bosco aveva formati i suoi disegni sovra di lui. Dimostrandosi sinceramente amico dell'istruzione popolare, chiedendogli talora norme sul modo di fare scuola, erasi guadagnata la sua stima. Tanto più che Don Bosco, senza parlar molto, era di una graziosità tutta speciale nel condurre la conversazione in modo da far risaltare volta a volta i talenti delle persone che con lui si trattenevano. Le prove di ciò le presenteremo nello svolgimento della narrazione.

                Tuttavia se D. Bosco dalla protezione dell'Abate Aporti seppe trarre vantaggio per le sue opere cattoliche, siamo persuasi che la contraccambiò per quanto potè con suggerimenti che, messi in pratica, avrebbero giovato all'anima sua. L'Aporti infatti sul principio voleva forse giovarsi dell'aura popolare settaria per i suoi vantaggi personali, ma più tardi modificò certe sue proposizioni che non suonavano bene ad orecchie cattoliche. Concesse pure che nell'asilo d'infanzia si aggiungesse al Crocifisso il quadro della Vergine Santissima. Pedagogista di vero valore, non ostante i suoi piccoli e grandi difetti e la sua vita non conforme alla santità del carattere sacerdotale, sostenne poi l'indirizzo ortodosso delle scuole, vale a dire l'educazione fondata nella credenza e nel sentimento religioso. Gli va dato eziandio lode perchè nel 1848, conformandosi alla volontà dei Papa, rinunziò di sua propria volontà all'Arcivescovado di Genova al quale il Ministro del Re avealo proposto. D. Bosco avrà contribuito in nessun modo, almeno indiretto, a queste saggie risoluzioni dell'Aporti? Comunque sia sappiamo che D. Bosco non si avvicinava mai ad una persona, fosse anche un regnante, senza che direttamente o indirettamente gli facesse intendere una parola che ricordasse Dio e l'eternità. È pur constatato che chiunque [219] trattava con lui sentivasi mosso ad una riforma morale e religiosa della propria vita, o, se non altro, a migliorare per questa o quella buona azione. Aveva egli una virtù speciale di rendersi padrone dei cuori. Perfino certi settarii ostinati, se ne eccettui la violazione dei loro giuramenti, gli concedevano quello che sapeva domandare per la carità e per la religione. Erano come un certo Re, il quale conoscendo essere Giovanni Battista uomo giusto e santo, lo difendeva e a persuasione di lui faceva molte cose e lo sentiva volentieri. In mezzo a tante opposizioni e persecuzioni, che dovette D. Bosco sostenere, in tutti i Ministeri che si succedettero per più dì trent'anni, in tutti i Dicasteri dello Stato ebbe protettori ed amici, e fu incolume anche quando una causa sembrava disperata. Eziandio dopo la sua morte, per altissimi personaggi politici, una supplica loro presentata ricordando D. Bosco, valse come une scongiuro, e si commossero e concessero.

                Ma quali furono le cause che davano a D. Bosco tanto, ascendente sul cuore degli uomini? Destava ammirazione la sua inesauribile carità verso i fanciulli dei povero e il suo animo forte, operoso, risoluto, di non altro sollecito che della verità e della giustizia. Era evidente che nessun ostacolo poteva arrestarlo, poichè rette erano sempre le sue intenzioni. Ei soffriva, combatteva, pregava, pronto, se occorreva, a dar la vita per la nobile sua missione. La sua forza non appariva ostinatezza, figlia di orgoglio, ma tendeva impavida alla meta, quando tale fosse il volere di Dio e così richiedesse il bene della società e degli stessi suoi avversarii. Giammai non si lasciò dominare da un falso zelo. Nelle sue opere procedeva tranquillamente, senza mai operare a scatti, con atti fantastici od improvvisi, ovvero con precipitate deliberazioni.

                Sua norma costante fu il consiglio di Gesù Cristo agli Apostoli: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate [220] adunque prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe”[40].

                La scienza dei santi è la prudenza[41].

                Come il serpente, nascondeva il capo dai colpi del nemico, cioè conseguiva la salute dell’anima propria e dei prossimo con mezzi adatti all'uopo. Su questo punto non transigeva ed era inflessibile sino all'estremo. Nel resto evitava vuoi nei discorsi vuoi nelle stampe, ogni questione politica, affine di non essere preso in sospetto e impedito di fare il bene. Si asteneva in un'epoca così difficile dall'opporsi pubblicamente e con atti ostili al Governo, attribuendo però francamente tutti i disordini che succedevano, anche a danno della Chiesa, alle sette ed agli impiegati che abusavano del loro ufficio. Parco nel parlare, ponderava prima ogni parola che voleva pronunciare. Sapeva tacere quello che, manifestato, avrebbe potuto cagionare del male e impedire del bene, fedelissimo nel conservare un segreto. Non si permetteva mai un motto che, riferito, potesse essere giudicato lesivo dell'autorità o anche di persone private. Rendeva onore a chi era dovuto per la posizione sociale, e verso di costoro si mostrava riconoscente anche alla sola apparenza di un beneficio. Era pronto sempre a rendere servizio, eziandio agli avversarii: ne prendeva le difese se erano accusati ingiustamente, dava loro lode di ciò che avevano operato di bene, ovvero della loro scienza e del loro ingegno. Paziente nei rimproveri, nelle ingiuste accuse, nelle persecuzioni, sapeva frenare se stesso, mantenersi calmo, cedere quando doverosa non era la resistenza, non dimenticando ciò che il divin Salvatore insinuava per evitare mali maggiori: Porgere la guancia a chi [221] vi dà uno schiaffo, cedere la veste a chi vi toglie il mantello, andare per due miglia con un soldato che vi angaria a portare per un miglio il suo fardello. Tuttavia, ciò che è meraviglioso, rare volte si trovò in questi frangenti, perchè la Provvidenza dispose che D. Bosco si trovasse a contatto di notabilità politiche, liberali e anche settarie, le quali sicure della sua lealtà e segretezza, a lui ricorsero per ragioni personali o di famiglia importantissime, e trovarono in lui l'uomo della carità efficace. E come se ciò non bastasse, più di una volta D. Bosco, o sventando certi intrighi dannosi alla fama o alle sostanze di certi suoi potenti contradditori, o prevenendo i loro onesti desiderii, sapeva per via indiretta attirarli a: sè e renderseli benevoli. In tutto ciò egli procedeva sempre con quella facilità e naturalezza di chi nell'operare ha formato un abito di prudenza, acquistato mediante relativi atti di esercizio pratico.

                Nello stesso tempo aborriva dalla menzogna, dalla doppiezza, da ogni raggiro indecoroso il suo fare, il suo dire era sempre schietto, e soleva ripetere l'est, est e il non, non del Vangelo, con edificazione di quanti lo avvicinavano. Questa sua semplicità lo rendeva affabile con tutti senza accettazione di persone, alle quali era caro e rispettabile eziandio per la sua cortesia e gentilezza di modi. Egli usava sempre parole ed espressioni di grande carità, ma non mai di adulazione, e quando lodava, la sua lode era sincera. Non conosceva rispetto umano nel sostenere i diritti di Dio e della Chiesa, ma, nemico dichiarato dell'errore, rispettava e amava gli erranti, in modo che questi eziandio si persuadevano della schiettezza del suo affetto e in lui non essere inganno.

                Anzi questa sua semplicità assumeva carattere di una certa bonomìa, che attiravagli ogni specie di persone, grandi e piccole, dotte ed ignoranti. Non era però dabbenaggine, [222] mentr'egli avversava quanto potesse compromettere la coscienza o anche solo fosse meno dicevole alla dignità sacerdotale di cui era rivestito. Tuttavia gli uomini di mondo e superficiali vedendo che, invece di aspirare a qualche carriera onorifica e lucrosa, si era dato tutto ai fanciulli del basso popolo, lo tenevano, specialmente nei primordii, per un semplicione fatto alla buona e per un visionario. È curioso il vedere, scrive un illustre autore, che quasi tutti gli uomini che valgono molto hanno maniere semplici, e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore”. Questa osservazione spiega tante cose riguardo a D. Bosco. I fanatici delle novità allora non badarono a lui, e lo giudicarono una persona di nessun conto o, se si vuole, un pacifico filantropo; e così D. Bosco potè avviare a poco a poco le sue fondazioni a vantaggio della religione e della patria, acquistandosi stima ed aiuti da coloro che, non essendo mal prevenuti ed avendo fior dì senno, conobbero a fondo l'importanza de' suoi disegni, frutto della sua prudente antiveggenza.

                Nelle aspirazioni destate nei popoli intese doversi approvare ciò che avevano di buono e moderare pazientemente il molto che avevano di male. Vide che il torrente della rivoluzione andava a poco a poco crescendo e che sarebbe infine divenuto così rovinoso da atterrare e travolgere qualunque ostacolo. La resistenza diretta la conobbe umanamente impossibile, perchè senza effetto, anzi con effetto contrario. Perciò si diede a percorrere le sponde di questo torrente, guardando in primo luogo di non lasciarsi esso stesso travolgere da quelle acque. Quindi cercò di trarre da quei gorghi quanti più poteva dei miseri che vi perivano, allontanò da quelle rive molti di coloro che con deplorevole fidanza vi si avventuravano, sollevò dighe in quei seni ove lo straripamento poteva essere impedito, e preparò immensi materiali pel giorno nel quale, [223] cessata la piena, si darà opera alla ristorazione morale. I fatti che andremo narrando dimostreranno la realtà di quanto noi abbiamo qui solamente annunciato. Ma siccome alla prudenza egli univa eziandio la semplicità e la dolcezza, vedremo in lui avverato il detto di Gesù Cristo: “Beati i mansueti perchè questi possederanno la terra”[42].

 

 


CAPO XXIV.
Preoccupazioni perchè D. Bosco si fermi in Torino  E’ scelto a Direttore spirituale dell'Ospedaletto - Ne attira più il miele che l'aceto - Fruttuosa missione in Canelli - Segreto dell'efficacia di D. Bosco nella predicazione.

 

                VARII illustri sacerdoti, fra i quali il Teol. Nasi, conoscendo quale tesoro di scienza e di virtù fosse D. Bosco, e osservando come tornasse necessario il suo zelo alla salute eterna di molti giovani, erano seriamente preoccupati pel timore che non fermasse sua dimora in Torino. Si presentarono pertanto a D. Cafasso per trovar modo d'impedire che l'Arcivescovo lo destinasse a qualche parrocchia lontana dalla città. D. Cafasso, il quale assolutamente non voleva che il suo alunno uscisse da Torino, si appigliò ad un temporaneo provvedimento per rattenerlo, senza trasgredire i regolamenti del Convitto Ecclesiastico. Recossi pertanto a far visita al Teol. Borel suo amicissimo, Cappellano emerito di S. M. e Direttore della Pia Opera dei Rifugio, - Teologo, gli disse D. Cafasso, vengo a pregarvi che accettiate in casa vostra e diate pensione ad un buon sacerdote!

                Il Teologo meravigliossi di quella insolita proposta, e siccome non diceva mai basta quando trattavasi di confessare e di predicare, rispose subito: [225]

                - Ma io non ho bisogno di coadiutori; nel Ritiro non vi è lavoro bastante neppure per me.

                - Fatemi questo favore, e ne sarete contento, Insisteva D. Cafasso; in quanto alla pensione la pagherò io stesso.

                - E che cosa farà in casa mia questo sacerdote? osservò il Teologo.

                - Sia libero di fare quello che meglio a lui piace, continuò D. Cafasso con un certo sorriso che indicava volergli fare un'improvvisata. Abbiamo al Convitto il giovane sacerdote Giovanni Bosco, che, come sapete, ha avviato un numeroso Oratorio festivo per giovani. L'anno scorso ha finito il corso di morale, durante quest'anno ha fatto da ripetitore in iscuola, e da confessore nella Chiesa pubblica. È tempo che sia impiegato e lasci ad altri il suo posto nel Convitto. Se gli permettiamo di andare da vice - parroco in qualche paese, è un prete perduto: avrebbe un campo troppo ristretto e non potrà fare quel gran bene, a cui il Signore lo chiama. Pensate un po' se vi è modo di trattenerlo con qualche impiego in questa Capitale. È cosa assolutamente necessaria. Dotato com'è di attività e di zelo, farà un gran bene alla gioventù. Egli è destinato dalla Provvidenza a divenire l'Apostolo di Torino.

                Il Teol. Borel, già amico di D. Bosco, fu contentissimo della proposta, e prese sopra di sè quell'incarico. Avendo alcune settimane prima ricevuta commissione dalla Marchesa Barolo di cercarle un Direttore spirituale per l'Ospedaletto, andò subito a proporre D. Bosco. La Marchesa approvò la scelta, ma gli rispose che per l'accettazione del suo raccomandato dovevasi ancora aspettare varii mesi, perchè l'edificio, appena allora costrutto, fosse all'ordine. Ma il Teol. Borel però insistette: - Questo giovane prete, dicevale, conviene pigliarlo subito, perchè altrimenti sarà mandato [226] altrove, e non si potrà più avere per noi. D. Bosco è tale sacerdote, che io conosco non doversi lasciar sfuggire. La Marchesa allora acconsentì di assegnare a D. Bosco, e dargli fin d'allora, cioè sei mesi prima che entrasse in carica, lo stipendio di 600 lire annue, e il Teol. Borel stabiliva di cedergli per alloggio una delle sue camere al Rifugio.

                Mentre veniva condotta a buon termine questa pratica, erasi alla metà di settembre. D. Cafasso, volendo mettere alla prova D. Bosco, lo chiamò a sè e quasi avesse dimenticato il solenne consiglio datogli alcuni mesi prima, gli disse: - Ora avete compiuto il corso dei vostri studi; uopo è che andiate in aperto campo a lavorare in pro delle anime: in questi tempi i bisogni son molti, e la messe abbondante. A quale cosa vi sentite specialmente disposto?

                - A quella che ella si compiacerà d'indicarmi, rispose D. Bosco.

                - - Vi sono tre impieghi: da Vice - Curato a Buttigliera d'Asti, da Ripetitore di morale qui al Convitto, e da Direttore dell'Ospedaletto presso al Rifugio. Quale scegliete voi?

                - Quello che Ella giudicherà.

                - Non sentite propensione più ad uno che ad un altro?

                - La mia propensione è di occuparmi della gioventù. Ella poi faccia di me quello che vuole: io riconoscerò la volontà dei Signore nel suo consiglio.

                - In questo momento che cosa occupa il vostro cuore? che si ravvolge nella vostra mente?

                - In questo momento mi pare di trovarmi in mezzo ad una moltitudine di fanciulli, che mi domandano aiuto.

                - Andate dunque a fare qualche settimana di vacanza, conchiuse quell'uomo dei consigli; in questi giorni penserò al vostro posto; al ritorno vi dirò la vostra destinazione. [227]

                D. Bosco aveva deciso di andare a Canelli. Il mattino della partenza, mentre si vestiva, D. Cafasso lo mandò a chiamare e gli disse: - Desidero che mi diciate se avete pensato a ciò che vi ho detto.

                - Se interroga me, rispose D. Bosco, io preferisco il Convitto e prepararmi alla conferenza della sera.

                - Bene, andate a compiere i vostri affari.

                D. Bosco aveva detto di propendere piuttosto alla scelta del Convitto non sapendo in quale altro luogo avrebbe potuto radunare i suoi piccoli amici.

                Egli intanto partiva da Torino, pernottava in Asti e di qui avviavasi verso Canelli con D. Carlo Palazzolo per dettare un corso di esercizii a quella popolazione. Camminavano a piedi ed il viaggio era abbastanza lungo, quando furono sorpresi da un acquazzone che durò molto tempo. Non avendo più filo indosso che fosse asciutto, verso sera si diressero verso una cascina prossima allo stradone non lungi da Riva di Chieri, proprietà di un certo Genta. Costui, occupato nell'infornare il pane, appena li vide comparire così malconci, temette che fossero malviventi travestiti; ma poi, conosciutili per uomini dabbene, fece loro ogni più onesta accoglienza; li mutò di panni, imbandì una buona cena e corse ad una cappella lontana per avere breviario e calendario. Il cappellano, saputo l'arrivo di que' forestieri, venne a salutarli e s'intrattenne a conversare con loro fino a mezzanotte. Dopo un necessario riposo, si rimisero in viaggio al domani. Via facendo raggiunsero un carrettiere, il quale di quando in quando, per eccitare i suoi cavalli, proferiva orribili bestemmie. D. Palazzolo non potè contenersi, e rivolto al carrettiere: - Queste, esclamò, sono le vostre giaculatorie? È in questo modo che si profana da voi il nome di Dio? - E su questo tono continuò a rimproverarlo. Il carrettiere, irritato, prese [228] ad inveire: non voler sopportare rimproveri; i preti non essere migliori degli altri, quindi badasse a sè, perchè altrimenti si sarebbe trovato a mal partito. - D. Palazzolo rispose per le rime; la questione poteva farsi seria, quando. D. Bosco si intromise. Dopo aver pregato il compagno che lo precedesse a Canelli, omai poco distante, e che facesse la predica d'introduzione, si mise ai fianchi del carrettiere che sbuffava. Scusato il compagno, compativa la vita dura di quell'uomo, e lodatolo per essere galantuomo, lo calmò, entrò in discorsi famigliari e non tardò a farselo amico. Quindi, senza che l'altro se ne avvedesse, lo fece convenire doversi rispettare il santo nome di Dio, gli parlò dei castighi minacciati ai bestemmiatori e finì con invitarlo a confessarsi.

                - Sono pronto, rispose commosso il carrettiere; ma dove?

                D. Bosco gli additò un prato ombroso vicino alla strada. Il carrettiere fermò il carro, D. Bosco si assise ai piedi di un albero, e il penitente si inginocchiò e si confessò con molta compunzione. Pieno di contentezza; continuò quindi insieme con D. Bosco un lungo tratto di strada. Nel dividersi non, trovava parole per esprimergli la sua riconoscenza.

                D. Bosco nell'entrare in Canelli fu colpito vivamente dalla parola di un giovanetto, il quale ad un compagno che venivagli incontro chiedendogli: - Dove vai? - Vado all'uva - aveva risposto l'interrogato. Questa parola risuonò all'orecchio di D. Bosco con un affetto magico quasi presagio che una grande vendemmia gli preparava il Signore. Nella più tarda età ricordava ancora con amore questa minima circostanza di quel viaggio, tanto gli era profondamente impressa.

                Egli predicò in Canelli per otto o dieci giorni, e di qui si rimise in cammino per Castelnuovo ove pure tenne sermone [229] nella novena del SS. Rosario, confessando molta gente, siccome aveva fatto eziandio a Canelli. Grandissimo era il frutto che la sua predicazione produceva in mezzo alle popolazioni di campagna ed ai fanciulli, per il suo metodo speciale nell'istruire e commuovere la gente rozza ed ignorante. “Fu cosa veramente ammirabile, e più mirabile riusciva a me stesso, narrava poi D. Bosco, poichè nelle mie prediche, ascoltate sempre con tanta avidità, non diceva per nulla cose nuove o preparate. Trattava argomenti che il prete meno istruito sa meglio di me. Fu in queste predicazioni dove io mi avvidi che, per piacere e far del bene al popolo, non ci vogliono cose sublimi o straordinarie e rare, ma che il popolo ha bisogno di capire, vuole capire ciò che il predicatore dice. Se capisce, è contento; se non capisce tutto, si annoia. Fu nel continuo esercizio di tante prediche fatte in questo modo che io imparai a predicare, e credo che se io avessi studiato lutti i trattati dell'arte oratoria e letti tutti i più celebri predicatori, non sarei riuscito per certo a fare del bene al popolo. Dispiace per lo più alla gente rozza quel discorso così diviso; che dopo l'esordio il predicatore dica incomincio, e poi si segga. Così pure che ad un certo punto, per esempio prima della perorazione, si segga di nuovo, senza che il popolo ne vegga il perchè. Eccetto quando si ha da raccomandare l'elemosina, io sono di parere che la predica si debba esporre tutta in un tratto solo. Poi c'è bisogno di spiegare e andare alle circostanze anche minutissime di quel fatto, da cui si vuol trarre una moralità. Ma sovratutto e più di tutto, io lo ripeterò mille volte, bisogna che il popolo capisca, che tutto ciò che si dice sia alla portata della sua intelligenza, ma che nulla si esponga che presenti difficoltà ed oscurità. Alcune volte saranno cose anche triviali, ma sminuzzate molto, finiscono per fare grande impressione. Io mi slanciava senza [230] metodo e senza regole oratorie compassate, badando solo ad essere capito, ed a colorire un po' quelle particolarità che al popolo per lo più dánno nel genio. Perciò folle innumerevoli venivano ad ascoltarmi con piacere. Non sarebbero venute se avessi avute le mie prediche preparate con esordio e prima e seconda parte: col dire col mio primo punto voglio provarvi, e col mio secondo punto passerò a provare. Queste arti hanno troppo del magistrale ed il popolo non le capisce.

                Per prepararsi ed avere un certo qual ordine nella predica, cosa principale io credo che sia definir bene l'argomento. Ciò fatto, lo schema della predica deve venir naturalmente da sè. Avuto lo schema ben preparato, tutto è fatto; le parole le daranno le circostanze. L'esordio si prenda da qualunque circostanza di luogo, di tempo, di occasione. Di: utilità massima sono le similitudini, le parabole, e altresì le favole è gli apologhi. Con questi si può fermar tanto nelle menti una verità, che non scappi più per tutta la vita. Ricordo ancora adesso l'impressione che feci in una predica, nella quale voleva spiegare che Dio bene omnia fecit, che cioè è Dio che dispose tutte le cose come sono, e l'insieme è di un ordine mirabile e tutto rivolto al bene dell'uomo, per esortare il popolo a prendere tutto ciò che gli avviene come direttamente mandatogli da Dio. Raccontai questa parabola: Un viaggiatore stanco dal cammino si fermò all'ombra di alcune quercie e guardando qua e là, andava dicendo tra e se: Chi sa perchè il Signore a queste piante grossissime ed altissime, come sono le quercie, diede frutti così piccoli quali sono le ghiande? Ecco lì una pianta di zucche tutta brutta e piccola, che non si può nemmanco tener su da sè! E Dio perchè le diede un frutto così grosso? Che bel vedere farebbero quelle zucche così grosse, pendenti lassù dai rami della quercia! Veder da tutte le parti della quercia pendere tante [231] centinaia di zucche! Ed in questi pensieri si addormentò. Intanto, ad un lieve soffio di vento, cade una ghianda, colpisce il viaggiatore sul naso e lo sveglia di un colpo. - Ah Signore, gridò quell'uomo saltando in piedi e toccandosi il naso che doleagli forte, avete fatto proprio bene a piante sì alte dar frutti così piccoli; se fosse stata una zucca che da quell'altezza mi fosse caduta addosso, mi avrebbe sfracellata la testa, e già sarei all'altro mondo!

                Un'altra volta volevo far restare ben impresso nella mente de' miei uditori qual follia fosse l'insuperbire, l'invanirsi; come fare? Avessi recato tutti i testi della Sacra Scrittura e dei Santi Padri a questo proposito, i giovanetti ne avrebbero fatto ben poco caso. Si sarebbero annoiati e avrebbero dimenticata presto la lezione. Raccontai adunque loro molto particolareggiata, con nuove circostanze da me inventate, la favola di Esopo, dove dice che una rana voleva farsi grossa come un bue; ma tanto gonfiò, che in fine crepò. Figurai questo fatto avvenuto vicino al Valentino, con mille svariate ridicole circostanze, e feci far dialogo tra questa ed altre rane, per far risaltare alcuni punti morali. L'effetto mi parve straordinario. Eppure che cosa c'è di più triviale di questo racconto?”

                Così diceva D. Bosco, il quale però non predicava a vanvera come qualcuno potrebbe supporre per scusare la propria infingardaggine; ei traeva i suoi argomenti dai tesori delle sacre scienze dei quali erasi largamente provveduto, e tenendo d’occhio l'ordine logico ed oratorio col quale aveva scritto moltissime prediche. Ma sopra tutto il segreto per cui riuscì predicatore efficace delle persone ignoranti ed istruite si è che non predicava se stesso, sì bene Nostro Signor Gesù Cristo. - È sapiente colui, così l’Ecclesiastico, che è sapiente per l'anima propria: e i frutti della prudenza di lui sono [232] degni di laude….. Istruisce il suo popolo e i frutti del suo sapere sono fedeli. L'uomo sapiente sarà ricolmato di benedizioni; sarà in onore presso del popolo, e il nome di lui vivrà eternamente[43].

 

 


CAPO XXV.
D. Bosco è destinato al Rifugio - La Marchesa di Barolo - D. Bosco ottiene dalla Marchesa di poter continuare il suo Oratorio festivo presso al Rifugio - Il Teologo Giovanni Battista Borel.

 

                TRASCORSE le ferie, D. Bosco ritornò al Convitto presso il suo impareggiabile maestro ed amico, ma da prima questi nulla gli disse, nè egli credette bene di interrogarlo. Dopo qualche giorno D. Cafasso, presolo in disparte: - Perchè non mi chiedete quale sia la vostra destinazione? gli domandò con accento di bontà.

                - Perchè, rispose D. Bosco, io voglio riconoscere la volontà di Dio nella sua deliberazione, e molto mi preme di nulla mettere del mio: mi mandi in qualunque luogo le piaccia, io parto subito.

                - Orbene, fate fagotto e andate al Rifugio. Colà farete da Direttore del piccolo Ospedale di S. Filomena, e intanto insieme col Teologo Borel lavorerete a vantaggio delle giovanette di quell'Istituto della Marchesa Barolo: Iddio non mancherà, anche nell'opera del Rifugio, di darvi a conoscere in appresso quanto dovrete fare pei poveri fanciulli.

                A prima vista sembrava che tale consiglio contrariasse affatto le inclinazioni di D. Bosco e i1 bene del nostro Oratorio, perciocchè la direzione di un ospedale, e il predicare [234] e il confessare in un educatorio di oltre a quattrocento giovinette, quale era il detto Rifugio, pareva che lo dovesse distogliere dall'occuparsi dei giovani; con tutto ciò così non fu, come vedremo.

Ma prima di proseguire il racconto è conveniente che diciamo chi fosse la Vandeese Marchesa Giulietta Colbert, sposata coi Marchese Tancredi Falletti di Barolo. Era degna dell'elogio fatto dagli Atti dei santi Apostoli alla Tabita: “Ella era piena di buone opere e di elemosine che faceva”[44]. Volgeva infatti le sue grandi ricchezze a vantaggio della classe operaia e dei miserelli. Generosissima ed oculata soleva ripetere: - Nulla è mai perduto di ciò che vien dato per carità. Diamo senza contare, Dio conterà per noi. - Il luogo delle sue delizie erano le carceri delle donne, ove con licenza delle Autorità, si rinchiudeva per tre o quattro ore ogni mattina. Quivi col soffrire insulti e talora percosse, coll'umiliarsi, istruire, pregare e far pregare, soccorrere largamente, mutava quei serragli ripugnanti di belve in ospizio di creature cristiane, pentite, rassegnate. Mirabili conversioni erano state il frutto della sua virtù e della sua prudenza e sapienza. Avendo ottenuto dal Governo di poter trasportare le prigioniere dalle carceri del Senato, del Correzionale, e delle Torri in un edifizio in posizione salubre, detto casa delle sforzate, loro diede un regolamento redatto e discusso con esse stesse, nel quale le pratiche di pietà, le ore di lavoro, le occupazioni delle singole erano saggiamente distribuite. Alle Suore della Congregazione di S. Giuseppe, originaria della Savoia, che essa aveva introdotte in Torino, affidò l'assistenza di tale carcere, e per esse innalzò a sue spese di un [235] piano intero quella casa, sicchè il luogo di punizione acquistò l'aspetto dì un savio e dolce monastero. A molte delle detenute otteneva la grazia dal Re, e qual buona madre continuava eziandio ad assisterle quando erano uscite di carcere.

                Tutto ciò non bastava per la sua anima assetata di operare il bene. Siccome, avutone incarico da Re Carlo Felice, aveva fatto venire in Torino le Dame del Sacro Cuore per l'educazione delle donzelle signorili, ponendo a loro disposizione una sua vasta e magnifica villa poco lontana da Torino, così nel 1834 pensava di beneficare le fanciulle di famiglie non agiate, costruendo un vasto Educatorio poco oltre la Chiesa della Consolata, ove la pensione era assegnata a sole lire quindici al mese. Fondava intanto l'Istituto delle Suore di S. Anna, ne scriveva le regole che furono approvate dall'Arcivescovo, accettava novizie che pose sotto la condotta di Suor Clemenza savoiarda, della Congregazione di S. Giuseppe. Il mirabile riuscimento delle novizie e di quelle che divennero professe dimostrò quanto Suor Clemenza fosse atta a quell'ufficio, e addestrate queste religiose all'insegnamento, il Collegio ebbe vita.

                Presso a questo piantò un'altra casa per trenta orfanelle, che dal suo nome furono chiamate Giuliette, ciascuna delle quali al termine della sua educazione riceveva nell'uscire dallo stabilimento una dote di cinquecento lire.

                Per le ragazze operaie, che imparavano svariate arti nelle botteghe, istituì nei varii centri della città le così dette famiglie, ed ogni famiglia ebbe una madre con alloggio ed assegnamento annuo, incaricata di governare il drappello che le era affidato. Questo veniva al pranzo preparato dalla madre, e intorno a lei si radunava alla sera tornando dal lavori. Qui studiava il catechismo, imparava a leggere e [236] scrivere, si esercitava in qualche cucitura o ricamo, nel far cucina, e in tutte le altre faccende domestiche. Le giovanette, che dovevano essere di costumi illibati, tutte le mattine erano condotte ad ascoltare la santa Messa e nella Domenica ad assistere a tutte le funzioni parrocchiali.

                Avendo saputo che nella diocesi di Pinerolo in varie povere parrocchie non vi erano scuole femminili e non di rado i parenti cattolici mandavano le loro fanciulle a maestre protestanti, somministrò a Mons. Charvaz il danaro occorrente per stabilire scuole cattoliche, incaricò le Dame del Sacro Cuore d'istruire le donne che aspiravano a divenir maestre e provvide che queste tutti gli anni si radunassero nel loro monastero per farvi gli esercizi spirituali.

                Quando Re Carlo Alberto chiamò da Roma le Adoratrici Perpetue di Gesù Sacramentato assegnando il primo danaro per la fondazione, la Marchesa stabilì subito una conveniente somma pel mantenimento di queste Monache.

                Per tutte le Istituzioni che fondava la nobile signora compilava e imponeva regolamenti ed assegnava redditi che ne assicurassero l'esistenza in perpetuo. Fra queste in ordine di tempo primo era stato il Rifugio. In gran numero ricorrevano a lei disgraziate zitelle che avevano d'uopo di una mano pietosa che le rialzasse. Ed essa le une riconciliava coi parenti, altre strappava da obbrobriosa schiavitù, ad altre procurava onesto collocamento. Intanto ideava di costrurre un ricovero per le pentite, capace di oltre a duecento persone; e lo eresse in Valdocco costituendolo sotto il patrocinio di Maria SS. Refugium peccatorum, e chiamando a reggere la Casa le Suore di S. Giuseppe. Ma di quelle ricoverate bramando talune di non uscirne mai più, e di consacrarsi in voto al Signore per tutta la vita, essa costruiva, attiguo al Rifugio, il Monastero di S. Maria Maddalena, atto a contenere circa settanta delle [237] nuove suore e in modo che la chiesa servisse per le due comunità. E qui non è tutto: vicino al monastero fondò una terza casa che accolse le così dette Maddalenine, cioè fanciulle pervertite al disotto dei dodici anni, delle quali affidava l'educazione ad alcune Suore di S. Maria Maddalena. Finalmente in quest'anno 1844, vicino al Rifugio ed alle Maddalene, erigeva l'Ospedale di Santa Filomena, ossia l'Ospedaletto per le bambine storpie ed inferme, del quale si andavano ultimando le costruzioni.

                Questo gruppo d'Istituti intorno al Rifugio era il campo per allora destinato a D. Bosco. Torna a suo grande onore l'averlo D. Cafasso proposto e l'Arcivescovo riconosciuto come degno ad un ufficio così delicato, che pareva esigesse un sacerdote di età più matura e di grande esperienza. Erano persuasi che in lui il difetto degli anni veniva abbondantemente supplito dalla sua virtù e dalla illibatezza de' suoi costumi.

                D. Bosco pertanto, accompagnato dal Teologo Borel si recò a visitare e ad ossequiare la Marchesa, vedova dal 1838 di uno sposo degno di lei, la quale non solo a Torino, ma a molte città del Piemonte aveva fatti provare gli effetti delle sue beneficenze generose. Egli, giusto estimatore delle azioni magnanime, sapeva come, scoppiato il colera nel 1835, la brava Signora, che trovavasi in villeggiatura nelle vicinanze di Moncalieri, si era affrettata a venire in città, assistendo tutti i giorni gli appestati nelle case private e negli ospedali, consolando con sante parole quelli che morivano e promettendo loro, come realmente fece, di aiutare le povere vedove e i loro figli orfani. Gli era stato detto eziandio da D. Cafasso e dal Teol. Borel come ella, di naturale vivacissimo e imperioso, con ogni sforzo cercasse di moderarsi e che nutriva una costante ed efficace aspirazione a perfezionarsi nella virtù. Questo avviso dovevagli servire di norma. [238]

                La veneranda matrona toccava già i sessant'anni. Presentatosi a lei D. Bosco, riconobbe che essa sotto un portamento maestoso nascondeva una grande umiltà e con un fare che svelava il riserbo, e l'autorità di una patrizia, univa l'affabilità e la dolcezza della madre e della benefattrice: e fu soddisfatto di quel primo abboccamento.

                Eziandio la dama appena lo vide, lo accettò di molto buon grado. Egli però prima di andare al Rifugio volle muovere qualche difficoltà sulla carica impostagli di Direttore Spirituale, temendo per questa di essere obbligato ad abbandonare i suoi giovanetti; si disse pronto ad andare come predicatore e come confessore, ma giammai come Direttore. Però acquietossi quando gli venne fatto osservare che il Teologo Borel avrebbe egli stesso disimpegnato gli obblighi più scabrosi di questo ufficio. Domandò eziandio di poter essere liberamente visitato da quei giovani che sarebbero venuti a lui per imparare il catechismo, e la Marchesa, per indurlo ad accettare, non solo gli concesse questa permissione, ma acconsentì che radunasse il suo Oratorio festivo presso il nuovo edificio non ancor finito del suo Istituto di S. Filomena. Così egli potè sperare che l'opera che aveva incominciata non sarebbe rimasta sterile.

                D. Bosco passò quindi al Rifugio, che allora si poteva dire una delle ultime case della città di Torino, fuori della cinta daziaria ad occidente e poco lungi dalla riva destra della Dora. Di qui andando in su, prima di giungere all'ospedale dei pazzerelli e i quartieri nuovi delle milizie, ultima linea degli edifizi cittadini, stendevasi aperta campagna. Nei dintorni erano prati, orti, terreni ineguali e in parte non coltivati, fossi, burroni e case rustiche, sparse qua e là a gran distanza le une dalle altre. Apparteneva alla circoscrizione della parrocchia dei SS. Apostoli Simone e Giuda dei Borgo Dora. [239]

                D. Bosco s'intrattenne affettuosamente col Rettore e Direttore Spirituale del Rifugio, lo stesso sacerdote col quale nel Seminario di Chieri erasi consultato sul modo di conservare la sua vocazione, e che più volte era stato suo compagno nella predicazione e nella visita alle carceri.

                Il Teologo Giovanni Battista Borel era un ecclesiastico di grande pietà, degno della più alta ammirazione per virtù e sapere. Nulla gli mancava di quanto si richiede per formare un sacerdote secondo il cuore di Dio e i bisogni della Chiesa. Risplendeva soprattutto il suo zelo instancabile per la salute delle anime.

                Lasciò scritto di lui un esimio sacerdote torinese la seguente pagina, che D. Bosco conservava presso di sè: “Vidisti virum velocem in opere suo?[45]. Ecco la prima idea che mi venne in mente quando cominciai a conoscere più da vicino il Rev. D. Borel, di sempre cara memoria. Si può dire di lui, senza tema di errare, che era un valoroso bersagliere di S. Chiesa; correva da una parte e dall'altra a far acquisto di anime, senza mai rifiutarsi a qualunque opera del sacro ministero, purchè avesse il tempo; e per aver questo tempo, faceva di notte giorno colle più lunghe veglie. Mai nessuna vacanza, dicendo che nella vita dei santi non trovava il Capo delle Vacanze. Per ricreazione, dopo aver pranzato, si metteva subito a scrivere suppliche sopra suppliche alle Autorità, o ai ricchi signori per chiedere soccorsi in nome dei poverelli che ne lo richiedevano; oppure andava a visitare gli infermi, a portare elemosine, a concertare con altri sacerdoti il modo di poter fare del bene per mezzo di sante missioni, esercizii spirituali, dialogi catechistici. Per questi ultimi, al dire del [240] suo grande amico D. Cafasso, era forse il miglior oratore di tutta la diocesi per la sua facilità nel parlare il nostro buon piemontese per i proverbi, i frizzi, le frasi argute che gli fiorivano sulle labbra, e per la chiarezza nello spiegare qualunque difficoltà dottrinale, servendosi delle similitudini le più appropriate all'uopo: tanto più quando si trattava di parlare alla gioventù che era la sua delizia. S'industriava talmente per farsi capire anche dalla gente più ignorante e rozza, che metteva in pratica il detto del Ven. P. Prever dell'Oratorio: Il inondo è goffo, e quindi bisogna predicare goffamente. Non si possono numerare le volte che annunziò la parola di Dio, e sovente in Torino in cinque o sei istituti al giorno. Le confessioni che ascoltava di penitenti di ogni età e condizione sono, eziandio innumerabili”.

                Di ciò che gli accadeva nelle carceri e quante industrie egli usasse coi carcerati, e delle improvvise e mirabili conversioni colle quali aveva premio la sua carità, D. Bosco non cessava più tardi di raccontare scene assai edificanti e lepide.. Un giorno, attorniato dagli inquilini di un camerone, cercava bel bello di persuaderli ad edempiere il precetto pasquale, quand'ecco gliene viene additato uno che non voleva saperne. Il Teologo gli si avvicina, e tra il faceto e il serio lo abbranca pel bavero, lo trae seco riluttante in una camera e riesce a confessarlo.

                Un'altra volta, mentre otto o dieci di quelle buone lane erano sdraiati al sole e addormentati, il santo prete, visto che rimaneva spazio, va a coricarsi accanto ad uno dei più restii, e copre col cappello la faccia del medesimo e la sua. Il galantuomo si desta, ed udite le risa degli astanti, si alza, confuso; ma il Teologo Borel lo trattiene, lo tira seco in disparte, e confessatolo, lo manda in pace. Altri ed altri con tali industrie confessò in quel giorno, e: - Ringraziamo il [241] Signore, diceva la sera, mentre si mutava gli abiti da capo a piedi, oggi abbiamo fatto una bella pesca.

                D. Bosco adunque e D. Borel appena si conobbero avevano preso ad amarsi e a porgersi vicendevolmente aiuto ed eccitamento nell'operare il bene: “Ogni volta, scrisse D. Bosco, che io poteva trattenermi con lui, udiva e vedeva sempre lezioni di zelo sacerdotale; e sempre mi porgeva buoni consigli. Nei tre anni ch'io passai al Convitto, fui dal medesimo più volte invitato a servire nelle sacre funzioni, a confessare, a predicare con lui, dimodochè il campo del suo lavoro al Rifugio mi era già conosciuto e in certo modo famigliare. Ci parlammo più volte a lungo intorno alle regole da seguirsi per aiutarci a vicenda nel frequentare le carceri e compiere i doveri che ci erano affidati”.

                I due ministri del Signore, animati dallo stesso spirito, si intrattennero dunque in un lungo colloquio, e concertarono specialmente di assistere nel miglior modo possibile i giovanetti, la cui moralità ed abbandono richiedeva di giorno in giorno la più sollecita cura. Intanto si ordinò il nuovo soggiorno di D. Bosco, e fu la camera superiore al vestibolo della prima porta d'entrata al Rifugio, che aprivasi sulla via che poi ebbe il nome dal Cottolengo. Presso a questa ve ne era un'altra, occupata appunto dal Teologo Borel. Nel pian terreno abitava il portinaio. D. Bosco doveva trasportare quivi altresì il suo Oratorio. Diede uno sguardo all'edificio. - E dove raccogliere i ragazzi? - La mancanza di un sito cagionavagli pena.

                - Non affanniamoci, disse il Teol. Borel: la camera che è distinata per lei, può servire per qualche tempo; in appresso vedremo il da farsi.

                - Sono già molti, sa, i giovani che intervengono a S. Francesco d'Assisi, replicava D. Bosco.

                - Quando potremo abitare nell'edificio preparato per i [242] preti accanto all'Ospedaletto, spero che qualche altro luogo migliore ne uscirà fuori.

                D. Bosco ritornò al Convitto alquanto sopra pensiero, ma riguardando, come ci disse più volte, quale una grazia segnalata del Signore il poter trattare così da vicino col santo uomo il Teologo Borel, il suo cuore provava una grande consolazione. Così pure riputò sua bella fortuna il coabitare con D. Sebastiano Pacchiotti, altro pio sacerdote addetto al Rifugio, col quale eziandio aveva stretta una preziosa amicizia.

 

 


CAPO XXVI.
Un sogno: La pastorella; uno strano gregge; tre stazioni di un viaggio faticosi; arrivo alla meta. - L'Oratorio trasferito presso il Rifugio - Un'irruzione di fanciulli in Valdocco - Scene lepide e strettezze di locale - Due stanze dell'Ospedaletto ridotte a cappella - Prima chiesa in onore di S. Francesco di Sales - La festa dell'8 dicembre.

 

                UN FATTO mirabile ricreava in quei giorni Don Bosco, indicandogli gli avvenimenti futuri. Narriamolo colle sue stesse parole copiate dal manoscritto delle sue memorie:

                “La seconda Domenica di ottobre di quell'anno (1844) doveva partecipare a' miei giovanetti, che l'Oratorio sarebbe stato trasferito in Valdocco. Ma l'incertezza del luogo, dei mezzi, delle persone mi lasciavano veramente sopra pensiero. La sera precedente andai a letto col cuore inquieto. In quella notte feci un nuovo sogno, che pare un'appendice di quello fatto la prima volta ai Becchi quando aveva circa nove anni. Io giudico bene di esporlo letteralmente.

                Sognai di vedermi in mezzo ad una moltitudine di lupi, di capre e capretti, di agnelli, pecore, montoni, cani ed uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, uno schiamazzo, o meglio un diavolio da incutere spavento ai più coraggiosi. [244]

                Io voleva fuggire, quando una Signora, assai ben messa a foggia di pastorella, mi fe' cenno di seguire ed accompagnare quel gregge strano, mentre Ella precedeva. Andammo vagabondi per vari siti: facemmo tre stazioni o fermate: ad ogni fermata molti di quegli animali si cangiavano in agnelli, il cui numero andavasi ognor più ingrossando. Dopo avere molto camminato, mi trovai in un prato, dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme, senza che gli uni tentassero di mordere gli altri.

                Oppresso dalla stanchezza, voleva sedermi accanto ad una strada vicina, ma la pastorella mi invitò a continuare il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un vasto cortile con porticato attorno, alla cui estremità eravi una Chiesa. Qui mi accorsi che quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne grandissimo. In quel momento sopraggiunsero parecchi pastorelli per custodirli: ma essi fermavansi poco, e tosto partivano. Allora succedette una meraviglia. Molti agnelli cangiavansi in pastorelli, che aumentandosi, prendevano cura degli altri. Crescendo i pastorelli in gran numero, si divisero, e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili.

                Io voleva andarmene, perchè mi sembrava tempo di recarmi a celebrare la S. Messa, ma la pastorella mi invitò a guardare al mezzodì. Guardando, vidi un campo, in cui era stata seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e molti altri erbaggi. - Guarda un'altra volta, mi disse. E guardai di nuovo, e vidi una stupenda ed alta Chiesa. Un'orchestra, una musica istrumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell'interno di quella Chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali stava scritto: HIC DOMUS MEA, INDE GLORIA MEA. Continuando nel sogno, [245] volli domandare alla pastora dove mi trovassi; che cosa voleva indicare con quel camminare, colle fermate, con quella casa, Chiesa, e poi altra Chiesa. - Tu comprenderai ogni cosa, mi rispose, quando cogli occhi tuoi materiali vedrai di fatto quanto ora vedi cogli occhi della mente. - Ma parendomi di essere svegliato, dissi: - Io vedo chiaro, e vedo cogli occhi materiali; so dove vado e quello che faccio. - In quel momento suonò la campana dell'Ave Maria nella Chiesa di S. Francesco d'Assisi, ed io mi svegliai.

                Questo sogno mi occupò quasi tutta la notte; molte altre particolarità l'accompagnarono. Allora ne compresi poco il significato, perchè, diffidando di me, poca fede ci prestava, ma capii le cose di mano in mano avevano il loro effetto. Anzi più tardi questo, congiuntamente ad altro sogno, mi servì di programma nelle mie deliberazioni presso al Rifugio”.

                Adunque la seconda Domenica di ottobre 1844, sacra alla Maternità di Maria SS, D. Bosco partecipò alla turba dei suoi alunni il trasferimento dell'Oratorio presso al Rifugio, sua nuova dimora. Al primo annunzio, i giovani ne provarono qualche turbamento; ma quando, per acquietarli, egli disse loro che li condurrebbe ad un altro S. Francesco più grande, più bello, più comodo, e che in quelle parti avrebbero potuto cantare, correre, saltare e ricrearsi a loro bell'agio, furono ricolmi di gioia, ed ognuno attendeva impaziente la successiva Domenica per vedere la novità che la giovanile fantasia gli andava rappresentando. Furono pure avvertiti che per motivi speciali non vi si portassero al mattino, ma dopo il mezzogiorno.

                Ed ecco pertanto la terza domenica di ottobre, giorno destinato dalla Chiesa ad onorare la Purità di Maria Vergine, poco dopo il meriggio, una turba di giovanetti di varia età e condizione correre giù in Valdocco in cerca di D. Bosco [246] e dell'Oratorio novello. - Dov'è Don Bosco? Dov'è l'Oratorio? D. Bosco, D. Bosco, - andavano con gran voce chiamando. Era una irruzione di fanciulli. A queste voci e a queste grida di quella moltitudine di giovanetti, gli abitanti delle vicine case trassero fuori ben tosto quasi spaventati; temevano infatti che si fossero colà riversati con qualche mala intenzione. Siccome in quel vicinato non si era ancora udito parlare nè di D. Bosco, nè di Oratorio, così la gente indispettita rispondeva: - Che D. Bosco, che Oratorio? via di qua, ragazzacci. - I giovani, credendosi burlati, alzavano maggiormente la voce e le pretese. Gli altri, giudicandosi insultati, opponevano minacce e percosse. Le cose cominciavano a prendere un serio aspetto, quando D. Bosco, udendo gli schiamazzi, si accorse che erano i suoi giovani amici, che andavano in traccia di lui e del nuovo Oratorio. Li udiva ripetere: - Eppure ha detto che venissimo qui! chi sa quale sarà la sua porta? - E un giovane sopraggiunto con voce stentorea indicava la porta gridando: - D. Bosco è qui, seguitemi. - In quell'istante D. Bosco uscì di casa.

                Al suo primo comparire si levò da tutti un grido unanime: - Oh!.... D. Bosco, D. Bosco.... Dov'è l'Oratorio? siamo venuti all'Oratorio. - Intanto correvano tutti in folla a lui d'intorno, e così cessò ogni alterco. A questo mutamento di scena la gente cangiò la collera in meraviglia, e faceva tanto di occhi, interrogando chi fosse quel prete, chi quei giovani, e via dicendo. Alla domanda dove fosse l'Oratorio, il buono ed abile Direttore rispose che il vero Oratorio non era ancora ultimato, che intanto venissero in camera sua, la quale essendo abbastanza spaziosa, avrebbe servito. Tutta quella turba si lanciò allora su per la scala, gareggiando ciascuno a chi giungeva pel primo nella stanza di D. Bosco. E qui chi sedeva sul letto, chi sul tavolino, chi per terra e chi [247] sul davanzale della finestra. Per quella Domenica le cose andarono abbastanza bene, quantunque in quel sito non potessero aver per la ricreazione lo sfogo che si erano immaginato; tuttavia ne furono soddisfatti. Per altra parte, in mancanza del resto, D. Bosco colla sua bontà, colle sue dolci maniere, colle sue facezie e graziose lepidezze bastava per tutto. Là veniva ripetuta un poco di dottrina cristiana, insegnata qualche preghiera, raccontato un esempio edificante e cantata qualche lode alla Vergine: tutto insomma come si era fino allora praticato in S. Francesco d'Assisi.

                Un grande imbroglio cominciò la domenica appresso; imperocchè ai primi allievi aggiungendosene parecchi del vicinato, non si sapeva più dove collocarli. Camera, corridoio, scala, tutto era ingombro di fanciulli. D. Bosco faceva il catechismo, o la spiegazione del Vangelo nella sua stanza, mentre il Teologo Borel, che si era offerto ad aiutarlo in tutto, spiegava le verità stesse a quelli che stavano pigiati sui gradini della scala. Era poi un lepido teatro il vedere come vi facevano la ricreazione. Uno accendeva il fuoco, l'altro lo spegneva; questi scopava la camera senza inaffiarla, quegli la spolverava; chi lavava i piatti e chi li rompeva. Molle, palette, secchia, brocca, catinella, sedie, libri, abiti, scarpe, insomma tutti gli oggetti visibili erano messi sossopra, mentre i più grandicelli ed assennati volevano ordinarli ed aggiustarli. Il nostro caro D. Bosco guardava e rideva raccomandando solo dì non rompere nè guastare nulla. Charitas patiens est[46]. La carità è paziente, e per quanti anni egli esercitò in grado eroico la virtù della fortezza, vincendo se stesso collo stare continuamente in mezzo a ragazzi chiassosi ed ineducati [248]

                Così passarono sei giorni festivi. Al mattino, dopo che D. Bosco aveva ricevute le confessioni di alcuni, andavasi ad udire la santa Messa ora in una, ora in un'altra chiesa della città. Talvolta D. Bosco interrogava i giovani: - Dove dobbiamo andare stamane ad udire la messa? - Alla Consolata, al Monte, a Sassi, alla Crocetta, - gridavano in varii cori i fanciulli. E scendevano dalle stanze, e preso D. Bosco in mezzo, si avviavano alla chiesa da lui indicata e recitando il santo rosario passavano nel mezzo di Torino. Per lo più andavano al santuario della Consolata. Per la benedizione li conduceva alla sera nella cappella delle scuole di S.a Barbara, rette dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Questi buoni religiosi diedero volentieri simile licenza a chi prestava loro già da qualche tempo un grande aiuto col predicare agli allievi e col confessarli.

                Tuttavia si era grandemente impacciati per le pratiche di pietà. Parecchi antichi allievi ci ricordavano che al mattino di Ognissanti, essendo i giovani raccolti in quello strettoio e nelle sue non ampie adiacenze, tutti volevano confessarsi. Ma come fare? Erano due soli confessori ed essi erano circa duecento, stretti come le acciughe nel barile: - Non è più possibile andare avanti, disse allora il caro Teologo Borel: è necessario provvedere un locale più adattato.

                D. Bosco allora si portò dall'Arcivescovo Fransoni, gli espose quanto col suo consenso si era già fatto, il bene che se n'era ottenuto, il maggiore che se ne poteva ottenere in appresso. Monsignore, benchè comprendesse l'importanza di quell'opera, tuttavia chiese: - Questi ragazzi non potrebbero recarsi alle loro rispettive parrocchie? - Nella sua prudenza conosceva che sarebbe potuto nascere qualche ostacolo la parte dei Curati. D. Bosco gli rispose: - Parecchi di questi sono stranieri e passano a Torino soltanto una parte [249] dell'anno. Non sanno nemmeno a quale parrocchia appartengano. Molti sono male in arnese, parlano dialetti poco intelligibili, quindi capiscono poco, e poco altresì sono dagli altri compresi. Alcuni poi sono già grandicelli, e non osano associarsi in classe coi piccoli. Quegli stessi che sono della città, or per negligenza dei genitori, or perchè lusingati dai sollazzi, o attirati dai mali compagni, quasi mai o ben di rado si fanno vedere in chiese.

                Non ci volle di più perchè l'amorevole Pastore dicesse a D. Bosco: - Andate, e fate quanto giudicate bene. Io vi do tutte le facoltà che vi possono occorrere; benedico voi e la vostra opera, e non mancherò di aiutarvi in quanto potrò. Da quanto mi dite, vedo chiaro che vi è necessario un locale più ampio e adattato. Presentatevi alla signora Marchesa Barolo, alla quale io stesso scriverò; fors'ella potrà somministrarvelo opportuno e vicino allo stesso Rifugio.

                D. Bosco andò a parlare alla Marchesa; e siccome fino all'agosto dell'anno successivo 1845 non si apriva l'Ospedaletto, così la caritatevole signora si contentò che a servizio dei giovanetti si riducessero a cappella due spaziose camere di quel fabbricato. Per recarvisi, si passava per la porta del detto Ospedale, e pel vialetto che separava l'opera Cottolengo dal prefato edifizio, andavasi insino all'attuale abitazione dei preti, e per la scala interna salivasi al terzo piano. Questo era destinato per le ricreazioni dei sacerdoti del Rifugio, quando essi avessero colà trasferita la loro abitazione al secondo piano.

                Questo fu il sito prescelto dalla divina Provvidenza per la prima chiesa del nostro Oratorio. Il Superiore Ecclesiastico con decreto 6 dicembre concedeva a D. Bosco la facoltà di benedirla, di celebrarvi la santa Messa, impartirvi la benedizione col Venerabile, e farvi tridui e novene. Un semplice [250] altare di legno in forma di mensa con gli arredi strettamente necessarii, ma col tabernacolo indorato e un piccolo trono con due puttini in adorazione; un piviale, una pianeta a varii colori, uno stolone vecchio cogli altri indispensabili indumenti sacri; quattro vesti talari per i chierichetti improvvisati furono ben presto all'ordine. La Marchesa Barolo aveva donate settanta lire per la compra di venti candellieri, trenta per la tappezzeria, venti per le cotte.

                L'inaugurazione si compiè in un giorno di sempre grata ricordanza, l'otto dicembre, sacro a Maria Immacolata, sotto il cui materno manto D. Bosco aveva collocato l'Oratorio e i suoi figli. In quella festa adunque D. Bosco benedisse la prima Cappella in onore di S. Francesco di Sales, celebrò la Messa e distribuì a parecchi giovani la santa Comunione.

                Alcune circostanze resero assai memorabile questa sacra funzione. La prima fu la povertà della Cappella. Mancavano inginocchiatoi, banchi, sedie; e fu mestieri di contentarsi di alcune panche tentennanti di scranne sdruscite e di sedili che minacciavano capitomboli. Ma la divina Provvidenza non tardò a venire in soccorso, nè la carità delle buone persone mancò giammai. - Il tempo poi non poteva essere peggiore; ma non impedì che i giovinetti intervenissero in gran numero, tanto era l'amore che portavano all'Oratorio e a chi lo dirigeva. Alta era la neve in quel mattino, e cadeva tuttor fitta come sul dorso delle montagne, accompagnata da vento e turbini. Facendo quindi freddissimo, fu d'uopo portare in Cappella un grosso braciere; e si ricorda che passando con esso all'aperto, dagli spessi fiocchi, che sopra vi cadevano, producevasi un crepitare che molto dilettava. - Ma ciò che i giovani non dimenticarono mai furono le lagrime che videro scorrere dagli occhi di D. Bosco, [251] mentre compieva quella sacra cerimonia. Egli piangeva di consolazione, perchè scorgeva in quel modo sempre meglio consolidarsi l'opera dell'Oratorio, e così gli si porgeva comodità di raccogliere un maggior numero di fanciulli, per essere cristianamente istruiti, ed allontanati dai pericoli della invadente immoralità ed irreligione.

 

 


CAPO XXVII.
Perchè S. Francesco di Sales fu dichiarato Patrono dell'Oratorio - D. Bosco imitatore della dolcezza di questo Santo - Principio delle scuole serali e festive - Mutamento felice nella condotta dei giovani - Studi di D. Bosco al Convitto Ecclesiastico - Il Santo Natale - Le prime questue.

 

                LE COSE nel nuovo Oratorio si andavano ordinando. Una persona generosa faceva costrurre un bel numero di panchette, sicchè potevasi assistere con maggior comodità alle sacre funzioni. Il nome di S. Francesco di Sales diveniva famigliare tra i giovani, e D. Bosco fin dal bel principio stabilì che la festa di questo amabile Santo fosse celebrata con ogni possibile solennità. Qualcuno potrebbe qui domandare: - Come e perchè detto Oratorio fu dedicato in onore e cominciò a chiamarsi di S. Francesco di Sales? - D. Bosco essendo ancora nel Convitto Ecclesiastico aveva già stabilito in cuore di porre tutte le sue opere sotto la protezione dell'Apostolo del Chiablese, ma aspettava che pel primo D. Cafasso gli manifestasse su questo punto il suo pensiero. E D. Cafasso pronunciò la sua parola. Essendosi trovato in uno di quei giorni col Teologo Borel, discorrendo delle difficoltà che incontrava D. Bosco, [253] della pazienza che egli manifestava in ogni sua azione, e della continua prosperità dell'Oratorio, notò che fino a quel momento questo non era ancora stato posto sotto la protezione speciale di un santo patrono. Dopo breve discussione D. Cafasso nominò S. Francesco di Sales, e il Teologo Borel lodava la proposta. D. Bosco annuì e tre furono le precipue ragioni di questa scelta. Primieramente perchè la marchesa Barolo, per secondare D. Bosco, divisava di stabilire al Rifugio una congregazione di Sacerdoti sotto a questo titolo, destinata ad avere la cura spirituale non solo dei molti suoi istituti già esistenti, ma eziandio di quelli che meditava di fondare in avvenire, tra i quali un collegio di giovani studenti a Barolo; ed un laboratorio dedicato a S. Giuseppe in Torino al Rifugio, per ivi mantenere ed educare giornalmente oltre a cento giovanette sotto i dodici anni di età. Con questa intenzione aveva fatto eseguire, sul muro all'entrata del nuovo locale destinato per i Sacerdoti Cappellani, un dipinto di San Francesco. In secondo luogo, perchè la parte di ministero che Don Bosco aveva preso ad esercitare intorno alla gioventù, richiedeva grande calma e mansuetudine; e perciò egli voleva mettersi sotto alla speciale protezione di un Santo, che fu in questa virtù modello perfetto. Oltre a ciò lo confortava una terza ragione. In quel tempo parecchi errori, specialmente il protestantesimo, cominciavano ad insinuarsi insidiosamente nei nostri paesi, soprattutto in Torino tra il basso popolo. Or bene, D. Bosco volle con quel mezzo rendersi propizio questo Santo, onde gli ottenesse dal Cielo attitudine speciale nel guadagnare anime al Signore, lume e conforto a combattere con profitto quegli stessi nemici, dei quali egli aveva in sua vita mortale così splendidamente trionfato, a gloria di Dio e della Chiesa, e a vantaggio d'innumerevoli cristiani. Insomma giudicava che lo spirito di [254] S. Francesco di Sales fosse il più adattato ai tempi per l'educazione e l'istruzione popolare.

                Di questo ammirabile Apostolo egli conosceva minutamente la vita e gli scritti e allora e poi andava ricordandone ai giovani nei suoi discorsetti, ora un detto, ora un fatto. Procurava di rappresentar loro soprattutto la dolcezza del cuore di lui, che tanti eretici aveva ricondotti al seno della Chiesa. “Ci descriveva, scrisse D. Bonetti Giovanni alcuni anni dopo, S. Francesco di Sales nella sua gioventù, dicendo che il carattere soave e mansueto, egli non lo aveva sortito da natura, ma eragli invece costato grandi sacrifizii per acquistarlo. Noi a tali parole ci formavamo un'idea dell'animo stesso di D. Bosco, il quale giovanetto sapevamo, per sua confessione, come fosse stato per natura di spirito ardente, pronto, forte, insofferente di resistenze; e pure io vedevamo modello di mansuetudine, spirante sempre pace, e padrone talmente di se stesso da parere che mai nulla avesse a fare. Ciò era a noi argomento de' suoi continui atti di virtù per frenarsi e talmente eroici da riuscire una copia viva, parlante della carità di S. Francesco di Sales”.

                Nella cappella adunque del grande Vescovo di Ginevra l'Oratorio prendeva un ottimo avviamento. “La fama di una chiesuola, scrive D. Bosco, destinata unicamente per i giovanetti, le sacre funzioni fatte appositamente per loro, un sito libero per passeggiare, saltare e trastullarsi furono richiamo a molti altri abitanti di Valdocco. Erano tutti fanciulli di condizione operaia. La nostra chiesa, che solo allora incominciò ad essere chiamata oratorio, divenne ognor più ristretta. Ci aggiustammo però alla bell'a meglio in camera, cucina, corridoio, vestibolo; in ogni angolo eranvi classi dì catechismo; tutto era oratorio”. Non è a dire quanto Don Bosco abbia faticato nel cercare persone di buona [255] volontà che lo coadiuvassero. Alcuni dei più grandicelli da lui istruiti presiedevano qua e là alle classi. Questi radunava poi nella sua stanza, in tempo libero dal sacro ministero, nei giorni feriali, e dava loro le norme necessarie e li entusiasmava con piccoli doni e coll'amabilità e carità dei suoi modi.

                Nei giorni festivi i giovani v'intervenivano in folla, a confessarsi, a udirvi la messa e a fare eziandio la santa comunione. Finita la messa D. Bosco loro teneva breve spiegazione di vangelo. Dopo mezzodì si faceva il Catechismo, si cantavano laudi sacre, poscia aveva luogo un'istruzione adattata per loro, non troppo prolissa e inflorata di esempi edificanti: infine cantate le litanie lauretane, s'impartiva la benedizione col Venerabile, che soltanto conservavasi nel giorno festivo. Negli intervalli prima e dopo le funzioni succedevansi onesti trattenimenti e trastulli, sotto la sorveglianza del buon Direttore, del Teologo Borel suo braccio destro e dei giovani più assennati e di buon costume. La ricreazione facevasi nello stretto e lungo viale esistente tra il monastero delle Maddalene e l'ospedale Cottolengo, che metteva nella pubblica via: ed anche sulla strada che passava avanti alla casa D. Bosco spesse volte usciva nei campi all'intorno per vedere che nessuno dei suoi allievi vi si sbandasse.

                Egli cercava ogni mezzo per allettarli ad intervenire all'Oratorio. Provvide trastulli, come pallottole, boccie, piastrelle, stampelle, promettendo eziandio che avrebbe procurato ben presto, altalena, passo del gigante, scuola di ginnastica e di canto, concerti con musica istrumentale e altri divertimenti. Talora distribuiva medaglie, immagini, frutta; preparava loro qualche colazione o merenda; talvolta regalava un paio di calzoni, di scarpe od altri abiti ai più poveri. Non di rado li assisteva presso gli stessi parenti: “Ma, scrive [256] D. Bosco, ciò che più di tutto attrae i giovanetti sono le buone accoglienze: per ottenere buoni risultati nell'educazione della gioventù, bisogna studiare il modo di farsi amare per farsi di poi temere”. E i giovani sapevano di essere amati e come li portasse egli nel suo cuore scolpiti in modo indelebile. Infatti li conosceva tutti e li chiamava tutti per nome e cognome, ricordando eziandio quei molti che più non frequentavano l'Oratorio. Così ci asseriva il Teologo Borel e così noi abbiamo constatato, quando i giovani interni ed esterni da lui già educati erano migliaia.

                Fu in questo tempo, cioè sul finire del 1844, che Don Bosco incominciò e poscia perfezionò le scuole serali e festive, che vennero ben presto attivate in altri luoghi del nostro, paese ed oggi largamente promosse e sparse per tutta l'Italia. Era un'opera di carità, eziandio necessaria per far conoscere alla gente come il prete sia sempre il primo a cercare il bene del popolo. Pertanto molti giovani nei giorni festivi dopo le sacre funzioni e alla sera dei giorni feriali, eccettuato il sabbato e la vigilia delle feste dì precetto, ad una certa ora si portavano all'abitazione di D. Bosco e del Teologo Borel, e questi due sacerdoti, sempre pronti a far loro del bene, cangiavano in iscuole le proprie camere, e insegnavano a leggere, a scrivere e a far conti. In ciò si affaticavano non solo per renderli più abili nell'apprendimento dell'arte o mestiere, ma soprattutto per poter loro impartire più facilmente l'insegnamento religioso mediante la lettura e lo studio del catechismo. Avevano constatato che un certo numero, di coloro che non sapevano leggere, stentavano ad impararlo bene col solo udirlo ripetere dalla bocca dell'insegnante. Per molti giovani fu questo un benefizio veramente insigne; imperocchè senza di un tale provvedimento, dovendo essi tutto il giorno lavorare per guadagnarsi il vitto e perciò non potendo [257] frequentare le pubbliche scuole, sarebbero rimasti inalfabeti ed ignoranti delle più elementari cognizioni con grave loro danno anche materiale.

                D. Bosco in questo frattempo teneva specialmente in vista quei giovani che uscivano dalle carceri. Fu allora che toccò con mano come quei disgraziati se trovano una persona benevola che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a lavorare presso un padrone veramente cristiano visitandoli qualche, volta alla settimana, volentieri si danno ad una vita onorata, dimenticano il passato, diventano osservanti della religione e onesti cittadini.

                E’ pure stando al Rifugio che D. Bosco incominciò ad intendere che cosa significasse fare il sarto, destinato a rattoppare gli abiti sdrusciti, frase che alcune volte risuonava sulle sue labbra parlando ai giovanetti. La curiosità di questi eccitata, chiedeva molte volte all'uomo della Provvidenza, quando e come si fosse visto nell'atto di fare il sarto. Egli però per molti anni, non dava altra risposta fuori di questa: - Se ciò vi tornasse utile in qualche modo, o fosse per riuscire alla maggior gloria di Dio, ve lo direi.

                Intanto mentre aiutava il Teologo Borel nel confessare le ricoverate al Rifugio, continuava le sue predicazioni in città e andava a confessare nella Chiesa del Convitto. Non poteva distaccarsi da D. Cafasso e metteva fedelmente in pratica l'avviso dell'Ecclesiastico: “Frequenta l'uomo pio, che tu conosci costante nel timore di Dio, l'anima del quale sia secondo l'anima tua: ed il quale se mai vacillassi nelle tenebre abbia compassione di te”[47]. E D. Cafasso contraccambiandolo di eguale affetto gli concedeva una stanza al Convitto, [258] ove D. Bosco potesse attendere agli studii senza disturbo, mancando esso nei primordii dell'Oratorio dei libri necessarii per compilare i molti suoi opuscoli a difesa ed incremento della religione. La biblioteca di S. Francesco d'Assisi era ben fornita di preziosi volumi.

                Per molti anni D. Bosco vi si recava ogni giorno circa alle quattro pomeridiane e non se ne partiva che verso le nove, accompagnato da alcuni servi dello stesso convitto. Più tardi, impedito nel dopo pranzo, limitò questo suo studio dalle undici fino al mezzogiorno, ripigliando dopo qualche tempo l'usanza di andarvi alla sera. Ma fosse lunga o breve quella sua dimora, non mancava mai dal visitare il suo maestro e benefattore, del quale godeva tutta la confidenza, intrattenendosi con lui non solamente per conversare di teologia morale, di norme per la vita dello spirito e dell'Oratorio, ma eziandio per specchiarsi nelle sue eroiche virtù e specialmente nelle sue continue penitenze. Qualche volta cercava di indurlo a temperare il rigore verso di sè con quei principi di ragionata indulgenza coi quali soleva egli stesso dirigere i suoi alunni. Troviamo nei manoscritti di D. Bosco un cenno di queste sue visite: “D. Cafasso era da dieci anni al Convitto Ecclesiastico e la sua colazione consisteva in alcuni tozzi di pane ai quali più tardi rinunziò! Così pure si ridusse a mangiare una sola volta al giorno ed il suo vitto era una minestra ed una piccola pietanza. Anche d'inverno l'ordinario suo riposo era di sole cinque scarse ore ogni notte. In vista delle dure fatiche da lui sopportate, un giorno gli dissi di prendere qualche cosa di più confacente alla sua gracile complessione. - Purtroppo, egli soggiunse con ilarità, verrà tempo in cui si dovrà concedere qualche cosa di più a questo corpo; ma non voglio appagarlo finchè non possa più farne a meno. [259]

                Altre volte gliene feci rispettoso rimprovero, accennando al danno che quella austerità avrebbe recato alla sua cagionevole salute, tanto più che le sue forze andavano ogni giorno diminuendo; ma egli rispondeva: - Oh Paradiso! Paradiso che fortezza e sanità tu darai a coloro che ci entreranno”

                Queste lezioni, ed altre di simil genere, D. Bosco le riteneva, le praticava e le ripeteva agli altri, come vedremo nel processo del racconto.

                Ma oramai l'anno 1844 si avvicinava al suo termine e spuntava il giorno sacro del Santo Natale. Siccome D. Bosco si era dato subito cura d'insegnare ai giovani il modo di servir bene la S. Messa, così le cerimonie si eseguivano col decoro conveniente. La solennità fu celebrata con una comunione generale che era quanto di più soave D. Bosco potesse gustare in questo mondo. In ciò riponeva il suo mezzo principale di educazione, dopo di aver bene istruiti e purificati col sacramento della penitenza i suoi alunni, riuscendo così a tenerli lontani dal vizio e dal peccato. Gesù Cristo in persona, ricevuto degnamente, suggellava nei loro cuori le lezioni ascoltate dal buon sacerdote e verso di lui rivolgeva il loro affetto. Era questa la causa prima dell'ascendente che D. Bosco acquistava sulla gioventù, riducendola con tanta facilità ad essere morigerata e docile.

                In mezzo a queste ben meritate consolazioni D. Bosco aveva dovuto incominciare a procurarsi i mezzi pecuniari per sostenere il suo Oratorio. Così forse determinò D. Cafasso, per agguerrirlo in tale difficile impresa, pronto sempre però a soccorrerlo in casi estremi. A D. Bosco ripugnava in modo straordinario, il presentarsi alle famiglie signorili per domandare soccorsi e l'esporsi a ricevere un rifiuto. Tra i preti in Torino non usavasi così facilmente andare per le case [260] elemosinando, e le antiche Opere pie fiorivano per abbondanza di redditi. Il Cottolengo aspettava i soccorsi piuttosto che andasse a cercarli. Eppure D. Bosco si umiliò, si fece generosamente violenza per eseguire la volontà di Dio in tutti i giorni della sua vita. Il Signore però gli agevolava l'entrata in questo sentiero così spinoso.

                Il Teologo Borel che era persuaso essere la sua impresa un'evidente opera della Divina Provvidenza, lo confortava, con aiutarlo per quanto lo permettevano le sue occupazioni. Così il Teologo diceva a D. Rua, e poi verso il 1870 narrava a D. Paolo Albera. - D. Bosco venuto a Torino appariva, timido e riservato, specialmente quando dovette risolversi a questuare pel suo Oratorio. Ed ecco la storia delle prime trecento lire che portò a casa. Io  frequentava la nobile e ricca famiglia del Cav. Gonella, alla quale descrissi la bontà del giovane prete D. Bosco, il bene che faceva, quello che avrebbe fatto, l'esortai ad essere generosa con lui in beneficenza e promisi che l'avrei mandato a far loro una visita, perchè potessero conoscerlo e stimarlo. Quindi lodai a Don Bosco quei signori, gliene descrissi la carità e, senz'altro aggiungere, gli proposi che andasse a visitarli. Egli esitava sulle prime, dicendo essergli quelle persone affatto sconosciute, ma in fine si arrese ed andò. Fu accolto a festa e dopo breve colloquio si acquistò la stima e l'ammirazione di quei signori, i quali nel congedarlo gli diedero trecento lire per i suoi giovanetti. Senza che egli lo sapesse, nello stesso modo gli feci qualche altra volta il battistrada e ben presto in Torino, egli ebbe altri benefattori. - “Il ricco e il povero si vanno incontro: tutti e due furono fatti dal Signore[48]”. [261]

                Ma quanto grande fosse stato questo sacrificio di D. Bosco si fece palese nel 1886. Aveva egli raccomandato ad alcuni dei più anziani dell'Oratorio che procurassero di andare attorno in cerca di elemosine e che scrivessero lettere confidenziali ai conoscenti ed agli amici, perchè venissero in soccorso di D. Bosco, il quale essendo infermiccio più non poteva provvedere ai bisogni della casa. Essendogli stato risposto da taluno, non aver esso il coraggio per far ciò e mancargli la franchezza, che formava il carattere principale di D. Bosco, ei gli rispose: - Ah! Tu non sai quanto mi sia costato il chiedere la carità. - Ciò nonostante per la gloria di Dio, il bisogno di soccorrere i suoi orfanelli, per la persuasione di procurare un benefizio agli stessi ricchi coll'indurli a fare elemosina, si mise sotto i piedi ogni timidezza inopportuna, ogni rispetto umano; e il Signore benedisse la sua umiltà col fargli incontrare tanta simpatia e tanta generosità nel popolo cristiano.

                Altra ripugnanza ei dovette superare, quella d'intrattenersi con persone benefattrici d'altro sesso: ma ciò produceva un altro bene. Quando appariva in un palagio, pel suo estremo riserbo, semplice e disinvolto nel trattare, era di somma edificazione per tutti. I suoi occhi li teneva talmente modesti da non fissarli mai nel volto altrui. Le buone famiglie che lo conobbero fino dai primi anni del suo apostolato, attestano ancora oggigiorno: - Sembrava un angelo che entrasse in casa!

 

 


CAPO XXVIII.
Divozione di Don Bosco all'Angelo - Custode Come la raccomandasse ai suoi giovani - Un garzone muratore salvato dal suo Angelo in una mortale caduta - D. Bosco stampa un libro intitolato: IL DIVOTO DELL'ANGELO CUSTODE.

 

                DON Bosco in sul finire di quest'anno si occupava nel terminare la compilazione di un suo libro sulla divozione dell'Angelo Custode, lavoro che aveva incominciato mentre ancora abitava nel Convitto Ecclesiastico. Si professava riconoscentissimo al Signore della grazia così grande elargitagli, coll'affidarlo alla custodia di un Angelo; e mille volte lo abbiamo udito ripetere: “Egli ha commessa di te la cura a' suoi angeli, ed eglino in tutte le vie tue saranno tuoi custodi. Ti sosterranno colle loro mani, affinchè sgraziatamente tu non urti col tuo piede nel sasso[49]”. Perciò portava un tenero affetto e una grande divozione al suo Angelo tutelare e ogni anno ne celebrava la festa. Era così persuaso di averlo al fianco che si sarebbe detto lo vedesse co' suoi occhi. Lo salutava più volte lungo il giorno colla preghiera che incomincia Angele Dei, e confidava assai nella sua protezione in ogni passo della sua vita. [263]

                A lui raccomandava se stesso e tutti i suoi giovani ed oserei dire che questo spirito celeste lo aiutasse a fondare e governare le sue opere. Un giorno D. Bosco narrava come la Beata Giovanna della Croce fin da fanciulla fosse degnata della visibile presenza del suo Angelo Custode, come guidata da lui abbracciasse lo stato religioso e divenuta superiora del monastero amministrasse maravigliosamente ogni più difficile affare; e come insorgendo qualche inconveniente nella sua comunità il suo Angelo le suggerisse i modi e i mezzi onde correggere i difetti altrui. Il suo racconto mi fece brillare in mente il pensiero che egli stesso godesse pure di questo insigne favore, e non potei in nessun modo allontanarlo da me. Infatti non è egli vero che in tutto il corso di sua vita svelò i più arcani segreti che umanamente non si potevano conoscere? I suoi sogni, quell'essere misterioso che in questi sempre lo accompagna chi mai sarà? Comunque sia, egli sapeva infondere rei suoi giovani una grande riverenza e un grande amore al loro Angelo Custode. Intonava esso stesso e soventissimo quella laude sacra che aveva musicata in onore del buon Angelo ed era cantata con trasporto dai giovanetti. Diceva loro: - Ravvivate la fede nella presenza del vostro Angelo, che è con voi dovunque siate. S. Francesca Romana se lo vedeva sempre davanti colle mani incrociate sul petto e cogli occhi rivolti al cielo: ma, per ogni suo anche più leggero mancamento, l'Angelo coprivasi come per vergogna il volto e talora volgeva le spalle. E perchè avessero fiducia in lui narrava sovente la storia di Tobia e dell'Arcangelo Raffaele, il gran miracolo dei tre Ebrei rimasi illesi nel fuoco della fornace di Babilonia, ed altri simili fatti dei quali è piena la Santa Scrittura, e la Storia Ecclesiastica. Non si stancava di ricordare nelle prediche [264] questo tenerissimo celeste amico. - Fatevi buoni, diceva, per dare allegrezza al vostro Angelo Custode. - In ogni afflizione e disgrazia, anche spirituale, ricorrete all'Angelo con piena fiducia ed esso vi aiuterà. - Quanti essendo in peccato mortale furono dal loro Angelo salvati dalla morte perchè avessero tempo di confessarsi bene. - Guai agli scandalosi! Gli angeli degli innocenti traditi grideranno vendetta al cospetto di Dio. E come D. Bosco era ricco di consigli parlando in privato, ora all'uno ora all'altro secondo il bisogno e in particolare ai suoi penitenti! Ricordati che hai un Angelo per compagno, custode, ed amico. - Se vuoi piacere a Gesù e a Maria obbedisci alle ispirazioni del tuo Angelo Custode. - Invoca il tuo Angelo nelle tentazioni. Esso ha più desiderio di aiutarti che tu stesso di essere aiutato da lui. - Fatti coraggio e prega: anche il tuo Angelo Custode prega per te e sarai esaudito. - Non ascoltare il demonio e non temerlo, esso trema e fugge al cospetto del tuo Angelo. - Prega il tuo Angelo che ti venga a consolare ed assistere in punto di morte. E molti giovani narrarono più tardi a D. Rua, grazie straordinarie, e liberazioni dai pericoli ottenute con questa divozione, loro ispirata da D. Bosco. Assegnava eziandio ai giovani alcuni giorni perchè professassero speciale divozione agli Angioli Custodi. Così diceva e scriveva: 1° Il martedì di ogni settimana è consacrato dalla Chiesa in modo particolare al culto dei santi Angeli. Ad imitazione di S. Luigi, che era amantissimo del suo Angelo Custode, vi consiglio di praticare in questo giorno in suo onore qualche speciale mortificazione, come di astinenza, di preghiera colle braccia in croce, o baciando l'immagine di Gesù crocifisso; e, se potete, date qualche elemosina conforme al consiglio dell'Arcangelo Raffaele a Tobia. [265]

                2° Il giorno della vostra nascita che fu il primo ad essere distinto dalla sua custodia. Perciò rinnovate tutte le promesse che alla presenza di lui faceste nel s. battesimo, cioè di volere amare e imitare Gesù Cristo e osservare la sua santa legge. Santificatelo un tal giorno con una comunione fervorosa, con qualche più lunga preghiera, od altro esercizio di pietà più segnalato, in segno di riconoscenza di quel primo amore col quale l'Angelo prese cura di voi.

                3° Il Primo giorno d ogni mese. Buon per voi se, imitando il divoto costume di tante anime cristiane, che hanno premura della loro salvezza, procurerete di meditare qualche massima eterna, col riflettere seriamente al gran fine per cui fummo da Dio creati e quale sia lo stato di vostra coscienza; e se la morte vi cogliesse in questo momento che sarebbe dell'anima vostra? Accostatevi poscia ai Santi Sacramenti. Fate del bene mentre siete in tempo.

                Ciò che noi abbiamo esposto riguarda eziandio tutta la vita di D. Bosco, ma fin d'allora sapeva servirsi di questo mezzo potente per trarre alla virtù quei che una volta erano stati biricchini di piazza. Questi fedelmente seguivano i suoi consigli, e un fatto meraviglioso confermò gli insegnamenti del loro buon Direttore. Una domenica stavano tutti radunati nella sagrestia di S. Francesco d'Assisi. D. Bosco distribuendo loro una pagella ove era stampata una preghiera a quest'Angelo benedetto, aveva loro indirizzate queste parole: - Abbiate divozione al vostro buon Angelo. Se vi troverete in qualche grave pericolo o di anima o di corpo invocatelo ed lo vi assicuro che esso vi assisterà e vi libererà. - Ora accadde che un di coloro che avevano ascoltata l'esortazione, essendo garzone muratore, lavorasse pochi giorni dopo alla costruzione di una casa. Mentre andava e veniva sopra i ponti per i suoi servizii, rompendosi all'improvviso [266] alcuni sostegni, sentì mancarsi sotto i piedi gli assi sui quali trovavasi con due altri compagni. Al primo scroscio si accorse subito che non poteva mettersi in salvo. Il ponte si sfascia e cogli assi, colle pietre e coi mattoni piomba rovinosamente nella via dal quarto piano con quanti vi erano sopra. Precipitare da tale altezza era lo stesso che rimanere morto sul colpo. Ma il nostro buon giovane nell'atto di cadere si ricordò delle parole di D. Bosco e invocò a tutta voce l'Angelo Custode - Angelo mio, aiutatemi! - La sua preghiera lo salvò. Cosa mirabile! Erano caduti tre: uno rimase morto all'istante, il secondo fu portato all'ospedale tutto sfracellato e dopo qualche ora spirava. Il nostro garzone invece, mentre la gente correva a lui credendolo morto, levossi in piedi perfettamente sano senza aver riportata neppure una scalfittura. Anzi risalì subito a quell'altezza dalla quale era caduto per dar mano ai lavori di riparazione. Ritornato la domenica seguente a S. Francesco d'Assisi, raccontava ai compagni meravigliati quanto gli era occorso, testificando come la promessa di D. Bosco si fosse avverata. I giovanetti si accesero allora di maggior divozione al loro Angelo Custode e ci ò produsse molti salutari effetti nelle loro anime. Il fatto singolare suggerì a D. Bosco di comporre il libretto sovraccennato che portava per titolo: - Il Divoto dell'Angelo Custode. In settantadue pagine trattò dei motivi che debbono spingere il Cristiano a guadagnarsi la protezione di questo sublimissimo Spirito, dividendo la materia in dieci considerazioni, col fine di prepararlo alla festa dei santi Angeli: Bontà di Dio nel destinarci a custodi i suoi Angeli: Amore degli Angioli per noi: Benefizii quotidiani degli Angeli Custodi: Speciale loro assistenza in tempo di orazione, di tentazione, di tribolazione, in morte, al giudizio e nel purgatorio: Tenerezza dei santo Angelo verso il peccatore: [267]

                Tenerezza che noi dobbiamo nutrire pel nostro Angelo perchè ci ama. - Ogni considerazione è seguita da un ricordo con pratica o fioretto e da un bell'esempio.

                Gli ossequi per la novena erano i seguenti: - 1. Ogni giorno almeno mattina e sera nel recitare l’Angele Dei, abbiate anche l'intenzione di ringraziare Iddio della bontà usata a nostro bene nel darci per custodi principi del Paradiso così eccelsi. - 2. Quando andate in Chiesa, specialmente in tempo della S. Messa, invitate il vostro buon Angelo ad adorare Gesù Sacramentato con voi; e per voi quando non potete andarvi. Fate proponimento di salutare Maria SS. tre volte al giorno colla recita dell'Angelus Domini, ossequio a lei graditissimo ed eziandio agli Angeli, arricchito dai sommi Pontefici di molte indulgenze.

                3. Ogni prospero successo di affari ben riusciti e di rischi evitati, riconoscetelo dalle preghiere, dai lumi e dall'assistenza del s. Angelo: perciò pregatelo mattino e sera, nei dubbii, nelle angustie, specialmente nell'intraprendere qualche viaggio; nell'uscir di casa, pregatelo di cuore che vi benedica e vi liberi dalle disgrazie.

                4. Avvezzatevi ad offerire a Dio le vostre orazioni per mano del s. Angelo: per tale offerta esse acquisteranno maggior pregio e valore. Nella messa S. Chiesa prega che il sacrificio presentisi per manus Angeli, per mano degli Angeli: perciò anche voi quando ascoltate la S. Messa, presentate l'Ostia santa col calice alla Divina Maestà, per mano del vostro Angelo. Oggi poi eccitatevi ad una speciale divozione nell'assistere alla S. Messa

                5. Nelle tentazioni rivolgetevi subito al vostro Angelo Custode, dicendogli col più vivo affetto del cuore: Angelo mio Custode, assistetemi in questo punto, non permettete che io offenda il mio Dio. [268]

                6. Nelle molestie che vi converrà incontrare conversando tra gli uomini, e specialmente d'indole e costumi diversi dal vostro, animatevi a tollerarle anche per questo, cioè per godere poi senza fine la compagnia dei santi Angeli in cielo.

                7. Fuggite più che la peste le cattive compagnie e le conversazioni sospette, tra le quali il vostro buon Angelo non può vedervi che con disgusto, perchè l'anima vostra è in pericolo. Allora potrete con fiducia ripromettervi l'assistenza dell'Angelo.

                8. Ogni giorno mattina e sera raccomandate di cuore all'Angelo vostro Custode le ultime ore di vostra vita e protestatevi di affidare nelle sue mani la vostra eterna salute: in manibus tuis sortes meae. Oggi in suo onore fate una visita a qualche infermo, oppure date qualche cosa in elemosina.

                9. Ravvivate ogni dì la fiducia nel vostro Angelo Custode, tenendo per certo che se gli sarete fedeli in vita egli si adoprerà tutto per voi in morte e nel giudizio. Oggi fate un esatto esame di coscienza e preparatevi a fare una buona confessione. - A questo ricordo aggiungeva un'altra pratica: - Adoperatevi quanto più potete per soccorrere le anime dei trapassati, i quali di mezzo alle fiamme dei purgatorio dimandano a voi soccorso e pietà. Tanto più che colla stessa misura che farete loro del bene, Iddio disporrà che altri ne facciano per voi. Oggi offrite la recita dell'Angele Dei, dell'Angelus Domini colle indulgenze annessevi, in suffragio delle anime sante dei purgatorio.

                Celebrate il giorno della festa coll'accostarvi fervorosamente ai SS. Sacramenti della confessione e comunione. Ricorrete con preghiere affettuose e piene di fiducia al vostro buon Angelo, acciocchè non permetta che abbiate a macchiarvi di colpa. [269]

                Si noti come di questa divozione e di tutte le altre che raccomanderà, metta sempre per base la comunione frequente.

                Il libretto terminava colla lode scritta da Silvio Pellico: Angioletto del mio Dio ecc., coll'elenco delle indulgenze concedute alla Compagnia canonicamente eretta nella Chiesa di S. Francesco d'Assisi, con un esercizio di divozione al s. Angelo custode che D. Bosco poi ristampò nel Giovane Provveduto: ed incominciava con un'INTRODUZIONE in questi termini: “Un argomento che mostra l'eccellenza dell'uomo, è certamente l'aver un Angelo per custode. Creato che ebbe Iddio il cielo, la terra e tutte le cose che nel cielo e nella terra si contengono, lasciò che seguissero da per se stesse il corso delle leggi loro naturali, secondo l'ordine della quotidiana provvidenza che le conserva. Dell'uomo non fu così. Oltre averlo arricchito di nobili facoltà sì spirituali come corporali, costituito a presiedere a tutte le altre creature, volle che un celeste Spirito ne prendesse la cura, per modo che, fin dal primo istante, che egli compare al mondo, l'assista di notte e di giorno, l'accompagni nei viaggi lungo le strade, lo difenda dai pericoli tanto dell'anima che dei corpo, l'avvisi di ciò che è male perchè lo fugga, gli suggerisca ciò che è bene perchè lo segua. Grande dignità dell'uomo, grande bontà di Dio, incalzante dovere per noi a corrispondervi!” Per animare pertanto i fedeli a mantener viva divozione verso questi beati Spiriti, che dall'ineffabile Provvidenza sono destinati a noi per custodi, i Romani Pontefici già concedettero molte indulgenze alle preghiere che in onore dei medesimi si recitano, ed alle Compagnie a loro venerazione istituite. Affine poi di risvegliare vieppiù la gratitudine e la fiducia che noi dobbiamo avere verso questi nostri celesti benefattori, venne epilogata la presente operetta, in cui [270] sono esposti in forma di novena quei più gagliardi e teneri motivi che ci devono spingere ad armarci del santo loro patrocinio. Felice chi meditando il gran merito del suo Angelo praticherà gli ossequi suggeriti in questi fogli, e verrà ad esserne costantemente devoto: egli avrà con sè non dubbio segno di eterna salute, giacchè tra i segni di predestinazione riconoscono fondatamente i Teologi ed i maestri di spirito, sopra l'autorità delle Divine Scritture e dei santi Padri, una tenera e costante divozione verso i santi Angeli Tutelari.

                “Benedica il Signore questa operetta e chi la leggerà”.

                Con questo suo lavoro egli intendeva eziandio di ottenere dagli Spiriti celesti sicurezza, stabilità, difesa al suo Oratorio e alle altre opere che imprenderebbe, perchè sta scritto: “Calerà l'angelo dei Signore intorno a coloro che lo temono, e li libererà”[50].

                Ei finiva di comporre al Rifugio questo suo caro libretto cercando soprattutto, nello scrivere, la tanto da lui amata semplicità e chiarezza. Prima di stamparlo leggevalo a Pietro Malan, soprannominato il Parin, primo fondatore del Rifugio e in quei tempi portinaio di questo stabilimento. Dico fondatore, perchè il bravo uomo vedendo ragazze abbandonate per le vie dai parenti, talora senza ricovero, in mezzo a mille pericoli, incominciò, anni prima, a raccoglierne alcune, conducendole nella propria casa, e consegnandole a sua moglie perchè loro facesse da madre. Questa preparava ad esse il cibo, le teneva con sè per qualche tempo anche di notte, mentre suo marito lavorando provvedeva loro il necessario e cercava di metterle a servire in una buona famiglia, o nella bottega di qualche donna di coscienza. La Marchesa di Barolo [271] conosciuta quest'opera di eroica carità, volle prenderla sopra di sè, fondò il Rifugio, come abbiamo già detto e vi stabilì il Parin a guardiano esterno.

                Questo Malan adunque, essendo poco istruito, pure prestava tutta la sua attenzione alla lettura di D. Bosco, ma talvolta non l'intendeva. Per esempio ascoltando il racconto di quel giovane muratore graziato dall'Angelo, mentre precipitava dai ponti di costruzione, intese che fosse caduto mentre pronunciava una bestemmia ed esclamò! - Ben ti sta, con Dio non si scherza! - D. Bosco rimase sorpreso di questo e di altri equivoci del suo portinaio e vedendo che ne era colpa il suo stile piuttosto elevato, rifece con gran pazienza il lavoro, lo lesse di bel nuovo al Malan, il quale questa volta capì.

                Il libro fu dato alle stampe nel 1845 dai tipi di Paravia e largamente diffuso, servì ad eccitare in molti la divozione verso gli Angioli Custodi, come asseriva un pio Ecclesiastico al nostro D. Rua.

 

 


CAPO XXIX.
Amore di D. Bosco alla Chiesa Cattolica, e suo zelo nel faticare per la sua gloria - Industrie per convertire i carcerati - Una conversione miracolosa - Studio della lingua tedesca - Il Catechismo quadrigesimale presso S. Pietro in Vincoli; proibizione del Municipio - Prima supplica di D. Bosco al Papa per favori spirituali.

 

                PADRE NOSTRO, che sei ne' cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, si dilati e trionfi la Chiesa Cattolica, la sola vera Chiesa di Gesù Cristo; tutte le nazioni riconoscano i suoi diritti e quelli del suo Capo e de' suoi Vescovi, tutti gli intelletti a lei docente aderiscano come l'unica depositaria delle verità rivelate, testimone divina della autenticità ed autorità dei libri sacri, maestra infallibile degli uomini, giudice supremo inappellabile nelle questioni dottrinali. A lei tutte le volontà obbediscano nell'osservanza delle sue leggi morali e disciplinari, finchè dopo le vittorie sulla terra entri a trionfare eternamente nei cieli, colla moltitudine delle anime salvate.”

                Era questa la preghiera continua, appassionata di D. Bosco, era questo il suo desiderio ardentissimo mentre proseguiva indefessamente i suoi studii sulla storia ecclesiastica. Come appariva luminosa la sua fede quando a voce e in iscritto [273] ripeteva queste grandi verità e quando sovente insisteva perchè i sacerdoti le predicassero. Tutti i suoi pensieri, tutte le sue opere miravano essenzialmente all'esaltazione della Chiesa e godeva delle sue gioie e delle sue glorie, e soffriva dei suoi patimenti e delle persecuzioni che l'angustiavano. Perciò si adoperava con ardore ad accrescere le sue contentezze e le sue conquiste, a lenire i suoi dolori e a compensare le sue perdite, col ricondurre al suo seno materno gran numero di pecorelle smarrite, accrescendo così la sua famiglia di nuovi figli. Come cattolico e come sacerdote riconosceva il proprio dovere. Grandioso in tutte le sue idee, coordinava le sue più piccole azioni con quelle della chiesa universale, come un semplice soldato il quale, benchè valga come un solo uomo, pure fermo al suo posto coopera sempre e talora efficacemente, eziandio con un colpo solo, o ardito o casuale, alla vittoria di un intiero esercito. Perciò non lasciavasi sfuggire un'occasione di dare un buon consiglio, di ascoltare una sacramentale confessione, di predicare, di ammonire, di prender parte ad una preghiera, riguardando tutte queste azioni quali opere di importanza suprema. Con tale santo fine prestabilito, non solo non si raffreddava un istante nel proseguimento della sua missione tra i fanciulli, ma continuava a dedicarsi instancabile ad altre occupazioni del sacro ministero.

                Gli stavano sempre a cuore i carcerati. Grande senza dubbio fu il numero delle conversioni operate per lo spazio di più di vent'anni; egli però che esaltava sempre D. Cafasso narrando i suoi miracoli di bontà in mezzo ai prigionieri, non parlò quasi mai del bene spirituale che esso stesso arrecava a questi infelici. Ma noi altri più cose abbiamo ancor sapute dal Teologo Borel, che lo amava e venerava come si ama e venera un santo; e ci raccontava della sua industria [274] nel costituire con prudenza suoi coadiutori alcuni prigionieri convertiti sinceramente, che essendo d'ingegno, istruiti e di facile conversazione, erano capaci di imporsi ai più riottosi e con opportune ammonizioni predisporre gli animi ad ascoltare e a mettere in pratica la parola del sacerdote. Conoscendo costoro tutte le obbiezioni che facevano i compagni di sventura contro la Religione e le sue pratiche di pietà, le loro bestemmie contro la Divina Provvidenza, le calunnie contro il clero, D. Bosco studiava or coll'uno or coll'altro di essi qualche dialogo da svolgersi pubblicamente in data occasione, per confutare tutte quelle corbellerie e far entrare i sani principii nelle teste balzane. Ed ecco, mentre D. Bosco o s'intratteneva in discorsi famigliari, oppure aveva incominciato il catechismo, la voce dell'amico interrompevalo, eccitando la viva attenzione e curiosità di tutti i suoi camerati. Quegli interrogava, obbiettava e il sacerdote rispondeva, ma le dimande e le risposte erano condite con tante arguzie, proverbi popolari, fatterelli ridicoli ed edificanti, che la verità facendo ridere, commoveva e persuadeva, inducendo sempre alcuni ad incominciare una vita veramente cristiana. D. Bosco ebbe pertanto la consolazione di veder uomini, i quali avevano dimenticato Iddio per un lungo corso di anni, appressarsi ai Santi Sacramenti con disposizioni capaci di animare altresì le persone già innoltrate nella virtù.

                E non solamente colle preghiere e con sante industrie conquistava le anime, ma strappava al Signore la grazia coi sacrifizii, ai quali per questo fine generosamente si assoggettava. Le sue penitenze furono sempre un segreto, ma ciò che si conobbe si è che egli prima di andare alle carceri, oppure dopo che ne era ritornato, ora si vedeva cogli occhi infermi e rosseggianti, ora con atroce male di testa, ovvero di denti che durava giorni interi. Accadendo che egli dovesse [275] compiere qualche importante dovere che richiedesse quiete, il male ad un tratto cessava, e finito ciò che egli aveva per mano, il dolore ripigliava la sua forza. Da questo indizio e da altri più volte rinnovati, si argomentò dal suo intimo, Giuseppe Buzzetti, che simili infermità fossero da Dio concesse alle sue domande, retribuite poi colla desiderata conversione di qualche ostinato. Infatti egli una volta confidò a D. Ruffino Domenico di aver pregato il Signore perchè mandasse a lui la penitenza che avrebbe dovuto imporre ai carcerati, soggiungendo: - Se non la faccio io, qual penitenza potrei, dare a quei poveretti?

                Perciò non mi fa meraviglia che la Madonna santissima scendesse talora in quelle carceri, per cooperare all'apostolato di D. Bosco, di D. Cafasso e del Teologo Borel animati dallo stesso spirito di eroismo. Una ammirabile conversione accadde in questi anni, della quale abbiamo udita la istoria dalla bocca stessa di colui che ne fu protagonista. Fuggito da casa, essendo ancor fanciullo, ingaggiatosi poi nell'esercito, guadagnavasi i galloni da sergente e col suo reggimento era acquartierato in Nizza Marittima. Essendo vizioso, odiava quanto apparteneva a religione. Andato per curiosità a visitare il santuario della Madonna del Laghetto, avea visto coi suoi stessi occhi essere portata innanzi alla sacra immagine una giovanetta paralitica, quasi moribonda; avea notato la sua fisionomia cadaverica, avea udite le preghiere e i singhiozzi dei circostanti, e ad un tratto avea pur visto rifiorire il colore, di quei volto, e la fanciulla, emettendo grida di gioia, alzarsi in piedi perfettamente guarita. Fu un vero trionfo della bontà di Maria. Il miracolo era così evidente che esso ne era persuaso, ma invece di commuoversi diventò furioso contro quel Dio del quale ei negava l'esistenza, poichè simil fatto era la condanna della sua condotta. Più di quaranta soldati si erano [276] trovati presenti a questo prodigio, perchè, giunti allora per scambio di guarnigione, accorrevano a visitar una chiesa di tanta fama in quelle parti. Tornati costoro in quartiere, facevano un gran parlare cogli altri compagni del miracolo visto. Ma il Sergente indispettito per quei discorsi, prese a negare il fatto, chiamando bigotti ed imbecilli coloro che lo affermavano. I soldati insistettero. Esso allora gridò che trovandosi presente non avea visto nessun miracolo in quella guarigione: e impose a tutti silenzio. Un soldato osò replicare, e il Sergente lo fece mettere in prigione.

                Non andò però impunita la sua empietà e per un grave delitto commesso venne condannato a dieci anni di carcere. L'infelice in preda a cupa rabbia e bestemmiando, non poteva rassegnarsi alla perdita della libertà. Visto appeso al muro un quadro con l'immagine di Maria SS. Addolorata, sentissi invadere da una specie di furore demoniaco e procuratosi un zolfanello, lo accese per incenerire quella santa effigie. Senonchè mentre il forsennato era per commettere quell'empietà, sente all'improvviso una forza misteriosa che lo afferra e lo arresta. Pieno di sgomento si volge attorno, e non vedendo alcuno, ben si accorge essere una mano celeste quella che lo tiene, si mutano intieramente i sentimenti del suo cuore, cade in ginocchio e rompe in lungo e dirottissimo pianto. Chiesto il ministro di Dio, si confessò, e avuta l'assoluzione fu preso da tanta contentezza che sentissi felice. Il suo ravvedimento fu simile a quello di Saulo sulla via di Damasco. Da quel momento ebbe costante impegno di espiare le sue colpe con rassegnata e allegra obbedienza ai duri regolamenti carcerarii, e riparare agli scandali dati col buon esempio e colle sante parole, inducendo così molti dei suoi compagni di pena, anche i più ostinati, a mettersi in pace con Dio con una buona confessione. Uscito finalmente di [277] prigione continuò ad essere modello di virtù religiosa e civile, sicchè potè in breve riacquistare l'onore perduto e la stima e la confidenza dei suoi compatrioti.

                Il suo esempio ebbe imitatori nella costanza e fervore del ravvedimento. Fra questi vi fu chi ritornato alla propria casa, lasciava che i poveri andassero a cogliere uva nelle sue vigne e ciò che rimaneva lo conservava per donarlo nell'inverno agli ammalati. Tutto il suo patrimonio lo destinava e consumava per opere di carità. Sorgeva sempre in difesa della religione tutte le volte che udiva vilipenderla da cattivi cristiani, in qualunque luogo si trovasse. Superiore ad ogni umano rispetto, nei caffè, nelle osterie, in piazza, intimava di tacere a chi osava incominciare discorsi immorali, e se qualcuno, per risposta, azzardavasi ricordargli la sua passata condotta: - Sì, esclamava, anch'io una volta parlava così, ma quando apparteneva al reggimento degli immondi animali, al quale ora appartenete voi. - Riconoscente a D. Bosco pel gran bene che gli aveva fatto, si mantenne sempre in cordiale relazione con lui, divenne a sua volta insigne benefattore delle opere sue e spesso si recava a visitarlo. Iddio con questa ed altre simili conversioni, ricompensava adunque grandemente la carità di D. Bosco, il quale benediceva le croci chieste e portate per amore delle anime.

                Altri fatti dimostrano come egli fosse pronto a sottomettersi a qualunque fatica per quanto grave, quando trattavasi di soccorrere chi abbisognava di aiuto spirituale. Nel 1845 vi erano in Torino varie famiglie Alemanne e molti soldati loro compatrioti militavano sotto la bandiera del Piemonte. Pochi preti ne conoscevano la lingua, ed essendo assorbiti da gravi occupazioni, non vi era chi potesse ascoltarne le confessioni. Perciò quelle famiglie e quei soldati, in quanto a religione, si trovavano abbandonati affatto. Caritatevoli persone [278] si recarono da D. Bosco e gli parlarono di questa mancanza di sacerdoti, pregandolo a metterci rimedio. Come fare! D. Bosco non conosceva la lingua tedesca, si avvicinava il tempo pasquale e gli alemanni desideravano di fare le loro divozioni. Alcuni di essi erano gravemente infermi negli ospedali. D. Bosco allora, ansioso della loro salute, si propose di studiare la lingua tedesca. Si munì perciò di una grammatica e di qualche altro libro, trovò un buon professore e per più di un mese si diede quanto potè a tale studio. Scrisse pertanto un formulario delle domande più necessarie a farsi da un confessore a quella classe di penitenti, delle risposte che presumeva avrebbero potute dare, delle brevi esortazioni per eccitare il dolore dei peccati, e se le fece tradurre e spiegare dal professore. Prese che ebbe sedici lezioni, da lui pagate venti lire, somma non piccola riguardo alla tenuità della sua borsa, si mise a confessare in tedesco e fu lieto nel constatare che coll'aiuto del Signore vi riusciva abbastanza bene. Quando si seppe che D. Bosco confessava in quella lingua, e la voce corse rapidamente dall'uno all'altro, quei buoni alemanni accorsero volonterosi e gli diedero occasione di faticare non poco nel tribunale di penitenza. Questi si affrettarono eziandio a condurlo all'ospedale, ove fu accolto con festa dai loro connazionali infermi, alcuni dei quali morirono consolati dalla sua assistenza. Tale affluenza al suo confessionale durò circa tre anni, finchè sorte inimicizie tra il Piemonte e l'Austria, i tedeschi si ritirarono nel loro paese.

                D. Bosco fintanto che ci fu bisogno aveva continuato lo studio del tedesco ampliando i suoi formularii d'interrogazioni e di risposte, ma solamente per quello scopo prefisso, e quindi lasciò di coltivare una lingua omai per lui divenuta inutile; sicchè più tardi si ricordava solo di un certo numero di [279] parole e di frasi. Una sera del 1876 raccontava ai suoi giovani fra le altre cose: - Nei primi tempi dell'oratorio studiai alquanto la lingua tedesca, ma questa, come tutte le altre lingue straniere, se non si continua a coltivarla, a lungo andare si dimentica affatto. Ho provato qualche anno fa a parlarla a Roma nel collegio Irlandese con tre Vescovi alemanni; ma ed io sbagliava, perciò essi non m'intendevano: e i Vescovi parlavano in fretta ed io non capiva nulla. Fummo costretti a parlar latino: allora quantunque dicessimo molti spropositi tuttavia ci intendevamo. Il latino se è usato in argomenti scientifici riesce facile a parlarsi bene, avendolo sempre alla mano, ma nel discorso famigliare uno che voglia parlare latino per es. degli apprestamenti di tavola, di cose di cucina, degli attrezzi delle arti e dei mestieri, degli oggetti che vi sono nelle camere, delle costumanze nostre, lo trova difficilissimo. Tuttavia ci fu un bravo prete che scrisse in buon latino un trattato De grillis capiendis.... - Queste parole destarono una viva ilarità fra i giovani ed egli, lasciate finirle risa, ripigliava: - Del resto, parlando in serio, vi dirò, che data l'occasione e la possibilità, non trascuriate lo studio delle lingue. Ogni lingua imparata fa cadere una barriera tra noi e milioni e milioni di nostri fratelli di altre nazioni, e ci rende atti a fare del bene ad alcuni e talora anche ad un gran numero di essi. Molti ho confessati in lingua latina e francese. Perfino la lingua greca mi venne talora in soccorso per intendere nell'ospedale Cottolengo l'accusa sacra mentale di un cattolico dell'Oriente. Oh potessimo noi colla nostra carità abbracciare tutto il mondo per condurlo alla Chiesa e a Dio!

                Frattanto i catechismi quadragesimali erano stati fatti regolarmente tutti i giorni presso al Rifugio, preparandosi così i fanciulli e i giovanotti all'adempimento del precetto [280] pasquale e alle prime comunioni. Ma crescendo fuor di modo il loro numero e mancando i locali, D. Bosco e il Teol. Borel pensarono di cercare un edifizio, nel quale si potessero mandare alcune classi coi rispettivi catechisti. A settentrione del Rifugio, molto vicina, sulla sponda destra della Dora eravi la Chiesa del Cenotafio del SS. Crocifisso con un atrio e un bel cortile. Questo sacro luogo era detto volgarmente cimitero di S. Pietro in Vincoli, poichè qui si seppellivano i defunti prima che fosse edificato il nuovo camposanto generale, e vi si vedevano le tombe di cospicue e nobili famiglie. Pare che il Teologo Borel colla semplice autorizzazione del Curato di S. Simone e Giuda, e colla tolleranza del Cappellano, abbia quivi condotto un bel numero di giovani, ai quali continuò l'istruzione catechistica fino al principio della Settimana Santa. I Catechisti vi si trovarono bene e formarono e manifestarono progetti per l'avvenire. Ma essendo quella Chiesa proprietà del Comune, vi fu qualche malevolo il quale avvertì la Ragioneria di questi disegni. La Ragioneria d'allora era qualche cosa di più della così detta Giunta Municipale di oggidì. Era dessa una scelta dei primarii Consiglieri municipali, nelle cui mani concentravansi tutti i poteri della civica amministrazione. Il Capo della Ragioneria, detto il Mastro di Ragione, primo decurione ed anche Vicario di città, era superiore ai Sindaci; e questo Vicario era il Marchese di Cavour.

                In Municipio si accettò la denunzia e infatti negli archivii Municipali, esiste la seguente deliberazione colla data del giorno di Pasqua. - “23 Marzo 1845. La Ragioneria sentite le riformazioni date nelle riunioni dei così detti catechisti nella Cappella del Cimitero di S. Pietro in Vincoli, deliberò che ora in avanti sia interdetto l'accesso alla detta Cappella all'uso di siffatto uffizio, pregando ove d'uopo i Signori Sindaci [281] di eccitare l'autorità del Vicario per contenere i catechisti dalle numerose riunioni che vorrebbero farvi.”

                Era il principio delle tribolazioni che avrebbero messa a dura prova la costanza di D. Bosco nella sua impresa. Egli però nulla temeva perchè convinto della sua vocazione.

                Glorioso intanto di essere membro del regno di Gesù Cristo, rivolto a Roma, al centro dell'unità, s'inchinava al primato non solo di onore, ma di piena giurisdizione del Romano Pontefice su tutta quanta la Chiesa. Con questi sentimenti, faceva presentare a S.S. Gregorio XVI una supplica per favori spirituali, estendibili in parte a cinquanta dei principali collaboratori ossia Cooperatori e Cooperatrici, che con zelo particolare avrebbero impiegate le loro sollecitudini a benefizio spirituale e temporale de' suoi giovanetti. Ecco il tenore della supplica e il Rescritto favorevole.

 

                               Beatissimo Padre,

 

                Il Sacerdote Giovanni Bosco di Castelnuovo d'Asti, Diocesi di Torino in Piemonte, approvato per ascoltare le confessioni dei fedeli, umilmente prostrato ai piedi di Vostra Santità caldamente implora:

                I. L'indulto dell'Altare Privilegiato due volte per ogni settimana; non avendo altre volte ottenuto simile favore;

                II. La facoltà di celebrare il Sacrificio della S. Messa un'ora avanti l'aurora o un'ora dopo mezzogiorno, interveniente giusta e ragionevole causa, e nulla affatto ricevendo in riguardo di questo indulto, oltre la consueta ordinaria elemosina;

                III. Indulgenza Plenaria in articolo di morte da lucrarsi, dal Supplicante, da' suoi parenti consanguinei ed affini, sino [282] al terzo grado inclusivamente, e da altre cinquanta persone, da eleggersi ad arbitrio dell'Oratore.

                Che Dio ecc.

 

A S.S. GREGORIO PAPA XVI.

Dall'udienza del Santissimo - Addì 18 Aprile 1845.

 

                Il Santissimo rimise le preghiere all'arbitrio dell'Ordinario, colle facoltà necessarie ed opportune all'uopo di permettere che l'Oratore, interveniente un giusto e ragionevole motivo, possa celebrare il S. Sacrificio della Messa o un'ora prima dell'aurora, o un'ora dopo mezzogiorno, soltanto che per riguardo a questa concessione nulla percepisca oltre la consueta manuale elemosina. Non ostante qualunque disposizione in contrario. Nel resto accondiscese per la grazia, come si domanda, nella forma tuttavia consueta della Chiesa, e dall'Apostolica Sede prescritta.

 

Pel Card. A. DEL DRAGO.

L. AVERARDI Sostituto.

 

                Con profondo rispetto e con viva gioia D. Bosco ricevette un Rescritto che permettevagli di dimostrare la sua gratitudine a coloro che lo beneficavano. Forse la prima a godere di questa indulgenza fu la Signora Erminia Agnese della nobilissima famiglia Provana del Sabbione, consorte del Conte Carlo Alberto Cays, amico fin d'allora di D. Bosco, ed ammiratore delle suo virtù. D. Bosco affrettavasi a dar comunicazione al Conte e alla Contessa come egli li volesse partecipi del favore insigne concesso dal Pontefice e, quei Signori accoltolo con gran festa instarono che rimanesse con loro a pranzo. Siccome però non era ancor l'ora di mettere in tavola, fu condotto in una elegante stanza ove potesse [283] rimaner libero colle sue carte che sempre portava seco. Ed è qui che accadde un piccolo aneddoto che ci fu narrato dalla stesso Conte: “Rientrato all'improvviso nella camera ove era D. Bosco, ei diceva, lo sorpresi, tutto curvo che si avanzava verso la finestra: - Che cosa fa D. Bosco? gli domandai - Mi rispose - Sto rimovendo il tappeto posto innanzi a questa sedia, che non è fatto per un poveretto pari mio. E ciò disse con tanta ingenuità e verità di espressione che io restai altamente ammirato del come D. Bosco sentisse umilmente di sè.” La Contessa adunque aveva accettato con riconoscenza il Rescritto papale, il quale dopo qualche mese doveva recarle grande conforto nella sua ultima malattia. Il Conte Cays consegnava a D. Bosco il biglietto dell'ultima Pasqua fatta dalla sua nobile sposa nella parrocchia di S. Teresa e D. Bosco conservollo fra le sue carte. Questa biglietto porta stampato il seguente motto: 1845. Magister adest et vocat te (Ioan. XI, 28). Era nostro Signor Gesù C. che chiamava a sè Maria di Magdala una delle sue prime cooperatrici. Felice augurio per una dama che trattava con molta carità D. Bosco ed i poverelli.

                Poco dopo D. Bosco faceva chiedere a Roma e ne riceveva la seguente dichiarazione a vantaggio spirituale eziandio dei suoi giovanetti, desideroso di rendere loro più fruttuosa la recita o il canto delle Litanie in onore della Beata Vergine.

 

DICHIARAZIONE.

 

                Quell'Indulgenza di duecento giorni concessa già da Sisto V di felice rimembranza, e da Benedetto XIII, a tutti i fedeli Cristiani sì dell'uno che dell'altro sesso per ogni volta che con cuore almeno contrito e divotamente recitano le Litanie della Beata Vergine Maria, Pio VII di santa memoria, non solo confermò, ma di più la estese a trecento giorni [284] Inoltre agli stessi fedeli Cristiani, che avranno ogni giorno recitato le prelodate Litanie, benignamente elargì l'Indulgenza eziandio Plenaria, da acquistarsi nelle cinque Feste di Precetto della medesima B. M. V., cioè della Concezione, della Natività, dell'Annunciazione, della Purificazione e dell'Assunzione, purchè veramente pentiti e confessati abbiano ricevuto il SS. Sacramento dell'Eucaristia, non che divotamente visitato qualche Chiesa, o pubblico Oratorio, e quivi per qualche spazio di tempo abbiano innalzato a Dio divote preghiere. In ultimo volle Sua Santità, che queste Indulgenze siano anche applicabili in suffragio dei fedeli defunti e valevoli in perpetuo.

                In fede di quanto ecc.

 

                Dato a Roma dalla Segreteria della S. Congreg. delle Indulgenze, addì 28 Maggio 1845.

 

A. Arcivescovo PRIMIVALLI Sostituto.

 

                Con queste due suppliche era la prima volta che D. Bosco si rivolgeva alle Sacre Congregazioni e interrogato da uno dei suoi allievi dei motivo che avevalo determinato a quelle domande, rispondeva: - Non erano solo le indulgenze che mi stavano a cuore, ma sopratutto anelava incominciare a mettermi in relazione diretta colla S. Sede Romana, godeva al pensiero che il mio povero nome sarebbe posto sotto gli occhi del successore di S. Pietro ed erede dei suoi poteri Divini, voleva avvicinarmi a Lui in quel solo modo che allora mi era concesso. - E questa fede e questo affetto, noi aggiungeremo, non si illanguidì mai nel suo cuore. Anche prima che fosse definita l'infallibilità del Pontefice, egli già la credeva fermamente e la difendeva. Venerava tutti i suoi atti, disposizioni, insegnamenti, anche quando non parlava [285] ex cathedra; frequentemente ripeteva che la sua parola si deve sempre considerare come un comando paterno e consigliava i suoi giovani ad essergli obbedienti e a diffidare sempre di chi venisse a parlar loro in qualsivoglia modo, contro il Vicario di Gesù Cristo. Durante quarant'anni della sua vita, il Romano Pontificato nella persona di due Papi, ebbe a passare per molte prove e tribolazioni, ed egli si adoperò sempre a scongiurarle o almeno a lenirle per quanto gli era possibile, anche a costo di tirarsi addosso le vessazioni degli avversarii. E si sottopose a gravi umiliazioni per assecondare le viste e i desiderii del Papa. Ma di ciò le prove a suo tempo.

 

 


CAPO XXX.
L'Oratorio a S. Pietro in Vincoli - La serva del Cappellano  - Una lettera di accusa - Due disgraziati accidenti - I giovani dell'Oratorio respinti da S. Pietro - Analogia tra certi fatti della vita di S. Filippo Neri e quella di D. Bosco - Si fanno pratiche perchè D. Bosco venga nominato cappellano di S. Pietro in Vincoli - Il Municipio non acconsente a questa domanda  - La festa di S. Luigi.

 

                NESSUNA cosa poteva distrarre D. Bosco dal continuo pensiero dell'Oratorio. Nella sua prudenza antiveniva il giorno nel quale avrebbe dovuto ritirarsi dai locali dell'Ospedaletto, e nel timore che i giovani rimanessero abbandonati a se medesimi, anche solo per breve tempo, incominciò a ricercare qua e là un'altra più, comoda e stabile dimora. La Marchesa Barolo infatti più di una volta mostravasi annoiata di aver sempre quella casa ingombra di fanciulli, i quali talora colle loro voci recavano disturbo ai vicini istituti. Eziandio qualche fiore svelto dagli spensierati da un rosaio che ornava il viale d'entrata, aveva dato causa a qualche malumore e la Marchesa ne aveva fatte rimostranze a D. Bosco.

Egli pertanto un mattino uscito dal Rifugio andava a caso tutto assorto nelle sue meditazioni, e si trovò innanzi alla [287] Chiesa di San Pietro in Vincoli. Qui gli venne l'ispirazione di presentarsi al cappellano, certo D. Tesio Giuseppe ex - cappuccino, e di pregarlo acciocchè gli volesse permettere di radunare per qualche tempo i suoi giovani in quel luogo. D. Tesio non lasciò neppure che D. Bosco finisse di esporgli la sua domanda, e festeggiandolo gli disse: - Venga, venga pure D. Bosco coi suoi giovani che mi farà molto piacere! Forse la deliberazione della Ragioneria non era stata comunicata al Cappellano e ai catechisti, perchè questi si erano già ritirati da S. Pietro, dopochè i loro allievi avevano fatta la Pasqua. D. Bosco voleva tentare un esperimento e la Marchesa Barolo approvò un disegno che secondava le sue intenzioni.

                La Domenica 25 maggio, D. Bosco celebrate le funzioni dei mattino all'Ospedaletto, dopo il pranzo conduceva i giovani a S. Pietro. D. Tesio non era in casa. Il lungo porticato, lo spazioso cortile e la Chiesa adatta per le sacre funzioni eccitarono nei giovani il più vivo entusiasmo, e li resero come frenetici per la gioia.

                Ma ohimè! avevano appena cominciato a gustarla, che già loro si mutava in grande amarezza. Presso quei sepolcri si trovava un terribile avversario. Non era già questi uno dei morti, che avevano riposo colà; era un vivo; era la vecchia serva dei Cappellano. Appena costei cominciò ad udire i canti, le voci, e soprattutto gli schiamazzi dei giovanetti, uscì di casa in sulle furie, e colla cuffia per traverso, colle mani sui fianchi si diede ad apostrofarli con quella garbata eloquenza, di cui è maestra la lingua di una donna inviperita.

                E la rabbia si accrebbe quando vide alcuni dar principio al giuoco della palla ed una sua gallina accovacciata in un cesto, volare via spaventata da un ragazzetto e l'uovo cadere [288] in terra e rompersi. Insieme con lei inveiva anche una ragazza, abbaiava il cane, miagolava il gatto e cantarellavano le galline; avresti detto imminente una guerra europea.

                Accortosi D. Bosco di ciò, avvicinossi alla fantesca per acquetarla, facendole osservare che i ragazzi non avevano, alcuna cattiva intenzione; che si trastullavano solamente, nè facevano alcun peccato, che un piccolo scapito potevasi portare in pace e facilmente ripararlo; ma era un parlare al sordo, perchè non vi è sdegno peggiore di quel della donna[51]. Lungi dal poterla calmare, il povero D. Bosco si sentì scaricare addosso da colei un nugolo d'ingiurie e d'improperii. Urlando come una maniaca e stringendo i pugni, gridava ora rivolta ai giovani e ora a D. Bosco: - Se D. Tesio non vi manderà immediatamente via di qui, saprò ben io come fare….. E lei, lei, D. Bosco, invece di tenere a freno questi monelli, questi asini, disturbatori, sfaccendati, mascalzoni, li va educando in questo bel modo? Domenica ventura si guardi bene dal por piede qui, perchè altrimenti saranno guai!...

                Ma charitas non aemulatur, la carità non è astiosa[52], e D. Bosco per troncare la disgustosa diatriba diede tosta ordine di cessare dalla ricreazione; quindi rivoltosi a quella donna le diceva pacatamente: - Mia buona signora! ella stessa non è sicura di essere qui nella domenica seguente, ed ora fa tanto scalpore per dirci che assolutamente un'altra domenica non ci lascerà più venire in questo luogo? - Quindi si avviava verso la chiesa circondato dai giovani, fra i quali erano i fratelli Melanotti e Buzzetti che tennero memoria [289] delle vicende di questo giorno, e anni dopo le narravano a D. Cesare Chiala, il quale ne scrisse la relazione.

                Alcuni di quei giovani dissero allora a D. Bosco: - Come è cattiva quella persona che grida a questo modo! Egli scusolla dicendo doversi compatire perchè la poveretta non istava bene in sanità; e quindi soggiungeva ad alcuni altri, i quali gli facevano osservare non essere più conveniente fare ricreazione presso quella chiesa: - State tranquilli che domenica ventura quella donna non vi griderà più.

                Entrati tutti in chiesa, D. Bosco fece fare un poco di catechismo e recitare il santo Rosario. Appresso li congedò, ed essi si avviarono alle loro case, fiduciosi di poter ritornare colà la domenica seguente e ritrovarvi maggior quiete. Ma s'ingannavano, poichè quella fu la prima e l'ultima volta che loro fu dato raccogliersi tutti insieme in quel sito. Intanto, mentre D. Bosco usciva dall'atrio della chiesa, la bisbetica fantesca continuava a brontolare e a scagliare minacce, tenendole bordone alcune femmine da trivio accorse al rumore. Un giovane giudizioso, certo Melanotti di Lanzo, che in quel momento si era avvicinato a D. Bosco, ci raccontava come il santo prete senza sconcertarsi, senza adirarsi, rivoltosi a lui e sospirando, sottovoce gli dicesse: - Poveretta! ci intima di non portar più i piedi qui, ed essa stessa la prossima festa sarà già in sepoltura!

                In quel mentre D. Tesio rientrava in sua casa, posta dietro al coro della chiesa, e la fantesca gli andava incontro descrivendogli D. Bosco e i suoi giovanetti come altrettanti rivoluzionarii, profanatori dei luoghi santi e tutti fior di canaglia. Il Cappellano, benchè conoscesse l'irritabile suscettibilità della sua Perpetua per cose da nulla, tuttavia dalle maligne istigazioni si lasciò metter su contro l'Oratorio. Quindi venne fuori dal recinto e visto D. Bosco che in fondo [290] alla piazzetta si intratteneva cogli ultimi giovani rimasti, lo raggiunse e gli disse con voce alterata: - Un'altra domenica non verrà più qui a piantare un simile baccano e a disturbarci tutti: farò io i passi necessarii; oh, per un'altra domenica non verrà più qui, oh no! - E D. Bosco nell'atto che quegli si allontanava, gli rispose: - E povero Lei, non sa neppure se un'altra domenica sarà ancor vivo! - Di queste parole fu eziandio testimonio il sopraddetto Melanotti, il quale ebbe ad ammirare la sorridente tranquillità di D. Bosco mentre lo accompagnava al Rifugio.

                Alla sera la fantesca si pose attorno a D. Tesio, e tante gliene ripetè contro l'Oratorio, che lo spinse a scrivere subito al Municipio. Sotto il dettato dell'infuriata donna egli vergò una lettera piena di acrimonia, dipingendo i giovani di Don Bosco coi più neri colori, asserendo fra le altre cose che essi avevano scritto eziandio epiteti ingiuriosi sulle lapidi mortuarie, e qualificava quell'adunanza come atto di intrusione e di insubordinazione. Duole il dirlo; ma quella fu l'ultima lettera scritta dal povero Cappellano. Al lunedì vi pose il suggello, e chiamata la fantesca, le ordinò: - Fa portare questa lettera al Palazzo di città. - E furono le sue parole estreme. Poche ore dopo mentre partiva il messo, D. Tesio veniva colto da un insulto apoplettico, e moriva il 28 maggio alle ore 0, 30 di notte in età di 68 anni, munito però dei Santi Sacramenti.

                La lettera di D. Tesio aveva intanto esercitato tale impressione nei Sindaci della città, che fu immediatamente spiccato ordine di cattura contro D. Bosco, se coi giovani fosse colà ritornato.

                Ma a S. Pietro era appena chiusa una tomba che già se ne apriva un'altra. Colpita dalla stessa sorte del padrone la serva lo seguiva due giorni dopo; sicchè prima che finisse la [291] settimana quei due avversarii dell'Oratorio erano già scomparsi dalla scena di questo mondo. È più facile immaginare che descrivere lo spavento che questi due accidenti destarono in tutti gli abitanti di quel borgo. Era impossibile non vedervi la mano di Dio, e i giovanetti ne furono così intimamente persuasi, che invece di staccarsene presero vie maggiormente ad amare D. Bosco e l'Oratorio, promettendo di non abbandonarli giammai. Tale era eziandio la persuasione del Teologo Borel. Egli sedeva un giorno a mensa con D. Bosco, Don Bosio e D. Pacchiotti suo aiutante. In quel frattempo facevasi lettura della vita di S. Filippo Neri e precisamente di quelle pagine che narravano come tutti coloro che perseguitavano il santo Apostolo di Roma in breve morissero. Il Teologo notò subito come ciò si avverasse eziandio per D. Bosco e in conseguenza doverglisi prestare aiuto in ogni occasione, anche nei più gravi cimenti, sicuri di assecondare l'opera della Provvidenza.

                Nella domenica seguente, 31 maggio, alla porta di quella chiesa stava affisso un Decreto municipale che vietava ogni assembramento nel vestibolo e nell'atrio. Non avendo una gran parte dei giovani ricevuto alcun avviso preventivo, una moltitudine di questi si recò a S. Pietro. Quivi trovato con gran meraviglia tutto chiuso e respinti dalle guardie appostate all'intorno, corsero spaventati al Rifugio, e accolti festosamente da D. Bosco si ripigliarono mattino e sera le consuete funzioni.

                Intanto D. Cafasso, pensando che colla morte di D. Tesio fossero spente tutte le opposizioni, si adoperò a procurare a D. Bosco stesso dal Municipio l'impiego di Cappellano a S. Pietro in Vincoli; ivi gli ampli locali dell'abitazione annessa erano adattati alle radunanze festive, e D. Bosco avrebbe goduta una condizione più indipendente. A tal uopo [292] scrisse una lettera alla Contessa Bosco di Ruffino consorte di uno dei Sindaci.

 

                               “Ill.ma Sig.ra Contessa,

 

                Un certo sacerdote per nome Bosco Giovanni, già allievo di questo Convitto, ed attualmente Cappellano all'Opera del Rifugio della Sig.ra Marchesa Barolo, incominciò in detto luogo un'opera di grande gloria di Dio, quale è di radunare nei giorni festivi una quantità di ragazzi abbandonati onde istruirli e tenerli lontani dai pericoli: non potendo più in detto luogo continuare una si bell'opera per la strettezza dei locale, sta per dimandare, di concerto colla predetta Signora Marchesa, di essere nominato a Cappellano di S. Pietro in Vincoli di Dora, onde approfittarsi di detto locale per un'opera sì vantaggiosa. Essendo questo affare della maggior gloria di Dio, io mi avanzo a raccomandarlo alla bontà di V. S. Ill.ma, qualora nella sua prudenza giudicasse di farne parola all'Ill.mo Sig. Conte. Perdoni la mia libertà; mentre ho l'onore di potermi dire coi sensi della più distinta stima

                D. V. S. Ill.ma

                Torino, dal Convitto, 29 maggio 1845.

Devot.mo servo

CAFASSO GIUSEPPE. Sacerdote”.

 

                Malgrado queste ed altre raccomandazioni non si riuscì nell'intento, o perchè tali adunanze parvero disdire alla quiete dei sepolcri, o per timore di guasti a quel monumentale cimitero, o più veramente per l'avversione che in qualcheduno del mondo ufficiale cominciava a manifestarsi contro l'Oratorio di D. Bosco. Tuttavia D. Bosco non si scoraggiò, mentre alcun tempo dopo pervenne alla Ragioneria la seguente supplica: [293]

                               “Eccellenze e Illustrissimi Signori,

 

                I Sacerdoti Teol. Giov. Borel, D. Sebastiano Pacchiotti e D. Giovanni Bosco impiegati alla Direzione Spirituale della Pia Opera di Maria SS. Rifugio dei peccatori; e Direttori pur anche per autorità di Mons. Arcivescovo di una società di ragazzi, i quali si radunano ogni domenica in un Oratorio, sotto la protezione di S. Francesco di Sales, aperto nella casa di loro abitazione, per imparare il catechismo, assistere alla S. Messa, frequentare i Sacramenti, e talvolta ricevere la benedizione col Venerabile:

                Per il numeroso concorso dei giovani, che le ultime feste ascese anche al N. di 200 e per la stagione estiva, riconoscendo la necessità di trasferirsi in Oratorio più grande del presente per non avere da dimettersi da quest'opera di riconosciuto grande vantaggio della gioventù; e giudicando che l'Oratorio del Cimitero di S. Pietro in Vincoli sia per diversi riguardi molto adattato agli esercizi di pietà che si praticano nel loro Oratorio; incoraggiti che la natura di quest'opera sia per ottenere il gradimento delle EE. SS. LL. Illustrissime tanto intente ad ogni maniera di promuovere in questa città il comun bene civile e morale:

                Rispettosamente osano supplicarle a volersi degnare di accordar loro la permissione di portarsi alla Chiesa del predetto Cimitero a esercitare le funzioni suddette a pro della gioventù, secondo loro parrà più utile e secondo le condizioni che le EE. SS. LL. Ill.me si degneranno prescrivere”.

                La Ragioneria non esaudiva questa domanda come consta da un verbale delle sedute in data 3 luglio 1845.

                Il P. Mastro di Ragioneria presenta la domanda dei Sacerdoti Borel, Pacchiotti e Bosco con

                cui chiedono di potersi valere della chiesa del Cimitero di S. Pietro in Vincoli, [294] per catechizzare i numerosi giovani che attualmente concorrono nella piccola cappella dell'Opera del Rifugio.

                La Ragioneria considerando che in precedente seduta simile domanda venne denegata per la considerazione che non parve conveniente che la chiesa addetta al cimitero venisse destinata ad altro uso, oltre quello per cui venne eretta, a maggioranza di voti delibera non potersi far luogo alla inoltrata domanda.

                (Ragioneria N. 22, 3 luglio 1845).

 

Firmati: Bosco m RUFFINO, Sindaco;

D. POLLONE, M. di Ragioneria;

CESARE SALUZZO;

VITTORIO COLLI”.

 

                D. Bosco, ricevuta questa negativa, si rassegnò alle disposizioni della Provvidenza, poichè solo da essa aspettavasi con certezza quell'aiuto che gli uomini gli negavano. Di grande conforto gli fu l'ascendere a S. Ignazio per gli esercizii spirituali, ottenendo per sè le grazie necessarie dal Signore e col sacramento della penitenza riconducendo a sua Divina Maestà più di un figlio che aveva abbandonata la casa paterna. Nello stesso tempo, come accenna il Teologo Borel in un suo memoriale, cagionavagli una gioia soave il ricordo di una bella festa con numerosissime comunioni celebratasi nella sua piccola cappella alcuni giorni prima. Al Convitto di S. Francesco la festa di S. Luigi non permetteva una gran pompa, con clamorosa espansione di affetti, per causa dei cittadini che affluivano tutto il giorno in quella chiesa. Al Rifugio invece D. Bosco nella sua cappella era come padrone, e mattino e sera aveva potuto intrattenere i giovani come meglio era piaciuto alla sua divozione. Da quel giorno ogni anno, [295] egli solennizzò questa cara festività con splendore ognor crescente, poichè se ne valeva in modo efficace per inculcare a' suoi giovani l'amore alla santa Purità. Non si potrebbe convenientemente ritrarre quanto si adoperasse a ben prepararli ad onorare S. Luigi. Se tale festa si celebra tuttora non solo nell'Oratorio di Torino, ma ben anco in tutte le altre Case salesiane e con tanto trasporto, ciò si deve a quel ardore che egli vi pose fin da principio e che volle rimanesse tradizionale in tutti i suoi figli spirituali.

 

 


CAPO XXXI.
Occupazioni di D. Bosco negli Istituti dei Refugio - La Marchesa Barolo ordina che i giovani sgombrino dai locali destinati per l'ospedaletto - Un altro sogno: moltitudine di fanciulli; la misteriosa Signora; un prato; tre chiese in Valdocco; il luogo del martirio dei Santi Avventore ed Ottavio; la fondazione di una Società di religiosi in aiuto di D. Bosco - Narrazione del martirio dei Santi Solutore, Avventore ed Ottavio stampata dal Can. Lorenzo Gastaldi.

 

                SETTE mesi erano ormai trascorsi dallo stanziamento dell'Oratorio all'Ospedaletto. Erano accresciuti di numero i giovani che lo frequentavano, e questi gli avevano posto amore come ad un paradiso, e speravano che avrebbe durato ancora per molto tempo in quel sito medesimo. Ma le muraglie dell'ampio e nuovo locale destinato alle piccole inferme andavansi rasciugando assai lentamente e quindi si giudicava che non così presto fosse atto all'abitazione.

                La Marchesa era molto soddisfatta di D. Bosco che vedeva tuttodì affaccendato nella cura delle sue protette. Lungo la settimana egli aiutava il Teologo Borel nella direzione delle suore e delle figlie pericolate: faceva scuola di canto ad un coro di queste; dava regolarmente lezione di aritmetica ad [297] alcune delle religiose che si preparavano ad essere maestre; confessava, predicava e teneva conferenze sulla vita e sulla perfezione monastica. Mons. Cagliero, che più volte esercitò il ministero sacerdotale tra le Suore di S. Giuseppe e tra le religiose Maddalene, riferisce aver inteso da esse come in D. Bosco avessero sempre riscontrate delle virtù straordinarie che lo distinguevano dagli altri sacerdoti benchè esemplari e dotti, e che in lui avevano sempre venerato un santo. Affermavano eziandio che persone pie se potevano impadronirsi di piccoli oggetti che a lui appartenessero, li custodivano gelosamente come preziose reliquie.

                Tuttavia nel mese di luglio ecco venirsi a troncare ogni filo di speranza per una più lunga dimora al Rifugio. La Marchesa Barolo, sebbene vedesse di buon occhio ogni opera di carità, tuttavia, avvicinandosi il tempo di aprire il suo piccolo Ospedale, cioè il 10 agosto 1845, voleva che l'Oratorio fosse allontanato di là. Le si fece rispettosamente osservare che il locale destinato a cappella, a scuola e a ricreazione dei giovani non aveva alcuna comunicazione coll'interno dell'Istituto; che le persiane erano fisse e colle stecche rivolte all'insù; che si sarebbe procurato altresì che ogni cosa fosse fatta col minor disturbo possibile; ma la buona Signora non volle arrendersi: era padrona e fu d'uopo ubbidirla.

                D. Bosco però era pronto a soffrire qualunque disagio piuttostochè abbandonare i suoi giovani, e l'aveva apertamente dichiarato alla Marchesa. Tuttavia angustiavalo grave pena, non sapendo dove condurli. Aveva in animo di cercare un luogo dalle parti di Portanuova; ma il Teologo Borel si provò di fargli mutar parere e vi riuscì con gran facilità, persuadendolo a rimanere nella regione di Valdocco.

                Ma sogni singolari venivano a confortare D. Bosco, e l'occupavano l'intera notte, come egli raccontò la prima e [298] l'ultima volta, solo a D. Giulio Barberis ed allo scrittore di queste pagine, il 2 febbraio 1875. In queste misteriose apparizioni vi era un intreccio di quadri ripetuto, vario e nuovo, ma sempre con riproduzione dei sogni precedenti, ed eziandio con altri simultanei aspetti meravigliosi che convergevano in un punto solo: l'avvenire dell'Oratorio.

                Ecco il racconto di D. Bosco: “Mi sembrò di trovarmi in una gran pianura piena di una quantità sterminata di giovani, Alcuni rissavano, altri bestemmiavano. Qui si rubava, là si, offendevano i buoni costumi. Un nugolo di sassi poi si vedeva per l'aria, lanciati da costoro che facevano battaglia. Erano giovani abbandonati dai parenti e corrotti. Io stava per allontanarmi di là, quando mi vidi accanto una Signora che mi disse: - Avanzati tra quei giovani e lavora.

                Io mi avanzai, ma che fare? Non vi era locale da ritirarne nessuno: voleva far loro del bene: mi rivolgeva a persone che in lontananza stavano osservando e che avrebbero potuto essermi di valido sostegno; ma nessuno mi dava retta e nessuno mi aiutava. Mi volsi allora a quella Matrona, la quale mi disse: - Ecco del locale; - e mi fece vedere un prato.

                - Ma qui non c'è che un prato, diss'io.

                Rispose: - Mio figlio e gli Apostoli non avevano un palmo di terra ove posare il capo. - Incominciai a lavorare in quel prato ammonendo, predicando e confessando, ma vedeva che per la maggior parte riusciva inutile ogni sforzo, se non si trovasse un luogo recinto e con qualche fabbricato ove raccoglierli e ove ritirarne alcuni affatto derelitti dai genitori e respinti, e disprezzati dagli altri cittadini. Allora quella Signora mi condusse un po' più in là a settentrione e mi disse: - Osserva! - Ed io guardando vidi una chiesa piccola e bassa, un po' di cortile e giovani in gran numero. Ripigliai il mio lavoro. Ma essendo questa chiesa divenuta angusta, ricorsi [299] ancora a Lei, ed Essa mi fece vedere un'altra chiesa assai più grande con una casa vicina. Poi conducendomi ancora un po' d'accanto, in un tratto di terreno coltivato, quasi innanzi alla facciata della seconda chiesa, mi soggiunse: - In questo luogo dove i gloriosi Martiri di Torino Avventore ed Ottavio, soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo. - Così dicendo, avanzava un piede posandolo sul luogo ove avvenne il martirio e me lo indicò con precisione. Io voleva porre qualche segno per rintracciarlo quando altra volta fossi ritornato in quel campo, ma nulla trovai intorno a me; non un paio, non un sasso: tuttavia lo tenni a memoria con precisione. Corrisponde esattamente all'angolo interno della cappella dei SS. Martiri, prima detta di S. Anna al lato del vangelo nella chiesa di Maria Ausiliatrice.

                Intanto io mi vidi circondato da un numero immenso e sempre crescente di giovani; ma guardando la Signora, crescevano anche i mezzi ed il locale, e vidi poi una grandissima chiesa precisamente nel luogo dove mi aveva fatto vedere che avvenne il martirio dei santi della legione Tebea con molti edifizii tutto all'intorno e con un bel monumento in mezzo.

                “Mentre accadevano queste cose, io, sempre in sogno, aveva a coadiutori preti e chierici che mi aiutavano alquanto e poi fuggivano. Io cercava con grandi fatiche di attirarmeli, ed essi poco dopo se ne andavano e mi lasciavano tutto solo. Allora mi rivolsi nuovamente a quella Signora, la quale mi disse: - Vuoi tu sapere come fare affinchè non ti scappino più? Prendi questo nastro, e lega loro la fronte. - Prendo riverente il nastrino bianco dalla sua mano e vedo che sopra era scritta questa parola: Obbedienza. Provai tosto a fare [300] quanto mi disse quella Signora, e cominciai a legar il capo di qualcuno dei miei volontarii coadiutori coi nastro, e vidi subito grande e mirabile effetto: e questo effetto sempre cresceva mentre io continuava nella missione conferitami, poichè da costoro si lasciava affatto il pensiero d'andarsene altrove, e si fermarono ad aiutarmi. Così venne costituita la Congregazione.

                Vidi ancora molte altre cose che ora non è il caso di farvi sapere (sembra che alludesse a grandi avvenimenti futuri), ma basti dire che fin da quel tempo io camminai sempre sul sicuro, sia riguardo agli Oratorii, sia riguardo alla Congregazione, sia sul modo di diportarmi nelle relazioni cogli esterni di qualunque autorità investiti, Le grandi difficoltà che devono sorgere, sono tutte prevedute, e conosco il modo di superarle. Vedo benissimo parte a parte tutto ciò che dovrà succederci, e cammino avanti a chiara luce. Fu dopo aver visto chiese, case, cortili, giovani, chierici e preti che mi aiutavano, ed il modo di condurre avanti il tutto, ch'io ne parlava con altri e raccontava la cosa come se fosse già fatta. Ed è per questo che molti credevano ch'io sragionassi e fui tenuto per folle”. Di qui ebbe adunque origine quell'incrollabile fede nel buon esito della sua missione, quella sicurezza che pareva temerità nell'affrontare ogni sorta di ostacoli, quel cimentarsi ad imprese colossali, superiori a forze umane e pur condurle tutte a felicissimo termine.

                Riguardo al sito che la Beata Vergine indicò a D. Bosco come quello in cui avvenne il martirio dei SS. Avventore ed Ottavio e donde fuggiva S. Solutore ferito da un colpo di lancia per morire ad Ivrea confessando Gesù Cristo, ecco più ampia spiegazione. D. Bosco continuò: “Io non volli mai narrare a nessuno questo sogno e molto meno manifestare la mia fondata opinione sul luogo preciso del glorioso [301] avvenimento. Quindi nel 1865 suggerii al Canonico Lorenzo Gastaldi di scrivere e stampare un libro sulla vita dei tre santi, martiri Tebei e di fare studii, ricavando dalla storia, dalla tradizione e dalla topografia, in qual luogo della città più approssimativamente fosse avvenuto detto martirio. Il dotto Canonico acconsentì; scrisse e stampò le memorie storiche dei tre confessori della fede, e dopo lungo studio concluse: ignorarsi il luogo preciso del loro martirio; ma sapersi certamente che si erano ricoverati fuori delle porte della città, presso il fiume Dora, e che furono scoperti e uccisi dai carnefici presso il loro nascondiglio: il vasto tratto che dalle mura di Torino si estende verso la Dora a ponente dei borgo di questo nome, nei tempi antichi essere stato chiamato in latine, vallis o vallum occisorum, la valle o vallata degli uccisi, ed ora Val d'occo dalle prime sillabe di tali parole; e ciò forse in allusione ai martiri quivi uccisi; essere poi certissimo questo tratto di terreno evidentemente la benedizione di Dio per i meravigliosi istituti di carità e di pietà che vi sono sorti, indizio questo pure di essere stato innaffiato dal sangue di quei valorosi cristiani. Aggiungeva ancora l'autore che da più a meno consultando l'antica topografia della città, l'Oratorio di S. Francesco di Sales sorgeva presso a quel luogo benedetto, o forse lo conteneva dentro l'ambito delle sue mura”.

                D. Bosco fu lieto oltremodo di questa risposta, la quale in certa guisa confermava quanto aveva appreso nel sogno, e verso questi santi Martiri egli fin dal principio professò una particolare divozione. Ogni anno nel giorno di S. Maurizio, unendo il nome del comandante alla gloria della sua legione e di questi tre suoi soldati, volle che se ne celebrasse la festa, al mattino con gran numero di Comunioni e alla sera coi Vespri cantati solennemente, col panegirico di questi eroi della Chiesa e colla benedizione del SS. Sacramento.

 

 


CAPO XXXII.
L'Oratorio trasportato ai Molini di S. Martino - Ultima domenica nella cappella del Rifugio - Il trapianto dei cavoli e un discorsetto di D. Bosco - Le prime accademiole - I giovani condotti qua e là per ascoltare la santa Messa.

 

                IL NOSTRO Oratorio ne' suoi primi tempi sembra che si possa paragonare alle famiglie degli antichi patriarchi: di tratto in tratto come quelle levava le tende da un luogo per andare a piantarle in un altro. - Mi ricordo, narrava Buzzetti Giuseppe, che talora il nostro caro Don Bosco, alludendo al fatto del popolo Ebreo che partiva dall'Egitto, s'innoltrava nel deserto e successivamente costruiva i suoi accampamenti in varie stazioni, incoraggiavaci a sperare che tardi o tosto Iddio avrebbe dato a noi pure una Terra Promessa, dove fermare la stabile nostra dimora.

                D. Bosco infatti era pieno di questa fiducia. “Non tremerà e non avrà paura di cosa alcuna colui che teme il Signore: perchè questi è sua speranza”[53]. Si recò pertanto presso Mons. Fransoni e gli fece vive istanze, perchè, mediante sua raccomandazione, il Municipio di Torino gli accordasse in uso la chiesa di S. Martino dei così detti Molassi, [303] ossia Molini di città, posti in piazza Emmanuele Filiberto, dal lato di levante negli edifizi verso la Dora. L'Arcivescovo accondiscese volentieri. Egli stimava straordinariamente Don Bosco, lo proteggeva sempre in ogni modo, e lo intratteneva a lungo con grande famigliarità. Talora lo invitava a pranzo ed alcuna volta volle confessarsi da lui; ed erasi degnato di venire al Rifugio per amministrare ai giovani il sacramento della cresima.

                La lettera di Monsignore fu recapitata al palazzo del municipio con un memoriale del Teologo Borel, il quale, come cittadino conosciuto da tutti, rappresentava sovente in quegli anni la persona di D. Bosco presso le autorità. Per altro questo santo prete faceva figurare in ogni circostanza il suo caro amico e gli dava gloria di tutto il bene che si operava al Rifugio, esaltavalo quanto più poteva al cospetto della gente, nascondendo se stesso, la propria cooperazione e le proprie opere sotto il manto di un'ammirabile umiltà. Così lasciò scritto lo stesso D. Bosco.

                Siccome i Sindaci e in generale il Municipio si erano persuasi dell'insussistenza di quanto in odio ai giovani di D. Bosco aveva scritto il defunto Cappellano di S. Pietro, così la domanda questa volta fu bene accolta ed esaudita. La risposta al Te logo Borel era del tenore seguente:

 

                Città di Torino - Gabinetto del Mastro di Ragione  - N. 250.

Torino, li 12 di Luglio 1845.

 

M. III. e M. Rev. Signore,

 

                La Ragioneria, a cui ho riferito la memoria indirizzatami da V. S. Molto Ill. e M. Rev., avendo annuito a che la S. V. possa servirsi della cappella dei molini per catechizzare i ragazzi dal mezzodì fino alle ore tre, con che non sia lecito [304] ai medesimi d'introdursi nel secondo cortile dei fabbricato dei molini e non si porti impedimento alla celebrazione della messa nei giorni festivi; mi torna gradito di renderne partecipe V. S. M. III. e M. Rev., persuaso che ella sarà per adoperarsi acciò nessun inconveniente sia per derivarne dall'accordatale permissione.

                Ho l'onore di rinnovarmi con distinta considerazione

                Della S. V. M. Ill. e M. Rev.

 

Devot. e Obb. Servitore

IL MASTRO DI RAGIONE'

D. POLLON (Cav.).

 

                Appena D. Bosco ebbe in mano questo scritto, si recò a visitare la cappella designata, s'intese con quelli che l'avevano in custodia, affittò nell'edifizio attiguo una stanza a pian terreno per suo uso, informò il suo Parroco, quello di Borgo Dora, della licenza ottenuta, e nello stesso giorno col Teologo Borel formò il suo programma.

                La Domenica IX dopo Pasqua, 13 luglio i giovani si raccolsero per l'ultima volta ad udire la santa messa nella prima loro cappella di S. Francesco di Sales, finita la quale, D. Bosco diede il disgustoso annunzio che era giuocoforza abbandonare quel sito. Fu un istante di turbamento e di rammarico, poichè i giovani amavano quel luogo come fosse loro, proprio; ma egli in bel modo assicurandoli, fece loro coraggio, e li invitò pel dopo mezzodì a venirgli in aiuto per trasportare alla nuova chiesa gli oggetti del culto divino e della ricreazione. Tutti furono puntuali. Il Teologo Borel disse loro alcune poche parole di congedo: - Il sito che noi dobbiamo lasciare, deve essere per noi come quelle osterie, in cui il pellegrino si riposa durante il viaggio e donde riparte ben [305] tosto per riprendere la sua via. Dunque coraggio e... in marcia! Seguite dappertutto e assidui l'Oratorio vostro nel suo errante ed incerto viaggio... Non istancatevi... La Provvidenza troverà per l'Oratorio una stabile dimora. Ma prima tocca a voi fargli una dimora fissa nei vostri cuori, la quale sia al riparo da tutte le esterne vicissitudini... Amate e praticate la preghiera mattino e sera, amate e frequentate i catechismi, ascoltate sempre la santa Messa alla domenica.... andate volentieri a confessarvi bene e a comunicarvi. Fuggite chi bestemmia, chi dà scandalo, chi parla male, chi vorrebbe collo scherno tenervi lontani dalle cose di chiesa! Se farete cosi, avrete l'Oratorio stabile nel cuore. Dunque?... Addio, miei cari figliuoli. - Il Teologo Borel era profondamente commosso e, fatta una breve pausa, esclamò con voce energica: - Ma prima ringraziamo il Signore che ci ha preparato ai Molini un nuovo asilo! Te Deum laudamus! Ei tacque, ed ecco ad un cenno di D. Bosco seguire un movimento indescrivibile e dilettevole ad un tempo. Chi dà di piglio a panche e chi ad inginocchiatoi; questi si carica sulle spalle una sedia e quegli un quadro; uno porta un candelliere, un altro la croce. L'uno ha sottobraccio i paramentali, l'altro tiene in mano le ampolline o qualche statuetta, e D. Bosco in mezzo a quel tramestio, era tutto occupato a far deporre quegli oggetti che riputava inutili nel nuovo Oratorio e a mandarli in sua camera. I più festosi portavano stampelle, taschetti di bocce e altri giuochi; ma tutti ansiosi di vedere le meraviglie del luogo che doveva accoglierli. Così in lunga fila, a guisa di popolare emigrazione, si andò a piantare le tende e stabilire il quartiere generale presso i Molini. Al rumore e alla vista di tanti ragazzi la gente di quei dintorni traeva curiosa, e gli uni uscivano sulle porte, gli altri si mettevano alle finestre delle case, tutti domandavano che cosa fosse e dove [306] andassero. Ciò servì mirabilmente a far vie meglio conoscere l'Oratorio in quelle parti, e attirarvi molti altri giovanetti della città.

                Giunti sul luogo e deposta ogni cosa nella stanza affittata, tutti entrarono in chiesa, e il caro D. Bosco, colla sua popolarità e piacevolezza più unica che rara, tenne all'immensa folla dei giovani il seguente discorso: - I cavoli, o amati giovani, se non sono trapiantati, non fanno bella e grossa testa. Così possiamo dire dei nostro Oratorio. Finora esso fu trasferito di luogo in luogo; ma nei vari siti dove fu piantato fece sempre presa con notabile incremento. Il tempo che passaste al Rifugio non fu senza frutto; e voi, come a San Francesco d'Assisi, continuaste ad avere soccorsi spirituali, ristori dell'anima e del corpo, catechismi e prediche, divertimenti e trastulli. Presso all'Ospedaletto era incominciato un vero Oratorio: colà avevamo una chiesa per noi, un luogo ritirato ed opportuno; ci sembrava perciò di aver trovato una stanza durevole e la vera pace; ma la divina Provvidenza dispose che partissimo ancora di là, e qui ci trapiantassimo. Vi staremo molto tempo? Nol sappiamo. Comunque sia, noi speriamo che come i cavoli trapiantati, così il nostro Oratorio crescerà nel numero dei giovani amanti della virtù, crescerà il desiderio del canto, della musica, ed avremo col tempo non solamente le scuole festive e serali, ma le diurne altresì e dei laboratori; e celebreremo insieme delle belle feste. Non affanniamoci dunque. Non dubitiamo neppur un istante sul prospero avvenire del nostro Oratorio. Gettiamo ogni nostra sollecitudine tra le mani del Signore, ed Egli avrà cura di noi. Egli già ci benedice, ci aiuta, ci provvede; Egli penserà altresì al luogo conveniente per promuovere la sua maggior gloria e il bene delle anime nostre. Ma intanto ricordiamoci che le grazie del Signore formano come una [307] specie di catena in guisa che una è collegata coll'altra. Noti rompiamo questa catena commettendo peccati: approfittiamo delle prime grazie di Dio, e ne avremo da Lui delle altre e poi delle altre ancora. Corrispondete dal canto vostro allo scopo dell'Oratorio; frequentatelo, istruitevi; e così voi col divino aiuto camminerete di virtù in virtù, diverrete buoni cristiani e probi cittadini, e giungerete un dì alla patria beata, dove la infinita misericordia dei Nostro Signor Gesù Cristo darà a ciascuno il premio che si sarà meritato.

                Le funzioni di chiesa in quella sera ebbero compimento con un dialogo scritto da D. Bosco e recitato da alcuni giovani nel cortile al cospetto di tutti gli altri, che ridevano di cuore ai frizzi pronunziati da colui, che sosteneva la parte buffa. Aveva prestato l'argomento quella nuova trasmigrazione, le circostanze che l'accompagnavano, la proibizione a chiunque di essi di innoltrarsi nel recinto interno delle case de' Molini, e di noti porre il minimo impedimento alla celebrazione della messa nei giorni festivi, detta a profitto degli impiegati del Municipio e de' mugnai. D. Bosco reputandosi semplice e materiale istrumento dell'impresa incominciata da Maria SS., questa opera riguardava e riguardò sempre con tanta venerazione, che il più piccolo incidente era per lui un avvenimento da celebrarsi con speciale festa. Anche per i giovani era una di quelle novità che recava loro tanto piacere. Con simile dimostrazione e con qualche cantico aveva festeggiato l'inaugurazione della chiesuola all'Ospedaletto e così continuò arrivando nei luoghi delle altre stazioni, nello stabilirsi in Valdocco e in molte altre circostanze da lui giudicate degne di nota. Mutava però sempre nel nuovo dialogo il caratterista che ora era un gianduia che parlava il dialetto piemontese, ora un tedesco che intedescava il suo italiano, ora un balbuziente che sibilando o gorgogliando biascicava [308] con istento le parole: e via di siffatti generi. Buzzetti Giuseppe conservò per molti anni questi dialoghi, che però non furono più ritrovati dopo la sua morte.

                Da questo giorno memorabile in tutte le feste si vedevano accorrere le turbe giovanili in quella parte della piazza Emanuele Filiberto ove aprivasi il portone dei molini. Tuttavia quantunque le parole di D. Bosco e del Teologo Borel infondessero coraggio, è mestieri confessarlo, quel sito ai giovanetti non piaceva guari. In quella chiesa si compieva solo una parte delle pratiche di pietà: per un motivo inerente alla parrocchia, non si poteva dire una seconda messa, non fare la comunione, elemento fondamentale dell'Oratorio, non compiere altre religiose funzioni. Alla sola messa che vi celebrava un Cappellano il concorso dei fedeli era tale da non permettere l'entrata ai giovani. Perciò al mattino della festa erano costretti a recarsi nuovamente in qualche chiesa di Torino, e fare altrove le loro divozioni, con maggior disturbo e minor profitto. Infelicissimo era poi il luogo della ricreazione: imperocchè molti dovevano trattenersi sulla pubblica via e nella piazza avanti alla chiesa, per dove gente, vetture, carri e cavalli passavano in ogni istante ad interrompere i loro trastulli. Ma non avendo per allora luogo migliore, si adattavano come meglio potevano, aspettando qualche altra provvidenza dal cielo. Il numero di quei giovani tra grandi e piccoli ascendeva a quasi trecento; e D. Bosco più non li conduceva per la benedizione alla cappella dei Fratelli delle Scuole Cristiane perchè avrebbero impacciato quella scolastica congregazione domenicale, occupando tutto lo spazio.

 

 


CAPO XXXIII.
Inaugurazione dell'Ospedaletto di S. Filomena - Opposizioni all'Oratorio degli impiegati nei Molini - La piazza Emanuele Filiberto - Stima del popolo per D. Bosco - Un lepido equivoco - D. Bosco e gli allievi dei Fratelli delle Scuole Cristiane - Il giovanetto Michele Rua.

 

                IL 10 AGOSTO 1845 la Marchesa Barolo inaugurava il suo Ospedaletto di S. Filomena. Dopo averlo provveduto con larghezza di tutto il necessario, l'apriva alle povere ragazze storpie ed inferme, che trovandosi all'età dai tre ai dodici anni difficilmente venivano ricevute negli altri ospedali. Ne affidò la vigilanza a cinque suore di S. Giuseppe, e vi stabilì per l'ufficio d'infermiere le Oblate di S. Maria Maddalena, che formavano, come già abbiamo detto, una speciale Congregazione, con un proprio Superiore Ecclesiastico. È agevole immaginarsi come numerose famiglie povere abbiano avuto occasione di benedire la fondatrice. D. Bosco vi fu destinato a Cappellano o Direttore ed egli col Teol. Borel e D. Pacchiotti, lasciate le stanze fino allora occupate che prospettavano la via ora detta Cottolengo, passarono ad abitare nella nuova casa. Ivi al secondo piano in uno stretto corridoio si aprivano in una sola fila le porte di quattro o cinque camerette colle finestre rivolte a mezzogiorno, destinate per i preti. Un giardino cinto da muro e piuttosto [310] grande era interposto tra questa casa e la prima loro abitazione; e quivi le piccole inferme venivano o condotte o trasportate dalle suore a respirare alquanto d'aria pura. Era ufficio proprio di D. Bosco attendere al servizio divino, all'istruzione e alla direzione spirituale.

                Frattanto ai Molassi si passarono tranquillamente due mesi. Ma quella calma precorreva una burrasca che doveva mettere in serie angustie D. Bosco. Anche qui incominciarono le opposizioni e le vessazioni degli uomini: novella prova che l'Oratorio era opera di Dio. I mugnai, garzoni, commessi, carrettieri, segretarii e simil gente non volendo tollerare i salti, i canti e talvolta gli schiamazzi dei giovani, incominciarono prima ad inveire dalle finestre contro i disturbatori e poi si collegarono insieme e mossero gravi rimostranze al Municipio di Torino dipingendogli quella radunanza coi più foschi colori. Appoggiati al vedere la prontezza colla quale i giovani si prestavano ad ogni minimo cenno di D. Bosco, presero a dire che quelle riunioni erano pericolose e che da un momento all'altro alle ricreazioni potevano succedere sommosse e anche rivoluzioni. Della sommossa potevano fare giovani ignoranti, senz'armi, senza danari! Ciò non ostante, le dicerie prendevano incremento. Si aggiunse calunniosamente che i ragazzi facevano guasti in chiesa e al selciato del cortile, e che se avessero continuato a raccogliersi in quei dintorni, avrebbero messo a soqquadro ogni cosa; instavano in fine che si interdicesse loro l'uso della chiesa e il permesso di recarsi in quel luogo. D. Bosco nella relazione al Sindaco era qualificato come un capo banda di sfaccendati monelli da trivio.

                I Signori della città, un po' risentiti, mandarono a chiamare D. Bosco e gli chiesero se fosse vero quanto era stato ad essi riferito. Egli, calmo e sereno, rispose non saper di nulla e [311] credere ingiuste quelle accuse; si degnassero di andare o mandare a verificar le cose; sè essere sicuro non vedersi alcun guasto nella chiesa. I sindaci mandarono un perito, il quale, contrariamente a ciò che gli avevano affermato i custodi dei Molini, trovò chiesa, muri, selciati, pavimento e tutte le cose nel primiero stato. Solamente una scalfittura compariva sopra di un muro fatta da un ragazzo colla punta di un chiodo. Per questa bagatella si faceva un chiasso del finimondo, e s'invocava l'autorità del Municipio come se la città avesse da sobbissare.

                - Io accusato di far rivoluzioni! diceva D. Bosco sorridendo mentre raccontava anni dopo questo fatto a' suoi amici; io che invece ho il merito di averne impedita una di quelle che sarebbe riuscita molto fragorosa, la rivoluzione delle donne! - E quindi descriveva un lepido avvenimento di quel tempo accaduto nella piazza Emanuele Filiberto. Questa piazza forma un vastissimo ottagono regolare, tutto circondato da edifizii; ed è l'emporio di ogni specie di merce, un mercato giornaliero. Qui si vendono lini, canape, sete, cotoni, lane, tele, panni, calzamenta, cappelli; ogni varietà di abiti fatti; ogni sorta di attrezzi per l'agricoltura e di ferramenta; recipienti di metallo, di vetro e di terra cotta di ogni forma e misura; ogni qualità di frutta della stagione, di frutti secchi, di legumi, cereali, cacciagione, pollame, pesci, vivande già preparate, quanto insomma è necessario alla vita. Due larghe strade, intersecandosi nel centro, a forma di croce, attraversano quel mercato il quale, così ripartito in quattro borghi di tettoie, di tende, casotti, banchi, carriole, suddivisi essi stessi, da comode vie e da stradicciuole, presenta l'aspetto più bizzarro che si possa ideare. La strada che scende verso al nord esce a mezzogiorno da un largo spazio quadrato cinto da tre lati di alti portici, detto piazza Milano e anche Porta palazzo, [312] perchè poco distante avvi il palazzo dei Re; all'estremità opposta la stessa via entra in un altro spazio quadrato senza portici denominato piazza dei Molini, ove era l'Oratorio di D. Bosco. Queste piazze più piccole formano un sol tutto colla piazza principale, nella quale a centinaia e centinaia sono i venditori, e i compratori accorrono da ogni parte della città, specialmente per rifornirsi di viveri. Dal mattino fino ad ora assai tarda vi regna un meraviglioso e animatissimo via vai. Se aggiungi i carri degli ortolani che arrivano dai paesi circonvicini carichi di derrate, la folla di contadine coi loro canestri schierate nelle adiacenze, i giocolieri, i cantastorie, i ciarlatani, le fioraie, e in quei tempi i barbieri che all'aria aperta sbarbavano i cristiani e pelavano i cani; i gruppi dei curiosi sfaccendati, e le turbe di fanciulli che scorrazzano per ogni verso, avrai una descrizione abbastanza completa. I banchi sono tenuti nella maggior parte dalle mercantesse che vi siedono come regine nel loro regno. Con loro non si scherza perchè sentono la loro dignità di cittadine. Secondo antichissime tradizioni non solo esigono rispetto, ma non tollerano altro appellativo che il Lei o quello di Madama. Se qualche compratore desse loro del tu o del voi, si sentirebbe rispondere subito di ripicco: - Signore! non ho mai condotte le capre al pascolo in vostra compagnia! Del resto bravissime popolane, divote di Maria SS. Consolatrice, e di cuore largo per i poveri. Il Cottolengo e altre opere pie, bisognose di carità, le provarono sempre generose. Chi girava fra di loro a far la colletta ritornava al suo Ospizio col carretto colmo di commestibili.

                Il lettore ci scuserà di questa digressione; ma era necessario rappresentargli questa piazza e i nomi delle sue parti, perchè fu teatro di varie belle azioni di D. Bosco, che a suo tempo racconteremo. [313]

                D. Bosco adunque era conosciuto in quel mercato, e le donne naturalmente facevano un gran parlare della cura che egli prendevasi dei figli del popolo, delle radunanze numerose alla Cappella dei Molini; tanto più che di quando in quando andava a comperare frutta in gran quantità per regalarne i suoi giovani. Nello stesso tempo già molti ammiravano la sua virtù. Prova indiretta di questa stima la porge un suo proponimento scritto da lui nel 1845 nelle brevi Memorie ai miei figli i salesiani: “Siccome giunto in segrestia per lo più mi si fanno tosto richieste di parlare per aver consiglio, o di ascoltare in confessione, così prima di uscire di camera procurerò sia fatta una breve preparazione alla S. Messa. Il lavare delle mani si faccia sempre in camera, e quando il tempo lo permette si rinnovi nella sagrestia”. Da questa nota argomentiamo che molte fossero le persone che lo attendevano a S. Francesco d'Assisi, al Rifugio, e in altre chiese della città e dintorni, quando vi si recava per celebrare il santo sacrificio; così pure nelle parrocchie della provincia quando era invitato a predicarvi. D. Rua poi ci afferma che egli fin da fanciulletto udiva parlare della santità di D. Bosco in mezzo ai crocchi dei popolani e nella propria famiglia.

                Ritornando ora a quel lepido avvenimento al quale abbiamo accennato, diremo come in Torino avesse presa stanza il conte Rademaker, ricchissimo signore portoghese, fuggito dalla sua patria per torbidi politici e poi, accomodate le cose, Ministro dei Portogallo presso la Corte Sabauda. Sua consorte era quella Dama che D. Bosco aveva un giorno prevenuta del pericolo che avrebbe incontrato sullo stradone di Chieri. Due figli formavano la loro consolazione per esemplare ed illibata condotta. Il più giovane entrava poi tra i religiosi di S. Ignazio di Loiola, e l'altro era già sacerdote. [314]

                Questi, essendo pieno di scrupoli che lo agitavano fuor misura, dall'Arcivescovo e da D. Cafasso era stato affidato a D. Bosco, affinchè, coll'insegnamento teologico della morale pratica e con una saggia direzione, lo liberasse da tante angustie di spirito. Egli aveva quindi stretta grande amicizia con questa nobilissima famiglia veramente cattolica ed eziandio colle persone di servizio.

                Il maggiordomo, di nome Carvallo, tutte le mattine andava in piazza Emanuele Filiberto a fare la spesa. Costui, non intendendo la lingua del paese, si era procurato un vocabolario portoghese ed italiano, che portava sempre in saccoccia, per cercare le parole necessarie a farsi più o meno capire, stantechè le mercantesse parlavano il loro dialetto. Aggirandosi pel mercato, sovente aveva udito ripetere dai facchini e da mulattieri un certo motto che gli sembrava ora un'esclamazione, ora un termine vezzeggiativo, ora un saluto, secondo l'espressione che gli pareva di leggere sui volti di coloro che lo pronunziavano. Desideroso di conoscerne il senso e di fare qualche progresso nel dialetto piemontese, domandò a qualcuno il significato di quella parola. L'interrogato, che era un buffone e amava ridere alle spalle del prossimo, gli rispose essere quello un grazioso complimento col quale si esternava la propria stima e il proprio rispetto alle persone. Ma pur troppo era quella una parolaccia che aveva più sensi e specialmente suonava insulto. L'indomani Carvallo ritornato in piazza, e presentandosi alle venditrici incominciò, salutandole, a spifferare il suo complimento. Si può immaginare il viso che gli fecero quelle brave donne. Per un po' ebbero pazienza, ma siccome ad ogni istante ripeteva la sua frase, finalmente gli dissero stizzosamente: - Ca dia, Monsü; ca parla ben, salu! - Dica, signore! Parli bene! - Carvallo nulla capiva di simile gergo; tuttavia, vedendole colle mani [315] sui fianchi e colle faccie irose, sospettò di essere caduto in, equivoco, e incontrato D. Bosco che attraversava la piazza, gli chiese il significato della famosa parola.

                - Perchè questa domanda? chiese D. Bosco.

                - Perchè le mercantesse, quando loro dico tale parola, si fanno scure in viso e non mi trattano più col garbo di prima.

                - Sfido io! E un'ingiuria delle più villane.

                - Oh povero me! esclamò il maggiordomo; e ritornando, sul mercato, voleva che D. Bosco lo accompagnasse per dir sua ragione, sapendo quale stima le mercantesse avessero di lui; e faceva le sue scuse passando da un banco all'altro. Le donne però facilmente si persuasero, che Carvallo essendo, straniero, non aveva inteso d'insultarle con quello sproposito, e furono tanto più facili a perdonargli in quanto che egli poi non lesinava nei contratti, anzi pagava la merce più di quello che valesse, non guardando il suo padrone alla spesa. Era divenuto un negoziante unico nel suo genere, quanto fu capace di tenere un discorso intelligibile.

                - Quanto costa questo? talora chiedeva.

                - Una lira.

                - Così poco?

                - È il suo prezzo.

                - Quanto volete di più

                - Oh bella! mi dia quel che le piace.

                - Vi do tre lire: siete contenta?

                - Contentissima! - E così divenne l'idolo dei mercato. Il principio però di questa specie di riconciliamento si doveva attribuire all'azione pacificatrice dei nome di D. Bosco, e questo fatto cagionò viva ilarità a quanti ne ebbero notizia, e allo stesso figlio scrupoloso del Conte Rademaker.

                Ma quella piazza non ricordava a D. Bosco solamente un, [316] argomento di riso, sibbene eziandio un altro incontro, incancellabile dal suo cuore. Ai Molassi egli vide la prima volta il giovanetto Michele Rua, che allora contava soli anni otto, allievo dei Fratelli delle Scuole Cristiane. A questi Religiosi nel 1830 erano state affidate le scuole dell'Opera pia della mendicità istruita e quelle del Municipio di Torino. Tra essi D. Bosco aveva iniziato il suo ministero sacerdotale e lo continuava per più anni oltre al 1851, come ci attesta il Prof. Turchi Giovanni che nella sua gioventù ne sentiva parlare da D. Bosco stesso. Egli recavasi tutti i sabati in tali scuole, specialmente in quelle di Santa Barbara, e vi si intratteneva una buona ora, facendo una specie di conferenza sulla religione. Era suo fine esortare i giovanetti alla frequenza, de' Sacramenti ed a confessarsi bene.

                Rua Michele, che sedeva su quei banchi prese subito ad amarlo, e raccontava più tardi: - Mi ricordo che quando D. Bosco veniva a dirci la santa Messa e non di rado a predicare nelle domeniche, appena entrava in cappella, pareva che una corrente elettrica muovesse tutti que' numerosi fanciulli. Saltavano in piedi, uscivano dai loro posti, si stringevano attorno a lui e non erano contenti sinchè non arrivassero a baciargli le mani. Ci voleva un gran tempo perchè egli potesse giungere in sagrestia. In quei momenti i buoni Fratelli delle Scuole Cristiane non potevano impedire quell'apparente disordine e ci lasciavano fare. Venendo altri sacerdoti, anche pii ed autorevoli, nulla si vedeva di tale trasporto. Quando poi nelle sere di confessioni si annunziava che tra i confessori venuti per noi vi era anche D. Bosco, gli altri preti rimanevano senza occupazione, tutti i giovani cercando di andare da lui a confidargli i loro segreti. Il mistero dell'attaccamento che avevano a D. Bosco consisteva nell'affetto operoso, spirituale, che sentivano portar egli alle loro anime. [317] Un giorno adunque nell'agosto del 1845 un compagno del fanciulletto Rua aveagli parlato dell'Oratorio al Rifugio, facendogli vedere la cravatta che eragli toccata in sorte, in una di quelle piccole lotterie colle quali D. Bosco soleva rallegrare le ricreazioni. Così invogliatolo, ambedue di corsa vennero al Rifugio. Ma D. Bosco proprio in quei giorni aveva trasportato l'Oratorio ai Molassi. I due amici si recarono tosto colà e furono accolti con modi così amorevoli, che Rua Michele ne rimase incantato. D. Bosco aveva innanzi a sè il designato dalla divina Provvidenza ad essere continuatore della sua missione. Il giovanetto nei tre anni seguenti andò solo qualche volta all'Oratorio, o al Rifugio, a visitare D. Bosco, il quale però da quel primo istante più non lo perdette di vista.

 

 


CAPO XXXIV.
La Marchesa Barolo a Roma - Vincenzo Gioberti e i Prolegomeni - D. Bosco in vacanza a Morialdo - Una sua lettera al Teologo Borel - La Congregazione Salesiana predetta  - Altra lettera al Teologo Borel - Le piccole inferme dell'Ospedaletto.

 

                LA MARCHESA BAROLO, fatto per alcuni anni l'esperimento necessario delle Costituzioni da lei dettate per l'Istituto delle Suore di Sant'Anna e per le religiose di S. Maria Maddalena, aveva stimato essere omai tempo di portarsi a Roma per darne cognizione alla Santa Sede e invocarne l'approvazione. Non si sgomentò dal sapere che tali solenni favori erano difficilissimi ad ottenersi, che di recente erano stati ricusati ad alcune rispettabili Congregazioni, esistenti da lunghi anni, e fra queste alle Suore di S. Giuseppe. Col parere favorevole dell'Arcivescovo si mise adunque in viaggio verso il fine di settembre 1845.

                Negli stati Romani avevala preceduta Massimo d'Azeglio, venuto per altri fini e ben diversi. Questi aveva accettato, o gli era stato imposto, l'incarico di congiungere tutte le società segrete in unità di cospirazione, facendo collimare le trame e i lavori di queste alla rivendicazione dell'indipendenza e unità nazionale sotto la condotta e lo scettro di Re Carlo [319] Alberto. Il Marchese carbonaro pertanto percorse nell'autunno le Marche, buona parte delle Romagne e della Toscana, insinuando ai settarii di cessare da' moti e dalle insurrezioni armate, ad incominciare a far una guerra legale al Papa e a mettere fiducia nel Re di Piemonte. Molte Loggie volevano la Repubblica e non poche diffidavano delle promesse loro fatte a nome del Re. Tanto falso quanto brutale è l'argomento col quale tentava di persuaderli. - Se da noi, diceva, si domandasse a Carlo Alberto l'impegno di far cosa contraria a' suoi interessi, forse avreste ragione. Ma gli si domanda di far del bene a noi, ma più a sè; gli si domanda di lasciarsi aiutare a diventare più grande, più potente di quello che è... Se invitate un ladro ad essere galantuomo, e che ve lo prometta, potreste dubitare che mantenga. Ma invitar un ladro a rubare ed aver paura che vi manchi di parola, in verità non ne vedo il perchè... Se il re poi tentennasse, se non si risolvesse alla magnanima impresa, la forza dell'opinione pubblica ve lo costringerebbe, e opponendosi, cadrebbe dal trono[54].

                Massimo d'Azeglio ritornato a Torino, riferì al Re, come meglio gli piacque, il buon esito della sua missione, e si abboccò coi repubblicani corifei del partito mazziniano per averli favorevoli o almeno non contrarii ad una monarchia costituzionale. Costoro però, benchè non rinunziassero ai loro ideali, pareva acconsentissero a star quieti apponendo però alcun tempo dopo una condizione. - Il Re prima di cimentarsi a liberare l'Italia, liberi il suo regno e l'esercito dai Gesuiti!

                Frattanto, per secondare questa intimazione, il mazziniano Abate Gioberti, in quest'anno 1845 dava alle stampe i Prolegomeni [320] al Primato degli Italiani, secondo suo libro peggiore del primo, e che, destinato a preparare l'opinione pubblica, fu accolto con favore dalla gente guasta od illusa. Era un libro rigurgitante di veleno contro i Gesuiti e contro lo spirito cattolico che egli chiamava Gesuitismo, per poterlo assalire senza far paura ai semplici. Dicevasi persuaso che il suo libro probabilmente sarebbe stato messo all'Indice, tanto le cose scritte erano ardite: tuttavia affermava avere anche questa volta pigliato il partito di dare una forma indiretta all'assalto per poter inveire alla libera. Così si legge nelle sue lettere al Pinelli ed al Mamiani[55]. Ma questa forma indiretta di assalto non poteva certamente riferirsi ai Gesuiti assaliti al tutto direttamente, sibbene ai cattolici Romani e puri, veramente assaliti tutti in modo indiretto. Gioberti aveva dedicato questo irreligioso ed iniquo suo volume a Silvio Pellico, il quale con giusto sdegno rifiutò tale ipocrita omaggio, non curandosi delle ire settarie che da ogni parte lo ingiuriarono per quel nobilissimo atto.

                Mentre si avvicendavano questi varii maneggi, parte nelle tenebre, parte alla luce del giorno, D. Bosco dolente di aver dovuto sospendere per mancanza di locali, le scuole del leggere e scrivere e quelle già bene avviate di musica, estenuato di forze, fu costretto a ritirarsi per qualche settimana a Castelnuovo sperando di rinfrancare la sua sanità. Era dessa infatti talmente indebolita, da tenere in apprensione i suoi amici.

                Fatta la scelta di alcuni giovani tra i migliori per condurli con sè a respirare l'aria pura dei Becchi, affidato, l'Oratorio al Teologo Borel, lasciava Torino nei primi giorni [321] del mese di ottobre. Suo fratello Giuseppe avvisato della comitiva che seguiva D. Bosco, riparato e messo in assetto il fienile perchè potesse servire di dormitorio, provvista con aiuto della buona Margherita sua madre ogni cosa necessaria per rendere gradito il soggiorno al fratello e a' suoi piccoli ospiti, fece loro le più oneste accoglienze. Perciò quella casetta così silenziosa divenne in quel tempo l'abitazione della più viva allegria, rinnovata poi sempre nell'autunno per molti e molti anni.

                D. Bosco dopo qualche giorno scriveva al Teologo Borel una di quelle sue lettere che ad ogni linea traspirano una soave ingenuità.

 

                               “Carissimo sig. Teologo,

 

                Corre oggi il nono giorno dacchè ci siamo lasciati, tempo che mi par già lungo assai. Il giorno stesso di mia partenza arrivai felicemente a Chieri; ma ivi giunto, lo sfinimento che mi sentiva a Torino crebbe a segno, che preso un tenue ristoro, mi dovetti coricare. Il dì seguente sentendomi alquanto in forze mi levai e venni a casa. Durante quattro giorni stetti niente bene, il che proveniva da una specie di malinconia, derivata dal non potermi costì trovare a fare la solita nostra, a me gradevolissima ricreazione. Da domenica in qua, mediante un po' di rabello e un poco di canto con Pietro e Felice Ferrero, e Natalino, mi sento notevolmente meglio.

                Le mie occupazioni presenti, sono: mangio, canto, rido, corro, giro ecc., ecc. D. Pacchiotti non viene ancora giù? Il sig. Teologo nemmeno? Basterebbe la visita dell'uno o dell'altro per farmi totalmente guarire. Su, coraggio, vengano qui, saccag!!! [322]

                Cominciamo il prossimo giovedì a vendemmiare: noi abbiamo una vendemmia buona e bella; gli altri paesi limitrofi sono stati tocchi o dal tarlo o dalla grandine (Genta e Gamba mi disturbano dallo scrivere col loro chiasso). Vado preparando una buona bibita di vino non per lei, ma pel signor D. Pacchiotti. Domenica prossima (oh seccatura, che chiasso!) facciamo qui un festino, e la faremo bollire e la faremo versare e canteremo noi messa coi nostri ragazzi. Come sta Don Pacchiotti? Il catechismo andò bene? Io qui ne ho sette, ma tutti farinelli. La settimana ventura, si Dominus dederit, sarò costì. Exeunte hebdomada: (Sarà continuata, non posso più).

                Castelnuovo, 11 Ottobre.

Sac. Gio. Bosco”.

 

                Intanto accorrevano a visitare D. Bosco i giovanetti di Morialdo e gli antichi amici di Castelnuovo e delle altre borgate, tutti attirati da' suoi modi amorevoli e dalle sue parole ispirate dal desiderio del loro bene spirituale. Fra gli altri s'intratteneva con lui Filippello Giovanni, quello stesso che avevalo dai Becchi accompagnato a Chieri, quando vi si era recato la prima volta per intervenire regolarmente alle scuole. Ora egli un giorno confidenzialmente lo interrogò: - Tu da qualche tempo hai già preso l'esame di confessione; l'impiego tuo in Torino presso il Rifugio, a quel che sembra, non è per te definitivo: in che cosa dunque intendi occupare la vita che il Signore ti concederà? - D. Bosco gli rispose: - Io non sarò semplicemente prete solitario o con pochi compagni, ma avrò molti altri sacerdoti con me, i quali mi obbediranno e si dedicheranno all'educazione della gioventù. - Filippello non osò proseguire nelle interrogazioni, ma da quel punto gli si presentò alla mente e vi rimase [323] scolpita l'idea, che D. Bosco pensasse fondare una società o Congregazione religiosa, come egli stesso anni dopo raccontava a D. Secondo Marchisio.

                Passavano intanto tranquilli per D. Bosco questi pochi giorni di vacanza, consolati dall'affetto di sua madre, del fratello, del buon Vicario D. Cinzano, e dalle lettere che scrivevagli il Teol. Borel; ma col cuore si trovava eziandio sempre in Torino. Anelava di ritornare fra i suoi cari monelli e sollevare il buon Teologo dal troppo aggravio che recavagli la direzione dell'Oratorio; e l'accompagnamento dei giovani a questa e a quella chiesa, mentre era già sopraccarico di occupazioni che non gli concedevano un istante di respiro. Tuttavia non potè lasciare Castelnuovo nel giorno che aveva stabilito. In una seconda lettera al Teologo Borel, spiega il motivo della prorogata partenza:

 

                               “Carissimo Sig. Teologo,

 

                Avvenne propriamente come presentiva: il mio incomodo aumentò assai e mi ridusse a non poter più camminare menomamente; da ieri in oggi va notabilmente meglio e questa mattina ho già celebrato messa, però alle dieci: se non mi accade alcun nuovo sinistro, giovedì o venerdì venturo conto restituirmi a Torino. Quello che trovo di singolare si è che a dispetto del mio malessere io sono allegro più che non vorrei. Il Sig. D. Cafasso parlò altresì con me del novello pensionando: dietro alla proposta di D. Cafasso, io approvo tutto, solo che lei ed il Sig. D. Pacchiotti ne siano contenti, tanto più che conosco l’individuo di ottima indole ed umore.

                Ieri ho ricevuto la sua lettera, in cui mi notifica molte gradevoli cose. Dica a Madre Clemenza che faccia coraggio e che andando a Torino ci faremo i convenevoli. Madre [324] Eulalia tenga piè fermo, perchè non cada ammalata. La Madre dell'Ospedale poi mantenga allegre le nostre figliuolette inferme, alle quali al mio arrivo darò una ciambella. Ma quello, che raccomando caldamente, si è di dire a Pietro che faccia buone pietanze a D. Pacchiotti, onde arrivando lo trovi in buona sanità e di buon umore.

                Stiano allegri e il Signore li accompagni, mentre ho l'onore di segnarmi,

                17 Ottobre,

Affezionatissimo Amico

D. Bosco.”

 

                Il nuovo pensionante era probabilmente D. Bosio che Don Cafasso meditava di proporre in tempo opportuno alla Marchesa Barolo, come coadiutore di D. Bosco nell'Ospedaletto, del quale era stato compagno carissimo in seminario. D. Cafasso vedeva come il suo allievo non avrebbe potuto reggere lungamente a tante fatiche. La seguente lettera indirizzata a D. Francesco Puecher, Direttore dell'Istituto della Carità nel Noviziato di Stresa, fa cenno di un risultato parziale dei molti studii di D. Bosco in quest'anno. Egli già conosceva, ma alquanto in confuso, l'Istituto della Carità, sia per relazione epistolare col Maestro di que' novizi, sia per conversazioni tenute coi religiosi della Sagra di S. Michele. Ora ne desiderava notizie più esatte e per iscritto.

 

Castelnuovo d'Asti, 5 Ottobre 1845.

 

                                Molto Rev.do Signore,

 

                L'anno scorso scriveva a V. S. M. R. di un giovane causidico che desiderava abbracciare il suo Istituto, ma che per affari domestici ne fu impedito: un altro causidico ha [325] presa la stessa determinazione. Esso ha l'età di 23 anni precisi, ha compito il corso di filosofia, d'Istituto e di Diritto, ed era causidico sostituito; ora da più mesi è risoluto di abbandonare il mondo, e consacrarsi a Dio nell'Istituto della Carità, e questo solo pel bene dell'anima propria e di quelle del prossimo. La persona è vistosa, l'ingegno è più che mediocre. Resta solo che Ella mi dica se può sperare un posto e quali ne siano le condizioni.

                Io ho scritto un corso di Storia Ecclesiastica ad uso delle scuole; sul fine ho accennato tutti gli Ordini recentemente fondati, pel che avrei sommamente bisogno, che Ella mi precisasse in breve: 1. Il tempo e l'autore dell'Istituto della Carità. 2. Quale ne sia lo scopo. 3. Se sia approvato dal Romano Pontefice e quante case religiose abbraccia presentemente; assicurandola che tutto si esporrà nel modo che tornerà alla maggior gloria di Dio e onore della nostra Santa Religione.

                Perdoni la confidenza con cui le scrivo, e mentre le auguro ogni bene dal Signore, ho l'onore di professarmi colla più grande stima e colla più alta venerazione

                Della S. V. M. R.

 

Obbl.mo Servitore

D. GIO. BOSCO.

 

                PS. - La Storia Ecclesiastica si stampa già, perciò, avrei molto bisogno delle accennate notizie. Qualora compiacciasi di riscontrarmi, prima del 15 corrente dimoro a Castelnuovo; di poi sarò a Torino”.

                La risposta colle desiderate notizie ed informazioni non si faceva lungamente aspettare, e D. Bosco ritornato in Torino scriveva altro foglio al Rev. D. Puecher: [326]

 

                               Ill.mo Signore,

 

                Un incomodo di salute mi fece ritardare una lettera di accompagnamento pel giovane Giovachino G....; spero che le cose andranno bene mediante la solita di Lei bontà....

                La ringrazio molto delle notizie inviatemi che mi servirono, per quello che desiderava, come potrà vedere dal volume di Storia che le inchiudo. Qualora avesse occasione di far scorrere copie di questa Storia da quelle parti, io ne potrei mandare al terzo meno di prezzo di quanto si vende dai librai, e ciò tutto pel bene spirituale, specialmente della gioventù per cui è stata scritta.

                Gradisca i miei più cordiali saluti e mi perdoni la fretta.

                Torino, 31 ottobre 1845.

 

Obbl.mo Servitore

D BOSCO GIOVANNI

 

                La prima edizione adunque della sua Storia Ecclesiastica elogiante le comunità monastiche, e le prime vocazioni allo stato religioso da lui aiutate, diedero principio alle cordiali relazioni tra il nostro buon padre e l'Istituto della Carità Non essendovi casa in Torino di questa Congregazione, Don Bosco si prendeva amorevole cura di quei suoi giovani religiosi che erano mandati nella Capitale per attendere agli studii. Scriveva il 6 dicembre di quest'anno al Rev. D. Francesco Puecher. “Con piacere grande veggo sovente il Ch. Comollo Costantino coll'altro suo collega, i quali frequentano esemplarmente la scuola di Filosofia nell'Università di Torino”. E il Rev. D. Puecher rispondevagli il giorno seguente. “Godo che veda i nostri Chierici Studenti e glieli raccomando reputerò fatto a me stesso ogni tratto di amicizia che vorrà loro usare”. [327] Le vocazioni che D. Bosco seppe scoprire e sviluppare ne' suoi giovani lo resero caro a diversi Ordini e Congregazioni religiose, alle quali esso li inviava, secondandone prudentemente le inclinazioni, l'indole, il sapere ed il progresso nella virtù.

 

 


CAPO XXXV.
LA STORIA ECCLESIASTICA - Ragioni che mossero D. Bosco a scrivere questo libro - I Pontefici, i Concilii, i progressi del Cattolicismo Alcuni fasti delle Diocesi subalpine - Fatti edificanti di santi giovinetti.

 

                NON MENO dei libri di pietà D. Bosco aveva a cuore i libri di scuola. Nell'ottobre adunque del 1845 egli conduceva a termine il suo lavoro sulla Storia Ecclesiastica. Portava per titolo: Storia Ecclesiastica, ad uso delle scuole, utile ad ogni stato di persone, compilata dal Sac. Gioanni Bosco. Era un volume di circa 200 facciate, edito dalla tipografia Speirani e Ferrero[56]. Degne di particolare menzione sono le ragioni, che mossero D. Bosco a comporre questo libro: “Dedicatomi da più anni, così egli nella prefazione, all'istruzione della gioventù, bramoso di porgere alla medesima tutte quelle più utili cognizioni, che per me fosse possibile, feci ricerca di un breve corso di Storia Ecclesiastica, che fosse alla sua capacità adattato. Ne trovai bensì alcune per più titoli pregiate, ma per l'uso [329] proposto sono o troppo voluminose, o si estendono più del dovere sulla storia profana; diverse si possono denominare piuttosto dissertazioni polemiche sui fasti della Chiesa; altre finalmente sono tradotte da lingue straniere e pigliano il nome di storie parziali e non universali; e quel che non potei osservare senza indignazione si è che certi autori pare che abbiano rossore di parlare dei Romani Pontefici e, dei fatti più luminosi i quali direttamente alla S. Chiesa riguardano.

                Perciò, mosso dal bisogno e dalle istanze di molte ed autorevoli persone, mi sono determinato a compilare questo compendio di Storia Ecclesiastica.

                Lessi tutte quelle che ho potuto rinvenire scritte in lingue nostrali e straniere, e ricavai da ognuna que' sentimenti e quelle espressioni che sono più italiane, (cioè Romane) e più semplici secondo la capacità di un giovinetto.

                I fatti del tutto profani o civili, aridi o meno importanti, oppure messi in questione tralasciai affatto, o solamente accennai; quelli poi che mi parvero più teneri e commoventi, li trattai più accuratamente, notandone con particolarità le circostanze, affinchè non solo l'intelletto venga istruito, ma il cuore eziandio resti spiritualmente commosso.

                Perchè più facilmente si possa percepire quanto di più importante in essa si contiene, la divisi in epoche e capitoli, il tutto esponendo in forma di dialogo; e tutto ciò io feci col consiglio di prudenti persone.

                Per chiunque nacque e fu educato nel grembo della Chiesa, Cattolica parmi non possa esserci cosa più necessaria, e che tornar possa ad un tempo più gradevole che quella storia, la quale espone il principio ed il progresso di questa religione, e mette in chiaro come essa in mezzo a tanti contrasti siasi propagata e conservata. [330]

                Benedica dunque il Cielo questa lieve fatica, il cui scopo è di accrescere la gloria dei Signore e di agevolare l'avanzamento nella cognizione di una storia, che di tutte, dopo la Sacra, è la più commendevole; e sia dal Cielo benedetto quel cortese lettore che vorrà giovarsene”.

                Don Bosco dedicava questo suo lavoro al Provinciale dei Fratelli delle Scuole Cristiane di Torino, fratello Ervè De la Croix, al quale diceva: “La stima ed il rispetto che professo a V. S. Onorat.ma m'impegna a dedicarle questa Operetta, unico omaggio che Le possa offerire. So benissimo, che si opporrà la modestia di Lei ed umiltà; ma siccome essa è stata scritta unicamente alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio spirituale principalmente della gioventù, nel che Ella indefessamente si occupa, così Le verrà tolto ogni pretesto di opposizione.

                Si degni adunque di riceverlo sotto la potente di Lei protezione; non sia più mia, ma sua, e faccia sì che scorra per le mani di chi vorrà giovarsene.

                Intanto mi reputo a grande onore il potermi dire colla più distinta venerazione

                D. V. S. Onorat.ma

Umil.mo ed Obb.mo Servitore

Sac. BOSCO GIOANNI”.

 

                In queste pagine D. Bosco scolpisce tutta la sua fede e l'amore verso il Papato.

                Data la definizione della Chiesa, descritta la gerarchia ecclesiastica, presentato al lettore S. Pietro che esercita il primo atto di sua suprema autorità nel Concilio di Gerusalemme, che accoglie in Cornelio le primizie dei Gentili, che va a Roma, vi fissa la sua Sede e vi muore martire [331] dopo operati miracoli strepitosi e senza numero, continua D. Bosco a narrare ciò che noi qui accenniamo, perchè si apprezzi l'orditura della sua tela.

                A Pietro succedonsi in Roma sulla sua Cattedra, eredi della sua autorità, per catena non interrotta 255 Papi, che tutti i fedeli riconoscono come Vicarii di Gesù Cristo e come assistiti dallo Spirito Santo. I primi trentatrè Pontefici Romani imperterriti nelle persecuzioni, mentre col loro sangue testificano la divinità di Gesù Cristo e la sua dottrina, fanno altresì testimonianza del primato di giurisdizione di cui sono investiti sulla Chiesa universale; e bandiscono leggi alle quali tutti i veri cristiani obbediscono e che nella maggior parte ai giorni nostri sono ancora in pieno vigore. Contro il Papato insorgono a combattere le eresie, gli scismi, le prepotenze cesaree; e i Pontefici Romani convocano a centinaia i Vescovi da ogni regione della terra, presiedono ai Concilii generali in persona o per mezzo dei loro Legati, e solo per la conferma del Papa le decisioni degli augusti consessi hanno valore. - Roma parlò; la causa è finita! - proclamava S. Agostino. Seicento trenta Vescovi del Concilio di Calcedonia, ascoltata la lettera di Papa S. Leone, il quale condannava l'eresia di Eutiche, a una voce esclamavano: - Noi tutti crediamo così. Pietro ha parlato per bocca di Papa Leone. Sia anatema a chiunque non crede così! - Nel II Concilio di Lione, tenutosi per la riunione della Chiesa Greca colla Latina, presieduto dal Papa Gregorio X, l'assemblea composta dei Patriarchi latini e greci, di cinquecento e più Vescovi, di mille e settanta tra abati e altri insigni teologi, protestava unanime: il Romano Pontefice essere il vero, legittimo successore di S. Pietro e l'impossibilità dì salvarsi per chiunque si ostini a non volergli stare unito. E il Concilio Lateranense V condannava il Conciliabolo di Pisa e dichiarava errore [332] che un Concilio ecumenico fosse superiore al Romano Pontefice.

                Per D. Bosco il Papa era tutto ciò che nel mondo esisteva di più caro e di più degno, geloso del suo onore più che del proprio. Scrivendo perciò di Papa S. Marcellino, la cui costanza nella fede in faccia ai persecutori fu rivendicata dal Sapientissimo Leone XIII nella lezione del Breviario, dice: - In un sol giorno contansi diciassette mila cristiani coronati della palma del martirio, tra i quali S. Marcellino Papa, che intrepido incoraggiò gli altri a durarla ne` tormenti sinchè ebbe respiro.

                E intanto D. Bosco accenna come la maggior parte dei tiranni, e degli eresiarchi, che attentarono alla purità della Fede, e ai diritti spirituali o temporali della Chiesa e dei Papa, dal principio fino ai giorni nostri, siano stati colpiti dalla Divina Giustizia con sventure e morti spaventevoli: e nello stesso tempo fa vedere il propagarsi della Fede, il sorgere e fiorire all'ombra del Papato dei santi Padri, degli Ordini religiosi, che di mano in mano ricorda, e gli eserciti senza numero di santi.

                Così procedendo di secolo in secolo fa risaltare l'azione benefica dei Romani Pontefici in mezzo alle nazioni; la divinità della Chiesa Cattolica continuamente affermata da fatti miracolosi; e lega in un sol fascio i suoi varii racconti mettendo in fine del libro l'elenco cronologico dei Concilii generali dal Niceno al Tridentino e quello di tutti i Papi fino a Gregorio XVI.

                Ma un buon cattolico è anche un buon patriota, e Don Bosco discorrendo della storia universale della Chiesa Cattolica non dimentica le glorie cristiane della sua patria, e qua e là non di raro le accenna opportunamente. Quindi ricorda i santi martiri della Legione Tebea, Secondo, Solutore, [333] Avventore ed Ottavio che in Torino versarono il loro sangue per la fede l'anno 300 dopo C.. Celebra S. Massimo Vescovo di Torino, morto nel 417, che, devotissimo di Maria Vergine, amantissimo dei poveri, fu così valente nel combattere gli errori di Nestorio e di Eutiche e nel tenerli lontani dalla sua diocesi, che nel Concilio Romano ebbe il primo seggio dopo quello di S. Ilario Papa. Rammenta Agilulfo Duca di Torino e poi Re d'Italia morto nel 615, che convertito dall'arianesimo usava tutte le sue forze nel far prosperare ne' suoi stati la vera religione, scacciando gli eretici, disperdendo gli ultimi avanzi dell'idolatria, fondando con S. Colombano il celebre monastero di Bobbio ed erigendo la chiesa di S. Giovanni Battista in Torino. Non dimentica la principessa torinese Adelaide, che nel 1064 faceva copiosissime donazioni alla Chiesa di S. Maria in Pinerolo in suffragio delle anime de' suoi parenti defunti. Fa cenno della venuta di S. Francesco d'Assisi in Torino, della setta dei flagellanti, del miracolo del SS. Sacramento, della carità del Beato Amedeo di Savoia, dell'Apostolo di Torino e di tutto il Piemonte il Beato Sebastiano Valfrè; del Padre Lanteri e degli Oblati di Maria Vergine; del Venerabile Cottolengo fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, opera colossale, miracolosa meraviglia di Carità Cristiana; dell'Istituto dei Sacerdoti della carità, fondato dal celebre Abate Rosmini i cui membri formati nello studio e nella pietà si dovevano occupare delle varie parti del Sacro Ministero secondo il bisogno. E finalmente, dei molteplici Istituti della Marchesa Barolo.

                In ultimo osserveremo che avendo D. Bosco destinato questo suo lavoro per i fanciulli delle scuole e degli Oratorii, intreccia qua e là la sua narrazione con fatterelli edificanti ed eroici di santi giovanetti che innamoravano i suoi allievi. [334] ad essere pronti ad ogni sacrificio per la Fede e per la conservazione della grazia di Dio nei loro cuori.

                Appena questa composizione di D. Bosco, vide la luce, fu trovata molto adatta alla gioventù, sia per l'assennata scelta dei fatti, sia per la facilità dello stile con cui erano esposti, e sia per la castigatezza delle espressioni che vi usava; onde venne accolta con plauso e largamente diffusa con immenso vantaggio della gioventù, il cui benessere stava sempre in capo ad ogni pensiero ed affetto dei sant'uomo. Infatti se ne fecero ben undici edizioni, e il numero delle copie finora spacciate supera le cinquantamila.

 

 


CAPO XXXVI.
Nuove accuse d'un segretario dei Molini contro i giovani dell'Oratorio - Il Municipio vieta le radunanze catechistiche nella Chiesa di S. Martino - La mano del Signore e il figlio del Segretario - D. Bosco e la sua fortezza - L'Oratorio ambulante - Spirito di profezia - Impressioni di tino splendido sogno - Speranze e disillusione.

 

                IN TORINO nuove croci aspettavano D. Bosco. Il Municipio non aveva ancora risposto al memoriale dei mugnai, nè presa alcuna deliberazione. Si viveva nell'ansietà; quando pose il colmo ai dispiaceri una lettera mandata ai Sindaci da un Segretario dei Molini. Costui, raccogliendo nel suo scritto le false voci che correvano sulla bocca degli avversarii, ed esagerandole a sua posta, diceva essere impossibile che le famiglie addette a quegli ufficii potessero attendere ancora ai loro doveri e vivere tranquille. Accennava al pericolo che in quelle scapigliate ricreazioni qualcheduno potesse cadere nel largo e profondo canale dove le acque corrono alle ruote dei molini. Giunse perfino ad asserire che quella raccolta di giovani era un semenzaio d'immoralità. Allora i Sindaci, sebbene persuasi dell'infedeltà della relazione, cedendo alla maggioranza del Consiglio, [336] spiccarono un ordine, cortese nella forma ed indirizzato al Teol. Borel, in forza del quale D. Bosco doveva lasciare libero quel luogo e trasportare altrove il suo Oratorio.

 

                Città di Torino - Primo Dicastero - Servizio generale - N. 407.

 

                Torino, li 18 novembre 1845.

 

                               Ill. e Molto Rev. Signore,

 

                Informata la Ragioneria degli inconvenienti occorsi per parte dei fanciulli che recansi, giusta l'autorità datane alla S. V. Ill. e M. R., alla Cappella della città presso i molini di Dora per essere catechizzati, ha deliberato che debba cessare col 1 del prossimo gennaio la concessione fatta alla. S. V. dell'uso di detta cappella.

                Ci spiace che gli accaduti inconvenienti abbiano dato motivo a tal deliberazione della Ragioneria, alla quale ci lusinghiamo che ella sarà per uniformarsi, ed abbiamo il pregio di dichiararci con distinta considerazione

                Della S. V. Ill. e Al. Rev.

 

Devot.mi e Obbl.mi

I SINDACI

DI SERRAVALE - BOSCO DI RUFFINO.

 

                D. Bosco annunziò ai giovani la deliberazione del Municipio. Rincrescimento generale, sospiri inutili. Qualcuno dei più grandi si dolse con D. Bosco di quell'ingiuria; ma egli prontamente gli rispose: - Non importa: la Provvidenza divina s'incaricherà di prendere a suo tempo la difesa degli innocenti. - E così fu. Non tutti gli avversarii godettero, della loro vittoria. [337] Il Segretario, autore della famosa lettera, scrisse per l'ultima volta. Vergato quello scritto contro l'Oratorio, egli fu colto da un violento tremolio alla destra mano, dovette lasciare il suo ufficio, e in capo a tre anni discendere nella tomba. Un suo figliuoletto però, derelitto in mezzo ad una strada, venne poscia ricoverato da D. Bosco nell'ospizio che dopo alcun tempo apriva in Valdocco. Charitas benigna est. La carità è benefica e accoglie tutti ugualmente[57].

                D. Bosco vedeva in quel momento la sua opera, tanto vantaggiosa alla moralità dei giovani popolani e alla tranquillità cittadina, specialmente nei giorni festivi, non solo non apprezzata, ma respinta. La quiete privata non voleva disagiarsi in nulla per la quiete pubblica. Egli però paziente, ma fermo nel suo proposito, vinceva una pretensione eccessiva con una docilità eroica. Era impensierito, ma non era abbattuto. Che questa sua fortezza d'animo fosse un dono speciale ricevuto dallo Spirito Santo ne è prova aver egli compito tante opere buone in tempi difficilissimi, sempre fra aspre contraddizioni, con prontezza, intrepidezza e senza ostentazione. Soffrendo godeva e tutto offeriva a Dio, sicchè le cose più ardue e ripugnanti alla natura stimavale facili e soavi. Ed era forse un passatempo trovarsi in mezzo a tanti fanciulli, rozzi, male educati, chiassosi, non tutti riconoscenti, talora perfin villani negli atti di loro gratitudine? Era forse una deliziosa occupazione istruirli con gran stento per la mente ottusa degli uni e per la caparbietà, e svogliatezza di altri? E pure li trattava con tanto affetto e riguardo, come non avrebbe fatto il migliore de' padri! Sì! D. Bosco sarebbe stato lieto per i suoi giovani di affrontare e tollerare [338] ogni tormento ed eziandio far sacrifizio della vita per la salute delle loro anime.

                Egli dunque co' suoi trecento giovani, passato un mese, sarebbe rimasto in mezzo alla strada senza un tetto sotto il quale ripararli dalla pioggia, dalla neve e dai venti gelati. Intanto per uno o due giorni festivi si profittò ancora della mora concessagli dal Municipio radunando i giovani nella chiesa di S. Martino, ma più non permise che si trastullassero in quel luogo. Il dopo pranzo, fatto il catechismo, conduceva le sue schiere al di là del ponte Mosca e presso la riva della Dora li faceva scendere in uno di quei campi incolti che si estendevano a sinistra di chi entra in Torino. Quivi dava a ciascuno un grosso pane e abbondante porzione di frutta o di carne salata, e distribuiti i varii giuochi, bocce, piastrelle, stampelle e corde per i salti, incominciavasi la ricreazione che durava fino a notte. Egli intanto assistevali seduto sopra un rialto, mentre talora recitava il breviario.

                Durante quelle settimane cercò un altro sito dove rifugiarsi, ma non gli venne fatto di trovarlo. Una grande curiosità aveva condotti molti cittadini a S. Pietro in Vincoli e a S. Martino dei Molassi per udire i tristi casi del Cappellano, della fantesca e del segretario. Una specie di terrore erasi insinuato negli animi, sicchè eziandio certe persone buone e ricche respingevano il pensiero di accogliere in qualche loro terreno D. Bosco e il suo Oratorio. “Nello stesso tempo si capiva, lasciò scritto D. Bosco, che opporsi a ciò che noi facevamo era un opporsi alla volontà del Signore. Non già che mandasse direttamente per vendicarci così terribili castighi, ma permetteva simili disgrazie per indicare come non volesse che nessuno osteggiasse il nostro Oratorio.” Però non andò molto che avvennero altri fatti, i quali diedero a conoscere come il Signore benedicesse tutti coloro che porgevano [339] la mano a promuovere e sostenere  quell'opera sì benefica; e moltissime persone di Torino e d'altrove più volte confessarono che la loro sorte e quella di loro famiglia aveva preso a migliorare, dal momento in cui esse si erano fatte a beneficare i poveri giovanetti di D. Bosco.

                Ma in quei giorni si aspettava invano un raggio di speranza. D. Bosco pertanto tenne consiglio con D. Cafasso, col Teol. Borel e D. Pacchiotti. Charitas non agit perperam. La carità non opera temerariamente[58]. A qual partito appigliarsi? Era impossibile ritornare al Rifugio. Continuare a tener radunanze fino al 1° gennaio nella chiesa di San Martino non era conveniente, causa l'animosità dei mugnai imbaldanzita per le decisioni del Municipio. Non era questione di sospendere i catechismi. Ma dove andare? Dopo aver pregato, decisero di continuare l'impresa a qualunque costo. La chiesa di San Martino avrebbe servito di riparo nella sola ora dell'istruzione religiosa in caso d'intemperie; la piazza dei Molini sarebbe luogo di convegno e punto di partenza; e l'Oratorio diverrebbe come ambulante.

                Si era ai primi di dicembre e per alcune feste incominciò a farsi così. Al mattino i giovani accorrevano alla piazza dei Molini, ove D. Bosco li attendeva, muniti ciascuno di provianda per tutto il giorno. Ad una certa ora il buon Capitano li disponeva in ordine raccomandando loro il silenzio, almeno dentro alla città. Dato il segno di mettersi in cammino, egli, digiuno e malaticcio, ponevasi alla loro testa e conduceva l'allegra brigata qualche chilometro da Torino, quando a Sassi, quando alla Madonna del Pilone, alla Madonna di campagna, al Monte dei Cappuccini a Pozzo di [340] Strada, alla Crocetta, e altrove. Giunti alla meta già prima designata, D. Bosco domandava al parroco del luogo o ai religiosi del convento un permesso che non fu mai rifiutato. Tutti entravano in chiesa, e siccome D. Bosco desiderava sopratutto che si confessassero, eziandio in quelle strettezze di tempo, pregava qualche buon sacerdote a prestarsi con lui nell'ascoltarne un certo numero.

                Quindi celebrava la santa Messa e poi faceva una breve spiegazione del Vangelo. Il divoto contegno dei giovani edificava i parrocchiani del luogo, e gli stessi religiosi se quello era un convento. Una delle attrattive più forti per i giovani erano i sermoni di D. Bosco. Un giorno spiegava la causa di questo incanto a D. Luigi Guanella: - Se vuol piacere e far del bene, predicando ai fanciulli bisogna portare esempi, parabole, similitudini; ma ciò che importa di più si è che le narrazioni vengano bene sviluppate e molto particolareggiato: scendere alle piccole circostanze. Allora i giovani prendono interesse per una parte e per l'altra alle azioni diverse o contrarie dei personaggi descritti, si appassionano per gli eventi dolorosi o lieti dai quali è colpita la loro fantasia e attendono con ansia come vada a finire il racconto.

                Alla sera radunatisi di bel nuovo nella chiesa o in qualche attiguo cortile dopo un poco di catechismo, un canto ed un racconto a forma di predica, D. Bosco li conduceva in giro a far passeggiate su per le colline poco distanti, lungo una via più o meno libera, o in qualche altro sito dove potessero divertirsi senza danno loro ed altrui. Queste passeggiate non erano senza dispendio. L'aria pura ed il moto destando l'appetito nei giovani, talora non pochi di essi avevano consumato anche prima della colazione ciò che recavano seco di cibarie, e avendo poi fame, bisognava che D. Bosco li rifornisse di pane. [341]

                Quando il sole cominciava a cadere dietro le Alpi, si dava il segnale, e si ritornava in città, dove ciascuno rientrava nella propria casa a raccontare quanto aveva fatto e detto il buon Direttore. D. Bosco prima di giungere al Rifugio passando innanzi a qualche chiesa era solito ad entrarvi con due o tre giovani dei più grandi per adorare o per ricevere la benedizione del SS. Sacramento. E Dio era con lui!

                Finalmente la chiesa di S. Martino fu abbandonata del tutto, la quarta Domenica di Avvento 22 dicembre. D. Bosco, dopo aver fatta recitare ai giovani radunati una preghiera, come saluto di congedo al Santo Titolare, nell'uscire aveva esclamato alzando gli occhi al cielo: - Domini est terra et plenitudo eius. - E rivolto ai giovani, diceva loro con una espressione di voce piena di viva fiducia: - Pazienza! La Beata Vergine ci aiuterà! Andiamo in cerca di un altro locale.

                - E dove lo troveremo? gli soggiunsero quelli che aveva più vicini.

                - Colui che prepara il nido agli uccelli e il ricovero alle fiere nelle caverne dei boschi, no, non ci dimenticherà.

                Il giorno di Natale i giovani si versarono come un'ondata presso di D. Bosco al Rifugio. Che fare? La stanza, già stretta di per sè, era ingombra di soprappiù da un gran mucchio di attrezzi per la ricreazione e d'oggetti di chiesa, che qui erano stati riportati dai Molini o tolti dalla cappella provvisoria, dell'Ospedaletto. D. Bosco, attorniato da una moltitudine di fanciulli pronti a seguirlo ovunque andasse, non aveva un palmo di terreno per intrattenerli, che in qualche modo potesse dire suo. La stagione si era fatta molto rigida. Nessuno poteva immaginarsi, e neppure D. Bosco stesso, dove finalmente avrebbe trovato un ricovero. Frattanto si recarono tutti in una chiesa vicina ad ascoltare le tre Messe; [342] ma fu una festa ben diversa da quella dell'anno antecedente, e questo pensiero infondeva nei cuori un'insolita mestizia.

                Tuttavia D. Bosco, sebbene fosse angustiato, per timore che i giovani si stancassero di venire alle festive adunanze, celava la sua pena, si mostrava con essi di buon umore e li andava confortando ed animando alla perseveranza; e rallegravali col raccontar loro mille meraviglie intorno al futuro Oratorio, che per allora esisteva soltanto nella sua mente e nei decreti del Signore. - Non temete, miei cari figliuoli, diceva loro; è già preparato un bell'edifizio per voi; presto ne andremo al possesso: avremo una bella chiesa, una grande casa, spaziosi cortili, ed un numero sterminato di giovani verranno a ricrearsi, a pregare ed a lavorare. - Gran cosa! I giovani gli credevano! Pareva che questa critica sua posizione dovesse mandare in fumo ogni pensiero d'Oratorio e disperdere coloro che lo frequentavano. Invece il loro numero cresceva sempre. Si ripetevano a vicenda la profezia di D. Bosco, e il Signor Villa Giuseppe nel 1856 sentivasi raccontare da molti di questi, divenuti oramai uomini positivi, e le promesse profetiche e il loro avveramento che egli stesso, vedeva.

                E’ un fatto eziandio ben degno di nota come di queste peregrinazioni di D. Bosco punto di partenza, di arrivo e di stanza fosse sempre Valdocco, come se potente calamita qui lo attraesse. Una cara fantasia gli aveva aperto in sogno un altro magnifico spettacolo. Ei lo raccontò brevemente e a pochi suoi fidi nel 1884. Ma ciò che in esso vi ha di più splendido gli sfuggì di bocca a più riprese e a lunghi intervalli nello spazio di circa venti anni, contemplando commosso e quasi estatico la chiesa di Maria SS. Ausiliatrice. Lo scrivente che gli era al fianco non lasciò cadere le sue parole, [343] notandole volta per volta, e poi riunitele ne risultò la scena qui descritta.

                Gli era parso di trovarsi sul margine a settentrione dei Rondò o Circolo Valdocco, e spingendo lo sguardo dalla parte della Dora, fra gli altissimi alberi che in quel tempo allineati ornavano il corso ora detto Regina Margherita, vide in giù, alla distanza di circa settanta metri vicino alla via Cottolengo, in un campo seminato di patate, meliga, fagiuoli e cavoli, tre bellissimi giovani, splendenti di luce. Stavano fermi in piedi in quello spazio che nel sogno precedente gli era stato indicato come teatro del glorioso martirio dei tre soldati della legione Tebea. Questi lo invitarono a discendere e a venire con loro. D. Bosco si affrettò, e come li ebbe raggiunti, fu da essi accompagnato con grande amorevolezza verso l'estremità di quel terreno nel quale ora s'innalza maestosa la Chiesa di Maria Ausiliatrice. D. Bosco percorso un breve tratto passando di meraviglia in meraviglia, fu innanzi ad una Matrona magnificamente vestita di indicibile avvenenza, maestà e splendore, presso alla quale distinse un senato di vegliardi in aspetto di principi. A lei come a Regina facevano nobilissimo corteggio innumerevoli personaggi ornati di una grazia e ricchezza abbagliante. Intorno intorno si stendevano altre schiere fin dove si poteva spingere lo sguardo. Quella Signora, che era comparsa ove adesso è collocato l'altar maggiore della Chiesa grande, invitò D. Bosco ad avvicinarsi. Come le fu dappresso, gli manifestò quei tre giovani che lo avevano a lei condotto, essere i martiri Solutore, Avventore ed Ottavio; e con ciò sembrava indicargli come di quel luogo sarebbero stati gli speciali patroni.

                Quindi con un incantevole sorriso sulle labbra, e con affettuose parole lo incoraggiò a non abbandonare i suoi giovani, ma di proseguire con sempre maggior ardore nell'opera [344] intrapresa; gli disse che incontrerebbe ostacoli gravissimi, ma che questi sarebbero tutti vinti ed abbattuti dalla confidenza che egli avrebbe posta nella Madre di Dio e nel suo Divin Figlio.

                In fine gli mostrò poco distante una casa, che realmente esisteva, e che poi egli seppe essere proprietà di un certo signor Pinardi; e una chiesuola, precisamente nel sito dove ora è la chiesa di S. Francesco di Sales col fabbricato annesso. Alzando quindi la destra esclamò con voce ineffabilmente armoniosa: HAEC EST DOMUS MEA: INDE GLORIA MEA.

                Al suono di queste parole, D. Bosco rimase talmente commosso, che si riscosse, e la figura della Vergine SS., che tale era la Matrona, e tutta la visione, lentamente svanì come nebbia al levare del sole. Egli intanto, confidando nella bontà e misericordia divina, ai piedi della Vergine aveva rinnovata la consacrazione di tutto se stesso alla grande opera alla quale era chiamato.

                In sul mattino seguente, tutto in festa pel sogno, si affrettò ad andare a visitar quella casa che dalla Vergine eragli stata indicata. Nell'uscire dalla sua stanza disse al Teol. Borel: - Vado a vedere una casa adatta al nostro Oratorio. - Ma quale non fu la sua dolorosa sorpresa, quando, giunto in quel sito, invece di una casa con una chiesa, trovò un'abitazione di gente di mala vita! Ritornato al Rifugio e, interrogato con premura dal Teol. Borel, senza dare alcuna spiegazione, gli rispose, che quella casa sulla quale aveva fatti i suoi disegni non serviva all'uopo.

 

 


CAPO XXXVII.
L'Oratorio e le scuole in casa Moretta - Alcuni Benefattori dell'Oratorio - Il Teologo Giacinto Carpano - Il catechismo in alcune scuole pubbliche e private - Dicerie Risposta di D. Cafasso al critici di D. Bosco.

 

                LA STAGIONE divenuta eccessivamente fredda più non permetteva le passeggiate campestri. Era quindi necessario a costo di qualunque sacrifizio, trovare in città un sito ove almeno poter fissare il convegno festivo. Pertanto D. Bosco, d'accordo col Teol. Borel, fatte vive istanze presso un buon sacerdote, di nome Moretta, aveva ottenuto finalmente da lui a pigione tre stanze in una sua casa, poco lontana dal Rifugio dalla parte di ponente. Vi si andava dalla via Cottolengo, allora in quel punto stretto sentiero, ed era la seconda casa della stradicciuola che costeggiava il prato Filippi, nel quale fu poi costrutta una fonderia di ghisa. Sul pianterreno si innalzava solo un altro piano e si accedeva a quelle stanze le quali guardavano mezzogiorno, entrando nel cortile cinto su tre lati dall'edificio, e per una scala esterna ed un balcone ambedue di legno. Senza neppur sospettarlo, i giovani si erano avvicinati sempre più alla meta delle loro peregrinazioni, alla loro terra promessa. [346]

                Qui passarono circa tre mesi, allo stretto bensì, ma contenti di avere per quell'inverno un luogo ove potersi raccogliere per confessarsi, istruirsi, divertirsi, quando alta era la neve, o le nebbie fitte involgevano gli edifizi e i viali della città. Mancando di cappella, continuavasi ad andare a Messa in qualche pubblica chiesa non troppo distante: ordinariamente alla Consolata o a S. Agostino. Molti giovanetti si accostavano divotamente alla santa Comunione. Quivi nel giorno dell'Epifania e in qualche altra solennità si andò a ricevere la benedizione del SS. Sacramento. Durante quell'inverno gli esercizii di religione limitaronsi ad un semplice catechismo alla sera di ciascun giorno festivo, e canto di laudi sacre davanti ad un altarino improvvisato, sul quale D. Bosco aveva collocata fra i candellieri una Madonnina, ornata il meglio che seppe e potè. Procurava eziandio a' suoi giovani alunni divertimenti adattati al luogo, come quello dell'ambo, dell'oca, della geografia, dei dadi, della dama, della tela; talora la mano calda, la gatta cieca li occupavano allegramente; altra volta D. Bosco li ricreava coi bussolotti. Così narrava Castagno Stefano, che giovanetto dimorava allora in quel medesimo caseggiato. Tutti gli attrezzi di ginnastica, divenuti inutili, erano stati trasportati qui dal Rifugio e giacevano ammonticchiati in un angolo.

                La sola presenza di D. Bosco bastava a tenere in ordine quella folla di biricchini non avvezzi a disciplina; ma egli non poteva essere sempre e dappertutto con loro, specialmente in chiese pubbliche, nel tempo delle sacre funzioni. Aveva quindi bisogno di luogotenenti per l'assistenza, ed eziandio di persone che concorressero alle spese non leggiere per allettare e premiare i giovani. E queste non mancarono. “Fin dal principio, scrisse D. Bosco, nostri benefattori furono un certo Gagliardi chincagliere che aveva bottega innanzi alla [347] Basilica Mauriziana, il quale, non possedendo denaro sufficiente da versare in elemosina, veniva all'Oratorio per l'assistenza dei giovani e cercava d'interessare altre, persone in nostro favore: il Sig. Montuardi, che per circa due anni dava al Teol. Borel una quota mensile di trenta lire; e il generoso e ricco banchiere Comm. Cotta. Questi ed alcuni altri signori s'impegnavano eziandio per trovare buoni padroni a quei fanciulli che non sapevano ove andare a lavoro”.

                A questi si aggiunse un giovane sacerdote torinese, di famiglia assai ricca e di bell'ingegno, D. Giacinto Carpano, ordinato nel 1844. D. Cafasso mandavalo ad aiutare D. Bosco. Infaticabile nel predicare, nel fare istruzioni catechistiche, era tutto dolcezza nell'intrattenersi coi fanciulli, prendendo parte ai loro giuochi. Da D. Bosco egli imparava a spendere tutta la sua vita per amore di Gesù C. nell'assistere la gioventù, e con D. Bosco e col Teol. Borel frequentava le carceri. Radunava più tardi in casa sua gli studenti del vicinato, aiutandoli a fare i loro compiti e premonendoli contro i pericoli dell'anima; dava per più ore al giorno lezione di lingua latina ad alcuni che aspiravano alla carriera ecclesiastica; dettava missioni ai giovani corriggendi rinchiusi dal Governo nella Generala; ritirava nella sua abitazione fino a dieci fanciulli usciti dalle carceri, nutrendoli, educandoli e mandandoli a lavorare in officine di brava gente.

                Coll'assistenza adunque del Teol. Carpano, D. Bosco non pose tempo in mezzo a riaprire le sue scuole, sospese da circa sei mesi. I giovani ridotti a duecento, non potendone accogliere di più, divise in tre classi e a ciascuna assegnò una camera. Qui furono messe in ordine le panchette della cappella abbandonata di S. Francesco. Ogni sera, dopo che in città si erano chiuse le officine, i giovani venivano ad imparare a leggere nei cartelloni murali. Per lunga ora, su quei [348] prati e campi ricoperti di ghiaccio, risuonavano lontane le monotone cantilene, dell'alfabeto, delle parole intiere compitate per sillabe e delle proposizioni semplici e composte: tre cori distinti che s'intrecciavano, interrotti or l'uno or l'altro dalla voce del maestro. Fin da quando l'Oratorio era ancora al Convitto di S. Francesco d'Assisi, D. Bosco aveva riconosciuta la necessità d'istruire specialmente certi giovanotti inalfabeti, i quali, già inoltrati negli anni, erano nondimeno affatto ignoranti delle verità della Fede. Vedeva che per costoro il solo insegnamento verbale avrebbe portato troppo a lungo la loro istruzione religiosa o che perciò annoiati avrebbero cessato d'intervenirvi. Egli voleva metterli in grado di poter studiare il catechismo da se stessi; ma per allora questa scuola, per difetto di apposite sale e di maestri adatti e sufficienti, dovette limitarsi a poco. In casa Moretta però, come prima al Rifugio, le scuole serali e domenicali proseguirono con qualche regolarità. Non pochi giovani se n'approfittarono e destandosi in loro il desiderio d'imparare, corrispondevano alle fatiche di D. Bosco e di alcuni suoi coadiutori. Per certo numero di garzoni si tenne eziandio un po' di scuola diurna, accomodata alle professioni ed agli orari relativi, e vi si trattava di aritmetica, di qualche principio, di disegno e di brevi nozioni di geografia.

                Ma se D. Bosco occupavasi con tanto amore dei monelli raccolti dalla strada, nello stesso tempo non trascurava altra opera di non minore importanza; quella di preservare dalla malizia e d'istruire nella religione quei giovanetti che in famiglie cristiane avevano ricevuta una buona educazione. Perciò visitava ogni settimana varie scuole pubbliche della città, nelle quali tra gli insegnanti contava degli amici. Con un grazioso catechismo ragionato esercitava la sua missione educatrice, ora nelle classi dei buoni figli del La Salle, ora [349] in quelle di Porta Palazzo e di S. Francesco di Paola, ora nel collegio di Portanova e altrove Volentieri sostituiva un professore di Religione assente o infermo, e offeriva la sua opera in quegli istituti privati ove l'istruzione religiosa non era regolarmente impartita. Fra questi ultimi predilesse la scuola di grammatica del Prof. Bonzanino e quella di Rettorica del Prof. D. Matteo Picco, gli alunni dei quali appartenevano alle primarie famiglie di Torino. Con piacere dei due insegnanti vi si recava ogni sabato. Le sue parole attraenti, le sue maniere affettuose tutte candore e semplicità, lo rendevano padrone dei cuori degli scolari. Era sempre una festa la sua apparizione in una scuola. Gli argomenti che svolgeva traevali dalla storia sacra, ed era così innamorato di ogni cosa che la riguardasse e con tanto piacere ne parlava, che non mancava mai a questo convegno, perseverando per circa dieci anni. Era suo ultimo fine raccomandare agli allievi la frequente confessione e comunione. Quantunque fosse manifesta di primo aspetto la sincerità dello zelo di D. Bosco, non tutti sentivano bene di questo suo intromettersi nelle scuole cittadine. Eziandio la frequenza di tanti giovanetti alla casa Moretta non poteva passare inosservata e dava da dire agli sfaccendati. Era la prima volta che nei nostri paesi istituivasi tale genere di scuole, perciò se ne fece un gran rumore, da alcuni in senso favorevole e da altri in senso avverso. In quell'inverno del 1845 e 1846 incominciarono a propagarsi certe dicerie, che, se non a D. Bosco, diedero a' suoi giovani non piccolo dispiacere. L'opera sua era giudicata da molti vana e pericolosa, anche da persone serie. Alcune male lingue della città presero a chiamare il nostro D. Bosco un rivoluzionario, altre un pazzo, certune un eretico. Dicevasi essere l'Oratorio un ripiego studiato per allontanare la gioventù dalle rispettive parrocchie e per [350] istruirla in massime sospette. Quest'ultima imputazione, che era la prevalente, fondavasi sulla falsa credenza che Don Bosco fosse partigiano di una pedagogia della quale si era diffusa una fama meritamente dubbia, dopo le resistenze dell'Arcivescovo; e nell'osservare che egli, benchè non tollerasse cosa che fosse peccato o contraria alla civiltà, pure permetteva a' suoi ragazzi ogni sorta di ricreazione rumorosa. Il sistema antico di educazione nelle scuole era disciplinato dal viso arcigno del maestro e dalla sferza, e le innovazioni di D. Bosco arieggiavano troppo a libertà. D. Bosco cercava di scolparsi co' suoi critici nell'incontrarli per la città, o quando venivano a visitarlo; ma più si sforzava di far conoscere le cose nel vero aspetto e più erano sinistramente interpretate. Crediamo che costoro, tra i quali certamente qualche fautore delle idee settarie, parlassero così coll'intento di allontanare da lui i giovanetti e sciogliere le loro festive adunanze; ma questi che lo conoscevano appieno, in vece di perdergli stima, gliela professavano ognor più grande, e si stringevano a lui d'intorno vie più affezionati. Eziandio alcuni del clero vedevano in D. Bosco qualche cosa di straordinario e di grande che non sapevano spiegare, specialmente la sua attività e la sua arte nel legare a sè gli animi e dominare le moltitudini; sicchè esclamavano: Guai a noi, guai alla Chiesa se D. Bosco non è un prete secondo il cuore di Dio!…..Lo sarà? - E l'osteggiarono non potendo persuadersi che egli secondasse gli impulsi di una missione celeste.

                D. Cafasso intanto vedendo D. Bosco mal compreso, avuto in diffidenza dalle stesse autorità, s'argomentava per ogni miglior modo di far svanire le prevenzioni, e nello stesso tempo gli cercava benefattori e protettori. Di questa sua costanza nel favorire ed aiutare D. Bosco gli venne perfino [351] fatto rimprovero, e vi furono ecclesiastici di considerazione che su questo punto lo giudicarono ingannato. A ciò accenna il Despiney nell'introduzione alla sua opera su D. Bosco, là dove scrive: “Alcuni amici (di D. Bosco) a lui peraltro affezionatissimi s'indirizzarono a D. Cafasso suo confessore, rappresentandogli che sarebbe un vero servigio reso alla Chiesa il segnar limiti precisi ad uno zelo troppo intraprendente D. Cafasso, sorridendo e con la massima calma ascoltava queste rimostranze che, or sotto un aspetto, or sotto un altro, gli pervenivano frequentissime; ma poi invariabilmente rispondeva con tono grave e con accento quasi profetico: “Lasciatelo fare, lasciatelo fare...”. Nessuno eravi a Torino che non riconoscesse in D. Cafasso una certa penetrazione degli spiriti: egli ne aveva dato saggio molte volte in occasioni delicatissime; ma si era tentati a credere, che per quanto spettava D. Bosco, questo senso sovrumano potesse patir difetto in alcuna parte. E tutta quella gente tornava alla carica con tale costanza e con tale abbondanza di riflessioni, da dar indizio per lo meno di una specialissima cura degli interessi di Dio. D. Cafasso si dimostrava sempre affabile, buono, cortese; ma una era sempre la parola, divenuta poi celebre, colla quale conchiudeva: Lasciatelo fare![59]”.

 

 


CAPO XXXVIII.
La sanità di D. Bosco deperisce - Il Teol. Borel difensore dell'Oratorio - I parrochi di Torino - L'opuscolo: LE SEI DOMENICHE E LA NOVENA IN ONORE DI S. LUIGI GONZAGA.

 

                IN SUL finire dell'anno 1845 parve che D. Bosco non potesse più reggere alla fatica pel lento deperire delle sue forze. Il Teol. Borel aveva di ciò dato avviso alla Marchesa Barolo, che non erasi ancor mossa da Roma, e questa Signora scrivevagli risolutamente che a tutti i costi si procurasse di curare la preziosa sanità di D. Bosco. Alcuni giorni dopo gli mandava 100 lire per l'Oratorio. Il Teologo Borel affrettavasi a risponderle:

 

                               “Ill.ma Signora Marchesa,

 

                Il suggerimento caritatevole di V. S. a vantaggio dei carissimo D. Bosco e il favore che Ella si degna di accordargli, mostra quanto Le sia cara la vita di questo zelante sacerdote. Egli non mancherà di profittarne, ed io gliene porgo ringraziamenti con tutto il cuore.

                Già dal principio di dicembre vedendo come il riposo gli fosse necessario, D. Pacchiotti prese a celebrare la S. Messa nell'Ospedaletto, lasciando a D. Bosco la seconda Messa nel [353] Ritiro. Fu riconosciuta l'eccellenza di questo rimedio dal felice risultamento che se ne ebbe; tuttavia non potendosi dire perfettamente guarito, essendoci dato per le attenzioni di V. S. di accordargli perfetto riposo per un po' di tempo dalle occupazioni del Rifugio mediante l'allontanamento dal suo Ritiro e la intimazione di dover cessare da ogni altra occupazione sino al perfetto ristabilimento, io nutro ferma speranza di vederlo guarito assai presto.

                Quest'oggi medesimo mi ha dato decisiva risposta di quello che intende di fare e l'indomani dell'Epifania si mette all'ubbidienza; e avrà da fare col molto Rev. sig. D. Guala e D. Cafasso, se non sarà puntuale nell'eseguirla. Questi due ultimi hanno fatto graziosa offerta di un sacerdote per la seconda Messa nel Ritiro; ed in caso che la nostra diligenza raddoppiata non bastasse per soddisfare i desiderii della Casa, ricorrerò al Rev. Padre Rettore degli Oblati per avere uno dei confessori soliti.

                Intanto, quando sia volere di Dio di farne conoscere un sacerdote che sia fornito dello spirito necessario per questa casa, non mancherò di renderne avvisata V. S. e mostrarle quanto mi torni grata la esibizione per un collega di più ecc.

                3 Gennaio 1846.

Obb.mo Servitore.

T. G. BOREL.”

 

                Per un po' di tempo adunque D. Bosco si dovette rassegnare ad un parziale riposo forzato, cessando dalle sue incombenze nell'Ospedaletto e nel Rifugio; ma nessuno osò indurlo ad abbandonare i suoi giovani. Infatti l'Oratorio, continuato in casa Moretta, aveva necessità dei cuore di D. Bosco in persona per essere mantenuto in vita, a dispetto di tanti disagi. Venne [354] la festa di S. Francesco di Sales e i giovani non poterono altrimenti solennizzarla se non andando ad ascoltare la santa Messa fuori di casa. Ma quando ritornarono, D. Bosco aveva loro preparata la dolce sorpresa di tanti doni pel valore di lire 50 e più, come scrisse il Teologo Borel; e così la giornata si passò in grande allegrezza. Intanto, come Mons. Arcivescovo aveva preveduto, l'Oratorio incontrò un ostacolo contro cui va al solito ad urtare ogni opera non parrocchiale, e che, per quanto ottima, non sia approvata con pubblico decreto della legittima autorità. D. Bosco finora aveva ottenute licenze e approvazioni solamente a voce, e qualche rescritto giudicavasi concedergli facoltà personali e temporanee. Infatti sul principio del 1846 tenevasi in Torino una conferenza di molti zelanti Ecclesiastici per trattare dei mezzi più efficaci a promuovere il bene delle anime. Fra i convenuti erano il Teol. Borel e D. Giacomelli. Si venne a parlare del catechismo ai fanciulli e da ciò il Teol. Dellaporta Carlo, Curato della parrocchia del Carmine, prese occasione a lamentarsi dell'Oratorio festivo e di D. Bosco. Diceva che per esso i giovani formavano una classe indipendente di parrocchiani e che avrebbero finito per non conoscere più il loro parroco; perciò parergli che questo D. Bosco non fosse abbastanza ossequioso verso coloro ai quali avrebbe dovuto in ordine gerarchico rimanere soggetto, nulla arbitrandosi di fare senza il loro consenso. Questo argomento, più specioso che vero, fu subito confutato dal Teologo Borel, il quale dimostrò essere l'Arcivescovo pienamente conscio di quanto faceva D. Bosco; che moltissimi giovani del suo Oratorio erano forestieri e non delle parrocchie; e che privi di assistenza non avrebbero neppure ascoltata la santa Messa alla domenica. In quanto ai Torinesi, asserì, non essere in gran numero, e la maggior [355] parte di essi, giovanotti mal cresciuti ed ignorantissimi, i quali non potevano essere tenuti in freno se non da quella specie di fascino salutare che D. Bosco esercitava sopra dì loro; lasciati liberi di sè, non avrebbero certamente presa la via che conduce alla parrocchia e, imbrancati nuovamente nelle antiche compagnie cattive, si sarebbero perduti. Essere poi cosa evidente tutti questi giovani venir meglio istruiti e potersi più facilmente tener lontani dai pericoli nell'Oratorio che non altrove. Del resto rincrescergli che il vero spirito di D. Bosco non fosse abbastanza conosciuto ed apprezzato. D. Bosco non distogliere mai i giovani dalle parrocchie, ma accettar quelli che spontaneamente accorrevano a lui; e coll'esempio e colla parola loro infondere riverenza ai curati, preparandoli ad essere col tempo fedeli e fervorosi parrocchiani; di ciò far egli la più ampia testimonianza. E concludeva: - Supponiamo che si riesca a condurli tutti nelle vostre chiese. Non è ora una nuova popolazione di migliaia di garzoni che invade la città e che andrà sempre crescendo? Chi manterrà l'ordine e il silenzio fra tanta moltitudine indisciplinata? Chi si prenderà cura di ciascuno di essi? Non diventerebbero forse un disturbo grave per gli altri parrocchiani? I parroci e i vice - parroci non sono abbastanza carichi di serie occupazioni, specialmente alla domenica? Io adunque sostengo doversi fare voti perchè non uno ma dieci, ma venti Oratorii vengano eretti in questa città, con sicurezza che i giovani non mancheranno nè a questi nè alle parrocchie. - La maggioranza di quell'assemblea accolse, approvando, le sue ragioni e si passò ad altro.

                Tuttavia il Curato del Carmine non ne era rimasto persuaso. Egli voleva che rimanesse incontestabile e intero il principio della giurisdizione parrocchiale sovra i singoli fedeli; altra autorità fuori della propria non poteva [356] permettere che fosse riconosciuta dentro ai confini di quel territorio che a lui era stato canonicamente affidato. I suoi colleghi erano dello stesso parere; non era però una miserabile ambizione o gelosia quella che animavali, perchè desideravano sinceramente la salute delle anime. Essi ragionavano così: - L'Oratorio di D. Bosco allontana i giovani dalla parrocchia; quindi ciascuno di noi si vedrà la Chiesa vuota nell'ora specialmente dei catechismi, e non potrà più conoscere i fanciulli, di cui dovrà rendere conto al tribunale di Dio. Dunque D. Bosco cessi di raccoglierli intorno a se e li mandi alle nostre chiese! - E risolsero di chiedere spiegazione allo stesso D. Bosco.

                Difatto, due rispettabili parroci gli si presentarono un giorno e gli parlarono nel senso sopra esposto.

                - I giovani che io raccolgo, rispose D. Bosco, non impediscono per nulla la frequenza alle parrocchie.

                - Perchè?

                - Perchè sono quasi tutti forestieri, senza la sorveglianza dei loro parenti lontani, venuti in Torino per cercare lavoro Savoiardi, Svizzeri, Valdostani, Biellesi, Novaresi, Lombardi, sono questi la maggior parte dei ragazzi che frequentano l'Oratorio.

                - Non potrebbe mandarli alla parrocchia nel cui distretto hanno domicilio?

                - Non la conoscono.

                - E perchè non farla conoscere?

                - Perchè è moralmente impossibile. La diversità dei linguaggio, la incertezza del domicilio, lavorando ora pressa questo ed ora presso quell'altro padrone, l'esempio dei compagni per lo più poco affezionati alla Chiesa, sono un impedimento insuperabile che questi giovani conoscano e frequentino le parrocchie. Di più: molti di essi sono già adulti; taluni [357] toccano i 15, i 18, i 20 anni, e sono tuttora ignari delle cose di religione. Or chi mai potrebbe indurre costoro ad andarsi ad associare in classe con ragazzi di otto o dieci anni molto più di loro istruiti?

                - Non potrebbe Ella stessa condurli, e venire a fare il catechismo nella chiesa parrocchiale?

                - Potrei al più recarmi in una parrocchia, ma non in tutte, perchè non posso moltiplicarmi. I nostri biricchini sono dispersi ai quattro angoli della città. Si potrebbe a ciò provvedere, se ogni parroco volesse prendersi la cura di venire od inviare a raccogliere questi giovani nel giorno festivo, e condurli alle rispettive chiese. Ma anche questo riesce difficile in pratica. Non pochi di questi ragazzi vengono all'Oratorio adescati dalla ricreazione, dai trastulli, dalle passeggiate che hanno luogo tra noi (D. Bosco avrebbe potuto aggiungere: Adescati dalle belle maniere con cui li tratto); e con questi mezzi si attirano anche al catechismo e ad altre pratiche di pietà. Senza di ciò, essi non andrebbero forse in nessuna chiesa, e così non li avrebbero nè i parroci, nè Don Bosco, con grave danno delle loro anime. Per evitare questo pericolo, soggiunse egli, sarebbe cosa utilissima che ogni parrocchia avesse eziandio un luogo determinato, dove radunare e trattenere questi giovanetti in piacevole ricreazione.

                - Questo non è possibile; noi non abbiamo nè locali, nè personale da ciò.

                - Dunque? - domandò D. Bosco.

                - Dunque per ora, - conchiusero i due parroci, faccia Lei come giudica; noi intanto ci raccoglieremo e stabiliremo quello che ci parrà bene.

                Infatti, radunatisi poco dopo tutti i parroci di Torino, venne ora loro agitata la questione, se gli Oratorii si dovessero promuovere oppur riprovare. Si disse pro e contro, ma prevalse [358] l'opinione favorevole. Il Curato di Borgo Dora, D. Agostino Gattino, ed il Teol. Vincenzo Ponzati, Curato di Sant’Agostino, furono incaricati di portare a D. Bosco la risposta concepita in questi termini: “I Parroci della città di Torino, raccolti in conferenza, trattarono sulla convenienza degli Oratorii. Ponderati i timori e le speranze da una parte e dall'altra, non potendo ciascun parroco provvedere un Oratorio nella rispettiva parrocchia, incoraggiano il Sacerdote D. Bosco a continuare nell'opera sua, finchè non siasi presa altra deliberazione”.

                E qui siaci permessa un'osservazione: Il Parroco è certamente obbligato ad impartire la necessaria istruzione religiosa ai grandi ed ai piccoli alle sue cure affidati; ma quando vede o sa che questa in un luogo o in un altro viene convenientemente impartita, a noi pare che egli commetterebbe per lo meno una imprudenza, e vi si opponesse. Questa imprudenza non commisero mai i Reverendi Parroci Torinesi, amanti e desiderosi quali furono sempre del maggior bene della gioventù. Anzi, parecchi di loro non solo promossero gli Oratorii già esistenti, raccomandando ai padri e alle madri di famiglia d'inviarvi i proprii figliuoli; ma in progresso di tempo, a costo d'ingenti spese e non leggeri sacrifizi personali, ne impiantarono lei nuovi, come fecero tra gli altri i Curati della Gran Madre di Dio, dei Santi Pietro e Paolo, di Santa Giulia, di S. Alfonso, della Madonna della Salute, del Sacro Cuore di Gesù, di S. Gioachino, e della Pace. Con questo mezzo eglino si procurarono la dolce consolazione di vedere ben pascolati i cari agnelletti di loro parrocchie e nel tempo stesso tenuti lontani dai lupi rapaci, mediante onesti trastulli e giardini di ricreazione. Dal canto suo Monsignor Fransoni, Arcivescovo di Torino, era sempre largo al nostro D. Bosco del suo appoggio e de' suoi conforti, aiutandolo [359] in tutti i modi, e stimolando così i suoi parroci a fare altrettanto.

                Non ostante queste importune distrazioni, D. Bosco continuava a dare alle stampe gli scritti che finiva di correggere in questo inverno. Alla biografia di Luigi Comollo, alla Corona dei dolori di Maria, all'Angelo Custode, alla Storia Ecclesiastica, faceva seguito il libretto di 46 facciate in - 32° col titolo: Le sei Domeniche e la novena in onore di S. Luigi Gonzaga, con un cenno della vita del medesimo Santo.

                Con questo cenno rappresentava S. Luigi nel vero suo carattere, e ne faceva risaltare ciò che formava i suoi primi ideali, desideroso di trasfonderli eziandio ne' suoi allievi: la virtù della purità, custodita colla preghiera e colla penitenza; la secondata vocazione allo stato religioso; il desiderio di portarsi nelle missioni estere e dare la vita per Gesù Cristo. Trascrivo questa pagina perchè non vada perduta, essendo scomparsa fino dalla seconda edizione, intieramente esaurita. Dice così: “San Luigi, detto l'Angelico pel candore de' suoi costumi e per l'ardore che aveva di far penitenza, era primogenito dei Marchesi Gonzaga, padroni del Castello di Castiglione. Fin da fanciullino diede segni di quella santità a cui il Signore lo chiamava. A soli quattro anni amava già la ritiratezza, ed era sovente ritrovato in qualche cantuccio della casa, o sul solaio, ove genuflesso, colle mani giunte avanti il petto, fervorosamente pregava. A questo spirito di tenera divozione, il quale conservò sin che visse, aggiunse le più rigorose austerità: non si scaldava mai, qualunque freddo facesse; portò tant'oltre il suo digiuno, che ridusse il proprio alimento ad un'oncia al giorno; poneva scheggie in letto per tormentarsi anche nel sonno; spesso dormiva sulla nuda terra; sovente si flagellava a segno che vestimenta, cilici, pavimenti rimanevano tinti del suo innocente sangue. Al fine poi di [360] patire e di giorno e di notte, si applicava sulle carni delle cinture fatte di acute punte di speroni.

                Giunto all'età di dieci anni, conosciuto quanto era grata al Signore la preziosissima virtù della purità, si portò in chiesa dinanzi ad una immagine di Maria SS., e fece strettissimo voto di conservarla per tutta la sua vita. Maria gradì molto l'offerta che il santo giovanetto, il fedele servo Le faceva, e lo favorì per modo che ebbe la gloria di portare all'altra vita intatta la stola dell'innocenza battesimale.

                “Divenuto grandicello, scorgendo i gravi pericoli che s'incontrano nel secolo, risolvè, di abbandonare mondo, parenti, amici con tutta l'eredità del padre, per occuparsi unicamente delle cose che riguardano Dio, l'anima e l'eternità. Dopo molti contrasti, specialmente dalla parte del padre, ottenne di entrare nella Compagnia di Gesù, dove fece risplendere ogni sorta di virtù nel grado più eminente e perfetto che da uomo si possa praticare.

                “Invidiava la sorte di quelli che davano la vita per la fede, ed egli stesso desiderava ardentemente di morir martire; ed ottenne dal Signore la palma del martirio di carità, giacchè, sorta in Roma una fierissima peste, Luigi chiese di andare a servire gli appestati, e venne anch'egli colto dallo stesso morbo in guisa che trasferito al convento, venne dal male lentamente consumato e in breve ridotto all'estremo di sua vita. Accade che quelli i quali poco pensano alla morte, quando si avvicina, paventano e tremano, ed alle volte si dánno anche in braccio alla disperazione. Di Luigi non fu così. Egli considerava la morte come mezzo per unirsi al suo Dio e andare al possesso della sua eterna felicità: onde, accortosi che si avvicinava al suo fine, non poteva più capire la piena di gioia che gli innondava il cuore, e tripudiante diceva a [361] quelli che lo andavano a visitare: - Ah, ce ne andiamo, ce ne andiamo! Dove? Al Paradiso, al Paradiso: cantate un Te Deum per me. - Stette alquanto in gran calma, e mentre si sforzava di pronunciare il santissimo nome di Gesù, col sorriso sulle labbra dolcemente spirò, in età di soli ventitrè anni e sei mesi nel 1591”.

                Il libretto incominciava colla seguente prefazione.

                “Eccovi, giovani in Gesù Cristo carissimi, un modello ed un esemplare in cui specchiandovi, potrete formarvi un metodo di vita atto a condurvi alla vera felicità. S. Luigi viene proposto quale esempio d'innocenza e di virtù a tutti, ma specialmente alla gioventù, in favore della quale in ogni tempo impetrò moltissime grazie dal Signore. I Romani Pontefici, a fine di accrescere il culto di questo gran Santo a vantaggio spirituale de' fedeli, concedettero indulgenza plenaria a tutti quelli che, confessati e comunicati, avranno santificato le sei Domeniche continue precedenti alla festa del Santo, od altre sei successive nel corso dell'anno, con pie opere ed orazioni ad onore dei Santo medesimo e a gloria di Dio. Tale indulgenza si può lucrare per ciascuna delle Domeniche suddette, ed è applicabile alle anime del purgatorio. Affinchè poi siate tutti in grado di conoscere le opere e le orazioni da praticarsi in ciascuna Domenica, furono disposti in questo libretto per ogni giorno quegli esercizii che potranno servire per chi vorrà celebrare le Domeniche e la novena di questo Santo, e partecipare di quelle grazie e di que' segnalati favori che tuttodì ottiene a suoi divoti.”

                Quindi complessivamente, per ogni Domenica e per ogni giorno della novena, esponeva una delle virtù principali del Santo con una preghiera, una giaculatoria ed una pia pratica. Queste pratiche di pietà, o fioretti, sugo, essenza dei consigli, delle prediche, delle esortazioni private che D. Bosco dava [362] fin dai primi tempi continuamente a' suoi giovani, sono le seguenti: - Se trovate la vostra coscienza rea di qualche peccato, chiedetene di cuore perdono al Signore con promessa di confessarvene al più presto possibile. Non differite la penitenza alla vecchiaia, quando le forze non la comportano più. A chi vi dice che non conviene usar tanto rigore contro del vostro corpo, rispondete: Chi non vuol patire con Gesù Cristo in terra, non potrà godere con Gesù Cristo in Cielo. - Stabilite oggi di non voler mai più riguardare oggetti pericolosi, nè parlare di cose contrarie alla virtù della purità. - Risolviamoci oggi di voler frequentare, per quanto ci è possibile, i Sacramenti della Confessione e Comunione; e di mettere in pratica i consigli del confessore. - Procurate di recitare le preghiere del mattino e della sera avanti l'immagine di Gesù crocifisso, e baciatelo spesso. I Sommi Pontefici concedono molte indulgenze a chi bacia il Crocifisso. Quando potete, andate a fare qualche visita a Gesù Sacramentato, specialmente dove è esposto per l'adorazione delle quarant'ore. - Fate ogni possibile per dare buon esempio. Procurate di condurre qualche vostro compagno ad ascoltare la parola di Dio o ad accostarsi al Sacramento della Confessione. Fuggite i cattivi compagni. Fuggite l'ozio, che è la cagione funesta di tanto tempo perduto, e cominciate oggi una vita nuova che piaccia al Signore. - Procurate per l'avvenire di recitare sempre con divozione e raccoglimento le preghiere del mattino e della sera. Recitate lungo il giorno qualche giaculatoria a Dio e al vostro avvocato S. Luigi. Pensate ogni sera, se doveste morire in quella notte, quale sarebbe la vostra morte. - Nella festa di S.Luigi: Offerite a S. Luigi gli esercizii di pietà di questo giorno, affinchè vi ottenga il dono della perseveranza finale.

                Di questa prima edizione ne fece imprimere 3000 esemplari [363] dalla tipografia Speirani e Ferrero e poi la riprodusse nel Giovane Provveduto.

                Negli anni seguenti ristampò con notevoli aggiunte questo libretto ben undici volte e in tante migliaia di copie da essere assai difficile farne il computo. In queste edizioni dimostra come la Chiesa sia sempre in capo a' suoi pensieri. Ei dice ai lettori: “Fortunati i Cattolici che si trovano in una Religione, la quale in ogni tempo, in ogni luogo, di ogni età e condizione, ebbe sempre gloriosi eroi che colla innocenza della vita giunsero a tali gradi di santità, cui solamente la santa Religione di Gesù Cristo può condurre”. E concludeva: “Iddio, infinitamente buono ed infinitamente ricco di grazie, benedica i lettori di questo libretto, e ne' cuori di tutti infonda grazia e desiderio di praticare le virtù che ivi sono accennate. Tutto a maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime”.

                D. Bosco regalò il suo nuovo libretto a tutti i giovani dell'Oratorio, e sulle labbra dei figli del popolo, prima avvezze a canti profani, risuonò l'inno Infensus hostis gloriae e la lode: Luigi, onor dei vergini, poesie stampate nelle ultime pagine. Esse divennero famigliari a centinaia di migliaia di fanciulli artigiani sparsi in tutto il mondo, i quali certamente non le avrebbero mai apprese senza l'opera di D. Bosco. Sono i cantici trionfali della purità, di quell'angelica virtù che D. Bosco non si stancava mai di raccomandare con quelle parole: - Che cosa sono i capricci di questo mondo? Ciò che non è eterno, è nulla. Quod aeternum non est, nihil est! Quelli che si lasciano vincere dalle passioni, colti dalla morte e sepolti tra le fiamme eterne dell'inferno urleranno piangendo: Nos insensati: erravimus!

 

 


CAPO XXXIX. D. Bosco e i condannati al patibolo.

 

                DON CAFASSO, narrava D. Bosco, era l'angelo della misericordia di Dio, per quegli infelici che dai loro misfatti erano condotti a terminare la vita sopra un patibolo. La sua carità non aveva limiti, non guardava ad incomodi; correva anche non chiamato in qualsiasi altra parte del regno. Aveva ottenuta dal Signore una segnalatissima grazia. Neppur uno dei molti condannati, assistiti da lui nei loro ultimi momenti, morì senza essersi riconciliato con Dio, lasciando fondata speranza di eterna salvezza. Anzi un bel numero di questi, compresi dall'ardore, delle sue esortazioni, si rassegnavano con grande calma alla loro sorte. E taluno fu visto aspettare col sorriso sulle labbra il colpo fatale, a segno che un carnefice esclamò alla presenza dello stesso D. Cafasso: - La morte non è più morte, ma un conforto, un piacere, una festa. D. Bosco seguiva gli esempi del suo caro maestro, ripieno, com'era dello stesso spirito. Appena incominciava a correre la voce essere imminente la sentenza capitale contro taluno, Don Bosco ad un cenno di D. Cafasso, nelle sue visite settimanale alle carceri senatorie, si metteva attorno al disgraziato e a poco a poco cercava disporlo a fare una buona confessione, [365] nel caso che non l'avesse ancora fatta. Letto il decreto di morte, spettava al sacerdote l'ufficio di lenire col balsamo della religione la povera anima straziata. Ciò non riusciva sempre cosa facile, poichè alcuni bestemmiando rifiutavano i sacramenti e protestavano di voler morire irreconciliati, altri furiosi tentavano suicidarsi per isfuggire quel disonore; tal volta vi fu chi per odii inveterati non voleva perdonare e con fredda impudenza sembrava disprezzare Dio e gli uomini; e tal altra chi quasi inebetito non intendeva parola che potesse richiamarlo ai pensieri dell'eternità. Ma alternandosi D. Cafasso il Teologo Borel e D. Bosco nel prestar loro una continua assistenza, riuscivano a calmarli, ispirar loro una grande fiducia nel sacerdotale ministero, infondere viva speranza e amore in Dio, sicchè li inducevano a confessarsi e ad accettare la morte, quale mezzo per espiare i loro peccati.

                Stabilito il giorno dell'esecuzione, se D. Bosco aveva ascoltata la confessione del condannato, alla sera della vigilia andava a passare la prima metà della notte al suo fianco nella cappella detta il confortatorio. Le sue parole erano di un'efficacia straordinaria per consolare il paziente. Gli ricordava la bontà di Maria, sua Madre tenerissima e rifugio dei poveri peccatori. Gli faceva osservare aver Iddio permesso che giungesse a quel punto doloroso, perchè altrimenti restando impunito sarebbesi eternamente perduto; lo assicurava che la morte, accettata con piena rassegnazione, essendo atto di carità perfetta, lo avrebbe condotto in paradiso senza passare pel purgatorio; lo invitava a gettarsi confidentemente nelle braccia dell'affettuosa misericordia del Signore, ripetendogli le parole che udì il buon ladrone sulla croce: Oggi sarai meco in paradiso. Di quando in quando gli faceva recitar l'atto di contrizione, o qualche altra breve preghiera. [366]

                D. Bosco compieva questo suo ufficio, sereno, affettuoso, tranquillo; ma la sua calma era apparente, e si manteneva a forza di volontà. In simili notti non potè mai vincere il ribrezzo che in lui destava un'immensa compassione, nè acquistare quella certa indifferenza che proviene dall'abitudine. La fiamma languida di una sola candela, il silenzio che regnava all'intorno, il passo monotono della sentinella nel corridoio, il trascorrere del tempo, l'avvicinarsi inesorabile dell'ora fatale, gli cagionavano un'ansia che a stento riusciva a reprimere. E poi talora i sussulti del condannato allorchè era preso da un istante di sonno, qualche sua rotta parola che esprimeva un rimpianto, una confidenza, un timore; talora uno stringere convulsivo di mani; quindi un alzarsi agitato, dare qualche passo, volgere attorno gli occhi smarriti nei quali le lagrime si erano omai inaridite, e abbandonarsi poi sopra lo sgabello come in preda ad un deliquio, erano ferite dolorose al cuore così sensibile di D. Bosco. Tuttavia l'eroica sua carità non abbandonavalo. Circa la mezzanotte sopraggiungeva D. Cafasso e talvolta il Teologo Borel. D. Bosco allora dava ancora un ultimo ricordo al prigioniero, e tornava a casa spossato e febbricitante. Egli non protrasse mai questa veglia fino al mattino, e sentiva in se stesso di non poter reggere ad accompagnare il condannato sul palco di morte.

                Una sola volta fu costretto a farsi una simile violenza che era superiore alle sue forze. Nel 1846 fra i prigionieri, in Torino, ve ne eran tre sotto processo, fra i quali un giovane di ventidue anni con suo padre. D. Bosco più volte aveva confessato il figlio, e il povero giovane aveva riposta in lui molta affezione. Il processo finì colla sentenza capitale. Don Bosco andò a vedere il suo giovane amico prima che partisse per Alessandria, luogo destinato al supplizio. Il giovane, singhiozzando lo supplicava di volerlo accompagnare, ma [367] D. Bosco col cuore stretto da angosciosa tenerezza gli rispondeva con buone parole ma evasive, non sentendosi coraggio di promettere. I tre condannati partirono, impiegando più giorni in quel viaggio e fermandosi in varie stazioni, come prescriveva la sentenza.

                Quando D. Cafasso fu egli pure in sul partire per Alessandria a compiere con quegli infelici il suo santo e sublime ufficio, mandò a chiamare D. Bosco e gli disse di venire in sua compagnia, attesochè quel giovane aveva fatte così vive e ripetute istanze di aver lui al suo fianco negli estremi momenti, che ci riputava essere una vera crudeltà il rifiutarsi. D. Bosco oppose qualche resistenza, poichè gli sembrava che non avrebbe potuto sostenere lo straziante spettacolo; ma D. Cafasso insistette, e D. Bosco, avvezzo ad obbedire a qualsiasi cenno del suo Direttore, salì con lui nella vettura già pronta. Giunsero ad Alessandria la vigilia dell'esecuzione capitale. L'infelice giovane, al veder comparire D. Bosco nel confortatorio, gli si slanciò al collo e lo abbracciò piangendo. Dio solo conosce ciò che D. Bosco sofferse: pianse egli pure, ma seppe tosto padroneggiarsi; e passò con quel poveretto l'intera notte consolandolo e incoraggiandolo colle certe speranze di una vita immortale, gloriosa e felicissima che l'attendeva. Più di una volta, per la pace che godeva di una tranquilla coscienza, vide un lieve sorriso sfiorare le sue labbra, mentre lo invitava a pregare con lui la Madonna e lo disponeva a fare l'ultima comunione. Verso le due del mattino gli impartì ancora la santa assoluzione, celebrò la santa Messa nell'altare preparato in quella stessa carcere, lo comunicò, e svestiti gli abiti sacri, con affettuose e calde parole fece con lui il ringraziamento.

                Ed ecco giungere anche per D. Bosco il momento di una dolorosa passione. All'improvviso la campana del duomo con [368] un primo rintocco dà il segno dell'agonia. Si spalanca la porta della segreta; compariscono i gendarmi, alcuni confratelli della Misericordia, il rappresentante della legge e il custode delle carceri. Il carnefice si avvicina al condannato, s'inginocchia, e gli domanda perdono; quindi lo lega innanzi all'altare e gli getta il laccio al collo. D. Bosco intanto cerca di occupare la mente di quel poveretto, ricordandogli Dio, Maria SS., il suo Angelo custode e i santi che lo aspettano in cielo.

                Finalmente giunse l'ora di partire. Tre carri tirati da due cavalli, su ciascuno dei quali stava un condannato, uscivano dal portone delle prigioni. Sul primo carro montò un prete alessandrino. D. Bosco si assise al fianco del suo povero giovane. Il carro sul quale salì D. Cafasso era l'ultimo, ove stava il disgraziato padre. Una moltitudine immensa, accorsa da tutte parti, ingombrava le vie. D. Bosco stesso nella biografia di D. Cafasso lasciò memoria delle sue impressioni: “La campana col lugubre suono dei lenti rintocchi continua a d annunziare che gli infelici vanno a pagare il fio dei loro delitti; i condannati hanno innanzi il crocifisso, da un lato la scarnata immagine della morte, attorno i caritatevoli confratelli della Misericordia, i quali in cappa nera col cappuccio, calato sul volto cantano il Miserere. I soldati e i carabinieri a cavallo scortano i carri e li fiancheggiano. I carnefici cogli altri uomini di giustizia in gran numero rendono ancor più tetro quel funebre corteo. Tutti gli spettatori sono immersi nel dolore e nello spavento, e nessuno dice una parola di conforto a quei disgraziati. Ma osservate: accanto ad essi vi è un sacerdote, il quale terge le loro lagrime, e amorosamente alternando colle preghiere, gli avvisi e i ricordi di care speranze vicine a compiersi, col crocifisso in mano va loro ripetendo: - Questi è un amico che vi ama, che non vi spaventa, nè vi abbandona. Sperate in lui, e il paradiso è [369] vostro. - E lo presenta alle loro labbra perchè lo bacino. Ad un tratto il corteo si ferma innanzi ad una chiesa. Escono i chierici colle torce, comparisce un sacerdote sul limitare tenendo nelle mani il SS. Sacramento, impartisce la benedizione e si ritira. Il ferale convoglio si rimette in moto”.

                Fino a quel punto D. Bosco aveva fatto forza a se stesso, ma dopo qualche istante sentissi stringere e mancare il cuore. Era effetto di un vivissimo irresistibile raccapriccio all'idea che fra poco sarebbe apparso il patibolo agli occhi dell'infelice e amato giovane. D. Cafasso se ne avvide al pallore del volto, mentre svoltavano i carri e scese dal suo e fatto fermare quello sul quale era D. Bosco e che aveva le sponde molto più alte degli altri due, disse con voce forte a D. Bosco: - Queste sponde troppo alte vi tolgono il respiro; scendete e andate a prendere il mio posto, che io salirò al vostro. D. Bosco montò sull'altro carro dove sedeva il genitore di quel giovane. Quest'uomo, benchè si fosse confessato e comunicato, dava pochi segni esterni di pentimento e teneva un contegno freddo e si direbbe, quasi sprezzante. Si giunse sulla piazza ove erano erette le forche: la moltitudine brulicava sterminata e fluttuante; ad un tratto la folla spingendosi e urtandosi aveva interrotto il passaggio del terzo carro sul quale era D. Bosco, mentre gli altri due avevano potuto procedere liberamente fino ai piedi del patibolo. Chi guidava i cavalli non sapeva da qual parte rivolgerli, perchè molti cittadini gli voltavano le spalle, ansiosi di vedere l'esecuzione dei due primi condannati. Invano gridava il conduttore del carro, invano gridavano i carabinieri; per inoltrarsi più rapidamente si sarebbero dovute schiacciare le persone. Riusciti ad aprirsi la strada, ecco che molti di quelli che erano ai fianchi o seguivano dietro, tentavano di sopravanzare il carro, giovandosi del momentaneo largo. Il condannato, osservando la calca, [370] con un freddo e sardonico sogghigno, gridò alla turba: - Ma brava gente, perchè tanta premura? Se non ci sono io, lo spettacolo manca del personaggio principale; e fintantochè io son qui, potete essere certi che non termina la festa. - Dopo pressochè mezz'ora di stenti, il carro andando a zonzo giunse ai piedi del palco: i primi due erano già stati giustiziati: il giovane pendeva morto dal laccio. Lo sciagurato padre fu condotto sotto la forca; ma quando salì sul fatale sgabello, gli occhi di D. Bosco si ottenebrarono; ei vacillò, e non vide più nulla. Ma D. Cafasso gli era al fianco, lo sorresse, sicchè non istramazzò e lo consegnò al prete alessandrino. Intanto affrettavasi ad impartire l'ultima assoluzione alla povera vittima, mentre le toglievano di sotto ai piedi lo scanno. Quando D. Bosco si riebbe, tutto era finito, e con D. Cafasso accompagnò i cadaveri alla cappella della compagnia di Misericordia assistendo quindi alla messa da Requiem.

                D. Cafasso da quel giorno più non osò invitarlo ad assistere ad una esecuzione capitale. D. Bosco però continuò per più anni ancora a consolare e confessare in carcere i condannati a morte. Narrava il Canonico Picca come, essendo egli ancora chierico, accompagnasse D. Bosco a visitare tre di tali delinquenti, Magone, Guercio e Violino, che furono impiccati nel circolo Valdocco, amplissimo spazio circondato da alberi giganteschi, nel quale facevano capo una via e tre maestosi e larghissimi viali. Ivi in aperta campagna si innalzarono le forche fino al 1852, lontano poco più di un centinaio di metri dall'abitazione di D. Bosco. Fu perciò non piccola agonia per D. Bosco udire dalla sua camera, per circa nove anni, il mormorio degli innumerabili spettatori, i canti funebri all'arrivo del corteo, poi il silenzio profondo, il rullo dei tamburi, nuovi canti in suffragio de' defunti ed in ultimo il vociare e il ritrarsi della gente che sfollava da [371] ogni parte. Ed egli colle sue preghiere ad accompagnare al tribunale di Dio quelli che il mondo dichiarava giustamente infami, ma che lavati dal sangue dell'Agnello immacolato venivano dalla Misericordia divina accolti fra i principi del paradiso. Alcuni di questi erano debitori a lui della loro eterna salvezza.

                L'ultimo che D. Bosco assistette e confessò nel Confortatorio, fu, credo, nel 1857. Costui, giustiziato presso gli spaldi della cittadella e creduto morto, distaccato dal trave e messo nella bara, venne trasportato alla chiesa di S. Pietro in Vincoli, ove solevano seppellirsi i condannati alla pena capitale. Quand'ecco quel meschino muoversi, mandare un gemito ed alzarsi a sedere. Il Cappellano e altri che erano ancora in chiesa, lo portano sovra di un letto. Egli nominò D. Bosco, che chiamato, accorre frettoloso. Gli fu apprestata e bevette ancora una tazza di caffè; ma D. Bosco conobbe che non vi era nessuna speranza di salvarlo, essendo smosse le vertebre del collo. Si affrettò pertanto ad eccitarlo ad un atto di contrizione, lo assolse e non partì di là finchè dopo circa due ore i medici constatarono essere egli realmente spirato.

                Dolorosi spettacoli erano queste esecuzioni capitali, ma proporzionavano la pena al delitto. Il Signore sentenziò: Chiunque spargerà il sangue dell'uomo, il sangue di lui sarà sparso, perchè l'uomo è fatto ad immagine di Dio”[60]. E nei Proverbi si legge: “L'empio è dato (al supplizio in espiazione) pel giusto e l'iniquo per gli uomini dabbene”[61]. E loro castigo rimuove i flagelli del Signore dalle città e dai regni, e serve di terribile ammonimento e di efficace ritegno a molti che sono per mettere il piede sulla via del delitto.

 

 


CAPO XL.
D. Bosco è costretto a sloggiare da casa Moretta - - L'Oratorio in un prato - Un giovanetto affamato -Le passeggiate a Soperga.

 

                MENTRE succedevano gli accennati avvenimenti, si avvicinava la primavera del 1846, e il nostro Oratorio doveva subire un nuovo trasferimento. Un egregio scrittore francese, in un opuscoletto intorno al nostro D. Bosco e l'opera sua, parlando dei giovanetti che fin da principio frequentavano l'Oratorio, fa uso di una bella similitudine, che ci piace di qui ricordare: “Come in un giorno d'inverno, egli scrive, si vedono gli augelletti raccogliersi numerosi là dove una mano provvidenziale gitta loro il grano che li ha da salvare, così intorno a D. Bosco si vedevano affollarsi numerosi drappelli di fanciulli e di giovanetti, che il mondo non curava”.[62] Egli disse il vero; chè ora motti ben si avvedono come i catechismi, le istruzioni, le prediche, i racconti edificanti, le oneste conversazioni e i lieti trastulli, che D. Bosco loro somministrava nei giorni del loro maggior pericolo, furono quelli appunto che li hanno, [373] salvati dalla irreligione, dalla immoralità, dalla mala via; furono la loro salute, e la loro vita. Ma per continuare il gradito paragone, come avviene pur talora che una persona poco benevola spaventi gli uccelli che stanno beccandosi il caro cibo e li costringa a cercarselo altrove, così accadde più volte ai primi figli di D. Bosco, uccelletti dell'Oratorio, costretti quali furono a prendere il volo prima da San Francesco d'Assisi, poi dall'Ospedaletto, quindi da San Pietro in Vincoli, poi dai Molini di città, ed ora dalla casa Moretta, come siamo per narrare.'

                La maggior parte di questa casa era appigionata a molti inquilini, i quali, sebbene vedessero di buon occhio il gran bene che si faceva a tanti giovanetti e lo approvassero, tuttavia, disturbati dai loro schiamazzi in ricreazione, e dall'andirivieni e dal relativo rumore nel portarsi alla scuola serale, ne mossero lamento al padrone, dichiarando di dimettersi tutti, ove non cessassero quelle adunanze. Laonde il buon sacerdote Moretta dovette avvisare D. Bosco che si cercasse altro luogo mentre intanto gli dava quasi immediato diffidamento. In questa determinazione egli mostrò tuttavia il suo rammarico, e trattò D. Bosco con tutto garbo; imperocchè, dopo il tristo caso del Cappellano e della serva e del segretario, la gente dabbene che ne era consapevole, usava a lui e al suo Oratorio molto riguardo. Ciò accadeva il 2 marzo, e D. Bosco pagava il saldo del fitto in 15 lire, per tutto quel mese ancora.

                D. Bosco già aveva previsto questo licenziamento, e troppo rincrescendogli respingere i nuovi giovani che a lui sempre affluivano, erasi accordato con certi fratelli Filippi ed affittava da loro un prato in Valdocco, presso la casa Moretta a levante. In questo prato adunque, cinto da una siepe, che lasciava passare persino i cani, i quali difatto si fermavano [374] di quando in quando a sporgervi il muso ed unire i loro abbaiamenti agli schiamazzi dei giovani, venne trasferito l'Oratorio. Vi era nel mezzo un casotto di assi e di fango che dalla parte nord era sostenuto da un trave orizzontale, essendo in pendenza il terreno; e quivi si custodivano i giuochi. D. Bosco era là senza riparo, esposto co' suoi giovani al vento, alla pioggia ed ai raggi ardenti del sole, ma “gli occhi di Dio sono fissi su coloro che lo temono; Egli il protettore possente, il presidio forte, il riparo contro gli ardori, ombreggiamento, contro la sferza del mezzodì”[63]. Quel luogo però non mancava di allettamento. La rustica cinta che lo attorniava vestendosi delle nuove foglie e di fiori, l'allegria, i divertimenti, i canti attirarono bentosto l'attenzione del pubblico, e il numero dei giovani accrebbe sino a 400.

                Così di mano in mano che gli uomini costringevano, Don Bosco a passare da un sito all'altro, Iddio andavagli aumentando la famiglia, e porgevagli modo di fare maggior bene.

                Qualcuno si farà a domandarci: Ma in un prato come potevansi praticare le cose di religione? - Rispondiamo che si praticavano in un modo quasi romantico, o per meglio dire, come le praticavano talora gli Apostoli e i primi Cristiani. Le confessioni si facevano così: Nei giorni festivi e all'ora competente, Don Bosco dal vicino Rifugio si portava nel prato delle sue fatiche, dove a poco a poco si radunavano eziandio i giovani. Colà egli si metteva a sedere sopra una scranna ed ascoltava la confessione di quelli che vi erano venuti a questo fine, ed altri, inginocchiati in terra presso di lui, vi si preparavano o ne facevano il ringraziamento [375]

                Mentre questo aveva luogo in un angolo, in altra parte i giovani già confessati stavano in circolo canterellando qualche lode, o udendo a leggere o a raccontare da un compagno un qualche esempio edificante; altri poi attendevano ad una modesta ricreazione conversando tra loro, oppure giuocando alle piastrelle, alle bocce, alla palla, o provandosi a camminare sulle stampelle. Ad una cert'ora della mattina Don Bosco si levava dal suo confessionale veramente apostolico. Allora uno dei giovani a ciò deputato, non avendo campane, col rombo di un tamburo, che pareva di epoca antidiluviana, li raccoglieva tutti in mezzo al prato; un altro imboccando e dando fiato ad una rauca tromba imponeva silenzio; e Don Bosco, presa la parola, indicava la chiesa, dove si sarebbe andati a udire la Messa e a fare la santa Comunione. Dopo di ciò tutti si mettevano in via con divoto contegno a quella volta, talora divisi in gruppi e talora ordinati come in processione cantando canzoni spirituali, come narrava di averli veduti il Teol. D. Savio Ascanio; e colà adempivano al precetto della Chiesa. Usciti, ciascuno si recava alla propria casa per la colazione e pel pranzo.

                Dopo mezzodì, appena era possibile, chi da una parte, chi dall'altra della città, tutti si raccoglievano nel prato famoso e davano cominciamento ai trastulli, sempre assistiti dai due angeli visibili, D. Bosco e il Teol. Borel, coll'aiuto dei giovani più adulti ed assennati. Venuto il tempo, D. Bosco faceva dare dal suo tamburino il noto segnale, li divideva secondo l'età e l'istruzione in altrettante squadre, e seduti sul verde pavimento udivano per una mezz'ora il catechismo. Egli dominava la sua classe, dei più grandicelli, stando in piedi, sopra un piccolo rialzo di terra. Dopo aver cantato un inno sacro, egli stesso o il Teol. Borel, salito sopra una sedia od una panca, teneva loro un sermoncino, con cui li istruiva [376] e dilettava ad un tempo, e che perciò ascoltavano con grande attenzione. Non potendosi dare la benedizione col SS. Sacramento, si conchiudeva la funzione col canto delle litanie lauretane, o di una lode alla Vergine Immacolata, invocandola che insieme col divin Figliuolo li volesse benedire dal Cielo. Non si badava ai cittadini che, passando nella strada vicina, si fermavano in gran numero ad osservare curiosamente quel mai più visto spettacolo. In appresso si ripigliava la ricreazione, che continuava animata sino a notte. In questo tempo accadeva che alcuni garzoncelli, ritirandosi dai divertimenti, chiedessero di confessarsi, e D. Bosco li contentava subito, senza badare all'ora inopportuna e alle altre sue incombenze. Qual viva fede in questi poveretti, che qualche mese prima quasi nulla sapevano di Dio!

                Quando tutti avevano abbandonato il prato, allora D. Bosco rientrava al Rifugio. Talvolta il povero uomo, benchè sempre lieto nel Signore, trovavasi così affranto dalla fatica, da non potersi più reggere in piedi, ed era necessario sostenervelo tra due, o portarvelo sulle braccia. Or non aveva egli del singolare questo spettacolo? Non vi pare egli che ritraesse in parte da quello che davano le pie turbe, ammaestrate e benedette dal Divin Salvatore o sulle rive dei fiumi, o alle falde dei monti, o sulle spiaggie del mare di Tiberiade?

                Durante la dimora nel prato accadde un episodio, che non crediamo di dover passare sotto silenzio. La sera di una festa, mentre i giovani erano intenti a ricrearsi correndo qua e là, giuocando e schiamazzando, si presentò presso alla siepe un giovanetto in sui 15 anni. Pareva che ci bramasse di varcare il debole riparo, e unirsi con loro; ma non osando, lì stava contemplando con un'aria trista ed oscura. D. Bosco lo vide, e fattosi a lui vicino, gli mosse varie domande: - Come [377] ti chiami? donde vieni? che mestiere fai? - Ma il poverino ori dava alcuna risposta. D. Bosco venne in sospetto che egli fosse muto, e già voleva parlargli coi segni convenzionali; quando, tentando una nuova prova e ponendogli la mano sul capo, gli domandò: - Che cosa hai, caro mio? Dimmi: ti senti forse male?

                Incoraggiato da questi tratti di benevolenza, il giovanetto, mettendo fuori una voce che pareva uscire da una vuota caverna, rispose: Ho fame.

                Questa parola mosse tutti a grande compassione. Si mandò tosto a prendere del pane, e gli si diede il necessario ristoro. Reficiato che fu, D. Bosco facendolo discorrere gli domandò:

                - Non hai parenti?

                - Li ho, ma sono lontani.

                - Che mestiere fai?

                - Il sellaio; ma perchè poco abile, fui licenziato dal padrone.

                - Non te ne sei cercato un altro?

                - Cercai tutto ieri, ma non avendo conoscenze in questa città non mi riuscì di trovarne alcuno.

                - Dove hai dormito questa notte?

                - Sulla gradinata della chiesa di S. Giovanni.

                - Sei andato questa mattina ad udire la Messa?

                - Sono andato: ma l'ho ascoltata male, perchè aveva fame.

                - Dove eri incamminato quando ti sei presentato qui?

                - Da alcune ore mi sentiva tentato di andare a rubare.

                - Non hai domandato la limosina a qualcuno?

                - Sì, che la domandai; ma vedendomi così giovane, tutti mi rimbrottavano, dicendo: Sano e robusto come sei, invece di fare il vagabondo, va a lavorare; e intanto non mi davano niente. [378]

                - Se andavi a rubare, ti saresti fatto mettere in prigione.

                - È appunto questo timore che mi ha più volte trattenuta la mano; ma il Signore ebbe compassione di me, e invece di lasciarmi prendere la strada del disonore, mi guidò a Lei per questa via.

                - Che pensiero ti occupava la mente quando ci stavi là ad osservare?

                - Io diceva tra me stesso: Come sono fortunati questi giovanetti! Contenti ed allegri, saltano, corrono, cantano, e ne sentiva invidia; avrei voluto unirmi con loro, ma non osava.

                - Verrai d'ora innanzi in questo prato nei giorni di festa?

                - Purchè Lei me lo permetta, ci verrò ben volentieri.

                - Vieni pure, che sarai sempre il bene accolto. Intanto questa sera per la tua cena e per il dormire ci penserò io. Domani poi ti condurrò da un buon padrone, e avrai albergo, lavoro e pane.

                Inutile il dire che questo giovane fu sempre assiduo all'Oratorio, sino all'anno 1852, quando fu chiamato sotto le armi, mantenendosi affezionatissimo a colui, che colla sua benevolenza e paterna sollecitudine lo aveva tratto dal pericolo di una mala vita.

                Una domenica, narra ancora D. Bonetti Giovanni, D. Bosco menò i suoi giovanetti a fare una passeggiata sino alla celebre Basilica di Soperga. Credo di far cosa gradita col darne qui la descrizione, come veniva fatta a me stesso da uno che vi aveva preso parte.

                Raccoltisi adunque in sul mattino nel prato e condotti prima ad udire la santa Messa nella chiesa della Consolata, verso le ore 9 si posero in ordine, e a due a due, come un reggimento di soldati, presero le mosse per alla volta di [379] Soperga. Avevano con loro la musica strumentale, che consisteva in un vecchio tamburo, una tromba, un violino ed una chitarra scordata: poca cosa davvero, ma che servendo nondimeno a fare rumore, per essi bastava. Della comitiva, chi portava canestri di pane, chi di cacio, salame, fichi secchi, castagne e pomi, e chi altri oggetti necessarii all'uopo. Finchè furono in città, da tutti si osservò un moderato silenzio; ma giunti che furono al Po, cominciarono il cinguettare, le chiacchiere, i canti, le grida e gli schiamazzi, da far credere alla gente che andassero a prendere di assalto la collina. Loro guida era lo studente di terza ginnasiale alla scuola di Porta Nuova, Picca Francesco, il quale, prima a S. Francesco d'Assisi e poi al Rifugio, aveva aiutato D. Bosco nell'assistenza dei giovani, ed ora continuava in quell'opera di carità colla licenza del professore della sua classe, D. Bertolio.

                Fin dalle prime ore del mattino li aveva preceduti il teologo Borel per dare colà avvisi opportuni e per fare i convenienti preparativi alla squadra, che si prevedeva sarebbe pervenuta in cima del colle assai ben disposta a divorar pagnotte. Quando furono a Sassi, ai piedi della salita, ecco un pacifico cavallo bardato a tutto punto, che il buon sacerdote D. Anselmetti Giuseppe, parroco di Soperga, mandava al capitano della brigata. Don Bosco riceveva in pari tempo una letterina del Teologo Borel, che gli diceva: “Venga tranquillo coi cari giovani: la minestra, la pietanza, il vino sono preparati”. Don Bosco allora montò in sella, e fattisi venire i giovani a lui dintorno, lesse loro la mentovata lettera, che riscosse da tutti sì alti applausi e sì replicate grida di gioia, che ne rimase sbalordito non solo il cavaliere, ma ancora il cavallo. Dato così libero sfogo all'interno giubilo e rotte le file, i giovanetti incominciarono la salita, attorniando come guardia d'onore il loro generale in capo. Cammin facendo, [380] gli uni prendevano la bestia per la briglia, gli altri per le orecchie, taluni anche per la coda, questi la palpava, quegli la spingeva; e il mansueto quadrupede sopportava tutto con tanta calma, da disgradarne il più paziente somarello.

                Intanto tra il riso, gli scherzi, i canti e le conversazioni la comitiva, montata l'erta collina, giungeva al Santuario. Perchè sudati, D. Bosco fece tosto raccogliere i giovani nel cortile della casa annessa per ripararli dall'aria, e dopo un breve riposo, essendo già preparata la tavola, ve li dispose. Il Teologo Guglielmo Audisio, allora Preside dell'Accademia Ecclesiastica, regalò buona minestra e pietanza, ed il Parroco vino e frutta, facendo così vedere quanto essi fin d'allora stimassero D. Bosco e l'opera sua. Dopo Dio i giovani ringraziarono quei cari benefattori, e alle grida di evviva il Preside, evviva il Parroco i musici sposarono il suono dei loro strumenti. Quei benemeriti signori gradirono il loro buon cuore; ma non poterono non ridere della strana loro musica, che pareva quella medesima con cui in piazza Castello di Torino i saltimbanchi facevano ballare le scimmie. Comunque sia, la cosa andò molto bene, e i giovani si levarono da mensa più lieti che i principi.

                Ad una cert'ora D. Bosco raccontò l'origine della Basilica consacrata all'Augusta Madre di Dio; additò le pianure sottostanti, che nel 1706 erano occupate dal formidabile e valoroso esercito francese assediante Torino; tratteggiò il Duca Vittorio Amedeo e il Principe Eugenio di Savoia, che, saliti su quella vetta, fecero voto alla Madonna di un magnifico tempio, se concedesse la vittoria alle loro preghiere; mostrò la cittadella salvata dall'eroismo di Pietro Micca. Descrisse la gloriosa battaglia, la liberazione di Torino, i trionfi, le feste e la protezione evidente di Maria SS. in favore dei Torinesi. Disse ancora delle tombe reali sottostanti, dell'Accademia ivi [381] fondata da Carlo Alberto, facendo così loro imparare di bei tratti di storia patria. Visitarono poscia la chiesa, le tombe dei Principi, la sala dei ritratti dei Papi, la biblioteca, e salirono eziandio sulla superba cupola, donde si scorge buona parte del Piemonte e si contempla con sentimenti di ammirazione la maestosa corona delle Alpi, che colle nevose loro punte sembrano toccare il cielo.

                Circa le tre pomeridiane si radunarono nel tempio, dove al suono delle campane a festa era pure intervenuto molto popolo sparso per la collina. Cantato il vespro, D. Bosco montò in pulpito e tenne un breve discorso. Alcuni ancor si ricordano che egli parlò della efficace intercessione di Maria presso Gesù suo divin Figliuolo, e del modo da usare per essere sempre esauditi, quando a Lei facciamo ricorso. “Se vi è possibile, egli disse, fate prima una visita ed una preghiera dinanzi al Santissimo Sacramento; dopo invocate Maria che vi ottenga quella grazia che vi pare utile o necessaria, e state sicuri che questa Madre potente e pietosa o quella grazia medesima, o un'altra equivalente, od anche migliore vi otterrà”.

                Dopo la predica i musici salirono sull'orchestra, e accompagnati da Don Bosco col suono dell'organo cantarono per la benedizione il Tantum Ergo. In quel tempo non si era soliti a udire in chiesa giovanetti a cantare in musica. Laonde in quella sera i membri dell'Accademia, e tutto il popolo accorso, udendo le voci argentine dei giovani, che parevano un coro di angioletti discesi dal cielo per lodare Iddio, erano fuori di sè per la maraviglia, e molti ne piangevano di consolazione.

                Terminate le sacre funzioni, si fecero partire alcuni globi aerostatici, che col rapido loro sollevarsi in alto parevano invitare gli spettatori ad innalzare i loro pensieri ed i loro [382] affetti al Signore. Verso le sei, dato un rullo al tamburo ed un soffio alla tromba, il giovanil drappello si raccolse, e dopo nuovi ringraziamenti a chi tanto caritatevolmente li aveva ospitati in quel giorno, presero a discendere verso la città, or cantando, or gridando, ed ora pregando eziandio col recitare il Rosario e le orazioni della sera. Arrivati poscia a Torino, ciascuno di mano in mano che giungeva al sito più vicino alla propria casa usciva dalle file, e riverito D. Bosco, si ritirava in famiglia, raccontandovi gli avvenimenti e le impressioni di quella cara giornata. Quando D. Bosco giungeva al Rifugio, aveva ancora con sè otto o dieci giovani dei più robusti che portavano gli attrezzi di alcuni giuochi e i canestri vuoti.

                Molte altre volte D. Bosco li ricondusse poi su quelle stesse vette. Si conserva ancora memoria dell'ascesa fatta nel 1851 in luglio da circa ottanta giovani. D. Cafasso per mezzo di un suo servitore aveva loro mandato dal Convitto il companatico per la colazione, mentre l'Abate Truffat Don Paolino Nicola savoiardo, successore dell'Audisio nella carica di Preside dell'Accademia, apprestava un magnifico pranzo. Il generoso Abate fece poi sempre le più liete accoglienze a D. Bosco e a' suoi nella gita annuale a Soperga, e ad ogni cosa provvedeva largamente a sue spese fino al 1858.

                Egualmente munifico si dimostrò verso i poveri figli del popolo chi dopo il D. Truffat, col titolo di Prefetto, occupò quell'importante carica.

                Essendogli stato sostituito l'Abate Stellardi, D. Bosco, che allora non era in troppa dimestichezza col nuovo Preside, avvicinandosi il tempo della solita passeggiata, prima volle prudentemente saggiare terreno. Mandò pertanto un chierico giudizioso a domandargli in grazia, alcune pentole per cuocere la minestra. L'Abate accondiscese volentieri e gli offerse [383] anzi un piatto di pietanza. Nel 1859 a questa passeggiata andava già tutto l'Oratorio, studenti ed artigiani, preceduto dalla banda musicale. Il medesimo Abate Stellardi aggiungeva sempre qualche cosa del suo al pranzo dei giovani, mentre imprestava tutti gli utensili della cucina per apprestare il cibo e le stoviglie per apparecchiare le mense. Quel santuario cessò nel 1864 dall'essere meta di quell'allegra e periodica passeggiata di quei primi tempi eroici. Essendo state riparate splendidamente le sale dell'annesso monumentale edificio, non fu più lecito ad alcuno entrare a visitarle senza un custode per guida; e perciò non poterono come prima accogliere la turba dei giovani dell’Oratorio.

 

 


CAPO XLI.
Entusiasmo dei giovani per te passeggiate - Un garzone muratore e il suo primo entrare nel prato di Valdocco - Una colazione al Monte dei Cappuccini  - I cantori di D. Bosco e i navicellai del Po - Ubbidienza militare - Affetto a D. Bosco dei giovani dell'Oratorio.

 

                LA PASSEGGIATA a Soperga del 1846 fu come il principio, come un anello di una lunga serie dì molte altre di simile natura, che D. Bosco in quello e negli anni successivi condusse a fare ora in questo ed ora in quell'altro luogo. Generalmente egli annunziavale qualche tempo prima e le proponeva quale un premio, esigendo che i giovani fossero puntuali all'Oratorio, diligenti ad imparare il catechismo, obbedienti ed esemplari nelle fabbriche e nei laboratorii, e non alieni dall'accostarsi di quando in quando ai Santi Sacramenti. Così questo buon padre di tutto, si serviva per attirare al bene i suoi figliuoli, studiandosi di far loro come toccar con mano che il servire a Dio può andare bellamente unito coll'onesta allegria, avendo detto il real profeta: Servite Domino in laetitia[64]. Questa massima egli praticò costante sino alla morte, e l'inculcava continuamente ai suoi allievi; - Coscienza monda e pura, ecco la [385] vera pace nel servire il Signore! Pax multa diligentibus legem tuam[65].

                Un certo Paolo C.….antico allievo ci descrive in una lunga lettera il suo primo entrare nel prato Filippi, la gioia delle adunanze e delle passeggiate festive, e l'amabilità di D. Bosco. Dopo aver scritto della decisione presa dai suoi genitori di mandarlo a Torino perchè si guadagnasse il pane, lavorando da garzone muratore, così prosegue: - “Messa la mia secchia sulle spalle, lasciava il mio paese e giungeva in Torino. Io mi trovava come un poledro sbrigliato, non buono ad altro che a correre e saltellare sbadatamente. I pericoli nelle grandi città sono gravi per tutti, ma sono mille volte maggiori per l'inesperto giovinetto. Mio padre mi aveva raccomandato ad un suo amico, uomo di molta carità ed esemplare in religione. Io mi recai tosto da lui per avere guida e consiglio. Questi mi cercò un padrone, che mi dava pane e lavoro per tutti i giorni feriali. Ma come passare i giorni festivi? Talora egli mi conduceva seco alla Messa, ai divini ufficii, alla predica e poi mi lasciava in libertà. Quindi alcuni compagni mi invitavano a giuocare, a far partita alla bettola o al caffè, dove è inevitabile la rovina morale di un pari mio che appena toccava gli anni quindici.

                Una domenica il buon amico di mio padre mi disse: - Paolino! Non udisti mai parlare di un Oratorio, in cui va una moltitudine di giovanetti nei giorni festivi?

                - Che cosa si fa in questo Oratorio?

                - In questo oratorio ciascuno soddisfà a' suoi doveri religiosi, di poi vi si trattiene in piacevole ricreazione con trastulli di ogni genere, e canti e suoni. [386]

                E perchè non mi avete mai condotto? lo interruppi, pieno di curiosità ansiosa: dove si passa per andarvi?

                - Ti condurrò io stesso un'altra domenica, e ti raccomanderò al Direttore di quei trattenimenti, affinchè ti usi speciale riguardo.

                I giorni di quella settimana mi parvero anni; e nel lavorare e nel mangiare e nello stesso sonno mi sembrava sempre di udir la musica, veder salti, giuochi d'ogni specie. Venne finalmente la domenica; ma il mio protettore impedito dagli affari di famiglia non poteva accompagnarmi. Avendo io il fuoco nelle vene lo richiesi impazientemente delle indicazioni necessarie, e correndo m'incamminai Alle 8 del mattino giunsi al sospirato Oratorio. Era un prato: una siepe di bosso lo cingeva; qui vidi una moltitudine di giovani che si divertivano senza fare schiamazzi; un bel numero dì questi stavano ginocchioni intorno ad un prete che, seduto sopra una riva del prato, li ascoltava in confessione.

                Io restai sbalordito. Era estatico di maraviglia, come chi si trova in un mondo nuovo pieno di cose curiose non ancora conosciute. Un compagno accorgendosi che io era novizio tra loro, mi si avvicinò e in un modo garbato: Amico, mi disse, vuoi giuocare con me alle piastrelle? Questo era il mio giuoco prediletto, perciò con subito trasporto accettai la proposta. Avevamo terminato la partita, quando il suono di una tromba impose silenzio a tutti. Ognuno lasciando i trastulli, si raccolse intorno al prete, che poi seppi essere D. Bosco: - Giovani cari, disse questi ad alta voce, è ora della santa Messa: questa mattina andremo ad ascoltarla al Monte dei cappuccini; dopo la Messa avremo una piccola collezione. Quelli a cui mancò tempo di confessarsi oggi, potranno confessarsi altra domenica; non dimenticate che ogni domenica vi è comodità di confessarvi. [387]

                Detto questo, suonò di nuovo la tromba e tutti si posero ordinatamente in cammino. Uno dei più adulti cominciò la recita del Rosario, a cui tutti gli altri rispondevano. La camminata era quasi di tre chilometri, e sebbene non osassi associarmi cogli altri, tuttavia, spinto dalla novità, li accompagnava a poca distanza, prendendo parte alle comuni preghiere. Quando eravamo per intraprendere la salita che conduce a quel Convento, si cominciarono le litanie della B. V. Questo mi ricreò assai, perciocchè le piante, ali stradali, il boschetto che coprono le falde del monte risuonavano del nostro canto e rendevano veramente romantica la nostra passeggiata.

                Venne celebrata la Messa, in cui parecchi giovani si accostarono alla santa Comunione. Dopo breve predica e sufficiente ringraziamento, andarono tutti nel cortile del Convento per fare la collezione. Non ravvisando alcun diritto alla refezione de' miei compagni, io mi ritirai aspettando di unirmi ad essi nel ritorno, allorquando D. Bosco avvicinandosi mi parlò così:

                - Tu come ti chiami?

                - Paolino.

                - Hai presa la collezione?

                - No, signore.

                - Perchè?

                - Perchè non mi sono nè confessato, nè comunicato.

                - Non occorre nè confessarti, nè comunicarti per avere la collezione.

                - Che cosa si ricerca?

                - Niente altro che l'appetito e la volontà di venirla a prendere - Ciò detto mi condusse al cesto e mi diede in abbondanza pane e frutta.

                Disceso dal monte, andai a pranzo, e dopo il mezzodì ritornai a quel prato, ove con tutto mio gusto presi parte [388] alla ricreazione fino a notte. Da quel punto per più anni non abbandonai l'Oratorio e il caro D. Bosco, che tanto bene fece all'anima mia e tanti giovani ridusse sul buon sentiero. Quanti disagi sofferse, quanta pazienza lo vidi usare, e quante industrie adoperare, per restituire a Dio certi cuori superbi, pieni di cattive inclinazioni, rozzi e talora maligni. E quando riusciva e farli migliori dava segni di così grande contentezza, che stimava un nulla quanto aveva dovuto sopportare, e prendeva animo ad assoggettarsi a fatiche vie pii! gravi.

                Fui presente a tutte le feste ed a tutte le passeggiate, le quali eccitavano un entusiasmo indescrivibile in quella accolta di giovani. Queste gite, accompagnate da avventure quasi sempre piacevolissime e talora meno gradite, davano argomento di infiniti discorsi, ed era ciò che D. Bosco desiderava, perchè la nostra fantasia avesse sempre oggetti nuovi ed innocenti intorno ai quali occuparsi con intensità. Un volume non basterebbe a svolgere questo solo periodo della storia dell'Oratorio. Io, continua egli, non ho agio a descrivere tutto ciò che accadde sotto i miei occhi, ma non voglio lasciar da parte un avvenimento singolare.

                D. Bosco con una ventina di giovinetti cantori andava a Sassi per una festa religiosa. Arrivato al Po, si volgeva a destra per camminare lungo la riva e giungere al ponte; quando una turba di garzoni navicellai gli furono intorno, invitandolo a traghettare il fiume sulle loro navicelle, e assordandolo colle loro voci gli impedivano di procedere. D. Bosco non potendo liberarsi da un'insistenza così sgarbata, visto poco lungi un barcaiuolo tarchiato, robusto e già di età, gli fe' cenno di allestire la sua barca, che era capace di riceverci tutti. Il barcaiuolo, rimossi minacciando quegli importuni, si avviò con D. Bosco, e noi lo seguimmo discendendo la [389] ripa. Allora tutti quei garzoni, vedendo delusa la loro speranza di guadagnare il nolo, ruppero in un baccano infernale, scagliando ogni fatta d'ingiurie contro il prete. Intanto fra i giovani dell'Oratorio, che già stavano adagiati nella barca, si erano intromessi alcuni di quegli insolenti, e guardavano a destra e a sinistra con modi beffardi; ma il barcaiuolo, senza fiatare e senza complimenti, afferratili ad uno ad uno per la camicia e per la pelle della schiena, li gittò sulla sponda. Costoro però coi loro compagni risaliti sul ciglione della ripa, appena la barca incominciò a muoversi, abbrancati i ciottoli, là ammonticchiati per selciare le vie, presero a lanciarli contro loro che si allontanavano. I giovanetti cantori si stringevano spaventati attorno a D. Bosco; alcuni piangevano. Era infatti un rischio molto serio. Le pietre fischiavano da ogni parte, tutto intorno facevano sobbalzare le acque e talora percuotevano i fianchi della barca. D. Bosco diceva sereno ai giovani: - State tranquilli al vostro posto: nessuna pietra vi toccherà. - E così fu con grande meraviglia di quei paurosi, che ben presto si trovarono fuori di tiro. - Ma allora fu un subbisso di urla, fischi e grida di quei discoli: - Stasera ritornerete! Avrete da fare con noi!

                La barca approdò alla Madonna del Pilone, e D. Bosco andò a Sassi, riempiendo di soave allegrezza quegli abitanti, colle voci graziose del suo coro. Alla sera ritornando a piedi imboccava il ponte di Po. I suoi giovani camminavano in fila serrata. Quand'ecco giungono ove, secondo la minaccia, erano attesi da un gruppo di dieci o dodici garzoni barcaiuoli, i quali li guardavano fissamente in, atto di provocazione e ghignando parlavano fra di loro sottovoce, in modo però che non si poteva intendere che cosa dicessero. D. Bosco osservava ogni loro movimento, ma nulla più accadde che cagionasse [390] disgusto. Sembrava che rattenuti da un misterioso agente non potessero risolversi a dar principio alle loro brutali prodezze”. - Fin qui il manoscritto.

                Intanto i giovani dell'Oratorio a cosiffatta alternativa di divozione e di onesti piaceri, erano vivamente compresi dell'amore sincero, che lor portava D. Bosco. Nel vedere la tenera sollecitudine e il vivo interessamento che egli mostrava pel loro bene, studiavansi di contraccambiarlo nel miglior modo possibile, e sopra tutto lo ubbidivano con una prontezza ammirabile. Bastava una sua parola, un suo cenno, talora uno sguardo solo per chetarli, far cessare tra loro un diverbio, impedire un disordine e imporre silenzio a 400 e più lingue giovanili. Una volta tra le altre erano tutti affaccendati nel correre, giuocare, far schiamazzo, quando D. Bosco ebbe bisogno di loro parlare: ad un cenno della sua mano come in un baleno cessarono da ogni chiasso e divertimento, e furono a lui d'intorno per udirne gli ordini. A questa vista un carabiniere, che li stava da qualche tempo osservando, non potè trattenersi dall'esclamare: - Se questo prete fosse un generale d'armata, potrebbe combattere contro al più agguerrito esercito del mondo, con sicurezza della vittoria.

                In Torino si faceva un gran parlare di D. Bosco. Quando percorreva le vie co' suoi giovani, la gente usciva dai cortili, affacciavasi ai balconi, alle finestre e sugli usci per godere di quello spettacolo. Chi diceva D. Bosco essere un gran santo, chi lo qualificava per un gran pazzo. Nel ritornare dalle passeggiate, alcune volte la comitiva si fermava, e tolto, sulle loro braccia il buon prete, che si sforzava a schermirsi ed insistere non facessero, lo sollevavano in alto, e volere o non volere lo portavano in trionfo, come gli antichi Romani portavano sugli scudi i loro imperatori. A gloria di queste camminate si deve notare che fra quei giovani, non legati da. [391] alcuna disciplina, non si dava il minimo disordine. Non una rissa, non un lamento, non il furto di un frutto, quantunque il numero fosse grande e talvolta di sei o settecento. Nè si trattava di soli fanciulli, ma eziandio di giovanotti robusti, audaci, sfidatori dei pericoli, che non mancavano di portar seco l'indivisibile coltello.

                Ma non è a farsene le meraviglie. Questi giovani amavano D. Bosco con quell'amore col quale sanno affezionarsi a chi loro vuol bene. Allorchè nei giorni feriali egli usciva per le vie della città, si vedeva ad ogni passo sulle porte delle officine giovanetti, i quali correvano intorno a lui per dargli il buon giorno. Guai a chi avesse fatto il minimo segno di irriverenza al loro prete; guai a chi si fosse permesso di parlare meno bene di lui! Se qualche giovane dell'Oratorio fosse stato invitato al male, bastava il pensiero del disgusto che ne avrebbe provato D. Bosco per tenerlo lontano dal cattivo passo. Sembra perfino incredibile, eppure tant'è. Un suo desiderio era realmente per essi un comando. Infatti la loro affezione a D. Bosco andava, sarei per dire, fino alla follia.

 

 


CAPO XLII.
LA STORIA SACRA - Metodo pedagogico adottato da Don Bosco in questo libro. - Alcune citazioni.

 

                SI RESTA sbalorditi pensando al cumulo di affari che D. Bosco fin da questi tempi incominciò simultaneamente a sbrigare e che più non tralasciò con una tranquillità ammirabile, fino al termine della sua vita. Le angustie che gli cagionava il suo Oratorio non avevano impedito la compilazione della Storia Ecclesiastica e di altri libri, e in questo stesso anno egli portava a compimento una bella Storia Sacra. Per questa sua assiduità nello scrivere a lui si possono applicare le parole di N. Signor Gesù Cristo: “Ogni scriba istruito pel regno dei cieli è simile ad un padre di famiglia, il quale cava fuori dal suo tesoro roba nuova e roba antica”[66]. Egli però, come l'abbiamo udito ripetere più volte e come già abbiamo sopra detto, provava una grande apprensione nel dare scritti alla stampa, ma si vinceva per amore de' suoi giovani. L'umiltà guidava sempre i suoi passi, e andando al Convitto Ecclesiastico per istudiare e scrivere, consegnava i fogli della Storia Sacra al portinaio perchè li leggesse; e ritornando si faceva dire se ne aveva capito il [393] senso. In caso contrario, rimaneggiava il lavoro, rendendosi ancor più semplice e popolare.

                In questo volume di circa duecento pagine, edito dalla Tipografia Speirani e Ferrero, egli esponeva i fatti più importanti della Bibbia, con lingua purgata, in forma piana, con stile chiaro, come furono poi sempre la caratteristica in tutti i suoi libri, sicchè i fanciulli non penassero guari ad intenderne la narrazione e a ritenerla a memoria. I racconti di questa prima edizione finiscono coll'ascesa di Gesù al cielo, e Doti Bosco facendone il riassunto stabiliva tre corollarii: La certezza della venuta del Messia, essendosi compiute in Gesù Cristo tutte le profezie; L'esistenza di una Chiesa, unica arca di salvezza per tutti gli uomini, divinamente fondata da questo Messia, infallibile nell'insegnamento della dottrina e nell'assegnare il vero senso ai libri sacri, indefettibile sino alla fine del mondo per l'assistenza continua del suo Fondatore; Questa Chiesa essere la Cattolica, Romana la quale sola a traverso i secoli tenne sempre le verità insegnate e confermate da Gesù Cristo, e nella quale non è interrotta la successione legittima dei Pontefici dall'attuale Papa regnante risalendo fino a S. Pietro; e questi investiti su di essa di un potere pieno, assoluto, indipendente da ogni umana autorità.

                Nel medesimo tempo il suo lavoro era tutto nel combattere i Protestanti, ma senza avvertirlo, senza eccitare rumore. Per i suoi giovani aveva preparato un antidoto efficace contro gli errori irruenti. I Protestanti imputavano ai cattolici di non conoscere la Bibbia, e combattevano le cattoliche verità asserendo non aver molte di esse fondamento nella Sacra Scrittura. Perciò D. Bosco narrando i fatti del nuovo e del vecchio Testamento fa risaltare il culto esterno, il purgatorio, la necessità delle buone opere [394] per salvarsi, la venerazione alle reliquie, l'intercessione dei Santi, il culto a Maria Vergine, la Confessione, la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucarestia, il primato del Papa, ed analoghi argomenti. Quasi tutte le storie sacre che usavansi allora in Piemonte trascuravano queste necessarie riflessioni.

                Ma ciò che vi ha ancora di più fruttuoso in questo libro si è il metodo pedagogico, col quale da ogni fatto scritturale ci sa ricavare una massima educativa ed esprimerla in modo adatto alla giovanile età. Tale era il suo metodo, eziandio parlando. Ne riferiamo alcune. Descritto il sacrificio d'Abramo, soggiunge: Il Signore benedice sempre coloro che sono obbedienti a' suoi precetti. Dopo le stragi di Sichem: Questo fatto ci insegna quanto i pubblici spettacoli siano pericolosi specialmente per la gioventù. A proposito di Giuseppe, liberato dalla carcere ed esaltato: il Signore fa servire ogni cosa a bene di chi lo ama. Scrivendo del bestemmiatore e del profanatore delle feste fatti lapidare da Mosè, esclama: Esempio, terribile per coloro che osano bestemmiare il nome santo del Signore o profanare i giorni a lui consacrati. Gli stessi o forse maggiori castighi devonsi temere, o nella vita presente o nella futura. Alla morte di Eli: Il Signore anche in questa vita talvolta castiga i genitori indolenti, ed abbrevia la vita ai figliuoli indisciplinati. Lodando l'amicizia di Davide e Gionata: Esempio ben degno d'essere imitato, specialmente dai giovani, i quali dovrebbero scegliersi per amici soltanto quelli che veggono amanti della virtù. Dice di Salomone: È da preferirsi la miseria di Giobbe al trono di Salomone, perchè in Giobbe si ammira un modello di virtù, che corona i santi; in Salomone si piange la caduta di un uomo, che, colla più sublime sapienza, non seppe guardarsi dalla superbia e dal veleno delle prosperità. Tratteggiando la divisione del regno d'Israele da quello di Giuda, conchiude: Non andiamo mai a [395] chiedere consiglio dagli orgogliosi, nè da chi non ha esperienza. Riflettendo sul miracolo del corvo che reca il pane ad Elia: Ecco come Iddio prende cura sollecita de' suoi. Serviamo il Signore, ed egli ci provvederà in tutti i nostri bisogni. Narrando degli orsi che sbranarono i giovani schernitori di Eliseo: Terribile esempio a chi osa motteggiare i maggiori di età od i ministri del Signore. Giosafaf sconfitto, essendo alleato dell'empio Achabbo, gli porge occasione d'insegnare che: La frequenza dei cattivi compagni espone a gravi pericoli. La morte di Oloferne gli ispira la grande verità: Tutti gli eserciti sono un nulla se non hanno con sè l'aiuto del Cielo. Propone a modelli Daniele e i suoi tre compagni nella corte di Babilonia: La temperanza è benedetta dal Signore, e giova alle facoltà dell'intelletto ed alla corporale sanità. Presenta eziandio preziose osservazioni sulla preghiera, sulla fiducia nella misericordia e bontà di Dio, sulle profezie riguardanti il futuro Messia e la SS. Eucaristia.

                Della storia del nuovo Testamento mi riduco a riferire un solo tratto riguardante il Paralitico: In tutte le guarigioni operate dal divin Salvatore, noi dobbiamo ammirare la singolare bontà con cui prima guariva i mali dell'anima e appresso quelli del corpo, dandoci così il grave ammaestramento di mondare la nostra coscienza prima di ricorrere a Dio nei nostri bisogni temporali. Ed ecco perchè D. Bosco, a quanti ricorrevano a lui per ottenere qualche grazia dalla Madonna, suggeriva per prima condizione l'accostarsi ai santi Sacramenti.

                Nella prefazione veniamo a conoscere quanto D. Bosco fosse assiduo e diligente negli studii sacri e per indiretto arguiamo le continue lezioni che dava sulla religione ai giovani del suo Oratorio e a quelli delle scuole elementari e ginnasiali della città. È una pagina storica del suo zelo sacerdotale. Ecco com'egli si esprime: [396]

                “Il metter mano a un nuovo corso di Storia Sacra parrà certamente a taluno fatica inutile, mentre ne esistono già tanti da poter soddisfare ogni condizion di persone. Così pareva anche a me; ma postomi a far l'esame di quelli che maggiormente vanno per le mani de' giovanetti, ebbi a convincermi che molti sono o troppo voluminosi, o troppo brevi, e spesso ancora, per isfoggio di concetti e di frasi, perdono la semplicità e la popolarità dei libri santi. Altri poi omettono quasi interamente la cronologia, di modo che l'inesperto lettore può difficilmente accorgersi a quale epoca appartenga il fatto che legge, se più si approssimi alla creazione dei mondo, oppure alla venuta del Messia. Quasi in tutti poi s'incontrano espressioni, che a me sembrano poter destare men puri concetti nelle mobili e tenere menti dei fanciulli.

                Indotto da queste ragioni, mi proposi di compilare un corso di Storia Sacra, che contenesse le più importanti notizie de' libri santi, e si potesse presentare ad un giovanetto qualunque, senza pericolo di risvegliare in lui idee meno opportune. A fine di riuscire in questo divisamento, narrai ad un numero di giovani d'ogni grado ad uno ad uno i fatti principali della sacra Bibbia, notando attentamente quale impressione facesse in loro quel racconto e quale effetto producesse di poi. Questo mi servì di norma per tralasciarne alcuni, accennarne appena altri, e corredarne non pochi di più minute circostanze. Ebbi eziandio sott'occhio molti compendi di Storia Sacra, e tolsi da ognuno quello che mi parve più conveniente.

                Per quanto appartiene alla cronologia, io mi attenni a quella del Calmet, eccettuate alcune piccole variazioni, le quali da alcuni moderni critici sono reputate necessarie. In ogni pagina attesi sempre allo scopo di illuminare la mente [397] per ammigliorare il cuore, e render popolare, quanto più si può, la scienza della sacra Bibbia.

                Il fine provvidenziale de' sacri libri essendo stato di mantenere negli uomini viva la fede del Messia promesso da Dio dopo la colpa di Adamo, anzi tutta la Storia Sacra dell'Antico Testamento potendosi dire una costante preparazione a quell'importantissimo avvenimento, volli in modo speciale notare le promesse e le profezie che spettano al futuro Redentore.

                Per seguire poi il parere di saggi maestri, ho fatto inserire varie incisioni attenenti a' fatti più luminosi, per insegnare così la Storia Sacra col sussidio delle carte figurate. Siccome poi i fanciulli restano impacciati per alcuni nomi di cose, di paesi e di città menzionate nella Storia Sacra, i quali non si vedono più nelle carte geografiche d'oggidì; così mi sono adoperato di aggiungere un piccolo dizionario, in cui, mercè breve spiegazione, i nomi antichi sono messi a riscontro de' moderni.

                La storia è divisa in epoche, e queste ripartite in capitoli, i quali sono eziandio divisi in paragrafi, che indicano la materia in ciascuna parte del capitolo contenuta. L'esperienza suggerì essere questo il metodo più facile, perchè un racconto qualunque possa essere dalla mente di un giovane appreso e ritenuto.

                Lo studio della Storia Sacra mostra l'eccellenza sua da se stesso, e non ha bisogno di essere raccomandato, chè la Storia Sacra è la più antica di tutte le Storie; è la più sicura, perchè ha Dio per autore; è la più pregevole, perchè contiene la Divina volontà manifestata agli uomini; è la più utile, perchè rende palesi e prova le verità di nostra Santa Religione. Nessun studio adunque essendo di questo più importante, non deve esservene alcun altro più caro a chi [398] ami davvero la Religione. Se questa mia fatica, qual ch'essa sia, sarà a taluno giovevole, ne sia gloria a Dio, pel cui onore fu da me unicamente intrapresa”.

                Siccome questo era un libro scolastico, la prefazione della prima edizione ha due citazioni, tolte poi dalla terza, che indicano la previdente prudenza di D. Bosco. Ove dice di aver atteso sempre allo scopo di illuminare la mente e ammigliorare il cuore, metteva in nota: Sac. FECCIA nell'Educatore Primario, prog.; e ove annuncia aver fatte inserire varie incisioni, pone a piè di pagina: Vedi F. APORTI, Educat. Prim. Vol. I, pagina 406. Era questa come una raccomandazione del suo libro, presso certi insegnanti. Un'approvazione giusta fa sempre piacere, e l'Abate Aporti era sensibile a questi segni di rispetto; e D. Bosco, come soleva in tali circostanze, gli regalò una copia di questa sua opera, accompagnata da una breve lettera bellamente lusinghiera, condita con un pensiero delle cose eterne. La lode non era immeritata pei beneficii che recava cogli scritti e coll'opera alla gran causa umanitaria dell'istruzione popolare.

                Egli conosceva lo stato di animo di un povero sacerdote, e anche di altri che deviano dal retto sentiero e formano un partito. Fra di loro regna l'egoismo, l'interesse, la gelosia, la diffidenza e sovente la soggezione ad un tirannico potere. Non ostante gli applausi e gli onori dai quali fu esaltato, l'Abate Aporti sentì più volte amarissima questa terribile verità, specialmente quando votò in senato contro l'emendamento Des Ambrois, che metteva pienamente in balia del Governo, non solo i beni dei conventi, ma gli stessi religiosi. Con tutto che avesse egli reso molti e molti servigi alla causa che propugnavano gli Italianissimi, tutti i giornali libertini l'ebbero amara contro di lui, lo conculcarono, lo gettarono nel fango, e uno di costoro giunse perfino a minacciargli due dita [399] alla gola. Al cospetto poi de' buoni i traviati coprono coll'alterigia il loro avvilimento e i rimorsi; loro par di essere da questi disprezzati, li sospettano di apprezzamenti poco benevoli, li credono nemici. Il loro cuore ha bisogno di affezione, e ne sono privi; perciò molti, se incontrano un vero amico, sanno pregiarlo. Tale l'Aporti riconobbe D. Bosco, che, leale, non tradiva mai la verità, e che se approvava, lo riconosceva sincero: il suo volto franco ed aperto, i suoi modi rispettosi, le sue parole amichevoli non gli permettevano un pensiero diffidente, e così con lui si incontrava volentieri. Perciò l'Aporti gli corrispose coll'essere un valido sostegno e un caldo encomiatore delle e, scuole dell'Oratorio delle quali conosceva pienamente lo spirito cattolico e papale. Se dal 1847 al 1860 D. Bosco potè tenere tranquillamente le sue classi senza intromettenze, formalità, ispezioni dell'Autorità, doveva provenire dall'opinione favorevole che erasi formata persistente, fra coloro che reggevano la cosa pubblica. In ciò non dovette certamente essere estranea l'azione dell'Abate Aporti.

                Intanto la Storia Sacra venuta in luce a f